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Aggressioni al personale sanitario PDF Stampa E-mail

17 Gennaio 2020

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Da Appelloalpopolo del 15-1-2020 (N.d.d.)

 

Il 2020 si è aperto con l’ennesimo episodio di aggressione al personale sanitario. La violenza sugli operatori è solo il riflesso di un problema ben più ampio e complesso. Gli infermieri pagano adesso sulla propria pelle il malcontento dei cittadini dopo decenni di mala gestione politica della sanità. I camerieri dell’UE, per far fronte alla presunta insostenibilità finanziaria del sistema, hanno depotenziato progressivamente e inesorabilmente l’offerta di salute del SSN. Tutto ciò ha causato la congestione di migliaia di utenti, in fila per accedere alle cure di un SSN ridotto all’osso che sta via via disconoscendo i suoi valori fondanti. Gli infermieri sono i professionisti più esposti poiché, sempre in prima linea, assorbono le frustrazioni dei cittadini che scalpitano per ottenere ciò di cui hanno diritto: una risposta di salute dignitosa. Quando la risposta manca, spesso si sfocia in episodi di aggressione conseguenti ad una vera e propria opera di macelleria sociale sui diritti dei cittadini, architettata da altri. Ho fondato il movimento “Infermieri In Cambiamento” per inaugurare una rivoluzione culturale che crei consapevolezza dei problemi interni alla professione infermieristica così da collegarli ai problemi esistenti a livello sistemico. Come dice qui Andrea Bartalini (FSI Firenze), occorre inquadrare il vero nemico per fare in modo che quei sentimenti di indignazione e collera, precursori dell’aggressione, possano essere verticalizzati dai cittadini, insieme ai professionisti del SSN, verso i veri responsabili di questo sfacelo, che però se ne stanno lontani, nascosti, al riparo e godono quando il conflitto assume la dinamica orizzontale tra gli ultimi (cittadino vs infermiere, inconsapevoli però di essere entrambi vittime dello stesso carnefice). La maggior parte dei casi di aggressione avviene in Pronto Soccorso, che rappresenta il front office del SSN, di cui riflette tutte le criticità. I cittadini, non trovando risposte sul territorio, sono costretti ad utilizzare il PS per ricevere prestazioni di salute di routine, non urgenti o differibili; non solo: il PS è ormai anche diventato un luogo di prima accoglienza per senzatetto, migranti e indigenti in genere, non essendovi adeguate risposte sociali sul territorio. Il sovraffollamento dei PS è un’emergenza sanitaria e sociale; e se a questa si unisce la carenza di personale per farne fronte, ecco servito un bel mix esplosivo che aumenta il rischio che gli episodi di aggressione da potenziali divengano reali.

 

In conclusione, il fenomeno delle aggressioni al personale sanitario, come tutti le questioni aperte in ogni ambito della società, è da configurare non come un problema confinato a sé ma come una piaga sociale inscritta in un orizzonte di questioni sistemiche di carattere politico che riconosce nelle culture e nelle istituzioni neoliberiste la vera causa e il vero nemico da sconfiggere.

 

Raffaele Varvara

 

 
Il sistema politico iraniano PDF Stampa E-mail

14 Gennaio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 12-1-2020 (N.d.d.)

 

Insomma, che tipo di sistema è quello oggi vigente in quella che da quarant’anni si denomina “Repubblica islamica dell’Iran”? È diventato ormai fondamentale orientarsi al riguardo: mentre purtroppo le notizie forniteci dai media e da certe pubblicazioni divulgative sono scarse e pessime. Si parla di “dittatura” e addirittura di “tirannia”: ma chi ha acquisito qualche esperienza in materia, o magari ha fatto qualche esperienza di viaggio, si è reso conto che in Iran vige tutt’altro che un sistema totalitario e monopartitico: le formazioni politiche sono numerose, l’affluenza alle urne durante le elezioni molto alta, la discussione pubblica accesa e a tratti accanita, i giornali e i periodici parecchi e ben seguiti. […] Certo, esistono i tribunali politico-religiosi, le pene corporali, le condanna a morte. Poi c’è il disagio sociale ed economico, conseguenza dei lunghi anni dell’embargo imposto dagli Stati Uniti d’America, anche se l’Iran ha aderito al trattato di non-proliferazione nucleare e le sue centrali lavorano solo in funzione dell’energia atomica a scopi civili: il che è stato riconosciuto dalla stessa IAEA, l’organizzazione internazionale per il controllo dell’energia atomica. Inoltre, l’Iran ha un ottimo sistema scolastico e universitario, è uno dei paesi che ha il più alto numero di laureati al mondo (e si tratta di laureati di buona qualità) ed è all’avanguardia in alcuni servizi sociali, soprattutto quello sanitario. Ma sono il sistema politico e la vita sociale dell’Iran poco conosciuti in Occidente: e capita spesso, soprattutto in momenti di crisi come quello che oggi attraversiamo, che al riguardo si diffondano imprecisioni ed errori quando non addirittura calunnie. L’ignoranza è accompagnata dalla malafede. Vediamo dunque di chiarire alcuni punti.

