Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
Gender X PDF Stampa E-mail

21 Settembre 2018

Image

 

A New York i genitori potranno scrivere sul certificato di nascita dei propri figli "Gender X" senza ricorrere al parere di un medico. Una svolta "storica" applaudita come un faro del "progresso" e dei diritti. Qua si parla di NEONATI che si vorrebbe far crescere con un'identità liquida, non di diritti di adulti in grado di intendere e volere. Non dobbiamo meravigliarci se poi si arriva a "mode" come quelle di bloccare in via preventiva con somministrazione di ormoni lo sviluppo sessuali dei bambini finché non decideranno se essere maschi e femmine (il caso David Reimer non ha insegnato nulla?). Come scrivevamo Gianluca Marletta ed io in UNISEX (Arianna Editrice), questa è l'ennesima riprova che ci troviamo davanti una rivoluzione senza precedenti, che mira a colpire e a trasformare ciò che l’essere ha più di profondo e irrinunciabile: la propria natura. La propaganda gender (che fino a poco tempo fa si sosteneva essere una fake news e non esistere!) investe ormai ogni ambito della vita, dalla cultura ai media, dal mondo dello spettacolo alla scuola: campeggia sulle riviste, nelle serie tv e nei talk show, sulle passerelle di moda, in modo da abituare per gradi lo spettatore passivo (il cittadino) a questo cambio di paradigma. Un cambiamento che non è solo culturale ma antropologico.

 

Si sta rimodellando l'immagine stessa dell'uomo, saldandosi ad altre istanze estreme nel campo del post-umano che sembrano annunciare il prossimo avvento di un “uomo artificiale”, un uomo-OGM. Si sta creando un “uomo nuovo” totalmente manipolato e coerente con le prospettive egemoniche del mondialismo. Un uomo che si vuole senza identità, cultura, religione, famiglia; un uomo che si vuole “monade” solitaria, senza sicurezze, spiritualmente e socialmente “precario”, insicuro di fronte all’esistenza, privo della mediazione dei corpi sociali intermedi, e reso in tal modo servo di desideri, bisogni e idee indotte. Un individuo omologato e omologabile, spersonalizzato e liquido, amorfo (senza forma), facilmente controllabile fin nei suoi più profondi bisogni e desideri, totalmente allineato al pensiero unico dominante. Siamo davvero consapevoli dell'orizzonte distopico verso cui ci stiamo muovendo?

 

Enrica Perucchietti

 

 
Hikikomori PDF Stampa E-mail

20 Settembre 2018

Image

 

Da Rassegna di Arianna del 18-9-2018 (N.d.d.)

 

Molti esponenti della politica, dall'alto dei propri scranni dorati, li hanno etichettati come "bamboccioni", oppure "choosy", o più genericamente "neet", dando sfoggio di quell'insensibilità che appartiene a chiunque viva lontano dal Paese reale e guardi senza comprendere il mondo che lo circonda, sempre pronto ad esprimere giudizi lapidari su tutto ciò che non comprende. Ma al di là delle esternazioni di cattivo gusto di un Padoa Schioppa o di una Elsa Fornero, le giovani generazioni stanno vivendo senza dubbio un periodo di forti contraddizioni all'interno della società occidentale fondata sul mito della crescita e del progresso, ma ormai totalmente incapace tanto di crescere quanto di progredire...

 

