Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
Una voce dalla Russia PDF Stampa E-mail

30 Settembre 2016

Image

 

Da Rassegna di Arianna del 21-9-2016 (N.d.d.)

 

Come abbiamo detto più volte, l'aspetto principale della stagione politica che stiamo vivendo non è costituito dalle competizioni elettorali, ma dalla guerra. Però, se c'è un luogo in cui le elezioni continuano ad avere una qualche importanza, questo luogo sono gli Stati Uniti d'America, i quali, manco a farlo apposta, sono strettamente coinvolti con il problema della guerra. Alcuni giorni fa, sabato 17 settembre, la possibilità di una guerra è stata straordinariamente alta. Come sappiamo, quel giorno le forze armate americane, che nessuno ha mai invitato ad intervenire in Siria, hanno bombardato le posizioni dell'esercito siriano a Deir ez-Zor. Sessanta soldati siriani sono morti in quel bombardamento. Si è trattato di un colpo estremamente importante per le milizie dell'ISIS, per i quali gli americani svolgono di fatto un'attività di consulenza, oltre che di armamento, sebbene ufficialmente li combattano. Questa volta però hanno superato il limite. Bombardare soldati siriani non significa soltanto dichiarare guerra alla Siria, ma anche alla Russia, impegnata al fianco di Assad. La misura è colma. Certo i vertici americani hanno immediatamente dichiarato che si è trattato di un errore e hanno chiesto alla dirigenza russa di non lasciarsi prendere dall'emozione. Ma gli americani possono stare tranquilli, perché grazie alla moderna tecnologia tramite i satelliti è possibile seguire quanto accade sul terreno da un desktop. Tecnicamente, i bombardieri americani non possono essersi semplicemente confusi.  E cosa più importante: se ti avessero detto che si stavano preparando a bombardarti, e tu non hai detto niente, allora vuol dire che tu eri d'accordo?

 

È evidente che gli Stati Uniti si stanno preparando ad una guerra contro la Russia. Tali incidenti di frontiera somigliano molto ad operazioni effettuate per sondare un'eventuale reazione. Che fa a questo punto Putin? Il Cremlino reagisce?  Il punto di non ritorno non è ancora stato raggiunto, ma la reazione di Mosca non sta a dimostrare che tanti russi sono pronti ad uno scontro diretto, frontale, con la NATO e gli Stati Uniti? È questa la vera ragione per la quale è stato sferrato l'attacco contro l'esercito siriano. L'élite globalista degli Stati Uniti, ovviamente, non può dominare da sola il mondo intero, tanto più ora che la minaccia rappresentata da Trump potrebbe mettere in discussione persino il loro controllo sugli USA. Soltanto ora che il burattino Obama è ancora in carica, mentre il candidato globalista Hillary Clinton perde colpi giorno dopo giorno agli occhi degli elettori, è ancora possibile scatenare una guerra. Un evento simile consentirebbe loro di far rinviare le elezioni o di costringere Trump, in caso di vittoria, ad iniziare il suo mandato presidenziale in condizioni catastrofiche. Per questo i neoconservatori e i globalisti americani vogliono la guerra. E in fretta, prima che sia troppo tardi. Se Trump riuscisse ad entrare alla Casa Bianca mentre ancora regna la pace, allora una simile guerra non potrebbe avere luogo nel prossimo futuro.  E questo significherebbe la fine dell'onnipotenza delle folli élites globaliste.  Quindi la situazione, in questo momento, è molto, molto grave. Gli ideologi della NATO e i globalisti americani, ormai sull'orlo dell'abisso, hanno bisogno della guerra ora - prima delle elezioni presidenziali. Di una guerra contro di noi. Non tanto per conseguire la vittoria: ciò che interessa loro è lo stato di guerra in sé. Questo è l'unico modo attraverso il quale possono prolungare il loro dominio e spostare l'attenzione degli americani e del mondo intero dalla loro serie infinita di fallimenti e di crimini. Il gioco dei globalisti è stato ormai scoperto. Presto dovranno cedere il potere e comparire davanti al tribunale della storia. Solo una guerra può salvarli.

 

Ma che dire di noi? Noi non vogliamo la guerra. Né oggi, né domani, né mai. Nella nostra storia noi non abbiamo mai desiderato la guerra. Ma abbiamo sempre combattuto e, in effetti, non abbiamo quasi mai perso. Certo abbiamo sopportato perdite terribili e sacrifici colossali, ma alla fine abbiamo vinto. E vogliamo continuare a vincere. Se non fosse stato così, oggi non saremmo una nazione così grande e libera dal controllo straniero.  Ma questa volta è necessario guadagnare tempo, il più possibile. Gli americani hanno sostanzialmente attaccato le nostre posizioni, come i georgiani a Tskhinvali nell'agosto del 2008. I Russi sono sotto il fuoco nemico e questo non può essere ignorato. La nostra reazione è stata estremamente cauta ed equilibrata. Abbiamo detto ciò che pensiamo di questo atto di aggressione americano, ma con termini molto posati. La fatalità della situazione, però, sta nel fatto che se Washington decide di optare per la guerra in questo momento, noi non possiamo impedirlo. Se dovessero continuare a ripetersi episodi come quello del 17 settembre noi saremo costretti ad accettare la sfida e a scendere in guerra, o ammettere consapevolmente la sconfitta. Questa volta, l'esito finale della lotta per la pace, che è come sempre il nostro obiettivo ed interesse, non dipende da noi. Abbiamo davvero bisogno di mantenere la pace, di guadagnare tempo fino all'8 novembre. Dopo, tutto sarà più semplice. Ma il colosso al collasso ci concederà questo tempo? Dio non voglia che accada. Ma chi poteva pregare, ha pregato alla vigilia della Prima e della Seconda Guerra Mondiale. In ogni caso il nostro obiettivo è sempre e solo la vittoria. La nostra vittoria. Gli americani stanno bombardando i nostri ragazzi. La Terza Guerra Mondiale non è mai stata così vicina.

 

Alexander Dugin

 

 
Finto populismo PDF Stampa E-mail

29 Settembre 2016

Image

 

Poveretto, dev'essere proprio allo sbando. Evidentemente i sondaggi per il referendum (quelli veri, quelli che affluiscono al ministero degli Interni) devono essere disastrosi. Disastrosi per lui, s'intende. Non è servita la militarizzazione della RAI (oramai ridotta ad un megafono della propaganda governativa), non è servita la nuova campagna – inventata di sana pianta – sulle tasse che scendono, non è servito lo scandaloso "aiutino" dell'ambasciatore americano, non è servito nemmeno il servizievole impegno del presidente di Confindustria, giunto al punto di sconfessare praticamente le previsioni (realistiche) del proprio Centro Studi a pro di quelle (fantasiose) del Governo. Non è servito tutto questo a intaccare la gagliarda maggioranza dei NO; e basta ascoltare la voce della strada per rendersene conto. Allora, vistosi perduto, il Vispo Tereso ha deciso di tentare il tutto per tutto: si è travestito da populista e si è gettato a testa bassa contro l'Unione Europea. Ma è una finta, chiaramente. L'Unione è la sua vita, lui esiste soltanto perché esiste l'Unione, a pranzo mangia pane e privatizzazioni, a cena pane e parametri di Maastricht, e durante la giornata ‒ quando avverte un certo languorino ‒ si fa un tramezzino con prosciutto cotto e "valori" dell'Europa. La sua credibilità come aspirante populista è paragonabile a quella di un Brunetta come aspirante corazziere.

