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Limiti alla crescita PDF Stampa E-mail

3 Marzo 2015

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Da Comedonchisciotte dell’1-3-2015 (N.d.d.)

 

Dopo quattro decenni dalla sua pubblicazione, le predizioni di "Limiti della Crescita" son state confermate da una nuova ricerca Australiana. Possiamo attenderci i primi segnali del collasso planetario molto presto!

Di Graham Turner e Cathy Alexander

Il libro uscito nel 1972, che prediceva che la nostra civiltà sarebbe crollata entro questo presente secolo, è stato criticato come una fantasia da profeti di sciagure fin dal giorno della sua pubblicazione. Nel 2002 l'auto-proclamato "esperto di ambiente" Bjorn Lomborg l'aveva consegnato al "bidone rifiuti della Storia".

E invece no. Studi recenti dell'Università di Melbourne riportano che le previsioni del libro a 40 anni di distanza erano e sono accurate. Se si continua a seguire il modello proposto dal libro, potremmo aspettarci la comparsa dei primi segni del collasso planetario assai presto.

Il libro era stato ordinato da un serbatoio di cervelloni chiamato Club di Roma. Dei ricercatori del Massachusetts Institute of Technology avevano fabbricato sotto la guida dei coniugi Donella e Dennis Meadows un modello computerizzato che rapportasse economia ed ambiente planetari, programma detto World3, avanzatissimo e rivoluzionario.

Fu un compito ambizioso. Quella squadra doveva seguire l'industrializzazione, la crescita di popolazione, l'alimentazione, l'uso e consumo di risorse e infine l'inquinamento di ogni tipo.

Essi raccolsero dati fino al 1970, per poi elaborare una serie di scenari possibili databili fino al 2100, variegati a seconda di come e quanto l'umanità avesse preso provvedimenti seri nei confronti del consumo di risorse e dell'inquinamento. Se questi provvedimenti non fossero avvenuti, il modello prediceva "superamento dei limiti e crollo" in termini di economia, ambiente e sovrappopolazione entro il 2070. Tale scenario fu chiamato "business-as-usual" in pratica, se tutto procede come al solito. Il nocciolo centrale del libro, criticatissimo sin dall'inizio, era che la terra è un sistema finito, limitato, e che quindi una crescita all'infinito di popolazione, beni di consumo eccetera, avrebbe per forza portato ad un crollo generalizzato.

Avevano ragione? Fu così che decidemmo, 40 anni dopo, di esaminare ancora quello scenario. Il dr. Graham Turner raccolse dati dall'ONU (nei suoi dipartimenti di affari economici e sociali, all'Unesco, all'organizzazione per cibo ed agricoltura ed all'annuario ONU di statistica). Inoltre s'informò presso l'amministrazione USA sui dati oceanici ed atmosferici, la BP statistical Review, ed anche altrove. Questi dati furono appaiati in parallelo a quelli di Limiti della Crescita.

Ciò che ne è venuto fuori è che il mondo reale attuale sta percorrendo un binario assai simile a quello detto"business-as-usual" del libro, e non con altre proiezioni. […]

Come spiegavano nel '72 i ricercatori secondo lo scenario, la crescita della popolazione e della domanda di beni materiali e ricchezza doveva necessariamente condurre a iper-produzione ed inquinamento. I grafici confermano tutto questo.

Difatti le risorse planetarie stanno venendo consumate con rapidità, cresce l'inquinamento, la produzione industriale ed i consumi alimentari pro capite.  Infine la popolazione cresce ancora rapidamente.

Finora dunque, Limiti alla Crescita combacia con la realtà. E adesso?

Secondo il libro, continuare a far crescere la produzione industriale non può che far crescere il consumo di risorse. Però le risorse aumentano di prezzo mentre vengon consumate. Inoltre mentre sempre più capitali sono investiti per estrarre minerali, di conseguenza la produzione pro capite inizia a scendere a partire forse dal 2015.