 

L’Iran è una repubblica dotata di un presidente, di un parlamento, di un sistema giuridico, e ognuno di questi organi è indipendente dagli altri; essi legiferano in accordo con la costituzione che il paese si è dato nel dicembre del 1979, ossia all’indomani della rivoluzione, e che è stata riformata dieci anni dopo. È una repubblica islamica di confessione sciita poiché nell’Islam sciita si riconosce oltre il 90% della popolazione, ma non conosce nessun tipo di repressione confessionale. Il cristianesimo, l’ebraismo e lo zoroastrismo sono riconosciuti come religioni ufficiali e legittime e rappresentati in parlamento. L’articolo 13 della Costituzione iraniana riconosce gli appartenenti a queste tre fedi come Popoli del Libro e ad essi viene concesso il diritto di esercitare la libertà religiosa; vi sono infatti luoghi di culto incluse chiese cristiane e sinagoghe, contrariamente a ciò che si sente ripetere spesso (uno dei principali luoghi di culto ebraici del mondo, il santuario di Esther, si trova in Hamadan). Cinque dei 270 seggi in parlamento sono riservati a ciascuna di queste tre religioni. I membri del parlamento e il presidente sono eletti; le ultime elezioni si sono svolte nel 2017 e hanno mostrato il prevalere del partito moderato di centro, guidato da Hanna Rohani, che conta sul 50% circa dei voti complessivi. Rispetto a quanto siamo abituati a considerare “democrazia”, esiste, tuttavia, un organo considerabile come autoritario, il Consiglio dei Guardiani della Costituzione, un organo costituito da 6 teologi nominati dalla Guida Suprema dell’Iran (dal 1989, l’Ayatollah Khamenei) e da 6 giuristi nominati dal potere giudiziario (dipendente anch’esso dalla Guida Suprema) e approvati dal Majles (il parlamento monocamerale). La Guida Suprema è eletta da un’assemblea di 88 esperti, anch’essi nominati dal Consiglio dei guardiani della Costituzione. È quindi evidente che il ruolo di quest’ultimo risulta centrale, soprattutto perché esercita uno scrutinio preventivo sui candidati alle elezioni, eliminando i poco graditi per motivazioni spesso politiche; soprattutto, il Consiglio favorisce i candidati militari a scapito dei candidati riformisti, il che assicura che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, i Pasdaran  (un corpo separato rispetto all’esercito iraniano, ma considerato parte delle forze armate ufficiali), abbia un’influenza dominante sulla vita politica, economica e culturale dell’Iran.  Forse, allora, proprio in un momento di crisi come quello che si è aperto con l’assassinio del generale Suleimani, ma che in realtà in fasi alterne va avanti dalla rivoluzione del 1979, ci si deve chiedere se un atteggiamento differente rispetto all’Iran non avrebbe consentito al paese uno sviluppo diverso, con una prevalenza minore delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche: un paese costantemente sottoposto alla minaccia militare non potrà che sviluppare poteri militari a scapito di quelli civili. A tale proposito è impossibile non pensare al peso rivestito dalla guerra mossa dall’Iraq di Saddam Hussein, armato e spalleggiato dagli Stati Uniti, contro l’Iran, durata dal 1980 al 1988. I partiti che costituiscono la coalizione moderata, stretti attorno a Rohani, hanno in mano la metà circa dei suffragi: una politica distensiva da parte dell’Occidente li farebbe senza dubbio aumentare, perché il paese attende con ansia la fine del blocco economico. Una politica occidentale ostile, viceversa, favorisce gli estremisti. Quello che Trump vuole è che l’Iran divenga preda delle forze antioccidentali più accese: ciò gli offrirebbe l’alibi per colpire ancora più duramente. 

 

