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Nulla sarà più come prima PDF Stampa E-mail

31 Ottobre 2020

 Da Appelloalpopolo del 29-10-2020 (N.d.d.)

È chiaro che il vero e straordinario risultato della pandemia sia aver accelerato in modo vertiginosissimo tutte le vere contraddizioni del sistema. In primo luogo che il sistema di protezione sociale passa sempre e solo attraverso lo Stato nazionale. Il sistema di “razionalità” neo-liberale, invece, che è ancorato al mercato quale luogo della verità individuale, è andato in frantumi. Da questo dovrebbe conseguire un riorientamento prima ideologico e poi politico verso un sistema completamente diverso, dove il luogo della verità sia la comunità e i suoi bisogni.

È chiaro, allora, che ogni prospettiva diversa è radicalmente fallimentare se non è orientata verso l’affermazione di un sistema neo-socialista, ispirato ai principi politici già iscritti nella nostra Costituzione. Oggi dilaga invece una protesta neo-liberale, ovvero una protesta irrazionale e inefficace, la protesta di chi chiede protezione alle élite neo-liberali in modo da consentire l’uscita più rapida ed indolore possibile per riprendere tutto come prima e più di prima. Questo è impossibile. Rivolgersi alle élite neo-liberali, che hanno integralmente fallito, significa rivolgersi a condottieri di cavalli a dondolo.

Nulla sarà più come prima e prima questo dato di fatto viene compreso e prima ne usciamo.

Andrea D’Agosto

 
L'impensabile può accadere PDF Stampa E-mail

30 Ottobre 2020

 Da Rassegna di Arianna del 29-10-2020 (N.d.d.)

Lasciamoli lavorare, non disturbiamoli con le proteste, che stanno lavorando davvero molto bene. Le proteste dopo, bisogna pensare alla salute adesso! Peccato che quando vai alla cassa del supermercato non puoi dire: “Segni pure, che i conti li facciamo dopo” come si faceva una volta con i bottegai. Soltanto una popolazione attiva, reattiva, rende virtuosi i governanti. Bisogna che abbiano del popolo paura, che sappiano che se si passa il segno, una massa inferocita che non ha nulla da perdere può venire a darti fuoco alla casa, come accadde durante la “rivolta dei Ciompi” a Firenze, secondo il racconto di Barbero (qualcuno ci ha fatto anche una vignetta). Il “governatore della Campania” deve aver intravisto questa possibilità, negli ultimi giorni è diventato meno delirante, più ragionevole. Chi comanda se ne frega della salute e del benessere collettivo. In presenza di una massa passiva, tende a prendere la soluzione che ritiene più comoda. Si è visto in questi mesi, in cui hanno fatto ben poco per prepararsi ad una seconda ondata, che ben era nel novero delle possibilità. Tanto se i ricoveri superano un certo numero tutti chiusi in casa. È automatico. Automatico un corno! si è dimostrata troppa disponibilità e passività verso una misura eccezionale che se prolungata nel tempo diventa una mostruosità.

Sì alle proteste, è un bene che ci siano, e bisogna mantenerle nell'ambito della protesta simbolica democratica. Ma bisogna che siano consapevoli che se si passa la misura può accadere l'impensabile. Tante cose che si credevano impensabili poi sono accadute.

Gennaro Scala

 
Protesta consapevole PDF Stampa E-mail

29 Ottobre 2020

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 Da Appelloalpopolo del 28-10-2020 (N.d.d.)

Quando scendiamo in piazza a manifestare dobbiamo essere consapevoli di alcune cose:

1 – Se non ci sono soldi non è a causa degli stipendi dei parlamentari, delle auto blu o della corruzione ma di un sistema economico che punta a ridurre la spesa pubblica in favore dei conti in ordine, equiparando erroneamente lo Stato ad una azienda.

2 – La nostra classe dirigente non è semplicemente inetta o incompetente. Essa riceve ordini da organismi sovranazionali autoreferenziali di cui è diretta emanazione.

3 – L’alternanza destra/sinistra è un inganno. Serve soltanto a perpetrare l’idea del voto utile o della scelta del meno peggio, impedendo di fatto il ricambio di una classe dirigente che governa il paese da quasi trent’anni con l’unico intento di distruggere il bene pubblico, l’occupazione e l’impresa privata che vive di mercato interno.

