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Sindrome da attentati PDF Stampa E-mail

21 Agosto 2017

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Ci ritroviamo ancora a discutere e commentare attentati e stragi che stanno diventando una triste routine. A differenza di Parigi 2015, non ci sono state-per fortuna-quelle insopportabili condivisioni di massa coi tre colori della bandiera francese sulle immagini del profilo, oppure simboli di lutto o iniziative tanto inutili quanto demenziali come esporre candele ai balconi, eccetera; è vero che Colosseo e Torre Eiffel hanno spento le luci, ma ormai si tratta di un rituale logoro, vecchio, trito e ritrito tanto da essere passato in secondo piano. Se fossi un neuropsichiatra, conierei il termine di "sindrome ossessivo-compulsiva da attentati", perché ormai si tratta sempre del medesimo schema: si grida alla libertà della "democrazia", dei "diritti", del "nostro modo di vivere" e la continua contrapposizione tra noi belli, buoni, bravi, aperti, cosmopoliti e tolleranti e "loro" retrogradi, medievali,  brutti, sporchi, cattivi, ripetuto come un mantra (componente psichiatrica ossessiva che deve essere placato, ovviamente, con la ripetitività ritualizzata atta a sedare le ansie: fase compulsiva). La fase compulsiva prevede, per la nostra società, le veglie sui luoghi degli attentati, i fiori, i lumini, gli striscioni vicino alle foto delle vittime e la loro santificazione postuma (naturalmente tutti colti, aperti, intelligenti, speciali, sensibili, tendenti agli atti umanitari, addirittura grottescamente chiamati "martiri" da un quotidiano: così facendo si pongono al livello degli attentatori, anche essi "martiri" agli occhi dei fanatici sostenitori e, ciliegina sulla torta, gran finale, la parolina magica: continuità. Continuare dunque ad affollare la Rambla, nei bar, nei ristoranti, a bearsi di mischiarsi in una folla arcobaleno, multietnica, multiculturale, con coppie di ragazze a spasso mano nella mano e bambini americani con due papà provenienti da San Francisco, come ha fatto notare con aria di compiacimento oggi "La Repubblica", che ha speso fiumi di inchiostro per decantare l' apertura al mondo, il cosmopolitismo, l' eccezionalità, la "joie de vivre" libera, moderna, senza pregiudizi, le comitive allegre dei giovani "Erasmus", l' edonismo sfrenato di Barcellona,  "il mondo in una piazza", addirittura.

 

Forse le masse gaudenti, colorate, cosmopolite, Erasmus, discotecare, turistiche usa-e-getta che affollano Barcellona e quant'altre metropoli decantate dalla guida di "Repubblica" invece che invadere ancora festosamente la Rambla e far finta che nulla sia successo dovrebbero magari interrompere lo spettacolo, come si faceva una volta nei cinema tra primo e secondo tempo-abitudine che sta cadendo anch' essa in disuso-e prendersi una piccola pausa pe riflettere su come è cambiato il mondo negli ultimi cinque lustri e sulle politiche sciagurate adottate dai governi europei e americani in Nordafrica e Medioriente, che sono una delle cause principali-assieme alla globalizzazione, alle emigrazioni incontrollate indotte, al fallimento del multiculturalismo e all' incapacità di vedere l' altro da sé, tipico di una tendenza alla omologazione -dello scempio attuale. Si dice: loro ci odiano, ed è vero. Ma qualcuno si è mai preso la briga di farsi la domanda più facile e allo stesso tempo più difficile del mondo: perché? Purtroppo per tutti quanti noi, il terrorismo jihadista rischia di andare avanti a lungo e non sarà la fine imminente del "Califfato" come Stato fisico a bloccarlo. Perché ormai è una ideologia, è una franchigia del terrore, così come lo fu Al Qaeda di Bin Laden. Le folle in piazza continuano a dire "io non ho paura", come i governi e ostentano appunto normalità e "continuazione"; a me pare invece che se la facciano sotto dalla fifa blu e che sia una mera esibizione di finta spavalderia. Questo terrorismo, ormai incontrollabile e che può colpirti dovunque, va combattuto non solo con la prevenzione quando possibile e con le forze di polizia e magistratura e scambi di dati tra Stati europei, ma anche provando a capire, appunto, "perché" ci odiano. E studiare quindi parecchio degli ultimi lustri. Discorso lungo, che occuperebbe molto spazio e pagine, ma temo che poco interessi al popolo della Rambla; avanti col prossimo drink, sino al prossimo Moussa  Oubakir di turno...

