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L'oligarchia della Scala PDF Stampa E-mail

11 Dicembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 9-12-2019 (N.d.d.)

 

Cinquant’anni fa un antenato delle sardine, per dire un giovane arruffapopoli fuoricorso salito dalla mite provincia umbra s’inventò un modo di stare al mondo. Fondò un movimento, anzi Movimento, maiuscolo, come poi sarebbe passato agli annali, alla testa del quale non mancava una sola occasione per far casino contro “il sistema”: memorabile la provocazione davanti alla Scala, lanci di uova a bombardare le pellicce dei “fascisti, borghesi, ancora pochi mesi”, come venivano ammoniti i ricchi, gli aristocratici, i capitani d’industria, i banchieri, vale a dire tutta la bella gente che poteva permettersi una Prima, seguita da una esclusivissima cena, nel più famoso teatro del mondo. Mario Capanna è una profezia vivente: quella di Montanelli, che ne previde la sistemazione “al museo dei reduci, forniti di pancia e cellulite”. È andata proprio così, oggi il Capanna ricompare ogni tanto per rispolverare quegli anni che definì formidabili, e per lui certamente lo furono, tanto più che gli valsero una pensione da parlamentare sulla quale l’ex Masaniello in falce e martello non accetta discussioni: se l’è guadagnata, sostiene, e, dal suo punto di vista, ma solo dal suo, non fa una piega. Oggi, mezzo secolo e tant’acqua sotto i ponti dopo, la turbo-borghesia aristocratica che entra alla Scala per la Prima – quest’anno una Tosca in odor di metoo – non sembra cambiata granché […] Ovazioni clamorose, 10 minuti di standing ovation per Mattarella, considerato con tutta evidenza non il garante di tutti gli italiani ma quello del sistema altoborghese che si riconosce nella sinistra ztl, nei menu di Farinetti, nel partitone di Repubblica e nei buoni per costituzione, anche se mai nel loro giardino; inchini e sospiri di vellutato servilismo ai ministri tassatori, migrantisti e volendo incompetenti; tripudio clamoroso per l’immancabile Liliana Segre, questa nuova santa misteriosamente balzata all’esaltazione della società civile a 90 anni dopo una vita in ombra, salutata, anche lei come la garante contro i fascismi, i razzismi, i sovranismi, i leghismi, i salvinismi, i melonismi, gli euroscetticismi, le cattiverie, le malattie, il politicamente scorretto e perché no i cambiamenti climatici. Io son Liliana, sono guardiana, sono anche anziana, mi fan girare tutta la settimana.

 

A proposito di cambiamenti climatici, si è patita, causa vertice Onu, la dolorosa assenza di Greta, la Cassandrina con le trecce, quella che, appena annuncia l’essiccamento del pianeta, si spalancano le cateratte e vien giù acqua per 40 giorni come per una punizione biblica. Latitanti anche le sardine, in compenso a perorarne la causa c’era quella megera accartocciata di Patti Smith, rockstar in fama di genio antagonista, in realtà bravissima a costruirsi la sua carriera di mediocre sempre sulle spalle di qualcuno; di lei si ricorda l’estasi dionisiaca che la rapiva, “mentre stavo cantando sul palco mi sono cagata addosso”, e oggi, ultima vaccata conosciuta, appunto l’apertura di credito alle sardine, curiosa schiatta di contestatori a favore del sistema, dei privilegiati nei quali, chiarissimamente, si riconoscono. Gente con un futuro da influencer, come l’istruttore di frisbee Mattia che a domanda, qualsiasi domanda, mai risponde, però si compiace: “Vengo bene in tivù, faccio audience”. Quasi quasi era meglio Mario Capanna, che almeno il rischio di qualche manganellata lo correva: questo ha l’aria di uno che si metterebbe a frignare anche spolverato col piumino da cipria.

 

Insomma eccola qui la nuova élite che poi è sempre quella vecchia: ad annusarsi, a ovazionarsi, ad applaudirsi ben protetta dentro il teatro più bello del mondo; a farsi coraggio contro quei miserabili che alla Prima della Tosca grazie a Dio non entrano e però fanno tanta paura con la loro paura, con le loro giornate di merda tutte uguali, con l’incertezza di ogni domani, con l’esasperazione di chi non dice per forza “prima gli italiani” ma semplicemente non capisce perché questi italiani senza ztl, senza attico vista Brera o Colosseo debbano sempre arrivare ultimi, se mai arrivano. Ma Liliana Segre ha detto che l’uomo forte le provoca preoccupanti ricordi, in pratica che Salvini è Mussolini: 92 minuti di applausi e vergogna per chi la tiene in ansia. Anche il Censis non si è trattenuto e ha spiegato: gli italiani sono razzisti perché sono tristi perché sono spaventati perché sono esasperati perché sono sconcertati perché sono disorientati perché sono razzisti. E sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re; fa male a Sergio, alle sardine, alla Liliana e a Patti Smith; e sempre allegri bisogna stare, che poi s’incazzano se noi piangiam.

