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Ripopolamento dell'Italia PDF Stampa E-mail

27 Novembre 2014

 

 

Da Rassegna di Arianna del 19-11-2014 (N.d.d.)

 

 

È stato pubblicato il recente piano dell’ONU che si presenta come un apparente studio: «Replacement Migration: is it a solution to declining and ageing populations?». [...}

Le Nazioni Unite prospettano come soluzione al problema demografico dell’Italia (e di altri paesi europei) quello di «rimpiazzare» (come riportato nel titolo del dossier) l’Europa che invecchia con un massiccio afflusso di immigrati dall’Africa e dall’Asia. Lo studio prende in considerazione gli immigrati, quasi sempre giovani, che dopo lo sbarco molto probabilmente si stabiliranno in Italia, dal nord al sud della penisola. Questi dovranno convivere con la popolazione autoctona, saranno molto più prolifici degli italiani. Di conseguenza in un arco medio di tempo, l’Italia degli italiani si trasformerà in un «melting pot», un insieme di razze, culture, religioni dove tra quarant’anni ci sarà ancora un nucleo di italiani che non saranno più la maggioranza della popolazione.

Lo studio dell’ONU calcola circa ventisei milioni di immigrati e i loro discendenti che risiederanno nelle varie città italiane nel 2050. Attualmente sono quasi 5 milioni, contro i 7,8 presenti in Germania.

Potrebbe sembrare assurdo e poco razionale un piano che prospetti di incrementare a tal punto una popolazione in un territorio già super popolato e problematico come quello italiano. Considerando poi che in Italia esiste una disoccupazione giovanile che equivale al 43% non si capisce su quali basi si possa proporre un aumento di masse di immigrati che apporterebbero una completa destabilizzazione degli equilibri sociali già compromessi, a meno che non  si voglia disporre di una massa di mano d’opera da sfruttamento per le nuove imprese transnazionali che si installeranno nel paese. Dai soloni dell’ONU, che non hanno mai risolto una sola situazione internazionale,  ci si può aspettare di tutto e di più.

 

Questo dell’ONU in realtà non è soltanto uno studio teorico  ma un preciso piano elaborato da uno dei massimi organismi della strategia mondialista, quale è l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Un piano che prevede la distruzione degli Stati nazionali, l’omologazione di tutti i paesi, di ogni cultura, nella creazione di un unico grande mercato globale, dominato dall’élite finanziaria, nel progetto globale di quello che sarà un Nuovo Ordine Mondiale (NWO) obiettivo finale di tutti gli strateghi del mondialismo.

Di fatto questo piano dell’ONU rientra perfettamente nel vecchio piano Kallergi che pochi conoscono ma che è alla base del progetto originario dell’Unione Europea. Non a caso il progetto viene appoggiato e sostenuto dalla Commissione Europea che ha imposto all’Italia, come ad altri paesi europei, di accogliere le masse dei migranti clandestini che arrivano dall’Africa.

Richard Coudenhove Kalergi (1894-1972), personaggio storico sconosciuto all’opinione pubblica, mai citato nei libri di storia ufficiali e sconosciuto anche tra i deputati europei è considerato come il vero padre di Maastricht, fondatore del paneuropeismo e del multiculturalismo.

 

Questo personaggio ( austriaco ma nato a Tokio) nel suo libro «Praktischer Idealismus» pubblicato nel 1925, esponeva una sua visione multiculturalista e multi-etnicista dell’Europa, dichiarando che gli abitanti dei futuri “Stati Uniti d’Europa” non saranno i popoli originali del Vecchio continente, bensì una nuova popolazione multietnica ottenuta da un processo di mescolanza razziale”
Kalergi, con le sue teorie, ebbe allora il sostegno finanziario del banchiere Max Warburg, che rappresentava la banca tedesca di Amburgo (la Banca Warburg). Consideriamo che il fratello di Max Warburg, Paul Warburg, trasferitosi negli USA, fu uno dei fondatori della FED (la Federal Reserve statunitense) oltre che leader del Council on Foreign Relation (il CFR), uno dei più importanti organismi della élite dominante.

