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Quando le bestie si affratellano PDF Stampa E-mail

25 Maggio 2017

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Trastulli e fisime di una società in declino. In un ipotetico (e auspicabile) libro di Storia del futuro, il capitoletto dedicato agli animalisti potrebbe intitolarsi così. E l’inizio del testo potrebbe essere il seguente.

 

“Nel secondo decennio degli anni Duemila, nell’Occidente schiavo dell’economia speculativa e istupidito dai media mainstream, si sviluppò una forte ondata ‘animalista’. Invece di preoccuparsi dei veri e gravissimi problemi determinati dal liberismo, con le sue enormi disuguaglianze e i suoi stili di vita artificiosi (o ‘virtuali’, come si diceva allora), i sostenitori di questa bizzarra e composita fazione si diedero un gran daffare per i cosiddetti ‘diritti degli animali’.  Abbagliati dall’idea che gli animali e gli esseri umani fossero assimilabili, in quanto ‘esseri senzienti’, milioni e milioni di persone persero di vista la vera differenza tra gli uni e gli altri. Che non è nel sentire, ma nel pensare. Non nel mero provare delle sensazioni, ma nella capacità di divenire consapevoli”.

 

Ovviamente il capitoletto sarà più lungo – anche se poi non molto, poiché non ne vale la pena – ma il succo è questo. Miao-miao, o bau-bau, o sfrill-sfrill, a tutti.

 

Federico Zamboni

 

 
Un discorso grottesco PDF Stampa E-mail

24 Maggio 2017

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Da Rassegna di Arianna del 22-5-2017 (N.d.d.)

 

Filosofare sul “nuovo corso” per il Medio Oriente disegnato da Donald Trump nel viaggio in Arabia Saudita, soprattutto paragonandolo alle strategie proposte a suo tempo da Barack Obama, è un esercizio di rara futilità. L’uno e l’altro presidente, infatti, hanno un problema di discrasia tra le parole e i fatti. Obama ebbe rapporti a dir poco freddi sia con il saudita re Salman sia con il premier israeliano Netanyahu. Ma nel 2009 compì il suo primo viaggio all’estero proprio in Arabia Saudita – come Trump – e già nel 2010, poco dopo aver ricevuto il premio Nobel per la Pace, siglò con l’Arabia Saudita la più grande singola vendita di armi a un singolo paese della storia degli Usa: un affare da 62 miliardi di dollari, completato negli anni a seguire da altre forniture. Stessa storia con Israele, che da anni ha un asse strategico privilegiato con i sauditi: proprio Obama ha firmato nel 2016 la concessione di un pacchetto decennale di assistenza militare allo Stato ebraico da 3,8 miliardi di dollari l’anno, con un incremento di 700 milioni di dollari l’anno rispetto agli accordi precedenti. Patto che il dipartimento di Stato americano definì “il più grande accordo di assistenza militare nella storia degli Stati Uniti”.

 