 

Max Del Papa

 

 
La generazione Neet PDF Stampa E-mail

10 Dicembre 2019

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Da Rassegna di Arianna dell’8-12-2019 (N.d.d.)

 

“Vita”, il mensile del Terzo settore e del mondo non profit, pubblica, sull’ultimo numero, un’ampia inchiesta dedicata ai cosiddetti Neet, i giovani che non studiano e non lavorano. Di che cosa si tratta? Il termine Neet è un’invenzione piuttosto recente. Acronimo di Not in Education, Employment or Training è stato utilizzato per la prima volta nel 1999 in un documento del governo britannico. Oggi si usa comunemente per indicare chi non è impegnato nello studio, né nel lavoro e neanche nella formazione. La fotografia offerta da “Vita” è inquietante: nel 2018, in Italia, i Neet nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni sono pari a 2.116.000 e rappresentano il 23,4% del totale dei giovani della stessa età presenti sul territorio. Nel 47% dei casi i ragazzi hanno tra i 25 e i 29 anni, nel 38% i ragazzi hanno tra i 20 e i 24 anni e il restante 15% è nella forchetta 15-19 anni. L’Italia è la prima tra i Paesi europei per presenza di Neet, dove la media attuale è del 12,9%. Il problema è oggettivamente complesso. E non può essere assimilato alla vecchia condizione del “disoccupato”. Qui ad essere rilevanti sono fattori di carattere psicologico-esistenziale, che vanno ben al di là del puro e semplice dato occupazionale. I Need sono dei veri e propri “inghiottiti dalla rete”, poiché spesso nella loro auto-reclusione, l’unico contatto con il mondo rimane quello virtuale, che passa per il web: così la loro seconda esistenza, tra chat, social newtork e giochi di ruolo online diventa prioritaria rispetto a quella reale. La mancanza di contatto sociale e la prolungata solitudine determinano nei ragazzi una perdita delle competenze sociali e comunicative. Ad alimentare questa condizione ci sono disuguaglianze sociali, che riducono le possibilità di rompere i meccanismi della povertà e dell’esclusione, ed insieme contesti familiari, culturali, economici, sociali che non investono adeguatamente sulle potenzialità dei giovani e sul loro futuro, insieme ad una generale sfiducia verso le istituzioni e il mondo del lavoro, sentiti come estranei e lontani. Famiglie, istituzioni, mondo del lavoro: è il fallimento di un Sistema, un fallimento rispetto al quale i fondi dedicati alla formazione e l’estensione del diritto allo studio appaiono come i classici “pannicelli caldi”. Il problema è infatti “strutturale” e tocca la “percezione” che i giovani hanno del loro rapporto con la realtà, a cominciare dal primo ambito familiare.   Alla base l’idea  che lo studio sia inutile (anche se il 49% dei giovani Need ha conseguito il diploma di scuola secondaria superiore e l’11% risulta essere laureato), che la mobilità appaia bloccata (favorendo chi è già socialmente garantito), che la meritocrazia non esista (in un mondo in cui a vincere sono sempre i soliti “furbi”), che il futuro sia già predeterminato (e quindi sia inutile mettersi in gioco per costruirsene uno proprio).

 

La percezione è di una netta cesura tra i giovani ed il sistema Paese, con conseguenze che – in prospettiva – rischiano di aumentare le fasce degli esclusi, degli “inghiottiti” dall’inedia, a causa di  un corpo sociale sempre più debole e sfilacciato, visti  la perdita di ruolo e di certezze autentiche offerte dalle famiglie (con  una lunga e paradossale  dipendenza dei figli adulti dai genitori),  l’avanzare dei processi di   disintermediazione, a seguito del  depotenziamento dei corpi intermedi (ed il sostanziale isolamento sociale), la precarietà (resa palese dal  lavoro in  nero).

 

“Vince” la Rete, ma in realtà – come abbiamo visto – avanza l’autoesclusione e l’autoreclusione: un’autentica emergenza che priva le giovani generazioni di una possibilità di futuro ed il Paese di potere contare su quelle risorse culturali e spirituali, ancor prima che socio-economiche, rappresentate dai giovani. All’inverno demografico rischia insomma di seguire una sorta di glaciazione generazionale, con conseguenze disastrose per tutti, giovani e meno giovani. Esserne consapevoli è il primo passo. Alla politica, al mondo della cultura e del lavoro il compito di mettere in campo le doverose contromisure. In gioco, insieme a quelli dei giovani, ci sono i più ampi destini nazionali.

