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Progresso non è distruzione del passato PDF Stampa E-mail

20 Aprile 2019

 

Da Appelloalpopolo del 17-4-2019 (N.d.d.)

 

Non riesco a spiegarmi quale sia il motivo per cui abbiamo attribuito alla parola “progresso” una semantica che sconfina nell’idea di una furia iconoclasta verso tutto ciò che si ricollega al passato, alla tradizione o ai valori, quando la utilizziamo in senso assoluto e quanto invece la consideriamo diversamente quando si comporta da semplice sostantivo o complemento. Se parliamo del “progresso”, non sottintendiamo un semplice superamento di ciò che è stato ma la sua totale distruzione, come se si ponesse da ostacolo ad una qualsivoglia evoluzione. Viceversa, se ne parliamo in termini ordinari, come ad esempio in riferimento ai miglioramenti di un bambino in una materia scolastica, lo intendiamo come complemento di ciò che già aveva appreso. Pensiamo al “progresso” come alla vita di un albero che, una volta cresciuto, dovesse liberarsi delle sue radici perché ne impediscono lo sviluppo. Abbiamo sostanzialmente confuso l’evoluzione con la tecnologia e la tecnica, la cultura e la tradizione con l’oscurantismo, la memoria e la saggezza con un racconto noioso ed inutile di chi eravamo e di chi siamo. Eppure ancora ci rivolgiamo ai classici per trovare mirabili sintesi di buon senso e di consapevolezza. Come mai? Non siamo forse progrediti negli ultimi due millenni?

 

Quando rifletto su questo argomento non posso fare a meno di pensare alla storia del Greco di Calabria, una lingua antica ma viva che fu fatta passare, ai tempi dell’alfabetizzazione nazionale, come una vergogna, un marchio di arretratezza e di ignoranza da estirpare il più velocemente possibile. Come se in qualche modo impedisse il “progresso” e la “civiltà” di un popolo che si stava formando. È un fatto su cui riflettere, specialmente di questi tempi. Tempi in cui sembriamo tutti innamorati delle culture minoritarie che rischiano di perire, schiacciate dai processi globalizzanti, e che tentiamo strenuamente di salvare dall’oblio. Perché tanta attenzione per queste realtà culturali “insignificanti” e così poca per i valori fondanti della nostra società? Mi verrebbe da rispondere che forse il motivo sta nel fatto che le prime non minacciano l’avanzata violenta di un globalismo bramoso di disintegrare i popoli, esaltando i capricci dell’individuo. Un individuo così libero da non aver bisogno di radici, così emancipato da bastare a se stesso, così “progredito” da poter dimenticare di chi è figlio. Il progresso poggia le sue basi su ciò che è stato e lo comprende. Il progresso è consapevolezza, coscienza. È volontà di confronto e di scambio. È buon senso, capacità di unire la memoria con la prospettiva, l’identità con la differenza, senza che né l’una né l’altra si estinguano.  Il progresso è la ricerca di un equilibrio, non la volontà distruttiva di un’idea totalizzante.

 

Saverio Squillaci

 

 
L'Europa cristiana fu e non è PDF Stampa E-mail

19 Aprile 2019

 

Da Vvox del 16-4-2019 (N.d.d.)

 

Perché ci fa tanta impressione l’agonia di fiamme in cui è incenerita la cattedrale parigina di Notre-Dame? Perché è un simbolo, si dice giustamente. Ma un simbolo può avere più d’un significato. Per tutti, o almeno si spera, il più immediato ed elementare è l’importanza ferita di un monumento di così antica gloria e bellezza. Una meta per ammiratori dal mondo intero. Per i religiosi, ma anche per quei laici non ottusamente materialisti, è una delle chiese più famose e prestigiose della cristianità, con una storia millenaria svettante goticamente verso l’Alto, in uno slancio religioso che il poeta Heine, malinconicamente, non ravvedeva più nella modernità assassina di qualunque Dio trascendente. Ad un occhio più prosaico ma non per questo meno acuto, la prova che la Repubblique non ha saputo salvaguardare un bene suo e dell’umanità per criminale negligenza, di cui le lacrime di coccodrillo del presidente Emmanuel Macron, con la sua idea di colletta nazionale, sono la controprova più lampante e ipocrita.

