Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
Il calcio nel mercato globale PDF Stampa E-mail

20 Luglio 2018

Image

 

Da Rassegna di Arianna del 18-7-2018 (N.d.d.)

 

Il settore economico di massa in cui più è evidente la pervasività del mercato e più avanzata la mondializzazione è forse lo sport professionistico. Non è azzardato affermare che è un’avanguardia della globalizzazione, un vero e proprio outlet grande quanto il mondo, nel quale l’aspetto meno rilevante è il risultato sportivo. Esso importa soltanto ai clienti finali, gli appassionati e i tifosi, il cui unico compito è aprire il portafogli per acquistare a carissimo prezzo il materiale d’affezione, sciarpe, magliette e simili, il diritto di assistere – prevalentemente attraverso la televisione – alle manifestazioni sportive e naturalmente ogni altra merce di consumo griffata con il marchio della squadra del cuore o del campione del momento. La trasformazione del calcio è la prova di quanto asserito, la cui evidenza si manifesta nelle competizioni internazionali e, in ambito italiano, con il trasferimento di Cristiano Ronaldo alla Juventus, che la stampa specializzata ha battezzato, con scarsa fantasia, il colpo del secolo. Chi scrive è un tifoso pentito, frequentatore dall’infanzia dello stadio genovese di Marassi, sponda Sampdoria. Confessiamo un colpevole disinteresse per i mondiali di Russia, dovuto in piccola misura all’assenza della nazionale italiana, ma in larga parte al fastidio invincibile per un sistema che ha reso lo sport un’industria tra le tante, sfruttando l’ingenuità degli appassionati. Le squadre professionistiche sono società per azioni, alcune sono quotate in Borsa, unica legge è il profitto. Anche in Italia, come è già capitato in Inghilterra e altrove, la titolarità dei club non solo non è nelle mani di azionisti connazionali, ma appartiene a fondi internazionali, entità finanziare, strane cordate di investitori dei cinque continenti. Gli stessi calciatori, a cui i tifosi si affezionavano fino a identificarli nella squadra (Rivera e il Milan, Totti e la Roma) sembrano attori di compagnie di giro. Oggi recitano a Buenos Aires, la settimana prossima, fuso orario permettendo, si esibiranno a Milano, poi a Tokyo o Shanghai. Sfidiamo i tifosi di una qualunque delle squadre di serie A, ma anche di B e persino C, a ricordare la formazione dell’anno precedente: il mercato è sempre aperto, calciatori di cento nazionalità si trasferiscono da un lato all’altro del mondo a velocità sorprendente. Ragazzini, specie africani, vengono imbarcati a frotte per essere inseriti nelle formazioni giovanili con il miraggio di una carriera da professionisti. Un esercito di procuratori sportivi, agenti, mediatori, faccendieri, consulenti di ogni risma, sedicenti scopritori di talenti, si muovono nell’ambiente, decisi a prendere per sé una fetta della torta. Il trasferimento di Ronaldo alla Juventus è costato oltre cento milioni che andranno al Real Madrid, titolare del cartellino del campione portoghese, ma quanto altro denaro sarà andato a pubblicitari, fiscalisti, legali? E quanta parte delle somme di ogni operazione legata al calcio sfugge al fisco, tra pagamenti estero su estero, società schermo, fantasiose fatturazioni di servizi? In più, è relativamente semplice “aggiustare” i bilanci lavorando su plusvalenze e minusvalenze, attribuendo ai calciatori un valore esagerato o inferiore al reale. Attualmente, sono sotto processo sportivo il Chievo Verona e il Cesena, accusati di aver organizzato un sistema di compravendite reciproche a somme gonfiate per sistemare i bilanci, superare i controlli della federazione ed essere ammesse ai campionati. Il sistema pare collaudato. Nel frattempo un’altra società, il Foggia, è stata condannata a una pesante penalizzazione per aver effettuato pagamenti in nero, con l’aggravante, secondo l’accusa, che si tratterebbe di denaro proveniente da attività illecite. Nel giro calcistico si muovono torme di personaggi di assai dubbia correttezza. I fallimenti, negli ultimi venti anni, hanno coinvolto moltissime società grandi e piccole, senza risparmiare corazzate come la Fiorentina, il Napoli e più recentemente il Parma, già coinvolto nella bufera Parmalat. Il Cesena è nel mirino dell’Agenzia delle Entrate per un debito fiscale di 40 milioni di euro (ottanta miliardi delle vecchie lire), mentre la Roma, anni fa, travolta da debiti che misero in grave difficoltà la famiglia proprietaria, i Sensi, finì alle banche creditrici e poi a investitori americani. La Lazio ha ottenuto da tempo una lunghissima rateazione del proprio debito fiscale. Il caso del Milan è impressionante: dopo la trentennale gestione Berlusconi, la proprietà è in mani cinesi, così poco sicure da essersi indebitate con il fondo speculativo Elliott, divenuto padrone della prestigiosa società rossonera, di cui probabilmente non sa che farsene, nella quale dovrà investire denaro per non perdere somme enormi e poter rivendere la squadra che fu dei Rizzoli e del Cavaliere. L’Inter, l’altra grande milanese, ha visto gettare la spugna la famiglia Moratti, la quale, almeno, ha ceduto la Beneamata a cinesi di maggiore solidità economica. Tra le squadre della serie A, anche il Bologna è di proprietà americana, come il Venezia in B, mentre, a livelli più bassi, variopinti personaggi provenienti da ogni dove possiedono società di antica tradizione, tipo la Reggiana in crisi grave, mentre la provincia calcistica pullula di strani personaggi il cui ruolo si risolve in genere nel farsi gli affari propri.

 

Significativo è il caso Ronaldo. L’asso portoghese ha lasciato il Real Madrid e la Spagna probabilmente per il pesante contenzioso con il fisco spagnolo, a cui ha dovuto corrispondere oltre venti milioni di imposte non pagate. Lo strapotere della Juventus (Fiat) consentirà ai bianconeri altre vittorie nel campionato in assenza di concorrenti, ma, paradossalmente, i primi a fregarsi le mani sembrano proprio gli avversari. Il patron del Napoli De Laurentiis chiede di rinegoziare il valore commerciale dei diritti televisivi del nostro campionato, fissato per la prossima stagione attorno al miliardo di euro, giacché la presenza di Ronaldo rende più appetibile la Serie A sul mercato globale. Nella divisione della torta la parte del leone la fanno le società dotate del maggiore bacino di utenza, dunque, oltre allo stesso Napoli, la Roma e i colossi del nord, Juve, Inter e Milan. I ricchi del calcio, dunque, come nella società del mercato globale, diventano sempre più ricchi, gli altri possono fallire, oppure si arrangino divenendo satelliti delle grandi. Già esistono casi di doppia proprietà da parte degli stessi azionisti (la Salernitana è del laziale Lotito), alcuni presidenti cambiano società con disinvoltura (Zamparini, Spinelli).  Novità assoluta è il trasbordo del Bassano (serie C) nel capoluogo, per raccogliere il nome del Vicenza acquisito dal gruppo Diesel. Tra gli sponsor del calcio figurano le maggiori imprese di scommesse sportive, fino al recentissimo divieto imposto da Di Maio con grande scandalo degli adoratori del mercato. L’ombra delle scommesse è pesante, ha già infangato calciatori, faccendieri e qualche società. Poco vale invocare la distinzione tra mercato legale e criminale, poiché prosperano entrambi, con il sospetto di manipolazione malavitosa di alcuni risultati del campo.

