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Programma di difesa nazionale PDF Stampa E-mail

11 Dicembre 2016

 

Una grande vittoria. La inaspettata partecipazione e l’atteso NO (che, personalmente ho sempre considerato un BASTA!) testimoniano di un popolo assai consapevole e che non ha votato solo di pancia contro il governo renziano o di cuore a difesa della Costituzione, ma anche di testa per impedire una deriva che avrebbe peggiorato le condizioni sociali, economiche, politiche del Paese. La controprova sta nelle tre regioni dove il SI ha prevalso: Toscana, Emilia Romagna, Trentino; le regioni dove si vive meglio e dove ha prevalso, quindi, quell’opportunismo pessimistico che ha consentito di accettare 35 anni di peggioramenti nel timore di perdere quello che si aveva. Finalmente il Centro-Sud ha, invece, rialzato la testa, mentre le altre regioni del Nord – quelle che hanno vissuto, in questi decenni, la perdita del primato industriale – hanno segnato la vera sconfitta della controriforma boschiana.

 

Adesso siamo in attesa delle reazioni internazionali e finanziarie che non saranno favorevoli a questa vittoria italiana della partecipazione e della democrazia; ma lo spread non si alzerà se la BCE continuerà a fare il suo normale lavoro; viceversa se tradisse, allora dovremo scendere in piazza qualora non ci fosse sufficiente consapevolezza in questo Parlamento, per ottenere soluzioni di difesa delle nostre istituzioni, ben diversamente da quanto accadde in Grecia (a causa della impreparazione a fronteggiare la situazione). Ma, se al dunque, i cosiddetti mercati e la BCE attenueranno le conseguenze del voto, nonostante l’evidente conflitto con questa Europa e la grande finanza, rimane aperto un interrogativo di più largo respiro. Infatti, da una parte, l’attuale assetto europeo ha sospeso il giudizio sull’Italia dando a intendere che, in caso di vittoria del SI, ci sarebbe stata una mano leggera; dall’altra, Renzi aveva inaugurato una stagione, almeno apparentemente nuova, per le scelte più importanti: flessibilità per le spese di accoglimento dei migranti, sforamento dei parametri per terremoti e altre emergenze, resistenza al “bail in” in nome del prevalere del problema titoli tossici sull’andamento delle cosiddette sofferenze bancarie. L’ultimo Renzi, dunque, aveva cominciato a muoversi controcorrente ed aveva cominciato a dire cose interessanti; ma l’appoggio alla controriforma lo ha travolto. Allora ecco il “lato oscuro” della situazione: molti di quelli che hanno fatto votare NO e cadere Renzi sono responsabili del disastro nel quale si trovano le istituzioni e la società italiane. Quindi: usciremo dagli inganni e dagli errori di un trentacinquennio da incubo o dovremo comunque continuare a sottostare ai diktat esterni?

 

Per questo, come Presidente di ALI, mi rivolgo a Beppe Grillo, al Movimento 5Stelle ed a quanti vogliono ripristinare sovranità popolare in un clima di collaborazione tra tutti i Paesi: elaboriamo un programma di difesa nazionale e di sviluppo responsabile che sappia indicare a tutti un percorso alternativo e di fuoriuscita da una situazione socialmente, economicamente, finanziariamente ed eticamente sempre più insostenibile!

 

Nino Galloni

 

 
Capitalismo terminale PDF Stampa E-mail

10 Dicembre 2016

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Da Comedonchisciotte del 7-12-2016 (N.d.d.)

 

