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Uccidere per sport PDF Stampa E-mail

27 Marzo 2015

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Delle atrocità dei ‘barbari’ terroristi dell’ISIS, che massacrano impunemente turisti innocenti, sono pieni i giornali, mentre non una parola viene spesa per le atrocità che i ‘civilissimi’ esportatori di democrazia compiono, ancor più impunemente, da anni, nell’assordante silenzio dei media.

Houston, 23 Marzo 2015 - Ma qualche volta il silenzio si incrina – per un caso o per un eccesso di zelo – e allora quello che emerge fa paura. Fa paura perché se è facile attribuire crudeltà gratuita e mancanza di rispetto per la vita umana a un ignorante, rozzo e fanatico contadino yemenita o afghano, reclutato dalle multinazionali del terrore, non altrettanto si può dire se chi compie atti di atrocità affatto gratuiti è un ‘civilissimo’ marine dell’esercito USA. Anzi, aggiungerei che se il primo uccide per un ideale – per quanto capovolto e degenerato esso possa essere – il secondo lo fa ‘per sport’.

Sì, avete letto bene, ho scritto proprio ‘per sport’, perché è così che Jeremy Morlock, 23 anni, ha descritto pochi giorni fa le proprie azioni omicide davanti ad un tribunale militare. Jeremy, infatti, ha confessato di aver partecipato all’omicidio di tre afgani inermi e di essere parte di un ‘team kill’ che uccideva deliberatamente civili afghani disarmati per puro divertimento, ‘per sport’. “Il piano era quello di uccidere delle persone, signore”, ha detto al giudice militare di Fort Lea, vicino a Seattle, spiegando come lui e almeno altri quattro suoi commilitoni della brigata Stryker simulassero – dopo aver ucciso a piacimento dei civili inermi – delle situazioni di combattimento, per poter giustificare i massacri.

Una serie di confessioni videoregistrate sono state anche trasmesse in televisione, qui negli USA, e hanno naturalmente provocato reazioni sdegnate ma soprattutto stupefatte. Eh sì, stupefatte, sorprese, incredule, perché qui a pensar male dei propri soldati si fa peccato mortale, segno che non si è ‘patrioti’, il massimo della vergogna per un americano… E dire che l’opinione pubblica si era appena riavuta dagli strascichi legali e mediatici di Abu Ghraib in Iraq, che aveva costituito un vero e proprio shock per la nazione. Ci si era appena voluti convincere che quella era stata solo una deplorevole eccezione. Delle mele marce tra i ‘nostri eroici ragazzi’, che rischiano la vita per portare la democrazia nel mondo. We support our troops, noi siamo vicini ai nostri soldati, recita l’onnipresente etichetta sulle macchine, sulle aiuole davanti alle villette a schiera, sulle porte di casa.

Invece siamo di nuovo in ballo e questa volta il ballo sembra piuttosto inquietante, tanto che questa settimana la rivista tedesca Der Spiegel ha pubblicato tre foto – solo tre dato che le altre erano impubblicabili -  che mostrano dei soldati, tra cui Morlock, in posa sul cadavere di un ragazzo afgano, come un trofeo di caccia. Non solo, alcuni soldati si sono presi - e conservate come souvenir - parti del corpo delle loro vittime, tra cui un teschio. Sì certo, dopo la pubblicazione delle foto, l’esercito americano ha dovuto fare una dichiarazione in cui chiedeva scusa alle famiglie dei morti. “Le foto sono ripugnanti in quanto esseri umani, e in contrasto con le norme e con i valori dell’esercito degli Stati Uniti”, recita la nota.

Morlock, un po’ per salvarsi il fondoschiena e un po’ forse perché si è reso conto dell’enormità del suo caso, ha tirato dentro un suo superiore, il sergente Calvin Gibbs. A suo dire gli omicidi – che hanno avuto luogo tra gennaio e maggio dello scorso anno - furono istigati da Gibbs. Nella sua deposizione ha descritto accuratamente come venivano realizzati i piani di caccia all’uomo ‘per sport’; dopo aver individuato gli obiettivi civili, questi venivano assassinati e poi si costruiva la scenografia per giustificare la loro morte come se si trattasse di un attacco di insorti. Morlock racconta alla corte di quando sparò a una vittima, mentre il sergente Gibbs gli aveva lanciato una granata. “Prendiamo di mira un ragazzo e Gibbs fa un commento, tipo - ehi, ragazzi lo vogliamo accoppare o no questo?” così Morlock nella confessione.

E ancora, nel corso di un pattugliamento in un villaggio a Kandahar, Morlock si trova dietro un muretto e chiama Holmes. È una giornata fredda - racconta Holmes - ma l’altro suda copiosamente. Vede con la coda dell'occhio Morlock giocherellare con qualcosa. “Sospettavo che fosse una granata, ma speravo fosse la sua radio” aggiunge Holmes.

Ma di granata si trattava. Morlock la tira verso un ragazzo - in piedi dall’altra parte del muro - nonostante il giovane fosse evidentemente disarmato e non rappresentasse minaccia alcuna, - dice Holmes. Poi, gli ordina di sparare. “Ho guardato il ragazzo. Se ne stava lì come un cervo abbagliato dai fari”, ha aggiunto Holmes al giudice con voce chiara e ferma. “Ho sparato da sei a otto colpi verso il giovane, e ora sono pentito”.

