Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
Prepotenze impunite PDF Stampa E-mail

19 Maggio 2018

Image

 

Da Comedonchisciotte del 17-5-2018 (N.d.d.)

 

Ho già avuto modo di spiegare che l’atteggiamento, tipicamente cristiano, del Presidente Russo Vladimir Putin di offrire l’altra guancia alle provocazioni dell’Occidente è una strategia intesa a convincere l’Europa che la Russia è ragionevole mentre Washington non lo è, e che la Russia non è una minaccia per gli interessi e la sovranità dell’Europa, mentre Washington lo è. Compiacendo Israele e ritirandosi dall’accordo multinazionale iraniano per la non-proliferazione nucleare, il Presidente americano Donald Trump potrebbe aver contribuito al successo della strategia di Putin.

 

I tre maggiori stati europei vassalli di Washington, Gran Bretagna, Francia e Germania si sono opposti all’azione unilaterale di Trump. Trump ritiene che il trattato multinazionale dipenda solo da Washington. Se Washington dovesse rinunciare all’accordo, questo rappresenterebbe la fine dell’accordo stesso. Non importa la volontà degli altri firmatari. Di conseguenza, Trump vuole reintrodurre le preesistenti sanzioni agli scambi commerciali con l’Iran e imporre ulteriori, nuove sanzioni. Se Gran Bretagna, Francia e Germania continuassero ad onorare i contratti commerciali stipulati con l’Iran, allora Washington sanzionerebbe anche i propri stati vassalli e proibirebbe alle aziende inglesi, francesi e tedesche di operare negli Stati Uniti. Ovviamente Washington ritiene che i profitti che gli Europei hanno negli Stati Uniti superino quelli che si possono ottenere in Iran e pensa che [gli Europei] si adegueranno alle decisioni di Washington, così come, da stati vassalli, hanno già fatto in passato. E potrebbe anche essere così. Ma questa volta c’è una reazione negativa. Se dalle parole forti si arriverà ad una rottura con Washington, è ancora tutto da vedere. Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, il neoconservatore filo-israeliano John Bolton ha ordinato alle aziende europee di cancellare i loro accordi commerciali con l’Iran. L’ambasciatore americano in Germania, Richard Grenell ha imposto alle ditte tedesche di interrompere immediatamente le loro attività in Iran. La prepotenza verso l’Europa e l’evidente disprezzo degli stati Uniti per gli interessi europei hanno fatto diventare di colpo il vecchio e consolidato vassallaggio dell’Europa fin troppo evidente e scomodo. Il Cancelliere tedesco Angela Merkel, fino ad ora un leale fantoccio degli Stati Uniti, ha detto che l’Europa non può più fidarsi di Washington e deve “prendere il destino nelle proprie mani.” Il Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Junker ha detto che la leadership di Washington ha fallito e che è il momento per l’UE di prendere la guida e “sostituirsi agli Stati Uniti.” Diversi ministri di governo francesi, tedeschi e inglesi si sono espressi allo stesso modo. Sulla copertina della rivista tedesca Der Spiegel, dal titolo “Goodbye Europa”, c’è Trump che mostra il dito medio all’Europa. La rivista afferma che “È giunto il tempo per l’Europa di unirsi alla Resistenza.” Anche se i politici europei sono stati ben ricompensati per la loro sottomissione, potrebbero ora trovarla un peso meschino e insopportabile.

 

Anche se capisco l’importanza del rifiuto di Putin di reagire alle provocazioni con altre provocazioni, ho anche espresso la preoccupazione che accettarle senza reagire incoraggerebbe ulteriori attacchi, che aumenterebbero di intensità fino a che una guerra o la resa della Russia rimarrebbero le uniche opzioni; viceversa, se il governo russo assumesse un atteggiamento più aggressivo nei confronti delle provocazioni, rispedirebbe il pericolo ed il costo delle stesse al mittente, agli Europei che, con la loro acquiescenza a Washington, le hanno rese possibili. Ora sembra che Trump in persona abbia insegnato questa lezione agli Europei. La Russia ha passato diversi anni ad aiutare l’esercito siriano a ripulire la Siria dai terroristi mandati da Washington per rovesciare il governo siriano. Però, nonostante l’alleanza russo-siriana, Israele continua con i suoi illegali attacchi militari contro la Siria. Questi attacchi potrebbero essere fermati se la Russia fornisse alla Siria i sistemi di difesa antiaerea S-300. Israele e gli Stati Uniti non vogliono che la Russia venda gli S-300 alla Siria perché Israele vuole continuare ad attaccare la Siria e gli Stati Uniti vogliono che la Siria continui ad essere attaccata. In caso contrario, Washington avrebbe costretto Israele a desistere. Diversi anni fa, prima che Washington mandasse i suoi mercenari islamici ad attaccare la Siria, la Russia aveva acconsentito a vendere alla Siria un avanzato sistema di difesa antiaerea ma, per le pressioni americane ed israeliane, aveva rinunciato e non lo aveva consegnato. Ora, per la seconda volta, subito dopo la visita di Netanyahu a Mosca, sentiamo dire da Vladimir Kozhin, assistente di Putin, che la Russia continuerà a negare alla Siria i sistemi moderni di difesa antiaerea. Forse Putin crede di doverlo fare per non dare a Washington un’opportunità che potrebbe essere utilizzata per riportare l’Europa in sintonia con la politica aggressiva degli Stati Uniti. In ogni caso, per quelli che non la vedono così, tutto questo fa nuovamente sembrare la Russia debole e riluttante a difendere un alleato. Se Putin crede di aver una certa qual influenza su Netanyahu, nel senso di convincerlo a stipulare accordi di pace con la Siria o l’Iran, allora il governo russo non ha capito nulla delle intenzioni di Israele o dei 17 anni di guerre di Washington in Medio Oriente. Io spero che la strategia di Putin funzioni. Se non sarà così, dovrà cambiare il proprio modo di reagire alle provocazioni o queste ci porteranno alla guerra.

