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Gioco delle parti PDF Stampa E-mail

22 Novembre 2014

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Houston, 19 Novembre 2014 - I repubblicani, i grandi vincitori del mid term che, oltre ad aver in pugno la Camera dei rappresentanti, si stanno apprestando a controllare – da gennaio - anche il Senato, sono riusciti, in un colpo solo, ad affossare il Freedom Act, un complesso di misure che avrebbe dovuto limitare l’onnipotenza delle Agenzie di intelligence che hanno, di fatto, spogliato i cittadini americani – e non solo – della propria privacy.

Il popolo americano aveva appreso – grazie alle rivelazioni di Edward Snowden – da circa un anno e mezzo di essere completamente in balia della NSA, che intercetta e conserva ogni tipo di comunicazione elettronica – telefonia, internet, email etc – dell’intera popolazione.

Il Freedom Act - se fosse passato - avrebbe sancito la fine della raccolta massiva dei tabulati telefonici nazionali ad opera del governo, costringendo i funzionari a effettuare richieste specifiche alle società di telefonia. Avrebbe anche potuto far cessare il monopolio delle forze dell'ordine sulle contese dinanzi alla corte di sorveglianza segreta con la creazione di un ruolo per un avvocato speciale. E ciò avrebbe fatto sì che le valutazioni più importanti della corte sarebbero state rese pubbliche.

Ieri, per far passare il Freedom Act, bastavano 60 voti ma ne sono mancati due all’appello e per due soli voti l’unica diga – anche se piena di buchi – che avrebbe potuto difendere la gente dai ficcanaso di Washington è crollata.

 

Eppure non era difficile capire che le cose sarebbero andate a finire esattamente così.

Dopo lo sconcerto e l’indignazione di una buona parte della popolazione per le rivelazioni sulla più massiccia e globale azione di controllo della storia dell'umanità, chi voleva mantenere – se non incrementare – il controllo a tappeto di ogni pensiero e parola del popolo americano non ha fatto altro che spingere sull’acceleratore della paura, agitando lo spauracchio del terrorismo islamico, di quell’Isis o Isil, che si appresterebbe a minacciare con le sue scenografiche decapitazioni addirittura il territorio americano.

Nelle parole di ieri del senatore della Georgia Saxby Chambliss: “ci sono dei membri dello Stato islamico che si aggirano per le strade di New York per ammazzare la gente”.

E non c’è davvero nulla di meglio – per evitare ciò – che lasciare mano libera alla NSA di continuare imperterrita a raccogliere e conservare i metadata di tutti i cittadini americani.

Ma nella sceneggiata di ieri Chambliss è stato ampiamente surclassato dal senatore repubblicano della Florida, Marco Rubio, il quale ha superato per fantasia qualsiasi autore di science fiction hollywoodiano affermando: “Dio non voglia che domattina ci svegliamo con la notizia che un membro della Isil è negli Stati Uniti e gli agenti federali hanno bisogno di stabilire con chi sia collegata questa persona per mettere in atto un attacco contro il Paese" e ancora: "Vi giuro che - voglia Iddio evitarlo -  se accadesse un evento orribile come quello, la prima domanda sarebbe ‘perché non ne abbiamo saputo nulla?’"

Nonostante sia stato apertamente ammesso, anche recentemente, dal vicepresidente Biden che l’Isis non costituisce minaccia alcuna per gli Stati Uniti[3], chi dirige il gioco delle parti a Washington sa bene che effetto possa avere sulla gente una ben studiata decapitazione di un bel giovane americano.

E allora, dopo aver creato l’Isis, averlo finanziato, aver addestrato i suoi membri e aver anche fatto pubblico sfoggio di amicizia – ricordate le foto-ricordo del senatore McCain con i sanguinari decapitatori? – ecco che una nuova decapitazione arriva proprio a fagiolo per spingere l’opinione pubblica a ‘digerire’ la prosecuzione del controllo globale del Big Brother.

Il solito meccanismo di Problema – Reazione – Soluzione, insomma.

