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La fine del liberalismo? PDF Stampa E-mail

22 Luglio 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 19-7-2019 (N.d.d.)

 

La recente intervista del Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, rappresenta sicuramente un salto di qualità, rispetto alle dichiarazioni improntate ad una grande prudenza mediatica a cui il Presidente Russo, uomo che sicuramente preferisce l’azione sul campo, ci ha da tempo abituati. Parlare al Financial Times di inattualità e crisi del liberalismo, significa solo una cosa: che per questo modello stanno, oramai, suonando le campane a morto. D’altronde, nonostante la fine del blocco sovietico avesse fatto sperare ai prezzolati fautori del liberismo, l’avvento di una “Fine della Storia” (per dirla tutta con Fukuyama…) all’insegna di un omologante liberal-liberismo, connotato solo da lievi oscillazioni di quando in quando a sinistra o a destra, le cose non sono andate secondo i “desiderata” di Lor Signori. Difatti, una serie di crisi globali economico-finanziarie in successione, intervallate a momenti di grande euforia dei mercati, hanno messo e stanno ad oggi mettendo, sotto gli occhi di tutti, i limiti e le grandi contraddizioni di questo sistema, la cui indiscriminata espansione a livello globale, è stata solo capace di produrre sperequazione, indebitamento, strangolamento economico di popoli e nazioni, degrado ambientale e sociale, nel nome di un sistema che in nome di parole d’ordine generiche e confuse, come libertà, democrazia, diritti, sta invece conducendo ad un mondo uniformato nello sfruttamento e nella miseria generalizzati, a fronte di pochi fortunati super-abbienti, illuminati e “progressisti”. E poi, diciamocela tutta, a settant’anni dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale, non è obiettivamente ancora possibile continuare a ragionare secondo i parametri geopolitici del dopoguerra. Gli Usa, oggi più che mai, sotto la gestione Trump, hanno deciso di pensar di più ai propri interessi nazionali, piuttosto che a quelli dei vari potentati economici multinazionali, più propensi ad un liberal-progressismo da imporre al mondo intero. Per questo l’Europa, ora più che mai, deve ripensare il proprio ruolo, iniziando proprio da un cambiamento di marcia, che non può non passare attraverso lo smantellamento del Circo Equestre di Bruxelles, a cui andrà giocoforza sostituito un modello più elastico e nel contempo solidale, rappresentato da un’idea confederativa di Comunità di Stati Indipendenti, legati da un patto di mutua assistenza e solidarietà. La Federazione Russa di Putin sta ricominciando a rivalutare il proprio fondamentale ruolo di potenza-ponte tra Europa ed Asia, tramite la graduale ricerca di un asse con la Cina, con un occhio all’Iran ed alla Siria. E le dichiarazioni di Putin al Financial Times costituiscono, in questo senso, un segnale chiaro e netto.

 

Oggi esiste concretamente la possibilità di addivenir alla creazione di un Asse geopolitico alternativo a quello atlantico. Un Asse imperniato anche su una visione dello Stato e dell’economia ben diversa da quella liberal-liberista, oramai sempre più in preda ad evidenti contraddizioni di metodo e di sostanza. Occasione d’oro per assestare un colpo mortale al carrozzone di Bruxelles e dei Poteri Forti, potrebbe esser rappresentato dalle critiche “comunitarie” a proposito della vicenda “Sea Watch”. Ora, dopo che Germania, Francia e Olanda si sono permesse di criticare il nostro Governo in una maniera così arrogante ed ipocrita, c’è da chiedersi: ma cosa ci stiamo a fare ancora in Europa? Per caso a pagare per poi subire affronti, umiliazioni e reprimende d’ogni genere e tipo? Nuovi scenari e nuove opportunità vanno aprendosi. La seconda potenza mondiale del pianeta si sta situando su posizioni anti globaliste, anti buoniste e smaccatamente anti immigrazioniste, con buona pace dei vari ferri vecchi e dei rottami progressisti, che oggi tanto cianciano di ipocriti solidarismi d’accatto. Non cercare di approfittarne ora sarebbe un grosso errore. In giuoco, ora come non mai, c’è il benessere e la libertà della nostra e delle generazioni europee a venire. Senza se e senza ma.

