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Terapie intensive PDF Stampa E-mail

24 Febbraio 2020

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Da Comedonchisciotte del 22-2-2020 (N.d.d.)

 

Il vero collo di bottiglia del coronavirus, quello che fa la differenza (per i casi gravi) tra guarire o trapassare, sono i posti in terapia intensiva. I due cinesi ricoverati allo Spallanzani, due casi molto seri, probabilmente la sfangheranno proprio perché hanno goduto per un mese di un reparto a loro dedicato e delle cure dei migliori specialisti in esclusiva. In un contesto non dico alla Wuhan, ma semplicemente un tantino più complesso, magari non avrebbero neppure trovato posto e sarebbero finiti nella lista dei deceduti. Esagero? Forse. Ma guardate qui sotto la situazione dei posti letto in terapia intensiva in Italia, ce la fornisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità. È aggiornata -si fa per dire- al 2013 e non si hanno notizie di cosa sia accaduto nei 7 anni successivi, ma l’andazzo non fa presumere nulla di buono: se nel 1980 l’Italia vantava 922 posti letto di terapia intensiva ogni 100mila abitanti, nel 2013 erano scesi ad appena 275. Come stiamo messi nel 2020 non voglio neppure saperlo, altrimenti non ci dormo la notte. Tutti questi posti letto, inoltre, non se ne stanno lì vuoti ad aspettare i malati di coronavirus. Sono già occupati 365 giorni l’anno da infartuati, vittime di incidenti e altri ammalati in emergenza: che facciamo, li buttiamo giù dal letto? Bastano appena pochi casi gravi di coronavirus per mandare in tilt il sistema ospedaliero di qualsiasi città.

 

Non mi piacerebbe vedere il mio Paese, uno dei migliori del mondo quanto a sanità (ne resto convinta), costretto ai triage per decidere chi può campare e chi si deve invece affidare alla Vergine di Lourdes. Forse siamo ancora in tempo: l’Italia è leader nella produzione di biomedicali da emergenza (fortunatamente non li importiamo), un decreto d’urgenza del governo potrebbe rimpinguare gli ospedali consentendo l’apertura di nuove terapie intensive almeno basiche, e sancire l’assunzione immediata di nuovo personale medico e infermieristico per qualche mese. Non possiamo neppure permetterci medici e infermieri in quarantena (o peggio ammalati) senza sostituzione, data la carenza già cronica. Un governo in piena facoltà di prendere decisioni agirebbe immediatamente in questo senso. Un governo che non può fare nulla senza permessi esteri, dallo spender soldi al dichiarare le emergenze, se ne sta lì preoccupandosi solo dell’”allarmismo” mentre nell’ospedale di Lodi non hanno neanche le mascherine. Muovetevi ragazzi, è l’ora di diventare fateprestisti.

 

(UPDATE: Al 2017, sembra che i posti in terapia intensiva del SSN siano 8,42 per 100mila abitanti, più 4,30 in unità coronarica. A meno di errori, un crollo tragico).

 

Debora Billi

 

 
Il ricatto di Idlib PDF Stampa E-mail

22 Febbraio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 20-2-2020 (N.d.d.)

 

Il momento di uno scontro militare vero tra Turchia e Siria, tra gli eserciti di Recep Tayyip Erdogan e di Bashar al-Assad, sembra di ora in ora più vicino. E la mediazione della Russia, alleata di Assad ma in ottimi rapporti con Erdogan, sembra avere poco effetto. Assad vuole riconquistare l’intero territorio e la provincia di Idlib, al confine con la Turchia, è un crocevia delle linee di comunicazione tra i principali centri del Paese. Erdogan, che ha coltivato il proposito di sbarazzarsi di Assad e annettere la parte Nord della Siria, controllando ancor più di quanto già faccia le sorgenti che alimentano il Tigri e l’Eufrate, gioca la carta umanitaria. A Idlib ci sono tre milioni di persone che, al procedere dell’avanzata siriana da Sud, si spostano verso Nord, con l’evidente intento di sfuggire alla guerra e mettersi al sicuro in Turchia. Per quanto riguarda la Turchia, però, c’è un elemento che viene di solito trascurato. A Idlib resistono circa 15 mila guerriglieri di Hayat Tahrir al-Sham (Hts), ovvero l’ultima versione di Al Qaeda, supportati da una galassia di gruppi armati che comprendono ceceni, miliziani uiguri cinesi e i resti dell’Esercito libero siriano. Tutti sono stati, o sono, al soldo della Turchia che li ha aiutati nei modi più diversi. Con il denaro e con le armi, ovvio. Ma anche comprando il petrolio e i reperti archeologici che questi arraffavano in Siria. E soprattutto consentendo loro di usare la Turchia come una comoda retrovia ove installare uffici, basi, conti correnti, reti di trafficanti di ogni genere e specie.