 

Un gioco delle parti nel quale due politici liberali, tradizionalmente contrari allo strapotere delle Agenzie, come il democratico Bill Nelson, ma soprattutto Rand Paul, senatore del Kentucky – prossimo possibile candidato repubblicano alla presidenza – hanno votato per seppellire il Freedom Act. Naturalmente il nostro bravo senatore del Kentucky lo ha fatto – a suo dire – perché il Freedom Act non rappresentava una garanzia sufficiente contro i ficcanaso della NSA.

Mah, sarà, se lo dice lui...

Anche il buon Premio Nobel per la pace - il presidente Obama, che non ha fatto altro, nei suoi due mandati, che portare guerra in ogni parte del mondo - aveva giocato il ruolo di quello che - spinto dall'indignazione mondiale - voleva limitare le prerogative della NSA, tanto che La Repubblica oggi titola scandalosamente "Datagate, smacco a Obama, il Senato boccia la riforma NSA". Così ha fatto la sua bella figura, tanto sapeva bene come sarebbe andata a finire.

Personalmente questa scelta di far cadere – per due soli voti - una legge così importante mi fa tanto pensare alla tipica azione di “finte opposizioni” di cui noi in Italia siamo insuperabili maestri.

Prima declamare a gran voce la propria lealtà al popolo e alla libertà per poi – appena se ne manifesti l’opportunità – tirarsi indietro in modo che il potere si consolidi e divenga di fatto invincibile.

E, per di più, con il consenso popolare. Vi dice niente?

 

Piero Cammerinesi

 

  

 
Per un Impero multietnico PDF Stampa E-mail

21 Novembre 2014

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Ricordando i dolorosi giorni dell’inizio della Grande Guerra ad ormai un secolo di distanza, non si può non ricordare la figura di Carlo d’Asburgo, pronipote di Francesco Giuseppe che il 21 novembre 1916, a seguito della morte di quest’ultimo, prendeva le redini dell’Impero, in pieno conflitto, ad appena ventinove anni. Egli era un convinto sostenitore di una riforma federale e democratica della monarchia asburgica, oltre ad essere da subito desideroso di porre fine allo scontro fratricida che stava minando l’eurocentrismo. Sarà lui a concedere il Manifesto dei Popoli che aprirà chiaramente ad una riforma federale, su base ugualitaria per tutti i popoli facenti parti dei domini della duplice monarchia.

È fondamentale l’Austria- Ungheria per ogni europeista come esperimento di coesistenza tra Popoli dello stesso continente e per capire quale assetto dare ad una confederazione europea bisogna colmarne i limiti ed ampliarne i possibili gloriosi orizzonti. La politica dell’Impero si era consolidata sulla coabitazione di molti popoli, contro un nemico che sarebbe stato letale per un grande impero multietnico: il nazionalismo. Lo stesso Metternich  aveva compreso che le forze centrifughe dei movimenti nazionalisti avrebbero stritolato l’Europa, l’avrebbero fatta a pezzi, ed in particolare ci avrebbero rimesso i grandi imperi sovrannazionali: quindi anche i due imperi a cavallo fra l’Europa e l’Asia, cioè quello russo e quello turco, ma soprattutto quello austriaco. I nazionalismi non avrebbero solo ucciso gli imperi sovrannazionali, ma anche la possibilità per le nazioni di vivere insieme sotto la stessa autorità e alla lunga avrebbero ucciso anche la pace ( un profeta se si pensa all’odierna frastagliata Europa). L’Austria – Ungheria non poteva rivendicare per se stessa il ruolo di paese guida delle ambizioni di grandezza delle popolazioni tedesche del continente. Ormai tale posizione le era stata strappata dalla Germania del Kaiser.  Ma ciò comportava l’interessamento della monarchia Asburgica a lavorare alla realizzazione di un Impero di più popolazioni  in seno ad uno stato mitteleuropeo. Un esperimento davvero erede dell’esperienza del Sacro Romano Impero e dei grandi tentativi di unione continentale. Un sogno che pervade la nostre terre ed i nostri cuori da molti secoli. In ciò è lucidissima la riflessione dello stesso Cardini che invita  a valutare che oggi   i grandi vincitori delle scelte di Francesco Giuseppe, gli stati nazionali, sono a loro volta alle corde mentre si tende sempre più a mete sopra nazionali e metanazionali,  valutando che l’esperienza dell’Impero Asburgico era più lungimirante.

