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Capitalismo Zelig PDF Stampa E-mail

30 Luglio 2016

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Da Rassegna di Arianna del 27-7-2016 (N.d.d.)

 

 “Ho dodici anni. Vado alla sinagoga. Chiedo al rabbino qual è il significato della vita. Lui mi dice qual è il significato della vita. Ma me lo dice in ebraico. Io non lo capisco, l’ebraico. Lui chiede 600 dollari per darmi lezioni di ebraico”. Questa è forse il passaggio più significativo del film di Woody Allen Zelig. Il protagonista, Leonard Zelig, che in lingua yiddish significa benedetto, soffre di un’ignota malattia che induce profonde trasformazioni psicosomatiche dinanzi ai suoi interlocutori. In pratica, Leonard si trasforma nella persona che ha di fronte, assumendone la personalità e l’aspetto. L’autentico Zelig del nostro tempo è il liberal capitalismo, e con il raffinato umorismo intriso di intelligenza degli ebrei colti, Woody Allen ne ha forse centrato l’essenza in quella frase messa in bocca al suo personaggio, sin da bambino consapevole che il senso della vita, se ne esiste uno, ha una tariffa precisa. Non vi è fenomeno della contemporaneità che non confermi tale convinzione. Il successo più clamoroso fu l’aver ricondotto le convulsioni del 1968 ad una trasformazione interna a se stesso: un nuovo capitalismo libertario, antiborghese e globalista. Lo stesso crollo del comunismo ha tra le cause il desiderio di consumo e di libertà negativa (libertà “da”) delle masse ex socialiste dell’Europa Orientale, cui il capitalismo ha offerto il proprio modello di centro commerciale onnipervasivo, caos organizzato, disordine finalizzato alla rapida realizzazione dei desideri e dei capricci. George Orwell ne intuì il carattere nel personaggio di Mary in 1984, l’amante del protagonista che odia il “Partito” perché vuole vivere i propri istinti e “consumare”, felice quando trova trucchi e rossetti, vero caffè e vero zucchero, tutte cose che desidera condividere con Winston. Negli ultimi anni, una ulteriore forma delle straordinarie capacità adattive del sistema è quello della cosiddetta “sharing economy”, ossia del consumo collaborativo. Il termine definisce un modello economico fondato su pratiche di scambio e condivisione di beni, servizi o conoscenze. Nulla di più lontano, in apparenza, dal modello societale dello scambio “economico” di mercato. Con un colpo di reni dinanzi al quale si resta ammirati pur nella radicale opposizione, il capitalismo non solo si è appropriato di un meccanismo che avrebbe dovuto essere il contrario del mercato, ma lo sta rendendo una lucrosa espressione della “new economy”. In realtà, non vi è alcunché di nuovo: da che mondo è mondo l’uomo baratta o condivide ciò che possiede o sa fare. Una massaia ha dimenticato di comprare le uova per una torta: le chiede alla vicina, cui offre una o più fette di quella torta. Io conosco le lingue, e posso tradurre un libro o una conversazione a beneficio di qualcuno che dispone di un appartamento in montagna in cui trascorrerò le ferie. La disponibilità di un autoveicolo mi permette di aiutare un vicino non motorizzato a fare la spesa al supermercato preferito. Voglio disfarmi di vecchi dischi di vinile: un collezionista sarà felice di ritirarli, ed in cambio, ad esempio, potrà trascorrere qualche ora con una parente che non posso lasciare sola (banca del tempo). Sono solo alcune delle possibilità, infinite davvero, di un’economia collaborativa, non legata esclusivamente al denaro misura di tutte le cose: baratto, prestito senza interesse, donazione, scambio, noleggio, autoproduzione, commercio “vernacolare”, nel senso di condotto fuori dalla logica del profitto economico monetario.

 

Si tratta della concretizzazione delle idee di pensatori come Ivan Illich o Castoriadis, l’idea di convivialità, di rapporti estranei alla ragione economica, fondati sulla prossimità e sul senso di appartenenza comunitaria. Nel consumo collaborativo si può altresì apprezzare la distinzione proposta da intellettuali come Maurizio Pallante o lo stesso Serge Latouche tra beni e merci, gli uni essendo ciò che è utile alla nostra vita, le altre solo “cose” fungibili. Potremmo anche ricorrere all’idea di beni comuni, o rilevare l’importanza del riutilizzo e del riciclo, dunque di un sistema a bassa entropia, secondo le acquisizioni della bioeconomia da Georgescu Roegen in poi, o addirittura declinare in chiave economica/ecologica il concetto di strutture dissipative di Ilya Prigogine (sistemi termodinamici aperti tendenti a diminuire la propria entropia). Ma, fuori dalle complicazioni intellettualistiche o teoriche, un’economia collaborativa sembra, ed è, una buona soluzione per attutire l’impatto devastante della mercificazione di stampo liberista e capitalista e riportare l’uomo, la persona, la sua rete di rapporti, capacità, saperi, disponibilità al centro della vita pubblica. Questo nelle premesse e nelle aspettative di chi ne ha disegnato i contorni. Quanto ai fatti, le cose stanno ben diversamente, e rimandano al concetto di eterogenesi dei fini descritto da Giovanni Battista Vico, cioè lo sviluppo di qualcosa in una direzione diversa, opposta a quella per cui era nato. Il capitalismo sa volgere tutto in tornaconto, denaro, merce: reifica, ovvero fa diventare tutto “cosa”, attribuendogli un prezzo in denaro, spingendo verso il basso persino i più nobili ideali, sovrastrutture al servizio dell’unica struttura che riconosce, la ragione strumentale ed economica. Siamo ben oltre il feticismo delle merci; Marx aveva la vista lunga, ma era pur sempre un uomo dell’Ottocento. Voltaire inventò il personaggio di Pangloss, il precettore di Candido, il cui compito era dimostrare che viviamo nel migliore dei mondi possibili; da almeno un quarto di secolo, siamo oltre. Il mondo del capitalismo totale è “l’unico”, il definitivo, e sa trarre a sé anche ciò che sembra contrastarne la marcia trionfale.

