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Eurobond PDF Stampa E-mail

22 Giugno 2018

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Da Appelloalpopolo del 15-6-2018 (N.d.d.)

 

1) Draghi torna a tuonare: «L’euro è irreversibile». Mi dispiace deludere qualcuno, ma gli architetti dell’Unione Europea l’euro non lo molleranno. Ogni apparente passo indietro nasconde una rincorsa per un balzo in avanti. Le possibili evoluzioni sono da tempo sul tavolo. 2) Su quel tavolo (quello sul quale qualcuno ancora si illude di sbattere i pugni) gli EUROBOND si trovano almeno dal 2010. Agli albori di questa interminabile “crisi” tutti dichiaravano di volerli. Fortemente sponsorizzati da Tremonti (già allora in area Lega), sostenuto da Juncker, gli Eurobond non erano indigesti ai vari Ciampi, Prodi, Monti. Ovviamente la Germania disse di no: eravamo nel pieno della narrazione per cui la crisi sarebbe stata causata dalle oziose “cicale” del Sud Europa, abituate a vivere al di sopra dei propri mezzi sulle spalle delle “formiche” tedesche. Una soluzione che avesse dato anche solo l’impressione di una solidarietà tedesca verso i “cialtroni” del Sud sarebbe stata politicamente improponibile. 3) Ma la Storia ci dice che i passi avanti del percorso europeo sono già stati avversati dalla Germania, che li ha poi accettati solo quando ha avuto la certezza di poterli sfruttare a proprio vantaggio: fu così per la moneta unica, accettata solo con la garanzia di poter imbrigliare l’economia italiana; fu così per il MES, che infatti i tedeschi utilizzarono per salvare il proprio sistema bancario. 4) Certo, nel 2010 al vertice della BCE non c’era ancora Draghi che, diciamocelo senza mezzi termini, HA SALVATO L’EURO (e solo quello), dimostrando che la BCE può fare tutto quello che vuole e che i risultati vanno valutati solo sulla base dei fini perseguiti. 5) Venendo a noi: il governo giallo-verde vuole gli Eurobond? Sarebbero apparentemente comodi per far respirare il Paese con un po’ di deficit controllato, certamente aiuterebbero a mantenere qualche promessa elettorale. […] 6) E il “temutissimo euroscettico” Savona? Con lui, re delle privatizzazioni anni ’90, si sfondano porte spalancate, da sempre. A settembre 2017 proponeva due soluzioni:

 

«1. una europea che consenta alla BCE di far confluire in un Fondo appositamente costituito gli eccessi di debito rispetto al parametro del 60% rispetto al PIL, previa rinegoziazione dei termini di rimborso (con tassi ufficiali senza spread e date di scadenza lunghe) e impegno da parte dei paesi di rispettare il pareggio di bilancio; questa soluzione non impedirebbe la crescita della spesa pubblica – spero per investimenti, ma è un altro problema – purché essa resti nei limiti dei maggiori incassi e, quindi, della crescita nominale del PIL; 2. una nazionale che attui una conversione del debito in essere entro i limiti dell’eccesso esistente allungando le scadenze e offrendo rendimenti pari all’inflazione, dando in contropartita una GARANZIA su TUTTI i BENI dello STATO mobili e immobili, anche artistici e ambientali, escutibili con procedure rapide da stabilire anticipatamente nel caso di insolvenza». Sì, avete letto bene: rientrare sotto il tetto di Maastricht (60% debito/PIL), pareggio di bilancio, GARANZIA su TUTTI i BENI dello STATO. (7) E qui arriviamo al dunque, cos’altro c’è su quel tavolo, da diversi anni? Ricordate l’ERF, il Fondo Europeo di REDENZIONE? Se non lo ricordate eccolo qui, un’idea tutta teutonica, a partire dal nome. Già il Fiscal Compact prevedeva, oltre al pareggio di bilancio, anche l’abbattimento dell’eccedenza del debito sopra il 60% del Pil. Gli Stati che aderiranno all’ERF conferirebbero in un fondo unico europeo una quota del proprio debito corrispondente alla parte di esso eccedente il 60% del Pil. Il fondo, a sua volta, trasformerebbe i titoli nazionali in TITOLI EUROPEI, emettendo sul mercato nuove obbligazioni. In cambio i paesi contraenti dovrebbero dare “in pegno” al nuovo fondo i propri asset nazionali, le loro riserve auree e valutarie, perfino una quota del proprio gettito fiscale, la cui esazione avverrebbe direttamente ad opera del fondo. 8) Ora, l’ERF è sul tavolo dal 2012 e ogni tanto qualcuno, sia all’estero che in Italia, torna alla carica. […]  9) Chiudiamo allora il cerchio: il neo Ministro dell’Economia TRIA… che ne pensa? Ce l’ha spiegato pochi giorni fa:

 

1. «…ogni Stato membro dovrebbe cercare di prevedere il proprio investimento pubblico alla luce del mercato europeo, o addirittura globale, cercando di attirare significativi finanziamenti privati a livello globale attraverso la garanzia di rendimenti più sicuri a lungo termine. In questi termini, e per questi scopi, anche un temporaneo aumento del deficit destinato a far partire questi programmi dovrebbe essere considerato accettabile». 2. «Come osservato in precedenza, un vasto programma di investimenti pubblici infrastrutturali potrebbe essere attuato e finanziato in deficit senza creare un problema di sostenibilità dei debiti pubblici attraverso un finanziamento monetario palesemente CONDIZIONATO A LIVELLO EUROPEO. Condizionato in quanto temporaneo e soggetto a SOLIDI COMPORTAMENTI FISCALI da parte degli Stati membri dell’eurozona volti a perseguire la riduzione del debito. Questo obiettivo sarà più facilmente raggiunto grazie all’aumento del PIL nominale, che è lo scopo specifico del programma. Molti dettagli tecnici del programma, e le sue esigenze condizionali, possono essere progettati in modo adeguato con il concorso degli altri governi e delle istituzioni europee». Il linguaggio tecnico e la supercazzola della riduzione del debito attraverso l’aumento del PIL, non riescono a nascondere la realtà: sta parlando di EUROBOND. 10) Cosa farà la Germania? Vedremo, intanto a fine anno terminerà il QE, una imponente operazione di acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario (quindi già emessi dagli Stati e detenuti dalle banche che li avevano acquistati sul mercato primario) i cui benefici sono rimasti ben lontani dall’economia reale, che ci lascerà con oltre 300 miliardi di titoli italiani in pancia alla BCE. La BCE sarà sempre più arbitro monopolista dei nostri destini, finché resteremo nella gabbia dell’Unione Europea. Ma l’idea per cui la Germania non sarebbe disposta ad accettare soluzioni che un tempo ha avversato mi pare davvero stupida. Del resto la Storia dell’Unione Europea ci testimonia che ben poche cose sono rimaste sul famoso tavolo e che, presa una decisione, si è sempre andati avanti fino al punto di non ritorno. 11) Cosa farà il nostro Governo? Anche questo è tutto da vedere, ma probabilmente cercherà di accontentare ampi settori del proprio elettorato con mosse non dissimili, se non nello stile, dai famosi “80 euro renziani”, cercando di fare un po’ di deficit con le soluzioni che saranno concordate a livello europeo, Eurobond in primis. Il consenso crescerà, ma entro fine legislatura si arriverà alla resa dei conti. 12) Mala tempora…

