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Arabia Saudita PDF Stampa E-mail

31 Gennaio 2015

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 Da Rassegna di Arianna del 27-1-2015 (N.d.d.)

La morte qualche giorno fa del 90enne monarca saudita Abdullah bin Abdul Aziz è giunta in un momento particolarmente delicato per gli equilibri del Medio Oriente e del suo stesso paese, aggiungendo un ulteriore elemento di incertezza a uno scenario già di per sé potenzialmente esplosivo. Il decesso - atteso da tempo viste le più che precarie condizione di salute del sovrano - è stato accolto dal cordoglio di molti leader occidentali, impegnati proprio in questi mesi in una rinnovata offensiva contro la minaccia dell’oscurantismo islamista sunnita che dal regno saudita trae ispirazione e sostegno materiale. Le lodi per colui che per due decenni ha rappresentato il vertice di uno dei regimi più repressivi e retrogradi del pianeta sono state la sostanziale ammissione del ruolo giocato dall’Arabia Saudita di garante dell’ordine promosso dagli Stati Uniti nella regione mediorientale.

Abdullah era asceso ufficialmente al trono nel 2005 già in età avanzata, ma fin dal 1995 aveva di fatto assunto il controllo del potere in seguito all’ictus che aveva reso incapace di governare il predecessore e fratellastro, Fahd. Il presidente americano Obama, che ha deciso di abbreviare la sua visita in India per recarsi a Riyadh, ha riassunto l’importanza dell’Arabia Saudita di Abdullah, affermando che uno dei “coraggiosi princìpi” di quest’ultimo è stata la “ferma e appassionata convinzione dell’importanza del legame tra USA e Arabia Saudita come motore della stabilità e della sicurezza in Medio Oriente e non solo”. Altri ancora hanno ridicolmente definito Abdullah una sorta di “innovatore” o un cauto “riformatore” della società saudita. Di questa presunta attitudine sono pieni i rapporti di innumerevoli organizzazioni a difesa dei diritti civili, le quali continuano a descrivere per l’Arabia Saudita un clima invariabilmente caratterizzato, ad esempio, dalla repressione assoluta di ogni forma di dissenso, dalla negazione dei fondamentali diritti civili delle donne, da punizione corporali e da esecuzioni capitali con metodi barbari anche per crimini lievi.

In maniera ancor più significativa, l’apprezzamento espresso dai vari Obama, Hollande e Cameron per re Abdullah testimonia della disonestà dei governi occidentali che si autoproclamano difensori dei diritti democratici delle popolazioni di tutto il mondo, nonché paladini della lotta al terrorismo fondamentalista.

Sui princìpi del wahabismo che ispirano il regime di Riyadh conta in sostanza Washington da decenni per combattere ideologie e movimenti contrari ai propri interessi e a quelli dei suoi alleati in Medio Oriente. Da questa visione arcaica della società hanno tratto così ispirazione formazioni fondamentaliste violente, la cui ultima incarnazione è rappresentata dallo Stato Islamico (ISIS), impegnato nella creazione in Iraq e in Siria di un sistema di potere basato sulla stessa interpretazione della legge islamica abbracciata dalla monarchia saudita.

Non solo. Com’è ben noto, l’Arabia Saudita è la principale fonte di finanziamento del terrorismo sunnita, utilizzato come strumento stesso della politica estera del regime - e degli Stati Uniti - dall’Afghanistan occupato dall’Unione Sovietica alla Siria di Assad. Il “motore della stabilità” saudita sotto la guida di Abdullah ha rivelato poi la sua natura in varie occasione negli ultimi anni, a partire dall’appoggio garantito da Riyadh dapprima a Hosni Mubarak nel pieno della rivoluzione egiziana del 2011 e successivamente al colpo di stato militare del generale Sisi nell’estate del 2013 contro il presidente eletto Mursi degli odiati Fratelli Musulmani.

La mano di Abdullah aveva anche determinato, sempre nel 2011, la precoce neutralizzazione della rivolta sciita nel vicino Bahrain contro la monarchia sunnita al potere. L’Arabia Saudita aveva inviato un contingente militare per reprimere nel sangue il movimento di protesta, per poi rivolgere l’attenzione alle proprie irrequiete province orientali a maggioranza sciita.

In generale, l’incontro stesso di Stati Uniti e Arabia, uniti da un’alleanza fondata su principi reazionari così come sui “petrodollari”, ben lontano dall’essere un motore di pace e stabilità, ha prodotto conseguenze rovinose per i popoli del medioriente e dell’Africa settentrionale.

Il successore di Abdullah, in ogni caso, è il fratellastro Salman bin Abdulaziz, 79enne e, secondo molti, già profondamente debilitato dall’Alzheimer. Anche per questo, il successore di Salman è stato annunciato subito dopo il decesso di Abdullah e sarà l’ex direttore dell’intelligence del regno, Muqrin bin Abdul Aziz, a 69 anni relativamente giovane per gli standard della gerontocrazia saudita. Muqrin viene dato come vicinissimo al monarca deceduto e, di conseguenza, la sua nomina a principe ereditario deve essere risultata gradita agli Stati Uniti. Che a tenere le redini del regno sia il nuovo sovrano, Salman, oppure Muqrin, vista l’infermità mentale già attribuita al primo, la leadership di Riyadh dovrà fare i conti con una serie di emergenze nella regione e con la crisi stessa in cui si dibatte il paese.

Nel vicino Yemen, per cominciare, il regime installato dagli USA e dall’Arabia Saudita è di fatto crollato nei giorni scorsi in seguito all’avanzata dei ribelli Houthis, rappresentanti della popolazione di fede sciita che occupa le aree settentrionali di questo paese e che Riyadh accusa di essere appoggiati dal proprio principale rivale strategico, l’Iran. In Siria, poi, il finanziamento e la fornitura di armi all’opposizione anti-Assad garantiti da Riyadh ha contribuito in maniera diretta all’esplosione dell’ISIS, diventato ormai una minaccia per i suoi stessi (ex) benefattori sauditi che hanno deciso così di partecipare alla campagna militare guidata dagli Stati Uniti.

Lo stesso piano per favorire il crollo del prezzo del petrolio, verosimilmente studiato con Washington per colpire paesi come Iran e Russia, potrebbe presto ritorcersi contro l’Arabia Saudita. Il rifiuto di tagliare la propria produzione di greggio e quella dei paesi OPEC da parte di Riyadh e dei suoi più stretti alleati nel Golfo Persico sta creando problemi di bilancio non indifferenti al regime, tanto più che la stabilità interna viene mantenuta, oltre che con metodi ultra-repressivi, grazie a ingenti spese pubbliche per sostenere un generoso sistema di welfare.

Anche i rapporti con l’alleato statunitense appaiono un poco meno solidi rispetto al recente passato, viste le incrinature registrate in particolare a causa della relativa distensione tra USA e Iran, suggellata dai negoziati in corso sul nucleare di Teheran. Frizioni, poi, c’erano state tra Abdullah e l’amministrazione Obama sia per la decisione americana di sganciarsi da Hosni Mubarak quando la posizione del dittatore era diventata insostenibile di fronte alle oceaniche manifestazioni di protesta sia in seguito alla marcia indietro di Washington sui bombardamenti contro le forze di Assad in Siria nell’estate del 2013.

