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Capitalismo mefistofelico PDF Stampa E-mail

24 Febbraio 2018

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Da Rassegna di Arianna del 22-2-2018 (N.d.d.)

 

Jeff Bezos, il padrone di Amazon, è l’uomo più ricco del mondo; il suo patrimonio supera i 110 miliardi di dollari. Un suo grande ammiratore italiano è un certo Matteo Renzi, che viaggiò a Silicon Valley per “imparare dai migliori” (così disse) e invitò Bezos a Firenze. La foto del politicante di Pontassieve a fianco del guru di Seattle a Palazzo Vecchio fece il giro d’ Italia. Sembra quindi opportuno conoscere un po’ più da vicino il mondo dei giganti dell’economia digitale e tecnologica, protagonisti della quarta rivoluzione industriale. Conoscere per deliberare, sosteneva l’onesto liberale Luigi Einaudi. E anche per rifiutare il modello di società, anzi di umanità, che stanno forgiando Bezos, Zuckerberg, l’uomo di Facebook, Larry Page, Eric Schmidt di Google, i loro omologhi di pelle gialla e gli altri iperpadroni. Amazon è conosciuto al grande pubblico soprattutto come colosso delle vendite online. Pochi conoscono le altre numerose attività, a cominciare da quelle nella ricerca tecnologica sui droni destinati a svolgere il lavoro di trasporto e distribuzione delle merci. La sede è a Seattle, nello stato americano di Washington e nell’intero pianeta dipendenti e collaboratori diretti sono più di 560 mila. Non è dato sapere quanti posti di lavoro e quante aziende abbia distrutto il modello Amazon, ma si tratta di numeri impressionanti. Ultimamente, Amazon ha annunciato ampie sforbiciate di personale in diverse sedi, assicurando tuttavia che alcuni lavoratori potrebbero essere ricollocati altrove. Oggi qui, domani là, dopodomani alla mensa di carità: sembra essere il futuro di massa nel mondo del capitalismo digitale. Sono già noti al grande pubblico i ritmi di lavoro imposti, i metodi di controllo e l’incoraggiamento alla competizione interna tra i lavoratori. Un nuovo Satana, probabilmente. I nuovi superpadroni considerano i dipendenti dei pacchi da spostare a piacimento o da gettare nella spazzatura. Secondo l’informatissima agenzia Bloomberg, Bezos è il numero uno per la sua capacità di cambiare profondamente la strategia del suo gruppo. In particolare, è riuscito ad affermare due immense piattaforme di servizi, Amazon Prime e Amazon Web Services, mentre la sua attuale scommessa riguarda Alexa, l’assistente virtuale. A beneficio di noi comuni mortali, va spiegato che l’assistente virtuale è un software in grado di interpretare il linguaggio naturale sino a dialogare con interlocutori umani fornendo ogni tipo di informazione e compiere un gran numero di operazioni. Amazon ha chiuso l’esercizio passato con un avanzo di 3 miliardi di dollari, il 20 per cento in più rispetto al 2016. Parte del successo è conseguenza della recente riforma fiscale degli Usa, ma anche della capacità di penetrare con successo in tutti i settori più innovativi del mercato e insieme dominare in quelli tradizionali. Oggi il gigante logistico vale più di 650 miliardi di dollari in Borsa, con punte di 700 nei momenti di euforia finanziaria. Imbarazzante è il paragone con le due aziende italiane più capitalizzate, ENEL e ENI, che raggiungono i 50 miliardi di euro ciascuna: un rapporto di 1 a 12/13.

 

Due sono le armi fondamentali di Amazon e tre le scommesse del futuro prossimo. I settori strategici sono il commercio elettronico e la cosiddetta “nuvola tecnologica”, il cloud. Viene chiamato cloud uno spazio di archiviazione ed elaborazione di dati accessibile con una connessione ad Internet. Si tratta di un affare di straordinarie dimensioni, in cui l’utente non compra il software, ma la possibilità di utilizzare il prodotto e di farlo a distanza, senza disporne fisicamente. Non sfugga l’enorme potere di controllo dei padroni delle reti informatiche, che racchiude in pochissime mani tutte le informazioni di tutti gli utenti, i metadati. Amazon Prime e Amazon Web Service restano i due polmoni principali di Amazon, oltreché le casseforti di Bezos, ma altri tre nuovi pilastri si stanno aggiungendo all’edificio.  Il primo è l’acquisizione di Whole Foods, attraverso cui la corporazione di Bezos entra a vele spiegate nel mercato alimentare, dove troverà la concorrenza di un altro gigante, il cinese Alibaba in rapida espansione planetaria. Alibaba è il leader asiatico del commercio elettronico e la principale piattaforma di pagamenti di quell’immensa area. Il secondo obiettivo a breve termine di Amazon riguarda l’alleanza con la banca d’affari JP Morgan e il gruppo del magnate Warren Buffet per creare una compagnia di servizi sanitari indipendente e fornire copertura medica ai dipendenti senza fini di lucro, almeno inizialmente. Tale progetto ha già creato grande fibrillazione, l’affare ha dimensioni ciclopiche: negli Stati Uniti la spesa sanitaria incide sul PIL per il 17 per cento, circa tremila miliardi di dollari annui, più dell’intero prodotto interno lordo della Francia. Il terzo terreno di caccia vede Netflix nel mirino di Amazon. Bezos ha già una propria piattaforma di video in streaming (su Internet), Prime Now e dallo scorso novembre ha acquistato i diritti televisivi del Signore degli Anelli. Il regno di Netflix non è ancora in pericolo, poiché opera in 190 paesi contro i 100 di Prime Now e genera molti più contenuti propri, ma la battaglia sarà durissima.  La forza di Amazon è di essere competitivo in tutti i settori. Bezos lotta da pari a pari contro i giganti dell’industria e contemporaneamente avanza sui mercati finanziari. Alphabet, la holding “matrice” che contiene Google è a un passo e diversi operatori pensano che possa essere presto superata in capitalizzazione. La partita non si decide, per ora, sui listini di Borsa ma sulle nuvole, ovvero nel cloud. […] Un ulteriore punto a favore di Amazon è la sua capacità di creare tendenza. Pochi giorni dopo l’apertura negli Stati Uniti del primo negozio “intelligente” di Amazon, il gigante tecnologico cinese Tencent (una sorta di Google del Dragone, proprietario tra l’altro della messaggeria WeChat con 900 milioni di utenti) ha presentato il proprio modello, un punto di vendita al dettaglio di 300 metri quadrati senza casse. Tencent intende così ampliare la sua presenza nei “negozi fisici”, scommettendo sul nuovo modello di magazzini privi di cassieri e di commessi. Vale la pena sottolineare il termine negozio fisico, in opposizione a quello virtuale, online, che rende l’idea della gigantesca trasformazione economica ma anche antropologica del commercio.  Un altro settore conosce l’uso dell’aggettivo “fisico”, ed è il mercato dell’oro, le cui transazioni sono del tutto indipendenti, ormai, dall’esistenza reale del bene-oro. Gli scambi virtuali riguardano quantità che superano di cento volte il metallo fino custodito nel mondo e finanche le risorse minerarie conosciute. Crediamo che risulti chiarissimo il significato del termine bolla e renda ragione dell’assurdità logica del sistema economico e finanziario in cui siamo immersi.

