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Kultura italiana PDF Stampa E-mail

22 Maggio 2015

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Da Comedonchisciotte del 21-5-2015 (N.d.d.)

 

Kultura italiana in Italia = ultimo modello di smartphone; ultimo modello di tablet; ultimo modello di app; ultimo modello di televisore; ultimo modello di auto; lavare l’auto col detersivo nel cortile di casa; squadra di calcio, comprensiva di allenatore, presidente e bilancio; TG1; TG5; la cronaca nera; Renzusconi; il Bunga Bunga; l’evasione fiscale; le escort; le veline; la moglie trofeo; la fidanzata trofeo; l’accompagnatrice trofeo; la segretaria trofeo; la presentatrice trofeo; le ministre trofeo; Maria De Filippi; Antonella Clerici; Carlo Conti; il film di Natale; il papa santo; il Presidente della Repubblica santo; tutti i santi metropolitani e regionali; la messa della domenica mattina; le bestemmie; il Presidente del Consiglio cantastorie; Matteo Salvini; le brave persone che seguono Matteo Salvini; il famoso presentatore televisivo scrittore; il famoso politico scrittore; il famoso attore scrittore; il famoso calciatore scrittore; il famoso cuoco scrittore; il famoso giornalista scrittore; il famoso scrittore scrittore; Dolce & Gabbana; la parrucchiera; l’estetista; fare footing parlando ad alta voce; i TQ; il festival di Sanremo; Sky; i giochi on-line; i telequiz; Luciano Ligabue; Laura Pausini; Andrea Bocelli; Giovanni Allevi; Fabio Volo; Il Volo; l’aperitivo; tutto ciò che è mangereccio, preferibilmente a base di salumi, vino bianco e fritti; Carlo Cracco; il nouveau ragu à l’italienne: col cioccolato, il cotechino fritto nell’Amaretto di Saronno, la marmellata fritta nello strutto, la salsiccia fritta nel miele, l’aglio fritto nel patchouli; la Confindustria; la Confcommercio; la Confagricoltura; l’Asppi; l’Uppi; l’Abi; la Confapi; gli affitti in nero; il lavoro nero; il commercio in nero; la Mafia; i tatuaggi; i telefilm americani; i film americani; gli attori americani; i cantanti americani; gli atleti americani; i poliziotti americani; i soldati americani; i serial killer americani; gli adolescenti americani; i wasp americani; i negri americani; i bambini canterini in televisione; i bambini in pubblicità; i bambini nei telefilm; i bambini nella fame nel mondo; i pianti in televisione; gli abbandoni in televisione; le confessioni in televisione; gli amori in televisione; i giuramenti in televisione; i contratti in televisione; gli insulti in televisione; gli insulti alle donne; gli insulti; i gesti osceni mentre si guida l’auto; la polizia; i carabinieri; i due marò; parcheggiare sulle strisce pedonali; parcheggiare sul marciapiede; parcheggiare sulla pista ciclabile; andare con la moto sulla pista ciclabile; andare con la moto nel parco pubblico; gli abusi edilizi; gli abusi finanziari; le discariche abusive di rifiuti; i condoni; le deroghe; l’emergenza; la crisi; la crescita; che cazzo menefregaammé; la Spending Rewiew.

Kultura italiana in Italia 2 = gli annunci patacca. È costume consolidato da parte dei centri di potere lanciare annunci forti, spettacolari, e reiterarli per un tempo sufficiente a farli entrare a forza nell’Archetipo dell’inconscio collettivo. In questo, il “Presidente del Consiglio” attuale è un maestro assoluto, e ha fatto scuola. Gli annunci vanno ripetuti, con scansioni variabili a seconda delle dinamiche (variabili) a cui si riferiscono. Se sono diretti, cioè recitati dal “ministro” di turno, o addirittura dal “Presidente del Consiglio” in persona, vanno accompagnati da una mimica al contempo rassicurante e autorevole, di chi non è sfiorato dal dubbio, e devono sottendere un agire positivo, “giovane”, energico, e soprattutto liberista, che è una delle grandi passioni della kultura italiana in Italia.

