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L'ideologia specista PDF Stampa E-mail

14 Novembre 2019

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Da Comedonchisciotte del 12-11-2019 (N.d.d.)

 

Presto le mucche francesi potranno morire felici: grazie a una legge approvata lo scorso Maggio, ogni macello sarà dotato di un responsabile del benessere degli animali, che veglierà affinché gli animali siano ben storditi – vale a dire trattati con elettroshock o gassati – prima della loro esecuzione. Non è sicuro che questo sia sufficiente alla Francia per ottenere un miglior indice di protezione degli animali -qualifica attribuita da organizzazioni non governative in funzione della legislazione. Con un mediocre “C”, la Francia occupa il ventre molle dei circa 50 paesi studiati, davanti alla Bielorussia, all’Azerbaijan e all’Iran, dove ci si disinteressa totalmente dell’argomento, ma largamente in ritardo rispetto all’Austria, che vieta, citando alla rinfusa, l’allevamento dei polli in batteria, il commercio di pellicce, gli esperimenti medici sulle scimmie, la castrazione da vivi dei maialini, l’alimentazione forzata delle oche… La questione della sofferenza degli animali non viene soltanto sollevata nei parlamenti. Occupa un posto sempre più grande nel dibattito pubblico e tra gli attivisti, in particolare gli ecologisti. Su internet alcuni video virali svelano l’orrore dei macelli e dell’allevamento industriale. Sotto la pressione delle associazioni, numerose grandi compagnie di circo equestre (Joseph Bouglione in Francia, Barnum negli Stati Uniti…) hanno recentemente smesso di utilizzare degli animali nei loro spettacoli, e alcune catene di supermercati hanno ritirato dai loro scaffali le uova delle galline allevate in gabbia. Quanto alle librerie, i loro espositori si coprono di libri che vantano i meriti di un regime senza carne. In Francia e ancor più in Germania, nei paesi scandinavi, nel Canada o in Israele (Tel Aviv rivendica il titolo di capitale vegetariana del mondo), il numero di vegetariani continua ad aumentare. La loro percentuale nella Francia metropolitana varia, secondo gli studi, dal 3 al 6% della popolazione (a fronte di un 8/10 % oltre il Reno- in Germania) e da questi si potrebbe enucleare circa l’1% di vegani, che hanno escluso dal loro modo di vivere qualunque forma di sfruttamento degli animali: mangiare miele e indossare indumenti di lana. Inoltre si potrebbe contare un quarto di flexitariani, una nozione incerta che designa le persone che vorrebbero o che cercano di ridurre la loro alimentazione a base di carne senza però abolirla. Se la sensibilità per la sofferenza animale non è l’unica motivazione per cambiare regime alimentare, cambio che può essere indotto anche da ragioni dietetiche o ambientali, l’idea che si possa fare a meno della carne guadagna terreno.

 

I recenti progressi delle ragioni animaliste si devono evidentemente attribuire ai loro attivisti. Associando degli obiettivi di breve termine (la chiusura di un macello o di un delfinario) e un progetto più generale (la liberazione animale) essi esercitano una frenetica pressione sui rappresentanti politici. Il deputato Gilles Le Gendre constatava recentemente: ”tutti noi deputati della République en Marche (il partito di Macron) riceviamo ogni giorno ininterrottamente 50 mail sul problema delle violenze sugli animali”. Gli attivisti si introducono clandestinamente nelle centrali dell’agrobusiness per filmare i retroscena e sensibilizzare l’opinione pubblica a colpi di immagini scioccanti. Alcuni convertiti spiegano anche di aver preso la decisione dopo aver visto alcuni di questi video: mucche che vengono dissanguate ancora vive per fare più in fretta; pulcini maschi triturati a migliaia…

 

