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Il modello norvegese PDF Stampa E-mail

24 Giugno 2019

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Da Appelloalpopolo del 22-6-2019 (N.d.d.)

 

Disoccupazione in Norvegia a maggio 2,1%.  Non sono nell’euro, non sono un “grande” Paese che potrà mai competere con Cina, USA o quant’altro (e perché dovrebbero poi competere con loro?), hanno alti stipendi ed elevate tasse, il che li renderebbe sostanzialmente un paese importatore, estremamente non competitivo anche dal punto di vista delle estrazioni petrolifere (visto che molti mi dicono: eh, ma loro hanno il petrolio!). Qual è quindi la differenza sostanziale?

 

Hanno moneta propria legata alla propria banca centrale, quindi hanno autonomia di politica economica e un “libero” potere decisionale per rispettare gli interessi primi del Paese. Questo permette allo Stato di tutelare e incentivare l’innovazione e l’imprenditoria privata. Allo stesso tempo però, molte industrie statali competono coi privati in alcuni settori strategici. Hanno anche un buon sistema sanitario statale, elevate tutele sociali, un’istruzione elevata con università gratuite e insegnanti ben retribuiti ed è tra i Paesi con più dipendenti pubblici per abitante (mamma mia tutta questa spesa pubblica!). La settimana lavorativa in media è di 37,5 ore, ma molti lavorano anche meno; ad esempio chi lavora in fabbrica sui 3 turni (matt, pom, notte), tra settimane pesanti e recuperi lavora in media 33,6 ore/settimana (ma gli scansafatiche sono gli italiani, greci, ecc.). Pensando quindi alle politiche economiche che la UE propone ai Paesi per migliorare le proprie situazioni, che sono sostanzialmente l’opposto di quanto fa la Norvegia, direi che la Norvegia dovrebbe essere fallita. Invece è lì, tra i Paesi più felici e prosperi al mondo da decenni! Come sistema che coniuga imprenditoria privata, pubblica e tutele sociali, fatte le enormi debite differenze temporali, potrebbe essere paragonato all’Italia degli anni ’50, ’60 e ’70. Le ricette giuste quindi le abbiamo, ma assumiamo medicine errate, per poi ammirare il benessere altrui. Assurdo no?

 

Federico Arkel

 

 
Un cameriere disinformato PDF Stampa E-mail

23 Giugno 2019

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Da Rassegna di Arianna del 19-6-2019 (N.d.d.)

 

L’annuncio di Teheran dell’imminente superamento dei limiti delle riserve di uranio a basso arricchimento è un grido di aiuto contro lo strangolamento economico di Trump al Paese. Ma l’Europa non risponderà (e a Washington l’Italia ha mandato il peggior rappresentante possibile, Matteo Salvini) Che cos’è una politica estera dissennata e criminale? Nel caso dell’Iran ne abbiamo un esempio lampante. Qui la maggior parte dei commentatori, che in genere non hanno mai visto una guerra e tanto meno in Medio Oriente, ritiene che non ci sarà un conflitto contro gli ayatollah. Trump si avvia in campagna elettorale - è uno degli argomenti principali - e non gli conviene ritentare la conferma alla Casa Bianca con una guerra in corso. Sono ottimisti e forse sono anche già stati superati dalla realtà. Quando Trump l’anno scorso si è ritirato dall’accordo sul nucleare firmato nel 2015 dal suo predecessore Obama - decisione presa su spinta di Israele e delle monarchie del Golfo come l’Arabia Saudita - aveva già fatto il primo passo verso un conflitto. Non solo l’Iran non aveva violato l’accordo ma gli Usa mettevano continuamente sanzioni secondarie verso banche, aziende e Paesi che facevano affari con Teheran: sabotavano l’intesa e impedivano agli altri di attuarla. Se Teheran continua ad avere difficoltà a diventare un Paese “normale” come chiede il segretario di Stato Pompeo è proprio perché gli Usa non vogliono. E lo vogliono ancora meno i loro alleati nella regione perché l’Iran, secondo Paese al mondo per riserve di gas e quarto per quelle petrolifere, può diventare una potenza economica concorrente e attirare capitali e investimenti più di qualunque altro Paese della regione. L’Italia, per esempio, aveva già firmato un memorandum di intesa con il presidente Hassan Rohani da 30 miliardi di dollari per commesse, grandi lavori e commercio. E pur in mezzo a mille difficoltà resta il primo partner europeo di Teheran. Così gli americani hanno iniziato la fase preparatoria della guerra: lo strangolamento economico della repubblica islamica, soltanto mascherato dall’esenzione per sei mesi di potere acquistare greggio iraniano. Poi sarebbe cominciato quello che vediamo adesso: una sequela di provocazioni nel Golfo per fermare non tanto l’apparato militare iraniano ma soprattutto l’export di petrolio. A bombardare gli iraniani per il momento ci pensano in Siria caccia e missili di Israele.

