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Un altro 2 Giugno PDF Stampa E-mail

4 Giugno 2020

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Da Rassegna di Arianna del 2-6-2020 (N.d.d.)

 

Il 2 giugno è un giorno strano. Infatti, vi ricorrono sia l’anniversario della nascita della Repubblica, nel 1946, che quello di uno dei peggiori attentati alla vita della Repubblica, avvenuto il 2 giugno del 1992. Quel giorno i massimi vertici dell’economia italiana – il presidente della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, il ministro del bilancio Beniamino Andreatta (i due che dieci anni prima avevano siglato il tragico “divorzio” tra Bankitalia e Tesoro), il direttore generale del Tesoro Mario Draghi, i vertici dell’Eni, dell’IRI, delle grandi banche pubbliche e delle varie aziende e partecipate di Stato – si incontrarono al largo di Civitavecchia sul panfilo della regina Elisabetta, il “Britannia”, con la crème de la crème della grande finanza internazionale per pianificare a tavolino il saccheggio dell’economia italiana, in primis attraverso la privatizzazione e la liquidazione, a prezzi di saldo, degli straordinari patrimoni industriali e bancari dell’Italia, che avevano fatto la fortuna del nostro paese nel dopoguerra.  All’inizio degli anni Novanta, infatti, la quasi totalità del settore bancario e oltre un terzo delle imprese di maggiore dimensione in Italia erano ancora in mano pubblica: un’eresia intollerabile nel momento in cui si andava imponendo in tutto l’Occidente il dogma del liberismo e del mercatismo selvaggio. L’Italia aveva bisogno di una “terapia shock”, alla sudamericana, per essere ricondotta sulla retta via. Per nostra sfortuna (ma probabilmente non è un caso) questo momento storico coincise con il “golpe bianco” di Tangentopoli, che poco prima aveva spazzato via praticamente tutti i partiti della prima Repubblica, spianando così la strada alla peggiore classe politica che questo paese abbia mai avuto, ovverosia a quegli esponenti dell’establishment italiano – Ciampi, Draghi, Amato, Andreatta, solo per citarne alcuni, che a loro volta erano espressione di uno “Stato nello Stato”, comprendente anche grandi aziende economiche ed editoriali, figure tecniche, movimenti della società civile, intellettuali e pezzi della magistratura – che da tempo sognavano di liquidare una volta per tutte il modello Stato-centrico italiano per mezzo del vincolo europeo, anche al costo di ridurre l’Italia a colonia dei centri di comando europei. Pochi mesi prima dell’incontro del “Britannia”, infatti, era stato siglato il famigerato trattato di Maastricht, che impegnava l’Italia a una drastica politica di austerità fiscale e di abbattimento del debito pubblico. Ed è proprio facendo appello alle pressioni europee in tal senso che i privatizzatori nostrani giustificarono lo smantellamento dell’apparato industriale e di pianificazione pubblico italiano.

 

Come avrebbe detto poi Romano Prodi, artefice dello smantellamento dell’IRI in qualità di presidente dello stesso nel 1993-4: «Erano obblighi europei! Mi [era] stato dato il compito da Ciampi che privatizzare era un compito obbligatorio per tutti i nostri riferimenti europei». In questa frase di Prodi è contenuto tutto il senso del vincolo esterno europeo, che ha agito (e continua ad agire) sia come pressione reale per riformare l’economia in senso neoliberale, sia come giustificazione per le élite nazionali, che a loro volta auspicavano quelle stesse riforme ma erano consapevoli che non sarebbero mai riusciti ad ottenerle «per le vie ordinarie del governo e del Parlamento», come disse Guido Carli, ministro del Tesoro al tempo della firma del trattato di Maastricht, cioè senza una pressione esterna che gli permettesse di aggirare i normali canali democratici. È così che in pochi anni venne svenduto un patrimonio inestimabile accumulato in quasi mezzo secolo di politiche pubbliche, privando l’Italia di una delle principali basi materiali della sua Costituzione: ovverosia ciò che fino a quel momento aveva permesso allo Stato di perseguire (con tutti i limiti del caso) politiche di sviluppo industriale, di orientamento dei consumi, di innovazione strategica, di coesione territoriale, di salvaguardia dell’occupazione. Non a caso è proprio in quegli anni che inizia il lungo declino dell’Italia, a cui verrà dato il colpo di grazia con l’ingresso nell’euro.

