Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
La caduta del Muro fu una sciagura PDF Stampa E-mail

15 Novembre 2019

Image

 

Da Rassegna di Arianna del 13-11-2019 (N.d.d.)

 

Il 9 novembre cadde il muro di Berlino. Fu un evento epocale, che sancì la fine della guerra fredda, del bipolarismo USA – URSS, la fine del secolo breve, ma non fu un evento rivoluzionario. Al crollo dell'URSS infatti, fece seguito l'estensione all'est europeo del dominio americano e della Nato. La fine del comunismo non avvenne certo a causa di una sollevazione rivoluzionaria, ma con l'implosione dell'Unione Sovietica. L'URSS infatti, non fu in grado di sostenere la nuova corsa agli armamenti innescata dall'America di Reagan né di far fronte ad una situazione di bancarotta economica e politica interna. La scelta sciagurata di Gorbaciov di riformare il sistema sovietico facendo ricorso agli aiuti economici dell'Occidente, concedendo in cambio lo smantellamento delle basi militari russe in Europa e la fine dei regimi comunisti nei paesi dell'est europeo, determinò il crollo dell'Unione Sovietica. Nell'immagine virtuale diffusa dalla propaganda occidentale, il muro di Berlino rappresentava il confine materiale e ideologico tra il mondo libero e il totalitarismo comunista. In realtà il muro era l'espressione del dominio bipolare sovietico – americano e dello stato di occupazione militare imposto all'Europa dalle superpotenze vincitrici della seconda guerra mondiale. Alla stessa divisione della Germania in due stati, corrispondevano due diverse aree di occupazione, due diversi modelli politici e ideologici imposti da USA e URSS, quali potenze dominanti. Due stati tedeschi, la BDR e la DDR, che, sulla base della loro collocazione geopolitica e ideologica, assunsero due identità distinte e contrapposte: rispettivamente quella del sistema comunista del socialismo reale (la DDR), e quella liberal democratica dell'Occidente americano (la BDR). Occorre comunque rilevare che il crollo del muro non rappresentò solo la fine del socialismo reale, ma comportò anche trasformazioni epocali per l'Europa occidentale. Cadde infatti anche un altro muro in Occidente. Il crollo del muro diede luogo infatti, anche alla fine del modello europeo dell'economia mista, che prevedeva il controllo dello stato sui settori strategici dell'economia, lo stato sociale e la redistribuzione del reddito. Tale modello economico – sociale, di ispirazione keynesiana, che ebbe le sue espressioni nella socialdemocrazia scandinava, nella cogestione del capitalismo renano, nel gaullismo francese, promosse vaste riforme in campo sociale, riguardo all'emancipazione delle classi più disagiate e determinò una accentuata mobilità sociale. Il modello capitalista imposto dagli USA con l'occupazione dell'Europa occidentale, dovette subire profonde riforme in una Europa uscita distrutta dal secondo conflitto mondiale e che doveva affrontare un difficile processo di ricostruzione morale e materiale. E su quell'Europa priva di risorse e popolata da masse ridotte ad una povertà estrema, il modello comunista dell'est esercitava una forte attrazione, che avrebbe potuto alimentare il consenso nei confronti dei partiti comunisti omologati all'URSS. Il sistema capitalista fu dunque costretto ad implementare vasti programmi di riforme sociali onde far fronte alla minaccia comunista. Il crollo del muro comportò anche la fine del modello keynesiano e l'avvento del sistema neoliberista in Europa imposto dal nuovo ordine mondiale dominato dall'unilateralismo americano.

 

Il 9 novembre si realizzò una riunificazione della Germania che non fu l'unione di due stati, ma l'incorporazione della Germania Est nella Repubblica Federale Tedesca. Dalla caduta del muro non sorse una nuova Germania, non fu costituito un nuovo stato indipendente e sovrano, ma si diede luogo ad una vera e propria annessione (il termine Anschluss evoca sinistre memorie, ma è quanto mai appropriato a rappresentare l'evento storico del 1989), della Germania Est. Non fu emanata una nuova costituzione, come atto fondativo di un nuovo stato, ma fu estesa alla Germania Est la Legge Fondamentale della Germania Ovest, insieme al suo intero sistema legislativo. L'imposizione della Legge Fondamentale della Germania Ovest fu resa possibile da una prospettiva secondo cui l'unificazione comportava l'instaurazione di un unico sistema istituzionale che veniva esteso ai territori dell'est. I Laender orientali non erano regioni sottoposte ad una occupazione di altri stati e ricondotti alla sovranità tedesca, ma costituivano uno stato sovrano, peraltro riconosciuto dalla Germania Ovest, che è stato istituzionalmente smembrato e annesso da un altro stato, in aperta violazione del diritto internazionale. Dato lo squilibrio economico preesistente tra i due stati, la Germania Occidentale condizionò l'erogazione di aiuti economici alla destrutturazione del sistema socialista, alle privatizzazioni dell'industria di stato e all'apertura incondizionata ed immediata all'economia di mercato. La trasformazione politica ed economica subitanea della Germania Est, comportò la fine repentina della sua sovranità politica. La Germania Occidentale volle imporre l'unificazione monetaria quale “atto di generosità politica” nei confronti dei fratelli dell'est. Il cambio convenzionale intertedesco era stabilito sulla base del rapporto di 1 marco occidentale a fronte di 4 marchi orientali. L'unificazione monetaria avrebbe favorito, secondo la propaganda occidentale, il benessere, l'eguaglianza economica tra tutti i cittadini tedeschi e l'agognato accesso per i tedeschi dell'est ai beni di consumo occidentali. L'unificazione monetaria e la fissità conseguente del rapporto di cambio produsse un immediato aumento dei prezzi tra il 300 e il 400%, il mercato dell'est fu invaso da prodotti occidentali che si rivelarono inaccessibili per la popolazione dell'est. L'unificazione monetaria e il libero mercato esteso all'est, determinarono un ingente rincaro dei costi di produzione ed il conseguente fallimento di larga parte delle imprese dell'est. La disoccupazione dilagò a macchia d'olio, fino a raggiungere nel 1990 la cifra di 1.700.000 unità. L'impossibilità di sostenere la concorrenza delle imprese occidentali determinò inoltre il collasso del sistema bancario dell'est, che fu fagocitato dalle grandi banche dell'Occidente. I crediti inesigibili delle banche orientali incorporate furono rimborsati in massa dallo stato. Il sostegno pubblico incondizionato alle perdite del sistema bancario è dunque una pratica ricorrente per la Germania, che anche a seguito della crisi del 2008 ha elargito sostanziosi finanziamenti statali alle grandi banche in default, in aperta violazione delle norme comunitarie. La Germania Est fu destrutturata, subì un sistematico processo di deindustrializzazione. Le privatizzazioni provocarono l'accaparramento selvaggio delle imprese dell'est da parte del capitalismo occidentale, con relativa delocalizzazione della produzione nell'ovest. L'annessione della Germania Est innescò inoltre un vasto processo di epurazione sistematico, oltre che nelle istituzioni politiche, anche nell'amministrazione pubblica e nell'ambito culturale e scientifico. Dall'unificazione tedesca i territori dell'est hanno registrato un calo della popolazione stimato intorno ad 1 milione e mezzo di abitanti, oltre ad una accentuata emigrazione di eccellenze culturali e scientifiche. La distruzione del patrimonio industriale, finanziario e immobiliare fu sistematica, i promessi indennizzi per la popolazione non furono mai erogati. Furono indennizzate le banche ma non i cittadini. Lo spopolamento della ex Germania Est diede luogo perfino alla distruzione di interi quartieri residenziali in alcune città, al fine di scongiurare il crollo dei prezzi nel mercato immobiliare. L'unificazione tedesca, fu un evento storico che determinò la fine della contrapposizione est – ovest, ma non l'avvento di una nuova epoca in cui si riaffermasse la sovranità e l'indipendenza degli stati nazionali. La struttura federale della Germania Occidentale fu estesa anche all'est, ma le rilevanti diseguaglianze tra i Laender e tra i cittadini dell'est e dell'ovest permangono tuttora, a distanza di 30 anni dalla riunificazione. I Laender occidentali più ricchi sono sovrarappresentati e privilegiati sia in Germania che nella UE.