 

Paul Craig Roberts (traduzione di Markus)

 

 
Massacro diventa "scontro" PDF Stampa E-mail

18 Maggio 2018

Image

 

Da Comedonchisciotte del 16-5-2018 (N.d.d.)

 

Come ha già fatto notare FAIR (p.e., Extra!, 1/17; FAIR.org, 4/2/18), il termine “scontro” è quasi sempre usato per mascherare una asimmetria di forza e dare al lettore l’impressione che le parti in lotta in qualche modo si equivalgano. Questo termine serve a camuffare le dinamiche di potere e la natura del conflitto stesso, p.e., chi lo ha istigato e che tipo di armi sono state usate (se sono state usate armi). “Scontro” è il miglior amico dei giornalisti che vogliono descrivere la violenza senza offendere nessuno al potere, con le parole di George Orwell, “nominare le cose senza che la mente veda la loro immagine.” È allora prevedibile che, nei reportage sulle stragi di Gaza di questi giorni, dove sono stati uccisi più di 30 Palestinesi e ne sono stati feriti più di 1.100, il termine “scontri” venga usato in senso eufemistico per descrivere cecchini che, da postazioni fortificate, sparano contro dimostranti disarmati a 100 metri di distanza.

 

Pneumatici in fiamme, gas lacrimogeni, colpi di arma da fuoco: gli scontri di Gaza diventano mortali (Washington Post, 6-04-2018). Dimostranti feriti mentre riprendono gli scontri a Gaza (Reuters 7-04-2018). Scontri in Israele: sette Palestinesi uccisi nelle proteste al confine con Gaza (Independent 6-04-2018). Dopo lo scontro di Gaza, Israeliani e Palestinesi combattono con filmati e parole (New York Times 1-04-2018) […]

 

Il termine “scontro” implica un certo grado di simmetria. Quando da una parte muoiono dozzine di persone alla volta, mentre dall’altra si spara a volontà, al riparo di muri fortificati, su persone disarmate (alcune delle quali vestono giubbotti con la scritta “Stampa”) a poche decine di metri di distanza, questo non è “uno scontro”. Si può descrivere molto meglio con “un massacro”, o almeno “una sparatoria su dei manifestanti.” Nessun Israeliano è rimasto ferito, e la cosa sarebbe sorprendente se le due parti si stessero veramente “scontrando.”

 

La foglia di fico degli “scontri” non è più necessaria quando si parla dei nemici degli Stati Uniti. Nel 2011, i titoli della stampa occidentale riportavano abitualmente che Mu’ammar Gheddafi in Libia e Bashar al-Assad in Siria “avevano sparato sui manifestanti” (p.e., Guardian, 20-02-2011; New York Times, 25-03-2011). Parole semplici e comprensibili quando si parla di chi gode di cattiva reputazione presso le istituzioni americane deputate alla sicurezza, ma, per gli alleati degli Stati Uniti, la necessità di (mostrare) una falsa parità (di forze) richiede l’uso di eufemismi sempre più assurdi per mascherare quello che sta accadendo veramente, in questo caso il massacro a distanza di esseri umani inermi. Israele ha un esercito modernissimo: F35, corvette Sa’ar, carri armati Merkava e missili Hellfire, per non parlare del più invadente apparato di sorveglianza del mondo, ha il controllo completo di cielo, mare e terra. Nelle manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno, i Palestinesi hanno utilizzato pietre, copertoni e, secondo l’esercito israeliano (IDF), qualche occasionale bottiglia Molotov, anche se, sull’uso di queste ultime, non sono venute alla luce prove indipendenti. Una tale asimmetria di forze non si era mai vista nei vari conflitti mondiali; nonostante questo, i media occidentali rimangono aggrappati a livello istituzionale al cliché del “ciclo di violenza”, dove “entrambe le parti” vengono rappresentate come entità equivalenti. Il termine “scontri” permette loro di continuare a farlo in perpetuo, non importa quanto a senso unico possa essere la violenza.

