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Distanziamento sociale PDF Stampa E-mail

6 Aprile 2020

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Da Rassegna di Arianna del 4-4-2020 (N.d.d.)

 

Si potrebbero dire – e sono state dette, si dicono e si diranno – molte cose sulla pandemia da Covid-19 che, nel momento in cui scriviamo queste righe (3 aprile) imperversa in Europa, accelera negli Stati Uniti e rischia di andare fuori controllo in tutto il pianeta. Si potrebbero condividere alcune delle tante osservazioni che sono circolate, chiosarne altre, replicare polemicamente altre ancora. Si potrebbe “buttarla in politica” e ribadire che questa grande crisi ha mostrato – ancora una volta – i limiti dell’efficacia delle organizzazioni transnazionali, a partire dall’Unione europea, ha svelato anche agli occhi degli ingenui e degli ottimisti i molti lati oscuri della globalizzazione, ha confermato come anche in situazioni di emergenza governi, partiti e leaders si lascino guidare più dall’esigenza di conquistare o mantenere consensi facendo a gara di retorica e demagogia (sparse a piene mani, va detto, anche da molti anti-populisti di professione o per vocazione) che dalla volontà di trovare soluzioni ai problemi sul tappeto. E, ancora, ci si potrebbe interrogare per l’ennesima volta sull’impressionante potere suggestivo della comunicazione di massa, discettare sul desiderio di godere del fatidico quarto d’ora (o anche molto di più) di celebrità degli “esperti” e sul rischio di mettere nelle mani dei tecnici, che hanno necessariamente una visione limitata ai temi di loro competenza (in questo caso, salvare vite di singole persone) scelte che spettano a chi è stato designato a tutelare il bene, e l’interesse, di tutti coloro che compongono una collettività. Ma molti si sono già occupati di questo e parecchio altro, bene o male. A noi pare opportuno dedicare qualche breve considerazione ad un tema che è sin qui rimasto escluso dal dibattito pubblico, e che invece dovrebbe esserne al cuore: quello che questa crisi ci sta dicendo sullo spirito del tempo in cui viviamo. E sulla visione del mondo che lo ispira e lo modella.

 

Non sono, purtroppo, elucubrazioni astratte. Né appunti filosofici, che non stonerebbero ma non sono nelle nostre corde. Sono riflessioni che partono da premesse concrete ed arrivano a non meno concrete conseguenze. Partiamo da un dato evidente. La stragrande maggioranza delle esternazioni veicolate dai media in merito alla vicenda Coronavirus è stata impostata su un unico registro: un mix di compassione e commozione. Sentimenti pienamente comprensibili e condivisibili ma declinati sempre e solo su un piano individuale, rappresentando lo scenario esclusivamente come la somma di una molteplicità di casi singoli e privati, su taluni dei quali, giudicati i più esemplari o adatti alla bisogna, si sono avventati ed accaniti giornalisti a caccia di argomenti da tv del dolore o da reality show, generi che le norme anti-contagio avevano costretto in un angolo esiguo dei palinsesti. Laddove la dimensione collettiva – non ci azzardiamo a dire comunitaria, per omaggio alla decenza – ha rifatto capolino, la si è espressa nelle forme vacue e illusorie dell’“andrà tutto bene” (frase che, per inciso, è quella in assoluto più presente in film e telefilm, dove in genere la si pronuncia per esorcizzare a mo’ di placebo l’imminente lutto o disastro) o in quelle retoriche e preconfezionate dei discorsi delle “alte cariche dello Stato” di tutti i paesi coinvolti. L’epidemia, come era inevitabile, ha fatto dilagare la paura. E questa volta, per fortuna, nessuno si è azzardato a liquidarla come un espediente dei cattivi populisti per sfruttare le “reazioni di pancia” della “gente”. Ma questo sentimento naturale, di nuovo, è stato mediaticamente orientato quasi esclusivamente in un’unica direzione: quella del timore soggettivo, tutt’al più esteso alla cerchia dei familiari, di essere infettati, finire in ospedale, morire. Ancora una volta comprensibilissimo (e foriero di repentine metamorfosi: a chi scrive è capitato di assistere alla conversione di conoscenti che per decenni lo avevano ammorbato di chiacchiere sull’attitudine eroica di fronte all’esistenza e magari sulla “guerra sola igiene del mondo” in assertori incondizionati del “tutti a casa!” che sino ad allora ai loro orecchi ricordava solo l’obbrobrioso 8 settembre…) , ma esente da preoccupazioni per le sorti della propria comunità di appartenenza. La deriva individualistica e privata del dramma di queste settimane è stata del resto fin da subito immortalata dall’espressione che è stata scelta per definire la più immediata delle norme profilattiche da seguire: distanziamento sociale. Due parole dal contenuto micidiale per la vita di un aggregato. Parlare del metro di distacco da tenere rispetto agli altri per ridurre le probabilità di infezione come “distanziamento sociale”, e valorizzare di continuo positivamente questa espressione, significa, almeno inconsapevolmente, santificare la norma dell’“ognuno per sé” (e, vista la secolarizzazione in atto, senza l’“e Dio per tutti” del proverbio). E obbligare al confinamento individuale designandolo come il solo strumento efficace di protezione dal virus spinge ulteriormente in questo senso. Insistere poi, come fanno molti istigatori dell’opinione pubblica, sulla delineazione di scenari futuri di imprevedibile durata in cui “niente potrà andare come prima” e il distanziamento sociale diverrà la norma in ogni contesto (i nonni non potranno fare comunella con i nipoti, al cinema non ci si siederà più accanto, i tavoli nelle sale dei ristoranti assomiglieranno ad isole in un arcipelago, in spiaggia non si potrà più andare se non contingentati, e via sperticandosi nell’invenzione di altri spauracchi) non fa che acuire la deriva. A cui ovviamente fa da contrappeso l’esaltazione di tutti gli strumenti telematici e/o virtuali che ci consentiranno comunque, in questo scenario dagli accenti orwelliani, di tenerci “in contatto”. Un contatto via video, in teleconferenza, mediante whatsapp, facebook, twitter, instagram e chi più social frequenta più ne metta. Secondo i creatori di questi copioni, che un tempo si sarebbero definiti fantascientifici ma oggi pretendono di disegnare i contorni obbligatori di una realtà, di qui a chissà quanto tempo non ci si potrà più abbracciare né stringere la mano (occorrerà forse anche un permesso per procedere ad attività che comportano l’abolizione delle distanze, e lo si concederà esclusivamente a fini riproduttivi?), i viaggi e ogni forma di spostamento che crei “assembramenti” saranno messi al bando, ma lo smart working, le lezioni online e le sempre più aggiornate app da cellulare risolveranno ogni problema. Decretando la fine della vetusta epoca degli scambi faccia-a-faccia, meno controllabili e poco igienici. Il pullulare su siti e giornali di visioni di questo tipo della sorte che il dopo-coronavirus ci riserva non è un semplice segno di smarrimento di fronte all’incognite dell’avvenire. È il frutto del sempre più marcato diffondersi di una concezione dell’esistenza che è stata splendidamente riassunta in poche parole dal fisico Carlo Rovelli in un suo intervento sul «Corriere della sera» del 2 aprile. Per lui, «il bene più prezioso» è «un po’ di vita in più». Insomma: nell’esistenza conta la quantità, non la qualità. È detto tutto.