In Francia esiste, dal 2012, la “Rete dei Lustrascarpe”. Les Cireurs.  Associa i lustrascarpe in franchising: coloro che aderiscono hanno diritto di usare il logo  e l’insegna.  Non hanno salario- sono “auto-imprenditori” – ma una paga oraria (su cui pagano in prelievo fiscale del 23%).  Pagano di tasca loro materiale e abbigliamento (un grembiule di cuoio, essenzialmente); se non hanno soldi per cominciare a lanciarsi nell’auto- imprenditoria, possono chiedere un prestito alla Rete Les Cireurs, che pratica interessi fra il 6 e l’%. In compenso, la struttura di franchising si occupa di contattare i grandi centro commerciali perché consentano ai loro “artigiani” di lavorare in un angolino.  Propone alle aziende abbonamenti: “Lustrascarpe in ufficio! Date ai vostri collaboratori un momento di distensione utile. Uno dei nostri mastri lustrascarpe verrà nei vostri uffici con la frequenza che desiderate per darvi il suo servizio!”.   Altro servizio, il lustrascarpe a domicilio, che viene a ritirare le scarpe infangate e ve le riporta lucide, e dentro un sacchetto di carta col logo. La domanda dev’essere alta, perché leggo sul sito di Les Cireurs, “la nostra società cerca attivamente collaboratori. Unitevi a noi in un’avventura in cui ogni talento è valorizzato, dove l’esperienza non ha limiti dove potete realizzarvi senza limiti, un lavoro a misura delle vostre ambizioni e della vostra creatività!” (non scherzo, il tono è questo). I fondatori, “Eric e Olivier”, due diplomati dell’istituto de Commercio (una specie di Bocconi), hanno escogitato questa nicchia ancora non sfruttata del “mercato pauperistico del lavoro” – come Uber: hai comprato un’auto che non ti puoi permettere? Paga le rate diventando tassista a noleggio, a prezzi inferiori! –  e sperano probabilmente di emulare le fortune del fondatore di Uber, Travis Kavanick –   è l’inventore della app (il software) che rende possibile il servizio –  indicato da Forbes come uno dei 400 più ricchi del mondo, con patrimonio stimato a 6 miliardi di dollari. Il che dimostra nel modo più lineare che “mercato pauperistico del lavoro” è sinonimo, anzi identico a “sfruttamento”. […].  È stata la “sinistra plurale” (presidente Lione Jospin) a instaurare la sovvenzione dei mestierucci attraverso crediti d’imposta, con l’etichetta “economia solidale”. È tutta la socialità che la sinistra riesce ad esprimere in tutto l’Occidente –  dimostrando che essa non è l’utile idiota del supercapitalismo, ma la sua costola essenziale e volontaria: basti vedere come si erge contro ogni “populismo”; ogni “nazionalismo sovranista”; ogni critica alla globalizzazione. In cambio, la sinistra del progressismo   edonista e dei costumi, tutto quel che concepisce come “politica economica”, non ha da offrire che   la sovvenzione pubblica dei mestierucci e  minijobs –   le mansioni residuali   dell’ipercapitalismo globale:  portatori notturni di  pizze a domicilio, passeggiatori di cani, badanti,  distributori di  stampati pubblicitari,  cameriere, e tutti precarizzati.  Tra il 1995 e il 2010, in Occidente, il numero delle domestiche è cresciuto del 62 per cento.  La crescita dei lavori marginali di servizio, e superflui, è l’esito paradossale (ma non troppo) del capitalismo terminale che ha perseguito “la massima efficienza” del capitale (ossia la massimizzazione del suo lucro a spese della minimizzazione dei salari), magari delocalizzando i lavori utili   (produttivi, necessari)  all’altro capo del mondo.  “Si torna ad una economia di tipo feudale, un’economia della domesticità”, scrivono Julien Brygo et Olivier Cyran, autori del saggio di successo Boulots de Merde (serve traduzione?).  Hanno indagato sugli effetti della “riforma del lavoro” imposta dai socialisti Hollande e  Valls. “I media ci ripetono che il salario minimo garantito vigente in Francia è il grande nemico dell’impiego. Ma chi lo prende più?”.   Il salario minimo garantito, in Francia, sarebbe al netto di 7,50 euro l’ora.  “Tutti i lavoratori che abbiamo ascoltato prendono il 30% in meno di quel che è indicato nel loro contratto.  Nella ristorazione, turismo, grande distribuzione, “i salariati sono pagati per 24 ore, e ne fanno 60. […] Le più importanti “riforme” socialiste mirano a non riconoscere più il lavoro come subordinato, con i relativi obblighi e oneri per il datore di lavoro. Tipicamente, i consegnatori di pizze a domicilio in bici, non sono subordinati: se cadono ovviamente non hanno indennità e nemmeno la paga, che non è più un salario ma un compenso per ogni corsa, è “l’auto-imprenditoria” che fa tanto creatività e giovanilismo. Di fatto,”per avere un introito decente, devi pedalare 60 ore a settimana”, dice uno degli intervistai. In bici – ovviamente   deve procurarsela lui –  perché per contratto è vietato usare uno scooter: la bicicletta serve per l’immagine ecologista dell’impresa. Anche questa è sinistra: eco e bio.  E giovane, dinamica, cool. I due sociologhi hanno scoperto non solo la rinascita dei lavori “feudali” come lustrascarpe e portatore di pizze, ma che anche molti lavori utili –  insegnante, infermiera, poliziotto, portalettere – sono anch’essi diventati “di merda”, tanto le condizioni si sono degradate. Per gli ospedalieri, il colpevole è il “lean management”, la “gestione snella”, messa a punto dalla Toyota negli anni ’60, ed oggi applicata sempre più nelle istituzioni pubbliche sanitarie. Consiste essenzialmente nella riduzione del personale e nell’imporre a quello rimasto di fare più con meno.  Vengono studiati i “tempi morti” le pause giudicate superflue, i minuti “non produttivi” che i dipendenti devono tagliare. Se ciò può funzionare più o meno alla Toyota, per gli infermieri, pochi rispetto alla necessità, a contatto con    il dolore umano, la malattia e la morte – e la responsabilità che viene da una flebo malfatta per la fretta, da una prescrizione errata – la pressione a far presto è criminale “Si riduce il tempo per la relazione, che è essenziale, specie per i ricoverati anziani che non ricevono visite”, dice unainfermiere di Tolosa. “Ho l’impressione di ‘fare cose’ invece che curare   la gente”.  I tassi di esaurimento psico-fisico fra le giovani ammontano al 40% all’ospedale di Tolosa, sono avvenuti quattro suicidi.  I suicidi fra agenti dell’ordine sono stati 70 nel 2015.

