Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
Una bomba ogni 12 minuti PDF Stampa E-mail

18 Luglio 2018

Image

 

Da Comedonchisciotte del 16-7-2018 (N.d.d.)

 

L’esercito USA sgancia una bomba ogni 12 minuti e nessuno ne parla. Viviamo in uno stato di guerra continua, e ciò nonostante non ce ne accorgiamo mai. Mentre voi leccate il vostro gelato in un posto alla moda dove mettono quelle belle foglioline di menta sul bordo della coppa, qualcuno è bombardato a nome vostro. Mentre voi al cinema discutete con l’adolescente di 17 anni che vi ha dato un popcorn di piccolo formato mentre voi ne avete pagato uno grande, qualcuno sta per essere annientato in nome vostro. Mentre dormiamo, mangiamo, facciamo l’amore, proteggiamo i nostri occhi da una giornata soleggiata, la casa, la famiglia, la vita e il corpo di qualcuno esplodono in mille pezzi, in nome nostro. Questo ogni 12 minuti.

 

L’esercito americano fa cadere degli esplosivi con intensità difficile da capire, una bomba ogni 12 minuti. Questo è strano, perché tecnicamente, noi non siamo in guerra, lasciatemici riflettere, con nessun paese. Questo dovrebbe significare che non viene sganciata nessuna bomba non è vero? Ebbene no!  Voi fate il classico errore di confondere il nostro mondo con una sorta di mondo razionale e coerente nel quale il nostro complesso militare-industriale è sotto controllo, l’industria della musica è basata sul merito ed il talento, e i Lego hanno dei bordi dolcemente arrotondati (e così quando voi li calpestate con i piedi nudi, non vi sembra una pallottola perforante blindata tirata direttamente nel vostro sfintere), e gli umani affrontano i cambiamenti climatici come degli adulti piuttosto che seppellire le loro teste nella sabbia cercando di convincersi che la sabbia non è veramente più calda.

 

Pensate a un mondo razionale, ma non viviamo in un mondo del genere. Viviamo piuttosto in un mondo dove il Pentagono è completamente fuori controllo. Qualche settimana fa scrivevo a proposito dei 21.000 miliardi di dollari (non è una bazzecola) che sono scomparsi dal Pentagono. Ma non ho parlato del numero di bombe che questa minuscola somma di denaro ci permette di comprare. I militari del presidente George W. Bush hanno sganciato 70.000 bombe su 5 paesi […] Qualunque sia il presidente che verrà dopo Bush, sarà un adulto normale (con un cervello che funziona) e metterà fine a questa follia.” Allora eravamo stupidi e ingenui come un gattino che si risveglia al mattino. L’ufficio del giornalismo investigativo ha riferito che sotto il presidente Barack Obama ci sono stati “563 attacchi, in gran parte portati da droni, che hanno colpito il Pakistan, la Somalia e lo Yemen…” Non è solo che bombardare fuori da una zona di guerra è un’orribile violazione del diritto internazionale e delle regole mondiali. C’è anche il fatto moralmente riprovevole che si mettono nel mirino delle persone sospettate di crimini, cosa che noi facciamo, e cosa contro la quale il film Minority Report di Tom Cruise ci aveva messo in guardia. Gli uomini seguono assai male i consigli dei libri di fantascienza. Se avessimo ascoltato “1984” (il romanzo di G. Orwell), non avremmo permesso la nascita della NSA (National Security Agency). Se avessimo dato retta a “The Terminator”, non avremmo accettato l’esistenza di una guerra di droni. Se avessimo ascoltato The Matrix, non avremmo permesso che la grande maggioranza degli umani si perdesse in una realtà virtuale di spettacolo e di insulsi non-sense mentre gli oceani muoiono in una palude di rifiuti di plastica… Ma sai, a chi gliene frega qualcosa? C’è stato un blackout mediatico durante la presidenza Obama. Si possono contare sulle dita di una mano, nei mezzi di comunicazione di grande diffusione, gli articoli sulle campagne quotidiane di bombardamento del Pentagono ai tempi di Obama. […] Fermiamoci un momento per smetterla con questa idea che il nostro armamento tecnologico colpisca soltanto i cattivi. Come ha detto David DeGraw , ”Secondo i documenti della C.I.A. le persone che figurano sulla lista dei personaggi da uccidere, quelle che erano nel mirino per essere colpiti da un drone, rappresentano soltanto il 2% dei decessi causati dai bombardamenti di droni “. Due per cento. […] Ma queste 70.000 bombe sganciate da Bush, erano un gioco da ragazzi. Prendiamo ancora DeGraw: “Obama ha sganciato centomila bombe, su 7 paesi. Ha surclassato Bush di 30.000 bombe e di due paesi.” Dovete ammettere che è un orrore impressionante Questo mette Obama nel gruppo molto ristretto degli insigniti di premio Nobel della pace che hanno ucciso un mare di civili innocenti. […]  Adesso finalmente sappiamo che il governo di Donald Trump fa vergognare tutti questi presidenti del passato. Le cifre del Pentagono mostrano che durante gli otto anni del suo mandato, George W. Bush ha sganciato in media 24 bombe al giorno, vale a dire 8.750 all’anno. Durante il mandato di Obama, i suoi militari hanno sganciato 34 Bombe al giorno, cioè 12.500 all’anno. Nel corso del primo anno di mandato di Trump, i militari hanno sganciato in media 121 bombe al giorno, equivalenti a un totale annuale di 44.096 bombe. I militari di Trump hanno sganciato 44.000 bombe durante il suo primo anno di governo. Sostanzialmente ha lasciato mano libera al Pentagono, ha tolto il guinzaglio ad un cane già rabbioso. […] Con Trump al potere si sganciano 5 bombe all’ora, ogni ora di ogni giorno.  Questo fa in media una bomba ogni 12 minuti. E che cos’è più scandaloso, la quantità pazzesca di morti e di distruzione che noi creiamo nel mondo intero oppure il fatto che i nostri media a vasta diffusione non si allarmino MAI sull’ argomento? Parlano dei difetti di Trump, dicono che è un idiota razzista, un testone egocentrico (e questo è indubbiamente giusto). Ma non criticano il perpetuo massacro di Amityville che i nostri militari perpetuano sganciando una bomba ogni 12 minuti. La maggior parte di queste bombe ammazza il 98% di persone che non sono dei bersagli. Quando si ha un Ministero della guerra che non ha l’obbligo di rendere conto del suo budget come abbiamo visto con i 21000 miliardi di dollari e quando si ha un Presidente che non ha nessun interesse a controllare il numero di morti di cui è responsabile il ministero della guerra, allora si finisce per sganciare talmente tante bombe che il Pentagono arriva a dirci che siamo a corto di bombe. […] La giornalista Witney Webb  scriveva in febbraio: ”è un fatto scioccante che più dell’ 80% delle persone uccise non sia mai stato identificato  e che i documenti della C.I.A. abbiano mostrato che non sanno neanche chi ammazzano e così evitano il problema di segnalare i morti civili, dato che considerano combattenti nemici tutti quelli che si trovano nella zona di bombardamento.” Esatto. Non facciamo che uccidere dei combattenti nemici. E come sappiamo se sono dei combattenti nemici? perché erano dentro la nostra zona di bombardamento. E come sapevamo noi che era una zona di bombardamento? Perché c’erano dei combattenti nemici. E come abbiamo avuto la notizia che si trattava di combattenti i nemici? Perché erano dentro la zona dei bombardamenti…  vuoi che continui, o hai già capito? Ho tutta la giornata a disposizione. Non si tratta di Trump, anche se è un maniaco. Non si tratta di Obama, anche se è un criminale di guerra. Non si tratta di Bush anche se ha l’intelligenza di un cavolo bollito […] Si tratta di un complesso militare-industriale in delirio al quale la nostra élite dirigenziale è più che felice di lasciare mano libera. E quasi nessuno del Congresso o della presidenza degli Stati Uniti cerca di ridurre le nostre 121 bombe al giorno. Praticamente nessuno che lavori per un media di grande diffusione cerca di indurre le persone a preoccuparsene.

