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Rivoluzioni colorate PDF Stampa E-mail

29 Marzo 2017

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Da Rassegna di Arianna del 27-3- 2017 (N.d.d.)

 

Ci sono tutti i sintomi classici indicati a suo tempo da Gene Sharp. Cittadini pacifici contro la corruzione. Che c'è, ovviamente, come da noi. Qualche arresto. Immediatamente tutti i media occidentali parlano di dittatura. Bastano poche ore e tutti i tg sono scatenati. Poi arriva il coro unanime dei giornaloni. La rivoluzione colorata (per ora da operetta) deve ancora trovare un colore. Per ora non sanguinaria. Così si allungano le sanzioni contro il dittatore.  Poi, alle prime gocce, eventuali, di sangue, ecco le prime urla selvagge che invocano la punizione del dittatore, che comincia a diventare "sanguinario". La protesta diventa allora rivolta. Naturalmente "democratica". Spunta qualche arma (in Ucraina arrivarono subito i lanciafiamme, in mano ai dimostranti).  Poi, se funziona, il dittatore si arrende. Si fanno elezioni "democratiche", dove vincono i pro-occidentali e il gioco finisce qui. Se non basta lo si rovescia con la forza (caso ucraino). E poi lo si uccide (Milosevic, Saddam Hussein, Gheddafi). 

 

Questo lo abbiamo già visto, con tutte le varianti del caso. Con Bashar al-Assad non ha funzionato. Solo che in Russia sarà più difficile, molto più difficile. Perché il popolo russo non starà a questo gioco, e anzi lo romperà. E allora bisognerà usare qualcosa di molto più pesante di una qualsiasi rivoluzione colorata. Da fuori.

 

Giulietto Chiesa

 

 
Denatalitā PDF Stampa E-mail

28 Marzo 2017

 

Da Rassegna di Arianna del 24-3-2017 (N.d.d.)

 

Il presidente Turco ha lanciato un appello ai connazionali che vivono in Europa: fate 5 figli a testa ed il continente sarà nostro. Quindi l’Europa Cristiana è destinata ad essere “sostituita” progressivamente da un continente islamico. Il proclama di Erdogan fonda su un dato incontrovertibile: i tassi di natalità, in Europa, sono al minimo storico. Se non si generano figli non si produce ricchezza. La patologica denatalità dei popoli europei li espone, come abilmente intuisce il premier turco, ad una ineluttabile prospettiva di sostituzione etnica. Vero è che senza nascite non si può creare ricchezza per i giovani. E neppure sostenere servizi pubblici, prestare assistenza sanitaria adeguata e pagare le pensioni agli anziani.

 

 Se gli stati continueranno nelle sconsiderate politiche di tagli alla spesa sanitaria e pensionistica, l’eutanasia diverrà un approdo ineluttabile. Si afferma il mito neomaltusiano della “decrescita felice”. Si tratta di un assunto folle che intende prescindere dalle leggi naturali, quelle che prevedono un punto di equilibrio naturale tra nascite e morti. Una comunità che intende prescindere dal tasso aritmetico di sostituzione (2 figli a coppia), per crescere economicamente dovrà almeno incentivare i consumi. Tale scelta presuppone però un modello economico e sociale nefasto in quanto implica un maggiore uso di risorse, danni ambientali. Si tratta, infatti, di un modello definibile come massimalismo consumista che fonda sul sistematico ricorso al debito, usando il risparmio per i consumi, impone l’aumento dell’imposizione fiscale per fare fronte ai costi connessi all’invecchiamento della popolazione. Tale modello determina la riduzione degli investimenti, drenati dai consumi, e la riduzione del potere di acquisto che vincola le coppie a lavorare rendendo più complesso fare figli: insorge la conseguente necessità di delocalizzare la produzione per fronteggiare la perdita di potere di acquisto che demolisce produzione e lavoro. Gli indicatori demografici, diffusi dall’istituto di statistica, confermano, peraltro, che l’Italia ha il tasso di natalità più basso di tutta Europa. Ed in Italia sta nascendo anche il partito musulmano: è stato dato impulso, infatti, alla costituente islamica per dare una rappresentanza agli oltre due milioni di musulmani ormai stabilmente presenti nel nostro paese. L’iniziativa richiama alla mente un documento datato 1982 in cui gli ideologi dei fratelli musulmani dettavano 25 punti per islamizzare l’Occidente: tra le varie strategie, c’era quella di creare reti nei vari paesi che mantenessero un’apparenza di moderazione, pronti ad allearsi con le forze progressiste per guadagnare rappresentanze elettive. Sulla base di queste premesse, il processo di sostituzione del popolo italiano si verificherà a ritmi anche più sostenuti rispetto agli altri paesi. Vero è che nel 2017 sono previsti 70000 sbarchi in più rispetto all’anno passato. Nel 2016 sono giunti in Italia oltre 180000 immigrati. Per l’anno in corso, se ne prevede l’arrivo di oltre 250000. Tutto questo a fronte di un accordo concluso di recente dal Governo italiano con quello libico per contenere il fenomeno migratorio. Daremo aiuti alla Libia, anche in denaro, per vedere aumentare gli sbarchi sulle nostre coste. Il nostro Governo si è vantato di avere assunto l’impegno di rafforzare le istituzioni libiche: polizia, guardia costiera, capacità di contrasto al traffico di disperati. Se la vicenda non fosse drammatica sarebbe semplicemente ridicola. C’è da chiedersi se i professionisti delle politiche di accoglienza, e gli omuncoli di governo, si siano almeno resi conto che la genialata del piano di redistribuzione degli stranieri – quello che il governo intende imporre ai riottosi Comuni – è destinato ad un inevitabile fallimento. Tale piano era stato infatti concepito per accogliere 200.000 persone, già generando polemiche e rumoreggianti proteste popolari. Questo numero veniva giustamente considerato come una insostenibile enormità. Ne consegue che se ne arrivano 250.000 l’anno e  i trasferimenti negli altri stati europei sono stati bloccati, l’impresa è destinata ad ineluttabile catastrofe. I musulmani perseguono il legittimo, seppure nefasto, obbiettivo di sostituire i popoli europei. I popoli europei hanno necessità di sostituire i loro ridicoli governi.

