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Fallimento della globalizzazione PDF Stampa E-mail

22 Settembre 2017

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Da Rassegna di Arianna del 19-9-2017 (N.d.d.)

 

Tutti quanti in coro, politici, economisti, banchieri ed esperti di ogni risma e colore, hanno cantato per anni la bellezza del processo di globalizzazione mondialista, vantandone le improbabili virtù taumaturgiche e millantando un futuro migliore, senza più confini e diseguaglianze, nel quale l'uomo nuovo avrebbe potuto vivere serenamente, sgravato da tutto il peso dei retaggi del passato. Hanno continuato a cantare mentre l’opinione pubblica, abbandonati i sogni con cui si era tentato di vestire l’immaginario collettivo, iniziava a prendere coscienza di una realtà fatta di guerra fra poveri, di lavoro precario, di accentramento della ricchezza, di atomizzazione dell’individuo, di perdita dell’identità.... E di fronte a questo stato di cose, prima sommessamente e poi man mano con maggior vigore, iniziava a guardare alla globalizzazione scoprendone il vero volto, costituito dall’appiattimento dell’essere umano e delle sue peculiarità sull’altare di un progresso utile solamente per ingrassare a dismisura le già pingui fatture della piccola élite deputata a gestirla.  Oggi, dopo avere per molto tempo bollato ogni anelito di protesta ed ogni critica come propaganda populista ed antimoderna, perfino una parte di coloro che gestiscono il potere economico e finanziario sembra prendere coscienza del fatto che la globalizzazione mondialista, benché fosse una strada lastricata di buone intenzioni, ci sta portando laddove sarebbe stato preferibile non andare.

 

Un recente documento prodotto dalla Banca Mondiale sostiene infatti che la globalizzazione “potrebbe aver portato a un aumento della disuguaglianza dei salari” ed arriva a citare le parole dell’economista premio Nobel Eric Maskin, secondo cui la globalizzazione aumenta la disuguaglianza in quanto aumenta la disparità di competenze dei diversi lavoratori. L’Ufficio Nazionale di Ricerca Economica (NBER), maggiore organizzazione di ricerca economica degli Stati Uniti, che annovera fra i suoi membri numerosi premi Nobel, ha pubblicato nello scorso mese di maggio un documento nel quale afferma che “le recenti tendenze verso la globalizzazione hanno aumentato la disuguaglianza negli Stati Uniti, aumentando in maniera sproporzionata il reddito dei più ricchi e l’aumento della competizione delle importazioni ha avuto un effetto deleterio sui lavori manifatturieri, ha portato le aziende a migliorare la loro produzione e causato una diminuzione dei redditi dei lavoratori“. Sempre all’interno dello stesso documento inoltre gli esperti spiegano come la globalizzazione abbia permesso ai dirigenti delle aziende di aumentare considerevolmente l’ammontare dei propri compensi anche nell’eventualità di una cattiva gestione dell’attività, a scapito dei salari di tutti gli altri lavoratori. All’interno di un recente rapporto del Fondo Monetario Internazionale (FMI) viene ribadito come “un alto livello di commercio e flussi finanziari tra i paesi, in parte reso possibile dalle scoperte tecnologiche, sia comunemente ritenuto causa di un aumento della disuguaglianza di reddito”. E come “nelle economie avanzate, la capacità delle aziende di adottare tecnologie per ridurre l’impiego di manodopera e la tendenza a spostare le produzioni all’estero sono state citate come fattori importanti nel declino del settore manifatturiero e nell’aumento del divario di compenso tra le diverse competenze“. Sottolinea inoltre come “i flussi finanziari in aumento, in particolare gli Investimenti Esteri Diretti (IDE), e i flussi di portafoglio, aumentino la disuguaglianza sia nelle economie avanzate, sia nei mercati emergenti“. In alcuni recenti articoli, redatti da esponenti di spicco della Banca dei Pagamenti Internazionali, è stato sostenuto “che la globalizzazione finanziaria stessa rende i cicli di boom e crash molto più frequenti e destabilizzanti di quanto sarebbero altrimenti“. McKinsey & Company afferma che “anche se la globalizzazione ha ridotto la disuguaglianza tra paesi, l’ha aggravata all’interno dei paesi stessi“. Branko Milanovic dell’università di New York, sostiene che “periodi di integrazione globale e progresso tecnologico generino crescenti disuguaglianze” e suggerisce che i sostenitori dell’integrazione economica abbiano sottovalutato i rischi che ampi settori della società si sentissero tagliati fuori. Il New York Times si domanda se gli esperti non si siano sbagliati riguardo ai benefici del commercio per l’economia americana e se proprio il fallimento della globalizzazione e la conseguente frustrazione degli elettori americani non abbia costituito la chiave di volta che ha favorito l’elezione di Trump alla Casa Bianca. David Autor dell’Istituto di Tecnologia del Massachusset, David Dorn dell’Università di Zurigo, Gordon Hanson dell’Università di San Diego, insieme a Daron Acemoglu e Brendan Price dell’MIT, hanno stimato che la crescita delle importazioni dalla Cina tra il 1999 e il 2011 (parte del processo di globalizzazione) sia costata 2,4 milioni di posti di lavoro negli USA. Steve Keen, professore di economia e capo della Scuola di Economia, Storia e Politica all’Università di Kingston a Londra, mette alla berlina il convincimento tanto in voga oggi che la globalizzazione e il libero scambio potrebbero portare benefici a tutti, se solo i vantaggi fossero suddivisi più equamente, bollandolo come una fallacia basata sul nulla. E sostiene che il gioco delle tre carte della globalizzazione sia il prodotto di un ragionamento a tavolino esperito da persone che non hanno mai messo piede in una delle fabbriche che le loro teorie economiche hanno mandato in rovina. Un’interessante ricerca dell’Università di Harvard ha messo in luce come la diversificazione e non la specializzazione (pilastro della società globalizzata) sia “l’ingrediente magico” in grado di generare realmente la crescita. Sottolineando come la politica globalizzatrice arricchisca la ricca élite che bazzica i festini di Washington, ma al contempo generi una perdita per il Paese nel suo complesso e per le classi lavoratrici.