 

In sintesi il piano teorizzato da Kallergi prevedeva la necessità che i popoli d’Europa dovessero essere mescolati con africani ed asiatici per distruggerne l’identità originale e le culture e creare un’unica popolazione meticcia, multiculturale, un concetto che sta alla base di tutte le politiche comunitarie volte all’integrazione e alla tutela delle minoranze. Secondo il Kalergi, questa popolazione, mescolata e privata di una propria identità, avrebbe reso più facile il dominio della élite di potere sovranazionale. Benché nessun libro di scuola parli di Kalergi, le sue idee sono rimaste fra i principi ispiratori dell’odierna Unione Europea.

Da notare che, in suo onore, è stato istituito il premio europeo Coudenhove-Kalergi che ogni due anni premia gli europeisti che si sono maggiormente distinti nel perseguire il suo piano criminale. Tra di loro troviamo nomi del calibro di Angela Merkel o Herman Van Rompuy.

I cittadini italiani non sono ancora consapevoli di cosa si stia preparando alle loro spalle e quale sia il livello di complicità dei governanti ed esponenti politici nazionali, dagli alti rappresentanti delle istituzioni come Matteo Renzi, al ministro Alfano, alla Laura Boldrini, noti esponenti del mondialismo e del modello multiculturale al pari di Giuliano Pisapia, sindaco di Milano e del sindaco di Roma, l’ineffabile dr. Marino.

C’erano stati gli allarmi lanciati da una scienziata antropologa come Ida Magli sul prossimo avvento dell’africanizzazione dell’Italia ma non era stata ascoltata né presa sul serio. Le sue previsioni si stanno rivelate serie e fondate. Piuttosto la scienziata è stata emarginata dagli ambienti ufficiali della cultura e della docenza poiché le sue affermazioni sono ritenute non allineate al pensiero “politicamente corretto”.

 

Luciano Lago 

 
Autarchia europea PDF Stampa E-mail

25 Novembre 2014

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Cosa sarebbe successo, in epoca preindustriale, se su un campo dove lavoravano e si mantenevano dieci persone si fossero accorti che otto erano sufficienti a coltivarlo tutto? Avrebbero cacciato i due 'in esubero' a pedate? Nient' affatto, si sarebbero diminuiti proporzionalmente i carichi di lavoro e il tempo così guadagnato se lo sarebbero andati a spendere in taverna, a giocare a birilli, a corteggiare la futura sposa o a cornificare, fra i cespugli, quella che avevano. Perché per quegli uomini il vero valore era il tempo, che noi abbiamo trasformato nel mostruoso 'tempo libero', un tempo non da vivere ma da consumare altrimenti le imprese vanno a rotoli. Anche l'artigiano lavora per quanto gli basta. Il resto è vita. Se leggiamo gli Statuti artigiani medioevali sbalordiamo: era proibita la concorrenza. Ognuno doveva avere il suo spazio vitale. Dice: ma allora cosa impediva all'artigiano di fornire prodotti scadenti? Gli Statuti che stabilivano minuziosamente gli standard e lo stesso artigiano cui l'orgoglio per proprio mestiere (che è un concetto diverso dal lavoro) gli imponeva di dare il meglio di sè, il capolavoro in senso tecnico. Quel mondo non era basato sulla competizione economica. Non che quella gente snobbasse la ricchezza. Come nota sarcasticamente Max Weber «la sete di lucro...si trova presso camerieri, medici, cocchieri, artisti, cocottes, impiegati corruttibili, soldati, banditi, presso i crociati, i frequentatori di bische, i mendicanti, si può dire presso all sorts and conditions of men». La sconvolgente novità che porta il borghese è che il guadagno si fa attraverso il lavoro (robb de matt). È questa la folgore che cambierà tutti i rapporti economici, sociali, esistenziali e renderà centrale la figura ripugnante del mercante e dell'imprenditore perché è colui che dà lavoro. Sono patetiche le masse di uomini e di donne che oggi premono ai cancelli per poter diventare, o ridiventare, degli 'schiavi salariati'. La competizione chiude poi il cerchio. Per un imprenditore che vince magari usando la tecnologia al posto degli esseri umani ce n'è un altro che perde e deve liberarsi dei suoi dipendenti. A livello globale per un Paese che apparentemente si arricchisce ce n'è un altro che va in default. 'Apparentemente' perché la 'ricchezza delle Nazioni' di smithiana memoria non corrisponde affatto a quella delle loro popolazioni (la Nigeria è il Paese più ricco dell'Africa ma ha il più alto tasso di poveri).

