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Ozio creativo PDF Stampa E-mail

24 Aprile 2018

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Il concetto di ozio creativo da contrapporre alla eccessiva importanza del lavoro e dello stress correlato che "ruba il tempo, ruba la vita" oltre che ad essere presente nel pensiero di Rogers, il padre nobile del counseling, è stato affrontato anche da Paul Lafargue, genero di Karl Marx, che scrisse un saggio intitolato "Il diritto all' ozio", in cui attaccò duramente la frenesia lavorativa dei suoi contemporanei. Mi ha colpito l'analisi del concetto di ozio creativo di Lafargue, che è molto simile a quella di Rogers e anche di Tom Hodgkinson, uno scrittore e saggista contemporaneo che si occupa di questo tema. Si tratta di personaggi vissuti in epoche diverse (seppur in epoca industriale), eppure tutti e tre hanno focalizzato benissimo l'alienazione dell'individuo contemporaneo. Il concetto di ozio creativo è stato rielaborato appunto da Hodgkinson applicandolo in base ad una teoria olistica che rientra in uno stile di vita chiamato " sano, consapevole, rilassato, calmo" e in perfetta sinergia ed armonia con l'Universo e la Natura. Hodgkinson non sminuisce per nulla l'importanza del lavoro nella vicenda umana (a differenza, magari, di alcuni decrescisti incalliti come Simone Perotti e Paolo Ermani, le cui posizioni mi paiono davvero estreme). Il lavoro è infatti realizzazione di sé, raggiungimento di un obiettivo di vita quale l'indipendenza economica o comunque una vita senza ambasce o affanni, applicazione pratica di quello che si è duramente studiato, eccetera. Tuttavia il lavoro nella vicenda della vita umana deve avere uno scopo secondario. Bisogna lavorare solo le ore necessarie e la tendenza generale deve andare verso una diminuzione delle ore lavorative settimanali, in quanto le moderne tecnologie -se ben usate- possono faticare per noi a parità di reddito. Siamo inoltre bombardati da bisogni che ci spingono al circolo vizioso di lavorare ore ed ore solo per indebitarci, fare prestiti, mutui, per concederci lussi inutili. La vera rivoluzione individuale, per Hodgkinson, consiste nell' iniziare a "scendere dalla ruota del criceto" ed a rallentare i ritmi di vita, partendo dal camminare. Camminare velocemente è "nevrotico e borghese", mentre camminate calme e lente stimolano l'ingegno e la creatività. In effetti, le neuroscienze hanno dimostrato che quando si è rilassati, calmi e senza fretta, aumenta il volume del cuneo epifrontale dei lobi cerebrali, dando una sensazione di appagamento e di serenità esistenziale. La seconda rivoluzione deve avvenire, invece, a tavola: basta ai cibi precotti o alle porcherie dei fast food o ai surgelati. Sono schifezze abbinate alla mancanza di tempo tipica della frenesia, del lavoro stressante, che deve eliminare anche i tempi morti della tavola. Quindi, imparare l'arte della conversazione, che genera la convivialità tra le persone, aiuta i rapporti reciproci e serve a mediare i conflitti, evitando che esplodano incontrollati. Altri consigli sono la riscoperta della siesta pomeridiana e addirittura l'indugiare a letto al mattino. Credo che questo ultimo consiglio sia insensato per chi lavora in campagna o nell' agricoltura, però è anche vero che un tempo i contadini recuperavano il sonno perso a causa delle levatacce...La conclusione del saggio è che il vero rivoluzionario odierno è chi applica l' ozio creativo: un uomo interiormente ricco, creativo, dalle mille idee, amante dell' arte e della bellezza, che rifiuta di sprecare il proprio tempo libero consumandolo in attività indotte o in spese compulsive, che a sua volta lo incatenano alla macchina tritacarne del consumismo, dell'alienazione moderna, della ruota del criceto e lo costringono a dover per forza guadagnare, guadagnare, facendo anche due, tre lavori, magari sottopagati, all' unico scopo di pagarsi le rate, i mutui, il cellulare, le bollette. Hodgkinson dà pure molta importanza al contatto col verde, col paesaggio, con la natura. Ho trovato le tesi di Hodgkinson interessanti e soprattutto infinitamente più realiste e sensate degli estremi di chi propugna la "decrescita ", come appunto, in Italia, Ermani e Perotti, che dal mio punto di vista hanno idee di nicchia, irrealizzabili e sotto sotto ipocrite. Perotti con la vendita di fumo dei suoi "Centri di Scollocamento" gira l'Italia e incassa quattrini. Le sue teorie sono realizzabili solo da pochi e per farlo devi avere soldi: la coscienza infelice della borghesia o postborghesia. Hodgkinson non sminuisce l'importanza del lavoro: lavorare, va bene, ma che non sia per troppe ore, che il lavoro sia umano, non alienante e che permetta una dignità e, perché no? una creatività al lavoratore stesso.

 

Simone Torresani

 

 
Breve storia del populismo PDF Stampa E-mail

23 Aprile 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 18-4-2018 (N.d.d.)

 

Al termine di un confronto elettorale decisamente serrato, il verdetto uscito dalle urne ha, indiscutibilmente, premiato tutte quelle formazioni che, in qualche modo, si rifanno al populismo o sono considerate esse stesse “populiste”. Il riferimento vale sia per la Lega che per il Movimento 5 Stelle, il Presidente Usa Trump, la transalpina Lady Marine Le Pen, che, nel più recente passato, per la Forza Italia dei tempi d’oro e addirittura, in tempi recentissimi, come da qualcuno azzardato, anche per il Renzi della primigenia versione “rottamatoria”. Un termine nella cui accezione è stato incluso un po’ di tutto ed il suo contrario.