 

Fa umana tristezza, d’altro canto, assistere alla fregola guerrafondaia dei crociati immaginari che fin dalle prime ore avevano già stabilito che l’incendio non solo è doloso (il che, intendiamoci, potrebbe essere, come potrebbe essere invece uno scandaloso incidente del cantiere di riparazione della guglia principale), ma è pure terroristico, e magari di matrice islamica. Non avendo alcun elemento per sostenerlo, trattasi di classicissimo wishful thinking: si vede quel che si desidera vedere – cosa capitata anche a un’altra Repubblica, il quotidiano nostrano, che pur di buttarla in caciara anti-sovranista ha scriteriatamente dato la notizia come equivalesse alla «Waterloo dell’idea di nazione». Si pensa male non tanto perché a pensar male ci si azzecca, come diceva il gobbo (non quello di Notre-Dame, quello di Roma); ma perché si vuole pensar male. Perché così costoro, che muoiono dalla voglia che terrorismo ci sia, possono suonar le trombe di guerra e legittimare la tesi per cui c’è un’identità europea da difendere, un tramonto dell’Occidente da fermare – scambiando il Passato con l’Eterno… Che questa identità ci sia stata, nessun dubbio. Che ci sia oggi, o meglio che sia resistita alla morte di tutti gli dei – eccetto il dio denaro – dovrebbe essere quanto meno posto al dubitativo. Quel che di vitale esiste dell’Europa cristiana, di quel Medioevo di cui Nostra Signora di Parigi è, o meglio ormai era, una maestosa eredità, è patrimonio di una minoranza, quella minoranza di fedeli che mirabilmente ieri si è radunata per pregare. Capiamoci bene: il nostro non vuol essere un giudizio, ma la constatazione di un fatto.

 

Più in profondità, forse il motivo di tanto stupore e angoscia sta nel significato rimosso di una simile tragedia. Che è il tragico, appunto. Siamo assuefatti, noi ipermoderni, a veder scorrere incessantemente immagini mediatiche che ci rendono una realtà multiforme, ribollente, ansiogena, a volte divertente, altre volte violenta, ma nell’insieme monotona e prevedibile. Piatta. Poi ecco che un evento del tutto inimmaginabile, che esce dai canoni cinici dei “soliti” conflitti o disgrazie di cui sono piene le cronache, un imprevisto assoluto e terrificante, ecco che una rottura avviene nell’ordine del nostro quotidiano disordine. E ci riporta alla barbarica realtà secondo cui tutto, ma veramente tutto, può avere una fine.

 

Alessio Mannino

 

 
L'emancipazione attraverso le canne PDF Stampa E-mail

17 Aprile 2019

 

Oggi una mia alunna marocchina – fino a ieri tutta casa e moschea - è stata beccata con delle compagne a farsi una canna nel cortile della scuola. Commento della mia collega di italiano: “E se le facesse due canne, che si emancipa…!”

 

Della serie: nuove strategie della sinistra per l’integrazione e l’emancipazione delle immigrate musulmane: LE CANNE.

 

Stefano Di Ludovico

 

 
Ipocrisia liberale PDF Stampa E-mail

16 Aprile 2019

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“Partendo dall'unico principio, totalmente alienato dai contesti, secondo cui "ciascuno con il proprio corpo fa quello che gli pare", vorrei stilare una lista di diritti che devono assolutamente essere riconosciuti per individui adulti e consenzienti:

 

- Il diritto a distruggersi con le droghe pesanti - Il diritto alla mutilazione genitale (e anche al burqa e affini) - Il diritto a vendere i propri organi - Il diritto all'incesto - Il diritto ai duelli - Il diritto di sottoscrivere un contratto di schiavitù

 

D'altra parte, a voi cosa tolgono tutti questi diritti? Se uno si sente realizzato a fare tutte queste cose, perché non dovrebbe farle?" Tratto dalla pagina di Manuel de Palma.