Col crescere dell'inquinamento ed il calo dell'investimento industriale in agricoltura, si ha un calo di produzione di cibo pro capite. Iniziano i tagli ai servizi come Salute ed Educazione e ciò determina un aumento della mortalità a partire circa dal 2020. Si avrà allora un inizio di decrescita di popolazione dal 2030 al ritmo forse di mezzo miliardo in meno ad ogni decennio. Il tenore di vita calerà a livelli paragonabili a quelli d'inizio sec. XX.

Nel libro son soprattutto le risorse sempre più limitate a causare il collasso globale, però nel libro si tiene conto pure del danno da inquinamento, incluso il mutamento climatico. Infatti ritroviamo in esso degli allarmi sulla crescenti emissioni di anidride carbonica come causa di effetti climatici tendenti al "riscaldamento atmosferico". […]

I primi stadi del declino forse sono già fra noi. La crisi globale del 2007-2008 e la perdurante fase di ristagno potrebbero esser nutrimento per una ricaduta da costrizione delle risorse. La ricerca ossessiva di ricchezza materiale contribuisce a livelli insopportabili di debito, con conseguenti improvvisi aumenti di prezzo per cibo e petrolio che causano fallimenti a catena e la Grande Recessione.

Sicuramente critica sarà la situazione del Peak Oil o Picco del Petrolio.

Molti studiosi indipendenti sono convinti che il petrolio "facile" da estrazione convenzionale abbia già superato il limite di massima produzione, e perfino la conservatrice IEA lancia avvertimenti in merito.

Il Peak Oil potrebbe essere il catalizzatore del collasso globale. Ci son certi che vedono ancora possibilità dai carburanti fossili diversi come quelli dalle sabbie bituminose, petrolio di scisto e gas di carbone estrattivo come salvatori estremi, ma il problema sta nel quando, in che quantità, per quanto tempo ed a che costo potranno avvenire queste produzioni. Se dovessero costare troppo la caduta sarà esponenziale e generalizzata.

La nostra ricerca non indica con assoluta certezza la probabilità di un crollo generalizzato di economia, popolazione mondiale e crisi ambientale, e neppure possiamo proclamare che vi sarà un futuro esattamente delineato come dal MIT nel 1972. Potrebbe scoppiare una guerra mondiale, oppure una guida mondiale davvero ambientalista per tutto il pianeta. Questi cambiamenti potrebbero sconvolgere i grafici predittivi.

Però auspichiamo che i risultati della nostra ricerca facciano da campanello d'allarme, perché è estremamente improbabile che la ricerca della crescita economica riesca a continuare sino al 2100 senza provocar immani disastri, disastri che potrebbero arrivare assai presto!

Ci pare troppo tardi per convincere i politici mondiali e le aristocrazie del denaro a cambiar rotta. Pertanto ci rivolgiamo al resto, cioè a tutti noi, dicendo che è giunta l'ora di pensare a proteggerci perché stiamo correndo verso un futuro molto incerto.

Concludo colle parole di Limiti della crescita nel 1972:

" se le presenti tendenze di crescita della popolazione, di industrializzazione, inquinamento, produzione alimentare ed impoverimento di risorse continuassero senza significativi cambiamenti, i limiti alla crescita planetaria saranno raggiunti ad un punto sicuramente entro i prossimi 100 anni, col risultato più probabile di un calo improvviso di popolazione e di capacità industriale."

Finora, abbiamo modo di credere che ci avevano indovinato.

 

Traduzione di fengtofu

 

 
Un signor nessuno PDF Stampa E-mail

2 Marzo 2015

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Da Appelloalpopolo del 28-2-2015 (N.d.d.)

Secondo la stampa di regime, sarebbe stato ucciso “IL LEADER” dell’opposizione a PUTIN, tale Boris Nemcov!

La verità è che il preteso leader dell’opposizione a Putin aveva il medesimo consenso che MARIO CAPANNA aveva in Italia a metà degli anni Ottanta, sicché la qualifica di “leader dell’opposizione” è falsa e ridicola.

