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Doni di mele avvelenate PDF Stampa E-mail

26 Agosto 2016

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Da Appelloalpopolo del 23-8-2016 (N.d.d.)

 

Il grande capitale ha bisogno di un tipo di “uomo”, il cliente-consumatore-spettatore, infantile, narcotizzato, sedotto, sprovvisto di volontà, di determinazione, di capacità di stare solo senza consumare (anche immagini, letture e suoni), carente di senso di auto-responsabilità e di pazienza; un essere ovviamente incapace di esser parte di un progetto umano che lo trascenda. Per questa ragione l’epoca del neo-liberismo, se si preferisce dell’ordo-liberismo, è stata l’epoca della tutela del consumatore contro la pubblicità ingannevole, del riconoscimento del “diritto ad essere informati” dalle controparti contrattuali (grandi capitalisti) e del diritto al risarcimento monetario del danno non patrimoniale (mercificazione di beni sacri, non commerciabili e non valutabili monetariamente), della tutela dei clienti-“investitori finanziari” contro gli intermediari finanziari, della concessione della possibilità di vedere spettacoli televisivi organizzati dal capitale, gratis o quasi, 24 ore su 24, del diritto ad una bassa inflazione (generata dalla concorrenza, interna e internazionale), della possibilità di mutui immobiliari trentennali e di credito al consumo, del diritto di non fare il militare di leva né il servizio civile alternativo, del diritto di scommettere in ogni momento della giornata in ogni tabaccaio e in ogni angolo delle strade cittadine, del diritto a non vedere esposti i voti negativi scritti in rosso nei quadri scolastici, del diritto a non essere bocciato, e così via.

 

Tutti diritti e poteri che hanno la funzione di trasformare gli uomini in larve. Essi sono stati concessi dalle élites senza che vi siano mai stati movimenti di massa che chiedessero la concessione di simili diritti e poteri. Sono stati regalati, non conquistati. Mentre venivano cancellate dall’ordinamento le tutele vere, alla stabilità del rapporto di lavoro, al salario dignitoso, alla piena occupazione, alla casa, ad un canone locatizio equo, ecc., il grande capitale regalava ai cittadini una serie di tutele volte ad indebolirli, a renderli irresponsabili, a chiuderli in casa o nei retro-bar, a “drogarli” con doni di mele avvelenate: a conformarli come consumatori-clienti-spettatori.  Le innumerevoli tutele regalate dal moderno capitalismo sono pura vasellina. La tutela del diritto al lavoro, del diritto alla casa e degli altri diritti sociali sono tutele dell’uomo. Il consumatore indebitato cronico per consumi non necessari, drogato di scommesse, senza obblighi verso lo stato e la nazione, irresponsabile di azioni (che compie con coscienza e volontà), che si arricchisce se subisce un sinistro, chiuso in casa e messo in pantofole davanti agli schermi, forse non le merita: forse merita di essere schiavo. Accanto alla battaglia per la riconquista dei diritti sociali deve stare la battaglia per la liberazione dai “diritti” e dalle possibilità droganti, inebetenti, narcotizzanti. Bisogna rifiutare il sistemico dono della vasellina elargito dal grande capitale. Si deve tornare a scommettere quanto, dove e come si scommetteva nella prima repubblica; il credito al consumo va limitato; i mutui immobiliari devono essere al massimo ventennali (i prezzi degli immobili e i costi per i costruttori si adegueranno); i canali televisivi privati devono essere pagati per intero dagli spettatori (al capitale marchio non va concesso di regalare a questi ultimi mele avvelenate); chi acquista azioni o obbligazioni societarie deve tornare a farlo a suo rischio e pericolo: se non si intende di finanza acquisti i titoli del debito pubblico e si vergogni di voler produrre denaro con denaro senza investire nella produzione di beni e servizi reali. Riconquistare i diritti sociali e liberarci dalle tutele vasellina stanno e cadono insieme. O si è uomini degni di tutela o si è larve che, seppure astrattamente meritevoli di tutele sociali secondo certe concezioni discutibili, non ri-otterranno mai le tutele sociali.

 

Contestare il neo-liberismo soltanto per ciò che ci ha tolto e non per gli innumerevoli diritti e poteri che ci ha donato è una posizione politica presuntuosa, velleitaria, certamente perdente; e in fondo, forse, anche immorale.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Acque inesplorate PDF Stampa E-mail

25 Agosto 2016

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Da Rassegna di Arianna del 23-8-2016 (N.d.d.)

