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Il parallelismo illusorio del '29 |
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Con questa riflessione sulla situazione sociale e culturale degli anni che stiamo vivendo, chiudiamo il nostro blog per la pausa estiva. Riprenderemo agli inizi di settembre. Il Giornale del Ribelle ringrazia i suoi fedeli lettori e commentatori per l'interesse mostrato e per la costante partecipazione, e augura a tutti buone vacanze. Sia a coloro che riusciranno a distaccarsene, sia soprattutto a coloro che di tale "invenzione" moderna, per un motivo o per l'altro, non potranno fare a meno. Buone vacanze e buon riposo a tutti. (m.v.)
29 luglio 2010

Sono ricorrenti i confronti fra l’attuale crisi economico-finanziaria e quella che si aprì col crollo di Wall Street nel ’29 e segnò tutti gli anni Trenta dello scorso secolo. Non essendo un economista non mi avventuro nell’analisi di analogie e differenze. Tante sono le sciocchezze che dicono e scrivono gli economisti patentati e accademici, talvolta premi Nobel: non vi aggiungerò quelle di un profano. Qualche considerazione di ordine storico-politico può tuttavia essere proposta. Quella crisi portò con sé un crollo di fiducia nella bontà delle ricette del liberal- capitalismo, nelle virtù taumaturgiche del Mercato che si autocorregge. Da quella crisi uscirono rafforzate correnti di pensiero che si credevano alternative al sistema oppure orientate verso correzioni sostanziali dei meccanismi della libera concorrenza. Ne uscì rafforzato il fascismo, con le sue soluzioni dirigiste e autoritarie, col suo statalismo accentratore, col rilancio dell’ideale corporativo. Ne uscì rafforzato il comunismo, che già si configurava come una nuova fede laica con milioni di adepti in tutto il mondo, esaltati dai successi dei Piani quinquennali voluti da Stalin nell’URSS, proprio quando il capitalismo era sconvolto dalla crisi. Delle prime grandi purghe del regime, che fucilava non solo borghesi e agrari ma soprattutto comunisti non pienamente allineati, parlavano i “servi del capitale”: i fedeli della nuova chiesa le ignoravano. Ne uscì rafforzata la socialdemocrazia, che trovava nuovi riferimenti nelle proposte di politica economica di Keynes, proposte messe a punto e divulgate proprio in quel decennio. L’esito di tutto quel travaglio fu la guerra più sconvolgente che l’umanità avesse mai vissuto, ma resta il fatto di un grande fermento di idee e di progetti alternativi. Niente di tutto ciò nel quadro sociale, culturale e politico odierno. Calma piatta. Qualche protesta delle categorie più penalizzate, qualche vetrina infranta, qualche sciopero generale indetto da alcuni sindacati tanto per segnalare la loro esistenza in vita, fra il disinteresse generale e lo scetticismo diffuso. Nessun programma alternativo, nessuna vera mobilitazione, nessuna nuova bandiera a mettere in moto emozioni, le uniche capaci di unificare, di fare massa e di scagliarla contro i poteri dominanti. Nessun leader che emerga nella palude del disfacimento. L’ideologia dominante, che solo pochi emarginati continuano a contestare, è quella del libero Mercato, del sistema che trae linfe vitali proprio dalla sue crisi cicliche, della prassi liberal-democratica come grande vanto della civiltà occidentale che si fa mondo. Come si spiega la contraddizione di una crisi sistemica che non provoca reazioni di massa contro il sistema stesso? Una prima risposta a questa domanda è la raffinatezza dei condizionamenti propagandistici di un potere totalitario quant’altri mai, un sistema che si impadronisce delle menti non con i metodi grossolani dell’indottrinamento politico e della repressione poliziesca, ma con la pubblicità commerciale, con la divulgazione capillare di un’ideologia attraverso strumenti apparentementi neutrali, non politici, come gli sceneggiati televisivi, le produzioni di Hollywood, la musica, le mode attraverso le quali il potere si appropria di atteggiamenti ribelli di una gioventù inquieta e sradicata svirilizzandoli e delegittimandoli. Un’altra risposta è nelle dinamiche di società in cui la percentuale di anziani è crescente, e nella possibilità di deviare il malcontento verso le masse di immigrati, come se essi fossero la causa e non la conseguenza del nostro sfacelo. Ma la risposta più convincente sta nel fatto che tutte le alternative possibili sono state sperimentate, e sono risultate perdenti o fallimentari. Fascismo, socialdemocrazia e comunismo non possono più attrarre perché hanno