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Anche la Palestina Ŕ omologata PDF Stampa E-mail

15 Dicembre 2017

 

Da Comedonchisciotte del 12-12-2017 (N.d.d.)

 

È l’ultimo testo di Israël Shamir, e non è piaciuto ai lettori-commentatori di Unz.com. Li capisco, perché questo testo preciso e implacabile sottolinea un fatto inevitabile: la mondializzazione capitalista mangia tutto e ci rende simili a maiali, per citare il compianto matematico e polemista Gilles Chatelet. Il tifoso di calcio sostituisce il patriota, il turista il pellegrino, l’abbuffone il filosofo. Non ci saranno più bene e male, non ci saranno più pedine bianche e pedine nere (le pedine saranno di un unico colore, come nell’episodio del Prigioniero), ci sarà ciò che Bardèche chiamò la razza a prezzo unico. Attenzione, non bisogna prendere questo testo come una negazione della causa palestinese. La posta in gioco è peggiore. La disumanizzazione del capitalismo, della mondializzazione, causerà la fine di tutte le cause, salvo quella mercantile. Il divenire-mondo della merce, diceva Debord, è prima di tutto un divenire-merce del mondo. Ascoltiamo Israel :

 

«Non è mai andata meglio. Il salario minimo degli israeliani si aggira intorno ai 1500 dollari; in due anni è passato da 4000 shekel a 5300 shekel. L’inflazione non è aumentata, nonostante le più funeste previsioni. I poveri non sono più così poveri, anche se alcuni di loro non conoscono veramente la prosperità. I prezzi nella valuta locale sono stabili. Sulla scena internazionale, lo shekel è alto, altissimo (non si aspettano i record folgoranti del 2014), e il Tesoro si impegna a impedire che si alzi ancora. È per questo che i prezzi appaiono spesso troppo alti agli stranieri. Un sandwich, un modesto falafel, israeliano come palestinese, con una bevanda, costa circa 10 dollari, e a Tel Aviv vi verrà probabilmente preparato e servito da un rifugiato africano. Un pranzo costa circa 20 dollari, una buona cena molto di più, e devi prenotare con largo anticipo se vuoi trovare un tavolo. Questo succede nel lato israeliano. Nel lato palestinese, lo stesso pranzo vi costerà un po’ meno, circa 25 dollari. I ristoranti sono affollati, gli israeliani adorano il cibo e mangiano tutto il tempo, s’ingozzano continuamente.» L’apocalisse turistica è un appuntamento in una terra artefatta. Tutto per un selfie tombale:

 

«I turisti si riversano nella Terra santa come mai prima d’ora. Lo scorso ottobre, tutti gli hotel di Gerusalemme e Tel Aviv erano pieni; impossibile trovare una camera a meno di 200 dollari a notte, anche lontano dal centro A Betlemme come a Hebron, le persone che riempiono gli hotel sono i turisti in viaggio verso Gerusalemme. C’è la coda per entrare nei sepolcri più importanti, la chiesa della natività a Betlemme e il Santo sepolcro a Gerusalemme; fanno la coda per ore per venerare i luoghi in cui è nato e morto il Salvatore. I palestinesi lavorano a tutto questo. La costruzione sta esplodendo dappertutto in Cisgiordania. Nuove case crescono nel deserto. Villaggi fino a ieri ancora poveri come Imwas vicino a Betlemme e Taffuh vicino a Hebron sono diventati delle vere città con edifici a tre e quattro piani, molto simili a quelle che bramano gli israeliani.» È l’orrore immobiliare. La Terra Santa diventa una terra artefatta, come tutte le isole paradisiache trasformate in un condominio per trogloditi di cemento. «I cittadini israeliani non sono autorizzati dal governo israeliano a penetrare nei territori palestinesi. È un problema giuridico, se gli israeliani potessero vedere che i loro vicini vivono come loro all’occidentale, comprenderebbero subito che il muro non è più necessario, perché non c’è differenza tra i due lati, e sarebbe la fine del separatismo che gli ebrei imposero a se stessi.» Israël Shamir prova evidentemente molta nostalgia per la vecchia Palestina:

 

«Per quanto mi riguarda, non sono contento di questa convergenza. Adoravo la vecchia Palestina dalle case in pietra circondate dai vigneti, i contadini palestinesi sempre impegnati a prendersi cura dei loro ulivi e delle loro fonti. Punto. A Dura al-karia, un incantevole villaggio dalle fontane meravigliose, i campi sono abbandonati. I figli dei contadini lavorano sodo negli uffici governativi di Ramallah, e non intendono ritornare al lavoro dei campi. I pozzi non sono più apprezzati come l’unica fonte di vita, sono solo conservati come ricordo di un passato ormai andato. Il neocapitalismo ha demolito ciò che il sionismo non aveva potuto uccidere.» Il grande scrittore e il resistente palestinese Elias Sambar diceva che «il sionismo produce l’assenza». […] Lascio concludere il maestro, dato che è insuperabile:

 

«Ma è la realtà del XXI secolo. Lo stesso è accaduto in Provenza e in Toscana dall’altra parte del mare; mentre cose molto peggiori stavano succedendo nelle vicinanze, in Siria e in Irak. Le persone si sono abituate a questa nuova realtà, non restiamo che noi, i vecchi romantici, a lamentarcene.» La vera salvezza verrà dall’interno. Citiamo Bardèche:

 

«Le diverse nazioni stanno a poco a poco scomparendo … gli Stati non saranno altro che distretti amministrativi di un unico impero. E da una parte all’altra del mondo, in città perfettamente simili perché ricostruite dopo qualche bombardamento, vivrà sotto leggi simili una popolazione, razza di schiavi indefinibile e triste, senza genio, senza istinto, senza voce. Un uomo arido regnerà su un mondo igienico. Il frastuono dei pick-up sarà il simbolo di questa razza a prezzo unico. Marciapiedi mobili percorreranno le strade. Ogni mattina trasporteranno al loro lavoro da schiavi la lunga fila di uomini senza volto e li riporterà la sera. Eccola la terra promessa.»