Su Wiki si legge:

“Nelle elezioni parlamentari del dicembre 2003, a capo della lista di Sojuz Pravych Sil compaiono Nemcov e Čubajs, e il partito riceve solo 2,4 milioni di voti, pari al 4%, non raggiungendo così la soglia minima del 5% per entrare in Parlamento… Nel gennaio 2004, Boris Nemcov, in ogni caso, decide di dare le proprie dimissioni formali, assumendosi la responsabilità della sconfitta elettorale.”

“Il 26 dicembre 2007, Nemcov ritira la sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2008, affermando di non voler sottrarre voti a Michail Kas’janov, l’altro candidato dell’ “opposizione democratica”. Kasparov nel 2008 non arriva al 2%!

L' ”oppositore” di Putin è il comunista Zyuganov. Il partito comunista russo ha 10 volte i voti del partito liberale russo.

I liberali in Russia non esistono, sono minuscoli, sono morti con la cacciata di Eltsin. I “leaders” dell’opposizione in Russia sono liberali soltanto per la stampa occidentale, che non si capacita che il periodo liberale in Russia sia durato soltanto una decina di anni, durante il regime della spia ubriacona Eltsin.

Stefano D’Andrea 

 
Sinistra per il capitalismo PDF Stampa E-mail

1 Marzo 2015

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Da Rassegna di Arianna del 24-2-2015 (N.d.d.)

 

Se qualcuno ha creduto in Tsipras e nella possibilità di “cambiare le cose” stando all’interno dell’unione e dell’eurozona, ora deve ricredersi … O almeno, dovrebbe farlo se non è in aperta mala fede.

Che il semestre europeo a guida italiana (presidenza del consiglio dell’unione), nella seconda parte dell’anno scorso, non sarebbe servito a nulla, men che meno a cambiare l’impostazione di fondo della politica unionista, fatta di rigore contabile e distruzione del sociale, era cosa fin troppo scontata. Il gioco era chiaro fin dall’inizio. Renzi tuonava contro le politiche del rigore – rigorosamente applicate dal suo governo, per conto troika – esclusivamente per scopi propagandistici interni, mentre batteva i tacchi e obbediva davanti al potere sopranazionale. Bruxelles, Francoforte e naturalmente Berlino, perché la Germania, kapò euronazista, tiene d’occhio gli altri popoli d’Europa, soprattutto i più deboli, tarpandogli le ali. Le sue proposte, come, ad esempio, escludere gli investimenti dal rigido computo del rapporto fra deficit e pil (< 3%), sfruttando a fondo i mitici finanziamenti europei (i 300 miliardi di Juncker!) per scuole, banda larga e dissesto idrogeologico, non sono che specchietti per le allodole. Ciò che vuole è intorbidare le acque, vendere illusioni, senza mettere minimamente in discussione le politiche del rigore – privatizzazioni per far cassa, i tagli lineari a sanità e sociale, precarietà di massa con lo jobs act – dalle quali non si discosta. 

Tsipras, dal canto suo, ha suscitato speranze di riscatto e di “riforma radicale” delle politiche unioniste non solo in Grecia. Ha promesso aumento delle pensioni, riassunzione di dipendenti pubblici (licenziati per conto troika), rigetto del “memorandum” siglato dal precedente governo e via elencando. Il gioco del gran capo progressista era di vincere le elezioni con un programma centrato sulla cancellazione-rinegoziazione del debito, sul sociale e sul ritorno alla spesa pubblica (welfare, lavoro statale, pensioni), restandosene, però, prudentemente dietro il filo spinato dell’eurolager. Le sue dichiarazioni “europeiste” stridevano non poco con la presunta volontà di ridare dignità, redditi e pane ai greci, ridotti alla fame proprio da un’unione europea ricattatrice e saccheggiatrice … e da una Germania euronazista.

