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Il suicidio degli italiani PDF Stampa E-mail

11 Novembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 9-11-2019 (N.d.d.)

 

Cos’hanno in comune le coppie che non vogliono avere figli, i ragazzi che se ne vanno all’estero, i pensionati che prendono la cittadinanza in paesi dove il costo della vita e delle tasse è più basso; oppure quanti rigettano i simboli viventi della vita italiana, dal crocifisso al presepe, quelli che chiedono di abbattere le frontiere e di lasciar entrare chiunque decida di vivere da noi e i censori che condannano chiunque voglia tutelare la nostra identità nazionale? Concorrono tutti, spesso a loro insaputa, al suicidio degli italiani o se preferite alla loro eutanasia. Corale, anche se spesso individuale. Molti di loro hanno buone ragioni personali, concrete e contingenti per le loro scelte e le loro rinunce. Non fanno figli perché si sentono precari, non hanno lavoro stabile né casa adeguata né sostegni di alcun tipo per metterli al mondo. Oppure vanno via dall’Italia perché qui non trovano lavoro, non vedono riconosciuti i loro studi, i loro meriti, la loro capacità. O ancora, abbandonano il paese perché sono tartassati e qui non ce la fanno a mantenere uno standard di vita adeguato, non si sentono garantiti come pensionati, temono la criminalità e sono disamorati del loro paese. Altri considerano l’Italia un corridoio umanitario, un luogo di transito e di approdo per chiunque voglia; reputano sacrosanto accogliere tutti, anche se sbarcati clandestinamente, perché sono umanitari, si mettono nei panni di chi parte, di chi arriva e sempre meno nei panni di chi fu, è o sarà italiano. O ancora: vogliono aprirsi al mondo e dar posto ad altri modi e modelli di vita, sono xenofili, desiderano le storie d’altri, sono stanchi delle proprie. Ragioni diverse tra loro, assolutamente non accorpabili e diseguali anche sul piano etico, diversamente rispettabili, ma il risultato è uno solo: si pongono mentalmente o fisicamente fuori dal loro Paese, contribuiscono alla fine degli italiani, a cominciare da se stessi. Ciascuno a suo modo, spesso in buona fede e con le migliori intenzioni, stacca la spina all’Italia, concorre alla scomparsa degli italiani, si dimette da italiani o non ne garantisce la prosecuzione; accelera la cessazione della nazione e dell’identità collettiva. Per non dire dell’autodenigrazione nazionale e del diffuso vizio di rappresentare il mondo sempre a rovescio: i buoni sono quelli che vengono da fuori, i cattivi sono quelli di dentro. E tralascio la cornice di un paese in via di dismissione, marchi distintivi che vanno all’estero, aziende che chiudono, l’Italia che perde l’auto, il burro e l’acciaio. Si cambia paese come si cambia gestore telefonico perché è più vantaggioso. Il dispatrio diventa solo una voltura. Sopravvivono come individui, come cittadini del mondo, come nomadi, utenti e consumatori, come esuli o profughi dal nostro paese, ma si cancellano come italiani, come famiglie, come abitanti di una terra, di una città, scelgono l’evacuazione, la desertificazione, alimentano la sostituzione di popolo.

 

Non riusciamo più a vedere le cose dal punto di vista sociale, comunitario, nazionale e tantomeno con lo sguardo storico e connesso al rapporto tra le generazioni; le vediamo solo dal punto di vista individuale, soggettivo, utilitario e contingente. O peggio, ideologico. Non riusciamo più a capire il senso storico di quel che stiamo vivendo e facendo, ci occupiamo solo dell’occasione del momento, siamo interamente immersi nella situazione, non siamo in grado di proiettare le scelte immediate nel futuro, di capirne gli effetti e di rapportarli al mondo circostante. Eppure sta avvenendo un processo storico importante e letale. È l’eutanasia di un popolo, di una nazione, di una civiltà. Ma se lo dici rischi pure di essere perseguitato a norma di legge come se la preoccupazione per la vita del tuo paese e del tuo popolo, fosse una forma di odio, di razzismo e di disprezzo nei confronti degli altri. È chiaro che l’italianità non si misura dal colore della pelle, e nemmeno da altri indicatori superficiali. Anzi, chi si affida solo a quelli già è estraneo allo spirito di una nazione, non capisce l’importanza di un’identità, di una cultura, di una tradizione nazionale. Ci sono bianchissimi e purissimi italiani che sono meno italiani nella testa e nel cuore di tanti altri, oriundi o sopraggiunti.

