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Un film da non vedere PDF Stampa E-mail

20 Febbraio 2019

 

Da Comedonchisciotte del 18-2-2019 (N.d.d.)

 

Subito all’inizio, il film sulla Prima Guerra Mondiale del regista-produttore Peter Jackson “They Shall Not Grow Old” [Loro non invecchieranno], che trasforma in modo quasi miracoloso i tremolanti e sgranati filmati d’archivio in bianco e nero dalla guerra in una moderna stravaganza tridimensionale, ci bombarda con i cliché utilizzati per nobilitare la guerra. I veterani, parlando sulla musica di sottofondo, dicono cose come “Non me la sarei persa”, “Rifarei tutto da capo perché mi piaceva la vita da soldato” e “Mi ha fatto diventare un uomo.” Deve essere stato abbastanza difficile, dopo la guerra, trovare una piccola minoranza di veterani disposti a pronunciare ad alta voce simili stupidaggini. La vita militare è una forma di servitù, un’esposizione prolungata al combattimento che ti lascia distrutto, segnato a vita da traumi e spesso talmente insensibile da avere difficoltà nelle relazioni interpersonali, l’ultima cosa che fa la guerra è proprio quella di renderti un uomo. […] David Lloyd George, il Primo Ministro della Gran Bretagna in tempo di guerra, nelle sue memorie aveva usato un linguaggio come questo per descrivere il conflitto:

 

… vanità inesauribile che non ammetterà mai un errore… individui che preferirebbero la morte di milioni di persone piuttosto che, da leader, dover ammettere, anche con se stessi, di essersi sbagliati… la notorietà raggiunta attraverso un egoismo miope e testardo, insuperabile fra tutti i disastri conosciuti causati dall’umano autocompiacimento… un pessimo progetto gestito male… ordini impossibili emessi da generali che non avevano idea di cosa significasse realmente l’esecuzione dei loro comandi… questa folle impresa… questa iniziativa torbida e confusa.…

 

[…] I nostri stessi generali e politici, che quasi vent’anni fa avevano dato inizio alla più grossa cantonata strategica nella storia americana e che hanno sprecato quasi 6 trilioni di dollari in Medio Oriente in conflitti che non possiamo vincere, non sono meno egoisti ed incompetenti. Le immagini delle nostre guerre vengono attentamente controllate e censurate, proprio come quelle della Prima Guerra Mondiale. Mentre la futilità e la carneficina umana dei nostri attuali conflitti sono raramente riconosciute in pubblico, si potrebbe sperare di poter affrontare, un secolo dopo, l’idiozia suicida della Prima Guerra Mondiale. Leon Wolff, nel suo libro “In Flanders Fields: The 1917 Campaign”, scrive della Prima Guerra Mondiale: Non aveva significato nulla, non aveva risolto nulla e non aveva dimostrato nulla; e così facendo aveva ucciso 8.538.315 uomini e ne aveva feriti in modi diversi 21.219.452. Degli altri 7.750.919 prigionieri o dispersi, più di un milione furono in seguito presunti morti; quindi le morti totali (senza contare i civili) si avvicinano ai dieci milioni. I difetti morali e mentali dei leader della razza umana sono stati verificati in modo abbasta preciso. Uno di questi leader (Woodrow Wilson) aveva poi ammesso che la guerra era stata combattuta per interessi commerciali; un altro (David Lloyd George) aveva detto ad un giornalista: “Se la gente sapesse la verità, la guerra si fermerebbe domani, ma ovviamente non la sanno e non possono saperla. I corrispondenti la verità non scrivono e [comunque] la censura non la farebbe passare.”

 

Nel film non si parla della colossale stupidità del Quartier Generale britannico, che aveva mandato centinaia di migliaia di ragazzi inglesi della classe operaia, che si vedono sogghignare con i denti cariati davanti alla macchina da presa, in ondate dopo ondate, settimane dopo settimane, mese dopo mese, nelle fauci delle mitragliatrici tedesche, per essere uccisi o feriti. Non c’è un’analisi seria sulla ferrea censura che aveva nascosto al pubblico la realtà della guerra e che aveva visto la stampa diventare il megafono dei guerrafondai. Non ci sono indagini su come la guerra era stata usata dallo stato, così come lo è oggi, come scusa per sradicare le libertà civili. Non si guarda all’immensa ricchezza accumulata dai produttori e dai fornitori di armi o come il conflitto avesse indebitato la Gran Bretagna, con i costi legati alla guerra pari al 70% del prodotto nazionale lordo. Certo, vediamo qualche immagine di ferite raccapriccianti, digitalizzate a colori, sì, sentiamo come i ratti mangiassero cadaveri, ma la guerra nel film è attentamente coreografata, spogliata dei suoni assordanti, degli odori ripugnanti e soprattutto della paura paralizzante e del terrore che trasformavano un campo di battaglia un incubo dello Stige. Vediamo cadaveri, ma non ci sono immagini ravvicinate della lenta agonia di quelli che erano morti con orribili ferite. Immagini sterilizzate come queste sono una vera e propria pornografia di guerra. Il fatto che non siano più a scatti e sgranate e che siano state colorate e in 3D non fa altro che dare una lucentezza moderna ad un vecchio porno di guerra. “Quando non c’erano operazione belliche in atto, era davvero divertente essere in prima linea,” dice un veterano nel film. “Era una specie di vacanza in campeggio, all’aria aperta, con una infarinatura di pericolo per renderla più interessante.” Commenti insipidi come questi fanno capire che cosa si pensasse della guerra in patria. Lo scontro fra una popolazione civile che vedeva la guerra come “una specie di campeggio all’aria aperta” e quelli che l’avevano vissuta aveva scavato un solco profondo. Il poeta Charles Sorley aveva scritto: “Mi piacerebbe tanto uccidere il principale responsabile della guerra, chiunque egli sia.” E il giornalista e autore Philip Gibbs aveva notato che i soldati nutrivano un odio profondo per i civili che credevano in queste bugie. “Odiavano le donne sorridenti per la strada. Detestavano i vecchi. … Desideravano che i profittatori morissero asfissiati dai gas velenosi. Pregavano Dio che convincesse i Tedeschi a mandare gli Zeppelin sull’Inghilterra, per far conoscere alla gente il vero significato della guerra.” Studi commissionati dalle forze armate hanno stabilito che dopo 60 giorni di combattimenti continui, il 98% dei sopravvissuti manifestava sintomi gravi di tipo psichiatrico. La caratteristica comune nel 2% in grado di sopportare combattimenti prolungati era una predisposizione verso “personalità aggressive e psicopatiche.” Il tenente colonnello David Grossman aveva scritto: “Non è troppo lontano dalla realtà ipotizzare che un combattimento continuato e inevitabile farà impazzire il 98 per cento di tutti gli uomini, mentre il restante 2 per cento era già pazzo quando era arrivato lì.”

 

I circoli militari nella società americana sono onnipotenti come lo erano durante la Prima Guerra Mondiale. I simboli della guerra e del militarismo, oggi come allora, sono ammantati di un’aura quasi religiosa, specialmente nella nostra democrazia fallita. I nostri incompetenti generali, come David Petraeus, che con i suoi colpi di testa ha solo prolungato la guerra in Iraq e aumentato il numero dei caduti e la cui idea di armare ribelli “moderati” in Siria è stata una disfatta, vengono glorificati, così come il cocciuto e vanaglorioso generale Douglas Haig, il comandante in capo britannico, contrario ad innovazioni come il carro armato, l’aereo e la mitragliatrice, che aveva definito “un’arma molto sopravvalutata.” Credeva che la cavalleria avrebbe avuto il ruolo decisivo nella vittoria in guerra. Haig, nella battaglia della Somme, il 1 luglio 1916, nel primo giorno dell’offensiva aveva visto morire sotto i suoi occhi 60.000 uomini. Nessuno dei suoi obbiettivi militari era stato raggiunto. Ventimila morti nella terra di nessuno. I feriti avevano gridato per giorni interi. Tutto questo non aveva smorzato l’ardore di Haig nel sacrificare i propri soldati. Determinato a portare al successo il suo piano di sfondare le linee tedesche e scatenare le sue tre divisioni di cavalleria sul nemico in fuga, aveva continuato le ondate d’assalto per quattro mesi, fino a quando l’inverno lo aveva costretto a fermarsi. Alla fine delle operazioni belliche imposte da Haig, l’esercito aveva subito più di 400.000 vittime, senza aver ottenuto nulla. Il tenente colonnello E.T.F. Sandys, che aveva visto 500 dei suoi soldati uccisi o feriti il primo giorno sulla Somme, aveva scritto due mesi dopo: “Non ho mai avuto un momento di pace dal 1° luglio.” Poi si era sparato in una stanza d’albergo di Londra. Il libro illustrato di Joe Sacco “The Great War”, un panorama senza parole lungo 24 piedi [7,3 m.] che descrive il primo giorno della Battaglia di Somme, rivela più verità sugli orrori della guerra dell’elaborato restauro di vecchi filmati da parte di Jackson. Lo storico militare B.H. Liddell Hart, che aveva partecipato alla guerra, ha scritto nel suo diario: Lui [Haig] era un uomo di un supremo egoismo e una totale mancanza di scrupoli, che, con la sua smodata ambizione, ha sacrificato centinaia di migliaia di uomini. Un uomo che ha tradito anche i suoi più devoti assistenti e il governo che aveva servito. Un uomo che è riuscito a raggiugere i suoi fini con inganni non solo immorali, ma addirittura criminali. L’avvocato americano Harold Shapiro, dopo la Prima Guerra Mondiale, aveva esaminato le cartelle cliniche dell’esercito per conto di un veterano disabile. Era rimasto sconvolto dalla realtà messa a nudo da questi referti e dall’errata percezione della guerra da parte della gente comune. I referti medici, aveva scritto, facevano diventare “tutto quello che avevo letto e sentito in precedenza una finzione romanzata, un’isolata reminiscenza, una vaga generalizzazione o una deliberata propaganda.” […]

