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Affonda il barcone PDF Stampa E-mail

26 Aprile 2015

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Da Comedonchisciotte del 20-4-2015 (N.d.d.)

 

Affonda il barcone. Ma non solo quello dei migranti, settecento, novecento, mille esseri umani che si rovesciano in mare tra lacrime di coccodrillo da una parte, e ferocie consolidate e diffuse dall'altra.

Affonda il barcone di questi signori qua sopra, e dell'Europa intera. Affonda il barcone delle Istituzioni, europee e nazionali. Affonda il barcone di un sistema intero, tanto barbaro quanto inutile. Affonda il barcone di parlamenti, di commissioni, di fondi monetari, di banche centrali e persino mondiali.

Affonda il barcone delle stupide vetrine della pancia piena, mangiare, mangiare, Expo, Eataly, padiglioni dei grandi architetti, pizzicagnoli alla Farinetti che pontificano, eccellenze alimentari mentre due terzi del pianeta crepa di fame.

Affonda il barcone del capitalismo e delle multinazionali, e affonda nel modo più che consueto: la guerra. Affonda senza nemmeno più un barlume di umanità. Affonda nella devastazione delle politiche di "rigore". Affonda nei fascismi e nella repressione. Affonda nei cazzari e nel loro fare. Affonda nei CIE, nelle operazioni, nelle missioni di pace che hanno generato sempre più guerra.

Affonda il barcone delle preghierine dal balcone, una bella pregatina con aria compunta e trasmessa in mondovisione e tutti son bell'e a posto. Affonda il barcone delle religioni, fabbriche di morte e di razzismo a ciclo continuo. Affonda il barcone della carità, da sempre perfettamente funzionale al mantenimento dei sistemi e degli status quo. Affonda il barcone dell'umanitarismo sempre più disumano e impotente.

Affonda il barcone della paura creata ad arte come sistema di controllo. Affonda il barcone del terrorismo del tutto organico allo stabilimento della schiavitù generalizzata. Affonda il barcone del lavoro e dei suoi miti di carta.

Affonda il barcone dei simboli di questo tempo, quando si è riusciti persino a santificare uno stupido venditore di idiozie come Steve Jobs.

Affonda il barcone dei critici radicali, sempre più slegati dalla realtà, persi in teorie che nessuno conosce e nessuno legge semplicemente perché sempre più incomprensibili, tronfie, noiose e inapplicabili.  Affonda il barcone dell'utopia, ridotta oramai a un sofistico esercizio di stile autoreferenziale e fine a se stesso.

Affonda il barcone di tutti, e sembra quasi che non ce ne accorgiamo pur essendoci tutti sopra. Affonda inesorabilmente, perché crediamo che sia inaffondabile. Affondiamo nel Canale dell'Indifferenza e nello Stretto dell'Inumano. Affondiamo nel barcone, senza morire perché siamo già morti. 

 

Riccardo Venturi 

 
A un bivio PDF Stampa E-mail

25 Aprile 2015

 

Da Appelloalpopolo del 21-4-2015 (N.d.d.)

 

 “Pare che il modo migliore per non farsi infilzare da un toro e da qualsiasi altro animale cornuto sia di afferralo per le corna, in modo da bloccargli la testa“.

Il presente momento storico rende attuale il concetto sotteso a questa immagine: una complessa e disorientante transizione d’epoca che rende obsoleti gli schemi consolidati evidenziando l’urgenza di reagire, senza mediazioni di sorta, sicuramente senza far affidamento all’esperienza pregressa.

Insomma siamo di fronte ad un bivio: la scelta è tra attendere (prolungando la sopravvivenza nella speranza di una stabilizzazione se non ripartenza) e reagire (aprendo le porte alla scoperta ed elaborazione di nuove risposte).

