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Un pazzo col dito sul grilletto atomico? PDF Stampa E-mail

23 Novembre 2017

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Da Comedonchisciotte del 21-11-2017 (N.d.d.)

 

Questa settimana, in un’udienza straordinaria al Senato, legislatori e funzionari militari si sono coalizzati contro Trump, ritenendolo un pericolo per la pace mondiale a causa del suo potere di lancio di armi nucleari. Il momento clou è venuto quando è stato detto che gli ufficiali militari hanno il diritto costituzionale di disobbedire al presidente. Un palese appello all’ammutinamento contro l’autorità presidenziale. L’udienza al Senato rappresenta un momento eccezionale in un anno in cui la politica è stata messa sottosopra dall’elezione di Trump. Quel momento di potenziale sommossa tuttavia sembrava essere un evento piuttosto improbabile. La Commissione del Senato per le Relazioni Estere si è riunita martedì per discutere degli aspetti legali riguardanti il ​​presunto potere esecutivo del presidente di lanciare missili nucleari. Lultima volta avvenne nel 76, poco prima che Nixon venisse deposto. Questo da solo dice quanto sia in gioco per The Donald.

 

La rivista Time ha pubblicato l’articolo: “Trump dovrebbe avere il potere esclusivo di lanciare missili nucleari?” Il senatore Chris Murphy (D) ha definito il tono e lo scopo dell’udienza: “Siamo preoccupati che il Presidente sia così instabile da poter ordinare un attacco nucleare, cosa che va palesemente contro gli interessi di sicurezza del paese”. Riferendosi alla grave implicazione costituzionale, Murphy ha aggiunto: “Riconosciamo l’eccezionale natura di questo momento, della discussione che stiamo avendo oggi”. È difficile immaginare un modo più degradante di riferirsi al capo dello stato. Trump, in pratica, viene dipinto come un pazzo con il dito sul pulsante per l’Armageddon. Come fa il presidente a mantenere l’autorità in un contesto del genere? Queste schiere anti-Trump sono state spinte dai suoi oppositori politici, dai media democrats e dall’intelligence, nell’ultimo anno ed oltre. Ricordate quando, durante un dibattito tv, la Clinton lo rimproverò di essere un pericolo per la sicurezza a causa del suo temperamento instabile e del suo potenziale accesso ai codici nucleari? Persino i membri del Partito Repubblicano lo hanno dipinto come una minaccia alla sicurezza nazionale. Il senatore repubblicano Bob Corker, il mese scorso, ha aspramente criticato la sua retorica di fuoco verso la Corea del Nord, dicendo che “instrada gli Stati Uniti sulla via della terza guerra mondiale”. Il presidente è appena tornato da un tour asiatico di 12 giorni, rivendicandolo come un grande successo in termini di promozione degli interessi commerciali americani. Ma gli ex capi dell’intelligence gli sono sùbito entrati in scivolata definendolo una “minaccia alla sicurezza nazionale” in varie interviste. L’ex capo della CIA John Brennan e l’ex direttore dell’Intelligence nazionale James Clapper si riferivano alla conversazione di Trump con Putin durante il vertice APEC in Vietnam. Entrambe le ex spie, che presumibilmente conservano ancora stretti contatti all’interno dell’establishment della sicurezza militare, lo hanno accusato di “aver accettato le rassicurazioni di Putin che la Russia non ha interferito nelle elezioni americane”. Trump, hanno detto, è stato “preso in giro da Putin” e stava pertanto mettendo in pericolo la sicurezza nazionale. Tali commenti sono stati ripresi questa settimana da Brian Hook, alto funzionario del Dipartimento di Stato, che in una conferenza a Washington ha dichiarato che “la Russia è una chiara e concreta minaccia per l’Occidente.” Come riferito da Radio Free Europe: “La linea dura di Hook su Mosca sembra essere in contrasto con i tentativi dichiarati dall’amministrazione Trump di migliorare le relazioni con la Russia”.

 

Ancora una volta, è difficile immaginare quanto più dispregiativi possano essere gli insulti espressi contro un presidente in carica. Le deboli accuse di “collusione” tra Trump e la Russia lo hanno bollato come “burattino del Cremlino”. Inoltre, è una presumibile minaccia alla sicurezza nazionale; e ora questa settimana, un pazzo che deve essere allontanato dal bottone nucleare. Un ufficiale militare presente alle udienze dice che ha un “potere simil divino di porre fine al mondo”. Bruce Blair, ex comandante del lancio nucleare, ha dichiarato in un’intervista ai media: “Il potere di distruggere la civiltà umana è unilateralmente maneggiato da un tizio che è un rinomato genio della truffa e star tv nota per la sua impulsiva petulanza, irascibilità ed ancor più breve durata di attenzione”. Il commento forse più significativo è giunto dal generale Robert Kehler, che ha diretto il Comando Strategico statunitense a capo dell’arsenale nucleare nel periodo 2011-2013. Ha detto dalla commissione del Senato: “Se viene presentato un ordine illegale ai militari, questi hanno l’obbligo di rifiutarsi di seguirlo”. Kehler ha detto che questo dovere si applica a tutti i presidenti. Tuttavia, visti gli attacchi mediatici senza precedenti ed incessanti a Trump dell’ultimo anno, la chiamata alla disobbedienza assume un significato particolare. È una sfida aperta all’autorità ultima di Trump.

 

Cerchiamo di essere chiari. La personalità ed il comportamento di Trump sono sospetti. È impetuoso e spericolato nella sua retorica. Le sue minacce di scatenare “fuoco e furia come il mondo non ha mai visto” sulla Corea del Nord sono profondamente inquietanti. Così come le sue minacce, fatte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre, di “distruggere totalmente” la nazione asiatica a causa del suo programma nucleare. I tweet con cui definisce il leader nordcoreano “Little Rocket Man”, e più recentemente “basso e grasso”, sono provocazioni gratuite, ed hanno intensificato le paure dello scoppio di una guerra nucleare. Sembra esserci tuttavia che la classe politica americana, che non ha mai mandato giù l’elezione di Trump, abbia un’ulteriore agenda. Ritrarlo come un tirapiedi russo, un traditore ed un pericolo per la sicurezza nazionale sono tutti step della campagna in corso per deporlo e ribaltare il risultato delle elezioni dello scorso anno. Ma ecco la cosa intrigante. I senatori questa settimana non hanno previsto di modificare la legislazione per frenare i poteri nucleari del presidente. Il senatore Bob Corker ha detto ai giornalisti: “Non credo accadrà”. Brian McKeon, Sottosegretario alla Difesa per la politica militare durante l’amministrazione Obama, ha dichiarato: “Se dovessimo cambiare il processo decisionale per la sfiducia nei confronti di questo presidente, sarebbe un’infelice decisione per il prossimo”. Così il gioco è fatto. I legislatori e gli ufficiali militari non sembrano avere alcun problema con il fatto che un presidente possa lanciare attacchi nucleari preventivi contro uno stato percepito nemico. Se obiettassero, allora spingerebbero per limitare l’uso delle armi nucleari. Il vero problema qui dovrebbe riguardare il modo in cui a qualsiasi presidente americano viene data l’autorità di lanciare una guerra nucleare, non solo a Trump. Ciò a cui i suoi oppositori nell’establishment politico-militare mirano veramente è trovare un pretesto per indebolire la sua carica e, in ultima analisi, sfidarne l’autorità presidenziale, sulla base del fatto che non è idoneo. L’appello di questa settimana affinché l’esercito disobbedisca ai suoi ordini è un avvertimento: un colpo di Stato non è impensabile.