 

A distanza di quasi trent'anni da quel tragico 2 giugno del 1992, sarebbe il caso di chiudere una volta per tutte questo triste capitolo della storia italiana, restituendo al popolo ciò che è suo: dai monopoli naturali come la rete autostradale e le reti energetiche - che negli anni sono stati smembrati e consegnati nelle mani di spregiudicati “prenditori”, che ne hanno ricavato rendite e profitti a scapito della qualità e dei costi dei servizi, e dunque a scapito di tutta la collettività - alle banche.

 

Fino ad arrivare al bene pubblico per eccellenza: la moneta.

 

Thomas Fazi

 

 
Re Mida PDF Stampa E-mail

3 Giugno 2020

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Da Rassegna di Arianna dell’1-6-2020 (N.d.d.)

 

Nella sua opera Breve storia dell’euforia finanziaria, l’economista statunitense John K. Galbraith analizza i maggiori crack finanziari della storia e rileva come i fenomeni speculativi si verifichino a intervalli più o meno regolari, con premesse e risultati pressoché identici. Essi si presentano come il frutto dell’avidità e della stupidità umana, i cui effetti sono bruschi arresti della vita economica e impoverimento generalizzato. L’iter è il seguente: dapprima si individua una novità sulla quale focalizzare l’interesse del pubblico –i tulipani, l’oro della Louisiana, il concetto di società per azioni- qualcosa che possa alimentare grandi aspettative o possa essere presentato come un’innovazione capace di generare ingenti profitti per periodi infiniti. I capitali cominciano così a riversarsi su tali prodotti, gonfiando i corsi delle azioni o i prezzi delle merci, che smettono di rappresentare il valore oggettivo del bene e incorporano l’aspettativa dei guadagni futuri; per rincorrere l’investimento si fa largo uso della leva finanziaria, generando situazioni di forte indebitamento. Quando il processo smette di autoalimentarsi, i prezzi calano vertiginosamente, i debiti contratti diventano inesigibili e si assiste al fallimento dei finanziatori, ossia delle banche. I governi sono “costretti” a intervenire per salvare gli istituti di credito e a sostenerne i costi sarà la popolazione, in termini di bilancio statale, perdita di posti di lavoro, impoverimento generale e azzeramento della fiducia, che preclude a futuri investimenti. A questo punto viene ricercata una giustificazione delle ragioni che hanno portato al crollo, si prospettano soluzioni volte a impedire che possa ripetersi, senza però mai affrontare il nodo principale che genera tali corsi e ricorsi economici. Viene ignorato il movente di natura morale, che è il fulcro dell’etica del capitalismo e la rincorsa al maggiore profitto, che sfida ogni rischio e si avvale di qualsiasi mezzo. Da chi sono mossi, infatti, i banchieri, se non dai loro interessi?

 

