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I limiti dei Brics PDF Stampa E-mail

24 Ottobre 2014

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Da Rassegna di Arianna del 18-8-2014 (N.d.d.)

 

È troppo tempo che, assorbito dalle polemiche politiche interne, trascuro di scrivere sull’andamento della crisi e sulle sue prospettive. È il caso di tornare a parlarne, anche perché “la grande bonaccia”, durante la quale essa ha sonnecchiato, sta per finire. Una serie di congiunture (la ripresina americana in larga parte dovuta al gas ed al petrolio di shale), i ripetuti quantitative easing della Fed, cui si è unita la Bce (anche per scongiurare una avanzata troppo forte degli “euroscettici” alle elezioni europee), qualche limitato successo della Abenomics in Giappone ecc…hanno creato una pausa che ormai dura dalla metà del 2012 e che ha favorito anche l’Italia. Ma la ripresa, quella vera, è di là da venire: la crisi del debito è sempre presente e le inondazioni di Dollari ed Euro servono come antinfiammatorio, ma non sradicano l’infezione.

D’altro canto i dati occupazionali e dei consumi, non sono affatto incoraggianti, non solo in Europa (dove sono un pianto) ma anche negli Usa: in occasione delle altre crisi, il segnale di fine era dato da un balzo in avanti di 5-6 punti del Pil americano, ora si devono accontentare di dati che stanno sotto il 2.

Ed i segnali negativi sono tornati a farsi vivi: il default argentino è solo il primo sternuto, mentre cova la polmonite brasiliana ed in Cina si avvertono chiaramente i sintomi di una bolla immobiliare prossima allo scoppio. La Russia è alle prese con l’embargo euro-americano ed anche in India si avvertono segni di affanno: signora mia, neanche i Bric sono più quelli di una volta!

 

Questa crisi ha avuto due tempi: la fase del debito bancario prevalentemente americano, poi la fase del debito pubblico europeo. Ora tutto lascia presagire che stiamo alla vigilia di un terzo tempo: la crisi dei Brics in gran parte indotta dalla caduta della domanda europea ed, in parte, americana.

La domanda aggregata mondiale ha subito un rilassamento che ha colpito in primo luogo le materie prime e dopo i manufatti, di questo hanno risentito soprattutto Brasile e Russia su cui grava anche il deterioramento dei rapporti con l’eurozona. Probabilmente in vista di queste nuvole all’orizzonte, i Brics hanno dato vita ad una loro banca alternativa al Fmi, che dovrebbe finanziare la costruzione di infrastrutture di India, Brasile e Russia e nelle quali la parte del leone la farebbero le aziende cinesi. All’interno di questo “Fmi degli emergenti” è stato costituito un fondo per sostenere  paesi in stato di crisi. L’operazione ha un chiaro senso politico: contrastare l’ egemonia americana sul Fmi che ormai non ha più giustificazione sulla base dei concreti rapporti di forza. E sin qui la cosa è da guardare con interesse. Ma ci sono molti dubbi che la cosa possa funzionare oltre un certo limite.

Intanto il fondo di riserva è di soli 100 miliardi di dollari, il che significa che già al primo paese che va in crisi il fondo si prosciuga e, probabilmente, non basta. Per cui è da prevedere che questo possa scatenare la corsa agli aiuti da parte dei paesi in attesa di crisi. Poi, il regolamento della banca riprende l’odiatissima clausola del Fmi che condizione la concessione degli aiuti all’accettazione degli indirizzi di politica economica della banca (ve la vedete l’India o il Brasile che accettano le indicazioni di politica economica suggerite magari dalla Cina?).

Poi il fondo è in dollari ed, in definitiva, questo ribadisce l’egemonia americana sul sistema monetario mondiale. Peraltro non è affatto sicuro che le risorse della banca bastino neppure per i piani di realizzazione delle infrastrutture di tutti i paesi partecipanti all’operazione, per cui l’alternativa potrebbe essere quella di concentrarsi su un solo paese –rimandando gli altri alle calende greche- oppure disperdersi con erogazioni a pioggia. Nel primo caso ci sarebbero serie conseguenze politiche, nel secondo l’efficacia economica dell’intervento sarebbe messa fortemente in discussione.

Ma tutto questo (compresa la debole dotazione del fondo anticrisi e il fatto di non aver scelto una moneta Brics –realisticamente lo yuan-) è la conseguenza di un dato che sta a monte: i Brics sono solo una sigla dietro cui non c’è nessuna unità politica di intenti. E dunque, ciascuno ha scommesso molto limitatamente su questo tavolo.