 

Tale presenza, in questi nove anni di guerra, si è radicata oltre misura. E quella che nei primi tempi era una concessione, per le autorità turche è ora diventata una necessità. Il ministero del Tesoro americano, per esempio, non fa che sollecitare i turchi a prendere misure più serie contro il riciclaggio di denaro. Gli Usa lo fanno perché attraverso la Turchia anche il Venezuela di Nicolás Maduro e l’Iran di Alì Khamenei sono riusciti a bypassare le sanzioni. Ma nel frattempo hanno dovuto prendere atto che nel 2017 sono passate per i tribunali turchi più di 6 mila persone accusate di riciclaggio e che solo 117 sono state condannate. Per la Turchia, quella che era un’alleanza, un patto d’interessi, è diventata un obbligo. Deve difendere i terroristi assediati a Idlib per non subire ritorsioni in casa propria. Erdogan ha pensato di risolvere almeno in parte il problema spedendo un po’ di quei miliziani in Libia, a dar man forte al governo di Al-Sarraj, ormai legato mani e piedi alla Turchia. Non osa però abbandonare gli altri. I gruppi islamisti non sono teneri con chi li scontenta o, peggio, “tradisce” la causa. Erdogan lo sa bene. Nel luglio del 2015 un gruppo turco legato all’Isis mandò un kamikaze a farsi esplodere a Suruc, a una decina di chilometri da Kobane, provocando 34 morti. E il primo gennaio del 2017 un attentatore armato entrò in una discoteca di Istanbul, uccidendo 39 persone in una strage poi rivendicata dall’Isis. Sono solo i due maggiori esempi. Altri ce ne sono stati. E altri ne potrebbero arrivare se Erdogan decidesse di mollare i terroristi di Idlib al loro destino.

 

Fulvio Scaglione

 

 
Una generazione edonista PDF Stampa E-mail

21 Febbraio 2020

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Nella giovinezza, adagiati sui diritti che il percorso ci offriva non avremmo accettato la critica che ci diceva d’essere in errore, d’essere i fautori di un futuro mortificato. Non lo avremmo accettato; senza se e senza ma. Ciò che vedevamo per noi era nel nostro diritto prendercelo. Gli altri, quelli che sarebbero venuti dopo, non c’erano e il futuro era semplicemente un affare nostro. Ora che i tempi ci permettono sguardi prima accecati dalla vanità, ci crucciamo di fare qualcosa di utile e riparativo per chi verrà poi. E lo facciamo con esuberanza intellettuale, elevando noi stessi a senatori della saggezza. Ma guardare avanti ora, dà la sensazione che non serva. Che il tempo sia passato mentre carriera e svaghi, ideologie e interessi privati sfilavano la vita come sabbia tra le dita.  I nuovi giovani trovano il mondo che noi gli abbiamo lasciato e lo credono il solo possibile. Come accadeva a noi. Nessuno di loro è disponibile a rinunciare a quanto vede alla sua portata. Si affacciano al mondo dalla finestra delle loro brevi vite. Avvertono il potere che l’infanzia non gli permetteva. Iniziano ad interpretare e a credere e a credere di aver capito. Sono in un flusso che travolge loro e ciò che incontrano. Banalmente sono costretti a rispettare le spinte della loro biografia. Non lo sospettano ma sono repliche da sempre sulla scena del mondo. Parlano di novità. Ci mettono convinzione e determinazione. Dentro il ciclo dell’avanguardia avanzano impudichi di ciò che poi si pentiranno. Si risolleveranno però dal senso di colpa con un così va il mondo qualunque.