Trump, che a differenza di Obama ha un forte problema di contestazione interna, si è affidato mani e piedi ai veri policy makers del suo paese, quelli che alla fin fine, al di là della forma, determinarono la sostanza anche degli orientamenti obamiami: dipartimento di Stato, apparato industrial-militare (ben rappresentato dal generale McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale), servizi segreti. Il risultato è quello che abbiamo visto. Un discorso sul terrorismo concettoso e pieno di belle parole: occorre una coalizione internazionale contro il terrorismo; le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che siano gli Stati Uniti a sconfiggere questo nemico che uccide in nome della fede; non siamo venuti a dirvi come dovete vivere; prenderemo le nostre decisioni sul mondo reale, non su ideologie inflessibili; quando sarà possibile cercheremo riforme graduali, non interventi improvvisi.  Discorso però grottesco in sé, per almeno due motivi. Il primo è che è stato tenuto in Arabia Saudita, cioè in casa del più grande sponsor del terrorismo che la storia conosca, il paese che ha devoluto centinaia e centinaia di miliardi alla causa del radicalismo islamico più violento, come tutti sanno e come la stessa Hillary Clinton ripetutamente ha scritto nel corso degli anni nelle mail poi pubblicate (e da lei mai smentite) da Wikileaks. Quale interpretazione abbiano dato al discorso i sauditi è assai chiaro, viste le accoglienze trionfali riservate a Trump: proseguite pure, noi saremo comunque al vostro fianco. Il secondo motivo è che ad ascoltare Trump c’erano 55 leader mediorientali che non possono riconoscersi allo stesso modo in quelle parole. L’egiziano Al-Sisi il radicalismo islamico violento dell’Isis ce l’ha in casa e cerca di soffocarlo con i metodi brutali che sappiamo. Che cos’ha da spartire con il Qatar, per esempio, che di quei violenti è uno sponsor? E il premier della Tunisia, Yussef al-Shaed, che deve gestire il paese che ha prodotto più foreign fighters in assoluto e non riesce a far approvare la legge per metterli sotto processo una volta tornati in patria, come s’inquadra nel grande abbraccio tra gli Usa e la cultura wahabita (“Non siamo venuti a dirvi come dovete vivere”) che di quei miliziani è ispiratrice? Ma soprattutto, come ai tempi di Obama, dietro i discorsi ci sono i fatti. E questi dicono che l’America di Trump, proprio come quella di Obama, si appresta a inondare l’Arabia Saudita con carichi di armi che faranno felici da un lato i terroristi che i sauditi supportano e dall’altro i “poteri forti” Usa (si parla di 350 miliardi di dollari in dieci anni, con 100 miliardi subito e gli altri a seguire). Lo stesso presidente ha avuto una gratificazione personale: Trump molto ha puntato su un programma di ammodernamento delle infrastrutture e re Salman ha deciso un investimento specifico da 200 miliardi in quattro anni. Soldi che il sovrano, alle prese con un deficit di bilancio da 53 miliardi di dollari che l’ha costretto a tagliare i salari di quel 65 per cento dei suoi cittadini impiegato nel settore pubblico, a quanto pare considera ben spesi. […] L’unica vera differenza tra ieri e oggi, tra Obama e Trump, è la maggior enfasi ora posta sull’Iran come causa di tutti i mali del Medio Oriente. Rex Tillerson, il segretario di Stato, ha addirittura intimato a Teheran di ritirarsi dallo Yemen e dalla Siria. La rielezione del riformista Hassan Rouhani, confermato presidente con un buon responso delle urne, ha in parte depotenziato la polemica, che è un chiaro omaggio all’asse Arabia Saudita-Israele e un monito indiretto alla Russia, alleata dell’Iran e della Siria di Assad. L’accordo sul nucleare del 2015 fu in effetti la pagina più riuscita negli otto anni di politica estera di Barack Obama. Ma sarà bene ricordare che le sanzioni Usa contro Teheran, in vigore da 25 anni, non sono mai state ritirate per l’opposizione del Congresso a maggioranza repubblicana. Con queste posizioni, dunque, Trump potrebbe anche voler riconquistare quella parte del partito repubblicano che non l’ha mai amato e continua a tenerlo sulla corda. Il che porta a due ipotesi. Se Trump e i suoi davvero credono che sia il solo Iran a destabilizzare il Medio Oriente, e non vedono l’enormità dei danni arrecati da loro fedeli alleati come Arabia Saudita, Qatar e Turchia, possiamo solo aspettarci altre guerre e distruzioni. Se invece si tratta di propaganda a uso interno… anche. Perché vuol dire che Trump ha già subito un impeachment di fatto e che a governare sono altri. Proprio quelli che The Donald tanto criticava in campagna elettorale.

 

Fulvio Scaglione

 

 
Caos come metodo di governo PDF Stampa E-mail

23 Maggio 2017

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Da Rassegna di Arianna del 21-5-2017 (N.d.d.)