Dunque, è possibile che questo nuovo fondo mondiale giochi qualche ruolo di contrasto nella crisi che si profila, ma non convince l’ipotesi che sia in grado di affrontarla oltre un certo limite. Ed è facile prevedere che, per l’inestricabile intreccio di relazioni finanziarie mondiali, la voragine che si aprirà in Brasile, in India o Russia, finirà per ripercuotersi anche sull’esausta finanza europea e su quella americana.

Non è detto che assisteremo ad un urto drammatico come nel 2008, per lo meno in tempi particolarmente ravvicinati, magari il Brasile ce la farà a durare sino alle olimpiadi del 2016, oppure la crisi si presenterà ad ondate scaglionate, diluendo il suo impatto sull’economia mondiale, forse l’ennesimo quantitative easing varrà a rallentare il tempo l’urto, quello che è assai probabile è il riattivarsi di un malessere che potrà anche essere diluito, ma che ci porterà di nuovo tutti in recessione. E, questa volta, non ci saranno più i Bric (ed in particolare la Cina) a sostenere la domanda aggregata mondiale, perché anche i Bric sarebbero all’origine della nuova fase di crisi.

Decisamente, questa crisi non è presa sul serio come dovrebbe: se, sinora, non ha avuto l’impatto drammatico del 1929 –grazie alle continue iniezioni di liquidità- è però vero che si avvia a durare già di più di quella. Ormai sono 7 anni di seguito ed i più ottimisti parlano di una ripresa piena fra 4-5 anni, cioè la durata complessiva sarebbe stata di 11-12 anni. Nella grande crisi precedente, dopo 11 anni si era già in guerra.

Soprattutto, se la crisi è stata calmierata sul piano finanziario, mettendoci una toppa volta per volta (ma al prezzo di gonfiare spropositatamente il monte debiti mondiale), dal punto di vista di occupazione e consumi le cose sono andate costantemente peggio sul piano mondiale.

Vedremo cosa accadrà, intanto l’Italia è uno dei paesi più esposti al nuovo clima rigido che si annuncia e c’è di che essere preoccupati, soprattutto constatando l’inadeguatezza di chi si trova al timone del paese.

 

Aldo Giannuli  

 
Colpa nostra PDF Stampa E-mail

22 Ottobre 2014

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Genova. Parma. Grosseto. Trieste. L'Italia cade in pezzi. Ogni autunno, ma ormai anche in altre stagioni, ci sono alluvioni del tipo di quelle cui stiamo assistendo in questi giorni. E ogni volta si grida allo scandalo e si additano al ludibrio delle genti i responsabili che possono essere, a piacere, il sindaco, il governo, la burocrazia, il Servizio meteorologico che ha sbagliato le previsioni, la Protezione civile che non è intervenuta in tempo e con mezzi adeguati. Ogni volta questa o quella Procura apre un fascicolo contro ignoti per 'disastro colposo'. E proprio in questo termine, 'ignoti', sta la chiave dell'intera faccenda. Perché i responsabili non sono né i sindaci, né il governo, né il Servizio metereologico, né la Protezione civile. Responsabili siamo noi tutti, vittime comprese, che abbiamo accettato e accettiamo senza fiatare, senza un guaito, anzi cercando ciascuno di trarne la propria piccola o grande convenienza, un modello di sviluppo demenziale che non poteva portare che al dissesto idrogeologico. Certo si può tamponare meglio questa o quella situazione, ma non salvare la baracca. Sarebbe come se si pretendesse di impedire il naufragio di una nave che ha perso la chiglia infilando un dito in un foro del fasciame. Un processo di cementificazione, di deforestazione, di ogni tipo di oltraggio alla Natura che dura da più di mezzo secolo non si recupera né in un giorno, né in un anno, né in dieci, ma con cinquant'anni di retromarcia. Questo però nessuno, governi o cittadini, vuol sentirselo dire. E chi lo dice, e magari lo scrive, è considerato un folle, un antilluminista, un abbietto antimodernista. Ci si ostina a continuare per una strada che non ci vorrebbe molto a capire dove vada a parare: in un collasso finale devastante, di cui quello ambientale è solo un aspetto. L'Economia, con l'ancella Tecnologia, prevale su tutti e su tutto, anche sul più elementare buon senso. L'edilizia è in crisi. Bene, vuol dire che perlomeno si smetterà di costruire. E invece no, si costruisce ovunque, a manetta. A Finale Ligure, un tempo, con Celle, Albisola, Spotorno, Noli, Varigotti, Borghetto, Alassio, Bordighera, delizioso borgo di pescatori della Riviera di Ponente, ora ridotta ad un'unica striscia di cemento da Genova a Ventimiglia, non si vedono che cartelli 'vendesi' di case rimaste vuote, eppure si sta costruendo ancora, sul mare. Solo i cinesi -ma verrà anche il loro turno- ci han superato: costruiscono grandi città dove non abita nessuno. Milano ha avuto da sempre pochissimi spazi vuoti (eppure ai primi del Novecento l'architetto Van de Velde avvertiva: «Una città è fatta di pieni ma anche di vuoti») e adesso sono stati riempiti anche quelli in nome di quell'idiozia dell'Expo. Le Esposizioni Universali -la prima si tenne a Londra nel 1851- avevano un senso quando altri erano i mezzi di comunicazione, non nell'era di Internet. Che sarebbe stata in gran parte solo una speculazione malavitosa lo si sapeva da subito (adesso non ci resta che sperare, a titolo punitivo, in Ebola).