 

Comunque, prima d'imboccare l'ultima, ripidissima china, il tapino aveva ripetutamente provato a percorrere sentieri meno accidentati. Prima aveva tentato di atteggiarsi a "grande", invitando Merkel e Hollande a Ventotene per una gita fuoriporta gabellata per "vertice". Pochi giorni dopo, era andato a dar man forte all'altro ragazzo della Via Pal ‒ l'ex ribelle Tsipras ‒ che fra le colonne del Partenone giocava anche lui a convocare "vertici"; lo accompagnava l'altro piroettatore latino ‒ il francese Hollande ‒ compagnone della Cancelliera ma pronto a recitare la parte dell'anti-Merkel alla scampagnata di Atene. Alla fine, quando poi c'è stato un vertice vero (a Bratislava, con i capi di governo UE per la prima volta senza l'Inghilterra), Tsipras è tornato a fare il topolino, Hollande è tornato a fare la spalla della Kanzlerin, e il nostro mattacchione ‒ come s'è detto ‒ ha vestito i panni del contestatore, lanciando improperi a dritta e a manca. Due le principali imputazioni che il Pifferaio dell'Arno ha mosso all'Unione: la politica di austerità e la politica dell'accoglienza. Naturalmente, la RAI e Mediaset si sono affrettate a rilanciare, con grandi squilli di tromba, le roboanti proposizioni renziane; e così anche la grande stampa, compresa qualche testata che teoricamente dovrebbe stare dall'altra parte. Naturalmente, nessuno fra cotanto senno ha avuto l'impudenza di sollevare dubbi sulla sincerità della conversione renziana. I più arditi hanno dato notizia del benevolo buffetto della Merkel ("il documento conclusivo è stato approvato all'unanimità, quindi anche da Renzi"), ma nessuno ha osato chiedere al Pascolatore di Bufale Toscane dove trovare i soldi per passare dalla politica d'austerità alla politica di sviluppo. Eppure la soluzione sta lì, a portata di mano: basterebbe chiedere all'eccellentissimo governatore della Banca Centrale Europea di dare ai governi e non alle banche i miliardi di euro che mensilmente la BCE sforna con il quantitative easing, ed ecco trovati i soldi. Ma mi faccio prete se Renzi (o Prodi, o Napolitano, o Monti, o chiunque altro della specie) potrebbe mai trovare il coraggio di mettere in discussione i sacri comandamenti dell'alta finanza: i soldi alle banche, i debiti ai governi, i sacrifici agli Stati, la miseria ai popoli. Quanto al secondo rimprovero di Renzi all'Unione Europea, ci sarebbe soltanto da ridere (ma anche da piangere). Il placido Cinguettatore, infatti, imputa all'UE la mancanza di una politica unitaria in materia di immigrazione, addirittura accusando i governanti degli altri paesi europei di provocare il caos. Fa finta di non capire ‒ lui che ritiene di essere furbo ‒ fa finta di non capire che a provocare il caos è in primo luogo lui, con la sua folle politica di "accoglienza": continuando ad andare a prendere migliaia di cosiddetti profughi al limite delle acque territoriali libiche per portarli in Italia, facendo entrare un esercito di "migranti economici" che non sono "rifugiati" ma soltanto gente in cerca di una sistemazione, di un posto di lavoro (che non c'è), di una casa popolare (che non c'è), di un'assistenza sanitaria (che non siamo più in grado di assicurare neanche ai nostri). Fino a poco tempo fa, il piccolo imbonitore fiorentino ha potuto farsi bello facendo entrare tutto e tutti, nella speranza che il maggior numero possibile di "disperati in fuga dalla miseria e dalle dittature" si spicciasse a varcare la frontiera e a dirigersi in un paese europeo un po' più ricco del nostro. Ma poi, a poco a poco, i suoi colleghi degli altri paesi hanno cominciato a chiedersi perché cavolo dovevano continuare a perdere voti per consentire al ragazzotto toscano di fare bella figura con Bergoglio. Così, hanno cominciato a chiudere le frontiere. E non soltanto quei cattivoni dell'est (Ungheria, Polonia, Cechia, Slovacchia), ma anche fior di democrazie occidentali: sia con referendum popolari che non lasciano scampo (dalla Svizzera all'Inghilterra), sia con semplici provvedimenti di tipo amministrativo; così ‒ per limitare il discorso ai nostri confinanti ‒ dopo la Svizzera, a chiudere i cancelli sono state anche la Francia e l'Austria. Il risultato, naturalmente, è il caos. Il caos, in primo luogo, per l'Italia, che è ormai letteralmente invasa, oltre ogni ragionevole e tollerabile limite. E lui ‒ il ragazzino furbo ‒ continua ad assicurare la seconda parte del viaggio (gli scafisti si occupano della prima) a torme di nerboruti giovanotti, tutt'altro che smunti e emaciati. Sono loro che traboccano dai barconi, in attesa di trasbordare sui più confortevoli natanti della nostra Guardia Costiera. Li abbiamo visti tutti, in televisione: giovani, forti e minacciosi, di quelli che se li fai entrare non riuscirai più a "respingere" senza danni. Se ci fate caso, le riprese televisive "scivolano" su quelle poco rassicuranti truppe d'invasione, preferendo soffermarsi sulle poche donne (possibilmente con bambini piccoli o, meglio ancora, incinte) che ogni scafista che si rispetti include in ogni "spedizione", così da fornire materiale "da commozione" per la regìa del buonismo televisivo. Ecco il caos che il Vispo Tereso paventa, ben cosciente della sua realtà, della sua pericolosità. E ‒ da furbo quale si crede ‒ cerca di "pararsi la botta", attribuendo ad altri le colpe che sono causate, in primo luogo, proprio da lui.

 

Michele Rallo

 

 
La democrazia è svuotata di significato PDF Stampa E-mail

28 Settembre 2016

Image

 

Da Comedonchisciotte del 26-9-2016 (N.d.d.)