 

Umberto Bianchi

 

 
Una parabola comune PDF Stampa E-mail

20 Luglio 2019

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Da tre quarti di secolo una traiettoria comune segna il percorso di tre grandi nazioni, Giappone, Germania e Italia. Si tratta di un parallelismo tanto sorprendente che meriterebbe maggiore attenzione. Sono le potenze dell’Asse, sconfitte nella guerra mondiale. Uscirono distrutte dal conflitto. Città sventrate dai bombardamenti a tappeto, anche con ordigni al fosforo su Germania e Giappone e con bombe atomiche sul Giappone. Ponti, strade, infrastrutture demoliti. Potenziale industriale quasi azzerato.

 

Ebbene, proprio quei tre Paesi nei decenni successivi furono i protagonisti di uno spettacolare “miracolo economico”, che li pose fra le maggiori potenze economiche del mondo. In quelli che ora sono chiamati “i Trenta gloriosi”, i decenni della prosperità e dello sviluppo impetuoso, tutto il mondo che convenzionalmente chiamiamo “occidentale” fece registrare una grande crescita, ma il vero e proprio “miracolo” fu quello di Giappone, Germania e Italia. Vero è che Germania e Italia usufruirono del piano Marshall e che il Giappone a sua volta poté contare su massicci prestiti per la ricostruzione, forniti da quegli Stati Uniti che avevano raso al suolo l’arcipelago, tuttavia quegli investimenti produssero effetti grandiosi perché c’era la volontà di ricostruire, una coesione nazionale, una fiducia nell’avvenire, disponibilità al sacrificio e al risparmio, in una parola c’erano valori morali e civici.

 

Oggi Giappone, Germania e Italia detengono il record mondiale di denatalità. Sono nazioni in estinzione. Il fenomeno è in genere spiegato con motivazioni di ordine sociologico. Non si fanno figli per la crisi economica, per l’allentamento dei legami parentali, per la carenza di scuole materne, per la precarietà e la mobilità del lavoro. Tutto vero, ma più per l’Italia che per Giappone e Germania. Tutto vero ma non sufficiente a spiegare questa sorta di suicidio programmato di intere nazioni. I decenni di boom economico hanno determinato quella mutazione antropologica che Pasolini aveva intravisto già negli anni ’70. Consumismo, individualismo, mentalità fortemente competitiva, narcisismo. Intere generazioni educate all’idea che ciò che conta è l’affermazione di sé, l’efficienza del corpo, l’apparenza, il godersi la vita, la libertà come assenza di vincoli e di doveri verso la collettività. Il tessuto sociale fatto di solidarietà parentale, di radicamento nel territorio, di rispetto dei ruoli e di assunzione delle rispettive responsabilità, si è prima sfilacciato e poi dissolto. I figli sono un peso e un costo, limitano la libertà di viaggiare, di curarsi di sé, di divertirsi.

Il fenomeno è comune al mondo occidentale ma tanto più appariscente proprio in quelle nazioni che con più successo erano entrate nell’età dell’abbondanza e meglio avevano assimilato il modello dei loro vincitori, gli Stati Uniti d’America. Avere tradito la propria cultura, le proprie tradizioni, l’avere divelto le proprie radici, in una crescita economica dapprima consentita dall’energia morale di popoli sconfitti ma ancora vitali, poi degenerata in consumismo, è la causa profonda del processo di estinzione in atto. La mentalità del “siamo al mondo per goderci la vita” è ai fini della preservazione e del rafforzamento della comunità più devastante della bomba atomica. Il lusso è il vero fattore di decadenza dei popoli. Riaffermarlo, seguendo le denunce dei grandi saggi dell’umanità, oggi espone all’accusa di moralismo.

È inutile sperare in una rivoluzione, è inutile affidarsi a un Comandante. La maledizione è stata scagliata. Niente e nessuno potranno revocarla.

 

Luciano Fuschini

 

 
Le vere interferenze straniere PDF Stampa E-mail

19 Luglio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 14-7-2019 (N.d.d.)

 

Un recente sondaggio dice che il 58% degli italiani ritiene grave la storia dei soldi promessi dai russi alla Lega per la campagna elettorale europea di quest’anno. Ciò dimostra ulteriormente che l’inconsapevolezza è la regina della democrazia come oggi praticata. Infatti, posto che il problema di questo ipotetico e non avvenuto finanziamento è quello dell’interferenza straniera nella politica italiana, cioè della tutela dell’indipendenza politica italiana, allora ogni non-idiota sa che questa indipendenza non esiste dalla fine della II GM:

