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Berlusconi complice di Israele? Noi stiamo con l'Iran PDF Stampa E-mail

9 febbraio 2010

Il Presidente del Consiglio Berlusconi, con un discorso in ginocchio al parlamento di Tel Aviv, giudica giusto il massacro di 1.500 civili palestinesi di un anno fa, quando gli Israeliani arrivarono a impiegare persino le armichi chimiche (fosforo bianco) contro la popolazione inerme. L'Occidente a guida Usa riprende ad agitare lo spauracchio iraniano, accusando il paese degli ayatollah di perseguire un programma nucleare con l'intento di aggredire Israele, quando invece finora dalle ispezioni diligentemente accettate dall'iran non è emersa alcuna prova che l'uranio impoverito in mano ai ricercatori di Ahmadinejad sia stato prodotto al di fuori dei fini civili dichiarati, diritto sacrosanto di uno Stato sovrano. Israele, invece, rifiuta di creare una commissione d'inchiesta che indaghi sulle atrocità commesse durante l'operazione "Piombo fuso" contro la striscia di Gaza. Come sempre, la loro memoria e sete di giustizia è ferma all'Olocausto. 

Comunicato ufficiale di Movimento Zero

 
La sinistra “aristocratica” e il Cavaliere del popolo PDF Stampa E-mail

di Stefano Di Ludovico

5 febbraio 2010

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L’opposizione a Berlusconi assume in Italia, come sappiamo, forme per molti versi ossessive ed esasperate, che, del resto, fanno da contraltare al vero e proprio culto della personalità appannaggio di molti dei suoi sostenitori, tanto che la vita politica italiana si è ridotta ormai da diverso tempo a null’altro che ad un parossistico odio/amore per tale personaggio.
Solitamente l’opposizione tende a giustificare i suoi toni esasperati evidenziando i caratteri personalistici, autoritari, addirittura “fascisti” del governo Berlusconi, testimoniati da fenomeni quali il conflitto di interessi, le leggi ad personam, il continuo attacco alle altre istituzioni dello Stato; in genere, quindi, il carattere “antidemocratico” di tale governo, che così rappresenterebbe una rottura rispetto alla consolidata tradizione democratica del nostro paese. In realtà, ad uno sguardo più attento, che sappia andare al di là di simili formali e spesso retorici richiami al rispetto delle istituzioni democratico-parlamentari, molte di queste critiche nascondono istanze e tendenze espressione di sensibilità e mentalità la cui coerenza con un sentire veramente democratico appare per molti aspetti dubbia.
Le suddette critiche, infatti, sono spesso indice di un’insofferenza, quasi istintiva, viscerale, più che verso la politica di Berlusconi, verso la sua persona, di una vera e propria avversione nei confronti dell’uomo e della sua storia personale. Cos’è che non si sopporta di lui? Qualcosa che sembra per molti versi agli antipodi dell’autoritarismo e dell’elitismo che gli si rinfacciano sul piano strettamente politico, e che ha a che fare piuttosto con le sue oscure origini, con il suo essere un uomo venuto dal nulla, il classico self-made man, che, come tutti gli “arricchiti”, anche una volta giunto ai vertici del pantheon economico e poi politico, ha mantenuto quel suo carattere sanguigno, insolente, guascone; le cui abitudini di vita, i cui gusti e desideri in nulla si distinguono da quelli dell’uomo della strada, del cosiddetto italiano medio per non dire mediocre. Quel che non si tollera, insomma, è il suo essere totalmente privo di quella compostezza, quella misura, quella distinzione ed elevatezza d’animo che dovrebbero addirsi all’uomo di stato, all’uomo delle istituzioni, in genere all’uomo che ha raggiunto determinate posizioni nella società. Del resto è lo stesso Berlusconi a non aver mai fatto mistero di essere e voler continuare ad essere appunto un figlio del popolo; anzi, il suo clamoroso successo, anche e soprattutto in politica, è stato costruito proprio su ciò: “il popolo mi vuole perché sono uno di loro” – ama ripetere il Cavaliere, e più l’opposizione evidenzia tali aspetti della sua personalità e della sua vita anche privata – vedi il recente scandalo delle escort e degli allegri festini nelle sue ville - più il consenso popolare nei suoi confronti sembra aumentare, proprio perché, dopo tutto e come lui stesso ci tiene a rimarcare, lui non fa altro che fare “quello che tutti fanno o vorrebbero fare”.

