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Liberali e libertini PDF Stampa E-mail

29 Marzo 2016

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Da Rassegna di Arianna del 13-3-2016 (N.d.d.)

 

“Togliere dall'articolo 143 del codice Civile il riferimento all'obbligo reciproco di fedeltà tra i coniugi”. Sembra uno scherzo di cattivo gusto, per deridere la famiglia, ove ancora esista. E invece è la realtà, che ancora una volta supera la fantasia. Si tratta di un disegno di legge di una sola riga depositato qualche giorno fa a Palazzo Madama, a prima firma della senatrice del Pd Laura Cantini e sottoscritto anche dai colleghi Alessandra Bencini (Idv), e dai Dem Daniele Borioli, Rosaria Capacchione, Valeria Cardinali, Monica Cirinnà, Camilla Fabbri, Sergio Lo Giudice, Alessandro Maran, Mario Morgoni, Stefania Pezzopane, Francesca Puglisi. Che dire? Come commentare questo, che a tutta prima pareva uno scherzo di cattivo gusto? La nostra è, a tutti gli effetti, l'epoca che mira a disgregare ogni radicamento, ogni fedeltà e ogni solidità: è il tempo della liquidità universale, come sempre ricorda Bauman. È il tempo dell'uomo effimero, senza radici e senza identità, puro prodotto del mercato e da esso infinitamente manipolabile. L’uomo flessibile, come anche usa dire: senza spessore culturale, senza resistenza critica, senza radicamento identitario. Il nuovo disegno di legge va in questa direzione e non deve stupire. Nell’orizzonte del capitale assoluto vincente, l’infedeltà e la mobilitazione totale regnano incontrastati. Non vi è più l'amore, ma solo il godimento autistico e acefalo di individui che usano l'altro come strumento di piacere.

 

Se l’amore riconosce altruisticamente l’altro, il godimento oggi dominante lo nega, riducendolo a mero mezzo di piacere, a mera merce da consumare nella pratica neolibertina della “deregulation” erotica. Dal canto suo, l'amore è fedeltà alla scelta. Lo dice bene Kierkegaard: la “vita etica” è quella dove scegli sempre e di nuovo ciò che hai scelto. Sei fedele alla scelta, che si “eticizza” in un progetto di vita stabile e coerente, aperto al futuro e radicato nella scelta passata. La società dei consumi non accetta stabilità, eticità e fedeltà: deve mobilitare tutto, e tutto deve precarizzare. La fedeltà è, per essa, un nemico giurato. Si sa, il neoliberista individua il nemico nei “lacci e lacciuoli” dello Stato, che mira ad abbattere affinché domini l’economia spoliticizzata, senza limitazione politica. Dal canto suo, il neolibertino – che del neoliberista è la versione sul versante sentimentale – individua il nemico nei vincoli etici familiari, nei lacci e lacciuoli della famiglia e della fedeltà. La competitività nemica di ogni fedeltà deve regnare sia in ambito economico, sia in ambito erotico. La deregulation deve essere sia economica, sia erotica: l’importante è il profitto, dice il neoliberista; l’importante è godere, asserisce il neolibertino. Il plusvalore ricercato del primo diventa il plusgodimento perseguito dal secondo. Il comun denominatore del neoliberista e del neolibertino, cifra del fanatismo economico classista oggi imperante, sta nella distruzione dell’idea del limite e della misura, di modo che trionfino su tutto il giro d’orizzonte l’illimitatezza e il folle mito della crescita infinita e autoreferenziale: il plusvalore e il plusgodimento, appunto, ossia il meglio che la società di mercato possa vendere ai suoi miseri atomi reificati. Per questo, oggi – diciamolo apertamente, contro la retorica dominante – il vero rivoluzionario è chi riesce a sottrarsi al mito del nuovo e del sempre-di-più: è, in una parola, chi riesce a essere fedele, anzitutto a se stesso, ai propri valori e alle proprie scelte.

 

Diego Fusaro

 

 
Abolire le feste per non offendere le minoranze PDF Stampa E-mail

28 Marzo 2016

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Da Rassegna di Arianna del 20-3-2016 (N.d.d.)