L’unica vera possibilità è “prendere il toro per le corna”: osservare senza indugio la realtà, per quella che è e non per come la si vuole, adottare un approccio che valorizzi l’esperienza pregressa senza considerarla vincolante, imboccare – come affermava un mio caro maestro – il bivio senza indugi.

Insomma non è più il tempo di tentennamenti, slalom, scivolamenti, deviazioni; non è più il tempo di agire per “opportunità”, del far finta di capire e di fare le cose, se non di evitare di farle. Vano dilazionamento ed energie sprecate.

È tempo invece di intraprendere strade nuove, che non significa necessariamente fare cose nuove, piuttosto perseguirle in modo rinnovato, attraverso approcci e schemi mentali ridefiniti, anche inediti. Infatti quel che serve appare semplice e banale: affrontare le cose per quel che sono; creare una adeguata rappresentazione della realtà; mettere concretamente in atto piccole azioni. Ma il tutto dentro una rinnovata libertà, tutt’altro che scontata e banale: mettersi “nudi” di fronte alla realtà accogliendo senza timore quel che è e nominando ciò che si vede senza vergogna; creare nuove connessioni tra fabbisogno riscontrato e strumenti disponibili; agire di conseguenza, al di là di ciò che si è sempre fatto, mettendo da parte il politically correct.

La sfida ruota attorno al concetto di libertà, in particolare coniugata in lucidità, onestà intellettuale e umiltà. Il rischio, infatti, è di essere indotti a fare non ciò che serve ma ciò che si presume serva; il rischio è di giustificare in ogni caso l’esistente senza vedere l’emergente; il rischio è l’arroccamento dietro parvenze di onnipotenza che ostacolano il fare i conti con l’irriducibilità del limite e della debolezza.

Alessandro Bolzonello 

 
Spaesati, insicuri, isolati PDF Stampa E-mail

24 Aprile 2015

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Da Rassegna di Arianna del 21-4-2015 (N.d.d.)

 

Nell’epoca spaesata, la comunità esiste come residuo possente che dà sostegno alla vita reale, è presente come lutto e orfanità ma anche come aspirazione comune. La famiglia, il gruppo, la città, l’associazione, la rete, la patria, l’ecclesia, benché in crisi, sono gli unici contesti in cui si esprime la vita, senza dei quali non avrebbe senso né sostegno la persona. Si è persona in relazione all’altro, perché persona – lo dice il suo stesso etimo – esige qualcuno che ci osservi. Siamo persone rispetto a qualcuno. Persona indica un carattere, una modalità specifica di presentarsi, perfino una maschera, che ha senso solo in rapporto col mondo; altrimenti non si è persone, ma solo individui. La persona esige relazione e la vita esige legame sociale. L’io prende corpo e misura rispetto a un tu, si qualifica e si definisce rispetto a un tu, e dentro un noi. E tuttavia, l’orizzonte comunitario sembra retrocedere al passato, sfumare nelle superstiti isole dell’ideologia, fino a diventare la proiezione onirica di solitudini a disagio. La famiglia è vissuta come luogo di evacuazione e tempo di smobilitazione, le associazioni sopravvivono se diventano occasionali e laterali luoghi di socializzazione o di rappresentanza degli interessi singoli; le città e le nazioni si riducono a sfondi paesaggistici, display o location; le religioni sono ricacciate nel privato come sette recintate, separate dal vivere civile e comune.

Una vera comunità non può essere sconfinata, universale, coincidente con l’umanità, perché la comunità delimita un noi e lo distingue dal resto; ma non può essere neanche il suo rovescio, una setta, una tribù, un circuito chiuso. Se è comunità esige sia una separazione sia un’apertura, è sempre un essere-con ma a viso scoperto, a cielo aperto. La comunità ha un territorio, delinea un confine e può avere anche un suo cuore segreto, ma non ha cinte murarie entro cui barricarsi. La comunità designa un’appartenenza, ma non preclude alla differenza. Altrimenti è una fortezza che si reputa assediata, non è un luogo di primaria esperienza del mondo ma una cittadella di reclusi, ostile al mondo. Comunità è comunicare. Si può essere congrega di asceti e ordine di cavalieri, ma non si può essere comunità civica chiusa all’esterno. La comunità è delimitata ma aperta. Se non subisce assedi, non può murarsi dentro.

