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Arte contemporanea: un grande bluff PDF Stampa E-mail

18 Dicembre 2014

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Da Rassegna di Arianna del 12-11-2014 (N.d.d.)

 

Le domande che sempre più spesso attanagliano la mente del pubblico in un museo di arte contemporanea davanti all’incomprensibilità di un’opera, suonano più o meno in questo modo : “Ma cosa vuol dire?” oppure “ Ma che senso ha?”, o addirittura “ Ma ci stanno prendendo in giro?”, cui segue di norma un finto convincimento di validità imposto soggettivamente in modo cosciente per evitare magari di passare per incolti o chiusi di vedute. Ma ora, dinanzi agli ultimi mostri sacri (solamente mostri e per niente sacri) come “ Pig Island ” dell’americano McCarthy, gli escrementi giganti di Cattelan o lo squalo di Damian Hirst, accettare in silenzio questa spazzatura come “arte” non è più possibile. La logica che si nasconde dietro il successo di queste eresie che caratterizzano la nostra epoca non-artistica si identifica in questa affermazione di Angelo Crespi: “L’opera vale perché costa; non costa perché vale”. L’oligopolio appartenente alla classe dei nuovi mercanti d’arte è tenuto in piedi proprio da questa distanza tra fruitore e artista, ormai divenuti celebrità, resa ancora più marcata dall’incomprensibilità delle opere, le quali non fungono più da medium tra le due parti, ma da oggetti di elezione per gli uni e causa di straniamento personale ( quasi un sentimento di miseria culturale) per gli altri.

Il maggior distacco tra Arte e estetica ( da non confondere con la “bellezza” intesa come “grazioso”; una vera opera d’arte può rappresentare anche il mostruoso con sublime bellezza, per esempio la pala infernale di Bosch, la “Medea” di Caravaggio o rappresentazioni più complesse come le tragedie greche) possiamo constatarlo nella nostra epoca dal momento che la fruizione di queste “opere d’arte” si basano su un tipo di contatto “emotivo” diverso rispetto al passato. Questi “sgunz”, come li definisce Crespi, fanno leva sulla quantità di trasgressione che riescono a trasmettere; ma questa trasgressione (dal latino transgredi, andare oltre) non fa riferimento a null’altro se non a sé stessa: è la sua carta vincente. La trasgressione del realismo di Courbet ad esempio (come nell’ “L’origine del mondo) era volta a sorprendere il pubblico e farlo riflettere nella partecipazione al soggetto rappresentato, oltre a far parte di una volontà artistica personale che coincideva con la volontà di indagare e analizzare la realtà. La trasgressione delle opere contemporanee si risolve nella sua messa in scena; la trasgressione è la loro validità artistica, giocata, per riprendere ancora Crespi, “ tra sorpresa e ribrezzo”.

Ma oltre a questa caratteristica, l’opera d’arte della nostra epoca ha perso la sua radice artigiana che ne caratterizzava la sua creazione, custodita anche dalla sua etimologia latina: ars, tecnica. In effetti l’artista, in passato, era custode di un sapere pratico, a tutti gli effetti tecnico, che segnava il valore dell’opera; gli artisti di oggi (mi riferisco sempre a queste stars che cavalcano l’onda del mercato) si vantano di trasmettere un messaggio, per moda ormai quasi sempre sociale, per cui l’approccio visivo ha perso di importanza. Il paradosso è che la storia dell’arte insegna che in tutte le epoche l’artista ha raffinato continuamente la sua tecnica per cercare di trasmettere, attraverso l’impiego di questa, un contenuto il più efficacemente possibile; l’arte contemporanea invece ha distrutto la tecnica, l’antico artigianato, per far posto ad un utilizzo eterogeneo e spesso grottesco di materiali e oggetti – che oscilla tra l’accumulazione o una riduzione al minimo della materia – che danno vita ad “opere” dai contenuti indecifrabili. Dunque volendo riassumere: “l’arte di un tempo era difficile da fare, facile da capire; oggi al contrario, è facile da fare, difficile da capire” (Angelo Crespi in un’intervista in merito al suo saggio Ars Attack). Rispondendo questa dunque ad invitanti richiami economici, il Mercato dell’arte ha dato vita a nuove personalità che costellano questo ambiente di lusso quali organizzatori, curator, giornalisti, fotografi e via dicendo, mentre l’opera d’arte stessa si è trasformata in un evento, nel quale l’esposizione di questa viene legittimata dal contesto e dall’ambiente in cui viene presentata. Le vite degli artisti degli anni duemila impazzano sulle riviste e nei servizi televisivi in cui i nuovi dandy, in interviste da migliaia di dollari, raccontano il loro genio a trecentosessanta gradi ( spesso il pittore è anche video maker, architetto e scrittore), gli impegni sociali ( non può mancare la componente anti-bellica ed ecologista) e inneggiano alla libertà e adorano il loro modo di essere anti-convenzionali.