 

Come se non bastasse perfino le grandi multinazionali, vero e proprio emblema della globalizzazione, stanno iniziando a ripensare le proprie politiche e stanno perdendo progressivamente interesse per la strategia globalizzatrice. Il Reshoring, cioè il riportare le operazioni manifatturiere nelle fabbriche occidentali dai mercati emergenti, sta diventando un’ipotesi valutata sempre più frequentemente, come dimostra il fatto che società quali GE, Whirlpool, Stanley Black & Decker, Peerless e molte altre abbiano riaperto fabbriche in precedenza chiuse o ne abbiano aperte di nuove negli Stati Uniti. Insomma tutti coloro che da sempre contestano con veemenza il progetto di globalizzazione mondialista, venendo etichettati come visionari populisti, potrebbero ben presto trovarsi in compagnia di buona parte di coloro che li esortavano ad abbracciare il sogno globale che avrebbe reso tutti più ricchi e più felici. Un sogno sempre più simile ad un castello di sabbia che ben presto dovrà fare i conti con la cruda realtà, quella realtà che la maggior parte dei cittadini già sperimentano con angoscia sulle proprie spalle da almeno un paio di decenni.

 

Marco Cedolin

 

 
Una mutazione mentale PDF Stampa E-mail

20 Settembre 2017

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Da Rassegna di Arianna del 18-9-2017 (N.d.d.)

 

E infine, ci siamo arrivati! Hanno vinto loro, realizzando quel paradiso fantascientifico, ipertecnologico e post-umano ma molto, molto eccitante, che tanti geniali scrittori e registi avevano, quasi timidamente, sognato e descritto nelle loro opere. È il mondo ipotizzato da Isaac Asimov, degli antesignani Giulio Verne e Filippo Tommaso Marinetti, con le magnifiche incursioni cinematografiche di Fritz Lang autore di “Metropolis”, (pellicola del 1927) o dei miti Stanley Kubrick e George Lucas, il creatore di “Guerre Stellari”, che nel 1971 partorì quello che sembra proprio essere il nostro attuale presente: “L’uomo che fuggì dal futuro - Thx 1138”, film culto con un giovanissimo Robert Duvall. E come non ricordare i film anni ’50 e ’60, che tanto hanno fatto fantasticare intere generazioni, con i caschetti viola di “Missione Ufo”, le simpatiche orecchie a punta del vulcaniano Spack di “Star Trek”, fino allo spettacolare quanto riflessivo “Matrix”. E “Spazio 1999”: forse già nel titolo covava un sinistro presagio? I loro sogni, per nostra sfortuna, si sono in gran parte realizzati: “Non viviamo forse, noi oggi, in felice compagnia di molti Drughi inferociti tele-trasportati direttamente da Arancia Meccanica ? ”. Tra stupri, droga, furti e “Ultraviolenza”, termine con il quale “Alex” Malcom Mac Dowell indicava le estreme violenze gratuite perpetrate a chicchessia; e riducendo le violenze modaiole d’oggi a roba vecchia, poco originali, avendole già descritte quel mezzo matto di Kubrick 50 anni fa, con cura psichiatrica “Ludovico” e madri “matrigne” dagli improbabili capelli blu metallizzato comprese. Tutte trame cinematografiche, viste con gli occhi di oggi, dai toni spesso profetici, compresa quella di “2001: Odissea nello Spazio”, sempre del leggendario Kubrick e nonostante circoli un video “testamento” in cui dichiara di aver girato “lui” i filmati dello sbarco sulla luna! Ma poco importa, nella nostra epoca di relativismo spinto, in cui regna la post-verità, che: “Gli americani non siano realmente sbarcati sulla luna è un dettaglio che non importa nulla a nessuno”. Sulla morte prematura, poi a soli 70 anni e per il solito infarto, dell’autore del “Dottor Stranamore”, di “Full Metal Jacket” e “Shining”, mentre finiva di realizzare il massonico “Eyes Wide Shut”, si sono fatte strane congetture da parte dei soliti complottisti.