 

Questo è quanto la generazione in scadenza ha di fronte, o alle spalle se si preferisce. Il confronto è ad armi impari: il dialogo non ha terreno per divenire essere. Nonostante l’età – di una vita intera evidentemente trascorsa dentro la sterilità dei dogmi – ci si cilicia di accanimento intellettuale. Ci si appella alla ragione, che non sa evitare di richiamarsi al buon senso, impiegato come fosse un napalm d’intelligenza capace di azzerare le difficoltà di comunicazione. Ma è semplicemente incapace di riconoscere come stanno le cose: l’esperienza non è trasmissibile. Le nostre buone parole non saranno che ulteriori interruzioni generazionali, qualunque esse siano perché il medium è il vecchio e i giovani lo sentono. Nessuna ragione è mai bastata a raggiungere le profondità delle emozioni. Una schiuma dalla dinamica incontrollabile, dal centro soggettivo, che riempie i vasi fino all’ultimo capillare dei nuovi esploratori. Non resta che la coercizione e poi la compressione, quindi lo scontro e se possibile la soppressione. Ognuno di noi pieno di sé non è in grado di ricreare la filologia delle ragioni dell’altro. Dovremmo essere pieni di femminino, allora sì la relazione sussisterebbe, lo scontro si ridurrebbe. Continueremo a dileggiarle e criminalizzarle quelle ragioni diverse. Continueremo a ergerci a giudici di un mondo intero nonostante il nostro scranno galleggi su una corteccia tra le acque bianche dell’illusione. Azioni sobrie a nostro parere. Necessarie per alleviare il vuoto che ci separa dai nostri figli.  Un abisso che abbiamo riempito di idee che avevamo credute rispettabili. Ma ora è chiaro, erano solo fatui fuochi di una vanità che, travestita di buone ragioni, sempre ci aveva guidato senza farsi sentire e riconoscere. Un mantello autoreferenziale di valori ne aveva sempre assorbito i rumori e gli umori.

 

Non resta che riconoscere che il mondo che chiamiamo realtà è solo una specie di punto di attenzione permanente. Non resta che riconoscere che la continuità reiterata delle nostre convinzioni perpetua i sentimenti con i quali a nostra insaputa costruiamo la storia, qualunque essa sia.  Piccola, personale, grande, mondiale, universale. Abbiamo fatto di noi stessi una cosmogonia. Con noi stessi selezioniamo il mondo utile ai nostri destini e non ce siamo accorti, l’abbiamo chiamato scienza. Non resta che l’umiltà prima di morire dopo una vita spesa a cavallo dell’arroganza di quattro idee qualunque scambiate per autorevoli. Non resta che vedere quanto nel nostro piccolo ambito potevamo pure avere ragionevoli argomenti e, ora, paragonarlo a ciò che non avevamo ancora visto. Che non credevamo esistesse. Che non avevamo pensato. Non c’è che da scappare dalla vergogna d’essersi creduti chissà che. O anche solo qualcosa, con qualche diritto, con qualche dovere di dire la nostra, soprattutto se avessimo potuto farle seguire strascichi di dati e referenze titolate. Uomini, la cui missione è stata tradita da loro stessi: invece di andare oltre le infinite forme e trovare i pochi arcani hanno preferito moltiplicarle a propria immagine e somiglianza. E giù titoli e riconoscimenti accademici o che dir si voglia. Giù inchini a profusione e premi al migliore. Strati di autoreferenza scambiati per vita vera. Soldatini inquadrati sotto la propria bandiera. Radunati in piccoli e grandi eserciti a cui immolare la propria libertà dal conosciuto. Ma alla fine solo grotteschi e immondi soldatini di Enrico Baj. Altroché la mela di Eva. Ma lo spirito necessario per dubitare del sistema? Nulla di fatto. Comprato.

 

Era preferibile allungare le braccia verso il camion dei benefit. Pannocchie distribuite in un immenso campo profughi dalle tende insonorizzate e con la theatre tv.

 

Ora nell’ora della morte si sente la paura. Paura di una presenza che non avevamo avuto il tempo di ammettere o di considerare.  Paura che mai avremmo se avessimo speso una vita in armonia con la natura, se avessimo saputo rifiutare le lodi e i binari della laurea. Quel passaggio verso la morte avverrebbe grandiosamente. Come grandiosi sarebbero stati i parti verso la vita. Nessuna meschinità ci farebbe tremare fino nelle ossa.  Avverrebbe così che i nostri giovani avrebbero l’esempio che non hanno avuto. Che avrebbero il necessario per sapere che significa amare e armonia, e quanto povero sia credere che capire abbia maggior senso.

 

Lorenzo Merlo

 

 
IncompatibilitÓ fra liberismo e socialismo PDF Stampa E-mail

20 Febbraio 2020

 

Da Appelloalpopolo del 9-2-2020 (N.d.d.)

