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Tutto giÓ scritto PDF Stampa E-mail

20 Gennaio 2017

 

Da Comedonchisciotte del 18-1-2017 (N.d.d.)

 

Più di quarant’anni fa il destino dell’Europa era già segnato. Tutto scritto. Nero su bianco. Globalizzazione, annientamento della politica, della tradizione e del ruolo delle nazioni. E condensato in poche pagine, come ama fare il potere. Il potere, infatti, non ama le chiacchiere; stila scarne direttive da perseguire con tenacia, per decenni, a qualsiasi prezzo (a prezzo della vita di interi popoli). A volte tali direttive affiorano in superficie; nel 1972 il destino dell’Europa (e di noi tutti) fu delineato, con chiarezza e rigore, in un discorso pubblico tenuto da Eugenio Cefis ai cadetti dell’Accademia Militare di Modena il 23 febbraio 1972 (di cui egli fece parte). È il discorso di un maestro rivolto ai propri allievi; parole di chi sa, precise e inappellabili. Un affioramento del vero potere. Ricordiamo chi fu Eugenio Cefis: già partigiano, dopo la guerra divenne dapprima vicepresidente dell’ENI, e poi, nel 1967, presidente a pieno titolo, sostituendo Marcello Boldrini (che si era insediato nel 1962, alla morte di Enrico Mattei). Eugenio Cefis fu molte cose: piduista della primissima ora (tanto che qualcuno lo ritiene il vero fondatore della loggia massonica), equanime finanziatore dei partiti di governo e del PCI, manipolatore dei giornali quali balocchi della propaganda, e supremo trasformatore dell’ENI da società nazionale a multinazionale attenta alle nuove esigenze filo-atlantiche. [Un piccolo inciso, più o meno divertente. Marcello Boldrini era originario di Matelica, in provincia di Macerata. A Matelica iniziò la propria folgorante carriera anche uno studente piuttosto svogliato, Enrico Mattei, che divenne in seguito un protetto del Boldrini; e lì, a Matelica, nacquero anche i genitori di Laura Boldrini, nipotina del potentissimo Marcello, l’uomo che sedette sulla poltrona dell’ENI nel 1962 – poltrona ancora calda delle terga del Mattei, fresco di assassinio. Ma sì, Laura Boldrini, attuale presidenta della Camera e difensora dei deboli e degli oppressi; quella Laura Boldrini che, prima di approdare all’UNHCR, fu giovin giornalista prodigio all’AGI (Agenzia Giornalistica Italiana, una controllata dell’Eni sin dal 1965, durante la presidenza dello zio Marcello) nonché all’AISE, Agenzia Italiana Stampa ed Emigrazione. Una piccola curiosità: quando su Wikipedia, alla pagina Laura Boldrini, cliccate su AISE non vien fuori il rassicurante AISE terzomondista, ma un altro AISE, ovvero l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna; come spiega Wikipedia, tale AISE è il “”servizio segreto per l’estero della Repubblica italiana, facente parte del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, con il compito precipuo di intelligence al di fuori del territorio nazionale e nel territorio nazionale nella branca del controspionaggio per la tutela dell’alta tecnologia e materiale dual use”. Una curiosità, appunto.]

 

Il discorso di Eugenio Cefis apparve nel bimestrale L’Erba Voglio, sul numero 6 del giugno/luglio 1972, quale ‘supplemento pedagogico’, col titolo La mia Patria si chiama Multinazionale. Il responsabile del periodico era Piergiorgio Bellocchio, fratello del regista Marco, uno dei rarissimi epigoni del pensatore Pasolini.Bellocchio pubblicò integralmente il testo con l’aggiunta di commenti chiarificatori. Una copia de L’Erba Voglio arrivò a Pier Paolo Pasolini. […] La lettura delle ventitré pagine di Cefis originarono una conversione totale del pensiero di Pier Paolo Pasolini. Da allora egli capì; e si pentì: smise di dare del fascista ai fascisti, perché intravedeva le mareggiate di un nuovo superfascismo, fluido e insinuante, avanzare verso le nostre deboli coste storiche; abiurò la trilogia della vita (la celebrazione del sesso e del corpo trionfanti) poiché negli ideali libertari del Sessantotto intuiva un grimaldello epocale per l’incipiente edonismo neocapitalista (e il capovolgimento perverso di ciò che quegli ideali superficialmente annunciavano); e abiurò, di fatto, anche dal PCI.