 Finita la prodezza Holmes e Morlock si scattano una foto-ricordo in stile safari, mentre tengono sollevata la testa della vittima. I nostri ‘bravi ragazzi’ della base Lewis-McChord, a sud di Seattle, furono arrestati l’anno scorso in Afghanistan, dopo che saltò fuori l’assassinio di tre civili ‘per sport’, ma solo oggi c'è una ammissione di responsabilità.

Holmes, di soli 21 anni, è stato inizialmente accusato di associazione a delinquere, omicidio premeditato e altre imputazioni. Si è dichiarato colpevole di un solo omicidio e del possesso di un osso del dito dalla sua vittima. Morlock ha ammesso la partecipazione a tre omicidi e rischia una condanna ad almeno 24 anni, ma – essendo reo confesso – è possibile che esca di galera dopo soli sette anni.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg; giovani sui quali vengono applicate tecniche di controllo mentale per combattere guerre senza ideali che macellano altri giovani la cui sola colpa è trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, come avviene ormai da decenni.

E l’estremo Occidente, con la sua arroganza e la pretesa di una nobile missione da compiere ne risponderà davanti alla Storia.

 

Piero Cammerinesi

 
PCE: potrÓ crescere? PDF Stampa E-mail

25 Marzo 2015

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Ormai siamo in tanti a dichiarare la necessità di un superamento della vecchia dicotomia fra destra e sinistra. Voler essere “di destra” “di sinistra” è diventato quasi un luogo comune.

In fondo ha più senso una contrapposizione che metta di fronte, su opposte barricate, liberisti e statalisti. Da una parte, quella liberista, troveremmo i fautori del mercato, della libera iniziativa, dei diritti dell’individuo, essendo lo Stato soltanto garante della legalità. Dall’altra parte troveremmo i fautori di un’economia regolata e programmata dai poteri pubblici, al fine di una più giusta distribuzione del reddito, e i favorevoli a una funzione “pedagogica” dello Stato. Faremmo così scoperte sorprendenti, dovendosi collocare, sul versante liberista, liberal-conservatori, liberal-democratici, e perfino anarchici. Ancora più sorprendentemente troveremmo dall’altra parte delle barricate keynesiani, comunisti, socialisti e fascisti.

Ebbene, il tentativo di configurare qualcosa che non sia né destra né sinistra, sembra destinato al fallimento. “Destra” e “Sinistra” hanno assunto lo statuto ideale di categorie dello spirito, come tali eterne e immutabili, non due parole che connotano fenomeni segnati storicamente e transeunti. Non c’è niente da fare: ogni movimento, ogni nuova o meno nuova formazione politica, ogni fenomeno culturale con implicazioni sociali, viene immediatamente catalogato come di destra o di sinistra.

Prendendo atto di questa realtà (perché è metodologicamente corretto fare sempre i conti con la realtà), l’obiettivo non è più dare vita a una formazione politica che non sia destra sinistra, ma che sia contemporaneamente destra e sinistra. Una “destra” che sia anche “sinistra” e una “sinistra” che sia anche “destra”. Potremmo identificarla in un programma “di sinistra” dal lato economico-sociale e “di destra” nella definizione dei valori.

“Di sinistra” sarebbe una concezione di politica economica rivolta a perseguire il massimo possibile di parità di opportunità, riducendo le differenze di reddito e sottintendendo sempre l’uguaglianza fra tutti gli esseri umani per quanto riguarda la dignità della persona; una concezione che privilegia l’interesse del collettivo, della comunità, rispetto ai diritti individuali; una concezione che si apre alle varie culture ma respinge l’omologazione imperial-colonialista.

“Di destra” sarebbe la scala dei valori: la difesa della famiglia come agenzia educativa fondamentale; dell’autorità dello Stato innanzitutto come comunità organizzata che premia il merito e punisce la colpa; della religione nella sua funzione di coesione sociale, riconosciuta anche da chi non sia credente; la riproposizione di concetti quali l’onore (personale, familiare e nazionale), la responsabilità personale in rapporto ai vari ruoli che si devono assumere nel contesto familiare, sociale e lavorativo, il riconoscimento del merito pur nell’ammissione della fondamentale uguaglianza di dignità personale, il recupero delle radici pur nell’accettazione di un diverso che non stravolga le tradizioni della comunità.

Formazioni politiche orientate in questo senso, sono già in embrione. Vengono comunemente etichettate col termine vagamente ironico e spregiativo di rossobrunismo. Si scontrano negli eterni steccati del fascismo e dell’antifascismo, particolarmente duri da rimuovere proprio nell’Italia ancora ferma alle brigate nere e ai partigiani. Da questa Italia vecchia, scettica, delusa e stanca, rincoglionita da decenni di consumismo ebete, non possiamo aspettarci che possa essere quello che è stata diverse volte nella storia, un’avanguardia che apre vie nuove per l’Europa e di conseguenza per il mondo. Oggi possiamo solo sperare che le novità sopra delineate si affermino a livello continentale in modo che possiamo recepirle e adattarle alla nostra realtà.

Recentemente è nato il PCE (Partito Comunitarista Europeo). Sarà un’altra creatura destinata a breve vita o potrà crescere? Restare a guardare criticando è atteggiamento fin troppo facile e fin troppo diffuso. Offrire un contributo di idee perché il germoglio diventi pianta robusta, sarebbe già una doverosa assunzione di responsabilità.

