Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
C'è sangue e sangue PDF Stampa E-mail

30 Agosto 2015

 

Da Rassegna di Arianna del 25-8-2015 (N.d.d.)

 

Dopo la macabra uccisione di Khaled Asaad, 82 anni, ex capo della direzione generale delle antichità e dei musei di Palmira, i terroristi dello Stato Islamico hanno distrutto il tempio di Baal Shamin, uno dei gioielli dell’antica città romana della Siria. Due notizie che hanno destato l’attenzione della comunità internazionale, dalla quale si è levato un coro unanime di condanna e di sdegno. La stessa comunità internazionale ha però taciuto sulle altre morti di Palmira, ignorando il sangue versato dai civili e dalle centinaia di soldati siriani che hanno combattuto per difendere il patrimonio Unesco dell’umanità dalla furia criminale dei jihadisti.

Nello scorso luglio, l’Isis ha diffuso un video che mostrava un’esecuzione di massa di 25 soldati siriani, uccisi da ragazzini, nelle rovine dell’anfiteatro di Palmira. Secondo quanto si descriveva nel filmato, l’esecuzione sarebbe avvenuta poco dopo la conquista della città, il 21 maggio. I soldati siriani furono uccisi a colpi d’arma da fuoco davanti ad una bandiera dello Stato Islamico. Nel video, le vittime apparivano in uniforme militare di colore verde e marrone. A ucciderli sarebbero stati degli adolescenti, ma anche dei bambini, vestiti con tute mimetiche e con il capo coperto da bandana marroni. Un rituale dell’orrore in cui i carnefici erano essi stessi vittime. Come gli spettatori, dato che ad assistere all’esecuzione c’era un gruppo di persone, tra le quali molti bambini, sedute sui gradini dell’anfiteatro romano.

Di fronte a tutto questo, la comunità internazionale ha preferito tacere. Esattamente come il circuito mediatico internazionale. L’informazione italiana, come spesso capita, si è appiattita sulla linea del silenzio più totale. Poi, d’incanto, con la morte di Khaled Asaad – decapitato davanti a un pubblico che ha assistito all’esecuzione e poi appeso a una colonna – si è ricordata che a Palmira c’erano ancora i mostri dello Stato Islamico, quei mostri che anche la distrazione dell’opinione pubblica ha contribuito a generare.

Quando si parla di Palmira tutti, ma proprio tutti, lo fanno in maniera asettica, decontestualizzando ciò che sta accadendo in quella parte della Siria. È una strategia chiara, che punta ancora una volta a disinformare. La verità, l’unica e inoppugnabile, è che la riconquista della «sposa del deserto» è affidata esclusivamente all’esercito di Damasco e ai suoi alleati. Che piaccia o meno, il sangue versato per salvare l’antica città romana di Palmira è tutto in quella bandiera che la comunità internazionale ha ripiegato dopo aver chiuso le ambasciate di una nazione che mai aveva minacciato la sicurezza di altri Stati. Lo ha fatto sulla base di false informazioni, di false stragi e armando quelli che ben presto hanno ingrossato le fila dell’ISIS, poi divenuto Stato Islamico.

A Palmira, è dovere giornalistico raccontarlo, solo il cosiddetto «regime di Assad» combatte contro i terroristi, come nel resto del paese. Non c’è traccia della fantomatica coalizione guidata dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita, i cui fallimentari risultati sono sotto gli occhi di tutti. Su quelle operazioni militari c’è un imbarazzante silenzio: non si sa nulla sui raid giornalieri compiuti, sugli obiettivi raggiunti, sul numero dei terroristi (e dei civili) uccisi e feriti. Non è mai capitato nella storia recente che un’azione militare fosse circondata da così tanti misteri. E silenzi. È anche l’ennesima sconfitta di Barack Obama, entrato alla Casa Bianca con l’ambizione di essere il portabandiera di una “politica trasparente”, ne uscirà alla fine con il marchio del presidente delle incompiute, degli slogan e dei misteri (come l’uccisione del capo di al Qaeda, Osama bin Laden).

