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Uomo che vuol farsi dio PDF Stampa E-mail

20 Gennaio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 15-1-2019 (N.d.d.)

 

Due notizie apparentemente del tutto slegate fra loro. Alla fine di novembre 2018, uno sconosciuto biologo cinese (ma chi li conosce singolarmente, gli scienziati cinesi, in Occidente?), il professor He Jiankui, dell’Università Shenzhen annuncia di aver fatto nascere, in vitro, due gemelline con il Dna modificato, Lulu e Nana. Motivo (ufficiale) di questa sconcertante sperimentazione: far sì che venissero al mondo con un organismo che fosse resistente al virus dell’Hiv. Quasi sette anni prima, al principio di febbraio 2012, la stampa internazionale aveva riferito che le celebri gemelle Kessler, Alice ed Ellen, il duo femminile più famoso della televisione italiana,  nate nel 1936 e quindi, all’epoca, settantacinquenni, ma perfettamente in salute e ancora belle, brave e attive nel mondo dello spettacolo, avevano rivelato d’aver stretto un patto per la vita e per la morte: se una delle due dovesse mai ridursi, un giorno, allo stato vegetativo, allora l’altra l’aiuterebbe a chiudere, come si usa dire, con dignità.

 

Eppure, fra le due cose, una relazione forse c’è. A ben guardare, esiste un filo rosso che le collega. Le gemelle Kessler esordiscono, artisticamente, nel 1955; le gemelline cinesi nascono nel 2018: sessantatre anni separano i due eventi, un arco di tempo nel corso del quale la popolazione mondiale è passata da 2 miliardi e 700 mila a 7 miliardi e 600 mila, vale a dire che è quasi triplicata. I cambiamenti verificatisi nel campo economico, finanziario, sociale, politico, militare, scientifico, tecnologico, artistico, culturale, filosofico e religioso sono stati immensi: sono successe in proporzione più cose negli ultimi sessanta o settanta anni di quante non ne siano accadute negli ultimi seicento o settecento. Però le Gemelle Kessler, inossidabili, con le loro lunghissime gambe hanno continuato a esibirsi senza mai andare in pensione; ancora nel 2014, ormai vicine al traguardo degli ottanta, erano ospiti al Festival di Sanremo e facevano la loro figura, eleganti, snelle e agili (quasi) come una volta, ancora capaci di fare qualche passo di danza e di cantare con onore. E intanto gli scienziati, cinesi e non cinesi, in tutto quel tempo, hanno lavorato: zitti, zitti, nei loro laboratori, a partire da quando, nel 1953, avevano scoperto la struttura del Dna. Il loro sogno segreto e inconfessabile, e infatti non l’hanno confessato fino a quando non sono arrivati a fare centro, era di poter generare l’uomo nuovo, frutto della manipolazione del suo codice genetico: in pratica, di sostituirsi a Dio come creatori degli esseri viventi. E mentre gli scienziati, nell’ombra, lavoravano, instancabili, senza dover rendere conto a nessuno, e tanto meno all’opinione pubblica, di quel che andavano sperimentando, le gemelle Kessler, come tutti gli uomini e le donne del mondo, e specialmente della vecchia Europa, vecchia proprio in senso demografico, cominciavano a interrogarsi sul loro futuro, a chiedersi che ne sarà di loro quando le mitiche gambe, il corpo tutto, e specialmente la mente, non le dovesse più sostenere. E sono arrivate alla conclusione che non vale la pena di vivere qualche anno in più, ridotte all’impotenza su una sedia a rotelle, o su un letto di ospedale; e che è meglio, molto meglio, esercitare il diritto di por fine alla propria vita, magari con l’aiuto l’una dell’altra. Così, mentre nei Paesi giovani si pensa a come far nascere la vita, anche artificialmente, anche con le pratiche più discutibili, nei Paesi vecchi si pensa alla morte e a come uscire di scena tramite l’eutanasia.

 

