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Un nero pentito PDF Stampa E-mail

23 Marzo 2019

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Da Rassegna di Arianna del 19-3-2019 (N.d.d.)

 

A dieci anni dalla morte di Michael Jackson, un film in uscita mette a soqquadro la memoria della pop star e getta lunghe ombre di pedofilia sulla sua controversa figura. Due ex-adolescenti lo accusano di abusi sessuali e il mondo nuovamente si divide tra i suoi perduranti fan e i suoi detrattori, i suoi famigliari e i suoi accusatori, mentre fioccano denunce e querele. Non entrerò nel merito della questione, ma mi soffermerò sul mito di questo cantante. Quando morì, nel 2009, Michael Jackson era già morto da tempo immemorabile e passava la sua vita di cadavere ad amministrare la sua sontuosa decomposizione, il suo mito e le sue apparizioni. Mandava videoclip dall’aldilà, a volte canzoni, spargeva aneddoti e immagini sconcertanti, in una danza scatenata, musicale e farmaceutica, sanitaria e giudiziaria, intorno alla sua bara. Studiava da morto da parecchi anni, annunciava tumori e paralisi, simulava morti e resurrezioni, e dissimulava le malattie troppo banali come la vitiligine, esibiva mutazioni raccapriccianti e malattie genetiche esclusive, come si addice agli dei; ma la sua divinità non sprigionava l’aura dell’immortalità, era una morte prolungata per ripararsi dalla vita, le sue offese e le sue invadenze. Non era mai capitato ma ci fu un mercato nero per procurarsi a caro prezzo un invito ai suoi funerali; e mai espressione come mercato nero fu più azzeccata per indicare un traffico di soldi illeciti intorno al funerale di un nero pentito. Funerali rinviati per gestire la gigantesca dimensione del cordoglio, a più di dieci giorni dalla morte. Fu un’icona e un prototipo di chi si rivolge alla tecnica e ai farmaci per manipolare la vita e risolvere i problemi che un tempo affidava alla religione, alla filosofia e al mito.

 

Non esprimo giudizi morali di condanna per la sua vita né giudizi musicali di celebrazione davanti al suo corpo irriconoscibile, al suo naso ridotto ad una presa elettrica, alle sue labbra simili alla fessura di un bancomat, a un viso sfigurato che perde quel che Levinas riteneva essere l’inalterabile specificità di una persona: il volto. Non aveva volto Jackson. Quel che gli era rimasto addosso era una specie di mascherina estetico-funeraria, un incrocio tra il visage dall’estetista e la cera mortuaria da obitorio. Non voglio soffermarmi sulle accuse di pedofilia che lo hanno accompagnato anche in vita e tantomeno abbracciare gli alibi dei suoi fan che ebbe un’infanzia difficile e da ricco finanziò opere benefiche in favore dell’infanzia. Sbianchettandosi in quel modo orrendo tradì la sua identità e quella di tutti i neri della terra. Offese la negritudine. Quel suo essere un ogm umano, geneticamente modificato per sfuggire alla sua identità, quel suo razzismo biologico, masochista, contro la sua origine, suscita un’infinita, irredimibile pietà. Quel suo stuprarsi la vita, resettare l’origine e la memoria, rivelava pena e strazio di vivere. E la sua immensa ricchezza, la sua straordinaria fama, non alleviavano quella pena, semmai la ingigantivano, la facevano più clamorosa e cosmica, fino a renderlo il testimonial planetario della condizione umana che volta le spalle al cielo e alla terra, cioè alla vita e all’immortalità, per vivere una gloriosa parodia di morte prolungata, uno spettacolo di agonia anestetizzata. Alla sua morte pensarono di asportargli il cervello per capire di che era morto. Ma al di là del referto medico, chi studia l’animo umano in rapporto alla vita e al suo svanire già lo sa.

 