Per assicurarsi un’ampia risonanza mediatica, la causa animale può anche contare sul contributo di un bel numero di personaggi famosi nazionali (in Francia, i giornalisti Franz Olivier Giesbert, e Aymeric Caron, la cantante Mylène Farmer, il monaco buddista Matthieu Ricard…) e personaggi internazionali. Da un lato Leonardo Di Caprio sovvenziona la protezione degli elefanti, dall’altro Angelina Jolie e Brad Pitt si dedicano alla natura selvaggia in Namibia. Quanto agli attori Penelope Cruz, Pamela Anderson, Natalie Portman e ai cantanti Justin Bieber, Morissey, Paul McCartney, Brian Adams, Moby, tutti loro partecipano alle crociate dell’associazione PETA (People for Ethical Treatment of Animals) per un trattamento etico degli animali, uno dei movimenti più potenti in difesa degli animali, che ama le campagne pubblicitarie dove delle donne nude appaiono in posizioni suggestive. Il fatto che Hollywood sia diventato in questo modo uno dei centri nevralgici della causa animale non manca di ironia. Quando si è imposto nel Regno Unito degli anni 1970, il movimento di liberazione animale si ispirava all’estetica punk e si identificava come una controcultura. I suoi militanti spesso soprannominati “ecoguerrieri”, dei quali alcuni sono finiti in prigione, praticavano l’azione diretta, il saccheggio degli edifici dell’industria alimentare e dei gruppi farmaceutici. I loro primi obiettivi erano le manifestazioni evidenti di sfruttamento degli animali da parte dei Borghesi, come la caccia a cavallo o al cervo, o le corse dei levrieri; pratiche che secondo loro testimoniavano l’interconnessione tra la sopraffazione sociale e quella specista.

 

Forgiato sul modello delle parole razzismo e sessismo il neologismo “specista” fece la sua comparsa all’inizio degli anni 70 e divenne rapidamente la base ideologica del movimento di Liberazione animale. Secondo i “Quaderni antispecisti”, una rivista francese fondata nel 1991, “lo specismo sta alla specie come il razzismo sta alla razza, e come il sessismo sta al sesso: una discriminazione basata sulla specie quasi sempre a favore dei membri della specie umana”. Si dovrebbero pertanto liberare gli animali come si sono un tempo emancipati gli schiavi e le donne, con la notevole differenza che i principali interessati non rischiano affatto di partecipare alla lotta.

 

Nel passato vi sono state numerose voci che peroravano il vegetarianesimo e rifiutavano di uccidere gli animali. Nel sesto secolo prima di Cristo, per ideologia non violenta e poiché credevano nella trasmigrazione delle anime, il matematico Pitagora e i suoi discepoli si astenevano dal mangiare carne. Più di due millenni dopo, alcune sette evangeliche e puritane continuavano a bandire i prodotti a base di carne, sperando in tal modo di “vincere la carne e fare trionfare lo spirito”. A partire dagli anni 60/70 nello scorso secolo, si giustifica il vegetarianesimo come uguaglianza tra le specie, che sarebbero tutte composte di esseri sensibili al dolore, capaci di riflettere e di comunicare (si legga Evelyne Pieiller, “Ritorno al giardino dell’Eden”). A poco a poco, il vessillo della lotta animalista si è spostato dalla caccia al cervo e dalla pelliccia all’industria della carne. L’argomento in effetti ha capacità di mobilitazione. Ogni settimana, secondo l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), più di un miliardo di animali terrestri sono uccisi per riempire gli stomaci umani, senza contare circa 20 miliardi di pesci e di crostacei. Per soddisfare una domanda sempre in crescita, in particolare nei paesi del Sud del mondo, bisogna produrre ed uccidere il più in fretta possibile, al costo più basso. La zootecnia, la scienza delle produzioni animali, ha dunque modellato le bestie secondo i bisogni dell’allevamento, perché crescano più in fretta, perché le mammelle delle mucche si adattino meglio alle mungitrici, eccetera. “Gli animali d’allevamento sono così diventati delle macchine animali al servizio di un progetto industriale di sfruttamento del materiale animale”, secondo l’analisi della sociologa ed agronoma Jocelyne Porcher. Da un certo punto di vista, l’animale costituisce un ostacolo per l’industria agroalimentare, (bisogna tenerlo in stalla, nutrirlo, curarlo…) e questa non avrà nessuno scrupolo a lasciarlo perdere se troverà una materia prima più redditizia. Con gli investimenti dei fondi pensione e le startup della tecnologia del cibo, il settore della pseudo-carne è in pieno sviluppo. Con i soldi di Google, alcuni scienziati americani stanno studiando di coltivare -partendo dalle cellule embrionali- un progetto salutato con entusiasmo da PETA. Mentre si sviluppa la tendenza ad un’alimentazione vegetariana, appaiono nei negozi dei nuovi prodotti: salsicce a base di piselli, prosciutti “senza carne ma ricchi di proteine”…Queste misture che hanno l’apparenza, la consistenza e vorrebbero avere il gusto della carne sono spesso preparate dalle multinazionali della macelleria o della salumeria, come Fleury-Michon, che ha creato nel 2016 la linea “Il lato vegetale”, Herta (Il buon vegetale), Aosta (Il vegetariano) o Le Gaulois (Le Gaulois Végétal). Questi prodotti non hanno granché di naturale. Per preparare il suo prodotto più raffinato, “vegetale”, distribuito da un grande marchio a un prezzo del 67% più caro del suo equivalente di carne, la ditta di polleria Le Gaulois deve per esempio mescolare non meno di 40 ingredienti, tra i quali la maltodestrina (che migliora l’aroma e in quanto agente di riempimento permette anche di aumentare il volume del prodotto), il porro e il bianco d’uovo in polvere, la gomma di xanthane (gelificante), la carragenina (ispessente e stabilizzante), le proteine di soia reidratate, il citrato di sodio come conservante regolatore di acidità e aromatizzante, eccetera. La mania vegetariana può paradossalmente generare degli alimenti sempre più artificiali, e rinforzare in tal modo il dominio dell’agroindustria sulla catena alimentare.