 

Non sussistono sufficienti garanzie di solidarietà tra i Laender più evoluti e quelli più arretrati. I parametri di bilancio hanno generato una gerarchia economica dominante tra i Laender tedeschi. La Merkel, a causa del dissesto finanziario del Brandeburgo, arrivò a chiedere il fallimento del Land. I salari dell'est restano inferiori a quelli occidentali, il 46% dei tedeschi orientali si sente considerato anche oggi come un “cittadino di serie B”.

 

Esiste una relazione evidente tra l'unificazione tedesca e la successiva creazione della Unione Europea. L'unificazione tedesca, con l'annessione della Germania Est, ha costituito un laboratorio sperimentale di ingegneria finanziaria che presiedette alla creazione del sistema economico – finanziario che fu adottato per futura governance della UE. Infatti, l'unificazione monetaria europea, con la creazione dell'euro, è stata riprodotta sulla base del modello già sperimentato con l'unificazione monetaria intertedesca. Il processo di liberalizzazione degli scambi e della libera circolazione dei capitali, unitamente al sistema dei cambi fissi, sono i fattori che hanno determinato il primato della Germania in Europa. L'euro ha imposto la fissità dei cambi, privilegiando le economie dei paesi più ricchi a danno degli stati europei più deboli, ai quali sono state imposte riforme devastanti sul welfare, una rigida compressione salariale, aumenti vorticosi della pressione fiscale. Lo sviluppo del Nord europeo si basa sulla depressione del Sud. Le ricorrenti crisi del debito, dovute agli squilibri della bilancia commerciale, hanno comportato privatizzazioni selvagge, con conseguente deindustrializzazione, disoccupazione dilagante, diseguaglianze sociali crescenti nei paesi più deboli come l'Italia. Nella UE si sono riprodotti gli stessi rapporti di subalternità economica e politica tra gli stati, già instauratisi tra la Germania Ovest e Germania Est. Ma soprattutto si rileva come le strategie di aggressione economica messe in atto dal capitalismo finanziario possano provocare la destabilizzazione interna e quindi la successiva perdita di sovranità degli stati.

 

L'URSS è ormai scomparsa da 30 anni. La caduta del muro di Berlino non ha però comportato la fine dello stato di sovranità limitata dell'Europa. Anzi, la fine del bipolarismo ha determinato l'estensione della Nato nell'Europa orientale. La caduta del muro è un evento rappresentativo della americanizzazione completa dell'Europa e della incontrastata vittoria del sistema neoliberista imposto su scala globale. Le affermazioni del presidente tedesco Steinmeier in occasione delle celebrazioni dei 30 anni dalla caduta del muro ne sono la eclatante conferma: “Speriamo che l'America rimanga al nostro fianco”. E, riguardo ai propositi di disimpegno della Nato in Europa espressi da Trump ha ancora affermato che si augura che l'America rimanga “ancora in futuro come partner per la libertà e la democrazia contro gli egoismi nazionali, in reciproco rispetto”. La sovranità nazionale non è dunque un valore etico da riconquistare per una Germania e una Europa ancora occupata dalle basi Nato, ma una pericolosa minaccia da esorcizzare. La Nato fu istituita dagli USA al fine di imporre il proprio dominio sull'Europa. La finalità della Nato, sin dalla sua fondazione fu quello di tenere la Germania sotto, gli USA dentro, la Russia fuori. Vista la posizione dominante assunta dalla Germania in Europa, l'Italia è dunque soggetta ad una duplice subalternità, quella americana e quella franco – tedesca. Oggi la UE, la cui espansione ad est è andata di pari passo con quella della Nato, non è un soggetto geopolitico autonomo in quanto gli americani sono dentro. E questa Europa senz'anima né dignità ne invoca la permanenza coloniale.

