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Marxisti sovranisti PDF Stampa E-mail

14 Novembre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 12-11-2018 (N.d.d.)

 

“Socialismo o barbarie” è uno slogan marxista di vecchia data, Rosa Luxembourg lo attribuisce ad Engels: se non si passa dal capitalismo al socialismo, la caduta nella barbarie è il destino dell’Occidente.  Adesso un saggio scritto da due marxisti, l’italo-inglese Tomas Fazi e William Mitchell, riecheggia quel motto celebre ma al contrario: “Sovranismo o Barbarie”.  Abbiamo capito bene: due marxisti, pubblicati da una editrice “rossa”, invocano il ritorno alla sovranità nazionale, perché (cito dalla recensione che ne fa Carlo Formenti su Micromega) “lo stato-nazione è la sola cornice in cui le classi subalterne possono migliorare le proprie condizioni e allargare gli spazi di democrazia”. Da marxisti, i due sono convinti che l’ordinamento dello stato dipende dall’economia – la “struttura” da cui nasce la “sovrastruttura”.  Quindi attribuiscono la felice lunga stagione dal dopoguerra agli anni ’70, con ”elevati tassi di crescita economica, alti livelli di occupazione, salari e profitti crescenti, un’estensione dei diritti sociali ed economici mai conosciuta nelle ere precedenti, nonché una relativa stabilità finanziaria a livello internazionale” a  uno specifico regime di accumulazione capitalista – il fordismo – associato a un modo di regolazione politica dell’economia fondato sull’interventismo statale”.

 

La “entrata in crisi” del modello fordista di accumulazione capitalistica sarebbe la causa della “entrata in crisi” della sovrastruttura, l’ideologia e le politiche keynesiane con la loro connotazione “sociale”.  Detto così, può sembrare un fenomeno storico inevitabile, e il passaggio al globalismo con l’evirazione dello stato nazionale, la perdita della sovranità monetaria, e dello stato sociale, eventi “oggettivi”.  Inevitabili. Forze storiche contro cui non si vince. Infatti questo ci ripetono le “sinistre” salottiere, stilistiche, botuliniche che parlano da tutti i talk-show televisivi. Le giornaliste botulinate e strapagate perché “progressiste”.  Invece, il vostro cronista che si è occupato (anche) di economia per trent’anni, ha visto e documentato (in “Schiavi delle Banche”) come le “sovrastrutture” del globalismo che ha distrutto il “keynesismo” (e il benessere e la crescita) siano state progettate e imposte da leggi dello Stato, che abolivano le leggi precedenti. Tipicamente, ciò che era punito come “fuga dei capitali” quale crimine, divenne “libera circolazione dei capitali”; i dazi furono abbassati per legge esponendo i nostri lavoratori alla concorrenza di messicani, cinesi, romeni. Le borse internazionali furono coordinate apposta per trasformarle in una borsa mondiale aperta 24 ore su 24, dove quando chiudeva Wall Street aprivano Londra, e poi Tokio. Trucchi della “ingegneria finanziaria” come i derivati, che prima sarebbero stato soggetti ai rigori del codice penale, furono legali.  Le leggi che su imitazione della Glass-Steagall Act vietavano alle banche di giocare nel casinò finanziario i depositi dei risparmiatori, furono abolite in tutti gli Stati occidentali. I mutui concessi dalle banche americane non restarono più nei libri contabili di dette banche, con il loro rischio di insolvenza dei debitori; furono macinati insieme   a migliaia e rivenduti a pezzetti a fondi-pensione con la promessa che questi oggetti “davano un interesse”. In pratica le banche sbolognarono il rischio che s’erano assunte prestando soldi a ragazze-madri negre con salario precario da 600 dollari a mese, a terzi ignari: roba da codice penale, una volta. Le norme penali adesso non valevano più.

 