 

Dopo essere stata per secoli appannaggio delle classi superiori, la carne ha cambiato campo sociologico: gli operai e le persone senza titolo di studio ne consumano ormai più dei quadri e dei diplomati, sottolinea Terra Nova, una fondazione che si propone di contribuire al rinnovo intellettuale della sinistra progressista invitando a cogliere le opportunità di un’alimentazione meno carnivora, appoggiandosi ai settori più promettenti della tecnologia del cibo. Ormai i più benestanti si distinguono rinunciando alla carne, sia perché sensibili alla causa animale, sia perché preoccupati della loro salute. Il vegetarianesimo si trasforma in bandiera. Si tratterebbe di un nuovo regime alla moda secondo la rivista Le Point del 13 giugno 2015. “Mangiar bene evitando l’animale non è mai stato così popolare“, aggiunge la rivista “Elle”, il primo giugno 2016. Per quanto riguarda la stilista Lolita Lempicka, specializzata nei tessuti costosi ma vegetali al 100%, lei esalta il suo “business glamour e vegano”. La battaglia contro la carne aprirà un nuovo episodio della lotta di classe? I ristoranti vegetariani sono già diventati il simbolo dell’imborghesimento dei vecchi quartieri popolari. Risvegliando le coscienze i video dell’associazione L214 contribuiscono a demonizzare gli operai dei macelli, dei quali i commentatori si compiacciono di far notare la mancanza di empatia. Ma ci si può veramente aspettare, da un individuo che si vede passare tra le mani in 25 anni di carriera da 6 a 9 milioni di bestie, che tratti ognuna di queste con delicatezza? Introdurre la videosorveglianza nei macelli, non farebbe che rinforzare il controllo esercitato su dei lavoratori già sottoposti a ritmi infernali. Il benessere degli animali di allevamento dipende da quello dei lavoratori della filiera, e tutti e due dipendono dallo stesso imperativo: rallentare la catena.

 

Benoit Bréville (traduzione di GIAKKI49)

 

 
Ci siamo fregati con le nostre mani PDF Stampa E-mail

13 Novembre 2019

 

Da Appelloalpopolo del 6-11-2019 (N.d.d.)

 

Autostrade, Alitalia e ILVA. Cioè trasporto su ruota, trasporto aereo e produzione di acciaio. Due monopoli naturali e un’industria strategica. Si cercano da anni improbabili soluzioni, quando l’unica cosa da fare sarebbe nazionalizzarle. D’altronde è evidente come i modelli di successo siano quelli dei Paesi in cui lo Stato interviene pesantemente nell’economia. Delle 129 aziende cinesi presenti nella lista delle migliori 500 stilata da Fortune, l’80% è costituto da aziende di proprietà o comunque controllate dallo Stato. Molti altri Paesi, la maggior parte di quelli industrializzati, vantano un’importante presenza dello Stato nell’economia, soprattutto quando si parla di grandi aziende. Consultando i dati, viene fuori che dietro la Cina (96% delle aziende più grandi a guida statale), ci sono gli Emirati Arabi Uniti (88%), la Russia (81%), l’Indonesia (69%) e la Malesia (68%). I settori con i rapporti più alti di partecipazione pubblica – tra il 20% e il 40% – sono quelli legati all’estrazione o al trattamento di risorse naturali, all’energia e alle industrie pesanti. Alcuni settori dei servizi – come le telecomunicazioni, l’intermediazione finanziaria, il deposito, le attività di architettura e ingegneria e alcuni settori manifatturieri – registrano azioni delle imprese statali anche superiori al 10%.