Possiamo dare a questa domanda una risposta di tipo macroeconomico e una di tipo psicoanalitico, scomodando i padri delle rispettive materie. Keynes avrebbe addotto tale comportamento a “un amore irrazionale per il denaro”, mentre S. Freud lo avrebbe ricondotto alla cosiddetta pulsione di morte. Secondo il fondatore della psicoanalisi, nel profondo dell’individuo si nasconderebbe “la pulsione umana di aggressione e di auto-distruzione” (thanatos, o pulsione di morte), in perenne lotta contro la pulsione di vita (eros), che invece spinge gli individui ad accoppiarsi, assicurando la sopravvivenza della specie. […] M. Keynes, grande conoscitore ed estimatore di Freud, cambia la visuale e gli strumenti di analisi, adottando quelli propri della scienza economica, ma giunge a conclusioni per molti versi analoghe. La pulsione di morte diventa per l’economista inglese l’amore per il denaro, che rappresenta “il problema morale dei nostri tempi”. Attraverso il micidiale meccanismo della concorrenza sfrenata, sia fra diversi Paesi che fra classi sociali, si metterebbe in moto una guerra interminabile, capace di minacciare la sopravvivenza non solo dell’essere umano, ma della stessa natura. Per dirla con le sue testuali parole: “Saremmo capaci di spegnere il sole e le stelle perché essi non producono dividendi”. Egli riprende il mito di re Mida, il re che aveva ottenuto dal dio Dionisio il dono di trasformare in oro tutto ciò che toccava, ma si accorse presto che, pur potendo possedere moltissima ricchezza, sarebbe a breve morto di fame, poiché anche il cibo da lui toccato diventava d’oro, e quindi non commestibile. Secondo Keynes le società opulente, vittime del desiderio di accumulare, con la loro avidità distruggono la produzione, bloccano l’economia e finiscono appunto come re Mida per annegare in un mare d’oro. Il mito offre una profonda analisi della dottrina monetarista dominante e della sua ideologia, dimostrando come la moneta non coincida col valore, che invece deriva dal lavoro e dall’economia reale. La moneta e la tendenza al suo accumulo sono alla base dei principali problemi e squilibri economici, tra cui la disoccupazione involontaria. Nonostante il valore assoluto che le viene comunemente e universalmente attributo, essa è in realtà un mero intermediario di scambio. Per l’essere umano il possesso di denaro svolge il compito di mitigare la propria inquietudine più profonda e il premio che viene chiesto per separarsi da esso non sarebbe altro che la misura del suo grado di inquietudine.

 

Ilaria Bifarini

 

 
RAI sionista PDF Stampa E-mail

2 Giugno 2020

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Da Comedonchisciotte del 30-5-2020 (N.d.d.)

 

Sappiamo quanto sia sentita la longa manus israeliana in Italia: lo abbiamo visto più volte in conferenze vietate perché sgradite alla Comunità ebraica o, in alcuni casi, su chiamata diretta dell’ambasciatore israeliano. Abbiamo visto posizionare ai vertici di quotidiani di grande tiratura figure che abbracciano il sionismo e lo dichiarano con orgoglio, andando oltre la libertà di espressione quando, in nome di questa scelta, si censurano notizie oggettive solo perché sgradite a Israele. Ma stavolta la RAI ha fatto qualcosa di più. Qualcosa che offende l’ONU e tutti i cittadini che credono nella legalità internazionale come tutela del Diritto contro l’arroganza del potere. Quel che ha fatto la RAI suona come una sottile operazione di propaganda – contro l’ONU e le sue numerose Risoluzioni –   utilizzando un programma di evasione, L’Eredità, seguito da milioni di italiani che amano i giochi a quiz. Giochi che a volte hanno coperto di vergogna i concorrenti come nel caso in cui, alla domanda sull’anno in cui Hitler divenne cancelliere, qualcuno rispose 1979, qualcuno 1948 e nessuno 1933, che pure era tra le opzioni. L’errore non era di data, ma di periodo storico e questo la dice lunga sulla formazione dei concorrenti partecipanti a L’Eredità. Stessa cosa si verificò quando la domanda riguardò Mussolini, ma in quei casi gli ignoranti senza possibilità di giustificazione erano i concorrenti. Stavolta invece è andata diversamente e abbiamo approfondito per capire se si trattasse di spaventosa ignoranza da parte della Rai o di un suo servile inchino allo Stato ebraico, il quale vorrebbe illegittimamente e illegalmente appropriarsi della città di Gerusalemme.

 