 

E in effetti, la nostra epoca intrisa di consumismo, materialismo e individualismo non poteva che giungere a queste conclusioni. Un tempo si parlava, e si scriveva, di una vita «che valga di essere vissuta». Oggi una frase del genere non ha più un senso comprensibile: ogni vita ne vale un’altra; a differenziarle è la durata. Per questo, nel dramma che stiamo vivendo, ad ogni istante ci viene ripetuto che «prima di tutto viene la salute», anche a costo di paralizzare interi paesi – chi non la fa è preso per pazzo o denunciato come un untore – e di innescare una crisi economica che potrebbe essere senza precedenti dall’epoca di avvio della rivoluzione industriale. Tutto si tiene ed è frutto di una logica tutt’altro che indecifrabile. I costi umani misurabili in termini di salute (contagi, ricoveri, morti) appaiono, e sono, immediatamente visibili e individuali. I costi sociali – certi e non solo prevedibili – riguardano un insieme e passano in secondo piano. Se ne discute, certo, ci se ne preoccupa; ma vengono dopo. Disoccupazione di massa, disperazione di chi vedrà svanire i sogni e i frutti del proprio lavoro, povertà, moltiplicarsi di patologie psichiche e comportamenti violenti indotti dal prolungato confinamento (tutti fattori che potrebbero tradursi in una crescita dei suicidi: e, pur augurandoci che non sia così, vorremmo che un domani anche queste cifre venissero citate e studiate) sono anche, se non soprattutto, fenomeni di portata sociale, che non investono solo, come un decesso, una quantità di singoli, ma un insieme, un tutto – che la concezione del mondo liberale che domina il nostro tempo non considera più, già ben lo sapevamo, superiore alla somma delle parti che lo compongono. Per questo sono derubricati a mere variabili dipendenti della vicenda sanitaria.

 