 

Ma cosa intendiamo esattamente per “populismo”? Quale è l’esatta accezione politica in cui va collocato questo termine, oggidì tanto di moda? A volersi rifare alla lettera della storia dei movimenti politici, per “populismo” si intendono una serie di movimenti che, a fine Ottocento, si svilupparono in disparati contesti. In Russia il Populismo fu rappresentato dai “narodnjki”, i cui più autorevoli esponenti furono il colonnello e professore di matematica dell’Accademia militare Pëtr Lavrovič Lavrov, fautore di un populismo in chiave socialista, assieme al suo divulgatore ed ideologo, il sociologo e critico letterario Nikolaj Konstantinovič Michajlovskij, avente per oggetto l’emancipazione delle masse contadine, partendo dalla comunità rurale/“obscina”. La Francia invece iniziò con la Lega dei Patrioti di Paul Déroulède, che unitasi ad un altro movimento populista di massa, il Boulangismo (dal nome di Georges Boulanger, carismatico generale dell’esercito francese) si fece fautore di un nazionalismo radicale e revanscista, sistematicamente connesso al sempre più diffuso malcontento delle masse nei riguardi della giovane repubblica parlamentare francese, tanto da conseguire nel 1888-89, dopo aver ottenuto l’appoggio dei monarchici, delle significative vittorie elettorali. Negli Stati Uniti fu il Partito del Popolo (People’s Party), noto anche come Partito Populista (Populist Party), sommariamente chiamati “Populisti”, quale partito istituito nel 1891 negli Stati Uniti d’America che, durante il periodo “populista”, prese piede verso la fine del XIX secolo. Supportato dalle classi meno abbienti, soprattutto da coltivatori ostili verso le élite in generale, ebbe il suo culmine tra il 1892 e il 1896. Tutti questi movimenti, con le rispettive varianti storiche ed ideologiche, condivisero un comune destino: quello di sparire o, quantomeno, come nel caso del populismo russo, di finire riassorbiti nel “mare magnum” di un’ideologia, nel caso russo per l’appunto, quella bolscevica. Sia nel caso dei populismi che precedettero il secondo conflitto mondiale che nel caso di quelli ad esso posteriori, il populismo si fa portatore di una carica di forte ostilità nei riguardi delle élites. Una ostilità che generalmente permane sul generico, in quanto non si fa portatore di alcuna specifica istanza ideologica della quale, però, può costituire il trampolino di lancio, come nel caso del peronismo o del posteriore bolivarismo chavista. Pertanto, del populismo si può tranquillamente dire che esso costituisce il momento politico immediatamente precedente la nascita di una qualsivoglia formazione politica inquadrata in solide basi ideologiche, oppure ne costituisce la fase finale, dissolutoria, “liquida”, come nel caso dell’odierno populismo europeo, nella fattispecie della Lega, ma anche di quello dei vari movimenti nord europei anti immigrazione, come il Front National francese, il Partito Democratico Svedese, Alternative fur Deutschland, l’FPO austriaco, la olandese Lista per Pym Fortuyn e tanti altri ancora. Tutti questi movimenti sorgono o, quantomeno, assumono, una connotazione populista, con il graduale dissolvimento delle grandi narrazioni ideologiche totalitarie e rivoluzionarie novecentesche, rappresentate dalle due grandi famiglie ideologiche del Marxismo e del Fascismo, in tutte le loro varianti. Questo perché, di fronte all’impetuosa avanzata della Tecno Economia, ambedue le ideologie totalitarie hanno dimostrato una inadeguatezza ed una incapacità ontologiche […] Il Populismo, facendosi portavoce di istanze che incarnano un generico “buon senso” delle masse, inizialmente prive di una definita connotazione ideologica, […] può divenire lo strumento, la piattaforma di lancio da cui partire per portare l’attacco al cuore del sistema globale. Questo però a patto che quella medesima piattaforma sappia, nel tempo, trasformare quelle istanze medesime di cui sopra in contenuti ideali e proposte, tali da poter assumere un ruolo di contraltare al Globalismo. Altrimenti, il rischio è quello di rimanere fermi all’ enfasi di una iniziale protesta che, in quanto tale e proprio a causa di una sua connaturata genericità, finirebbe con l’esaurirsi in sé stessa. Due esempi sopra tutti: in Italia la fine dell’Uomo Qualunque di Giannini che, nel dopoguerra riuscì ad ottenere degli eccezionali risultati elettorali proprio facendo leva sul malcontento che anche allora serpeggiava nella nostrana opinione pubblica ma che, proprio a causa della propria vuota genericità, scomparve dall’agone politico con la medesima velocità con cui era apparso. Il secondo esempio è quello, anch’esso post-bellico, del francese Pierre Poujade, che durò pochi anni ed avrebbe invece costituito il battistrada per un Populismo di marca più ideologizzata e duratura, rappresentato dal Front National di Jean Marie Le Pen.

