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MH17 PDF Stampa E-mail

22 Agosto 2014

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Sono tristemente note le strategia che i media usano nel diffondere e difendere la menzogna ad oltranza.

Sbattere il mostro in prima pagina con titoli a 6 colonne e poi, magari a distanza di mesi, quando – nonostante e a dispetto di tutto – la verità viene a galla, ecco una minuscola, invisibile rettifica in corpo 6 a pagina 99.

Oppure strillare subito la notizia falsa prima che chiunque l’abbia potuta verificare, in modo da condizionare pesantemente l’opinione pubblica.

"Beh se lo dice la CNN o la BBC o lo scrive Repubblica deve essere vero…hanno fior di giornalisti…"

E invece no, amici cari, proprio per quello – per gli ottimi giornalisti che ci tengono molto al proprio ottimo posto di lavoro – oggi, nella maggior parte dei casi, le notizie che provengono dai grandi media sono false o falsificate.

Poi c’è la strategia dell’oblio, quella che seppellisce i fatti sotto una spessa coltre di silenzio; prendiamo il caso del volo Malaysia MH17 abbattuto nei cieli ucraini il 17 luglio scorso.

Avete notato che i giornali e le televisioni non ne parlano più?

Ci si è affrettati a incolpare la Russia ancor prima che le vittime fossero fredde, non si sono portate prove credibili, non si è data nessuna risonanza alle prove fornite dal Ministro della difesa russo e poi…il silenzio.

Evidentemente ciò cui doveva servire quell’incidente è stato raggiunto: le sanzioni alla Russia e una nuova ferita, un nuovo nucleo di angoscia e paura da immettere in un’area particolarmente instabile del mondo.

La stessa area dove – esattamente cento anni fa – è scoccata la scintilla che ha portato alla prima guerra mondiale.

Il silenzio assordante dei media è un sistema ormai brevettato: tanto poi la gente dimentica, il tempo passa e sempre nuovi orrori saturano gli animi. Dopo qualche mese chi mai si ricorda di quelle 298 vittime innocenti di un gioco molto più grande di loro, che si sono trovate nel posto sbagliato nel momento sbagliato?

Chi continua a informarsi, a indagare, ad approfondire, chi ne ha i mezzi e il tempo?

Forse i parenti delle vittime e qualche giornalista coraggioso – sì, alcuni esemplari di questa specie in via di estinzione sono sopravvissuti – ma quanto contano? La loro voce si ode in giro come quella di un uomo che parla a bassa voce mentre un oratore sul palco strilla attraverso un megafono.

E intanto il tempo passa e cosa rimane nella mente della gente? Di quelli che poi decidono – o credono di decidere – il proprio futuro andando a votare?

Rimane che quell’aereo civile è stato abbattuto dai ribelli filo-russi armati da Putin.

Punto.

Indipendentemente dalle prove fornite, il megafono della verità ufficiale continua a ripetere il mantra voluto da chi ha verosimilmente provocato e certamente utilizzato quel disastro.

Ma se il gregge non si volesse accontentare delle verità di seconda mano che vengono propinate dai pastori che lo tosano e poi lo macellano, qualche ricerca potrebbe offrire qualche sorpresa.

Ad esempio quella rappresentata dall'articolo di giovedì 7 Agosto comparso sul New Straits Times, fiore all'occhiello della stampa malese in lingua inglese.

Ebbene in questo articolo si fa riferimento a fonti di intelligence americana che addebiterebbero l’abbattimento dell’aereo civile non a un missile Buk sparato dai ribelli filo-russi, bensì ad un aereo ucraino.

Ora, bisogna considerare il fatto che la stampa malese non è una stampa ‘libera’ – stavo per scrivere “come da noi” poi mi sono bruscamente risvegliato – ma strettamente controllata dal regime e questo spinge a pensare che tale ipotesi sia in qualche modo – anche se non si ha l’ardire di sostenere apertamente una tesi così ‘controcorrente’ - condivisa dal Governo malese.

La relazione che viene portata a sostegno di questa tesi è estremamente accurata, ma i media a stelle e strisce e quelli dei loro servi europei la hanno immediatamente seppellito sotto un muro di silenzio, visto che essa che confuta, con dati alla mano, le accuse strumentali dell’amministrazione USA.

Ma entriamo nel merito.

L'articolo del New Straits Times sostiene testualmente che “gli analisti americani concludono che il volo MH17 è stato abbattuto da un aereo” esibendo le prove che un caccia ucraino ha attaccato l'aereo di linea prima con un missile, poi con un cannoncino da 30 millimetri da entrambi i lati dell’aereo civile. 

L'esercito russo ha già presentato dettagliate registrazioni e dati satellitari che mostrano un jet da combattimento ucraino Sukhoi-25 che stava seguendo l’MH17 poco prima che l'aereo di linea si schiantasse. Naturalmente il regime di Kiev ha negato che vi fossero suoi aerei da combattimento in volo in quella zona.

Dunque secondo il giornale malese, “fonti di intelligence statunitensi hanno concluso che il volo MH17 è stato abbattuto da un missile aria-aria e che il Governo ucraino ha qualcosa a che fare con questo abbattimento”.

Ciò conferma una teoria che si sta facendo strada – formulata da investigatori locali – secondo la quale il Boeing 777-200 sarebbe stato colpito da un missile aria-aria e poi abbattuto con cannoni da parte di un jet che lo ha seguito fino al suo precipitare a terra.

Il giornale cita esperti che hanno affermato che i segni sulla fusoliera indicano due forme distinte – la classica sagoma dell’entrata di un missile e quelle di fori rotondi, coerenti con dei colpi di cannone.

Il New Straits Times cita diverse fonti a sostegno della propria posizione, tra le quali quella di un osservatore dell'organizzazione per sicurezza e cooperazione in Europa (OSCE), Michael Bociurkiw, uno dei primi a arrivare sul luogo dello schianto. 

