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Nessuna speranza dalle elezioni PDF Stampa E-mail

30 Maggio 2016

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Da Rassegna di Arianna del 26-5-2016 (N.d.d.)

 

Da sempre sostengo che partecipando alle elezioni liberaldemocratiche non si può cambiare direzione. Le presidenziali austriache di domenica 22 maggio non fanno che confermare quanto dico. Norbert Hofer, apostrofato dai media servitori di Soros, della troika e del Pentagono come “razzista”, “xenofobo”, o “populista” per i più gentili, è stato “miracolosamente” sconfitto grazie al voto per corrispondenza (sic! Più facilmente manipolabile?), che ha incoronato presidente la marionetta verde, politicamente corretta, prona davanti ai Signori dei Mercati, tale Van Der Bellen. Se non ci fosse stato il “provvidenziale” voto per corrispondenza – ben ottocentomila unità in un paese con meno di dieci milioni di abitanti! – Hofer avrebbe potuto vincere, godendo dell’appoggio di una discreta maggioranza degli austriaci. Soltanto sfiga? Norbert Hofer, tanto demonizzato perché non completamente asservito alla troika, alle banche d’affari, ai grandi gruppi editoriali e alla Nato, è esponente del Partito della Libertà Austriaco, nato negli anni cinquanta dentro il sistema politico di allora, con radici … liberali e conservatrici! Non stiamo parlando, in tal caso, di Alba dorata o degli Skinheads. La grande colpa di Hofer e del suo partito – simile a quella del Front National della Le Pen e di Donald Trump negli Usa – è di dar voce, almeno parzialmente, con molta moderazione, senza uscire dagli steccati imposti dal sistema, ai reali bisogni delle popolazioni sopraffatte dalla dittatura della grande finanza, che vanno dal lavoro stabile al controllo dell’immigrazione. La qual cosa è intollerabile per i Signori della Finanza e della Guerra che dominano l’occidente, perché la politica liberaldemocratica deve essere completamente asservita ai loro interessi privati, senza spazio alcuno per la volontà popolare. Va bene riprodurre i riti come quello elettorale, per far credere ai dominati di contare qualcosa, o addirittura di decidere il loro futuro, ma cercare di interpretare concretamente i bisogni e le attese delle masse è un po’ troppo … Questa la vera colpa dei “razzisti”, “xenofobi”, “populisti”, talora “sessisti”, “omofobi”, “islamofobi” Hofer, Trump, Le Pen.

 

Prossimamente ci sarà in Gran Bretagna il referendum per il cosiddetto Brexit e vedrete che anche lì si compirà il “miracolo”, cioè la G.B. resterà nell’unione europoide (come vorrebbero anche i “democratici” Usa), questa volta non per il provvidenziale voto per corrispondenza, com’è accaduto in Austria ma grazie a qualche altra diavoleria, sotterfugio, manipolazione, inganno. In novembre del corrente anno, sarà la volta del “pericolo” Trump negli Usa e chissà quali accorgimenti prenderanno, pur di non farlo vincere e, nel 2017, toccherà alla Le Pen e al Front National, che potranno pur consolidare il loro ruolo di primo partito di Francia e dei francesi, ma alle presidenziali, grazie al famigerato patto di desistenza fra gli euroservi (cioè tutti gli altri), non vinceranno.

 

Due brevi osservazioni conclusive. In ogni dove, dalla Francia agli Usa, dall’Austria alla Gran Bretagna, i democraticissimi servi di Soros, Goldman Sachs, troika e Pentagono si coalizzano, unendosi immediatamente come inestricabili grumi di vermi, quando si affaccia il pericolo “populista” (“razzista”, “xenofobo” e via elencando). Ciò dimostra in modo lampante che la contrapposizione popolari e socialisti, oppure democratici e repubblicani è soltanto una finzione scenica. Dal canto loro, i “populisti” vanno spediti verso la sconfitta perché hanno, in qualche modo, abbassato la testa davanti alla millantata e presunta superiorità del sistema e del metodo democratico. Il sistema di governo liberaldemocratico ha al suo interno tutti gli “anticorpi” possibili per evitare che qualche “alieno”, non gradito ai Signori globali della Finanza e della Guerra, possa improvvisamente sfondare e svoltare verso politiche keynesiane, dirigiste, sovraniste o, addirittura, autenticamente socialiste. Stando così le cose, i “populisti” dovrebbero cercare altre strade per arrivare al potere liberando dal giogo neocapitalista-elitista popoli e nazioni e, nella lotta politica, dovrebbero essere molto più duri e aggressivi (usando la violenza, se necessario) per disinfestare la società dalla presenza invasiva di collaborazionisti, euroservi, filo-atlantisti e lacchè del Mercato Sovrano. Fuori dalla democrazia, ridotta a mero strumento di dominazione elitista, e disposti a combattere muro contro muro contro i traditori … Ma questi sono soltanto bei sogni, che conservo gelosamente in attesa di tempi migliori.

 

Eugenio Orso

 

 
Morte dell'agricoltura italiana PDF Stampa E-mail

29 Maggio 2016

 

 

Da Rassegna di Arianna del 27-5-2016 (N.d.d.)

 

Sono andato a ripescare un mio vecchio intervento parlamentare. Correva l’anno 1999: l’euro non era ancora in circolazione, ma già la globalizzazione impostaci dai poteri forti aveva cominciato a fare gravi danni. Da tempo ero in rotta di collisione con la linea del mio partito, sebbene non fossi ancora giunto alla completa rottura. Percepivo confusamente che l’Unione Europea ci stava portando a sbattere, ma tante cose non mi erano ancora chiare, non potevo immaginare la vastità e la complessità del piano che era stato messo in atto per distruggere l’economia dei paesi europei. L’intervento in questione era, una volta tanto, in linea con l’indirizzo del partito; anzi, era una dichiarazione ufficiale di voto a nome del gruppo di Alleanza Nazionale. L’oggetto della votazione era la ratifica (cui AN era contraria) di un accordo internazionale con cui il governo italiano s’era impegnato ad importare enormi quantità di prodotti agricoli (fra cui 410.000 tonnellate di agrumi) dal Marocco. Il quadro generale – ripeto – non appariva ancora nitido, ma qualcosa di pur vago iniziava a delinearsi. Riporto un passo del mio intervento: «Ormai c’è un disegno, ci sono date ben precise per la creazione di una zona di libero scambio nel Mediterraneo, da qui a pochi anni. Allora io mi domando (e domando al collega Prestamburgo che poco fa ha affermato che non ratificando quest’accordo si perderebbe una buona occasione per sottoporre l’agricoltura siciliana alla sferza del mercato e della concorrenza) quale concorrenza si possa immaginare tra operatori economici che ai propri operai corrispondono 120.000 lire al giorno, ed altri che, come quelli marocchini, pagano un operaio agricolo sì e no 120.000 lire al mese? Quale concorrenza potrà mai sostenere l’agricoltura italiana nei confronti di questi numeri?» (Camera dei Deputati, resoconto stenografico n. 578 del 28/07/1999). Certo, c’è anche un pizzico di umano autocompiacimento, per avere avuto la vista lunga… Ma non è per questo che a quel trattato ho spesso ripensato in questi giorni, man mano che giungevano – una dopo l’altra – le notizie dei tanti accordi commerciali che l’Unione Europea è andata stipulando con i vari paesi arabi: con l’Egitto per le arance, con la Tunisia per l’olio, con il Marocco per i pomodori, e speriamo che si fermino qui.

