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Stanno devastando la scuola fra l'indifferenza generale PDF Stampa E-mail

13 Agosto 2020

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 Da Comedonchisciotte dell’11-8-2020 (N.d.d.)

Tra le sedie a rotelle per i nuovi disabili, i collari elettrificati per mantenere la distanza e i water ad ultravioletti per sterilizzare dai virus le giovani natiche, il ministero dell’istruzione e il governo stanno firmando in queste ore il protocollo di sicurezza delle scuole. Menti geniali sopraffine stanno lavorando giorno e notte per disegnare e forgiare la nuova scuola italiana. Attendiamo il documento ufficiale, ma stando ad alcune indiscrezioni le cose si fanno interessanti…

In caso di un alunno positivo TUTTA la classe andrà in quarantena per i canonici 14 giorni, e sarà poi a discrezione della ASL di competenza decidere se tutti gli alunni della classe verranno sottoposti al tampone, come pure estendere i test anche ai ragazzi delle altre sezioni. Quindi basta UN solo bambino con febbre, diarrea, flatulenza persistente o tosse e un tampone positivo (poco importa se si tratta di uno dei tantissimi falsi-positivo) per far scattare l’allarme rosso in tutta la scuola. Se per caso dovessero stanare due o più contagi tra le piccole canaglie di uno stesso istituto, Dio ce ne scampi: la ASL potrà chiudere il comprensorio, mettendo i sigilli sulle porte e imponendo lezioni a distanza.

Attenzione, se state pensando che i problemi siano finiti qui state sbagliando di grosso perché è ancor più complesso il caso degli insegnanti di scuola media o superiore. Per gli insegnanti risultati positivi si esamineranno i contatti con studenti e altri colleghi nelle precedenti 48 ore per decidere chi tamponare o mettere in quarantena. Se il docente è negativo ma per sua sfortuna ha avuto contatti a “rischio”, andrà in isolamento domiciliare soltanto lui e proseguirà le lezioni a distanza. In qualsiasi caso sarà necessario riorganizzare tutta la didattica con un modello misto di lezioni in presenza e via web. Anche un essere privo di encefalo potrà capire che fare scuola in siffatta maniera è follia coagulata, sia per i ragazzi che per il corpo docente. La scuola da centro focale dell’insegnamento e della pedagogia si sta trasformando in un campo di concentramento dove tutti, per la propria sopravvivenza o semplicemente per non finire in quarantena, saranno in lotta perenne con tutti. I ragazzi guarderanno i compagni (da lontano senza toccarsi) con occhio critico per denunciare al preside chi non rispetta le regole imposte (mascherina e distanziamento), e lo stesso faranno gli insegnanti con gli studenti. Nei corridoi ritornerà la locuzione latina: Mors tua vita mea!

La scuola dovrebbe essere dopo la famiglia la principale sede di socializzazione e formazione della personalità; il luogo dove fornire tutti gli strumenti necessari per crescere culturalmente, psicologicamente e socialmente. Oggi invece sta diventando sempre più simile ad una fabbrica stile “Tempi moderni” di Charlie Chaplin: una sottile catena di montaggio che sforna giovani alienati alla Vita…

Nel silenzio dei media, sempre compiacenti a chi paga di più; nel silenzio assordante di pediatri, pedagogisti e psicologi questi sciacalli vestiti da agnelli stanno devastando una delle istituzioni più importanti in assoluto! Come può andare bene un simile scempio? Com’è possibile che molti genitori non se ne stiano preoccupando minimamente?

Marcello Pamio

 
Il SURE non esiste PDF Stampa E-mail

12 Agosto 2020

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 Da Comedonchisciotte del 10-8-2020 (N.d.d.)

È dell’8 agosto la notizia che il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e la ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Nunzia Catalfo hanno inviato a Bruxelles una lettera con cui il governo italiano richiede formalmente l’accesso al programma europeo “anti-disoccupazione” denominato SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency), un fondo con una dotazione «fino a 100 miliardi di euro», istituito lo scorso aprile, finalizzato in teoria ad aiutare i paesi europei a sostenere i costi della cassa integrazione. Nella missiva, indirizzata ai commissari Dombrovskis, Gentiloni, Schmit e Hahn, il governo italiano ha chiesto di poter accedere alle risorse del SURE nella misura di 28,5 miliardi.