 

Una bomba ogni 12 minuti. Tu sai dove colpiscono? Chi uccidono? Perché? 121 bombe al giorno distruggono la vita delle famiglie all’altra estremità del mondo in nome vostro, in nome mio ed in nome dell’adolescente che mi dà il popcorn al cinema nel bicchiere sbagliato. Siamo uno stato canaglia con un Esercito canaglia ed un’élite dirigente che non rende conto di niente. Il governo e i militari che voi e io appoggiamo facendo parte di questa società, assassinano delle persone ogni 12 minuti e in cambio non c’è nient’altro che un silenzio fantasmatico. È una cosa indegna di noi come popolo e come specie umana il fatto che non accordiamo a questo argomento altro che il silenzio. È un crimine contro l’umanità.

 

 Lee Camp (traduzione di GIAKKI49)

 

 
C'Ŕ chi teme la pace PDF Stampa E-mail

17 Luglio 2018

Image

 

Da Comedonchisciotte del 15-7-2018 (N.d.d.)

 

Talvolta, la realtà è più strana della fantasia. Quello che segue è talmente sbalorditivo che, per dargli credibilità, è necessario citare le fonti e riportare le frasi esattamente così come sono. Un tipico esempio è questo titolo: “Cresce la paura per un possibile accordo di pace fra Trump e Putin”. Il Times, evidentemente, non teme una escalation militare in Ucraina, uno scontro armato in Siria, un finto avvelenamento in Inghilterra o una nuova Guerra Fredda. Il Times non ha paura dell’apocalisse nucleare, della fine dell’umanità, delle sofferenze di centinaia di milioni di persone. No, uno dei più autorevoli e rispettati quotidiani del mondo si preoccupa di una prospettiva di pace! Il Times teme che i capi di stato delle due superpotenze nucleari riescano a parlare fra di loro. Il Times ha paura che Putin e Trump siano in grado di raggiungere una qualche forma di accordo che possa allontanare il pericolo di una catastrofe globale. Questi sono i tempi in cui viviamo. E questi sono i media con cui abbiamo a che fare. Il problema del Times è che influenza l’opinione pubblica nel peggior modo possibile, confondendo, ingannando e disorientando i suoi lettori. Non è un caso che il mondo in cui viviamo sia sempre più scollegato dalla logica e dalla razionalità. Anche se da questo meeting non scaturirà nessun passo in avanti significativo, la cosa più importante che si sarà ottenuta sarà il dialogo fra i due leaders e l’apertura di canali per futuri negoziati fra le due parti.

 

Nell’articolo del Times si dà per scontato che Trump e Putin vogliano raggiungere un accordo riguardante l’Europa. L’insinuazione (dell’articolista) è che Putin stia manipolando Trump allo scopo di destabilizzare l’Europa. Per anni siamo stati inondati con menzogne del genere dai media, megafono degli editori e dei loro azionisti, tutti appartenenti al conglomerato del Deep State. I fatti hanno però dimostrato che Putin ha sempre voluto un’Europa forte ed unita, un’Europa che fosse integrabile nel sogno euroasiatico. Putin e Xi Jinping preferirebbero vedere un’Unione Europea più resistente alle pressioni americane e in grado di esprimere una maggiore indipendenza. La combinazione delle migrazioni di massa e delle sanzioni contro Russia ed Iran, che hanno finito con il danneggiare gli Europei, apre la strada a partiti alternativi, non necessariamente desiderosi di ottemperare agli ordini di marcia di Washington. L’obbiettivo di Trump per questo meeting sarà quello di convincere Putin a fare ulteriori pressioni sull’Europa e sull’Iran, magari in cambio del riconoscimento della Crimea e della fine delle sanzioni. Per Putin e per la Russia questo è un problema strategico. Anche se le sanzioni sono un inconveniente, le priorità principali di Mosca sono sempre l’alleanza con l’Iran, la necessità di intensificare i rapporti con i paesi europei e la sconfitta del terrorismo in Siria. Forse solo una revisione del trattato ABM e il ritiro di queste armi dall’Europa sarebbe un’offerta che potrebbe interessare Putin. In ogni caso, la realtà ci insegna che il trattato ABM è un pilastro del complesso militare-industriale di Washington e che sono proprio le nazioni dell’Est Europeo a volere questi sistemi offensivi e difensivi nelle loro nazioni, come deterrente nei confronti della Russia. Sono vittime della loro stessa propaganda, o ci sono milioni di dollari che arrivano nelle tasche di qualcuno? Sia come sia, in realtà, questo non ha importanza. Il punto cruciale per Mosca sarà il ritiro dei sistemi ABM Aegis Ashore, anche quelli imbarcati sulle navi da guerra. Ma questo è qualcosa che Trump non sarà in grado di negoziare con i propri capi militari. Per il complesso militare-industriale, il sistema AMB, grazie a manutenzione, migliorie e commissioni dirette ed indirette, è una miniera d’oro, che in tanti vorrebbero continuare sfruttare. Dal punto di vista del Cremlino, la rimozione delle sanzioni rimane la condizione indispensabile per la ripresa di normali relazioni con l’Occidente. Ma questo è difficile da ottenere, dato che Mosca ha poco da offrire come contropartita a Washington. Gli strateghi del Pentagono chiedono il ritiro dalla Siria, la fine del sostegno al Donbass e la cessazione dei rapporti con l’Iran. Ci sono semplicemente troppe divergenze per arrivare ad un punto in comune. Inoltre, le sanzioni europee contro la Russia vanno a beneficio di Washington, ma, contemporaneamente, danneggiano la stessa Europa e perciò indeboliscono uno dei maggiori concorrenti commerciali degli Stati Uniti. Il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo per il Nucleare Iraniano – Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) – può essere visto nella stessa luce: impedire agli alleati degli Stati Uniti di commerciare con l’Iran. Putin terrà fede ai suoi accordi con la Siria e con i suoi alleati, riluttante a mancare di parola, anche di fronte ad un riconoscimento della Crimea. D’altro canto, come già menzionato, la sua priorità rimane la rimozione degli ABM e, mentre la Crimea è già sotto il controllo della Federazione Russa, la Siria continua ad essere un territorio instabile, che rischia di trasferire il terrorismo islamico al ventre molle della Russia, nel Caucaso. Per Mosca, l’intervento in Siria è sempre stato una questione di sicurezza nazionale, e continuerà ad essere così, anche di fronte alle irrealistiche offerte di Trump. Bisogna tenere a mente che Putin lavora con una strategia di medio-lungo termine in Medio Oriente, dove Iran, Siria e l’intero arco sciita servono a controbilanciare l’aggressività e l’egemonia dei Sauditi e degli Israeliani. Questa strana alleanza si è dimostrata l’unico modo per scongiurare una guerra e ridurre le tensioni nella regione, e questo perché le folli azioni di Netanyahu o di Mohammad bin Salman vengono controbilanciate dall’agguerrito esercito iraniano. Prevenire un confronto fra Iraniani e Sauditi/Israeliani significa anche non far apparire Teheran troppo debole o troppo isolata. Considerazioni del genere sembrano essere oltre la portata degli strateghi di Washington, non parliamo poi di quelli di Tel Aviv o di Riyadh.