 

 Finian Cunningham (traduzione a cura di HMG)

 

 
Paradisi fiscali PDF Stampa E-mail

22 Novembre 2017

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Da Rassegna di Arianna del 20-11-2017 (N.d.d.)

 

Francisco Quevedo, uno dei grandi della letteratura universale, scrisse, nelle Poesie infantili, alcuni versi divenuti famosissimi: “poderoso caballero es Don Dinero. Madre, yo al oro me humillo, él es mi amante y mi amado.” Non crediamo occorra traduzione. A questo pensavamo, leggendo dei cosiddetti Panama Papers, ovvero le informazioni rese pubbliche dal gruppo Mosack Fonseca, uno studio legale panamense “che fornisce informazioni su oltre 214.000 società offshore, includendo le identità degli azionisti e dei manager” (Wikipedia). Le rivelazioni dei giornalisti investigativi che hanno lavorato al caso sono assai interessanti. Tra gli undici milioni di file, alcuni gettano una luce nuova – quella vera – su alcuni personaggi amati dal pubblico, beniamini della stampa internazionale, alfieri del messaggio politicamente corretto. Tra i detentori di conti e affari nei paradisi fiscali figurano infatti stelle della musica pop come Madonna e del rock come Bono, leader degli U2. Si tratta di campioni del buonismo internazionale, sempre pronti a cavalcare le cause umanitarie ed ergersi a difensori dei poveri e degli sfruttati. Non manca il più stretto collaboratore di un’altra icona progressista, il primo ministro candese Justin Trudeau, giovane, bello e “de sinistra”, eccetto quando si tratta del portafogli, né qualche esponente del partito laburista inglese. La vera star dei Panama Papers, tuttavia, è Sua Graziosa Maestà la Regina Elisabetta II d’Inghilterra, che avrebbe messo al sicuro almeno dieci milioni di sterline. Che volete che sia, fanno sapere da casa reale, non si tratta che dello 0,3 per cento del patrimonio degli Windsor, e certamente l’anziana sovrana non ne sapeva nulla, fiduciosa nei suoi consulenti ed amministratori. Tutte queste notizie, peraltro, non sono che folclore, poco più che aneddoti su un mondo, quello della finanza, che avrebbe bisogno di far scoprire ben altro rispetto a quanto emerso dai documenti panamensi. In più, la notizia si è ormai raffreddata sui grandi media mainstream, i cui padroni e mandatari – pochi grandi gruppi internazionali – sono parte integrante del sistema ed hanno tutto l’interesse a concentrare l’attenzione su singole persone, fossero pure esponenti della monarchia di una vecchia potenza imperiale, sviando il pubblico da un fenomeno, quello dell’elusione fiscale, del labirinto del denaro, dei luoghi e dei modi in cui si esercita il vero potere, la cui conoscenza, anche parziale, cambierebbe in maniera irreversibile la visione del mondo di miliardi di esseri umani. Lasciamo dunque la Regina alle sue dubbie giustificazioni sulla modestia delle somme oggetto della marachella, magari facendo una mano di conti sul patrimonio (quello ammesso!) della casa di Windsor, sul cui Commonwealth non tramonta mai il sole, che sarebbe, calcolatrice alla mano, di almeno tre miliardi di sterline. Cerchiamo invece di andare al sodo, ovvero all’immenso problema dei paradisi fiscali. La prima notazione strappa un sorriso: il termine inglese tax haven non significa paradiso fiscale, come è tradotto in diverse lingue, ma rifugio, porto. L’equivoco nasce dalla confusione tra heaven, paradiso, e haven. Un caso, o un capolavoro di programmazione neurolinguistica? Anni fa, un liberista a ventiquattro carati, il senatore e professore Antonio Martino dichiarò che se esistono i paradisi fiscali è perché ci sono gli inferni tributari. C’è del vero nella battuta del cattedratico siciliano, peccato che l’inferno, in genere, riguardi, in Italia e fuori, soprattutto la massa dei lavoratori dipendenti, dei pensionati, dei piccoli e medi imprenditori e non i giganti, comprese le entità finanziarie globali. Un dato su tutti: Facebook ha dichiarato in Francia un giro d’affari di oltre 210 milioni di euro nel 2015, ma ha pagato imposte per poco più di 300 mila euro, lo zero virgola quindici per cento. Forse i paradisi, o rifugi fiscali, c’entrano qualcosa, insieme con l’apparato legislativo di molti paesi che consente di celare redditi, creare passività, organizzare vorticosi giri del pianeta da attribuire a società controllate o a veri e propri fantasmi, giocare con i bilanci, realizzare mille spericolate operazioni di ingegneria finanziaria. Desta altresì un certo stupore digitare il sintagma “paradisi fiscali” su un grande motore di ricerca, ed imbattersi in numerosi, serissimi siti che offrono la più ampia assistenza per mettere in piedi società offshore. Anche in questo caso, il significato è assai indicativo della forma mentis che ci viene imposta. Offshore, infatti, significa “fuori costa”, ma nell’uso corrente si tratta del nome attribuito a società localizzate in territori, situati spesso in piccole isole oceaniche (lett. “al largo della costa”) in cui vigono legislazioni particolarmente permissive per quanto riguarda il trattamento fiscale, gli adempimenti contabili e societari, combinati con rigide garanzie di riservatezza e anonimato sui movimenti bancari e societari. La definizione è assai autorevole, giacché è tratta dall’enciclopedia Treccani. I siti, molto professionali, con linguaggio impeccabile e dovizia di riferimenti legislativi spiegano molte cose anche a chi non intende costituire società offshore. Una delle società specializzate individuate in rete, ad esempio fornisce un apprezzato servizio, come dire, chiavi in mano, affermando che “le grosse società riescono ad ottimizzare il proprio carico fiscale, facendo figurare in perdita le succursali che si trovano nei paesi ad alta tassazione e realizzando profitti – occultati alle amministrazioni fiscali aggressive – attraverso società schermo”. […] Ognuno tragga le sue conclusioni, senza dimenticare che gli stessi promotori parlano di società schermo, dunque ammettono pacificamente il carattere fittizio, strumentale di un numero sterminato di società, dunque di milioni di transazioni.