Intendiamoci, l'Italia è inserita nel modello di sviluppo occidentale e ci sarebbe voluta molta lungimiranza (forse solo il fascismo, almeno in teoria, la ebbe) per tenersene fuori. Però sono convinto che, fra i Paesi europei, il processo di industrializzazione sia stato particolarmente rovinoso per noi. Perché il nostro territorio, così vario, dalle Alpi alla cerniera degli Appenini al delta del Po alle coste, è geologicamente fragile, così come fragili sono il nostro straordinario paesaggio e la ricchezza artistica, frutto dell'opera delle generazioni che ci hanno preceduto, che non abbiamo saputo preservare. Ce lo siamo alluvionati da soli il nostro bel Paese. Le 'bombe d'acqua' (dei normali temporali) cadute su Genova e altrove c'entrano poco.

Massimo Fini 

 
Crisi di nervi PDF Stampa E-mail

20 Ottobre 2014

 

 

Da Rassegna di Arianna del 15-9-2014 (N.d.d.)

 

  

Siamo sull’orlo di una crisi di nervi? Pare proprio di si: il neo presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk evoca la “grande guerra con la Russia”, invitando implicitamente l’Europa a prepararsi a menare le mani, David Cameron gli va dietro, Hollande assume pose da dittatore romano davanti al Rubicone, il premio Nobel per la Pace Obama va a corrente alternata: un giorno minaccia apocalissi ed il giorno dopo si ritira. E sui giornali si leggono cose impensabili sino a qualche settimana fa. Ezio Mauro legge le crisi contemporanee di Ucraina ed Iraq come un attacco congiunto all’Occidente ed ai suoi valori di libertà, di stato di diritto, al suo stile di vita, anzi, (diciamolo!) alla sua civiltà. Anni Cinquanta: il Mondo Libero contro l’Urss. Bello l’accenno al carattere ontologicamente imperialista della Russia che “ha preceduto, accompagnato ed è sopravvissuto al comunismo”: sembra di leggere il “lungo telegramma” di George Kennan. Nessun dubbio sulle guerre del Golfo e sui 400.000 morti costati agli iraqueni, o sulla gestione demenziale dell’occupazione dell’Iraq, sulle bestialità fatte dall’intelligence americana, sugli effetti politici di quello che fa Israele ai palestinesi: tutti spiacevoli equivoci. E nessun dubbio neppure sul fatto che anche i russi possano avere le loro ragioni. Putin è un dittatore? Si, ma perché a Kiev sono allievi di John Locke e Tocqueville? Oppure a Wall Street c’è il club Voltaire? La strage di Odessa? Perché c’è stata una strage ad Odessa? Quando? Nel 1942?

L’apoteosi arriva con Giuliano Ferrara che invoca la “guerra di religione” con l’Islam: “L’unica risposta è in una violenza incomparabilmente superiore”. Sic! Il che suona semplicemente come un invito ad usare armi nucleari (beninteso: tattiche, piccole, mica roba pesante!). Poi è travolta ogni distinzione fra jihadismo, fondamentalismo ed islam in quanto tale: tutto un mucchio. Che sta succedendo? È l’effetto delle macchie solari? Oltre che quello di ebola c’è in giro il virus della demenza? Niente di tutto questo: per la prima volta si sta manifestando una crisi di panico delle classi dirigenti occidentali, di fronte all’evoluzione imprevista della globalizzazione, che si era immaginata come la marcia trionfale dei valori dell’Occidente nel Mondo e si sta trasformando in un incubo. “Perché ci sparano addosso quei popoli che dovrebbero ringraziarci, visto che gli portiamo la libertà, il benessere, la democrazia, la cultura? È chiaro: è colpa dei Putin, degli Osama, dei despoti che hanno paura della nostra libertà ed aizzano i loro popoli per mantenersi al potere”. L’Occidente (cioè gli Usa con il solito codazzo di lacchè europei, australiani e giapponesi) ama consolarsi della sua sconfitta politica raccontandosi la favoletta della congiura dei tiranni contro di sé. Si sente assediato da una Cina che cresce (e si arma) troppo in fretta, da una Russia che è l’orso imperialista di sempre, all’Islam che è la solita armata di pidocchiosi sanguinari, dai sudamericani che sono ingrati, incapaci e non vogliono pagare i loro debiti ed anche da quei sornioni degli Indiani che non si sa mai da che parte stiano.