Insomma il supercapitalismo finanziario terminale non è un fenomeno naturale.  È stato progettato, voluto, preparato con leggi che abolivano le leggi. Apprendo con piacere che anche per Fazi e Mitchell è sbagliato interpretare tale processo come un “indebolimento dello stato”, “occorre al contrario prendere atto che proprio gli stati – a partire dal nostro – hanno scelto autonomamente di subordinare le proprie scelte a vincoli esterni, il che non significa che si sono suicidati, bensì che hanno attuato con successo un progetto radicale di indebolimento delle classi lavoratrici e di svuotamento della democrazia”. I due hanno la franchezza di notare che “le sinistre” hanno responsabilità primarie nell’aver creato la nuova ideologia neoliberale diventata Stato: come le “teorie nate negli stessi ambienti di sinistra, come la tesi secondo cui una delle cause fondamentali della crisi era la spirale incontrollata della spesa pubblica”.   Non dimenticano che “già a partire dagli anni Settanta Enrico Berlinguer tesserà l’elogio dell’austerità come strumento per rilanciare crescita e occupazione”, come un odierno Cottarelli o una tanto de sinistra come la Veronica de Romanis, che si ritiene una economista essendo moglie del banchiere Bini Smaghi, miliardaria, e autrice dell’aureo libretto “L’austerità fa crescere”. Dai primi anni Ottanta all’ingresso nell’area dell’euro – scrive il recensore su Micromega-   la frana diverrà inarrestabile. I Carli, gli Andreatta, i Ciampi e il grande privatizzatore Prodi avranno mano libera per scandire le tappe di una marcia accelerata verso la de-sovranizzazione, de-politicizzazione e de-democratizzazione dello stato italiano: adesione allo SME, divorzio fra Tesoro e Banca centrale, approvazione del Trattato di Maastricht, fino al colpo di grazia della rinuncia al potere di emissione della moneta e all’integrazione nell’area dell’euro, che imporrà “ l’inserimento obbligatorio del neoliberismo in Costituzione e il divieto di adottare politiche keynesiane”. Conclusione dei due marxisti:

 

“Oggi, dopo decenni di smantellamento sistematico, non resta altra alternativa se non riconquistare la sovranità nazionale e popolare come presupposti irrinunciabili per rilanciare quel progetto politico che venne accantonato quarant’anni fa, a partire dalla sovranità monetaria e dalla conseguente possibilità di finanziare il fabbisogno della spesa pubblica attraverso l’emissione di moneta”.  Le ragioni dell’esplosione del debito pubblico italiano negli anni Ottanta non sono da ricercare in un improvviso aumento della spesa pubblica – che anzi è rimasta in linea con la media europea per tutto il periodo – ma piuttosto nella decisione di far aumentare vertiginosamente i tassi di interesse (funzionale alla partecipazione dell’Italia al Sistema monetario europea (SME), in primis attraverso il “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981 (Fazi). Insomma i due marxisti arrivano alle stesse conclusioni di Claudio Borghi,  Savona  e Bagnai. Tornare a quegli anni ’70 “in cui abbiamo fatto ampiamente ricorso alla spesa in deficit –   e il nostro rapporto debito/PIL è rimasto relativamente stabile intorno al 50-60%, grazie soprattutto alla parziale monetizzazione del deficit pubblico e al calmieramento dei tassi di interesse da parte della Banca d’Italia” (Thomas Fazi).

 

Che dire?  È evidente che tutte le personalità che nello spazio pubblico, giornalistico, televisivo e accademico, parteggiano per l’euro e fanno il tifo per lo spread, invocano il ritorno dei “tecnici” e idolatrano Draghi che ci punirà e farà cadere il governo “fascista” e “razzista” – i Formigli e le Gruber, i Floris e i direttori di Repubblica – stanno usurpando. Usurpano il nome di “sinistra” – l’hanno portato via a Fazi e Michell – e usurpano lo spazio pubblico televisivo – politico che spetterebbe a loro, i marxisti. A  ben pensarci, la cosa è evidente. Salvo errori, mai Thomas Fazi o Fassina vengono invitati nel salottino della Gruber o della Berlinguer. Nei talk show “progressisti” pro-euro invitano sì Diego Fusaro, ma come si mostra in gabbia un animale estinto, pittoresco per il suo linguaggio antiquato, il “Marxista di un tempo”; avendo cura di tagliarne l’audio al momento giusto e farne svanire il collegamento.  Gli usurpatori del nome Sinistra non danno alcuno spazio a quelli di cui hanno usurpato lo spazio politico, e lo danno alle miliardari-economiste. E i Fazi e i Fassina sono dei senza-casa, impossibilitati ad esporre le loro idee di sinistra vera nei media di massa. Esiliati. Chi può capirli meglio del vostro cronista. Da cattolico, constata e soffre l’occupazione del Vaticano della setta sodomitica, che usurpa il nome di “Chiesa” per benedire nozze gay, lavare piedi a musulmani, e proclamarla “accoglienza senza limiti”, facendo passare tutto questo per “misericordia”. Da   vecchio “conservatore”, ha visto usurpare il nome e il concetto dalla potente setta degli ebrei ex trotzkisti americani, definitisi “neocon”, ossia neoconservatori, e compiere sovversioni dall’Ucraina alla Siria ed oltre, e cercare di distruggere ogni valore di destra e chi lo incarna, come Putin. È un’epoca dove dominano le contraffazioni in ogni campo, di mascherature e di camuffamenti dovunque.  In questo politica “populismo” diventa “l’anatema da scagliare contro ogni forma di opposizione al pensiero unico liberal liberista”.  Sovranismo, per accreditare cioè l’associazione automatica fra ogni posizione politica che rivendichi la riconquista della sovranità nazionale e l’uscita dall’Unione europea –   e i nazionalismi di destra” (Formenti).  Marxisti che siano allo stesso tempo sovranisti, sono in grado di dimostrare e argomentare che il recupero della sovranità non è una patologia “identitaria” pulsionale parafascista, ma una necessità democratica e dello stato di diritto.  Quindi l’esilio tv. La contraffazione universale sembra essere la necessità conseguente all’usurpazione generale del potere legittimo, in ogni campo, da parte di poteri indebiti, che si reggono sulla menzogna. […]

