Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
Omaggio alla persona non all'istituzione PDF Stampa E-mail

17 Aprile 2021

 Quando verrà pubblicato questo articolo a Londra saranno in corso le esequie del principe Filippo di Mountbatten, duca di Edimburgo. Mi sono chiesto se fosse lecito scrivere sul nostro blog questo "coccodrillo" a ricordo di un uomo pubblico che, di primo acchito, nulla pare abbia in comune con noi, col nostro essere radicali, oppositori, ribelli: un "coccodrillo" per omaggiare e ricordare chi era "dall'altra parte della barricata", quello dei palazzi del potere, può appunto sembrare un poco strano ma non è così.

Se essere Ribelli significa essere padroni di noi stessi senza "fantasmi" (M.Stirner) e poter rivendicare il fatto di essere anarchi -non anarchici- nel governo di noi stessi (E.Junger), allora a modo suo, per quanto la sua posizione delicata glielo consentisse, in un certo senso il duca di Edimburgo lo fu. Caustico, mordace, pungente, dissacrante soprattutto verso i suoi simili altolocati ai quali non risparmiò i suoi atteggiamenti graffianti, seppe per quasi un secolo stare, all' occasione, al centro della scena senza prendersi troppo sul serio ma contemporaneamente rispettando con precisione maniacale il suo ruolo. Altre persone probabilmente sarebbero rimaste schiacciate dall' ambiente ipocrita di sepolcri imbiancati, di esclusività e aristocrazia del sangue -tanto meno nobile e giustificabile rispetto alla vera aristocrazia, che è quella del pensiero elevato e delle capacità personali e morali ("il pensiero sta sempre più in alto", disse Seneca) assumendo atteggiamenti di protervia e di superbia, che sfociano fatalmente in un conformismo crasso e ottuso. Non così fu per Filippo che seppe unire, in modo direi piuttosto raro, ad una profondità del senso del dovere e della recitazione d' un ruolo nella vita -e scusate se è poco, assumersi un ruolo e recitarlo coerentemente e seriamente sino in fondo è senso dell' onore, alla base della Vita -anche quella leggerezza, quella ironia, quel dissacrare che ha l'effetto, specialmente quando viene dal centro del potere, di rendere anche chi appare altolocato e irraggiungibile quello che in realtà è: un uomo, una donna, come tutti quanti noi, coi suoi difetti, limiti, insicurezze.

Le sue gaffes, molteplici e graffianti, caustiche e irriverenti, che spesse volte colpivano al cuore il "politicamente corretto" del quale ormai siamo tanto ammorbati dal suo puzzo, non possono, non potevano passare inosservate. Erano l'espressione libera di chi non voleva conformarsi alla ottusità e rivendicava il diritto di dire le cose come stavano, senza indossare maschere o cavalcare spettri, anche se il rischio era quello di offendere. MA così facendo interpretava il sentimento di tutti i comuni mortali.

Poi vi fu il Filippo "ufficiale", diciamo così. Impeccabile, mai sopra le righe, d'una dedizione e serietà impressionanti che lo portarono a presenziare ad eventi, spesso lunghi e faticosi, sino alla non più verde di 96 anni e tutto senza un lamento, un benché minimo gesto di insofferenza. Furono ben trentaquattro mila gli eventi in cui fece il suo dovere, assistendovi. Era consapevole che il suo ruolo di principe consorte portava dei limiti, il primo dei quali era il restare sempre un passo indietro: lo accettò, lo capì e mai ebbe smanie di protagonismo insensato che lo portassero a passi falsi o polemiche.

Se ebbe mende domestiche, che dire? La perfezione non è del genere umano e ci possono stare. Non possiamo pretendere la santità dagli uomini. Mi piace infine ricordare che Filippo trattò molto bonariamente, sempre senza prendersi troppo sul serio, alcuni capivillaggio delle isole Vanuatu, in Oceania, che lo veneravano come un dio, influenzati forse dai "culti del cargo": non disdegnò di incontrarli sia in Patria che a Londra, trattandoli molto affabilmente e non urtando le loro convinzioni ma non permettendo neppure eccessi. Non è retorica dire che è morto il penultimo dei grandi (l'ultima sarà la sua consorte, anche essa unica e inimitabile, detto con ammirazione da chi monarchico non lo è per nulla) e che il duca di Edimburgo, vissuto quasi un secolo, ebbe una vita degna di essere vissuta al di là delle fortune di nascite e di casato. Non importa da chi nasci, importa come vivi ed egli visse bene.

In una frase riassuntiva: ha speso bene la sua giornata.

Per tutte queste ragioni un "coccodrillo" ci sta benissimo, specialmente oggi che il duca affronta l'ultimo dei riti di passaggio, il rito funebre, e si trova alle soglie del "Grande Mistero" oltre il quale non giungono gli echi e le confusioni di questo mondo. Saluto quindi Filippo, duca di Edimburgo, cui ho sempre guardato con simpatia e ammirazione, pur vivendo egli in un ambiente agli antipodi dal mio.

E gli auguro solamente "buon viaggio!".

Simone Torresani

 
Il tiranno ama le maschere PDF Stampa E-mail

16 Aprile 2021

Image

 Da Rassegna di Arianna del 6-4-2021 (N.d.d.)