Il Mondo odia l’Occidente: e non vi dà nessun sospetto? Il fatto è che l’Occidente ha innescato la sua decadenza con le delocalizzazioni, per non pagare tre centesimi in più i suoi operai, con la totale deregolamentazione finanziaria, che ha sottratto i capitali al fisco producendo la voragine dei debiti pubblici, con il ritorno di spaventose diseguaglianze sociali interne, che compromettono la stessa efficienza del sistema, con una selezione demenziale delle classi dirigenti, sempre meno capaci di gestire l’enorme potere affidatogli, con la corruzione, che fa crollare la legittimazione del sistema. Ora raccoglie i risultati di questa semina disastrosa, si accorge che la sua egemonia traballa sempre più e, invece di avviare un serio esame dei propri errori, mette mano alla fondina della pistola. Questo non vuol dire che gli altri non abbiano i loro torti, che l’Isis faccia bene a decapitare i suoi prigionieri e Putin a cercare di risolvere la crisi Ucraina a schiaffoni o i cinesi a tenere forzatamente basso lo yuan renminbi; ma le responsabilità preminenti sono certamente degli Usa e dei loro scagnozzi, che rifiutano ostinatamente di prendere in considerazione l’ipotesi di un diverso ordine mondiale. Non sono tanto utopista da pensare ad un ordine mondiale idillico e senza egemonie, né tanto ingenuo da pensare ad un potere che si spoglia da sé. Ma il momento storico che stiamo attraversando richiederebbe maggiore saggezza: l’egemonia costa, ha dei costi. L’“Occidente” se li può ancora permettere?

La situazione mondiale dei debiti sovrani è tale che i debiti degli stati occidentali (Usa in testa, poi Giappone, Italia, Inghilterra, Francia, ed anche la virtuosissima Germania) hanno superato la soglia del 90% del Pil e, pertanto non sono più restituibili, tanto più a ritmi di crescita che, quando va di lusso, arrancano fra il 2 ed il 3% ed in diversi casi hanno il segno meno davanti. Dunque, diciamocelo una buona volta, i nostri stati sono quasi tutti tecnicamente falliti, perché il momento in cui non si riuscirà a pagare gli interessi non è lontano, se è vero, come è vero, che gli interessi sul debito ormai eguagliano ed in diversi casi superano l’incremento del Pil. In una situazione del genere, non sarebbe il caso di discutere una ristrutturazione mondiale del debito, compensandone una parte con i reciproci crediti ed un’altra con lo scambio fra moratoria e quote di potere mondiale? Può l’Occidente, nelle condizioni attuali, pretendere il monopolio delle posizioni apicali nel Fmi, nella Bm, nel Wto? Un ordine mondiale, sia monetario che politico, fondato sull’egemonia di un gruppo di 7-8 grandi potenze (Usa, Giappone, Cina, Brasile, India, Russia, Sud Africa e, se riesce ad esistere, Ue), sarebbe sicuramente più equilibrato e, attraverso un efficiente sistema di regolazione dei conflitti internazionali, consentirebbe una riduzione bilanciata della spesa militare. Sarebbe il declino dell’egemonia occidentale, ma non per il passaggio ad un’altra egemonia monopolare, bensì ad una egemonia bilanciata e condivisa. Tutto questo non è ritenuto degno di considerazione da parte delle nostre classi dirigenti che, piuttosto che cedere il loro vacillante monopolio di potere, pensano di passare alle armi. Non è il “mondo dei tiranni” ad avere paura delle libertà occidentali. È l’Occidente ad avere paura della propria decadenza, che legge nello specchio della crisi.


Aldo Giannuli 

 
Cavie da laboratorio PDF Stampa E-mail

18 Ottobre 2014

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 Il c.d. “decreto stadi” è stato definitivamente approvato dal Parlamento, con la rapidità e la solerzia dovuta ad un problema di ordine pubblico così rilevante. In un Paese che conta circa 500 morti all’anno per violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro, è evidente che debba avere la priorità assoluta il fenomeno della violenza negli stadi, che di vittime ne ha causate meno di dieci (compresi gli omicidi commessi da poliziotti) negli ultimi 30 anni. Del resto la dittatura mediatica significa proprio che ciò che conta è solo quello che finisce nell’occhio della telecamera. La morte del povero Ciro Esposito indigna (giustamente), mille altre passano inosservate. Chi “regge” la telecamera, in definitiva, detta la priorità dell’agenda politica. Niente di sorprendente, la storia recente è piena di episodi ancora più significativi di questo meccanismo, vedasi da ultimo le vittime dell’ISIS a confronto con quelle di oltre dieci anni di stragi americane in Afghanistan.