Ora, la prima cosa da dire è che il SURE – esattamente come il MES e il (grosso del) Recovery Fund – opera secondo la logica tipicamente europea del debito: essenzialmente la Commissione reperirà fino a 100 miliardi di euro sui mercati finanziari e, a propria volta, li presterà ai singoli Stati (andando a gravare sul debito pubblico di questi), che ovviamente dovranno restituirli. Come per il MES e il Recovery Fund, dunque, l’unico reale vantaggio dal punto di vista finanziario consisterebbe nello spread tra il tasso di interesse offerto dalla Commissione e il costo che un paese come l’Italia dovrebbe affrontare per reperire gli stessi soldi sui mercati (ed eventualmente sulla durata del prestito). Peccato che il tasso di interesse pagato dai singoli paesi sui loro titoli di Stato dipenda, in ultima analisi, dalla BCE, che se volesse potrebbe tranquillamente portare a zero (o meno di zero), domani stesso, il tasso di interesse sui nostri titoli di Stato a lunga scadenza (quello sui titoli di Stato a due anni o meno è già negativo). La ragione per cui non lo fa è abbastanza scontata: in quel caso verrebbe meno il vantaggio, già piuttosto esiguo, del sistema dei prestiti europei. La strategia della UE, in ultima analisi, è abbastanza chiara: tenere i tassi di interesse pagati dai singoli Stati abbastanza bassi da garantire la solvibilità degli stessi, ma abbastanza alti da rendere “attrattiva”, soprattutto nei confronti dell’opinione pubblica, la prospettiva di indebitarsi nei confronti della UE tramite strumenti come il MES, il Recovery Fund e il SURE, favorendo così il trasferimento alla UE di quel brandello di sovranità democratica che ci è rimasta e l’accentramento di ulteriore potere nelle mani di istituzioni anti-democratiche quali la Commissione europea. Ovviamente tutto questo non sarebbe possibile senza la connivenza di “proconsoli” europei come il nostro ministro dell’Economia Gualtieri, sempre in prima fila nel promuovere la svendita della sovranità nazionale e gli interessi dell’Unione europea. Non sorprende, dunque, che l’Italia sia in prima fila nel richiedere l’accesso ai fondi SURE (ma lo stesso dicasi dell’entusiasmo mostrato dal governo nei confronti del Recovery Fund, che altro non è che un MES all’ennesima potenza). Nel caso del SURE, però, siamo di fronte ad una situazione ancor più paradossale, non solo perché ciascuno Stato dell’UE deve versare delle «garanzie irrevocabili, liquide e immediatamente esigibili» alla Commissione affinché questa possa emettere sul mercato i titoli necessari a raccogliere le risorse da prestare agli Stati in difficoltà – nel caso dell’Italia la somma dovrebbe ammontare a un po’ meno di 3 miliardi, di fatto vanificando qualunque vantaggio ottenuto dal differenziale tra tassi di interesse –; ma perché il fondo – delle cui risorse la ministra Catalfo chiede addirittura il «rapido sblocco» – nei fatti neanche esiste ancora. Ai sensi dell’art. 12 del regolamento SURE, infatti, il programma si attiverà solo successivamente alla messa a disposizione di garanzie da parte degli Stati membri per un minimo di 25 miliardi. Peccato che la partecipazione al programma sia su basi volontarie e che non vi sia nessun obbligo al versamento delle suddette garanzie. E infatti pare che il fondo di garanzia sia ben lungi dall’essere costituito. Meno di un mese fa Herman Michiel, direttore del sito belga Ander Europa, ha scritto alla Commissione proprio per sapere a che punto fosse la costituzione del fondo SURE. Questa la risposta della Commissione: «Non è ancora stato istituito alcun fondo di garanzia. […] Attualmente, tutti gli Stati membri sono in procinto di organizzarsi in conformità con i rispettivi quadri decisionali nazionali per impegnare una garanzia a favore dell’UE. Questo processo non è ancora completato. […] La concessione del sostegno finanziario da parte del Consiglio dipende dalla disponibilità del SURE, che a sua volta dipende dall’impegno di garanzie nei confronti dell’Unione da parte di tutti gli Stati membri. Poiché questo processo non è stato ancora completato, come spiegato sopra, è troppo presto per fornire informazioni su quali Stati membri potrebbero vedersi concesso un sostegno finanziario nell’ambito del SURE. Nessun sostegno finanziario può essere fornito a nessuno Stato membro finché tutti gli Stati membri non avranno impegnato una garanzia. Va inoltre notato che le proposte di sostegno finanziario della Commissione saranno rese pubbliche non appena il SURE sarà disponibile e gli Stati membri avranno fatto richiesta formale di un sostegno nell’ambito del programma. Finora non sono state avanzate richieste formali di questo tipo». Insomma, nel pieno della peggiore crisi che si ricordi, il nostro governo, per reperire le risorse necessarie per far fronte alla drammatica crisi occupazionale, non ha pensato di meglio che chiedere aiuto a un fondo europeo che, nei fatti, neanche esiste ancora. Ma, soprattutto, viene da chiedersi: l’Italia ha già versato la propria garanzia al fondo SURE e, se sì, a quanto ammonta?