 

Le elezioni parlamentari russe sono andate lisce come un abito di seta. Il partito di governo, Russia Unita, ha una grande maggioranza dei seggi in Parlamento, mentre gli altri tre partiti, i comunisti (CPRF), i nazionalisti ei socialisti hanno condiviso il resto. I partiti pro-occidentali non superano la soglia e son rimasti fuori, come prima. L’affluenza è stata bassa. Il dato ufficiale indica un rispettabile 48%, ma i rapporti in tempo reale hanno indicato un valore molto inferiore. Gli ultimi dati in tempo reale si attestano a 20% per Mosca e 16% per S. Pietroburgo. Questi numeri hanno iniziato a salire inspiegabilmente dopo le 5 pm, e Eduard Limonov, uno scrittore famoso e acuto osservatore della scena politica, è rimasto convinto che l’affluenza sia stata artificialmente “migliorata”. Il nuovo sistema elettorale (una peculiare combinazione di sistemi maggioritario e proporzionale) sarebbe stato polarizzato a vantaggio del partito di governo. È difficile dire se le elezioni russe siano state truccate, e se sì, in quale misura. Sicuramente, se una delle parti può lamentarsi di essere stata truffata, sono stati i comunisti, non i nazionalisti filo-occidentali e liberali. Nonostante quello che forse avete sentito, i comunisti presentano l’unica vera alternativa al regime di Putin, poiché i partiti filo-occidentali sono molto piccoli ed estremamente impopolari. I comunisti (così come gli altri due partiti) sono amici di Putin; sostengono la sua politica estera, e sarebbero a favore di una politica perfino più attiva. Essi hanno di tutto cuore approvato il ritorno della Crimea nell’orbita russa, e parlano a favore di un intervento militare in Ucraina. Putin è il più moderato politico russo accettabile per il pubblico; ogni valida alternativa democratica sarebbe più radicale, e più filo-comunista o nazionalista. Tutti i politici russi al di sopra di una certa età furono membri del Partito Comunista; i socialisti poi sono una frazione del Partito Comunista stabilita dal Cremlino, al fine di minare la CPRF. In queste elezioni, due partiti comunisti alternativi son stati creati appositamente dal Cremlino, e molti russi hanno votato per loro erroneamente pensando di votare per i comunisti. Se degli imbroglioni politici russi fossero stati incaricati di lavorare per la campagna di Clinton, avrebbero inondato le urne con decine di Trumps fasulli sperando che molti elettori di Trump si confondessero votando per un finto Trump. Pur condividendo e sostenendo la politica estera di Putin, i comunisti, i socialisti e una minoranza consistente del partito Russia Unita non sono d’accordo con le politiche economiche e finanziarie liberali di Putin. Essi vorrebbero sopprimere gli oligarchi, introdurre controlli valutari, ri-nazionalizzare le industrie privatizzate per rafforzare lo Stato sociale. Ma non possono farlo: anche se riuscissero ad ottenere una chiara maggioranza nelle elezioni, Putin avrebbe comunque il diritto di chiedere, per esempio, al liberale Medvedev o all’arci-liberale Kudrin di formare il nuovo governo. Il problema è che i poteri del Parlamento russo sono estremamente limitati. La Costituzione è stata scritta dai liberali russi e dai loro consiglieri americani per evitare che i russi possano ancora recuperare i loro beni a loro massicciamente spogliati da alcuni uomini d’affari ebrei. La costituzione ha dato al presidente peso di uno zar, e ridotto al minimo i poteri del Parlamento. È stata imposta alla Russia nel 1993, dopo che il Parlamento precedente ebbe messo sotto accusa l’allora presidente Eltsin; invece di svanire dolcemente all’orizzonte, lui aveva inviato i carri armati e bombardato il Parlamento. I suoi difensori sono andati in galera; dopo che Eltsin fu silurato con la nuova costituzione, il tutto è stato ereditato da Putin.

 

Il nostro amico Saker ha dichiarato: “Queste elezioni sono state una grande vittoria personale per Vladimir Putin”. Ma è vero? Russia Unita comprende persone di opinioni molto diverse, da privatizzatori filo-occidentali ai cripto comunisti. La loro piattaforma comune è la loro adesione al potere. Sono ugualmente propensi a sostenere Putin o a condannarlo e mettere sotto processo. Sono simili al Partito Regionalista che ha governato l’Ucraina nei giorni del presidente Yanukovych, o al partito comunista sovietico ai tempi di Gorbaciov. Quando sorgessero difficoltà, essi scapperebbero abbandonando il loro presidente. Putin potrebbe ottenere una presa molto migliore sul potere se dovesse consentire maggiore libertà e democrazia, ottenendo in tal modo sostenitori sempre più convinti, Putinisti reali, invece di meri carrieristi. Tuttavia, Putin preferisce carrieristi flessibili. Vedremo se avrà un motivo di pentirsene, come Yanukovich. Non è molto democratico, si potrebbe dire, avere un parlamento impotente imballato da anonimi yes-men. Il Parlamento non è un luogo di confronto, coma dal famoso detto di Boris Gryzlov, leader di Russia Unita e Presidente del Parlamento. «Non è un posto per la lotta politica, per le battaglie ideologiche; si tratta di un luogo in cui legiferare costruttivamente”, ha aggiunto. In Russia la libertà di parola (quasi illimitata) è totalmente sconnessa dall’azione, e questo è frustrante. Anche le manifestazioni sono limitate e possono portare ad essere arrestati. Nelle parole di Gryzlov, “Le strade sono fatte non per azioni politiche o proteste, ma per i festeggiamenti”. Se questa è la funzione del parlamento, chi mai se ne dovrebbe preoccupare? Chi può biasimare la maggioranza degli elettori russi per essere stati lontani dalla città nelle loro ville di campagna (“dacie”) nel mezzo della gloriosa tarda estate?

 

Quel che è peggio, ci sono sempre meno ragioni per preoccuparsi di votare, in qualsiasi paese. In Europa, la differenza tra i partiti è praticamente scomparsa. Considerate la Francia: qual è la differenza tra Sarkozy uomo di destra e il “sinistro” Hollande? Niente di niente. Il primo ha fatto fuori la Libia e integrato la Francia nella NATO, il secondo vuole far fuori la Siria e obbedisce a tutti gli ordini americani. Non c’è alcuna differenza tra partiti in Svezia, pure. Tutti sono per l’accettazione passiva di un miliardo di rifugiati, pronti a condannare come razzisti gli oppositori in mezzo a loro, e sono per l’integrazione nella NATO mentre schiumano rabbia sulla minaccia russa. Qual è la differenza tra il Tory Cameron e il laburista Blair? Zero. NATO, bombe, agevolazioni fiscali per i ricchi sono caratteristiche di entrambi. I parlamenti e il popolo non significano quasi nulla ora in Europa – proprio come in Russia. Il popolo britannico ha votato per Brexit. Bene! Cosa è successo? Niente. Il nuovo governo non eletto di Theresa May ha semplicemente rinviato la decisione a posteriori nel mucchio di corrispondenza commerciale non molto urgente accanto alla richiesta di assegnazione di budget per uno zoo. Forse lo consegnerà a Bruxelles in un anno o due. O magari la gente si dimentica di cosa ebbe votato. In pochi mesi, la signora May dirà come ha detto Stephen Dedalus quando gli venne chiesto di rimborsare le sterline che aveva preso in prestito: “In questi cinque mesi la massa molecolare è cambiata. Io sono un altro me stesso ora, non ho più le stesse molecole… È l’altro IO quello che ha avuto le sterline”. “L’altra Inghilterra” è quella che ha votato per Brexit, le molecole ora sono tutte cambiate. Cerchiamo di ri-votare, o meglio dimentichiamo tutto quanto. Molte persone con cui ho parlato già ripetono, parola per parola, il nuovo mantra del voto post-Brexit: “Solo i vecchi in pensione e i razzisti disoccupati hanno votato per il Brexit” la signora Clinton ha fornito il nome per loro: i déplorables. Questo nome americano per gli elettori simpatizzanti per Trump si adatta agli elettori del Brexit come un guanto. Un deplorevole è una persona che non sottoscrive la sentenza del paradigma neoliberista e la sua sorella gemella, la politica di identità parallele. Clinton ha parlato di déplorables al suo incontro con i ricchi pervertiti di Wall Street, con biglietto d’ingresso da centomila dollari a sedia. Rompere la schiena alle banche o creare posti di lavoro non vi aiuterà, o vittime LGBT sante dei porci maschi sciovinisti bianchi, ha detto. Certo, ma aiuterà noi, le persone che lavorano. Non ci interessa avere gabinetti unisex, non smaniamo per avere presidenti d’azienda femmina. Abbiamo altre preoccupazioni: come ottenere un lavoro sicuro e una casa decente per i nostri figli. Evidentemente questo ci rende deplorevoli agli occhi dei pervertiti ricchi.

