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Crimini senza movente PDF Stampa E-mail

30 Ottobre 2014

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Dal quotidiano on line Il Ribelle del 28-10-2014 (N.d.d.)

Quello più schifoso riguarda il caso della bimba “precipitata” dal balcone a Caivano, in provincia di Napoli, lo scorso giugno. Ultimamente è stato pubblicato il responso dell’autopsia: la piccola, prima di morire, aveva più volte subito degli abusi sessuali. Aveva solo sei anni, lei.

Durante questo lungo, lunghissimo periodo è successo praticamente di tutto: ancora a Napoli, un quattordicenne in sovrappeso è stato seviziato per mezzo di un tubo d’aria compressa, ma solo per “gioco”; un diciottenne, in compagnia di un minore, per “dare una svolta a una giornata particolarmente noiosa” ha tentato di incendiare una suora; a Bologna, invece, una giovane sarda ha massacrato con innumerevoli coltellate una signora di ottantaquattro anni, colpevole di non averla assunta come badante; a Taranto, per via di un banale litigio, un diciassettenne ha tolto la vita al fratello maggiore con tre fendenti al torace. Il resto della cronaca è arcinota: padri che d’improvviso sterminano l’intera famiglia, fidanzati che, dopo una mangiata in pizzeria, trucidano le fidanzate, nipoti che soffocano i nonni nel sonno per cinquanta euro.

Che sta succedendo in Italia? E cosa c’entra tutta questa follia, priva tanto di senso quanto di sentimento, in un Paese ancora provinciale come lo è il nostro?

Sembra di leggere le cronache nere, ambientate però in quelle megalopoli sudamericane, abbaglianti di sud, in cui si perde la vita per pochi spiccioli, per una parola o uno sguardo di troppo. E, per morire, non importa poi troppo il trovarsi in una sgangherata favelas, anziché in pieno centro, il passeggiare per strada di giorno, piuttosto che di notte: può succedere ovunque, il male, perché è dovunque il malessere. Ecco, giusto o sbagliato che sia, laggiù ha comunque una ragione specifica l’uccidere quasi per nulla: a dettare il gesto è il contesto, vale a dire la cupa miseria dei più, prede delle contingenze e nient’altro. 

Se esiste (eccome se esiste) un relativismo etico, culturale e morale, allora da noi tutta questa bestialità non è giustificabile né certamente spiegabile.

Di fatto, e a questo punto si potrebbe osare aggiungere purtroppo, pur con tutte le gravissime problematiche che affliggono l’Italia, non esistono ancora le condizioni materiali e psichiche per essere così feroci eppure lievi. 

Si torna così al punto di partenza: cos’è che quotidianamente ci porta al macello? 

Da che mondo è mondo, i delitti sono sempre esistiti e certe volte, osservati da una prospettiva non giuridica ma tutta umana, sono perfettamente comprensibili e persino dovuti; dietro questi gesti apparentemente inauditi, esistono infatti donne e uomini profondamente feriti, inesorabilmente offesi, fatalmente smarriti. E non c’è sorta di legge, né terrena né divina, che possa restituirgli una vita tranquilla, con la coscienza al posto giusto. 

Resta loro un’unica strada, spesso irrimediabile, per rispondere all’imperativo categorico di ciò che va fatto: il riscatto petto a petto. Giusta o sbagliata che sia, la rivalsa nella morte, resta un atto di responsabilità personale, una presa di posizione autentica e schieratissima al fine di autoassolversi moralmente, rimettendo finalmente al giusto posto quella coscienza che non si perdona gli ammutinamenti. Così, delle volte, si resta uomini. 

Le morti sopracitate, al contrario, sembrano non avere nulla in comune con la sofferenza furiosa e la vertiginosa volontà, che portano dritto dritto agli inferi; piuttosto, il tratto sconcertante e sconfortante della brutalità odierna è la demenzialità. Nient’altro. 

Il vuoto di morale e la morale del vuoto si rivelano così gli unici alibi per gli omicidi che giorno dopo giorno ormai si susseguono, mentre l’abitudine a una quotidianità indifferenziata, priva di riferimenti e di valori – qualsiasi essi siano – diviene la sanguinosa scena del crimine.

Ecco, quindi, il vero delitto: il fatto che dietro tanta efferatezza non ci sia assolutamente nulla, né un vero (e magari legittimo) odio, né un autentico discernimento tra luce e tenebre.

