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Un impero che tramonta PDF Stampa E-mail

25 Luglio 2017

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Da Rassegna di Arianna del 13-7-2017 (N.d.d.)

 

La Cina e la Russia non usano più il dollaro americano come moneta di scambio nel loro esteso commercio energetico. La Cina ora sta facendo leva sull’Arabia Saudita per abbandonare la banconota verde anche nel mercato del petrolio. Nessuna meraviglia quindi che le politiche statunitense stiano progressivamente diventando sferzanti. Il potere globale statunitense dipende dalla sua supposta abilità economica e dalla sua forza militare. Con la sua economia in un declino a lungo termine accelerato dal dollaro traballante, i governanti USA si affidano sempre più al militarismo per mostrare il loro potere. Questa tendenza sta spingendo il mondo verso la guerra. La sfida è in qualche modo quella di guidare il mostro militare americano verso un ormeggio sicuro, evitando una guerra mondiale.

 

Il declino degli Stati Uniti è di proporzioni storiche – così come per la scomparsa di altri imperi passati – ed è dovuto al crollo imminente del sistema dei petrodollari, che negli ultimi decenni a partire dalla Seconda Guerra Mondiale ha dato agli USA dei privilegi senza precedenti. Non è un caso che l’impennata delle tensioni mondiali degli ultimi anni coincida con il momento in cui l’economia americana si trova sull’orlo del baratro. Come sappiamo, la chiave per la sopravvivenza dell’economia statunitense sta nella condizione del dollaro americano come moneta di riserva più importante del mondo. Il cosiddetto sistema dei petrodollari, quello in cui petrolio e gas, le materie prime più commercializzate al mondo, sono scambiati principalmente attraverso la moneta americana, sembra stia arrivando alla sua fine. Quel sistema, vecchio di decenni, è messo in discussione dalla crescita della Cina, della Russia, dell’India, dell’Iran e di altri paesi. Se il petrodollaro e i suoi privilegi globali sono deposti, gli Stati Uniti si trovano quindi ad affrontare un’apocalisse economica. Va detto che non c’è niente di illegittimo nello sfidare questo dominio unilaterale americano. Perché i paesi dovrebbero essere costretti a gestire i propri commerci internazionali principalmente con il dollaro americano, solo per le circostanze storiche degli anni ’70 che hanno dato origine al sistema basato sul petrodollaro? Effettivamente questo sistema funziona come una tassa mondiale che gli Stati Uniti impongono a tutte le altre nazioni in quanto costrette ad acquistare banconote americane. Forse nessun altro paese ha fatto di più di Cina e Russia per forgiare un ordine globale multilaterale. La Cina è il più grande importatore di petrolio e la Russia è il più grande esportatore di carburanti al mondo. Quando l’anno scorso hanno annunciato che il commercio del petrolio sarebbe stato da quel momento gestito nelle rispettive valute nazionali (yuan e rublo), quello sviluppo è stato il chiodo della bara del dollaro. Solo poche settimane fa, Cina e Arabia Saudita – il secondo maggior produttore di petrolio al mondo – hanno comunicato di aver dato il via a un serio negoziato per il futuro commercio di combustibile in yuan. I commentatori affermano che l’Arabia Saudita ha scarso margine in materia, visto che la Cina sta progressivamente riducendo la quota di mercato saudita con altri esportatori di petrolio, come la Russia e l’Iran. Se i Sauditi vogliono mantenere le esportazioni verso l’economia più grande del mondo, allora dovranno commerciare usando la moneta cinese, non il dollaro americano come hanno fatto sempre. Randy Martin, analista politico americano, ha affermato che la fine prevista da tempo del petrodollaro sta avvicinandosi. Il petrodollaro è in declino e di conseguenza l’intero sistema finanziario che sostiene le economie occidentali. La Cina e la Russia hanno posto le basi economiche mondiali per la nuova “Via della Seta” e per il sorgere della nuova economia eurasiatica che emargina gli Stati Uniti e il suo petrodollaro. Tutto questo fa a pezzi il dollaro e l’economia americana fin tanto che gli Stati Uniti insistono nel tentare di mantenere la missione unilaterale per la dominazione dell’economia globale. Per essere chiari: ciò che la Cina e la Russia hanno fatto con successo è disfare la base su cui si fonda l’egemonia globale statunitense.

