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Neomania PDF Stampa E-mail

16 Novembre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 14-11-2018 (N.d.d.)

 

L’ossessione per tutto ciò che è nuovo è una delle più sorprendenti caratteristiche della nostra epoca. È una smania, una vera e propria patologia di massa, una malattia dell’anima, la neomania. Se ne sono resi conto anche intellettuali del campo progressista. Scriveva il comunista ortodosso Alberto Asor Rosa diversi anni or sono: viviamo un presente caratterizzato dall’assenza di una regola e dalla presenza di molte regole transitorie. Tutto deve sempre essere nuovo, inedito. Lo psicanalista à la page Massimo Recalcati osserva che abbiamo confuso il “nuovo” con il diverso, una fuga dallo “stesso” che ci annoia, per cui la tensione che ci spinge verso il nuovo è una fuga da una mancanza, dall’assenza che ci affligge. Ancora più esplicito è un brano di una vecchia Enciclopedia della Moda, secondo cui “è con l’avvento della società capitalistica che si fa coincidere l’insorgere di quella specie di ossessione per il nuovo, o neomania, di cui la moda dell’abbigliamento rappresenta uno degli aspetti più vistosi.” Si tratta di verità parziali, alle quali sfugge il nocciolo della questione.

 

La smania per il nuovo è figlia della rottura antropologica della modernità con tutto il passato, il simbolo e la conseguenza della perdita della dimensione spirituale e trascendente dell’uomo occidentale. La ricerca costante della novità diventa un antidoto all’angoscia per un’umanità deprivata della parte più elevata di se stessa, un effetto placebo che impone dosi sempre più elevate di “nuovo”. Una dipendenza in più, che esorcizza l’ansia e la mancanza di senso creando un eterno presente. Intuì qualcosa Albert Camus, per il quale il futuro è l’ultima trascendenza degli uomini senza Dio. L’ autore dello Straniero e della Peste, ateo, non poteva riconoscere che ogni futuro, per l’uomo moderno, è la porta spalancata sul Nulla. […] L’angoscia viene lenita attraverso il Nuovo, la scarica di adrenalina obbligatoria che consente di sopportare l’insoddisfazione del presente senza precipitare nel buio. In questo vuoto esistenziale si inserisce la psicologia di massa della società dei consumi, che produce insoddisfazione per vendere desiderio, fratello spurio del futuro. Se si cambia spesso, se il mutamento è considerato positivo a priori è perché si cerca qualcosa che non si trova, anzi che non si deve trovare. La meta del nuovo è il viaggio, il panorama sempre diverso di viandanti in fuga da se stessi. Non si sopporta il vuoto, saturato dall’abbondanza di oggetti. Il desiderio del nuovo è l’attesa del godimento che non verrà o lascerà insoddisfatti, rassegnati o disponibili per esperienze ulteriori, “nuove” ma in realtà pieghe dell’identico. L’esperienza sempre rinnovata è quella del consumo, ovvero dello spreco, dell’esaurimento, della dissipazione. Grottesca è l’attitudine dei nuovisti della tecnologia, pronti ad affrontare code chilometriche per assicurarsi i primi esemplari di apparati che entro pochi mesi saranno sostituiti dal nuovo più nuovo. Barbari indotti a ricominciare daccapo dalla povertà delle esperienze oltrepassate e non vissute, indifferenti all’evidenza che il nuovo luccicante diviene presto antiquariato e talora fa riapparire il vecchio sotto nuove forme, nella postmodernità stanca e poco creativa, esaurita nelle idee, ridotta a rifacimento, remake, imitazione, maniera, come l’arte dopo il Rinascimento. Il nuovo detesta il silenzio, l’introspezione, anticamere dell’angoscia. La sua forma è il brusio indistinto, il ronzio confuso di voci, poiché il nuovo ha l’obbligo di rompere il silenzio. La neomania è compulsiva e nevrotica come la trionfante sessualità di consumo. Cambiare partner per vivere esperienze