 

a) l’Italia dal 1945 è militarmente occupata dagli USA con oltre 100 basi sottratte al controllo italiano; b) gli USA hanno allestito, armato e finanziato in Italia la Gladio, un’organizzazione paramilitare illecita con fini di condizionamento politico; c) la DC e il PCI hanno sempre preso miliardi rispettivamente dagli USA e dall’URSS, dati per condizionare la politica italiana; in particolare l’URSS assicurava al PCI percentuali su determinati commerci; d) il PCI riceveva questi soldi mentre l’URSS teneva puntati contro l’Italia i missili nucleari; e) il PCI, in cui allora militava il futuro bipresidente della Repubblica G.N., accettava la guida del PCUS di Stalin; f) diversi leaders politici italiani hanno sistematicamente svenduto a capitali stranieri i migliori assets nazionali; g) moltissimi leaders politici e statisti italiani hanno sistematicamente e proditoriamente ceduto agli interessi franco-tedeschi e della grande finanza in fatto di euro, fisco, bilancio, immigrazione; in cambio hanno ricevuto sostegno alle loro carriere; h) l’Italia ormai riceve da organismi esterni, diretti da interessi stranieri, l’80% della sua legislazione e della sua politica finanziaria; i) essa è indebitata in una moneta che non controlla e che è controllata ultimamente da banchieri privati; la Banca d’Italia è controllata pure da banchieri prevalentemente stranieri. j) ciliegina sulla torta: notoriamente, nel 2011, su disposizione di BCE e Berlino, il Palazzo italiano ha eseguito un golpe per sostituire il governo Berlusconi con uno funzionale agli interessi della finanza franco-germanica.

 

E su tutto questo nessun PM ha mai aperto un fascicolo per corruzione internazionale: andava tutto bene! Nel confronto con questi fatti, il problema dei soldi russi alla Lega, peraltro mai dati, è insignificante, solo un idiota può considerarlo diversamente; mentre chi ha un minimo di buon senso nota che il problema grave è un altro, ossia che i servizi segreti -sottoposti al premier Conte- abbiano eseguito un anno fa, e tirato fuori proprio ora, le intercettazioni in questione, e che le tirino fuori ora per mettere in difficoltà la Lega in un momento critico per il M5S. Si ventila pure che possa essere stata, invece, la CIA, per colpire il legame Salvini-Russia. In ambo i casi, questa è la vera interferenza, questo è lo scandalo.

 

Marco Della Luna

 

 
Una civiltà sta morendo ma non per colpa dei migranti PDF Stampa E-mail

18 Luglio 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 15-7-2019 (N.d.d.)

 

Ero l’altro giorno a Otranto nella piazza dedicata “all’umanità migrante”, dove campeggia un monumento in forma di barca dedicato ai migranti. E mi sono detto: ma all’umanità restante nessuno dedica niente, piazze, monumenti, prediche, premure? Non c’è settimana che Papa Bergoglio non si preoccupi dei migranti che ritiene un’umanità speciale; a loro dà priorità e dedica l’evangelico “Prima gli ultimi”. E non c’è dem, progressista, radicale, cattosinistro, ogni santo giorno, che non consideri bestie, razzisti, subumani e disumani coloro che non ritengono assoluto e illimitato il diritto di migrare e il dovere di essere accolti. Al Papa e ai promigranti vorrei dire: i veri ultimi non sono i migranti. Sono i restanti. Sono cioè i miliardi di “dannati della terra”, come li chiamava Franz Fanon, che vivono nella miseria più nera e non hanno la forza, la possibilità, la voglia e le risorse per partire. Perché, come sapete, gran parte dei migranti pagano e anche tanto, tremila euro per imbarcarsi e venire da noi. Più di un volo aereo di prima classe. Spendono i risparmi di una vita e di una famiglia o il frutto di attività, a volte illecite se non criminali. Ma hanno l’energia, le conoscenze, le possibilità per espatriare. La stragrande maggioranza resta lì per sempre, vecchi, bambini denutriti, malati, e quanti non hanno la minima possibilità o cognizione di andarsene. O che pensano sia giusto, naturale, un destino necessario, morire dove si è nati e dove sono i loro avi. Sono loro i veri ultimi della terra. Sono loro quelli che stanno peggio. E noi, invece, a vostro giudizio, dovremmo preoccuparci solo di coloro che partono ed elogiarli perché si sradicano, abbandonano la loro gente, mettono a repentaglio la vita loro e altrui? Torniamo alla realtà, torniamo sulla terra.