 

Gli americani hanno messo il cappio al collo dell’Iran e ora intendono stringere la morsa. Potrebbe caderne vittima proprio il governo moderato del presidente Rohani ormai incalzato dai Pasdaran e dall’ala dura che non volevano firmare l’intesa sul nucleare del 2015. Se l’Iran si ribella al soffocamento economico e vanno al governo i duri, si procede verso la guerra. E in alternativa soltanto “i duri e puri” del regime possono davvero negoziare un’intesa per evitarla. A Teheran hanno capito quello che già sapevano da molto tempo, e cioè che senza un’atomica nell’arsenale sarebbero stati sempre un bersaglio degli Stati Uniti e dei loro alleati. La conferma è venuta dall’iniziativa di Trump di aprire negoziati con la Corea del Nord: solo se hai l’atomica vieni considerato degno di essere preso in considerazione dalla Casa Bianca. Gli iraniani non potranno mai avere l’atomica e lo sanno perfettamente: altrimenti sarebbero già stati bombardati. Basti pensare che per le false accuse di possedere armi distruzione di massa gli americani hanno fatto fuori Saddam Hussein. Gli Stati Uniti hanno già dimostrato di attuare guerre prive di qualunque giustificazione perché non ne hanno bisogno: se la inventano e quindi la vendono al mondo intero. Gli iraniani possono soltanto possedere una bomba “virtuale”, cioè i mezzi per farla ma senza avvicinarsi troppo e quindi tenere sulla corda gli Usa e le monarchie del Golfo che sono le prime al mondo per spesa militare in armi americane e occidentali.

 

L’Iran corre su un filo sottile, non soltanto nel Golfo ma anche in Siria, in Iraq e in Yemen. Le altre poste in gioco di un eventuale conflitto contro gli ayatollah. Gli Usa sono affascinati come sempre dalla teoria del domino: se cade Teheran, pensano, ci prendiamo anche tutto il resto e poi passiamo a regolare i conti con la Russia e la Turchia, un membro della Nato che è ormai è più vicino a Putin che agli Usa e all’Occidente. Non sorprende quindi che Teheran abbia annunciato che entro dieci giorni supererà i limiti delle riserve di uranio a basso arricchimento consentiti dall’accordo del 2015. Gli Stati Uniti quindi hanno mandato il premier giapponese Shinto Abe a provare una finta mediazione con la Guida Suprema Ali Khamenei ben sapendo che questa missione suonava come una sorta di ultimatum. E anche abbastanza comico: i giapponesi pur essendo una potenza più che rispettabile non sono la Russia, la Cina, Francia, la Gran Bretagna, Stati che fanno parte del consiglio di sicurezza Onu, che hanno l’atomica e sono garanti dell’accordo sul nucleare insieme all’Onu. Il tentativo di Abe è stato preceduto da un altro della Germania. Ma si è trattato di manovre dilatorie, fumo negli occhi: Germania e Giappone sono insieme all’Italia le potenze sconfitte dalla seconda guerra mondiale e messe sotto protettorato americano. Cosa volete che contino? Se uno manda a Teheran giapponesi e tedeschi significa che vuole dal regime iraniano una resa senza condizioni. Non una trattativa. Tanto è vero che gli Usa hanno montato l’operazione contro le petroliere nel Golfo per potere accusare l’Iran proprio mentre Abe si trovava a Teheran: il premier nipponico deve essersi sentito preso in giro e ha fatto la figura dello sprovveduto. Non sorprende quindi che Teheran abbia annunciato che entro dieci giorni supererà i limiti delle riserve di uranio a basso arricchimento consentiti dall’accordo del 2015. Non è una minaccia ma una richiesta di aiuto. Rohani aveva dato 60 giorni ai Paesi firmatari dell’accordo per rendere concrete le promesse di aggirare le sanzioni petrolifere e bancarie americane. Una richiesta rivolta in particolare agli europei.