Jackson è morto di rifiuto della condizione umana e terrena, rifiuto della realtà, del mondo, orrore della vita e dei suoi limiti, ricusazione del fato. È martire della società postumana. Transgenica e transumana, che si illude di sopravvivere alla vita rinunciando a viverla, che si sottrae agli urti, all’invecchiamento e alla realtà per preservarsi pura e incontaminata in una surreale esistenza asettica che coincide con un’eutanasia. Fuori dall’età che avanza, fuori dal mondo. Terrore di contatti con gli umani. Odori umani troppo umani, schifo per le cose e per i cibi, cordone sanitario per ripararsi dalla vita e da quella rude e primitiva verità che è la natura. Figli nati senza incontro carnale, senza eros; della vita resta solo un’icona incorporea. E per sottrarsi alle passioni umane, analgesici e anoressia. Jackson era la proiezione su maxischermo di una condizione mentale diffusa tra chi vuol modificare la sua vita e allontanarsi dalla natura, dalla finitudine, dal declino: tatuaggi e chirurgie, pillole e lifting, alcol e droga, diete e radicali modifiche del proprio look, perché si soffre la propria identità, voglia di autocrearsi e di sottrarsi al carcere del proprio corpo. Antiche eresie, religioni gnostiche degenerate, paradisi artificiali che somigliano all’inferno. La cura di sé sfocia nell’imbalsamazione già da vivo. Il suo simulacro è quella cassa a ossigeno scelta per la toilette funeraria. E la sua location più appropriata era quella sua villa che si chiamava non a caso Neverland e che non a caso, non riescono a vendere. La terra che non c’è per una vita che non c’era. Neverlife. Il simbolo più efferato di questa condizione postumana è il suo stomaco: era vuoto di cibi e pieno di pillole e sostanze contro il dolore, contro la depressione, contro l’ansia, contro i contagi. Nel suo stomaco si raccoglieva come un’urna il male occidentale, i suoi fantasmi, la sua paura di invecchiare, di morire, di soffrire, di contagiarsi, di finire in solitudine e di restare incarcerati nei limiti della condizione umana. Un rifiuto del destino, un odio del fato, che è stato fatale. Neverlife è l’epitaffio più sensato per titolare la compilation della sua vita. Ha speso la vita a organizzare il suo funerale. Non infierite ora a dieci anni dalla morte riesumando la sua vera o presunta pedofilia. Abbiate pietà di quell’uomo che si inflisse già da morto la pena di una vita sontuosa in fuga da se stesso, dal mondo, dagli umani.

 

Marcello Veneziani

 

 
Serve discernimento PDF Stampa E-mail

22 Marzo 2019

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Alle ore 11,50 antimeridiane di mercoledì 20 marzo si è rischiata una tragedia su una provinciale del Milanese, quando il conducente di un bus avente a bordo una scolaresca di Crema ha sequestrato il mezzo e urlato frasi sconnesse, annunciando di voler vendicare "i morti nel Mediterraneo" e "di voler andare a Linate", senza precisare la ragione per la quale volesse recarsi all' aerostazione milanese. Fortunatamente l'allarme dato da un ragazzino e l'intervento dei Carabinieri ha evitato conseguenze peggiori. L'autista, senegalese con cittadinanza italiana da diversi anni, ha comunque dato fuoco al mezzo. Il bilancio è di 13 o 14 intossicati, nessuno grave. Da notare che l'autista in servizio alle autoguidovie vantava precedenti penali per violenza sessuale e guida in stato d' ebbrezza e proprio per questo sono in corso approfondite indagini.

 

Articolo scarno? Articolo laconico? Niente di tutto ciò. Questo in teoria dovrebbe essere un articolo serio, fatto da un giornalismo serio e imparziale, in un Paese serio a poche ore di distanza da un fattaccio di cronaca i cui dettagli non sono ancora del tutto chiari e vi sono numerose contraddizioni pure nei flash delle varie agenzie stampa sul web. Serve discernimento (da vocabolario: sost.masch.dal verbo discernere, ossia "facoltà di formulare un giudizio o decidere un comportamento in conformità con la situazione" e la Treccani aggiunge: "facoltà dei sensi di distinguere (in base agli elementi, NdA) il vero dal falso") per valutare quel che è successo e purtroppo per noi è una dote che il Cretino Globale Militante e il Cretino Globale non-Militante-ma-Ammaestrato dai-Media hanno perso da anni. Comunque vadano le cose, fioccheranno i dibattiti cacofonici e surreali se è colpa o meno di Salvini e dei porti chiusi, se è necessario accogliere tutti o respingere tutti, si parlerà di razzismo e di antirazzismo, di fascismo e antifascismo e forse per non farci mancare nulla di Guelfi e Ghibellini.

