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Idolatria e ribaltamento PDF Stampa E-mail

25 Settembre 2017

 

Da Appelloalpopolo del 19-9-2017 (N.d.d.)

 

La difficile situazione in cui versa il Paese, con i suoi effetti devastanti sulla qualità della vita, sta facendo crescere il dissenso verso l’establishment, ma determina una situazione di confusione, divisione, smarrimento. Il web è uno specchio degli umori del paese e può essere un utile strumento per il dissenso, ma spesso viene usato troppo “emotivamente”. La sfiducia e i timori diffusi hanno talvolta conseguenze aberranti come la ricerca, di tipo adolescenziale, di una figura catartica. Ci si rifugia nell’esaltazione di figure del passato che vengono “santificate” e osannate acriticamente, come se fossero esenti da difetti. L’effimera ricerca nel passato del proprio idolo, accompagnata dalla rabbia per aver subito l’inganno e il tradimento, sfocia in un atteggiamento mentale che potremmo chiamare “ribaltamento”. Chi non trova riferimenti rassicuranti nell’attuale classe politica, traditrice e menzognera, si compiace di elevare a mito una figura passata alla storia come negativa. O, viceversa, il ribaltamento opera attraverso la demonizzazione di una figura tramandata come eroica. Chi si sente tradito trae conforto dallo smascheramento prorompente di una menzogna: il ribaltamento della realtà viene a rappresentare la più gratificante sensazione di presa di coscienza come inizio della riscossa.

 

Il ribaltamento può riguardare anche un’epoca storica o un convincimento diffuso: si va alla ricerca, oltre che di un personaggio, anche di una forte emozione purificatrice che sia idonea a liberare dal fango della menzogna in cui ci si sente impantanati. Il meccanismo del ribaltamento si sta realizzando anche su figure attuali. E continuerà a verificarsi se il dissenso si concreterà nella mera ricerca di un salvifico condottiero della riscossa del popolo oppresso. Se un personaggio irrompe sulla scena in modo repentino e sembra volersi mettere con inusuale coraggio alla guida della liberazione, viene coralmente esaltato. Il video di riferimento rimbalza su Facebook attraverso le condivisioni e l’entusiasmo diventa corale (o virale, come si usa dire), fino a che il tutto evolve nel ribaltamento: il personaggio che era stato osannato, viene con clamore smascherato e presentato come colluso e spregevolmente menzognero. Il disprezzo si diffonde attraverso le condivisioni. Il ribaltamento giova all’élite con il suo creare un’altalena di inutili emozioni e con il suo innescare diffidenza e paura. Plausibilmente la propaganda costruisce abilmente questi “eroi” e accende su di essi i riflettori (volutamente sul web, per farti sentire un po’ un cospiratore). Vedi il caso del generale Pappalardo, o quello di Emilia Clementi. Facciamo un altro esempio. Percepisco come indegna della mia stima l’attuale classe politica. Guardo al passato. La propaganda mi ha mentito, ne prendo coscienza e idealizzo una personalità come quella di Craxi, presentata con l’inganno come negativa. Di Craxi ricordo l’episodio di Sigonella o gli avvertimenti sull’euro, ma dimentico il decreto di congelamento di 4 punti della scala mobile. La classe politica del passato era migliore di quella di oggi e merita la nostra stima. L’errore è quello della inutile e dispersiva ricerca di un idolo. È importante evitare questo errore nella costruzione e nell’organizzazione del dissenso che può giovarsi della presenza di figure di riferimento, non della ricerca di un mito.

 

Claudia Vergella

 

 
Frattura nel campo imperialista PDF Stampa E-mail

24 Settembre 2017

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Da Rassegna di Arianna del 20-9-2017 (N.d.d.)