 

Simone Torresani

 

 
Quel tempo venuto e non passato PDF Stampa E-mail

20 Agosto 2017

 

Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio. È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore.

 

Karl Marx

 

 
Sinistra dei diritti PDF Stampa E-mail

17 Agosto 2017

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Cari lettori, ve lo confesso: a dieci anni dalla crisi economica peggiore della storia del capitalismo, non riesco più a sopportare le divagazioni della sinistra italiana che accuso di avere tradito consapevolmente i lavoratori e, con essi, la propria unica, vera e tuttora indispensabile vocazione storica. Incuranti di avere presidiato Palazzo Chigi lungo tutta la stagione rigorista dei governi Monti-Letta-Renzi-Gentiloni, costata ai lavoratori la cancellazione dell'articolo 18, l'allungamento dell'età pensionabile, la proliferazione dei voucher e della sottoccupazione e nemmeno un buffetto agli sciacalli della speculazione e della delocalizzazione, i signori della sinistra nostrana credono ora di aver trovato nello ius soli la carta vincente per riconquistare il consenso popolare. Giuliano Pisapia e Laura Boldrini, che i giornaloni incoronano come i campioni di questa nuova sinistra alto-borghese dei diritti, spronano Matteo Renzi ad approvarlo entro fine legislatura perché, spiegano, “lo ius soli è un provvedimento di sinistra”. Il Pd, dal canto suo, non sembra molto convinto ma, avendo già realizzato per intero la “rivoluzione liberale” del Berlusconi del '94, avverte l'ansia di fare “qualcosa di sinistra” prima delle elezioni di primavera. Be', non so voi, ma io dubito fortemente che lo ius soli sia una cosa di sinistra e temo anzi che risulterà assai più funzionale alle grandi corporations mondiali che non ai ceti popolari. In epoca di disoccupazione dilagante (11,1% quella totale, 35,4 quella giovanile) e ben sapendo che altro lavoro sarà presto eliminato dai robot, una sinistra degna di questo nome non dovrebbe dedicarsi ad inventare nuovi diritti ma semmai a difendere i diritti basilari minacciati, cominciando ovviamente dal diritto al lavoro visto e considerato che, senza cibo sulla tavola e soldi in tasca, ogni altro diritto non può che essere un diritto illusorio. Ci vuole molto a capire quale sia la vera priorità dei nostri tempi? Io direi di no, ma se in dieci anni di crisi economica la sinistra italiana non è stata capace di riappassionarsi alla tutela del lavoro ed anzi ha fatto di tutto per garantire il modello neo-liberista, dubito seriamente che arriverà a capirlo. Anche perché è già abbastanza evidente che sta perdendo un altro giro: ti aspetti che finalmente rimetta al centro il lavoro e invece, dopo eutanasia, unioni civili, maternità surrogata e divorzio breve, ecco l'ennesima “battaglia di civiltà” sullo ius soli. Dovrebbero ripartire da Berlinguer e invece ripartono da Pannella.