 

Adam Johnson (traduzione di Markus)

 

 
Terrorismo a scadenze semestrali PDF Stampa E-mail

16 Maggio 2018

Image

 

Da Comedonchisciotte del 14-5-2018 (N.d.d.)

 

Probabilmente con l’età smetterò di farmi domande e diventerò anch’io un fideista delle versioni ufficiali. Sicuramente vivrei meglio, comodamente poggiato sul cuscino delle certezze. Per ora, però, scusate, ma preferisco continuare a ragionare con la mia testa e pormi interrogativi. E uno lo pongo anche a voi: che motivo avrebbe l’Isis di colpire la Francia proprio adesso? La risposta ovvia, quella che sicuramente troverebbe spazio sulle dotte analisi da neocon all’amatriciana del Foglio sarebbe che questi barbari oscurantisti odiano il nostro stile di vita e vogliono trasportarci nel loro Medioevo attraverso il terrore permanente, costringendoci a cambiare stile di vita e campare nel terrore e sul chi va là. Cercherò di dimostrare la pochezza infantile di questa tesi fra poco, prima voglio farvi riflettere su una cosa: Emmanuel Macron subito dopo l’attacco all’arma bianca di sabato sera nel quartiere della movida parigina, vicino all’Opéra, ha scritto su Twitter una frase emblematica: «La Francia paga ancora con il sangue ma non arretriamo di un millimetro».  Arretriamo da cosa? Ovviamente, dall’impegno nella lotta al terrorismo, in patria e all’estero. Bene, qual è stata l’ultima missione diretta dell’aeronautica e delle forze armate francesi? Il raid da Gatto Silvestro compiuto insieme a Usa e Gran Bretagna contro obiettivi siriani in risposta al falso attacco chimico a Douma. Di più, la settimana seguente a quell’operazione, squadre speciali francesi sono arrivati in Siria, boots on the ground come dicono quelli che ne sanno parecchio. Insomma, quei geni senza pari dei francesi intendono combattere il terrorismo attaccando Assad, uno a cui si può imputare di tutto, anche che la pasta sia scotta, ma non certo di essere ambiguo verso l’Isis o Al-Nusra e soci: li elimina come sorci. E con lui, russi e iraniani. E qual è dall’inizio della guerra siriana il principale nemico dell’Isis e della sua formazioni satellite? Assad e il suo regime, oltre agli alleati russi e iraniani. Dunque, per una proprietà transitiva che trova conferma nei dati di fatto sul campo, nel contesto siriano Francia e Isis sono di fatto alleati contro il legittimo governo di Damasco, il nemico comune: perché attaccare Parigi proprio ora? Perché quelle parole di Macron? Tocca prestare attenzione, molta attenzione ai particolari in situazioni simili. Perché farsi prendere dall’emotività è un attimo e addio obiettività del giudizio: tutti gli islamici diventano potenzialmente terroristi e gli iraniani fanno parte delle masse arabe usate per destabilizzare il Medio Oriente, quando dare dell’arabo a un discendente dell’antica Persia appare quantomeno degno di alcuni illuminanti editoriale de La Verità o Il Giornale.

 