 

Ecco alcuni estratti del discorso. Si potrebbe essere tentati di definirli profetici, ma ciò costituirebbe un grave errore. Essi costituiscono, invece, una semplice presa d’atto. Cefis afferma: si è stabilito che il mondo sarà così; e, perciò, così sarà, per cui, cari miei, adattatevi a tali linee guida implacabili. In caso contrario ne resterete travolti. pag 8: “Anche nelle decisioni di investimento le imprese hanno attribuito un’importanza secondaria ai confini nazionali, scegliendo per i nuovi impianti la località che poteva apparire più proficua, indipendentemente dal fatto che questa si trovasse nell’uno o nell’altro stato”. pag. 9: “gli stessi studiosi prevedono che nel 2000 … oltre due terzi della produzione industriale mondiale sarà in mano alle 200/300 maggiori società multinazionali”. pag. 11: “fino a quando il nostro continente sarà frammentato in diversi stati, fino a quando la multinazionalità potrà essere identificata con uno o due paesi d’origine, cioè con i paesi delle società madri, le iniziative delle affiliate della multinazionale dovranno sempre combattere un certo clima di diffidenza e sospetto dovuto al fatto che i loro centri decisionali più importanti sfuggono al controllo del potere pubblico locale”. pag. 12: “… al limite può accadere talvolta che qualche governo proceda alla nazionalizzazione di singole unità produttive appartenenti alla multinazionale. Ma è difficile che un tale governo riesca a reggere alla pressione politica che le multinazionali possono esercitare”. pag. 13:” … è molto difficile che un paese ancora povero e arretrato possa permettersi di adottare iniziative politiche che scoraggino gli investimenti esteri. Le royalties che vengono versate al paese ospitante, la valuta derivata dalle esportazioni, i salari con cui la manodopera locale è retribuita, sono fatti economici di tale rilevanza da porre in secondo piano i problemi dell’autonomia e del prestigio politico”. pag. 15: “… ci si evolve sempre più verso l’identificazione della politica con la politica economica”. pag. 15: “se i controlli statali creano vincoli eccessivi agli investimenti e alle operazioni in un Paese, la società multinazionale può comunque agire potenziando le sue attività in altre aree geografiche e disinvestendo dal Paese in cui si sente troppo contrastata”. pag. 16: “All’affiliata di una società multinazionale è abbastanza facile dimostrare al fisco di essere sempre in perdita e, al tempo stesso, creare un buon affare per la casa madre …”. pag. 16: “Gli stati nazionali nei loro rapporti con le imprese multinazionali sembrano spesso come i giocatori di una squadra di calcio costretti da un assurdo regolamento a giocare soltanto nella propria area di rigore lasciando ai loro avversari la libertà di muoversi a piacimento per tutto il campo”. pag. 16: “anche dal punto di vista militare l’unica risposta possibile è quella di un allargamento della dimensione del potere politico a livello almeno continentale”. pag. 16: “la difesa del proprio Paese si identifica sempre meno con la difesa del territorio ed e probabile che arriveremo anche ad una modifica del concetto stesso di Patria … il concetto di Patria è un concetto che si è trasformato nel tempo tanto che, anche all’epoca del Risorgimento, ben pochi erano i cittadini che sapevano di essere italiani e non si consideravano semplici abitanti del Regno delle due Sicilie o del Granducato di Toscana”. pag 16: “… non si può chiedere alle imprese multinazionali di fermarsi ad aspettare che gli Stati elaborino una risposta …” pag. 17: “i maggiori centri decisionali non saranno più tanto nel Governo o nel Parlamento, quanto nelle direzioni delle grandi imprese e nei sindacati, anch’essi avviati ad un coordinamento internazionale”. pag. 17: “Gli eserciti nazionali basati sulla coscrizione obbligatoria potrebbero essere destinati a cedere nuovamente il passo ad apparati militari professionali analogamente a quanto avveniva secoli fa; apparati militari non dissimili nella loro carica di tecnicità da una moderna organizzazione produttiva”. pag. 18: “Il sentimento di appartenenza del cittadino allo Stato è destinato ad affievolirsi e, paradossalmente, potrebbe essere sostituito da un senso di identificazione con l’impresa multinazionale con cui si lavora”. pag. 18: “… è chiaro che se l’Italia è un mercato troppo ristretto per una grande impresa, l’Europa è invece il maggior mercato del mondo. Se esistesse un interlocutore a livello europeo in grado di esercitare un controllo politico sulle multinazionali, con poteri ben al di là della Comunità Economica Europea, le iniziative delle multinazionali potrebbero più facilmente contribuire a risolvere gli squilibri economici anziché aggravarli. Questa ipotesi però si potrà realizzare quando i singoli stati nazionali rinunceranno, almeno in parte, alla loro sovranità … mi sembra … utopistica la soluzione di chi vuol instaurare un’autorità internazionale, magari nell’ambito dell’ONU, per il controllo sulle imprese internazionali”.