 

Mario Bozzi Sentieri

 

 
Il fallimento dei competenti PDF Stampa E-mail

9 Dicembre 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 7-12-2019 (N.d.d.)

 

A Piazza Pulita Concita De Gregorio - ex direttrice dell'Unità - ha spiegato in breve il senso del pensierino espresso dal caposardina Santori: "Politica con la P maiuscola significa delegare a qualcuno che è competente". Secondo Concita, il tema del MES (come dunque tutti quelli in generale di pari complessità dei trattati con l'UE et similia) dovrebbe essere lasciato ai 'competenti' (come Elsa Fornero, indicata in studio). Questa sarebbe l'essenza della democrazia: il popolo manda qualcuno 'di cui si fida' a trattare a suo nome (segue applauso scrosciante). Ora, è parte fondamentale del mondo moderno, con un'elevata divisione del lavoro, il fatto che non tutti possano occuparsi di tutto, e che sia necessario dare fiducia di volta in volta a persone che nei rispettivi ambiti di specializzazione ne sanno più di noi. Tutto ciò è fisiologico e naturale, e nessuno lo mette in discussione. Ma come si fa razionalmente a 'delegare a qualcuno di cui ci si fida'? Si valuta se si presenta bene? Se non dice parolacce? Quali sono le competenze specifiche che dovrebbero essere attribuite ad un ceto politico? Ecco, idealmente un ceto politico capace dovrebbe avere: 1) la capacità di scegliere e valutare gli specialisti cui delegare, in modo che operino nel migliore interesse del paese; 2) la capacità di comprendere le linee essenziali di ciò che fanno gli specialisti e di spiegarle alla popolazione, facendo da mediatori.

 

Bene, e quali sono le competenze specifiche che dovrebbe avere l'elettorato, il popolo, per mandare quel ceto politico a fare il suo lavoro? Idealmente il popolo dovrebbe essere in grado di valutare: 1) l'efficacia con cui il ceto politico ha delegato agli specialisti per fare gli interessi del paese; 2) il modo in cui è riuscito a farsi capire intorno a cosa si stava facendo e perché.

 

Alla luce di queste considerazioni come dobbiamo valutare le considerazioni di Concita De Gregorio? Beh, la valutazione non sembra difficile. Negli ultimi 30 anni il ceto politico che Concita sostiene è quello che ha scommesso le sue carte sull'UE, sulla disciplina dei conti, sull'austerità espansiva, sul rispetto dei trattati, e sulle soluzioni europee relativamente a crescita, debito, immigrazione, riduzione della diseguaglianza sociale, e promozione di ricerca e sviluppo. E si tratta di un ceto che ha sistematicamente, massivamente ed inequivocabilmente fallito. Dati inoppugnabili alla mano, in tutti questi ambiti l'Italia ha gravemente peggiorato le sue performance rispetto a prima. Inoltre, gli stessi dati ci dicono che l'intera Eurozona ha perso comparativamente terreno nel mondo, aggravando le situazioni già critiche e creandone di nuove (a ridere sono solo la Germania e un paio di stati satellite, punto). E tutto ciò è avvenuto senza che né il ceto politico italiano (né peraltro giornalisti come la nostra) spiegassero cosa stava succedendo: l'unica cosa che abbiamo avuto il piacere di sentire erano lezioncine su quanto eravamo 'choosy', quanto avevamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, ecc. ecc. Tanto basti quanto ai 'competenti' (tipo la Fornero, la competente di cui stiamo ancora cercando di risolvere l'incastro degli esodati; o il rassicurante ministro Gualtieri, quello che va a trattare le sottigliezze del diritto comunitario e della finanza internazionale, forte della sua laurea in lettere moderne.) Però infine Concita forse ha davvero ragione. Il popolo non sa proprio fare il suo mestiere. Se fosse davvero competente a fare ciò che gli spetta, a giudicare chi li ha governati in base ai risultati, avrebbe spazzato via questo intero ceto dirigente da tempo. E invece ce lo troviamo ancora là a farci la lezione, insieme alla stessa Concita (che la sua di competenza l'ha dimostrata traghettando il giornale che dirigeva al fallimento).

