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Tele-Goebbels sul clima PDF Stampa E-mail

21 Giugno 2021

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Ci risiamo: Tele-Goebbels, il cui motto è "basta ripetere mille volte una menzogna perché essa diventi verità", non paga di 17 mesi sfiancanti di terrorismo mediatico sulla pandemia ora sta scaldando i motori per pompare a tutto spiano la seconda emergenza che sta a cuore ai padroni del discorso: quella climatica, ovviamente dovuta al sapiens sapiens cattivone che modifica il clima e il meteo a suo piacimento, col telecomando in mano. Qua e là stanno affiorando i soliti allarmi esagerati e i bollini rossi e arancioni (questi sono ormai fissati coi colori) in vista di una imminente e severa ondata di calore. Che ci sarà. E scommettiamo che a breve martelleranno col Pianeta che verso il 2050 diventerà un forno. Lo dicono da almeno 35 anni (e stiamo aspettando ancora la scomparsa dei Poli...). Vediamo di ragionare seriamente e tecnicamente per smontare queste menzogne catastrofiste propinate con il subdolo scopo di fuorviare il vero nocciolo della questione, ossia l'insostenibilità del modello di sviluppo attuale e dargli una inutile riverniciatina di verde.

Il clima è ciclico da sempre e soggetto alla Teoria del Caos oltre che essere il risultato di complesse leggi fisico-matematiche e movimenti atmosferici in scala sinottica che interagiscono tra loro, creando un "Effetto Butterfly": a tutto ciò si uniscono fattori extraplanetari quali ad esempio i cicli solari undecennali.  Stando solo negli ultimi mille anni non vi è stato un secolo uguale all'altro, con fortissime differenze ad esempio tra un "optimum caldo" del X-XIII secolo in cui la vite era coltivata in Scandinavia e un "Minimo di Maunder" di fine XVII secolo culminato con il "Terribile inverno" del 1709, l'unica cronaca a noi giunta del Po gelato e di una laguna veneta in cui si passava coi carri. In mezzo a tali estremi, non si contano gli interludi e le mezze fasi di sfumature più o meno varie, ciascuna con una sua tendenza. Da qualche tempo e specialmente quest' anno è tendenza del complesso meccanismo climatico una certa vivacità delle Onde di Rossby, cioè le strutture che plasmano i moti dei fluidi geofisici in atmosfera e negli Oceani: tali moti influenzano, causa Forza di Coriolis, le zone anticicloniche e quelle cicloniche. Una accentuazione delle Onde di Rossby, inoltre, favorisce a livello planetario forti scambi meridiani tra flussi di freddo in discesa (per l'Europa dal radiante canadese-groenlandese) e risalite di aria torrida che si riscalda e per subsidenza e per il passaggio sul Mediterraneo di espulsioni sciroccali dovuti alla presenza, alle latitudini maghrebine e sahariane, dell'Anticiclone Subtropicale.

Che significa in parole povere? Significa che non è vero, come dice Tele-Goebbels, che l'Anticiclone Subtropicale Africano "ha cambiato posizione, si è innalzato, è una anomalia". L'Anticiclone Nordafricano non ha cambiato posizione, anzi dagli ultimi sondaggi satellitari della Linea di Interconvergenza Tropicale (Cella di Hadley) quest' anno è più basso e fiacco del solito: sono i flussi gelidi groenlandesi, spinti dalle Onde di Rossby, che spingono le sue masse calde in Europa. E sono espulsioni sciroccali, non innalzamento di latitudine. Lo si evince dal fatto che da qualche anno la quantità di pioggia nel Sahel è aumentata, bloccando un preoccupante trend siccitoso, ma questo non lo dicono: fa più comodo dire dei 34 C ad Amburgo a giugno -statisticamente non impossibili Questo schema avvenne platealmente in una delle nostre ultime estati caldissime, quella del 2017. Avvenne pure nell' estate 2018 con la sola differenza che l'asse di discesa degli scambi termodinamici indotti dalle Onde di Rossby fu più orientale e meno occidentale, provocando dunque da noi una stagione temporalesca. La stessa feroce ondata di calore del 2019 in Francia fu dovuta a tale schema.

In realtà tali scambi in estate sono nell'ordine delle cose, l'anomalia sta tutta nella maggiore intensità degli episodi negli ultimi anni: segno che il clima, nella sua Teoria del Caos ed Effetto Butterfly, ha preso temporaneamente questa piega, magari tra 15 anni sarà tutto diverso e ci si lagnerà di estati fresche e piovose.