 

Le migrazioni in un mondo così affollato come mai era accaduto, non sono una priorità assoluta e un bene assoluto. Anzi, sappiamo che le migrazioni sono un male per coloro che restano, perché vedono prosciugati i loro paesi di giovani energie, abbandonati. Sono un male per coloro che li ricevono, perché i guai, i problemi, le devastazioni che producono sono di gran lunga superiori ai benefici che arrecano. E non solo sul piano materiale, pratico, ma anche spirituale, morale, identitario, psicologico. Chi arriva da mondi lontani, da società remote dalla nostra cultura, dalla nostra civiltà, dalle nostre tradizioni civili e religiose, dal nostro ordinamento giuridico, produce più lacerazioni e traumi che positive contaminazioni e impulsi dinamici. I costi sono immensi in termini sanitari e assistenziali, di ordine pubblico e malavita, di vivibilità. Si tratta di vedere i fenomeni nel loro complesso e non lasciarsi sopraffare emotivamente dal singolo caso, dal singolo sbarco; che vuoi che siano quaranta migranti, ma non ti fa male vedere quel bambino in mare? Ma certo che ci fa male e che vanno soccorsi. Stiamo parlando del flusso generale e degli effetti storici che queste ondate producono. Ma le migrazioni sono almeno un bene per coloro che migrano? Spesso no, e non solo per un più o meno lungo periodo iniziale. A parte i rischi di partenza, le insidie della navigazione, le mafie degli scafisti e dei gestori dei flussi, le terribili trafile per imbarcarsi e poi nei centri d’accoglienza. E i dolori dello sradicamento, il sentirsi estranei a tutto, la miseria, la nuova schiavizzazione, lo sfruttamento e la manovalanza per la droga e la criminalità. I flussi migratori furono una piaga dolorosa ma anche benefica un secolo fa, ma diventano una piaga dolorosissima oggi, in primis per chi resta, poi per chi ospita, infine per buona parte di chi emigra. C’è chi ricorda i nostri emigranti in America di un secolo fa: ma il mondo non aveva otto miliardi di abitanti, c’erano ancora terre da esplorare e spazi da riempire e l’immigrazione avveniva dentro una medesima civiltà cristiana, euro-occidentale. Molto più difficile è far convivere mondi così diversi, in città così affollate. I neri in America vi arrivarono come schiavi; dietro la glassa umanitaria, stanno cercando nuovi schiavi.

 

Però se dobbiamo tornare alla realtà coi piedi per terra, dobbiamo dire una cosa che vale sia per i pro-migrantes che per chi si oppone. Se la nostra civiltà sta morendo non è per l’arrivo dei migranti. Ci sono almeno altre tre cause: la nostra patologica denatalità col relativo invecchiamento della popolazione; le nostre migrazioni giovanili dalle loro famiglie e dai nostri paesi. E il nostro disprezzo e rigetto della nostra civiltà, il nichilismo globale e la diffusa tendenza all’autodistruzione. Se la nostra civiltà rischia di sparire la causa non è solo l’arrivo di flussi migratori, o la presenza tra loro di tanti potenziali delinquenti per disperazione o di fanatici islamisti. Ma perché non facciamo figli, quelli che nascono vanno via, soprattutto se sono bravi, e perché viviamo sradicati e contro la nostra civiltà. Insomma, per tornare alla piazza di Otranto da cui siamo partiti, l’umanità non si riduce ai migranti, e i nostri guai come le nostre aspettative non ruotano solo intorno a loro. Svegliamoci da questa ipnosi collettiva, pro e contro i loro arrivi. I migranti non sono il principio e la fine del mondo.