nuove, trattando se stessi e gli altri come cose, oggetti di consumo. Tutto invecchia presto, nessuno sembra lontano, le dimensioni dello spazio e del tempo si confondono. La neomania è altresì l’adorazione di un idolo, il Progresso, il cui culto coincide con quello della Ragione. Esso non deve essere discusso e tantomeno limitato, la sua marcia è inarrestabile; il nuovo è buono anche se domani sarà già vecchio. Tutto deve essere fatto secondo la nuova moda, la nuova scoperta, la nuova tecnologia, al modo odierno, significato letterale di una parola eternamente ambigua, modernità. […] Il nuovo ha per missione di indurre in tentazione, prevede la tentazione alla quale non è concesso resistere. In questo consiste il libero arbitrio di oggi, dare un consenso entusiasta ed effimero ad ogni novità, evitando la domanda di senso, la riflessione sul bene e sul male. Qualunque cosa si possa tecnicamente fare, va approvata e sperimentata. Tutt’al più, il quesito è: me lo posso permettere? La risposta sta anch’essa nel nuovo. Le formule di consumo a debito cambiano continuamente e promettono l’accesso al mondo sfavillante dell’ultimo ritrovato, del prodotto “definitivo”, quello 2.0. Passata la festa, gabbato lo santo: arriva il modello 3, poi 4.0 e la giostra continua. Essenziale è che l’idea nuova, la merce nuova, il comportamento inedito spezzi provvisoriamente la solitudine di tanti identici che si sentono unici. L’idolatria del nuovo ha come esito il disprezzo per il passato. […] Al contrario, il principio fondamentale della vita è la conservazione, la tendenza che in biologia si definisce omeostasi, ovvero l’inclinazione naturale al raggiungimento di una certa stabilità interna e comportamentale, una disposizione che accomuna tutti i viventi anche al variare delle condizioni esterne. In politica come nella cultura, dopo la Rivoluzione francese il conservatore è schernito, proclamato anacronistico (l’obbligo di essere “all’altezza dei tempi”), la definizione stessa è una condanna preventiva, un mezzo per escludere dal dibattito. John Stuart Mill, uno dei patriarchi del liberalismo, definì i conservatori “il partito stupido”. La neomania è naturaliter progressista, convinta della perfettibilità illimitata dell’uomo e delle cose. Non crede nei limiti dell’uomo, nella sua imperfezione ed è quindi necessariamente in guerra contro la natura. Trova assurda l’idea che esistano principi permanenti. Il nuovo impone la trasgressione, cioè la violazione del comportamento comune. I suoi adoratori trasgrediscono disciplinatamente seguendo le regole “nuove”, in una corsa ridicola ad infrangere trasformata in conformismo inconsapevole. L’ordine, etico, civile, naturale, personale, è detestato in quanto espressione della stabilità. Vengono applauditi falsi profeti che proclamano la relatività di ogni principio, sostenendo che tutti provengono dalla volontà e dal desiderio. Il paradosso è l’esaltazione dell’ultimo valore in ordine di tempo, il più “nuovo”. Odiare tutto ciò che è permanente genera instabilità, distrugge ogni standard elevato e riduce il mondo sedicente civilizzato alla soddisfazione di futili, momentanei desideri materiali, senza distinzione tra bisogni, diritti, capricci, stranezze, pulsioni infere. […] Il nuovo, infine, è diventato un diritto. Quello di ottenere ciascuno le medesime cose, alzando ogni giorno l’asticella del desiderio. Tutto deve essere “avanzato”, come la tecnologia di oggi, il cui destino è di diventare arretrata con le prossime scoperte, le future applicazioni, le quali, in quanto “nuove”, saranno oggetto dell’insoddisfazione di chi non le possiede, dell’invidia e del desiderio. Ovvio è il deterioramento di ogni senso morale in un mondo dominato dal nuovo. Qualunque etica ha il difetto di essere persistente, di credersi vera e permanente, di imprimere un segno forte.