Alla luce di questa spiegazione scientifica (e non scientista) vorrei proprio sapere cosa cazzo c' entra la Co2 in atmosfera e l' "Uomo" con questi complessi meccanismi fisico-atmosferici, frutto di equazioni fisico-matematiche sui fluidi e sui parametri di Coriolis che ben volentieri ci risparmiamo, meccanismi descritti nel lontanissimo 1938 -in epoca non sospetta di Grete varie- dal fisico svedese C.Rossby. A tutto questo aggiungesi la cementificazione selvaggia e lo "urban sprawl" che hanno reso i nostri centri urbani delle trappole di calore.

In conclusione, verrà per una decina di giorni un gran caldo in parte d' Italia e ce lo prenderemo tutto, consapevoli che non sarà la fine del mondo o un inizio di desertificazione. Diffidate di tutti coloro che parlano di emergenza climatica: sono i peggiori nemici del Pianeta e della Natura, perché fuorviando il discorso vi fregano con l'economia verde, che di verde ha poco e nulla. Bisogna fare rimboschimenti, pulizie dei fiumi, agricoltura a basso tasso di chimica e pesticidi, avvicinare i giovani alla terra e alla campagna, lottare contro l'abusivismo edilizio, ripopolare la montagna e la collina, curare l'ambiente: questa sarebbe la rivoluzione verde, il resto è solo propaganda di Tele-Goebbels che imputridisce e corrompe.

Simone Torresani

 
Dieci domande senza risposta PDF Stampa E-mail

20 Giugno 2021

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 Da Rassegna di Arianna del 12-6-2021 (N.d.d.)

Con la bella stagione l’Italia sta finalmente ritrovando un po’ di vita, di libertà e di fiducia. Ma restano irrisolti molti dubbi sulla pandemia che ci trasciniamo da mesi e che rischiamo di ritrovarci in futuro. Senza mettere in discussione le vaccinazioni, ci sono almeno dieci domande senza una risposta compiuta.