 

Lorenzo D’Onofrio

 

 
Dividere per continuare a imperare PDF Stampa E-mail

21 Giugno 2018

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Da Rassegna di Arianna del 19-6-2018 (N.d.d.)

 

Quando contro ogni previsione un paio di settimane fa, dopo 88 giorni di tira e molla, confusione e veti presidenziali, il governo Conte vide finalmente la luce, fu subito chiaro a tutti come si sarebbe trattato di un percorso ad ostacoli assai accidentato, dal momento che il suo incedere sarebbe stato ostacolato con tutti i mezzi possibili, leciti e illeciti. Le forze (nazionali e non) che da sempre detestano gli italiani e li vogliono prostrati e con il capo chino sono coscienti di avere ancora fra le proprie mani un potere immenso. Gestiscono praticamente la quasi totalità dell'informazione cartacea e televisiva, gestiscono il 90% degli uomini dello spettacolo, gestiscono i sindacati, gestiscono il sistema bancario e la finanza. Gestiscono in parole povere quasi tutte le leve del potere, anche se in questa occasione, per quello che mi piace considerare uno strano scherzo del destino, non sono riusciti a gestire il voto degli italiani.... Il loro unico e vero nemico oggi non è costituito da Salvini o Di Maio, ma dall'opinione pubblica, perché il governo Conte non è in questo momento sostenuto solamente dagli elettori di Lega e 5Stelle, ma anche da molti altri milioni di italiani (come me) che hanno votato altro o non hanno votato affatto e gode di una popolarità mai sperimentata in tempi recenti. Di fronte ad una situazione di questo genere, ogni rimbrotto di un politico di opposizione, ogni sparata di un guitto da salotto, di un banchiere o di un imprenditore compiacente, non fanno che rafforzare il sostegno popolare al governo e questo non può che essere chiaro anche a chi ha fatto dell'arroganza e della supponenza una ragione di vita. L'unica arma rimasta nelle mani di questi signori (ma si tratta di un'arma potentissima) è il dividi e impera che nella fattispecie deve concretarsi nel dividere Di Maio da Salvini o più precisamente nel provocare un profondo scollamento fra i sostenitori di 5S e della Lega, affinché si rivoltino gli uni contro gli altri. Sapendo che esiste un terreno fertile in questo senso, stanno spendendo ogni energia per far sì che tale scollamento si concretizzi. Alimentano polemiche e litigi, ricamando fra le pieghe di ogni affermazione fatta da Salvini, diffondono sondaggi totalmente privi di ogni valenza statistica per indurre l'elettore di 5S a pensare che la Lega stia cannibalizzando il proprio movimento e quello della Lega a fantasticare sul fatto che qualora si tornasse ad elezioni il suo partito diventerebbe la prima forza politica in Italia. Seminano zizzania e malumore in tutte le maniere possibili, praticando il "giochetto della questura" dove i due sospettati vengono convocati ciascuno in una stanza e ad entrambi viene fatto credere che il complice ha già confessato facendo il suo nome. Insomma giocano sporco che più sporco non si può, senza porsi alcun problema, sia perché sono totalmente privi di ogni etica e non hanno alcun rispetto per il cittadino, sia perché la posta in gioco è altissima.

 

Ora tocca a voi, italiani, elettori di Lega e 5S o meno, decidere se cadere nel tranello che vi riporterà a strisciare con il capo basso o se tenere la testa alta con fierezza e mandarli tutti a quel paese, giudicando il governo per quel poco che riuscirà a fare, ma che sicuramente non hanno mai fatto coloro che l'hanno preceduto.

 

Marco Cedolin

 

 
Credito sociale PDF Stampa E-mail

20 Giugno 2018

 

Da Comedonchisciotte del 18-6-2018 (N.d.d.)

 

Il tema dell’”economia digitale”, della “società digitale”, del “governo digitale”, del “denaro digitale”, diffuso dai principali media mondiali, i quali accentuano l’attenzione sulle opportunità che si dischiudono all’umanità, in relazione all’introduzione ampia di tecnologie dell’informazione (TI): spesso vengono tratteggiati scenari di un non lontano futuro radioso. Tuttavia, nella rapida diffusione delle TI ci sono rischi significativi. Vale a dire, il rafforzamento dello sfruttamento umano da parte delle aziende, l’istituzione di un controllo rigoroso non solo sul comportamento umano, ma anche dei suoi pensieri. Grave è il rischio di smantellare quel che rimane dello Stato nazionale, sostituendolo con un cosiddetto governo digitale, dietro il quale si cela un governo mondiale che rappresenta gli interessi di un gruppo molto ristretto di persone. Alcuni autori descrivono un simile futuro con i termini “dittatura digitale”, “campo di concentramento elettronico”, “schiavitù digitale”.