 

I tifosi, ovvero i clienti, contano poco o nulla. I più fedeli sono costretti alla schedatura attraverso la tessera del tifoso, che peraltro è anche una carta di credito per comprare prodotti di ogni tipo nei circuiti commerciali; vengono sottoposti a perquisizione all’entrata degli stadi, accedere ai quali è un percorso a ostacoli: camminamenti, cancelli, sbarre, tornelli. Il risultato è tribune sempre meno affollate, anche per gli orari delle partite determinati dalla televisione, oltreché per assurdi divieti di assistere agli incontri a carico di un’intera cittadinanza. Per limitarci alla realtà genovese, in certe occasioni vige il divieto di vendita dei biglietti fuori provincia, con il risultato di impedire la presenza di tanti tifosi di Genoa e Sampdoria residenti nelle zone vicine. Ciò senza aver debellato il fenomeno della violenza, i cui protagonisti sono ben conosciuti in ogni tifoseria. Ciò che si persegue è ridurre il calcio a spettacolo televisivo di vertice, poiché Catanzaro- Matera ovviamente non verrà trasmesso. I tifosi scelgono sempre più di assistere da casa alle partite delle grandi, mettendo in crisi irreversibile le piccole e medie società professionistiche, legate agli incassi del botteghino. Ma è il mercato, bellezza, e pazienza se i fallimenti fioccano (gli ultimi hanno riguardato club di città ricche e importanti come Modena e Vicenza) e nessuno è interessato a finanziare il movimento giovanile per formare calciatori italiani. Nulla di strano, al di là delle responsabilità di federazione e selezionatore, se l’Italia non ha partecipato al campionato mondiale e se, guarda caso, diversi calciatori della rivelazione Croazia giocano da noi. Intanto, l’effetto Ronaldo si sta sentendo sui media “social”. Nel mondo in poche ore sono aumentati di un milione i seguaci (follower) della Juventus. Maglie, gadget e gli altri oggetti – dai profumi alle ciabatte – legati all’immagine di Ronaldo andranno a ruba appena disponibili. Il mercato vince sempre e, diciamolo, imbroglia sempre poiché milioni di persone sono disponibili all’inganno. […] In tutto questo, poca importanza ha il risultato sportivo. Vincerà il più ricco […] Il gigantismo del mercato industriale globalizzato si è trasferito nello sport, espellendo i meno grandi. I ricavi di pochi colossi costituiscono il grosso del volume d’affari totale. Stupisce davvero che tanti appassionati si ostinino a sperare nel successo delle loro squadre, estranee al giro che conta, ma ancora più colpisce il tifo di massa per le corazzate. A noi resta ben difficile appassionarci a un marchio industriale i cui fatturati dipendono dalla nostra stessa dabbenaggine, gioire per una rete del top player rivista da mille posizioni in TV, correre a comprare la maglietta fabbricata da poveracci per quattro soldi e rivenduta con ricarichi mostruosi e royalties messe al sicuro in qualche angolo di mondo presso società create alla bisogna. Tutt’al più possiamo scegliere se essere clienti di un affare simile all’amo e alla lenza di una pesca miracolosa (per loro).

 

Saremo nostalgici, ma rimpiangiamo vecchi signori come l’avvocato Prisco, Paolo Mantovani che portò lo scudetto e la finale di Coppa Campioni alla Sampdoria, Costantino Rozzi che trascinò l’Ascoli in serie A, nomi del tutto sconosciuti ai tifosi di oggi. Rivorremmo allenatori come il povero Emiliano Mondonico e la sedia scagliata al cielo contro il destino avverso al suo Torino, o Nereo Rocco, il paron triestino che, sulla panchina del coriaceo Padova, all’augurio di un giornalista “vinca il migliore” rispose “speremo de no “. Era l’essenza, il fascino magico del calcio che potesse vincere, o almeno pareggiare, il più scarso. Non è più possibile: i grandi hanno eliminato il rischio d’impresa. Hanno trenta calciatori a disposizione, sostituzioni a volontà, sono dieci, cento volte più ricchi degli altri, incassano per la loro partita cifre enormemente superiori all’avversario di turno. La concorrenza è pressoché finita, come negli altri monopoli o cartelli. Le finali di competizioni nazionali e internazionali si tengono nei luoghi più impensati, poiché chi paga i suonatori decide la musica e il teatro. Se lo facciano per conto proprio il loro campionato, nazionale, continentale, mondiale. Giochino contro se stessi, Real Madrid o Juventus A contro Real Madrid o Juventus B. Lascino a noi il vecchio sport del pallone, viva il parroco, l’arbitro cornuto senza la Var (la macchinetta che giudica sul campo i casi dubbi), i tifosi senza tessera, la domenica sera da incavolati neri dopo una sconfitta. Abbasso l’Outlet Globale del Calcio, il mercato misura di tutte le cose anche nel pallone, abbasso le trasferte vietate e le partite a tutte le ore. Il calcio moderno è la mecca degli straricchi: noi che c’entriamo?

 

Roberto Pecchioli

 

 
Sinistre demofobiche al servizio del capitale PDF Stampa E-mail

19 Luglio 2018 

Image

 

Da Rassegna di Arianna del 17-7-2018 (N.d.d.)

 

Dovrebbe essere ormai chiaro come il sole. L’obiettivo del capitalismo globalizzato è terzomondizzare l’Europa, deportando masse di nuovi schiavi con cui abbassare i salari e generalizzare la miseria delle classi subalterne. Il turbomondialismo non vuole integrare i migranti, che anzi considera alla stregua di nuovi schiavi privi di dignità. Vuole, au contraire, rendere noi come i migranti: apolidi, sradicati, deterritorializzati e senza diritti. In una parola vuole generalizzare il profilo dell’homo migrans, apolide dell’esistenza. Ma, si sa, ogni neolingua che si rispetti chiama le cose con i nomi invertiti: pace la guerra, libertà la schiavitù e… immigrazione la deportazione neoimperialistica. Gli stolti araldi del progressismo acefalo senza coscienza infelice vogliono accogliere e integrare: senza curarsi del fatto che l’immigrazione di massa è un colpo di pistola in fronte alla classe lavoratrice (sia migrante sia stanziale), costretta a subire concorrenza al ribasso. E dire che basterebbe aver letto Carlo Marx per saperlo. Ma le sinistre, si sa, l’hanno abbandonato per la Boldrini e per Saviano, deliciae generis humani.