 

L’Italia era il Paese più moderno e all’avanguardia, su questo fronte. Nel gennaio 1934, l’IRI deteneva circa il 48,5% del capitale azionario in Italia. Nel marzo 1934, rilevò anche il capitale delle principali banche (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano e Banco di Roma) e, alla fine del 1945, controllò 216 società con oltre 135.000 dipendenti. Negli anni 80, ha moltiplicato le sue quote e ha raggiunto un numero di 600.000 dipendenti. L’IRI è stato protagonista della ricostruzione industriale postbellica, intraprese interventi volti allo sviluppo economico delle regioni meridionali, al potenziamento della rete autostradale, del trasporto in genere e delle telecomunicazioni, al sostegno dell’occupazione. L’IRI ha inoltre realizzato grandissimi investimenti nel Sud Italia, come la costruzione dell’Italsider di Taranto e quella dell’AlfaSud di Pomigliano d’Arco e di Pratola Serra in Irpinia; altri furono programmati senza mai essere realizzati, come il centro siderurgico di Gioia Tauro. Per evitare gravi crisi occupazionali, l’IRI venne spesso chiamato in soccorso di aziende private in difficoltà: ne sono esempi i “salvataggi” della Motta e dei Cantieri Navali Rinaldo Piaggio e l’acquisizione di aziende alimentari dalla Montedison; questo portò ad un incremento progressivo di attività e dipendenti dell’Istituto. Esattamente quello di cui ci sarebbe bisogno oggi in Italia, con un Paese quasi interamente da ricostruire dopo 30 anni di deindustrializzazione feroce e un deficit di dipendenti pubblici di almeno 2 milioni e 500 mila lavoratori rispetto a Paesi come Francia e Inghilterra.

 

Poi sono arrivati gli anni 90, con la presidenza Prodi che per obbedire ai diktat della nascente Unione Europea ha portato a: – la cessione di 29 aziende del gruppo, tra le quali la più grande fu l’Alfa Romeo, privatizzata nel 1986; – la diminuzione dei dipendenti, grazie alle cessioni e a numerosi prepensionamenti, soprattutto nella siderurgia e nei cantieri navali; – la liquidazione di Finsider, Italsider e Italstat; – lo scambio di alcune aziende tra STET e Finmeccanica; – la tentata vendita della SME al gruppo CIR di Carlo De Benedetti.

 

Le entrate della privatizzazione per l’Italia tra il 1993 e il 2003 sono state stimate a 110 miliardi di euro, l’importo più elevato nell’UE a 15 in termini assoluti e tra i più alti come percentuale del PIL. Siamo quelli che più degli altri si sono fregati con le proprie mani. Oggi le società pubbliche o partecipate, in Italia, sono circa 8.000 e impiegano circa 500.000 persone, ovvero il 2,1% dell’occupazione totale (Istat, 2015). Nel 2013, il 5% delle 1.523 principali imprese italiane era controllato da un’entità pubblica – centrale o locale. Il loro valore aggiunto aggregato corrisponde al 17% del PIL italiano (1,62 miliardi di euro a prezzi correnti nel 2013). Numeri ridicoli se paragonati al peso che l’economia di Stato ha in altri Paesi, sia sul fronte della dimensione delle aziende che su quello dell’impiego. Insomma, mentre molti Paesi, Cina in primis, hanno costruito la loro fortuna puntando su un sempre maggiore intervento dello Stato nell’economia, noi invece ci siamo liberati di un modello vincente unico al mondo, l’IRI, per entrare nell’Unione Europea e adottare l’euro. Una delle scelte più autolesioniste da quando l’uomo inventò la lotta di classe.

 

Gilberto Trombetta

 

 
Una voce dal Veneto PDF Stampa E-mail

12 Novembre 2019

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Da Appelloalpopolo del 9-11-2019 (N.d.d.)

