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Populismo giÓ in riflusso? PDF Stampa E-mail

30 Aprile 2017

 

Ammettiamolo: benché fosse nell' aria il passaggio al secondo turno delle presidenziali da parte di Marine Le Pen ci ha un poco delusi, non tanto per il personaggio che è forse l'unico attualmente sulla piazza a poter dare una scossa mortale a questa Europa dei banchieri e dei burocrati imprigionata oltretutto nella gabbia della NATO, quanto per le percentuali di voto prese. Ci saremmo aspettati qualcosa di più che il 21% dei suffragi, specialmente considerando che in molti sondaggi i numeri erano più alti e in virtù delle recenti "performances" del Front National in Francia ma anche, principalmente, per le condizioni contingenti in cui i transalpini si sono recati alle urne. Due anni e mezzo di pesanti attacchi terroristici, insicurezza, una economia che ha visto tempi migliori, il fallimento totale senza appello del multiculturalismo e i suoi disastri, le banlieues in rivolta perpetua, lo smarrimento dell'elettorato medio e il senso di declino che grava su un Paese, su un popolo, che ha mantenuto comunque intatto il senso di identità nazionale e collettiva anche in tempi di mondialismo.

 

Premesso che al ballottaggio sarà dura se non impossibile l'affermazione di Le Pen, la domanda è: perché? E poi: forse l'onda del populismo, specialmente dopo i clamorosi voltafaccia e la resa totale al "deep State" americano di Trump è in riflusso? Molte sono le risposte al primo quesito e la più significativa arriva da una di quelle interviste "volanti" fatte all' uscita dai seggi da una troupe del TG1, interviste volanti pregne di significato in quanto parla "l'uomo della strada", il signor Rossi qualunque: "non ho paura, perché è normale, noi dobbiamo convivere con il terrorismo" ha detto una parigina. Eh certo: la vulgata corrente dell'orwellismo imperante alla fine è riuscita, con un subdolo manipolamento mentale di stillicidio quotidiano di notizie ad usum delphini politicamente corretto e punti di vista distorti a far passare l'anormale per il normale. È normale, madama la marchesa, che si combatta il laico Assad (nemico giurato dell' ISIS) anziché l' ISIS stesso a fondo, è normale che immigrati di seconda o terza generazione nella" società multilateralmente e multiculturalmente sviluppata" (a proposito, così parlava anche Ceausescu nei suoi comizi...) prendano camion, furgoni, coltelli, machete, auto e facciano qualche strage nelle isole pedonali o nelle stazioni: due,tre volte la settimana, così, tanto è.."normale": proprio come a primavera è normale uno sbalzo climatico o il mutare repentino del tempo. È normale, c' è sempre stato, come l'Eurasia era sempre stata in guerra con l'Oceania in "1984"-salvo poi correggere all' ultimo minuto per dire che no, è sempre stata l' Estasia il nemico. Non mettiamo in dubbio che in molti si siano destati e le scene degli operai della Whirlpool di Amiens che fischiano Macron e tributano applausi a Le Pen per la difesa di uno stabilimento industriale che chiuderà nel 2018 per delocalizzazione in Polonia sono immagini da conservare, da salvare nella memoria collettiva.

 

Il problema è che il naufragio della globalizzazione è simile a quello del Titanic: sono i passeggeri di terza classe (tra cui gli operai Whirlpool) i primi a vedere l'acqua alta nelle cabine, a temere di fare la fine del topo. Poi vi sono i passeggeri di seconda classe, quelli che votano Macron per sbarrare la strada alla "fascista" Le Pen, che si illudono di poter tenere i piedi all' asciutto, perché le loro cabine sono al piano superiore e forse perché quelli con la cabina con qualche optional in più hanno tratto o traggono effimeri vantaggi dalla globalizzazione stessa; infine vi sono i passeggeri di prima classe, i padroni del vapore,  quelli che la fanno sempre franca con le scialuppe di salvataggio in quanto la ciurma è addestrata a servirli a scapito degli altri...fin quando la nave non affonda e anche loro muoiono -se non tutti, parecchi-nei flutti. La nave imbarca acqua ma ancora non vi è il panico totale, solo la terza classe si agita perché capisce che sì, qualcosa forse non va per il verso giusto.

 

Circa la seconda domanda, la risposta è che in effetti una lieve contrazione dell'onda populista è in atto, forse indipendentemente da Trump, dal quale poco o nulla abbiamo mai sperato, in quanto la grossa agenda politica USA non è scritta di certo dai presidenti. Forse per disillusione, forse perché a grandi speranze subentra una realtà inserita in una gabbia di ferro che comprime l'azione, forse perché il momento del redde rationem appare sempre a portata di mano, salvo poi non essere mai acchiappato, forse perché l'attuale sistema mondialista-finanziario-turbocapitalista è un'Idra dalle molteplici teste che si autorigenerano e sembra di combattere coi mulini a vento. Sì, se non vincerà Le Pen è prevedibile un fisiologico e marcato riflusso, anche perché, ripetiamo, nessuno attualmente in Europa ha la caratura della francese, men che meno in Italia, dove Lega Nord e pentastellati sono del tutto inadatti e inadeguati e manco paragonabili alla statura e al programma del Front National. Oltretutto i due popoli sono diversi: ancora con qualche guizzo vitale i francesi, totalmente spenti gli italiani. Resta solo la strategia dell'attesa vigile, consapevoli che prima o poi l'acqua salirà al secondo e terzo piano, travolgendo tutto e tutti. Solo allora chi avrà mantenuto i nervi saldi potrà cercare di salvarsi o far da guida a chi è rimasto folle dal panico.

 

Simone Torresani

 

 
Fuori dalla torre d'avorio PDF Stampa E-mail

29 Aprile 2017

 

Da Rassegna di Arianna del 27-4-2017 (N.d.d.)

 

Qual è il nemico numero uno di chi ha a cuore la dignità, la libertà, la giustizia sociale, l’autodeterminazione? La globalizzazione, che è sinonimo di oligarchia finanziaria e omologazione culturale. Qual è lo Stato-guida ideologico e geopolitico suo epicentro e braccio armato? Gli Stati Uniti d’America. Cosa rappresenta l’Unione Europea? Il contrario dell’ideale di Europa umanistica e spirituale: un’organizzazione architettata per tutelare interessi economico-bancari in cui alcuni Paesi predominano su altri, nella logica di potenza propria della politica. Cosa significa “populismo”, fuori dal vocabolario criminalizzante del pensiero unico liberale e finto-democratico? La reazione del popolo di sudditi contro le élites che, al di là della maschera elettorale della decrepita e ingannevole commedia Destra-Sinistra, servono il Potere del denaro, unico vero dio dell’inciviltà moderna.