 

 Nicolas Bonnal (traduzione a cura di VOLLMOND)

 

 
Bitcoin e techno-narcisismo PDF Stampa E-mail

14 Dicembre 2017

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Da Comedonchisciotte dell’11-12-2017 (N.d.d.)

 

I lucidascarpe degli aeroporti di tutto il mondo devono mormorare a proposito del Bitcoin dato che la criptomoneta ha preso il volo, fino a sfiorare il traguardo dei diecimila dollari. Anche Ethereum manda qualche ruggito, come la maggior parte delle altre criptomonete, da ByteballBytes a Tattoocoin (edizione limitata). Qualunque cosa ne pensiate voi, questa infatuazione manda un messaggio e forse più di uno. Uno dovrebbe essere sicuramente: ”Arricchitevi in fretta “. Otto mesi fa, avreste potuto comprare dei Bitcoin per soli 1000 dollari, dai primi di settembre, avevano toccato 5000 dollari, il che sembrava già fantascientifico. Durante le ultime due settimane, abbiamo avuto una doppia impennata del diagramma di cambio. A qualcuno questo deve sembrare irresistibile. Il risultato è una fissazione di altri tempi, una speculazione sui numeri come quella sui tulipani di una volta. (si riferisce alla speculazione sui bulbi di tulipani fatta in Olanda nel 1637 – N.d.T.). Un altro messaggio che vi si può trovare riguarda probabilmente qualcosa come “defilarsi e svicolare.

 

In una certa misura, il Bitcoin può fare il lavoro che faceva una volta l’oro, per l’aura in cui è avvolto di bene rifugio contro una possibile mega tempesta finanziaria mondiale. L’ultima volta che è capitata una roba del genere, spuntata dal nulla dopo il crollo della “base permanente” del 1929, il governo ha confiscato la maggior quantità di oro materiale possibile. Allora chi è che ne vuole ancora? Dati i tempi che corrono, lo spirito del tempo è rivolto allo stesso modo verso nuovi e sofisticati intrallazzi governativi che spingano i popoli del mondo intero verso regimi monetari senza contante, così che le autorità possano sorvegliare e controllare tutte le transazioni e ricavarne pure delle tasse. E c’è questa teoria, che almeno i computer che costituiscono la catena di blocchi del Bitcoin sarebbero al sicuro dalle grinfie di qualunque governo. Non sono così ottimista a proposito della supposta inviolabilità del Bitcoin, e neanche nei confronti di molti altri suoi seducenti attributi. L’affare MtGox del 2014 deve essere stato dimenticato ormai, ma all’epoca, alcuni hackers avevano piratato 850.000 bitcoins del valore di più di 450. 000.000 di dollari, intercettando gli scambi di funzione che trattavano circa i due terzi di tutte le transazioni mondiali in Bitcoin. MtGox ha fatto fallimento. Il Bitcoin è crollato ma l’affare si è riorganizzato nascostamente per 3 anni finché il Golem d’oro della grandeur è stato eletto capo del mondo libero. È una coincidenza? Mah…

 

Pochi lettori comprendono veramente le funzioni che reggono la blockchain (il metodo di generazione dei Bitcoin -N.d.T) e io che scrivo sono tra  quelli. So però che la supposta sicurezza del Bitcoin risiede nella sua caratteristica di algoritmo distribuito tra una rete di computer nel mondo intero, di modo che esiste contemporaneamente un po’ dovunque e in nessun posto, un fantasma che ha una grande fiducia nella meta-macchina tecnoindustriale. Intanto, l’energia elettrica necessaria per configurare ogni Bitcoin, vale a dire i calcoli necessari per aggiornare la rete della blockchain (che genera i Bitcoin per mezzo di un algoritmo -N.d.T.), è sufficiente per far bollire circa 2000 litri d’acqua. Questo capita in tutto il mondo e una grande parte della configurazione dei Bitcoin è alimentata da centrali elettriche a carbone, il che ne fa la prima “moneta a vapore”. Se il Bitcoin continua a salire fino a un milione di dollari per unità, esaudendo le speranze e le preghiere di molti investitori, non ci sarà più abbastanza energia elettrica nel mondo per continuare.

 

Scusatemi se sembro scettico. Anche senza la richiesta supplementare di energia introdotta dal Bitcoin nel panorama americano, la rete elettrica americana è già una piattaforma che sta invecchiando, con tante parti malridotte... Vi sono vari tipi di incidenti che potrebbero interrompere il servizio, anche per periodi lunghi nel caso di un’interferenza elettromagnetica (EMP – ElectroMagneticPulse) (EMP: causata da un’esplosione nucleare o da una violenta tempesta solare – N.d.T.). Poi non sono convinto che le criptomonete possano sfuggire alle grinfie del governo. Dovunque nel mondo, nelle campagne governative per trasformare tutta la moneta in moneta elettronica, deve esserci un interesse profondo a impadronirsi delle catene di blocchi esistenti, o anche a creare dei fondi pubblici ufficiali per istituzionalizzare un controllo totale sulle transazioni finanziarie, come i governi desiderano. Comunque sia, esistono già più di 1300 criptomonete private e apparentemente vi è la capacità teoricamente infinita di crearne delle nuove – anche se l’energia elettrica richiesta sembra essere un fattore limitante. Potrebbe darsi che i governi le chiudano perché sono dei divoratori di energia. Il mio punto di vista personale sul fenomeno è che esso rappresenti il punto culminante del techno-narcisismo, l’idea che la tecnologia ormai sia tanto magica da vincerla sulle leggi della fisica. Per me quello sarebbe proprio un argomento molto forte per “vendere”. Troverei detestabile essere nella corsa finale per uscire dall’affare. E poi chissà quale altro genere di corsa verso altre uscite questa potrebbe ispirare.