Niente più troika (commissione-bce-fmi) e niente più diktat, cioè “memorandum” a strozzo. Insomma, il suddetto ha fatto credere a un popolo disperato che è possibile avere la botte piena e la moglie ubriaca o, con altre parole, che si può salvare la testa continuando a tenerla sul ceppo del boia. Certo … non si parla più di troika, ma di “istituzioni”, cambiando nome alla stessa cosa e il famigerato “memorandum” i greci se lo scrivono da soli (Tsipras e il suo socio Varoufakis), in base alle riforme pretese dall’eurogruppo. Poi, il rigore può pur essere mascherato da “flessibilità”, e via discorrendo. Nomi nuovi per cose vecchie, tipico imbroglio contro il popolo di una sinistra fatalmente serva del grande capitale finanziario e, “in cuor suo”, neoliberale. Una sinistra molle, effeminata, che nel momento topico abbassa sempre la testa davanti ai sovrani interessi del più forte, cioè del capitale finanziario. Eurogruppo, commissione e tedeschi gongolano, mentre Tspiras e Varoufakis devono spiegare ai greci con le pezze al culo il “mutamento di rotta”.

Che cosa cambia, concretamente? Cambia che Syriza, con un improvviso voltafaccia, dà l’addio al programma elettorale di Salonicco e a (quasi) tutti i buoni propositi, come, ad esempio, la cancellazione di buona parte del valore nominale del debito pubblico e la mitica “conferenza europea del debito”, che avrebbe dovuto determinare una svolta.

Delle seguenti promesse sperticate – Salonicco, settembre 2014 – non resta più nulla, se non qualche buono pasto per chi muore letteralmente di fame e una possibile estensione del salario minimo:

Elettricità gratis per 300.000 famiglie sotto la soglia di povertà fino a 300 kWh al mese per famiglia; cioè, 3.600 kWh l’anno. Programma di sussidi pasto per 300.000 famiglie senza reddito. L’attuazione avverrà tramite un ente pubblico di coordinamento, in collaborazione con le autorità locali, la Chiesa e le organizzazioni di solidarietà. Programma di garanzia abitativa. L’obiettivo è la fornitura iniziale di 30.000 appartamenti (30, 50, e 70 m²), sovvenzionando affitto a € 3 per m². Restituzione del bonus di Natale a 1.262.920 pensionati. Assistenza medica e farmaceutica gratuita per i disoccupati non assicurati. Eccetera, eccetera, eccetera …

In compenso, vi sarà la lotta al contrabbando, all’evasione fiscale e all’elusione. Sappiamo, però, che la lotta alla grande evasione è praticamente impossibile e l’espressione nasconde, sempre di più come accade in Italia, la “spremitura” dei piccoli, dei lavoratori dipendenti e di chi non può sottrarsi. Syriza rinuncia al programma di Salonicco, che aveva riacceso le ingenue speranze dei greci, per un’estensione di soli quattro mesi – nemmeno di sei, come richiesto – del prestito concesso dalla troika … Scusate! Dalle “istituzioni”. Per capire chi ha prevalso, chi ha padroneggiato la trattativa con la Grecia, guardate le facce e le espressioni di Tsipras e Varoufakis, da una parte, e dall’altra quelle dell’olandese (non hooligan) Dijsselbloem, presidente dell’eurogruppo.

In estrema sintesi, la cosiddetta sinistra non rappresenta più le istanze popolari, la tensione verso la giustizia sociale, la difesa degli interessi, sempre più calpestati, delle classi dominate, oppure, come nel caso di Syriza, millanta di volerli fare ma poi va in direzione opposta. Ci sono due livelli di servaggio nei confronti delle aristocrazie neocapitalistiche occidentali, ben simboleggiate dai mercati & investitori. Il primo è quello più esplicito, rappresentato dal piddì e da tutti i suoi esponenti, a partire da Renzi, che idolatra il mercato, l’iniziativa privata e gli onnipotenti, benefici “capitali stranieri” che investono nel paese. Il secondo, più nascosto, apparentemente conflittuale, è quello di Syriza e simili, che promettono mari e monti a una popolazione oppressa, spogliata di tutto dagli appetiti del grande capitale, e poi – quando si arriva alla prova dei fatti – si rimangiano puntualmente le promesse, abbassano regolarmente la testa, applicano programmi politici e misure “impopolari” che si dichiarava di voler superare.