 

A volte i "padroni universali" (così li chiamò, qualche tempo fa, il premio Nobel per l'economia Paul Krugman) lanciano messaggi chiari. Di regola si informano, tra loro, in modo criptico. Ma questa volta due cose sono evidenti: 1) chi parla è uno di loro; 2) la situazione è critica. Chi è che parla? Il RIT, ovvero il Rothschild International Trust, il cui presidente è Jacob Rothschild. Sul sito del RIT è apparsa nei giorni scorsi una nota che dire sorprendente è poco. "I sei mesi che stiamo esaminando hanno dimostrato che i banchieri centrali continuano a portare avanti il più grande esperimento in politica monetaria della storia del mondo". Così scrive il rapporto. È tuttora in corso un "esperimento" che non ha precedenti nella storia moderna. Questo "esperimento" (è la prima volta che il termine appare a quei livelli) è realizzato da un pugno di uomini, cioè i "banchieri centrali". I quali si sono ben guardati fino ad ora dal comunicarlo ai miliardi di persone che ne subiscono le conseguenze. È qui palese che costoro hanno un potere sterminato e potenzialmente mortifero, e lo esercitano al di fuori di qualsiasi criterio democratico. Sappiamo che un tale "esperimento" è in corso da diversi decenni, e che ha preso un andamento accelerato negli ultimi otto anni circa, cioè dal momento della crisi di Lehman Brothers, che ha a sua volta mandato in fallimento tutte le principali banche dell'Occidente. Rothschild sembra comunicarci un'ovvietà: l'esperimento è "tuttora in corso". Ma non sembra contento. Probabilmente vuole farci sapere che è ora di portarlo a termine. Ma come non ce lo dice. Intanto Jacob Rothschild ci informa che le sue banche hanno cominciato a investire in metalli preziosi (leggi oro, platino etc.) e a ridurre i loro investimenti in certificati di credito del Tesoro US. Anche la sterlina viene abbandonata al suo destino. Ci fornisce anche, con straordinaria chiarezza, la diagnosi: "Noi ci troviamo ora in acque inesplorate, ed è impossibile prevedere gli effetti indesiderati di tassi d'interesse molto bassi, che si accompagnano a circa il 30% del debito globale degli Stati con rendimenti negativi, combinato con un quantitative easing su dimensioni gigantesche".

 

"Acque inesplorate", dunque. Fino ad oggi è andata bene ("has been successful"). Ma "la crescita rimane anemica, in presenza di deflazione in molte aree del mondo sviluppato e con una domanda debole". Sembra la continuazione di un discorso, avviato qualche mese fa da Laurence Summers, uno dei più importanti banchieri americani, consigliere di presidenti. Summers, tagliando drasticamente le troppo ottimistiche previsioni dei FMI, scrisse che, per gli stessi motivi indicati da Jacob Rothschild, dobbiamo prevedere nel prossimo quinquennio un tasso di crescita del Pil mondiale vicino allo zero. E diceva apertamente che non si poteva uscire da questa situazione, con tassi così bassi, con una manovra monetaria o fiscale. Cioè invocava un "nuovo sapere economico", che non c'è. Ecco le "acque inesplorate". E, a differenza di Summers, che fa solo il banchiere, Rothschild si occupa di politica. E lancia un altro allarme: "la situazione geopolitica - scrive - si è deteriorata, con l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea; con elezioni americane, a novembre, insolitamente spinose; con una Cina che rimane 'opaca', e con un rallentamento della crescita che comporterà problemi" (qui in pieno accordo con Summers). I signori del pianeta sembrano non avere ricette e cominciano a essere impensieriti circa il controllo della situazione. Rothschild non nomina la Russia; non sappiamo cosa ne pensa. Ma il silenzio non è indice di sicurezza. In Siria i piani dell'Occidente sono in pezzi, e la Russia, sotto sanzioni, ha deciso la fine di Daesh. Tutta la loro dottrina economica sembra improvvisamente divenuta molto precaria, come quella immensa massa di denaro e di derivati con cui hanno infettato il mondo intero. Che abbiano in mente qualche colpo di scena? È probabile che lo abbiano. Non si fanno giganteschi "esperimenti" senza prevedere una qualche uscita di sicurezza. A meno che non siano stati così stupidi da avere ignorato il problema. E allora sarebbero i restanti sette miliardi di individui a dover essere impensieriti.