 

James Howard Kunstler (traduzione a cura di GIAKKI49)

 

 
La nascita della Federal Reserve PDF Stampa E-mail

12 Dicembre 2017

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Da Appelloalpopolo del 10-12-2017 (N.d.d.)

 

I primi elementi del Sistema della riserva federale, la banca centrale degli Stati Uniti, furono posti nel 1863, quando il Congresso statunitense con il ‘National Banking Act’ e il ‘National Currency Act’ determinò la centralità finanziaria di New York. Alcuni centri bancari, come Chicago, St. Louis o Boston, furono designati come città della riserva nelle cui banche nazionali le banche regionali potevano tenere il 25% delle loro riserve minime obbligatorie in forma di depositi e banconote. Le banche nazionali di New York ebbero però uno status speciale e fu loro richiesto di tenere il 25% delle loro riserve di valuta legale in forma di monete o lingotti d’oro o d’argento. La legge designava la sola New York come ‘città della riserva centrale’, cioè la riconosceva come centro monetario nazionale. Poiché le banche locali e regionali potevano guadagnare interessi collocando i loro fondi nelle banche di New York, il capitale fluiva dalle banche regionali alle banche di New York provocandone la crescita abnorme. A New York, oltre alle grandi banche nazionali, c’era anche un gruppo, piccolo ma molto influente, di banche private internazionali che non vendevano le loro azioni al pubblico e non erano dunque limitate agli affari locali. A differenza di quelle nazionali, queste banche non potevano emettere banconote; proprio perciò erano poco regolamentate, libere di fare affari ovunque trovassero opportunità. Negli ultimi decenni del XIX secolo queste banche d’investimento divennero enormi società bancarie internazionali come J. P. Morgan, Kuhn Loeb, Lazard Frères, Drexel e poche altre, organizzando da Londra e Parigi le più ampie operazioni finanziarie per la costruzione delle ferrovie americane e per l’espansione della grande industria attraverso i confini statali.

 

Nel primo decennio del XX secolo da questa élite della finanza internazionale emersero due giganti, il britannico Nathaniel Lord Rothschild della N. M. Rothschild & Co. e J. Pierpont Morgan della J. P. Morgan & Co., che dapprima lavorarono in stretta collaborazione – tanto che Morgan si limitava a rappresentare in modo discreto gli interessi dei Rothschild negli Stati Uniti -, poi divennero rivali alla fine del primo decennio del XX secolo, quando diventò chiaro che l’impero britannico era in declino irreversibile e Morgan cercò di costituire il proprio impero finanziario. Alla fine degli anni ‘90 dell’Ottocento Morgan diventò il più potente banchiere del mondo, organizzando insieme a August Belmont, il rappresentante dei Rothschild negli Stati Uniti, il panico finanziario del 1893 per annichilire il ruolo monetario dell’argento, così abbondante negli Stati Uniti da non poter essere controllato dai banchieri, e per imporre il Gold Standard agli Stati Uniti. Approfittando inoltre dei fallimenti provocati dalla crisi di cui erano stati promotori, Morgan e Rothschild acquistarono a prezzi stracciati le più importanti società ferroviarie, così da poter controllare l’intera economia americana; nel frattempo, per coprire le loro manipolazioni, creavano e diffondevano con i loro giornali i miti della democrazia, dell’individualismo e del libero mercato. Sconfitta la fazione dell’argento, a Morgan e al ristretto circolo di banche di New York e Londra sue alleate era aperta la strada per impossessarsi delle stesse finanze degli Stati Uniti: nel 1907 Morgan e Rockefeller organizzarono una nuova ondata di panico che avrebbe portato al ‘Federal Reserve Act’. La vicenda iniziò dal tentativo di Frederick A. Heinze, direttore della Mercantile National Bank, di accaparrarsi il mercato del rame comprando le azioni della United Copper Company; il gruppo Rockefeller, che controllava l’enorme Amalgamated Copper Company, lo contrastò inondando il mercato con il suo rame così da precipitarne il prezzo: se il 14 ottobre 1907 un’azione della United Copper Company valeva 62 dollari, il 16 ottobre ne valeva 15. Heinze ne fu travolto. Intanto i giornali divulgavano notizie sui legami tra la sua Mercantile National Bank e altre sei banche di New York; il timore della loro insolvenza provocò un primo prelievo massiccio dei depositi. Il panico generale fu destato però quando la stampa diffuse la notizia che anche Charles T. Barney, il rampante presidente di una banca di media grandezza, la Knickerbocker Trust Co., era in affari con la Mercantile National Bank. Ne seguì una corsa agli sportelli che costrinse Barney a mendicare il salvataggio della sua banca dalla Clearing House Association di J. Pierpont Morgan. Chiesta una verifica dei conti, Morgan rifiutò il credito; e non solo non fermò il panico: diffondendo insinuazioni per mezzo dei giornali