 

Analizzare con onestà le guerre passate ci dà la possibilità di comprendere quelle attuali. Ma questa è una lotta erculea. Il pubblico è nutrito dal mito e lo anela. Rinvigorisce e nobilita. Celebra presunte virtù nazionali e capacità militari. Permette ad una popolazione alienata di sentirsi parte di un collettivo nazionale impegnato in una nobile crociata. La celebrazione della forza distruttiva delle nostre armi ci fa sentire personalmente potenti. Tutte le guerre, passate e presenti, sono praticamente ammantate in questo mito. […]

 

Jackson termina il film con una canzonetta dell’esercito sulla prostituzione. “Potresti dimenticare il gas e la granata”, dice la canzone, “ma non dimenticherai la Mademoiselle! Hinky-dinky, parlez-vous?” Decine di migliaia di ragazze e donne, i cui fratelli, padri, figli e mariti erano morti o paralizzati, e le cui case erano state sovente distrutte, si erano ritrovate povere e spesso senzatetto. Erano state facili prede per i bordelli, inclusi quelli a conduzione militare e per i magnaccia che servivano i soldati. Non c’è nulla di divertente o di carino nello stare coricate su una stuoia di paglia e venire violentate da almeno 60 uomini al giorno, a meno che tu non sia lo stupratore. “Lascia parlare il dolore”, ci ricorda William Shakespeare, “l’angoscia che non parla sussurra al cuore oppresso e l’invita a spezzarsi.”

 

È una fortuna che tutti i partecipanti alla guerra siano morti. Troverebbero il film un altro esempio della mostruosa menzogna che negava la loro realtà, ignorava o minimizzava la loro sofferenza e che non ha mai messo sotto accusa i militaristi, i carrieristi, i profittatori e gli imbecilli che avevano favorito la guerra. La guerra è la ragion d’essere della società tecnologica. Scatena i demoni. E quelli che traggono profitto da questi demoni, ora come allora, lavorano alacremente per tenerli nascosti.

 

Chris Hedges (tradotto da Markus)

 

 
Conversioni all'islam PDF Stampa E-mail

19 Febbraio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 17-2-2019 (N.d.d.)

 

Che cos’hanno in comune tre personaggi così diversi fa loro come l’esoterista e filosofo francese René Guénon (1886-1951), il cantautore folk britannico (ma di origini greco-cipriote e svedesi) Cat Stevens (classe 1948, vivente) e il giornalista e scrittore siciliano Pietrangelo Buttafuoco (classe 1963, vivente)? Parrebbe una domanda strana, bizzarra; di quelle cui forse neanche Massimo Inardi o la signora Longari, ospiti dei programmi televisivi a quiz di Mike Bongiorno, avrebbero saputo rispondere. Eppure, la risposta è semplicissima: hanno in comune il fatto che il primo, dal 1912, è divenuto Shaykh 'Abd al-Wahid Yahya; il secondo, dal 1977, è divenuto Yusuf Islam o semplicemente Yusuf; e il terzo, dal 2015, è divenuto Giafar al-Siquilli. In altre parole, tutti e tre hanno subito il fascino della religione islamica, fino a convertirsi alla fede del Corano. E tutti e tre erano esponenti di una cultura europea che, ancora pochi anni fa, pareva solida e ben cosciente di se stessa e della propria tradizione: rispettivamente nel campo filosofico ed esoterico, in quello artistico-musicale e in quello giornalistico e letterario. Il primo era nativo di Blois, sulla Loira; il secondo è nato a Londra; il terzo a Catania. Tutti e tre hanno viaggiato parecchio e sono venuti a contatto con ambienti cosmopoliti, anche se in tutti e tre è ravvisabile un forte radicamento nelle rispettive culture di origine. Il raffinato intellettuale Guénon è impensabile, o perlomeno risulta incomprensibile,  fuori della cornice della Francia del primo Novecento, con il decadentismo, il simbolismo, il maritenismo, le avanguardie; e se è vero che “La crisi del mondo moderno” (1927) e “Il regno della quantità e i segni dei tempi” (1945) possono essere letti come il frutto di una ricerca spirituale di sapore universale, che attinge a tutte le tradizioni d’Oriente e d’Occidente per giungere a una suprema sintesi ideale, resta innegabile che le si può leggere anche come la risposta che una certa cultura francese, fra simbolismo ed esistenzialismo, dà alla coscienza della propria crisi, interpretata come la crisi di tutta la civiltà occidentale. Un discorso analogo si può fare, in un ambito completamente diverso, per la musica folk di Cat Stevens: in canzoni che hanno avuto un vasto successo e alcune delle quali sono state prese a simbolo di una intera generazione, come Wild World e Father and Son, entrambe del 1970, Steven Demetre Georgiou, in arte Cat Stevens, le sonorità delicate e la vena misticheggiante risultano fortemente legate alla tradizione musicale greca, filtrata attraverso l’ambiente cosmopolita londinese. Infine libri come “I cinque funerali della signora Göring” e “Le uova del drago” tradiscono il radicato interesse del loro autore per il fascismo e le ideologie di destra, ma anche un certo gusto siciliano per le atmosfere e la mentalità dell’isola mediterranea, che lo connotano fortemente in senso storico-culturale e geografico. Ma chi avrebbe detto che il coltissimo esoterista francese si sarebbe convertito all’islam; che l’autore di dolci melodie come il cantante anglo-cipriota avrebbe mostrato, un giorno, se non di condividere, certo di non biasimare la fatwa lanciata dall’ayatollah Khomeini nei confronti dello scrittore Salman Rushdie, autore dei Versetti satanici (accadde nel 1989, nel corso di un incontro con degli studenti londinesi), e che l’irruente, anticonformista scrittore e giornalista catanese, apertamente nostalgico dell’estrema destra, avrebbe deciso di spingere il suo amore per la tradizione siciliana fino ad abbracciare la fede che dominò sull’isola nei secoli del Medioevo? Eppur è accaduto; e ci siamo limitati a scegliere tre casi particolarmente emblematici, fra i molti altri sui quali avremmo potuto fermare la nostra attenzione. La domanda, pertanto, non può essere che questa: che cosa rende appetibile la conversione all’islam per un europeo di buona cultura, quando si direbbe che tutto, nella tradizione culturale europea, vada in una direzione totalmente diversa da quella?

