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Kerneuropa PDF Stampa E-mail

21 Maggio 2019

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Il 26 maggio andremo a votare per rinnovare il parlamento europeo. Politologi e opinionisti prevedono il successo del fronte sovranista: Lega, Fratelli d’Italia, Casa Pound, Fronte Nazionale, Alternativa per la Germania, Unione Civica Ungherese, ecc. I Sovranisti (dal francese souverainisme) sono un insieme eterogeneo di partiti che si battono in difesa della sovranità nazionale, minacciata dalle ingerenze e dalle prevaricazioni dei poteri sovranazionali (BCE, NATO, Commissione Europea, FMI, ecc.) o da potenze internazionali come gli Stati Uniti. Il successo del fronte sovranista è legato al raggiungimento della soglia del 30%, (il terzo dei parlamentari); con tale percentuale, i “sovranisti” potrebbero paralizzare o condizionare le istituzioni europee: Parlamento, BCE e Commissione Europea. Che cosa accadrà non lo sappiamo con certezza, possiamo solo formulare delle ipotesi: la paralisi delle istituzioni che governano e rappresentano l’Unione Europea, prologo a un’eventuale riforma o dissoluzione della stessa; il frantumarsi del fronte sovranista, che preda dei “particolarismi”, non riesce a elaborare una politica di cambiamento; la nascita della Kerneuropa, il piano B delle oligarchie europee per far fronte al progressivo declino dell’Unione Europea.

 

Avevo parlato di Kerneuropa (il nocciolo duro dell’Europa) in un precedente articolo qui pubblicato https://it.sputniknews.com/opinioni/201804185908403-kerneuropa-attore-che-potrebbe-dividere-italia/ La Kerneuropa è un potenziale attore geopolitico guidato dalla Germania e composto dai Paesi che confinano con la stessa o ne sono legati da vincoli economici e culturali: Austria, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Danimarca Repubblica Ceca, Slovenia e Italia settentrionale. Un’area geografica che racchiude i confini dell’antico Impero carolingio e rappresenta la parte più ricca dell’Europa. Dalla Kerneuropa avevo escluso la Francia: dalla morte di De Gaulle, la Francia non ha più avuto l’ambizione di guidare l’Europa; la sua politica estera si è concentrata sull’Africa, in particolare sulle ex colonie che tiene in uno stato di subordinazione politica ed economica (vedi gli effetti nefasti del franco CFA sulla situazione politico-economica delle ex colonie francesi). Inoltre, Francia e Germania sono sempre state antagoniste (le guerre napoleoniche, il conflitto franco-prussiano e le due guerre mondiali). Non ci sono le condizioni per un’alleanza di lungo termine.

 

Il progetto della Kerneuropa nasce in Germania all’inizio degli anni 90, dalla mente di due politici dell’Unione Cristiano Democratica: Wolfgang Schaeuble (ministro delle finanze del governo Merkel) e Karl Lamers. Lo scopo è quello di affidare alla Germania l’ampliamento e il consolidamento dell’Unione Europea, includendo le nazioni dell’est Europa, orfane del comunismo (fase inclusiva). Le finalità del progetto cambiano con la crisi dell’Unione Europea (la Brexit e l’ascesa dei partiti euroscettici); la Germania, temendo una possibile dissoluzione dell’Unione, cerca di riunire intorno a sé i Paesi e le Regioni a lei affini per sviluppo socio-economico e integrazione, abbandonando le altre al proprio destino (fase esclusiva). Con il patto di Aquisgrana il progetto della Kerneuropa si apre alla Francia, ma l’essenza non cambia. Un’Europa di Paesi “ricchi” guidata dall’asse franco-tedesco, che impone a quella dei Paesi “poveri” (i più indebitati) politiche di “rigore” finanziario, destinate a “promuovere” la crescita economica contenendo il disavanzo pubblico: i tagli della spesa e la privatizzazione dei servizi pubblici, la precarizzazione del lavoro e la riduzione dei diritti dei lavoratori. Politiche neoliberiste che soffocano l’economia delle nazioni e peggiorano le condizioni di vita delle popolazioni coinvolte. Un’Europa di Paesi “ricchi” che trasferisce su quella dei Paesi “poveri” i costi economici e sociali dell’immigrazione, il caso dell’Italia e della Grecia sono indicativi; nazioni destinate a diventare “centri di accoglienza” per i criminali, gli avventurieri e i disperati che dall’Africa e dell’Asia pretendono di entrare in Europa. Nazioni che sono la culla della civiltà europea si trasformano in ghetti multietnici senza identità. Questa è la morte dell’Europa.  Il 22 gennaio, nella cittadina tedesca di Aquisgrana, il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron si sono incontrati per siglare un patto, che a loro dire dovrebbe rilanciare l’Europa; in realtà, vogliono creare un’Europa a guida franco- tedesca. Un patto sostenuto dai vertici delle istituzioni europee presenti all’evento: il presidente della Commissione Europea Jean Claude Junker e il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk. La scelta del luogo non è stata causale, Aquisgrana è la capitale del Sacro Romano Impero, l’embrione di quella che è oggi l’Unione Europea. L’Europa che dovrebbe nascere ad Aquisgrana non ha nulla in comune con l’Europa carolingia. L’Europa di Carlo Magno si fondava su uomini e su valori ben diversi di quelli attuali. L’Europa carolingia aveva una precisa forma giuridica: era un Impero governato da un Imperatore, non un’indefinita associazione di Stati, priva di un potere autorevole che li governi e rappresenti. L’Europa di Carlo Magno si fondava su una forte identità religiosa e spirito comunitario; l’Europa attuale si fonda sul mercato e sull’individualismo edonista. Sulla qualità degli uomini stendiamo un velo pietoso: non c’è nulla di grande nello sguardo bovino della massaia Merkel o nei sorrisi ipocriti del gerontofilo Macron, ex dirigente del gruppo Rothschild. Il patto di Aquisgrana è un’evoluzione del Trattato dell’Eliseo, che nel 1963 la Francia del presidente Charles de Gaulle siglò con la Germania del cancelliere Konrad Adenauer. Il generale francese sognava un’Europa indipendente dall’ingerenza americana e abbastanza forte da contrastare la minaccia sovietica; per fare questo era necessario unire la potenza militare della Francia con quella industriale della Germania. Il sogno del vecchio generale naufragò per l’opposizione anglo-americana e per l’ostilità dei singoli Paesi europei, che nell’egemonia franco-tedesca vedevano una concreta minaccia alla sovranità nazionale.

