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Rivoluzione e Terrore PDF Stampa E-mail

29 Luglio 2015

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Da Comedonchisciotte del 26-7-2015 (N.d.d.)

 

Negli ultimi mesi siamo stati costretti a testimoniare una farsa umiliante in atto in Europa. La Grecia, che una prima volta fu accettata nell'Unione Monetaria Europea sotto false premesse, ma che fu poi gravata con livelli eccessivi di debito, quindi mutilata attraverso l'imposizione di austerità, finalmente ha fatto qualcosa: i Greci hanno eletto un governo che ha promesso di scuotere le cose. La piattaforma del partito Syriza ha avuto i seguenti assi nella manica, che erano abbastanza rivoluzionari nel loro spirito.

    - Porre fine all'austerità e mettere l'economia greca su un percorso verso il recupero della situazione economica.

   - Alzare l'imposta sul reddito al 75% per tutti i redditi oltre 500.000 Euro, adottare una tassa sulle transazioni finanziarie e una tassa speciale sui beni di lusso.

   - Ridurre drasticamente le spese militari, chiudere tutte le basi militari straniere sul suolo greco e ritirarsi dalla NATO. Terminare la cooperazione militare con Israele e sostenere la creazione di uno Stato palestinese entro i confini del 1967.

   - Nazionalizzare le banche.

   -  Attuare riforme costituzionali per garantire il diritto all'istruzione, all'assistenza sanitaria e per l'ambiente.

   - Tenere referendum sui trattati e altri accordi con l'Unione europea.

Di questi, solo l'ultimo punto è stato implementato: s’è fatto un referendum che ha risposto un sonoro "No!" alle richieste UE di maggiore austerità con relativi smantellamento e svendita dei beni pubblici greci. Ma molto meno è stato discusso del fatto che i risultati di questo referendum sono stati poi ignorati.

Ma il problema è iniziato prima di allora. Dopo essere stati eletti, i rappresentanti di Syriza sono andati a Bruxelles per negoziare. I negoziati sono andati così: Syriza ha avanzato un'offerta; i funzionari dell'Unione europea non hanno esitato a respingerla, e avanzare le proprie richieste per più austerità; Syriza avrebbe fatto un'altra offerta, ed i funzionari dell'Unione europea l’hanno pure respinta e avanzato le proprie richieste di austerità ancora più che nel turno precedente di negoziati; e così via, fino alla capitolazione greca. Tutto quello che i funzionari dell'UE hanno dovuto fare per costringere i Greci a capitolare è stato fermare il flusso di euro alle banche greche. Bei rivoluzionari, questi di Syriza! Paiono più simili ad un barboncino da salotto che sta cercando di negoziare un poco più di crocchette da versare nella sua ciotola, sempre se piacerà al padrone di farlo. Stathis Kouvelakis (un membro di Syriza) ha riassunto la posizione del governo greco: "Ecco il nostro programma, ma se troviamo che la sua attuazione non è compatibile con mantenimento dell'euro, allora faremo bene a non pensarci più".

Non è che le rivoluzioni non avvengano più. Ad una sola nazione di distanza dalla Grecia c'è una rivoluzione piuttosto fortunata che si va dispiegando mentre parliamo: quello che era l'Iraq del Nord e la Siria è infatti ora controllato dal regime rivoluzionario variamente noto come ISIS / ISIL / Daesh / Califfato islamico. Possiamo infatti dire che si tratta di una vera e propria rivoluzione a causa del suo uso del terrore. Tutti i rivoluzionari meritevoli di utilizzo di tale nome, “terrore” e quello che generalmente dicono essere il loro terrore è in risposta al terrore dell'ordine preesistente che cercano di rovesciare, o il terrore dei loro nemici controrivoluzionari. E per terrore intendo omicidio di massa, esproprio, esilio e la presa di ostaggi. Solo per capirci bene, vorrei sottolineare in via preliminare che io non sono un rivoluzionario. Sono un osservatore e commentatore su ogni sorta di cose, tra cui le rivoluzioni, ma ho scelto di non partecipare. Restare osservatore e commentatore vuol dire salvarsi la pellaccia, e il mio programma personale di longevità mi richiede di girare bene al largo da tutte le rivoluzioni, perché, come ho appena detto, le rivoluzioni comportano omicidio di massa.

Nel caso della rivoluzione francese, tutto è cominciato con liberté-égalité-fraternité, e ha proceduto poi rapidamente alla guillotine. La rivoluzione russa del 1917 rimane però il miglior marchio di fabbrica che definisca la rivoluzione. Lì, grazie a zio Beppone (Stalin NdT), il cosiddetto "terrore rosso" è andato avanti e ancora avanti, alla fine causando milioni di vittime. Mao e Pol Pot sono anche parte di quel pantheon rivoluzionario. La rivoluzione americana non è stata una rivoluzione vera e propria perché trattavasi di padroni di schiavi, sponsor di genocidio con pirateria internazionale, i quali sono rimasti al potere sotto la nuova amministrazione. Né il putsch in Ucraina del febbraio 2014 si qualifica come una rivoluzione perché è stato un rovesciamento violento imposto dall'esterno del governo legittimo con l'installazione di un regime fantoccio degli Stati Uniti, ma, come nelle colonie americane, la stessa banda di ladri- qui ucraini, gli oligarchi, continuano a rubare a man bassa nel paese esattamente come prima. Ma se i teppisti nazisti dal "Settore Destro" prendono il sopravvento e uccidono gli oligarchi, i funzionari del governo di Kiev e le loro guardie del corpo dal Dipartimento di Stato USA / CIA / NATO, e quindi procederanno con una campagna di "terrore bruno" in tutto il paese, allora inizierò a chiamarla rivoluzione.

Il fatto che vi siano omicidi di massa non fa automaticamente etichettare come tale una rivoluzione: bisogna prendere nota di chi sta venendo ucciso. Quindi, se i morti sono costituiti da un sacco di volontari, reclute, mercenari, più un sacco di civili anonimi, non è ancora una vera rivoluzione. Ma se i morti includono un buon numero di oligarchi, amministratori delegati di grandi aziende, banchieri, senatori, deputati, funzionari pubblici, giudici, legali consulenti aziendali, ufficiali militari di alto rango, allora sì, che sta cominciando a sembrare una vera e propria rivoluzione.

