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La vita di un novantenne e quella di un bambino PDF Stampa E-mail

28 Novembre 2020

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 Dire che la vita di un novantenne vale quanto la vita di un bambino:

a) è falso, perché in un caso si perde mediamente qualche mese o anno di vita e nell'altro si perdono mediamente almeno settanta anni di vita e perché la morte di una persona molto anziana è comunque un approdo mentre la morte di un bambino è  una vita spezzata; b) è ipocrita, perché tutti sanno che si tratta di una falsità  per le ragioni indicate sub a); c) è immorale  perché  in ogni società che esprima una civiltà  e non sia dominata dall'individualismo nichilistico, si troverebbero almeno mille novantenni pronti ad immolarsi per salvare la vita di un bambino.

Ma viviamo nel regno della falsità, della ipocrisia e della immoralità, sicché non bisogna dire la verità che tutti sanno, perché altrimenti milioni di sgherri dell'ipocrisia - che come sempre indossano le vesti dei moralisti - ti accusano di essere insensibile e per l'eugenetica, quando invece tu hai semplicemente detto la verità.

Stefano D’Andrea

 
La posta strategica del Corno d'Africa PDF Stampa E-mail

27 Novembre 2020

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 Da Rassegna di Arianna del 21-11-2020 (N.d.d.)

Perché il conflitto in Etiopia, memorie coloniali a parte, ci interessa? La guerra del Tigrai che oppone le forze regionali al governo centrale di Addis Abeba coinvolge l’Eritrea ma anche la più grande posta geopolitica del Corno d’Africa: la diga sul Nilo Azzurro realizzata dalla Salini-Impregilo e dai cinesi assai temuta dall’Egitto e dal Sudan per le limitazioni alle vitali forniture d’acqua. La Diga del Rinascimento (Gerd) sarà la più grande del continente. I cinesi, che hanno investito 2 miliardi di dollari in turbine e generatori, ritengono questo progetto fondamentale. Per ora gli egiziani stanno a guardare ma è evidente che il conflitto interno nel Tigrai, già tracimato con la fuga di migliaia di profughi in Sudan, costituisce un elemento di forte destabilizzazione dell’Etiopia, il maggiore nemico dell’Egitto del generale Al Sisi con cui si è schierata anche l’America di Trump che ha tagliato drasticamente gli aiuti finanziari ad Addis Abeba, con l’ovvio risultato di rendere il Paese sempre più dipendente da Pechino.  Che il Nilo sia la linfa vitale dell’Egitto non è un mistero, è così da migliaia di anni. Il paese delle piramidi ottiene dal fiume più lungo al mondo circa il 97% della sua acqua e vede nella Gerd – alta 170 metri e lunga 1,8 km, dal costo di 4,5 miliardi di dollari, una minaccia alla propria esistenza. Soprattutto per la velocità con cui Addis Abeba vorrebbe riempirla, un paio di anni al massimo contro i 10-15 che propone il Cairo per continuare ad assicurarsi un flusso adeguato di acqua per la sua popolazione di oltre 100 milioni di abitanti che vive quasi interamente lungo le rive del Nilo. Il Sudan è meno preoccupato ma guarda ugualmente con sospetto e timore alle intenzioni degli etiopi.

