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Lontano dalla folla PDF Stampa E-mail

12 Dicembre 2018

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Da Comedonchisciotte del 10-12-2018 (N.d.d.)

 

La tragedia di Corinaldo, con i ragazzini morti da una parte e lo sproporzionato numero di biglietti venduti rispetto alla capienza del locale dall’altra, mi ha fatto tornare in mente un simile rischio vissuto da co-protagonista. Era il 1° giugno della torrida estate del 2003, e quel giorno si apriva al pubblico per la stagione estiva la piscina, e l’annesso parco, dove all’epoca lavoravo. Responsabile di segreteria, che si stesse mettendo male l’avevo intuito fin dall’apertura del cancello d’ingresso: alle 9.40 (l’impianto apriva alle 10) trovai già ad attendermi una dozzina di persone piuttosto scalmanate (per via del caldo e un’errata idea degli orari di apertura, concedo…). Aperta la segreteria, la coda non si è mai fermata. Alle 13.30, quando di solito c’era un calo di ingressi per via della mezza giornata utile che si pagava comunque a prezzo pieno, avevo già esaurito tutti i biglietti disponibili e stavo andando in panne per via del fatto che niente, nemmeno una pipì… Dalla piscina mi chiamano per segnalarmi che c’era troppa gente rispetto al previsto unico bagnino (la stagione precedente non si erano mai superate le 500/600 presenze max), così iniziai a telefonare a tutta la lista di bagnini per cercarne almeno un secondo: a fatica, essendo tutti fuori servizio, riuscii a reperirne uno e a farlo arrivare dopo suppliche e preghiere che neanche a Lourdes (i bagnini fuori servizio hanno anche una vita, non è che stanno a casa ad aspettare che li chiami in emergenza). Alle 14 era previsto un cambio turno, ma data la situazione chiamai intorno all’una la collega che doveva prendere servizio per supplicarla di arrivare il prima possibile: stavo davvero rischiando di farmela addosso, non potendo mollare la segreteria con la coda di gente irritata e nervosa (sempre per via del caldo, vado a concedere: se state a uno sportello rassegnatevi, non siete più umani di un robot per nessuno…). Biglietti: non potevo inventarmeli, e però mandare via gente mi era impossibile: mi stavano già minacciando per l’attesa in coda, come se la coda gliel’avessi procurata io giusto per far loro dispetto, e al tentativo di negare un ingresso ho rischiato un linciaggio. Chiamai l’amministratore per chiedergli che diavolo avrei dovuto fare. Ideona del genio: “Manda x (la sostituta che stava arrivando) a farsi prestare un blocchetto di biglietti alla piscina di… (altra gestita dalla stessa società). Verso le 15.30, ormai in 2 allo sportello, finalmente la coda iniziò a scemare e dovevo fare almeno una prima chiusura di cassa prima di lasciare alla collega il proseguire fino a chiusura serale. Capienza piscina: 800 persone. Biglietti venduti: 1300 c.a. Due bagnini, uno dei quali arrivato in soccorso dopo 3h di apertura e mille persone dentro all’impianto: se non è successo niente è forse solo perché quel giorno ho chiamato a soccorso molti potentissimi santi locali. Il guaio è questo, sperimentato in quell’impianto molte volte: non c’è modo di far ragionare sulla sicurezza la gente: se gli dici che l’impianto non può ricevere più di un tot di persone, la mettono sul personale, e ti azzannano. Dici loro che in vasca non puoi far nuotare più di 10 persone per corsia (ideale è 8), e ti azzannano. Dici che in vasca si entra con cuffia e ciabatte dopo essere passati sotto la doccia e appena non li guardi se ne fregano. Dici loro che nel prato della piscina non si possono portare i cani, che tanto meno i cani possono entrare in vasca, e niente, il loro cane è buono e io cattivissima (un giorno ho dovuto chiamare i carabinieri perché una si era portata il cane nascosto dentro la borsa e avevo la fila di bagnanti che se ne venivano a lamentare per via dell’igiene: meglio non v i dica le scene successe quel giorno alla presenza dei carabinieri, roba da film comico: i cani si sa, sono più che umani…e fanno una pipì più santa di quella dei neonati…) Se parli loro di igiene sono sempre tutti d’accordo, ma solo se si parla dell’igiene altrui: loro sono pulitissimi (non vi racconto cosa trovavano le inservienti che pulivano gli spogliati per non farvi tornare su il pranzo domenicale), si sono fatti la doccia anche ieri, la cuffia gli rovina i capelli e tanto loro mica mettono la testa sott’acqua (ovviamente la loro pelle non si desquama mai, non perdono mai alcun capello, e comunque c’è il cloro, che igienizza tutto (se igienizzasse “tutto”, uscireste squamati e con la pelle che cade a brandelli dopo 10′ di immersione, sappiatelo…). Il giorno dopo: alle 5 arriva all’impianto l’uomo della manutenzione quotidiana (abitualmente controlla i filtri, controlla l’emissione della percentuale di cloro in acqua, pulisce il fondo e igienizza i bordi, normale manutenzione insomma): nella vasca il fondo del giorno prima ha un centimetro di fango, letteralmente. Galleggiano inoltre rami, foglie, erba. Sui filtri, che non filtrano più nulla, chili di capelli, un paio di slip, parecchi kleenex. Il prato pare reduce da una riedizione di Woodstock: carte, bicchieri, lattine, ciabatte singole, fazzoletti, giornali abbandonati, ecc.