 

Il caso di cui parliamo è paradigmatico. Intanto, abbiamo la nostra definizione in anglo-tecno lingua, sharing economy, ed è il primo passo per abbindolare i gonzi. Il secondo è ancora migliore: sharing economy, secondo il mainstream economico liberale, è “un modo nuovo di scambiare beni e servizi”. Come è evidente, lo scambio è antico quanto l’uomo, e il termine collaborativo, partecipativo che è il significato di “sharing” è la realtà concreta di tutte le comunità umane di ogni tempo. Nuovo è l’apparato informatico che lo sostiene. Si tratta di organizzare una “piattaforma”, cioè mettere in piedi software in cui inserire e sviluppare “applicazioni” che consentono di mettere a contatto la domanda e l’offerta di qualcosa, di qualunque cosa, e gestirne da remoto il funzionamento. Prima stazione della Via Crucis: costituire una piattaforma sufficientemente articolata non è da tutti, ovviamente, ma soprattutto richiede investimenti e competenze. Si può definire esternalità di rete, ma la condivisione è iniziale e teorica: immaginiamo di voler organizzare un servizio di condivisione di brani musicali, come il famosissimo Spotyfy. Difficilmente potremo superare lo sbarramento del famoso gigante del servizio di “streaming” musicale, che lavora su milioni di brani offerti. Ecco che ritorna dalla finestra il monopolio che l’economia della condivisione intendeva far uscire dalla porta; i gestori di piattaforma non hanno certo interesse a “condividere”, ma a tessere la ragnatela del monopolio, o dell’oligopolio anche nel nuovo ambito. L’idea forza della sharing economy è quella di abbattere l’intermediazione, ponendo a contatto diretto produttori, consumatori e scambiatori di beni o servizi. Basta una comune connessione Internet, ed il gioco è fatto. Il punto è che chi gestisce la piattaforma è lui stesso un intermediario, e pretende per sé una percentuale. Il sistema Uber, che in Italia ed altrove ha scatenato la giusta reazione dei tassisti, ad esempio, trattiene per sé il 20 per cento di ogni transazione. Doppio effetto negativo: la diminuzione dei costi avvantaggia solo apparentemente il consumatore, poiché, in prospettiva macroeconomica si genera una concorrenza al ribasso che rende chi offre lavoro sempre più povero, e si concentrano in pochissime mani quegli stessi costi di intermediazione di cui si pretende l’abbattimento. Nel caso di Uber, inoltre, la concorrenza nuoce allo stesso consumatore, giacché si disperdono le garanzie di un servizio su cui vigila il potere pubblico, a cominciare dal sistema assicurativo e dalla qualità generale. Chi offre la propria automobile, non di rado, è un disoccupato o un sottooccupato che si accontenta di integrare un magro reddito, alimentando la guerra tra poveri su cui prospera il sistema capitalistico. Quanto a Spotyfy, ha comunicato che venderà informazioni degli e sugli utenti agli inserzionisti. Il sistema di controllo informatico panottico guadagnerà una volta di più su di noi, utilizzando informazioni fornite spontaneamente. Tombola, anzi Bingo, per gli amerikani di casa nostra! Mentre vendono i fatti nostri agli inserzionisti, definizione assai generica, dietro la quale potrebbero celarsi forme di delazione politica o centrali di ricatto, i promotori delle piattaforme scaricano rischi e costi sui fornitori dei servizi. Pensiamo a chi offre case in affitto, come Airbnb, o la più vecchia Homelink, che consente scambi di casa, specie per vacanze e brevi periodi. I contenziosi, le conflittualità, gli inevitabili contrasti tra le parti riguardano chi si è affidato al gestore. La percentuale della mediazione o del servizio tecnologico reso assomiglia sinistramente al pizzo mafioso, o ad una forma nuova di signoraggio. Ghino di Tacco, nella Radicofani medioevale, rispondeva alla medesima logica, pretendendo una somma, o passando a fil di spada chi transitava dalle sue parti, lungo la Via Cassia, sull’alto colle a dominio delle terre senesi in vista della Tuscia. Quanto all’aspetto fiscale della faccenda, è chiaro il carattere di evasione tributaria di molte delle transazioni che passano attraverso le piattaforme. Ad essere precisi, si tratta soprattutto di un ambito in cui il potere pubblico è in ritardo, e nelle fenditure offerte da normative che non tengono il passo del mondo che cambia pelle attraverso l’impianto della tecnologia informatica, i profitti sono immensi, e non vanno certo agli inserzionisti. Pensiamo ad esempio a Vayable, una specie di repertorio di guide turistiche di varia natura, o a Friend of Friend Travel, che propone “amici” in ogni angolo del globo, che potranno offrire ospitalità, organizzare pranzi, custodire bagagli o altro. Tutto bellissimo, basato sulla fiducia, ispirata dal “marchio-piattaforma, ma non privo di pericoli e di autentiche illegalità. Ci sono piattaforme per preventivi relativi a lavori o progetti, competenze personali: Voulez vous diner offre cuochi e gourmet, al prezzo di dieci euro a commensale, Waze è un’applicazione GPS attraverso cui si scambiano informazioni su strade e traffico. Di recente, è stato acquistato da Google, e questo già dice tutto sulla falsa bandiera della condivisione.