Luciano Fuschini 

 
Guardarsi dagli amici PDF Stampa E-mail

23 Marzo 2015

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“Se darete asilo a Edward Snowden non condivideremo più con voi nessuna notizia di intelligence, lasciandovi del tutto indifesi davanti al terrorismo”. Questa la minaccia – che emerge solo oggi - fatta dal governo Usa ad un Paese amico - la Germania - per impedire che la Merkel accogliesse la richiesta di asilo politico di Snowden.

Houston, 20 Marzo 2015 - E questo non lo riporta un giornalista “complottista” ma lo afferma - forte e chiaro – nientemeno che il vice cancelliere tedesco, Sigmar Gabriel, nel corso di una conferenza stampa a Homburg, in Germania, due giorni fa. Tutti ricorderanno il famoso datagate, e gli eventi che, due anni fa, portarono all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale le rivelazioni di Edward Snowden. L’improvvisata intervista a Hong Kong e la successiva pubblicazione, su alcuni quotidiani internazionali, dei documenti che mostravano inequivocabilmente il vasto piano di controllo globale di tutti i dati elettronici a livello mondiale da parte dell’NSA americana e del GCHQ britannico. La rabbiosa reazione del governo americano, a seguito dell’enorme scalpore sollevato da quei documenti che dimostravano – oltre ogni ragionevole dubbio – la guerra dei governi non contro il terrorismo, bensì contro i propri cittadini, costrinse Snowden a una fuga precipitosa.

Come si ricorderà egli riuscì avventurosamente a raggiungere Mosca prima che i mastini dell’NSA e della CIA riuscissero a mettergli le mani addosso. Nella capitale russa egli restò alcune settimane - ormai senza passaporto in quanto gli era stato revocato dagli USA - in attesa di un Paese che accettasse di ospitarlo. Le pressioni, che all’epoca il governo americano fece sulle – poche - Nazioni che si offrirono di accogliere Snowden (Ecuador, Venezuela, Bolivia), resero di fatto impossibile l'accettazione della richiesta di asilo politico del transfuga.

In quel concitato periodo vi fu anche l’episodio del dirottamento dell’aereo presidenziale di Morales, il presidente della Bolivia, bloccato e perquisito a Vienna; aereo cui venne finanche negato il diritto di sorvolo di vari Paesi europei compresa l’Italia – il più sciocco dei servi sciocchi – per paura che in esso fosse nascosto il fuggitivo.

Ma quello che solo oggi emerge all’attenzione del pubblico arricchisce di nuovi elementi il quadro, già sufficientemente deprimente, della tracotanza americana non solo nei confronti di Paesi non allineati, ma anche di Paesi amici, anzi, dei più fedeli “alleati”. Insomma, mai come in questo caso calza a pennello il vecchio adagio: "dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io".

Già l’episodio del controllo e intercettazione del telefono della stessa cancelliera tedesca, Angela Merkel, dagli spioni dell’NSA, aveva – a parole – richiamato l’indignazione dei tedeschi. A parole, in quanto ben poco avvenne poi nei fatti. Ma i motivi di tale inerzia ci sono e sono presto detti.

È, infatti, emerso questa settimana un particolare finora sconosciuto.

Il vicecancelliere tedesco, Sigmar Gabriel, nella conferenza stampa a margine della premiazione di Glenn Greenwald a Homburg, ha candidamente dichiarato che all’epoca della spasmodica ricerca di un Paese che ospitasse Snowden, la Germania sarebbe stata disponibile se non avesse ricevuto aperte minacce dall’”alleato” americano. Il governo USA affermò apertamente che, se i tedeschi si fossero azzardati a dare asilo o solo a far transitare Snowden in Germania, gli Stati Uniti non avrebbero più condiviso le fonti di intelligence con la Germania, lasciando, così, il Paese completamente in balìa di eventuali minacce terroristiche. Se poi – ma questo Gabriel non lo dice, lo aggiungiamo noi – riflettiamo su chi realmente organizza il terrorismo, è facile comprendere il peso di tale minaccia. “Ci dissero – così Gabriel – che non ci avrebbero più avvisato di piani terroristici o altre questioni d’intelligence”. Il vicecancelliere ha aggiunto di essere molto dispiaciuto del fatto che Snowden abbia dovuto chiedere asilo alla Russia “visto che nessun altro Paese era in grado di proteggerlo dalle minacce di arresto da parte del governo americano” In realtà il dibattito sull’opportunità di dare asilo a Snowden era stato all’epoca molto vivace e aveva avuto il suo picco lo scorso anno quando la commissione parlamentare incaricata di analizzare le attività di spionaggio dell’NSA voleva portare Snowden a testimoniare in Germania, cosa che fu poi impedita dal governo.

Bene, oggi è facile capirne il motivo.

Alla domanda di un giornalista presente alla conferenza stampa su come mai allora fosse stata presa quella decisione, Gabriel ha risposto che Snowden non venne fatto testimoniare perché la Germania avrebbe dovuto legalmente acconsentire in caso di richiesta di estradizione da parte degli USA.

Insomma, cosa abbiamo qui?