 

Complottisti impenitenti o bufalari sospettosi che vedono disegni torbidi dappertutto? Non sembrano forse tutte trame di film già visti? dalle Torre Gemelle del 11 settembre, con aerei militari Usa a sfondare le Twin Towers a suggello di una "Demolizione controllata", al già citato sbarco sulla luna, fino alla morte di Osama Bin Laden con la regia dell’Isis stessa, passando per Lady Diana Spencer, eliminata perché gravida di un fratellastro reale musulmano. A contorno, le mitiche scie chimiche, una Hollywood giudaica “manipolatrice” con astronavi aliene e rettiliani della Bildenberg, che programmano chissà quale complotto ai danni dell’umanità intera. I poveri Soros, Rockfeller e Rothshild i nomi che vanno per la maggiore, per questa che spesso viene definita come una blindata e misteriosa: “Oligarchia finanziaria Giudaico-Massonica”. Massoni “per sbaglio” ed Ebrei “per caso”, con molti post-cattolici di “Rito Argentino” e tutti nella nuova religione dell’olocausto? Forse, ma le prove, i fatti? e i politici, i magistrati, i giornalisti d’inchiesta con la grande stampa cosa dicono, o "non dicono", come si muovono? È forse questa una nuova distinzione e contrapposizione: “complottisti contro non-complottisti”, da aggiungersi, ai classici “progressisti contro conservatori”, “euroscettici contro euroeuforici” del post minestrone destra e sinistra con in mezzo i nuovi untori dei "populisti"?

 

Invero, nel mondo d’oggi due categorie antropologiche ben distinte s’intravedono, a seguito di una inconsapevole “mutazione mentale” in atto e con relative differenze e caratterizzazioni, potendo tra l’altro ben distinguerle e riconoscerne l’appartenenza dei singoli anche nel quotidiano: a) i “veterani”, (essendo tali, perché nati in genere nel millennio scorso), ovvero degli Homo Sapiens “Sapiens” caratterizzati dall’aver ancora un retaggio di umanità, oltre che l’indispensabile libero arbitrio, consapevolezza e spirito d’osservazione. b) i “Sapiens Tecnologicus”, dei cloni post-umani corrispondenti ai nati dopo il fatidico 2000: umanoidi metà uomo e metà macchina, avulsi dalla realtà terrestre, collegati wi-fi a internet, face-book e quant’altro, che vivono una loro realtà virtuale in perfetto stile “Matrix”. Nel mezzo anche, la variante “c”: c) strani ibridi mutanti, di 80enni “cadaveri inconsapevoli”, stilistoidi e vecchie racchie rifatte, con parrucconi rossi “ministeriali” d’ordinanza, efebi transgender, esperti culinari della post-gastronomia vegana, ma anche decerebrati “stalloni pelosi” iper-palestrati, tutti adepti del “Grande Fratello” di Orwell, tutti rigorosamente tecno-collegati.

 

Categorie che testimoniano una vera e propria “sostituzione antropologica”, analoga al passaggio tra Neanderthal e Homo sapiens, che dopo un periodo di coabitazione videro la seconda tipologia umana (la nostra), sostituire la prima, nella classica e darwinesca “Selezione della specie” seppur lasciando fino ad oggi qualche traccia genetica in taluni esemplari. Un processo irreversibile, più mentale che genetico come detto, ma estremamente veloce dal punto di vista temporale e forse stimolato da una regia esterna “illuminata”. Con una forzata coabitazione delle due specie che vedono coesistere troppo spesso poco “pacificamente”, genitori e figli, mogli e mariti, gruppi etnici e linguistici diversi, in una “Babele” che in realtà è il trionfo della incomunicabilità e dell'odio. Trionfo della fantascienza quindi, che diventa realtà con i nostri cloni del “Sapiens tecnologicus”: uomo macchina dio virtuale di se stesso e dei suoi sogni, ma anche figlio degli incubi “terminali” dei profeti “chiaroveggenti” George Lucas e Stanley Kubick, misteriosi registi del nostro presente.

 

Andrea Cometti

 

 
Hollywood arma potente PDF Stampa E-mail

19 Settembre 2017

 

Da Rassegna di Arianna del 14-9-2017 (N.d.d.)