 

Carmine Ippolito

 

 
Gigante economico e nano politico PDF Stampa E-mail

27 Marzo 2017

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Da Rassegna di Arianna del 25-3-2017 (N.d.d.)

 

[…] Il Trattato di Roma fu il peccato originale dell’Unione Europea. Perché sin da allora si pensò, anzi ci si illuse, che l’Europa si potesse unire partendo dal Mercato Comune. Non fu una scelta strategica, ma una rinuncia obbligata, una vera e propria cessione di sovranità. Cosa voleva dire infatti che l’Europa poteva unirsi solo come un Mercato, il Mec? Che l’Europa era una vecchissima minorenne sotto tutela americana, un cappone all’ingrasso che poteva crescere sul piano dei consumi e degli scambi ma non poteva avere le chiavi di casa e decidere il suo destino. Alla politica mondiale ci pensavano i due tutori che si erano divisi l’Europa, vale a dire gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. E all’Europa si prospettava un destino di gigantismo economico e di nanismo politico-militare. L’unica voce veramente dissonante nel tempo fu quella di De Gaulle che voleva l’Europa delle patrie e non dei mercati.  Vi rendete conto allora perché oggi l’Europa ha ferree leggi in economia e in finanza ma ha una linea fragile e frastagliata quando si tratta di proteggere o affermare i suoi interessi politici, militari, geostrategici.

 

Tutto deriva dal quel peccato originale, da quella scelta battesimale, che poi diventò il profilo dell’Unione Europea. Mercato di ferro, testa di burro. L’Europa con gli anni crebbe in larghezza, cioè si estese in latitudine fino ad accorpare quell’altra Europa dell’Est rimasta sotto l’ombra del Patto di Varsavia e dell’Urss. Ma non crebbe in altezza, cioè in dignità politica e in sovranità. Se oggi vediamo mezza Europa tentata dai populismi, l’origine dobbiamo rintracciarla in quel vizio. Se in un primo tempo l’Europa piacque lo stesso ai popoli, o perlomeno a una parte considerevole dei popoli, a cominciare dal nostro, era perché il mercato e l’economia distribuivano ancora ricchezza, spalmavano benessere, non erano ancora diventati il terreno del disagio sociale ed economico, il calo dei consumi, la perdita di status sociale, e soprattutto l’identificazione della finanza pubblica col Debito Sovrano. Ora, l’aria è cambiata e i flussi migratori che l’Europa non sa controllare, l’invasione concorrenziale del commercio asiatico dall’oriente, l’ombra minacciosa dei fanatici islamici, aggravano la situazione. L’Europa appare una fortezza, ma non per impedire l’ingresso di nuove popolazioni, bensì per impedire alle popolazioni interne di uscire dai rigidi muri finanziari imposti dai parametri economici europei. Una fortezza finanziaria per le sue popolazioni e una frontiera di burro per tutti gli altri. L’Europa ha vincoli ferrei in economia e invece viaggia sparpagliata sul piano politico e militare. Vincolati ma Sparpagliati, l’Europa di Pappagone.

 

E ora che si fa, si torna indietro agli stati e alle monete nazionali, si scioglie l’Europa? La soluzione non è rinchiudersi nel recinto di casa e immaginare di poter ripristinare la situazione precedente. Anche perché non avrebbe senso il ritorno alla lira col debito pubblico che ci trasciniamo appresso; a voler essere arditi e radicali dovremmo pensare piuttosto di rinegoziare il debito, visto che è un buco incolmabile. E non solo l’Italia. La soluzione non è che l’Italia esca dall’Europa, semmai è necessario che l’Europa esca dall’Europa… Ossia che esca dal tinello ed entri finalmente nella Casa Europea. Si tratta di rifare l’Europa, di ripartire da una confederazione di stati europei, rimetterla in piedi, capovolgendo il suo assetto odierno incentrato sulla subalternità tecnico-finanziaria e mercantile: più duttile sul piano dei mercati, le sue regole e l’economia, e più compatta invece sul piano della politica, della strategia, della difesa, con una più spiccata adesione ai principi fondativi della civiltà europea. Si tratta insomma di pensare un nuovo trattato, ma mancano i soggetti all’altezza di una svolta del genere. Per questo l’Europa festeggia il compleanno col morto. O col bambino mai nato.