 

Il Populismo, come abbiamo già avuto modo di dire, costituisce pertanto, una fase di passaggio metodologica fondamentale, un momento di transizione, di raccolta di istanze generiche, dal quale bisognerà poi passare ad una fase di risposte più specifiche, in grado di unire attorno ad un comune motivo tutta la multiforme varietà delle componenti umane, politiche e sociali, tipica delle società più sviluppate. Nel più recente passato, il Populismo ha costituito quella piattaforma attorno a cui si sono coagulate tutte quelle forze che, in determinate realtà del Terzo Mondo, hanno poi dato luogo delle vere e proprie rivoluzioni nazionali, come nel caso del Nasserismo in Egitto, del Peronismo in Argentina o delle varie rivoluzioni bolivariste in Nicaragua, Venezuela e nello stesso Ecuador. Nel riportare qui quanto già precedentemente accennato, bisogna vedere se l’attuale pullulare di formazioni populiste in Europa darà luogo a degli sbocchi concreti nella lotta al Globalismo, o finirà per sfociare nel nulla della genericità e dell’inconcludenza che hanno caratterizzato e caratterizzano tante, troppe, esperienze politiche europee. Ed anche qui l’Europa mostra, una volta in più, se mai ce ne fosse stato il bisogno, la propria peculiare e centripeta multiformità che ne fa un vero e proprio “unicum” geopolitico e geo-spirituale. Populismi e nazionalismi vanno per la maggiore in quell’Europa dell’Est, in paesi come la Polonia, l’Ungheria (e perché no? Anche nella Russia di Putin…), indelebilmente marchiati da decenni di Bolscevismo sovietico, mentre nell’Europa dell’Ovest traccheggiano, restando troppo spesso confinati allo stato di semplici ed irrisolte aspirazioni protestatarie. La famosa Cortina di Ferro, in verità, non è mai caduta. Smontata materialmente, essa è però rimasta nello spirito di quei popoli d’ “oltrecortina” che, rimasti orfani del Socialismo Reale, oggi trovano del tutto naturale ricercare in istanze identitarie e nazionali di tipo populista, un contraltare all’inanità ed alla mancanza di senso che caratterizzano oggidì le democrazie liberali. Ed allora, l’interrogativo che ci dovremmo tutti porre è verso “cosa” dirigere il Populismo… La risposta ci indirizza verso una categoria politologica, oggidì apparentemente caduta in disgrazia. Si tratta del Socialismo, tanto decantato negli anni passati ed ora, a seguito di un’incontrollata euforia all’insegna del liberismo globalista, messo frettolosamente in disparte. Le scuole di pensiero comunitariste di area anglosassone, con i vari Sandel, Mac Intyre, Walzer, Taylor, ma anche quelle di tipo anarco-comunitario, come quella di un Nozick, o quelle più “pauperiste” di un Piketty, le stesse riflessioni portate avanti da decenni da svariati esponenti e riviste del nostrano pensiero “non conforme”, ci indirizzano decisamente verso l’irresoluto contrasto tra Individuo e Comunità ed, ancor più, tra Economia e Comunità, per i quali la risposta non può che essere il Socialismo. Se da tutte queste riflessioni si evince che, mai come ora, il Liberismo e le stesse democrazie liberali sono entrate in una crisi che va facendosi sempre più profonda ed irresolubile, attraverso un sempre più frenetico alternarsi di crisi e momenti di euforia dei mercati, d’altro lato però, un Socialismo del 21° secolo, non potrebbe mai più avere le caratteristiche di burocratico agglutinamento, tipico di certi modelli del 20° secolo, né tantomeno, finire con l’identificarsi ed immedesimarsi con il progressismo piagnucoloso e buonista dei vari Bernie Sanders o del labour-buonista d’Oltremanica Jeremy Corbin. Si tratta di ritornare a dare senso alla vita dell’Individuo e della Comunità, a riconfigurare il rapporto tra questi ultimi e l’Economia quale rapporto tra un fine ed un mezzo e non viceversa, come ora accade. Non senza dimenticare che cemento e collante di questo progetto non può che essere quell’Identità, quell’anima profonda di un popolo che, ad oggi, il Globalismo sta cercando di eliminare, per lasciare il posto ad un anodino e mercificato modello di società, omologata al comun denominatore Tecno Economico. […]

 

Umberto Bianchi

 

 
Sovraestensione imperiale PDF Stampa E-mail

22 Aprile 2018

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Da Rassegna di Arianna del 18-4-2018 (N.d.d.)

 

No, al di là di quanto afferma la stampa cis e transoceanica non sarà Donald Trump a causare la caduta dell’Impero Americano, come non furono Commodo o Massimino il Trace a causare la caduta di quello Romano o ancora Gorbacev a causare quella dell’Impero Sovietico. Non da soli, almeno. Per quanto singole scelte errate di singoli governanti fungano da facilitatori, catalizzatori e acceleratori di processi storici, questi ultimi sono dati da prospettive assai più lunghe, complesse, strutturali e non congiunturali. Nella fattispecie – per quanto riguarda cioè gli imperi e le forme statuali e politica di natura “imperiale” – la caduta (o, più propriamente nel caso degli Stati Uniti, il declino) è causato da alcuni fattori che la storiografia, l’economia e la scienza strategica individuano ormai con buona approssimazione. Per fare un sunto della letteratura degli ultimi decenni sul tema, a partire dal fondamentale saggio “Ascesa e declino delle grandi potenze” di Paul Kennedy, gli studi di economisti della scuola di economia istituzionalista contemporanea (per citare un autore tra i tanti, Daron Acemoglu), di polemologi come Edward Luttwak ma anche di ottimi studiosi italiani come Giovanni Arrighi (che appunto fu profondamente influenzato dal pensiero anglosassone), il declino delle grandi potenze si può ricondurre alla problematica della “sovraestensione”.