 

Purtroppo non sorprende neppure il silenzio, o peggio ancora il plauso, che sta accompagnando l’introduzione di una legge che difficilmente avrebbe potuto essere approvata nel Cile di Pinochet. 

Autentiche “perle” come la sperimentazione della pistola elettronica, la parificazione degli ultras a mafiosi e terroristi sotto il profilo dell’applicazione di misure restrittive della libertà personale, l’introduzione del DASPO di gruppo (un abominio giuridico senza precedenti), l’arresto in flagranza differita per chi intona cori di “discriminazione etnica e territoriale” non sono però semplicemente provvedimenti di stampo autoritario e liberticida. Sono sperimentazioni molto più sofisticate, perfettamente in linea con lo spirito dei tempi, nei quali alla democrazia (se mai è esistita) si sostituisce il sondaggio di gradimento, allo Stato di diritto quello di emergenza, alla censura l’apartheid mediatico, all’olio di ricino il DASPO.

Il Potere non deve far paura, deve creare i presupposti perché sia il cittadino bue ad invocarne l’intervento senza badare troppo al sottile.

Funziona più o meno così: prima di tutto si crea l’emergenza. In questo è fondamentale, come abbiamo appena detto, il ruolo dei media. Ma sbaglierebbe chi pensa che siano per forza tutti pilotati. Qui, ed è questo in fondo il vero dramma, non c’è neppure bisogno della Spectre. Qualche giornalista cerca anche la verità, ma in un mondo nel quale la verità è solo quella che appare (in televisione), al giornalista stesso non resta che amplificare un fenomeno di per sé già mediatico. Ed il calcio, specie in Italia, si presta perfettamente allo scopo. Un insulto razzista pronunciato in una lite tra automobilisti non fa notizia, ma se è proferito durante la rissa di una partita di serie A scatena processi mediatici infuocati, con spietata caccia alla lettura del labiale incriminato. È facile dunque far apparire una scazzottata da stadio come un grave ed intollerabile problema di ordine pubblico e Genny la carogna un cancro da estirpare al pari di Osama Bin Laden (l’accostamento non è casuale…). Basta leggere, ad esempio nel blog dei quotidiani on line, i commenti dei lettori a notizie come quella relativa all’approvazione della legge in questione: il più moderato si scandalizza perché invece del DASPO andrebbe data la galera.

Gli stadi, nella ricostruzione mediatica della realtà, vengono dipinti come luoghi dove le attività criminali dilagano senza controllo, autentiche terre di nessuno dove sarebbe in vigore un diritto molto più lassista e mite nei confronti dei delinquenti. Strano, pensavamo che questo fosse vero per certi quartieri dove la Polizia neppure osa entrare o per interi paesi dove regna la pax mafiosa, non per un luogo al quale non si può accedere neppure con un accendino in tasca, dove è vietato usare un megafono, si entra previa identificazione con un apposito strumento (la tessera del tifoso), si è costantemente spiati dalle telecamere e sono schierate imponenti forze di Polizia.

Una volta creato (o infinitamente ingigantito, che è la stessa cosa) il problema, scatta la necessità delle inevitabili contromisure. Non bastano le leggi ordinarie, urgono provvedimenti speciali. Ad invocarli è il popolino, quello che si esprime sui social network o nei talk show, questa massa indiscriminata al contempo generatrice e vittima delle idee che fanno tendenza. Al massimo è indifferente davanti all’ennesima violazione di quelli che vengono ancora spacciati come diritti inviolabili.

E poi, diciamolo chiaramente: ma chi se ne frega degli ultras. Quattro imbecilli violenti che si picchiano per un pallone non meritano altro.

È passato il Patriot Act, cosa volete che sia la legge sugli stadi?

Ed ecco che è bello pronto un pacchetto di misure che domani potrà tornare buono per qualche altra categoria, magari i manifestanti nelle piazze. Certo, solo quelli violenti e cattivi. Tipo, che so, i NO TAV. Una bella pistola elettrica calmerà anche i loro bollenti spiriti.

È ora di farla finita con questa gente che ha ancora voglia di indignarsi, di lottare, di resistere. Che non si mette in fila in strada solo per comprare l’ultima generazione di I-phone.