 

Se si è d’accordo su questi presupposti fondamentali, se ci si è accorti che è in atto una guerra fra alto e basso, fra schiavi salariati e global class di privilegiati, si deve fare esattamente come si fa in guerra: prima, abbattere il nemico principale. Senza auto-paralizzarsi in distinguo e pregiudizi, badando al sodo, guardando all’obiettivo. Quando si combatte, ci si trova ad agire in una situazione data, e l’intelligenza del combattente sta nel muoversi con spregiudicatezza, rimandando al dopo tutte le considerazioni che bloccano l’azione. Nel nostro caso, in Francia al ballottaggio delle presidenziali c’è una Marine Le Pen che incarna parte delle istanze essenziali della lotta in corso. Fosse al suo posto Jean-Luc Mélenchon, assolverebbe al medesimo ruolo. Astenersi pilatescamente perché il partito della Le Pen, il Front National, ha difetti e limiti anche gravi (è filo-Israele, l’anti-islamismo è rozzo ed estremista, ha un’idea, tutta francese, di Patria che fa a pugni con quella, secondo chi scrive più europea, di piccole patrie, nella sua base sobbolle un certo istinto nazionalista spesso sgradevole), senza avvedersi della sua funzione utile e necessaria di contrapposizione al globalismo, significherebbe, all’inverso, mettersi a fare gli schizzinosi con un Mélenchon perché non anti-eurocratico o perché si dice ancora de gauche. Certo, non sono uguali. Ma visti in un’ottica realista, calando le aspirazioni sul terreno concreto del momento, sono entrambi attori di una scena nuova. Dove il barrage républicain è invece il vecchio, mantiene lo status quo, è conservatore e pure reazionario (ci arriva anche un bambino, che convergere tutti su Macron è fare il gioco dell’establishment, gentaglia tipo Attali). Attendere l’avvento della forza politica ideale, che soddisfi al 100% i propri sogni, significa rintanarsi nel cantuccio della Storia: ogni torre d’avorio è uno spreco di energie. Ogni occasione va sfruttata – anche turandosi il naso, se serve. Basta aspettare Godot, freghiamocene, uccidiamolo piuttosto: nell’attesa contribuiamo con tutti i mezzi ad aprire crepe, allargare contraddizioni, liberare varchi (in Spagna con Podemos, in Gran Bretagna con la Brexit, esponendosi a delusioni con Trump, accontentandosi di quel che passa il convento in Italia – e ciò, naturalmente, non rinunciando a lavorare in proprio, dal basso, autonomamente a livello intellettuale e locale). Ovunque, e con chiunque adempia al ruolo di contrastare il Nemico.

 

Alessio Mannino

 

 
Non "nÚ destra nÚ sinistra" ma "e destra e sinistra" PDF Stampa E-mail

28 Aprile 2017

 

Da Rassegna di Arianna del 26-4-2017 (N.d.d.)

 

Dai risultati del primo turno delle presidenziali francesi emerge comunque una avanzata delle forze populiste anti europee: i voti di destra della Le Pen, sommati a quelli della sinistra di Mélenchon arrivano al 40% e, se ad essi si sommano una larga quota degli astenuti, il dissenso raggiunge verosimilmente quasi il 50% della popolazione. È lecito affermare che si sta verificando in Francia una verticale spaccatura interna nella popolazione tra filo – europeisti e anti – europeisti. Inoltre, dato che il partito di Macron è stato costituito da appena un anno, nelle elezioni legislative di giugno è assai improbabile che raggiunga la quota di 289 seggi necessari per conseguire la maggioranza, e pertanto, per formare un governo, potrebbe rivelarsi necessaria la formazione di una maggioranza di coalizione composita, differenziata, potenzialmente conflittuale e ad elevato rischio di instabilità. In realtà, oltre alla contrapposizione pro o contro l’Europa, da questa tornata elettorale emergono contrapposizioni di carattere sociale e territoriale assai più profonde. Infatti il voto anti – sistema si concentra nella provincia e nella parte est e sud del paese, nelle aree agricole e industriali colpite dalla crisi e dal conseguente dissesto sociale. Inoltre il voto anti – sistema è maggioritario nelle classi operaie e impiegatizie, su cui si sono rovesciati i costi sociali della crisi, mentre nelle grandi città nelle classi medio alte e negli immigrati si è concentrato il voto favorevole a Macron. È stato rilevato (A. Cazzullo “Il Corriere della Sera” 25/04/2017), che la protesta nei confronti dell’immigrazione si incentra nella lotta tra poveri francesi e immigrati scaturita per l’assegnazione delle case popolari, i posti negli asili nido e i posti letto in ospedale. Ma soprattutto la protesta anti – sistema trae origine dalla disoccupazione che in Francia ha raggiunto il 10,5%, dalla deindustrializzazione del paese conseguente alla delocalizzazione delle fabbriche, oltre che dalle penalizzazioni subite dall’agricoltura con la concorrenza selvaggia imposta dalla importazione massiccia dei prodotti esteri, che ha determinato il crollo dei prodotti francesi. Secondo l’ideologia neoliberista dominante, trattasi della reazione dei ceti marginalizzati, perché incapaci di inserirsi nel nuovo corso della storia istituito dalla globalizzazione economica. Quindi ogni forma di critica sociale è per definizione antistorica. Ma nel nuovo modello sociale neoliberista, dominato da crescenti diseguaglianze sociali, vediamo invece delinearsi una spaccatura profonda nella popolazione in cui si ravvisano le potenzialità incipienti di nuovi conflitti di classe, di una dissidenza anti – sistemica i cui sviluppi travalicano le problematiche inerenti queste elezioni presidenziali, peraltro assai diverse negli uomini e nelle tematiche rispetto a quelle precedenti.