 

PS. Ah, non so se avete notato che quelli stessi che, sugli interessi dell'Italia in Europa, ti spiegano che bisogna delegare all'oligarchia dei politici competenti, poi su bazzecole come la sorte climatica del pianeta ti dicono di ascoltare una liceale svedese con l'Asperger (e qui si assiste alla transustanziazione dei 'politici competenti' in 'miopi carogne inaffidabili'.) Poi, naturalmente, siete voi che non capite, dannati analfabeti funzionali.

 

Andrea Zhok

 

 
Dopo gli anni Settanta PDF Stampa E-mail

8 Dicembre 2019

 

In Italia dopo gli anni Settanta si è andati incontro ad una rapida deideologizzazione del discorso politico che ci ha progressivamente disabituati a ragionare sulle grandi questioni e ha aperto la strada a un più miope buon senso e alla tranquillità dei buoni affari per chi ne aveva la possibilità. Ecco quindi che il più grande partito ideologico, il Partito Comunista Italiano che nel 1976 raggiunse la vetta del 34,3% dei consensi, iniziò proprio dopo quella data il suo inesorabile declino, incalzato anche dalle pessime condizioni del comunismo realizzato che sotto una pesante burocrazia umiliava le aspirazioni di molti uomini. Nel 1989 l'allora segretario del P.C.I. Achille Occhetto riuscì, attraverso l'avvio della svolta della Bolognina, e anticipando la caduta del P.C.U.S. a dar vita al Partito Democratico della Sinistra che rappresentò una vera e propria "mutazione genetica" del vecchio partito della sinistra; in cantina i valori collettivi e in grande spolvero i valori individuali, che trovavano sinergia con il nuovo scenario. La gioiosa macchina da guerra della sinistra trova quindi nei primi anni Novanta la strada sgombra verso il successo elettorale, dato che dopo tangentopoli democristiani e socialisti vanno verso il tramonto. Tuttavia in politica, come si suol dire, i vuoti vengono riempiti e lo spazio lasciato libero da democristiani e socialisti viene, in buona misura, colmato da Forza Italia, che sbarra la strada a Occhetto. Negli anni Novanta quindi i due partiti che dominano la scena politica, Pds e Forza Itala iniziano, "da sinistra" il primo e da "destra" il secondo, a convergere verso il centro; le ideologie vengono sepolte sotto continue promesse, in gran parte di benessere materiale che non sempre arriva. "La volontà di "centro" è il desiderio senile di tranquillità ad ogni costo, di insvizzerimento delle nazioni, di abdicazione storica, con cui ci si figura di essere sfuggiti ai colpi della storia", come ci ricorda Oswald Spengler. Ecco quindi l'allontanarsi della politica dalle radici dell'Italia e delle sue peculiarità e l'inseguimento del modello efficientista sia esso svizzero, nord europeo o anglosassone. Le principali tematiche da qui in avanti, se non si inverte la rotta, rischiano quindi di essere il suicidio assistito, il gender, l'eutanasia, l'educazione sessuale e non la libertà d'espressione, la natalità, la patria.

 

Riccardo Sampaolo

 

 
La libertà è combattimento PDF Stampa E-mail

7 Dicembre 2019

 

Da Appelloalpopolo del 5-12-2019 (N.d.d.)

 

La libertà è fare ciò che sappiamo e sentiamo di DOVER fare, secondo un’etica pubblica o collettiva (per esempio la religione) e secondo la nostra morale (coscienza) privata. Eccedere nell’alcool o nelle scommesse, nel fumo, nella droga e cercare il sesso fuori dal rapporto d’amore (se si ha un rapporto d’amore) non sono libertà ma vizi ossia cedimento ad impulsi che minano la libertà. Può dispiacere a noi viziosi ma è così. Voler essere imprenditori di sé stessi, vigili consumatori, assumere la mentalità severa del cliente e la perenne gentilezza commerciale con annesso sorrisino non è libertà ma adesione ad una morale privata altrui della quale altri ci persuade. Significa essere assoggettati. Vestire da pagliacci o da prostitute non significa essere liberi ma essere pagliacci o mignotte. Essere calcio-dipendenti, tele-dipendenti, social-dipendenti, videogioco-dipendenti, porno-dipendenti, sport-dipendenti non significa essere liberi ma depressi. Essere cinici non significa essere liberi – la persona libera è (deve essere) spietata, non cinica, se ricopre un ufficio pubblico – ma miserabili ed egoisti patologici.