Per favore, almeno voi non tramutatevi in tante Daniela Santanché, continuate a ragionare. Chi sono infatti i barbari che, stando alla vulgata ormai ritenuta legge, vogliono distruggere la nostra libertà e il nostro stile di vita? Anzi, una domanda più ficcante: chi li finanzia, arma, protegge, supporta, addestra? In parole povere, chi dà vita a questi Frankenstein che mutano nome – mujaheddin, Al Qaeda, Isis, Al-Nusra – ma non modus operandi? Principalmente e fuori di retorica da Dipartimento di Stato, i Paesi del Golfo. Di fatto, alleati dell’Occidente nella lotta allo stesso terrorismo che generano e utilizzano per i loro piani geopolitici e geostrategici. Da sempre. E chi sono quei signori? Gente che si sporca volentieri le mani con petrolio e dollari, sterco del demonio! Gente che non sembra preoccuparsi dei principi decisamente poco rispettosi dei precetti coranici che stanno dietro alla finanziarizzazione del bene primario dei loro Paesi, ovvero quell’oro nero che da decenni permette loro di fare il bello e cattivo tempo. Sono questi signori che vogliono distruggere il nostro stile di vita, uno stile che garantisce loro la ricchezza e il potere che hanno?  Ho vissuto a Londra per quasi un anno e mezzo e anche lassù scroccavo la rassegna stampa, nella fattispecie al reparto libreria di Harrods: bene, sapete dove vanno a fare shopping le mogli velatissime di quei signori a Londra? Da Harrods, tempio del consumismo, dei saldi, del nostro odioso stile di vita. Certo, nessuno vedrà quel completo di Versace se non il marito, ma lasciano decine di migliaia di sterline alla cassa di quel tempio blasfemo del nostro stile di vita. E comprano Ferrari i loro mariti. E Lamborghini. E Porsche. E Rolls Royce. E interi quartieri delle nostre città, visto che il Qatar è proprietario di mezza Porta Nuova a Milano: cosa pensate, che davvero siano interessati a tramutarla ne La Mecca 2? No, gli va benissimo piazza Gae Aulenti, il “Bosco verticale”, i negozi, la movida con le sue donne scosciate e la cocaina a fiumi. Perché porta soldi, infedeli quanto volete ma soldi. Quanti interessi hanno quei Paesi, Arabia Saudita in testa, negli Usa, il grande Satana del consumismo miscredente? Davvero credete che vogliano farci la guerra? Davvero credete che vogliano subdolamente infiltrare le nostre società con il loro denaro per poi trasformarle in succursali di califfati e regni confessionali votati ad Allah?  A lor signori soldi, lusso e scorciatoie liberali piacciono troppo per privarsene, altrimenti certi cordoni ombelicali che poi portano morti e guerre sarebbe stati recisi da tempo. E poi, se la presenza del terrorismo è capillare come ci dicono in Europa, se ai foreign fighters si uniscono i radicalizzati e i lupi solitari, com’è che saltano fuori una volta ogni tanto e, guarda caso, sempre quando un po’ di destabilizzazione e paura permanente combaciano e si sposano a meraviglia con gli interessi e le questioni interne dei governi e delle società che si vorrebbero colpire? Il terrorismo vero in Europa lo abbiamo vissuto e mi riferisco non a quello eterodiretto delle Br, ma a quello di Ira ed Eta: chi ha almeno la mia età, se lo ricorda. Non colpivano una volta ogni sei mesi, il terrore era perenne, a Belfast come a Londra, a Bilbao come a Madrid. Autobombe, omicidi, incendi dolosi, attentati dinamitardi: pensate che solo l’attività dell’Isis sia monitorata, in modo tale da far sventare agli inquirenti gran parte dei pericoli, ragione che spiegherebbe il basso numero di attacchi? Pensate che Ira ed Eta non fossero infiltrate, seguite, pedinate, radiografate dai servizi di sicurezza? Eppure, proprio in ragione della natura sfuggente e da esercito senza divisa del terrorismo, colpivano. […]

 

Quella in atto, a livello globale, non è né una guerra di religione, né la Terza Guerra Mondiale a pezzi: è una guerra permanente e a bassa intensità partita nel 2001 e che ha permesso al mondo, occidentale e non, di restare in piedi dopo il 2008. Emergenza chiama emergenza, quindi dai morti come dai tonfi borsistici, nascono opportunità e via d’uscita: poco ortodosse, decisamente machiavelliche e poco romantiche e ideali ma il mondo, purtroppo, è questo. Prima lo capiamo, prima – forse – troveremo una soluzione per affrancarci dalla follia collettiva che ci pervade.  Non ci credete? Liberissimi di farlo, almeno fino a quando non ci impianteranno un chip che legge i pensieri e persegue quelli non allineati, ovviamente in ossequio alla lotta contro il terrorismo. Fatevi però una domanda: giornali dichiaratamente atlantisti e proni alle teorie alla Huntington come La Stampa e Il Foglio negli ultimi giorni hanno evidenziato con grande enfasi il presunto nuovo asse creatosi fra Vladimir Putin e Bibi Natanyahu, presente la scorsa settimana a Mosca alla parata per il Giorno della Vittoria. La chiave del patto? Israele smetterà di chiedere la testa di Assad, di fatto riconoscendo il nuovo ruolo egemone della Russia in Siria e in Medio Oriente (oltre che nel Mediterraneo), ma Mosca dovrà aiutare Tel Aviv a fermare l’espansionismo iraniano nell’area. Di dov’era originario l’attentatore di Parigi, casualmente? Riflettete, prima che sia tardi. E vi ritroviate, senza sapere come sia stato possibile, a ragionare come la Santanché. E ad aver paura della vostra ombra.

 

Mauro Bottarelli

 

 
Platone comunitarista PDF Stampa E-mail

15 Maggio 2018

Image

 

Da Rassegna di Arianna dell’11-5-2018 (N.d.d.) 

 

Utopia letteraria, oppure vero manuale di costruzione del politico? Tra questi due poli si è spesso mossa la critica all’opera più graffiante e incisiva di Platone, considerando volta a volta questo testo capitale come un’esercitazione retorica, oppure una prova ontologica, o invece, cosa che è da condividere, un vero manifesto di politica universale, capace di costituire in ogni tempo un codice di esemplare tenuta sociale. Altre volte invece, come nel caso del liberale Popper, Platone e la sua “Repubblica” hanno recitato la parte del nemico pubblico numero uno, l’ideologia che, proponendo una società ben organizzata in sé, salda e solida e quindi chiusa ai pericoli e ai mali esterni, più di altre mette in pericolo le beatitudini della “società aperta”.

