Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
Sofferta adesione al reddito di cittadinanza PDF Stampa E-mail

16 Febbraio 2019

Image

 

Da Rassegna di Arianna del 13-2-2019 (N.d.d.)

 

[…] Due premesse: la prima è che il reddito di cittadinanza (che altrove chiamano reddito universale di base) non è il balsamo di Fierabràs, l’unguento miracoloso che cura tutti i mali. L’altra è la constatazione che la politica sociale, uscita dalla porta del trionfo neoliberale e individualista, rientra dalla finestra del crescente disagio di massa. È un successo averla posta al centro dell’agenda politica, prova ulteriore della fine delle categorie del passato. Gli argomenti a favore e contro attraversano le vecchie appartenenze ideologiche e talvolta non tengono conto della realtà, quella, per utilizzare l’espressione di Jeremy Rifkin, della fine del lavoro. Prima di addentrarci nell’analisi, abbiamo il dovere di esprimerci. L’opinione di chi scrive è un sofferto sì al reddito di cittadinanza, al di là delle modalità della legge che lo istituirà. Il nostro è – e ancor più sarà- il secolo della diseguaglianza nel reddito e nell’accesso alle tecnologie. Il cambiamento è già troppo grande e profondo per non prenderne atto, specie all’alba della nuova rivoluzione determinata dall’intelligenza artificiale, dall’automazione, con l’irruzione del robot a sostituzione di parti crescenti e sempre più elevate del lavoro umano. I più ottimisti affermano che è il sogno dell’uomo vivere senza lavorare, lo dimostrano miti come Eldorado o Shangri-Là. Non siamo d’accordo, per l’immenso valore morale del lavoro, la dignità, responsabilità e consapevolezza che determina, il gusto e il piacere di guadagnarsi ciò che si ha, il senso del dovere che produce, la forza delle relazioni comunitarie che si stringono nel corso delle attività professionali, nei mestieri, nelle fabbriche e negli uffici. Nessuna conquista pratica e civile è maturata senza fatica, sforzo fisico e intellettuale. Il lavoro non può finire e non finirà. L’uomo non deve essere pagato per non lavorare, ma aiutato a estendere i propri orizzonti, a investire sul futuro senza paura. Si tratta di restituirgli in parte ciò che gli è stato tolto in termini esistenziali e renderlo partecipe della comunità cui appartiene. In questo senso, il concetto giusto dovrebbe essere il credito di cittadinanza.

 

Il dibattito in corso ci riporta alla centralità della dimensione pubblica, politica dell’uomo, a partire dall’istituzione Stato che, attaccata da varie parti, riprende un ruolo insostituibile come soggetto in grado di decidere e assegnare un reddito di base. Per distribuire, occorre prima creare la ricchezza e suddividere la torta molto diversamente da quanto accade da almeno trent’anni. Di qui la necessità di un’educazione volta al sapere, al sacrificio in vista di scopi, al lavoro, al risparmio, al rispetto per la legge, il ripristino di un senso di giustizia opposto allo schema della privatizzazione del mondo e della concentrazione dei redditi. Gli scenari sono chiari: l’automazione distruggerà milioni di posti di lavoro, renderà obsolete centinaia di figure professionali, aumenterà ulteriormente il potere dei detentori delle nuove tecnologie e delle classi sociali in grado di implementarle e padroneggiarle. Studi attendibili parlano del 45 per cento degli impieghi a rischio entro un decennio. Sono cifre enormi, che riguardano non più solo i lavori fisici, ma colpiscono le professioni cognitive. Software, algoritmi e robot sono destinati a ereditare il lavoro dei contabili, dei notai, dei giornalisti, ma anche degli ingegneri, degli avvocati e persino dei medici. Milioni di persone vivranno, di conseguenza, senza redditi da lavoro, la precarietà sociale e esistenziale si diffonderà a macchia d’olio, la classe media, già in affanno, sarà pressoché azzerata. Non potrà permanere, pena una intollerabile spirale di violenza e un regresso morale spaventoso, l’individualismo atomista e competitivo del presente. Forme di integrazione o sostituzione del reddito sono dunque inevitabili. Non si possono chiudere gli occhi e assistere al dissolvimento della società e alla polarizzazione della convivenza umana tra una minoranza di iperpadroni, assistita da un ceto tecnocratico, e tutti gli altri. Troppo facile la conclusione di chi considera il reddito universale di Stato l’opportunità per destinare il tempo alle attività che più aggradano, sportive, ricreative, creative o all’ozio.