 

I governi di Francia e di Germania, con il patto di Aquisgrana hanno cercato di realizzare almeno tre obiettivi: acquisire consenso presso il proprio elettorato, cercando di contenere l’avanzata dei movimenti sovranisti; spartirsi i posti di potere nelle istituzioni europee; affrontare una possibile dissoluzione dell’Unione Europea, creandone una di nuova composta dai soli Paesi “ricchi”. Il patto franco tedesco si fonda su una diversa attribuzione di competenze: l’economia alla Germania, potenza economica del continente; la difesa alla Francia, che grazie all’atomica ha l’esercito più forte d’Europa; la politica in coabitazione, attraverso un’equa spartizione dei posti chiave nelle istituzioni europee. Il patto franco tedesco si compone di 28 articoli, destinati a creare una maggiore cooperazione nella difesa, costituire uno spazio economico franco-tedesco, far ottenere alla Germania un posto di membro permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il patto di Aquisgrana pone le premesse per la nascita di un esercito franco-tedesco: Francia e Germania s’impegnano a operare congiuntamente nella soluzione dei conflitti internazionali; Francia e Germania s’impegnano a cooperare nel campo dell’industria militare con la produzione e l’esportazione di materiale bellico. Il progetto di un esercito franco-tedesco metterebbe fine ai tentativi di crearne uno europeo; il PESCO, l’accordo di cooperazione militare permanente poteva essere l’embrione. Discorso analogo vale per la NATO, un’alleanza militare che non ha più senso di esistere con la fine della Guerra Fredda e l’eventuale nascita di un esercito franco-tedesco. Il patto di Aquisgrana prevede la creazione di uno spazio franco-tedesco favorevole alla realizzazione di progetti e di accordi destinati a integrare le economie dei due Paesi (ferrovie, strade, connessioni digitali, ecc.). Nel patto di Aquisgrana la Francia s’impegna a ottenere alla Germania un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, seggio che oggi è riservato solo ai vincitori della II Guerra Mondiale: Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia.

 

 

 

La Kerneuropa tedesca o franco-tedesca potrebbe avrebbe un effetto catalizzatore sulle pulsioni secessioniste delle “piccole patrie”; a pagarne le spese sarebbero le nazioni segnate da profonde divisioni socio-economiche o da radicati sentimenti separatisti: il nordest in Italia, la Catalogna in Spagna, la Scozia in Gran Bretagna. La Kerneuropa, potrebbe sostenere queste pulsioni separatiste se funzionali ai propri interessi. L’Italia settentrionale e il Nord-Est in particolare sono legati alla Kerneuropa: nel 2016 la Germania è stata il primo partner commerciale dell’Italia con 116 miliardi d’interscambio: di questi 87,6 si concentrano al Nord; il Nord è collegato alla Germania dall’autostrada Brennero-A1 e A4, al Nord il tedesco è la lingua più studiata dopo l’inglese, i tedeschi sono la prima nazionalità di turisti stranieri che visita le regioni settentrionali; in Italia ci sono 2035 imprese a guida tedesca, l’85% è al Nord. Inoltre il Nordest è strategico per il passaggio della Nuova via della Seta, la rete d’infrastrutture che unirà l’Asia all’Europa. La deriva secessionista delle “piccole patrie” può essere impedita con una riforma federale delle nazioni coinvolte; non con forme di centralismo ottocentesco che sono state la rovina del nostro Risorgimento; e nemmeno con ipocriti appelli alla “solidarietà” nazionale, che erano e sono, la linfa vitale del Sud assistito e mafioso o del clientelismo nazionale. Dobbiamo prendere coscienza di essere figli di una stessa madre, ma nel rispetto delle diversità che ci arricchiscono. Questo significa essere italiani, questo significa essere europei.

 

 

 

L’Europa a guida franco-tedesca trova l’opposizione degli Stati Uniti e dei sovranisti europei: gli Stati Uniti, vedono la nascita di un soggetto politico capace di mettere fine alla loro egemonia in Europa; i sovranisti, vedono l’ennesimo tentativo delle oligarchie europee di mantenere in vita un modello di Europa ostile ai popoli e asservito alle spietate regole del mercato. L’Europa della Merkel, di Macron e di Junker è quella voluta dalla Troika (Commissione Europea, BCE e FMI).