 

Marcello Veneziani

 

 
La Russia non può volere la fine dell'UE PDF Stampa E-mail

16 Luglio 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 14-7-2019 (N.d.d.)

 

Il “caso Savoini-Salvini” solleva commenti di ogni genere, più o meno pertinenti rispetto all’ipotesi che personaggi collegati alla Lega Nord abbiano tramato per ricevere fondi illeciti e compromettenti dalla Russia. Una delle opinioni che più spesso risuona è: la Russia e gli Usa, ovvero Vladimir Putin e Donald Trump, tramano per distruggere l’Unione Europea. Da qui il sostegno di entrambi i Paesi ed entrambi i leader a personaggi come Salvini. Per non parlare di coloro che hanno una visione ancor più radicale e considerano la Russia e solo la Russia il vero pericolo. Valga per tutti il caso di Nicola Zingaretti, segretario del Pd, pronto a sostenere che la Nato e gli Usa “incarnano il tessuto del multilateralismo internazionale”. Con l’impressione che inevitabilmente fa veder esaltare Nato e Usa da un ex dirigente della Federazione giovanile comunista ed ex vice-segretario dell’Internazionale Socialista.

 

Ma davvero la Russia, questa Russia, è un nemico giurato dell’Europa e ha come obiettivo strategico quello di disgregarla? Il punto vero è questo, perché da tale assunto deriva poi gran parte dell’imperante russofobia, quella che vede hacker russi ovunque e la mano del Cremlino in qualunque evento arrivi a turbare il “normale” corso delle cose, dalla Brexit alle convulsioni della Catalogna, dall’elezione di Trump alla rincorsa dei partiti sovranisti. In realtà, non si vede quale convenienza potrebbe trovare la Russia in un’implosione della struttura comunitaria europea. Pare in realtà piuttosto vero il contrario. E per capirlo basta osservare quanto sta succedendo nel Regno Unito. Piaccia o non piaccia agli inglesi, con la Brexit il loro Paese si avvia a diventare uno Stato vassallo degli Usa. La May non piaceva a Trump, che chiedeva un’uscita dura e pura del Regno dalla Ue, e abbiamo visto che fine ha fatto. Boris Johnson, sponsor del no deal (cioè dell’uscita dura e pura, appunto) e per questo stimato da Trump, si avvia a diventare il nuovo primo ministro inglese. L’ambasciatore inglese che criticava Trump è stato messo alla porta. Ancora più significativo, in proposito, è l’andamento dei colloqui tra Usa e Regno Unito per un accordo commerciale globale che, nelle intenzioni degli inglesi, dovrebbe fare da paracadute all’uscita dall’Unione Europea. Basta seguire le rivelazioni del Telegraph per capire che gli americani giocano come il gatto con il topo, lesinando le concessioni e alzando di continuo l’asticella delle pretese, soprattutto in difesa dei giganti americani del web e delle tecnologie che Londra vorrebbe invece tassare. La cacciata con ignominia di Kim Darroch, l’ambasciatore che rappresentava il Regno Unito negli Usa dal 2016 e che ha dovuto lasciare non solo l’incarico ma anche la carriera diplomatica per aver definito un “inetto” il presidente Usa, non è stata solo un capriccio di Trump ma un modo molto esplicito di far capire agli inglesi, e non solo a loro, chi davvero comanda.

 