 

È opinione comune che l’epicentro della rivoluzione digitale è l’Occidente, ma gli eventi degli ultimi anni mostrano che la Cina è leader nella costruzione della società digitale. L’ideologia ufficiale, nella Repubblica Popolare Cinese, riferisce della costruzione del “socialismo con tratti cinesi”, ma in realtà nel Paese è in costruzione “il capitalismo con tratti cinesi” (la retorica socialista è solo una copertura). Questo giovane capitalismo (a differenza di quello inglese o addirittura di quello americano) è creato da zero, quindi utilizza tutte le più recenti tecnologie dell’informazione, della comunicazione e sociali. Il capitalismo digitale cinese può, in qualche modo, diventare un modello per il vecchio capitalismo occidentale. I Cinesi, come si è scoperto, sono più suscettibili a molte innovazioni tecniche rispetto agli Europei o agli Americani. Quindi, i Tedeschi sono molto riluttanti a rinunciare al denaro contante, mentre il Cinese già da oggi è pronto a liberarsene completamente. Un giovane cinese, che vive in una grande città, considera addirittura le carte di credito e debito un cimelio, preferendo utilizzare le applicazioni in un telefono cellulare o tablet. […] Secondo molti parametri di sviluppo delle TI, Celestial System surclassa oggigiorno anche gli Stati Uniti e i Paesi del Vecchio Mondo. E questo processo si sta sviluppando secondo un ordine pianificato.

 

Diversi anni fa, è iniziata a risuonare in Cina la combinazione verbale “sistema di credito sociale”. È concepito come un sistema per valutare la sicurezza dei cittadini e delle organizzazioni, mediante vari parametri che utilizzano mezzi elettronici di osservazione di massa, impiegando la tecnologia di analisi di grandi dati (big data). Il Presidente cinese Xi Jinping ha spiegato al popolo l’essenza del “sistema di credito sociale”: “Per combattere il problema ostico della mancanza di credibilità, è necessario aggrapparsi saldamente alla creazione di un sistema di valutazione dell’affidabilità che copre l’intera società. È necessario migliorare i meccanismi per incentivare i cittadini coscienziosi e rispettosi della legge, nonché i meccanismi per punire coloro che violano la legge privandoli della credibilità, affinché una persona semplicemente non abbia l’ardire e semplicemente non perda la credibilità.”

 

Nel 2014, il Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato un documento “Sulla pianificazione della costruzione di un sistema di credito sociale (2014-2020)”. In esso sono tratteggiati i seguenti aspetti del comportamento umano che dovrebbero essere coperti dal sistema: 1) l’onestà negli affari pubblici; 2) buona fede commerciale; 3) comportamento nella società; 4) storia giudiziaria. Per quanto riguarda le persone giuridiche, qui il sistema di valutazione interno al “sistema di credito sociale” riproduce modelli che sono stati testati in alcuni Paesi occidentali. Ad esempio, negli Stati Uniti e in Europa tali stime sono state a lungo effettuate da agenzie di credito. Negli stessi Stati Uniti ci sono grandi agenzie di credito, dove si concentrano le informazioni su centinaia di migliaia di organizzazioni commerciali e di altro tipo, le quali almeno una volta hanno richiesto prestiti alle banche. Gli uffici di credito gestiscono anche i database per le persone fisiche, ma solo per coloro che usano i prestiti bancari. In termini di valutazioni delle persone, la Cina è pioniere. Il “sistema di credito sociale” comporta la registrazione di tutti i cittadini, anche di quelli che non hanno mai fatto richiesta di prestiti. Mentre la serie di parametri valutati (a differenza degli uffici di credito occidentali) è estremamente ampia. Ad ogni cittadino viene assegnato un certo status sociale, che varia in base ai punti che gli vengono accreditati per determinate azioni, da “esemplare” a emarginato. Il documento “Sulla pianificazione della costruzione di un sistema di credito sociale” determina possibili sanzioni nei confronti di persone fisiche e giuridiche che avranno valutazioni di rating basse, nonché privilegi per coloro che avranno valutazioni elevate. Set di sanzioni e privilegi vengono specificati periodicamente. Ora, ad esempio, per le persone fisiche con rating bassi, sono previste le seguenti sanzioni: 1) il divieto di lavoro nelle istituzioni governative; 2) la negazione della sicurezza sociale; 3) l’ispezione molto attenta alle dogane; 4) il divieto di detenere posizioni di rilievo nell’industria alimentare e farmaceutica; 5) il diniego di biglietti aerei e cuccette nei treni notturni; 6) il rifiuto in luoghi costosi in alberghi e ristoranti; 7) il divieto di educare i bambini nelle costose scuole private. Questa è una lista lontanamente completa di punizioni che attendono i violatori delle regole del gioco. Ad esempio, per un Cinese “che ha commesso una mancanza”, può essergli sbarrato completamente l’accesso ai crediti o la previsione dell’aumento del tasso di interesse e condizioni speciali (più severe) di garanzia del credito. Si presume che le informazioni sui cittadini arriveranno dalle autorità municipali, dalle forze dell’ordine, dagli organi giudiziari, dalle banche, dal commercio e da altre organizzazioni commerciali in un unico centro per le informazioni. Inoltre, perverranno informazioni dai sistemi di videosorveglianza. Le città cinesi sono avvolte in una fitta rete di telecamere per la sorveglianza. Il Paese ha raggiunto un grande successo nella tecnologia, che consente di riconoscere una persona nella folla, la quale rientra nel campo visivo di una telecamera per la sorveglianza. Otto grandi aziende private cinesi sono associate alla realizzazione del progetto. Sono quelle aziende che dispongono di potenti database per i loro clienti e stanno lavorando per migliorare le TI. Tra loro ci sono Alibaba e Tencent. Queste aziende sono leader nel campo delle tecnologie finanziarie, non solo in Cina, ma anche nel mondo. […] Le informazioni che pervengono nell’unico centro vengono elaborate utilizzando la tecnologia dei big data. In uscita –il rating personale di un Cinese, che è di pubblico dominio ed è modificabile in base alla condotta online. Il rating di base, pari a 1000 punti, viene assegnato a tutti i cittadini che entrano nel sistema. Quando il “sistema di credito sociale” funzionerà a pieno regime, ogni bambino appena nato lo riceverà. Anche al momento della morte, ogni Cinese avrà un rating, dal quale dipenderà il modo in cui una persona viene accompagnata nell’ultimo viaggio. […] Le persone giudicate finite risultano essere quelle il cui rating è inferiore a 599 punti. Si tratta dei reietti, i quali ricevono un contrassegno sotto forma di lettera D. A queste persone non verranno dati crediti, non sarà loro venduto il biglietto per l’aereo, non saranno accettati per molti tipi di lavoro. Senza una cauzione, non saranno in grado di prendere a noleggio un’auto o addirittura una bicicletta. Un Cinese coscienzioso può accrescere il suo rating iniziale con un comportamento “corretto”, il quale prevede inoltre la delazione. Un cittadino che informa l’agenzia, in merito al comportamento “sbagliato” di un vicino o di un collega di lavoro, riceve ulteriori punti. La mancata segnalazione del comportamento “sbagliato” di un vicino è qualificata come “favoreggiamento” e “connivenza”, e sarà punibile con una multa sotto forma di detrazione dei punti di rating. Un Cinese bramoso di incrementare il suo rating deve capire con chi deve avere a che fare, con chi deve interagire e con chi no. Quindi, se entra in contatto con una persona che ha il contrassegno D, rischia di abbassare il suo rating. E se la interazione di un cittadino con una persona del gruppo D sarà di natura regolare, tale cittadino potrebbe rientrare nella categoria degli emarginati. Secondo il piano, il sistema dovrebbe essere implementato ovunque in Cina per il 2020, in seguito a sperimentazioni pilota. Il progetto è stato lanciato nel 2016 con lo slogan “Garantire la credibilità alle persone meritevoli con vantaggi in tutto e limitare in tutto coloro che non meritano credibilità”. Il “sistema di credito sociale” sta affrontando il test definitivo in diverse decine di città. Tra di loro la più famosa è Rongcheng (provincia di Shandong) con una popolazione di 670 mila abitanti. In questa città, un singolo centro di informazioni raccoglie dati da 142 istituzioni, analizzando 160 mila diversi parametri. Per coloro che sono già rientrati nel database del “sistema di credito sociale”, dal 1 ° maggio 2018 è entrato in vigore il sistema delle contravvenzioni e dei privilegi. Il mese scorso, i Cinesi che hanno ricevuto il contrassegno sotto forma di lettera D, erano già stati privati dell’accesso agli aerei e ai comodi treni veloci. Il mondo, con il fiato sospeso, osserva come in Cina viene creato un “sistema di credito sociale”. In due anni il sistema avvolgerà l’intero Impero Celeste. Qualcuno sta seguendo questo progetto, facendo conto di usare l’esperienza cinese nei loro Paesi, e qualcuno sta riflettendo con allarme sul fatto che nell’Impero Celeste si realizza la distopia di George Orwell.

