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Priorità dei valori PDF Stampa E-mail

21 Aprile 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 18-4-2018 (N.d.d.)

 

Se vogliamo parlare di globalizzazione economica dobbiamo forse partire analizzando la teoria di Ricardo sui costi comparati che si può considerare la base storica e teorica del suo concetto e della sua spinta. Essa infatti, promuovendo la specializzazione del lavoro, sostiene il vantaggio degli scambi e dell’esportazione, che è appunto la teoria fatta propria dalla moderna globalizzazione liberista. In sintesi Ricardo sostiene che, se abbiamo due paesi che producono entrambi la stessa gamma di prodotti ma con differente efficienza (costi), è più vantaggioso per entrambi specializzarsi nella produzione che riescono a fare con minor costo comprando dall’altro paese gli altri beni. Il che, da un punto di vista strettamente economico, è probabilmente corretto, ma non tiene conto di certe conseguenze che non sono irrilevanti per la vita degli individui dei paesi presi in considerazione.

 

Primo: vengono considerati i vantaggi del “paese”, ma non viene preso in considerazione come questi vantaggi vengano distribuiti all’interno del paese: possiamo chiamare questo giustizia sociale o redistribuzione del reddito. Questa parte della teoria era probabilmente l’espressione di un pensiero che derivava da ragioni storiche e politiche del tempo, ma la spinta ad enfatizzare l’obiettivo della ricchezza del paese, come se questa ricchezza fosse di tutti, oggi può essere considerata senz’altro limitativa. […] Secondo: quando un paese si specializza in una data produzione, rinunciando a produrre i beni la cui produzione è più costosa, qualora i beni che non intende produrre fossero essenziali per la propria esistenza, si pone in una situazione di dipendenza da fonti di approvvigionamento esterne che può essere molto rischiosa per la sua sopravvivenza (perde la sua autosufficienza). In terzo luogo: la teoria di Ricardo parte dall’ipotesi che il vantaggio che deriva dalla specializzazione della produzione sia espresso monetariamente. In verità i vantaggi monetari non sono l’unico aspetto della produzione. Essa coinvolge tanti altri fattori: le relazioni emotive, culturali, sociali, il rapporto con l’ambiente, la soddisfazione personale, l’abilità personale, i valori estetici, etici, ecc…che vengono generalmente chiamati “valori qualitativi”. Nell’equazione ricardiana si valuta solo il risultato, non si valuta il processo che include appunto questi valori. Quindi oltre al vantaggio che deriva dal trasferimento ad altri di una produzione (miglior prezzo o minori costi) si dovrebbe anche tenere conto della perdita dei valori che derivano dalla perdita del processo, cioè dalla perdita delle sue ricadute locali all’interno del paese o della comunità durante la fase produttiva. È chiaro che ogni economista, man mano che identificherà tali valori, cercherà di dar loro una valutazione economica, che è senz’altro utile e che consente di aggiungere gli elementi mancanti all’equazione ricardiana con l’evidente vantaggio di poter preservare tali valori che in questo modo diventano espliciti. Tuttavia la valutazione economica dei valori ha due limitazioni: da una parte consente la loro preservazione solo finché un altro valore, anch’esso economico, non viene messo a confronto. Cioè l’omogeneità del metro di misura (l’economia) fa sì che un “valore” sia sempre “relativo” dato che può essere soppiantato da un altro più economico, quindi non esisteranno più valori “assoluti”. Dall’altra parte la mera valutazione economica, che come dicevamo può consentire entro certi limiti la protezione di un “valore”, non consente la creazione di valori non economici dato che questi non sono prodotti dal calcolo dell’utile, ma sono prodotti dall’emozione e dai sentimenti, che fanno parte di un’altra categoria dell’animo umano. Per cui un po’ alla volta i valori qualitativi spariranno dalla faccia della Terra. Si pone quindi il problema dei limiti dell’economia.

 