Sul fronte interno, infine, il numero sterminato di prìncipi che formano la famiglia reale saudita è tradizionalmente fonte di intrighi e di manovre per la spartizione di potere e ricchezze. Lo scontro tra le varie fazioni della casa regnante potrebbe così riaccendersi presto, in concomitanza con l’inasprirsi delle crisi nella regione o nell’eventualità tutt’altro che da escludere di una nuova successione al trono in un futuro non troppo lontano.

Michele Paris

 
E allora, ben venga l'islam PDF Stampa E-mail

29 Gennaio 2015

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 L’assalto alla redazione di Charlie Hebdo ha riproposto prepotentemente la paura di una conquista islamica dell’Europa. Cerchiamo di ragionare un attimo a mente fredda, attenendoci ai fatti.

1) Gli immigrati in Europa sono ancora una piccola minoranza della popolazione complessiva; 2) i  musulmani sono una minoranza fra la massa degli immigrati in Europa occidentale, se teniamo conto di quanti vengono dall’est europeo, prevalentemente cristiano-ortodossi; dalla Cina, confuciani, taoisti, ma soprattutto indifferenti alle religioni; da quella parte dell’Africa che è cristiana; dall’America latina, cristiano-cattolica; 3) fra i musulmani immigrati solo una minoranza è praticante, cioè frequenta la moschea, compie le 5 preghiere quotidiane nelle ore prescritte, versa la decima, osserva rigorosamente il digiuno del Ramadan, si astiene da alcolici e da carne di maiale o non macellata secondo il rituale.

Ammesso e non concesso che tutti costoro propendano per un islam radicale e violento, si tratta pur sempre della minoranza di una minoranza di una minoranza.

Questi sono i termini del problema, se vogliamo riflettere senza abbandonarci alle isterie indotte dai media.

Giunti a questo punto del ragionamento, bisogna ammettere che anche una piccola minoranza, se organizzata, decisa a tutto e animata da una fede fanatica, può rovesciare un sistema. A livello politico, è successo in tante rivoluzioni. Ma perché ciò accada, occorre che il sistema sia già minato dalle fondamenta, sia in piena decadenza. Così siamo arrivati al punto. Il problema non è l’islam, il problema è tutto nostro, il disastro siamo noi. Un continente esausto, vecchio, scettico, senza fedi o ideali forti, smarrito, disorientato, svuotato di energie da 50 anni di consumismo idiota e di demenza martellata nei cervelli.

Le stesse considerazioni valgono per il fenomeno dell’immigrazione in generale. In modo ancora limitato, è iniziato negli anni ’80 del secolo scorso, per assumere dimensioni di vasta portata a partire dagli anni ’90. Ebbene, negli anni ’70, quando nemmeno si parlava di immigrazione né si sospettava che potesse diventare qualcosa di imponente, eravamo una società allo sbando. Il terrorismo politico campeggiava in primo piano, ma la vera emergenza erano le mafie che andavano controllando paesi, territori e quartieri di grandi città. Dilagavano i sequestri di persona, la grande e la piccola criminalità. La droga si diffondeva a livello di massa: anche nei piccoli centri della “sana” provincia, piazze e piazzette vedevano i bivacchi di gruppi di giovani che si sbattevano per il buco. Ogni morale era accusata di moralismo, la pornografia era diventata un grande affare, il permissivismo era trionfante per l’ideologia del sinistrismo sessantottino e per l’interesse del capitale a imporre la figura dell’individuo-consumatore, senza freni e senza inibizioni. Questo era il quadro. Chi non l’ha vissuto può documentarsi. A parte le mafie, che qualcuno può pensare fossero solo nostre, gli altri aspetti di una decadenza già vistosa segnavano le contrade di tutta l’Europa occidentale.

L’immigrazione è sopraggiunta a complicare un tessuto sociale che era già logorato, a dare il colpo di grazia a un mondo che era già morente, che, pur nel delirio del rivoluzionarismo armato, ragionava già soprattutto in termini di percentuali del PIL, di tasso d’inflazione, di costi e mete delle vacanze. Non siamo decaduti perché gli immigrati hanno contaminato un organismo sano; è vero piuttosto che non siamo riusciti a contenere e a controllare l’immigrazione perché eravamo già in piena e rovinosa decadenza: o facciamo chiarezza su questo stabilendo il giusto rapporto causa-effetto, o non capiremo nulla di ciò che sta accadendo.

Le stesse considerazioni valgono per la minaccia islamica. Se non siamo in grado di controllare e neutralizzare i pericoli che vengono dalla minoranza di una minoranza di una minoranza, il problema siamo noi, non loro.

Se cresce il numero di europei autoctoni che si convertono all’islam, dobbiamo ricercarne le cause in una civiltà morente che non offre più fedi forti, ideali coinvolgenti, ragioni di vita che non siano il telefonino di nuova generazione o l’illusione di trovare nel viaggiare compulsivo una fuga da sé stessi.

E allora, se siamo a questo punto, ben venga l’islam.

 

Luciano Fuschini

 

 
Un po' di sano fatalismo PDF Stampa E-mail

28 Gennaio 2015

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Nelle more dei fatti di Parigi è passata quasi inosservata una notizia di grande interesse. Un gruppo di scienziati della prestigiosa Johns Hopkins University, dopo una serie di approfondite ricerche, ha concluso che solo un terzo dei tumori ha alla sua origine lo stile di vita o fattori ereditari, i due terzi sono dovuti, per usare un termine di uno di questi ricercatori, Bert Vogelstein, alla sfortuna. È una notizia liberatoria che se non fa piazza pulita del terrorismo diagnostico e della medicina preventiva dovrebbe perlomeno frenarne gli eccessi, per cui oggi negli Stati Uniti si tolgono le ghiandole mammarie a ragazzine di dodici tredici anni, con i traumi che sono facilmente immaginabili, per metterle al sicuro dal rischio di sviluppare tumori in età adulta dato che la loro madre o altre parenti di sesso femminile sono morte di cancro al seno (a questa operazione si è sottoposta anche la bellissima Angelina Jolie, sia pur in età matura).

Ma il significato della ricerca degli studiosi della Johns Hopkins va oltre. Per la prima volta la Scienza, solitamente così sicura di sé, ammette la propria limitatezza di fronte all'Imponderabile, al Caso, a quello che i Greci, tanto più sapienti, chiamavano Fato per cui ognuno di noi ha un destino, imperscrutabile, il cui senso si può cogliere solo alla fine della nostra esistenza. Così come quasi ogni fatto che ci capita nella vita quotidiana può essere valutato solo a posteriori. Quante volte a chiunque di noi è accaduto di accorgersi che un'esperienza che all'apparenza appariva un bene si è rivelata invece un male e viceversa?

Del pari la ricerca della Johns Hopkins ci libera, o dovrebbe liberarci, di una delle più perniciose ossessioni del mondo contemporaneo: la pretesa del controllo. Noi vogliamo controllare tutto. Ci assicuriamo su tutto e poi ci assicuriamo sull'assicurazione in un processo psicologico, che sarebbe forse più esatto chiamare psicoanalitico, che è all'origine di tante delle nostre ansie e delle nostre nevrosi. Siamo convinti di esserci protetti nel migliore dei modi e poi una mattina usciamo di casa, ci cade un mattone sulla testa e la festa è bell'e che finita. Naturalmente questa ossessione del controllo è particolarmente presente nella medicina moderna (e sono convinto che la casualità che gli scienziati della Johns Hopkins hanno trovato per il tumore valga anche per molte altre malattie). Secondo i suoi canoni dovremmo fare almeno sei esami l'anno, test, visite di routine (pratica quanto mai sinistra perché raramente se ne esce senza danni e si viene inghiottiti nel girone infernale della medicina tecnologica), dovremmo auscultarci, palparci ad ogni momento, essere tesi a percepire ogni minimo segnale di un rischio che quasi sempre non è che il riflesso di un'ipocondria collettiva diffusa, non sempre disinteressatamente, dalla medicina di oggi, secondo la quale dovremmo vivere da malati quando siamo ancora sani, da vecchi fin da giovani.