 

Tuttavia, la fine storica del potere statunitense è piena di pericoli: il passaggio da un mondo unilaterale dominato dall’America a uno multilaterale, porterà una enorme sofferenza all’economia degli Stati Uniti. Con una montagna di debito da 20 trilioni di dollari e un’inflazione alle stelle causata dalla futura caduta del dollaro, la società americana affronta un’implosione per povertà, disoccupazione e crisi sociale. Martin conclude: Il mondo affronta di conseguenza una superpotenza globale in declino finale che ora sta manifestando le sue paure esistenziali con una smodata aggressività militare in tutto il mondo. Tutto questo si tradurrà in una seria minaccia per l’umanità nel frattempo che gli Stati Uniti lottano per un posto nella nuova economia globale multilaterale. Il sistema politico statunitense sta combattendo per la sua stessa sopravvivenza vista l’imminente fine dell’egemonia del petrodollaro. Non è un caso che la élite dominante americana stia ricorrendo al militarismo e alla guerra come soluzione per prevenire le temute turbolenze economiche. In particolare, la frequenza delle guerre guidate dagli Stati Uniti in tutto il Medio Oriente è motivata dal mantenimento dell’egemonia americana attraverso l’imposizione della forza militare. La guerra per procura in Siria è un complemento degli Stati Uniti per sottomettere quelli che sono percepiti come rivali globali, cioè Iran e Russia. Rilevante è anche il Qatar, Emirato del Golfo Persico ricco di gas, che ha aperto la strada tra gli stati arabi per sviluppare il commercio con la Cina sostituendo il dollaro con lo yuan. Il Qatar ha inoltre mantenuto relazioni relativamente amichevoli con l’Iran, con cui condivide un’enorme area offshore di gas. In mezzo a queste relazioni mondiali agitate, gli Stati Uniti stanno cercando di militarizzare il più possibile questo contesto: garantendo e prolungando i conflitti, gli Stati Uniti si posizionano per guadagnare dal commercio militare e anche dal mantenimento della sfera di influenza sulle nazioni subordinate. Soprattutto, questo è fatto, nel Medio Oriente ricco di petrolio, sotto forma di sostegno al sistema del petrodollaro. […] L’analista Randy Martin osserva: La risposta statunitense alla sua fine imminente è stata la sottoscrizione su larga scala di un’economia su base militare per l’Arabia Saudita osserva. La riprova è stato il primo viaggio all’estero che, il mese scorso, ha fatto il presidente americano Donald Trump in Arabia Saudita, per annunciare un contratto per la fornitura di armi dal valore di 350 miliardi di dollari, cioè il triplo di quanto il suo predecessore Barack Obama ha venduto all’Arabia Saudita durante gli otto anni della sua presidenza. Il corollario del militarismo americano in Medio Oriente è l’aumento delle tensioni e della possibilità di una guerra totale in Siria contro la Russia e l’Iran. […] L’emergere di un mondo multilaterale non sembra solo inevitabile ma anche auspicabile in termini della fondazione di un ordine mondiale più democratico. Un mondo unilaterale visto in ottica di egemonia statunitense è una formula per la tirannia e l’illegalità. La buona notizia è che l’egemonia statunitense si sta sgretolando. La fine del petrodollaro è il segno sintomatico di un altro impero che tramonta. Questa transizione verso un ordine mondiale più ragionevole e sostenibile è però come il negoziare una via di uscita da un campo minato. Fortunatamente, la Russia e la Cina possono avere una forza militare sufficiente per dissuadere il disperato e declinante impero americano dal tentare di spingersi verso una guerra catastrofica. Tuttavia, gli spasmi finali sono raramente eventi razionali.

 

Finian Cunningham (traduzione di Elvia Politi)

 

 
Una nuova classe dirigente PDF Stampa E-mail

24 Luglio 2017

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Da Appelloalpopolo del 19-7-2017 (N.d.d.)

 

I moti del 20-21 e del 30-31 mostrarono che non era possibile ottenere le libertà individuali senza indipendenze statali. Il 1849 mostrò che non era possibile ottenere le indipendenze statali senza l’Unità nazionale.

 

Oggi la situazione è diversa. L’Unità nazionale è un bene ancora non in pericolo: il rischio della disgregazione farà capolino soltanto nel caso in cui la crisi si prolunghi per altri 15 anni. Invece la libertà di impresa e il libero svolgimento delle professioni e in genere dei lavori autonomi, nonché la giustizia sociale e la tutela del lavoro subordinato, sono oggi sacrificati, ma non possono essere realizzati di nuovo senza prima riconquistare la sovranità. Nuova classe dirigente e riconquista della sovranità stanno e cadono assieme, perché la nuova classe dirigente sarà quella che avrà riconquistato la sovranità o, in caso di implosione dell’Unione europea per causa esterna all’Italia, avrà perseguito con pazienza ed efficacia questo obiettivo. L’Italia ha infatti due problemi preliminari: non ha la sovranità e non ha una classe dirigente degna di questo nome. Nel merito i problemi riguardano la libertà e la giustizia, ma la causa dei diffusi ostacoli alla libertà e alla giustizia è l’assenza di sovranità e di una classe dirigente. Non tutti hanno chiaro l’ordine delle priorità, senza il quale l’azione, sotto il profilo strategico, non potrà mai essere non dico potente, ma persino sensata.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Possessione diabolica? PDF Stampa E-mail

22 Luglio 2017

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Da Rassegna di Arianna del 20-7-2017 (N.d.d.)