Detto ciò, appare irritante, anche se comprensibile, la dichiarazione di condanna e sdegno dell’Unesco, che a proposito della distruzione del tempio di Baal Shamin a Palmira ha parlato di un «crimine di guerra» e di «una perdita considerevole per il popolo siriano e l’umanità a causa del vandalismo estremista». Ancora, scrive il direttore generale dell’Unesco Irina Bokova: «La distruzione sistematica dei simboli che incarnano la diversità culturale della Siria rivela le vere intenzioni di tali attacchi che privano il popolo siriano del suo sapere, della sua identità e della sua storia». La Bokova, infine, sollecita «la comunità internazionale a fare prova di unità di fronte al protrarsi di questa pulizia culturale, nella convinzione che malgrado gli ostacoli e il fanatismo, la creatività umana prevarrà». Una posizione a cui si sono accodati anche il governo italiano e francese, attraverso i rispettivi ministri degli Esteri.

Sono parole di circostanza che non produrranno alcun significativo cambio di strategia della comunità internazionale in Siria. Quella strategia ha alimentato per anni una finta rivoluzione, creando contestualmente le condizioni per armare i gruppi più radicali, fino all’affermarsi di al Qaeda e, in seguito, dello Stato Islamico. Di rivoluzionario e genuino c’era ben poco, subito soppiantato dalla violenza alimentata dall’esterno a suon di armi e dollari. Anche così si conquista il Paradiso, senza vergini e a buon mercato.

La guerra in Siria è una delle vicende più semplici da raccontare. Purtroppo oggi è la più complicata da risolvere. Palmira, il suo sito archeologico, l’archeologo decapitato e tutto il resto sono una goccia di sangue nell’oceano sparso in questi anni. C’è un sangue che merita di essere ricordato (e che piace tanto alla stampa e ai governi) e uno che invece viene coperto e nascosto. Quel sangue è quello dei siriani che ogni giorno – indossando la divisa militare di uno Stato sovrano, libero e indipendente – combattono contro un mostro che l’Occidente con una mano bastona e con l’altra accarezza. Tutto il resto è propaganda a buon mercato.

 

Alessandro Aramu 

 
Scienza e conoscenza PDF Stampa E-mail

28 Agosto 2015

Image

 

Da Rassegna di Arianna del 25-8-2015 (N.d.d.)

 

Molto importante è comprendere che le scienze empiriche hanno possibilità limitate per esprimersi e incontrano notevoli difficoltà nel momento in cui si tratta di ricostruire dei processi passati che non sono ripetibili e quindi non hanno possibilità di una ricerca immediata.

Tutte le scienze naturali si sviluppano su un piano di ricerca empirica, quindi, tutte le affermazioni debbono essere riferite a fatti che si possono osservare. Tutte le osservazioni debbono essere ripetibili. Le scienze naturali descrivono leggi tramite una ricerca sistematica, analizzando dati e reperti empirici che vengono ricavati da osservazioni della natura ed esperimenti mirati. Tutti noi sappiamo che l’origine della storia della vita sulla Terra può essere ricostruita solo parzialmente tramite i metodi delle scienze empiriche, in quanto gli eventi della loro creazione sono unici, non riproducibili e non direttamente osservabili. L’unica prova per verificare come l’evento è realmente accaduto sarebbe la possibilità di viaggiare nel tempo, quindi nel passato, per verificare come l’origine del creato abbia avuto luogo. Ma ciò sappiamo non essere possibile. Tutto ciò che noi sappiamo relativamente all’origine della vita sulla Terra consiste in indizi riferibili a strati geologici e a fossili (polvere e sassi).

L’accumulo dei dati può creare le condizioni per l’interpretazione storica di un’eventuale evoluzione; i dati possono derivare, oltre che dai fossili, anche da patrimonio genetico delle specie tuttora viventi. Molto importante è comprendere che oltre ai dati si effettuano esperimenti empirici per analizzare processi e meccanismi che si pensa producano uno sviluppo di livello superiore degli organismi viventi. Come evidenziato più in alto noi sappiamo che la storia della vita non è fondamentalmente possibile in quanto non è riproducibile (non possiamo fare ripartire il processo iniziale della storia della vita). Tutte le affermazioni con carattere di legge riguardanti la storia della vita possono essere espresse solamente in modo approssimativo perché il processo è stato di carattere unico. I dati su cui si possono fare deduzioni sono ridotti. Le considerazioni che si possono fare sono delle retrodizioni, cioè si può solamente esprimere ciò che ci si aspetterebbe sia accaduto in passato.