 

Il Socialismo è una corrente di pensiero nata all’inizio del XIX secolo, e avendo avuto una storia così lunga si è evoluto in numerose tendenze e fazioni diverse, talvolta incompatibili tra loro. In origine, la definizione di socialismo corrispondeva al conseguimento dell’eguaglianza economica di tutti i cittadini e alla collettivizzazione dei mezzi produttivi e di scambio. Nel XX secolo si sono imposti in diversi stati del mondo regimi a “socialismo reale”, perlopiù marxisti, quindi ispirati ad una filosofia ben precisa, che non include tutti i possibili socialismi ma solo quello che Marx definiva il “socialismo scientifico”. Tali regimi negarono decisamente la libertà di opinione, di parola e di stampa, spesso furono protagonisti di gravissimi crimini fino al genocidio. Un sovranista ha il preciso dovere di prendere le distanze da esperienze politiche del genere, alcune delle quali sopravvivono ancora oggi come ritardi storici e dovendo talvolta ringraziare il grottesco ossimoro dell’adozione di un’economia di mercato. Bisogna prenderne le distanze non solo per via di una evidente incompatibilità di tali forme di governo con i dettami della Costituzione Italiana, non solo per evidenti ragioni morali, ma anche perché questi regimi erano talmente beceri nella loro oppressione che spesso, per reazione, instillavano nelle popolazioni la simpatia per tutto ciò che non era comunista, in primis il capitalismo, visto come un sistema molto più libero e progredito. Sotto il profilo culturale i regimi marxisti ottennero in pratica l’esatto contrario di quello che si prefiggevano di fare: ecco perché la maggior parte di essi sono poi crollati miseramente.

 

Un’altra ideologia politica derivata dal socialismo delle origini è il socialismo democratico. Anche questo ambito è vastissimo, ma se ci limitiamo a considerare i partiti che aderiscono all’Internazionale Socialista fondata nel 1951 una osservazione semplice è possibile: si tratta di partiti che, in quasi tutto il mondo, hanno rinunciato alla definizione di “socialismo” delle origini (eguaglianza economica, collettivizzazione, ecc.) per virare verso generiche istanze di riformismo nel contesto di un’architettura capitalista dell’economia e spesso nel contesto di un vero e proprio regime liberista. Ora, se un partito accetta il liberismo significa che non è socialista, perché significa che della semantica originaria della parola “socialismo” non è rimasto proprio nulla fra le istanze socio-economiche e dell’azione di governo del partito stesso. E proprio questo è il passaggio da chiarire: i partiti dell’Internazionale Socialista altro non sono che liberisti con la cravatta rossa. In concreto, quando un partito che nel nome ha i termini “socialista” o “socialdemocratico” ma sostiene l’adesione alle organizzazioni sovranazionali (FMI, Banca Mondiale, OMC, UE, BCE…), accetta che i contratti di lavoro vengano precarizzati, fa sì che i salari siano sempre più compressi, che le pensioni siano tagliate, che scuola, sanità e abitazione diventino diritti solo per chi ha la fortuna di poterseli permettere, in realtà si è appiccicato sulla fronte un’etichetta all’unico scopo di ingannare il pubblico e pescare voti all’interno di un elettorato che spera sempre di ottenere vantaggi sociali perché legge su un logo la parola “socialismo”.

 

Nei confronti di tali soggetti, l’atteggiamento dei sovranisti deve essere quello di smascherare l’inganno; far capire ai cittadini appartenenti a quei ceti sociali più bassi che non bastano un simboletto su un logo ed un nome per trovarsi davvero dalla parte dei lavoratori. In Italia le leggi che hanno precarizzato il lavoro, dal Pacchetto Treu fino al recente Jobs Act sono un’ottima cartina di tornasole per individuare i partiti che parlano di “tutela del lavoro” ma poi comprimono salari e diritti promulgando queste stesse leggi. Bisogna slacciare al liberista di sinistra la cravatta rossa per mostrare al pubblico ciò che c’è sotto: soltanto un liberista.

 

Marco Trombino

 

 
Crollo delle nascite: tema antropologico e culturale PDF Stampa E-mail

19 Febbraio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 17-2-2020 (N.d.d.)

 

L’Italia si sta restringendo. A dircelo gli indicatori demografici annuali dell’Istat: per il quinto anno consecutivo il nostro Paese fa registrare un calo di popolazione di 116mila unità rispetto al 2018. L’istituto nazionale di statistica mette in evidenza anche un altro dato importante: per ogni 100 persone che muoiono in Italia ne nascono solo 67, dieci anni fa erano 96. Il tasso di ricambio naturale tra nascite e decessi è il più basso mai espresso dal paese da 102 anni. Dato ancora più preoccupante è la spaccatura dell’Italia, con un Mezzogiorno, tradizionalmente prolifico, dove si concentra il calo della popolazione, mentre a crescere è la popolazione del Nord, in modo particolare nelle provincie autonome di Trento e Bolzano, in Lombardia ed Emilia-Romagna.