Bociurkiw ha testualmente affermato: “Ci sono due o tre pezzi di fusoliera che sono stati davvero crivellati con qualcosa che assomiglia molto a fuoco di mitragliatrice; un fuoco di mitragliatrice molto, molto forte”.

Un'altra fonte che il giornale malese cita è quella di un articolo, di Robert Parry , ex-giornalista della Associated Press, il quale ha affermato che, vista la totale assenza di prove fornite dall’amministrazione americana, secondo la quale sarebbero stati i ribelli filo-russi a causare l’abbattimento dell’aereo civile, “alcuni analisti di intelligence USA hanno concluso che con tutta probabilità non vi è responsabilità da parte né dei ribelli né della Russia, mentre - secondo una fonte informata su questi fatti sembra che la colpa vada attribuita alle forze armate del governo ucraino”.

Tali fonti dei servizi americani avrebbero apertamente affermato che quanto sostenuto da Washington e, in particolare, dal Segretario di stato, John Kerry, è totalmente privo di fondamento.

Il giornale riporta infine la testimonianza di un ex-pilota della Lufthansa, Peter Haisenko, il quale, sulla base di fotografie dei rottami del volo MH17, ha mostrato come i pannelli del cockpit siano stati crivellati da colpi di mitragliatrice pesante da entrambi i lati. 

Nessuno, prima di Haisenko, aveva notato che i proiettili avevano perforato il pannello sia dal lato sinistro che da quello destro. Ciò esclude qualsiasi missile sparato da terra, conclude Parry.

Ora, al di là delle opposte teorie, quello che va sottolineato è il fatto che questo articolo uscito sulla stampa malese è particolarmente significativo in quanto non viene dalla stampa di un Paese avversario degli USA sulla scacchiera geopolitica internazionale, dunque non lo si può aprioristicamente tacciare di parzialità.

In altri termini, la Malesia – a differenza della Russia - non ha motivi politici per sostenere che la responsabilità dell’abbattimento del volo civile vada attribuita a Kiev e non ai ribelli filo-russi. [...]

 

A questo punto domandiamoci a chi sia stato veramente  utile questo orribile episodio della nostra recente storia e soprattutto come si sia mossa la stampa internazionale – al soldo di Washington e dei suoi lacchè europei – per ingannare, mentire, depistare e silenziare.

media occidentali, infatti, hanno completamente oscurato, immediatamente dopo l’incidente, ogni indagine indipendente sull’abbattimento del MH17.

Se così non fosse, avreste già letto queste informazioni sulla stampa italiana, ma così non è stato.

E ad oggi funzionari di Kiev stanno continuando ad ostacolare l'inchiesta, rifiutando le richieste di informazioni sul volo MH17 da parte dei malesi, come ad esempio le registrazioni delle comunicazioni tra l’aereo ed i controllori del traffico aereo di Kiev.

Ebbene, per onorare e ricordare quelle 298 vittime – tra le quali poteva esserci chiunque di noi – dovremmo forse non seppellirle sotto una spessa coltre di oblio, sempre sospinti da nuove notizie e ondate di sentimenti, ma ricordarle, onorandone il sacrificio con la ricerca e la volontà di verità.

L’unica che ci renderà liberi. Un giorno.

Piero Cammerinesi

  

 
Bioeconomia PDF Stampa E-mail

20 Agosto 2014

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Da Rassegna di Arianna del 17-6-2014 (N.d.d.)

 

 “Ama le generazioni future come te stesso!” scriveva Nicholas Georgescu Roegen, che negli anni ’70 inventò la bioeconomia e la decrescita, come modello antagonista a quello distruttivo del consumismo, che divora il futuro dei nostri figli e nipoti. Sull’altare del mito della crescita continua del Prodotto Interno Lordo, sacrifichiamo energia, materiali, biosfera e ogni genere di beni, sprecando a più non posso come se non vi fosse un domani. Oggi l’ingranaggio si è parzialmente inceppato e la macchina industriale iper produttiva si ritrova con troppa merce da vendere e pochi clienti, così licenzia, delocalizza o chiude i battenti. Ma non passa giorno senza che qualche politico o qualche esponente del mondo economico ripeta che “solo la crescita può rilanciare l’occupazione”. E spesso qualcun altro aggiunge ironicamente: “non sarà certo la decrescita felice a creare nuovi posti di lavoro”.

 

Per alcune categorie di persone è veramente difficile, anche di fronte all’evidenza, uscire dai “dogmi” economici tradizionali e cercare di comprendere che esistono altre vie. In un ironico, quanto istruttivo, libricino di Paul Watzlawick intitolato “Istruzioni per rendersi infelici”, l’autore dispensa ricette infallibili per diventare “professionisti dell’infelicità”. Una delle ricette più efficaci consiste nel pensare che “esiste un’unica soluzione ad un dato problema”, la quale se prima funzionava e ora non più, significa che “non mi sto impegnando abbastanza”. In sintesi Watzlawick scrive: “Se vedi che non ottieni più i risultati di un tempo, non ti scoraggiare! Continua pervicacemente a caricare il Mondo a testa bassa! Perché è il Mondo che sbaglia e non tu! Non cercare altre soluzioni e conseguirai certamente un grado elevato di frustrazione e quindi di infelicità. Pensa che intere specie animali e razze umane si sono estinte per non essere state in grado di cambiare idea o di adattarsi ad una nuova situazione!”