Un luogo comune del giornalismo sostiene che la notizia è quando un uomo morde un cane. Più o meno ci è capitato davvero. Non abbiamo riconosciuto una persona che conosciamo da qualche mese, con cui scambiamo qualche commento all’edicola dei giornali. Lo abbiamo sempre visto con la mascherina tirata sopra il naso, ma stavolta non la portava e ha salutato con un sorriso. L’inversione è compiuta: la maschera è diventata volto e la prima riflessione, dopo le debite scuse, è stata paradossale: c’è stato un periodo della nostra vita in cui vivevamo a faccia scoperta, ci stringevamo la mano e non rispettavamo il sacro “distanziamento sociale”? L’essere umano è plastico, flessibile, adattivo; arriva a credere che quella che vive è la normalità. Qualunque sia il nostro pensiero sul virus, è evidente che il potere è riuscito a distruggere le relazioni sociali, la prossimità, la convivialità – diventata reato da denunciare - a plasmare individui solitari. Siamo perfettamente manipolabili e “loro” lo sanno. Hanno imposto per legge, o decreto presidenziale - fa lo stesso, anche i cardini e le gerarchie del diritto sono saltate – un interminabile Ausnahmezustand, lo stato d’eccezione teorizzato da Carl Schmitt. Ora sappiamo chi comanda davvero: coloro che hanno imposto di celare il volto con una maschera. La domanda è raggelante: come si può avere una relazione con l’Altro senza vederlo in faccia? Da sempre, il rapporto con il volto umano è carico di significati e di simboli. Scriveva l’antropologa Ida Magli che mostrare i denti nel sorriso è da sempre il gesto che dimostra non belligeranza, desiderio di instaurare con il prossimo un rapporto amichevole, basato non sulla violenza, ma sulla parola, il Logos. Allo stesso modo, stringersi la mano significa riconoscere l’esistenza di una relazione, la volontà di stabilire un contatto che parte dal corpo fisico. Ci hanno espropriato brutalmente di questi gesti umanissimi e quotidiani, che tendevano ad avvicinare, azzerare le distanze, creare, anche solo per un attimo, una corrente di empatia basata sulla vicinanza. Vietato: volti coperti, cautelosa misura della distanza fisica (che chiamano “sociale” non per caso) un brevissimo, impercettibile contatto tra i gomiti come massimo di prossimità, calore e persino coraggio. L’altro sarà contagiato, è forse un untore? È comunque un pericolo da evitare.  Come è possibile una relazione “umana” senza il mutuo riconoscimento del volto, senza l’atto di avvicinarsi, toccarsi, stringersi la mano, sorridere o, al contrario, esprimere fastidio, ostilità, ma sempre attraverso il linguaggio del corpo e innanzitutto del viso? La maschera è fissa, cela e impedisce di scrutare l’anima oltre il volto. Non sappiamo se attraverso la maschera ci difendiamo dal contagio, ma intanto siamo indifesi dinanzi all’Altro e a nostra volta sconosciuti, imperscrutabili.

Un giorno ci autorizzeranno a togliere la mascherina, ma il danno sarà stato fatto, irreversibilmente: quella maschera ci ha fatto diventare non-persone e ci ha cambiato in profondità. Abbiamo scoperto con raccapriccio –la minoranza che riflette e ancora conosce il “Sé” - che il volto scoperto è un segno di libertà e la maschera lo è di soggezione, oltreché di paura reciproca. Nell’antica Grecia lo schiavo veniva definito l’essere senza volto, “apròsopos”, quindi senza dignità, privo di libertà, mero oggetto a disposizione del padrone. Dunque, chi sfrutta il maledetto virus ci ha reificato, ridotti a cose. Al tempo in cui era diffusa la lebbra, chi ne era affetto doveva andare a volto coperto.

La nostra società ha da tempo dimenticato, o rimosso, il valore dei simboli. Giriamo a vuoto attorno a noi stessi, sempre meno interessati a interagire con l’Altro. Troppi non riescono più a cogliere l’enorme valenza simbolica della maschera, vista come un semplice DPI (dispositivo di protezione individuale); anche la parola dispositivo ha a sua volta un potente valore simbolico. Il potere, diventato biopotere, signoria estesa al corpo fisico, è a sua volta un “dispositivo”, cioè un meccanismo impersonale che ordina, organizza, impone.  L’essere umano, tuttavia, cerca un volto, una rassicurazione, un contatto, sin dalla nascita: il viso della madre è il primo elemento della relazione che il neonato intratterrà con il mondo. La ricerca della relazione e della comunicazione durerà tutta la vita. Qualcuno ha scritto una grande quanto elementare verità: scopriamo di essere uomini quando riusciamo a fissare un volto e dire “tu”.  […]

I rapporti interpersonali sono caratterizzati sempre più dalla riduzione dell’altro a oggetto di possesso e di uso. Dietro la maschera, è più semplice. Per questo il gesto capitale del potere è stato imporci una maschera: più facile distruggere le relazioni sociali, creare individui soli, isolati, singoli e single, senza radici, senza identità, fragili, indifesi ed impauriti, soggetti/oggetti perfettamente manipolabili.  Il volto differenzia l’uomo dall’animale. Lo sapeva Cicerone, per il quale “quello che si chiama volto, che non può esistere in nessun essere vivente se non nell’uomo, indica il carattere di una persona”.  […]