 

Aboliamo la festa del papà perché c’è un bambino che ha due mamme e non un padre. In un asilo romano del quartiere africano, municipio II, è successo davvero e non è un caso isolato. Per non ferire l’alunno con due mamme lesbiche tutti gli altri bambini non devono festeggiare il padre. La stupidità resterebbe invariata se non si festeggiasse san Giuseppe perché un bambino ha perso il padre, è trovatello o suo padre è in galera. Che raccapriccio la banale famiglia tipo padre-madre-figli, magari con l’aggravante della nonna in casa…

 

I precedenti alla demenza in classe non mancano. Scuole che non festeggiano Natale e Pasqua perché c’è un bambino di altra religione. Niente feste nazionali se c’è un bambino extracomunitario. Niente 25 aprile se c’è un figlio di fascisti? No, quella non si tocca. La scuola italiana è il principale laboratorio della stupidità collettiva, travestita da progresso umanitario. Quasi peggio della tv, dove la stupidità almeno è passiva e ricettiva, a scuola invece si fa attiva e militante. Qui non siamo al rispetto delle minoranze e delle libertà individuali, ma alla negazione della vita reale per la gente comune nel nome della diversità, che da diritto muta in canone. La scuola istituisce il canone, mentre la tv si limita a farlo pagare. Non sono un tifoso di queste feste standard e commerciali – la mamma, il papà o il gatto – ma il bersaglio qui non è la festa consumista e finta. È la famiglia vera, è il sentire comune, è la tradizione di casa. Cretini, ma non innocui.

 

Marcello Veneziani

 

 
Etica, morale, legalitą PDF Stampa E-mail

27 Marzo 2016

 

 

 

 

 

 

Da Appelloalpopolo del 25-3-2016 (N.d.d.)

 

“Il termine greco ethos ed il termine latino mos, da cui sono derivati rispettivamente i termini moderni di etica e morale – che erano in origine semanticamente identici e la cui separazione sarebbe sembrata agli antichi inutile, se non inconcepibile – significano entrambi “costume”, ed il “costume” era per definizione qualcosa che derivava direttamente da un’esperienza comunitaria. Il “ritaglio” di una zona dell’agire umano definibile come “etico” è dunque qualcosa che non sarebbe mai avvenuto senza un preliminare processo di sfaldamento di questo insieme sociale precedente di tipo olistico […] Oggi, invece, quando si parla di etica, oppure di morale, si intende prima di tutto “ritagliare” dall’insieme dei comportamenti umani individuali e associati una parte, del tutto illusoria, di questi comportamenti stessi, distinti da altri comportamenti ritenuti in vario modo logici, estetici, politici, religiosi…Questa operazione di “ritaglio” di una specifica “regione” di tipo etico e/o morale presuppone un preliminare “ritaglio” dell’individuo dal suo insieme sociale”.

 

In sostanza, nella modernità c’è la tendenza a rifiutare uno spazio comunitario per l’etica/morale, e a rifugiarsi nell’etica/morale individuale. Non importa più domandarsi cosa sia la legge, ma è sufficiente rispettarla (quando va bene) per filo e per segno, come se la legge fosse un dato astratto caduto dal cielo e non, invece, la cristallizzazione (mai definitiva e sempre discutibile) di un’esperienza comunitaria. La legalità diventa così un vanto individualistico o, ancor peggio, un’arma politica per delegittimare un avversario, un partito o un’intera classe dirigente, accusati di essere contro la legalità. Siccome la precedente unità logica tra etica e morale è stata infranta nell’individualismo moderno, è bene prendere atto del dato di fatto e distinguere i due termini, dato che oggi non hanno lo stesso significato. L’obiettivo (teorico e politico) è di arrivare così a riunirli, sostituendo alla morale moderna individualistica una nuova etica comunitaria.

 

Oggi: La morale è la dimensione individuale del rispetto delle leggi, intese come portatrici formali di un ordine neutro, volutamente non etico L’etica non è ammessa, se non come tentativo fastidioso e autoritario di imporre un costume collettivo a sfavore dell’assoluta libertà individuale (che è il valore fondante della modernità occidentale)

 

In un futuro possibile: L’etica è l’insieme della riproduzione comunitaria in uno spazio e in un tempo dati, a cui seguono delle norme di costume collettive, il cui non rispetto da parte dell’individuo comporta la sua emarginazione, definitiva o provvisoria, dalla comunità di appartenenza

 