 

Giulietto Chiesa

 

 
Guerra psicologica PDF Stampa E-mail

24 Agosto 2016

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Da Rassegna di Arianna del 21-8-2016 (N.d.d.)

 

Un'immagine di un bimbo ferito viene promossa negli screditati media mainstream insieme a una tragica storia di 'attivisti' in un quartiere collocato nella Aleppo Est occupata da Al-Qa'ida. Secondo i media imbeccati dai governi, è agli «attacchi aerei russi o del regime siriano» che va imputata la colpa di questo atto di brutalità contro un bambino innocente. Un bimbetto traumatizzato, apparentemente ferito, si siede tranquillamente in un'ambulanza nuova fiammante. A un certo punto si tocca una ferita sulla propria testa. Non reagisce a quel tocco. Il video di due minuti da cui il fermo immagine è estrapolato mostra il bimbo mentre viene consegnato da una posizione buia a una persona "ufficiale" e portato dentro l'ambulanza. Lì sta seduto silenziosamente mentre le macchine fotografiche vanno avanti a confezionare questa operazione di guerra psicologica.

 

La narrazione dei media principali è la seguente: Mahmoud Raslan, un fotoreporter che ha catturato l'immagine, ha riferito all'Associated Press che i soccorritori e giornalisti hanno cercato di aiutare il bambino, identificato come Omran Daqneesh, di 5 anni, insieme con i suoi genitori ei suoi tre fratelli, che hanno 1, 6 e 11 anni. «Passavamo lì da un balcone all'altro», ha dichiarato Raslan, che ha aggiunto: «Abbiamo inviato subito i bambini più piccoli all'ambulanza, ma la ragazzina di undici anni ha aspettato affinché sua madre venisse salvata. La sua caviglia era bloccata sotto le macerie». Da una ricerca su Internet sul nome di "Mahmoud Raslan", il presunto "fotoreporter", non risultano altre immagini o video attribuiti a tale persona.

 

Al momento ci sono cinquanta guerre in corso lungo tutto il sanguinante pianeta Terra. I bambini diventano vittime della guerra in ciascuna ora di ogni santo giorno. Chiedetevi perché non vedete mai i bambini vittime degli attacchi aerei USA, o dei bombardamenti dei nostri alleati. Quando fanno un servizio speciale su un bambino morto o ferito e lo trasmettono a ripetizione, c'è un preciso ordine del giorno. Di solito, l'obiettivo è quello di suscitare le emozioni necessarie a manipolare il vostro consenso per una nuova guerra. Le parti di voi che disprezzate sono proiettate su un bersaglio mentre i vostri demoni privati diventano nemici pubblici, così che lo Stato può ammazzare impunemente, trasformando l'assassinio in patriottismo. Probabilmente non c'è immagine più efficace per attingere alla nostra psiche tribale rispetto a quella di un bambino ferito o morente.

 

Come possiamo aiutare questo povero bimbo? Lo Stato ha una risposta preconfezionata. Centinaia di migliaia di bambini sono stati uccisi o feriti dai bombardamenti statunitensi solo in questo secolo. Quanti di questi avete visto nelle "news"? Avete visto una sola foto dei bimbi uccisi dalle aggressioni degli Stati Uniti in Afghanistan, Pakistan, Yemen, Siria, o Somalia, comparire in un giornale mainstream che giustifica la guerra? Nel 1972, una foto scioccante di una bimba che era stata vittima di un raid con bombardamenti al napalm su Trang Bang, in Vietnam, apparve sulla prima pagina del New York Times. La foto di Kim Phuc che vinse il premio Pulitzer, scattata da un fotografo dell'Associated Press, Nick Ut, si dimostrò efficacissima nell'esporre l'autentico orrore e l'immoralità della guerra del Vietnam e contribuì a mutare il sentimento pubblico contro l'aggressione USA nel paese. Una foto del genere riuscirebbe forse a farsi strada in questa potente piattaforma mediatica anche nell'odierno paesaggio dei media egemonizzati da governo e grandi aziende? (Ricordate, il New York Times ha contribuito a promuovere le bugie che ci hanno portato alla guerra in Iraq.) La pubblicazione di tali immagini scioccanti, cariche di emozioni, può essere utilizzata per contribuire a porre fine a una guerra, ma - molto più frequentemente - è utilizzata per demonizzare un nemico e fornire pretesti per una nuova guerra da giustificare con motivi "umanitari". Non vedremo mai i risultati di una carneficina inflitta dagli USA, in quanto una delle principali funzioni dei media che promuovono le guerre è quella di rimuovere ogni colpa e responsabilità morale dalle azioni del nostro paese per addossare invece la colpa e il male altrove. La scusa per cestinare questi documenti visivi di guerra nel dimenticatoio consiste spesso nel dire che le immagini sono "troppo provocatorie"; eppure gli stessi organi di informazione promuovono con entusiasmo certe sequenze in cui si vedono dei malfattori che compiono atti malvagi, quando ciò fa comodo alla loro gerarchia delle notizie.