 

Marcello Veneziani

 

 
Nobiltā del nichilismo PDF Stampa E-mail

26 Marzo 2017

 

Da Victory Project del 20-3-2017 (N.d.d.)

 

Sente la potenza trascendente nichilista chi vede il permanente affanno degli uomini protrarsi fino alla sopraffazione dell’altro pur di affermare sé; chi vede che anche dopo quelle affermazioni ancora la serenità non sopraggiunge; chi sente che la livella nichilista è una modalità occidentale per accedere a dimensioni umane altrimenti lasciate al fango dei giorni. Ipotizzando che lo spirito del nichilismo abbia pari diritto di ogni altro, potremmo condividerne il messaggio, l’essenza, il valore utili al nostro equilibrio, al riconoscimento del nostro profondo sé. Il binomio è contraddittorio: è di noi tutti tanto anelare alla pace, quanto essere intolleranti. È ragion sufficiente per sospettare che la pace permanente sia una incongrua aspirazione, oppure, per creare processi autoeducativi per scoprire come abortire gli embrioni di ogni conflitto? Processi umanamente possibili o cacciati a forza dalla presuntuosa ragione entro i limitati confini delle nostre identità? Dunque buoni per prendere coscienza che la concezione meccanicistica dell’uomo non può essere estesa ad ogni sua circostanza? Se realizzeremo la rivoluzione individuale, per vivere le relazioni nel rispetto, ci avvieremo a esprimere pace senza bisogno di appellarci al diritto razionale? Avremo a quel punto realizzato il progetto del Cristo e dell’anarchia? Per intenzioni e sospetti di questa portata, incertezze di questo peso e lotte di questo valore, anche il nichilismo offre la sua spinta evolutiva. Diversamente da quanto ci sussurra con insistenza il luogo comune - qualcosa di nefasto dal quale prendere le distanze - il nichilismo non è privo di orpelli nobili. Non c’è in lui alcuna contiguità con l’indifferenza e l’apatia, nessun prodromo della depressione, non è in lui appiattire ciò che ci appare come ente, come qualcosa che abbia valore, a niente. Né ha a che vedere con l’accidia, arida mortificazione più spirituale che pigrizia materiale, che rimanda ad una inesprimibile richiesta di amore. Piuttosto, gli è proprio farci presente che elevare qualcosa al di sopra di altro, preclude allo scaturire della profonda coscienza di sé, sempre nascosta dietro le più radicate, egocentriche convinzioni. Una volta consapevoli di noi stessi, non possiamo che riconoscere la permanente arbitrarietà delle nostre affermazioni. Non possiamo che convenire che viviamo solo entro il nostro discorso, che non abbiamo altro territorio vitale oltre alla mente nella quale siamo immersi. Nel nichilismo si può quindi riconoscere un risultato evolutivo. Esso scaturisce dalla consapevolezza che tutti gli affanni sono di pari valore, che farne graduatorie - tutte egoistiche - ci può anche portare in cima, ma su vette di carta.

 