Uno degli ultimi, e uno dei più patacca di tutti i pataccari, è stato quello secondo il quale le variazioni catastali conseguenti a interventi edilizi di unità immobiliari siano “tempestivamente inoltrate” direttamente dai comuni all’Agenzia del Territorio (cioè il Catasto), con la fine lavori della pratica edilizia. È uno degli articoli del cosiddetto Decreto Sblocca Italia (133/2014), sul quale il “governo” ha puntato molte carte mediatiche: “semplificazione”, lotta alla burocrazia, il fare, il non pagare ecc. Così, i Comuni sono stati inondati da tecnici e da cittadini che chiedevano l’applicazione di questa norma. L’avevano sentito e visto in TV e in radio, santo cielo! Non si paga, ed è tutto più semplice! “Ci pensa il Comune”. È stata una bufala, una norma inapplicabile e inapplicata. A parte problemi molto seri di personale, che i Comuni scontano in seguito ai tagli delle risorse, tra i due enti non esiste un linguaggio informatico condivisibile: l’Agenzia del Territorio usa una piattaforma e una banca dati indisponibili ai comuni. È un linguaggio che va costruito, con un grande investimento di tempo e di denaro. Ma cosa interessa ai professionisti degli annunci? Nulla! L’importante è sostituire la realtà con l’annuncio, nutrire certi rancori della popolazione, reiterarlo fino a che è possibile, poi abbandonarlo e sostituirlo con un altro, altrettanto “forte”, enfatico, “giovane” e positivo. Funziona. Il cittadino si accorge che quello precedente si è rivelato una patacca, ma c’è già quello nuovo a riempire gli spazi, a stimolare aspettative. Così lo dimentica presto, mentre resta quel brivido liberista, come traccia, come “segno mondano”, come l’avrebbe definito Deleuze, il segno del vuoto, del nulla, dell’ingannevole, dell’effimero, il segno che passa e va, mentre quello nuovo si fa strada e genera altro vuoto, altri inganni.

Così si tira avanti con questa straordinaria complicità tra ingannatori e ingannati, che si basa sul complesso e al tempo stesso primordiale sistema dei segni mondani, il codice non tanto segreto che costituisce il vero, solido e palpitante organo vitale della kultura italiana in Italia.

 

Mauro Baldrati 

 
Il senso del neopaganesimo PDF Stampa E-mail

21 Maggio 2015

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Da Rassegna di Arianna del 19-5-2015 (N.d.d.)

 

«Crediamo non di aver bisogno di qualcosa di nuovo, bensì di far rivivere qualcosa di molto antico, di far rivivere la nostra comprensione della saggezza della terra». Bill Devall e George Sessions.

La paura e la gioia, le grida ed il silenzio, come un grande coro di voci si mescolano in un’estasi sonora, armoniosa ed assordante allo stesso tempo. Un inno all’Eros che parla il linguaggio dei boschi. Questo è Pan, un Dio mezzo uomo e mezzo bestia, generoso e bonario ma capace di incutere negli uomini un turbine di emozioni contrastanti, con il solo suono della voce. In uno tra i testi più significativi sulla morte del mondo antico, Il tramonto degli oracoli, Plutarco suggella l’inquietudine per l’imbrunire del mondo greco con l’annuncio della morte del Dio Pan. «[…] Il vento scemò, e la nave andando qua e là con direzione incerta, venne ad avvicinarsi a Paxos. […] All’improvviso fu sentita una voce uscire dall’isola di Paxos che a gran voce chiamava: ‘Tamo’: di che la meraviglia fu grande. Questo Tamo, egiziano di patria, era il timoniere, ma non conosciuto di nome dalla maggior parte di quelli che erano sulla nave. Chiamato una seconda volta, non rispose; finalmente alla terza prestò ascolto. Allora colui che chiamava, con voce tonante disse: ‘Quando sarai giunto alla Palude, annuncia che il gran dio Pan è morto’. Raccontava Epiterse che tutti, udito questo, si spaventarono». Una notizia che sembra riecheggiare negli scritti di Nietzsche. Nel celebre aforisma 125 de La Gaia Scienza, un folle annuncia la morte di Dio in un mercato: «Siamo stati noi ad ucciderlo: voi ed io! Siamo noi tutti i suoi assassini!». Una morte certamente non fisica, ma morale. Sebbene queste due divinità possano sembrare lontanissime tra loro, il loro rapporto è strettamente legato da un filo che li pone in una posizione antitetica l’uno dall’altro. James Hillman, nel suo Saggio su Pan, scrive: «Pan morì quando Cristo divenne Sovrano assoluto, cosicché, il diavolo non è altro che Pan visto attraverso l’immaginario cristiano. La morte dell’uno significò la vita per l’altro». Il Cristianesimo, come da tradizione giudaica, si è distinto per la sua condanna del culto della Natura. Una condanna che sembra viaggiare di pari passo con la demonizzazione della figura di Pan, ridotto all’immagine del Male. Allo stesso modo, però, la dipartita del culto di Pan e l’affermarsi della religione cristiana hanno modificato radicalmente la concezione del ruolo dell’uomo nella Natura.