 

Facciamo un passo indietro: dei fenomeni storici prevalgono oggi due macrotipologie di lettura, cioè “economicista” e “istituzionalista”. Non si tratta di due scuole organiche ma piuttosto di correnti di pensiero eterogenee ma comunque ascrivibili ad una simile visione del mondo. Per i primi sono i macrofenomeni economici la struttura portante e causale di quelli storici. Per Marx e per il pensiero materialista l’economia è struttura e il resto è sovrastruttura: visione che il mondo anglosassone non dovrà fare nemmeno lo sforzo di accogliere perché ne aveva già prodotta una relativamente simile con Smith e con la scuola empirista, corrente che prevarrà sulle letture antieconomicistiche di John Stuart Mill fino a giungere ai propri estremi proprio nel solco del liberismo degli Hayek, dei Milton Friedman e di politici come Margareth Thatcher (“non esiste questo qualcosa che chiamano “società”: esistono individui”). C’è poi il filone istituzionalista, ancora più eterogeneo per discipline e tendenze politiche ma sempre assai diffuso negli ambienti anglosassoni – sia di taglio liberista che liberal-progressista – secondo il quale sono le istituzioni, inclusi i valori politici di fondo di una società, a plasmarne il successo economico e politico. Qui troviamo orientamenti simili a quelli di precedenti pensatori di area germanica-continentale (Weber) e che spiegano il dominio anglosassone del mondo, prima tramite l’impero britannico e poi con quello americano, con la superiore qualità delle istituzioni liberaldemocratiche (ovviamente di marca protestante). Entrambe le correnti sono oggi prevalenti nel mondo accademico globale – dove infatti le università anglosassoni detengono una primazia: incidentalmente si noti come il pur fertilissimo pensiero di scuola francese, da Braudel e dalla Scuola Degli Annali passando per gli strutturalisti, che tende metodologicamente ad essere intermedio tra i due sopraccitati e contenutisticamente rifiuta i toni moralistici e valutativi miranti ad esaltare la liberaldemocrazia anglosassone come punto culminante dello sviluppo umano, sembri invece essere stato messo in disparte.

 

Questa lunga digressione – in cui, mi si perdonerà, ho semplificato all’estremo ben più di un secolo di studi – ci serve a mostrare come le due correnti di pensiero giungano sorprendentemente ad una lettura molto simile del ciclo storico degli imperi e del loro declino: il tema della sovraestensione cui accennavamo in apertura. Gli imperi sono condannati ad espandersi dalla loro stessa natura: la loro crescita li porta in contatto con nemici, avversari e concorrenti sempre nuovi con cui bisogna battersi, ora per ragioni difensive e di sicurezza ora per velleità di conquista. L’economia imperiale stessa si regge sulla guerra, sulle conquiste, la potenza della moneta dell’impero (dalla quantità d’oro razziato o ottenuto coi commerci in un vastissimo spazio che i romani potevano fondere al dollaro come moneta globale) si basa sulla sua potenza militare che a propria volta si fonda sulla ricchezza dell’impero. Un impero non può scegliere coscientemente di chiudersi al mondo, pena l’asfissia: è quello che accadde all’Impero Cinese della dinastia Ming, chiusosi in un delirio ideologico reazionario per tutelare la casta dei mandarini, delirio culminato col divieto di navigazione nell’oceano – scelta che contribuì a condannare la prima economia globale del tempo ad un inarrestabile declino. È quello che sanno gli apparati dello stato profondo americano che fanno l’impossibile per sabotare i propositi isolazionisti di Trump. Ogni impero raggiunge nel proprio ciclo storico un picco di estensione politica, militare, in definitiva geografica e strategica, oltre il quale i costi – militari, umani e finanziari – del mantenimento del regime imperiale superano i benefici, quantomeno quelli percepiti da una popolazione stanca delle continue guerre e conquistata dal benessere. Gli immigrati, cui romani ed americani spalancano le porte, portano sì nuove energie e la necessaria fame ma anche forti problemi di integrazione che sono un altro contributo, sul lungo periodo, alla disgregazione sociale degli imperi stessi. La corrente economicistica spiega tutto con il classico “dilemma del burro e dei cannoni”: ad un certo punto, l’impero cessa di essere efficiente nell’allocare risorse tra l’espansione esterna e il benessere interno. All’impero sovietico accadde dopo nemmeno un secolo di storia, a quello americano comincia forse ad accadere ora? La corrente istituzionalista è un po’ meno determinista e pone l’accento sul degrado delle istituzioni partecipative: in tutti gli imperi si consolidano caste economiche che mirano a costituirsi come gruppo chiuso inibendo la mobilità sociale e le energie creative della società, spostando l’economia da produttiva ad estrattiva/speculativa (quello che successe agli imperi mercantili veneziano e britannico).

 