 

Questo è il sistema, però, non la sua degenerazione o la sua patologia. Il mercato sovrano questo è e su queste regole prospera, inutile nascondersi dietro un dito. Senza i paradisi, o rifugi non tanto fiscali, ma finanziari, senza questa infrastruttura, una sorta di perfetta fognatura della struttura globale, non potrebbero sussistere i buchi neri che inghiottono il denaro, ne celano la vera provenienza, la destinazione finale e i loro obiettivi; il mercato misura di tutte le cose, la globalizzazione, la privatizzazione del mondo non funzionerebbero.  Tanto più che le informazioni tratte dagli addetti ai lavori parlano di cifre impressionanti. L’insider Bsd stima attorno al 60 per cento la quota di capitali internazionali allocati offshore. […] Elisabetta d’Inghilterra, in fin dei conti, non ha fatto altro che depositare un poco del suo sudato tesoretto in uno dei numerosissimi conti riconducibili a società residenti in qualche angolo del mondo sotto l’influenza dell’impero britannico. I paradisi, o rifugi, se preferiamo la traduzione letterale di Tax haven, sono in numero impressionante. Sono sparsi equamente in tutto il mondo, con preferenza per l’Europa e le Americhe, ed in genere si tratta di staterelli, isole o enclaves legate al vecchio impero britannico, senza dimenticare gli antichi possedimenti di un’altra ricchissima monarchia di mercanti, l’Olanda degli Orange. Nuovi paradisi sono sorti un po’ ovunque, poiché, come sapeva già Vespasiano imperatore, il denaro non puzza. Teoricamente, esiste una lista nera di paesi e luoghi che la stessa comunità internazionale considera sentina di illegalità, ma la realtà è assai più complessa ed articolata, e fa impallidire la stessa Svizzera, la cui secolare neutralità è la ragione stessa della reputazione della confederazione crociata come porto sicuro per capitali alla ricerca di tranquillità, silenzio, stanze ovattate dove svolgere ogni genere di acrobazie con al centro Don Dinero, Don Denaro. Pensiamo all’ Unione Europea: Cipro, Lussemburgo, Malta sono paesi membri, ma, in modi e con clientele diverse (pensiamo ai capitali russi allocati a Cipro) sono anche paradisi fiscali, in barba alle norme comunitarie. I microstati come Monaco, San Marino, Andorra, Liechtenstein, Gibilterra non hanno altra ragione d’esistenza se non la funzione di comodo rifugio per affari di ogni genere. Una delle cause scatenanti dell’attuale crisi catalana è la circostanza che dal 2018 il minuscolo principato pirenaico di Andorra eliminerà in gran parte il segreto bancario, facendo emergere le prove di corruzione e probabilmente di coinvolgimenti in affari indicibili da parte di settori politici, economici, finanziari ed imprenditoriali di Barcellona, disposti a giocare la carta della separazione dalla madre patria. Del ruolo dell’Istituto per le Opere di Religione vaticano è opportuno tacere per carità cristiana, ma figure come quella di monsignor Marcinkus sono note in tutto il mondo. Poi ci sono le isole del canale (Jersey e Guernsey) e l’isola di Man tra Irlanda e Gran Bretagna, entrambe dipendenze dirette della Corona inglese, ma, opportunamente, non facenti parte del Regno Unito, tanto che i loro cittadini esibiscono un passaporto con la dicitura Isole Britanniche anziché United Kingdom. Gli stati, staterelli e protettorati vari che fungono da paradisi fiscali sono in genere privi di valuta propria, senza esercito, la loro vita politica è spesso caratterizzata dall’assenza di partiti e sindacati. È evidente che se esistesse una volontà chiara di farla finita con le pratiche di finanza ombra e con il lucroso sistema delle sedi sociali di comodo, l’esito sarebbe certo e persino rapido: sanzioni economiche, interruzione delle linee informatiche, blocco nelle comunicazioni metterebbero in ginocchio l’intera filiera. Quanto all’eventualità di ricorrere alla guerra, gli Stati Uniti invasero senza problemi Grenada e lo stesso Panama, allorché il presidente Noriega cessò di essere funzionale ai loro interessi. Dunque, si deve concludere che i tax haven sono parte integrante ed insostituibile di un sistema generale opaco, antipopolare, con non pochi tratti criminali. John Kennedy provò nel 1962 senza successo ad istituire la tassazione dei profitti esteri delle corporazioni americane. Chissà che tale sgarro, unito al tentativo di emettere banconote governative al posto della Federal Reserve, non sia tra i moventi di chi ha armato la mano del sicario di Dallas nel novembre 1963. I Caraibi fanno la parte del leone, nell’universo offshore: vicini agli Usa, cuore dell’impero, protetti da svariate formule giuridiche in quanto alla forma statuale ed istituzionale, sono la colonna vertebrale della finanza ombra: Barbados, Bahamas, Bermude, le Isole Vergini Britanniche, e poi Anguilla, Grenada, Trinidad e Tobago, le Cayman, senza dimenticare l’Honduras Britannico o Belize in America centrale. Poi ci sono le Antille Olandesi (Curaçao), naturalmente Panama, culla degli interessi americani per via del canale e tante altre piccole realtà. Poiché oggi il cuore del denaro si è spostato ad oriente, citiamo le opache monarchie del petrolio, Singapore, Hong Kong, Macao, persino Taiwan. Infine, resta l’immensa area oceanica del Pacifico, con Tonga, Vaunatu, la Nuova Caledonia (Francia), le Isole Marshall.