fallito o, come nel caso della socialdemocrazia, non sono più un’alternativa praticabile perchè poteva prosperare solo in presenza di una forte crescita e di bassi costi delle materie prime. A ben guardare proprio questa caduta di tutte le possibili alternative, questa sorta di terra bruciata che il liberal-capitalismo si è fatto attorno a sé, è la grande risorsa che ci fa sperare. Pur nell’apatia generale si avverte nell’aria l’attesa e la certezza di una fine. Si odono non più soltanto scricchiolii ma gli schianti di un crollo. Allora l’apparente indifferenza è da interpretare piuttosto come quella sorta di sbalordimento che paralizza la volontà davanti a un disastro senza rimedio. Se le soluzioni che furono elaborate all’interno della logica economicista, materialista e progressista della Modernità sono tutte fallite, il grande sfacelo obbligherà gli inebetiti al brusco risveglio della consapevolezza che si esce dal sistema solo uscendo dalla Modernità. Questa è una grande speranza che si può già intravedere nella dura realtà dei fatti, non c’è bisogno di profetismi Maya per coltivarla. Il liberal–capitalismo è la Modernità nella sua espressione più compiuta e coerente. Essendosi sbarazzato di tutti coloro che lo contestavano sul suo stesso terreno, la sua fine sarà anche la fine della Modernità. Concludendo, il parallelismo con gli anni Trenta è totalmente infondato se ragioniamo nei termini della riflessione politico-culturale. Resta la possibilità che le due epoche siano accomunate dall’esito che mise fine a quella crisi: l’opzione di una guerra che azzera tutto non per costruire un’epoca nuova ma per riprodurre il meccanismo di sempre attraverso il grande affare della ricostruzione.
Luciano Fuschini
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La fobia dell'ordine delle cose |
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di Fabio Mazza
22 luglio 2010

Il dibattito serrato sull’allarme omofobia, che ha scaldato le platee di innumerevoli (e spregevoli) trasmissioni televisive recentemente, è, in realtà, un falso problema. Quelli che volevano una legge apposita che punisse l’ “omofobia” (che letteralmente dovrebbe significare la “paura” dell’omosessuale, in senso stretto significa la “discriminazione” degli stessi), si sono visti rispondere giustamente, dagli stessi custodi della costituzione che essi esaltano ogni giorno, che non è possibile approvare una legge del genere, perché contraria all’articolo 3 della costituzione. L’articolo 3 sancisce il principio di eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Ora, la legge in questione prevede come aggravante del delitto di aggressione, il fatto di avere commesso i suddetti reati per motivi di omofobia. Quindi se aggredisco una persona perché gay è più grave del caso in cui, poniamo aggredissi un biondo, perché a mio avviso troppo nordico. Ma non si capisce perché se picchio un gay per qualsiasi motivo, ciò debba essere più grave che picchiare un'altra persona, magari eterosessuale. “Ma perché i gay vengono picchiati per motivi inerenti al loro orientamento sessuale”, parte il coro delle solite anime belle. Ma, rispondiamo noi, come si fa a dimostrare che l’aggressione vi è stata per motivi sessuali? Se aggredisco un omosessuale per motivi personali, magari senza sapere che costui lo è, e questi per accrescere il risarcimento che gli sarà dovuto e la pena inflittami, sostiene che io l’ho chiamato “frocio schifoso”? In secondo luogo: avrò diritto o no di allontanare da me, di non volere vedere, al limite anche di odiare l’omosessuale, se questo non si traduce in un comportamento violento e aggressivo? Se non compio reati contro la persona? O dovendomi omologare al diktat demo-buonista devo amare e legittimare una realtà che per me è sì degna di rispetto (che si deve ad ogni essere umano) ma fuorviante e sintomo di discentramento interno? In ogni caso il disegno di legge in questione è palesemente anticostituzionale, contrario a quella stessa costituzione che i promotori di questa legge difendono a spada tratta quando a loro fa comodo. Ma il problema è più a monte. I gay e le lesbiche, che sono una vera e propria lobby, sostengono di volere uguali diritti e di voler essere uguali agli altri. E proprio qui si contraddicono. Difatti se si vuole essere uguali si debbono avere gli stessi diritti della massa. Non di più o diversi. Ed ecco che scatta la solita discriminazione al contrario; il solito razzismo mascherato da umanitarismo, da solidarietà sociale, da diritti umani.