 

Valentin Katasonov (traduzione di NICKAL88)

 

 
Inefficienza del privato PDF Stampa E-mail

19 Giugno 2018

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Da Comedonchisciotte del 17-6-2018 (N.d.d.)

 

Linea ferroviaria Edimburgo-Londra.  Gestita da privati, è fallita.  Per la terza volta in dieci anni, è lo Stato che deve rimettere soldi nelle casse vuote dell’operatore privato: l’equivalente di due miliardi di euro. Quando la linea era pubblica, la linea “rendeva” l’equivalente di un miliardo annuo. Ma  fatti simili non fanno nemmeno più notizia, in  confronto alla galleria degli orrori che ha prodotto la storica privatizzazione delle ferrovie, britanniche, promossa dalla Thatcher e  continuata da Tony Blair –  con evidente ostinazione ideologica  di consegnare al “mercato”  tutto ciò che era “dello Stato”: dal 1999  al  2000,   si sono prodotti 90 deragliamenti, collisioni con gran numero di  vittime (40 morti e 160 feriti nell’ottobre ’99,  a Paddington, nello scontro frontale fra due treni passeggeri).  Incidenti spesso dovuti ai risparmi fatti dai privati nella manutenzione, persino nel mancato sfoltimento delle chiome alberate che nascondono i semafori, nella ostinazione a non fornire le line del sistema in uso nel resto d’Europa, ATP (Automatic Train Protectin), che ferma un convoglio se il macchinista non “vede” il rosso. Ciò, a proposito della leggenda sulla maggiore efficienza del privato rispetto allo Stato nella gestione di pubblici servizi.   I prezzi sono forse più convenienti?  L’utente britannico paga 6 più del francese (dove la privatizzazione non è ancora avvenuta: da qui il braccio di ferro che Macron ha ingaggiato coi sindacati ferrovieri) per andare al luogo di lavoro, spendendo il 14% del suo reddito mensile, contro il 2% del francese.  Il prezzo dei biglietti, già carissimi, è ulteriormente aumentato dal 2010: del 27 per cento. Efficienza? Anche a mettere tra parentesi deragliamenti e collisioni – i ritardi sono enormi e all’ordine del giorno. Siccome a gestire le linee sono dozzine di società private, che non riconoscono i titoli di viaggio l’una dell’altra, il viaggiatore deve fornirsi di 5 o 6 biglietti, deve fare conti complicato per comparare i prezzi perché il tragitto costi il meno possibile, e in molte stazioni non sono disponibili tabelle complete degli orari e delle partenze. Una caratteristica che la unisce alla Finlandia, ultima arrivata nella privatizzazione: oggi non è più possibile ottenere informazioni nelle stazioni, o anche sui treni, perché l’operatore statale nel 2015 è stato suddiviso in 21 ditte private.  Le quali hanno immediatamente chiuso 28 stazioni su 200 (il 14%) perché non rendevano. Anche le condizioni dei lavoratori  inglesi  sono peggiorate:  lo status di ferroviere con contratto fisso è diventato una rarità, sostituito da interinali e precari assunti da ditte subappaltanti, contratti a zero ore[…] La Germania, indicata come modello di privatizzazione delle ferrovie, ha visto contrarre la rete da 415 mila a 330 mila chilometri, la  chiusura di 700 stazioni (ecco il punto: piccole stazioni sono “poco convenienti”,  dal punto di vista del profitto “rami secchi”), medie stazioni come quella di Magonza (200 mila abitanti) che chiude appena  fa  sera perché manca il personale; il personale è  stato tagliato, da 350 mila a 220 mila, e solo il 16% ha lo status di ferroviere, il resto sono i soliti interinali, precari, sub-appaltati. Le tariffe sono rincarate dal 30 al 50% un treno su 5 è in ritardo, e le compagnie hanno accumulato un debito di 20 miliardi di euro. In realtà, sono i contribuenti tedeschi a sovvenzionare questi privati: al ritmo di 8 miliardi l’anno per sovvenzionare gli azionisti delle linee regionali, organizzate in monopoli privati; la gestione della rete privatizzata viene sovvenzionata dallo Stato al ritmo di 19 miliardi di euro l’anno: tra il 1995 e il 2005, lo stato germanico ha sborsato 232 miliardi di euro. […] nel sistema di credenze detto “liberismo di mercato” c’è qualcosa di radicalmente sbagliato.  Non stupirà sapere che questo “sbaglio radicale” è stato adottato dalla Commissione Europea, che lo impone agli stati membri nella versione più estremista: separazione degli impianti fissi e del materiale rotabile, con l’assegnazione a ditte private della proprietà dei binari, che “affittano” all’azienda padrona dei treni dietro pagamento.  Abbiamo qui l’assurdo al quadrato, che “Il mercato” (o quel che la Commissione crede tale) è preteso in modo autoritario da un ente, come la Commissione, che si sottrae al “mercato” (se così vogliamo chiamarlo) del voto dei cittadini.