 

Non ce ne siamo resi conto, anzi, semmai abbiamo creduto di essere molto furbi: che bello, le macchine facevano sempre più cose in vece nostra, ci sollevavano dalla fatica, prima quella manuale, poi perfino quella di pensare… e alla fine hanno cominciato a fare ogni cosa, a occupare tutti gli spazi, e da divenire sempre più esigenti, sempre più invasive, sempre più tiranniche. Oh, ma per il nostro bene, si capisce: per semplificarci tutto, per rendere il lavoro più razionale, per agevolare perfino il divertimento e il tempo libero. Dall’acquisto di un oggetto qualsiasi, alla prenotazione di un volo o di un albergo; dalla scelta di un servizio di telefonia mobile, alla gestione dei servizi amministrativi, aziendali, bancari, tutto è passato nelle “mani” delle macchine, nulla è rimasto sotto il nostro diretto controllo; e ora manca poco che, per respirare, dobbiamo chiedere loro il permesso. Siamo controllati, limitati, ingabbiati: per ogni spazio di libertà che le macchine ci concedono, dobbiamo rinunciare ad un altro, assai più ampio, quale tributo al servizio che ci rendono. Sono aiutanti indispensabili, ma terribilmente esigenti: non ammettono deroghe, non concedono rinvii: e chi non è d’accordo, tanto peggio, esse procedono comunque. Così, ciascuno di noi ha sempre più a che fare con le macchine, e sempre meno con le persone, perfino in ambito affettivo (come si vede nel film Her, di Spike Jonze). Per pagare il casello autostradale, o una visita in ospedale, abbiamo a che fare con le macchine. Se la raccomandata che avete spedito non è arrivata al destinatario, non serve a niente chiedere di parlare con il direttore dell’ufficio postale: vi daranno un numero verde e ve la sbrigherete con una voce al telefono, non si sa di chi.  […]

 

Tuttavia, non bisogna dedurne che questo è un mondo a misura di giovani: è un mondo a misura delle macchine; e anche i giovani sono al loro servizio, come tutti quanti: solo che servono le nostre padrone con più solerzia e con maggiore buona volontà. Sono loro che le invocano, fin dall’età in cui non possono disporre né di denaro, né di una capacità di pensiero autonomo: bambini di quattro, cinque anni, pretendono il telefonino multifunzionale, i giochi elettronici, il computer. Ci sentivamo i padroni, e crediamo ancora di esserlo, ma la verità è che i rapporti si sono rovesciati e noi siamo diventati gli schiavi, mentre le macchine comandano. Se una macchina si guasta, l’ufficio si ferma, un’operazione chirurgica diventa impossibile, un contratto notarile salta e deve esse rinviato; se una macchina “impazzisce”, se non vi riconosce, cioè se non riconosce la vostra carta di credito, o qualunque altro documento magnetico, voi sparite, diventate invisibili, e dovrete affannarvi a spiegare, a giustificare, a discolparvi. Se alla macchina risulta che voi siete morti (magari si tratta di un vostro omonimo, deceduto la settimana scorsa), allora non c’è niente da fare, voi siete morti, e dovrete fare i salti mortali per far risultare che siete, invece, vivi e vegeti. Ora, proprio per scongiurare simili “inconvenienti”, le macchine chiedono ancora maggior potere, ancora maggior controllo sui di noi: ci dicono che, in questo modo, i disguidi saranno ridotti a zero, e tutto filerà a meraviglia, basterà che noi concediamo loro un altro pezzo della nostra intimità, della nostra vita, del controllo che abbiamo su noi stessi, per affidarlo a loro. Tutto quel che ci riguarda, globuli rossi, risparmi, stipendio o pensione, età, indirizzo, stato civile, professione, malattie pregresse, la nostra posta (elettronica), i siti che frequentiamo, il nostro telefono (e le nostre conversazioni): tutto sarà sotto la lente d’ingrandimento delle macchine, e, anzi, in gran parte lo è fin d’ora. E il bello è che delle nostre padrone, delle nostre tiranne, delle nostre onnipresenti sorveglianti, noi non vogliamo, non possiamo più fare a meno; semmai, ci sforziamo di acquistare macchine sempre più perfezionate, cioè sempre più invasive, nella illusione di recuperare spazi di autonomia, di identità. Ma quanti di noi, anche se lo potessero (nel tempo libero, per esempio; perché ormai al lavoro, in qualsiasi settore lavorativo, è divenuto impossibile), rinuncerebbero alla televisione, o al telefonino, o al computer, per non parlare dell’automobile? Ci siamo assuefatti, come dei drogati: sappiamo che è una droga, e, negli sprazzi di lucidità, proviamo disgusto sia di lei che di noi stessi, però non siamo più capaci di farne a meno, il che ci fa sentire anche in colpa, sia pure oscuramente e semi-coscientemente.  E intanto le macchine cominciano ad aggredirci, a invadere i nostri spazi: il telefono squilla solo per perseguitarci con offerte commerciali e con pretesi sondaggi d’opinione; l’automobile nuova si guasta, evidenzia dei difetti strutturali, dobbiamo metter  già mano al portafogli per provvedere, ci coglie lo spiacevole sospetto che tutto ciò sia voluto, che sia una maniera per carpirci del denaro aggiuntivo, una specie di tassa sulla nostra ingenuità, il che ci fa sentire furiosi, ma anche depressi; e se accendiamo la televisione per rilassarci guardando un vecchio film, le decine di pubblicità che lo interrompono per dei quarti d’ora, non solo ci irritano, ma ci causano frustrazione e amarezza, confermando la nostra intuizione che il vero programma è la pubblicità, e gli altri programmi sono solo i riempitivi che servono per catturare i telespettatori, come dei pesci presi all’amo.