Il Paganesimo è una forma di religiosità il cui paradigma rimane quello naturale, è una religione che parla di nascita e di morte, rinviando questi due momenti in una dimensione ciclica, rivedendo nella Natura stessa una realtà vivente in cui gli stessi dèi si confondono. Il termine pan, dal greco “tutto”, sembra quasi sottolineare questa dimensione totalizzante della Natura, in cui l’uomo è parte organica di un Tutto e non semplicemente un essere estraneo. In quest’ottica la Natura non è semplicemente un organismo vivente, ma anche un limite invalicabile. Curioso, a tal proposito, quanto due termini dalla sfumatura semantica ben differente siano divenuti sinonimi: “ambiente” e “natura”. Il primo termine, infatti, sembra quasi conferire a tutto ciò che non è umano una condizione di “sfondo” per l’uomo. Come se il vivente sia un enorme scenario su cui mettere in scena il progresso. Una condizione che può essere riletta nella Genesi: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra». Un passo che è stato più volte posto in analisi da alcuni ecologisti cattolici, i quali hanno cercato di dare una nuova lettura a queste parole, sottolineando quanto il termine “soggiogare” nel suo significato originale significhi “rendere più bello”; mentre “dominare” riferito agli animali voglia intendere “pascolarli, averne cura”. Un’esegesi che sembra riportare il dibattito in una dimensione più ecologista, in cui l’uomo è custode della Natura e non despota di essa, rimanendo, però, in una dimensione pur sempre antropocentrica. In questa nuova lettura la Natura sembra quasi un dono fatto da Dio all’uomo, una bomboniera da mantenere intatta e non più un argine contro la βϱις, la tracotanza. In conclusione, Ritornare a Pan non può significare cadere nella tendenza, prettamente post-moderna, del neo-spiritualismo, piuttosto rileggere in Pan una diga contro la protervia umana.

 «Il paganesimo, oggi, non consiste nell’innalzare altari ad Apollo o nel resuscitare il culto di Odino. Implica [...] il considerare gli dèi come dei “centri di valori”, e le credenze di cui essi sono oggetto come dei sistemi di valori: gli dèi e le credenze passano, ma i valori permangono». Alain De Benoist, Come si può essere pagani?

 

Mattia Biancucci 

 
Cosa succede in Macedonia? PDF Stampa E-mail

20 Maggio 2015

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 Da Rassegna di Arianna del 12-5-2015 (N.d.d.)

 

Gli incidenti di Kumanovo (cinque morti tra le guardie di frontiera macedoni) e quelli, precedenti, dell'attacco alla stazione di polizia di Goshince, dodici giorni fa, indicano una seria svolta nella inquieta situazione politica macedone.

Il confine della tensione è quello con il Kosovo. E non sembra esserci dubbio che l'offensiva è condotta dalle forze kosovare dell'UCK. Il che - tenuto conto che il Kosovo è, di fatto, una colonia americana - indica che i servizi segreti statunitensi sono implicati.

Ma l'offensiva è anche interna. Il partito di opposizione SDSM, guidato da Zoran Zaev, ha organizzato quasi simultaneamente una protesta di piazza, che ha condotto a scontri violenti a Skopje […] il preludio di una nuova "rivoluzione colorata" in Macedonia. Perché là e perché ora?

Per cercare di capire è utile tenere conto che sia il presidente macedone, Gjorge Ivanov, che il primo ministro Nikola Gruevski, erano il 9 maggio sulla Piazza Rossa. Gesto più che simbolico di differenziazione rispetto alla posizione europea e occidentale. La Macedonia non è entrata nella Nato, nonostante molteplici e micidiali pressioni esercitate nei confronti del precedente presidente macedone Kiro Gligorov. L'ambasciata americana a Skopje è piuttosto simile, per dimensioni, a un gigantesco ministero. E, infatti, è da quell'avamposto - collocato proprio sulla linea di faglia che divide l'ovest dall'est - che viene diretta tutta la politica statunitense dell'area balcanica. Non senza l'aiuto attivo e potente della "Open Society" di George Soros che, dal lontano 1993, mise gli occhi sulla Macedonia, reclutando con successo non pochi quadri della ex Gioventù Comunista macedone per farne i suoi propagandisti.

Naturalmente si cominciò con le televisioni e i giornali, che vennero comprati velocemente. L'uomo di punta dell'operazione conquista della Macedonia fu, ed è tuttora, il regista cinematografico Vladimir Milcin (anche lui brillante ex comunista), che è dietro la nascita di diversi complessi musicali e artistici - lautamente sovvenzionati da Soros, appunto - come l'"Archi Brigade", "Singing Skopjans", and "Square Freedom". Tutti sintomi di preparazione della rivoluzione colorata, direttamente rivolti verso la gioventù occidentalizzante, da tempo preparata dai media occupati in precedenza. Nel frattempo la stazione Radio/Tv B92 invita alla rivolta contro il governo "filo russo" di Nikola Gruevski.

Ma Soros e Milcin hanno lavorato anche sulla minoranza musulmana (albanese), circa il 25% dei due milioni circa di macedoni. Per loro sono state create "organizzazioni non governative" come "Razbudi se" (Svegliati) e "Civil"; portali web, stazioni radio e televisive.

Così ben si comprende la "dualità" dell'offensiva in atto: una interna, l'altra etnica. Manifestazioni del tipo "rivoluzione colorata" e, simultaneamente, attacchi alla frontiera. Del resto il tutto è a carte scoperte. Il presidente albanese Edi Rama ha recentemente dichiarato che, se la Macedonia non intende diventare membro della Nato, allora non resta che costruire una nuova entità statale pan-albanese, cioè musulmana, pronta a divenire membro dell'Alleanza Atlantica.