Oggi la Cina è interessata all’Etiopia sulla base di un calcolo politico, oltre al fatto che la diga sul Nilo diventerà il più grande fornitore di elettricità del continente. Addis Abeba offre a Pechino un contesto in cui poter esercitare la propria influenza presso l’Unione Africana, la Commissione Economica per l’Africa dell’Onu e altre istituzioni come l’Oms. Inoltre Pechino ha aperto la sua base militare a Gibuti -altro cliente cinese- e l’ha collegata con una ferrovia ad Addis Abeba. Ma esistono anche ragioni economiche: l’Etiopia è il secondo stato più popoloso dell’Africa (112 milioni) e rappresenta un importante mercato per le merci cinesi. Non è un caso che Pechino abbia fatto di Addis Abeba il punto di arrivo e distribuzione anche verso altri Paesi africani degli aiuti per combattere il virus, Eritrea compresa. E che il premier etiope Abiy Ahmed, Nobel per la Pace 2019, sia in costante contatto con Xi Jinping ma anche con Putin. L’ipotesi di una guerra civile in Etiopia, con possibili coinvolgimenti a livello regionale, del secondo paese più popoloso del continente africano, basta da sola a far intravedere i rischi di una simile deriva. Eppure, sostiene l’Ispi, l’Istituto di studi di politica internazionale di Milano, si tratta di un’ipotesi tutt’altro che remota. Nel nord del paese l’esercito federale si scontra con le forze armate del TPFL, Il Fronte popolare di liberazione del Tigrai che è arrivato a colpire con i razzi l’aeroporto di Asmara, capitale eritrea, massacrando poi per rappresaglia contro Addis Abeba 34 civili su un pullman. I leader del TPLF sostengono che il premier etiope Abiy Ahmed occupi illegittimamente la posizione di capo del governo perché il suo mandato è scaduto. E hanno deciso di contravvenire alla decisione del governo di rinviare il voto organizzando elezioni regionali a settembre. Un voto dichiarato illegale dal governo centrale.  Ma le ragioni dello scontro tra il primo ministro e l’élite tigrina hanno radici più profonde. Anche se rappresentano solo il 6% della popolazione dell’Etiopia, composta da oltre 110 milioni di persone (gli altri gruppi etnici maggioritari sono Oromo e Amhara), i tigrini hanno svolto un ruolo preponderante nella coalizione di partiti su base etnica -il Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope (Eprdf)- che per 20 anni ha dominato la scena politica etiope. Nel 2018, con l’arrivo di Abiy, esponente dell’etnia degli Oromo, storicamente emarginata dal potere, la leadership tigrina è stata di fatto epurata, e le relazioni sono ulteriormente peggiorate dopo che Abiy ha sciolto la coalizione dell’Eprdf.

La guerra nasce da questa lotta etnica e di potere. “Sembra di vedere un incidente ferroviario al rallentatore” ha detto Dino Mahtani dell’International Crisis Group. Il timore è che il conflitto possa estendersi alle altre regioni, facendo esplodere le rivendicazioni delle diverse comunità che compongono il paese. L’Egitto resta quindi uno spettatore interessato a una possibile destabilizzazione e disgregazione dell’Etiopia, che potrebbe ostacolare il progetto della Grande diga etiope sul Nilo, la vera posta strategica del Corno d’Africa.

Alberto Negri

 
La scintilla PDF Stampa E-mail

25 Novembre 2020

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 Ci stiamo avviando dove non basterà un pretesto per trovarsi al punto di non ritorno? Nella burrasca la barca è messa alla prova e così il suo equipaggio. Scricchiola fino a far pensare al peggio. Strallo, sartie e paterazzo terranno? Cederanno alla furia? Tutti si chiedono. O senza albero andremo alla deriva, naufraghi, in un mare di nere fauci? Avremo almeno la forza per lottare con il più debole di noi per strappargli di mano un brandello di fasciame per stare a galla?

Quest’ultima, una domanda che fino a ieri non avremmo avuto il sentimento per concepire. Fino a ieri la barca non scricchiolava e le sartie cantavano la loro pacifica ballata. Fino a ieri avevamo creduto un futuro simile al passato. Nella sostanza e nei valori. Ma la burrasca ha mandato all’aria i sedimenti sui quali, nonostante tutte le iniquità, di fronte a noi vedevamo terra. Quella della società, dell’identità, della cultura e, tutto compreso, della civiltà. C’era comunque molto da fare e con quello che avevamo l’avremmo fatto. C’era il senso della vita, di se stessi. C’era una bussola che ci avrebbe portato in porto, alla faccia di tutte le deviazioni magnetiche. Sapevamo anche prima della tempesta come stavano le cose tra l’equipaggio. Antipatie, soprusi, prepotenze, minacce. Ma sentivamo che il destino era comune, che tutti avevano in sé il senso di operare per raggiungere in fondo la medesima terra. Insomma, le diatribe non erano sufficienti a generare gli ammutinamenti che molti, dentro se stessi, ringhiando minacciavano.