La maggior parte di quelli attuali, sono crimini a metà: a mancare davvero è il movente, vale a dire la tragedia di un uomo a cui non resta che schierarsi dalla parte del male per restare, costi quel che costi, nella sua di giustizia, intima e insindacabile.

Fiorenza Licitra 

 
Economia immorale PDF Stampa E-mail

28 Ottobre 2014

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Da Rassegna di Arianna del 14-2-2014 (N.d.d.)l

Quando le cose da barattare non erano di interesse reciproco, chi si presentava con il metallo giallo riusciva sempre a concludere l’affare. Fin dall’antichità l’oro è stata l’unica merce di scambio accettata da tutti. A volte, però, spostare avanti e indietro tanto oro era faticoso e a rischio di rapina. Si andava allora al “banco” dell’orefice nella propria città (banca N°1), si depositavano delle monete d’oro e si riceveva in cambio una “nota di deposito”. Con quella si viaggiava agevolmente e arrivati a destinazione si prelevava dall’orefice locale (banca N°2) il proprio oro consegnando la “nota del banco”, ossia l’antenata della banconota. La banca N°2, poi, avendo clienti che facevano il viaggio inverso, riceveva oro in deposito ed emetteva proprie “note” che finivano nella banca N°1 dove si compensavano e venivano archiviate. Ma perché perdere tempo per fare “note” con nome e indirizzo, che ogni volta dovevano essere rifatte? Perché una super banca, delegata dal resto delle banche, non raccoglie tutto l’oro e non emette delle banconote anonime, cioè al portatore?

Usando la cartamoneta come sostituta dell’oro, gli scambi si sono semplificati notevolmente conservando la convertibilità banconota–oro. In forza del fatto che il vocabolo moneta viene dal greco monytes “indicatore”, e che la “carta” rappresentava l’oro depositato a riserva nelle banche centrali, il termine moneta è stato esteso anche alle antiche banconote.

Gli orefici/banchieri si avvidero ben presto che mediamente solo il 10% dell’oro veniva movimentato, perché viaggiava quasi sempre la carta, così incominciarono ad accarezzare quel 90% che rimaneva depositato, come fosse di loro proprietà.   “Non è nostro - pensavano - ma è nella nostra disponibilità. Ci sono persone che sarebbero disposte a pagare per poterlo usare”.  Nacque l’idea di prestarlo.

È comodo prestare qualcosa che non è tuo?

Certo che è comodo, anzi, è comodissimo. Così il banchiere che abbia in deposito 100kg di oro, oltre ai tradizionali diritti di custodia può incassare degli interessi anche sui 90kg che è in grado di prestare grazie alla statistica che solo il 10% del popolo ritira la moneta aurea, anzi, visto che quasi tutti preferiscono usare le banconote, il banchiere non presta oro, ma emette e presta  moneta di carta per un valore equivalente a 1.000kg di oro e tiene i 100kg originari come riserva per coloro che, stando alla suddetta statistica, consegnano la carta e ritirano oro. Così egli incassa (non è giusto dire guadagna) gli interessi sulle banconote prestate ai clienti a fronte dei 900kg di oro che finge di avere. È una truffa?

Certo che lo è, perché per ogni Kg di oro depositato viene emessa una prima cartamoneta lecita e altre nove fasulle. Con questo artificio solo il 10% degli aventi diritto troverebbero oro presentandosi in banca a richiederlo, gli altri, aria.

Anche questa “carta a vuoto” si è continuato a chiamarla moneta, perché, pur non avendo oro alle spalle, come il popolo crede, essa è ugualmente monytes (indice) di qualcosa. Ogni banconota rappresenta una fettina di fiducia, sia pure malriposta, nell’onestà dei banchieri.

A volte, però, tenere banconote con sé, o in casa, è pericoloso, perché, non avendo esse un nome, chiunque ne venisse in possesso le potrebbe usare. Si arriva dunque a portare la cartamoneta in banca, ad aprire un conto corrente e a farsi rilasciare un blocchetto di assegni. Si può firmare finché ci sono fondi sufficienti.

Anche dopo queste innovazioni i banchieri si avvidero che solo il 10% (è un dato di fatto) della moneta di carta circolava e la restante rimaneva depositata. Perché non prestarla ad interesse?