 

La motivazione ufficiale è che bisogna aiutare l’economia dei paesi arabi, disastrata dai contraccolpi del terrorismo. Ma i motivi veri sono altri, sono i dettami del liberismo che impongono di cancellare ogni tutela per gli interessi generali e di sottomettere i processi economici all’unica regola del “mercato”, quella della domanda e dell’offerta. Regola che, di per sé, non tiene in grande considerazione l’interesse generale; ma che – in un’epoca che tende a fare del mondo intero un unico grande “mercato” – si traduce in una sentenza di morte per numerose economie nazionali. Per quelle europee, in particolare, destinate ad essere schiacciate – tutte, anche la tedesca – fra la potenza straripante dell’economia americana e delle multinazionali, e la concorrenza delle economie dei paesi poveri, che producono a costi risibili. Ma non è tutto, perché dal 1999 ad oggi sono cambiate alcune cose, e non certamente in meglio. Allora, accordi del genere si stipulavano fra Stato e Stato, fra l’Italia e il Marocco. E il governo italiano non poteva spingersi oltre certi limiti, dovendo pur rispondere in qualche modo all’opinione pubblica nazionale. Oggi, invece, questi accordi li stipulano gli organismi europei, che se ne fregano allegramente degli interessi del comparto agricolo italiano (o di quello greco, o di quello spagnolo…). Certo, meraviglia che di tali manovre si facciano complici anche elementi italiani. Apprendo, per esempio, che la Commissione Commercio Internazionale del Parlamento Europeo ha dato il via libera all’accordo per l’olio tunisino anche con il voto favorevole degli europarlamentari italiani del Partito Democratico. Ma forse non è il caso di meravigliarsi. Sono cose che succedono quando si perde la bussola. Magari i poveretti credevano di andare in direzione degli interessi italiani, e invece seguivano soltanto le indicazioni dei mercati.

 

Michele Rallo

 

 
Brexit improbabile PDF Stampa E-mail

28 Maggio 2016

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Mancano ormai poco più di venti giorni al "Brexit", il referendum che verterà sulla permanenza del Regno Unito nell' Unione Europea Purtroppo per noi abbiamo imparato, negli ultimi anni, ad essere cinici e disincantati, quindi non ci facciamo molte illusioni su una uscita dei britannici dall' Unione Europea: la maggior parte dei partiti politici britannici è nettamente contraria ad abbandonare Bruxelles -nello schieramento "europeista" vi sono metà dei conservatori di Cameron, i partiti locali scozzesi, gallesi, in parte nordirlandesi, i Verdi, i Laburisti e i Liberaldemocratici- e più si avvicinerà il voto, più aumenteranno le pressioni psicologiche e catastrofiste dei presunti "esperti", che paventeranno scenari apocalittici, parleranno i guru dell' economia, della finanza, dell' industria, si toccheranno le corde dei giovani cosmopoliti e si spaventerà ciò che resta delle classi medie. Non dimentichiamo, infine, l'ostilità della maggior parte delle cancellerie europee e anche del governo d' oltreoceano, culminato con l'"endorsement" di Barack Obama lo scorso 22 aprile a favore della permanenza di Londra nell' Unione. Troppi sono gli interessi a tenere legati gli inglesi al baraccone allo sbando chiamato "Unione Europea", quindi abbiamo paura che questo referendum, alla fine, diventi l'ennesima tempesta in un bicchier d' acqua, come tutte le consultazioni degli ultimi tempi: i vari referendum indipendentisti in Scozia, il voto catalano dello scorso autunno, la farsa greca del luglio 2015 contro i diktat della Troika e potremmo continuare ancora a lungo. Ammesso e non concesso che vincano i contrari all' Europa, state certi che le cancellerie andranno in fibrillazione, i capi di Stato e di governo faranno frenetiche telefonate, incontri, summit, vertici, dichiarazioni; le centrali della finanza mondiale (di cui la "City" è uno dei vertici piramidali e cervelli) completeranno il gioco con qualche manovra speculativa bene assestata, mandando in crisi nera la sterlina e facendo nascere psicodrammi collettivi fin quando, dopo l' ennesima consultazione a Bruxelles si giungerà ad un accordo della "venticinquesima ora" in cui Cameron rinegozierà le condizioni dell' adesione del Regno Unito all' UE, spinto dalla "necessità" e da una "situazione di emergenza". Nuove condizioni che sarebbero davvero un "absurdum", in quanto il Regno Unito gode già di privilegi speciali, tra cui quello di avere quote del 16% nella Banca Centrale Europea pur non avendo adottato l'euro come moneta, mentre ad esempio due Paesi di eurolandia, Italia e Spagna, detengono rispettivamente il 14% e 11%. Sono cifre che parlano da sole, in caso di uscita in troppi avrebbero da perdere e siamo sicuri che nessuno, Cameron in primis, ha il reale interesse a sbattere la porta. Infine i referendum sono i nipoti di quelli che una volta si chiamavano i "plebisciti", consultazioni dall' esito già scontato che venivano manipolate senza vergogna. Nessuno controlla i controllori e l' ultimo esempio lo abbiamo avuto di recente, col sorpasso "sospetto" del candidato ecologista Van der Bellen a scapito di Hofer in Austria, per una manciata di voti giunti per altro "per posta", ma anche a Linz i conti non tornano, così come in una cittadina dove, a fronte di 9.000 elettori registrati, si sono contati 13.000 suffragi (collegio elettorale di Waidhofen), senza contare l' aumento dei voti per "conto terzi" e per procura e un aumento sospetto delle schede giunte dall' estero, 20.000 in più di quelle preventivate. E tutto questo in Austria, considerata un modello di trasparenza e democrazia. Quando la posta in palio è troppo alta e si rischiano di scardinare i pilastri del mostruoso edificio "comunitario" costruito in sei decenni, ogni sistema è lecito e la tanto decantata democrazia può benissimo finire in naftalina. Così per l' Austria, così per il Regno Unito. Per queste ragioni, dunque, noi non ci illudiamo granché su una eventuale Brexit -anche se sarebbe da auspicare di tutto cuore. Che cosa possiamo sperare allora dal voto del 23 giugno? L' unica speranza è che, al di là del risultato, si mettano in moto dinamiche non controllabili dal Sistema. Già il fatto d' aver messo in discussione e per giunta al voto popolare, per la prima volta in 59 anni, la permanenza di un singolo Paese nell' Europa Unita non è un risultato da buttare via. Si è rotto un tabù che durava da fin troppo. Infine, nel caso in cui per trattenere Londra si dovessero mettere sul piatto altri privilegi scandalosi, anche i più idioti noterebbero la disparità di trattamento tra il Regno Unito da una parte e una buona fetta di Paesi dall' altra, alimentando nuove pulsioni antieuropeiste. Dobbiamo metterci in testa che l'Unione Europea non morirà d'infarto, ma di consunzione, di tubercolosi. E le morti di consunzione sono le più sfibranti, lunghe, devastanti, interminabili ed atroci. Si deve avere pazienza, armarsi di tanta pazienza e pensare al dopo, consapevoli che prima o poi anche un malato terminale sotto accanimento terapeutico morirà di morte naturale. All' improvviso, quando nessuno se l'aspetta.