 

Sull’altro lato della barricata sta l’oligarchia liberista, preoccupata che la società di mercato e consumo crolli, interessata a un reddito di base teso a mantenere in piedi il baraccone, evitando esplosioni di rabbia, violenza e messa in discussione del sistema. I più impegnati sono i giganti di Silicon Valley. L’ influentissima Y Combinator, la maggiore incubatrice mondiale di imprese innovative (le mitizzate start-up) distribuirà per un periodo di circa un anno una somma di almeno mille dollari al mese a cento famiglie, per poi analizzare i risultati. Il suo presidente, Sam Altman, è stato invitato all’ultima riunione del Club Bilderberg. Un tentativo più complesso è stato finanziato dal governo finlandese (che peraltro non intende proseguire l’esperimento). Lo Stato ha versato con criteri casuali per un anno 560 euro mensili a duemila disoccupati di varie età, attivando un gruppo di controllo con uguali caratteristiche, senza benefici economici. L’esito è stato contraddittorio, nonostante l’appoggio diretto di personaggi come Elon Musk di Tesla (auto elettriche) e Mark Zuckerberg. I beneficiari non si sono comportati diversamente dagli altri nella ricerca del lavoro (ma il senso civico delle popolazioni nordiche è certo superiore a quello italiano), il reddito e le giornate lavorate non si sono granché discostati da quelli osservati nel gruppo di controllo. È risaltata però forte la diminuzione dello stress, dell’insicurezza sociale, della difficoltà a concentrarsi, minori problemi di salute, oltre a una maggiore fiducia nel futuro tra i percettori del reddito di base. La conclusione dei sociologi è che il programma non ha offerto prospettive di lavoro migliori, ma ha innalzato la qualità della vita degli interessati. Non è poco. Il ruolo dei grandi attori tecnologici mondiali è decisivo: essi condividono una visione liberista e libertaria e ritengono il reddito universale lo strumento più adatto per diffondere tale stile di vita. Il trucco, perché di questo si tratta, è doppio. Da un lato, si pretende che i servizi essenziali, sanità, previdenza, istruzione siano in mani private (le loro…) e il reddito accordato ai cittadini per il mero fatto di esistere venga speso in quei settori, ovvero rientri nei loro bilanci. Dall’altro, vogliono che sia lo Stato, considerato un inciampo e un problema, a farsi carico di organizzazione e distribuzione. […] Il reddito di cittadinanza è materia troppo delicata per opporvi idee del passato o addirittura negare il problema. Piuttosto occorre “cavalcare la tigre”, accettare la sfida per cambiare il mondo, a partire da una domanda: che cosa succede nella percezione di massa, nel cervello di ciascuno di noi, se ci forniscono denaro senza chiederci nulla in cambio, soprattutto, è vero che non ci chiedono nulla in cambio, e ancora, quale potere, pubblico o privato, se ne farà carico, chi pagherà il conto, quale società e senso della vita emergerà? Non possiamo dimenticare il massacro sociale, antropologico, esistenziale prodotto dall’alleanza tra progressisti in assenza di progresso e il piano alto del liberismo globale. Il reddito di cittadinanza può diventare il primo gradino di un’inversione di tendenza, a patto che non sia una graziosa concessione da parte dei padroni del mondo per tenere buona la massa e non si trasformi in meccanismo politico burocratico dei governi per ricattare una massa manovrabile di nullafacenti. Il principio irrinunciabile è che il lavoro rende liberi, nonostante la frase sia squalificata dall’uso che ne fece il nazismo. Liberi e titolari di dignità, pienamente membri della comunità non solo per il reddito che ne consegue, ma per la rete di relazioni che crea, significati, status sociale e personale, amicizie, solidarietà. In più, il lavoro ci rende orgogliosi di saper fare qualcosa di utile, essere buoni operai, tecnici, medici, commercianti. La civiltà europea di matrice cristiana ha sempre attribuito un profondo significato morale e finanche spirituale al lavoro: pensiamo a San Josémarìa Escrivà de Balaguer, a Don Bosco, allo stesso San Giuseppe. Non possiamo trasformarci in generazioni di nullafacenti dedite al consumo, ergo ai vizi. Il rischio è grande. Possiamo però aiutare milioni di persone a trovare la loro strada con maggiore facilità, sottraendole a una vita da precari con la valigia in mano, in perenne competizione al ribasso, oppure all’arrivismo sfrenato. Il filosofo Slavoj Zizek, pur da una prospettiva neomarxista, avverte del pericolo del “sogno impossibile che il capitalismo faccia funzionare se stesso come un sistema socialista”, risolvendo a suo modo i problemi di disoccupazione e di consumo. Ogni sistema liberale è intrinsecamente avverso a comunità e solidarietà. In particolare, i giganti di Silicon Valley non hanno altro scopo che contenere le minacce di una disoccupazione massiccia, mettere una sorta di cerotto – a spese altrui – sul modello di lavoro che stanno costruendo attraverso l’avanzamento dei progetti di automazione, intelligenza artificiale e robotica. Siamo alle soglie di un universo inedito, cui non si può guardare con le mentalità del passato, tanto meno con l’unico metro di giudizio della ragioneria dei costi. La transizione sarà delicata e complessa, e dovrà essere soprattutto antropologica. In un futuro prossimo in cui la forza lavoro, sarà automatizzata o “uberizzata”, che ne sarà dell’uomo, quale posto avrà nella scala dei valori? Di sicuro, non esiste una risposta di destra e una di sinistra. Occorre ragionare con categorie più ampie. Proviamo a elencare qualche problema, partendo dalla sostenibilità economica. […] La soluzione è quella di tassare i robot, poiché generano ricchezza al posto dei lavoratori umani.