 

I sovranisti devono la loro diffusione a programmi incentrati sulla difesa della sovranità nazionale, la lotta all’immigrazione e il rifiuto delle politiche neoliberiste imposte dalla Troika. Riusciranno i movimenti e partiti sovranisti a superare gli egoismi nazionali e rifondare l’Europa? Solo con una politica comune potremo affrontare problemi di dimensione globale come l’inquinamento, l’immigrazione, il terrorismo islamico; oppure contrastare l’egemonia degli Stati Uniti, della Cina e della Russia. I governi di Francia e di Germania vedono nella Russia e nella Cina dei potenziali nemici (temono la minaccia militare della Russia e l’egemonia economica della Cina), ne criticano la politica interna ed estera (il rispetto dei diritti umani, l’ingerenza della Russia in Ucraina, il sostegno al regime di Maduro, ecc.). Nemici con i quali sono costrette a trattare per liberarsi dalla sudditanza atlantica e difendere i propri interessi economici (vedi l’accordo Germania - Russia per il gasdotto Nord Stream 2, gli accordi commerciali tra Francia e Cina per la Nuova Via della Seta). Bene ha fatto il nostro governo a stipulare con la Cina accordi commerciali legati allo sviluppo della nuova Via della Seta (circa 20 miliardi di euro); questo ha scatenato le critiche di chi vuole mantenere l’Italia in una posizione “subalterna” e “servile” (i vertici dell’U.E. gli Stati Uniti e i loro tirapiedi italiani). Comprensibili sono i timori che molti nutrono verso il gigante asiatico ma vanno affrontati con lucidità (la colonizzazione, la concorrenza sleale, la difesa dei prodotti nazionali, ecc.). La Cina è un pericolo, quando il Paese destinatario degli investimenti cinesi, indebitandosi, perde il controllo delle infrastrutture (il porto del Pireo per la Grecia) delle risorse e dei settori strategici (il caso dell’Africa). Per evitare questo è necessario avere una visione chiara dei nostri interessi della strategia per difenderli. A chi teme che l’Italia divenga una “colonia” cinese ricordo che siamo una “colonia”. Siamo una nazione a sovranità limitata costretta a subire i diktat di Bruxelles e di Washington (le sanzioni alla Russia e all’Iran, i limiti imposti al rapporto PIL/debito pubblico); abbiamo un esercito costretto a difendere interessi che non sono i nostri, come lo erano gli “ascari” dell’Italia coloniale (l’aggressione alla Serbia, l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, l’attacco alla Libia, ecc.); siamo un popolo di servi sciocchi che sostituisce le parole italiane con inutili anglicismi (location, governance, fake news, authority,  know-how, new entry, ecc.).

 

Non amo questa Europa e nemmeno la sua bandiera, che forse un giorno vedremo bruciare. Un’Europa libertaria e liberista che ha adottato come simbolo la “stella”. Un simbolo che non appartiene alla nostra tradizione ma a quella giudaica e mussulmana. La “croce” e l’“aquila” sono i simboli della tradizione europea, li abbiamo visti sui vessilli delle legioni romane, sulle insegne delle armate cristiane che difesero l’Europa dalla minaccia islamica; a ricordo e gloria dei nostri eroi e dei nostri martiri. Questa è l’Europa in cui credo e della quale mi sento parte.

 

 

 

Giorgio Da Gai

 

 
Il pensiero inclassificabile di Illich PDF Stampa E-mail

20 Maggio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 18-5-2019 (N.d.d.)

 

Mi batto per una rinascita delle pratiche ascetiche che tengano vivi i nostri sensi nelle terre devastate dallo show, in mezzo a informazioni schiaccianti, a consigli infiniti, alla diagnosi intensiva, alla gestione terapeutica, all’invasione di consiglieri, alle cure terminali, alla velocità che toglie il respiro. Così scriveva Ivan Illich al termine della sua vita, devastato da un tumore al volto, nel suo ultimo libro, “La perdita dei sensi”. Illich è forse il pensatore più strano, inclassificabile e complesso della seconda metà del XX secolo. Dalmata nato a Vienna nel 1926, educato in Italia, sacerdote cattolico in rotta con la gerarchia ma sempre profondamente cristiano, collaboratore in gioventù del cardinale americano Spellman, poi animatore di un singolare esperimento educativo in Messico, il CIDOC, Centro Intercultural de Documentaciòn, poliglotta dalla vastissima erudizione, docente in varie università, tra cui Trento, e poi scrittore, storico, polemista acutissimo sino alla morte nel 2002. È impossibile definire in poche battute la complessità del suo pensiero, radicalmente antimoderno nell’ attacco frontale all’idea di sviluppo e progresso, mai reazionario o passatista. Il nucleo della sua riflessione è a nostro avviso la scoperta che il regime tecnologico in cui viviamo vuole costruire attraverso la scienza un paradiso fatto di mano d’uomo, che ci allontana sempre più dal contatto con la terra, la natura, l’umanità. Mostrò la perdita dei nostri sensi con lo svilupparsi di una società sempre più astratta, dominata da regolamenti “tecnici” e da scelte che diminuiscono il libero arbitrio sino ad esaurirlo. Fuori dal conformismo accademico e dal baccano falso rivoluzionario, difese il dubbio sistematico contro le versioni ufficiali e le verità di comodo del potere in una società che ha istituzionalizzato ruoli e desideri, li ha trasformati in bisogni e servizi, ha debilitato la persona e disintegrato il tessuto comunitario, amicale e reciproco.