 

Una nuova generazione di partiti è sorta in Europa: i partiti deplorevoli. In Svezia, fino ad ora, un partito Svedese Democratico, l’unico partito che parlasse contro la NATO, contro l’UE, contro l’assunzione dei migranti era stato escluso dal dibattito pubblico. Due partiti principali, la destra e la sinistra, dimenticata la loro lunga animosità, han fatto un governo insieme, solo per mantenere la SD fuori, perché sono déplorables. Il risultato è stato paradossale: molte più persone si sono attivate per sostenere il partito deplorevole. Il partito Francese Front National di Marine Le Pen è un altro partito di déplorables. Vuole mettere la Francia fuori dell’UE e fuori della NATO, e per tenere fuori le ondate di immigrati. La sinistra e la destra preferirebbero inchinarsi all’ Arabia Saudita e trasferire il potere agli sceicchi piuttosto che consentire le déplorables per vincere, riflette Houellebecq nel suo Submission. Il deplorevole Jeremy Corbyn è stato quasi rimosso dalla sua presidenza del partito laburista dai deputati del Labour. I deputati hanno preferito mantenere il loro partito come un clone dei conservatori e lasciare l’elettorato senza una vera e propria scelta. Ma Corbyn combatte, e speriamo che non mancherà di tenere il suo partito e trionfare alfine.

 

Più potere, più soldi, più controllo appartengono ormai ad un piccolo gruppo di persone. Siamo stati privati dei diritti civili, senza accorgercene. I finanzieri e la loro nuova nobiltà del bel parlare si son impadroniti del mondo nel modo più completo di quanto l’aristocrazia abbia fatto nell’ 11 ° secolo. La Russia, con la sua democrazia molto limitata è per ora messa meglio: la loro nobiltà di dissertazione ha raccolto meno del tre per cento dei voti nelle ultime elezioni, anche se sono ancora pesantemente rappresentati nel governo. L’ultima battaglia decisiva per la conservazione della democrazia avviene ora negli Stati Uniti. Il suo campione improbabile, Donald Trump, è odiato dallo estabilishment della politica, dai media comprati, dalle minoranze aizzate tanto quanto Putin, Corbyn o Le Pen sono odiati. L’Huffington Post ha pubblicato la seguente Nota del redattore: “Donald Trump incita regolarmente alla violenza politica ed è un bugiardo seriale, xenofobo rampante, razzista, misogino che ha più volte promesso di bandire tutti i musulmani – 1,6 miliardi di membri di una intera religione – dall’ entrare negli USA”. Un uomo così odiato dai nemici della democrazia è uno che merita il nostro sostegno. Quando la rivoluzione arriverà, chi dice “xenofobo, razzista, misogino” al proprio fratello sarà allineato contro il muro e fucilato. Quindi probabilmente non sarà la rivoluzione di Sanders. Sono preoccupato che i nemici non permetteranno l’insediamento di Trump: diranno che Putin avrà truccato le macchine per il voto, e presenteranno il caso alla Corte Suprema; o forse cercheranno di assassinarlo. Ma prima, lasciatelo vincere, no? È difficile prevedere le conseguenze d’una sua vittoria. Newsweek ha notato (mentre si discute l’aiuto degli Stati Uniti ad Israele): “Una vittoria di Trump introdurrebbe un livello di incertezza nel mondo che Israele teme. Nessuno ha idea di che cosa Trump potrebbe fare come presidente e ciò introdurrà qualcosa di nuovo nelle relazioni internazionali “. Questo suona già abbastanza allettante. Israele teme la democrazia, teme la pace in Medio Oriente, teme la disobbedienza degli Stati Uniti, teme che gli ebrei perderanno i loro posti riservati nella prima classe sul ponte superiore, nelle redazioni e i posti da direttori di banca. Lasciate che tremino. Le conseguenze della vittoria di Trump saranno di vasta portata. La fede nella democrazia sarà ripristinata. La NATO si ridurrà, e molti soldi saranno destinati a riparare le infrastrutture degli Stati Uniti, invece di bombardare Siria o Libia. Gli Americani saranno nuovamente amati. Le conseguenze della vittoria di Clinton saranno di più breve durata, perché ci regalerà l’inferno di una guerra nucleare, e la dittatura eterna del Tallone di Ferro.

 

Questa elezione è come l’alternativa pillola rossa / pillola blu, una scelta data a tutti noi. “Se si prende la pillola blu, la storia finisce lì. Ti svegli nel tuo letto e puoi credere a quello che vuoi credere. Si prende la pillola rossa, e si può rimanere nel Paese delle Meraviglie, e prometto di mostrarvi quanto è profonda la tana del Bianconiglio. “Fortunatamente, sappiamo bene di che colore è la pillola di Trump, e quella di Clinton.

 

 Israel Shamir (traduzione di Roberto Marrocchesi)

 

 
L'ideologia dello sballo PDF Stampa E-mail

27 Settembre 2016

Image

 

Da Rassegna di Arianna del 25-9-2016 (N.d.d.)