Solita trafila. Per avere una apertura di credito in conto corrente devi portare come garanzia case, terreni, buste paga, firme di parenti, fatture con scadenza futura ecc. Fatto questo, sempre giocando sulla statistica che meno del 10% della gente ritira dalla banca la cartamoneta, per un deposito di contanti pari a 1.000 unità (quelle derivanti dai già citati 100kg di oro iniziali) la banca potrà mettere in circolazione moneta bancaria (accrediti in conto, assegni bancari, assegni circolari, carte di credito) per 10.000 unità e lucrarne gli interessi, tenendo a riserva le 1000 depositate. Non c’è limite ad avere moneta, se non la capacità di offrire garanzie e di restituirla a tempo debito con gli “interessi” pattuiti.

I banchieri, sfruttando la propensione del 90% del popolo ad usare la moneta più comoda, hanno creato la moneta bancaria, a costo nullo per sé, al fine di mungere la società. Trattasi di una moneta privata, di volume 9 volte superiore a quella di Stato, la quale a sua volta è 9 volte il valore dell’oro di base. E per meglio mimetizzarla con quella “legale” l’hanno chiamata con lo stesso nome: Lira ieri, Euro oggi.

Il cliente, da parte sua, crede che quella moneta sia di proprietà della banca e trova giusto pagarle degli interessi, invece, per dirla in termini pokeristici, siamo di fronte ad un enorme bluff; dato però che nessuno dice mai “vedo”, i bluffatori continuano a guadagnarci.

Fatte le opportune prove e visto che il popolo non riconosce l’anomalia su cui si fonda il potere delle banche, esse hanno congelato le riserve auree, su cui si basava tutto il castello, e si sono arrogate il privilegio di stampare carta a piacere saccheggiando subdolamente i cittadini senza nulla dare in cambio. Ciò è avvenuto in due tempi: nel 1944 e nel 1971. Vi risparmio gli altri trucchi (legali) che permettono alle banche di moltiplicare a dismisura la moneta a danno dei cittadini. Basti sapere che oggi la riserva obbligatoria non è più del 10%, ma è scesa all’1%, pertanto il moltiplicatore della moneta fasulla non è più dieci, ma cento.

Potrà sembrare strano, ma se il popolo non chiedesse prestiti, la banca non potrebbe creare denaro. Vuoi vedere che alla fine è il popolo a chiedere di essere sodomizzato e che la banca si limita ad assecondare le perversioni?

 

Lorenzo Parolin

 

 




 

 

 
Per Putin, ma non perché sia il Buono PDF Stampa E-mail

26 Ottobre 2014

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Gli USA hanno conquistato il mondo anche grazie alla propaganda abilissima, nella quale è maestra Hollywood. Lo schema della propaganda hollywoodiana è quello dello scontro finale fra il Buono e il Cattivo. Non è scontato che sia così in tutte le culture. Il duello finale dell’ Iliade, quello fra Ettore e Achille, tutto è tranne che lo scontro fra il Buono e il Cattivo, fra il Bene e il Male.

Nell’uso politico che si fa dello schema Buono-Cattivo, oggi il Cattivo è, per tutto il pensiero unico liberal-social-demo-progressista, Putin.

I pochi che riescono a sottrarsi alla macchina propagandistica, per reazione tendono a santificare il capo della Russia. Lo esaltano settori della destra europea e ora anche Salvini. Non è il caso di farlo, se vogliamo restare raziocinanti.

Putin era un giovane e brillante agente del KGB sovietico. Gli agenti del KGB non erano cavalieri senza macchia. Come leader politico, Putin ha assunto il ruolo del restauratore della potenza russa strumentalizzando cinicamente la questione cecena. Dopo una serie di attentati che colpirono la stessa Mosca, attentati di oscura matrice almeno quanto alcuni che hanno suscitato fondati interrogativi in Occidente, in cui forse manine e manone dei servizi segreti hanno avuto un ruolo, Putin proclamò davanti alle telecamere che avrebbe “scovato i terroristi perfino nel cesso”. Assurse alla statura di grande capo con queste parole e queste abili pratiche propagandistiche. Sulla scomparsa di alcuni giornalisti critici verso il suo potere, si addensano sospetti mai del tutto fugati.