 

Quando vedete un bimbo morto o ferito nei media, che ci sono nemici, fate attenzione!

 

Anthony Freda

 

 
Falsa morale e veri interessi PDF Stampa E-mail

23 Agosto 2016

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Da Rassegna di Arianna del 21-8-2016 (N.d.d.)

 

I poteri (interessi) forti, attraverso i media da loro gestiti, giustificano l’immigrazione di massa come rimedio alla denatalità dei paesi occidentali. La giustificazione non regge perché quelli sono i medesimi poteri (interessi) forti che hanno indotto la denatalità (soprattutto) attraverso la loro politica monetaria deflazionistica e recessiva la quale, assieme al modello sociale ad essa collegato, al contrario delle sue promesse di sviluppo e stabilità, ha tolto lavoro e prospettive per il futuro, nonché partecipazione democratica. Sono i medesimi poteri (interessi) forti che mantengono quella politica nonostante i suoi effetti, e che con essa si sono arricchiti e potenziati politicamente. Sono i medesimi poteri (interessi) forti che inducono i flussi migratori fomentando o conducendo direttamente guerre in Africa e Asia, per i loro interessi petroliferi, minerari, militari e per vendere armi, e praticandovi il land grabbing. E che permettono ai comitati d’affari italiani, in veste politica o religiosa, di speculare e rubare sul traffico dell’accoglienza, coperti dal Papa e dai mass media moraleggianti; e che permettono al padronato di giocare al ribasso sui salari grazie alla mano d’opera immigrata. Un traffico che distrae grosse risorse economiche altrimenti spendibili per sostenere l’occupazione e gli investimenti, quindi la natalità; e che inoltre comporta problemi di criminalità, di sicurezza del territorio e di malattie importate.

 

Noi facciamo pochi figli e poca domanda interna perché già abbiamo scarso reddito e scarsi servizi e scarsa sicurezza, e quei poteri (interessi) forti ci tolgono altri soldi e altri servizi e altra sicurezza per offrire il mantenimento (per giunta gratuito, senza lavorare) a chiunque arrivi: un invito potentissimo ad accorrere in massa, rivolto a un bacino di centinaia di milioni di poveri, e che mette in moto un flusso inesauribile, che richiederà risorse inesauribili, ossia esaurirà presto quelle disponibili. Il cerchio si chiude: con la recessione e la disoccupazione si produce la denatalità che giustifica l’accoglienza, la quale sostiene la denatalità; al contempo, con l’imperialismo e l’interventismo nei paesi poveri si alimentano i flussi migratori, scaricandone i costi sui paesi occidentali, in cui le condizioni di vita e le prospettive per il futuro si deteriorano al punto che essi risultano attraenti solo per i migranti economici che vengono da aree molto peggiori, mentre per noi davvero aver figli diviene sempre meno sostenibile e desiderabile. Così sta avvenendo la sostituzione etnica: fuori noi, dentro loro. Ci estinguono con la sindrome del panda: i panda, quando si trovano in cattività, in un ambiente cioè che non sentono più come il loro, smettono di riprodursi.

 

I soliti preti e mass media dicono che noi occidentali dobbiamo accettare l’immigrazione di massa da quei paesi per espiare il fatto che, in passato, li abbiamo colonizzati e sfruttati. Ma chi decise la colonizzazione e la usò per arricchirsi erano non già i popoli (occidentali), bensì proprio quelle medesime élites che oggi stanno praticando l’imperialismo verso quei paesi a spese (anche) dei popoli occidentali, e che posseggono i media e gestiscono l’informazione, cioè la propaganda, a loro profitto.