In Giappone, dove il fenomeno esiste e progredisce fin dalla metà degli anni ‘80, oltre un milione di giovani fra i 14 ed i 25 anni, etichettati come hikikomori (coloro che stanno in disparte) vivono completamente avulsi da qualsiasi contesto sociale praticamente reclusi nelle proprie abitazioni. Non lavorano, non studiano, non praticano sport e passano le proprie giornate dormendo, giocando ai videogiochi o navigando su internet, a malapena consumano i propri pasti e spesso trascorrono anche la notte appiccicati ad una console o nei meandri di un social network. La questione ha assunto nel tempo connotati di una tale gravità da indurre perfino il governo ad interessarsene, studiandone a fondo le dinamiche ed allargando il censimento alle fasce di età superiori, dove il fenomeno ha dimostrato di esistere comunque, anche se con un'incidenza minore. In Italia gli hikikomori, secondo le ultime stime sono almeno 100mila ed il loro numero risulta in costante aumento, di pari passo con il livello di disgregazione di una società all'interno della quale il giovane finisce per ritrovarsi ad essere un corpo estraneo, deprivato della propria identità e del proprio diritto ad avere un futuro sulla falsariga di quello che hanno avuto le generazioni precedenti. Secondo un sondaggio portato a termine dall'Università Cattolica nel 2017, in Italia i giovani fra i 15 ed i 29 anni che risultano disoccupati, non studiano, non fanno corsi di aggiornamento ed hanno perfino smesso di cercare lavoro (etichettati con l'acronimo Neet) ammontano a 2,2 milioni, costituendo un dato fra i peggiori in Europa, dove comunque la situazione non è molto differente. Fortunatamente non tutti sono destinati a diventare hikikomori, ma senza dubbio si tratta dell'humus ideale perché la "patologia" abbia modo di proliferare in maniera preoccupante. Abbiamo parlato di patologia, perché molto spesso la condizione dell'hikikomori riveste un carattere di tale gravità da travalicare l'ambito dei disturbi comportamentali, per entrare in quello della malattia mentale vera e propria, pregiudicando seriamente la vita dei giovani e quella dei familiari costretti a farsene carico.

 

Ma perché mai un giovane nel fiore degli anni dovrebbe estraniarsi dalla società, per richiudersi in un bozzolo dove condurre una vita ascetica, in assenza di qualsiasi elemento mistico o contemplativo e con la sola compagnia del proprio disagio interiore? Naturalmente questa domanda non si presta ad una risposta univoca, dal momento che entrano in gioco molti fattori, ma senza dubbio le responsabilità preponderanti sono quelle di una società come quella occidentale, basata sulla competizione sfrenata, sul culto dell'immagine, sul mito del vincente, all'interno della quale troppo spesso il giovane finisce per rimanere schiacciato, fra un presente vissuto nella sensazione d'inadeguatezza ed un futuro fatto di speranze destinate a venire regolarmente disattese. L'hikikomori insomma decide di autoescludersi da un contesto sociale che non sente proprio e ritiene lo abbia già escluso da tempo, ritenendolo inadeguato a tenere il passo. Il suo per molti versi è un rifiuto verso un mondo che non capisce e che non lo capisce, attraverso il rifugio all'interno dell'unica realtà che sente propria e di cui comprende le dinamiche, cioè sé stesso. Per quanto possa sembrare banale, il fenomeno degli hikikomori dovrebbe rappresentare lo spunto per una riflessione, non soltanto nel merito della patologia che affligge troppi giovani, ma anche sulle dinamiche una società che ha nella competizione sfrenata, nell'ipercinetismo, nell'individualismo di massa le proprie caratteristiche salienti e rischia di perdere per strada i propri figli migliori, ai quali sta dimostrando ogni giorno di più di non essere in grado di garantire un futuro.

 

Marco Cedolin

 

 
Il bello della democrazia diretta PDF Stampa E-mail

!9 Settembre 2018

Image

 

Da Rassegna di Arianna del 17-9-2018 (N.d.d.)

 