Complessa era l’architettura dell’Impero. L’Ungheria, a seguito dell'Ausgleich del 1867 veniva resa autonoma dall'Austria  ottenendo una propria costituzione, una milizia territoriale autonoma rispetto a quella Imperiale, un parlamento sovrano ed un’amministrazione propria, si dovevano mantenere i comandi delle Forze Armate ed i ministri degli Esteri, delle Finanze, della Guerra.  Questo compromesso rese giustizia alla “questione ungherese”, ma non altrettanto soddisfatte erano le altre etnie interne all’Impero che rivendicavano giustamente i medesimi diritti degli ungheresi. Ciò il nuovo sovrano lo aveva compreso.

Già il giorno successivo Carlo I emanò il suo primo proclama imperiale impegnandosi formalmente alla ricerca di una pace onorevole tesa a restituire ai popoli il bene supremo della armonia e della sicurezza, gravemente offeso dal conflitto.

Il 17 ottobre 1918, nella speranza di impedire con un estremo tentativo l’implosione della duplice monarchia, l’Imperatore Carlo decise  di mettere in pratica i suoi stessi progetti di riforma in senso federale dell’Impero e  promulgò motu proprio il Manifesto dei Popoli. Con esso si impegnava formalmente a venire incontro ai desideri delle popolazioni dell’Impero in base a criteri naturali. L’Austria sarebbe divenuta una federazione nella quale ognuno dei popoli avrebbe costituito una propria comunità statale non pregiudicando l’unione dei territori della Corona, creando comunque un’entità polacca indipendente  ed alla città di Trieste sarebbe stato attribuito uno statuto speciale. I popoli avrebbero eletto dei Consigli Nazionali, formati da parlamentari di ogni singola nazione riuniti in un parlamento per  garantire ad ogni Stato autonomia senza pregiudicare gli interessi comuni.

Era una pietra miliare sul cammino della creazione di una Europa dei Popoli, era la vera possibilità di coesistenza di coabitazione tra europei. Ma le potenze anglosassoni istigando la Francia per orgoglio nazionale non vollero accettare la sopravvivenza dell’Impero Austriaco, creando al suo posto una  moltitudine di piccoli stati, facilmente dipendenti dalla forte Inghilterra e nel complesso base di una debole Europa. Il  Vecchio Continente era per la prima volta dipendente dal ruolo degli americani che avevano determinato l’esito della guerra, iniziava a profilarsi uno scenario nel quale l’Europa non sarebbe più potuta essere l’artefice della politica mondiale, perdendo anche la capacità di disporre del proprio stesso destino..

 Il sogno di ogni anglosassone da oltre cinque secoli.

Alessandro Scipioni

 
Nella diagnosi Marx serve ancora PDF Stampa E-mail

19 Novembre 2014

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Il ruolo della finanziarizzazione dell’ economia nell’ attuale crisi è un dato di fatto indiscutibile.

I guasti causati da una moneta senza Stato è un altro dato di fatto.

L’ assenza di una moneta sovrana determina pesanti condizionamenti che sono stati ampiamente analizzati e discussi.

Tuttavia l’ impressione è che si insista fin troppo sugli aspetti finanziari e monetari per non ammettere che perlomeno nella diagnosi delle cause strutturali delle crisi, i fatti danno ragione a Marx.

L’ economista e filosofo tedesco individuava essenzialmente tre contraddizioni interne al sistema, che lo avrebbero fatto implodere.

La prima è quella fra il carattere sociale della produzione nelle grandi fabbriche e l’appropriazione privata da parte del capitale.

La seconda è la periodica sovrapproduzione di beni (merci) che il mercato non riesce ad assorbire data la limitata capacità di consumo di masse proletarie sottopagate.

La terza è la caduta tendenziale del Saggio del Profitto, apparentemente paradossale in un sistema tutto improntato al profitto: infatti la legge della concorrenza obbliga a introdurre macchinari che sostituiscano manodopera, nella logica dell’abbattimento dei costi e della costante ricerca di innovazioni, ma il profitto è garantito dallo sfruttamento del lavoro umano, non dall’automazione verso cui tende il sistema.