Ironie a parte, nessuno vuol mettere in dubbio che il progresso tecnologico e lo sviluppo economico degli ultimi decenni abbiano portato benessere a tante persone, specialmente nei paesi industrializzati. Ma assieme ai vantaggi sono arrivati anche molti problemi come il cambiamento climatico, l’inquinamento, le diseguaglianze sociali, nuove malattie ed altri mali che sarebbe sciocco ignorare. E poi una eventuale crescita che non riesca a generare nuovi posti di lavoro o a mantenere quelli in essere, come quella di cui si parla di questi tempi, non si potrebbe a buon diritto definire “crescita infelice”? E come si fa a credere nella favola che racconta di una specie di “effetto ritardato”, per il quale il lavoro arriverà dopo un certo periodo di tempo rispetto alla crescita del PIL? Chi conosce il mondo dell’industria sa bene che l’automazione, l’ottimizzazione dei processi produttivi e della logistica ed altri artifizi organizzativi, portano ad un costante aumento della produttività, ovvero alla capacità delle imprese di produrre più prodotti e servizi con meno impiegati. Agli economisti che assimilano l’aumento della produttività all’aumento della competitività, senza aver contezza degli “effetti collaterali”, basterà studiare i dati ISTAT degli ultimi 50 anni per constatare come ad un aumento del PIL di quasi 4 volte, verificatosi dagli anni ’60 ad oggi, non è affatto corrisposto un aumento dell’occupazione proporzionale, anzi! In riferimento all’aumento di una quindicina di milioni di abitanti, abbiamo un CALO proporzionale dell’occupazione. Questo è il prezzo della competizione globale. E allora perché economisti ed industriali sono così attaccati alle vecchie soluzioni come una cozza al suo scoglio? Forse perché sono abituati a pensare il termini di quantità e non di qualità e pensano ancora, sbagliando clamorosamente, che il PIL sia un indicatore del nostro benessere, invece che un mero numeratore delle merci scambiate, qualunque esse siano. Il PIL aumenta se costruiamo una scuola, ma aumenta di più se un terremoto la distrugge, perché bisogna prima sgomberare le macerie, ci sono morti da seppellire e feriti da curare e poi c’è la ricostruzione: tutto favorisce l’aumento del PIL! E aumenta di più se le nostre auto e case consumano tanto carburante e se inquiniamo e se quindi ci ammaliamo e comperiamo tante medicine….

Bisogna cominciare a scegliere. Occorre pensare in termini qualitativi e far crescere quello che ci è utile e far diminuire quello che non ci serve, che ci fa male o che genera spreco. In generale occorre favorire le tecnologie e le soluzioni della bioeconomia e della decrescita. A volte il termine “decrescita felice” viene scambiato con il termine “recessione” che è tutta un’ altra cosa. Basta leggere i testi di Maurizio Pallante come di altri studiosi, molti dei quali impegnati nell’industria, per comprendere che decrescita felice sottintende ad una serie di criteri qualitativi dove le tecnologie innovative per la lotta contro lo spreco sono parte rilevante della soluzione. La comunità europea nel 2012 ha lanciato con forza una sua strategia verso la bioeconomia, finanziandola con oltre 4 mld di € nell’ambito del programma Horizon 2020. Si tratta di una strategia “timida”, rispettosa degli interessi delle lobby e della vecchia economia del carbonio, ma il seme è stato piantato e l’albero di una nuova economia crescerà.

Purtroppo ci tocca ancora ascoltare ogni giorno le chiacchiere di quella schiera di economisti che non azzeccano un numero, una previsione ed una buona soluzione da prima del 2008. Economisti capaci solo di spiegarti domani perché quello che hanno previsto ieri non si è realizzato oggi! E non parliamo di personaggi di secondo piano: basti citare Mario Draghi, allora a capo della Banca d’Italia, che, di fronte alla crisi che stava montando e che avrebbe portato da lì a poco al fallimento della Lehman Brothers, parlò di “turbolenza passeggera”, dimostrando di possedere una capacità di analisi e di previsione degna del mago Otelma.

 

Forse è il caso di cominciare ad ascoltare altre campane rispetto a quelle tradizionali e di accettare che esistono nuove soluzioni, alcune delle quali per altro obbligate, che ci conviene percorrere. Nessuno di noi vuol perdere il benessere tanto faticosamente acquisito ed è proprio l’insistere su strade oramai palesemente sbagliate che rischia di farci tornare ad un passato buio e regressivo. I nuovi vincoli derivati dalle emergenze globali che stiamo affrontando sono altrettante opportunità per competere. Ad esempio la necessità di immettere in atmosfera meno CO2, di ridurre i costi della bolletta energetica e di utilizzare comunque meno combustibili fossili ci “costringono” all’efficienza energetica, uno dei cavalli di battaglia della bioeconomia e della decrescita da quasi 40 anni. In un recente rapporto stilato dal Politecnico di Milano e da Enel Foundation, si parla della possibilità di investire oltre 500 mld di € al ritmo di 65/75 mld di € all’anno da qui al 2020, per incentivare la lotta agli sprechi di energia tramite innovazione specifica in diversi settori, generando in pochi anni più di 3.000.000 di nuovi posti di lavoro in Italia. Questo è un tipico esempio di economia della decrescita, dove gli investimenti vengono concentrati nella lotta allo spreco, dove si interrompe la catena del consumismo, si crea lavoro utile e non occupazione purchessia, si abbattono le emissioni di CO2 in atmosfera e si riduce la bolletta energetica.  Il rapporto non propone di incentivare qualunque tipo di innovazione per far crescere il PIL: indica di effettuare una precisa scelta qualitativa. Certo il PIL crescerebbe di circa 2 punti all’anno nella fase di investimento, ma poi calerebbe grazie ad un risparmio nel consumo di energia di oltre il 23%. In questo caso sarebbe l’utilità ed il buon senso il nostro punto di riferimento e non il PIL! È giunto il tempo di aprire la mente e di smetterla di blindarsi dietro a percorsi che hanno fatto il loro tempo e che non funzionano più. E che non funzioneranno mai più, perché non si può più fare crescita non selettiva, perché pagheremmo cara la nostra incapacità di fare scelte qualitative.