Infine è da sottolineare la progressiva infiltrazione del ludico e del giocoso nel mondo dell’Arte. Questa tendenza ha visto la luce, seppur in modo sottile, con la Pop Art. Questa corrente della metà del ’900 ha innanzitutto rivoluzionato lo statuto degli oggetti nell’opera d’arte, i quali mentre prima, come spiegava già negli anni ’70 Baudrillard, assumevano una funzione simbolica o decorativa fino ad una rappresentazione in chiave parodistica nel Dadaismo e nel Surrealismo, con la Pop Art hanno assunto una funzione straordinaria: sono diventati autonomi. Perché una scatoletta di pomodoro rappresentata su una tela bianca ha avuto tanto successo? Perché il pubblico riconosceva quell’oggetto dal momento che occupava un posto nella sua quotidianità. Ed è proprio qui il punto. Questo meccanismo di riconoscimento è stato il punto di forza della Pop Art, proprio perché aveva una sua sfumatura ludica, giocosa in cui lo spettatore era chiamato a riconoscere l’oggetto in questione. Da ciò deriva il successo delle serigrafie della Marilyn di Warhol e di quadri simili, davanti alle quali bisognava riordinare la realtà rappresentata con questo gioco di sovrapposizioni, diffrazione delle immagini e l’utilizzo improprio dei colori per infine approdare alle opere a noi contemporanee alle  quali il fruitore addirittura partecipa, giocando con l’opera stessa.

Dunque l’arte ha smesso di essere portatrice di senso e di essere un mezzo per parlare di “altro”, ma si è piegata su sé stessa e sulla potenza economica che custodisce. Ma soprattutto non è più un’ arte popolare: la partecipazione emotiva che un’opera d’arte presuppone come naturale ha ceduto il posto a questa distanza tra individuo e artista, il quale ha fatto di questa separazione il segreto del suo successo.


Andrea Chinappi 

 
Proletari di tutto il mondo, non mischiatevi PDF Stampa E-mail

16 Dicembre 2014

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Da Rassegna di Arianna del 12-11-2014 (N.d.d.)

Socialismo e lotta all’immigrazione, due concetti che in Occidente sembrano essere in inconciliabile contraddizione. Eppure, a ben vedere, le cose non stanno proprio così. Dietro fumosi slogan ed ipocrite intenzioni buoniste, tipiche dell’intera estrema sinistra radical chic e sciocca d’Europa, la realtà sociale dell’immigrato residente nel Vecchio Continente è facilmente sintetizzabile con un’unica parola: schiavismo.

Non solo lavori modesti e mal pagati, che noi europei con la laurea in tasca e la puzza sotto al naso non accetteremmo di fare nemmeno sotto tortura; ma anche case fatiscenti e zero vita sociale, se non quella all’interno della propria comunità etnica di appartenenza. Fatevi un giro in qualche locale alla moda di una qualunque città italiana. Troverete il manager rampante, l’impiegato e l’operaio, accomunati dal medesimo stile di vita consumista, piccolo-borghese e privo di valori ma non troverete lui, il novello Spartaco del ventunesimo secolo: l’immigrato.

A parole sono tutti antirazzisti e figli della medesima Terra Madre, ma questo vale solo finché l’immigrato se ne sta buono in un angolo, senza rompere più di tanto le balle ai “clienti del Grand Hotel Europa”. Eppure col termine socialismo, almeno nei tempi passati, si indicava una precisa ideologia che aveva come fine ultimo la riduzione delle diseguaglianze sociali, esattamente l’opposto rispetto a quanto anela l’attuale Sistema capitalistico, che ci vorrebbe singoli individui atomizzati abbandonati all’anarchia del libero mercato.

 

Ma allora non sarebbe il caso di ripensare, in un’ottica autenticamente socialista e rivoluzionaria, l’intera questione immigratoria? Vogliamo lasciare le cose come stanno, diventando nei fatti complici del capitalismo predatore e schiavizzante, o cominciamo a pensare ad una valida alternativa? Vi ricordiamo che nei paesi del blocco sovietico, prima della nefasta caduta del Muro di Berlino, vigeva il divieto di emigrazione, ma nessuno si sarebbe mai sognato di definire gli Stati socialisti come razzisti, alla stregua del Sudafrica dell’apartheid.