Ma, si ripete, l’Iran “non è una democrazia”. Un argomento sul quale spesso i critici dell’Iran si soffermano è quello dei diritti delle donne: che, tuttavia, sono superiori rispetto a quelli di molte realtà limitrofe (soprattutto di alcuni stretti alleati del presidente Trump, quali i sauditi). Alcune dei dati risultano addirittura sorprendenti. Dopo la rivoluzione, le donne hanno avuto maggiori opportunità in certi campi, minori in altri. Ma ci sono molte donne negli alti gradi della magistratura e dell’esercito, nell’università, nel mondo della scienza e della ricerca Bisogna anche ricordare come nella rivoluzione l’elemento femminile è stato rilevante, con una partecipazione soprattutto delle donne colte. Chiaro che l’immediato periodo post-rivoluzionario è stato una delusione per molte: soprattutto perché, pur presenti ad esempio nell’esercito e anche nelle forze paramilitari, furono escluse da alcune professioni, senza contare l’obbligo del chador dal 1981. Grave anche la proibizione della contraccezione femminile. Tuttavia, oggi, questi divieti sono stati in parte rimossi e il ruolo delle donne della repubblica iraniana è cresciuto: per esempio, la contraccezione è accettata e anzi resa gratuita, il che ha portato a un maggiore controllo delle nascite oggi attestate su medie di poco superiori a quelle di molti paesi occidentali. Le donne sono state reintrodotte nelle professioni giuridiche, e in alcuni campi sono ormai la maggioranza all’interno delle università: secondo l’UNESCO, le facoltà d’ingegneria hanno, in percentuale, rispetto alla popolazione, il numero più alto di iscritte al mondo. A partire dal 1989, le allieve nell’educazione superiore hanno superato il numero dei maschi; anche in quella di base si è passati dal 54% di analfabetismo femminile nel 1970 al 17,30% del 2000, e le percentuali continuano a migliorare: il che pone l’Iran attualmente al decimo posto mondiale nella scolarizzazione delle donne. Se ancora soltanto il 30% di esse lavora, è probabile che il loro numero crescerà notevolmente, dato l’alto numero di iscritte alle università; ma anche per questo settore bisogna riflettere sul fatto che una normalizzazione nei rapporti internazionali e la fine dell’embargo che è durato tanti anni, che era stato eliminato dopo gli accordi sotto la presidenza di Obama ed è ripreso con quella di Trump, porterebbe a un miglioramento economico e a una diminuzione della disoccupazione, oggi molto alta tanto per gli uomini quanto per le donne. Una prova di ciò è, ad esempio, il lavoro nel tessile, che tradizionalmente in Iran impiegava molte donne soprattutto nelle aree rurali: ma l’embargo imposto dagli USA nel 1979 ha portato al crollo della domanda e, dunque, della produzione, lasciando proprio le donne prive di impiego. Una ripresa della produzione, connessa all’esportazione e al turismo, gioverebbe alla causa dell’ulteriore democratizzazione: ma sembra che, con azioni come quella dell’assassinio di Suleimani (un uomo ch’era molto popolare tanto per i suoi meriti nella lotta contro i fanatici dell’ISIS quanto per la sua fama di equilibrio politico) si sia voluto rallentare proprio questo processo di maturazione civile. Chi a ogni costo vuole la guerra contro l’Iran ha tutto l’interesse che gli iraniani si mostrino ostili all’Occidente: ciò legittimerebbe il suo progetto aggressivo.  Lungi dall’essere una democrazia perfetta (esistono, le “democrazie perfette”?), l’Iran non è quindi nemmeno un “regime”. Nella vita civile e politica restano molti problemi: però è lecito chiedersi, già in base ai pochi esempi forniti, se una storia diversa dal 1979 a oggi, soprattutto una minore aggressività da parte delle amministrazioni Bush jr. e ora Trump (su tale strada si era messo Obama) non avrebbe potuto portare a miglioramenti più rapidi e a una normalizzazione post-rivoluzionaria che ai tempi del governo del riformista Khatamy era stata avviata ma che si arrestò con Ahmedinejad e che oggi, in un paese che si sente minacciato da Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita e che è assediato da un assurdo embargo, manca. L’assassinio del generale Suleimaini non può che rafforzare anche internamente le forze tradizionaliste, attorno alle quali, nei momenti di paura, si compatta anche l’intera società civile. È questo il disegno dell’amministrazione Trump e di chi la sostiene, in modo che la “crescita della minaccia iraniana” divenga un alibi credibile per un’aggressione vera e propria? Alla luce degli eventi è lecito domandarselo.

 

Franco Cardini

 

 
L'Italia non esiste PDF Stampa E-mail

12 Gennaio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 10-1-2020 (N.d.d.)

 