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La dignitą della morte, l'umiliazione della vita |
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di Massimiliano Viviani
15 luglio 2010

La cancellazione da parte della modernità della dimensione trascendente e religiosa dell'uomo gli ha concesso una libertà di azione e di pensiero senza precedenti nella storia, ma nel contempo lo ha condannato a vivere in un'unica realtà, quella materiale, finita la quale, è finita la vita. A differenza dell'uomo del passato che non sapeva che era la terra a girare intorno al sole -ma di cui probabilmente non gliene importava più di tanto- ma sapeva, colto o analfabeta che fosse, dare una risposta certa alle domande fondamentali dell'uomo (Dio, anima e mondo) l'uomo moderno a tali domande non sa più rispondere. Ridottasi a poco più che una "scienza sociale" come tante altre, la religione non è più in grado di svolgere la funzione di fornire una risposta a tali domande e soprattutto a quella più importante in assoluto, ossia quale sia il destino umano dopo la morte. La scienza, rimasta l'unica forma di conoscenza valida nella modernità, ha preso il suo posto. Ma poichè la scienza per sua natura, al contrario delle religioni tradizionali, non è assoluta ed eterna ma parziale e relativa, le sue risposte non potranno che essere parziali e provvisorie. Quindi poco soddisfacenti. Di fatto, la risposta della scienza al mistero della morte non potrà che essere la più semplice possibile: prolungare oltre ogni limite la vita. Poichè la scienza non riconosce altre realtà oltre a quella materiale, non le resta che rimandare il più lontano possibile il momento della morte, che nel frattempo da momento di trapasso, è diventato momento di cessazione: con la morte l'uomo moderno non va da nessuna parte ma cessa semplicemente di esistere. Finisce la commedia. Cala il sipario. A questo punto ci viene incontro la cronaca. Nel maggio scorso infatti il celebre genetista Craig Venter annunciava di avere progettato e assemblato cellule capaci di autoreplicarsi, realizzando di fatto in laboratorio la prima cellula artificiale e compiendo il primo passo concreto verso la creazione della vita artificiale. Pochissimo tempo dopo il nostrano Prof. Veronesi rivelava ai media il funzionamento di una macchina che individua l'esistenza di cellule tumorali nel corpo del paziente nel momento della loro formazione, se non addirittura prima, con una probabilità prossima al 100%. Le due scoperte speculari e complementari affermano da un lato che la vita non contiene in sè alcun mistero trascendente perchè un qualsiasi computer è in grado di riprodurla (in realtà queste sono balle: cosa differenzia un uomo vivo da uno morto un istante fa? Biologicamente niente. In realtà io mi permetto di sostenere sulla linea degli antichi che il Mistero si nasconde dietro ogni punto del creato: gli elementi assemblati dal computer hanno già dentro di sè quella trascendenza che poi si ripropone in modo diverso nel corpo umano come lo conosciamo noi...), dall'altro invita implicitamente ogni persona ad attuare la medicalizzazione perpetua affinchè la vita duri sempre più a lungo. Del resto non sono gli stessi scienziati -Veronesi in testa- che ci assicurano che un giorno non troppo lontano vivremo fino a 120 anni? Che poi di fatto vorrà dire, nè più nè meno, prolungare la nostra schiavitù e andare in pensione quarant'anni dopo?