Invece, oggi, il tema dell’immigrazione è diventato un vero e proprio tabù, senza possibilità di aprire un serio dibattito sulla materia. A guadagnarci, in questo modo, sono i partiti di estrema destra che, utilizzando slogan xenofobi, ottengono vasti consensi, soprattutto tra gli strati più popolari della popolazione, dando vita ad una vera e propria guerra tra poveri. Eppure basterebbe parlare di blocco delle frontiere e percentuale massima di immigrati presenti sul territorio nazionale (il 5% potrebbe essere un’ottima soluzione), per cancellare immediatamente questa novella forma di schiavitù.

Ma questa soluzione, nell’attuale Sistema capitalistico, è da tutti osteggiata. L’immigrato ha infatti una funzione fondamentale: scardinare il complesso dei diritti sociali che la classe operaia ha duramente conquistato con le lotte degli ultimi due secoli. Nessun lavoratore osa più pretendere la tutela dei propri diritti per paura, anzi la certezza, di essere licenziato; mentre il capitalista non si fa alcun problema a pretendere orari di lavoro sovrumani o paghe salariali da fame, tanto sa benissimo che ci sono già migliaia di disperati provenienti dal Terzo Mondo disposti ad accettare le sue catene.

Che il capitalista ragioni in quest’ottica è anche comprensibile, ovviamente dal suo punto di vista. Ma che anche i sedicenti antagonisti la pensino nel medesimo modo è quanto meno ridicolo. Questi ultimi spesso si giustificano tirando fuori la nota frase di Marx “proletari di tutto il mondo unitevi”. Ma siamo proprio sicuri che il filosofo di Treviri fosse un globalizzatore mondialista ante litteram? A ben vedere, ha scritto “unitevi” non “mischiatevi”. Il suo intento era quello di invitare l’intera classe proletaria, presente in tutto il mondo, a ribellarsi al capitalismo, non certo a mischiarsi in una poltiglia informe, come quella che tanto piace a chi ci vuole consumatori e non più cittadini.

Chissà cosa scriverebbe oggi, di fronte a questa marea di immigrati provenienti dal Terzo Mondo. Secondo noi, di sicuro, non prospetterebbe le medesime soluzioni del Sistema capitalista, che voleva abbattere. Vuoi vedere che, in fondo, l’estrema sinistra europea, nonostante le bandiere rosse, ha assunto nei contenuti una politica anti-marxista? A volte la storia delle faccende umane è propria comica, anzi tragica.


Alessandro Cavallini 

 
Attacco alla Russia PDF Stampa E-mail

13 Dicembre 2014

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Ci attendono mesi cruciali per la storia del mondo. Sarà quindi utile tentare di collocare i frammenti di informazione in un quadro più unitario che li colleghi e ne indichi il senso.

Gli USA si logorarono nella lunghissima guerra del Viet Nam, che resistette agli americani anche grazie al sostegno in armi e denaro che ebbe dall’URSS. Dopo il ritiro degli USA, per qualche anno l’URSS apparve egemone, o almeno in fase di espansione. Si sostituì agli americani nelle basi aero-navali che avevano avuto nella penisola indocinese, accentuando i timori della Cina. Penetrò profondamente in Africa, utilizzando spregiudicatamente truppe cubane. Approfittò dell’altro duro colpo che venne inferto agli USA con la rivoluzione khomeinista che abbatté la monarchia iraniana.

La risposta, durissima, venne negli anni ’80. Gli USA elaborarono un piano strategico a vasto raggio, col fine di abbattere il rivale sovietico. Una delle pedine mosse sullo scacchiere fu l’alleanza di fatto fra gli USA e la Cina, che obbligò l’URSS a dislocare buona parte delle sue forze armate sul confine asiatico. Contemporaneamente venivano creati problemi al Cremlino con l’elezione di un papa polacco, che doveva inserire un cuneo nell’Impero sovietico (in politica niente è casuale, e l’elezione di un papa è un fatto anche politico). In terzo luogo il presidente Reagan prospettò un piano di rafforzamento altamente tecnologico delle forze armate americane, costringendo l’URSS a una rincorsa su un terreno per il  quale il suo apparato industriale era inadeguato. Inoltre l’URSS venne attirata nella trappola afghana, vedendosi restituito il colpo che gli USA avevano subìto in Viet Nam cacciandosi stoltamente nei guai. Infine, la mossa decisiva: per un accordo col preziosissimo alleato saudita degli USA, il mercato petrolifero fu inondato di greggio, provocando il crollo del prezzo delle fonti energetiche, prima voce del bilancio sovietico. Questa manovra complessa e su più livelli culminò col collasso dell’Unione Sovietica e del suo Impero.