La morale è l’introiezione personale della necessità di rispettare le norme etiche seguite all’esperienza comunitaria. Precisazione fondamentale: ‘introiezione’ non significa acritica accettazione delle norme etiche comunitarie. Può significare sia accettazione che rifiuto, e in ogni caso problematizzazione individuale delle norme etiche. In una comunità di questo tipo, quindi, non è sacrificato l’individuo libero, ma l’individualismo inteso come patologia. La libertà non è più la caricatura moderna dei diritti individuali assoluti e capricciosi, al riparo dagli altri individui (considerati nemici e competitor) e dalla comunità, ma è la libera e problematica produzione comunitaria di norme etiche che garantiscano l’armonia sociale. Questa libertà “matura” comporta per l’individuo una dialettica incessante tra diritti e doveri, nei quali i secondi sono indispensabili almeno quanto i primi. In una società di questo tipo si è coscienti che la sottovalutazione dei doveri comunitari (etica) sfalderà il tessuto comunitario e riporterà in vita le patologie dell’individualismo, insieme alle quali non è possibile alcuna reale realizzazione dell’Uomo e alcuna concreta legalità, che non sia virtuosismo fine a sé stesso o moralismo spicciolo. Non sarà inutile una seconda precisazione, considerata la facilità con cui oggi – in epoca (post)moderna e quindi ancora intensamente positivistica – si bollano riflessioni filosofiche di questo tipo come “idealistiche” “intuitive” “inutili” “non scientifiche”. È evidente a chi scrive che una comunità olistica in cui l’unità logica tra etica e morale sia ripristinata non sia una meta finale, ma una tensione senza soluzione di continuità, e che questa tensione non si attiva, nelle nostre condizioni sociali, senza un aspro e duraturo conflitto, non certo solo ideale e teorico. Il punto è per cosa decideremo di combattere. Per i diritti umani individuali slegati dal contesto sociale? No, grazie. Per una libertà ristretta, confinata al circolo di amici epicurei illuminati, e chiusa a riccio rispetto ad un ambiente sociale divenuto irrimediabilmente ostile? Neppure. Combattiamo per la realizzazione delle possibilità umane, nel loro campo di realtà concreto, che non è l’individuo, ma la società di individui tra loro legati da rapporti, vincoli e sentimenti universali. In altri termini combattiamo per la comunità, e più precisamente, date le coordinate storiche e geografiche in cui ci troviamo, combattiamo per la comunità nazionale, intesa quale punto di appoggio sia per la realizzazione particolare delle potenzialità umane (l’uomo e le comunità ristrette di uomini, a partire dalla famiglia) che per quella universale (il pacifico e costruttivo dialogo tra diverse comunità nazionali). Da qui e solo da qui, poi, possiamo ragionare intorno al come e al chi combattere. Tattica, strategia e rapporti di forza saranno il nostro pane quotidiano, per la felicità dei “materialisti concreti e scientifici”.

 

Non sto parlando, evidentemente, di una successione temporale: prima la filosofia e l’etica e poi, una volta risolte queste pratiche fastidiose, la tattica e la strategia politica. Parlo, invece, di una dialettica, categoria che andrebbe recuperata con serietà, respingendone sia gli usi semplicistici che le critiche materialiste, spesso indecorose.

 

Simone Garilli

 

 
Tassi zero PDF Stampa E-mail

26 Marzo 2016

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Da Comedonchisciotte del 21-3-2016 (N.d.d.)

 

 “Una fragile calma cede il passo alle turbolenze” titola il rapporto trimestrale pubblicato ad inizio marzo dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, secondo cui i recenti sconquassi borsistici sono solo le avvisaglie dell’imminente tempesta finanziaria, persino peggiore di quella culminata con il collasso di Lehman Brothers. Il livello di indebitamento globale ha toccato nuovi record, l’economia è in stallo e, dato più allarmante, le politiche dei tassi a zero hanno fallito l’obbiettivo di risollevare l’economia: la banche centrali sono oggi impotenti ed in balia degli eventi. L’allarme lanciato dalla svizzera BRI deve tenuto nella massima considerazione, data la sua natura di “banca delle banche centrali”: come l’organismo aveva “previsto” con ampio anticipo la crisi del 2007-2008 sfociata nella Grande Recessione, così i suoi nuovi allarmi rispecchiano le vere condizioni dei mercati. L’incremento dell’allentamento quantitativo è la prova che anche la BCE ha sparato l’ultima, inutile, munizione.

 

Corre l’anno 1930 quando il Piano Young, al fine di garantire l’ordinato trasferimento delle riparazioni di guerra tedesche sui conti dei Paesi creditori, crea la Banca Internazionale dei Regolamenti (BRI): l’iniziativa è presa dagli Stati Uniti che, rifiutata la sottoscrizione del Trattato di Versailles ed in pieno isolazionismo hooveriano, agiscono attraverso rappresentanti semi-ufficiali della Riserva Federale, uomini di fiducia della JP Morgan. L’ubicazione della sede del neonato istituto cade su Basilea, importante snodo ferroviario tra Germania, Svizzera e Francia, mentre per la figura di presidente, scartato il nome del francese Jean Monnet (futuro “padre nobile” della CECA e della CEE, a dimostrazione di quali interessi si celeranno dietro il processo di integrazione europea nel secondo dopoguerra) è scelto l’americano Gates W. McGarrah, affermato banchiere e direttore della Federal Reserve Bank di New York. Se finanza e massoneria vivono in simbiosi dai tempi della nascita della Banca d’Inghilterra, a maggior ragione la Banca dei Regolamenti Internazionali, camera di compensazione tra gli interessi delle diverse banche centrali nazionali, non può che essere frequentata dai più alti gradi della massoneria speculativa: all’inaugurazione della BRI nell’aprile 1930, partecipano per l’Italia Vincenzo Azzolini, numero due di Bankitalia, ed Alberto Beneduce, 33esimo grado del GOI ed ai vertici della finanza italiana, presiedendo enti come il Crediop, l’Icipu e la Bastogi. Ad affiancarli c’è il ghota della finanza e dalla massoneria internazionale: l’onnipotente Montagu Norman, governatore della Banca d’Inghilterra, l’omologo francese Emile Moreau e quello tedesco Hjalmar Schacht. Il punto terzo dello statuto della BRI recita:

 

“Compiti della banca sono: promuovere la cooperazione delle banche centrali e provvedere facilitazioni aggiuntive per le operazioni finanziarie internazionali; operare come fiduciari o agenti nei regolamenti finanziari internazionali ad essa affidati da accordi tra le parti finanziarie”. Le riparazioni di guerra tedesche sono, in sostanza, solo uno degli ingredienti alla base del nuovo istituto e, forse, neppure il più importante: preme infatti avere uno strumento per la consultazione e la collaborazione permanente tra banche centrali. La BRI, nata a distanza di pochi mesi dal grande crollo di Wall Street, allargatosi a macchia d’olio all’intera economica globale, entra presto in azione: nel maggio del 1931 ha inizio, con l’insolvenza della banca Credit Anstalt fondata dal ramo austriaco dei Rothschild, la crisi bancaria che travolgerà prima l’ex-impero asburgico, poi la Germania ed infine il resto dell’Europa. Altro choc sistemico, sempre nel 1931, è il crollo di uno dei capisaldi della finanza mondiale: l’Inghilterra, stremata da anni di deflazione, svalutazione interna e recessione economica, dà l’addio al gold standard dopo l’ammutinamento della flotta militare di stanza ad Invergordon, sintomo che la società inglese è vicina al punto di ebollizione ed è impossibile difendere ad oltranza il sistema aureo.

 

Al termine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti, che pure avevano giocato un ruolo determinante nella nascita dell’istituto, meditano di sciogliere la BRI, accusata di aver collaborato con il ministro delle finanze tedesche, Walther Funk, durante la guerra: gli europei però, sospettando probabilmente che l’obbiettivo americano sia l’egemonia indiscussa ed incontrastata dei due istituti nati con gli accordi di Bretton Woods, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, si oppongono strenuamente, salvando così il prototipo stesso di quegli organismi, come l’FMI, il WTO, o la UE, nati per sviluppare i flussi internazionali di capitale e propagare l’influenza della finanza anglofona. Non a caso, gli aspetti tecnici del processo che culmina con l’introduzione dell’euro, sono curati, dagli anni ’60 sino alla firma nel 1992 del Trattato di Maastricht, nella sede svizzera della BRI. La natura della Banca Internazionale dei Regolamenti, le consente di essere dentro i meandri delle banche centrali ed allo stesso tempo super partes: è la camera di compensazione tra gli istituti che controllano l’emissione di moneta, non il comitato esecutivo della FED o della BCE. Mentre i governatori delle banche centrali sono quindi costretti alla massima cautela (ed omertà) nei loro periodici comunicati, la BRI gode di un certo di margine di libertà, grazie al fatto che le sue pubblicazioni non hanno un impatto diretto su nessuna moneta: la BRI, in sostanza, ha meno freni inibitori nel descrivere il vero stato di salute della finanza mondiale. Non è un caso se la crisi dei mutui spazzatura, culminata nel 2008 con il fallimento di Lehman Brothers, fosse stata ampiamente prevista dall’istituto: risale al 2003 il lavoro “Whiter Monetary and Financial Stability? The implications of Evolving Policy Regimes” dove si asserisce che la prolungata discesa del saggio di risconto della banche centrali (abbassato allora dalla FED all’1%, minimo dagli anni ’50) seguito da un progressivo rialzo, favorisce prima la formazione e poi l’esplosione di bolle speculative, specie nel settore edilizio ed in quello azionario. È esattamente quanto avviene quando i tassi, dal 2004 al 2007 risalgono fino al 5,25%, prima sbollentando il prezzo degli immobili e dei corsi azionari, e poi causandone il crollo. Il “profetico” documento (che non descrive nient’altro che le dinamiche già sottostanti al crash del 1929) è firmato da William White, capo economista della BRI, e Claudio Borio, dimostratisi molto più lungimiranti di Nouriel Roubini, venduto a fini commerciali come “l’economista che ha previsto lo scoppio della bolla immobiliare”. William White lascia la BRI nel 2008 per entrare all’OCSE. Intervistato nel 2013 dal quotidiano inglese The Telegraph, il profetico economista lancia un nuovo allarme: “BIS veteran says global credit excess worse than pre-Lehman” titola l’articolo, dove si asserisce che i disequilibri che hanno portato all’ultimo crollo borsistico sono tutt’ora presenti, anzi, sono addirittura peggiorati. Nelle economie avanzate il debito totale rapportato al PIL è cresciuto del 30%, le bolle speculative si sono estese ai mercati emergenti e nessuno può prevedere cosa accadrà quando le banche centrali, presto o tardi, saranno obbligate ad alzare i saggi di risconto.