 

Impossibile inserire Illich nelle caselle della destra e della sinistra. Irregolare e per niente allineato alla Chiesa istituzionale, considerata una grande impresa che forma professionisti della fede per assicurarsi la sopravvivenza, rimase tuttavia un pensatore cristiano, sino all’affermazione di essere rimasto uno dei pochissimi preti fedeli al giuramento antimodernista. In una lectio magistralis presso un’università protestante confermò la sua fede religiosa messa alla prova da una vita da archeologo delle idee, convinto che la civiltà occidentale moderna “ha banalizzato la Croce trasformandola in croce, parola messa in ogni salsa per designare tutta la miriade di mali che la società occidentale cerca di eliminare con la sua organizzazione e le sue tecniche”. Illich fu un radicale nel senso più autentico, ovvero uno che va alla radice dei fenomeni per portare alla luce il lato oscuro della nostra civiltà, l’ideologia dello sviluppo illimitato. Rifuggendo dalle tesi metafisiche con la stessa energia con cui rigettò il massimalismo di Marcuse, svolse una penetrante indagine sugli effetti perversi dello sviluppo tecnologico moderno, passando dalla denuncia dell’inefficienza e della strumentalità del sistema scolastico che non educa, ma addestra all’adesione acritica ai fondamenti dell’ipermodernità, alla medicalizzazione della vita, alla paradossale paralisi dei trasporti per sovraccarico, sino alla crisi ecologica. Colse la pericolosità di un fenomeno centrale della nostra epoca, l’inversione di senso delle pratiche più basilari della vita umana, sottratte al limite e alla sorgente creativa disseccata della libertà personale. Se è vero che esiste un kairòs, il momento giusto, la pienezza del tempo, l’ora di Ivan Illich è adesso. […]

 

Possiamo considerarlo come il più complesso, problematico e trasversale degli autori comunitaristi, inclassificabile in qualsiasi categoria ideologica, eccetto, crediamo, nella personalità intimamente cristiana, di cui è testimonianza ciò che Illich scrisse nell’introduzione di Genere e sesso. “Nello studio della storia, è diventato per me motivo di scandalo sempre maggiore il fatto che gli orrori della modernità possano essere compresi solo come sovvertimento del Vangelo. (…) Mi ha spinto la ripugnanza di fronte alla corruptio optimi quae est pessima. Questa corruzione di ciò che è eccellente (il Creato N.d.R.) è per me l’enigma su cui fare luce.” Fu oggetto di attacchi da destra e sinistra. Da un lato, gli si rimproverava il suo drastico rifiuto del liberalismo individualista indifferente alla sofferenza di molti, dall’altro era inviso per il suo attacco alle istituzioni burocratiche, sclerotiche, autoreferenziali, alla pretesa di organizzare la vita e sostituirsi al libero dispiegamento della personalità di ciascuno. Fu tra i primi a cogliere il nesso tra liberalismo capitalista e marxista nella comune adesione al dogma del produttivismo, della tecnica, del progresso. Forse per questo ebbe un’infatuazione per la Cina di Mao, che sperava potesse diventare l’avanguardia di un recupero della dimensione “conviviale” smarrita dall’uomo della modernità. Il termine è uno specifico apporto di Illich al lessico sociologico e filosofico. […] Austero è per lui l’uomo che trova la propria gioia nell’impiego dello strumento conviviale. L’ austerità è una virtù posta da Aristotele e San Tommaso d’Aquino a fondamento dell’amicizia, che non esclude i piaceri, se non quelli che degradano o ostacolano le relazioni personali. Pervenire alla convivialità comporta il recupero della dimensione “vernacolare”, lo spazio in cui nulla può essere ridotto a merce. Il significato originario del termine vernaculum designa ciò che è fatto in casa, non destinato al mercato ma allo scambio domestico. Uno degli obiettivi della trinità moderna, capitale, burocrazia, scienza, è annullare lo spazio vernacolare (estraneo al mercato, comunitario, conviviale) […]

 

Fortissima è la polemica contro la medicalizzazione della vita, un’espropriazione della salute che ha condotto alla gestione professionale di due elementi inestinguibili della condizione umana, il dolore e la morte. Le minacce più grandi alla salute integrale della persona provengono per Illich dalla crescita abnorme dell’organizzazione sanitaria e lo sviluppo industriale di tecnologie e servizi ad essa dedicate: un esempio di monopolio radicale analizzato in Nemesi medica. Destò clamore Descolarizzare la società, in cui, lungi dal sostenere l’ignoranza di massa, cercò di proporre un modello educativo di sviluppo integrale e autonomo dei giovani, lontano dall’accumulo obbligatorio di nozioni strumentali allo svolgimento di funzioni. Illich detestò la scuola come prolungamento dell’ideologia tecnoproduttiva e burocratica della società, volta a plasmare operatori ai vari livelli, persino “esperti”, ma non membri consapevoli di una comunità. La sua tesi centrale ha a che fare con il concetto chiave della modernità, la crisi; istituzioni e tecnologie finiscono per tradire i loro obiettivi poiché riducono tutto a merce: la salute, l’educazione, il sistema dei trasporti. Diventano cioè controproduttive, producendo esiti paradossali. Noto è l’elogio della bicicletta, che alla prova dei fatti si rivela, nell’era della velocità programmatica e della mobilità obbligatoria, il mezzo più veloce e efficiente. Illich enunciò il teorema della lumaca, giudizioso animale che smette il proprio sviluppo quando una in più delle sue spire aumenterebbe di 16 volte il suo peso ed il suo volume, decretandone la morte. Introdusse il concetto di “tempo generalizzato”, portatore di controproduttività. Un automobilista che compie 15.000 km annui con la sua autovettura ha bisogno di almeno 1.500 ore di lavoro per procurarsela. La macchina va veloce, traffico permettendo, ma se sommiamo tutto ciò che l ’automobile ha richiesto, la velocità, in termini di tempo generalizzato, è di 10 km/ora, meno di una bicicletta. Ingozzare il mondo di energia non significa produrre benessere. Assai sorprendente è la riflessione sulle cosiddette professioni disabilitanti. Uno dei poteri più vasti, indiscussi e prestigiosi del nostro tempo è quello degli esperti, che mettono le loro conoscenze al servizio della mega macchina burocratica e tecnologica. Dispongono di un potere che Illich chiama disabilitante, in quanto toglie agli uomini il controllo delle loro, facendo disimparare gran parte delle conoscenze e capacità che la società vernacolare sapeva sviluppare al di fuori del mercato, delle leggi scritte e del controllo sociale. La grande illusione moderna smascherata da Illich è che “l’uomo nasca per consumare e possa raggiungere qualunque scopo acquistando beni e servizi”. Al contrario, “ciò che la gente compie o fabbrica senza alcuna intenzione di farne commercio è altrettanto incommensurabile e inestimabile per il mantenimento di un sistema economico quanto l’ossigeno che essa respira”. La maggioranza non si ribella al sistema che “crea bisogni più rapidamente che soddisfazioni” per la capacità del potere di generare diversi tipi di illusioni, in quanto le istituzioni professionalizzate, oltre a compiere atti concreti sui corpi e le menti “funzionano come potenti rituali, generatori di fede nelle cose che i loro gestori promettono”.