 

Ed eccolo qui il nostro mondo, lumeggiato con certezza già quarant’anni fa. Una massificazione spietata da riorganizzare secondo un sistema di potere imprendibile, esteso liquidamente su tutto il pianeta; un feudalesimo di fatto invincibile che sussiste in ragione della propria diabolica forza di persuasione. L’Europa e l’Euro, la dissoluzione degli Stati sovrani, la riorganizzazione degli eserciti da base nazionale a contingenti privati a difesa del capitale, l’impossibilità per le singole patrie di contrastare efficacemente le corporazioni, il potere politico e di direzione economica sussunto nel potere finanziario globale. Tutto scritto. Nel 1972; persino in Italia, piccolo lembo alla periferia dell’Impero. Mentre si organizzavano manifestazioni e proteste la Storia procedeva implacabile, sottopelle. Chiosa Piergiorgio Bellocchio (anch’egli uomo del 1972) commentando tale distopia (apparente; era, invece, pura realtà): “Se le multinazionali fossero veramente ecumeniche che bisogno avrebbero di professionisti della guerra? Non basterebbero il loro esempio, e le loro opere di bene, per convincere il mondo? Ma Cefis sa benissimo che non è così. L’universo multinazionale che lui descrive è soltanto, in realtà, il vecchio universo capitalistico, soltanto più semplice, più duro, più grande … tutto lascia pensare che sarà ancora più inabitabile di quello … che viviamo adesso. L’universo cefisiano, quindi, non si presenta come universo della pace finalmente raggiunto, ma come teatro di scontri e di lotte (di classe) ancora più violente di quelle che si son già fatte: tutte le poste in gioco sono state infatti rialzate, e ogni volta che si alzerà un cartello di protesta si rischierà di prendersela con chi è padrone non più di una fetta di mercato, ma magari di tutto il mercato … per questa volta … non abbiamo fatto che rubare una dispensa, un manuale, un pezzo di cultura padronale. È sicuro, però, che dovremo procurarci qualche testo più nostro, e in fretta”

 

 Alceste

 

 
Liberali e liberisti PDF Stampa E-mail

19 Gennaio 2017

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Da Appelloalpopolo del 17-1-2017 (N.d.d.)