 

Il catalogo delle posizioni che la “Repubblica” platonica sciorina è di quelli difficili da digerire per chi abbia lo stomaco egualitario, pacifista e progressista. Impossibile non vedere che il classicismo antico e la degenerazione postmoderna sono su posizioni antitetiche. Per occhi borghesi e moderati, cosmopoliti e “buonisti”, il pensiero di Platone rappresenta lo scandalo massimo: esso tratteggia al sommo grado la comunità, e quindi liquida a priori l’individualismo, che invece è il grande rifugio delle impotenze liberali. Questi sono alcuni dei punti più qualificanti del politico platonico, che costituiscono – come giustamente, dal suo punto di vista, rilevava Popper - quanto di più inassimilabile alla mentalità dei “democratici” post-moderni: la rigida e severa paideia, l’educazione e la selezione cui Platone affidava nella “Repubblica” la crescita delle classi dirigenti della città ideale; la soppressione dell’individualismo dinanzi al prevalere degli interessi di comunità; la comunanza, addirittura, delle donne e dei beni; l’abolizione della proprietà privata; il predominio dello Stato “organico” sul singolo individuo, di cui non si conoscono diritti, ma unicamente doveri; il tipo di governo, gerarchico, aristocratico ed elitario, al quale partecipano i filosofi e niente affatto la massa del popolo. Tutto questo scandalizza la tempra ipocrita e fraudolenta dei “democratici” moderni, che spacciano le loro oligarchie alto-borghesi per governi “del popolo” e barattano le loro dittature finanziarie per servizi resi alla maggioranza.  Quello platonico è il grande affresco sul risanamento dell’uomo. L’analisi del filosofo attiene ad un vero e proprio storicismo, ponendosi al culmine delle epoche col taglio di colui che giudica: e ciò che la storia dispiega è la degenerazione, antropologica, psicofisica, proprio anche biologica in cui incorre l’umanità che si lasci liquefare nel rimescolamento e nella perdita dei propri caratteri originari. La classe dei custodi, a cui Platone affida il comando della società perfetta, rappresenta la consapevolezza di questa via di degrado, cui solo una ferrea volontà di contrapposizione può recare il rimedio, che consiste nell’allevamento – autentica Züchtung, come la chiamava il platonico Nietzsche – della migliore possibile razza d’uomo. […] Questa tecnoscienza selettiva e filosofica, di preparazione bio-psichica di un ordine di uomini superiori, selezionati per servire alla bisogna di un retto convivere e di un superiore agire, costituisce il quadro naturalistico e biologistico dello storicismo platonico.  […] Quella di Platone, pertanto, è una lezione di educazione, ma anche di ri-educazione, squadernando la più alta e conclusiva confutazione di Socrate. L’uditore del dialogo platonico ascolta dunque la comprovata inutilità del metodo individuale di insegnamento praticato da Socrate. Non sarà il dialogo logico-razionale a risvegliare nel giovane uomo le sopite virtù di saggezza e di armonia. Sarà invece la ferma educazione castrense alla sobria forza, nella volontà di costruire un rango che difenda la città e ne rinnovi la robustezza morale, a liquidare le chiacchiere e a volgersi ai fatti costruttivi. Platone propone l’abolizione della poesia tradizionale, nella quale si mostravano uomini – e persino dèi – travagliati dalle peggiori passioni, l’avidità, la viltà, la gelosia. L’elevazione degli animi dovrà essere ottenuta attraverso una nuova forma poetica, e un’arte figurativa, che sappiano rappresentare il bello, l’armonioso, il buono, il nobile. Una bonifica della cultura, insomma. Il rango guerriero che Platone, nei libri iniziali della Repubblica, indica come destinatario della difesa fisica e morale della comunità ideale, e al quale devono andare tutte queste attenzioni, è l’elemento più prezioso per ordire un disegno di contro-potere in grado di annientare gli antichi vizi. Il sistema gerarchico pensato da Platone prevede che dalle classi che ricoprono le funzioni principali – il governo e l’esercito – venga estratto il ristretto e sceltissimo ceto degli Arconti, i migliori, i destinati alle cure della guida politica, che verranno affiancati dagli Epicuroi, i difensori dell’ordine sociale. Ad essi, nessuna proprietà è permessa. Loro compito sarà esclusivamente quello di pensare al bene comune, dimenticando l’utile individuale. In questo voler organizzare, assegnare ruoli, disporre meriti e poteri noi vediamo l’intenzione platonica di rispettare la realtà di natura. La giustizia di Platone è la giustizia di natura. E la Repubblica basata su giustizia è quella che rispetta i caratteri, le virtù, le differenze di tutti e di ognuno. Una giustizia differenzialista e distributiva. Fedeltà a natura: il riconoscimento del proprio essere, diverso ogni volta e ogni volta degno, qualunque esso sia, porta all’assegnazione naturale, spontanea, della propria funzione nella società giusta. Nella quale il comando e l’obbedienza sono ugualmente essenziali, ugualmente portati a sospingere il carattere e la forma interiore dell’uomo, di ogni singolo uomo, verso l’alto. La giustizia platonica, difatti, innalza, e il principio che regge lo Stato giusto è quello che vede ciò che è superiore – lo spirito eroico, l’eccellenza intelligente – guidare ciò che, afflitto da bisogni e bramosie d’ordine più basso, ed essi ugualmente sono bisognosi di un comando illuminato. Ma certo l’ordine intellettivo di Platone non è ragione rozza e impartecipe: qui non si hanno i contorni delle varie “Utopie” sociali preconfezionate dalla ragione cartesiana. Ricordiamo infatti che l’intelletto, il Nous platonico, è in realtà “ragione intuitiva”, così che la Repubblica di Platone, fondata sulla differenza di natura, non avrà nulla del “mostro freddo”, lo Stato borghese, muto ed estraneo, condannato da Nietzsche come nemico dell’uomo. L’intelletto, come precisa Platone nella “Repubblica”, è la “contemplazione dell’ottimo nel campo dell’essere”. Questa affermazione ci rimanda al disegno, che è stato anche di Heidegger nel Novecento, di correggere il politico con il ritorno all’essere primigenio. Il pensatore tedesco, infatti, fece filosofia proprio ripercorrendo la via che Platone intraprese andando a Siracusa, nel sogno di rendere il filosofo allo stesso tempo un capo politico. 