 

Maurizio Blondet

 

 
Il sovranismo non nasce dalla crisi economica PDF Stampa E-mail

13 Novembre 2018

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Da Rassegna di Arianna dell’11-11-2018 (N.d.d.)

 

I sovranisti non rappresentano per forza un voto di pancia o di protesta. E se anche il vento “populista” ha iniziato a soffiare nel 2009, con l’avvento della crisi economica, è impossibile oggi ribadire che quel voto sia frutto della crisi. Lo ha spiegato bene Foreign Policy, in un editoriale che ripercorre le ultime tappe della fine dei leader della socialdemocrazia e dell’avvento degli uomini nuovi che hanno preso il potere o stanno scalzando la vecchia guardia. Per molto tempo, ci è stato detto che i movimenti sovranisti fossero il frutto di una protesta. L’intellighenzia mainstream ha etichettato il fenomeno come una sorta di esaltazione demagogica delle classi popolari, in cerca di certezze dopo l’impoverimento causato dalla grande crisi che ha sconvolto l’Occidente. Ma relegarlo al pericolo di perdere potere d’acquisto o posti di lavoro rischia di essere superficiale, o quantomeno fuorviante. Non è solo la crisi economica ad alimentare i nuovi grandi partiti politici. Perché la crisi economica, che ancora c’è, evidentemente, in molti Paesi, non è più quella che sconvolto gli Stati europei e l’America nel 2008. E molti Stati dove crescono i movimenti “di protesta” sono in realtà estranei alla crisi. La disoccupazione non ha dati che indicano un malcontento diffuso, il popolo non è affamato. E in alcuni casi, i Paesi dove cresce il sovranismo, che viene etichettato come una sorta di “populismo di destra”, sono in realtà tra i più avanzati e ricchi d’Europa.

 

In questo senso, fanno riflettere i casi di tre Paesi: Germania, Olanda e Polonia. A Varsavia, i sovranisti sono esplosi quando il Paese era considerato la vera locomotiva dell’Europa orientale. Era il 2015 quando Beata Szydło di Dritto e Giustizia è diventata primo ministro. Poi è stato il turno di Mateusz Morawiecki, sempre della destra polacca. Il partito di Jarosław Kaczyński ha da sempre portato avanti una retorica nazionalista, fortemente legata ai valori cattolici della Polonia e ancorata a una visione conservatrice della società civile. Ha strappato le redini del Paese al partito di Donald Tusk, che promuoveva l’europeismo dalla sua Piattaforma civica per traghettare Varsavia nell’alveo dell’Europa occidentale. E invece la Polonia, nonostante la crescita economica e nonostante l’interesse nell’entrare nell’Unione europea, si è scoperta sovranista e anti-Ue. Lo stesso può dirsi dell’Olanda. Un Paese ricco che non ha sofferto la crisi economica come altri Paesi dell’Unione europea. I Paesi Bassi non hanno avuto l’emigrazione dei giovani, non sono crollati i salari, la disoccupazione, ad agosto 2018, era del 3,9%, con un picco massimo del 6 per cento nel 2016. Anche qui l’economia è in crescita, eppure l’ultradestra di Geert Wilders non domina ma è una costante. Idem per la Svezia, dove i Democratici svedesi di Jimmie Akesson hanno invaso il parlamento di Stoccolma. Il caso della Germania, invece, è ancora più eclatante. Angela Merkel sta lentamente collassando. E se la Cdu vuole spostarsi a destra, il vento del sovranismo sta prendendo piede in tutto il Paese. Non c’è parlamento locale in cui l’Alternative fur Deutschland non abbia preso seggi. Il partito dell’ultradestra ha guadagnato consensi e continua ad accrescere il suo peso in tutto il territorio tedesco. E questo nonostante la Germania resti la locomotiva d’Europa e il Paese che di fatto rappresenta il cuore economico e industriale dell’Unione europea. La Baviera, in questo senso, è stata un esempio perfetto: un Land ricco, produttivo eppure con un elettorato che si è spostato a destra.