Thomas Fazi

 
Negazione della libertÓ di agire diversamente PDF Stampa E-mail

11 Agosto 2020

 Da Comedonchisciotte dell’1-8-2020 N.d.d.)

Ridurre l’autorizzazione a procedere verso Salvini a un fatto tecnico giuridico è un grave errore. La questione è essenzialmente politica e rimarca ancora una volta un ordine ben preciso: anestetizzare la politica, omologarla, standardizzarla. Non ci devono essere spazi diversi da quelli voluti da un unico pensiero globalista: demolire gli Stati, puntare l’indice contro chi pensa e agisce diversamente. Chi dunque svia va punito prima attraverso la demonizzazione mediatica, poi attraverso manovre politiche e infine attraverso la giustizia che quando non è politicizzata (e le intercettazioni di Palamara dimostrano quando lo è), è comunque già stata convertita – magari in buona fede, per carità, ma cambia poco – al pensiero dominante. Il risultato tuttavia è il medesimo, cioè mettere fuori gioco gli altri. Il tema dunque non è Matteo Salvini, ma la possibilità di applicare politiche diverse da quelle che il mainstream impone. E il mainstream impone subdolamente ciò che è Bene e ciò che è Male, ciò che è Buono e ciò che è Cattivo. Così il Potere dei più buoni diventa la grammatica politica cui devi sottostare se non vuoi finire nella Caienna dei brutti, sporchi e cattivi. La domanda sottintesa che il dibattito al Senato proponeva è: si possono applicare politiche rigide nel controllo dell’immigrazione clandestina? Si possono applicare politiche dure, radicali, finanche di chiusura? Per me sì, perché è una scelta politica. Per chi ha votato a favore dell’autorizzazione a procedere no. Ma l’aspetto giuridico non c’entra: tant’è che nel caso Salvini/Diciotti i Cinquestelle negarono ai giudici il processo (un processo che è politico nel senso largo del termine) a meno che non vogliamo davvero credere alle glosse da Azzeccagarbugli che permettono a Conte di lavarsene le mani. Se Salvini fosse stato ancora ministro di quel governo, la decisione sarebbe stata di difesa del proprio ministro all’insegna del “Processateci tutti”. Ma si sa, i tempi cambiano e i punti di vista si adeguano.

Aprire un processo contro Salvini significa processare l’opzione dei porti chiusi. È giusto? Sì, se si pensa che governo e parlamento non possano godere di una immunità strettamente limitata alle scelte politiche. Io invece penso il contrario, penso che il potere dell’esecutivo si materializzi anche in queste scelte. Se la giustizia vuole politicizzarsi allora si vada alle elezioni popolari dei magistrati d’accusa. Altrimenti il gioco è sbilanciato: Salvini ha ragione, ammette Palamara, ma va fermato. M5S, Pd e Leu hanno obbedito a Palamara.