Ben altro che grandi enormi pozze di sangue disseminate di cadaveri di alti rappresentanti dell'ancien régime, una rivoluzione richiede anche una ideologia da corrompere e pervertire. In generale, l'ideologia che hai è quella con cui fai la rivoluzione. È ovvio che se non si dispone di una ideologia, non è davvero una rivoluzione. Ad esempio, i coloni americani non avevano ideologia, solo alcune richieste. Non volevano pagare le tasse alla corona britannica; non volevano mantenere truppe britanniche; non volevano limiti al ​​commercio di schiavi, e non volevano restrizioni ai profitti dalla pirateria in alto mare. Questa non è una ideologia; questo è solo semplice vecchia avidità. Coi "rivoluzionari" Ukie, la loro "ideologia" più o meno si riduce ad un mero "l'Europa è meravigliosa" e "I russi fanno schifo." Questo non è un'ideologia o chissà che: il primo è un pio desiderio, il secondo è semplice bigottismo.

Prendendo l'esempio di ISIS / ISIL / Daesh / Califfato islamico, sono islamisti, e così l'ideologia   ad essere corrotta e perversa è l'Islam, con la sua legge della Sharia. Come? Degli studiosi islamici seri sono stati da me consultati per compilare questa lista top-ten di precetti genuini islamici:

1. È obbligatorio considerare gli yazidi (setta para-islamica con componenti gnostiche NdT) come "una gente della Scrittura".

2. È vietato nell'Islam negare alle donne i loro diritti.

3. È vietato nell'Islam costringere la gente a convertirsi.

4. È vietato nell'Islam oltraggiare i morti.

5. È vietato nell'Islam distruggere le tombe e santuari di profeti e simili.

6. È vietato nell'Islam maltrattare o creare lesioni a cristiani o a qualsiasi "gente della Scrittura".

7. jihad nell'Islam è una lotta puramente difensiva. Non è ammissibile senza giusta causa, giusto scopo, e le giuste regole di comportamento.

8. È vietato nell'Islam uccidere emissari, ambasciatori e diplomatici - quindi è proibito uccidere giornalisti e operatori umanitari.

9. La fedeltà alla propria nazione è permessa dall'Islam.

10.È vietato dall'Islam dichiarare un califfato, senza il consenso di tutti i musulmani.

Ma, come Lenin notoriamente ha detto, "Se volete fare una frittata, si deve essere disposti a rompere qualche uovo” E se si vuole fare una rivoluzione, allora si deve essere disposti a pervertire la tua ideologia. Quegli studiosi islamici che con entusiasmo esclamano: "Non è l'Islam! L'Islam è una religione di pace e tolleranza" mancano il punto cruciale: l'ideologia di ISIS / ISIL / Daesh / Califfato islamico è ancora Islam, rivoluzionario ma Islam.

L'esempio di ISIS / ISIL / Daesh / Califfato islamico è attinente al tema della Grecia, perché è un esempio contemporaneo di quello che è sicuramente una rivoluzione, ed è in atto ad un solo paese di distanza dalla Grecia. Ma l'ideologia di Syriza non è l'Islam, è il socialismo, e filosoficamente loro sono marxisti. E così ecco un esempio migliore per Syriza da seguire, dovessero mai smettere improvvisamente di essere barboncini patetici dell'Europa per indossare il mantello di impavidi eroici rivoluzionari; quell’esempio è quello ancora della buona vecchia rivoluzione russa del 1917.

Come ho già detto, uno degli strumenti più importanti di una rivoluzione è il terrore. In Russia, terrore rivoluzionario è stato chiamato "terrore rosso", che, i rivoluzionari hanno sostenuto, è nato in opposizione al "terrore bianco" del regime imperiale russo, con il suo fanatismo razzista (agli ebrei non era consentito vivere liberi in nessuna delle grandi città), numerose forme di oppressione, alcune importanti, altre molto piccole, e dilagante corruzione. Una caratteristica interessante della rivoluzione russa è che il terrore è iniziato diversi anni prima della botta finale.

Fermiamoci un attimo a considerare perché un terrore rivoluzionario debba essere necessario. Una rivoluzione è un drastico cambiamento nella direzione della società. Lasciata a sé stessa, la società tende a peggiorare le sue cattive tendenze nel tempo: i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, lo stato di polizia diventa ancor più opprimente, la giustizia diventa vieppiù piena di ingiustizie, il complesso militare-industriale produce materiale guerresco sempre meno efficace e che costa sempre più denaro, e così via. Questa è una questione di inerzia sociale: la tendenza che hanno gli oggetti a viaggiare in linea retta in assenza di una forza che agisca con un momento angolare alla sua direzione di movimento. La formula per il momento è

P=MV

dove P è slancio, M è la massa e V è la velocità.

Per fare un cambiamento di rotta radicale, i rivoluzionari devono applicare la forza, contrastando l'inerzia sociale. Per fare in modo che sia alla portata dei loro mezzi limitati per farlo, si possono fare due cose: ridurre V, o ridurre M. Ridurre V è una cattiva idea: la rivoluzione non deve perdere in velocità d’azione. Ma ridurre M è proprio una buona idea. Ora, si scopre che, per quanto riguarda la quantità di impulsi sociali, la maggior parte della massa che dà origine ad essi risiede nelle teste di certe categorie di persone: i funzionari di governo, giudici e avvocati, poliziotti, ufficiali militari, gente ricca, alcuni tipi dei professionisti e così via. Il resto della popolazione è molto meno problematico. Supponiamo allora che alcuni rivoluzionari si presentino loro e dicano che:

    - non devono più preoccuparsi di pagare le tasse (perché vogliamo la confisca dei beni dei ricchi),

    - medicina e istruzione sono ora liberi a tutti,

    - quelli con mutui possono smettere di fare i pagamenti; sono da ora automaticamente proprietari dei loro beni immobili permanentemente

  - gli affittuari ora possiederanno automaticamente il loro luogo di residenza,

    - i dipendenti diventano automaticamente azionisti di maggioranza delle loro imprese,

    - i cittadini devono compilare una domanda se vogliono una (appena liberata) particella di terra da coltivare,

   - c'è una amnistia generale e quindi i loro cari che sono stati rinchiusi stanno per tornare a casa,

   - tessere annonarie saranno emesse per assicurarsi che nessuno cada più nella fame,

   -  i senzatetto stanno per traslocare con coloro le cui abitazioni sono considerate eccessivamente ampie,

    - ora sono loro proprie le forze di polizia ed avranno il compito di pattugliare i quartieri con le guardie rivoluzionarie disponibili come rinforzo, e

    se qualche autorità non rivoluzionaria, siano essi gli ex poliziotti o ex proprietari terrieri, venissero intorno a dar fastidio a qualcuno, questi traditori e impostori dovranno affrontare la rapida giustizia rivoluzionaria sul posto.