 

Può stupirmi che la discoteca di Corinaldo abbia venduto più biglietti (e fatto entrare più ragazzini) di quanti fosse autorizzata a contenerne? Per niente. Ciò che invece mi stupisce è che ci siano genitori che consentono a ragazzini di 14/15/16 anni di andare in discoteca per un concerto (demenza del concerto a parte) che all’una di notte non è ancora iniziato. Ma dove hanno la testa? Che senso di responsabilità hanno nei confronti dei figli? Qualcuno glielo spiega che non è questione di fiducia nei figli, ma di condizioni per cui quella fiducia risulta di default malriposta. I gestori della discoteca vanno puniti, ovvio, e però è inutile fare quel che sempre si fa in questi casi: chiudere il locale per qualche mese per poi riaprirlo imponendo sulla carta numeri di capienza più contenuti (pare che al locale in questione fosse peraltro già successo). Il punto è che ci sono business dove non c’è fattura elettronica che tenga, dove fare incassi è più importante che garantire la sicurezza e controllare che i numeri dei biglietti venduti corrisponda al massimo al numero di capienza è una pura illusione: o gli metti i tornelli numerati con blocco automatico al raggiungimento dei limiti previsti o niente, i numeri sono moneta sonante in più che arriva come una manna alla quale è difficile resistere. Ed è inutile anche fare i moralisti della domenica: provate voi a bloccare gli ingressi quando davanti avete un’orda di gente che di sicurezza e regole non ne vuol sapere: o li menate di brutto (e siete un dittatore fascista) o vi lasciate tentare dall’ingresso in più che vi elimina la coda scalpitante e aumenta il volume di contante della serata (diventando sul momento dei buoni, ma alla fine essendo sempre dei coglioni).

 

Per me, ve lo dico: dove entra la folla io non entro più da tempo. La folla è demente a prescindere, sempre: il cretino che fa la cazzata va messo in conto, e se si è mentalmente onesti se ne mette in conto più d’uno, così ecco che avete la risposta al cosa fare: state lontani dagli assembramenti e diffidate di chiunque vi faccia entrare in un locale dove non si potrebbe “solo” per farvi un favore. L’esperienza di 4 anni a uno sportello, tutto sommato e solo in apparenza meno pericoloso di quello di una discoteca, mi ha insegnato che nessuno è più cretino e potenzialmente pericoloso di quello che ti chiede di fargli un favore facendolo entrare, contravvenendo con questo alle regole di sicurezza o di igiene: se ne incrociate uno che vi fa (o vi chiede) un simile “favore”, tirategli subito un cazzotto, vi farete meno male che a cedere. Ne ho rischiati parecchi, di cazzotti, per aver imposto, nei limiti delle mie competenze, il rispetto delle regole per igiene e sicurezza. Non è stato mai facile, subire le incazzature deliranti di gente normalissima e perbene che davanti a un no si rivela una belva disposta a sbranarti per aver osato, proprio a lei, “io che sono un/una cliente!”, dire no, non posso, mi lasci il numero di telefono e se si libera un posto la chiamo. Niente, l’italietta del lei non sa chi sono io e del la prego mi faccia un favore è forse la bestia più infida dalla quale non riusciamo davvero a liberarci. Le conseguenze sono quelle note: i morti di Corinaldo di questi giorni, ma ci metto sul conto anche quelli per la valanga di Rigopiano, quelli del Ponte Morandi e tutti quelli che vi vengono in mente ripensandoci un po’: morti la cui ragione si trova sempre dalle parti del favore, del pressapochismo, del tanto non cadrà, del mica nevicherà così tanto da…

 

 Rossland

 

 
Un'altra rivoluzione colorata? PDF Stampa E-mail

11 Dicembre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 9-12-2018 (N.d.d.)

 

Un’altra giornata di passione per Parigi e la Francia. Le proteste dei “gilet gialli” hanno prodotto, nella sola giornata dell’8 dicembre, con oltre 1300 arresti sul territorio nazionale, una vera e propria guerriglia urbana, condotta con perizia militare. È così salita ulteriormente la pressione sul presidente Emmanuel Macron, del quale i manifestanti hanno richiesto a gran voce le dimissioni nonostante i tentativi di pacificazione, come la sospensione dell’ecotassa che aveva originato le prime proteste e che, secondo voci di corridoio, starebbe valutando, dietro le pressioni degli stessi “gilet gialli”, di accordare la sostituzione del primo ministro Edouard Philippe con il generale Pierre De Villiers, con alle spalle una corposa esperienza in scenari di conflitto. Ma, soprattutto, l’uomo che era stato silurato (o, meglio, costretto alle dimissioni) da Macron per la sua opposizione all’integrazione delle difese tra Francia e Germania. La tensione, insomma, è altissima. E così la quinta Repubblica francese rischia davvero di implodere. E chi aveva profetizzato un Paese al collasso a causa della guerriglia generata da immigrati radicalizzati, come ad esempio lo scrittore Laurent Obertone con il suo romanzo intitolato appunto “Guerriglia“, rischia ora di trovarsi smentito. A scatenare il caos potrebbero veramente essere i francesi della cosiddetta classe media, alienati da quel sistema socioeconomico iniquo e ingiusto e che tende ad ampliare il divario sociale in termini economici e di qualità della vita in tutto l’Occidente sviluppato: il neoliberismo. La prova è lo slogan che, come spiega anche Attilio Geroni su Il Sole 24 Ore, è divenuto il mantra del movimento: “meno tasse e più spesa pubblica”. Ovvero basta con l’austerità, basta con il primato dell’economia sulla politica, basta con lo Stato minimo, basta con lo sfruttamento della forza lavoro. Basta con le bugie ecologiste, buoniste e progressiste, che consentono che si tolga il pane ai padri di famiglia mentre in convegni distanti dalla realtà si discute di mangiare insetti per risolvere la fame nel mondo. Nulla di nuovo, è un fenomeno consolidato in tutto il mondo occidentale, lo stesso fenomeno che ha prodotto in Italia il Governo di Lega e Movimento 5 Stelle. Sono rivendicazioni giuste e sacrosante. Sono la voce del popolo distrutto, atomizzato e vampirizzato in ogni aspetto della propria esistenza dalla teocrazia del mercato. Teocrazia di cui Macron è un chiaro esponente.