Essere rigorosi e rigidi sul controllo delle frontiere significa (a maggior ragione nella mia visione di uscita dalla Ue) proteggere i cittadini italiani o chi, straniero, risiede in Italia regolarmente. Consentire gli sbarchi non è accogliere e men che meno non è integrare: consentire gli sbarchi significa per i politici cosiddetti buoni sistemare la propria visibilità nella zona vip dove ormai pescano e significa per il sistema globalista proseguire nell’intento di smontare gli Stati, di indebolirli attraverso le migrazioni dopo averli sottoposti alle peggiori condizioni di indebitamento finanziario. A tal proposito l’ingannevole step a favore del Mes è la dimostrazione: il Mes è passato attraverso un subdolo emendamento del Pd; insomma, tanto hanno fatto che alla fine è scattato il semaforo verde al Mes. Eccola dunque la gabbia europea: dall’alto la morsa finanziaria che ti imprigiona col debito, dal basso le migrazioni incontrollate che diventano invasione. Una invasione che alla fine infoltirà l’esercito di lavoratori in nero, sfruttati e sottopagati; infoltirà le organizzazioni criminali che fanno soldi nel business dell’accoglienza (parola che a tal proposito s’impregna di ipocrisia); addenserà un disagio che si scarica per lo più nelle periferie, già in affanno. Impedire di fermare in maniera decisa questo traffico di approdi significa negare alla politica di agire diversamente. Ecco perché a processo non è finito Salvini ma la libertà di fare una politica diversa da quel che vuole il Pensiero unico.

Gianluigi Paragone

 
Le tappe dell'offensiva liberista PDF Stampa E-mail

10 Agosto 2020

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 Da Appelloalpopolo del 7-8-2020 (N.d.d.)

Ci sono degli avvenimenti che hanno un peso, un significato particolare. La controrivoluzione neoliberista che sta portando alla lenta morte l’intera penisola, non è avvenuta in una sola notte. Si è trattato di un lungo, meticoloso processo caratterizzato da tante tappe. Ho provato a riassumere, senza pretese di esaustività, quelle che ritengo più importanti, significative. I punti nodali di un lungo processo che ha portato i lavoratori indietro di un secolo e i cittadini italiani a impoverirsi.

1979. Adesione al Sistema Monetario Europeo (SME). Entrato in vigore 13 marzo del 1979, si trattava di un accordo di cambi fissi tra i Paesi membri. È il padre putativo dell’euro. – 1981. Divorzio Banca d’Italia/Tesoro. Avvenuto dopo lo scambio di lettere tra l’allora ministro del tesoro, Beniamino Andreatta, e dell’allora governatore di Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi. Non ebbe mai una vera legittimazione politica. Portò anche a quella che passò alla storia come la “lite delle comari”, come venne chiamato lo scontro tra il Ministro del Tesoro, Andreatta, e quello delle finanze, Rino Formica. Portò alla caduta del secondo Governo Spadolini e alla nascita del quinto Governo Fanfani. – 1990. Abrogazione della legge bancaria del 1936 con la legge 30 luglio 1990 n°218 (“Legge Amato”) che portò avanti il processo di ristrutturazione delle banche di diritto pubblico secondo le norme della S.p.a. – 1991. Referendum abrogativo del 1991. Portò le preferenze da 3 a 1, ma – soprattutto – introdusse il maggioritario. La modifica continuò col referendum abrogativo del 1993 dove i radicali – protagonisti della stagione referendaria degli anni ’90 – riproposero il quesito sul maggioritario per Regioni e Comuni dopo la bocciatura della Corte Costituzionale. Il percorso si concluse col referendum abrogativo del 1999, che portò all’abolizione della quota proporzionale residua.