 

Il futuro della nostra specie non è così al sicuro come molti di noi immaginano. Con la sua consueta capacità di visione, supportata da una incontestabile competenza scientifica, Nicholas Georgescu Roegen, vedendo che le sue tesi rimanevano inascoltate, scrisse con nera ironia:“Studiate su carta, in astratto, queste esortazioni sembrerebbero, nel loro insieme, ragionevoli a chiunque fosse disposto a esaminare la logica su cui poggiano. Ma da quando ho cominciato a interessarmi della natura entropica del processo economico, non riesco a liberarmi di un’idea: è disposto il genere umano a prendere in considerazione un programma che implichi una limitazione della sua assuefazione alle comodità esosomatiche? Forse il destino dell’uomo è quello di avere una vita breve, ma ardente, eccitante e stravagante piuttosto che un’esistenza lunga, monotona e vegetativa. Siano le altre specie – le amebe, per esempio – che non hanno ambizioni spirituali, a ereditare una terra ancora immersa in un oceano di luce solare.”

Per questo dobbiamo ascoltare e mettere in pratica l’esortazione di Georgescu Roegen “Ama le generazioni future come te stesso” perché è un imperativo etico ma è anche un nostro preciso e comune interesse.

 

Giordano Mancini  

 
Religione civile PDF Stampa E-mail

16 Agosto 2014

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Da Rassegna di Arianna del 29-6-2014 (N.d.d.)

Ci può essere un punto d'equilibrio tra chi crede e chi non crede, e tra chi crede a religioni e culture divergenti? Dopo il tramonto dell'impero romano che coltivava una religione di Stato ma lasciava libero culto alle diverse divinità, abbiamo vissuto per secoli in una società cristiana che non si poneva il problema perché si era sudditi e cristiani sin dalla nascita, salvo riconoscere zone di tolleranza e margini di libertà ai non appartenenti.

Nella società contemporanea avviene invece sempre più l'inverso: la religione è confinata nell'ambito privato, ogni segno pubblico di religione viene rimosso; l'universalità è garantita sul piano formale dalle leggi, dalle regole e dai codici civili e penali e sul piano pratico dalla tecnica, dallo scambio delle merci e dalla finanza. Ma sempre più si allarga il fastidio e l'intolleranza verso le religioni, a partire dalle proprie o comunque di provenienza, con più indulgenza verso le religioni altrui. La stessa intolleranza si esercita verso chi non riconosce i nuovi valori non negoziabili, legati alle nuove categorie protette: omosessuali, trans, migranti - soprattutto se neri - oltre che disabili, donne e bambini. Vi sono pure reati d'opinione legati a queste categorie e ad alcuni dogmi storici che hanno sostituito i reati di bestemmia o vilipendio alla religione in vigore nel passato.

Ma torniamo alla domanda da cui siamo partiti: è possibile trovare un punto d'equilibrio e di mediazione tra le due posizioni? Ronald Dworkin sembra voler rispondere alla domanda nel suo testo ora postumo -l'autore è morto lo scorso anno - Religione senza Dio (Il Mulino, pagg. 132, euro 13, prefazione di Salvatore Veca). Dworkin esordisce sostenendo che la religione è più profonda di Dio e credere in Dio è solo una delle sue manifestazioni. Poi affronta l'ateismo religioso e il mistero dell'universo. Ma quando affronta la libertà religiosa sostiene che non dobbiamo più riconoscerle un diritto speciale e limitarci a garantire il diritto più generale all'indipendenza etica. La religione diviene così un ramo se non un sottoprodotto dell'etica. Vanno poi rimossi i simboli religiosi in ambito pubblico mentre possono restare in privato, purché non confliggano con le leggi. E quanto alla preghiera nelle scuole pubbliche Dworkin condivide l'orientamento statunitense di consentire un momento di silenzio che ognuno poi riempie come vuole: dall'ora di religione al minuto di vacuità in cui ognuno pensa ai casi suoi... Quanto alla ricerca dell'immortalità che ha tormentato l'umanità, Dworkin la sbriga proponendo una specie di surrogato: eseguiamo bene i nostri compiti e nella soddisfazione che ne ricaviamo possiamo trarre «una sorta d'immortalità». Per lui questo è l'unico modo di figurare l'immortalità e nutrire una convinzione religiosa. Come banalizzare un'aspirazione originaria e strutturale dell'animo umano che ha sorretto religioni millenarie, dottrine, vite e civiltà. A volte anche le menti più sofisticate nascondono un cuore idiota.

 

 

In questo come in vari altri casi, non si riconosce in realtà alcuno statuto, alcun valore, alcun significato alla religione, al sacro, alla sfera spirituale. Si ha come l'impressione che alcune facoltà umane si siano atrofizzate e non solo tra gli automi che vivono il presente senza porsi domande, ma anche tra i filosofi; alcune esigenze innate e radicate dell'animo umano sono come disconnesse. Terminali spenti, razionalità opache, ragionamenti senza intelligenza del reale...
Salvo poi restare inorriditi come fa Dworkin se la civilissima Svizzera, forgiata dal protestantesimo e dal pacifismo, si esprime a larga maggioranza in un referendum per vietare i minareti sul suolo elvetico... Non si comprende che le reazioni peggiori nascono quando vengono cancellati o rimossi bisogni originari e profondi come il senso religioso, divino e sacrale; o all'opposto paure ancestrali dell'invasore o del fanatismo religioso. E non si spiega come mai non vi siano argini morali e culturali efficaci da opporre alla criminalità diffusa, dalle violenze sessuali ai delitti domestici, dalla delinquenza gratuita all'odio sociale, dalla corruzione politica alla speculazione finanziaria.

