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Dalla parte della vittima PDF Stampa E-mail

17 Maggio 2021

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 DICHIARAZIONE UFFICIALE DELL’AMBASCIATRICE DELLA PALESTINA IN ITALIA

Da Rassegna di Arianna del 15-5-2021 (N.d.d.)

Intristisce vedere diversi leader politici italiani mostrare la propria solidarietà a Israele senza spendere una parola sulle sue responsabilità per quello che sta accadendo in questi giorni in quell’area. Chiunque abbia letto i giornali nelle ultime settimane sa che la miccia è stata accesa dalla repressione israeliana durante le celebrazioni del Ramadan, dalla pulizia etnica che Tel Aviv porta avanti a Gerusalemme Est Occupata, e dal boicottaggio delle elezioni palestinesi, derivante dalla proibizione di far votare i cittadini di questa città, la legittima capitale dello Stato di Palestina, dove la violenza e le provocazioni delle forze di occupazione e dei coloni hanno raggiunto livelli mai visti, fino a profanare i luoghi sacri. Per non parlare del silenzio davanti alle continue violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale accertate ripetutamente dall’ONU, e dell’inerte indifferenza di fronte all’occupazione e alle sue conseguenze: l’espandersi delle colonie illegali, la demolizione delle case palestinesi, le detenzioni arbitrarie, le uccisioni ingiustificate, le condizioni di vita miserabili alle quali sono condannati i palestinesi, l’Apartheid, l’impossibilità di avere un proprio Stato. Insomma, ci saremmo aspettati di vedere questi leader in piazza per chiedere la fine dell’occupazione, non per sostenere un’occupazione illegale. Manca poi qualsiasi apprezzamento per lo sforzo della leadership palestinese di resistere a tutto questo in modo pacifico. I palestinesi uccisi dagli ultimi bombardamenti israeliani su Gaza sono ad oggi 83. 17 erano bambini e 7 donne. I feriti 487. Si tratta di un’aggressione militare che traumatizza ulteriormente una popolazione già bersagliata, fatta di 2 milioni di persone che vivono da 14 anni sotto assedio, separati dal resto del mondo e vulnerabili alla macchina da guerra della potenza occupante, senza la protezione internazionale di cui hanno disperato bisogno e che il diritto internazionale umanitario conferisce loro. Appare evidente come non possa esserci alcuna giustificazione per simili attacchi indiscriminati contro una popolazione civile; eppure, nemmeno questo, per molti, merita un commento. Resta il fatto che non ci sarà mai pace senza giustizia, e senza un deciso appoggio internazionale al popolo palestinese e alle sue legittime rivendicazioni. Se il sostegno internazionale non arriva, è comprensibile che un popolo oppresso provi ad esercitare il proprio diritto all’autodifesa. Ma la speranza è che questo aiuto arrivi. Per questo ringraziamo di cuore tutte le associazioni, i movimenti e le forze politiche italiane che, in controtendenza, hanno scelto di stare dalla parte giusta, mostrando a noi palestinesi, alle vittime anziché ai carnefici, una vicinanza davvero preziosa in un momento così drammatico.

Abeer Odeh

 
ImpossibilitÓ dei due Stati PDF Stampa E-mail

16 Maggio 2021

 Vediamo cosa significa, realisticamente e logicamente, volere la pace e due Stati.  O significa che lo Stato della Palestina possa armarsi, come ogni altro Stato, anche con l'aiuto di alleati, o significa che uno Stato, la Palestina, non sia mai sovrano, non possa armarsi come l'altro e debba subire l'invasione di quest'ultimo ogni volta che si arma.  In quest'ultimo caso si è colonialisti e suprematisti, perché si vogliono non due Stati, come si finge di volere, ma uno Stato e un semi-stato, un popolo per sempre sottomesso, condizionato e minorato.

D'altra parte, se si vogliono due Stati ugualmente sovrani e liberi di armarsi come i due popoli desiderano e sapranno fare, anche tramite alleati, allora si vuole qualcosa che Israele non potrà mai accettare. Significa che Israele debba lasciar nascere uno Stato al proprio confine, il quale si armi magari per cento anni e che poi sia capace di mettere in discussione l'esistenza dello Stato di Israele.