-1992. Con la firma del trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 nasce l’Unione Europea. – 1992. Il 2 giugno 1992, pochi mesi dopo lo scoppio di Tangentopoli (17 febbraio 1992), si tenne la famigerata riunione sul panfilo Britannia della Regina Elisabetta, una tappa fondamentale del lungo processo di privatizzazioni, liberalizzazioni e di svendita degli asset italiani pubblici – a partire dall’IRI – che caratterizzò tutti gli anni 90. – 1992. Eliminazione della scala mobile. Era già stata pesantemente depotenziata col taglio del 14 febbraio dell’84 (decreto San Valentino). Venne completamente abolita il 31 luglio del 1992 dal Governo Amato. – 1993. Dopo averci provato già nel 1978, nel 1993 i radicali, sull’onda dell’indignazione della popolazione per Tangentopoli, riproposero il referendum per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. I voti in favore dell’abolizione superarono il 90%. – 1993. Legge Mattarella (Mattarellum). Recepì gli esiti del referendum abrogativo proposto nel 1993 dai radicali. Introdusse, oltre al maggioritario, le liste bloccate. La legge Calderoli del 2005 (Porcellum) eliminò poi del tutto il voto di preferenza con liste chiuse e bloccate. – 1997. Pacchetto Treu che insieme alla legge Biagi del 2003 hanno introdotto l’odioso lavoro interinale. – 1997. Riforma Bassanini. Si tratta della riforma che ha portato ai massimi livelli il cosiddetto federalismo a Costituzione invariata. Nel 2001, per la sua piena attuazione, portò alla riforma del titolo V della Costituzione. – 1997. È l’anno in cui iniziò il percorso (fissazione del cambio e nuovo ingresso nello SME dopo l’uscita del 1992) che ci porterà ad adottare la moneta unica, l’euro. – 2001. DL 368/2001 che insieme alla riforma Fornero (2012) e al Jobs Act (2014/15), modificando la legge 230 del 1962, hanno progressivamente liberalizzato i contratti atipici. Quelli cioè a tempo determinato. – 2011. Il 5 agosto del 2011 arrivò la famosa lettera della BCE (firmata da Draghi e Trichet) in cui ci veniva richiesto un lungo elenco di riforme: dal pareggio di bilancio in Costituzione al Jobs Act, dall’abolizione delle province alla riforma Fornero. – 2011. Decreto Sacconi che ha consentito accordi sindacali al ribasso rispetto ai Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro. – 2014. Decreto Poletti che ha ulteriormente favorito la precarizzazione facendo aumentare i contratti a tempo determinato e quelli di apprendistato.

Gilberto Trombetta

 
Aiuti in cambio di sottomissione PDF Stampa E-mail

9 Agosto 2020

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 Da Comedonchisciotte del 7-8-2020 (N.d.d.)

La visita improvvisa a Beirut del presidente francese Emmanuel Macron e la richiesta di alcune fonti libanesi pro occidentali di internazionalizzare le indagini sull’esplosione del porto di Beirut sono indicative di quanto si sta muovendo nel martoriato paese dei cedri. Già alcune ore dopo l’attentato al porto di Beirut, alcuni esponenti libanesi collegati a centrali estere (USA e Arabia Saudita) chiedevano che la gestione del porto fosse internazionalizzata. Esiste in Libano un fronte interno che include élite politiche e mediatiche, che si muovono in chiara armonia, cercano l’internazionalizzazione da un lato e si muovono contro il governo e il Patto dall’altro, in uno scenario che ricorda la situazione del 2005. Questo coincide con le richieste di internazionalizzazione su Twitter e su altri social media, dove la maggior parte di questi messaggi provengono da non libanesi. Queste chiamate sono arrivate in concomitanza con l’ arrivo del presidente francese Emmanuel Macron,  in visita a Beirut, per “aiutare il popolo, non lo stato” (sue dichiarazioni). Questo è indicato dalla sua dichiarazione in cui affermava che “gli aiuti francesi non finiranno nelle mani dei corrotti e forniremo aiuti internazionali sotto la supervisione delle Nazioni Unite e raggiungeremo direttamente il popolo e le associazioni non governative” (le ONG pilotate dalla USAID e altri organismi pro USA). Oltre a queste dichiarazioni, il presidente francese ha anche chiesto “il cambiamento in Libano” e ha anche detto, mediante un suo tweet, che “il Libano non è solo” all’indomani di un’esplosione al blocco 12 del porto di Beirut, che ha ucciso più di cento persone e devastato una buona parte della città.

“Non è solo il Libano”, ha detto Macron, ma il paese si trova ancora sotto sanzioni USA e la Russia ha richiesto a Washington di rimuovere le sanzioni come unico vero atto di solidarietà internazionale, piuttosto che non dichiarazioni ipocrite da parte delle stesse potenze che hanno imposto il blocco e le sanzioni che hanno gettato nella crisi la popolazione libanese. […]