 

Bisogna risvegliarsi da questo incubo, dall’estremismo ideologico che considera la sete privata di profitto una garanzia di “efficienza” e “perfetta allocazione delle risorse”. Da troppo tempo prigionieri del pensiero unico liberista, non riusciamo a vedere che le ferrovie sono il tipico settore (altri ce ne sono) dove il privato non può (e per chi scrive, non deve) sostituire lo Stato. Non solo perché il servizio ferroviario nazionale è ciò che si chiama “un monopolio naturale”. Né solo perché comporta una tale mole di  investimenti in  grandi impianti fissi ed enormi infrastrutture  (gallerie, ponti, viadotti, distribuzione energetica)  addirittura secolari  “del tutto fuori dalle possibilità e soprattutto dagli interessi di qualsiasi privato, perché spese non recuperabili secondo una logica di impresa” o ammortizzabili in tempo perché un imprenditore umano possa cominciare a sperare di cogliere “i profitti”; ma c’è un motivo più fondamentale, così  evidente che si ha vergogna a ricordarlo: “l’obbligo  istituzionale,  per lo Stato,  di fornire il servizio  alla intera comunità nazionale alle medesime condizioni”. Ciò implica una mentalità gestionale del tutto diversa da quella che alimenta i “mercati”.   […] Trenitalia vanta enormi profitti, tanto da lanciarsi in investimenti all’estero: è una SpA, una “società per azioni” ma posseduta al 100% dallo Stato, che applica le regole del “privato”: fra cui l’espulsione del 43% della manodopera ereditata dalle FFSS.  Un “risparmio” che ha accollato come “spesa” allo Stato, al quale i 93 mila espulsi sono rimasti a carico, in qualità di pensionati. L’idea liberista assume che lo Stato “efficiente” deve essere gestito come un’azienda, precisamente un’azienda esportatrice.  Ma un’azienda non ha bambini da istruire, malati da curare, vecchi “improduttivi” da mantenere, non può “esternalizzare” questi che (per l’aziendalismo bocconiano) sono “costi”. Anche se nella sua nuova versione imposta dall’ideologia corrente, ci prova seriamente –  minando le basi stesse della sua continuità storica. La mentalità privatista, ossia egoista e a breve termine, non è quella che deve animare i responsabili dei servizi pubblici –   in cambio del loro stipendio sicuro, essi devono essere addestrati in modo da esserne pervasi da una visione severa ed alta, impersonale, del loro compito. Come grandi private esprimono una “cultura aziendale”, esiste una cultura statuale, che implica un senso della dignità propria e del compito, qualcosa che per forza bisogna chiamare senso della patria e responsabilità verso i concittadini.  Oggi questa cultura è stata irrisa, e anzi distrutta da cose come il diritto di sciopero e di associazione sindacale nel pubblico impiego, una aberrazione che ha riflessi psichici e nello scadimento morale dei dipendenti.  Ancor ieri, non era così. La divisa dei ferrovieri, come dei militari (ma anche degli scolari come la toga dei giudici, e in certi Stati l’uniforme anche degli alti funzionari) esprimeva appunto questa etica, il rivestire la persona privata della sua funzione pubblica, e cancellarvela. La funzione consiste(va) nel proteggere il cittadino – il povero e l’indifeso – precisamente dal “mercato”, e dalla diseguaglianza che produce.

 

Nelle situazioni belliche, la cosa è evidente, quando la mentalità “privata” e di mercato è solo di disturbo, eversiva e immorale – e bisogna far funzionare i treni sotto le bombe, la logistica, la distribuzione di energia, la riparazione delle infrastrutture danneggiate, e     persino la distribuzione della posta, costi quel che costi.  Il caso estremo è il tesseramento alimentare, il razionamento statale del cibo scarso: tipicamente, il “mercato libero” viene abolito d’imperio; diventa” mercato nero” ed un delitto passibile di fucilazione.  Non si considerano le eventuali inefficienze delle tessere annonarie, il “costo” del prezzo calmierato; tutto vale purché si impedisca ai pochi di spanciarsi mentre il resto del popolo muore di fame. Evidentemente qui è in gioco qualcosa di più morale e fondamentale della ”libertà” privata. Ma anche in situazioni più normali, è interessante constatare come l’opera dell’uomo di Stato consista nel sopprimere il mercato, o nel ridurne l’impatto. Enrico Mattei, quando stringeva accordi decennali con l’Iran o l’Algeria, sottraeva l’Italia, ma anche il paese produttore, alle variazioni imprevedibili e nevrotiche del mercato “spot” del petrolio: le due parti stabilivano un prezzo medio ed equo, conveniente all’Italia  ma anche (soprattutto) al paese produttore, che poteva contare così su introiti certi e prevedibili  per i suoi piani di sviluppo, e sottratti alla speculazione e ai ricatti  delle Sorelle – e del potere finanziario che sempre le accompagna, quando i “mercati”  offrono al paese in difficoltà per mancanza di fondi, perché il petrolio è crollato, di indebitarsi…ciò che finisce regolarmente con l’esproprio, da parte del capitale, delle ricchezze del paese indebitato, che si ha cura di rendere insolvente. I generi essenziali di prima necessità vengono, quando occorre, sottratti al mercato. Fra questi, l’emissione monetaria: tale era il “matrimonio” fra Tesoro e Banca d’Italia di prima del 1981 (o di qualunque altra banca centrale nelle altre nazioni), per cui questa era obbligata a comprare i Buoni del Tesoro eventualmente invenduti sui “mercati”. Ciò calmierava gli interessi richiesti dall’usura internazionale, salvò dall’aumento del debito pubblico e salvaguardava l’autonomia politica nazionale, consentiva di fare politiche di pieno impiego (a prezzo di un po’ d’inflazione) e non mancare dei fondi per programmi infrastrutturali – che mai il “mercato” farebbe, richiedendo investimenti grandi e di lunga durata. La ratio etica, se volete, era che il lavoro del popolo (perché “il denaro comanda lavoro”) non poteva essere abbandonato alle mani della speculazione straniera assetata di rendimenti immediati, e non all’interesse generale di quel popolo che indebita.  Sfido chiunque a sostenere che il sistema attuale di dipendenza dai “mercati internazionali” che giudicano il nostro debito pubblico, e del denaro creato al 98% dalle banche indebitando, sia meglio. O come amano dire i teologi del capitalismo finanziario, più efficiente. Un trentennio di privatizzazioni dovrebbe averci finalmente fatto capire che “lo scopo della privatizzazione dei servizi pubblici non è mai stato (neppure quello dei suoi più accesi zelatori) di migliorare il funzionamento dei servizi stessi, bensì di sostituirli con imprese aventi lo scopo di ricavarne profitto”.