Si tratta di una formula irrealistica e insensata. Nessun israeliano può desiderarla, in uno dei significati, e nessun palestinese può desiderarla nell'altro. È il desiderio del teledipendente che vorrebbe continuare a vedere la televisione, senza che vengano trasmesse immagini di morte da Israele e dalla Palestina, perché preferisce vedere partite di pallone e magari è pure contento di assistere un giorno alla partita di pallone dei campionati mondiali Israele-Palestina, eventualmente con il desiderio che nel calcio la Palestina si prenda la sua rivincita. Due Stati non si avranno mai. Punto.  Qualche volta, anziché tifare, sarebbe bene ragionare.

Stefano D’Andrea

 
Tele Netanyahu PDF Stampa E-mail

15 Maggio 2021

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 Da Rassegna di Arianna del 13-5-2021 (N.d.d.)

Rispetto al conflitto israelo-palestinese la sfera politica e mediatica italiana dà risalto a un solo punto di vista: quello di Benjamin Netanyahu. La cronaca, i servizi, le dichiarazioni sui fatti di oggi ripudiano ogni contesto storico, qualsiasi bilanciamento, qualsiasi analisi sulle cause che determinano oppressione e resistenza, ingiustizia e lutti. A reti unificate, con la benedizione di Letta e il cedimento vassallo e gregario dei normalizzatori, va in onda il rovesciamento di una tradizione italiana che un tempo capiva le ragioni dei palestinesi perché capiva la complessità del Mediterraneo.

Andreotti almeno comprendeva il punto di vista di chi fosse «nato in un campo di concentramento e non avesse da cinquant’anni nessuna prospettiva da dare ai figli», e coniava diplomaticamente la parola "equivicinanza". Gli Andreotti di oggi scelgono invece di solidarizzare con il colono che ruba le case a chi ci sta da generazioni. La TV apparecchia soltanto le voci che gli danno ragione e si guardano bene da invitare noi e chi potrebbe riferire un'altra storia, cioè portare verità nel racconto.

Pino Cabras

 
Ennesima battaglia perduta PDF Stampa E-mail

14 Maggio 2021

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 “Il Mekong era piatto e senza drammi […] Si scivolava via lenti fra le due sponde che erano l’essenza di quella contraddizione che dentro di me avrei tanto voluto risolvere: a sinistra la sponda laotiana con i villaggi di capanne all’ombra delle palme di cocco, le barche a remi ormeggiate al fondo di semplici scale di bambù e, la sera, i bagliori teneri delle lucine a olio nel silenzio; a destra, la sponda thailandese: luci al neon, la musica degli altoparlanti e il rombare lontano dei motori. Da una parte il passato da cui tutti vogliono strappare i laotiani, dall’altra il futuro verso cui tutti credono di dover correre. Su quale sponda la felicità?”

Era il 1992 e Tiziano Terzani poteva ancora permettersi il lusso di questo dubbio. Oggi, trent’anni dopo, non c’è scelta: le città del futuro sono il presente, le città del futuro devono essere la felicità. A testimoniarlo, nel frattempo, è stata la demolizione della ‘Turtle House’ di Un indovino mi disse, soppiantata da qualcosa di diverso, qualcosa di più aderente alla modernità, poco conta cosa.  E perché rammaricarsi? È solo l’ennesimo luogo della memoria cancellato, solo una delle tante occasioni perse per stimolare la curiosità del viaggiatore, solo qualcosa che è stato, ma che con il tempo dimenticheremo. Infondo, gli interessi della società dell’avvenire guardano altrove e stanno proprio dentro a quei “grattacieli pieni di gente inscatolata” che, tanto ostili al Terzani, hanno preso il posto della sua casa.