«La vita è un rischio» scriveva Giuseppe Prezzolini. È vivere che ci fa morire. È ovvio. Ma per questo dovremmo rinunciare a viverla standocene imbozzolati nelle nostre paure? La ricerca della Johns Hopkins riporta in circolo un po' di sano fatalismo, «lontani dalle torture salutiste e dalle diete» come scrive Stefano Zecchi. Cerchiamo di goderci la vita, qui e ora, senza curarci troppo di un futuro di cui poco o nulla si può sapere. Per dirla con Lorenzo il Magnifico: «Quant'è bella giovinezza/che si fugge tuttavia/Chi vuol esser lieto sia/di diman non v'è certezza».

Massimo Fini 

 
Un altro olocausto PDF Stampa E-mail

27 Gennaio 2015

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 Da Comedonchisciotte del 24-1-2015 (N.d.d.)

 

Bombardamenti sulla storia, centinaia di scienziati deliberatamente assassinati, città devastate da attacchi con armi chimiche, esplosione improvvisa di mostruose malformazioni infantili, torture orrende e umilianti. Questa la realtà nascosta dell’Iraq di oggi, precipitato nel più nero abisso dell’umana miseria dall’ennesima “guerra di liberazione” statunitense. Intanto l’Occidente tace. E si prepara a celebrare la “Giornata della Memoria”.

L’Iraq è un Paese unico al mondo. Una miniera ricca di tesori della cultura universale. Le prime scuole, il primo codice di leggi, la prima cosmologia, i primi archivi, tutto ebbe inizio a Sumer. Fu in Mesopotamia che l’uomo, per la prima volta, raccontò se stesso attraverso la scrittura e raccolse i suoi testi in una biblioteca. Nella città di Ninive, nel VII secolo a.C., per opera di Assurbanipal, il re che sapeva leggere gli scritti anteriori al Diluvio, sorse la biblioteca più grande del mondo antico. Conteneva almeno diecimila testi; fra essi c’era l’Epopea di Gilgamesh, il primo poema epico della storia. Ѐ dal 2003 che la storia dell’Iraq viene duramente bombardata.  La memoria dell’Iraq e di tutto il genere umano è stata saccheggiata. Il Museo Archeologico di Baghdad, scrigno di tesori tra i più preziosi al mondo, custodiva millenni di storia, con reperti che risalivano alle origini della civiltà mesopotamica. I ladri e i militari lo hanno depredato ed i reperti sono stati venduti ai quattro angoli del mondo. Indimenticabile l’immagine dei soldati Usa che lasciano devastare il museo e ridacchiano di fronte allo scempio, mentre il solo Ministero del Petrolio viene protetto dai carri armati.

Sulle rovine dell’antica Babilonia, per lungo tempo, ha operato una base americana dei mezzi corazzati. Cosa significava Babilonia per i soldati occupanti? Cos’era per coloro che gli iracheni chiamavano i “nuovi mongoli”? Forse nient’altro che un mucchio di pietre, solo un riparo per cecchini. La Biblioteca di Baghdad è stata incendiata, sotto lo sguardo indifferente dei soldati occupanti, mentre la ziggurat della favolosa città reale di Ur veniva deturpata dai volgari graffiti dei soldati nordamericani. Un dramma immenso, per l’umanità e per la sua memoria collettiva. “Ѐ la morte della storia, ha titolato il quotidiano inglese The Independent, citando larcheologa libanese Joanne Farchakh Bajjaly.

La distruzione della civiltà irachena è stata organizzata sistematicamente, al fine di cancellare la memoria del più avanzato sistema scientifico e culturale del mondo arabo. L’Iraq di Saddam Hussein prevedeva la laicità dello Stato, la tutela delle minoranze religiose e la parità fra uomo e donna. I pianificatori della guerra  sapevano che nel Paese mediorientale c’era una forte identità nazionale, che con l’aggressione imperialista non poteva non rafforzarsi. Da ciò la necessità di eliminare coloro che questa identità nazionale avevano contribuito a costruire: gli scienziati, gli intellettuali e gli accademici. Secondo il Centro Studi Al-Ahram del Cairo, solo nei primi tre mesi di occupazione, sono stati eliminati più di 310 scienziati iracheni. Il Pakistan Daily, nel novembre del 2008, riporta un elenco di 283 accademici iracheni assassinati durante l’occupazione condotta dagli Stati Uniti d’America in Iraq.  Un gran numero di loro lavorava nell’Università di Baghdad, una delle più importanti del mondo arabo. Prima dell’occupazione, c’era a Baghdad la più prestigiosa facoltà di medicina di tutto il Medio Oriente, ove si recavano centinaia di medici per la formazione avanzata. A questa facoltà è riferibile la più alta percentuale di docenti uccisi, seguita dalla facoltà di ingegneria e dalle facoltà di discipline umanistiche  e sociali.

La violenta campagna contro gli accademici dell’Iraq è diventata uno degli argomenti principali degli appelli del Tribunale Russell, chiamato anche Tribunale internazionale contro i crimini di guerra, un organismo fondato nel 1966 da Bertrand Russell e Jean-Paul Sartre per indagare sui crimini di guerra commessi dall’esercito statunitense in Vietnam. Il Tribunale Russell riporta una lista di 479 accademici iracheni assassinati durante l’occupazione statunitense. La lista è aggiornata al 23 marzo del 2014. Le purghe sanguinose si sono verificate nelle più rinomate università, sparse in tutto il Paese: soprattutto a Baghdad, a Bassora e a Mosul, ma anche ad Anbar, Babilonia, Tikrit, Ramadi, Baquba, Dyala, Nahrain, Kerbala, Kufa, Falluja e Kirkuk. Sono stati eliminati centinaia di accademici di alto livello in tutte le branche del sapere: scienziati di rilievo, medici, direttori di istituzioni accademiche prestigiose, storici e studiosi di scienze sociali, fisici, biologi, ingegneri. L’obiettivo di questa campagna di terrore era quello di distruggere la nazione irachena, minarne la capacità di ricerca in ogni campo della scienza, impedire la capacità di educare il popolo; in una parola: distruggere una civiltà. Tale campagna criminale ha avuto come conseguenza la fuga all’estero di migliaia di scienziati, studiosi e professionisti. Risultato: l’Iraq è diventato un deserto culturale.

