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Sistema senza alternativa PDF Stampa E-mail

9 Febbraio 2016

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Da Rassegna di Arianna del 7-2-2016 (N.d.d.)

 

 

 

Il recentemente scomparso filosofo Costanzo Preve affermava (e anch’io lo ho scritto) che il probabile fattore della rottura del presente sistema capitalistico-finanziario arriverà (prima o poi, ma inevitabilmente) in forma di reazione della stessa natura umana (adattabile, ma non infinitamente comprimibile) alle sempre più dure trasformazioni delle condizioni di vita che il detto sistema e i suoi mercati impongono – trasformazioni mal compatibili con i bisogni oggettivi dell’uomo, soprattutto in fatto di stabilità, di sicurezza, di ambiti di non-mercificazione, di non-competitività, di solidarietà. Per non parlare dei diritti politici e del primato della decisione politico-democratica sugl’interessi di breve termine propri del bilancio e dei mercati e della società di mercato.

 

Entrambi, nel fare questa ottimistica previsione sulla reazione della natura umana, trascuravamo però un elemento fondamentale, proprio di questa stessa natura umana: il sistema capitalistico-finanziario domina incontrastato il genere umano non perché sia imposto dall’esterno, ma proprio perché esso, grazie alla sua capacità di creare dal nulla a costo zero e senza limiti i mezzi monetari, nonché di distribuirli, è il sistema che, più di ogni altro possibile sistema, è capace di attrarre e comperare consenso e collaborazione; altrimenti detto, che più di ogni altro è in grado di appagare l’avidità (acquisitività) degli uomini (e delle loro organizzazioni: aziende, partiti, chiese, istituzioni).

 

Ossia, questo sistema mette l’uomo in corto circuito con sé stesso e lo brucia, perché per un verso lo attacca e disgrega radicalmente, mentre per l’altro verso irresistibilmente lo seduce, compiacendolo specificamente in quel suo desiderio, di ricchezza, che è quello che mette insieme e organizza stabilmente la quasi totalità degli uomini, spingendoli a ogni sacrificio (proprio e altrui!) per procurarsi il denaro, il quale è anche il mezzo principale con cui procurarsi altro denaro, cioè con cui le organizzazione lucrative ottengono successo e condizionano la società. In queste caratteristiche funzionali, l’avidità è diversa da altri desideri, come quello sessuale o di vendetta o di giustizia o di sapere o di salute. Il singolo, individualmente o in piccoli gruppi, può non essere dominato dalla logica del profitto, ma la società nel suo complesso non può sottrarsi a questa logica, perché è la logica degli scambi e della grande organizzazione.

 

Perciò è verosimile che il sistema capitalistico-finanziario prosegua nel trasformare l’uomo e la società, e si faccia sempre più penetrante nella vita, fino a distruggere l’umanità con la collaborazione degli umani stessi – o meglio, che, magari sotto la scientifica guida di una piccola élite, il genere umano, facendo sempre più violenza a sé stesso per soddisfare sempre più la propria sete di guadagno, arrivi ad annientarsi o quasi, risolvendo con ciò il problema ecologico. È possibile che la specie umana faccia, insomma, col suo capitalismo finanziario globalizzante, la fine su scala globale che precedenti forme di capitalismo fecero fare agli indigeni nei territori coloniali da occupare e sfruttare: l’estinzione di massa.

 

L’homo sapiens si sta comportando, col meccanismo finanziario che genera una quantità potenzialmente infinita di ricchezza monetaria, esattamente come il topo di laboratorio con gli elettrodi infissi direttamente nei centri cerebrali del piacere, il quale prende ad azionare freneticamente e incessantemente la leva che gli manda la scarica, trascurando di mangiare e di bere, finché non muore. Quel meccanismo dà non solo piacere, ma anche dipendenza, perché, quando rallenta, le borse e i ratings crollano e si profila la catastrofe: i mercati esigono che la leva sia azionata ancora più intensamente, sempre più intensamente… Pertanto è oggettivamente improbabile che il genere umano arrivi a fermare questo meccanismo, a interrompere il corto circuito che lo sta bruciando.