 

Trump, nel suo discorso alle Nazioni Unite, ha attaccato nell'ordine Kim Jong-Un, Maduro, Obama, Castro, la rivoluzione islamica Iraniana, Hezbollah, le Nazioni Unite, Assad, il socialismo sovietico, il comunismo cubano e indirettamente pure Chavez e la Federazione Russa (in merito alla vicenda Ucraina).  Per il resto, solito doppio messaggio. Uno indirizzato alla popolazione americana, sullo stile della campagna elettorale che l'ha portato alla presidenza. L'altro indirizzato al resto del mondo, chiaramente incentrato sul ruolo degli Stati Uniti quale nazione unica ed indispensabile (American exceptionalism) tinto però di una sorta di realismo politico (a suo dire).

 

Quel che conta è la frattura nel campo imperialista nordatlantico. Trump è disprezzato dai neoliberal alla Clinton e detestato dai neocon alla McCain (anche se fa di tutto, specie con la retorica più che azioni, per entrare nelle loro grazie), osteggiato persino dalla maggior parte dei partner Europei. Senza contare l'incapacità di fondo dell'amministrazione di conciliare le diverse posizioni di Trump in politica estera, generando terremoti (geo)politici devastanti come visto con Qatar e Arabia Saudita o tra Washington ed Ankara. Trump non pare voler lasciare in eredità al paese l'ennesima guerra (con conseguente sconfitta), tradendo ulteriormente il mandato elettorale. Si è però volutamente circondato di generali assetati di guerre, soldi e appalti per i giganti del complesso militare industriale, sperando di salvarsi la presidenza. Non a caso ha deciso di aumentare il budget della difesa, ma non perde occasione per ribadire che gli Stati Uniti non vogliono usare la forza. Ancora una volta, conta la realtà dei fatti e non le parole dietro cui Trump e l'establishment americano spesso si nascondono: in Siria hanno perso, così come in Iraq ed Afghanistan; tutto mentre Pyongyang sviluppava il suo deterrente nucleare e perfezionava quello convenzionale, rendendo le minacce nordamericane vuota retorica.

 

Il discorso di Trump provoca indifferenza ed ilarità ai nemici nordamericani, sfiducia nelle nazioni ancora orbitanti nella bolla unipolare di Washington e grande soddisfazione per regimi come Israele e Arabia Saudita che si accontentano ormai persino della scadente retorica di una delle persone meno stimate sulla scena internazionale. Trump, ogni volta che parla, ci ricorda indirettamente quanto la transizione ad un ordine mondiale multipolare sia fortunatamente irreversibile ed in pieno svolgimento.

 

Federico Pieraccini

 

 
L'autodeterminazione dei popoli non Ŕ un diritto naturale PDF Stampa E-mail

23 Settembre 2017

 

 

Da Appelloalpopolo del 20-9-2017 (N.d.d.)

 

Non si può essere né contrari né favorevoli all’autodeterminazione dei popoli, nelle forme della indipendenza da uno Stato o della autonomia dentro il medesimo. È infatti raro che su un territorio, la Sardegna, la Sicilia, il Veneto, la Padania o la Catalogna, vi sia il 100% di persone che desiderano l’indipendenza o l’autonomia. Esistono in genere procedure costituzionali per ottenere l’autonomia e raramente potrebbero esistere anche procedure costituzionali per ottenere l’indipendenza. Al di fuori di queste forme, che prevedono la volontà di organi che rappresentano tutto il popolo dello Stato, non la semplice volontà maggioritaria dei residenti nel territorio abitato da autonomisti o indipendentisti, non vi è alcuna possibilità di ottenere l’indipendenza o l’autonomia legittimamente. La rivoluzione è necessaria. Fuori dalle norme costituzionali indipendenza ed autonomia si ottengono soltanto con il sangue. Non vi è nulla di anomalo. Se una minoranza o una maggioranza di coloro che abitano un territorio, dimostra di essere disposta a sacrificare decine o centinaia o migliaia o decine di migliaia o centinaia di migliaia di vite fino a quando lo Stato non accetta la richiesta di indipendenza o di autonomia, allora gli autonomisti o indipendentisti sono rivoluzionari vincitori. Se invece non sono capaci o lo Stato è più capace di resistere di quanto gli autonomisti o gli indipendentisti siano in grado di insistere, allora autonomisti e indipendentisti sono rivoluzionari che perderanno la loro rivoluzione e passeranno la vita in galera.