che controllava (Evening News, The New York Times), lo estese alle banche di cui voleva sbarazzarsi, in particolare alla Trust Company of America. Essa era in realtà solvente, ma possedeva le azioni della Tennessee Coal and Iron Company, una società su cui la US Steel Corporation di Morgan aveva messo gli occhi; ebbe dunque i prestiti da Morgan ma solo a condizione di cedere le sue quote della Tennessee Coal and Iron Company. Acquisendo queste quote Morgan avrebbe però violato le leggi antitrust. Mandò allora due dei suoi dal presidente Roosevelt perché le sospendesse. Intanto lo scenario si era fatto apocalittico: Barney si era suicidato, il mercato azionario di New York era crollato perché le banche assetate di liquidità vendevano azioni per aumentare il capitale, il paese era precipitato in una nuova depressione dopo quella del 1893. Theodor Roosevelt, sensibile ai desideri di Rockefeller e Morgan, abituato anzi a concordare con loro addirittura i suoi discorsi, non poté deluderli: sospese le leggi antitrust. Per miracolo il panico si dissolse: appena Morgan ebbe messo le mani sul Tennessee Coal and Iron Company, la campagna stampa cessò e la Trust Company of America poté tornare ai suoi affari. Morgan fu celebrato dalla sua stampa come l’eroe che aveva fermato il panico, proprio mentre approfittava dei prezzi crollati per comprare grandi società da aggiungere al suo impero. La crisi del 1907-08, oltre ad aumentare l’impero e l’influenza di Morgan, diede al presidente Roosevelt l’occasione per istituire la ‘Commissione monetaria nazionale’ con il compito di studiare le crisi bancarie e mettere fine alle ondate di panico sui mercati finanziari. Direttore della Commissione fu il senatore Nelson Aldrich, suocero di John D. Rockefeller, noto come ‘mediatore senatoriale di Morgan’, non estraneo in passato alla corruzione elettorale, destinato a diventare molto facoltoso alla fine della sua carriera politica; Aldrich fu colui che si fece strumento del più importante colpo di Stato della storia americana – la creazione del Federal Reserve System. Nel novembre 1910 Nelson Aldrich e i principali finanzieri americani salirono in treno per raggiungere un remoto resort di proprietà di Morgan a Jekyll Island, al largo delle coste della Georgia. Qualora fossero stati scoperti, avrebbero risposto che si riunivano per andare a caccia di anatre. Di questa riunione segretissima scrisse Forbes nel 1916 omettendo i cognomi dei partecipanti: “Nelson [Aldrich] aveva confidato a Henry [Davidson, socio di J. P. Morgan & Co.], a Frank [Vanderlip, presidente della National City Bank di Rockefeller], a Paul [Warburg, di Kuhn Loeb & Co.] e a Piatt [Andrew, vicesegretario al Tesoro degli Stati Uniti] che li avrebbe tenuti in conclave a Jekyll Island, fuori dal mondo, finché non avessero sviluppato e redatto un sistema monetario scientifico per gli Stati Uniti … Warburg è il collegamento tra il sistema Aldrich e il sistema attuale [la Federal Reserve]. Egli più di tutti ha fatto del sistema una realtà effettiva.” (Bertie Charles Forbes, Current Opinion, dicembre 1916, p. 382). È rivelatrice della natura del cosmopolitismo dei finanzieri internazionali la circostanza che a creare il Federal Reserve System, strumento finanziario della sconfitta tedesca del 1918, sia stato il tedesco Warburg. Warburg organizzò il Federal Reserve System secondo il modello della Banca d’Inghilterra. Per aiutare a superare lo scoglio dell’art. 1 della Costituzione, che attribuendo il potere monetario al Congresso escludeva i privati dalla sua gestione, Warburg suggerì che la banca centrale degli Stati Uniti non si chiamasse banca nazionale o banca centrale, ma avesse il titolo lambiccato di Associazione per la banca della riserva federale, in modo che si potesse avanzare l’argomento che non si trattava di una banca centrale perché, a differenza della Banca d’Inghilterra o delle altre banche centrali europee, il modello statunitense era decentralizzato; inoltre l’influenza dominante di New York era nascosta con la creazione di 12 banche regionali ‘indipendenti’, ognuna di proprietà delle banche o delle società più potenti della regione; ugualmente in ombra il fatto che il capitale delle 12 banche affiliate sarebbe stato di proprietà di azionisti privati. Il piano Warburg, rinominato piano Aldrich perché sembrasse idea del senatore repubblicano anziché piano dei banchieri internazionali, suscitò qualche opposizione. Nel 1912 il deputato del Minnesota, Charles Lindbergh (padre e omonimo del più noto aviatore), presentò al Congresso la richiesta che si investigasse sul potere di Wall Street; ma Wall Street già condizionava la maggioranza dei deputati; essi dirottarono quindi la richiesta di Lindbergh a un deputato della Luisiana, Arsene Pujo, che incaricò un avvocato della cerchia di Wall Street, Samuel Untermeyer, di organizzare un’inchiesta addomesticata.