La distruzione dell’Iraq, con la sua storia millenaria, la sua scienza avanzata, la sua forte coscienza nazionale, non poteva non generare una forte reazione. La resistenza, diffusa in tutto il Paese, si è maggiormente concentrata nel triangolo sunnita: Baghdad, Baquba, Ramadi, Tikrit, ma soprattutto Falluja. E contro Falluja l’esercito statunitense si è accanito, devastandola con due attacchi, dove ha usato armi proibite: fosforo bianco, uranio impoverito, MK77, una variante del napalm. Si è poi cercato di impedire le indagini e di nascondere la tragedia di Falluja, una tragedia di dimensioni apocalittiche. Il professor Chris Busby, un’autorità scientifica nel campo degli studi sull’uranio e le contaminazioni radioattive, ha deciso di indagare su quanto accaduto a Falluja nel 2004. Ma né a lui né ai membri del suo team è stato permesso di entrare nella “città proibita”. Il coraggioso scienziato, però, nonostante i pericoli, le minacce di morte e le enormi difficoltà, ha deciso di affidare le ricerche a un gruppo di iracheni di Falluja. Inizialmente, i locali hanno avuto paura, soprattutto dopo che una stazione televisiva di Baghdad aveva affermato che dei terroristi stavano effettuando un’indagine e che chiunque fosse stato sorpreso a parteciparvi sarebbe stato arrestato. Ma l’indagine, condotta su 721 famiglie di Falluja, è andata avanti e ha portato ad alcuni risultati su quanto è veramente accaduto nella città-simbolo della resistenza irachena. Fra le conseguenze delle armi chimiche usate dalle “forze di liberazione”, il professor Busby ha riscontrato un tasso di leucemia infantile più alto di 40 volte rispetto agli anni precedenti gli attacchi statunitensi, un aumento abnorme della mortalità infantile e un gran numero di malformazioni genetiche.  Ecco solo qualche esempio delle deformità osservate fra i bambini di Falluja: bambini nati senza occhi o con un solo occhio, nati con due o tre teste, o senza orifizi, con tumori maligni al cervello, all’occhio e alla retina, bambini nati senza alcuni organi vitali, o nati senza alcune membra o con membra di troppo. «La situazione a Falluja è spaventosa e orrenda, è peggio e più pericolosa di Hiroshima», è stato il commento del professor Busby. Intanto a Falluja i medici hanno ufficialmente sconsigliato alle donne di partorire, fatto commentato da Layla Anwar con le seguenti parole: «…l’Occidente, che ha tanto a cuore i propri figlioletti, non ha assolutamente nessuno scrupolo a riversare tonnellate di prodotti chimici letali sotto forma di armi di distruzione di massa sulle popolazioni di Basra e Falluja - per dirne una, armi chimiche come l'uranio impoverito o il fosforo causano l'aumento di cancro tra i bambini e producono le più mostruose malformazioni - prodotti geneticamente modificati dalla "Libertà e democrazia"...». E Falluja non è il solo sito iracheno dove sono stati compiuti questi crimini. Ѐ solo il più colpito.

Il tentativo di distruggere l’Iraq come Stato unitario non poteva non prevedere l’attacco al partito che più di ogni altro era il simbolo della rinascita e dell’unità della nazione araba: il Baath.

All’indomani dell’invasione del 2003, la tomba del fondatore del partito Baath, Michel Aflak, venne profanata. Il fatto è sorprendente, sia perché la tomba si trovava nella sicurissima Zona Verde, sia perché un fatto del genere è estraneo alla tradizione irachena. Scrive a tale proposito Gilles Munier: «La storia dell’Iraq – fin dai tempi più antichi -  è stata segnata da invasioni e massacri. Ma contrariamente a quanto è appena accaduto, il popolo iracheno ha sempre rispettato i morti, anche quelli dei suoi nemici.  Ad esempio, la tomba del generale Maude – conquistatore inglese di Baghdad dopo la prima guerra mondiale – non è stata mai violata, così come le tombe dei soldati britannici che la circondano. Essi sono ancora sepolti in bella vista, in uno dei principali quartieri della capitale. Altro esempio: anche se criticati o odiati a loro tempo dalla popolazione, le spoglie di Faisal I e Faisal III, re hascemiti d’Iraq, hanno l’onore di un mausoleo, abbellito per ordine del Presidente Saddam Hussein». Un fatto simile a quello di dieci anni fa si è ripetuto alla fine di dicembre, quando è stata profanata la tomba del Presidente Saddam Hussein, situata a Al-Awja, suo villaggio natale presso Tikrit. Qual è il significato di questi atti così deplorevoli? Distruggendo la tomba di Michel Aflak o di Saddam Hussein, fondatore e presidente del partito della rinascita araba, gli Stati Uniti pensano di cancellare ogni traccia del baathismo dall’Iraq, cioè ogni velleità di riscatto facente riferimento a un ideale di nazionalismo arabo laico, moderno e progressista.

L’Iraq non potrà mai tornare ad essere ciò che era. Troppo grandi sono le sue ferite. Troppo profondo l’abisso in cui è precipitato. L’Iraq andrà in frantumi e il suo antico corpo sarà spezzato in più parti. Questa è da sempre la mira dell’invasore statunitense. Che ne sarà della memoria? Il popolo iracheno è un popolo tenace, un popolo di grande dignità. Cosciente della sua storia millenaria, difficilmente accetterà di essere sepolto dalle onde dell’oblio. Gli Stati Uniti non hanno mai mostrato rispetto per le culture dei popoli. Essi sono sempre stati interessati alla sola rapina delle ricchezze materiali dei territori conquistati, sempre ammantata dalla stessa vuota retorica sulla libertà. Forse non hanno nemmeno coscienza della grave perdita della memoria storica della Mesopotamia. O, semplicemente non gli interessa.

L’Iraq ha una lunga storia di resistenza. Una storia a cui hanno attivamente partecipato i poeti. Perché l’Iraq è sempre stato terra di cultura e di poesia.

Vedo un orizzonte illuminato di sangue,

E molte notti senza stelle.

Una generazione viene e un’altra va

E il fuoco arde ancora.

Queste parole le scrisse il poeta Al-Jawahiri ai tempi dell’occupazione britannica. Ma gli Iracheni, popolo che ha messo la memoria al centro di tutto e guarda lontano, le ricorda ancora oggi. 

 

Marcella Guidoni 

 
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26 Gennaio 2015

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Da Appelloalpopolo del 24-1-2015 (N.d.d.)

Vediamo di fare un po’ di chiarezza interpretando i tanti numeri ricevuti in queste convulse ore. Alle 14,30 di giovedì 22 gennaio 2015, il governatore della Banca Centrale Europea (BCE) Mario Draghi ha annunciato a mercati aperti l’€uro QE (acquisto di titoli di Stato dei Paesi della €Z) che sarà pari ad un importo mensile di €60 miliardi per una durata stimata di 19 mesi a partire dal prossimo marzo 2015 e che vedrà un impiego complessivo pari ad € 1140 miliardi o sino a quando non si sia raggiunto il target di inflazione desiderata in €Z (intorno al 2% ca).

Alla luce delle prime analisi si evince che il QE:

1)         sarà garantito al 20% dalla BCE e per il restante 80% dalle B.C. nazionali dei Paesi aventi diritto;

2)         Sarà suddiviso in base al “peso” che ogni Stato ha nella BCE (l’Italia, secondo dei conti piuttosto complessi, detiene il 17,5% dei Paesi EZ);

3)         include tutti gli altri strumenti messi in campo in passato;

4)         i Titoli di Stato (TdS) saranno acquistati esclusivamente sul mercato secondario (quindi non in asta).

5)         Saranno esclusi (almeno per il momento) Grecia e Cipro.

Epurando gli strumenti già messi in campo precedentemente da UE e BCE i miliardi di €uro restanti ammontano a 44/mese e di conseguenza il 17,5% sarà a disposizione dell’Italia, per un importo mensile pari a €7,7 mld.