La comunità non esclude al suo interno la solitudine, come l’essere in società non scongiura l’isolamento. Essenziale è la distinzione tra solitudine e isolamento, come ben distinse Hannah Arendt. La solitudine può essere un’indole, un’esigenza, una scelta, una conquista, perfino una beatitudine (Beata solitudo, sola beatitudo); l’isolamento è invece una perdita del mondo e una sconfitta, un impoverimento e un’emarginazione, un’inadeguatezza, una condanna e una sofferenza. L’isolamento non è la solitudine involontaria di cui scriveva Hume, perché non è sempre né solo inflitta dalla società. È una solitudine sgraziata, a volte subita a volte interiore, cioè covata nel proprio seno, irriducibile all’emarginazione e all’ingiustizia sociale. In una comunità è possibile la solitudine ma non l’isolamento, perché isolarsi presuppone la fuoruscita, la perdita, l’esclusione dalla comunità. In una società si può essere soli ma anche isolati; in una comunità invece si può essere soli ma non isolati, perché se si è veramente isolati si è già fuori dalla comunità. In una società è possibile distinguere una sfera pubblica e una sfera privata, anzi la società sorge su quella distinzione; una società malata non distingue, non tutela o addirittura inverte i rispettivi spazi che attengono alla vita pubblica e privata. In una comunità, invece, l’orizzonte privato tende a collimare con l’orizzonte pubblico, o quantomeno ad armonizzarsi e a riconoscere uno spazio comune in cui confluiscono e interagiscono il pubblico e il privato.

Prodotto tipico e contagioso dell’isolamento è l’insicurezza, che tende a espandersi. Le società prive di destino e di comunità pullulano di singoli isolati, sono abitate da milioni di eremiti – diceva Montale – che vivono il loro isolamento in piena folla. L’isolamento produce paura, genera domanda di sicurezza. Si tratta di domande di origine metafisica e psicologica, prima che sociale e militare, che investono il senso e l’identità, l’incertezza dell’esistenza in un orizzonte labile e l’incedere del vuoto e del nulla; ma il gigantesco, capillare sradicamento di ogni domanda in rapporto al destino costringe a dirottare le domande d’insicurezze sul controllo delle risposte e a circoscriverle nell’ambito della pubblica sicurezza. Accade allora che l’insicurezza si riduca a incolumità, la metafisica a ordine pubblico e l’incertezza della vita in rapporto al destino si trasfiguri, fingendo di assumere concretezza, in paura sociale dello straniero, del criminale, del pedofilo, in generale del disordine e dell’anomia. In un percorso inverso e paradossale rispetto alla critica alla religione degli illuministi e poi di Feuerbach, accade che si proietti in terra un bisogno di cielo, e si invochi il vigilante in luogo dell’angelo custode, si installi una ronda o una postazione di pubblica sicurezza laddove manca un’edicola sacra e protettiva; si risponda con l’ordine poliziesco a una domanda di ordine esistenziale e si prometta tutela dei singoli da ogni prossimità inquietante mentre la domanda da cui sorgeva l’insicurezza era incentrata sul bisogno di comunità. Non è l’estraneo che spaventa, ma è il venir meno di quel che è nostrano a disorientare.

Le comunità soffrono meno di queste paure rispetto alle società spaesate perché sono rassicuranti, familiari e calde; l’insicurezza si accompagna all’isolamento. L’assenza degli dei, del fato e della comunità viene compensata con il raddoppio della vigilanza. La perdita d’identità è risarcita con l’aumento dei controlli.