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8 luglio 2010
“Il ritorno” è la storia di Claudio Rutilio Namaziano, patrizio romano del V secolo d.c. Film italiano diretto dal regista Claudio Bondì, realizzato con risorse molto limitate (e ad onor del vero la cosa è evidente), con attori provenienti dalla “gavetta”, è tratto dall’opera dello stesso Namaziano “De Reditu suo”, scritta appunto negli anni della sincope della tradizione romana. Namaziano è un patrizio romano pagano, di origini galliche, che decide di intraprendere un difficile e pericoloso viaggio da Roma alla natìa Tolosa, per verificare le condizioni delle sue proprietà dopo le invasioni di Alarico, che hanno distrutto l’Impero d’Occidente, a quel tempo governato dalla imbelle figura del cristiano Onorio. In realtà il suo intento segreto è di fomentare una rivolta dei maggiorenti locali gallici, quasi tutti pagani, contro Onorio, per acclamare un imperatore pagano. Le strade dell’Impero, ormai ridotte a dominio di bande di predoni e di signorotti locali, non sono sicure, e cosi Namaziano comincia il suo viaggio per mare, con una imbarcazione condotta da un losco figuro, avido di denaro. A Roma nel frattempo, viene scoperta la vera ragione del viaggio e un drappello di pretoriani viene lanciato all’inseguimento di Namaziano per ucciderlo. Arrivato in Gallia tra mille difficoltà, Namaziano scopre che i suoi amici si comportano ormai più come signori feudali (del resto l’alto medioevo è imminente), che come cives romani. Essi tengono rapporti ambigui con Roma, e Namaziano capisce presto che presso di loro non troverà aiuto. Decide allora di tornare in Italia, e sulla strada incontra un suo vecchio amico, un patrizio delle Gallie ostinato nel perseguimento della tradizione dei suoi padri, che, constatato lo strazio di vivere in un mondo in rovina, ove i valori sono stati invertiti, preferisce uccidersi. Lo fa con calma dignità, come si addice ad un romano, come Catone, come Seneca, in un momento molto intenso del film, e lasciando Namaziano ancora più solo e disperato. E si arriva cosi all’epilogo: raggiunto dalle truppe prezzolate al suo inseguimento il destino di Namaziano si compie. Egli muore conscio di non aver ceduto, di aver difeso fino all’ultimo non solo una “religione” o una dignità personale, ma un'intera visione del mondo. Una visione del mondo che di li a poco si estinguerà, sopravvivendo in forme incomplete e nascoste lungo tutto il corso del medioevo, in figure apparentemente cristiane, ma intrinsecamente “pagane”, nell’ethos, nella condotta, e nella vita. Le invasioni barbariche hanno devastato la romanità, ma ancor più ha potuto un virus interno che, nato nella lontana Palestina, ha infettato silenziosamente e lentamente il substrato più autentico e virile di Roma: il Cristianesimo. Ovunque si può vedere il passaggio dei cristiani e del loro fanatismo iconoclasta: statue degli dei e templi sono stati mutilati e distrutti. All’amico che lo accompagna, un giovane che si scopre poi essere spia al soldo dei governanti cristiani di Roma, Namaziano precisa che quello scempio non è opera dei barbari, ma dei cristiani, intolleranti verso qualsiasi forma di grandezza, di bellezza e di perfezione. Caratteristiche che tali rappresentazioni della divinità rappresentavano. Namaziano precisa che i pagani sanno bene che nelle statue non c’è un dio, ma la “venerazione” delle stesse, finalizzata all’elevazione personale: una sorta di modello di perfezione cui aspirare, cui elevarsi, cui commisurare la propria condotta di vita ("tutti noi sappiamo che dentro a quelle statue