 

Il crollo del muro è dunque un evento storico che inaugura una nuova epoca. Tale evento, visto in una prospettiva storica, non si configura come la rinascita di una patria tedesca ed europea ritrovata, come il simbolo del riscatto dei popoli oppressi da un totalitarismo imposto da una potenza occupante. Esso prefigura invece l'avvento dell'era della globalizzazione, in cui tutti i muri, così come tutti confini degli stati debbono essere abbattuti, per la creazione di un nuovo ordine mondiale, con il primato americano nel mondo e un sistema neoliberista globale portatore di un individualismo che vuole rendere libero il singolo, ma non le patrie e le comunità identitarie che invece devono essere distrutte. Dalla caduta del muro sorse una UE che non fu l'Europa delle patrie, ma un nuovo ordine finanziario oligarchico che distruggerà la sovranità degli stati e con essi, lo stato sociale e le istituzioni democratiche. Del significato di tale svolta storica ne offre una illuminante conferma un articolo di George Soros apparso sul Sole 24Ore del 10/11/2019, in cui lo stesso Soros afferma: “La fine delle restrizioni sugli spostamenti tra la Germania dell'Ovest ha dato il colpo di grazia alla società chiusa dell'Unione Sovietica. Allo stesso tempo, la caduta del Muro ha segnato un punto fondamentale di crescita delle società aperte”. Dal crollo del muro nasce il mondo cosmopolita della società aperta già teorizzata da Popper, del capitalismo assoluto dominato dai vari Soros, della destabilizzazione degli stati nazionali, delle diseguaglianze sempre più accentuate tra gli stati e tra le classi sociali all'interno degli stati. La società aperta non ha generato comunque pace e solidarietà tra i popoli, non ha abbattuto muri, ma ne ha innalzati molti altri: esistono oggi 70 muri sparsi per il mondo, quali materiali rappresentazioni delle nuove conflittualità che il globalismo ha generato.

 

La società aperta, espressione del nuovo ordine neoliberista, deve comunque trovare nuove giustificazioni ideologiche ai propri fallimenti, individuando sempre nuovi nemici e nuove frontiere da abbattere. Il nemico irriducibile della società aperta è dunque costituito dalla resistenza opposta dal populismo dilagante e dagli stati nazionali non occidentalizzati. Afferma infatti Soros nello stesso articolo citato: “La cooperazione internazionale ha trovato diversi ostacoli sul suo cammino e il nazionalismo è diventato il nuovo credo dominante. Inoltre, finora il nazionalismo si è rivelato essere ben più potente e distruttivo dell'internazionalismo”. In realtà, anziché abbattere muri, il neoliberismo globalista ne ha creati di nuovi e quelli più difficili da abbattere sono quelli invisibili. Quelli cioè creati dalle diseguaglianze sociali emerse dal sistema neoliberista, quelli derivanti dalla struttura oligarchico – piramidale della attuale società cosmopolita, dalla emarginazione dei popoli a vantaggio delle global class dominanti, dall'assenza di qualsiasi prospettiva di trasformazione sociale, dalla riduzione di tutti i rapporti umani ad una forma merce pervasiva delle menti e dell'anima dell'intera umanità. La società aperta abbatte i confini degli stati, nella prospettiva di creare una società – lager per i popoli di tutto il mondo.

 

Luigi Tedeschi

 

 
L'ideologia specista PDF Stampa E-mail

14 Novembre 2019

Image

 

Da Comedonchisciotte del 12-11-2019 (N.d.d.)

 

Presto le mucche francesi potranno morire felici: grazie a una legge approvata lo scorso Maggio, ogni macello sarà dotato di un responsabile del benessere degli animali, che veglierà affinché gli animali siano ben storditi – vale a dire trattati con elettroshock o gassati – prima della loro esecuzione. Non è sicuro che questo sia sufficiente alla Francia per ottenere un miglior indice di protezione degli animali -qualifica attribuita da organizzazioni non governative in funzione della legislazione. Con un mediocre “C”, la Francia occupa il ventre molle dei circa 50 paesi studiati, davanti alla Bielorussia, all’Azerbaijan e all’Iran, dove ci si disinteressa totalmente dell’argomento, ma largamente in ritardo rispetto all’Austria, che vieta, citando alla rinfusa, l’allevamento dei polli in batteria, il commercio di pellicce, gli esperimenti medici sulle scimmie, la castrazione da vivi dei maialini, l’alimentazione forzata delle oche… La questione della sofferenza degli animali non viene soltanto sollevata nei parlamenti. Occupa un posto sempre più grande nel dibattito pubblico e tra gli attivisti, in particolare gli ecologisti. Su internet alcuni video virali svelano l’orrore dei macelli e dell’allevamento industriale. Sotto la pressione delle associazioni, numerose grandi compagnie di circo equestre (Joseph Bouglione in Francia, Barnum negli Stati Uniti…) hanno recentemente smesso di utilizzare degli animali nei loro spettacoli, e alcune catene di supermercati hanno ritirato dai loro scaffali le uova delle galline allevate in gabbia. Quanto alle librerie, i loro espositori si coprono di libri che vantano i meriti di un regime senza carne. In Francia e ancor più in Germania, nei paesi scandinavi, nel Canada o in Israele (Tel Aviv rivendica il titolo di capitale vegetariana del mondo), il numero di vegetariani continua ad aumentare. La loro percentuale nella Francia metropolitana varia, secondo gli studi, dal 3 al 6% della popolazione (a fronte di un 8/10 % oltre il Reno- in Germania) e da questi si potrebbe enucleare circa l’1% di vegani, che hanno escluso dal loro modo di vivere qualunque forma di sfruttamento degli animali: mangiare miele e indossare indumenti di lana. Inoltre si potrebbe contare un quarto di flexitariani, una nozione incerta che designa le persone che vorrebbero o che cercano di ridurre la loro alimentazione a base di carne senza però abolirla. Se la sensibilità per la sofferenza animale non è l’unica motivazione per cambiare regime alimentare, cambio che può essere indotto anche da ragioni dietetiche o ambientali, l’idea che si possa fare a meno della carne guadagna terreno.