 

Il problema è che ogni società ha bisogno di principi condivisi e valori comuni, sanzioni morali e religiose per chi sbaglia. Se non vivessimo il delirio della libertà e l'allucinazione dei desideri - l'età dei diritti individuali scissi dai doveri - sapremmo distinguere tra la sfera privata dove vige la libertà e restano intoccabili i diritti individuali nel rispetto altrui e delle leggi; e la sfera pubblica dove invece vi devono essere modelli educativi di riferimento, principi comuni, canoni di comportamento e tradizioni da osservare. Nella vita privata si può vivere come si vuole se non si lede nessuno, unirsi con chi si vuole purché adulto e consenziente, credere a ogni culto o non credervi affatto. Ma alla sfera pubblica tocca tutelare e promuovere la famiglia e le comunità, l'amor patrio e il senso religioso, la solidarietà e le tradizioni, la memoria storica e il rispetto della vita, la bellezza e le arti, la natura e la cultura. Rispettare tutte le religioni a partire da quella da cui deriva: i suoi simboli sono il linguaggio in cui si è espressa nei secoli la visione della vita di quella civiltà. Tutto ciò si condensa in una religione civile che non è alternativa o sostitutiva della religione vera e propria, ma trae linfa dai suoi culti, dai suoi simboli e dai suoi riti per fondare un orizzonte di riferimento per la società. Ogni società attinge alle tradizioni religiose e civiche da cui deriva. Poi, chi è credente sarà libero di professare la sua fede a viso aperto, non di nascosto; e chi viceversa non crede sarà libero di non farlo e di professare altre fedi. La religione civile rende coesa una società, trasparenti i suoi principi ed esorta alla lealtà i suoi cittadini. La sua assenza spiega il generale sfascio. È così inquietante e illiberale pensare e volere questo, promuovere un noi nella sfera sociale, garantendo il tu nella sfera individuale? A me sembra l'unico punto d'equilibrio e la sola via d'uscita dal nichilismo, ossia dal cinismo, la disperazione, il vivere a caso, l'anomia e la distruzione del senso comune. E l'unica via per affrontare il confronto di civiltà e religioni nell'era globale, sia per accogliere che per respingere. Quando la politica e la cultura capiranno che la battaglia più urgente non riguarda la libertà e l'uguaglianza ma la dignità della vita, nell'equilibrio tra diritti e doveri, libertà e motivazioni? Il momento di vacuità proposto da Dworkin al posto della preghiera sembra la vera irreligione del nostro tempo. Fondata sul Nulla.

 

Marcello Veneziani 

 
Un presente buio PDF Stampa E-mail

14 Agosto 2014

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 Da Rassegna di Arianna del 7-7-2014 (N.d.d.)


Prendo spunto da un’intervista rilasciata dallo studioso Alain de Benoist a Fiorenza Licitra, per analizzare il fenomeno della progressiva scomparsa del concetto di "autorità" nel mondo occidentale, a favore di un pedissequo, radicato e colpevole lassismo nei confronti delle regole, da quelle fisiologico-naturali a quelle sociali, in nome di una "libertà di scelta" che, per autoaffermarsi, non esita tuttavia paradossalmente a soffocare la "libertà di opinione".
Nell’intervista succitata, Benoist evoca una sorta di "liquidizzazione" della società, ove tutto è orizzontale e dai contorni sfumati, indefinibili e indefiniti, ove tutto è compenetrato e appunto "liquido", a discapito della "solidità".
Nella società di oggi, e vi assistiamo con sgomento tutti i giorni, non vi è più nulla di accertato e acclarato, men che meno delineato da regole precise.
La famiglia, le istituzioni, le norme del vivere civile, tutto è "travolto" da una sorta di onda anomala libertaria (ma in realtà liberticida) che sommerge, soffoca, appiattisce e livella ogni cosa, lasciandosi dietro non un limo fertile bensì la totale devastazione.
E il caos.

La famiglia composta da uomo, donna e figli frutto della loro unione coniugale viene investita dal fiume in piena di istanze che sfidano la fisiologia della procreazione arrivando a ridurre la donna a mera macchina incubatrice, l'uomo a puro e semplice fornitore di spermatozoi e il bambino ad autentico giocattolo/merce di scambio. Le regole dell'integrazione e dell'accoglienza degli stranieri, regole che necessariamente finiscono per dipendere dalla disponibilità dei mezzi adeguati per attuarle nel rispetto di tutti, sono spazzate via da un "mare" di sbarchi che non accenna a placarsi, spesso nella noncuranza e nel menefreghismo di chi di dovere. L'identità nazionale, nella fattispecie quella italiana, ovvero di un paese a forte connotazione cristiano-cattolica, viene sferzata da una burrasca iperlaicista che finisce per sfilacciare e distruggere il tessuto stesso della società.

L'uomo contemporaneo, senza più le certezze della famiglia, della religione, degli ideali politici – divenuti anch'essi liquidi e proteiformi - e financo della propria natura sessuale, vive come un naufrago in un mare in tempesta, mentre tutt'attorno a lui il paesaggio muta di continuo, inghiottito dai flutti volubili dell'incertezza cronica e minacciato dai sinistri scogli del dubbio eterno.
Privi di autorità e di regole di riferimento, schiavi di una società dominata dal denaro (ovvero i "liquidi", tutto si tiene) in cui ogni capriccio è realizzabile perché ritenuto lecito o non regolamentato per "correttezza politica" a vantaggio di lobby di pressione, gli uomini uccidono le donne, le donne uccidono i figli, i figli uccidono i genitori, le famiglie si disgregano, i bambini diventano campi di battaglia umani su cui rivendicare orgoglio di categorie, le città, trascurate, abbandonate e svilite dagli autoctoni, divengono preda di nuovi barbari che vi si muovono da padroni.
La società liquida rende liquidi in primo luogo i rapporti personali e sociali, rapporti su cui si fonda l'umanità stessa. E la prima vittima del pelago insidioso della mancanza di solide regole, in primis naturali e quindi civili, è proprio - è allarmante rendersene conto - l'umanità stessa, come - ahinoi - testimoniamo ogni giorno con i nostri occhi.
E la dissolvenza di passato, presente e futuro in un tempo indefinito ove non esiste memoria storica, né visione futura, non può che condannare a un presente buio dove "il bello è brutto e il brutto è bello", come in una sorta di ancor più distopica versione del Macbeth shakespeariano, un presente spaventoso governato da forze oscure puntate verso la distruzione. 