Per noi è molto importante far comprendere che l’aspetto soggettivo dell’analisi dei dati e delle valutazioni è molto rilevante. Infatti gli autori distinguono in due modi differenti le spiegazioni: la prima è quella nomologica deduttiva (si stabiliscono delle ipotetiche leggi da cui si deducono conclusioni che verranno sottoposte ad osservazioni e a esperimenti) e la seconda quella storico narrativa (si cerca di spiegare un presunto scenario storico). Noi sappiamo che oggi sia nel campo dell’empirismo che in quello della descrizione storica si accetta solamente un’interpretazione dei dati che appartenga all’ateismo metodologico in cui si scarta a priori una valutazione che prenda in considerazione lo sviluppo della vita riconducibile a cause trascendenti; significa che per principio si considerano solo i fattori empiricamente percepibili. Il problema è che questa accettazione aprioristica è frutto di una visione dogmatica e non scientifica in quanto vi è all’origine di questo postulato una specifica visione del mondo (naturalismo). Non ci sono motivazioni scientifiche che possano escludere una creazione che trascende il mondo materiale.

Il naturalismo è una corrente filosofica e si basa su un presupposto specifico: nell’universo e nella storia agiscono solo forze naturali. Il naturalismo è un’impostazione ideologica che influisce negativamente nell’interpretazione dei dati riscontrabili. Come già detto non esistono prove che possano dimostrare empiricamente che nella storia della vita operino solo forze naturali. Il naturalismo, base ideologica della teoria evoluzionista, porta assolutamente ad uno sconfinamento dell’interpretazione dei dati fuori dalla scienza; non sono più i fatti riscontrabili ed osservabili ad indurre la comprensione del reale da parte del ricercatore ma è l’impostazione soggettiva che farà interpretare l’osservazione e l’esperimento solo in ambito materialista.

La scienza deve essere libera da presupposti soggettivi riferibili ad un’interpretazione filosofica della vita; molto importante per il progresso della conoscenza della natura è che ci si liberi da ogni presupposto aprioristico sviluppando delle ipotesi che possano essere verificate.

 

Fabrizio Fratus 

 
Avere non è essere PDF Stampa E-mail

27 Agosto 2015

 

Da Rassegna di Arianna del 25-8-2015 (N.d.d.)

 

Leggo su Il Fatto Quotidiano alcuni interventi di Stefano Feltri secondo cui “Studiare cose belle e interessanti ma inutili per il mercato del lavoro, condanna migliaia e migliaia di ragazzi alla disoccupazione o alla sottoccupazione”. Caro Feltri, l’essere umano e la vita non sono merci, anche se vogliono convincerci che sia così.

Vorrei partire da una citazione che mi piace molto. “Non c’è nulla di più triste di un essere umano che non possa perseguire la propria vocazione”, di Erika Di Martino, maggior rappresentante dell’homeschooling in Italia.

Giulio Tremonti, ex ministro dell’economia, affermò che in Italia con la cultura non si mangia. Tempo dopo ha trovato un degno ammiratore nel vicedirettore del “Fatto Quotidiano” Stefano Feltri che, in alcuni interventi sul sito web del suo giornale, ci ha regalato recentemente perle di non saggezza di cui riportiamo due passi significativi.

“In tanti commenti ai due post precedenti, si rivendica il diritto di studiare come (e quanto) si crede, seguire la propria vocazione senza “mercificare” le proprie scelte di vita. Mi spiace informarvi, cari difensori del “studia quello per cui ti senti portato senza pensare alle prospettive”, che questa è una posizione di destra: l’istruzione è l’unico ascensore sociale che funziona, in Italia e non solo".