La nuova Russia, indebolita e frastornata, sarebbe stata disposta ad essere cooptata nel sistema occidentale se fosse stata trattata con generosità, ma la stupidità di tre presidenti americani, Clinton, Bush e Obama, e dei loro consiglieri, ha suggerito la linea della continua umiliazione. Prima la concessione di crediti a condizione che tutta l’economia fosse stata rapidamente privatizzata, con conseguenze disastrose. Poi la progressiva estensione della NATO sempre più vicino ai confini con la Russia, mentre la Serbia, unico Paese dell’est europeo rimasto amico di Mosca, veniva brutalmente bombardata. Intanto veniva incoraggiata la rivolta cecena, entro i confini stessi della Russia.

L’elezione del nazionalista Putin fu il segnale che gli anni dell’umiliazione e della soggezione sarebbero finiti. La rinazionalizzazione di settori strategici dell’economia e il riarmo fecero capire che Putin sarebbe stato una minaccia per l’Impero globale. La rivolta cecena fu stroncata. Nel 2006 per la prima volta l’esercito israeliano subì uno smacco in Libano, grazie alla filiera Iran-Siria-Hezbollah, dietro cui c’era la Russia con le sue armi e il suo sostegno politico. Nel 2008 l’aggressività della Georgia, strumento della NATO, si scontrò con la dura reazione armata della Russia. Putin e Medvedev lasciarono al suo destino Gheddafi nel 2011, ma si opposero fermamente al rovesciamento di Assad. Quando nel 2013 si prospettava l’intervento degli USA e della NATO contro la Siria, la flotta russa schierata davanti alle coste siriane bloccò la manovra.

Era troppo per l’Impero, che elaborò una nuova strategia a vasto raggio, paragonabile a quella fortunatissima degli anni ’80. Il colpo di stato in Ucraina  doveva attirare la Russia in una trappola come quella che aveva logorato l’URSS in Afghanistan. In Cecenia viene riattizzato il fuoco della ribellione. Le sanzioni devono mettere in ginocchio un’economia che, come ai tempi sovietici, confida in gran parte sull’esportazione delle materie prime, l’apparato industriale russo non essendo tuttora in grado di competere coi suoi prodotti sui mercati internazionali. Infine, la mossa che come negli anni ’80 dovrebbe essere decisiva: ancora una volta la fedele Arabia Saudita provoca il crollo del prezzo del petrolio e dà così un colpo che dovrebbe essere fatale non solo alla Russia ma anche a due altre scomode presenze nel mondo del dominio americano, Iran e Venezuela.

L’attacco è serio e devastante ma non è detto che questa volta sia vincente. Il quadro internazionale è molto diverso da quello degli anni ’80. La Cina ora è una grande potenza ed è amica della Russia, non avversaria come allora. L’Occidente si dibatte in serie difficoltà e non è in quell’espansione travolgente che negli anni ’80 era garantita dalla rivoluzione informatica. L’ Europa in particolare rischia di risentire della guerra commerciale quanto o più della Russia. Il prezzo basso del petrolio ha controindicazioni anche per gli USA: danneggia la Russia ma favorisce la Cina, altro grande competitore. Il governo russo gode di un sostegno popolare che l’esausto regime sovietico aveva perso. Inoltre le mosse di Putin per sventare l’attacco sono ben diverse da quelle dei vecchioni dell’URSS fossilizzati nei pregiudizi ideologici. Allora per fronteggiare l’attacco e sostenere il rublo vendettero oro in cambio di dollari che costituissero una riserva di valuta pregiata. Oggi le autorità russe acquistano oro il cui prezzo è artificiosamente e solo provvisoriamente tenuto basso, liberandosi di dollari in previsione di un deprezzamento della valuta americana.

Queste sono le grandi linee di un gioco la cui scacchiera è il mondo. La Russia potrebbe di nuovo essere messa in ginocchio, ma questa volta sembra si muova in modo più accorto. Sono disegni strategici talmente complessi e pericolosi che il rischio di una guerra generale si fa sempre più incombente.