 

Il successo del modello Amazon ha suscitato la controreazione dei grandi gruppi di vendita al dettaglio, i retailers. Frustrati da circa dieci anni di crisi, stanno iniziando a ritirarsi dai grandi centri commerciali extraurbani per riprendere la via del centro città. È ancora un fenomeno circoscritto, ma la minaccia di Amazon e degli altri attori del commercio online, la cui crescita è di circa il 20 per cento annuo, sta restituendo un certo interesse per negozi “fisici” di dimensioni più piccoli e meno distanti dalle zone urbane. Ciò anche in considerazione del doppio fenomeno dell’invecchiamento dei clienti, meno propensi a lunghi spostamenti e del basso reddito dei consumatori più giovani, per i quali è fondamentale il prezzo contenuto. Di qui una nuova tendenza verso negozi più piccoli e semplici, oltreché centrali. In questa direzione, tra i marchi noti agli italiani, si stanno muovendo Decathlon (abbigliamento ed attrezzature sportive) e Leroy Merlin (mobili, ferramenta e casalinghi).  Qualcuno l’ha chiamata la battaglia per l’ultimo miglio, una variante del chilometro zero di certi prodotti alimentari. Importante è, per i grandi dettaglianti, fare concorrenza ad Amazon ampliando gli orari e scommettere sulla capacità di distribuire prodotti con il proprio marchio, il brand di chi vende anziché di chi produce. Decathlon sta aprendo sportelli di raccolta di prodotti venduti online, altri si stanno inserendo nel mondo delle app per offrire un portafogli di prodotti individualizzati secondo il gusto del consumatore. Leroy Merlin scommette su configuratori virtuali di cucine con occhiali tridimensionali nei magazzini. Si è arrivati a utilizzare tecniche di vendita quali i flussi di calore per ubicare i prodotti di punta negli espositori, nonché a sperimentare ogni possibilità degli smartphone per offrire una sorta di “realtà aumentata” tesa ad attrarre i clienti nei negozi fisici. La parte del leone la sta facendo la piattaforma di pagamento cinese WeChatPay, costola di WeChat, una Whattsapp con più funzionalità. Amazon Go, il negozio senza casse e privo di commessi è stato presentato con grande enfasi a Seattle e già funziona regolarmente. Tencent pare più interessata a vendere i propri servizi tecnologici ad altri operatori, mentre Alibaba, l’altro colosso di Pechino, è già entrato nel mercato dei grandi supermercati con il marchio Hema. Il sistema WeLife di Tencent funziona così: le porte del magazzino di vendita si aprono dopo la scannerizzazione attraverso WeChat di un codice QR scaricabile dal cellulare, dopodiché l’utente fa i suoi acquisti. QR è il nome del codice a barre a matrice composto da modelli neri disposto all’interno di uno schema di forma quadrata ormai utilizzato largamente, ad esempio nella biglietteria ferroviaria.  All’uscita, il cliente deve passare sotto un arco di sicurezza che individua gli acquisti mentre i prodotti appaiono automaticamente nel carrello virtuale del telefono mobile. Tutte le merci sono fornite di etichette di identificazione a radiofrequenza, che utilizzano chips magnetici per immagazzinare informazioni. Su di noi, naturalmente. Infine, l’utente esegue il pagamento attraverso WeChat Pay, teoricamente senza mai interagire con alcun essere umano. Attualmente, sono ancora persone in carne ed ossa (donne e uomini “fisici”!) coloro che dispongono i prodotti sui banchi. È questione di tempo: i droni distribuiranno le merci e appositi robot magazzinieri li etichetteranno e inseriranno nel giusto ordine sugli espositori. Senza scioperi, sindacati, malattie, soste o necessità fisiologiche da soddisfare. Un sito specializzato riferisce dell’entusiasmo di una giovane cinese in questi termini: “da quando entro fino all’uscita, sono io a fare tutto, cosa che mi pare più semplice e comoda, con più spazio e scelta. Mi sembra molto bene in generale.” Il nostro commento è assai meno positivo: fanno lavorare noi al posto dei commessi e dei cassieri, stabiliscono il prezzo e trattengono direttamente le somme dalle carte prepagate fornite da loro stessi. In caso di errori o problemi, saremo intrappolati nel negozio sino all’arrivo di un robot guardiano o di un addetto alla sicurezza venuto da fuori: un essere umano presumibilmente ostile, ma almeno in carne e ossa. È il capitalismo tecnologico di Mefistofele, il personaggio infernale che comprò l’anima di Faust in cambio di un po’ di illusoria felicità.  Eppure, questo è il futuro prossimo e la luciferina capacità degli iperpadroni è di farci desiderare e considerare positive le innovazioni, il cui esito sarà un ulteriore drammatica diminuzione del lavoro e un controllo capillare sulle nostre vite che lascia sbigottiti. Le pretese di Mefistofele nei confronti di Faust, un consumatore di vita, furono assai più miti. La realtà supera ormai la fantasia, nel sonno di opinioni pubbliche drogate di falsità, ammalate di progresso e non informate. Le ricadute sulla vita quotidiana di ciascuno non vengono ancora valutate con la necessaria profondità, così come l’enorme cambiamento nei rapporti di potere globale (economico, finanziario, politico, tecnologico) e la rivoluzione che sta sconvolgendo il mercato del lavoro, l’automazione, i redditi, l’allocazione delle risorse, la stessa geografia umana di un mondo mobile fino al nomadismo. […]

