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Una finta indipendenza PDF Stampa E-mail

16 Settembre 2014

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È ancora difficile, se non impossibile, fare un pronostico riguardo al risultato del "referendum" sull' indipendenza della Scozia, che si terrà giovedì 18 settembre.

I dati oscillano in continuazione, i due schieramenti si equivalgono (con il fronte indipendentista in ascesa) e, come sempre succede in queste situazioni, la differenza la faranno gli elettori incerti all' ultimo minuto.

Le domande che dobbiamo porci sono due: è auspicabile per noi antieuropeisti, antimondialisti e antiglobalizzatori, una Scozia svincolata dal Regno Unito, dopo tre secoli di assoggettamento politico a Londra?

La seconda domanda è: l' eventuale secessione di Edimburgo farà da apripista ad un effetto domino?

Alla prima domanda possiamo rispondere usando un vecchio ma mai tramontato adagio popolare: " sono cambiati i suonatori, ma la musica è sempre quella".

Premesso che gli Stati-Nazione sono una invenzione della modernità e premesso che -purtroppo per noi- il trend mondiale accelera verso lo svuotamento di sovranità degli Stati e nell' aumento dei poteri di entità sovranazionali, i cui manovratori troppo spesso hanno un volto sconosciuto, ossia quello della grande finanza e del capitalismo selvaggio, apolidi per eccellenza, gli scozzesi dovrebbero ben meditare prima di scegliere la secessione: il premier Alex Salmond non ha mai spiegato ai suoi concittadini come intenderà comportarsi con la sovranità monetaria, uno dei cardini -base della costruzione dello Stato moderno.

Una Scozia indipendente ma dipendente ancora dalla sterlina è una burla: tanto vale, allora, restare sotto Sua Maestà Britannica.

Inoltre, una Scozia con una moneta propria ma agganciata alla sterlina, come in molti propongono ad Edimburgo, è un passo ad alto tasso di rischio, perchè sappiamo tutti le meraviglie che hanno prodotto le monete agganciate e alla pari, da ultimo il disastro dollaro-peso nell' Argentina del 2001.

Seppur indipendente, la Scozia resterebbe lo stesso ingabbiata nelle norme del WTO e del mercato globale, dovendo concorrere - con una scarsa popolazione e basandosi sugli idrocarburi, una fonte che è il passato e non di certo il futuro, con i colossi dei mercati mondiali.

Secondo P.Krugman, un economista a cui diamo il diritto di parola, non essendo egli mai stato tenero con le attuali politiche di Bruxelles, "la Scozia indipendente rischia di essere una Spagna più piccola, oltretutto senza sole": previsioni dettate da un mercato immobiliare a rischio bolla e da un innalzamento del debito pubblico, tra l' altro espresso in sterline o in una moneta agganciata (fatale, in quanto le due economie sono troppo integrate) il che significa dover sempre comprare sterline per essere alla pari (vedi sempre l' Argentina).

Salmond parla pure di restare nell' Europa dei banchieri..

Una Scozia indipendente farebbe l'effetto di una palla da bowling ?

Sì e no.

Difficilmente Belgio, Spagna, Francia ma anche l' Italia ad esempio, tutti Stati con regioni anelanti ad andaresene, accetterebbero nella UE la Scozia: partirebbero subito i veti e Edimburgo starebbe fuori, vanificando così l' aria fritta che Salmond vende ai suoi connazionali.

Ma anche se la risposta fosse sì, anche se nascessero Catalogne, Corsiche, Fiandre indipendenti, eccetera eccetera, cui prodest? dicevano i Latini.

A nessuno di certo. Saranno Paesi che giocheranno ad avere la loro bandierina tutta colorata e nuova, a organizzare la nazionale di calcio (la Scozia l’ ha già, però...) e che prenderanno ordini dalla Troika, da Bruxelles, dalla NATO (Scozia:base nucleare della marina..), da Washington, che commerceranno col disgraziatissimo TTIP, il famigerato trattato euro-atlantico commerciale, ingabbiate dal WTO e dai suoi lacciuoli, senza contare che all' Europa odierna fanno comodo alcuni nuovi Stati piccoli, in numero limitato sia chiaro, in modo da indebolire i grandi Stati e controllarli meglio.

Una Scozia indipendente avrebbe senso e sarebbe auspicabile, certamente, anche perchè per il Regno Unito, una delle colonne dell' Asse Americano in Europa, il colpo sarebbe durissimo, quasi esiziale, ma sarebbe appunto auspicabile se la leadership scozzese parlasse un linguaggio tipo: fuori dall' UE, fuori dalla NATO, sovranità monetaria e Capo di Stato scozzese, rifiutando anche quindi Elisabetta II e rompendo radicalmente con il Regno Unito e con Bruxelles, proclamandosi Stato neutrale.

Ma l' indipendenza proposta dal fronte secessionista è una presa in giro, tra l' altro vogliono pure tenersi la regina come Capo di Stato!.

Salmond inganna gli scozzesi e li buggera; è il classico esempio di suonatore che legge lo spartito e le note della stessa musica.