Ma ora che siamo al si salvi chi può, tutto è cambiato e, nonostante la peciosa notte, tutto è chiaro. Il SARS-CoV-2/Covid-19, ciò che attraverso la mediazione umano-politico-sanitaria ha messo in essere, non è che una specie di amplificatore della cacofonia sociale preesistente. Che altra sonorità sarebbe mai potuta uscire dall’individualismo, impostore di una vista avida e miope. Del resto, solo una società cariata che, in nome della globalizzazione, ha voluto gettare alle ortiche una cultura comune, non può crescere i suoi componenti e se stessa con i valori dell’evoluzione, ovvero quelli della bellezza, dell’armonia, della forza interiore, necessari alla via per la serenità esistenziale. Era così anche prima del mondialismo? È sempre stato così? Certo. Ma se prima per mantenere il controllo del popolo bue era sufficiente un giogo affinché credesse fosse quello il suo ruolo, oggi disponiamo di un’estensione di consapevolezze che permetterebbero anche al bovino di prendere coscienza di se stesso, di divenire felino. Infatti, prendere coscienza di qualcosa ha sempre il valore di un cambio di prospettiva.

Dal bollettino meteo non ci sono notizie rassicuranti. La burrasca perdurerà. Al momento siamo solo prossimi all’imbocco del toboga argilloso e sempre più ripido. Chi non procede a testa bassa, concentrato su se stesso, chi si guarda in giro per restare in relazione col mondo, per sentire le vibrazioni d’energia, le sue folate, le sue correnti, lo intravede. E capisce che non ci saranno rami a cui attaccarsi per cercare di fermare se stessi e magari qualcun altro. Vede con chiarezza che là in fondo, dove andremo a finire, tutto brucia. Là in fondo c’è la battaglia – che sembra fintamente più accettabile che scrivere guerra civile, tasti che bloccano le dita – verso la quale la prima narrazione del SARS-CoV-2/Covid-19, ha preparato il campo. Ha spazzato via il necessario per far esplodere la diffidenza reciproca, per compiere una visione del mondo segnata dall’odio. Con le sue doti ha esponenzializzato vecchi stridori sociali fino alla premessa della loro trasformazione in clangori catastrofici. Una bolgia di terrore e speranza, impreparata ma anche pronta per condirsi di sangue. Un inferno nel quale l’individuo viene meno e con esso la società civile stessa.