 

Dunque non perdete tempo ad eccepire: lo ius soli “è giusto” perché “è di sinistra” ed è di sinistra perché l'hanno deciso loro. Chi sostiene il contrario ovviamente è un “razzista” e un “fascista”, anche se non aveva mai sospettato di esserlo. Non avendo mai avuto la benché minima simpatia per il fascismo e disprezzando il razzismo, io però continuo a ritenere che lo ius soli sia banalmente la legge sbagliata, nel Paese sbagliato e al momento sbagliato. Pensato per favorire l'integrazione nel volgere di qualche anno - e già su questo gli esempi europei inviterebbero alla prudenza -, lo ius soli infatti richiamerà subito altra immigrazione economica verso l'Italia che, per chi l'avesse scordato, è un Paese nel quale il lavoro non abbonda ma manca, che ha accettato di ridimensionare le politiche di welfare per rifinanziare il proprio debito pubblico e sulle cui coste sbarcano già, in media, centomila richiedenti asilo ogni anno. Preoccupandosi in primo luogo dei ceti popolari, un politico di sinistra dovrebbe quindi prevedere quale sia il rischio legato a questa esplosione artificiale del proletariato in un contesto di contrazione concomitante del lavoro e della spesa sociale: il conflitto darwiniano tra ultimi e penultimi. Nelle fabbriche, nelle periferie, nelle liste d'attesa per le case popolari questa guerra tra poveri è già iniziata ed io sono convinto che la sinistra di una volta, con tutti i difetti che aveva, l'avrebbe saputa comprendere e affrontare per tempo. Pensateci. Quando ancora si dichiarava marxista, la sinistra era estremamente concreta: parlava di salario, orario di lavoro, potere d'acquisto, pensioni, accesso all'istruzione e alla sanità pubbliche. Il diritto di sciopero, il diritto ad un contratto a tempo indeterminato, il diritto a non essere licenziati arbitrariamente: per quella sinistra il luogo dei diritti era il lavoro. E i diritti infatti erano diritti reali perché avere un'occupazione stabile significava poter acquistare una casa, mettere su famiglia, fare studiare i figli e così migliorare le proprie condizioni di vita generazione dopo generazione. I diritti senza lavoro di cui parla la sinistra attuale, invece, sono diritti nominali che nessuno potrà mai veramente esercitare. Sulla carta ce li avremo tutti, nel concreto non ce li avrà nessuno ma almeno il principio di eguaglianza sarà applicato col necessario rigore. “Qui siete tutti uguali – gridava alle sue reclute il sergente istruttore di Full Metal Jacket - Nessuno conta un cazzo!”. Ed io non saprei trovare una sintesi migliore.

 

Alessandro Montanari

 

 
Immagini dal Venezuela PDF Stampa E-mail

16 Agosto 2017

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Guardando i numerosi video messi in rete da coloro che si definiscono "resistenti venezuelani" emerge in modo palese che sono in atto da mesi manifestazioni violente volte a uccidere poliziotti venezuelani. Migliaia di persone, rispetto alle quali Carlo Giuliani era un santarello, scendono in piazza da mesi per uccidere. Ci sono anche immagini di violenza brutale della polizia o delle milizie. Tuttavia sono certo che se gli italiani andassero su Youtube a vedere le immagini di decine di camionette incendiate da molotov fino a carbonizzare i poliziotti conducenti (ripeto che si tratta di immagini diffuse con orgoglio dai "resistenti") si chiederebbero come mai i poliziotti si fanno ardere vivi senza nemmeno falciare decine di coloro che li stanno uccidendo.