 

Poiché noi discerniamo, mi sento di scrivere che si è trattato del gesto d' un sociopatico, che ha preso a pretesto gli stimoli ambientali di cui siamo bombardati (terrorismo islamico sì, terrorismo islamico no, dentro tutti, fuori tutti, Salvini buono, Salvini cattivo, etc) per dare una vernice di lustro al suo ego esibizionista. Se il senegalese avesse voluto fare una strage, non avrebbe di certo indugiato guidando km e km su una strada molto trafficata; aggiungo che sin da subito, vedendo le pattuglie dei Carabinieri, avrebbe potuto compiere gesti molto eclatanti. Inoltre le piazzole di sosta, sulla "provinciale 415"-strada che conosco bene, avendo vissuto sino a due anni orsono nel sud Lombardia- non mancano di certo come non mancano le stradine parallele che menano nelle campagne. Fermarsi e dar fuoco a tutto e tutti sarebbe stato questione d' un attimo. A Nizza, Berlino, Charleroi nel 2016, a Parigi nel 2015, a Barcellona nel 2017 gli stragisti non hanno menato il can per l'aia o fatto chiacchiere, hanno agito in pochi istanti e basta. Il discernimento consiglierebbe di farsi parecchie domande, tra le quali: 1) Le assunzioni in Italia, alle autoguidovie o in altri luoghi dove la responsabilità lavorativa è elevata, con che criteri le fanno? Leggendo i fumetti di Topolino? 2) Collegato al punto uno: chi ha dato in mano un mezzo di trasporto a un autista condannato per guida in stato d' ebbrezza? Cose da essere subito iscritti nel registro degli indagati. 3) Collegato al punto due: dovremmo cambiare nome e intitolarci Repubblica delle Banane d' Italia. Uno con precedenti di guida in stato d' ebbrezza che conduce un pullman è cosa da altro mondo. Credo non succeda neppure ad Haiti. 4) Non proprio collegato ai punti uno, due, tre ma al mondo del lavoro in generale e alla sua qualità. Non è la prima volta che autisti di mezzi sono coinvolti in fatti di cronaca. In che condizioni psicofisiche operano? Guidare mezzi pesanti è usurante. Logora. Come sono le turnazioni? E i riposi? Il personale copre le esigenze o è spremuto? Ha supporto da parte aziendale? Ciò vale per i Carabinieri stessi, che svolgono ogni giorno un lavoro eccellente ed egregio ma ogni tanto essi stessi sono coinvolti, da parte di singoli, in brutti episodi. 5) Prendetela come una pura opinione personale di chi scrive, null' altro. Invece che portare le scolaresche in piscina, in gita o quant'altro, tutte attività che possono fare benissimo al di fuori della scuola e a quattro soldi (paghi meno un volo low cost nel fine settimana che una gita a Roma o Berlino o Parigi) non sarebbe forse meglio tenerle sui banchi un'ora in meno ma farle studiare di più? Che siamo tra gli ultimi in Europa per padronanza delle lingue estere, specialmente. In attesa di ulteriori dettagli di cronaca, il discernimento non ha altro da suggerire.

 

Simone Torresani

 

 

 

 

 

 
Abbiamo bisogno di un ambientalismo col gilet giallo PDF Stampa E-mail

21 Marzo 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 19-3-2019 (N.d.d.)

 

A prima vista, le piazze che hanno monopolizzato l’attenzione pubblica nell’ultimo fine settimana non hanno che un tratto in comune: il colore giallo. Giallo come l’impermeabile di Greta Thunberg, emblema di un movimento internazionale capace di portare a manifestare centinaia di migliaia di ragazzi. Giallo come i gilet catarifrangenti che in Francia giungono al XVIII atto, segnato questa volta da infiltrazioni dei black bloc e pesanti strascichi di violenze e polemiche. Due proteste che non potrebbero essere più diverse di così, assicurano gli osservatori.

 