 

In Italia c’è una certa tendenza, dalla quale talvolta mi sono lasciato catturare anche io, ad attribuire al termine “liberale” significati non attestati o diffusi altrove: liberalismo come “concezione dell’uomo”, che farei risalire a Croce, secondo il quale il liberale era libero anche in prigione (ma Gramsci c’era in prigione e lui era antifascista a piede libero); liberalismo come concezione politica compatibile con il socialismo. Alludo al liberale che è (si dichiara) contraddittoriamente anche socialista: Pannella e Scalfari hanno rappresentato l’esito di questa tradizione, che si è rivelata puramente liberale. Ciò spiega la diffusione del termine liberismo, che ha la funzione di affermare che si potrebbe essere liberali ma non liberisti (Einaudi, l’idolo di fatto della seconda Repubblica, da vero liberale, lo negava). Invece, storicamente il liberalismo è stato compatibile con lo schiavismo e ha promosso e sostenuto il voto censitario e la prima globalizzazione, la quale generò emigrazioni a non finire. Il voto universale non censitario fu imposto ai liberali dal socialismo. Il liberalismo portò alla crisi del 1929 e infine ha promosso l’Unione europea e la seconda globalizzazione.

 

È opportuno accogliere la nozione ristretta ma storicamente fondata e diffusa del concetto di liberalismo ed elevare il concetto e la parola a nemici, perché non c’è liberalismo senza liberalismo economico. I sovranisti sono antiliberali e combattono il liberalismo. È un fatto che non può e non deve essere negato e che, anzi, andrà sempre più rivendicato. L’ordoliberalismo, invece, è soltanto una variante teorica del liberalismo; non bisogna rifiutare l’ordoliberalismo; bisogna rifiutare il liberalismo tout court.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Fuori le ONG dall'Ungheria PDF Stampa E-mail

18 Gennaio 2017

 

Da Appelloalpopolo del 16-1-2017 (N.d.d.)

 

Secondo il vice presidente del partito di Viktor Orban, adesso che Donald Trump si insedierà alla Casa Bianca, l’Ungheria intende dare un giro di vite a tutte le organizzazioni non governative collegate al miliardario George Soros. Il paese membro dell’Unione Europea userà “tutti gli strumenti a sua disposizione” per “spazzare via” tutte le ONG finanziate dal finanziere di origini ungheresi, che “serve i capitalisti globali e appoggia il politically correct contro gli Stati nazionali”, ha dichiarato martedì ai giornalisti Szilard Nemeth, il vice presidente del partito di governo Fidesz. Nessuno ha risposto al telefono all’Open Society Institute quando Bloomberg ha chiamato al di fuori dell’orario di lavoro. “Ritengo che a livello internazionale ci sia questa opportunità” in seguito all’elezione di Trump, sono queste le parole di Nemeth riportate dal servizio stampa nazionale “MTI”. I legislatori inizieranno a discutere un disegno di legge per permettere alle autorità la verifica dei conti delle ONG esecutive, come riportato dall’agenda legislativa del parlamento.

 

Orban, il primo leader europeo ad appoggiare pubblicamente la campagna di Trump, ha ignorato le critiche provenienti dalla Commissione Europea e dall’amministrazione americana del presidente Barack Obama per la costruzione di uno “stato illiberale” sul modello di regimi autoritari come Russia, Cina e Turchia. Nel 2014, Orban ordinò personalmente alla agenzia statale di revisione contabile di indagare le fondazioni finanziate dalla Norvegia, affermando che i gruppi della società civile finanziati dall’estero erano coperture per “attivisti politici pagati”. Orban e la sua amministrazione hanno spesso isolato le ONG supportate da Soros, un supporter del Partito Democratico americano con una grande rete di organizzazioni volte a promuovere la democrazia nei Paesi ex comunisti dell’Europa orientale. Anche Trump ha accusato il miliardario ottantaseienne di essere parte di “una struttura di potere globale che è responsabile delle decisioni economiche che hanno derubato la nostra classe operaia, spogliato il nostro paese della sua ricchezza e messo soldi nelle tasche di un pugno di grandi corporation ed entità politiche”. In una pubblicità pre-elettorale ha mostrato immagini di Soros assieme al presidente della Federal Reserve Janet Yellen, e dell’amministratore delegato del gruppo Goldman Sachs Lloyd Blankfein, i quali sono tutti ebrei. La Lega Anti-Diffamazione ha criticato la pubblicità per aver utilizzato “argomenti che gli antisemiti hanno usato per anni”.