 

Alcuni elementi della neomania stupiscono più di altri. La rinnovata popolarità dei tatuaggi, ad esempio, può essere spiegata con il desiderio di essere creatori di stessi a partire dall’aspetto esteriore, ma come si concilia con la permanenza a vita delle incisioni? Evidentemente, la spinta gregaria del conformismo è potentissima, oppure la fiducia nel “nuovo” è tanto diffusa da convincere che future tecnologie permetteranno di rimuovere i nomi di fidanzati non più amati, le frasi che non piacciono più, i simboli caduti in disgrazia. Del resto, l’obiettivo è sempre l’emancipazione, la liberazione dai vecchi credo e dai giuramenti del passato. L’amante del nuovo ritiene di gioire e desiderare in piena libertà, nell’autosufficienza e nell’autogoverno di sé. Non sospetta di essersi sottomesso a nuovi idoli e di aver decretato la vittoria dell’Es, secondo Freud la forza impersonale che “ci vive” e contiene le spinte pulsionali, aggressive ed autodistruttive. L’applicazione, da parte del sistema di potere politico ed economico, delle scoperte della psicologia delle masse, ha determinato una generale accettazione di tutto ciò che è nuovo come migliore, frutto di progresso, di liberazione umana. […] La ragione astratta, fattasi universale a scopo di dominio e arricchimento di alcuni, ha prodotto un’irrazionalità diffusa fondata sul desiderio compulsivo del nuovo: la neomania. L’uomo comune è indotto a confondere i diritti con i desideri, perseguire l’indisciplina spirituale, rifiutare il senso del limite e negare validità a qualsiasi principio generale. Il conformismo più deprimente è chiamato giudizio personale, la disciplina consumista e nuovista è detta trasgressione. […] Il nuovo enfatizza il movimento; poco conta la direzione o il senso. Ne capì la portata epocale Goethe, che fa dire a Faust, l’uomo febbrile, il primo consapevole innamorato del nuovo che avanza, “in principio era l’Azione”, detronizzando il Verbo, Dio, il permanente. L’adorazione del nuovo ha caratterizzato l’arte fin dall’inizio del secolo XX, abolendo le forme classiche e la stessa figura umana. La novità in quanto tale fu il programma del futurismo. Il manifesto di Filippo Tommaso Marinetti del 1909 inizia con un’affermazione che attraversa l’intera civiltà occidentale successiva: noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Le parole chiave sono l’aggettivo nuova e il sostantivo velocità. Riunite, esse rappresentano l’unico polo superstite della nostra decadente civilizzazione. Tutto deve essere nuovo e rapido, fino al “tempo reale”, l’immediato dell’informatica. Non sfuggono all’attacco le leggi degli uomini. Nessuna è destinata a durare, il riformismo è lodato a prescindere, cambiare, rinnovare è il gesto di chi si proietta “in avanti”. Duraturo è un vocabolo sgradito, innanzitutto ai padroni del mondo, interessati a che idee e cose diventino presto obsolete. Inutile osservare che se il nuovo è più veloce dell’antico, tramonterà altrettanto facilmente, spesso prima che se ne possano valutare gli effetti, con il rischio di smarrire il lato positivo dei cambiamenti. Infine, aleggia sul nuovo un materialismo soffocante, l’ossessiva aspirazione all’appagamento dei sensi, alla mediocrità fiera di se stessa, allo scioglimento di ogni vincolo. […]

 

La smania del nuovo, il cambiamento ad ogni costo producono il sonno della ragione e il precipizio dello spirito. Lucifero stesso era un bellissimo angelo caduto e la verità, diceva Nikolaj Berdjaev, è il ridestarsi dello spirito nell’uomo. Il vecchio che salva.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Giornalisti patetici PDF Stampa E-mail

15 Novembre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 13-11-2018 (N.d.d.)

 