Viviamo in un mondo di rappresentazioni nel quale interpretiamo più parti. La modernità ha introdotto nuove maschere: stili di vita e di comportamento che si esprimono in abiti, automobili, viaggi e mode. Da un anno si è formata persino una moda delle mascherine; il cerchio si chiude, l’uomo “liquido” della postmodernità, raggiunto dalla nuova paura assoluta, sceglie maschere per ogni occasione e ora del giorno: proteggono dal virus- forse – ma soprattutto dall’Altro e permettono di non fare i conti con Sé. C’è chi ne possiede di diversi tipi e fogge, con disegni, colori e forme diverse, come per esprimere al massimo grado la natura cangiante, mutevole, liquida del tempo e dell’umore personale. Sono, in un certo modo, antidoti alla paura, feticci a cui aggrapparsi nella condizione precaria in cui l’uomo sperimenta con raccapriccio che “si sta come in autunno sugli alberi le foglie. Ciascuno diventa “apròsopon”, senza volto: la verità è la maschera, un’altra delle sconcertanti inversioni dell’epoca postmoderna. Chissà che non ci impongano la foto “mascherata” per i documenti d’identità. La realtà, come per Nietzsche, si trasforma in un gioco di forme illusorie dove non è possibile conoscere la verità, ridotta a rappresentazione. Per Gustav Jung, la maschera è un simbolo della dualità ombra/persona. L'Ombra di Jung è l’aspetto oscuro della personalità che l'ego cosciente non identifica, di cui la Persona non è pienamente cosciente. L’uso della maschera finisce per alimentare l’Ombra e destituire la Persona, disconnettendola dall’incontro con l’Altro. È questo un aspetto assai preoccupante del nascondimento, della distanza determinata dalla maschera: la chiusura in sé destituisce la condizione dell’uomo come essere sociale. Su questo ha lungamente riflettuto Emmanuel Lévinas, il filosofo franco lituano che ha studiato la relazione con l’Altro e la sua rivelazione attraverso il volto.  L’Altro uomo, dice Lévinas, non mi è indifferente, mi concerne, mi riguarda nei due sensi della parola riguardare. In francese si dice che “mi riguarda” qualcosa di cui mi occupo, ma “regarder” significa anche “guardare in faccia” qualcosa per prenderla in considerazione.” L’uomo è protagonista di una relazione con gli altri uomini, etica prima che sociale o politica. Per Lévinas, ciò che caratterizza l’uomo è la sua “inevitabile possibilità” di rapportarsi all’Altro. […] Con la maschera, finisce la relazione, la richiesta di aiuto si rovescia in minaccia che diventa timore e genera ostilità, distanza, richiesta imperativa che l’Altro esca dalla nostra vita, ridotta a spazio vitale di sopravvivenza, grottesco lebensraum anti contagio.

La relazione con l’Altro, relazione etica, è dunque parte dell’essenza dell’Io, apertura, accoglienza del volto. Ciò che caratterizza l’uomo in quanto tale è la dimensione morale, la capacità di infrangere l’egoismo e rispondere alla domanda dell’Altro, ovvero di esserne “responsabile”. L’irruzione del volto ci rivela la presenza dell’altro: la maschera lo nega. Il termine deriva dal tardo-latino masca (strega), passato ad indicare i travestimenti carnevaleschi e teatrali. […] Nel volto si gioca anche il rapporto col Potere. Giorgio Agamben dice che “il volto è anche il luogo della politica”. Ecco perché averlo celato, averne ordinato il nascondimento è un atto di potere, anzi di biopotere, senza eguali. […]

Giorgio Agamben avverte: uno Stato che decide di rinunciare al proprio volto, di coprire con maschere in ogni luogo i volti dei propri cittadini ha cancellato ogni dimensione politica. Nello spazio rimasto vuoto, privo di facce riconoscibili, sottoposto a un controllo senza limiti, si muovono individui isolati a cui è sottratto il fondamento immediato e sensibile della loro comunità, che possono solo scambiarsi messaggi diretti a un nome senza più volto. Il volto è davvero il luogo della politica, della sfida a viso aperto e scoperto alla tirannia che ci ha derubati anche della nostra faccia e ci pretende individui senza volto, dignità, identità, libertà. Il tempo apolitico non vuole vedere in giro persone: le distanzia, le maschera, le copre, sostituite da statistiche e cifre. La maschera, come il tiranno, fa paura proprio perché si presenta senza volto, tanto nega quanto apparentemente afferma. Non è fatta solo di quanto dice, ma anche di ciò che esclude. Per questo il tiranno ama le maschere, a differenza del bambino e dell’uomo semplice che ne ha paura. Scrive la poetessa russa Anna Achmatova: “Fin da piccola temevo le maschere/perché sempre mi era parso / che un’ombra di più/ fra di loro, senza faccia né nome/ s’intrufolasse. “

Roberto Pecchioli

 
Il potere dell'informazione PDF Stampa E-mail

15 Aprile 2021

Image

 Da Comedonchisciotte del 13-4-2021 (N.d.d.)