 

Aurelio De Laurentiis, storico produttore cinematografico del nostro paese, e Presidente della squadra di calcio partenopea, ha di recente rilasciato un’intervista ad Aldo Cazzullo su “Il Corriere della Sera” dove s’è raccontato a 360 gradi. E dove soprattutto s’è tolto più di un sassolino dalla scarpa, raccontando fatti e misfatti del grande cinema mondiale. Hollywood, a suo giudizio, è sempre stato uno strumento di propaganda della Casa Bianca e delle sue politiche, che infatti “ha fatto eleggere tutti i Presidenti degli Stati Uniti”, almeno fino a Ronald Reagan, sostiene il produttore. “A noi italiani non era permesso avere successo internazionale, ma ora il cinema è finito ed è l’epoca delle serie TV, dove i registi sono meri esecutori”. Il grande cinema italiano del passato, con le sue denunce talvolta scomode, con registi come Germi o Pontecorvo, si è ormai ampiamente desertificato. Così s’è espresso De Laurentiis: “Il cinema è stato. Il cinema quasi non esiste più. I ragazzi non ci vanno. A Venezia imperversano blogger e modelle. Resiste il cinema americano, grazie ai cinesi, che hanno costruito 20 mila sale e devono ammortizzarle: un film Usa di successo incassa in un weekend tra gli 80 e i 150 milioni di dollari in patria, e 300 in Cina”. Entrando nel merito del cinema italiano, le sue parole non lasciano spazio ad interpretazioni: “Con il cinema l’America ha conquistato il mondo. Il cinema ha eletto tutti i presidenti degli Stati Uniti della seconda metà del Novecento, sino alla morte di Lew Wasserman: il vero padrone di Hollywood, che aiutò Ronald Reagan ad arrivare alla Casa Bianca.

 

Quando gli americani liberarono l’Italia, ci promisero che sarebbero venuti a girare qualche peplum, ma che il cinema come industria avremmo dovuto scordarcelo”. Eppure, come in tanti altri campi dove pure c’era stato proibito d’esprimere una nostra autonomia, anche nel caso del cinema riuscimmo comunque, come sistema paese, a dar vita ad una stagione irripetibile. Se il mondo dell’energia italiano aveva un Mattei che faceva di testa sua contravvenendo alle volontà d’oltre Oceano, quello del cinema aveva a sua volta tanti produttori, registi ed attori che in quanto a spirito d’indipendenza non erano certo da meno. “Abbiamo avuto il neorealismo, De Sica e Rossellini. Nel 1954 e nel 1955 la mia famiglia produce La strada e Le notti di Cabiria di Fellini: entrambi vincono l’Oscar. Esplodono Visconti e Antonioni. Totò e Sordi. Monicelli gira La grande guerra. Ingrid Bergman pareva l’albatro di Baudelaire: tanto sgraziata fuori dal set, quanto divina sullo schermo…”. Come s’arrivò alla rinascita e all’apogeo del cinema italiano, e alla sua successiva caduta? Anche qui De Laurentiis parla chiaro: “Sergio Leone nel ’64 reinventa il genere western, Bava il genere horror… questi film girati in inglese conquistano l’estero, facendo raggiungere all’industria cinematografica italiana il secondo posto nel mondo. Ma gli americani ci ricordano che i patti non sono quelli. E il governo impone una legge, la 1213, che uccide il nostro cinema a livello internazionale, costringendo a girare solo in italiano, con personale artistico e tecnico italiano, in teatri italiani. Allora Dino deciderà di trasferirsi, più tardi, in America”. Molti di questi nomi oggi sono caduti nel dimenticatoio, e ben pochi giovani per esempio saprebbero dire chi sia stato Mario Bava, anche se i suoi film horror continuano ancora a fare paura come se fossero stati prodotti adesso anziché negli Anni ’60 o ’70. I coevi film horror della Hammer o della Amicus, in confronto, oggi sembrano quasi pellicole comiche, malgrado i grandi attori che li interpretavano come Peter Cushing o Christoper Carandini Lee. E i film di denuncia sociale o politica come quelli interpretati da Gian Maria Volonté appaiono sempre più come cimeli per pochi esperti ed appassionati, malgrado siano in gran parte tuttora molto attuali. Mancano probabilmente anche gli eredi di quei registi e di quegli attori, capaci di raccoglierne la pesante eredità ed il forte spirito d’autonomia, e di proiettarle verso il futuro.

 

Filippo Bovo

 

 
Crisi fra NATO e Turchia PDF Stampa E-mail

18 Settembre 2017

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Da Rassegna di Arianna del 16-9-2017 (N.d.d.)

 

Il progressivo allontanamento della Turchia dal blocco occidentale e dalla NATO ha trovato una nuova conferma questa settimana dopo che il presidente, Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato la sostanziale ratifica del contratto di acquisto del sistema di difesa missilistico russo S-400. La notizia era nota già da qualche tempo, ma le parole di Erdogan hanno confermato che un primo pagamento è effettivamente avvenuto a favore di Mosca per un equipaggiamento che rischia di incrinare ancor più i rapporti tra Ankara e i suoi tradizionali alleati, a cominciare dagli Stati Uniti. Il tempismo dell’annuncio del presidente turco non è per nulla casuale, inserendosi in un momento segnato dalle tensioni con Washington sulla crisi siriana e, proprio nei giorni scorsi, da una nuova polemica con la Germania, da dove alcuni membri del governo avevano fatto sapere di voler congelare la vendita di armamenti alla Turchia. Le relazioni sempre più complicate con gli USA sono da collegare alle contraddizioni non solo delle politiche americane nei confronti della Siria, ma anche di quelle della stessa Turchia, passata dalla guerra al regime di Assad alla sostanziale accettazione della permanenza al potere di quest’ultimo. La questione più grave che ha accentuato lo scontro tra Ankara e Washington è quella dell’appoggio degli Stati Uniti alle forze curde siriane, viste dalla Turchia come organizzazioni terroristiche legate ai ribelli curdi attivi all’interno dei propri confini.