Oggi il capitalismo liberista sostenendo che la produzione di denaro è il valore più importante dell’attività umana e affermando che la produzione di denaro permette di risolvere ogni altro bisogno “qualitativo”, in quanto ogni bisogno può essere espresso (e ottenuto) monetariamente, sostiene una posizione che è difficile da condividere, sia perché possiamo sentire e godere di “cose” della vita che non necessitano di essere comprate, sia perché può succedere (molto spesso) di comprare cose che non ci danno né gioia, né soddisfazione e che anzi ci fanno perdere la possibilità di sentire per loro un’emozione o una gioia proprio perché vengono valutate monetariamente. Un altro assunto del capitalismo liberista e implicito nella sua teoria è che il denaro, proprio perché ci consente di soddisfare qualunque bisogno, va considerato come un “mezzo” ed in quanto tale più se ne ha e meglio è. Cioè il denaro non è considerato un “bene” che obbedisce alla legge della utilità marginale decrescente, per la quale la soddisfazione derivante dall’uso dell’ultima (marginale) quantità dà all’individuo meno soddisfazione di quanto non gli procuri la prima, nel qual caso oltre un certo limite noi ci sazieremmo (anche del denaro), invece finché esso è considerato un mezzo non c’è motivo di saziarcene. Dobbiamo invece riconoscere che il denaro è un bene, soddisfa un bisogno materiale o immateriale, anche se differito nel tempo e, come ogni altro bene, continuare nel suo accumulo oltre un certo limite è un errore sia sul piano teorico che sul piano pratico proprio perché decresce la sua importanza per il soggetto. La conseguenza della definizione liberista è che tutto quello che serve e concorre alla produzione di denaro (l’efficienza, la velocità, la competizione, l’individualismo, la tecnologia, l’energia, ecc…) diventa qualcosa che bisogna acquisire indefinitamente e tutti questi elementi concorrono a costituire l’idea di “progresso” dandone una connotazione meramente quantitativa e spingendo ognuno di noi a fare ed agire molto oltre al modo in cui desidereremmo vivere. Considerando il danaro come un mezzo con il quale si può acquisire qualunque altro bene, esso diventa un valore superiore a tutti gli altri e l’acquisizione di denaro diventa un’etica: l’etica del capitalismo, che in quanto etica impone di eliminare tutto quello che può in qualche modo rappresentarne un freno. Ed è per questo che il capitalismo liberista vuole un libero mercato (globalizzazione economica) libero da ogni impedimento (umano, culturale, ambientale…) e quindi libero da ogni protezionismo. Ma se l’obiettivo di produrre denaro è quello di procurarsi i mezzi per ottenere gli altri valori, non è chiaro perché gli altri valori debbano essere eliminati per ottenere il denaro. L’etica del capitalismo è evidentemente l’etica del più forte, cioè l’etica che consente al più forte di procurarsi quello che vuole, senza limitazioni. In verità possiamo anche capire, per certi versi e in certe situazioni, la logica di chi vuole agire soltanto per il proprio beneficio economico, ma quello che a questo punto non è logico è il perché egli abbia bisogno di un’etica e di una teoria per giustificare il suo operato. Se egli ha bisogno di un’etica, egli apre automaticamente la porta alla discussione su cosa è l’etica e su quelli che sono i valori che fanno parte dell’etica e sulla loro priorità, e dovrà riconoscere che alla base di qualunque etica, anche economica, ci sono i valori qualitativi e non quantitativi e che applicando la pura e semplice etica del capitalismo, egli provoca la perdita di valori che sono anche suoi. Oggi la priorità nei valori viene data purtroppo e illogicamente, anche a livello internazionale, all’etica del capitalismo ed infatti la struttura dominante è l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) e gli Enti collegati come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, mentre le strutture che rappresentano gli altri valori: Diritti Umani, Ambiente, Salute, Cultura…sono ad essa subordinate. Questo problema delle priorità dei valori, come dicevamo, non è stato preso in considerazione nella teoria di Ricardo e nella sua assunzione semplicistica da parte del moderno capitalismo liberista, per cui un’analisi più approfondita e l’inserimento dei valori qualitativi nell’equazione ricardiana e nelle scelte politiche, potrebbe forse portare ad una migliore definizione di progresso con un vantaggio per la vita di tutti, dando a tutti un’idea più chiara su quelli che sono i veri obiettivi a cui mirare.

 

Roberto Imperiali

 

 
La foglia di fico PDF Stampa E-mail

20 Aprile 2018

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Da Libero Pensare del 17-4-2018 (N.d.d.)

 

Il ministro della difesa israeliano Avigdor Lieberman ha affermato ieri che Israele non rispetterà alcun divieto e violerà lo spazio aereo siriano ogni qual volta lo riterrà necessario. "We will maintain total freedom of action. We will not accept any limitation when it comes to the defense of our security interests". Solo alcuni giorni prima Nikki Haley, ambasciatrice USA presso le Nazioni Unite, affermava con arroganza nel corso di un Consiglio di Sicurezza che gli Stati Uniti avrebbero ignorato le decisioni dell’ONU se contrarie ai propri intenti, riducendo di fatto a carta straccia lo statuto delle Nazioni Unite ed il diritto internazionale. “The US will act against the Syrian government with or without a UN blessing”.