Questi 7,7 mld verranno impiegati per l’acquisto di debito pubblico detenuto da privati (residenti e non) di cui 1,54 mld sembrerebbero garantiti da BCE e ben 6,16 mld garantiti da BdI, cioè dall’oro (100 mld) e dalle riserve in valuta pregiata (40 mld) che essa detiene, cioè dallo Stato italiano, cioè dal popolo italiano, cioè dalle nostre proprietà. Ma le cose reali sono un po’ diverse: da conti molto elaborati, effettuati tenendo presente il “risk sharing” italiano, il reale impiego della BCE sarà effettivamente pari a meno del 10% dell’ammontare complessivo, ovvero un importo di appena €700 milioni/mese. Quindi il REALE trasferimento di rischio all’Italia è del 90% ca. Laddove entro la chiusura del QE ci dovessero essere insolvenze, ammanchi, default e crolli vari a rispondere in solido sarebbe la BdI per 140 mld (il NOSTRO oro + ris di val pregiata) e se non bastasse ancora verrebbero attaccati i nostri patrimoni personali (bail-in). In pratica, come mi è sembrato di capire, in queste condizioni, sino alla fine dell’aborto Q€, in NESSUN caso potremmo abbandonare la giostra €uro unilateralmente.

Da ieri assistiamo a titoli roboanti del mainstream: “la BCE finalmente come la FED darà la possibilità di costruire una vera Europa”, questo è il desolante e sconfortante sunto di quanto ho letto in titoloni lanciati in prima pagina su TV e giornali e paroloni spesi da governati e “sparanumeri” vari. Faccio loro notare che il QE USA è un tantinello diverso. Non ho MAI sentito che il governo federale USA richiedesse garanzie allo Stato di New York piuttosto che a quello dell’Alabama (i primi due che mi son venuti in mente). Ai membri di U€ viene chiesto la quasi totalità dell’impiego (nel nostro caso 7 mld per BdI e 0,7 mld per BCE) e soprattutto del rischio annesso.

Siamo all’assurdo punto che nonostante i RISCHI per l’Italia aumentino notevolmente i rendimenti effettivi dei BTP scendono e probabilmente continueranno a farlo, almeno nel breve. I 7,7 miliardi saranno impiegati per “liquidare” con la MASSIMA GARANZIA (data dall’oro italiano e dai nostri patrimoni) chi volesse disfarsi dei BTP, ovvero banche, assicurazioni, aziende e privati cittadini, residenti e non, saranno liberi di prendere il “contante” e andarlo ad impiegare magari su titoli esteri che rendono di più. Quindi non sarà denaro che verrà dato ai cittadini e difficilmente vedremo aumentare i prestiti delle banche verso le aziende in difficoltà, dal momento che le sofferenze (insoluti) sono ancora vicine ad un buon 20%.

Sino alla scorsa settimana si parlava di quest’aborto di €uro QE per una cifra complessiva pari a 500/600 mld e Draghi chiedeva la garanzia totale da parte della BCE. I tedeschi hanno risposto picche e così si patteggiò (come al mercato in pratica) per un rischio ripartito 50 e 50 tra BCE e BC nazionali.

Evidentemente Draghi, spaventato dai mercati che avevano già inglobato quella cifra, è voluto andare oltre e ha ottenuto dai tedeschi (e loro alleati più stretti), ad un PREZZO ALTISSIMO, un impiego pressoché doppio.

Il Q€ è stata una scusa bell’e buona per far svalutare la moneta comune. Egli crede (e spera) che una svalutazione dell’€uro possa portare crescita e inflazione positiva in tutta la UE. In pratica si è giocato l’ultima carta possibile. La stessa credibilità della BCE e della UE è fortemente a rischio dopo una tale operazione di “facciata” e se l’export e l’inflazione non dovessero ripartire come nelle sue speranze la rottura dell’€uro, nonché della stessa UE, sarebbe cosa quasi certa.

La bilancia commerciale di €Z è da sempre più che positiva, secondo i miei calcoli il surplus del 2014 dovrebbe essere stato pari a circa €200 miliardi: come spera Draghi di portarla ad un +50% svalutando l’€uro del 20%? Probabilmente avrà preso a riferimento le bil commerciali tedesca ed italiana dal giorno che gli USA hanno annunciato il “tapering” (chiusura progressiva del QE3), ovvero dal marzo del 2014. Sappiamo per certo che da quel giorno (1-03-14) sino ai primi di gennaio 2015 (8-1-15) la moneta comune ha perso contro il dollaro USA il -15,3%, contro Yuan cinese la stessa cifra, contro GPB UK il -5%, contro yen Giappone il -0,6%, contro AUD Australia il -2%, contro CAD Canada il -8%, contro NZD Nuova Zelanda il -5%, mentre il CHF Svizzera aveva ancora l’aggancio fisso con EUR a 1,20.

Dall’aprile al novembre 2014 la bil comm italiana ha avuto un incremento pari al +28,6% rispetto alle previsioni degli analisti, passando a complessivi €30,93 miliardi dai 24,04 pronosticati. Mentre quella tedesca è andata oltre le aspettative per un +8,5%, passando a €149,2 mld dai 137,2 previsti. Infine la bil comm dell’€uro-Zone è invece stata poco al di sotto delle previsioni (-1,5%), fermandosi a €130 mld dai 132 pronosticati. La svalutazione dello stesso periodo dell’euro contro dollaro è stata pari al -12,7%. Sicuramente questi dati avranno avuto grande potere sulla sua mente piena della legge di Say e di teorie ricardiane e così ha puntato il “resto” sull’operazione “svalutescion”. Deve aver pensato, anche giustamente, che la merce prodotta in una zona con moneta meno cara divenisse più attrattiva all’estero e che, inversamente, quella importata divenisse meno seducente per i residenti. Quindi, dopo aver condannato per anni l’Italia per tali “scorrettissimi” comportamenti, Draghi indica all’intera €uro-pa che la via MAESTRA è quella della “svalutazionecompetitivabruttaecattiva”.

Facciamo un passo indietro: avrete certamente notato che la sola Germania (€149,2 mld) esporta il 15% in più di tutta la €Z (€130 mld) e se aggiungiamo il surplus italiano siamo ad un +38%. Non fatevi ingannare dai numeri: nel caso di U€ stiamo parlando di surplus commerciale extra UE, mentre nel caso italiano e tedesco parliamo di surplus commerciale totale (UE + extra-UE). Se prendiamo anche le bil comm francese e spagnola (rispettivamente seconda e quarta economia di EZ) il quadro sarà più chiaro. La Francia, sempre negli 8 mesi presi a riferimento, ha totalizzato un MINUS pari a -40 mld, mentre la Spagna si è fermata ad un MINUS di -16,4 mld.

Il piano di Draghi sarà presumibilmente questo: come già detto in precedenza, svalutando l’€uro ottiene un doppio risultato:

1)         I prodotti UE saranno più attrattivi fuori di EZ

2)         I prodotti provenienti dal resto del mondo saranno più sconvenienti in UE

In questo modo si limiteranno le importazioni da fuori a tutto vantaggio degli esportatori netti intra-€uropei, cioè Germania, Italia, Olanda e qualche altro. Ma il dubbio nasce spontaneo: potranno permettersi gli altri di UE ancora scompensi così marcati di bilancia commerciale? Ed infatti sino ad oggi hanno predicato di fare “penitenziagite” alle allegre cicale PIIGS che hanno per troppo tempo vissuto sopra le proprie possibilità…. e la deflazione imposta non doveva servire ad ammazzare la domanda interna per inseguire il pareggio di bilancio?