Del resto i macedoni, slavi e ortodossi, hanno rifiutato fino ad ora l'avvertimento non amichevole che, nel 1998 l'ambasciatore americano del tempo, Christopher Hill, inviò loro alla vigilia delle elezioni di quell'anno: "Il Popolo macedone - disse pubblicamente - è messo alla prova e ora potremo vedere se è divenuto sufficientemente maturo, o se dovrà tornare indietro all'asilo nido". A quanto pare è quello che Washington, Tirana e Bruxelles vogliono fargli fare. Tanto più che la Macedonia potrebbe diventare ora il transito del segmento di gasdotto cosiddetto "Turkish Stream" (quello che si appresta a sostituire il defunto Southstream). Con la successione di passaggi di frontiera Turchia-Grecia-Macedonia-Serbia.

Washington mostra che non intende permetterlo.

 

Giulietto Chiesa

 
LibertÓ e doppia morale PDF Stampa E-mail

19 Maggio 2015

 

La good news è che ieri, a Washington, la Camera dei Rappresentanti ha respinto per la seconda volta – sulla scia dell’indignazione sollevata dalle rivelazioni di Edward Snowden - la raccolta dati ‘a strascico’ dei tabulati telefonici da parte della National Security Agency, votando in favore del Freedom Act con maggioranza schiacciante (338 contro 88).

Houston, 14 maggio 2015 – A proposito dov’è questa notizia sulla stampa italiana? Io non l’ho trovata, ma forse ai nostri connazionali poco importa la libertà, sono troppo presi a discutere della Champions League o del malore di Berlusconi.

Comunque sia, i sostenitori di una seria riforma delle agenzie d’intelligence, prima fra tutte la famigerata NSA – dopo l’appoggio manifestato loro dalla Casa Bianca - stanno ora lavorando per far passare al Senato sostanziose modifiche alla legislazione attuale, nonostante i principali gruppi che sostengono i diritti civili - tra cui l'American Civil Liberties Union e la Electronic Frontier Foundation - giudichino l’attuale progetto di legge assolutamente insufficiente. Le organizzazioni che sostengono i diritti civili qui negli USA, preferirebbero, in altri termini, lo stralcio totale della sezione 215, che non è altro se non una specifica disposizione del Patriot Act che autorizza ampi poteri legali nell’acquisire documenti aziendali. Il punto è – secondo questi gruppi - che il Freedom Act lascerà intatta la stragrande maggioranza della raccolta dati della NSA, in particolare fuori degli Stati Uniti.

In effetti, osservando le cose con maggiore attenzione, si viene a scoprire che il Freedom Act è una legge che si è andata via via annacquando nel corso dei vari passaggi nelle commissioni parlamentari, giungendo a trattare solo un aspetto dello spionaggio elettronico: quello telefonico. Una vittoria di Pirro dunque?

Sembrerebbe proprio di sì. O, per meglio dire - vista la sempre maggiore insofferenza dei governi verso chi non condivide ciecamente le loro opinioni - un diversivo, un contentino, per far poi passare una legislazione più complessa e più ‘blindata’ nei confronti dei difensori delle libertà civili, che autorizzi la raccolta indifferenziata dei dati.

Il trend sembra essere questo, e non solo da questa parte dell’Atlantico. In Europa va anche peggio; basti pensare alle nuove linee-guida della sua politica che David Cameron ha chiaramente espresso appena rieletto.

Cosa aveva affermato, infatti, di ritorno dall’incontro a Buckingham Palace con la regina, dopo la plebiscitaria rielezione?  “Credo fermamente che ci troviamo sul punto di realizzare qualcosa di molto speciale per il nostro Paese”

Ecco, qualcosa di molto speciale sta arrivando… Di che si tratta?

Ebbene, il governo del Regno Unito sta studiando l’adozione di nuovi poteri di antiterrorismo, compresi piani per combattere ogni tipo di ‘estremismo’ (ma cos’è l’estremismo?) e per limitare coloro che cercano di ‘radicalizzare’ i giovani. Eccoli i poteri che i prodi difensori britannici della libertà e della democrazia vogliono acquisire:

- autorizzazione di divieto di trasmissioni e obbligo di presentare in anticipo alla polizia qualsiasi pubblicazione prevista sul web, sui social media e sulla stampa;

- piani per vietare organizzazioni estremiste che cercano di minare la democrazia o utilizzare espressioni di odio in luoghi pubblici;

- nuovi poteri per chiudere locali - moschee incluse - dove vi siano estremisti che cerchino di influenzare le persone.

Ora, come si può notare, tutto gravita intorno alla definizione del termine ‘estremista’. Ma cos’è veramente un estremista? Il dizionario recita testualmente “chi manifesta estremismo, specialmente in politica; sostenitore di idee, misure estreme”.

Ma estreme rispetto a cosa? Esiste un arco di idee ‘centrali’ o ‘regolari’ rispetto alle quali alcune sono ‘estreme’? Ma - e questo è il punto più importante – anche se così fosse, tali idee dovrebbero comunque - in qualità di idee, opinioni, appunto - essere considerate, in particolare dagli impavidi difensori della libertà di opinione britannici, del tutto ammissibili e rispettabili.

