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Sulle piccole patrie PDF Stampa E-mail

22 Ottobre 2017

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Domenica 22 ottobre in Veneto e in Lombardia si terrà un referendum consultivo per dare a alle nostre Regioni una maggiore autonomia. Il quesito referendario del Veneto è volutamente generico: «Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di Autonomia?». Questa “genericità” riflette lo scopo della consultazione: promuovere una riforma legislativa e non abrogare o modificare una legge. In Veneto il quorum richiede la partecipazione del 50% più uno degli aventi diritto al voto. Trattandosi di un referendum “politico” la partecipazione dovrebbe superare il 60 per cento, accompagnata dalla schiacciante maggioranza dei SI. Il fine del nostro referendum è mandare un segnale forte al governo e alle Regioni del Sud: il Veneto e la Lombardia ambiscono a un modello di autonomia pari a quello delle regioni a statuto speciale; vogliono trattenere per sé la maggior parte dei tributi raccolti e avere maggiori poteri per governare il territorio. Richieste legittime e sensate, per questo andrò a votare e inviterò a farlo.

 

Il Veneto e la Lombardia votano per l’autonomia, la Catalogna ha votato per l’indipendenza. L’autonomia non lede l’unità nazionale, è solo un trasferimento di poteri dallo Stato agli enti territoriali minori (Regioni e Comuni) accompagnato da una diversa spartizione delle risorse tra centro e periferia. L’indipendenza prevede invece la rottura dell’unità nazionale: attraverso la secessione di una parte del territorio e la nascita di una nuova nazione (la disgregazione dell’ex Jugoslavia, l’indipendentismo catalano e quello curdo); oppure, con la modifica dei confini nazionali in base ad aggregazioni etnico - linguistiche (l’irredentismo italiano).

 

Il nostro ordinamento non riconosce al Veneto e alle altre Regioni il diritto di “secessione”. L’Italia è una e indivisibile, recita l’articolo 5 della Costituzione. Un principio che il trattato di Osimo del 1975 non ha disatteso cedendo la nostra Istria alla Jugoslavia. Quello di Osimo è un trattato internazionale che ha modificato i confini nazionali a seguito di una guerra perduta, fattispecie prevista dall’art. 80 della Costituzione: «Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica, o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio od oneri alle finanze o modificazioni di leggi». In base al principio della nazionalità propugnato dal presidente americano Woodrow Wilson, la Dalmazia venne annessa al Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni con l’eccezione di Zara (a maggioranza italiana) e delle isole di Lagosta, Cherso e Lussino che furono date all’Italia. L’Istria a seguito della vittoria italiana nella prima guerra mondiale divenne parte del regno di Italia: trattato di Saint Germain en Laye (1919) e trattato di Rapallo (1920).

 

Il referendum sull’indipendenza catalana è illegittimo perché l’art 2 della Costituzione spagnola sancisce l’indivisibilità della Spagna. Il governo di Madrid ha represso con violenza ingiustificata una manifestazione pacifica e democratica; i cittadini catalani sono stati colpiti con manganelli e proiettili di gomma, come si trattasse di teppaglia; oltre 800 sono stati i feriti, l’arresto arbitrario di alcuni indipendentisti. Il governo spagnolo si è comportato come la dittatura franchista o le peggiori dittature sudamericane, l’Argentina dei militari e il Venezuela di Maduro. Questa non è democrazia. La violenta repressione di Madrid è avvenuta nell’indifferenza delle istituzioni europee incapaci di gestire le proprie crisi: dall’immigrazione all’emergenza terrorismo; o di riconquistare il consenso che alimenta i “populismi”. Gli Stati Uniti e l’Europa sostengono i movimenti secessionisti solo quando sono funzionali ai loro interessi: SI al Kosovo e al Kurdistan; ma NO alla Crimea, all’Ossezia del Sud e all’Abkhazia. Ipocriti cialtroni senza vergogna.

 

