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Il destino nel nome (2) PDF Stampa E-mail

23 Aprile 2014

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Da Contrappunti.info (N.d.d.)

 

 

Il vertice di Ginevra del 17 aprile sulla crisi ucraina ha fatto tirare un sospiro di sollievo, ma la cautela è d’obbligo. Bisognerà vedere se i gruppi radicali di ambo le parti accetteranno il disarmo e quale sarà, inoltre, la via politica che verrà scelta per uscire dall’impasse.
Tensione e scontri nel Paese permangono, così come le divisioni, chiavi di lettura necessarie per comprendere ciò che sta accadendo. Se, infatti, le differenze culturali rappresentano il motore dei cambiamenti in atto, l’economia, se vogliamo, ne è il propellente.

 

 

L’80% del gas proveniente dalla Russia, da cui l’Europa dipende per il 30% del proprio fabbisogno, transita attraverso un infinito dedalo di gasdotti, esteso 40 mila chilometri, che attraversa “la terra di confine” come una rete, portando nelle casse di Kiev circa 3 miliardi di dollari l’anno di tasse.
La stessa Ucraina, poi, dipendente in maniera massiva da Mosca per l’approvvigionamento energetico, possiede riserve di gas naturale pari a 1.100 miliardi di metri cubi e proprio nella Crimea secessionista, per la precisione al largo delle coste del Mar Nero, vi sono immensi giacimenti che, secondo stime, dovrebbero custodire tra i 4.000 e i 12.000 miliardi di metri cubi di gas. Un tesoro che fa gola a tutti.

 

Senza dimenticare le miniere e le industrie concentrate nell’est russofono, in particolare nelle regioni di Dnepropetrovsk e Donec’k, epicentri delle rivolte anti Kiev. L’Ucraina appare divisa in due non solo culturalmente e linguisticamente ma anche dal punto di vista economico, considerando le differenze tra est più industriale e ricco e ovest filoccidentale prettamente agricolo, pur essendo il macrocontesto economico estremamente difficile per un Paese gravato da un enorme debito con l’estero e caratterizzato, negli ultimi anni specialmente, da un deciso calo dell’export e della stessa produzione industriale a causa della crisi.

Viene il sospetto, quindi, che se la Russia riuscisse ad implementare la propria influenza in quella vasta area orientale ucraina ricca di risorse, prima ancora che russofona, all’occidente rimarrebbero solo i conti di Kiev da pagare, a cominciare dalla bolletta del gas, abbastanza salata. Per questo Europa e Stati Uniti spingono sul pedale dell’integrità territoriale.

Se poi aggiungiamo l’avanzata, di questi ultimi anni, della Nato nell’est Europa, dalla Bulgaria al Baltico passando per la Polonia, in territori pericolosamente vicini all’area di tradizionale influenza geopolitica da parte dell’orso russo, ce n’è abbastanza per comprendere come l’Ucraina rischi di divenire la nuova trincea per un Vecchio Continente sempre più vaso di terracotta tra vasi di ferro.

Sopravvive ancora la speranza, però, che la situazione non precipiti definitivamente e che possa prevalere il buon senso. Che le due anime culturali dell’Ucraina facciano valere gli interessi della propria terra su quelli economici altrui. “Si tratta infatti di due popoli slavi, prevalentemente ortodossi che per secoli hanno mantenuto stretti rapporti”, si legge ancora in un passaggio del libro di Samuel Huntington, Lo scontro delle civiltà. “Nonostante la presenza di questioni molto spinose e le pressioni degli estremisti delle due parti, i leader di entrambi i Paesi hanno lavorato per contenere queste dispute”.