 

Navi private che salvano i migranti, dice il pensiero unico. Navi filantropiche, rassicura la neolingua. Si tratta, invece, di un sistema programmato di deportazioni di esseri umani, di sfruttamento dei medesimi, di scavalcamenti degli Stati sovrani, e di valorizzazione capitalistica del valore a beneficio della global class dominante finanziaria, apolide, sradicata e competitivista. Diciamolo apertamente e senza ambagi: occorre essere contro le cosiddette “associazioni non governative”. Senza se e senza ma. Dietro la filantropia con cui esse dichiarano di agire (diritti umani, democrazia, salvataggi delle vite, ecc.) si nasconde il nudo interesse privato del capitale transnazionale sorosiano. Le Ong, di fatto, richiedono dal basso e dalla “società civile” le “conquiste di civiltà”, i “diritti” e i “valori” che i poliorceti del mondialismo stabiliscono dall’alto. Tali conquiste, diritti e valori sono, di conseguenza, sempre e solo quelli della global class competitivista, ideologicamente contrabbandati come universali: abbattimento delle frontiere, rovesciamento degli Stati canaglia (ossia di tutti i governi non allineati con il nuovo ordine mondiale monopolare e americano-centrico), desovranizzazione, decostruzione dei pilastri dell’eticità borghese e proletaria (famiglia, sindacati, tutele del lavoro, ecc.). Se non analizzate secondo lo schema che l’egemonia dell’aristocrazia finanziaria impone, le Ong si rivelano come un potente mezzo per aggirare e scavalcare la sovranità degli Stati e per attuare punto per punto il disegno globalista della classe dominante in cerca del definitivo affrancamento dalla regolamentazione politica degli Stati sovrani nazionali come ultimi fortilizi delle democrazie. Le Ong stanno solo astrattamente dalla parte dell’umanità: in concreto, stanno dalla parte del capitale e dei suoi agenti, di cui tutelano l’interesse.

 

I salvati dell’Aquarius: Dio non rifiuta: così titolava, senza pudore, il Corriere della Sera pochi giorni addietro. Sarebbe d’uopo rammentare che lo stesso Dio invocato da questi pretoriani del pensiero unico nemmeno deporta esseri umani. L’immigrazione di massa – ci suggerisce il pensiero unico – è una cosa di sinistra, buona e a beneficio delle classi deboli: deportare masse di schiavi africani nelle italiche metropoli, abbassando i salari, intasando i servizi pubblici (che pubblici saranno ancora per poco) come gli ospedali, aumentando le fila già numerose dei descamisados, giova notoriamente agli operai di Mirafiori a Torino e ai precari di Napoli, ai disoccupati di Napoli e ai cassintegrati di Roma, mica ai Signori del turbocapitale, ai plutocrati del mondialismo e ai globalizzatori apolidi. E poi, dulcis in fundo, v’è il bardo cosmopolita, che canta le virtù del plusimmigrazionismo glamour dal suo sontuoso attico di Nuova York, cinto da noia patrizia. Il suo messaggio è reclamizzato dai circuiti mediatici alla stregua delle saponette e dei deodoranti. Gloria e virtù della società dello spettacolo! Ma il bardo plusimmigrazionista non è una vox clamantis in deserto. Tutt’altro. “Devo dire, con realpolitik, ieri ho pensato, ho desiderato che morisse qualcuno sulla nave Aquarius. Ho detto: adesso, se muore un bambino, io voglio vedere che cosa succede per il nostro governo”. Parole di Edoardo Albinati, scrittore progressista che si posiziona saldamente dalla parte giusta: quella dei dominanti, quella del capitale. A leggere queste parole, mi viene irresistibilmente in mente quanto diceva sempre il mio compianto maestro Costanzo Preve: la nostra è la prima epoca della storia umana in cui gli intellettuali sono inferiori, e di gran lunga, alla gente comune. Essi sono il blocco per il vero superamento della contraddizione capitalistica, di cui sono strenui difensori. Ordunque, dopo anni di urla scomposte intonanti il macabro ritornello “più Europa!”, “più libero mercato!”, “più globalizzazione!”, è giunto il momento del nuovo grido glamour delle sinistre demofobiche al servigio del capitale: “più immigrazione! Più porti aperti! Più terzomondizzazione dell’Italia!”. La situazione è sempre più tragica e, insieme, sempre meno seria.

 

Diego Fusaro

 

 
Una bomba ogni 12 minuti PDF Stampa E-mail

18 Luglio 2018

Image

 

Da Comedonchisciotte del 16-7-2018 (N.d.d.)

 

L’esercito USA sgancia una bomba ogni 12 minuti e nessuno ne parla. Viviamo in uno stato di guerra continua, e ciò nonostante non ce ne accorgiamo mai. Mentre voi leccate il vostro gelato in un posto alla moda dove mettono quelle belle foglioline di menta sul bordo della coppa, qualcuno è bombardato a nome vostro. Mentre voi al cinema discutete con l’adolescente di 17 anni che vi ha dato un popcorn di piccolo formato mentre voi ne avete pagato uno grande, qualcuno sta per essere annientato in nome vostro. Mentre dormiamo, mangiamo, facciamo l’amore, proteggiamo i nostri occhi da una giornata soleggiata, la casa, la famiglia, la vita e il corpo di qualcuno esplodono in mille pezzi, in nome nostro. Questo ogni 12 minuti.

 

L’esercito americano fa cadere degli esplosivi con intensità difficile da capire, una bomba ogni 12 minuti. Questo è strano, perché tecnicamente, noi non siamo in guerra, lasciatemici riflettere, con nessun paese. Questo dovrebbe significare che non viene sganciata nessuna bomba non è vero? Ebbene no!  Voi fate il classico errore di confondere il nostro mondo con una sorta di mondo razionale e coerente nel quale il nostro complesso militare-industriale è sotto controllo, l’industria della musica è basata sul merito ed il talento, e i Lego hanno dei bordi dolcemente arrotondati (e così quando voi li calpestate con i piedi nudi, non vi sembra una pallottola perforante blindata tirata direttamente nel vostro sfintere), e gli umani affrontano i cambiamenti climatici come degli adulti piuttosto che seppellire le loro teste nella sabbia cercando di convincersi che la sabbia non è veramente più calda.