 

I recenti progressi delle ragioni animaliste si devono evidentemente attribuire ai loro attivisti. Associando degli obiettivi di breve termine (la chiusura di un macello o di un delfinario) e un progetto più generale (la liberazione animale) essi esercitano una frenetica pressione sui rappresentanti politici. Il deputato Gilles Le Gendre constatava recentemente: ”tutti noi deputati della République en Marche (il partito di Macron) riceviamo ogni giorno ininterrottamente 50 mail sul problema delle violenze sugli animali”. Gli attivisti si introducono clandestinamente nelle centrali dell’agrobusiness per filmare i retroscena e sensibilizzare l’opinione pubblica a colpi di immagini scioccanti. Alcuni convertiti spiegano anche di aver preso la decisione dopo aver visto alcuni di questi video: mucche che vengono dissanguate ancora vive per fare più in fretta; pulcini maschi triturati a migliaia…

 

Per assicurarsi un’ampia risonanza mediatica, la causa animale può anche contare sul contributo di un bel numero di personaggi famosi nazionali (in Francia, i giornalisti Franz Olivier Giesbert, e Aymeric Caron, la cantante Mylène Farmer, il monaco buddista Matthieu Ricard…) e personaggi internazionali. Da un lato Leonardo Di Caprio sovvenziona la protezione degli elefanti, dall’altro Angelina Jolie e Brad Pitt si dedicano alla natura selvaggia in Namibia. Quanto agli attori Penelope Cruz, Pamela Anderson, Natalie Portman e ai cantanti Justin Bieber, Morissey, Paul McCartney, Brian Adams, Moby, tutti loro partecipano alle crociate dell’associazione PETA (People for Ethical Treatment of Animals) per un trattamento etico degli animali, uno dei movimenti più potenti in difesa degli animali, che ama le campagne pubblicitarie dove delle donne nude appaiono in posizioni suggestive. Il fatto che Hollywood sia diventato in questo modo uno dei centri nevralgici della causa animale non manca di ironia. Quando si è imposto nel Regno Unito degli anni 1970, il movimento di liberazione animale si ispirava all’estetica punk e si identificava come una controcultura. I suoi militanti spesso soprannominati “ecoguerrieri”, dei quali alcuni sono finiti in prigione, praticavano l’azione diretta, il saccheggio degli edifici dell’industria alimentare e dei gruppi farmaceutici. I loro primi obiettivi erano le manifestazioni evidenti di sfruttamento degli animali da parte dei Borghesi, come la caccia a cavallo o al cervo, o le corse dei levrieri; pratiche che secondo loro testimoniavano l’interconnessione tra la sopraffazione sociale e quella specista.

 

Forgiato sul modello delle parole razzismo e sessismo il neologismo “specista” fece la sua comparsa all’inizio degli anni 70 e divenne rapidamente la base ideologica del movimento di Liberazione animale. Secondo i “Quaderni antispecisti”, una rivista francese fondata nel 1991, “lo specismo sta alla specie come il razzismo sta alla razza, e come il sessismo sta al sesso: una discriminazione basata sulla specie quasi sempre a favore dei membri della specie umana”. Si dovrebbero pertanto liberare gli animali come si sono un tempo emancipati gli schiavi e le donne, con la notevole differenza che i principali interessati non rischiano affatto di partecipare alla lotta.

 

Nel passato vi sono state numerose voci che peroravano il vegetarianesimo e rifiutavano di uccidere gli animali. Nel sesto secolo prima di Cristo, per ideologia non violenta e poiché credevano nella trasmigrazione delle anime, il matematico Pitagora e i suoi discepoli si astenevano dal mangiare carne. Più di due millenni dopo, alcune sette evangeliche e puritane continuavano a bandire i prodotti a base di carne, sperando in tal modo di “vincere la carne e fare trionfare lo spirito”. A partire dagli anni 60/70 nello scorso secolo, si giustifica il vegetarianesimo come uguaglianza tra le specie, che sarebbero tutte composte di esseri sensibili al dolore, capaci di riflettere e di comunicare (si legga Evelyne Pieiller, “Ritorno al giardino dell’Eden”). A poco a poco, il vessillo della lotta animalista si è spostato dalla caccia al cervo e dalla pelliccia all’industria della carne. L’argomento in effetti ha capacità di mobilitazione. Ogni settimana, secondo l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), più di un miliardo di animali terrestri sono uccisi per riempire gli stomaci umani, senza contare circa 20 miliardi di pesci e di crostacei. Per soddisfare una domanda sempre in crescita, in particolare nei paesi del Sud del mondo, bisogna produrre ed uccidere il più in fretta possibile, al costo più basso. La zootecnia, la scienza delle produzioni animali, ha dunque modellato le bestie secondo i bisogni dell’allevamento, perché crescano più in fretta, perché le mammelle delle mucche si adattino meglio alle mungitrici, eccetera. “Gli animali d’allevamento sono così diventati delle macchine animali al servizio di un progetto industriale di sfruttamento del materiale animale”, secondo l’analisi della sociologa ed agronoma Jocelyne Porcher. Da un certo punto di vista, l’animale costituisce un ostacolo per l’industria agroalimentare, (bisogna tenerlo in stalla, nutrirlo, curarlo…) e questa non avrà nessuno scrupolo a lasciarlo perdere se troverà una materia prima più redditizia. Con gli investimenti dei fondi pensione e le startup della tecnologia del cibo, il settore della pseudo-carne è in pieno sviluppo. Con i soldi di Google, alcuni scienziati americani stanno studiando di coltivare -partendo dalle cellule embrionali- un progetto salutato con entusiasmo da PETA. Mentre si sviluppa la tendenza ad un’alimentazione vegetariana, appaiono nei negozi dei nuovi prodotti: salsicce a base di piselli, prosciutti “senza carne ma ricchi di proteine”…Queste misture che hanno l’apparenza, la consistenza e vorrebbero avere il gusto della carne sono spesso preparate dalle multinazionali della macelleria o della salumeria, come Fleury-Michon, che ha creato nel 2016 la linea “Il lato vegetale”, Herta (Il buon vegetale), Aosta (Il vegetariano) o Le Gaulois (Le Gaulois Végétal). Questi prodotti non hanno granché di naturale. Per preparare il suo prodotto più raffinato, “vegetale”, distribuito da un grande marchio a un prezzo del 67% più caro del suo equivalente di carne, la ditta di polleria Le Gaulois deve per esempio mescolare non meno di 40 ingredienti, tra i quali la maltodestrina (che migliora l’aroma e in quanto agente di riempimento permette anche di aumentare il volume del prodotto), il porro e il bianco d’uovo in polvere, la gomma di xanthane (gelificante), la carragenina (ispessente e stabilizzante), le proteine di soia reidratate, il citrato di sodio come conservante regolatore di acidità e aromatizzante, eccetera. La mania vegetariana può paradossalmente generare degli alimenti sempre più artificiali, e rinforzare in tal modo il dominio dell’agroindustria sulla catena alimentare.