 

L’improbabilità che questo sistema, con le sue tendenze, venga cambiato da una forza alternativa, è rafforzata dal fatto che esso ha eliminato praticamente i principali possibili fattori di rivolgimento (la borghesia colta e ascendente, la ricerca scientifica indipendente dal capitale, i giovani dotati di sentire sociale e capacità di lotta); e che, in aggiunta, attraverso la globalizzazione, la stretta interdipendenza dei vari paesi, la diffusa presenza di presidii militari statunitensi, nonché attraverso la dissoluzione degli stati parlamentari rappresentativi e indipendenti, esso ha fatto sì che, diversamente dal passato, nessun singolo paese possa decidere di cambiare rotta, ad esempio come fece la Francia con la sua rivoluzione repubblicana in un contesto mondiale monarchico. Ha fatto sì che non possa avvenire che un paese decida di uscire dal modello neoliberista del capitalismo finanziario e che realizzi un diverso modello socioeconomico (ad esempio, impostato sulla sovranità monetaria, sull’economia reale, sullo stato sociale, sulla protezione mediante i dazi, sulla proibizione dei derivati finanziari).

 

Se a far ciò prova un paese “avanzato”, viene facilmente boicottato dall’esterno e ricondotto alla ragione e ad accettare un premier banchiere; se prova un paese arretrato, gli viene imposta con le armi la “democrazia” di esportazione.

 

Marco Della Luna

 

 
Gabbie e recinti PDF Stampa E-mail

8 Febbraio 2016

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Da Rassegna di Arianna dell’1-2-2016 (N.d.d.)

 

 

 

Se l’Europa è la nostra gabbia, il patto Atlantico è il recinto circondato dal filo spinato nel quale siamo tenuti prigionieri. Anche rompendo la stia ci ritroveremmo, ugualmente, in ambiente ostile. La fuga dal campo occidentale si dimostra davvero ardua eppure è l’unica possibilità di salvezza per i paesi del Vecchio Continente. Fuori dallo steccato si va incontro all’ignoto ed ai rischi dei nuovi orizzonti ma dentro v’è la certezza della dipendenza e della sottomissione. Gli americani, tuttavia, hanno vita semplice nel metterci gli uni contro gli altri nel pollaio europeo giocando sulle nostre contraddizioni. Nonostante la presenza del nemico, infiltrato nei nostri apparati e ad ogni altro livello, ci si pizzica tra vicini e consanguinei, ignorando la minaccia principale. È la morte dell’Europa per autofagia. La competizione tra troppi galli che si equivalgono ed ancor più numerosi cervelli di gallina che si prostrano è l’ecosistema ideale per perpetuare il vincolo di un cowboy esterno. L’Unione Europea è nata per garantire che questi presupposti non fossero mai messi in discussione. Ed, infatti, non lo sono. Se non bastasse leggete le confidenze di Varoufakis raccolte da Marcello Foa oggi: “Tre giorni dopo la sua nomina a ministro, il presidente dell’Eurogruppo con fare brusco gli ha intimato: o accetti tutte le nostre condizioni o chiudiamo le banche greche. Come avvenuto due anni prima a Cipro. Varoufakis si è rifiutato ma ben presto si è accorto che i nemici non erano solo a Bruxelles, ma anche in casa, nel suo ministero. Funzionari, che riferivano alla Troika quel che lui faceva. Sì, spie o, se preferite, traditori. Invisibili. Oltre a interi dipartimenti commissariati dagli “esperti” stranieri che di lui – ovvero del ministro eletto dal popolo – semplicemente si infischiavano. Pensate che negli altri Paesi europei sia diverso? Gli Stati si controllano occupando i gangli vitali nei ministeri, nei tribunali, nella Banca centrale, nei grandi enti sovranazionali, laddove l’influenza di alti funzionari, quasi sempre sconosciuti al pubblico, risulta superiore anche a quella di un premier. Non dimenticatelo”.

 