 

Ma la nostra cattiva coscienza, il nostro senso di colpa e il nostro auto-disprezzo hanno radici ancor più profonde. Non si tratta solo del fatto che siamo drogati dalla tecnologia e che non riusciamo assolutamente a farne a meno, pur vedendo e comprendendo a quale stadio di degradazione essa ci stia portando sotto il profilo spirituale, e, per molti aspetti, anche sotto quello meramente pratico ed esistenziale. È qualcosa di ancor più profondo, e che rende ancora più sconfortante la nostra frustrazione. Si tratta del fatto che non è nemmeno vero che noi abbiamo scelto di affidarci alle macchine: perché scegliere indica un’azione troppo netta e decisa, rispetto al semplice adagiarsi che ha caratterizzato il nostro atteggiamento. In realtà, noi non abbiamo scelto e non abbiamo deciso un bel nulla: ci siamo trovati immersi in una certa situazione, abbiamo visto ch’era comoda, e abbiamo acconsentito ad essa, non con un atto della volontà, ma con un atto mancato di essa: non abbiamo detto di sì, ma non ci siamo opposti. Ci siamo lasciati tentare, sedurre, irretire; siamo scivolati nelle braccia della tecnologia, come in quelle di una donna-vampiro; e, a partire da quel momento, abbiamo incominciato ad abdicare a noi stessi, a rinunciare alla nostra anima. In una società liquida, come la nostra, anche le scelte diventano liquide, le decisioni svaporano, si disperdono come fumo al vento: impossibile dire dove cominciano e dove finiscono, impossibile dire se e fino a che punto siano libere, e, soprattutto, consapevoli. Si sceglie e non si sceglie; si acconsente, perché la cosa pare ovvia, naturale, inevitabile: del resto, come non acconsentire? Per farlo, bisognerebbe scegliere, nel senso classico della parola: ma ciò è impossibile in un contesto liquido. Sarebbe come voler dare calci a un pallone fatto di aria. E poi, a non acconsentire, le cose diventerebbe subito difficili, enormemente difficili: è difficile persino trovare, in un negozio, un modello di una qualsiasi macchina dell’anno prima; dopo due o tre anni, l’impresa diventa impossibile. Il mondo corre in avanti, chi si ferma è perduto. Chi si ferma, e non si tiene informato, di fatto si consegna, inerme, al tappeto mobile del progresso, che lo porterà dove vorrà lui. La società tecnologica non prevede eccezioni: può pazientare per un poco, ma, presto o tardi, tutto e tutti devono piegarsi ai suoi voleri. Se anche una minima superficie del globo terrestre resistesse al modello da essa rappresentato, se anche una sola persona su mille non volesse lasciarsi irreggimentare, il sistema verrebbe messo in crisi, e ciò non è previsto. La società tecnologica è la società totalitaria per vocazione e per eccellenza: fin dalla sua nascita, essa è letteralmente condannata ad espandersi, sempre, senza pace, illimitatamente, insaziabilmente, inesorabilmente, Non potrebbe fermarsi nemmeno se lo volesse. Nessuno potrà mai dire “basta” di qualcosa; semplicemente, ciò equivarrebbe ad un ostacolo al progresso, e sarebbe necessario rimuoverlo. Senza rancore, nulla di personale: ma quell’ostacolo andrebbe rimosso, quel sassolino andrebbe tolto, altrimenti tutta la mega-macchina potrebbe incepparsi. E c’è ancora un altro aspetto di cui bisogna tener conto. Tutto il fascino che la tecnologia esercita sugli uomini moderni, assume sempre più chiaramente la connotazione di una ipnosi collettiva. Le persone sono come stregate, ipnotizzate, davanti alle macchine: il loro sguardo diventa vacuo, i loro riflessi si allentano, tutta l’attenzione è rivolta verso un qualcosa che non si trova qui, al presente, ma altrove, nell’iperspazio virtuale. Quanto più la macchina è tecnologicamente sofisticata, tanto più forte è il potere ipnotico che esercita sull’uomo. Il volante d’una fuoriserie incanta, ma lo schermo d’uno smartphone ultimissima generazione rapisce addirittura. La sera, quando le città si svuotano (tranne che di balordi e di stranieri), una pallida luce intermittente alle finestre fa capire dove siano finiti tutti quanti: ipnotizzati davanti agli schermi televisivi. Restano così alcune ore, fin quando le luci si spengono e la città si addormenta. Meglio non indagare troppo a fondo da qual genere di sogni siano popolati i sonni di questi uomini ipnotizzati dalla tecnica: certo non da sogni a misura d’uomo. Ma c’è un’altra parola per esprimere in maniera più adeguata, forse, il concetto dell’ipnosi collettiva: quello della possessione. Gli uomini dominati dalla tecnica sono nelle mani di un potere più grande di loro, amorale, spietato, imperscrutabile. E siccome, in base a tali caratteristiche, non è possibile ipotizzare che venga dall’alto, non resta altra ipotesi che salga dal basso. Il potere che la tecnica esercita sugli uomini moderni non è altro che una forma di possessione demoniaca.