 

Dopo essere stata per secoli appannaggio delle classi superiori, la carne ha cambiato campo sociologico: gli operai e le persone senza titolo di studio ne consumano ormai più dei quadri e dei diplomati, sottolinea Terra Nova, una fondazione che si propone di contribuire al rinnovo intellettuale della sinistra progressista invitando a cogliere le opportunità di un’alimentazione meno carnivora, appoggiandosi ai settori più promettenti della tecnologia del cibo. Ormai i più benestanti si distinguono rinunciando alla carne, sia perché sensibili alla causa animale, sia perché preoccupati della loro salute. Il vegetarianesimo si trasforma in bandiera. Si tratterebbe di un nuovo regime alla moda secondo la rivista Le Point del 13 giugno 2015. “Mangiar bene evitando l’animale non è mai stato così popolare“, aggiunge la rivista “Elle”, il primo giugno 2016. Per quanto riguarda la stilista Lolita Lempicka, specializzata nei tessuti costosi ma vegetali al 100%, lei esalta il suo “business glamour e vegano”. La battaglia contro la carne aprirà un nuovo episodio della lotta di classe? I ristoranti vegetariani sono già diventati il simbolo dell’imborghesimento dei vecchi quartieri popolari. Risvegliando le coscienze i video dell’associazione L214 contribuiscono a demonizzare gli operai dei macelli, dei quali i commentatori si compiacciono di far notare la mancanza di empatia. Ma ci si può veramente aspettare, da un individuo che si vede passare tra le mani in 25 anni di carriera da 6 a 9 milioni di bestie, che tratti ognuna di queste con delicatezza? Introdurre la videosorveglianza nei macelli, non farebbe che rinforzare il controllo esercitato su dei lavoratori già sottoposti a ritmi infernali. Il benessere degli animali di allevamento dipende da quello dei lavoratori della filiera, e tutti e due dipendono dallo stesso imperativo: rallentare la catena.

 

Benoit Bréville (traduzione di GIAKKI49)

 

 
Ci siamo fregati con le nostre mani PDF Stampa E-mail

13 Novembre 2019

 

Da Appelloalpopolo del 6-11-2019 (N.d.d.)

 

Autostrade, Alitalia e ILVA. Cioè trasporto su ruota, trasporto aereo e produzione di acciaio. Due monopoli naturali e un’industria strategica. Si cercano da anni improbabili soluzioni, quando l’unica cosa da fare sarebbe nazionalizzarle. D’altronde è evidente come i modelli di successo siano quelli dei Paesi in cui lo Stato interviene pesantemente nell’economia. Delle 129 aziende cinesi presenti nella lista delle migliori 500 stilata da Fortune, l’80% è costituto da aziende di proprietà o comunque controllate dallo Stato. Molti altri Paesi, la maggior parte di quelli industrializzati, vantano un’importante presenza dello Stato nell’economia, soprattutto quando si parla di grandi aziende. Consultando i dati, viene fuori che dietro la Cina (96% delle aziende più grandi a guida statale), ci sono gli Emirati Arabi Uniti (88%), la Russia (81%), l’Indonesia (69%) e la Malesia (68%). I settori con i rapporti più alti di partecipazione pubblica – tra il 20% e il 40% – sono quelli legati all’estrazione o al trattamento di risorse naturali, all’energia e alle industrie pesanti. Alcuni settori dei servizi – come le telecomunicazioni, l’intermediazione finanziaria, il deposito, le attività di architettura e ingegneria e alcuni settori manifatturieri – registrano azioni delle imprese statali anche superiori al 10%.

 

L’Italia era il Paese più moderno e all’avanguardia, su questo fronte. Nel gennaio 1934, l’IRI deteneva circa il 48,5% del capitale azionario in Italia. Nel marzo 1934, rilevò anche il capitale delle principali banche (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano e Banco di Roma) e, alla fine del 1945, controllò 216 società con oltre 135.000 dipendenti. Negli anni 80, ha moltiplicato le sue quote e ha raggiunto un numero di 600.000 dipendenti. L’IRI è stato protagonista della ricostruzione industriale postbellica, intraprese interventi volti allo sviluppo economico delle regioni meridionali, al potenziamento della rete autostradale, del trasporto in genere e delle telecomunicazioni, al sostegno dell’occupazione. L’IRI ha inoltre realizzato grandissimi investimenti nel Sud Italia, come la costruzione dell’Italsider di Taranto e quella dell’AlfaSud di Pomigliano d’Arco e di Pratola Serra in Irpinia; altri furono programmati senza mai essere realizzati, come il centro siderurgico di Gioia Tauro. Per evitare gravi crisi occupazionali, l’IRI venne spesso chiamato in soccorso di aziende private in difficoltà: ne sono esempi i “salvataggi” della Motta e dei Cantieri Navali Rinaldo Piaggio e l’acquisizione di aziende alimentari dalla Montedison; questo portò ad un incremento progressivo di attività e dipendenti dell’Istituto. Esattamente quello di cui ci sarebbe bisogno oggi in Italia, con un Paese quasi interamente da ricostruire dopo 30 anni di deindustrializzazione feroce e un deficit di dipendenti pubblici di almeno 2 milioni e 500 mila lavoratori rispetto a Paesi come Francia e Inghilterra.