 

Cercare e desiderare la quantità, di donne, di viaggi, di iniziative, di metri quadri, di libri, di pubblicazioni, di fans, di lettori, di ascoltatori, di “esperienze”, di conoscenze, anziché la qualità, non significa essere liberi ma superficiali e insicuri, cedere a impulsi infantili o caratteriali che minano la libertà. La libertà è dunque lotta e combattimento, contro la persuasione promossa dagli agenti del capitale, contro i vizi, contro la depressione, contro il narcisismo patologico, contro le nostre debolezze. Non c’è atto libero che non sia atto doveroso e atto di combattimento.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Una situazione palesemente eccezionale PDF Stampa E-mail

5 Dicembre 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 3-12-2019 (N.d.d.)

 

È proprio vero che la decadenza produce uomini di bassissimo valore e l’Italia, sull’orlo dell’abisso, è totalmente preda di miseri quaquaraqua che si contendono le sue disjecta membra come sciacalli bavosi su un corpo inerme. Le scene parlamentari di questi ultimi tempi non lasciano adito a dubbi. La vicenda del M.E.S., in cui maggioranza e opposizione si lanciano reciproche accuse ne è l’ennesima prova. Ovviamente, Conte, premier per volontà quirinalizia, era infido ai tempi del gialloverde e lo è anche più scopertamente adesso che tutto si è colorato di viola vergogna. Lui è di sicuro un primo ministro filo-eu ma lo era ugualmente quando Salvini lo accettò quale trait d’union tra Lega e 5S per formare il governo sedicente populista-sovranista. Dopo un po’ già capimmo che si trattava di compagine pavida, che si faceva imporre da Bruxelles di non sforare i parametri di Maastricht, i quali furono persino abbassati a maggior tutela dei signori franco-tedeschi. Ora è veramente difficile da credere che tutta la nostra libertà si giochi su un meccanismo di stabilità che semmai segnala, ancora una volta, lo sbilanciamento dei rapporti di forza (nel nostro caso di debolezza) a favore degli “imperi” centrali, i quali ammantano di mutua salvezza interessi economici specifici ai quali siamo chiamati a contribuire perennemente sotto schiaffo.

 

Ma questa eccessiva visione economicistica dei problemi internazionali comincia davvero a diventare stucchevole. Sul serio si pensa che sia il M.E.S. l’arma ferale della nostra sottomissione all’Ue? Un minimo di serietà imporrebbe una riflessione più vasta e sincera. C’è la crisi, sicuramente, ma è in primo luogo crisi di potenza dalla quale discende tutto il resto. Quest’epoca, se si vuole la salvezza dello Stato, dovrebbe diventare per noi di estremo esercizio della forza e di vocazione politica, per eliminare le quinte colonne interne che tramano in combutta con gli stranieri. Ho recentemente letto un interessante testo su Machiavelli di Michele Ciliberto. Vi è in esso una parte che sembra adattarsi alla perfezione alla nostra stagione buia, perché, in verità, ciò che ci occorrerebbe è: “un «remedio» eccezionale, extra ordinem. Pensare di farlo per vie ordinarie significherebbe non aver capito a che punto è arrivata la crisi...Le crisi... sono fatti normali, fanno parte della vicenda di qualunque corpo. Si superano con accorte terapie. Ma i momenti critici sono un’altra cosa; essi si manifestano quando uno Stato, una repubblica è prossima alla fine. In questo caso servono medicine straordinarie: in Machiavelli, la politica, la grande politica – quella connessa alla nascita o alla morte degli Stati – si situa sempre al confine tra la vita e la morte. Ci vogliono dunque farmaci forti – «eccessivi» – per curare il corpo dello Stato, quando esso si avvia alla fine per il venir meno dell’energia vitale. Se si trovano – e nel trovarli sta la grandezza del vero politico – la crisi può essere rovesciata nel suo contrario: può diventare cioè un elemento di rafforzamento e di salute dello Stato. La virtù «eccessiva» non è però di tutti: è propria del grande politico o del grande capo militare – Annibale o Pirro o Manlio Torquato, per fare qualche nome. «Capi» che spingono la «coda», cioè i loro seguaci, a conseguire obiettivi eccezionali, anche a prezzo della vita, motivandoli con la loro forza e il loro esempio come nessun altro sarebbe capace di fare. È questa la funzione delle grandi personalità nella storia, che Machiavelli ammira e valorizza al massimo”.

 

È esattamente quello che ci manca in questa situazione palesemente eccezionale in cui si ridefiniscono i legami geopolitici. I grandi uomini, quelli con visioni politiche assolute e coraggiose farebbero al caso nostro e non questo esercito di ragionieri di palazzo il quale disputa sui punti decimali e sul mantenimento della cadrega. Conte e chi gli sta intorno rappresentano l’ennesima disfatta dell’Italia ma non nutro alcuna fiducia in chi lo affronta con le calcolatrici anziché coi bastoni della lotta politica.

 

Gianni Petrosillo

 

 
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