 

Subentra il 2015 ed agli allentamenti quantitativi della FED, della BOE e della BOJ, si aggiunge quello della BCE, il cui bilancio cresce ad un ritmo tale da raggiungere velocemente quello dell’omologa americana e preparare il sorpasso: in un simile contesto, l’annuncio dato il 16 dicembre ai mercati da Janet Yellen, di un rialzo del saggio di risconto dallo 0,25% allo 0,5% , ha il mero sapore della propaganda mediatica. Il mondo, in realtà, continua ad essere inondato di liquidità, senza che questa esca però mai dai circuiti finanziari, per irrorare l’economia reale: la dinamica dei prezzi è infatti ovunque piatta, se non scivola addirittura in territorio negativo, mentre l’economia globale, fiaccata dal rallentamento cinese, mostra preoccupanti segnali di recessione. Nel gennaio del 2016, The Telegraph intervista nuovamente William White ed il titolo dell’articolo “World faces wave of epic debt defaults, fears central bank veteran” è sufficientemente eloquente: l’indebitamento globale aumenta senza sosta e, alla prossima recessione, diverrà palese che questa mole di debito è impagabile. “Il giubileo dei debiti” dice White (citando la saltuaria cancellazione delle obbligazioni prevista nell’Antico Testamento) sarà inevitabile e spetterà alla politica governarne gli impatti sulla società (il debito di qualcuno è pur sempre il credito di qualcun altro). L’accanirsi delle banche centrali sulle politiche monetarie accomodanti è tanto inutile quanto dannoso: spetta alla politica riscoprire il proprio primato, lanciando una serie di manovre fiscali espansive (le classiche opere infrastrutturali) per uscire dalle sabbie mobili della crisi. In concomitanza all’intervista di William White, le borse mondiali affondano senza sosta sigillando il peggior gennaio dal 2009, quando l’economia mondiale annaspava tra i gorghi post-Lehman Brothers: ad innervosire i mercati è il rallentamento dell’economia cinese, il crollo del greggio (capace di innescare la bancarotta di un terzo delle società operanti nel settore) e la percezione sempre più diffusa che le banche centrali abbiamo raschiato il fondo del barile.

 

È la volta ora di Claudio Borio, l’altro economista della BRI ad aver previsto nel 2003 lo scoppio della bolla immobiliare in nuce, adesso a capo del dipartimento monetario ed economico: ai primi di marzo, in occasione della presentazione della rassegna trimestrale, Borio afferma, commentando le recenti turbolenze dei mercati, che “quelli che vediamo potrebbero non essere solo fulmini isolati, ma i segnali di una tempesta vicina che si sta preparando da molto tempo”. Il documento pubblicato dalla Banca Internazionale dei Regolamenti ha le stesse (alte) probabilità di essere “profetico” quanto quello che preannunciò la crisi dei mutui spazzatura: le banche centrali hanno esaurito le munizioni ed l’accanirsi con i tassi attorno allo zero, se non negativi, sortisce come unico effetto la contrazione della redditività delle banche, non a caso vittime del forte ribasso borsistico di inizio anno. Recita la rassegna della BRI, dall’eloquente titolo “Una fragile calma cede il passo alle turbolenze”:

 

“All’origine di parte delle turbolenze vi è stato il crescente timore degli operatori del mercato per le opzioni sempre minori per il sostegno delle politiche di fronte all’indebolimento delle prospettive di crescita. Con lo stretto margine di manovra disponibile nelle finanze pubbliche e le politiche strutturali ampiamente latenti, le misure delle banche centrali sono sembrate in via di esaurimento. (…) Le costanti turbolenze finanziarie in un contesto globale di debolezza hanno dato il via a una seconda fase di agitazioni, in cui i mercati hanno preso in considerazione l’eventualità che le banche centrali possano spingere ulteriormente i tassi di interesse in territorio negativo e, contemporaneamente, accentuare la persistente debolezza nella redditività delle banche. (…) All’origine di parte delle turbolenze degli ultimi mesi vi è stata una crescente percezione nei mercati finanziari secondo cui le banche centrali potrebbero aver quasi esaurito le opzioni di policy efficaci. I mercati hanno differito ulteriormente al futuro le aspettative per la ripresa di una graduale normalizzazione da parte della Fed. E nel momento in cui la BoJ e la BCE hanno manifestato la propria intenzione di prorogare l’accomodamento, i mercati hanno palesato accresciuti timori per le conseguenze indesiderate di tassi ufficiali negativi. Sullo sfondo, la crescita è rimasta deludente e l’inflazione persistentemente al di sotto degli obiettivi”. A distanza di pochi giorni dalla pubblicazione del rapporto, i timori della BRI trovano conferma nella nuova mossa della BCE: l’inasprimento dei tassi negativi per gli istituti che depositano denaro nei forzieri (blindati, fino a prova contraria) di Francoforte, un ulteriore riduzione del costo del denaro e l’estensione degli acquisti di titoli alle obbligazioni societarie. Il tutto mentre l’eurozona scivola nuovamente in deflazione ed il malessere degli istituti di credito si irrobustisce.