La soluzione? Tutti, da Obama a Camerun, da Renzi a Camusso, la indicano nella crescita. Chiunque parli di crescita è un lestofante. Perché le crescite infinite, su cui è basato un modello di sviluppo ormai planetario, esistono in matematica ma non in natura. E noi abbiamo ormai superato abbondantemente il confine. Può crescere ancora qualche settore come l'informatica ma anche' essa troverà presto il suo limite (dopo aver ridotto l'iPod a 6 millimetri a tre a uno ed essersi inventati qualche ulteriore applicazione, che altro?). Adesso la parola magica è 'banda larga' che significa una maggiore velocizzazione delle comunicazioni, come se uno dei nostri problemi non fosse proprio la velocità cui stiamo andando, che permetterebbe, si dice, una maggior produttività. Ma produrre che cosa e soprattutto per chi, inducendo nuovi bisogni di cui l'uomo non aveva mai sentito il bisogno, caricando il pianeta, già al collasso, di un surplus di fardello?

Non si può più crescere, bisogna, sia pur gradualmente, decrescere. Una soluzione, per quanto circoscritta e limitata, io l'avrei. Si chiama Europa. Ma un'Europa molto diversa da quella attuale: unita, neutrale, armata, nucleare e autarchica. Una formula dove la parola chiave è 'autarchica'.

Massimo Fini 

 
La Buona Scuola PDF Stampa E-mail

23 Novembre 2014

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Da Appelloalpopolo del 19-11-2014 (N.d.d.)

 

Pur riconoscendo il «rischio che le nuove funzioni legate all’autonomia abbiano distolto l’attenzione dalla relazione con lo studente» (p. 47), il Rapporto firmato da Renzi e Giannini, La buona scuola, lungi dal ricusarla o almeno ripensarla, proclama di volerla «realizzare pienamente» (p. 62). Così corrobora il sospetto che l’autonomia scolastica sia un errore tecnico intenzionale, una delle tante riforme che, ad onta dell’augurio contenuto nel nome, mirano soltanto ad «attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere …», per ricreare il mondo di cinquanta, cento anni fa, in cui «il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’apprendistato di mestiere, costoso investimento» (sono le parole austere dell’europeista Padoa Schioppa in un articolo sul Corriere della Sera del 26 agosto 2003).

 

Di fatto la legge sull’autonomia scolastica dell’8 marzo 1999 non ha indicato finalità culturali o pedagogiche, ma si è limitata ad estendere il principio di sussidiarietà all’area dell’istruzione (cfr. p. 64 del Rapporto). Quantunque caldeggiato innanzitutto dalla sinistra, si tratta di un principio schiettamente liberale: polemico con lo stato, con il Leviatano feudale che opprime gli individui e perturba il mercato, esso esige che ne siano trasferite le funzioni agli enti periferici (ai corpi intermedi di Montesquieu) e sia ammansito in un ruolo appunto sussidiario. La storia europea mostra però che già da metà Ottocento gli stati sono passati dalla connivenza con la rendita feudale a quella con la proprietà capitalistica; poiché concepisce la libertà soprattutto come esercizio della proprietà privata entro il meccanismo di mercato, la polemica liberale non avrebbe più vere ragioni da almeno un secolo e mezzo, e si fatica a comprendere perché essa sia così viva ancora oggi. È la storia del secondo Novecento che viene in aiuto alla comprensione: per evitare le crisi devastanti di un’economia regolata soltanto dal mercato, lo stato si fa liberal-democratico e interviene nell’economia a fini anticiclici, con conseguenze redistributive del reddito. A questo punto si desta dal suo sopore la polemica liberale; poiché però lo stato esprime ormai non l’aristocrazia feudale, del tutto estinta, ma la volontà dei cittadini e ha il fine di garantirne anche i diritti sociali, di schiettamente liberale la risorta polemica ha soltanto l’apparenza: nella sua essenza essa è neoliberismo antidemocratico. In definitiva, non meno della cessione di sovranità statale a organismi sovrastatali, il principio di sussidiarietà funge soltanto da contenuto manifesto del sogno neoliberale, il cui pensiero onirico latente è la duplice pulsione a smantellare il welfare state e a spogliare il lavoro dei diritti acquisiti con le costituzioni democratiche, per creare la società della disuguaglianza selvaggia.