Invece no. In realtà il nostro Cameron sostiene che qualsiasi idea o presa di posizione rivolta a eventuali obiettivi politici considerati ‘estremisti’ non solo è un crimine, ma può essere fisicamente impedita in anticipo.

Così, dopo la plebiscitaria vittoria elettorale, il primo ministro David Cameron ha pensato bene di emanare un vero e proprio decreto orwelliano in cui si definisce il motivo per cui vengono considerati necessari i poteri di Polizia del Neo-pensiero con queste parole: “Per troppo tempo siamo stati una società passivamente tollerante, che diceva ai nostri cittadini ‘finché rispetterete la legge, vi lasceremo in pace’. Questo di regola voleva dire che noi avevamo un atteggiamento di neutralità rispetto a valori differenti. E questo ha alimentato lo sviluppo di estremismo e proteste”. Ma d’ora in poi – prosegue il nostro primo ministro – ai cittadini non sarà sufficiente soltanto “rispettare la legge”; essi dovranno astenersi dal credere o esprimere idee che non piacciono al Governo di Sua Maestà. “Questo Governo – continua Cameron – volterà definitivamente pagina su questo approccio fallito. Come partito di una nazione noi governeremo come una nazione e metteremo il Paese d’accordo”.

E chi non è d’accordo? Niente da fare, deve cambiare idea.

La libertà vale solo per Charlie Hebdo e per quelli che devono poter esprimere il diritto all’informazione ed alla satira politically correct. Per gli altri, no.

 “Perché presidenti, re, primi ministri – si chiedeva polemicamente, all’indomani dei fatti parigini, Ramzan Kadyrov, presidente della Repubblica Cecena - non hanno mai condotto una marcia di protesta in relazione alla morte di centinaia di migliaia di afgani, siriani, egiziani, libici, yemeniti, iracheni?”.

Ma se le parole di Cameron hanno un vago sapore di minaccia e di tirannia, ascoltare questa intervista alla BBC della Segretaria di Stato, Theresa May, spazza via definitivamente ogni eventuale dubbio.

Quando l’intervistatore insiste nel chiederle di definire il significato di ‘estremismo’ – di indicare, in particolare, il passaggio tra legittimo dissenso ed ‘estremismo’ criminale - lei elude candidamente la questione, recitando slogan inquietanti sulla necessità di fermare coloro che cercano di “minare i nostri valori britannici” mentre, sostiene, “noi siamo uniti come una società unica, una nazione”.

Un popolo, una nazione, una guida…ma non c’era già qualcun altro che lo diceva? Insomma sembra proprio che stia cadendo la maschera dell’autoritarismo occidentale rivelandone il vero intento: richiedere sempre maggiori poteri – di limitare la libertà - in nome della libertà.

È vero, sono in molti a contrastare in tutto il mondo la libertà di opinione e di libera espressione con minacce e intimidazioni, ma attualmente la minaccia di gran lunga più subdola e potente – quanto meno in Occidente - non sembra provenire dai musulmani radicali, ma dai governi occidentali uniti nello sforzo comune di limitare la libertà con il pretesto di difenderla. Eppure, purtroppo, sembra che nessuno si accorga di questo paradosso, né un simile evidente stato delle cose ha innescato cortei o marce o ampie condanne da parte dei giornalisti occidentali.

Come sostiene il professor Bill Durodié dell'Università di Bath “la finestra della libertà di parola è stata decisamente chiusa solo pochi mesi dopo che tanti leader politici marciavano per simulare solidarietà per i fumettisti assassinati in Francia”. Charlie Hebdo avrebbe dovuto insegnare che il mondo occidentale è profondamente e appassionatamente impegnato per la libera espressione e pronto a marciare e a lottare contro i tentativi di sopprimerla.

Ma è davvero così? Non direi proprio. Basti pensare che la strenua difesa della libertà di stampa viene proprio da quei Paesi che giustificarono il bombardamento della sede della televisione serba a Belgrado nel 1999, definendola “il ministero delle menzogne”; che non batterono ciglio allorché Israele bombardò la TV Al-Manar a Beirut nel 2006; che si girano dall’altra parte quando si tratta di denunciare gli assassinii di giornalisti palestinesi, messicani o colombiani non ‘allineati’ con le politiche dei loro Paesi.

Così la retorica pro-libertà in realtà si traduce nel suo esatto contrario, generando di fatto nuove ondate liberticide, mascherate da misure anti-terrorismo, erodendo sempre più quelle “garanzie democratiche” ormai in via di estinzione.

Come nota giustamente Giorgio Cremaschi: “L'ipocrisia domina una Europa ove ci si proclama Charlie dopo il massacro di Parigi ma poi si condannano le vignette che ritraggono come nazista il ministro delle finanze della Germania. (…) Questa Europa non è più un punto di riferimento, ma un ostacolo alla ripresa del progresso dell’umanità”.

Evidentemente, anche per la libertà, ci sono due pesi e due misure.