 

Sono forse i due interventi che mi hanno maggiormente fatto riflettere in questi giorni, più ancora delle false flag, dei lanci di missili su palazzi inutilizzati, della retorica roboante delle cancellerie europee, delle giravolte dei servi sciocchi, dei tweet deliranti di Trump. Perché di specchietti per allodole come questi è ricca la storia sia recente che antica. Ogni impero, da che mondo è mondo, ha sempre rispettato solo la legge del più forte, aggredendo, invadendo, distruggendo chiunque gli si parasse davanti, cogliendo al volo ogni occasione o creandola se necessario. Ignorando o aggirando accordi e trattati e svilendo le costituzioni vigenti. Ma sempre nascondendo la menzogna, la truffa, l’inganno sotto una misericordiosa foglia di fico ad uso e consumo di chi ancora non sa che ogni impero si regge sulla violenza e la sopraffazione. Sempre usando la neo-lingua, vale a dire utilizzando definizioni etiche per giustificare l’aggressione (intervento umanitario, difesa delle minoranze, favorire la democrazia etc.). “Quando si vuole ottenere un determinato risultato nel mondo, risultato che deve rappresentare l'opposto della regolare direzione dell'evoluzione dell'umanità, ebbene, allora gli si dà, per così dire, un nome che significa il contrario. L'umanità deve imparare a non credere ciecamente ai nomi”. (Rudolf Steiner) Diceva già sei secoli or sono il grande Niccolò Machiavelli: “Sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare” ma almeno si salvavano le apparenze. Persino a seguito della spregevole messa in scena delle (inesistenti) armi di distruzione di massa di Saddam Hussein con un Colin Powell che agitava una provetta piena verosimilmente di borotalco all’Assemblea delle Nazioni Unite si ritenne necessario ottenere il via libera dell’ONU - con la vergognosa Risoluzione 1441- all’aggressione ad uno Stato sovrano come l’Iraq. Ma ora sembra che della foglia di fico l’impero possa fare a meno, tanta è la pervasività della propaganda e del lavaggio accurato dei cervelli che ha messo in campo. Affermazioni come quelle di Lieberman e della Haley che, sino a pochi anni or sono, sarebbero apparse quello che sono, vale a dire l’espressione della spietata hybris del potere, oggi vengono accolte con indifferenza, quasi come qualcosa di scontato, cui si è ormai rassegnati. Ecco, questo a mio avviso è l’aspetto più inquietante del momento attuale. Come ben sintetizzava Rudolf Steiner cent’anni fa: “Sulle onde della civiltà presente galleggia non solo la mistificazione delle frasi fatte, ma la menzogna vera e propria. Si riversa nella vita – e, come menzogna, intacca la vita”.

 

Piero Cammerinesi

 

 
Lega, FdI e M5s al voto coalizzati PDF Stampa E-mail

19 Aprile 2018

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Da Comedonchisciotte del 17-4-2018 (N.d.d.)

 

Il rispetto del voto democratico è ormai una utopia, perché nel nostro paese siamo maestri a trasformare i fatti in opinioni.  Tanto per fare un esempio, secondo la Costituzione il Presidente della Repubblica ha l’obbligo di agire secondo garanzia e imparzialità senza esprimere indirizzi politici, eppure, secondo tutte le agenzie di stampa, Mattarella avrebbe assegnato l’incarico di Governo solo a figure che avessero giurato fedeltà alla moneta unica ed alle rispettive autolesionistiche politiche di bilancio (che sono un indirizzo non solo politico-economico ma soprattutto geo-politico). Indirizzi “europei” contro gli interessi del popolo italiano, come hanno lasciato intendere sia l’ex Presidente della Confindustria e della IBM tedesca Henkel sia i principali economisti del paese teutonico (Sinn, Fuest ecc). Rimanendo nell’euro l’austerity è immutabile ed anche se questo in Italia non è afferrato da tutti (se non da una minoranza qualificata) se c’è un significato nel voto del 4 marzo 2018, se c’è una questione su cui l’80% degli italiani ha votato compatto, è quello di una ferma opposizione alle politiche di austerità.