Il principio di autodeterminazione dei popoli, contenuto nell’art 1 paragrafo 2 e negli articoli 55 e 56 dello Statuto dell’ONU (1945) e nella Dichiarazione dell’Assemblea Generale sull’indipendenza dei popoli coloniali (1960) non è applicabile al Veneto, alla Catalogna e nemmeno al Kosovo. Tale principio si applica solo ai popoli sottoposti a dominazione coloniale, discriminazione razziale (apartheid) e occupazione straniera. In base a tale principio i popoli possono determinare il proprio status internazionale, come costituire una nazione sovrana e indipendente. Il principio di autodeterminazione dei popoli è nato e si è consolidato per regolare la decolonizzazione dell’Africa e dell’Asia, non per regolare i conflitti interni degli Stati esistenti. Diversamente assisteremo alla rapida disgregazione degli stessi, travolti dalla nascita di tante “piccole patrie” quanti sono i popoli che li compongono. Il principio di autodeterminazione dei popoli non è applicabile al Kosovo. Belgrado nel 1989 tolse agli albanesi l’autonomia e gli stessi subirono la violenza serba; ma nel 2008, quando dichiararono l’indipendenza, l’autonomia l’avevano riacquistata e si trovavano sotto la protezione della Kosovo Force (KFOR) la forza militare guidata dalla NATO. Inoltre, la costituzione jugoslava negava al Kosovo lo status di Repubblica, quest’ultimo era una provincia autonoma che godeva di ampia autonomia (un proprio parlamento, il bilinguismo) ma non del diritto di staccarsi dalla federazione, le “repubbliche” che la componevano: Croazia, Slovenia, Bosnia, ecc. Fino al giorno dell’autoproclamata indipendenza (17 febbraio 2008) il Kosovo era parte della Federazione Jugoslava o meglio della Serbia, che era il successore riconosciuto (Dichiarazione 1244/1999 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite).

 

La Corte di Giustizia Internazionale del 22 luglio 2010, ha stabilito che la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo non viola il diritto internazionale. La sentenza della Corte non si è espressa sulla legittimità della secessione kosovara; ma solo sulla legittimità a dichiarare una situazione di indipendenza già esistente. Quindi tale sentenza non crea un precedente giuridico alla secessione delle “piccole patrie”. Un cavillo giuridico motivato da interessi politici?

 

Il Kosovo è un precedente politico e non giuridico alla “secessione” delle “piccole patrie”. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno aggredito la Serbia e riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, non per ragioni umanitarie (fermare la pulizia etnica dei serbi a danno degli albanesi) ma per interessi politici o meglio geopolitici, il controllo dei Balcani: strategici per l’allargamento ad est della Nato in funzione anti russa (vedi la base militare americana di Camp Bondsteel a Urosevac in Kosovo); strategici per il passaggio del gas e del petrolio, che dall’Asia Centrale arriva in Europa; strategici per la Germania unita, potenza egemone dell’Europa; strategici per la politica “neottomana” della Turchia di Erdogan. La Serbia nazionalista e filorussa era l’unico ostacolo ai loro interessi.

 

A determinare la nascita di nuove nazioni e la disgregazione di quelle esistenti sono gli interessi dei principali attori internazionali (Russia, Cina, Stati Uniti, Unione Europea) e dei loro alleati locali, gli esempi si sprecano: la disgregazione della Jugoslavia; la crisi siriana e la futura nascita del Kurdistan; l’annessione della Crimea alla Russia, la perdita dell’Ossezia del Sud e dell’Abkazia da parte della Georgia. Se questa è la regola possiamo aspettarci di tutto, anche la nascita di uno Stato catalano o veneto. Una possibilità in questo senso già esiste e si chiama Kerneuropa (Dario Fabbri “Limes” 4/2017). La Germania potenza regionale dell’Europa potrebbe riunire intorno a sé le nazioni e le regioni più vicine, per posizione geografica o per legami economici: Austria, Danimarca, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Croazia e Italia settentrionale. Un’area geoeconomica che in futuro potrebbe trasformarsi in soggetto politico e modificare lo scenario politico dell’Europa e del mondo intero: la nascita di un blocco euroasiatico (Kerneuropa, Russia e Cina) che metterebbe fine all’egemonia degli Stati Uniti.
L’Italia è una nazione “fragile”, con la nascita della Kerneuropa rischierebbe di perdere il Nord. L’Italia è una nazione “fragile: divisa da un profondo divario socio-economico, priva di una forte coscienza nazionale, governata da una casta parassitaria incapace di difendere gli interessi nazionali (crisi libica, sanzioni alla Russia, migranti, ecc.) o di attuare una riforma federalista che renderebbe più unito ed efficiente il Paese.

 

Nel mio libro Kosovo monito per l’Europa (Aviani Editore 2014) ho spiegato che è la crisi generata dalla globalizzazione a favorire la disgregazione dell’Unione Europea e delle nazioni più “fragili” che la compongono. Una crisi che è politica, il declino degli Stati nazionali a favore dei poteri sovranazionali (FMI, Banca Centrale Europea, Commissione Europea, ecc.); economica, la delocalizzazione, la disoccupazione e il precariato; e infine sociale, l’immigrazione e lo smantellamento del Welfare State. I popoli minacciati nell’identità, nella sicurezza e nel benessere si rifugiano nel secessionismo delle “piccole patrie”, nel nazionalismo antieuropeo (la Brexit) o votano per i partiti “populisti”. Non possiamo biasimarli, non hanno scelta.

 

Giorgio Da Gai

 

 
Guerra fredda a Malta? PDF Stampa E-mail

21 Ottobre 2017

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Da Comedonchisciotte del 19-10-2017 (N.d.d.)