 

La cosa più insensata è credere nel diritto naturale all’autodeterminazione dei popoli. Esiste l’interesse del popolo generale (il popolo dello Stato al quale si chiede l’autonomia o l’indipendenza) a tutelare le minoranze o maggioranze che sono sul territorio del quale si chiede l’autonomia o l’indipendenza e che sono contrarie all’autonomia e all’indipendenza. E questo interesse (nonché quello delle minoranze o maggioranze contrarie), sotto il profilo dell’inesistente diritto naturale, non vale meno di quello degli indipendentisti e degli autonomisti. Al di fuori delle procedure costituzionali, l’indipendenza e l’autonomia si conquistano soltanto con il sangue e a decidere è il campo di battaglia. Tutto il resto è ideologia per deficienti, per buonisti o per rivoluzionari da tastiera.

 

Se talvolta la guerra civile non si verifica e la rivoluzione non è necessaria, ciò accade soltanto perché lo Stato, attaccato da indipendentisti e autonomisti, è in un momento storico di grande difficoltà (ex repubbliche dell’URSS dopo la caduta del muro di Berlino e Slovenia all’inizio della crisi Jugoslava). Nessuno dunque ha torto o ragione a priori. La ragione risiede nella capacità di sacrificio e di violenza delle due parti. Chi ne ha di più avrà ragione.

 

Stefano D’Andrea

 

 

 
Fallimento della globalizzazione PDF Stampa E-mail

22 Settembre 2017

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Da Rassegna di Arianna del 19-9-2017 (N.d.d.)

 

Tutti quanti in coro, politici, economisti, banchieri ed esperti di ogni risma e colore, hanno cantato per anni la bellezza del processo di globalizzazione mondialista, vantandone le improbabili virtù taumaturgiche e millantando un futuro migliore, senza più confini e diseguaglianze, nel quale l'uomo nuovo avrebbe potuto vivere serenamente, sgravato da tutto il peso dei retaggi del passato. Hanno continuato a cantare mentre l’opinione pubblica, abbandonati i sogni con cui si era tentato di vestire l’immaginario collettivo, iniziava a prendere coscienza di una realtà fatta di guerra fra poveri, di lavoro precario, di accentramento della ricchezza, di atomizzazione dell’individuo, di perdita dell’identità.... E di fronte a questo stato di cose, prima sommessamente e poi man mano con maggior vigore, iniziava a guardare alla globalizzazione scoprendone il vero volto, costituito dall’appiattimento dell’essere umano e delle sue peculiarità sull’altare di un progresso utile solamente per ingrassare a dismisura le già pingui fatture della piccola élite deputata a gestirla.  Oggi, dopo avere per molto tempo bollato ogni anelito di protesta ed ogni critica come propaganda populista ed antimoderna, perfino una parte di coloro che gestiscono il potere economico e finanziario sembra prendere coscienza del fatto che la globalizzazione mondialista, benché fosse una strada lastricata di buone intenzioni, ci sta portando laddove sarebbe stato preferibile non andare.

 