Veniamo ai fatti. In questi giorni, con tutte le attenzioni per evitare il contagio da COVID-19, sta andando in onda l’edizione straordinaria, con fini di beneficenza, de L’Eredità. Le domande non sono certo difficili: nella trasmissione dello scorso 21 maggio riguardavano le capitali e alla domanda circa la capitale di Israele la concorrente risponde giustamente Tel Aviv. Eh no! Tel Aviv poteva passare finché Trump, dall’alto del suo potere e non certo del Diritto, non avesse deciso di accontentare il suo amico Netanyahu, indagato per frode ma tuttora premier di Israele, mettendo la sua potenza al servizio dell’illegalità e dicendo che per lui la capitale di Israele è Gerusalemme. Per lui! Quindi il conduttore, che nel suo folder ha le risposte fornitegli dai saggi della Rai e non può sbagliare, riprende la concorrente e, in poche parole e pochi secondi comunica a milioni di italiani che la Rai, inchinandosi servilmente ai desiderata israeliani, ha preso a calci il Diritto internazionale dimostrando che per Trump e per Israele le risoluzioni dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non hanno alcun valore. Quindi, se il diritto internazionale non ha valore per qualcuno non lo ha per nessuno e l’ONU può serenamente chiudere i battenti, dato che l’arroganza della forza vince sulle ragioni del diritto. La Comunità palestinese si è fatta sentire e migliaia di cittadini italiani hanno scritto alla Rai per fare le loro rimostranze. Ovviamente ha scritto anche l’Ambasciata palestinese in Italia. Alle richieste dell’ambasciatrice, Abeer Odeh, il direttore di Rai 1, Stefano Coletta, ha risposto in un modo formalmente cortese e sostanzialmente offensivo e sprezzante scrivendo che si dispiaceva per l’accaduto e che, informata la redazione del programma, aveva avuto questa testuale risposta che, nei fatti, faceva sua: “…Ci preme sottolineare che non era nostra intenzione offendere le opinioni e la sensibilità dello Stato di Palestina…Tuttavia teniamo a precisare che il nostro format è un gioco a quiz e le domande si basano su una consultazione di fonti autorevoli e accreditate in campo enciclopedico… Ci riserviamo in una delle prossime puntate di segnalare  le vostre osservazioni nel segno che il servizio pubblico radiotelevisivo garantisce a tutte le voci e le posizioni.” In sostanza, la Rai definisce “fonti autorevoli e accreditate in campo enciclopedico” le sopraffazioni del presidente di una superpotenza quale gli USA a favore delle sopraffazioni dello Stato di Israele che occupa in completa illegalità territori palestinesi dal 1967, dopo essersi autoproclamato Stato nel 1948 approfittando della Risoluzione dell’Assemblea Generale 181 del 1947 – senza peraltro mai rispettarla. La stessa che definiva Gerusalemme città sotto giurisdizione internazionale e non già capitale dello Stato di Israele.  Al tempo stesso la Rai definisce “opinioni e osservazioni” le richieste di rettifica, in base al Diritto, dell’Ambasciata palestinese. Alle pretese di Israele di appropriarsi di Gerusalemme, l’ONU ha risposto più volte con Risoluzioni negative del Consiglio di Sicurezza già nel 1980, ma evidentemente per la RAI l’arroganza – pari solo alla conclamata ignoranza del presidente USA – e le pretese illegittime e illegali dell’indagato Netanyahu sono considerate “fonti autorevoli e accreditate in campo enciclopedico” mentre l’ONU, base della legalità internazionale, può essere gettata nel cassonetto. Non c’è quindi da stupirsi se alcuni concorrenti di una trasmissione come L’Eredità piazzano Mussolini nel 1964 o Hitler nel 1979. Noi non riusciamo a immaginare che anche la dirigenza Rai raggiunga livelli di ignoranza pari a quelli di alcuni suoi concorrenti e quindi riteniamo che tanto la risposta sbagliata al quiz, quanto la risposta profondamente offensiva all’Ambasciata palestinese, siano interni a una chiara logica. Una logica che neanche può definirsi di disinformazione, ma di puro servilismo verso Israele, dimenticando che il peso di quella mannaia che affonda il Diritto internazionale non fa danno ai soli palestinesi, ma a tutti coloro – individui e Stati – che sanno di non poter più contare sulla legalità internazionale se tra la civiltà del diritto e la barbarie della forza vince la seconda. […]

 

Patrizia Cecconi

 

 
Un saggio di Onfray PDF Stampa E-mail

1 Giugno 2020

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Da Rassegna di Arianna del 30-5-2020 (N.d.d.)