 

La crisi del Veneto non è solo economica, ma morale e politica. Come notato a suo tempo da Pasolini e Fernando Camon, il Veneto è passato in pochissimi anni da un comunitarismo legato principalmente alla Chiesa cattolica e alle sue gerarchie/associazioni, ad un individualismo basato sull’idea che se lavori duro ascendi socialmente, e se ascendi socialmente crei lavoro per altri e permetti la loro ascesa. Era l’epoca delle fabbrichette dove ti prendevano garzone a 14 anni, e con i risparmi e l’esperienza acquisita a 30 aprivi il tuo laboratorio, che spesso riceveva le prime -laute- commesse dalla fabbrica da cui provenivi. Quello fra il “padrone” e i dipendenti era un tacito patto di matrice corporativa: io per qualche anno ti do salario e competenze, tu diventerai a tua volta “padroncino” e non mi farai concorrenza. Questo patto è iniziato negli anni ’70, ha mostrato le prime falle negli anni ’90 (con Tangentopoli e il crollo della DC) ed è fallito con la crisi del 2008, quando la perdita del potere d’acquisto dei salari, la disoccupazione ad alti livelli, il precariato e la difficoltà di ottenere prestiti bancari hanno reso impossibile ai dipendenti il sogno di emanciparsi dal datore di lavoro e crearsi la propria azienda. Il problema è che su questo patto si basava, e si basa ancora oggi, non solo un sistema economico, ma la nostra identità, la nostra idea d’essere comunità.

 

Il legare la nostra identità al produttivismo, alla continua ed inarrestabile espansione economica e all’ascesa sociale, ha avuto come lati oscuri lo stigma della povertà, il silenzioso disprezzo per gli elementi deboli ed improduttivi (malati, disadattati, anziani ecc.), l’inquinamento pervasivo, la scarsa lungimiranza nel pensare un sistema di welfare capace di reggere periodi di recessione. Il contrappeso storico a questi lati oscuri era la morale cattolica, che nel bene e nel male costringeva, tramite la carità, a reinvestire i profitti sul territorio a favore degli svantaggiati, morale che è andata sempre più evaporando, e di cui oggi rimane solo un’ombra. È vero, l’abbiamo sostituita con l’associazionismo, di cui siamo eccellenze in Italia, ma il nostro associazionismo è sempre stato pensato come un arrangiarsi per sopperire al welfare state, una lega di individui (non una comunità) che si mette temporaneamente assieme per far qualcosa che serve, senza sviluppare legami più profondi della reciproca utilità. Ora il sistema Veneto imbarca acqua da tutte le parti, ma nessuno tenta di riformarlo radicalmente. La richiesta dell’autonomia in fondo è l’estremo tentativo di tornare all’epoca d’oro delle fabbrichette e dei padroncini, del sogno dell’ascesa sociale aperta a tutti. Siamo così legati a questo sogno, che non abbiamo protestato né battuto ciglio quando ai vecchi lavori dove prendevi uno stipendio dignitoso e imparavi un mestiere, sono subentrati i lavori spazzatura, con paghe bassissime, precariato assicurato e mansioni talmente dequalificate da essere inutilizzabili altrove. Ci siamo detti “è sempre lavoro… ti pagano comunque… qualcosa impari…”, quindi taci e lavora. Arrabbiati per le falle sempre più macroscopiche del sogno veneto, ce la siamo presa con gli immigrati, rei di abbassare i salari e rendere insicure le nostre attività commerciali: negli anni ’90 odiavamo i “terroni”, dal 2000 in poi gli “extracomunitari”, poi ci siamo stancati anche di quello e ci siamo rinchiusi in un isolazionismo sempre più cupo.

 

Paradossalmente proprio quando il nostro sistema è entrato in crisi, abbiamo avuto il massimo del nostro peso politico nazionale: Forza Italia prima e la Lega (una volta Nord) dopo, hanno pescato dalla nostra regione non solo quadri e ministri, ma un intero arsenale di temi, dall’ossessione per l’inviolabilità della piccola proprietà privata all’idea del produttivismo come fondamento dell’identità nazionale. Come sappiamo, entrambe sono fallite, lasciando macerie di cui ancora paghiamo le conseguenze (il clientelismo dell’epoca Galan, la mancata autonomia rincorsa da Zaia). Ma soprattutto ci hanno illuso che se avessimo avuto peso a livello nazionale, le crepe sarebbero state sanate. L’idea che sia l’intero sistema Veneto da rivedere, non ci è mai passata per la testa. Forse è ora di cambiare totalmente prospettiva, e pensare ad un’identità culturale e politica slegata dal sogno dell’ascesa sociale e del produrre ad ogni costo. Un’identità che includa la seconda generazione (i figli d’immigrati nati qui), a cui il massimo che abbiamo offerto finora è l’idea dell’assimilazione (“diventa come noi e farai i soldi”), e la tematica del contrasto alla povertà e all’inquinamento, problemi endemici che evitiamo d’affrontare come la peste perché incompatibili con il produttivismo. Accettiamolo: l’epoca in cui eravamo la terra in cui “tutti poe fare i schei” è finita. Quando lo accetteremo, saremo liberi di inventarci un altro Veneto.