 

Zoltan Simon (traduzione di Antonio Marrapodi)

 

 
Si ripete il tradimento degli intellettuali PDF Stampa E-mail

17 Gennaio 2017

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Da Rassegna di Arianna del 15-1-2017 (N.d.d.)

 

Gli intellettuali oggi sono quasi sempre lontani dal popolo e dai suoi sentimenti. Così si ha una negazione del monito con cui, nei "Quaderni del carcere", Gramsci ci ricordava l’importanza di “intellettuali che si sentono legati organicamente ad una massa nazionale-popolare”. Da parecchio tempo ormai si discute, peraltro con buone ragioni, sul tradimento degli intellettuali come ceto sociale: ossia sul loro abbandono – palese e conclamato – delle classi più deboli e sul loro convergente passaggio alla difesa incondizionata dei dominanti, ai quali forniscono dietro compenso il proprio “capitale culturale”. Quest’ultimo legittima sovrastrutturalmente l’ordine vigente, presentandolo ora come il migliore, ora come il solo possibile. Questa patologia – peraltro messa in luce anche dal compianto Bauman nel suo “La decadenza degli intellettuali” – si manifesta in due maniere principali: anzitutto, come palese difesa ideologica, da parte del ceto intellettuale, della classe dominante, in questo caso dell’oligarchia finanziaria post-borghese, post-proletaria e ultra-capitalistica che ha in odio i diritti sociali, le sovranità nazionali e tutto ciò che non sia allineato con il nuovo ordine liberal-libertario. Il secondo modo in cui la patologia del tradimento degli intellettuali si estrinseca concerne la distanza abissale che ormai separa costoro dal popolo concretamente esistente, coincidente con la nuova massa sfruttata, precarizzata e priva di rappresentanza politica e intellettuale.

 

L’intellettuale, oggi, si sente tanto più riuscito nella sua funzione quanto più si sa lontano dal popolo e dai suoi sentimenti, passioni, interessi e modi di vedere. L’intellettuale finisce, così, per diventare non il rappresentante del popolo, ma la sua antitesi. Si ha, dunque, una negazione – nella lettera e nello spirito – del grande monito con cui, nei "Quaderni del carcere", Gramsci ci ricordava l’importanza di “intellettuali che si sentono legati organicamente ad una massa nazionale-popolare”. Una simile concezione, oltre a non essere attuata, sarebbe oggi senza dubbio demonizzata come “populista” dagli intellettuali stessi, sempre pronti a usare questa categoria mediante la quale giustificano il proprio impegno per l’aristocrazia finanziaria (ossia, appunto, per il polo opposto rispetto a quello della “massa nazionale-popolare” di gramsciana memoria). È di qui, credo, che occorre oggi serenamente ripartire: dalla saldatura tra l’umanità pensante e l’umanità sofferente, tra gli intellettuali e il popolo, nel tentativo di ristabilire la “connessione sentimentale” – secondo un’altra splendida formula di Gramsci – tra pensiero e azione, tra teste e corpi, tra chi pensa il mondo e chi quotidianamente lo vive, tra chi comprende e chi sente. È questo uno dei non pochi compiti per il futuro.

 

Diego Fusaro

 

 
Omicidi in famiglia PDF Stampa E-mail

16 Gennaio 2016

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Da Rassegna di Arianna del 14-1-2017 

 