1. Come è nato e da dove è partito il covid? Si fa sempre più strada la tesi che il covid non sia un errore della natura ma un errore di laboratorio; e non è fugato il sospetto che non sia un errore involontario. Dalla pandemia che ha patito in anticipo sugli altri e fronteggiandola coi mezzi efficaci di un regime totalitario e militarizzato, la Cina esce rafforzata, leader mondiale non solo nel commercio. E resta un mistero che le varianti siano identificate per nazione – variante inglese, indiana, brasiliana – mentre il virus originario non sia definito cinese. 2. Oltre il racconto dei media quali sono stati in realtà i paesi più colpiti? Se usiamo tre parametri, ovvero il numero di vittime in rapporto alla popolazione, il rapporto tra ricoverati e deceduti e la durata dell’emergenza pandemia, dobbiamo tristemente concludere che l’Italia è tra i paesi al mondo più colpiti e più a lungo, mentre i media puntavano su Inghilterra e Stati Uniti al tempo di Trump, poi su India e Brasile. Ci evidenziano, per esempio, il numero di contagi in India ma considerando che la popolazione è 22 volte superiore all’Italia, avere – poniamo – da noi 100mila malati equivale a più di 2,2 milioni d’ammalati in India. 3. Quanti sono davvero i morti di covid? Manca una distinzione almeno fra tre categorie di decessi: a) chi è morto a causa del covid; b) chi è morto col covid come fattore scatenante di altre gravi patologie; c) chi era già in condizioni terminali o in assoluta fragilità, e il covid è sopraggiunto al più come colpo di grazia. Più ardua e penosa sarebbe invece la domanda su quanto abbiano inciso gli errori, i ritardi, i piani e i protocolli sbagliati, le mancate cure a domicilio, tempestive ed efficaci. 4. Era proprio necessario il regime di restrizioni, i lockdown e le chiusure? Paragonando i dati dei paesi con norme più restrittive e più a lungo vigenti e altri con norme minime e più transitorie, non c’è conferma che le restrizioni siano state più efficaci, anzi. In più si è testato un regime di sorveglianza che non ha precedenti in democrazia, con la sospensione delle libertà più elementari, dei diritti primari. Una prova generale e inquietante per eventuali dispotismi futuri. 5. Quante vittime stanno mietendo i vaccini? Non disponiamo di studi e statistiche attendibili, conosciamo solo casi e denunce episodiche. Probabilmente sono sottostimati i dati; funziona a rovescio il meccanismo applicato per il covid: chi è deceduto dopo il vaccino per una complicanza, si attribuisce solo a quella la causa della morte, non al vaccino. Qui non vale la regola post hoc propter hoc usata per le vittime di covid. 6. Come stanno funzionando i vaccini, i contagi calano solo per questo? Se paragoniamo i dati di ora a quelli del giugno scorso ci accorgiamo che anche l’anno scorso, senza vaccino, ci fu lo stesso drastico calo. E quindi si vorrebbe capire quanto incidano realmente i vaccini e quanto concorra il clima stagionale. Resta poi indeterminata l’incidenza e la durata d’efficacia dei vaccini, se il vaccinato può essere ancora contagioso, se il vaccino stesso innesca varianti. Non sarebbe poi necessario dopo il vaccino prescrivere il test sierologico per sapere come stiamo con gli anticorpi? 7. La gente si è davvero convertita in massa alla necessità dei vaccini? In realtà si è rassegnata in massa a vaccinarsi, per istinto di gregge, pur diffidandone e pur sapendo di fare da cavia nel buio. Si vaccina per stanchezza, per conformarsi a un obbligo socio-sanitario, per timore di sanzioni, per levarsi quanto prima la mascherina, per disporre del passaporto, circolare liberamente e tornare alla vita normale. Pur vaccinandosi sono molti gli scettici, convinti che non serva o produca danni, soprattutto nel tempo e non ci copra da ulteriori varianti. E che saremo costretti a rifare ancora. 8. È davvero necessario vaccinare in massa anche in giovane età? I giovani hanno un rischio molto basso di contagi e ancora più basso di un’infezione in forma pericolosa. Si usa il generico alibi che sono veicoli di contagio in famiglia e si usa il loro desiderio di avere un pass per sentirsi di nuovo liberi. Non si conoscono poi gli effetti nel lungo tempo di vaccini mai testati che potranno avere sulla loro salute, fertilità, genetica. 9. A che punto sono le cure per debellare o rendere innocuo il covid? Proiettando tutta la profilassi e le aspettative sul vaccino, si sta trascurando la via di curare il covid con cure appropriate e tempestive, abbassando al minimo i rischi di ricoveri, complicanze e letalità. Eppure ci sono ormai medicinali e terapie che potrebbero abbattere il pericolo e mutare le strategie sanitarie. 10. Al di là del virus e delle vittime, quale effetto globale ha prodotto il covid? Innanzitutto, più isolamento, più dipendenza e più sorveglianza; quindi una ripresa di potere dello Stato non solo sulla salute ma anche sul lavoro, il controllo e l’economia; poi di fatto ha penalizzato i governi outsider e rafforzato il modello cinese. Ha ingigantito la dipendenza dal circuito info-mediatico-sanitario e l’insicurezza. E non sappiamo ancora quante sono, e a che livello, le vittime dell’isolamento indotto dal covid, in termini di depressioni, suicidi, vite peggiorate, rapporti deteriorati e cure mancate per altre malattie gravi.

Le domande qui sollevate, circolano sparse da tempo, aprono dubbi e possibili risposte o interpretazioni. Dal covid siamo usciti più vulnerabili e più esposti ai rischi di altre pandemie; spontanee, indotte o manipolate. Ed è cresciuta l’incertezza, come dimostrano queste domande che non hanno avuto risposta.

Marcello Veneziani

 
Inclusività fasulla PDF Stampa E-mail

19 Giugno 2021

 Da Appelloalpopolo del 15-6-2021 (N.d.d.)