 

Come si fronteggia il suicidio degli italiani? Innanzitutto assumendone coscienza, diventando consapevoli di quel che sta accadendo; poi cercando con realismo, senza velleità, possibili rimedi e possibili alternative ai percorsi ritenuti obbligati della deitalianizzazione in automatico; infine studiando, sollecitando e promuovendo iniziative, programmi, politiche, per rispondere al fenomeno e incoraggiarne la ripresa, a ogni livello. Invece non vedo niente di tutto questo, se non qualche scaramuccia di basso livello su qualche minchiata secondaria, come il caso Balotelli o poco altro. In particolare trovo sconfortante un’area politica che pure è maggioritaria nel Paese ma si lascia dettare l’agenda dalla dittatura del politically correct e si limita a saltare o a non saltare al comando dei circensi. L’ultimo è stato il caso Segre, con la relativa commissione anti-odio, così prefabbricato. Prendete voi iniziative in senso inverso piuttosto che limitarvi a discutere se acconsentire, astenervi o respingere le iniziative altrui, nate al puro scopo di mettervi in difficoltà, spaccarvi e mantenere il bastone del comando, imponendo il loro canone. Anche perché nel caso in questione, non è in gioco una parte politica o una spicciola convenienza elettorale. È in gioco un popolo, una storia, una patria; il loro passato e il loro futuro.

 

Marcello Veneziani

 

 
Attacco coordinato al sistema Italia PDF Stampa E-mail

9 Novembre 2019

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Da Comedonchisciotte del 6-11-2019

 

Suonano particolarmente sinistre le parole di Donald Trump espresse durante un’intervista radiofonica ad un programma diretto da Nigel Farage: “L’Italia starebbe meglio fuori dall’Europa, ma se vogliono rimanere…”. Ora se c’è una cosa certa è che il Presidente degli Stati Uniti conosca fatti di pubblico dominio e fatti non ancora di pubblico dominio e che quindi parli conoscendo la materia di cui si discute. Di certo era a conoscenza della fusione tra Peugeot e Fiat-Chrysler anche per questioni inerenti all’interesse nazionale americano. Una fusione che crea un colosso mondiale dell’auto ma che vede una sovracapacità produttiva che chiaramente andrà ridotta per abbattere i costi. Non solo, la fusione non avviene tra pari: i francesi avranno la maggioranza dei voti in CdA e l’Amministratore Delegato. Chiaro ipotizzare in questa situazione che a rischiare maggiormente saranno gli stabilimenti italiani, anche perché lo stato francese è socio del colosso mentre quello italiano non ha neanche un’azione. Già le prime indiscrezioni parlano di soppressione della produzione della Giulietta Alfa Romeo (peraltro la vettura di maggior successo del gruppo Fca in Italia) per sostituirla con le sue concorrenti francesi della Peugeot. Se il buon giorno si vede dal mattino…

 

Inutile sottolineare la situazione dell’Ilva. La multinazionale franco-indiana Arcelor-Mittall se ne va mettendo il nostro settore siderurgico di fronte al baratro della chiusura totale (anche perché qualche anno fa abbiamo chiuso le acciaierie di Piombino). Il settore anche in questo caso ha a livello mondiale grosse capacità produttive in eccesso. Quindi in fondo all’Alcelor-Mittall non dispiace vedere spegnere gli altiforni di stabilimenti che fanno concorrenza ai suoi sparsi per l’Europa (soprattutto in Francia, manco a farlo apposta). Solo che l’industria siderurgica è strategica, perderla obbliga l’industria meccanica e della cantieristica ad approvvigionarsi dall’estero a costi più alti. Il primo caso è che a Genova si inizia a parlare di chiusura dei cantieri navali o in alternativa di approvvigionare gli stabilimenti Fincantieri con la materia prima proveniente da Marsiglia. Manco a farlo apposta. A proposito di cantieristica navale. La commissaria europea Verstager annuncia l’apertura di un’istruttoria sull’acquisizione da parte di Fincantieri della francese Stx e dei suoi cantieri bretoni di Saint-Nazaire. Nascerebbe un colosso mondiale a guida italiana ed evidentemente a Bruxelles questo non piace. La scusa è la concorrenza e i diritti dei consumatori come se i consumatori comprassero transatlantici al supermercato. Mi sarebbe piaciuto vedere se fosse stata la Stx francese ad acquisire Fincantieri cosa avrebbe detto Bruxelles. Ma l’ineffabile Verstager non ha finito con i cantieri navali. Potrebbe considerare come aiuti di stato la vendita di oltre 10 miliardi di npl cartolarizzati di Mps a Amco, una società pubblica. Si tratta di una cartolarizzazione di cui la nostra banca messa a malpartito dalla gestione folle degli ultimi anni ha bisogno per evitare di rischiare. Non so voi, ma io vedo un attacco coordinato al sistema produttivo italiano e anche al suo sistema creditizio (mentre la Signorina Verstager e la Bce non hanno nulla da obbiettare sulla fallita Deutsche Bank tenuta in vita solo grazie alla facoltà di falso in bilancio concessa ai tedeschi). Dobbiamo accettare le scorribande dei concorrenti stranieri in quello che rimane del nostro settore industriale, non possiamo fare acquisizioni all’estero nei settori dove siamo forti, le nostre banche possibilmente devono essere liquidate mentre ad altri consentono cose turche. E in tutto questo la nostra politica tutta non riesce a dare uno sguardo sistemico e si concentra su soluzioni emergenziali (per loro natura pasticciate) caso per caso.