La prima contraddizione è trascurabile in quanto fondata su presupposti più sociologici e filosofici che economici. Le altre due trovano clamorosa conferma negli anni che stiamo vivendo.

Le crisi disastrose di sovrapproduzione furono evitate nel periodo glorioso del capitalismo, i trenta o quaranta anni di politiche economiche sostanzialmente keynesiane.

Quelle politiche furono garantite da condizioni oggi non riproducibili e furono anche decise per sconfiggere la sfida del collettivismo sovietico concedendo a salariati e stipendiati di livello medio-basso redditi e provvidenze assistenziali tali da consentire alti livelli di consumo. Era una forzatura della logica del capitale, determinata dalla minaccia del cosiddetto comunismo. Non a caso subito dopo il crollo dell’URSS è iniziato lo smantellamento sistematico dei livelli di reddito e delle protezioni sociali, anche tramite l’ingabbiamento dei sindacati e la massiccia immigrazione che hanno abbattuto le potenzialità contrattuali di salariati e stipendiati.

La tendenza alla caduta del Saggio del Profitto è forse la vera minaccia al sistema. La progressiva automazione del lavoro, non solo nelle fabbriche e nell’agricoltura ma anche nei servizi, è un fenomeno evidente e inarrestabile, ma il capitale ha bisogno di manodopera per riprodursi. Il massiccio afflusso di immigrati non sarà eterno e sarà contrastato dalle dinamiche demografiche, nonché dalle reazioni di rigetto delle popolazioni autoctone.

Qui stanno le cause immediate, più profonde di quelle finanziarie e monetarie, della crisi che si sta incartando su sé stessa. Negarle per non fare concessioni ai marxisti è operazione insensata.

 Il marxismo ha fallito nelle terapie, non nella diagnosi.

Ha fallito quando ha prospettato il collettivismo di uno Stato onnipotente, quando ha fantasticato su un’ umanità riscattata e rinnovata attraverso la semplice socializzazione dei mezzi di produzione, quando ha immaginato una classe operaia compatta e dotata di coscienza di classe pronta a prendere il potere, quando ha elaborato una filosofia della storia che sarebbe pervenuta  a una fase in cui gli operai avrebbero utilizzato il formidabile apparato produttivo creato dalla borghesia capitalista per garantire abbondanza di beni a tutti, superando la divisione del lavoro e fondando l’utopia riassumibile nella formula “da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”: la realtà che va chiarendosi ai nostri occhi non è quella della creazione dei presupposti per “i domani che cantano”, ma quella di un continuo degrado ambientale, culturale, morale, una perdita di umanità che era stata profetizzata più dai critici della modernità dal versante antiprogressista che dalle scuole del marxismo. Se ci fosse una classe operaia come quella immaginata da Marx, erediterebbe le macerie di un mondo devastato, non la poderosa macchina produttiva che cambiando manovratore possa assicurare benessere ed elevazione culturale a tutti.

Occorre andare oltre il marxismo e vedere nelle origini lontane della modernità le cause di fondo del disastro economico, sociale, morale che ci affligge. Tuttavia chi voglia operare qui e ora, in una direzione politica e di proposta concreta, deve partire dalla riflessione sulle cause immediate della decadenza economica: la crisi di sovrapproduzione e soprattutto l’ombra incombente della caduta del Saggio del Profitto. Di euro, di signoraggio, di speculazione sui derivati, è bene parlare ma non per far perdere di vista ciò che è più essenziale.

 

Luciano Fuschini    

  

 
Tutti contro tutti PDF Stampa E-mail

18 Novembre 2014

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Da Appelloalpopolo del 16-11-2014 (N.d.d.)

Il discorso di Seyyed Nasrallah [...] consente ai curiosi di compiere molti passi avanti nella comprensione della situazione politica e militare del vicino oriente. Alcuni luoghi comuni diffusi in occidente ne escono completamente dissolti, conclusione che il lettore riesce a trarre con certezza, al netto della scontata partigianeria dell’autore del discorso.