Il nucleo autentico del processo politico e sociale che stiamo vivendo è l’informazione. Essa si mostra non soltanto come un vero e proprio potere, ma come il potere più forte, di gran lunga superiore a quello politico, le cui dimensioni e il cui raggio d’azione sono da tempo globalizzate. Infatti, chi detiene in ultima analisi questo potere è un gruppo ristretto di aziende che prosperano grazie al monopolio del settore dell’informatica, e i cui affari non conoscono confini. Si tratta di un settore dell’economia che da circa vent’anni ha raggiunto il primato su tutti gli altri. Un settore che ha incarnato la nuova forma di capitalismo definita da Shoshana Zuboff capitalismo della sorveglianza, il quale prospera grazie all’enorme massa di dati fornita quotidianamente da noi utenti connessi alla rete. L’informazione è un tutt’uno con questo settore dell’economia, ne incarna la necessità di controllo e condizionamento. Ha finito per avere a disposizione strumenti talmente pervasivi e capillari da trasformarsi in strumento di orientamento dell’opinione pubblica, di vero e proprio modellamento dei comportamenti, con una efficacia mai avuta prima d’ora. Chi detiene il potere dell’informazione innanzitutto è in grado di orientarne l’intero apparato: dalle televisioni, alla carta stampata, a internet, imponendogli un’unica direzione, un unico scopo. Manipolare e dirigere l’opinione pubblica è l’essenza di tale potere, mostrando e amplificando i fatti, oppure sminuendoli e oscurandoli. Anche nel fornire interpretazioni dei fatti, esso presenta all’attenzione della gente una molteplicità di opinioni spesso contrastanti e senza alcun vaglio critico: si mescolano pareri di esperti autentici con opinioni di ciarlatani. In tal modo, il potere dell’informazione riesce ad abolire ogni differenza tra verità e falsità: così si diffonde la convinzione che non si possa mai riuscire a distinguerle. Piuttosto che pensare che questa sia una condizione creata ad arte dall’informazione, il pubblico è portato a credere che sia uno stato naturale delle cose. La confusione non è il solo effetto: da essa nasce la convinzione che sia impossibile esercitare alcuna critica da parte del pubblico. L’informazione ha rinunciato a qualunque tipo di vaglio, in nome di una assoluta libertà, di una assoluta uguaglianza, che non distingue più tra opinioni infondate e idee autentiche. Il pubblico, in balia di questa assoluta libertà dell’informazione, si convince che non abbia senso esercitare alcuna riflessione critica. È facile comprendere che un simile concetto di libertà, nel quale è assente anche il più elementare principio correttivo, si muta immediatamente in tirannia. L’informazione finisce per diventare un mero stimolo emotivo, fomentatrice di reazioni irrazionali, in cui non contano più i fatti o l’autorevolezza delle opinioni, ma l’efficacia simbolica delle parole, degli slogan, delle immagini. A ciò si aggiunge la frammentarietà nella presentazione delle notizie: i fatti sono sempre irrelati, legati all’immediatezza, e solo con fatica si riesce a ricostruire una connessione tra di loro. Il quadro d’insieme resta per lo più oscuro. Ma il mettere assieme, lo stabilire connessioni è la caratteristica più propria della riflessione critica. Ecco quindi che, a livello sociale, piuttosto che un dibattito costruttivo, un confronto razionale tra idee, nascono fazioni, schieramenti: ogni questione diviene divisiva, crea gruppi opposti il cui unico scopo è quello di odiarsi a vicenda. Attualmente i due schieramenti sono quello di chi inizia vagamente a sospettare qualcosa, ma senza avere ancora ben chiaro il quadro complessivo di quello che sta succedendo, guidato unicamente da una istintiva difesa della propria libertà personale; e quello di chi crede in modo timoroso e passivo, avendo per stanchezza e disperazione capitolato di fronte alla negazione sistematica di ogni certezza, all’impossibilità di esercitare qualunque facoltà di critica.

Questo potere, privo com’è di ogni limitazione, di qualunque messa in discussione sul piano del diritto e della politica, ha attualmente eroso ogni altro diritto. Le libertà personali, come il diritto alla libertà di movimento, o alla scelta della cura sanitaria; i diritti sociali, come il diritto al benessere economico, all’istruzione, o alla salute; le stesse garanzie costituzionali, dal momento che i poteri dei singoli amministratori locali eccedono sistematicamente la sfera delle loro competenze, generando un’abitudine all’abuso alla quale ormai ci siamo assuefatti. Sul piano del diritto, ovvero della difesa di quei diritti secolari messi in crisi dal potere dell’informazione, le sentenze dei giudici e le pronunce dei tribunali possono ben poco: come si vede sempre più spesso, vengono semplicemente ignorate nelle disposizioni emanate dall’apparato politico. Il quale si trova ridotto a una mera burocrazia: un apparato che vive grazie al sostegno che il potere dell’informazione gli conferisce e che mette al suo servizio la propria organizzazione. Tale apparato utilizza oramai il linguaggio fortemente emotivo e simbolico dell’informazione, avendo rinunciato a qualunque riflessione autenticamente politica.