 

La commissione Pujo accertò l’esistenza di un Money Trust formato da sei banche che controllavano l’industria dell’acciaio, le società ferroviarie, i servizi pubblici, le compagnie di estrazione e di raffinazione del petrolio, la grande stampa; il vertice del Money Trust era occupato da J. P. Morgan & Co., che controllava in vario modo le più grandi società del paese ed era legato a soci londinesi. Dopo questi risultati il Congresso, ora a maggioranza democratica, non poteva più accettare il piano del troppo oligarchico Aldrich; lo si poteva però orientare ad accettare una versione democratica dello stesso piano; perché questa versione fosse più credibile, la si diede da scrivere a Untermeyer che la stampa degli oligarchi aveva appena trasfigurato in amico del popolo e persecutore dell’oligarchia. Le udienze della commissione Pujo e i resoconti che ne diede la stampa furono usati in modo che il Congresso potesse approvare come alternativa democratica al piano Aldrich il disegno di legge Owen-Glass, sebbene ricalcasse quasi verbatim il piano di Jekyll Island da cui era nato lo stesso piano Aldrich. Così, mentre la stampa di Morgan marchiava d’infamia il piano Aldrich in quanto ‘piano della banca centrale’, il Federal Reserve Act del deputato Glass, scritto in realtà dallo stesso Warburg con la semplice collaborazione di Untermeyer, ma encomiato dalla stampa oligarchica come equilibrata alternativa democratica al piano dell’oligarchico Aldrich, istituiva proprio una banca centrale sotto diverso nome e sotto il controllo stretto del Money Trust: la Federal Reserve Bank sarebbe stata proprietà di azionisti privati che avrebbero usato la fiducia e il credito del governo statunitense per il loro profitto, che in contrasto con l’art. 1 della Costituzione avrebbero controllato il denaro e il credito della nazione, che avrebbero creato e distrutto denaro e finanziato il governo in tempo di guerra. Non a caso l’Owen-Glass Federal Reserve Act fu accolto con entusiasmo dall’Associazione dei banchieri americani. Il 23 dicembre, dopo scarso dibattito, l’Owen-Glass Bill fu approvato da un Congresso mezzo vuoto per le vacanze di Natale; un’ora dopo l’approvazione il presidente Woodrow Wilson, lui stesso una nuova creatura di Morgan, appose la sua firma e lo rese esecutivo. Il Federal Reserve System fu costituito come una banca centrale indipendente dallo Stato. Sebbene il presidente degli Stati Uniti avesse il potere di nominarne il presidente e i governatori e le nomine dovessero essere approvate dal Senato, erano i presidenti delle 12 banche private della Reserve a controllare il sistema (e nessuno era più potente del presidente della Federal Reserve di New York, primus inter pares); infatti la legge prescriveva che le decisioni della Federal Reserve non dovevano essere ratificate dal presidente degli Stati Uniti o in generale dall’esecutivo o dal Congresso. La Federal Reserve Bank di New York e i suoi direttori – i nomi più importanti di Wall Street – avevano potere totale sulle politiche monetarie. La clausola che i capitali non detenuti dalle banche affiliate non avrebbero avuto potere di voto garantiva che nessun estraneo comprasse quote della Federal Reserve e ne faceva un club rigorosamente riservato agli oligarchi, che con il potere di creare e distruggere moneta potevano determinare periodi di espansione e periodi di recessione – potere che usarono con una violenza maggiore di quanto avessero fatto i singoli banchieri nell’Ottocento. Alle interruzioni delle espansioni economiche si diede anche la veste pseudo-scientifica della teoria dei “cicli economici”, come se fossero fenomeni naturali inevitabili. La nuova Federal Reserve permise alle banche private, in particolare a Morgan e ai suoi alleati, di correre rischi fino a quel momento inimmaginabili; le loro scorribande erano ora sostenute dalla fiducia e dal credito del governo degli Stati Uniti e dei suoi contribuenti ignari. La sua prima prova sarà la richiesta di enormi crediti avanzata dall’Inghilterra e dalla Francia per finanziare la loro guerra contro la Germania e l’Austria-Ungheria.

 

Paolo Di Remigio

 

 

 

 
Vittoria postuma PDF Stampa E-mail

11 Dicembre 2017

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Da Rassegna di Arianna dell’8-12-2017 (N.d.d.) 

 

Un fantasma si aggira nuovamente per il mondo. Ha il volto barbuto, l’espressione accigliata di Carlo Marx e sta vincendo la partita. Ai tempi supplementari, attraverso il suo storico nemico, il capitalismo, per eterotelia, secondo l’espressione coniata da Jules Monnerot. La sua vittoria è doppia: la prima è sul versante economico, non certo perché la proprietà dei mezzi di produzione sia stata sottratta al settore privato – tutto il contrario – ma per il fatto che, con un secolo e mezzo di ritardo, si stanno avverando le previsioni dell’uomo di Treviri e di Friedrich Engels sull’esito del capitalismo. La seconda vittoria è la realizzazione dell’Uomo Nuovo con altri mezzi, quelli del capitalismo globale e del suo supporto culturale, il liberalismo o libertarismo etico, con la sognata “liberazione di ogni singolo individuo” dai limiti locali e nazionali, familiari e religiosi. Il Prometeo marxista si invera nei panni del vincente individualismo dei desideri prodotto dal neo capitalismo assoluto, sciolto, dopo la vittoria del ‘68, dai vecchi lacciuoli, i valori morali borghesi e comunitari.

 