 

Roberto Pecchioli

 

 
Il Partito Trasformista è sempre vincente PDF Stampa E-mail

23 Febbraio 2018

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Da Rassegna di Arianna del 21-2-2018 (N.d.d.) 

 

Io so chi vincerà le elezioni. Ha già la vittoria in tasca, a tavolino. Vorrei quasi dire imposto per legge elettorale. Vincerà più di quanto abbia vinto negli anni precedenti, facendo registrare numeri sempre più crescenti. È una vittoria post-elettorale, una vittoria fondata sulla libera traduzione del voto ricevuto. Sto parlando dell’antico e rinomato PT, che è un fluttuante serpentone subparlamentare. Il Partito Trasformista. Ho perso il conto di quanti hanno fatto il salto della quaglia e poi l’hanno pure replicato in direzioni inverse. Ne vedo tanti di precursori, troppi e fin troppo noti. Il loro pittoresco testimonial è il mitico Razzi, che però è il meno trasformista di tutti e il più simpatico devoto di Kazzimiei. Il più autorevole mutante è Grasso, che era un magistrato in odore di Forza Italia e ora guida i residui bellici del comunismo. Il più spettacolare è Casini, che si candida a Bologna coi suoi nemici storici. Il più curioso è capitan De Falco, che non annoveriamo fra i traditori per ragioni coniugali ma perché sparlava dei grillini e ora si candida con loro; lui, l’eroe telefonico diventato Intrepido solo per aver pronunciato un’ingiunzione fallica al mitico Schettino. L’avvocata dei saltafossi è la Buongiorno, passata da Andreotti a Fini e poi a Salvini, via Hunziker. Altre storie di mutanti, soprattutto nei centrini, potete trovarli in State sereni di Carlo Solimene, viaggio nella repubblica fondata sul tradimento.

 

Ma io non vorrei parlarvi dei casi personali e dei “traditori” in lista. No, io mi riferisco a un dato oggettivo, post-voto. Il sistema elettorale è stato studiato apposta per non eleggere nessun governo e nessuna maggioranza. Allora l’unica variabile su cui contano le istituzioni, il sistema, è proprio quella risorsa infame che dai tempi del Connubio di Cavour, al Trasformismo di Depretis, ai Voltagabbana dal fascismo all’antifascismo, fino ai più recenti trans della politica, è sempre stata copiosa nella politica italiana. Non solo della repubblica, anche del regno, e forse dell’impero. Non so cosa farà Mattarella all’indomani del voto, quando nessuno avrà i numeri per governare. Dicono che darà l’incarico a partire dalla maggioranza che avrà eletto i presidenti delle camere; ma si tratterà in ogni caso di alleanze postelettorali, sotto l’alibi del supremo interesse della nazione, e via sparando patriottiche cazzate. Il trasformismo potrà riguardare interi partiti coi loro leader-fregoli, ma più probabilmente riguarderà mandrie di peones in transumanza. Saranno loro a vincere, a infiltrarsi nel governo e nel sottogoverno, a decidere e a costituire l’asse della nostra democrazia. Capito la trasformazione in atto? Non più voltabandiera per interessi personali ma trasformisti per interesse nazionale. Immolarsi a tradire per la patria e per lo Stato. Non più fenomeni subparlamentari ma processi politici auspicati, a garanzia della governabilità. Perché l’alternativa al trasformismo riesce persino più ridicola. Quando ci dicono tutti che se non vinceranno loro, giammai inciuceranno, e si ritornerà alle urne, ci stanno in realtà dicendo: state votando per finta, sono prove tecniche di trasmissione, simulazioni di voto, peggio che i sondaggi. Poi si rivota a breve. E anche l’eroismo anti-inciucio della Meloni non si sottrae al grottesco; è come dire, noi puri vi garantiamo l’ingovernabilità, siamo persone d’onore… L’impossibilità di un governo dà ai leader un’altra malefica risorsa: possono sparare le promesse più esagerate, tanto sanno che non avranno la maggioranza e allora diranno agli elettori: noi avremmo voluto realizzare il nostro fantastico programma ma non ci avete dato i voti, così dobbiamo scendere a compromessi e rinunciarvi, che peccato… Allora vedi la campagna elettorale come un incubo grottesco, una via di mezzo tra il terribile film Melancholia con la sua tragedia annunciata e inevitabile e le comiche finali; un horror tra Dario Argento e Crozza. Vedi poi che nessuno vuole confrontarsi con nessuno, facendo venir meno il fondamento di una competizione democratica. Poi per incoraggiarti a votare vedi le schede elettorali che necessitano di una laurea specialistica in Ermeneutica del Voto o di uno staff di consulenti per essere comprese e compilate correttamente. Ma sai che tutto questo non servirà a niente.E alla fine, vinca il peggiore. Ossia il trasformista che passando da una parte all’altra garantirà una maggioranza e scongiurerà di andare a votare a breve. Questa sarebbe democrazia? Per carità, aridatece non il dittatore ma il Faraone, lo Zar e il Gran Mogol, insieme. Io voto Gengis Khan.