Ha liquidato con maniere spicce alcuni oligarchi che gli facevano ombra, mentre ne ha innalzato altri che gli facevano comodo. Anche nella gestione della vicenda ucraina ha mostrato spregiudicatezza e cinismo. La popolazione russofona delle regioni orientali sarebbe stata piegata in pochi giorni dal pur scalcagnato esercito di Kiev se non ci fosse stata l’intromissione di soldati russi senza divisa e di armi russe. In omaggio al nobile principio dell’ “autodeterminazione dei popoli”, spesso proclamato ma raramente osservato, sarebbe giustificabile il distacco della minoranza russofona da Kiev, ma l’osservanza rigorosa di quel principio ovunque, sconvolgerebbe il quadro politico. Per esempio in Bulgaria c’è un’importante minoranza turca. Ne facciamo un altro staterello indipendente? Uniamo quelle popolazioni alla Turchia, creando un altro focolaio di guerra in Europa? In Romania e Serbia vivono minoranze ungheresi. Facciamo un altro stato indipendente, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero? Si potrebbe continuare a enumerare casi di questo tipo.

Dunque, Putin si è mosso in modo spregiudicato anche in Ucraina. Non è il Buono di uno schema che voglia opporsi a Hollywood assumendone la logica.

D’altra parte, se c’è qualcuno che non avrebbe il diritto di protestare, costoro sono i responsabili delle nazioni di Occidente e della NATO. Autoproclamandosi “la comunità internazionale”, bombardarono Belgrado per costringere la Serbia a rinunciare a una sua provincia, il Kosovo. Precedente gravissimo, avvertito subito come tale dai pochi che non hanno portato il cervello all’ammasso. Si faceva strame di ogni traccia di diritto internazionale, in particolare quella “non ingerenza negli affari interni degli altri Paesi” che sarebbe l’unica via per prevenire le guerre. Bisogna usare i verbi al condizionale perché anche quel principio è solo una bella frase, che raramente nella storia ha trovato riscontro nei fatti.

La realtà vera è che in politica, e in particolare nella relazione fra Stati, vige l’unica regola della legge del più forte.

L’Occidente non ha alcun diritto di indignarsi per i comportamenti di Putin, non solo per il precedente del Kosovo e per una serie di aggressioni sulla base di pretesti menzogneri. Non può farlo anche perché ha cavalcato e provocato i disordini in Ucraina per escludere la Russia dalla Crimea, quindi dal Mar Nero e in ultima analisi dal Mediterraneo, come ritorsione allo smacco subìto per opera di Putin in Siria. A gioco sporco si risponde con gioco sporco, quando i rapporti di forza, l’unica cosa che conta al di là dei bei princìpi mai osservati, sono cambiati.

La demonizzazione di Putin era iniziata prima che esplodesse la questione ucraina. I capi dell’Occidente, escluso Letta che forse per questo ha pagato un prezzo, non andarono a Soci in occasione delle Olimpiadi invernali proprio in segno di protesta, accampando motivi del tutto pretestuosi, come una legge che si limitava a proibire la propaganda in favore dei gay in presenza di minori. L’evidenza è che Putin disturba solo perché vuole sottrarre il suo Paese al dominio imperiale.

Del resto, volendo tornare a qualche pallida giustificazione di diritto, hanno più ragioni storiche le pretese russe sull’Ucraina (fra l’altro la prima capitale della Russia fu proprio Kiev) che quelle albanesi sul Kosovo, in cui solo di recente si era andata costituendo una maggioranza di lingua albanese. E la resistenza russa a una pretesa di dominio mondiale da parte dell’imperialismo anglo-americano è una causa che merita considerazione e sostegno.

Concludendo, siamo con Putin non perché sia il Buono, ma per considerazioni di natura storica e di contingenza politica. Tutto qui. Non è la Sfida all’O.K. Corral, non è il pistolero buono che elimina il malvagio. Lasciamo questa rozzezza alla robaccia che ci viene da oltre Oceano, alluvione di spazzatura.

 

Luciano Fuschini

  

 
I limiti dei Brics PDF Stampa E-mail

24 Ottobre 2014

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Da Rassegna di Arianna del 18-8-2014 (N.d.d.)