 

Michel Onfray con questo saggio ci offre una “nuova” concezione della dittatura, che non è quella classica del secolo XX, in cui il termine era usato (soprattutto) per designare il totalitarismo, ma è la dittatura mascherata, con parecchi punti di contatto con il dispotismo mite descritto da Tocqueville in un celebre passo della Democratie en Amérique. L’autore si pone il problema se la società attuale sia veramente libera, o almeno, abbia fatto negli ultimi decenni progressi verso la libertà. Per rispondere a questi interrogativi usa criteri desunti dalle due opere di Orwell più note: 1984 e La fattoria degli animali, in cui il romanziere inglese descriveva i totalitarismi del XX secolo: nazismo e comunismo. Da queste, Onfray desume sette “comandamenti” idonei a demolire le libertà e realizzare una dittatura: distruggere la libertà, impoverire la lingua; abolire la verità; sopprimere la storia; negare la natura; propagare l’odio; aspirare all’impero. Ai comandamenti seguono i “principi” che ne sono le deduzioni conseguenti, come Praticare una lingua nuova, Usare un linguaggio a doppia valenza, Inventare la memoria, Cancellare il passato, Creare la realtà, e così via.  Comandamenti e principi che si trovano, per lo più, sia nei totalitarismi del ‘900 che nell’Europa di Maastricht, qui ovviamente in versione soft. Una particolare attenzione l’autore dà alla comunicazione: Orwell in 1984 aveva descritto una società in cui il potere era esercitato, prima che con la coazione, con un raffinato stravolgimento del legame tra realtà e rappresentazioni verbali. La neolingua è finalizzata a ridurre il pensiero “il potere sulle cose passa per il potere sulle parole”. La stessa riduzione dei vocaboli, la semplificazione della grammatica e della sintassi riducono le possibilità di un pensiero diversificato ed analitico. Ancor più se i termini sono (volontariamente) equivoci. Si arriva così a creare una realtà immaginaria: la realtà non ha un’esistenza autonoma, indipendente dal soggetto: è un prodotto della coscienza del soggetto che “le fornisce senso, vita e verità”. Continua Onfray “Una metafisica di questo tipo è estremamente interessante dal punto di vista politico… Se la realtà è solo quello che la coscienza le permette di essere, basta agire sulle coscienze per produrre la realtà che si desidera. In ambito di realtà, ciò che è, è soltanto ciò che si trova dentro la coscienza, quindi dentro la testa del soggetto. Grazie all’educazione delle coscienze, il potere potrà allora produrre la realtà che più gli conviene”. Ovviamente per far questo occorre “non credere a quello che si vede o a quello che si sente; … credere soltanto a quello che il Partito sostiene”. Ossia la scissione tra rappresentazione verbale e realtà serve a corroborare l’esercizio del rapporto di comando-obbedienza, quindi a creare consenso al potere. Più consenso significa usare meno la forza. L’autore riporta le frasi di uno dei personaggi di 1984, l’intellettuale-dirigente del Partito. Questi racconta al protagonista “Tu credi che la realtà sia oggettiva, esterna, che esista di per sé. Credi anche che la natura della realtà si riveli da sé… Ma, Winston, ti assicuro che quella realtà non è esterna…(esiste) soltanto nella mente del Partito, che è collettiva e immortale. Ciò che il Partito considera la verità è la verità”… Anche la storia è vissuta e percepita in 1984 attraverso il ministero della Verità, solo in funzione del presente e in quanto serve al potere: il passato è riscritto per le esigenze  contingenti del Partito.

 