La contraddizione è massima.

Quali Paesi del resto del mondo potranno permettersi di acquistare i ricchi prodotti €uropei benché vi sia uno sconto di tutto rispetto? Le speranze sono legate ai 550 milioni di cittadini dei cosiddetti paesi avanzati extra U€, cioè, americani, giapponesi, australiani, neozelandesi, koreani e poco altro, oltre ad un centinaio di milioni di ricchi sparsi nel resto del globo. Potranno tutti questi acquistare il 50% di prodotti “made in €uropa” in più? Con la deflazione globale incombente, causata in primis proprio dalla stessa U€, a me pare utopico, anche perché, dal 01/03/2014 e sino alle ore 10:00 del 23/01/2014, la “svalutescion” media di €uro contro USD+GPB+YEN+AUD+CAD+NZD+CHF è stata pari ad un tutto sommato modesto -10% scarso. Solo statunitensi e svizzeri vedrebbero un differenziale interessante pari al -20% di sconto per i prodotti provenienti da UE.

Purtroppo a molti sparanumeri sfugge un’evidenza: il dollaro, contro lo stesso paniere di monete + Euro si è mediamente rivalutato del +13,8%, ovvero quasi il 4% in più di quanto si sia svalutato l’€uro. Probabilmente gli USA entro l’anno alzeranno i tassi e il dollaro si apprezzerà ancora maggiormente e CERTAMENTE non solo contro l’euro, mentre altri esportatori netti come cinesi, koreani e giapponesi potrebbero decidere di svalutare a loro volta. Solo se si arrivasse alla parità contro dollaro la “svalutescion” potrebbe essere un’arma vincente ma a quel punto gli altri non staranno certo a guardare.

E la più che desiderata ripresa dell’inflazione da dove scaturirebbe? Secondo Draghi dovrebbe essere causata sempre dalla “svalutescion”. Una volta che l’euro sarà intorno alla parità col dollaro, i prodotti petroliferi (che dovrebbero nel frattempo salire) porterebbero sicuramente quel +0,5/0,8% che è mancato negli ultimi mesi, ma l’altro +1,5% mancante per comporre il famoso 2% desiderato, da dove arriverebbe? Sempre secondo Draghi dovrebbe scaturire dalla spesa aggiuntiva delle famiglie grazie ai posti di lavoro che si creerebbero dall’accelerazione dell’export.

Questa sì che è la VERA UTOPIA!

In un momento dove i salari sono in picchiata e la UE intima ai governi di attuare le “riforme strutturali necessarie”, come si può mai pensare ad un aumento dei consumi delle famiglie? E, in ultima analisi, anche laddove l’operazione “svalutescion” avesse pieno successo, le asimmetrie economiche tra i componenti di U€ non si appianerebbero, anzi subirebbero un’impennata vertiginosa che acuirebbe sempre più le già marchiane differenze.

Se avessero voluto davvero pensare ad una REALE crescita dell’Europa (e dell’inflazione), anziché varare “svalutescion” avrebbero dovuto optare per un piano integrato atto a potenziare e a migliorare le infrastrutture, avviando nell’intero vecchio continente lavori di pubblica utilità, magari accompagnando il tutto con una paga oraria minima europea e per fare ciò, probabilmente, sarebbero bastati anche 600 miliardi: un formidabile volano che avrebbe fatto ripartire alla grande anche gli investimenti privati. Penso che la deflazione sarà ancora la nostra indesiderata compagna per lungo tempo.

La BC svizzera che ha capito l’antifona si è smarcata subitaneamente in modo netto ma non indolore. Secondo loro andava fatto e basta e avranno avuto le loro buone ragioni: alle 10,30 del 10 gennaio 2014 il CHF ha divorziato dall’euro e ha contratto nuovo matrimonio con il dollaro USA. A Berna, evidentemente, non credono più nel progetto €uro-peo e non l’hanno mandato a dire.

Intanto, aspettando la scontata (e forse inutile) tornate elettorale greca, le vendite industriali italiane sono crollate di un ulteriore -4,1%, mentre la spesa per consumi arretra di un altro -2,1%.

Ma in fondo di cosa vi preoccupate? Perché siete tristi? ALLELUIA!!! Adesso abbiamo finalmente la “BCEugualeallaFED” e l’operazione “svalutescion” è appena cominciata.

 

Roberto Nardella 

 
Occidente e Islam PDF Stampa E-mail

24 Gennaio 2015

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Da Il Ribelle del 22-1-2015, quotidiano on line (N.d.d.)

L’islam sotto costante aggressione occidentale, un mantra che sentiamo ripetere anche da voci a noi vicine: a prima vista non hanno torto, ma solo a prima vista, sono tesi confutabili anche senza risalire fino alle crociate. Anzi, no: una breve digressione sulle perfide crociate, che l’Islam rinfaccia sempre all’Occidente cristiano va fatta, tanto per mettere i puntini sulle “i” riguardo chi ha cominciato prima ad andare a rompere i coglioni in terre e fedi altrui. Sì, i crociati assaltarono terre islamiche, anche se, prima crociata a parte, in realtà esercitarono il proprio business di saccheggio più altrove che in Terrasanta, ma non va dimenticato che fino a pochi secoli prima quelle terre erano cristiane, e non approfondiamo oltre per tenere il discorso limitato alla contrapposizione Islam e occidente/cristianità.

Chi per primo svolse un’azione aggressiva di imposizione del proprio credo furono, quindi, i musulmani che, in pochi decenni, espansero il dominio dei “sottomessi” da un pugno di sabbia del deserto arabico da un lato fino ai Pirenei, anzi oltre, passando per il Nord Africa e, già che c’erano, mandando qualche barcone in Sicilia, e dall’altro islamizzando tutto il Medioriente, culla della cristianità. Crociata, però, non fu solo in Medioriente: crociata fu anche la reconquista della Spagna. In realtà solo nelle infami crociate baltiche i cristiani andarono ad invadere terre che mai erano state, e mai avrebbero dovuto essere, loro.

Dopo l’inversione di marea in terra iberica, quell’al Andalus che ancora viene rivendicato come terra d’Islam, l’espansione militare musulmana, non più araba ma turca, investì l’Anatolia, dove l’islamizzazione ebbe compimento definitivo col genocidio di armeni, greci e assiri di giusto un secolo fa, per poi spingersi fino alle porte di Vienna.