Infimi e puttane i giornalisti, chissà. Ma casta di sicuro sì, nonché – con l’intero mainstream – vetrina del conformismo. Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista non fanno come faceva un Giulio Andreotti che si raccomandava di non litigare mai e poi mai con la stampa. Loro, figli di un tempo tutto nuovo, prendono spunto dall’assoluzione di Virginia Raggi e vanno addosso ai giornalisti cui è mancato il finale atteso. Forse, i due, fanno come un tempo si divertiva a stuzzicare Massimo D’Alema: jene dattilografe. In ogni modo sfregiano il sussiego di un mestiere – il giornalismo – che è, ormai, dottrina del pensiero unico. Industria culturale di infimi e di puttane a disposizione di una stretta cerchia, sempre la stessa, derivata dal patto di compromesso tra le due ex chiese, quella del Pci e quella democristiana, per quel che sono diventate adesso coi loro eredi – immarcescibili – nell’amministrare il potere assoluto e gli estremi privilegi ora che c’è da difendere il fortino assediato da una realtà sempre più distante dai loro taccuini, dalle loro frequentazioni e dalla loro retorica. Dai nostri taccuini, dalle nostre frequentazioni e dalla nostra retorica, dovremmo dire? Ebbene, no. Se c’è un discrimine, che vale in tema di giornalismo quanto anche nella realtà del dibattitto delle idee, è quello tra un’Italia tenuta sempre ai margini – quella del dissenso – e quella del regime. Lo stesso regime del giornalismo da sempre sistema chiuso che i Leo Longanesi di ieri o i Massimo Fini di oggi, mai e poi mai li fa arrivare nei giornaloni, quelli delle vergini adesso trafitte, ma solo e soltanto nelle testate corsare, dove piove sale e sempre solo sale. Il giornalismo, quello istituzionale su tutti, vive in virtù dell’ipocrisia – del tradimento continuo dei valori cui dice di voler aderire, la famosa libertà di stampa e l’indipendenza – e regge nel mercato grazie allo sfruttamento di precari costretti, tutti, a salari al minimo, anzi, sempre più al ribasso, costringendo all’eterna gavetta chiunque non corrisponde ai loro taccuini, alle loro frequentazioni e alla loro retorica. Ha ragione Michele Fusco, giornalista senza nessun regime, quando ieri – nel bel mezzo delle lagne per la bua subita – così twittava: «Questa catena sul web dell’orgoglio giornalistico è una roba che va oltre il patetico». Ecco, non infimi, non puttane, ma patetici.

 

Pietrangelo Buttafuoco

 

 
Marxisti sovranisti PDF Stampa E-mail

14 Novembre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 12-11-2018 (N.d.d.)

 

“Socialismo o barbarie” è uno slogan marxista di vecchia data, Rosa Luxembourg lo attribuisce ad Engels: se non si passa dal capitalismo al socialismo, la caduta nella barbarie è il destino dell’Occidente.  Adesso un saggio scritto da due marxisti, l’italo-inglese Tomas Fazi e William Mitchell, riecheggia quel motto celebre ma al contrario: “Sovranismo o Barbarie”.  Abbiamo capito bene: due marxisti, pubblicati da una editrice “rossa”, invocano il ritorno alla sovranità nazionale, perché (cito dalla recensione che ne fa Carlo Formenti su Micromega) “lo stato-nazione è la sola cornice in cui le classi subalterne possono migliorare le proprie condizioni e allargare gli spazi di democrazia”. Da marxisti, i due sono convinti che l’ordinamento dello stato dipende dall’economia – la “struttura” da cui nasce la “sovrastruttura”.  Quindi attribuiscono la felice lunga stagione dal dopoguerra agli anni ’70, con ”elevati tassi di crescita economica, alti livelli di occupazione, salari e profitti crescenti, un’estensione dei diritti sociali ed economici mai conosciuta nelle ere precedenti, nonché una relativa stabilità finanziaria a livello internazionale” a  uno specifico regime di accumulazione capitalista – il fordismo – associato a un modo di regolazione politica dell’economia fondato sull’interventismo statale”.

 