Ma su cosa si fonda il potere dell’informazione? E soprattutto a quale tipo di violenza ricorre per imporsi, dal momento che ogni potere ha bisogno di un sistema di coercizione? Il suo potere si fonda unicamente sul numero delle persone che riesce a orientare, di cui riesce a plagiare le opinioni. Tale potere non può esercitare direttamente la violenza: ha necessità di non scoprire i propri scopi, il proprio gioco, pena la crisi di qualsiasi efficacia. La violenza viene così demandata allo scontro sociale: il controllo reciproco, la delazione, al limite, la violenza aperta sono atteggiamenti messi in atto tra i gruppi sociali, fomentati all’interno della società stessa. Basti pensare a come vengano dipinti dall’informazione ufficiale coloro che non si assuefanno alle limitazioni e alle imposizioni: sono apertamente definiti causa del contagio, ovvero “untori”. E storicamente la sorte degli untori è stata terribile: alla condanna e all’annullamento fisico sono sempre seguiti la diffamazione e l’edificazione di “colonne infami”, che conservavano per i posteri la memoria del loro abominio. Colonne che solo molto tempo dopo, quando le società erano ormai ritornate alla consueta lucidità, venivano rimosse con vergogna, considerate esempio di oscurantismo del passato. Un passato che tuttavia ritorna troppo spesso!

Ormai, anche il semplice uscire fuori casa comporta una lotta con noi stessi, uno stato d’ansia, una vaga angoscia. È qualcosa di impercettibile ma costante. Le mascherine, tenacemente incollate sulle facce di chi ci circonda, ricordano a tutti che non siamo più padroni delle nostre scelte: uscire fuori casa e camminare per la strada non è più un atto libero, perché sentiamo che può essere revocato in ogni momento, con una discrezionalità superiore a qualsiasi legge; perché in ogni momento possiamo essere soggetti a un controllo, a una interrogazione. E in molti oramai quell’esame della propria coscienza se lo fanno da soli. Ogni nostro passo è sospetto innanzitutto a noi stessi. Viviamo insomma in un ambiente privo di norme certe e condivise, un ambiente in cui la discrezionalità e l’abuso generano tensione e angoscia illimitate. Ci sentiamo soggetti privi di ogni diritto, e per questo motivo tutti uguali e tutti ugualmente insignificanti. L’unica differenza che si può raggiungere all’interno di una tale massa deriva dall’obbedienza entusiastica agli obblighi che vengono imposti. È l’illusione di poter prendere parte a quel potere che ci opprime, diventarne i sostenitori e i controllori, in modo da salvarsi dall’annullamento dell’insignificanza. Non c’è un angolo del pianeta che sia rimasto immune da questo processo. Per questo la resistenza diventa una necessità, qualcosa a cui non si può sfuggire, pena la perdita della dignità umana. L’esigenza di resistere si fa ogni giorno più pressante, perché le imposizioni si fanno ogni giorno più lesive della libertà: arrivano a violare il nostro corpo, contraddicono il nostro istinto di conservazione. Ma quale tipo di resistenza, di opposizione può essere messa in atto a questo punto? Se il potere dell’informazione esercitasse direttamente la violenza, lo si potrebbe smascherare facilmente: le manifestazioni, la resistenza passiva, la disobbedienza civile potrebbero suscitarlo e così renderlo visibile, identificabile. Invece, ogni manifestazione, ogni opposizione e disobbedienza non fanno che rafforzare l’odio e le convinzioni del gruppo che al contrario sostiene e giustifica l’imposizione di tali obblighi e restrizioni. Probabilmente sono addirittura funzionali alla sua coesione, alla sua durata.

L’opposizione e la resistenza devono lavorare pazientemente sulle coscienze. Nello stesso ambito dell’informazione. Oggi il vero campo di battaglia è la coscienza, la consapevolezza individuale. L’opposizione e la resistenza devono far nascere in ogni cittadino la consapevolezza di un diritto importantissimo: quello ad una informazione onesta e corretta. Restando all’interno del sistema dell’informazione, rivelando le sue strategie, le sue falsità, distinguendo tra verità e menzogna. L’informazione non è un blocco monolitico, per fortuna, e offre la possibilità di creare uno spazio in cui progettare e garantire questo diritto, in cui portarlo all’attenzione di tutti. Resistere, dunque. Aspettando che un giorno la politica riesca a riconquistare la propria dignità, a elaborare i correttivi necessari per limitare e indirizzare un potere così distruttivo.

Stefano Vespo

 
La superstizione regna sovrana PDF Stampa E-mail

14 Aprile 202

Da Appelloalpopolo del 12-4-2021 (N.d.d.)

Questa è l’epoca in cui, mentre a parole si esalta la scienza, trionfano i pregiudizi. La paura blocca la capacità di ragionare, di analizzare la realtà sgombrando la mente da fuorvianti emozioni e credenze irrazionali.

Prendiamo come esempio la mascherina. Più volte ci sono state smentite scientifiche sulla sua efficacia e sulla sua utilità all’aperto. La legge stessa, all’aperto, la impone solo quando non si possano rispettare le distanze di sicurezza. Eppure il comportamento delle persone è in contraddizione con questi enunciati. Nel momento in cui hanno avuto paura, si erano sentiti dire che la mascherina li avrebbe protetti, ed è nato in loro un pregiudizio che li lega indissolubilmente ad essa. Non è vero ma ci credo: la superstizione regna sovrana in un’epoca di paura. La mascherina è diventata un simbolo di coesione come una bandiera o i colori della squadra di calcio: è il segno che contraddistingue chi è prudente ed altruista e sicuramente si precipiterà a vaccinarsi; che contraddistingue il bravo dal cattivo cittadino, il saggio dal folle, il seguace della scienza dal terrapiattista. Al di là di ogni enunciato scientifico e razionale, il valore simbolico permane saldamente. Cosicché il gesto di mettere la mascherina è stato ripetuto (un simbolo non va “usato” bensì ostentato) più volte durante la recente conferenza stampa da Draghi che la toglieva quando parlava e poi la rimetteva. Anche Locatelli che (ben distanziato) lo affiancava, ha seguito lo stesso rituale. La mascherina ha avuto così, non a caso, la visibilità di terza protagonista al tavolo della conferenza stampa.