Marcello Veneziani nel suo ultimo libro rilancia un’idea sempre meno peregrina, ovvero il successo postumo di Marx per il tramite del radicalismo liberal, nella dissoluzione della comunità, nella secolarizzazione compiuta, nella fine della famiglia, nella concretizzazione di quanto scritto nel Manifesto circa il ruolo distruttore (o liberatorio, nel lessico marx-engelsiano) della borghesia. Marx confondeva borghesia e capitalismo: in realtà noi oggi sappiamo bene che la classe borghese è stata ampiamente utilizzata dal capitalismo per i suoi scopi, salvo abbandonarla al suo destino, dopo la rivoluzione anti tradizionale ed anti borghese del 1968, promossa per diffondere il nuovo sentimento soggettivista, libertario e consumista a trazione neocapitalista. I fatti, per chi ha occhi per vedere, dimostrano che l’utopia regressiva dell’uomo nuovo sciolto nell’acido soggettivista e materialista si è costituita sotto l’egida del vangelo apocrifo globalista, liberale e libertino. Ancora più sconcertante è prendere atto, una volta scomparsa l’influenza politica del marxismo, del preciso compimento di tutte le previsioni di economia generale enunciate da Marx nel Capitale. Siamo entrati trionfalmente, dopo la fine dell’URSS e la rotta del comunismo reale, in un sistema che dovremmo chiamare di “capitalismo corporativo”, se la lingua e la prassi politica italiana non ne travisassero il significato. Nell’ambito delle scienze sociali, si definisce capitalismo corporativo il sistema di mercato caratterizzato dal dominio delle grandi corporations, ovvero le colossali entità finanziarie, industriali e, da ultimo, tecnologiche multinazionali, transnazionali e globaliste, gerarchicamente ordinate e burocratizzate al loro interno, volte ad ottenere profitti a breve termine con ogni mezzo, travolgendo ogni ostacolo e potere costituito, a partire dagli Stati. Un sistema che non dà segni di rinnovamento e che, quando cadrà, morirà uccidendo. In questi decenni di dominio, ha lasciato ai margini della via, rovinato, trapassato le vite di centinaia di milioni di persone. Non ha più neppure bisogno di fare guerre, gli basta estendere le pessime condizioni di lavoro, salario e diritti sociali per generare caos e miseria. Ed è esattamente questo l’obiettivo di élites economiche e finanziarie psicopatiche, con l’appoggio dei vari governi di turno negli Stati svuotati di potere. Accumulano più ricchezza di quanto ce ne sia stata in mani private nel corso dei secoli e contano, per la loro sopravvivenza, sul consenso delle classi medio alte, paurose, pusillanimi, vili, mediocri. Nessun pentimento, nessun cambio di rotta dopo e nonostante la grande crisi iniziata nel 2007-2008.  Carlo Marx, al riguardo, fu profeta con troppo anticipo, forse un visionario o magari un presbite della storia. Somiglia in questo ad un suo grande contemporaneo, Friedrich Nietzsche, convinto che le sue idee sarebbero state attuali solo nel 2000. Fatto sta che le cinque leggi generali della dinamica capitalistica descritte da Marx si stanno rivelando perfette rappresentazioni del presente. In primo luogo, la legge dell’accumulazione e il livello decrescente dei guadagni dell’immensa maggioranza. Per conferma, basta dare un ‘occhiata alle differenze di reddito pro capite su scala mondiale. In secondo luogo, la legge della concentrazione crescente e della centralizzazione autoritaria della catena di comando dell’impresa. È evidente ogni giorno di più la massiccia e crescente espulsione dal mercato di migliaia e migliaia di aziende per opera delle multinazionali che formano aggregazioni gigantesche su scala planetaria in tutti i settori, determinando ulteriore accumulazione di potere (e naturalmente di risorse economiche) in pochissime mani.  Terzo punto, la legge dell’esercito industriale di riserva, ovvero la presenza sempre più massiccia di disoccupati, sotto occupati, immigrati senza qualificazione o funzione. L’Italia è un esempio lampante di eserciti di riserva: il Sud, i lavoratori espulsi dall’industria, gli ex lavoratori autonomi falliti per la concentrazione del commercio e dei servizi, per il declino dell’artigianato e dell’agricoltura, i giovani illusi di avere opportunità legate agli studi compiuti, le masse di nullafacenti importate in maniera criminale, i cinquantenni incappati nel licenziamento e non ricollocabili.  Quarto punto, di capitale importanza, la miseria crescente di un nuovo, diffuso proletariato, che si è esteso agli impiegati, agli operai specializzati, ai piccoli e medi commercianti ed imprenditori, agli usurati schiacciati dai debiti. Infine, la legge delle crisi e delle depressioni, ormai riconosciute come elementi normali e ciclici attraverso le quali il sistema espelle i perdenti, si libera dei propri fardelli, facendo pagare il conto agli altri, ovvero agli Stati, agli sconfitti del mercato, ai popoli ed a ciascuno di noi.  Negli ultimi trent’anni, inoltre, il neo liberismo ha svalutato sino ad espellerla dal campo delle possibilità anche la versione keynesiana dell’economia liberale, vincolata al consenso sociale, agli investimenti statali di lungo periodo a debito, al controllo pubblico dei fatti economici nonché dell’emissione monetaria e dei tassi d’interesse. Marx, che pure non ebbe chiara l’immensa importanza della leva monetaria e finanziaria, previde quanto dianzi citato per l’immediato futuro. Sbagliò clamorosamente i tempi, ma i nodi che aveva immaginato sono giunti al pettine, per un paradosso della storia (il contrario di quell’astuzia della storia evocata da Hegel) dopo la fine del comunismo reale novecentesco imploso su se stesso.  Da quasi trent’anni si aggrava la prognosi e la folle terapia consiste nel somministrare al malato dosi crescenti di tutto ciò che ha provocato la febbre: continui giri di vite su salari e pensioni, peggioramento delle condizioni concrete di vita, precarizzazione di massa mascherata da balle come la flessibilità o la favola del diventare imprenditori di se stessi, altre privatizzazioni di servizi pubblici oltreché di ambiti e settori che dovrebbero restare patrimonio indisponibile, bene comune, ed ancora deflazione, stretta del credito.

 