La “entrata in crisi” del modello fordista di accumulazione capitalistica sarebbe la causa della “entrata in crisi” della sovrastruttura, l’ideologia e le politiche keynesiane con la loro connotazione “sociale”.  Detto così, può sembrare un fenomeno storico inevitabile, e il passaggio al globalismo con l’evirazione dello stato nazionale, la perdita della sovranità monetaria, e dello stato sociale, eventi “oggettivi”.  Inevitabili. Forze storiche contro cui non si vince. Infatti questo ci ripetono le “sinistre” salottiere, stilistiche, botuliniche che parlano da tutti i talk-show televisivi. Le giornaliste botulinate e strapagate perché “progressiste”.  Invece, il vostro cronista che si è occupato (anche) di economia per trent’anni, ha visto e documentato (in “Schiavi delle Banche”) come le “sovrastrutture” del globalismo che ha distrutto il “keynesismo” (e il benessere e la crescita) siano state progettate e imposte da leggi dello Stato, che abolivano le leggi precedenti. Tipicamente, ciò che era punito come “fuga dei capitali” quale crimine, divenne “libera circolazione dei capitali”; i dazi furono abbassati per legge esponendo i nostri lavoratori alla concorrenza di messicani, cinesi, romeni. Le borse internazionali furono coordinate apposta per trasformarle in una borsa mondiale aperta 24 ore su 24, dove quando chiudeva Wall Street aprivano Londra, e poi Tokio. Trucchi della “ingegneria finanziaria” come i derivati, che prima sarebbero stato soggetti ai rigori del codice penale, furono legali.  Le leggi che su imitazione della Glass-Steagall Act vietavano alle banche di giocare nel casinò finanziario i depositi dei risparmiatori, furono abolite in tutti gli Stati occidentali. I mutui concessi dalle banche americane non restarono più nei libri contabili di dette banche, con il loro rischio di insolvenza dei debitori; furono macinati insieme   a migliaia e rivenduti a pezzetti a fondi-pensione con la promessa che questi oggetti “davano un interesse”. In pratica le banche sbolognarono il rischio che s’erano assunte prestando soldi a ragazze-madri negre con salario precario da 600 dollari a mese, a terzi ignari: roba da codice penale, una volta. Le norme penali adesso non valevano più.

 

Insomma il supercapitalismo finanziario terminale non è un fenomeno naturale.  È stato progettato, voluto, preparato con leggi che abolivano le leggi. Apprendo con piacere che anche per Fazi e Mitchell è sbagliato interpretare tale processo come un “indebolimento dello stato”, “occorre al contrario prendere atto che proprio gli stati – a partire dal nostro – hanno scelto autonomamente di subordinare le proprie scelte a vincoli esterni, il che non significa che si sono suicidati, bensì che hanno attuato con successo un progetto radicale di indebolimento delle classi lavoratrici e di svuotamento della democrazia”. I due hanno la franchezza di notare che “le sinistre” hanno responsabilità primarie nell’aver creato la nuova ideologia neoliberale diventata Stato: come le “teorie nate negli stessi ambienti di sinistra, come la tesi secondo cui una delle cause fondamentali della crisi era la spirale incontrollata della spesa pubblica”.   Non dimenticano che “già a partire dagli anni Settanta Enrico Berlinguer tesserà l’elogio dell’austerità come strumento per rilanciare crescita e occupazione”, come un odierno Cottarelli o una tanto de sinistra come la Veronica de Romanis, che si ritiene una economista essendo moglie del banchiere Bini Smaghi, miliardaria, e autrice dell’aureo libretto “L’austerità fa crescere”. Dai primi anni Ottanta all’ingresso nell’area dell’euro – scrive il recensore su Micromega-   la frana diverrà inarrestabile. I Carli, gli Andreatta, i Ciampi e il grande privatizzatore Prodi avranno mano libera per scandire le tappe di una marcia accelerata verso la de-sovranizzazione, de-politicizzazione e de-democratizzazione dello stato italiano: adesione allo SME, divorzio fra Tesoro e Banca centrale, approvazione del Trattato di Maastricht, fino al colpo di grazia della rinuncia al potere di emissione della moneta e all’integrazione nell’area dell’euro, che imporrà “ l’inserimento obbligatorio del neoliberismo in Costituzione e il divieto di adottare politiche keynesiane”. Conclusione dei due marxisti:

 

“Oggi, dopo decenni di smantellamento sistematico, non resta altra alternativa se non riconquistare la sovranità nazionale e popolare come presupposti irrinunciabili per rilanciare quel progetto politico che venne accantonato quarant’anni fa, a partire dalla sovranità monetaria e dalla conseguente possibilità di finanziare il fabbisogno della spesa pubblica attraverso l’emissione di moneta”.  Le ragioni dell’esplosione del debito pubblico italiano negli anni Ottanta non sono da ricercare in un improvviso aumento della spesa pubblica – che anzi è rimasta in linea con la media europea per tutto il periodo – ma piuttosto nella decisione di far aumentare vertiginosamente i tassi di interesse (funzionale alla partecipazione dell’Italia al Sistema monetario europea (SME), in primis attraverso il “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981 (Fazi). Insomma i due marxisti arrivano alle stesse conclusioni di Claudio Borghi,  Savona  e Bagnai. Tornare a quegli anni ’70 “in cui abbiamo fatto ampiamente ricorso alla spesa in deficit –   e il nostro rapporto debito/PIL è rimasto relativamente stabile intorno al 50-60%, grazie soprattutto alla parziale monetizzazione del deficit pubblico e al calmieramento dei tassi di interesse da parte della Banca d’Italia” (Thomas Fazi).