Gli svizzeri il 23 settembre prossimo voteranno un referendum (costituzionale) di iniziativa popolare denominato “Per la sovranità alimentare”, per derrate alimentari sane, prodotte nel rispetto dell’ambiente e in modo equo, i più colti (ci sono anche in Svizzera) “Iniziativa Fair Food”. Cosa vogliono i promotori? Sostanzialmente che la Confederazione sia garante non solo della produzione indigena di alimenti ma anche, e qui sta l’innovazione, degli alimenti importati, con una garanzia statale che siano prodotti nei paesi di provenienza nel rispetto delle stesse condizioni prescritte in Svizzera. Come succede spesso, i due organi istituzionali supremi, il Consiglio Federale e il Parlamento, si sono dichiarati contrari a questo referendum popolare. Ecco i numeri: al Consiglio Nazionale 37 sì, 139 no, 17 astenuti. Al Consiglio di Stato 1 sì, 34 no, 7 astenuti. Ovviamente, tutto l’establishment e le élite del paese sono contrari, così i partiti che li rappresentano, non parliamo della stampa e delle tv. Immagino che costoro facciano come me. Per esempio, acquisto solo carne prodotta in Svizzera, la pago il 20% in più di quella importata (Usa, Argentina, Brasile) ma ho la certezza che i vitelli non sono stati dopati con oscene pozioni di antibiotici e di farmaci. Ciò che ho imparato da questi feroci dibattiti sui giornali e in tv, fra “sì” e “no” è che l’attività d’importazione, per esempio della carne, è molto lucrativa, per questo le lobby contrarie all’iniziativa sono molto aggressive. Gli importatori e i distributori non vogliono essere costretti a controllare la qualità e la sicurezza delle importazioni, a far applicare i principi per la protezione degli animali, etc. Mentre la carne svizzera ha costi di produzione tracciabili molto alti, stante i condizionamenti alle quali deve sottostare, quindi i prezzi per il consumatore sono molto alti, gli importatori lucrano ben più del normale visto che partono da prezzi di mercato internazionali coerenti con il livello qualitativo in essere.

 

Quindi anche gli svizzeri peccano. Non avevo alcun dubbio, il cancro del Ceo capitalism è arrivato anche qua. Ma l’aspetto che a me interessava di più è stata la scelta delle élite al governo (lo ricordo: liberal-radicali, socialisti, popolari, da sempre, al potere ma con progressiva riduzione delle loro percentuali, come succede in Europa) di come comunicare ai cittadini la loro scelta del “no”. Come si può essere nei fatti contro i controlli di qualità, contro l’importazione di alimenti da fabbriche estere di animali da carne dove lo sfruttamento è diciamo imbarazzante? Le élite svizzere sono state geniali. Essendo logicamente con le spalle al muro in termini di comunicazione hanno ribaltato l’approccio. Cari concittadini dovete votare “no”, dicono, perché applicando le norme dell’iniziativa popolare per alimenti equi, le classi meno abbienti non potrebbero permettersi questa tipologia di cibo sano ed equo. Incredibile, i benestanti invitano in pratica i poveracci a consumare cibi se non spazzatura, non a norma, privilegiando il prezzo alla qualità, forse alla salute a gioco lungo. Sono curioso di come reagiranno i cittadini, anche se, sulla carta, pare non esserci partita alcuna. In Occidente gran parte della comunicazione sugli alimenti è rigorosamente fake (i troll non sono russi ma quotati nelle Borse euro americane), in Svizzera, stante il referendum, hanno dovuto quantomeno uscire allo scoperto, ammettendo che i cibi di qualità certificata possono permetterseli solo i ceti abbienti (l’importante era saperlo). Questa è la vera democrazia diretta: referendum popolari q.b. (quanto basta). E ogni volta, comunque vadano i risultati, le oscenità politiche, in questo caso alimentari, quantomeno vengono a galla.

 

Riccardo Ruggeri

 

 
Non Ŕ pi¨ giornalismo PDF Stampa E-mail

18 Settembre 2018

 

Da Comedonchisciotte del 16-9-2018 (N.d.d.)

 