Ho in mente un comportamento in uso in tempi recenti da parte di chi governa che trovo particolarmente odioso. Consiste nel vile tentativo di far credere che si vuole bene ai cittadini, ma attraverso aiuti poco incisivi, “a risparmio”, come ad esempio una sorta di buoni-premio di cui pochi potranno usufruire. I diritti elargiti a tutti sono troppo costosi in un paese stretto in modo ingiusto e controproducente da vincoli di bilancio, ed ecco subentrare i “diritti per pochi”. Questi ultimi non vanno confusi con i privilegi. La parola privilegio che deriva dal latino e che letteralmente significa legge per il singolo, ha il senso di un di più elargito a persone in alto nella scala sociale. I “diritti per pochi”, invece, riguardano persone in difficoltà. La parola privilegio ha un significato negativo, in quanto si è affermato il convincimento che sia moralmente riprovevole che esistano categorie privilegiate. Nella realtà condizioni privilegiate continuano ad esistere, a detrimento dell’uguaglianza sostanziale e le elargizioni per pochi non migliorano significativamente la situazione. Anche perché sono date con criteri talmente restrittivi da rendere difficile poterne beneficiare. Si pensi ad esempio al bonus vacanze e al suo prevedibile mancato decollo del 2020. Le elargizioni per pochi rispettano, io ritengo, l’uguaglianza formale, in quanto date ai più poveri (non c’è discriminazione quando un provvedimento normativo differenzia per un motivo valido), ma non quella sostanziale in quanto, da sole, cioè in carenza di misure strutturali, non assolvono al compito assegnato ai Governi dalla Costituzione di rimuovere gli ostacoli ad un’uguaglianza di fatto.

L’uguaglianza formale, in mancanza di un serio tentativo verso quella sostanziale, era una caratteristica delle Costituzioni del 1800. La Costituzione del 1948 aveva fatto un notevole passo avanti. I “diritti per pochi” di questi ultimi anni rientrano a pieno titolo nell’involuzione iniziata nel paese dopo un trentennio dall’entrata in vigore della Costituzione. Normalmente vengono chiamati “bonus” o, in senso critico, “mancette”, ma meriterebbero un nome specifico, idoneo ad evidenziarne il carattere moralmente inaccettabile e a contrassegnare negativamente una società che ne fa uso. Infatti oltre ad essere utili ai Governi per camuffare le criminali restrizioni delle spese dovute al vincolo esterno, sono graditi ai ricchi che votano a “sinistra”; è uno dei loro modi fasulli per sentirsi inclusivi.

Claudia Vergella

 
I nostri valori PDF Stampa E-mail

17 Giugno 2021

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 Da Rassegna di Arianna del 15-6-2021 (N.d.d.)

Negli ultimi giorni abbiamo assistito ad una parata ideologica come non se ne vedevano dalla caduta del muro di Berlino. Il G7 prima e la riunione della Nato poi hanno colto l'occasione per sparare a palle incatenate contro il "nemico", nelle vesti di Russia e Cina. Il messaggio veicolato dai leader occidentali - capitanati dal "mite" Biden (figuriamoci se era un guerrafondaio) è che ci siamo "noi", l'Occidente, e poi ci sono "loro", gli "altri", dalla cui aggressività ci dobbiamo difendere e che minacciano "i nostri valori". A più riprese, vari leader, dal segretario della Nato Stoltenberg al presidente Draghi hanno ripreso questo punto: "dobbiamo difendere i nostri valori".

Simultaneamente sui media partiva la batteria standard della propaganda atlantista, con servizi a salve sui diritti degli Uiguri, missili terra-aria sulle violazioni degli hacker russi, siluri sulle origini del virus nel laboratorio di Wuhan, oltre alla sortita settimanale del soldato Gabanelli lanciato spericolatamente dietro le linee nemiche (ieri a spiegarci come i giocattoli cinesi avvelenino i nostri bambini). Il modello argomentativo è quello sperimentato della "guerra fredda", dove i popoli occidentali erano chiamati a difendere la propria identità valoriale di fronte agli attacchi del perfido nemico trinariciuto. Viene da scherzarci sopra, però davanti ad un appello identitario a base valoriale per la difesa dal nemico è opportuno drizzare le orecchie.

Questo è il tipo di discorso che tipicamente serve a preparare la manovalanza plebea ai "sacrifici della guerra per difendere ciò che è più sacro". Quando le élite economiche occidentali percepiscono qualche minaccia al proprio stile di vita scatta il riflesso condizionato: dalla Prima Guerra Mondiale alla guerra del Vietnam, chiamano alle armi la plebe a "difendere i nostri valori". Al contempo procedono a dipingere il nemico in termini caricaturali e disumanizzanti, in modo da farne risaltare la profonda incolmabile diversità antropologica. Un grande classico, e funziona sempre. Solo che questa volta l'appello ai "nostri valori" deve rimanere necessariamente assai nel vago. È importante che si eviti di entrare nei dettagli, perché mettersi a soppesare troppo da vicino quali sarebbero i "nostri valori" da difendere potrebbe risultare imbarazzante. Già se ci limitiamo alla mera Realpolitik, dunque ad una concezione minimalista dei "valori", appare chiaro come Russia e Cina stiano facendo esattamente ciò che hanno fatto in modo incontrastato gli USA dal 1945 in poi: stanno usando la propria potenza militare (Russia) e la propria potenza commerciale (Cina) per ampliare la propria sfera d'influenza. Finché erano gli USA ad andare in giro nel mondo a guerreggiare in casa altrui per ottenere rovesciamenti di regime, quello era un impegno idealista per la difesa della libertà.