 

Marcello Veneziani

 

 
Discrezionalità delle regole PDF Stampa E-mail

22 Febbraio 2018

 

Da Comedonchisciotte del 19-2-2018 (N.d.d.)

 

È passato mezzo secolo dagli eventi del maggio 1968 a Parigi (e non solo a Parigi) che hanno lanciato un movimento liberal guidato da una gioventù che cambiò il mondo. Quindi, sarebbe il momento buono per riflettere su cosa accomuna e cosa divide la liberazione sessuale e il femminismo degli anni ’60 dalle campagne di protesta dei giorni nostri, dalla LGBT a #MeToo. All’indomani del ’68, la stampa “progressista” francese pubblicò tutta una serie di petizioni che chiedevano la depenalizzazione della pedofilia, sostenendo che in questo modo si poteva abolire la frontiera artificiale, culturalmente ristretta e opprimente, che teneva separati i bambini dagli adulti, estendendo il diritto di usare liberamente il proprio corpo anche ai bambini. Dicevano che solo forze oscure “reazionarie” e “oppressive” potevano opporsi a questa misura e tra i firmatari figuravano figure culturali iconiche come Sartre, de Beauvoir, Derrida, Barthes, Foucault, Aragon, Guattari, Deleuze e Lyotard. Comunque oggi, la pedofilia è percepita come uno dei peggiori reati criminali immaginabili e, anziché difenderla in nome del progresso anti-cattolico, è per lo più associata al lato oscuro della stessa Chiesa cattolica. Il che significa che combattere contro la pedofilia è oggi un compito progressista diretto contro le forze reazionarie. E la vittima più bizzarra di questo cambiamento è stato il politico Daniel Cohn-Bendit, che vive ancora nel vecchio spirito degli anni ’60, che ha recentemente raccontato, in un’intervista, che durante la sua gioventù, quando lavorava in un asilo, faceva regolarmente dei giochetti di masturbazione con le bambine. Subito dopo, con sua somma sorpresa, si è trovato ad affrontare una reazione violenta e tanta gente che chiedeva di cacciarlo fuori dal parlamento europeo e di denunciarlo.

 

Il gap che separa la liberazione sessuale del ’68 dalla lotta per l’emancipazione sessuale di oggi traspare chiaramente in un recente scambio polemico tra Germaine Greer e alcune femministe che hanno reagito criticamente alle sue critiche che riguardavano #MeToo. Il loro punto saliente era il fatto che, mentre la tesi principale della Greer – che le donne dovrebbero liberarsi sessualmente dal dominio maschile e condurre una vita sessuale attiva senza fare le vittime – era valida negli anni ’60, ai tempi del movimento della liberazione sessuale, oggi la situazione è diversa. E quello che è successo, nel frattempo, è che l’emancipazione sessuale delle donne (cioè la loro capacità di condurre liberamente sia una vita sociale che una vita sessuale attiva) è stata mercificata. Mentre è vero affermare che le donne non sono più percepite come oggetti passivi del desiderio maschile, bisogna anche dire che la loro stessa attività sessuale ora è vista (dagli occhi dei maschi) come una loro permanente disponibilità ad una interazione sessuale. In queste nuove circostanze, affermare con forza NO non è considerato un semplice atto di auto-vittimizzazione della donna, perché implica un rifiuto di questa nuova forma di soggettivazione sessuale delle donne, che richiede non solo di sottomettersi passivamente al dominio sessuale maschile, ma anche di agire come se, anche loro, lo volessero attivamente. Benché ci sia un forte elemento di verità in queste argomentazioni, si deve comunque ammettere quanto sia problematico voler ancorare delle rivendicazioni politiche ad uno status di vittimismo. Del resto non è caratteristica fondamentale della soggettività di oggi la strana combinazione di un soggetto libero che si ritiene, in ultima analisi, responsabile del proprio destino e di un soggetto che basa la propria tesi su uno status di vittima delle circostanze, che sono al di fuori del suo controllo? Ogni contatto con un altro essere umano è vissuto come una potenziale minaccia – se l’altro fuma, se mi lancia uno sguardo avido, basta questo per farmi male – questa logica della vittimizzazione oggi è universalizzata, e va ben oltre i normali casi di molestie sessuali o razziste. Ad esempio, pensiamo al fiorente settore finanziario che si occupa delle richieste di risarcimento. Questa tesi del soggetto, che si ritiene vittima irresponsabile, arriva all’estrema prospettiva del Narcisismo: ogni incontro con l’Altro appare come una potenziale minaccia per l’equilibrio precario del soggetto stesso. Il paradosso è che, nell’attuale forma predominante della individualità, l’affermazione egocentrica del soggetto psicologico si sovrappone paradossalmente alla percezione di se stessi come vittime delle circostanze. […]

 