L’obiettivo statunitense è chiaro, lo ha manifestato senza “piume” sulla lingua il capo di Stratfor, agenzia dell’intelligence Usa, George Friedman quando ha detto che il governo degli Stati Uniti considera come proprio obiettivo strategico prioritario la prevenzione di una alleanza tedesco-russa (ancora più fatale per i predominanti attuali sarebbe un asse tedesco-franco-russo, ne abbiamo già parlato). Bloccare questa alleanza è l’unico modo per evitare la formazione di una potenza di area mondiale alternativa agli Usa, capace di contendere ad essa un primato ora indiscusso. Se la forza economica tedesca si combinasse con gli arsenali russi si produrrebbe un mondo veramente bipolare. Gli Stati Uniti contro l’Eurasia. Gli attacchi ripetuti di alcuni membri europei alla Germania seguono questo copione scritto a Washington. Così come quelli contro Mosca. È la dimostrazione che i polli preferiscono beccare il mangime dalla mano che gli tirerà prima o dopo il collo piuttosto che azzannare quell’arto infido e provare a spiccare un salto liberatorio. Purtroppo, siamo così compromessi con l’invasore che la strategia di quest’ultimo ha gioco facile sui nostri piccoli cabotaggi tattici tramite i quali ci assicuriamo il galleggiamento, ignorando i vantaggi della grande navigazione in mare aperto. Difatti, dice ancora Friedman, come riportato da Sputiniknews: “Gli Stati Uniti non sono l’unico paese che cerca di impedire il rafforzamento della cooperazione tra Mosca e Berlino. In Europa ci sono abbastanza paesi che si oppongono a tale unione, per esempio, tra gli avversari più ardenti ci sono Polonia e Francia.” Proprio Parigi si serve continuamente della serva Roma per bloccare le iniziative di Berlino dalle quali si sente danneggiata. Quando l’Italia ringhia contro la Germania c’è sempre qualcuno in Francia che ghigna. E l’America gongola. In ogni caso, lungi da noi sostenere che la Merkel sia una vittima della situazione, condividendo ella molte responsabilità dell’eurodisastro in atto. Però è, altresì, inevitabile che la Germania si difenda con gli strumenti in suo possesso dalla combriccola maldisposta di nazioni che, spalleggiate dalla Casa Bianca, la contestano ad ogni passo, negandole qualsiasi leadership.

 

Se l’Ue non svolta finirà malissimo. Il suo destino è ad un incrocio: o il coraggio di scegliere un percorso alternativo o la discesa verso l’insignificanza.

 

 Gianni Petrosillo

 

 
Accaparramento della terra PDF Stampa E-mail

7 Febbraio 2016

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Da Rassegna di Arianna dell’1-2-2016 (N.d.d.)

 

 

Europa nel mirino di accaparratori e speculatori. Tanto che il livello di diseguaglianza in Europa, misurato statisticamente, risulta alla pari o addirittura al di sopra di Paesi in via di sviluppo segnati da profondi squilibri, come il Brasile, la Colombia e le Filippine.

Stiamo parlando di land grabbing, traducibile in italiano come “accaparramento della terra”. Secondo il portale Landmatrix.org, il processo di accumulo e distruzione dei terreni agricoli da parte degli speculatori interessa almeno 56 milioni di ettari di terra (una superficie più vasta di quella della Francia). Per Oxfam le proporzioni sono ancora più allarmanti, tanto che nei Paesi in via di sviluppo sarebbero stati venduti o affittati a lungo termine oltre 200 milioni di ettari di terreno negli ultimi anni.

Meno terra, più diseguaglianza

Ma se quello africano è il continente più colpito dal fenomeno (con il 70% delle acquisizioni), l’Europa non può sentirsi al sicuro. Un report redatto lo scorso anno per conto della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo testimonia che nel 2010 il 3% delle aziende controllava metà della superficie agricola utilizzabile dell’Ue, mentre l’80% dei coltivatori, al di sotto dei dieci ettari, possedevano appena il 12% dei terreni fertili. In particolare, le imprese più grandi rappresentano lo 0,6% del totale, ma hanno in mano un quinto delle superfici utilizzabili nel continente – un’area equivalente alla Germania, per intenderci.

Un fenomeno in crescita. Tra il 2003 e il 2010 il numero di aziende estese su meno di 10 ettari è diminuito di un quarto, mentre solo nel triennio 2007-2010 gli agricoltori di piccola scala hanno perso il 17% dei terreni. Se si considera che il complesso delle superfici agricole utilizzabili in Europa è rimasto pressoché stabile negli ultimi venticinque anni, si può concludere che l’espansione delle grandi imprese sia avvenuta a spese delle più piccole.

A soffrire di più il fenomeno è l’Est europeo, nonostante i tentativi, da parte dei governi locali, di limitare il fenomeno nel periodo successivo all’adesione all’Ue. In Romania, sebbene non siano disponibili statistiche ufficiali, si stima che più del 10% dei terreni agricoli sia nella disponibilità di investitori extra Ue, mentre un ulteriore 20-30% è di proprietà di soggetti provenienti da altri Paesi europei: nella regione di Timis, circa 150mila ettari (pari a un terzo dell’area coltivabile) sono controllati da aziende italiane. Forti passaggi di proprietà verso l’estero sono documentati anche in Bulgaria, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lituania e Lettonia.