L’estensione della società al pianeta, lo sconfinamento del locale nel mondiale e la rete globale di relazioni telematiche rendono sempre più evanescente l’appartenenza stessa a una società. Più la società si estende e più perde ogni traccia di contorno, fino a realizzare l’idea popperiana che la società sia solo un’astrazione platonica e che esistano soltanto gli individui con le loro dirette e occasionali relazioni. Se la società è un concetto astratto, il mondo non è fondato sui legami ma è regolato da leggi e contratti, le consonanze si fanno solo sincronie, perché sono fondate soltanto sul temporaneo convergere di interessi e apprensioni; le relazioni non prevedono comunanza ma tecnologia. È la tecnica a rapportarci al mondo; le comunanze al più consentono di stabilire rapporti sentimentali nell’ambito dell’affettività privata.

A uno sguardo più attento, potrebbe perfino modificarsi la considerazione da cui siamo partiti circa il tramonto della comunità; a tramontare sembra essere piuttosto la società che cede il passo a una frammentazione di meteoriti individuali o tribù microsociali e di solitudini globali, mentre la comunità resiste almeno in tre ambiti: come nostalgia del passato, come prospettiva del futuro e come sentimento intenso nel presente. La comunità abita in interiore homine, come vuoto e come attesa, ma anche come percezione di legami elettivi e naturali che sentiamo come fondativi della nostra vita e del suo senso. Per questo, la comunità oggi acquista vigore proprio nella solitudine, come invocazione, memoria e pre-sentimento. Viceversa diventano pericolose, quanto artificiose, le pseudocomunità che sorgono dall’isolamento perché sono agglomerati ringhiosi di risentimenti ed emarginazioni che armano le frustrazioni fino a renderle militanti. Tanto sono aggressive le pseudocomunità di clan, di club o di quartiere quanto sono fittizie e interiormente vuote. Possono attenere tanto a un villaggio quanto a un branco o a un collettivo. Reti effimere, occasionali, hobbystiche, orgiastiche, emozionali, virali...

La comunità sorge da un’esigenza naturale che si costituisce in orizzonte culturale. Entrambi la radicano nel tempo e nello spazio. Il nesso tra natura e cultura è l’orlo del destino.

Marcello Veneziani 

 
Romanzi storici PDF Stampa E-mail

23 Aprile 2015

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È notizia appena uscita che gli italiani -meglio quegli italiani che ancora si prendono la briga di leggere- hanno un debole per il romanzo storico, in primis quelli ambientati in epoca romana: secondo i dati delle edizioni Newton Compton, che hanno tra i loro scrittori di punta alcuni specialisti del genere, quali Scarrow e Genovese, oltre il 10% del catalogo riguarda proprio le storie ambientate nel passato, ricche di azione, battaglie, colpi di scena.

I dati di vendite del genere storico sono quindi in aumento, molti autori fanno il pieno e si debbono effettuare ristampe.

Secondo i responsabili marketing di Newton Compton l' impennata di un genere come quello storico, che negli ultimi tempi si era offuscato, dipende da vari fattori, quali "l' alto tasso di testosterone che si sente ad ogni pagina nelle scene d' azione e di guerra(..) e un rifugiarsi degli italiani, specie in questi momenti difficili e incerti, nella riscoperta e nell' orgoglio delle proprie radici".

Come membri di Movimento Zero e come Giornale prendiamo positivamente questi dati: la riscoperta delle proprie origini nel mare magnum della retorica globale , della frase dolciastra "essere cittadini del mondo", della destrutturazione dei popoli sino alla "reductio ad unum" altro non può che far piacere e in questo momento le buone notizie sono le benvenute.

Ci piacerebbe, però, che i signori scrittori tra una scena ad alto tasso di testosterone e l' altra, tra uno scontro di legionari e l' altro, indugiassero un pochino nella descrizione del modello di vita classico, non solo per completare l' affresco ma anche per evitare di svilire il tutto a folklore letterario.