 

Anche se sarà difficile che possa scaturire un risultato positivo dall’incontro fra Trump e Putin, è importante, in primo luogo, che ci sia un meeting, contrariamente all’opinione del Times. I media e il conglomerato di potere che ruota intorno al Deep State americano temono soprattutto la diplomazia. La stessa narrativa che aveva preceduto e seguito l’incontro fra Trump e Kim Jong-un viene ora riproposta, pari pari, alla vigilia del meeting fra Trump e Putin. Washington basa il suo potere sulla forza, sia economica che militare. Ma questa forza è determinata, a sua volta, dall’atteggiamento assunto e dall’immagine proiettata. Gli Stati Uniti e il loro Deep State considerano le trattative con gli avversari sbagliate e controproducenti. Per loro, dialogo è sinonimo di debolezza, e ogni concessione è vista come una resa. Questo è il risultato di 70 anni di eccezionalismo americano e 30 anni di unipolarismo hanno dato agli Stati Uniti la capacità di decidere unilateralmente il destino degli altri. Oggi, in un mondo multipolare, le dinamiche sono differenti, e perciò più complesse. Non si può sempre utilizzare una mentalità da somma zero, come fa il Times. Il resto del mondo capisce che un dialogo fra Putin e Trump è qualcosa di positivo, ma non dobbiamo dimenticare che, come è successo in Corea, se la diplomazia non porta ad un progresso significativo, allora i falchi che circondano Trump torneranno di nuovo alla carica. I compiti che spettano a Rouhani, Putin e Kim Jong-un sono complessi e abbastanza differenti l’uno dall’altro, ma hanno in comune la convinzione che il dialogo sia l’unico modo per evitare una guerra catastrofica. Ma, apparentemente, la pace non è il miglior risultato possibile per tutti.

 

Federico Pieraccini

 

 
Direzioni imprevedibili PDF Stampa E-mail

16 Luglio 2018

Image

 

Da Appelloalpopolo del 14-7-2018 (N.d.d.)

 

Interpretare gli avvenimenti in corso come l’espressione dello scontro fra globalisti e sovranisti, pro o contro l’Unione Europea, o come un problema umanitario di atteggiamento del governo italiano verso i migranti, non deve impedirci di cogliere la questione, non meno importante e vitale, del ruolo che l’Italia ha non solo il diritto ma anche il dovere e quasi l’obbligo di svolgere nel “suo” Mediterraneo, dove sono minacciati i suoi supremi interessi nazionali e la sua sicurezza. L’Italia è l’unico grande paese europeo che può opporsi alla diarchia franco-tedesca perché questa è, in sostanza, sul piano geopolitico l’Unione Europea. Da quando è nata, Germania e Francia non hanno mai concepito una politica estera comune, ma hanno curato i loro interessi nazionali, spartendosi aree di influenza corrispondenti per la Germania all’Europa centrale fino ai Balcani, e per la Francia ai paesi del sud e al Mediterraneo. Perciò, l’Unione Europea, oltre che un organismo sovranazionale a tutela degli interessi di ceti finanziari, di unioni bancarie, di cartelli di produzioni multinazionali, si è rivelata, intesa come diarchia, anche uno strumento di potere geopolitico in versione brutalmente neocoloniale. All’interno di questa compagine la Francia non ha mai abbandonato l’antica velleità di considerare il Medio Oriente e l’Africa del Nord una sorta di suoi protettorati.

 

Va osservato che, mentre l’egemonia geopolitica tedesca si estende tutta, grosso modo, all’interno del perimetro europeo, quella francese tracima e dilaga su territori extracontinentali. Fino a oggi, l’intesa a due dentro l’Unione Europea ha consentito alla politica estera francese di dissimulare una costante pregiudiziale anti-italiana, considerando l’Italia un paese irrilevante da tenere all’angolo e da indebolire, sistematicamente, fin dagli anni Sessanta del secolo scorso, con una ostilità sorda, sommersa, ma oggi difficile da sottacere o camuffare. I ‘cugini’, ostinati nel loro “complesso di superiorità” e di grandeur, non hanno mai placato le loro ambizioni egemoniche, culminate nel 2011 con la scellerata aggressione alla Libia. Appoggiata dai Dem americani di Obama, sempre presenti ma defilati per non sporcarsi le mani, la guerra perseguiva lo scopo principale di sottrarre all’ENI il petrolio di Gheddafi e guastare a Roma i buoni rapporti con Tripoli. Il caos, in cui precipitò la Libia dopo l’uccisione del Colonnello, fu la prima fase di un piano di riassetto dell’intera area nordafricana, che mostrò una nuova spartizione dell’influenza in queste zone ricche di risorse, a discapito della presenza italiana. Ora, al centro della contesa italo-francese non sta soltanto la Libia, crocevia tragico di flussi migratori, ma anche un paese vitale per la nostra sicurezza come la Tunisia e il Sahara, dove transitano e si formano i gruppi terroristici. Con l’assassinio di Gheddafi, con l’appoggio francese alle forze cirenaiche, con il colpo di stato interno del dicembre 2011, con le ondate dei migranti, non è esagerato affermare che l’Italia, in conflitto di fatto con la Francia, ha subito la peggiore disfatta della sua storia dalla Seconda guerra mondiale.  La ripresa dei flussi migratori dalle coste libiche ha schiacciato il nostro Paese in difesa nel “suo” mare in uno scontro ora palese sui migranti, ma che cela quello sostanziale sul controllo del petrolio e delle risorse nordafricane. È un conflitto che smentisce la favola pluridecennale narrataci dagli impostori politici e mediatici sull’Unione Europea come garante, in assenza di una politica estera comune, della pace e della concordia tra gli stati membri.