 

È il costo del capitalismo alla sua massima efficienza? I due sociologi francesi ammettono di essersi ispirati ad un saggio americano del 2013, dell’antropologo David Graeber, che ha un titolo simile al loro: “The Phenomenon of Bullshit Jobs.  Graeber ha scoperto che in America,   i lavori di merda” o più precisamente “del caz” non sono solo quelli  che riconosciamo tutti come tali,   il lavatore di cani, il portatore notturno di pizza a domicilio, ossia servili, sottopagati in quanto “feudalmente” superflui;  lo sono anche lavori –  anzi professioni – prestigiose e ben pagate:  avvocato d’affari, lobbista,    amministratore di università,  addetto alle risorse umane ,  direttore generale  di “private equities”, addetto alle pubbliche relazioni. Come si fa – come si osa –   definire queste professioni inutili? Il fatto è che sono quelli stessi che le esercitano a confessare   che è così. Interrogati su   in cosa consista il loro mestiere, “dopo un paio di bicchieri” si lanciano in tirate su come siano stupidi e senza senso i loro lavori. Lo sanno bene. Sanno che se sparissero infermiere, netturbini, scaricatori di porto, meccanici, la società entrerebbe in crisi immediata; la scomparsa di lobbisti, capi del personale (alle “risorse umane”) ed esperte di PR, non danneggerebbe in alcun modo la società. Anzi forse la migliorerebbe: e sono i professionisti di questi mestieri ad ammetterlo. È una intima consapevolezza, ha scoperto l’antropologo, che esercita in questi professionisti un senso di intima colpa, “una violenza psicologica profonda. Come si può parlare di dignità del lavoro quando uno sa, nell’intimo, che il proprio lavoro non dovrebbe esistere”? Molti di questi hanno sacrificato vocazioni superiori e creative per “i soldi”, e ne hanno una profonda rabbia subconscia. “Mentre le multinazionali riducono ferocemente il personale, delocalizzando per risparmiare salari, accelerano i tempi, e applicano la ‘massima efficienza’ sulle classi che fabbricano, trasportano, aggiustano e mantengono cose, non si limitano affatto nel pagare e moltiplicare queste professioni ‘superflue’ per ammissione di chi le fa”. È una strana falla nella logica del capitalismo terminale, che mira appunto alla “massima retribuzione del capitale” tramite essenzialmente la “minima retribuzione del lavoro”?  È una contraddizione dell’ideologia liberista? Niente di strano, risponde Graeber: “Quando l’1 per cento della popolazione è padrona di quasi tutta la ricchezza disponibile, la ‘domanda di mercato’ del lavoro riflette quello loro (l’1%) ritiene importante ed utile”.

 

Sull’autostrada Guerrero-Acapulco, durante un controllo, dei militari hanno fermato un camion bianco: al suo interno diversi cadaveri di bambini, privi di organi. L’autista, tale Javier Guzman Torres, arrestato, ha detto che non era stato lui ad uccidere e predare quei bambini, ma ne trasportava i corpi per conto dei trafficanti, per una forte somma.  Sono stati operati alcuni arresti tra i trafficanti di organi, che servono il mercato statunitense insieme alla droga.   Forse, il Messico degli orrori già prefigura il futuro: un’umanità superflua, utile a soddisfare la domanda di parti all’1 per cento che  si può permettere, di comprare ciò che ritiene utile per sé, creando la relativa “domanda”.  .

 

 Maurizio Blondet

 

 
E l'articolo 11? PDF Stampa E-mail

9 Dicembre 2016

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Da Comedonchisciotte del 7-12-2016 (N.d.d.)