Secondo lui - il nichilismo - ogni arbitrio è arrogante, inopportuno, privo di sostanza duratura e ragione universale. Per lui, ogni arbitrio necessita ed esprime forza sopraffattrice che, per implicita natura, si realizza nel sopprimerne altre. Ogni arbitrio fa l’occhiolino alla meschinità e alla disonestà. Condotte che sciamano in noi a rotazione, secondo il disegno delle circostanze della vita. Condizioni che mortificano le nostre migliori potenzialità di realizzare vite private, relazionali e sociali via via più idonee alla bellezza. Nessuno dovrebbe esonerarsi dal mettere in moto la propria evoluzione olistica, tutti possiamo riconoscere che se ogni foglia dedicasse a se stessa tutte le energie, prima il ramo e poi l’albero ne soffrirebbero. Tutti dovrebbero secondo misura personale farsi foglia di albero. […] Dal cospetto della nostra ricerca – qualunque essa sia – c’è difficoltà ad evitare il pungente compagno di viaggio detto nichilismo. Non di rado è acuto. Spesso riesce a sciogliere nel suo acido anche le architetture più solide e belle. Non ha riguardo per niente, ma ci si può fidare, non mente mai. Merita rispetto. Uno dei suoi trucchi – ma la realtà è maschera, quindi non è un inganno – sta nel portarci a traguardare le cose, il mondo, da un punto di vista utile alla sua causa. È ammaliante. Si estende su una rete sottile, che non vediamo se non quando ci prende. E sa attendere, quindi ci cattura sempre. Tuttavia ci sono momenti in cui sembra di essere riusciti a seminarlo, il nichilismo. Accade quando capita di essere nel qui ed ora, dentro il presente, identificati con le nostre concezioni. […] Dici “io” e sei orgoglioso di questa parola. […] C’è più assennatezza nel tuo corpo che nella tua più assennata saggezza. E chi può dire a quale scopo il tuo corpo ha bisogno proprio di questa saggezza così assennata? Senza “io”, si è in una condizione nelle quale non si avverte più la separazione delle cose, semmai la loro contiguità e necessarietà. La loro imprescindibile relazione. Uno stato nel quale non si fa arte, la si è; non facciamo niente, siamo tutto. Un ritorno all’Uno, alla condizione primigenia, astorica, che non è e non può essere permanente. Così, senza fretta e senza accorgerci, ci si ritrova a riconoscere che qualunque questione intellettuale, speculativa, analitica e globale, non contiene né conduce ad alcuna verità, che non sia creata dalla sua stessa dialettica. Ogni questione è ambitale, autopoietica, si crea mentre la si pronuncia, e la si pronuncia in modo da poterla creare ed alimentare e in modo sia confacente a noi stessi. Tira acqua al proprio mulino. La questione, fuori dall’invisibile e spesso inconsapevole recinto dell’ambito, non dice più nulla, non ha più ragione d’essere. […] Tanto più un’esposizione – qualunque sia il suo oggetto – è opportuna all’interlocutore tanto più gli sembrerà accreditabile, vera. Viceversa, se è inadeguata a coniugarsi con la biografia alla quale è destinata, tanto più – anche l’oggetto apparentemente più esclusivo, sacro e bello - avrà tutte le chances per non essere comunicato, riconosciuto, valorizzato. Anzi, per non essere proprio. […]  Come la democrazia. Dopo averla concepita nella sua sicura e rassicurante purezza, siamo rimasti ancorati ai suoi bei proclami, nonostante le dimostrazioni quotidiane di quanto si siano abbrutiti e allontanati dalla propria origine, nonostante siano stati mostruosamente deformati dalla burocrazia, nonostante le stanze dei suoi palazzi siano tutte androni della corruzione, non riusciamo né a ricucire gli strappi fatti alla sua bandiera, né a rinunciarvi. Così, per quanto pare abbia espresso l’ultimo e apparentemente migliore risultato della storia, per quanto sia oggi profondamente e radicalmente criticabile, si stenta a separarsene: ce ne siamo identificati; le alternative ci appaiono inaccettabili, tutte annichilirebbero quel perno essenziale a noi stessi. Così, pur potendo immaginare quanto sarebbe bello vivere in uno stato agile e veloce, non siamo nelle condizioni di realizzarlo se non uccidendola, la democrazia. Se non tornando ad aspirare e vedere il bello - solo per alcuni - dei pugni di ferro. Se non si può ancora dire che ce lo siamo voluto, si può però dire che ce lo stiamo volendo. Non è apologia dell’assolutismo. Quella democrazia che sognavamo e volevamo ardentemente, che avevamo idealizzato a nostra migliore immagine e somiglianza, ora ci appare vestita della sua concreta, rattoppata storicità. Ora sembra accettabile, giusto, voler cambiare vestito, rinunciarvi. L’invasiva malpolitica e certamente tanto altro stanno riuscendo ad allontanarci dal desiderio di democrazia. È la storia che ci segnala quanto sia funzionale la martellante difficoltà quotidiana al sempre più diffuso auspicio di vederla risolta in tempi brevi, senza più i lunghi lacci che tessono la democrazia. […] Mentre vediamo il suo lato oscuro, scorgiamo i vantaggi di un ordine che sappiamo facilmente abbinare a governi più rigidi. È tanto più difficile abbandonare l’idea della democrazia quanto più ce ne eravamo identificati. La separazione che possiamo accettare può avvenire per gradi contigui, non improvvisamente. Diversamente, sarebbe come compiere un gesto maldestro che ci fa uscire il baricentro dalla nostra base d’appoggio. […] È un processo che avviene per qualunque idea, scelta, ambito. Necessario per salvaguardare l’identità, la sopravvivenza. Ogni compromesso che consideriamo accettabile, ogni passo esplorativo che consideriamo idoneo a noi stessi sottostà a questa legge. La morale che interessa qui, è che le cose si muovono, che la forma che meglio esprime il tempo è quella del pendolo. La sola permanenza è l’oscillazione.

 