 

Cosa farà l’Europa in caso di crisi prolungata e forse di guerra? La Gran Bretagna si è già schierata con Washington, la Francia fa finta di mediare ma in realtà tiene più alle sue commesse militari nel Golfo che alla pace in Medio Oriente, la Germania resterà neutrale, dimostrando ancora una volta di essere una potenza inutile in caso di conflitto, mentre l’Italia darà le basi agli Usa, come sempre. Salvini non lascia dubbi: è filo-israeliano, quindi filo-tutto. È d’accordo con Trump su tutto, dalla guerra all’Iran alla Cina, e afferma che l’Italia deve tornare a essere il primo partner europeo degli Usa, anche se non lo è mai stata. In poche parole abbiamo mandato un altro cameriere, per di più disinformato, a Washington, il quale non vede l’ora di rifilarci gli F-35 non venduti alla Turchia. Forse lo assumono. Sovranisti su Marte.

 

Alberto Negri

 

 
Uno sfascio senza precedenti PDF Stampa E-mail

22 Giugno 2019

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Da Rassegna di Arianna del 20-6-2019 (N.d.d.)

 

L’Italia finisce ecco quel che resta, era un’opera famosa di Giuseppe Prezzolini uscita in America giusto ottant’anni fa col titolo The Legacy of Italy. Tornò in libreria in Italia nel 1958 con quel titolo verace e sconfortante. Sono passati tanti anni ma la percezione di un’Italia che finisce si è fatta più acuta e intimamente contraddittoria. Ma quando finisce di finire questa benedetta Italia, se da secoli si annuncia il suo declino, e se da sessanta e più si annuncia il suo tramonto? Eppure quando Prezzolini pubblicava quel libro, l’Italia era in pieno boom economico e demografico, era in crescita, stava velocemente passando da paese agricolo e premoderno a paese industriale, impiegatizio, con un indice di benessere mai visto, l’istruzione obbligatoria e l’alfabetizzazione cresciuta grazie soprattutto alla tv. Sarebbero stati non solo gli autori antimoderni ma anche poeti come Pasolini o registi come Antonioni in Deserto rosso a raccontare il lato b del benessere e del consumo, il degrado nel cuore della crescita, la regressione dietro il trionfale progressismo. Però gli indicatori biologici ed economici allora erano in crescita: i figli stavano meglio dei padri, da genitori analfabeti venivano fuori figli laureati, era un boom di insediamenti industriali, di edilizia, di scuole e negozi, l’emigrazione si era fermata, e gli italiani, i meridionali sopra tutti, erano in forte espansione demografica. Il paese poteva essere spiritualmente declinante, ma era biologicamente rampante.

 