 

Simone Torresani

 

 
Il valore dell'ascolto PDF Stampa E-mail

27 Maggio 2016

 

 

Sicurezza nella relazione esprime una modalità di frequentazione dell’ambiente naturale, ma non solo, da integrare con la diffusa prassi di avvalersi di strumenti, studio, esperienza e normative. Premessa. La sicurezza sussiste solo in quella modalità bidimensionale, algebrica, euclidea di concepire il mondo e la vita, ove tutti gli elementi sono immobili come in una fotografia. In modalità volumetrica, fluttuante, quantica nella realtà innumerevoli elementi, diversi da loro stessi in ogni istante, anelano al loro scopo costringendo anche a modificare il nostro, la sicurezza non è più concepibile. Queste righe dedicate alla sicurezza vorrebbero scongiurare il rischio di creare fazioni in contrasto; vorrebbero essere semplicemente propositive; vorrebbero solo invitare riflessioni personali, le sole che hanno il potere di provocare evoluzioni individuali. Sono considerazioni dedicate a chi non ha avuto il tempo per qualche riflessione sulla sicurezza, né sul linguaggio ordinariamente impiegato per parlarne e alla conseguente realtà deterministica che ne scaturisce, ove oltre a credere di poter vendere, si può anche credere di poter comprare sicurezza. Con le Guide in sicurezza; Professionisti della sicurezza; In totale sicurezza e divertimento sono formule tanto frequentemente impiegate per vendere sicurezza quanto inopportune in quanto fuorvianti. Ciò che a mio parere dovrebbe essere venduto e comprato è una specie di opposto, la garanzia dell’ineludibile rischio d’imprevisto. La cultura analitica, esclusivamente bidimensionale, che ci ha cresciuti induce a concepire il problema della sicurezza nella sola dimensione tecnico-fisica, ci spinge a coltivare espedienti tecnologici (strumenti e equipaggiamento) e regolamentativi (leggi, restrizioni) come modalità unica per creare sicurezza. […] Un processo legittimabile e funzionale a produrre automi irreggimentati, deprecabile e sconveniente se ci poniamo l’autonomia e la responsabilità di noi stessi e della realtà come scopo. Nel primo caso avremo persone che si muoveranno a misura di altro, nel secondo a propria misura.

 