La maggior parte delle persone normali potrebbe pensare che tutto questo è bene e ci conviene. Tuttavia, i funzionari governativi, la polizia, ufficiali militari, giudici, pubblici ministeri, i ricchi la cui proprietà è da confiscare, dirigenti aziendali e gli azionisti, quelli che vivono di grasse pensioni aziendali o governative, ecc, sarebbero senza dubbio a pensare il contrario. La soluzione rivoluzionaria è quella di prenderli come ostaggi, spedirli in esilio, e, per fare da esempio coi più recalcitranti e ostruttivi, ucciderli. Ciò riduce drasticamente M, permettendo ai rivoluzionari di effettuare drastici cambiamenti di rotta anche mentre nel contempo V aumenta. Ho compilato questa lista perché sarebbe facile come mangiarsi un pezzo di torta, bere un bicchiere d’acqua, un gioco da ragazzi insomma. Ma mi manca la voglia irrefrenabile di distruggere le uova e pure non ho appetito insaziabile per le omelettes. Come ho già detto, io non sono un rivoluzionario, son solo un osservatore.

Scorrendo sulla rivoluzione russa, dal 1901 al 1911, ci sono stati 17.000 tali vittime. Nel 1907, il numero medio era di 18 persone al giorno. Secondo i dati della polizia, tra il febbraio 1905 e il maggio 1906, ci sono stati tra le vittime:

    8 governatori

    5 vice-governatori e altri amministratori regionali

    21 capi della polizia, sindaci di comuni e guardie

    8 alti ufficiali di polizia

    4 generali

    7 ufficiali d’esercito

    79 ufficiali giudiziari

    125 ispettori

    346 agenti di forze dell’ordine

    57 poliziotti

    257 guardie private

    55 personale in servizio di polizia

    18 agenti di sicurezza dello Stato

    85 dipendenti pubblici

    12 membri del clero

    52 agenti di governo rurali

    52 proprietari terrieri

    51 proprietari e direttori di fabbrica

    54 banchieri e uomini d'affari

Chiaramente, questi atti terroristici devono aver avuto qualche effetto non trascurabile nell’ ammorbidire coloro cui erano destinati, rendendo il governo facile da rovesciare. Questo non è stato un incidente casuale, ma una questione di politica rivoluzionaria ben articolata. Il concetto di "terrore rosso" è stato introdotto da Zinaida Konoplyannikova, maestrina di scuola di campagna, che dapprima riceve le attenzioni della polizia per il suo essere atea dichiarata, e che fu poi condannata come terrorista per l’esecuzione di un famigerato maggior-generale, a bruciapelo. Al suo processo, nel 1906, ha detto: "Il Partito ha deciso di contrastare il terrore bianco, ma col sangue, terrore bianco del governo contro terrore rosso ..." È stata giustiziata per impiccagione quello stesso anno, a 26 anni.

Dopo la rivoluzione, il terrore rosso divenne la politica del governo. Ecco la risposta di Lenin quando interrogato dai membri del partito comunista sui suoi "metodi barbari": "Io ragiono in modo sobrio e categoricamente: che cosa è meglio, tra imprigionare poche decine o centinaia di provocatori, colpevoli o innocenti che siano, consapevoli o inconsapevoli, o perdere migliaia di soldati e lavoratori? È meglio la prima. Lasciate pure che mi accusino di eventuali peccati capitali e violazioni della libertà - mi dichiaro colpevole, ma gli interessi dei lavoratori devono prevalere. "

Trotsky ha prodotto una definizione particolarmente croccante di "terrore rosso". L’ha definito come "un'arma da utilizzare contro una classe sociale che è stata condannata all'estinzione, ma che si ostina a non morire."

Le stime sul numero esatto delle vittime del "terrore rosso" variano. Robert Conquest ha affermato che tra il 1917 e il 1922 i tribunali rivoluzionari hanno terminato 140.000 persone. Ma lo storico O.B. Mozokhin, dopo studio approfondito dei dati disponibili dagli archivi del governo, ha messo il numero a non più di 50.000. Egli ha anche notato che le esecuzioni erano l'eccezione piuttosto che la regola, e che la maggior parte dei giustiziati sono stati condannati per atti criminali, piuttosto che politici.

Ma questo era niente in confronto a quello che Stalin ha scatenato in seguito. Il fondamento ideologico del terrore di Stalin era "intensificazione della lotta di classe al culmine della costruzione del socialismo", che ha articolato al plenum del Comitato Centrale nel luglio del 1928. Secondo la sua logica, l’URSS era economicamente e culturalmente sottosviluppata, circondata da Stati capitalisti ostili, e fino a quando ci è rimasta la minaccia di un intervento militare straniero avente l'obiettivo di ristabilire l'ordine borghese, solo la distruzione preventiva dei resti degli "elementi borghesi" poteva garantire la sicurezza e l'indipendenza dell'URSS. Questi elementi comprendevano pure poliziotti, funzionari di governo, clero, proprietari terrieri ed ex uomini d'affari. Il picco della repressione di Stalin si è verificato nel 1937 e 1938. Nel corso di questi due anni 1.575.259 persone sono state arrestate, di cui 681.692 fucilate.

Si può essere perdonati per pensare a Stalin come a un assassino psicopatico, cosa che era di certo, ma soprattutto fu un competente e sufficientemente spietato capo di uno stato rivoluzionario. Per un regime rivoluzionario, uccidere troppe persone è raramente un problema, mentre un tasso di omicidi troppo basso può facilmente rivelarsi fatale. Per andare sul sicuro, un rivoluzionario deve sempre peccare per eccesso nell’omicidio. Questo atteggiamento tende a pervadere l'intera piramide del potere: se si dava a Stalin un memorandum raccomandando che 500 sacerdoti venissero fatti fuori, lui passava una riga sul 500 e ci metteva 1000 a matita rossa, allora era proprio meglio trovare in fretta 500 sacerdoti in più cui sparare, o il numero diventava 1001 e si comprende chi era quello in più….