È giusto che il lettore conosca, impari, sappia immergersi nell' atmosfera classica anche dal punto di vista culturale e spirituale: ciò lo indurrebbe, forse, a fare paragoni tra il nostro e il loro modello, paragoni che suonerebbero impietosi .

Capirebbe che in epoca classica greco-romana il lavoro fine a sé stesso, allo scopo di "produrre-consumare-crepare" non era per nulla un valore: Seneca ebbe a scrivere che " non vi è nulla di interessante nel fabbro chino sull' incudine(...) perché il vero sapere si trova su un livello superiore";  di Socrate, uno dei grandi del pensiero umano ancor studiato dopo due millenni e mezzo, si racconta che un caldo giorno d'estate camminando appena fuori Atene vide un gruppo di magnifici e ombrosi platani, si sedette all' ombra, nell' erba e perso nella silente contemplazione della natura esclamasse "in mezzo a questi bellissimi platini, all' ombra e nell' erba fresca, mi sento il più felice degli uomini".

Imparerebbe che in quel modello di vita era disprezzato lo sforzo bruto a vantaggio dell' ozio creativo, l' amore per lo studio e la conoscenza, il senso della misura e dell' armonia (anche a vantaggio dell' ambiente), equilibrio, sobrietà e saggezza: non è vero che i classici non avessero tecnologie per sviluppare rivoluzioni industriali, risulta anzi la costruzione di rudimentali macchine a vapore in età ellenistica, ma semplicemente l'economia occupava un gradino bassissimo della scala di valori, perciò della tecnologia non sapevano che farsene, a parte lo scopo bellico.

Erano anzi convinti che, dopo l' exploit tecnologico dei Mesopotamici, il più fosse già stato inventato. Macchinari, tecnica, produttività, ampliamento dei commerci e ricerca di "nuovi mercati" erano tutte concezioni incompatibile col mondo classico greco-romano.

Società statica?

Eppure produsse qualcosa come monumenti e trattati d' architettura che sfidano i millenni, il Diritto romano, un gusto sublime per l' estetica (anche nelle arti) e innumerevoli filosofi, pensatori e scrittori la cui fama ha superato indenne i secoli, gettando le basi per due periodi chiamati Umanesimo e Rinascimento, una decina  di secoli dopo il tramonto di Roma.

Sarebbe bello inserire tali concetti tra una pagina e l'altra dei romanzi: scrittori, se ci siete battete un colpo!

Simone Torresani

 
Cambiare stile di vita non basta PDF Stampa E-mail

22 Aprile 2015

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 Da Comedonchisciotte del 18-4-2015 (N.d.d.)

 

 

Il Comitato consultivo federale per le linee guide in materia di dieta, per la prima volta, ha

raccomandato di evitare carne e latticini i quali, secondo quanto riportato dal Wall Street

Otc, “sono considerati la causa principale di malattie e obesità in America”.

Il rapporto preliminare prosegue affermando che “una dieta ricca di cibi vegetali e che

contiene pochi alimenti di origine animale è più salutare per l'organismo e fa bene anche

all'ambiente”.

Comprensibilmente, i miei compagni vegan hanno accesso il dibattito sui social media con

questa notizia fornendo un gran numero di statistiche (alcune affidabili, altre no) su come

l'agricoltura destinata agli animali stia uccidendo l'ecosistema. “Siate vegan” erano in

sostanza gli argomenti “e il mondo sarà salvo”.

 

Prima che io mi  dedichi  ad affrontare questa rivendicazione comune, lasciatemi

fermamente affermare, per la cronaca: Sì, certo, sarebbe un passo sorprendente nella

giusta direzione per tutte le specie se ogni umano, che da un punto di vista logistico fosse

in grado di farlo, diventasse vegan.

 Lasciatemi anche affermare: un evento sismico epocale non potrebbe mettere fine alla

nostra marcia verso l'eco-cidio.