 

Ci sembra che sia una domanda importante, visto il momento che l’Europa sta vivendo e vista la rapidissima crescita demografica dell’elemento islamico dovuto al fenomeno in atto delle migrazioni/invasioni provenienti dal Medio Oriente e soprattutto dall’Africa. Se, infatti, agli islamici provenienti da quelle regioni, o nati da genitori immigrati, si aggiungessero anche le conversioni di europei alla religione del profeta Maometto, non occorre essere degli indovini per capire che la civiltà europea sarebbe giunta veramente al capolinea. Aderire all’islam, infatti, per un europeo, equivale anche a rifiutare, sostanzialmente, la propria tradizione, non solo in ambito strettamente religioso, ma che in ambito giuridico, filosofico, artistico, culturale. Infatti la civiltà europea, nata dall’incontro fra il cristianesimo e le migrazioni dei popoli germanici, si caratterizza fin dai primi secoli per la fervida ricerca teologica, per un’arte di tipo realistico, per una graduale distinzione fra l’ambito giuridico e quello religioso, fra il cittadino e il credente: tutte cose che non trovano alcun riscontro nella cultura islamica, dove, anzi, sono fermamente proibite o scoraggiate. È infatti difficile, se non impossibile, parlare di una vera e propria teologia islamica, perché l’islam ha un concetto rigidissimo e letteralistico della interpretazione del Corano (eccezion fatta per alcuni gruppi marginali, come il sufismo; quelli appunto che piacevano a intellettuali come Guénon); infatti, se è proibito discutere delle Scritture, di quale teologia si potrà mai parlare? Allo stesso modo, la concezione islamica del divino vieta la rappresentazione non solo di Dio, ma della stessa figura umana, in quanto l’uomo è fatto a immagine di Dio, e quindi raffigurare l’uomo potrebbe sembrare come un tentativo, sia pure indiretto, di raffigurare Allah, l’inesprimibile. E la mancata separazione fra diritto e fede religiosa implica la possibilità che si verifichino episodi come quello della già ricordata fatwa contro uno scrittore ritenuto blasfemo, fatwa che ogni buon credente ha l’obbligo di rispettare e, se possibile, eseguire. Quindi, nella cultura islamica, non ci sarebbe mai stato spazio, e non c’è neppure oggi, per un’opera come la Summa teologica di Tommaso d’Aquino, o come la Divina Commedia di Dante (e non solo per la condanna all’inferno di Maometto, ma proprio per il tentativo di rappresentare Dio) o il Giudizio universale di Michelangelo, e meno che mai per il Codice di Giustiniano o per il Codice napoleonico. In breve, l’adesione all’islam implica una specie di abiura, per un europeo, di tutta la sua cultura e di tutto il suo patrimonio ideale, compresa l’idea di ragione, la ricerca filosofica, la libertà del pensare, la libertà dell’espressione artistica. […] Resta perciò la domanda: perché? Perché un europeo, con duemila anni di storia alle spalle, con duemila anni di civiltà occidentale (duemilaottocento, se partiamo dall’Iliade di Omero) dovrebbe gettare alle ortiche questa ricchissima tradizione, per abbracciare una religione assai più giovane (secondo il calendario islamico, che parte dal 622 d.C., quest’anno siamo nel 1440) e che presenta tali e tante proibizioni e negazioni della sua tradizione originaria? Evidentemente, ciò ha qualcosa a che fare con la perdita di amore per la cultura europea da parte degli europei; con un senso di vuoto, d’insoddisfazione, d’inquietudine, e anche con un senso di frustrazione e di delusione per le mancate risposte rispetto ai grandi problemi esistenziali. Il vuoto attira il pieno: una civiltà non può vivere nel deserto dei propri valori; presto o tardi i suoi membri sentono il bisogno di riempire quel vuoto con un “pieno”, con dei valori nuovi, visto che i vecchi si sono dimostrati impotenti o insufficienti. Ora, da molto tempo la società europea coltiva scientemente il vuoto, cioè il rifiuto e il disprezzo di se stessa, e corteggia ogni forma di nichilismo e di disordine intellettuale e morale; era logico aspettarsi che, a un certo punto, vi sarebbe stata una reazione e le persone sarebbero tornare a domandare un cibo più nutriente per affrontare la traversata della vita. L’islam, religione giovane, per certi aspetti appare a non pochi occidentali (e non solamente a loro) come una ideologia politica e sociale, prima ancora che come un insieme di credenze soprannaturali, e, in tal senso, fornisce una risposta all’odio che essi provano nei confronti della propria cultura; in un certo senso, come l’equivalente di ciò che significava, negli anni ’70 del secolo scorso, aderire a qualche gruppuscolo dell’estrema sinistra (o dell’estrema destra) e militare attivamente per la distruzione dello stato di cose esistente. Solo così si spiega il fatto che alcuni giovani, e specialmente alcune ragazze, hanno ritenuto cosa giusta e buona, dopo essersi convertite all’islam, partire per la Siria o per qualche altro Paese islamico e ricevere un addestramento militare, in vista di una lotta armata contro i “crociati”, ossia contro i cristiani. E non si tratta solo di figli e figlie d’immigrati della seconda o terza generazione, ma anche di europei, figli di europei, che sono venuti a contatto con l’islam in maniera indiretta, tramite letture, conoscenze personali o frequentazione di siti informatici. Certo, si tratta – per ora – di piccoli numeri, o comunque di numeri relativamente modesti: ma è doveroso prendere buona nota di certi fenomeni sin dall’inizio, se esistono, come in questo caso, le condizioni affinché ingrossino e divengano fenomeni sempre più frequenti.

 

Tuttavia, il problema del disamore di sé, da parte degli europei, deve essere analizzato meglio. La tradizione che gli europei (e gli occidentali) moderni odiano, è proprio la tradizione cristiana, non quella umanistica, laica, razionalista, scientista, illuminista, positivista, sviluppatasi negli ultimi secoli. Infatti questa civiltà, incentrata sull’uomo, è sorta, storicamente e ideologicamente, in contrapposizione alla civiltà cristiana, centrata su Dio. E il culmine di questa parabola antropocentrica è stato raggiunto allorché, il 24 marzo 2017, parlando al Parlamento (massonico e anticristiano) di Strasburgo, il signor Bergoglio ha affermato testualmente che la speranza dell’Europa consiste nel mettere l’uomo al centro. L’uomo, non Dio: detto da un papa. E tuttavia la cultura laicista, materialista, massonica, ha largamente fallito: non ha mantenuto alcuna delle sue grandi promesse: non ha portato agli uomini né la pace, né il benessere, né la sicurezza, né la giustizia, e neppure la libertà, se non al prezzo di pesantissime, continue limitazioni e intromissioni da parte dei poteri esterni nella vita dei cittadini. I quali cittadini si vedono minacciati anche nelle cose più strettamente necessarie alla vita, sotto il profilo materiale e sotto quello spirituale: il lavoro, il risparmio, la possibilità di essere informati correttamente, un sistema scolastico che promuova e non mortifichi l’intelligenza, un sistema sanitario fatto nell’interesse delle persone e non delle multinazionali farmaceutiche (vedi il business dei vaccini obbligatori), una religione che dia certezze e speranze, non che demolisca continuamente le certezze e instilli dubbi intollerabili sul destino degli uomini: in ultima analisi, un poco di speranza nel futuro, un poco di fiducia sul fatto che valga la pena di vivere, sposarsi, cercare un lavoro, mettere al mondo dei bambini. Senza queste certezze minime, la società diventa un caos, se non addirittura un inferno. Tuttavia è proprio questa la situazione nella quale gli europei sono venuti a trovarsi in questi ultimi anni, e non certo per caso e in maniera inspiegabile e imprevedibile, ma proprio per effetto dei meccanismi economici, finanziari, politici e culturali che sono specifici della modernità e che oggi, semplificando, vanno sotto il nome di globalizzazione. Dunque, la situazione è questa: l’Europa, da molto tempo, ha preso in odio le proprie radici cristiane; ha provato a costruire una civiltà nuova e diversa, massonica e anticristiana: ma ha costruito il nulla ed è piombata in un relativismo che è solo l’anticamera del più radicale nichilismo. Col nichilismo, però, non si può vivere; ed ecco risorgere la domanda: la domanda di senso, di orizzonti, di speranza. E a chi rivolgersi, nel cimitero di verità e di valori che gli europei, da se stessi, hanno creato, se non ad un’altra tradizione spirituale, visto che il materialismo ha fallito, l’edonismo ha un retrogusto amaro e il razionalismo non ha nulla da dire sulla domanda più pressante di tutte, che sarà di noi con la morte? Il giudaismo non è interessato a fare proseliti, perché è la fede di un popolo che si considera eletto da Dio: non è, non è mai stato e mai potrà essere una grande religione universale. Induismo e buddismo esercitano un certo fascino, ma fanno pare di una cultura troppo diversa da quella europea: e gli europei sono diventati troppo fiacchi e pigri per aver voglia di sottoporsi allo stress di prendere come guida una cultura di cui non sanno neanche l’essenziale. Sono anche sazi di filosofia, perché ormai identificano la filosofia con quel relativismo e quel pensiero debole dai quali appunto stanno fuggendo. Che cosa resta, dunque, se non l’islam? Il quale sta già venendo loro incontro nelle persone degli immigrati, talmente numerosi da volere le loro moschee e i loro “centri culturali” accanto alle chiese ormai semivuote...

 

Francesco Lamendola

 

 
Egemonia tedesca PDF Stampa E-mail

18 Febbraio 2019

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Da Appelloalpopolo del 12-2-2019 (N.d.d.)