Da un lato la speranza dei giovani risvegliati, la piazza colorata e festante benedetta dal coro unanime della stampa e delle istituzioni. Dall’altro la rabbia degli sconfitti dalla globalizzazione, il fumo di auto e negozi in fiamme che si innalza in una coltre di sdegno. I “domani che cantano” e gli ieri aggrappati a certezze troppo vecchie. Studenti e gilet gialli, da par loro, si guardano in cagnesco. O perlomeno lo fanno i rispettivi sostenitori sui social, perché quello in corso è solo l’ultimo atto di una polarizzazione che ormai investe qualsiasi ambito del politico, opponendo due fazioni quanto mai disomogenee al loro interno ma abbastanza riconoscibili negli assetti generali. Chiamiamoli populisti ed elitisti, o sovranisti e liberal, la sostanza non cambia. Nel gioco delle appropriazioni identitarie, l’ambientalismo passa per essere uno dei cavalli di battaglia dei progressisti illuminati contro i “deplorevoli” di clintoniana memoria. In Francia il filosofo Jean-Claude Michéa, socialista libertario e apologeta della rivolta in gilet jaune, ha coniato un termine per definirli: è la gauche kérosène, cioè l’élite che vive nelle ZTL urbane tra viali alberati e lunghe piste ciclabili e si sposta soltanto in aereo, senza tuttavia rinunciare a puntare il dito contro i catorci inquinanti dei plebei, rei di non volersi convertire alla mobilità sostenibile per mancanza sia di mezzi finanziari che di alternative trasportistiche. Sebbene la protesta dei gilet gialli non sia davvero riconducibile a un unico fattore coagulante, è degno di menzione il fatto che a dar fuoco alle polveri lo scorso novembre sia stato il rincaro dei carburanti (+14% sul gasolio e +7% sulla benzina) deciso dal governo come misura anti-inquinamento, insieme a una stretta sulle revisioni suscettibile di falcidiare metà del parco auto francese. Qualunque cosa si pensi di ciò che spinge decine di migliaia di persone a scendere in strada ogni settimana da ormai cinque mesi, è fuori di dubbio che la loro mobilitazione ponga una domanda cui sempre più spesso saremo chiamati a rispondere: chi pagherà il costo della transizione ecologica? Due anni fa, dalle colonne del Guardian, Martin Lukacs aveva lanciato un avvertimento al mondo ambientalista: smettiamo di pensare ai cambiamenti climatici come al risultato di una sommatoria di responsabilità individuali. Ѐ il neoliberalismo – sosteneva l’autore – a indurci a credere che il nostro personale stile di vita abbia un’influenza decisiva sulla salute del pianeta. Ma non è così vero. Scegliere lampadine a basso consumo, acquistare elettrodomestici ecocompatibili, mangiare verdure biologiche o installare un pannello solare sul tetto sono azioni che gratificano chi le compie ma non incideranno mai tanto da scongiurare il peggio, in assenza di un decisore pubblico che obblighi le grandi aziende a farsi carico di ciò che i privati cittadini – per quanto virtuosi essi siano – non possono sostenere. […]

 

Ma allora perché tutto il dibattito in corso sembra ridursi a una contesa sulla liceità morale di circolare con un’utilitaria euro 4? In parte si spiega senz’altro con l’entità degli interessi in gioco. Colpire una massa indistinta di “inquinatori” può essere più semplice – specie in questi tempi di crisi – che stanziare miliardi per l’efficientamento energetico o rimettere in discussione una filiera produttiva ipertrofica come quella della carne industriale, con quel che ne deriverebbe se si dovessero toccare sul serio gli aspetti occupazionali del problema o la sacralità delle leggi di mercato che tutelano i giganti del Big Meat non meno di quelli del Big Oil (a scanso equivoci: no, ridurre i consumi di carne non implica di necessità “diventare tutti vegetariani”). Ma esiste una dimensione tutta ideologica della questione. Il filosofo Andrea Zhok riprende il filo del ragionamento di Lukacs criticando da una prospettiva ecosocialista l’imperante “ecobuonismo”: «rimpallandosi dilemmaticamente tra sconsolati giudizi su una specie malvagia, e appelli alla buona volontà individuale, i dibattiti sul degrado ecologico possono serenamente procedere all’infinito, senza che assolutamente nulla cambi». In questo senso, «l’ambientalismo liberale benpensante ha davvero funzionato egregiamente come arma di distrazione, facendo convergere le energie morali dei ceti più acculturati in una direzione politicamente innocua, che taceva accuratamente ogni legame tra ordinamento economico capitalistico e crisi ambientale».

 