 

Luciano Fuschini 

 
Fallimento europeo? PDF Stampa E-mail

12 Dicembre 2014

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 Da Rassegna di Arianna del 3-12-2014 (N.d.d.)

 

La settimana s’è inaugurata con la notizia clamorosa dell’abbandono del Progetto South Stream, che ha sconvolto gli equilibri geopolitici e strategici tra la Russia e l’Europa. “Non possiamo avviare i lavori in mare finchè non si ottiene il permesso dalla Bulgaria”, ha detto il Presidente russo Vladimir Putin a Vzglyad, aggiungendo che “a tali condizioni non possiamo continuare la realizzazione di questo progetto”. Mancando quindi la volontà dell’Unione Europea di sostenere il progetto, la Russia si vede così a sua volta costretta ad abbandonarlo, per quanto a malincuore.

Si tratta di un decisivo salto di qualità nel processo di deterioramento dei rapporti fra la Russia e l’Europa, e più estesamente fra la Russia e l’Occidente. È un fatto che ci porta ad operare tutta una serie di riflessioni.

La prima è che l’Europa, così com’è concepita oggi, non può funzionare. L’idea che il semplice veto di un singolo paese, in questo caso la Bulgaria che sappiamo bene a chi risponda politicamente, possa praticamente bloccare un progetto che coinvolge più Stati, deve farci riflettere seriamente su che tipo d’Europa davvero vogliamo. Un progetto energetico di fondamentale importanza come in questo caso il South Stream dovrebbe essere deciso a livello comunitario, e non dipendere esclusivamente dalla volontà, o in questo caso dal capriccio, di singoli Stati.

La seconda è che l’Europa, ed ancor più le nazioni che ne fanno parte, deve recuperare urgentemente la propria sovranità, almeno se non vuole ritrovarsi sempre più ridotta al rango di colonia o dipartimento d’oltremare statunitense. Il South Stream era un progetto che andava chiaramente nei suoi interessi e che veniva del resto controbilanciato dal fatto che in Russia l’Europa trovasse un ampio e crescente mercato per i propri prodotti finiti. Tutto questo è venuto meno per colpa della decisione statunitense di varare delle sanzioni a cui l’Europa, ed ancor più alcuni Stati che ne fanno parte, s’è allineata acriticamente.

La terza è che tutto questo danno, politico ed economico, trae le proprie origini dalla cosiddetta “crisi ucraina”, ovvero dal fatto d’aver sostenuto dapprima l’installazione a Kiev di un governo golpista e quindi la sua temeraria quanto disastrosa avventura militare nell’est di quel paese. E anche tutto questo è avvenuto dimostrando sempre un eccessivo appiattimento alle posizioni espresse oltre Oceano.

 

Se l’Europa non recupera un senso di sé stessa, ovvero una consapevolezza del proprio ruolo e della propria missione nel mondo, allora può legittimamente dirsi perduta. Non è questione d’ideologia o di simpatie politiche. È, semmai, pragmatismo. La leadership europea, così come quelle dei vari Stati che ne fanno parte, ha dimostrato di possedere questa dote solo a parole. In Europa, e questo vale tanto per Bruxelles quanto per Parigi, Roma o Berlino, bisogna capire che assecondare questa politica estera e, per ricaduta, anche economica, non ci conviene. Non ci conviene perchè non è farina del nostro sacco, ma di un sacco altrui, e il proprietario di quest’altro sacco invece i propri interessi li sta facendo benissimo.

Gli Stati Uniti, infatti, stanno perseguendo con successo l’obiettivo di legare l’Europa ai propri destini. A grandi e sicuri passi la stanno sottomettendo sempre di più, recidendo tutti quei legami che in un modo o nell’altro, nel bene come nel male, la connettevano al resto del mondo, a cominciare dalla Russia. Il legame con la Russia, per l’Europa, è vitale: in primo luogo perchè anche la Russia è pur sempre una nazione europea, anche se portatrice di una civiltà differente da quella latina e cattolica, o germanica e protestante, che caratterizza l’Europa occidentale. In secondo luogo perchè l’Europa trova nella Russia il suo principale e più logico, anche per semplici ragioni di contiguità geografica, fornitore d’energia così come un mercato strategico per i suoi beni e servizi. In terzo luogo perchè la Russia costituisce, per l’Europa, un partner ed un referente imprescindibile per la soluzione di qualsivoglia problema di portata internazionale.