 

Per quanto riguarda la Germania, lunedì da Berlino il ministro degli Esteri, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, aveva annunciato lo stop alle esportazioni di armi verso la Turchia, ufficialmente a causa del deterioramento dei diritti umani in questo paese. La decisione è sembrata essere tanto più grave alla luce dell’obbligo teorico di fornire armi a un alleato NATO, nel caso quest’ultimo ne faccia richiesta. Da Ankara le reazioni sono state tutt’altro che positive, visto anche che le parole di Gabriel hanno seguito una serie di dispute tra i due paesi e la presa di posizione della cancelliera Merkel a inizio settembre nel corso di un dibattito elettorale, nel quale si era detta favorevole alla chiusura dei negoziati per l’accesso della Turchia all’Unione Europea. La stessa Merkel martedì ha comunque attenuato in parte le dichiarazioni del suo ministro degli Esteri, riconoscendo alla Turchia lo status di alleato nella guerra allo Stato Islamico (ISIS) e precisando che le vendite di armi saranno valutate in base alle singole richieste. La disputa con Berlino è comunque emblematica della parabola discendente dei rapporti tra la Turchia di Erdogan e l’Occidente nel corso degli ultimi due anni.

 

L’intesa con la Russia per il sistema S-400 era stata data come raggiunta già lo scorso mese di luglio, anche se in molti avevano da allora ipotizzato che l’acquisto sarebbe stato sospeso a causa delle pressioni occidentali. Ankara necessita da tempo di un sistema anti-missile di lunga distanza, poiché al momento può contare soltanto su batterie di alcuni paesi NATO. Oltretutto, missili americani, tedeschi e olandesi erano stati rimossi dal territorio turco lo scorso anno, convincendo ancor più Erdogan della necessità di ricorrere a soluzioni alternative. Già nel 2013, il governo turco aveva siglato un accordo di fornitura per un sistema anti-aereo cinese, ma due anni più tardi era stato cancellato su insistenza americana. Proprio dall’autunno del 2015, però, era iniziata la svolta strategica di Erdogan che ha portato il suo paese a riavvicinarsi a Mosca dopo il rischio concreto di un conflitto armato a causa dell’abbattimento di un jet russo da parte dell’aviazione turca nel mese di novembre. L’acquisto del sistema S-400 russo è un autentico schiaffo agli alleati NATO della Turchia. Innanzitutto, esso dà un impulso significativo alla partnership russo-turco, rafforzata in questi giorni anche dalla notizia della creazione di una “joint venture” in ambito energetico tra Gazprom e la turca Botas per la costruzione della porzione “onshore” del gasdotto Turk Stream che trasporterà verso occidente il gas naturale russo. L’S-400, poi, non è integrabile con i sistemi NATO e l’alleanza non era stata nemmeno informata dal governo turco sui dettagli della fornitura. In definitiva, il completamento delle batterie russe potrebbe teoricamente consentire alla Turchia di chiudere il proprio spazio aereo ai velivoli degli alleati NATO. Sulla decisione di Erdogan e sul suo avvicinamento alla Russia ha influito con ogni probabilità anche il possibile coinvolgimento degli Stati Uniti nel fallito golpe contro il presidente turco nel luglio del 2016. Se la mano di Washington era o meno dietro ai cospiratori non è ancor del tutto chiaro, ma è comunque evidente che Erdogan deve sentirsi in qualche modo al centro delle trame occidentali visto il progressivo divergere delle strategie di Turchia e USA in Siria e in Medio Oriente. Da parte sua, il presidente turco ha dissimulato a malapena le ragioni del riorientamento strategico della Turchia. Nello spiegare la decisione di guardare a Mosca per il rafforzamento della difesa anti-aerea turca, Erdogan ha citato i costi eccessivi degli equipaggiamenti forniti dall’Occidente, ma ha aggiunto anche che i presunti alleati di Ankara “consegnano carri armati, cannoni e veicoli blindati a organizzazioni terroristiche [curde]” per poi lasciare sprovvista la Turchia del materiale necessario. In un’intervista al giornale turco Hurriyet, lo stesso Erdogan ha infine confermato il sostanziale allineamento con la Russia anche in relazione alla situazione interna alla Siria, nonostante le persistenti divergenze su alcuni aspetti della crisi. In particolare, Erdogan ha salutato l’imminente negoziato di Astana e garantito la piena intesa con Mosca e Teheran sulle operazioni in fase di pianificazione per la località di Idlib, dove dovrebbe essere condotto un assalto per espellere le rimanenti forze legate ad al-Qaeda.