 

Pensate a un mondo razionale, ma non viviamo in un mondo del genere. Viviamo piuttosto in un mondo dove il Pentagono è completamente fuori controllo. Qualche settimana fa scrivevo a proposito dei 21.000 miliardi di dollari (non è una bazzecola) che sono scomparsi dal Pentagono. Ma non ho parlato del numero di bombe che questa minuscola somma di denaro ci permette di comprare. I militari del presidente George W. Bush hanno sganciato 70.000 bombe su 5 paesi […] Qualunque sia il presidente che verrà dopo Bush, sarà un adulto normale (con un cervello che funziona) e metterà fine a questa follia.” Allora eravamo stupidi e ingenui come un gattino che si risveglia al mattino. L’ufficio del giornalismo investigativo ha riferito che sotto il presidente Barack Obama ci sono stati “563 attacchi, in gran parte portati da droni, che hanno colpito il Pakistan, la Somalia e lo Yemen…” Non è solo che bombardare fuori da una zona di guerra è un’orribile violazione del diritto internazionale e delle regole mondiali. C’è anche il fatto moralmente riprovevole che si mettono nel mirino delle persone sospettate di crimini, cosa che noi facciamo, e cosa contro la quale il film Minority Report di Tom Cruise ci aveva messo in guardia. Gli uomini seguono assai male i consigli dei libri di fantascienza. Se avessimo ascoltato “1984” (il romanzo di G. Orwell), non avremmo permesso la nascita della NSA (National Security Agency). Se avessimo dato retta a “The Terminator”, non avremmo accettato l’esistenza di una guerra di droni. Se avessimo ascoltato The Matrix, non avremmo permesso che la grande maggioranza degli umani si perdesse in una realtà virtuale di spettacolo e di insulsi non-sense mentre gli oceani muoiono in una palude di rifiuti di plastica… Ma sai, a chi gliene frega qualcosa? C’è stato un blackout mediatico durante la presidenza Obama. Si possono contare sulle dita di una mano, nei mezzi di comunicazione di grande diffusione, gli articoli sulle campagne quotidiane di bombardamento del Pentagono ai tempi di Obama. […] Fermiamoci un momento per smetterla con questa idea che il nostro armamento tecnologico colpisca soltanto i cattivi. Come ha detto David DeGraw , ”Secondo i documenti della C.I.A. le persone che figurano sulla lista dei personaggi da uccidere, quelle che erano nel mirino per essere colpiti da un drone, rappresentano soltanto il 2% dei decessi causati dai bombardamenti di droni “. Due per cento. […] Ma queste 70.000 bombe sganciate da Bush, erano un gioco da ragazzi. Prendiamo ancora DeGraw: “Obama ha sganciato centomila bombe, su 7 paesi. Ha surclassato Bush di 30.000 bombe e di due paesi.” Dovete ammettere che è un orrore impressionante Questo mette Obama nel gruppo molto ristretto degli insigniti di premio Nobel della pace che hanno ucciso un mare di civili innocenti. […]  Adesso finalmente sappiamo che il governo di Donald Trump fa vergognare tutti questi presidenti del passato. Le cifre del Pentagono mostrano che durante gli otto anni del suo mandato, George W. Bush ha sganciato in media 24 bombe al giorno, vale a dire 8.750 all’anno. Durante il mandato di Obama, i suoi militari hanno sganciato 34 Bombe al giorno, cioè 12.500 all’anno. Nel corso del primo anno di mandato di Trump, i militari hanno sganciato in media 121 bombe al giorno, equivalenti a un totale annuale di 44.096 bombe. I militari di Trump hanno sganciato 44.000 bombe durante il suo primo anno di governo. Sostanzialmente ha lasciato mano libera al Pentagono, ha tolto il guinzaglio ad un cane già rabbioso. […] Con Trump al potere si sganciano 5 bombe all’ora, ogni ora di ogni giorno.  Questo fa in media una bomba ogni 12 minuti. E che cos’è più scandaloso, la quantità pazzesca di morti e di distruzione che noi creiamo nel mondo intero oppure il fatto che i nostri media a vasta diffusione non si allarmino MAI sull’ argomento? Parlano dei difetti di Trump, dicono che è un idiota razzista, un testone egocentrico (e questo è indubbiamente giusto). Ma non criticano il perpetuo massacro di Amityville che i nostri militari perpetuano sganciando una bomba ogni 12 minuti. La maggior parte di queste bombe ammazza il 98% di persone che non sono dei bersagli. Quando si ha un Ministero della guerra che non ha l’obbligo di rendere conto del suo budget come abbiamo visto con i 21000 miliardi di dollari e quando si ha un Presidente che non ha nessun interesse a controllare il numero di morti di cui è responsabile il ministero della guerra, allora si finisce per sganciare talmente tante bombe che il Pentagono arriva a dirci che siamo a corto di bombe. […] La giornalista Witney Webb  scriveva in febbraio: ”è un fatto scioccante che più dell’ 80% delle persone uccise non sia mai stato identificato  e che i documenti della C.I.A. abbiano mostrato che non sanno neanche chi ammazzano e così evitano il problema di segnalare i morti civili, dato che considerano combattenti nemici tutti quelli che si trovano nella zona di bombardamento.” Esatto. Non facciamo che uccidere dei combattenti nemici. E come sappiamo se sono dei combattenti nemici? perché erano dentro la nostra zona di bombardamento. E come sapevamo noi che era una zona di bombardamento? Perché c’erano dei combattenti nemici. E come abbiamo avuto la notizia che si trattava di combattenti i nemici? Perché erano dentro la zona dei bombardamenti…  vuoi che continui, o hai già capito? Ho tutta la giornata a disposizione. Non si tratta di Trump, anche se è un maniaco. Non si tratta di Obama, anche se è un criminale di guerra. Non si tratta di Bush anche se ha l’intelligenza di un cavolo bollito […] Si tratta di un complesso militare-industriale in delirio al quale la nostra élite dirigenziale è più che felice di lasciare mano libera. E quasi nessuno del Congresso o della presidenza degli Stati Uniti cerca di ridurre le nostre 121 bombe al giorno. Praticamente nessuno che lavori per un media di grande diffusione cerca di indurre le persone a preoccuparsene.

 

Una bomba ogni 12 minuti. Tu sai dove colpiscono? Chi uccidono? Perché? 121 bombe al giorno distruggono la vita delle famiglie all’altra estremità del mondo in nome vostro, in nome mio ed in nome dell’adolescente che mi dà il popcorn al cinema nel bicchiere sbagliato. Siamo uno stato canaglia con un Esercito canaglia ed un’élite dirigente che non rende conto di niente. Il governo e i militari che voi e io appoggiamo facendo parte di questa società, assassinano delle persone ogni 12 minuti e in cambio non c’è nient’altro che un silenzio fantasmatico. È una cosa indegna di noi come popolo e come specie umana il fatto che non accordiamo a questo argomento altro che il silenzio. È un crimine contro l’umanità.