Quattro grandi potenze giocano la loro partita a due passi da casa nostra ma né l’Europa né l’Italia sono in grado di esercitare il benché minimo ruolo, di qualunque tipo. Stati Uniti, Russia, Iran e Turchia, e sullo sfondo la Cina, si contendono i loro spazi in Africa e in Medio Oriente, polveriera del mondo, e arrivano a lambire il nostro mare, ma l’Italia non esiste, non gode neanche di una copertura europea, conta quanto il due di coppe a briscola anche laddove dovrebbe avere un ruolo importante, come la Libia. La repubblica italiana è sempre stata a sovranità limitata, sotto la protezione americana, rispetto a cui siamo stati servili e inaffidabili al tempo stesso. Totalmente sdraiati ma capaci di trattare sottobanco con gli arabi o i sovietici. L’unico personaggio che perseguì gli interessi nazionali italiani senza appiattirsi sugli Usa e le sue multinazionali fu Enrico Mattei, non un politico ma un manager di stato che probabilmente pagò caro il suo ruolo. E l’unico episodio governativo di dignità nazionale che si ricorda in 75 anni fu a Sigonella, quando l’Italia di Craxi seppe dire di no all’America di Reagan, e pure lui ne pagò probabilmente lo scotto. Abbiamo scontato per troppi decenni la nostra sconfitta militare, e quando pareva che potessimo finalmente emanciparci grazie alla caduta del bipolarismo Usa-Urss e all’ombrello europeo, siamo ricaduti in una posizione marginale perfino più subalterna che in passato. Prima dovevamo ubbidire agli americani e non scontentare i sovietici, ora la scala delle nostre servitù si è allargata alla Germania, alla Francia e a tutte le potenze internazionali citate, nonché ai paesi limitrofi perché non ci mandino caterve di migranti. Il colpo di grazia finale è stato avere uno sprovveduto e inattendibile ministro degli esteri di proverbiale ignoranza, accompagnato da un premier spuntato dal nulla, indicato dal ministro medesimo, mai legittimato dalle urne o da un ruolo autorevole precedentemente coperto. Non abbiamo una linea di politica estera, non sappiamo che dire su nessun argomento, tra pareri approssimativi e orecchiati in materia internazionale; ci troviamo così muti, balbettanti, incapaci di assumere una posizione se non quella di chi ripete: però non passate alle mani, non sparate, fate la pace, non fatevi male o perlomeno non fateci del male, noi non c’entriamo, prendetevi la Libia, il Medio Oriente, vedetevela voi col nucleare, noi non ce l’abbiamo con nessuno, stiamo zitti e buoni per i fatti nostri. Davanti a questo quadro, purtroppo, non ci pare un rimedio né un’accorta scelta strategica e tantomeno uno scatto di dignità l’appiattimento di Salvini e di alcuni settori del centro-destra sulle posizioni americane-israeliane e anti-iraniane. Parlo a titolo personale, ma reputo sciagurata l’uccisione di Soleimani e pericolosamente falsa la tesi di chi attribuisce all’Iran un ruolo nel terrorismo internazionale. Sappiamo che il terrorismo che si è accanito contro l’occidente ha matrice sunnita e non sciita, le complicità internazionali sono negli stati arabi, non in Iran che anzi ha combattuto l’Isis, e altre formazioni terroristiche in Siria e in Libano. Certo, c’è un odio ideologico e militante dell’Iran nei confronti degli Usa e di Israele, totalmente ricambiato; le milizie che combattono dalla parte dell’Iran non sono da meno quanto a fanatismo e ferocia, gli ayatollah come i pasdaran. Ma gli Usa, considerando l’Iran uno Stato canaglia e nemico principale – così come ritiene Israele – lo sta spingendo a radicalizzare la propria posizione e a rompere ogni possibile patto anche in tema di disarmo nucleare. Ho reputato preferibile Trump ai democratici alla Hillary Clinton e all’Establishment radical e liberal; e considero vergognoso il tentativo di impeachment da quando si è insediato alla Casa Bianca solo perché è un outsider politically uncorrect. Ritengo che Trump abbia ridato slancio e vitalità all’economia americana e al sentimento nazionale. Ma in politica estera ha preso pericolose cantonate, cavalca posizioni tranchant per assecondare la pancia degli americani ed è disposto a una guerra rovinosa se serve a garantirsi la rielezione. Non si tratta però, come tanti lo presentano, di un forsennato populista perché in queste posizioni Trump ricalca la sciagurata politica mediorientale dei suoi predecessori inglesi e americani che tanti lutti e rovine ha generato, tanto fanatismo islamista ha scatenato. Si rivedono come in un film a rovescio la sciagurata guerra del Golfo, l’invasione dell’Iraq e la sanzioni, i bombardamenti che distrussero grandi testimonianze di civiltà; e poi il processo a Saddam per un presunto e mai trovato arsenale nucleare; e via via quel che è successo dall’11 settembre del 2001 in poi. A cui si è aggiunta la sciagurata responsabilità dei francesi, dei tedeschi e di altri partner europei per quel che riguarda la Libia, la primavera araba e il dissennato appoggio a ribelli e a tribù che produssero instabilità, terrorismo, profughi e clandestini. Fa male pensare che dobbiamo sperare nello zar Putin e in certi casi perfino nell’autocrate Erdogan per ristabilire l’equilibrio d’area, a che prezzo poi non sappiamo. La posizione di Salvini su questi temi ricalca su scala ridotta le posizioni e i moventi di Trump; più equilibrata mi è parsa la posizione della Meloni. Ma da noi l’unico tema internazionale che desta interesse e interventi, dal Papa ai magistrati, è l’accoglienza dei migranti e la condanna per razzismo di chi vi si oppone… Stiamo seduti sull’orlo di una polveriera e continuiamo a ripetere: prego, accomodatevi, ingresso libero, pace pace.

 

Marcello Veneziani

 

 
SovranitÓ nazionale per sopravvivere PDF Stampa E-mail

11 Gennaio 2020

 

Da Rassegna di Arianna del 9-1-2020 (N.d.d.)

 

[…] I venti di guerra del Medio Oriente non sembrano tuttavia aver scosso le classi dirigenti italiane ed europee dal loro stato di permanente e acquiescente subalternità verso gli USA. Al di là delle dichiarazioni ufficiali dei leaders improntate ad un acritico pacifismo e ad auspicabili ma improbabili soluzioni diplomatiche della crisi mediorientale, non si registra alcuna esplicita condanna dell’atto terroristico compiuto dagli americani. Anzi, i leaders europei hanno condannato il ruolo politico assunto dall’Iran in Medio Oriente. L’Europa si è distinta ancora una volta per la sua colpevole assenza nella geopolitica mediorientale. L’Europa ha subito i danni economici causati dalla politica protezionista di Trump, mediante l’imposizione dei dazi sulle esportazioni europee. Ha subito le ondate migratorie di masse in fuga dalle guerre fomentate dagli USA in Medio Oriente e Nordafrica con le “primavere arabe”. Le migrazioni sono state fronteggiate attraverso i patti scellerati conclusi con Erdogan e le tribù libiche, che hanno comportato rilevanti esborsi finanziari e la esposizione dell’Europa stessa al ricatto permanente di Turchia e Libia. L’Europa è stata inoltre oltremodo danneggiata dalle sanzioni imposte da Trump all’Iran, con conseguente vanificazione di piani di investimento per miliardi di euro in Iran. Occorre inoltre rilevare che mentre gli USA possono usufruire della totale agibilità politica in Medio Oriente, in virtù della autosufficienza energetica ormai quasi raggiunta, l’Europa, quale principale importatore di greggio dal Medio Oriente, oltre ad essere soggetta alle fluttuazioni del prezzo del petrolio e del dollaro, è permanentemente esposta al ricatto energetico dei paesi produttori di greggio. La nuova geopolitica degli USA ha prodotto effetti devastanti per l’Europa. Senza che però venisse meno la subalternità atlantica di un’Europa che denuncia una totale assenza di soggettività geopolitica nel contesto mondiale. Nonostante Trump abbia dichiarato il disimpegno americano dalla alleanza atlantica, non essendo più disposto a sostenere le spese militari della Nato senza il concorso degli europei per una quota pari al 2% del Pil per ciascun paese, l’Europa ha sempre confermato la sua fedele appartenenza all’Occidente atlantico. L’americanismo ha ormai corroso fino alle sue radici l’identità europea: l’Europa si è totalmente assimilata all’America nella cultura, nella politica, nei costumi, sarebbe americana anche in assenza dell’America. L’Europa vive in un ferale immobilismo, è rinchiusa in se stessa, in un dogmatismo finanziario atto a preservare il dominio dell’asse franco – tedesco sul Continente, che ha condotto alla marginalizzazione dell’Europa stessa dalla geopolitica globale.