Quando lo fa la Russia verso i paesi del suo vecchio impero, questo è feroce imperialismo militare. Finché erano gli USA ad estendere il proprio potere a colpi di accordi commerciali e flussi di capitale strategici, quella era l'apoteosi del libero commercio. Quando lo fa la Cina, questo è perfido imperialismo economico. Ma il richiamo ai "nostri valori" è ancora più insidioso, perché mai come oggi questo appello suona stanco e disperato.

È chiaro a chiunque non sia politicamente ipovedente che siamo di fronte innanzitutto ad un richiamo all'ordine degli USA, che sanno di star perdendo la propria unilaterale supremazia mondiale. Si invoca perciò un compattamento delle fila degli "alleati", in modo da difendere le proprie roccaforti economiche, che non sono più difendibili confidando semplicemente nella superiorità economica e militare. In parte questi "alleati" sono tali obtorto collo, perché sanno di essere il vaso di coccio sacrificabile dell'impero americano, cui gli USA non possono più garantire un futuro affluente. E tuttavia sanno anche di essere tenuti a catena corta, essendo di fatto sotto controllo militare diretto delle forze americane dispiegate sul proprio territorio. L'appello ai "valori comuni" suona particolarmente patetico nel contesto di un Occidente il cui sistema di sfruttamento plutocratico ha fatto strame sia di tutto ciò che è "comune" che di tutto ciò che è "valore". Si tratta di un appello che può riuscire convincente solo nella misura in cui riesce a tenere bloccato lo sguardo sul nemico, dipingendolo come disumano e antidemocratico. Ma deve confidare sul fatto che la gente non sposti lo sguardo dal "nemico", perché spostarlo su di sé, andando alla ricerca dei "nostri valori", può risultare fatale.

Di quali "valori occidentali" dovremmo parlare infatti? Democrazia? Eguaglianza? Libertà di pensiero? Rivendicare i valori della democrazia in paesi dove metà della popolazione non va più a votare, dove l'indifferente omogeneità della scelta politica non permette di immaginare nessuna alternativa, e dove l'influenza diretta del capitale privato sulla politica è sfacciata, suona imbarazzante. Rivendicare i valori dell'eguaglianza in paesi in cui dinastie ereditarie di superricchi vanno in televisione a spiegare alla plebe che deve affrontare con coraggio le sfide del mercato sembra più una gag comica, che una convincente rivendicazione di valori comuni. Rivendicare i valori della libertà di pensiero in paesi dove i media sono occupati militarmente dai detentori di capitale, facendovi da portavoce, e dove per poter parlare senza censure la gente si sposta su social media russi (sic!), ecco anche questa sembra più una presa per il culo che un argomento serio. La semplice verità è che i "nostri valori", quelli che saremmo chiamati tutti coraggiosamente a difendere, sono in effetti i valori depositati in banca dai maggiori stakeholders dei paesi occidentali, un'élite transnazionale, domiciliata in paradisi fiscali, disposta a fare a pezzi e vendere al miglior offerente qualsiasi cosa: storia, cultura, affetti, dignità, territori, persone, salute. E noi, plebei spossessati e piccola borghesia affannata, siamo preallertati per una futura chiamata alle armi in loro difesa.