 

Il robot ha solo bisogno di energia per sopravvivere, non si ammala, non sciopera, non conosce feste comandate; la sostituzione delle persone umane con “persone elettroniche” (la definizione già percorre i corridoi dei palazzi del potere) produce profitto. Una parte va redistribuito alla cittadinanza. Sembrerebbe senso comune, ma è difficilissimo accordarsi per tassare i giganti tecnologici, non sarà semplice mettere in piedi un sistema tributario basato sulla produzione, il possesso e l’utilizzo di robot e altri apparati elettronici sostitutivi della persona umana. […] Perciò il dibattito sul reddito di cittadinanza deve porre al centro due soggetti attivi, le persone in carne e ossa, noi, e le istituzioni pubbliche, ovvero lo Stato, attraverso le strutture indipendenti e soggette a rendicontazione e controllo politico dedicate alla corresponsione del reddito. Manca tuttavia un convitato di pietra, l’unico di cui si tace: è la sovranità monetaria perduta. Un sistema internazionale fondato sulla menzogna del debito e sull’ emissione del denaro, cartaceo e scritturale, da parte del sistema finanziario, non può accettare l’esistenza di redditi universali, a meno di non farne oggetto di ulteriori ricatti. La speranza, il cammello che passa per la cruna dell’ago, è il graduale recupero della sovranità monetaria da parte degli Stati, iniziando dall’istituzione di banche pubbliche in grado di finanziarsi alle condizioni di quelle commerciali, dunque anche di creare moneta bancaria (in Italia si tratta di circa mille miliardi l’anno!). Il dato ufficiale della nazione capitale dell’Impero, gli Usa, è impressionante. Al 28.07.2018, la Federal Reserve dichiarava 3.600 miliardi di dollari di moneta legale (banconote e monete, aggregato M0) e 15.500 di liquidità totale (MZM, money zero maturity), con l’80 per cento del circolante creato dalle banche ordinarie, come ammesso anche in Italia dalle stesse “autorità monetarie” (fonte: Marco Della Luna, Tecnoschiavi, Arianna Editrice 2019). L’obiettivo finale è recuperare il potere sovrano di creare moneta, per attribuirne una parte ai cittadini come credito, in base alle intuizioni di Giacinto Auriti. Resta vero il paradosso di Ezra Pound, secondo cui dire che uno Stato non può perseguire i suoi scopi per mancanza di denaro è come affermare che un ingegnere non può costruire strade per mancanza di chilometri. Purtroppo, le nostre sono verità travestite da sogni. La fase storica che viviamo, tuttavia, impone di tenere fermo il ruolo dello Stato come garante e agente fondamentale della sovranità, nonché della tutela dei suoi cittadini, quindi di attribuirgli il potere di restituire le enormi somme trasferite al sistema economico e finanziario. L’avanzata dell’automazione rende tale processo ineludibile, per non rendere antiquato, addirittura superfluo, l’uomo stesso. Per questo, nonostante tutto, nonostante il pericolo di svalutare il lavoro e l’onesto guadagno, siamo favorevoli a forme di reddito universale. Non è che una modesta riappropriazione di ciò che è nostro. Non lasciamo il futuro della specie ai robot, ai padroni della tecnica e ai creatori del denaro.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Competenza autoreferenziale PDF Stampa E-mail

15 Febbraio 2019

Image

 

Da Rassegna di Arianna del 12-2-2019 (N.d.d.)

 

È il nuovo tormentone, l’ultima trovata –in realtà per niente originale- per far fronte all’irrompere dei populismi e sovranismi, tanto temuti dall’attuale e tenace compagine di potere: l’apologia della “competenza”. Per salvare il sistema da temibili e minacciosi sovvertimenti occorre che il potere consultivo e decisionale su ogni ambito della vita individuale e collettiva venga demandato a una cerchia ben selezionata di “competenti”. Ma chi sono questi individui eletti? In teoria, persone la cui elevata conoscenza tecnica in materie specifiche li eleva a massimi esperti, e dunque portatori indiscussi di verità assolute e inconfutabili, sottratte a ogni critica. In pratica, gli stessi che hanno già ricoperto ruoli di prestigio in istituzioni che ci hanno governato finora, con i risultati –più o meno disastrosi- che sono sotto gli occhi di tutti. Il concetto di competenza, tanto in voga tra gli economisti, perde così ogni riferimento alla misurazione dei risultati raggiunti dalle azioni e dagli strumenti messi in atto: l’efficacia delle politiche adottate non ha alcuna rilevanza. Ciò che conta è la legittimità delle azioni e degli attori, l’autorevolezza che gli viene tributata da enti e istituzioni universalmente riconosciuti. Secondo un meccanismo autoreferenziale e capace di autoriprodurre il proprio pensiero senza interruzione critica, nell’ambito della ricerca scientifica vengono premiati e incentivati coloro che sono in grado di portare prove a sostegno di un modello universalmente riconosciuto. Una sorta di esaltazione della “mediocrità”, dove per mediocre intendiamo quell’individuo che annulla il proprio spirito critico, in virtù di un’adesione e un sostegno preconcetti a un modello già esistente.