 

Il divino ordinamento cui pensa Platone nella “Repubblica” è l’ordine tradizionale delle cose, in cui sovrana disposizione hanno la buona nascita e il legame col suolo della patria e massima attribuzione del rango è il combaciare della propria natura con la propria funzione. Questa concezione dipese dall’avere Platone un’idea organicistica della società, secondo la nota tripartizione dei poteri, di ascendenza indoeuropea, fra governanti, difensori e lavoratori-commercianti: essa non è una costruzione umana, è un organismo vivente, al cui benessere contribuiscono tutti gli organi vitali che lo compongono, dal più alto ed essenziale al più umile e secondario. Le implicazioni che la Repubblica di Platone comporta – nel suo essere l’esatto speculare della società moderna: gerarchica, anti-egualitaria, etnocentrica, sacrale, etc. – valgono l’osservazione che, in questo testo, il discorso sul potere e sulla giustizia, sul superamento della conflittualità tra ricchi e poveri, sulla fedeltà al proprio ruolo sociale sono considerati essenzialmente come portatori di salute, il che vuole altrimenti dire salvezza. La salute – psichica e fisica - è per Platone il canone primo della migliore convivenza, coincidente col più alto merito: “E allora la virtù sarà una specie di salute, bellezza e felice condizione dell’anima; il vizio malattia, bruttezza e debolezza”. La salute mentale e quella fisica dell’uomo dipendono dal suo porsi correttamente nella società. Da qui proviene, secondo Platone, la salvezza dalla massima fra le sciagure: il disordine, il caos, la degenerazione.

 

Luca Leonello Rimbotti

 

 
Chi ha distrutto l'Italia PDF Stampa E-mail

14 Maggio 2018

Image

 

Sto iniziando a leggere editoriali (ma anche stati su facebook) dove si paventa la futura distruzione dell'Italia a causa del nascente governo Lega-M5S. Forse qui non ci stiamo capendo:

 

- Il debito al 132% del PIl c'è già; - Il debito nei confronti dell'Eurosistema (Target2) da 400 miliardi c'è già  - La necessità di una manovra per reperire 20 miliardi per evitare l'aumento dell'IVA c'è già  - Le pensioni da fame a settant'anni ci sono già  - Il 10% della popolazione in grave stato di deprivazione materiale c'è già - La disoccupazione reale al 30% (ovvero al netto della menzogna che considera occupati coloro che fanno 1 ora di lavoro ogni 15 giorni) c'è già  - I 200000 giovani (spesso provvisti di laurea, master e dottorati) che scappano dall'Italia ci sono già  - Il calo demografico c'è già  - Il collasso delle infrastrutture c'è già  - La distruzione del welfare state c'è già - La distruzione della scuola e dell'università c'è già  - Il collasso del sistema bancario c'è già  - L'asse franco-tedesco che taglia fuori l'Italia dalle decisioni europee c'è già  - Il problema della corruzione c'è già.

 

E potrei continuare fino alla nausea. Ma spero si sia capito che l'Italia è già distrutta. E ad averla distrutta sono quelli bravi che hanno governato fino ad ora. Al limite su coloro che subentreranno a gestire le macerie si può dire che non saranno in grado di ricostruire. Ma ad aver distrutto l'Italia - lo ripeto - sono stati quelli bravi che ci hanno governato fino ad ora. Tutto il resto è noia e malafede.

 

Giuseppe Masala

 

 
Sono come li abbiamo voluti PDF Stampa E-mail

13 Maggio 2018

Image

 

Da Rassegna di Arianna dell’11-5-2018 (N.d.d.) 