Nei Paesi del Sud del mondo si fanno figli, così tanti che Paesi come la Cina e l’India hanno dovuto provvedere drasticamente alla limitazione delle nascite, anche con misure coercitive; nei Paesi del Nord, che già sono a crescita zero, si praticano da decenni sia l’aborto che la contraccezione sistematica, ci si fa allacciare le tube, ci si fa sterilizzare, si acquistano cani e gatti da compagnia, ci si “sposa” fra persone dello stesso sesso, oppure ci si prenota per l’eutanasia, anche a costo di aggirare le leggi e, se necessario, di farsi trasportare all’estero, in qualche Paese di più larghe vedute, dove si può liberamente esercitare il diritto di por fine alla propria vita, quando essa è giudicata priva di valore. I radicali, infatti, si sono precipitati a diffondere l’annuncio shock delle Kessler: tutta acqua per far girare le pale del loro mulino. D’altra parte, al di là della contrapposizione fra i due orientamenti esistenziali, c’è un elemento che li accomuna, al punto che possiamo considerarli come le due facce d’una stessa medaglia: la pretesa di esercitare un controllo esclusivo sulla vita e sulla morte. Manipolazione genetica, aborto, eutanasia, sono espressioni di una stessa superbia intellettuale: quella della creatura che non accetta il proprio limite ontologico e vuol farsi padrona della vita e della morte, cioè vuole farsi dio. Lavorano male, questi scienziati che manipolano il codice genetico, e invecchiano male, questi europei che annunciano in anticipo la loro volontà di non continuare a vivere se non alle condizioni da essi stabilite. Il messaggio che lanciano entrambi alle nuove generazioni è sconcertante: la vita non è un dono di Dio, anzi non è affatto un dono, ma una conquista umana; e così come l’uomo ha ormai la capacitò per decidere, da solo, chi far nascere e chi no, e come farlo nascere, e con quale codice genetico, e quindi con quali caratteristiche biologiche, pianificando la sua nascita come un bravo ingegner pianifica la produzione di un certo complesso industriale, così egli può anche decidere quando spegnere l’interruttore, quando restituire il biglietto, per se stesso o anche per un parente, un amico, una persona che glielo chieda con insistenza. Sarebbe una crudeltà inutile, non vi pare?, sia far nascere una creatura svantaggiata, sia prolungare la vita d’un malato senza speranza. Questa, a quanto pare, è tutta la saggezza che due guerre mondiali, alcuni genocidi, un paio di bombe atomiche e altre amenità del genere hanno insegnato agli uomini delle ultime generazioni. E non sono parole a vuoto. Quando il regista Mario Monicelli, malato di cancro alla prostata, decise di farla finita e si gettò nel vuoto, la sera del 29 novembre 2010, lanciandosi dalla finestra al quinto piano dell’ospedale in cui era ricoverato, aveva toccato la bella età di novantacinque anni. Anche nel suo caso, e sia detto con il debito rispetto verso il dolore altrui, fu il testamento spirituale che lasciò ai giovani e al pubblico che lo aveva amato attraverso i suoi film, in un arco di tempo di svariati decenni. Egli aveva esercitato un ruolo da “maestro” solo attraverso il cinema; aveva anche indossato i panni dell’intellettuale dissidente, del contestatore politico, lanciandosi, davanti a folle numerose, in violente campagne verbali contro i governi da lui ritenuti destrorsi e reazionari. La vita privata gli aveva riservato non poche soddisfazioni, anche sul piano sentimentale e affettivo, almeno secondo gli standard della gente di spettacolo. La sua ultima compagna era stata una ragazza di diciannove anni che si era unita a lui, quando ne aveva quasi sessanta, e gli aveva poi dato una figlia quando ne aveva ben settantaquattro. Tre anni prima della morte aveva dichiarato, in un’intervista, di vivere da solo, di non provare alcuna nostalgia per i diversi figli e nipoti, di non avere più versato una lacrima da decenni e di essere un elettore dell’estrema sinistra. Aveva anche spiegato le ragioni della scelta di vivere da solo, con queste parole (riportate su Vanity Fair del 07/06/07, p. 146 e consultabili anche sulla voce a lui dedicata da Wikipedia): Per rimanere vivo il più a lungo possibile. L'amore delle donne, parenti, figlie, mogli, amanti, è molto pericoloso. La donna è infermiera nell'animo, e, se ha vicino un vecchio, è sempre pronta ad interpretare ogni suo desiderio, a correre a portargli quello di cui ha bisogno. Così piano piano questo vecchio non fa più niente, rimane in poltrona, non si muove più e diventa un vecchio rincoglionito. Se invece il vecchio è costretto a farsi le cose da solo, rifarsi il letto, uscire, accendere dei fornelli, qualche volta bruciarsi, va avanti dieci anni di più.