‘É la modernità, bellezza!’… E va abbracciata senza riserve, anche quando genera paradossi grotteschi: pseudo ‘boschi verticali’ decorati con alberi posticci tra putrelle e vetrate; quartieri ‘isola’ posti nel bel mezzo di densissimi centri urbani già privati dei loro parchi storici; progetti di padiglioni che evocano primule mentre celebrano il trionfo del plexiglass colorato. Le nuove forme omologate ed uniformanti delle città.Tutti tentativi di fuorviare il cittadino, di fargli credere nel ritorno della natura dentro le città, quando, invece, non si offre lui nulla di più distante da un terreno naturale, inalterato, spoglio, semplice. Un recente esempio di questa visione della città viene messo in scena dall’esposizione allestita presso il Museo d’Arte Orientale di Torino con il titolo “China Goes Urban. La nuova epoca delle città”. La mostra muove dal tema dell’esodo della popolazione cinese dalle aree rurali verso quelle urbane, con il conseguente impoverimento delle prime per congestionare le seconde. Questo fenomeno è noto e comune a quasi tutti gli angoli del mondo, ma, ciò che la realtà cinese mette in luce oggi è qualcosa di diverso: se un tempo la storia registrava migrazioni cicliche dei popoli, il modello qui prospettato è quello di un allargamento della città stessa, la quale, con la sua capacità espansiva, invade non più soltanto le periferie, ma anche i villaggi e tutti gli spazi circostanti. Si ravvisa un’estensione illimitata di siti urbani con caratteristiche standardizzate in grado di erodere la diversità dei paesaggi naturali, di inglobarli dentro di sé, senza soluzione di continuità. Il risultato è: omogeneità. In un tale contesto metropolitano l’uomo non può più essere protagonista: il gusto personale è azzerato e la creatività è bandita, tanto negli spazi esterni quanto in quelli interni. Ciò che un tempo rappresentava la dimora – il focolare – diviene oggi un’impersonale ‘unità abitativa’ improntata a fredde logiche di efficienza… Un alloggio smart, si usa dire. Non a caso gli appartamenti moderni sono ormai dominati dal medesimo stile, da arredi tutti identici: vale per i mobili – così come per gli abiti – la logica del prodotto di massa, distinguibile a fatica solo grazie ad una marchetta stampigliata da una catena industriale di bassa qualità (destinazione, per molti, delle domeniche pomeriggio!). L’obiettivo è: uniformità. Omologazione nel vestire, nel mangiare, nell’abitare e, soprattutto, nel pensare acriticamente. A detta finalità la Cina è pervenuta – insieme con il Giappone – prima di altri, riuscendo in tempi record a radere al suolo le immense diversità che caratterizzavano il suo territorio sconfinato e la sua cultura senza tempo. Valori, questi, che non trovano spazio nelle New Town cinesi come Tongzhou, Zhaoquing, Zhengdong e Lanzhou. Esse rispecchiano l’immagine della funzionalità: strade ampie e lineari, zone quadrate e regolari, vegetazione ordinata ad armonizzare superfici senz’anima; non vi è spazio per la confusione, per l’errore umano, né per l’arte che si cela dietro ad un ‘suq’ marocchino o ad un bagno rituale indiano. La condanna ad una vita alienante assume questa forma!

A ben vedere, però, la città del futuro è nel presente già da tempo. Da ormai molti anni non si distinguono più le architetture delle diverse nazioni. L’edilizia moderna non muta più con il mutare dei continenti poiché i caratteri peculiari delle varie culture hanno smesso del tutto di accompagnare i progetti urbanistici.  Le nuove forme omologate ed uniformanti delle città. Nessuno, al giorno d’oggi, si sorprenderebbe più di tanto del fatto che una fotografia di Manila possa assomigliare ad uno scatto di Toronto. Le città acquisiscono tutte gli stessi connotati globali, i medesimi standard, e perdono, al contempo, quelle differenze stilistiche ed antropologiche che ne testimoniavano la storia, il passaggio delle epoche.