 

La prevedibile vittoria di Macron, secondo i media ufficiali, rappresenta l’avvento dell’uomo nuovo che ha determinato la crisi irreversibile dei partiti tradizionali francesi e che vede nell’integrazione europea la via obbligata al progresso del paese. Ma in cosa consiste “il nuovo” di Macron? Egli ha 39 anni, è stato ispettore delle finanze, poi nel 2008 banchiere d’affari presso i Rothschild, nel 2012 segretario aggiunto e consigliere economico di Hollande, nel 2014 ministro dell’economia nel governo Valls e quindi figura di primo piano nel processo di riforme liberiste e antisociali varate dal governo socialista uscente. Nel contesto della decadenza dei partiti tradizionali, Macron ne ha ereditato i consensi, fondando un partito centrista (“En Marche” costituito nel 2016). Macron, in quanto europeista convinto si è dichiarato né di destra né di sinistra: è facile interpretare tale scelta, come una forma di decostruzione della vecchia politica di stampo ideologico, in favore di una nuova politica che sia sufficientemente adeguata e subalterna alle decisioni della oligarchia finanziaria europea, che non necessita di programmi politici, né di consenso popolare. L’europeista Macron gode del sostegno della Germania di Schäuble e dei marcati finanziari. Afferma di voler rifondare l’Europa, con la riaffermazione dell’asse franco – tedesco che comunque sancisce la continuità dell’attuale UE. Probabilmente la politica di Macron perseguirà il programma di riforme in senso liberista prescritto dalla UE e già imposto dal governo socialista di Valls. Negozierà con la Germania una interpretazione meno restrittiva dei parametri europei in tema di bilancio, in cambio delle riforme liberiste. È prevedibile quindi un asse franco – tedesco palesemente sbilanciato a favore della Germania, con la Francia in posizione subalterna. Non è in programma alcuna revisione dei trattati europei. Progresso e integrazione europea sono le parole d’ordine di Macron, nuovo astro politico impostosi grazie allo strapotere della cultura dell’immagine mediatica e del personalismo del leader piuttosto che in virtù dei suoi programmi politici. Macron è sostenuto dalla Germania e dall’oligarchia tecno – finanziaria europea, in difesa della continuità della attuale politica economico – finanziaria europea contro i populismi euro – scettici. È evidente che la novità si traduce in continuità e il progresso si tramuta in conservazione dell’ordine oligarchico europeo. Il suo convinto europeismo si contrappone alla rappresentatività popolare, poiché il dogma della integrazione europea presuppone il primato nella UE di organi tecnocratici non elettivi congiuntamente alla espropriazione della sovranità degli stati e dei loro ordinamenti democratici. In Europa l’europeismo non è un ideale, né una dottrina politica, né tanto meno un modello socio – economico originale. L’europeismo si identifica con un establishment oligarchico, blindato nei suoi organi tecnocratici, autoreferente, teso alla conservazione e alla difesa di sé stesso. Nel contesto politico si traduce in anti – populismo. Si esprime in Francia in una mera coalizione elettorale antilepenista. Le forze anti – europeiste, il “Front National” della Le Pen e “La France Insoumise” di Mélenchon, pur interpretando la diffusa protesta sociale francese, non possono essere definite anti – sistemiche. Esse possono essere considerate delle riproduzioni delle destre e delle sinistre novecentesche, adeguate alla realtà del secolo XXI°. Sono tuttavia forze politiche depotenziate politicamente e culturalmente della forza propulsiva antisistemica che ebbero le ideologie novecentescheCostituiscono comunque un elemento di rottura necessario contro l’eurocrazia finanziaria, in difesa della sovranità degli stati e della democrazia politica. Al “né di destra né di sinistra” di Macron dovrebbe essere contrapposta l’idea di Alain de Benoist “e destra e sinistra”, perché non può esservi alcun futuro per l’Europa se non attraverso la continuità politica e culturale con il novecento: occorrono nuove sintesi per costituire alternative sistemiche all’eurocrazia e soprattutto al dominio neoliberista americano. Si è comunque realizzata una divaricazione sociale e politica che produrrà nuovi conflitti di classe poi destinati a riprodursi in nuove conflittualità nell’ambito europeo tra stati dominanti e stati subalterni. Si delineano nuovi percorsi di un processo storico di trasformazione che è solo alle fasi iniziali, ma che è suscettibile di sviluppi, per ora non prevedibili, in un futuro non troppo lontano.

 

Luigi Tedeschi

 

 
Chi ci tocca di rivalutare... PDF Stampa E-mail

27 Aprile 2017

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Da Appelloalpopolo del 24-4-2017 (N.d.d.)

 

Per alcuni aspetti, sia biografici sia culturali e ideologici, la figura di un protagonista del “trentennio glorioso” come Amintore Fanfani (1908-1990) ci parla da un passato ormai sepolto, cioè dall’Italia democristiana che Pannella non aveva ancora sconfitto e dal mondo tradizionale che l’occidentalizzazione non aveva ancora annientato.  A quel passato improponibile appartiene l’aspirazione di Fanfani a propugnare, come sul finire degli anni Cinquanta osserva Lelio Basso, un “regime clericale fondato sul rispetto delle gerarchie sociali accompagnato da una certa sollecitudine degli interessi popolari”. Dall’altro lato, è anche vero, però, che Fanfani, sostiene Basso, “concepisce il partito come lo strumento autonomo dell’attività politica”, in quanto egli muove dalla “idea centrale che l’economia può essere regolata dalla politica” (G. Galli). Sotto questo aspetto, invece, le convinzioni dello statista democristiano, mantenute con coerenza lungo l’intero arco della sua carriera accademica e politica, si rivelano oggi vive e attuali, se non proprio rivoluzionarie.

 