 

 Giuseppe Masala

 

 
Dall'Alitalia all'Ilva PDF Stampa E-mail

8 Novembre 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 6-10-2019 (N.d.d.)

 

Il caso dell'Ilva, così come quello dell'Alitalia, sono casi di aziende strategiche per il tessuto produttivo nazionale, che continuano a drenare enormi quantità di denaro pubblico da anni, creando al contempo danni collaterali e perdendo quote di mercato, mentre passano da un'improbabile cordata privata ad un'altra.

 

Sono dunque due casi da manuale dove la loro sorte naturale sarebbe la nazionalizzazione. Peraltro, in quanto aziende che possono essere dichiarate strategiche per l'interesse nazionale, esse possono essere nazionalizzate anche secondo gli attuali trattati europei. Ora, l'abisso in cui naviga la politica italiana si evidenzia notando come l'idea di una nazionalizzazione autentica (per gestirle, non solo formalmente, per rivenderle) non sfiori seriamente la mente di nessuno. Ogni tanto qualcuno menziona il concetto per poter dire che lui 'l'aveva detto', ma in effetti è una prospettiva al di fuori dell'agenda pubblica. (Incidentalmente questo che abbiamo, ci assicurano dalla regia, sarebbe il 'governo più a sinistra' concepibile nel panorama politico italiano attuale.)

 

Il punto di fondo di questo silenzio è molto semplice: la classe politica italiana è convinta che la classe politica italiana gestirebbe un'azienda nazionalizzata in maniera nepotistica, inefficiente, che ne approfitterebbe per procedere a scambi di favori per arricchimenti personali, che ne farebbe un carrozzone decotto. Il fatto che siano già entrambi carrozzoni decotti a gestione privata non toglie una virgola a questa convinzione di fondo. Che sia perché 'lo stato è inefficiente', perché 'la politica è corrotta', o perché 'gli italiani sono inaffidabili', questa è comunque la rosa delle opzioni disponibili nelle menti dei rappresentanti politici dello stato italiano.

 

Ora, chi ha bisogno di invocare l'oppressione dei trattati europei quando la schiavitù è stata così perfettamente introiettata? Sembrano le opinioni degli schiavi neri o dei servi della gleba russi dopo le relative emancipazioni, quando non si fidavano di essere in grado di prendere il governo delle proprie vite e continuavano ad aspettare ordini. Ora, io non so se le opinioni che il ceto politico nazionale ha di sé stesso e delle proprie capacità siano fondate o meno. Quello che però è certo è che in entrambi i casi, con un ceto politico di questa natura la breve favola dell'Italia come democrazia sovrana è già finita. Mi spiace dirlo, ma è da qui che si parte. Inutile parlare di indipendenza del paese, di autonomia, di 'multilateralismo', di sovranità se le nostre classi dirigenti sono schiave dentro.

 

Andrea Zhok

 

 
Attacco tedesco alla BCE PDF Stampa E-mail

7 Novembre 2019

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Da Appelloalpopolo del 4-11-2019 (N.d.d.)

 

Handelsblatt ci riferisce oggi su quanto accaduto giovedì scorso in occasione del “Geldpolitik Forum”, il Forum sulla politica monetaria organizzato dal DVFA, l’Associazione degli analisti finanziari tedeschi, tenutosi presso l’Università di Francoforte. Tema e, soprattutto, principale bersaglio del dibattito sono stati, manco a dirlo, Mario Draghi e la sua politica monetaria. Il livello degli attacchi rivolti verso l’ex governatore italiano durante la sessione mattutina è stato così feroce che il moderatore a un certo punto è dovuto intervenire per ripristinare la calma.

 

In sintesi, questi sono i punti principali sui quali sembrano convergere gli economisti tedeschi intervenuti al dibattito:

 