Il modello familiare dell’agricoltura è in crisi

Sullo sfondo di questa concentrazione della proprietà si collocano quei processi di erosione del patrimonio agricolo che sono diventati un fattore cruciale nell’indebolimento del settore primario. In tutti gli Stati membri dell’Ue, con l’eccezione di Polonia e Germania, i prezzi dei terreni sono cresciuti in maniera esorbitante tra il 2000 e il 2009, con picchi altissimi in Lituania (+230%), Danimarca (+151%), Romania (+150%) e Bulgaria (+116%).

La conseguenza è che l’agricoltura è sempre più colpita dalle speculazioni messe in atto da investitori di diversa natura: costruttori, immobiliaristi, operatori del turismo e imprese commerciali. In Francia, più di 60mila ettari di terreno fertile finiscono “mangiati” ogni anno. Non è inusuale, del resto, che un ettaro di terra comprato a 5mila euro venga rivenduto a un prezzo centinaia di volte superiore una volta che perde la propria destinazione d’uso agricola. Allo stesso modo, il boom edilizio in Irlanda ha dato il via a una serie di progetti urbanistici su larga scala, che hanno creato un forte incentivo alla conversione delle superfici.

Quello che vediamo in atto è un cambiamento radicale nel modello di produzione agricola europea, basato su una rete di aziende familiari che, a tutt’oggi, rappresentano l’84% del totale. In questo senso, conclude il report della Ue, concentrazione della proprietà, land grabbing e rafforzamento delle barriere economiche verso chi cerca di entrare nel settore (gli under 35 rappresentano ormai appena il 7,5% degli agricoltori) rappresentano tre aspetti dello stesso problema. Una questione che pone in serio rischio la sicurezza alimentare, il lavoro agricolo e la biodiversità del Vecchio Continente.

Andrea Cascioli

 

 
Timeo Danaos PDF Stampa E-mail

6 Febbraio 2016

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Da Liberopensare del 4-2-2016 (N.d.d.)

 

 

La famosa frase Timeo Danaos et dona ferentis che nell’Eneide viene messa in bocca a Laocoonte per convincere i Troiani a non portare dentro le mura della città il nefasto cavallo che ne avrebbe causato la rovina, mi sembra particolarmente adatta per commentare i recenti complimenti di Kerry – vero e proprio piazzista d’armi e di guerre – nei confronti del nostro Paese.

“Italia grandiosa, il suo impegno è enorme” afferma infatti il segretario di Stato USA durante la sua recente visita a Roma, e prosegue affermando che l'Italia, visto il suo lungo impegno in Iraq, “è tra i Paesi più attivi nella lotta all'Is”. E questa era la carota.

Poi arriva la frusta: “...ma occorre un ulteriore sostegno finanziario”.

Insomma cari amici italiani, se volete ancora le Lucky Strike e la cioccolata, adesso mettete mano al portafogli. Esortazione cui ha fatto subito eco uno scodinzolante Gentiloni che, sotto lo sguardo premuroso e sornione del boss a stelle e strisce ha affermato compunto che sì, “ci sono stati passi in avanti sul terreno”, ma “in Iraq bisogna continuare l'impegno militare”.

Così, l’Italia che, a leggere la sua Costituzione, “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” in realtà sta attivamente partecipando alla cosiddetta ‘guerra al terrorismo’, l’ultima versione orwelliana di travestimento dei lupi in agnelli.

Ora però, a parte l’impegno economico per le varie altre ‘missioni di pace’ cui l’Italia partecipa (Iraq, Afghanistan, Libano, Kosovo, Somalia, Golfo di Aden e, prossimamente, Libia), la notizia che più mi inquieta – e che mi richiama alla mente il nefasto memento di Laocoonte - è l’approvazione dello schieramento di 450 uomini destinato alla difesa degli operai italiani della Trevis Spa di Cesena che lavoreranno alla diga di Mosul.