Ecco perché un’opera come Capitalismo, socialità, partecipazione, edita nel 1976 da Mursia, non ci fa conoscere solo un brillante intellettuale (giovane storico dell’economia, già negli anni Trenta Fanfani aveva pubblicato il saggio Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo, che ebbe una notevole risonanza internazionale) ma offre anche importanti spunti alla riflessione sovranista sulla natura e sulle origini del capitalismo.  Dopo una lenta ascesa i cui prodromi sono ravvisabili nel tardo Medioevo, il capitalismo si impone a partire dal Settecento. Le sue peculiarità sono riassunte da Fanfani in uno schema piuttosto preciso e articolato dal quale si evince che lo “spirito capitalistico” mira essenzialmente alla razionalizzazione integrale della società, dalla politica alla religione, e abbatte qualsiasi genere di ostacolo si presenti sulla sua strada, anche quelli di carattere culturale e immateriale.  Al capitalismo non basta abolire i monopoli e le corporazioni o piegare ai propri fini l’architettura stessa dello Stato.  In sostanza, l’avanzata del capitalismo si verifica (come, secondo Fanfani, dimostra la storia della pubblicità) a spregio di “proibizioni morali e politiche” e in nome di un uso della ricchezza tradottosi nel “godimento illimitato” della ricchezza stessa e nella creazione di squilibri sociali intollerabili. La critica al capitalismo non è animata dal rimpianto per un’ipotetica età dell’oro premoderna ma viene sempre ricondotta al tempo presente, non senza polemica con il comunismo: “non serve il collettivizzare la proprietà”, scrive Fanfani, “occorre universalizzare la responsabilità”. L’invito all’universalizzazione della responsabilità esprime anche, lo si vede bene nelle righe finali del saggio, un ideale ecumenico di concordia fra popoli liberi di decidere del proprio destino “in condizioni di parità” e immuni da interferenze esterne. Rifuggendo dalle nostalgie tradizionaliste e reazionarie tipiche di alcuni ambienti cattolici, Fanfani riconosce che il moderno Stato nazionale e democratico, pur essendo un’invenzione capitalista, protegge gli interessi dei lavoratori, dei ceti subalterni, e crea le tre condizioni necessarie all’economia perché questa possa raggiungere i suoi fini autentici, cioè “la libertà, il benessere, la crescita civile, la pace di ogni uomo e della intera società”. Tali condizioni sono: la piena occupazione (“Sia consentito”, scrive Fanfani, “a chi propose il primo articolo della Costituzione, per definire l’Italia ‘una repubblica fondata sul lavoro’, di ricordare che con quella proposta non s’intese promuovere una dichiarazione retorica”); la giusta retribuzione del lavoro; la “corresponsabilità” attiva dei lavoratori, cioè “la partecipazione organica continua, e non soltanto consultiva” alle scelte delle classi dirigenti che, precisa Fanfani, deve concentrarsi in particolare su materie delicate come il diritto del lavoro e la previdenza. Il punto più interessante e insieme lo snodo del saggio di Fanfani è però un altro: mi riferisco all’individuazione del legame fra indebolimento della fede religiosa e trionfo del capitalismo. Fanfani cita l’opinione pressoché unanime degli storici dell’economia novecenteschi secondo cui il capitalismo non poteva affermarsi nella società integralmente cristiana del Medioevo, dominata da “una concezione della vita ispirata ad alti ideali di socialità”. Di contro, spiega Fanfani, “l’affievolirsi della fede rarefà i rimorsi, non permette più confronti tra il dover essere e l’essere (…) allenta i legami morali con il prossimo, muta il senso della solidarietà umana, cambia la posizione di ciascun individuo rispetto all’intera società”.  Dove prevale lo spirito comunitario protetto dalla Chiesa, dallo Stato e dalle corporazioni, il capitalismo non attecchisce perché in quel contesto il principio del profitto risulta subordinato alla liceità etico-sociale dei mezzi necessari a ottenerlo: nella concezione cristiana, medievale e “precapitalista”, come ricorda Fanfani citando san Tommaso d’Aquino, la ricchezza “diventa un male quando da mezzo diventa fine ed assorbe l’attività umana a scapito del raggiungimento delle mete eterne”.  Ne consegue che i princìpi cristiani di moderazione, equilibrio, socialità nell’uso dei beni non possono conciliarsi, scrive ancora Fanfani, “con le preoccupazioni di chi in ogni azione economica vede unicamente l’operazione che produce ricchezza”. I beni materiali, in ultima analisi, si offrono agli uomini come strumenti utili ai fini mondani e soprannaturali (cioè la felicità in questo mondo e nell’altro) dell’intera comunità: non siamo forse nei paraggi del concetto di uso sociale della ricchezza sancito dall’articolo 41 della Costituzione?

 

Se è vero che gli embrioni del capitalismo si formano in ambiente cattolico, il loro sviluppo viene agevolato dalla complicità del protestantesimo. Al di là delle confische delle proprietà ecclesiastiche e della chiusura dei monasteri che privano i poveri di aiuti e assistenza (non è un caso, osserva Fanfani, che proprio nei paesi da poco riformati aumentasse vistosamente il numero dei vagabondi e dei disoccupati), ciò che colpisce al cuore la tradizionale economia solidaristica è il principio protestante in base al quale la salvezza non dipende dalle opere.  La distruzione del “nesso tra l’azione terrena ed il premio eterno”, secondo Fanfani, determina inevitabilmente la “santificazione del reale”, cosicché “è risolta in senso umano la lotta che l’uomo doveva combattere tra il proprio istinto, i propri bisogni e il comando divino”. Incline al naturalismo economico e all’individualismo, il protestantesimo si mostra tendenzialmente liberista; di contro, essendo incline al volontarismo, il cattolicesimo ispira politiche vincolistiche di controllo dell’economia. “Tutte le circostanze che nel Medioevo fecero diminuire la fede spiegano il progressivo affermarsi dello spirito capitalistico”, afferma Fanfani. Ma quali furono queste circostanze? Quali aspetti della tradizione si inabissarono, mentre il Medioevo volgeva al tramonto, segnando così il destino del Cristianesimo e dello stesso Occidente? A differenza di quanto negli stessi anni faceva un altro economista cattolico, il geniale e coltissimo Giuseppe Palomba, studiando anch’egli l’espansione del capitalismo, Fanfani non si pone questi interrogativi essenziali, e ciò segna indubbiamente il limite della sua pur profonda riflessione.

 

Giampiero Marano

 

 
Un avatar telegenico PDF Stampa E-mail

26 Aprile 2017

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Da Comedonchisciotte del 24-4-2017 (N.d.d.)

 

Il risultato del primo turno delle presidenziali francesi regala al candidato di plastica Emmanuel Macron, l’uomo dei Rothschild, le apparenti maggiori possibilità di vittoria per il secondo appuntamento alle urne, quello del 7 maggio, quando dovrà vedersela con Marine Le Pen. I quattro candidati più votati (Macron, Le Pen, Fillon, Mélenchon) si sono spartiti l’80 per cento dei voti, collocandosi ciascuno poco sopra o poco sotto il 20 per cento. Con un dato di partenza così basso, il meccanismo del ballottaggio non potrà mai giocarsi sul consenso per sé, ma sul dissenso verso l’altro candidato. Non vincerà il più amato e apprezzato, perderà il più odiato e temuto. Entrambi i candidati sono in grado di attirare su di sé le principali forme di dissenso già sperimentate in questi anni nel discorso pubblico dei paesi occidentali. Ognuna di queste forme ha i suoi intellettuali organici, i suoi media di riferimento, i suoi argomenti dominanti.