 

Molto profittevole sembra il futuro del “carpooling” e del “carsharing”, che permetteranno di noleggiare automobili o moto, abbattendo i costi di assicurazione, meccanica e le tasse automobilistiche. Si ha certezza che le case automobilistiche stanno riflettendo se entrare con tutta la loro forza in questo mercato, che costituirebbe una rivoluzione enorme, con ricadute sull’intera filiera economica legata al mondo dell’auto. Capiamo quindi che l’economia collaborativa, della condivisione o comunque la si chiami ha una maschera virginale ed accattivante ed un volto sinistro di rivoluzione non certo a favore dei consumatori, ma anche di artigiani, piccoli e medi imprenditori, e, innanzitutto, si pone l’obiettivo di scardinare qualsiasi superstite regola tributaria o sociale. Navigando in rete, un sito nella nostra lingua enfatizza i vantaggi della sharing economy, descrivendola come un eldorado del consumatore, un provvidenziale meccanismo che travolge regole rigide poiché “ogni irreggimentazione è da scardinare”. Liberismo tossico in pillole ad uso degli sciocchi, sempre disposti ad abboccare l’amo dei grandi pescatori globali, che possiedono, controllano, orientano le reti e, ahimè, sempre più, le menti. Una conseguenza tra le tante è lo sviluppo di un mercato in cui tutti comunicano con tutti, ma attraverso un mediatore occhiuto, aggressivo ed invisibile, il Mercato Zelig nella forma reticolare, sottratto ai radar, sempre meno vigili delle istituzioni elettive, cui spetterebbe assicurare il bene comune.

 

Gli osservatori più entusiasti parlano di economia 4.0, sottolineando che le reti digitali organizzate in piattaforme diventeranno la forma prevalente dei mercati del futuro. È proprio così, e per questo vanno individuati i rischi che corrono utenti e consumatori in un quadro di vuoto legislativo e di apparente risparmio per la disintermediazione che, in realtà, concentra il profitto su un unico soggetto, il gestore di piattaforme, figura che tenderà ad essere un semplice terminale delle grande entità multinazionali, a loro volta emanazioni del potere finanziario. Questo per quanto riguarda pericoli e criticità del nuovo paradigma economico che cresce. Dall’altro lato, tuttavia, resta il grande elemento positivo che dobbiamo riconoscere ed utilizzare. ll consumo collaborativo ha diversi punti importanti: stravolge infatti il consumismo classico e restituisce valore alla condivisione comunitaria, intacca il principio secondo cui il nuovo – nelle idee, nelle merci, nei comportamenti – è sempre meglio del vecchio e respinge la convinzione che l’unico mezzo di scambio sia il denaro, misura di tutte le cose e desiderio esso stesso. Attraverso forme varie di convivialità comunitaria, io posso cedere ciò che non mi serve o non mi interessa più, rimandando il suo destino di rifiuto; sono in grado di annodare rapporti personali nuovi, di tipo non esclusivamente strumentale; riscopro il piacere di dare, offrire, perfino donare sapendo che dall’altra parte si svilupperà il medesimo senso di reciprocità; scopro forme “vernacolari” nuove di scambio, giacché qualche ora del mio tempo, un servizio alla persona altrui, un baratto nel quale non si misura dare e avere con il bilancio dell’orafo mi proiettano in una dimensione nuova, nella quale un giusto tornaconto non è l’unico elemento, spesso neppure il più importante. Senza scomodare antichi comportamenti scoperti dagli antropologi culturali come il “poltlach” (dono, controdono, obbligo morale di accettazione e restituzione), si può uscire dall’irrespirabile dimensione del calcolo, magari apprezzando sino in fondo l’aforisma di Oscar Wilde secondo cui dove tutto ha un prezzo, niente ha valore. È forse il recupero dell’idea di “valore” la cifra essenziale della “sharing economy”, a patto, naturalmente, di sganciarla dalla strumentalità individuale. Nell’economia collaborativa, si pone l’accento sulla categoria di “peer-to-peer”. In informatica, si tratta di una rete locale in cui ognuno dei computer collegati ha al pari di tutti gli altri accesso alle risorse comuni, senza che vi sia un’unità di controllo dedicata come server, o di un software che permette di scambiarsi file fra utenti collegati a Internet. Il significato iniziale è da pari a pari. Non c’è dubbio che le grandi piattaforme siano la negazione di ciò che affermano: non vi può essere parità tra chi intende realizzare grandi profitti dal proprio ruolo centrale ed è in grado di controllare accessi, utenti, dettare regole, accettare od escludere. Tuttavia, in una dimensione comunitaria, il recupero di questa orizzontalità ha un significato alto, che può reinventare, o almeno superare il consumismo compulsivo ed insensato che ci è imposto, ripristinando spazi di riflessione, giudizio, discussione intorno a ciò che dà senso alla vita, lontani dal tariffario del rabbino di Leonard Zelig. Si pone preliminarmente una questione basica: la nostra è la civiltà delle reti, all’interno della quale la prima decisiva distinzione è tra chi può accedere e chi è escluso da questa possibilità. Dunque, tra mille finti diritti futili o negativi, sorge un diritto nuovo, ma di grande rilevo, accedere alle reti non come atto di consumo o come misera autocertificazione di essere al mondo, ma come modalità privilegiata per intrattenere rapporti che escano dal virtuale, dal falso, dallo strumentale. Ecco perché va incoraggiata la nascita di molte piattaforme, anche piccole e locali, che creino circuiti di conoscenza diretta, stili di vita collaborativi, insieme con la ridistribuzione di cose, servizi e risorse. Un esempio è Swaptree (albero di scambio), un sistema che non è nato per beneficienza, ma per guadagno, il quale consente di barattare senza uso di denaro beni, servizi, conoscenze, tempo. […] Infine, quello è l’obiettivo iniziale di una visione della vita collaborativa, in cui gli individui divengono persone e ricominciano a contare. Anche lo strumento informatico, non più “impianto” del potere, ma meccanismo per vivere in modo più completo ed umano, può essere qualcosa di cui si può dire, come nella sentenza di uno che il mondo lo ha cambiato sul serio, il figlio del falegname di Nazaret, che il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato. […] Riconoscere il pericolo è la prima condizione per evitarlo, ma il liberal capitalismo, il grande Zelig, fa diventare ciascuno di noi imitatori desideranti. È un imbroglio, uno in più.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Il patriarca della geopolitica PDF Stampa E-mail