 

Stupiti? Si rifletta che il diavolo, da che esiste l’umanità, studia il modo in cui può allontanarla da Dio, mettendola, allo stesso tempo, in conflitto con se stessa. A lui non basta perdere le singole anime; è troppo poco: il diavolo pensa in grande e fa le cose in grande. Il suo scopo è la perdizione dell’umanità intera, niente di più, niente di meno; pertanto, è divenuto uno specialista di tutto ciò che è suscettibile d’esercitare una seduzione sull’umanità nel suo complesso. Nel XVIII secolo erano i salotti illuministi nei quali si progettava una civiltà emancipata dal soprannaturale e tutta impegnata a realizzare, con le sue sole forze, il paradiso in terra: ma era pur sempre uno sforzo di tipo artigianale, che non gli consentiva di attirare a sé se non un numero limitato di anime. No, lui cerca, da sempre, un’unica, immensa rete da pesca, per catturare in una volta sola l’intero genere umano. La tecnica moderna, da quando è diventata una presenza fissa, e sempre più invasiva, nella vita di tutte le persone, a cominciare dai bambini, gli ha offerto l’occasione lungamente cercata. Per mezzo di essa, egli si è insinuato nell’intimità domestica, ha dominato i pensieri degli uomini per ventiquattro ore al giorno, e, soprattutto, li ha disabituati a sentire da esseri umani. Via la coscienza del bene e del male, via il pentimento o il rimorso dopo una cattiva azione, solo la tecnica pura, il rapporto redditizio fra guadagni e perdite: quale inferno migliore di questo? E l’abbiamo fatto noi…

 

Francesco Lamendola

 

 
M5s nichilista PDF Stampa E-mail

21 Luglio 2017

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Da Appelloalpopolo del 14-7-2017 (N.d.d.)

 

Una rivista, una associazione, un movimento, un partito, hanno sempre avuto origine da alcune idee, eccellenti o pessime, innovative o antiche, ma sempre hanno avuto origine da idee che si volevano diffondere. I partiti sono sempre nati sulla base di un manifesto, un programma, una mozione che esprimeva fini e valori da realizzare. Invece, il M5S non è un movimento fondato su idee. Esso è basato sulla tecnica, su una tecnica – la piattaforma per votare elettronicamente – che avrebbe concesso a tutti gli iscritti al blog di scrivere il programma, che infatti, venne scritto “sulla rete”. Chi prese l’iniziativa, almeno apparentemente, si disinteressava del programma e lo lasciava scrivere “alla rete”, che astrattamente avrebbe potuto sancire la prevalenza di qualsiasi posizione politica. Salvo le due tecniche della democrazia diretta e della piattaforma elettronica, non vi erano fini da realizzare. Il fine era affermare una tecnica, utilizzabile per infiniti scopi. Le idee dunque erano irrilevanti: sarebbero state quelle che la rete avrebbe scelto, di centro, di destra, di sinistra, miste, coerenti o incoerenti, profonde o superficiali, concrete o astratte, realizzabili o non realizzabili, nell’ambito della Costituzione o di critica anche radicale alla Costituzione, per la estinzione dell’Italia in uno Stato europeo o per il recupero pieno della sovranità nazionale nei confronti dell’Unione europea.

 