 

Poi sono arrivati gli anni 90, con la presidenza Prodi che per obbedire ai diktat della nascente Unione Europea ha portato a: – la cessione di 29 aziende del gruppo, tra le quali la più grande fu l’Alfa Romeo, privatizzata nel 1986; – la diminuzione dei dipendenti, grazie alle cessioni e a numerosi prepensionamenti, soprattutto nella siderurgia e nei cantieri navali; – la liquidazione di Finsider, Italsider e Italstat; – lo scambio di alcune aziende tra STET e Finmeccanica; – la tentata vendita della SME al gruppo CIR di Carlo De Benedetti.

 

Le entrate della privatizzazione per l’Italia tra il 1993 e il 2003 sono state stimate a 110 miliardi di euro, l’importo più elevato nell’UE a 15 in termini assoluti e tra i più alti come percentuale del PIL. Siamo quelli che più degli altri si sono fregati con le proprie mani. Oggi le società pubbliche o partecipate, in Italia, sono circa 8.000 e impiegano circa 500.000 persone, ovvero il 2,1% dell’occupazione totale (Istat, 2015). Nel 2013, il 5% delle 1.523 principali imprese italiane era controllato da un’entità pubblica – centrale o locale. Il loro valore aggiunto aggregato corrisponde al 17% del PIL italiano (1,62 miliardi di euro a prezzi correnti nel 2013). Numeri ridicoli se paragonati al peso che l’economia di Stato ha in altri Paesi, sia sul fronte della dimensione delle aziende che su quello dell’impiego. Insomma, mentre molti Paesi, Cina in primis, hanno costruito la loro fortuna puntando su un sempre maggiore intervento dello Stato nell’economia, noi invece ci siamo liberati di un modello vincente unico al mondo, l’IRI, per entrare nell’Unione Europea e adottare l’euro. Una delle scelte più autolesioniste da quando l’uomo inventò la lotta di classe.

 

Gilberto Trombetta

 

 
Una voce dal Veneto PDF Stampa E-mail

12 Novembre 2019

Image

 

Da Appelloalpopolo del 9-11-2019 (N.d.d.)

 

La crisi del Veneto non è solo economica, ma morale e politica. Come notato a suo tempo da Pasolini e Fernando Camon, il Veneto è passato in pochissimi anni da un comunitarismo legato principalmente alla Chiesa cattolica e alle sue gerarchie/associazioni, ad un individualismo basato sull’idea che se lavori duro ascendi socialmente, e se ascendi socialmente crei lavoro per altri e permetti la loro ascesa. Era l’epoca delle fabbrichette dove ti prendevano garzone a 14 anni, e con i risparmi e l’esperienza acquisita a 30 aprivi il tuo laboratorio, che spesso riceveva le prime -laute- commesse dalla fabbrica da cui provenivi. Quello fra il “padrone” e i dipendenti era un tacito patto di matrice corporativa: io per qualche anno ti do salario e competenze, tu diventerai a tua volta “padroncino” e non mi farai concorrenza. Questo patto è iniziato negli anni ’70, ha mostrato le prime falle negli anni ’90 (con Tangentopoli e il crollo della DC) ed è fallito con la crisi del 2008, quando la perdita del potere d’acquisto dei salari, la disoccupazione ad alti livelli, il precariato e la difficoltà di ottenere prestiti bancari hanno reso impossibile ai dipendenti il sogno di emanciparsi dal datore di lavoro e crearsi la propria azienda. Il problema è che su questo patto si basava, e si basa ancora oggi, non solo un sistema economico, ma la nostra identità, la nostra idea d’essere comunità.

 

Il legare la nostra identità al produttivismo, alla continua ed inarrestabile espansione economica e all’ascesa sociale, ha avuto come lati oscuri lo stigma della povertà, il silenzioso disprezzo per gli elementi deboli ed improduttivi (malati, disadattati, anziani ecc.), l’inquinamento pervasivo, la scarsa lungimiranza nel pensare un sistema di welfare capace di reggere periodi di recessione. Il contrappeso storico a questi lati oscuri era la morale cattolica, che nel bene e nel male costringeva, tramite la carità, a reinvestire i profitti sul territorio a favore degli svantaggiati, morale che è andata sempre più evaporando, e di cui oggi rimane solo un’ombra. È vero, l’abbiamo sostituita con l’associazionismo, di cui siamo eccellenze in Italia, ma il nostro associazionismo è sempre stato pensato come un arrangiarsi per sopperire al welfare state, una lega di individui (non una comunità) che si mette temporaneamente assieme per far qualcosa che serve, senza sviluppare legami più profondi della reciproca utilità. Ora il sistema Veneto imbarca acqua da tutte le parti, ma nessuno tenta di riformarlo radicalmente. La richiesta dell’autonomia in fondo è l’estremo tentativo di tornare all’epoca d’oro delle fabbrichette e dei padroncini, del sogno dell’ascesa sociale aperta a tutti. Siamo così legati a questo sogno, che non abbiamo protestato né battuto ciglio quando ai vecchi lavori dove prendevi uno stipendio dignitoso e imparavi un mestiere, sono subentrati i lavori spazzatura, con paghe bassissime, precariato assicurato e mansioni talmente dequalificate da essere inutilizzabili altrove. Ci siamo detti “è sempre lavoro… ti pagano comunque… qualcosa impari…”, quindi taci e lavora. Arrabbiati per le falle sempre più macroscopiche del sogno veneto, ce la siamo presa con gli immigrati, rei di abbassare i salari e rendere insicure le nostre attività commerciali: negli anni ’90 odiavamo i “terroni”, dal 2000 in poi gli “extracomunitari”, poi ci siamo stancati anche di quello e ci siamo rinchiusi in un isolazionismo sempre più cupo.