Questa garanzia di sicurezza e indipendenza sembrava tenére. Dopo tutto, c'è stata una successiva invasione da parte d’uno Stato capitalista ostile borghese (Germania) e l'ordine borghese fu temporaneamente ristabilito sui territori occupati. Ma non c'era rimasto nessuno a istigare la ribellione anti-rivoluzionaria altrove in URSS perché la maggior parte degli aspiranti controrivoluzionari erano ormai morti. Naturalmente, questo ha preteso un tributo terribile dalla società. Ecco cosa Putin ebbe da dire a proposito di "terrore rosso": "Pensate agli ostaggi che sono stati fucilati durante la guerra civile, la distruzione di interi strati sociali come il clero, i contadini benestanti, i cosacchi. Simili tragedie si sono ripresentate più di una volta nel corso della storia dell'umanità. Ed è sempre successo quando gli ideali che dapprima avevano valore ma in definitiva erano vuoti sono stati rimossi al di sotto del valore principale della vita umana, cioè i diritti e le libertà dell'uomo. Per il nostro Paese questo è particolarmente tragico, perché la scala era colossale. Migliaia, milioni di persone sono state distrutte, mandati nei campi di concentramento, colpite, torturate a morte. E queste erano principalmente persone che avevano le proprie opinioni, che non avevano paura di esprimere. Queste erano persone del fior fiore della nazione. Anche dopo tanti anni sentiamo l'effetto di questa tragedia su noi stessi. Dobbiamo fare molto per fare in modo che questo non si scordi mai. "

Dato che il prezzo è così alto, forse non sarebbe meglio dopo tutto che ce ne stiamo seduti in silenzio, permettendo ai ricchi di diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, osservando svogliatamente come l'ambiente venga completamente distrutto dagli industriali capitalisti in cieco perseguimento del profitto, e infine in posizione prona, baciatoci da soli il culo ci diamo un dolce addio e si crepa? Buona fortuna a voi se tentate di vendere l'idea a giovani teste calde radicalizzate che non hanno nulla da perdere - tranne forse che capiti a voi, se vi capita di stargli tra i piedi mentre son lì intenti a rivoluzionare il mondo! No, la rivoluzione è qui per restare, e una delle sue armi principali è il terrore. Non importa quanto bene ci si ricorderà, l'annientamento degli elementi sociali controrivoluzionari è destinato a ripresentarsi.

Tornando alla Grecia e Syriza: e se Syriza non fosse stata solo una razza particolarmente morbidosa di Eurobarboncini in miniatura ma invece dei rivoluzionari veri e genuini, pronti a fare qualsiasi cosa? Come si sarebbero comportati in modo diverso? E quale sarebbe stato il risultato? Beh, una cosa che viene in mente subito è che non avrebbero cercato di rimanere nella zona euro ma avrebbero cercato di distruggerla. La soluzione è semplice: no Eurozona- no euro - no debito-FINE!! C'è un principio generale da non scordarsi mai: mai accettare la responsabilità per ciò che non si può controllare. Parlando per esperienza, si supponga di invitare un idraulico a ripararvi il bagno, e l'idraulico ritiene che la toilette sia stata pasticciata irrimediabilmente da un dilettante incompetente. In questa situazione, la cosa professionale per l'idraulico da fare è demolire completamente tale WC. Ora la soluzione diventa semplice: installare un nuovo gabinetto.

Ecco un semplice uno-due che la Grecia avrebbe potuto rifilare invece dei suoi inutili tentativi di trattativa:

1. immediatamente annunciare una moratoria a tempo indeterminato su tutti i rimborsi del debito, prendendo la posizione che la Grecia non ha creditori legittimi all'interno della zona euro, perché è tutto questione di frode finanziaria ai più alti livelli. Dopo alcuni mesi, le false entità finanziarie da bail-out che convertono magicamente il debito-spazzatura dell'Eurozona in titoli con rating AAA (perché sono garantiti dai governi dell'Eurozona) sono costrette a cancellare il debito greco. A loro volta, i governi dell'Eurozona, essendo praticamente in bolletta, esitano ad effettuare un loro rifinanziamento a partire dai loro bilanci nazionali, dimostrando al mondo che le loro garanzie non valgono la carta su cui sono scritte. Segue una implosione. Poco dopo, l'euro va in estinzione, e con essa tutto il debito dell'Eurozona.

2. Avviare la stampa di euro senza l'autorizzazione da parte della Banca centrale europea. Quando accusati di contraffazione, rendere la contraffazione più difficile da rilevare cambiando la lettera nella parte anteriore del numero di serie da Y (per la Grecia) a X (Germania). Sommergere la Grecia e il resto della zona euro con queste fittizie contraffazioni (ma tecnicamente perfette) di banconote in euro. Come precipita l'euro in termini di valore, istituire razionamento alimentare e tessere annonarie. Alla fine, la conversione da Euro ora svalutato e degradato a una dracma recentemente reintrodotta e ristabilire legami commerciali con gli ex paesi della zona euro ora "liberati" con accordi commerciali basati sul baratto e scambi in valuta locale, con infine le riserve auree utilizzate per correggere eventuali squilibri minori.

Questo potrebbe essere stato fatto senza alcun "terrore rosso"? Lo dubito. La Grecia è molto piena di oligarchi; anche il celebre ex ministro economico di Syriza Yanis Varoufakis è il figlio di un magnate dell'industria. Gli oligarchi e ricconi Greci avrebbero dovuto essere arrestati in massa e detenuti come ostaggi. Numerose persone nel governo e nelle forze armate avrebbero uno scrupolo di fedeltà poiché lavorano di fatto per l'Europa, non per la Grecia. Pertanto avrebbero dovuto essere licenziati immediatamente e tenuti in isolamento, agli arresti domiciliari come minimo. Senza dubbio servizi speciali stranieri avrebbero eseguito provocazioni o attentati, alla ricerca di modi di minare il governo rivoluzionario. Ciò avrebbe chiesto misure preventive drastiche per eliminare fisicamente spie e agenti stranieri prima che potessero aver la possibilità di agire. Eccetera. Questo non sarebbe stato un lavoro per mini-barboncini morbidoni. Come Stalin ha notoriamente affermato, "I quadri sono la chiave di tutto." Non si può fare la rivoluzione senza rivoluzionari.