 

Insomma, una donna quale compagna di vita è troppo sollecita, troppo servizievole; meglio stare da soli, arrangiarsi, farsi il letto e cucinarsi da mangiare, così si guadagnano dieci anni di vita. Il rifiuto dei legami, dell’amore, in nome del diritto a rosicchiare qualche anno di vita in più: niente male come filosofia quantitativa, perfettamente in linea con una società che quantifica e commercializza tutto. Se posso strappare qualche anno alla morte in cambio dell’aridità spirituale, perché no, il prezzo vale bene il risultato: e lasciamo il romanticismo ai romantici, illusi e sognatori. Meglio un cuore arido, come direbbe Cassola, che finire come un vecchio rincoglionito sulla poltrona, con la moglie che ti serve e ti accudisce. In fondo, è la filosofia dell’Uomo dal fiore in bocca di Pirandello: che noia, queste mogli che vorrebbero vivere, invecchiare e morire coi loro mariti. Non se ne può più, sono un autentico flagello; si attaccano all’uomo come le zecche, cioè, come le infermiere, e allora tanti saluti, è finita. Ma davvero c’è così tanto amore nel mondo, e specialmente nella relazione fra l’uomo e la donna, da poterlo disprezzare a questo modo, da poterlo gettare nel cestino della spazzatura con tanta leggerezza, o meglio, con tanta lucidità e con un tale senso di intimo sollievo? A noi non sembra proprio. Può darsi che soffriamo di miopia, o di strabismo, però a noi sembra che la società odierna sia affetta dal problema opposto: che di amore ce ne sia troppo poco, specialmente fra l’uomo e la donna. Per cui buttarlo via nella maniera lucidamente teorizzata da Monicelli, che pure ha dedicato tanti film a parlare dell’uomo, della donna e delle loro relazioni reciproche, è uno spreco immenso e incomprensibile.

 

Del resto, si tratta di idee e atteggiamenti oggi largamente diffusi nella società, a tutti i livelli; difficile dire se artisti e intellettuali come Monicelli abbiano contribuito a crearle, o si siano limitati a diffonderle, avendone subito l’influsso a loro volta. La filosofia e la letteratura del Novecento sono contrassegnate da questa ambivalenza: smania di creare la vita e terrore di doverla vivere in condizioni ritenute indegne. Per Heidegger (e per Sartre e gli esistenzialisti) la vita umana è un essere-per-la-morte; per Montale la vita è l’esperienza del male di vivere; per Pavese essa è un vizio assurdo. Si può anche ammettere che la vita è bella, o meglio che possiede dei lati gradevoli, ma solo finché ci sorride, finché siamo giovani, sani, efficienti; quando non piace più, quando non diverte più, perde valore e la si può gettare, come fa il bimbo viziato con un giocattolo che ha perso il suo incanto. Si direbbe che il mondo abbia perso il proprio incanto agli occhi degli uomini moderni: meglio corazzarsi contro il dolore, meglio premunirsi contro quel fastidioso incidente chiamato amore; meglio evitare di compromettersi con quella cosa tanto borghese, banale e molesta che sono i legami familiari. Ed ecco l’ideale stoico della divina indifferenza, teorizzato da Montale: l’arte di rendersi inattaccabili e impermeabili al male di vivere; anche a costo di non sentir più nulla, di recidere i legami più naturali. […] Si dirà che lo stoicismo è una nobile filosofia; e che, se era la filosofia di uomini come Marco Aurelio, non può essere che una gran cosa. Ma lo stoicismo è la classica filosofia della decadenza: nasce con l’ellenismo, trionfa a Roma: quando il mondo antico è in piena decadenza, anzi, si avvia alla dissoluzione morale. Comunque, andiamoci piano col paragonare lo stoicismo dei greci e dei romani con quello odierno, che è, a ben guardare, un mixer di edonismo e nichilismo: chi vuol esser lieto, sia; di doman non c’è certezza. Non vi è molta nobiltà in questa filosofia, a dire il vero: è meschina, banale, materialista. È la stessa che spinge un uomo a lasciare la moglie cinquantenne per la ragazza ventenne, gettando nel cestino trent’anni di vita in comune, di progetti, di speranze, di difficoltà condivise, di figli allevati insieme. Ma quando arrivano le rughe, la donna tanto amata perde il suo fascino: perché non rimpiazzarla con una ragazzina fresca come una pesca? È una filosofia per uomini (e donne) che non valgono nulla, non val neanche la pena di perdere tempo a discutere con loro. Il guaio è che il mondo ormai è pieno di uomini e donne da nulla, che valgono meno dei vestiti che indossano. Sono gli stessi che, nei laboratori, tessono la loro bava in filamenti mostruosi, come ragni appollaiati al centro della loro tela: fanno esperimenti, giocano col Dna, dicono di voler migliorare la specie umana, di voler difendere la salute contro le malattie. Come sono buoni; e pretendono pure che crediamo a simili balle. La verità è che inseguono un solo dio, la propria illimitata ambizione, la smania di sfondare, di farsi un nome, diventare celebri; e, nello stesso tempo, di assaporare il senso di onnipotenza che viene dal manipolare le leggi stesse della vita. Anche questi sono uomini da nulla: non valgono niente, tirano fuori la vita dalle loro macchine, come l’operaio estrae il pezzo lavorato dalla matrice. A che servono, costoro? Altro non lasceranno, dietro a sé, come diceva Leonardo, che cessi pieni…

 

Francesco Lamendola

 

 
Discredito PDF Stampa E-mail

19 Gennaio 2019

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Da Appelloalpopolo del 16-1-2019 (N.d.d.)