 

Marco Della Luna

 

 
In margine a Rio 2016 PDF Stampa E-mail

22 Agosto 2016

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Da Lettera43 del 18-8-2016 (N.d.d.)

 

La squadra egiziana olimpica ha escluso dai Giochi il judoka Islam el Shehaby che, perso il match, si era rifiutato di stringere la mano all'avversario israeliano Or Sasson. Una scelta dei vertici sportivi del Cairo e non del Comitato olimpico internazionale (Cio), perché il comportamento dell'atleta egiziano a Rio 2016 era stato ritenuto «contrario alle regole del fair play». Ma, ha precisato anche la Federazione internazionale di judo, nell'arte marziale nipponica darsi la mano non è un obbligo. Lo è il saluto di rito con l'inchino, che el Shehaby aveva fatto. Il brutto gesto dell'olimpionico è stato «condannato con forza» dalla squadra egiziana, che nello spirito sportivo delle Olimpiadi ha preso la decisione più giusta, e anche la più politicamente corretta. Dagli accordi di pace di Camp David nel 1979, l'Egitto ha abbandonato lo scontro frontale con Israele, diventandone la sponda in Medio Oriente e in Nord Africa. Far trapelare senza altolà, su una platea mondiale qual è quella olimpica, l'ostilità del mondo arabo verso Israele proprio per mano di un suo atleta avrebbe posto la diplomazia del Cairo in una posizione scomoda.

 

I cori di sdegno sull'accaduto tra i (molti) non addetti ai lavori traboccano comunque di ipocrisia. Intanto i dispensatori di sentenze non hanno difeso con analoga veemenza la Palestina vittima, alle medesime Olimpiadi di Rio, di una grossa umiliazione israeliana. All'arrivo in Brasile, i sei atleti olimpici palestinesi non hanno trovato nelle loro valigie gli indumenti da gara e da allenamento. Anche le divise e la bandiera della Palestina per la cerimonia d'inaugurazione erano state bloccate alla dogana dalla sicurezza israeliana. «Con noi abbiamo solo un paio di magliette a testa per allenarci e l’uniforme da podio, aiutateci», si sono appellati al Comitato olimpico internazionale. Si è vista poi la delegazione palestinese - la più grande inviata da Ramallah nella storia dei Giochi - sfilare all'apertura, kefiah in spalla, bandiera e costumi tradizionali. Ma le cronache non ci hanno detto come è andata a finire (come invece per la pecora nera el Shehaby) sull'insensato accanimento israeliano: niente clamore né titoloni sullo sport che non aveva superato le tensioni, anzi le alimentava. Facile allora sparare sentenze sulla «diplomazia del ping pong» che negli Anni 70 abbatté il muro tra le cancellerie di Stati Uniti e Cina, proprio in occasione dei Mondiali di tennis da tavolo. E che anche l'atleta egiziano avrebbe dovuto ricordare. Come se la storia fosse sempre uguale a se stessa e come se la quotidianità, in Medio Oriente e in Nord Africa, fosse quella dei beach boys e degli insegnanti di yoga sulle spiagge di Tel Aviv. Quella delle migliaia di occidentali che continuano ad affollare in bikini e bermuda i resort - pericolosissimi - del Mar Rosso. […]

 

La Palestina di oggi: uno Stato ormai riconosciuto anche dalla maggioranza dei Paesi delle Nazioni unite nonché, dal 1995, dal Comitato olimpico internazionale. Ma che non ha ancora sovranità sui confini e sul territorio nazionali. Dall'autoproclamazione di Israele nel 1948, la Palestina vive in uno stato d'occupazione e di deprivazione. È massicciamente colonizzata dagli insediamenti ebraici, milioni di palestinesi sono profughi e sfollati, e senza il visto israeliano non si entra né si esce. Da 20 anni gli atleti di Ramallah partecipano con piccoli team alle Olimpiadi senza veri impianti dove allenarsi, non possono andare a gareggiare all'estero e neanche spostarsi liberamente all'interno della Cisgiordania e verso Gaza, tant'è che nel 2016 il match Hebron-Gaza è stato un evento. Alle Olimpiadi non hanno mai vinto una medaglia (come la maggioranza degli Stati non big del mondo), ma d'altra parte come potrebbero? Arabi e musulmani altrimenti divisi si ricompattano nella difesa del popolo palestinese. Alla domanda di come si dica in arabo Israele, la risposta è «Palestina». Non si entra in un Paese arabo o musulmano con il timbro di Israele sul passaporto. Come, d'altra parte, anche nella democrazia israeliana chi ha visti di Paesi islamici ostili subisce controlli e interrogatori che polverizzano gli standard europei sulla privacy.