4 – Non basta dunque sostituire l’attuale governo con uno nuovo. Se non si spezza il vincolo di subordinazione economica, politica e culturale con cui ci siamo legati non agli altri popoli europei ma ad una élite di tecnocrati non eletti da nessuno, qualsiasi classe politica abbia la maggioranza verrà soggiogata e non potrà far altro che obbedire anziché operare per il benessere della comunità da cui è stata eletta.

Saverio Squillaci

 

 
Vittoria popolare in Bolivia PDF Stampa E-mail

27 Ottobre 2020

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 Da Appelloalpopolo del 26-10-2020 (N.d.d.)

Le elezioni presidenziali tenutesi domenica 18 ottobre in Bolivia hanno visto uno strepitoso successo del candidato Luìs Alberto Arce, del MAS (Movimento Al Socialismo) di Evo Morales, che ha ottenuto il 52,4% dei voti – quindi la maggioranza assoluta – già al primo turno. Un grande trionfo, che è doppiamente importante poiché viene a distanza di quasi un anno dal colpo di Stato del novembre 2019, che, con la scusa di mai dimostrati brogli elettorali, aveva esautorato l’allora neoeletto presidente Evo Morales. Tale golpe – lo ricordiamo – portò alla presidenza una parlamentare di destra (non eletta, ma subito riconosciuta dagli USA e dall’Unione europea), Jeanine Añez, e costrinse lo stesso Morales alla fuga prima in Messico e poi in Argentina.

Questo successo elettorale è una chiara vittoria di popolo. Il MAS, infatti, rappresenta i settori popolari, spesso poveri, del paese, i quali sono per lo più autoctoni, ossia di etnia india. Il neopresidente Luis Arce (detto “Lucho”; in spagnolo “lucha” vuol dire “lotta”), già ministro dell’economia sotto le passate presidenze di Evo Morales, ha le idee molto chiare sulle politiche economiche da intraprendere, essendo stato un fautore degli investimenti pubblici e avendo sempre puntato a sviluppare l’economia boliviana non solo tentando di industrializzare un paese nel quale hanno sempre prevalso l’agricoltura e il settore estrattivo, ma anche e soprattutto grazie al rafforzamento del mercato interno, attraverso politiche che potremmo definire di “welfare state”, di redistribuzione della ricchezza in favore dei ceti popolari. Questa vittoria del MAS è importante ovviamente per la Bolivia, ma lo è anche un po’ per tutta l’America Latina. E non soltanto perché il neoeletto presidente ha già annunciato che intende ristabilire i rapporti diplomatici con Cuba e il Venezuela bolivariano – troncati a suo tempo dalla ex presidente golpista– ma anche perché tale vittoria rappresenta già la seconda sconfitta di un tentativo di golpe, dopo quello, peraltro fallito in partenza, di Guaidò in Venezuela, e sembra segnare un inizio di ripresa della stagione progressista nel continente, dopo lo stop di quest’ultimo decennio (si veda anche la vittoria del presidente progressista Fernandez in Argentina). E a subire un tremendo smacco non è soltanto la borghesia locale, la parte ricca della Bolivia, i possidenti, ma anche e soprattutto gli Stati Uniti, i quali, come al solito, tanto per non perdere il loro vecchio vizio, avevano appoggiato – e di sicuro anche preparato, organizzato e finanziato – il golpe dell’autunno scorso.

Il problema, ora, è quello di consolidare questo successo. Infatti le forze sconfitte non staranno certo a guardare e tenteranno di sicuro qualcosa per cercare di riprendere il controllo del paese andino. La Bolivia, pur essendo sempre stato, almeno finora, un paese relativamente marginale, sta acquisendo tuttavia sempre più una certa rilevanza economica, soprattutto per via della sua industria estrattiva, e, in modo particolare, per la grandissima presenza di litio. Recentemente è stato scoperto che questo paese possiede una quantità enorme di questo prezioso minerale, forse la più alta al mondo. Il litio è una componente fondamentale per le batterie ad esempio degli smartphone, ma anche delle vetture elettriche e di tanto altro. Logico che gli appetiti delle grandi multinazionali sulla Bolivia – quelle che hanno appoggiato il colpo di Stato del novembre scorso – si facciano sentire.

Una cosa, però, è certa: il popolo boliviano è con il MAS e le forze imperialiste non se ne sbarazzeranno così facilmente.