Ma allora come la realizza il camoscio? Il camoscio non fa esclusivamente riferimento a quanto ha già visto e esperito, resta in ascolto, stima permanentemente, come l‘esploratore, non fa altro. Senza saperi, senza tecnologia, senza affidarsi ciecamente all’esperienza, senza rispettare divieti, il camoscio realizza la miglior sicurezza disponibile, eventualmente rinunciando. Serve esperienza per lasciare da parte l’esperienza, per sentirne l’invasività e la prevaricazione in occasione delle scelte. L’atteggiamento sportivo/competitivo che la comunicazione mainstream ci induce a condividere, a considerarlo un valore assoluto quindi irrinunciabile, comporta concepire la montagna, e ogni ambiente aperto, alla stregua di un campo sportivo ove esercitare la nostra passione. Ma è accettabile ridurre la natura a campo da gioco? Abbiamo mai osservato le implicazioni che comporta? È forse per questa inopportuna concezione che tendiamo a produrre, condividere, promuovere e accettare regolamentazioni anche per i terreni aperti o nonché forse per pigrizia e inconsapevolezza? Creare una regola è meno impegnativo che promuovere una cultura dell’ambiente, della relazione; una cultura non più solo codificata e codificabile, dedita a sancire il diritto al tempo libero e al libero edonismo. Il campo da gioco è un dominio che implica la regola. Il campo da gioco è un ambito che induce, contempla e permette la replica di situazioni simili e limitate. Trasferire la mentalità idonea al campo da gioco al contesto naturale, dove non ci sono righe immaginarie a delimitare alcun campo, regole a limitare l’influenza delle variabili della natura, è la condizione di origine di molte nostre scelte... fondate sugli elementi dogmaticamente prescritti e considerati sufficienti a gestire la sicurezza in natura. Tuttavia è opportuno considerare che nella natura viva, ciò diviene sconveniente, perché lì non ci sono campi delimitati, e il muoversi secondo decaloghi formulati da altri, la valorizzazione della sola esperienza e delle conoscenze e anche il solo rispetto del divieto alzano i rischi d’imprevisto. Che fare? Imparare dal camoscio è possibile disponendo della consapevolezza dell’ascolto. […] L’ascolto non è pensare, non è volere, né inseguire, è essere. Non è un’azione dell’io, delle sue intenzioni, aspirazioni e pretese, corrisponde al sé, quell’ente non vincolato dalle forme, non soggetto ai mutamenti, sempre disponibile con noi. Per arrivare al sé è necessario però ripulire il pertugio dal quale guardiamo la vita dai residui appiccicosi che l’io è maestro nel creare. […] È attraverso il canale affettivo del sentire che nessuna madre e nessun bambino può sottoscrivere di essere due, di essere separata una dall’altro. Con l’ascolto si possono riconoscere le difficoltà nascoste di qualcuno del gruppo, possiamo avvertire un cambio di direzione del vento, possiamo aggiornare le scelte appena prese, possiamo coniugare tutti gli elementi presenti in quell’ambito, non solo quelli quantificabili dalla nostra scienza e competenza, quindi stimare più opportunamente il terreno, i tempi, il pendio di neve, la colata ghiacciata. Possiamo sapere che oggi non sono concentrato, non sono adatto a stimare la situazione. Con l’ascolto possiamo essere uno. Possiamo coniugare ciò che abbiamo e sappiamo con l’istanza del momento.  Senza ascolto tendiamo ad affermare quanto sappiamo e crediamo, tendiamo a montare la tigre dell’esperienza fino all’arroganza di farla valere sopra tutto, fino a renderci determinati e così, ciechi, l’affermazione è un cancello che rinchiude l’ascolto in una cella senza finestre. Ascolto, saperi e norme dovrebbero convivere in pari dignità. Con l’ascolto, diventa vero che ogni particolare contiene il tutto. L’ascolto è chiaroveggenza. Non tiene conto solo dei dati raccolti, include noi stessi, la nostra condizione, le nostre esigenze, intenzioni, aspettative, rende consapevoli le nostre pretese, illumina i nostri pregiudizi, straccia le vanità, azzera l’orgoglio, ammansisce la presunta superiorità, permette di raccogliere lo spunto buono dall’ultimo arrivato. L’ascolto implica la relazione non è affermazione brutale, è circolare non lineare, è apertura non chiusura, è evoluzione personalizzata non uniformata. L’ascolto tende alla scoperta. La storia ha spinto allo sviluppo del razionale, tralasciando di coltivare la dote dell’ascolto già in nostro possesso, già ordinariamente sebbene inconsapevolmente quotidianamente impiegato. L’ascolto è allenabile ed è soggetto alla nostra condizione di armonia. L’ascolto è una vibrazione sensibile a tutto, è disturbato dall’alimentazione, dallo stato di salute, dai farmaci, dai pensieri, dall’ambiente familiare da quello contingente, dagli inquinamenti, dalle dipendenze siano vizi ordinari siano capitali, da valori edonistici, dalle pretese, da sentimenti ed emozioni. Tanto più siamo preda di disturbi affettivi, fosse anche solo la semplice prestazione sportiva ovvero fossimo anche solo assoggettati alla nostra stessa vanità, tanto più la disponibilità a sintonizzarci sui canali dell’ascolto tenderà a ridursi. Quale morale? Non si tratta di prediligere l’ascoltare in sostituzione all’avere e al sapere. Si tratta piuttosto di recuperare la dimensione dell’ascolto in quanto permette alle conoscenze che abbiamo di combinarsi creativamente, meno dogmaticamente, cioè più opportunamente allo scopo della sicurezza.  Chi condivide queste note, le può prendere in considerazione al fine di un cambio di paradigma del proprio pensare, del proprio comportamento. Se desideriamo una cultura che coltivi le doti che ha dimenticato, non sarà fatta da altri, dall’esperto, dal legislatore, dal professionista, dello specializzato, dovrà essere generata da noi. Per aggiornare quella stessa cultura che ci ha insegnato a delegare la salute, la cultura, la politica, nel bene e nel male ha bisogno di noi. E per farlo non è necessaria la laurea, ma il desiderio, l’intenzione, la ricerca, la bellezza di una visione più corrispondente a noi […]

 

Lorenzo Merlo

 

 
Perfino la Francia č sospetta all'Impero PDF Stampa E-mail

26 Maggio 2016

 

 

 

 

Da Rassegna di Arianna del 20-5-2016 (N.d.d.)

 