 

Eppure, la possibilità che queste proteste, che stupiscono per capacità organizzativa e simbolica (il gilet giallo come emblema degli automobilisti e dei pendolari massacrati dal fisco), possano essere strumentalizzate e divenire una “primavera europea”, sul modello delle primavere arabe o delle rivoluzioni colorate di obamiana memoria, è reale. Non a caso gli 007 francesi, come ha riportato anche Le Figaro, hanno parlato di rischio “golpe”. Del rischio, cioè, che elementi eversivi possano infiltrare il movimento per finalità diverse da quelle più che legittime che lo hanno originato. Un aneddoto può essere utile per comprendere meglio ciò che qui si sta affermando: pochi giorni fa, il segretario di Stato americano, il già direttore della CIA Mike Pompeo, ha fatto scalo in Germania dichiarando che gli Stati Uniti di Trump (il presidente sempre meno rappresentante dell’anti-sistema e sempre più di una sorta di alter-sistema) sono pronti a sostenere e guidare la nascita di un “nuovo ordine mondiale liberale” che combatta il globalismo. Un ossimoro concettuale. Come può il sistema che ha generato il globalismo (cioè il liberalismo mercatista americano) combatterlo? Come può chi ha abbattuto ogni barriera volerla, ora che questo non gli conviene più, ricostruire? Può se, con questo (e così è, non sembrano poterci essere dubbi interpretativi al riguardo), si intende la volontà statunitense di superare il multilateralismo nelle relazioni internazionali (che ha iniziato a non pagare più) per fossilizzarsi su un duro e puro unilateralismo americano che conservi saldamente gli USA nel ruolo di gendarmi del mondo, scongiurando così la transizione verso un mondo multipolare, per il quale un’Europa forte diviene essenziale. Non può essere un caso che Pompeo, per fare queste dichiarazioni, abbia scelto un circolo atlantista tedesco, il German Marshall Fund. Un circolo che, cioè, si trova a casa di quell’Angela Merkel che insieme a Macron sta sostenendo una linea politica di maggiore iniziativa e autonomia da parte dell’Europa comunitaria nei confronti dell’alleato d’oltreoceano. Si vedano, ad esempio proprio le recenti dichiarazioni in favore della nascita di un esercito europeo di Macron e prima ancora le uscite franco-tedesche in favore del mantenimento del JCPOA, l’accordo sul nucleare con l’Iran. La coincidenza di questi fatti, e della crescente ostilità americana nei confronti dell’ex pupillo dei potenti Macron, con la rivolta francese (le cui ragioni sono state sostenute anche dallo stesso Trump su Twitter) lascia senza dubbio un po’ di inquietudine per la possibilità che le proteste vengano effettivamente cavalcate da chi trama contro un’Europa più forte e politicamente più coesa. I popoli del vecchio continente, con le loro giuste rivendicazioni, devono insomma stare attenti. Il pericolo di un deragliamento di queste, così come del grande fenomeno sovranista, su binari sbagliati e in fondo morti, è, purtroppo, molto concreto. L’illusione delle potenzialità emancipatrici del liberismo e del mercatismo, prodotti essenzialmente americani, può considerarsi definitivamente defunta con le foto dei cecchini sui tetti di Parigi e con le cariche della polizia sui civili che sventolano il tricolore francese. Permettere che questa torni in auge sotto una veste diversa, quella del “nuovo ordine mondiale liberale” auspicato da Pompeo, cioè del solito imperialismo americano travestito da sovranismo “trumpista”, sarebbe, per il popolo francese e in generale per i popoli europei, un tragico e fatale errore.

 

Cristiano Puglisi

 

 
Trump coi sovranisti europei PDF Stampa E-mail

10 Dicembre 2018

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Da Rassegna di Arianna dell’8-12-2018 (N.d.d.)

 

L’11 novembre scorso, commentando la dichiarazione di Emmanuel Macron circa la necessità di creare “un vero esercito europeo”, Vladimir Putin ha definito tale idea come “positiva nell’ottica di un rafforzamento di un mondo multipolare”. D’altronde, ha aggiunto il presidente russo, “l’Europa è un forte blocco economico, una potente unione economica, ed è piuttosto naturale che voglia essere indipendente, autosufficiente, sovrana nella difesa e sicurezza”. Come ha ricordato lo stesso Putin, l’idea di un esercito europeo non è nuova. Infatti nel 1952 i Paesi aderenti alla CECA (Belgio, Francia, Repubblica Federale di Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi) avevano deciso di fondare una Comunità Europea di Difesa che costituisse una forza militare europea; ma il trattato di fondazione della CED non entrò mai in vigore a causa della mancata ratifica francese. Così la “difesa” di quel nucleo d’Europa rimase affidato alla NATO, l’organizzazione militare nata in seno al Patto Atlantico ed egemonizzata dalla potenza statunitense. Incapaci di creare un esercito, i Sei diedero vita ad un mercato, il MEC. Così, al momento dello scioglimento del Patto di Varsavia, la Comunità Economica Europea si guardò bene dall’esigere la soppressione della NATO per sostituirla con un esercito europeo. Anzi, il Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio 1992 dai dodici Paesi membri della Comunità Europea, stabilì all’art. 42 il rispetto degli “obblighi di alcuni Stati membri, i quali ritengono che la loro difesa comune si realizzi tramite la NATO”. E il Protocollo (n. 10), sulla cooperazione strutturata permanente istituita dall’articolo 42 del medesimo trattato, stabilì che la NATO sarebbe rimasta “il fondamento della difesa” dell’Unione Europea.