Come spesso accade quando un pregiudizio si è radicato, neanche una smentita, anche se proviene da personaggi appartenenti al mondo scientifico o all’apparato istituzionale in cui si crede, è capace di riportare al raziocinio. Qualcosa di simile è successa con il vaccino. Le prime persone con cui mi sono confrontata sui vaccini contro il Covid dicevano che lo avrebbero fatto per poter tornare alla vita normale senza restrizioni anti pandemia e per un atto di altruismo che avrebbero impedito loro di contagiare gli altri. Oggi è stato detto chiaramente che chi si vaccina deve continuare ad usare mascherine e distanziamenti e può contagiare. Eppure, con analoghi meccanismi mentali che caratterizzano l’uso delle mascherine, le stesse persone sono rimaste entusiaste dei vaccini. Al loro cervello arriva solo ciò in cui VOGLIONO credere. Non è l’epoca del trionfo della scienza e della competenza dell’esperto e titolato: è l’epoca del trionfo del pregiudizio e dell’atteggiamento scaramantico.

Claudia Vergella

 
Prima del siero c'č il pensiero PDF Stampa E-mail

13 Aprile 2021

 Da Rassegna di Arianna dell’11-4-2021 (N.d.d.)

Nonostante l’avvento del colore da quasi mezzo secolo, la tv e i media dividono l’umanità in bianco e nero; il video come i social premia chi dice bianco o nero, senza sfumature. Infatti la rappresentazione dominante sul vaccino è perentoria: il vaccino è la salvezza per i saggi e la dannazione per gli stolti. Dio vax e No vax, e in mezzo il vuoto. E ambedue abusano della credulità popolare per spargere cieco ottimismo e ottuso allarmismo. Ma il mondo è più vario, non si ferma nemmeno al grigio, cioè a metà tra i due estremi; ma è colorato, a volte colorito. Basta sentire i discorsi veri della gente per accorgersi che sono pochi i credenti e i miscredenti radicali, nel mezzo i più sono esitanti, mutevoli, diffidenti, guardinghi, circostanziati o rassegnati. Lo scetticismo si è fatto ipotetico e selettivo: va bene ma non AstraZeneca. Oltre la fede dei dio vax e la sfiducia dei no vax, prevale lo spirito critico e vigile.

La disputa sul vaccino è un test filosofico di prima importanza per capire come affrontiamo e valutiamo la vita. Non si tratta solo di una scelta tra adoratori e nemici della scienza o di un referendum tra apocalittici e integrati, oggi in versione renitenti o vaccinati. Ma di un ricco campionario di risposte e stati d’animo alla chiamata del vaccino che mostra finalmente qualcosa del nostro modo di concepire la vita, il corpo, la salute; una variegata filosofia pop. Senza accorgercene, stiamo praticando scelte esistenziali che richiamano antiche correnti di pensiero: le nostre scelte e le opinioni annesse sono l’applicazione pratica di orientamenti classici come il razionalismo e il fatalismo, il casualismo, il probabilismo e il problematicismo, lo scetticismo e l’empirismo, fino agli estremi opposti del misticismo e del nichilismo. Brevi compendi di teoria e prassi filosofica rivivono nel dilemma sul flacone ed entrano inconsapevolmente nelle nostre vene e nelle nostre menti. E altre questioni di etica e filosofia morale si pongono nello stabilire se il vaccino sia più un diritto o sia più un dovere; se lo dobbiamo fare per ubbidire alla legge e ottemperare agli obblighi civici e sociosanitari o se possiamo essere obiettori di coscienza e chiamarci fuori. Altra questione di non poco conto è valutare i comportamenti: se salti la fila per vaccinarti sei un individualista liberale con intraprendenza privata nel nome del principio naturale di autoconservazione o sei un egoista amorale con un’indole furbetta e disonesta? A occhi profani stiamo solo discutendo di cose pratiche e sanitarie, in realtà sono in gioco valori, priorità, modi di concepire la vita. Chi per esempio è critico verso i vaccini perché non vuole alterare il suo organismo con fattori estranei si può considerare uno stoico che vive secondo natura o un conservatore e perfino un reazionario che preferisce attenersi al corso naturale degli eventi anziché alla possibilità di modificarlo. E chi viceversa mostra fiducia nel vaccino e nella parola dei virologi preferisce la seconda natura artificiale e confida nei progressi della scienza, accettando di buon grado di sentirsi cavia e prototipo dell’umanità futura. Sarebbe istruttivo confrontare le posizioni di ciascuno sul vaccino e la propria scelta politica o ideologica, misurando il grado di coerenza o incoerenza tra le due posizioni.