Una società di monadi. Anzi, per essere più realistici, molte società di monadi, di soggetti chiusi tra le pareti della propria individualità, sparse per l’intero pianeta: ecco quello che l’odierno Zeitgeist sta confezionando. Anche un evento imprevedibile e luttuoso come un’epidemia non fa altro che confermarlo. Aggregati di atomi che concentrano su stessi ogni cura e preoccupazione e che dall’insieme di cui fanno parti esigono soltanto le prestazioni di servizi a cui ritengono di avere diritto, pensando che il corrispettivo di questa fornitura sia già abbondantemente pagato dai prelievi fiscali. La retorica con cui si è cercato da parte della classe politica e mediatica di arginare le prime ondate di smarrimento vorrebbe convincerci che dalla prova usciremo più forti e migliori e che, spinti dalle immagini dell’impegno – e talvolta dal sacrificio – di operatori sanitari e soccorritori, riscopriremo il valore della solidarietà (e, si presume, lo applicheremo ai nostri comportamenti quotidiani). Sinceramente, vorremmo crederlo. Il vizio del realismo e l’osservazione di molte delle scene in cui ordinariamente ci imbattiamo ci vietano di farlo, almeno fino a prova contraria. Il legame sociale logorato da decenni di individualizzazione consumistica, il tessuto connettivo slabbrato dal peso degli egoismi dei gruppi d’interesse contrapposti, non si ricostituisce per incanto sotto la spinta emotiva del panico, che ognuno sente dentro di sé ed amplia solamente alla cerchia più prossima. Per andare oltre questo livello istintivo, animalesco, dominato dalla sola volontà di sopravvivenza, occorrono la volontà e la capacità di riconoscersi negli altri e, assieme agli altri, in un’entità inglobante. Ci vuole, insomma, un’identità collettiva sentita come un arricchimento del nostro essere singolo, come la fonte di un senso meno effimero, più solido e profondo, dell’esistenza che stiamo vivendo. Il modo in cui stiamo affrontando e attraversando la pandemia, obbligati a una non-condivisione (o, nel migliore dei casi, ad una condivisione puramente virtuale) del comune destino, non ci aiuta a costruirla. Può darsi che la difficile fase di impoverimento materiale che ne seguirà, destinata a rendere per molti più chiara la distinzione fra l’essenziale e l’accessorio, inizi ad invertire la tendenza. Possiamo, quantomeno, sperarlo. E cercare di orientare in quella direzione le nostre scelte personali.  Sottoponendoci, di passaggio, ad un bell’esame di coscienza per capire se, almeno per noi, alla prova dei fatti conta non tanto e non solo la vita in sé, ma la capacità di riconoscere, difendere e far comprendere a chi ci sta intorno i motivi per cui davvero vale la pena di viverla.

 

Marco Tarchi

 

 
Chiamati a grandi scelte PDF Stampa E-mail

5 Aprile 2020

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Da Rassegna di Arianna del 3-4-2020 (N.d.d.)

 

Fintanto che non si troveranno cure o vaccini, la sovranità è l’unica risposta, in tutto il mondo, all’epidemia di coronavirus. Una risposta in termini di confini e confinamenti, a cui tutti gli Stati ricorrono; e anche in termini di guerra contro un nemico che si vuole tenere all’esterno, o bloccare se è già penetrato dentro la città. E il porre confini, e il fare la guerra, sono appunto opere della sovranità. Ma ciò ha gravi contraccolpi. Uno di essi è che la sovranità accresce la concentrazione e l’efficacia del potere politico, la sua presa sulla vita delle persone, riducendone la libertà, mutilando la «civile conversazione». Un altro è che la sovranità tende a regnare su una non-società, su un agglomerato disarticolato di individui solitari a cui vieta riunioni, assembramenti, raggruppamenti, prossimità. Insomma, la sovranità è «soluzione» perché pone confini e al contempo scioglie i legami intermedi. Il suo effetto classico è che consente di sopravvivere a prezzo della qualità della vita. E poiché l’uomo è animale sociale, ciò provoca sofferenza. Nell’emergenza affiorano i tratti più duri della sovranità, nella normalità non visibili ma da essa ineliminabili; e duro è infatti il prezzo che stiamo pagando.

 

A questo punto abbiamo due esigenze uguali e contrarie. Una è che la sovranità sia almeno efficace. E qui si pongono questioni di efficienza del sistema politico, dell’apparato amministrativo, della Protezione civile, del sistema sanitario. Siamo alle solite: l’Italia è il Paese degli atti di eroismo (ammirevoli), ma anche della disorganizzazione. I ceti dirigenti – politici, tecnici, scientifici, industriali, intellettuali – hanno detto, e fatto, tutto e il contrario di tutto: il consenso e la fiducia popolare non hanno motivo di indirizzarsi verso gli uni piuttosto che verso gli altri. Errori sono stati commessi tanto dai vertici della politica (i decreti resi pubblici anticipatamente) quanto dalle opposizioni (oscillanti fra il «tutto chiuso» e il «tutto aperto»), quanto dai cittadini (le migrazioni bibliche verso il Sud) quanto dai ricercatori (divisi su temi essenziali). La gestione della crisi ha avuto una declinazione regionale che ha generato confusione e disomogeneità, come confuso è stato il susseguirsi delle norme. Un Leviatano drammaticamente acciaccato e ansimante, quindi.