Non si tratta di distopia pessimistica, catastrofista. Quantomeno non è questa l’intenzione. La fase successiva, che si è da poco avviata, ha il vaccino come perno. Anche la più avariata sfera di cristallo è in grado di urlarlo a chiare lettere. La battaglia si svilupperà intorno al suo altare. Sulla sua giostra non ci saranno risparmi di forza bianca e nera, di verità e menzogna. Ci si batterà con tutte le armi. Le prime, razionali e scientifiche, non serviranno a nulla: il campo delle emozioni non è contiguo a quello dell’analisi. Seguiranno quelle dogmatiche e autoreferenziali. Ovvero qualcuno si ergerà credendo che il suo titolo e la sua esperienza abbiano valore universale. Ma anche queste si dimostreranno spuntate, almeno per una parte di noi, e dovranno essere presto posate in quanto inutili per mettere d’accordo tutti, per convertire allo scientismo. Se il governo ritiene il SARS-CoV-2/Covid-19 debellabile definitivamente a mezzo del vaccino di massa critica; se ritiene che il vaccino sia innocuo, che non abbia controindicazioni, che immunizzi e basta, con altissima percentuale; se perciò lo renderà obbligatorio per il bene comune, non avrà alcuna difficoltà a sottoscrivere, contestualmente all’assunzione della vaccinazione da parte del singolo, un documento in cui si ritenga responsabile di eventualità negative per la salute del soggetto stesso. Responsabilità che potrebbero essere quantificate (in 20 milioni di euro?) in caso di morte, danni permanenti, vite stravolte. Responsabilità che il Potere delle case farmaceutiche produttrici di vaccini è riuscito a eludere, a mezzo di normative a loro favore, in via di promulgazione dall’Unione Europea (SARS-CoV-2 e Covid-19) e dall’Italia (Influenza A). E, non a caso, esistono normative (legge 210/1992 e 238/1997) che prevedono indennizzi e risarcimenti da parte dello Stato per le persone danneggiate dall’assunzione vaccinale. Diversamente potrebbe fare una pari campagna di informazione sui rischi impliciti nelle vaccinazioni. Potrebbe elencare la ricetta che compone il vaccino inclusi gli elementi normalmente occultati. Potrebbe organizzare un pubblico dibattito tra esperti delle parti avverse. Potrebbe precisare che i non vaccinati non avranno conseguenze di sorta, né trattamenti, accessi, ed altro differenziati rispetto ai vaccinati. Potrebbe così segnare un punto a favore della cosiddetta società civile e smetterla di pensarla bovina. Sul fronte della comunicazione, al comando degli esperti da un lato e di quelli che questi chiamano “ciarlatani” dall’altro, si schiereranno i rispettivi popoli.  Nel caos della burrasca, che già aveva segnato nel profondo l’equipaggio, senza che nessuno se ne prenda la responsabilità, ci si ritroverà con l’asticella alzata. E saremo al punto in cui basterà una scintilla.  Ma sarà quello il momento in cui qualcuno si alzerà dalla sedia di regia, soddisfatto del lavoro fatto. Chi è?  Come chi investe sui morti delle epidemie e fa profitto, c’è qualcuno che prospera sulle guerre, le provoca e riaggiusta i cocci a cose fatte. Così anche in questa occasione dare per scontato che non siano esistite spinte interessate è ingenuo. Ognuno di noi mette in campo spinte interessate, anche nelle relazioni personali. Vuoi che chi più ha potere di uno stato non abbia i titoli per fare il mazziere?

Lorenzo Merlo

 
Contro il vittimismo PDF Stampa E-mail

24 Novembre 2020

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 Da Rassegna di Arianna del 21-11-2020 (N.d.d.)

Appare evidente che il Sovranismo dovrebbe essere il collante minimo di qualsiasi opposizione alla deriva globalista e postumana. Ma non essendo plausibile un fronte unitario in un paese di tradizione settaria come l’Italia cerchiamo di fare chiarezza su alcuni errori di prospettiva di un’eventuale ipotesi sovranista da sinistra.

Ora, la contraddizione fondamentale del sovranismo di pseudo destra è che non sembra in grado di risolvere la contraddizione logica tra il pieno recupero delle funzioni regolatrici e anche censorie dello Stato e la sacralità riconosciuta al Mercato. Ma dalla sinistra come sistema di valori, in caso di volenteroso desiderio di recupero della questione della sovranità nazionale cosa possiamo aspettarci? Credo un errore logico non meno grave di quello della cosiddetta destra. Chi attualmente sta cercando di riproporre il sovranismo da sinistra o verso sinistra o includendo una qualche forma di sinistra, eludere una questione fondamentale che è immanente al modello che ci affligge. Ovvero il materialismo unito a coazioni a ripetere politico- identitarie mutuate dal secolo scorso. Nel passaggio in blocco delle vecchie sinistre al mercato è rimasta nei suoi tanti volenterosi orfani in buonafede che iniziano a guardare al sovranismo, una coscienza dissidente che tuttavia continua pervicacemente ad affermare in sé valori da un lato solo materialistici non contemplando nel proprio orizzonte la ipotesi di idee eterne e immateriali e il bisogno cogente di spiritualità. Ma non è di questo che voglio parlare. Piuttosto sembra che in condizioni nuove come quelle che stiamo vivendo possa essere sufficiente apportare solo modifiche formali alle contraddizioni passate senza però mai avere il coraggio di mutare prospettiva. In questo senso, quando vediamo i movimenti sovranisti non liberisti che si stringono attorno alla costituzione del 1948, da un lato notiamo un giusto conservatorismo del concetto stesso di stato democratico di diritto che nell’Italia eversiva di oggi sembra diventato una opzione secondaria, da un altro lato mi sembra riconfermarsi un limite concettuale del sovranismo visto da sinistra che rimane essenzialmente quello di non avere compreso cosa debba davvero essere salvato dal naufragio delle ideologie del secolo scorso e soprattutto dal diluvio universale di venticinque anni di turboliberismo apolide ed oggi tecnosanitario, mediatico e tecnologico che si sposa ad una competizione militare mondiale in ascesa.

