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Potrebbe accadere di tutto PDF Stampa E-mail

1 Agosto 2021

 Da Rassegna di Arianna del 30-7-2021 (N.d.d.)

Su "La Stampa" Marcello Sorgi ha ipotizzato, nel caso di una crisi di governo agostana, che dopo Draghi potrebbe esserci - voluto da Mattarella anche se in "semestre bianco" - "un governo elettorale, forse persino militare, com'è accaduto con il generale Figliuolo per le vaccinazioni". E ha aggiunto, per meglio chiarire il messaggio: "A mali estremi, estremi rimedi". Insomma, un Generale (magari lo stesso Figliuolo) dopo il Banchiere, se i partiti irresponsabili lo faranno cadere. Non mi sembra, rispetto a simili parole, diciamo piuttosto impegnative, che nessuno abbia fatto un frizzo. A Roma (domani) come a Tunisi (l'altro ieri)? Va bene che i giornali non li legge più nessuno, ma Sorgi oggi l'ho letto solo io?

Si dà il caso che io sia uno "sporco realista". Figuriamoci dunque se mi impressiono per colpi di Stato, congiure, dittature parlamentari, regimi rovesciati, elezioni sospese, democrazie che implodono, governi d'emergenza ecc.  Il problema, dinnanzi a un simile scenario, ventilato come estremo ma non come implausibile su uno dei più importanti quotidiani italiani (oggi sotto il controllo, detto ironicamente, della ex-famiglia Agnelli), è sapere cosa ne pensino i miei colleghi custodi ortodossi della legalità repubblicana e dei connessi valori costituzionali. Cosa hanno pensato leggendo simili parole (se le hanno lette)? Solo una botta di caldo del giornalista o magari un modo per testare la reazione di qualche settore dello Stato, un divertissement greve o un messaggio diffuso per conto terzi (azzardo, lo stesso Quirinale?), un invito ai partiti a starsene buoni in questo frangente o una minaccia vera e propria a questi ultimi (e chi doveva capire ha già capito), la previsione lucida di quel che davvero potrebbe accadere di drammatico all'Italia nelle prossime settimane (e allora tanto di cappello all'analista coraggioso e visionario) o un inutile sfoggio di pessimismo ad opera di un vecchio e navigato cronista?

Aggiungo, tanto per tenere caldo il discorso, che se apparse su un qualunque giornale di destra simili 'profezie' avrebbero scatenato un putiferio di denunce: di golpismo, di anti-democrazia, di populismo autoritario ecc. Pubblicate con sovrano understatement su "La Stampa" (a proposito, la Murgia che tanto avversa gli uomini in divisa avrà letto l'articolo?) rischiano di passare niente più che come un elegante e innocente (dunque inutile) esercizio di dietrologia (o futurologia, in fondo è la stessa cosa) politica. Ad ogni modo, quest'agosto, visto che tanto dall'Italia non si esce, restate in casa più che potete, tenete gli occhi aperti e soprattutto attenti a quel che dite. Potrebbe - Sorgi dixit - accadere di tutto.

Alessandro Campi

 
Stato di eccezione permanente PDF Stampa E-mail

31 Luglio 2021

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 Da Rassegna di Arianna del 29-7-2021 (N.d.d.)

Giorgio Agamben ed io abbiamo deciso di pubblicare, in un sito estraneo a ogni fazione politica, e senza alcuna intenzione di farne un “documento” o un «manifesto», un breve testo sulla vicenda del cosiddetto green-pass non solo e non tanto per la gravità della norma in sé, ma per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica democratica sul «segnale di pericolo» che essa esprime.