 

L’elenco è lungo, incompleto ed impreciso, ma dimostra un fatto: il denaro non vuole controlli, odia gli Stati sovrani, sfugge non solo e non tanto il fisco, ma la chiarezza e la trasparenza. Ama scomparire e ricomparire, celare i suoi viaggi e soprattutto non far sapere da dove viene e dove va, chi e cosa paga, chi muove i fili e chi finanzia, di quali vergogne, crimini, misfatti è ragione, prova, protagonista. Il suo fine ultimo non è l’arricchimento, ma il dominio, a vantaggio di una cupola (possiamo chiamarla cricca, o direttamente banda?) che ha nel sistema finanziario il proprio santuario e nelle nuove tecnologie, specie quelle informatiche e di controllo, il più potente strumento di potere mai apparso sulla scena del mondo. Non è un caso che ai colossi tradizionali – le grandi banche d’affari, i gruppi petroliferi, alcune centinaia di multinazionali- si siano aggiunti i giganti dell’elettronica, i GAFU, Google, Apple, Facebook, Amazon, più Microsoft. La sola Irlanda, per restare in Europa, ha abbonato tasse ad Apple per 13 miliardi di euro, mentre il conto dell’elusione realizzata nei grandi Stati europei è pressoché incalcolabile, e la reazione debole, tardiva, difensiva, destinata alla sconfitta se il sistema non cambia alla radice. I paradisi fiscali, infatti, non sono che uno dei tasselli di una gigantesca costruzione in cui i padroni delle tecnologie digitali ed informatiche, in perfetta sinergia con i vertici del sistema finanziario ed economico,  all’ombra del potere politico militare e degli apparati riservati statunitensi, sono contemporaneamente utenti e fornitori delle tecniche per nascondere i flussi di denaro, dei grandi server di controllo, conservazione e presumibilmente manipolazione dei dati, oltreché i massimi beneficiari. È per capirci, una partita in cui lo stadio, il pallone, l’arbitro e le squadre in campo dipendono dallo stesso padrone. Unica variabile, il pubblico pagante a cui deve essere fatto credere che il risultato non è prestabilito. In mezzo, ci sono gli Stati, che non hanno obiettivamente strumenti per opporsi al fiume di dati, di denaro, di transazioni di cui non riescono ad avere né il controllo né la stessa conoscenza. Qualcuno parla di un minimo di 21 mila miliardi nascosti, un trenta per cento del PIL mondiale, altre fonti parlano di cifre diverse. Si parla, oltretutto, delle sole ricchezze finanziarie, non dei beni di lusso, come navi, quadri, oro o gioielli. Ciò che è chiaro a tutti coloro che hanno studiato il fenomeno è che l’80 per cento delle somme nascoste nei paradisi fiscali sono in capo allo 0,1 per cento dei più ricchi del mondo. Di questo tesoro pressoché incommensurabile, la metà sarebbe saldamente nelle mani dello 0,01 di super ricchi. Viene in mente Aristotele e la sua distinzione tra economia e crematistica, ovvero l’accumulazione di ricchezza derivante esclusivamente dall’uso del denaro. All’orizzonte, è intanto apparso un nuovo paradiso fiscale, virtuale questa volta, in linea con la dematerializzazione di tutto generata dall’alleanza tra finanza e tecnologia informatica ed elettronica. È il sistema delle criptovalute, le monete virtuali che possono essere trattate in un mercato parallelo e sottostante agli altri. La capitalizzazione delle criptovalute, tra le quali spiccano il Bitcoin e l’Ethereum (nomen omen…) è in costante ascesa e supera ormai i 155 miliardi di dollari. Poco o nulla, dinanzi ad Apple, con 815 miliardi, o Amazon (474 miliardi), ma un nuovo attore globale è entrato in campo, un filone che sfuggirà ad ogni controllo indipendente. Il giornalista economico Paolo Panerai segnala lo strano caso della risoluzione 72/E del 2016 dell’Agenzia italiana delle Entrate che ha dichiarato “non imponibili mancando la finalità speculativa” le operazioni in criptovalute. Misteriosamente quanto opportunamente, il documento ministeriale è scomparso dal sito dell’Agenzia. Un altro settore è quello del cosiddetto “shadow banking” le transazioni ombra, specie di titoli derivati, che avvengono prevalentemente utilizzando i canali dei paradisi fiscali. Altrettanto interessante sarebbe poter seguire il denaro che transita nel grande mare del clearing, ossia del sistema di compensazione interbancario tra crediti e debiti, dominato da Claistream ed Eurostram con sede a Lussemburgo, le due società che possiedono anche il circuito Swift che permette i pagamenti e bonifici internazionali. In realtà Swift è controllato dal governo statunitense e, si dice, bloccò per alcune settimane le operazioni della banca vaticana, sino alle inspiegabili dimissioni di Benedetto XVI.

 

Esiste dunque, all’insaputa dei popoli, un immenso fiume carsico legato al denaro che appare, scompare, riaffiora a seconda degli interessi di pochi. Non vi è dubbio che i paradisi fiscali siano il luogo privilegiato del riciclaggio del denaro proveniente dalle più odiose attività criminali, traffico di armi, droga, organi, tratta di esseri umani. Un capitolo a parte meriterebbe la pratica del signoraggio, ovvero i profitti occultati che il sistema finanziario trae dalla creazione monetaria sottratta agli Stati sovrani. In tutto ciò, gioca sicuramente un ruolo chiave il sistema delle banche centrali, il cui cardine è la BRI di Basilea (Banca dei Regolamenti Internazionali) la cupola delle banche centrali. Vale la pena ricordare che la BRI, insieme con le sue consociate, tra le quali spiccano la BCE e la Federal Reserve, gode di statuto privilegiato, passaporto diplomatico per i dirigenti, divieto di ispezioni, perquisizioni e controlli, tanto da parte di autorità pubbliche che di entità indipendenti. Non vi è quindi alcun dubbio che l’intero sistema finanziario mondiale, di cui i cosiddetti paradisi fiscali sono un importante tassello, sfugga non solo a qualunque controllo di legalità tributaria, ma rappresenti il massimo potere planetario, con legami inconfessabili con tutte le forme di ingiustizia, coercizione, illegalità che rappresentano il dominio di pochi su miliardi di esseri umani. I Panama Papers insomma sono una piccola goccia di verità e non cambieranno la storia, ma almeno adesso sappiamo che persino le istituzioni più antiche e prestigiose, come la stessa casa reale britannica, sono parte integrante di un sistema vergognoso. Se anche la regina Elisabetta va in paradiso (fiscale), l’inferno è per tutti noi.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Suggestioni anarchiche? PDF Stampa E-mail

21 Novembre 2017

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Da Rassegna di Arianna del 13-11-2017 (N.d.d.)