Come ha espressamente confermato un quotidiano oggi, fonti dello Stato Maggiore hanno confermato l’impiego dei bersaglieri della brigata Garibaldi con carri armati Ariete e cannoni semoventi cingolati Panzer.  Esattamente quel che si dice un equipaggiamento di pace. Infatti, l’inossidabile Pinotti afferma spensieratamente che i soldati italiani “non andranno a combattere ma solo a proteggere l'impresa”, intendendo la Trevis che ha avuto l’appalto dei lavori alla diga.

Peccato che la favola della ‘missione di pace’ non la bevono i gruppi degli ‘insurgent’ in Iraq che hanno commentato la notizia in modo decisamente poco ‘pacifico’: “le forze straniere in Iraq saranno considerate occupanti, compresi gli italiani”. Ancora meno pacifiche le intenzioni dell’Isis che ha latrato: “faremo maccheroni degli italiani”.

Ma niente paura: se la Pinotti – con la sua vasta esperienza militare – ci dice che non siamo lì per combattere, sarà solo questione di tempo, qualche caramella ai bambini, qualche scuola costruita, la diga difesa e poi la pacche sulle spalle da parte dei nostri padro…oops...scusate, dei nostri alleati e tutti a casa… Purtroppo sono proprio i ‘doni’ – o i complimenti - di questi ‘amici’ che personalmente mi preoccupano.

Non vorrei davvero essere facile profeta di un disastro annunciato al nostro corpo di spedizione a Mosul. Spero di sbagliarmi. In ogni caso, la pressione che da parte NATO e USA si sta esercitando sull'Italia perché si coinvolga sempre maggiormente nella cosiddetta 'war on terror' indica con estrema chiarezza che il nostro Paese è ormai destituito di ogni sovranità e di ogni autorevolezza. La miserevole figura di personaggétti da operetta come Renzi, che fa finta di fare la voce grossa a Bruxelles o a Berlino a uso e consumo dell'opinione pubblica interna ma, nei fatti, ubbidisce in silenzio agli ordini ricevuti è emblematica del miserevole status della nostra politica estera.

Quanto alla questione dei profughi, by the way, appare evidente che con la ragguardevole somma di oltre 1500 milioni di euro che stanziamo per 'missioni di pace' ordinateci dai nostri padroni e per 'regalie' all'alleato turco - che in realtà appoggia e alimenta il terrorismo per sue strategie contro Siria e Iran – la potremmo benissimo risolvere in tempi brevissimi.

Potremmo se lo volessimo. Ma non lo vogliamo. E - aggiungerei - per i nostri padroni non dobbiamo volerlo.

 

Piero Cammerinesi

 

 
Senza limiti PDF Stampa E-mail

5 Febbraio 2016

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Da Rassegna di Arianna dell’1-2-2016 (N.d.d.)

 

 

 

Sulla guerra di religione che è in corso sulla legge Cirinnà (unioni civili fra coppie omosessuali con annessa adozione del figliastro), ho sentito cose che voi umani gradite molto, perché fanno spettacolo, vi intrattengono, vi fanno giocare come al solito a buoni e cattivi. Ho sentito una gara puerile a chi ce l’ha più lungo sui numeri del Family Day rispetto ad altre manifestazioni: 300 mila, 1 milione, 2 milioni… Chi se ne frega: la bontà delle idee non si misura, si pesa. Ho sentito uno dei promotori dell’evento catto-familista, Massimo Gandolfini, esprimere un’opinione tanto legittima quanto rivoltante, intrisa com’è di morale repressiva: “Il sesso non è il piacere sessuale, è la procreazione”. Il sesso è indispensabile, ma è anzitutto piacere, in esso sta il Mistero della vita, che va venerato e officiato in quanto tale e in quanto serve a perpetuare i propri geni e il proprio genio. Ho sentito gli attivisti gay e i sostenitori della Cirinnà, intesa da loro come prodromica al matrimonio gay (adozione generalizzata, anche mediante l’utero in affitto), vomitare accuse di oscurantismo e Medioevo sugli avversari, quando loro, i super-democratici e avvocati dell’individualismo liberale, del diritto ad ogni diritto basta che corrisponda ad un desiderio, dovrebbero ben sapere che difendere la famiglia costituita da uomo e donna è un diritto anch’esso. Ho sentito i paladini della famiglia dire, senza vergognarsi dell’enormità che vanno dicendo, che permettere a due omosessuali di godere di garanzie di buon senso (reversibilità pensionistica, riconoscimento del partner in caso di malattia in ospedale ecc.) distruggerebbe l’istituto familiare in sé e per sé. Ho sentito, da parte degli eredi degeneri della tradizione sessantottina e presunta libertaria, cianciare di amore come diritto. Vi prego ridateci i sognatori dell’amore libero, del matrimonio tomba dell’amore, della libertà sessuale e affettiva dei cari vecchi hippies, piuttosto di questi borghesucci del sentimento. Ho sentito per l’ennesima volta personaggi come Gasparri, che si confuta da solo per il fatto di esistere, e perciò non c’è bisogno neppure di commentarlo.