 

In un simile contesto, il lavoro di analisi e confutazione di teorie già esistenti e acclamate viene scoraggiato e marginalizzato. Pensiamo al clamoroso errore nel 2010 di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, due docenti della prestigiosa Università di Harvard e con ruoli nel FMI, che con la loro pubblicazione “Growth in a Time of Debt”, forniscono la prova “scientifica” che qualora il debito pubblico di una nazione raggiunga la soglia del 90% del Pil diventerebbe un ostacolo insuperabile alla crescita. Il paper diventa la Bibbia dei paladini dell’austerity: quel 90% fornisce una cifra precisa, capace di esercitare quella fascinazione sull’opinione pubblica che la “scienza esatta” è in grado di suscitare. Tre anni dopo accade che dei professori dell’università di Amherst affidano a uno studente il compito di scegliere una ricerca e replicarne il risultato. La scelta del giovane Herndon ricade proprio sull’osannato paper di Reinhart e Rogoff e l’esito della sua analisi è sconvolgente: lo studio è compromesso da gravi problemi metodologici e addirittura da un banale errore nel foglio Excel, alcuni calcoli sono sbagliati e viene omesso di includere tra le nazioni esaminate tre casi rilevanti. Gli stessi economisti di Harvard sono costretti a riconoscere l’errore, sebbene cercando di sminuirne la portata. Ma la credenza che l’aumento del debito pubblico sia dannoso alla crescita non solo non viene scalfita, ma anzi si rafforza e le politiche dell’austerity continuano a seminare sempre più vittime, in Europa come nel resto del mondo. Intanto Reinhart e Rogoff hanno continuato a essere protetti dalla loro aura sacrale conferitagli dalla “competenza”, sono stati insigniti di importanti premi e riconoscimenti, e a collaborare con organizzazioni che esercitano la governance mondiale. Gli errori sono umani e non si possono certo stigmatizzare due economisti che sicuramente hanno dedicato la loro vita agli studi, ma ridimensionare il potere assoluto e dispotico della scienza, riportarla al suo ruolo di strumento funzionale al benessere e allo sviluppo umano.

 

Ilaria Bifarini

 

 
Un nuovo "ipse dixit" PDF Stampa E-mail

14 Febbraio 2019

 

Ispirato dagli "scioperi scolastici del venerdì" davanti al Parlamento di Stoccolma ad opera dell'attivista ambientalista svedese Greta Thunberg, il 15 marzo prossimo si terrà in numerose località del mondo il "Friday for Future", il primo sciopero internazionale degli studenti (ma non solo, già in molti cavalcano l'onda) per chiedere ai governi di impegnarsi a contrastare i cambiamenti climatici di presunta origine antropica dovuti essenzialmente ai combustibili fossili. Di presunta origine antropica, perché questo vuole ormai la vulgata e la narrazione mainstream: il fatto che la storia climatica sia formata da continui cicli di cambiamenti (almeno tre o quattro negli ultimi due millenni) e che vi sia una bella differenza tra i verbi "inquinare"(il mondo) e "modificare"(il clima) ovviamente non viene mai presa in considerazione. Ora, già il fatto che la climatologia sia una scienza presume l'assunto che detta scienza si debba fondare sul dubbio e sull' ascoltare più campane, non sulla criminalizzazione e l'ostracizzazione di tutti gli studi che dimostrino come almeno da diversi anni il global warming si sia fermato e che non sia affatto vero che i ghiacci artici siano ai minimi storici. Ma lo ha detto l'ONU, lo ha detto l'IPCC e quindi va tutto bene. Un bel regresso scientifico-culturale: siamo tornati all' "ipse dixit" aristotelico dell'età preindustriale e premoderna, a questo punto tanto varrebbe riabilitare il cardinale Bellarmino e papa Urbano VIII che misero la museruola a Galileo. Bellarmino santo lo è già, aspettiamo l'apoteosi di Urbano VIII "dalla barba bella che dopo il Giubileo impone la gabella" o se preferite "quod non fecerunt barbari, Barberini fecerunt" per dirla alla Pasquino. Lasciamo perdere queste amenità e ritorniamo seri.

 