 

Perché quindi la crisi non serve a spiegare il sovranismo? Perché i sovranisti si fondano su altre esigenze. Che sono le stesse che negli Stati Uniti hanno condotto all’elezione di Donald Trump nel 2016 o alla conferma dei repubblicani nell’America profonda, rurale e industriale. Non c’è solo l’economia. C’è una crisi di identità, una volontà di riavere una società da cui le persone della parte più profonda del Paese si sentono escluse. Non è una lotta per la sopravvivenza economica, ma una lotta quasi antropologica, culturale, che sposta l’attenzione non sul portafogli, ma su altri valori. C’è l’immigrazione, c’è la sovranità politica ed economica, c’è la sfida verso il progressismo ultra-liberale. Steve Bannon, parlando del voto negli Stati Uniti, non ha parlato di economia, ma di lotta fra “nazionalisti” e “cosmopoliti”. I sovranisti europei non prendono consenso parlando di lavoro e tasse, ma di chiusura dei confini e di identità perduta, di cultura patria e di valori da ripristinare. È per questo che il sovranismo è destinato a rimanere saldo in tutto l’Occidente, mentre la socialdemocrazia perde colpi. Perché i partiti del mondo liberale non rispondono alle esigenze della popolazione che si sente sempre più esclusa non a livello economico, ma a livello culturale. C’è un senso di estraneità a un mondo di cui non ci sente più parte. E quei valori che hanno costituito le basi delle società occidentali, sono colpiti costantemente da un mondo progressista che sta mettendo sotto assedio parti sempre più ampie delle popolazioni facendo riaffiorare un sentimento identitario sopito negli ultimi decenni. I sovranisti vincono perché hanno infiammato l’identità nazionale delle persone. Ma lo stanno facendo soprattutto perché il mondo progressista ha messo in dubbio le diversità. E queste, sotto attacco, riaffiorano. E riaffioreranno sempre finché il progressismo non cambierà obiettivi.

 

Lorenzo Vita

 

 
Socialista, perci˛ non "di sinistra" PDF Stampa E-mail

12 Novembre 2018

 

Secondo alcuni la cameriera che diventa deputato è una gran cosa e una grande lezione proveniente dall'America, mentre Di Maio presidente del consiglio sarebbe ridicolo e rimarrà per sempre, ai loro occhi, "il bibitaro". È evidente lo squallore morale di coloro che adottano nelle due identiche situazioni due distinti punti di vista. Sono persone incoerenti. Ma questo è soltanto il minimo. Sono evidentemente incoerenti perché anti-italiani ossia sono dei razzisti. Ma questo è soltanto l'aspetto di media gravità. La cosa più grave è l'idolatria per gli Stati Uniti.

 

In definitiva, a sinistra si trovano miserabili che idolatrano gli Stati Uniti, disprezzano l'Italia e sono persino incapaci di comprendere che sono e appaiono incoerenti. Ora, fin quando queste persone non saranno disprezzate dalle rimanenti persone di sinistra, perché stupide (incoerenti) classiste (l'accusa di essere bibitaro), razziste e idolatre (si condanna in Italia ciò che si esalta negli Stati Uniti), è evidente che nessuna persona di buon senso vorrà mai più essere definita di sinistra, perché di sinistra significherà o essere miserabili o non disprezzare i miserabili. In fondo è questa la ragione per la quale da oltre diciotto anni mi auto-qualifico socialista patriota e democratico e ho rinnegato l'auto-qualifica "di sinistra". Una scelta che serviva a dire che non avevo nulla a che vedere con gentaglia che, sotto il velo "di sinistra", è classista (e quindi liberale), razzista, esterofila ed anche enormemente stupida, perché incapace di capire cosa palesemente è.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Sovranisti sono solo gli statalisti PDF Stampa E-mail

11 Novembre 2018

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Da Appelloalpopolo del 9-11-2018 (N.d.d.)

 

L’uscita dall’euro è un tema che non esiste. I sedicenti “sovranisti” che propongono questa posizione, sostenendo l’ipotesi di un abbandono dell’unione monetaria che non contempli il recesso dall’UE, mentono sapendo di mentire. Come gli unionisti che brandiscono sempre questo manganello dello spread, accusando i predetti di farci “cacciare” dall’euro.

 

L’unione monetaria non prevede meccanismi di risoluzione (per precisa volontà politica) e la procedura di recesso dall’UE ex art. 50 del TUE è un processo lungo e articolato, che prevede una fase negoziale nel corso della quale le parti sono sottoposte a pressioni mediatiche e politiche che producono conseguenze sugli effetti del negozio giuridico. Se l’Italia dovesse arrivare a un passo dal default, scatterebbero i meccanismi automatici di salvataggio (si chiamano di salvataggio ma invero ti affogano definitivamente), ma mai nessuno si sognerebbe di mettere al voto un’eventuale esclusione della terza economia dell’UE, secondo manifatturiero e primo paese per risparmio privato. Vorrebbe dire la fine di tutto. Senza l’Italia l’unione si dissolverebbe. Ecco perché l’UE durerà finché non decideremo di uscire, cioè finché al governo non ci saranno forze politiche intenzionate a riportare la Costituzione al vertice delle fonti normative cui deve conformarsi l’ordinamento statale italiano. E non saranno di certo quelli che odiano lo Stato da sempre a rivendicare questo primato.