 

Non si sono mai viste pressioni ed urgenze così “infestanti” per situazioni mirate al miglioramento delle condizioni di operai, piccoli imprenditori, disoccupati, precari, mentre sono puntuali quando si deve difendere un sistema di interessi finalizzati alla riduzione del numero di soggetti pubblici internazionali (gli Stati) e al depotenziamento delle rispettive funzioni di moderazione nei confronti del neoliberismo finanziario, estremista e globale (che è equivalso a recessioni finanziarie e politiche di macelleria sociale). Sarà un caso ma subito dopo la prima “udienza” al Colle Di Maio si è sperticato in elogi e lodi verso la permanenza nell’euro, nell’UE e nel “Patto Atlantico” (ma scusate…chi gli aveva chiesto nulla?). Adesso è passato un po’ di tempo rispetto al primo giro di consultazioni eppure coloro che sono i veri vincitori delle elezioni grazie a reale o presunta contrarietà all’austerità (5S e Lega) non si sono ancora accordati per cambiare l’Italia. Un sottile file rouge che non viene colto da tutti (anche grazie all’efficace fuoco di sbarramento della comunicazione dei partiti) unisce i puntini e permette di capire il perché di questo mancato matrimonio e conferma che nel “Belpaese” i fatti diventano opinioni come nel caso del Presidente della Repubblica. La Lega prima del voto ha fatto promettere solennemente all’ex Cavaliere, davanti a tutti gli italiani, che non avrebbe tradito la coalizione dopo le elezioni con un nuovo Nazareno col PD, ma a sua volta si è impegnata a non abbandonare FI per i 5S (a proposito, Di Maio lo sa che quando dice “non rifaremo un Nazareno” si riferisce in primis al PD dato che è la sua sede? Allora perché ha dichiarato che è disponibile ad allearcisi?). Il risultato di questa promessa bidirezionale tra Salvini e Berlusconi è che il centro destra si muove come coalizione e questo credo sia anche sacrosanto rispetto degli elettori; chiedere come fa Di Maio (o meglio Casaleggio) a Salvini di disattendere questo patto equivarrebbe alla sua fine come politico e pure come uomo di parola: in altre parole chiedere a Salvini di abbandonare Forza Italia al suo destino è la tipica proposta che non si può accettare. Quindi evidentemente il 5S non vuole allearsi con la Lega bensì col PD.

 

Eppure nonostante questi ostacoli il modo per smentire sospetti di questo tipo c’è; c’è la soluzione per trasformare il voto democratico in un fatto: se Lega e 5S (e FdI) davvero vogliono governare insieme devono riportarci al voto presentandosi coalizzati dando il colpo di grazia a chi ci ha portato nella catastrofe negli ultimi 25 anni. Si otterranno diversi risultati: 1) Una maggioranza chiara e pure solida entro luglio ma soprattutto rispettosa della volontà dei cittadini stufi di alchimie e alleanze post elettorali diverse dalle coalizioni pre-voto. Alchimie che in questo paese hanno sempre generato Governi catastrofici (Ciampi, Dini, D’Alema, Monti, Letta, Renzi ecc). Sarà mica per timore di questa inedita coalizione che Calenda del PD adesso vorrebbe governare col 5s addirittura creando una Bicamerale per cambiare legge elettorale? 2) A quel punto i 5 Stelle saranno portati allo scoperto: si vedrà se davvero vogliono governare per il paese o se Berlusconi è per loro solo una scusa per finire comodamente all’esecutivo col PD (e la Bonino). 3) Si tornasse al voto una eventuale e prevedibile scusante pentastellata “non ci alleiamo con nessuno prima del voto” sarebbe vista come incoerente e ridicola dato che i grillini sono pronti già adesso ad allearsi per governare per loro stessa ammissione con Lega o PD: è semmai coalizzandosi prima che una forza politica dimostra coerenza e trasparenza. Ormai il 5S ha rotto ogni argine, ogni regola originaria e la “non alleanza” di ispirazione “Beppe-Grillista “o noi o loro”, “tutti a casa” finalizzata al principio del “non infettarsi” ha ceduto il posto a un più consono “da soli non andiamo da nessuna parte”. Comprendiamo molti miracolati neoeletti nelle diverse forze politiche ma il paese è più importante delle ambizioni personali quindi la prospettiva di un nuovo voto sarebbe una colossale chance da cogliere al volo. 4) Questa coalizione darebbe coesione tra nord e sud, sarebbe un vero Governo di Unità Nazionale forgiato sulla Democrazia con la “D” maiuscola. Va rimarcato che allo stato attuale un Governo 5s-Lega con l’appoggio esterno di FI è una prospettiva pericolosa perché renderebbe Berlusconi l’ombelico del mondo in un costante e strumentale malpancismo.