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Azione! PDF Stampa E-mail

1 febbraio 2010

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Sono entrato a far parte di Movimento Zero fin dalla sua nascita nell’ormai lontano 2005, dopo che Massimo Fini decise di trasferire l’entusiasmo e la richiesta di azione trasmessa da molti spettatori del suo spettacolo teatrale in un’associazione politico-culturale. In questi cinque anni ho visto tante persone avvicinarsi al Movimento quasi sempre per passione, spesso per curiosità, raramente per interessi personali. Ho conosciuto molti individui straordinari di ogni età ed estrazione sociale, ragazzi desiderosi di “far qualcosa” e uomini non ancora annichiliti da decenni di delusioni politiche. Ho visto anche tanti fuochi di paglia, persone partite con propositi baldanzosi e scomparse senza ragioni e a volte addirittura senza neppure una riga di spiegazioni o di saluto. Non sono mancati coloro che pensavano di sfruttare la notorietà di Fini per far passare idee che non erano riusciti a veicolare sotto altre etichette o alcuni che pensavano che il Movimento dovesse essere una proiezione esclusiva delle loro idee e persino del loro carattere.
Forse i tempi sarebbero maturi per un primo bilancio, ma bisogna prima intendersi su quali parametri di riferimento debba essere impostato. Non abbiamo occupato il Palazzo d’inverno, non abbiamo portato le nostre idee nel telegiornale della sera, non siamo diventati un fenomeno da prima pagina e neppure da ultima dei quotidiani nazionali.
Qualcosa per la verità abbiamo fatto: un sito ed un giornale blog del quale credo dobbiamo essere orgogliosi, alcune apparizioni a manifestazioni che hanno destato un certo scalpore (come il nostro striscione “Noi stiamo con i Talebani” a Roma nella manifestazione anti Bush del 2006) e alcune iniziative nazionali (oltre a diverse altre a livello locale) di nostra esclusiva che hanno raccolto un discreto numero di adesioni (la campagna Zero Voto per l’astensione alle elezioni politiche e la raccolta di firme contro la dittatura bancaria e tecnofinanziaria). Alcuni di noi, con in testa lo stesso Massimo Fini, hanno dato vita al periodico La Voce del ribelle, iniziativa quanto mai coraggiosa ed opportuna nell’asfittico panorama dell’informazione italiana.
Potevamo fare di più? Sicuramente. Ma venga a dircelo chi lo ha fatto. Sono sinceramente stanco di inviti all’azione o addirittura di rimproveri per l’inerzia da parte di chi non ha mai fatto nulla di più trastullarsi su una tastiera del computer. Se dobbiamo fare un bilancio, facciamolo anche personale. Mi duole citare Kennedy, ma chiediamoci anche che cosa possiamo fare noi per il Movimento e non sempre e solo cosa può fare il Movimento per noi. Oggi ripartono le iscrizioni a Movimento Zero, con il proposito di tradurre in azione un impegno che fino ad oggi è stato prevalentemente di carattere culturale. Quale “azione” non sta a me dirlo e deciderlo. Sta a voi che siete stanchi di questo mondo, a voi che vi svegliate la mattina disgustati e andate a dormire incazzati, a voi che non sopportate più le solite facce, le solite litanie, le solite minestre riscaldate da 50 anni. A voi che capite che c’è qualcosa sotto la cortina di idiozie dalla quale siamo circondati e che va riportato alla luce.
Non vogliamo semplicemente i soldi della quota di iscrizione, i buoni propositi e le idee brillanti. Vogliamo persone che hanno deciso di tradurre tutto questo in gesti concreti, in disponibilità ad agire, in impegno a conseguire un risultato. Vogliamo Ribelli, certo. Ma li vogliamo anche alla propria mentalità di affidarsi ad altri per arrivare dove vogliono. Noi non siamo in grado né vogliamo garantire nulla: forse sarà tutto uno sforzo inutile. Forse domani dovremo tracciare un bilancio negativo dei risultati conseguito da Movimento Zero. Ma, lo ripeto, dipende da quali sono i parametri utilizzati per giudicare cosa è un fallimento e cosa non lo è. E qui per fortuna non devo citare Kennedy ma De Benoist, richiamandovi alla frase che campeggia anche nel nostro sito: “Non sempre i ribelli possono cambiare il mondo, ma mai il mondo potrà cambiare i ribelli”. Forse svegliarsi pensando a come cambiarlo e andare a dormire consapevoli di aver fatto tutto il possibile in questo senso potrebbe già essere un risultato straordinario.
Un’ ultima cosa: quando, al termine di questa campagna di iscrizione, ci conteremo, sappiamo già che non ritroveremo al nostro fianco Marco De Marco. A nome del Movimento e, consentitemi, anche a titolo personale, un ringraziamento a lui per quanto fatto per MZ e l’augurio delle migliori fortune per la sua battaglia politica.