Questo significa forse che "dovremmo diventare come Russia e Cina"? Questa è retorica spiccia, buona per un patriottismo da bar sport. Ovviamente non c'è una possibilità al mondo che questo succeda. Ogni paese e ogni popolo ha la sua traiettoria: l'Italia non sarà mai la Cina, la Germania non sarà mai la Russia, ecc. Agitare questo pericolo posticcio serve a dissimulare il semplice fatto che ad averci reso le colonie e i protettorati che siamo non sono né i russi né i cinesi. Questo significa allora che "non abbiamo più valori da difendere"? Nonostante tutto, neanche questo è vero. Solo che la principale minaccia a quel che ancora abbiamo caro, alla cultura e alla salute, alle città e alle campagne, alle famiglie e alle comunità, all'amicizia e alla solidarietà, ecc. non marcia con gli stivali dell'Armata Rossa, e non sembra lo spietato imperatore Ming di Flash Gordon. No, quella minaccia ce l'abbiamo in casa e ci chiede di difendere impavidi il suo - non negoziabile - stile di vita.

Andrea Zhok

 
Un'altra occasione persa PDF Stampa E-mail

16 Giugno 2021

Secondo il codice evolutivo, che nulla ha a che vedere con quello di procedura penale e senza mancare di riguardo nei confronti del dolore delle persone coinvolte, c’è un Mottarone utile forse a tutti.

Giornalisti, specialisti, esperti non hanno detto nulla in merito. Passato il lungo fatto di cronaca, dai media, nessuno (?) spunto che prendesse in esame la natura e il comportamento di noi tutti. Solo qualche fuggevole accenno relativo all’avidità, alla superficialità, all’improvvisazione. Cronaca, sdegno, demonizzazione e presa di distanza hanno comprensibilmente preso la scena di quei giorni.  Tutto legittimo. Ma anche bastante a mantenere inalterato l’humus necessario affinché pari eventi certamente si ripetano. E non mi riferisco al forchettone risparmiatore di denaro prima e sperperatore di vite poi. Piuttosto alla consolidata ignavia che alberga in noi, mai sufficientemente combattuta dalle consapevolezze che, quantomeno, ne ridurrebbero l’invasiva portata. Ed è su queste che vorrei portare l’attenzione.

Dopo la cabina precipitata, come in una fiera della competizione, non abbiamo perso l’occasione per superare chi è inciampato in uno dei buchi neri della sorte. (Voragini oscure che non rispettano le leggi umane per scegliere dove e come nascondersi davanti al nostro passo). Quale occasione migliore per espiare o anche solo dimenticare i nostri peccati? La cartuccera della nostra buona e giusta immagine di noi stessi si è svuotata. Con le pistole fumanti ci siamo sentiti nel giusto. Ci siamo pienamente ritenuti in diritto di sparare sul sacro – nessuno sarebbe riuscito a sottrarre le vittime al loro destino – capro espiatorio. Ci siamo ritenuti in diritto di uccidere, seppur solo simbolicamente, perché circostanze culturali e occasionali ci hanno impedito il linciaggio sanguinante e truculento, dal quale, altrimenti, niente e nessuno ce lo avrebbe impedito. Tutti noi, sull’altare di una falsa immunità dal commettere tanto orrore, ci siamo comportati da forcaioli, abbiamo pensato e agito come se mai e poi mai avremmo commesso tanto. Il punto è se qualcuno si sia dato premura di riconoscere nella propria biografia pari comportamenti e scelte, altrettanta leggerezza e sottovalutazione del rischio? Se “nessuno di noi lo ha fatto”, ergendoci a inquisitori e boia, abbiamo dato il peggior esempio ai nostri figli, la peggiore educazione. Ma, indicando il colpevole, non ci salveremo dall’orrore che nascondiamo a noi stessi, pronto a librarsi alla prima circostanza opportuna. Scagli la prima pietra non è solo un bel modo di dire che siamo identici davanti a equipollente contesto, ma è l’indicazione di una via evolutiva che ha come fine l’equilibrio, l’invulnerabilità, la forza, il benessere, la felicità individuale e quindi sociale.