 

Decifrare la realtà, estrapolando la verità dal mare di propaganda alimentato dai media, è meno difficile di quanto si creda per chi abbia la capacità di sganciarsi dal contingente: il passato, più o meno remoto, è il principale alleato in questa ricerca. Imbattendosi in un omicidio politico, in un attentato, in un colpo di Stato, è necessario riallacciarsi ai fili della storia: ne scaturirà un’analisi che penetrerà i fatti, evitando passi falsi e illazioni fuorvianti. Il ragionamento vale anche per la cronaca di questi ultimi giorni: lunedì 16 ottobre, la piccola isola di Malta è stata sconvolta dall’uccisione della giornalista Daphne Caruana Galizia, artefice di una recente inchiesta che ha portato La Valletta ad elezioni anticipate. Ci tocca, quindi, una breve ma interessante lezione di storia, che riguarda direttamente l’Italia.

 

L’isola di Malta, definita dal generale inglese Bernard Law Montgomery come “la chiave di volta del Mediterraneo”, è strategica per il controllo del Mediterraneo e buona parte della nostra sconfitta in Nord Africa durante l’ultima guerra è riconducibile al mancato attacco di questa roccaforte inglese. Tra la fine degli anni ‘60 ed i primi anni ‘70, la potenza britannica entra in crisi irreversibile ed un numero crescente di Paesi reclama la propria indipendenza da Londra: a guidare la lotta per la piena sovranità di Malta è il premier laburista Dom Mintoff, che nel 1971 annulla gli accordi che concedono al Regno Unito la disponibilità delle basi navali. Mintoff, alla ricerca sia di libertà che di denaro liquido, avvia una spregiudicata politica estera che, allontanandolo dalla NATO, lo spinge tra i Paesi non allineati. A lungo la Libia di Muammur Gheddafi è il maggior “sponsor” dell’isola. Per sfruttare al massimo le potenzialità di Malta, Mintoff punta al riconoscimento internazionale della neutralità dell’isola: l’Italia democristiana ha tutto l’interesse a tenere la Valletta fuori dall’orbita inglese e, pertanto, sostiene apertamente i progetti del premier laburista, mettendogli a disposizione ingenti risorse finanziarie ed assistenza militare. L’assassinio di Aldo Moro (1978), mente di questo intraprendente piano, non affonda l’intesa italo-maltese e, l’8 settembre 1980, è firmato l’accordo che impegna Roma a garantire la neutralità e l’indipendenza dell’isola: oltre a cospicui finanziamenti, La Valletta riceve anche aiuti nel settore della Difesa. Come ricorderà infatti l’ammiraglio Fulvio Martini nelle sue memorie, è il SISMI che nei primi anni ‘80 contribuisce alla formazione dei servizi segreti dell’isola, fino a quel momento completamente dipendenti da Londra. Mintoff, ora che ha ottenuto il formale riconoscimento della neutralità maltese, deve farla rendere: nel 1980 l’URSS apre la prima ambasciata sull’isola e, ferma restando la collocazione di Malta tra i Paesi non allineati, è avviata una proficua collaborazione tra Mosca e La Valletta, che mette a disposizione della flotta russa le cisterne di Has Saptan. L’affare si rivela molto proficuo e, nel 1984, Mintoff vola a Mosca per stringere nuovi accordi: gli efficienti cantieri navali maltesi sono aperti alla flotta sovietica per manutenzioni e riparazioni. Ora, una fondamentale considerazione di natura logistica-militare: la neutralità di Malta e la disponibilità dei suoi porti come punto d’appoggio è una vera benedizione per la flotta sovietica, sottoposta a forti stress logistici nel Mediterraneo. L’URSS non dispone di basi navali nel Mare Nostrum, eccezion fatta per qualche punto d’appoggio in Egitto, Libia e Siria. Le navi da guerra russe, lasciata la Crimea ed attraversato il Bosforo, devono essere costantemente seguite da un numero uguale o superiori di battelli d’appoggio. Queste considerazioni, valide per gli anni ‘80, hanno maggior valore oggi: se è vero, infatti, che Mosca ha ampliato la sua base navale siriana di Tortosa, è altrettanto vero che i buoni rapporti con i Paesi nordafricani, stremati dalla Primavera Araba, non si sono ancora trasformati in nessuna concreta assistenza logistica. Cade l’Unione Sovietica e, immediatamente, comincia l’allargamento di UE/NATO: nonostante l’ormai anziano Dom Mintoff si schieri contro l’ingresso della Valletta nell’Unione Europea (consapevole della vera natura di quest’ultima), Malta entra nell’orbita di Bruxelles, sebbene rimanga fuori dal recinto dell’Alleanza Nordatlantica. La Russia, nel frattempo, risale progressivamente la china e, dopo aver essere stata raggirata in Libia, avallando un intervento militare che si è presto trasformato in cambio di regime, decide di difendere a qualsiasi costo l’alleato siriano, finito nel mirino delle potenze occidentali (USA, GB, Francia, Israele e Germania) e di quelle sunnite (Turchia, Qatar, Arabia Saudita). L’invio, nell’autunno del 2015, di un corpo di spedizione in Siria, riversa nel Mediterraneo un numero di navi russi come non si vedeva dall’apice della Guerra Fredda. La flotta russa, concentrata nel Mar Baltico e nel Mare del Nord, deve circumnavigare l’intera Europa per raggiungere il teatro operativo: si torna così, come negli anni ‘80, al peso strategico di Malta per la Marina militare russa. Come si può leggere nell’articolo “Russia’s emerging naval presence in the Mediterranean” dell’emittente qatariota Aljazeera, a più riprese, tra il 2014 ed il 2015, le navi da guerre russe attraccano sull’isola per rifornimenti. Più cresce il coinvolgimento russo in Siria, più il dispiegamento di navi sale (raggiunge il culmine nell’autunno del 2016, in concomitanza alla riconquista di Aleppo), maggiore è l’importanza di Malta. Che fare? Come convincere il premier laburista Joseph Muscat, al potere da 2013, a chiudere i porti alle navi russe, aperti dal suo predecessore Dom Mintoff negli anni ‘80? Semplice, orchestrando uno scandalo mediatico che porti alla sua defenestrazione o, perlomeno, lo riconduca a più miti consigli. Entra così in scena la giornalista Daphne Caruana Galizia, il cui recente assassinio è all’origine di quest’articolo.