 

Far leva su ciò che unisce, si direbbe, più che su ciò che divide, anche se oggi, tuttavia, sul tavolo permangono poche opzioni possibili. “Una realistica possibilità”, conclude l’analisi, “è che l’Ucraina si spacchi in due distinte entità e che la parte orientale del Paese venga annessa alla Russia”, cosa che in parte già sta accadendo dopo la secessione della Crimea e i fermenti che stanno caratterizzando le altre regioni russofone dell’est.
Oppure che “il Paese resti unito, resti diviso, resti indipendente e sviluppi, in linea generale stretti legami di cooperazione con la Russia. Le questioni di lungo periodo più serie saranno di carattere economico e la loro risoluzione sarà facilitata da una cultura in parte comune”.

 

 

Purtroppo la spaccatura politica del Paese sta rischiando di aprire il vaso di Pandora dei conflitti nel mondo ortodosso. Tra Kiev e la Crimea si sta plasmando il futuro dell’Europa e cosa verrà alla fine del percorso dipenderà dalle scelte che verranno prese in queste settimane, ovvero se “la terra di confine” sarà frontiera di dialogo tra mondo ortodosso ed Europa occidentale oppure prima trincea di un confronto fratricida tra popoli slavi.
Eventualità, quest’ultima, che costituirebbe l’ennesimo fallimento per un’Europa condannata ad essere eterno vaso di terracotta.

 

 

Marco Bombagi 

 
Attenersi ai fenomeni PDF Stampa E-mail

22 Aprile 2014

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 Da Rassegna di Arianna del 29-3-2014 (N.d.d.)

Fra le molte problematiche che oggi ci coinvolgono, c’è un aspetto della società occidentale contemporanea che si sta affermando e che non può lasciarci indifferenti. Sto parlando di quella tendenza sempre più marcata all’interno dei centri di potere a presentare le proprie decisioni come le uniche possibili, la propria versione come l’unica in grado di spiegare la realtà e di poterla, se non proprio cambiare, quantomeno condizionare.

Un esempio che ci riguarda da molto vicino è naturalmente quello relativo all’alternanza dei governi italiani negli ultimi anni: Monti, Letta e adesso Renzi, sono stati presentati di volta in volta come l’ultima e poi l’ultimissima e dopo ancora l’ultimissimissima speranza di salvezza dal baratro della crisi. Questo genere di decisioni strategiche vengono puntualmente scaricate da ogni responsabilità politica, cosa che d’altronde non può più sorprenderci nel momento in cui la classe politica ha ceduto ogni pretesa di sovranità all’economia e alle grandi strutture sovranazionali. Semmai ciò che può stupirci è che qualcuno possa ancora crederci in buona fede.

E’ la storia più vecchia del mondo: quando il potere è in difficoltà governa strumentalizzando la paura. Niente di più semplice e niente di più efficace. Ecco quindi spiegati gli scenari apocalittici che ci vengono prospettati qualora dovessero avvenire cambiamenti radicali. Chi si oppone non può che essere complice di questa corsa al grande disastro, egli è un populista (termine moderno per eretico), uno che sfrutta per i propri loschi fini i sentimenti più bassi della brava gente, quando invece noi sappiamo benissimo che è proprio il potere a farlo, uno che non capisce la portata e l’importanza delle strategie economiche in atto, quando sappiamo altrettanto bene che sono state proprio le decisioni prese dalla classe dirigente ad averci portati sull’orlo del baratro.

Il primo passo da compiere per chi voglia guardare con lucidità al presente, è applicare una sospensione di validità alle tesi che ci vengono offerte dagli organi del potere costituito. Edmund Husserl, filosofo tedesco e padre della fenomenologia, sosteneva che per conoscere è necessario adoperare anzitutto un’epochè: una messa tra parentesi di tutto ciò che pensiamo di sapere sulla realtà, attenendoci ai semplici fenomeni che si svolgono davanti a noi. Questo è esattamente l’atteggiamento che bisogna risvegliare in Occidente: la capacità di sviluppare una critica ed il coraggio di osare col pensiero, consapevoli che la realtà è sempre il frutto di volontà in atto.

Certo, non basta volere un mondo diverso per poterlo cambiare. Ma volerlo resta il primo, decisivo, passo per poterci riuscire.