 

L’immigrazione massiccia e incontrollata, – fenomeno anch’esso di libera circolazione – interno al disegno politico attuato con la moneta unica e i trattati, rientra nella logica del sistema liberista. Quasi inavvertito nei mesi successivi alla morte di Gheddafi, è poi proseguito con il governo Monti in un crescendo che ha colto di sorpresa il popolo italiano che, dal 2012, osserva riversarsi in Italia flussi ininterrotti di migranti. Dirigenti infami, interni ed esteri, disapplicando accordi europei di redistribuzione comunitaria, hanno deliberatamente bloccato migliaia di persone entro i nostri confini. Il fenomeno è di proporzioni tali da far intuire l’applicazione di un piano condiviso e giocato tra accondiscendenze nostrane e imposizioni estere, mirato a destabilizzare l’Italia.  Traghettamenti e sbarchi che avvengono tramite flotte di navi ong, definite ipocritamente umanitarie, sempre più numericamente consistenti e sventolanti variegate bandiere, non possono che essere organizzati e finanziati da centri di potere stranieri. I migranti, dei quali – è ormai assodato – solo il 7% fugge da una guerra, concentrati nei centri italiani, fungono da solvente sociale versato e sparso per indebolire il Paese dall’interno ed esporlo, economicamente stremato, alla progressiva disgregazione territoriale e sociale: conseguenza non colta o lucido obiettivo di annientamento a lungo termine? La guerra libica e l’incipit immigratorio palesò l’abituale autolesionismo italiano, espresso da una masnada di dirigenti “democratici”, alcuni dei quali anche presidenti del consiglio, storicamente cooptati o corrotti dalla gauche francese. Nell’ultimo decennio questa legione straniera, infliggendo politiche di austerità e di frontiere aperte, ha prodotto il collasso politico-elettorale propedeutico all’esecutivo gialloverde. Il nuovo governo, mutando radicalmente la politica estera italiana, ha recuperato una certa autorevolezza rispetto ai governi precedenti (obiettivo di facile conseguimento e di non eccessivo sforzo, considerato il grado di estrema abiezione in cui le schiene curve l’avevano precipitata).  Il merito può essere attribuito ai cittadini elettori che, rivolgendosi verso le istituzioni, riscoprono inaspettatamente lo Stato nazionale e il valore delle frontiere e la loro difesa. La presenza dello Stato, sollecitata per trovare soluzioni alla dimensione immigratoria difficilmente integrabile o assimilabile nell’arco di pochi anni, può diventare l’intervento invocato anche dal bisogno di difendersi dalle devastazioni sociali del sistema liberista. Se il governo italiano riuscisse a bloccare gli sbarchi e con essi il piano di destabilizzazione dell’Italia, acutizzando, di conseguenza, il livello di scontro sulla Libia, e dunque il conflitto geopolitico con la Francia, la diarchia franco-tedesca potrebbe andare in crisi, entrando in una fase di instabilità politica, che provocherebbe un ricambio di ceti dirigenti ai vertici dei due paesi tramite un’affermazione elettorale di forze e partiti “populisti”. È a quello stadio che la diarchia alias Unione Europea avvierebbe l’implosione, prima ancora che un governo di un qualsiasi paese membro possa o voglia tentare un’uscita dall’euro o un irrealistico riesame dei trattati. La decomposizione potrebbe accelerare il suo corso, non solo perché il blocco alla libera circolazione delle persone, – specie se accompagnato per corollario anche dalla sospensione di “Schengen” -, avrebbe conseguenze sul mercato del lavoro – esito da non sottovalutare -, ma anche perché innesterebbe un effetto domino sugli altri fattori che reggono il sistema dell’economia liberista, ossia merci, capitali e servizi. Non sarà automatico, ma è quello che può succedere. La Germania ordoliberista non può rinunciare a “Schengen” senza rischiare il crollo dell’intero sistema.

 

Delle conseguenze geopolitiche di un blocco totale ed intransigente dell’immigrazione i membri del governo italiano potrebbero non avere chiaro intendimento; e può darsi che il ministro degli Interni stia muovendosi al solo scopo di mantenere promesse elettorali, su cui ha messo la faccia e scommesso il suo destino politico, ma indirettamente, lui ignaro di sommovimenti che lo sovrastano, starebbe lavorando obiettivamente per lo scioglimento dell’Unione Europea, propiziato da un conflitto geopolitico al di fuori della sua area. Se la Francia di Macron, accecata da vana cupidigia neocoloniale fino al punto di considerare l’immigrazione come arma di guerra geopolitica, non riuscirà a domare uno stato membro troppo a lungo considerato una servile colonia, l’Unione Europea potrebbe rivelarsi una “tigre di carta” e dissolversi prima ancora di quanto si speri o si auspichi, o si progetti. Se impossibile o remota si presenterà una tentata strategia comunitaria sui flussi umani, la questione migratoria travolgerà fatalmente il progetto eurounionista, rivelando l’Unione Europea istituzione debole e incapace di controllare e di ricomporre gli interessi diversi o addirittura opposti dei tre paesi più grossi. Alla lunga un organismo, tenuto insieme solo da moneta e ordoliberismo, non potrebbe garantire la coabitazione di paesi che confliggono sul pianerottolo di casa per totale disaccordo sulla gestione dei flussi e dell’accesso alle risorse di territori extraeuropei. La convivenza diventerebbe impossibile, specie se l’attuale governo americano, espressione di un altro State non più deep, non intenda agevolare i progetti neocoloniali francesi sul nord Africa, né quelli tedeschi sui mercati globali. A quel punto per l’unione europea può prospettarsi una critica scissione a catena, a fronte della quale la Brexit, primo sintomo della crisi, retrocederebbe storicamente a preannuncio di scarsa importanza.

 

Gli eventi si muoveranno in direzioni impreviste e imprevedibili fino a pochi anni fa. Per la prima volta, dopo decenni di asservimento, si aprono per l’Italia spazi di manovra diplomatica sia sulla sponda mediterranea che su quella atlantica, – sempreché ceti dirigenti ne siano all’altezza – per recuperare, almeno in parte, un’autonomia di Stato indipendente ma non ancora sovrano, non solo a livello politico, ma anche economico e finanziario. Infine, la competizione geopolitica esplosa all’interno della UE per assicurarsi l’influenza su territori extracomunitari, riporterebbe la politica in primo piano e confermerebbe che il primato dell’economia può e deve essere un fenomeno storicamente provvisorio.  Niente sta ineluttabilmente scritto. Prima o poi l’ambizione di esercitare il potere da parte di nuovi ceti non espressi dalla finanza o dai mercati, o il subentro di nuove oligarchie ai vertici di stati sovrani, predomina e annienta qualsiasi pretesa di dominio sui popoli da parte di finanzieri e mercanti. Prima o poi una reazione popolare, inizialmente prepolitica, prende inaspettatamente il sopravvento, diventa consapevole istanza politica e spazza via tutto un sistema di libera e globale circolazione di capitali, merci e persone, a prescindere dalla volontà di uomini che si illudono di padroneggiare gli avvenimenti in corso senza fare i conti con la Storia.