Uno scozzese col cervello funzionante e una buona dose di cinismo e realismo politico -ahimè se ne trovano sempre meno e non solo ad Edimburgo e Glasgow ma dappertutto- dovrebbe votare NO all' indipendenza.

Tanto vale restare, a questo punto, sotto gli inglesi e sfruttare a mani basse l' autonomia generosa che Londra ha elargito e che, presa dal panico, state certi, elargirà con ancor più liberalità.

Simone Torresani 

 
Occidentali nell'ISIS PDF Stampa E-mail

14 Settembre 2014

 

 

Molti cittadini europei, soprattutto inglesi e francesi, ma anche tedeschi e persino italiani, vanno in Iraq e in Siria a battersi con l'Isis. Per lo più si tratta di immigrati di seconda generazione, con genitori musulmani. Ma ci sono anche occidentali che si sono convertiti all'islam. Tutti sono giovani o giovanissimi. A mio parere questa voglia di battersi a fianco dell'islamismo più radicale ha solo in parte motivazioni religiose. E spesso non ne ha nemmeno di sociali. Parecchi di coloro che vanno a combattere hanno posizioni di buon livello, sono ingegneri, dirigenti d'azienda, funzionari di banca. È che la vita in una democrazia è percepita, dai giovani, come mortalmente noiosa, un'esistenza che corre monotona, senza brividi, senza troppi rischi che non siano quelli di un incidente in auto o in moto, dalla culla alla tomba. Non è un caso che in questi ultimi anni, lontani ormai dalla seconda guerra mondiale, dallo scontro ideologico fra il cosiddetto 'mondo libero' e quello comunista, che permetteva a chi aveva passione di impegnarsi e anche, a seconda della parte d'Europa in cui si trovava, di mettere in gioco se non la sua vita la comodità della propria esistenza, si siano diffusi, sempre fra i giovani, sport estremi come il 'bungee jumping' o il 'free climbing' e ragazzi intelligenti (perché non tutti sono dei cretini o degli incoscienti) si strafacciano di coca e poi si mettano al volante sapendo, pur con la mente annebbiata dalla droga, i rischi cui vanno incontro. Oserei dire che li cercano. Del resto basta entrare in una discoteca e vederli scatenarsi nel ballo (che da sempre è un istinto dei neri, molto meno dei bianchi) per capire che a questi giovani manca qualcosa. Noi ragazzini, negli anni Cinquanta, non avevamo bisogno di cercare questi brividi 'extra', ci era sufficiente sapere che nei 'terrain vague' in cui giocavamo bastava un nulla per lasciarci la pelle, o quantomeno una gamba, mettendo un piede su qualche ordigno graziosamente lasciatoci in eredità dai bombardieri angloamericani.

Ma se da una parte l'accorrere dei giovani europei fra le file dell'Isis può essere considerato una variante estrema del 'bungee jumping', dall'altra c'è, indubbiamente, anche una questione valoriale. La democrazia è un sistema di regole e procedure. Non è un valore in sè. È un sacco vuoto che deve essere riempito. Purtroppo la prassi liberal-capitalista (ma lo stesso discorso varrebbe per il comunismo se esistesse ancora) non è stata in grado di colmarlo se non con contenuti quantitativi e materiali. «Non si vive di solo pane» ha detto qualcuno che ha avuto una certa importanza nella storia del mondo e quando di pane ce n'era molto meno di oggi. Non si può vivere avendo come obbiettivo, come sogno supremo, quello di passare da una Opel Corsa a un'Audi a una Porsche a una Bmw. La Chiesa cattolica, soprattutto durante il papato del troppo osannato Wojtyla Superstar (con Bergoglio vedremo), non è stata capace di intercettare le esigenze di spiritualità che emergevano da un mondo che era diventato interamente materialista. Così molti, in Europa, si sono volti verso le religioni o le filosofie orientali o addirittura, nelle fasce sociali più deboli o ignoranti, alle pratiche dell'occultismo, del satanismo, all'astrologia così lontane dalla sapienza della Chiesa di Paolo. In ogni caso il capitalismo ha provveduto subito a trasformare queste esigenze in 'new age' cioè nel consumo della spiritualità.

L'Isis, l'islamismo radicale e guerriero, offre con i suoi valori, sbagliati o giusti che siano, uno sfogo a queste esigenze di spiritualità oltre a quella di non sprecare una vita basata sul niente, sul nulla. Invece di bombardarlo vigliaccamente, perché non siamo più nemmeno in grado di mandare degli uomini sul campo, ma solo robot che ci sostituiscono, dovremmo capire che la sua forza sta nel nostro vuoto di valori, nella nostra mancanza di coraggio e di dignità. Rileggiamoci Sant'Agostino, uno che le palle ce le aveva: «Che scandalo c'è se in guerra muoiono uomini comunque destinati a morire?».

Massimo Fini 

 
Un complotto mostruoso PDF Stampa E-mail

12 Settembre 2014

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Un complotto mostruoso, una false flag la cui fantasiosa versione ufficiale è - incredibilmente - ancora ritenuta attendibile dalla maggior parte della gente.