A cogliere lucidamente questa deriva, ancora una volta, è stato l’acume di Pier Paolo Pasolini, il quale, nel 1974, si ostinava a celebrare la forma perfetta e assoluta della città laziale di Orte. Pasolini insisteva sull’importanza della città intesa come forma, intesa come costruzione compatibile con la natura circostante. Sovente, la demolizione di un monumento, di un prezioso simbolo, di un sito UNESCO scatena un’indignazione immediata e la resistenza dei più. Diversamente, chi si batterebbe per la difesa di una strada d’epoca? O di un selciato sconnesso? Ma proprio quelle banali porzioni di città rappresentavano, per Pasolini, la storia di un luogo, la testimonianza di un passato popolare da tutelare “con lo stesso accanimento con cui si difende l’opera d’autore”.  Curioso poi, che lo stesso Pasolini, si soffermi a descrivere l’architettura fascista di Sabaudia. Paradossalmente, egli notava come dietro alla forma delle città littorie fosse rimasto intatto quello stile di vita ‘a misura d’uomo’ tipico della società italiana. L’autoritarismo del Regime, infatti, non era riuscito a distruggere minimamente quelle che egli definiva “le varie realtà particolari”. Vestendo i panni di Cassandra, Pasolini lanciava, infine, un monito: a distruggere ciò che era sopravvissuto al fascismo sarebbe stato il Regime democratico ed appiattito dei consumi. La profezia si è drammaticamente avverata: quello che alcune Dittature avevano lasciato intatto, anche a costo di mantenere un Paese nell’arretratezza, è stato facilmente estirpato dalla modernità, dalle tecnologie, da quei “totalitarismi morbidi” che hanno pianificato, progettato e realizzato le città del futuro.

Ecco perché, in realtà, ciò che avremmo dovuto contrastare era l’omologazione dominante e capace di eliminare alla radice “i vari modi di essere uomini”. E allora, di questa ennesima battaglia perduta, rimarrà solo la delusione di alcuni, di coloro che apprezzavano passeggiare fra le storie, degli amanti di città che profumavano di passato. A detta degli altri, pare che ne valga la pena…Quanto è amara la sconfitta, soprattutto quando ad essere sacrificata è la disperata necessità di rimanere umani!

Ivana Suerra

 
Per un filo-umanismo non retrogrado PDF Stampa E-mail

13 Maggio 2021

Sulla rassegna stampa di Arianna l'articolo dal titolo "La battaglia delle idee è troppo importante per lasciarla a Fedez" è ben scritto e fa riflettere, tuttavia secondo me vi sono alcune ambiguità e vizi di fondo che vorrei esaminare.

Quando si dice che il progressismo, storicamente, vince sempre contro il conservatorismo e la conservazione è vero: lo ammise lo stesso Metternich nella Restaurazione, allorché disse pressappoco "le idee non possono essere chiuse da muri, li scalvalcheranno sempre, prima o poi". D'accordissimo sul fatto che il progressismo nelle mani e nelle idee di una certa "sinistra" diventa laboratorio di nichilismo, d'accordo pure riguardo al ragionamento su una "destra" che deve smettere di essere passiva, in primis nel campo della cultura -la Sinistra qua sfruttando il pensiero gramsciano l’ha battuta da decenni, ma la Destra stessa è tutt’altro che esente da colpe. Insomma posso dire che la diagnosi è indovinata. Non sono d'accordo sulla cura. Quando si tirano in ballo Nietzsche e Heidegger e si dice che la "Destra" deve "cavalcare la tigre" (presumo della postmodernità e dei cambiamenti tecnologici e sociali) basandosi sul "superomismo", io non sono per niente d'accordo. E cercherò di essere chiaro: questo atteggiamento non va bene né per la Destra né per tutte le aree della opposizione radicale, un'area nella quale vi è un poco di tutto politicamente e culturalmente parlando. Non bisogna "cavalcare la tigre" cercando contemporaneamente di scavalcare e superare la "Sinistra" (o meglio quel coacervo orrendo e ibridamente mostruoso in cui si è trasformata). A fare un’operazione simile si corrono due rischi: o si diventa una brutta copia della Sinistra e noi sappiamo che le persone di fronte all'originale e alle imitazioni scelgono la prima, oppure si diventa ancor più nichilisti della Sinistra. Circa dodici, tredici anni fa ricordo che vi era l'ossessione della "sicurezza" e della "caccia al migrante" e diversi sindaci di Sinistra imitarono i loro colleghi leghisti provando a scavalcarli. Ne seguirono ordinanze ancor più illiberali, repressive e grottesche. E non guadagnarono il minimo consenso, solo una pioggia di critiche.