 

Luciano del Vecchio

 

 
Una squadra troppo bianca PDF Stampa E-mail

15 Luglio 2018

Image

 

Da Comedonchisciotte del 13-7-2018 (N.d.d.)

 

In questi giorni, la politica identitaria sembra essere dappertutto. Dal punto di vista di questi novelli identitari, la cosa più importante di una persona è se essa appartiene al giusto gender, al giusto colore o alla giusta etnia. Perciò, quando un giornalista del Guardian guarda la squadra di calcio inglese, non vede undici esseri umani. Al contrario, valuta la squadra in base alle sue caratteristiche politiche, razziali e culturali. “Se questa squadra rappresenta qualcuno, allora rappresenta il 48% dei Remainers” [gli oppositori della Brexit – N.d.T.], ha affermato Steve Bloomfield sul medesimo giornale. Come mai? Perché sono giovani, la squadra ha “undici giocatori di colore” e “la maggior parte di essi vive in grandi città.” Il giornalista considera veramente questi giocatori uno spot pubblicitario a favore della permanenza nell’UE. Sono benedetti da ciò che alcuni dei Remainers considerano una buona identità, e, senza dubbio, condividono il disprezzo di Bloomfield per quegli odiosi xenofobi che avevano votato per la Brexit.

 

Quando i sostenitori della politica identitaria guardano una partita, non vedono delle persone che giocano al pallone. Il loro sguardo si focalizza esclusivamente sulla composizione etnica, razziale e culturale delle squadre. Dal loro punto di vista, la Coppa del Mondo ha molto poco a che vedere con il football, è piuttosto un campo di battaglia dove è possibile portare avanti la causa della politica identitaria e del multiculturalismo. Gli identitari e i loro alleati dei media occidentali non perdono mai l’occasione per ricordare alla gente che l’organizzazione della Coppa del Mondo in Russia ha dato a Putin l’opportunità di promuovere la sua propaganda. Non c’è dubbio che gli organizzatori russi, come gli organizzatori di tutte le altre Coppe del Mondo della storia, possano essere interessati ad usare un evento del genere per portare avanti un po’ di diplomazia pubblica. Ma i detrattori di Putin non riescono a capire che sono loro stessi a superare il Presidente russo quando si tratta di politicizzare la Coppa del Mondo. Tanto per cominciare, i critici di Putin avevano sperato che i resoconti delle spregevoli e razziste folle russe che maltrattavano gli innocenti tifosi occidentali avrebbero permesso loro di segnare qualche gol politico in più. La stampa e le ONG occidentali avevano consigliato ai tifosi di stare alla larga dalla Coppa del Mondo per i rischi che avrebbero potuto correre a causa dei Russi xenofobi. La realtà si è dimostrata poi completamente diversa. Si poteva letteralmente sentire il senso di delusione nella voce del giornalista della BBC, mentre riferiva di come i tifosi inglesi fossero rimasti deliziati dall’amicizia e dalla cordialità dei loro ospiti russi. Non avendo scoperto folle pronte al linciaggio, i guerrieri culturali hanno puntato le loro armi contro un altro crimine culturale commesso dalla Russia: il fatto che la sua squadra di calcio non sottostà al dogma del multiculturalismo ed è troppo bianca. La maggior parte dei veri appassionati di calcio valuta i giocatori sulla base della loro bravura e sul contributo che essi danno alla squadra. Non sono particolarmente interessati all’aspetto dei giocatori e, con l’eccezione di una minoranza di razzisti, non sono ossessionati dal colore della pelle dei giocatori. Però, non è questo il modo in cui i giornalisti del multiculturalismo concepiscono il football. L’identità culturale prevale su tutto il resto. Come riportava un titolo della rivista Mother Jones: “La nazionale russa è troppo russa, questa è una delle ragioni per cui uscirà a bomba dalla Coppa del Mondo.” L’autore di questo articolo, Clint Hendler, aveva detto la settimana scorsa, prima della sconfitta della Russia, che “come la Russia scenderà in campo… i tifosi vedranno una nazionale che non assomiglia affatto alle favorite del torneo: Brasile, Francia, Germania, Spagna o Belgio.” Come mai? Perché la squadra russa è formata interamente da ‘giocatori bianchi’. L’articolista aveva predetto che la Russia sarebbe stata estromessa dalla competizione e questo perché le mancavano le giuste credenziali multiculturali. Sarebbe uscita al primo turno, aveva detto, e ciò avrebbe rappresentato un “imbarazzante rimprovero all’approccio insulare di questa nazione nei confronti di quello che, da lungo tempo, è lo sport globalista per eccellenza.” Hendler e i suoi amici “analisti”, chiaramente, di calcio ne sanno molto poco: la Russia non è stata estromessa al primo turno e, nonostante il presunto handicap di avere in campo solo giocatori bianchi, è riuscita comunque a battere la Spagna, una delle nazioni calcisticamente più forti. In ogni caso, i detrattori dei giocatori bianchi non sono realmente interessati alla qualità del loro calcio. La loro preoccupazione principale è quella di sfidare l’impertinente rifiuto del multiculturalismo da parte della Russia.

 

Alcuni commentatori hanno citato la squadra multietnica svizzera come contro-esempio positivo alla apparentemente triste e totalmente bianca Russia. In un articolo intitolato: “La nazionale russa alla Coppa del Mondo resiste alla multietnicità presente negli Svizzeri e in altre squadre,” Pete Baumgartner, di radio Free Europe, aveva contestato alla Russia il suo rifiuto ad abbracciare il multiculturalismo. Francesi, Tedeschi, Belgi e Inglesi venivano poi parificati agli Svizzeri come fulgidi esempi di multiculturalismo. Si dà il caso che i fautori del multiculturalismo e della diversità siano poi essi stessi molto selettivi sulle squadre da criticare per la loro omogeneità. Non hanno sollevato nessuna obiezione sulla squadra nigeriana o su quella senegalese, entrambe con giocatori esclusivamente di colore. Non hanno neanche condannato la squadra giapponese, colpevole del reato culturale di mettere in campo solo giocatori giapponesi. Anche l’Iran è stato scusato. È abbastanza chiaro che la loro preoccupazione principale riguarda il fatto di essere bianchi. Il bersaglio di questi guerrieri del multiculturalismo sono le squadre che appaiono troppo bianche. L’aspetto più sconcertante di questo informale disprezzo verso la squadra russa è che si considera l’essere bianchi alla stregua di una forma di vita inferiore. Nell’odierna gerarchia delle identità, “bianchezza” è l’equivalente di “pessima identità.” Essere bianchi significa possedere l’identità meno attraente. La campagna contro l’omogeneità culturale, in realtà, serve a trasformare il fatto di essere bianchi in identità negativa, cosa che dovrebbe comportare sentimenti di inferiorità culturale. Questo è il motivo per cui, oggigiorno, sia nella cultura popolare che in quella elitaria, la parola “bianco” è spesso accompagnata da una smorfia. E se uno rispondesse dicendo: “Va bene, sono bianco, e allora?” è probabile che finisca con l’essere accusato di essere un suprematista bianco. L’ossessiva denigrazione della “bianchitudine” è diventata così puerile che, senza volerlo, ha dato origine ad una narrativa razzista. E, comunque, questi identitari anti-bianchi credono veramente di essere antirazzisti. In verità, etnicizzando il mondo del calcio, dopo averlo già fatto in moltissimi altri settori della vita quotidiana, mostrano solo quanto essi siano legati ad un nuovo genere di ideologia razziale.

