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Italiani arlecchini PDF Stampa E-mail

16 Gennaio 2018

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Da Rassegna di Arianna del 14-1-2018 (N.d.d.)

 

Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole. Il celebre passo biblico dell’Ecclesiaste ronza nella mente osservando le vicende italiane. Il nostro è un popolo di servitori, inutile illudersi. Lo sapevano i grandi del passato, come Dante (ahi, serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!), Petrarca e Leopardi nelle accorate quanto inutili invocazioni alla Patria (benché il parlar sia indarno, scrive il poeta del Canzoniere). Niccolò Machiavelli dedicò Il Principe al duca Valentino nel tempo in cui la nostra penisola era campo di battaglia e bottino degli eserciti stranieri. Purtroppo, la maschera che meglio esprime il carattere nazionale è quella di Arlecchino, l’infido servitore senza livrea, o meglio con un costume rattoppato di mille colori, reso celebre da Carlo Goldoni in tante commedie. L’Arlecchino contemporaneo ha superato quello della commedia dell’arte: servo di due padroni l’antico, al servizio di qualsiasi signore l’attuale. È cronaca recente l’abbraccio tra Gentiloni e Macron. Il giovin signore francese della scuderia Rothschild non ha concesso nulla alle speranze italiote in materia di immigrazione, chiedere conferma ai disgraziati abitanti della città frontaliera di Ventimiglia invasa da orde di africani respinti inflessibilmente dall’ ex terra d’asilo della liberté, fraternité, égalité.

 

Monsieur le président ha incassato la presenza militare italiana nel Niger sotto comando transalpino per difendere l’uranio francese, pardon, per bloccare il terrorismo e chiudere le strade dell’immigrazione. Nei mesi scorsi da Parigi hanno fatto catenaccio, alla faccia del libero mercato, alla vendita dei cantieri di Saint Nazaire a Finmeccanica. Una fulminea nazionalizzazione bloccò al 49 per cento l’azionista straniero, e almeno per altri 15 anni i cantieri atlantici resteranno francesi. Non così in Italia, dove un ottimo amico di Macron, Vincent Bolloré di Vivendi controlla Telecom Italia – cioè le reti di telecomunicazione – ha potuto arrivare ad un passo da sfilare a Berlusconi Fininvest/Mediaset e si avvicinò pericolosamente a Generali, insieme con il gigante assicurativo Axa. Lo shopping bancario è in pieno svolgimento, la Banca Nazionale del Lavoro, che fu banca del Tesoro italiano, è di Parisbas, mentre Crédit Agricole è il settimo gruppo bancario della penisola. Enorme è il peso francese nella grande distribuzione (Auchan, Leclerc, Carrefour) e nell’industria alimentare, con Danone in testa e Lactalis, il gigante della famiglia Besnier che ha acquisito Parmalat spolpandolo della liquidità lasciata dalla gestione successiva al crac della famiglia Tanzi. Un altro settore dell’Italia che conta è assai legata al mondo imprenditoriale e politico tedesco. Thyssen Krupp ha rilevato parte della nostra siderurgia in quanto concorrente temibile dell’acciaio renano. Rivolgersi per conferma a Terni e Torino. Lo stesso euro fu il frutto di un accordo franco tedesco con esiti anti italiani. I transalpini assecondarono la riunificazione tedesca in cambio della rinuncia al marco, i cui costi economici sono stati sostenuti dalla nuova valuta, mentre il sistema industriale italiana ha perduto un quarto del suo potenziale, oltre alle delocalizzazioni ed alle acquisizioni interessate di parte tedesca.