 

Le disposizioni più importanti del Trattato di Maastricht furono quelle che fissarono le fasi di transizione dalle monete locali all’euro, la valuta comune ufficiale dell’Unione Europea, la quale, entrata in circolazione all’inizio del 2002, ha fornito quel tessuto connettivo che i semplici accordi commerciali non avevano potuto dare. Ma la nuova moneta è del tutto anomala: essa non reca su di sé il simbolo di un potere politico, poiché è emessa da un ente finanziario: la Banca Centrale Europea. […] Perciò, se da un lato è possibile affermare che “i veri euroscettici, chi non vuole andare oltre il livello delle conferenze intergovernative, sono proprio i difensori della moneta senza Stato, che rappresentano l’ostacolo più ingombrante in cui si imbatte oggi la continuità del processo di unificazione europea”, dall’altro non si può non riconoscere che, nonostante la sua fondamentale anomalia, l’euro risponde tuttavia all’esigenza dell’Europa di avere una sua propria moneta. Non solo, ma questa moneta senza Stato è oggi la principale concorrente del dollaro statunitense. Per quanto riguarda la difesa militare, se Vladimir Putin ha riconosciuto come positiva l’idea di un esercito europeo in grado di difendere l’Europa e di assicurarne l’indipendenza, Donald Trump ha invece ribadito con esemplare franchezza la volontà statunitense di mantenere l’Europa in condizione di divisione e di sudditanza. Il presidente degli USA, che il 15 luglio aveva dichiarato l’Unione Europea, “nemica” (testualmente: foe) degli Stati Uniti, ha infatti brutalmente sollecitato Macron a versare il tributo vassallatico e gli ha ricordato che sulla Francia incombe la storica minaccia teutonica, vanificata due volte, come ci viene ripetuto da una settantina d’anni, dal salvifico e disinteressato intervento degli Stati Uniti. Ormai è fin troppo evidente che l’amministrazione statunitense considera l’Unione Europea come un potenziale rivale strategico e che a Washington ci si preoccupa, in particolare, del peso esercitato all’interno dell’Unione dalla Germania (la quale si permette di stabilire pericolosi rapporti con la Russia e con la Cina) e dalla Francia (che ambirebbe a ricoprire in Europa un ruolo militare non inquadrato nella NATO). Sembra perciò che la strategia di Washington consista nel mettere ulteriormente in crisi la traballante costruzione europea, per instaurare relazioni bilaterali coi singoli Stati nazionali. Iniziata con la Brexit, la destabilizzazione dell’Europa è proseguita con la guerra dei dazi e col sostegno fornito dagli USA ai governi ed ai movimenti sovranisti e populisti: in primo luogo all’Italia ed ai paesi del gruppo di Visegrád. Ma la comune subordinazione al padrone americano non garantisce affatto la solidarietà fra i paesi europei governati da forze politiche ideologicamente affini. Lo dimostra il fatto che il governo austriaco di centrodestra ha invocato il rigore di Bruxelles nei confronti dell’Italia e che anche il portavoce di Viktor Orbán ha garbatamente invitato il governo di Roma a limitare le spese in deficit. D’altronde il sovranismo non è altro che la forma odierna del piccolo nazionalismo, sicché non appare affatto inverosimile l’ipotesi che, in seguito ad una vittoria dei partiti populisti alle prossime elezioni europee, si aggravi ulteriormente la divisione dell’Europa, la quale è già adesso un “vestito d’Arlecchino malamente ricucito”, tanto per riproporre l’impietosa metafora usata più di mezzo secolo fa da Jean Thiriart. Il quale scriveva, a proposito dell’“Europa delle Patrie” teorizzata dai micronazionalisti d’allora: “Questa Europa delle Patrie non è altro che la somma temporanea e precaria dei rancori e delle debolezze. Sappiamo che la somma di debolezze è uguale a zero o quasi. I piccoli nazionalismi si annullano gli uni con gli altri così come si annullano i valori algebrici di segno contrario. I piccoli nazionalismi ‘chiusi’ derivano, in genere, la loro apparente forza solo dall’odio per il vicino o dal ricordo di quest’odio. È un controsenso, è una contraddizione in termini pretendere di ricavare una forza da una somma di particolarismi incalliti e sospettosi”.