 

Ovviamente non si devono sostenere queste posizioni assurde ma ciò è dovuto proprio al fatto che non si deve invocare il principio. È il principio ad essere infetto. E quelli che lo invocano soltanto per gli interessi che hanno a cuore e lo negano per gli altri, sono soltanto ipocriti. La società liberale è una società di ipocriti.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Uno sconvolgimento culturale e antropologico PDF Stampa E-mail

15 Aprile 2019

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Da Appelloalpopolo del 3-4-2019 (N.d.d.)

 

Da molti anni i demografi trattano del problema delle “culle vuote” in Italia, ossia l’importante calo di natalità che ha interessato il nostro paese negli ultimi decenni, tanto più stupefacente se lo mettiamo a confronto con l’alto tasso di fecondità che ha riguardato la stessa Italia nella prima parte del XX secolo. In poco tempo uno sconvolgimento culturale ed antropologico ha portato la fecondità della Penisola ai tassi più bassi mai registrati nella storia umana, fino al picco negativo del 1995 dove si era toccato il tasso di 1,19 figli per coppia; si ricorda che il “tasso di sostituzione”, ossia la quota per mantenere stabile la popolazione è di 2,1 figli per coppia. Uno studio del 2018 del gruppo Gefira ha stimato che, se per ipotesi l’Italia non ricevesse più immigrazione dall’estero, a questi tassi nel 2100 ci ritroveremmo con una popolazione di 20 milioni di abitanti, in buona parte anziani; giusto per fare un paragone, nel 1861 all’atto dell’Unità d’Italia il nostro paese aveva 21 milioni di abitanti, con un’estensione territoriale inferiore (non si era ancora compiuta l’annessione di Lazio e Triveneto). Fermo restando che sono molto opinabili l’orientamento politico di Gefira e l’intento con cui questo gruppo ha realizzato tali stime, le proiezioni demografiche di gran parte degli altri sociologi mostrano dati non tanto distanti da quelli esposti, anche se di solito senza formulare previsioni così avanzate nel tempo.

 

Fatta la doverosa premessa che nessuno vuole tornare all’epoca dei nostri bisnonni in cui era normale fare 5 o 6 figli per coppia – in un pianeta sovrappopolato da 7 miliardi e 700 milioni di abitanti non è davvero più il caso – un divario numerico così consistente, che nemmeno i flussi migratori riescono più a colmare, tra giovani e anziani pone problemi enormi, non solo gestionali, ma anche organizzativi e fisici: riuscire a fornire assistenza ad una massa di anziani sempre crescente, in un’economia asfittica in cui molti dei nostri migliori talenti emigrano, finirà per provocare un’implosione sociale in tempi ben più brevi della fine del secolo in cui viviamo. Siamo spesso abituati a calcolare i fattori economici sotto forma di soldi e cifre; è l’ora che cominciamo anche a considerare il peso di chi siamo e quanti siamo, fisicamente parlando. Molti motivi di una diminuzione così drastica nel numero di bambini nella nostra popolazione sono di stampo culturale, e qui la politica non può fare più di tanto: il desiderio di avere e crescere un figlio risponde a pulsioni istintive ed affettive, quindi di genere pre-politico, non certo risolvibili con un banale decreto legge. Tuttavia è anche vero – ed è supportato da sondaggi e statistiche sociologiche – che una parte della denatalità sia dovuta alla evidente difficoltà che i giovani hanno nell’inserimento nel mondo del lavoro, che molte coppie rinunciano ad avere il terzo figlio o anche il secondo figlio non potendoselo permettere non soltanto per ragioni finanziarie, ma talvolta anche organizzative: incompatibilità della gestione dei bimbi all’asilo e a scuola con gli orari di lavoro, difficoltà nel trovare asili nido, difficoltà di inserimento professionale per la madre spesso oggetto di non dichiarate discriminazioni all’atto del colloquio di lavoro, e così via. Questo problema è particolarmente sentito da quelle coppie che sono costrette a spostarsi in un’altra città per motivi professionali (in un’epoca di tanto encomiato “lavoro flessibile” è una situazione altamente frequente) dove non possiedono una rete parentale ed amicale in grado di supportare la gestione dei piccoli.