 

 Lee Camp (traduzione di GIAKKI49)

 

 
C'Ŕ chi teme la pace PDF Stampa E-mail

17 Luglio 2018

Image

 

Da Comedonchisciotte del 15-7-2018 (N.d.d.)

 

Talvolta, la realtà è più strana della fantasia. Quello che segue è talmente sbalorditivo che, per dargli credibilità, è necessario citare le fonti e riportare le frasi esattamente così come sono. Un tipico esempio è questo titolo: “Cresce la paura per un possibile accordo di pace fra Trump e Putin”. Il Times, evidentemente, non teme una escalation militare in Ucraina, uno scontro armato in Siria, un finto avvelenamento in Inghilterra o una nuova Guerra Fredda. Il Times non ha paura dell’apocalisse nucleare, della fine dell’umanità, delle sofferenze di centinaia di milioni di persone. No, uno dei più autorevoli e rispettati quotidiani del mondo si preoccupa di una prospettiva di pace! Il Times teme che i capi di stato delle due superpotenze nucleari riescano a parlare fra di loro. Il Times ha paura che Putin e Trump siano in grado di raggiungere una qualche forma di accordo che possa allontanare il pericolo di una catastrofe globale. Questi sono i tempi in cui viviamo. E questi sono i media con cui abbiamo a che fare. Il problema del Times è che influenza l’opinione pubblica nel peggior modo possibile, confondendo, ingannando e disorientando i suoi lettori. Non è un caso che il mondo in cui viviamo sia sempre più scollegato dalla logica e dalla razionalità. Anche se da questo meeting non scaturirà nessun passo in avanti significativo, la cosa più importante che si sarà ottenuta sarà il dialogo fra i due leaders e l’apertura di canali per futuri negoziati fra le due parti.

 

Nell’articolo del Times si dà per scontato che Trump e Putin vogliano raggiungere un accordo riguardante l’Europa. L’insinuazione (dell’articolista) è che Putin stia manipolando Trump allo scopo di destabilizzare l’Europa. Per anni siamo stati inondati con menzogne del genere dai media, megafono degli editori e dei loro azionisti, tutti appartenenti al conglomerato del Deep State. I fatti hanno però dimostrato che Putin ha sempre voluto un’Europa forte ed unita, un’Europa che fosse integrabile nel sogno euroasiatico. Putin e Xi Jinping preferirebbero vedere un’Unione Europea più resistente alle pressioni americane e in grado di esprimere una maggiore indipendenza. La combinazione delle migrazioni di massa e delle sanzioni contro Russia ed Iran, che hanno finito con il danneggiare gli Europei, apre la strada a partiti alternativi, non necessariamente desiderosi di ottemperare agli ordini di marcia di Washington. L’obbiettivo di Trump per questo meeting sarà quello di convincere Putin a fare ulteriori pressioni sull’Europa e sull’Iran, magari in cambio del riconoscimento della Crimea e della fine delle sanzioni. Per Putin e per la Russia questo è un problema strategico. Anche se le sanzioni sono un inconveniente, le priorità principali di Mosca sono sempre l’alleanza con l’Iran, la necessità di intensificare i rapporti con i paesi europei e la sconfitta del terrorismo in Siria. Forse solo una revisione del trattato ABM e il ritiro di queste armi dall’Europa sarebbe un’offerta che potrebbe interessare Putin. In ogni caso, la realtà ci insegna che il trattato ABM è un pilastro del complesso militare-industriale di Washington e che sono proprio le nazioni dell’Est Europeo a volere questi sistemi offensivi e difensivi nelle loro nazioni, come deterrente nei confronti della Russia. Sono vittime della loro stessa propaganda, o ci sono milioni di dollari che arrivano nelle tasche di qualcuno? Sia come sia, in realtà, questo non ha importanza. Il punto cruciale per Mosca sarà il ritiro dei sistemi ABM Aegis Ashore, anche quelli imbarcati sulle navi da guerra. Ma questo è qualcosa che Trump non sarà in grado di negoziare con i propri capi militari. Per il complesso militare-industriale, il sistema AMB, grazie a manutenzione, migliorie e commissioni dirette ed indirette, è una miniera d’oro, che in tanti vorrebbero continuare sfruttare. Dal punto di vista del Cremlino, la rimozione delle sanzioni rimane la condizione indispensabile per la ripresa di normali relazioni con l’Occidente. Ma questo è difficile da ottenere, dato che Mosca ha poco da offrire come contropartita a Washington. Gli strateghi del Pentagono chiedono il ritiro dalla Siria, la fine del sostegno al Donbass e la cessazione dei rapporti con l’Iran. Ci sono semplicemente troppe divergenze per arrivare ad un punto in comune. Inoltre, le sanzioni europee contro la Russia vanno a beneficio di Washington, ma, contemporaneamente, danneggiano la stessa Europa e perciò indeboliscono uno dei maggiori concorrenti commerciali degli Stati Uniti. Il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo per il Nucleare Iraniano – Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) – può essere visto nella stessa luce: impedire agli alleati degli Stati Uniti di commerciare con l’Iran. Putin terrà fede ai suoi accordi con la Siria e con i suoi alleati, riluttante a mancare di parola, anche di fronte ad un riconoscimento della Crimea. D’altro canto, come già menzionato, la sua priorità rimane la rimozione degli ABM e, mentre la Crimea è già sotto il controllo della Federazione Russa, la Siria continua ad essere un territorio instabile, che rischia di trasferire il terrorismo islamico al ventre molle della Russia, nel Caucaso. Per Mosca, l’intervento in Siria è sempre stato una questione di sicurezza nazionale, e continuerà ad essere così, anche di fronte alle irrealistiche offerte di Trump. Bisogna tenere a mente che Putin lavora con una strategia di medio-lungo termine in Medio Oriente, dove Iran, Siria e l’intero arco sciita servono a controbilanciare l’aggressività e l’egemonia dei Sauditi e degli Israeliani. Questa strana alleanza si è dimostrata l’unico modo per scongiurare una guerra e ridurre le tensioni nella regione, e questo perché le folli azioni di Netanyahu o di Mohammad bin Salman vengono controbilanciate dall’agguerrito esercito iraniano. Prevenire un confronto fra Iraniani e Sauditi/Israeliani significa anche non far apparire Teheran troppo debole o troppo isolata. Considerazioni del genere sembrano essere oltre la portata degli strateghi di Washington, non parliamo poi di quelli di Tel Aviv o di Riyadh.