 

Michele Paris

 

 
L'assoluzione degli atleti russi PDF Stampa E-mail

17 Settembre 2017

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Da Rassegna di Arianna del 14-9-2017 (N.d.d.)

 

Altro giro, altro regalo. Con la notizia, anticipata dal New York Times (e poi vedremo perché vale la pena di notare la fonte), che la Wada (l’Agenzia mondiale antidoping) si appresta ad assolvere 95 atleti russi sui 96 che erano accusati di doping sistematico, sprofonda nel ridicolo anche il famoso Rapporto McLaren, presentato nel 2016 dal giurista canadese e servito appunto a mettere alla berlina lo sport russo. Bisogna ovviamente aspettare le motivazioni, che forse emergeranno dopo la riunione a porte chiuse che il consiglio della Wada terrà il prossimo 24 settembre. Pare che i campioni raccolti per incriminare gli atleti diano risultati non affidabili o contrastanti, il che vorrebbe dire che gli sportivi russi sono stati condannati (con le squalifiche, il ritiro delle medaglie e con il bando dalle Olimpiadi di Rio de Janeiro) senza prove. Nella realtà, il Rapporto McLaren era servito per l’ennesima campagna politica contro la Russia di Vladimir Putin. All’origine dello scandalo, infatti, c’erano le rivelazioni di Grigorij Rodcenkov, che dal 2006 era stato capo del laboratorio anti-doping di Mosca. Nel 2015 Rodchenkov era scappato negli Stati Uniti e lì, confidandosi appunto al New York Times, aveva fatto lunghi discorsi sulle droghe preparate per migliorare le prestazioni degli atleti russi e sui metodi usati durante le Olimpiadi invernali di Sochi 2014 per far sparire le prove i campioni di urina necessari per gli esami post-gara con l’aiuto dei servizi segreti. La conclusione, immediata presso la stampa internazionale, era stata che Vladimir Putin era il vero ispiratore del doping di Stato, per ragioni di orgoglio nazionale. Rodchenkov aveva ripetuto i suoi argomenti anche in due incontri con gli investigatori della Wada, il 26 marzo e il 30 giugno del 2015, durante i quali aveva sostenuto di aver personalmente distrutto migliaia di campioni di urine relative agli atleti russi. In altre parole, il Rapporto McLaren era basato solo sulle dichiarazioni di Rodchenkov, il quale a sua volta diceva di aver distrutto le prove. Come si potesse in quel modo orchestrare una campagna contro l’intero sport russo e, soprattutto, stroncare la carriera e la credibilità di decine e decine di atleti di primo livello, resta un mistero. Nessuno può mettere la mano sul fuoco su quanto avveniva nei laboratori moscoviti (lo stesso Rodchenkov nel 2001 era finito sotto accusa, in Russia, per un presunto traffico di sostanze dopanti) ma condannare senza prove è cosa che nessuna giustizia può permettersi.

 

Era chiaro, però, che l’occasione di orchestrare l’ennesima campagna politica all’insegna della russofobia era troppo ghiotta per lasciarla perdere. Così il Rapporto McLaren andò a infittire la già folta schiera delle fake news di Stato destinate a influenzare l’opinione pubblica. Ecco gli esempi più clamorosi. Aprile 2016: escono i Panama Papers, massa enorme di documenti sottratti ai server di Mossack Fonseca, uno studio legale panamense specializzato in società off shore e trucchi finanziari. Dentro c’è un po’ di tutto. Tra i leader beccati con le mani nella marmellata, per fare solo qualche esempio, il presidente dell’Ucraina Petro Poroshenko, il premier del Pakistan Nawaz Sharif, il premier inglese David Cameron. Solidi alleati dell’Occidente, quindi. Nella lista non ricorre nemmeno un nome americano ma i titoli della stampa mondiale sono su Putin. Nei Panama Papers ci sono i nomi di alcuni suoi amici diventati ricchi oppure di ricchi diventati suoi amici, quindi lui “non poteva non sapere”, anzi, è complice. Gennaio 2016: il parlamento inglese autorizza la pubblicazione del Report into the Death of Alexander Litvinenko, lunga indagine condotta dall’ex giudice sir Robert Owen sulla morte dell’ex spia russa, passata ai servizi segreti inglesi, diventato grande accusatore di Putin e ucciso nel 2006 a Londra da un avvelenamento da polonio che, secondo la versione più comune, sarebbe stato orchestrato da due agenti segreti russi. In maniera incredibile, e indegna di un giudice e di un parlamento occidentali, il rapporto di sir Owen conclude che “probabilmente” fu Putin a volere la morte di Litvinenko. E poi c’è il caso più clamoroso, il cosiddetto Russiagate degli Usa. Da più di un anno, 17 agenzie di sicurezza americane, che dispongono di decine di migliaia di dipendenti, hanno un budget annuo superiore ai 70 miliardi di dollari e sono peraltro perfettamente in grado di intercettare e spiare chiunque (vedi telefonini sotto ascolto di Hollande e della Merkel) cercano di dimostrare che la Russia, e quindi ovviamente Vladimir Putin, è riuscita a controllare il processo elettorale che ha portato alla Casa Bianca il miliardario Donald Trump. O forse, per meglio dire, ha impedito a Hillary Clinton di diventare Presidente. In un anno abbondante di indagini e di “rivelazioni”, quell’imponente apparato non è riuscito a produrre uno straccio di prova degna di questo nome, ma solo pochi e scarni rapporti dai quali si deduce che anche i russi sanno usare un computer.