Come siamo arrivati ​​a questo punto?  Come hanno notato molti conservatori (e questo è proprio il punto), i nostri tempi sono segnati dalla progressiva disintegrazione di una rete di frontiere condivise, sulle quali poggia quella che George Orwell definì deliberatamente la “decenza comune”. Oggi questi standard vengono liquidati come un giogo che subordina la libertà individuale a forme sociali organiche proto-fasciste. In una situazione di questo tipo, la visione liberale delle leggi minimaliste (che non dovrebbero regolare troppo la vita sociale ma solo impedire che gli individui non travalichino i propri spazi – o che non “aggrediscano”) si trasforma in una esplosione di norme legali e morali e in un processo senza fine di dispute legali e morali, che viene etichettato come “lotta contro tutte le forme di discriminazione”. Se non esistono costumi condivisi che bastino ad influenzare-modificando la legge, basta solo il fatto che qualcuno “infastidisca” un altro soggetto, per far sorgere una nuova domanda: chi – in assenza di queste usanze-costumi-mores condivisi – deciderà cosa si deve considerare “molestia”? Dopotutto, in Francia abbiamo visto associazioni di persone obese che chiedono che vengano bloccate tutte le campagne pubbliche contro l’obesità e a favore di sane abitudini alimentari, perché queste campagne compromettono l’autostima delle persone obese. Nel frattempo, i militanti del “Veggie Pride” condannano lo “specismo” dei mangiatori di carne (che in questo modo discriminano gli animali, privilegiando gli umani – e questa per loro è una forma particolarmente schifosa di “fascismo”) e chiedono che la “vegetofobia” sia trattata come una sottospecie della xenofobia e sia dichiarata reato. E così via e così via, fino a che forse un giorno parleremo anche di cose come l’incesto-matrimonio, l’omicidio consensuale e il cannibalismo. Ora il vero problema è l’evidente discrezionalità delle regole che cambiano sempre. Prendiamo la sessualità infantile: da una parte qualcuno può sostenere che criminalizzarla sia una discriminazione ingiustificata, ma dall’altra si può anche sostenere che i minori devono essere protetti dalle molestie sessuali da parte degli adulti. E potremmo anche andare avanti: le stesse persone che predicano la legalizzazione delle droghe leggere di solito sostengono il divieto di fumare nei luoghi pubblici; e le stesse persone che protestano contro l’abuso patriarcale dei bambini piccoli nelle nostre società, si preoccupano quando qualcuno condanna gente di culture straniere che vive tra di noi e che fa esattamente la stessa cosa (come i Rom che non mandano i bambini a scuola), giustificando questo comportamento come un caso di interferenza in altri “modi di vivere”. È dunque per ragioni strutturali necessarie che questa “lotta contro la discriminazione” è un processo infinito che posticipa all’infinito il suo punto di arrivo, una società liberata da tutti i pregiudizi morali che, come diceva Jean-Claude Michea, “sarebbe, proprio per essere arrivata a questo punto, una società condannata a vedere reati in tutto e ovunque.”

 

Slavoj Zizek (traduzione d Bosque Primario)

 

 
L'Europa ha già votato per noi PDF Stampa E-mail

21 Febbraio 2018 

 

Da Rassegna di Arianna del 19-2-2018 (N.d.d.)

 

Le elezioni del 4 marzo saranno decisive per l'appartenenza dell'Italia all'Europa? Le elezioni italiane vengono infatti considerate dall'establishment della UE come un referendum pro o contro l'Europa. Il significato politico del voto del 4 marzo non consiste dunque nella contrapposizione tra coalizioni di centrodestra, centrosinistra e M5S, ma nel confronto tra due schieramenti trasversali: l'europeismo e il sovranismo. La ragion di stato della UE prevale sulla politica italiana e prove inconfutabili di tale supremazia sono il sostegno dichiarato della Merkel a Berlusconi e le assicurazioni fornite qualche giorno fa da Gentiloni al dominus germanico, circa la continuità della politica di integrazione dell'Italia in Europa e la prosecuzione della politica di riforme in senso liberista già imposto dalla UE.

 