non c'è un'anima, ma chi li ha creati forse si è creduto o ha finto di essere quasi un dio. Questo non ci perdonano."). La situazione in Italia e in tutto il mondo tardo-antico è degenerata non tanto per una debolezza “fisica” dei romani, che fino a poche centinaia di anni prima vedevano garrire al vento i vessilli delle legioni, dalla Britannia al Ponto, quanto per un alterarsi, un venir meno di un dato tipo umano. A fronte del modello di spiritualità virile, eroico, distaccato e che si basava sul mos, sul rito, e sull’azione, sul rapporto diretto con il numen, con una forza intesa con rispetto ma mai con sudditanza, si afferma una nuova visione del “sacro” e del mondo. È la visione dei cristiani, che affermando il dualismo di questo mondo (valle di lacrime) con l’altro (regno di Dio), dissacrano la natura, la bollano come empia, tentatrice e demoniaca. Che concepiscono una visione della spiritualità basata sulla rinuncia, sulla mortificazione in attesa del “Regno”, sulla devozione fanatica e sulla fede. Nella loro delirante visione la civitas dei, diviene civitas diaboli, la “puttana di Babilonia”. Nella religione eroica romana, nell’adorazione virile e paritaria del patrizio, nell’uomo che vuole elevarsi a più che uomo, essi vedono orgoglio luciferico. Nella gerarchia romana, basata su un sistema di caste, essi vedono un affronto all’eguaglianza professata dal Cristo per tutti gli uomini. Sobillando i pezzenti, tutta la feccia del basso impero ad un riscatto che in vita costoro non erano in grado di ottenere; promettendo loro un aldilà contrassegnato da una “inversione di tutti i valori”, ove gli ultimi sarebbero stati primi, ove i miserabili e i malriusciti sarebbero stati beati; instillando nei cuori un’adorazione fanatica e devozionale, basata su abbandoni estatici di anime spezzate e discentrate, il cristianesimo mina le strutture dell’Impero. Con la loro massima del “porgi l’altra guancia” essi sobillano al lasciare indifesi i confini. Addirittura si spingono a sostenere che le invasioni barbariche sono un evento lieto, perché permetteranno ai “barbari” di conoscere Cristo. Tutto questo prepara la caduta. La fine di un epoca che fu una delle più grandi e splendenti della storia umana. Momento culminante della pellicola è l’incontro di Namaziano con una comunità di “asceti” cristiani su di un'isola ove la sua barca attracca. Lo scambio di battute tra i due personaggi riassume lo spirito e il significato più profondo del film. I ragionamenti di Namaziano nulla possono contro il fanatismo del cristiano che lo taccia di essere “destinato alle tenebre”. Quando Namaziano spiega che l’anima non è una cosa “per tutti”, che non è regalata dal dio dei cristiani o dagli dei, ma che occorre meritarsela, e che è la natura a regalare le possibilità per questa conquista, il cristiano, fedele allo stile di tutti quelli come lui, si copre le orecchie con le mani per non ascoltarlo ("goditi il mio disprezzo, e soprattutto quello degli uomini che sono vissuti di pensiero e non di illusioni o di favole..."). Il nobile Namaziano, il cui ricordo vivrà per sempre in tutti i pagani e in ogni vir, che non accettano pseudo-tradizioni fondate su valori anti-virili e anti-tradizionali, registra le cronache di un mondo che finisce, di una civiltà al suo termine. Il suo tentativo anti-storico e ideale è anche il nostro tentativo di antimoderni, che incuranti della direzione presa dalla storia, continuiamo a seguire una “retta condotta” basata sui principi che ci contraddistinguono come Uomini, anche se il verdetto della storia ci ha probabilmente già condannati.