 

All’art. 31 la nostra Costituzione recita: “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi […]” E proprio qui troviamo uno dei punti meno applicati della nostra Carta Costituzionale. La formazione della famiglia vede oggi incentivi pubblici al limite della barzelletta. I contributi, o Assegno Familiare, per i figli a carico, per redditi lordi di qualche decina di migliaia di euro, ammontano a poche decine di euro mensili: chiunque abbia mai fatto la spesa al supermercato sa che basta riempire il carrello a meno di metà con prodotti per l’infanzia e questa cifra è già stata spesa; e, per il resto del mese, bisogna arrangiarsi con lo stesso stipendio di chi non ha mai avuto figli. I contributi per il coniuge a carico, per redditi sopra i 45.000 euro, non sono previsti nemmeno se la famiglia ha 4 figli. Non ci vuole molto a concludere che i lavoratori con figli subiscano una vera e propria discriminazione di ordine economico. Statistiche demografiche indicano che perfino la fertilità degli stranieri residenti in Italia, per gli stessi motivi, è non solo più bassa dei loro paesi di origine, ma è addirittura sotto la soglia di sostituzione (sic!) e, se per ipotesi l’Italia fosse abitata solo dai suoi immigrati senza ricevere flussi dall’estero, la popolazione decrescerebbe comunque. Tenuto presente quanto ridicoli siano gli incentivi per i figli, c’è casomai da sorprendersi che vi siano ancora coppie disposte a figliare.

 

I motivi di tanta spilorceria nell’incentivare la famiglia è sempre lo stesso: mancano i soldi. Ovvero: siccome l’Italia non è più un paese indipendente, siccome non possiede più da decenni una sua sovranità monetaria, siccome è costretta a pagare gli interessi passivi di un debito pubblico creato artificialmente da banche private, non ha i fondi per adempiere al fondamentale obbligo costituzionale di cui all’art. 31. Ecco perché riconquistare l’indipendenza e la sovranità monetaria diventa obbligatorio: senza questa conquista, ogni dibattito su nuove politiche familiari diventa fuffa. Per mancanza di denaro. E sia chiaro che chi governa l’Italia oggi, dopo aver blaterato per anni sul “valore della famiglia” (Lega in primis), in realtà si guarda bene dallo scucire soldi per l’infanzia e l’istruzione. L’aiuto principale di cui hanno bisogno le famiglie oggi sono lavoro stabile, stipendi adeguati e assegni più consistenti per figli a carico. Senza andare a cercare esempi troppo rivoluzionari, nella vicina Francia hanno il quoziente familiare. Da noi invece, i Leghisti che adesso hanno responsabilità di governo e che hanno avuto in passato la responsabilità del Dicastero dell’Interno (governo Berlusconi IV 2008-2011, più svariati sottosegretari all’Interno nei governi Berlusconi II e III) non sono stati nemmeno capaci di promuovere una legge analoga in Italia, e anzi hanno espanso il precariato lavorativo dei giovani tramite Legge Biagi e Decreto Dignità. Salvo poi lamentarsi che “la famiglia è in crisi”.

 

Marco Trombino

 

 
L'odio sa attendere PDF Stampa E-mail

14 Aprile 2019

 

Da Libero Pensare del 12-4-2019 (N.d.d.)