Nella conclusione l’autore sostiene “Chi può dire, oggi come oggi, di non essere d’accordo sul fatto che il ritratto del totalitarismo abbozzato da Orwell sia quasi un affresco dei nostri anni? Anche oggi, in effetti, la libertà è difesa male, la lingua messa sotto attacco, la verità cassata, la storia strumentalizzata, la natura bypassata, l’odio incoraggiato e l’imperialismo in marcia”. Il culto votato oggi al progresso è un “progressismo nichilista”, una marcia verso il nulla: e Onfray enumera tutti i sintomi che riconducono ai “comandamenti” di Orwell la situazione attuale, tra cui la moralina, concetto di Nietzsche il cui “nome rimanda, da una parte alla morale” e dall’altra agli stupefacenti, la quale “contamina queste stesse fonti con un manicheismo capace solo di opporre il bene al male, i buoni ai cattivi, il vero al falso, l’informazione all’intossicazione”. In un mondo siffatto il “progresso” consiste “nel mobilitare la scuola, i media, la cultura e il Web per fare propaganda… nel nascondere il vero potere e nello sviare altrove l’attenzione… consiste infine nel governare senza il popolo, contro il popolo e nonostante il popolo”. Ossia nella mistificazione di un potere il quale diffonde un conformismo di massa per esercitare il dominio (detto nella vecchia lingua) o la governance, come si esprimono, nella neolingua, le classi dirigenti. Ma come possa ciò salvarci dall’evidente decadenza in cui sta sprofondando lentamente l’Europa e, più in fretta, l’Italia, non è dato comprendere. Anzi è (il frutto e) la derivazione, nel senso di Pareto, di questa stessa decadenza. Michel Onfray, Teoria della dittatura, Ponte alle Grazie 2020, pp. 219, € 16,50.

 

Teodoro Klitsche de la Grange

 

 

 
Un'ottima notizia PDF Stampa E-mail

30 Maggio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 27-5-2020 (N.d.d.)

 

Il Tribunale civile di Roma ha respinto il reclamo di Facebook contro l'ordinanza cautelare che ordinava la riattivazione della pagina principale di CasaPound Italia, chiusa circa sei mesi fa per qualche mese. Si tratta di un'ottima notizia, a prescindere dall'opinione che si abbia di CasaPound (pessima nel mio caso). Nelle motivazioni dell'ordinanza, infatti, si conferma la superiorità gerarchica dei princìpi costituzionali e del diritto italiano rispetto agli "standard della comunità" del gigante social e alla contrattualistica privata. Nel provvedimento del collegio composto dai giudici Claudia Pedrelli, Fausto Basile e Vittorio Carlomagno si parla di «impossibilità di riconoscere ad un soggetto privato, quale Facebook Ireland, sulla base di disposizioni negoziali e quindi in virtù della disparità di forza contrattuale, poteri sostanzialmente incidenti sulla libertà di manifestazione del pensiero e di associazione, tali da eccedere i limiti che lo stesso legislatore si è dato nella norma penale. Il giudizio trova conforto nel fatto che, come rilevato nell’ordinanza reclamata, CasaPound è presente apertamente da molti anni nel panorama politico. L’esclusione di CasaPound dalla piattaforma si deve dunque ritenere ingiustificata sotto tutti i profili richiamati da Facebook Ireland. Il periculum in mora si deve considerare sussistente sulla base delle considerazioni svolte nell’ordinanza reclamata, che meritano piena condivisione, sul preminente e rilevante ruolo assunto da Facebook nell’ambito dei social network, e quindi oggettivamente anche per la partecipazione al dibattito politico». Non compete dunque a Facebook «la funzione di attribuire in via generale ad una associazione una "patente" di liceità, posto che condizione e limite dell’attività di qualsiasi associazione è il rispetto della legge, la cui verifica è rimessa al controllo giurisdizionale diffuso».

 

La sentenza, in breve, rimarca un principio sacrosanto: non sta certo a Facebook decidere chi ha il diritto di esprimersi e chi no, ma allo Stato italiano. È una sentenza di cui chiunque abbia a cuore i princìpi costituzionali non può che rallegrarsi. E che dovrebbe far vergognare non poco tutti gli "antifascisti" d'accatto che al tempo plaudirono alla decisione di Facebook.