 

Alle volte, di fronte allo sconcerto di amici europeisti per la ‘rozzezza istituzionale’ dei ‘populisti’ (non solo in Italia), mi chiedo cosa si aspettassero. Per anni e anni siamo andati avanti in Europa con una (sedicente) ‘avanguardia tecnocratica’, sottratta ad ogni dibattito pubblico e ad ogni controllo democratico, che ha utilizzato i propri agganci tra le élite cosmopolite per pubblicizzare nei singoli paesi il Grande Progetto Europeo come un progetto di ricchezza e fratellanza comune. ”Fidatevi”. Poi, alla prima difficoltà seria, si è vista una corsa di ciascuno al salvataggio dei propri patrimoni (ad esempio il salvataggio delle banche francesi e tedesche a spese della Grecia), uno scatenarsi di regole asimmetriche valutate arbitrariamente (aiuti di stato, surplus commerciali, procedure di infrazione, ecc.), una rincorsa alla colpevolizzazione del vicino nella più completa ignoranza delle realtà altrui, un’esplosione di ricatti, condizionalità, minacce, e il tutto abbinato ad un impoverimento di ampli strati della popolazione. In sintesi:

 

1) i lavoratori europei si sono inizialmente e per decenni consegnati fiduciosamente mani e piedi ad un’élite tecnocratica; 2) questa élite li ha prima portati sugli scogli, dopo di che ha cercato di mettere in salvo sé stessa, e non contenta di ciò se l’è presa con i lavoratori infingardi (tra l’altro categorizzandoli per stereotipi nazionali); 3) quell’élite stessa poi ha messo in campo tutte le proprie risorse e agganci mediatici per far passare adeguate dosi di senso di colpa presso i lavoratori europei (nessuno creda che l'”avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità” sia risuonato solo in Italia: è stato usato ovunque, persino in Germania per comprimere il loro welfare.)

 

A questo punto, esattamente, cosa pensavate potesse succedere? È successa l’unica cosa che il puro e semplice buon senso avrebbe saputo prevedere: la totale irredimibile perdita di credito delle élite tecnocratiche e del loro progetto, che ora si rivela come appunto soltanto un LORO progetto. Dunque quel progetto è semplicemente defunto, e prima si capisce meglio staremo tutti. I ‘populisti’ non sono piovuti da Marte. Sono quelli che restano dopo che avete tolto di mezzo le élite tecnocratiche. Non vi piacciono le loro sgarberie e la loro sguaiataggine? Beh, cari esperti bollinati, trovate uno specchio e vedrete il colpevole. Questo è il semplice frutto dell’uso pluriennale catastrofico fatto di pensose expertise, di saggi e prudenti consigli, di spiegazioni paternalistiche (e cretine) su come gestisce una casa il ‘buon padre di famiglia’, ecc. Una volta che il credito è perduto, una volta che quando apri bocca tutti sanno che non ci si può fidare, beh, è finita: puoi avere dietro di te i Media, la Polizia e la Borsa, ma sei comunque destinato a sparire, è solo questione di tempo.

 

Andrea Zhok

 

 
Fanno autocritica perché non accettano critiche PDF Stampa E-mail

18 Gennaio 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 16-1-2019 (N.d.d.)

 