Il problema è dunque la sinistra, squallida ausiliaria delle élite neocapitaliste e dei loro organi sopranazionali di dominio e controllo. Tolta di mezzo – con le buone o le cattive – questa quinta colonna del capitale, si potrà forse sperare nella nascita di una forza politica non-liberale che rappresenti veramente gli interessi delle masse pauperizzate. Purtroppo, in Italia c’è il vuoto assoluto e il pd è sempre più forte e invasivo, mentre in Grecia, visto che il KKE (partito comunista) è ormai un fossile, dopo il collasso di Syriza non resterà che l’incognita Alba Dorata.

Sic et simpliciter

 

Eugenio Orso 

 
Media unipolari PDF Stampa E-mail

28 Febbraio 2015

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Da Rassegna di Arianna del 24-2-2015 (N.d.d.)

 

Il grande interrogativo della geopolitica globale di oggi è se il mondo andrà verso un mondo unipolare a tempo indeterminato dominato dagli Stati Uniti (ciò che con orgoglio – o con arroganza − gli americani chiamano Full Spectrum Dominance, “dominio sull’intero spettro”) o se invece si muoverà verso un mondo multipolare in cui coesistono diversi centri di potere. Dal punto di vista economico il mondo è già multipolare, essendo la quota statunitense del prodotto mondiale lordo di appena circa il 18 per cento (dati 2013) e in costante diminuzione. Allora come mai gli USA sono ancora così dominanti a livello globale? La ragione non è il suo gigantesco budget militare, dal momento che non si può realisticamente bombardare tutto il mondo. Il primo strumento magico che gli Stati Uniti usano per dominare il mondo è il loro dollaro. La parola “magico” è qui licenza non poetica: il dollaro è effettivamente una creatura magica, in quanto la Federal Reserve può crearlo in quantità illimitate dentro i computer, e tuttavia il mondo lo considera come qualcosa di prezioso, pensando comunque ai petrodollari. Il che rende un compito facile per gli Stati Uniti finanziare con miliardi di dollari le “rivoluzioni colorate” e altre sovversioni in tutto il globo, praticamente a costo zero. Questo è un problema grave che ogni mondo che cerca la multipolarità dovrebbe affrontare.

L’altra super-arma degli Stati Uniti è il loro dominio folle dei mezzi d’informazione, qualcosa di molto vicino all’egemonia assoluta, la cui dimensione è fuori dall’immaginazione della maggior parte degli analisti. Hollywood è la più straordinaria macchina della propaganda mai vista in questo mondo. Hollywood trasmette in miliardi di cervelli di tutto il mondo i canoni hollywoodiani per la comprensione della realtà, che includono − ma non solo − il modo di pensare, di comportarsi, di vestirsi, cosa mangiare e bere, fino a come esprimere il dissenso. Sì, Hollywood è perfino in grado di istruirci su come esattamente esprimere il nostro dissenso verso lo stile di vita americano. Solo per citare un esempio (ma ce ne sono molti), i dissidenti occidentali spesso citano il film “Matrix” [1999] per riferirsi a un’invisibile rete di controllo sulle nostre vite, ma anche Matrix fa parte della stessa matrice, se posso metterla in chiave umoristica. Ecco la confezione hollywoodiana del processo di comprensione che viviamo in un mondo ingannevole: utilizzando allegorie, simboli e metafore prodotti negli Stati Uniti, facciamo comunque pienamente parte del loro sistema e quindi contribuiamo a rendere questo reale. Gli Stati Uniti hanno anche il controllo dell’informazione mainstream a livello mondiale, essendo la CIA infiltrata nella maggior parte dei più importanti network. Il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, che ha lavorato per la Frankfurter Allgemeine Zeitung, uno dei principali quotidiani tedeschi, nel suo libro bestseller Gekaufte Journalisten ["Giornalisti venduti"] ha recentemente confessato di essere stato pagato per anni dalla CIA per manipolare le notizie, e che questo è del tutto normale nei media tedeschi. Possiamo tranquillamente ritenere che ciò sia molto comune anche in altri paesi. Questo controllo globale sui mezzi d’informazione permette agli Stati Uniti di dominare la guerra della percezione in tale misura da rendergli possibile trasformare facilmente il bianco in nero agli occhi del pubblico. È incredibile come i media europei sotto il controllo americano abbiano potuto distorcere i fatti durante le recenti crisi in Ucraina: la giunta filonazista di Kiev, salita al potere con un colpo di Stato, è stata capace di bombardare e uccidere i propri cittadini per mesi, mentre i media occidentali la raffigurano sempre come la parte buona e Putin è descritto come il nuovo Hitler senza nessun motivo realmente fondato.