 

La nostra politica europea si può riassumere in un continuo cedimento agli interessi altrui. Gli eventi della Libia, con la fine di Gheddafi voluta dalla Francia (Total) e dall’Inghilterra furono un attacco diretto alle scelte italiane in materia energetica. Nulla di nuovo: Enrico Mattei fu probabilmente ucciso dai servizi segreti francesi, in connivenza con le Sette Sorelle. L’improvvido, criminale abbandono delle tecnologie informatiche – la Olivetti inventò il computer- ebbe lo zampino statunitense. Gli sconfitti del 1945 non dovevano rialzare la testa.  Sulla sudditanza nostra agli Usa non sarebbe il caso di spendere troppe parole, poiché risulta impressionante che, a oltre settant’anni dalla fine della guerra e a trenta circa dalla cessazione della minaccia comunista ospitiamo oltre cento basi americane, a nostre spese e con rilevanti pericoli per la salute dei connazionali, come nel caso del sistema Muos in Sicilia. Nel decennio 2008-2017 abbiamo sborsato oltre dieci miliardi per missioni militari in mezzo mondo, sempre in posizioni subordinate nell’interesse dello Zio Sam. Silvio Berlusconi, che ebbe il merito di avvicinarsi a Putin per dare continuità agli approvvigionamenti energetici, è tornato amicone della Merkel, con prevedibili nefaste conseguenze per la nostra industria e il sistema finanziario. Le ossessioni geopolitiche Usa, figlie delle teorie politiche dell’Heartland e del Rimland, hanno prodotto le sanzioni contro la Russia, prontamente applicate dai servi italioti ed europoidi, la cui fattura pesa per miliardi su centinaia di aziende italiane.  Dimenticavamo il servilismo antico della sinistra nei confronti della defunta Unione Sovietica, l’americanismo d’accatto di quasi tutti gli altri e la lunga storia di sottomissione non alla fede cattolica, ma agli interessi concreti della Chiesa e del Vaticano.

 

Niente di nuovo sotto il sole. Arlecchini di lungo corso in cerca di livree, convinti della nostra superiore furbizia, siamo, come nazione, Stato, sistema economico, a fine corsa. I servi, alla fine, restano tali. Si liquidano con qualche mancia, una pacca sulle spalle e il disprezzo che merita il lustrascarpe non per necessità, ma per vocazione. “O patria mia, vedo le mura e gli archi. E le colonne e i simulacri e l’erme torri degli avi nostri. Ma la gloria non vedo.” Se Giacomo Leopardi tornasse, non troverebbe più né le mura né le torri: sostituite dagli outlet, vendute in saldo, privatizzate, o chiuse per cessata attività.

 

Roberto Pecchioli

 

 
L'anno che cambiò il mondo PDF Stampa E-mail

15 Gennaio 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 13-1-2018 (N.d.d.)

 

Cinquant’anni fa, di questi tempi, prendeva corpo e aria la Contestazione globale, che poi diventò più semplicemente il ’68. Sarà il tormentone di quest’anno, anzi è già iniziato. Il ’68 fu l’ultima rivoluzione in Occidente anche se non fu cruenta, non buttò giù stati, poteri e regimi e non cambiò il sistema che voleva abbattere. Ma mutò radicalmente i costumi e il linguaggio, la scuola e l’università, la famiglia e il rapporto tra le generazioni, il sesso e il ruolo femminile. Tutto questo non avvenne nel 1968, ma quell’anno fu considerato l’apice, il punto d’avvio, benché segnali lo avessero preceduto. Il ’68 fu un evento che designò poi un’epoca. Cambiò il mondo. Se credete alle coincidenze simboliche, nel ’68 morirono tre simboli della vecchia Italia che credeva in Dio, nella patria e nella famiglia: Padre Pio, il santo da Pietrelcina, Giovannino Guareschi, il cantore del mondo piccolo di don Camillo e di Peppone, e Vittorio Pozzo, il mitico commissario della nazionale che vinse due campionati mondiali e faceva cantare ai calciatori prima di giocare gli inni patriottici. Era il loro doping, come le stimmate di Padre Pio e il Candido di Guareschi. Con loro chiuse un programma-simbolo della vecchia tv educatrice, Non è mai troppo tardi, del maestro Manzi. Liquidati quei simboli, esplose la dissacrazione, il mondo globale, il tutto è politica, e il “non è mai troppo presto” del giovanilismo rampante. L’età non fu più una condizione anagrafica ma definì una classe, un’etnia, un potere.