In realtà in Europa si vuole imporre all'Italia la scelta europeista a prescindere dal responso popolare: quale che sia il risultato elettorale e, a prescindere dai nuovi equilibri politici che ne deriveranno, la UE esige governi che garantiscano l'appartenenza dell'Italia all'Europa e all'Eurozona. La Germania quale paese guida della UE ha imposto nella sostanza un diktat: i governi europei dovranno essere costruiti sul modello tedesco, cioè governi di unità nazionale, ignorando e contraddicendo la volontà popolare espressa in sede elettorale. La ratio politica della governance italiana consisterebbe solo garantire l'Europa dalla minaccia montante dell'ondata populista e sovranista. Esistono quindi due versioni dell'Europa diverse e tra loro contrapposte: quella democratica, liberista, atlantista e quella populista (quindi non democratica), illiberale, sovranista e filo – Putin. Le elezioni si tramutano allora in una sorta di plebiscito (del tutto simile a quelli degli stati totalitari), pro o contro la UE, dato che le elezioni non rappresentano un confronto democratico tra programmi politici contrapposti su cui è chiamato a pronunciarsi il consenso popolare, ma una drastica scelta tra la democrazia, che si identificherebbe con l'Europa, e il populismo, che sarebbe per definizione antieuropeo e quindi antidemocratico. In quanto democratica e liberale l'Europa è ovviamente filo atlantica e russofoba: dal punto di vista geopolitico si ripropone sotto mentite spoglie il dualismo proprio della contrapposizione della guerra fredda tra Washington e Mosca.  Le proposte dell'opposizione populista sono considerate infatti dall'Europa e dalla classe dirigente italiana ad essa succube illiberali ed irresponsabili, perché ignorano l'interdipendenza dell'Italia con la UE e quindi viene stigmatizzata la incompatibilità di programmi politici non compatibili con le regole di bilancio europee. Tale interdipendenza legittima peraltro le ingerenze ed i diktat della Germania riguardo alle elezioni italiane: è quindi evidente come l'interdipendenza europea sia lesiva della sovranità degli stati. Introdurre dazi a difesa della economia nazionale è illiberale, imporre limiti alle migrazioni e il rimpatrio dei clandestini (dopo che la UE ha chiuso le frontiere devolvendo i problemi della tragedia migratoria a carico esclusivo dell'Italia), infrangere le regole del rapporto deficit / PIL onde incentivare gli investimenti, abolire legislazioni sul lavoro e sulle pensioni rivelatesi devastanti sul piano sociale, sarebbero misure in cui si rivela la incompetenza e la irresponsabilità che ispira i programmi dell'opposizione populista. Il tratto distintivo di un governo europeista consisterebbe nella competenza nella governance economica, secondo i diktat dell'oligarchia europea. Tale modello di investitura europeo si contrappone al principio della sovranità degli stati, fondata sulla volontà popolare. La demagogia irresponsabile dei populisti proporrebbe programmi irrealizzabili perché incompatibili con i vincoli europei e minerebbero le basi della integrazione dell'Italia in una Europa che ha introdotto trasformazioni sistemiche nel paese. Ma l'integrazione in Europa comporta scelte politiche in favore di un ordinamento oligarchico – tecnocratico che ha nei fatti delegittimato la costituzione e annullato la dialettica democratica. La contrapposizione tra europeismo e sovranismo sarebbe dunque decisiva per il futuro dell'Eurozona. Ma le decisioni circa il futuro dell'Eurozona saranno nei prossimi mesi oggetto di trattativa esclusiva tra la Germania della Merkel e la Francia di Macron, mentre agli altri paesi sarà solo concesso di adeguarsi alle scelte dei paesi dominanti. L'europeismo dell'Italia non si è sempre identificato con l'irrilevanza politica italiana in sede europea? L'europeismo si rivela dunque una non – scelta: si riassume nel perenne adeguamento subalterno ad una Europa oligarchica, istituita sulla base di un integralismo economico – ideologico in cui non sono concepibili altre opzioni politiche se non quelle di governi dotati di poteri esclusivamente esecutivi, rispetto alle decisioni sovrane dei poteri finanziari – tecnocratici della UE. In Europa non c'è spazio per sovranità e democrazia: esistono solo governi che possono governare perché legittimati dalla oligarchia UE e altri, che pur vincendo le elezioni, non sono conformi ai diktat europei e non possono governare. In futuro saranno cioè possibili solo governi di larghe intese, europeisti, a prescindere dal consenso popolare, o governi tecnici guidati dalla troika. Alla lunga le elezioni si tramuteranno in Europa in forme di acclamazione rituale alle classi dominanti, tipiche dei regimi totalitari. Il 4 marzo non sarà l'Italia a votare pro o contro l'Europa dato che l'Europa e i mercati hanno votato per se stessi in nome, ma non per conto, semmai contro il popolo italiano.

 

Il populismo è avversato e spesso demonizzato in quanto proporrebbe scelte sovraniste improbabili, senza futuro in quanto contrarie al processo irreversibile della integrazione europea. Ma se gli stati nazionali sono relitti novecenteschi ormai consegnati alla storia e non si può fermare con le mani il vento del progresso, che si identifica con l'integrazione europea e con la globalizzazione economica, occorre allora chiedersi quale futuro prospetta l'europeismo della UE. Bisogna innanzi tutto osservare che il futuro progressivo della integrazione europea è concepito come un evento imprescindibile e oggettivamente necessario, non un processo in divenire che implica scelte politiche tra varie possibili opzioni divergenti. Non comporta giudizi critici suscettibili di determinare valutazioni storico – politiche diverse, ma si fonda su paradigmi conformi ai parametri evolutivi della "scienza economico – finanziaria" su cui è strutturata la costruzione della UE.  Alla devastata realtà sociale del nostro presente, conseguenza della introduzione in Europa di riforme economiche sistemiche, quali il pareggio di bilancio, il fiscal compact, il bail in, fa riscontro un processo riformatore europeo che si evolverà imponendo parametri finanziari sempre più restrittivi e socialmente penalizzanti per i popoli degli stati membri. Si profila infatti l'introduzione di norme ulteriormente restrittive per il fiscal compact, si vogliono imporre all'Italia nuove misure per la riduzione del debito con rilevante impatto sulla spesa pubblica, si vogliono varare normative che comportano la automatica svalutazione dei crediti deteriorati, col risultato di restringere l'erogazione del credito da parte delle banche, si prospettano nuovi criteri di valutazione del rischio sui debiti sovrani al fine di ridurre l'esposizione delle banche in titoli di debito dello stato, con la conseguenza di esporre l'Italia a nuove crisi del debito e rischi di misure di ristrutturazione imposte dalla troika simili alla Grecia. Non si possono inoltre prevedere quali conseguenze economico – sociali produrrà la prossima fine del QE di Draghi, con il relativo rialzo dei tassi di interesse. Queste le prospettive che potrà offrire il progressivo processo di integrazione europea. Una Europa cioè che impone rigidità finanziaria e riduzione indiscriminata della spesa sociale e del debito. Tuttavia, occorre considerare che un milione di spesa devoluto alla sanità e un milione di spesa per erogazioni per compensi manageriali ad una classe dirigente parassitaria, sono equivalenti ai fini del rispetto dei vincoli di spesa previsti dalle normative europee. Nessuna forza politica di opposizione pare comunque concentrarsi su tali problematiche. Ad una società già dilaniata dalla crisi economica, afflitta da disoccupazione endemica, sfruttamento indiscriminato, precarietà immanente, l'Europa non offre, ma impone coattivamente un futuro basato su modelli sociali oligarchici, dominati dalla diseguaglianza, dall'assenza di mobilità sociale, dal dilagante nichilismo esistenziale collettivo. L'Europa con le sue normative ha abrogato il futuro dei popoli. Il capitalismo europeista uccide ogni prospettiva imponendo l'oggettività dell'eterno presente. Il populismo rivendica la sovranità degli stati. Ma nessuna forza politica di opposizione può divenire una alternativa credibile senza una critica sociale che non metta in dubbio i fondamenti sistemici della forma merce dominante in questa società di mercato.