Il nichilismo ne è una modesta constatazione. La morale è che scoprire i lati oscuri delle nostre fedi che credevamo cristalline non è che una rispettabile premessa per riconoscere che ogni oggetto della nostra attenzione è potenzialmente soggetto della medesima sorte. È lì che può farsi in noi la consapevolezza del nichilismo, è lì la sua ragione d’essere. È lì che la ragione anarchica e cristica trovano il terreno adatto al loro basamento. Non più accumulo e sopraffazione ma assunzione di responsabilità di tutto, amore. Dunque la qualità spirituale del nichilismo non è semplicisticamente negativa e sconveniente, come un becero luogo comune vorrebbe, è semmai, e prioritariamente, la sola, in grado di farci presente quanto non potremo che perpetuare la storia mentre urliamo, tutti, di volerla cambiare, migliorare, trasformare (magari affidandoci alla tecnologia). Nichilismo perciò come una sorta di El Dorado. Vetta accessibile a chi non si perde lungo la parete, attratto ora da una, ora dall’altra tra le molte linee che non portano in cima. […] L’iperbole di tale “furia del dileguare”, prodotta dalla domanda metafisica fondamentale, è rappresentata dall’ipotesi cartesiana del Dio ingannatore [...] in forza della quale anche le verità logiche e matematiche, le verità analitiche di cui si predica l’incondizionata necessità, sono sospese all’arbitrio di una potenza di non essere. […] se è proprio di Verità che si sta credendo di parlare, come fa ad essere il nichilismo una questione più meritevole delle sue antagoniste? La risposta è di quel genere che appare semplice, contenuta nella stessa domanda. È proprio dalla consapevolezza di quella insolubile contesa, da quella velleitaria e narcisistica graduatoria delle cose del mondo, che la prospettiva del nichilismo si genera in noi, che prende il valore che spetta ad ogni cartina di tornasole. Parlare di antagonismo di idee, scelte e comportamenti, riconoscerne la presenza anche in noi, nei nostri più amorevoli ed intenzionalmente univoci intendimenti, è uno dei modi per accorgerci che anche se credevamo di viaggiare soli, il nichilismo, era lì, zitto e fermo ad aspettarci. […] Lottare per il giusto non è arbitrio diverso da qualunque altro, il più odioso incluso. Pronto a dirci che la storia si perpetua su questa inesausta ruota da criceto, sola permanente Verità dei nostri giorni.

 

Lorenzo Merlo

 

 
Tragicommedie PDF Stampa E-mail

25 Marzo 2017

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Da Comedonchisciotte del 23-3-2017 (N.d.d.)

 

È snervante scrivere per anni le stesse cose. Rimanendo solo nell’arco di mia vita mortale e non fossi stato troppo piccolo, avrei incominciato con Pearl Harbour, dove Roosevelt sollecitò i giapponesi a bombardare la sua flotta. Sufficientemente grandicello, ho potuto commentare la Pearl Harbour 2.0, diventata Golfo del Tonchino, dove inesistenti barchini nordvietnamiti hanno permesso agli Usa di bruciare viva mezza Indocina. Dalla piena maturità alla senilità, mi sono passati per le mani, a citarne solo i primi che vengono alle sinapsi affaticate, la tragicommedia dell’11/9, quando missili Cia e Mossad travestiti da aerei di linea hanno bucato torri a suo tempo dinamitate dall’interno; la farsa di Londra 2005 in cui a uno zainetto lasciato nella carrozza del Tube è stata attribuita la voragine causata da un ordigno posto sotto la carrozza; il triplice attentato di Amman, 2005, preceduto dall’evacuazione dei cittadini israeliani e coronato dall’uccisione di dirigenti palestinesi riuniti con militari cinesi; Bali, Mumbai, Madrid, Charlie Hebdo, dove certi terroristi camuffati ma identificati grazie all’esibizione ex-post dei documenti in macchina, hanno operato liberamente sotto lo sguardo di pattuglie di polizia; Bruxelles aeroporto, dove l’attentato è stato mostrato utilizzando un vecchio video di Mosca; Monaco, dove il più sofisticato armamentario antiterrorista germanico ha lasciato un tizio passeggiare e  sparacchiare in un centro commerciale per quattro ore, prima di rinvenirlo e seccarlo mentre se la filava lontano dal luogo; Nizza, dove il giro della morte del Tir non lascia un’ammaccatura sulla carrozzeria e un’immagine nelle venti telecamere lungo il percorso (o meglio le ha lasciate tutte, ma il governo ha deciso che non servivano e andavano distrutte). E successo anche con quelle del Bataclan… Incongruenze che diventano lacerazioni smisurate nel tessuto dello storytelling  delle stragi. […] Quando perfino nel programma meno di regime “La Gabbia” di Paragone, su La7, tutto finisce nei latrati antislamici di energumeni di una Weltanschauung decerebrata dove, dopo i comunisti che mangiano i bambini, siamo ai musulmani che mangiano le donne. […] Ieri, da Paragone, si trattava di fossili ricuperati come Giovanna Maglie,  Antonio Caprarica, Alessandro Meluzzi. I primi due si dicono giornalisti, il secondo, che scandaglia l’anima degli islamici e vi trova riserve inesauribili di nequizie, psichiatra. Con tanti saluti a Basaglia.

 