 

Perdura invece il mito che lo Stato gestore sia burocrazia e spreco, mentre il capitale privato sarebbe il solo “creativo” e promotore di innovazione. È vero l’esatto contrario.   Guardate il vostro smartphone, che vi fa così felici. L’app che vi consente di trovare una strada in una città sconosciuta grazie a una mappa virtuale, nasce come apparato di guida dei missili da crociera.  Esso funziona solo grazie a certi satelliti artificiali geostazionari su orbite specifiche, che nessun privato si è mai occupato di mettere in orbita, né di mantenerceli. La fotocamera digitale con cui vi fate i selfie da mettere su Facebook, è stata concepita per i satelliti-spia: mica era possibile che lanciassero i rullini fotografici con il paracadute.  La miniaturizzazione che rende il vostro telefonino tascabile, è il risultato di ricerche per ridurre i volumi nei satelliti artificiali e nelle testate missilistiche. Tutto ciò – come la stessa internet a cui lo smart è collegato –  è stato inventato e concepito non da privati, ma nei laboratori del DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) ente di Stato americano, del Ministero Difesa. Nessun privato avrebbe mai investito e rischiato i suoi amati capitali nello sviluppo di simili invenzioni, delle quali, prima, non c’era “mercato”.  Poi i tipi alla Steve Jobs sono diventati miliardari, mettendo insieme i risultati delle ricerche militari in un oggetto commerciabile di successo; ma i veri geni che l’hanno inventato, sono degli sconosciuti signori americani di una certa età, che godono di una pensione di stato appena dignitosa. Hanno lavorato alle dipendenze dello Stato, lo stato ha dato loro le istruzioni su quel che voleva, lo stato ha finanziato le loro ricerche, quelle riuscite e le molte fallite, a fondo perduto e senza la preoccupazione di ricavare un profitto. Già: ecco perché la Thatcher s’è ben guardata dal privatizzare le industrie ad alta tecnologia, elettronica, aeronautica, difesa, e di quotarle in Borsa per farle acquistare da stranieri. “La caratteristica di queste industrie di alta tecnologia è di essere SEMPRE industrie di Stato, anche nei casi di apparente proprietà privata, come in USA” (si provi un capitalista cinese a scalare la Lockheed). “Perché queste industrie – tutte collegate con la difesa – sono d’importanza fondamentale? Prima di tutto, per la loro funzione di progresso tecnico, cioè di investimento del patrimonio tecnologico nazionale, e di garanzia di indipendenza dall’estero in alcuni settori vitali, anzitutto la difesa – ma anche per il loro contributo alla bilancia commerciale: infatti la prima voce di esportazione industriale di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Russia è l’aeronautica, cosa ben poco nota”. Così Antonio Venier, in Il disastro di una nazione- Saccheggio dell’Italia e globalizzazione, Padova, 2000, con prefazione di Bettino Craxi). Piaccia o no ai pacifisti, un paese che si priva delle industrie di alta tecnologia essenzialmente legate alla difesa, esce dal primo mondo. Diventa un paese come il Venezuela e l’Argentina, con la loro “borghesia compradora” irresponsabile, le università scadute, la cultura generale scadente, le intelligenze non richieste obbligate ad emigrare. Non so se vi ricorda qualcosa. Per contro la Russia, con un prodotto interno lordo minore del nostro, non è un Venezuela petrolifero grazie alle sue industrie militari avanzate e ai suoi scienziati integrati in queste industrie. Anzi è un protagonista geopolitico globale.

 

Maurizio Blondet

 

 
Siamo responsabili di ciò che abbiamo ereditato PDF Stampa E-mail

18 Giugno 2018

 

Da Appelloalpopolo del 15-6-2018 (N.d.d.)

 

Uno dei discorsi che attecchiscono più frequentemente sul tema migratorio è quello delle responsabilità storiche, dello sfruttamento occidentale, del colonialismo, ecc. L’idea di fondo è che in qualche modo l’accoglienza dei migranti, soprattutto se provenienti da certe aree del mondo meno sviluppato, sarebbe per così dire un doveroso risarcimento storico per abusi passati dell’Occidente. Ora, la dimensione storica non va certamente sottovalutata e le responsabilità storiche sono senz’altro qualcosa con cui fare i conti. […] Però a questo punto, così come può essere giusto guardare alla storia sotto la prospettiva delle colpe, allora sembra altrettanto giusto prendere parimenti in considerazione una prospettiva ampliata a tutte le forme di responsabilità storica. Ed è a questo punto che il quadro diventa più interessante, anche da un punto di vista filosofico. Già, perché a tutti coloro i quali vogliono far leva su colpe storiche per spiegare le necessità dell’accoglienza è forse giusto far osservare come di gran lunga la maggior parte delle colpe, dei meriti, delle responsabilità in genere, ogni paese li nutre al proprio interno, nei limiti di continuità territoriale delle sue città, delle regioni, dello Stato.