 

La scuola, in quanto istituzione propria dello stato democratico, è colpita alla radice dall’imposizione del principio di sussidiarietà. Rendendola autonoma, esso la atteggia ad azienda e vi dissemina esigenze mai avvertite, incomprensibili sul piano tecnico: 1) burocratizza e sindacalizza la didattica intrappolandola in un groviglio di rapporti di  diritto privato:  offerta formativa, contratto formativo, programmazione, debiti, crediti, griglie di valutazione; soffocandola col proliferare dei dipartimenti, dei consigli, delle commissioni, dei gruppi di lavoro, degli inutili coordinatori, delle vane funzioni-obiettivo e dei superflui piani e delle insulse relazioni finali; 2) suscita la competitività tra le scuole, così da indurle a incrementare la loro clientela carezzandone i desideri con un fantasioso ventaglio di attività divertenti e creative e con l’aspettativa di successo senza fatica; 3) dissolve la didattica severa, volta alle competenze («Vede,» – diceva ancora lo scorso 10 maggio l’ex-ministro Berlinguer, lo spensierato e impenitente ispiratore della legge dell’autonomia scolastica – «non possiamo più presentare ai giovani un trattato, un complesso di conoscenze strutturate, statiche, come spesso in molti fanno ancora oggi, perché a loro non piace. Bisogna cambiare linguaggio, cambiare metodo.»), e la sostituisce con la didattica flessibile e innovativa, versata nella progettualità estemporanea, ansiosa di sviluppare il tipo antropologico dell’ homo precarius.

La conseguenza dei cambiamenti, documentata dalle indagini degli organismi internazionali, è che a 15 anni dalla riforma gli studenti italiani non padroneggiano né la lingua italiana né le lingue straniere né la matematica né le scienze.

Proprio come Renzi affronta la catastrofe economica provocata dall’unione monetaria con la fede nell’unione monetaria, cioè lascia desertificare l’economia italiana per imporre la flessibilità totale al lavoro, allo stesso modo il suo Rapporto affronta la catastrofe didattica provocata dall’ autonomia con la fede nell’ autonomia: riconosce e insieme dimentica il contrasto tra competenza e competitività, chiede ai docenti una didattica efficace e insieme li sprofonda ancora di più nell’ aziendalismo improvvisatore e cosmetico, fino ad abbozzare un mostruoso ibrido tra l’ospizio e la palestra di flessibilità. Non poteva essere altrimenti: dovendo sbalordire il pubblico con le innumerevoli possibilità della Buona Scuola, i compilatori non erano in grado di prestare attenzione alle umili necessità della scuola, che sono la scienza, la severità e l’amore per i giovani. Così, tirando le orecchie ai docenti con indulgenza paternalistica (già il sottotitolo del documento suggerisce che la recessione sia da imputare alla loro inerzia, non all’euro) e senza sottilizzare sulle responsabilità delle riforme da Berlinguer in poi, dopo essersi diffuso in eroiche promesse di assunzioni, che certo offrono alle forze sindacali un alibi per l’ennesima ritirata, il Rapporto, in una retorica affine a quella dell’uomo nuovo, emana una processione di idee, ognuna delle quali è un incastro ingegnoso tra umiliazione degli insegnanti e sabotaggio della didattica: 1. l’ulteriore ampliamento dell’offerta formativa e la spinta ossessiva all’innovazione, contro il laborioso concentrarsi sulle competenze scientifiche; 2. l’orientamento dell’istruzione all’impresa, anziché alla cittadinanza, in base al dogma sublime che l’occupazione dipenda dalla scuola, non dalle scelte di politica economica; 3. il meccanismo di progressione di carriera che estende la competitività dagli istituti, nei quali ha già dato prove di sé non proprio brillanti, agli insegnanti e li riduce a sgomitare tra loro accattando ogni razza di crediti; 4. l’esasperazione della loro mobilità e della loro dipendenza da dirigenti scolastici sempre più estranei alla didattica; 5. una valutazione della scuola che, sospesa tra le competenze effettive raggiunte dagli studenti (menzionate solo a p. 66) e i balocchi dell’arricchimento e dell’innovazione dell’offerta formativa, rifluisce impotente in ulteriori rapporti e piani.