Viviamo da oltre un ventennio in uno stato di eccezione che, di volta in volta, con motivazioni diverse, che possono apparire anche ciascuna fondata e ragionevole, condiziona, indebolisce, limita libertà e diritti fondamentali. E ciò in un contesto complessivo in cui cresce la crisi dell'idea stessa di rappresentanza e, nel nostro Paese, da un decennio ormai la dialettica politica e parlamentare non è in grado di esprimere da sé la guida del governo. Soltanto ciechi e sordi, oppure persone che non vedono a un palmo dal naso dei propri «specialismi», possono ritenere oziose tali considerazioni. Così non si fa che inseguire emergenza dopo emergenza le più varie «occasioni», senza coscienza della crisi, senza la precisa volontà di uscirne politicamente e culturalmente. Invece di un'informazione adeguata si procede ad allarmi e diktat, invece di chiedere consapevolezza e partecipazione si produce un'inflazione di norme confuse, contraddittorie e spesso del tutto impotenti. Che il green-pass sia una di queste è del tutto evidente. Non solo è surreale che la si adotti il giorno dopo che le stesse autorità hanno consentito mega-schermi su tutte le piazze d'Italia per gli Europei e addirittura organizzato una manifestazione di massa per il trionfo degli azzurri (quanto sono costati in contagi e peggio i lieti eventi?), ma come è possibile non chiedersi la ragione della sua estrema urgenza, se la campagna di vaccinazione procede ai ritmi che lo stesso Draghi racconta? In base a questi, tutti gli italiani fuorché i bambini dovrebbero risultare vaccinati entro settembre. E, dunque, non bastano i vaccini? Si teme che non funzionino?  Il green-pass diventerebbe, allora, null'altro che un mezzo surrettizio per prolungare all'infinito - magari con vaccinazioni ripetute - una sorta di micro lockdown. Suona sgradevole dircelo, ma è la realtà del mondo contemporaneo che ce lo impone: in forme ovattate e quasi indolori la deriva è quella di una società del «sorvegliare e punire». È la società in cui le forme di controllo e sorveglianza immanenti alle tecnologie che tutti usiamo si stanno sempre più accordando ai regimi politici. La democrazia è fragile, delicata - e quella che noi conosciamo giovanissima, inesistente prima del 1945. Ogni provvedimento che discrimina tra cittadini ne lede i principi - e soprattutto quando suoni immotivato o non sufficientemente motivato. L'idea di democrazia comporta un'opinione pubblica bene informata che partecipa consapevolmente, e cioè criticamente, alle decisioni dei suoi rappresentanti. Sono idee ed esigenze che non avvertiamo neppure più, tutti a caccia di «assicurazioni a prescindere». Se così fosse, brutti tempi davvero. Premesso che qui non si tratta di no-vax, di ideologie neo-naturiste e altre scemenze, e che è gravissimo invece che sotto tale etichetta la stragrande maggioranza della stampa e dei media facciano un mucchio di qualsiasi opinione critica (qui, sì, sarebbe necessario «discriminare»), chiediamo con grande umiltà alla Scienza: non dovrebbe un cittadino leggere e sottoscrivere prima della vaccinazione l'informativa dello stesso ministero della Salute? Che cosa ne pensa la Scienza del documento integrale Pfizer in cui si dice apertamente che non è possibile prevedere gli effetti del vaccino a lunga distanza, poiché non si sono potute rispettare le procedure previste (solo 12 mesi di sperimentazione a fronte degli anni che sono serviti per quello delle normali influenze)? Risponde alla realtà o no che i test per stabilire genotossicità e cancerotossicità dei vaccini in uso termineranno solo nell'ottobre del '22? La fonte è European Medicine - ma potrebbe trattarsi di no-vax mascherati. È vero o no che mentre lo stesso ministero della Sanità ha dichiarato che la somministrazione del vaccino è subordinata a condizioni e in via provvisoria, nessun protocollo è ancora stabilito per quanto riguarda soggetti immunodepressi o con gravi forme di allergia? AstraZeneca ha detto che su queste questioni pubblicherà una relazione finale nel marzo del '24. Vero o falso che sono aumentati in modo estremamente significativo i casi di miocarditi precoci in giovani che hanno ricevuto il vaccino? O mente il Center for disease control? Che in Israele e in Gran Bretagna molti dei decessi nell'ultimo periodo sono di persone che avevano già ricevuto la doppia dose è una fake news? Che significa tutto questo? Che il vaccino è inutile, che non dobbiamo vaccinarci? Assolutamente no; significa che deve essere una scelta libera, e una scelta è libera solo quando è consapevole. Siamo liberi solo quando decidiamo in base a dati precisi e calcolando razionalmente costi e benefici per noi e per gli altri. Così io ho fatto e mi sono vaccinato, pur ignorando danni eventuali a lunga scadenza e pur sapendo che potevo comunque ammalarmi o contagiare altri non vaccinati (poiché mi risulta che così possa avvenire, o la Scienza lo nega?). Uno scienziato, che passa per essere tra i primi del suo campo, la genetica (ma magari non è vero - non mi pronuncio in attesa di conferma da parte del ministro Speranza), R.W. Malone scrive: «Il governo (si riferiva a quello americano) non è trasparente su quali siano i rischi. E quindi le persone hanno il diritto a decidere se accettare o no i vaccini». La stessa identica cosa è scritta nella G.U. del Parlamento Europeo in data 15 giugno u.s.: «E' necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate e anche di quelle che hanno scelto di non esserlo». E qui la questione interessa giuristi e costituzionalisti. Con la stessa modestia con cui mi appello al parere della Scienza (anche se fino ad oggi non ha proprio brillato per unanimismo), ora mi appello a quello dei cultori del Diritto.