 

Caruana Galizia è la blogger che sviluppa in chiave maltese lo scandalo dei Panama Papers, uno scandalo, ricordiamolo, che nasce da un’inchiesta dell’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), basato a Washington, avvalendosi del materiale “trafugato” dallo studio legale panamense Mossack Fonseca & Co., in storici rapporti con la CIA. I Panama Papers sono il mezzo con cui  gli Stati Uniti spargono fango su tutti i nemici o sudditi ribelli del globo terracqueo, compreso il governo della piccola, ma strategica, Malta. Secondo Caruana Galizia (il premier etichetterà lo scoop come fandonie), la nomenclatura dell’Azerbaijan avrebbe versato alla moglie del primo ministro una tangente in cambio di un proficuo accordo energetico stipulato tra i due Paesi, servendosi di una società panamense. Lo scandalo deflagra come un bomba nella piccola Malta: migliaia di persone scendono in piazza per protestare nell’aprile 2016 e, per un attimo, il governa sembra vicino alla caduta6. Il premier Muscat capisce il “messaggio” inviatogli dai servizi angloamericani? Si direbbe di sì, perché, nell’autunno del 2016, a distanza di pochi mesi dallo scandalo, La Valletta si rimangia la storica collaborazione con Mosca, avviata da Dom Mintoff 30 anni prima. Dopo la Spagna (anch’essa colpita dai Panama Papers), anche Malta rifiuta alle navi russe l’attracco sull’isola per rifornimenti, scatenando la rabbia di Mosca, scioccata dal voltafaccia di un amico di vecchia data. “George Vella: Russian ships will not refuel in Malta” scrive la stampa locale il 27 ottobre 2016: il ministro degli Esteri maltesi nega l’ingresso in porto alle navi russe, asserendo che la Valletta non vuole essere complice di alcun aiuto al dittatore Bashar Assad. Un cambio di strategia di 180 gradi rispetto al “non allineamento” degli anni ‘70 e ‘80! Nonostante Malta abbia ceduto alle pressioni angloamericane, il governo è ormai irreparabilmente compromesso dallo scandalo dei Panama Papers: nella primavera del 2017 sono quindi indette elezioni anticipate. La giornalista Caruana Galizia confida alla rivista americana-tedesca Politico, da cui è stata eletta tra le 28 persone più influenti dell’Unione Europea, di temere per la propria sicurezza. Potrebbe addirittura lasciare il Paese nel caso in cui i laburisti vincessero nuovamente le elezioni. Dal canto loro, i servizi segreti angloamericani, artefici del terremoto politico, “avvertono” La Valletta che le imminenti elezioni potrebbero essere inquinate da Mosca come rappresaglia per la chiusura dei porti, trasformando così i russi da vittime in carnefici. Il 3 giugno 2017 si svolgono le elezioni: si fronteggiano il Partito Nazionalista, al potere per 25 anni, sino alla vittoria di Muscat del 2013, ed artefice dell’avvicinamento all’Unione Europea, ed il Partito Laburista del premier in carica: nonostante il forte disappunto della stampa liberal, Joseph Muscat ha infatti deciso di presentarsi nuovamente come candidato premier. La vittoria, nonostante le rivelazioni della blogger Caruana Galizia e l’infamante campagna mediatica, arride di nuovo al laburista. Per Washington e Londra è una sconfitta cocente: il governo di Valletta è nella mani di un premier che “vende la cittadinanza europea agli oligarchi russi”, di un losco figuro che potrebbe aiutare Mosca a raggirare le sanzioni di Bruxelles, di un erede di Dom Mintoff che, da un momento all’altro, potrebbe resuscitare la cooperazione russo-maltese e riaprire i porti alle navi dirette in Siria. Non rimane che passare alle maniere forti per scalzare Joseph Muscat, portando allo stadio successivo lo scandalo Panama Papers: la giornalista che ha collaborato con l’americano ICIJ per spargere fango sul premier laburista sarà eliminata, lasciando intendere che il responsabile del clamoroso omicidio della blogger sia il “corrotto governo” di Joseph Muscat. Come nel caso di Giulio Regeni, una pedina dei servizi angloamericani è quindi sacrificata per il raggiungimento di obiettivi più alti. Dopo aver denunciato appena due settimane prima minacce di morte, lunedì 16 ottobre, la giornalista Caruana Galizia sale sulla sua Peugeot 108 noleggiata, lascia casa e percorre solo poche centinaia di metri prima che un ordigno, probabilmente azionato da un telecomando, esploda, uccidendola sul colpo e carbonizzando il veicolo.  Immediatamente parte sui maggiori circuiti d’informazione la campagna per attribuire, neppure troppo velatamente, l’omicidio al governo laburista, come se questo avesse interesse, a distanza di pochi mesi dalla vittoria elettorale, ad eliminare con un’autobomba la propria principale avversaria, una nota blogger. […] Ecco i mandanti dell’omicidio di Caruana Galizia secondo i media: i corrotti politici laburisti che hanno aperto i porti alle navi russe tra il 2014 ed il 2015, gli stessi che vendono i passaporti agli oligarchi moscoviti, gli stessi travolti un anno fa dal materiale “trafugato” dallo studio Mossack Fonseca & Co. Il dubbio sulla convenienza di assassinare la giornalista con un’autobomba non è neppure sollevato, perché sposterebbe l’attenzione verso i veri responsabili dell’attentato. Caruana Galizia è stata uccisa dai servizi atlantici, gli stessi per cui lavorava, ne fosse cosciente o meno: la crescente frequenza con cui Washington e Londra sacrificano il loro personale, è l’ennesima spia della crisi sistemica che stanno vivendo.