Libertà e volontà sono concetti intrinsecamente legati. Oggi come per tutti i momenti di svolta nella storia,  se vogliamo cambiare la società ed il sistema che ci governa, dobbiamo coltivare come non mai la nostra volontà di mettere in discussione, di criticare per poi ricostruire. Se vogliamo vivere da uomini liberi dobbiamo rifiutare il ricatto della paura e dello scarico di responsabilità. La “salvezza” non sta in parlamento, non sta nell’Euro, non sta nelle privatizzazioni, sta solo in noi stessi e nella fermezza della nostra volontà.

Daniele Frisio



 




 
Il destino nel nome (1) PDF Stampa E-mail

20 Aprile 2014

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 Da Contrappunti.info (N.d.d.)

 

Il destino scritto nel proprio nome. Ucraina, parola che significa “sul confine”, una storia che giunge da lontano. Da un lato Kiev e dall’altro Sinferopoli, capitale di quella Crimea nuovamente russa dopo il referendum del 16 marzo scorso. In mezzo Donets’k e Kharkiv e il resto dell’oriente a maggioranza russofona, polveriera annunciata, che rischia di divenire trincea di quell’Europa al solito tanto loquace quanto impotente, schiacciata tra Stati Uniti e Russia, appunto: l’eterna superpotenza e il nuovo impero.

 

 

Se ogni popolo è figlio della propria storia, basta guardarsi alle spalle per iniziare a capire come siamo arrivati a questo punto. “L’Ucraina è un Paese diviso, patria di due distinte culture”, scriveva già nel 1996 Samuel Huntington, allora docente ad Harvard, nel suo saggio “Lo scontro delle civiltà” in cui teorizzava, dopo il crollo del comunismo, la fine dell’identificazione di sé, da parte degli uomini, in base all’ideologia o all’economia, privilegiando invece elementi come lingua, religione, tradizioni.
“La linea di faglia tra civiltà occidentale e civiltà ortodossa attraversa il cuore del Paese, e così è stato per secoli. Un’ampia parte delle sua popolazione aderisce alla chiesa uniate, che segue il rito ortodosso ma riconosce l’autorità del Papa. Storicamente gli ucraini occidentali hanno sempre parlato ucraino e hanno sempre esibito un atteggiamento fortemente nazionalista. La popolazione dell’Ucraina orientale, invece, è sempre stata in forte prevalenza di religione ortodossa e parla russo”.

 

 

Un identikit preciso di quanto accade in questi giorni disegnato 18 anni fa, quindi, quando l’era di Putin era ancora di là da venire ma già c’era stata la sfida elettorale del luglio 1994, tra l’allora Presidente in carica, Leonid Kravciuk, che si definiva un nazionalista e il rivale Leonid Kucma. Il nazionalista prevalse nelle regioni occidentali con percentuali plebiscitarie, mentre il filorusso Kucma, che imparò l’ucraino in campagna elettorale, trionfò nell’est.
Alla fine vinse Kucma con il 52%. Numeri leggermente diversi premiarono un altro filorusso, il deposto Yanukovich appunto, contro la “pasionaria” della rivoluzione arancione Yulia Timoshenko nel 2010: 48,9% contro 45,5%. La storia non cambia.

 

 

 

La frattura culturale che taglia in due l’Ucraina, quindi, spiega le tensioni che anche oggi caratterizzano il Paese e il contesto nel quale è maturata la secessione della Crimea, tanto promossa e difesa da Mosca quanto osteggiata da Europa e Stati Uniti, che tuonano contro le violazioni del diritto internazionale fondato sulla sovranità degli Stati.
“I russi invadono un altro Paese, violando il territorio di uno Stato sovrano, sulla base di pretesti fabbricati ad arte”, sostiene sin dai primi giorni della crisi John Kerry, segretario di Stato americano assieme a tutti gli altri leader europei.
Parole condivisibili e giuste se non vi fossero stati alcuni recenti accadimenti. Questa proclamazione fa saltare il diritto internazionale fondato sulla sovranità degli Stati”,diceva il generale Fabio Mini, nel 2002-2003 comandante delle truppe Nato in Kosovo, relativamente all’indipendenza della regione balcanica nel 2008. Uno scempio voluto dagli Usa, che in questo diritto non credono e l’hanno dimostrato in Iraq. Sotto quest’aspetto, il Kosovo è l’altra faccia dell’Iraq. Dopo domattina saranno tutti autorizzati a fare lo stesso”.