 Questo era il principio fondativo del M5s; questo principio occorre indagare per conoscere il M5S. La peculiarità del M5S non è, come crede qualche ex iscritto rimasto deluso, che le idee non erano in realtà irrilevanti, perché sulla piattaforma qualcuno interveniva a inserire, a far votare e a far vincere emendamenti, senza possibilità di controllo da parte dei partecipanti. Per conoscere l’essenza del M5S questa ipotesi, quand’anche corrispondesse al vero, sarebbe del tutto irrilevante. Nemmeno assume rilievo, per individuare l’essenza del M5S, il fatto che il programma sia stato poi cestinato o messo nel dimenticatoio con una decisione verticistica, che, alle elezioni nazionali del 2013, lo sostituì con pochi scarni punti lunghi una o due righe, ossia con slogan. Il fatto ben più rilevante e decisivo è che chi ha progettato il M5S voleva che fosse chiaro a tutti che in quel movimento le idee erano irrilevanti: la tecnica poteva riempirsi di qualsiasi contenuto. Così il M5S doveva apparire agli interessati, agli avversari e ai cittadini tutti; così si voleva che apparisse; questa era la volontà dei promotori. Orbene, un movimento che nasce affermando che le idee sono irrilevanti, che esse saranno quelle che decideranno coloro che vorranno utilizzare la tecnica della piattaforma informatica e cambieranno con il tempo in base alle decisioni che emergeranno dalla piattaforma informatica, vuole essere il nulla o almeno apparire il nulla (apparire se in realtà la piattaforma è pilotata, o se il vertice disattende il programma, ecc. ecc.). La irrilevanza dei valori o fini per i quali si agisce e la fede nella tecnica che si presta a realizzare indefiniti scopi è esattamente ciò che si intende per nichilismo.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Cuori in fuga PDF Stampa E-mail

20 Luglio 2017

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Da Rassegna di Arianna del 18-7-2017 (N.d.d.)

 

La scorsa domenica mi sono ritrovato a metà mattina steso sul letto ad ascoltare i vecchi motivetti della pubblicità Barilla di fine anni 80-inizio 90, mentre i miei figli, ignari della delicatezza del momento, mi saltavano addosso incuranti. Era una delle solenni liturgie che da italiano all’estero coltivo con rigore quasi involontario, con predilezione per quei simboli che rievocano momenti di sicurezza a cavallo tra gli anni dell’infanzia e della preadolescenza. Un bisogno di radici inderogabile, ma di continuo frustrato dalla difficoltà (impossibilità?) di un agognato ritorno, trasformandosi così in una sorta di patetica ricerca di scappatoie auto-consolatorie.

 

Siamo sempre di più ad andarcene. Secondo un recente rapporto Ocse, l’Italia è ottava a livello mondiale come Paese d’origine di migranti. La sensazione per le vie di Londra me lo conferma: bazzicandoci a intervalli regolari dal 2001, non avevo mai sentito parlare così tanto italiano intorno a me. Si potrebbe ormai quasi menar vita senza parlare inglese, creare interi circuiti sociali su misura, e se non è ancora come lo spagnolo a New York, siamo sulla buona strada. Ciò non mi rallegra affatto, anzi è motivo di ulteriore sconforto. L’ottava potenza economica mondiale ha visto andarsene nel solo 2016 circa 285 mila persone, un esodo ormai paragonabile a quello del dopoguerra. Si svuotano i paesi, privando la provincia italiana di leve giovani in un contesto demografico già critico, ma iniziano a sgonfiarsi anche i centri urbani, sempre meno capaci di far fronte all’esigenza di lavoro tra i nostri millenials. Una delle maggiori economie del mondo non riesce cioè a trattenere i propri giovani, a dargli un orizzonte di vita decente, a mettere a frutto le risorse erogate per la loro formazione. Non è solo un problema economico, ma in primis umano. Che i desiderosi di avventure e incontri nuovi vogliano fare esperienze altrove è un’esigenza fisiologica metastorica che interessa tipicamente segmenti ridotti della popolazione. Che intere città trasmigrino ogni anno all’estero perché private di opportunità è un dramma contingente, che coinvolge la comunità nazionale tutta. Il fenomeno riceve tuttavia una copertura fuorviante dai mezzi di informazione: all’emigrazione si preferisce sempre e solo immigrazione, fatta eccezione per quando viene pubblicata qualche statistica che fa gridare allo scandalo – che puntualmente dura due giorni e viene poi archiviato. Di certo, gli sbarchi sulle nostre coste sono ben più vistosi e drammatici di ordinate partenze su voli low cost, ma non per questo meno importanti per comprendere cosa stia accadendo oggigiorno nel nostro Paese. Tuttavia, c’è un’ulteriore e ben più grave responsabilità da parte di chi orchestra e incasella il flusso delle notizie. All’opinione pubblica è stato infatti insinuato il discorso dei cervelli in fuga, una narrazione tossica che sposta l’attenzione dalla radice del problema. Secondo questa retorica, la questione si esaurirebbe in un drenaggio delle nostre migliori menti, ostacolate da baroni universitari nepotisti e aziende incapaci di valorizzare le abilità dei giovani più dotati. Si parla di quel merito che l’Italia, invece di mettere in luce, farebbe scontare come un peccato. Così facendo, si spaccia una parte per il tutto, ma senza che questa parte sia sufficientemente rappresentativa del tutto. A migrare, infatti, non sono solo grandi menti spesso effettivamente boicottate, ma anche e soprattutto gente che pratica professioni comuni: baristi, infermieri, panettieri, muratori, giovani ancora alla ricerca della propria vocazione così come tanti lavoratori cognitivi che non sono necessariamente dei fenomeni. Se c’è una cosa odiosa è quella di separare i destini dei primi dai secondi, cercando di imporre delle storie individuali su un fenomeno collettivo. Non cervelli dunque, ma cuori in fuga. Tant’è vero che alla base dell’intera faccenda non c’è la stoltezza di chi non sa che farsene dei giovani più brillanti, che pur andrebbe combattuta. C’è il disegno oligarchico di governi che scuciono miliardi di euro per salvare istituti finanziari con l’acqua alla gola e ritornarli poi a banchieri senza scrupoli, ma non iniettano quei miliardi necessari per creare lavoro, fare politiche industriali, ridare linfa a un sistema economico atrofizzato e restituire dignità a quei milioni di persone che, emigrate o meno, sono cresciute in quegli anni 80-90 nell’inganno di poter accendere un mutuo e crescere a loro volta dei figli in maniera dignitosa nel proprio Paese. D’altronde, anche le questioni “baronili” passano per questo snodo: è solo nella scarsezza di risorse che possono vegetare ed espandersi i despoti che centellinano arbitrariamente i posti disponibili. Il fenomeno dei cuori in fuga colpisce tutti, indistintamente. Colpisce i nostri genitori, che si vedranno privati dalla più preziosa delle compagnie, specialmente negli anni più critici della loro esistenza; colpisce noi, costretti a lasciare tutto e tutti e a soffrire di una malinconia strisciante; colpisce i nostri figli, che cresceranno pensando all’Italia come al Paese esotico di mamma e/o papà, senza magari saper cucinare nemmeno una pasta.