Il problema di fondo è sostanzialmente quello che vede ormai da cento anni la sensibilità di sinistra refrattaria a volere accettare il dato reale in base al quale solo chi ha il ferro ha il pane e che il pacifismo gandhiano e la disubbidienza civile dovrebbero essere al limite una delle tattiche di lotta ma non un fine in sé stesso. Comprensibile da utilizzare finché si è in una condizione di minorità morale e mediatica ma è appunto tattica non strategia. Appellarsi alla costituzione del 1948, e al suo ripudiare la guerra equivale ad istituzionalizzare la propria debolezza e a continuare a dare eccessiva importanza a questa vita. Chiedere di deviare risorse militari per la crisi pandemica rivela che il sovranismo di sinistra rischia di ripetere gli stessi errori di sempre ponendosi fuori dalla gestione di una delle funzioni più utili e fondative dello stato moderno e cioè il monopolio della violenza. I diritti dei più deboli si possono difendere con tanti dispositivi ma anche col ferro o perlomeno avendo mezzi che rendano credibile esercitare minaccia del proprio utilizzo organizzato esattamente contro chi attenta alla sovranità di un paese. Anche e soprattutto al suo interno. Siamo in un secolo ormai di ferro e di fuoco e ci sarà sempre meno tempo per fiaccolate e dignitose pose da vittima e tutti i gessetti colorati di questo mondo e le marce a mani alzate con posa da scudo umano non potranno purtroppo fronteggiare i mille modi in cui le sovranità vengono insidiate da potentati dai mezzi immensi e dalla moralità nulla. Fingersi agnelli è corretto finché non si ha la forza di fare il balzo del lupo ma la idea di dotarsi di una forza legale, manifesta, riconosciuta che ipotizzi la esistenza del pericolo e anche della lotta dovrebbe essere un compito di qualsiasi sovranista. E se il sovranista fosse di sinistra costui non dovrebbe solo limitarsi ad affermare l’esistenza dei rapporti di forza ma dovrebbe insistere che questa forza fosse anche appannaggio del popolo.

Sovranismo è cercare ogni forma di autonomia e qualsiasi civiltà degna di questo nome ha posto mente e spirito tanto sulla pace quanto sulla guerra. E questa non è una opinione ma un duro dato di fatto della Storia che periodicamente, anche oggi, con le nostre lodevoli aspirazioni tende a lucidarsi gli anfibi o ad oliare i cingoli del proprio crudele incedere.