Intanto Nasrallah dimostra, con i fatti, come sia assolutamente falso che nel Vicino Oriente sia in corso uno scontro tra Sciiti e Sunniti. In Libia c’è lo scontro tra due parti interne, libiche, l’una sostenuta da un asse turco-qatariota, l’altra da un asse saudita-emiratino. In Egitto, nel Sinai, si scontrano l’esercito egiziano e gruppi armati sunniti. In Siria, “Il conflitto tra “Daesh” (ISIS) e il “Fronte al-Nusra”, un conflitto lungo e sanguinoso che ha causato migliaia di vittime e feriti” non è un conflitto sunnita-sciita. Né, sempre in Siria, è un conflitto sunnita-sciita quello che corre tra “Fronte al-Nusra” e il “Fronte dei rivoluzionari della Siria”. Nemmeno lo scontro tra Kurdi e “Daesh” (ISIS) è tra sunniti e sciiti. Conclude Nasrallah: “Vediamo che la maggior parte del conflitto nella regione è una lotta di certi paesi contro altri, come l’Egitto, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, il Qatar e la Turchia, che arrivano al punto di lanciarsi accuse nell’[Assemblea delle] Nazioni Unite”: “Ci sono degli Stati, delle forze politiche e delle forze popolari che hanno una certa visione del futuro delle loro nazioni e della loro regione e che combattono per realizzare il loro progetto, sia esso giusto o meno. Il conflitto non è affatto confessionale. A volte in un certo posto entrambe le fazioni in lotta sono sunnite, mentre in un altro una parte è considerata come sunnita e l’altra è mista, e anche gli sciiti ne fanno parte. Questo conferisce al conflitto un carattere sunnita-sciita? Per niente”. Nasrallah ammette che “I takfiri agiscono su questo sfondo, ma il loro conflitto non è confessionale. La loro animosità non è diretta solamente contro gli sciiti, ma contro gli sciiti, i sunniti, i cristiani, i drusi e tutte le confessioni presenti. Sono nemici di chiunque sia differente. Questa è la loro mentalità, ma non è questa la realtà del conflitto”.

In secondo luogo, Nasrallah chiarisce per quale ragione si è formata la coalizione internazionale che bombarda l’IS(is). Non, come dicono gli ammiratori italiani di Nasrallah, con il fine di far cadere Assad. Spiega invece Nasrallah: “Allorché tutto il mondo si è mobilitato e ha creato la coalizione internazionale in Iraq, quale è stato il motivo? Perché “Daesh” (ISIS) ha minacciato la Giordania, l’Arabia Saudita e il Kuwait”. La coalizione, dunque, è stata costituita in difesa dell’asse  saudita-emiratino.

Infine, Nasrallah non si sogna nemmeno di ipotizzare un’alleanza, sia pure segreta, tra Is(is) e Stati Uniti e Israele. Dice: “La nostra battaglia è diretta contro l’egemonia statunitense, contro il progetto israeliano e contro i takfiri che vogliono schiacciare tutti”.

Insomma, c’è l’asse Iran, Libano, Assad, che non sarebbe confessionale, l’asse saudita-emiratino, quello turco-qatariota, quello statunitense-israeliano e ci sono i takfiri, che stanno contro tutti. Cinque parti, due delle quali disposte ad allearsi con Stati Uniti (e quindi Israele) con l’Egitto in posizione non chiara. Anzi degno di rilievo è che Nasrallah consideri il conflitto nel Sinai come “uno dei più importanti aspetti del conflitto nella regione!”

Stefano D’Andrea 

 
Un Paese irredimibile PDF Stampa E-mail

17 Novembre 2014

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Che Giorgio Napolitano, nonostante le pressioni di Renzi, abbia l'urgenza di lasciare al più presto è cosa ovvia. Il Tempo, il padrone inesorabile delle nostre vite, non fa sconti a nessuno e benché Napolitano non abbia fatto una sola ora di lavoro nella sua lunga vita e non abbia quindi svolto alcuna attività usurante se non per il suo didietro che si è strusciato su ogni possibile cadrega, 90 anni son pur sempre 90 anni.