Piero Cammerinesi 

 
Un orto, una comunitÓ, una fede PDF Stampa E-mail

18 Maggio 2015

 

Da Rassegna di Arianna del 12-5-2015 (N.d.d.)

  

Il titolo di questo articolo è preso da un saggio di Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la decrescita felice in Italia, contenuto nel suo libro Monasteri del terzo Millennio. A sua volta, Pallante ha ripreso questa formula da Teddy Goldsmith, al quale fu chiesto da un giornalista di individuare tre idee essenziali da trasmettere a suo figlio. Dopo aver risposto sbrigativamente a quella domanda, ne fu assillato tutto il giorno, fino ad arrivare a questa formula, tanto semplice quanto completa. È evidente come gli uomini, nella post-modernità, siano colti da un malessere quotidiano. Come ha osservato il sociologo Zygmunt Bauman, chi più chi meno, “turisti” o “vagabondi”, tutti vivono in uno stato precario, assoggettati all’imperante «consumante desiderio di consumare».  Questa degenerazione trova la sua massima espressione nel modello liberal-capitalista odierno, progressista e materialista, dove i mezzi sono stati scambiati per fini, nel senso che, come ha messo in luce Pallante in una sua intervista, «non si produce più per consumare, ma si spingono le persone a consumare per continuare a produrre». Un sistema malato, all’interno del quale le persone sono sempre più stressate dalla dannata routine, per poi sfogarsi in piaceri tanto illusori, quanto nocivi (basti pensare all’uso/abuso di droghe). Il bisogno tossicomane di comprare sempre più è il riflesso di una società che si fonda non sull’essenza, ma sull’apparenza: compriamo invece di essere. La nostra società, volendo crescere in maniera infinita all’interno di un Pianeta evidentemente finito, ha perso qualsiasi forma di equilibrio con ciò che la circonda e ha trasformato i suoi abitanti da animali sociali, legati da una rete di rapporti solidali e reciproci, in atomi sparsi nel nuovo mondo globalizzato.

Per questo, la “crisi” odierna, prima di essere un fattore puramente economico, appartiene all’ambito culturale e sociale. È solamente attraverso la riscoperta di se stessi che si può pensare di uscire da questo buio, dove le banche contano più delle comunità e i mercati più delle persone. Ma questa rivalutazione non può prescindere dal legame che il singolo ha con gli altri (in quanto animale sociale) e con ciò che lo circonda (visto che ogni cosa è in connessione all’altra). Queste non vogliono essere parole dal retrogusto new age, pescate da chissà quale santone asiatico: esse si rifanno a tradizioni europee, da Aristotele a Sant’Agostino (solo per citare due esempi), che non potevano concepire l’uno scisso dalla Totalità, la parte senza il Tutto. La formula un orto, una comunità, una fede indica il percorso da seguire per tendere verso questo obiettivo.

Lavorare il proprio orto è una delle esperienze più gratificanti che un essere umano possa fare. Come osserva Pallante nel suo saggio: «L’agricoltura, nel significato etimologico di venerazione della terra, è l’attività che consente agli esseri umani di partecipare alla riproduzione della vita». Un’attività (che rimanda a concetti quali autoproduzione e consumo critico) pura, originaria, perfino Sacra, soprattutto se portata avanti in un contesto comunitario, dove la reciprocità e la solidarietà costituiscano le basi di relazioni sociali autentiche. Una comunità fondata sulla forza della tradizione, ma anche sulla spinta dell’innovazione, necessaria per proiettarsi nel futuro, senza dimenticare il passato. In questo contesto, la tecnologia ridiventerebbe un mezzo, tornando a svolgere il ruolo che più le compete e lasciando posto a fini più grandi. Del resto, come osserva Pallante: «La dimensione spirituale degli esseri umani si può valorizzare solo dedicando il meglio di sé, delle proprie energie e delle proprie capacità, la propria intelligenza e la propria sensibilità a un’idea forte, capace di dare un senso alla vita. Solo una fede può evitare di essere risucchiati nell’appiattimento materialistico in cui l’economia della crescita trascina gli esseri umani». Queste tre idee, se prese complessivamente, formano un circolo virtuoso, consapevole, solidale e spirituale. Illustrano un percorso da intraprendere nel corso del tempo, con ritmi e scelte che variano da persona in persona: «L’importante è coglierne il valore universale e capire quali indicazioni se ne possano trarre oggi per superare la crisi economica, ambientale, ma soprattutto di senso, generata dall’economica della crescita» (Pallante). Nella speranza che l’uomo possa ritrovare se stesso e riscoprire ciò che di bello vive sulla Terra.

 

Lorenzo Pennacchi 

 
Economia reale PDF Stampa E-mail

16 Maggio 2015

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Da Rassegna di Arianna del 12-5-2015 (N.d.d.)