 

Alcuni mesi fa chi scrive chiese a una ragazza della quarta ragioneria, già due volte bocciata, come procedessero gli studi, specialmente nelle materie per lei più ostiche, matematica e francese. Rispose che tutto andava benissimo, poiché “le prof. hanno capito chi comanda.” Sarà per questo che non ci stupisce – né in fondo ci indigna troppo – l’ondata di violenza abbattutasi negli ultimi mesi sugli insegnanti. Inutile e carente per difetto enumerare gli episodi diffusi da Nord a Sud dello Stivale, alcuni davvero disgustosi. Per soprammercato, occorre dare conto delle aggressioni – fisiche e verbali- di diversi genitori ad insegnanti rei di non trattare come principini i loro beniamini e eredi, nonché l’alluvione di cause civili e amministrative per opporsi a bocciature, cattivi voti e perfino bei voti, ma inferiori alle aspettative. […] Il bene consiste da 50 anni nel lasciarsi alle spalle il passato in quanto tale, correndo spensierati incontro al nuovo. Il mondo antico di luci e ombre risale ad almeno 25 secoli fa, allorché Platone (uno di destra?) avvertiva: “se avviene che il maestro non osa rimproverare gli allievi, costoro si fanno beffe di lui.“ Se poi il maestro (e il genitore) rifiuta di essere tale, lo scenario diventa quello che sperimentiamo ogni giorno. Anche le definizioni di stampa sono false ed ipocrite: si parla di bulli, termine che definisce un rapporto tra pari (le fratrìe, le dispute giovanili), non l’attacco ai simboli di un potere pur debole e screditato come quello dei docenti, che è teppismo e talvolta vera delinquenza.

 

Colpisce, ma non troppo, la sindrome di Stoccolma di alcune vittime, le quali assicurano che in fondo i colpevoli sono “bravi ragazzi”, “si sono pentiti “o “scusati”. Che cosa dovrebbero dire i docenti, più spesso le docenti? L’indomani saranno nuovamente in classe, i genitori stanno in genere dalla parte dei figli, il sistema finge indignazione per un giorno e poi tutto torna come prima. Ma perché? A nostro avviso è giunta a maturazione una lunga stagione inaugurata mezzo secolo fa, che ha tanti punti di rottura, dei quali quattro ci sembrano i principali.  L’autorità è stata contestata, destrutturata, derisa, abolita, messa nel dimenticatoio delle cose vecchie delle quali liberarsi. Vietato vietare. Poi c’è un deserto di valori e principi. L’unica verità è l’assenza della verità, il soggettivismo estremo, ognuno è legge a se stesso. Proprio i docenti, da diversi decenni, si fanno banditori ed interpreti dei tanti luoghi comuni della modernità. Il deserto avanza perché qualcuno ha avvelenato i pozzi e gettato diserbanti in dosi letali. Sono stati gli insegnanti, impiegati di concetto del nuovo che avanza travolgente, i primi responsabili del disastro. Poi c’è la perdita del padre, simbolo dell’autorità. Minata la famiglia, distrutta con l’aiuto di Freud e Marcuse la figura paterna, è stato abolito il freno, ciò che trattiene, indica la via, pronuncia i no che segnano il cammino. Quarto elemento, la rimozione forzata dell’aggressività naturale, specie quella dei giovani maschi. Tolto l’esempio e il limite paterno, messe da parte le figure maschili di riferimento anche nella scuola, sempre più in mano a donne – per lo più cresciute nel mito della “liberazione” e del permissivismo – ai ragazzi è stato imposto di vergognarsi di se stessi. Potenziali stupratori, violenti, malvagi, sono stati decostruiti, per usare il vocabolo inventato dal pessimo Derrida. […]

 