Andrea Marcon

 
La giornata dell'oblìo PDF Stampa E-mail

29 gennaio 2010

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Ci risiamo. Anche quest’anno il countdown è arrivato alla fatidica data del 27 Gennaio, che da qualche anno è “giornata della memoria”: nel 1945 si aprono i cancelli di Auschwitz e si rivela al mondo una pagina infame della storia recente. Annientati sistematicamente milioni di ebrei, con un’efficienza “scientifica” che non esitiamo a definire figlia della modernità e del Novecento. Niente da dire in proposito, lungi da noi ogni assurdo “negazionismo”.
Solo che, come al solito, e non per un qualche nostro “ruolo” di bastian contrari o di “ribelli” ad ogni costo, ci teniamo a prendere le distanze. A prendere le distanze innanzitutto dall’osceno teatrino istituzionale-mediatico che in questi giorni sta funestando i pomeriggi degli amanti di Barbara D’urso, di Cocuzza, e dei loro epigoni. Poveretti: tra un grande fratello e un Briatore, tra un PierSilvio e uno stacchetto di veline, costoro vengono presi in contropiede laddove si chiami in causa la storia, che, piaccia o no, richiede sempre una certa capacità di discernimento, di comprensione, e soprattutto di cultura. Giacché al mondo non c’è davvero nulla di peggio dell’ignoranza. Da qualsiasi parte venga. Che sia quella di un negazionista, o che sia quella apparentemente meno pericolosa e più “inoffensiva” del televisivizzato di turno, crasso di luoghi comuni e di decenni di subdola propaganda atlantista.
A parte l'infimo livello del “dibattito” in merito all’evento storico, la più subdola disinformazione e unilateralità le ha raggiunte il Tg1 dell’ormai tristemente famoso Minzolini. Cosi nell'edizione di ieri esso non ha solo definito “farneticanti” le dichiarazioni, legittime e puntualmente documentate, di Ahmadinejad -il cui governo regolarmente eletto è stato chiamato non "governo" appunto, ma “regime”- che ha ribadito come l’ingerenza occidentale sia pericolosa per l’Iran, ma ha anche avuto l’impudenza di tacciare di "antisemitismo" chiunque contesti non solo la politica, ma la stessa esistenza dello stato di Israele. Cosa da cui si può anche prendere le distanze, ma che non è lecito definire "antisemitismo". E il fatto che chiunque dissenta non solo dal coretto comune, ma anche dalla totalitaria visione del mondo sionista, debba essere zittito e passato come “nemico dell’umanità”, è cosa che dovrebbe far riflettere. E questo “ricatto” morale, per cui chiunque osteggi Israele e la sua visione imperialista del mondo deve per forza essere anche uno spregiatore della razza e delle persone (perchè tale è la sostanza del termine "antisemita") sa ben poco di tolleranza, ed è soprattutto un’evidente “alibi” per un'impunità permanente.
Che uno Stato talmente totalitario da avere avuto in passato l’ardire di proclamarsi prescelto da Dio, che ha permesso l'esercizio dell’usura da applicare indiscriminatamente senza fisime morali, possa ergersi a vittima perenne, a cui tutto è concesso e a cui tutto deve essere perdonato, è quantomeno divertente. Non ci pare che altri popoli, che hanno avuto eguali (ma meno pubblicizzate) sventure, godano della stessa adesione e dello stesso sostegno da parte di governi ed opinioni pubbliche. Non di certo i giapponesi, che per il solo fatto di non arrendersi indegnamente come