Se il Financial Times ha potuto scrivere che Napolitano è «una personalità che svetta nello scenario italiano» ciò dice di per sè della mediocrità della nostra attuale classe dirigente. Per 80 dei suoi 90 anni di vita Napolitano è stato un personaggio inesistente, una suppellettile del comunismo italiano, notato solo per la sua irrilevanza. «Coniglio bianco in campo bianco» lo aveva definito impietosamente qualcuno. È nato vecchio, «nu guaglione fatt'a vecchio» aveva detto di lui lo scrittore Luigi Compagnone. Non è mai stato giovane e anche questo spiega la sua longevità non solo politica. Mentre i suoi compagni di liceo giocavano al pallone, lui partecipava ma stava a guardare. Per tutta la vita è stato a guardare. Anche, se non ci si fa suggestionare dalle apparenze, negli otto anni e mezzo del suo doppio mandato.

La cosiddetta destra lo ha dapprima avversato perché lo riteneva comunista (ma andiamo) e artefice del 'golpe' che avrebbe fatto fuori Berlusconi, poi lo ha rivalutato quando, sia pur con gran circospezione, ha ricevuto al Quirinale il Detenuto. La cosiddetta sinistra l'ha sostenuto perché lo sapeva innocuo. Il Fatto Quotidiano ne ha fatto un bersaglio 'da tre palle un soldo' soprattutto per quel suo monitar 'urbi et orbi', contemporaneamente a destra e a manca, riuscendo così a non dir nulla. Ma questo è in perfetto 'stile Napolitano' di sempre. Secondo me è stato un buon Presidente della Repubblica perché chi ricopre quel ruolo deve essere come l'arbitro delle partite di calcio: meno lo si nota e meglio è. Il 'coniglio bianco in campo bianco' ci ha provato a rimanere tale, sono stati i partiti e soprattutto i media a creare un personaggio inesistente e che senza il loro apporto non sarebbe mai esistito: Re Giorgio.

Adesso si tratta di scegliere un nuovo Presidente della Repubblica che rappresentando l'unità della Nazione dovrebbe essere 'super partes', cioè di nessuna parte. Ma un soggetto del genere è introvabile in Italia. Anche nel mondo della cosiddetta 'intellighenzia' dove tutti, per opportunità di carriera, si sono messi al traino di qualche partito. Forse bisognerebbe pescare in quel che resta del nostro mondo artistico. Un Riccardo Muti che 'ha bene meritato della Patria' in Italia e all'estero sarebbe l'ideale. Ma a parte che difficilmente il Maestro lascerebbe il suo affascinante mestiere per i polverosi stucchi del Quirinale, il Parlamento dei partiti non ha nessun interesse né la creatività e l'audacia per una soluzione del genere. Staremo quindi a vedere. Spero che Grillo non si incaponisca su Stefano Rodotà, che oltre ad avere 81 anni, ha attraversato l'ultimo trentennio ben imbozzolato nel Pci-Pds-Ds, un radical chic che nulla ha a che vedere, per quel che li conosco io, col mondo dei grillini. La sola cosa certa è che per l'elezione del nuovo Capo dello Stato sarà indispensabile l'apporto del Detenuto. Una cosa che può accadere solo in Italia. Un Paese irredimibile. Per rifondarlo ci sarebbero così tante cose da fare che ormai non c'è più nulla da fare.

Massimo Fini 

 
25 anni dopo PDF Stampa E-mail

16 Novembre 2014

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Da Rassegna di Arianna del 12-11-2014 (N.d.d.)

  

Esattamente venticinque anni fa la caduta del muro di Berlino ha sancito con la sua forza iconografica la fine della Guerra Fredda e la sconfitta del blocco socialista. Con la Germania finalmente riunita e la dissoluzione dell’URSS il mondo si avviava a divenire un posto migliore, libero dalle tensioni ideologiche e dal costante pericolo di una guerra atomica. Il nemico comunista si era definitivamente dissolto, squagliato come neve al sole con una rapidità sconcertante e, mentre nei paesi dell’est la furia iconoclasta distruggeva i simboli dell’odiata dittatura del popolo e sperimentavano per la prima volta la libertà e la democrazia, in Occidente intanto si procedeva alla creazione del WTO e all’avvento della globalizzazione. Un lungo incubo era finito e aveva lasciato un unico e incontrastato vincitore: gli Stati Uniti d’America e il loro modello di democrazia liberale. Il grande nemico era sconfitto e, sebbene esistessero (o meglio persistessero) ancora dei paesi comunisti come Cuba, la Cina, la Corea del Nord, il loro destino – come quello del resto del mondo – era già segnato dal trionfo del Mercato e dalla scomparsa dei confini e delle dogane.