La NSA, ci è stato rivelato da Snowden e Assange e confermato da Trump, e le altre sorelle depravate dedite al voyeurismo, ascoltano tutto, vedono tutto, ti spiano dallo smartphone, dallo schermo di tv e computer, dal citofono, dall’asciugacapelli. Incamerano un miliardo di dati al minuto. Ora Renzi, per interposto Gentiloni, gli vende pure (all’IBM) tutti i nostri dati sanitari. Non ne hanno scampo né la cancelliera tedesca, né la presidente brasiliana, né gli ultimi ruotini del carro, che siamo tutti noi. Tuttavia, vigliacco se gli capitasse una volta di intercettare il malvivente che si fa mandare da Al Baghdadi a massacrare gente, proprio là dove non c’è comunicazione, o apparizione, che non siano controllate dal più sofisticato apparato tecnologico mai visto, neppure da quelli di StarTrek. Magari, però, come ci rivelano le ultime meraviglie vantate dagli apparati che ci assicurano sicurezza, sono in grado, a distanza, di prendere i comandi di un aereo, come quelli dell’11 settembre decollati e scomparsi per sempre, l’altro tedesco sui Pirenei, o di un camion, come quello di Nizza, o di un SUV, come quello di Westminster, e fargli fare quello che gli pare. E così anche con esseri umani, specie se disturbati, manipolati, fuori di testa che pensano di assaltare il parlamento britannico con forchetta e coltello. Tanto poi tutti quanti muoiono. Capitasse mai che ne esca vivo uno che ci racconti, magari senza waterboarding, chi lo manda. Sarebbero mirabolanti sorprese se uno ci riuscisse. Per tutti coloro che pontificano, accreditano, avallano, si strappano i capelli a edicole e schermi unificati. Non per noi.  Noi ci accontentiamo della firma. Dunque, anche la scorribanda del presunto Imam radicale di nome Brooks, dopo un po’ di suspence per un migliore ascolto, ha avuto la sua rivendicazione tradizionale. Scotland Yard, la migliore polizia antiterrorismo del mondo, s’era scordata che quell’imam era ancora in galera (che ridere: Caprarica, a “La Gabbia”, aveva giurato di riconoscerlo!) e quindi ha dovuto degradare l’attentatore a milite ignoto del terrorismo, pur sempre islamico. Tale Massud, come sempre noto delinquente, dunque ricattabile, dunque soggetto debole, come ultimamente anche quello, cocainomane etilizzato, dell’aeroporto parigino. Preparando così l’immancabile avvento dell’Isis e della sua firma. Uno col coltello a Parigi, un altro che a Londra assalta con due coltelli il più poderoso schieramento di sicurezza del paese, quello attorno alle massime istituzioni. Due abbattuti senza pensarci su mezza volta. Senza pensare quanto sarebbe stato facile e utile bloccarlo, magari con uno spruzzo al peperoncino, e arrivare tramite lui alla centrale operativa alla tana del mostro. Oppure pensandoci proprio e concludendo “non sia mai”.

 

Ma, signori miei, visto che tutti, ma proprio tutti sappiamo, anche se ci ostiniamo a far finta di niente, che l’Isis, come la carta di ricambio Al Qaida e tutti i terroristini aggregati, sono addestrati, armati, finanziati, riforniti, vestiti e nutriti, medicati (in Israele), da Usa, Nato, Israele e relativi azionisti, affittuari e sicari tra Turchia e Golfo; visto che ogni tanto Obama, o chi per lui, soleva mandare un McCain o un Graham a lisciargli il pelo, a rinnovargli l’affetto a dispetto di quanto è bene dire in pubblico, a chiedergli se il cappuccino è buono e il tritolo funziona nelle piazze di Damasco o Baghdad…. visto tutto questo, allora quando l’Isis dice “siamo stati noi”, è logica stringente, e ragion pura anche per Kant, che sono stati loro. Gli sponsor, i padrini, i committenti. Troppo facile. I nostri “esperti” da cento euro al grammo di islamofobia, queste ovvietà banali non le prendono neanche in considerazione. Ci ho provato una volta io, dopo Parigi e Bruxelles, da Telese a Matrix. Lui, che non è un inconsapevole, sorrideva. Gli ospiti agitavano le braccia, roteavano gli occhi, sghignazzavano e sospiravano: “cose dell’altro mondo”. Un buon tacer non fu mai scritto.

 

Interessante l’evoluzione del terrorismo a uso domestico. Finite, nella fase, le grandi operazioni da laboriose panificazioni e con risultati epocali, coinvolgenti apparati di Stato e complesse e numerose componenti professionali, con relativi rischi di gole profonde, errori, sovrapposizioni e trascuratezze, come quelle grandiose dell’11 settembre, si è passati a progetti realizzabili con mezzi e numeri più modesti. I colpi grandi, tipo aerei tirati giù o palazzi fatti saltare, si sono lasciati ai paesi “arretrati”, dove non si fa tanto caso alle toppate. Si è passati alle coppie di terroristi e ai minigruppi, rigorosamente islamici, visti a Parigi e Bruxelles e, con Wuerzburg, Nizza, Monaco, fino a Londra oggi, ai terribilissimi “lupi solitari”. Poca spesa, impegno minimo, soggetti adulterati e manovrabili ed effetti anche migliori, più diffusi, capillari, terrificanti. Il panico del vicino, del passante, della vettura qualsiasi, dello sconosciuto, o conosciuto, della porta accanto. Meravigliosa invenzione: insicurezza totale, irrimediabile e, di contro, Stato di polizia, società securitaria, lotta di classe o di liberazione annientate. Tanto a liberarti tua sponte dagli impicci della privacy, cioè dalla tua sfera di sicurezza personale, ci hanno già pensato i sicari principi della Cupola, i terrroristi soft: i Tim Cook, Steve Jobs, Bill Gates, Mark Zuckerberg. Quando, autoimmmolando la tua libertà e intimità tra Grande Fratello, ciarle private strepitate al telefonino, selfie in Facebook, ti hanno ridotto a un demolitore pubblico della tua identità, alla mercé di tutti. E soprattutto dello Stato spione e gendarme e del suo golpe strisciante. […]