 

Frank Furedi (traduzione di Markus)

 

 
"ComoditÓ" Ŕ la parola chiave PDF Stampa E-mail

14 Luglio 2018

 

Da Comedonchisciotte dell’11-7-2018 (N.d.d.)

 

Dicono che l’Italiano è scontento. A me non sembra. L’Italia brulica, certo, di uomini livorosi, che sentono l’ingiustizia sulla loro pelle, ogni giorno, e, perciò, odiano. Eppure, a parte qualche filippica e qualche travaso di bile, spesso espettorato in situazioni al limite dell’esasperazione (file negli uffici pubblici deserti di personale, mezzi pubblici soffocanti e rigurgitanti di abusivi del mezzo pubblico, traffico incandescente su raccordi e consolari), non si notano empiti di rivolta autentica. Le parole, anche le più virulente, cadono nel vuoto; e per vuoto si intende la qualità dell’incorporeo: non c’è nulla, dico: nulla, che filtri questi umori e li materializzi in un gesto assieme materiale e simbolico in grado di mettere a disagio il potere. […]

 

Il pensiero 876 di Giacomo Leopardi, questo formidabile osservatore imbevuto di classicità: “… amor di patria … si trovava in ciascun individuo … che calore in difenderla, in procurare il suo bene, in sacrificarsi per gli altri … Osservate i nostri tempi. Non solo non c’è più amor patrio, ma neanche patria. Anzi neppur famiglia. L’uomo … è tornato alla solitudine primitiva” individua con esattezza la regressione sociale in atto nel mondo moderno. E cosa significa tornare alla solitudine primitiva? Equivale a cadere nell’egoismo estremo, ovvero nel solipsismo per cui la propria individualità esaurisce il mondo e la conoscenza; oppure nello straniamento, in una sorta di autismo per cui la realtà esteriore gira a velocità impazzita e incomprensibile. L’unica via sarebbe adeguarsi … non è sempre possibile, tuttavia; per inclinazioni, gusti individuali, studi, esperienze. E allora si diviene altezzosi o misantropi; o si esiste, semplicemente, vegetando, un giorno dopo l’altro; oppure si persegue inconsciamente il proprio suicidio: i cosiddetti femminicidi, o gli omicidi-suicidi, la droga, le perversioni estreme sono tutti segni della dissoluzione infelice. E però la maggioranza è rifluita con mitezza da pecora nella nuova solitudine primitiva. Gli piace, forse. In cosa consiste la solitudine primitiva? In un edonismo a bassa tensione, ove l’individuo rinuncia di spontanea volontà (così egli crede) a qualsiasi definizione sociale e umana pregressa, rendendosi indistinto e parte di una comunità fallace; una solitudine ricca di agi (così egli crede) ove tutti i rapporti sono resi comodi dall’entità superiore capitalista e racchiusi in pochi click: rapporti di lavoro, affetti, mestieri, talenti, arte. La comodità è la parola chiave. Il divano la seconda parola chiave. “Comodamente” è avverbio decisivo dei tempi nuovi. Persino le banche divengono “amiche”. Con un click, dal proprio smartphone, comodamente seduti sul proprio divano. Di recente conio è “Easybank” o “Buddybank”: buddy, amico, anzi: amicone, l’amico del cuore, quello che non tradisce, quello da pacca sulla spalla. I mestieri e i talenti? Lo stesso. Con comodi click diventerete quello che vorrete: cantanti, ballerini, pittori, indossatrici e quant’altro. L’esperienza insegna: quello non era nessuno e adesso … a diciott’anni, è milionario … e che ci vuole a ballare così, dipingere così, cantare e suonare così … La solitudine del primitivo consiste nella placida accettazione di tali menzogne. La qualità va a picco? Non c’è problema: basta annientare il ricordo e innescare la grancassa per l’ultimo film, l’ultima canzone, l’ultimo ritrovato, l’ultimissimo spetezzo che ci propinano. Young Signorino? Va benissimo, tanto chi si ricorda più gli Area o Battisti? Fedez, da ascoltare in MP3, con cuffie da dieci euro, o auricolari da due euro, cinesi, in modo da non capire un acca di ciò che si ascolta e l’unica cosa che rimane in mente è un ritornello indegno pure dei Baci Perugina, ma buono per il tam tam. “Comodamente” si rimorchia pure, con un click. Ci sono app per invertiti, pervertiti, per scorfani, per cuori solitari. Alla fine si rimedia qualcosa, lo scannatoio è salvo … solo che rimangono esclusi tutti quei tramestii intorno all’amore in cui, incredibilmente, l’amore, di fatto, consisteva. Personalmente, alle medie inferiori, ho mandato numerosi bigliettini d’amore, per interposta persona. Le risatine delle destinatarie si sprecavano, ma che importava? Bigliettini … ma che minchia ci scrivevo? Dovevo essere pazzo. “Mi piaci, vuoi metterti con me”, simili corbellerie. Alle elementari ero innamorato di una biondina, Rossana, molto ordinata e compunta. Alla fine delle lezioni, verso l’una e mezza, alcuni di noi, fra cui il misantropo che leggete, erano assegnati al servizio di vigilanza e sfollamento: muniti di una paletta di legno bicolore (costruita da sé stessi con legno, traforo e qualche vernice rimediata non so dove) si facevano defluire con regolarità le decine di classi e sezioni della scuola. La paletta sul rosso fermava i torpedoni degli alunni; girata sul verde li autorizzava all’uscita. Io ero assegnato al pianterreno. Prima o poi sarebbe arrivata lei, con i suoi compagni vocianti. Ero felice, davvero. La giornata passava in un attimo. Prime due ore di lezione, la ricreazione! Il consueto succo di frutta: distillato dalla mia vecchia, ovviamente! Succo d’arancia! Non si potevano sprecare soldi! E una fetta biscottata! Il cornetto-al-bar-cento-lire era sbraco trimalcionesco da primavera, quando le arance finivano il proprio corso naturale, assenti i discount … Altre tre ore e, finalmente, la corvée della paletta! Me ne importava assai del mondo quando avevo lei! Da vedere per cinque secondi, o di più: quindici, venti, sulla rampa delle scale, sempre la stessa, la classe bloccata dall’implacabile rosso che esibivo con voluttà: lei, molto linda, in grembiule bianco con fiocco azzurro, la frangetta color lino sugli occhi scuri, seri e un po’ melanconici, la cartella rigida, di un elegante marrone senape … e poi il verde della paletta: e la classe defluiva, e lei arrivava nei miei pressi … e, a volte, mi guardava pure! Ditemi se questa non è felicità, provate a negarlo. […] La politica era mezza morta, ma ci si credeva ancora. Si andava a messa e si votava democristiano; si adorava il duce e si era fascisti: si odiavano i fascisti e si era comunisti. Un vago torpore prendeva, però, i gangli dell’impegno sociale. Si era tali per inerzia, o eredità