 

Paradossalmente proprio quando il nostro sistema è entrato in crisi, abbiamo avuto il massimo del nostro peso politico nazionale: Forza Italia prima e la Lega (una volta Nord) dopo, hanno pescato dalla nostra regione non solo quadri e ministri, ma un intero arsenale di temi, dall’ossessione per l’inviolabilità della piccola proprietà privata all’idea del produttivismo come fondamento dell’identità nazionale. Come sappiamo, entrambe sono fallite, lasciando macerie di cui ancora paghiamo le conseguenze (il clientelismo dell’epoca Galan, la mancata autonomia rincorsa da Zaia). Ma soprattutto ci hanno illuso che se avessimo avuto peso a livello nazionale, le crepe sarebbero state sanate. L’idea che sia l’intero sistema Veneto da rivedere, non ci è mai passata per la testa. Forse è ora di cambiare totalmente prospettiva, e pensare ad un’identità culturale e politica slegata dal sogno dell’ascesa sociale e del produrre ad ogni costo. Un’identità che includa la seconda generazione (i figli d’immigrati nati qui), a cui il massimo che abbiamo offerto finora è l’idea dell’assimilazione (“diventa come noi e farai i soldi”), e la tematica del contrasto alla povertà e all’inquinamento, problemi endemici che evitiamo d’affrontare come la peste perché incompatibili con il produttivismo. Accettiamolo: l’epoca in cui eravamo la terra in cui “tutti poe fare i schei” è finita. Quando lo accetteremo, saremo liberi di inventarci un altro Veneto.

 

Federico Renzi

 

 
Il suicidio degli italiani PDF Stampa E-mail

11 Novembre 2019

Image

 

Da Rassegna di Arianna del 9-11-2019 (N.d.d.)

 

Cos’hanno in comune le coppie che non vogliono avere figli, i ragazzi che se ne vanno all’estero, i pensionati che prendono la cittadinanza in paesi dove il costo della vita e delle tasse è più basso; oppure quanti rigettano i simboli viventi della vita italiana, dal crocifisso al presepe, quelli che chiedono di abbattere le frontiere e di lasciar entrare chiunque decida di vivere da noi e i censori che condannano chiunque voglia tutelare la nostra identità nazionale? Concorrono tutti, spesso a loro insaputa, al suicidio degli italiani o se preferite alla loro eutanasia. Corale, anche se spesso individuale. Molti di loro hanno buone ragioni personali, concrete e contingenti per le loro scelte e le loro rinunce. Non fanno figli perché si sentono precari, non hanno lavoro stabile né casa adeguata né sostegni di alcun tipo per metterli al mondo. Oppure vanno via dall’Italia perché qui non trovano lavoro, non vedono riconosciuti i loro studi, i loro meriti, la loro capacità. O ancora, abbandonano il paese perché sono tartassati e qui non ce la fanno a mantenere uno standard di vita adeguato, non si sentono garantiti come pensionati, temono la criminalità e sono disamorati del loro paese. Altri considerano l’Italia un corridoio umanitario, un luogo di transito e di approdo per chiunque voglia; reputano sacrosanto accogliere tutti, anche se sbarcati clandestinamente, perché sono umanitari, si mettono nei panni di chi parte, di chi arriva e sempre meno nei panni di chi fu, è o sarà italiano. O ancora: vogliono aprirsi al mondo e dar posto ad altri modi e modelli di vita, sono xenofili, desiderano le storie d’altri, sono stanchi delle proprie. Ragioni diverse tra loro, assolutamente non accorpabili e diseguali anche sul piano etico, diversamente rispettabili, ma il risultato è uno solo: si pongono mentalmente o fisicamente fuori dal loro Paese, contribuiscono alla fine degli italiani, a cominciare da se stessi. Ciascuno a suo modo, spesso in buona fede e con le migliori intenzioni, stacca la spina all’Italia, concorre alla scomparsa degli italiani, si dimette da italiani o non ne garantisce la prosecuzione; accelera la cessazione della nazione e dell’identità collettiva. Per non dire dell’autodenigrazione nazionale e del diffuso vizio di rappresentare il mondo sempre a rovescio: i buoni sono quelli che vengono da fuori, i cattivi sono quelli di dentro. E tralascio la cornice di un paese in via di dismissione, marchi distintivi che vanno all’estero, aziende che chiudono, l’Italia che perde l’auto, il burro e l’acciaio. Si cambia paese come si cambia gestore telefonico perché è più vantaggioso. Il dispatrio diventa solo una voltura. Sopravvivono come individui, come cittadini del mondo, come nomadi, utenti e consumatori, come esuli o profughi dal nostro paese, ma si cancellano come italiani, come famiglie, come abitanti di una terra, di una città, scelgono l’evacuazione, la desertificazione, alimentano la sostituzione di popolo.

 

Non riusciamo più a vedere le cose dal punto di vista sociale, comunitario, nazionale e tantomeno con lo sguardo storico e connesso al rapporto tra le generazioni; le vediamo solo dal punto di vista individuale, soggettivo, utilitario e contingente. O peggio, ideologico. Non riusciamo più a capire il senso storico di quel che stiamo vivendo e facendo, ci occupiamo solo dell’occasione del momento, siamo interamente immersi nella situazione, non siamo in grado di proiettare le scelte immediate nel futuro, di capirne gli effetti e di rapportarli al mondo circostante. Eppure sta avvenendo un processo storico importante e letale. È l’eutanasia di un popolo, di una nazione, di una civiltà. Ma se lo dici rischi pure di essere perseguitato a norma di legge come se la preoccupazione per la vita del tuo paese e del tuo popolo, fosse una forma di odio, di razzismo e di disprezzo nei confronti degli altri. È chiaro che l’italianità non si misura dal colore della pelle, e nemmeno da altri indicatori superficiali. Anzi, chi si affida solo a quelli già è estraneo allo spirito di una nazione, non capisce l’importanza di un’identità, di una cultura, di una tradizione nazionale. Ci sono bianchissimi e purissimi italiani che sono meno italiani nella testa e nel cuore di tanti altri, oriundi o sopraggiunti.