 

La maggioranza degli italiani, sfidando i poteri forti schierati con Renzi, ha sventato il suo piano di riforma anticostituzionale. Ma perché ciò possa aprire una nuova via al paese, occorre un altro fondamentale No: quello alla «riforma» bellicista che ha scardinato l’Articolo 11, uno dei pilastri basilari della nostra Costituzione. Le scelte economiche e politiche interne, tipo quelle del governo Renzi bocciate dalla maggioranza degli italiani, sono infatti indissolubilmente legate a quelle di politica estera e militare. Le une sono funzionali alle altre. Quando giustamente ci si propone di aumentare la spesa sociale, non si può ignorare che l’Italia brucia nella spesa militare 55 milioni di euro al giorno (cifra fornita dalla Nato, in realtà più alta). Quando giustamente si chiede che i cittadini abbiano voce nella politica interna, non si può ignorare che essi non hanno alcuna voce nella politica estera, che continua ad essere orientata verso la guerra.

 

Mentre era in corso la campagna referendaria, è passato sotto quasi totale silenzio l’annuncio fatto agli inizi di novembre dall’ammiraglio Backer della U.S. Navy: «La stazione terrestre del Muos a Niscemi, che copre gran parte dell’Europa e dell’Africa, è operativa». Realizzata dalla General Dymanics — gigante Usa dell’industria bellica, con fatturato annuo di 30 miliardi di dollari — quella di Niscemi è una delle quattro stazioni terrestri Muos (le altre sono in Virginia, nelle Hawaii e in Australia). Tramite i satelliti della Lockheed Martin — altro gigante Usa dell’industria bellica con 45 miliardi di fatturato — il Muos collega alla rete di comando del Pentagono sottomarini e navi da guerra, cacciabombardieri e droni, veicoli militari e reparti terrestri in movimento, in qualsiasi parte del mondo si trovino. L’entrata in operatività della stazione Muos di Niscemi potenzia la funzione dell’Italia quale trampolino di lancio delle operazioni militari Usa/Nato verso Sud e verso Est, nel momento in cui gli Usa si preparano a installare sul nostro territorio le nuove bombe nucleari B61-12. Passato sotto quasi totale silenzio, durante la campagna referendaria, anche il «piano per la difesa europea» presentato da Federica Mogherini: esso prevede l’impiego di gruppi di battaglia, dispiegabili entro dieci giorni fino a 6 mila km dall’Europa. Il maggiore, di cui l’Italia è «nazione guida», ha effettuato, nella seconda metà di novembre, l’esercitazione «European Wind 2016» in provincia di Udine. Vi hanno partecipato 1500 soldati di Italia, Austria, Croazia, Slovenia e Ungheria, con un centinaio di mezzi blindati e molti elicotteri. Il gruppo di battaglia a guida italiana, di cui è stata certificata la piena capacità operativa, è pronto ad essere dispiegato già da gennaio in «aree di crisi» soprattutto nell’Europa orientale. A scanso di equivoci con Washington, la Mogherini ha precisato che ciò «non significa creare un esercito europeo, ma avere più cooperazione per una difesa più efficace in piena complementarietà con la Nato», in altre parole che la Ue vuole accrescere la sua forza militare restando sotto comando Usa nella Nato (di cui sono membri 22 dei 28 paesi dell’Unione). Intanto, il segretario generale della Nato Stoltenberg ringrazia il neo-eletto presidente Trump per «aver sollevato la questione della spesa per la difesa», precisando che «nonostante i progressi compiuti nella ripartizione del carico, c’è ancora molto da fare». In altre parole, i paesi europei della Nato dovranno addossarsi una spesa militare molto maggiore. I 55 milioni di euro, che paghiamo ogni giorno per il militare, presto aumenteranno. Ma su questo non c’è referendum.

 

Manlio Dinucci

 

 
Protesta impotente PDF Stampa E-mail

8 Dicembre 2016

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Da Rassegna di Arianna del 6-12-2016 (N.d.d.)

 

Il NO ha un solo perdente: Renzi. Ma chi sono i vincitori? Tutti e nessuno, politici e partiti trovatisi loro malgrado a rappresentare un dissenso dell'intero popolo italiano che non hanno mai saputo né hanno mai voluto di interpretare. Il NO è stato il voto della disperazione. L'alta percentuale dei votanti (quasi il 70%) e la vittoria del NO con il 60% esprimono una protesta impotente, un voto politico che va al di là dei quesiti referendari, questioni lontane anni luce dalla realtà sociale quotidiana di una Italia in piena decadenza economica e morale, senza altra alternativa che un dissenso sterile e impossibile. Si è certo scongiurata con il NO una deriva oligarchica istituzionale già programmata e sostenuta dall'Europa e delle lobby finanziarie (vedi JP Morgan). Ma non sarà certo con il NO che verrà ripristinata la vigenza di una costituzione abrogata materialmente e violentata dai governi succedutisi da Ciampi in poi, in tema di sovranità nazionale, già devoluta all'Europa della BCE dal trattato di Maastricht in poi, né verrà riaffermato il primato della politica sull'economia venuto meno con la fine dello stato sociale. I diritti sociali, quali la salute, la tutela del lavoro, la rappresentanza sindacale, il diritto all'istruzione, sono quasi scomparsi a seguito del recepimento delle direttive europee e il processo riformatore in senso liberista della politica e dell'economia imposto dalla UE non sembra subirà mutamenti quali che siano i governi che succederanno a Renzi.