 

È troppo tempo che, assorbito dalle polemiche politiche interne, trascuro di scrivere sull’andamento della crisi e sulle sue prospettive. È il caso di tornare a parlarne, anche perché “la grande bonaccia”, durante la quale essa ha sonnecchiato, sta per finire. Una serie di congiunture (la ripresina americana in larga parte dovuta al gas ed al petrolio di shale), i ripetuti quantitative easing della Fed, cui si è unita la Bce (anche per scongiurare una avanzata troppo forte degli “euroscettici” alle elezioni europee), qualche limitato successo della Abenomics in Giappone ecc…hanno creato una pausa che ormai dura dalla metà del 2012 e che ha favorito anche l’Italia. Ma la ripresa, quella vera, è di là da venire: la crisi del debito è sempre presente e le inondazioni di Dollari ed Euro servono come antinfiammatorio, ma non sradicano l’infezione.

D’altro canto i dati occupazionali e dei consumi, non sono affatto incoraggianti, non solo in Europa (dove sono un pianto) ma anche negli Usa: in occasione delle altre crisi, il segnale di fine era dato da un balzo in avanti di 5-6 punti del Pil americano, ora si devono accontentare di dati che stanno sotto il 2.

Ed i segnali negativi sono tornati a farsi vivi: il default argentino è solo il primo sternuto, mentre cova la polmonite brasiliana ed in Cina si avvertono chiaramente i sintomi di una bolla immobiliare prossima allo scoppio. La Russia è alle prese con l’embargo euro-americano ed anche in India si avvertono segni di affanno: signora mia, neanche i Bric sono più quelli di una volta!

 

Questa crisi ha avuto due tempi: la fase del debito bancario prevalentemente americano, poi la fase del debito pubblico europeo. Ora tutto lascia presagire che stiamo alla vigilia di un terzo tempo: la crisi dei Brics in gran parte indotta dalla caduta della domanda europea ed, in parte, americana.

La domanda aggregata mondiale ha subito un rilassamento che ha colpito in primo luogo le materie prime e dopo i manufatti, di questo hanno risentito soprattutto Brasile e Russia su cui grava anche il deterioramento dei rapporti con l’eurozona. Probabilmente in vista di queste nuvole all’orizzonte, i Brics hanno dato vita ad una loro banca alternativa al Fmi, che dovrebbe finanziare la costruzione di infrastrutture di India, Brasile e Russia e nelle quali la parte del leone la farebbero le aziende cinesi. All’interno di questo “Fmi degli emergenti” è stato costituito un fondo per sostenere  paesi in stato di crisi. L’operazione ha un chiaro senso politico: contrastare l’ egemonia americana sul Fmi che ormai non ha più giustificazione sulla base dei concreti rapporti di forza. E sin qui la cosa è da guardare con interesse. Ma ci sono molti dubbi che la cosa possa funzionare oltre un certo limite.

Intanto il fondo di riserva è di soli 100 miliardi di dollari, il che significa che già al primo paese che va in crisi il fondo si prosciuga e, probabilmente, non basta. Per cui è da prevedere che questo possa scatenare la corsa agli aiuti da parte dei paesi in attesa di crisi. Poi, il regolamento della banca riprende l’odiatissima clausola del Fmi che condizione la concessione degli aiuti all’accettazione degli indirizzi di politica economica della banca (ve la vedete l’India o il Brasile che accettano le indicazioni di politica economica suggerite magari dalla Cina?).

Poi il fondo è in dollari ed, in definitiva, questo ribadisce l’egemonia americana sul sistema monetario mondiale. Peraltro non è affatto sicuro che le risorse della banca bastino neppure per i piani di realizzazione delle infrastrutture di tutti i paesi partecipanti all’operazione, per cui l’alternativa potrebbe essere quella di concentrarsi su un solo paese –rimandando gli altri alle calende greche- oppure disperdersi con erogazioni a pioggia. Nel primo caso ci sarebbero serie conseguenze politiche, nel secondo l’efficacia economica dell’intervento sarebbe messa fortemente in discussione.

Ma tutto questo (compresa la debole dotazione del fondo anticrisi e il fatto di non aver scelto una moneta Brics –realisticamente lo yuan-) è la conseguenza di un dato che sta a monte: i Brics sono solo una sigla dietro cui non c’è nessuna unità politica di intenti. E dunque, ciascuno ha scommesso molto limitatamente su questo tavolo.

Dunque, è possibile che questo nuovo fondo mondiale giochi qualche ruolo di contrasto nella crisi che si profila, ma non convince l’ipotesi che sia in grado di affrontarla oltre un certo limite. Ed è facile prevedere che, per l’inestricabile intreccio di relazioni finanziarie mondiali, la voragine che si aprirà in Brasile, in India o Russia, finirà per ripercuotersi anche sull’esausta finanza europea e su quella americana.