Un recente documento prodotto dalla Banca Mondiale sostiene infatti che la globalizzazione “potrebbe aver portato a un aumento della disuguaglianza dei salari” ed arriva a citare le parole dell’economista premio Nobel Eric Maskin, secondo cui la globalizzazione aumenta la disuguaglianza in quanto aumenta la disparità di competenze dei diversi lavoratori. L’Ufficio Nazionale di Ricerca Economica (NBER), maggiore organizzazione di ricerca economica degli Stati Uniti, che annovera fra i suoi membri numerosi premi Nobel, ha pubblicato nello scorso mese di maggio un documento nel quale afferma che “le recenti tendenze verso la globalizzazione hanno aumentato la disuguaglianza negli Stati Uniti, aumentando in maniera sproporzionata il reddito dei più ricchi e l’aumento della competizione delle importazioni ha avuto un effetto deleterio sui lavori manifatturieri, ha portato le aziende a migliorare la loro produzione e causato una diminuzione dei redditi dei lavoratori“. Sempre all’interno dello stesso documento inoltre gli esperti spiegano come la globalizzazione abbia permesso ai dirigenti delle aziende di aumentare considerevolmente l’ammontare dei propri compensi anche nell’eventualità di una cattiva gestione dell’attività, a scapito dei salari di tutti gli altri lavoratori. All’interno di un recente rapporto del Fondo Monetario Internazionale (FMI) viene ribadito come “un alto livello di commercio e flussi finanziari tra i paesi, in parte reso possibile dalle scoperte tecnologiche, sia comunemente ritenuto causa di un aumento della disuguaglianza di reddito”. E come “nelle economie avanzate, la capacità delle aziende di adottare tecnologie per ridurre l’impiego di manodopera e la tendenza a spostare le produzioni all’estero sono state citate come fattori importanti nel declino del settore manifatturiero e nell’aumento del divario di compenso tra le diverse competenze“. Sottolinea inoltre come “i flussi finanziari in aumento, in particolare gli Investimenti Esteri Diretti (IDE), e i flussi di portafoglio, aumentino la disuguaglianza sia nelle economie avanzate, sia nei mercati emergenti“. In alcuni recenti articoli, redatti da esponenti di spicco della Banca dei Pagamenti Internazionali, è stato sostenuto “che la globalizzazione finanziaria stessa rende i cicli di boom e crash molto più frequenti e destabilizzanti di quanto sarebbero altrimenti“. McKinsey & Company afferma che “anche se la globalizzazione ha ridotto la disuguaglianza tra paesi, l’ha aggravata all’interno dei paesi stessi“. Branko Milanovic dell’università di New York, sostiene che “periodi di integrazione globale e progresso tecnologico generino crescenti disuguaglianze” e suggerisce che i sostenitori dell’integrazione economica abbiano sottovalutato i rischi che ampi settori della società si sentissero tagliati fuori. Il New York Times si domanda se gli esperti non si siano sbagliati riguardo ai benefici del commercio per l’economia americana e se proprio il fallimento della globalizzazione e la conseguente frustrazione degli elettori americani non abbia costituito la chiave di volta che ha favorito l’elezione di Trump alla Casa Bianca. David Autor dell’Istituto di Tecnologia del Massachusset, David Dorn dell’Università di Zurigo, Gordon Hanson dell’Università di San Diego, insieme a Daron Acemoglu e Brendan Price dell’MIT, hanno stimato che la crescita delle importazioni dalla Cina tra il 1999 e il 2011 (parte del processo di globalizzazione) sia costata 2,4 milioni di posti di lavoro negli USA. Steve Keen, professore di economia e capo della Scuola di Economia, Storia e Politica all’Università di Kingston a Londra, mette alla berlina il convincimento tanto in voga oggi che la globalizzazione e il libero scambio potrebbero portare benefici a tutti, se solo i vantaggi fossero suddivisi più equamente, bollandolo come una fallacia basata sul nulla. E sostiene che il gioco delle tre carte della globalizzazione sia il prodotto di un ragionamento a tavolino esperito da persone che non hanno mai messo piede in una delle fabbriche che le loro teorie economiche hanno mandato in rovina. Un’interessante ricerca dell’Università di Harvard ha messo in luce come la diversificazione e non la specializzazione (pilastro della società globalizzata) sia “l’ingrediente magico” in grado di generare realmente la crescita. Sottolineando come la politica globalizzatrice arricchisca la ricca élite che bazzica i festini di Washington, ma al contempo generi una perdita per il Paese nel suo complesso e per le classi lavoratrici.