 

A Teheran, fra i partecipanti alla conferenza internazionale New Horizon, ho potuto conoscere finalmente il Comitato Invisibile di Tarnac, autore collettivo, nel 2008, del breve, ma epocale saggio “Gouverner Par le Chaos”.  Governare attraverso il caos. […] Eccone le tesi principali:

 

Le classi dirigenti hanno adottato il caos come metodo di governo più efficace per mantenersi al potere.  Quel caos che fingono di combattere, è la loro strategia privilegiata di controllo. Jacques Attali, il futurologo ebreo che ha creato artificialmente Macron, lo ha detto perfino chiaro nei suoi scritti e nelle conferenze. I dirigenti d’oggi non perseguono che due scopi; il primo, realizzare un governo mondiale; l’altro, proteggere il governo mondiale da ogni rovesciamento e nemico, attraverso un sistema di sorveglianza generalizzato fondato sulla tracciabilità totale delle persone e delle cose. Come   si diventa padroni del mondo? “Centralizzando l’ordine e il potere attorno a una minoranza e spargendo il caos nel popolo, ridotto al livello di burattini nel panico”. Molto più comodo che farsi obbedire dal popolo migliorandone le condizioni, risolverne i problemi   sociali (dalla disoccupazione al disordine pubblico, dalle disparità crescenti ed inique alla droga). Le élites, governando col caos, non si assumono più alcuna responsabilità verso i cittadini delle crisi che provoca il capitalismo terminale. Anzi il caos finanziario permette di giustificare la concentrazione del potere delle grandi banche d’affari; l’11 Settembre giustifica il potere insindacabile dello Stato Profondo; la strage al Bataclàn, il mantenimento delle leggi speciali che Hollande aveva varato per la strage di Charlie Hebdo (aveva già sul tavolo il decreto da firmare). “Abolire tutte le frontiere”, anche interiori, è la loro tecnica.  Attenzione: sono cose che sapete, adesso nel 2017, e solo da lettori avvertiti. Le masse non ne sono affatto consapevoli. Ma il Comitato Invisibile ne ha scritto nel 2008 – quando ancora il caos concentrico (finanziario, bellico, terroristico eccetera) non era ancora dispiegato pienamente. […]

 

Premessa: Ciò che importa al potere più di tutto – mi ha spiegato il Comitato a Teheran – “è distruggere il legame tra il reale e la ragione [Tommaso d’Aquino approverebbe: la verità è l’adeguarsi dell’intelletto al reale]. Fare in modo che il ritorno al reale sia indefinitamente differito, sicché il discorso del potere diventa il paradigma del pensiero; discorso pronunciato in quella lingua mediatica, la neo-lingua”. E come si ottiene questo?  Dicevano gli anarchici di Tarnac nel 2008: “La distruzione delle capacità di autonomia dei dominati – è la risposta – passa per l’abolizione delle frontiere del loro essere: individuale e collettivo. Finché esistono frontiere, è possibile opporre un sistema di valori a un altro”, un tipo di diritto all’altro, distinguere uomo da donna, madre da padre [distinguere in Niki Vendola lo schiavista, non mamma], cittadino da straniero, insomma vero da falso,  giusto dall’ingiusto, normale da anormale … Risultato: finché resiste un   solo confine, il potere non può ancora chiudere la sua matrice, la costruzione di “uno ‘spazio di vita’  puramente virtuale in cui la massa potrà fare le sue evoluzioni senza mai toccare  il reale – a cui il sistema ha dedicato tutte le tecniche del comportamentismo, dello spettacolo,   della programmazione neuro-linguistica, delle tecniche pubblicitarie, dell’ingegneria sociale”. La distinzione primordiale fra uomo e donna, ma anche fra figlio e madre e padre, è potentemente esemplificata nel mito di Edipo, coi suoi sacri tabù (al figlio non è lecito andare a letto con mamma), che sono “l’organigramma originario di un gruppo, la sua capacità di costituirsi in organizzazione”. “Fare la promozione dell’indistinzione dei ruoli e dei cambiamenti di luogo, far passare le voglie personali avanti al rispetto dell’organigramma del gruppo”, ha lo scopo di “ridurre   quel gruppo a individui giustapposti, incapaci di comunicare e di cooperare” – all’essenziale compito politico di rovesciare i Signori del Caos.  “Facilitare l’espressione dell’individualismo fallico è parte della strategia della disorganizzazione. A livello comportamentale, si traduce in una cultura dello spontaneo, dell’impulsivo del viscerale, del flessibile e della ricerca del risultato immediato, con la conseguente incapacità di concentrazione, di pianificazione e di elaborazione di strategia di lungo termine”. Lo stesso vale anche per le grandi immigrazioni con le ONG che vanno a raccogliere a centinaia di migliaia i profughi che hanno pagato somme che in Africa bastano ad aprire un’attività utile? Ovvio, è la risposta: “Il mondialismo distrugge le frontiere nazionali” come le frontiere mentali, mentre “il consumismo regressivo cancella le frontiere dell’essere individuale”.  Naturalmente tutto ciò secondo le esigenze del capitalismo terminale, “dove i ricchi si possono arricchire ancora solo impoverendo i poveri e seminando il caos nel loro modo di vita – E per far meglio accettare il caos e la destabilizzazione   alle popolazioni, si è chiamato tutto ciò “progressismo”.  Il risultato è sotto gli occhi di tutti: oggi non c’è più differenza tra la Sinistra e le Spice Girls. Cohn-Bendit e Lady Gaga, même combat!”. Grazie a questa suggestione, anch’io povero italiota mi faccio domande: Boldrini e Bello Figo “No pago affitto” uniti nella lotta? Peggio. Esiste ancora una differenza tra Papa Francesco e le Spice  Girls? Entrambi icone pop di successo…. Vi lascio con questa domanda, ma non è   che una prima puntata sui metodi di “governare col caos”. […]