 

I cittadini italiani hanno il diritto di comprendere se ciò che passano i partiti e le TV è reale o virtuale, se il quadro sotto sotto non sia altro che il file rouge della lotta strisciante per avere al timone una guida patriottica (euroscettica) oppure euroentusiasta (anti italiana). Nel primo caso al tavolo con Merkel e Macron a decidere qualità e entità della famosa clausola di uscita concordata dall’euro si siederebbe anche l’Italia. Ho il sospetto fondato che FI e 5S stiano in realtà collaborando tra loro mediante i ben noti veti incrociati per non farcela sedere l’Italia: Berlusconi non può inimicarsi i “mercati” che detengono azioni Mediaset mentre i 5s non si sa se sono ancora una forza autonoma o se sono diretti da soggetti con sede a Londra (appunto i “mercati”).

 

È bene ricordare che quando entrammo nell’euro accettammo un rapporto d’ingresso (1 Marco = 990 Lire) totalmente sballato e catastrofico, il vero motivo delle nostre attuali sofferenze perché non rispecchiante la nostra economia reale. Il prodigio che spinse per questo accordo fu in primis Prodi; non partecipare a questo tavolo sarebbe una ripetizione della storia in farsa (e non uso parole a caso se dico che la pagheremmo a peso “d’oro”) per la felicità dei vari global entusiasti Napolitano, Mattarella, Merkel, Draghi, Clinton ecc. Intanto Di Battista pur non essendo più Parlamentare definisce “male assoluto” Berlusconi (per cui intanto lavora avendo pubblicato per Rizzoli) ed anch’egli fa la sua parte nell’enfatizzazione dell’ex Cavaliere; il forte sospetto è che tutto ciò serva a far passare in secondo piano l’austerity come vero dramma per l’Italia e far digerire la prossima alleanza col PD. […] Intanto al grido di “bisogna fare in fretta” (tanto caro a Monti, ma ve lo ricordate???) i media cercano di spaventare l’italiano, di manipolarlo e di convincerlo che nuove elezioni sarebbero una catastrofe economica (cercano perciò di convincerlo di una cavolata di proporzioni colossali) e questo pur di incatenarci altri anni all’ennesimo governo inciucista (venduto come al solito per “responsabile”); il PD in questo contesto se ne sta in disparte denunciando la “spartizione delle poltrone” (da che pulpito) tra Lega e 5S manco che per il PD la poltrona fosse un diritto divino.

 

Marco Giannini

 

 
La Russia non ci rispetta più PDF Stampa E-mail

18 Aprile 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 7-4-2018 (N.d.d.)

 

Come previsto, in tanti hanno speso pagine dedicate alla vittoria di Putin, andando a rintracciare le verità di questo trionfo così ampio, senza possibilità di appello, neanche insistendo sulla storia dei brogli e delle schede precompilate.  Putin, durante i suoi oltre vent’anni di carriera politica, 18 dei quali trascorsi alla guida della Russia, ha costruito il suo consenso a partire, anzitutto, dal piano interno, uscito a pezzi dopo il periodo post-sovietico, per poi lanciare la Russia verso un nuovo lustro a livello internazionale.  L’establishment russo ha avuto, senza dubbio, il merito di accentrare il supporto del popolo attorno a sé, ed il compito è stato tutt’altro che semplice. Forse, dopo la disastrosa transizione liberale eltsiniana, non si poteva fare molto peggio, ma uno dei pregi della politica di Putin è stato quello sì, di mantenere un Paese con un senso forte di leadership, a tratti poco liberale, ma ha impedito una deriva definitivamente autoritaria e ultra-nazionalista, che restano sempre latenti e osservano da dietro la tenda il susseguirsi degli eventi. Oggi tutti i russi scendono in piazza vestendo i colori della propria bandiera, o indossano le uniformi delle loro nazionali olimpiche, e nel contesto di esaurimento dei valori, in Occidente non si riesce a comprendere tutto ciò, giustificando la vittoria di Putin come una farsa necessaria e costruita a tavolino.

 