 

A distanza di un anno dal lancio dell’allentamento quantitativo della BCE, l’unico giudizio positivo esprimibile è che la sua mancata adozione avrebbe forse reso la situazione ancora peggiore: un Paese come l’Italia, che ha chiuso il 2015 con un PIL a +0,6%, avrebbe quasi inanellato l’ennesima recessione senza le esportazioni facilitate dal cambio €/$ sotto a 1,15. Diversamente il quadro è desolante, come certifica il dato sull’inflazione nell’eurozona, precipitato nel febbraio 2016 a -0,2% su base annua: per l’Italia (dove la caduta dei prezzi è persino più accentuata, -0,3%), un simile andamento significa non solo l’archiviazione di qualsiasi ipotesi di ridurre il debito pubblico, ma addirittura rende sempre più traballanti le finanze pubbliche (basti pensare all’IVA, che è una percentuale fissa del prezzo delle merci e quindi cala al deprezzarsi delle stesse). Nonostante ciò, il governatore della BCE Mario Draghi (altro 33esimo grado della massoneria che siede con disinvoltura nei più ristretti ed esclusivi salotti finanziari mondiali) ha optato, più per disperazione che per convinzione, per la continuazione della strategia adottata. Anzi, ha deciso di calcare la mano: agli istituti che depositano il denaro presso la BCE è applicato un interesse negativo che passa dal precedente -0,3% al -0,4%, il saggio di risconto tocca infine lo 0% dal 0,05% precedente, ed ai 60 €mld di acquisti mensili di titoli di Stato (per l’80% collocati in pancia alla rispettive banche nazionali) se ne aggiungono altri 20 di obbligazioni societarie. Si pone però il problema già evidenziato da Claudio Borio. Le banche europee (e quelle italiane in particolare) traggono una parte modesta dei ricavi dall’attività di investimento/speculazione, normalmente galvanizzata dagli allentamenti quantitativi delle banche centrali (si pensi che l’americana Citigroup, banca universale per eccellenza, produce in questo settore il 25% dei ricavi8), mentre sono ancora dipendenti dalla tradizionale attività creditizia. Ne consegue che l’unico vantaggio concreto è il lievitare del prezzo dei titoli di Stato di cui i bilanci sono ricolmi. La politica accomodante delle BCE non risolve però, ad esempio, il dramma delle sofferenze (ammontanti in Italia a 202 €mld, secondo le ultime cifre), né aiuta il cuore dell’attività creditizia, che ha bisogno di un contesto macroeconomico sano per funzionare, pena il diniego di linee di credito anche per le attività più rodate. Non solo, nel momento in cui al vertice dei sistema creditizio (la BOJ ha intrapreso la stessa strada e la FED non esclude di agire allo stesso modo in futuro) si introduce la politica dei tassi negativi, presto o tardi, questa deve essere applicata a cascata sino al consumatore: d’altronde come le banche pagano per lasciare il denaro presso la BCE e non prestare, così il cittadino comune dovrebbe “pagare” per lasciare il denaro sul conto corrente e non spendere. La riluttanza degli istituti di credito ad applicare i tassi negativi alla clientela è alla base dell’erosione di redditività paventata dalla BRI: la minaccia è particolarmente avvertita da quegli istituti, come la casse di risparmio tedesche, che data la loro natura aborriscono l’idea di essere costrette a pagare per parcheggiare il denaro presso la BCE e necessitano di investimenti che, per quanto poco rischiosi, abbiano comunque un rendimento (anche i Bund tedeschi pagano da tempo interessi negativi). Il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, da sempre critico verso l’allentamento quantitativo, ha lanciato il monito che entro il 2019 rischia di andare in fumo fino al 75% degli utili delle banche tedesche, se la BCE non inverte la rotta. Dall’altra parte dell’oceano Atlantico, il governatore della FED, dopo il frazionale rialzo del saggio di risconto di dicembre, ha rimandato qualsiasi ulteriore incremento, in attesa di capire l’evoluzione della situazione economica statunitense e globale: il termine “incertezza” ricorre sempre più sovente nel lessico di Janet Yellen. Incerta è l’evoluzione dei tassi, incerto è l’andamento dell’economia, incerte, di riflesso, sono le idee dei banchieri centrali […]

 

Il “giubileo dei debiti” evocato dall’ex-economista del BRI, indispensabile per rilanciare l’economia, incombe, senza che la politica ne abbia neppure cognizione: i precedenti storici con cui si uscì dall’opprimente cappa di deflazione e debito impagabile non sono rassicuranti.