 

La geopolitica mondiale è tuttavia in costante trasformazione, il primato americano è ormai in palese decadenza. Incombe l’avvento di una nuova geopolitica che prevede nuovi equilibri multipolari, che non includono l’Europa tra i suoi protagonisti. Questa Europa, che versa in una crisi sistemica di carattere etico – morale, ancor prima che economico – sociale, denuncia un deficit di sovranità sempre più accentuato: il ripristino della sovranità degli stati, prima ancora che dell’Europa, è diventata una esigenza ineludibile di sopravvivenza. In assenza di sovranità politica si rivelerà inevitabile il suicidio geopolitico dell’Europa.

 

Luigi Tedeschi

 

 
Il Grande Satana PDF Stampa E-mail

10 Gennaio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 6-1-2020 (N.d.d.)

 

L’impero delle bombe democratiche, l’America che, disse Jefferson, innaffia ad ogni generazione “l’albero della libertà con il sangue dei tiranni e dei martiri” (altrui), ha colpito ancora. Il generale iraniano Soleimani è caduto in Iraq nell’adempimento del dovere di soldato comandato in missione dalla sua Patria. Decliniamo lealmente le generalità: chi scrive è antiamericano fin dalla giovinezza. Figlio di chi contro gli “Alleati” aveva combattuto sul campo, detesta gli occupanti della sua terra e più ancora chi nasconde imperialismo, volontà di dominio, colonialismo militare e culturale sotto le mentite spoglie della democrazia e della libertà. Balle ad uso dei gonzi. Distinguiamo naturalmente la maggioranza dei popoli che vivono negli Usa dalle loro classi dirigenti, le uniche a meritare il nostro disprezzo. Intanto, un altro morto è sulla coscienza dei “goodfellas” a stelle e strisce, nel silenzio imbarazzato del mondo politico e mediatico europeo. L’Italia, come al solito, brilla per assenza, tra ipocriti comunicati governativi, roboanti manifestazioni di entusiasmo del neo americano Salvini e pensosi pistolotti della stampa progressista allineata come sempre alla “Merica”, terra dei sogni e, concretamente, luogo di origine dei loro privilegi. Il più serio è stato il vecchio democristiano Mastella; commentando la morte di Soleimani e il silenzio governativo, Clemente da Ceppaloni ha detto la verità scherzando: l’Italia non ha un ministro degli esteri in quanto quel ruolo è già occupato da Mike Pompeo, segretario di Stato dell’amministrazione Trump, abruzzese d’origine. Non è colpa di Giggino Di Maio se siamo una colonia di serie B, una periferia dell’impero nemmeno degna di essere avvertita in anticipo delle intenzioni delle loro maestà di Washington. Dobbiamo morire in conto terzi, occuparci del catering, montare qualche ospedale da campo nelle “missioni internazionali di pace “. Guerra è parola impronunciabile per opinioni pubbliche europee “incapaci di morire e di uccidere”, come scrisse Albert Camus sessant’anni fa. Importante è partecipare, al fianco degli amiconi d’oltreoceano e, ça va sans dire, pagare il conto a piè di lista, come per le spese delle oltre cento basi militari americane in Italia.  E allora, lasciateci sfogare, e dichiarare il nostro tenace, irriducibile dissenso dai signori americani. Non solo nella circostanza dell’assassinio del militare iraniano in un paese terzo, ma rispetto all’intera “american way of life” e alla politica imperiale a stelle e strisce. In Italia non risulta che alcun movimento politico ponga il problema della permanenza nella Nato e della pubblicazione dei protocolli riservati di pace che ci legano ai “liberatori”, quelli che ci hanno portato la cioccolata, le sigarette, la democrazia e ridotto a lustrascarpe. Sciuscià, ecco quello che vogliono dagli altri popoli di là dell’Oceano. Ricordate il film neorealista di Vittorio De Sica sul bimbo napoletano lustrascarpe dei soldati Usa al tempo della guerra? Repelle già il nome: l’adattamento italiano di shoe shine, poiché lorsignori non si disturbano a capire, tanto meno imparare l’idioma altrui. L’America è perfetta, non si può desiderare nulla di diverso dal suo modo di vita, dalla sua organizzazione sociale ed economica, di conseguenza dobbiamo anche parlare come vogliono loro. Saremo gli unici, ma non ci stiamo oggi come ieri e come per tanto tempo non ci stettero molti italiani di diverse ideologie. Restiamo quindi nella Nato- sorta per combattere un nemico scomparso 30 anni fa! – e continuiamo a inchinarci alla volontà imperiale di chi (forse) ci ha liberati 75 anni fa, ma che resta in casa nostra, come in quella di tanti altri popoli, a nostre spese, per comandarci senza che neppure si possa alzare il dito. Altri saranno in grado di imbastire un coerente discorso geopolitico legato all’attuale presenza Usa in Medio Oriente, noi ci limitiamo a un’osservazione da bar dello sport: sarebbero interessati, gli Old Boys, all’Iraq e a combattere l’Iran se non ci fossero di mezzo colossali interessi di politica energetica e se non avessero imposto nel Mediterraneo orientale, insieme con gli inglesi, ex titolari dell’Impero, lo Stato d’Israele? Alcuni amici che si dichiarano di destra con la mano sul cuore, esultano per la nuova impresa americana, accusando noi di essere “talebani” e di non capire che la battaglia è “tra Oriente e Occidente”.