Intendiamoci, il punto non è dimostrare l’inutilità pratica dell’impegno individuale. Un’opinione pubblica cosciente e ben disposta è la premessa per qualsiasi soluzione complessiva, e preoccuparsi di “fare la propria parte” è comunque indice di un benefico apporto alla comunità in cui si vive. Senza contare che molte scelte personali hanno risvolti non trascurabili per l’ecosistema, per il proprio benessere e per le economie locali. Quello che però non si può tacere, in una prospettiva globale, è che un singolo sversamento da una petroliera nel Golfo del Messico vale in negativo più di quanto migliaia di anni della nostra raccolta differenziata potrebbero mai fare in positivo per la salute del pianeta. […] Diciamoci la verità: se l’ambiente è malato, l’ambientalismo non se la passa certo meglio. In tempi ormai lontani, eventi come la nube tossica di Seveso, il disastro della “mezzanotte e cinque” a Bhopal, le conseguenze visibili della tragedia di Chernobyl, del disboscamento dell’Amazzonia o dello sbiancamento della Grande barriera corallina hanno contribuito all’emergere di una coscienza ecologica di massa che nel nostro Paese si è sostanziata in vari modi, dalle proteste antinucleari a Montalto di Castro al successo del movimento di Slow Food contro le sofisticazioni alimentari e l’agricoltura imbottita di pesticidi. Ma la fase dell’ambientalismo di massa – a parte estemporanee fiammate, come quella dei referendum del 2011 – si è chiusa perfino prima che la crisi del 2008 rovesciasse fin dalle fondamenta il rapporto tra governanti e governati. La triste parabola dei partiti verdi, piombati nell’irrilevanza o rifluiti nell’alveo della più stereotipica sinistra radicale, è solo l’indicatore più visibile di questo declino. In mano ai ceti neoliberali egemoni dopo la fine della guerra fredda e all’agenda dei loro media, la questione ambientale è diventata sovente un orpello per imbellettare discorsi vuoti di sostanza, se non proprio una cinghia di trasmissione di prebende assessorili o di supercazzole pubblicitarie all’insegna del greenwashing. Quanto il discorso di Greta Thunberg si discosti o meno da questo ambientalismo liberale, gonfio di richiami morali ma povero di rivendicazioni politiche, sarebbe argomento da approfondire. Quel che si può dire per ora è che la mobilitazione dei Fridays for Future è stata incasellata nel blocco dell’”antisovranismo” e ha riscosso attestati di piena solidarietà da istituzioni e mezzi di comunicazione più allineati con l’establishment. Tralasciando le critiche triviali rivolte alla sedicenne svedese sul piano personale, non c’è dubbio che qualche domanda sul “fenomeno Thunberg” come evento mediatico sia lecito avanzarla. Ma anche al di là di questo, è lecito chiedersi quanto possa giovare l’attuale ondata di emotività attorno a un tema complesso dove i contenuti tecnico-scientifici sono dirimenti, e a proposito del quale il mondo ambientalista si è sempre fatto forza proprio della sua capacità di produrre una riflessione critica e competente. Detto in altre parole, il rischio è che – una volta passata la sbornia di interviste e candidature al Nobel – la crociata verde dei fanciulli si esaurisca senza lasciare traccia duratura di sé, e magari alimentando ulteriore scetticismo attorno alle mobilitazioni sui temi ecologici in genere. Dove sbaglia, invece, chi pratica l’antigretismo militante senza fornire alternative spendibili? Alain de Benoist ha notato a ragione come soprattutto la destra tenda a disinteressarsi alle idee e ricondurre tutto alle persone: «I suoi nemici non sono mai sistemi e neppure veramente idee, ma categorie di uomini trasformate in altrettanti capri espiatori (gli ebrei, i “meteci”, i “banchieri”, i massoni, gli stranieri, i “trotzkysti”, gli immigrati e via dicendo). La destra fa un’enorme fatica a capire un sistema globale sprovvisto di soggetto: gli effetti sistemici della logica del capitale, i vincoli strutturali, la genesi dell’individualismo, l’importanza vitale delle minacce ecologiche, la spinta interna della tecnica».

 

L’elenco di accuse più e meno circostanziate rivolte a Greta Thunberg è la plastica dimostrazione di tutto ciò, ma è anche la spia di una più generale incapacità di discernere la sostanza dei problemi – in questo caso, la crisi ecologica del pianeta – dalla forma che il discorso delle élites dominanti vi imprime. Chiunque, da destra o da sinistra, intenda contestare l’ipocrisia, l’inefficacia e l’iniquità di fondo dell’ambientalismo istituzionale dovrebbe porsi il problema di come declinare la riflessione in modo da assicurare al cittadino comune che il costo della transizione non peserà tutto intero sulle sue spalle, ma verrà saldato in proporzione anche dai grandi inquinatori che portano le responsabilità più ampie dell’attuale degrado ambientale, a tutti i livelli. Non c’è solo la questione di quel che Timothy Morton ha definito l’”iperoggetto” riscaldamento globale, infatti, ma anche i riscontri innumerevoli sul deterioramento della fertilità dei suoli, l’inquinamento di aria e acqua, la progressiva scarsità di risorse idriche in molte aree del mondo, il crollo della fertilità in altre e la scomparsa accelerata di molte specie animali e vegetali nell’ambito della sesta estinzione di massa. Per rispondere a tutto questo, anche in relazione ad altre problematiche di primo piano come l’immigrazione, serve un ambientalismo che ritrovi sintonia di lessico e concetti con le preoccupazioni della gente comune. Un ambientalismo del 99%, “populista” o in qualunque altro modo lo si voglia chiamare. Che riscopra gli aspetti rivendicativi del pensiero ecologista e sappia indossare all’occorrenza il gilet giallo della protesta.