 

A quanto pare, non ci sarà ripresa economica se non usciremo dalla crisi del debito, come osserva Adrien De Tricornot. Questo per diversi ordini di ragioni. In primo luogo perché se la bilancia commerciale continuerà a restare in rosso, il debito pubblico diventerà fatalmente insostenibile: una bilancia commerciale in passivo significa che un paese sta consumando più di quello che produce, per cui i debiti (anche privati) non possono far altro che aumentare. Di conseguenza, si innesca l’effetto “Regina Rossa” (o “tapis roulant contromano”).

Pertanto, è inevitabile ripensare il modello economico, contrastando le concentrazioni oligopolistiche e riportando la manifattura in Occidente.

L’obiezione più frequente, a questa idea, è la non sostenibilità della concorrenza asiatica ed, in parte, latino-americana. Come spesso accade, la cosa è tanto più creduta quanto più ripetuta, sino al punto di sembrare ovvia come il fatto che a mezzogiorno ci sia luce ad a mezzanotte il buio.

Ma esaminiamo un po’ più da vicino l’argomento, partendo da una premessa: se il problema fosse solo questo, esso riguarderebbe tanto la manifattura quanto i servizi, e, se questa concorrenza non fosse battibile, questo significherebbe l’irrecuperabilità del deficit commerciale ed il sicuro fallimento. A quel punto, potremmo starcene seduti in riva al mare ad aspettare che il fato si compia. Per fortuna le cose non stanno così.

I due fattori determinanti nel processo di delocalizzazione industriale sono stati il basso costo del petrolio e il regime alterato dei cambi: uno scenario destinato a modificarsi. Per quanto oggi si sia in una fase di calo dei prezzi energetici (per la verità non priva di turbolenze) la tendenza di lungo periodo è, all’opposto, la loro crescita. A quanto pare, sta finendo il petrolio “facile”, quello che giace più in superficie, e, pertanto, bisogna scendere molto più in giù e cercare sotto i fondali marini, il che significa un considerevole aumento dei prezzi di estrazione. Inoltre, non sembra che la domanda sia destinata a calare, per lo meno in un futuro prevedibile, quanto piuttosto a salire. Si potranno ottenere dei risparmi con tecnologie più efficienti, in parte sviluppare fonti energetiche diverse, ma, nel complesso, i costi probabilmente saliranno.

Inoltre, occorre considerare che, a partire dai tardi anni novanta, si è manifestata una nuova pirateria che, ovviamente, impone ulteriori costi per i noli marittimi fra diretti ed indiretti (scorte armate, assicurazioni, carichi perduti, risarcimenti, sistemi di vigilanza satellitare ecc.). Anche se è vero che l’apertura di nuovi canali modificherà sensibilmente le rotte (in particolare, il taglio dell’istmo di Kra permetterà di evitare il terribile stretto di Malacca. Ma torneremo a parlarne) tutto sommato, sembra che i costi dei trasporti marittimi siano destinati a crescere. Riducendo, quindi il margine di profitto sulle esportazioni via mare.

Il secondo fattore è quello dello squilibrio nei cambi monetari. Una situazione che difficilmente potrà durare ancora molto a lungo, senza sfociare in una durissima guerra commerciale, fatta di dazi protezionistici e boicottaggi e, forse, in una guerra punto e basta.

È difficile dire quale sarà il punto di caduta di questa tensione, ma è facile prevedere che un qualche riaggiustamento dei cambi ci sarà e andrà nel senso di una rivalutazione delle monete degli emergenti.

D’altra parte, sapreste dirmi che razionalità economica ha che il maggior creditore mondiale abbia una moneta che vale un decimo di quella del maggior debitore mondiale?

Infine: la politica del basso costo del lavoro è anche essa destinata a rientrare parzialmente, soprattutto in Cina, dove, nei prossimi 8-10 anni una considerevole parte dell’attuale forza lavoro uscirà dal mercato e, stante la sostanziale inesistenza del sistema pensionistico cinese, questo significa che ogni famiglia dovrà sostenere un maggiore peso di persone inattive, quel che riesce molto difficile senza una qualche rivalutazione salariale. D’altra parte, già nell’estate del 2010 ci fu un’ondata di scioperi soprattutto nelle aziende giapponesi presenti in Cina, che portò ad apprezzabili aumenti salariali. E comunque, se la Cina vuol continuare a crescere deve dilatare il suo mercato interno.

Certamente questa parte del ragionamento è vera per la Cina ma, almeno per ora, non per l’India, il Vietnam o la Corea del Sud, dove, in effetti, si è parzialmente spostata la produzione industriale dalla Cina. Tuttavia, anche questi spostamenti non avvengono a costo zero e pongono spesso altro tipo di problemi.

Dunque, il quadro sta mutando e le condizioni generali che hanno favorito l’emigrazione della manifattura dai paesi avanzati verso quelli asiatici e latinoamericani si stanno considerevolmente ridimensionando. Tanto è vero che negli Usa abbiamo assistito ad un parziale rientro di aziende manifatturiere.