1. L’allentamento della politica monetaria avrebbe prodotto “zombi”, aziende e stati nazionali tenuti in vita artificialmente, i quali non sarebbero in grado di sopravvivere con tassi di interesse più elevati. Secondo Ludger Schuknecht, questo processo metterebbe in crisi la “distruzione creativa” schumpeteriana. Bernd Rudolf si spinge oltre e arriva a dire, senza mezzi termini, che “la BCE è un ostacolo allo sviluppo”, in quanto ostacolerebbe il naturale processo di selezione e sarebbe, dunque, “il vero responsabile della scarsa produttività”. 2. Lo sforzo compiuto dalla BCE per aumentare la bassa inflazione sarebbe “esagerato” e metterebbe a rischio la stabilità finanziaria. Immancabile il riferimento all’Italia e ai paesi mediterranei: la politica monetaria di Draghi sarebbe servita solo ad aiutare i membri dell’Eurozona più fortemente indebitati. Inoltre, questa politica creerebbe il rischio di bolle finanziarie e di un conseguente collasso economico. 3. L’inflazione è cattiva, la deflazione è innocua. Per Jörg Krämer, capo economista di Commerzbank, l’idea secondo cui una bassa inflazione farebbe male all’economia sarebbe solo “una favola”. Inoltre, la BCE avrebbe fallito nel suo tentativo di aumentare l’inflazione in quanto quest’ultima è mantenuta bassa da esternalità come la globalizzazione. Gunther Schnabl, dell’Università di Lipsia, chiede che i tassi di interesse vengano aumentati indipendentemente dall’inflazione in modo graduale, ad esempio di un quarto di punto percentuale all’anno, fino al 4-5%. 4. La BCE si comporta in modo illegale. Gli attacchi più virulenti sono arrivati, però, da Markus Kerber della Technische Universität Berlin. Noto da tempo come uno dei più feroci critici del “Whatever it takes”, Kerber ha attaccato frontalmente Draghi sostenendo che la BCE coltiverebbe “fantasie di onnipotenza” e si considererebbe “al di sopra della legge”. Immancabile l’accostamento alla teoria dello stato di Hitler (anche in Germania, come noto, la “reductio ad Hitlerum” non passa mai di moda ed è, anzi, una delle figure retoriche più usate di autodifesa preventiva). Kerber è arrivato a dire che “i Greci non sono veri europei e non dovrebbero neppure far parte dell’Unione Europea”. Sulla falsariga di Kerber, si sono poi espressi Christoph Degenhart, giurista dell’Università di Lipsia, e Stefan Homburg, professore di economia di Hannover, secondo i quali la BCE attuerebbe palesemente “al di fuori del proprio mandato”. I due hanno anche criticato aspramente la decisione della Corte di giustizia europea, che ha respinto i controversi acquisti di obbligazioni da parte della BCE.

 

Sarà davvero interessante vedere come le idee della Lagarde, che mira a trasformare la BCE nel motore dell’economia dell’Eurozona attraverso politiche di spesa pubblica sulla falsariga della BoJ, troveranno spazio in questo clima ordoliberista e già oggi ferocemente anti-interventista che sembra ampiamente prevalente in Germania. L’impressione. osservando dall’esterno, è che si sia aperto il primo squarcio che porterà alla fatale rottura tra paesi core e paesi periferici.

 

Filippo Nesi

 

 
Dove sono i rivoluzionari? PDF Stampa E-mail

6 Novembre 2019

 

Da Comedonchisciotte del 4-11-2019 (N.d.d.)

 