Identificarsi con il mattatore che attribuisce colpa e definitiva sentenza comporta l’impossibilità di vedere l’altro in noi. Implica l’impossibilità di riconoscere il comportamento identico tra individui dominati, identificati nel proprio io. Implica l’arroganza di essere altro da altri. È una superbia di cui non vediamo l’infernale costo: quello di mantenere noi stessi entro l’ottuso e cupo involucro dell’ego, maestro di vizi capitali in qualunque forma ci capiti di esserne devoti dipendenti. Ma, anche in questa vicenda alpina, solidarietà ed educazione erano possibili. Anche in questa forchettonica e tragica circostanza non era improprio né offensivo osservare che, come loro, i responsabili dei fatti, facciamo noi; che ogni volta che ci capita, fosse anche per un sorpasso senza freccia, ci sentiamo dire – quando non fare – di tutto e che, di tutto diciamo all’altro per una sua infrazione, morale, legale, formale, sostanziale. Dalle strette feritoie dell’ego l’altro è sempre un nemico. E come tale, è sempre giusto dargli contro. Nonostante il segreto che gli altri sono dei noi in altro tempo-spazio e modo, banalmente si sveli in corrispondenza dell’opportuna consapevolezza, prima di raggiungerla i nostri simili sono altro, tutt’altro da noi, che noi.  Sarebbe interessante, in quanto rivelatore, conoscere quante persone nel loro intimo si siano confrontate con l’identicità con l’altro, con il riconoscere che quanto fatto al Mottarone da alcuni uomini è identico a quanto abbiamo fatto e faremo noi in circostanze di pari valore. Non necessariamente in termini quantitativi ma certamente qualitativi. Chi di noi, consapevole di possibili eventualità sconvenienti, non si è preso qualche rischio adottando scelte che le implicavano? Nessun genitore ha mai portato in macchina il bimbo slegato? “Era solo fino lì” disse poi l’imputato per omicidio colposo. Nessuno ha mai passato un semaforo con la prima frazione di secondo del rosso? Chi ha mai impedito ai bimbi di prendere l’ascensore soli? L’elenco non solo è senza fine ma è utile ognuno lo annoti secondo esperienza e immaginazione. L’esercizio, se motivato da aneliti evolutivi, rischia di essere utile, rischia di migliorare le relazioni, la società. Rischia di realizzare tolleranza autentica, libera da manierismi moralistici e ideologici. Rischia di favorire la presa di coscienza delle identicità che sono in noi. Consapevoli del comune comportamento tra gli uomini, insieme allo sconcerto per l’evento della funivia, avremmo anche sentito rinvenire le occasioni in cui le nostre scelte passate e future, rispettavano e rispetteranno la medesima logica: prendi il rischio tanto non capiterà proprio stavolta.  Nonostante i fatti e astraendoci da questi, non è logica ottusa. È invece creativa, della vita. Solo un certo bigottismo de “gli altri sono altri”, la vuole relegare tra le disdicevoli, la vuole chiamare follia e disinteresse per la vita. Si tratta di una posizione che deriva da una concezione del reale e della vita di tipo amministrativo, in costante ricerca di certezze. Ma la permanente ricerca di sicurezza, della société sécuritaire ci porta lontano dall’eros, dalla passione, dall’esplorazione, da noi, da una vita vissuta a sostituire quella ripetuta. Originale contro fotocopia. La paura ci estranea dalla capacità di stare al mondo, inteso come relazione con l’infinito, col mistero, con l’insospettato e non come un insieme di norme registrate e numerate. La société sécuritaire è una rete a strascico che ci stringe in infrastrutture umane via via più lontane dalle verità della natura, dalle nostre verità. Ci aliena da noi stessi fino a non riconoscere che gli errori dell’altro sono il modello ideale per riconoscere i nostri. Fino a sotterrare la testa piuttosto di vedere che le motivazioni che hanno condotto all’inconveniente altrui, sono identiche alle nostre per i nostri pari inconvenienti. La tendenza al regolamentarismo come religione alla quale fare appello per migliorare i comportamenti, è evolutivamente esiziale. “Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, l’ultimo animale libero ucciso, vi accorgerete che i soldi non si possono mangiare...” Toro Seduto.

Anche stavolta, un’occasione perduta per una cultura che produca persone compiute, non più ignare di banali segreti.

Lorenzo Merlo

 
Il crollo della razionalità PDF Stampa E-mail

15 Giugno 2021

 Da Appelloalpopolo del 13-6-2021 (N.d.d.)

La domanda mi appare come la domanda che ogni persona di intelligenza almeno media dovrebbe porsi: se il vaccino non fosse sufficientemente efficace, come organizzeremo la nostra vita dalla fine di ottobre a maggio prossimo? Non sufficientemente efficace è il vaccino che protegge i vaccinati nella misura del 50% (o in misura minore); che non impedisce, quindi, la morte di 50.000 o 40.000 persone in un anno; o magari di 30.000, tenuto conto che coloro che sono stati malati o infettati asintomatici e – secondo i migliori studi – persino, anche se in minor misura, coloro che, pur senza infettarsi, sono stati a contatto con i malati, hanno sviluppato cellule della memoria, che dovrebbero proteggerli in caso di re-infezione.