Il Rapporto Renzi-Giannini si incatena alla riforma dell’autonomia scolastica; dal suo apparire questa riforma invita gli insegnanti a fare tutto meno che insegnare; infatti non ha fini pedagogici: segue dal piano neoliberista di distruzione dello stato democratico; ma la scuola è un organo vitale della democrazia; il processo che vi realizza l’autonomia è la via crucis della sua degenerazione.

 

Paolo Di Remigio 

 
Gioco delle parti PDF Stampa E-mail

22 Novembre 2014

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Houston, 19 Novembre 2014 - I repubblicani, i grandi vincitori del mid term che, oltre ad aver in pugno la Camera dei rappresentanti, si stanno apprestando a controllare – da gennaio - anche il Senato, sono riusciti, in un colpo solo, ad affossare il Freedom Act, un complesso di misure che avrebbe dovuto limitare l’onnipotenza delle Agenzie di intelligence che hanno, di fatto, spogliato i cittadini americani – e non solo – della propria privacy.

Il popolo americano aveva appreso – grazie alle rivelazioni di Edward Snowden – da circa un anno e mezzo di essere completamente in balia della NSA, che intercetta e conserva ogni tipo di comunicazione elettronica – telefonia, internet, email etc – dell’intera popolazione.

Il Freedom Act - se fosse passato - avrebbe sancito la fine della raccolta massiva dei tabulati telefonici nazionali ad opera del governo, costringendo i funzionari a effettuare richieste specifiche alle società di telefonia. Avrebbe anche potuto far cessare il monopolio delle forze dell'ordine sulle contese dinanzi alla corte di sorveglianza segreta con la creazione di un ruolo per un avvocato speciale. E ciò avrebbe fatto sì che le valutazioni più importanti della corte sarebbero state rese pubbliche.

Ieri, per far passare il Freedom Act, bastavano 60 voti ma ne sono mancati due all’appello e per due soli voti l’unica diga – anche se piena di buchi – che avrebbe potuto difendere la gente dai ficcanaso di Washington è crollata.

 

Eppure non era difficile capire che le cose sarebbero andate a finire esattamente così.

Dopo lo sconcerto e l’indignazione di una buona parte della popolazione per le rivelazioni sulla più massiccia e globale azione di controllo della storia dell'umanità, chi voleva mantenere – se non incrementare – il controllo a tappeto di ogni pensiero e parola del popolo americano non ha fatto altro che spingere sull’acceleratore della paura, agitando lo spauracchio del terrorismo islamico, di quell’Isis o Isil, che si appresterebbe a minacciare con le sue scenografiche decapitazioni addirittura il territorio americano.

Nelle parole di ieri del senatore della Georgia Saxby Chambliss: “ci sono dei membri dello Stato islamico che si aggirano per le strade di New York per ammazzare la gente”.

E non c’è davvero nulla di meglio – per evitare ciò – che lasciare mano libera alla NSA di continuare imperterrita a raccogliere e conservare i metadata di tutti i cittadini americani.

Ma nella sceneggiata di ieri Chambliss è stato ampiamente surclassato dal senatore repubblicano della Florida, Marco Rubio, il quale ha superato per fantasia qualsiasi autore di science fiction hollywoodiano affermando: “Dio non voglia che domattina ci svegliamo con la notizia che un membro della Isil è negli Stati Uniti e gli agenti federali hanno bisogno di stabilire con chi sia collegata questa persona per mettere in atto un attacco contro il Paese" e ancora: "Vi giuro che - voglia Iddio evitarlo -  se accadesse un evento orribile come quello, la prima domanda sarebbe ‘perché non ne abbiamo saputo nulla?’"

Nonostante sia stato apertamente ammesso, anche recentemente, dal vicepresidente Biden che l’Isis non costituisce minaccia alcuna per gli Stati Uniti[3], chi dirige il gioco delle parti a Washington sa bene che effetto possa avere sulla gente una ben studiata decapitazione di un bel giovane americano.