 

Spiacente per le anime belle, ma l’amore non c’entra niente, qui la questione riguarda chi vuol vivere insieme (che si amino davvero oppure no è affare privato) ed i conseguenti diritti civili. E fin qui ci sta: l’unione civile di una coppia non eterosessuale è una certificazione minima che rende giustizia a stati di fatto. Altra cosa è il matrimonio, che come dice la parola stessa (“mater” e “munus”) presuppone una madre che dona la vita, cioè ha come scopo la generazione. Che poi questo scopo rimanga in potenza e non si attui (coppie sterili, per costrizione o scelta), non cambia lo scopo in sé. Non bisogna mica essere cattolici (né cristiani) per rendersi conto di questa banale realtà. Né essere sposati o avere la famigliola Mulino Bianco, un’aberrazione mai esistita, per poter riconoscere il valore della differenza di genere. Ché poi, diciamocelo, questi cristiani sono incomprensibili: non dovrebbero seguire il miglior traduttore di Cristo, che non è il moralista Paolo ma il più coerente Agostino, col suo precetto “ama e fa’ ciò che vuoi”? Perché si incaponiscono, dal loro punto di vista ideale, contro i diritti degli omosessuali? Se l’Amore è il valore supremo, dovrebbero far “fare ciò che vogliono” anche a loro, no? Ah già: ma i cattolici non sono propriamente cristiani, anzi di cristiani al mondo ce ne saranno in giro giusto due o tre. A dirla tutta, l’ultimo vero cristiano perì sul Golgota.

 

Se i diritti civili di coppia sono giusti, i figli no però, quelli non sono un diritto. Se lo fossero, o meglio se non esistesse limite naturale (ma perché fa tanta paura questa parola? è la più bella, anche se la più dura), i figli potrebbero nascere anche in modi diversi dall’unione fisica e sentimentale di un uomo e di una donna. Invece così non è. E non è Dio, Gesù, Bagnasco o Adinolfi ad averlo deciso: è la natura. E la natura non ammette di trattare ciò che è suo come una cosa, una merce, un oggetto da possedere, reclamare, pretendere costi quel che costi. In natura esistono esseri viventi, e ha leggi che andrebbero rispettate come sacre perché costituiscono i confini originari della vita. Chi ha a cuore l’armonia dell’uomo con il cosmo (dal greco kosmos, “ordine”), si piega a questi confini come limiti da non valicare. L’uomo, questo Prometeo che tende sempre, paradossalmente e tragicamente per natura, a calpestare il limite, quest’uomo che si sente signore e padrone non si ferma davanti a niente, e si mette in testa di equiparare il padre e la madre a due uomini o due donne, indifferentemente, come se il coito, l’unione sessuale, e gli istinti paterno e materno formati in milioni di anni siano accidenti senza valore, scocciature maligne, ostacoli da abbattere senza pensarci due volte. “Conosci te stesso”, ammoniva la sapienza quand’era sapienza, e non filosofia à la carte. Conosci i tuoi limiti e non oltrepassarli. Anche se fanno soffrire, perché nella sofferenza può sempre essere scoperta una fonte di gioia: in due omosessuali, il dolore di non figliare può rovesciarsi in maggior tempo per la cura di altre creazioni, trasmettendo le proprie virtù e il proprio affetto in altri modi. Ah, dimenticanza imperdonabile: dice che la Costituzione, il feticcio del ’48, tutela uguali diritti a ciascun cittadino. A parte il fatto che la suddetta parla di famiglia “naturale”, facciamo che si possa cambiarla (si dovrebbe poter cambiarla, non è mica la Bibbia) e perciò via libera al matrimonio omosessuale, visto che l’omosessualità è naturale, è sempre esistita e sempre esisterà, quanto l’eterosessualità. Il punto è che la legge (“nomos”) dovrebbe aderire quanto più possibile alla natura (“physis”) per non rischiare di disumanizzarci inseguendo fantasie di onnipotenza. È un concetto difficile da digerire per la sensibilità modernista per cui la regola suprema è l’“io voglio”. Ma è quello che salverebbe questo mondo infame dalla demolizione finale di ogni equilibrio, da quello ecologico per arrivare a quello esistenziale.