 

Federico Dezzani

 

 
Il giornalismo libero: missione suicida PDF Stampa E-mail

20 Ottobre 2017

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Da Libero Pensare del 18-10-2017 (N.d.d.)

 

Un tempo ci furono giornalisti che - con le loro rivelazioni - fecero dimettere un presidente degli Stati Uniti. Non avvenne secoli fa; erano solo gli anni ’70, il 1974 per la precisione. Due giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, con la loro inchiesta inchiodarono Richard Nixon e lo costrinsero a dimettersi. Oggi una storia del genere sembra risalire ad un’epoca geologica remota. Ma da quell’avvenimento il Potere ha tratto notevoli insegnamenti e ha messo in atto ogni misura per impedire che un evento del genere si possa ripetere. Da allora le testate giornalistiche hanno iniziato ad assomigliare sempre più a degli uffici-stampa, dove si tessono le lodi del Potere o, al massimo, si pubblica qualche notizia contraria - tanto per non apparire troppo di parte. “Vedete che scriviamo contro il governo, siamo imparziali, noi”. Poi sono arrivati gli inviati ‘embedded’ - nelle ‘guerre umanitarie’ USA che hanno desertificate il Medio Oriente - a mostrare con chiarezza le “magnifiche sorti e progressive” della nostra professione. "Vuoi fare il corrispondente di guerra? Devi tessere le lodi degli eroi che si sacrificano per la democrazia o puoi sognarti di partire per il fronte". "Vuoi fare il giornalista politico? Devi tessere le lodi dei governanti che difendono la democrazia o puoi cercarti un altro lavoro". "Insisti? Allora se ti succede qualcosa te la sei cercata", come ha scritto su Facebook il sergente della polizia maltese, Ramon Mifsud, “Everyone gets what they deserve, cow dung! Feeling happy – Ognuno ottiene quello che si merita, vacca merdosa! Mi sento felice" riferendosi all’assassinio di Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese uccisa lunedì scorso da una autobomba.