 

Premesso che non siamo interessati a trascorrere la vita tra mullah, ayatollah e pasdaran, ma non abbiamo dubbi sul fatto che ogni popolo abbia il diritto, anzi il dovere, di vivere in base ai principi della cultura che si è dato. Di passaggio, rileviamo che i feroci talebani non hanno invaso territori altrui e stroncarono con la forza il traffico di oppio in Afghanistan. Quanto al conflitto Oriente –Occidente, gran parte della destra italiana è in ritardo di 30 anni. Sarebbe il caso di avvertire della fine del comunismo e dell’avvento del globalismo a trazione americana. […]

 

Il Davide ebraico alleato e mosca cocchiera del Golia a stelle e strisce possiede almeno 200 testate nucleari in grado di raggiungere anche Roma. Lo storico militare israeliano Martin Levi Van Creveld ha ammesso in un libro del 2003 (The Gun and the Olive Branch) che la cosiddetta “Operazione Sansone”, ovvero il lancio di missili nucleari come ultima risorsa, fa parte delle opzioni di Tel Aviv. Dimenticavamo: da 70 a 90 testate nucleari sono dispiegate in territorio italiano. Ci correggiamo: sono all’interno di basi americane, enclavi extraterritoriali in Italia. Non le controlliamo, non abbiamo potere alcuno su di esse, ma se, Dio non voglia, in uno scenario di guerra quelle basi fossero colpite, le conseguenze, tragiche, sarebbero a carico della nostra popolazione. Gli americani hanno confidenza con le bombe. Sul Giappone ne hanno lanciate due atomiche, Little Boy e Fat man. Carine, democratiche e giocherellone le bombe dai simpatici nomignoli, nickname Ragazzino e Grassone. Vien voglia di provarne gli effetti. Grida vendetta soprattutto la seconda, quella che ha distrutto Nagasaki, poiché si conoscevano le conseguenze che stava già sperimentando la povera Hiroshima. Se i ricordi storici non ci ingannano, una giustificazione di Truman è esattamente uguale al discorso di Donald Trump: abbiamo evitato perdite di vite umane americane. […] Si trovano bene qui, in Medio Oriente e dovunque nel mondo. Lo fanno per noi. Ci portano la democrazia, la libertà, il Mercato, la finanza e intanto ci colonizzano attraverso il cinema, lo spettacolo, la lingua, la musica. Agli amerikani destri di casa nostra un piccolo consiglio: andate a vedere da dove sono partite tutte le idee che non vi piacciono, femminismo esacerbato, multiculturalismo, mondialismo, politicamente corretto, cultura della droga, omosessualismo, erotizzazione della vita, abortismo, libertarismo sfrenato, materialismo pratico e tanto altro. No, non è l’Unione Sovietica e neppure il pianeta Plutone. Il male ha un’incubatrice, l’America e un vettore, il denaro della finanza, apolide ma con sede laggiù, le università private legate al sistema e l’immenso apparato di potere riservato che chiamano “deep State”, Stato profondo. Intanto lanciano bombe, esportano democrazia. […] Ne sanno qualcosa i cittadini dei paesi interessati dalle cosiddette “primavere arabe” organizzate da lorsignori, dai loro terminali informatici e riservati, dai loro uomini di paglia, svelati da Assange e Wikileaks. Morti, rivolte, nuova instabilità: il caos organizzato per dominare meglio. E che dire delle guerre balcaniche degli anni 90, la nascita di paesi fantoccio in mano a mafie alle porte di casa nostra, l’Ucraina destabilizzata, spinta alla guerra con la secessione della sua parte orientale, utilizzando gruppi nazisti locali, derubricati da “male assoluto” ad affidabili alleati, o meglio utili idioti? Non amiamo il Venezuela e il suo presidente Maduro, ma ci piace ancor meno l’amicone Guaidò, e comunque la nazione di Bolìvar deve decidere da sola di se stessa. Di Caracas e dintorni, peraltro, si disinteresserebbero sovranamente, a nord del Rio Grande, se non ci fossero il petrolio e l’oro. Di invasioni e colpi di Stato se ne intendono. Il più suggestivo fu contro il panamense Noriega, un criminale trafficante di tutto che, ohibò, avevano mandato al potere loro stessi anni prima. L’elenco potrebbe continuare a lungo, magari ricordando le minacce di morte di Kissinger a Moro, poi ucciso dalle Brigate Rosse (mah…) e la fine di Craxi che aveva osato ricordare al potente alleato che Sigonella è in Italia. Craxi aveva torto. Le basi americane sono sul nostro territorio, ma non sotto la nostra sovranità. Qualcuno ricorderà la tragedia del Cermis, quando aerei militari Usa in volo d’addestramento abbatterono la funivia di Cavalese provocando una catastrofe. Quei top gun girano liberi, poiché non possiamo processarli in Italia. La costituzione, pallido foglio di carta brandito come una bandiera di cui non si ammette l’inservibilità, afferma che “nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge”. Perfetto, il giudice dei militari americani sta negli Usa anche se distruggono un’infrastruttura italiana e decine di vite in un’azione non di guerra. Vogliamo continuare? Donald Trump minaccia l’Europa di ritorsioni commerciali se oserà tassare al 3, dicesi 3 per cento i giganti tecnologici con sede in Usa: Google, Amazon, Facebook, Apple. Strano che il gioco non gli riesca con la Cina, a cui ha dovuto cedere in parte. La tecnologia 5G è essenzialmente cinese, ma cinesi sono innanzitutto le “terre rare”, i minerali senza i quali non funzionano computer, telefoni cellulari e gli altri apparati di uso comune.