 

Israele è il nemico numero uno, il conflitto palestinese la madre di tutte le battaglie. Questa è l'aria che tira nel Medio Oriente dei decenni di fiumi di sangue - incluso quello scorso alle Olimpiadi di Monaco di Baviera (1972) - e che tirava anche mentre a Rio andava in scena il mancato fair play tra il judoka egiziano e la poi medaglia di bronzo Or Sasson. Ricordare il contesto non è giustificare, ma tentare di far comprendere che - in un medagliere olimpico da Paesi del G8 - così come lo spirito sportivo non basta a vincere i Giochi, l'esempio dell'atleta egiziano el Shehaby non è edificante, ma la dice molto lunga sulla realtà.

 

Barbara Ciolli

 

 
La TV di Bernabei PDF Stampa E-mail

21 Agosto 2016

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Mi sembra che la morte di Ettore Bernabei, Direttore Generale della Tv dal 1961 al 1974, sia passata tra una certa indifferenza. Le Tv e quelli che Travaglio chiama ‘i giornaloni’ gli hanno dedicato il minimo indispensabile, diciamo “una modica quantità”. Un esempio è il Corriere della Sera che si è limitato a fornirci a pagina 11 un articolo, sia pur pregevole, di Paolo Conti seguito il giorno dopo a pagina 35 da una modesta intervista a Pippo Baudo (mentre alla morte di squinzie e di squinzi qualsiasi siamo alluvionati). Forse ha pesato il fatto di dover ammettere che Bernabei era un grande intellettuale, ma democristiano senza se e senza ma e, horribile dictu un vero cattolico, in un’epoca come la nostra dove i democristiani esistono ancora, come mentalità, ma nascosti nelle pieghe di tutti i partiti e i cattolici sono ridotti, con buona pace di Papa Francesco, a quattro strapenate vecchiette che vanno in chiesa per paura della morte. Fa eccezione il Fatto (ogni tanto val la pena autoelogiarsi) con un articolo di Furio Colombo che con Eco, Soldati, Levi, Vattimo e tanti altri fu fra i protagonisti di quella stagione. Colombo parla della sua esperienza personale. Io di quella di uno spettatore.

 

Negli anni sessanta, a differenza di oggi, non era possibile vedere le Tv di altri paesi. Ma io viaggiavo (era l’epoca hippie e di Sulla strada di Kerouac) quelle Tv le vedevo e mi sento di poter dire che nel campo culturale e dell’intrattenimento la Tv di Bernabei era allora la migliore del mondo perché univa la fantasia italiana al pugno fermo dei dirigenti che avevano cura di evitare le sguaiataggini, anche se con qualche comica pruderie (per esempio era proibita la parola ‘uccello’). Altre Televisioni, come la mitica BBC, c’erano certamente superiori nell’informazione. Ma anche qui bisogna stare attenti. La Tv di Bernabei dava notizie stringate ma vere, non c’erano le bufale (un po’ come, ancora oggi, l’Ansa) tant’è che si diceva “l’ha detto la Tv” e quello che diceva la Tv era legge. Bernabei partiva con due vantaggi. 1) Era costretto ad attingere ai protagonisti delle arti e dei mestieri, cinema, teatro, balletto e persino il circo, mentre in seguito i personaggi si sarebbero creati per partenogenesi televisiva. Cioè uno è noto perché è apparso in Tv, ma non è affatto detto che sappia far qualcosa. È il nulla del cosiddetto ‘contenitore’. 2) Bernabei agiva in regime di monopolio il che gli dava due subvantaggi, poteva programmare senza preoccuparsi dell’audience e, poiché la Dc era dominante, poteva permettersi di assumere anche persone di tutt’altro orientamento politico, purché brave. Tutti coloro che sono usciti dalle selezioni bernabeiane sono professionisti di prim’ordine. Perfino dell’orrido Vespa si può dire tutto il male che si vuole (e io l’ho scritto ad abundantiam) ma non che non sappia fare il suo mestiere.