“Dateci una classe rivoluzionaria prima che sia troppo tardi!“: il grido di dolore sale da genti di tutto il globo, afflitte dai vari effetti antisociali e antiumani del nuovo ordine liberale: precarizzazione, neocolonialismo, recessione, impoverimento, megatruffe, sostituzioni etniche, guerre per le risorse: il sangue spiccia da cento piaghe e le lacrime scorrono in mille rivoli attraverso il Villaggio Globale. Ma la classe rivoluzionaria ancora non si vede –ossia quella classe sociale capace, per consapevolezza, intelligenza e dotazione, di rovesciare il malo modello socio-economico in essere (oppressivo, sfruttatore, funzionale all’interesse di pochi, e contrario al bene comune), per sostituirlo con uno buono (giusto e conforme al bene comune, ossia agli interessi diffusi anziché a quelli elitari). Questa classe rivoluzionaria fa proprio come l’araba fenice: che ci sia ciascuno dice, dove sia nessuno sa. O meglio, alcuni annunciavano di averla individuata, ma poi la storia li ha confutati. Il vecchio Marx, avendo ravvisato la borghesia come classe rivoluzionaria che pose fine all’ordine medioevale, dichiarava che la classe rivoluzionaria moderna, atta a rovesciare il capitalismo, fosse il proletariato operaio; ma in nessun paese il proletariato operaio ha mai fatto una rivoluzione, poiché nei paesi dove era sviluppato, il proletariato operaio fu reso consumista e così fidelizzato al modello capitalistico; mentre le rivoluzioni sedicenti socialiste (sovietica, maoista e castrista) si fecero nei paesi dove esso non era sviluppato, e quelle rivoluzioni furono opera di gruppi di intellettuali che si impadronirono delle masse -masse perlopiù agricole, analfabete, inconsapevoli- per usarle e tiranneggiarle e costruire ordinamenti liberticidi in cui il possesso dei mezzi di produzione da parte dei capitalisti a scapito del popolo era sostituito dal diretto possesso del popolo da parte dei suoi sedicenti liberatori. Altri pensatori hanno individuato la classe rivoluzionaria odierna negli intellettuali. Ma che vi siano intellettuali alla guida e all’origine delle rivoluzioni, da quella francese in poi, quale che sia il colore della rivoluzione, comprese le rivoluzioni indotte dalle scoperte scientifiche e tecnologiche – è scontato: per fare le cose complesse ci vogliono persone intellettualmente dotate. Altri infine, i più scollati dalla realtà, hanno annunciato che la classe rivoluzionaria dei nostri tempi sarebbe quella delle masse di migranti spiantati e precari, mentre, all’opposto, tali persone sono le meno consapevoli, le meno dotate di coscienza di classe e di capacità di organizzarsi, le più cedevoli. Esse sono bensì le più utili a chi vuole frammentare i corpi sociali e destabilizzare il residuo ordine e la residua funzionalità degli apparati pubblici (scuola, assistenza, sanità, finanza). Cioè sono le più utili alla classe dominante globale e al suo modello, alla sua ingegneria sociale, che abbisogna di eliminare gli ostacoli all’adattamento della società ai bisogni dei mercati manipolati. D’altronde, quello di destabilizzare e scardinare per conto di altri è appunto il ruolo rivoluzionario che, di fatto, le masse hanno sempre svolto nella storia: sono state usate da élites ascendenti per abbattere oligarchie senescenti, e poi per sostenere i costi della transizione. I fatti danno costantemente ragione al motto di Talleyrand: il popolo è come certe medicine, che vanno agitate prima dell’uso. Il suo ruolo non è mai attivo e consapevole, anche se il suo generoso impeto nasce proprio dall’illusione di esserlo. Il sentimento rivoluzionario, nelle varie occasioni storiche, sorge dal sentire l’ordine socioeconomico in essere come ingiusto, oppressivo, rovinoso. Ma il sentimento non è, di per sé, consapevolezza, non è cognizione del perché esso sia tale, né di come esso funzioni, non è competenza. Tranne pochi intellettuali esperti, la gente sente e si arrabbia, ma non sa, quindi si costruisce interpretazioni basate su ciò che crede in base a ciò che riceve, perlopiù dall’industria culturale del sistema– rappresentazioni irrealistiche, però con forte potere esplicativo e forte carica motivazionale, che possono venire sfruttate per ottenere consenso e collaborazione popolari. La gente comune, particolarmente, è incapace di vedere la forma complessiva del modello socioeconomico disfunzionale: di esso coglie soltanto alcuni degli aspetti, alcuni degli effetti, quindi è possibile, per i politici di mestiere, captarne politicamente il consenso promettendole la rivoluzione ma circoscrivendone l’oggetto a quei pochi aspetti ed effetti, senza mettere in discussione, anzi senza nemmeno mettere in luce, il modello complessivo, quindi senza porsi in urto, anzi rendendosi utili, ai padroni ed artefici di quel medesimo modello. Così i politici di mestiere, proponendosi come (apparenti) antisistema (oggi, apparenti sovranisti), riescono ad apparire carismaticamente rivoluzionari (o riformatori radicali, trasformatori del sistema) al popolo, che quindi li vota; e contemporaneamente si fanno accreditare come garanti del sistema dai beneficiari del sistema stesso, che quindi li tollerano o li appoggiano e sovvenzionano affinché inertizzino la protesta dal basso e la riconducano di fatto entro il sistema.  E in tal modo fanno carriera, possono comparire in televisione, ottenere maggioranze elettorali, andare al governo: vedi Syriza, Podemos e il M5S, che, con proclami fiammeggianti hanno alimentato, nella fase iniziale, una grande aspettativa rivoluzionaria e una grande carica carismatica, e successivamente si sono allineati, si sono fatti garanti dell’ordine esistente, per andare al governo. Il gruppo Casaleggio mise su Beppe Grillo e il Movimento in questo senso programmatico: dapprima promesse rivoluzionarie includenti i temi strutturali veri del monopolio monetario, poi silenziamento di questi temi e scivolamento verso una pratica omologazione con l’approdo al governo, soprattutto nel Conte bis, a braccetto col PD: da antisistema sono divenuti filosistema, cioè si sono rovesciati, anche se pochi lo hanno colto. Anche Mussolini e Hitler iniziarono in modo antisistemico, rispondendo a una sofferenza popolare arrabbiata, derivante ultimamente dalle