 

L'atteggiamento della polizia è incredibilmente cauto. Ciò potrebbe voler dire che Maduro è debole. In un qualsiasi altro stato democratico o dittatoriale, compresi gli Stati Uniti, i "resistenti" sarebbero stati uccisi a centinaia o migliaia fino a sedare la rivolta. In Venezuela c'è un governo che ha governato malissimo facendo esplodere l'iperinflazione e infatti ha perso le elezioni politiche nazionali e un presidente che indegnamente e rivelando una meschinità stratosferica fa eleggere alla costituente moglie e figli. Ma l'attacco alla democrazia è venuto dalle opposizioni. Ora la guerra civile è lo sbocco naturale se l'esercito non destituisce Maduro proprio per salvare il paese dalla guerra civile.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Lettera aperta da Guam PDF Stampa E-mail

15 Agosto 2017

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Cara America,
Sono contenta che finalmente ti sia accorta che esiste Guam visto quanto sta succedendo. Molti di voi, come leggo online, si chiedono per la prima volta, "Che cosa è Guam, dove sta?" Ogni giorno, essendo io cresciuta qui, ci è stato invece detto tutto su di te. Mi spiace che sia solo quando siamo oggetto di minaccia di bombe che salta fuori la parola Guam; ci sono tante cose più interessanti che dovresti sapere di noi. Noi, d'altra parte, non siamo sorpresi dall'ultima minaccia di bombardarci. Siamo abbastanza abituati a sentire “Guam” e ”bombardare” nella stessa frase. Ogni mese, o quando viene testato un altro missile, o magari si spara qualche frase retorica, sentiamo dire che la Corea del Nord, la Cina o la Russia potrebbero bombardare Guam. Ho anche salvato le immagini delle famose bombe "Guam Killer" cinesi sul mio computer in modo che il nostro gruppo di indipendentisti potesse utilizzarlo nelle manifestazioni come esempio di perché dobbiamo ottenere l’Indipendenza da te SUBITO. Sì, sappiate che ci sono persone a Guam che vogliono l'indipendenza da voi. Ma ci sono anche persone a Guam che ascoltano queste minacce di bombe e cadono a pezzi per la fifa. Essi cominciano a credere che abbiamo bisogno delle vostre potenti basi militari e magari ancor di più perché “allora non saremo bombardati, giusto?” Ma in realtà sei tu che sei stata la fonte di tutti i nostri problemi di bombardamenti minacciati.
Le peggiori bombe che siano cadute su Guam furono le tue vicino alla fine della seconda guerra mondiale. All'inizio della guerra, ci hai lasciati indifesi ai Giapponesi, sapendo bene da subito che stavano progettando di invadere Guam. Hai messo al sicuro le tue mogli di militari dalla pelle bianca sulle navi e spedite a casa mesi prima dell'attacco, ma non hai fatto nulla per proteggerci. Proprio così, l'ultima volta che uno straniero ci invase tu, dopo aver detto che ci avresti difeso, ti sei arresa in 2 giorni e hai lasciato 20.000 dei nostri nonni a soffrire, molti vittime del più atroce dei crimini di guerra. Ma noi siamo forti e siamo sopravvissuti non solo a quella brutta guerra ma anche alle perdite che sono venute dopo. Quando sei tornata nel 1944, hai spianato la nostra isola con le tue bombe, lasciando la maggior parte delle famiglie senza una casa a cui tornare. Siamo stati dispersi e spostati in modo da poter costruire le tue basi enormi. E noi eravamo così grati che la nostra gente servisse e continuasse a servire i tuoi militari e morire per la tua libertà in numeri più elevati che non i tuoi cittadini.
Le peggiori bombe che siano mai cadute su Guam sono state le tue.
Oggi occupi quasi un terzo della nostra isola, e tuoi sono i bombardieri stazionati qui, con i sottomarini nucleari qui per mostrare i tuoi muscoli nei confronti dei nostri vicini. Giochi alla guerra con infinite manovre coi tuoi mezzi che emettono fumi e scaricano rifiuti e tossine nell'aria, nell'acqua, nel suolo, nei corpi. Noi respiriamo il fallout radioattivo dai tuoi test nucleari sulle nostre isole vicine ormai devastate: quelle nuvole si fanno strada fin qui. Mangiamo pesci dalle acque che tu hai bombardate intorno a noi. Piangiamo le balene spiaggiate che marciscono sulla riva, perché impazzite per i tuoi sonar navali. Ci stiamo facendo vietare - senza il nostro consenso (e per molti di noi, contro la nostra volontà) - l'accesso ai villaggi sacri antichi e mille ettari di un lussureggiante habitat di foresta pietrificata che vuoi distruggere per costruire un poligono di tiro per i tuoi marines. Mi fai volare i bombardieri sulla mia casa a tutte le ore di giorno e notte. Andiamo, America, sto cercando di tirare su dei bambini qui. Sono bimbi piccoli, che si son già accorti che la tua bandiera sventola sopra e prima della loro, e non ci piace. Che si nascondono sotto lo scivolino nel loro parco giochi e dicono ai loro amici di cercare riparo quando i tuoi tonanti bombardieri B-1 e B-2 ci sorvolano. E dire che c'è un cartello sulla strada che dice: "Rallenta, bambini che giocano”.
Ti prego di rallentare tutto e di permettere ai miei figli di giocare. Voglio che loro crescano qui. Questa è la patria di mamma della sua mamma e di tutti i nostri antenati. Non esiste altro posto al mondo dove voglio che vadano. Capisco che molti "americani" dovettero fuggire secoli fa dalla loro patria. Capisco pure che l'America è diventata la loro vita migliore, o almeno la promessa di tale. Che molti di loro desiderano di tornare in patria e non potranno tornare. E tristemente, molti di voi non pensano abbastanza ai nativi americani le cui terre e vite furono rubate per dare una patria a voi che giungevate in “America”. Ma questa terra, questa bella isola che tutti vogliono bombardare a causa di te, è la mia terra, non la tua. E io non voglio fuggire. Ho lasciato la mia terra una volta per andare all’università. Ma ho patito di nostalgia per tutto il tempo. Appena laureata, sono tornata a praticare qui. La mia casa è la mia parte di vita migliore. Sono nutrita dalla mia terra, dove la mia famiglia coltiva il nostro cibo. Sto crescendo dei bambini brillanti, con la giungla come cortile, e questa è la vita che i miei antenati volevano per me e per loro. Voglio andare a dormire tranquillamente sapendo che la mia famiglia è al sicuro in casa nostra. Quindi, prego, ferma tutte queste bombe. E invece, chiediti perché Guam è ancora la tua colonia nel 2017.