Le varie riforme fiscali tentate si sono risolte in enormi vantaggi per le multinazionali, nuove possibilità di trasferire denaro e profitti nei mille paradisi fiscali, nel favorire ulteriori processi di concentrazione, formazione di oligopoli o cartelli che presto o tardi si trasformano in monopoli. In definitiva una ulteriore redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto o verso i privilegi delle caste di supporto del sistema.  I mezzi di comunicazione – in mano ai vertici del capitalismo corporativo – sono veicolo di disinformazione e mezzo privilegiato di ingegneria sociale per trasformare le nuove plebi in masse desideranti di adepti del consumo a debito, mentre le classi medie declinanti verso il basso ed i pensionati, sempre più impauriti del futuro, mantengono al governo bande di politici asserviti e contemporaneamente sono costrette a destinare parte del reddito a figli e nipoti intrappolati nel precariato , nell’insicurezza, in una sorta di perenne vita interinale, di transizione verso un domani migliore che non arriverà mai.  […] Le cricche economiche, finanziarie e padrone delle tecnologie informatiche non esercitano alcuna funzione positiva, sono esclusivamente oligarchie dedite all’accumulo e portatrici di caos, senza responsabilità sociale, immerse nel presente, profondamente amorali. Anche dal punto di vista dell’esito futuro (ma Keynes osservava che nel lungo termine saremo tutti morti) vivono in una bolla destinata a scoppiare: non fanno formazione per i dipendenti, sono disinteressati ad investimenti privi di sbocchi immediati, non si occupano della soddisfazione di fornitori e clienti. Sanno solo tagliare i costi per massimizzare i benefici del giorno dopo, gli occhi fissi minuto per minuto sugli indici di Borsa. La macroeconomia e la finanza neoclassiche offrono un ampio ventaglio di pessime idee attorno ad ipotesi false: l’efficienza dei mercati, la razionalità degli investitori, la giusta allocazione delle risorse, il dogma della scarsità, la fede nelle “autorità monetarie”. Tra tutte, una si è fatta largo non solo negli ambiti accademici, ma anche nell’ossimoro della sapienza convenzionale, ossia tra gli abitatori del mondo reale. Ci riferiamo alla massimizzazione del profitto degli azionisti. Fu Milton Friedman, in un celebre editoriale dell’anno 1970 a decretare una sorta di sacralizzazione del valore dell’azione, di santificazione dell’impersonale simbolo della persona giuridica, persona ficta. Così si esprimeva il monetarista fondatore della scuola di Chicago: “C’è solo una responsabilità sociale delle imprese, utilizzare le proprie risorse e partecipare ad attività disegnate per aumentare i guadagni”. Musica per le orecchie della destra neo liberale anglosassone e per i Viennesi, con annessa realizzazione della “rivoluzione manageriale”, ovvero l’egemonia dei dirigenti d’impresa prefigurata da James Burnham già nel 1941, in alleanza con i maggiori stockholders e stocksharer, gli investitori con capitali di rischio altrui e remunerazione propria. Dagli anni ‘80, il sistema delle grandi corporations si centrò sul conseguimento, da parte dei managers, del massimo profitto a brevissimo termine per gli azionisti e soprattutto per gli speculatori, ribattezzati fondi o investitori istituzionali. Fu la strada maestra per il disastro: meno investimenti, produttività accelerata, e rapido abbandono in corso d’opera per seguire ogni capriccio del Dio Mercato Azionario, disuguaglianze intollerabili e crescenti nei redditi tra il livello apicale di pochissimi onnipotenti e tutti gli altri. Nel presente, emerge una novità, si cominciano ad udire “voci di dentro” che non intonano ancora il mea culpa, ma almeno hanno iniziato un processo di autocritica. Carolyn Fairbairn, potente direttrice generale della Confindustria britannica, ha riassunto i problemi del capitalismo corporativo in quattro punti: “l’instabilità finanziaria, il primato del valore per gli azionisti a spese di ogni altro obiettivo, l’evasione delle imposte e gli elevati stipendi dei manager”. Combinati, gli elementi indicati dalla Fairnbairn, suonano come campane a morto per il sistema e rendono attuali le convinzioni di Marx sulle dinamiche finali del capitalismo. Addirittura profetiche suonano le sue intuizioni sulla decomposizione del ceto medio e la proletarizzazione della piccola borghesia. Sbagliò nel pensare tali fenomeni, di cui stiamo verificando gli effetti sulla nostra carne, come esito della concorrenza, anziché della speculazione azionaria/finanziaria, unita a fenomeni nuovi come lo squilibrio generazionale o l’enorme sviluppo della tecnica e della tecnologia. Un osservatore del calibro di Maurizio Blondet scrisse una volta che l’attuale sistema, che abbiamo definito capitalismo corporativo, è in fondo una specie di comunismo oligarchico, in cui la proprietà dei mezzi di produzione è concentrata in pochissime mani private- più grandi e potenti di quelle dello Stato socialista – ed il potere operativo in un pugno di altissimi burocrati dirigenti (i manager, i CEO) che rispondono esclusivamente ai grandissimi azionisti.  È un’altra vittoria, del tutto involontaria e certo non immaginata dal suo ispiratore, della visione marxista. Ma la vera eterogenesi dei fini non è relativa al triste successo postumo delle profezie economiche, ma all’inveramento dell’utopia marxiana della liberazione dell’umanità a livello soggettivo e non collettivo ad opera del capitalismo avanzato. Dopotutto, è l’esito puntuale di alcune intuizioni del Manifesto comunista del 1848 sul ruolo progressivo e progressista della borghesia.

 

Sono terribilmente lontani i tempi in cui l’Università di Napoli istituiva, prima al mondo, la cattedra di economia, affidata nel 1755 al sacerdote e filosofo salernitano Antonio Genovesi, la cui idea centrale era “esaltare il lavoro, colpire tutte le rendite, anche quelle ecclesiastiche, puntare concretamente ad aiutare coloro che lavorano e producono”. L’intellettuale mediterraneo era altresì persuaso che il benessere fosse il risultato della ricerca del bene comune, della collaborazione dell’intera società. Prevalsero al contrario, ed ancora dominano, le concezioni degli scozzesi, l’individualismo egoistico propugnato da Adam Smith e, prima di lui, da Mandeville. Contro di loro insorse Marx, figlio degenere, ma pur sempre l’altra faccia dei due fratelli coltelli, il liberalismo del secolo XVIII e la reazione collettivista del Diciannovesimo. La società odierna si è praticamente liquefatta sotto i colpi dell’azione congiunta del liberalismo economico e del delirante progressismo culturale, etico e societale. Le infauste nozze omofile laiche tra materialismi congeneri sono officiate da un bizzarro sacerdote ateo, Carlo Marx, vincitore sulle macerie di una epocale sconfitta.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Reato di opinione PDF Stampa E-mail

10 Dicembre 2017

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Da Rassegna di Arianna dell’8-12-2017 (N.d.d.)

 

Non si arresta la battaglia contro le fake news, anzi si moltiplicano le proposte per censurare il web con lo scopo apparente di reprimere la disinformazione. Il problema esiste, ma le soluzioni proposte sembrano solo un pretesto per censurare la rete, ossia mettere a tacere le voci alternative “scomode”. Al contempo si persiste nel far crescere l’isteria collettiva, strumentalizzando il problema per legittimare agli occhi dell’opinione pubblica un eventuale provvedimento. Avete notato, per esempio, come alcuni meme o notizie fasulle che diventano virali sul web sono così grossolani e assurdi da sembrare che siano stati messi in circolazione apposta per inquinare i pozzi? A chi fanno comodo se non a coloro che poi ne denunceranno l’esistenza, demonizzando il fenomeno? Può esserci a monte una strumentalizzazione del problema o una sua amplificazione? Non sarebbe una strategia nuova, è stata adottata più volte in passato dagli spin doctors per creare caos e ottenere un risultato specifico. In un periodo in cui si parla tanto di vaccini, dovremmo imparare a immunizzarci dalle “balle”, sia quelle che ci propinano ogni giorno i media mainstream (vera e propria cassa di risonanza della propaganda) sia quelle che troviamo sul web. Dovremmo imparare a distinguere almeno una notizia assurda da una “verosimile”. La responsabilità della diffusione di notizie false è infatti anche nostra. Dovremmo mostrare maggiore attenzione ai contenuti che selezioniamo e rilanciamo in modo compulsivo. Dovremmo cioè riappropriarci del nostro pensiero critico ed essere più cauti e meno ingenui. Soprattutto meno frettolosi.