 

 Un’altra illusione nasce dalla confusione tra libertà e diritti. Le libertà tendono alla salvaguardia dell’autonomia individuale – quindi alla produzione di valore d’uso – i diritti tutelano l’accesso alle merci (inclusi i servizi) e contribuiscono a definirne il carattere di obbligatorietà. L’esito è un cortocircuito che Illich chiama con il termine mitologico di Nemesi, la punizione che l’uomo attira su di sé per la sua presunzione e fiducia scriteriata delle istituzioni della megamacchina. Per lui, con l’industrializzazione del desiderio e la tecnicizzazione delle relative risposte circolari, desiderio -consumo- insoddisfazione-desiderio, la dismisura è divenuta fenomeno di massa. […]

 

Illich cerca di fornire soluzioni, provando a reiventare il limite nella cosciente accettazione dell’austerità “conviviale”. La soluzione è generosa ma utopistica se non è sorretta da quel forte impianto di principi etici comunitari e spirituali che la modernità ha screditato e gettato nella spazzatura. Più efficace è la rivendicazione di cinque diritti fondamentali della persona. […] Il primo diritto è quello di conservare le radici nell’ambiente in cui si sono formate, evolute e sviluppate. Poi occorre mantenere l’autonomia dell’azione contro il monopolio radicale, la sua intenzionalità, vanificata dalla super programmazione, minacciata dall’azione degli esperti e dalla potenza devastante della macchina produttiva; il diritto alla parola revocato dalla polarizzazione del potere, i cui strumenti non sono stati mai tanto estesi e “accaparrati a tal punto da una ristretta élite”. Infine l’uomo, per tornare a se stesso, ha diritto a vivere nella tradizione […]

 

Sostenevamo all’inizio che il tempo di Illich è adesso. Le sue idee furono espresse soprattutto negli anni Settanta e Ottanta del XX secolo, ma la loro attualità si è fatta ora bruciante; la preveggenza del prete croato-austriaco lascia senza fiato. […] Esistono confini insuperabili da riconoscere e rispettare. È il compito a cui ci guida l’opera di Illich, l’irregolare del pensiero innamorato dell’uomo e mai dimentico di Dio. La macchina, spiega, non ha soppresso la schiavitù umana, le ha solo dato una diversa configurazione. Oltrepassata la soglia, la società diventa prigione, e comincia la reclusione per un’umanità cui è sottratta la dimensione etica, comunitaria, conviviale. Igienizzato, disinfettato, in parte biodegradabile, l’universo tecnologico resta un carcere, le cui sbarre postmoderne sono burocrati, esperti, tecnici, pubblicitari, persuasori, specialisti di tutto e di nulla: Nemesi.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Non è più colpa del nazionalismo PDF Stampa E-mail

19 Maggio 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 16-5-2019 (N.d.d.)

 

C’era una volta il nazionalismo. Poi dopo la Seconda guerra mondiale anche i nazionalisti mutarono. Venne fuori il mito dell’Europa Nazione (lanciato da Filippo Anfuso), che fu la bandiera di noi ragazzi dei primi anni Settanta, Adriano Romualdi scrisse un breve pamphlet sul nazionalismo europeo, Maurice Bardéche fu cofondatore del Movimento Sociale Europeo, la destra nazionale si ispirò all’Europa delle patrie di De Gaulle, la destra rivoluzionaria seguì Jean Thiriart della Nazione europea che fondò la Giovane Europa, come Mazzini. Insomma, il nazionalismo per la destra era acqua passata, glorioso ricordo per taluni, momento storico per altri. Poi è venuta l’Unione europea che dopo gli iniziali entusiasmi ha creato disagi, mortificazioni e rigetto. E ha alimentato, soprattutto nell’est uscito dal comunismo il desiderio di rinazionalizzare. Identità, sovranità, patria. Ma sarebbe un errore diventare anti-europeisti solo perché detestiamo questa specie di Non-Europa. Prima ancora che la destra europea sulla scia del Front National francese, è stata l’Europa stessa ad agitare il fantasma del ritorno dei nazionalismi. Anzi a sentire il racconto dominante di media, partiti e poteri europei, l’Europa corre solo un pericolo: che si riaffaccino i nazionalismi.