È accaduto un’altra volta e purtroppo accadrà ancora, fintanto che l’essere umano calcherà le scene del mondo. Un figlio di sedici anni, col concorso di un amico quasi maggiorenne, avrebbe massacrato a colpi d’ascia i suoi genitori. Quando si viene a sapere di tragedie come questa, il pensiero della maggior parte della gente (lo si può constatare dai commenti in calce agli articoli dedicati) corre immediatamente ed unicamente alla condanna da infliggere agli autori dell’efferato delitto: carcere duro a vita, lavori forzati, pena di morte e magari anche torture prima. Io lo capisco benissimo che la prima reazione è questa, e ci mancherebbe altro che questi due ragazzi, se verrà riconosciuta la loro colpevolezza, non dovessero pagare per il male – oserei dire lo scandalo! – che hanno commesso. Eppure la sensazione prevalente che mi pervade ogni volta davanti a un figlio che ammazza i genitori (o di genitori che ammazzano i figli, talvolta in fasce) non è quella di partecipare, anche solo idealmente, alla vendetta contro l’assassino, ma una percezione chiara e distinta della tragedia immane che si è consumata con un delitto del genere. Come si fa a non immaginare che un tempo questa famiglia può essere stata unita e felice? Com’è possibile non andare col pensiero alle cure amorevoli che questi genitori massacrati avranno dedicato al loro futuro carnefice allevato tra le mura di casa? Non si può, poi, non considerare che, alla fine, se accadono cose simili è anche perché spesso si lascia che le cose degenerino fino ad un punto di non ritorno. Non c’è dialogo, non c’è comprensione e non c’è voglia di spiegarsi e perdonarsi. Ogni volta le domande che mi faccio quando leggo notizie del genere sono le stesse. Ci saranno stati di mezzo i soldi? La droga avrà avuto un ruolo in tutto questo? Che si saranno mai fatti d’inescusabile, genitori e figli, per arrivare a tanto? Possibile che non si riesca a fermarsi prima di compiere l’irreparabile? Probabilmente non ci si può fare più nulla quando si giunge alle soglie del tragico epilogo. La questione è, semmai, non arrivarci e saper come fare. E forse sarebbe anche il caso di stendere un velo pietoso su questo tipo di vicende tanto dolorose, lasciando che gl’inquirenti (quando non vi è di mezzo qualche trama dai risvolti oscuri com’è in vari episodi di “cronaca nera”) svolgano il loro lavoro arrivando alle corrette conclusioni. Tanto più che in tutto “l’intrattenimento” morboso e inconcludente dei rotocalchi pomeridiani raramente si sentirà qualche considerazione dettata dal buon senso, per non dire da umana pietà, non di certo per l’assassino in quanto tale (che, ribadisco, deve pagare), ma per queste famiglie italiane, sempre più sole e disperate di fronte al nulla nel quale sono state spesso abbandonate (e si sono cacciate anche con le loro mani).

 