Pensare di staccare l’Europa dalla Russia e di gemellarla sempre di più agli Stati Uniti, in nome di un atlantismo che si riduce vieppiù ad un fortino isolato o assediato in un mondo ormai irreversibilmente multipolare, è una follia strategica e geopolitica. Come obiettivo, non potrà neppure mai essere realizzato del tutto. L’Europa, se vuole continuare a giocare con profitto le proprie carte nel mondo, allora deve assolutamente trasformarsi in un giocatore indipendente, e stare al passo coi tempi in termini di politica internazionale.

Il matrimonio del secolo, oggi come oggi, è quello fra la Russia e la Cina, che guardacaso è anche il frutto della stoltezza dimostrata proprio ad Occidente. Quello fra Europa e Stati Uniti, invece, più che in un matrimonio rischia di trasformarsi sempre di più nel fallimento del secolo. Un fallimento, beninteso, solo europeo.

 

 


Filippo Bovo

 

 
Meglio la dittatura? PDF Stampa E-mail

10 Dicembre 2014

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In uno degli ultimi articoli su questo Giornale ("Senza alternative”, di L.Fuschini) si è ipotizzato un partito in grado di raccogliere, in senso costruttivo e davvero alternativo al sistema, il disgusto e la rabbia dei cittadini; l' astensione è stata giudicata gesto nobile ma nella fattispecie né pratico e né risolutivo.

Poichè appartengo al 60/70% di coloro che ormai hanno smesso di perdere tempo con la farsa del voto, vorrei dire la mia opinione.

Abbiamo visto la fine che fanno tutti i partiti di "protesta", dalla Lega Nord bossiana (ora Salvini cerca di ricostruire una verginità più volte violata dal mortale abbraccio berlusconiano..) al declinante ed inconcludente "Movimento 5 Stelle": semplicemente vengono o ingabbiati e istituzionalizzati dal sistema (Lega) oppure, come nel caso di Grillo, si mostrano contenitori vuoti e si autoghettizzano, non concludendo nulla.

L' unico nuovo soggetto politico che voterei ad occhi chiusi sarebbe un partito, o movimento che dir si voglia, che all' articolo 1 del programma mettesse nero su bianco-come necessità improrogabile-la cancellazione  della democrazia rappresentativa in Italia, puntando apertamente alla dittatura.

Smettiamola di prenderci in giro e parliamo chiaro e netto: in Occidente in generale, ed in Italia in particolare, la democrazia rappresentativa non rappresenta più nessuno.

È un sistema di procedure e di regole ormai divenuto autoreferenziale, che serve a legittimare e perpetuare una casta di intoccabili e un nodo di intrecci tra mafie, imprenditori, politici, massoni, un sistema che alimenta corruzione, concussione, malaffare, sprechi immensi e ruberie, il tutto dietro il paravento ideologico del "potere dal popolo, al popolo, per il popolo".

Al cittadino si dà la pia illusione di delegare qualcuno a rappresentarlo, inserendolo invece  in un sistema di partitocrazia che solo a parole enuncia idee ed ideali nei quali l' elettore si riconosce.

Si stava meglio nell' Ancien Regime, quando almeno l' aristocrazia al potere aveva anche degli obblighi verso la plebe e la plebe stessa, a livello comunitario di villaggio, metteva in pratica la vera democrazia diretta: nel Ducato di Milano, ad esempio, tesorieri, sindaci e cancellieri dei paesi venivano eletti dai capifamiglia, in piazza, con durata biennale o triennale.

Oppure sono meno ipocriti in Paesi come Uzbekistan, Kazakistan, Turkmenistan, dove il dittatore  ruba assieme ad un gruppetto di oligarchi: rubano, certo, ma sono in pochi a spartirsi la torta a differenza che da noi, dove rubano in tanti, rubano tutti e gli sprechi sono vasti come Oceani.

E hanno almeno la decenza di mostrarsi per quel che sono, senza ammantarsi dietro le fanfaluche dei "diritti" e delle "libertà".

È fin preferibile l' Azerbaigian, dove il presidente-dittatore Aliyev e la piccola oligarchia rubano, vessano, reprimono, corrompono, ma hanno la faccia tosta -che a questo punto diviene onestà intellettuale-di far capire che "al popolo lasciano le briciole".