 

Prendiamo Emmanuel Macron. È un prodotto sfornato direttamente dalle officine dell’élite atlantista come un avatar telegenico che deve dare un volto elettoralmente fungibile agli interessi della grande finanza, di cui è espressione immediata. Una volta consumato oltre ogni dire l’impresentabile presidente Hollande, l’élite filo-NATO e filo-UE ha equipaggiato in fretta e furia il giovane Emmanuel con tutto il corredo retorico del “nuovo” e del “dinamico” (il suo partito istantaneo si chiama “En Marche!”, ossia “In Cammino!”), senza poterlo tuttavia riparare completamente dalla verità che lo riguarda né dalla repulsione di chi conosce questa verità: Macron è l’ennesimo fantoccio neoliberista, un continuatore delle politiche neocolonialiste che hanno fatto della Francia uno dei maggiori perturbatori della pace negli ultimi anni, un distruttore dei diritti del lavoro. Ha dalla sua parte le grandi TV e i grandi giornali dell’oligarchia francese, che sono organici al suo mondo di provenienza, ma questo elemento di forza – pur potentissimo – sconta il fatto che la corrente principale dei media è sempre più invisa a decine di milioni di persone, che si informano su altri canali e hanno altri intellettuali di riferimento. Dal canto suo, Marine Le Pen non è certo una candidata artificiale e il suo Front National non è un partito finto, bensì una forza popolare radicata da decenni, durante i quali ha assunto un profilo staccato dalle caratteristiche fasciste impresse dal suo fondatore, e padre di Marine, Jean-Marie Le Pen, ormai espulso dal partito. Ma le dinamiche elettorali hanno inerzie e resistenze molto lunghe, che riguardano l’identità e la psicologia di grandi masse di elettori. Saranno in tanti a continuare a votare in base a pregiudiziali destra-sinistra: la lunga storia xenofoba del partito a guida Le Pen farà turare ancora milioni di nasi, cui non basterà il suo profilo sociale, il suo radicamento nei quartieri operai, i suoi progetti di ripresa della sovranità rispetto alle tecnocrazie europoidi, perché temeranno le sue ricette più dure in tema di immigrazione e di sicurezza pubblica. Marine Le Pen ha una certa presa popolare attraverso i media fuori dal mainstream, ma non le sarà risparmiata alcuna forma di manipolazione e “spin” mediatico da parte di un sistema disposto a vendere cara la pelle, con uno schieramento impressionante di politici già in lotta per far vincere Macron.

 

La cosa può anche non funzionare. Gli esempi recenti non mancano. Di fronte al Brexit e all’ascesa di Donald Trump la linea di difesa aggressivissima del “kombinat” politico-mediatico non ha retto nelle urne, dove i risultati sono stati quelli opposti al suo volere. Tanto che sono dovuti scattare dei “piani B”: sia a Londra che a Washington sono riusciti, sì, a normalizzare le scelte dei governi nati dai terremoti elettorali, ma con grande fatica e incertezza, in uno scenario di crisi sistemica meno manovrabile dall’élite: se sei un guerrafondaio neoconservatore russofobo e sei riuscito a castrare le velleità di The Donald, beh, la cosa ti va lo stesso di lusso, date le circostanze, ma alla Casa Bianca preferivi comunque avere qualcun altro. Anche in Italia, con il Referendum costituzionale del 4 dicembre, il risultato è stato opposto a quello voluto dai padroni del vapore, al punto che Matteo Renzi è stato ridimensionato, con un governo che intanto galleggia senza progetto. Tuttavia, nelle forme in cui avviene l’espressione della volontà popolare conta parecchio il tipo di sistema elettorale. Il ballottaggio francese ha caratteristiche importantissime che influiscono sulle possibilità reali di vittoria. E vincere implica trasformare un 20 per cento in un 51 per cento in appena quindici giorni. Se con piccole variazioni percentuali Macron non avesse raggiunto il ballottaggio e lo avesse conquistato qualcun altro, avremmo misurato l’avversione a quell’altro candidato con altri criteri. Ad esempio, come si sarebbero evolute le posizioni anti-UE e anti-NATO del candidato della sinistra, Mélenchon, di fronte alle analoghe posizioni della Le Pen? Sarebbe stata un’altra dinamica, o no? E se al ballottaggio fosse giunto il gollista Fillon, che voleva ripristinare un dialogo amichevole con la Russia spazzando le sanzioni, come sarebbe cambiata la geografia elettorale? E se Marine Le Pen non fosse giunta al ballottaggio, come avrebbero votato i suoi elettori? Avrebbe prevalso un euroscettico o un atlantista sfegatato?

 

Dato il sistema del ballottaggio, Macron prende il via comunque da favorito, perché una parte massiccia delle personalità e delle formazioni sociali che pure non lo ha votato teme di più Le Pen e si mobiliterà in tal senso. Ora non si tratta tanto dello schieramento – davvero scontato – dell’élite, ma anche delle associazioni nei quartieri, dei sindacati a livello locale, di tutta una miriade di organizzazioni con radici popolari. Certo, è un mondo che stavolta ha dato al candidato socialista Benoît Hamon soltanto un miserrimo 6 per cento dei voti, ma è anche un mondo che ha una lunga storia dove dire ‘non’ a Le Pen è stata sempre una pregiudiziale inflessibile, quartiere per quartiere, villaggio per villaggio. Buona parte degli elettori di sinistra di Mélenchon condivide molti più punti programmatici sociali con la presidente del Fronte Nazionale che con il rampollo della finanza predatoria. Ma per Marine Le Pen conquistare quei voti significa dover demolire un “di più” di sfiducia verso il portato storico e ideologico che lei rappresenta. È prevedibile che farà allora di tutto per presentarsi come l’Alternativa possibile, cercando di erodere il Fronte che già si è costituito contro di lei, pescando tanto a sinistra, quanto fra gli euroscettici che pure hanno votato il moderato Fillon. In mezzo al risultato colpisce la disfatta totale dei socialisti francesi, che ripete quella dei socialisti olandesi di marzo. La sinistra socialdemocratica europea è in rotta, e le sue residue bandiere le consegna a difendere un bidone della banca Rothschild.

 

Pino Cabras

 