 

Federico Renzi

 

 
Il suicidio degli italiani PDF Stampa E-mail

11 Novembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 9-11-2019 (N.d.d.)

 

Cos’hanno in comune le coppie che non vogliono avere figli, i ragazzi che se ne vanno all’estero, i pensionati che prendono la cittadinanza in paesi dove il costo della vita e delle tasse è più basso; oppure quanti rigettano i simboli viventi della vita italiana, dal crocifisso al presepe, quelli che chiedono di abbattere le frontiere e di lasciar entrare chiunque decida di vivere da noi e i censori che condannano chiunque voglia tutelare la nostra identità nazionale? Concorrono tutti, spesso a loro insaputa, al suicidio degli italiani o se preferite alla loro eutanasia. Corale, anche se spesso individuale. Molti di loro hanno buone ragioni personali, concrete e contingenti per le loro scelte e le loro rinunce. Non fanno figli perché si sentono precari, non hanno lavoro stabile né casa adeguata né sostegni di alcun tipo per metterli al mondo. Oppure vanno via dall’Italia perché qui non trovano lavoro, non vedono riconosciuti i loro studi, i loro meriti, la loro capacità. O ancora, abbandonano il paese perché sono tartassati e qui non ce la fanno a mantenere uno standard di vita adeguato, non si sentono garantiti come pensionati, temono la criminalità e sono disamorati del loro paese. Altri considerano l’Italia un corridoio umanitario, un luogo di transito e di approdo per chiunque voglia; reputano sacrosanto accogliere tutti, anche se sbarcati clandestinamente, perché sono umanitari, si mettono nei panni di chi parte, di chi arriva e sempre meno nei panni di chi fu, è o sarà italiano. O ancora: vogliono aprirsi al mondo e dar posto ad altri modi e modelli di vita, sono xenofili, desiderano le storie d’altri, sono stanchi delle proprie. Ragioni diverse tra loro, assolutamente non accorpabili e diseguali anche sul piano etico, diversamente rispettabili, ma il risultato è uno solo: si pongono mentalmente o fisicamente fuori dal loro Paese, contribuiscono alla fine degli italiani, a cominciare da se stessi. Ciascuno a suo modo, spesso in buona fede e con le migliori intenzioni, stacca la spina all’Italia, concorre alla scomparsa degli italiani, si dimette da italiani o non ne garantisce la prosecuzione; accelera la cessazione della nazione e dell’identità collettiva. Per non dire dell’autodenigrazione nazionale e del diffuso vizio di rappresentare il mondo sempre a rovescio: i buoni sono quelli che vengono da fuori, i cattivi sono quelli di dentro. E tralascio la cornice di un paese in via di dismissione, marchi distintivi che vanno all’estero, aziende che chiudono, l’Italia che perde l’auto, il burro e l’acciaio. Si cambia paese come si cambia gestore telefonico perché è più vantaggioso. Il dispatrio diventa solo una voltura. Sopravvivono come individui, come cittadini del mondo, come nomadi, utenti e consumatori, come esuli o profughi dal nostro paese, ma si cancellano come italiani, come famiglie, come abitanti di una terra, di una città, scelgono l’evacuazione, la desertificazione, alimentano la sostituzione di popolo.

 

Non riusciamo più a vedere le cose dal punto di vista sociale, comunitario, nazionale e tantomeno con lo sguardo storico e connesso al rapporto tra le generazioni; le vediamo solo dal punto di vista individuale, soggettivo, utilitario e contingente. O peggio, ideologico. Non riusciamo più a capire il senso storico di quel che stiamo vivendo e facendo, ci occupiamo solo dell’occasione del momento, siamo interamente immersi nella situazione, non siamo in grado di proiettare le scelte immediate nel futuro, di capirne gli effetti e di rapportarli al mondo circostante. Eppure sta avvenendo un processo storico importante e letale. È l’eutanasia di un popolo, di una nazione, di una civiltà. Ma se lo dici rischi pure di essere perseguitato a norma di legge come se la preoccupazione per la vita del tuo paese e del tuo popolo, fosse una forma di odio, di razzismo e di disprezzo nei confronti degli altri. È chiaro che l’italianità non si misura dal colore della pelle, e nemmeno da altri indicatori superficiali. Anzi, chi si affida solo a quelli già è estraneo allo spirito di una nazione, non capisce l’importanza di un’identità, di una cultura, di una tradizione nazionale. Ci sono bianchissimi e purissimi italiani che sono meno italiani nella testa e nel cuore di tanti altri, oriundi o sopraggiunti.