Un Paese – gli USA – che minaccia apertamente un proprio “alleato” – la Germania – spiata, peraltro, spietatamente per anni, di restare completamente vulnerabile di fronte ad attentati terroristici – organizzati, poi, chissà da chi? – se dà spazio a colui che – Edward Snowden – ha mostrato al mondo dove stia di casa il vero terrorismo globale.

Sino a oggi nessun funzionario governativo aveva ammesso apertamente che erano state le minacce degli Stati Uniti a far sì che la Germania voltasse improvvisamente le spalle a Snowden, le cui rivelazioni furono di grande aiuto per i tedeschi come per ogni popolo del mondo. Solo la presenza di tali minacce può infatti giustificare quel rifiuto, altrimenti indifendibile, da parte della Germania, di proteggere Snowden dalla persecuzione del suo Paese.

Fortunatamente l’attenzione e il coraggio di una piccola parte della stampa libera sta coraggiosamente indicando alla gente la realtà dei fatti, dietro l’illusionismo catodico e mediatico.

Ora sta a noi riflettere su questi elementi e diffondere queste notizie.

Solo la conoscenza della verità ci renderà liberi.

 

Piero Cammerinesi 

 
Post-Umano PDF Stampa E-mail

22 Marzo 2015

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Da Rassegna di Arianna del 17-3-2015 (N.d.d.)

 

Sabato 14 marzo corrente anno, alla Sala Umberto di via della Mercede a Roma numerosissime persone hanno affollato la platea per partecipare ad un convegno che è stato sommamente interessante ed insieme inquietante. Mai è stato fatto uno spaccato della nostra società in modo così lucido, esponendo con prove alla mano come la nostra civiltà si stia nullificando in un’altra fatta da esseri bionici, lontani da qualsiasi pallido cenno di natura, appiattiti sul pensiero unico di stampo globalista, orribilmente iposensibili, disgustosamente asessuati. Tutto questo per desiderio di potere, per cieca volontà di ricchezza materiale, che allinea il pensiero oltremarino a quello folle e violento del più becero islamismo. A conti fatti, non sono che le due facce della stessa diabolica perversione economica tesa a portare un gruppo di gestori e di banche al governo del mondo, alla nera signoria di milioni di ombre che lavorano per loro. L’arma letale è la tecnica o la scienza che non valuta la sostanza di cui l’uomo è fatto.

Il convegno è stato aperto dal Prof. PAOLO BECCHI, Docente presso l’Università degli Studi di Genova e Redattore de “Il Fatto Quotidiano”, che ha evidenziato come varie leggi e disegni di legge siano approvati per assecondare questo spaventoso processo: la scusa è il diritto, per sfornare dalla buca figli di semi sconosciuti al fine di far passare le voglie a due esseri omologhi ed omologati alle filosofie dell’ “omofobia”, oppure, ed è peggio, per dimostrare quanto la Tecnica eguagli i miracoli cristiani o i prodigi delle antiche religioni. Il risultato è il progressivo abbattimento di quei valori della personalità che costruiscono non solo una civiltà, ma la stessa ragione della Creazione. A questo scopo si strappa l’uomo dalla sua congeniale attività per avviarlo all’informe lavoro secondo la norma che “tutti possono fare tutto”, che ricorda gli schiavi di Metropolis, vale a dire alla provvisorietà, al precariato a vita espresso nella ghignante parola di flessibilità. Nell’ambito lavorativo è tormentoso ma è nulla rispetto alla diffusa manipolazione del vivente, anche attraverso la genetica, per portare la civiltà attuale ad un altro orizzonte antropologico, dove genitore non è chi genera, ma chi usa il diritto di essere genitore per utilizzare un potere senza la partecipazione diretta nell’atto generativo forse per paura di questo, forse per dolorose esperienze. Psicologicamente è essenziale la partecipazione in quanto il dono di sé veicolato da una profonda emozione irradia il germe che fa vivere; in altri termini, chi è figlio dell’amore ha in nuce una sicurezza psichica maggiore. Ma la società attuale non deve pensare a questo, basta dicotomizzarsi nell’esaltazione della Tecnica che tutto materializza e negli imbambolamenti sentimentali delle soap opera, così si fa contenta. Non serve pensare che ha una parte che vive e non si vede, che si chiama pensiero. Forse esso è una favola da distorcere come quelle narrate ai bambini per inculcar loro la sbiadita cosa della plurisessualità, la Fatina dai Capelli di Mota a nome gender, che fa apparire un i.pad per celare il vulnus psicologico della depressione, del vuoto del domani.  Perché, secondo gli studi del relatore, l’appiattimento del carattere umano normale, maschio e femmina, produce distruzioni nella mente di chi lo subisce. Ma no, non vale che Freud abbia esposto come i guai psichici siano dovuti a educazioni sessuali distorte, e si crede al nuovo Vangelo del MIUR, che lo chiama educazione alla diversità. Che, nel nuovo orizzonte, non è amore per il prossimo in quanto nessuno è eguale all’altro e, dunque, non insegna ad interagire con gli altri, ma è la mano di velluto che castra lentamente ogni vivente, così si è tutti grigi, tutti produttori di cibo per i cari padroni orchi, tutti burattini sostituibili e senza numen o nome. Diranno loro, un giorno, non chi, ma cosa si deve essere.