E oggi? Oggi il Declino di cui diffusamente si parla – e che dà il titolo a un testo recente di un economista, Andrea Capussela – non è più una percezione opinabile. La fine dell’Italia poggia su dati numerici, è quantitativa oltre che qualitativa, è materiale oltre che spirituale, è biologica oltre che culturale. Il prefatore del libro, Gianfranco Pasquino, se la prende col governo in carica, ma i dati più preoccupanti non sono economici e politici ma anagrafici e demografici. In Italia i morti superano i nati, i vecchi superano i giovani, per ogni laureato che se ne va dall’Italia sono arrivati tre migranti senz’arte né parte. Ecco il dramma italiano in tre atti. Non è solo l’arrivo dei migranti, come a volte si semplifica, perché le emergenze demografiche del nostro Paese in realtà sono ben tre, e intrecciate. La prima è quella ormai proverbiale, vistosa, che ci pone in testa alla tetra classifica: il record euro-occidentale di denatalità a cui si accompagna quel dato anagrafico così lugubre dei morti che superano i nati, come non accadeva nemmeno ai tempi delle guerre e delle carestie. È un dato tremendo perché congiurano vari fattori: non si fanno figli perché siamo egoisti e non sopportiamo più i bambini, non vogliamo proiettare la nostra vita nel futuro, non ci sono i mezzi, le case, le strutture, gli asili, per figliare. Uno sfascio culturale e psicologico, sociale ed economico, senza precedenti. Anche se per decenni ci avevano imbottito la testa dicendo che le società più moderne, più civili fanno meno figli; sono le popolazioni arretrate, succubi della religione, a procreare. Ora, invece, l’“arretrato” sud scavalca perfino il nord nella denatalità. La seconda emergenza che viene presentata come una conquista è la fuga dei ragazzi all’estero. Una fuga non paragonabile ai flussi emigratori di altre epoche perché a partire stavolta non sono i poveri e i meno istruiti, ma di solito, chi ha titoli di studio superiori, lauree e master in economia e ingegneria, ricercatori, pionieri. Ora, ammesso che la fuga all’estero dei ragazzi sia dal punto di vista soggettivo un vantaggio per loro e un segno della loro mentalità globale, da cittadini del mondo, generazione Erasmus-Ryanair, di certo la loro partenza impoverisce l’Italia, a cominciare dal sud, spezza le famiglie, svuota le nostre città, ridotte a ricovero d’anziani e di migranti. E qui veniamo alla terza emergenza, quella dei migranti. I flussi sono stati contenuti dalla politica di Salvini, s’è trattato di risposte efficaci ma simboliche; non di una radicale, ampia strategia di risposta. Dalla parte dei flussi migratori non c’è solo la Chiesa di Bergoglio e Mattarella, c’è una macchina da guerra che potremmo riassumere nella sigla MMS: Magistratura, Media, Sinistra. Anzi se dovessimo fare una graduatoria, dovremmo dire che il pericolo principale dei flussi migratori non proviene dagli stessi migranti, e nemmeno dagli impresari dei loro sbarchi, dagli scafisti alle Ong, ma sono i magistrati, sono le corti, sono le loro sentenze. Che criminalizzano chi vuol far rispettare la legge e le frontiere, come è previsto anche dalla Costituzione, e aprono ogni giorno, a colpi di sentenze, varchi per il loro ingresso, ora perché omosessuali ora perché sfuggiti a qualunque disagio, non solo guerra e carestia, ora perché l’onere della prova di essere fuggiti per la situazione di pericolo non spetta più a chi chiede asilo ma a chi deve valutarlo. Altrimenti vale la loro autoattestazione. Non sono i clandestini, gli irregolari, a doversi giustificare ma i magistrati, i sindaci, i prefetti in caso decidano di rispedirli. Una situazione assurda, da incubo e da farsa, in cui il Delitto è a norma di legge e la norma diventa Delitto, insieme con la sovranità e la tutela dei confini e di chi vi abita dentro.

 

Il problema, dunque, non è solo quello dei migranti che ora potrebbero riprendere gli sbarchi col favore dell’estate, della crisi libica, delle espulsioni tedesche e dei giudici, ma è triplice: se non nascono più figli e se quelli che nascono se ne vanno dall’Italia, i flussi migratori sono la mazzata finale, la sostituzione di popolo una volta evacuati gli italiani, l’estrema unzione alla nostra civiltà. Lì finisce l’Italia, ma sul serio. E rispetto al titolo già pessimistico del libro di Prezzolini diventa sempre più difficile indicare “quel che resta”. L’Italia finisce punto e basta.

 

Marcello Veneziani

 

 
Braccio correttivo PDF Stampa E-mail

21 Giugno 2019

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Da Appelloalpopolo del 19-6-2019 (N.d.d.)