La doppia risposta inglese, sia quella iniziale che scommetteva sull’immunità di gregge sia quella successiva che ha puntato sulla vaccinazione rapida e massiccia, rispecchia il pragmatismo britannico; mentre le resistenze maggiori avvengono nei paesi continentali a più alta densità filosofica, di derivazione idealistica, esistenzialista e metafisica. Viceversa, la vaccinazione a tappeto è stata praticata in paesi dove è alta la militarizzazione come forma mentis; in Cina, in Corea o, per motivi diversi, in Israele. Il principio del vaccino rispecchia il noto detto l’uovo oggi e la gallina domani: procurati un piccolo danno e una piccola malattia oggi per non avere un grave danno e una seria malattia domani. È il significato stesso di farmaco, come ci insegnano medici e filosofi: vuol dire sia veleno che rimedio, cura. Il paradosso del vaccino è perseguire la guarigione pur non essendo malati, inoculandosi dosi nocive a fin di salute. Chi pensa che il rifiuto del vaccino sia una forma di oscurantismo deve onestamente riconoscere che anche la posizione opposta nutre nel suo seno una visione vagamente religiosa, minatoria o superstiziosa: se non credi nel vaccino, il covid ti punirà. Gli ottimisti (o incoscienti) replicano: ma se non mi ha colpito per più di un anno, e se ha colpito il 6-8 per cento della gente, non può essere che io come gran parte della popolazione ne sia naturalmente immune, dotato di buoni anticorpi? Non sfidare gli dei, gli replica velatamente lo scientista. Chi rifiuta il vaccino si affida spesso al fatalismo; ma al fatalismo si affida anche chi si fa iniettare la dose e si abbandona più che alla scienza, alla statistica: chi crede ai grandi numeri dice che il rischio è minimo e l’immunità invece è massima. C’è chi oppone ai grandi numeri astratti l’evidenza dei casi personali, conosciuti o di cui ha sentito, che smentiscono le rosee previsioni numeriche. È la diaspora filosofica sul bugiardino. E tu che fai? Io non mi affretto a vaccinarmi né mi rifiuto; pratico l’amor fati con realismo e relativismo, sarò duttile, non ho certezze in merito. In ogni caso il vaccino richiede di assumere una posizione filosofica. Non sto dicendo di fare un simposio socratico per decidersi; dico che la decisione presa sarà l’adesione, anche inconsapevole, a una visione, a una filosofia di vita. Prima del siero c’è il pensiero.

Marcello Veneziani

 
Alto profilo incostituzionale PDF Stampa E-mail

12 Aprile 2021

Image

 Da Comedonchisciotte del 7-4-2021 (N.d.d.)

Il recente decreto legge del governo contiene:

“Art. 4 – Disposizioni urgenti in materia di prevenzione del contagio da SARS-CoV-2 mediante previsione di obblighi vaccinali per gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario. 1. In considerazione della situazione di emergenza epidemiologica da SARS-CoV-2, fino alla completa attuazione del piano di cui all’articolo 1, comma 457, della legge 30 dicembre 2020, n. 178, e comunque non oltre il 31 dicembre 2021, al fine di tutelare la salute pubblica e mantenere adeguate condizioni di sicurezza nell’erogazione delle prestazioni di cura e assistenza, gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario che svolgono la loro attività nelle strutture sanitarie, sociosanitarie e socio-assistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie, parafarmacie e negli studi professionali sono obbligati a sottoporsi a vaccinazione gratuita per la prevenzione dell’infezione da SARS-CoV-2. La vaccinazione costituisce requisito essenziale per l’esercizio della professione e per lo svolgimento delle prestazioni lavorative rese dai soggetti obbligati. La vaccinazione è somministrata nel rispetto delle indicazioni fornite dalle regioni, dalle province autonome e dalle altre autorità sanitarie competenti, in conformità alle previsioni contenute nel piano.”

Mentre Franco Bechis afferma sul quotidiano Il Tempo del 31 marzo 2021: “La raccomandazione campeggia sulla home page dell’Istituto superiore di Sanità guidato da Silvio Brusaferro nelle faq sul vaccino. E diventa un bel problema per Mario Draghi e il suo proposito di obbligare tutto il personale sanitario alla vaccinazione, con sanzioni severe. Perché alla domanda se dopo essere stato vaccinato anche con due dosi si può tornare in tutto o in parte a una vita normale, la risposta è categorica: “No”. Brusaferro spiega che “una persona vaccinata con una o due dosi deve continuare a osservare tutte le misure di prevenzione quali il distanziamento fisico, l’uso delle mascherine e l’igiene delle mani”. E va bene, nulla cambia. Perché? È la spiegazione dell’ISS a mettere nei guai Draghi: “Poiché non è ancora noto se la vaccinazione sia efficace anche nella prevenzione dell’acquisizione dell’infezione e/o della sua trasmissione ad altre persone.” È quindi evidente che la “prevenzione del contagio da SARS-CoV-2 mediante previsione di obblighi vaccinali” è un falso ideologico, come provato dallo stesso ISS, organo ufficiale delle Istituzioni pubbliche in materia di sanità. Non può il governo ignorare il fatto che i vaccinati possono contagiare anch’essi, e tantomeno lo può ignorare il presidente della Repubblica che firma questo DL gravissimo sotto il profilo di incostituzionalità, emanato comunque in “virtù” dell’urgenza e di una efficacia data per scontata, quando scontata non lo è affatto, anzi è scontata la sua manifesta e documentata falsità. Come se non bastasse alla gravità dell’abuso commesso dalle massime autorità dello Stato, vi è poi l’ulteriore fatto incontestabile che tali vaccini resi obbligatori, pena la sospensione dal lavoro e dallo stipendio, sono del tutto innovativi e sperimentali, con gravi effetti collaterali a breve già verificatisi ripetutamente, morte del vaccinato compresa, e possibili effetti collaterali ancor più gravi a medio e lungo termine, che potrebbero colpire in modo imprevedibilmente grave e anche irreversibile percentuali ben maggiori della popolazione dei vaccinati. Popolazione che gli stessi decisori politici auspicano ampliare in tempi brevi fino a coprire l’intera cittadinanza. Al momento si obbligano intere categorie professionali a giocare alla roulette russa del vaccino “genico”, violando il diritto fondamentale alla libera scelta terapeutica per tutelare la propria personale salute e l’inviolabilità del proprio stesso corpo. Non si può sbagliare nel configurare tale comportamento come crimine contro l’umanità, non giustificabile dalla presunzione d’ignoranza di quanto affermato dalla scienza medica, perfino nelle figure istituzionali ai massimi vertici. E non è un episodio isolato, è la ciliegina sulla torta della nostra politica estrema sia sotto il profilo sanitario che sociale ed economico. Non c’è che dire, un “alto profilo” sì, ma di matrice criminale, foriero di danni incommensurabili a tutto il Paese.