 

Marco Zonetti

 
I guasti dell'americanismo PDF Stampa E-mail

12 Agosto 2014

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Da Appelloalpopolo dell’ 1 Luglio 2014 (N.d.d.)

Nei primi decenni del Novecento l’ingegnere americano Taylor promuove la razionalizzazione scientifica dell’organizzazione del lavoro che, negli anni Trenta, il produttore di automobili Henry Ford, con la sua politica economica e industriale, perfeziona e radicalizza, favorendo lo sviluppo industriale e capitalistico statunitense. Dalla fabbrica lo sviluppo taylorista investe l’intera società americana e diventa un modo di fare e pensare la vita: l’americanismo. Già Gramsci (1891 – 1937), nel Quaderno 22 dal carcere, definiva l’americanismo novecentesco una rivoluzione passiva, la cui l’egemonia non si limitava al controllo produttivo in fabbrica ma tendeva a occupare la società civile a tutti i livelli, morale, culturale e politico. L’intellettuale comunista critica l’intento capitalista di razionalizzare e di controllare capillarmente non solo il lavoro, ma perfino la coscienza e la vita privata del lavoratore: un produttore da ridurre a “gorilla ammaestrato”, privato di coscienza e pensiero. Il passaggio a questa fase egemonica – avverte Gramsci – avrà l’effetto di formare un “nuovo tipo umano”, condizionato al punto da fargli esprimere una diversa sensibilità, una nuova mentalità e un altro senso comune. La classe dominante, estendendo il potere della fabbrica alla società, organizzava anche l’imponente “struttura ideologica” vòlta a controllare le coscienze morali dei singoli tramite la stampa, le case editrici, i giornali, le riviste, le biblioteche, le scuole, i circoli, i clubs, ecc., tutto ciò che, direttamente o indirettamente, condizionava l’opinione pubblica. L’americanismo-fordismo dunque consisteva nell’imperniare tutta la vita del paese e tutto il sistema di accumulazione del capitale finanziario sulla produzione industriale. “L’egemonia nasce dalla fabbrica e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e dell’ideologia” (Q. 22, 2146). Oggi l’egemonia nasce dal capitale finanziario e sembra poter fare a meno di quantità anche minime di intermediari ma, sempre più spesso, mira a occupare direttamente le istituzioni politiche con i suoi impiegati e consulenti. Gramsci, pur definendolo razionale e progressivo, sostiene che l’americanismo-fordismo è destinato a fallire, perché non sarebbe in grado di superare le contraddizioni sociali della crisi organica del capitalismo. Questa sua riflessione, non confermata dalla realtà storica successiva, ci consente però di capire l’americanismo dei nostri tempi in cui, non l’organizzazione industriale estesa alla società, ma i mercati finanziari sorretti dal potere massmediatico colonizzano le coscienze.  Il nesso tra potere economico, culturale e politico costituisce un elemento di grande attualità per interpretare anche la società del nostro tempo, assalita e affatturata dai mass media.

 

Gramsci, riflettendo sull’americanismo non solo in termini economici ma geoculturali e geopolitici, ci offre la chiave di lettura del permanere dell’americanismo oltre l’epoca del fordismo.  Ai nostri giorni l’americanismo diffonde e impone uno stile di vita improntato al mito della velocità, della corsa folle e insensata, e del consumo ossessivo non solo delle risorse, ma anche dell’esistenza. La fretta e la velocità, infatti, divorando lo spazio e sconvolgendo il tempo biologico, accelerano il ritmo e il logorìo anticipato dei rapporti umani, impediscono di cogliere il senso delle cose, vanificano e banalizzano la fruizione della natura e dell’arte. Il produttivismo e il consumo forsennato ci precludono il vivere sereno, ci volgarizzano, come aveva ben intuito un quasi contemporaneo di Gramsci: «L’americanismo è la peste che avanza volgarizzando, rimbecillendo, imbestialendo il mondo, avvilendo e distruggendo alte, luminose, gloriose civiltà millenarie». (“Aforisma a buon mercato” Ardengo Soffici (1879- 1964). L’influenza e il condizionamento di questa cultura d’oltreoceano, avvertiti come un flagello negli anni Venti e Trenta da intellettuali e artisti di diversa estrazione ideale e culturale, si ripresentano nella seconda metà del secolo scorso. A partire dal dopoguerra la prepotente siringa del piano Marshall, iniettando non solo soldi ma anche modi di vivere e di pensare, è stata determinante nel cambiare antropologicamente i popoli occidentali tutti, e in particolare quello italiano, a cui i vincitori hanno imposto l’american way come l’unico civilmente valido, attraente e moderno, tramite soprattutto televisioni e cinema.  Così come nel secolo scorso la cultura ufficiale estendeva, nell’egemonia del capitale produttivo, l’idea di produttività fordista alla società civile, oggi dilata, nel dominio globale del capitale finanziario, l’idea del “mercato” a tutte le forme di esistenza; spinge per integrare definitivamente l’amministrazione, la produzione e le menti nella dimensione liberista e per appiattire, tramite i massa-media, le coscienze su un modo particolare di rapportarsi alla realtà, al lavoro, ai problemi sociali, alla fede religiosa, al guadagno.