Margarita Simonyan, direttore di Rt, ha pubblicato un editoriale in cui descrive una situazione di quasi disprezzo per un Occidente che si rifiuta di comprendere quel Russky Mir restaurato e così inviso alle stanze del potere a Ovest del Muro di Berlino.  I russi, da sempre hanno avuto l’Occidente come modello da seguire, attratti forse solo dalle luci del capitalismo, e come biasimarli. E forse proprio il fatto che lo stereotipo occidentale della Piazza Rossa piena di carri armati e tante bottiglie di vodka, non è riuscito ad entrare nella perestroyka e comprendere ciò che è successo a Mosca, così come negli altri Paesi comunisti, dopo il 1985.  In tanti ancora si chiedono perché non sia stato celebrato il centenario della Rivoluzione d’ottobre del 1917, ma la risposta risiede nel fatto che la Russia di oggi non è lo specchio di quella Russia. Oggi, forse, vi sono più russi che rimpiangono lo Zar di quanti non rimpiangano Stalin. I russi non celebrano il loro recente passato, ma non lo cancellano.  Mentre negli Stati Uniti si abbattono le statue di Cristoforo Colombo, perché conquistatore sanguinario, in Russia le falci e martelli campeggiano su qualunque monumento, e Lenin in molti parchi indica ancora la direzione.  I russi non ammirano più l’Occidente, perché l’Occidente ha smarrito se stesso, i propri valori tradizionali, in favore di un incerto e transitorio senso di ultra-libertà, responsabile dell’annichilimento dell’identità. Non sorprenda, poi, se in Russia il 95% dei consensi li raccolga un patriota come Putin, un Comunista conservatore e un Nazionalista.  Mosca e San Pietroburgo sono le uniche città in cui il consenso di candidati filo-liberali ha visto percentuali che superassero il 2, perché il cosmopolitismo di determinate aree fa sì che l’influenza culturale dei giovani sia mediata anche da modelli esterofili. Ma la provincia rappresenta ancora il vero animus del popolo.

 

In Europa anche la Turchia ha subito lo stesso processo: dieci anni fa Istanbul era una città cosmopolita, al pari di Parigi o Berlino. Oggi la transizione re-islamizzante di Erdogan, sta cancellando il kemalismo dalle strade e dalle scuole turche. Eppure nessuno, nella provincia turca, vuole spodestare Erdogan.  Quando un popolo vanta un peculiare retaggio culturale, esso non può essere cancellato con un colpo di spugna. In Europa si è riusciti a seguire un modello, quello americano, vincente, per carità, sotto alcuni punti di vista, ma scevro di una storia millenaria, di un retaggio culturale secolare, e che quindi non può comprendere a pieno ciò che significa ricordare la propria storia. La Russia non ci rispetta più, come dice la Simonyan. E le ragioni sono da ricercare nel nostro modello di società, non nell’autorità di Putin.

 

Francesco Manta

 

 
Tutto bene perché non abbiamo tradito gli alleati PDF Stampa E-mail

17 Aprile 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 14-4-2018 (N.d.d.)

 

Adesso forse sì che avremo un Governo, visto che ci dobbiamo attrezzare alla guerra di Usa-Francia-Regno Unito alla Russia per interposta Siria. Un Governo del Presidente, magari, con tutti dentro, perché l'ora è solenne, il Paese non può restare senza guida, il funzionamento delle Camere e bla bla bla. Il che, naturalmente, equivale ad ammettere che l'Italia la governano altri e che l'agenda di Washington ci mette in riga anche quando siamo divisi su tutto. Ma pazienza. Così va spesso il mondo... voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo, com'era scritto nelle pagine dei Promessi sposi che lo stesso Manzoni aveva definito “la notte degli imbrogli e dei sotterfugi”. Una notte come questa, in cui quei tre grandi Paesi impugnano la bandiera della civiltà, ormai logora e sfrangiata, per insegnare a suon di missili la modestia al Cremlino, che a sua volta accarezza l'idea di accettare il confronto per mostrare al mondo che la Russia è tornata, c'è. Da noi, invece, l'imbroglio sta nel ragionamento che la derelitta sinistra moderata italiana, in fase reattiva contro Matteo Salvini, avanza in queste ore, desiderosa forse di chiuderla con l'agonia e compiere il harakiri finale. Il leader della Lega Nord aveva detto: «Chiedo al presidente Gentiloni una presa di posizione netta dell’Italia contro ogni ulteriore e disastroso intervento militare in Siria». Anche il Pd, allora, ha lanciato i suoi missili: «Salvini vuole cambiare le alleanze internazionali del nostro Paese?», copyright Maurizio Martina, il segretario reggente. E l'onorevole Andrea Romano, di rincalzo, ricordava che “per la prima volta nella storia del secondo Dopoguerra l’Italia rischia una posizione isolata perché c’è un signore che si chiama Salvini”.