Ricadere nel pacifismo neutralista togliattiano oggi è totalmente ingiustificato come lo è rimanere attaccati al feticcio dell’Italia che ripudia la guerra quando in tutto il mondo ben pochi sembrano ripudiare la servitù dell’Italia e dei popoli. Così se negli anni 50 era evidente che lo scopo del Comunismo fosse quello di sottrarre degli alleati alla NATO oggi lo scopo del sovranismo dovrebbe essere sottrarre un suddito alla NATO, alla UE e al globalismo. Aggiungerei anche dotare il popolo stesso del migliore antidoto alla paura che oggi ci schiaccia rendendoci tutti degli agenti volontari del totalitarismo più crudele e sciocco che mia si sia visto. Bisogna pensare ad ogni giorno alla prospettiva della morte e ad un tempo accettarla e combatterla dentro di noi e fuori di noi. Collettivamente. Sapere di essere finiti e caduchi, ma anche e soprattutto eterni. Non si è del resto mai visto un popolo recuperare la sovranità solo con le lacrime del proprio vittimismo e non ricordo se fosse Avicenna o Averroè che sosteneva due regole fondamentali del vivere tra popoli: La prima regola era che se qualcuno ha deciso di esserti nemico potrai fare ben poco per impedirglielo. L’altra è che la città assediata che si difende con valore ha più possibilità di ricevere clemenza rispetto alla città che si arrende senza combattere.

Così, se a certe condizioni è pur vero che si può disarmare il nemico con la nonviolenza, è poi la minaccia della violenza che impedirà a quel nemico temporaneamente sconfitto o arginato, di tornare alla carica più forte che mai. Il problema del sovranismo di destra come quello di sinistra di questo secolo, è il secolo scorso.

Alessandro Cavazza

 
Oggi la democrazia Ŕ il voto dei tifosi PDF Stampa E-mail

22 Novembre 2020

 Da Appelloalpopolo del 17-11-2020 (N.d.d.)

Un giornalista serio dovrebbe sollevare ai politici queste domande: “Professor Conte, le decisioni del governo quali categorie di persone faranno morire, e in che misura? Chi faranno emigrare e in che misura? chi danneggeranno e in che misura? quali rischi creeranno e per chi?”. La stessa domanda andrebbe posta a Salvini: “Salvini le proposte dell’opposizione quali categorie di persone farebbero morire, e in che misura? Chi farebbero emigrare e in che misura? chi danneggerebbero e in che misura? quali rischi creerebbero e per chi?”.

Insomma i giornalisti fingono di credere o, peggio, credono che le scelte politiche non abbiano costi ma soltanto obiettivi. Invece anche le migliori scelte, quando raramente esistono, hanno costi. I politici è ovvio che insistano sugli obiettivi. Ma i giornalisti dovrebbero interessarsi soltanto ai costi. E lasciar declamare gli obiettivi ai politici che fanno propaganda. L’assenza di giornalismo serio fa sì che i cittadini credano che esistano scelte politiche che realizzano “il Bene”, giuste e indiscutibili, mentre invece molto spesso, quasi sempre, in politica non esistono queste scelte. Si sceglie di far vivere A e di far morire B, di creare delle possibilità per C ma di generare dei rischi per D. Oppure si sceglie di far vivere B e di far morire A e di generare possibilità per D ma di creare rischi per C. Questa è la realtà. Fin quando il popolo non sarà educato alla serietà alla concretezza alla durezza alla fermezza, ai conflitti di interessi tra classi tra ceti tra generazioni tra visioni, la democrazia resterà il voto dei tifosi, convinti che da una parte stia il bene (dove l’altra vede il male) e dall’altra il male (dove l’altra vede il bene). Viviamo un mondo tanto irrazionale da essere ridicolo ma non ce ne accorgiamo.

Stefano D’Andrea

 
Colpevolizzazione del cittadino PDF Stampa E-mail

21 Novembre 2020

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 Da Rassegna di Arianna del 17-11-2020 (N.d.d.)

Le contraddizioni del sistema in cui viviamo sono sempre più visibili a causa della pandemia. Partendo dall’effetto che questa sta avendo sul sistema sanitario, e passando per l’inadeguatezza del trasporto pubblico, dell’edilizia scolastica e della generale mancanza di personale in tutto il settore pubblico che causa ritardi, inceppamenti, incomprensioni tra istituzioni, conflitti e, purtroppo, morti. La classe dirigente italiana (nella quale vanno annoverati politici, industriali, editori, intellettuali mainstream, sindacati confederali ecc…) non sa più come nascondere la polvere – il tappeto era già pieno di quella di 10 anni di crisi economico finanziaria – e quindi sta riscoprendo un nuovo/vecchio frame comunicativo per cercare di trovare un capro espiatorio e tentare ancora una volta di salvarsi il culo.