 

Una cosa è certa: la dichiarazione di guerra nei confronti di Bruxelles induce i sovranisti ad accentuare la loro dipendenza nei confronti di Washington. Lo si è visto il 6 luglio 2017, quando a Varsavia Donald Trump ha tenuto a battesimo l’Iniziativa dei Tre Mari, che, oltre a stendere un cordone sanitario alle frontiere occidentali della Russia, imporrà vincoli energetici e militari ad una macrozona di dodici paesi compresa fra il Baltico, il Mar Nero e l’Adriatico. Lo si è visto nel dicembre 2017, quando la Repubblica Ceca e l’Ungheria hanno impedito all’Unione Europea di pubblicare una dichiarazione unitaria di condanna del trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, prima che il governo di Praga seguisse quello di Washington nel riconoscere Gerusalemme come capitale dell’entità sionista. Lo si è visto il 30 luglio 2018, quando l’incontro fra Donald Trump e Giuseppe Conte ha inaugurato un “Dialogo strategico”, proseguito a Washington nel novembre successivo, che assegna all’Italia, in rotta di collisione con Bruxelles, il ruolo di testa di ponte dell’amministrazione statunitense in Europa. Lo si è visto, infine, nella disponibilità mostrata dai movimenti sovranisti nei confronti dell’iniziativa di Steve Bannon, alla quale hanno aderito, limitandoci a parlare dell’Italia, Matteo Salvini a nome della Lega e Giorgia Meloni a nome di Fratelli d’Italia. […] Proclamando che “l’Unione Europea è finita, come sono finiti i diktat europei e il fascismo dello spread”, l’agitatore statunitense si è rivolto agli Europei formulando questa promessa: “Presto avrete una confederazione di Stati liberi e indipendenti”.

 

Così, dopo aver liberato l’Europa dal Kaiser, da Hitler e dalla minaccia sovietica, adesso gli Stati Uniti d’America si apprestano a liberarla per l’ennesima volta, favorendo la nascita di un’“Europa delle patrie” a sovranità ancor più limitata.

 

Claudio Mutti

 

 
Efficienza del dirigismo statale PDF Stampa E-mail

9 Dicembre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 7-12-2018 (N.d.d.)

 

La Cina è diventata la fabbrica del mondo, ma la sua presenza aggressiva in tutto il pianeta risveglia l’allarme. Pechino ha accelerato la sua politica di influenza globale: in Africa acquista pezzi di economia, controlla regimi e porzioni di territorio in cui fonda città, costruisce infrastrutture, sfrutta risorse energetiche, prepara un futuro prossimo di potenza planetaria egemone. Il Ventunesimo sarà sempre più il secolo del Dragone. Alibaba e Huawei, due giganti tecnologici, sono ormai in grado di competere con i colossi di Silicon Valley. La sua ricerca scientifica, all’insaputa dei ricercatori del resto del mondo, è pervenuta all’inquietante modifica del patrimonio genetico di due gemelline. La Cina, dopo la storica apertura all’esterno di Deng Xiaoping, si è presto trasformata in opificio universale, ma da circa dieci anni ha accelerato verso l’obiettivo – una novità nella sua lunghissima vicenda storica – di conseguire una presenza determinante a livello globale concentrando gli investimenti nei settori strategici e non solo vendendo prodotti a buon mercato. In ciò è sostenuta da una forte centralizzazione politica, dal dirigismo economico, dal controllo sull’emissione monetaria e gli investimenti. La sua strategia silenziosa, a fuoco lento con una recente netta accelerazione ha investito non solo gli Stati Uniti e l’Africa, trasformata in avamposto strategico, serbatoio energetico, colonia a medio termine per milioni di cinesi, ma anche il Giappone, Singapore e naturalmente l’Unione Europea. La Cina da tempo non è impegnata solo a garantirsi materie prime ed energia a basso costo per il suo apparato industriale, ma fa molto di più, come dimostra il gigantesco megaprogetto della nuova Via della Seta, volto a costruire una rete di infrastrutture portuali e ferroviarie verso occidente sino all’Atlantico che coinvolgerà anche l’Italia (Trieste e Genova soprattutto). La Cina ha impresso un netto cambio di rotta alla sua politica estera, dapprima concentrata sullo sviluppo economico interno, incominciando a sfidare l’attuale ordine mondiale.

 

La svolta è più evidente dal 2012, da quando è al potere l’attuale presidente Xi Jinping. L’ americano Hoover Institute, legato al partito repubblicano, ha pubblicato un ponderoso studio sulla presenza cinese negli Stati Uniti. L’elenco degli interessi cinesi in America è lunghissimo, il loro impatto economico assai importante. Comincia a diventare rilevante anche l’aspetto culturale, con 350 mila studenti che seguono corsi di laurea negli Stati Uniti, mentre la madrepatria forma nei suoi atenei giovani africani e asiatici, le future classi dirigenti. Il deficit commerciale americano nei riguardi della Cina è enorme, circa 350 miliardi di dollari annui. Una parte notevole del pesante debito pubblico americano è in mani cinesi, tanto che il vice presidente Mike Pence ha invitato il sistema finanziario americano a rifiutare ulteriori acquisti. Inoltre, molti cinesi emigrano negli Usa acquisendo notevole influenza economica e politica. La strategia della penetrazione del Dragone, lo sappiamo, non risparmia l’Italia, con una rete fittissima di imprese non solo commerciali e artigiane che realizzano una sorta di economia chiusa, circolare con la patria e le aziende dei connazionali residenti.