Il più onesto, però, è il presidente bielorusso Alexander G.Lukashenko, il quale -a differenza di Aliyev o Nazarbayev - ha un Parlamento privo di partiti-farsa, con deputati indipendenti che non fanno nemmeno finta di contare un' acca (come in Azerbaigian), non è circondato da una corte oligarchica spudorata, non fa mistero di interdire le libertà di stampa, associazione e parola, ma dosando economia di Stato e libera imprenditoria, sussidi, paternalismo, tenendo il Paese fuori dai cosiddetti "mercati" e muovendosi come vuole in politica estera (si è spesso urtato anche con Putin) ha tenuto la Bielorussia fuori dal mercimonio globale, garantendo alla popolazione pane, companatico, lavoro e sicurezza.

Basterebbe solo la metà di questo per prenderlo a modello e fare l' elogio della dittatura.

Simone Torresani 

 
Sinistra ipocrita PDF Stampa E-mail

8 Dicembre 2014

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Da Appelloalpopolo del 5-12-2014 (N.d.d.)

 

 

Di questi tempi appare abbastanza evidente come la sinistra sia la parte politica maggiormente responsabile del disastro verso cui si avvia il nostro paese, e come il suo “popolo” sia totalmente incapace di capire questo semplice dato di fatto. Occorre naturalmente distinguere fra le tendenze di fondo del nostro tempo e il modo in cui esse si concretizzano nei diversi contesti. Non c’è dubbio che, rispetto al tema di cui stiamo discutendo, la tendenza generale è quella della trasformazione, da tempo compiuta, della sinistra europea da forza di emancipazione e difesa dei ceti subalterni (il che ovviamente non vuol dire: forza rivoluzionaria) a forza totalmente asservita agli interessi dei ceti dominanti, e funzionale alla distruzione dei diritti degli stessi ceti subalterni. Questa trasformazione richiede ovviamente un certo tasso di inganno e autoinganno, perché i ceti dirigenti della sinistra devono distruggere diritti e redditi dei ceti subalterni continuando a richiamarsi ad una tradizione dove si faceva il contrario, e i loro elettori devono in qualche modo credergli. La mia impressione è che questo gioco sia particolarmente evidente e “spudorato” nel nostro Paese, cioè che in esso appaia in maniera particolarmente evidente, rispetto ad altri paesi, l’inganno perpetrato dai ceti dirigenti della sinistra, e la radicata volontà del “popolo di sinistra” di non prendere coscienza dell’inganno. Nella sinistra del nostro paese vi è una scissione, particolarmente evidente, fra le parole e le cose, fra quello che si dice e quello che si fa. Ripeto, questo è un dato generale, ma mi sembra più accentuato in Italia. Se è davvero così, sarebbe il caso di chiedersi perché.

Prima di provare a fornire una risposta, possiamo fare un paio di esempi. Il primo, sul quale ritorno di tanto in tanto perché, lo confesso, a suo tempo ne fui particolarmente colpito, è quello del Partito dei Comunisti Italiani, che nel ’99 fa parte (con 4 ministri, se non ricordo male) del governo D’Alema, e quindi si assume la responsabilità dell’aggressione alla Jugoslavia, cui il governo D’Alema partecipa assieme ad altri paesi NATO. Il punto è che il PdCI partecipa a questa guerra di aggressione imperialistica protestando e manifestando contro di essa e contro la NATO, senza che questo atteggiamento assurdo appaia, ai suoi elettori e in generale alle persone di sinistra, per quello che è, una intollerabile ipocrisia sufficiente a seppellire all’istante una forza politica.