 

L’altra esigenza è che l’emergenza non si istituzionalizzi in uno «stato d’eccezione». Lo scavalcamento di fatto della mediazione parlamentare, lo strumento del Dpcm utilizzato in modo massiccio, il rapporto personale e unilaterale fra il presidente del Consiglio e i cittadini via Facebook, non sono segnali positivi. Ed è ambiguo il mantra «non è il momento di fare polemiche». Infatti, se non si va a un governo di unità nazionale, la dialettica politica (già semi-spenta) non può essere interrotta. Le idee e le proposte devono avere spazio: è una iattura, pur comprensibile, che siano state congelate elezioni e referendum. E invece di dialettica politica, e di elezioni, ci sarà presto bisogno. Il Paese è chiamato a grandi scelte, per ripartire a guerra finita – per quanto questa possa dolorosamente trascinarsi – ma anche prima, a breve. Una di queste è sulla Ue che, in coerenza con le proprie logiche e strutture, si appresta a sferrare un altro colpo alla nostra autonomia offrendoci come unica risorsa economica il Mes: prestiti (pochi) in cambio della Troika e di una nuova austerità. Insomma, il trionfo degli oltranzisti nordici, che vedono nell’epidemia l’occasione per regolare i conti con l’Italia, come con la Grecia. E ci sarà bisogno anche di riflettere sulle nostre alleanze internazionali. La (relativa) generosità russa e cinese, infatti, davanti all’avarizia europea e al sostanziale silenzio americano, sono segnali da decifrare e valutare. L’ordine (si fa per dire) della globalizzazione potrebbe risultare molto modificato dalla pandemia. Ci attendono insomma decisioni di prim’ordine. Se ci sembra che qualcosa debba essere cambiato delle politiche che ci hanno fatto sottofinanziare la Sanità per 37 miliardi in dieci anni, che ci hanno fatto aderire al «vincolo esterno» dei Trattati europei, che ci hanno consegnato all’austerità e alla stagnazione, allora di sovranità avremo bisogno. Ossia di energie politiche e morali per l’impresa che ci attende: inventare una nuova normalità, rifondare il patto della nostra democrazia.

 

Carlo Galli

 

 
Cronaca di un suicidio PDF Stampa E-mail

4 Aprile 2020

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Da Appelloalpopolo dell’1-4-2020 (N.d.d.)

 

Non poteva andare diversamente, si sapeva. Adesione allo SME, divorzio Banca d’Italia/Tesoro, abolizione della scala mobile, abolizione del Glass Steagal Act (divisione tra banche d’affari e banche commerciali), privatizzazione e svendita di asset statali strategici, pacchetto Treu, libera circolazione di capitali, merci e lavoratori, deflazione salariale, taglio mostruoso della spesa pubblica, tasso di cambio sopravvalutato. La maggior parte di queste cose sono avvenute negli anni ’90. Quando cioè il PIL italiano comincia a crollare. E, con esso, la produttività. Da quando cioè abbiamo ammazzato la domanda aggregata. Da quando è iniziato uno dei più grandi trasferimenti di ricchezza che la storia abbia mai visto. Un trasferimento di ricchezza dal 90% della popolazione al 10% più ricco. E ancora di più all’1%. E molto, molto di più allo 0,1%.

 

Si chiama lotta di classe. L’indipendenza della Banca Centrale, l’Unione Europea e l’euro sono alcuni degli strumenti più potenti attraverso i quali i parassiti della società stanno vincendo da una quarantina di anni la lotta di classe.

 

Peccato sia servita una pandemia mondiale a far svegliare tante anime belle.

 

Gilberto Trombetta

 

 
Sfollamento PDF Stampa E-mail

3 Aprile 2020

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Ad un mese dal suo inizio, prosegue l’emergenza per il virus - sia pure, sembra, con qualche regresso nella sua diffusione. Proseguono le misure restrittive e di controllo. Misure che in questa forma è da vedere se abbiano contribuito e contribuiscano a limitare il virus. Misure che - al di là delle intenzioni dei singoli amministratori e governanti - si potrebbe guardare bene da dove provengano e dove vorrebbero andare a parare. Se effettivamente a contrastare il virus - un virus che si potrebbe indagare bene da dove provenga e dove vorrebbe andare a parare. In ogni caso, la situazione è evidentemente problematica. Sia nella contingenza sia nella prospettiva futura. Sia dal punto di vista socio-sanitario sia dal punto di vista economico-sociale. Per fare qualcosa di sensato io credo si dovrebbe, per esempio, cercare di diminuire la densità della popolazione di zone urbane come quella di Milano. Si tratterebbe di favorire il passaggio - ovviamente di persone interessate a questo - dalla zona urbana a zone attualmente non più abitate, dove ci si organizzerebbe con un’economia di sostanziale autosussistenza. Conosco zone di questo genere anche in Lombardia; nel resto d’Italia ce n’è poi in abbondanza.

 

È un progetto che garantirebbe comunque da subito una miglior situazione socio-sanitaria, e in prospettiva fronteggerebbe le situazioni economiche difficili che probabilmente verranno; e, direi soprattutto, realizzerebbe una modalità di esistenza sana fisicamente, moralmente, spiritualmente, al contrario di quella tecnoindustriale e urbana della forma di civiltà in atto, che può portare solo a disastri di vario genere come quello che stiamo vedendo. Sono convinto ci siano persone interessate a una prospettiva del genere. Io sono una di queste, da parecchi anni. Ma penso che questa situazione stia producendo un certo numero di “risvegli”. È un progetto che si potrebbe chiamare “Progetto Ripresa”: innanzitutto una ripresa di controllo sulla propria esistenza. Credo sarebbe nell’interesse anche generale che le Amministrazioni territoriali - per esempio di Milano e della Lombardia - e magari anche il Governo, lo prendessero in considerazione positivamente.