ALAIN De BENOIST, il secondo relatore, fa presente che la moda del Gender è nata in USA dopo il 1960 a seguito del Femminismo egualitario, che in breve lo avrebbe sostituito e sarebbe sbarcato nel 2000 in Europa. Il Femminismo non è la valorizzazione del Femminile, ma una rivolta contro la sudditanza spesso disumana della donna all’uomo, durata secoli e dovuta a timore del Maschile per il Femminile. Timore non nativo, non congenito all’uomo, ma dovuto a religioni errate, ad ignoranza imposta come guida da dittatori, da menti altrettanto ignoranti. Spesso i più ostinati maschilisti hanno mende psicologiche dovute a presenze genitoriali castranti, oppure essi sono esiti di etiche sociali basate sulla paura dell’ignoto generativo rappresentato dalla donna, sul rischio di non essere all’altezza in un atto sessuale, o alla paura di unirsi ad un essere diabolico, inferiore, sporco, e finire all’inferno. Il vero male è non riconoscere questo, equilibrando le posizioni, il vero peccato è la religione che dice la donna soggetta all’uomo o figlia del diavolo, che sostiene che il sesso è cosa bestiale a meno che non sia “guarito” dal crisma del matrimonio. Ma De Benoist continua, irridendo a ragione l’assunto femminista egualitario secondo il quale non ci saranno più problemi quando femmina e maschio saranno uguali e, pertanto, le donne devono formarsi sulla libertà. Ma quale libertà? Se si inquadrano gli individui, essi non hanno scelta e quindi non sono liberi e, se si nota che l’eguaglianza è identità, per raggiungerla bisogna cancellare la naturale diversità morfologica, attitudinaria, caratteriale dei sessi, quindi bisogna negare il sesso, disperdendolo in varie sfumature innaturali ed inconsistenti. La natura che ci porta avanti da miliardi di anni è fatta di maschile e femminile, altre manifestazioni sono sporadiche, sono eccezioni, non generano. Il potere ricorre alle chiacchiere, alla menzogna, come quella che il sesso è il ruolo sociale dato da cultura e costruzione sociale, che la biologia non ha riscontro con l’identità sessuale e quindi il genere si costruisce senza sesso, ma secondo un sistema di idee. La scienza dimostra invece che la sessualità, nella sua differenziazione, è presente già nell’embrione umano di pochi giorni, prima dello sviluppo visibile, con soglie, reazioni, forze diverse, e quindi è il sesso a costruire il genere.  Il filosofo francese nota che gay e lesbiche sono biologicamente uomini e donne, quindi l’omosessualità non è il terzo sesso e la neutralità non esiste: ammetterla è negare il limite e l’incompiutezza umana, che sono parte delle personalità come difetti e pregi e che sono spesso i poli di attrazione dei sentimenti, delle simpatie, delle scelte professionali. Non è possibile autogenerarsi altro che nelle astrazioni astruse e pretenziose di chi ama farsi un’immagine modaiola da intellettuale, così come l’uguaglianza viene confusa con un sé medesimo che riduce l’altro allo stesso, e questa è violenza, prigionia, distorsione psicologica. Credere in queste asserzioni è destinarsi al solipsismo, all’isolamento, alla nullità spirituale: Amatevi, come io vi amo, è forse questo?  Benoist sostiene che nessun sesso è inferiore all’altro, ma che essi non sono intercambiabili, ed anche che la mentalità globalista odierna, volendo privare la società delle classi, l’ha invece privata di sesso, facendo guerra a quello maschile, come se volesse nasconderlo perché non avrebbe più nulla da dire.

Il discorso è ripreso a titolo di conferma con la Prof.ssa GIUSEPPINA BARCELLONA - dell’ Università degli Studi di Enna – per illustrare le stesse condizioni dal punto di vista della Giurisprudenza, indotta dagli alieni dell’oltremare a favorire l’inverarsi di questo incubo e analizzato da ERIC ZEMMOUR, giornalista francese de Le Figaro dal punto di vista storico. Egli fa presente che dalla fine dell’Impero di Napoleone gli uomini si sono ostinatamente opposti alle sue direttive. È infatti un negare tutti gli ideali che lo costruirono, no alla guerra, no ai confini, no all’audacia, no alla difesa, usando i valori femminili come arma per distruggerli e facendo credere alle donne di essere alla guida di una nazione, quando invece si conferma il potere maschile nella presenza quasi esclusiva di esso nella finanza, nucleo infame del Governo delle infelici nazioni che ad essa sono soggette. Esattamente, tale offensiva ha data dalla fine della prima Grande Guerra, poiché è da quel momento che si è evidenziata la brutalità, il dolore della guerra senza esprimere l’onore, l’amor di patria, l’eroismo degli uomini che hanno salvato o costituito la loro patria.  Gli stati d’oltremare hanno destabilizzato le Nazioni che hanno raggiunto già con l’equazione chapliniana dell’operaio uguale alla macchina, con un principio diverso di quello visto da Metropolis, anzi, l’opposto, ed indotto a guarire i problemi della sovrapproduzione con l’iperconsumo, indugiando infine a togliere alla politica il potere, a mettere il padre al posto della madre, la madre come reggente e far diventare il bambino il re della famiglia. Se ciò appare seducente, è bene notare che è come se gli si facesse guidare un treno: polemicamente può essere ammesso, ma la realtà può dare esiti tragici. Per questo motivo, sostiene Zemmour, l’Islam fa ascendere in ferocia la mascolinità contro la femminilizzazione dell’opera statunitense ed occidentale, ritenuta decadenza, e per questo motivo la società occidentale è dominata dall’omosessualità e rigidamente guidata dalla teoria del genere, vero e proprio cavallo di Troia che porterà la Civiltà attuale verso un sabbioso, infecondo nulla. Il giornalista conclude con l’affermazione che la Rivoluzione francese è la reazione contro la femminilizzazione della corte settecentesca e ciò rende essenziale l’opera di Bonaparte.