dinamiche del capitalismo finanziario, per poi allearsi col capitalismo globale già allora operante, ed essere da questo sostenuti persino durante la guerra– il tutto senza tematizzare quelle dinamiche, ma mantenendo la facciata rivoluzionaria e travestendo quella realtà in forme mitologizzanti di razza, fato, impero. Queste tecniche politiche non sono da biasimare, perché i politici minori, cioè quelli che si muovono sulla scena pubblica, che abbisognano dei voti della gente, non possono oggettivamente fare altro, dato che l’aliquota di potere messa in gioco nella politica accessibile al popolo è minima, e serve a scopo illusorio, conservativo-confermativo; mentre il potere politico vero è esercitato a porte chiuse da persone che non devono certo concentrarsi sul brevissimo termine e sui confini nazionali, cioè sull’inseguire la rielezione ogni pochi anni in un ristretto ambito nazionale, ma possono fare e portare avanti programmi di lungo e lunghissimo termine e di ampiezza continentale o globale. Oggi la causa diretta delle sofferenze popolari è il modello del capitalismo finanziario estrattivo, cioè che usa il monopolio della creazione monetaria per estrarre ricchezza, reddito e diritti civili e politici dalla popolazione mediante l’indebitamento pubblico e privato, la demonetizzazione dell’economia, le bolle speculative, la precarizzazione, la disgregazione sociopolitica; e lo può fare perché e solo perché ha la capacità di creare mezzi monetari dal nulla e a costo nullo, che usa per estrarre la ricchezza prodotta dalla società generale. È esso che detta l’agenda politica, delle riforme, delle regole di bilancio, le guerre di esportazione della democrazia liberale e di peace-keeping. Una volta instaurato questo modello, gli effetti sono inevitabili, anche in termini di trasformazione di lungo periodo della società. Però –ripeto- la popolazione generale non percepisce il modello nel suo complesso, né il suo funzionamento, né il suo essere causa di quegli effetti – bensì percepisce solo alcune delle sue manifestazioni, quelle più superficiali; e alcuni dei suoi effetti, quelli più quotidiani. Non è nemmeno dotata mentalmente per afferrare il modello generale e la sua inevitabile dinamica, se glielo si spiega, né per sostenere emotivamente questa consapevolezza. Perciò a un politico o un attivista non è possibile risvegliare il popolo o una classe rivoluzionaria disvelandogli l’arcano: oltre ad essere colpito dall’alto, non sarebbe capito dal basso, non avrebbe seguito di massa – anche perché che cosa mai potrebbe proporre come programma di azione pratica contro un sistema globale, strapotente, accettato e praticato in tutto il mondo? L’isolamento autarchico? Può invece proporre uno story telling limitato e ovviamente falso a spiegazione del problema generale, con una serie di battaglie e soluzioni fattibili, o come tali percepibili, per alcuni problemi che la gente sente e afferra: immigrazione (bloccarla perché è un’invasione criminogena e dannosa, oppure agevolarla perché aumenta il PIL e colma i vuoti demografici), sussidio di cittadinanza, catene per gli evasori e i corrotti, politiche verdi, politiche per la famiglia, decreti per la dignità del lavoro, e via proponendo. Ovviamente, questi sono solo palliativi del vero problema, ma è tutto quel che si può fare, sul piano politico, della prassi. Sul piano intellettuale, ovviamente, si può invece sviluppare la critica in modo completo e onesto, si possono descrivere e analizzare e confrontare esplicitamente i vari modelli socioeconomici e i loro effetti. I partiti che problematizzano il modello complessivo rimangono minuscoli – vedi il PC di Marco Rizzo, anche perché quel modello, dominando, anzi possedendo e gestendo, l’industria culturale, squalifica tali partiti come estremisti e pericolosi. Per sottrarsi a queste squalificazione e non essere quindi escluso dall’area degli idonei a governare -area perimetrata dai politici del piano superiore-, pure Salvini ha dovuto non solo astenersi dal criticare e dal descrivere il modello in questione, ma persino fare abiura e dichiarare che ci terremo l’Euro e l’Unione Europea. Anche se è chiaro che da Bruxelles sono regolarmente venuti ordini al governo italiano di auto svendita degli interessi nazionali, come oggi conferma lo stesso Romano Prodi. Prima il Capitano era antisistemico, ora è endosistemico, salve possibili e probabili riserve mentali. Da qualche settimana, grazie alla massiccia opera di rieducazione filosofica e politica svolta da Diego Fusaro, abbiamo un partito – Vox Italiae – che pone in modo centrale, organico, complessivo e non più eludibile il modello capital-finanziario liberista e globalista come oggetto di analisi e di critica e di possibile rifiuto. Rimarrà verosimilmente un minuscolo partito; ma, finché vivrà, svolgerà un’azione di tribuna e di continuo richiamo alla realtà rispetto al dibattito politico. Alcuni tra gli intellettuali posti alla guida di Vox Italiae posseggono le cognizioni del funzionamento del potere monetario, del cartello di moneta e credito, e possono dare voce a queste conoscenze. Sanno che il modello capitalistico finanziario è essenzialmente basato sul monopolio privato della sovranità monetaria, il quale produce automaticamente gli effetti antisociali che vediamo operanti nel mondo, come alcuni di loro denunciano. Però è meglio rinunciare alla inveterata e illusoria idea, che diffusamente è percepita come realistica, dell’intellettuale indipendente che scopre il segreto iniquo del potere –nella fattispecie, il monopolio privato della creazione della moneta e del credito con il loro uso estrattivo e antisociale- e lo denuncia al popolo, suscitando con ciò una sollevazione di massa guidata dalla consapevolezza e dall’indignazione etica. Ciò non è mai avvenuto. Il popolo non funziona così. L’uomo comune è concentrato sul suo particolare e sul quotidiano. Il popolo è bue e inerte proprio perché popolo. Non si coordina mai per insorgere, per scuotere il giogo. Nella recessione cronica si deprime, si adatta, si sottomette. Ciò è ancor più vero oggi, e più che mai oggi la classe rivoluzionaria è impossibile (salvo quanto dirò in conclusione), per effetto di fattori potentissimi, quali