 

Chi fosse interessato può contattarmi: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

 

Enrico Caprara

 

 
Le idee ci sono PDF Stampa E-mail

2 Aprile 2020

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Da Rassegna di Arianna del 31-3-2020 (N.d.d.)

 

Uno dei pochi uomini politici italiani dotato di senso della storia, Giulio Tremonti, ha paragonato la presente emergenza da Coronavirus al 1914. Con lo sparo di Sarajevo all’arciduca Francesco Ferdinando, erede dell’impero asburgico, iniziò la prima guerra mondiale e si chiuse la Belle Epoque, il periodo avviato negli ultimi decenni del XIX secolo, tra innovazione scientifica, progresso industriale e diffuso ottimismo. La pallottola del nazionalista serbo Gavrilo Princip non troncò solo la vita dell’arciduca, ma la fece finita con l’epoca degli imperi e l’egemonia planetaria dell’Europa. Quel che porterà il 2020, lo choc del virus, con il suo fardello di morti, distruzione delle orgogliose certezze e disastro economico non lo sappiamo ancora. Abbiamo tuttavia la convinzione che i mesi, i giorni che stiamo vivendo siano quelli di un tornante della storia, di un cambio di paradigma economico, culturale, esistenziale. Ci sarà tempo per approfondire riflessioni etiche ed antropologiche, ma intanto è necessario salvare il salvabile e mostrare coraggio, inventiva e capacità progettuale, affinché questi tempi non siano gli ultimi di ieri, ma i primi di domani.

 

Rimaniamo sul terreno economico e finanziario: la globalizzazione è in crisi, oggi è contagiata in quanto per un trentennio è stata contagiosa. Che fare, allora? La premessa è la necessità di mettere al riparo la nostra nazione dagli effetti drammatici di una crisi che può azzerare il benessere faticosamente conquistato, negli ultimi venti, trent’anni perduto a spizzichi e bocconi. È l’ora di decisioni gravi, della responsabilità nazionale e di scelte nuove. Recuperare la sovranità, economica, monetaria e politica è la condizione preliminare per ricominciare. Tra gli italiani che si stanno impegnando con maggiore energia, emerge un gruppo di uomini e donne – economisti, studiosi, pensatori, analisti politici- che sta lavorando alla costruzione di un nuovo paradigma, tentando di costruire un centro di gravità- fatto di idee e misure concrete – in grado di determinare un radicale cambiamento.

 

Metapolitica, sterile teoria? Niente affatto, il principio è “primum vivere”. Con il contributo di una schiera di economisti estranei al mainstream accademico, politico e ideologico, è stato predisposto un vero e proprio piano di salvezza nazionale. Idee, progetti, misure, proposte forti, ma assolutamente realistiche, in grado di dare la scossa alla nazione nel momento più buio, ma soprattutto restituire speranza. Da subito, da oggi. Non è un invito, ma una pacifica chiamata alle armi per cogliere, nel pieno di una straordinaria, quanto imprevista crisi globale, l’occasione per imprimere, finalmente, un ampio cambiamento economico, monetario, produttivo e geopolitico, orientato a superare il vecchio paradigma e adottarne uno nuovo, più sostenibile, umano e positivo. In uno scritto successivo, cercheremo di indicare le linee guida e i presupposti ideali che animano gli estensori del piano. Qui e adesso, tentiamo di fornire una prima “cassetta degli attrezzi” del progetto elaborato da personalità del calibro di Nino Galloni, Fabio Conditi, Alessandro Coluzzi e altri. È urgentissimo far capire ai connazionali che l’Italia non ha bisogno di prestiti internazionali, sia nella forma drammatica del Meccanismo Europeo di Stabilità, ovvero la fine della Grecia, la svendita agli avvoltoi e la rapina delle risorse della nazione, e neppure in quella, meno violenta, ma comunque estranea all’ interesse nazionale, dei cosiddetti Coronabond.

 