 

La Germania Ovest per distruggere e ricomprare a prezzi di magazzino l’industria dell’Est ha convertito con cambio alla pari il Marco est con il proprio. Questa conversione, che ha raddoppiato il valore della moneta più “debole”, ai più ingenui è apparsa come una elargizione benefica dei più ricchi verso i più poveri, un vero gesto di fratellanza privo di interesse. In realtà questa “cortesia” è stata una vera e propria polpetta avvelenata perché da un lato l’equiparazione del valore ha creato milioni di nuovi consumatori, felici e capaci di acquistare le merci prodotte in occidente, dall’altro ha automaticamente annientato l’industria dell’Est con un aumento del 350% dei suoi listini. È vero che si trattava di una industria arretrata rispetto agli standard occidentali ma aveva punte di eccellenza mondiale e un grande mercato rappresentato dalle Repubbliche Sovietiche. Questo aumento in estrema sintesi ha significato che una qualsiasi merce prodotta nell’ex Repubblica Federale Tedesca, acquistata da un qualsiasi cliente estero, dopo aver raddoppiato il valore della moneta, ha subito un aumento di prezzo di circa il 350%, quindi è uscito fuori dal mercato per eccesso di rincaro. In breve tempo, Il sogno dell’unificazione si è trasformato in un incubo; licenziamenti di massa, povertà e migrazioni hanno stravolto le vite degli ignari cittadini. Attualmente, nonostante siano trascorsi ventisette anni dalla riunificazione, nonostante i media nazionali continuino ad esaltare il modello economico-culturale tedesco, in Germania est il PIL pro capite, al netto degli stipendi statali, è poco più del 60% rispetto all’Ovest. Questo accade nonostante il contributo eccezionale sopportato dall’intera Europa che con il rialzo dei tassi d’interesse e con la cancellazione quasi totale dei debiti di guerra, ha finito per finanziare un riassetto territoriale tedesco che è ancora lontano dall’essere compiuto. Addirittura l’ex Governatore della Bundesbank, Karl Otto Pöhl, attuatore in campo monetario delle direttive politiche dell’ex Cancelliere Helmut Kohl, in audizione alla Commissione Parlamentare d’inchiesta ha dichiarato: “La Germania Est ha subito una cura da cavallo che nessuna economia al mondo è in grado di sostenere”. Mentre al Parlamento Europeo, interrogato sulla fattibilità di una futura Unione monetaria (l’Euro), ha sostenuto che: “La nostra unificazione è stata un disastro, non fatela”. Dietro il nobilissimo spirito di unità nazionale, dietro la necessità di riunificare popoli accomunati dalla stessa cultura, le classi dominanti hanno attuato una vera e propria aggressione politica, economica e sociale, in grado di drenare a proprio vantaggio enormi ricchezze e un solido potere capitalistico. Le oligarchie dominanti hanno ottenuto: un nuovo mercato di sbocco per le merci prodotte; manodopera a prezzi inferiori da utilizzare nelle fabbriche, approfittando dei connazionali ridotti in miseria.

 

Una situazione molto simile a quelle finora descritte, con toni solo apparentemente meno drammatici, si vive in Europa a causa dell’Euro e dei trattati sciagurati e incostituzionali che lo accompagnano. A differenza degli esempi fin qui illustrati, quella “europea” è stata un’aggressione economica e sociale anomala, apparentemente senza un “aggressore” in cerca di territori da annettere, subdola nella dinamica perché i suoi effetti catastrofici si sono manifestati solo a distanza di alcuni anni dalla unificazione monetaria, in concomitanza con una crisi internazionale. Proprio per questo fattore e per la grande disinformazione che accompagna l’argomento, la comprensione del fenomeno è ancora confusa. Chi viaggia e osserva i luoghi, non può non notare che alcuni territori sono tornati a spopolarsi. Alcuni stati europei sono addirittura “falliti” e hanno avuto una devastazione economica inferiore solo al secondo conflitto mondiale, al contrario, altri sembrano prosperare, ma perché? Grecia, Spagna e Portogallo sono state salvate con trucchi monetari (fondo salvastati-salvabanche, emissioni monetarie illimitate o Quantitative Easing) che hanno allungato la miccia e gonfiato ulteriormente la Germania, ma di nuovo dico: perché si sta creando questo dualismo economico così simile a quello avutosi tra nord e sud dopo l’unificazione dell’Italia e tra est e ovest dopo la riunificazione della Germania? La risposta ovviamente è complessa, richiederebbe un intero libro per essere descritta in tutte le sue sfaccettature, ma si può ricondurre a due concetti fondamentali: economico-monetario e politico-ideologico. Nel momento in cui è crollato il muro di Berlino, la grande regia americana ha dato una forte accelerazione al disegno di unificazione europea iniziato decenni prima, alla fine del secondo conflitto mondiale. La Germania ha dovuto accettare l’imposizione dell’Euro da parte della Francia come condizione inderogabile per la riunificazione politica della nazione; la paura di una Germania nuovamente unita, attraversava l’intera Europa. Ingenuamente i francesi pensarono che privandola della sua moneta, il Marco, la si sarebbe potuta controllare senza grande difficoltà. La Germania dal canto suo per accettare l’Euro ha imposto la deindustrializzazione dell’Italia, suo principale competitor, attraverso l’ingresso nella moneta unica. Successivamente, negli anni in cui sono stati elaborati e sottoscritti i trattati europei, la Germania, che già aveva le idee chiare sul da farsi, vantava un’enorme esperienza nel campo monetario avendo da poco affrontato la propria unificazione; oltretutto aveva un peso politico accresciuto per l’aumento di popolazione. La forza e l’esperienza che esprimeva in quegli anni le hanno consentito di imporre nei trattati il proprio modello economico di stampo ordoliberista, incentrato sul modello di economia sociale di mercato “fortemente competitiva”. Il concetto della forte competizione era ben chiaro in Germania, mentre nel resto d’Europa no. Negli stessi anni in Italia la classe politica era in cerca d’identità, dopo tangentopoli e il crollo del blocco comunista russo, per legittimarsi agli occhi dell’elettorato, in maniera acefala, si è aggrappata al sogno europeo trasformato in ideologia dalle oligarchie dominanti. Quindi mentre i politici italiani ed europei sognavano la pace, la fratellanza e un seggio molto ben retribuito al Parlamento Europeo, i politici tedeschi attuavano il proprio disegno di aggressione economica all’intero Continente. Tutto però è avvenuto gradualmente perché si è iniziato con la creazione del Sistema Monetario Europeo nel 1979 (SME) che aveva come accordo una struttura di cambi fissi tra le valute aderenti, non totalmente vincolanti ma sempre più stringenti (ECU, serpente monetario, SME credibile ecc.) e si è arrivati al 1999 (anno di fine SME) all’ingresso nel sistema Euro con un blocco definitivo del cambio tra gli Stati aderenti. Nel 2002, inaugurata ufficialmente la moneta unica, la Germania, a suon di mazzette ai sindacalisti, ha realizzato la riforma del mercato del lavoro passata alla storia come riforma Hartz. In pratica, senza dichiarazioni di guerra, ha aggredito commercialmente gli altri stati europei con una svalutazione salariale. In concreto, mentre in tutti gli Stati europei si aumentavano gli stipendi per adeguarli all’inflazione, in Germania gli stessi si bloccavano. Le conseguenze di questa mossa mercantilista sono state principalmente due: la prima è stata il raffreddamento del mercato interno tedesco che ha portato i consumatori ad avere sempre meno reddito disponibile per gli acquisti costringendo le imprese a cercare all’estero nuovi consumatori; la seconda è stata la continua diminuzione dei prezzi delle merci prodotte in Germania, ma perché? Perché il costo del lavoro, che è uno dei fattori della produzione, incide direttamente sul prezzo finito di un prodotto: quindi, se in Europa tutti gli Stati aumentano salari e stipendi per far mantenere il potere d’acquisto e la Germania no, banalmente il costo delle merci tedesche sarà anno dopo anno più basso rispetto le concorrenti. Come già detto, le imprese hanno trovato più conveniente esportare le proprie merci all’estero perché nel mercato interno il diminuito potere d’acquisto dei consumatori riduce i margini di profitto. Questa strategia colonizzatrice è stata affiancata da ulteriori azioni altrettanto offensive che sono: creazione di una cerchia di Stati satellite nell’est Europa, a riparo dalle conseguenze nefaste dell’Euro ma inseriti nel mercato comune, quindi liberi di approvvigionare l’industria tedesca con semi lavorati a basso costo, violazione continua senza conseguenze del trattato che impone un limite massimo all’export intraeuropeo. Questa strategia ha avuto successo solo perché alla base c’è stato un blocco dei cambi delle monete nazionali, sostituite dalla Moneta Unica. Per farvi capire il trucco, cerco di spiegare, semplificando al massimo il concetto. Quando l’Italia, la Germania, la Francia ecc. avevano le proprie valute, ogni moneta esprimeva con il proprio valore la forza dell’economia che rappresentava. Quando ad esempio uno stato europeo entrava in crisi economica perché l’industria non era competitiva sul mercato globale, la minore richiesta di merce pervenuta a quello stato provocava una minore richiesta della sua moneta, necessaria per acquistare le merci da essa prodotta. Avvenuto ciò, la minore richiesta di moneta sottostava alla legge del mercato che ne decretava una diminuzione del valore ovvero la svalutazione della moneta verso i mercati esteri: conseguentemente i prodotti tornavano ad avere un prezzo più basso rispetto agli omologhi fabbricati nello Stato concorrente non in crisi. A questo punto le merci tornavano a competere perché il prezzo per i clienti esteri, con un valore più basso della moneta, scendeva, e così via. Implicitamente oltre ai prodotti tornavano a competere gli Stati che con questo gioco di valute, a prezzi più bassi trovavano sempre un mercato di sbocco per le proprie merci, senza dover necessariamente tagliare gli stipendi ai lavoratori. Al contrario, nelle economie più forti quando le esportazioni crescevano troppo vedevano rivalutare (aumentare di valore) la propria moneta e i rincari conseguenti raffreddavano le esportazioni. Per fare un esempio concreto, prima del 1997 le auto tedesche avevano un prezzo maggiore rispetto alle auto italiane, francesi, spagnole ecc. proprio perché c’era il gioco delle monete che funzionava, ogni nazione riusciva ad avere una propria industria. Rotto questo meccanismo di riequilibrio, in Europa, la Germania ha invaso il continente di automobili, sempre più economiche in ogni segmento e siamo al paradosso che oggi sono ovunque le più economiche sul mercato e le case automobilistiche concorrenti, per sopravvivere, sono costrette a spostare le sedi nei paradisi fiscali o sottopagare i lavoratori. Senza l’Euro tutti gli Stati del Continente avevano una parità di chance nel mercato globale e nessuna di esse soccombeva sotto i colpi sleali dell’altra.