 

In sintesi: la legge Cirinnà, se prevede l’adozione di figli naturali del coniuge separato o divorziato, andando cioè incontro ad una situazione di necessità e non ad abominevoli “figli in provetta”, non è certo un cataclisma ed è votabilissima. Ma il matrimonio gay è un controsenso. Se poi in futuro dovesse passare anche quello, be’, amen: ormai, viviamo in un tempo in cui tutto equivale a tutto, volere è potere e “tutte le vacche sono grigie”. Il tempo in cui non c’è più limite all’assenza di limite. Ci meriteremmo l’autodistruzione.

 

 

 

Alessio Mannino

 

 
Sul cosmopolitismo PDF Stampa E-mail

4 Febbraio 2016

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Da Appelloalpopolo del 2-2-2016 (N.d.d.)

 

 

Il cosmopolitismo (dal greco kòsmos, mondo, e politès, cittadino) tradizionalmente definisce la dottrina che attribuisce a ogni individuo la cittadinanza del mondo; e presenta tre caratteri essenziali, sia come condizioni che come necessarie conseguenze: un assunto individualistico che considera l’uomo autonomo dai vincoli culturali, sociali e politici; l’affermazione di eguaglianza tra gli uomini in virtù di un condiviso elemento unitario come la natura umana o la ragione; e un carattere pacifistico derivato dall’idea di comunanza e uguaglianza. L’accezione individualistica del cosmopolitismo si espresse nella filosofia post-socratica come desiderio di autodeterminazione e di liberazione dai legami politico-territoriali ma, a seconda dei mutamenti storici, si alternò e si compenetrò con il principio di unione e solidarietà tra gli uomini, che i filosofi stoici, in un rinnovato clima politico-sociale, individuarono nella comune natura razionale.

Per il “cittadino del mondo” proclamarsi tale può essere un modo per esprimere insofferenza verso qualsiasi obbligo nei confronti della città-patria e dei suoi concittadini. In tal caso, dichiarando di appartenere al mondo anziché a una patria, il cosmopolita non assume né responsabilità etica di cittadinanza né impegno a rispettare le leggi di nessuno Stato in particolare. Inoltre, il rifiuto del vincolo di solidarietà con la polis non necessariamente né automaticamente lo induce a estendere la responsabilità verso organismi internazionali alternativi alle istituzioni patrie, specie quando questi o non esistono o, esistenti, non sono obbligati giuridicamente a garantire i diritti civili e sociali. Se ne conclude che la “posa” di dichiararsi cittadino del mondo null’altro nasconda che un disconoscimento di appartenenza dettato dall’egoismo del singolo e da un suo comportamento arbitrario.

 

Questo intreccio tra sentimento universalistico e indifferenza per la propria comunità politica carica il concetto di cosmopolitismo di una sospetta ambiguità che, nel corso di varie epoche, fece sorgere giudizi contrastanti. A partire dal XVII secolo i “philosophes“, oscillando tra critiche e approvazioni, ironie e riattribuzioni di senso, lo interpretarono in una duplice accezione. Da una parte ne fecero un concetto moralmente forte, sia pur vago, un ideale umanistico di tolleranza e solidarietà umana il quale, oltre che necessario al benessere spirituale, arricchirebbe culturalmente l’individuo. Voltaire infatti sostiene che il cittadino del mondo può conoscere molto di più la vita e la cultura rispetto al patriota, la cui mentalità sarebbe limitata dai pregiudizi nazionalistici. Dall’altra, il cosmopolitismo rimase un concetto politicamente debole appunto perché quella componente di insofferenza – se non di ostilità – al proprio ambiente d’origine impedisce al principio di reificarsi nella vita politica e ne suggerisce una definizione soltanto in negativo opponendolo al patriottismo.