Il primo gesto concreto, che il piano di salvezza chiama T0 (tempo zero, l’azione immediata di chi non perde tempo poiché tempo non ha) è mettere a disposizione dell’Italia almeno 350 miliardi di euro, di cui cento subito, da oggi, e gli altri 250 a breve termine. Il sistema politico italiano – e i suoi consiglieri economici- sono stati posti a conoscenza delle proposte qui sintetizzate attraverso canali riservati e canali istituzionali: non possono dire di ignorarne la portata. Il T0, Tempo Zero, ha lo scopo di tamponare l’emergenza sanitaria, la perdita del reddito per famiglie e imprese, e mettere le istituzioni finanziarie pubbliche in grado di sostenere le misure strutturali successive. Subito, si rende necessario iniettare nelle casse dello Stato liquidità per almeno 100 miliardi, attraverso cui scongiurare prestiti internazionali e autentiche tragedie epocali come l’intervento del MES e degli altri strumenti finanziari prospettati. Lo strumento individuato per la prima fase è l’emissione di titoli di Stato riservati al risparmio nazionale, denominati “Buoni di Solidarietà e Protezione”.  Dovranno essere emessi dal Dipartimento del Tesoro a rubinetto (o con emissioni settimanali) fino a 500 miliardi di euro, estensibili a 1000. Saranno garantiti da prelazione sui proventi da cespiti di eventuali cessioni del patrimonio pubblico, riservati esplicitamente a selezionati operatori residenti: famiglie, aziende, banche di proprietà pubblica o controllate da soggetti privati residenti. L’eventuale “secondario” verrà riservato sempre e solo ai residenti. Le scadenze saranno a 3, 6 e 12 mesi, con emissione alla pari (100) e tasso implicito pari a zero. Il collocamento sarà realizzato senza asta tramite sportelli bancari e postali con semplice disposizione di sottoscrizione da parte del cliente e retrocessione all’intermediario da parte del MEF di una commissione pari a 0,05%. Nessuna commissione potrà essere richiesta dall’intermediario al sottoscrittore, e i titoli dovranno essere esplicitamente esclusi da ogni imposta patrimoniale, presente e futura, comprese le imposte di successione. Rappresentano un intervento d’urgenza, anche nella forma di un reddito personale di emergenza immediato per i cittadini residenti, e sono destinati ad essere sostituiti da interventi strutturali non appena venga superata l’emergenza. Per questo motivo si offrono solo scadenze brevi.  Gli interventi (T1) a medio termine sostituiranno le misure T0. Saranno costituiti da due diversi strumenti finanziari. Il primo sono titoli di Stato a breve termine, garantiti e riservati esclusivamente al risparmio di operatori nazionali, in grado di mobilitare rapidamente al servizio della comunità parte del risparmio finanziario privato nazionale, di cui almeno 1500 miliardi sono disponibili (conti correnti e depositi) o facilmente liquidabili; mettere al sicuro questa preziosa risorsa nazionale, oggi sfruttata prevalentemente dalla finanza speculativa mondiale;  dare finalmente attuazione alla prescrizione costituzionale dell’articolo 47 che impone alla Repubblica di tutelare il risparmio; restituire integralmente agli investitori internazionali il debito pubblico in scadenza, liberandoci per sempre dal ricatto dello spread. Si sostituisce di fatto il “debito pubblico estero”, concetto odioso, con ben più rassicuranti e graditi strumenti di protezione e impiego del risparmio dei cittadini. Parallelamente, ed è forse l’innovazione più importante, potenzialmente decisiva per uscire dalla prigione finanziaria in cui ci siamo rinchiusi, Il Ministero dell’Economia e delle Finanze verrà incaricato di emettere direttamente delle “Statonote” – ovvero banconote di Stato, come le vecchie 500 lire cartacee inventate da Aldi Moro- a circolazione interna, anche in versione elettronica, operazione non vietata da alcun trattato europeo. Ciò consentirà di coprire con immediatezza ogni esigenza della spesa non coperta da entrate; arrestare il contagio verso la popolazione di qualsiasi turbolenza sui mercati speculativi; contribuire al processo di sostituzione del debito estero. Nel Tempo 1, è cruciale la predisposizione di un piano strategico di investimenti produttivi per almeno 250 miliardi per rilanciare l’economia nazionale attorno a obiettivi coerenti e coordinati di politica economica di medio-lungo termine. Le fonti di finanziamento saranno ancora i titoli di Stato di solidarietà e le Statonote, a cui si aggiungeranno altri due strumenti, le banche pubbliche e gli istituendi CdR, Conti di Risparmio, che necessiteranno di alcuni mesi per l’implementazione informatica. Ciò significherà ricapitalizzare le istituzioni finanziarie pubbliche, come Cassa Depositi e Prestiti (CDP) e Mediocredito Centrale (MCC), la cosiddetta “banca delle imprese”, nonché metterle in rapporto diretto e stringente con il Governo per tutelare strutturalmente il risparmio pubblico e creare investimenti. Questo permetterà di accedere alla provvista di liquidità a tassi convenienti presso la Banca d’Italia, possibilità contemplata dall’articolo 128 dei Trattati di Funzionamento dell’UE; garantire al Governo un efficace strumento di trasmissione nell’economia reale delle decisioni politiche prese dal Parlamento; rimettere l’apparato pubblico in grado di garantire a cittadini e imprese i servizi pubblici essenziali di qualità adeguata. In questa cornice, sarà possibile prevedere e concretizzare, finalmente, forme di partecipazione diretta alla proprietà popolare diffusa nelle aziende pubbliche erogatrici di servizi, accompagnate da forme di coinvolgimento nella gestione, al fine di assicurarne il controllo e il contenimento dei costi. Dicevamo dell’istituzione “rivoluzionaria” dei CdR, conti di risparmio pubblici e volontari di somme trasferibili su piattaforma elettronica presso il MEF, aperti a tutti i residenti. Questo strumento, già proposto da diverse parti sotto varie forme e denominazioni, consente di creare un sistema pubblico di pagamenti interni che pone in diretto contatto lo Stato- comunità con tutti i suoi cittadini partecipanti. Utile sempre, lo è particolarmente nelle situazioni di urgenza e necessità come l’attuale, per erogare senza indugio un reddito personale di solidarietà;  tutelare il risparmio italiano, come imposto dall’ art. 47 della Costituzione, per di più garantendo che sia sistematicamente utilizzabile per la sua fluida circolazione nel mercato domestico; ridurre gli oneri passivi sul debito pubblico, permettendone contestualmente la riduzione complessiva e l’aumento della detenzione presso residenti in Italia, cui verrebbero accreditati anche i relativi interessi che tornerebbero quindi in circolazione; sostituire una buona parte degli attuali titoli del debito pubblico fluttuanti sui mercati con gli Euro raccolti tramite i conti di risparmio pubblico.