Non entro neppure nel merito della questione, noto solo con piacere che oggi, nel tredicesimo anniversario di questa colossale menzogna, qualche timida voce inizia a far capolino anche sulla stampa mainstream nostrana.

Nonostante centinaia di scritti, di documentari, di prove documentali fornite da scienziati, piloti, tecnici indipendenti, che dimostrano come la versione governativa non possa scientificamente stare in piedi, la menzogna è stata più forte. Ha vinto.

La verità non ha avuto abbastanza vigore per farsi riconoscere.

Le forze in campo che l’hanno soffocata si sono dimostrate estremamente potenti ed organizzate.

Ora, magari, potremmo continuare a restare relativamente indifferenti di fronte a questa menzogna –ancora una volta l’anniversario delle due torri, ho altro a cui pensare, basta! - credendo che, in fondo, la cosa non ci riguardi direttamente.

Purtroppo non potremmo albergare in noi convinzione più fallace.

Quello che è scaturito da quella gigantesca truffa, le leggi speciali, la militarizzazione delle forze di polizia, il Patriot Act, lo spionaggio mondiale senza limiti, l’aggressione e la distruzione di Stati sovrani grazie a prove falsificate, le finte primavere, l’inarrestabile corsa verso un nuovo confronto militare globale, sono tutte dirette conseguenze di quella incapacità della verità di affermarsi.

 

Da un punto di vista personale sappiamo bene cosa significhi la menzogna.

Se ci accusano ingiustamente di un crimine che non abbiamo commesso, se ci rimproverano per un’azione che non abbiamo compiuto, sentiamo subito nascere in noi la ribellione, l’indignazione per l’ingiustizia patita. Se la persona che amiamo ci inganna o ci tradisce avvertiamo che qualcosa si rompe nella nostra esistenza.

Eppure di fronte ad un inganno globale, che raggira e tradisce non solo noi ma l’intera umanità, al massimo possiamo provare - oltre al dispiacere per le vittime innocenti – una pallida indignazione nei confronti degli autori di tale complotto.

Quanto pallida è facile riconoscerlo se ne paragoniamo l'intensità a quella del sentimento che proviamo quando qualcuno ci inganna personalmente.

Eppure gli effetti, le conseguenze di questo gigantesca menzogna superano di gran lunga per magnitudo le conseguenze di un inganno che subiamo personalmente.

Come è possibile, allora, una tale erronea percezione della dimensione reale di questo evento?

Il punto è che se guardiamo alla menzogna solo da un punto di vista personale, umano, ne vediamo esclusivamente gli aspetti egoistici immediati; quanto questa menzogna ci danneggia, quanto il mancato rispetto del reale svolgersi dei fatti può essere causa di conseguenze spiacevoli.

Ma quest’approccio alla verità è lo stesso che viene utilizzato da chi la verità tradisce e usa solo per il proprio tornaconto. Intendo dire che chi strumentalizza la storia non ha la benché minima considerazione per la verità; essa è un non-essere.

Non ha importanza come si siano svolti i fatti, quello che conta è quello che noi facciamo credere e che è utile ai nostri fini. Punto.

Da questa prospettiva nasce, sul piano umano, la totale alienazione dell’uomo rispetto alla realtà dei fatti, ma anche qualcosa di molto più grave, anche se ciò non è - a tutta prima - ravvisabile sul piano esteriore.

In realtà, da un punto di vista più ampio – comprendente sia il piano fisico che quello spirituale – la verità può essere definita un essere vivente.

Anche se in genere crediamo che i nostri pensieri siano poco più di ombre e che un pensiero di odio o di menzogna, in fondo, non possa danneggiare nessuno, se prestassimo maggiore attenzione alla nostra vita interiore, ci accorgeremmo che ogni pensiero, ogni sentimento è una realtà.

Ogni volta che sentiamo di detestare qualcuno, in effetti, inviamo a questa persona dei pensieri e dei sentimenti che lo danneggiano.

Oltre naturalmente a danneggiare noi stessi.

Ogni pensiero e ogni sentimento è una entità sul piano sovrasensibile e – per chi percorre un sentiero spirituale - è possibile sperimentare come pensieri o sentimenti negativi siano altrettanto dannosi delle azioni da loro eventualmente scaturite sul piano fisico.

Ora, l’odiare, il calunniare, l’avversare l’altro è menzogna, in quanto nega la parte di luce dell’altro, ne riduce l’entità a pura entità fisica, proferendo in tal modo la menzogna basilare: la negazione dello spirito.

Questo non riconoscere la verità dell’altro – vale a dire il suo essere sia fisico che spirituale – è di fatto un assassinio spirituale.

La menzogna è, dunque, un assassinio sul piano spirituale.

Ebbene, se noi moltiplichiamo esponenzialmente la menzogna, la calunnia che possiamo rivolgere a un nostro simile ed entriamo nell’ordine di grandezza di una menzogna globale come il 9/11, possiamo facilmente comprendere quali possano essere le conseguenze, i danni, a livello non solo umano, ma universale.

Se dire la verità su un mio simile significa creare una forma-pensiero che favorisce e aiuta la vita della persona, mentre mentire su di lui equivale a danneggiarne l’esistenza, non è difficile capire che lo stesso – con una magnitudo enormemente superiore – avvenga per eventi storici come quelli cui ci stiamo riferendo.