 

Victoria-Lola-Leon-Guerrero
(traduzione di Roberto Marrocchesi)

 

 
Schiavismo mascherato da filantropia PDF Stampa E-mail

14 Agosto 2017

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Da Comedonchisciotte del 12-8-2017 (N.d.d.)

 

La guerra interna al governo Gentiloni tra Minniti e Delrio in realtà nasconde una guerra esterna per la leadership del PD e per il governo del paese, tra Minniti e Renzi. Ecco perché è diventato pubblico il problema delle ONG, che in realtà era già noto da tempo nelle spelonche del web. Stavolta il ministro Minniti sembra fare sul serio quando dice: “Tutte le ONG scelgano da che parte stare. Non intendo rinunciare al principio di salvataggio dei naufraghi e neppure a quello della sicurezza dei miei concittadini. Per questo ritengo necessaria la presenza di polizia giudiziaria sulle navi delle Ong …» chapeau!! Però il ministro sa già che il suo Codice vale come il due di coppe? Una delle minacce infatti sarebbe quella di chiudere l’accesso ai nostri porti, ma se le navi in questione battono bandiera italiana, il rifiuto non potrà aver valore, e nemmeno se queste navi hanno a bordo persone bisognose di aiuto. La navigazione in alto mare è libera, e il capitano di una nave ha l’obbligo di soccorrere migranti o turisti che siano in pericolo, e non c’è Codice di comportamento che tenga. Infatti perché le ONG hanno così sofferto nel firmare il Codice Minniti? Save the children ha risposto molto duramente dicendo che riguardo alla polizia armata a bordo delle navi non c’è margine di trattativa: «Non siamo delatori», hanno dichiarato. Cosa significa? Quale segreto devono celare? Cosa c’è di tanto inconfessabile che un agente di polizia non debba vedere a bordo delle loro navi? Ormai siamo alla paranoia tragicomica, di colpo abbiamo scoperto che le ONG che operano da anni nel Mediterraneo non sono quegli splendidi esempi di virtù umanitaria che i media ci hanno raccontato ed ecco che spunta il ministro Delrio a mestare le acque: «Facciamo la guerra agli scafisti, non alle ONG. Non possiamo venire meno agli obblighi umanitari, il soccorso in mare non è discrezionale». Globalisti contro nazionalisti o semplice pantomima? La seconda credo … infatti il Codice Minniti è solo una misura di propaganda politica, per prendere tempo e consentire agli italiani di ingoiare l’amaro boccone poco a poco.