 

Ma cosa fu poi il ’68? Povero di eventi, senza grandi catastrofi, accadimenti storici, cambiamenti di potere, il ’68 fu soprattutto un cambiamento radicale di mentalità. Una rivoluzione culturale, per fortuna non come quella esaltata dai sessantottini nella Cina di Mao, che costò qualche decina di milioni di morti. Non vi farò perciò la storia di quell’anno che fu poca cosa. E nemmeno dei suoi capi e capetti. Cercherò invece di fare un bilancio delle sue eredità. Per cominciare, il ’68 allargò il fossato tra le generazioni. Mentre i giovani abbattevano limiti e frontiere, innalzavano un muro tra il vecchio e il nuovo e tra i vecchi, detti allora matusa, e i giovani. Irruppe la politica in ogni ambito, anche nell’intimità e nel privato. S’inneggiò alla mutazione antropologica: cambiarono le facce, i vestiti, crebbero i capelli, le barbe, i toni di voce. Ma tutto questo è solo superficie. Piuttosto cosa accadde d’importante e di letale? Si ruppe il nesso tra diritti e doveri, tra piacere e fatica, tra desideri e sacrifici. Sorse la passione trasgressiva per l’illimitato, per l’inaccessibile. Un romanticismo puerile elettrizzò i giovani, la percezione di trovarsi all’alba di un nuovo mondo, dopo il boom economico e demografico, verso una svolta radicale. L’immaginazione andò al potere. Fu quello il ’68 prevalente. Poi ci furono esiti minori, come l’estremismo politico che poi dette vita alla violenza e si spinse fino al terrorismo. O come l’opposto, l’ecopacifismo, che si alimentava però della stessa intolleranza e dello stesso spirito utopistico. O come l’abuso di droga. Crebbe pure il femminismo. Il ’68 fu furiosamente antiborghese e anticapitalista ma di fatto servì alla borghesia per liberarsi delle ultime eredità cristiano-perbeniste, il senso dell’ordine e del decoro, il pudore e le buone maniere. E servì al capitalismo per liberarsi delle ultime resistenze al dominio assoluto del denaro, del profitto e del consumo. Il ’68 colpiva la famiglia e l’amor patrio, l’autorità e il senso religioso, la tradizione e il senso morale; dunque svolgeva un compito utile al capitalismo, alla globalizzazione e alla borghesia cinica, che poi si scoprirà radical e progressista. Il ’68 fu una spallata al mondo di ieri, verso la modernizzazione. Che la società non andasse al passo delle trasformazioni, era vero. La scuola e l’università, la famiglia e la società erano piene di contraddizioni, ipocrisie e anacronismi; ma quelle che uscirono poi dall’onda del ’68 furono peggio. Caos e demeritocrazia. Il ‘68 parricida diventò infanticida, e dopo aver sognato la società senza padri, fondò la società senza figli. Il ’68 nacque collettivista, corale, orgiastico ma finì individualista, egocentrico, narcisista. Perché fu l’espansione illimitata del soggetto. Le trasgressioni si fecero conformismo di massa, il lessico rivoluzionario si fece catechismo bigotto e dopo aver combattuto le ipocrisie del linguaggio borghese, si instaurarono le ipocrisie del linguaggio “corretto”. Anche il ‘68, come il Barocco, ebbe il suo rococò.

 

L’effervescenza di quegli anni non produsse opere creative degne di restare, ma un permanente atteggiamento da bambino perenne, capriccioso, imbronciato e incompreso, che attribuisce alla società le colpe personali e i limiti naturali. La società fu meno repressa ma più sboccata, più aperta alle donne ma più sfasciata in famiglia, mise al centro i giovani ma a lungo andare non si rigenerò, non adottò ricambi, si fece la più vecchia del pianeta. Alla ragione preferì l’impulso, all’ordine il caos, alla storia l’evento immediato, alla cultura l’emozione, all’etica l’estetica. Si selezionò di meno, i capaci e i meritevoli furono messi fuori gioco, crebbe al suo posto una società edonista, irresponsabile e giuliva, anche se intimamente depressa e disperata, piena di comfort e sconfortata. Declinarono le figure di riferimento, i docenti, i genitori, i sacerdoti, i militari, le forze dell’ordine, che caddero anzi nel discredito. Questo lasciò il ’68 in Occidente, soprattutto in Italia. Qualche passo avanti, molti passi indietro, e in basso. La liberazione promessa creò più alienazione e più frustrazioni. La società si fece più infelice, perse l’ingenuità degli anni Sessanta, senza guadagnare la maturità di una vita adulta e consapevole. E introdusse i cupi, plumbei anni settanta. Sul piano politico sostituì il comunismo con un radicalismo anarchico, individualista e libertario. Dal ’68 non ci siamo più ripresi.