 

Andrea Cascioli

 

 
Un populismo buono e giovanile PDF Stampa E-mail

20 Marzo 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 17-3-2019 (N.d.d.)

 

Greta e i gretini. Ma credete davvero che una ragazzina paffuta di sedici anni abbia mosso il mondo, l’Onu, i governi, i media in questa “storica” giornata di mobilitazione planetaria per salvare la Terra? Ci voleva lei, coi suoi cartelli e slogan, per scoprire quelle emergenze planetarie? Dai su, non ci vuole molto per capire il marketing politico-mediatico che si è mosso usando l’icona minorenne di Greta, trasformandola in una specie di Bernadette della religione ecologista, con relativo pellegrinaggio alla Lourdes miracolosa di piazza, e il racconto, lo storytelling, ad usum gretini. Il mondo salvato dai ragazzini era un testo poetico di Elsa Morante, uscito – guarda caso – nel ’68; è il titolo più adatto per la manifestazione planetaria che si è svolta in migliaia di piazze di tutto il mondo, da Oriente a Occidente, dal nord Europa al sud Africa.

 

Una sinistra spompata e smarrita, che non sa più che pesci pigliare, si è tuffata a pesce sul fenomeno Greta e i suoi milioni di sodali, cercando di trarre un populismo buono e giovanile in un rigurgito miracoloso di Sessantotto e di appropriarsene. Se leggete i giornali di sinistra, non solo italiani, coi loro titoloni entusiastici, le paginate euforiche, è stata una flebo di vitalità in un corpo smorto, un soccorso da respirazione bocca a bocca. Perché permette di cavalcare un tema santo e corretto, che permette ancora di spartire il mondo in buoni e cattivi, che poi sarebbero tutti i governi in carica che oggi guarda caso non sono di sinistra, né qui né altrove; un modo per attaccare l’America trumpista e paraggi. […] Riconosco che il tema agitato è verace: avere a cuore le sorti del pianeta, mobilitarsi per salvarlo, o perlomeno suscitare attenzione sui temi sensibili, è cosa davvero buona e giusta. Anzi, aggiungo che la salvaguardia dell’ambiente, l’amore per la natura, la denuncia del degrado ecologico, non dovrebbero essere lasciati ai verdi e tantomeno agli speculatori politici, reduci dai fallimenti del progressismo. Anzi, mi spingo oltre: chi si definisce conservatore, chi ama e difende la terra dei padri, dovrebbe sentirsi particolarmente sensibile al tema di salvare il pianeta, conservare la natura e criticare lo sviluppo illimitato, la crescita abnorme dell’inquinamento. Quindi sacrosanta la battaglia contro la morte della terra, e decisamente positivo che i ragazzi si mobilitino per questi temi anziché per altri, o peggio per nulla, se non i propri appetiti. Vorrei solo che gli slogan principali di questa mobilitazione non fossero limitati all’orizzonte ambientalista. Salvare la terra è un nobilissimo proposito, anche se suona velleitario declamarlo nelle piazze, o pretendere di farlo con una mattinata da passeggio in corteo. Ma si può davvero pensare che il pericolo per l’umanità siano la plastica, l’aumento della temperatura o i gas di scarico, e poi basta? Non pensate che altre tragedie planetarie si abbattano nel mondo, come lo sradicamento dei popoli, l’inebetimento dei giovani tramite i media, la diffusione della droga e dell’alcol, il collasso delle famiglie, degli stati e la decadenza delle società? Non pensate che il tema di salvare la terra debba inserirsi all’interno del più grande proposito di salvare l’uomo e l’umanità che è in lui? Così rivendicare il diritto al futuro, sacrosanta istanza, ha valore e coerenza se non si limita a salvare il futuro delle piante e delle piste ciclabili. Stiamo perdendo il futuro in ogni senso e direzione, non solo a livello d’ambiente: perdiamo il futuro perché noi italiani ed europei non facciamo più figli. Rischiamo di estinguerci per questo, prima che per le emissioni di anidride carbonica. Perdiamo il futuro perché abbiamo spezzato i ponti tra le generazioni, non facciamo più lunghi progetti, non abbiamo più un’idea del futuro e un orizzonte di aspettative, stiamo perdendo le identità. Avere una visione del mondo vuol dire non preoccuparsi solo di salvare l’aria, l’acqua e la terra, ma anche quegli altri elementi che sono importanti come l’aria, l’acqua e la terra, ossia le nostre radici, le nostre tradizioni, la nostra civiltà. E poi, quando chiediamo di salvare la natura, cerchiamo di capirci: ritenete raccapricciante una carota ogm, geneticamente modificata, ma ritenete sacrosanto il diritto all’umanità ogm, geneticamente modificata e transgenica. Non è una contraddizione, difendere la natura relativamente agli ortaggi e stravolgere la natura relativamente agli umani? Pensate che sia fruttuoso e coerente auspicare fecondazioni artificiali per gli umani ma denunciare sdegnati le sofisticazioni alimentari di carni, frutta e verdura? Salvare la natura, la terra, il futuro è un progetto più grande che comprende anche l’uomo, la sua natura e la sua cultura, il suo corpo, la sua mente. Ci pensate ragazzi? Ripetete spiritosamente “non rompeteci i polmoni” ma all’inquinamento mentale e ideologico, all’espianto degli organi vitali, mentali e spirituali dell’umanità ci pensate alle volte? Aprite gli occhi e le menti, ci sono più cose in cielo e in terra, e nella vostra anima, che non riguardano solo la salute del pianeta.