 

Lo studio non ha rilevato interventi diretti sulla vita politica e le scelte elettorali americane, ma è preoccupato per la crescente influenza cinese nelle università, nei “pensatoi” (think tanks), l’intenso lavoro di lobby in ogni canale utile per orientare o contrastare decisioni finanziare, economiche, politiche, geostrategiche. Le università cominciano a ricevere pressioni per annullare o sterilizzare gli eventi potenzialmente critici verso il regime cinese, con vere e proprie rappresaglie da parte dell’ambasciata e dei consolati presenti nel paese. La penetrazione cinese è particolarmente significativa nel settore tecnologico, la chiave per rafforzare il potere economico e la forza militare. Utilizza largamente lo spionaggio industriale e il trasferimento di tecnologie (know how) attraverso l’acquisto di imprese. Gli americani, paladini del libero scambio, non mettono in discussione ufficialmente l’entrata di capitali cinesi nelle loro industrie, ma lamentano l‘impossibilità di distinguere quale parte del capitale è pubblica e quale privata, tenuto conto del ruolo strategico dello Stato, della finanza pubblica e del Partito Comunista. In effetti l’ircocervo cinese è un enigma difficile da interpretare: comandano i mandarini scelti dal Partito Comunista, i cui vertici hanno in mano lo Stato, il sistema bancario e dirigono l’economia secondo piani decisi dall’alto.  Contemporaneamente, hanno promosso un forte sviluppo del sistema privato. Monta la preoccupazione per la natura opaca delle compagnie cinesi, socie e spesso proprietarie di industrie e grandi infrastrutture anche in Europa. L’ Olaf, l’agenzia antifrode comunitaria, ha confermato l’ampiezza della ben nota pratica della sottofatturazione all’importazione, con il triplo obiettivo di evadere le imposte, praticare concorrenza sleale e regolare parte delle transazioni in patria. I canali privilegiati di ingresso sono il porto greco del Pireo – controllato da società cinesi- quello di Costanza, ma anche Rotterdam e gli approdi del Regno Unito, in cui le indagini hanno provocato sanzioni per due miliardi di euro. Il dibattito si è esteso in Germania e Francia, dove l’allarme delle autorità è crescente, per quanto espressa prevalentemente in incontri riservati e sedi confidenziali, e riguarda la penetrazione cinese in settori strategici. Si sta ripristinando l’antico sistema delle autorizzazioni ministeriali preventive per l’importazione e l’esportazione di determinati prodotti, un meccanismo considerato un residuo protezionista del passato, ma che è concordato a Bruxelles e verrà presumibilmente esteso in ambiti come la proprietà intellettuale e i mezzi di comunicazione. La preoccupazione ha scosso la mercantilista Germania nell’anno 2017 dopo l’acquisto da parte cinese di Kuka, uno dei massimi produttori mondiali di robot. Un affare da circa 4,5 miliardi di euro in un comparto decisivo per la ricerca e la sicurezza, destinato a improntare le politiche industriali e del lavoro dei prossimi decenni. Ciò che preoccupa è la mancanza di reciprocità, principio base delle relazioni commerciali. Le barriere in entrata nell’economia cinese, le cui imprese sono finanziate con denaro pubblico e se ne infischiano delle “sacre” regole del mercato, sono tali da impedire l’accesso per le imprese europee e americane sgradite, i cui investimenti spesso falliscono per gli ostacoli di varia natura frapposti dalle autorità del Dragone. Il paradosso è che, con la presidenza Trump e il suo approccio protezionista, la Cina si è adesso erta a sostenitrice del libero commercio privo di dazi e divieti che viola sistematicamente in casa propria. Le reazioni sono timide e balbettanti; il gigante asiatico è troppo forte, troppo importante per l’economia globale e non si può prenderlo di petto. È un socio scomodo ma dal quale non si può prescindere, lo dimostra il silenzio sui diritti umani violati, mancanza di libertà di pensiero e di religione, come sa bene la Chiesa cattolica. Il profumo degli affari fa chiudere gli occhi e tappare le orecchie, specialmente nei paesi il cui debito sovrano è finanziato dall’imponente avanzo commerciale cinese.

 

La nuova aggressiva posizione cinese è al centro della globalizzazione, ne mette in luce le contraddizioni e sta diventando un brodo di coltura delle reazioni dell’opinione pubblica internazionale. Ciononostante, e non sarebbe potuto capitare diversamente, il dossier cinese è stato del tutto ignorato a Buenos Aires nelle conclusioni del G20, un organismo internazionale allargato messo in piedi, nel suo disegno attuale, per spegnere i fuochi della grande recessione iniziata dieci anni fa, diventato una retorica vetrina di leaders politici senza alcuna funzione reale, l’apparenza di un inesistente multilateralismo. L’aggressività economica cinese è uno dei grandi temi della globalizzazione e dà nuovo alimento alle reazioni “populiste” già innescate contro l’austerità imposta dal neoliberismo occidentale. Su questo gli americani ovviamente tacciono, preferendo esortare il concorrente asiatico a “recuperare la sua neutralità nel quadro geostrategico mondiale”. Pia illusione di chi ha sbagliato clamorosamente le previsioni strategiche aprendo le porte del commercio mondiale alla Cina e vuole continuare a controllare e dominare lo scenario mondiale. La radice delle rivendicazioni sovraniste, nonché la crescente richiesta di protezionismo economico, si trova precisamente nella necessità di recuperare lo spazio strappato a colpi di disarmo daziario in nome del libero scambio, con la richiesta di meno immigrazione, più controlli alla frontiera e maggiori barriere finanziarie e tecnologiche. Non va sottovalutato il ruolo dell’aggressivo nazionalismo economico cinese, che ha lanciato con clamore il MIC 25 (made in China 2025) per promuovere i suoi prodotti di punta e proteggere le sue imprese dalla concorrenza sul mercato interno dopo avere approfittato largamente delle liberalizzazioni tariffarie disposte dal WTO per estendere la sua presenza nei mercati internazionali. Una politica che non è estranea all’inverno della recessione internazionale in arrivo, poiché il commercio non è equilibrato se le regole del gioco, fiscali, ambientali, lavorative, sono ingiuste e unilaterali come la manipolazione del valore dello yuan, la valuta cinese. Alcuni economisti suggeriscono l’attivazione di un protezionismo intelligente, fatto di barriere giuridiche extra doganali, capace altresì di disincentivare l’utilizzo degli avanzi di bilancio per fini di influenza politica, un problema che riguarda la Cina, e in Europa coinvolge la Germania.