 

Il sistema delle ONG è un sistema di guadagni stratosferici sulla pelle dei migranti, che muoiono in gran massa anche per colpa loro. Un vero e proprio business nascosto. La MOAS dopo il suo primo anno di attività presenta il suo bilancio del 2014 di 60mila euro … di contro ci sono 8 milioni di dollari versati dal fondatore Chris Catrambone e dalla moglie Regina, che riceve anche un’onorificenza dal Presidente Mattarella. Nel 2015 le donazioni arrivano a 25 milioni di euro, un aumento notevole … acquisto di droni, un aereo privato, pubblicità (devono farsi conoscere), noleggio di navi proprie, alcuni milioni finiscono poi nelle tasche dei proprietari, perché finanziano fondazioni di loro proprietà … ma l’aspetto umanitario dov’è finito? Insomma il salvataggio in mare dei migranti è un vero e proprio business, con l’incentivo del 5 per mille … cosa dicono gli avvocati radical chic #Erri_de_Luca e #Saviano? Ad aprile 2015 al largo delle coste libiche si ribalta un peschereccio con più di 700 migranti. Si solleva l’indignazione generale e nel Mediterraneo viene messa in campo l’operazione Triton, sotto il controllo di Frontex, l’agenzia della guardia di frontiera e costiera europea. Frontex definisce modelli dell’immigrazione clandestina e delle attività criminali transfrontaliere ai confini esterni, inclusa la tratta di esseri umani. Condivide i suoi dati con i Paesi dell’Ue e la Commissione Europea, e li usa per operazioni congiunte inviando mezzi di rinforzo nelle zone che ne hanno necessità. Dispone di 1.500 esperti. In Italia le strutture operative fanno riferimento al Viminale e alla Guardia di Finanza. Triton (che oggi si chiama «Eunavfor Med» o «Sophia») fa attività di pattugliamento marittimo e aereo, di soccorso e investigazione per il contrasto dei traffici migratori illegali dal nord Africa. La priorità è il soccorso di vite umane fino a 70 miglia dalle acque libiche, ed è coordinata, su mandato di Bruxelles, dalla nostra Guardia Costiera, che dipende dal ministero delle Infrastrutture. Operano 11 imbarcazioni, 3 aerei, 2 elicotteri. Il 2015 però è un anno cruciale, a fine anno si chiudono tutte le rotte via terra, mentre l’instabilità libica favorisce il via libera ai trafficanti di uomini. Fra il 2015 e il 2016 il numero delle organizzazioni umanitarie che affittano imbarcazioni battendo bandiera panamense, olandese, del Belize, si impenna, e continua a crescere nei primi mesi del 2017. Tutte operano con donazioni private, ma il numero dei morti cresce automaticamente in proporzione al numero di navi in attività. Mai tante barche nel Mediterraneo e mai tanti morti: 4.733 nel 2016, contro i 3.771 del 2015. Dal primo gennaio 2017 a fine giugno i dispersi sono 2108. Quindi più navi disponibili per il soccorso e più i trafficanti stipano anime in mare su imbarcazioni improbabili. Il primo a capirlo è il capo di Frontex, Fabrice Leggeri, che denuncia le politiche di contrasto delle ONG, e conferma quanto aveva detto Emma Bonino, che Triton, voluta da Renzi, prevede che tutti i migranti siano portati in Italia. Triton è fin dall’inizio un’operazione a guida italiana, e voluta dal nostro Paese, e le imbarcazioni degli Stati membri dell’Unione Europea che partecipano all’operazione Triton nel Mediterraneo centrale «intervengono solo su richiesta delle autorità italiane». Soprattutto, la missione «non è stata imposta» ma «è stata chiesta» dall’Italia. Sulle modalità operative e gli sbarchi dei migranti «sono gli italiani che definiscono la magnitudo dell’operazione e il numero di persone di cui ha bisogno». Ma il punto centrale della questione è che nell’ambito delle missioni di Frontex «gli sbarchi avvengono solo nello Stato membro ospitante», hanno ricordato le fonti Ue. L’Italia dal novembre 2014 è proprio questo, in base al regolamento UE 656/2014 del 15 maggio 2014 entrato in vigore a novembre dello stesso anno: «Stato membro ospitante» dei migranti. Ai confini della Libia continuano ad esserci centinaia di migliaia di persone che premono per imbarcarsi (secondo fonti dei servizi segreti, citati da Le Monde), e l’obiettivo attuale del ministro Minniti sembra essere quello di dare una parvenza di regolarità e controllo sul fenomeno (nell’ultima legge di stabilità il bilancio dello Stato prevede una spesa pari a 4 miliardi di euro), in dirittura d’arrivo per le prossime politiche. Ma perché il governo Renzi avrebbe concluso un accordo così folle e deleterio per il Paese, cosa ha ottenuto in cambio? Forse un do ut des, per una maggiore flessibilità dei conti, o semplicemente per maggiore convenienza, lauti guadagni per coop e mondi di mezzo assortiti, che sui migranti ingrassano?