29 Luglio 2016

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Da Rassegna di Arianna del 27-7-2016 (N.d.d.)

 

In sintesi: staccare la Russia dalla Cina, metterle l'una contro l'altra. E convincere quella delle due che ci starà a diventare un partner privilegiato degli USA. Facile a dirsi, ma difficile da farsi. Eppure bisogna farlo, altrimenti l'alternativa che si para davanti agli Stati Uniti sarà secca e inevitabile: o perdere il proprio ruolo dominante nel mondo, o andare incontro a un "mutuo suicidio assicurato", cioè allo scontro strategico (nucleare e di altro tipo) con uno dei due antagonisti, o con entrambi. Vecchio ma mai domo, Zbignew Brzezinski affronta di petto la situazione "catastrofica" in cui si trovano gli Stati Uniti d'America in un articolo che - come altri della sua carriera - è destinato a lunga fama. Pubblicato su "The American Interest", il saggio ha tutta l'aria di essere un consiglio per la signora Hillary Clinton, presidente americana prossima ventura. Ed è, come il solito, una brillante rassegna di crude verità, accompagnate da una totale improntitudine verso il resto del mondo.

 

Il "polacco" rimane convinto che l'America può fare quello che vuole, basta che decida. Certo, la situazione non è brillante: il problema è quello di individuare la giusta direzione. Ed essa si chiama "Verso un riallineamento globale"("Toward a Global Realignment"). Il titolo non lascia equivoci: riallineamento del mondo dietro gli Stati Uniti, che si potrà fare ponendo fine alla stagione del "Risveglio politico globale" ("Global Political Awakening"). Brzezinski cita il "se stesso" del 2008, che pubblicò sul New York Timesun un articolo altrettanto epocale, il cui scopo evidente era di "dare la linea" al presidente Barack Obama (NYT 2008, 12,16). Il quale la fece propria, con gli effetti davvero catastrofici che ora il mondo intero, insieme all'America, sta sperimentando. Il trucco che Brzezinski propose a Obama non era poi molto diverso da quello che egli propose di usare contro l'Unione Sovietica dei tempi dell'invasione dell'Afghanistan. L'America cominciava a barcollare? Il nemico diventava arrogante? Ebbene: diamogli il suo bel Vietnam e vediamo come se la cava. Per fare l'operazione era stato necessario inventare Al Qa'ida e scatenare i fondamentalisti islamici allevati dall'Arabia Saudita. Funzionò alla perfezione. E funzionò perfettamente anche con l'11 settembre 2001, quando gli ex mujaheddin si trasformarono in comodi strumenti di copertura del "Colpo di Stato mondiale" che i neocon organizzarono per cementare l'intero Occidente attorno alla guida americana. Serviva a distrarre l'attenzione del mondo intero dal fatto - sempre più evidente - che la crisi non derivava dal nemico rosso (che ormai non c'era più), ed era tutta interna al meccanismo del cosiddetto Mercato occidentale. E dunque occorreva, al contempo, creare un altro "nemico mortale", l'"Islam". Seguirono l'Afghanistan, l'Iraq, (più tardi la Libia, la Siria). Fu quello il "riallineamento" dell'epoca. Ma durò solo sette anni. Dopo i quali arrivò il crollo di Lehman Brothers, la crisi dei subprime, il fallimento di Wall Street e dell'immensa montagna di derivati di carta che l'America aveva disseminato in tutte le direzioni.