Ho trovato molto interessante la disamina fatta da Thomas Fazi in un articolo sulla “riproduzione economica delle élite” in cui si esaminava come la classe dirigente costruisca frame comunicativi per tracciare il confine del dibattito pubblico. In questa fase è chiaro che il frame che sta venendo costruito è quello della colpevolizzazione del cittadino. Non è, chiaramente, un frame del tutto nuovo, d’altronde anche il vincolo esterno è stato imposto grazie al frame dell’italiano disonesto, corrotto, truffatore che non è in grado di governarsi da solo e al quale servirebbe la guida degli illuminati Europei. In questo momento è, però, particolarmente ignobile l’uso di questo strumento in quanto si incolpano i cittadini in una fase assolutamente disastrosa, nella quale le classi dirigenti dovrebbero assumersi la responsabilità di governare il paese, di programmare, di essere creative e di avere una visione, insomma di fare politica. E invece niente, siamo al “è tutta colpa vostra”. Le classi dirigenti hanno due tipi di scopo immediato da portare avanti per “riprodursi”: nascondere i problemi immediati e giustificare alcune politiche economiche che fino a prima del covid venivano giudicate unanimemente come “impossibili”. Cosa devono nascondere? Il fatto che è stato distrutto il sistema sanitario nazionale in anni di imposta austerità con conseguente cancellazione di posti letto e reparti di pronto soccorso; difficoltà dei medici di base che si sono ritrovati con sempre più pazienti; il fatto che è stato distrutto il sistema di trasporto pubblico; il fatto che è stata distrutta la scuola, senza più strutture adeguate, senza insegnanti, con programmi sempre più improntati alla “imprenditorialità”. E potremmo andare avanti… Insomma il fatto che in questi anni è stato distrutto lo Stato, che ora non è in grado di affrontare uno degli eventi per cui lo stesso Stato dovrebbe invece essere assolutamente pronto. E allora se arriviamo a una seconda ondata parlando ancora di emergenza, beh, è colpa vostra!

È colpa vostra. Voi che quest’estate volevate solo un po’ di normalità, è colpa vostra, bambini, perché volete vedere gli amici a scuola, è colpa vostra perché vorreste passare le feste con i vostri cari. Cosa devono giustificare? Un esempio concreto lo potete trovare in quello che Federico Fubini ha detto a “Quante Storie” su RAI 3 il 13 novembre. Secondo il vicedirettore del Corriere della Sera (noto per aver nascosto i dati sull’aumento della mortalità infantile in Grecia a causa dei tagli imposti dalla troika) gli italiani avrebbero sbagliato ad accettare il fenomeno del “low cost”, dei prezzi bassi, perché questo ha contribuito ad abbassare i salari, alla deindustrializzazione italiana e non permetterebbe la programmazione economica da parte dello Stato, perché questa implicherebbe un aumento dei costi di alcuni beni interessati. Capito? È colpa vostra, accidenti!! Chissà come mai, invece, a me pareva che la lotta all’aumento dei prezzi (chiamata anche inflazione) fosse l’obiettivo principale delle politiche degli ultimi… uhm, 30 anni, e in particolare uno dei capisaldi (tanto che è iscritto anche nel mandato della sua banca centrale) dell’Unione Europea. Chissà come mai a me pareva che il “low cost” fosse una conseguenza dell’abbassamento dei salari, delle delocalizzazioni garantite dalla libera circolazione di merci e capitali (altro caposaldo della UE) e dell’aumento della disoccupazione.

È importante riconoscere e combattere questi frame, soprattutto è importante non lasciare che si insinuino e diventino senso comune. Non possiamo permettere ancora una volta alla nostra classe dirigente di non prendersi le proprie responsabilità sulle catastrofi che si stanno abbattendo e che si abbatteranno in futuro sul nostro paese.

Matteo Masi
 
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