fecero gli italiani, ma finendo una guerra senza disonore, come il “bushido” prevedeva, vennero annichiliti con due bombe atomiche, a guerra praticamente già conclusa, per dare una dimostrazione di “forza” al nascente nemico sovietico. Non di certo i vietnamiti, aggrediti dagli stessi americani e carbonizzati con il napalm e sottoposti ad un genocidio “lecito”, in quanto “in nome della libertà”. Nemmeno tutti i sudamericani vittime di regimi fomentati dagli stessi liberatori statunitensi, che si dissetano da secoli alla giugulare dell’america latina. Non gli Armeni, cancellati a milioni un secolo fa da coloro che oggi si fregiano dell'etichetta di "Islam moderato" e occidentalizzato, alleati degli Usa e che tale genocidio invece negano senza pudore. Non i Tibetani, torturati e uccisi in massa dalla follia comunista e del cui genocidio, in nome degli affari con il partner cinese, in Occidente è meglio parlare cautamente e sottovoce. Neppure gli stessi popoli nativi del Nord America, sterminati a milioni e rapinati di territori immensi dallo stesso popolo che dinanzi al mondo si vende come paladino delle libertà contro il "male assoluto" e che ha ridotto alcuni degli uomini più fieri del mondo a delle larve umane annegate nell'alcol e nella droga, e ha ridimensionato la loro cultura e saggezza a pagliacciata per turisti.
E neanche i palestinesi. Loro no, a maggior ragione: sono arabi. Quelli sono “Usama” come li definiva sprezzantemente una particolarmente arteriosclerotica Oriana Fallaci, in uno dei suoi ultimi libri: sono terroristi che odiano (chissà perché diciamo noi) l’Occidente. Che la “povera” e “minacciata” Israele, uno Stato sorto arbitrariamente su territorio altrui, stermini ciclicamente, con l’aiuto dei nostri “liberatori” americani e le sovvenzioni delle varie lobbies bancarie e finanziarie, migliaia di palestinesi innocenti, è cosa che probabilmente i nostri “degni” governanti non ricordano o quantomeno fingono di non ricordare. A qualche malevola lingua potrebbe venire la tentazione di insinuare che è a causa delle risorse economiche e dei posti di potere che ricoprono i “leader” di quella stessa lobby mondiale, ma il terrore di venire tacciati di “antisemitismo” dalle anime belle democratiche, egualitarie e sostenitrici dei diritti umani ad oltranza, ci terrorizza un poco.
Sarà probabilmente che, nelle menti e nei cuori del solito popolame-bue, che si emoziona a comando dell’infame scatola che tiranneggia nelle loro case, e che determina quando si deve ridere, quando ci si deve commuovere o esaltare, sterminare migliaia di persone con un missile, o anche con una atomica come fecero i cari yankee non ha la stessa presa che vedere le agghiaccianti certo e mai giustificate immagini dello sterminio ebraico, opportunamente condite con musichette commoventi.
Quindi ben venga la “giornata della memoria”. Ma a patto che non sia solo quella della shoah: insieme ad essa andrebbero anche citate le altre "shoah" che hanno insanguinato il secolo scorso, quelle di tutti gli eccidi gratuiti e senza onore perpetrati nella storia recente, sia da parte di coloro che ora vengono denominati “male assoluto”, sia da parte di coloro che tale etichetta usano come alibi per cancellare delitti altrettanto odiosi che non hanno il privilegio di essere conosciuti e ricordati allo stesso modo.