 

La lotta tra la grande potenza finanziaria, economica e tecnologica americana e il suo avversario orientale ha un campo di battaglia grande quanto il pianeta. La globalizzazione libero scambista è squilibrata, non funziona, impoverisce una parte crescente del mondo. Rende l’Europa una periferia senza prospettive, non garantisce libertà, benessere, sviluppo. Non sono in gioco solo i dazi, la finanza e la tecnologia, ma un assetto del mondo che divide l’umanità in prede e predatori.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Un grande partito unico liberale ed europeista PDF Stampa E-mail

8 Dicembre 2018

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Da Appelloalpopolo del 6-12-2018 (N.d.d.)

 

Nell’ufficio in cui lavoro siamo quasi tutti precari, eccezion fatta per il personale prossimo alla quiescenza. Ovunque mi giro vedo coetanei o disoccupati o appesi a un filo e con retribuzioni miserevoli. E siamo i fortunati, in quanto lavoratori dipendenti. Chi esercita la libera professione non guadagna neanche a sufficienza da potersi pagare i contributi della cassa professionale o dell’INPS. Non c’è nulla di accidentale o di casuale in tutto ciò. È semplicemente il frutto di un ventennio di deregolamentazioni in ambito giuslavoristico e di liberalizzazioni dei settori professionali. È il risultato della “rivoluzione liberale” promessa da Berlusconi e realizzata in concorso con il centrosinistra, con un protagonismo particolare dei postcomunisti.

 

Un grande partito unico liberale ed europeista che, simulando una contrapposizione politica fittizia volta a rappresentare al popolo una parvenza di democrazia, ha realizzato il disegno delle élite tecnocratiche finanziarie che va sotto il nome di Unione Europea.

 

Gianluca Baldini

 

 
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7 Dicembre 2018

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Da Comedonchisciotte del 5-12-2018 (N.d.d.)

 

Mentre le IENE (Italia1/Mediaset/Berlusconi) hanno sbattuto il mostro in prima pagina, cioè quello di Pomigliano D’Arco, il papà del vice ministro Luigi Di Maio, a Parigi le lunghe proteste dei “Gilets Jaunes” sembra che abbiano abbattuto il vero mostro, delfino dei Rothschild, Emmanuel Macron, e attratto l’attenzione del premier, Edouard Philippe, che ha promesso alcune concessioni: sei mesi di sospensione dell’aumento delle tasse sui carburanti, e nessun aumento delle tariffe di gas ed elettricità per tutto l’inverno. Per la saga dei mostri sul versante italiano, forse ci siamo persi la puntata delle IENE sul riciclaggio dei soldi mafiosi della Banca del papà di Silvio Berlusconi. La Banca Rasini di Milano infatti, di proprietà negli anni ’70 di Carlo Rasini, fu indicata addirittura da Sindona e nominata in molti documenti ufficiali della magistratura, come la principale banca utilizzata dalla mafia per il riciclo del denaro sporco nel nord Italia (Elio Veltri e Marco Travaglio, L’odore dei soldi). Furono clienti di quella banca Pippo Calò, Totò Riina e Bernardo Provenzano, negli anni in cui formavano la Cupola, in quegli stessi anni in cui Luigi Berlusconi lavorava presso la Banca, prima come impiegato, poi come Procuratore con diritto di firma e infine come Direttore. Nel 1970, il procuratore della Banca Luigi Berlusconi aveva ratificato un’operazione molto particolare, per l’acquisto di una quota della Brittener Anstalt, una società di Nassau legata alla Cisalpina Overseas Nassau Bank, nel cui consiglio d’amministrazione figuravano Roberto Calvi, Licio Gelli, Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus. Sempre intorno a quegli anni Silvio Berlusconi registrava presso la Banca Rasini ventitré holding come “negozi di parrucchiere ed estetista”, che hanno detenuto per molto tempo il capitale della Fininvest, ed altre 15 Holding, incaricate di operazioni su mercati esteri… etc etc.

 