DIEGO FUSARO, filosofo e ricercatore presso l’Università San Raffaele di Milano, esce per fortuna dalla consuetudine intellettualoide riportando alla centralità il Pensiero di Hegel, e non l’Economia di Marx come in molti luoghi definiti centri di cultura si trova e, attraverso la Filosofia del Diritto, indica come purtroppo oggi tutto sia compiuto con la distruzione della Famiglia, il nihilismo, l’omologazione forzata. Ricorda che Hegel dice che la vita etica è fondata sulla stabilità professionale (lavoro) ed affettiva (famiglia), mentre il capitale non vuole umanità, ma uomini resi stupidi atomi di consumo. Il tedesco sostiene che il matrimonio è la fondazione divina degli Stati, e che con la Famiglia lo Stato si realizza oggettivandosi. Inutile chiamare gli individui odierni, abbrutiti dall’ignoranza, a considerare queste idee né romantiche, né incensanti, ma semplicemente giuste. 

Né la luminosa grandezza del “Pensiero Hegeliano”, né la chiusa del convegno, egregiamente compiuta dalla dottoressa TIZIANA CIPRINI del Movimento Cinquestelle, possono toglierci la tristezza del prendere atto che l’umanità è poco più che analfabeta, quando la mente corre agli studenti che non conoscono la storia, soprattutto quella antica, a seguito della dissennata serie di programmi ministeriali fatta a “salti” di secoli, a “moduli” per “non confondere lo studente”. Non possono accorgersi cosa sarà il loro futuro, o non-futuro e, non avendo cultura, non hanno difesa. Forse anche questo è quello che vuole la Globalizzazione. La dottoressa Ciprini interpreta lo stato dei nostri paleolitici progenitori, osservando che non il potere prepotente dei maschi negava alle donne il partecipare alla caccia, ma il loro alto senso di famiglia, di donna, di minore da preservare da rischi, così come l’Archeologia dimostra.  L’uomo nostro originario, figlio di Natura, che è lato manifesto del Dio inconoscibile, ci ha portati fino al duemila perché non globalizzatore e ciò si vede dai prodotti artistici e di uso comune. L’uomo nostro padre, figlio della Fede nella Natura, difendeva la donna, la onorava, generava con lei senza paura, perché non aveva la Tecnica attuale, né il concetto di peccato, ma di amore e di sesso come unica e sola via per passare la morte e ritornare rigenerato. Il potere sta uccidendo entrambi, sia donna che uomo sono le sue ghiotte vittime, anche nella reazione al lato occidentale di esso che è l’Islam, né si può guardare al Cattolicesimo, perché questo è distaccato dal Figlio di Natura Cristo ed ha guardato al Femminile solo come Madre Vergine, ma mai nella vera consistenza di Donna.

 La salvezza da questa orribile situazione, emersa dai contributi di saggezza offerti dai relatori del convegno, affinché il Post-Umano non sia travolto da un impalpabile Diluvio, è solo e soltanto un rapido ritorno alle leggi maschili e femminili della Natura, confidando nella potenza infinita della sua Arca e nella luce generatrice del suo Gradale.

Marilù Giannone

  

 
C'era una volta l'antiamericanismo PDF Stampa E-mail

20 Marzo 2015

 

Da Rassegna di Arianna del 17-3-2015 (N.d.d.)

 

C’è un’avversione che in Italia si fa sempre meno sentita: quella rivolta contro il modello culturale, la politica estera ed economica degli Stati Uniti d’America. Non è sempre stato così. Al tempo della guerra fredda (quando i partiti avevano ancora una funzione e non erano esclusivamente liste elettorali e comitati d’affari) c’era stabilmente nel nostro Paese un blocco sociale che si rifaceva al modello sovietico, sullo scacchiere mondiale alternativo a quello americano. Questa vasta area non si limitava a votare il Pci mantenendolo costantemente oltre il 30% dei consensi ma aveva forti influenze nei luoghi decisionali e di produzione e diffusione del sapere, come le scuole e le università, nei media cartacei, televisivi e radiofonici. Tutto ciò, almeno a livello superficiale, contribuiva alla diffusione di un sentimento antiamericano, che rivestendo una fetta consistente della popolazione e una buon parte della sua intellighentsia, aveva una sua legittimità e non era relegato a pochi emarginati considerati con un sorriso di sufficienza dall’opinione pubblica. Invero, una certa dose di antiamericanismo si poteva trovare nella base militante dell’Msi, in special modo nelle sue organizzazioni giovanili o in organizzazioni extraparlamentari che non si riconoscevano nella visione estera ufficiale (quella sì, assai atlantista) del partito neofascista. Questo antiamericanismo, seppur ultraminoritario rispetto al primo, esisteva ed aveva una sua dignità e ragione d’essere in nome di un’Europa vista come terza forza da contrapporre ad ambedue i sistemi che si spartivano allora il mondo, cioè quello capitalista e quello comunista.