È legittima l'imposizione, poiché di imposizione si tratta senza dubbio, di un trattamento sanitario, e nella fattispecie di un trattamento sanitario che presenta le zone d'ombra, i dubbi, i problemi che ho succintamente ricordato? Esistono molte altre malattie infettive - si prevede il green-pass anche per morbillo, scarlattina, tosse cattiva? E, conseguentemente, la norma che impedisce di salire su un treno con la febbre varrà da qui all'eternità? Dichiareremo fuori legge l'aver febbre, non importa se per aver contratto la peste o per una indigestione? Metteremo nella carta d'identità le nostre condizioni di salute? Che ne pensa la Scienza del Diritto? Quando subiremo qualsiasi provvedimento o norma senza chiederne la ragione e senza considerarne le possibili conseguenze, la democrazia si ridurrà alla più vuota delle forme, a un fantasma ideale.

Massimo Cacciari

 
L'ennesima menzogna di Stato PDF Stampa E-mail

30 Luglio 2021

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 Da Appelloalpopolo del 25-7-2021 (N.d.d.)

Il 10 marzo 2020 l’Italia entrava in lockdown, primo Paese occidentale a prendere questa scelta e aprifila per tutti gli altri. Come dichiarato anche dalle autorità britanniche, la scelta italiana creava un precedente e portava nel campo del possibile l’impensabile. Le restrizioni annunciate sarebbero dovute restare in vigore per quindici giorni, poi saremmo tornati ad “abbracciarci più forte di prima”, giusto il tempo di abbassare la curva dei contagi e ridurre il carico sugli ospedali. Ugualmente nel Regno Unito, al motto di “flatten the curve – save the NHS” e via via in tutti i Paesi europei, dentro e fuori l’Unione. I giorni di restrizioni però non sono stati soltanto quindici e neppure diciotto: diciotto sono infatti i mesi che sono passati da quella prima menzogna di Stato. Non abbiamo più assistito a norme così restrittive come quelle del primo lockdown, ma a continue limitazioni della libertà e dell’esercizio dei propri diritti, dal lavoro per alcune categorie, alla scuola in presenza, alla possibilità di uscire di casa a qualsiasi orario ci aggrada, perfino il diritto di voto è stato congelato a causa del pericolo del contagio (di passaggio, sarà interessante scoprire se con i nuovi contagi si potrà votare alla fine dell’estate, come da tempo stabilito). Ogni decisione presa non ha mai portato al risultato sperato. Il lockdown non ha abbassato la curva in due settimane, ma ci sono voluti mesi. Le mascherine obbligatorie ovunque non hanno bloccato la seconda ondata. Le misure di sicurezza a scuola non ne hanno impedito la chiusura. I green pass non hanno fermato la variante Delta. […]

Se quindici giorni di lockdown non sono bastati, se le mascherine non hanno fatto da scudo, se le restrizioni non hanno bloccato le varianti, non poteva essere imputato alla fallibilità delle scelte stesse, ma a chi, con i suoi comportamenti irresponsabili, sacrificava gli sforzi degli altri. Una sola mascherina abbassata rendeva questi vani, così come un podista a Catanzaro mandava in terapia intensiva un anziano a Verona.

Il capro espiatorio è stato fondamentale nell’alimentare ogni menzogna di Stato: ciò che facciamo noi andrebbe benissimo, se non ci foste voi. Oggi, sull’esempio francese, siamo arrivati al punto in cui sono i non vaccinati i responsabili della nuova ondata di contagi. Ecco quindi arrivare l’idea dell’apartheid sanitario: escludere dalla “socialità” chi non è stato immunizzato, perché altrimenti bisogna nuovamente escludere tutti. Materialmente si crea un grande problema. Se chi non è vaccinato non può andare in ristorante perché pericoloso, allora non può andare neanche a lavoro. Che si fa? Uno sportellista di banca o delle Poste non vaccinato deve essere licenziato? E come la mettiamo per gli studenti? Mentre il discorso dello sportellista si può applicare anche a un professore, gli studenti non vaccinati che quindi sono pericolosi per gli altri, devono restare a casa? Privati di un diritto costituzionale? E attenzione che fra questi ci saranno anche quelli che, pur volendosi vaccinare, non avranno fatto in tempo a ricevere la loro doppia dose. Ulteriore ordine del problema è quello della convivenza con i non vaccinati. La logica alla base di un green pass che decide chi può entrare in un bar e chi non è che anche chi è vaccinato è messo in pericolo da chi non è vaccinato. In uno stesso nucleo familiare però convivono persone vaccinate e persone non vaccinate: se queste due categorie vanno separate in ristorante per paura del contagio, a maggior ragione vanno separate a casa, dove stanno molto più vicine e per molto più tempo. Altrimenti bisognerà dare il green pass alle sole famiglie completamente vaccinate. E come si fa con chi ha figli minori di dodici anni che, rebus sic stantibus, non possono essere vaccinati? La conclusione logica di questo discorso è la creazione di appositi campi di concentramento per non vaccinati, così che siano davvero separati dalla popolazione vaccinata e non vanifichino lo sforzo collettivo. Dite che è un po’ troppo? Ma anche l’apartheid sanitario è un provvedimento che nega tutta l’impalcatura dei nostri valori e del nostro diritto, ma pare giustificabile di fronte all’emergenza. Se per uscire dall’emergenza vale tutto, allora devono valere anche provvedimenti come quelli dei campi di concentramento.