Non è detto che assisteremo ad un urto drammatico come nel 2008, per lo meno in tempi particolarmente ravvicinati, magari il Brasile ce la farà a durare sino alle olimpiadi del 2016, oppure la crisi si presenterà ad ondate scaglionate, diluendo il suo impatto sull’economia mondiale, forse l’ennesimo quantitative easing varrà a rallentare il tempo l’urto, quello che è assai probabile è il riattivarsi di un malessere che potrà anche essere diluito, ma che ci porterà di nuovo tutti in recessione. E, questa volta, non ci saranno più i Bric (ed in particolare la Cina) a sostenere la domanda aggregata mondiale, perché anche i Bric sarebbero all’origine della nuova fase di crisi.

Decisamente, questa crisi non è presa sul serio come dovrebbe: se, sinora, non ha avuto l’impatto drammatico del 1929 –grazie alle continue iniezioni di liquidità- è però vero che si avvia a durare già di più di quella. Ormai sono 7 anni di seguito ed i più ottimisti parlano di una ripresa piena fra 4-5 anni, cioè la durata complessiva sarebbe stata di 11-12 anni. Nella grande crisi precedente, dopo 11 anni si era già in guerra.

Soprattutto, se la crisi è stata calmierata sul piano finanziario, mettendoci una toppa volta per volta (ma al prezzo di gonfiare spropositatamente il monte debiti mondiale), dal punto di vista di occupazione e consumi le cose sono andate costantemente peggio sul piano mondiale.

Vedremo cosa accadrà, intanto l’Italia è uno dei paesi più esposti al nuovo clima rigido che si annuncia e c’è di che essere preoccupati, soprattutto constatando l’inadeguatezza di chi si trova al timone del paese.

 

Aldo Giannuli  

 
Colpa nostra PDF Stampa E-mail

22 Ottobre 2014

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Genova. Parma. Grosseto. Trieste. L'Italia cade in pezzi. Ogni autunno, ma ormai anche in altre stagioni, ci sono alluvioni del tipo di quelle cui stiamo assistendo in questi giorni. E ogni volta si grida allo scandalo e si additano al ludibrio delle genti i responsabili che possono essere, a piacere, il sindaco, il governo, la burocrazia, il Servizio meteorologico che ha sbagliato le previsioni, la Protezione civile che non è intervenuta in tempo e con mezzi adeguati. Ogni volta questa o quella Procura apre un fascicolo contro ignoti per 'disastro colposo'. E proprio in questo termine, 'ignoti', sta la chiave dell'intera faccenda. Perché i responsabili non sono né i sindaci, né il governo, né il Servizio metereologico, né la Protezione civile. Responsabili siamo noi tutti, vittime comprese, che abbiamo accettato e accettiamo senza fiatare, senza un guaito, anzi cercando ciascuno di trarne la propria piccola o grande convenienza, un modello di sviluppo demenziale che non poteva portare che al dissesto idrogeologico. Certo si può tamponare meglio questa o quella situazione, ma non salvare la baracca. Sarebbe come se si pretendesse di impedire il naufragio di una nave che ha perso la chiglia infilando un dito in un foro del fasciame. Un processo di cementificazione, di deforestazione, di ogni tipo di oltraggio alla Natura che dura da più di mezzo secolo non si recupera né in un giorno, né in un anno, né in dieci, ma con cinquant'anni di retromarcia. Questo però nessuno, governi o cittadini, vuol sentirselo dire. E chi lo dice, e magari lo scrive, è considerato un folle, un antilluminista, un abbietto antimodernista. Ci si ostina a continuare per una strada che non ci vorrebbe molto a capire dove vada a parare: in un collasso finale devastante, di cui quello ambientale è solo un aspetto. L'Economia, con l'ancella Tecnologia, prevale su tutti e su tutto, anche sul più elementare buon senso. L'edilizia è in crisi. Bene, vuol dire che perlomeno si smetterà di costruire. E invece no, si costruisce ovunque, a manetta. A Finale Ligure, un tempo, con Celle, Albisola, Spotorno, Noli, Varigotti, Borghetto, Alassio, Bordighera, delizioso borgo di pescatori della Riviera di Ponente, ora ridotta ad un'unica striscia di cemento da Genova a Ventimiglia, non si vedono che cartelli 'vendesi' di case rimaste vuote, eppure si sta costruendo ancora, sul mare. Solo i cinesi -ma verrà anche il loro turno- ci han superato: costruiscono grandi città dove non abita nessuno. Milano ha avuto da sempre pochissimi spazi vuoti (eppure ai primi del Novecento l'architetto Van de Velde avvertiva: «Una città è fatta di pieni ma anche di vuoti») e adesso sono stati riempiti anche quelli in nome di quell'idiozia dell'Expo. Le Esposizioni Universali -la prima si tenne a Londra nel 1851- avevano un senso quando altri erano i mezzi di comunicazione, non nell'era di Internet. Che sarebbe stata in gran parte solo una speculazione malavitosa lo si sapeva da subito (adesso non ci resta che sperare, a titolo punitivo, in Ebola).