 

Federico Dezzani

 

 
Ci sono dei colpevoli PDF Stampa E-mail

25 Marzo 2016

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Da Comedonchisciotte del 23-3-2016 (N.d.d.)

 

Dalle mie parti, si dice “avere la faccia come il c...” che è un po’ scurrile, lo ammetto, ma rende bene l’idea. Soprattutto quando, dietro la firma di Renzi su Twitter, spiccano quelle di Gentiloni, Giannini, Alfano, Fassino...e tutta la ghenga. Come si fa a spiegare alla gente che un autista s’addormenta al volante per una tratta di per sé non certo impegnativa, come Valencia-Barcellona, su un’ottima autostrada: meno di quattro ore di guida. Bastano quattro righe di condoglianze buttate giù in fretta, dal nostro sindaco di Firenze (con i suoi corifei al seguito), stacanovista di Twitter? Non si spiega fin quando, cercando bene fra le pieghe della notizia, non salta fuori l’età dell’autista: 63 anni.

 

Per un caso della vita, quando ancora avevo da poco scapolato i vent’anni, portai un camion su e giù per lo Stivale: non era certo un bestione, comunque fra cassone e cabina (era un passo lungo), raggiungeva quasi gli 8 metri. Un 625 N2 BS, per gli amanti delle antichità “pesanti”. Ma non è un metro in più od in meno a fare la differenza: sono le ore in più (all’epoca, non c’erano ancora i “dischi”), le attese snervanti, i pasti consumati in fretta, le notti insonni passate a farsi abbagliare dai veicoli dell’opposta corsia. A volte, fui fortunato: la svista capita anche a 20 anni, soprattutto quando – dopo una giornata di lavoro e consegne – riparti e ti fai una tirata Napoli-Torino di notte.  Oggi, ho 65 anni: pressappoco l’età dell’autista spagnolo. La prima domanda che mi sono posto, quando ho letto la notizia, è stata “te la saresti sentita?”. Forse, è la risposta che mi sono dato: me la sarei sentita solo se fosse stata una questione grave, di vita o di morte, come usa dire. Normalmente, no. È vero che ho guidato per soli tre anni, che non sono allenato – dopo una vita trascorsa fra i banchi di scuola – ma la questione è un’altra: a questa età, non c’è soltanto il colpo di sonno in agguato, ma anche il malore, lo sfinimento eccessivo.  A volte, mentre veleggio nel traffico col mio motorino, osservo i camion che escono dall’autostrada: certe facce, lo confesso con dolore, mi spaventano. Visi emaciati dall’età indefinita, coperti dai soliti occhiali da sole, crani calvi, sentore di vecchio, di chi dovrebbe stare ai giardinetti, invece che su una “bestia” con 44 tonnellate sulla schiena. Ma com’è stato possibile fare un simile scempio?

 

Se i genitori delle povere ragazze di Tarragona cercassero un colpevole, basterebbe scorrere la lista dei vari “eminenti lacrimosi” su Twitter: c’erano quasi tutti quando fu votata la legge Fornero, c’erano quasi tutti quando furono definite le categorie a rischio, per i quali non valevano le nuove norme. E, il presidente del consiglio, ha un aggravio: non aver promosso nessuna iniziativa per rivedere quelle norme pazzesche, che a 67 anni ti obbligano a condurre un camion, una nave od un treno. Per i macchinisti delle ferrovie, c’è anche lo sberleffo: hanno una vita media di 64 anni, forse a causa dei campi magnetici dei locomotori, ma non è dimostrato scientificamente – lo ha detto Tullio Regge, per il caso della Radio Vaticana e la vicenda di Ponte Galeria. Crepate pure tre anni prima della pensione: qualcuno che si godrà i vostri contributi ci sarà di sicuro, ad esempio noi. Non importa se, in questo caso, l’autista era spagnolo perché anche la Spagna ha seguito, per la previdenza, il sentiero italiano: prima, in Spagna, s’andava in pensione tutti intorno ai 60 anni, addirittura con 30 anni di contributi. Ma siamo in Europa, vivaddio! Solo la Francia resiste all’assalto previdenziale delle banche ai fondi pensione, e continua a sostenere una teoria bislacca: se porti un camion per 25 anni – a qualsiasi età – dopo vai in pensione. È bislacca solo per chi un volante non l’ha mai avuto fra le mani per 9 ore il giorno, per sei (?) giorni la settimana. La storia è quasi inutile raccontarla, perché tutti la conosciamo: i primi “risparmi” della riforma Fornero (3,9 miliardi) furono subito destinati da Monti al salvataggio del Monte dei Paschi, il quale non li ha ancora restituiti. Era la stessa banca alla quale scriveva, amareggiato, Giuliano Amato per chiedere che non fosse diminuito il contributo (erano “solo” 150.000 euro) per il suo amato circolo tennistico di Orbetello...”come facciamo? Siamo già all’osso!” Prima di lui, ci aveva pensato Giulio Tremonti ad azzerare il consiglio d’amministrazione dell’INPS, per trasformare l’Istituto Previdenziale in una cassa “per storni” ad uso del bilancio dello Stato. Il lavoro dei becchini ha molti padri, e tutti hanno la scusa buona per scansarsi ed incolpare un altro.