Inseguire la Sinistra proponendo alternative "di Destra" o comunque originali sui temi del progressismo e delle nuove tecnologie coi cambiamenti esponenziali economici, culturali e sociali che ne conseguono significa perdere in partenza: la Sinistra è ontologicamente legata al progressismo, su questi temi "gioca in casa" come si direbbe nel gergo calcistico-sportivo. Giocando in casa, dunque, ha vita facile nel manipolare la narrazione e farci credere come i "diritti", i cambiamenti della società, le nuove tecnologie e tutto ciò che ne consegue siano argomenti, temi ed elementi solo di Sinistra, quando invece tutto ciò è falso.

"In gioco vi è il futuro di una nuova visione di umanità" scrive giustamente Antonio Terrenzio. Ebbene, se questa è la posta in gioco, si deve difendere l'Uomo e l'Umanità, due concetti che non sono né di Destra né di Sinistra, così come né di Destra e né di Sinistra è il rapporto tra l'Uomo e la Tecnologia e la Tecnica. Che fare, allora? Quesito a cui non è così difficile rispondere: la famosa "rivoluzione copernicana " di cui si parla nel suddetto articolo non dovrebbe farla solo la Destra ma tutti quanti noi oppositori radicali. Tale rivoluzione copernicana consiste prima di tutto nel buttare alle ortiche il concetto di "Destra e Sinistra", una dicotomia nata durante la Rivoluzione Francese e ormai stracotta e stravecchia di quasi 230 anni. Manco si dovrebbero più usare tali termini stracotti e strabolliti. Da sostituire con " progressisti transumanisti" (Sinistra) e " filoumanisti" (tutti gli altri oppositori radicali, non solo la Destra). Ho scritto i primi due termini frullati in testa, ovviamente potremmo rivederli, correggerli se non addirittura cambiarli.

E così facendo si giungerebbe ovviamente col tempo a cambiare il registro della narrazione dominante e girarlo a nostro vantaggio.

Chi è il filoumanista, che si contrappone al progressista radicale transumanista?  Il filoumanista non è un luddista, non è un retrogrado, un troglodita. Egli sa che le tecnologie e il loro sviluppo sono una cosa dalla quale non si torna indietro. E tuttavia il filoumanista sa che la tecnologia e le scienze tecnologicamente applicate vanno bene solo se sottomesse al dominio dell'Uomo, solo se l'Uomo ne mantiene il controllo e le piega e le sfrutta per migliorare la sua vita, per impattare il meno possibile nell' ambiente in cui vive, per liberarsi dal bisogno e perché nessuno debba restare indietro. MA per fare ciò servirebbero una serie di valori prepolitici, preideologici, prereligiosi (che non sono di Destra o Sinistra). È' l'Uomo che deve dominare e piegare la Tecnica, non viceversa. Ne conseguirebbe una narrazione in cui il transumanesimo porterebbe il mondo, pericolosamente, alla dialettica del servo-signore hegeliana, una lotta mortale e distruttiva in cui alla fine non vince nessuno ed entrambi perdono. Il filoumanista sa anche, ad esempio, parlando di argomenti spinosi quali omofobia, LGBT e simili, che se la famiglia tradizionale è quella basata su marito-moglie-figli, la società è tanto cambiata (e indietro non è possibile ritornare) che bisogna comunque sdoganare, accettare, tollerare e difendere forme di sessualità diverse. Ma attenzione, proteggere, difendere e tollerare, sdoganare e accettare non significa che tali minoranze debbano fare il bello e il cattivo tempo e imporsi sulla maggioranza. Non vuol dire far passare leggi che puniscono i reati d' opinione. Leggi che sanzionano con aggravanti le discriminazioni (anche sessuali) esistono già. Bisognerebbe dunque applicarle con la massima energia. Poi il progressista radicale andrebbe combattuto anche scippandogli il monopolio sui temi ambientali. Si devono promuovere paradigmi quali "produrre meno, consumare meno" pur cercando di salvaguardare la qualità della vita (e dell'Ecosfera che ci circonda). Serve promuovere una vera coscienza verde, ecologica, ambientale.