 

Con il "Global Political Awakening", Brzezinski (e il suo allievo Obama) prepararono un altro bel Vietnam: questa volta all'Europa (e, di nuovo, alla Russia). Questa volta furono le "rivoluzioni colorate", dovunque possibile; furono le "primavere arabe"; furono i colpi di Stato insufflati (incluso quello di Kiev del 2014, fino a quello di Ankara del 2016); fu (ed è) il terrorismo diffuso, capillare, organizzato (con l'apporto dei servizi segreti, a loro volta tutti controllati da quelli americani e dal Mossad, sempre in prima linea) e più o meno spontaneo; furono (e sono) le migrazioni di massa che si sono riversate sull'Europa, e che saranno intensificate; furono le massicce campagne di manipolazione dell'opinione pubblica, attraverso diffusione di notizie false; fu l'uso massiccio dei "metadata" accompagnato e integrato da quello dei social network, tutti monopolisticamente in mano agli Stati Uniti. Il "Global Political Awakening" fu, in sostanza, l'applicazione della teoria del Caos. Applicazione dedicata all'Europa. Ma tutto questo - e bisogna dare atto a Brzezinski che sull'Europa ha funzionato - ha contagiato anche l'America. Il caos non è solo quello artificiale, prodotto verso l'esterno. È anche il frutto velenoso del meccanismo impazzito che sono gli Stati Uniti stessi. Soprattutto non è riuscito a intaccare i nemici esterni. Russia e Cina sono ancora lì. E più passa il tempo, più appaiono in condizione di "creare improvvisamente le condizioni di rendere l'America militarmente inferiore". Ed ecco riapparire Brzezinski con la sua nuova ricetta: il "riallineamento". Come detto sopra, qui non si parla dell'Europa. L'Europa è già dominata (o viene ritenuta tale). Obbedirà, con le buone o con le cattive. La pratica del caos organizzato, e ormai anche spontaneo, verrà, se necessario, intensificata.  Il problema non è l'Europa: il problema è la Russia, che non si arrende. E la Cina, che continua la sua marcia imperterrita, nemmeno sfiorata dalla crisi dell'Occidente. Quale delle due scegliere come partner tattico? Qui Brzezinski perde la sua lucidità e oscilla incerto. La leadership americana, scrive, deve "contenere" entrambi, ma puntare a eliminare uno dei due. E il più probabile candidato "al momento è la Russia". Solo che costringere alla resa la Russia non pare facile. Altrettanto non facile è trasformare la Cina in un partner affidabile. Che, nel presente momento, è come se un giovincello a bordo di una bicicletta si ponesse il compito di trascinare un elefante. E poi c'è il fattore tempo: "in prospettiva - scrive Brzezinski - potrebbe essere la Cina a divenire intrattabile". Che guaio! Hillary Clinton, questa volta, viene lasciata nel dubbio. La ricetta di Brzezinski non è una ricetta. Ma sarà applicata: intensificazione del caos globale e concentrazione dell'offensiva contro la Russia.

 

Giulietto Chiesa

 

 
Un golpe firmato CIA? PDF Stampa E-mail

28 Luglio 2016

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Da Appelloalpopolo del 25-7-2015 (N.d.d.)

 

La circostanza che, subito dopo il tentativo di golpe in Turchia, la stampa occidentale, anziché cercare di scoprire chi fossero i miserabili che avevano organizzato il golpe, avesse iniziato a scrivere un numero infinito di articoli contro la reazione di Erdogan,  ignorando che tutti i partiti laici si erano immediatamente schierati contro i golpisti, scambiando provvedimenti amministrativi, giustificati, per il momento, dallo “Stato di emergenza” dichiarato ai sensi dell’art. 120 della Costituzione turca, e che saranno sottoposti al controllo dei tribunali civili, per provvedimenti definitivi, imputando ad Erdogan alcuni episodi violenti avvenuti nelle piazze la sera del fallito golpe, del tutto prevedibili in situazioni analoghe e dei quali Erdogan evidentemente non ha alcuna responsabilità, e accusando Erdogan di avere le liste di proscrizione già pronte (fino ad ipotizzare l’auto-golpe, tesi strampalata sostenuta quasi soltanto in Italia e dal probabile golpista Gulen), senza tener conto che Erdogan imputa la responsabilità politica del golpe ai “Gulenisti”, i quali gestiscono decine di Università e altre istituzioni private, e sono una setta o massoneria che esprime notoriamente giudici costituzionali e circa duemila alti magistrati, e quindi senza tener che i nomi dei gulenisti erano ovviamente già noti (sono stati sospesi tutti i docenti che insegnano nelle università guleniste, ecc. ecc.), mi aveva subito fatto ipotizzare che in qualche modo gli Stati Uniti, grazie al “dominio delle onde”, e per mezzo di centinaia e centinaia di giornalisti-spia da essi lautamente pagati, stessero tentando di destabilizzare la Turchia.