 

Luigi Tedeschi

 

 
Sette anni infami PDF Stampa E-mail

20 Febbraio 2018

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Da Rassegna di Arianna del 17-2-2018 (N.d.d.)

 

Nel pieno di una deprimente schermaglia elettorale, guardiamoci indietro per capire come siamo arrivati a questo punto. Ricostruiamo la storia degli ultimi sette anni. In principio fu la fine di Berlusconi. Messo fuori gioco da un mezzo golpe interno e internazionale, nel nome di una parola magica chiamata spread, cominciò per l’Italia il settennato più assurdo della nostra pur anomala storia. Nell’arco di questi sette anni abbiamo assistito nell’ordine al suicidio della destra, al suicidio della sinistra, all’avvento sciagurato dei tecnici, alla crescita abnorme dell’antipolitica, alla morte e resurrezione di Berlusconi. Il suicidio della destra ha un nome principale: Fini. Il suicidio della sinistra ha un nome principale: Renzi. E due sciami di complici. Il fallimento dei tecnici ha il nome di Monti (e magari la faccia della Fornero), la crescita abnorme dell’antipolitica ha la chioma di Grillo e il faccino di Di Maio. E il vuoto che resta, la sedia vacante, ha il nome di Mattarella. Il collasso della politica rispecchia il collasso della società; anzi è l’unico punto che congiunge il degrado della politica alla decadenza della società. Sullo sfondo c’è il tragico sorpasso dei decessi sulle nascite, dei vecchi sui giovani, più la fuga all’estero dei ragazzi più svegli, rimpiazzati dall’arrivo di clandestini. La società di massa si è fatta molecolare, sempre connessa e sempre più solitaria, abitata da narcisi astiosi. È l’epoca del selfie come orizzonte di vita.

 

Ma torniamo alla politica. Veniamo da una sequenza di fallimenti: fallì la politica, fallirono i tecnici, fallisce l’antipolitica ovunque passi da protesta ad amministrazione. La cosiddetta seconda repubblica era stata segnata da due fenomeni eminenti: l’avvento dei partiti personali al posto dei partiti ideologici e corali; e l’avvento di un bipolarismo dell’alternanza più che perfetta, perché a ogni elezione il governo uscente veniva bocciato e subentrava l’antagonista. Il presente settennato, che ho difficoltà a definire terza repubblica, ha prodotto due ulteriori novità: il bipolarismo si è fatto tripolare, anticamera dell’ingovernabilità; e il partito personale si è fatto ancora più personale e ancor meno partito. Dopo la fase cruenta dei tecnici sacrificali, siamo alla fase imbonitrice dei politici piazzisti. Sul piano delle idee domina il deserto ma con alcune particolarità. Un tempo la sinistra aveva un punto saliente: l’anticapitalismo. Dopo un lungo viaggio in cui si è trasformata nella guardia bianca del Capitale e nel cappellano morale del mercato, l’anticapitalismo è stato sostituito dall’antifascismo. L’antifascismo, in assenza di fascismo, ha generato un rigido, manicheo, irreale schema di polarizzazione. Il sogno della rivoluzione a sinistra si è spaccato in due filoni: il proletario o l’operaio è stato sostituito dal migrante e la liberazione degli oppressi è stata sostituita dalla liberazione dei repressi, in tema di sesso, famiglia, pulsione di morte, desideri sprigionati. L’ideologia pervasiva, transnazionale, è il politicamente corretto.

 

E a destra, invece? La destra non ha elaborato strategie, pensieri, culture politiche e civili. Si è limitata a rilanciare il brusio del giorno e gli umori della folla. Ha giocato di rimessa e contrappunto, ha cavalcato il momento. A volte intercettando con efficacia e successo mediatico alcuni (mal)umori diffusi. A volte no. Invece la società si è polarizzata sui temi sensibili, bioetici, riguardanti l’accoglienza, la famiglia, i sessi, la vita e la morte. Esiste un’opinione pubblica di questo tipo (che diremo “conservatrice”), contrapposta a un’area “progressista”, ma non esistono adeguati soggetti sul piano dei media, delle istituzioni, dei partiti, in grado di rappresentarla. Ci provano la Lega di Salvini, la Meloni e i suoi fratelli, più formazioni minori (tipo Casapound). Praticamente non pervenuta l’incidenza dei cattolici in politica, ridotti a coriandoli di poco peso. Il bergoglismo ha ancor più spaccato i cattolici, tra accoglienti (pro-migrantes, pauperisti, caritatevoli) e tradizionali (pro-famiglie, civiltà cristiana, religiosi). A puri palliativi si riducono le altre definizioni: moderati, modernizzatori, liberali o riformatori. Definizioni passepartout che non dicono nulla in questo contesto, al più indicano un modo e non un contenuto, un’istanza generica, ma non sono in grado di indicare contenuti politici, scelte di fondo, risposte concrete, orientamenti di vita.

 

Cosa resta della politica in questo 2018 elettorale? Resta solo il marketing elettorale. Non la formazione di una classe dirigente, non le motivazioni ideali o civili, non la bioetica, i diritti e doveri. Ma solo il marketing. Leader è il Miglior Venditore. Non ci sono altri criteri. La politica è la gara a chi compiace di più e meglio i votanti e chi mostra meglio il bluff del concorrente. L’alchimia del sistema elettorale nega ogni preferenza e legame territoriale. Siamo al remake più kitsch: tentativi goffi di rifare la sinistra, di rifare la destra, di rifare il verso, di rifare il berlusconismo (sette anni visti come un circolo vizioso, da B. a B.). O in alternativa arrendersi alla forza del nulla, in versione regime (establishment euro-italiano) o in versione movimento (protesta grillina). A vederli alle spalle, in sequenza, sembra che sette anni fa ci attraversò la strada un gatto nero, che ha portato sette anni di guai. Ma il peggio è che non si intravede ancora un’uscita dal settennato nero e sfigato da cui proveniamo. Lanciati nel voto, senza paracadute

 

Marcello Veneziani

 

 
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19 Febbraio 2018

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Da Comedonchisciotte del 4-2-2018 (N.d.d.)