Poniamo invece che tutta la popolazione collabori e il 100% della popolazione venga vaccinata. I dati di Israele ci dicono che il vaccino ha un’efficacia del 70%: significa che anche se si vaccinassero tutti, comunque il virus continuerebbe a circolare. Quindi comunque il 30% sarebbe a rischio e quindi comunque fra quel 30% (20 milioni di persone circa) il virus potrebbe girare liberamente e creare nuove varianti. Come, d’altra parte, fa nel resto del mondo, salvo non si pensi di vaccinare davvero 7 miliardi di persone, pure in Paesi in cui non si sa quante persone davvero ci vivano e dov’è impossibile mantenere intatta la catena del freddo. In qualche zona del mondo si svilupperà una nuova variante e, come tutte le altre, si diffonderà nel resto del pianeta. Raggiunto anche questo obiettivo, della totalità della popolazione italiana vaccinata, chi verrà accusato di vanificare lo sforzo collettivo? Resta un dato di fatto: l’idea che il green pass e l’apartheid sanitario siano risolutivi è, oltre che un provvedimento incostituzionale e liberticida, l’ennesima menzogna di Stato. Quante ancora dobbiamo sentirne prima di smettere di crederci?

Maurizio Cocco

 
Dominio di realtÓ PDF Stampa E-mail

29 Luglio 2021

 Il mondo pare ci sia davvero. Ma esso dipende dal binario identitario che siamo obbligati a seguire e non può fare altro che portarci dritti dritti nella galleria della realtà.

Mondo esterno- La Scienza è arrivata al punto ineludibile. Dopo essersi dedicata anima e corpo a scomporre la cosiddetta realtà, dopo aver preso coscienza che stimare la natura piccola e grande attraverso categorie autoreferenziali e arroganti misurazioni con pretesa di Verità, è cosa utile sono ai fini della tecnologia quando non fine a se stessa, si trova ora al cospetto dell’intero, delle connessioni di tutto, della realtà come rete dai nodi interdipendenti, dell’inseparabilità dell’osservatore dall’osservato. In una parola, della coscienza. Gli uomini hanno da sempre riconosciuto le caratteristiche della realtà olistica, ora al vaglio dell’ultima ricerca scientifica. Dall’epoca dei lumi e soprattutto della sua successiva vulgata, dette caratteristiche sono state sistematicamente lasciate fuori dal novero di studi degni di serietà, di vera conoscenza, detti scientifici, autoreferenzialmente concepiti come i soli, validi scandagli della realtà. Sempre quelle caratteristiche olistiche, se non potevano essere dimostrate e ripetute non avevano valore se non per il sarcasmo e la denigrazione. Se ciò, nel territorio della Scienza meccanicistica, è più che legittimo – la Scienza si è fatta le regole del gioco e chi vuol giocare deve rispettarle – in quello extra-scientifico, ovvero nella vita tutta, la negazione della profondità e del legame di tutte le cose, è stato quantomeno disdicevole. La Scienza, non quella pura e trasparente, consapevole dei propri limiti, aperta per definizione ad aggiornare se stessa, ma quella spuria, intorbidita dal bigottismo specifico, farcita di dogmi, corrotta da interessi, che avanza a petto in fuori, preceduta da vessilli di verità definitiva, quella che ha permeato la cultura ordinaria facendo di noi, volgo e scienziati, suoi devoti scientisti, ha sempre delegittimato la ricerca umanistica. Non ha mai considerato necessario accreditare quanto non era in grado di misurare e catalogare. Oppure, ha indagato con i suoi inidonei strumenti ciò che i ciarlatani di qualunque risma, dal Buddha a Cristo, da Bateson a Heisenberg, da Feyerabend a von Foerster, andassero dicendo. Ma è opportuno evitare di percorrere la medesima strada della negazione del non gradito, della delegittimazione, della riduzione di dignità. Tutte le espressioni umane hanno una ragione storica che le legittima. Così, per la gestione della vita empirica – in particolare per le grandi comunità – è stato necessario separare, catalogare, ed è simbioticamente venuta da sé la creazione del linguaggio logico-razional-duale. Totalmente funzionale alla bisogna amministrativa della vita. E quale realtà è descrivibile da un linguaggio ontologicamente separativo se non quella detta oggettiva, che tutti conosciamo, o meglio, che tutti condiziona fino al punto da considerarla la sola, unica e insostituibile? All’interno di una concezione del mondo-oggetto, da noi separato, osservabile e identico per tutti che ne deriva, disinteressata alla coscienza, si procedeva come se l’esperienza fosse trasmissibile. Da cui le classificazioni e le gerarchie come ordine nuovamente, definitivamente, assolutamente unico e solo referente di verità. Soltanto certa psicologia, certa pedagogia, certa biologia e certa sociologia hanno saputo riconoscere che la realtà non è una stanza nella quale ci muoviamo ma si costituisce man mano attraverso la relazione, a sua volta modulata dal nostro sentimento e dai nostri più o meno egoici interessi.