Feltri poi prosegue: “Studiare cose belle e interessanti ma inutili per il mercato del lavoro, condanna migliaia e migliaia di ragazzi alla disoccupazione o alla sottoccupazione. E congela l’ascensore sociale”.

Secondo queste affermazioni e altre di questo tono, per Feltri le persone non dovrebbero seguire i propri talenti, le proprie aspirazioni e interessi ma essere motivati esclusivamente dalla possibilità di stipendio nelle scelte degli studi o dalla “carriera” da intraprendere. Sostanzialmente se sei Paganini ma le statistiche ti dicono che i soldi li farai come ingegnere, lascia perdere il violino e fai l’ingegnere e conseguentemente vivi una vita di frustrazione e tristezza fino alla fine dei tuoi giorni. Perché si sa, in questa società mica ti devi realizzare come persona, essere felice, fare qualcosa di sensato, devi solo percepire uno stipendio e comprare tutto quello che ti dice la pubblicità. Come se poi un qualsiasi Paganini facesse necessariamente la fame e anche se non sei Paganini non è detto che non puoi trovare lavoro o comunque da vivere con la tua passione. Con i corsi dell’Ufficio di scollocamento (a cui invitiamo Feltri a partecipare), incontriamo persone che hanno fatto quello che “conveniva” e ora però si ritrovano comunque senza granché di soldi e “sicurezze”, perché quello che “conveniva” si accompagna spesso a spese e bisogni indotti, sprechi e acquisti inutili. Per contro la “convenienza” regala un senso di fallimento e insicurezza interiore per aver seguito un modello assurdo che non ha alcun futuro. Il paese è pieno di persone che non sanno più il perché di quello che fanno, che si sono fidate dei vari Feltri e ora hanno vite a pezzi, problemi relazionali, perdita di senso, pensano di aver sprecato tempo. Allo stesso tempo però sono sempre di più coloro che, dopo aver fatto le scelte tragiche che suggerisce Feltri, adesso magari a 35, 40, 50, 60 anni, finalmente si licenziano o iniziano a fare quello che veramente avrebbero voluto fare da sempre; e spesso ci riescono, vivono dignitosamente e si sentono più realizzati. Il successo dei nostri corsi di scollocamento sta a dimostrare che la realizzazione e la vocazione sono molto più forti, importanti e vitali di quello che Feltri pensa e non  è vero che non contano nulla. Lui vuole salire sull’ascensore sociale; ma una volta che si è arrivati in cima, può anche capitare di volersi buttare di sotto. È una società senza prospettive quella che si dirige solo dove ci sono i soldi senza preoccuparsi minimamente dove si dirige il cuore e direi anche il cervello, visto che le scelte di cuore sono sempre le più intelligenti. Il cuore non ha bisogno di frequentare le facoltà “sicure” che dice il Feltri perché c’è anche chi studia per il piacere di studiare e poi fa tutt’altro per campare e meno male, altrimenti lo studio sarebbe solo propedeutico allo stipendio, una realtà veramente triste e misera che, se produce risultati come il povero Feltri, non c’è da seguirla per niente, anzi. Piuttosto fermatevi alle medie se poi diventate aridi e senza prospettive come lui. Non è un caso che lui abbia studiato alla Bocconi, posti quelli dove cuore, senso, vocazione, libertà, arricchimento personale non monetario, sono ben poco frequentati.

 

Paolo Ermani 

 
Riconquistare la sovranità interiore PDF Stampa E-mail

26 Agosto 2015

 

Da Appelloalpopolo del 22-8-2015 (N.d.d.)

 

“Il conflitto è padre di tutte le cose”, diceva il sapiente Eraclito. La cultura contemporanea ha censurato questa verità primordiale, ed è come se avesse censurato il mondo stesso: in tutti i campi, dalla politica alla letteratura, ha lavorato senza sosta, con un’ipocrisia e una protervia insuperabili, per smussare le punte estreme e rischiose del pensiero, per mettere a tacere le voci più intransigenti, virili, radicali.