 

Un Suv e due coltelli. Un primo avviso. A Westminster è successo, mica a Canterbury. Al parlamento dove stanno quelli che brexitano. E sul ponte di Westminster, immancabile per ogni turista eurifero e dollaroso. Come quelli di Sharm el Sheik e di Luxor, che non ci vanno più da quando, nel fedifrago Egitto di Al Sisi che ha fregato i cari Fratelli Musulmani, l’Isis (si fa per dire) fa saltare in aria la gente. Segnalìno utile, invece, a quei necrofori che, sabato e domenica a Roma, contro Brexit e altri Exit che girovagano per l’aere europeo, cercheranno di insufflare nel corpaccio in putrefazione dell’UE quanto basta per fargli fare un po’ di scatti mesmerici. Di quelli che, pur solo fingendo la vita, bastano a far sì che, nel nome dell’Europa ricucita da sarte di palazzo come Laura Boldrini, noi ci si lasci fregare ancora una volta. Prima, prendendo le mazzate perché osiamo ancora andare in piazza. E poi accettando che, anche solo a sollevare le sopracciglia sull’onnicomprensivo e onnipotente tasso di criminalità della classe dirigente, si finisca fuori. O piuttosto dentro. Come amici dei terroristi. Visto cosa si può combinare con una macchina e due coltellini svizzeri?

 

Fulvio Grimaldi

 

 
L'inganno della democrazia PDF Stampa E-mail

24 Marzo 2017

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Da Rassegna di Arianna del 22-3-2017 (N.d.d.)

 

Quella della democrazia politica e delle sue giustificazioni metafisiche e filosofiche, in epoche più vicine a noi di natura ideologica, è una storia lunga. Una storia lunga più di venticinque secoli. Se vogliamo, possiamo partire, accademicamente, dal pensiero del sofista greco Protagora (V secolo avanti Cristo), sostenitore di quella democrazia che appariva giusta all’intera città (la Polis), non soltanto a singoli politai, quella stessa democrazia che era stata data all’uomo niente di meno che da Zeus in persona. Il padre della sofistica, Protagora di Abdera, era fiducioso nel buon uso della tecnica politica da parte degli umani, quale dono della suprema divinità dell’Olimpo, per consentire loro di associarsi nel reciproco rispetto, praticando la giustizia. Non così il celeberrimo Platone, che dedicò addirittura uno dei suoi dialoghi a Protagora, in cui non poteva mancare la figura del maestro Socrate, per sconfessare i sofisti e la sofistica. Platone fu un lucido critico della democrazia nel mondo antico, in contrasto con il primo ”ideologo” democratico Protagora, per il quale, grazie ai doni di Zeus distribuiti più o meno equamente nell’umano genere, gli uomini erano tutti dotati, almeno in potenza, della virtù politica ed erano mediamente consapevoli, liberi e in grado di gestire al Polis. Ciò che Platone metteva in luce criticamente erano i punti deboli del pensiero del sofista, come l’uguaglianza fra gli uomini, tutti dotati almeno in potenza delle stesse virtù, compresa quella politica, come se fossero stati fatti con lo stampino. In verità, secondo Platone, pochi erano quelli in grado di far prevalere la razionalità su desideri e impulsi irrazionali, agendo nell’interesse generale per il bene collettivo.

 