Però, questo compito, a chi spetta? C’è qualcuno che si fa avanti? Lascio la domanda ai lettori.

 

 Dmitry Orlov (traduzione di Roberto Marrocchesi) 

 
Spazzare via il luridume PDF Stampa E-mail

28 Luglio 2015

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Da Il Ribelle, quotidiano on line, del 27-7-2015 (N.d.d.)

 

Prendiamola pure sul serio, l’iniziativa di Alessandro Gassman. Il quale, con un tweet lanciato dall’Uruguay (dove sta girando un film), ha lanciato il seguente appello: «Roma sono io. Armiamoci di scopa, raccoglitore e busta per la mondezza e ripuliamo ognuno il proprio angoletto della città». Così facendo, infatti, «Daremmo un esempio di civiltà a chi ci governa ed a chi ci insulta, ne saremmo fieri ed obbligheremmo l'amministrazione a reagire. Roma è nostra, io da settembre, appena in città, proporrò al mio condominio di dividerci i compiti, e scendo in strada, voglio vederla pulita. Diffondete questa iniziativa, fatelo anche voi, basta lamentarsi, basta insulti, FACCIAMO!».

Magnifico, ma non nella società odierna. E non ci riferiamo soltanto a quella italiana, disastrata e incattivita dal malgoverno politico di ogni colore (o verniciatura), ma a qualsiasi altra realtà imperniata sul modello liberista globale. Nel momento in cui si afferma il sostanziale “tutti contro tutti” dell’economia iper competitiva e fratricida, arrivando persino a teorizzarlo come un benefico impulso a fare del proprio meglio, la collaborazione tra cittadini e autorità pubbliche perde la sua ragion d’essere fondamentale. Che è quella di una piena identificazione reciproca – di natura comunitaria e basata, perciò, sull’avere davvero a cuore le sorti sia collettive sia individuali – e che una volta spazzata via dal trionfo degli “spiriti animali” del mercato si riduce al proprio simulacro. Ossia al mero rispetto delle leggi, o piuttosto al mantenimento di una legalità più o meno di facciata e comunque, vedi gli USA, dagli esiti assai diversi a seconda delle lobby che si è in grado di attivare e degli avvocati che ci si possono permettere.

Stando così le cose, la prima forma di “collaborazione” tra i cittadini non dovrebbe affatto consistere nel dare una mano agli attuali governanti, nell’ingenuo e falsissimo presupposto di agire innanzitutto a proprio vantaggio, ma nello smascherare definitivamente la vera natura dei rapporti tra popolazione e classi dirigenti. In mancanza di questo chiarimento, e di questa potenziale rigenerazione del tessuto sociale e istituzionale, ogni attività di supplenza e volontariato si trasforma, a propria insaputa, nell’esatto contrario di ciò che si ripromette di essere: anziché un’affermazione di altruismo, da parte della celebrata/mistificata “cittadinanza attiva”, un puntello agli egoismi e agli abusi, tanto occasionali quanto strategici, delle oligarchie che hanno occupato lo Stato e usurpato la democrazia.

Se proprio si volesse accogliere l’appello di Gassman, quindi, bisognerebbe farlo dandogli un valore anche metaforico: per ora ripuliamo le strade, ma solo in attesa di ripulire i palazzi del potere. E quando sarà il momento – amici del centrodestra e del centrosinistra – non aspettatevi le cautele, o le sottigliezze, della “raccolta differenziata”: tutto in discarica, per liberarcene in blocco.

 

Federico Zamboni 

 
Ecocentrismo PDF Stampa E-mail

27 Luglio 2015

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Da Rassegna di Arianna del 20-7-2015 (N.d.d.)

 

Ecocentrismo, rispetto dell’ambiente e della dignità umana, bisogno di accordi globali: le parole per rivoluzionare il nostro mondo arrivano da un pulpito che val bene la predica.

Quasi 30 anni fa, nel 1987, usciva il rapporto della commissione Brundtland dal titolo “Our common future”. Si dava per la prima volta una definizione di sostenibilità come “sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”.

Negli anni a seguire eminenti studiosi di diritto ambientale, filosofi, economisti “verdi” e professionisti di vari settori si sono impegnati per ampliare la definizione giungendo ad un includere la natura come soggetto portatore di esigenze proprie, esigenze che vanno tutelate, e hanno sottolineato l’urgenza di una programmazione ultra-decennale per invertire la rotta catastrofica che abbiamo imboccato verso la metà del secolo scorso.

Puntare sull’ambiente, puntare sui giovani, puntare sul futuro. Mai messaggio fu più ignorato.

Le tristi cronache del possibile collasso dell’Unione Europea di questi giorni, con la Grecia stremata e costretta ad ulteriori sacrifici in nome di parametri tecnici che nessun organo elettivo ha stabilito, forniscono un’ulteriore conferma alla totale assenza di buonsenso e lungimiranza delle élites dirigenziali globali. Stati nazionali che, in preda a istinti anacronistici, cercano di sabotarsi a vicenda nell’Era dell’Interconnessione, era che richiederebbe meccanismi decisionali a livello mondiale; burocrati e finanzieri ottuagenari disposti a sacrificare milioni di ragazzi che si affacciano al mondo pur di non essere spodestati dai loro scranni dorati; conflitti per l’attribuzione delle risorse naturali destinati ad acuirsi. L’unico interesse dei governanti è arrivare indenni alla prossima tornata elettorale.

L’unica voce che si leva a denunciare le storture dell’assetto globale per indicare una strada nuova è quella di un anziano in veste bianca, il capo religioso di una istituzione millenaria, da sempre roccaforte del conservatorismo. Nonostante la veneranda età, è in grado di smuovere folle oceaniche, e i suoi messaggi di radicale rottura e di speranza stimolano le nuove generazioni in un modo che nessun leader politico riesce oggi a immaginare.

Con l’enciclica Laudato sii si è spinto su terreni mai battuti dalle classi dirigenti globali: 192 pagine, sei capitoli, 246 paragrafi e due preghiere, per chiedere “che tipo di mondo vogliamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo”.

La tutela dell’ambiente, la preoccupazione per il futuro, la cura per i posteri. Questi i temi che dovrebbero appartenere all’agenda politica di qualunque leader e che, invece, vengono costantemente oscurati dall’abominevole logica della crescita esponenziale dell’economia.