Che dire… il mainstream ci informa dettagliatamente sui nanetti da giardino del papà di Di Maio e oscura tenacemente l’epopea del papà del Berlu, perché quel poco che la tv italiana ci ha trasmesso ce lo siamo in gran parte dimenticato. Cestinate nell’oblio come refusi narratologici indigesti anche le storie di papà Renzi o di papà Boschi, poco interessanti per arginare i nuovi populismi che governano ‘in modo scellerato’ l’Italia e avrebbero velleità spendibili anche per l’UE, alle prossime europee. La polizia tedesca irrompe nella sede di Deutsche Bank, alla ricerca di miliardi riciclati… invece quella italiana irrompe nel campetto incolto del mostro di Pomigliano, dimostrando che esistono spread di vario spessore, non solo il differenziale tra i rendimenti di Btp e Bund, ma anche tra  due culture diverse… da una parte i padroni, che non tollerano infrazioni al libero mercato, garante dello sfruttamento di classe, dall’altra i servi, che non tollerano che qualcuno osi liberare l’Italia dalla servitù dell’Eurozona. Nella guerra all’ultima fake dei globalisti contro i nazionalisti, gli sciacalli e gli infami del vecchio regime si accaniscono contro tutto il governo, perché sta proponendo politiche troppo incompatibili con i loro interessi. Poi irrompe sulla scena mediatica Sandro Veronesi, l’ultimo pseudo intellettuale, vero monstrum,  pronto a sacrificare la svendita dell’Italia per un posticino al sole, disposto a raccontare eresie politiche, a versare odio eurista a badilate, tanto che manco Giuda Iscariota era arrivato a tanto, perché aveva tradito Gesù zelota, vero, ma in nome della libertà della sua patria… però la verità dei fatti è privilegio di pochi, mentre la menzogna mercificata per 30 cents è una disgrazia per tutti gli altri. “Io sono scappato via dalla Mondadori quando Berlusconi è diventato premier, però se mi chiedete di firmare per riavere domani Berlusconi e il suo governo, io firmo, e firmo col sangue”… così Sandro Veronesi a Circo Massimo, su Radio Capital. “Non bisogna chiedere scusa come dice Renzi. Berlusconi era arrogante, strafottente, in conflitto di interessi, ma sapeva qualcosa del mondo. Questi, invece, non sanno quello che fanno.”

 

Ma il carosello dei vampiri non finisce qui, perché a marcare il territorio a Torino arriva la carica dei 3000 imprenditori Sì-Tav, artigiani, commercianti, cooperative, industriali, aderenti a 12 associazioni di categoria, si sono dati appuntamento alle Ogr di Torino per l’incontro dal titolo “Infrastrutture per lo sviluppo. Tav, l’Italia in Europa”. Obiettivo del convegno quello di chiedere al governo “una riflessione seria e libera da pregiudizi ideologici sulle scelte che riguardano grandi opere e sviluppo”. Col presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, erano presenti tutti i vertici di Casartigiani, Ance, Confapi, Confesercenti, Confagricoltura, Legacoop, Confartigianato, Confcooperative, Confcommercio e Cna. Lo chiamano il partito del Pil quello che si è radunato a Torino il 3 dicembre, blaterando a favore della TAV e delle grandi opere. E cioè il partito dei ricchi, delle lobby, delle confederazioni di prenditori, che sembrano piuttosto incazzati, perché hanno perso i numeri di telefono dei loro referenti al governo, mentre sarebbero ansiosi di rincorrere nuovi appalti, grandi opere, concessioni, progresso… il loro naturalmente. I PIL rivogliono le loro garanzie cementificate, le concessioni blindate e i trattamenti di riguardo, pretendono a gran voce la TAV, le grandi opere, le Olimpiadi… ma solo nell’interesse del Paese, nella prospettiva del progresso, ci mancherebbe altro!! Nonostante l’inchiesta Alchemia abbia dimostrato che la ‘ndrangheta si cela dietro i movimenti ‘Sì Tav’, con l’obiettivo di infiltrarsi nei lavori per il ‘terzo valico’. L’inchiesta ha portato all’arresto di 42 persone da parte della polizia di stato e della Dia di Reggio Calabria e Genova.  Secondo il magistrato le cosche hanno utilizzato “mediaticamente i gruppi Sì Tav infiltrandoli con i propri affiliati per dare rilievo alla causa. Questo per inquinare gli appalti pubblici con le proprie imprese”. “Dalle intercettazioni – gli fa eco il procuratore aggiunto Gaetano Paci – rileviamo l’interesse degli imprenditori prestanome della cosca a sostenere finanziariamente il movimento ‘Sì Tav‘ per creare nell’opinione pubblica un orientamento favorevole per quell’opera. Una strategia mediatica molto raffinata”.

 

Insomma, le élite dominanti, sia in Italia che in Europa, stanno usando tutti i mezzi a loro disposizione per delegittimare il governo in carica, fake news, scandali inesistenti pompati all’eccesso, propaganda mediatica e macchina del fango… perfino Salvini si è messo a difendere Di Maio, perché gli attacchi sono potenti, molto ben orchestrati, e arrivano da più parti. Tutto li disturba delle scelte politiche del governo: la volontà di rispettare le promesse elettorali, la nuova visione sovranista e nazionalista anti UE, la guerra ai potentati d’interesse, l’ostracismo sulle grandi opere inutili, più per i 5S che per la Lega, ma comunque finora attuato (tranne che per il Tap, imposto dagli Usa), il decreto sicurezza, la difesa del welfare state e il tentativo di ripristinare con ogni mezzo la propria sovranità.

 

Nel frattempo le piene del fiume giallo francese hanno allagato i teleschermi di tutta Europa, fino ad indurre Macron ad una resa momentanea, chissà che l’ondata populista possa incrementare anche il potere contrattuale del governo italiano, molto strano però che mentre in Francia protesti la classe media diseredata, qui in Italia protestino le élite della Confindustria. ‘Monstrum’ in latino aveva assunto un significato del tutto diverso da quello attuale, voleva dire prodigio, fatto eccezionale, fenomeno portentoso, in senso sia positivo sia negativo, ma senza le connotazioni deteriori che il termine ‘mostro’ ha acquisito oggi. Però i demoni del nostro tempo sono diversi, meno eccezionali e più umani, meno prodigiosi e più feroci, ci governano attraverso l’ipocrisia e ci comandano tramite l’inganno, dato che l’unico loro intento non è liberarci dalla gabbia liberista, quanto cavalcare i disagi, al fine di disinnescarne solo il botto e continuare così inesorabilmente ad alimentare il sistema.

 

Rosanna Spadini

 

 
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