Fabio Mazza

 
Rischi e opportunità in una proposta sulla droga PDF Stampa E-mail

26 gennaio 2010

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Qualunque gruppo abbia l’ambizione di diventare un movimento capace di operatività politica in senso alternativo al sistema, deve evitare due rischi: da una parte quello di aspettare un’"ora x" che risolva tutto attraverso le sue dinamiche spontanee, dall’altra parte quello di proporre soluzioni riformistiche che sarebbero semplici correttivi e non sovvertimento del sistema vigente. Si tratta dunque di porsi obiettivi che abbiano una tale forza da mettere in moto processi rivoluzionari. La questione della droga può essere uno dei terreni in cui il trauma di una proposta radicale potrebbe innescare meccanismi dirompenti.
Le droghe, la cui diffusione è diventata un fenomeno di massa negli anni Settanta, sono un grande affare per il Potere, da un triplice punto di vista: permettono di estorcere una imponente quantità di denaro, che viene tranquillamente riciclato e va ad alimentare Banche, Borse e Mercati; neutralizzano migliaia  di giovani inquieti e potenzialmente ribelli, riducendoli a larve rincoglionite; sotto forma di psicofarmaco danno l’illusione di un apparente benessere a  milioni di infelici, nevrotici e disadattati che non reggerebbero l’angoscia prodotta dai ritmi assurdi e dalle condizioni di vita della modernità.
Tuttavia bisogna sempre vedere le cose in modo dialettico, quindi contraddittorio. Le droghe sono anche devastanti per un sistema che esige efficienza da ogni individuo produttore-consumatore. Il drogato è inefficiente, grava sul sistema sanitario, alimenta delinquenza e degrado sociale. La diffusione delle droghe è forse il segno più vistoso della nostra decadenza.
Proibirne il commercio e il consumo è una scelta perdente, possiamo dirlo con piena cognizione di causa dopo decenni di vano proibizionismo che ha solo fatto lievitare i prezzi delle droghe e prosperare le mafie e la delinquenza organizzata e spicciola.
Date tutte queste premesse, sarebbe sbagliato sia aspettare la mitica ora x di una rivoluzione che metta a posto tutto con la sua bacchetta magica, sia un qualche rimedio apparente come un inasprimento dei controlli o, al contrario, la depenalizzazione delle droghe meno nocive. Credo che bisognerebbe invece avere il coraggio di avanzare la richiesta di legalizzazione di tutte le droghe, evitando anche l’ipocrisia di distinguere fra legalizzazione e liberalizzazione: legalizzarle significa che sarà consentito aprire spacci che venderanno la loro merce in un clima di concorrenza, come una qualunque rivendita.
Legalizzare significa automaticamente liberalizzare. Raramente le liberalizzazioni hanno gli effetti positivi propagandati dagli apologeti del liberalismo, ma in questo caso è probabile che i prezzi crollino a beneficio dei consumatori. Una dose potrebbe costare 5 euro o meno. L’effetto immediato sarebbe un duro colpo alla delinquenza che oggi prospera sul traffico clandestino. Inoltre i controlli che la legge prevede in tutti i commerci garantirebbero la qualità dei prodotti riducendo i decessi. Le conseguenze negative sono però evidenti: moltiplicazione del numero dei drogati e un’ Italia che diventerebbe il paradiso dei tossici di tutta Europa. Come impedire che ciò si verifichi?
Intanto si tratterebbe di proporre con forza l’adozione della stessa legislazione in tutta l’Europa comunitaria, per evitare di diventare la meta di un turismo indesiderato. Quanto alle misure per contenere il fenomeno, occorre entrare nell’ordine di idee che il contrasto è culturale, non poliziesco. Cultura qui è sinonimo di costume, mentalità dominante. Insomma, bisogna sostituire alla cultura dello sballo quella della responsabilità e del dovere verso se stessi e gli altri. Il drogato e l’alcolizzato devono diventare figure oggetto di riprovazione presso tutti i ceti e tutte le fasce d’età, molto più di quanto non lo siano oggi. Figure non assimilabili al tabagista, che può danneggiare se stesso ma non provoca incidenti stradali né scatena l’aggressività per la sostanza che assume. In caso di incidenti stradali gravi causati sotto l’effetto di droghe o alcol, procedere immediatamente al sequestro permanente della patente. Chi guida in quello stato sappia che, provocando un incidente, per il resto della sua vita si muoverà solo a piedi, in bicicletta o su mezzi pubblici. Chi compie delitti sotto l’effetto di droghe o alcolici non abbia attenuanti, come succede ora, ma viceversa aggravanti: la pena prevista per quel delitto sia raddoppiata.
Qual è il senso politico-culturale di queste proposte? Creare un tale problema, con la legalizzazione di tutte le droghe, che la società sia costretta a reagire recuperando il senso forte e vincolante della responsabilità individuale: sei libero di drogarti, ma sappi che se ti comporterai male pagherai duramente e senza sconti. Giungere a questa consapevolezza diffusa sarebbe un bel passo in avanti sulla via del risanamento morale. Inutile sperare in prese di coscienza attraverso le prediche e gli articoli ben scritti. Una presa di coscienza collettiva è possibile solo attraverso esperienze traumatiche. La situazione insostenibile che si creerebbe in seguito alla legalizzazione di tutte le droghe è una di queste esperienze. Se poi il degrado sociale e l’atonìa delle menti abbrutite dal marciume di decenni dovessero essere tali da non reagire alla diffusione senza più freni delle droghe, non meriteremmo altro che la sparizione dal novero delle nazioni che hanno il diritto di esistere.