È lodevole e meritorio che un movimento internazionale di studenti abbia a cuore il futuro della Terra, la nostra casa comune, che manifesti per scuotere le coscienze e per uscire dall' ormai obsoleto, inquinante e ingombrante paradigma delle energie fossili e degli idrocarburi, sempre più devastanti e pericolosi per la biosfera e l'ambiente. Attenzione: per la biosfera e per l'ambiente, non per il clima, in quanto spiace dirlo ma l'equazione idrocarburi+C02=global warming non è scientificamente e matematicamente certa. Il grosso problema, il gigantesco equivoco di fondo, è che tale movimento auspica uno "sviluppo sostenibile" con le energie rinnovabili quando prima di tutto "sviluppo sostenibile" è un ossimoro, in quanto in un Pianeta finito come il nostro nessuno sviluppo-concetto basato sulla crescita esponenziale-col tempo risulta essere sostenibile. Le energie rinnovabili non emettono emissioni inquinanti per l'atmosfera, è verissimo, ma il loro impatto a livello ambientale è comunque devastante lo stesso. E anche qua si nota tutta la confusione intellettuale di un movimento che ragiona anziché in maniera olistica, con lo schema degli scompartimenti stagni. Le trivelle devastano, siamo d'accordo. Ma le pale eoliche, oltre che ad essere paesaggisticamente un pugno nell'occhio, forse non producono un inquinamento acustico terribile?  Vogliamo poi parlare delle meraviglie dell'"Internet delle cose", cornucopia mirabolante che necessita però di volumi enormi d'energia elettrica e il cui primo passo saranno le connessioni 5G, cioè viaggianti ad una frequenza di 27,5 Ghz ma con una durata di viaggio limitata rispetto al 4g, il che comporta che per connettere tra loro numerosi oggetti per chilometro quadrato saranno necessarie gran numero di miniantenne messe ovunque, anche sui pali della luce? E dei pericoli di un massiccio elettrosmog con rischi connessi alla salute delle persone? O forse voi non ci pensate? Vi saranno sensori dappertutto, con l'internet delle cose e il 5G che magari domani sarà 6G, 7G, 8G e ci saranno le microantenne anche nel cesso di casa, che vi tirerà lo sciacquone in anticipo mentre voi morirete di cancro a sessant' anni circa. Perché vedete, cari i miei studenti millennials che appena qualcuno fa una cosa voi la fate diventare "virale" in Rete (come gli scioperi della Thunberg) tutte queste cose voi non le mettete in discussione, per nulla. O magari non ci pensate. Gas, carbone e petrolio sono i cattivi, elettrosmog e impatti ambientali discutibili delle rinnovabili sono i "buoni". O forse a voi fa comodo distinguere in buoni e cattivi, perché è un alibi perfetto per non mettere in discussione le fondamenta della baracca che hanno un nome e un cognome ben preciso: capitalismo selvaggio iperliberista con tecnologia e scienza piegati ad esso e ai suoi voleri.

 

L'abbandono del fossile deve essere una fase di transizione epocale, lunga, mirata, graduale e ragionata verso strutture di economia più rispettose dell'uomo e dell'ambiente. È il capitalismo iperliberista sposato a scienza e tecnologia il nemico numero uno dell'ambiente e del Pianeta. Sono la mancanza di senso del limite e il progresso accelerato continuo che ci faranno sbattere ai 200 km orari contro il muro. Il petrolio, le trivelle, la TAP, la TAV, sono solo la punta dell'iceberg. E la punta è la minima parte dell'iceberg, quella che si vede. Sotto vi è tutto il resto e voi non lo vedete.Non vogliatemene quindi, cari scioperanti climatici millennials, se un neoquarantenne della Generazione X-quelli di mezzo, nati con l' analogico e divenuti col tempo digitali e che forse vivono tra due mondi o tra due secoli "l' un contro l' altro armato", non appoggerà per nulla e in nessun modo il vostro sciopero e neppure ne divulgherà la notizia a parenti ed amici, a vicini e lontani.

 

Per concludere scrivo che non ho nulla contro di voi. Al contrario, mi piace il vostro attivismo e il vostro spirito di iniziativa. Apprezzo la vostra idea che ha un fondo davvero nobile. Ma non quadriamo sulla direzione. Posso solo dirvi una cosa: ho 40 anni tondi tondi ed è da quando ero in terza elementare che pronosticavano ghiacciai sciolti, apocalissi varie e clima impazzito e sparizione di intere isole entro il 2000. Ora siamo nel 2019 e le Maldive esistono ancora...La prima conferenza sul clima fu Rio de Janeiro 1992, l'ultima (al momento) Katowice 2018 e sempre lo stesso appello: "manca poco, fate presto". In ventisei anni tante chiacchiere e risultati pessimi, direi, se ad ogni conferenza si ripete l'allarme "fate presto, 5 gradi in più entro un secolo!". Anche nel 2011 con lo spread italiano a 565 punti base si gridò "fate presto" e presto lo fecero, eccome! se qualcuno ha buona memoria. Traetene voi le conclusioni e non vogliatemene per queste mie riflessioni.

 

Simone Torresani

 

 
Latte cagliato PDF Stampa E-mail

13 Febbraio 2019

Image

 

Da Rassegna di Arianna dell’11-2-2019 (N.d.d.)

 

Ieri si è assistito ad una protesta clamorosa dei produttori di latte ovino sardo. Secondo quanto leggiamo dai giornali, due anni fa il prezzo del latte era di 1,20 euro al litro, l'anno scorso di 85 centesimi, oggi è sceso a 60 centesimi (44 quello di capra). Il problema dipende a quanto pare in prima istanza dalle oscillazioni del prezzo del pecorino romano (in cui confluisce il 60% della produzione di latte ovocaprino), e in seconda istanza dalle importazioni di latte estero a buon mercato per la lavorazione casearia in Sardegna. Questo è uno dei classici casi su cui si misurerebbe la differenza tra politiche liberiste (e globaliste) e politiche sovraniste di tipo socialdemocratico (o socialista). Lasciar fare al mercato significa tre cose:

 

1) lasciar dispiegare oscillazioni dei prezzi incontrollate e potenzialmente molto rilevanti (qui di oltre il 100% in due anni); 2) avviare una competizione al massimo ribasso tra produttori; 3) ridurre tendenzialmente il numero dei produttori e concentrare la produzione in pochi paesi.