 

Parole profetiche, a giudicare da quanto avvenuto successivamente, dall’indipendenza dell’ Abkhazia e dell’Ossezia del sud, regioni russofone della Georgia, nel 2008, fino alla Crimea oggi. Lo smantellamento di quel diritto internazionale che a parole tutti vorrebbero difendere, pare.

 

Un concetto, questo, ribadito anche recentemente da Massimo Fini, giornalista e saggista, in alcuni suoi articoli, partendo proprio dalle parole di Kerry: “Che cos’è stato nel 1999, quando l’11 settembre era ancora di là da venire, il bombardamento per 72 giorni di una grande capitale europea, Belgrado, se non la violazione dell’integrità di uno Stato sovrano, la Serbia, con la differenza che in quell’occasione ci furono 5500 morti?”
“Che cos’è l’invasione dell’Afghanistan (2001) in una guerra che dura da 13 anni ed è la più lunga dai tempi di quella dei Trent’anni (più di 100 mila morti civili)? Che cos’è l’aggressione all’Iraq nel 2003 se non l’invasione ‘di un Paese sulla base di pretesti fabbricati ad arte’, nel caso le armi di distruzione di massa che Saddam non aveva più?”.

 

 

E poi ancora, nel suo pezzo dal titolo “La Crimea che (forse) non è il Kosovo”, Fini sottolinea analogie e differenze tra i due avvenimenti: “Nel 2008 gli albanesi proclamarono unilateralmente l’indipendenza. Nel frattempo in Kosovo si è realizzata la più grande ‘pulizia etnica’ dei Balcani, dei 360 mila serbi che ci vivevano ne sono rimasti 60 mila.
Il Kosovo, considerato ‘la culla della patria serba’, appartiene da secoli, storicamente e giuridicamente, alla Serbia, la Crimea fa parte dell’Ucraina solo da qualche decennio, gentile regalo di Kruscev. La Crimea, abitata in maggioranza da russi o da russofoni, confina con la Russia. L’America, con tutta evidenza, non confina col Kosovo.
L’aggressione americana alla Serbia non aveva alcuna giustificazione, né materiale né giuridica e infatti l’Onu non l’avallò. Insomma, pare difficile sostenere che la violazione della sovranità dell’Ucraina è ‘illegittima’, mentre quella della Serbia non lo è”.

 

L’aspetto culturale e politico segna la storia delle vicende di queste settimane, ma per disegnare il quadro completo non si può fare a meno di prendere in considerazione quanto l’Ucraina sia crocevia di interessi economici.

 

Marco Bombagi

 

 

 

 
Le luci della cittą PDF Stampa E-mail

18 Aprile 2014

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Noi italiani, si sa, abbiamo ormai fatto l' abitudine ad essere sempre il fanalino di coda in tutte le classifiche internazionali: investimenti in innovazione, nella scuola, nell' informatizzazione, nello sviluppo economico, eccetera.

Altrettanto vero è, però, che non in tutti i casi essere ultimi risulti in un disonore: dipende dalla voce della graduatoria.

La stampa di regime globalizzata (un quotidiano fondato a fine anni Settanta da chi ora è un arzillo novantenne, per intenderci) ci informa oggi, nell' ennesimo dei suoi cervellotici articoli, che siamo ultimi a livello globale come "Cities that never sleeps"(le città che non dormono mai): nelle aperture 24 h su 24 h di centri commerciali, supermarkets, bar, musei, anche chiese e ristoranti, Milano è "fuori classifica" e Roma quasi cinquantesima.