Luciano Fuschini    

 
Il genitore, questo sconosciuto PDF Stampa E-mail

di Fabio Mazza

20 gennaio 2010

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Tra i fenomeni che si sono generati non con la modernità, ma, si potrebbe dire, con la post-modernità -ammesso che possa avere un senso distinguere tra esse- vi è la crisi dell'istituzione familiare e soprattutto delle figure genitoriali ed educative.
Anche se non potremo occuparci del primo problema, che di certo richiederebbe ben altra sede e impegno, e a cui comunque dedicheremo uno sguardo, proviamo ad inquadrare qui il secondo, avvertendo però che la “trattazione” esulerà da un esame approfondito che dovrebbe abbracciare epoche “tradizionali”, per incentrarsi quasi unicamente su tempi recenti e indicativamente sul secolo XX. Infatti fino a tempi relativamente recenti, grosso modo fino agli anni '60, la situazione, seppur larvata, era ben lungi dall’essere quella che vediamo ora, la cui drammaticità e emergenza anche “sociale” è sotto gli occhi di chiunque voglia vederla e non decida di vivere, come si suol dire, con le proverbiali “fette di prosciutto sugli occhi”.
C’è stato un tempo in cui padre e madre non erano parole indicanti la mera generazione biologica di un figlio, ma stavano ad indicare dei ruoli, qualcosa a cui volenti o nolenti si era chiamati, e di cui anche la “società” e il clima esterno all’istituzione familiare, aiutavano l’accettazione e il mantenimento.
Senza poter qui discutere della figura del “pater familias” di romana memoria, e alle sue articolazioni, giunte, ovviamente in forme spurie ed incomplete, al Novecento, è cosa acclarata, e sicuramente comprovabile da quanti tra noi hanno avuto la ventura di nascere in anni ove la crisi attuale era molto più latente, che la famiglia era ben altra cosa da quel simulacro che oggi ne porta il nome.
È stato sostenuto che l’istituzione "famiglia" reggesse per questioni meramente formali, per “bigottismo” religioso o per convenienza, vista l’impossibilità o il forte limite (anche questo molto sopravvalutato) per la donna di accedere ad attività lavorative, che solo avrebbero potuto garantirgli un'indipendenza in primis materiale dall’uomo, con conseguente libertà di scelta in ordine al mantenimento della famiglia. Gli apologeti del divorzio e della “convivenza” hanno battuto per anni, specie in quelli nefasti del '68, su questi tasti, proclamando che la famiglia era un’istituzione borghese, fascista, patriarcale, superata, e, come in tutti i campi dove hanno messo malauguratamente il naso, sancendo parallelamente una libertà informe e anodina, spacciandola per “emancipazione” e “libertà di scelta”. Ora, è da precisare che è completamente lontano dalla nostra visione il sostenere che tali asserzioni non contengano un fondo di verità, laddove molte delle circostanze che permettevano alla famiglia “ante '68” di reggere, erano effettivamente convenzioni sociali di facciata, scevre in molti casi da un'effettiva volontà, e molto spesso basate sulla costrizione e il “dogma” di intangibilità del matrimonio, dovuto anche all’equivoco “confessionale” della religione cristiana, di “sacralizzare” ogni unione, anche quella tra esseri che non ne capivano assolutamente il senso, e che, in maniera non meno “bovina” di oggi, seguivano la corrente.
Ma è altrettanto vero, che, per “amore o per forza”, si conservava, almeno fino alla prima metà del Novecento, una delle istituzioni fondamentali per la coesione e la tenuta di ogni aggregato umano, tanto più dove tali aggregati sono differenziati e articolati, come nelle società “moderne”.
Così di fianco al progressivo decadere della famiglia, dinnanzi ai preminenti interessi edonistico-individualistici del singolo componente la stessa, sono parimenti decaduti e scemati i ruoli che all’interno della stessa erano appannaggio (o dovevano essere tali) di uomo e donna.

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