 

Anche Enrico Credendino, comandante dell’operazione Sophia per i respingimenti in mare, ha puntato il dito contro le tecniche utilizzate dalle navi umanitarie per abbordare i gommoni e trarre in salvo i disperati. In una intervista al Corriere, l’ammiraglio che da due anni guida l’operazione Ue Navfor Med, ha confermato che l’aumento dei salvataggi in mare ha avuto (anche) l’effetto negativo di spingere gli scafisti ad incrementare i viaggi della morte. «Nonostante abbiamo salvato 34mila persone, abbiamo fatto solo l’11,8% dei soccorsi. Ci sono Ong che fanno quasi il 40% e attraggono molto più. Le onlus lavorano spesso al limite delle acque libiche e la sera hanno grossi proiettori: gli scafisti li vedono e mandano il gommone verso questi proiettori». Avete capito? Gli scafisti se ne stanno sulla spiaggia aspettando che le navi umanitarie accendano i fari notturni e poi fanno partire i barconi carichi di migranti. Dunque perché indirizzarli verso Lampedusa, se lì vicino c’è una nave umanitaria che li soccorrerà? I barconi così devono fare solo poche miglia e gli scafisti raggiungono il massimo risultato col minimo sforzo. Un vero e proprio affare. Qualche dubbio l’ammiraglio Credendino lo ha pure sulle capacità di spesa delle organizzazioni non governative, che con risorse proprie riescono a levare l’ancora per più tempo di quanto possano fare le missioni europee. «Stare in nave 24 ore – spiega l’ammiraglio – è costoso. Alcune navi Ong sono avanzate, hanno anche piccoli droni. Sono investimenti importanti». Una domanda sorge legittima: dove prendono le risorse? Da dove arrivano questi soldi? Probabilmente dal comparto industriale globalizzato che trae vantaggio dall’inserimento nel tessuto sociale italiano di giovani pronti ad affrontare il mondo dello sfruttamento salariale e operaio, magari per raccogliere pomodori sotto il sole per 9 o 10 euro (come dice Erri de Luca). C’è bisogno di schiavi e li si va a prendere in Africa, questo è il moderno fenomeno dello schiavismo, taroccato sotto la narrazione del salvataggio filantropico. Quindi deportazione, tratta di esseri umani e schiavismo … e poi ci chiamano popoli civilizzati. Una massa enorme da sfruttare, una massa di schiavi, disposta a lavorare a poco prezzo e senza diritti, il progetto delle élites globaliste non è quello di integrare i migranti, ma è quello di farci diventare tutti sfruttabili, facendoci lavorare con orari e stipendi da schiavismo. Una sorta d’integrazione bipartisan. In Sicilia negli ultimi tempi sono sbarcati migliaia di migranti illegali, recuperati grazie al solerte impegno delle navi soccorso gestite dalle ONG (Moas, Jugend Rettet, Stichting Bootvluchting, Médecins sans frontières, Save the children, Proactiva Open Arms, Sea-Watch.org, Sea-Eye, Life boat) che annoverano tra i propri finanziatori la Open Society e altri gruppi legati al «filantropo» George Soros.