Dove sono i preti? Quelli che non vedi nemmeno più per la benedizione pasquale delle case (e quando li vedi puntano dritto all’obolo).  Si dirà che se non si frequenta la parrocchia non si può pretendere che quelli vengano a trovarti. Ma dove sta scritto questo? Forse che i sacerdoti non dovrebbero essere anche e soprattutto dei “pescatori di uomini” che annaspano nelle “acque” del mondo? E dove sono questi famosi “assistenti sociali” con stipendio fisso garantito? Il più delle volte incapaci, stante la povertà dei loro strumenti d’analisi (almeno i preti avrebbero, teoricamente, la Parola di Dio), di aiutare persino se stessi. E tacciamo infine dei parenti e degli amici, che salvo rare eccezioni non hanno mai tempo (ma per stare su Facebook sì), salvo poi sbalordirsi se, a un certo punto, il ragazzotto fa a pezzi mamma e papà e li ficca nel sacco nero dell’immondizia. A volte mi chiedo se tutto questo vivere nella bambagia abbia fatto bene ai giovani, poi futuri adulti ed incapaci di crescere altri giovani. Se ore ed ore davanti alle Play Station, il più delle volte a simulare massacri, non abbiano reso decerebrate intere generazioni, “programmando” gli elementi più indifesi a compiere atti d’inusitata ferocia. Penso anche all’inevitabile tragedia interiore che, passata la furia, investirà questo ragazzo, al quale, durante la necessaria espiazione dovrà essere assicurato un conforto morale e spirituale, che non vuol dire né sconti né “premi” anzitempo. Penso anche che se non facciamo mai nulla per capire dove s’annida “la follia” – che è molto più vicina a noi di quanto si pensi – e cosa si debba fare per debellarla, saranno sempre più dolori per tutti. Il mondo stesso diventerà un Inferno. Al catechismo insegnavano “onora il padre e la madre”, e fra un po’ ci manca poco che anche questo basilare pilastro della civiltà venga giudicato – in nome di chissà quale ideologia alla moda – obsoleto e non “al passo coi tempi”, perché comunque si deve far esistere una pretesa “questione giovanile”. La missione dell’uomo, fino a che l’ego perennemente insoddisfatto non aveva conquistato la prima fila, era sempre stata quella di darsi un “carattere”; non pretendere di avere una “personalità” fasulla e per giunta che questa venisse rispettata, dai genitori e dagli altri là fuori dall’atmosfera viziata di casa. Ma a forza di buttarsi dietro le spalle tutto, persino i Dieci Comandamenti, non ci si è resi conto che, come ebbe a dire profeticamente Dostoevskij, “se Dio è morto, tutto è permesso”. Che si creda o non si creda, la questione resta drammaticamente la stessa per tutti: quella di coltivare il senso della misura e del limite, che ha sempre rappresentato la base di ogni Civiltà, ma che l’uomo non può illusoriamente pensare di trovare in un vago e laico “buon senso”. Servono piuttosto istituzioni forti, sane ed autorevoli incarnate in Uomini degni di tal nome. Non le scuole-parcheggio governate da nullità dove si stravaccano frotte di ragazzotti perditempo. Non le università-diplomificio, ma scuole di vita, dove prima che immagazzinare nozioni su nozioni si viva a stretto contatto con dei Maestri. S’indicono “fertility day” del tutto effimeri quando si sa benissimo che si sta scientemente, su tutta la linea, dalle politiche del lavoro alla “cultura” che inonda le menti di ragazzi e adulti, massacrando il concetto stesso di famiglia. E fermiamoci qua, che è meglio, tanto anche queste saranno le ennesime parole al vento, in attesa della prossima “tragedia familiare” sulla quale si getteranno come sciacalli cronisti ed “esperti” per puro dovere professionale, senza che – non sia mai detto! – qualcheduno provi a far capire che il miglior antidoto contro simili tragedie starebbe nell’invertire diametralmente rotta rispetto a quella senza bussola che ha preso questa cosiddetta civiltà dell’uomo che non concepisce altro che se stesso ed il suo tirannico ego.

 

Enrico Galoppini

 

 
Vandalismo da esportazione PDF Stampa E-mail

15 Gennaio 2017

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Dopo i marò, adesso è il momento dei cojò. Sono i due ragazzi italiani che hanno strappato la bandiera della Thailandia (in Thailandia) e che ora lì rischiano di scontare due anni di carcere per oltraggio al simbolo nazionale. La diplomazia italiana si deve impegnare con tutte le sue forze per riportare a casa i cojò, che si sono scusati con la polizia locale affermando che a casa loro (in Italia), la bandiera non è così importante. Ed è per questo che usciti ubriachi come zucchine da una discoteca, in piena notte, si sono dati all'amabile ed estemporanea pratica del vandalismo, così apprezzata nella loro patria. Hanno strappato bandiere e preso a calci fioriere, cosa che qui da noi per i ragazzi vale almeno cento crediti scolastici.

 

I genitori dei cojò si sono detti esterrefatti. - E che sarà mai! Dal video che li ha ripresi si vede perfettamente che non hanno incendiato nemmeno un vecchio barbone Thailandese con il kerosene! - hanno dichiarato al Corriere della Sera. Da notare che i due ragazzi, che hanno il nome di una canzone di Cristina D'Avena: Ian e Tobias, non sono di qualche sperduto paese del sud Italia, ma di una città poco distante da Merano, in provincia di Bolzano, ad indicare che ormai in questa nostra nazione i cojò nascono e vivono ad ogni latitudine, anche se ai telegiornali dispiace. Incolliamo la foto dei cojò nelle nostre bacheche, listiamo a lutto i profili, scriviamo coi caratteri grandi: je suis cojò. Stiamo uniti nella disgrazia, adesso più che mai.

 

Simone Angelo Cannatà

 

 
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