 

Tutto questo ci dà la certezza che gli atleti russi non usino il doping, che i servizi segreti russi siano popolati di gentiluomini e che gli hacker russi non vogliano andare a sbirciare laddove non dovrebbero? Ovvio che no. Ci dice però anche che qualcosa non funziona dalle nostre parti, visto che per sentirci tranquilli dobbiamo farcire la testa della gente con mezze verità, mezze balle e balle intere. Con un ulteriore paradosso: meno facilmente la gente se le beve, più grandi diventano le balle.

 

Fulvio Scaglione

 

 
Post-veritÓ PDF Stampa E-mail

16 Settembre 2017

 

Da Rassegna di Arianna del 14-9-2017 (N.d.d.)

 

La notizia di norma dovrebbe essere nient’altro che il riflesso di un fatto, in un rapporto verticale è il fatto che crea la notizia. Ciò che accade invece, è l’esatto opposto: è la notizia che crea una realtà indipendentemente dal fatto, dalla verità. Una delle grandi conquiste della democrazia dopo il secolo dei totalitarismi è sicuramente la “libertà di stampa”: con la democrazia terminava il tempo della censura e della propaganda totalitaria, questa convinzione poggiava sul presupposto che dopo il male assoluto è nell’interesse dello stato tenere i cittadini ben informati sulle vicende del mondo. Questo presupposto non solo è falso, ma va ricordato anche – come scrive Marco Tarchi – che chi vuole omologare le masse al proprio modo di pensare dispone oggi di strumenti per controllare le menti ben più raffinati di quelli di cui hanno fatto uso i regimi totalitari del periodo fra le due guerre mondiali, a partire dai mezzi di comunicazione audiovisiva, di cui già Goebbles aveva intuito le straordinarie potenzialità manipolative.

 

Un caso indicativo sull’uso persuasivo di immagini da parte dei media per condizionare l’opinione pubblica, è sicuramente quello della rivolta di Timisoara. Il 17 dicembre 1989 un anonimo cittadino cecoslovacco denunciò colpi di arma da fuoco sparati a Timisoara per sedare una rivolta, in due giorni la notizia (senza fonte) di un massacro fece il giro del mondo attraverso i più grandi organi di informazione. Il 22 dicembre sugli schermi di tutto il mondo apparvero le immagini del massacro: corpi mutilati e ricuciti di uomini e donne messi in fila appena disseppelliti dalle fosse comuni, l’immagine che colpì di più fu quella del corpo di una bambina appoggiato su di una donna, probabilmente la madre. I morti – secondo i giornali – erano più di 4600 e il responsabile del massacro era ovviamente Ceausescu. I giornalisti “esterni” poterono mettere piede a Timisoara il 22 dicembre, ciò che apparve fu qualcosa di diverso: la città non aveva l’aspetto di un posto assediato e gli ospedali erano stranamente vuoti nonostante i quasi 2000 feriti annunciati dai media (dei medici senza frontiere francesi affermarono di essere subito ritornati in Francia perché non vi era alcun bisogno di loro) ma inizialmente solo pochi di questi cronisti denunciarono la realtà. Cos’era successo a Timisoara? Tra i giornalisti giunti sul posto vi erano due italiani che –a  spese proprie – volevano assistere alla rivoluzione romena: Sergio Stingo e Michele Gambino; i due arrivati al cimitero si accorsero che qualcosa non tornava: “c’è qualcosa di strano… almeno la metà dei cadaveri sono in avanzato stato di decomposizione, non c’è bisogno di essere degli esperti per stabilire che la morte risale a diverse settimane fa”; e ancora: la “madre” del bambino ha almeno una sessantina d’anni, e il suo cadavere è peggio conservato di quello di quello del presunto figlio; i due cronisti chiesero spiegazione al custode del cimitero: quei corpi, spiegò l’uomo, sono di vagabondi: barboni, ubriaconi, derelitti; questo, aggiunse è il cimitero dei poveri. Non c’era stata tortura, ma autopsia: perciò i cadaveri erano tagliati dal mento all’addome, e ricuciti. I corpi erano stati disseppelliti, illuminati, fotografati, ripresi dalle telecamere. “Ho detto tutta la verità –si dispera il becchino-; l’ho detta ai giornalisti. Ma nessuno mi crede”. Mentre negli stessi giorni gli Stati Uniti d’America erano impegnati nell’invasione del Panama, il mondo aveva gli occhi puntati su Timisoara – o meglio – su ciò che era stato costruito su Timisoara; erano sempre di più i giornalisti che si chiedevano che fine avessero fatto le fosse comuni e tutti i corpi trucidati dagli uomini della Securitate, i conti non tornavano. Si scoprì perfino che la bambina ritrovata sul corpo della presunta madre si chiamava Christina Steleac ed era morta per una congestione il 9 dicembre 1989 e che la “madre”- Zamfira Baintan – era un’alcolizzata morta di cirrosi epatica l’8 novembre 1989. Nessuna tortura. Molti giornali parlarono di un falso massacro, ma la smentita non raggiunse mai i grandi organi di informazione. Senza alcuna fondatezza i morti (inesistenti?) di Ceausescu divennero storia e ciò che restò furono le immagini dei corpi senza vita nella coscienza dei telespettatori. Una “realtà” costruita a tavolino. L’intera faccenda ricorda un po’ le parole di Tomasi di Lampedusa: molte cose sarebbero avvenute, ma tutto sarebbe stato una commedia, una rumorosa, romantica commedia con qualche macchia di sangue sulla veste buffonesca.