Da diversi giorni su la Repubblica va in scena il teatrino dell’assurdo: la Casta spiega al popolo perché ha perso e perché hanno vinto i loro nemici. Fanno autocritica perché non accettano critiche, gli unici abilitati a criticarli sono sempre loro stessi. Hanno la presunzione di sapere solo loro come sono andate effettivamente le cose, perfino la loro sconfitta la capiscono solo loro che l’hanno pur causata, almeno in buona parte. La loro autocritica esclude il presupposto di ogni serio bagno di umiltà: ascoltare. Ascoltare gli altri, ascoltare chi ha vinto e chi ha decretato la vittoria dei populisti e dei sovranisti, ascoltare la gente, ascoltare chi già prima del collasso spiegava le ragioni del cambiamento in corso. Macché. Gli altri non esistono, non hanno diritto di parola, sono plebe, o fascisti, reazionari, sovranisti o loro complici. La stessa cosa ha fatto il Pd. Ma tutta questa presunzione – che il loro Papa laico definisce in modo altrettanto presuntuoso come “albagia” (Eugenio Scalfari dixit di Sé stesso, col Sé maiuscolo) per non confonderla con la volgare arroganza – spiega il crollo delle élite molto più di quanto si possa immaginare. Infatti cosa si può rimproverare alle élite, il fatto di esistere e dunque per ciò stesso di tradire la democrazia, cioè l’autogoverno del popolo? Ma no, questo è lo schema puerile, simil-rousseauviano, di chi crede alla favola della democrazia diretta. C’è sempre stato un governo d’élite, non si conoscono paesi e sistemi politici in cui i governati coincidano coi governanti, nemmeno a rotazione, e tutto si decide a colpi di referendum e di plebiscito, persino le manovre economiche si fanno al balcone e poi si firmano in piazza tra bandiere, abbracci e tric-trac. Il problema vero, la malattia del sistema, è che non si sono viste in campo le élite, al plurale, in competizione tra loro, come si addice a una vera democrazia, ma una sola oligarchia, un blocco di potere compatto e uniforme benché ramificato. I teorici delle élite, da Mosca a Pareto, parlavano di circolazione delle élite, per loro la storia è un cimitero di aristocrazie; sono le minoranze che governano, ma sono minoranze in competizione, che si rinnovano. Da noi invece è avvenuta la stipsi delle élite. O se preferite una metafora meno cacofonica, l’arteriosclerosi delle élite, l’indurimento delle arterie che non consentivano la loro fluida circolazione. Si formano i trombi nel sangue e i tromboni nella società. E fermano il flusso. È lì che la classe dirigente si è chiusa a riccio, diventando solo classe dominante, e casta sovrastante. Non c’è stata circolazione, non c’è stata competizione tra élite divergenti, e non c’è stato filtro selettivo per consentire il ricambio tramite la meritocrazia. Si è bloccato l’ascensore sociale, si è chiuso l’accesso dei capaci e dei meritevoli. Si accedeva alle élite solo per cooptazione, per affiliazione alla cupola elitaria, per conformità di idee, metodi, linguaggi e idolatrie. Ma per avere circolazione, selezione, competizione, devi ammettere che non esista solo un Modello, una via di sviluppo, un solo codice politico, culturale e ideale. Devi accettare le differenze e il vero antagonismo. E invece chi non era conforme a quella precettistica, era messo fuori legge, fuori sistema, si poneva di volta in volta fuori dalla modernità, dalla democrazia, dall’Europa e in certi casi perfino fuori dall’umanità. Poi non si spiegano perché l’odio sia diventato un fatto sociale diffuso. Dopo aver insegnato Odiologia verso chi dissentiva dal loro canone, non potete poi meravigliarvi se la gente ha ricambiato, magari con la rozzezza dovuta a chi è carente di cultura e buone maniere. D’altra parte la buona educazione, dal ’68 in poi, fu cancellata e se non sbaglio da quella storia provenite pure voi. Una società volgare, sboccata, primitiva, nasce proprio da quella “liberazione”, dal mancato nesso tra diritti e doveri, che dal ’68 in poi è diventato il discorso dominante (“il diritto di avere diritti”). Ora, non dico che quel che è accaduto sia solo colpa della casta: anche dalla parte opposta si è fatto poco per far crescere e formare élite adeguate, qualificate e competitive. Però negando ogni cittadinanza alle idee diverse, ai modelli politici e culturali diversi, riducendo tutto a fascismo e paraggi, e soprattutto negando perfino l’esistenza di chi la pensava diversamente perché chi divergeva non poteva avere pensiero, hanno di fatto avallato il loro essere un Blocco Unico e Chiuso, che si autoriproduce. A differenza loro, io per esempio leggo Ezio Mauro e Alessandro Baricco, Michele Serra e Ilvo Diamanti, Eugenio Scalfari e altre loro firme culturali, e ne apprezzo in generale la qualità intellettuale. Li critico, polemizzo. Per loro invece, chi non la pensa come loro o è una bestia o non esiste. Poi non si sanno spiegare perché alla fine parlano solo tra loro e a Sé stessi, col sé maiuscolo, dimenticando il mondo. Che alla fine fa volentieri a meno di loro, o si rivolta contro di loro.

 

Marcello Veneziani

 

 
Tecnoschiavi PDF Stampa E-mail

17 Gennaio 2019 

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Da Rassegna di Arianna del 15-1-2019 (N.d.d.)

 

Quali sono le vere cause dell'indebitamento globale? Perché questo debito sembra inestinguibile e programmato? Che effetti politici hanno le politiche di sicurezza e monitoraggio sempre più invasive che subiamo? Come cambierà il mondo del lavoro con l'avvento dell'Intelligenza Artificiale?