Un po’ di repressione, ma soprattutto il consenso – o il silenzio – di chi è rimasto in casa. Statevene lì, sotto una calda coperta. Accendete la televisione e gustatevi lo spettacolo.

 

Andrea Marcon

 
Lega debossizzata PDF Stampa E-mail

17 Ottobre 2014

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Da Rassegna di Arianna del 14-10-2014

 

Matteo Salvini, vola a Mosca per ricucire i rapporti con la Russia, dopo le sanzioni scellerate dell’Ue a direzione Atlantica, che hanno costretto Mosca a prendere legittime contromisure in materia commerciale col risultato di colpire ancor di più la nostra economia, già martoriata dalla crisi e dalla linea di austerity europeista. In totale controtendenza rispetto alla nostra classe politica, allineata ai desiderata di Washington, da “Mr Bean” Renzi fino alla Mogherini, Matteo Salvini decide di partire in missione diplomatica con una delegazione della Lega per un incontro con alti rappresentanti alla Duma e importantissime personalità del mondo imprenditoriale russo ed italiano. A chi gli chiede se incontrrerà Putin, Salvini risponde di non mirare a tanto, ma che gli incontri saranno di altissimo livello. Tale iniziativa di apertura ad Est, fa il paio con la visita a Pyongyang in Corea del Nord, in compagnia di un altro originale personaggio, il senatore di Forza Italia Razzi, che ha dipinto il leader coreano Kim Jong un come un grande leader politico.

 

Tali missioni appaiono sicuramente come eventi piu’ degni di interesse, rispetto al pantano politico nostrano, diviso oramai tra chiacchiere inutili su Jobs Act e riforme sempre annunciate e mai attuate dal giovanotto rampante fiorentino, che da 6 mesi a questa parte, (se si esclude una mezza riforma al Senato) non ha apportato nessun cambiamento ed appare invece allineato coi suoi predecessori Monti e Letta, sul rispetto dei parametri di Bruxelles e sulla liquidazione delle aziende pubbliche di punta del nostro Paese (Eni, Enel, Finmeccanica) che ci danno ancora un peso, sullo scacchiere internazionale.

 

Ma cerchiamo di capire quale potrebbe essere il presente ed il futuro prossimo della Lega, oramai debossizzata e se essa potrà aspirare a divenire una sorta di Front National per l’Italia sul modello francese. Sappiamo che la Lega 2.0 di Salvini, non conserva quasi piu’ nulla della Lega di Bossi e che la natura regionalista, le battaglie per il federalismo e la secessione, sembrano esser state riposte in soffitta per abbracciare un prospettiva nazionale e sovranista. I cavalli di battaglia principali della nuova Lega, sono l’opposizione all’Europa dei burocrati e dei banchieri di Strasburgo e Bruxelles, che stanno distruggendo il tessuto produttivo nazionale; la lotta all’immigrazione clandestina, che riversa sulle nostre coste milioni di disperati, che sono causa di: di esclusione sociale, aumento di livello di insicurezza sul territorio nazionale, funzione di manodopera a basso costo per le multinazionali con dumping sui salari; infine, difesa del mondo produttivo, dalle piccole medio imprese fino al mondo operaio, entrambi vittime principali della globalizzazione economica e del rigore imposto dalla Germania della Merkel su Bce e politiche di bilancio.

 

Mentre gli incontri della delegazione leghista con esponenti del calibro di Aleksey Puskov, Presidente della commissione esteri della Duma, con il putiniano Sergej Naryshkin, fino all’ideologo eurasiatista Alexander Dugin e la visita in Crimea, pongono la Lega in direzione davvero opposta alle linee guida atlantiche ed europeiste, e come ha sostenuto lo stesso Salvini, ad una necessità di aprirsi a nuove realtà geopolitiche e continentali perché : “non esiste solo l’american way of life”. Parole che suonano davvero rivoluzionarie e fanno ben sperare, soprattutto, se si considera il posizionamento del partito di Salvini con altre forze euroscettiche e sovraniste nel gruppo all’Europarlamento guidato da Marine Le Pen. Ed è a tal proposito che ci sembrano interessanti i rapporti con la Russia di Putin, che pare essere molto vicina (addirittura con finanziamenti) anche al Front national francese e al movimento nazionalista greco Alba Dorata. Come è riportato infatti da Maurizio Blondet in altra sede, sembra che la Russia voglia stringere rapporti con movimenti indentitari e sovranisti europei, che possano in qualche modo aiutare in una azione “antiatlantista” ed emancipatrice dal dominio, politico e culturale, a stelle e strisce.