 

Come si fronteggia il suicidio degli italiani? Innanzitutto assumendone coscienza, diventando consapevoli di quel che sta accadendo; poi cercando con realismo, senza velleità, possibili rimedi e possibili alternative ai percorsi ritenuti obbligati della deitalianizzazione in automatico; infine studiando, sollecitando e promuovendo iniziative, programmi, politiche, per rispondere al fenomeno e incoraggiarne la ripresa, a ogni livello. Invece non vedo niente di tutto questo, se non qualche scaramuccia di basso livello su qualche minchiata secondaria, come il caso Balotelli o poco altro. In particolare trovo sconfortante un’area politica che pure è maggioritaria nel Paese ma si lascia dettare l’agenda dalla dittatura del politically correct e si limita a saltare o a non saltare al comando dei circensi. L’ultimo è stato il caso Segre, con la relativa commissione anti-odio, così prefabbricato. Prendete voi iniziative in senso inverso piuttosto che limitarvi a discutere se acconsentire, astenervi o respingere le iniziative altrui, nate al puro scopo di mettervi in difficoltà, spaccarvi e mantenere il bastone del comando, imponendo il loro canone. Anche perché nel caso in questione, non è in gioco una parte politica o una spicciola convenienza elettorale. È in gioco un popolo, una storia, una patria; il loro passato e il loro futuro.

 

Marcello Veneziani

 

 
Attacco coordinato al sistema Italia PDF Stampa E-mail

9 Novembre 2019

Image

 

Da Comedonchisciotte del 6-11-2019

 

Suonano particolarmente sinistre le parole di Donald Trump espresse durante un’intervista radiofonica ad un programma diretto da Nigel Farage: “L’Italia starebbe meglio fuori dall’Europa, ma se vogliono rimanere…”. Ora se c’è una cosa certa è che il Presidente degli Stati Uniti conosca fatti di pubblico dominio e fatti non ancora di pubblico dominio e che quindi parli conoscendo la materia di cui si discute. Di certo era a conoscenza della fusione tra Peugeot e Fiat-Chrysler anche per questioni inerenti all’interesse nazionale americano. Una fusione che crea un colosso mondiale dell’auto ma che vede una sovracapacità produttiva che chiaramente andrà ridotta per abbattere i costi. Non solo, la fusione non avviene tra pari: i francesi avranno la maggioranza dei voti in CdA e l’Amministratore Delegato. Chiaro ipotizzare in questa situazione che a rischiare maggiormente saranno gli stabilimenti italiani, anche perché lo stato francese è socio del colosso mentre quello italiano non ha neanche un’azione. Già le prime indiscrezioni parlano di soppressione della produzione della Giulietta Alfa Romeo (peraltro la vettura di maggior successo del gruppo Fca in Italia) per sostituirla con le sue concorrenti francesi della Peugeot. Se il buon giorno si vede dal mattino…

 

Inutile sottolineare la situazione dell’Ilva. La multinazionale franco-indiana Arcelor-Mittall se ne va mettendo il nostro settore siderurgico di fronte al baratro della chiusura totale (anche perché qualche anno fa abbiamo chiuso le acciaierie di Piombino). Il settore anche in questo caso ha a livello mondiale grosse capacità produttive in eccesso. Quindi in fondo all’Alcelor-Mittall non dispiace vedere spegnere gli altiforni di stabilimenti che fanno concorrenza ai suoi sparsi per l’Europa (soprattutto in Francia, manco a farlo apposta). Solo che l’industria siderurgica è strategica, perderla obbliga l’industria meccanica e della cantieristica ad approvvigionarsi dall’estero a costi più alti. Il primo caso è che a Genova si inizia a parlare di chiusura dei cantieri navali o in alternativa di approvvigionare gli stabilimenti Fincantieri con la materia prima proveniente da Marsiglia. Manco a farlo apposta. A proposito di cantieristica navale. La commissaria europea Verstager annuncia l’apertura di un’istruttoria sull’acquisizione da parte di Fincantieri della francese Stx e dei suoi cantieri bretoni di Saint-Nazaire. Nascerebbe un colosso mondiale a guida italiana ed evidentemente a Bruxelles questo non piace. La scusa è la concorrenza e i diritti dei consumatori come se i consumatori comprassero transatlantici al supermercato. Mi sarebbe piaciuto vedere se fosse stata la Stx francese ad acquisire Fincantieri cosa avrebbe detto Bruxelles. Ma l’ineffabile Verstager non ha finito con i cantieri navali. Potrebbe considerare come aiuti di stato la vendita di oltre 10 miliardi di npl cartolarizzati di Mps a Amco, una società pubblica. Si tratta di una cartolarizzazione di cui la nostra banca messa a malpartito dalla gestione folle degli ultimi anni ha bisogno per evitare di rischiare. Non so voi, ma io vedo un attacco coordinato al sistema produttivo italiano e anche al suo sistema creditizio (mentre la Signorina Verstager e la Bce non hanno nulla da obbiettare sulla fallita Deutsche Bank tenuta in vita solo grazie alla facoltà di falso in bilancio concessa ai tedeschi). Dobbiamo accettare le scorribande dei concorrenti stranieri in quello che rimane del nostro settore industriale, non possiamo fare acquisizioni all’estero nei settori dove siamo forti, le nostre banche possibilmente devono essere liquidate mentre ad altri consentono cose turche. E in tutto questo la nostra politica tutta non riesce a dare uno sguardo sistemico e si concentra su soluzioni emergenziali (per loro natura pasticciate) caso per caso.

 

 Giuseppe Masala

 

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 1 - 16 di 2571