 

Anche se sarà difficile che possa scaturire un risultato positivo dall’incontro fra Trump e Putin, è importante, in primo luogo, che ci sia un meeting, contrariamente all’opinione del Times. I media e il conglomerato di potere che ruota intorno al Deep State americano temono soprattutto la diplomazia. La stessa narrativa che aveva preceduto e seguito l’incontro fra Trump e Kim Jong-un viene ora riproposta, pari pari, alla vigilia del meeting fra Trump e Putin. Washington basa il suo potere sulla forza, sia economica che militare. Ma questa forza è determinata, a sua volta, dall’atteggiamento assunto e dall’immagine proiettata. Gli Stati Uniti e il loro Deep State considerano le trattative con gli avversari sbagliate e controproducenti. Per loro, dialogo è sinonimo di debolezza, e ogni concessione è vista come una resa. Questo è il risultato di 70 anni di eccezionalismo americano e 30 anni di unipolarismo hanno dato agli Stati Uniti la capacità di decidere unilateralmente il destino degli altri. Oggi, in un mondo multipolare, le dinamiche sono differenti, e perciò più complesse. Non si può sempre utilizzare una mentalità da somma zero, come fa il Times. Il resto del mondo capisce che un dialogo fra Putin e Trump è qualcosa di positivo, ma non dobbiamo dimenticare che, come è successo in Corea, se la diplomazia non porta ad un progresso significativo, allora i falchi che circondano Trump torneranno di nuovo alla carica. I compiti che spettano a Rouhani, Putin e Kim Jong-un sono complessi e abbastanza differenti l’uno dall’altro, ma hanno in comune la convinzione che il dialogo sia l’unico modo per evitare una guerra catastrofica. Ma, apparentemente, la pace non è il miglior risultato possibile per tutti.

 

Federico Pieraccini

 

 
Direzioni imprevedibili PDF Stampa E-mail

16 Luglio 2018

Image

 

Da Appelloalpopolo del 14-7-2018 (N.d.d.)

 

Interpretare gli avvenimenti in corso come l’espressione dello scontro fra globalisti e sovranisti, pro o contro l’Unione Europea, o come un problema umanitario di atteggiamento del governo italiano verso i migranti, non deve impedirci di cogliere la questione, non meno importante e vitale, del ruolo che l’Italia ha non solo il diritto ma anche il dovere e quasi l’obbligo di svolgere nel “suo” Mediterraneo, dove sono minacciati i suoi supremi interessi nazionali e la sua sicurezza. L’Italia è l’unico grande paese europeo che può opporsi alla diarchia franco-tedesca perché questa è, in sostanza, sul piano geopolitico l’Unione Europea. Da quando è nata, Germania e Francia non hanno mai concepito una politica estera comune, ma hanno curato i loro interessi nazionali, spartendosi aree di influenza corrispondenti per la Germania all’Europa centrale fino ai Balcani, e per la Francia ai paesi del sud e al Mediterraneo. Perciò, l’Unione Europea, oltre che un organismo sovranazionale a tutela degli interessi di ceti finanziari, di unioni bancarie, di cartelli di produzioni multinazionali, si è rivelata, intesa come diarchia, anche uno strumento di potere geopolitico in versione brutalmente neocoloniale. All’interno di questa compagine la Francia non ha mai abbandonato l’antica velleità di considerare il Medio Oriente e l’Africa del Nord una sorta di suoi protettorati.

 

Va osservato che, mentre l’egemonia geopolitica tedesca si estende tutta, grosso modo, all’interno del perimetro europeo, quella francese tracima e dilaga su territori extracontinentali. Fino a oggi, l’intesa a due dentro l’Unione Europea ha consentito alla politica estera francese di dissimulare una costante pregiudiziale anti-italiana, considerando l’Italia un paese irrilevante da tenere all’angolo e da indebolire, sistematicamente, fin dagli anni Sessanta del secolo scorso, con una ostilità sorda, sommersa, ma oggi difficile da sottacere o camuffare. I ‘cugini’, ostinati nel loro “complesso di superiorità” e di grandeur, non hanno mai placato le loro ambizioni egemoniche, culminate nel 2011 con la scellerata aggressione alla Libia. Appoggiata dai Dem americani di Obama, sempre presenti ma defilati per non sporcarsi le mani, la guerra perseguiva lo scopo principale di sottrarre all’ENI il petrolio di Gheddafi e guastare a Roma i buoni rapporti con Tripoli. Il caos, in cui precipitò la Libia dopo l’uccisione del Colonnello, fu la prima fase di un piano di riassetto dell’intera area nordafricana, che mostrò una nuova spartizione dell’influenza in queste zone ricche di risorse, a discapito della presenza italiana. Ora, al centro della contesa italo-francese non sta soltanto la Libia, crocevia tragico di flussi migratori, ma anche un paese vitale per la nostra sicurezza come la Tunisia e il Sahara, dove transitano e si formano i gruppi terroristici. Con l’assassinio di Gheddafi, con l’appoggio francese alle forze cirenaiche, con il colpo di stato interno del dicembre 2011, con le ondate dei migranti, non è esagerato affermare che l’Italia, in conflitto di fatto con la Francia, ha subito la peggiore disfatta della sua storia dalla Seconda guerra mondiale.  La ripresa dei flussi migratori dalle coste libiche ha schiacciato il nostro Paese in difesa nel “suo” mare in uno scontro ora palese sui migranti, ma che cela quello sostanziale sul controllo del petrolio e delle risorse nordafricane. È un conflitto che smentisce la favola pluridecennale narrataci dagli impostori politici e mediatici sull’Unione Europea come garante, in assenza di una politica estera comune, della pace e della concordia tra gli stati membri.

 