Appartiene agli anni ’50-’60, l’epoca dei primi voli commerciali transoceanici col puntuale scalo alle isole Azzorre, il mito del triangolo delle Bermude: era il tratto di oceano “maledetto” tra l’arcipelago delle Bermude, l’isola di Puerto Rico e la penisola della Florida, dove si narrava che aeroplani e navi scomparissero sovente nel nulla. Aride menti scientifiche smontarono presto questo affascinante mito della rampante aviazione civile, dimostrando, dati statistici alla mano, che il numero di sparizioni era simile a qualsiasi altra parte del globo e, in ogni caso, facilmente spiegabile con le frequenti tempeste tropicali dell’area. Per gli appassionati del genere, c’è terreno fertile per creare una nuova leggenda metropolitana: “il triangolo delle Bermude egiziano”, coincidente, grossomodo, con lo spazio aereo del Paese nordafricano, governato dall’ex-feldmaresciallo Abd Al-Sisi. Corrono parecchi rischi gli aeromobili che attraversano questo tratto di cielo e le probabilità di incorrere in un disastro aereo aumentano esponenzialmente se l’aereo batte la bandiera, o transita da uno scalo, di un Paese in buoni rapporti politici ed economici con il sullodato Abd Al-Sisi. A creare il mito del “triangolo delle Bermude egiziano” contribuì in principio il volo l’Airbus 321 della compagnia aerea russa Metrojet/Kogalymavia, partito dall’aeroporto internazionale di Sharm el-Sheikh e diretto allo scalo di San Pietroburgo: l’aereo esplode nei cieli sopra la penisola del Sinai, portandosi con sé i 224 occupanti, essenzialmente turisti russi di ritorno dalla vacanze sul Mar Rosso. A distanza di poche ore inizia a circolare la voce di un possibile attentato di matrice islamista, benché le autorità egiziane e quelle russe neghino in primo tempo questa possibilità. Pian piano, prima Mosca e poi il Cairo, devono avvalorare l’ipotesi avanzata sin dalle prime ore dal SITE Intelligence Group diretto dall’israeliana Rita Katz: il responsabile è il fantomatico ISIS, l’onnipresente ed onnipotente Spectre islamista che dirige il terrorismo mondiale da Raqqa, Siria orientale. Che dietro “il Califfato” si nascondano i servizi angloamericani ed israeliani, l’abbiamo detto troppe volte per ripeterlo ancora. Con l’abbattimento del volo Metrojet, i poteri atlantici perseguono un duplice obbiettivo: punire Mosca per il suo intervento militare in Siria a sostegno di Damasco (il disastro aereo si consuma il 31 ottobre 2015, a distanza di un mese dall’avvio della campagna russa) e mettere in ginocchio la strategica industria del turismo egiziana (i turisti occidentali sono frettolosamente imbarcati su voli militari che fanno scalo a Cipro). Ad alimentare il mito del “triangolo delle Bermude egiziano” interviene poi, ed è cronaca di queste ore, il disastro dell’Airbus 320 della compagnia area Egyptair, decollato dall’aeroporto parigino Charles De Gaulle alle 22.45 del 18 maggio ed inabissatosi nei pressi di Creta, appena dopo essere entrato nello spazio aereo egiziano, attorno alle 2.30 del 19 maggio, trascinandosi con sé i 66 occupanti, di cui 15 francesi e 30 egiziani. L’ultima comunicazione ricevuta dalle torre di controllo dell’aeroporto di Atene risale alle 2.25: a distanza di pochi minuti l’Airbus, da cui non parte alcun segnale d’emergenza, avrebbe compiuto una prima brusca virata di 90 gradi in un senso poi, come fuori controllo, una seconda virata nell’altro senso di 360 gradi, scendendo rapidamente dai 40.000 (12 km) ai 10.000 piedi d’altitudine, per poi scomparire dai radar. L’aereo, “moderno” e puntualmente revisionato, era arrivato a Parigi dopo aver percorso nella giornata di mercoledì il tragitto Asmara-Cairo-Tunisi, imbarcando, di volta in volta, passeggeri e bagagli. Come nel caso del volo Metrojet è subito avvalorata la pista del terrorismo, con l’unica differenza che, questa volta, anche le autorità egiziane (sollevate dal fatto che l’Airbus non è decollato da Sharm el-Sheikh, ma da Parigi) contemplano apertamente la possibilità dell’attentato. Il direttore dell’FSB russo Alexander Bortnikov, esperti internazionali di aviazione civile, il Copasir italiano, voci dell’amministrazione Obama e fonti non precisate della CNN, ritengono che si tratti di una strage deliberata. Già nel primo pomeriggio del 19 maggio, il ministro dell’Aviazione egiziano Sherif Fatih afferma che “si potrebbe trattare di un atto terroristico, ma al momento non abbiamo certezze”. Più cauto è il governo francese (“aucune hypothèse ne peut être écartée sur les causes de cette disparition” dice il premier Manuel Valls verso le ore 15), per la stesso motivo per cui le autorità egiziane furono le ultime ad ammettere la natura terroristica del disastro aereo dello scorso ottobre: avvalorare la pista del terrorismo, significa per Parigi ammettere che non è stata in grado di garantire la sicurezza di un volo decollato dai suoi aeroporti. Stranamente più cauta, ma non per questo meno possibilista, la solita Rita Katz, abilissima nello scovare in rete le rivendicazioni dell’ISIS di questo o quell’attentato. Che questa volta, a differenza delle stragi di Parigi e Bruxelles, i servizi israeliani non siano della partita? Che si tratti di un attacco terroristico è pressoché certo, dal momento che tutti gli elementi sono ascrivibili al consueto lessico terroristico con cui i poteri atlantici redarguiscono nemici o “alleati” fuori dallo spartito: l’aeroplano, feticcio dello stragismo angloamericano, la tratta Francia-Egitto sui cui è consumato il disastro e la dinamica dell’attentato, ossia la probabile deflagrazione in volo di un ordigno, non lasciano adito a dubbi che si tratti di un “pizzino” al Cairo ed a Parigi.

 

A cosa è dovuta questa attenzione verso Parigi? Qual è il motivo dell’interessamento atlantico per la Francia? Ripartiamo dal volo Metrojet. L’attentato, come abbiamo detto, mirava sia a punire Mosca per il suo attivismo in Siria, sia a mettere in ginocchio il turismo egiziano, infliggendo un duro colpo ad Al-Sisi che aveva impostato la sua presidenza proprio sul ritorno alla pace sociale ed alla normalità. Colpire l’Airbus sulla tratta Sharm el-Sheikh-San Pietroburgo, significava però anche colpire simbolicamente le relazioni russo-egiziane. Il presidente Abd Al-Sisi, conscio di quanto fosse inviso a Londra e Washington, è stato il grande artefice dell’apertura a Mosca, concretizzatasi nella firma di contratti miliardari per la fornitura di armi e nell’accordo per la costruzione della prima centrale nucleare egiziana a Dabaa, sulle coste del Mar Mediterraneo. Analogamente, colpire il volo Egyptair sulla tratta Parigi-il Cairo significa mettere nel mirino le relazioni franco-egiziane, su cui, sia il presidente François Hollande che Abd Al-Sisi, hanno investito molto, sino a farne uno dei cardini dell’assetto regionale. Come abbiamo sottolineato nel nostro recentissimo articolo (ed il tempismo non susciti sospetti nei più maliziosi), se l’Italia è stata sganciata obtorto collo dall’Egitto con l’omicidio Regeni ed il martellamento mediatico e diplomatico di contorno, la Francia, da sempre più zelante nel difendere i propri interessi, ha proseguito la sua pluridecennale penetrazione economica e politica dell’Egitto, a discapito del Regno Unito e degli Stati Uniti, che lavorano per la caduta di Abd Al-Sisi sin dal suo insediamento. L‘affaire Regeni ed il richiamo dell’ambasciatore italiano per consultazioni, non impedisco di certo a François Hollande di compiere a metà aprile una visita di due giorni al Cairo, siglando una trentina di contratti, incentrati soprattutto sul settore militare: le aziende belliche transalpine, infatti, fanno la parte del leone nell’Egitto di Al-Sisi, spaziando dalla vendita di 24 caccia Rafale (pagati da Riad), alle corvette Gowind, per concludere con le due portaerei Mistral, inizialmente destinate alla Russia. La Francia di Hollande si offre come “nume tutelare” di Al-Sisi, alla disperata ricerca, proprio come la monarchia dei Saud, di saldo appiglio internazionale, che gli angloamericani, adottata la strategia della destabilizzazione regionale, non possono più offrire. Non solo: c’è anche la questione della Libia. Mentre l’Italia, un po’ per la pressione diplomatica americana un po’ per gli strascichi dell’omicidio Regeni, è costretta ad abbondare il generale Khalifa Haftar sponsorizzato dall’Egitto, per abbracciare la causa dell’effimero governo d’unità nazionale libico, la Francia, al contrario, rimane fedele alle alleanze iniziali, incrementando addirittura nei primi mesi del 2016 il sostegno militare all’ex-ufficiale gheddafiano, con l’invio di commando e corpi speciali. È superfluo dire che, nel momento in cui Haftar rigetta un compromesso con il governo d’unità nazionale e si appresta a marciare dalla Cirenaica verso Sirte, nell’ottica di una riunificazione manu militari della Libia, l’attrito tra gli angloamericani ed i francesi è destinato ad aumentare ulteriormente.