 

Ultima obiezione, dopo la quale tacciamo per non incavolarci troppo, è alla cosiddetta democrazia americana. Qualunque presidente venga eletto, per la scarsa partecipazione popolare alle elezioni – significherà pur qualcosa sulle convinzioni di tanti americani che non contano nulla- è frutto della volontà (manipolata) di un quarto degli elettori. Per concorrere occorrono miliardi di dollari. Quella è la loro democrazia, in cui si scontrano due partiti espressione di gruppi di potere, interessi, idee che sono d’accordo sull’essenziale. Alternanza senza alternativa: l’hanno esportata brillantemente in Europa. Non piace sentirselo dire, ma cari europei e italiani, non sapete di essere un continente occupato? Che fareste, se foste ancora vivi come gli altri popoli, anziché spettri in gita nei centri commerciali, se vedeste soldati stranieri, carri armati stranieri nelle vostre strade? Da uomini, insorgereste: è quello che fanno in giro per il mondo, testardi zoticoni che non gradiscono l’importazione del “sogno” americano. Ricordate Moriconi Nando, il geniale personaggio di Alberto Sordi innamorato dell’America? Dopo aver assaggiato il loro cibo spazzatura, torna agli spaghetti, esclamando il mitico: “Rigatone, m’hai provocato, me te magno!”. Altri tempi. Adesso ragazzi italiani in bicicletta girano le città per consegnare spazzatura commestibile nel nome di multinazionali americane. Pochi spiccioli, la distruzione della civiltà materiale nostra, rischio a carico dei nostri giovani. Qualcuno è già morto, travolto dalle automobili nel traffico, magari per la fretta e la stanchezza. Eccola l’american way of life, quello è il sogno americano illuminato dalla fiaccola della statua della libertà. Un amico, riflettendo sul mondo contemporaneo, in gran parte una costruzione americana, ci ha detto: non so se Dio esiste, ma Satana esiste certamente ed è al lavoro. Reagan chiamava l’URSS impero del male. Non aveva torto, ma sembra più una chiamata di correo che una rivendicazione del bene. Da parte sciita, chiamano l’America il Grande Satana. Neanche loro sono dei santi, ma hanno buona parte di ragione. Lo ammettiamo: siamo di parte, ma non potremo avere rispetto dell’America – e di noi stessi- finché non avrà ripreso la strada di casa. L’America agli americani: perfetto. L’Iraq agli iracheni, l’Afghanistan agli afgani e così via. Chi nasceva nel 1945, quando i carri armati Sherman vincevano la guerra e gli aerei alleati bombardavano le nostre città (vi dice niente, cari “destri” filo americani, la scuola milanese di Gorla?) ha ormai 75 anni. È nella fase discendente nella vita, ma ha conosciuto un unico scenario: quello delle basi americane a due passi da casa, pagate con le tasse sue e delle generazioni precedenti. Se abita in Sicilia, ha il privilegio di ospitare il MUOS, il centro radar che controlla l’Africa e il Medio Oriente per conto di Washington e le cui radiazioni rovinano la salute di sgradevoli italianuzzi; se vive in Lombardia, Veneto e Friuli ha le bombe atomiche all’angolo. Che sarà mai un morto in più, oltretutto un generale pasdaran, per la coscienza a forma di dollaro degli old boys? Popolo di sciuscià, smettila di lustrare scarpe e riprendi la tua dignità. Impara dai cavernicoli afgani, dai siriani, dai sudamericani, dai russi del Donbass. Al di là del caso Soleimani, esigi dal tuo parlamento che voti la stessa risoluzione di quello iracheno che ha chiesto la partenza degli eserciti stranieri. Davanti all’esercizio della loro democrazia, esportata con tanta grazia, gli americani non potranno che commuoversi e fare fagotto. O no?

 

Roberto Pecchioli

 

 
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9 Gennaio 2020

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Da Comedonchisciotte del 7-1-2020 (N.d.d.)