 

Questo evento calza perfettamente con la definizione di post-verità: “argomentazione, caratterizzata da un forte appello all’emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende ad essere accettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica” (Treccani). La parola post-verità, è stata eletta parola internazionale dell’anno 2016 a seguito dei risultati della Brexit e delle elezioni presidenziali statunitensi, a causa della vittoria dei fronti dati per sfavoriti dal mainstream. Sebbene il termine risalga ai primi anni novanta, la post-verità è solo un vocabolo per indicare qualcosa che accompagna l’uomo fin dall’antichità; prima ci limitavamo a chiamarla falsità. Non è post-verità quando Pirandello ricorda: si legge o non si legge in Quintiliano, come voi m’avete insegnato, che la storia doveva esser fatta per raccontare e non per provare? Non è post-verità quando Orwell scrive: chi controlla il passato, controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato?

 

Oggi se da un lato l’élite che controlla le notizie possiede mezzi sofisticati per persuadere i telespettatori, dall’altro cresce lo scetticismo nei confronti di questi mezzi, grazie alla diffusione del web in cui il rapporto tra chi scrive e chi legge è orizzontale e non verticale come in tv. Ciò nonostante l’élite con la volontà di sopprimere le cosiddette fake news trova sempre il modo per screditare le posizioni non allineate. Su questo punto occorre ricordare le dichiarazioni del segretario di stato degli USA Colin Powel che il 5 febbraio 2003 dichiarò “Il fatto che l’Iraq smentisca ogni appoggio al terrorismo vale quanto le smentite sul possesso di armi di distruzione di massa. È una trama di menzogne.” Mentre nemmeno un anno dopo rimangiò le sue parole affermando il 3 febbraio 2004 “Adesso lo posso dire. Se avessi saputo ciò che so ora, e cioè che non esistevano in Iraq armi di distruzione di massa, non credo che mi sarei espresso a favore di quella guerra”. Morti a parte, la notizia dell’esistenza di armi di distruzione di massa nelle mani di Saddam Hussein (rivelatasi falsa) venne pubblicata sulle più importanti testate giornalistiche e da tutti i TG. Non è forse anche questa una fake news? Chi decide ciò che è vero e ciò che non lo è? Sembra di trovarsi di fronte ad un decreto del Ministero della Verità di cui parlava Orwell. Ciò che conta nella diffusione delle notizie è la forma, il contenuto è relativo: una storia falsa ben raccontata colpisce di più di una storia vera raccontata male: scriveva Schopenhauer: per dare forma con chiarezza alla Dialettica si deve, senza preoccuparsi della verità oggettiva (la qual cosa compete alla Logica) considerarla semplicemente come l’arte di ottenere ragione. In altre parole la “verità” dipende dalla forza di chi la sostiene.

 

Per concludere possiamo affermare che la post-verità è sempre esistita e che – anzi – oggi più che mai, nell’era del digitale, è più facile scrostare i miti della realtà artificiale che l’élite vorrebbe imporre. Nonostante “la guerra” tra mainstream e web sia ancora ad armi impari, il risultato della Brexit e l’elezione di Trump, che hanno portato alla ribalta la parola post-verità, dimostrano come la diffidenza nei confronti dei media tradizionali cresce. L’informazione sta subendo un processo di “orizzontalizzazione” che se da una parte decostruisce l’autorità e il monopolio del mainstream trascina con sé il problema del “Todos Caballeros” in cui se tutti fanno informazione, nessuno fa informazione.

 

Umberto Iacoviello

 

 
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