 

È in questa cornice che va collocato l‘attentato al volo Egyptair: un vero e proprio salto di qualità nella lotta sempre più incandescente per accaparrarsi sfere d’influenza, mercati di sbocco e fonti di approvvigionamento energetico. Che le acque si stiano intorbidendo e che la tensione internazionale sia in costante e sensibile aumento, non è certo una novità di queste ultime settimane. Come abbiamo più volte sottolineato nei nostri lavori, il peggioramento delle condizioni economiche, certificato dall’avanzare delle deflazione e dalla preoccupante esplosione dei debiti pubblici, ed il deterioramento del panorama politico globale sono grandezze direttamente proporzionali: per frenare la loro caduta e mantenere inalterati i rapporti di forza, gli angloamericani hanno adottato l’aggressiva strategia di destabilizzare regioni sempre più estese, dal Medio Oriente all’Europa dell’Est, dal Sud America all’Estremo Oriente. Finché i colpi bassi sono rifilati a “nemici storici” come la Russia (l’attentato al volo Metrojet per rimanere in tema), o ad “alleati” storicamente subalterni come l’Italia (l’omicidio Regeni), si rientra ancora nella norma: diverso è il caso del volo Egyptair, con cui gli angloamericani entrano a gamba tesa sulla Francia, alleata fino a ieri di mille avventure, dalla defenestrazione del Colonnello Gheddafi ai tentativi, frustrati, di rovesciare il regime baathista in Siria (si ricordi che Hollande rimane col cerino in mano nell’estate 2013, quando Barack Obama scansa all’ultimo momento il progetto di bombardare Damasco). L’attentato al volo Egyptair è una spia di quanto la situazione internazionale si stia incancrenendo: persino alleati blasonati come i francesi, membri ufficiali del ristretto patto di sindacato della NATO, non sono risparmiati da chiare intimidazioni mafiose, affinché rientrino in carreggiata e abbandonino al loro destino Al-Sisi ed Haftar. L’esito, d’altra parte, era inevitabile e da Oltralpe erano partiti già diversi segnali di una latente, ma montante, tensione tra Francia e Stati Uniti. Il sostegno fornito da Parigi al presidente egiziano Al-Sisi ed al generale libico Khalifa Haftar avrebbe, infatti, scavato presto o tardi un solco sempre più profondo tra Parigi e Washington, accorciando d’altro lato le distanze con Mosca, anch’essa a fianco dell’ex-feldmaresciallo egiziano e del governo laico-nazionalista di Tobruk. Non solo, l’affievolirsi delle tensioni tra Washington e Berlino sul tema dell’austerità e la delega statunitense sempre più ampia ad Angela Merkel per la gestione degli affari europei, avrebbe inevitabilmente alimentato l’insofferenza francese, contribuendo anch’essa al riavvicinamento a Mosca, così da ridimensionare il ruolo della Germania. Ne sono seguiti due significativi episodi: la minaccia francese di bocciare il TTIP (“Non siamo per un libero scambio senza regole. Mai accetteremo la messa in discussione dei principi essenziali per la nostra agricoltura, la nostra cultura, per la reciprocità all’accesso dei mercati pubblici” ha detto François Hollande il 3 maggio) ed il voto dell’Assemblea Nazionale francese in favore della revoca delle sanzioni alla Russia. È difficile dire quanto a lungo la Francia, afflitta da un’economia in condizioni critiche e da una società in ebollizione per via della crisi, possa seguire una politica estera in collisione con quella angloamericana: di sicuro, l’attentato al volo Egyptair è il primo inconfutabile avvertimento a correggere velocemente la rotta, evitando mosse troppe audaci ed autonome, in Libia come in Egitto. Le forze centrifughe che stanno corrodendo il blocco atlantico hanno quindi compiuto un salto di qualità il 19 maggio, spostandosi dentro il “patto di sindacato” della NATO ed intaccando l’alleanza stretta nel 2011 tra Parigi e Washington per ridisegnare il Medio Oriente: man mano che il quadro economico si deteriora e prevale in ogni attore la tendenza a ritagliarsi il più ampio spazio di manovra possibile, il caos aumenta e si riducono i tempi tra una frattura e l’altra.

 

Federico Dezzani

 

 
Scomparsa del "sapiens" PDF Stampa E-mail

25 Maggio 2016

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Da Rassegna di Arianna del 23-5-2016 (N.d.d.)

 

Il cervello delle persone, e specialmente dei bambini e dei giovani, sta andando in pappa: si sta letteralmente sbriciolando, giorno dopo giorno, con rapidità e metodo, sotto l’incalzare del rincretinimento collettivo provocato dall’uso, dall’abuso e dall’assuefazione alla tecnologia informatica, e specialmente dall’uso scriteriato e pressoché ininterrotto dei computer, dei videogiochi e degli smartphone. Che cos’è uno smartphone, per un bambino o un adolescente – e anche per moltissimi adulti che sono regrediti allo stato di imbecillità dei loro figli e nipoti, a loro volta rimbecilliti e derubati della loro infanzia e adolescenza naturali – è presto detto: la sintesi, il compendio e il bacino collettore di tutto ciò che, di questi nostri tempi, sempre più vuoti di cose reali e sempre più ingombri di cose effimere, apparenti, virtuali, serve a riempire, o meglio, a dare l’illusione di poter riempire, il vuoto desolante delle nostre misere esistenze di animali semi-artificiali, irrimediabilmente ammalati di tristezza (tanto più micidiale, in quanto non riconosciuta), di angoscia esistenziale e di alienazione permanente.