Negli ultimi venti o trent’anni gli individui e i popoli che non hanno accettato la consegna del silenzio, che non si sono genuflessi di fronte all’avanzata del nulla e alla sua manifestazione tangibile, cioè l’americanizzazione del pianeta (da cui, com’è noto, consegue la germanizzazione dell’Europa), sono stati marchiati a fuoco con il segno dell’infamia o derisi come cascami, residuati bellici delle ideologie novecentesche.

Ma l’impero dell’illusione e della menzogna non può durare a lungo. Neppure l’immane apparato finanziario e tecnocratico che lo sostiene e che ha ridotto in schiavitù il genere umano resisterà al sisma destinato a travolgerlo in un futuro per noi imprevedibile – e tale imprevedibilità non è una buona ragione per allentare la presa.

Una cosa è certa fin da ora: prima ancora che su altri fronti lo scontro decisivo avverrà sul terreno dell’anima. Riconquistare la sovranità significa in primo luogo tornare a essere i sovrani di noi stessi e delle nostre vite, annientare le resistenze mentali, ben più profonde di quanto non siamo disposti a riconoscere, che ci incatenano a una civiltà di titani priva di luce e di onore.

Il conto alla rovescia è già cominciato, non lasciamoci cogliere impreparati.

 

Giampiero Marano 

 
Il potere di formare l'opinione pubblica PDF Stampa E-mail

25 Agosto 2015

 

Da Appelloalpopolo del 23-8-2015 (N.d.d.)

 

C’è qualcosa di ingenuo in alcune delle critiche che vengono rivolte quotidianamente ai mezzi di comunicazione di massa: che essi non sollevino alcuni problemi; che essi non trattino alcuni temi; che essi utilizzino un determinato linguaggio; che essi sostengano sistematicamente e all’unisono determinati interessi; che essi oscurino giornalisti o politici che contrastino quegli interessi (ma invero, in questo momento storico, di simili politici non se ne vede nemmeno l’ombra). Critiche ingenue, perché hanno ad oggetto profili che non possono essere se non come sono. Sicché si pretendono, diremmo quasi infantilmente, dalla “libera stampa” e dalla “libera televisione”, contegni, scelte, indirizzi e opzioni di valore che sono intrinsecamente in contrasto con gli interessi delle imprese, delle persone e delle banche che dominano i consigli di amministrazione delle società titolari dei media, nonché delle imprese che pagano il corrispettivo dell’attività economica realmente svolta dai grandi media: vendere pubblicità. Pretese, evidentemente, ingenue al punto da rasentare l’infantilismo.

Altre critiche sono soltanto apparentemente meno ingenue; per esempio quelle che lamentano la concentrazione dei grandi media nazionali nella titolarità di un solo gruppo editoriale. E tuttavia, è necessario avere ben presente che, anche se in Italia avessimo dieci canali televisivi nazionali privati appartenenti a dieci gruppi editoriali diversi e dieci quotidiani nazionali di tiratura all’incirca pari, appartenenti a dieci gruppi editoriali diversi tra loro e diversi dai gruppi editoriali titolari dei canali televisivi privati, i peggiori difetti e limiti della “libera stampa” e della “libera televisione” – limiti e difetti comuni ai grandi media e che rendono questi ultimi assolutamente omogenei, sotto notevoli profili – resterebbero del tutto inalterati.

Non bisogna mai dimenticare, infatti, che i grandi media nazionali sono strumenti delle società per azioni che ne sono titolari. Più precisamente, la società per azioni è proprietaria del medium: lo strumento che “informa” i cittadini e così forma l’opinione pubblica (dunque uno strumento di dominio); e alcune grandi imprese e banche sono titolari dei pacchetti di maggioranza che consentono di dirigere la società per azioni e quindi di disporre dello strumento di formazione dell’opinione pubblica. Stando così le cose, ossia fino a quando la legge (e dunque i cittadini e i politici che li rappresentano) consentirà che le cose stiano così, la tendenziale omogeneità dei grandi media nazionali (assoluta omogeneità se si considerano esclusivamente i profili sui quali stiamo per portare l’attenzione) non può essere considerata una distorsione grave e nemmeno, a rigore, una distorsione; perché è nel rispetto della loro intrinseca natura che i grandi media nazionali agiscono contro il popolo e lo ingannano dirigendone l’attenzione.