 

Ora vorrei ripercorrere i problemi che patisce l’Europa di oggi. Per cominciare, che c’entra la crisi economica mondiale e nazionale che viviamo da anni, l’espansione del debito, il buco nero della finanza, la disoccupazione e le nuove povertà, col nazionalismo tramontato da tanti decenni o che si affaccia oggi all’opposizione? Non sono piuttosto il frutto di governi, politiche, scelte economiche globali e mercati transnazionali? E poi, la corruzione delle classi dirigenti, la loro diffusa inadeguatezza, la loro cecità e incapacità di guidare e rappresentare gli interessi reali dei popoli, l’abisso tra governati e governanti, tra le istituzioni e i cittadini, sono causati dal nazionalismo o piuttosto nascono dai partiti, regimi, poteri, establishment, modelli politici opposti imperanti in Italia, in Europa e nella globalizzazione? E il presente degrado della vita pubblica, dei nostri centri storici, della cultura e dell’educazione dei popoli, le emergenze ambientali, strutturali, la crisi delle famiglie, del lavoro e del sud, le violenze sessuali, le ingiustizie sociali sono frutti del nazionalismo o piuttosto di processi, mentalità, governi, ideologie, modelli permissivi che sono ai suoi antipodi? E il declino di paesi come l’Italia, dove i morti superano i nati, i vecchi superano i giovani, è un prodotto del nazionalismo o piuttosto una complessa involuzione delle nostre società globali in cui c’è tutto meno che il nazionalismo? Egoismo, dittatura del presente, rifiuto del sacrificio e di ogni proiezione nel futuro, senso di decadenza, perdita delle identità, sradicamento, orizzonte globale di consumi… O, all’opposto, la bomba demografica nel sud del mondo ha qualche nesso col presunto nazionalismo nostrano? E i disagi, le insicurezze, il caos scaturiti dai flussi incontrollati di immigrati clandestini, sono stati provocati o favoriti dal nazionalismo o il contrario, semmai il nazionalismo è invocato – a torto o ragione, ognuno poi dirà la sua – come rimedio per arginare, controllare, respingere tali flussi? Il malessere delle nostre società e dei nostri tempi non ha alcuna relazione col nazionalismo. E nemmeno con la religione, indicata come causa complementare di tutti i guai. Se l’Europa di settant’anni fa, come voi dite, voltò le spalle al nazionalismo vuol dire che il nostro presente non è figlio del nazionalismo.

 

Chiediamoci piuttosto se il presente sovranismo si possa definire davvero nazionalismo, fino a confluire nel fascismo, nel nazismo e nel razzismo. I nazionalismi in realtà appartengono a epoche che non sono più la nostra, hanno avuto una ragion d’essere in un tempo e in una situazione ancora denotata da nazioni e imperi in via di decomposizione, avevano come antagoniste le nazioni rivali, non certo il sistema globale, vagheggiavano primati oggi improponibili. I nazionalismi nascevano sull’orlo di guerre annunciate o patite; aderivano a società in via di modernizzazione ma ancora fortemente legata alla loro storia; presupponevano società giovani ed espansive, in cui i problemi non erano quelli nostri di società vecchie e sulla difensiva. I nazionalismi avevano poi alle spalle fior di culture interventiste, i populismi d’oggi sorgono invece sul collasso delle culture, sulla dissoluzione delle classi. I nazionalismi sorsero nell’epoca della “nazionalizzazione delle masse” mentre noi viviamo nell’epoca della globalizzazione delle masse ridotte allo stato molecolare, cioè atomi, individui. Il nazionalismo ebbe una sua storia e sue ragioni, ma il nostro è un altro tempo, ha altri problemi e altre prospettive. Il sovranismo risponde a tre esigenze attuali: la centralità dei popoli rispetto alle oligarchie dominanti, come democrazia comanda; la decisione sovrana, il primato della politica, rispetto alla finanza e alla tecnica, all’impotenza e all’inconcludenza degli apparati rispetto ai processi in corso; infine la protezione delle identità, dei confini, delle economie e culture locali, dall’assedio dei potentati sovranazionali dall’alto, dalle concorrenze mondiali dai fianchi e dei flussi migratori dal basso. È uno scenario diverso rispetto all’epoca dei nazionalismi. Ora si può pure avversare il sovranismo e ritenerla una risposta sbagliata o inadeguata che semplifica troppo e non è in grado di risolvere i problemi o se ne risolve alcuni ne genera altri. Ma non si può ricacciarlo nel passato, imparentarlo ai vecchi spettri del Novecento (salvo uno, il più grande, il comunismo che è sparito come se fosse mai esistito) e poi concludere che il male di oggi è il nazionalismo. Se l’Europa è malata la colpa non è certo del vecchio nazionalismo.

 

Marcello Veneziani

 

 
Distruzione del potere politico PDF Stampa E-mail

18 Maggio 2019

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Da Appelloalpopolo del 14-5-2019 (N.d.d.)

 

L’art. 11 della Costituzione recita: “L’ Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni”. Come più volte è stato notato, qui si parla di “limitazioni” e non di “cessioni” di sovranità (dai paesi europei all’UE). Immaginiamo che la sovranità sia come una molla e che la limitazione della sovranità sia come una compressione della molla. Se cessa la compressione, la molla, automaticamente, si espande. Stessa cosa accadrebbe per le limitazioni di sovranità. Al venir meno dei presupposti (ed in particolare dei presupposti dell’art. 11), le limitazioni di sovranità potrebbero essere eliminate e lo Stato potrebbe liberamente riespandere il suo potere. L’UE invece ha intrappolato gli Stati rendendo arduo e molto difficoltoso il recupero della condizione di partenza.