Rudolf Steiner afferma, senza mezzi termini: “La menzogna è un assassinio. Ogni verità costituisce un fattore che favorisce la vita, ogni menzogna un fattore di danno per la vita”.

Se le cose stanno in questi termini, l’assassinio sul piano spirituale che la menzogna dell’11 Settembre ha provocato ha una dimensione ben superiore a quello delle migliaia di persone che pur hanno perduto la loro vita fisica in quell’occasione.

L’11 Settembre rappresenta un assassinio, una strage, a livello di umanità intera.

Evidentemente non potevamo aspettarci conseguenze meno nefaste di quelle che vediamo quotidianamente scaturire dalla tracotanza di chi ha imposto al genere umano questa menzogna colossale e continua ad alzare la posta in gioco, contando sull'insufficiente amore degli uomini per la verità.

Non sottovalutiamola questa menzogna, anche se non ci interessa più di tanto o se ci voltiamo dall’altra parte pensando di non poter far nulla e che "ormai quel che è stato è stato", essa continua ad agire, continua a uccidere.

 

Piero Cammerinesi 

 
Sulla felicitÓ PDF Stampa E-mail

9 Settembre 2014

 

Da Appelloalpopolo del 4-1-2011 (N.d.d.)

 

Si va diffondendo la consapevolezza che non è possibile curare la psiche di uno o altro soggetto se il malato muove da idee errate, insensate e, diciamolo pure chiaramente, immorali. Accolte determinate idee, magari inconsapevolmente, per abitudine, adattamento, adesione ai costumi e alle prassi dominanti, non si potrà mai avere un equilibrio psichico. Una di queste idee errate, insensate e immorali è che lo scopo della vita sia di agire per raggiungere la felicità. Idea tanto più errata, insensata e immorale quanto più si aderisce al credo dominante che identifica la felicità con un alto livello di consumi. Ma anche chi non aderisca al credo dominante erra quando propone di sostituire il PIL con altri indici di misurazione della felicità e, seppure senza saperlo, finisce per non discostarsi di molto da quel credo che si propone di contrastare.

La vita non è un viaggio alla ricerca della felicità: è una missione. E questa asserzione non si pone, in prima istanza, sul piano morale; non deve essere intesa nel senso che la vita “deve essere” una missione. Che la vita sia una missione – magari svolta malissimo e con fallimenti in tutti o molti campi – è una verità che può essere constatata, svolgendo poche e indiscutibili osservazioni. Dunque, quando affermo che la vita è una missione intendo pormi sul piano del vero e del falso e non su quello, morale, del giusto e dell’ingiusto.

Con più precisione direi che la vita consiste nell’adempimento di un certo numero di importanti missioni, le quali sono talmente tante che finiscono per avvolgerla e contenerla quasi per intero.

Un primo gruppo di missioni deriva dal nostro stare in famiglia.

Si può scegliere di non avere figli. Ma una volta che i figli sono nati, voluti o meno, siamo chiamati ad adempiere la missione di padre e la missione di madre. La paternità e la maternità sono due missioni. Ogni missione si caratterizza per uno scopo e per i mezzi che lo realizzano. La pluralità delle concezioni su ciò che deve essere un uomo implica una certa relatività degli scopi. Ma si tratta di una relatività parziale, perché esiste un nucleo comune innegabile. Chi potrà negare che un genitore è chiamato ad impegnarsi perché suo figlio abbia un carattere forte e non debole? Perché sia paziente e tenace e non impaziente e velleitario? Perché comprenda l’importanza del sapere e del saper fare in uno o altro campo e non diventi un uomo senza arte né parte?

La condizione di figlio, a un certo punto della vita, diventa una missione. Giunti a una certa età, abbiamo genitori dei quali dobbiamo prenderci cura. O con i quali non dobbiamo più litigare, perché sono divenuti fragili, mentre noi siamo nel pieno della maturità e del vigore e dobbiamo saper comprendere e avere la capacità di controllarci.  Figuriamoci poi quando i rapporti sono sempre stati ottimi e il genitore si trova in difficoltà.

Siamo liberi di contrarre matrimonio e siamo liberi, secondo il diritto civile, di separarci e divorziare. Ma una volta contratto matrimonio, per la coscienza sociale così come per il diritto civile, assumiamo doveri (contraiamo vincoli) nei confronti del coniuge: fedeltà, mutuo aiuto morale e materiale, collaborazione e coabitazione. Si tratta di doveri che sovente e sempre più vengono infranti. Ma questi doveri esistono, sono oggettivi, previsti dalla legge e avvertiti dalla coscienza sociale. Anche la condizione di coniuge, dunque, ci impone una missione.