Infatti – e introduciamo un primo profilo – è chiaro che i grandi gruppi editoriali, essendo gruppi composti anche da società quotate, hanno interesse a che il mercato azionario salga. Potrebbero mai dedicare attenzione al dibattito scientifico, che è (o meglio dovrebbe essere) anche e soprattutto politico, relativo al problema se sia davvero conveniente per tutti che le azioni salgano? E in che senso, eventualmente, è “conveniente”? Tutti gli articoli di giornale che leggete e le trasmissioni televisive che seguite muovono dal presupposto, implicito, cioè tendenzialmente segreto, che convenga a tutti che le azioni salgano. Lo sapete dimostrare che conviene a tutti, anche a coloro che non sono titolari di azioni di società quotate? Lo sapete dimostrare che conviene anche a coloro che, essendo dotati di modesti risparmi, per lo più gestiti dai grandi fondi di investimento, vivono, e vivranno in età della pensione, con un tenore (di vita) che dipende in gran parte dal loro lavoro: dal valore che il lavoro assume nella società, sotto forma di corrispettivo monetario (per prestazioni professionali, artigiane, commerciali, per vendita dei prodotti della terra e per prestazioni di energie lavorative con il vincolo della subordinazione)?

Ed è anche ovvio che i grandi gruppi editoriali, poiché sono gruppi di società – le quali, da un lato, hanno nei consigli di amministrazione numerosi rappresentanti delle banche titolari dei pacchetti azionari, dall’altro, sono indebitate con le banche medesime – non affronteranno mai seriamente il problema se ai banchieri debbano essere tolti tutti o alcuni dei poteri giuridici dei quali oggi sono titolari. Perché dovrebbero? Come possiamo, se non con estrema ingenuità, pretenderlo? Perché quei media dovrebbero porre il problema del quantum della riserva frazionaria o il problema del ritorno della manovra sulla riserva frazionaria al governo e al Parlamento se ora quella manovra appartiene alla BCE e quindi alle banche? Perché quei media dovrebbero informare i cittadini che dopo la lunga battaglia condotta nelle aule giudiziarie contro l’anatocismo bancario, quest’ultimo è divenuto per legge principio generale dei contratti bancari? Come possiamo pretendere, se non del tutto velleitariamente, che i media, ossia gli strumenti, siano utilizzati, dai loro proprietari e gestori, per colpire gli interessi di quei medesimi proprietari e gestori?

E siccome la titolarità di molte delle azioni delle società che compongono i grandi gruppi editoriali appartiene alle banche – le quali sono proprietarie di innumerevoli beni immobili e titolari di altrettanto innumerevoli diritti di ipoteca su beni immobili ed hanno pertanto interesse a che gli immobili aumentino di valore – oppure a famiglie con enormi patrimoni immobiliari oppure addirittura a famiglie di costruttori, è chiaro che i media nazionali non sosterranno mai e poi mai che sia necessario reintrodurre l’equo canone o comunque perseguire una politica di lento sgonfiamento della bolla immobiliare e, prima ancora, che impedisca le bolle immobiliari. Perché quei media avrebbero dovuto indicare ai lettori e ai telespettatori che in Germania e in Giappone i prezzi degli immobili erano fermi rispettivamente dal 1993 e dal 1996? Perché avrebbero dovuto mettere in guardia i cittadini dal contrarre mutui quarantennali assurdi, andando così contro gli interessi dei proprietari dei media medesimi? Perché quei media avrebbero dovuto sollevare dubbi sulla opportunità delle varie leggi (quelle emanate e quelle da emanare ma non emanate) che hanno provocato l’enorme aumento del prezzo degli immobili, in relazione agli stipendi e ai redditi professionali?