 

Maurizio Blondet

 

 
Quando c'era l'industria pubblica PDF Stampa E-mail

22 Maggio 2017

 

Da Appelloalpopolo del 19-5-2017 (N.d.d.)

 

L’IRI dava lavoro a mezzo milione di italiani, teneva lontane le multinazionali dalle acquisizioni, salvava dal fallimento le aziende private inefficienti, investiva nel mezzogiorno, aveva le migliori relazioni sindacali tanto da farsi definire da Confindustria “l’anello debole della catena”, e faceva utili, tassati nel nostro Paese, che venivano reinvestiti nella crescita economica dell’Italia.

 

Poi arrivarono quelli delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni e oggi abbiamo disoccupazione, fallimenti aziendali, acquisizioni straniere e le peggiori relazioni sindacali della storia repubblicana, anzi non abbiamo per niente relazioni sindacali. Gli utili, ormai solo delle multinazionali, finiscono detassati nei paradisi fiscali.

 

E per l’ignorante, oggi, la soluzione è meno Stato.

 

Andrea Franceschelli

 

 
Perseguitato politico PDF Stampa E-mail

21 Maggio 2017

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Come se nulla fosse, o quasi. La Svezia ha finalmente deciso di ritirare le accuse di stupro contro Julian Assange – che a causa di queste incredibili lungaggini è costretto da quasi cinque anni a vivere segregato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra – e i siti dei “grandi” quotidiani danno la notizia nel modo più neutro possibile.  Il fatto che la cosiddetta inchiesta sia durata addirittura poco meno di sette anni, prima di riconoscere che era il caso di lasciar perdere, è presentato come un mero dato di fatto. Sette anni, settanta, settecento: a loro che gliene frega, visto che si tratta della vita di qualcun altro, e in particolare di qualcun altro che è inviso ai potentissimi USA?

 

Allo stesso modo, ci si guarda bene dal commentare l’inquietante puntualizzazione della polizia inglese, con Scotland Yard che si affretta a precisare che, nonostante la marcia indietro della Svezia, il mandato di arresto a carico del fondatore di Wikileaks resta in piedi, sia pure per "accuse molto meno gravi".  Ma anche qui, che volete che sia? Per piccole che siano, le violazioni che gli vengono addebitate dagli inquirenti di Sua Maestà, rimangono problemi di Assange: stupido lui, a mettersi contro i padroni del mondo.