 

Cari genitori, non ci sono parole che potranno acquietare il vostro dolore: nessuno dei genitori che hanno perso dei figli, e che ho conosciuto personalmente, si è mai riavuto da quel trauma, che è il più terribile da sopportare nella nostra valle di lacrime. Inutile ricorrere ai “se” od ai “ma”...se non si chinava per raccattare il cd dal pavimento dell’auto...se si fermava a dormire da voi...se quel maledetto cellulare non lo distraeva...non serve a niente, è solo tempo sprecato.  Non è che covare rabbia sia utile per il vostro dolore ma, se veramente vogliamo che simili storie non si ripetano più, dobbiamo avere il coraggio di mettere il dito nella piaga, di fare i nomi dei colpevoli. Che tutti conosciamo.

 

Carlo Bertani

 

 
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24 Marzo 2016

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Da Comedonchisciotte del 22-3-2016 (N.d.d.) 

 

Di fronte agli attentati di Bruxelles mi assale un sentimento abissale di stanchezza e sconforto. L’ondata che seguirà alle stragi sommergerà, definitiva, le nostre vite. Non abbiamo scampo, evidentemente. La retorica del regime ha già sentenziato: “più Europa”.

E così sarà. Le quadrate legioni del “più Europa” già fanno echeggiare il passo dell’oca del “più Europa” su ogni media e social, su ogni centimetro quadro di fogliaccio di propaganda. Il capo del governo francese, la nullità Valls, spetezza: “Nous sommes en guerre!”. La pletora dei consueti esperti (evocata dai comodi sacelli di accademie e fondazioni) cicala a stupidità unificata travolgendo la razionalità. E credetemi, non sono certo gli armigeri di un complotto. La maggior parte di loro è in buona fede. Son solo conformisti. Più realisti del Re del mondo. E tengono famiglia. Accendo la radio per venti secondi e un professore (un esperto!) tuona con voce grave: “Ci vuole un cambio di passo e un cambio di strategia nonché un cambio di metodologia …”. Addirittura! Non si preoccupi, caro Lei, il cambio di passo ci sarà.

Unificazione di intelligence, collaborazioni fra polizie europee, soppressione di polizie nazionali, database condivisi, sommesse schedature di massa: per il nostro bene, ovviamente, e “salvaguardando i nostri valori: la democrazia e la libertà”. 

Tutto già sentito sino allo stomachevole … La democrazia e la libertà. Libertà di fare cosa? Di quale libertà godiamo in Italia? Fare shopping? Il maremoto retorico in pochi minuti ha già originato le proprie onde anomale. E certo, ti assale il desiderio che arrivino in fretta queste colonne d’acqua e ci sommergano. Se dobbiamo diventare schiavi acceleriamolo questo cambio di passo e facciamola finita.

D’altra parte i tentativi di contrasto basati sul dialogo e sulla logica non servono a nulla. La gente non ti sta a sentire, per carità. Io stesso faccio fatica a convincere i miei familiari, figuriamoci gli estranei. La controinformazione conta quattro gatti e occorre arrendersi alla banalità delle cifre: Blondet e Orso li seguono (forse) in diecimila mentre una singola puntata di Bruno Vespa arriva a un milione di zombie; una puntata del TG3 con la supercotonata Botteri, invece, supera i due milioni. E, vi imploro, smettiamola di tagliuzzare in cento spicchi il capello del false flag sì/false flag no … coi soliti toni apodittici e litigiosi. Che sia un attentato genuino o pilotato poco cambia, come ho già asserito a queste latitudini. Nell’un caso o nell’altro la meta d’arrivo è l’assoggettamento ideologico, culturale e demografico dell’Europa. La feudalizzazione basata sul censo avanza con cingoli d’acciaio. Uno scirocco vischioso e umidiccio intorpidisce le menti e i riflessi atavici. La popolazione è troppo fiacca, svuotata, inebetita e rimbecillita per tentare una qualsivoglia reazione. Tutti i capisaldi spirituali e logici del passato non fanno più presa o sono stati dimenticati. Persino il principio fondante dell’Occidente, quello di non contraddizione, ormai dice poco a quasi tutti.

Che vi devo dire? Tappiamoci le orecchie qualche giorno. Poi sediamoci e aspettiamo.

Alceste

 

 
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