In tutto questo e al di là delle superficialità giornalistiche Trump è un effetto e non una causa: un effetto della stanchezza imperiale della classe lavoratrice e operaia e della classe media bianca (spesso coincidenti nel paese) per lo sforzo bellico sostenuto dalle precedenti presidenze Clinton e Bush e per la percepita perdita di potere, influenza e peso demografico a causa degli immigrati e della popolazione nera. Le amministrazioni Clinton e Busch sono però l’architrave della nostra riflessione: “l’arroganza unipolare” americana, l’illusione della fine della storia e dell’eternità della condizione di unica potenza hanno condotto gli Stati Uniti ad una serie di avventure militari espansive teoricamente sensate dal punto di vista geopolitico – occupazione di bacini petroliferi, chiusura della Russia nei margini nordici dell’Eurasia – ma disastrosi nel conseguente dispendio umano e finanziario nonché nella rottura di consolidati equilibri strategici. Oggi l’America si ritrova con una Russia risorgente e compattata al proprio interno dalle mosse americane in Ucraina e nell’ex-Jugoslavia, un Iran quasi padrone del Medio Oriente e una Cina in compiuta ascesa, nonché con gli alleati europei e turchi sempre più insofferenti all’interventismo a stelle e strisce. Il disastro finale per il paese di George Washington sarebbe però solo uno: la perdita del dollaro come valuta globale, quel che non si vede all’orizzonte, per l’insipienza europea nel gestire la crisi dell’Euro e per la non ancora completa affermazione dello Yuan cinese. I cinesi hanno appreso bene la lezione americana, sono riluttanti a cadere nella trappola della sovraespansione e a giocare un più assertivo ed espansivo ruolo internazionale. Preferiscono la penetrazione mercantile a quella militare e politica, quel che potrebbe forse rallentare ma forse non inibire un futuro ruolo se non di predominio dello Yuan quantomeno di sua pari dignità col dollaro. Il declino relativo dell’Impero Americano è un fatto cui assistiamo già oggi: gli USA non sono più i signori incontrastati del pianeta. La Caduta dell’Impero americano non è però un fatto prevedibile nel medio termine, giacché questi mantengono due enormi vantaggi. In primis quello tecnologico, come ricordava il compianto Ennio Di Nolfo, decano degli studi di politica internazionale in Italia. In secundis, quello geopolitico. Già, la geografia e la geopolitica, troppo spesso ignorate da economisti e sociologi ma ben note ai militari e a molti storici (soprattutto quelli della scuola francese!). L’America è un’isola, e non ha nemici via terra. Può dedicare le proprie risorse tecnologiche e militari non al controllo di un territorio, ma delle infrastrutture di collegamento tra i territori: i mari (con la flotta militare più potente della storia umana), lo spazio (in cui mantiene un importante vantaggio tecnologico) e le reti di comunicazione cibernetiche (l’America le ha inventate, ma sono il settore in cui i cambiamenti sono più rapidi e in cui cinesi ed anche i russi hanno fatto i più rapidi progressi). New York resta sul podio delle piazze finanziarie globali – prima sotto alcuni indicatori. Le imprese tecnologiche americane hanno capacità finanziaria (e un domani forza politica?) incomparabile e sono quasi monopoliste in interi ambiti di attività (da Google a Facebook). Lo stesso deficit commerciale americano alimenta la dimensione globale del dollaro. L’America è la potenza talassocratica ed infrastrutturale più forte della storia, laddove i russi – e i tedeschi – sono potenze prive del controllo dei mari (ma dipendenti dalle esportazioni!) e i cinesi soffrono della doppia vulnerabilità: dal mare, circondati da anelli di potenze ostili o comunque non alleate nonché dalla flotta americana stessa e da terra, tenuti lontani dai mercati europei da grandi distanze, spazi aridi e montuosi e dall’instabilità della “faglia islamica”, composta da stati collassati, poveri, instabili, da guerre, guerriglie e terrorismo. Guarda caso, la faglia in cui gli americani hanno concentrato e concentrano gli sforzi per aumentare il tasso di caos e di instabilità. Il declino americano è solo relativo. La partita del caos è apertissima.

 

Amedeo Maddaluno

 

 
Priorità dei valori PDF Stampa E-mail

21 Aprile 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 18-4-2018 (N.d.d.)

 

Se vogliamo parlare di globalizzazione economica dobbiamo forse partire analizzando la teoria di Ricardo sui costi comparati che si può considerare la base storica e teorica del suo concetto e della sua spinta. Essa infatti, promuovendo la specializzazione del lavoro, sostiene il vantaggio degli scambi e dell’esportazione, che è appunto la teoria fatta propria dalla moderna globalizzazione liberista. In sintesi Ricardo sostiene che, se abbiamo due paesi che producono entrambi la stessa gamma di prodotti ma con differente efficienza (costi), è più vantaggioso per entrambi specializzarsi nella produzione che riescono a fare con minor costo comprando dall’altro paese gli altri beni. Il che, da un punto di vista strettamente economico, è probabilmente corretto, ma non tiene conto di certe conseguenze che non sono irrilevanti per la vita degli individui dei paesi presi in considerazione.

 

Primo: vengono considerati i vantaggi del “paese”, ma non viene preso in considerazione come questi vantaggi vengano distribuiti all’interno del paese: possiamo chiamare questo giustizia sociale o redistribuzione del reddito. Questa parte della teoria era probabilmente l’espressione di un pensiero che derivava da ragioni storiche e politiche del tempo, ma la spinta ad enfatizzare l’obiettivo della ricchezza del paese, come se questa ricchezza fosse di tutti, oggi può essere considerata senz’altro limitativa. […] Secondo: quando un paese si specializza in una data produzione, rinunciando a produrre i beni la cui produzione è più costosa, qualora i beni che non intende produrre fossero essenziali per la propria esistenza, si pone in una situazione di dipendenza da fonti di approvvigionamento esterne che può essere molto rischiosa per la sua sopravvivenza (perde la sua autosufficienza). In terzo luogo: la teoria di Ricardo parte dall’ipotesi che il vantaggio che deriva dalla specializzazione della produzione sia espresso monetariamente. In verità i vantaggi monetari non sono l’unico aspetto della produzione. Essa coinvolge tanti altri fattori: le relazioni emotive, culturali, sociali, il rapporto con l’ambiente, la soddisfazione personale, l’abilità personale, i valori estetici, etici, ecc…che vengono generalmente chiamati “valori qualitativi”. Nell’equazione ricardiana si valuta solo il risultato, non si valuta il processo che include appunto questi valori. Quindi oltre al vantaggio che deriva dal trasferimento ad altri di una produzione (miglior prezzo o minori costi) si dovrebbe anche tenere conto della perdita dei valori che derivano dalla perdita del processo, cioè dalla perdita delle sue ricadute locali all’interno del paese o della comunità durante la fase produttiva. È chiaro che ogni economista, man mano che identificherà tali valori, cercherà di dar loro una valutazione economica, che è senz’altro utile e che consente di aggiungere gli elementi mancanti all’equazione ricardiana con l’evidente vantaggio di poter preservare tali valori che in questo modo diventano espliciti. Tuttavia la valutazione economica dei valori ha due limitazioni: da una parte consente la loro preservazione solo finché un altro valore, anch’esso economico, non viene messo a confronto. Cioè l’omogeneità del metro di misura (l’economia) fa sì che un “valore” sia sempre “relativo” dato che può essere soppiantato da un altro più economico, quindi non esisteranno più valori “assoluti”. Dall’altra parte la mera valutazione economica, che come dicevamo può consentire entro certi limiti la protezione di un “valore”, non consente la creazione di valori non economici dato che questi non sono prodotti dal calcolo dell’utile, ma sono prodotti dall’emozione e dai sentimenti, che fanno parte di un’altra categoria dell’animo umano. Per cui un po’ alla volta i valori qualitativi spariranno dalla faccia della Terra. Si pone quindi il problema dei limiti dell’economia.