 

Purtroppo il punto non è questo. È chiaro a tutti che gli Usa continueranno a essere il nostro principale alleato in Occidente, che la Nato resterà il nostro principale riferimento nell'ambito della difesa, che la Ue sarà a lungo la nostra casa comune. Certi ancoraggi non si smantellano dall'oggi al domani, anzi: non si smantellano proprio. L’Italia la governano altri e che l'agenda di Washington ci mette in riga anche quando siamo divisi su tutto. Ma ci sono molti modi per stare dentro le alleanze, soprattutto quando gli alleati non vedono l'ora di menare le mani. Se, come sembrano pensare Martina, Romano e molti altri, l'importante è starci, allora ci dicano se dobbiamo essere felici e contenti dei 30 soldati italiani morti in Afghanistan per partecipare alla spedizione Usa e Nato del 2001, il cui risultato è, finora, di circa 300 mila morti, con 10 mila civili morti o feriti nel solo 2017, roba da leccarsi i baffi perché in calo del 9% (dati Onu) rispetto al 2016 che, quanto a perdite di civili (e bambini, altro che Douma), ha fatto segnare il record. Del dramma afghano non si vede la fine ma va bene così, no? L'importante era restare fedeli alle alleanze. Allo stesso modo dovremmo essere del tutto sereni sulla partecipazione italiana all'invasione dell'Iraq nel 2003. Che fu partecipazione vera, perché all'inizio non piantammo gli stivali nel deserto ma da subito fornimmo appoggio politico e logistico agli invasori, così bene che gli Usa ci inserirono tra i membri della Coalition of the Willing. Appena quel genio del presidente Bush disse che era tutto finito (“Mission accomplished!”, 1° maggio 2003), ci affrettammo a spedire in Iraq un contingente di 3.200 uomini, dei quali 24 (tra Nassiriya e altri scontri) non tornarono più. Anche l'Iraq produsse splendidi risultati, tipo un'ondata di attacchi terroristici superata poi solo dalle atrocità dell'Isis e, secondo le stime più conservative, circa 400 mila morti, dei quali circa 300 mila civili. Ma noi, come sembrano pensare Martina e Romano, eravamo coi nostri alleati di sempre, quindi tutto bene. Anche nel 2011, nella guerra contro Gheddafi condotta dalla Nato, tenemmo fede alle alleanze. E non solo concedendo l'uso delle basi militari ma spedendo i Tornado e pure i cacciabombardieri della portaerei “Giuseppe Garibaldi” a scaricare bombe sulla Libia. Roba di cui andare fieri, visti i circa 30 mila morti, la distruzione di un Paese che era il più sviluppato dell'Africa, il caos che ne è derivato, le immense grane che in particolare l'Italia ha ricavato in termini di flussi migratori e le tante altre migliaia di persone che sono morte nel Mediterraneo salpando appunto da una Libia diventata paradiso per i trafficanti di uomini. Se stare nelle alleanze è ciò che davvero conta, allora dovremmo vantarci di quei disastri, ai quali abbiamo partecipato a titolo pieno o quasi pieno. C'è qualcuno che se la sente di dire che sì, Afghanistan, Iraq e Libia vanno bene così, perché non abbiamo tradito gli alleati? Martina, Romano altri, che ci dite in proposito?

 

Piantiamola, quindi, di discutere di fantomatiche alleanze con la Russia o di tentare il ricattino morale per cui se non segui la corrente sei un traditore dell'Occidente. Il problema non è se stiamo o no coi soliti alleati ma il modo in cui ci stiamo. Come dei servi sciocchi che si fanno coinvolgere ma non osano aprir bocca o come un Paese degno di questo nome, un Paese che ha un'idea del suo posto nel mondo, dei rapporti internazionali e di come questi rapporti influiscano sul suo interesse nazionale? L'unica ipotesi che ci deve interessare è la seconda. Ed è quella che ci impone di riconoscere che tutte le ultime “imprese” dei nostri tradizionali alleati sono state un fallimento, un enorme spreco di risorse (l'Italia ha speso in Afghanistan quasi 8 miliardi; tenere un marine laggiù per un anno, anche se non esce mai dalla base e non spara un colpo, costa ai contribuenti Usa 4 milioni di dollari) e un gigantesco massacro di vite umane, soprattutto presso i popoli che volevamo beneficare. È sovversivo o populista riconoscere tutto questo? Sovversivo e populista, oggi, è far finta di niente. Far finta che si possa ancora andar dietro agli Usa e alla Nato tenendo gli occhi chiusi e le orecchie tappate. Far finta che non ci sia, in questo, un problema morale non meno lacerante dell'uso vero o presunto delle armi chimiche in Siria o altrove. Tanto più che star dentro le vecchie alleanze in modo non supino né meschino è possibile. La Germania ha detto che non bombarderà la Siria e nessuno si è sognato di tacciare la Merkel di quinta colonna di Vladimir Putin o di traditrice dell'Occidente. Si dirà: si, vabbè, ma la Germania è la Germania. Certo. Ma noi siamo l'Italia, un Paese pieno di basi Nato e di bombe atomiche americane. Siamo noi quelli distesi nel Mediterraneo, a un passo dall'area del potenziale conflitto tra Usa e Russia. Dovremmo essere i primi ad avere un'opinione forte, seria e precisa. E invece siamo ai soliti sofismi, ai giochi di parole che servono a dire nulla perché per dire qualcosa serve un minimo di palle. La grande trovata è che non bombarderemo ma garantiremo alle basi americane di funzionare. Il che tecnicamente equivale a: io non sparo ma ti carico la pistola e te la faccio trovare bene oliata. Politicamente invece significa: ti do una mano con la guerra ma per favore non lo dire in giro. Una pena.