 

L’ufficio studi di Confcommercio consiglia al Governo di abbassare i toni. Il presidente di Confindustria consiglia al Governo di abbassare i toni. Romano Prodi consiglia al Governo di abbassare i toni. Gli intellettuali di riferimento, pullulanti in ogni redazione che conta, consigliano al Governo di abbassare i toni. Non bisogna andare allo “scontro” – dicono – con la Commissione europea. Sarà, magari hanno ragione loro. Di più: hanno “matematicamente” ragione loro. Infatti, è una mera questione di cifre e, contro le cifre, si sa, i riottosi ci sbattono le corna. Questo è l’argomento più forte, e francamente irrefutabile, degli euroforici. Ed è un argomento – con poche e poco convincenti eccezioni – condiviso dal Governo medesimo. Il che costituisce il lato tragicomico, anzi tragico proprio, di tutta la faccenda. Abbiamo due grossi problemi, in definitiva. Da un lato, l’esistenza di una gabbia di numeri criminali a cui, logicamente, si appigliano i tanti consigliori che ci consigliano di abbassare i toni. È un dato di fatto: abbiamo firmato un delirante trattato, a nome Fiscal compact, dove ci è inibito, pena severissime sanzioni, di scostarci da un obbiettivo di medio termine di deficit strutturale dello 0,5 per cento su PIL. Ma è un dato altrettanto fattuale che la risposta più stupida da dare a chi ci richiama al “rispetto delle regole” è quella di rivendicare il “rispetto delle regole”. Cioè, proprio la risposta studiata (e fornita per via epistolare) dal nostro attuale esecutivo a quelli di Bruxelles. Guardate che vi state sbagliando – ha piagnucolato Tria –, noi quelle regole le rispetteremo eccome, e giù una gragnuola di virgole, di dati, di percentuali; tutti attestanti, calcolatrice alla mano, che il Governo gialloblu è in grado di piegare la schiena al giogo, né più né meno di tutti gli altri popoli europei. In questo manicomio, ci vorrebbe l’innocenza del famoso bambino della favola in un qualche ministero, anche senza portafoglio, il quale trovasse il coraggio di urlare che il re è nudo. Più precisamente: che i trattati sono incostituzionali.

 

E quindi avesse il fegato di imporre (come strategia di lungo termine) non già un’umiliante soggezione ai predetti numeri masochisti, se non suicidi, ma la loro deliberata violazione. A chi ti sta dicendo che il tuo treno è in ritardo – nel viaggio sola andata direzione dirupo – tu non rispondi gettando altra legna nella caldaia, ma attivando tutti i freni d’emergenza possibili. Ergo, Confcommercio, Confindustria, Prodi e compagnia bella (Governo compreso) hanno ragione sul piano della matematica, ma sono privi di ragioni su quello della politica, del diritto, del buon senso e, financo, dell’etica spicciola. È giunto il momento di una cosciente e sfrontata ribellione istituzionale. E il “come” farlo (l’eterno dilemma dei miseri ragionieri di ogni epocale cambiamento) è francamente irrilevante rispetto alla priorità del farlo. Sul “come”, infatti, poi ci si mette d’accordo, ma non ci si arriverà mai senza “prima” aver deciso la “prima” mossa. E se ancora, illustri ministri, vi mancasse il coraggio, pensate a come si chiama (davvero!) la procedura a cui sta per essere condannata l’Italia: “braccio correttivo”. Proprio come il lugubre riformatorio di un penitenziario. Non basta anche solo questo esemplare dettaglio semantico a strapparvi un sussulto di dignità e a farvi desiderare l’implosione di questa maledetta galera?

 

Francesco Carraro

 

 
Il delitto di violare il silenzio PDF Stampa E-mail

20 Giugno 2019

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Da Rassegna di Arianna del 18-6-2019 (N.d.d.)