 

Da che mondo è mondo le classi dominanti hanno utilizzato tutti i mezzi a loro disposizione per sottomettere le classi sociali dominate, per addomesticarle, renderle docili, tenerle in una condizione di più o meno beata ignoranza, e così disinnescare alle origini ogni possibile afflato sovversivo. Questo obiettivo, cioè il sostanziale rincoglionimento delle masse, è stato lucidamente perpetrato nel corso della storia attraverso una serie di sofisticati strumenti quali le religioni e le ideologie, che di volta in volta mutavano in base ai contesti storici. Ma non solo. Il popolo deve essere sì indottrinato – senza che se ne renda neanche conto – ma deve essere altresì baloccato. La costruzione del consenso non può avvenire infatti soltanto attraverso l’utilizzo di mezzi coercitivi e ideologici. Questi, da soli, non sono sufficienti; sono necessari ma non sufficienti.  È per questo che le masse devono potersi trastullare, anzi, è necessario che si trastullino, perché più “giocano” e meno tempo hanno per prendere coscienza della loro reale condizione di subordinazione sia individuale che collettiva (che naturalmente muta anch’essa con il mutare delle condizioni storiche). In fondo è la vecchissima ma attualissima logica del “panem et circenses”, oggi più viva che mai e soprattutto molto più sofisticata. Infatti, rispetto alle epoche trascorse (dove il vino, i postriboli delle suburre e gli “spettacoli” nelle arene erano i soli “svaghi” conosciuti e consentiti) oggi la gente è stordita da una enorme varietà di modalità e strumenti con cui baloccarsi: la televisione e l’industria dello spettacolo innanzitutto, e poi quella della “comunicazione”,  i telefonini, gli ipad, le play station, i computer, le pay tv, le chat, la rete, internet, le chat erotiche, la pornografia, e naturalmente gli stadi, le discoteche, i club per scambisti, la droga. O meglio le droghe. Sempre ammesso che queste ultime siano solo uno “svago”.  È di queste, o meglio del fenomeno della droga nel suo complesso, che vorrei oggi trattare, con la premessa che il sottoscritto non è un esperto e che questa vuole essere soltanto una riflessione e nulla più.

 

Le droghe non sono certo un’invenzione recente perché anche in epoche trascorse, in contesti storici, geografici e culturali anche completamente diversi fra loro, si faceva uso di droghe, dalla Cina al Messico, dal Maghreb all’Arizona e via discorrendo, solo per portare degli esempi fra i tanti.  Ma per quanto fosse una pratica diffusa, specie fra alcune tribù e popoli nord e sudamericani, era comunque molto circoscritta (a parte, forse, la Cina) e, soprattutto, la “filosofia” che gli stava alle spalle non aveva nulla a che vedere con la logica dell’assunzione massiccia, smisurata, sistematica e consumistica di ogni tipo di sostanza, che caratterizza invece il mondo occidentale da mezzo secolo a questa parte. Come ho già detto, non sono un esperto e questo non è un trattato “tecnico” sulla droga o sulle droghe che necessiterebbe appunto di una trattazione ad hoc. In questa sede a me interessa capire quali siano gli effetti delle droghe, chi ha l’interesse “politico” ad alimentare la sua diffusione (quelli economici delle organizzazioni criminali in combutta con i governi, sono evidenti e non vale neanche la pena approfondirli) e questo in fondo lo abbiamo già spiegato introducendo il discorso, e soprattutto perché le droghe trovano un terreno così fertile nelle società occidentali e in quelle occidentalizzate. Andando necessariamente con l’accetta, mi sento di dividere le droghe in due fondamentali filoni. Da una parte quelle che in qualche modo provocano lo stordimento, che può essere di vario genere a seconda del tipo di sostanza, dall’ hashish all’ecstasy o a quegli psicofarmaci che provocano più o meno gli stessi effetti. Come dicevo, questo genere di sostanze, anche se così diverse fra loro, rispondono allo stesso desiderio, che è fondamentalmente quello di estraniarsi dalla realtà. Che poi questa estraniazione avvenga sotto gli effetti dell’ecstasy, ballando per dodici ore consecutive in una discoteca senza mai fermarsi oppure stravaccandosi da qualche parte a fumare “cannoni” per tutta la serata, non cambia il succo delle cose, non cambia cioè l’approccio psicologico che spinge le persone a consumare quel tipo di sostanze, pur molto diverse fra loro. E non lo cambia perché la logica è quella del cosiddetto “sballo”, cioè appunto la ricerca di quella estraniazione dalla realtà di cui sopra e il desiderio di vivere in una condizione diversa, che si reputa migliore, più piacevole o più sopportabile, comunque artefatta, anche se prodotta artificialmente e per poche ore. Il giorno seguente però, si può sempre ricominciare. Ed è proprio questo meccanismo psicologico, questa coazione a ripetere indotta da quel desiderio di estraniazione (risultato di una condizione di sofferenza che può essere determinata da diversi fattori) che crea la dipendenza, indipendentemente dal tipo di sostanza che si sceglie di assumere. Certo, alcune droghe, fra cui in particolare l’eroina – che fu gettata sul mercato negli anni ’70 e poi in larghissima parte ritirata perché giudicata non più funzionale – creano anche una dipendenza fisiologica ma, a mio parere, è l’aspetto psicologico a determinare la predisposizione alla dipendenza da droga.

 

L’altro filone è quello delle droghe eccitanti, in primis fra queste, ovviamente, la cocaina. Lo scopo di questo genere di droghe è diametralmente opposto. La cocaina è un potente eccitante, e serve sostanzialmente ad aumentare le proprie prestazioni, in tutti i sensi (lavorativo, sessuale, relazionale ecc.). La sua “mission”, dunque, da un certo punto di vista, è completamente diversa rispetto alle altre a cui ho fatto cenno poc’anzi. L’obiettivo, in questo caso, non è l’estraniazione del soggetto dalla realtà bensì la sua “integrazione” nel contesto sociale ma a livelli sempre più parossistici.  La cocaina è uno strumento attraverso il quale le persone riescono o credono di riuscire a superare le proprie difficoltà soggettive all’interno di un contesto sempre più selettivo (naturalmente, secondo i canoni della razionalità strumentale capitalista dominante) e disumanizzante che non concede spazio alle loro “debolezze” (in realtà stati emotivi del tutto naturali ma giudicati “inadeguati” dal contesto…). È interessante notare che anche in questo caso, sia pure per strade e soprattutto finalità diverse (l’estraniazione e il rifiuto della società da una parte, il desiderio di farne invece parte e di essere all’altezza della competizione che questa comporta, dall’altra), ciò che anima chi ne fa uso è il desiderio o il bisogno di riuscire a sopportare una realtà che si avverte come insopportabile, anche se per ragioni diverse. Ma in realtà la motivazione è la stessa (l’insopportabilità della realtà); è la risposta che è diversa. Una via di fuga da una parte e una falsa accettazione della “sfida” dall’altra. Due facce della stessa alienazione.