 

Ma perché dal 2002 al 2010 nessuno si è accorto di niente? Principalmente per due motivi: il primo è stato il credito al consumo, finanziato dal surplus commerciale tedesco, francese ecc. il famoso “compra oggi paga domani” e il domani alla fine è arrivato; il secondo è stato l’effetto valore dell’Euro che ha raddoppiato il prezzo degli immobili. La bolla del mercato immobiliare poi si è gonfiata quando i capitali impiegati nell’industria nazionale, definitivamente messa all’angolo dalla concorrenza sleale tedesca, hanno smesso di generare profitti. Per cercare di recuperare le perdite subite nei settori esposti non si è potuto far altro che investire nel mattone, unico (o quasi) settore economico a riparo dalla concorrenza estera e all’epoca ancora capace di generare utili favolosi. Oggi la Germania per la terza volta in meno di un secolo ha messo in ginocchio un continente, l’Europa, e proprio come una nazione vincitrice di una guerra cerca di ricavare il massimo dalla sua posizione di dominio. Così, dopo aver reso debitore l’intero continente (o quasi), impone le sue regole economiche a tutti gli altri Stati, Francia compresa; acquisisce porti, aeroporti greci, ardisce e minaccia le nazioni che vogliono sottrarsi ai suoi diktat, come con l’Inghilterra fuggita per tempo con la Brexit. Poche sono le certezze in questa fase del conflitto commerciale intraeuropeo: una è che la Germania non si fermerà mai, neanche davanti alla devastazione o alla miseria altrui, l’altra è che solo un intervento deciso di distruzione della moneta unica e dei trattati europei può svincolare il Continente da questo aggancio mortale.

 

Gianfranco Costantini

 

 
CaritÓ pelosa PDF Stampa E-mail

17 Febbraio 2019

 

Da Comedonchisciotte del 15-2-2019 (N.d.d.)

 

Ma come siete di buon cuore! Ho versato una lacrima pensando alla generosità americana. “Una montagna di deliziose leccornie: sacchi di riso, tonno in scatola e biscotti ricchi di proteine, farina di mais, lenticchie e pasta, il tutto arrivato al confine di un Venezuela in difficoltà; abbastanza roba per un pasto leggero a testa per cinquemila persone,” dicono gli organi di informazione, con sublime riferimento a quei cinquemila che erano stati sfamati dai pesci e dai pani di Gesù Cristo. C’è da dire però che Gesù non ha mai messo mano nei conti bancari e non ha mai rubato l’oro di quelli che aveva nutrito. Ma il Venezuela del 21° secolo è molto più prospero della Galilea del 1° secolo. Oggigiorno devi organizzare un embargo, se vuoi che le persone ti siano grate per il tuo aiuto umanitario. Questo non è un problema. La coppia Stati Uniti-Regno Unito l’ha fatto in Iraq, come aveva scritto nell’aprile del 2000 il meraviglioso Arundhati Roy (sul Guardian dei vecchi tempi, prima che diventasse uno strumento dell’imperialismo): dopo che l’Iraq era stato messo in ginocchio, la sua popolazione stava morendo di fame, mezzo milione dei suoi bambini erano stati uccisi, le sue infrastrutture gravemente danneggiate … l’embargo e la guerra erano stati seguiti da … avete indovinato! Aiuti umanitari. All’inizio hanno bloccato forniture di cibo per miliardi di dollari, e poi hanno fatto arrivare 450 tonnellate di aiuti umanitari e hanno celebrato la loro generosità con giorni interi di trasmissioni televisive in diretta. L’Iraq aveva le risorse economiche necessarie per comprare tutto il cibo di cui aveva bisogno, ma era stato sottoposto ad embargo, e la sua popolazione aveva ricevuto solo un po’ di briciole.

 

E questo era stato abbastanza umano, almeno per gli standard americani. Nel 18° secolo, i coloni britannici del Nord America avevano usato metodi assai più drastici, mentre dispensavano aiuti ai nativi disobbedienti. I pellerossa erano stati espulsi dalle loro terre natie, e poi erano stati forniti di aiuti umanitari: whisky e coperte. Le coperte erano state precedentemente utilizzate da pazienti ammalati di vaiolo. La popolazione nativa del Nord America era stata in questo modo decimata dalle conseguenti epidemie e da altre misure simili. Probabilmente non avrete sentito parlare di questo capitolo della vostra storia: gli Stati Uniti hanno molti musei dell’Olocausto ma non un solo memoriale per un genocidio accaduto vicino a casa. È molto più divertente discutere delle colpe dei Tedeschi e dei Turchi che di quelle dei propri antenati. All’inizio, si affama la gente, poi le si fanno arrivare gli aiuti umanitari. Una cosa del genere era stata proposta da John McNaughton al Pentagono: bombardare dighe e chiuse, inondare le coltivazioni di riso, procurare una carestia generale (oltre un milione di morti?) “e poi faremo arrivare aiuti umanitari ai Vietnamiti affamati.”  Oppure, “potremmo offrirci di farlo al tavolo delle trattative.” Pianificare un milione di morti per fame, e metterlo per iscritto: se un appunto del genere fosse stato trovato fra le macerie del Terzo Reich, l’episodio sarebbe stato definito un genocidio e se ne sarebbe parlato tutti i giorni. Ma la storia del genocidio dei Vietnamiti, oggigiorno, viene raramente menzionata. Lo hanno fatto anche in Siria. All’inizio hanno dato armi a tutti gli estremisti mussulmani, poi hanno messo sotto embargo Damasco e infine hanno inviato aiuti umanitari, ma solo nelle aree sotto il controllo dei ribelli.

 