 

Come se non bastasse perfino le grandi multinazionali, vero e proprio emblema della globalizzazione, stanno iniziando a ripensare le proprie politiche e stanno perdendo progressivamente interesse per la strategia globalizzatrice. Il Reshoring, cioè il riportare le operazioni manifatturiere nelle fabbriche occidentali dai mercati emergenti, sta diventando un’ipotesi valutata sempre più frequentemente, come dimostra il fatto che società quali GE, Whirlpool, Stanley Black & Decker, Peerless e molte altre abbiano riaperto fabbriche in precedenza chiuse o ne abbiano aperte di nuove negli Stati Uniti. Insomma tutti coloro che da sempre contestano con veemenza il progetto di globalizzazione mondialista, venendo etichettati come visionari populisti, potrebbero ben presto trovarsi in compagnia di buona parte di coloro che li esortavano ad abbracciare il sogno globale che avrebbe reso tutti più ricchi e più felici. Un sogno sempre più simile ad un castello di sabbia che ben presto dovrà fare i conti con la cruda realtà, quella realtà che la maggior parte dei cittadini già sperimentano con angoscia sulle proprie spalle da almeno un paio di decenni.

 

Marco Cedolin

 

 
Una mutazione mentale PDF Stampa E-mail

20 Settembre 2017

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Da Rassegna di Arianna del 18-9-2017 (N.d.d.)

 

E infine, ci siamo arrivati! Hanno vinto loro, realizzando quel paradiso fantascientifico, ipertecnologico e post-umano ma molto, molto eccitante, che tanti geniali scrittori e registi avevano, quasi timidamente, sognato e descritto nelle loro opere. È il mondo ipotizzato da Isaac Asimov, degli antesignani Giulio Verne e Filippo Tommaso Marinetti, con le magnifiche incursioni cinematografiche di Fritz Lang autore di “Metropolis”, (pellicola del 1927) o dei miti Stanley Kubrick e George Lucas, il creatore di “Guerre Stellari”, che nel 1971 partorì quello che sembra proprio essere il nostro attuale presente: “L’uomo che fuggì dal futuro - Thx 1138”, film culto con un giovanissimo Robert Duvall. E come non ricordare i film anni ’50 e ’60, che tanto hanno fatto fantasticare intere generazioni, con i caschetti viola di “Missione Ufo”, le simpatiche orecchie a punta del vulcaniano Spack di “Star Trek”, fino allo spettacolare quanto riflessivo “Matrix”. E “Spazio 1999”: forse già nel titolo covava un sinistro presagio? I loro sogni, per nostra sfortuna, si sono in gran parte realizzati: “Non viviamo forse, noi oggi, in felice compagnia di molti Drughi inferociti tele-trasportati direttamente da Arancia Meccanica ? ”. Tra stupri, droga, furti e “Ultraviolenza”, termine con il quale “Alex” Malcom Mac Dowell indicava le estreme violenze gratuite perpetrate a chicchessia; e riducendo le violenze modaiole d’oggi a roba vecchia, poco originali, avendole già descritte quel mezzo matto di Kubrick 50 anni fa, con cura psichiatrica “Ludovico” e madri “matrigne” dagli improbabili capelli blu metallizzato comprese. Tutte trame cinematografiche, viste con gli occhi di oggi, dai toni spesso profetici, compresa quella di “2001: Odissea nello Spazio”, sempre del leggendario Kubrick e nonostante circoli un video “testamento” in cui dichiara di aver girato “lui” i filmati dello sbarco sulla luna! Ma poco importa, nella nostra epoca di relativismo spinto, in cui regna la post-verità, che: “Gli americani non siano realmente sbarcati sulla luna è un dettaglio che non importa nulla a nessuno”. Sulla morte prematura, poi a soli 70 anni e per il solito infarto, dell’autore del “Dottor Stranamore”, di “Full Metal Jacket” e “Shining”, mentre finiva di realizzare il massonico “Eyes Wide Shut”, si sono fatte strane congetture da parte dei soliti complottisti.