Se a Tokyo e Sydney e New York, secondo l' articolista, si incontrano alle 3 del mattino "mamme assonnate e stravolte da due turni di lavoro che comprano il latte" o "padri con gli occhi arrossati in cerca di sciroppi per la tosse del bambino"(sic!), tali scene davvero molto edificanti per fortuna non si incontrano nelle notti delle nostre città spettrali, illuminate nel buio notturno solo dalle "croci luminose delle poche farmacie di turno aperte" o da "capannelli di ragazze di vita"(cito ancora dall' articolo).

Bene. Prima di tutto, rispondo all' articolista, il quale ha pure azzardato la profezia che una città sempre aperta è più sicura , che tale asserzione non è per nulla vera.

Le città sono luoghi e agglomerati di persone tenute assieme dalle basi del condiviso, delle reti di rapporti sociali, del collettivo e dai simboli della memoria storica, in cui tutti si riconoscono: i centri storici delle città italiane, quando erano vissuti e popolati, quando erano microcosmi di società organiche, non erano per nulla malsicuri. Anzi, malsicure erano le periferie, anche in età della modernità solida conclusa pochi anni fa. Erano le vie di periferia ad offrire l' immaginario del torbido, del vizio, del disordine, non il calmo e rassicurante centro storico, ora ridotto ad un deserto di negozi di vicinato e di appartamenti, popolato solo da una movida chiassosa e irrispettosa che genera vizi, risse, tassi alcolici e smerci di droghe.

Non servono i bar, i dehors, i discopub e i concerti fracassoni per far rinascere i centri storici e non serve la notte: serve il giorno, serve riattivare la ragnatela dei commerci di vicinato, serve far ripopolare le case ai ceti medi e medio-bassi.

Quanto alle notti brave e bianche di Madrid, Siviglia, Barcellona, ricordo all' articolista che la Spagna ha un clima e una temperie diversi dal nostro e tali notti selvagge altro non sono che l' esasperazione giunta all' eccesso parossistico  di modus vivendi già presenti in epoca premoderna.

Circa le scene di Tokyo, Seul, Sydney, New York, le lascio volentieri ai cittadini destrutturati e zombies ambulanti che ci vivono: non le vorrei mai vedere, qui da noi.

Infine dico all' articolista che l' Uomo è parte della biosfera ed è parte della Natura (ma forse questo lo hanno dimenticato in molti..), quindi il suo ciclo circadiano si basa sull' alternanza luce/buio e sonno/veglia, da che mondo è mondo.

Basterebbe riprendere le antiche abitudini delle passeggiate domenicali e serali (per serali, non leggere: 2 di notte), di cui i vecchi Pubblici Passeggi  sono oggi una muta testimonianza (a Cremona, dove vivo, ve ne è uno, alberato e rettilineo, totalmente deserto e in declino, con un parco bellissimo che potrebbe divenire un punto di riferimento per la cittadinanza), riscoprire il fascino del commercio di vicinato, finirla con la mania demenziale dei suburbi delle villette a schiera, per far rinascere le città italiane, che per struttura urbana sono tra le più armoniose del mondo.

Chi non apprezza ciò, può sempre andarsene a Tokyo a fare 12 ore al giorno di lavoro e comprare il latte sbadigliando alle 3 di notte: sicuri che non arriva a 80 anni.

Ė stata la prima volta, negli ultimi 3 o 4 anni, che ho letto con piacere che siamo ultimi in qualcosa.

Di questo fanalino di coda dovremmo andare orgogliosi.

Simone Torresani

 

 

  

 
Narcisismo PDF Stampa E-mail

16 Aprile 2014

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Da Appello al Popolo dell’11-4-2014 (N.d.d.)

 

Qualche giorno fa, Marino Badiale ipotizzava come possibile spiegazione della mancanza di ribellione dei popoli europei all’austerity, una causa psicologica e/o antropologica. La sua analisi partiva da due saggi che dimostravano come la società capitalistica stia mirando a inoculare sempre più l’ideologia consumistica già nei bambini, che ne sono inevitabilmente corrotti.