 

Gianluca Baldini

 

 
La distruzione del nostro ordinamento economico-giuridico PDF Stampa E-mail

9 Novembre 2018

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Da Appelloalpopolo del 5-11-2018 (N.d.d.)

 

La parità fra Stati di cui all’art. 11 commi 2 e 3 della Costituzione (che disciplina le nostre eventuali limitazioni di sovranità a vantaggio di organizzazioni internazionali) non è intesa in senso formale, come vorrebbero i liberali. Cioè non coincide con l’applicazione delle stesse regole a Stati dotati di ordinamenti giuridici molto diversi (frutto di peculiari evoluzioni sociali e politiche, spesso lunghe secoli). È una parità sostanziale, che si deve tradurre nella parità di poteri e quindi di sovranità. Se applichiamo la Costituzione economica tedesca all’Italia, attraverso il Trattato di Maastricht e le successive integrazioni, stiamo andando nella direzione opposta dell’art. 11 della Costituzione italiana. La Germania infatti ha continuato a godere dei poteri di cui disponeva precedentemente, ma l’Italia ha perduto gran parte dei suoi. In termini relativi il guadagno di sovranità tedesco è immenso, e le condizioni di parità richieste dalla nostra Carta sono inesistenti. Meglio spiegarsi più concretamente: la Germania del secondo dopoguerra ha adottato un ordinamento ostile all’inflazione e orientato alle esportazioni, indirizzato ad un’economia (sociale) di mercato fortemente competitiva nella quale lo Stato riveste un ruolo diretto tutto sommato marginale, preferendo regolamentare più che intervenire (è il cosiddetto ordoliberalismo).

 

L’Italia ha adottato nel 1948 un ordinamento che, sia pure nell’alveo della democrazia formale, si può definire opposto a quello tedesco. La nostra Costituzione impone ai governi, di qualsiasi colore, la piena occupazione (derivata dall’art. 1: la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro) e una protezione notevole dei diritti dei lavoratori di fronte alle naturali pretese del capitale privato. Lo Stato deve piegare l’iniziativa privata a fini sociali e intervenire direttamente e indirettamente per valorizzare i grandi complessi industriali del Paese. È un ordinamento fondato sulla domanda interna piuttosto che su quella estera, e che quindi necessita di un’inflazione strutturalmente maggiore di quella richiesta dal sistema tedesco. Ciò premesso, come si può definire paritario un insieme di Trattati che impongono all’Italia come alla Germania gli stessi rigidi vincoli di finanza pubblica (3% di deficit e poi pareggio di bilancio), lo stesso divieto di aiuti di Stato alle imprese (con l’Italia che aveva una quota pubblica di valore aggiunto nel settore manifatturiero pari al 18% nel 1992, contro il 9% della Germania), lo stesso divieto di vincolare la circolazione dei capitali (con l’Italia che aveva bisogno di proteggere il lavoro più che la concorrenza) e lo stesso divieto di utilizzare le leve di politica monetaria e valutaria (con l’Italia che aveva bisogno di scaricare sul valore della moneta la maggiore inflazione, a differenza della Germania)? Questa non è parità, è distruzione di un ordinamento giuridico-economico che aveva portato benessere diffuso e sviluppo industriale attraverso l’importazione di un modello che non ci appartiene, e che ci impone di favorire il grande capitale globalizzato invece che il lavoro (e con esso la piccola impresa privata che dipende dai salari). È tipico dei liberali sostituire l’interpretazione formale della realtà a quella sostanziale, svuotando il significato dei concetti così da manipolarne più facilmente l’indirizzo prescrittivo. Lo hanno fatto innanzitutto col concetto di Libertà, trasformata nella semplice rivendicazione di diritti slegati dai doveri, e quindi nella libertà di non contare nulla (senza vincoli famigliari, di partito e di appartenenza nazionale non c’è alcun argine alla spoliazione dei diritti) e subito dopo con quello di Democrazia, che si esaurirebbe nel processo elettorale e nella semplice presenza dell’istituzione parlamentare, comunque sia declinata (un sistema maggioritario e presidenziale equivale formalmente ad un sistema proporzionale e parlamentare). Ecco allora che nel mondo liberale in cui ci troviamo da quasi quarant’anni il Trattato di Lisbona e la Costituzione italiana, cioè due ordinamenti giuridici antitetici, formalmente possono convivere insieme. La sostanza invece è che il primo produce effetti concreti nella società e nell’economia, mentre la seconda è stata disattivata. Solo una volta compreso questo si può rivendicare seriamente la sovranità.