 

Invece, secondo “voci”  relative ai primi risultati delle indagini sul golpe – voci riferite da un giornale particolarmente vicino ad Erdogan  – sembra che il ruolo degli Stati Uniti sia stato molto maggiore e che a capo dei miserabili che hanno organizzato il golpe vi fosse un generale statunitense in pensione, John F. Campbel, ex comandante in capo delle forze ISAF in Afghanistan, il quale avrebbe agito in combutta con elementi della CIA: dalla Nigeria sarebbero stati trasferiti in Turchia ottanta milioni di dollari per convincere i militari golpisti, alcuni dei quali avrebbero confessato di aver chiesto a Gulen di appoggiare il golpe. Insomma, il golpe, stando a queste voci, sarebbe stato organizzato proprio dagli Stati Uniti. Speriamo che in Italia ci sia almeno un giornalista serio che rinvii ad altra data il giudizio sulla reazione di Erdogan – attendendo di verificare se lo “stato di emergenza” dichiarato ai sensi dell’art. 120 della Costituzione Turca durerà il tempo costituzionalmente consentito e se i provvedimenti di sospensione, espulsione e arresto saranno sottoposti al vaglio della magistratura turca  – e si dedichi ad indagare il fatto di colossale importanza, certamente un evento storico che potrebbe generare conseguenze geopolitiche fino a qualche giorno fa impensabili e che è costituito dal tentativo di golpe. È il tentativo di golpe il fatto da indagare, non la reazione del governo turco, che ha una importanza infinitamente inferiore e che, sotto il profilo della legalità, potrà essere valutata soltanto tra alcuni mesi. Intanto oggi in Turchia è scoppiato un sospetto e gigantesco incendio nei pressi di una base NATO.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Si pu resistere alla colonizzazione PDF Stampa E-mail

27 Luglio 2016

 

Da Rassegna di Arianna del 15-7-2016 (N.d.d.)

 

Si può resistere alla sottomissione ed alla resa di fronte alla forza dell’Impero USA? L’esempio della Siria e del Libano, quest’ultimo un piccolo paese, ci dicono che è possibile. Un esempio importantissimo e significativo in questa epoca di dominio egemonico militare ed economico e di forsennata corsa verso il “nuovo ordine mondiale” americano centrico. Già prima dell’intervento russo, nel Settembre del 2015, l’Esercito siriano ed Hezbollah libanese resistevano da quasi 5 anni, bagnando con il sangue dei loro combattenti il suolo siriano (80.000 caduti dell’Esercito siriano), fermando alle porte di Damasco le orde dei mercenari islamisti appoggiati dagli USA e dai loro alleati, GB, Francia, Israele, Arabia Saudita, Qatar e Turchia. La Siria rappresenta le moderne Termopili per la lotta dei popoli contro l’Imperialismo, un esempio morale per tutti: si può resistere alla violenza ed alla arroganza dei “padroni del mondo”. Una svolta ed un precedente pericoloso per i padroni USA, con forte perdita di prestigio rispetto a tutti i popoli del mondo Arabo e del Medio Oriente (e non solo quelli). Quello che non era riuscito alla piccola Serbia, stretta nella morsa dei bombardamenti NATO e assediata dai mercenari kossowari addestrati dagli USA e fatti arrivare a Sarayevo, sta riuscendo alla Siria: resistere alla colonizzazione dell’Impero. L’attacco, fermato in Medio Oriente dall’asse della Resistenza in Siria (Siria, Hezbollah, Iran) con l’aiuto della Russia di Putin, si trasferisce in Europa: sotto forma di destabilizzazione mediante  attentati terroristici e con il sospingimento, per nulla casuale,  di masse incontrollate di migranti e profughi, una strategia del caos ben congegnata e della disarticolazione delle società europee, messa in atto grazie alla complicità della Turchia e dei soliti noti, da George Soros che finanzia le Ong che provvedono ai trasferimenti  fino alle pedine mondialiste dell’ONU del FMI , alle grandi banche che appoggiano l’immigrazione di massa. Esiste una regia dietro tutto questo, così come vi era una regia dietro le primavere arabe e le rivoluzioni colorate. Soltanto gli ingenui vi vedono un fenomeno spontaneo di spostamento di popolazioni, come se la destabilizzazione dei paesi del Medio Oriente sia stato un fenomeno casuale e piovuto dal cielo.

 