Servirebbero tante cose. Ma prima di tutto una rivoluzione copernicana e il superamento degli schemi Destra-Sinistra che ancora inceppano tutto. Sì, quella delle idee è una battaglia troppo importante per essere lasciata a Fedez ma anche per tenerla ingabbiata in schemi angusti, vecchi, obsoleti, superati.

Simone Torresani

 
Una legge liberticida PDF Stampa E-mail

12 Maggio 2021

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 Da Rassegna di Arianna del 10-5-2021 (N.d.d.)

Parliamo della legge Zan e non dei suoi testimonial; quella legge che è una mina sul percorso del governo presentata proprio da coloro che accusano l’altro versante di creare strappi e rotture nella maggioranza. Riassumo la critica sul piano dei principi.

Per prima cosa queste leggi speciali in favore di minoranze uccidono il fondamento delle leggi: l’universalità delle norme. La legge, lo dicono anche i muri dei tribunali, è uguale per tutti; non può fare discriminazioni, non si adatta a tempi e gruppi di pressione. Se compio una violenza, un’offesa o un sopruso devo pagare indipendentemente da chi sia io o la vittima. Poi sarà il giudice ad accertare eventuali aggravanti e attenuanti nel caso specifico o trattandosi di minori, vecchi o disabili, categorie oggettivamente fragili. La seconda cosa, forse più grave della prima, è che la realtà, la natura e la civiltà cedono il passo alla soggettività volubile. Non c’è un criterio oggettivo come la natura, l’evidenza della realtà, la scienza o la civiltà e le sue tradizioni per stabilire le identità e le differenze sessuali; ma sono io, il sovrano assoluto a decidere chi sono e chi voglio essere, a che genere voglio appartenere. È la fine della civiltà e dei suoi fondamenti, comunitari e naturali. È lo spirito del ’68 che, appassito, si fa legge. Dopo aver negato i doveri per il primato assoluto dei diritti, si riducono i diritti a desideri soggettivi e mutanti.

Ne discende, terzo effetto, che si delegittima la famiglia dopo averla declassata a unione tra le altre. Dico la famiglia di sempre, in cui nascono i figli, naturale prima che tradizionale, civile prima che cristiana, presente in ogni società. Viene trattata come un residuo tossico di epoche pregresse, un avanzo putrefatto di società primitive e reazionarie, un ingombro di cui liberarsi. La tutela prevista per la famiglia – anche dalla nostra Costituzione – ritenuta la struttura naturale e culturale su cui si fonda e si perpetua una società, slitta a favore delle unioni d’altro tipo e le loro conseguenze (adozioni, mutazioni genetiche, maternità surrogate, uteri in affitto, ecc.). Infine, la legge Zan, colpendo reati già previsti dal nostro ordinamento giuridico, tra violenze, denigrazioni e abusi, ha solo una ragion d’essere, di tipo psicologico, correttivo e vessatorio: esercita intimidazione psico-sociale su chi ha idee, opinioni, consuetudini difformi rispetto al Nuovo Canone Corretto. E lascia un’inquietante zona grigia, soggetta alle pressioni minatorie e alle interpretazioni giudiziarie, più o meno ideologiche, tra l’odio o il disprezzo verso omo e trans e la libera critica a comportamenti, modelli, egemonie, ideologie, lobbies. Nasce la legge del Sospetto che colpisce i non-conformi, favorisce la delazione, come nei regimi giacobini e dispotici. E dà un ombrello alla denigrazione inversa verso i non conformi (ne ho avuto recente, personale esperienza, diffamato da un sito gay per un articolo di cui non ero autore).

Se dici che la legge affronta casi di violenza che sono poche decine all’anno, peraltro punibili a norma di leggi già vigenti, allora ti rispondono che il problema non sono i reati ma una mentalità diffusa; allora si conferma che la legge vuol colpire una mentalità, un’opinione, non i singoli fatti accaduti. Legge liberticida.

Infine una postilla politica. Un governo di unità nazionale, con un premier super partes, dovrebbe cercare una mediazione tra la legge Zan e quelle che si propongono dal versante opposto. Con la precisa clausola che se non si trova un punto di convergenza non si fa una legge divisiva in piena emergenza, con un governo istituzionale. Pensate che succederà?

Marcello Veneziani

 
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