 

La personalizzazione della campagna referendaria da parte di Renzi si è rivelata un boomerang. Ma altrettanto fuorviante è la personalizzazione della sconfitta. Le dimissioni del governo Renzi non sono davvero un dispiacere per la maggioranza degli italiani. Ma esaltare la fine di questo governo in funzione della sconfitta di Renzi (mandare a casa Renzi, tormentone mediatico di cui si è nutrita una opposizione a corto di altri argomenti), significa identificare in una sola persona (Renzi), le responsabilità di un intero sistema che ha condotto al disfacimento morale e sociale di un paese, significa orientare il dissenso diffuso verso falsi obiettivi. Infatti, eliminato il Renzi di turno, il sistema si ricompone e resta impermeabile alla protesta popolare, che diviene in tal modo funzionale alla riproduzione del sistema stesso. Si è ripetuto lo stesso meccanismo mediatico che ha condotto alla caduta di Berlusconi e all'avvento del governo Monti, la cui ascesa ha dato vita a governi cooptati dalla UE, di stampo oligarchico, non legittimati dal voto popolare. Così come la Brexit e l'elezione di Trump, gli effetti della martellante campagna mediatica sono falliti. Gli sproloqui pirotecnici di Renzi, Grillo & C. non hanno spostato un solo voto. Tanto meno i pronunciamenti per il SI o per il NO dei “padri della patria”, quali Napolitano, Prodi, D'Alema ecc. hanno convinto un solo elettore in un senso o nell'altro. L'esaltazione mediatica della politica riformista del governo Renzi (vedi Jobs Act, Buona Scuola, 80 euro ai lavoratori dipendenti, pensionamenti anticipati con prestito bancario), così come il fantasmatico ritorno alla crescita del Pil (meno dell'1%), non hanno sortito gli effetti desiderati. Tanto meno il terrorismo mediatico di eventuali tempeste finanziarie in caso di vittoria del NO, che puntualmente non si sono verificate. In prossimità del voto referendario è stato spacciato da Renzi per un accordo di portata storica l'aumento delle retribuzioni ai lavoratori del pubblico impiego (contratti bloccati dal 2011), di 85 euro (in media si intende). Non desta stupore la demagogia pre - elettorale renziana, quanto semmai suscita disgusto la soddisfazione della triplice sindacale in merito a tale accordo. Ma cosa possiamo aspettarci da sindacati che in occasione del varo della legge Fornero indissero uno sciopero di sole 3 ore e il cui impegno per il NO al referendum è già esagerato definire tiepido? Il ritorno dell'Italia alla crescita, l'aumento virtuale dell'occupazione millantati dal governo Renzi, sono argomenti che non possono davvero creare consensi in un paese che vive sulla propria pelle il declino del ceto medio, la scomparsa della PMI, l'incremento della fascia della popolazione sotto la soglia della povertà, una occupazione che si estende solo mediante i voucher, la mancanza di prospettive per i giovani. La protesta è latitante e impotente, perché la compressione sociale delle classi meno abbienti è sempre più accentuata. In una società dominata dalle esigenze di sopravvivenza, il dissenso è quasi impossibile. Questo è un obiettivo di fondo perseguito dal capitalismo assoluto.

 

Tuttavia con il referendum, se finisce il governo Renzi, non si esaurisce la sua carriera politica. Secondo l'opinione espressa da Antonio Padellaro in una intervista a Radio 24, il 40% dei voti a favore del SI potrebbe essere oggetto di diverse interpretazioni politiche. Infatti, poiché i consensi del 40% per il SI sono identificabili (almeno per il 70%), con i voti del PD, tale percentuale, perdente nel referendum, potrebbe produrre un clamoroso successo per il PD in sede di elezioni politiche. Il conseguimento del 40%, percentuale già raggiunta dal PD alle europee del 2014, gli garantirebbe una vittoria schiacciante alle politiche con qualsiasi sistema elettorale. È stato quindi sconfitto Renzi, ma non il PD. Sono stati rimarcati i molteplici errori commessi da Renzi nella campagna referendaria. Ma l'errore capitale consiste proprio nell'aver promosso questa assurda riforma costituzionale. Poteva farne a meno, dato che questa costituzione è stata già abrogata di fatto nei suoi principi fondamentali. Essa non avrebbe costituito un ostacolo alle sue riforme in senso liberista. In realtà, tale riforma costituzionale gli fu imposta da Napolitano sin dalla formazione del suo governo. Che vi sia stata una regia di Napolitano non tanto occulta nella politica riformatrice del governo Renzi, è una tesi oggi credibile.