 

Tutte insieme, le iniziative accennate avranno altresì la decisiva funzione di mantenere la coesione sociale, gravemente a rischio nella situazione confusa in cui ci troviamo, in cui a milioni di connazionali è impedito di lavorare, mantenere se stessi e alimentare il reddito. Secondo i calcoli dei proponenti, attraverso le quattro fonti di finanziamento illustrate (titoli di Stato di solidarietà, Statonote, banche pubbliche e CdR), si potranno spendere almeno ulteriori 250 miliardi con l’obiettivo di creare lavoro, acquisire o riacquisire aziende strategiche al patrimonio pubblico, necessarie a garantire alla cittadinanza ed alla struttura produttiva l’erogazione dei servizi essenziali (sanità, credito, energia, trasporti, ricerca, formazione e informazione, telecomunicazioni); sostenere le piccole e medie imprese private; rafforzare il mercato interno e riorientare la produzione. Il documento di presentazione del grande piano nazionale è accompagnato da una puntuale scheda tecnica, a sostegno di un autentico cambio di paradigma, di una forma concreta e realistica di sovranità, assai diversa dal sovranismo di cartapesta di chi arriva a invocare Mario Draghi come soluzione ai drammatici problemi nazionali, ossia invitare il piromane a spegnere l’incendio che ha contribuito ad appiccare. È insomma ambizioso quanto realistico, all’altezza dei momenti più alti della storia del nostro popolo e, soprattutto, permette finalmente di uscire dalla caverna- finanziaria, economica, ideologica, del potere globalista. Ne forniremo una sintetica mappa concettuale e pratica, da inserire in un nuovo sistema di pensiero, destinato a cambiare, una volta per tutte, il paradigma liberista, fatto di scarsità, debito, privatizzazione del mondo, rovina per moltissimi, dominio e ricchezza inverosimili per alcuni. Se non ora quando? È il momento di superare i dogmi e le rigidità di pensiero che hanno messo a dura prova l’equilibrio economico e umano del pianeta, e che oggi minacciano, attraverso il “cigno nero” del virus, vita e futuro di miliardi di persone. Il potere ci spiega da decenni che occorre saper trarre le opportunità anche dalle crisi. È il momento di prenderli in parola, tenendo presente una verità enunciata da Albert Einstein, lo scienziato più importante del XX secolo: non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l’ha generato. La globalizzazione ha fallito, e il contagio ne è il detonatore invisibile. L’ oligarchia finanziaria dei padroni universali, protagonisti della globalizzazione, ha fallito. Ammoniva lo stesso Einstein: un buon trucco non funziona mai due volte.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Una polveriera ma non una guerra PDF Stampa E-mail