 

Daphne Caruana Galizia indagava sui rapporti finanziari tra la famiglia del premier maltese Joseph Muscat e quella del presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev. Ci sono di mezzo interessi enormi, collegati con il TAP, il gasdotto che dovrebbe portare in Europa il gas azero. Ve li ricordate i Panama Papers? Stiamo parlando dei Panama Papers edizione maltese... Scherzava con il fuoco, insomma. “Ci sono corrotti ovunque. La situazione è disperata”, ha scritto Daphne nel suo ultimo post poco prima di saltare in aria. Quanti come Daphne in questi anni? Il pensiero va - solo per ricordarne una per tutti - alla nostra impavida Ilaria Alpi, il cui caso - per anni ampiamente insabbiato - non è stato mai chiarito ufficialmente. E come sarebbe pensabile che venga chiarito, quando chi ha ordinato la sua esecuzione è lo stesso soggetto politico che indaga? Altro che conflitto di interessi...

 

Settantaquattro giornalisti uccisi nel mondo l’anno scorso secondo il rapporto annuale di Reporters sans frontières, l’associazione che opera in difesa della libertà di stampa. Di questi quanti sono stati massacrati per il loro coraggio di non allinearsi alla logica degli ‘yesman’? Tanti, forse i migliori. Ma non crediate che questa tragedia riguardi solo il giornalismo; se è vero che la verità rende liberi, con la scomparsa di questi eroi del nostro tempo anche noi perdiamo - giorno dopo giorno - un po’ della nostra libertà.

 

Piero Cammerinesi

 

 
NÚ evoluzionismo materialista nÚ creazionismo PDF Stampa E-mail

19 Ottobre 2017

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Da Rassegna di Arianna del 17-10-2017 (N.d.d.)

 

Le conoscenze sul mondo vivente diffuse fino alla fine del Settecento possono essere sintetizzate in questa lapidaria affermazione di Giorgio Dagoberto Cuvier: Tot sunt species quot ab initio creavit Infinitum Ens. Le specie erano entità ben definite rimaste come ora le vediamo fin dal momento della creazione. L’affermazione di Cuvier, un’autorità dell’epoca, fu contestata profondamente da Jean Baptiste de Lamarck, anch’egli francese, che formulò per primo in termini scientifici una teoria dell’evoluzione biologica: le specie non sono fisse, ma si trasformano continuamente, ne nascono di nuove, alcune si estinguono. Ma allora, perché si parla sempre di Darwin, e quasi mai di Lamarck? Il naturalista francese riteneva che l’evoluzione fosse dovuta all’ereditarietà dei caratteri acquisiti, fatto poi smentito dalla moderna genetica, mentre Darwin la attribuiva alla lotta per la vita e sopravvivenza del più adatto. Ma questi sono dettagli: resta il fatto che la Philosophie zoologique (1809) di Lamarck ha preceduto di 50 anni L’origine delle specie (1859) di Darwin. Importante era soprattutto la constatazione che la Vita è unica, le specie si trasformano, non ci sono confini né barriere. I processi vitali sono gli stessi in tutti gli esseri senzienti, i Viventi sono tutti strettamente collegati, l’uomo è un vivente anche facilmente classificabile.

 

Darwin era dotato di maggiore documentazione dopo il famoso viaggio del Beagle descritto nel suo libro Viaggio di un naturalista attorno al mondo: il viaggio durò cinque anni e Darwin espose la teoria in modo più completo e convincente di Lamarck, che però lo aveva preceduto di 50 anni. In realtà quello che si vuole difendere come un tabù intoccabile è il meccanismo darwiniano della “lotta per la vita e sopravvivenza del più adatto”, frase molto gradita alla nascente civiltà industriale nell’Inghilterra dell’Ottocento. Ma, sul piano scientifico-filosofico, il fatto importante è che la Vita è un fenomeno unico e noi ne facciamo parte a tutti gli effetti. La differenza fra l’uomo e lo scimpanzé bonobo è inferiore alla differenza fra una rana e una raganella.

 

L’evoluzione biologica intaccò decisamente l’idea che l’umanità fosse “speciale”, “frutto di creazione separata”, qualcosa di “staccato dalla Natura”. Tuttavia, quando comparve questa forma di pensiero su base scientifica, si perse un’ottima occasione per una vera svolta culturale. Invece di mettere in evidenza il fatto essenziale, cioè l’appartenenza della nostra specie alla Natura e quindi la necessità di seguirne le grandi leggi cicliche, l’evoluzione fu inquadrata in pieno nel meccanicismo imperante: venne evidenziata soprattutto l’idea di selezione naturale e sopravvivenza del più adatto con ogni sorta di estensione arbitraria. Ricordo di aver letto, su un quotidiano di circa 40 anni fa, che uno scienziato aveva tentato una fecondazione in vitro fra un gamete umano e uno di scimpanzé: dopo alcuni tentativi, la fecondazione era riuscita e si era sviluppato un embrione, vissuto poche ore, o pochi giorni. Sono contrario alle eccessive manipolazioni fra esseri senzienti, ma questa era una prova della nostra totale appartenenza alla Natura. Non se ne è saputo più niente: forse l’Occidente non poteva sopportare una notizia simile.