Fabio Mazza
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1 luglio 2010

Da molto tempo si sono compresi i guasti che i due volti che la Modernità ha assunto in àmbito sociale ed economico, quello capitalista e quello socialista, provocavano nel tessuto sociale. Il capitalismo imponendo le leggi ferree del Mercato e del Profitto che creano diseguaglianze abissali e impongono i ritmi frenetici di una concorrenza spietata. Il socialismo affermando un collettivismo accentratore e statalista, inevitabilmente autoritario e burocratico, nonché meno efficiente sul terreno produttivo, quello decisivo nella logica della Modernità. Per ovviare agli inconvenienti di entrambi i sistemi, fin dall’Ottocento sono state ipotizzate terze vie, tali da correggere i difetti di capitalismo e socialismo. Può già essere intesa come una terza via la dottrina sociale della Chiesa, formulata nella famosa enciclica Rerum Novarum di Leone XIII verso la fine dell’Ottocento. L’enciclica, avversando il socialismo, condannava il principio dell’uguaglianza economica come “contro natura”: i diversi ruoli e le diverse competenze necessariamente si traducono in diverse retribuzioni. Inoltre la proprietà privata è un diritto che nessuno può e deve conculcare. D’altra parte, contro il capitalismo, l’enciclica pone non il profitto ma la “giusta mercede”, quella che consente al lavoratore di mantenere dignitosamente la propria famiglia, al centro del processo produttivo. Per ottenere questo risultato i lavoratori sono invitati a organizzarsi in leghe e società di mutuo soccorso e lo Stato è tenuto a garantire i loro diritti, evitando comunque gli scioperi, espressione di una lotta di classe che deve essere ripudiata in nome del bene comune e della carità cristiana. In definitiva, la proprietà è un diritto ma deve essere usata per la collettività: uso sociale di un bene individuale. Col senno di poi, possiamo dire che la dottrina sociale della Chiesa ha favorito la nascita di un associazionismo popolare cattolico, soprattutto nelle campagne, ma non ha minimamente intaccato le logiche del mercato e del profitto. Una terza via pretese di essere anche il fascismo. Oggi, dopo gli studi di Renzo De Felice e della sua scuola, appare del tutto inadeguata l’interpretazione della storiografia dogmatica marxista, secondo cui il fascismo non fu altro che la reazione violenta della borghesia per bloccare con la forza l’ascesa dei proletari e del socialismo.Il fascismo fu un fenomeno complesso al cui interno operavano anche fermenti innovatori che trovarono espressione nel programma del ’19, nel nazionalismo fiumano, nelle nazionalizzazioni degli anni Trenta, nella politica di assistenza sociale, infine nei propositi, pur velleitari e tardivi, di Salò. La terza via doveva realizzarsi nel corporativismo, il grande progetto cui si dedicò uno degli esponenti più inquieti e più interessanti del regime, il romano Bottai. Ogni ramo della produzione ebbe la propria corporazione, in cui erano rappresentati i proprietari, i lavoratori organizzati nel sindacato fascista, e lo Stato con i suoi funzionari. Ogni conflitto di interesse fra datori di lavoro e dipendenti doveva essere composto all’interno della corporazione, in un clima di collaborazione e non di lotta di classe, nello spirito della difesa dei supremi interessi della Nazione: un ideale che fu apprezzato dai cristiano-sociali e dalla “sinistra” fascista. Qualora un accordo non si fosse trovato, l’esito del conflitto non poteva essere lo sciopero ma l’arbitrato dello Stato tramite i suoi funzionari, cui spettava l’ultima parola. Lo spirito di tutto il sistema era quello della subordinazione dell’interesse individuale e di categoria all’interesse dell’intera collettività. Resta il fatto che il sistema corporativo garantì più i proprietari che i salariati e, comunque, abortì sul nascere nonostante gli sforzi di Bottai per renderlo il cardine del regime. A ben vedere anche la socialdemocrazia, nonostante volesse essere la via democratica e pacifica al socialismo e non qualcosa di diverso dal socialismo stesso, è stata, nelle sue realizzazioni storiche, l’abbozzo di una terza via. Ha accettato le regole del mercato, la ricerca del profitto come molla dell’economia, la proprietà privata dei mezzi di produzione. Tuttavia, conciliandosi anche con le correnti democratiche di impronta laica come quelle di derivazione mazziniana, ha promosso una programmazione statale che