 
Per un'economia di autosussistenza PDF Stampa E-mail

24 Aprile 2017

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L'essere umano, alle condizioni attuali della civiltà, si trova generalmente a vivere un'esistenza economica di merci industriali. La nostra personale economia - nel senso, il più proprio, di "modalità con cui vengono soddisfatti i bisogni materiali" - si realizza ottenendo dei beni da dei fornitori, contro pagamento in moneta. In quanto comperati, i beni sono delle merci. Questi beni che si comprano - queste merci - sono prodotti da un sistema industriale, cioè da un complesso produttivo organico, interrelazionato, che utilizza a fondo le conoscenze scientifico-tecniche, con organizzazione e procedimenti complessi, facendo grande uso di macchine e con una forte divisione dei compiti lavorativi. Questa modalità produttiva industriale si contrappone a quella artigianale, tenuta pressoché per tutta la storia umana, e caratterizzata dall'uso di attrezzi piuttosto semplici, nonché dal compimento di tutta l'opera lavorativa da parte di un solo artefice o gruppo stabile. (L'attività produttiva che oggi viene definita "artigianale" non ha in effetti queste caratteristiche.) Un Sistema di propaganda, estremamente organizzato, ha potuto imporre l'idea che questo tipo di economia, industriale delle merci, sia l'economia "naturale", la tendenza economica umana "normale"; e che il tipo di lavoro umano che sta dentro questa economia, il lavoro d'impiego professionale monetario, è il tipo di lavoro umano naturale e normale. Se si parla a qualcuno di "lavoro" in termini diversi dall'essere utilizzati come strumenti per un compenso monetario, ci si trova di fronte a stupore e quasi a un paradossale fastidio, come se rischiasse di incrinarsi uno pseudo-equilibrio molto delicato. […] C'è poi chi rimane estraneo a qualunque forma di impiego professionale: la classe sociale del Potere - del Potere del denaro. Abbiamo così una parte sociale, di Potere, estranea all'alienazione del lavoro; e abbiamo, poi, la parte sociale di coloro i quali realizzano effettivamente l'economia industriale, dall'imprenditore al lavapiatti, accomunati nell'alienazione, nella frammentazione, nella perdita del senso... […] Questa forma economica, caratterizzata da una produzione di estrema complessità tecnica, che fornisce prodotti sempre più complessi, di funzionamento sempre più automatico e nascosto, è negativa già da un punto di vista "antropologico". L'essere umano ha sue caratteristiche proprie, che fondamentalmente sono spirituali e perciò immutabili. Ha bisogno di consapevolezza, di un rapporto consapevole con il mondo; ha bisogno di avere sotto il proprio controllo i fatti che realizzano la sua propria esistenza. Si trova invece ad aver a che fare con modi di organizzazione, materiali, dispositivi, di cui sa in realtà poco o nulla. Basta "schiacciare un bottone": sempre però con un sotterraneo timore che la macchina non funzioni. Le ansie e le nevrosi vengono in buona parte da qui. Che poi si disponga di più o meno denaro per manutenzioni ordinarie e straordinarie, chiamate di "carri-attrezzi", interventi di tecnici specializzati, non cambia nella sostanza questa percezione. Ma supponiamo pure che queste forniture economiche industriali, tecnicamente iperboliche, siano un vantaggio, una comodità - ciò che, come dicevo, non credo affatto. Perché queste cose siano disponibili devono però essere prodotte. Contenuti tecnici estremamente complessi possono essere ottenuti solo mediante una produzione dalle caratteristiche industriali: una produzione che prevede il lavoro umano nella forma della fortissima specializzazione, della parzialità. Il lavoro, uno degli aspetti fondamentali dell'esistenza umana, viene così ad essere qualcosa che invece di contribuire ad una realizzazione compiuta, disintegra. Viene ad essere una delle principali cause dell'alienazione, della estraneazione dell'essere umano a sé stesso, della disarticolazione nella sua personalità. L'attività lavorativa deve ridursi ad una abnorme quantità di conoscenze e operatività specifiche, che invece di rivelare il mondo e la nostra posizione in questo, confondono. La capacità mentale umana, anche subcosciente, è limitata; la necessità di trattenere una miriade di nozioni e schemi ad uso professionale, richiede l'abbandono di saperi fondamentali dal punto di vista propriamente umano. Ci si può illudere, magari, di trovare posizioni non alienanti nelle funzionalità sociali più elevate. Ma il modo di produzione industriale - "produzione" in senso ampio - è una caratterizzazione che pervade tutto: il medico sarà medico industriale, l'insegnante scolastico insegnante industriale, l'attore e il cantante lo saranno industrialmente, il calciatore sarà calciatore industriale. Ciò che ricaveranno dalla loro posizione sociale elevata sarà una disponibilità monetaria, ovvero un'abbondante disponibilità delle varie droghe, con cui tentare un'impossibile compensazione all'alienazione. Questa modalità di esistenza economica, delle merci industriali, funziona poi nel mantenimento di una sottomissione sociale. La sussistenza economica viene generalmente ritenuta possibile, per via innanzitutto del Sistema di propaganda, solo grazie a prodotti complessi, che possono essere realizzati solo dal Sistema di produzione industriale; questi prodotti vengono forniti come merci: si devono cioè acquistare pagando in moneta. La cosa importante è che l'appartenente alla classe sociale subordinata non sia nelle condizioni di produrre da sé la propria sussistenza economica, ma sia sempre nel bisogno di forniture esterne, che alla fine è sempre un bisogno di denaro. L'ottenimento di denaro può realizzarsi, complessivamente, con la sottomissione della classe inferiore alla classe sociale che "per definizione" dispone della moneta - "per definizione" dal momento che la moneta, oramai completamente immateriale, virtuale, è creata dal nulla tramite le banche. È chiaro, peraltro, quale sia la portata più generale di questo rapporto fra le due classi. Il denaro viene a determinare pressoché completamente tutti i rapporti sociali. Ogni rapporto personale, anche interno alla classe sociale sottomessa, è, a meno di eccezionalità, un rapporto di Potere, di violenza del denaro. L'esistenza economica "delle merci industriali" determina quindi una condizione umana caratterizzata dall'alienazione, nella persona, e dalla violenza (del denaro) nei rapporti interpersonali. L'uscita da questa condizione inumana richiede l'uscita dall'esistenza economica delle merci industriali, e il passaggio ad un'altra modalità di esistenza economica: quella di autosussistenza. La modalità, cioè, del provvedere da sé ai propri bisogni economici, dove il "da sé" può essere riferito a diversi livelli dell'aggregazione umana: oltre l'individuo, la famiglia, il clan, la tribù... Tutti quei livelli di aggregazione in cui ognuno può sentire come proprio quel che si fa; in cui ognuno è in qualche modo partecipe; in cui i rapporti sono essenzialmente personali diretti, e non caratterizzati dallo scambio calcolato.