 

Tuttavia l’importanza di Bernabei è un’altra. Quella di aver cercato, riuscendovi, di elevare la cultura italiana oltre che di unificare linguisticamente l’Italia dei dialetti. C’erano addirittura delle venature puriste in quella Tv, niente a che vedere col romanesco-simil english di oggi. Era insomma una Tv educativa e, in quanto tale, dirigista. Non sono così ingenuo da non conoscere i rischi di totalitarismo che ci sono in ogni dirigismo, ma perlomeno quello di Bernabei era un dirigismo di alto livello che, contrariamente a tutto ciò che si è detto, non aveva affatto l’intenzione di fare dell’Italia una succursale del Papato (mi sembra che questo soccombismo al Pontefice sia molto più presente oggi). Prendiamo, per esempio, lo spettacolo di intrattenimento ‘popolare’ per definizione: il varietà del sabato sera. Sotto la gestione di Bernabei il varietà si chiamava Un, due, tre di Tognazzi e Vianello; Alta fedeltà (testi di Chiosso e Zucconi); Studio uno di Walter Chiari (1963), Lelio Luttazzi (1964), Ornella Vanoni (1966); Il signore di mezza età a cura di Camilla Cederna, Marcello Marchesi, Gianfranco Bettetini, presentato dallo stesso Marchesi con Lina Volonghi e Sandra Mondaini; L’amico del giaguaro con Bramieri, la Del Frate e Raffaele Pisu; Scarpette rosa con Carla Fracci, Walter Chiari, Mina; Quelli della domenica con Paolo Villaggio (testi di Marchesi e Costanzo). Erano tutti spettacoli che si sostenevano, oltre che su protagonisti d’ottimo livello, su un’idea e la sviluppavano. Adesso, al loro posto, cosa c’è? C’è una tecnica di altissima qualità (ma questo non è merito di nessuno perché la tecnologia va avanti per conto suo) applicata, con qualche rara eccezione, al vuoto, al nulla. Emblematico è il Fantastico di Celentano, sia pur di qualche anno fa. Si trovano sempre critici volenterosi disposti a trasformare le pause penose in silenzi dal profondo significato, l’incapacità a mettere insieme dieci parole con un nesso logico in una forma di profetismo. Oggi ‘popolare’ è diventato sinonimo di banale, di basso livello, di volgare. Ma il varietà era solo una parte, la parte appunto ‘popolare’ della televisione di Bernabei. Si inventò lo sceneggiato all’italiana: Il mulino del Po di Bacchelli, I Demoni di Dostoevskij con la straordinaria interpretazione di Luigi Vannucchi nella parte del principe Stavroghin, I fratelli Karamazov, Delitto e castigo, i grandi russi insomma, La fiera delle vanità di Thackeray, insomma i classici inglesi. Bernabei si permise anche il lusso di dare alle 20 e 30 Il settimo sigillo di Bergman (che ognuno interpretò secondo il proprio livello culturale). Dal 1968 al 1972 furono trasmessi, spesso in prima serata, 400 concerti di musica classica, sinfonica, operistica. Anche personaggi apparentemente insignificanti non erano tali. I più anziani ricorderanno forse le ‘tribune politiche’ moderate, con grande equilibrio (niente a che vedere col canaio dei talk di oggi dove il conduttore se la dà da mattatore) da Jader Jacobelli. Jacobelli oltre ad avere un aspetto da gallinaceo sembrava un ometto qualsiasi invece era una persona coltissima. E sulla cultura Bernabei, fiorentino dall’intelligenza finissima, ha sempre puntato anche per personaggi dalle mansioni apparentemente minori.

 

Si è spesso parlato di Ettore Bernabei come uomo di potere. Io invertirei i termini della questione. Bernabei aveva capito lo straordinario e inquietante potere del mezzo che dirigeva e in qualche modo cercò di smussargli le unghie. In un’occasione affermò: “La televisione ha un potenziale esplosivo superiore a quello della bomba atomica. Se non ce ne rendiamo conto rischiamo di ritrovarci in un mondo di scimmie ingovernabili”. Ipse dixit.

 

Massimo Fini

 

 
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