Inoltre, poiché giornali e reti televisive si arricchiscono o sopravvivono grazie alla pubblicità, mai e poi mai sentirete dibattere su quei media il tema del possibile divieto della pubblicità sugli organi di informazione: quali interessi tutelerebbe? chi si avvantaggerebbe? chi ci perderebbe? quali conseguenze avrebbe la introduzione del divieto? Avremmo più giornali? Meno giornali? Più riviste ma meno giornali? Una informazione più settimanale che quotidiana? Scomparirebbero i giornali gratuiti? Scomparirebbero molti giornali a pagamento (perché in realtà gran parte del prezzo è pagata dalla pubblicità)? Scomparirebbero le reti televisive generaliste? Trasmetterebbero quattro ore al giorno anziché ventiquattro? E che male ci sarebbe?

Infine, i grandi gruppi editoriali sono titolari di “marchi” oltre a vivere di pubblicizzazione dei marchi. I grandi gruppi editoriali, sotto il profilo economico, svolgono l’attività di venditori di pubblicità. I ricavi dalle vendite di altri prodotti (giornali, film e altro) sono minimi e non coprono mai i costi. La diffusione della conoscenza dei marchi è la principale funzione economico-sociale svolta dai grandi media nazionali. Figuriamoci, quindi, se su di essi possa mai sorgere un dibattito relativo alla disciplina dei marchi. Un dibattito nel quale una delle voci in campo sostenga la necessità di limitare l’uso dei marchi e, quindi, di ridurne il valore a favore dei lavori, autonomi o subordinati, implicati nel processo di produzione e distribuzione dei prodotti marchiati e dei prodotti concorrenti.

Insomma niente di ciò che è utile al popolo potrà mai essere sostenuto spontaneamente dai grandi media nazionali, i quali, secondo la loro natura, si guardano bene anche soltanto dal prospettare possibili alternative di disciplina in ordine ai temi economici e politici più rilevanti.

Perciò smettiamo di rivolgere ai grandi media nazionali critiche prive di senso. E rammentiamo che, se è vero che quella parte di “società civile”, costituita dalla “libera stampa” e dalla “libera televisione” deve informare i cittadini sul comportamento dei politici, è anche vero che le strutture proprietarie e i canali di finanziamento della libera stampa e della libera televisione devono essere disciplinati dai politici, per limitare il “potere” del capitale di formare l’opinione pubblica, a favore della libertà di manifestazione del pensiero dei cittadini e del principio di uguaglianza sostanziale tra i cittadini medesimi. È necessario, perciò, che i nuovi partiti – i quali, prima o poi, dovranno necessariamente formarsi per andare a contendere il potere al “partito unico delle due coalizioni” – inseriscano nel programma principi come quelli che ipotizziamo: i) le attività economiche di intrattenimento e di informazione non possono in alcun modo essere finanziate tramite il pagamento di corrispettivi in cambio di pubblicità, salvo la misura massima pari al 20% dei costi di produzione; ii) nessun cittadino italiano può essere titolare, nemmeno per interposta persona, fisica o giuridica, di una quota superiore ad un millesimo del capitale sociale di una qualsiasi società proprietaria di un canale televisivo privato nazionale ovvero di un quotidiano o rivista che venda più di settecentomila copie a settimana.

 

Stefano D’Andrea 

 
Salvini in Africa e la trappola malthusiana PDF Stampa E-mail

23 Agosto 2015

Image

 

Dal 29 settembre al 1 ottobre il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini, si recherà in Nigeria per incontrare i ministri del presidente Mohammed Buhari, capo dello Stato da pochi mesi, subentrato a Goodluck Jonathan -il cui nome di battesimo, data la situazione in cui versa lo Stato africano, pareva una burla.

Questo viaggio, il cui scopo palese è quello di chiedere cosa serve per "trattenere in patria i giovani" e lanciare idee di cooperazione per lo "sviluppo di strade, porti, fabbriche, scuole" del Paese africano, è perfettamente inutile e Salvini farebbe meglio a devolvere le spese del suo tour a quegli italiani che davvero ne hanno bisogno.

Ancora una volta il Carroccio si presenta come un partito dal respiro provinciale e scarsamente consapevole della realtà contemporanea; ancora una volta si mostra come un partito di "chiacchiere e distintivo", con iniziative mediatiche che magari fanno clamore ma non servono a nulla, nel concreto.

Che significa " sviluppo, lavoro, scuole, strade?"