 

Con uno smartphone si può fare praticamente tutto; inoltre è piccolissimo, lo si tiene nel taschino, sparisce nel palmo della mano: esso prende il posto dei vecchi giochi di una volta, delle bambole, delle macchinette, dei soldatini; ma è anche una macchina fotografica, che consente di immortalare i momenti “unici” e “irripetibili” delle nostre vuote e inutili giornate; è anche un mini-cinematografo, che permette di assistere a qualche film o telefilm; è un bollettino meteorologico, che ci informa sul prossimo andamento del tempo, del sole e della pioggia, della visibilità e della temperatura; è uno stradario, che ci aiuta a trovare, pressoché istantaneamente, l’indirizzo desiderato; è un telefono, che ci mette in contatto con chi vogliamo, quando vogliamo e dovunque ci troviamo, fosse pure in cima a una montagna (con poche limitazioni di tipo elettromagnetico); è un distributore di oroscopi, di massime, di aforismi; è un traduttore per leggere un testo in qualunque lingua straniera; è un complice diabolico per ingannare i professori nella versione di greco, di latino, d’inglese o di tedesco; è una sala giochi, nella quale ci si può sbizzarrire con ogni sorta di gioco, di quiz, di videogame, di simulazione; è una personalità fittizia, con la quale si può entrare in un circuito di amicizie virtuali, fingendo di essere quel che non si è, spacciandosi per qualsiasi personaggio, aumentando o diminuendo la propria età, modificando il proprio stato sociale, bluffando sul proprio aspetto fisico (anche le proprie fotografie possono essere ritoccate, allungate o ristrette, in modo da modificare opportunamente il proprio aspetto fisico); è un’agenzia di viaggi, presso la quale si possono consultare gli orari ferroviari o aerei, prenotare i biglietti, fissare la camera d’albergo, beninteso dopo essersi informati circa i prezzi, il tipo di trattamento, la posizione, eccetera; è un ufficio sanitario, presso il quale si possono ritirare e consultare le proprie analisi mediche; si può sapere quali film vengono proiettati nelle sale cinematografiche, quali programmi ci sono in televisione, quali negozi sono aperti e in quale orario, quali sono le farmacie di turno, quali gli studi dentistici, quali i saloni di estetica; a che punto sono le quotazioni di borsa, o le attività legislative in parlamento, o i lavori stradali nel comune tal dei tali; se il traffico autostradale è scorrevole o meno, se l’aeroporto è chiuso per nebbia o se allo scalo marittimo i traghetti non partono a causa di uno sciopero; e, naturalmente, chi ha vinto l’ultimo reality show, qual è il libro più venduto della settimana: il tutto ascoltando qualunque brano musicale. Per giunta, date le sue minuscole dimensioni e il suo peso quasi irrilevante, non vi è luogo, né momento, né situazione, in cui non sia possibile utilizzarlo, goderne le meraviglie, scacciare la noia o la tristezza facendo ricorso alla sua provvidenziale compagnia: da soli o con gli altri, a piedi o in bicicletta; al bar o alla guida dell’automobile (e sia pure rischiando la multa o qualcosa di peggio; ma esistono i mezzi tecnologici per usarlo senza distogliere le mani dal volante); o in fila davanti allo sportello della banca, oppure in lavanderia, in attesa dell’asciugatura; o sul treno e in corriera, viaggiando comodamente seduti; o al supermercato, facendo la spesa, e magari chiedendo a casa se manca la marmellata o di che marca debba essere la carne in scatola per il micio; o in un corridoio d’ospedale, in attesa dell’orario di visita ai pazienti, o - perché no? – anche in chiesa, non si sa mai, potrebbe arrivare la chiamata che aspettiamo tanto ansiosamente, e pazienza se la suoneria si metterà a squillare nel bel mezzo delle sacre funzioni. Del resto, cosa ci può essere di più sacro, di più importante, di più essenziale, che poter rispondere ad una chiamata telefonica, o accedere prontamente alla rete informatica e venire a conoscenza, in tempo reale, dell’esito di un torneo di calcio, o di una partita di pallacanestro, o del nome del vincitore di Sanremo, o dei premiati nella notte degli Oscar, o – semplicemente – dei finalisti all’Isola dei famosi? Che un simile giocattolo costituisca una tentazione troppo ghiotta per chiunque, e specialmente per un bambino o un adolescente, è cosa che non dovrebbe stupire alcuno, tanto più sapendo come sono i bambini e gli adolescenti oggi: dei principini viziati e incapaci, nei quali sono state uccise sia la fantasia, sia la capacità di stupirsi, ai quali non viene mai chiesto il più piccolo sacrificio e ai quali tutto è dovuto, dalla paghetta al vestito firmato; degli antisociali, che non sanno giocare insieme agli altri, che non sanno adattarsi alle situazioni, che pretendono di vedere soddisfatto ogni loro desiderio, indipendentemente dalla situazione generale, perché, caschi pure il mondo, un diritto è un diritto e una promessa è una promessa, e se i genitori hanno perso il posto di lavoro o sono stati vittime di un incidente, peggio per loro, ma i loro rampolli non ne hanno colpa, non devono essere “puniti”, rinunciando a ciò che era stato loro promesso e a cui sono abituati: scarpe, vestiti, viaggi, videogiochi, corsi di nuoto e di sci, vacanze estive di almeno un mese, e settimana bianca in hotel, a Cortina d’Ampezzo.

 