 

Oggi il capitalismo liberista sostenendo che la produzione di denaro è il valore più importante dell’attività umana e affermando che la produzione di denaro permette di risolvere ogni altro bisogno “qualitativo”, in quanto ogni bisogno può essere espresso (e ottenuto) monetariamente, sostiene una posizione che è difficile da condividere, sia perché possiamo sentire e godere di “cose” della vita che non necessitano di essere comprate, sia perché può succedere (molto spesso) di comprare cose che non ci danno né gioia, né soddisfazione e che anzi ci fanno perdere la possibilità di sentire per loro un’emozione o una gioia proprio perché vengono valutate monetariamente. Un altro assunto del capitalismo liberista e implicito nella sua teoria è che il denaro, proprio perché ci consente di soddisfare qualunque bisogno, va considerato come un “mezzo” ed in quanto tale più se ne ha e meglio è. Cioè il denaro non è considerato un “bene” che obbedisce alla legge della utilità marginale decrescente, per la quale la soddisfazione derivante dall’uso dell’ultima (marginale) quantità dà all’individuo meno soddisfazione di quanto non gli procuri la prima, nel qual caso oltre un certo limite noi ci sazieremmo (anche del denaro), invece finché esso è considerato un mezzo non c’è motivo di saziarcene. Dobbiamo invece riconoscere che il denaro è un bene, soddisfa un bisogno materiale o immateriale, anche se differito nel tempo e, come ogni altro bene, continuare nel suo accumulo oltre un certo limite è un errore sia sul piano teorico che sul piano pratico proprio perché decresce la sua importanza per il soggetto. La conseguenza della definizione liberista è che tutto quello che serve e concorre alla produzione di denaro (l’efficienza, la velocità, la competizione, l’individualismo, la tecnologia, l’energia, ecc…) diventa qualcosa che bisogna acquisire indefinitamente e tutti questi elementi concorrono a costituire l’idea di “progresso” dandone una connotazione meramente quantitativa e spingendo ognuno di noi a fare ed agire molto oltre al modo in cui desidereremmo vivere. Considerando il danaro come un mezzo con il quale si può acquisire qualunque altro bene, esso diventa un valore superiore a tutti gli altri e l’acquisizione di denaro diventa un’etica: l’etica del capitalismo, che in quanto etica impone di eliminare tutto quello che può in qualche modo rappresentarne un freno. Ed è per questo che il capitalismo liberista vuole un libero mercato (globalizzazione economica) libero da ogni impedimento (umano, culturale, ambientale…) e quindi libero da ogni protezionismo. Ma se l’obiettivo di produrre denaro è quello di procurarsi i mezzi per ottenere gli altri valori, non è chiaro perché gli altri valori debbano essere eliminati per ottenere il denaro. L’etica del capitalismo è evidentemente l’etica del più forte, cioè l’etica che consente al più forte di procurarsi quello che vuole, senza limitazioni. In verità possiamo anche capire, per certi versi e in certe situazioni, la logica di chi vuole agire soltanto per il proprio beneficio economico, ma quello che a questo punto non è logico è il perché egli abbia bisogno di un’etica e di una teoria per giustificare il suo operato. Se egli ha bisogno di un’etica, egli apre automaticamente la porta alla discussione su cosa è l’etica e su quelli che sono i valori che fanno parte dell’etica e sulla loro priorità, e dovrà riconoscere che alla base di qualunque etica, anche economica, ci sono i valori qualitativi e non quantitativi e che applicando la pura e semplice etica del capitalismo, egli provoca la perdita di valori che sono anche suoi. Oggi la priorità nei valori viene data purtroppo e illogicamente, anche a livello internazionale, all’etica del capitalismo ed infatti la struttura dominante è l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) e gli Enti collegati come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, mentre le strutture che rappresentano gli altri valori: Diritti Umani, Ambiente, Salute, Cultura…sono ad essa subordinate. Questo problema delle priorità dei valori, come dicevamo, non è stato preso in considerazione nella teoria di Ricardo e nella sua assunzione semplicistica da parte del moderno capitalismo liberista, per cui un’analisi più approfondita e l’inserimento dei valori qualitativi nell’equazione ricardiana e nelle scelte politiche, potrebbe forse portare ad una migliore definizione di progresso con un vantaggio per la vita di tutti, dando a tutti un’idea più chiara su quelli che sono i veri obiettivi a cui mirare.

 

Roberto Imperiali

 

 
La foglia di fico PDF Stampa E-mail

20 Aprile 2018

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Da Libero Pensare del 17-4-2018 (N.d.d.)

 

Il ministro della difesa israeliano Avigdor Lieberman ha affermato ieri che Israele non rispetterà alcun divieto e violerà lo spazio aereo siriano ogni qual volta lo riterrà necessario. "We will maintain total freedom of action. We will not accept any limitation when it comes to the defense of our security interests". Solo alcuni giorni prima Nikki Haley, ambasciatrice USA presso le Nazioni Unite, affermava con arroganza nel corso di un Consiglio di Sicurezza che gli Stati Uniti avrebbero ignorato le decisioni dell’ONU se contrarie ai propri intenti, riducendo di fatto a carta straccia lo statuto delle Nazioni Unite ed il diritto internazionale. “The US will act against the Syrian government with or without a UN blessing”.