 

La prima è una foto pubblicata da diversi giornali il 26 maggio. Vi si vede la innevata cima di una montagna e una interminabile e compatta fila di persone che salgono verso di essa dal basso. Che c’è di strano? C’è di strano che non si tratta di una montagna qualsiasi, ma dell’Everest con una catena umana di alpinisti che stanno aspettando pazientemente il loro turno per raggiungere la vetta più alta del mondo con i suoi 8848 metri. Attesa di vari giorni all’addiaccio, e infatti in una settimana sono morte dieci persone. L’altra notizia è del 28 maggio in occasione del bicentenario de L’infinito, forse la più famosa poesia che Giacomo Leopardi scrisse, nel 1819. Ecco quel che è avvenuto secondo quanto scritto sul sito di Casa Leopardi: “Grazie alla collaborazione fra Casa Leopardi e il Miur, gli studenti saranno invitati a dedicare la giornata al poeta e a uno dei suoi più noti componimenti. I ragazzi reciteranno L’Infinito in un flash mob che alle 11,30 attraverserà tutta l’Italia, collegandosi idealmente, da una scuola all’altra, con Recanati, città natale del poeta, dove il Miur premierà le scuole vincitrici del concorso dedicato al bicentenario della celebre lirica”. L’idea – purtroppo – è stata di una discendente del poeta, la contessa Olimpia Leopardi, accettata dal ministro dell’Istruzione Bussetti.

 

Che cosa hanno in comune due fatti tanto apparentemente diversi e distanti fra loro nel tempo e nel luogo? Hanno in comune una clamorosa violazione del silenzio, una offesa alla solitudine, la massificazione di una esperienza personale e interiore. Ricordiamo alcuni versi immortali: “Ma sedendo e mirando, interminati/ spazi di là da quella, e sovrumani/ silenzi, e profondissima quiete/ io nel pensier mi fingo, ove per poco/ il cor non si spaura“. E poi la conclusione: “Così tra questa/ immensità s’annega il pensier mio:/ e il naufragar m’è dolce in questo mare“.

 

Ecco cosa hanno in comune questi due incredibili episodi: il totale disprezzo per l’immensità, lo spazio infinito, la necessità di sentirsi soli e nudi di fronte a qualcosa di più grande e inaccessibile: la montagna più alta del pianeta, la volta del cielo sopra di noi. Entrambi ti annullano e ti fanno capire chi sei, come sei, dove sei. Ti fanno, contemporaneamente, rientrare in te stesso e ti fanno confrontare con una Natura che non è quella chiacchierona e demagogica degli ecologisti di maniera, ma quella sacra e magica che l’uomo contemporaneo non solo distrugge ma soprattutto continua a non capire pur credendo di difenderla. La gente che si mette in coda per raggiungere una vetta che costò incredibili fatiche e terribili congelamenti a coloro che la conquistarono per primi (l’inglese Hillary e lo sherpa Tenzing il 29 maggio 1953), l’ha trasformata in un fatto commerciale, alla portata di tutti coloro che vi giungono dai quattro angoli del mondo per poter poi dire, sfoggiando foto e autoscatti – oggi più noti col nome di selfie – digitali di cui pavoneggiarsi su Internet, su facebook, nel loro blog: “Ecco, io sono stato in cima al monte più alto della Terra. Bravo, no?”. Figuriamoci un po’… Il turismo di massa in quei posti dell’Asia, per i quali ci vuole un permesso ed un pagamento al governo del Nepal di appena 11mila dollari a persona, ha prodotto tonnellate di sporcizia, rifiuti, escrementi, rottami, al punto che certi Paesi himalayani, ma non il Nepal che ha permesso questo sconcio di incolonnare un migliaio di turisti pieni di soldi, hanno deciso di bloccarne l’accesso per alcuni anni. Cosa è rimasto della meraviglia di questi luoghi? Oggi gli ecologisti e certi storici della montagna ingaggiati per deprecare la foto in questione, lanciano anatemi, ma al contempo dimenticano, e magari criticano speciosamente, coloro che questa tendenza denunciavano e denunciavano sin da quanto iniziò a manifestarsi negli anni Trenta, Julius Evola tra i primi. Ma c’è anche chi critica questi limiti: il contingentamento degli alpinisti sul lato francese del Monte Bianco è stato infatti definito “antidemocratico” e “antipopolare”! È ben difficile frenare il “turismo di massa”: è tanta la gente che vuol raggiungere la vetta del Gran Paradiso (4061 metri in Valle d’Aosta) che per evitare “ingorghi” è stato deciso a giugno di stabilire dei “sensi unici” come in una grande città, quelli per chi sale e quelli per chi scende! Le meraviglie del progresso…