 

Federico Zamboni

 

 
Senza Patria, senza Classe, senza Dio PDF Stampa E-mail

20 Maggio 2017

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Da Rassegna di Arianna del 18-5-2017 (N.d.d.)

 

In Francia (e non solo) il vecchio Socialismo è morto. Ad ucciderlo non sono state solo le pessime esperienze di governo, quanto soprattutto l’ambiguità dei suoi leader, esempi viventi dello svuotamento delle appartenenze ideologiche, nell’innaturale commistione tra individualismo borghese e aspettative frustrate di cambiamento sociale. Oggi, nell’immaginario socialista ad avanzare non è più il Quarto Stato, il fronte del lavoro forgiato dai sacrifici, ma il mondo arcobaleno della società gaudente, pacifista (e quindi tutt’altro che disposta ad affrontare la lotta sociale), abortista (e perciò non proletaria), antiproibizionista (e dunque votata alla fuga dal reale), transgender (ed allora condannata ad essere senza identità). In questo socialismo non c’è più spazio per l’Avvenire da conquistare, per i miti dello sciopero generale di soreliana memoria, per la “funzione civilizzatrice” del mondo del lavoro teorizzata da Karl Marx. Ad avanzare è ancora la Rivoluzione dell’89, quella coerentemente individualista, formalisticamente avvinghiata ai diritti dell’Uomo, dove – per dirla con Isaac René Guy Le Chapelier, l’uomo che abolisce il vecchio ordine sociale - “a  nessuno è permesso di ispirare agli altri cittadini un interesse intermediario, di separarli dalla cosa pubblica con uno spirito di corporazione”. Ecco la parola chiave oggi ritornata al centro della vulgata liberal-socialista: “disintermediare”, rompere cioè i vecchi vincoli, le appartenenze tradizionali, i legami sociali, nel segno del neoindividualismo, sradicato e sradicante. Senza Patria, né Classe. Né un Dio in cui credere. Né un’etica a cui conformarsi.

 

Tutto perduto dunque? Tutto destinato alla più grigia omologazione? Al contrario: mentre si sfarinano le vecchie appartenenze una nuova domanda di socialità sembra emergere. Niente a che fare con il vecchio determinismo di classe, con le utopie internazionaliste, con le visioni materialistiche, assiomi di fondo che, nel corso dei secoli, hanno portato – come si è visto – alla sostanziale assimilazione tra   socialismo e liberal-capitalismo. Avanza un nuovo anelito sociale, ancora frammentato e confuso, che parla, malgrado tutto, il linguaggio della solidarietà, sperimenta l’auto organizzazione, traduce in forme associative la domanda partecipativa. Ha base etiche, ma è tutt’altro che astratto. Rivaluta l’identità nazionale, riconoscendo nei territori e nelle comunità di produzione un valore irrinunciabile. Rifiuta l’anonimo potere finanziario, ma non disdegna il confronto con la “controparte”, rappresentata da un capitalismo reale, produttivista, sfidante. Non è un’ideologia codificata, quanto piuttosto una serie di quesiti che attendono risposte sul valore del lavoro, sul recupero delle identità familiari, professionali, territoriali e nazionali, sul senso della democrazia, sugli spazi di una nuova giustizia sociale. Oggi, semplificando, si tende a rinchiudere questo nuovo anelito nel girone del “populismo”. In realtà è il sintomo di una domanda generale di nuove sintesi e di nuovi linguaggi, in grado di superare le vecchie appartenenze novecentesche, riorganizzandole sulla base degli interessi superiori delle collettività, laddove il Socialismo ha fallito ed il neoliberalismo sta creando solo macerie. Il vero problema, preso atto della crisi in atto, è trovare un’Idea capace di coagulare tante aspettative, riuscendo a declinare la forza di un progetto con le speranze della gente.

 

Impresa non facile. Qui più che di filosofi o di politici c’è bisogno di Poeti.

 

Mario Bozzi Sentieri

 

 
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