 

 Il senso proprio della vita economica, della produzione di possibilità materiali, è di costituire il fondamento alla vita spirituale. Lo spirito è il livello della personalità propriamente umano; lo spirito vive di simboli, di aspetti della realtà e dell'esperienza che gratificano e illuminano secondo pure e dirette percezioni. […]   Il livello di economia utile è qualcosa di completamente diverso da quello affermatosi nell'attuale forma di civiltà; è quello caratterizzato da semplici, stabili abitudinarietà naturali; quello che fornisce le necessità materiali con giusto agio, badando primariamente a lasciare una tranquillità d'animo. Nell'attuale forma di economia pressoché tutto è un sovrappiù e una devianza. Tutto è studiato alla perdita delle semplici abitudini naturali (tranquillità, indipendenza) e alla loro sostituzione mediante complesse abitudinarietà controllate tecnicamente (ansia, bisogno di denaro). […]   Il sovrappiù malefico e fuorviante - vediamo di parlar chiaro - è il telefonino, il computer, la televisione, l'automobile, la plastica, l'acciaio, l'energia elettrica... Le fondamentali necessità economiche, pratico-materiali, sono in fin dei conti tre (come dice Platone nella Repubblica, anche se la sua cultura greca è già permeata da un senso forte della divisione del lavoro): abitazione, vestiario, alimentazione. Quando non si desiderino ascensori o impianti satellitari, costruirsi un piccolo edificio d'abitazione non è assolutamente fuori della portata di una persona che abbia normale intelligenza, buone conoscenze generali, capacità di apprendere in proprio, capacità di risolvere con equilibrata creatività questioni di cui non aveva mai avuto esperienza - quest'ultima caratteristica, particolarmente, è possibile a chi non abbia la mente sclerotizzata da conformazioni professionali. I materiali per la costruzione possono essere molto basici: legno, pietra, terracotta, pietra calcarea per fare calce, sabbia, catrame vegetale, un po' di ferramenta, qualche lastra di vetro. Ci vorrà il fuoco (l'energia) quindi della legna da ardere, un bosco nelle vicinanze; ci vorrà l'acqua, una sorgente preferibilmente, oppure un pozzo. Per l'arredo e il corredo domestico si tratta di saper praticare un'essenziale falegnameria, metallurgia, ceramica, vetreria. Tutte cose alla portata di un piccolo laboratorio artigianale. Riguardo il vestiario e i panni più in generale, c'è da disporre anzitutto di un filato, tradizionalmente lana o lino più del cotone, la cui coltivazione necessita di un clima particolarmente caldo. Per millenni o forse decine di millenni la filatura si è fatta usando un pezzetto di legno a forma arrotondata, il fuso. Un'operazione certo lenta (al nostro sguardo frenetico?): ad ogni modo, a quanto pare, si filava abbastanza per i panni necessari. L'invenzione, comunque, nel medioevo del "filatoio ad alette", una piccola e semplice macchina in legno, dove un fuso in orizzontale gira mosso da una ruota, azionata a sua volta da un pedale, ha molto aumentato le possibilità per una filatura semplicemente realizzata. Un telaio a due licci è direi abbastanza facilmente autocostruibile: sino a non poi molti decenni fa era cosa normale che un insediamento rurale disponesse di un proprio telaio, con cui autoprodurre i tessuti necessari. Mi sembra di esperienza comune che una essenziale arte sartoriale sia alla portata di tutti. La questione della disponibilità di vestiario e panni richiama un fatto che va considerato anche in termini più generali: la possibilità del recupero. […] Per chi si ponga nella prospettiva di un uso limitato e autoprodotto di oggetti metallici, non avrebbe né senso pratico né moralità di rispetto della Natura continuare l'esaurimento di risorse, già scarseggianti, in presenza di un'abbondante quantità di metallo da rifondere o rifucinare. Insomma, si può considerare realistico un utilizzo contingente di manufatti industriali, di semplice costituzione, che intanto si possano con una certa facilità reperire (per esempio oggetti in acciaio, dal momento che l'acciaio è ottenibile solo con processi industriali, e d'altra parte è estremamente durevole). Si può ritenere opportuno praticare un certo recupero dalla produzione industriale, senza tralasciare per nulla di coltivare le capacità di autoproduzione, che resta ovviamente la modalità di produzione sana e normale. Si tratterebbe di una sorte di "dote iniziale", che tradizionalmente era il lascito della produzione artigianale delle generazioni precedenti: per chi voglia compiere, oggi, il passaggio dall'economia industriale all'economia di autosussistenza, la dote iniziale può essere opportunamente e giustamente un recupero della produzione industriale. […]   La possibilità del ritorno ad un'autosussistenza alimentare è già suggerita dalla grande diffusione raggiunta, negli ultimi tempi, dalle "autoproduzioni domestiche": farsi il pane, coltivare degli ortaggi anche sul balcone, eccetera. Naturalmente, un'autosussistenza alimentare è cosa ben diversa da qualche autoproduzione fatta saltuariamente, come svago dalla routine impiego-consumo. Un'autosussistenza alimentare necessita, intanto, di una riduzione drastica della varietà alimentare cui siamo comunemente abituati. Facendo tutto "in proprio" si può badare all'ottenimento di un numero limitato di cose. Del resto, la varietà offerta da un supermercato è, io credo, cento volte superiore a una varietà normale e sana, fisiologicamente e psicologicamente. […]   Nei giusti termini limitati ci si può provvedere di tutto. Già con le coltivazioni vegetali, insieme - cosa da tenere molto in considerazione - alla raccolta spontanea, tutte le necessità alimentari possono essere soddisfatte […]   Abitazione, vestiario, alimentazione, sono gli aspetti fondamentali ma non esauriscono completamente il campo della vita economico-pratica: c'è qualche altro aspetto che va considerato, particolarmente in queste modalità dell'organizzazione umana e del vivere in cui di fatto ci troviamo.

 

La questione della salute, della sanità, è oggi per noi inevitabilmente relazionata a un Sistema di medicina scientifico-tecnica, industriale. È una medicina che ha senz'altro capacità di intervento fortissime. Ma come sempre le cose vanno considerate nel complesso. Intanto si può rilevare come la medicina industriale curi, anche con grande potenza, malattie che la stessa civiltà industriale ha generato. La chemioterapia attacca tumori prodotti in buona parte dall'inquinamento; gli impressionanti macchinari di un odontoiatra operano su alterazioni ai denti che popolazioni "primitive" non sanno neppure cosa siano; tutto l'armamentario degli psicofarmaci cerca di intervenire su disagi psicologici che l'alienazione della vita industriale ha generato. Il modo di cura scientifico-tecnico è poi in generale fortemente invasivo, alterativo; riflette una valutazione tipica della civiltà industriale: che la capacità di alterazione sia sempre un vanto e una possibilità positiva. Ma la struttura della realtà è fatta di equilibri delicati, rilevabili materialmente o anche più sottili. In altre culture - particolarmente il Taoismo - la tendenza a produrre alterazione è considerata la manifestazione propria del Male. Alterare le cose, alterare un complesso come l'organismo umano, è sempre rischioso. La medicina industriale può senz'altro agire potentemente su specifiche patologie, ma facilmente innesca un circolo vizioso: altri squilibri insorgono per via di quell'intervento curativo, che richiedono altri interventi curativi eccetera. Questa forma di medicina, differentemente caratterizzata rispetto ad altre, possiamo anche vederla sottesa a una differente cultura della vita e della morte. In passato si sapevano affrontare, con animo sostanzialmente sereno, patologie delle quali non si conosceva in termini analitici pressoché nulla. E magari, proprio per questa solidità di atteggiamento, con esiti di guarigione anche sorprendenti. Quand'era poi il momento, si sapeva come morire. Oggi, credo, non vivendo autenticamente non si possono accettare cose come la malattia e la morte. Ad ogni modo, come dicevo, la medicina è uno di quegli aspetti dell'esistenza per cui si è, al momento, inevitabilmente relazionati al Sistema. Certo, possiamo vedere oggi una buona diffusione di conoscenze e pratiche mediche alternative alla medicina industriale, con la riscoperta di saperi tradizionali, ed è la via maestra su cui procedere, per ricostituire una medicina essenzialmente preventiva, fatta di pratiche tendenzialmente semplici, conoscibile e conducibile autonomamente dalla persona o comunque nell'àmbito delle aggregazioni umane primarie. […]   Anche riguardo a realizzazioni in apparenza molto gratificanti, come un allungamento dell'aspettativa di vita che negli ultimi decenni ha avuto luogo, volendo guardare senza remore la realtà delle cose ci si può scorgere un'ombra del Potere. Una vita più lunga sta comportando in effetti, come vediamo, una più lunga vecchiaia, un più lungo periodo della vita in cui ognuno può vedersi come molto bisognoso delle forniture del Sistema. Una posizione da cui il Sistema rafforza la propria pretesa di importanza e di inevitabilità, da cui può incutere remore psicologiche a chi intenderebbe magari, per altre considerazioni, esserne un oppositore.