Una porzione del territorio libanese è ancora sotto occupazione israeliana e Israele viola continuamente lo spazio aereo e marittimo del Libano sentendosi padrone assoluto dei giacimenti di gas in mare e delle risorse del paese. Le autorità libanesi e vari esponenti delle fazioni politiche chiedono l’internazionalizzazione delle indagini sull’esplosione del porto di Beirut ma non l’interferenza estera nelle questioni interne del Libano. Inoltre, questa era anche la richiesta del leader del Partito socialista, ex vice Walid Jumblatt, il quale ha detto che “non si fida della capacità del governo libanese di rivelare la verità”. Jumblatt ha ritenuto che “l’attuale governo sia ostile e che ci debba essere un governo neutrale che lasci il Libano dagli asset dominanti e che i passaggi e i porti debbano essere controllati e che non vi sia fiducia nell’autorità locale, con questa banda dominante “. Jumblatt ha aggiunto: “È una coincidenza o una cospirazione? … L’indagine rivelerà questo e, dalle poche informazioni che possiedo, questa enorme quantità di ammonio che è arrivata al porto di Beirut ed è rimasta per quasi 6 anni, non esplode anche se è tossica o esplosiva da sola, ha bisogno di un fulmine “. […] Nello stesso contesto, il leader del partito “Forze libanesi”, Samir Geagea, ha chiesto l’invio di un comitato di indagine internazionale da parte delle Nazioni Unite il prima possibile, e ha invitato il parlamento a “tenere una sessione di emergenza e pubblica per interrogare il governo sull’esplosione”. Alcuni hanno risposto a queste richieste dicendo che “abrogano lo stato nazionale”, così ha dichiarato il vicepresidente del Parlamento Eli Farzly. Inoltre, il ministro degli interni Mohamed Fahmy ha confermato che l’attuale governo non farà ricorso a esperti internazionali.

Non vi è alcun dubbio che le richieste di internazionalizzazione provengano da “Israele” e dagli Stati Uniti per raggiungere il loro obiettivo di porre il Libano sotto più controllo fiduciario, in particolare con la loro richiesta di modificare le funzioni di “UNIFIL” (il contingente dell’ONU) e aumentarne l’autorità. Questa non è la prima volta che le questioni relative al Libano sono state internazionalizzate, in particolare l’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri. Questo si accompagna al rinvio dell’International Special Tribunal for Lebanon, che sta esaminando il caso dell’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri, per pronunciarsi fino al 18 agosto, dopo che era stato programmato il 7 dello stesso mese, a causa delle ripercussioni dell’esplosione a Beirut. Dopo queste dichiarazioni, lo scenario indica i tentativi di imporre una tutela indiretta al Libano, e c’è chi cerca di accusare Hezbollah di essere responsabile della catastrofica esplosione nel porto di Beirut, seppur indirettamente, accennando che l’esplosione di Beirut è stato un evento casuale e collegando questo con la questione a Hezbollah e alle sue armi. Tutti o quasi i media occidentali insistono su tale versione dei fatti mettendo sotto accusa Hezbollah e istigando un cambiamento in Libano che metta fuori gioco Hezbollah (il grande nemico di Israele) e consenta l’instaurazione nel paese di un governo filo occidentale. Da questa campagna mediatica si comprende a cosa sia stato finalizzato il disastro di Beirut e quali ambienti siano interessati ad utilizzare l’evento per un cambiamento politico nel paese dei cedri che rimetta il Libano sotto il controllo delle centrali degli USA, di Israele a cui il Libano si era sottratto. Tuttavia si omette di riferire che il segretario generale di Hezbollah, Sayyid Hassan Nasrallah, con una sua presa di posizione di pochi giorni prima , aveva “negato categoricamente” in un precedente discorso le accuse formulate dal delegato israeliano al Consiglio di sicurezza circa l’uso di Hezbollah di trasferire armi o componenti di armi in Libano attraverso il porto di Beirut, considerato da Hezbollah una struttura non sicura e inquinata da spie e agenti statunitensi e sauditi. E il signor Nasrallah ha considerato che “queste dichiarazioni preludono all’imposizione di una tutela sul porto, sull’aeroporto e sui confini, alcuni dei quali vogliono che il Libano sia messo sotto il controllo degli USA e dei suoi procuratori”. Nasrallah aveva anche avvertito coloro che avevano “un problema con Hezbollah, dal mettere in pericolo il porto di Beirut”. Gli analisti libanesi hanno indicato all’indomani dell’esplosione che “lo sfruttamento dell’incidente è iniziato con l’obiettivo di mirare a responsabilizzare Hezbollah che ha depositi di armi nel porto”, secondo vari osservatori indipendenti. Questi ritengono che le esperienze del Libano con la Corte internazionale non abbiano avuto successo e non possano essere rivendicate come una costante per il paese.