In questo momento ci pare ancora prematuro ed incauto, considerare Salvini ed il suo movimento capace di tale azione rivoluzionaria, o addirittura parlare come ha scritto Sebastiano Caputo sull’Intellettuale dissidente, di “svolta eurasiatica” della Lega, ma di sicuro certi contatti e certe dimostrazioni di apertura, non possono lasciare indifferenti.

Starà al leader leghista rendere reali i suoi buoni propositi. Di certo, possiamo sostenere che le prime mosse del leader del carroccio fanno ben sperare nella concretizzazione di una politica estera audace, coraggiosa e che sappia guardare con convinzione ad Est, in funzione di una nuova proiezione strategica dell’Italia.

 

Antonio Terrenzio

  

 
La vera peste PDF Stampa E-mail

16 Ottobre 2014

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Da Rassegna di Arianna del 14-10-2014 (N.d.d.)

 

Ecco: ci risiamo. O potremmo riesserci. Noialtri occidentali, che magari non saremo felici (la felicità non si compra) ma che comunque apparteniamo a una società ricca, democratica (più o meno), avanzata, mediamente longeva e perfino colta o sedicente tale, di solito ci crediamo fuori dal gorgo crudele della storia che pure, almeno fino a qualche decennio fa, non è stata tenera nemmeno con noi. Le guerre, le carestie e le epidemie – ricordate i vecchi Cavalieri dell’Apocalisse? – sono ormai roba che una volta angustiavano i nostri antenati e ora gli altri, i popoli di altri continenti. Altri tempi, altri luoghi: sempre insomma gli “altri”. Noi non c’entriamo.

E invece no. Basta un nonnulla e ci rendiamo conto che davvero il passato non passa mai e che in tempi di globalizzazione è diventato molto più vero di prima l’antico adagio che “tutto il mondo è paese”. I cicloni, gli tzunami, le eruzioni vulcaniche, i terremoti e le inondazioni che anche ultimamente (si pensi alla nostra Genova) hanno colpito il pianeta nel quale abitiamo, ci hanno messi di nuovo di fronte alla terribile maestà di una natura che di solito c’illudiamo di aver domata e di padroneggiare; e l’invasione recente di una frotta di 35.000 poveri trichechi in Alaska, che il surriscaldamento – in parte forse dovuto all’uomo – ha scacciato dal loro habitat, ci ha richiamato alla dura verità che alcuni tra gli stessi esiti della nostra pretesa onnipotenza tecnologica possono rivolgersi contro di noi. E lasciamo da parte la guerra, questa nostra millenaria compagna, che di recente – magari sotto forma di attentati terroristici – è tornata a lambire quello stesso Occidente che si era illuso di esserne ormai fuori fin dal ’45 e al massimo di dover andarla a combattere in casa altrui. Nonché le migrazioni di popoli, che a molti hanno richiamato, magari con qualche esagerazione, l’immagine delle antiche “invasioni barbariche”

Ma fra tutti i revenants – letteralmente, “gli spettri che ritornano” -, il più inquietante anzi pauroso è quello della pandemìa, del contagio progressivo e inarrestabile che deve compiere il suo ciclo e che non si esaurisce se non ha profondamente colpito e sconvolto tutti i popoli, senza arrestarsi dinanzi a nulla, né ai mari né alle montagne. Da essa nascono le sconvolgenti immagini del “Trionfo della Morte” e della “Danza macabra”, con i loro scheletrici protagonisti in atto d’insidiare, atterrire e perfino grottescamente sedurre tutto il genere umano, dagli imperatori e dai papi fino ai miserabili ma anche alle belle fanciulle e ai teneri infanti. La Morte che non concede quartiere a nessuno, che non si lascia né muovere a pietà né corrompere. L’immagine riflessa della nostra fragilità e della nostra disperazione.

Ne hanno parlato tutti, perché le malattie contagiose sono tanto antiche quanto tremende. Le frecce di Apollo “sminteo” (il “Signore dei Topi” sui quali cavalcano le pulci portatrici del bacillo) nell’Iliade; la “peste di Atene” al tempo di Pericle, di cui parla Erodoto; quella di Giustiniano nel VI secolo, descritta da Procopio di Cesarea; la “Morte Nera” del 1347-52, magistralmente evocata da Giovanni Boccaccio che fortunosamente l’attraversò; quella del 1630, che riempie di sé le pagine più drammatiche di Alessandro Manzoni; e infine le immagini esistenziali e metastoriche dell’epidemia descritte da La Peste di Albert Camus e dal film Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman. L’universale pandemia che meglio di qualunque altra sciagura sembra prefigurare l’immagine della “fine del mondo”.