 

Marcello Veneziani

 

 
Sovranità interiore PDF Stampa E-mail

14 Gennaio 2018

 

Da Appelloalpopolo del 4-1-2018 (N.d.d.)

 

 “Il conflitto è padre di tutte le cose”, diceva il sapiente Eraclito. La cultura contemporanea ha censurato questa verità primordiale, ed è come se avesse censurato il mondo stesso: in tutti i campi, dalla politica alla letteratura, ha lavorato senza sosta, con un’ipocrisia e una protervia insuperabili, per smussare le punte estreme e rischiose del pensiero, per mettere a tacere le voci più intransigenti, virili, radicali.  Negli ultimi venti o trent’anni gli individui e i popoli che non hanno accettato la consegna del silenzio, che non si sono genuflessi di fronte all’avanzata del nulla e alla sua manifestazione tangibile, cioè l’americanizzazione del pianeta (da cui consegue la germanizzazione dell’Europa), sono stati marchiati a fuoco con il segno dell’infamia o derisi come cascami, residuati bellici delle ideologie novecentesche.

 

Ma l’impero dell’illusione e della menzogna non può durare a lungo. Neppure l’immane apparato finanziario e tecnocratico che lo sostiene e che ha ridotto in schiavitù il genere umano resisterà al sisma destinato a travolgerlo in un futuro per noi imprevedibile – e tale imprevedibilità non è una buona ragione per allentare la presa.  Una cosa è certa fin da ora: prima ancora che su altri fronti lo scontro decisivo avverrà sul terreno dell’anima. Riconquistare la sovranità significa in primo luogo tornare a essere i sovrani di noi stessi e delle nostre vite, annientare le resistenze mentali, ben più profonde di quanto non siamo disposti a riconoscere, che ci incatenano a una civiltà di titani priva di luce e di onore.  Il conto alla rovescia è già cominciato, non lasciamoci cogliere impreparati.

 

Giampiero Marano

 

 
Debito pubblico e privato PDF Stampa E-mail

13 Gennaio 2018

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Voi che da 30 anni credete che il problema sia il debito pubblico e non vi siete mai chiesti a) perché il debito privato non è un problema? b) perché TV, Corriere della Sera la Repubblica e Il Sole 24 Ore non dedicano al debito privato lo stesso spazio che dedicano al debito pubblico? c) perché i trattati europei non prevedono vincoli al debito privato e anzi lo promuovono? d) perché il debito pubblico sarebbe un problema maggiore del debito privato dei cittadini considerato complessivamente? e) può un sistema economico (capitalista ma in realtà anche socialista) crescere senza l'aumento del debito privato o del debito pubblico? f) è preferibile che cresca il debito pubblico o il debito privato in considerazione dei beni e dei servizi che il debito serve a produrre? Voi che non vi siete mai posti queste e simili domande, siete stupidi o semplicemente siete stati indottrinati e quindi stupiditi?

 

Stefano D’Andrea

 

 
Uniformare il linguaggio per uniformare il pensiero PDF Stampa E-mail

12 Gennaio 2018

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Da Rassegna di Arianna del 10-1-2018 (N.d.d.)

 