In questo post vorrei brevemente affrontare un’altra caratteristica della società dei consumi che potrebbe in parte rispondere alla domanda iniziale: la predominanza nella popolazione contemporanea dell’individuo narcisista.

Questa caratteristica psicanalitica di gran parte di noi occidentali, ci porta alla totale incapacità di instaurare legami paritari con le altre persone (la discussione non è quasi mai accettata), e non ci consente di formare veri e propri gruppi identitari che perseguano il bene comune o comunque un qualunque altro obiettivo a lungo termine e dal non scontato risultato immediato.  Inoltre, visto che il narcisista è portato a cercare in tutti i modi la realizzazione dei propri obiettivi, in caso di fallimento non resta che il suicidio (ahimè gesto eclatante molto presente nei giornali di questi ultimi anni).

Narciso, per cercare di amare la propria immagine riflessa nell’acqua… annegò.

Una lettura che ho fatto recentemente mi ha chiarito come il narcisismo sia legato indissolubilmente all’ideologia del capitalismo, in quanto caratteristica essenziale per consumare a ritmi sempre maggiori il flusso di merci che ci viene imposto. (La vetrinizzazione sociale: il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società. Vanni Codeluppi, 2007)

Nel saggio l’autore spiega come il concetto di “vetrinizzazione” sia fondamentale nella società moderna:

La vetrina ha posto per la prima volta l’individuo di fronte alle merci. Stimolando il senso della vista, ha insegnato a coltivare l’arte dello sguardo, contribuendo dunque in modo significativo alla nascita di quella vera e propria passione voyeuristica che contraddistingue l’odierna cultura occidentale.

Questo fenomeno può essere riassunto in tre capisaldi teorici: l’istantaneità della propria scelta di consumatore e quindi la mancanza assoluta di progettualità, l’isolamento e l’egoismo conseguente di chi vuole raggiungere i propri obiettivi, e l’ansia dovuta all’obbigo sociale di migliorare continuamente le proprie prestazioni.

La vetrina vive dell’istantaneità che caratterizza i consumi. Obbliga a fare delle scelte che non sono le migliori possibili ma solamente le più soddisfacenti in quel determinato momento.

L’individuo ha imparato che è diventato necessario affrontare la vita in solitudine, senza più quei rassicuranti legami garantiti dall’esistenza comunitaria.

…il conseguente obbligo sociale per tutti di promuovere al meglio la propria immagine e migliorare constantemente le proprie performances.

Purtroppo il narcisismo è un lato della nostra personalità che ha occupato tutti gli spazi della vita pubblica e privata, dai mass-media, lavoro, sport, medicina fino al più intimo rapporto con il proprio corpo.

È un’ esigenza del sistema produttivo, il quale ha bisogno che l’individuo renda pubblico il suo consumo privato per poter sintonizzare con esso le strategie di produzione.

Non a caso, il narcisismo è penetrato anche nella politica e nel modo con cui il parlamentare di turno chiede voti ai suoi elettori/consumatori. Esempio ne è il M5S, dove chiunque, non importa che competenze abbia, può essere eletto in parlamento come in un qualsiasi reality show televisivo e, proprio come in un reality, le telecamere riprendono tutti i momenti della vita parlamentare:

Lo spettatore del reality show è affascinato dall’idea che una persona sconosciuta come lui possa diventare celebre. Più il reality si diffonde e si evolve, più gli spettatori si abituano a quello che vedono e più è necessario introdurre delle novità.

Per contrastare il liberismo di stampo europeo e il consumismo ad esso associato, non basteranno soluzioni politiche ed economiche, prima bisognerà agire sul background culturale individualista e narcisista in modo da far riemergere la passione di identificarsi in un gruppo di persone/cittadini che lavorino per un obiettivo comune e che abbia possibilità di agire concretamente sul territorio.

Dobbiamo fare in modo che Narciso rompa lo specchio e impari come si usa la Lira…

Davide Visigalli 

 
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