 

Quanto si sta ultimamente verificando in quel di Catalogna, nonostante le parvenze di una questione prettamente iberica, dal carattere di passeggera rivendicazione a carattere localistico, riveste, invece, un carattere di problematicità tale, da non poter essere passato sotto silenzio o, quanto meno, giustificato e spiegato con le solite nenie buoniste e solidariste, che identificano in quel problema, un fatto di egoismo contrapposto allo strabordante e nauseabondo buonismo legalitario delle istituzioni statuali europee. È praticamente dall’inizio del processo di nascita degli Stati Nazionali europei e dal suo venire a compimento nel Secolo Breve che in Europa si verificano periodici conati di autonomismo ed indipendenza delle varie regioni o macro regioni considerate. Tale fenomeno è andato poi amplificandosi a livello globale, in quel lasso di tempo che va tra le due guerre mondiali, con la fine degli Imperi Centrali e quella, per lo più successiva al Secondo Conflitto Mondiale, degli Imperi Coloniali. Da quel momento in poi, sarà tutto un fiorire di rivendicazioni a livello europeo e mondiale. Palestina e Kurdistan, in Medio Oriente, Kashmir in India, Tibet e Turkestan in Cina, Cecenia ed Abkhazia in Russia, Regione Miskito in Nicaragua, Casamance in Senegal, Sahara Spagnolo in Marocco, Moros nelle Filippine, Timor Est, Molucche, Banda Aceh e West Papua in Indonesia, ma in Europa anche Irlanda del Nord, Paesi Baschi, Corsica, Sud Tirolo, Val d’Aosta, Vallonia, Scozia, Bretagna, Galles, Catalogna e tanti altri ancora…tutti accomunati da frettolose suddivisioni territoriali operate a colpi di matita, all’insegna di quella “ragion di stato” che, alla fine dei vari Risorgimenti nazionali e dei vari conflitti mondiali, determinarono confini e stati, troppo spesso senza tener conto delle popolazioni che abitavano i territori presi in considerazione. Rivendicazioni spesso sfociate in sanguinosi conflitti (Palestina, Kurdistan, Ulster, Paesi Baschi, etc.) o rimaste allo stadio di rivendicazioni politiche “forti” (Scozia, Bretagna, Catalogna ed altri…).

 

Ad onor del vero, per dare una prima risposta al problema, bisognerebbe risalire all’origine dello Stato Occidentale Moderno, ovverosia, così come esso è andato prefigurandosi dal 16° e dal 17° secolo in poi, per voce dei vari Bodin, Grozio, Pufendorf e Hobbes e che, per quanto assurdo possa sembrare, troverà la propria più compiuta espressione in quel Giacobinismo che della Rivoluzione Francese costituirà l’anima più radicale e contraddittoria. Da Luigi XVI a Robespierre, va quindi determinandosi un percorso volto a fare dello Stato un’Entità centripeta ed accentratrice al massimo livello. Un monolite sorretto da reciproci interessi commerciali, all’insegna dell’ “homo homini lupus”, ben lontano quindi dall’ethos comunitario che caratterizzava le Città-Stato dell’Evo Medio, quanto le più antiche Poleis Elleniche e la Res Publica Romana. Uno Stato animato dall’intento di uniformare e distruggere qualunque forma di residuale autonomia interna, eredità di quegli ordinamenti universalistici dell’Evo Medio e dell’Evo Antico che, invece, con tutti i propri limiti, nel nome di un superiore ideale, avevano saputo concedere statuti ed autonomie a Gilde, Corporazioni, Compagnonnage, ma anche a Feudi, Principati, Contee, Comuni. Lo Stato della nascente Modernità va, pertanto, prefigurandosi quale ottuso Moloch uniformatore, creando la premessa per tutti i problemi a venire, a cui abbiamo poc’anzi accennato. Il primo episodio-simbolo di questa nuova situazione, sarà la vicenda vandeana, immediatamente succedanea a quella Rivoluzione Francese, sulla quale getterà un primo, oscuro, velo di ambiguità, lasciando scomodi interrogativi sul tavolino della storiografia ufficiale. A questa iniziale trasformazione dello Stato, se ne andrà presto aggiungendo un’altra, se vogliamo, ancor più esiziale e micidiale di questa prima, nelle sue conseguenze: quella della graduale perdita del primato della politica e del peso specifico dello Stato stesso, in favore dell’economia e dei suoi aggregati sociali, inizialmente nel ruolo di assoluti detentori del primato tecnologico, quale volano della Rivoluzione industriale, a cui avrebbe fatto seguito una graduale virtualizzazione dei processi economici attraverso la loro finanziarizzazione a livello globale. La disumanizzazione dello Stato, dei processi economici e delle relazioni che ne stanno alla base, finiscono con il disconoscere qualsiasi dignità a rivendicazioni, istanze o esigenze che non siano strettamente finalizzate a questo scopo. Le premesse sin qui trattate, vengono a determinare scenari geopolitici e geoeconomici del tutto differenti da quelli sin qui succedutisi, nel corso della lunga vicenda occidentale. Gli Stati si muovono all’interno di uno scenario caratterizzato da aggregati macroeconomici, coordinati da organismi a carattere politico o economico sovrastante i singoli ordinamenti (Comunità Europea, Nafta, etc.) e che, a loro volta, rispondono ad altri organismi che in qualche modo ne sovrastano o limitano l’attività (FMI, Nazioni Unite, Accordi WTO, etc.). Se, apparentemente, questo interrelarsi e coordinarsi di forze sembra aver la parvenza di una egualitaria combinazione e redistribuzione di risorse economiche, finanziarie e politiche, in verità così non è. Anzi. Lo scettro del comando oggi è saldamente detenuto da una potenza mondiale, gli Usa, in stretta simbiosi con quei centri del potere economico e finanziario globale che, guarda un po’, ad oggi continuano per lo più a concentrarsi proprio sul territorio di questi ultimi. Questo, anche e nonostante il processo di deterritorializzazione della finanza e dell’economia, che vede il sorgere di nuovi attori come la Cina ma che non potrà mai fare a meno degli Usa, detentori del primato assoluto di stampa, emissione ed esportazione di valuta (dollari) al mondo. E si sa, chi detiene il primato nella produzione ed esportazione del denaro, ad oggi, problemi o non problemi, ha saldamente nelle proprie mani le redini del potere mondiale. In uno scenario del genere, qualsiasi lotta o frizione di tipo meramente geopolitico, perde di qualsiasi rilevanza, poiché a mutare radicalmente ora, sono le esigenze dei singoli Stati e dei loro popoli che, sempre più, dovranno pensare a preservare la propria indipendenza economico-finanziaria e la propria identità politica, per non soccombere schiacciati da un sistema mondiale, caratterizzato da una sempre maggior volatilità delle prospettive economiche e finanziarie, su cui un sempre minor numero di speculatori trae profitto, a fronte di un sempre più diffuso stato di indigenza e povertà. Un sistema che, nella perdita di identità e coscienza dei singoli popoli, fonda la propria forza di perpetuazione, spingendo su una massiccia leva migratoria dal Terzo Mondo da immettere nei delicati equilibri sistemici del Vecchio Mondo, al fine di alterarne irrimediabilmente quelle componenti caratteriali, in grado di opporre una qualsivoglia resistenza a tale progetto. Lo stesso degrado delle condizioni dell’ecosistema globale, è portato avanti al fine di portare all’estremo e nel più breve termine possibile il lucro delle varie lobby economiche e finanziarie legate all’utilizzo degli idrocarburi. Un confronto o, per meglio dire, uno scontro di dimensioni ed entità tali, da non poter permettere l’esistenza di micro entità statuali, scollegate e distaccate da un contesto comunitario più forte, quale quello rappresentato dagli stati- nazione. Questo, a meno di non voler addivenire, di comune accordo, alla costituzione di un mondo equamente diviso e frazionato dall’ “A” alla “Zeta” dei suoi componenti, economici, politici, statuali e spirituali. Un’Europa spezzettata in tanti staterelli e macro regioni, non ha alcun senso se non avremo anche degli Usa spezzettati, magari con una New York indipendente, accanto agli antichi Stati Sioux e magari un New Mexico libero ed ispanico al 100%. Né avrà senso, se non avremo una Cina altrettanto spezzettata, con un Tibet finalmente libero, un Turkestan Islamico Indipendente e, magari, una Mongolia e uno Guangxi altrettanto liberi. Stesso discorso, per paesi come la Russia, l’India o il Brasile, senza parlare di Israele che dovrebbe di nuovo lasciare molte terre alle rivendicazioni Palestinesi. Senza contare la ridefinizione dei confini tra Iraq, Turchia, Siria ed Iran, con la nascita di un Kurdistan libero. Gli stessi organismi sovranazionali andrebbero ridefiniti su base etnica e regionale, pertanto, tutti a pari potere decisionale. Ma questo non servirebbe a nulla, se quanto sin qui prospettato non venisse realizzato anche nell’ambito della finanza e dell’economia globali. Tutte le grandi concentrazioni di potere economico e finanziario dovrebbero essere immancabilmente spezzettate e suddivise nel nome di un principio di proprietà ed azionariato diffuso, di modo che nessuno possa mai più detenere quote di maggioranza o di potere, tali da condizionare (come ora invece avviene…) gli equilibri di un contesto geoeconomico o geopolitico che dir si voglia. Stesso destino dovrebbe immancabilmente toccare a tutte le istituzioni religiose, doverosamente e doviziosamente suddivise per regione, etnia o popolo d’appartenenza, senza fare sconti proprio a nessuno.