Bisogna considerare come sia mutata nel tempo la strategia adottata dagli USA e la loro espansione egemonica. Per una buona parte della sua Storia, l’Impero americano ha seguitato ad allargare la propria sfera di influenza grazie alla sua forza, per inerzia. Tanto la sua forza che la sua debolezza dipendevano più dal suo stesso peso che non da un progetto politico.  La situazione è cambiata radicalmente con il crollo dell’URSS quando gli USA sono rimasti come la unica superpotenza in campo, da quel momento l’imperialismo americano ha dato una svolta verso il delirio di onnipotenza e si è voluto imporre come il “gendarme universale”. Come ha scritto lo scrittore francese Gauillame Faye “gli Stati Uniti si sono presentati non come leaders del Mondo Libero ma piuttosto come i dirigenti ed i gendarmi dell’Ordine Planetario. All’inizio per il loro stesso vantaggio e, in automatismo, anche per le nazioni più o meno aggregate nel buio dell’ignoranza “. Questo nuovo imperialismo americano, continua Faye, “risulta molto più brutale e diretto rispetto all’antico imperialismo ma è anche molto più maldestro, in quanto si basa su una sovrastima delle proprie forze”. In passato la scuola di realismo politico attuata da personaggi come Morgenthau, Kennan, Kissinger – aveva fatto da contrappeso alle sempre latenti tentazioni “messianiche” degli USA.   Con la fine della guerra fredda è finita questa impostazione e ne è subentrata un’altra. É arrivata l’era della egemonia globale, unipolare e senza freni, la nuova dottrina predicata dai circoli neocons. Non si può interpretare la politica estera degli USA se non si osservano da vicino le teorie elaborate dai neocons.  Questa è una vera e propria setta, una lobby bellicista, una architrave della politica americana: il neoconservatorismo è la loro dottrina prevalente. Sono i neocons i principali sostenitori del neoliberismo, dei valori del mercato, dell’economia aperta, garantita dal braccio militare USA.  Sono loro gli adepti del pensiero di Leo Strauss, un filosofo ebreo tedesco dell’Università di Chicago che ha avuto molti discepoli nella politica americana.  L’anticomunismo, l’idea di un “riarmo morale”, superiorità del modello nordamericano, missione del “paese eccezionale”, assieme alla difesa dell’economia di mercato, sono tutti gli ingredienti della dottrina neocons che è trasversale rispetto agli schieramenti democratici e repubblicani negli USA. Una dottrina tipicamente americana (fortemente influenzata dall’ideologia sionista) che ha dato un nuovo impulso alla strategia imperiale di Washington. Gli USA vedono nella Russia di Putin il loro principale antagonista, quello che riesce a frenare il progetto dell’egemonia unipolare americana e che, con il suo intervento in Siria, sta mandando all’aria il piano di balcanizzazione del Medio Oriente pianificato dagli strateghi di Washington. Per fare fronte e ricompattare l’Europa, si mobilita la NATO ai confini della Russia, si incrementa il numero delle basi militari e missilistiche e si procede alla mobilitazione delle truppe dal Baltico alla Georgia, contando sulla passività subalterna dei paesi europei.  Nel frattempo a Washington non è un mistero che si stiano studiando piani alternativi per contrastare la Russia e fra questi il vecchio sistema della sobillazione interna mediante la possibilità’ di sponsorizzare gruppi oppositori e di infiltrare in Russia il terrorismo islamico, dal Caucaso alla Cecenia, dove vive una folta comunità’ islamica (25 milioni) contando sulla collaborazione di Arabia Saudita e Turchia, le due pedine USA per il M. O. Le operazioni “sporche” della CIA sono in fase di attivazione e ne sentiremo presto parlare.

 

Il principale timore di Washington è che si possa creare una alleanza ed una cooperazione tra l’Europa (leggi Germania) e la Russia che sbilancerebbe il quadro geopolitico e sarebbe esiziale per gli interessi USA. Si spiega quindi l’agitare propagandistico continuo della “minaccia russa” come pretesto per rinsaldare l’alleanza sotto la direzione americana e continuare con le sanzioni e la propaganda antirussa. Non è detto tuttavia che i paesi europei, scossi da una ondata di “populismo”, secondo i media atlantisti, in realtà da un forte dissenso  verso le politiche europeiste che includono le sanzioni alla Russia, debbano seguitare a credere a tutto quello che gli americani vogliono imporre a forza e le crepe nel tessuto europeo, dopo il Brexit del Regno Unito, sono sempre più evidenti dall’Austria, all’Ungheria, alla stessa Francia, scossa ed emozionata dagli attacchi terroristici  che arrivano con una puntualità sospetta per rinnovare stato di emergenza, sospendere la manifestazioni di dissenso  e  produrre il rafforzamento dei Governi filo atlantisti. La NATO si proporrà sotto guida americana per gestire l’emergenza terrorismo? Gli autori della strategia del caos si imporranno forse come i guardiani dell'”Ordine Democratico”? Tutto lascia supporre che questo sia il vero progetto.

 

Luciano Lago

 

 
Chi semina vento raccoglie tempesta PDF Stampa E-mail

26 Luglio 2016

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Da Rassegna di Arianna del 24-7-2016 (N.d.d.)

 

Anch'io, come Pino Cabras, guardando Nizza (e adesso Monaco di Baviera), più che all'ISIS ho pensato a GTA (Grand Theft Auto). Quando, qualche anno fa, scrissi un articolo contro l'aberrazione dei videogiochi violenti, fui sottoposto a un "shit storm", tempesta di m... organizzata dalle compagnie produttrici di quella m..., utilizzando decine di migliaia di fan dei videogiochi, che protestavano contro la mia proposta di vietarli per legge, in nome della "libertà di gioco", e della "libertà del mercato". Se guardiamo, di fronte all'ondata assassina di luglio 2016, la Luna invece del dito, capiremo che questo approdo odierno è il frutto della deificazione del Mercato, del Denaro, dell'individualismo sfrenato, della degenerazione libertaria trasformata in arbitrio totale in cui ogni desiderio è diventato legge.  L'impazzimento generale, che attanaglia la società europea è il frutto velenoso di un "modello" sociale e politico disumano, dove l'egoismo, la competizione sfrenata, la violenza sono la regola, mentre la solidarietà e l'amicizia, l'onestà e la civile convivenza sono stati banditi come obsoleti e non "divertenti".