 

Non me la prendo con il Deep State USA che ha atteso pazientemente sette anni prima di riuscire a mettere le mani su Julian Assange; il gelido odio dei poteri forti allorché viene smascherata la loro protervia e la loro menzogna sa attendere. In fondo - come si dice - la vendetta è un piatto che si consuma freddo. Non me la prendo con Hillary Clinton che ieri non è riuscita a dissimulare la sua esultanza di fronte alla cattura del giornalista australiano, trascinato fuori come un animale da macello dall’Ambasciata ecuadoriana, citando anche le parole che usò di fronte al vergognoso assassinio di Gheddafi, infilzato da una baionetta nell’ano: “We came, we saw, he died”; in fondo gli sciacalli sono sciacalli, il loro karma è di nutrirsi di cadaveri, altro non possono fare. Non me la prendo con il presidente ecuadoriano, il vile Lenín Moreno, che di fronte alle pressioni - ed al fiume di dollari di finanziamenti USA - ha tradito non solo Assange ma anche la sua propria dignità, il suo popolo ed ogni legalità internazionale; in fondo i politici - nella maggior parte dei casi - sono come le prostitute; vanno con chi offre di più. Non me la prendo neanche con l’ineffabile Donald Trump, che dopo aver dichiarato più volte la sua simpatia per Wikileaks - in campagna elettorale diceva “I love Wikileaks” - oggi ha dichiarato “I know nothing about WikiLeaks” e “Wikileaks is not my thing”; in fondo un presidente - se vuole sopravvivere - deve fare la marionetta dei poteri veri e allora: “chi volete crocifisso Barabba o Gesù?”. E non me la prendo neppure con il colpevole, miserabile, osceno silenzio dei vassalli e dei servi sciocchi degli USA, tutti quei Paesi che hanno paura della propria ombra e dicono una parola per poi rimangiarsela il giorno successivo; in fondo i servi sono tanto più servi quando si credono liberi.

 

Me la prendo invece con i miei colleghi giornalisti, con le presstitute che si sfregavano le mani quando i quotidiani vendevano più copie grazie alle rivelazioni di Wikileaks, grazie al coraggio di whistleblower come Assange, Manning, Snowden ed oggi si voltano dall’altra parte per non urtare i carnefici della libertà di stampa. "Hai visto mai che oltre ad essere pagato 8 euro a cartella per i miei ‘pezzi’ mi licenziano pure?" Ho fatto una ricerca oggi - non un mese dopo ma all'indomani del vergognoso arresto di Assange - sulle principali testate on line italiane e ho notato con profondo disgusto che la notizia è scivolata a fondo pagina, sommersa non solo da notizie di primo piano, ma anche dalla cronaca locale quando non dai...consigli per gli acquisti. “Sssst…non date più peso alla notizia, tanto poi il popolo bue se ne dimentica”. “Va bene direttore…” In fondo che ce ne frega di Assange, qui abbiamo ben altre cose di cui occuparci, c’è il processo Ruby bis, i concorsi farlocchi della Sanità umbra, la preoccupazione di Mattarella per il richiamo di Bruxelles. Volete mettere?

 

Il punto però è un altro, cari amici. Julian Assange è solo la vittima sacrificale di questa vergognosa vicenda; quello che qui si vuole soffocare è la libertà di espressione, quello che si vuole eliminare è la possibilità di smascherare la protervia del potere, quello che si vuole uccidere non è solo lui, ma la dignità di ogni essere umano cui viene impedito di conoscere il reale svolgimento dei fatti. Anche la vostra dignità, di voi che leggete queste righe. “Pillola blu o pillola rossa?” “Volete restare nella Matrix o rischiare di uscire dalla narrazione imposta e fare la fine di Assange?” Decidete voi.

 

Piero Cammerinesi

 

 
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