 

Siamo forse al ritorno delle suggestioni anarchiche di Fourier, Proudhon e Bakunin? Forse, chi lo può dire… Certo è che, se si vuole essere coerenti con se stessi e, specialmente, con il proprio istinto di autoconservazione, non si può permettere un’Europa spezzettata, a fronte di un contesto di strabordante presenza di forti aggregati di natura macro politica (Usa, Cina, etc.) o economico-finanziaria (Multinazionali, Bilderberg, etc.). Pertanto, la conclusione più ovvia è che, visto lo scenario attuale che, almeno per ora, per nulla propende a soluzioni come quella poc’anzi indicata, la riscoperta delle “piccole patrie” deve sicuramente fungere da volano per una riscoperta più profonda ed autentica delle radici di un Popolo, varie e multiformi come deve essere la sua storia, non senza però dimenticarne quell’ultimo orizzonte dato da una imprescindibile comunanza di Destino, che solo l’idea di nazione può incarnare.

 

Umberto Bianchi

 

 
Interessi che fanno gola PDF Stampa E-mail

20 Novembre 2017

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Da Rassegna di Arianna del 15-11-2017 (N.d.d.)

 

CNN ha fatto un “clamoroso” servizio esclusivo: ha mostrato un mercato degli schiavi in Libia.  I media del giorno dopo hanno battuto la grancassa: intollerabile! Disumano! Protesta dell’UNHCR, delle ONG.  Eccetera. Il servizio CNN appare falso come giuda. Non perché “mercati” del genere non esistano in Libia, ma perché sicuramente non avvengono in quel modo, come al mercato del pesce. Falsa la indignazione, false le circostanze, falsi i particolari.  Per esempio si parla di negri denutriti: non viene mostrato nessun denutrito. […]

 

Posto che il servizio CNN è un fake, e che i media occidentalisti lo hanno strombazzato con tanta forza, ci si deve domandare cosa ciò prepara. Suscitare la compassione pubblica ed ufficiale per far riprendere il flusso dei migranti e ridare il business relativo alle note ONG tanto amate da Soros e dall’UNCHR (di cui ha fatto parte la Boldrini), nonché dalla Bonino? Un’iniziativa per mandare a monte gli accordi che Minniti ha stretto con   le bande libiche e che hanno ridotto l flusso di migranti e tagliato il business dei salvataggi alle ONG anglo e tedesche? È una situazione che l’ONU ha denunciato già da mesi: “Alcuni Paesi europei incoraggiano gruppi armati che trattengono chi vuole fuggire”, ha tuonato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ra’ad Hussein. Un intervento “umanitario” anglo-americano in quella zona della Libia dove l’Italia ha stabilito certe relazioni e ha interessi che fanno gola ai britannici? Dico britannici perché stranamente Londra ha appena riaperto a Tripoli l’ambasciata, ben fornita di tizi alti muscolosi che non sembrano diplomatici. E in coincidenza, è stato “arrestato” un faccendiere italiano che aveva ottimi rapporti con certe milizie. La permanenza di un Gentiloni – tanto amico di Hillary, e tanto nemico dei nostri interessi da ritirare l’ambasciatore dal Cairo per il caso Regeni –  garantisce che, se l’intenzione dei nostri alleati è predatoria, essa andrà a buon fine.  Forse non c’entra niente, ma inviterei a considerare il crollo in borsa di Leonardo: quella che un tempo si chiamava Finmeccanica, che è in mano all’azionista pubblico Tesoro per la metà: certo ha avuto un periodo non smagliante la nostra fabbrica di elicotteri, ma non al punto da giustificare un crollo di un quinto del suo valore (oltre il 21%) in un giorno solo.  Certo piace molto agli inglesi, o ai francesi? Ai tedeschi? Terrei d’occhio anche la corte che Renzi fa ad Emma Bonino per metterla nel governo. Non sono certo i voti che porta, questa globalista che ha approvato tutti gli “interventi umanitari” in Irak e Siria e Libia, che quando apre bocca sembra di sentir parlare la Cia o l’MI6.

 

Questo non è un articolo, è un allarme. La situazione è in evoluzione. Alla prossima puntata.