paterna, non per scelta propria. Si andava alla Festa dell’Unità per mangiare, a messa per chiedere la raccomandazione al parroco, si lisciava il busto del duce perché il comandante Tal dei Tali, fascistissimo, poteva ungere le ruote dell’arruolamento. Mani Pulite avrebbe finito per schiantare su commissione gli architravi marci della Repubblica; ci si ritrovò, quindi, non più per appartenenza storica, ma schierati su fronti già decisi dal potere. Il referendum di Mariotto Segni segnò il punto massimo di abiezione politica: un bel maggioritario all’americana, pasticciato come nostro solito, eppure … I due poli, un po’ vivacizzati dalla guasconeria del Piduista Gaudente, servivano un solo padrone, ma con soluzioni, drappi e urla di singolare forza mistificatrice. E ci si scannò per vent’anni mentre il Programma andava avanti indisturbato. Gli schianti si susseguivano: Jugoslavia, Iraq … il mondo nuovo si allargava, prosperando, e il denaro si trasformava sotto i nostri occhi di italianuzzi provinciali, da mezzo in unico fine, da marchetta reale in nodo scorsoio intangibile. Drumont, l’Esecrabile: “Noi vogliamo spezzare questa feudalità nuova, così brutale, ma più codarda dell’antica, dalla feudalità dell’oro che è ben peggiore di quella del ferro. Noi vogliamo la riunione di una Camera di Giustizia che giudichi le operazioni eseguite da qui a cinquant’anni indietro dai Capi dell’Alta Banca Internazionale, e che faccia restituire alla collettività ciò che è stato rubato”. E chi la spezza più la feudalità, non più codarda, bensì melliflua e ora addirittura amica, buddy. Se penso a tutte le invettive comuniste lanciate contro gli Agnelli … Agnelli Gianni, con quello stupido orologio sul polsino, Agnelli che insidia Monica Guerritore a sedici anni, Agnelli che si lancia dal suo yacht, cazzo al vento, nelle incontaminate acque di qualche inaccessibile paradiso tropicale … Zuckerberg, invece, si compra isole intere … viene da ridere e piangere … un usuraio come Zuckerberg, in fondo un amico, uno che “comodamente” ci mette in relazione con il mondo intero titillando l’amor proprio con i like, le foto, i cani col berretto, l’umanesimo da prestidigitazione … le campagne altruiste … una feudalità amica, comoda, da pace perpetua … l’amor patrio distrutto, secondo Giacomo Leopardi, dall’amore universale … il passo l’ho citato in qualche vecchio post … non si può dire che Giacomino difettasse di preveggenza … gli mancava solo la parola: facebook … o qualcheduna consimile … ONU, NATO, UNICEF, FAO … “quando tutto il mondo fu cittadino romano, Roma non ebbe più cittadini …” ecco, ora l’ho ricordata … povero Giacomo, solitario e sperduto, a Napoli, senza amici e donne, e con quel vizio dei gelati che lo perse, letteralmente … Alberto Savinio, ovvero Andrea De Chirico, ci scrisse un bell’articolo … scandaloso … Il sorbetto di Leopardi … ove descriveva quell’anima geniale schiantata da “una leggera colite che i napoletani chiamano ‘a cacarella’…”Insinuarsi dolcemente, spossessare ciò che è sempre stato nostro, ridicolizzare il sacro, il senso … in cambio di che? Di qualche monetina, della comodità, della pace da divano … il mondo nuovo è liofilizzato, devitalizzato, bonario, pacioso … pace e bene … Si può anche confrontare il Mondiale di Calcio del 1982 con questo del 2018. Mai viste partite così lineari e senz’anima. Arbitri ineccepibili. Campioni di cartone. Pubblico folto e di inattaccabile correttezza. Un successo. Di politica non si parla: è divisiva e non fa audience: Shaqiri e Vida son stati subito rimbrottati per le loro insorgenze nazionalistiche. Il passato deve passare, del tutto. Il VAR, dal canto suo, interviene, tutto a posto, nessuno si lamenta. Di ogni ciabattata possiamo seguire tutte le angolazioni e prospettive possibili, ventiquattro mi pare. La personalità dei giocatori, il loro fegato, la loro furia atrabiliare pare essere stata risucchiata da qualche marchingegno della bontà. Rimpiango Breitner, col suo barbone da professore tedesco di filologia, il perfido Stielike, Eder, quello brasiliano, dal sinistro affilatissimo: faceva cadere, da venti metri, un paio di guanti da portiere posati sulla traversa … senza toccare la traversa … il tappo Bruno Conti da Nettuno … soprannominato MaraZico … dopo che Gentile annullò i due sudamericani … ma queste scemenze già le ho scritte … mi sa che il 1982 fu l’ultima estate perfetta che passai … con la televisione in bianco e nero … ora c’è Neymar, un’altra truffa, Mbappé, l’eroe diciannovenne delle periferie parigine … chissà se vincerà la Francia, col suo eroe negher … o l’Inghilterra, mezza proletaria e mezza immigrata, in modo da rimpolpare abbracci europeisti messi temporaneamente in dubbio dalla Brexit … Brexit oggi a un punto morto … mi toccherà tifare i leopoldini belgi? Messi, Ronaldo … pupazzetti … con quei capelli impomatati, i tatuaggi, le barbette, le sopracciglia delineate .. ma che gente è? Gente da venerare, comodamente seduti sul divano, mentre, con un click, si ordina la partita che si vuole … […]

 

L’unico tentativo di fuggire, in un mondo nuovo che non prevede scampo, è il distacco totale. Un buddismo rimodernato, che rinuncia a tutto: alla carne, anzitutto, alla convivialità, alla natura, all’arte. Un suicidio che assomiglia al primo, insomma, ma paludato con vecchi stracci. Già oggi un buon dieci per cento mi pare abbia rinunciato all’amore. In giapponese il fenomeno ha già un nome. Le passioni saranno estirpate con un click, a richiesta. Si morirà tappati in casa, vergini, gli schermi azzurrini che osservano una stanza, una vita da rampicante malaticcio: si muore, comodamente. Prevedo un nuovo lavoro: l’estrattore di salme. Nessuno rinnova più l’account dei social, o del calcio e di Rollerball; inutile aspettare che qualche vicino o parente segnali la presenza o l’assenza dell’interessato: la multinazionale, allarmata, spedisce, così, una mail automatica all’estrattore di salme che si reca al cubicolo d’alveare. Lì trova l’essere, comodamente seduto sul divano, bianchiccio, larvale, mezzo mummificato, i corn flakes in una ciotola essiccata, lo smartphone spento, nell’ultimo empito di collegamento all’Easy Bank, i visori fissi su Canal Xtreme … i costi dell’estrazione? A carico dello Stato Universale … nei corridoi silenziosi del policondominio, intanto, altri cadaveri, ancora in vita, attendono la futura estrazione … se ci fossero attori se ne potrebbe ricavare un film.