Non parliamo, poi, di doveri, di limitazioni, di saper fare un passo indietro. Studiare, a scuola, è diventata una cosa del tutto facoltativa, e se i pargoli non hanno voglia di andarci, nessun problema, ci pensa la mammina a far loro la giustificazione, adducendo il mal di denti, o l’influenza, o una necessità familiare; di accudire un fratellino o una sorellina, di far compagnia al nonno che è sempre solo, o di andare a fare una visitina alla nonna in casa di riposo, ma per carità, quando mai, non si può caricarli di tali e tante responsabilità, sono piccoli, hanno pure il diritto di divertirsi come tutti gli altri. Aiutare in casa, poi, rassettare la stanza, piegare i vestiti, tenere in ordine l’armadio o la scrivania, lavare i piatti qualche volta, apparecchiare la tavola, andare a bottega ogni tanto, almeno per gli acquisti più semplici: oh, ma che dite, possibile che abbiate un cuore talmente duro, un animo così di pietra, da non commuovervi al pensiero di far lavorare e faticare i fanciullini, negando loro le gioie innocenti della loro età e del loro stato? Possibile che siate così arcigni, così all’antica, così bisbetici, da scordarvi che sono solo dei poveri piccini, dei quali non è giusto approfittare, e non è bello caricare di così penose incombenze? Del resto, non è che le cose stiano poi tanto diversamente con gli adulti: infatti, quando si è stati allevati in questo modo (dire “educati” sarebbe adoperare una parola troppo impegnativa; meglio “allevati”, come i pulcini o i conigli), si arriva a trenta, a quaranta, a cinquant’anni anni, ma non si cresce mai per davvero, non si diventa mai adulti, non ci si assume mai le proprie responsabilità; si continua ad aspettar la pappa pronta, a delegare agli altri ciò che sarebbe nostro dovere, e a scaricare loro addosso, si capisce, ogni eventuale fallimento, perché i meriti sono personali, ma i fallimenti sono collettivi, e la colpa di essi è della società, della famiglia, dei colleghi, del tempo, del destino, insomma di tutti e di nessuno, mai però, assolutamente mai, di chi se la dovrebbe assumere, se non altro per decenza, dignità e buon gusto. Ma la decenza, la dignità e il buon gusto sono diventate merci esotiche ed estremamente rare, quasi evanescenti; e, poi, non si sa bene cosa siano in effetti: qualcuno ne parla, ogni tanto, ma nessuno le ha mai viste bene da vicino…

 

Il risultato di tutto questo – onnipresenza e insostituibilità di una tecnologia sempre più sofisticata e sempre più di massa, ma anche sempre più futile, e una contro-educazione sempre più permissiva, demagogica, deresponsabilizzante - è che le persone si stanno rimbecillendo. Alla lettera: si comportano in maniera goffa, maldestra; non sanno più muoversi fisicamente, attraversare la strada, guidare l’automobile, eseguire i gesti più semplici e normali – non parliamo, poi, di pensare e ragionare, cose ormai quasi impensabili e inimmaginabili; e questo perché la mente è altrove, la connessione non è con il presente, con il qui e adesso, ma con l’altrove, con il mondo parallelo della realtà virtuale. Pertanto, vi è come una immane epidemia di autismo: un numero crescente di esseri umani è regredito, o sta velocemente regredendo, allo stato autistico: inserisce il pilota automatico e va avanti così, nel corso della giornata, un giorno dopo l’altro, un mese dopo l’altro, un anno dopo l’altro, senza vedere, senza ascoltare, senza capire, ma proiettato perennemente in un ruolo diverso da quello reale, in una situazione diversa, con interlocutori diversi. Gli insegnanti, i sacerdoti, gli amministratori, gli imprenditori, stanno incominciando ad accorgersene, anche se ancora non sanno dare un nome a tutto questo, non ne afferrano le cause, non ne comprendono tutte le implicazioni e la portata devastante. Pensano, sì, di essere alle prese con un mondo un po’ impazzito, con una utenza, con un pubblico distratti, irrequieti, o, viceversa, fin troppo abulici, fin troppo acquiescenti, salvo poi dare segni di una tensione improvvisa, o esplodere in gesti impensabili e inconsulti, anche di tipo autodistruttivo: l’adolescente che si uccide per un rimprovero, per un brutto voto, per una delusione sentimentale. Tuttavia credono che ciò sia, fino a un certo punto, “normale”; che sia una specie di fase transitoria, la quale, prima o poi, dovrà pur finire; che basti aver pazienza e le cose torneranno a posto, com’erano prima. Sì, ora bisogna spiegare una cosa due volte, quattro volte, otto volte, al ragazzino a scuola, perché finalmente le capisca, o all’apprendista in fabbrica, o semplicemente al proprio figlio, in casa: bisogna dire e ripetere all’infinito anche le cose più semplici e ovvie, senza che mostrino d’averle comprese, senza che si decidano a metterle in pratica. I genitori, però, come gli insegnanti, come gli imprenditori, pensano che si tratti di semplice distrazione, di semplice immaturità, e che una volta o l’altra non ci sarà più bisogno di dire e ripetere, daccapo, sempre le stesse cose. E magari fosse così! La realtà, invece, è un ‘altra: stiamo assistendo a una mutazione antropologica; stiamo vivendo la scomparsa della specie homo sapiens, così come l’avevamo sempre conosciuta, e alla comparsa di una nuova specie umana, la specie homo technologicus, che sente, pensa, parla, mangia, dorme, vive, gioca, studia, lavora e sogna in modo diverso da noi, in un modo che è ancora tutto da definire, ma che sarà sempre più differente dal nostro, fino al punto in cui non ci capiremo più e sarà perfettamente inutile pregare, discutere, arrabbiarsi, litigare, imprecare, dire le cose una volta o mille volte, dare l’esempio: non ci sarà alcuna possibilità di reciproca comprensione. Ma poco male: la nostra specie sta finendo, e quell’altra avrà il mondo tutto per sé; e i genitori finiranno di preoccuparsi, angosciarsi e irritarsi con i figli, i capisquadra con gli apprendisti, le maestre e i professori con gli alunni. Non ci saranno più problemi: l’homo technologicus sarà la sola specie umana esistente, non farà confronti, dimenticherà il passato e costruirà un futuro su misura per se stessa: sempre più tecnologico, naturalmente, sempre più artificiale, sempre più virtuale, sempre più lontano dalla natura, dalla vita, dalla legge morale, dai valori universali.

 

Al posto della teologia e della metafisica (del resto già praticamente scomparse), al vertice del sapere, ci sarà l’informatica; al posto del vedere, dell’udire, del toccare, del gustare, dell’annusare, ci sarà la simulazione di tali sensazioni; non si farà l’amore, se non attraverso un computer che riprodurrà tutto quel che provava il vecchio homo sapiens, e anche qualcosa di più; non ci sarà la cultura, perché nessuno ne sentirà il bisogno o la mancanza; non si insegneranno la prudenza, la temperanza, la giustizia e la fortezza, né il gusto del bello, del giusto, del vero, perché sarà vero, giusto e bello quel che piacerà a ciascuno, a suo insindacabile giudizio; non ci sarà la famiglia, perché i figli si faranno affittando l’utero di qualche donna, o servendosi di qualche incubatrice artificiale, e poi, quando ci si sarà stancati di allevarli, li si affiderà a qualche apposito istituto; non ci saranno il maschile e il femminile, perché chiunque potrà stabilire la propria identità sessuale, giorno per giorno, ora per ora; non ci saranno limiti, perché il limite è un tabù del vecchio mondo...

 

Francesco Lamendola

 

 
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