Qui si amplia l'indagine intrapresa in Oltre l'Agonia e si traccia un profilo drammatico dell'uomo contemporaneo: indebitato, biologicamente modificato, schiavizzato da finanza e tecnologia. Una luce sui progetti della cosiddetta politica "profonda", portata avanti a porte chiuse dai governi, e con piano di lungo termine, tenendo l'opinione pubblica all'oscuro. Essa sta procedendo lungo cinque esigenze primarie:

concentrazione e privatizzazione della sovranità monetaria con indebitamento inestinguibile, quindi sottomissione della società alle oligarchie finanziarie sovranazionali; trasformazione culturale e morale delle popolazioni mediante la dissoluzione delle figure e dei valori di riferimento antropologici e biologici; migrazione e mescolamento etnico con eliminazione delle sovranità nazionali e delle identità storico- culturali; controllo elettronico e modificazione biologica della popolazione per dichiarate esigenze di sicurezza, integrazione sociale e fiscale mediante farmaci, alimenti, droghe, vaccini; relativizzazione e svalutazione giuridica della specie umana mediante la ibridazione/sostituzione con la macchina (cyborg, intelligenza artificiale) e con gli animali (chimere).

Tutto questo è sostenuto dalla elaborazione e imposizione di una ideologia e di un lessico che distorcono la realtà in atto impedendo un modello diverso: il pensiero unico e il suo linguaggio “politicamente corretto”. È quindi urgente svelare le modalità con cui la tecnocrazia finanziaria reagisce alla destabilizzazione socioeconomica ed ecologica che essa stessa ha provocato nel mondo. Fino ad ora, anche i pensatori più critici hanno omesso di additare gli autori e gli strumenti concreti della trasformazione dell’umanità in corso. Eppure, si conoscono gli uni e gli altri… E si conosce anche ciò che può infrangere i loro piani.

 

Marco Della Luna

 

 
Come Occupy Wall Street? PDF Stampa E-mail

16 Gennaio 2019

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Da Comedonchisciotte del 14-1-2019 (N.d.d.)

 

Ho ascoltato con interesse l’incontro tenuto a Roma con Véronique Rouille e Yvan Yonnet dei Gilets Jaunes, presentato da Moreno Pasquinelli di Programma 101, con la presenza di Antonio Maria Rinaldi e Mariano Ferro. Ma la conferenza mi ha destato molte perplessità sulla reale efficacia di questo movimento, soprattutto quando Yvan Yonnet ha consigliato di boicottare le elezioni europee con l’astensionismo, sostenendo che se tale astensione raggiungesse il livello del 80%, il sistema Europa crollerebbe sotto le proprie contraddizioni. Vero che in meno di due mesi il movimento francese ha dato un’ulteriore spallata al governo Macron e alle oligarchie europee, sconvolgendone il panorama politico. Vero anche che per diverse settime consecutive le dimostrazioni sono continuate in tutto il paese anche dopo le deboli concessioni di Macron, mentre ispiravano un’ondata di manifestazioni anche in Paesi limitrofi come il Belgio e l’Olanda, e mentre i media corporativi cercavano di demonizzare il movimento nella speranza non si diffondesse altrove. Il fenomeno è nato spontaneamente e i metodi stessi della sua affermazione ne hanno rivelato anche le tante fragilità. I Gilets Jaunes si sono spesso radunati in luoghi molto frequentati, dove potevano trovare facilmente visibilità mediatica: gli Champs-Elysées a Parigi, le piazze principali di altre città e le numerose rotte del traffico ai margini delle piccole città. A differenza delle manifestazioni tradizionali, le marce di Parigi erano molto libere e spontanee, spesso le persone passeggiavano e si parlavano, senza leader e senza discorsi. L’assenza di leader è inerente al movimento, e questo lo predispone al rischio di facili strumentalizzazioni.

 

Dalla loro apparizione di circa due mesi fa, i giubbotti gialli hanno sventato tutti i canoni della mobilitazione sociale: nessun leader carismatico, nessun intermediario, nessuna organizzazione strutturale, nessuna solida coordinazione delle varie compagini territoriali. Invece, un solo colore improbabile, dipinto sui giubbotti catarifrangenti dei motociclisti. Però la guerra alle oligarchie finanziarie è cosa dura e grave, e se i Gilets Jaunes non si organizzano in tempo per vincere le prossime europee e controllare il Parlamento e la Commissione, vedranno cadere nel vuoto le loro rivendicazioni e le loro manifestazioni, che se pur clamorose e sorprendenti, appariranno come una montagna che ha partorito un topolino. Potrebbero fare la stessa fine di ‘Occupy Wall Street’, finito nel dimenticatoio di wikipedia. Il fenomeno Occupy era troppo caotico, pericoloso e destrutturato. Insomma, troppo rivoluzionario. Nei suoi discorsi post-Occupy e nel suo ultimo libro The end of protest: a new playbook for revolution , Micah M. White ha deplorato il suo fallimento organizzativo. Dai movimenti anti-globalizzazione a quelli anti-guerra in Iraq, passando per le Primavere Arabe, No-Global, movimenti pacifisti, Black Lives Matter, ecc… tutti hanno mancato quegli obiettivi di cambiamento sociale che si prefiggevano. Il neoliberismo è vivo e vegeto, le oligarchie al potere non hanno perso la loro egemonia, mentre le disparità economiche sono aumentate.