 

I numeri non danno scampo: secondo una costante universale il valore di sostituzione, ovvero il numero di figli necessari a garantire una bilancia demografica in pareggio, è di 2,1. Se un Paese lo supera la popolazione ha tendenze espansive, se non lo raggiunge si va verso una contrazione demografica. Le statistiche dell’Italia mostrano che il Paese è sceso sotto il tasso di sostituzione nel 1977, e dal 1984 è stabilmente sotto il valore di 1,5, un livello che non solo non evita il declino demografico, ma annuncia quasi certamente che la caduta sarà traumatica. Questa la fotografia della realtà, oggettivamente disarmante  anche  per le conseguenze della crisi demografica, che avranno – sempre di più – un peso determinante sul sistema pensionistico (con la diminuzione della massa dei contribuenti e l’aumento dei beneficiari), sul sistema sanitario  (sostenuto da una popolazione attiva ridotta), sulle dinamiche socio-economiche nel loro complesso (sempre più “frenate”) e sulle relazioni tra le diverse aree del mondo (con un’evidente sproporzione delle nascite tra il nord ed il sud del pianeta). Sul “che fare” le indicazioni appaiono decisamente poco aggressive. Scontati i richiami alle politiche sulla famiglia, alla precarietà lavorativa ed esistenziale, ai servizi insufficienti, al welfare inaccessibile e al disatteso, da decenni, “Quoziente Famiglia”, cioè il calcolo delle tasse basato sul numero dei figli. Oltre non si va. Soprattutto per “aggredire” le cause “strutturali” del crollo delle nascite. Il tema infatti, ancor più che relativo alle politiche sociali, è antropologico e culturale.

 

Il primo dato è la “percezione” della maternità tra le giovani generazioni, figlie del relativismo etico e dell’edonismo, nel nome del “child-free”, che ormai ha contaminato ampi strati della popolazione, facendosi cultura diffusa, luogo comune condiviso. Secondo una ricerca dell’Eurispes, pubblicata nel 2019 (“Soprattutto io. Coppie millenians tra stereotipi, nuovi valori e libertà”), per sette italiani su dieci i figli non sono una condicio sine qua non per essere felici nella vita.   Oltre i numeri, oggettivamente allarmanti, ancora più allarmante è che nessuno sembra volersi fare carico del problema. Pochi ne parlano. I mass media ne fanno appena cenno. Nessun talk show dedica attenzione alla crisi demografica. Quando va bene si possono ascoltare le solite, spesso stanche e ripetitive critiche sulla mancanza di politiche per la famiglia e sulla crisi economica: troppo poco per trasformare in un caso il crollo delle nascite, creando il necessario allarme nazionale sulle ricadute socio-economiche di tale crollo. L’invecchiamento italiano (con un’età media che si aggira intorno ai 44 anni) condiziona infatti le stesse dinamiche sociali, come confermano gli ultimi cinquant’anni della nostra storia. Pensiamo all’Italia degli anni Sessanta del ‘900 (dove, non a caso, il tasso di natalità era doppio rispetto a quello attuale) espressione di un un’energia sociale ed economica, in cui la spinta demografica era un fattore essenziale, una sorta di “investimento” sul futuro che, oggi, purtroppo non si riesce neppure ad immaginare. A vincere è   l’interesse particolare, il soggettivismo, l’egoismo. A crescere sono le diseguaglianze, con una caduta della coesione sociale e delle strutture intermedie di rappresentanza che l’hanno nel tempo garantita. Siamo insomma al “letargo esistenziale collettivo”. In discussione c’è l’esistenza stessa del nostro Paese: linea piatta per l’Italia senza figli e senza domani.  Decisamente una brutta prospettiva … A meno che non si cominci ad invertire la tendenza, favorendo la crescita di   una nuova cultura dell’accoglienza alla vita e delle politiche in grado di favorirla.  Di questo bisogna trovare il coraggio di discutere, prendendo consapevolezza delle conseguenze della crisi demografica e invitando le forze politiche e le istituzioni a una forte assunzione di responsabilità.  Consapevolezza e responsabilità: di questo, alla prova dei fatti, c’è un gran bisogno, ancora prima che degli asili, degli assegni familiari e degli incentivi per le famiglie. Che pure servono, ma non bastano.