 

Thomas Fazi

 

 
Diritti che diventano obblighi PDF Stampa E-mail

29 Maggio 2020

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L'essere umano sotto la nostra civiltà, dice la propaganda che ogni giorno ci rincorre, è il più fortunato di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Tra le varie fortune avrebbe una serie di mirabolanti "diritti" a garantirgli l'esistenza. Diritti però tanto pretenziosi quanto vaghi e inconsistenti - se non addirittura che, nel momento cruciale, gli si rivoltino contro. Così, per esempio, in una situazione sanitaria magari particolare, tutta la mandria dei "cittadini" viene rinchiusa negli stalli insieme ai propri diritti, a pura e semplice discrezione dei mandriani. Cominciamo, per considerarne qualcuno, dal più patetico di questi diritti: il "diritto alla salute". La condizione di salute, naturalmente, può essere stabilita in maniera oggettiva dalla Scienza, e realizzata effettivamente dalla Tecnica. Il diritto alla salute è perciò da intendersi come diritto ad essere tenuti in salute. L'essere tenuti in salute ha intanto un costo: per giustificare questa spesa - e per non aggravarla magari - i comportamenti privati dovranno essere regolamentati e tenuti sotto controllo. Il diritto si rovescia in obbligo e posizione controllata. Anziché favorire la nostra centralità personale tende ad annullarla. Poiché abbiamo diritto alla salute ci può essere indicato e preparato uno stile di vita da seguire; poiché abbiamo diritto alla salute psichica potremmo essere sottoposti a delle verifiche ed eventuali correzioni. C'è tutto un sistema sofisticato che provvede a tenerci in salute - o più probabilmente, a curarci quando ci ammaleremo - perciò sarebbe ridicolmente retrograda la pretesa di conservare conoscenze e capacità di autocontrollo della propria salute. Il concetto di "diritto" sembra spostare il proprio senso: dall'indicazione di possibilità e tutele individuali all'indicare il vantaggio di stare in una situazione complessiva a cui vengono garantite certe caratteristiche. Il che - magari in situazioni di "emergenza" - potrebbe significare degli obblighi individuali effettivi a fronte di un "diritto" generalizzato e quindi generico.

 

C'è poi il "diritto all'istruzione", e qui vale se non altro il pregio di una certa chiarezza: c'è anche l'"istruzione obbligatoria". Non si parla almeno di diritto all'educazione, la quale nel riferimento etimologico è ex-ducere, cioè far emergere quel che vi è dentro, quel che si ha di proprio ed autentico. No, è proprio diritto all'istruzione, come le "istruzioni" che vengono date agli elaboratori elettronici. In sostanza, il diritto ad essere conformati. Un bel diritto non c'è che dire. Un po' tutti i "diritti" si compendiano, infine, in un diritto che, se pure magari non manifestato esplicitamente, sembra largamente entrato nelle teste: il "diritto alla sicurezza". Il diritto deve valere in generale per tutti, quindi in tutto il contesto sociale non devono esserci minacce alla sicurezza. Si giunge così in fondo alla catena dei "diritti", al termine della quale sta ciò che si preannunciava già dall'inizio: il controllo sociale totale.

 

Detto questo, terrei presente d'altra parte che sino a quando c'è il Diritto sta bene che ci siano delle norme che tutelano certe posizioni e situazioni, determinando quelli che possiamo chiamare diritti giuridici soggettivi; fintanto che ci sia il lavoro salariato va bene che ci sia il diritto a un minimo di retribuzione, a certi periodi di riposo, a certe condizioni lavorative… Cioè però qualcosa di specifico, riferito a questioni ben individuate e concrete; qualcosa di ben diverso dalla vaghezza pretenziosa e in realtà del tutto ambigua degli pseudo-diritti come quelli di cui ho detto.

 

C'è però un diritto che, sia pure di tipo generale, considererei con interesse: quello che chiamerei "diritto all'autosussistenza". Il diritto ad avere disponibilità di una certa quota di territorio e di risorse naturali sane. Con questo verrebbe delineata secondo me una prerogativa umana fondamentale. La disponibilità di qualcosa che sussiste originariamente, quindi dovrebbe essere accessibile a tutti e a ciascuno; a ciascuno poi il compito di trarne il proprio vivere, con la solidarietà certamente delle persone che ha intorno. Questo diritto contemplerebbe il diritto di autoprodurre, autocostruire, realizzare da sé il necessario alla propria vita economica, senza bisogno di "concessioni" burocratiche, di ricorsi obbligatori a specialisti tecnici da pagare, per cui aver bisogno di denaro per cui doversi mettere a disposizione…

 

Enrico Caprara

 

 
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