 

Il regime dominante si è evoluto per adattarsi al contesto, come un camaleonte, che cambia pelle e colore per mimetizzarsi e non cadere in balia dei predatori. ‘Occupy Wall Street’ in questo senso ha insegnato comunque qualcosa, che le attuali forme di protesta non funzionano più, perché mentre con Occupy la protesta si era allargata a 82 Paesi e dato vita a quasi mille “accampamenti”, eppure il cambiamento sociale non si verificò proprio per nulla. Gli attivisti di oggi hanno solo poche possibilità per conquistare la sovranità: continuare a protestare, vincere le guerre o meglio ancora vincere le elezioni. Infatti l’obiettivo finale dovrebbe essere un movimento che possa vincere le elezioni al fine di poter ottenere dei risultati concreti. Il 1° dicembre l’Arco di Trionfo è stato “vandalizzato” dai Gilets Jaunes che manifestavano a Parigi, e il fatto aveva destato l’immediata reazione di  Macron, che dalla vetrina del G20 a Buenos Aires aveva dichiarato: “Nessuna causa può giustificare la brutalità verso l’Arco di Trionfo”. Però l’Arco di Trionfo è simbolo della ‘Grandeur Francese’, della sua politica imperialistica, proiettata verso la conquista di un pezzo d’Africa, che continua a sfruttare e rapinare ancora oggi tramite il  franco CFA, l’eredità coloniale che controlla di fatto le economie di 14 Paesi africani, secondo norme stabilite 70 anni fa. Un’area monetaria che ricorda la nostra tragica esperienza dell’euro. Quindi la violenza contro l’Arco assume una sua valenza politica ben precisa: il 99% dei miserabili, diseredati dalle politiche neoliberiste del turbocapitalismo, portano la guerriglia urbana contro il simbolo dell’imperialismo francese, oggi soprattutto finanziario. Voluto da Napoleone I, dopo la battaglia di Austerlitz (strana coincidenza proprio il 2 dicembre 1805), il quale disse rivolto ai suoi soldati: “si tornerà alle vostre case solo sotto archi di trionfo”. Difatti un decreto imperiale datato 18 febbraio 1806 ordinò la costruzione di un arco trionfale dedicato appunto alle vittorie conseguite dall’esercito francese. I manifestanti però hanno saccheggiato anche altri emblemi del potere: il busto di Napoleone e quello di Luigi Filippo, i cui occhi sono stati colorati di rosso. Hanno sfondato un altorilievo allegorico che illustrava la partenza dei volontari del 1792, ribattezzata la Marsigliese, e scolpito da François Rude nel 1833, nella parte nord dell’Arco. Hanno cercato anche di distruggere un dipinto che rappresentava l’ingresso del catafalco di Victor Hugo al Pantheon. Perché tutti questi simboli? Forse per attaccare il rifiuto napoleonico alla libertà? Il rifiuto di Louis-Philippe all’uguaglianza? Come mai questi manifestanti, che sventolavano il tricolore, hanno attaccato i Volontaires del 1792? E soprattutto, perché Victor Hugo, l’autore di ‘Les Misérables’, il politico che, a differenza di tanti altri, andava da destra a sinistra, finendo la sua carriera da repubblicano, rifiutatosi inoltre di condannare i comunardi del 1871? Purtroppo la direzione politica dei Gilets Jaunes è ancora disorganica e incerta, per ora abbiamo visto l’Arco, ma non la freccia. Cerchiamo di non trascurare oltre la parte del caso, né della provocazione, né di quella stupidità che ha un ruolo molto più importante nella storia di quanto potrebbero ammettere gli stessi storici, tuttavia il senso di un’insurrezione è anche rivelato dai segni che lascia intatti oltre a quelli che distrugge. E il segno rimasto intatto è quello dell’anonimato di questi gialli francesi… chi li guida, chi li organizza, come si sono strutturati, quali programmi hanno pianificato e soprattutto quali obiettivi immediati si sono proposti? Perché se la ‘rivoluzione gialla’ si ferma alla protesta, se le masse che si sono mobilitate, anche con esiti straordinari per caparbietà ed efficacia negli scontri di piazza, non riusciranno a tradursi in un partito politico che influirà profondamente sulle prossime europee, avremo assistito all’ennesima protesta improduttiva e sterile. Se i giubbotti gialli sono i sans-culottes di oggi, come quelli che divennero i partigiani rivoluzionari della rivoluzione francese, alla fine avranno bisogno di un club giacobino. Se la storia è maestra di vita, i Gilets Jaunes dovrebbero imparare dal passato, e ascoltare le parole di Lenin:  ”Non sostenere il degrado del rivoluzionario al livello di un dilettante, ma elevare i dilettanti al livello dei rivoluzionari.”