Centosettant'anni dopo la celebre definizione di Metternich, l'Italia sembra tornata ad essere nulla più di “un'espressione geografica”. So che non si tratta di una valutazione accettata ma quel che io vedo, e che chiedo di confutare a chi vi riuscisse, è un Paese spogliato d'ogni sovranità e in crisi d'identità, con in tasca una moneta straniera, Berlino per capitale effettiva, un inglese impostore eletto a nuova madrelingua ed il relativismo culturale a sovrintender le menti in vece di religione di Stato. Mi perdonerete se salto a pie' pari il primo punto, ma dell'euro ho già scritto così tanto da rischiare la pedanteria. Basti ricordare che anche Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze di Romano Prodi, ha ora dovuto ammettere, in palese contrasto alla narrazione tuttora egemone a sinistra, che la moneta unica è “un marco tedesco sottovalutato”. Per quanto iperbolica, dubito poi che la pur fastidiosa immagine di Berlino capitale richieda spiegazioni particolarmente approfondite. Come noto, infatti, la lunga stagione italiana dei governi tecnici, cominciata nell'estate del 2011 e temo ancora lontana dall'auspicabile fine, fu conseguenza di una violenta impennata dello spread, innescata, guarda caso, da una maxi-vendita dei Btp fin lì gelosamente conservati nelle casseforti di Germania. Fu la Cancelliera Merkel in persona poi, una volta vinta la campagna d'estate dello spread, a dichiarare ufficiosamente il “protettorato tedesco”, dettando punto per punto l'agenda politica di Roma con la famigerata formula – evoluzione delle antiche condizioni di pace - dei “compiti a casa”. Da allora Berlino dispone, magari per mezzo dei suoi ventriloqui di Bruxelles, e Roma esegue, vergando con le lacrime e il sangue degli italiani quaderni su quaderni di “compiti a casa”...

 

Desidero tuttavia far notare che alla docile accettazione del giogo tedesco è andato aggiungendosi, da qualche tempo, uno spettacolo altrettanto mortificante, ma ancor meno comprensibile: l'oblio organizzato della lingua italiana, ovvero dell'ultimo retaggio ancora intatto della nostra identità nazionale. Con una decisione giudicata oltraggiosa persino dall'Accademia della Crusca, il Ministero dell'Università e della Ricerca guidato da Valeria Fedeli ha infatti stabilito che i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) che ambiscano al finanziamento pubblico dovranno essere scritti in inglese, tollerando tuttavia che i candidati che lo desiderino alleghino alla domanda una copia sussidiaria in italiano. È dunque vero, come ha subito protestato il ministero, che “è scorretto dire che la lingua italiana sia stata bandita”. In effetti è stata solo degradata, in Italia, al rango di una lingua complementare e facoltativa. Sbaglia di grosso, peraltro, chi tenta di ricondurre la portata della questione ad un livello settoriale, ricordando che le pubblicazioni scientifiche internazionali vengono di norma compilate in inglese. Il bando, infatti, ammette anche Prin di natura umanistica; dunque persino chi volesse presentare un progetto orientato alla conservazione della poesia vernacolare sarà costretto a spiegarlo ...in inglese. Se non siamo all'assurdo, poco ci manca. Temo tuttavia che sia alquanto ingenuo ridurre l'assurdità di una simile decisione alla scarsa inclinazione personale della signora Fedeli per l'italiano. L'adozione dell'inglese, che non è solo la lingua della scienza ma è e resta soprattutto la lingua dei mercati, obbedisce infatti ad un imperativo categorico della globalizzazione che, attraverso la distruzione programmata degli idiomi nazionali, mira a costruire un prototipo seriale di homo novus, perfettamente identico ai propri simili a prescindere dal luogo di nascita e dalla cultura di provenienza. Da qui la necessità di procedere per costante sottrazione delle differenze, cominciando naturalmente dalla lingua, dal momento che lingue diverse esprimono diversi pensieri. Uniformare il linguaggio serve perciò a uniformare i pensieri mentre uniformare i pensieri è la condizione essenziale per uniformare i comportamenti. La sostituzione strisciante dell'italiano con l'inglese non riguarda solo l'istruzione universitaria. Da quest'anno, infatti, gli studenti di tutte le scuole secondarie dovranno assistere, oltre alle consuete (e, intendiamoci, sacrosante) lezioni “di” inglese, anche a lezioni “in” inglese delle principali materie scientifiche. Materie scientifiche, forse non lo sapete, come la storia. Ma non c'è un cortocircuito logico nel pretendere che la storia d'Italia venga insegnata in inglese? In quella storia, quantomeno, sembrerebbe mancare qualcosa. Qualcosa di enorme.