 

Marcello Veneziani

 

 
Ambientalisti contro sovranisti PDF Stampa E-mail

19 Marzo 2019

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Da Rassegna di Arianna del 17-3-2019 (N.d.d.)

 

Le recenti elezioni in Baviera e in Assia dicono che il sovranismo identitario, da solo, non sfonda. L’AfD ottiene, certo, un buon risultato, il 10,2%, in Baviera e il 13,1% in Assia ma non sufficiente a far “saltare il banco”. Perché? Una ragione è, certamente, legata all’ideologia economica di “Alternativa per la Germania” che, a differenza della Lega, resta una forza di destra “classica”, di tipo neo-liberale, o “ordo-liberale” per rifarsi alla terminologia germanica. Insomma, “meno Stato e più mercato”, questo slogan liberale oggi non convince più. Ma c’è da tener presente un altro aspetto su cui vorrei qui insistere: il risultato straordinario dei Verdi, che hanno superato il 17%, raddoppiando in Baviera i propri voti e in Assia ottengono il 19,8% raggiungendo la SPD, che perde oltre il 10%. L’Italia non ha mai conosciuto formazioni ambientaliste così forti e radicate nella cultura politica e civile del Paese, per questo Salvini e Di Maio possono stare tranquilli sul fronte interno. Anche se ho l’impressione che si stia un po’ esagerando: inserire, ad esempio, nel “decreto Genova” un emendamento, del tutto estrinseco, con il quale si fissano limiti di tolleranza piuttosto alti per la presenza di idrocarburi nei fanghi utilizzati come concime, o sempre nello stesso decreto prevedere una sanatoria (un po’ ritoccata per superare le proteste degli attivisti) per abusi edilizi a Ischia, non fa onore a Di Maio. Eppure una frangia ecologista era pur presente all’interno del M5S. Parlo al passato perché se a ciò aggiungiamo la giravolta del M5S sul TAP, il controverso progetto di gasdotto transadriatico, e sull’Ilva, che doveva essere chiusa bonificando l’area e invece è stata venduta ad una multinazionale indiana, pare che M5S abbia anche da questo punto di vista rivisto abbondantemente i suoi principi originari. Per un movimento ecologista si aprirebbero praterie infinite, ma le opposizioni hanno, per fortuna, altro a cui pensare.

 