Mondo interno- Il mondo è determinato dalla narrazione che ne facciamo. Il minimo comun denominatore di ogni narrazione è il linguaggio. Se questo, come avviene, determina un noi separato dal mondo, impedisce a se stesso di assumere la prospettiva idonea per lo studio della coscienza, in quanto obbliga una ricerca con mezzi inidonei. Studiare come oggetto separato da noi, ciò che oggetto non è, né è separato da noi porta il discorso nella bocca fetente dell’ossimoro. Un’affermazione piuttosto vincolante. Che però rende impotenti le probabili scandalizzate reazioni quando per coscienza tutti intendiamo l’unità di tutte le cose. Anzi la matrice di tutte quelle cose che pensavamo tra loro indipendenti. La natura della coscienza è inaccessibile attraverso l’impiego del linguaggio dualista. L’unità di tutte le cose è riconoscibile individualmente, non è codificabile con passi didatticamente utili ad essere trasmessa a colui che non la vive.  Il magico intero della coscienza perde la sua dimensione quando l’approccio è analitico. Se così non fosse la tecnologia l’avrebbe già riprodotta. Forse si può avvertire la presenza della coscienza nell’atto creativo. Niente ci separa da esso. In esso siamo noi. Esso è noi. Essa è uno specchio nel quale ci riconosciamo, nel quale esperiamo il nucleo di noi stessi. Aspetti, questi sì, che si presterebbero ad essere proposti dalla politica e dall’educazione. Ma al momento sono castrati da moralità, ideologie, formalismi, culto dell’apparenza, intellettualismo (prevaricazione dei saperi cognitivi su quelli estetici). Quando così non è, quando ci si emancipa dai campetti di gioco che la cultura meccanicista ci ha offerto per i nostri passatempi – viene da sé – che l’infinito, come il mistero sono in noi. Che è la coscienza che genera lo spazio-tempo sfondo di tutte le narrazioni, in particolare di quella che meglio conosciamo: la nostra biografia, in qualunque modo la si abbia costruita. Nessuno può farci gratuitamente dubitare di essa. In essa constatiamo l’oggettività del mondo nel quale serpeggia. Tutte le nostre considerazioni esprimono un’elaborazione del mondo, del prossimo, del cosmo, di noi stessi un istante dopo aver disteso sullo sfondo lo spazio-tempo da cui si genera proprio ciò vogliamo sostenere. Così a volte riconosciamo un percorso mentre avanziamo o ne perdiamo familiarità se separati dal tempo-spazio. In un caso sappiamo sempre dove ci troviamo e il mondo è davvero un oggetto frequentabile; nell’altro diviene ignoto e non capiamo perché ci troviamo lì. E la paura che deriva è nell’inaccettazione di essere anche altro di ciò che credevamo di essere. Credere uccide la conoscenza. L’inconsapevolezza di essere creatori di realtà, quella dei gioghi imposti dal linguaggio analitico e quelli di essere parte integrante di ciò che crediamo di poter descrivere attenendoci ai fatti, compongono una trinità che esprime la cosiddetta materia e la sua storia orgogliosamente oggettiva. Emancipati dal sortilegio che questa trinità ci impone, viene a mancare il terreno sotto i piedi alla storia, alle storie che consideriamo narrazione certa, ufficiale, al sapere cognitivo e al potere che attribuiamo. Ma, quando si riconosce che ciò che osserviamo è generato dal nostro personale spazio-tempo; che prima di crederlo fuori da noi, avviene dentro, tutto, da noi al cosmo è coinvolto da un cambio di paradigma che ribalta le più consolidate superstizioni scientifiche. L’oggettività dove va quando noi non la osserviamo, quando non la concepiamo? La cultura è un grande fiume prevalentemente placido che scende all’oceano senza lasciarci il tempo di riconoscere la corrente che la muove. In essa, giocoforza, in tanti condividiamo la medesima narrazione, abbiamo la medesima formazione e costruiamo il medesimo tunnel di realtà. Improbabile basti farci presente che ciò che crediamo di osservare sia solo e soltanto nella nostra coscienza. Non basta farci presente che non c’è niente fuori da noi in attesa di essere esperito. E se qualcosa del genere avviene, si tratta di evoluzioni individuali. Il fiume culturale in cui navighiamo lascia poco spazio a morte di ripensamento. Se – scimmiottando Freud – il principio di oggettività ha valore per amministrare la storia, in campo umanistico è come un branco di elefanti nella cristalleria dove normalmente se ne metteva uno soltanto. C’è perciò tutta un’altra storia del mondo in attesa di essere raccontata. Anzi, di essere riconosciuta in noi stessi.