 

Cosa è rimasto del silenzio e della solitudine della montagna, del cammino interiore che deve compiere un vero alpinista? Cioè chi non ritiene di fare del mero sport agonistico, ma si mette personalmente alla prova? Chiedetelo al cantante rap Jovanotti al quale si è concesso di tenere un concerto a Plan de Corones, cima del Trentino-Alto Adige a 2275 metri, suscitando le proteste di Reinhold Messner (9 aprile 2019). Un concerto rap nel regno della solitudine e della pace silente, avallato addirittura dal WWF, è il trionfo di quella cultura plebea e quantitativa, di massa appunto. Dal silenzio delle vette al chiasso delle vette…Lo stesso si può dire di questi ragazzi e ragazzini inquadrati per schiamazzare L’infinito. Ehi, fanciulli, ma le avete lette le parole della poesia: “interminati spazi”, “sovrumani silenzi”, “profondissima quiete”, “immensità”. Ma avete capito bene? Non schiere di studenti vocianti, non urla e parole ad alta voce, non massa di adolescenti e dei loro professori. Non folla ma rifugio in se stessi, non strepito ma sussurro e contemplazione in pace. Ma cosa mai vi hanno insegnato? E li hanno mai veramente letti questi versi il signor ministro leghista Bussetti e la signora contessa Olimpia, non degna erede del conte Giacomo, timido e introverso, che li scrisse a ventun anni? Benissimo le mostre a Recanati, ma di fronte i “flash mob poetici” (sic) Giacomo si sarà rivoltato nella sua tomba al Parco Vergiliano di Piedigrotta… Sarà pure lo “spirito del tempo”, come qualcuno giustificherà questa kermesse, ma non è certo un bello “spirito”. Non si rende “popolare” e “appetibile” alle incolte generazioni del XXI secolo un capolavoro che invece deve essere meditato e recepito interiormente. Il vero problema che sta alla base di una totale incomprensione e ricezione de L’infinito è che nell’era della connessione sempiterna con tutti e dappertutto, nessuno è più capace di stare solo con se stesso. Si ha addirittura paura di esserlo, forse perché al proprio interno non c’è un bel Nulla. Si ha timore di non avere contatti con gli altri perché ci si dovrebbe confrontare con il proprio Vuoto. È nato l’Homo Connexus, involuzione dell’Homo Sapiens. Si è sviluppata oggi una sindrome del distacco dallo smartphone e ci sono centri specializzati per la disintossicazione. Nessuno riesce più ad essere disconnesso, cioè di vivere senza collegarsi ad altri in ogni luogo e momento. Insomma: non essere più capaci di restare soli (e autonomi) è diventata come una patologia che ti travolge e per cui devi essere curato… Non è una distopia televisiva come Black Mirror, ma la Realtà. Simbolicamente l’“ermo colle” di Recanati di poche centinaia di metri, e l’Everest in Asia di migliaia di metri sono la stessa cosa: un’ascesa al cielo, un contatto più prossimo al divino, un luogo di meditazione e devozione, ed è per questo che su colli e montagne venivano costruiti templi e santuari. Così li vedevano gli antichi e i popoli collegati ad una Tradizione. Gli antichi in Occidente come in Oriente lo sapevano benissimo. Non luoghi in cui concentrare i ricchi vacanzieri e il turismo di massa, anche se magari ci si rimette la pelle, né la scusa per far scendere in piazza o in cortile adolescenti distratti perché questo si ritiene l’unico modo per “coinvolgerli” su un tema culturale.

 

Gianfranco de Turris

 

 
Una nuova pistola fumante PDF Stampa E-mail

19 Giugno 2019

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Da Rassegna di Arianna del 15-6-2019 (N.d.d.)