Da vent’anni a questa parte la classe politica ed economica sub-dominante ci impone di competere, di concorrere, di conformare la nostra dimensione materiale e culturale alle esigenze liberiste imposte dai mercati, di “lasciare a tutti la libertà di sopprimere la nostra” – così A. Soffici definiva il liberalismo -. Gli Italiani dunque dovrebbero adeguarsi non soltanto ai modelli economici e giuridici eurounionisti, ma omologarsi e rassegnarsi, in tutto e per tutto, all’americanizzazione dell’Occidente. Adeguarsi ossessivamente all’ideologia del mercato globale imitando scimmiescamente lo spirito angloamericano, le logiche del profitto, la concorrenza e la competizione, illudendosi di appagare i mercati e i rapaci investitori stranieri, significa stravolgere e snaturare i valori comunitari che storicamente abbiamo ereditato e che simbolicamente avremmo il dovere di trasmettere. A una società ad economia liberista, dove al profitto segue immediatamente l’uso e il consumo, appare assurda ed estranea l’idea di un popolo istintivamente risparmiatore, che regge la sua storia su una tradizione di economia reale e di capitale sociale, piano sul quale dobbiamo fondare la nostra rinascita, e non sulla pura finanza speculativa, livello su cui saremo sempre perdenti e dominati.

Perciò dovremmo chiederci se la logica mercatista è connaturata al nostro modo di essere, se si concilia con i nostri schemi di interpretare la realtà, con l’insieme delle nostre pratiche quotidiane, con le nostre varietà interculturali. Noi apparteniamo a una cultura che, per quanto il gruppo politico sub-dominante pretenda di trasformare in apolide e cosmopolita, rimane provinciale nel senso più umano e positivo del termine, perché da secoli la dimensione provinciale garantisce la percezione del senso del limite, della misura, dell’equilibrio e l’orrore per la hybris, per l’empietà. “Il piacere della convivialità, dell'otium contemplativo e della bellezza, la ricerca dell'equilibrio fra gli estremi, che confligge frontalmente con l'inclinazione 'oceanica' per l'informe e per la violazione di ogni limite, sono doni elargiti nella stessa misura a Napoli come a Tunisi o a Giaffa”. (G. Marano, Per l’indipendenza della grande patria mediterranea). La nostra cultura quotidiana, incline al godimento qualitativo del vivere, diverge da quella americanista iperattiva e tesa alle quantità mai bastevoli. Le relazioni sociali, l’ospitalità, i comportamenti che oscillano tra l’onore e la vergogna, esprimono una sensibilità contadina, una visione estranea alle logiche delle megalopoli indistinte e uniformi, degli spazi vasti e indifferenziati, degli scali attraversati da folle di eterni nomadi che non “popolano” mai nessuna terra e ignorano l’esistenza di “… popolazioni che si conoscono, si incontrano e – fecondamente – si scontrano da millenni. Genti che nelle varianti di un unico idioma fondamentale esprimono l’identica gioia di vivere fuori dai dettami del profitto e dell’utile” (G.Marano, La grande patria mediterranea). Siamo chiamati a ripensare, a ricostruire, a far rinascere l’Italia, tenendo conto delle sue peculiarità e della dimensione ideale che la caratterizza, a cui dare forza per tracciare un’identità in armonia con la dimensione materiale – la nostra economia, i nostri prodotti, le nostre creazioni –. Ci piace credere che l’Italia, in cui valori irrinunciabili precedono il perseguimento dell’accumulo e della rendita, possa rappresentare un bastione a difesa dalla degenerazione turbocapitalista.  “…si tratta di uno scontro, quasi antropologico, tra una cultura universale indifferenziata e tutto ciò che, in qualsiasi contesto, conserva qualcosa di irriducibile” (Jean Baudrillard)

Luciano Del Vecchio 

 
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10 Agosto 2014

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Da Rassegna di Arianna del 22-7-2014

 

Quando ci accorgeremo, come umanità, del disastro pianificato, attuato, prodotto e perseguito negli ultimi 250 anni, e con sempre maggiore intensità negli ultimi 50-60 anni, sarà sempre troppo tardi. L’umanità ha sempre ragionato con gli occhi bassi. Ha saputo guardare solo ad un palmo del suo naso. Non ha avuto nella sua collettività lo sguardo umano, degno di tal nome, nel guardare lontano. Non ha avuto lo sguardo da aquila, capace di vedere lungo.

I vantaggi del tempo presente, di ogni tempo presente, hanno sempre avuto la meglio sulla capacità di futuro degli altri. Dove per altri non intendo soltanto gli esseri umani, ma prima ancora, delle piante, del mare, degli animali, del cielo, dei fiumi, dell’aria. In una sola parola del mondo. È stato così dalla rivoluzione industriale in poi. Progresso spacciato sempre ed incondizionatamente come sinonimo di benessere.

 

Ora se è vero che in alcuni casi i due termini hanno coinciso, resta pur vero – oggi molto più di ieri – che questa coincidenza non si verifica quasi più. Abbiamo e stiamo avvelenando terre, mari e cieli. Abbiamo messo in moto una macchina da guerra gigantesca, di cui abbiamo perso il controllo. O quantomeno di cui fatichiamo a riprenderne in parte il controllo. Senza trascurare il particolare che la guerra ce la siamo auto dichiarata.

Abbiamo pensato e continuiamo a pensare, stupidamente, che tutte le nostre azioni siano distaccate le une dalle altre, e soprattutto che la loro influenza sul mondo e sui suoi abitanti siano pari a zero. Ed invece è vero proprio il contrario. Se è vero che oggi l’umanità è ammalata lo è principalmente perché il mondo naturale è stato ammalato da noi. È questa una delle amare verità.

Il disfacimento ecologico, l’inquinamento ad ogni livello, il disgregarsi sociale, la mancanza di legami, l’insorgere sempre maggiore di paure, l’incapacità di futuro, l’assenza di serenità e armonia, sono dati di un bollettino medico quotidiano sullo stato di salute di tutti noi.

Non è un caso che sia ancora la depressione, con tutte le sue svariate e mille forme, la malattia del secolo attuale, come di quello scorso. Se è vero, come ci ha rivelato l’Istat, che la spesa per antidepressivi in Italia dal 2011 è paurosamente aumentata, questo non fa altro che confermare la diagnosi che ad essere malata è l’anima del mondo, anima mundi.

Se l’aspetto economico è solo la causa ultima scatenante, la prima rintracciabile, non dobbiamo fermarci a questa solamente. Da essere umani è obbligatorio fermarsi a riflettere cosa c’è dietro tutto quello che – di generazione in generazione – abbiamo più o meno consciamente  messo su.