Noi siamo parte anche della società civile. Lo svolgimento del nostro mestiere è una missione. Svolgiamo il mestiere di insegnante, di medico, di avvocato, di artigiano, di pubblico funzionario. Dall’acquisizione di quelle qualifiche e dallo svolgimento di quei ruoli sorgono doveri di aggiornarci e di eseguire gli incarichi con scrupolo e onestà; doveri di non abusare della posizione di potere e di non tradire la fiducia di chi ci ha conferito un incarico. La qualifica di dipendente privato pone qualche problema, in tutti i casi in cui il datore di lavoro o il superiore gerarchico non rispettino i doveri e i vincoli che la legge, prima ancora che la coscienza sociale, impone, circoscrivendo l’ambito della subordinazione. Ma è certo che in un fisiologico svolgimento del rapporto, il lavoratore subordinato è titolare  di precisi doveri, di fedeltà e di correttezza, che caratterizzano la prestazione lavorativa in base ad una precisa disposizione normativa.

Nemmeno si dovrebbe dubitare che l’amicizia è una missione. Che ci vincoli ad aiutare l’amico in difficoltà, a stargli vicino nei momenti tristi della vita e prima ancora a coltivarla, a cercare l’amico, a trovare il tempo per andarlo a trovare, a liberarci dei pensieri per trascorrere con esso momenti di spensieratezza e dedicarci, assieme a lui, ai comuni vecchi vizi. Chi non coltiva l’amicizia sarà inevitabilmente senza amici. Ma anche rapporti meno caldi, come quelli di vicinato, implicano condotte che si attengano a doveri: salutare, essere gentili e disponibili. Essere un buon vicino di casa è dunque una missione. Una missione piccola e talvolta difficilissima; ma è una missione.

Anche la condizione di cittadino è una missione. Come cittadini abbiamo il dovere di votare i migliori tra i candidati che si presentano alle elezioni, amministrative o politiche, rifiutando il voto a parenti ed amici, se non sono i migliori; di non votare se reputiamo che la legge elettorale sia incostituzionale; di resistere all’oppressore, se dovessimo essere aggrediti da altri popoli; di combattere militarmente i secessionisti; di interessarci in uno o altro modo alla res pubblica; di pagare le imposte; di rispettare i mille piccoli doveri, giuridici e non solo (raccolta differenziata, pagamento del biglietto del tram, evitare, per quanto possibile, l’uso dell’automobile, ecc.) che servono a rendere più vivibile la nostra città.

Ma la missione più importante è coltivare la nostra anima, il nostro pensiero e il nostro carattere morale: coltivare il rapporto con noi stessi. Anche questa missione, come tutte le altre, si realizza attraverso l’adempimento di doveri. Il sommo dovere di accettarci; di essere contenti se scopriamo un nostro limite; di impegnarci per attenuarlo ed eventualmente il dovere di prendere atto serenamente che non siamo capaci. Il dovere di immergerci, quando possiamo, nella natura; di godere della solitudine, dei profumi e dei colori della terra, di bagnarci, anche in solitudine, nei mari limpidi, dei quali dobbiamo andare in cerca. Di nutrirci delle grandi opere di poesia e di pensiero, le quali sono in grado di influenzare in senso epico la nostra personalità.

Se consideriamo una giornata qualunque di un uomo adulto, constatiamo agevolmente che in gran parte quell’uomo compie azioni che sono adempimento di doveri: preparare i figli nel primo mattino;  accompagnarli a scuola; salutare il vicino incontrato sul pianerottolo; recarsi sul luogo di lavoro; lavorare; recarsi, dopo il lavoro, nella assemblea della associazione alla quale si è iscritti; acquistare ciò che è necessario per la cena; recarci all’appuntamento con l’amico per bere una birra; dopo cena mettere a letto i figli; concederci un momento di pace con la moglie o la compagna (o il marito o il compagno); leggere pagine del libro che ci si è ripromessi di finire entro la domenica.

Non dobbiamo pensare, tuttavia, che ciò implichi un’intrinseca e ineliminabile tristezza della vita. Sarebbe un pensare stolto e molto infantile. Perché le condotte che sono adempimento di doveri – giuridici, morali o nascenti dal costume – possono essere tenute spontaneamente e volontariamente, insomma senza pensare che l’azione che si compie è dovuta. Ciò vale per un bacio alla propria moglie, per una carezza al figlio, per un rientro a notte fonda che conclude una serata dedicata ad un amico in difficoltà, pur sapendo che dopo un paio d’ore sarà necessario alzarci; per lo studio approfondito di un caso che un cliente ci ha affidato e per mille altre azioni, le quali, essendo dovute, è bene che siano sempre volute. In certo senso, quando un’azione è voluta, essa perde, nella coscienza di chi la compie, il carattere di doverosità.

Ecco che cosa è, dunque, la felicità. Un giudizio complessivo che diamo su noi stessi, sul modo in cui stiamo realizzando le nostre missioni e quindi adempiendo i nostri doveri. Giudizio complessivo, perché le missioni sono talmente tante che è quasi naturale che in una o più di esse si stia fallendo o, addirittura, che una di esse sia certamente fallita. Il giudizio complessivo sarà tanto più positivo quanto più penseremo di aver adempiuto, in linea di principio, le nostre missioni. E le avremo adempiute quando, in linea di principio, avremo voluto tenere le condotte che dovevamo tenere.