 

Rosanna Spadini

 

 
Le cavie di Matera PDF Stampa E-mail

15 Gennaio 2019

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Da Comedonchisciotte del 13-1-2019 (N.d.d.)

 

Luigi Di Maio: “Un nuovo boom economico potrebbe rinascere: negli anni ’60 avemmo le autostrade, ora dobbiamo lavorare alla creazione delle autostrade digitali… quello che vogliamo realizzare per l’Italia passa da una visione dei prossimi 10 anni… il lavoro è la più grande sfida del nostro tempo… L’Italia deve essere in prima linea in questa fase di trasformazione, facendo del nostro Paese una smart nation“.

 

Le autostrade digitali di cui parla Di Maio sono la rete 5G. “Oggi le società delle tlc hanno ancora il problema di come coprire l’ultimo miglio che divide le abitazioni o le aziende dagli armadietti grigi, che sono in strada. Quando questo ultimo miglio viene coperto con un cavo del vecchio rame, la speditezza della connessione peggiora. Grazie a queste frequenze da 2,7 giga, a breve sarà possibile coprire l’ultimo miglio via etere, senza più cavi, con una soluzione wi-fi.” (Repubblica 2-10-2018) Le aste per l’assegnazione delle frequenze si sono svolte ad ottobre 2018 con un incasso per lo Stato, nei prossimi quattro anni, di 6,55 mld. È una cifra enorme, quasi una finanziaria, il che fa capire che la diffusione del 5G avverrà a qualunque costo e con grande velocità, così da permettere alle società di tlc di cominciare a rientrare dall’investimento il più presto possibile. Ciò a dispetto dei timori sui pericoli delle onde elettromagnetiche ad alta frequenza che, a breve, inonderanno il territorio. Tra i siti già oggetto di sperimentazione, nei quali vi sarà un’ulteriore accelerazione, figurano Bari e Matera, quest’ultima designata capitale europea della cultura 2019. Ma forse sarebbe più vicino alla realtà dire capitale europea della sperimentazione 5G 2019. Sarà per questo che i padroni del signor Beppe Grillo gli hanno ordinato di sottoscrivere il patto proposto da Burioni?

 

«Tutte le forze politiche italiane si impegnano a governare e legiferare in modo tale da fermare l’operato di quegli pseudoscienziati che con affermazioni non-dimostrate ed allarmiste creano paure ingiustificate tra la popolazione nei confronti di presidi terapeutici validati dall’evidenza scientifica e medica.» La rete 5G pone due ordini di problemi, il primo legato all’inimmaginabile (per i non addetti ai lavori) potenzialità di controllo su ogni comportamento umano, il secondo ai rischi per la salute e per l’ambiente. L’appello di Burioni, prontamente sottoscritto dal signor Beppe Grillo, potrebbe essere una mossa preventiva per rivendicare alla scienza ufficiale, e solo a questa, il diritto di esprimere pareri sul tema. Gli interessi economici, come pure le ricadute in termini di potenziale controllo granulare sulle azioni di ogni cittadino, costituiscono ragioni più che sufficienti per temere un’evoluzione del quadro normativo nella direzione di criminalizzare e mettere a tacere ogni voce di dissenso. […] Sarà bene far sapere che, visitando Matera, i turisti si esporranno come cavie al primo grande esperimento italiano con la tecnologia 5G. Altro che sassi di Matera, saranno le cavie di Matera! Qualcosa che sta già accadendo, da qualche anno, agli stessi abitanti. Viene da chiedersi perché proprio Matera e non un’altra città, magari del nord. Forse perché gli esperimenti più invasivi è meglio farli con i bifolchi meridionali che, in cambio di qualche progetto finanziato che dia lavoro ai pochi giovani rimasti, sono più disposti a nascondere la testa sotto la sabbia?

 

Fiorenzo Fraioli

 

 
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