 

Le risposte che arrivano da Israele alla nuova legge polacca, che proibisce di discutere i crimini di guerra commessi dal popolo polacco durante l’Olocausto, non sono nient’altro che una cosa paradossale. Mentre l’establishment israeliano, destra e sinistra, nega l’identità, la storia e la catastrofe del popolo palestinese, rimprovera coloro che negano la propria responsabilità per il destino degli ebrei durante l’Olocausto. L’Olocausto, un genocidio mostruoso, ben pianificato, fu possibile non solo per l’attuazione orridamente meticolosa dei nazisti, ma anche per quelli che si sono messi da parte quando questo stava accadendo. I tedeschi avevano complici volontari, tra cui molti polacchi, che parteciparono attivamente alle persecuzioni ed agli omicidi. I libri di storia parlano della “caccia agli ebrei”, che portò all’uccisione di centinaia di migliaia di questi, sia direttamente che indirettamente, durante la seconda guerra mondiale. Il presidente della Polonia – non lo stato polacco – del partito di destra Diritto e Giustizia, nega il coinvolgimento dei cittadini polacchi nell’assassinio degli ebrei durante l’Olocausto, e sta tentando di promuovere una “nuova strategia nella politica storica”. La nuova legge, che criminalizza qualsiasi ricercatore che osi pubblicare la verità, è un tentativo di revisionismo storico. Non c’è dubbio che i nazisti, che progettarono la soluzione finale, furono quelli che portarono a termine i crimini, ma molti polacchi collaborarono volentieri con loro. Fino a che punto quei polacchi erano diversi dalle altre nazioni europee? Cosa si poteva davvero fare di fronte alla ben oliata macchina nazista? Solo pochi si presero il rischio di offrire protezione agli ebrei. Quante persone fornirono davvero loro riparo, cibo o aiuto in quegli anni? La maggior parte si fece da parte ed ignorò quel che stava accadendo, forse per impotenza o mancanza di volontà di aiutare. Eppure, c’è ancora una gran differenza tra il “non aiutare” e l’unirsi attivamente ai cacciatori. Ecco perché la legge polacca è problematica: è un tentativo di criminalizzare chi racconta la verità e di riscrivere la storia. Il clamore, quindi, è interamente giustificato.

 

In che modo questa legge è diversa dalla legge Nakba, che nega fondi statali ad istituzioni culturali ed educative che commemorano gli orrori che colpirono i palestinesi nel 1948? Non è anch’essa un tentativo di riscrivere la storia? Di nascondere e negare parti di essa? È vero che la legge Nakba non criminalizza – ancora – gli individui. Nella propria essenza, però, cerca di mettere a tacere, proprio come fa quella polacca, e permette l’effettiva negazione della catastrofe palestinese. Al contrario della Polonia, che ha emanato questa vergognosa legge per volere del proprio presidente di destra, lo stato sionista è stato interamente creato per negare la mia identità ed il mio legame con la mia patria. Un esempio di questa negazione è la separazione artificiale tra “arabi israeliani” e palestinesi. “I parlamentari arabi devono prendersi cura degli ‘arabi israeliani’, non dei palestinesi”, ci viene detto più e più volte. È un termine di addomesticamento – di diniego – ed io, secondo loro, dovrei identificarmici, adottando questa separazione. Non c’è dubbio che la legge polacca sia sbagliata. Ma non è mena sbagliata della legge Nakba. Eppure quella polacca non nega l’Olocausto, mentre quella israeliana nega la Nakba. Quella polacca nega che parte del popolo polacco fosse responsabile per l’Olocausto – distingue cioè tra crimine e criminali. Questi ultimi sono “gli altri”, i cattivi, i nazisti. I polacchi erano “ok”, erano vittime del Terzo Reich, proprio come gli ebrei. La legge Nakba, d’altra parte, nega la storia stessa, poiché secondo essa la Nakba non avrebbe mai avuto luogo. Ci sarebbero invece stati villaggi palestinesi i cui residenti rifiutarono il piano di spartizione e “volontariamente” se ne andarono, “con la prospettiva di tornarci dopo pochi giorni”. Non ci furono espulsioni, omicidi o case demolite. Gli eventi a Deir Yassin sono stati un’eccezione – se mai siano accaduti. La legge Nakba è il risultato naturale di un processo iniziato molto tempo fa. La strumentalizzazione dell’Olocausto da parte dello stato, inoltre, non è meglio della negazione dello stesso. L’Olocausto si è trasformato in un’arma politica da scagliare contro chiunque osi criticare lo stato. Le accuse di antisemitismo sono diventate un modo per difendere Israele, che afferma di rappresentare l’ebraismo mondiale. Noi, i nativi palestinesi di questa terra, incolpiamo la società israeliana, nella sua interezza, per la sua indifferenza e cecità storica. Lo accusiamo di negare la nostra esistenza, la nostra identità ed i crimini compiuti dallo stato fino ad oggi – da ambo le parti della Linea Verde. Come palestinese, sento un’affinità con le vittime dell’Olocausto. Sono arrabbiato con tutti quelli che continuano ad uccidere e rimanere in silenzio, quelli che costringono gli altri a rimanere in silenzio. Israele espelle, denuncia e perseguita non solo i palestinesi, ma chiunque si identifichi con loro: attivisti per i diritti umani, parlamentari, sostenitori del BDS. Israele ha bisogno di un mondo assediato dalla paura – uno che vede ciò che sta accadendo e si giri dall’altra parte. Proprio come la Polonia.

 

 Haneen Zoabi (traduzione di HMG)

 

 
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