Per capire fino a che punto il dominio delle informazioni è di per sé sufficiente a plasmare una realtà effettiva, ricordiamo questa citazione del 2004 attribuita a Karl Rove, all’epoca consulente senior di George W. Bush: «Noi siamo un impero e quando agiamo creiamo la nostra realtà; così, mentre voi studiate quella realtà – con tutto l’equilibrio di cui siete capaci – noi agiamo di nuovo, creando altre nuove realtà che voi potete anche studiare, ed è così che le cose si gestiscono: noi siamo i protagonisti della storia… e a voi, a tutti voi, sarà solamente consentito di studiare ciò che noi facciamo.» E se tutto questo non bastasse, la maggior parte delle informazioni che circolano oggi nel mondo è elaborata da computer con sistemi operativi americani (Microsoft e Apple), mentre le persone − compresi coloro che si oppongono agli Stati Uniti − comunicano fra loro attraverso Facebook, Gmail e altri canali controllati dalla CIA. È proprio questo pressoché totale monopolio dell’informazione che fa la vera differenza. Così, anche se l’importanza economica americana ha subìto un netto declino negli ultimi decenni, la sua influenza sul piano dell’informazione è paradossalmente cresciuta. Perciò i paesi che oggi guardano a un vero e proprio mondo multipolare dovrebbero rivedere le loro priorità e iniziare a competere seriamente sul campo dell’informazione, piuttosto che concentrarsi solo su questioni economiche. Oggi il potere è solo una questione di percezione, e gli Stati Uniti sono ancora gli impareggiabili maestri di questo gioco. Non avremo nessun mondo veramente multipolare fino a quando altri giocatori con competenze analoghe non entreranno in gioco. Ci sono già alcuni casi di servizi di news non allineati con gli Stati Uniti di qualità eccellente e con l’ambizione di un’audience globale, fra i quali i più notevoli sono Russia Today e l’iraniana Press TV, ma questo è ancora poco o niente in confronto al costante tsunami di informazioni audiovisive filoamericane che dilaga in tutto il mondo 24 ore su 24. Russia Today sta progettando di allestire anche canali in francese e tedesco: questo è un passo in avanti, ma ancora lontano dall’essere sufficiente. Gli USA non sono davvero preoccupati dai paesi che li sorpassano nei propri interessi, però cominciano a innervosirsi se questi paesi utilizzano valute diverse dal dollaro per i loro commerci e letteralmente impazziscono quando sullo scacchiere dell’informazione appaiono importanti network non allineati. Il che suona abbastanza strano, dato che la libertà di stampa è un punto centrale della moderna mitologia americana, ma ogni fonte di informazione non allineata con gli Stati Uniti mette appunto in pericolo il loro monopolio della realtà. Questo è il motivo per cui hanno bisogno di demonizzare i concorrenti e di etichettarli come antiamericani o peggio. Tuttavia, spesso i giornalisti o gli editori non allineati sono semplicemente una realtà non americana, non necessariamente antiamericana; ma agli occhi degli egemonisti americani tutte le informazioni non-americane sono per definizione antiamericane, dal momento che la compattezza del loro impero si fonda soprattutto sul loro monopolio della realtà percepita. Ricordate la citazione di Karl Rove. Così, i paesi non allineati con gli USA che veramente aspirano a un mondo multipolare non hanno altra scelta se non quella di imparare dal loro avversario e agire di conseguenza. Al di là della creazione di un proprio news network all’avanguardia, essi dovrebbero anche cominciare a fornire un sostegno concreto all’informazione indipendente nei paesi in cui le notizie sono attualmente controllate dagli Stati Uniti. Giornalisti indipendenti, scrittori e ricercatori dei paesi occidentali oggi stanno facendo il loro lavoro solo per passione civile, spesso non pagati e al costo di pubbliche derisioni, emarginazione sociale e sacrifici economici. Diffamati nelle loro patrie e senza nessun aiuto da parte dei paesi che presumibilmente mirano a sottrarsi al giogo statunitense: questo non è un buon inizio per la fine della Full Spectrum Dominance degli Stati Uniti. Non c’è e non ci sarà mai un mondo realmente multipolare senza una gamma veramente multipolare di punti di vista sulla scena. Un impero postmoderno è più che altro una condizione mentale: se questa condizione rimarrà unipolare, il mondo resterà tale.