 

Chi succederà a Renzi? L'ombra di un governo tecnico sostenuto dalla UE filo tedesca, sembra incombere sull'Italia, magari camuffato da governo politico con Padoan presidente. Oppure verrà nominato un governo di transizione presieduto da Delrio, o Franceschini, o Gentiloni. Un governo Renzi cioè, senza Renzi. La politica italiana rimane uguale a se stessa indipendentemente dal referendum. Nella stessa palude è coinvolta una opposizione non in grado di affermarsi e provocare mutamenti sistemici. Infatti le opposizioni sono due: la Lega e M5S. La Lega resta un partito del nord, non in grado di raccogliere consensi su scala nazionale. M5S non è in grado di dare risposte ai problemi fondamentali della crisi italiana sul piano politico e sociale, quali l'appartenenza dell'Italia alla UE e alla Nato, l'euro, i flussi migratori, lo stato sociale. La sua è una opposizione mediatica, velleitario - moralistica, del tutto incapace di interpretare i problemi del paese. Occorre andare al più presto ad elezioni politiche, ma una nuova legge elettorale non si sa se, quando e come verrà approvata. Nel prossimo futuro in Italia regnerà l'immobilismo, sia nel governo che nell'opposizione. L'Italia è diventata il paese dell'opposizione impossibile. La palude dell'immobilismo accentuerà la decadenza e il disfacimento della società. Qualora non si affermi una critica radicale al sistema capitalista, ogni opposizione sarà impossibile e si rivelerà presto o tardi funzionale alla sussistenza di questo sistema.  

 

Luigi Tedeschi 

 

 
Ordine dal disordine PDF Stampa E-mail

7 Dicembre 2016

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Da Rassegna di Arianna del 5-12-2016 (N.d.d.)

 

Ammetto di aver creduto in una vittoria dei sì al recente referendum sulla riforma costituzionale che, invece, ha visto la netta affermazione dei no. Il battage mediatico messo in atto dal Governo, con i mezzi di comunicazione quasi tutti allineati, mi aveva convinto di questa probabilità che, invece, non si è concretizzata. Tuttavia, ho ugualmente detto che la questione principale atteneva i successivi scenari post-voto, chiunque l’avesse spuntata. Mi cito con poca eleganza perché è di questo che occorre ora occuparsi: “Se…vince il No, si dovrà ricorrere a più larghe intese (con o senza Renzi al timone), nell’immutata prospettiva di tenere ancorato il Paese alle sue solite zavorre e pastoie, procedendo con più cautela al suo smembramento, tra una mancia e l’altra. L’intento ultimo è quello di impedire ad ogni costo che si creino quegli spazi politici in cui si andrebbero ad infilare forze autenticamente antisistema (altro che Movimento 5 Stelle!), capaci di raccogliere ed incanalare il malcontento generale che si sta paurosamente accumulando nei corpi intermedi della nostra società.” Mi sembra che l’infausta previsione sia già in atto, almeno nelle parole a caldo del Presidente della Repubblica, che parla di tempi da rispettare per la manovra di bilancio (addirittura si avanza l’ipotesi del congelamento delle dimissioni di Renzi), ed in quelle di Berlusconi, pronto a passare all’incasso appoggiando un esecutivo tecnico o di larghe intese, grazie al quale continuare a galleggiare in Parlamento mentre i suoi consensi nel Paese sono in caduta libera.

 