Nel documento papale si affrontano tutti i problemi connessi allo sviluppo elefantiaco dell’industria e della finanza globalizzate: si denuncia la mancanza di reazione di fronte ai mutamenti climatici che mettono in pericolo la nostra sopravvivenza sul pianeta; si insiste sulla necessità di garantire l’accesso gratuito all’acqua potabile a tutti; si sottolinea il dramma della perdita della biodiversità, dramma che indebolisce il corredo genetico complessivo di Madre Natura rendendo la prosecuzione della vita più fragile; si punta il dito contro lo stile di vita consumistico che isola e distrugge le popolazioni del Sud del mondo.

Al di là delle implicazioni teologiche, emerge con forza l’urgenza di un passaggio ad una prospettiva ecocentrica. L’essere umano ha il compito di custodire e coltivare il giardino del mondo in quanto ospite privilegiato. Non può assumere il ruolo di dominatore incontrastato sfruttando indiscriminatamente le altre specie come le risorse naturali.

Nel capitolo conclusivo dell’enciclica si offre una soluzione concreta per la risoluzione della crisi socio-ambientale.  Serve una governance mondiale: “abbiamo bisogno di un accordo sui regimi di governance per tutta la gamma dei cosiddetti beni comuni globali”, visto che “la protezione ambientale non può essere assicurata solo sulla base del calcolo finanziario di costi e benefici. L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere o di promuovere adeguatamente”.

Non ci salverà il mercato e non ci salveranno le orecchie da mercante dei nostri politici. Il paradosso è che bisogna guardare ad una istituzione vecchia di duemila anni per cambiare davvero.

 

Fabrizio Maggi 

 
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25 Luglio 2015

 

 L’argomento anarchia troverà in questi anni a venire, rinnovato vigore e spazio tra chi si interessa alla condizione umana, anche soltanto dal punto di vista sociale.

Le precisazioni di Francesco Scatigno (Anarchia e Potere, 210715 giornaledelribelle.com) sono molto utili e ancora necessarie per chi, intellettualmente onesto, voglia liberarsi dalla grottesca identità attribuita dai benpensanti al pensiero anarchico: ognuno fa quel che vuole.

Oltre alle sue precisazioni forse è altrettanto necessario non tralasciare due argomenti, a mio parere nodali per intellegere profondamente, opportunamente, la prospettiva anarchica:

. I grandi numeri.

. L’assunzione di responsabilità.

I grandi numeri.

Per quanto questo concetto e le sue peculiari dinamiche, siano al momento poco considerate e diffuse, nonché forse taciute, nel dibattito politico-sociologico, nei nostri argomenti è sostanziale.

Chi ha riconosciuto che ogni ambito produce la sua verità definitiva, quindi le sue leggi, le sue libertà, i suoi vincoli, troverà ovvio condividere che i grandi numeri - in quanto ambito a loro volta - comportano ed implicano verità, leggi, libertà e vincoli. In pratica, le biografie delle piccole comunità si sviluppano intorno a dinamiche differenti da quelle tipiche delle grandi comunità.

La necessità della delega è una di queste; la creazione di lobby di potere… la specializzazione del lavoro… la divisione in classi… il valore della meritocrazia… quello dell’autoreferenzialità… la coercizione come pratica condivisa… la necessità di ideologie, la definitiva valorizzazione dell’avere… la coltivazione della forza… il furto… le fazioni... la sopraffazione… la pubblicità… la prevaricazione della tecnica... dell’idea razionale di una prospettiva oggettiva e definitiva con la quale ordinare il mondo... l’accumulo... , sono alcune altre.

Tutte, tendono a non verificarsi con la riduzione dei numeri. E Scatigno lo sa: “Questo tipo di organizzazione è possibile solo su piccola scala”.

L’anarchia dunque, consapevolmente o meno, allude ad una possibilità sociale e umana esclusivamente per piccoli numeri. La sua utopia e verità è qui. Perché pare effettivamente possibile organizzarsi in piccoli numeri. Tuttavia la difficoltà, nonostante la banalità del progetto, si deve al traino ideosincratico dei grandi numeri. È lui che lo mantiene utopico.

L’assunzione di responsabilità.

Nei piccoli numeri sussistono le condizioni improbabili nei grandi. Una di queste, fondamentale, è l’assunzione di responsabilità… di tutto. Come la madre che, nel ritenersi responsabile delle azioni del figlio, compie contemporaneamente sia il suo miglior gesto d’amore che il miglior gesto formativo per realizzare uomini forti, compiuti, centrati sul proprio talento, capaci di riconoscere come, dove e quando realizzare la propria creatività, emancipati quindi dalla liquidità baumaniana, idonei a condurre una vita ottimale per sé e per il prossimo, capaci di accettare ciò che è, strutturati per riconoscere l’abisso dietro le pretese e l’attribuzione di colpa, così chi, per consapevolezza raggiunta, si assume la responsabilità di ogni evento della relazione, famiglia, ambiente e comunità, tenderà a perpetuare un contesto, un ambito dove il governo verticale, la coercizione, l’amministrazione, la specializzazione, l’informazione, eccetera, non avranno terreno per essere.

Affinché l’assunzione di responsabilità elevi il suo rischio di realizzare un ambito a standard più umano, è necessario ricordare che quella “consapevolezza raggiunta”, si riferisce in particolare al ritenersi espressione di un Tutto e non, come siamo culturalmente indotti a credere, singoli individui, cresciuti ed ingrassati a cucchiaiate di libero arbitrio, separati dagli altri, dalla natura, dalla storia passata e futura.

Nei piccoli numeri ci si muove nel rispetto del bene della comunità senza bisogno di leggi in quanto non c’è separazione tra l’io e l’altro, in quanto comportamenti e scelte sono compiuti secondo il modo della relazione, un modo non massificabile né meccanicistico, bensì fondato sull’ascolto, il rispetto, l’attribuzione di dignità. È questa l’anarchia compiuta.

A quel punto, diviene evidente quanto la norma impositiva, coercitiva, impersonale, meccanicistica, così necessaria nei grandi numeri, non solo sia sempre alienante, ma neppure scaturisca come esigenza.

Nei piccoli numeri ci si muove valorizzando la dimensione sentimentale oltre a quella intellettuale, dunque anche ciò che si sente oltre a ciò che è razionalizzato. Qui, i canali delle relazioni sono anche empatici e sempre estetici, non solo razionali e d’interesse.