 

Sono forse i due interventi che mi hanno maggiormente fatto riflettere in questi giorni, più ancora delle false flag, dei lanci di missili su palazzi inutilizzati, della retorica roboante delle cancellerie europee, delle giravolte dei servi sciocchi, dei tweet deliranti di Trump. Perché di specchietti per allodole come questi è ricca la storia sia recente che antica. Ogni impero, da che mondo è mondo, ha sempre rispettato solo la legge del più forte, aggredendo, invadendo, distruggendo chiunque gli si parasse davanti, cogliendo al volo ogni occasione o creandola se necessario. Ignorando o aggirando accordi e trattati e svilendo le costituzioni vigenti. Ma sempre nascondendo la menzogna, la truffa, l’inganno sotto una misericordiosa foglia di fico ad uso e consumo di chi ancora non sa che ogni impero si regge sulla violenza e la sopraffazione. Sempre usando la neo-lingua, vale a dire utilizzando definizioni etiche per giustificare l’aggressione (intervento umanitario, difesa delle minoranze, favorire la democrazia etc.). “Quando si vuole ottenere un determinato risultato nel mondo, risultato che deve rappresentare l'opposto della regolare direzione dell'evoluzione dell'umanità, ebbene, allora gli si dà, per così dire, un nome che significa il contrario. L'umanità deve imparare a non credere ciecamente ai nomi”. (Rudolf Steiner) Diceva già sei secoli or sono il grande Niccolò Machiavelli: “Sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare” ma almeno si salvavano le apparenze. Persino a seguito della spregevole messa in scena delle (inesistenti) armi di distruzione di massa di Saddam Hussein con un Colin Powell che agitava una provetta piena verosimilmente di borotalco all’Assemblea delle Nazioni Unite si ritenne necessario ottenere il via libera dell’ONU - con la vergognosa Risoluzione 1441- all’aggressione ad uno Stato sovrano come l’Iraq. Ma ora sembra che della foglia di fico l’impero possa fare a meno, tanta è la pervasività della propaganda e del lavaggio accurato dei cervelli che ha messo in campo. Affermazioni come quelle di Lieberman e della Haley che, sino a pochi anni or sono, sarebbero apparse quello che sono, vale a dire l’espressione della spietata hybris del potere, oggi vengono accolte con indifferenza, quasi come qualcosa di scontato, cui si è ormai rassegnati. Ecco, questo a mio avviso è l’aspetto più inquietante del momento attuale. Come ben sintetizzava Rudolf Steiner cent’anni fa: “Sulle onde della civiltà presente galleggia non solo la mistificazione delle frasi fatte, ma la menzogna vera e propria. Si riversa nella vita – e, come menzogna, intacca la vita”.

 

Piero Cammerinesi

 

 
Lega, FdI e M5s al voto coalizzati PDF Stampa E-mail

19 Aprile 2018

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Da Comedonchisciotte del 17-4-2018 (N.d.d.)

 

Il rispetto del voto democratico è ormai una utopia, perché nel nostro paese siamo maestri a trasformare i fatti in opinioni.  Tanto per fare un esempio, secondo la Costituzione il Presidente della Repubblica ha l’obbligo di agire secondo garanzia e imparzialità senza esprimere indirizzi politici, eppure, secondo tutte le agenzie di stampa, Mattarella avrebbe assegnato l’incarico di Governo solo a figure che avessero giurato fedeltà alla moneta unica ed alle rispettive autolesionistiche politiche di bilancio (che sono un indirizzo non solo politico-economico ma soprattutto geo-politico). Indirizzi “europei” contro gli interessi del popolo italiano, come hanno lasciato intendere sia l’ex Presidente della Confindustria e della IBM tedesca Henkel sia i principali economisti del paese teutonico (Sinn, Fuest ecc). Rimanendo nell’euro l’austerity è immutabile ed anche se questo in Italia non è afferrato da tutti (se non da una minoranza qualificata) se c’è un significato nel voto del 4 marzo 2018, se c’è una questione su cui l’80% degli italiani ha votato compatto, è quello di una ferma opposizione alle politiche di austerità.

 

Non si sono mai viste pressioni ed urgenze così “infestanti” per situazioni mirate al miglioramento delle condizioni di operai, piccoli imprenditori, disoccupati, precari, mentre sono puntuali quando si deve difendere un sistema di interessi finalizzati alla riduzione del numero di soggetti pubblici internazionali (gli Stati) e al depotenziamento delle rispettive funzioni di moderazione nei confronti del neoliberismo finanziario, estremista e globale (che è equivalso a recessioni finanziarie e politiche di macelleria sociale). Sarà un caso ma subito dopo la prima “udienza” al Colle Di Maio si è sperticato in elogi e lodi verso la permanenza nell’euro, nell’UE e nel “Patto Atlantico” (ma scusate…chi gli aveva chiesto nulla?). Adesso è passato un po’ di tempo rispetto al primo giro di consultazioni eppure coloro che sono i veri vincitori delle elezioni grazie a reale o presunta contrarietà all’austerità (5S e Lega) non si sono ancora accordati per cambiare l’Italia. Un sottile file rouge che non viene colto da tutti (anche grazie all’efficace fuoco di sbarramento della comunicazione dei partiti) unisce i puntini e permette di capire il perché di questo mancato matrimonio e conferma che nel “Belpaese” i fatti diventano opinioni come nel caso del Presidente della Repubblica. La Lega prima del voto ha fatto promettere solennemente all’ex Cavaliere, davanti a tutti gli italiani, che non avrebbe tradito la coalizione dopo le elezioni con un nuovo Nazareno col PD, ma a sua volta si è impegnata a non abbandonare FI per i 5S (a proposito, Di Maio lo sa che quando dice “non rifaremo un Nazareno” si riferisce in primis al PD dato che è la sua sede? Allora perché ha dichiarato che è disponibile ad allearcisi?). Il risultato di questa promessa bidirezionale tra Salvini e Berlusconi è che il centro destra si muove come coalizione e questo credo sia anche sacrosanto rispetto degli elettori; chiedere come fa Di Maio (o meglio Casaleggio) a Salvini di disattendere questo patto equivarrebbe alla sua fine come politico e pure come uomo di parola: in altre parole chiedere a Salvini di abbandonare Forza Italia al suo destino è la tipica proposta che non si può accettare. Quindi evidentemente il 5S non vuole allearsi con la Lega bensì col PD.