Insomma: dopo aver stretto l’Europa in una morsa che andava dai Pirenei al Danubio, gli islamici non dovrebbero stupirsi più di tanto se, per dirla parafrasando il marchese del Grillo, stamo ancora un po’ incazzati, anche perché la contro espansione europea dell’era coloniale, culminata nel periodo fra le due guerre, non ha mai avuto come obiettivo di ripristinare il cristianesimo là dove l’Islam l’aveva spazzato via. Uno spazzar via di religioni tradizionali, quello islamico, che non ha colpito solo il cristianesimo, ma anche induismo, buddismo, mazdeismo e tutte le altre religioni tradizionali incontrate sul suo cammino, compresi i molti Dei de La Mecca. Nonostante le lamentazioni contemporanee e i nuovi vittimismi è d’uopo notare che chi ha cominciato a fare ammazzamenti in terre altrui per imporre la propria visione religiosa sono stati proprio loro e come si dice, chi di spada, anche se dell’Islam, ferisce…

A ben vedere, però, negli ultimi anni, se non già a partire da Lawrence, la politica degli occidentali è stata di rinforzare l’Islam contro ogni spinta di laicizzazione e modernizzazione della regione, altro che di aggressione verso la “vera religione”. Abbandoniamo quindi le recriminazioni sulle crociate, anche perché son terre che andrebbero rese a Serapis e Ishtar non a Isa ibn Mariam, e veniamo agli ultimi decenni, quelli della decolonizzazione, per una loro disamina necessariamente rapida e schematica, ma più che sufficiente per inquadrare la situazione contemporanea senza farsi intortare dal mainstream, per difendersi dal quale basta un “bignamino”.

Iniziamo con il prendere atto dell’ostilità da subito mostrata dall’Occidente verso i “partiti Baath”, inutile star qui a seguire nel dettaglio le vicende di quel movimento: ci basti qui rilevare che nasceva aconfessionale vista la disomogeneità religiosa dei tre fondatori, alawita al-Arsūzī, cristiano ortodosso ʿAflaq e musulmano sunnita al-Bīār. Il rischio, però, di una modernizzazione eccessiva di Siria, Giordania e Iraq era che queste mettessero in pericolo Israele, costretto a confrontarsi con entità statali e nazionaliste, anziché con bande di beduini guidate da qualche Mufti.  Stati moderni e tecnologicamente avanzati nel medio lungo periodo avrebbero probabilmente preso il sopravvento sullo “Stato ebraico”: già nel 1967, guerra dei 6 giorni, Israele se la cavò forse proprio grazie all’aggressione preventiva, per usare un eufemismo, e nel 1973 se la vide decisamente brutta. Quindi la laicizzazione del Medio Oriente andava fermata ad ogni costo, anche destabilizzando a favore di movimenti fondamentalisti che hanno anche il vantaggio di poter esser più facilmente demonizzati: vedere quanto successo con Hamas e Fatah per credere.

                                                                 Iraq

L’evoluzione delle entità statali laiche e moderne fu quindi ferocemente contrastata, considerato anche che erano in corso deprecabili derive socialiste: così, invece di favorire questa rinascita araba, che aveva fra i suoi modelli addirittura Mazzini, si preferì farla finire nell’orbita sovietica, nel nome degli interessi di Israele e dello sfruttamento liberista delle risorse, ma non certo del Medio Oriente e del mondo arabo. Tranne quello saudita, ovviamente, che sarebbe stato fortemente danneggiato dalla fioritura di nazioni laiche e moderne, se non addirittura socialiste, ai suoi confini. Dopo il crollo dell’URSS, venendo a mancare la sponda sovietica, l’Occidente atlantista è potuto passare alla resa dei conti, cominciando con lo spazzar via il Baath di Saddam Hussein, che reggeva un Iraq dove l’infedele Tereq Aziz era il numero due del regime: un grandissimo favore all’estremismo islamico fondamentalista che aveva nel Baath il suo peggior nemico. Certo Saddam era un dittatore, aveva sì in buona parte tradito gli ideali iniziali del partito, ma almeno non vi erano problemi di convivenza religiosa e di laicità, almeno per gli standard arabi, del paese: forse che solo col pugno di ferro si potevano tener sotto controllo i fanatismi di alcune frange? Ma diciamocelo una volta per tutte: per arrivare alla libertà religiosa per tutti bisogna che un buon numero di preti refrattari passi sotto la ghigliottina. Insomma l’intervento occidentale non è certo stato contro l’Islam, ma contro le forze che ne tenevano sotto controllo gli eccessi, la vera vittima è stato l’islamismo moderato di Saddam: che tollerava i cristiani al potere ma che minacciava di pretendere, abominio, di poter vendere petrolio contro euro.

                                                                  Siria

Mutatis mutandis il discorso vale per la Siria, dove, grazie alla ripresa di vigore della Russia, Assad è rimasto in sella per il rotto della cuffia, ma dove ancor più chiaro ed evidente è il sabotaggio occidentale di lungo corso, quella in atto è solo l’ultima mossa, del modello Baath. A Damasco l’intervento a favore del fondamentalismo islamico è stato ancora più evidente, anche se il mainstream si ostina a negare: l’ISIS è creatura atlantista, foraggiato ed armato dall’occidente ed i suoi alleati del Golfo. Anche qui l’intervento occidentale è stato contro i nemici dell’Islam, cioè, di nuovo contro dittatori, sì, ma laici, del Baath, gente che osa addirittura far combattere nel loro esercito donne, spesso, ohibò, cristiane, contro i baldi guerrieri del profeta. No neanche in Siria c’è un intervento occidentale contro l’Islam, contro gli arabi sì, sauditi a parte, more solito, ma non contro l’Islam, anzi l’ISIS ringrazia per armi e logistica.

                                                         Egitto e Palestina

Anche il nazionalismo arabo e socialista di Nasser in Egitto fu sabotato dall’Occidente, a partire dalla crisi di Suez, che il folle pretendeva di nazionalizzare. La storia lì è andata un po’ diversamente, anche perché, già, Sadat prese un corso più conciliante verso gli interessi israeliani e degli saudi-uniti nella regione. Tuttavia, come, dimostra la fine di Mubarak, anche lì l’Occidente ha lavorato per l’Islam radicale dei “Moderati” fratelli musulmani, anche se all’ultimo ha ritenuto preferibile lasciar passare un colpo di stato dell’esercito all’imbarcarsi in un’avventura che non avrebbe saputo controllare, come ISIS insegna, con grave sdegno dei sauditi e, più ancora, di Erdogan l’islamista moderato che tuona contro l’Islam moderato. Insomma anche in Egitto l’Occidente ha lavorato contro le spinte di modernizzazione laica del paese, favorendo l’islamismo radicale. Anche in Palestina l’occidente ha lavorando contro Fatah ed ha permesso alle frange islamiste più estreme di mettere radici e sostituirlo, trasformando così la lotta per la liberazione della Palestina in un qualcosa che è più facile spacciare per voglia di distruzione di Israele: anche qui l’Islam radicale può ringraziare il Grande Satana Americano.

 

                                                             Libia

Leggermente diverso il caso della Libia, dove la follia di Gheddafi ha sempre flirtato con l’islamismo: il suo più che socialismo arabo era, piuttosto, socialismo islamico, ma comunque lo si coniughi il socialismo è sempre una grave macchia per gli USA, di certo peggiore del fanatismo religioso, e poi la politica del Raìs è sempre stata ferocemente antisraeliana. Questo, forse, perché doveva gestire un sostrato già più fanatico di quello presente in Siria o Iraq, come gli eventi recenti dimostrerebbero. Anche qui, comunque, l’occidente ha fatto il gioco dell’Islam più radicale, gettando il paese in un caos dove dominano i signori islamici della guerra e riversando nell’Africa sub sahariana un arsenale bellico di cui i primi beneficiari sono stati i movimenti islamisti più sanguinari, fra i quali spicca Boko Haram.