La scuola è specchio della società e tutto ciò che è istinto maschile viene ora represso, criminalizzato. Allo stadio si mettono sullo stesso piano la violenza, da combattere e punire con durezza, e gli slogan, le male parole, le grida, che ci sono sempre state. Il maschio medio non è una mite orsolina, non si può castrare. A quell’età, è difficile che la reazione sia razionale, educata, meditata. Nell’infanzia e nell’adolescenza, chi scrive pensava di risolvere tutto a cazzotti. Fu il padre a dimostrare che era meglio studiare, farsi una cultura, tentare di convincere gli altri, riservando i pugni alla difesa personale.  Altro problema capitale è l’esibizionismo di massa della postmodernità. Attraverso i social media, tutti filmano, postano, fotografano, mostrano vita, atti, comportamenti. […] Non è un caso se la maggior parte degli episodi di teppismo a carico dei docenti è venuto alla luce via Facebook o Instagram. Molti insegnati si sono guardati bene dal denunciare. Anche questo è un segnale pessimo. Neanche loro hanno fiducia nell’autorità che incarnano, meno ancora nel valore educativo dei loro gesti; in più, dimostrano di non sentirsi diversi dagli allievi. […] Ma furono gli insegnanti i primi a ribellarsi al vecchio mondo. Via la pedana che sopraelevava la cattedra, poi le interrogazioni concordate, la lotta contro il nozionismo, programmi sempre più miseri, un’istruzione strumentale fatta per addestrare al consumo e all’uso di macchine come i computer, l’autorizzazione a tenere in classe il telefono, un atteggiamento a metà tra quello di compagnoni e amici più grandi, le assemblee aperte e via scendendo. Di suo, il sistema, esaurite le smanie rivoluzionarie, è ripiegato nella concezione della scuola come azienda. Una trovata distruttiva è stata quella degli “obiettivi”. Nella pubblica amministrazione, di cui la scuola è la punta di lancia, ripetono sino all’esasperazione, non si lavora più per adempimenti, ma per obiettivi. Quello della scuola non è educare, formare, insegnare le materie di studio, ma fornire diplomi e lauree. Troppi bocciati uguale meno investimenti, il preside è un manager che risponde agli azionisti ministeriali, non il capo di un gruppo interdisciplinare di educatori. Per una quantità sterminata di laureati l’insegnamento non è più una vocazione (concetto retrogrado e irriso) ma un ripiego, o tutt’al più un mezzo per avere uno stipendio con relativamente poca fatica, un numero modesto di ore di lavoro, tutte le feste comandate a casa, buona parte dell’estate libera. Hanno barattato il prestigio sociale – che non vale nulla nel borsino della modernità- con la speranza di non lavorare troppo. Gli stipendi sono umilianti, nonostante riforme su riforme che hanno sempre privilegiato il lato burocratico e amministrativo, per cui oggi i docenti passano più tempo in riunioni, assemblee e compilazione di moduli che in classe. Ma non era, di grazia, il primo obiettivo della civiltà in cui credono a larga maggioranza? Nessuna autorità, si decide in assemblea, si discute su tutto, per bocciare o punire occorrono autorizzazioni varie e il fegato di sfidare la massa conformista. […] Ulteriore elemento di perplessità è la promessa di punizioni esemplari per i teppisti. Giusto, giustissimo ripristinare la responsabilità diretta e personale. Ma siamo sicuri che per molti non sia già troppo tardi? Soprattutto, ai più giovani è ben chiaro che vivono in una società in cui c’è sempre la deroga, l’alternativa, la giustificazione, la via d’uscita. Se truffatori, ladri, rapinatori, spacciatori, persino assassini entrano ed escono da carceri con le porte girevoli, dovranno pagare il conto più salato dei ragazzi la cui colpa principale è di vivere secondo istinto in quanto nessuno – né il padre, né tanto meno gli insegnanti e l’intero mondo esterno- ha proposto e se necessario imposto modelli diversi? I giovani hanno un fiuto eccezionale per scoprire (sgamare, direbbero) insegnanti ignoranti, paurosi, indifferenti, interessati più di loro al suono della campanella. Stiamo pur certi che, in maggioranza, i docenti presi di mira non sono i più bravi e autorevoli, ma quelli che vivacchiano, impegnati soprattutto a ottenere il trasferimento vicino casa, essere liberi di sabato o lunedì se la scuola è aperta il sabato. I giovani sono il punto più basso, perché più fragile e privo di modelli, della regressione generale alla volgarità, all’ignoranza, all’immediato tornaconto, ma non ne sono i responsabili. Essi esprimono la nostra cattiva coscienza: sono come noi li abbiamo voluti e cresciuti. Proteggendoli eccessivamente e, al contrario, criminalizzando i loro istinti naturali, specie quelli dei giovani maschi, li abbiamo resi fragili, irresponsabili e incontrollabili. Quando scoppiano, sono guai. Loro l’hanno presa sul serio la storiella che è vietato vietare, il successo è la misura di tutte le cose, conto solo io e il resto vada a quel paese.  L’aggressività rimossa e riemersa nella violenza è frutto dell’uguaglianza altrettanto distorta, ricacciata nell’inconscio perché espulsa dalla coscienza. Fu Eraclito il primo a capire che è il conflitto, Pòlemos, il generatore di tutto ciò che è vivo. Nella scuola come là fuori, nella vita, è stato abolito o snaturato l’incontro, respinto nella virtualità della Rete. Tutto è divenuto catalogo di problemi, registro, circolare esplicativa. Il rapporto tra insegnante e allievo è un rapporto diseguale, così deve essere, ma è comunque un incontro, in assenza del quale non si insegna e non si apprende. Uno sta di qua, gli altri di là. Se non funziona, si minaccia, offende, ferisce, umilia. Ma è il segno di un’assenza. Insegnare è istruire su qualcosa di specifico, ovviamente, ma è soprattutto educare a combattere, superare i propri limiti, conoscere, riconoscere ed accettare l’Altro. Abbiamo rinunciato a educare, vi è orrore a punire, chiediamo sempre meno ai nostri giovani perché sempre meno sappiamo dare. Schiacciando l’istinto nell’Ombra, osteggiando come violenza ogni forma di aggressività, l’abbiamo fatta rientrare dagli inferi, dall’Es che abbiamo rinunciato a controllare. Distrutto l’archetipo del padre, criminalizzato il maschile, abbiamo aperto il vaso di Pandora. Al potere non è andata la fantasia, ma l’istinto più basso, volgare, incontrollato, non Dioniso, ma la notte di Valpurga. È il momento della punizione, ovvio, ma non cambierà nulla se non torneranno in cattedra dei maestri.

 

Roberto Pecchioli

 

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 1 - 16 di 2095