D’altro canto, è possibile ridare competitività alle industrie europee ed americane anche attraverso una riduzione dei costi di produzione. Ma questo è un punto su cui occorre capirsi. Sin qui parlare di costi di produzione ha significato automaticamente abbassare il “costo del lavoro”, cioè i salari. C’è, un altro capitolo della questione che viene affrontato molto superficialmente e riguarda le retribuzioni del management. Facciamo l’esempio degli Usa, dove i manager guadagnano 8 vote quello che guadagna un premio Nobel, 28 volte di più del Presidente, 178 volte lo stipendio di un infermiere, 213 volte quello di un poliziotto, 225 volte di un insegnante e 252 volte quello di un vigile del fuoco. Parliamo di stipendi medi, ma ci sono punte che raggiungono la proporzione di 1 a 9.000 fra il top manager e l’ultimo operaio della sua azienda. Peraltro, non si tratta di poche persone perché, ad esempio, l’apparato manageriale di una multinazionale è fatto di molte centinaia di persone. Sarebbe interessante fare un’inchiesta che ci dicesse quale è il peso percentuale delle retribuzioni manageriali rispetto a quelle del monte salari, azienda per azienda.

Sappiamo che i proventi dirigenziali sono spesso ottenuti attraverso la clausola della shareholder value che non si scarica immediatamente sui costi di produzione, ma è comunque un costo che incide sul bilancio generale ed ha un suo riflesso sulla competitività dell’azienda. Dunque, un vigoroso taglio di queste retribuzioni potrebbe avere riflessi assolutamente salubri sullo stato delle imprese americane ed europee, in fondo, se un manager non guadagnasse più 250 volte quello che guadagna un suo operaio, ma solo 80 volte, non è che andrebbe in miseria.  Sarebbe un interessante esperimento quello di uno sciopero che chieda di diminuire i guadagni del management.  Chissà se i sindacati americani ed europei avranno mail il coraggio di farlo.

Tutto ciò considerato, le condizioni per una reindustrializzazione delle nostre economie non appaiono così impossibili come si pensa comunemente.

Il punto è che dobbiamo riabituarci a pensare che una parte del consumo deve essere prodotta localmente e non ha senso una produzione così frammentata, con costi elevatissimi di trasporti e di organizzazione del lavoro. O meglio, un senso lo ha: disperdere la forza lavoro frantumandone la capacità contrattuale per tendere bassi i salari ed inesistenti i diritti. Ma questo non ha a che fare con una razionalità economica più generale.

Per consentire la ripresa di produzioni locali non sarebbe neppure scandalosa la ripresa di dazi moderatamente protezionistici e temporanei (e immaginiamo l’eventuale lettore neo liberista che si starà strappando i capelli inorridito). Ma un contributo può darlo anche l’adozione di monete locali per cui un quinto o un sesto delle retribuzioni poterebbe essere corrisposto in moneta spendibile solo localmente e, dunque, per prodotti locali.

D’altra parte, non è scritto da nessuna parte che tutti dobbiamo produrre le stesse cose: se ci sono già abbastanza auto, blue jeans e macchine edili è abbastanza inutile aprire nuove fabbriche di auto, jeans e macchine edili. Ma questo non vuol dire che non ci siano altre cose da produrre e scambiare. Occorre pensare in termini di una nuova divisione mondiale del lavoro. E ci sono campi nuovi in cui si stanno muovendo appena i primi passi, come l’ecoindustria. La green economy sta dischiudendo interi settori produttivi nel campo delle energie rinnovabili, del riciclo e dell’efficienza energetica, dell’energia prodotta dal riciclaggio dei rifiuti. Jeremy Rifkin parla di una terza rivoluzione industriale che sta appena iniziando e che porterà al superamento dell’attuale “economia del carbonio”. Forse è una valutazione eccessiva e dovemmo nutrire aspettative meno ambiziose, ma non c’è dubbio che fra le sue proposte ve ne siano di molto interessanti che possono effettivamente contribuire ad una nuova organizzazione dell’economia reale.

Ci sono poi segnali molto promettenti nel campo della robotica, si parla di una nuova generazione di robot che potrebbe cambiare il nostro stile di vita (anche se, magari occorrerà essere molto attenti agli eventuali effetti controintuitivi). Molto prossimo a questo campo è quello delle nanotecnologie dai più diversi impieghi (e si pensi alla microchirurgia). Accanto a tutto questo, occorre anche prestare attenzione al nuovo artigianato digitale che sta sorgendo.

Ma soprattutto è evidente che il campo dove si giocheranno le sfide principali sarà quello delle innovazioni, che esigono uno stretto rapporto con la ricerca scientifica, un settore in decisa decadenza in Europa ed in Italia in particolare, nel quale è possibile fare molto e ricavare molto.

Come si vede l’ipotesi di un ritorno della manifattura in Occidente è una prospettiva tutt’altro che astratta e che merita di entrare di forza nel dibattito politico. Quello che, però, esige una politica industriale che ormai non esiste da almeno venti anni in Europa (negli Usa è essenzialmente legata al complesso militar industriale). E questo, a sua volta, esige di nuovo lo Stato imprenditore.

 

Aldo Giannuli 

 
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