 

Come si fronteggia il suicidio degli italiani? Innanzitutto assumendone coscienza, diventando consapevoli di quel che sta accadendo; poi cercando con realismo, senza velleità, possibili rimedi e possibili alternative ai percorsi ritenuti obbligati della deitalianizzazione in automatico; infine studiando, sollecitando e promuovendo iniziative, programmi, politiche, per rispondere al fenomeno e incoraggiarne la ripresa, a ogni livello. Invece non vedo niente di tutto questo, se non qualche scaramuccia di basso livello su qualche minchiata secondaria, come il caso Balotelli o poco altro. In particolare trovo sconfortante un’area politica che pure è maggioritaria nel Paese ma si lascia dettare l’agenda dalla dittatura del politically correct e si limita a saltare o a non saltare al comando dei circensi. L’ultimo è stato il caso Segre, con la relativa commissione anti-odio, così prefabbricato. Prendete voi iniziative in senso inverso piuttosto che limitarvi a discutere se acconsentire, astenervi o respingere le iniziative altrui, nate al puro scopo di mettervi in difficoltà, spaccarvi e mantenere il bastone del comando, imponendo il loro canone. Anche perché nel caso in questione, non è in gioco una parte politica o una spicciola convenienza elettorale. È in gioco un popolo, una storia, una patria; il loro passato e il loro futuro.

 

Marcello Veneziani

 

 
Attacco coordinato al sistema Italia PDF Stampa E-mail

9 Novembre 2019

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Da Comedonchisciotte del 6-11-2019

 

Suonano particolarmente sinistre le parole di Donald Trump espresse durante un’intervista radiofonica ad un programma diretto da Nigel Farage: “L’Italia starebbe meglio fuori dall’Europa, ma se vogliono rimanere…”. Ora se c’è una cosa certa è che il Presidente degli Stati Uniti conosca fatti di pubblico dominio e fatti non ancora di pubblico dominio e che quindi parli conoscendo la materia di cui si discute. Di certo era a conoscenza della fusione tra Peugeot e Fiat-Chrysler anche per questioni inerenti all’interesse nazionale americano. Una fusione che crea un colosso mondiale dell’auto ma che vede una sovracapacità produttiva che chiaramente andrà ridotta per abbattere i costi. Non solo, la fusione non avviene tra pari: i francesi avranno la maggioranza dei voti in CdA e l’Amministratore Delegato. Chiaro ipotizzare in questa situazione che a rischiare maggiormente saranno gli stabilimenti italiani, anche perché lo stato francese è socio del colosso mentre quello italiano non ha neanche un’azione. Già le prime indiscrezioni parlano di soppressione della produzione della Giulietta Alfa Romeo (peraltro la vettura di maggior successo del gruppo Fca in Italia) per sostituirla con le sue concorrenti francesi della Peugeot. Se il buon giorno si vede dal mattino…

 