 

Come il solo slancio di tolleranza e solidarietà, forse sincero ma pur sempre contingente, non può realizzare il modello d’unione disinteressata tra gli uomini, così è arduo credere che la compassione possa sostituire il rispetto delle leggi o rafforzare la giustizia. Per farsi carico di tale compito, non basta la buona fede del singolo, privo di legami con un corpo politico che d’ordinario definisce gli interessi della comunità, ma occorre lo sforzo congiunto dell’intera comunità costituitasi Stato. Il cittadino del mondo, illudendosi di oltrepassare con i propri sentimenti umanitari i confini politico-istituzionali dello Stato, si colloca al di fuori del contesto legale in cui si esprime la volontà generale, riducendo l’impegno a favore dei comuni obblighi politici e minacciando di rompere l’equilibrio costitutivo su cui si regge il patto sociale. Finché è compito dello Stato garantire la sicurezza dei cittadini, il principio cosmopolitico continua a restare politicamente arido e vincolato alla volontà di singole menti incapaci di influenzare la realtà o di suggerire un convincente progetto politico alternativo allo Stato.

 

Non riuscendo a esprimere una concreta visione politica, il cosmopolitismo appare piuttosto ispiratore di un generale modello d’umanità e tolleranza per uomini singoli, viaggiatori, scienziati o letterati, che condividono i loro interessi in comunità laiche sovranazionali (“repubblica delle lettere”), all’interno delle quali il principio cosmopolitico si intreccia alla nozione di universalismo, ma conserva la pretesa individualistica. Tuttavia, se sentirsi “amico” di una vaga e indistinta umanità potrebbe costituire un valore, sia pure utopistico, l’avversione e il disprezzo per la propria comunità d’appartenenza sono impulsi deleteri per il tessuto sociale collettivo. In questa accezione viene menzionato il cosmopolitismo in “Le Cosmopolite ou Citoyen du monde” (1753), un’autobiografia in cui l’autore, Fougeret de Montbron, dichiara di viaggiare senza sosta perché “tutti i paesi sono lo stesso per me” e “cambio paese di residenza secondo il mio capriccio”. In sostanza questa cittadinanza mondiale si risolve in un “individualismo cinico dove l’equivalenza dei luoghi corrisponde al disprezzo per ogni collettiva appartenenza” (Taglioli A, La terra degli altri), in una specie di vagabondaggio avventuroso e nell’irrisione anarchica dell’ordine sociale.

 

Non dunque un rimedio contro l’egoismo naturale degli uomini e il loro individualismo turbato ma, inteso semplicemente come mera contrapposizione all’amor di patria, il cosmopolitismo non fa che alimentare questi istinti in modo ancora più grave, minacciando sempre qualsiasi nuovo organismo politico fondato da una particolare comunità. Nel manoscritto del Contratto sociale, a queste grandi anime cosmopolitiche che si opporrebbero all’egoismo individuale, Rousseau riserva sferzante ironia: “… cominciamo a diventare propriamente uomini solo dopo che siamo diventati cittadini. Questo ci dimostra di cosa dobbiamo pensare di quelli cosiddetti cosmopoliti i quali, […] si fanno un vanto di amare tutto il mondo per godere del privilegio di non amare nessuno”. E ancora, ne l’Emilio, esortando a diffidare dei cosmopoliti che cercano in un lontano altrove i doveri che esitano di compiere a casa propria, li considera come una specie di impostori indifferenti a ogni obbligo morale.

 

Oggi il cosmopolitismo riceve nuova linfa con la globalizzazione, che svuota progressivamente la sovranità degli Stati e prefigura l’istituzione di un governo mondiale. L’interdipendenza dei processi economici e politici sembra rafforzare quel progetto politico di formazione di nuove istituzioni sovranazionali, caldeggiato da Kant, che storicamente è sempre nato debole, ma che non manca di promettere e predicare pace e giustizia a livello globale. In realtà, la sovrastruttura ideale e utopica serve a camuffare lo scopo di assicurare garanzie per il capitale finanziario e di omogeneizzare i mercati mondiali. In questi contesti al cosmopolita autoctono che sdegna l’appartenenza d’origine si è aggiunta una nuova figura di “cittadino di mondo” allogeno e nomade, che sembra recuperare e avvalorare l’iniziale valenza cinica e negativa del termine: il volontario rifiuto di integrarsi in seno alla comunità nazionale dove ha scelto di commerciare e consumare.

 

 

Luciano Del Vecchio

 

 

 

 

 

 
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