La felicità, dunque, non è l’obiettivo della vita ma un risultato, che si consegue adempiendo volontariamente doveri.

La felicità è compatibilissima con lunghi periodi di stress e anzi, forse, non può aversi senza di essi, perché le missioni sono difficili.

La felicità non implica nemmeno un’abituale serenità, perché le missioni richiedono tensione, sacrificio e scelte sovente spiacevoli.

Tanto meno la felicità implica un alto livello dei consumi.  Non solo è falso che chi consuma è felice – chi consuma di volta in volta si sta divertendo o si sta appagando -; è vero piuttosto che chi è infelice tende a consumare.

La causa maggiore dei consumi è la mancata comprensione del senso della vita dovuta al fatto che non si vuol (e oggi non si viene nemmeno sollecitati a) prendere atto dei mille doveri che dobbiamo adempiere. L’angoscia provocata dalla perdita di senso dovuta al disconoscimento dei doveri e quella che sorge dal timore di non saperli adempiere, timore sovente paralizzante – si tratta delle due principali cause dell’infelicità -  spingono verso l’eccesso dei consumi. In verità, quando per la prima volta a fine mese si constata che si è riusciti a vivere spendendo meno di quanto abbiamo incassato siamo felici: abbiamo adempiuto il dovere di essere previdenti e parsimoniosi, ossia di fare il nostro bene.

L’ideologia consumista è tanto diffusa e pervasiva da oscurare la verità. Ciò accade perché il becero materialismo del quale è portatrice eclissa la dimensione spirituale della nostra vita e rimuove riflessioni come quelle condotte in queste note, che nel fondo sono banali – la verità è spesso banale. Tuttavia, alla resa dei conti, la dimensione spirituale della nostra vita è tutta la nostra vita. Come dimostra il fatto che depressione, anoressia, esaurimenti nervosi, suicidi, gravi tossicodipendenze o videodipendenze, bilanci negativi della propria vita condotti in età matura non sono più frequenti tra coloro che nella vita hanno consumato meno, rispetto a coloro che nella vita hanno consumato più e soprattutto tra coloro che nella vita hanno dato poca importanza al consumo delle merci rispetto a coloro che hanno consumato in modo compulsivo. [...]

La politica ha poco a che vedere con la felicità dei singoli cittadini.

Certamente la politica concorre a creare quelle condizioni minime senza le quali il singolo, immerso totalmente nell’impegno volto alla soddisfazione dei bisogni primari, è completamente costretto alla lotta per la sopravvivenza e non ha tempo e forza per vivere, ossia per adempiere le sue missioni.

Gli altri obiettivi della politica, anche i più nobili che è dato ipotizzare – perseguire la bellezza delle città e delle campagne; predisporre un apparato volto alla formazione (educazione) di uomini valorosi, che mantengano la parola data, coraggiosi, pazienti, colti e operosi (la politica è in primo luogo pedagogia, magari cattiva pedagogia ma è pedagogia); realizzare la giustizia, per esempio, impedendo al capitale non investito ma messo a rendita di valorizzarsi; promuovere e agevolare lo sviluppo di una cultura e di una tradizione originali ma aperte alle culture e alle tradizioni straniere;  organizzare la sicurezza dei confini e la difesa militare dell’ordinamento da ingerenze esterne e da secessioni – poco o nulla hanno a che vedere con la felicità dei singoli cittadini. Come tutti gli obiettivi politici, ossia pubblici e relativi ad interessi “generali”, essi possono essere realizzati soltanto ponendo vincoli, divieti e comandi.

La politica si risolve in legislazione e quest’ultima è imposizione di vincoli, divieti e comandi. La politica è l’arte e l’attività volta ad organizzare e orientare la vita di popoli: rafforzarli e fornire durata alla vita dei medesimi; fornire i popoli di una storia e delle condizioni per avere un futuro. La politica si interessa poco ai singoli cittadini, e molto al Popolo, ossia a quell’entità mutevole (ma non astratta, bensì sempre concretissima) che c’era quando noi non eravamo nati e ci sarà quando noi non ci saremo. Ben può accadere, in certe circostanze storiche, ed è spesso accaduto, che intere generazioni debbano sacrificare la giovinezza e finanche la vita, perché le future generazioni siano libere, prospere, autonome e indipendenti. A rigore, in questi momenti, che sono i più tragici ma talvolta i più alti che la storia tramandi, sembrerebbe che la politica sia piuttosto fonte di sventure che non di felicità per i singoli. Eppure ancora una volta, tutto dipende dalla volontà. Dalla volontà di adempiere i doveri e le missioni, compresa, se è necessaria, la disponibilità all’estremo sacrificio.

Se la felicità non è un obiettivo ed è il risultato dell’adempimento dei doveri mediante i quali realizziamo le nostre missioni, a maggior ragione non può essere il contenuto di un diritto. Non è forse un caso che il tempo dell’impero statunitense è coinciso con il tempo della diffusione planetaria dell’ideologia consumistica, se è vero che lo sfortunato popolo statunitense ha inserito nella Costituzione il diritto alla felicità. Così come non è forse un caso che il popolo statunitense sia quello maggiormente colpito dalla malattia della depressione.