 

Eppure nonostante questi ostacoli il modo per smentire sospetti di questo tipo c’è; c’è la soluzione per trasformare il voto democratico in un fatto: se Lega e 5S (e FdI) davvero vogliono governare insieme devono riportarci al voto presentandosi coalizzati dando il colpo di grazia a chi ci ha portato nella catastrofe negli ultimi 25 anni. Si otterranno diversi risultati: 1) Una maggioranza chiara e pure solida entro luglio ma soprattutto rispettosa della volontà dei cittadini stufi di alchimie e alleanze post elettorali diverse dalle coalizioni pre-voto. Alchimie che in questo paese hanno sempre generato Governi catastrofici (Ciampi, Dini, D’Alema, Monti, Letta, Renzi ecc). Sarà mica per timore di questa inedita coalizione che Calenda del PD adesso vorrebbe governare col 5s addirittura creando una Bicamerale per cambiare legge elettorale? 2) A quel punto i 5 Stelle saranno portati allo scoperto: si vedrà se davvero vogliono governare per il paese o se Berlusconi è per loro solo una scusa per finire comodamente all’esecutivo col PD (e la Bonino). 3) Si tornasse al voto una eventuale e prevedibile scusante pentastellata “non ci alleiamo con nessuno prima del voto” sarebbe vista come incoerente e ridicola dato che i grillini sono pronti già adesso ad allearsi per governare per loro stessa ammissione con Lega o PD: è semmai coalizzandosi prima che una forza politica dimostra coerenza e trasparenza. Ormai il 5S ha rotto ogni argine, ogni regola originaria e la “non alleanza” di ispirazione “Beppe-Grillista “o noi o loro”, “tutti a casa” finalizzata al principio del “non infettarsi” ha ceduto il posto a un più consono “da soli non andiamo da nessuna parte”. Comprendiamo molti miracolati neoeletti nelle diverse forze politiche ma il paese è più importante delle ambizioni personali quindi la prospettiva di un nuovo voto sarebbe una colossale chance da cogliere al volo. 4) Questa coalizione darebbe coesione tra nord e sud, sarebbe un vero Governo di Unità Nazionale forgiato sulla Democrazia con la “D” maiuscola. Va rimarcato che allo stato attuale un Governo 5s-Lega con l’appoggio esterno di FI è una prospettiva pericolosa perché renderebbe Berlusconi l’ombelico del mondo in un costante e strumentale malpancismo.

 

I cittadini italiani hanno il diritto di comprendere se ciò che passano i partiti e le TV è reale o virtuale, se il quadro sotto sotto non sia altro che il file rouge della lotta strisciante per avere al timone una guida patriottica (euroscettica) oppure euroentusiasta (anti italiana). Nel primo caso al tavolo con Merkel e Macron a decidere qualità e entità della famosa clausola di uscita concordata dall’euro si siederebbe anche l’Italia. Ho il sospetto fondato che FI e 5S stiano in realtà collaborando tra loro mediante i ben noti veti incrociati per non farcela sedere l’Italia: Berlusconi non può inimicarsi i “mercati” che detengono azioni Mediaset mentre i 5s non si sa se sono ancora una forza autonoma o se sono diretti da soggetti con sede a Londra (appunto i “mercati”).

 

È bene ricordare che quando entrammo nell’euro accettammo un rapporto d’ingresso (1 Marco = 990 Lire) totalmente sballato e catastrofico, il vero motivo delle nostre attuali sofferenze perché non rispecchiante la nostra economia reale. Il prodigio che spinse per questo accordo fu in primis Prodi; non partecipare a questo tavolo sarebbe una ripetizione della storia in farsa (e non uso parole a caso se dico che la pagheremmo a peso “d’oro”) per la felicità dei vari global entusiasti Napolitano, Mattarella, Merkel, Draghi, Clinton ecc. Intanto Di Battista pur non essendo più Parlamentare definisce “male assoluto” Berlusconi (per cui intanto lavora avendo pubblicato per Rizzoli) ed anch’egli fa la sua parte nell’enfatizzazione dell’ex Cavaliere; il forte sospetto è che tutto ciò serva a far passare in secondo piano l’austerity come vero dramma per l’Italia e far digerire la prossima alleanza col PD. […] Intanto al grido di “bisogna fare in fretta” (tanto caro a Monti, ma ve lo ricordate???) i media cercano di spaventare l’italiano, di manipolarlo e di convincerlo che nuove elezioni sarebbero una catastrofe economica (cercano perciò di convincerlo di una cavolata di proporzioni colossali) e questo pur di incatenarci altri anni all’ennesimo governo inciucista (venduto come al solito per “responsabile”); il PD in questo contesto se ne sta in disparte denunciando la “spartizione delle poltrone” (da che pulpito) tra Lega e 5S manco che per il PD la poltrona fosse un diritto divino.

 

Marco Giannini

 

 
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