Intendiamoci, l'Italia è inserita nel modello di sviluppo occidentale e ci sarebbe voluta molta lungimiranza (forse solo il fascismo, almeno in teoria, la ebbe) per tenersene fuori. Però sono convinto che, fra i Paesi europei, il processo di industrializzazione sia stato particolarmente rovinoso per noi. Perché il nostro territorio, così vario, dalle Alpi alla cerniera degli Appenini al delta del Po alle coste, è geologicamente fragile, così come fragili sono il nostro straordinario paesaggio e la ricchezza artistica, frutto dell'opera delle generazioni che ci hanno preceduto, che non abbiamo saputo preservare. Ce lo siamo alluvionati da soli il nostro bel Paese. Le 'bombe d'acqua' (dei normali temporali) cadute su Genova e altrove c'entrano poco.

Massimo Fini 

 
Crisi di nervi PDF Stampa E-mail

20 Ottobre 2014

 

 

Da Rassegna di Arianna del 15-9-2014 (N.d.d.)

 

  

Siamo sull’orlo di una crisi di nervi? Pare proprio di si: il neo presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk evoca la “grande guerra con la Russia”, invitando implicitamente l’Europa a prepararsi a menare le mani, David Cameron gli va dietro, Hollande assume pose da dittatore romano davanti al Rubicone, il premio Nobel per la Pace Obama va a corrente alternata: un giorno minaccia apocalissi ed il giorno dopo si ritira. E sui giornali si leggono cose impensabili sino a qualche settimana fa. Ezio Mauro legge le crisi contemporanee di Ucraina ed Iraq come un attacco congiunto all’Occidente ed ai suoi valori di libertà, di stato di diritto, al suo stile di vita, anzi, (diciamolo!) alla sua civiltà. Anni Cinquanta: il Mondo Libero contro l’Urss. Bello l’accenno al carattere ontologicamente imperialista della Russia che “ha preceduto, accompagnato ed è sopravvissuto al comunismo”: sembra di leggere il “lungo telegramma” di George Kennan. Nessun dubbio sulle guerre del Golfo e sui 400.000 morti costati agli iraqueni, o sulla gestione demenziale dell’occupazione dell’Iraq, sulle bestialità fatte dall’intelligence americana, sugli effetti politici di quello che fa Israele ai palestinesi: tutti spiacevoli equivoci. E nessun dubbio neppure sul fatto che anche i russi possano avere le loro ragioni. Putin è un dittatore? Si, ma perché a Kiev sono allievi di John Locke e Tocqueville? Oppure a Wall Street c’è il club Voltaire? La strage di Odessa? Perché c’è stata una strage ad Odessa? Quando? Nel 1942?

L’apoteosi arriva con Giuliano Ferrara che invoca la “guerra di religione” con l’Islam: “L’unica risposta è in una violenza incomparabilmente superiore”. Sic! Il che suona semplicemente come un invito ad usare armi nucleari (beninteso: tattiche, piccole, mica roba pesante!). Poi è travolta ogni distinzione fra jihadismo, fondamentalismo ed islam in quanto tale: tutto un mucchio. Che sta succedendo? È l’effetto delle macchie solari? Oltre che quello di ebola c’è in giro il virus della demenza? Niente di tutto questo: per la prima volta si sta manifestando una crisi di panico delle classi dirigenti occidentali, di fronte all’evoluzione imprevista della globalizzazione, che si era immaginata come la marcia trionfale dei valori dell’Occidente nel Mondo e si sta trasformando in un incubo. “Perché ci sparano addosso quei popoli che dovrebbero ringraziarci, visto che gli portiamo la libertà, il benessere, la democrazia, la cultura? È chiaro: è colpa dei Putin, degli Osama, dei despoti che hanno paura della nostra libertà ed aizzano i loro popoli per mantenersi al potere”. L’Occidente (cioè gli Usa con il solito codazzo di lacchè europei, australiani e giapponesi) ama consolarsi della sua sconfitta politica raccontandosi la favoletta della congiura dei tiranni contro di sé. Si sente assediato da una Cina che cresce (e si arma) troppo in fretta, da una Russia che è l’orso imperialista di sempre, all’Islam che è la solita armata di pidocchiosi sanguinari, dai sudamericani che sono ingrati, incapaci e non vogliono pagare i loro debiti ed anche da quei sornioni degli Indiani che non si sa mai da che parte stiano.