 

Mario Bozzi Sentieri

 

 
Senza stato nazionale non c'Ŕ stato sociale PDF Stampa E-mail

18 Febbraio 2020

 

Da Comedonchisciotte del 13-2-2020 (N.d.d.)

 

Lo stato nazione ha una brutta reputazione nel nostro paese. Le élite tedesche perseguono l’obiettivo del suo graduale superamento e della creazione degli Stati Uniti d’Europa. La ragione principale ce la forniscono coloro che si considerano razionalisti e che si sono alleati con gli economisti neo-liberisti secondo i quali solo un’Europa unita può sopravvivere alla globalizzazione e allo scontro con la Cina e gli Stati Uniti. L’Europa come una comunità di emergenza nell’era della globalizzazione, della quale presumibilmente saremmo in balia. Per gli ideologi, d’altra parte, la storia ne è la prova: l’Europa unita è la lezione storica che arriva dalle due guerre mondiali. Un’Europa unita servirebbe ad impedire ogni guerra sanguinosa, almeno in Europa. Il terzo argomento a dominare i sogni della sinistra è difficilmente riconoscibile. Deriva infatti dall’internazionalismo del movimento operaio. La sinistra nel suo motto “proletari di tutti il mondo unitevi” ha sostituito la nozione di proletariato con quella di europei, perché nel frattempo ha abbandonato la questione sociale e si è rivolta alle élite urbane; alcuni di loro addirittura si riferiscono al proprio elettorato parlando di “popolino”.

 

Tutti e tre gli argomenti sono infondati perché da un lato a causa di culture e sistemi sociali molto diversi non può emergere uno spazio economico e sociale unitario, a meno che non si instauri uno spazio forzoso comune con un sistema di trasferimenti continui. Ma tutto ciò un giorno imploderebbe portandoci a conflitti e lotte per la redistribuzione in tutta Europa; il ritorno in termini di pace di un’Europa unificata in questo modo resterebbe quindi un sogno incompiuto. Dall’altro lato la politica di minoranza di una élite porta ad una nazionalizzazione della maggioranza. Perché per la maggior parte dei cittadini in primo luogo è necessario uno stato funzionante in grado di far valere i propri poteri sovrani in ogni parte del paese – che inizia ai propri confini esterni – e che deve essere in grado di organizzare un sistema di sicurezza sociale solidale ed equo per i suoi cittadini. Milton Friedman diceva: puoi avere uno stato assistenziale e puoi avere i confini aperti, ma non puoi averli entrambi contemporaneamente. Non tutti gli stati nazionali sono uno stato sociale, ma ogni stato sociale è uno stato nazionale. Se in questo paese gli esponenti di sinistra facessero davvero una politica per la maggioranza delle persone, allora dovrebbero prima di tutto sostenere lo stato nazione, che è la condizione preliminare per la giustizia sociale. In questo senso lo stato-nazione è un progetto di sinistra. Il futuro della sinistra si decide nel suo rapporto con lo stato-nazione. Quindi, al di là degli spettri del nazionalismo e dell’isolamento e oltre il sogno della dissoluzione delle nazioni in un super-stato europeo, dobbiamo finalmente riflettere su come è possibile far funzionare una leale cooperazione europea fondata sugli stati nazionali. Politicamente, socialmente, culturalmente ed economicamente, l’Europa avrà un futuro stabile solo negli stati-nazione fondati sulla democrazia, all’interno dei quali i cittadini potranno definire democraticamente il quadro all’interno del quale dovrà operare la cooperazione europea. Dopotutto è una contraddizione inestricabile il fatto che a parlare continuamente di diversità siano proprio quelli che in Europa vorrebbero imporre una omogeneizzazione per livellare ogni diversità. La forza e la grandezza dell’Europa arrivano dalle diverse culture dalle quali sono emerse le nazioni come istituzioni sociali e democratiche. Questa diversità dell’Europa presuppone la libertà, perché solo una persona che vive nella propria regione può davvero essere libera. L’uomo globalizzato è semplicemente uno schiavo degli interessi finanziari ed economici internazionali. È arrivato il momento di ridare allo stato nazione e alla nazione una definizione positiva.

 

Von Klaus Rüdiger Mai

 

 
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