Che a nessuno venga in mente di sostenere che anche in Italia dobbiamo inserire nell’ordinamento il diritto alla felicità o che esso possa essere in qualche modo indotto da una o altra norma e affermato come già vigente nell’ordinamento giuridico italiano. Chi la pensa in questo modo è pregato di andarsene negli Stati Uniti. Già sono troppi i danni che l’ordinamento giuridico italiano (lo Stato italiano) - e quindi il popolo italiano - ha subito per l’immissione in esso di innumerevoli istituti alieni. Meglio un “cervello” in fuga in più che mettere in cattedra un altro adoratore della società statunitense. Ne abbiamo avuti fin troppi.

Stefano D’Andrea 

 
Ideologia gender PDF Stampa E-mail

7 Settembre 2014

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Da Rassegna di Arianna dell’1-9-2014 (N.d.d.)

 

Per una volta, anziché commentare il fatto della settimana, vorrei segnalare un libro che merita di essere letto: non necessariamente sotto l’ombrellone, dato che si tratta di un testo impegnativo, che tocca temi di profonda attualità, peraltro di solito gestiti univocamente dal pensiero unico politicamente corretto e dalla fabbrica dei consensi. È lo splendido testo di Enrica Perucchetti e Gianluca Marletta, Unisex. La creazione dell’uomo “senza identità” (Arianna, Bologna 2014).

 


Tutti dovrebbero leggerlo, per chiarirsi le idee intorno a uno dei problemi del nostro presente che vengono puntualmente presentati dal clero giornalistico e dal circo mediatico, gestori unici del “si dice” di heideggeriana memoria: l’orrida ideologia gender, in nome della quale non esisterebbero più maschi e femmine, ma un pulviscolo anonimo e senza nessi comunitari di individui atomistici unisex. In accordo con l’ideologia gender (da qualche tempo insegnata anche nelle scuole), uomini e donne non esisterebbero per natura, ma sarebbero (sic!) un prodotto sociale. Come ben argomentato da Enrica Perucchetti e Gianluca Marletta, si sta oggi diffondendo su scala planetaria l’immagine di un essere umano ibrido, manipolabile infinitamente, puramente funzionale al rito del consumo e dello scambio di merci. A tal punto che sempre più spesso il semplice presupporre l’esistenza di sessi differenti viene visto come atteggiamento discriminatorio.

 

 

“Omofobia” è l’etichetta in voga con cui si mette a tacere chi osa ancora pensare che esistano uomini e donne e che, pur essendo infiniti gli orientamenti sessuali, due soltanto siano i sessi esistenti. Condannati come omofobici, infatti, non sono soltanto coloro che usano violenza (in questo caso, naturalmente, è giusta la piena condanna dei violenti, come del resto è giusto condannare e punire ogni violenza), ma anche quanti pensano che, come poc’anzi dicevo, per natura i sessi esistenti siano due.

 

 

Come efficacemente mostrato da Perucchetti e Marletta, l’ideologia mondialista gender mira alla creazione e all’esportazione di un nuovo modello antropologico, pienamente funzionale al capitalismo dilagante: l’individuo senza identità, isolato, infinitamente manipolabile, senza spessore culturale, puro prodotto delle strategie della manipolazione. L’ideologia mondialistagender – appoggiata da tutti i poteri forti – fa ampio uso della “rielaborazione del linguaggio comune” (p. 24): non si può più dire sesso, ma solo genere; non si può più dire padre e madre, ma genitore 1 e 2, ecc. Orwellianamente, la creazione della neolingua è funzionale alla desertificazione del pensiero e alla possibilità di immaginare realtà altre rispetto a quella propagandata urbi et orbi dall’ordine simbolico dominante.

 

 

Il libro merita davvero di essere letto e meditato, discusso ed esplorato in tutte le sue pagine: è una vibrante e appassionata denuncia dell’ideologia mondialista gender; una denuncia che si inscrive idealmente in una più ampia denuncia degli errori e degli orrori del capitalismo finanziario globalizzato.
La famiglia odierna, quando ancora esista, è disordinata e stratificata, priva di un nucleo e strutturata secondo le forme più eteroclite: dalle gravidanze affidate a una persona esterna alla coppia alle adozioni nelle coppie omosessuali, dalle separazioni sempre crescenti all’inseminazione artificiale. Il fanatismo economico aspira a distruggere la famiglia, giacché essa – Aristotele docet – costituisce la prima forma di comunità ed è la prova che suffraga l’essenza naturaliter comunitaria dell’uomo. Il capitale vuole vedere ovunque atomi di consumo, annientando ogni forma di comunità solidale estranea al nesso mercantile. L’ideologia gender si inscrive appunto in questa dinamica.

 

 Diego Fusaro 

 
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5 Settembre 2014

 

Da Rassegna di Arianna dell’1-9-2014 (N.d.d.)

 

 Le menti geostrategiche di USA e UE avevano già sufficientemente manifestato il loro livello di intelligenza e lungimiranza nelle campagne di pacificazione, stabilizzazione e democratizzazione di Iraq, Afghanistan, Libia, Egitto. In Siria mesi fa stavano per aiutare gli insorti jihadisti bombardando l’esercito siriano, e ora aiutano l’esercito siriano bombardando i jihadisti.