L’altro esempio è quello di Walter Veltroni, che dopo aver fatto un’intera carriera politica nel PCI, arrivando nel 1987 ad essere eletto deputato al Parlamento nazionale, può tranquillamente dichiarare, dopo la fine del socialismo reale e dello stesso PCI, di non essere mai stato comunista. Anche in questo caso, senza che nessuno sembri rendersi conto, nel mondo della sinistra, che una simile dichiarazione dovrebbe essere sufficiente a classificare il suo autore come un mentitore privo di qualsiasi affidabilità e indegno di fiducia, e a troncarne di conseguenza ogni ambizione politica.
Il punto, in questi due esempi, non sta tanto nel fatto che il PdCI abbia fatto scelte politiche sbagliate, o che Veltroni possa essere definito oppure no un ex-comunista: la storia è piena di errori politici dei comunisti, ed è piena di ex-comunisti. Il punto è il carattere particolarmente “sfacciato”, impudente, sprezzante di logica, intelligenza e buon gusto, di queste scelte e dichiarazioni. Evidentemente i loro autori sapevano di poter contare su una indulgenza a priori, da parte del “popolo di sinistra”, nei confronti di simili macroscopiche contraddizioni.
Si tratta, lo ripeto, di una particolare declinazione nazionale di un dato epocale. Provo ad ipotizzare una possibile spiegazione. Mi sembra che una tale possibile spiegazione, o almeno un suo ingrediente, stia nel fatto che nel nostro Paese il partito che ha egemonizzato la sinistra, per tutto il secondo dopoguerra, è stato il Partito Comunista Italiano. Questo è in effetti un dato specifico del nostro paese, fra tutti i paesi occidentali. Altrove, i partiti comunisti erano o piccole formazione estremiste, del tutto ininfluenti, oppure erano (come in Grecia, Portogallo e in sostanza anche in Francia) parti significative della sinistra, ben radicate nel paese, ma minoritarie e non egemoniche nella sinistra stessa. In Italia, invece, “essere di sinistra” ha sempre voluto dire avere a che fare con la presenza egemonica del PCI.
Ora, a me sembra che il più elementare buon senso dovrebbe suggerire che un Partito si dichiara “comunista” perché intende realizzare il comunismo, e, di conseguenza, che un tale partito ha il dovere di spiegare cosa intenda per “comunismo” e come intenda arrivarci. Naturalmente, poiché stiamo parlando di un partito politico, cioè di una organizzazione nata per l’azione politica, la risposta alla domanda “cosa si intende per comunismo” non può essere una bella frase vuota del tipo “il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”, non può essere una enunciazione di principi generali del tipo “ da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni”, non può essere una dotta discussione filosofica sulla natura comunitaria dell’essere umano. Deve essere un progetto politico di una società alternativa all’attuale che, senza essere delineato nei dettagli, ci faccia però capire alcune delle strutture fondamentali di tale società alternativa. Correlato a questo, e anche più importante per un partito politico, è l’indicazione di un ragionevole percorso storico-politico che mostri la possibilità concreta di arrivare, in tempi non lontanissimi, alla configurazione sociale desiderata.
Ora, è evidente che nessuno si è mai sognato, nel vasto mondo del PCI e della sinistra italiana da esso egemonizzata, di chiedere questo tipo di chiarimenti e nessuno si è mai sognato di fornirli. Questo non vuol dire, ovviamente, che non si sapesse cosa intendeva fare il PCI. Le sue scelte politiche erano piuttosto chiare, sia in politica interna sia in politica internazionale. Il punto è che tali scelte politiche non avevano nulla di “comunista”. Il PCI era un partito comunista di nome, ma di fatto era un partito socialdemocratico nella politica interna e filosovietico in quella internazionale. Tutto questo non è necessariamente un male. Con queste caratteristiche, il PCI ha secondo me avuto una funzione essenzialmente positiva nel dopoguerra italiano, fino agli anni Settanta. Il punto è che questa strana natura del PCI aveva in sé i germi dei fenomeni degenerativi dei quali abbiamo discusso all’inizio. Nel mondo della sinistra italiana egemonizzato dal PCI era considerato normale aderire a un “partito comunista”, o votarlo, o avere rapporti politici con esso, senza che per lunghi decenni nessuno si ponesse il problema di cosa mai volesse dire, per un partito politico di massa in un paese occidentale, “essere comunista”, e soprattutto cosa c’entrasse il “comunismo”, qualsiasi cosa esso sia, con la concreta prassi politica del PCI. La sinistra italiana è stata cioè abituata, dalla massiccia presenza del PCI, ad una radicale scissione fra parole e fatti, fra slogan e realtà. È stata abituata a trovare del tutto normale definirsi in un modo e comportarsi in modo diverso. E proprio qui, a mio avviso, sta una delle radici dei fenomeni degenerativi di cui si diceva.
C’è una conseguenza: se tutto questo è sensato, è chiaro che occorre essere molto diffidenti verso i tentativi, riproposti ogni tanto, di ricostruire un partito comunista in Italia: alle difficoltà oggettive si aggiungono infatti i dubbi, mai affrontati seriamente, su cosa possa voler dire, per un partito politico, essere “comunista”, in un paese occidentale. L’impressione è che con questi tentativi si cerchi in sostanza di ripetere l’esperienza del PCI, in una situazione nella quale non vi sono evidentemente più le condizioni che l’hanno resa possibile, e oltretutto perpetuando le ambiguità e le ipocrisie che hanno segnato quella storia. Non è davvero di questo che abbiamo bisogno. Nel bene e nel male, il PCI ha segnato una parte della storia di questo paese. Quella storia è finita, occorre costruirne un’altra.

 

Marino Badiale 

 
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