Questo crudele ma efficace metodo per spezzare lo spirito delle nazioni è stato sviluppato per anni, forse per secoli, dai domatori di leoni. Devi far morire di fame la bestia fino a quando non prenderà il cibo dalle tue mani e ti leccherà le dita. “Addomesticamento da fame,” lo chiamano. Gli Israeliani lo praticano a Gaza. Bloccano tutte le esportazioni o le importazioni dalla Striscia, vietano la pesca nel Mediterraneo e alimentano, goccia a goccia, con “aiuti umanitari” i Palestinesi intrappolati. Gli Ebrei, essendo Ebrei, sono riusciti a fare ancora meglio: hanno costretto l’Unione Europea a pagare per gli aiuti umanitari a Gaza, che devono necessariamente essere acquistati in Israele. Tutto questo ha reso Gaza un’importante fonte di profitto per lo stato ebraico. E così in Venezuela seguono la vecchia sceneggiatura. Gli Stati Uniti e il loro cagnolino londinese hanno sequestrato oltre 20 miliardi di dollari dal Venezuela e dalle compagnie nazionali venezuelane. Hanno rubato oltre un miliardo in lingotti d’oro che il Venezuela aveva fiduciosamente depositato nei forzieri della Banca d’Inghilterra. Beh, hanno detto che magari daranno questi soldi ad un Signor Nessuno venezuelano. Ad un tizio che ha già promesso di regalare le ricchezze del Venezuela alle multinazionali statunitensi. E dopo questo palese furto, faranno arrivare al confine alcuni container di aiuti umanitari e aspetteranno l’assalto al cibo da parte dei poveri Venezuelani. Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha twittato: “Il popolo venezuelano ha disperatamente bisogno di aiuti umanitari. Gli Stati Uniti e gli altri paesi stanno cercando di dare una mano, ma le forze armate venezuelane, agli ordini di Maduro, stanno bloccando gli aiuti con camion e navi cisterna. Il regime di Maduro deve LASCIARE CHE I SOCCORSI RAGGIUNGANO LE PERSONE CHE STANNO MORENDO DI FAME.” I Venezuelani non stanno morendo di fame, anche se stanno attraversando delle difficoltà. Quelli che alzano di più la voce sono i ricchi, come sempre. Se Pompeo vuole aiutare i Venezuelani, potrebbe revocare le sanzioni, restituire i fondi rubati, annullare l’embargo. I biscotti che vuole mandare servono poco o niente. Il presidente Maduro ha ragione quando si rifiuta di permettere che questa ipocrisia corrompa lo stomaco e il cuore della sua gente. Non si limita a ricordare Virgilio e a conoscere il detto: Timeo danaos et dona ferentes, Temo i Greci anche quando portano doni. Ci sono troppi soldati americani e colombiani nelle vicinanze del luogo previsto per la consegna [degli aiuti] e questo posto è sospettosamente vicino ad un aeroporto con una pista molto lunga, perfetta per un ponte aereo. Gli Stati Uniti sono noti per la loro propensione ad invadere i loro vicini: Panama è stata invasa nel 1989 per far sì che il Canale di Panama rimanesse in mani americane e per ripristinare l’accordo firmato da Jimmy Carter, il presidente dal cuore d’oro. Il presidente George Bush Senior aveva mandato i paracadutisti, dopo aver definito il presidente di Panama “un dittatore e un contrabbandiere di cocaina”. Questo è esattamente ciò che il presidente Trump dice del presidente del Venezuela. È probabile che [gli Americani] si servano di questi aiuti per invadere e sottomettere il Venezuela. Saggiamente, Maduro ha dato inizio a grandi esercitazioni militari per tenere pronto l’esercito per un’eventuale invasione. La situazione del Venezuela è già abbastanza grave anche senza un’invasione. I suoi soldi sono stati prelevati, la sua principale compagnia petrolifera è come se fosse stata confiscata e c’è una forte quinta colonna a Caracas che attende gli Yankees. Questa quinta colonna è composta principalmente da compradors, giovani benestanti con un’infarinatura di educazione e  formazione occidentale, che pensano di poter avere un futuro nell’ambito dell’Impero Americano. Sono pronti a tradire le masse dei poveri e a dare il benvenuto alle truppe statunitensi. Sono sostenuti dai super-ricchi, dai rappresentanti delle multinazionali straniere, dai servizi segreti occidentali. Persone di questo genere esistono ovunque; hanno cercato di organizzare la rivoluzione di Gucci in Libano, la Rivoluzione Verde in Iran, il Maidan in Ucraina. In Russia avevano avuto la loro occasione nell’inverno del 2011/2012, quando c’era stata la Rivoluzione delle Pellicce di Visone nella Piazza Bolotnaya di Mosca. A Mosca avevano perso quando i loro avversari, quelli di Prima la Russia, li avevano surclassati con una manifestazione infinitamente più grande sulla collina Poklonnaya. Le agenzie di stampa occidentali avevano cercato di coprire la sconfitta trasmettendo immagini della marcia dei sostenitori di Putin, facendo finta che si trattasse della manifestazione filo-occidentale. Altre agenzie occidentali avevano pubblicato foto dei raduni del 1991, affermando che erano state scattate nel 2012 a Piazza Bolotnaya. A Mosca nessuno era stato ingannato: la folla con le pellicce di visone sapeva di essere stata battuta. In Ucraina, hanno vinto, perché il presidente Yanukovich, un uomo titubante e pusillanime, sempre con i piedi in due scarpe, non era riuscito a raccogliere un sostegno adeguato. È una bella domanda, se Maduro sarà in grado di mobilitare le masse di Prima il Venezuela. Se lo sarà, allora avrà vinto anche lo scontro con gli Stati Uniti. Maduro è piuttosto titubante; non ha messo in riga gli oligarchi ribelli, non controlla i media, prova a giocare alla social-democrazia in un paese che non è neanche lontanamente la Svezia. I suoi sussidi hanno permesso alla gente comune di sfuggire ad una terribile povertà, ma ora vengono usati dai trafficanti del mercato nero per succhiar via la ricchezza della nazione. Lungi dall’essere una zona disastrata, il Venezuela è un vero Bonanza, un Klondike a tutti gli effetti: si può riempire di petrolio una nave cisterna per pochi centesimi, contrabbandarla nella vicina Colombia e venderla a prezzo di mercato. Molti sostenitori del Signor Nessuno hanno fatto piccole fortune in questo modo e sperano di realizzare l’affare del secolo, se e quando arriveranno gli Americani. Un problema più grande è costituito dal fatto che il Venezuela è diventato un’economia da monocultura: esporta petrolio e importa tutto il resto. Non produce nemmeno il cibo sufficiente per nutrire i suoi 35 milioni di abitanti. Il Venezuela è una vittima della dottrina neoliberale secondo cui si può comprare tutto quello che non si può produrre. Ora non possono comprare e non producono. Immaginate una democratica Arabia Saudita colpita da embargo. Per salvare l’economia, Maduro dovrebbe prosciugare la palude, dare un taglio al mercato nero e agli speculatori, incoraggiare l’agricoltura, tassare i ricchi, sviluppare qualche industria per il mercato locale. Si può fare. Il Venezuela non è una nazione socialista come la disciplinata Cuba, e neanche uno stato socialdemocratico come la Svezia o l’Inghilterra degli anni ’70, ma persino il suo modesto esempio, che aveva permesso alle masse di sollevarsi dalla miseria, dalla povertà e dall’ignoranza sembra eccessivo per l’Occidente.

 

Si dice spesso che in Occidente esistono due antagonisti, i populisti e i globalisti, e che il presidente Trump è il leader dei populisti. La crisi del Venezuela ha dimostrato che queste due forze si unificano se c’è la possibilità di attaccare e rapinare un paese esterno. Trump viene condannato in patria quando richiama le truppe dall’Afghanistan o dalla Siria, ma viene appoggiato quando minaccia il Venezuela o la Corea del Nord. Può essere sicuro che sarà acclamato da Macron e dalla Merkel e persino dal Washington Post e dal New York Times. Lui ha le vere WMD, le armi di ‘distrazione’ massa, per attaccare il Venezuela, e queste WMD sono state attivate con l’inizio di un colpo di stato strisciante. Quando un giovane politico piuttosto sconosciuto, leader in parlamento di una piccola fazione neoliberale rabbiosamente filo-americana, il Signor Nessuno, ha rivendicato il titolo di presidente, è stato immediatamente riconosciuto da Trump e i media occidentali hanno riferito che il popolo del Venezuela era sceso in piazza in dimostrazioni di massa per salutare il nuovo presidente e chiedere la rimozione di Maduro. Hanno trasmesso il filmato di un’enorme manifestazione a Caracas, in Venezuela. Non molti spettatori all’estero hanno notato che il video era vecchio, girato durante le dimostrazioni del 2016, ma i Venezuelani se ne sono accorti subito. Non si sono fatti ingannare. Sapevano che non c’era nessuna possibilità per una grande manifestazione di protesta in quel giorno, il giorno di una partita di baseball particolarmente importante nel campionato professionisti tra i Leones di Caracas e i Cardenales de Lara di Barquisimeto. Ma le ADM hanno continuato a mentire. […] Mentono quando dicono che ci sono disertori dell’esercito che desiderano ardentemente uno scontro con i militari. I giovanotti fatti vedere dalla CNN non erano disertori e non vivevano in Venezuela. Persino le loro mostrine d’ordinanza erano di un tipo non più in uso da anni, come aveva fatto notare un nostro amico, The Saker. In ogni caso, queste menzogne non serviranno a nulla, i miei corrispondenti a Caracas riferiscono che ci sono dimostrazioni a favore e contro il governo (per Maduro folle leggermente più numerose), ma i sentimenti della piazza non sono esasperati. La crisi è fabbricata a Washington, e i Venezuelani non sono propriamente desiderosi di farsi coinvolgere. Ecco perché possiamo aspettarci un tentativo americano di usare la forza, preceduto da qualche provocazione. Probabilmente non sarà una guerra vera e propria: gli Stati Uniti non hanno mai combattuto un nemico che non fosse già a pezzi prima dello scontro. Se l’amministrazione Maduro sopravviverà al colpo, la crisi prenderà un basso profilo, fino a quando le sanzioni non avranno fatto il loro lavoro e indebolito ulteriormente l’economia. In questa lotta, il presidente Trump è il peggior nemico di se stesso. Cerca l’approvazione del Partito della Guerra, e la sua base elettorale rimarrà delusa dalle sue azioni. Le sue sanzioni faranno arrivare ancora più rifugiati negli Stati Uniti, muro o non muro. Mette a rischio lo status privilegiato del dollaro USA utilizzandolo come arma. Nel 2020, raccoglierà quello che ha seminato.