E dunque, se l’occidente avesse favorito le istanze dei Baathisti e della Repubblica Araba Unita, anziché azzerbinarsi sulle esigenze di “Usraele” il volto del Medio Oriente sarebbe decisamente diverso. Ricordiamo, ad esempio, che il Libano era conosciuto come la Svizzera del Medio Oriente ed aveva un vivacissima vita notturna. Probabilmente oggi avremmo stati molto avanti nel percorso democratico e dove gli spazi di manovra per i fondamentalismi sarebbero estremamente ridotti, ma, specie, dagli anni 60, si è voluta giocare una partita diversa, contro i nostri stessi interessi, che ha portato ad un quadro drammatico e difficilmente recuperabile della situazione, in cui, nonostante l’esperienza acquisita, si continuano a perseguire interessi contrari a quelli europei e delle nazioni arabe, sempre più in mani ai deliri dei fondamentalisti, oggi in lotta anche contro i pupazzi di neve.

                                                               Iran

L’operazione più infame dell’Occidente è stata, però, consumata nell’agosto 1953 in Iran, quando fu rovesciato il governo di Mohammad Mossadeq, che aveva osato, nel 1951, smantellare l'Anglo-Iranian Oil Company e costituire la National Iranian Oil Company. Colpa ancor più grave, da imputare a Mossadeq fu di aver riportato una schiacciante vittoria diplomatica in sede ONU sull'Inghilterra, che aveva congelato i capitali iraniani che si trovavano, in gran parte, nelle sue banche, rafforzato la presenza militare nel Golfo Persico ed attuato un blocco navale che impediva l'esportazione di petrolio e disposto un embargo commerciale. Insomma tutto l’arsenale che si dispiega oggi contro la “dittatura” iraniana, solo che, allora, l’uomo al comando stava spingendo per una democratizzazione e modernizzazione del paese, che collideva con gli interessi dello Scià, ma, anche, del potente clero sciita. Abbatterlo fu quindi gioco facile usando i militari fedeli al vero tiranno ed addomesticando il popolo grazie ai preti, che vedevano in pericolo i loro privilegi e le lor rendite. Mossadeq: la grande occasione persa dell’Iran. Quella volta gli occidentali giocarono, però, solo di sponda con i fondamentalisti, infatti il potere restò allo Scià, ma anche così facendo lo appoggiarono e in maniera così miope che, alla fine, furono gli ayatollah a prevalere. Il primo aperto appoggio all’estremismo religioso da parte occidentale non sarebbe tardato ad arrivare e fu proprio poco dopo la rivoluzione iraniana: l’Afghanistan.

                                                             Afghanistan

Quell’Afghanistan che la prima grande operazione di mistificazione dei media mainstream, che fecero passare i fanatici per i difensori della libertà violata dai russi, solo che i russi sostenevano un governo che era stato democraticamente eletto, ma che aveva l’imperdonabile colpa di guardare a Mosca per costruire il suo futuro. Gli USA si trovarono così a dover, di buon grado, però, fomentare e prezzolare leader religiosi e signori della guerra e dell’oppio, facendo credere, a noi ingenui telespettatori, che tutti costoro fossero combattenti per la libertà, compreso un certo Bin Laden, non scordiamolo mai, così da poter fornire loro armamenti portatili di ultima generazione, senza i quali i ribelli non l’avrebbero mai spuntata contro il governo eletto sostenuto dai russi. Bin Laden e la sua Al Qaeda che gli USA, va incidentalmente ricordato, hanno sostenuto fino ai tempi delle guerre di Cecenia e dei Balcani, perché un supporto atlantista al fondamentalismo islamico andava fornito anche in terre europee. Il supporto dell’Occidente atlantista all’islamismo radicale in Afghanistan è stato estremo: prima di allora quel paese era il paradiso dei fricchettoni che andavano in India via terra e nelle strade di Kabul degli anni ‘60 c’erano più minigonne di quante, probabilmente, ne avreste incontrate a Palermo e le università erano piene di studentesse. Scenari che non si sono riproposti dopo le operazioni belliche per esportare democrazia, nulla è cambiato, ancora burqa e niente minigonne.

Come si fa, quindi, a sostenere che l’Occidente si sia schierato contro l’Islam? Contro gli afghani gli atlantisti hanno, invece, fatto di tutto, anche finta di andare contro il terrorismo, quando i Bin Laden si sono rivoltati contro di loro: un po’ come l’ISIS, mutatis mutandis.

Insomma, perché mai gli estremisti islamisti dovrebbero lagnarsi degli occidentali, visti i favori che hanno da loro ricevuto? Come si fa a sostenere che le forze armate e finanziarie sono nelle terre dell’Islam contro i più fervidi seguaci del profeta, dato che sono legate a doppio filo con Riad e continuano a combattere ogni spinta di secolarizzazione nelle regione? Basti vedere come sono state abbandonate le donne di Kobane. Che il terrorista islamico la smetta quindi di minacciare il suo più prezioso alleato: l’Occidente atlantista.

Solo due parole, per concludere, su chi vede una superiorità occidentale e su chi, invece, ne denuncia l’inesistenza, a costo di scadere nel tafazzismo: bene, provocatoriamente viene da confermare che la superiorità occidentale è inesistente, ma che c’era, e avrebbe potuto esserci, una superiorità europea.

I fondatori del Partito Baath, infatti, erano gente che si era formata in Francia dove si era nutrita di ideali Mazziniani, Nietzschiani e Leninisti, ma conditi in salsa araba, com’è giusto fosse. Costoro erano gente che aveva una eccellente preparazione e avrebbe potuto condurre con successo decolonizzazione, anche economica, del paese. Anche Mossadeq aveva studiato in Francia, una Francia che era ancora fieramente europea e così orgogliosa dei suoi ideali da trasmetterli anche a chi li avrebbe usati per sbarazzarsi del suo dominio, vedi, giusto per fare due nomi “a caso”, Ho Chí Minh e Giap in oriente. In realtà tutta una generazione di potenziali decolonizzatori si era formata in Europa e, soprattutto, in Francia abbeverandosi ai principi della République, come anche il grande Senghor, il vate della negritudine, Prince des poètes e Accademico di Francia, un “immortale”. Solo che mentre per decolonizzarsi il mondo, medio oriente compreso, guardava all’Europa ed al suo modello di libertà, che ritenevano, non così a torto, avesse in Francia la sua espressione più alta, questa li tradiva e sceglieva di farsi colonizzare dal modello yankee, vendendo così le istanze e i principi di libertà a prezzi di “mercato”, aprendo così ad un nuova colonizzazione di mero sfruttamento economico, quello che sfrutta senza neppure costruire scuole o strade.  Se un tempo la migliore gioventù di Africa e Oriente, Medio o Estremo, andava alle migliori scuole di Francia, ma non solo, per acquisire dimestichezza con l’umanesimo europeo e aprirsi alla libertà, adesso nelle migliori università, che son divenute occidentali, possono anche andarci i figli dei tiranni del Golfo, tanto ormai vi si insegna solo economia, così che possano imparare come meglio sfruttare i popoli senza rinunciare al fondamentalismo religioso, che anzi li aiuta nel tenerli “sottomessi”.

Anzi ormai l’Islam radicale è così ricco e potente che può permettersi di comprare a prezzo di saldo un adeguato numero di infedeli che possa continuare a perseguire quella politica di aggressione armata ai peggiori nemici dell’Islam fondamentalista, senza che nessun media se ne accorga, naturalmente, perché il giornalista mainstream è “Charlie Hebdo” solo quando fa figo.

 

Ferdinando Menconi 

 
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