 

È cominciata l’era della barbarie e ci dobbiamo preparare alla svelta. Come siamo arrivati sull’orlo di una guerra in Medio Oriente e di un’altra in Libia? È vero che come media-bassa potenza l’Italia può fare poco ma ha almeno il dovere di capire quanto succede intorno.

 

In Medio Oriente Trump, sotto impeachment e in campagna elettorale, ha preso alcune decisioni fuori dalla legalità internazionale, dal buon senso politico e ultimamente anche contro gli stessi principi morali dell’Occidente. La stessa amministrazione Usa appare umiliata perché non si sa più cosa contino dipartimento di Stato e Pentagono dove si sono succeduti ministri e funzionari a raffica, silurati appena eccepivano sulle opinioni dell’omone. 1) Spinto da Israele e dall’Arabia saudita, Trump ha stracciato l’accordo sul nucleare del 2015 con l’Iran imponendo sanzioni che hanno strangolato Teheran e impedito a tutti di avere rapporti economici con gli iraniani. È inutile lamentarsi se Teheran punta all’atomica: in Medio Oriente Israele ha 200 testate nucleari e al contrario dell’Iran non ha mai firmato nessun accordo di non proliferazione (come Pakistan e India). L’Italia con le sanzioni ha perso in Iran 30 miliardi di euro di commesse: Teheran non è un nostro nemico, tutt’altro. 2) Trump ha deciso di riconoscere l’annessione israeliana del Golan e di Gerusalemme contro ogni risoluzione dell’Onu e si è detto pronto anche a riconoscere l’annessione della Cisgiordania. I palestinesi forse non sono più di moda ma almeno noi evitiamo di fare i maramaldi 3) Trump ha ritirato le truppe dal Nord della Siria lasciando i curdi siriani, alleati contro l’Isis, al massacro di Erdogan senza neppure avvertire la Nato. Una mossa vergognosa cui l’Europa non ha vergognosamente risposto. 4) Trump ha colpito il generale iraniano Qassem Soleimani violando la sovranità dell’Iraq con un atto di terrorismo internazionale che è una vera e propria dichiarazione di guerra 5) Trump minaccia di colpire anche i siti culturali iraniani, una dichiarazione che non si è mai sentita da nessun leader occidentale 6) Però mantiene ottimi rapporti con il principe saudita Mohammed bin Salman che la stessa Cia ha indicato come mandante della tortura e dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi. La sua idea è quella di farla finita con gli stati fuorilegge ma 1) Negozia con il leader nordcoreano Kim Jong un che l’arma nucleare l’ha già 2) Tratta con i talebani in Afghanistan ma non con l’Iran. Qual è la sua idea di fondo, semmai ne avesse una? Disimpegnare gli Stati Uniti dalle guerre in Medio Oriente affidandosi a Israele e all’Arabia Saudita ma riservandosi di colpire chiunque non sia d’accordo con lui. Quali sono gli effetti? 1) Con il ritiro dalla Siria del Nord ha concesso a Erdogan, che acquista armi dai russi pur essendo dentro la Nato, di fare quello che vuole e infatti il rais turco ha spedito truppe in Libia violando le risoluzioni Onu sull’embargo di armi. 2) In Iraq il parlamento chiede il ritiro delle truppe internazionali e americane con il risultato di indebolire le posizioni strategiche americane e occidentali. Se l’Iran ha esteso la sua influenza nella regione è anche per gli errori degli americani a partire dalla guerra del 2003 contro Saddam 3) In Libia ha lasciato che le vere decisioni sul Paese vengano prese da Putin ed Erdogan che si incontreranno ad Ankara. Quali sono le idee di fondo di Trump? 1) Che gli europei sono alleati inaffidabili, che non pagano a sufficienza per la loro sicurezza e quindi è venuto il momento di abbandonarli al loro destino minacciando dazi e sanzioni se si ribellano all’ordine economico americano e fanno affari con la Cina 2) Che nel mondo arabo e musulmano sono amici soltanto gli stati che comprano armi dagli Usa, quindi Arabia Saudita, Emirati ed Egitto, gli altri devono andare in malora.

 

Cosa deve fare l’Italia? 1) Ragionare su un ritiro ordinato dall’Iraq e dall’Afghanistan in linea con il rispetto degli accordi presi e la legalità internazionale 2) Dichiarare la propria neutralità o equidistanza sulla Libia, come fa la Germania del resto, perché c’è un governo riconosciuto dall’Onu a Tripoli ma che nessuno vuole. Sono contrari: Russia, Egitto, Emirati, Arabia Saudita ma anche Usa e Francia che fanno continuamente il doppio gioco appoggiando se occorre il general Khalifa Haftar. 3) Tenere sotto pressione gli Usa per la loro attività nelle basi di Sigonella e Niscemi per evitare di diventare i bersagli delle mosse avventate di Trump. Lui stesso ha dichiarato che gli “Stati Uniti sono a 10mila chilometri di distanza quindi non ne sono toccati”. Noi purtroppo dobbiamo tenere conto della vicinanza ai fronti di guerra. Se si preparano nuove guerre dobbiamo restarne assolutamente fuori come ha fatto la Germania in questi anni. Nel 2011 l’Italia ha bombardato Gheddafi, il suo maggiore alleato nel Mediterraneo e non dobbiamo ripetere lo stesso errore. E ora non resta che sperare nella buona fortuna che talvolta, non sempre, aiuta la gente onesta.

 

 Alberto Negri

 

 
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