E allora, dopo aver creato l’Isis, averlo finanziato, aver addestrato i suoi membri e aver anche fatto pubblico sfoggio di amicizia – ricordate le foto-ricordo del senatore McCain con i sanguinari decapitatori? – ecco che una nuova decapitazione arriva proprio a fagiolo per spingere l’opinione pubblica a ‘digerire’ la prosecuzione del controllo globale del Big Brother.

Il solito meccanismo di Problema – Reazione – Soluzione, insomma.

 

Un gioco delle parti nel quale due politici liberali, tradizionalmente contrari allo strapotere delle Agenzie, come il democratico Bill Nelson, ma soprattutto Rand Paul, senatore del Kentucky – prossimo possibile candidato repubblicano alla presidenza – hanno votato per seppellire il Freedom Act. Naturalmente il nostro bravo senatore del Kentucky lo ha fatto – a suo dire – perché il Freedom Act non rappresentava una garanzia sufficiente contro i ficcanaso della NSA.

Mah, sarà, se lo dice lui...

Anche il buon Premio Nobel per la pace - il presidente Obama, che non ha fatto altro, nei suoi due mandati, che portare guerra in ogni parte del mondo - aveva giocato il ruolo di quello che - spinto dall'indignazione mondiale - voleva limitare le prerogative della NSA, tanto che La Repubblica oggi titola scandalosamente "Datagate, smacco a Obama, il Senato boccia la riforma NSA". Così ha fatto la sua bella figura, tanto sapeva bene come sarebbe andata a finire.

Personalmente questa scelta di far cadere – per due soli voti - una legge così importante mi fa tanto pensare alla tipica azione di “finte opposizioni” di cui noi in Italia siamo insuperabili maestri.

Prima declamare a gran voce la propria lealtà al popolo e alla libertà per poi – appena se ne manifesti l’opportunità – tirarsi indietro in modo che il potere si consolidi e divenga di fatto invincibile.

E, per di più, con il consenso popolare. Vi dice niente?

 

Piero Cammerinesi

 

  

 
Per un Impero multietnico PDF Stampa E-mail

21 Novembre 2014

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Ricordando i dolorosi giorni dell’inizio della Grande Guerra ad ormai un secolo di distanza, non si può non ricordare la figura di Carlo d’Asburgo, pronipote di Francesco Giuseppe che il 21 novembre 1916, a seguito della morte di quest’ultimo, prendeva le redini dell’Impero, in pieno conflitto, ad appena ventinove anni. Egli era un convinto sostenitore di una riforma federale e democratica della monarchia asburgica, oltre ad essere da subito desideroso di porre fine allo scontro fratricida che stava minando l’eurocentrismo. Sarà lui a concedere il Manifesto dei Popoli che aprirà chiaramente ad una riforma federale, su base ugualitaria per tutti i popoli facenti parti dei domini della duplice monarchia.

È fondamentale l’Austria- Ungheria per ogni europeista come esperimento di coesistenza tra Popoli dello stesso continente e per capire quale assetto dare ad una confederazione europea bisogna colmarne i limiti ed ampliarne i possibili gloriosi orizzonti. La politica dell’Impero si era consolidata sulla coabitazione di molti popoli, contro un nemico che sarebbe stato letale per un grande impero multietnico: il nazionalismo. Lo stesso Metternich  aveva compreso che le forze centrifughe dei movimenti nazionalisti avrebbero stritolato l’Europa, l’avrebbero fatta a pezzi, ed in particolare ci avrebbero rimesso i grandi imperi sovrannazionali: quindi anche i due imperi a cavallo fra l’Europa e l’Asia, cioè quello russo e quello turco, ma soprattutto quello austriaco. I nazionalismi non avrebbero solo ucciso gli imperi sovrannazionali, ma anche la possibilità per le nazioni di vivere insieme sotto la stessa autorità e alla lunga avrebbero ucciso anche la pace ( un profeta se si pensa all’odierna frastagliata Europa). L’Austria – Ungheria non poteva rivendicare per se stessa il ruolo di paese guida delle ambizioni di grandezza delle popolazioni tedesche del continente. Ormai tale posizione le era stata strappata dalla Germania del Kaiser.  Ma ciò comportava l’interessamento della monarchia Asburgica a lavorare alla realizzazione di un Impero di più popolazioni  in seno ad uno stato mitteleuropeo. Un esperimento davvero erede dell’esperienza del Sacro Romano Impero e dei grandi tentativi di unione continentale. Un sogno che pervade la nostre terre ed i nostri cuori da molti secoli. In ciò è lucidissima la riflessione dello stesso Cardini che invita  a valutare che oggi   i grandi vincitori delle scelte di Francesco Giuseppe, gli stati nazionali, sono a loro volta alle corde mentre si tende sempre più a mete sopra nazionali e metanazionali,  valutando che l’esperienza dell’Impero Asburgico era più lungimirante.