Non mi è più possibile essere giornalista, e di conseguenza voglio che tutti sappiate che io oggi non sto facendo giornalismo. Il mio lavoro è stato devastato dal “Facebook-journalism” e dal “Twitter-journalism”, due tumori del mestiere che ricadono sotto l’ombrello del “Google-journalism”. Oggi chiunque dal pc può infarcirsi di Google search, poi sparare ‘giornalismo’ nel web, Social o persino sui quotidiani online e reclamare competenza e celebrità. Il risultato è un’iperinflazione da Weimar di grotteschi personaggi, ragazzetti e ragazzine auto proclamatisi ‘esperti’ o commentatori, esaltati, semi-giornalisti con tanto di tessera, con al seguito decine di migliaia di ‘factoids’ all’ora, ovunque e 24/7, in un impazzimento fuori controllo, e, tragicamente, con masse enormi di pubblico stolto al seguito che proclama “ecco la verità!”, e parrocchie, e sette, e curve ultras, patetici monoteisti di verità inesistenti… un abominio. Io ero un giornalista, così non ci sto più, mi chiamo fuori. La news deve essere elaborata da due giornalisti: il cronista, che per definizione deve scrivere quasi all’istante i fatti che vede in apparenza accadere; e il reporter d’inchiesta, a cui spetta il compito di approfondire la news nei tempi mai brevi dell’indagine, e che al termine di essa, fatti riscontri su riscontri, controllate le fonti, si prende la responsabilità di denunciare ciò che, di nuovo, in apparenza ha scoperto. Due cose siano dogmatiche qui: A) i tempi, che nella cronaca asettica sono brevissimi ma nell’inchiesta NON POSSONO E NON DEVONO essere i tempi di Internet e dei Social, ma che, all’esatto contrario, più lunghi sono più v’è garanzia di serietà; B) il concetto di “in apparenza” che SEMPRE DEVE GUIDARE il giudizio di tutti, perché la verità assoluta negli umani eventi poi raccontati è inesistente. Vado nel concreto perché tutti capiate cos’è il giornalismo e, poi, il motivo per cui io, giornalista, non lo sono più da tempo.

 

Il 14 agosto crolla il ponte Morandi. Il 14 settembre Bloomberg pubblica i dati economici sull’Irlanda, eccoli: è l’economia UE che cresce meglio, al 9%; i consumi sono floridi a un più 4,4%; vola l’export con un più 11%. Due colossali quesiti si presentano al giornalista: cosa davvero è accaduto nella storia ingegneristica, amministrativa e politica di quel ponte? Com’è possibile che una delle nazioni più devastate dalle Austerità della Troika dell’euro, con crolli in povertà da Terzo Mondo nel periodo post crisi 2008, sia oggi un’oasi di crescita addirittura molto al di sopra della Germania o Stati Uniti? Morandi: il cronista riporta ciò che appare evidente, è crollato un ponte, morti, feriti, reazioni politiche e civili. Il reporter d’inchiesta inizia il suo lavoro con ricerca di documenti, di testimoni, di periti, possibilmente soffiate, quindi viaggia incessantemente, bivacca nelle strade del disastro, spia, attende, ripeto ATTENDE, perché nell’immediato è ovvio che nessuno si fa avanti con nozioni cruciali. Poi mette assieme i pezzi, ma deve verificare tutto, incrociare, discuterne con la redazione, e solo dopo tutto questo scrivere o montare il pezzo finale. Passano settimane come minimo, meglio mesi. Irlanda: il cronista riporta ciò che appare evidente, dati, reazioni politiche e civili. Il reporter d’inchiesta inizia il suo lavoro, si reca sul posto, verifica presso aziende, famiglie, sindacati, ONG, tocca i maggiori settori di produzione ed impiego fin nelle campagne o porti di mare, poi sente la politica, poi i tecnocrati di almeno due parti avverse. Questo significa stare in Irlanda settimane, hotel, voli, una redazione che facilità i contatti con gli accrediti, e molto altro. Poi mette assieme i pezzi, ma deve verificare tutto, incrociare, discuterne con la redazione, e scrivere o montare il pezzo finale. Passano settimane come minimo. Questo è il giornalismo, e per essere tale esso richiede i 3 postulati che seguono, fate assoluta attenzione: A) Coraggio, intelligenza e saper ATTENDERE prima di sparare. B) Una segreteria di redazione coi controcoglioni che sappia lavorare 24/7, nel contesto di una testata almeno minimamente libera di aggredire i Poteri. C) Mezzi economici a sostegno sia del reporter che dei costi di un’inchiesta, senza i quali mai e poi mai il lavoro avrà i minimi crismi di serietà.