Tutti vogliono evitare le elezioni anticipate che rappresentano una vera incognita considerati gli umori popolari. Chi credeva che il “no” al referendum servisse a salvare l’Italia dalla dittatura e la Costituzione dal macero è servito. Chi pensava che sarebbe stata data immediatamente la parola agli elettori, dopo anni di burattini calati dall’alto, lasci ogni speranza. Occorre prendere tempo per evitare che l’ondata di rabbia generale diventi incontrollabile e si canalizzi in un vero movimento antiregime, poiché l’italiano medio sa farsi i conti in tasca (benché gli si parli di superamento della crisi) meglio dell’Istat e degli altri istituti di rilevazione dati, sempre abili ad accomodare i numeri per spalleggiare questa classe dirigente putrefatta. I partiti esistenti sono tutti sistemici, anche quelli più critici. Nessuno di questi oserebbe scardinare il Palazzo o rompere i fili che lo legano ai club esteri. Altrimenti non si condurrebbero certe sciocche battaglie sui costi della politica, le varie caste, la corruzione nei settori strategici ecc. ecc. Non saranno i grillini a lanciare l’assalto al cielo perché si incartano su ogni sciocchezza e rincorrono qualsiasi baggianata, non provvederanno i leghisti il cui populismo è uno strapaesismo volgare, impossibile da volgere in qualcosa di più elevato. Siamo in ritardo rispetto agli eventi che, in ogni caso, dovranno ancora maturare. Quindi, diciamo come stanno le cose. Renzi è stata la “matta” giocata dai soliti poteri agenti dietro le quinte dello Stivale per abbreviare alcuni percorsi decisionali, ridurre il numero di pescecani che richiedevano la loro parte e soddisfare i clienti stranieri. La risolutezza di Renzi non è stata altro che questo, oltre le sue rodomontate. Occupazione di posti e di cariche nei punti nevralgici dello Stato e collaboratori trattati come pedine (scrive, infatti, Bisignani: “Lui si comporta come il padrone assoluto del governo, tanto che, come vedi, al contrario di qualsiasi altra compagine che lo ha preceduto, i ministri sono dei meri esecutori dei voleri del presidente. Arrivano perfino a votare testi che non sono stati neppure posti alla loro attenzione. E quando parlano vengono quasi sempre zittiti, come è capitato a febbraio sulla Libia, per conto di elementi sovraordinati e per soddisfare la loro vanità personale. Nella sostanza la linea politica generale della nazione rimaneva immutata, con l’Italia ancorata al carro statunitense e a quello europeo senza nessuno smottamento dal sentiero tracciato. Idem per i piccoli aggiustamenti economici spacciati per riforme epocali. Un programma scarsissimo per uno che si presenta come grande rottamatore del vecchiume, ben sapendo che però il problema è il pattume, tutto ancora al suo posto ed anche aumentato di volume.

 

Ora che l’incantesimo si è spezzato la merda può ritornare a galla con poche alternative che cercheranno comunque di farci digerire. Si chiamino grandi coalizioni o ulteriori comiche di stelle per le stalle. Per questo trovo tutto questo entusiasmo per la vittoria dei no così fuori luogo. La nostra ancora di salvezza è altrove ma stentiamo a capirlo. Basta con le chiacchiere sulla democrazia, la costituzione ecc. ecc. Essa è nel malcontento stesso e non nei suoi risvolti immediati. Che questo si diffonda inesorabilmente e renda i tempi più agevoli per le nostre esigenze. Il caos deve essere il nostro ambiente privilegiato, in esso raccoglieremo le energie per dare forma ad una forza diversa da quelle presenti, il cui spirito di contestazione non sia limitato dai finti buoni sentimenti e dalle bagatelle stracittadine. La cui voglia di affermazione non inciampi nella pietà per chi si contrappone, anche in buona fede. Come dice bene La Grassa dobbiamo iniziare a riunirci e collegarci, senza i soliti malumori reciproci, per conquistare qualche posizione di quelle che, al gran completo, questi fottuti di “progressisti”, dopo il “mitico” ’68, hanno occupato in tutti i luoghi da cui diffondono la loro (in)cultura definita “progressista”. Dal disordine deve nascere un nuovo ordine che non annuncia fantomatici cambiamenti ma li attua nel momento stesso in cui li pensa

 

Gianni Petrosillo

 

 
Un plebiscito PDF Stampa E-mail

6 Dicembre 2016

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Dopo una snervante e martellante campagna durata parecchi mesi, finalmente il fatidico 4 dicembre, data del Referendum sull' accettazione o meno delle modifiche alla Costituzione, è arrivato e passato. Hanno vinto con una schiacciante maggioranza i "No", in ben 17 regioni su 20 (solo Trentino, Emilia-Romagna e Toscana, le ultime due regioni "di sinistra" e serbatoi elettorali storici del PD per eccellenza hanno votato a favore della riforma Renzi-Boschi) e nonostante i "Sì" abbiano prevalso tra i nostri connazionali residenti all' estero, non sono riusciti minimamente a spostare l' ago della bilancia: la conta finale,  impietosa, non solo ha visto una affluenza massiccia alle urne dopo anni in cui l' astensionismo stava iniziando a farla da padrone ma la "forchetta", cioè la differenza tra le percentuali dei due schieramenti è stata di ben 18 punti a vantaggio dei vincitori. Praticamente quello che una volta si sarebbe chiamato un plebiscito. Riguardo le dimissioni di Renzi, dovute in quanto aveva trasformato la contesa in un referendum personalizzato pro o contro la sua persona, è ancora presto per stabilire se saranno irrevocabili oppure se il Capo dello Stato dopo un giro di consultazioni deciderà per un "Renzi-bis" o per le elezioni anticipate oppure -Dio ce ne scampi- un governo tecnico.