Tutto ciò, teoricamente - lo si sente alludere - sarebbe possibile anche nei grandi numeri. Tuttavia, la mente (Gregory Bateson) di ogni entità organica - fosse anche una relazione tra entità stesse - sviluppa dinamiche sue peculiari. Forse per questo la corruzione non solo non può essere estirpata dalle comunità a grandi numeri, ma tende a divenire fisiologica ed accettabile anche da parte di chi non la tollerava. Quest’ultimo, se passa dal suo piccolo e puro ambito politico ad uno più grande non sarà tendenzialmente in grado di rispettare i suoi stessi valori etici e sarà invece fortemente indotto ad adagiarsi all’ordine del nuovo ambito dove le dinamiche, le verità, i valori sono altri e nuovi. Ugualmente si può dire in merito ai tributi per i servizi sociali. Ognuno di noi sa che appena si verifica la possibilità invece dell’interesse comune, scegliamo di prediligere quello individuale. Qui, il nostro io non corrisponde a quello della comunità. Solo nei piccoli numeri si può realizzare l’alchimia dell’utopia anarchica. Solo nei piccoli numeri, la verità sintetizzata da Max Stirner, l’interesse individuale la spunterà sempre su quello ideologico, del tutto idonea a rappresentare le dinamiche proprie dei grandi numeri, non ha più humus di sopravvivenza.

Green anarchy.

Gli anarchici, anzi, parte di essi, sono forse stati tra i primi a riconoscere che non è possibile occuparsi del bene dell’uomo senza tralasciare di un solo punto il bene della Terra.

È un’idea tanto rivoluzionaria quanto costretta a fare i conti con i grandi numeri, dove gli interessi parziali sono tanti e sufficienti per le guerre e per non privilegiare la Terra.

Parlare di anarchia oggi, con intento politico-culturale, non dovrebbe a mio parere tralasciare di omettere queste sue tre dimensioni: piccoli numeri, assunzione di responsabilità, consapevolezza di parità con gli altri esseri senzienti.

Come accennato, nei piccoli numeri, l’individuo non è un io separato dalla comunità in cui realizza la sua vita.  Ma è necessario fare presente altri due aspetti da riconoscere come parte integrante di quanto detto finora.

. L’esperienza non è trasmissibile.

. La storia tende a ripetersi.

L’esperienza non è trasmissibile.

Trattati, studi, scuola, convegni e istruzioni impartite sono istituzioni valorizzate e autoreferenziali che la società a grandi numeri considera imprescindibili per la propria evoluzione. Come se fosse convinta che l’esperienza, la consapevolezza sia trasmissibile. Quelle istituzioni sono tendenzialmente non necessarie nei piccoli numeri, dove invece si cresce imparando il necessario alla comunità senza bisogno di intellettualizzare. Nei piccoli numeri, non saranno utili se non marginalmente, al mantenimento della salute, della comunità, della sicurezza. Lo standard materiale, spirituale, creativo e quindi pieno, non si organizza né pianifica amministrativamente. Le consapevolezze possono essere descritte in ambito razionale ma non possono essere trasmesse attraverso quel canale perché l’uomo non è solo ratione, perché la comunicazione e l’apprendimento avvengono per ri-creazione, diversamente è semplice, volatile informazione. Valori e consapevolezze vanno quindi ri-creati ad ogni generazione. Ogni generazione ne ha il diritto. Senza fare i conti con questi aspetti ci si trova a citare che la storia insegna, ma anche ad accorgersi che non abbiamo imparato niente.

Il ciclo della Storia.

La storia in piccolo e in grande è espressione dei sentimenti. Questi appartengono a due soli capigruppo, uno di attrazione e uno di repulsione. Attraverso le loro dinamiche altalenanti, vincolate agli interessi di parte e succubi del concetto di sopraffazione e separazione dall’altro, il ciclo conflittuale della storia tende a perpetuarsi. A tavolino crediamo di avere imparato da lei, a caldo siamo pronti a commettere azioni e pensieri dei quali ci pentiremo.

Si può dire che l’uomo non conosca evoluzione. Quella sempre citata è semplicemente tecnica. Affinché ne possa sussistere una anche umana, pare necessario interrompere quel ciclo perpetuo. Uno dei suoi nodi fondamentali a questo proposito è, nuovamente, la concezione che si ha di sé, del mondo, degli altri. Se l’individuo si avverte come espressione della natura tenderà a riconoscere nel prossimo un sé in altro tempo e altra forma, tenderà a riconoscere la vita in tutti gli esseri senzienti e quindi a comportarsi nei loro confronti con scelte non antropocentriche, rispettandola non fosse che per poter chiedere e volere di essere rispettato. Quell’individuo avverte che non è lui a portare i sentimenti, ma sono i sentimenti eterni che si esprimono storicamente attraverso noi.

Diversamente, c’è poco da aggiungere perché già ci troviamo nel diversamente. Ci consideriamo infatti legittimati a sopraffare gli altri, la natura, gli animali. Non abbiamo i mezzi per vederci come terminali della natura, portatori di vita. Siamo inetti a riconoscere la dimensione non materiale che se individuata porta armonia e bellezza quotidiana. Ci identifichiamo in un nome, in un ruolo e tentiamo anche a gomitate di far valere i nostri poteri sugli altri. Non siamo in grado di ascoltare, di sfruttare le parti sottili dell’intelligenza corporea, non sappiamo guarire né riconoscere da dove nascono le malattie, crediamo che eliminare il sintomo sia il meglio che si possa fare. Così come crediamo che mangiare debba essere solo un piacere e un diritto, restando perciò lontani, infinitamente lontani, dal suo vero significato spirituale e di benessere.

Il messaggio anarchico non dovrebbe avere alcun intento teleologico, pena il restare vincolato a logiche positivistiche, un ossimoro strutturale. Tuttavia si può evincerne la potenziale trascendenza nelle sue tendenze a rompere il ciclo della storia, almeno nei piccoli numeri.

 

Lorenzo Merlo

 
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23 Luglio 2015

 

Da Appelloalpopolo del 22-7-2015 (N.d.d.)

 

La sentenza della Corte di Cassazione civile n. 15138/2015, la quale ha consentito al ricorrente di ottenere la rettifica del registro dello stato civile in ordine al sesso, anche quando non siano stati modificati con operazione chirurgica i caratteri sessuali primari (organi genitali) farà discutere sotto molti profili e sarà commentata in tutte le riviste di diritto civile.