 

Maurizio Blondet

 

 
Il nuovo impero carolingio PDF Stampa E-mail

19 Novembre 2017

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Da Comedonchisciotte del 17-11-2017 (N.d.d.)

 

 […] Bisogna iniziare ribadendo che gli “Stati Uniti d’Europa” allargati all’intero continente, se qualcuno li ha mai davvero presi in considerazione, sono stati ormai scartati da anni: il vertice a Deauville dell’ottobre 2010, cui partecipano Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, può essere considerato lo spartiacque che separa il progetto dell’Europa allargata da quello dell’Europa franco-tedesca, moderna riproposizione dell’Impero Carolingio. È un disegno che non soddisfa pienamente gli USA (da cui una serie di attacchi al sistema-Germania come Volkswagen e Deutsche Bank), ma ha il probabile assenso della Gran Bretagna (da cui il tentativo di fondere Lse-Deutsche Boerse e l’uscita dall’Unione Europea per facilitare i piani federativi di Angela Merkel e Macron). All’interno della coppia franco-tedesca, la posizione dominante spetta, ovviamente, alla Germania, le cui prestazioni economiche e finanziarie surclassano quelle della Francia. Probabilmente Berlino, se ragionasse in termini meramente egoistici, procederebbe con l’integrazione politica della sola area euro-marco (Austria, Olanda, Slovenia, Lussemburgo, Slovacchia, Estonia, Finlandia), ma ragioni di natura geopolitica la inducono a sobbarcarsi anche la storica rivale: la Francia dispone ancora di un seggio permanente nel consiglio di sicurezza dell’ONU, è dotata di testate atomiche e, se abbandonata a se stessa, rischia di scivolare verso pericolose posizioni revanchiste-nazionaliste. Ad ogni modo, qualsiasi proposta di ulteriore integrazione europea, come l’introduzione di obbligazioni comuni, è ormai circoscritta all’asse franco-tedesco e gli ultimi sviluppi politici in Germania, dove la destra nazionalista è in forte crescita, chiudono la porta a qualsiasi integrazione a 27 (complicando persino la convergenza tra Emmanuel Macron e Angela Merkel). Il “resto” dell’Europa ha, in ottica franco-tedesca, valore modesto: non dispiacerebbe, se possibile, annettere al neo-impero carolingio la Catalogna, regione sviluppata e contigua alla Francia. Farebbe gola anche quella “Padania” che Gianfranco Miglio sognava di federare alla Germania: il Triveneto, in particolare, è il naturale sbocco della Germania sul Mar Adriatico e non è un caso se Luca Zaia, esponente della vecchia Lega Nord, abbia presentato il recente referendum sull’autonomia come “una risposta al plebiscito del 1862”, che separò Venezia ed il suo retroterra all’orbita germanica.

 

La penisola italiana nel suo complesso, però, non è nei desideri di Berlino e l’improvvisa ricomparsa dei secessionismi “insulari”, in primis quello sardo, testimonia che altre cancellerie europee (Londra in testa) sono interessate allo spezzatino dell’Italia. Se la Germania non ha intenzione di spendere un centesimo perché Roma rimanga agganciata all’eurozona, è solo questione di tempo prima che la situazione dell’Italia, sottoposta a letali dosi di austerità (perché “smetta di vivere al di sopra dei propri mezzi”), si faccia insostenibile. In prossimità del 2018, a distanza di sette anni dall’imposizione delle ricette della Troika, l’Italia è  allo stremo: il rapporto debito pubblico/PIL ha raggiunto livelli record a causa della costante crescita del nominatore e la contrazione del denominatore, la caduta verticale dell’attività economica ha gonfiato i bilanci delle banche di crediti inesigibili e gli indicatori occupazionali/demografici sono drammatici (il Sud Italia ed alcune aree del Nord stanno sperimentando un vero processo di desertificazione). Se la Germania avesse interesse a tenere la penisola nell’euro, dovrebbe immediatamente invertire marcia. Invece, tutti i segnali che provengono dal Nord vanno nella direzione di un ulteriore inasprimento dell’austerità: il testamento politico di Wolfgang Schäuble, lasciato al prossimo ministro delle Finanze (un liberale ultra-rigorista?), contempla apertamente il “default ordinato” per i membri dell’eurozona ed il recente ammonimento del vicepresidente della Commissione europea, il finlandese Jyrki Katainen, sulla necessità di varare una manovra-bis subito dopo le elezioni, conferma che Berlino non intende fare alcuno sconto all’Italia in materia di riduzione/contenimento del debito. Nel 2018 si prospettano quindi due strade all’Italia: la capitolazione di fronte all’asse franco-tedesco o l’uscita dall’eurozona.

 

La prima soluzione equivarrebbe ad inasprire ulteriormente le politiche lato offerta (tagli alla sanità e pensioni, licenziamenti, etc. etc.), taglieggiare il risparmio privato (prelievo sui conti o patrimoniale), saccheggiare quel che rimane del patrimonio pubblico (riserve di Bankitalia, immobili e partecipate) e lasciare che le ultime medie-grandi imprese italiane passino in mano straniera. Preme per questa soluzione il “partito Draghi” (o “partito Bilderberg”) che annovera, oltre al governatore della BCE, Ignazio Visco, Giorgio Napolitano, Eugenio Scalfari, Ferruccio De Bortoli, Carlo De Benedetti, Paolo Mieli, Mario Monti, Romano Prodi, gli Agnelli-Elkann etc. etc. Il “partito Draghi”, in vista delle politiche 2018, punta sulla vittoria elettorale del Movimento 5 Stelle, cui andrebbe sommata in Parlamento la sinistra “prodiana”: il reddito di cittadinanza o provvedimenti analoghi sarebbero ottimi paraventi per completare con discrezione la definitiva spoliazione dell’Italia. La seconda opzione, invece, prevede l’abbandono dell’eurozona di fronte ai diktat franco-tedeschi sempre più gravosi ed umilianti. L’uscita dalla moneta unica sarebbe emergenziale, dettata dal semplice istinto di sopravvivenza del nostro Paese: non esiste al momento “un partito dell’uscita dall’euro” analogo a quello che preme per il commissariamento (formazioni come la Lega Nord si sono appropriate della causa anti-euro per meri fini elettorali, senza possedere né prevedere alcun programma concreto per l’Italexit), anche se la vittoria della destra alle politiche del 2018 favorirebbe senza dubbio questa strada. L’unico “boiardo di Stato” ad aver apertamente contemplato un “piano B” è stato l’economista Paolo Savona, ex-ministro del governo Ciampi.