 

Ora, questi due filoni che ho sommariamente descritto, hanno in parte finalità diverse (solo in parte, perché come vedremo, l’obiettivo finale è comunque il controllo sociale) e sono in parte destinati ad un diverso pubblico, anche se oggi la tendenza è quella all’ammucchiata e al consumo indiscriminato di qualsiasi sostanza. Le prime, come dicevo, sono tendenzialmente indirizzate a quelle masse popolari giovanili già tagliate fuori dal circuito sociale e produttivo prima ancora che abbiano avuto il tempo di provare ad inserirsi e a costruirsi una prospettiva esistenziale decente, comunque destinate ad una esistenza grigia e subalterna.  Gli hinterland e i quartieri popolari e periferici delle nostre metropoli (ma anche di tante tristi province del nord o del centro sud) brulicano di giovani che preferiscono vivere di notte invece che di giorno. La ragione è ovvia, chi vuole estraniarsi non può che preferire, non solo metaforicamente, il buio alla luce. Attraverso l’uso della droga si ottiene da una parte di anestetizzare questa massa di giovani data per persa in partenza e dall’altra di disinnescare il potenziale antagonistico che potrebbero esprimere. Meglio quindi toglierli di mezzo prima, indebolendoli ancora di più e facendoli assuefare con il tempo alla loro condizione di esclusi o semi esclusi. Tanto, come dicevo prima – questa società non prevede, per sua stessa natura, che tutti siano invitati a sedersi a tavola. Le seconde, di fatto la cocaina e i suoi derivati, sono prevalentemente destinate a chi invece è “inserito” nel sistema, o fa di tutto per inserirsi, per partecipare alla corsa, perché fuori da quella corsa si sente perduto. Il sistema, per sua natura, gli chiede prestazioni sempre più estreme, senza stabilire un limite, ed è proprio questa deliberata assenza di un limite alla prestazione che provoca effetti devastanti sulle persone. Da qui il ricorso agli eccitanti e alla cocaina in particolare. Nell’impossibilità di fermare il treno in corsa, nella solitudine umana e sociale in cui si è gettati, all’interno di un contesto dove ogni legame sociale è completamente saltato, dove non esiste alcun senso di appartenenza, dove l’individuo è solo nell’agone della società capitalista e non riesce neanche più a concepire l’idea stessa della possibilità di una trasformazione della realtà, il ricorso alla droga può aiutare ad accettare la realtà e magari anche a provare a cavalcarla o avere l’illusione di poterlo fare… Naturalmente, tutte le droghe, per le ragioni che ho spiegato, producono comportamenti compulsivi, anche se gli effetti ovviamente possono essere diversi a seconda del tipo di sostanza (l’eroina e la cocaina possono essere fatali a differenza dell’hashish). Ma la psicologia e soprattutto l’ideologia che gli sta dietro è la stessa. L’approccio con l’hashish, così come con l’alcool, pasticche varie, acidi ecc. di tanti giovani (e anche meno giovani) è comunque compulsivo, anche quando si tratta di droghe cosiddette “leggere”, come appunto l’hashish o l’erba.  Non solo. La merce diventa una sorta di feticcio. Si pensa che non ci si possa divertire o star bene senza assumere sostanze. A volte, quando ne sono sprovvisti, magari perché gli spacciatori del quartiere hanno esaurito le scorte o per qualsiasi altra ragione, i ragazzi girano ore ed ore per la città da un quartiere all’altro per rimediare la “roba” prima di andare in questo o in quel locale o semplicemente dentro l’abitacolo di una macchina a inciuccarsi. In poche parole, la sostanza, la merce, alla fin fine un intruglio chimico o un pezzo di tabacco tagliato con lo sterco di cammello o di chissà cos’altro, diventa l’elemento centrale attorno al quale scorre tutta la loro “socialità”. Ma c’è un altro aspetto fondamentale intorno al quale ruota tutta questa complessa vicenda e che dobbiamo capire bene, altrimenti non riusciamo a cogliere il nocciolo della questione, e cioè il fascino esercitato dalla droga. Un fascino legato all’idea di trasgressione. Forse questo valeva una cinquantina di anni fa quando fumarsi uno spinello poteva in qualche modo rappresentare un momento di trasgressione nei confronti della vecchia società borghese bigotta e bacchettona. Oggi come oggi, invece, non c’è nulla di più omologante, massificante, indifferenziante e omogeneizzante, dell’assunzione di droghe. Milioni e milioni di giovani e meno giovani ne fanno un uso e un abuso più o meno sistematico. Allo stato attuale, è sicuramente molto più trasgressivo per un giovane studiare lettere antiche o iscriversi al CAI (Club Alpino Italiano) piuttosto che farsi le canne o impasticcarsi. Ma tant’è. Questo è il messaggio subliminale che ha fatto breccia e che si è sedimentato. Dove sta quindi il capolavoro, anche in questo caso? L’aver convinto milioni di persone che il loro stile di vita sia trasgressivo, alternativo se non in taluni casi addirittura “sovversivo”, quando in realtà non potrebbe essere più innocuo per il sistema.

 

Il paradosso è che questa ideologia dello “sballo” e dello “stravaccamento” ha fatto breccia, oltre che nella “sinistra liberal e radical” anche e soprattutto in quegli ambienti della “sinistra antagonista” (senza naturalmente voler fare di tutt’erba un fascio…), come ad esempio una gran parte dei centri sociali, dove l’uso di sostanze è praticamente la norma. In alcuni di questi casi – mi dispiace dirlo ma è ciò che penso – la militanza politica sta sullo sfondo, diciamo pure che è un vestito che si indossa (magari anche in buona fede), ma il vero elemento aggregante è un certo tipo di socialità che si vorrebbe “alternativa” – e che a mio parere non lo è affatto perché si tratta di luoghi autoreferenziali con modalità e liturgie escludenti per chi non fa parte dell’“ambiente” – dove il consumo della “merce” è all’ordine del minuto. Il paradosso è ancora più grande (e grave) se pensiamo che la finalità della droga è appunto il controllo sociale.  I soggetti in questione cercano di salvarsi in corner riproponendo il solito mantra della separazione fra droghe leggere e pesanti. Ma, come ho cercato di spiegare, il problema non è tanto dato dal tipo di droga, quanto dall’ideologia dello “svacco” che gli sta alle spalle. Da un certo punto di vista, farsi quattro o cinque canne al giorno, tutti i giorni, nessuno escluso, molto spesso accompagnate da un “litrozzo” o anche più di alcoolici vari, non fa molta differenza rispetto a chi fa uso di sostanze più pesanti, quali ad esempio l’eroina.  La logica, o meglio, la psicologia che gli sta dietro, è esattamente la stessa: l’assunzione massiccia di sostanze “stordenti”, il rifugiarsi in un benessere che si sa essere artificiale e ovviamente il rifiuto della realtà vera. Cosa tutto ciò abbia a che vedere con il conflitto di classe, con una critica complessiva al sistema dominante e soprattutto con il processo di crescita, di emancipazione e di liberazione dei giovani – visto che stiamo parlando soprattutto di loro – da una condizione di alienazione e di miseria esistenziale, non riesco sinceramente a capirlo. Proprio coloro che dovrebbero essere portatori di una critica radicale alla cultura e alla ideologia della droga, non soltanto ne fanno un uso massiccio ma addirittura, spesso, ideologico. Il che è francamente ridicolo oltre che fuori tempo massimo (ammesso che ci sia mai stato un tempo per questo…) per le ragioni che ho già cercato di spiegare. Oltretutto non mi pare che i “komunisti” di una volta, quelli con la K, come si usava definirli, siano mai stati teneri (è un eufemismo…) sotto questo profilo. E questo è un altro tabù inaffrontabile a sinistra, pena l’essere bollati come bacchettoni, moralisti e reazionari. Ma noi siamo già stati scomunicati e quindi la cosa non ci preoccupa.