Gli uomini non sono fatti con lo stampino, per come la vedo io (manco a dirlo, vicino più a Platone che a Protagora), l’uguaglianza è una faticosa conquista – non qualcosa d’innato – da gestire con cautela e lungimiranza, e i presupposti più antichi della giustificazione/legittimazione del “sistema democratico”, fondato su una discutibile uguaglianza ben stigmatizzata da Platone, sono fondamentalmente errati. Paradossalmente, aveva ragione l’autore de La Repubblica e del Protagora, quando ammoniva che dalla democrazia alla tirannide, pur transitando attraverso la controversa figura del demagogo, il passo è breve, nonostante la democrazia avrebbe dovuto rappresentare l’opposto della tirannide. Questo pericolo, con le dovute cautele e differenze, è di grande d’attualità ai giorni nostri. Anzi, nel nostro presente, migliaia d’anni distante dal tempo del grande filosofo ateniese, la democrazia si è già trasformata in una strisciante e mascherata tirannia. Non di un uomo solo, demagogo e animato da volontà di potenza individuale, ma di una ben precisa classe dominante, al vertice della piramide sociale. È chiaro che la democrazia della Polis antica, con la partecipazione diretta dei soli maschi adulti nati da genitori provvisti di cittadinanza, unici nella pienezza dei diritti, è alquanto diversa da quella rappresentativa di matrice liberale, caratterizzata dal suffragio universale. Tuttavia, qualche confronto possiamo farlo. Nel tempo antico e nel mondo degli Elleni la contrapposizione era fra l’Agorà, cioè la piazza ateniese (tuttora visibile ad Atene) delle assemblee dei politai, e l’Acropoli degli oligarchi e dei trenta tiranni. Oggi il conflitto è fra la classe dominante globale, finanziaria e post-borghese, da un lato, e la classe dominata pauper, dall’altro lato, che si sta formando sempre più rapidamente in paesi come l’Italia, soggetti all’impoverimento di massa e al dominio del libero mercato. Lo scontro fra Agorà e Acropoli (simbolicamente) era combattuto da entrambi i contendenti, e il popolo riconosceva il nemico (gli oligarchi con i propri interessi e appetiti di potere, i tiranni di Teramene e Crizia). Nel nostro caso storico, invece, assistiamo a un conflitto a senso unico che va avanti da anni, combattuto con ogni arma (la finanza, la pubblicità, la cosiddetta informazione, il terrorismo, la droga, le riforme del lavoro e delle pensioni, eccetera) dai dominanti contro i dominati, che paiono ancora totalmente inerti, con il capo chino a ricevere i colpi, in molti casi senza neppure capire da dove arrivano. Se ciò avviene in piena apoteosi della forma di governo democratica, nella versione attuale rappresentativa a suffragio universale, è chiaro che anche il cosiddetto sistema democratico è un’arma potente, sul piano politico, in mano ai dominanti globali. La tirannia non è esplicita ma mascherata e molto subdola, perché i politici eletti e i tecnocrati nominati che infestano questa democrazia, sono espressione dei soli interessi della classe dominante, anche se millantano – nel caso dei politici eletti, per i tecnocrati non ce n’è bisogno – una rappresentanza popolare. Per chi vuol vedere e riesce a comprendere la realtà sociopolitica, la democrazia, fondata sull’equivoco e su presupposti errati già nel tempo lontano del sofista Protagora, è solo uno strumento di dominazione elitista, nonostante gli abbellimenti e i camuffamenti ideologici di intellettuali prezzolati, accademici comprati e mass-media di stretta osservanza oligarchica. Molti, per anni, hanno bevuto la favoletta di Karl Popper – nemico del “tirannico” Platone e alfiere della società aperta liberomercatista – che la democrazia, nella veste attuale liberale, è la forma di governo migliore, ossia il minore dei mali rispetto alla demonizzata dittatura, perché consente di cambiare esecutivi senza ricorrere alla violenza, come se si trattasse di sostituire teorie scientifiche. Indubbiamente, la democrazia è la forma di governo migliore, ma non certo per noi, maggioranza dominata, e comunque non per il motivo addotto da Popper. È la forma di governo migliore per gli oligarchi/dominanti/elitisti e consente di narcotizzare e neutralizzare le classi dominate, da sfruttare e spogliare dei veri diritti (reddito, lavoro, casa), facendogli credere che nel sistema democratico vi è il rispetto della volontà popolare e la rappresentanza effettiva dei loro interessi. Invece, come abbiamo osservato soprattutto negli ultimi anni, per noi la tanto santificata democrazia (da Protagora in poi) rappresenta un vicolo senza uscita. Non dimentichiamoci che per il teorico e pratico rivoluzionario di successo Vladimir Lenin (più vicino alla mia “sensibilità politica”), la democrazia liberale dei suoi tempi, intrinsecamente borghese, altro non era che la dittatura della borghesia proprietaria. Oggi, questa forma di governo truffaldina è l’espressione del potere assoluto delle élite neocapitaliste internazionalizzate. Se le conquiste della democrazia si sostanziano nelle “nozze gay”, nella liberalizzazione delle droghe leggere e del gioco d’azzardo, i risultati pratici epocali ai quali ha contribuito sono la distruzione progressiva dello stato sociale, il ridimensionamento della sovranità degli stati, la loro subordinazione ai trattati sopranazionali elitisti, le riforme contro i diritti dei lavoratori. Il piano socioeconomico s’interseca con quello politico e la democrazia simboleggia il potere liberomercatista, che domina ambedue i piani. L’inganno della democrazia, del potere non al popolo, ma concretamente contro il popolo, dovrebbe ormai essere palese per tutti. Se la democrazia contribuisce a ridurvi la pensione e ad allungare la vita lavorativa, comprimendo le retribuzioni, altro non è che una forma di governo ostile alla maggioranza, che opera, sempre più scopertamente, contro la maggioranza. Si tratta, quindi, di una tirannia neo-oligarchica mascherata, nascosta dietro istituzioni – parlamento, governo, magistratura – che rispondono a un solo potere, che, però, non è certo quello del Demos … con buona pace per Protagora e i suoi lontanissimi discendenti democratici. Infine, ciò che affermo in questo breve saggio popolare è verificabile senza scomodare Platone, Popper, Lenin o altri filosofi e pensatori. Basterebbe chiedere a uno qualsiasi dei milioni di italiani in difficoltà se è disposto a barattare il voto democratico e “partecipativo” – definito pomposamente conquista di civiltà! – con un posto di lavoro stabile, dignitosamente retribuito e la possibilità, offerta soltanto dalla sicurezza economica, di pianificare serenamente il suo futuro. Secondo voi, quale potrebbe essere la risposta?

 

Eugenio Orso

 

 
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