L’immigrazione massiccia e incontrollata, – fenomeno anch’esso di libera circolazione – interno al disegno politico attuato con la moneta unica e i trattati, rientra nella logica del sistema liberista. Quasi inavvertito nei mesi successivi alla morte di Gheddafi, è poi proseguito con il governo Monti in un crescendo che ha colto di sorpresa il popolo italiano che, dal 2012, osserva riversarsi in Italia flussi ininterrotti di migranti. Dirigenti infami, interni ed esteri, disapplicando accordi europei di redistribuzione comunitaria, hanno deliberatamente bloccato migliaia di persone entro i nostri confini. Il fenomeno è di proporzioni tali da far intuire l’applicazione di un piano condiviso e giocato tra accondiscendenze nostrane e imposizioni estere, mirato a destabilizzare l’Italia.  Traghettamenti e sbarchi che avvengono tramite flotte di navi ong, definite ipocritamente umanitarie, sempre più numericamente consistenti e sventolanti variegate bandiere, non possono che essere organizzati e finanziati da centri di potere stranieri. I migranti, dei quali – è ormai assodato – solo il 7% fugge da una guerra, concentrati nei centri italiani, fungono da solvente sociale versato e sparso per indebolire il Paese dall’interno ed esporlo, economicamente stremato, alla progressiva disgregazione territoriale e sociale: conseguenza non colta o lucido obiettivo di annientamento a lungo termine? La guerra libica e l’incipit immigratorio palesò l’abituale autolesionismo italiano, espresso da una masnada di dirigenti “democratici”, alcuni dei quali anche presidenti del consiglio, storicamente cooptati o corrotti dalla gauche francese. Nell’ultimo decennio questa legione straniera, infliggendo politiche di austerità e di frontiere aperte, ha prodotto il collasso politico-elettorale propedeutico all’esecutivo gialloverde. Il nuovo governo, mutando radicalmente la politica estera italiana, ha recuperato una certa autorevolezza rispetto ai governi precedenti (obiettivo di facile conseguimento e di non eccessivo sforzo, considerato il grado di estrema abiezione in cui le schiene curve l’avevano precipitata).  Il merito può essere attribuito ai cittadini elettori che, rivolgendosi verso le istituzioni, riscoprono inaspettatamente lo Stato nazionale e il valore delle frontiere e la loro difesa. La presenza dello Stato, sollecitata per trovare soluzioni alla dimensione immigratoria difficilmente integrabile o assimilabile nell’arco di pochi anni, può diventare l’intervento invocato anche dal bisogno di difendersi dalle devastazioni sociali del sistema liberista. Se il governo italiano riuscisse a bloccare gli sbarchi e con essi il piano di destabilizzazione dell’Italia, acutizzando, di conseguenza, il livello di scontro sulla Libia, e dunque il conflitto geopolitico con la Francia, la diarchia franco-tedesca potrebbe andare in crisi, entrando in una fase di instabilità politica, che provocherebbe un ricambio di ceti dirigenti ai vertici dei due paesi tramite un’affermazione elettorale di forze e partiti “populisti”. È a quello stadio che la diarchia alias Unione Europea avvierebbe l’implosione, prima ancora che un governo di un qualsiasi paese membro possa o voglia tentare un’uscita dall’euro o un irrealistico riesame dei trattati. La decomposizione potrebbe accelerare il suo corso, non solo perché il blocco alla libera circolazione delle persone, – specie se accompagnato per corollario anche dalla sospensione di “Schengen” -, avrebbe conseguenze sul mercato del lavoro – esito da non sottovalutare -, ma anche perché innesterebbe un effetto domino sugli altri fattori che reggono il sistema dell’economia liberista, ossia merci, capitali e servizi. Non sarà automatico, ma è quello che può succedere. La Germania ordoliberista non può rinunciare a “Schengen” senza rischiare il crollo dell’intero sistema.

 

Delle conseguenze geopolitiche di un blocco totale ed intransigente dell’immigrazione i membri del governo italiano potrebbero non avere chiaro intendimento; e può darsi che il ministro degli Interni stia muovendosi al solo scopo di mantenere promesse elettorali, su cui ha messo la faccia e scommesso il suo destino politico, ma indirettamente, lui ignaro di sommovimenti che lo sovrastano, starebbe lavorando obiettivamente per lo scioglimento dell’Unione Europea, propiziato da un conflitto geopolitico al di fuori della sua area. Se la Francia di Macron, accecata da vana cupidigia neocoloniale fino al punto di considerare l’immigrazione come arma di guerra geopolitica, non riuscirà a domare uno stato membro troppo a lungo considerato una servile colonia, l’Unione Europea potrebbe rivelarsi una “tigre di carta” e dissolversi prima ancora di quanto si speri o si auspichi, o si progetti. Se impossibile o remota si presenterà una tentata strategia comunitaria sui flussi umani, la questione migratoria travolgerà fatalmente il progetto eurounionista, rivelando l’Unione Europea istituzione debole e incapace di controllare e di ricomporre gli interessi diversi o addirittura opposti dei tre paesi più grossi. Alla lunga un organismo, tenuto insieme solo da moneta e ordoliberismo, non potrebbe garantire la coabitazione di paesi che confliggono sul pianerottolo di casa per totale disaccordo sulla gestione dei flussi e dell’accesso alle risorse di territori extraeuropei. La convivenza diventerebbe impossibile, specie se l’attuale governo americano, espressione di un altro State non più deep, non intenda agevolare i progetti neocoloniali francesi sul nord Africa, né quelli tedeschi sui mercati globali. A quel punto per l’unione europea può prospettarsi una critica scissione a catena, a fronte della quale la Brexit, primo sintomo della crisi, retrocederebbe storicamente a preannuncio di scarsa importanza.

 

Gli eventi si muoveranno in direzioni impreviste e imprevedibili fino a pochi anni fa. Per la prima volta, dopo decenni di asservimento, si aprono per l’Italia spazi di manovra diplomatica sia sulla sponda mediterranea che su quella atlantica, – sempreché ceti dirigenti ne siano all’altezza – per recuperare, almeno in parte, un’autonomia di Stato indipendente ma non ancora sovrano, non solo a livello politico, ma anche economico e finanziario. Infine, la competizione geopolitica esplosa all’interno della UE per assicurarsi l’influenza su territori extracomunitari, riporterebbe la politica in primo piano e confermerebbe che il primato dell’economia può e deve essere un fenomeno storicamente provvisorio.  Niente sta ineluttabilmente scritto. Prima o poi l’ambizione di esercitare il potere da parte di nuovi ceti non espressi dalla finanza o dai mercati, o il subentro di nuove oligarchie ai vertici di stati sovrani, predomina e annienta qualsiasi pretesa di dominio sui popoli da parte di finanzieri e mercanti. Prima o poi una reazione popolare, inizialmente prepolitica, prende inaspettatamente il sopravvento, diventa consapevole istanza politica e spazza via tutto un sistema di libera e globale circolazione di capitali, merci e persone, a prescindere dalla volontà di uomini che si illudono di padroneggiare gli avvenimenti in corso senza fare i conti con la Storia.

 

Luciano del Vecchio

 

 
Una squadra troppo bianca PDF Stampa E-mail

15 Luglio 2018

Image

 

Da Comedonchisciotte del 13-7-2018 (N.d.d.)

 

In questi giorni, la politica identitaria sembra essere dappertutto. Dal punto di vista di questi novelli identitari, la cosa più importante di una persona è se essa appartiene al giusto gender, al giusto colore o alla giusta etnia. Perciò, quando un giornalista del Guardian guarda la squadra di calcio inglese, non vede undici esseri umani. Al contrario, valuta la squadra in base alle sue caratteristiche politiche, razziali e culturali. “Se questa squadra rappresenta qualcuno, allora rappresenta il 48% dei Remainers” [gli oppositori della Brexit – N.d.T.], ha affermato Steve Bloomfield sul medesimo giornale. Come mai? Perché sono giovani, la squadra ha “undici giocatori di colore” e “la maggior parte di essi vive in grandi città.” Il giornalista considera veramente questi giocatori uno spot pubblicitario a favore della permanenza nell’UE. Sono benedetti da ciò che alcuni dei Remainers considerano una buona identità, e, senza dubbio, condividono il disprezzo di Bloomfield per quegli odiosi xenofobi che avevano votato per la Brexit.