Questa lunga premessa era necessaria per arrivare al dunque. Se l’Unione Europea fosse colta da una Brexit collettiva e andasse in pezzi, quanti esempi simili a quello del Regno Unito avremmo? Detto in altri termini: quanti Stati vassalli degli Usa ci ritroveremmo sul Continente? Proviamo a fare una lista. Del Regno Unito abbiamo appena detto. Poi i tre Baltici. La Polonia, che si è detta disposta a pagare pur di avere una base americana sul proprio territorio. La Romania, che già ospita il sistema missilistico anti-russo voluto da Barack Obama nel 2008. La Repubblica ceca. La Finlandia, da sempre diffidente verso l’Orso russo che si ritrova ai confini. L’Olanda. La Danimarca. L’Irlanda, per ragioni culturali e anche economiche (è tuttora un paradiso fiscale per i giganti del Web). L’Italia, dove già operano forze importanti (per prima la Lega Nord di Salvini) che fanno dell’allineamento senza se e senza ma agli Usa un caposaldo della propria politica. Forse anche Ungheria e Svezia e i Paesi dell’ex Jugoslavia, e magari la Grecia del dopo-Tsipras targato Nuova Democrazia. Tutto questo potrebbe avere ripercussioni pesantissime per la Russia. Dal punto di vista economico, in primo luogo. Per fare un solo esempio: questi Paesi, confrontati uno per uno alla potenza di Washington, potrebbero essere convinti a ridimensionare o annullare le forniture russe di gas e petrolio per rivolgersi, invece, a quelle degli Usa che, con le tecniche di estrazione dalle rocce e dalle sabbie, sono diventati la maggiore potenza energetica del mondo. Oppure essere convinti, sempre dagli Usa, a rivolgersi a produttori amici di Washington e alternativi rispetto alla Russia, come già avviene con il Tap (Trans Adriatic Pipeline) rifornito dall’Azerbaigian e di cui lo stesso Salvini ha più volte raccomandato il completamento. Per non parlare dell’aspetto strategico e militare. La pressione di Trump affinché i Paesi dell’Unione Europea versino più quattrini nelle casse della Nato e rinuncino a ogni ipotesi di esercito europeo è già forte oggi. Pensiamo che cosa sarebbe domani, quando il presidente Usa dovesse rivolgersi non più alla Ue ma, per dire, al governo della Grecia o a quello della Finlandia. È facile immaginare che la Russia sarebbe chiamata a rispondere a una sfida molto più impegnativa di quella attuale, già notevole. Oggi la Nato trova un minimo di freno nella Ue, domani avrebbe libertà totale di azione in Europa. Siamo ancora convinti che sia negli interessi della Russia disgregare l’Unione Europea? Se non bastassero gli esempi precedenti, che sono solo due tra i molti possibili, proviamo con una piccola controprova. Quali sono i Paesi europei più fedeli ai temi e alle pratiche dell’atlantismo? Quelli a guida sovranista, a cominciare da Polonia e Ungheria, e in generale quelli entrati nella Ue con l’allargamento del 2004, caldissimamente sponsorizzato proprio dagli Usa. E quali sono, invece, i Paesi che oggi hanno rapporti più tesi con gli Usa e con la Nato? Guarda caso i più “europeisti”, vale a dire Germania e Francia. La Russia, al contrario di quanto si dice, ha bisogno che la Ue resti compatta. E il fatto che auspichi (o lavori per) un rafforzamento dei partiti che, nei diversi Paesi Ue, propongono una distensione nei rapporti tra Bruxelles e Mosca, in nessun modo equivale a desiderare la sparizione della Ue. Bisognerebbe piuttosto chiedersi se altrettanto valga per gli Usa di “America first!”, delle sanzioni contro le esportazioni europee, del subbuglio ucraino nel cuore dell’Europa, dei diktat pro-Nato, dell’appoggio alla Brexit. Ma questo è un altro discorso.

 

Fulvio Scaglione

 

 
La macchina narrativa per il controllo sociale PDF Stampa E-mail

15 Luglio 2019

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Da Appelloalpopolo del 13-7-2019 (N.d.d.)

 

Noam Chomsky, scienziato statunitense e teorico della comunicazione, nell’elaborare le regole della strategia di controllo sociale, indicò per prima la distrazione e come seconda la creazione del problema con l’offerta della soluzione. La sequenza è nota: problema, reazione, soluzione. Il potere crea un problema o una situazione, verso i quali, tramite il controllo dell’apparato mediatico e di intrattenimento, fa convergere l’interesse delle masse. Anche con una studiata scansione temporale nella diffusione del problema, il potere provoca e orienta la reazione pubblica di consenso o dissenso. A questo punto il potere suggerisce la sua soluzione, che il pubblico è indotto ad accettare o addirittura a credere di essere esso stesso ad averla richiesta. Questo succede perché la massa presta attenzione non al problema in sé ma alla narrazione che i gruppi organizzati di interesse e di pressione confezionano dentro cornici informative ricamate di intrattenimento (infotainment). L’infosvago può rendere un qualsiasi problema socialmente rilevante o addirittura angosciante, non perché oggettivamente grave, ma perché intorno a esso racconta trame, dietro le quali media e politici nascondono gli scopi più vari. In pratica non c’è settore in cui non sia possibile esercitare il controllo sociale: gestire fondi e servizi pubblici (governance), impiantare nuove burocrazie (autorities), assumere caste di presunti esperti (skilleds), farsi finanziare ristrutturazioni industriali, dirottare investimenti verso produzioni e servizi preferiti, finanziare una ricerca scientifica e tecnologica e trascurare altre, etc.