 

Che dire?  È evidente che tutte le personalità che nello spazio pubblico, giornalistico, televisivo e accademico, parteggiano per l’euro e fanno il tifo per lo spread, invocano il ritorno dei “tecnici” e idolatrano Draghi che ci punirà e farà cadere il governo “fascista” e “razzista” – i Formigli e le Gruber, i Floris e i direttori di Repubblica – stanno usurpando. Usurpano il nome di “sinistra” – l’hanno portato via a Fazi e Michell – e usurpano lo spazio pubblico televisivo – politico che spetterebbe a loro, i marxisti. A  ben pensarci, la cosa è evidente. Salvo errori, mai Thomas Fazi o Fassina vengono invitati nel salottino della Gruber o della Berlinguer. Nei talk show “progressisti” pro-euro invitano sì Diego Fusaro, ma come si mostra in gabbia un animale estinto, pittoresco per il suo linguaggio antiquato, il “Marxista di un tempo”; avendo cura di tagliarne l’audio al momento giusto e farne svanire il collegamento.  Gli usurpatori del nome Sinistra non danno alcuno spazio a quelli di cui hanno usurpato lo spazio politico, e lo danno alle miliardari-economiste. E i Fazi e i Fassina sono dei senza-casa, impossibilitati ad esporre le loro idee di sinistra vera nei media di massa. Esiliati. Chi può capirli meglio del vostro cronista. Da cattolico, constata e soffre l’occupazione del Vaticano della setta sodomitica, che usurpa il nome di “Chiesa” per benedire nozze gay, lavare piedi a musulmani, e proclamarla “accoglienza senza limiti”, facendo passare tutto questo per “misericordia”. Da   vecchio “conservatore”, ha visto usurpare il nome e il concetto dalla potente setta degli ebrei ex trotzkisti americani, definitisi “neocon”, ossia neoconservatori, e compiere sovversioni dall’Ucraina alla Siria ed oltre, e cercare di distruggere ogni valore di destra e chi lo incarna, come Putin. È un’epoca dove dominano le contraffazioni in ogni campo, di mascherature e di camuffamenti dovunque.  In questo politica “populismo” diventa “l’anatema da scagliare contro ogni forma di opposizione al pensiero unico liberal liberista”.  Sovranismo, per accreditare cioè l’associazione automatica fra ogni posizione politica che rivendichi la riconquista della sovranità nazionale e l’uscita dall’Unione europea –   e i nazionalismi di destra” (Formenti).  Marxisti che siano allo stesso tempo sovranisti, sono in grado di dimostrare e argomentare che il recupero della sovranità non è una patologia “identitaria” pulsionale parafascista, ma una necessità democratica e dello stato di diritto.  Quindi l’esilio tv. La contraffazione universale sembra essere la necessità conseguente all’usurpazione generale del potere legittimo, in ogni campo, da parte di poteri indebiti, che si reggono sulla menzogna. […]

 

Maurizio Blondet

 

 
Il sovranismo non nasce dalla crisi economica PDF Stampa E-mail

13 Novembre 2018

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Da Rassegna di Arianna dell’11-11-2018 (N.d.d.)

 