Complessa era l’architettura dell’Impero. L’Ungheria, a seguito dell'Ausgleich del 1867 veniva resa autonoma dall'Austria  ottenendo una propria costituzione, una milizia territoriale autonoma rispetto a quella Imperiale, un parlamento sovrano ed un’amministrazione propria, si dovevano mantenere i comandi delle Forze Armate ed i ministri degli Esteri, delle Finanze, della Guerra.  Questo compromesso rese giustizia alla “questione ungherese”, ma non altrettanto soddisfatte erano le altre etnie interne all’Impero che rivendicavano giustamente i medesimi diritti degli ungheresi. Ciò il nuovo sovrano lo aveva compreso.

Già il giorno successivo Carlo I emanò il suo primo proclama imperiale impegnandosi formalmente alla ricerca di una pace onorevole tesa a restituire ai popoli il bene supremo della armonia e della sicurezza, gravemente offeso dal conflitto.

Il 17 ottobre 1918, nella speranza di impedire con un estremo tentativo l’implosione della duplice monarchia, l’Imperatore Carlo decise  di mettere in pratica i suoi stessi progetti di riforma in senso federale dell’Impero e  promulgò motu proprio il Manifesto dei Popoli. Con esso si impegnava formalmente a venire incontro ai desideri delle popolazioni dell’Impero in base a criteri naturali. L’Austria sarebbe divenuta una federazione nella quale ognuno dei popoli avrebbe costituito una propria comunità statale non pregiudicando l’unione dei territori della Corona, creando comunque un’entità polacca indipendente  ed alla città di Trieste sarebbe stato attribuito uno statuto speciale. I popoli avrebbero eletto dei Consigli Nazionali, formati da parlamentari di ogni singola nazione riuniti in un parlamento per  garantire ad ogni Stato autonomia senza pregiudicare gli interessi comuni.

Era una pietra miliare sul cammino della creazione di una Europa dei Popoli, era la vera possibilità di coesistenza di coabitazione tra europei. Ma le potenze anglosassoni istigando la Francia per orgoglio nazionale non vollero accettare la sopravvivenza dell’Impero Austriaco, creando al suo posto una  moltitudine di piccoli stati, facilmente dipendenti dalla forte Inghilterra e nel complesso base di una debole Europa. Il  Vecchio Continente era per la prima volta dipendente dal ruolo degli americani che avevano determinato l’esito della guerra, iniziava a profilarsi uno scenario nel quale l’Europa non sarebbe più potuta essere l’artefice della politica mondiale, perdendo anche la capacità di disporre del proprio stesso destino..

 Il sogno di ogni anglosassone da oltre cinque secoli.

Alessandro Scipioni

 
Nella diagnosi Marx serve ancora PDF Stampa E-mail

19 Novembre 2014

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Il ruolo della finanziarizzazione dell’ economia nell’ attuale crisi è un dato di fatto indiscutibile.

I guasti causati da una moneta senza Stato è un altro dato di fatto.

L’ assenza di una moneta sovrana determina pesanti condizionamenti che sono stati ampiamente analizzati e discussi.

Tuttavia l’ impressione è che si insista fin troppo sugli aspetti finanziari e monetari per non ammettere che perlomeno nella diagnosi delle cause strutturali delle crisi, i fatti danno ragione a Marx.

L’ economista e filosofo tedesco individuava essenzialmente tre contraddizioni interne al sistema, che lo avrebbero fatto implodere.