 

Israel Shamir (tradotto da Markus)

 

 
Sofferta adesione al reddito di cittadinanza PDF Stampa E-mail

16 Febbraio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 13-2-2019 (N.d.d.)

 

[…] Due premesse: la prima è che il reddito di cittadinanza (che altrove chiamano reddito universale di base) non è il balsamo di Fierabràs, l’unguento miracoloso che cura tutti i mali. L’altra è la constatazione che la politica sociale, uscita dalla porta del trionfo neoliberale e individualista, rientra dalla finestra del crescente disagio di massa. È un successo averla posta al centro dell’agenda politica, prova ulteriore della fine delle categorie del passato. Gli argomenti a favore e contro attraversano le vecchie appartenenze ideologiche e talvolta non tengono conto della realtà, quella, per utilizzare l’espressione di Jeremy Rifkin, della fine del lavoro. Prima di addentrarci nell’analisi, abbiamo il dovere di esprimerci. L’opinione di chi scrive è un sofferto sì al reddito di cittadinanza, al di là delle modalità della legge che lo istituirà. Il nostro è – e ancor più sarà- il secolo della diseguaglianza nel reddito e nell’accesso alle tecnologie. Il cambiamento è già troppo grande e profondo per non prenderne atto, specie all’alba della nuova rivoluzione determinata dall’intelligenza artificiale, dall’automazione, con l’irruzione del robot a sostituzione di parti crescenti e sempre più elevate del lavoro umano. I più ottimisti affermano che è il sogno dell’uomo vivere senza lavorare, lo dimostrano miti come Eldorado o Shangri-Là. Non siamo d’accordo, per l’immenso valore morale del lavoro, la dignità, responsabilità e consapevolezza che determina, il gusto e il piacere di guadagnarsi ciò che si ha, il senso del dovere che produce, la forza delle relazioni comunitarie che si stringono nel corso delle attività professionali, nei mestieri, nelle fabbriche e negli uffici. Nessuna conquista pratica e civile è maturata senza fatica, sforzo fisico e intellettuale. Il lavoro non può finire e non finirà. L’uomo non deve essere pagato per non lavorare, ma aiutato a estendere i propri orizzonti, a investire sul futuro senza paura. Si tratta di restituirgli in parte ciò che gli è stato tolto in termini esistenziali e renderlo partecipe della comunità cui appartiene. In questo senso, il concetto giusto dovrebbe essere il credito di cittadinanza.

 

Il dibattito in corso ci riporta alla centralità della dimensione pubblica, politica dell’uomo, a partire dall’istituzione Stato che, attaccata da varie parti, riprende un ruolo insostituibile come soggetto in grado di decidere e assegnare un reddito di base. Per distribuire, occorre prima creare la ricchezza e suddividere la torta molto diversamente da quanto accade da almeno trent’anni. Di qui la necessità di un’educazione volta al sapere, al sacrificio in vista di scopi, al lavoro, al risparmio, al rispetto per la legge, il ripristino di un senso di giustizia opposto allo schema della privatizzazione del mondo e della concentrazione dei redditi. Gli scenari sono chiari: l’automazione distruggerà milioni di posti di lavoro, renderà obsolete centinaia di figure professionali, aumenterà ulteriormente il potere dei detentori delle nuove tecnologie e delle classi sociali in grado di implementarle e padroneggiarle. Studi attendibili parlano del 45 per cento degli impieghi a rischio entro un decennio. Sono cifre enormi, che riguardano non più solo i lavori fisici, ma colpiscono le professioni cognitive. Software, algoritmi e robot sono destinati a ereditare il lavoro dei contabili, dei notai, dei giornalisti, ma anche degli ingegneri, degli avvocati e persino dei medici. Milioni di persone vivranno, di conseguenza, senza redditi da lavoro, la precarietà sociale e esistenziale si diffonderà a macchia d’olio, la classe media, già in affanno, sarà pressoché azzerata. Non potrà permanere, pena una intollerabile spirale di violenza e un regresso morale spaventoso, l’individualismo atomista e competitivo del presente. Forme di integrazione o sostituzione del reddito sono dunque inevitabili. Non si possono chiudere gli occhi e assistere al dissolvimento della società e alla polarizzazione della convivenza umana tra una minoranza di iperpadroni, assistita da un ceto tecnocratico, e tutti gli altri. Troppo facile la conclusione di chi considera il reddito universale di Stato l’opportunità per destinare il tempo alle attività che più aggradano, sportive, ricreative, creative o all’ozio.

 

Sull’altro lato della barricata sta l’oligarchia liberista, preoccupata che la società di mercato e consumo crolli, interessata a un reddito di base teso a mantenere in piedi il baraccone, evitando esplosioni di rabbia, violenza e messa in discussione del sistema. I più impegnati sono i giganti di Silicon Valley. L’ influentissima Y Combinator, la maggiore incubatrice mondiale di imprese innovative (le mitizzate start-up) distribuirà per un periodo di circa un anno una somma di almeno mille dollari al mese a cento famiglie, per poi analizzare i risultati. Il suo presidente, Sam Altman, è stato invitato all’ultima riunione del Club Bilderberg. Un tentativo più complesso è stato finanziato dal governo finlandese (che peraltro non intende proseguire l’esperimento). Lo Stato ha versato con criteri casuali per un anno 560 euro mensili a duemila disoccupati di varie età, attivando un gruppo di controllo con uguali caratteristiche, senza benefici economici. L’esito è stato contraddittorio, nonostante l’appoggio diretto di personaggi come Elon Musk di Tesla (auto elettriche) e Mark Zuckerberg. I beneficiari non si sono comportati diversamente dagli altri nella ricerca del lavoro (ma il senso civico delle popolazioni nordiche è certo superiore a quello italiano), il reddito e le giornate lavorate non si sono granché discostati da quelli osservati nel gruppo di controllo. È risaltata però forte la diminuzione dello stress, dell’insicurezza sociale, della difficoltà a concentrarsi, minori problemi di salute, oltre a una maggiore fiducia nel futuro tra i percettori del reddito di base. La conclusione dei sociologi è che il programma non ha offerto prospettive di lavoro migliori, ma ha innalzato la qualità della vita degli interessati. Non è poco. Il ruolo dei grandi attori tecnologici mondiali è decisivo: essi condividono una visione liberista e libertaria e ritengono il reddito universale lo strumento più adatto per diffondere tale stile di vita. Il trucco, perché di questo si tratta, è doppio. Da un lato, si pretende che i servizi essenziali, sanità, previdenza, istruzione siano in mani private (le loro…) e il reddito accordato ai cittadini per il mero fatto di esistere venga speso in quei settori, ovvero rientri nei loro bilanci. Dall’altro, vogliono che sia lo Stato, considerato un inciampo e un problema, a farsi carico di organizzazione e distribuzione. […] Il reddito di cittadinanza è materia troppo delicata per opporvi idee del passato o addirittura negare il problema. Piuttosto occorre “cavalcare la tigre”, accettare la sfida per cambiare il mondo, a partire da una domanda: che cosa succede nella percezione di massa, nel cervello di ciascuno di noi, se ci forniscono denaro senza chiederci nulla in cambio, soprattutto, è vero che non ci chiedono nulla in cambio, e ancora, quale potere, pubblico o privato, se ne farà carico, chi pagherà il conto, quale società e senso della vita emergerà? Non possiamo dimenticare il massacro sociale, antropologico, esistenziale prodotto dall’alleanza tra progressisti in assenza di progresso e il piano alto del liberismo globale. Il reddito di cittadinanza può diventare il primo gradino di un’inversione di tendenza, a patto che non sia una graziosa concessione da parte dei padroni del mondo per tenere buona la massa e non si trasformi in meccanismo politico burocratico dei governi per ricattare una massa manovrabile di nullafacenti. Il principio irrinunciabile è che il lavoro rende liberi, nonostante la frase sia squalificata dall’uso che ne fece il nazismo. Liberi e titolari di dignità, pienamente membri della comunità non solo per il reddito che ne consegue, ma per la rete di relazioni che crea, significati, status sociale e personale, amicizie, solidarietà. In più, il lavoro ci rende orgogliosi di saper fare qualcosa di utile, essere buoni operai, tecnici, medici, commercianti. La civiltà europea di matrice cristiana ha sempre attribuito un profondo significato morale e finanche spirituale al lavoro: pensiamo a San Josémarìa Escrivà de Balaguer, a Don Bosco, allo stesso San Giuseppe. Non possiamo trasformarci in generazioni di nullafacenti dedite al consumo, ergo ai vizi. Il rischio è grande. Possiamo però aiutare milioni di persone a trovare la loro strada con maggiore facilità, sottraendole a una vita da precari con la valigia in mano, in perenne competizione al ribasso, oppure all’arrivismo sfrenato. Il filosofo Slavoj Zizek, pur da una prospettiva neomarxista, avverte del pericolo del “sogno impossibile che il capitalismo faccia funzionare se stesso come un sistema socialista”, risolvendo a suo modo i problemi di disoccupazione e di consumo. Ogni sistema liberale è intrinsecamente avverso a comunità e solidarietà. In particolare, i giganti di Silicon Valley non hanno altro scopo che contenere le minacce di una disoccupazione massiccia, mettere una sorta di cerotto – a spese altrui – sul modello di lavoro che stanno costruendo attraverso l’avanzamento dei progetti di automazione, intelligenza artificiale e robotica. Siamo alle soglie di un universo inedito, cui non si può guardare con le mentalità del passato, tanto meno con l’unico metro di giudizio della ragioneria dei costi. La transizione sarà delicata e complessa, e dovrà essere soprattutto antropologica. In un futuro prossimo in cui la forza lavoro, sarà automatizzata o “uberizzata”, che ne sarà dell’uomo, quale posto avrà nella scala dei valori? Di sicuro, non esiste una risposta di destra e una di sinistra. Occorre ragionare con categorie più ampie. Proviamo a elencare qualche problema, partendo dalla sostenibilità economica. […] La soluzione è quella di tassare i robot, poiché generano ricchezza al posto dei lavoratori umani.