 

Al pensiero corrente di maggioranza vengono proposte due alternative: l’evoluzionismo dovuto a competizione e selezione, oppure il creazionismo, rilanciato recentemente soprattutto negli Stati Uniti. Come se fossero le uniche posizioni possibili e ciascuno debba scegliere fra una delle due! Ci sono molte altre posizioni, le più semplici e chiare sono quelle non-dualistiche, dove non c’è bisogno di distinzione fra Dio e la Natura. Non ci sono problemi di anelli mancanti, ma non possiamo sostenere che tutto sia avvenuto per il “caso e la selezione”, attraverso la competizione. Per passare da un minuscolo cefalocordato a un passerotto con il caso e la selezione, non basterebbero seicento miliardi di anni, invece dei seicento milioni calcolati dalla scienza ufficiale. Osserviamo un uccellino: pesa 7-8 grammi, ha le ossa alleggerite per renderle adatte al volo, la sua temperatura interna è mantenuta a 40 gradi anche se fuori è sotto zero, è una mente attenta a tutto, e così via. Pensarlo come frutto esclusivo del caso e della selezione è assurdo quanto crederlo creato così com’è da un Dio personale ed esterno al mondo. Ma il materialismo-meccanicismo si presenta come una religione. Il “materialismo nell’evoluzione” e il “creazionismo” sono i due assurdi che propone l’Occidente. E pensare che, mentre in biologia si insegue il meccanicismo (con lodevoli eccezioni, come Rupert Sheldrake), nella “dura” e “matematica” fisica i più giovani e i più svincolati dall’establishment ufficiale parlano tranquillamente di fenomeni mentali nei sistemi complessi, o dell’entanglement, che è un’azione istantanea a distanza anche notevole, un effetto non-locale. Credo molto all’unità della Vita, compresa l’umanità naturalmente, ma non penso che competizione e selezione siano le uniche molle dell’evoluzione, probabilmente dovuta a cause molteplici, a una specie di creazione continua, un processo immanente nella Natura animata. L’uomo non fa eccezione, è una specie animale, un componente dell’Ecosistema. La Vita, o il tempo stesso, sono processi creativi, per una forza immanente che hanno in sé. Per non voler ammettere questo, si ricorre alle assurde acrobazie intellettuali del creazionismo e dell’evoluzionismo meccanicista. In altre parole, penso che Dio sia la Natura. Se preferite, che la Natura sia una Mente, o che l’Universo sia un Grande Pensiero (Eddington, Hoyle, Jeans, Bateson). Invece la scienza “ufficiale”, quella che viene divulgata, pensa che l’universale sia una Grande Macchina, con l’optional del Grande Ingegnere: ha sostituito il diritto divino con un ”merito” evolutivo-selettivo e tutto è rimasto come prima, o peggio di prima, per quanto riguarda il comportamento verso gli altri esseri senzienti. Dopo quanto sopra detto, c’è proprio da chiedersi come può persistere il dualismo uomo-animale, visto ancora da qualcuno come una contrapposizione. Neppure la scienza ha mai promosso un’etica che riguardi tutti gli esseri senzienti, o tutte le entità naturali, mentre sappiamo da oltre due secoli che la Vita è unica, che siamo animali, anche facilmente classificabili. Termino con una citazione di Enzo Tiezzi, scienziato dell’Università di Siena scomparso qualche anno fa: La biodiversità e la meravigliosa bellezza biologica giocano in favore di un disegno metafisico nell’evoluzione della vita. Lungi dall’essere in linea con l’ideologia del creazionismo, il riconoscimento di un disegno metafisico in natura è in linea con il punto di vista dell’evoluzione, ma non con la sua deriva determinista, o meglio, in linea con il punto di vista di una “evoluzione senza fondamenti” nella quale libero arbitrio, scelte e caso giocano un intergioco complesso e meraviglioso.

 

Guido Dalla Casa

 

 
Il curriculum perfetto secondo i liberali PDF Stampa E-mail

18 Ottobre 2017

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1) tre anni di alternanza scuola-lavoro;

 

2) progetti di lavoro in base a convenzioni tra Università e il mondo delle imprese o delle professioni;

 

3) servizio civile obbligatorio dopo la laurea;

 

4) 2 master a tue spese;

 

5) stage gratuito presso una grande impresa (compresi i grandi alberghi)

 

6) finalmente contratto a progetto in un qualsiasi stato europeo.