Forse l'Africa non cresce?

Eppure parecchi Stati del Continente Nero hanno un PIL nettamente superiore a quelli dell' Eurozona, vedi Guinea Equatoriale, Angola, Gabon, solo per citarne tre a caso e la Nigeria stessa, se la memoria non ci inganna, pochi anni fa giunse ad arrivare al sesto posto nella produzione mondiale di petrolio.

Rebus sic stantibus, molti Stati africani dovrebbero allora surclassarci, se non fosse che tali crescite favolose vengono fagocitate o da élite politiche locali corrotte oppure dalle dirigenze delle multinazionali di turno, che assieme alle suddette élite corrotte -e di una corruzione che la nostra, a confronto, è acqua di rose- si spartiscono in amicizia tutti i profitti: esempio lampante la Guinea Equatoriale di T.Obiang Mbasogo, presidente da 36 anni, grande amico dei colossi petroliferi mondiali che lo sostengono in quanto si "accontenta" (si fa per dire..) di royalties "modeste" (il virgolettato è d' obbligo).

Quello africano è un PIL che non genera benessere collettivo ma miseria diffusa per tutti questi motivi, uniti al neocolonialismo e ai postumi del vecchio colonialismo, a gap strutturali vecchi di decenni e ad una classe politica disastrosa, aggravata dal fatto che tutte le entità statuali subsahariane sono "Stati senza Nazione": la sola Nigeria, ove andrà Salvini, annovera qualcosa come quasi 200 gruppi tribali e rivalità secolari tra Fulani, Ibo, Yoruba, eccetera nonché un profondo fossato tra un Sud cristiano maggiormente avvantaggiato rispetto al Nord musulmano dal punto di vista economico e politico-sociale, fonte di tensioni continue che non da ultimo hanno giocato a favore dello sviluppo di Boko Haram.

Nemmeno la forma federale in questi Stati privi di Nazione riesce a tenere coesi i vari gruppi.

A questa ridda di problemi da far tremare le vene nei polsi, va aggiunto il fatto che in buona parte dell'Africa la modernità è arrivata portando il companatico, non il pane: sono cioè arrivati i feticci della modernità ma non la mentalità moderna.

Sono arrivati i cellulari e le televisioni e i computer, insieme alla medicina moderna che ha contenuto la seppur sempre drammaticamente alta mortalità infantile, ma non sono mai arrivate le concezioni di limitare la natalità come forma mentis.

La modernità ha insomma portato invenzioni e scoperte senza il relativo benessere, limitandosi solo a contenere il rapporto nati/morti, di modo che il Continente è passato dai 100 milioni di anime del 1899 al miliardo e cento milioni del 2014: un aumento del 1.100% in un secolo, mentre altre zone del mondo (Europa) toccate dalla modernità hanno visto una diminuzione lenta e costante delle nascite, tipica dei Paesi davvero sviluppati. E con tale boom demografico, anche una crescita economica equilibrata sarà destinata a fagocitare risorse per rincorrere l'aumento della popolazione, rigenerando povertà: al massimo nascerà una piccola classe media del tutto insufficiente a creare quella tanto amata "società dei consumi" tipica del nostro decadente e declinante Occidente, giunto ad un coma irreversibile.

Insomma, tra i guai africani esiste pure la trappola malthusiana, introdotta dall' Occidente con tutte le sue buone e caritatevoli intenzioni di civilizzare un Continente che, quanto a civiltà, ha avuto una Storia non di certo inferiore a noi seppur da noi mai approfondita.

Sommiamo tutti questi mali, mettiamoli nel mondo globale assieme alle tante guerre che dilaniano il Continente Nero e capiremo allora perché i flussi subsahariani sono destinati ad aumentare.

Salvini va in Africa con il solito atteggiamento di carità accattona occidentale, dimostrandosi egli stesso ai livelli dei cattocomunisti che tanto vitupera e mostrando di non capire un bel nulla del mondo globalizzato che, a parole, combatte.

Ripetiamo: stesse a casa sua, farebbe opera di bene.

Simone Torresani 

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 1 - 16 di 1209