 

Oggi nel marasma allucinato e demenziale del “Facebook-journalism”, “Twitter-journalism” in “Google-journalism”, passati 120 minuti dal crollo di mezzogiorno del Morandi una calca impazzita di grotteschi personaggi, ragazzetti e ragazzine auto proclamatisi ‘esperti’ o commentatori, esaltati, semi-giornalisti con tanto di tessera, infarciti di Google search e ‘factoids’ avevano già pubblicato sui media online e sui Social i fatti, le indagini, le denunce, i nomi, le responsabilità e le sentenze. Centoventi minuti dopo il crollo. Idem per l’Irlanda: ecco i perché, i per come, e chi dice il vero su Austerità ed euro. Al loro seguito masse imbecilli di pubblico stolto che proclama “ecco la verità!”, parrocchie, sette, curve ultras, patetici monoteisti di verità inesistenti… Questo fa schifo, pari-pari, non ci sono altri termini, e sta al giornalismo come la pozione del Circo Barnum sta alla neurochirurgia.

 

Io nacqui come giornalista e reporter negli anni’80, mi consolidai negli anni ’90 a Report, e nella mia vita ho messo assieme questo lavoro. Il pubblico mi ha giudicato in 30 anni. Fino al 2004 io beneficiai dei 3 postulati di cui sopra. Nel 2008 ripresi sui temi economici, con alle spalle almeno un team di esperti conclamati internazionali che validavano ciò che divulgavo. Dal 2016, per motivi che non sono qui pertinenti, ho perso anche quelli. In questi due anni sono stato ridotto anche io al “Google-journalism” da forze maggiori – nessuno mi pubblica o chiama più, né venivo pagato quando mi chiamavano, non ho reddito effettivo dal 2004, no redazione né rimborsi spese, zero. No, io così non ci sto più, io non nacqui “Google-Twitter-Social personaggino sbraitante”. Ero un giornalista. Ogni giorno mi sento morire davanti al pc, ma soprattutto ogni giorno sono perseguitato dall’idea che in questo miserabile modo anche io, Paolo Barnard con quel curriculum, finisco per ingannare chi mi legge e crede di star leggendo vero giornalismo. NON LO È. Ancora oggi vengo fermato in strada da fans che letteralmente mi osannano, per non parlare delle mail che ricevo da tutta Italia. Ogni singola volta mi sento sprofondare, vorrei gridargli che io non sono più, non posso più essere giornalista, basta attendervi ciò che non posso più darvi, MI VERGOGNO A PUBBLICARE in ‘ste miserabili condizioni. Soprattutto, io non ho lavorato trent’anni e rischiato sia la mia pelle che di essere rovinato assieme a tutta la mia famiglia per ritrovarmi abbinato a ‘sti pagliacci web oggi sgomitanti famosetti sbraitanti che si spacciano per giornalisti, che voi osannate e i cui nomi manco serve fare, visto che campeggiano 24/7 dappertutto. Basta. Io con molta lentezza continuerò a pubblicare IDEE, ma sia scolpito nella pietra che ciò che ogni tanto pubblicherò NON È giornalismo. Tenetevi la marmaglia del ‘giornalismo’ web o Tv che sia, e la vostra demente idea di cosa sia essere informati. Io mi chiamo fuori.

 

Paolo Barnard

 

 
Un mare di ipocrisia PDF Stampa E-mail

17 Settembre 2018

Image

 

Se si contestano gli "argomenti" (sic) di Rula Jebreal si è misogini, se si infligge una sanzione disciplinare a Serena Williams si è sessisti, se si criticano emerite pagliacciate come i gay pride si è omofobi, se si attacca la politica israeliana si è antisemiti, se si rivendica la sovranità nazionale si è fascisti e se si invoca il rispetto delle leggi in materia di immigrazione si è razzisti. In compenso, si è tenuti a violentare la lingua italiana per femminilizzare i sostantivi, definire i ciechi "non vedenti" e i disabili "diversamente abili", chiamare lo spazzino "operatore ecologico" e sostenere senza sosta quelle "buone intenzioni" di cui, come è noto, sono lastricate le vie dell'inferno. Contrariamente a quanto si ritiene comunemente, il politicamente corretto non attiene alla forma ma alla sostanza. Stiamo affogando in un merdoso mare di ipocrisia

 

Giacomo Gabellini

 

 
Attacchi al dollaro PDF Stampa E-mail

14 Settembre 2018

Image

 

Da Comedonchisciotte del 2-9-2018 (N.d.d.)