 

Simone Garilli

 

 
La denatalitÓ Ŕ il problema cruciale PDF Stampa E-mail

8 Novembre 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 6-11-2018 (N.d.d.)

 

Se chiediamo a un campione di cittadini mediamente informati e di buona istruzione quale sia il problema più grave dell’Italia, otterremo una notevole varietà di risposte. Alcuni parleranno dell’immigrazione, moltissimi della disoccupazione, altri della perdita dei diritti sociali, qualcuno del declino dei principi morali, della corruzione e così via. La nostra tesi è diversa: la questione più rilevante è la denatalità. Un popolo che non fa figli è destinato a finire per consunzione biologica. Si trascina nell’egoismo, nella sfiducia del futuro, nella chiusura mentale, nel rifiuto stesso della vita. Poiché la natura ha orrore del vuoto e altrove la pressione demografica è immensa, qualcuno, fatalmente, ci sostituirà. La civiltà in cui siamo nati sparirà e l’Italia diventerà un concetto del passato. La studieranno sui libri di storia. Il presente intervento si pone un obiettivo: affermare che le culle vuote sono il problema più grave e urgente della nazione e le difficoltà economiche, finanziarie e sociali nelle quali ci dibattiamo hanno tra le cause scatenanti l’invecchiamento e la conseguente diminuzione della popolazione. Forse non è del tutto vero, come pensava Benito Mussolini, che il numero è potenza, ma certamente, in un tempo che aspira alla crescita infinita, perdere popolazione è un elemento di profonda debolezza, il segnale visibile del declino. Nel presente, solo gli argomenti legati all’economia o agli interessi riescono a convincere. Per questo rinunciamo alla mozione dei sentimenti, all’appello in favore della nostra civiltà, al patriottismo, alla necessità di salvare dall’estinzione la nostra nazione. La nostra tesi è che la continuità biologica del popolo italiano conviene, è il migliore investimento per il futuro, un grosso affare per tutti e per ognuno.

 