 

Samuele Mazzolini

 

 
Antifascisti a fascismo morto PDF Stampa E-mail

19 Luglio 2017

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Da L’intellettuale dissidente del 13-7-2017 (N.d.d.)

 

Partiamo dal principio. Qual è l’essenza storica e ideologica del fascismo, la sua origine e il suo nocciolo? La violenza – di strada, paramilitare, organizzata, sistematica, eretta a metodo e ideale, che proveniva dal trauma inedito della Prima Guerra Mondiale, coi reduci delusi e i giovani ribelli all’ordine costituito – con cui una forza politica dittatoriale, ultranazionalista, imperialista, socialisteggiante (più nelle idee che nei fatti) sopraffece e represse chiunque si opponesse al suo cammino. Un’idea e una prassi liberticida, fin dagli inizi. Durante il Regime, chi osava esprimere pubblicamente un’opinione in contrasto con l’ideologia di Stato finiva, come minimo, sotto osservazione, oppure in carcere o, nei casi più di aperto antifascismo, al confino. Chi non aveva la tessera del partito non lavorava, o poteva incontrare grossi problemi professionali, se non di mera sopravvivenza. Dopo il primo periodo di brutalità squadriste, su tutto e tutti vigilava, occhiuta e capillare, la polizia segreta (Ovra), con la sua tentacolare rete di agenti, informatori e spie. Uno Stato di polizia in piena regola, sia pur senza gli eccessi e la ferocia di quello nazista e stalinista (le condanne inflitte dal Tribunale Speciale furono neanche cinquemila, di cui 42 a morte: sempre tante, sempre troppe, ma imparagonabili ai numeri dei lager e dei gulag).

 