 

Il primo punto tende a spezzare la schiena ai piccoli produttori, a quelli non coperti da rilevanti riserve di liquidità, e in generale costringe il sistema produttivo a finanziarizzarsi (i 'derivati' nascono proprio per coprire situazioni di incertezza circa i futuri prezzi di mercato); va da sé che sotto queste condizioni ogni produzione che non sia grande produzione industriale, dotata di competenze finanziarie, è destinata a soccombere; in tutti i casi in cui questa dinamica si avvia, la qualità e tipicità della produzione viene sacrificata. Il secondo punto distrugge la qualità della vita dei lavoratori, ovunque essi siano. Se oggi il latte sardo costa più di quello rumeno, e perciò la sua produzione viene soppiantata, domani il latte rumeno costerà magari più del latte marocchino, e dopodomani quello marocchino più di quello munto da schiavi gambiani con mucche cinesi biologicamente modificate. In questo processo solo degli sciocchi (o dei mentitori interessati) possono affermare che l'apertura dei mercati significhi un trasferimento di ricchezza dai più abbienti ai meno abbienti. Il 'vincitore' provvisorio al massimo ribasso è già un perdente proprio per avere vinto in quel modo, che lo condannerà domani a ridurre ancora le pretese sotto la minaccia di un competitore ancora più maltrattato. Il terzo punto incentiva i paesi a specializzarsi nella produzione di pochissimi prodotti, su cui sono comparativamente più competitivi (secondo la teoria dei costi comparati di Ricardo). Ciò crea le condizioni tendenziali per avere paesi fragili, incapaci di contare su introiti passabilmente stabili, e dunque privi di welfare e tutele sociali; questo perché con poche produzioni concentrate basta l'oscillazione marcata del prezzo di un prodotto perché l'intera economia possa andare a rotoli (è quello che successe, ad esempio, con il crollo del prezzo della canna da zucchero a Cuba, prima della rivoluzione castrista). Tutte e tre queste dinamiche sono caratteristiche del liberismo e della globalizzazione economica.

 

Il correttivo non è l'abolizione del mercato o degli scambi internazionali, ma semplicemente l'esercizio di supervisione, controllo e mediazione da parte dello Stato, nel nome dell'interesse nazionale, della qualità dei prodotti e delle condizioni del lavoro. Interventi come sussidi pubblici mirati, accordi per imporre tetti minimi ai prezzi, e/o dazi doganali, sono le forme in cui si può mantenere la capacità del mercato di esplorare le capacità produttive e i costi di produzione, senza soccombere agli squilibri degenerativi menzionati. Qui continua ad esserci mercato, e continuano ad esserci scambi internazionali, ma lo Stato nell'interesse pubblico opera da mediatore e moderatore degli squilibri che il mercato inesorabilmente crea. I soggetti, i partiti, le istituzioni che nel nome del libero mercato si oppongono di principio a queste soluzioni di moderazione e mediazione sono ordinamenti sociali dannosi, che, per il bene comune, dovrebbero scomparire. Gli Stati che si sottraggono a quei compiti, che lo facciano volentieri o controvoglia, comunque vengono meno alla loro funzione fondamentale e tradiscono ciò che conferisce loro senso.

 

Andrea Zhok

 

 
Quinta Burbank PDF Stampa E-mail

12 Febbraio 2019

 

Da Victory Project (N.d.d.)

 

In una recente intervista Alain de Benoist risponde così all’ultima domanda, dedicata a come si potrà superare il liberalismo: Breizh-info.com - Quali antidoti, quali alternative esistono, o restano da inventare, perché le nostre società trionfino su questo liberalismo? Alain de Benoist - “Ovviamente non esiste una ricetta miracolosa. D’altra parte, c’è una situazione generale che evolve sempre più rapidamente e che ora mostra i limiti del sistema attuale, che si tratti del sistema politico della democrazia liberale o del sistema economico di una forma-capitale confrontata con l’immensa minaccia di una generale svalutazione del valore. Il futuro è locale, dei circuiti brevi, della rinascita delle comunità umane, della democrazia diretta, dell’abbandono dei valori esclusivamente mercantili. L’antidoto sarà stato scoperto quando i cittadini avranno scoperto che non sono solo dei consumatori, e che la vita può essere più bella quando si ripudia un mondo in cui nulla ha più valore, ma dove tutto ha un prezzo”.  [http://www.barbadillo.it/80596-lintervista-alain-de-benoist-ogni-forma-di-liberalismo-e-nemica-del-sovranismo/]

 

L’ultimo pensiero è sostanziale e fa al caso nostro. «L’antidoto sarà stato scoperto quando i cittadini avranno scoperto che non sono solo dei consumatori, e che la vita può essere più bella quando si ripudia un mondo in cui nulla ha più valore, ma dove tutto ha un prezzo». Se politicamente, sociologicamente e psicologicamente sottoscrivo la condivisione a quel pensiero, ontologicamente la mia sicurezza vacilla pericolosamente. Il perché dell’incertezza è di tipo semplice, anzi banale. In quella frase è presente un’unità di misura che potremmo chiamare generazionale. Affinché un cittadino scopra di essere solo consumatore, che il denaro brucia i valori, quindi le identità, le tradizioni, le comunità, la serenità, la salute, eccetera, è necessaria una serie di prese di coscienza che non tutti compiono nel proprio arco di vita.