 

Complottisti impenitenti o bufalari sospettosi che vedono disegni torbidi dappertutto? Non sembrano forse tutte trame di film già visti? dalle Torre Gemelle del 11 settembre, con aerei militari Usa a sfondare le Twin Towers a suggello di una "Demolizione controllata", al già citato sbarco sulla luna, fino alla morte di Osama Bin Laden con la regia dell’Isis stessa, passando per Lady Diana Spencer, eliminata perché gravida di un fratellastro reale musulmano. A contorno, le mitiche scie chimiche, una Hollywood giudaica “manipolatrice” con astronavi aliene e rettiliani della Bildenberg, che programmano chissà quale complotto ai danni dell’umanità intera. I poveri Soros, Rockfeller e Rothshild i nomi che vanno per la maggiore, per questa che spesso viene definita come una blindata e misteriosa: “Oligarchia finanziaria Giudaico-Massonica”. Massoni “per sbaglio” ed Ebrei “per caso”, con molti post-cattolici di “Rito Argentino” e tutti nella nuova religione dell’olocausto? Forse, ma le prove, i fatti? e i politici, i magistrati, i giornalisti d’inchiesta con la grande stampa cosa dicono, o "non dicono", come si muovono? È forse questa una nuova distinzione e contrapposizione: “complottisti contro non-complottisti”, da aggiungersi, ai classici “progressisti contro conservatori”, “euroscettici contro euroeuforici” del post minestrone destra e sinistra con in mezzo i nuovi untori dei "populisti"?

 

Invero, nel mondo d’oggi due categorie antropologiche ben distinte s’intravedono, a seguito di una inconsapevole “mutazione mentale” in atto e con relative differenze e caratterizzazioni, potendo tra l’altro ben distinguerle e riconoscerne l’appartenenza dei singoli anche nel quotidiano: a) i “veterani”, (essendo tali, perché nati in genere nel millennio scorso), ovvero degli Homo Sapiens “Sapiens” caratterizzati dall’aver ancora un retaggio di umanità, oltre che l’indispensabile libero arbitrio, consapevolezza e spirito d’osservazione. b) i “Sapiens Tecnologicus”, dei cloni post-umani corrispondenti ai nati dopo il fatidico 2000: umanoidi metà uomo e metà macchina, avulsi dalla realtà terrestre, collegati wi-fi a internet, face-book e quant’altro, che vivono una loro realtà virtuale in perfetto stile “Matrix”. Nel mezzo anche, la variante “c”: c) strani ibridi mutanti, di 80enni “cadaveri inconsapevoli”, stilistoidi e vecchie racchie rifatte, con parrucconi rossi “ministeriali” d’ordinanza, efebi transgender, esperti culinari della post-gastronomia vegana, ma anche decerebrati “stalloni pelosi” iper-palestrati, tutti adepti del “Grande Fratello” di Orwell, tutti rigorosamente tecno-collegati.

 

Categorie che testimoniano una vera e propria “sostituzione antropologica”, analoga al passaggio tra Neanderthal e Homo sapiens, che dopo un periodo di coabitazione videro la seconda tipologia umana (la nostra), sostituire la prima, nella classica e darwinesca “Selezione della specie” seppur lasciando fino ad oggi qualche traccia genetica in taluni esemplari. Un processo irreversibile, più mentale che genetico come detto, ma estremamente veloce dal punto di vista temporale e forse stimolato da una regia esterna “illuminata”. Con una forzata coabitazione delle due specie che vedono coesistere troppo spesso poco “pacificamente”, genitori e figli, mogli e mariti, gruppi etnici e linguistici diversi, in una “Babele” che in realtà è il trionfo della incomunicabilità e dell'odio. Trionfo della fantascienza quindi, che diventa realtà con i nostri cloni del “Sapiens tecnologicus”: uomo macchina dio virtuale di se stesso e dei suoi sogni, ma anche figlio degli incubi “terminali” dei profeti “chiaroveggenti” George Lucas e Stanley Kubick, misteriosi registi del nostro presente.

 

Andrea Cometti

 

 
Hollywood arma potente PDF Stampa E-mail

19 Settembre 2017

 

Da Rassegna di Arianna del 14-9-2017 (N.d.d.)