Ora come ora invece, l’opposizione all’influenza americana (che forse ormai è talmente invasiva da passare paradossalmente in secondo piano?) è pressoché scomparsa dal panorama politico italiano. Con il crollo del Muro e la fine della divisione del mondo in due blocchi, quasi nessuno ha voglia d’affannarsi a contrastare l’unica superpotenza rimasta. Gli ex comunisti ortodossi di una volta, perso il faro e i rubli di Mosca, si sono in fretta uniti alla schiera che osanna ‘la più grande democrazia del mondo’ e ‘il Paese della libertà’. Di uscire dalla Nato, un tempo leitmotiv dei ‘rossi’, non se ne parla neanche. E così le 113 installazioni militari sul suolo italiano dei nostri alleati rimangono beatamente al loro posto (con tutto il correlato che ne comporta come l’inquinamento elettromagnetico e l’arroganza del personale americano sulle popolazioni autoctone), con l’apparato bellico pronto a scattare per esportare un po’ di democrazia, naturalmente anche a scapito dei nostri sempre più risicati interessi nazionali, vedasi guerra alla Libia del 2011. D’altro canto l’occupazione militare non è di certo l’unico segno dell’ingerenza statunitense.

La colonizzazione culturale ha raggiunto livelli così disarmanti che ormai si fa fatica anche a pensare che di modello culturale ne possa esistere un altro. Il 90% dei film che escono nelle nostre sale cinematografiche è di marca hollywoodiana, i format televisivi in onda sui nostri canali vengono tutti da oltreoceano e veicolano una deculturazione spaventosa. Nelle grandi e medie città le plebi (che sono sempre più ‘multiculturali’ e ‘multietniche’ come recita lo spartito dell’american way of life) vestono esclusivamente indumenti sintetici e jeans, vedono il Mc Donalds come meta ideale e si spengono sugli smartphone. Il modello aggregativo di riferimento è la gang e il consumo di droga (a proposito indovinate qual è il primo Paese al mondo consumatore di stupefacenti?) viene considerato assolutamente normale.

Per quanto riguarda l’asservimento politico delle nostre cosiddette classi dirigenti meglio stendere un velo pietoso. Non crediamo neanche che le amministrazioni USA debbano muoversi per imporsi: i nostri fanno a gara per essere sciuscià. Quando per tutta una serie di irripetibili circostanze viene fuori un soggetto politico non dico indipendente ma che cerca un po’ di autonomia, ne trovano a bizzeffe di servi pronti a defenestrarlo (vedasi vicenda Wikileaks con i cablogrammi che trovavano irritanti i tentativi fatti dal governo Berlusconi IV verso la Russia e la Libia per l’emancipazione energetica dell’Italia e la successiva rovinosa caduta dell’esecutivo per la defezione dei suoi ex alleati). In campo economico non mancano poi le acquisizioni da parte di colossi a stelle e strisce di pezzi storici della produzione italiana come Indesit, Negroni, Simmenthal, Gruppo Fini, Splendid, Saiwa, Ruffino, Poltrona Frau. I campi di schiacciante predominanza americana sull’Italia e sull’Europa tutta sono così tanti e così strategici, basti citare il satellitare e il campo dei motori di ricerca su internet, monopolizzato da Google, che ci si trova in una tale posizione di subalternità che è difficile immaginare anche a lungo termine un’inversione di rotta.

E forse è perché la situazione è così ineluttabile che si è smesso anche di denunciarla. Le invettive contro i servi di Bruxelles hanno sostituito quelle contro i servi di Washington. L’ondata euroscettica, che accontentandosi di far leva sugli umori popolari non ha voglia di andare alle cause prime della attuale e tragica situazione dei popoli europei, monta sempre di più. C’è la disoccupazione? È colpa dell’Ue. C’è la crisi economica? È colpa dell’euro. C’è immigrazione massiccia e non più tollerabile? Colpa di Bruxelles. In realtà non si capisce bene cosa dovrebbe cambiare passando da una moneta emessa da una banca privata per interessi privati con sede a Francoforte ad una moneta emessa da una banca privata per interessi privati con sede a Roma. L’Ue è totalmente da riformare e non rappresenta degnamente il mito dell’Europa Unita. Ma negandola, quasi fosse una sorta di transfert dal ‘nemico principale’, ci si preclude così l’unica opzione per l’emancipazione delle nostre genti ovvero l’unificazione politica continentale, per un ritorno impossibile a Stati che ormai non esistono più, se non nella loro funzione di amministratori per conto d’altri. Che sono sempre gli stessi da ormai settant’anni.

 

Giovanni Pucci 

 
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19 Marzo 2015

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Da Rassegna di Arianna del 17-3-2015 (N.d.d.)

 

Ogni periodo storico ha la sua generazione. Non che tutte le persone degli anni ’60 fossero hippies o tantomeno che tutti i ragazzi degli anni ’80 fossero yuppies, ma, di sicuro, ogni decennio-ventennio ha i suoi miti, i suoi stili e le sue mode, seguiti dalla gran parte di chi ci cresce, ovvero i giovani, i quali vengono plasmati da ciò che li circonda. Così ogni generazione assume dei caratteri specifici, che sono espressione della società nella quale si forma.