 

Oggi – ma il paragone con altre epoche sarebbe cosa elementare per storici e sociologi – godiamo pure della fortuna di essere in mezzo al guado, un notevole stimolo a porsi domande di implicazione evolutiva. Eppure, nonostante lo stimolo indotto dalle difficoltà e dall’incertezza, nonché da una speranza ridotta alla resilienza, non è difficile condividere che quella catena di prese di coscienza utili a riconoscere di essere merce da mercato, tarda a compiersi. La mia affermazione, direbbe De Benoist, e non è difficile crederlo, si riferisce ed implica un processo che coinvolge più generazioni.  Anche su questo condivido. Ma, e questo è il punto, ogni generazione compare nella realtà come le oche di Konrad Lorenz. Ciò che i neonati vedono, tra starnazzi e vagiti, corrisponde al vero. Nel caso delle oche, alla madre, anche se era Lorenz stesso che avevano di fronte. L’esperimento dell’etologo austriaco è utile per comprendere che l’affermazione di de Benoist, affinché prenda il suo pieno significato e diffonda la sua deflagrazione, necessita di un raggio d’azione plurigenerazionale. Un servizio che tende ad essere impossibile a causa del fatto che le generazioni ripartono da zero ogni volta. Anzi, anche da sottozero. La saggezza non si tramanda in un ambito senza confini certi, dai valori liquidi e l’esperienza non è mai trasmissibile. Quindi, il diritto di bere qualunque realtà trovi il neonato è sacrosanto, ineludibile, incomprimibile, da rispettare. Pensare a una evoluzione dell’umanità che non sia solo crassa, tecnologica e materiale, è cosa inopportuna. La storia si ripete e si ripeterà finché ci identificheremo con i nostri sentimenti, finché le emozioni ci trascineranno lontani da noi stessi nel profondo dell’orgoglio. La logica dello scontro e la scelta della sopraffazione si nutrono di quelle modalità. L’affermazione di de Benoist diventa utopica se inserita in un contesto quale il nostro, diciamo, di perdizione, egoico, narcisistico, individualistico.

 

Certamente de Benoist è consapevole che la meta che indica necessita di una corsa di lunga durata, di un passaggio del testimone, di una squadra di generazioni unita, costituzionalmente invulnerabile.  Diversamente, come si potrebbe contrastare chi detiene la comunicazione e guida la realtà a proprio uso e consumo? Cioè i poteri finanziari, occulti e criminali, che per qualcuno corrispondono soltanto a espressioni di persone che meglio di altre hanno saputo cavalcare la realtà. La partita è platealmente impari, tanto che citare Davide e Golia non può che evocare solo molto lontanamente le forze in campo, meglio visibili come la formica e l’elefante. Ma anche il piccolo imenottero e il grande mammifero non risolvono del tutto la prospettiva della questione. Combattere, reagire, ribellarsi hanno sempre le loro imenottere ragioni.  Per trovarle è necessario ritornare all’ambito utile affinché un progetto plurigenerazionale possa avviarsi e ultimarsi. Nessun elefante la farebbe più franca. I terrazzamenti, opere dei montanari delle Alpi e degli Appennini ben rappresentano la battaglia imenottera. Piena di fatica, ma ancor più piena della visione che ogni mano callosa che ci ha lavorato aveva davanti a sé. Come ritornare a quel contesto di valori certi di consapevoli confini di sé, di identificazione con la comunità, di solidarietà immancabile, cioè a quanto de Benoist allude e dice per formulare un’idea sulla fine dell’alienazione  liberalista partendo dal nostro contesto intriso di diritti individuali, ovvero di identificazione con l’avere, dell’incapacità di una conoscenza che non sia analitica, tecnica, misurabile e misurante, di possibilità aperte solo, sempre e necessariamente, a chiunque ne abbia pagato il ticket.

 

Le oche che nascono oggi, hanno davanti a sé un mondo in cui Sanremo, il festival, occupa uno spazio sufficiente per fare da madre. Quanto impiegheranno a sospettare che dietro la quinta Burbank ci sia un’altra realtà, non artefatta, più a misura d’uomo e al suo equilibrio? Necessariamente molto verrebbe da dire. Ma non è vero o meglio, non è il modo opportuno per dare risposta alla domanda. Sappiamo che per certi aspetti impieghiamo una vita a metterci in pari, e a volte non basta, a comprendere quali erano le forze che ci hanno battuto e quali ci servano per mantenersi sereni. L’impossibilità di una evoluzione sociale parrebbe già così argomentata. Ma non basta, c’è un’ulteriore complicazione affinché l’utopia si realizzi. Sempre che, distratti da qualche vizio o individualismo prezzolato, la sua immagine non ci esca dal campo visivo.