 

Ora osserviamo come sul problema dell’emergenza climatica il sistema globale ha imposto una sua narrazione, indiscutibile quasi come un dogma: il riscaldamento globale (dato come esistente) è dovuto all’uomo e alle sue attività. Nonostante che il tema susciti vivaci diversità di pareri tra gli scienziati e non sia stato ancora sufficientemente analizzato e definitivamente spiegato, la macchina narrativa ha già imputato l’aumento della temperatura esclusivamente all’attività umana, scartando le cause naturali. Questa teoria del riscaldamento globale antropico, formulata in schema rigido e semplicistico, suscita sospetti di truffa ideologica o di comprato asservimento di certa scienza alla politica e agli affari. Posto come indiscutibile l’assioma iniziale, come incontestabile viene offerta la soluzione: una globale e sollecita ristrutturazione industriale, la quale ha dei costi. Chi paga? Se l’origine del cambiamento climatico è antropica, allora la colpa è degli umani, cattivi, egoisti, incoscienti e irresponsabili, cioè dei popoli. Appunto ai popoli le oligarchie economiche e finanziarie intendono far pagare la riconversione energetica e la riorganizzazione generale dell’economia e della società con nuove tasse ecologiche sbrigativamente imposte, con bruschi e precipitosi cambiamenti delle abitudini di vita, con ulteriore sottrazione di diritti sociali. Ovviamente, alla planetaria campagna di persuasione si affianca l’iniziativa politica. A supporto dell’obiettivo di profonda e affrettata ristrutturazione produttiva, il grande capitale ha ideato una nuova fumosa pseudosinistra: i partiti ambientalisti. Questi sembrano venir fuori dal cilindro non meno tempestivi, rapidi e folgoranti delle carriere politiche di un Renzi o di un Macron. In campo ambientalista quindi la tabella di marcia è stata rispettata: il fenomeno Greta, frastornata adolescente, sembra aver opportunamente funzionato, specie in Nord Europa; infatti il panorama politico di quei paesi è cambiato: i partiti eurosocialdemocratici si sono indeboliti e allineati per la consegna del testimone ai Verdi, gruppi di fede europeista non meno solida di quella dei socialdemocratici. Nel frattempo un vano e innocuo ambientalismo contagia rapidamente in ogni dove gruppi di studenti manifestanti con slogan d’ordine, che “suonano bene” nell’inglìsce mimetico e cosmetico. Naturalmente non scema l’interesse geopolitico e strategico che, a dispetto della prospettata riduzione della dipendenza dai carburanti fossili, non arretra e non rinuncia a condizionare politicamente e militarmente le zone petrolifere del pianeta (Medio Oriente, Venezuela). Infine, per evitare che il pubblico, immerso nel frastornante flusso informativo, possa stancarsi con le continue “false nuove” (es. il livello degli oceani si innalza), il circo mediatico si impegna ad alimentare l’iniziale ondata emotiva, attribuendo alla fantasiosa emergenza climatica anche la fame e le migrazioni.

 

Nelle rapide del flusso mediatico le notizie vere e finte si accavallano e si sovrappongono caoticamente senza lasciare tempo e respiro per fare la cernita di quelle autentiche e importanti, sulle quali la velocità e il rimbombo impediscono di fermare la dovuta riflessione. Il libero scorrimento delle notizie fluisce in parallelo con la libera circolazione di prodotti e capitali; l’uno, monopolio di una manciata di agenzie stampa internazionali; l’altra, privilegio di un pugno di banche e multinazionali a esercizio planetario. Questi vertici di potere, insediati in un altrove, eludono la partecipazione popolare, non rispondono a nessuno, decidono quali notizie diffondere e quali valori/disvalori imporre. Il racconto del cambiamento climatico sembra rispondere fedelmente alle regole del controllo sociale: l’invenzione periodica di globali criticità, la distrazione da problemi veri e drammatici con quelli finti, il suscitare paure e narcosi collettive, la creazione di personaggi simbolo, conoscenze e informazioni affogate e diluite nell’intrattenimento. Metodi e sistemi collaudati contribuiscono a fuorviare e distrarre le masse dalle strategie, incontrollabili perché occulte, di oligarchie finanziarie e monopolistiche transnazionali, dirette a conquistare e mantenere egemonie, espandere influenze, far lievitare capitali sui disagi collettivi. È una via senza uscita se lo Stato non torna sovrano nel controllo delle grandi reti di comunicazione, nel vincolo di un’informazione corretta e affidabile, nel tener distinti informazione e spettacolo, nell’impedire che le menti e le coscienze dei cittadini subiscano il condizionamento ideologico e la propaganda incontenibile dei padroni del discorso.

 

Luciano Del Vecchio

 

 
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