inquadrasse l’iniziativa privata in un piano, orientando gli investimenti; ha nazionalizzato in alcuni settori; ha creato una rete di servizi sociali e di assistenza ai bisognosi, in un clima di apertura ai sindacati e al cooperativismo e nella logica keynesiana degli alti salari per stimolare i consumi e di conseguenza la produzione. Si può dire che la stagione della socialdemocrazia in Europa ha dato ai lavoratori dipendenti garanzie e tenore di vita quali mai avevano avuto. Ma col senno di poi possiamo anche affermare che il sistema ha prodotto inflazione e un fiscalismo eccessivo, i grandi inconvenienti delle soluzioni keynesiane. Del resto nemmeno la socialdemocrazia, pur con la sua maggiore giustizia distributiva, ha permesso di uscire dalle logiche del mercato capitalista. La ricerca di una terza via ha prodotto anche strane contorsioni mentali, come quella di Enrico Berlinguer negli anni Settanta, quando parlò di eurocomunismo come terza via fra la socialdemocrazia incapace di uscire dal capitalismo e il comunismo autoritario e burocratico di tipo sovietico. Era un balbettìo confuso che infatti si spense senza lasciare traccia, fra i lazzi di un craxiano come Martelli che parlò di “neurocomunismo”. In conclusione, le affannose ricerche di una terza via sono tutte fallite. Non esiste terza via perché tutte queste presunte soluzioni si collocano pur sempre nel quadro della Modernità. Si potrà uscire dal mercato capitalista e dal socialismo industrialista, statalista e burocratico, solo adottando la prospettiva dell’antimodernità. Non una terza via ma una fuoruscita netta e senza equivoci dalle strettoie di un sistema che ha esaurito tutte le sue possibilità.
Luciano Fuschini
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di Massimiliano Viviani
25 giugno 2010

La libertà che sta a fondamento del mondo moderno è principalmente libertà di scelta. Sia in ambito sociale che individuale, l'uomo moderno deve poter essere libero di scegliere la propria strada e il proprio destino. La possibilità di scegliere è alla base di qualsiasi forma di libertà, così come la intendiamo oggi. Ma la libertà di scelta, in sè, assume spesso una forma rigida, caratterizzata da un numero di opzioni definite a priori, offerte da un sistema più grande che è il sistema tecnico materialista nel quale viviamo. La scelta solitamente si compie all'interno di queste opzioni predefinite. Tale forma di libertà in fondo rispecchia la stessa rigidità di quella tecnologia che con i suoi automatismi e la sua pervasività ha distrutto il mondo tradizionale per creare il deserto. Per chiarire il senso autentico della libertà di scelta potrà essere utile considerare, per esempio, la libertà offerta da un mezzo di locomozione; e non a caso, dato che la mobilità costituisce una delle più grandi conquiste del mondo moderno in fatto di libertà. La libertà di spostamento data da un animale -per esempio un cavallo- è molto diversa da quella apparentemente illimitata offerta da un'automobile. Tuttavia essa, con tutta la sua potenza, può soltanto seguire la vie decise a priori dal sistema. Fuori dalle strade e dalle autostrade, il simbolo della moderna emancipazione è impotente. Può andare solo dove decidono gli altri. Un cavallo al contrario è sì meno potente e meno veloce, ma può accedere praticamente ovunque: nelle città, per le strade, sulle scalinate, nei prati, nei campi, per i boschi, sulla spiaggia, attraverso le paludi....quale automobile può garantire la stessa libertà?! E' chiaro che l'esempio riportato sopra fornisce una lettura sintetica e schematica del concetto di libertà in rapporto al mondo moderno, ma esso è tuttavia eloquente e la sua semplicità rende bene l'idea. L'uomo moderno dovrebbe riflettervi perchè nella semplicità spesso risiede la verità più pura. L'inebriante libertà offerta dalla tecnica è una chimera -anche perchè lo stesso mondo omologato fa perdere senso alle varie opzioni che si somigliano sempre più- allo stesso modo delle false scelte e opportunità precotte che il sistema economico ci propina e che non hanno più un vero significato. La libertà diventa così "libertà di usufruire della tecnica", di utilizzare prodotti, mezzi, automatismi e opzioni, scelti precedentemente da altri. Non importa se la velocità e la quantità esaltano la percezione della libertà e la rendono inebriante, perchè in realtà si tratta di pura illusione.
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