I sovranisti non rappresentano per forza un voto di pancia o di protesta. E se anche il vento “populista” ha iniziato a soffiare nel 2009, con l’avvento della crisi economica, è impossibile oggi ribadire che quel voto sia frutto della crisi. Lo ha spiegato bene Foreign Policy, in un editoriale che ripercorre le ultime tappe della fine dei leader della socialdemocrazia e dell’avvento degli uomini nuovi che hanno preso il potere o stanno scalzando la vecchia guardia. Per molto tempo, ci è stato detto che i movimenti sovranisti fossero il frutto di una protesta. L’intellighenzia mainstream ha etichettato il fenomeno come una sorta di esaltazione demagogica delle classi popolari, in cerca di certezze dopo l’impoverimento causato dalla grande crisi che ha sconvolto l’Occidente. Ma relegarlo al pericolo di perdere potere d’acquisto o posti di lavoro rischia di essere superficiale, o quantomeno fuorviante. Non è solo la crisi economica ad alimentare i nuovi grandi partiti politici. Perché la crisi economica, che ancora c’è, evidentemente, in molti Paesi, non è più quella che sconvolto gli Stati europei e l’America nel 2008. E molti Stati dove crescono i movimenti “di protesta” sono in realtà estranei alla crisi. La disoccupazione non ha dati che indicano un malcontento diffuso, il popolo non è affamato. E in alcuni casi, i Paesi dove cresce il sovranismo, che viene etichettato come una sorta di “populismo di destra”, sono in realtà tra i più avanzati e ricchi d’Europa.

 

In questo senso, fanno riflettere i casi di tre Paesi: Germania, Olanda e Polonia. A Varsavia, i sovranisti sono esplosi quando il Paese era considerato la vera locomotiva dell’Europa orientale. Era il 2015 quando Beata Szydło di Dritto e Giustizia è diventata primo ministro. Poi è stato il turno di Mateusz Morawiecki, sempre della destra polacca. Il partito di Jarosław Kaczyński ha da sempre portato avanti una retorica nazionalista, fortemente legata ai valori cattolici della Polonia e ancorata a una visione conservatrice della società civile. Ha strappato le redini del Paese al partito di Donald Tusk, che promuoveva l’europeismo dalla sua Piattaforma civica per traghettare Varsavia nell’alveo dell’Europa occidentale. E invece la Polonia, nonostante la crescita economica e nonostante l’interesse nell’entrare nell’Unione europea, si è scoperta sovranista e anti-Ue. Lo stesso può dirsi dell’Olanda. Un Paese ricco che non ha sofferto la crisi economica come altri Paesi dell’Unione europea. I Paesi Bassi non hanno avuto l’emigrazione dei giovani, non sono crollati i salari, la disoccupazione, ad agosto 2018, era del 3,9%, con un picco massimo del 6 per cento nel 2016. Anche qui l’economia è in crescita, eppure l’ultradestra di Geert Wilders non domina ma è una costante. Idem per la Svezia, dove i Democratici svedesi di Jimmie Akesson hanno invaso il parlamento di Stoccolma. Il caso della Germania, invece, è ancora più eclatante. Angela Merkel sta lentamente collassando. E se la Cdu vuole spostarsi a destra, il vento del sovranismo sta prendendo piede in tutto il Paese. Non c’è parlamento locale in cui l’Alternative fur Deutschland non abbia preso seggi. Il partito dell’ultradestra ha guadagnato consensi e continua ad accrescere il suo peso in tutto il territorio tedesco. E questo nonostante la Germania resti la locomotiva d’Europa e il Paese che di fatto rappresenta il cuore economico e industriale dell’Unione europea. La Baviera, in questo senso, è stata un esempio perfetto: un Land ricco, produttivo eppure con un elettorato che si è spostato a destra.

 

Perché quindi la crisi non serve a spiegare il sovranismo? Perché i sovranisti si fondano su altre esigenze. Che sono le stesse che negli Stati Uniti hanno condotto all’elezione di Donald Trump nel 2016 o alla conferma dei repubblicani nell’America profonda, rurale e industriale. Non c’è solo l’economia. C’è una crisi di identità, una volontà di riavere una società da cui le persone della parte più profonda del Paese si sentono escluse. Non è una lotta per la sopravvivenza economica, ma una lotta quasi antropologica, culturale, che sposta l’attenzione non sul portafogli, ma su altri valori. C’è l’immigrazione, c’è la sovranità politica ed economica, c’è la sfida verso il progressismo ultra-liberale. Steve Bannon, parlando del voto negli Stati Uniti, non ha parlato di economia, ma di lotta fra “nazionalisti” e “cosmopoliti”. I sovranisti europei non prendono consenso parlando di lavoro e tasse, ma di chiusura dei confini e di identità perduta, di cultura patria e di valori da ripristinare. È per questo che il sovranismo è destinato a rimanere saldo in tutto l’Occidente, mentre la socialdemocrazia perde colpi. Perché i partiti del mondo liberale non rispondono alle esigenze della popolazione che si sente sempre più esclusa non a livello economico, ma a livello culturale. C’è un senso di estraneità a un mondo di cui non ci sente più parte. E quei valori che hanno costituito le basi delle società occidentali, sono colpiti costantemente da un mondo progressista che sta mettendo sotto assedio parti sempre più ampie delle popolazioni facendo riaffiorare un sentimento identitario sopito negli ultimi decenni. I sovranisti vincono perché hanno infiammato l’identità nazionale delle persone. Ma lo stanno facendo soprattutto perché il mondo progressista ha messo in dubbio le diversità. E queste, sotto attacco, riaffiorano. E riaffioreranno sempre finché il progressismo non cambierà obiettivi.