 

A ben vedere neanche la parola “cessione” è idonea a rappresentare la realtà: è troppo morbida, dà l’idea che il potere dello Stato venga trasferito ad un altro soggetto. Chi auspica gli Stati uniti d’Europa li immagina come un grande Stato dotato di una sovranità politica che dovrebbe risultare da una sorta di somma delle varie sovranità cedute dagli Stati. Non è così: la sovranità politica non viene trasferita, ma distrutta. Questo dipende anzitutto dal fatto che il potere di controllare l’emissione di moneta negli Stati Uniti d’Europa verrebbe esercitato dalla BCE, ORGANO INDIPENDENTE DA OGNI POTERE POLITICO (come già accade per gli Stati dell’Eurozona). Il processo di intensificazione dell’integrazione tra gli Stati europei fino alla formazione degli Stati Uniti d’Europa da tanti auspicato, comporta che i vari Stati perdano progressivamente gran parte della sovranità e delle individualità che ancora conservano: il potere politico non verrebbe ceduto, ma distrutto. Lo scopo infatti non è quello millantato di costruire uno Stato tanto grande da poter competere con la Cina, ma di liberare i potentati economici da quei “fastidiosi” vincoli che gli Stati dotati di potere politico possono porre per il benessere della collettività. Non nascerebbe un vero grande Stato, ma proseguirebbe la formazione di un grande mercato sempre più assoggettato all’arbitrio del capitale. La mia rabbia sale e pensando ai vili e menzogneri traditori del popolo che ci raccontano del “sogno europeo”, mi viene in mente un vecchio slogan: “Pagherete caro, pagherete tutto”.

Claudia Vergella

 
Facciamo finta di niente PDF Stampa E-mail

17 Maggio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 15-5-2019 (N.d.d.)

 

Perché i giornali sono in difficoltà? Perché non sono credibili. Almeno su argomenti di cui mi occupo come la politica estera. Leggo per esempio che della Cina non ci si può fidare perché è un sistema opaco e autoritario. È in buona parte vero, siamo a trent’anni da Tienanmen, giusto per citare un evento che tutti ricordano con i carri armati in piazza contro i dimostranti. Ma è anche vero che 40 anni fa questo Paese, di 1,4 miliardi di persone, lottava per una ciotola di riso e oggi è una superpotenza tecnologica e commerciale in ascesa: ha vinto la povertà e ora vanta una classe media in grande espansione. Una storia di successo che non si raggiunge soltanto con l’autoritarismo.  Autoritarismo e opacità sono due termini che vedo ben poco menzionati a proposito dell’Arabia Saudita e delle monarchie assolute del Golfo: qui non c’è una costituzione, non si vota mai, il potere è tenuto in pugno da famiglie che tagliano la testa alla gente e propagandano un’ideologia retrograda che spesso è servita come base per il sostegno o il finanziamento del terrorismo internazionale. Arabia Saudita e Qatar, due dei nostri maggiori alleati, hanno appoggiato i jihadisti in Siria cioè coloro che hanno massacrato anche minoranze come i cristiani e gli yazidi. Ma noi facciamo finta di niente.

 

L’Arabia Saudita bombarda la popolazione civile in Yemen e il principe ereditario Mohammed bin Salman, secondo gli stessi rapporti della Cia, è stato il mandante del barbaro assassinio del giornalista e oppositore Jamal Khashoggi, fatto a pezzi nel consolato saudita di Istanbul. Eppure all’Arabia Saudita l’Italia vende bombe italo-tedesche prodotte in Sardegna che Riad usa per massacrare i civili yemeniti. I sauditi sono i maggiori acquirenti di armi del mondo, fornite dall’Occidente e dagli Stati Uniti: è forse per questo che dei sauditi ci fidiamo e dei cinesi no? O forse ci fidiamo dei sauditi perché insieme a Israele sono i maggiori nemici dell’Iran?

 

A proposito di Iran. I giornali titolano che gli Usa mandano portaerei e cacciabombardieri nel Golfo per contrastare la “minaccia iraniana”? Quale minaccia? Gli Usa stanno strangolando l’economia iraniana con le sanzioni, nonostante Teheran abbia rispettato gli accordi internazionali sul nucleare del 2015 e ora hanno sospeso solo una parte di quelle intese per sollecitare l’Europa a intervenire. Anzi per essere precisi l’Iran sciita ha lottato in Iraq e Siria contro il terrorismo dell’Isis prima di molte potenze occidentali. La realtà è che l’Iran non si piega agli Usa e non acquista le nostre armi. Se lo facesse probabilmente verrebbe additato come un ottimo cliente dell’Occidente. A proposito: con le sanzioni americane l’Italia perde in Iran 27 miliardi di commesse infrastrutturali, una perdita che si aggiunge al disastro della Libia che con la fine di Gheddafi, voluta da Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna, ha visto inghiottire altri miliardi di lavori delle aziende italiane. Fate i vostri conti e giudicate chi ci minaccia davvero, oltre alla nostra ipocrisia.