 

Ogni città, ogni territorio che abitiamo, è stato modellato nei secoli attraverso le fatiche e anche gli errori, attraverso il sacrificio, l’ingegno, spesso il sangue delle molteplici generazioni che ci hanno preceduto. Questo è un retaggio, stratificato generazione dopo generazione, nella speranza di chi ci ha preceduto di poter lasciare a chi seguirà qualcosa di meglio, forme di vita personale e collettiva migliori. Così come di fronte ad un paesaggio naturale, creato nel tempo, sentiamo di avere una responsabilità verso di esso e non riteniamo sia giusto poterlo snaturare a piacimento, così, a maggior ragione, dobbiamo pensare nei confronti dei territori, delle città, delle istituzioni, dei costumi, delle forme di vita che ci hanno permesso di nascere e crescere. Tutte queste cose non sono ‘nostre’, non sono a nostra disposizione: sono cose che, se ne siamo capaci, possiamo prenderci la responsabilità di tentar di migliorare in questo o quel punto, ma di cui dobbiamo essere consapevoli di non esserne gli arroganti padroni. Se mutamenti storici sembrano spingere verso uno snaturamento, un deterioramento, un mutamento incontrollato, la nostra responsabilità storica primaria va verso la conservazione di quanto abbiamo ereditato, di cui siamo innanzitutto gestori e fruitori, ma non proprietari. Se vogliamo parlare di diritti, ebbene noi non abbiamo nessun diritto di svendere o snaturare ciò che ci è pervenuto. Questo non significa naturalmente che mutamenti fisiologici non possano ed anzi debbano avvenire. L’unico modo efficace per conservarsi in forme viventi è mantenere un equilibrio nel cambiamento, non irrigidirsi in un’immobilità che si confà forse ad un minerale, ma non ad un vivente. Come in un organismo esistono processi quali la crescita, il metabolismo, la respirazione e molti altri in cui il medesimo corpo è attraversato da numerosi elementi che entrano ed escono da esso, così accade nella fisiologia di un’entità storica. In un organismo quella permeabilità è cruciale per la conservazione di un equilibrio in sviluppo. Ma al tempo stesso, non ogni ingresso di elementi esterni è accettabile: molti di essi risultano patogeni, disfunzionali, letali. Similmente in un’entità storica vi è una permeabilità necessaria. Vi è poi anche una permeabilità non necessaria ma comunque metabolizzabile; ed infine vi è una permeabilità esiziale e potenzialmente letale. Ciò vale per gli spostamenti di persone (migrazioni), ma non solo: vale, come è più facilmente riconosciuto, per gli atti esplicitamente aggressivi di agenti esterni (guerra), come per gli spostamenti di potere economico (capitale), o anche per variazioni ecologiche ed ambientali, sia che siano imputabili a qualcuno o che siano di origine ignota (parassiti, contaminanti, ecc.). In ogni organismo la sua prima e fondamentale funzione, per conservarsi in vita, è quella di sorvegliare e modulare, a seconda delle proprie condizioni, la propria permeabilità, il confine tra esterno ed interno. Non diversamente ciò avviene e deve avvenire per ogni entità storica, per ogni corpo politico, se vuole continuare ad esistere. E ciò naturalmente vale per ciascuna singola entità storica, che porta con sé gli oneri e gli onori, i meriti e le colpe, delle fatiche, dei sacrifici, degli errori e del sangue delle generazioni che hanno preceduto i viventi presenti. Tali responsabilità, colpe e meriti interni valgono naturalmente per ciascuno stato-nazione europeo come l’Italia o la Francia, non meno di quanto valgano per altri corpi politici come, ad esempio, per ciascuno degli stati dell’Africa sub-sahariana. Niente di tutto ciò vieta, né sconsiglia, la generosità, l’aiuto, la benevolenza verso individui in difficoltà, ma in tutto ciò non è l’appello a colpe e responsabilità a poter rappresentare alcuna leva. Ciascun individuo primariamente ha il diritto ad imputare colpe a, o viceversa può sentirsi debitore verso, ciò da cui proviene. È a quella dimensione che può e deve innanzitutto appellarsi, nel bene come nel male, nella gratitudine che rende responsabili verso le proprie radici, come nella colpevolizzazione per le mancanze di cui soffre.

 

Andrea Zhok

 

 
L'ipocrisia dei porporati PDF Stampa E-mail

17 Giugno 2018

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In meno di quindici giorni il Governo Conte e i suoi ministri sono stati impegnati e messi alla prova sullo scenario internazionale, soprattutto legato alla vicenda dei migranti presenti sulla nave Aquarius, alla quale è stato impedito l’attracco (ma non l’assistenza!) per via della chiusura dei porti italiani. Questa scelta muscolare del neo-ministro dell’Interno Salvini, sostenuto dai colleghi ministri e dal Premier Conte, ha portato a dichiarazioni a dir poco sconcertanti del Presidente francese Macron, perfetto degno erede della tradizione arrogante e prepotente dei capi di governo francesi, falsi e bugiardi come solo il motto “liberté-egalité-fraternité” potrebbe essere. Perfetto erede di coloro che prima di lui nella storia della grandeur francese avviarono una politica coloniale nei Paesi del Terzo Mondo tra le più brutali, in Africa come in Asia, e quando l’azione di de-colonizzazione avanzò, lasciarono strascichi e macerie in quelle società. Colpevoli di orrori e nefandezze in Indocina, colpevoli di nefandezze in Algeria, colpevoli di nefandezze in Ruanda. E, arrivando agli ultimi anni, la sciagurata e non dichiarata guerra alla Libia, e gli affari fatti con il regime dei militari del Myanmar. Ce ne è già a sufficienza, ma occorre aggiungere la riprovevole vicenda dei respingimenti a Bardonecchia e Ventimiglia di migranti con invasione del suolo italiano a opera della gendarmeria francese, senza che l’Italia del fu “er moviola” battesse un colpo! Ma stavolta non è stato così! Fortunatamente si inizia a cercare di non prendere più schiaffi in faccia e si mostrano i muscoli, ma soprattutto si disvela l’ipocrisia dei Paesi componenti la UE, su tutti la Francia. La quale forse pensava di poter godere del solito asse con la Germania, invece stavolta l’arroganza francese è rimasta isolata, avendo la cancelliera Merkel solidarizzato con l’Italia, e la sbruffonaggine del toy-president francese oscilla tra il ridicolo e l’imbarazzato.