Partiamo da alcune cifre. La discesa delle nascite è iniziata alla metà degli anni ‘70 del secolo passato ed è proseguita con moto accelerato sino all’attuale inverno demografico. I nuovi nati, da allora, sono diminuiti del 50 per cento: è un dato drammatico e ogni statistica annuale certifica un nuovo primato negativo. In una popolazione, per riprodursi senza aumentare, il tasso di fertilità non deve essere inferiore a 2,1 per ciascuna donna in età feconda. La media attuale è di 1,35. Entro pochi anni, la popolazione diminuirà di ben dieci milioni. Noi pensiamo che sia un male, un evento epocale a cui porre rimedio senza ricorrere alla soluzione perseguita dalle oligarchie di potere, ovvero la sostituzione degli italiani con popolazioni di altra origine, cultura, etnia. Un dato inconfutabile dovrebbe far riflettere: la curva del debito pubblico ha iniziato la sua impennata da quando ha cominciato a calare la natalità. Le uniche province italiane in cui il numero dei nati supera quello dei morti sono quelle di Trento e Bolzano. In Alto Adige è attiva un’agenzia per la famiglia dotata di fondi e di idee, tanto che l’Istat ha ammesso che se quelle politiche fossero estese all’Italia intera, figureremmo tra gli Stati europei con la più elevata natalità. Vi sono dunque soluzioni, per quanto fatalmente di lungo periodo, al di là degli immensi mutamenti antropologici e valoriali dell’ultimo mezzo secolo. Il libro più interessante sull’argomento è il recente La culla vuota della civiltà, scritto a quattro mani da un politico, l’attuale ministro per la famiglia Lorenzo Fontana e da un economista, banchiere e docente di grande prestigio come Ettore Gotti Tedeschi, esponente di punta della cultura cattolica, amico personale di papa Benedetto XVI. Ci ha colpito la citazione che fa da incipit all’introduzione del prezioso saggio. È di Cesare Pavese, il tormentato figlio della civiltà contadina delle Langhe: “chi non fa figli per non mantenerli, manterrà quelli degli altri.“ E’ tratta dal Mestiere di vivere, il diario esistenziale dello scrittore, e ci sembra una fotografia impietosa quanto corretta della realtà. Tocca un punto essenziale, l’egoismo dei molti che non vogliono condividere con nessuno vita e beni. La loro scelta è miope e controproducente anche sotto il profilo individuale. Già oggi, per cento italiani con meno di quindici anni, se ne contano ben 165 che hanno superato i 65. Tenuto conto della realtà sociale, dei meccanismi del lavoro e del ritardo con cui si entra nel mondo dei mestieri e delle professioni, preso atto della presenza di almeno due milioni e mezzo di badanti, in maggioranza straniere, già oggi manteniamo i figli altrui. Entro un ventennio, un terzo della popolazione sarà in età avanzata, bisognoso di cure e di assistenza. L’incidenza sul sacro PIL delle spese relative è di circa 30 miliardi, l’1,9 del totale e schizzerà in breve al 3 per cento. Il sistema pensionistico, al netto di aggiustamenti e rimodulazioni, costa già 220 miliardi annui, la spesa sanitaria supera i 112 e quella assistenziale i 70. Il picco della spesa previdenziale, tra circa vent’anni, raggiungerà il 16,3 per cento del PIL. Economisti senza paraocchi considerano l’invecchiamento della popolazione come un gigantesco freno all’economia. Gli anziani consumano meno delle altre fasce di età, e ciò “comporta una domanda che cresce di meno e una formazione di risparmio più consistente, per l’incertezza del futuro “ (fonte Centro Studi Nomisma, quello di Romano Prodi). Quel risparmio rimarrà tendenzialmente fermo e non andrà a finanziare l’innovazione e la nuova impresa, per evidenti motivi. Nessuna scelta politica e finanziaria potrà prescindere dall’enorme spesa legata alla gestione di una popolazione entrata nella terza età, gli investimenti per l’istruzione, la cultura, la formazione professionale diminuiranno. In un paese di pensionati, pochi lavorano e la nazione crolla. L’involuzione progressiva comporterà rischi nuovi e problemi mai affrontati in questa proporzione da civiltà precedenti. Lo scenario si prospetta tempestoso. La Federal Reserve ha calcolato che l’effetto della denatalità sulla crescita del PIL europeo è dell’1,25 annuo dagli anni ottanta. Per noi, al valore attuale si tratta di circa venti miliardi annui. È l’importo di una pesante manovra economica del governo. Le previsioni di Bankitalia sono inquietanti. La diminuzione della popolazione porterà al dimezzamento della crescita economica a medio termine e all’aumento della disoccupazione strutturale di lungo periodo, che salirà almeno all’8 per cento. Non si potrà sopperire con l’aumento della produttività, che anzi tenderà a scendere. Il collasso per il bilancio dello Stato sarà inevitabile, a meno di una drastica, ulteriore diminuzione della spesa sociale e di un aumento insopportabile della pressione fiscale. Conosciamo tutti il destino di tanti piccoli centri colpiti prima dall’emigrazione dei giovani, poi dall’invecchiamento della popolazione residua. Il passo ulteriore è la chiusura delle attività commerciali di prossimità, degli uffici postali e dei presidi sanitari. Gli ultimi abitanti sono costretti a fuggire, rendendo le località degli spettrali deserti. Non sarà diverso il destino dell’Italia. Non c’è dubbio che la tolleranza dei governi nei confronti dell’immigrazione illegale sia ampiamente concordata ai massimi livelli per fare scorta di braccia da impiegare e sfruttare. In astratto, se la scelta è di mantenere i ritmi di sviluppo e i livelli di ricchezza raggiunti, non vi è altro da fare. Non è questa, ovviamente, la nostra tesi, ma nessuno può negare che senza una rapida inversione di tendenza, una gigantesca scommessa sulla capacità e volontà della nostra comunità di cambiare il corso degli eventi, non vi siano alternative. Siamo prigionieri di due enormi menzogne. La prima è quella di chi ritiene l’uomo il cancro della natura, dunque scoraggia le nascite e, specularmente, disprezza il ruolo sociale degli anziani. La diffusione dell’eutanasia è un elemento di queste tendenze. Gli anziani sono inutili, poco produttivi, cattivi consumatori, si ammalano spesso, meglio convincerli a morire. È una sporca questione di denaro. Pochi figli e disprezzo della vecchiaia sono idee gemelle, frutto degli stessi disvalori, il rispetto per i vecchi e l’amore per i figli muoiono insieme, scrisse Victor Hugo. L’altra è la persistenza, nonostante le smentite della storia, dell’economia e della matematica, dei principi malthusiani. Thomas Malthus, economista inglese tra i massimi esponenti della scuola classica, sosteneva che la colpa della miseria di tanta parte della popolazione fosse dovuta all’istinto naturale di riproduzione. Per lui la vita non è altro che una lotta per lo spazio e il cibo in cui la popolazione aumenta molto più velocemente delle risorse disponibili, progressione geometrica contro progressione aritmetica.