 

Le domande che vogliamo porci, al momento, sono le seguenti: il voto italiano del 4 dicembre può essere collegato, seguendo un filo ideale, alla Brexit e all' elezione di Trump? Avrà conseguenze o rimbalzi sui prossimi appuntamenti elettolari europei, in primis le presidenziali francesi della primavera 2017? E che conclusioni possiamo trarne? In definitiva: pure in Italia siamo arrivati al voto antisistemico?

 

La vittoria schiacciante del "No" ha seguito in un solco ideale i responsi elettorali di giugno in Gran Bretagna e di novembre negli Stati Uniti, ma è errato parlare in Italia di un voto inteso a punire un certo establishment, una certa oligarchia transnazionale finanziaria, una certa "internazionale del capitale" e le lobbies assieme ai loro camerieri politici. Quello italiano è stato sostanzialmente un voto conservatore, non un voto ribelle: la maggior parte del 59% di chi ha detto "No" lo ha fatto non tanto per punire un Renzi e un governo legati mani e piedi alle centrali delle oligarchie finanziarie mondialiste quanto perché il nostro fiorentino aveva osato attentare a quello che, forse, è rimasto l'unico mito in grado di cementare la barcollante Repubblica Italiana: la Costituzione del 1 gennaio 1948. Basta dare un'occhiata allo schieramento trasversale ed eterogeneo del No per rendersene conto: vecchi comunisti e sinistra nostalgica del tempo che fu, i "Cobas", quindi il Movimento 5Stelle, Forza Italia, Fratelli d' Italia, la Lega Nord salviniana, addirittura una minoranza del PD. Anche come "classi sociali", ammesso che oggi abbia ancora senso parlarne (e infatti non ne ha, ma ci tocca..) si passa dal pensionato, allo studente, all' operaio del sindacato di base, al libero professionista, all' artigiano o imprenditore, al laureato cosmopolita che crede ancora alla favola di Babbo Natale (la Costituzione più bella del mondo, largamente mai utilizzata) e al leghista che pensa, bontà sua, di poter spostare le lancette dell' orologio agli anni Novanta pre-globalizzazione, eccetera eccetera. Certamente l'italiano medio ha smesso di credere a Renzi dato che ad annunci roboanti corrispondono, da mille giorni a questa parte, realtà quotidiane sconcertanti e del tutto scollegate dalla propaganda. Ma il nocciolo della questione ci dice che l'italiano medio, da conservatore, è affezionato ad un testo costituzionale che seppur ormai superato, inattuabile, obsoleto, smentito dai fatti, dalla realtà internazionale (pensiamo alle guerre d' aggressione mascherate da guerre umanitarie, in barba all' articolo 11) è ancora visto come un totem, un tabù, un mito fondante, l'unico mito che ancora tiene in piedi una Repubblica scollacciata e sfibrata: chi tocca la Carta, muore.

 

Da ribelli e reazionari non dovremmo gioire o far salti per un trionfo del conservatorismo e della conservazione, tuttavia ci consola e ci infonde fiducia un fatto non indifferente: anche gli italiani hanno capito che non si possono cambiare le regole del gioco a gioco in corso, ossia la cosa che le oligarchie mondialiste stanno facendo almeno da Seattle 1999, anche se il tutto è partito da prima. Seppure quindi in una ottica da conservatori, gli italiani stanno iniziando a capire che qualcuno "sta barando" e sta barando grosso e che tocca tornare a riprendere in mano il proprio destino, per filarsi la propria Storia, senza pelosi trucchi od ingerenze varie. E stanno capendo che questo barare si nasconde dietro linguaggi subdoli e ingannevoli, quali il "ce lo chiede l'Europa" o peggio ancora "ce lo chiedono i Mercati" e stanno, finalmente, iniziando a scrollarsi di dosso gli scadenti prodotti confezionati da una informazione addomesticata che ormai pare non far più presa nemmeno nello Stivale... E il solo fatto che Piazza Affari abbia chiuso stabile senza tutti quegli sconquassi finanziari e terremoti di mercato pronosticati dai Soloni di turno, la dice lunga. Non sappiamo quanto influirà il voto del 4 dicembre nei prossimi cimenti elettorali europei, noi speriamo solo che il solco aperto con la Brexit continui a procedere spedito. Insomma, abbiamo diversi elementi per considerarci soddisfatti del risultato del 4 dicembre: si son fatti passi avanti, rispetto al torpore passato.

 

Simone Torresani

 

 
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