 

Si tratta dei Grandi Numeri.  Un ambito la cui principale caratteristica è data dal numero elevato dei suoi componenti. I grandi numeri degli imenotteri non sono soggetti a quanto invece è caratteristico in ambito umano. Lo scopo e il ruolo di ogni individuo formica non è un’opzione come nel nostro caso. Resta fisso per la durata della vita. Sanno che i loro progetti, come nel caso dei terrazzamenti, non si esauriscono con la loro morte.  Nei grandi numeri di tipo umano, tende a esistere uno spazio per idee, scelte e comportamenti differenti e contraddittori tra loro. Anzi, pare ne siano l’identità costitutiva stessa.  Se si aggiunge il capillare accesso alla comunicazione, la sua conseguenza di relativizzazione di principi e valori, si giunge a dover ammettere che l’evoluzione necessaria al progetto enunciato da De Benoist – il liberismo cesserà quando potremo realizzare piccole comunità e rifiutare l’opulenza – subirà un ulteriore rallentamento. Una visione forse pessimistica ma di fatto dettata da una certa osservazione delle forze e delle dinamiche sociali.  C’è però una speranza che nasce da un’altra osservazione. Come il neocapitalismo e neoliberismo hanno finora ritenuto d’aver dimostrato, il mondo è infinitamente sfruttabile e il progresso è lineare e crescente in funzione dei consumi, del pil, ecc.  Nei confronti di questa prospettiva, effettivamente sempre più persone stanno aprendo gli occhi e, meravigliate, si chiedono: come abbiamo potuto arrivare dove siamo?  Dunque l’ottimismo sta in questa domanda, anzi nella sua risposta. Un passo alla volta. Ovvero, indipendentemente dal grande mammifero che ci vuole annientare, abbiamo la certezza che un passo alla volta, secondo quanto dice de Benoist e quanto ci dicono i terrazzamenti, ogni visione contiene la garanzia della sua realizzazione.

 

Lorenzo Merlo

 

 
Alleanza ebreo-sunnita PDF Stampa E-mail

11 Febbraio 2019

Image

 

Non paga del suo tentativo di alimentare la guerra civile in Venezuela e, alla bisogna, come più volte ripetuto, pronta ad un attacco militare contro il Paese caraibico, ora l'amministrazione Trump punta anche all'Iran.  Mike Pompeo, ex direttore della CIA ed oggi segretario di Stato, ha dichiarato alla Fox di essere "assolutamente convinto" che si possa formare un'alleanza tipo NATO contro l'Iran.  Proprio in funzione anti-Teheran la Casa Bianca ha organizzato un vertice, in Polonia, per il 13 e 14 febbraio. "Penso", ha aggiunto Pompeo, "che ogni Paese capisca che è nel suo miglior interesse [far parte di questa "alleanza" contro l'Iran]. Ora dobbiamo lavorare sui dettagli per riuscirci".  La Casa Bianca intende costituire una “alleanza strategica ebreo-sunnita” contro l’Iran. Non è casuale, in tal senso, il rientro al Dipartimento di Stato USA di Elliot Abrams, uno dei fedelissimi al tempo di Ronald Reagan, negli anni Ottanta del secolo scorso. Una figura tristemente nota, implicata nei massacri in Guatemala, Salvador e Nicaragua, e già attiva sul “dossier Venezuela”.

 

Curiosamente, proprio negli ultimi tempi, sono divenute ufficiali le comunicazioni delle autorità militari e politiche israeliane nel rivendicare attacchi dell’aviazione di Tel Aviv in Siria. Nulla che non si sapesse già, certo, ma il fatto nuovo sta nel dichiararlo apertamente. Si sapeva da anni, inoltre, del sostegno “umanitario” ai feriti salafiti-wahabiti curati negli ospedali israeliani e poi rimandati al fronte in Siria. La stampa israeliana ha più volte riportato le immagini delle visite a questi feriti effettuate negli ospedali dal primo ministro Benyamin Netanyahu.  Ora, in modo nient’affatto sorprendente, si viene a sapere che non solo di “sostegno umanitario” ai “ribelli siriani” nel Golan si trattava. È l’uscente capo di stato-maggiore delle forze armate israeliane, generale Gadi Eisenkot, a dichiarare al Sunday Times che, negli “ultimi anni”, lo Stato ebraico ha equipaggiato e appoggiato militarmente i jihadisti di almeno 12 gruppi. Ed è ad una pluralità di giornali che Eisenkot sta rilasciando interviste. Ha ammesso che sono centinaia i bombardamenti effettuati dall’aviazione israeliana in Siria, a ben vedere coperti dalla complicità ed impunità assicurate dalla sedicente “comunità internazionale” a guida USA. Nel solo 2018, ha detto Eisenkot, sono state almeno 2mila le bombe scaricate da Israele in Siria su obiettivi iraniani, di Hezbollah e della Siria stessa. Israele, che sulla questione-Venezuela è stato tra i Paesi più solerti, dopo gli Stati Uniti, a riconoscere l’auto-proclamato presidente Guaidò, non mancherà ovviamente all’appuntamento del vertice anti-Iran della settimana prossima a Varsavia, in Polonia.

 

Francesco Cartolini

 

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 1 - 16 di 2343