Eppure a venticinque anni di distanza molte di quelle ottimistiche speranze sono state disattese: guerre, terrorismo, disastri ambientali e povertà si sono moltiplicati. Se la logica bipolare della Guerra Fredda e dell’equilibrio atomico aveva temporaneamente congelato i conflitti – con l’eccezione di alcuni punti caldi come la Corea, il Vietnam e l’Afghanistan -, con la scomparsa dell’Unione Sovietica e il dominio unipolare del Capitalismo le guerre sono divampate un po’ ovunque, mostrando tutti i limiti del diritto internazionale e l’inadeguatezza dell’ONU. Le guerre irachene, la Somalia, l’ex-Jugoslavia, di nuovo l’Afghanistan, la guerra civile siriana, la Libia e il conflitto in Ucraina sono solo alcune delle più sanguinose ostilità che si sono succedute senza pausa da quel momento. Se gli accordi di Yalta avevano infatti predisposto per il mondo un sistema bipolare in equilibrio – fondato sul di diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – fornendo ai cinque membri permanenti e alle due alleanze contrapposte il potere di dirimere i conflitti nei paesi periferici; la repentina scomparsa del blocco comunista di fatto certifica la vittoria e il dominio unipolare del mondo nelle mani di un unico Stato a vocazione imperialistica e messianica. Da quella data la “fine della Storia” di Fukujama si realizza pienamente: gli Stati Uniti d’America non sono solamente i “liberatori dell’Europa”, ma l’unico e solo Stato legittimo fautore di una special mission incontrastabile; i gendarmi mondiali non hanno più bisogno di nascondersi dietro ai vetusti meccanismi di risoluzione dell’ONU o del diritto internazionale. Solo loro possono tracciare le linee rosse, stabilire quando sia lecito lanciare “guerre preventive”, quali Paesi abbiano diritto di vedere esportata sul loro territorio la democrazia liberale e quali invece è meglio rimangano governati da monarchie favorevoli ai loro interessi. La loro fitta rete di basi militari disseminate in tutto il mondo – lungi dall’essersi ridotta dopo la scomparsa dell’Impero del Male – si è invece estesa fino ad abbracciare tutti i territori che un tempo erano parte del Patto di Varsavia. La stessa NATO da alleanza prettamente difensiva è stata trasformata in strumento bellico funzionale al mantenimento di una pax romana che, in nome dei diritti umani e della democrazia, sancisce come terrorista qualunque stato si opponga alla globalizzazione capitalistica e qualifica come pace le proprie guerre telecomandate.

È comprensibile che nel giorno dell’anniversario della caduta del Muro milioni di tedeschi festeggino l’avvenuta riunificazione della Germania e celebrino con commozione le 138 persone che persero la vita cercando di attraversarlo, la riunione delle famiglie separate dalla Cortina di Ferro e la fine dell’incubo atomico, che vedeva il loro territorio in prima linea in un’ipotetica guerra; ma è anche lecito domandarsi cosa significhino le parole della cancelliera Merkel quando afferma che “ora i cittadini dei ventotto Stati dell’Unione abbiano tutti gli stessi diritti”. Di certo hanno quello alla precarietà, alla scomparsa del loro Stato nazionale e alle politiche di austerità selettiva. Hanno diritto a sperimentare sulla loro pelle disuguaglianze sociali sempre più accentuate, a trovare la legge del Mercato in settori che prima erano appannaggio dello Stato e a vedere il loro voto sminuito dal lobbismo politico. Hanno diritto a vedere cancellati i loro diritti di lavoratori in nome della globalizzazione.

Non c’è più lo spauracchio del grande nemico del Capitale e quindi il Capitale stesso può riprendersi facilmente tutte le concessioni che era stato costretto a elargire durante la Guerra Fredda; in cambio della moneta unica e dei voli low cost.

Alvise Pozzi 

 
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