 

Ed è in questo clima di post-verità in cui ormai tutto è sempre più virtuale e il virtuale assurge a reale, che si legittima l’introduzione del reato d’opinione. Se fossimo però tutti più attenti e coscienziosi, non ce ne sarebbe bisogno. Il problema è che siamo sempre più passivi, e quindi ci facciamo letteralmente “riempire” e plasmare da ciò che ci viene detto, trasmesso, raccontato, senza sottoporne il contenuto al pensiero critico. Anni di televisione spazzatura ci hanno reso dei soggetti catatonici: siamo soprattutto distratti e attratti da ciò che è morboso e che si presenta sotto forma di “gossip” o di esagerazione. Concordo con l’amico Marcello Foa che vede dietro la lotta alle fake news un vero e proprio “metodo” volto a silenziare «le voci davvero libere». Credo che abbia centrato l’obiettivo. E credo, forse non esagerando, che dietro ci sia un’abile regia che sfrutta una delle regole auree del decalogo che viene impropriamente attribuito a Noam Chomsky sulla manipolazione della comunicazione. Mi riferisco alla seconda regola: Creare il problema e poi offrire la soluzione. Questo metodo è anche chiamato “problema − reazione – soluzione”: si crea cioè un problema per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desidera far accettare (ma che in realtà sono state pianificate a monte e calate dall’alto). Si è lasciato che si diffondessero magari con un “aiutino” notizie assurde, siti e blog che campano con i click spacciando bufale, per poterle poi strumentalizzare e farne un caso globale. Nel momento in cui si mostra all’opinione pubblica l’esistenza di un problema, di un’emergenza che va sanata, si propongono delle norme che hanno in realtà lo scopo di introdurre altro, in questo caso il reato d’opinione con il quale non si vuole colpire la notizia infondata, quanto il dissenso in generale. Si vuole cioè introdurre un tribunale dell’Inquisizione 2.0 composto da variegati soggetti assurti a “sbufalatori” che usano proprio quel metodo del cyber bullismo che le norme che si vorrebbero introdurre dovrebbero combattere: costoro da anni perseguitano, dileggiano, insultano, discreditano coloro che portano avanti un lavoro di informazione alternativa. Infine, le norme non si applicheranno ai giornalisti professionisti e alle testate registrate: una doppia morale valida a difendere la stampa mainstream e l’operato degli spin doctors che dei contenuti “esagerati e tendenziosi” e degli pseudoeventi hanno costruito il loro impero. Siamo cioè di fronte a un bipensiero, tanto ipocrita quanto schizoide che riecheggia il motto dei maiali in La fattoria degli animali:

 

TUTTI GLI ANIMALI SONO UGUALI, MA ALCUNI SONO PIÙ UGUALI DEGLI ALTRI.

 

Anche in questo caso, alcuni membri della comunità sarebbero “più uguali degli altri” e a loro sarebbe permesso manipolare l’opinione pubblica e in particolare coloro che sono considerati “semplici spettatori”, ossia quel gregge che va orientato nelle proprie scelte in modo che non si svegli e soprattutto che non esprima il proprio pensiero in modo libero e critico. Lo scopo, citando ancora Chomsky, è che «il gregge disorientato continui a non orientarsi».

 

Enrica Perucchietti

 

 
Avvicinamento del distante e allontanamento del vicino PDF Stampa E-mail

9 Dicembre 2017

 

Da Rassegna di Arianna del 7-12-2017 (N.d.d.)

 

V'è un aspetto specifico dei tanto discussi processi di mondializzazione oggi in atto che merita di essere preso in esame. Si tratta di una questione squisitamente filosofica, che è merito di Martin Heidegger avere sollevato con la massima chiarezza senza nulla occultare della sua intrinseca aporeticità. Così scrive il pensatore tedesco in "La cosa": “Che cosa accade se con l’eliminazione delle grandi distanze ogni cosa si trova ugualmente lontana e vicina? Che cos’è questa uniformità in cui tutte le cose non sono né lontane, né vicine, e sono, per così, dire senza distacco? Tutto si confonde nell’uniforme senza-distacco”.

 

La mondializzazione connessa con i poderosi processi di sradicamento tecnocapitalistico producono una tendenziale uniformità planetaria che si determina nell'eguagliamento coatto o, rectius, nella riduzione di tutti gli enti al Medesimo. Non vi sono più spazi e distanze, tutto si confonde in una globale conformità che riproduce ovunque il medesimo tecnicamente manipolato: dalle distese nipponiche a Nuova York, da Roma a Pechino. È ciò che proponiamo di chiamare l'avvicinamento del distante. Tutto è senza distacco, in real time, sempre qui e sempre ora. Analogamente, e con movimento simmetrico, la globalizzazione, complice la forza sradicante che la contraddistingue, rende distante il vicino: produce indifferenza e distacco rispetto a ciò che ci è più proprio.

 

Si pensi anche solo al fenomeno delle cosiddette reti sociali: migliaia di amici sparsi per il mondo, che mai vedremo, e che pure trattiamo come se ci fossero vicini nel tempo e nello spazio. E, insieme, gli amici veri, quelli coi quali coesistiamo nel tempo e nello spazio, ci appaiono sempre più distanti e meno prossimi, presi come siamo a "interagire" con chi dall'altro capo del mondo mai vedremo realiter. È questo, in effetti, uno dei paradossi del mondo globalizzato. Non il solo, sia chiaro.

 

Diego Fusaro

 

 
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