Sappiamo tutti degli innumerevoli e scandalosi errori commessi e talvolta reiterati in questo primo anno di “emergenza pandemica”, che errori non sarebbero più se dietro l’apparenza delle buone intenzioni si celasse il dolo di un disegno criminoso calato dall’alto, e fatto proprio dalla intera classe dirigente politica e sanitaria di questo corrotto Paese, con rare eccezioni, prontamente tacitate e represse. Ricordiamo a solo titolo esemplificativo delle più evidenti ipocrisie terapeutiche, il tardivo e controproducente protocollo di cura imposto ai medici di base, facilmente riassumibile in “Tachipirina e vigile attesa”, ovvero impedisci le cure più efficaci, semplici e tempestive nell’irripetibile e breve finestra temporale utile a risolvere facilmente la malattia, con in più un “rimedio” apparentemente innocuo, ma che invece aiuta il virus a infestare l’organismo deprimendo le difese immunitarie naturali, così da moltiplicare i casi gravi e intasare gli ospedali già depotenziati dai tagli lineari alla spesa pubblica considerata “improduttiva” dall’ideologia economica dominante. Il tutto a favore di una “soluzione vaccinale” imposta come T.I.N.A. (Margaret Thatcher: “Non c’è alternativa”). A questo ovviamente si affianca la delirante e martellante propaganda terroristica e disinformativa mediatica, che nega, ridicolizza, ostracizza tutte le esperienze cliniche di cura che non siano il vaccino, nonostante i clamorosi successi terapeutici dei pochi medici coscienziosi che curano a domicilio con farmaci classici, economici, efficaci e stracollaudati, a differenza dei vaccini “genici” di nuova generazione.

Quanto alle imposizioni restrittive: obbligo di lockdown, di mascherine, di coprifuoco, di didattica a distanza, di arresti domiciliari, si è ampiamente osservato che gli Stati più feroci e sadici nell’imporre tali misure preventive, ignorando al contempo semplici ed efficaci misure profilattiche atte a potenziare le naturali difese immunitarie, hanno ottenuto i risultati statisticamente peggiori nel contrastare il virus e le sue conseguenze più gravi, compresa la mortalità. Un virus che, per quanto anomalo, evolve come sempre in direzione di una tendenziale attenuazione verso lo stato finale endemico, a meno che non sia artificialmente stimolato ad una fuga immunitaria, tramite produzione di varianti più aggressive e contagiose, da campagne vaccinali di massa con farmaci inadeguati e somministrati nel momento sbagliato, quello della maggior diffusione del contagio (ondata epidemica).

Ultimo esempio da manuale del crimine, questa particolare e azzardata sperimentazione vaccinale anche su bambini sani, che non correrebbero nessun rischio in caso di contagio naturale, come ampiamente dimostrato da fatti. Il quadro reale è molto più complesso e articolato di quanto traspare dai pochissimi esempi citati, comprendendo tra l’altro il ruolo attivo dei media terroristici, dei tamponi abusati quali strumenti diagnostici, mentre tali non possono essere, dei dati statistici dolosamente manipolati in qualità e quantità per fini “politici” (se mai la criminalità fosse assimilabile alla politica), delle deviazioni criminali degli ordini professionali che radiano i liberi pensatori fedeli al giuramento di Ippocrate, delle massime istituzioni sanitarie nazionali e sovranazionali infiltrate dagli interessi privati di Bigpharma, e più in generale di tutte le strutture di potere che dovrebbero garantire la democrazia e la salute pubblica, non solo fisica. Siamo sì in un’emergenza epocale, una vera emergenza di giustizia e libertà, ovvero di civiltà democratica. E per non farci mancare niente assistiamo passivamente al rapido levarsi di venti di guerra che ci coinvolgeranno inesorabilmente, dopo che i clamorosi brogli elettorali americani hanno scoperchiato il vaso di Pandora degli irresponsabili guerrafondai dem. Anche perché i media non ce la raccontano giusta, o preferibilmente non ce la raccontano affatto.

Quando la casa sta per crollarci addosso è il momento di alzarsi, di svegliare i troppi dormienti, di scrollare i troppi terrorizzati, e di dire basta! Tutto questo non lo sopporto più!

Alberto Conti

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 1 - 16 di 2975