Il Mondo odia l’Occidente: e non vi dà nessun sospetto? Il fatto è che l’Occidente ha innescato la sua decadenza con le delocalizzazioni, per non pagare tre centesimi in più i suoi operai, con la totale deregolamentazione finanziaria, che ha sottratto i capitali al fisco producendo la voragine dei debiti pubblici, con il ritorno di spaventose diseguaglianze sociali interne, che compromettono la stessa efficienza del sistema, con una selezione demenziale delle classi dirigenti, sempre meno capaci di gestire l’enorme potere affidatogli, con la corruzione, che fa crollare la legittimazione del sistema. Ora raccoglie i risultati di questa semina disastrosa, si accorge che la sua egemonia traballa sempre più e, invece di avviare un serio esame dei propri errori, mette mano alla fondina della pistola. Questo non vuol dire che gli altri non abbiano i loro torti, che l’Isis faccia bene a decapitare i suoi prigionieri e Putin a cercare di risolvere la crisi Ucraina a schiaffoni o i cinesi a tenere forzatamente basso lo yuan renminbi; ma le responsabilità preminenti sono certamente degli Usa e dei loro scagnozzi, che rifiutano ostinatamente di prendere in considerazione l’ipotesi di un diverso ordine mondiale. Non sono tanto utopista da pensare ad un ordine mondiale idillico e senza egemonie, né tanto ingenuo da pensare ad un potere che si spoglia da sé. Ma il momento storico che stiamo attraversando richiederebbe maggiore saggezza: l’egemonia costa, ha dei costi. L’“Occidente” se li può ancora permettere?

La situazione mondiale dei debiti sovrani è tale che i debiti degli stati occidentali (Usa in testa, poi Giappone, Italia, Inghilterra, Francia, ed anche la virtuosissima Germania) hanno superato la soglia del 90% del Pil e, pertanto non sono più restituibili, tanto più a ritmi di crescita che, quando va di lusso, arrancano fra il 2 ed il 3% ed in diversi casi hanno il segno meno davanti. Dunque, diciamocelo una buona volta, i nostri stati sono quasi tutti tecnicamente falliti, perché il momento in cui non si riuscirà a pagare gli interessi non è lontano, se è vero, come è vero, che gli interessi sul debito ormai eguagliano ed in diversi casi superano l’incremento del Pil. In una situazione del genere, non sarebbe il caso di discutere una ristrutturazione mondiale del debito, compensandone una parte con i reciproci crediti ed un’altra con lo scambio fra moratoria e quote di potere mondiale? Può l’Occidente, nelle condizioni attuali, pretendere il monopolio delle posizioni apicali nel Fmi, nella Bm, nel Wto? Un ordine mondiale, sia monetario che politico, fondato sull’egemonia di un gruppo di 7-8 grandi potenze (Usa, Giappone, Cina, Brasile, India, Russia, Sud Africa e, se riesce ad esistere, Ue), sarebbe sicuramente più equilibrato e, attraverso un efficiente sistema di regolazione dei conflitti internazionali, consentirebbe una riduzione bilanciata della spesa militare. Sarebbe il declino dell’egemonia occidentale, ma non per il passaggio ad un’altra egemonia monopolare, bensì ad una egemonia bilanciata e condivisa. Tutto questo non è ritenuto degno di considerazione da parte delle nostre classi dirigenti che, piuttosto che cedere il loro vacillante monopolio di potere, pensano di passare alle armi. Non è il “mondo dei tiranni” ad avere paura delle libertà occidentali. È l’Occidente ad avere paura della propria decadenza, che legge nello specchio della crisi.


Aldo Giannuli 

 
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