È una domanda che nel novembre scorso ho posto a vari parenti, amici, colleghi e conoscenti. Ma nessuno voleva ascoltarla. Non ho ricevuto nemmeno una risposta. Tutti replicavano: intanto speriamo che sia efficace, poi ci si pensa. Questo atteggiamento, comune alle persone che ho interrogato, non può dirsi frutto di propaganda. Certamente già a novembre 2020, TV e stampa nazionali avevano promosso la fiducia nel vaccino; avevano convinto o almeno fatto sperare quasi tutti che fosse molto probabile o addirittura certo che il vaccino sarebbe stato risolutivo. Mai però – per quanto mi risulta – TV e stampa nazionali avevano affermato che nel frattempo non avremmo dovuto interrogarci sul modo di organizzare la vita sociale, in caso di vaccino inefficace, totalmente o parzialmente. La volontà di infilare la testa sotto la sabbia, di tapparsi le orecchie per non ascoltare la domanda, di cambiare discorso per non rispondere, di rifiutare la domanda perché reputata fastidiosa, trovava fondamento, dunque, in un istinto diffusissimo, sollecitato dalla paura ma profondamente radicato nell’animo di tutte le persone. Qualcosa di simile allo scongiuro, al toccar le parti intime o il ferro, alla scaramanzia. Pura superstizione. Il crollo della razionalità; la soppressione della ragione. Un diffuso – per quanto riguarda la mia esperienza addirittura generale, se escludo compagni di partito e contatti social – meccanismo di rimozione impediva a tutti di sollevare la domanda fondamentale.

Sono trascorsi sei mesi ma la domanda fondamentale nessuno vuole ancora porsela. Alcuni, perché, non si sa in base a quali dati, si sono convinti che il vaccino sarà risolutivo: l’ipotesi a fondamento della domanda è per essi insensata e non destinata a realizzarsi, anzi da escludere radicalmente. Altri, per il diffuso o generale meccanismo di rimozione. Sebbene per una persona come me, che ripete a se stessa, quasi quotidianamente, la frase di Robespierre “Sono nato popolo, non sono mai stato altro, altro non voglio essere; disprezzo chiunque abbia la pretesa di essere qualcosa di più”, sia triste constatare la diffusa e quasi generale volontà delle persone di non riflettere sul proprio futuro, devo comunque constatare che TV e carta stampata non mostrano che le élite politiche, accademiche, imprenditoriali o giornalistiche sollevino la domanda fondamentale. Per qualche misteriosa ragione, nelle élite, non diversamente che nel popolo – tra il quale in realtà si rinvengono esigue minoranze di valore – non emerge nemmeno una persona di media intelligenza, che ponga la domanda che chiunque dovrebbe porsi e che anzi ci dovrebbe assillare. È perciò ormai sicuro che, nell’ipotesi che il vaccino non sia sufficientemente efficace – degli indizi della efficacia parziale parlerò in un prossimo articolo – a fine ottobre torneremo ad essere governati da approssimazione e improvvisazione; a soggiacere alla irrazionalità del principio di massima precauzione, che per quasi tutti gli angosciati (ossia per moltissimi), non soltanto non è un principio stupido, ma implica anche “precauzioni” che si sanno inutili; e ad essere circondati da angosciati e ossessionati, che non ci stimeranno o addirittura ci disprezzeranno per il solo fatto che non siamo e non saremo angosciati e ossessionati.

Se a lungo il crollo della razionalità, che è l’elemento più rilevante della crisi pandemica, ha suscitato in me orrore e un grave senso di disapprovazione, persino di disprezzo per le élite che erano chiamate a governare la crisi, ora invece mi appare soltanto il segno di una società ridicola. Questa esperienza, per molti versi drammatica, avrebbe un suo lato utile, se sapessimo cogliere la verità mastodontica che essa ha reso manifesta: le società occidentali sono composte, per lo più, da uomini ridicoli e ciò è vero per le élite almeno quanto è vero per il popolo. Ma è noto che, in genere, le persone che si immedesimavano in Fantozzi non amavano vederne i film. Quindi temo che la riflessione sul contegno tenuto durante la pandemia sarà svolta da poche persone. I codardi vivono immersi nella rimozione.

Stefano D’Andrea

 
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