Dominio di realtà- È la storia del dominio di realtà. Se viviamo ogni oggetto, fisico o metafisico, con un senso, anche inconsapevole, di dominio, le intenzioni tendono a realizzarsi: nel tunnel troviamo la realtà che pre-sentivamo. Parimenti, qualunque oggetto, fisico e metafisico, con cui anche inconsapevole ci relazioniamo, con la convinzione sia per noi eccessivo, facilmente comporterà un insuccesso. In ambo i casi crediamo di avere a che fare con qualcosa di esterno a noi: una volta lo abbiamo vinto, un’altra ci ha vinto. In ambo i casi riteniamo di poter aggiungere un tassello di oggettiva verità alla narrazione della storia che facciamo. La responsabilità che abbiamo ci sfugge. Se così non fosse tutti noi avremmo buone opportunità per liberarci dal conosciuto e raggiungere noi stessi come matrice del mondo. In funzione della linea di tunnel che abbiamo seguito nel labirinto di tutti gli eventi possibili, assistiamo alla realizzazione del solo mondo disponibile ai passi che l’hanno preceduto, alla concezione del mondo che istante per istante lo hanno preceduto. Tutta la conoscenza che vantiamo è definitivamente concernente gli strumenti che impieghiamo per indagare il campo di spazio-tempo che osserviamo, in cui costringiamo, senza sforzo alcuno, il mondo. Tra gli strumenti vanno annoverate le intenzioni che motivano l’indagine, la struttura delle personalità che li impiega, il contesto in cui avviene (in cui ogni momento è oracolo). In sostanza come dice Linde di Stanford, “L’universo [qualunque esso sia, nda] e l’osservatore esistono in coppia”). O, come dice Robert Lanza, “L’universo si accende grazie alla vita, non viceversa”. L’identità che crediamo di essere implica campi di certezze e d’incertezza. Pochi i primi, innumerevoli i secondi. Come saggi piloti dirigiamo il convoglio di noi stessi su percorsi noti per condurci a destinazione. Strade percorribili in quanto le sole visibili ai sensi dell’identità, inetti a riconoscere la rete di vie alternative. Nelle prime incontriamo la realtà prevista. Questa ci appare così vera e concreta tanto da considerarla oggettiva e presente anche in nostra assenza, anche senza il nostro creativo presentimento di essa. Se qualcuno, con la sua semplice esistenza, ci segnala le vie che da soli non vediamo, concludiamo si tratti di fandonie. La nostra identità non contempla altro che il cibo che la nutre. Il dominio come culmine di un’attestazione genera certezza, genera materia oggettiva, sagoma la realtà. Con esso, autopoieticamente, produciamo continuità, permanenza, spazio e tempo. Elaboriamo parole, linguaggio e narrazione definitivamente adatte a fare quadrato. E uccidiamo la conoscenza. Ammazziamo la dimensione consapevolmente creatrice di cui siamo espressione. “Facciamo finta che vi siete appena comprati una calcolatrice nuova di zecca e l’avete appena tirata fuori dalla sua scatola. Se premete sui tasti 4, x e 4 il numero 16 apparirà sul piccolo schermo, anche se i numeri non sono ancora mai stati digitati sul dispositivo specifico. La calcolatrice segue un insieme di regole, proprio come la vostra mente. Il 16 apparirà sempre su una calcolatrice funzionante quando verranno premute le sequenze di tasti 4x4, 10+6, o 25-9. Ogni volta che mettete piede fuori dalla vostra casa, è come se una nuova sequenza di tasti venisse digitata producendo quello che poi apparirà sul vostro «schermo» mentale […]”. “Bernard d’Espagnat ha detto: «La non separabilità è ora uno dei principi generali più certi della fisica»”. Le parti distinte del reale esistono solo con noi che, istante per istante, le generiamo, per interesse personale. Averne consapevolezza ci concede di seguire le vie della conoscenza che neppure vedevamo.

Lorenzo Merlo

 
Il conflitto orizzontale definitivo PDF Stampa E-mail

28 Luglio 2021

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 Da Appelloalpopolo del 25-7-2021 (N.d.d.)