 

Sì, l'agricoltura animale è una piaga per il nostro ambiente, ma...è ancora un sintomo. Per

“salvare” il pianeta, la malattia che dobbiamo affrontare e sradicare è il capitalismo in tutta

la sua miriade di incarnazioni ingannevoli. […]

 

Siamo condizionati a credere che il capitalismo potrebbe aver bisogno di qualche leggera

modifica occasionale e a volte di una revisione, ma hey, è meglio di qualsiasi altra cosa là

fuori!

I prezzi potrebbero essere controllati, i salari possono crescere, i prodotti potrebbero

essere fatti per durare più a lungo, etc etc etc -  ma tutto ciò che questo ignora è che

capitalismo = ecocidio.

 

Finché non rimarrà più nulla.[…]

 

Il capitalismo è un sistema economico basato sulla crescita perpetua e 

sull'incessante sfruttamento di quelle che noi chiamiamo “risorse naturali”. Per 

definizione, un tale approccio è insostenibile, non può essere riformato, ed è, quindi,

contrario alla vita.

 

Per ottenere l'accesso e il controllo delle risorse, il capitalismo richiede brutali e prolungati

interventi militari (o la loro minaccia). Il Dipartimento della difesa americano, per esempio,

è il più grande e più pericoloso potere militare al mondo e il peggior contaminatore del

pianeta e divora circa la metà dei dollari che derivano dalle tasse federali U.S.A.

Gli interventi militari (o la loro minaccia) conducono alla guerra, ai crimini di guerra, alla

costituzione di  regimi autoritari, alla povertà e alla repressione, alla devastazione

ambientale e alla fine... al dominio delle grandi aziende sulle risorse.

Il capitalismo – nel suo predatorio perseguimento del profitto – richiede umani per

dominare umani e umani per dominare i non-umani e umani per dominare il paesaggio...

finché non rimarrà più nulla.

 

Le risorse sono finite. Non possono essere e non saranno replicate in un laboratorio

Lo sfruttamento, l'avvelenamento, e il  consumo dell'ecosistema alterano il  delicato e

simbiotico equilibrio del mondo naturale -  che da solo ci conduce verso ulteriori

devastazioni.

 

Il capitalismo richiede un consumo costante. Quindi, gli umani sono riprogrammati in

consumatori accondiscendenti e male informati. La capacità pervasiva della propaganda e

delle pubbliche relazioni fa continuare i consumatori a consumare, gli operai a lavorare, e i

repressori a reprimere (così si spiega perché i poliziotti del ceto medio spruzzano pepe agli

attivisti invece che unirsi a loro).

 

Mentre altri sistemi possono affrontare alcune delle vaste ineguaglianze inerenti alla

società capitalista, a meno che un tale sistema sia progettato in sincronia con il nostro

ecosistema condiviso, questa non farà nulla per prevenire l'incombente collasso

economico/sociale/ambientale.[…]

 

Da che parte stai?

 

Essere anti-capitalista significa guardare oltre la prossima scadenza fiscale, oltre i confini

nazionali, e oltre la propaganda delle grandi aziende.

Essere capitalista è ignorare la realtà.

Essere capitalisti è pretendere che la tecnologia sia

neutrale, che gli umani possano “controllare” la natura, e il campo da gioco rimanga lo

stesso.

 

Essere anti- capitalista è abbandonare i privilegi e scegliere la solidarietà oltre l'ego e la

paura .

Essere capitalista è dare valore agli azionisti al di sopra della condivisione, alle merci al di

sopra delle comunità.

 

Essere anti-capitalista è comprendere che un sistema basato sulla crescita a tutti i costi è

contrario alla vita. Essere anti-capitalista è essere contro l'eco-cidio.

 

Essere capitalista è esprimere il supporto per una terra tossica, avvelenata, deforestata e

devastata da guerre incessanti, malattie, disuguaglianze, repressione, incarcerazione e

discriminazione.