 

Si dice che il frutto non cada mai troppo distante dall'albero. Ed è vero. A spacciare tutte queste innovazioni legislative per progresso, in effetti, è una classe politica rampante che ormai da anni, sfoggiando il classico cosmopolitismo del provinciale, ha preso a giustificare ogni porcheria dell'agenda mondialista in un inglesorum subdolo che tanto ricorda il viscido latinorum usato da Don Abbondio per far fessi i villani. Chiamandolo esoticamente Jobs Act, Matteo Renzi è riuscito a conferire un'accecante veste di modernità alla cancellazione delle tutele dei lavoratori, evitando così che la base popolare del Pd, operaista e post-comunista, interpretasse immediatamente quella legge per ciò che era: una contro-riforma reazionaria e padronale. D'altro canto oggi è facile per il popolo cadere nel tranello dei dotti. Politici e giornalisti non fanno che ripeterci che bisogna fare la spending-review perché altrimenti sale lo spread e rischiamo il default, esponendo anche i nostri risparmi al rischio di un bail in. E chi sostiene il contrario, ovviamente, sta solo raccontando fake-news... Dovendo pagare il mio tributo alla cultura anglosassone, consentitemi di parafrasare un micidiale fustigatore dei “modernisti” d'ogni tempo quale fu, e continua ad essere, George Bernard Shaw. Anche io, come lui, non credo sia necessario essere stupidi per parlare inglese tra italiani, ma certamente aiuta. Per il gusto dell'ironia, che anche nel delirio del mondo globale resta la spada più adatta ad infilzar le idiozie, dimenticavo di dirvi che persino la Rai, malgrado i noti problemi di bilancio, ha voluto contribuire all'internazionalizzazione linguistica del Paese lanciando un nuovo canale della Radio-televisione Italiana totalmente in inglese. Cambiare la lingua, come detto, serve a riprogrammare le menti. Ma le menti, per conservare l'illusione di funzionare in autonomia, necessitano di un “software” filosofico capace di restituire un senso anche al non-senso. Questa filosofia-guida, a mio avviso, è chiaramente rintracciabile nel Relativismo Culturale, una piattaforma di pensiero ispirata alla negazione d'ogni pensiero, che predica l'iper-tolleranza per meglio praticare la tirannia. Esagero? Giudicate voi. Con la surreale giustificazione del rispetto delle diversità (ma a nulla di effettivamente diverso, in realtà, è più concesso di esistere), questa corrente di non-pensiero chiama padri e madri “genitore 1” e “genitore 2”, mette al bando i sostantivi maschili, corregge la trama delle opere liriche, infila mutandoni di legno alle statue ed offre riparo culturale a chi trasforma Gesù in Perù, arrivando persino ad invocare, ora, l'abbattimento sistematico di quei monumenti che darebbero equivoca testimonianza delle “epoche buie” del nostro passato. Il buio di ieri contro la luce del domani che stiamo costruendo oggi... Non so voi ma io, se mi fermo a considerare il presente, fatico ad immaginare qualcosa di più buio di questo Oscurantismo Illuminista e di questa mefistofelica promessa di consegnarci Tutto, ma solo se, prima, avremo accettato di prostrarci al Nulla.

 

Alessandro Montanari

 

 
Generazione Erasmus PDF Stampa E-mail

11 Gennaio 2018

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Da Rassegna di Arianna del 9-1-2018 (N.d.d.)

 

La generazione Erasmus sono i giovani del presente, i millennials, coloro che si sono formati nel primo scorcio del XXI secolo. Erasmus è Erasmo da Rotterdam, l’umanista autore dell’Elogio della Follia, un testo fortunatissimo ma di scarsa profondità. La definizione riguarda il programma dell’Unione Europea che permette a molti ragazzi di studiare o soggiornare per un periodo definito in un paese diverso dal proprio. Poco tempo, pochissimo studio, scarsa formazione, poco più di una lunga vacanza. Eppure, un oggetto di desiderio per moltissimi. Ne parla un giovane intellettuale fuori dagli schemi, Paolo Borgognone, in un libro, Generazione Erasmus appunto, che ogni giovane dotato di cervello pensante dovrebbe leggere e meditare. Il quadro è sconfortante, e va sottolineato che i giovani Erasmus sono vittime. Il sistema li vuole fragili, nomadi, sottomessi alle leggi di mercato, flessibili. Per questo li educa, condiziona e indottrina a vivere in una sorta di paese delle meraviglie leggero, impalpabile, diafano, intercambiabile. I ragazzi vengono esortati a vivere con il trolley in mano. Devono essere pronti a trasferirsi di continuo, compulsivamente. Si trovano a loro agio negli aeroporti, nei centri commerciali, negli ostelli, i non-luoghi. Imperativo è conoscere un po’ di inglese, lingua franca dei consumi, della tecnologia e di quell’universalità da quattro soldi spacciata per modernità, apertura, capacità di comprendere il mondo.