 

Fabrice Leggeri è intervenuto anche per criticare la tendenza a soccorrere i migranti «sempre più vicino alle coste libiche» spiegando come tutto questo incoraggi i trafficanti a stiparli «su barche inadatte al mare con rifornimenti di acqua e carburante sempre più scarsi rispetto al passato». Le parole di Leggeri rappresentano un’esplicita denuncia delle attività di soccorso marittimo finanziate da Soros. Dietro le operazioni di navi di grossa stazza come il Topaz Responder da 51 metri del Moas, il Bourbon Argos di Msf, o l’MS di Sea Eye ci sono infatti quasi sempre i finanziamenti del filantropo. L’ aspetto più inquietante della vicenda consiste però nel fatto che questa flotta di navi fantasma, battenti bandiera panamense, (Golfo azzurro, della Boat Refugee Foundation olandese e Dignity 1, di Msf) del Belize (il Phoenix, di Moas) o delle isole Marshall (il Topaz 1, di Moas) punta a realizzare politiche di contrasto rispetto a quelle europee e italiane. Per capirlo basta spulciare i siti delle organizzazioni che gestiscono la flotta filantropica. La tedesca Sea Watch dice di battersi per il «diritto alla libertà di movimento» e afferma di non accettare «arbitrarie distinzioni tra profughi e migranti». Come dire che il rispetto di confini e sovranità nazionale non ha alcun senso, l’unica legge suprema resta quella liberista e globalizzata del mare. L’85% della popolazione migrante che arriva in Italia è costituito da migranti economici, quindi una categoria diversa da quella del profugo. Certo più difficile rifiutare l’accoglienza a chi scappa da una guerra (spesso causata dalle stesse potenze europee) e si presenta come profugo o rifugiato. Il migrante economico, invece, rappresenta un fattore di dumping sociale e/o di concorrenza sleale, comunque la gestione liberista della crisi è di per sé un atto di guerra o, meglio, la continuazione della guerra con altri mezzi. […]

 

Però non dovremmo preoccuparci, dato che Eugenio Scalfari sulle pagine della Pravda interviene ad illustrarci il nostro futuro, da buon padre della patria sinistrata: «La vera politica dei Paesi europei è d’essere capofila di questo movimento migratorio: ridurre le diseguaglianze, aumentare l’integrazione. Si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato. Questo è un futuro che dovrà realizzarsi entro due o tre generazioni e che va politicamente effettuato dall’Europa. E questo deve essere il compito della sinistra europea e in particolare di quella italiana». Insomma … c’è un pezzo d’Africa nel nostro futuro.

 

Rosanna Spadini

 

 
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