Il Libano ha già subito da parte di Israele e dei suoi sodali (USA, GB e Francia) occupazione militare, destabilizzazione interna e sobillazione di violenze e ostilità fra le varie componenti etniche e religiose del paese. Il tutto mirato a portare il caos nel paese e favorire una neocolonizzazione in stile “esportazione della democrazia” nel paese dei cedri. In Libano si ricordano ancora dei 33 giorni di bombardamenti fatti da Israele nel 2006 che causarono migliaia di vittime fra i civili libanesi ed il tentativo di invasione del sud del Libano che fu bloccato da Hezbollah. Nessuna meraviglia che sia utilizzato il disastro del porto di Beirut per disarmare il movimento di resistenza e imporre un diktat al paese per sottomettersi alle potenze dominanti. Il ricatto è già stato preannunciato: aiuti in cambio di riforme politiche e sottomissione. Hezbollah farà presto sentire la sua voce e l’asse della resistenza non sembra disposto a deporre le armi e sottomettersi ai nuovi/vecchi padroni, a prescindere che parlino francese o arabo.

Luciano Lago

 
Contro destra e sinistra PDF Stampa E-mail

7 Agosto 2020

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 Da Appelloalpopolo del 4-8-2020 (N.d.d.)

Capita a noi attivisti di FSI-Riconquistare l’Italia, in questi giorni di campagna elettorale, in qualità di nuovi soggetti nell’agone politico di sentirci porre da parte di cittadini comuni la domanda “siete di destra o di sinistra?”. Una risposta istintiva potrebbe essere: “né di destra né di sinistra”. In realtà potrebbe non essere questa l’affermazione corretta. È più completo rispondere “siamo CONTRO la destra e CONTRO la sinistra”, ed è una risposta che non sbaglia mai. Una prima motivazione, nota a tutti i sovranisti, è che sia la coalizione di centrodestra sia quella di centrosinistra sono liberisti. Qualora s’incontrasse qualcuno che nutre dubbi in merito, non è difficile smontarne le convinzioni: basta citare chi ha distrutto l’IRI, chi ha effettuato le grandi privatizzazioni degli anni ’90, chi ha promulgato le grandi riforme del lavoro precario quali Pacchetto Treu, Legge Biagi, Jobs Act, ecc. ecc. per dissipare qualsiasi dubbio in merito. Ma qualora vi fosse ancora chi afferma “sono di sinistra ma non voto PD” o “sono di destra ma non voto Lega”, o affermazioni simili (es. “sarei di sinistra/destra ma sono deluso dall’attuale sinistra/destra”) va sempre fatto notare un aspetto importante. Affermare di possedere un’identità politica inquadrata nello schematismo della rivoluzione francese dx/sx significa, anche se si prendono le distanze dagli attuali partiti, tracciare parentele piuttosto ambigue. Cioè, significa affermare implicitamente che uno dei due schieramenti liberisti è più vicino o meno lontano dell’altro alle proprie convinzioni; questo a sua volta comporta che si è più propensi a giustificare gli errori, gli abusi o i tradimenti di uno schieramento rispetto a quelli dell’altro, implicando forme di “tifoseria” nei confronti di una coalizione liberista, o comunque a denigrare uno schieramento liberista più dell’altro, come se le colpe dell’attuale decadenza economica, sociale e di conseguenza demografica dell’Italia non siano da distribuire equamente fra entrambi. Fino, ovviamente, ad arrivare al fatidico “voto utile”, che è stata la rovina dell’Italia di questi ultimi trent’anni: io voto il meno peggio, o meglio quello che io reputo essere il meno peggio sulla base della postura destra/sinistra, senza preoccuparmi del fatto che sto consegnando il paese ad un branco di anti-italiani in cattiva fede pronti a svendere quello che resta del Paese alle multinazionali.

Centrodestra e centrosinistra sono talmente tanto infettati da globalismo e liberismo che anche affermare una vicinanza parziale ad uno dei due fronti è già una forma di condiscendenza con tale sistema. E siccome il sistema va combattuto, sentirsi vicini ad una frazione di esso significa essere indulgenti con il sistema nel suo complesso. Ecco perché non vanno fatte preferenze tra i due. Perché bisogna combatterli entrambi. Quindi il sovranista può affermare, sicuro di non fare errori, di essere CONTRO la destra e CONTRO la sinistra senza eccezioni.

Marco Trombino

 
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