A marzo dello scorso anno ci eravamo solo permessi di indicare la necessità di un dibattito pubblico sulla gestione, non solo sanitaria, del Covid-19. Ragionato, argomentato, basato sulle evidenze che a mano a mano venivano fuori. E che tenesse conto di tutti gli aspetti: certo sanitari, ma anche sociali, politici, economici e costituzionali. La risposta è stata invece quella di un’impressionante accelerazione sulla polarizzazione già in atto nella società. Una polarizzazione dolosamente calata dall’alto. Si è cominciato a tacciare di negazionismo chiunque si permettesse anche solo mettere in dubbio – figuriamoci criticare – la gestione della crisi. Un’accusa infamante, nella forma e nella sostanza. Un’accusa, duole ricordarlo, che è arrivata anche da una parte di coloro che fino a poche settimane prima erano stati compagni di viaggio nel denunciare la propaganda del pensiero unico degli ultimi 30 anni.

Poco più di un anno dopo fa piacere vedere qualche risveglio tra le fila di coloro che negli ultimi mesi avevano sposato acriticamente la narrazione imposta dall’alto o che avevano scelto il silenzio per non incappare nello stigma sociale sempre più diffuso. Ma è l’unica nota positiva. Nel mentre la polarizzazione è diventata sempre più evidente. E violenta. In Francia è accaduto un fatto molto grave. Anzi due. Sarà possibile licenziare i lavoratori sprovvisti di lasciapassare (il green pass). Come se non bastasse, i cittadini che ne sono sprovvisti non potranno neanche accedere alle urne. Non potranno votare insomma. La cosa grave, oltre al fatto in sé, è che queste decisioni sono state accolte dagli applausi scroscianti di una parte della popolazione italiana. La quale ovviamente auspica che anche in Italia si faccia altrettanto. Non hai il lasciapassare? Allora non devi lavorare. Non hai il lasciapassare? Allora non devi votare. Non hai il lasciapassare? Allora ti devi pagare le cure. Non hai il lasciapassare? Allora non puoi partecipare alla vita sociale del Paese.

Credo sbagli clamorosamente chi inquadra la questione in termini strettamente sanitari (anche se pure su quel fronte ci sarebbe tanto da dire: dove sono i nuovi ospedali, i nuovi posti letto, i nuovi medici e i nuovi infermieri di cui il nostro SSN avrebbe disperatamente bisogno dopo anni di tagli indiscriminati che ci sono costati un inaccettabile numero di morti durante l’ultimo anno?). Il lasciapassare è il fine, non il mezzo.

Come è stato possibile arrivare a tanto? Col coinvolgimento di una buona parte della popolazione. Grazie alla polarizzazione fomentata dalla propaganda istituzionale, è stato creato il conflitto orizzontale definitivo. È una parte stessa dei cittadini italiani che sta chiedendo a gran voce l’azzeramento dei diritti costituzionali di milioni di loro connazionali. Appoggiando nei fatti una delle derive più pericolose dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Come persona prima e come politico poi, ho sempre combattuto i conflitti orizzontali. Hanno il solo scopo di mettere al riparo dai conflitti verticali coloro che da decenni si arricchiscono sulle nostre spalle. Senza fargli sporcare le mani con la lotta di classe che ormai viene combattuta per procura attraverso la creazione di sempre nuovi conflitti sezionali (giovani contro anziani, dipendenti pubblici contro lavoratori privati e via dicendo).

Questa volta però mi trovo in difficoltà. Come posso trovare un punto di dialogo con un altro lavoratore, con un altro cittadino che chiede con la bava alla bocca la ghettizzazione di milioni di suoi concittadini? Da dove potrei iniziare? Ecco, stavolta – per la prima volta dopo anni di politica e di divulgazione – ho la spiacevole sensazione di trovarmi di fronte persone che rappresentano una parte del problema. Sono i risultati del conflitto orizzontale definitivo, quello che sta portando la società sull’orlo di un baratro, di un abisso, che i nostri nonni e i nostri padri avevano detto non sarebbe mai più stato possibile. Serviranno anni di battaglie per riportare la società sul binario migliore. Quello che abbiamo lasciato una quarantina di anni fa e da cui ci stiamo ogni giorno allontanando di più.

Gilberto Trombetta

 
La giornata degli insorgenti PDF Stampa E-mail

27 Luglio 2021

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 Da Rassegna di Arianna del 13-7-2021 (N.d.d.)

Il 29 giugno, la comunità mondiale celebra la Giornata dei partigiani e degli insorgenti, la giornata dei “nascosti”. Mi piace l’idea. Nessuno può avere la garanzia di trovarsi nella posizione di una minoranza perseguitata, costretta a vivere nella clandestinità e a condurre uno stile di vita partigiano. I proverbi russi dicono: non si è mai troppo sicuri di evitare la povertà accidentale o la prigionia. Non dipende solo dalla nostra volontà. C’è dell’altro. Il destino. La figura del partigiano è glorificata nella cultura sovietica. E ancora prima, Tolstoj attirò l’attenzione sul ruolo delle unità contadine russe che agiscono dietro le linee nemiche nella sua descrizione della guerra patriottica del 1812. Per noi russi, si tratta di un argomento intimo. Se ci riflettiamo, questa giornata è carica di conclusioni estremamente profonde. La clandestinità emerge quando il sistema politico e ideologico esistente – e perfettamente legale – si rivela incompatibile con i principi, i valori e le linee ideologiche di un determinato gruppo di popolazione, proprio del gruppo a cui appartenevamo; ma questo gruppo, teoricamente autoctono, è caduto sotto il potere del sistema alienato in modo naturale.