 

Aurelio De Laurentiis, storico produttore cinematografico del nostro paese, e Presidente della squadra di calcio partenopea, ha di recente rilasciato un’intervista ad Aldo Cazzullo su “Il Corriere della Sera” dove s’è raccontato a 360 gradi. E dove soprattutto s’è tolto più di un sassolino dalla scarpa, raccontando fatti e misfatti del grande cinema mondiale. Hollywood, a suo giudizio, è sempre stato uno strumento di propaganda della Casa Bianca e delle sue politiche, che infatti “ha fatto eleggere tutti i Presidenti degli Stati Uniti”, almeno fino a Ronald Reagan, sostiene il produttore. “A noi italiani non era permesso avere successo internazionale, ma ora il cinema è finito ed è l’epoca delle serie TV, dove i registi sono meri esecutori”. Il grande cinema italiano del passato, con le sue denunce talvolta scomode, con registi come Germi o Pontecorvo, si è ormai ampiamente desertificato. Così s’è espresso De Laurentiis: “Il cinema è stato. Il cinema quasi non esiste più. I ragazzi non ci vanno. A Venezia imperversano blogger e modelle. Resiste il cinema americano, grazie ai cinesi, che hanno costruito 20 mila sale e devono ammortizzarle: un film Usa di successo incassa in un weekend tra gli 80 e i 150 milioni di dollari in patria, e 300 in Cina”. Entrando nel merito del cinema italiano, le sue parole non lasciano spazio ad interpretazioni: “Con il cinema l’America ha conquistato il mondo. Il cinema ha eletto tutti i presidenti degli Stati Uniti della seconda metà del Novecento, sino alla morte di Lew Wasserman: il vero padrone di Hollywood, che aiutò Ronald Reagan ad arrivare alla Casa Bianca.

 

Quando gli americani liberarono l’Italia, ci promisero che sarebbero venuti a girare qualche peplum, ma che il cinema come industria avremmo dovuto scordarcelo”. Eppure, come in tanti altri campi dove pure c’era stato proibito d’esprimere una nostra autonomia, anche nel caso del cinema riuscimmo comunque, come sistema paese, a dar vita ad una stagione irripetibile. Se il mondo dell’energia italiano aveva un Mattei che faceva di testa sua contravvenendo alle volontà d’oltre Oceano, quello del cinema aveva a sua volta tanti produttori, registi ed attori che in quanto a spirito d’indipendenza non erano certo da meno. “Abbiamo avuto il neorealismo, De Sica e Rossellini. Nel 1954 e nel 1955 la mia famiglia produce La strada e Le notti di Cabiria di Fellini: entrambi vincono l’Oscar. Esplodono Visconti e Antonioni. Totò e Sordi. Monicelli gira La grande guerra. Ingrid Bergman pareva l’albatro di Baudelaire: tanto sgraziata fuori dal set, quanto divina sullo schermo…”. Come s’arrivò alla rinascita e all’apogeo del cinema italiano, e alla sua successiva caduta? Anche qui De Laurentiis parla chiaro: “Sergio Leone nel ’64 reinventa il genere western, Bava il genere horror… questi film girati in inglese conquistano l’estero, facendo raggiungere all’industria cinematografica italiana il secondo posto nel mondo. Ma gli americani ci ricordano che i patti non sono quelli. E il governo impone una legge, la 1213, che uccide il nostro cinema a livello internazionale, costringendo a girare solo in italiano, con personale artistico e tecnico italiano, in teatri italiani. Allora Dino deciderà di trasferirsi, più tardi, in America”. Molti di questi nomi oggi sono caduti nel dimenticatoio, e ben pochi giovani per esempio saprebbero dire chi sia stato Mario Bava, anche se i suoi film horror continuano ancora a fare paura come se fossero stati prodotti adesso anziché negli Anni ’60 o ’70. I coevi film horror della Hammer o della Amicus, in confronto, oggi sembrano quasi pellicole comiche, malgrado i grandi attori che li interpretavano come Peter Cushing o Christoper Carandini Lee. E i film di denuncia sociale o politica come quelli interpretati da Gian Maria Volonté appaiono sempre più come cimeli per pochi esperti ed appassionati, malgrado siano in gran parte tuttora molto attuali. Mancano probabilmente anche gli eredi di quei registi e di quegli attori, capaci di raccoglierne la pesante eredità ed il forte spirito d’autonomia, e di proiettarle verso il futuro.

 

Filippo Bovo

 

 
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