 

Fulvio Scaglione

 

 
Tramonto PDF Stampa E-mail

16 Aprile 2018

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Da Comedonchisciotte del 14-4-2018 (N.d.d.)

 

“Allora capo, facciamo che prendiamo tre palazzine vuote di periferia e ci picchiamo sopra un centinaio di missili che fanno BUM! BUM! BUM! dicendo che sono centri di ricerca sui gas venefici. Facciamo tipo alle 3 ora locale così è buio, la gente sta a casa e non corriamo rischi, i fotografi immortalano le scie dei missili perché una immagine vale più di cento parole. Lei va in televisione e fa il pezzo da padre severo ma giusto, io chiamo russi ed iraniani e gli do le coordinate dei lanci pregandoli di star calmi che se manteniamo tutti le palle ferme, nessuno si fa male e ne usciamo tutti alla grande, ok?” Così, alla fine deve esser andata e meno male. Avrebbero potuto farlo già due giorni dopo il presunto attacco quando è arrivata la Cook ed avrebbero dimostrato la stessa cosa ed in più anche di esser svegli e sempre sul pezzo. L’hanno invece fatto quando la faccenda s’era intricata assai e si rischiava di non saper più come uscirne senza perdere la faccia. Vedremo nei prossimi giorni ma l’impressione, anche leggendo i pezzi dei giornali mattutini, è che qualcuno voleva il colpo grosso, qualcuno voleva trascinare gli USA al first strike per iniziare una escalation da manovrare in un senso ben più ampio, rischioso e drammatico. Invece del first strike hanno avuto l’one shot, Armageddon è rinviato, anche questa volta la terza guerra mondiale non è iniziata, delusione. Delusione dei commentatori e pioggia di penne occidentaliste avvelenate su Trump, pallone gonfiato da sgonfiare con pennini appuntiti che fa quello che non dovrebbe e non fa mai quello che dovrebbe. Immagino le telefonate tra Netanyahu, May, Macron e gli amici americani che vedevano sgonfiarsi il trappolone messo in scena, anche stavolta è andata male. L’impressione è che, per l’ennesima volta, noi si sia sopravvalutata l’intelligenza e la sofisticatezza delle élite occidentaliste.

 

Solo pochi giorni fa abbiamo espulso ben 150 diplomatici russi per una ragazza poi dimessa dall’ospedale ed il padre che oggi mangia, legge il giornale e piano piano si sta rimettendo chissà da cosa visto che il presunto gas a cui si è sostenuto fosse stato esposto è incurabile e letale al 100%. Dopo quella bella prova di improvvisazione e cialtroneria, si è ripetuta la scena questa volta muovendo intere flotte, concitati Consigli di Sicurezza, giorni del giudizio e gli Avengers che a proposito escono con il nuovo episodio nelle migliori sale il prossimo 25 Aprile. L’ora più buia è quindi quella in cui sta sprofondando l’Occidente, una gloriosa civiltà che sembra aver le idee sempre più confuse, che mena fendenti a vuoto, che scambia la realtà per il cinema come neanche l’ultimo dei Veltroni, che combatte coi selfie ed i tweet e non si raccapezza più in un mondo che gli sta inesorabilmente sfuggendo di mano. Intanto pare che a Parigi sia morto Haftar, e Macron che ha due TGV fermi su tre e ha rischiato di diventare un meme eterno della vasta collezione delle figure di m. stile Powell, ora si trova con un problema in più. Anche il neo rieletto al Sisi e lo stesso Putin, perdono il loro campione nel teatro libico e vedremo come si riaprono i giochi colà. Il conflitto titanico permanente tra West and the Rest, continua. L’ora più buia è quella che precede il sorgere del sole. Peccato che il sole, notoriamente, sorge ad Oriente e che l’Occidente sia il luogo del tramonto.

 

Pierluigi Fagan

 

 
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