 

Lorenzo Vita

 

 
Socialista, perciò non "di sinistra" PDF Stampa E-mail

12 Novembre 2018

 

Secondo alcuni la cameriera che diventa deputato è una gran cosa e una grande lezione proveniente dall'America, mentre Di Maio presidente del consiglio sarebbe ridicolo e rimarrà per sempre, ai loro occhi, "il bibitaro". È evidente lo squallore morale di coloro che adottano nelle due identiche situazioni due distinti punti di vista. Sono persone incoerenti. Ma questo è soltanto il minimo. Sono evidentemente incoerenti perché anti-italiani ossia sono dei razzisti. Ma questo è soltanto l'aspetto di media gravità. La cosa più grave è l'idolatria per gli Stati Uniti.

 

In definitiva, a sinistra si trovano miserabili che idolatrano gli Stati Uniti, disprezzano l'Italia e sono persino incapaci di comprendere che sono e appaiono incoerenti. Ora, fin quando queste persone non saranno disprezzate dalle rimanenti persone di sinistra, perché stupide (incoerenti) classiste (l'accusa di essere bibitaro), razziste e idolatre (si condanna in Italia ciò che si esalta negli Stati Uniti), è evidente che nessuna persona di buon senso vorrà mai più essere definita di sinistra, perché di sinistra significherà o essere miserabili o non disprezzare i miserabili. In fondo è questa la ragione per la quale da oltre diciotto anni mi auto-qualifico socialista patriota e democratico e ho rinnegato l'auto-qualifica "di sinistra". Una scelta che serviva a dire che non avevo nulla a che vedere con gentaglia che, sotto il velo "di sinistra", è classista (e quindi liberale), razzista, esterofila ed anche enormemente stupida, perché incapace di capire cosa palesemente è.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Sovranisti sono solo gli statalisti PDF Stampa E-mail

11 Novembre 2018

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Da Appelloalpopolo del 9-11-2018 (N.d.d.)

 

L’uscita dall’euro è un tema che non esiste. I sedicenti “sovranisti” che propongono questa posizione, sostenendo l’ipotesi di un abbandono dell’unione monetaria che non contempli il recesso dall’UE, mentono sapendo di mentire. Come gli unionisti che brandiscono sempre questo manganello dello spread, accusando i predetti di farci “cacciare” dall’euro.

 

L’unione monetaria non prevede meccanismi di risoluzione (per precisa volontà politica) e la procedura di recesso dall’UE ex art. 50 del TUE è un processo lungo e articolato, che prevede una fase negoziale nel corso della quale le parti sono sottoposte a pressioni mediatiche e politiche che producono conseguenze sugli effetti del negozio giuridico. Se l’Italia dovesse arrivare a un passo dal default, scatterebbero i meccanismi automatici di salvataggio (si chiamano di salvataggio ma invero ti affogano definitivamente), ma mai nessuno si sognerebbe di mettere al voto un’eventuale esclusione della terza economia dell’UE, secondo manifatturiero e primo paese per risparmio privato. Vorrebbe dire la fine di tutto. Senza l’Italia l’unione si dissolverebbe. Ecco perché l’UE durerà finché non decideremo di uscire, cioè finché al governo non ci saranno forze politiche intenzionate a riportare la Costituzione al vertice delle fonti normative cui deve conformarsi l’ordinamento statale italiano. E non saranno di certo quelli che odiano lo Stato da sempre a rivendicare questo primato.

 

Gianluca Baldini

 

 
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