 

In questo schema regressivo, l’unica soluzione per generare crescita economica nonostante le culle vuote, in cui la società tende a non riprodurre se stessa, è spingere al massimo il consumismo. Risultato, danni ambientali crescenti per lo sfruttamento dissennato del creato e nessuna possibilità di dedicare risorse a riequilibrare la bilancia generazionale. Il risparmio deve infatti sovvenzionare i consumi, mentre le tasse si alzano per coprire la spesa assistenziale e previdenziale, allontanandosi da investimenti produttivi e ricerca. Poiché consumare si trasforma in obbligo sociale, il reddito non basta, costringendo entrambi i coniugi a lavorare, il che allontana la nascita di figli o la rende insostenibile economicamente, oltreché un fastidio per le abitudini edonistiche di massa. Per tenere alto il livello di consumo con i redditi in discesa e l’insicurezza sociale diffusa, si deve delocalizzare la produzione dove il costo del lavoro è più basso. Si distrugge così il tessuto produttivo e la sapienza delle maestranze locali. La percezione del potere d’acquisto rimane immutata, ma, appunto, è solo una falsa impressione, poiché si impoverisce la nazione, scendono le tutele sociali e si alimenta il debito, privato e pubblico. Al fine di far digerire l’immigrazione di massa, viene propalata la credenza che i nuovi arrivati pagheranno le pensioni degli anziani oltre a riempire il vuoto delle giovani generazioni. I contributi sociali tendono a diminuire per i bassi salari e le forme contrattuali precarie imposte ai nuovi assunti. Poiché precarietà e redditi umilianti sono diventati la condizione normale dei lavoratori connazionali, a maggior ragione ciò vale per gli immigrati, sfruttare i quali è più facile, tanto più che vengono impiegati in settori “poveri” e molto spesso in nero. Da dove arriveranno dunque i miliardi necessari a tenere in piedi l’INPS? Diventa economicamente arduo formare una famiglia, dice Gotti Tedeschi, “esattamente perché da trent’anni si è deciso di non fare figli”. È una tautologia che va spiegata: ci siamo convinti che saremmo diventati più ricchi senza figli, ma è avvenuto il contrario. La soluzione è tornare alla famiglia, ad una equilibrata natalità. La follia malthusiana, peraltro, cozza con i modelli di crescita più conosciuti, centrati sulla crescita della forza lavoro, cioè della popolazione, oltreché della produttività, della domanda e degli investimenti. Uno dei grandi errori delle teorie dominanti è proprio l’enfasi posta sull’offerta, senza interesse per la domanda, che domina invece il modello keynesiano. I previsori hanno fallito clamorosamente, promettendo neve all’Equatore. Lester Thurow, un venerato maestro scomparso nel 2016, teorizzava che la crescita economica più elevata si realizzava senza crescita di popolazione. I fatti si sono incaricati di smentirlo: in Brasile, Cina, India la popolazione aumenta e accumulano ricchezza nuova, l’Europa segue il percorso contrario. L’attuale inverno demografico, divenuto avanzato autunno economico, è l’ideologia delle élite occidentali dal 1972, l’anno del rapporto del Club di Roma conosciuto con il titolo I limiti dello sviluppo. Dati ufficiali dell’ONU smentiscono le conclusioni neomalthusiane promosse a Vangelo dell’occidente: nel secolo XX la popolazione è cresciuta di quattro volte, la ricchezza disponibile di quaranta. Inascoltata è rimasta la voce di Alfred Sauvy, grande demografo e valente economista, che collegò il benessere a un ragionevole incremento della popolazione, ricordando la fine ingloriosa dell’impero romano, che perse in meno di duecento anni la metà dei suoi abitanti. […] Occorre una visione di lungo periodo, di cui è incapace il nostro tempo, che misura ogni cosa in termini di effetti immediati. Sorprende, ma spiega molte cose l’analisi storica di alcuni dati: nel 1960 il PIL pro capite dei paesi ricchi era 26 volte superiore a quello dei poveri, esplodendo a 57 volte nel 1995. Solo cinque anni dopo, il rapporto precipitò a sole 7 volte. Nella prima fase del calo della natalità, l’aumento della ricchezza c’è stato, poiché l’equilibrio era ancora sostenibile, successivamente è crollato per il motivo opposto, unito all’irruzione di Cina e India. Sono ben 65 i paesi con un tasso di sostituzione della popolazione insufficiente a mantenerne inalterato il numero. Si tratta prevalentemente di nazioni occidentali o influenzate dal sistema di pensiero dominante da noi. Il collasso dei sistemi sociali si avvicina e determinerà squilibri socioeconomici ed esistenziali di difficile soluzione. […] Riscaldare il gelido inverno demografico italiano conviene. Sommessamente aggiungiamo noi, salva un’antica nazione dall’irrilevanza e dall’estinzione, permettendo alla nostra civiltà, alla nostra gente, di evitare un destino da capitolo dei libri di storia dedicati al passato.

 

Roberto Pecchioli

 

 
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