 

Alberto Negri

 

 
Buco nell'acqua PDF Stampa E-mail

16 Maggio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 14-5-2019 (N.d.d.)

 

Il mondo è entrato nel terzo millennio con una sola idea chiave, fluida e ossessiva, globale e inafferrabile: la modernità liquida. Vent’anni fa, alla fine dello scorso millennio, un sociologo venuto dall’est, Zygmunt Bauman, pubblicò il suo saggio “Modernità liquida”, tradotto nel passaggio di millennio in mezzo mondo, e in Italia da Laterza. Cominciò un tormentone, prima intellettuale poi mediatico, sull’avvento globale della liquidità, a cui presto si aggiunsero ulteriori corollari sfornati da Bauman in altrettanti libri: società liquida, amore liquido, vita liquida, arte liquida, sorveglianza liquida, paura liquida e via liquefacendo. Un mantra insistente da cui non ci siamo liberati e che nessuno mette in discussione. Perfino l’attrice bisessuale Kristen Stewart, presenta il suo nuovo film lgbt, dicendo di “credere nel sesso fluido”. Bauman è uno dei rari autori letti e citati da Papa Bergoglio, soprattutto a proposito delle vite di scarto, liquidate dalla società egoista: la riduzione della fede cristiana a sociologia comporta come sua conseguenza la sostituzione del pensiero, della teologia e della filosofia, con la sociologia pop, magari radical, come fu quella di Bauman. Scappa qualche ironia su questo nuovo san Gennaro laico col suo miracolo della liquefazione universale.

 

Che vuol dire modernità liquida? Che è finito non solo il granitico mondo antico ma anche l’epoca solida del progresso; siamo entrati in una fase magmatica, inafferrabile nei suoi rapporti, postmoderna, in cui tutto scivola e il fluire divora ogni persistenza, ogni permanenza, ogni rigidità. Diluvio universale, anzi globale. I rapporti umani e i legami sociali si fanno liquidi e mutevoli, le convinzioni e le identità si fanno labili e fluenti, e via dicendo; le frontiere, i confini spariscono sommersi dalle onde liquide. La liquidità è ovunque (eccetto nell’economia, dove scarseggia). Potremmo liquidarla come una scoperta dell’ovvio, antica come il cucco, se pensiamo all’acqua come mito universale delle religioni, al principio universale di Talete e ad Eraclito (panta rei, tutto scorre); e insieme banale come la scoperta dell’acqua calda, perché al predominio del divenire sull’essere solido ci avevano pensato da secoli i pensatori della prima modernità. Il predominio della storicità sull’eternità era il segnale di un primato del fluire. Il romanticismo fu l’avvento del liquido in opposizione al solido mondo classico. Marx ed Engels nel loro Manifesto, già a metà Ottocento andavano oltre e consideravano non liquidi ma “volatilizzati” i rapporti sociali un tempo consolidati, con le loro tradizioni e le loro ferree norme: “Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, col loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di stabile”. Che la liquidità attenga all’umano, sia principio di vita e sua essenza, lo dice peraltro la nostra stessa composizione biologica: l’uomo è fatto in prevalenza di acqua, in una proporzione quasi analoga al nostro pianeta, costituito per sette decimi d’acqua. E questa corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo insegna molto più della teoria liquida di Bauman. Su questo tema ha scritto pagine penetranti Gaston Bachelard; in questi giorni è da segnalare il pamphlet di Massimo Donà “Dell’acqua” (La nave di Teseo). Ma l’uso della liquidità come alibi onnicomprensivo per giustificare ogni infedeltà, ogni mutazione, ogni sconfinamento, non rende ragione dei percorsi molto più complessi del nostro tempo. Che non possono ridursi all’avvento dello stato liquido. Si possono dunque porre almeno tre ordini di obiezioni al dogma della liquidità.

 

La prima è che se si resta dentro uno schema chimico o puramente lineare, dopo lo stato solido e lo stato liquido c’è lo stato gassoso ed è dunque tempo di dichiarare superata la modernità liquida per parlare dell’avvento di una condizione aeriforme, più confacente del resto al predominio dell’etere e alle impalpabili onde elettromagnetiche. La seconda obiezione è che la liquidità non coincide con l’oblio assoluto e la negazione di tutte le forme, perché esiste, come ci spiega la biologia molecolare, anche la memoria dell’acqua, che mantiene l’impronta delle sostanze con cui è venuta in contatto. C’è il Lete, l’acqua dell’oblio ma c’è anche l’acqua della memoria, il fiume che gli antichi chiamavano Eunoè e che scorre vicino al Lete. C’è la risacca dei ritorni, l’acqua che riporta figure, luoghi, tempi perduti. C’è pure qualcosa di negativo che resiste alla liquidità: ad esempio la plastica nei nostri mari, non biodegradabile né solubile nelle acque. La terza obiezione è che nonostante lo stato fluttuante, liquido e gassoso delle nostre relazioni, c’è qualcosa di solido che resta e si chiama Natura. C’è qualcosa che resiste alla liquidità o riemerge come una terra sommersa: questo è pure il tempo delle identità riscoperte, delle patrie, delle nazioni ritrovate, delle sovranità, dei territori, dei confini. Identità solide, coriacee.

 

Oltre la natura c’è un’energia, c’è un vento che spira e che gli antichi chiamavano spirito, c’è un’anima che è soffio vitale. E noi siamo fatti d’acqua, di carne, di ossa; e di mente, di spirito, di memoria. Molto di noi finisce, molto di noi si trasforma, qualcosa di noi persiste. Sotto le acque di Bauman riemergono i fondali di Heidegger. Infine, una società liquida ha bisogno di contenitori che ne evitino lo spargimento e la dispersione. Più una società o una vita è liquida e più ha bisogno di recipienti e canali, cioè di senso del limite. E se la società liquida fosse un buco nell’acqua?

 

Marcello Veneziani

 

 
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