 

-la riduzione dell’utilità del lavoro umano, quindi anche del peso politico della gente, per effetto dell’automazione e della finanziarizzazione dell’economia (quello che ho definito il fenomeno dei “popoli superflui”); -la precarizzazione e la diffusione di alienazioni edonistiche e rimbecillenti nella popolazione generale, che si distacca dalla partecipazione politica, soprattutto i giovani; -la demolizione o precarizzazione delle strutture e delle relazioni sociali, dalla famiglia su fino allo stato nazionale, che sono la matrice della regolamentazione etica della vita e del sentire etico; -il mischiamento dei popoli con le migrazioni di massa che discioglie le identità-solidarietà storico-culturali nell’acido della globalizzazione; -la prevenzione del formarsi di maggioranze con capacità politica anche mediante il frazionamento della società in numerose minoranze artificiose sotto l’egida del nuovo umanesimo dei diritti dell’uomo (minoranze di sesso, di gender, di lingua, di sangue, di religione, di costume etc.); -e soprattutto la crescente e incolmabile distanza tra gli strumenti tecnologici di controllo e dominio a disposizione della ruling eélite globalista, e quelli di autodifesa a disposizione della gente comune.

 

La classe rivoluzionaria non è certo la piccola imprenditoria, che vive lottando per la sopravvivenza quotidiana, né la grande imprenditoria, che partecipa dei benefici del sistema. Non è nemmeno quella degli intellettuali, perché quasi tutti quelli che esercitano le professioni intellettuali, compresa la mia, lo fanno come tecnici esecutori integrati; e gli intellettuali accademici sono ancora più allineati da rigidi requisiti di conformismo posti come condizione per avere un posto, avere visibilità, fare carriera; mentre gli intellettuali del giornalismo sono al soldo degli inserzionisti.

 

Ma a che varrebbe una classe rivoluzionaria? A niente. Infatti il modello capitalistico-finanziario, coi suoi strumenti monetari, non è accidentale né contingente, bensì, assieme al dualismo servo-padrone, è la conseguenza di quella che Robert Michels chiamava “la ferrea legge dell’oligarchia”, ossia del fatto che lo strutturarsi di qualsiasi società genera un’oligarchia, ossia che ogni società è oligarchica, dominata da pochi padroni che comandano e sfruttano molti servi. Agli entusiasti della scoperta del potere del signoraggio monetario, che essi vogliono denunciare per demolirlo e liberare la gente, faccio qui presente che quel potere è espressione e conseguenza, non già la causa, del dominio dei pochi sui molti, ossia della costante oligarchica delle società. Questa costante strutturale delle società interagisce col fatto che, nel corso delle epoche, vi è un’evoluzione degli strumenti usati per la dominazione; in particolare, negli ultimi decenni si è affermato l’uso degli strumenti finanziari; ma questi ora vengono gradualmente soppiantati da quelli tecnologici (biologici, elettromagnetici, informatici: ne tratto ampiamente nel mio ultimo libro, Tecnoschiavi. Oggi si apprende che nei farmaci possono essere inserite molecole in grado modificare il genoma, e che i primi computers quantistici hanno prestazioni un miliardo di volte superiori a quelle dei computers normali, quindi presto coloro che ne dispongono potranno impadronirsi delle reti superando ogni chiave e password, fino a controllare ogni attività. La classe rivoluzionaria del nostro secolo, votata a scalzare i signori della finanza, si prefigura come un’élite militare di neotecnocrati biologi e informatici. Ad ogni modo, è tempo che il focus dell’analisi politica e delle proposte per l’autodifesa popolare si sposti dall’economia a questo nuovo modello di dominazione.

 

Marco Della Luna

 

 
Mari tempestosi PDF Stampa E-mail

5 Novembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 30-10-2019 (N.d.d.)

 

La direzione politica della società venne da Eschilo e poi Platone (Alcibiade) assimilata al compito del comandante di una nave in mare agitato. Già in Omero compare il termine “kibernan” (governare una nave) da cui kybernetes (pilota della nave) che proviene da kyber (timone) da cui cibernetica (arte del controllo e guida dei sistemi). Il pilota, che può esser in chiave politica Uno, Pochi o Molti, ha quindi due problemi: da una parte governare l’equipaggio della nave, dall’altro governare la nave in quanto tale.