Come che sia, se la sfida ecologica non ci sarà in Italia, ci sarà a livello europeo. All’avanzata, in tutta Europa, del sovranismo, sembra infatti che l’unica vera opposizione stia per venire non dai tradizionali partiti – socialisti, democristiani, liberali, etc. – tutti in profonda crisi, ma proprio dalle spinte ecologiste di movimenti come quello dei Verdi. I quali hanno vinto, in questi giorni, anche in Belgio – nelle amministrative – e in Lussemburgo, dove sono passati, alle legislative, dal 10 al 15%. Ed è probabile che si presenteranno con una propria lista di fatto transnazionale alle prossime elezione europee. La “vague verte”, l’onda verde, sembra essere tornata, dopo i successi dei primi anni ’90. Forse che il vero confronto politico dei prossimi mesi sarà quello tra una “internazionale sovranista” e una ‘internazionale ecologista”? Una cosa è certa: il sovranismo identitario non basta per vincere. Ripeto, da solo non dà risposte adeguate né alla questione sociale né ai problemi ambientali. Soffermiamoci su questi ultimi. Pur contrastando l’ideologia della globalizzazione, non si può negare che esistano problemi che sono per definizione globali e che vanno al di là dei confini nazionali. “Sovranismo” significa avere le chiavi di casa, ma non rifiutarsi di vedere al di là delle proprie mura. Dove il problema è globale, la soluzione deve essere globale, anche per un sovranista. Ciò di cui abbiamo bisogno, allora, non è rifugiarci in posizioni radicali, e oltranziste, di rifiuto dei problemi ecologici, o di denuncia dell'”ideologia ambientalista”. Autori come Luc Ferry, nel suo Nouvel ordre écologique, hanno mosso critiche al movimento ecologista e alla deep ecology che certamente vanno tenute in considerazione. Ma, come Hans Jonas non smise di sottolineare nel suo celebre Das Prinzip Verantwortung, è ormai giunto il tempo di una «solidarietà di destino tra l’uomo e la natura, solidarietà nuovamente riscoperta nel pericolo, (che) ci fa anche riscoprire la dignità autonoma della natura e ci impone di rispettare la sua integrità al di là dell’aspetto utilitaristico». Il nostro futuro sviluppo non potrà che essere “nachhaltig”, “sostenibile”, non potrà più essere separato dall’ambiente, dalla sua tutela e salvaguardia. Distruggendo la natura l’uomo infatti distrugge se stesso.

 

Non è facile sbarazzarsi dei Verdi semplicemente con il motto “verdi fuori, ma rossi dentro”, in realtà sono stati proprio gli ecologisti che per primi hanno superato la contrapposizione tra destra e sinistra: sono infatti ritenuti “di destra” da tanta gente di sinistra e “di sinistra” da tanta gente di destra. E in effetti sono “conservatori” verso l’ambiente e “rivoluzionari” verso il sistema della produzione e dei consumi. Il sovranismo in Europa, se non vuole ritrovarsi, improvvisamente, contro un avversario di cui – fino a pochi mesi fa – non aveva neppure sospettato l’esistenza, deve cominciare a riflettere su tutto ciò, poiché anche l’ambientalismo può e deve diventare un “suo” tema e una sua battaglia. Difendere forme tradizionali di vita, specificità culturali è importante tanto quanto la difesa della biodiversità e dell’ambiente. La difesa della nostra identità culturale passa anche dalla difesa delle nostre bellezze naturali.

 

Paolo Becchi

 

 
Populismo e narcisismo PDF Stampa E-mail

18 Marzo 2019

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Da Appelloalpopolo del 2-3-2019 (N.d.d.)

 

Il populismo, inteso come fenomeno consistente nella prassi dei politici che dicono sistematicamente ciò che il popolo vuol sentirsi dire – a prescindere se pensano che sia bene, che sia realizzabile, che sia una priorità, che i costi siano notevoli, ecc. -, quindi come fenomeno che comprende Grillo ma anche Renzi, Salvini ma anche Berlusconi, Bossi ma anche Veltroni, ha evidentemente un presupposto inesplorato, senza il quale il fenomeno non potrebbe esistere o non potrebbe essere, come è, generale: la convinzione della maggior parte delle persone votanti di sapere cosa sia bene e cosa male, cosa comporti molti costi e cosa ne comporti pochi, cosa sia prioritario e cosa debba essere rinviato, cosa sia fattibile e cosa no. Proprio perché esiste questa convinzione, quando un politico populista parla a una parte del pubblico – al suo target – milioni di singoli individui pensano: “Finalmente uno che capisce come stanno le cose e cosa si deve fare!”, che significa anche “finalmente un politico che capisce ciò che IO già capivo”.

 

Il populismo non potrebbe essere un fenomeno di massa e anzi totalitario, se non fosse fondato sulla smisurata presunzione che si è diffusa nei popoli del cosiddetto occidente. In definitiva il populismo non è altro che un corollario del narcisismo patologico che pervade le società occidentali. Le persone comuni, anziché ascoltare proposte politiche, riflettere, studiare, interrogarsi, chiedere, approfondire e poi scegliere, attendono davvero dei rappresentanti delle loro opinioni, che agiscano in base alle loro analisi. E dinanzi agli slogan semplicistici e banali declamati dai partiti, anziché dire: “Che politico ridicolo, queste sciocchezze sapevo pensarle e dirle anche io!”, pensano: “Ecco finalmente qualcuno che dice ciò che dico IO!”.

 

Stefano D’Andrea

 

 
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