 

Sul fronte interno, a parte i perdenti-di-successo impersonati da taluni esponenti di sinistra, su tutti Graziano del Rio, e qualche intellettuale da salotto avvezzo alla solidarietà più con le parole che con i fatti, e più con i soldi degli altri che con i propri, la critica maggiore è venuta da un esponente della Chiesa Vaticana, Monsignor Ravasi, che ha twittato un passo del Vangelo secondo Matteo. Siamo alle solite, ossia l’invadenza e lo sconfinamento di competenze di esponenti di questo Stato straniero di mezzo chilometro quadrato di territorio definito Città del Vaticano, sede del potere temporale della Chiesa Cattolica. Intervento che fa il paio con quello del presidente della CEI, cardinale Gualtiero Bassetti, che pochi giorni fa, all’indomani del nuovo governo Conte, dichiarò che avrebbero vigilato sull’operato dello stesso! Ma chi sono costoro?! Ma come si permettono?! Come è possibile che lo Stato italiano sia sempre meta di scorribande di governi stranieri, in particolare di questo minuscolo stato?! Non esiste nessun Paese al mondo sottoposto a tutele di qualsivoglia entità religiosa come l’Italia, laddove i nostri esponenti politici devono negoziare i loro provvedimenti preventivamente con lor signori in tonaca prima di procedere con decreti o leggi. Ma perché mai questi porporati romani, anziché vigilare sul governo italiano, non vigilano su quanto accade tra le loro quattro mura? Vivono in mezzo chilometro quadrato di territorio, ma è tra i più delinquenziali del mondo, tra prostituzione, pedofilia, riciclaggio di denaro con il quale si alimenta la criminalità nello spaccio di droga e commercio di armi, senza dimenticare la vergognosa vicenda di Emanuela Orlandi, una ragazzina scomparsa nel 1983 e della quale non si hanno più notizie, soprattutto perché in tale Stato si vuole evitare di rivelare quanto si sa alla famiglia che da oltre trent’anni si batte per la verità. A questa vicenda è inoltre legata la sepoltura di Enrico De Pedis, un componente della banda della Magliana, nella Chiesa di Sant’Apollinare e, seppur da fonti non confermate, rimosso soltanto a seguito di un accordo con la magistratura italiana che avrebbe dovuto sollevare dall’imbarazzo il Vaticano, chiedendone l’estumulazione, in cambio del dossier su Emanuela Orlandi. Inutile aggiungere che l’Italia fece la sua parte, il Vaticano no! Con questa mia filippica non intendo attaccare la Religione Cristiana, bensì il potere temporale, politico ed economico che si annida nel Vaticano, con i suoi eminentissimi porporati che rappresentano i veri mercanti del tempio contro i quali Gesù Cristo inveì due millenni fa.

 

La vicenda dei migranti si inserisce in un clima di ipocrisia tutta italiana, nella quale la presenza del Vaticano ha un peso consistente, un approccio di peloso solidarismo di facciata ha portato l’Italia ad essere il campo profughi del Mediterraneo, infatti dal crollo dell’URSS e dei Paesi europei oltre cortina, si sono avuti flussi migratori continui, dapprima dall’Albania, successivamente dai Paesi ex-Jugoslavia, ora dall’Africa nera e dal Maghreb. È dal 1991 che l’Italia accoglie migranti! Ma in questi quasi trent’anni di sbarchi l’Italia è cambiata molto, le famiglie sotto la soglia di povertà sono esplose, si parla di quasi cinque milioni, il debito pubblico ammontante al 120% del PIL (in lire) è ora al 135% (in euro), la disoccupazione giovanile è a livelli drammatici, il potere di acquisto è stato gravemente eroso, la tassazione locale e quella nazionale sono una tagliola per le tasche delle famiglie, il lavoro è sempre più precarizzato, tanto che da diversi anni circa centomila italiani, diplomati e laureati, se ne vanno all’estero in cerca di lavoro, dignità e speranza nel futuro. Premetto che capisco e ammiro chi, vivendo in un luogo senza possibilità, cerca fortuna altrove, tuttavia non riesco a realizzare qual è la strategia che i governanti di questo Paese hanno adottato sino ad ora: accogliere centocinquantamila migranti all’anno ed esportare centomila propri giovani verso il resto dei Paesi d’Europa, su tutti la Germania. Importiamo gente disperata, senza arte né parte, che non conosce neppure la nostra lingua, per esportare la nostra meglio gioventù, specializzata, con scolarizzazione medio-alta, pronta a lanciarsi con entusiasmo e grinta nel mondo del lavoro e a mettersi in gioco nel mondo degli adulti…qualcosa non torna! I porporati del Vaticano, con la loro ipocrisia dell’accoglienza, hanno contribuito pesantemente all’impoverimento del nostro Paese; invece di darsi un tono con ammonimenti da Santa Inquisizione, diano uno sguardo un po’ più attento e meno ipocrita alle fatiche e alle sofferenze delle famiglie (cristiane) italiane, alla luce del fatto che le chiese continuano a svuotarsi di fedeli, che i matrimoni religiosi sono sempre meno, che l’istituto della famiglia si sta sbriciolando e che anche le conversioni sono in netto calo. La scorsa estate un prete assurse all’onore delle cronache perché accompagnò in piscina dei migranti…alla luce di quanto poc’anzi scritto, forse sarebbe meglio che i preti tornassero a fare i preti, dall’abbigliamento, che prevede l’abito talare o la croce bene in vista, sino al fatto che al centro della loro missione ci deve essere sempre la parola di Cristo, non confondendo il proprio ruolo con quello dell’assistente sociale! Ma ho poche speranze in merito perché, come scrisse Maurizio Blondet nel suo bellissimo libro “Selvaggi con Telefonino”, l’Italia è il Paese dei preti ignoranti.

 

Roberto Locatelli

 

 
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