 

Nonostante il “partito dell’uscita dall’euro” sia ancora in gestazione, c’è da scommettere che cresca in fretta nel corso del 2018 e, entro la fine dell’anno, prenda il sopravvento: come abbiamo evidenziato all’inizio della nostra analisi, infatti, il progetto europeo allargato all’intero continente è ormai morto ed arrendersi al commissariamento franco-tedesco significherebbe soltanto abbandonare l’eurozona con 2-3 anni di ritardo, spogliati di ogni ricchezza residua (proprio come i governi Monti-Letta-Renzi hanno favorito il saccheggio del Paese, anziché risanare le finanze). Gli squilibri sul mercato interbancario europeo, ben visibili dai saldi dal sistema Target 2, lasciano pensare che nel mondo della finanza continentale ci si stia preparando per una Italexit nel corso dei prossimi dodici mesi: mai le banche tedesche hanno accumulato così tanto denaro presso la Bundesbank e mai, specularmente, le banche italiane si sono indebitate in maniera così alta presso Bankitalia. Un’imminente uscita dall’euro, quindi, per non essere schiacciati: contando su quali alleanze internazionali? Evaporate in fretta le speranze riposte in Donald Trump, totalmente paralizzato dagli intrighi di Washington, solo le potenze emergenti hanno interesse a sostenere la svolta italiana: un terremoto finanziario, quindi, e geopolitico.

 

Federico Dezzani

 

 
Ipocrisia occidentale PDF Stampa E-mail

18 Novembre 2017

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Da Rassegna di Arianna del 16-11-2017 (N.d.d.)

 

Perché l’Occidente difensore del “Bene e dell’Umanità” non invade la Libia, diventata un carnaio di schiavi? Nel 1999 la NATO bombardò la Serbia per fermare la pulizia etnica contro il Kosovo ribelle, chiudendo gli occhi sulle atrocità dell’altra parte e riconosciute solo molti anni dopo all’Unione Europea (Rapporto Sift, 2011). Nel 2001 l’Afghanistan fu aggredito, ONU benedicente, sull’inconsistente accusa di aver fatto da base ad al-Qaeda per l’attentato alle Torri Gemelle. Nel 2003 l’Iraq fu occupato con una “guerra preventiva” da Bush grazie all’invenzione di armi di distruzione di massa che invece Saddam Hussein non aveva. Nel 2011 fu la volta della Libia di Gheddafi, colpita da bombe francesi, britanniche, americane e, si è saputo solo dopo, anche italiane, e con l’Italia a fare da rampa di lancio, sfruttando una “primavera araba” in gran parte mitizzata e manipolata, ottenendo l’ottimo risultato di gettare la popolazione in un guerra civile e tribale, di aprire le porte all’ISIS, e di rendere le sponde tripolitane e cirenaiche un imbuto di affamati, che rischiano di finire in pasto ai pesci per raggiungere le nostre coste.

 

Ora l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Zeid Raad al-Hussein, evidentemente sbucando dalla tana in cui si nascondeva, ci viene a segnalare che in terra libica gli immigrati vengono illegalmente detenuti in lager dove sono maltrattati, torturati, seviziati, stuprati, uccisi, in una serie di orrori e abusi che giungono fino alla schiavitù vera e propria: un servizio della CNN ha proprio mostrato uomini e donne vendute come merci al mercato. Gli osservatori ONU, secondo la CNN, «sono rimasti scioccati da ciò che hanno visto: migliaia di uomini denutriti e traumatizzati, donne e bambini ammassati gli uni sugli altri, rinchiusi dentro capannoni senza la possibilità di accedere ai servizi basilari». Ora, il signor Hussein dovrebbe sapere che anche sotto Gheddafi gli aspiranti richiedenti asilo venivano rinchiusi in prigioni dove il rispetto della dignità era un optional. Dovrebbe sapere anche la disumanità che denuncia oggi, è sempre continuata in questi anni di caos. L’orrenda novità, semmai, è che siamo arrivati all’abisso di rivedere esseri umani comprati come oggetti un tanto al chilo. Ma nessuno degli strenui cavalieri dei diritti umani ha mai avuto da che ridire, sull’oscena ipocrisia dei “centri d’accoglienza” libici. Nemmeno sotto Gheddafi, che fu rovesciato e fatto ammazzare perché si scoprì un bel giorno che era un “dittatore brutto e cattivo”. Sui campi di concentramento per migranti, neanche una parola. È andata avanti così fino a questo momento, cioè fino a quando l’UE, e nel concreto l’Italia, ha cominciato a far la voce grossa con le ONG, calcolando male gli effetti di una svolta repressiva che da un lato ha ridotto l’afflusso, ma dall’altro ha spostato la polvere sotto il tappeto tenendo 150 mila uomini intrappolati fra il deserto e il mare. Gestire identificazioni e rimpatri lì, in Libia, è da tempo l’unica soluzione che ogni persona ragionevole può seriamente prendere in considerazione per governare quanto meno a valle il passaggio di immigrati, cercando di limitarlo e contenerlo. Purché venga assicurata un’assistenza umana. Se le fazioni libiche, le tribù locali, le bande di delinquenti comuni e i terroristi islamici lo rendono impossibile, allora ci aspetteremo che i buoni e i giusti, le immacolate vergini e i professionisti della bontà (gente tipo la Bonino o Sarkozy) ci facciano riascoltare i tamburi di guerra e invochino un’altra festosa invasione, naturalmente anche senza timbro ONU, per porre fine ai crimini contro l’umanità e far trionfare il lato chiaro della forza. Per coerenza, fateci vedere quanto amate la guerra, o voi che siete adoratori verbali della pace. Sono meno uomini, gli uomini, le donne, i vecchi e i bambini taglieggiati e brutalizzati in quegli inferni di privazioni e umiliazioni? I migranti su cui piangono lacrime di coccodrillo i viscidi borghesi ricolmi di buone intenzioni, cosa sono, meno vittime delle presunte vittime di Milosevic, dei Talebani, di Saddam, del Colonnello che voleva liberare l’Africa dal giogo del dollaro? Queste denunce a orologeria dell’ONU non bastano, ai vessilliferi delle democrazie che hanno sempre ragione, per azionare la macchina dell’indignazione? Le accuse e le immagini non fanno abbastanza salire l’adrenalina, animando il sacro fuoco della pietà nei pii governanti occidentali, così da scatenare un bel conflitto già servito su un piatto d’argento finendo quel che si è cominciato? Rifacciamo la domanda: perché l’Occidente non invade la Libia? Ci sono esseri umani meno umani di altri? O in realtà ai guerrafondai della libertà degli “umiliati e offesi” non è mai fregato niente, assolutamente niente, e le sporche guerre democratiche sono state soltanto sporche guerre e basta?

 

Alessio Mannino

 

 
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