Se si dovesse definire con una parola la generazione odierna, questa sicuramente sarebbe junk, “spazzatura”. La gioventù del nuovo millennio è circondata dall’immondizia, ma non sembra preoccuparsene, anzi ci fonda la propria esistenza. Ogni fase della vita di un adolescente medio infatti è sinonimo di spazzatura. L’esempio più lampante è rappresentato dal cibo che consuma quotidianamente nei fast food, chiaro esempio di junk food, in quanto scadenti, pericolosi per se stessi e dannosi per l’intero Pianeta. In questo senso, i McDonald’s sono un vero e proprio simbolo della gioventù attuale: posti dove si mangia male e non si fa niente di interessante, ma all’interno dei quali migliaia di ragazzi trascorrono ore della propria vita nell’apatia totale. Oltre al cibo, però, pensiamo alla televisione, strumento di comunicazione di massa per eccellenza. Inutile dire come questo mezzo sia degradato nella sua totalità, non solamente verso i giovani. Tuttavia, è significativo sottolineare come la rete televisiva più seguita dai ragazzi, mtv, non sia altro che un calderone di sesso, feste ed inviti al consumismo, come se la vita degli adolescenti si fondasse su questi elementi. La verità, purtroppo, è proprio questa.

Perché, al di là dei casi specifici di spazzatura (la lista potrebbe continuare con la musica, i libri e le attività seguite dalla massa della gioventù odierna), è l’atteggiamento di base ad essere junk, caratterizzato dal totale disinteresse per la cosa pubblica e la mancanza di ideali nella propria vita, due elementi da concepire come strettamente connessi. Questo perché, gli ideali spesso ci sono, ma non sono altro che espressione della cultura dominante, competitiva e progressista, in una parola: individualista. I giovani del ventunesimo secolo sono apolitici, nel senso più ampio del termine. Insomma, al contrario di quello che sosteneva Aristotele, non sono più animali sociali, ma del tutto indifferenti a ciò che li circonda ed unicamente interessati a ciò che li riguarda. Forse, molte altre generazioni sono state così, ma quello che caratterizza la junk generation è che quest’alienazione dalla vita pubblica è (quasi) totale, complice anche l’onnipresente tecnologia, divenuta oramai un fine e non più un mezzo. Si nasce con l’i-pad e si cresce con l’i-phone: su questo binomio i giovani del duemila si (s)formano. Questi oggetti, non vengono usati per qualcosa, ma a forza di utilizzarli in continuazione li si fa diventare qualcuno. Ovviamente, in linea con i dettami dell’iper-consumo, appena esce la nuova versione dello stesso attrezzo, il precedente viene buttato e si fanno anche due giorni di fila per spendere diverse centinaia di euro. Un atteggiamento decisamente junk, legato al fenomeno dell’obsolescenza programmata, altro fattore decisamente ignorato oggi.

Tornando però alla questione della tecnica, così come verrebbe identificata da Heidegger, vera e propria caratteristica del nuovo millennio e quindi della nascente generazione, sono significative le parole di Massimo Fini, nel suo libro Il ribelle: «[la tecnica] ha creato un meccanismo che, invertendo le posizioni, ha subordinato l’uomo a sé e alle proprie esigenze e procedure astratta e anonime, appiattendolo, massificandolo, omologandolo, togliendogli identità e soggettività, attaccandone i nuclei costitutivi, indebolendolo e rendendolo sempre più incapace di opporsi al mostro che lo sta divorando lentamente come il serpente che inghiotte il coniglio». La tecnologia è, infatti, un vero e proprio mostro, non tanto in sé, ma soprattutto nell’uso che l’essere umano ne fa. Tra gli usi più sbagliati c’è quello di considerarla come una vera e propria seconda natura, da cui è impossibile dissociarsi, anche solo per un giorno. I giovani incarnano alla perfezione questa visione, essendo sempre attaccati alla schermo (quasi sempre del proprio telefonino), chattando e, cosa più grave, discutendo attorno a tutto per comunicarsi tra di loro il niente. Di fatto, il circolo vizioso della junk generation si risolve proprio nell’assenza di orizzonti di senso, nelle quotidiane perdite di tempo e nel nichilismo esistenziale di un mondo senza ideali.

Ma, in questo scenario degradante, non tutti hanno smesso di credere in qualcosa, anche perché, sennò, tutto sarebbe irreversibile e non avrebbe senso scrivere articoli del genere. Ci sono (centinaia di) ragazzi che non si accontentano di avere il cellulare nuovo o di passare le proprie serata in discoteca, ma vogliono essere parte di una comunità e portatori di valori. Giovani che dedicano gran parte del proprio tempo ad ideali nobili in vista di un bene comune. Non si farà qui la lista dei vari movimenti giovanili attivi in questo senso, perché sarebbe sinonimo di propaganda, mentre si vuole semplicemente informare. Starà al lettore documentarsi e semmai sostenere le diverse iniziative dal basso. In conclusione, citando ancora Massimo Fini: «Bisogna cercare di riportare l’uomo al centro di se stesso». Ebbene, in contrapposizione ad una società in preda al cretinismo economico e dominata dalla tecnologia, c’è una gioventù, anche oggi, che lo sta cercando di fare, non solamente riprendendo il controllo di se stessa, ma riconoscendosi come parte attiva della comunità umana e naturale di cui fa parte. La Natura contro l’immondizia.

 

Lorenzo Pennacchi 

 
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