Ovviamente, nel tempo abbiamo definito “peste” malattie in realtà diverse da quella vera e propria, nelle due versioni “polmonare” e “glandolare” (“inguinale” o “bubbonica”) provocate dal batterio pasteurella pestis, o yersinia pestis, sino alle febbri di varia origine – sovente tifoidea – con le quali esse sono state nel tempo confuse. Ma se la peste vera e propria restò in effetti endemica in Europa tra XIV e XVII secolo, e molto più a lungo in Asia, ad essa nel tempo si aggiunsero altre epidemie non meno pericolose e letali, dal vaiolo al colera fino alla “spagnola” del 1918, della quale sta per ricorrere il centenario.

Da allora, di tanto in tanto siamo stati attraversati da “grandi paure” per epidemie che di solito si sono rivelate dei falsi allarmi, come l’”asiatica” o la “mucca pazza” di qualche anno fa. Ma un incubo più durevole, e giustificato, è stato e resta quello del virus hiv, che divenendo attivo provoca l’epidemia di aids i primi casi della quale furono segnalati a Léopoldville in Congo (oggi Kinshasa) e che è arrivata a 76 milioni di casi.

È l’Africa, che ci ha nel tempo regalato la forza-lavoro dei suoi schiavi e dalla quale oggi le lobbies multinazionali drenano i tesori che ci fanno ricchi mentre la maggior parte dei suoi abitanti sopravvive sotto il fatidico livello dei due dollari giornalieri, ad essersi vendicata su di noi con l’aids e a continuare adesso a vendicarsi con l’ebola, il virus segnalato per la prima volta nel 1976 nel bacino del fiume congolese che le ha dato il nome, l’Ebola.

C’è una vignetta che in questi giorni sta facendo il giro del mondo: il volto nero di un africano, dai tratti indistinguibili ma dagli occhi minacciosi, accompagnato dalla scritta “Vi siete dimenticati dell’Africa, ma l’Africa non vi dimentica”. E’ una frase terribile, che richiama certi proclami dei guerriglieri jihadisti del Mali settentrionale o del delta del Niger. E non a caso, cominciano a circolare sinistre voci, auguriamoci infondate, che associano il diffondersi dell’ebola a una sorta di “vendetta virale” escogitata dagli estremisti islamici contro l’Occidente. Anche in ciò, badate, nihil sub sole novi: nell’Europa del 1348 e del 1630 si parlò di una congiura di criminali (ebrei, saraceni e stregoni nel primo caso; “untori” nel secondo) intesa a diffondere il contagio per mettere in ginocchio la Cristianità.

E torna l’espressione fatidica: il ”Male assoluto”, identificato dopo il 1945 nel razzismo nazista e quindi dalla propaganda reaganiana degli Anni Ottanta nel sistema sovietico e da quella bushista dei primi del nostro secolo nell’Islam allora definito “fondamentalista”. Si ricorderà forse come Massimo Cacciari rispondesse a quei tentativi di assolutizzazione etica identificando con un gioco di parole il “Male radicale” nella pretesa che alla civiltà occidentale fosse intrinseca una superiorità etica in grado di rendere ipso facto universali i suoi valori, e nel nome della quale sembrava ovvio demonizzare tutte le espressioni di civiltà fondate su valori differenti.

In effetti, la contingenza che viviamo in questi giorni sembra caratterizzata dal corto circuito tra due “Mali” entrambi ancora una volta secondo alcuni definibili “assoluti”: da una parte l’assalto jihadista dello “stato islamico” che riceve consensi dall’Africa all’Afghanistan; dall’altra quello virale che partendo dall’Africa minaccia ora di dilagare in America e in Europa. Nei prossimi giorni, i due “Mali” si contenderanno le prime pagine dei giornali e domineranno il piccolo schermo turbando i nostri sonni: e qualcuno sta già cercando di stabilire tra loro dei nessi non casuali, fino a coinvolgerli e a identificarli in una sola ipotesi complottistica.

Bisognerebbe invece non abbandonarsi a interpretazioni maniacali né sottovalutare né l’uno né l’altro di questi due “mali” (certo gravi, ma non assoluti), ma al tempo stesso non lasciarci neppure prendere dal pànico. Bisognerebbe mantenere la calma, ma non abbassare la guardia. Probabilmente, com’è accaduto in passato, né l’una minaccia né l’altra si rivelerà davvero letale. Il vero pericolo che incombe sulla nostra società civile, in questo contingente momento, è l’incertezza e il disorientamento. Jihadisti ed ebola catalizzano un groviglio di preoccupazioni che ha le sue origini nella crisi socioeconomica e in quella dei valori culturali che stiamo attraversando. Che sia proprio questa, in ultima analisi, la vera peste?


Franco Cardini 

 
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