 

Un altro aspetto che reca con sé una forte caratterizzazione di rapporto con il Sistema è quello della sicurezza. […] L'uso della forza, contro chi cerchi di violare l'incolumità o l'àmbito garantito, è tenuta dal Sistema come propria prerogativa - a meno di situazioni eccezionali che necessitino di una indifferibile "legittima difesa" da parte del diretto interessato. Una questione che, dati questi termini, si pone in maniera assolutamente rilevante. Il Sistema richiede qui un riconoscimento totale.   Non vedo in effetti ci sia l'opportunità, per chi voglia condurre un percorso di autarchia, di porsi da subito in un'esplicita alternativa rispetto all'appartenenza statuale, al Diritto, all'uso riservato della forza. […] Sempre mantenendo, ad ogni modo, chiarezza di veduta: considerando complessivamente l'appartenenza statuale è l'appartenenza dello schiavo al padrone; il Diritto è una regolarizzazione dell'oppressione; la forza pubblica, gli organi della giurisdizione, le carceri, servono a intimorire i sottomessi. Poi, anche qui, vale quanto detto riguardo la Sanità: chi opera nell'istituzione è magari in buonissima fede, pensa che il proprio impegno sia finalizzato a mantenere una correttezza nei rapporti sociali e una libertà che, in fin dei conti, non esistono. […]  

 

La previdenza consiste di quegli ausili monetari che il Sistema organizza e fornisce per vecchiaia, condizioni particolari, o comunque situazioni sociali determinate. […] Condizioni dell'esistenza umana come la vecchiaia, troverebbero normalmente una loro equilibrata soluzione in quegli àmbiti di aggregazione umana - il clan familiare soprattutto - che l'attuale forma di civiltà ha provveduto a distruggere. La prospettiva di estraneazione dal Sistema in senso autarchico mantiene dunque, per intanto, degli aspetti di inevitabile relazione con il Sistema. Ho detto di sanità, sicurezza, previdenza. Sono aspetti di relazione dove l'autarca, in effetti, può ricevere qualcosa. Si dovrebbe mettere nel conto, ovviamente, tutto ciò che gli viene tolto: in termini di possibilità esistenziali, di costrizioni più o meno manifeste. Il Sistema, come contropartita di questo genere di provvidenze, attua delle imposizioni di carattere fiscale. Delle richieste monetarie. Ora, il fatto di non utilizzare denaro è uno degli aspetti che più fortemente costituiscono il valore di un tipo di conduzione umana come l'economia di autosussistenza.  […] Il denaro, nella realtà effettiva, è venuto ad essere la violenza nella forma più propria, più subdola e pervasiva. L'economia di autosussistenza compiuta non prevede l'uso di denaro. Una prospettiva di autosussistenza ne fa un uso minimo. La compensazione alle provvidenze del Sistema può esserci anche in termini non monetari: non-produzione di inquinamento e di rifiuti (quindi sgravio di costi parecchio consistenti), cura del territorio, recupero e conservazione di cultura tradizionale locale...

 

Un'ultima situazione di rapporti con il Sistema che considererei è quella dell'educazione: il "sistema scolastico" […] L'educazione del Sistema è istruzione. Sono le fondamenta su cui procede il lavaggio del cervello. Si dispongono le giovani menti ad accettare la conformazione. Uscirne sarà poi estremamente difficile. L'educazione in senso proprio (ex-ducere, far emergere ciò che è dentro, aiutare una realizzazione personale autentica) si può realizzare solo mantenendosi, per questo aspetto, completamente estranei al Sistema. La questione dell'educazione porta alla questione della cultura. Un processo di alternativa concreta richiede come viatico indispensabile una solida cultura alternativa […]     La prospettiva autarchica è una via di salvezza. Innanzitutto personale. Realizzarsi le condizioni pratiche migliori possibili. E poi, soprattutto, mettersi nel rapporto col mondo in una prospettiva di giustizia, garantirsi da un punto di vista morale e spirituale. È fondamentale per liberarsi da molte ansie. Certamente, anche una via di salvezza complessiva. Senza tuttavia riguardo a questo farsi illusioni. Quello che noi stiamo vivendo è un periodo che in sanscrito, nei testi indiani, viene indicato come kali-yuga, "età oscura". È l'ultima fase di un Tempo che la cultura indiana, come tutte le culture premoderne, considera ciclico. Inutile illudersi circa la possibilità di "risistemazioni" nella condizione del mondo. Qualche parziale andamento favorevole non potrebbe che essere un passaggio positivo dentro il più generale andamento negativo. Le cose andranno complessivamente sempre peggio. Sino al "grado zero", il punto infimo del ciclo, la "mezzanotte". Lì si attua il rivolgimento, ed il procedere torna ad essere ascendente. Ma proprio nella fase più buia è importante, è necessario, che le caratteristiche del Bene si conservino, sia pure in "nicchie" limitate e protette. Ciò che queste nicchie contengono sono i "germi della rinascita" (hiranyagarbha) che fioriranno nel mondo quando verrà il tempo.

 

Enrico Caprara

 

 
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