 

È in corso una guerra economica degli USA contro un decimo dei paesi del mondo, cioè contro una popolazione complessiva di quasi 2 miliardi di persone e contro un Prodotto Interno Lordo (PIL) che tutto insieme supera i 15 trilioni di dollari. Tra questi paesi ci sono Russia, Iran, Venezuela, Cuba, Sudan, Zimbabwe, Myanmar, Repubblica Democratica del Congo, Corea del Nord e altri paesi sui quali Washington ha imposto sanzioni nel corso degli anni, oltre ad altri paesi – come Cina, Pakistan e Turchia – a cui non sono state imposte sanzioni, ma che sono soggetti ad altre misure economiche punitive. Inoltre, migliaia di persone provenienti da decine di paesi, inclusi nell’elenco dei cittadini con speciale designazione del Dipartimento del Tesoro, vengono effettivamente bloccati dal sistema finanziario globale dominato dagli USA. Molti di questi cittadini designati fanno parte, o sono strettamente collegati alle leadership dei loro paesi.

 

Da una prospettiva USA, tutte queste entità economiche hanno motivi validi per essere nel loro elenco: violazioni dei diritti umani, terrorismo, reati, commercio nucleare, corruzione o, nel caso della Cina, pratiche commerciali sleali e furto di proprietà intellettuale. Ma negli ultimi mesi sembra che questo costante impegno dell’America a combattere tutti i flagelli del mondo abbia portato i governi avversati e i loro facoltosi sostenitori a creare una unica massa critica e ad unire le forze per creare un sistema finanziario parallelo che resterebbe fuori dalla portata della longa manu americana. Se dovessero riuscirci, la posizione dell’America nel mondo cambierebbe.

 