Stefano D’Andrea 

 
Capitalismo giovanilistico PDF Stampa E-mail

17 Ottobre 2017

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La forma repressiva del capitalismo dialettico si è da tempo capovolta in quella permissiva del capitalismo assoluto: il suddito diventa consumatore la cui libertà si estende senza limiti fin dove si estende la sua capacità di acquisto. Alla morte di Dio segue, dunque, l’avvento non già dell’Oltreuomo profetizzato da Nietzsche, bensì del consumatore senza identità e senza spessore. Questi, a differenza dell’uomo maturo in grado di dire di no, deve essere permanentemente nella condizione del ragazzo immaturo, in balìa di desideri ai quali può soltanto cedere e ai quali, come Pinocchio nel Paese dei Balocchi, non è in grado di porre fine. Il sistema della finanza planetaria e flessibile è, per sua natura, giovanilistico non solo perché nega la possibilità delle forme mature dell’eticità e vive di quella precarietà che caratterizza fisiologicamente la fase giovanile. Accanto a questi motivi, vi è anche il collegamento tra consumismo e giovinezza, ossia la propensione degli individui di età giovane all’acquisto incontrollato di merci, alla flessibilità degli stili di vita, al godimento disinibito, al ribellismo verso le norme stabili. A differenza dell’uomo maturo borghese, progettuale e stabilizzato nelle forme di esistenza alle quali ha scelto di consegnarsi, l’eterno giovane post-borghese e ultra-capitalistico vive l’eterno presente instabile e non stabilizzabile dell’adolescenza perpetua estesa a ogni età dell’esistenza, centrata sul godimento aprospettico, aprogettuale e senza differimenti del life is now. La vita cessa di essere concepita e vissuta come un progetto fondato sulla stabilizzazione delle sue forme: prende a essere intesa come successione rettilinea e puntiforme di istanti sconnessi ed episodici, autonomi e tutti volti in senso esclusivo alla massimizzazione aprospettica del momento.

 

Il giovane si riconferma, così, il soggetto ideale per l’adesione al modello consumistico americano-centrico, per il nichilismo anarco-consumistico delle moltitudini eternamente giovani, instabili, anglofone e immature. Ed è per questa ragione che la tendenza del capitalismo flessibile coincide con l’infantilizzazione del mondo della vita, ossia con il tentativo di rendere la società permanente giovane, cioè dedita al consumo senza autorità e al ribellismo verso le forme mature dell’eticità borghese (negate realmente dalla logica del capitale e avversate ideologicamente dai giovani). Il capitalismo flessibile e precario è, per sua stessa natura, giovanilistico. Esalta il giovane, perché esso – senza diritti e senza maturità, senza stabilità e biologicamente precario e in fieri – è il suo soggetto antropologico privilegiato; e questo non solo per via della scarsa compatibilità delle fasce non giovani con la nuova logica flessibile (da cui il sempre ribadito invito che la tirannia della pubblicità rivolge anche ai non giovani a vivere come se lo fossero), ma anche in ragione del fatto che il nuovo assetto della produzione e del consumo coarta l’intero “parco umano” a vivere alla stregua dei giovani, ossia in forme provvisorie, precarie e mai mature, perennemente in attesa di un assestamento sempre differito. Il capitalismo flessibile ci vuole tutti eternamente giovani, perché, a prescindere dall’età, permanentemente immaturi e non stabilizzati, disposti ad accettare di buon grado le forme coattive della precarietà e del mondo della vita de-eticizzato. D’altro canto, se oggi si è considerati “diversamente giovani” fino a cinquant’anni, è perché si è idealmente precari fino al termine della propria attività lavorativa, sia nella vita sociale sia in quella affettiva, incapaci cioè di stabilizzare la propria esistenza nelle tradizionali forme dell’etica borghese e proletaria, ormai superata dal nuovo modo della produzione flessibile, post-borghese e post-proletario. La maturità borghese dell’età adulta con possibile coscienza infelice è stata sostituita dall’immaturità post-borghese con incoscienza felice dell’età giovanile. La capacità di progettare futuri stabilizzando l’esistenza mediante le forme della vita etica e mediante l’intreccio ragionato di legge e desiderio quale si esprime nell’austero imperativo categorico kantiano, ha ceduto il passo al presentismo assoluto e aprospettico della fase odierna del finanz-capitalismo. In essa, l’instabilità come cifra dell’esistenza, con la sua strutturale impossibilità di sedimentarsi in forme fisse, non permette la progettazione dell’avvenire. Impone, come unico imperativo, quello sadiano del godimento immediato e senza misura, autistico e tutto proiettato nell’hic et nunc di un presente pensato, pur nella sua instabilità, come sola dimensione temporale disponibile. In questo scenario di de-eticizzazione in atto e di precarizzazione forzata del lavoro e delle esistenze, i giovani costituiscono indubbiamente il nucleo di un progetto – silenzioso quanto violento – di mutazione antropologica orientato a trasformarli nel nuovo soggetto assoggettato al paradigma della società capitalistica planetaria.

 

Diego Fusaro

 

 
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