 

Da un po’ di tempo, e con frequenze sempre più strette ed intensità crescenti, notiamo situazioni di governo problematiche. L’UE, a mesi dalle ultime elezioni, non ha ancora un governo. In Francia ci son stati e forse ci sono ancora tensioni (gilet gialli), la Spagna non riesce a darsi un governo (ed ha problemi con la Catalogna), la Gran Bretagna è alle prese con “lungo addio” della Brexit che tra gli atri scontenta irlandesi del Nord e scozzesi. La Germania ha frenato la sua corsa accumulatrice di surplus ed il governo ne risente da tempo, sia in chiave nazionale che locale. L’Italia che ha tradizione di stato di incertezza dà meno nell’occhio essendo abituata alla perenne transizione ma condivide la condizione generale. Problemi multipli si registrano in Sud America, dal Venezuela alla Bolivia, dal Cile all’Argentina. Anche l’Uruguay non ha ancora deciso che governo darsi. Il partito al governo in Canada ha perso le elezioni nelle percentuali ma resterà in sella probabilmente con un governo di minoranza mentre salgono i consensi per i secessionisti del Québec. Negli USA è appena iniziata la furiosa battaglia per le presidenziali senza che vi siano segnali di chiara prevalenza tra un partito repubblicano non tutto allineato a Trump ed uno democratico particolarmente diviso. La Tunisia è anch’essa in transizione, la Libia da tempo è in guerra civile, in Egitto cova lo scontento, Israele non riesce a formare un governo, il Libano è sull’orlo del crollo sistemico. In altri sistemi politici, come in Turchia e Russia, i turbamenti hanno minori possibilità di evidenza ma segnali ne avvertono la presenza. Così per Iraq, Arabia Saudita ed Iran. L’Asia sembra più stabile anche perché il trend economico generale del sistema è positivo e quindi, non essendo il loro mare in tempesta, le navi ed i loro comandanti vanno, se non proprio di crociera, con una certa normalità.

 

Naturalmente, alcuni di questi casi non sono esenti da turbativa esterna. Alcune navi pensano di risolvere i propri problemi di navigazione e di ordine interno, rendendo problematica quelli altrui. Altresì, il ruolo negativo di alcune ideologie condivise, ad esempio il consensus neoliberista in Occidente e Sud America, influisce sui vari contesti ma chissà se è poi possibile ridurre il disordine a questa causa unica. In Europa poi si sommano problematiche endogene come il lungo fallimento dell’ambiguo progetto europeista che ha problemi su due fronti: quello ideologico in quanto non si capisce bene quale sia la sostanza di una ideologia che poco si possa dire appare assai “sfocata”, quello concreto in quanto si hanno stati depotenziati nella sovranità da una parte ma anche mancanza di leadership e financo consenso per consentire una sovranità unionista. Del resto, l’UE è una confederazione che si pensa federazione. Solo che, al di là dell’assonanza che sembra assimilare i due regimi, la confederazione altro non è che una semplice alleanza tra sovrani (e quindi non c’è una “sovranità confederale”), mentre l’UE non ha nulla della federazione, né mai l’avrà. Anche in Sud America si sommano problematiche endogene dovute al tormentato processo di emancipazione di genti storicamente assoggettate al colonialismo europeo prima, americano poi, un “poi” che però non termina essendo la mano non invisibile americana ancora ben presente e visibile nelle dinamiche del sub continente. Così per il Medio Oriente, un sistema che per partizioni politico-statali ha solo un secolo (ed oltretutto in aperto conflitto con la tradizione storico-ideologica) ed è oggettivamente basato su presupposti inconsistenti stabiliti a suo tempo da britannici e francesi.

 

Le navi occidentali sono arrivate a questa fase storica in cui le loro condizioni di possibilità vanno oggettivamente a restringersi, a prescindere dal “modo politico”, con un sistema di governo detto “democrazia liberale” particolarmente sfibrato. Sembrano presentarsi classi dirigenti inadeguate e si parla diffusamente di “crisi della leadership”. Ma se le navi sono mal fatte e preparate con una prima classe esigua ed iper-privilegiata rispetto la resto dell’equipaggio schiacciato verso il fondo, nessuna consapevolezza delle condizioni di contesto radicalmente cambiate di recente, il mare che va in tempesta permanente, la crisi delle leadership è solo conseguenza inevitabile. Più in generale, l’IMF dice che quest’anno e per l’ennesima volta da un po’ di tempo, le previsioni di crescita del Pil mondiale vanno riviste. È dal 2012 che il Pil mondiale cresce stentatamente intorno ad una media del 3%, tenuto conto che l’Asia, che è più del 50% del sistema mondo, cresce ben di più e quindi alza la media che altrimenti sarebbe di pura stagnazione. 2012 significa da sette anni, non da ieri. E prima del 2012 c'è stato il collasso di sistema 2008-9. Questo sembra essere, in breve e tagliato con l’accetta, il bollettino ai naviganti. Navi in subbuglio, comandanti nervosi e sfiduciati, corrotti e inadeguati, cieche lotte per prenderne il posto senza per altro avere un piano di navigazione veramente alternativo, equipaggi impauriti ed arrabbiati, direzioni incerte, rotte in collisione, GPS ideologico tarato a decenni fa, nubi sempre più gravide all’orizzonte.

 

Ne conseguiranno, per reazione, nuove forme di irrigidimento totalitario?

 

Pierluigi Fagan

 

 

 

 
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