I “nascosti” non sono una rete di sabotatori: sono la risposta degli autoctoni, nati in quella stessa terra, il cui potere è stato preso da quelle forze che hanno negato agli autoctoni il diritto alla vita, alla libertà e al pensiero. Da qui l’immagine del partigiano. Il Guerrilla Fighter [il combattente popolare, N.d.T.] non è un nuovo arrivato, straniero; egli dimora, esiste e agisce nello stesso luogo in cui è nato, cresciuto, vive ed ha vissuto; ma il potere stabilito nella sua terra, nel suo spazio, si rivela alieno – malefico, ostile, crudele, non suo, e quindi falso, illegittimo. È qui che inizia il risveglio dell’identità partigiana. Noi, russi, quando menzioniamo la figura del partigiano, di solito pensiamo agli uomini civili dei soviet che hanno combattuto dietro le linee di Hitler durante la Grande Guerra Patriottica come esempio classico. Sì, i partigiani appaiono spesso nell’occupazione, ma l’occupazione non è sempre l’arrivo di eserciti stranieri. Cristiani o monarchici, o semplicemente non comunisti, sotto i bolscevichi si trovavano nella stessa situazione. Le autorità sovietiche non li hanno considerati partigiani, ma erano partigiani – la clandestinità antisovietica russa – compresa la Chiesa delle Catacombe. I combattenti dell’Armata Bianca erano anche partigiani – partigiani bianchi, esattamente come i monarchici serbi – chetnikis, i ribelli dei Canudos in Brasile sotto i Conselheiro o Cristeros in Messico. I partigiani erano eroici combattenti di Vandea durante la Rivoluzione Francese. I clandestini anti-nazisti in Germania, che consistevano principalmente in tedeschi, erano anche autentici partigiani tedeschi. Gli occupanti erano i loro compatrioti, che non lasciavano loro il diritto di vivere – o meglio, di vivere liberamente. In Rote Kapelle e altre reti anti-naziste hanno combattuto molti zelanti nazionalisti e patrioti tedeschi, nazional-bolscevichi e sostenitori della rivoluzione conservatrice.

L’eminente giurista tedesco Carl Schmitt ha elaborato una Teoria del Partigiano molto profonda e interessante. Dal suo punto di vista, un partigiano è colui che è fedele alla Terra da cui è cresciuto, di cui sente vividamente il legame e per la quale è disposto a sacrificare la propria vita. È la Terra, il legame organico al luogo, al territorio, alla tradizione vivente, al linguaggio – e in definitiva al proprio Logos organico profondo – che fa il partigiano. Questa definizione di Schmitt assume oggi un significato particolare. La globalizzazione, il liberalismo, il capitalismo tagliano forzatamente i legami di tutti i popoli con il loro ambiente culturale, con le loro radici, con il loro spazio. Il globalismo è una società liquida in cui tutto è affidato alla tecnologia, al continuo movimento caotico, allo spostamento; non ha radici; è la crescita planetaria della civiltà del Mare – il trionfo della Potenza del Mare; e questo può essere letto come il Diluvio Universale. La Terra contro il Mare significa, in termini schmittiani, la Tradizione contro la Modernità, lo Spirito contro la Materia, il partigiano patriottico contro il globalista cosmopolita.

Ovunque nel pianeta, dagli Stati Uniti alle periferie più remote, un’élite estranea al popolo, fredda, pervertita, falsa, stabilisce le sue regole e le sue norme, le sue leggi e priorità. Così gradualmente il popolo della Terra, il popolo della propria Terra, si trova nella posizione del partigiano.

Più globale diventa il potere dei globalisti, più globale diventa la “sotterraneità” del mondo, la Resistenza del mondo, come i partigiani americani negli Stati Uniti, conservatori o sinistra identitaria, sostenitori di Trump e combattenti per i diritti del popolo contro le folli élite globaliste superricche, i russi (in generale) o i gilet gialli europei che combattono la dittatura di Macron; i musulmani che difendono il loro diritto di credere nel loro Dio, e i popoli dell’America Latina e dell’Africa che anelano alla vera indipendenza e libertà, non questi simulacri, sono tutti partigiani e ribelli. E questo è il loro giorno. Il nostro giorno.

Alexander Dugin (Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini)

 
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