La supremazia globale americana è stata resa possibile non solo grazie alla potenza militare e al suo sistema di alleanze, ma anche grazie al controllo sull’impianto della finanza globale e in particolare sulla generale accettazione del dollaro come valuta di riserva mondiale. Lo stato di unicità della valuta U.S.A ha tenuto fermo il sistema finanziario globale al periodo post-seconda-guerra-mondiale. Qualsiasi transazione effettuata in dollari USA o che usa una banca degli Stati Uniti fa ricadere automaticamente le parti commerciali sotto la giurisdizione legale americana. Quando gli Stati Uniti decidono di imporre sanzioni unilaterali, come nel caso dell’Iran, in sostanza dicono ai governi, alle società e alla gente del mondo che devono scegliere se vogliono bloccare i loro affari con il paese sanzionato o se venire tagliati fuori dall’economia numero uno al mondo.  La scelta è dura. Non molte aziende o banche possono permettersi di rinunciare al mercato degli Stati Uniti o di vedersi negato l’accesso alle istituzioni finanziarie USA. I paesi revisionisti che desiderano sfidare questo sistema a guida USA vedono questo comportamento come un affronto alla loro sovranità economica. Ecco perché sia ​​Russia che Cina hanno sviluppato una versione propria dello SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), la rete globale che consente transazioni finanziarie transfrontaliere tra migliaia di banche. Questi due paesi stanno anche spingendo i loro partner commerciali a sbarazzarsi del dollaro per il commercio bilaterale e di scegliere le loro valute locali. Questo mese la Russia è stata pronta a reclutare la Turchia ed inserirla nel blocco anti-dollaro, annunciando che avrebbe anche sostenuto il commercio non-dollar, dopo che è scoppiata una faida finanziaria tra Ankara e Washington. La Cina, da parte sua, sta usando la sua trillion-dollar Belt e la sua Road Initiative come strumenti per costringere i paesi a negoziare in yuan, invece che in dollari. Il Pakistan, il primo beneficiario di quel denaro, e l’Iran, hanno già annunciato l’intenzione di aderire alla proposta. Il vertice BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) del mese scorso a Johannesburg è stato un appello contro l’egemonia del dollaro destinato a paesi come Turchia, Giamaica, Indonesia, Argentina ed Egitto, per unirsi al “BRICS-plus” con l’obiettivo di creare un’economia de-dollarizzata. Il fronte principale in cui verrà deciso il futuro del dollaro è il mercato globale delle materie prime, in particolare il mercato del petrolio che vale $ 1,7 miliardi. Sin dal 1973, quando il presidente Richard Nixon staccò unilateralmente il dollaro USA dal gold standard e convinse i sauditi e il resto dei paesi OPEC a vendere il loro petrolio solo in dollari, il commercio mondiale di petrolio si è legato alla valuta americana. Questo ha spianato la strada anche al resto delle materie prime che, anch’esse, hanno cominciato ad essere pagate in dollari. Un accordo che ha servito bene l’America, che ha creato una domanda di biglietti-verdi in continua crescita e che, a sua volta, ha permesso a tutti i successivi governi USA di gestire liberamente deficit sempre più alti. Però non sarà più così, dato che molti dei paesi dell’alleanza anti-dollaro sono esportatori di materie prime e ritengono che i loro prodotti non debbano essere prezzati da un benchmark denominato in dollari come il WTI e il Brent e che non serve scambiarli in una valuta che per loro non va più bene. Ad esempio, quando la Cina compra petrolio dall’Angola, gas dalla Russia, carbone dalla Mongolia o soia dal Brasile, preferisce farlo nella propria valuta, evitando così di pagare commissioni sui tassi di cambio che non servono a nessuna delle parti della transazione. Questo sta già cominciando ad avvenire. Russia e Cina hanno accettato di pagare parte della energia scambiata in yuans e la Cina sta spingendo i suoi maggiori fornitori di petrolio – Arabia Saudita, Angola e Iran -ad accettare yuan per il loro petrolio. E lo scorso anno la Cina ha introdotto in Asia – nello Shanghai International Energy Exchange – dei contratti futures garantiti in oro, chiamati “petro-yuan”, il primo benchmark del greggio non-in-dollari. Inoltre la graduale accettazione delle valute digitali, supportata dalla tecnologia blockchain, presenta altri modi per abbandonare il dollaro nel trading. La banca centrale russa ha dichiarato che sta prendendo in considerazione il lancio di una cripto-valuta nazionale chiamata “cripto-rublo” e intanto sta dando un supporto per il lancio di una propria cripto-valuta al Venezuela, il “petro”, sostenuto dalle immense riserve di petrolio del paese. Ora i membri di BRICS stanno discutendo di una cripto-valuta supportata dallo stesso BRICS. Tutte queste azioni ed altre ancora mostrano la strada: nei prossimi anni il dollaro dovrà affrontare una raffica di attacchi che avranno come obiettivo l’erosione della sua egemonia ed il mercato del trading energetico sarà uno dei principali campi di battaglia, in cui si deciderà il futuro del predominio economico americano. Qualsiasi tentativo di sfilare le materie prime dal mercato del dollaro avrà un impatto a cascata non solo sul sistema economico globale – come lo conosciamo oggi – ma anche sulla posizione dell’America verso il mondo. Considerando però la buona salute dell’economia americana in generale e la notevole forza del dollaro rispetto alle valute dei paesi-contestatori-del-dollaro, tra cui il rublo, lo yuan, la lira turca e il rial iraniano, potrebbe essere facile farsi prendere dall’autocompiacimento e considerare le azioni che stanno prendendo i revisionisti come delle semplici, piccole, scocciature. Ma ignorare questa coalizione anti-dollaro che si sta sviluppando sarebbe un danno per l’America. Ad un certo punto il mercato al rialzo potrebbe terminare e con un debito nazionale da 21 trilioni di dollari, che aumenta di un trilione di dollari ogni anno, il risveglio potrebbe essere più violento e molto prima di quanto possa prevedere la maggior parte degli economisti. Nel bel mezzo di questa bella euforia economica americana, vale la pena ricordare che una persona su quattro vive oggi in un paese il cui governo ha intenzione di mettere fine all’egemonia del dollaro e che contrastare i loro sforzi dovrebbe essere la priorità nazionale di Washington.

 

 Gal Luft (traduzione di Bosque Primario)

 

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 1 - 16 di 2205