 

Il robot ha solo bisogno di energia per sopravvivere, non si ammala, non sciopera, non conosce feste comandate; la sostituzione delle persone umane con “persone elettroniche” (la definizione già percorre i corridoi dei palazzi del potere) produce profitto. Una parte va redistribuito alla cittadinanza. Sembrerebbe senso comune, ma è difficilissimo accordarsi per tassare i giganti tecnologici, non sarà semplice mettere in piedi un sistema tributario basato sulla produzione, il possesso e l’utilizzo di robot e altri apparati elettronici sostitutivi della persona umana. […] Perciò il dibattito sul reddito di cittadinanza deve porre al centro due soggetti attivi, le persone in carne e ossa, noi, e le istituzioni pubbliche, ovvero lo Stato, attraverso le strutture indipendenti e soggette a rendicontazione e controllo politico dedicate alla corresponsione del reddito. Manca tuttavia un convitato di pietra, l’unico di cui si tace: è la sovranità monetaria perduta. Un sistema internazionale fondato sulla menzogna del debito e sull’ emissione del denaro, cartaceo e scritturale, da parte del sistema finanziario, non può accettare l’esistenza di redditi universali, a meno di non farne oggetto di ulteriori ricatti. La speranza, il cammello che passa per la cruna dell’ago, è il graduale recupero della sovranità monetaria da parte degli Stati, iniziando dall’istituzione di banche pubbliche in grado di finanziarsi alle condizioni di quelle commerciali, dunque anche di creare moneta bancaria (in Italia si tratta di circa mille miliardi l’anno!). Il dato ufficiale della nazione capitale dell’Impero, gli Usa, è impressionante. Al 28.07.2018, la Federal Reserve dichiarava 3.600 miliardi di dollari di moneta legale (banconote e monete, aggregato M0) e 15.500 di liquidità totale (MZM, money zero maturity), con l’80 per cento del circolante creato dalle banche ordinarie, come ammesso anche in Italia dalle stesse “autorità monetarie” (fonte: Marco Della Luna, Tecnoschiavi, Arianna Editrice 2019). L’obiettivo finale è recuperare il potere sovrano di creare moneta, per attribuirne una parte ai cittadini come credito, in base alle intuizioni di Giacinto Auriti. Resta vero il paradosso di Ezra Pound, secondo cui dire che uno Stato non può perseguire i suoi scopi per mancanza di denaro è come affermare che un ingegnere non può costruire strade per mancanza di chilometri. Purtroppo, le nostre sono verità travestite da sogni. La fase storica che viviamo, tuttavia, impone di tenere fermo il ruolo dello Stato come garante e agente fondamentale della sovranità, nonché della tutela dei suoi cittadini, quindi di attribuirgli il potere di restituire le enormi somme trasferite al sistema economico e finanziario. L’avanzata dell’automazione rende tale processo ineludibile, per non rendere antiquato, addirittura superfluo, l’uomo stesso. Per questo, nonostante tutto, nonostante il pericolo di svalutare il lavoro e l’onesto guadagno, siamo favorevoli a forme di reddito universale. Non è che una modesta riappropriazione di ciò che è nostro. Non lasciamo il futuro della specie ai robot, ai padroni della tecnica e ai creatori del denaro.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Competenza autoreferenziale PDF Stampa E-mail

15 Febbraio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 12-2-2019 (N.d.d.)

 

È il nuovo tormentone, l’ultima trovata –in realtà per niente originale- per far fronte all’irrompere dei populismi e sovranismi, tanto temuti dall’attuale e tenace compagine di potere: l’apologia della “competenza”. Per salvare il sistema da temibili e minacciosi sovvertimenti occorre che il potere consultivo e decisionale su ogni ambito della vita individuale e collettiva venga demandato a una cerchia ben selezionata di “competenti”. Ma chi sono questi individui eletti? In teoria, persone la cui elevata conoscenza tecnica in materie specifiche li eleva a massimi esperti, e dunque portatori indiscussi di verità assolute e inconfutabili, sottratte a ogni critica. In pratica, gli stessi che hanno già ricoperto ruoli di prestigio in istituzioni che ci hanno governato finora, con i risultati –più o meno disastrosi- che sono sotto gli occhi di tutti. Il concetto di competenza, tanto in voga tra gli economisti, perde così ogni riferimento alla misurazione dei risultati raggiunti dalle azioni e dagli strumenti messi in atto: l’efficacia delle politiche adottate non ha alcuna rilevanza. Ciò che conta è la legittimità delle azioni e degli attori, l’autorevolezza che gli viene tributata da enti e istituzioni universalmente riconosciuti. Secondo un meccanismo autoreferenziale e capace di autoriprodurre il proprio pensiero senza interruzione critica, nell’ambito della ricerca scientifica vengono premiati e incentivati coloro che sono in grado di portare prove a sostegno di un modello universalmente riconosciuto. Una sorta di esaltazione della “mediocrità”, dove per mediocre intendiamo quell’individuo che annulla il proprio spirito critico, in virtù di un’adesione e un sostegno preconcetti a un modello già esistente.

 

In un simile contesto, il lavoro di analisi e confutazione di teorie già esistenti e acclamate viene scoraggiato e marginalizzato. Pensiamo al clamoroso errore nel 2010 di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, due docenti della prestigiosa Università di Harvard e con ruoli nel FMI, che con la loro pubblicazione “Growth in a Time of Debt”, forniscono la prova “scientifica” che qualora il debito pubblico di una nazione raggiunga la soglia del 90% del Pil diventerebbe un ostacolo insuperabile alla crescita. Il paper diventa la Bibbia dei paladini dell’austerity: quel 90% fornisce una cifra precisa, capace di esercitare quella fascinazione sull’opinione pubblica che la “scienza esatta” è in grado di suscitare. Tre anni dopo accade che dei professori dell’università di Amherst affidano a uno studente il compito di scegliere una ricerca e replicarne il risultato. La scelta del giovane Herndon ricade proprio sull’osannato paper di Reinhart e Rogoff e l’esito della sua analisi è sconvolgente: lo studio è compromesso da gravi problemi metodologici e addirittura da un banale errore nel foglio Excel, alcuni calcoli sono sbagliati e viene omesso di includere tra le nazioni esaminate tre casi rilevanti. Gli stessi economisti di Harvard sono costretti a riconoscere l’errore, sebbene cercando di sminuirne la portata. Ma la credenza che l’aumento del debito pubblico sia dannoso alla crescita non solo non viene scalfita, ma anzi si rafforza e le politiche dell’austerity continuano a seminare sempre più vittime, in Europa come nel resto del mondo. Intanto Reinhart e Rogoff hanno continuato a essere protetti dalla loro aura sacrale conferitagli dalla “competenza”, sono stati insigniti di importanti premi e riconoscimenti, e a collaborare con organizzazioni che esercitano la governance mondiale. Gli errori sono umani e non si possono certo stigmatizzare due economisti che sicuramente hanno dedicato la loro vita agli studi, ma ridimensionare il potere assoluto e dispotico della scienza, riportarla al suo ruolo di strumento funzionale al benessere e allo sviluppo umano.

 

Ilaria Bifarini

 

 
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