 

Roberto Quaglia 

 
Fitna occidentale PDF Stampa E-mail

26 Febbraio 2015

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Da Rassegna di Arianna del 24-2-2015 (N.d.d.)

 

Da Barack Obama al Colosseo di Roma ai tifosi del Feyenoord a piazza di Spagna fino al turismo toscano di Katy Perry. Questo è il vero scontro di civiltà. Decadentismo, ignoranza e barbarie arrivano dal mondo anglo-americano mica da quello islamico.

“È straordinario, incredibile. È più grande di alcuni stadi di baseball dei nostri giorni”, disse un anno fa, in visita al Colosseo di Roma, il capo della Casa Bianca Barack Obama. In queste dichiarazioni c’è tutto il provincialismo – nella sua accezione negativa – dello spirito americano. Due mila anni di storia paragonati ad uno sport moderno ignorato dal resto del mondo.

La storia si ripete, per due volte. Prima a Piazza di Spagna, la settimana scorsa, con i tifosi del Feyenoord che “hanno scambiato – citando Vittorio Sgarbi – la Barcaccia di Bernini per un cassonetto dove buttare palloncini, scatole bottiglie di birra”.  Mentre giornali e televisioni guardavano al Mediterraneo riportando la cinematografia dell’Isis, la beffa è arrivata da Occidente. Nel gesto degli olandesi si legge il carattere vandalico tipicamente anglo-americano di fabbricazione televisiva e consumistica. Non solo inciviltà, vandalismo e ignoranza. Nella messinscena romana c’è il culto della violenza (scontri con la polizia), il consumo di stupefacenti (in questo caso la birra), l’uso di un linguaggio facinoroso (cori e insulti), l’apologia della cultura ghettizzata (hooliganismo).

È la modernità che avanza impietosa. Con Barack Obama, con i tifosi del Feyenoord e per ultimo con Katy Perry, che in questi giorni si è recata in Toscana per turismo, scambiando il patrimonio artistico italiano per il Super Bowl statunitense. Su Instagram la cantante-attrice, ha pubblicato una serie di foto dissacranti: prima ha mimato una prestazione sessuale con la Torre di Pisa, poi ha sfottuto la Venere di Botticelli agli Uffizi di Firenze, infine, ha deriso il David di Michelangelo.

Eccole le nuove icone pop con milioni di followers. Temiamo l’Isis perché il terrorismo dello Star System ha colonizzato il nostro immaginario. Ma lo scontro di civiltà esiste, e non è quello indicato dall’ideologo neoconservatore Samuel Huntington. Il conflitto è all’interno del mondo occidentale. Il nemico dell’Occidente è l’Occidente stesso.

 

Sebastiano Caputo 

 
Dopo Lehman Brothers PDF Stampa E-mail

25 Febbraio 2015

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Qualcuno ricorda forse ancora l’epoca antecedente al collasso di Lehman Brothers: l’impero americano al suo apogeo stazionava in Iraq e Al Qaida piazzava qualche bomba in giro per il mondo, ma nel complesso l’economia mondiale cresceva stabilmente ovunque, i conflitti erano circoscritti a poche zone, si poteva essere sud-europei senza essere “porci” e le vacanze in Egitto erano roba da famiglie con bambini.

Cosa è successo da allora? Perché l’entropia è schizzata alla stelle?