Abbiamo messo al primo posto il guadagno. Lecito o meno, ma ha occupato sempre il primo posto, come unico metodo e modo per garantirsi futuro, salute, prosperità e felicità. Per corroborare questa tesi, abbiamo reso una necessità quella di avere un certo portafoglio quasi inevitabile. Costi alti in cambio di situazioni lavorative al limite (spesso valicato) della schiavitù umana.

Prima ancora di arrivare all’incubo della precarietà, abbiamo vissuto anni in cui il verbo competere era un dogma di garanzia di qualità umana. E il suo gemello “vincere” era ed è il suggello, la firma per una vita degna di tale nome. A coloro ai quali questi due verbi non hanno potuto far visita per tutti gli svariati motivi di questo mondo, è stato trasmesso dal comune sentire la sensazione mai velata di essere persone di scarto, non utili, non di qualità. Se non produci, se non vendi, se non sai “aggredire” la vita e farti spazio anche con la forza, vali poco, non sei degno di tale mondo. Se non hai una laurea (cosa sempre buona averla) e un lavoro ben pagato, sei un cittadino di serie inferiore. Non stai contribuendo alla costruzione della società del benessere e del futuro. E le persone, pur di avercelo un lavoro, sono disposte ad accettarne di tanti, in cambio di una “sicurezza” apparente, il cui bisogno è diventato nel corso degli anni inevitabile.

Il metro di misura per la qualità di una vita, è diventato nel corso degli anni la capacità di possedere denaro, di poter dire ed ostentare una posizione sociale alta, o quanto più alta possibile. Il numero delle cose che uno può permettersi è sinonimo di vita riuscita, prima ancora di vita sicura. Ora, chi vive in questo stato di cose è sicuramente una persona ammalata, perché ha smarrito il senso di una vita autentica e sta trasmettendo tale sindrome a chiunque incontra. Ma ancor di più, il danno principale è fatto a coloro la cui anima è più sensibile e fragile, e che di tale sistema non riescono a sorreggere il peso. Vendere, produrre, competere, vincere, dimostrare di valere, guadagnare per avere un futuro…tutto questo ed altro, per alcuni significa morire. Significa accettare la schiavitù di un lavoro che occupa la maggior parte delle ore del giorno per alcuni mesi l’anno, rinunciando ad una vita sociale degna di questo nome. Vivere altri mesi nella precarietà della disoccupazione e nell’incubo di non farcela a sopravvivere al sistema messo su da chi ha creduto che soldi sia sinonimo di sempre e di benessere.

Di tutto questo non possiamo attribuire colpe a coloro che tale sensazione e stato d’animo lo subiscono. Non possiamo perché questa è l’aria che respiriamo quotidianamente da almeno 60 anni. Si è inserita nei geni da padre e madre in figli. Anima mundi.

 

Una situazione che, con la nascita e l’aggravarsi della crisi economica, ha determinato l’aggravarsi dello stato interiore delle persone. La difficoltà ad immaginarsi un futuro, la difficoltà nel fare i conti con le paure legate inevitabilmente alle questioni economiche, si riversano nell’ambito sociale, deteriorando rapporti e tessuti che nei tempi precedenti potevano essere un valido ammortizzatore.

Ed ecco comparire la solitudine, altra compagna fedele di questi tempi. Solitudine non positiva (perché ve ne sono anche di positive e salutari) che estranea, trascina fuori da certe logiche ma spesso conduce in strade chiuse senza orizzonti e vie di fuga.

Se l’anima del mondo si è progressivamente ammalata è perché l’uomo ha smarrito costantemente il suo rapporto intimo e fecondo con la natura, con la Terra e tutti i suoi abitanti. Smarrire questo contatto è smarrire le proprie radici, perdere il senso del proprio vivere, dimenticarsi da dove si viene. Ma principalmente è perdere la propria anima e la saggezza che essa condivide con il mondo intero. Perdere tale legame è invertire le priorità, è diventare schiavi del primo idolo che passa. E solitamente passa spesso quello del denaro e delle sue forme svariate. “Il cuore dell’uomo si corrompe facilmente” recita Tolkien nel suo capolavoro che è “Il Signore degli anelli” ed è una maledetta verità con cui fare i conti quotidianamente. E il cuore dell’umanità è stato corrotto dal desiderio di avere, possedere, crescere, nell’illusoria prospettiva di essere immortale e di garantirsi ogni bene. Ma questo mai è avvenuto nella storia del mondo. Fosse solo per il fatto che chi possiede tanto, perderà molto del suo tempo e della sua serenità e quiete nel dover difendere questi suoi beni.

Il prezzo di tutto questo è il vedere lo svanire della natura, delle piante, degli animali, delle culture, dei popoli, dei linguaggi, lo scomparire dei mestieri, delle storie. Se vedo o meglio avverto nel mio cuore tutto questo, per forza devo provare sentimenti di perdita, solitudine, di isolamento, di lutto, di nostalgia e tristezza. È il riflesso in me di un dato di fatto che avviene nel mondo. È il riflesso in me dell’anima del mondo. E – paradossalmente – se non mi sento depresso, davanti a tutto questo, allora si che sono pazzo. Allora si che si è malati, perché sarei completamente escluso dalla realtà: la distruzione ecologica.

Riprendere i contatti con se stessi, significa principalmente riprendere contatto con la natura e farsi carico di tale impegno. La posta in gioco non è la semplice salvaguardia di questo o quella specie animale, o di questa o quella pianta. La posta in gioco è la salute e la vita di tutti quanti.

Si, è da dentro che partono le scelte coraggiose che possono cambiare in profondità le cose. Un “dentro” mai isolato ma sempre con gli altri, connesso con un tutto che è il mondo, l’Anima del mondo.

 

Alessandro Lauro

 




 

 
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