 

Tutto si tiene. E, anche quando "non si tiene", c'è chi usa il tutto ai suoi fini. Il pazzo che spara a Monaco non è probabilmente un terrorista, men che mai islamico. È solo un povero disgraziato demente gettato ai margini della società, che "si vendica" in un colpo solo di quello che ha subito. Ma i creatori di questo mostro, i creatori del Dio Mercato, usano le creature impazzite (che loro stessi hanno prodotto su scala planetaria) per cambiare l'assetto sociale. Il terrorismo viene da quella sorgente. E usa il caos che ha prodotto per trarre il massimo profitto politico.  C'è un filo che lega Charlie Hebdo, Bataclan, Bruxelles, Nizza, Monaco, il golpe turco, Daesh, Afghanistan, Libia, Siria, il nazismo di Kiev, l'esclusione della Russia dalle Olimpiadi? Io credo che ci sia. È la crisi, temo finale, dell'Occidente e dell'Impero. I padroni universali hanno una ricetta: preparare alla guerra, attraverso la paura, i popoli dell'Occidente, per scagliarli contro Russia e Cina. Prima che Russia e Cina siano in grado di fermare la loro follia. Ragionando in grande - solo ragionando in grande - si vede il disegno. E questo disegno prevede la guerra, come passo obbligato. 

 

Giulietto Chiesa

 

 
L'estate del terrore PDF Stampa E-mail

25 Luglio 2016

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Da Comedonchisciotte del 23-7-2016 (N.d.d.)    

 

Chissà quali spiegazioni daranno della nuova ennesima strage, quella che si è consumata a Monaco di Baviera. Finora, per le altre stragi, hanno tirato fuori teorie totalmente assurde come la "radicalizzazione accelerata". Come funziona? C'è un tizio che sino a una settimana fa - letteralmente - si interessava di religione quanto io mi interesso di sci nordico in Giamaica. Improvvisamente quello stesso tizio diventa un fervente islamista radicale, disposto a morire per la fede non prima di falciare decine di persone. Il tutto ci viene detto mantenendo ancora una faccia seria. La spiegazione non può essere quella. Specie quando poi vediamo piloti "depressi" che vengono accusati di aver ammazzato decine di persone nel suicidio aereo (ricordate il caso Germanwings?), o assassini di cui si riferisce che pronuncino sia "Allah u akbar" sia insulti rivolti ai turchi (come a Monaco). Tutto e il contrario di tutto. Il risultato di tutte queste stragi piace a chi ottiene dividendi dall'aumento della paura: tutti devono sentirsi sotto tiro di invasati che possono essere qualsiasi cosa, implacabili come in un videogioco, perché tutti hanno assorbito già dosi di immagini di violenza "normalizzata", hollywoodiana, onnipresente. I casi di Nizza e di Monaco di Baviera non mi hanno richiamato alla mente la sigla ISIS, ma la sigla GTA.

 

Farsi colonizzare dall'immaginario americano predispone a molte dinamiche di quella società, in cui l'imprenditoria della paura conta sempre di più. Il modello americano è fatto di sistemi di sicurezza, giganteschi apparati che ormai hanno la stessa logica espansiva delle metastasi e diventano centri incontrollabili di perturbazione dell'ordine pubblico. Fino a sfruttare ogni disagio ormai sdoganato nella sua manifestazione più cruenta, come negli omicidi di massa nordamericani, e ora europei. L'ingrediente fondamentale del nuovo sistema 'securitario' sono le "breaking news" con cui i notiziari propongono in apertura un nuovo massacro, per masse che giocavano già con le immagini della violenza e ora, scoprendola più reale, accettano docilmente di sacrificare libertà in nome della sicurezza. Vedere i nostri simili abbattuti come birilli in un giorno festivo e spensierato non dispone a ragionare freddamente, perché l'orrore lascia scampo solo ai riflessi difensivi più primordiali. Un evento di questa portata provoca paura, e la paura si combina subito con l'impronta che i media ci hanno lasciato nella mente negli ultimi quindici anni su tutto ciò che dovremmo temere. Siamo stati esposti a dosi massicce di immagini ed emozioni che le redazioni hanno attentamente selezionato. Per gli attentati sul suolo europeo è stato ritenuto quasi doveroso esplorare e rilanciare ogni dettaglio delle emozioni popolari. Per le stragi più lontane, molto più numerose, frequenti e letali, che hanno provocato una marea di vittime in mezzo a popolazioni musulmane, i media occidentali hanno scelto invece una grande nebbia. Sarebbe stato molto imbarazzante far sapere che gli autori di certe stragi siriane erano ad esempio degli alleati dei servizi occidentali, da loro armati e ribattezzati come "ribelli moderati". Molti osservatori hanno fatto notare che la manovalanza di svitati pronti a ogni nefandezza reclutati in Europa dalle formazioni jihadiste è composta da migliaia di individui. Migliaia anche nati e cresciuti in Francia.  Ma non si tratta solo di loro. Il potere ha maneggiato molta violenza in modo spregiudicato, in questi anni. Essa non può avere effetti neutri. Le sue ombre ritornano e oscurano un'estate. Per ora.

 

Pino Cabras

 

 
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