Il mondo, da quando Lehman Brothers è fallita nel settembre del 2008, sembra essere impazzito e scivolato in una tale spirale di caos e violenza da dover tornare indietro di decenni per trovarne un precedente. Da allora abbiamo assistito a: crisi dell’euro, spread btp/bund a 500, governi non eletti guidati da ex-Goldman Sachs e affiliati di Bilderberg, primavere arabe, intervento NATO in Libia con annessa uccisione di Gheddafi, colpi di stato consecutivi in Egitto, guerra siriana, Gezi Park in Turchia, tentato intervento NATO contro Damasco, nascita e proliferazione dell’ISIS, stragi di Boko Haram in Nigeria, golpe di estrema-destra in Ucraina con conseguente annessione russa della Crimea, trattati segreti per il TTIP, guerriglia nel Donbass con annesso abbattimento aereo di linea, sanzioni a Mosca, firma della cooperazione economica sino-russa, tentata rivoluzione colorata a Hong Kong, attentato a Charlie Hebdo e molto altro ancora nei prossimi mesi.

È possibile ricondurre tutti questi eventi apparentemente scollegati ad un’unica narrazione? Quasi certamente sì. Ma se trattarli analiticamente richiederebbe la scrittura di un libro per la cui redazione non abbiamo il tempo e che in ogni caso non distribuiremmo gratis in rete, possiamo comunque offrire due carte geografiche che sintetizzano quanto sta avvenendo in Italia e nel suo estero vicino (Europa, Nord-Africa e Levante).

Sotto la crosta degli avvenimenti scorrono tre fiumi:

l'incapacità dell'economia americana di sostenere l'impero ed il conseguente sgretolamento della pax americana;

la mancata trasformazione dell'eurozona in unione fiscale, complice anche l'affievolirsi dell'influenza americana sul Vecchio Continente, che avrebbe consentito la nascita degli Stati Uniti d'Europa;

la vertiginosa crescita della Cina, divenuta già nel 2014 prima economia mondiale.

Le élite anglofone sono consce che per mantenere il primato mondiale che detengono dal 1945, il Vecchio Continente deve essere inglobato nella sfera americana, per formare una massa economica e demografica tale da competere con i giganti euroasiatici: per tale fine era stato concepito l'euro, prodromo dell'unione fiscale e quindi politica dell'Europa nella cornice UE-NATO.

Il tempo inoltre stringeva perché, nel frattempo, sia l'Eurasia che l'Africa erano in forte crescita, ponendo le basi non solo per una futura competizione con Washington, ma rappresentando anche potenziali rivali nell'aggregazione con il Vecchio Continente: se l'Europa si saldasse all'asse Mosca-Pechino, oppure si formasse un triangolo Europa-Russia-Medioriente, gli Stati Uniti tornerebbero automaticamente al ruolo rivestito fino al 1914. Periferia del mondo.

Qualcosa però non procede come previsto nel processo di unificazione europea e la crisi dell'euro, largamente prevedibile come può esserlo quella di un qualsiasi regime a cambi fissi, non partorisce gli Stati Uniti d'Europa nell’arco di tempo 2009-2012. A questo punto le élite anglofone cominciano a sudare freddo e si attivano immediatamente per impedire che si apra il recinto, consentendo ai buoi di fuggire dall’Unione Europea. I padroni del vapore devono quindi:

bloccare le forze centrifughe dell'eurozona e immaginare un progetto di inglobamento alternativo dell'Europa: il TTIP; fare terra bruciata attorno al Vecchio Continente, impedendo qualsiasi processo di integrazione alternativo: sponda nord e sponda sud del Mediterraneo, Germania-Russia, Italia-Russia-Libia, etc. etc.

La primavera araba, le rivoluzioni colorate, il caos libico, il conflitto siriano, il terrorismo dell'Isis e la guerra in Ucraina sono quindi strumenti con cui le élite finanziarie anglofone puntellano l'eurozona in attesa di assimilare il Vecchio Continente nella “NATO economica”, il TTIP.

Se domani scoppierà una bomba dell'Isis a Roma, una rivoluzione ad Algeri o un ordigno nel municipio di Donetsk, avete una chiave di lettura per inquadrare l'avvenimento in un più ampio sistema.

 

Federico Dezzani 

 
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