 

Fabrizio Marchi

 

 
Somma di solitudini PDF Stampa E-mail

26 Settembre 2016

Image

 

Da Rassegna di Arianna del 24-9-2016 (N.d.d.)

 

Uccidere i propri padri. Una ben strana ingiunzione, che gioca sul limite tra l’interdetto e la legge, tra la proibizione e l’imposizione, è scolpita nel cuore freudiano dell’Occidente. Eppure anche il giovane Kafka, nella sua celebre resa dei conti epistolare, per affondare il coltello verso il terribile padre-padrone non può fare a meno di amarlo in maniera inconfessabile. Non può fare a meno di condannarlo con senso di colpa. Perché, infine, non può fare a meno di riconoscerne la filiazione, che non è solamente biologica. Il rapporto padre-figlio, fino a modernità inoltrata, ha significato la trasmissione di un insieme di regole non scritte, un orizzonte di senso, una serie di “codici” per mappare il mondo. Questo a qualsiasi latitudine culturale: anche ad un livello culturale basso esiste un orizzonte di senso da trasmettere. Un filo che costituiva una connessione inter-generazionale nel tessuto storico-sociale dell’uomo. Poco importa che questo potesse avvenire attraverso tensioni o lacerazioni. Il momento del distacco stesso si nutre della filiazione: l’uscita dalla condizione di dipendenza dai genitori, il superamento dei modelli non può che avvenire attraverso la rielaborazione di codici pre-esistenti. Insomma: anche il figlio più ribelle è condannato ad essere un bravo figlio. Forse oggi qualcosa sta cambiando. Quel trattino, che distingue ma non separa, viene sempre meno. Non più padre-figlio, ma padre “e” figlio. Due entità distinte e, se possibile, radicalmente indipendenti. Dagli anni ‘70 ad oggi, l’imperativo culturale è stato: relativizzare! Una tendenza alla decostruzione radicale di qualsiasi istituzione (da intendere nel senso più ampio possibile). Come se qualsiasi cosa di positivo (positum, qualcosa di posto), già solo per essere potenzialmente un qualcosa che resiste al divenire, che fornisce dei nuclei di senso forte (con un po’ di coraggio si potrebbe azzardare il termine “valori”), fosse automaticamente “cattiva metafisica” da distruggere. Ma un’epoca che scorre incessante senza riconoscere dei fili che la percorrono, non conosce sedimentazioni di senso che producono “Storia”. Ecco il paradosso. Se accettiamo una rudimentale definizione della Storia come Tempo + Senso, allora la postmodernità è un tempo che annuncia la fine del tempo. Il padre non ha allora nulla da tramandare, nessuna traditio che possa avere influenza nell’oggi. Per un motivo semplice: tradizioni, pratiche e usi condivisi sono oggetti storici; mentre, secondo quanto detto, la postmodernità è un tempo a-storico. Il Seymour Levov di Pastorale Americana ha dovuto impararlo a sue spese. Parliamo forse di un’epoca che non segue più né l’andamento lineare del tempo cristiano, né quello circolare del pensiero greco, ma scorre secondo un andamento a spirale: avvitata su se stessa.

 

La modernità tarda è un’epoca che vive un’accelerazione senza precedenti: tanto in ambito tecnologico che in ambito sociale. È propriamente l’epoca dell’accelerazione. Dai mutamenti in ambito lavorativo, alle abitudini di vita, non c’è aspetto che non si sia esponenzialmente velocizzato o che non subisca cambiamenti estremamente repentini in un arco ristretto di tempo. Il mondo sociale non rimane stabile nemmeno nel corso della singola vita adulta di un individuo. Le entità “padre” e “figlio” faticano a riconoscersi reciprocamente, come se la distanza generazionale fosse decuplicata rispetto ai gap di epoche precedenti. Così il rapporto padre-figlio diventa un rapporto uno a uno, due individualità che tra loro intrattengono una relazione di tipo biologico, affettivo, ma non più storico-culturale. Da questo punto di vista essi non sono molto più che estranei, e questo fin dalle prime età della vita del figlio, ben prima della fase del distacco. […] È come voler far rinascere il mondo di generazione in generazione, di volta in volta, una sorta di eterno ritorno della creatio ex nihilo. Hegel aveva posto il buon funzionamento di una comunità politica nell’incontro tra libertà soggettiva (che potremmo ritradurre come quello spazio individuale che la modernità ha meritoriamente fatto emergere) con la libertà oggettiva (i doveri derivanti dal contesto comunitario dei costumi e delle prassi condivise). Una posizione che potremmo rendere, usando un linguaggio contemporaneo, come il fatto che si vive sempre all’interno di frame determinati: all’interno, cioè, di cornici che implicano limiti all'azione, regole non scritte e codici comportamentali. Frame nei quali possono rientrare le cose più disparate, come la genitorialità. Chi vive in una dimensione tendenzialmente di pura possibilità è l’adolescente. Perché egli è l’individuo che, soprattutto nelle società moderne e occidentali, non riveste ancora nessun ruolo sociale. La sua identità sociale è in fase di costruzione. Di conseguenza tende a muoversi nello spazio pubblico al di fuori di frame di riferimento (se sia possibile essere completamente fuori da questi frame è un problema a parte): in pratica, non ha fonti da cui attingere quei doveri oggettivi di cui sopra. Cosa accade se questo paradigma adolescenziale diventa la condizione alla base dell’intera società? Accade la Svezia.