 

Il globalismo estirpa le radici: meglio tagliarle sin dai primi anni di vita. La Generazione Erasmus è invitata a non avere casa, patria, identità, o, se volete, a ostentare l’assenza di identità come imprinting generazionale. Stipati in bilocali arredati con tristi mobili Ikea affittati sull’apposita app di Airbnb o simili, armati di un vocabolario di poche centinaia di parole multiuso da pronunciare in un inglese approssimativo, si mischiano senza unirsi. Rimangono grumi senza forma, privati di un centro, attori non protagonisti di rapporti immediati quanto superficiali, ignari che là fuori il mondo è più vasto e complesso del campus, degli studi settoriali al termine dei quali sapranno tutto di nulla e non avranno neppure sfiorato il pensiero critico, e poi vittime dello sballo obbligato, della trasgressione programmata. Forse non è un caso la scelta del nome di Erasmo, che si firmava Erasmus Desiderius. I millennials, infatti, sono vittime del desiderio indotto. Diseducati a riflettere, sono chiusi in un eterno presente fatto di stimoli sempre maggiori, esauriti nella soddisfazione immediata cui segue l’inevitabile vuoto da riempire con nuove aspirazioni o smanie. Nel suo Dialogo della salute, che precedette di poco il suicidio a ventitré anni, il giovane Carlo Michelstaedter scriveva, a proposito del nichilismo gaio che antivedeva: “Schiavi di ogni capriccio, legati ad ogni istante, vittime di ogni padrone, bisognosi sempre di tutto, sitibondi nel fluire dell’acqua, affamati nella sovrabbondanza”. Il giovane goriziano era, a suo modo, un millennial del secolo passato, giacché scriveva attorno al 1910, Belle Epoque e finis Austriae.

 

Nel presente, guai a paragonare il nomadismo degli Erasmus con un errante colto alla Bruce Chatwin. Egli era un viandante, anzi un viator alla ricerca dell’autenticità animato da una vera sete di conoscenza. Inoltre, disprezzava profondamente l’Europa sazia ed inerte, tanto che arrivò a dire che si stava “maializzando”. E animali d’ allevamento, esemplari zootecnici sono, per la cupola del potere, le generazioni che stanno formando, trasformando, sformando. Tutti di corsa in massa, perennemente in viaggio e connessi, con il dialogo ridotto agli SMS e all’esibizionismo da social media, selfie e istantanea dell’attimo fuggente. È oggettivamente una generazione di vittime, a partire dal materialismo pratico, dall’indifferenza a principi stabili come a vite radicate in un luogo ed in destino. Vittime dell’istruita ignoranza in cui sono stati cresciuti, della falsa equivalenza di ogni valore, della tolleranza di tutto senza giudizio di merito, diseducati alla riflessione, inclini al disprezzo per il sacrificio, trascinano la vita in un individualismo massificato il cui esito è il cinismo, la competizione ad ogni costo, la logica dei “vincenti”, la strumentalità e fungibilità dei rapporti. Feticismo della merce, intuiva Marx, ma anche del desiderio, del denaro, dell’attimo. La soluzione è nella convenienza, per il resto vale il libretto delle istruzioni online. Quella della generazione Erasmus è una vita puntinista senza la capacità di trarne un quadro. Vittime sorridenti, in vacanza perenne, senza radici, appese ai voli low cost, all’orario ferroviario e al miraggio di uno stage a Londra. Elogio della follia per davvero, vecchio Erasmo simbolo inconsapevole degli ultimi europei, turisti dell’esistenza, abitatori del vuoto, cittadini del nulla.

 

Roberto Pecchioli

 

 
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