Il fascismo è stato un fenomeno storico, concluso nel 1945 con la fine della sua ultima metamorfosi, la Repubblica Sociale Italiana, mesto epilogo della parabola mussoliniana. La Costituzione della nuova Repubblica fu scritta da antifascisti che avevano patito la galera o l’esilio, e col sangue ancora fresco dei morti dell’una e dell’altra parte, stabilì il divieto di ricostituzione del partito fascista (XII Disposizione Transitoria), che trovò poi applicazione con una legge ordinaria del 1952, la famosa legge Scelba contro l’apologia di fascismo. I costituenti, che erano persone mediamente serie, la definirono appunto “transitoria”, perché ogni fatto della Storia transita, cioè scorre e passa nel flusso degli eventi e dei cambiamenti sociali e culturali. Se all’indomani della Resistenza era comprensibile e giustificabile, già negli anni ’60 e ’70, nonostante la guerriglia politica nelle città, c’era chi, come il socialista Lelio Basso, si interrogava sull’antifascismo di maniera, o chi, come Pasolini, lo considerava una battaglia fuori bersaglio, perché l’oppressione di allora, sosteneva con lungimiranza, era il subdolo capitalismo consumistico ed edonistico. Senza contare l’atteggiamento pragmatico del Partito Comunista di Togliatti, che spinse per un’applicazione morbida della legislazione punitiva, dopo aver promosso l’amnistia per gli ex fascisti (in certi casi invereconda, ad esempio per prefetti torturatori e “gerarchetti” approfittatori). Oggi, sulla scia della lezione pasoliniana ma prima ancora di banale senso storico, si può tranquillamente dire che un pericolo fascista non c’è e non può esserci. I fatti storici non si ripetono mai, se non, diceva il buon Marx, in forma di farsa (e il titolare del lido Punta Canna a Chioggia lo prova come meglio non si potrebbe: l’immaginario nazifascista ridotto a discorsi confusi e scritte parodistiche, per bagnanti unti e muscolosi che, dice chi c’è stato, lo faceva sembrare più una spiaggia gay friendly che un avamposto dell’eversione nera). Eppure l’antifascismo, che essendo anti aveva senso quando c’era un fascismo da combattere, emana ancora un potente richiamo. Il motivo è che siamo rimasti orfani di ideologie forti, che con i loro miti, riti e liturgie fornivano una fede religiosa, o anche solo un immaginario totalizzante buono per infondere forza mitologica (i simboli, i personaggi, le storie e le leggende) a quelle quattro idee, rozze e sempliciotte, che ha in testa l’arrabbiato comune. Questo vale sia per i sedicenti neofascisti, sia per gli antifascisti in servizio permanente effettivo. Gli uni si sostengono agli altri, gli uni hanno bisogno degli altri: si perpetua così una lotta fra due movimenti storici che non hanno più nulla a che vedere con i problemi della realtà odierna, se non appunto nel vuoto di grandezza, eroismo, epopea e sentimenti primordiali (la necessità animale di avere un nemico) in cui la noia post-moderna si impantana. E che in mancanza di sostituti più aggiornati, viene riempito da questi surrogati vecchi di settant’anni. Ma un antifascista coerente, soprattutto un antifascista che voglia dirsi un vero democratico dovrebbe trovare ripugnante ricorrere alle leggi e al questore per reprimere le opinioni che egli non concepisce. Purtroppo a sinistra si sono dimenticati il sano storicismo marxista, che prevedeva di attualizzare analisi e giudizi secondo l’evolversi della società, non di vivere nella nostalgia, trasformando la memoria in feticcio. E soprattutto non si accorgono che tappare la bocca è esattamente quanto faceva il fascismo. Che almeno, perciò, abbiano la decenza e il coraggio di ammetterlo: “non siamo democratici, la democrazia va bene ma con il limite che decidiamo noi”. È il vecchio vizio liberale: già Locke, padre del liberalismo, predicava l’intolleranza verso gli intolleranti. Gli antifascisti a fascismo morto non sono altro che liberali. Ma non sono democratici. La democrazia ha valore solo se permette il conflitto a tutti, ad armi pari, pacificamente. Altrimenti è solo dittatura della maggioranza. E se oggi la maggioranza è antifascista, domani potrebbe essere fascista. E le parti si rovescerebbero, ma a sistema invariato. La verità è che chi invoca il bavaglio e la censura teme la diversità, il diverso da sé. È, in fondo, un vile da due soldi, un debole d’intelletto e di volontà, un’anima piccola, gretta, faziosa. Ha paura della libertà, che come ogni cosa ha il suo prezzo: deve valere anche per chi la nega. Altrimenti non è libertà, è arbitrio e legge del più forte. Che può imporsi con la violenza pura, come fecero i fascisti, o con la violenza legale, come vorrebbero oggi gli antifascisti alla Fiano, emanando apposita legge. Ma che sempre sopraffazione rimane.

 

Ps: un pensiero agli amanti del “citazionismo” che hanno riesumato la frase di Giacomo Matteotti, “il fascismo non è un’opinione, è un crimine”. Detta dal deputato socialista che venne poi assassinato, pronunciata in quel periodo e in quel contesto, con le squadracce che picchiavano e ammazzavano, era un’affermazione con un significato pieno e puntuale. Era, dal suo punto di vista di oppositore, vera al mille per mille. Ma oggi, che conosciamo l’intero sviluppo del fascismo, bollarlo semplicisticamente come criminale è un’idiozia. Criminali allora diventano gli italiani che vi parteciparono e credettero, cioè una buona parte. Criminali andrebbero considerati individui di una certa levatura che vi aderirono, Pirandello, Mascagni, Ungaretti, Vittorini, Malaparte, Maccari, Montanelli, solo per fare qualche nome. Criminali o frutto di un crimine diventa ciò che Mussolini e i suoi realizzarono in vent’anni, e che durò dopo di loro (si pensi solo all’economia, con l’Iri, le banche pubbliche, la politica agricola). Per tutto il resto, c’è il codice penale vigente. Lasciamo stare la povera salma di Matteotti, ormai sbrindellata a forza di girarla e rigirarla a proprio favore. Lasciamo che i morti seppelliscano i morti, e ricordiamoci del passato solo se serve per capire il presente, non per schiacciarlo sotto il peso dei fantasmi. Quanto a fasci e nazisti dell’Illinois, anziché nascondersi dietro i tribunali, un vero antifascista dovrebbe imitare i fratelli Blues: sberleffo e via. Una pernacchia ci salverà.

 

 Alessio Mannino

 

 
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