 

O almeno, la Svezia rappresentata dal regista Erik Gandini che, dopo Videocracy, esce (oggi) in Italia con La teoria svedese dell’amore. Famiglie monogenitoriali, inseminazione artificiale, indipendenza, indipendenza, indipendenza. È il mantra su cui si basa una intera visione antropologica che ha permeato la società svedese. Il tassello finale di una società europea che era già tra le più avanzate in termini di progresso, benessere, assistenza sociale, ma che, dopo gli anni ‘70, ha sentito il bisogno di rivoluzionare la propria concezione delle relazioni umane. Liberare le donne dagli uomini, gli anziani dai figli, gli adolescenti dai genitori. Eppure, come mostra Gandini non senza una certa ironica partigianeria, non è andata così. Perché la Svezia mostrata nel docu-film –non lontana dalla Finlandia del cinema di Aki Kaurismaki - è quella infelice della solitudine e delle pareti silenziose entro le quali si muore nell’anonimia più totale; dove agenzie ad hoc hanno l’incarico di ricercare l’identità di un cadavere trovato dopo settimane dentro un condominio in periferia, dimenticato da figli e parenti che hanno smesso di rivestire da tempo la condizione simbolica di figli e parenti. Chi era, chi ha amato, da chi era amato, sono domande di difficile risposta là dove il massimo dell’emancipazione coincide con il massimo dell’isolamento. Allora viene il sospetto che qualcosa non quadra. Che ci deve essere una confusione a livello semantico. Che forse si sta scambiando per moderno qualcosa che non lo è affatto. Si potrebbe obiettare, tanto per dirne una, che non c’è nulla di pacifico nell’usare in maniera interscambiabile due concetti ingannevolmente simili come “Indipendenza” e “Autonomia”. Quest’ultima è l’essenza stessa della modernità. Un compito che preludeva ad una società ideale in cui i progetti di vita non sarebbero stati ostacolati, o lo sarebbero stati in maniera via via minore, dalle condizioni di nascita e dalle morali eteronome. Il senso della vita, utopia o ipocrisia che fosse, per la prima volta nella storia dell’umanità non sarebbe stato predeterminato. Nella “teoria svedese” (semplifichiamo e condensiamo in questa dicitura un’intera ontologia sociale che informa il postmoderno) l’imperativo è il non dipendere dagli altri. “Liberi gli uni dagli altri”, si sente ripetere spesso nel film, come se questo fosse il passo decisivo nell’emancipazione dall’individuo. L’autonomia – e quindi la libertà – viene tutta schiacciata sull’indipendenza: il che equivale a considerare l’altro - o forse sarebbe più corretto dire qualsiasi alterità - come un nemico. Rifuggi il prossimo tuo. Come se la postmodernità fosse uno stato di natura 2.0. Nel momento in cui saremo tutti svedesi, le lettere ai padri dei giovani kafka che fine faranno? Verso chi ci ribelleremo? La liberalizzazione della vita ci ha voluto donare quelli che prima erano oggetti di trasgressione; dando per scontato che quegli oggetti potessero vivere al di fuori della dimensione trasgressiva stessa. Allora un giorno potremmo svegliarci e accorgerci che la società senza interdetti non è niente di più che la somma delle solitudini che la compongono.

 

Simone Sauza

 

 
No alla Olimpiadi romane PDF Stampa E-mail

25 Settembre 2016

Image

 

Da Comedonchisciotte del 22-9-2016 (N.d.d.)

 

C’erano pochi dubbi sulla causa principale delle difficoltà che ha dovuto affrontare la sindaca di Roma Virginia Raggi nei suoi primi mesi alla guida dell’Urbe: non le carenze pur notevoli della classe dirigente che lei ha portato al Campidoglio, ma i difetti della classe dirigente contro cui fa fronte, un ceto affaristico-politico criminale fra i più avidi del pianeta, al potere da generazioni. Dire no alle Olimpiadi a Roma è, semplicemente, dire no a un potere sfrenato e finora senza contrappesi che ormai ha un unico progetto: arraffare. Guardiamoci negli occhi senza dar retta alla solita retorica vuota con cui quel potere vuole fregarci: il rimpianto delle occasioni perdute, le glorie di una vetrina planetaria, i soldi che daranno un’anima a mille betoniere e mille gru, il PIL futuro, il soffio vitale delle Grandi Opere. O addirittura lo spirito olimpico in persona. Andiamo sul concreto, invece, e valutiamo bene tutti i disastrosi precedenti, così guardiamo soprattutto negli occhi degli imprenditori tipici di queste opere e negli occhi dei politicanti e giornalisti corrotti che li accompagnano. Tutti questi personaggi dovrebbero trovare, chissà dove, le qualità per elevarsi sopra quei precedenti. Tuttavia, né i precedenti italiani né quelli di altri paesi offrono alcun appiglio. Abbiamo a che fare con gente che non è in grado di elevarsi sopra alcunché. Quei precedenti li tengono giù per terra: non c’è “Grande Opera” degli ultimi trent’anni in Italia – fra quelle che hanno sfruttato qualche circostanza “eccezionale” e richiamato miliardi in deroga a procedure ordinarie – che non abbia prodotto più debiti e più tangenti, con ben pochi benefici per i cittadini e molta sofferenza per le casse pubbliche.

 

Nel mondo, non si trovano casi di Olimpiadi – tranne poche peculiari eccezioni, non certo ripetibili nell’Italia di oggi – che negli ultimi decenni non abbiano inflitto colpi terribili al bilancio delle città interessate. Quando il sacrificio economico alla fine riusciva a non contare, era perché dietro c’era anche un progetto politico vero. La voragine di quaranta miliardi di dollari di Pechino, ad esempio, serviva a far dire ai cinesi: “ciao mondo, eccoci qui, siamo quasi la prima potenza, abbiamo un sacco di cose da raccontarci!” Cos’avrebbe avuto invece da raccontare al mondo la Roma del “generone” del XXI secolo, una volta fatto l’ennesimo buco miliardario? Cos’avrebbe garantito nella gestione del denaro pubblico una classe dirigente nazionale che non sa sfruttare nemmeno i miliardi dei fondi europei? A cosa sarebbero state sottratte queste risorse? Qualcuno dimentica che l’Italia non batte moneta, ma prende a prestito una moneta “straniera” che le costa tanto e la porta a tagliare via via le spese sociali. Da quando c’è l’euro, le Olimpiadi si sono tenute una sola volta nell’eurozona: in Grecia. Dobbiamo aggiungere altro? Facciamola breve. Nelle condizioni attuali delle classi dirigenti italiane, fare il processo alle intenzioni è puro realismo: quelli che volevano imporre le Olimpiadi le avrebbero usate per un’immonda mangiatoia, avrebbero ridotto il comune di Roma a un rimorchio trainato dalle scelte dei palazzinari, senza che gli amministratori eletti potessero decidere le alchimie e le aree da trasmutare da ruggine a oro zecchino. Sul corpo dell’eterna capitale corrotta, dell’eterna nazione infetta, avrebbe avuto inoltre buon gioco ad adagiarsi una delle organizzazioni più purulente del capitalismo planetario, il movimento olimpico attuale. Per inerzia si pensa ancora a De Coubertin. Realismo vorrebbe che per descriverlo si ripassasse invece l’abc del giornalismo antimafia. Tutto questo non significa per forza “ordinaria amministrazione”. Sono emerse persino proposte molto immaginifiche per progettare un’Olimpiade più sobria, più popolare, da finanziare con una moneta complementare, come ha proposto Nino Galloni. Per quanto detto fin qui, è tuttavia irrealistico usarla nel caso delle Olimpiadi (in mano a poteri che non hanno di questi programmi), mentre la misura di una moneta complementare avrebbe molte applicazioni per fare opere utili, piccole e diffuse. Pensiamoci, non solo per Roma.

 

Pino Cabras

 

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 1 - 16 di 1554