31 Marzo 2020

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La premessa è doverosa: rispettiamo il distanziamento sociale, è necessario far calare la curva dei contagi per dare respiro alla sanità per garantire cure a tutti e cercare d' uscire il prima possibile da questa brutta storia. Se è essenziale cercare d'uscire dal tunnel lo è altrettanto pensare il nostro futuro: noi corriamo il rischio, essendo focalizzati a 360 gradi sul presente, di trovarci ancor più spaesati alla fine di tutto questo. Le epidemie sono brutte bestie ma per fortuna hanno un tempo limitato e come arrivano altrettanto ci lasciano. Noi stiamo navigando a vista in territorio inesplorato, senza nessuna grande idea concreta sul "dopo" e temo che il risveglio sarà brusco per tutti, specialmente in Italia, che rischia di essere il classico vaso di coccio stritolato. Parliamoci chiaro e senza tanti fronzoli o retorica, da persone abituate a dirci la verità per quanto possa essere brutale: nel medio termine è più facile il crollo economico, sociale ed anche unitario della Repubblica Italia piuttosto che quello dell'Unione Europea. A dire il vero, entrambe le entità sono sull' orlo del baratro, ma pensare che un eventuale (e auspicabile) sfascio di questa assurda UE non abbia riverbero su quello dell'unità italiana è ipotesi per nulla peregrina. Non fatevi ingannare dai cori sui balconi dell'inno di Mameli e dai monumenti rivestiti col tricolore, dai canti e dalle frasi, dai video virali in internet: questi sono solo episodi, momenti collettivi di unione per affrontare qualcosa di imprevisto, sfoghi liberatori di tensioni accumulate, riti di esorcizzazione collettiva di paure ancestrali che parevano sopite. Sono manifestazioni patriottiche effimere, destinate a durare lo stesso tempo dell'emergenza e destinate a sgonfiarsi come bolle di sapone in un batter d' occhio appena si aprirà il sipario del baratro economico e sociale. Dire, come si sente, che ne "usciremo migliori" è puro esercizio di retorica e di giornalismo: l'unico evento che davvero forgia una comunità nazionale in comunità di destino è una guerra, non una epidemia. Inutile che continuino a ripetere "siamo in guerra": nossignori, è una epidemia e non una guerra. Una epidemia, cioè un evento incidentale che rispetto alla guerra ha dinamiche e implicazioni completamente diverse (politiche, sociali, psicologiche, economiche). Più facile che questa dura prova cementi il campanilismo e l'orgoglio cittadino locale a tutto scapito di quello comunitario nazionale, già storicamente inconsistente in Italia. Più facile che siano Bergamo e Brescia come singole comunità ad uscirne più forti, non l'Italia nel suo complesso. Nel lontano 1972 il presidente pakistano Ali Bhutto, in una pregevole intervista alla Fallaci, disse che "non si manda avanti un Paese con gli slogan" e quando la notte sarà passata, avremo un'alba inquietante. E auguriamoci che la notte duri davvero poco, perché il rischio palese è quello di arrivare all'alba se non addirittura ben prima con una situazione fuori controllo. Le misure di lockdown, soprattutto in Meridione, se non supportate da massicci aiuti materiali e finanziari a pioggia, avendo dato un colpo all' economia sommersa e messo innumerevoli famiglie a rischio indigenza, potrebbero avere conseguenze incontrollabili: in Facebook e Whatsapp girano "catene" che incitano all' assalto dei supermercati -come successo a Palermo- e a "spaccare tutto". Vi è poi come convitato di pietra la criminalità organizzata, che rischiando di perdere il potere territoriale in vaste aree del Sud potrebbe fomentare rivolte. Questo non lo diciamo noi ma le informative dei "Servizi" all' Esecutivo. In tre settimane circa di lockdown già due volte i Servizi hanno emanato questo allarme...e non darei per scontato che riguardasse solo il Sud. Parliamoci chiaro e diciamo che attualmente, primavera 2020, tutta l'architettura statale italiana ha la consistenza di un budino e la stabilità d'un castello fatto di carte da briscola, ha una fragilità estrema cui basterebbe un soffio di venticello per mandare tutto all'aria. L'impalcatura statale si sta mantenendo per miracolo, la possibilità di collasso sistemico è assai elevata. Tre grandi Regioni settentrionali vero motore e locomotiva della Nazione sono in ginocchio, paralizzate da covid-19 e il Meridione balla su un equilibrio appeso ad un filo. Certamente l'italiano conosce l'arte di camminare sul precipizio senza cascarci (per il momento) e far passare la nottata, ma in tal caso i guai inizieranno ai primi bagliori di luce. Taluno ha stimato un danno economico con una forbice dai 250 ai 640 miliardi di euro in base alla durata dell'emergenza, ma queste cifre sono ballerine e forse sottostimate: di certo esistono i 25 miliardi di euro stanziati per marzo e i 25 per aprile, dei pannicelli caldi e palliativi che non serviranno a nulla. Di certo sappiamo che se ne esce solo essendo padroni della moneta e stampandola a pioggia, a massa, non prendendola a prestito da enti esterni coi tassi di interesse: tutti strumenti che l'Italia non ha. Di certo si può immaginare di ritrovarci con un Settentrione con le pezze nel didietro e un Meridione maggiormente impoverito e devastato. Da una parte si piangeranno i lutti e l'imprenditoria in dissesto, dall' altra parte si piangeranno meno morti (vogliamo augurarci che al Sud il male sia contenuto, per evitare un numero di vittime ancor più elevato che altrove) ma tanta penuria e rovina. Rammentiamo che in certe zone del Mezzogiorno il turismo, che ha il 2020 ormai compromesso, vale il 30% del PIL e che paesi interi vivono di turismo estivo. Alla fine di tutto rischiamo di trovarci con una bomba a orologeria acuita dall'aggravarsi della questione meridionale, cui si unirà giocoforza una questione settentrionale, perché il Settentrione sarà ridotto come il Meridione se non peggio in certe aree. Tutto ciò unito alla rabbia, al dissesto economico, alle ferite psicologiche durature e all' impoverimento generale: una polveriera, per sintetizzare in una parola. E ripeto non è detto che l'unità nazionale regga, tutt'altro. Fino a grandi statisti come Churchill e Cavour tremerebbero le vene nei polsi a saper di maneggiare situazioni simili, figuriamoci all'esecutivo Conte-bis, un governicchio che si è salvato grazie al paziente uno di Codogno.

 

Simone Torresani

 

 
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