La prima è quella fra il carattere sociale della produzione nelle grandi fabbriche e l’appropriazione privata da parte del capitale.

La seconda è la periodica sovrapproduzione di beni (merci) che il mercato non riesce ad assorbire data la limitata capacità di consumo di masse proletarie sottopagate.

La terza è la caduta tendenziale del Saggio del Profitto, apparentemente paradossale in un sistema tutto improntato al profitto: infatti la legge della concorrenza obbliga a introdurre macchinari che sostituiscano manodopera, nella logica dell’abbattimento dei costi e della costante ricerca di innovazioni, ma il profitto è garantito dallo sfruttamento del lavoro umano, non dall’automazione verso cui tende il sistema.

La prima contraddizione è trascurabile in quanto fondata su presupposti più sociologici e filosofici che economici. Le altre due trovano clamorosa conferma negli anni che stiamo vivendo.

Le crisi disastrose di sovrapproduzione furono evitate nel periodo glorioso del capitalismo, i trenta o quaranta anni di politiche economiche sostanzialmente keynesiane.

Quelle politiche furono garantite da condizioni oggi non riproducibili e furono anche decise per sconfiggere la sfida del collettivismo sovietico concedendo a salariati e stipendiati di livello medio-basso redditi e provvidenze assistenziali tali da consentire alti livelli di consumo. Era una forzatura della logica del capitale, determinata dalla minaccia del cosiddetto comunismo. Non a caso subito dopo il crollo dell’URSS è iniziato lo smantellamento sistematico dei livelli di reddito e delle protezioni sociali, anche tramite l’ingabbiamento dei sindacati e la massiccia immigrazione che hanno abbattuto le potenzialità contrattuali di salariati e stipendiati.

La tendenza alla caduta del Saggio del Profitto è forse la vera minaccia al sistema. La progressiva automazione del lavoro, non solo nelle fabbriche e nell’agricoltura ma anche nei servizi, è un fenomeno evidente e inarrestabile, ma il capitale ha bisogno di manodopera per riprodursi. Il massiccio afflusso di immigrati non sarà eterno e sarà contrastato dalle dinamiche demografiche, nonché dalle reazioni di rigetto delle popolazioni autoctone.

Qui stanno le cause immediate, più profonde di quelle finanziarie e monetarie, della crisi che si sta incartando su sé stessa. Negarle per non fare concessioni ai marxisti è operazione insensata.

 Il marxismo ha fallito nelle terapie, non nella diagnosi.

Ha fallito quando ha prospettato il collettivismo di uno Stato onnipotente, quando ha fantasticato su un’ umanità riscattata e rinnovata attraverso la semplice socializzazione dei mezzi di produzione, quando ha immaginato una classe operaia compatta e dotata di coscienza di classe pronta a prendere il potere, quando ha elaborato una filosofia della storia che sarebbe pervenuta  a una fase in cui gli operai avrebbero utilizzato il formidabile apparato produttivo creato dalla borghesia capitalista per garantire abbondanza di beni a tutti, superando la divisione del lavoro e fondando l’utopia riassumibile nella formula “da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”: la realtà che va chiarendosi ai nostri occhi non è quella della creazione dei presupposti per “i domani che cantano”, ma quella di un continuo degrado ambientale, culturale, morale, una perdita di umanità che era stata profetizzata più dai critici della modernità dal versante antiprogressista che dalle scuole del marxismo. Se ci fosse una classe operaia come quella immaginata da Marx, erediterebbe le macerie di un mondo devastato, non la poderosa macchina produttiva che cambiando manovratore possa assicurare benessere ed elevazione culturale a tutti.

Occorre andare oltre il marxismo e vedere nelle origini lontane della modernità le cause di fondo del disastro economico, sociale, morale che ci affligge. Tuttavia chi voglia operare qui e ora, in una direzione politica e di proposta concreta, deve partire dalla riflessione sulle cause immediate della decadenza economica: la crisi di sovrapproduzione e soprattutto l’ombra incombente della caduta del Saggio del Profitto. Di euro, di signoraggio, di speculazione sui derivati, è bene parlare ma non per far perdere di vista ciò che è più essenziale.

 

Luciano Fuschini    

  

 
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