Tuttavia, da una prima veloce lettura emerge un profilo che sta a monte della questione principale oggetto della causa: il diritto all’identità personale è il diritto ad essere rappresentato e considerato (anche dall’ordinamento) così come il titolare pensa e sostiene di essere o il diritto ad essere rappresentato e considerato come gli altri (il prossimo che ci conosce) ci rappresentano  e constatano (i medici che verificano oggettivamente l’esistenza dei caratteri sessuali primari nel caso di specie)?

Per esempio, ricorrendo le condizioni richieste dalla legge e dalla giurisprudenza per la rappresentazione filmica della vita di una persona vivente, quest’ultima può in ogni caso invocare la lesione del diritto all’identità personale, se nel film è stata raffigurata come persona avida oppure ignorante e incapace di scrivere due righe senza gravi errori o, ancora, squilibratissima fino ai limiti della follia? Chi è che decide cosa noi siamo, ossia qual è, appunto, la nostra identità personale? Noi stessi? O il prossimo che ci conosce? Se qualcuno crede di essere un grande romanziere e coloro che lo conoscono lo considerano un mitomane presuntuoso, il regista cosa deve mettere in scena? Il regista viola il diritto alla identità personale se rappresenta un mitomane sciocco e presuntuoso o se rappresenta un grande scrittore? E il regista viola il diritto all’identità personale se, in base alle numerose testimonianze raccolte, rappresenta un gioielliere, che ha sparato ad un presunto bandito, come una persona avida, disposta a sparare per poche lire o se, nonostante le testimonianze, rappresenta una persona da tutti considerata avidissima come persona non avida? Siamo noi che decidiamo che siamo persone generose e nobili? O è il giudizio del prossimo a definire la nostra identità personale?

La concezione soggettiva dell’identità personale sarebbe folle se non fosse perfettamente aderente all’individualismo egocentrico, intriso di narcisismo patologico che permea la società generata dal capitalismo assoluto.

 

Stefano D’Andrea 

 
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22 Luglio 2015

 

Era troppo tempo che mancavano dalle cronache; prima o poi era destino che qualcuno ne riparlasse. Ci ha pensato venerdì scorso il mitico generale Wesley Clark.

Di che sto parlando? Ma dei cari vecchi campi di concentramento, signori miei.

Dopo i Lager, i Gulag, i Campi della Morte cambogiani, quelli di rieducazione in Cina, etc. sentivamo proprio la nostalgia di questa brillante invenzione dell’ingegno umano. Ora, ci saremmo aspettati di vederla riproporre, magari, da una monarchia sanguinaria o da un arretrato dittatore africano.

Invece no.

L’ultimo elogio ai campi di concentramento ci viene – guarda caso – da The Land of the Free, la terra degli uomini liberi, gli USA. E non da un membro qualunque del Tea Party o del Ku Klux Klan, ma niente di meno che da un generale democratico, distintosi sempre per le sue posizioni progressiste. Il generale, ora in pensione, che fu anche candidato democratico alla presidenza, Wesley Clark. Laureato a Oxford in filosofia, politica ed economia.

Ma veniamo ai fatti. Venerdì scorso, nel corso di un'intervista alla MSNBC, commentando l’ennesima mattanza commessa da un sedicente terrorista a Chatanooga in Tennessee, il nostro ha fatto un discorso davvero brillante.

Seguiamo il suo pensiero.

Dunque, dice il generale, abbiamo un problema in America. Siamo in guerra.

Il nemico è il terrorismo islamico.

Questo terrorismo tende ad affascinare le persone più instabili, quelle più facilmente ‘radicalizzabili’.

Dunque bisogna individuarle e ‘tagliare la mala erba’ da subito, dall’inizio.

Come fare? Il bravo generale va anche nel dettaglio. Dice letteralmente “c’è sempre stato un certo numero di giovani alienati che non hanno un lavoro, che sono stati lasciati dalla ragazza, che non stanno bene in famiglia. Noi dobbiamo osservare questi segnali. Ci sono membri della comunità che possano entrare in contatto con queste persone e farle ravvedere e incoraggiarle a guardare le cose positive che abbiamo”.

E se non ci si riesce, se questi giovani ‘sfigati’ senza lavoro, ragazza e famiglia continuano imperterriti a scivolare verso il terrorismo? Beh, in tal caso – continua il nostro inossidabile Clark – visto che siamo in guerra, bisogna trovare una soluzione, no? “Se queste persone diventano degli estremisti e non sono dalla parte degli Stati Uniti, se sono sleali verso gli Stati Uniti, come questione di principio, bene. È un loro diritto ma è anche nostro diritto e dovere di separarli dalla comunità civile per tutta la durata del conflitto”.

Non fa una piega. Capite genitori? Se avete un figlio senza ragazza, che ha perso il lavoro e che magari si fa qualche canna di straforo – in breve il prototipo dell’’americano sleale’ - ve lo potete trovare da un giorno all’altro in un bel campo di concentramento a stelle e strisce.

Non finisce qui, il nostro generale continua imperterrito: “io credo che a livello di politica nazionale abbiamo bisogno di guardare a ciò che la radicalizzazione significa, perché siamo in guerra con questo gruppo di terroristi. Essi hanno una ideologia”.

E qui arriva la ‘perla’, il richiamo a uno dei più brillanti esempi di libertà made in USA, ma ascoltiamo Clark: “durante la seconda guerra mondiale, se qualcuno parteggiava per la Germania nazista contro gli Stati Uniti, non gli dicevamo che c’era libertà di parola, lo sbattevamo in un campo di concentramento, erano prigionieri di guerra”.

Chiaro? La guerra è guerra, amici.

Poco importa se le guerre vengono inventate per poter consentire ai governi di comportarsi come se ci fossero. Questi sono dettagli, sicuramente tirati fuori dagli ‘americani sleali’.

Finisce qui?

No, il generale ha pensato a tutti, anche agli ‘alleati’ dell’Impero in guerra.

“Penso che dovremo usare sempre maggiore durezza in questa situazione, e non solo negli Stati Uniti, ma anche i nostri alleati come la Gran Bretagna, la Germania e la Francia dovranno esaminare le loro leggi nazionali”.

Per fortuna che non ha citato l’Italia, se no con tutti gli sfigati di casa nostra non bastava una regione per internarli.

 

Piero Cammerinesi 

 
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