 Mentre le fabbriche licenziano e chiudono e l’economia comunitaria si contrae perfino in Germania, e mentre si avvicina un freddo inverno, le sullodate menti si lanciano in una campagna di sanzioni, dirette a parole contro la Russia, ma nei fatti contro le imprese, i lavoratori, i consumatori dell’Europa Occidentale, che non possono più esportare verso il più grande paese del nostro continente. Quindi vanno a gambe all’aria.

 Qual è il fine degli illuminati strateghi? Indurre Mosca a decurtarci i prodotti energetici per costringerci ad affidarci ai fornitori USA, così da aumentare anche la sudditanza politica verso Washington, e con un passaggio per forti rincari, che si tradurranno in maggiori costi per riscaldarsi, per viaggiare, per fabbricare?

 Dopo che la loro geniale e felicissima guerra in Libia (voluta da Londra e Parigi, appoggiata da Washington, e a cui Berlusconi fu spinto a partecipare da Napolitano) ci ha privato di quella fonte alternativa, sarebbe logico che adesso puntassero a privarci anche del fornitore russo, per metterci completamente in pugno di quello americano.

 Intanto – ripeto – è assodato che queste stupide sanzioni ci stanno facendo perdere punti di pil e guadagnare punti di disoccupazione.

 

 Non meno balorda è la motivazione delle sanzioni medesime. Le menti strategiche dei nostri leaders, dopo aver inglobato nella NATO e armato (contro la Russia) diversi paesi dell’area ex-sovietica, anche nel Caucaso e nella zona altaica, ora vorrebbero estendere la NATO all’Ucraina, portando i loro missili a poche centinaia di chilometri da Mosca. È pensabile che Mosca accetti ciò senza combattere? Che accetti un accerchiamento che arriva sotto casa? Non è meglio, non è più sicuro, magari, creare uno Stato-cuscinetto nel Donbass, libero da armi strategiche? Non è meglio lasciare alla Russia le sue tre provincie storiche, piuttosto che rischiare una guerra nucleare o anche solo un ulteriore tracollo economico?

 Infatti, la Russia rivuole semplicemente indietro le sue tre provincie, che da secoli sono abitate in maggioranza da russi, e che Krushev aveva passato amministrativamente all’Ucraina nel 1953. È chiaro che i recenti rivolgimenti in Ucraina hanno cambiato le carte in tavola, che è emersa e si sta consolidando una forma di nazionalismo ucraino il quale, verso la minoranza russa, va dal non amichevole all’ostile, e che politicamente si estende dal liberismo al fascismo. Santa Julia Timoshenko, celebrata leader filoeuropea ed eroina della democrazia di Kiev, è stata intercettata mentre diceva di voler eliminare i separatisti russi con le armi nucleari. Dopo questo, e dopo le stragi che sono state consumate, come si può onestamente pensare a una pacifica convivenza della minoranza russa con la maggioranza ucraina entro il medesimo Stato e sotto il medesimo governo?

 

 La divisione umana è incolmabile e insanabile, meglio prenderne atto, e tracciare un confine che metta fine alla guerra e alle carneficine, prima che prenda corpo il fenomeno che già è iniziato, ossia dei volontari stranieri, perlopiù di estrema destra, che vanno a combattere in Ucraina contro i comunisti russi, e che, a differenza dei soldati ucraini, non si fanno scrupolo di sparare anche sui civili, identificandoli come nemico etno-ideologico. Altri volontari europei stanno già combattendo contro Kiev. Si aggiungono i mercenari e i contractors occidentali, i mercenari delle multinazionali USA che supportano Kiev, assieme a neonazisti svedesi. Combattenti francesi, americani, serbi, polacchi, israeliani, britannici, etc., già versano il loro sangue, per idealismo o per mercede, soprattutto a difesa dei russi. Hanno formato una brigata sotto il nome United Continent.

 Stanno così risvegliandosi gli odii atavici e tradizionali del Vecchio Continente, complicati, oltre che dalla stupidità dei vari fanatismi, dalla valenza di lotta paneuropea contro l’invadente presenza del capitalismo americano e dalla contrapposizione ideologica.

 Una deriva, questa, di cui i cauti media non ci informano, ma che è ovviamente assai pericolosa, che tende a coinvolgere altri paesi e a far evolvere un conflitto etnico locale in qualcosa di incomparabilmente peggiore e che può portare all’uso di armi nucleari in Europa, quindi a conseguenze mortifere o persino peggio che mortifere anche per noi dell’Europa occidentale.

 La guerra di Ucraina è già una guerra europea. Assomiglia alla guerra civile spagnola. Ma a differenza di quella, tocca direttamente una superpotenza nucleare.

 Perciò ripeto: basta sanzioni idiote contro la Russia, tracciare un confine per separare le opposte forze armate, porre fine alla guerra, lasciare alla Russia ciò che è della Russia, e prendersi pure il resto. Ma senza piazzarci armi strategiche.

 

Marco Della Luna 

 
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