Inutile sottolineare la situazione dell’Ilva. La multinazionale franco-indiana Arcelor-Mittall se ne va mettendo il nostro settore siderurgico di fronte al baratro della chiusura totale (anche perché qualche anno fa abbiamo chiuso le acciaierie di Piombino). Il settore anche in questo caso ha a livello mondiale grosse capacità produttive in eccesso. Quindi in fondo all’Alcelor-Mittall non dispiace vedere spegnere gli altiforni di stabilimenti che fanno concorrenza ai suoi sparsi per l’Europa (soprattutto in Francia, manco a farlo apposta). Solo che l’industria siderurgica è strategica, perderla obbliga l’industria meccanica e della cantieristica ad approvvigionarsi dall’estero a costi più alti. Il primo caso è che a Genova si inizia a parlare di chiusura dei cantieri navali o in alternativa di approvvigionare gli stabilimenti Fincantieri con la materia prima proveniente da Marsiglia. Manco a farlo apposta. A proposito di cantieristica navale. La commissaria europea Verstager annuncia l’apertura di un’istruttoria sull’acquisizione da parte di Fincantieri della francese Stx e dei suoi cantieri bretoni di Saint-Nazaire. Nascerebbe un colosso mondiale a guida italiana ed evidentemente a Bruxelles questo non piace. La scusa è la concorrenza e i diritti dei consumatori come se i consumatori comprassero transatlantici al supermercato. Mi sarebbe piaciuto vedere se fosse stata la Stx francese ad acquisire Fincantieri cosa avrebbe detto Bruxelles. Ma l’ineffabile Verstager non ha finito con i cantieri navali. Potrebbe considerare come aiuti di stato la vendita di oltre 10 miliardi di npl cartolarizzati di Mps a Amco, una società pubblica. Si tratta di una cartolarizzazione di cui la nostra banca messa a malpartito dalla gestione folle degli ultimi anni ha bisogno per evitare di rischiare. Non so voi, ma io vedo un attacco coordinato al sistema produttivo italiano e anche al suo sistema creditizio (mentre la Signorina Verstager e la Bce non hanno nulla da obbiettare sulla fallita Deutsche Bank tenuta in vita solo grazie alla facoltà di falso in bilancio concessa ai tedeschi). Dobbiamo accettare le scorribande dei concorrenti stranieri in quello che rimane del nostro settore industriale, non possiamo fare acquisizioni all’estero nei settori dove siamo forti, le nostre banche possibilmente devono essere liquidate mentre ad altri consentono cose turche. E in tutto questo la nostra politica tutta non riesce a dare uno sguardo sistemico e si concentra su soluzioni emergenziali (per loro natura pasticciate) caso per caso.

 

 Giuseppe Masala

 

 
Dall'Alitalia all'Ilva PDF Stampa E-mail

8 Novembre 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 6-10-2019 (N.d.d.)

 

Il caso dell'Ilva, così come quello dell'Alitalia, sono casi di aziende strategiche per il tessuto produttivo nazionale, che continuano a drenare enormi quantità di denaro pubblico da anni, creando al contempo danni collaterali e perdendo quote di mercato, mentre passano da un'improbabile cordata privata ad un'altra.

 

Sono dunque due casi da manuale dove la loro sorte naturale sarebbe la nazionalizzazione. Peraltro, in quanto aziende che possono essere dichiarate strategiche per l'interesse nazionale, esse possono essere nazionalizzate anche secondo gli attuali trattati europei. Ora, l'abisso in cui naviga la politica italiana si evidenzia notando come l'idea di una nazionalizzazione autentica (per gestirle, non solo formalmente, per rivenderle) non sfiori seriamente la mente di nessuno. Ogni tanto qualcuno menziona il concetto per poter dire che lui 'l'aveva detto', ma in effetti è una prospettiva al di fuori dell'agenda pubblica. (Incidentalmente questo che abbiamo, ci assicurano dalla regia, sarebbe il 'governo più a sinistra' concepibile nel panorama politico italiano attuale.)

 

Il punto di fondo di questo silenzio è molto semplice: la classe politica italiana è convinta che la classe politica italiana gestirebbe un'azienda nazionalizzata in maniera nepotistica, inefficiente, che ne approfitterebbe per procedere a scambi di favori per arricchimenti personali, che ne farebbe un carrozzone decotto. Il fatto che siano già entrambi carrozzoni decotti a gestione privata non toglie una virgola a questa convinzione di fondo. Che sia perché 'lo stato è inefficiente', perché 'la politica è corrotta', o perché 'gli italiani sono inaffidabili', questa è comunque la rosa delle opzioni disponibili nelle menti dei rappresentanti politici dello stato italiano.

 

Ora, chi ha bisogno di invocare l'oppressione dei trattati europei quando la schiavitù è stata così perfettamente introiettata? Sembrano le opinioni degli schiavi neri o dei servi della gleba russi dopo le relative emancipazioni, quando non si fidavano di essere in grado di prendere il governo delle proprie vite e continuavano ad aspettare ordini. Ora, io non so se le opinioni che il ceto politico nazionale ha di sé stesso e delle proprie capacità siano fondate o meno. Quello che però è certo è che in entrambi i casi, con un ceto politico di questa natura la breve favola dell'Italia come democrazia sovrana è già finita. Mi spiace dirlo, ma è da qui che si parte. Inutile parlare di indipendenza del paese, di autonomia, di 'multilateralismo', di sovranità se le nostre classi dirigenti sono schiave dentro.

 

Andrea Zhok

 

 
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