Essere anti- capitalista è vedere coraggiosamente oltre la facciata, riconoscere la miriade

di crisi globali, e avere una intensa visione del futuro - un futuro che va ben oltre gli

odierni campanelli di chiusura delle vendite di Wall Street.

 

Essere anti- capitalista è riconoscere l'urgente bisogno di cominciare il processo di

creazione di un nuovo sistema – un sistema non per vendere le azioni più alte; che non sia

basato sulle celebrità, sul consumo materiale, sulla bellezza fisica, o sulle conquiste

militari; un sistema che promuova azioni unitarie e collettive mentre mantiene individualità

e indipendenza; un sistema che ci sfidi a pensare a noi stessi e agli altri; un sistema che

capisca la connessione tra comportamento umano e vita non umana.

 

Essere capitalista è comportarsi come se fossimo l'ultima generazione di umani.

Essere anti-capitalista è rendersi conto del bisogno di fare più che cambiare il nostro stile

di vita; consiste nel re-immaginare la nostra relazione con il mondo naturale[…]

 

Mickey Z 

 
Per Massimo Fini PDF Stampa E-mail

19 Aprile 2015

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Fu un inverno parecchio freddo quell'anno e l'umidità sapeva farsi sentire a Fucecchio, dove uno scherzoso funzionario del Ministero della Difesa mi aveva spedito, nel 1994, per dodici lunghi mesi di servizio civile alternativo alla naja.

Non c'erano i social network - che per me, a dire il vero, non ci sono neppure oggi - e La Voce di Montanelli (fucecchiese DOC) divenne il mio unico collegamento con il mondo, fuori dalla mia stanzetta concessa dal Comune in Corso Matteotti. Allorché i processi di "Tangentopoli" facevano sperare in un'Italia diversa e più onesta.

Poi, assassinata La Voce, così quasi di punto in bianco, scoprii l'Indipendente diretto dal povero Vimercati. Giornale che divenne ben presto il legittimo erede del coraggioso vascello montanelliano.

Quelle giornate sono state per me una sorta di campus dello spirito critico. Marco Travaglio, allora giovanissimo, e Massimo Fini, già noto ma già bandito dai grandi "giornaloni", divennero i miei più fidati compagni di lettura, nel passaggio formativo da adolescente a giovane adulto.

Fu invece un magnifico pomeriggio di sole quello che, nella tarda primavera del 2000, vide arrivare Massimo Fini al Consiglio di Quartiere n. 2 di Firenze, di cui ero diventato inaspettatamente presidente "dipietristra". Volli fortemente che venisse a parlare di democrazia contraffatta e di modernità fasulla, ad argomentare quindi il suo punto di vista esposto nel pamphlet 'Sudditi'.

Ricordo che né i colleghi di giunta né la maggior parte dei dipendenti sapevano esattamente chi fosse (ma pur sempre in numero maggiore di quando invitai, qualche mese dopo, Marco a presentare il 'Manuale del perfetto impunito'!).

Invece la sala consiliare fu piena in ogni ordine di posti, c'era persino gente venuta da Comuni fuori Provincia per non lasciarsi scappare una delle rare occasioni per ascoltare idee stimolanti e controcorrente. Lo accompagnava una bella bionda, che guidava l'auto, e un pacchetto di Gauloises che sporgeva dal taschino di un giubbotto di jeans.

Oggi, l'argento è diventato la tonalità prevalente dei miei capelli, la politica attiva un ricordo abbastanza sbiadito ...purtroppo, il Fatto Quotidiano mi accompagna in treno recandomi a lavoro, due bimbi e una famiglia serena che crescono giorno dopo giorno e un Paese che si abbrutisce governo dopo governo.

Per questo c'è assoluto bisogno, davvero ancor più di ieri, del pensiero di Massimo in qualunque forma sia espresso, con la penna o con la parola poco importa.

Andrea Aiazzi 

 
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