 

“Una società può nascondere per molto tempo le sue lesioni mortali mentre ormai è già morta e non le resta altro che essere seppellita”. La fin absolue du monde.

 

Alceste

 

 
Critica della meritocrazia PDF Stampa E-mail

13 Luglio 2018

Image

 

Da Rassegna di Arianna dell’11-7-2018 (N.d.d.)

 

[…] Dopo la lunga ubriacatura collettivista dell’uguaglianza forzata che intossicò la nostra giovinezza, il metronomo si è improvvisamente spostato, in ossequio al trionfo liberale, sull’enfatizzazione del merito. Nessuno dei due principi regge alla prova dei fatti concreti. Marx non propugnò mai l’uguaglianza assoluta, anzi mutuò dagli Atti degli Apostoli la celebre espressione “Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”. Il merito secondo i liberali si basa sulla glorificazione dei peggiori attacchi alla dignità delle persone, con le massime diseguaglianze economiche (le uniche care ai pretoriani del mercato misura di tutto) che vengono fatte passare per naturali. È una gigantesca giustificazione dell’ingiustizia, poiché in una società meritocratica nel senso oggi attribuito alla parola, non ottenere risultati diventa una colpa individuale. Sei tu che sei inadeguato, tu non sei capace di lottare, rispettare gli standard, competere. Il perdente nel gioco al massacro è colpevole, fatti suoi se dovrà contentarsi delle briciole o addirittura del nulla. La meritocrazia vigente, diciamolo senza paura, non è altro che la capacità, insindacabilmente decisa dall’alto, di adeguarsi al sistema dopo aver ricevuto un’istruzione strumentale a cui attenersi. Tutt’al più si tratta di un’abilità, non certo del “merito”, che è qualità intellettuale unità a preparazione, cultura, iniziativa.

 

Il principio negativo è l’ossessione di misurare, valutare, catalogare, tipica del nostro tempo e dell’ideologia dominante. Una dirigente del Forum della Meritocrazia, un organismo di cui non avvertivamo la mancanza, avverte che “misurare è sempre il punto di partenza migliore “. Questo è vero se si vuole conoscere la distanza tra due punti, il peso di qualcuno o il tasso di colesterolo. La retorica dell’oggettività dei criteri “scientifici” non funziona con le persone, a meno di selezionarle in base alla statura, al peso o al gruppo sanguigno. Non si può misurare il merito, che è una qualità, attribuendogli un punteggio, una scala di valore quantitativo. Quantità e qualità sono due insiemi indipendenti, irriducibili, come l’olio non si scioglie nell’acqua. La verità è che tutto, da qualche decennio, deve essere misurabile in termini di performance. Si tratta di una falsa retorica dell’oggettività, autorappresentata come una modalità incontestabile in quanto rapporta ogni cosa al valore di scambio, ovvero al costo. Di qui il successo del modello dei quiz a risposta multipla in tempi ristretti, i punteggi assegnati ai più fantasiosi elementi dei curricula (da compilare in un modello prestabilito, detto europeo, pena l’esclusione dalla valutazione), l’eccessiva importanza di percorsi e competenze costruite appositamente per formare un certo tipo di candidato, quello che diventerà meritevole, quindi cooptato nei posti che contano. Questo ci sembra il punto decisivo: il nuovo criterio meritocratico è in realtà assai antico. Sono meritevoli coloro che si adeguano più docilmente alla volontà del potere, alla logica dominante, al pensiero corrente. Per questo la scuola subordina il pensiero critico del sapere umanistico alla conoscenza tecno-scientifica, specializzata nel conoscere i meccanismi, ma incapace di verificare le ragioni, scoprire i risvolti, indagare i perché. Per lo stesso motivo è in atto nel mondo del lavoro una gigantesca sostituzione dei quadri più esperti con i più giovani. Spazio ai giovani è senz’altro giusto, ma l’anzianità, oltreché esperienza, oggi svalutata per la rapidità dei cambiamenti, significa(va) maggiore capacità di giudizio, soprattutto una più tenace resistenza al nuovo ordine. L’età, del resto, in un senso o nell’altro, non è un merito, ma una circostanza; Amintore Fanfani, la cui carriera fu lunghissima, sosteneva che “se uno è bischero, è bischero anche a vent’anni”. La conseguenza è la sostituzione della giustizia con l’efficienza, nonché la generalizzazione del conformismo, divenuto più che mai un merito, esattamente come l’appartenenza, familiare, politica, sindacale, a gruppi di potere, clan interni. La partita è truccata all’origine, la selezione ha regole ingiuste, tanto da far considerare meno iniquo il principio di uguaglianza. Il motivo è la fanatica riduzione di tutto alla misura, alla quantificazione orientata a ottenere omologazione, consenso acritico, cinismo nella competizione e indifferenza ai principi morali. La conclamata meritocrazia odierna altro non è che un inganno volto a riprodurre senza discussione gli scopi, le indicazioni, le metodologie del sistema di produzione e direzione vigente, fondato su obiettivi di breve termine e la riduzione della persona a risorsa umana eterodiretta da protocolli impersonali, regole e procedure prestabilite, indiscutibili, inderogabili. Tende quindi ad escludere più di prima le personalità critiche, dotate di carattere, meno facili da inquadrare negli schemi, definiti senz’altro inaffidabili, ergo privi di meriti. In tale ottica, la meritocrazia liberale è speculare al frusto egalitarismo, entrambi costruzioni ideologiche di opposti regni della quantità. Il comunismo di ieri e il liberismo di oggi restano fratelli le cui opposte polarità tendono a neutralizzarsi. La loro relazione ricorda un detto toscano: da Montelupo si vede la Capraia, Dio li fa e poi li appaia. Dovrebbe essere invece ristabilita un’antica saggezza del diritto romano accolta dal cristianesimo, suum cuique tribuere, dare a ciascuno il suo. Un principio del diritto civile applicabile ad ogni ambito di vita. Gli uomini non sono uguali, è ingiusto trattarli o valutarli alla stessa maniera; il rispetto della dignità di ciascuno impone un giudizio personalizzato, caso per caso. Poiché il merito è una qualità, non può essere ridotto a grafici, tabelle, quiz a crocette, punteggi arbitrari il cui peso è stabilito a priori in base non a un ideal-tipo, ma al profilo standard preferito dall’oligarchia per ciascun anello della catena gerarchica. Il merito è diventato la somma algebrica del valore d’uso e del valore di scambio degli esseri umani, secondo l’interesse della cupola tecnocratica. […]

 

Roberto Pecchioli

 

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 1 - 16 di 2148