 

L’aspettavamo con ansia perché era annunciata: è arrivata la nuova “pistola fumante” degli americani, un video secondo il quale le Guardie della Rivoluzione iraniane rimuoverebbero una mina sulla fiancata di una petroliera colpita nel Golfo. È giusto ricordare cos’era la pistola fumante. Furono le famose prove portate nel 2003 all’Onu dall’allora segretario di Stato Colin Powell sul possesso di armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein che poi giustificarono l’invasione dell’Iraq. Come tutti sanno in Iraq queste armi non soltanto non furono mai trovate ma si scoprì che la documentazione portata da Washington era stata inventata di sana pianta. Oggi è un altro segretario di Stato, Mike Pompeo, a sostenere che la colpa delle esplosioni del Golfo è dell’Iran: il copione è sempre quello anche se cambia il bersaglio.

 

Il giorno del discorso di Powell alle Nazioni Unite mi trovavo a Baghdad nell’ufficio di Tarek Aziz, il braccio destro di Saddam Hussein, un cristiano che era stato ricevuto anche dal Papa. Il televisore era acceso mentre Powell faceva il suo discorso ma Tarek non alzò neppure lo sguardo verso lo schermo e continuò a leggere e firmare le carte accumulate sula scrivania. “Ma come, non guarda le dichiarazioni del segretario americano?”, gli chiesi meravigliato. “È inutile, una perdita di tempo: ci farebbero la guerra anche se consegnassimo agli Usa pure l’ultimo dei nostri kalashnikov”. Ed avvenne proprio così un mese dopo quando gli americani attaccarono l’Iraq, abbatterono il regime baathista dando il via al più lungo periodo di destabilizzazione nella storia del Medio Oriente e nell’era contemporanea, i cui guai stiamo pagando ancora oggi, noi e ancora di più le popolazioni della regione. Gli Stati Uniti brillano per insipienza: fecero fuori Saddam senza avere una soluzione politica di ricambio, generando anni instabilità, massacri e terrorismo. Più o meno lo stesso che è accaduto in Libia dopo Gheddafi. E non hanno smesso, continuano. Trump ha appoggiato il generale Haftar contro il governo Sarraj di Tripoli ma adesso la situazione appare bloccata perché non sanno cosa fare.

 

Gli americani sono specialisti delle “bufale”. E per ogni bugia c’è sempre una prima volta in cui far cascare l’opinione pubblica fino a quando, ripetendola allo sfinimento, non diventi una verità o una post-verità. Gli Stati Uniti inviando truppe e portaerei nello Stretto di Hormuz, dove passa il 40% del traffico mondiale di petrolio, ci stanno facendo credere che l’Iran minaccia non solo i traffici del greggio ma anche la sicurezza mondiale, così vogliono anche le monarchie del Golfo e Israele. Due petroliere, dirette in Giappone, sono state “attaccate” nel golfo di Oman proprio mentre a Teheran era in visita il premier nipponico Shinzo Abe, storico cliente degli iraniani e impegnato in un’opera di mediazione. Una circostanza che solleva più di un dubbio che siano stati davvero gli iraniani: le mine, tra l’altro si rimuovono con il dragamine, non con le mani e un barchino di plastica. Usciti dall’accordo sul nucleare del 2015, gli Usa hanno imposto nuove sanzioni all’Iran e bloccato l’export di petrolio: in poche parole stanno soffocando la repubblica islamica e impediscono agli altri di fare affari con Teheran. Russia e Cina si oppongono mentre gli europei timidamente vorrebbero aggirare le sanzioni. L’obiettivo degli Usa è costruire l’immagine di un Iran “minaccia per la pace” e dei traffici internazionali ma anche di fare paura agli europei aumentando una tensione nello Stretto che può innescare un’impennata delle quotazioni petrolifere. Con le “pistole fumanti” c’è sempre qualcuno che ci guadagna e non importa se ci sarà un’altra guerra del Golfo: ne avete già viste tante.

 

Alberto Negri

 

 
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