 

Quando i sostenitori della politica identitaria guardano una partita, non vedono delle persone che giocano al pallone. Il loro sguardo si focalizza esclusivamente sulla composizione etnica, razziale e culturale delle squadre. Dal loro punto di vista, la Coppa del Mondo ha molto poco a che vedere con il football, è piuttosto un campo di battaglia dove è possibile portare avanti la causa della politica identitaria e del multiculturalismo. Gli identitari e i loro alleati dei media occidentali non perdono mai l’occasione per ricordare alla gente che l’organizzazione della Coppa del Mondo in Russia ha dato a Putin l’opportunità di promuovere la sua propaganda. Non c’è dubbio che gli organizzatori russi, come gli organizzatori di tutte le altre Coppe del Mondo della storia, possano essere interessati ad usare un evento del genere per portare avanti un po’ di diplomazia pubblica. Ma i detrattori di Putin non riescono a capire che sono loro stessi a superare il Presidente russo quando si tratta di politicizzare la Coppa del Mondo. Tanto per cominciare, i critici di Putin avevano sperato che i resoconti delle spregevoli e razziste folle russe che maltrattavano gli innocenti tifosi occidentali avrebbero permesso loro di segnare qualche gol politico in più. La stampa e le ONG occidentali avevano consigliato ai tifosi di stare alla larga dalla Coppa del Mondo per i rischi che avrebbero potuto correre a causa dei Russi xenofobi. La realtà si è dimostrata poi completamente diversa. Si poteva letteralmente sentire il senso di delusione nella voce del giornalista della BBC, mentre riferiva di come i tifosi inglesi fossero rimasti deliziati dall’amicizia e dalla cordialità dei loro ospiti russi. Non avendo scoperto folle pronte al linciaggio, i guerrieri culturali hanno puntato le loro armi contro un altro crimine culturale commesso dalla Russia: il fatto che la sua squadra di calcio non sottostà al dogma del multiculturalismo ed è troppo bianca. La maggior parte dei veri appassionati di calcio valuta i giocatori sulla base della loro bravura e sul contributo che essi danno alla squadra. Non sono particolarmente interessati all’aspetto dei giocatori e, con l’eccezione di una minoranza di razzisti, non sono ossessionati dal colore della pelle dei giocatori. Però, non è questo il modo in cui i giornalisti del multiculturalismo concepiscono il football. L’identità culturale prevale su tutto il resto. Come riportava un titolo della rivista Mother Jones: “La nazionale russa è troppo russa, questa è una delle ragioni per cui uscirà a bomba dalla Coppa del Mondo.” L’autore di questo articolo, Clint Hendler, aveva detto la settimana scorsa, prima della sconfitta della Russia, che “come la Russia scenderà in campo… i tifosi vedranno una nazionale che non assomiglia affatto alle favorite del torneo: Brasile, Francia, Germania, Spagna o Belgio.” Come mai? Perché la squadra russa è formata interamente da ‘giocatori bianchi’. L’articolista aveva predetto che la Russia sarebbe stata estromessa dalla competizione e questo perché le mancavano le giuste credenziali multiculturali. Sarebbe uscita al primo turno, aveva detto, e ciò avrebbe rappresentato un “imbarazzante rimprovero all’approccio insulare di questa nazione nei confronti di quello che, da lungo tempo, è lo sport globalista per eccellenza.” Hendler e i suoi amici “analisti”, chiaramente, di calcio ne sanno molto poco: la Russia non è stata estromessa al primo turno e, nonostante il presunto handicap di avere in campo solo giocatori bianchi, è riuscita comunque a battere la Spagna, una delle nazioni calcisticamente più forti. In ogni caso, i detrattori dei giocatori bianchi non sono realmente interessati alla qualità del loro calcio. La loro preoccupazione principale è quella di sfidare l’impertinente rifiuto del multiculturalismo da parte della Russia.

 

Alcuni commentatori hanno citato la squadra multietnica svizzera come contro-esempio positivo alla apparentemente triste e totalmente bianca Russia. In un articolo intitolato: “La nazionale russa alla Coppa del Mondo resiste alla multietnicità presente negli Svizzeri e in altre squadre,” Pete Baumgartner, di radio Free Europe, aveva contestato alla Russia il suo rifiuto ad abbracciare il multiculturalismo. Francesi, Tedeschi, Belgi e Inglesi venivano poi parificati agli Svizzeri come fulgidi esempi di multiculturalismo. Si dà il caso che i fautori del multiculturalismo e della diversità siano poi essi stessi molto selettivi sulle squadre da criticare per la loro omogeneità. Non hanno sollevato nessuna obiezione sulla squadra nigeriana o su quella senegalese, entrambe con giocatori esclusivamente di colore. Non hanno neanche condannato la squadra giapponese, colpevole del reato culturale di mettere in campo solo giocatori giapponesi. Anche l’Iran è stato scusato. È abbastanza chiaro che la loro preoccupazione principale riguarda il fatto di essere bianchi. Il bersaglio di questi guerrieri del multiculturalismo sono le squadre che appaiono troppo bianche. L’aspetto più sconcertante di questo informale disprezzo verso la squadra russa è che si considera l’essere bianchi alla stregua di una forma di vita inferiore. Nell’odierna gerarchia delle identità, “bianchezza” è l’equivalente di “pessima identità.” Essere bianchi significa possedere l’identità meno attraente. La campagna contro l’omogeneità culturale, in realtà, serve a trasformare il fatto di essere bianchi in identità negativa, cosa che dovrebbe comportare sentimenti di inferiorità culturale. Questo è il motivo per cui, oggigiorno, sia nella cultura popolare che in quella elitaria, la parola “bianco” è spesso accompagnata da una smorfia. E se uno rispondesse dicendo: “Va bene, sono bianco, e allora?” è probabile che finisca con l’essere accusato di essere un suprematista bianco. L’ossessiva denigrazione della “bianchitudine” è diventata così puerile che, senza volerlo, ha dato origine ad una narrativa razzista. E, comunque, questi identitari anti-bianchi credono veramente di essere antirazzisti. In verità, etnicizzando il mondo del calcio, dopo averlo già fatto in moltissimi altri settori della vita quotidiana, mostrano solo quanto essi siano legati ad un nuovo genere di ideologia razziale.

 

Frank Furedi (traduzione di Markus)

 

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 1 - 16 di 2150