Renata Pescatori

 
Ribellarsi è giusto e doveroso PDF Stampa E-mail

26 Ottobre 2020

 De Luca cerca di accreditarsi come uomo autoritario e decisionista, che risolve i problemi con forza, proponendosi alla ribalta nazionale. Ha capito che la campagna di terrore mediatico ha una regia sovranazionale. OMS, poteri finanziari bancari e finto-filantropici alla Bill Gates, dettano l'agenda ai governi nazionali. La servitù politica, supportata dalla servitù giornalistica, esegue semplici ordini. De Luca strizza l'occhio a questi poteri, mostrando ad essi la propria candidatura a personaggio nazionale pronto ad eseguire i diktat dell'usurocrazia internazionale. Nel frattempo continueranno imperterriti a fornire dati ed interpretazioni degli stessi completamente false.

A questo punto non rimane altro che la difesa della nostra libertà interiore ed intellettuale. Il Covid 19 è un virus dalla bassissima letalità, mortale solo per persone, per lo più anziane, già afflitte da gravi patologie. Non esiste una emergenza ricoveri in terapia intensiva, atteso che ad oggi disponiamo di oltre il 92% dei posti disponibili. Stanno ricoverando anche gli asintomatici, e chiunque abbia contratto il Covid, anche mesi prima, se muore d'infarto o ictus lo classificano come morto per Covid. Attualmente solo il 15% dei ricoverati in terapia intensiva ha il Covid 19, ma questo nessuno lo dice o scrive. È una enorme truffa, che ci vuole portare fino al punto in cui ci sarà uno pseudo-vaccino che frutterà ai soliti noti centinaia di miliardi. Al contempo avranno instillato nel cervello delle masse la passività totale e l'abitudine a subire ogni forma di privazione della libertà personale. Cosa volete che siano pochi milioni per comprare politici e giornalisti che eseguono ordini e prendono parte al piano demoniaco. Chi si ribella ha perfettamente ragione, e tutte le modalità di ribellione andrebbero giudicate tenendo conto della natura malefica, ignobile e anti-popolare dei De Luca e affini, una classe politica che ha distrutto la sanità italiana, il nostro stato sociale, ed ora mira alla distruzione di centinaia di migliaia di aziende e milioni di posti di lavoro. Il virus più pericoloso sono loro ed i loro padroni. Ribellarsi non solo è giusto, ma doveroso.

Francesco Di Marte

 
Pandemia da panico PDF Stampa E-mail

25 Ottobre 2020

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 Da Rassegna di Arianna del 24-10-2020 (N.d.d.)

A Parigi è già vigente da alcuni giorni il coprifuoco dalle 21 di sera alle 6 del mattino, cioè in questo orario nessuno può uscire di casa (Parigi brucia?). Si è deciso di adottare questa misura anche in Italia, in particolare per una grande città come Milano che curiosamente risparmiata dall’epidemia nei primi mesi oggi vede un’accelerazione dei contagi da ‘zona rossa’.

Il termine ‘coprifuoco’ è di derivazione medioevale. Nel Medioevo europeo ad una certa ora della sera, al suono delle campane, si chiudevano le porte della città (quelle porte che oggi fanno parte del nostro patrimonio artistico), nessuno poteva uscire dal borgo né entrarvi e c’era la precauzione di coprire con le ceneri le braci per evitare incendi (copri-fuoco, appunto). All’interno della città o del borgo la vita notturna continuava come sempre, pur tenendo conto che in un’epoca in cui non c’era la luce elettrica quella vita era meno turibolante di quanto possa essere oggi a Parigi, a Londra, a Milano, a Roma. Il coprifuoco non era quindi un provvedimento eccezionale, ma una consuetudine che aveva a che fare con la normale amministrazione. Nei tempi moderni invece il coprifuoco è una misura eccezionale presa dai governi per fronteggiare un’emergenza altrettanto eccezionale. In linea di massima è stato utilizzato durante le guerre, soprattutto dopo l’avvento dei bombardieri. Di qui la necessità di spegnere tutte le luci per non offrire al nemico un bersaglio troppo facile. E infatti a Milano, la città più colpita, gli angloamericani bombardarono alla cieca e alla cieca fecero un mucchio di morti civili, senza riuscire a colpire alcun obbiettivo militare o paramilitare apprezzabile. Sia in epoca medioevale o moderna il coprifuoco non aveva quindi nulla a che vedere, sia pur per motivi diversi, con la difesa da un’epidemia. Nell’ultimo secolo e mezzo ci sono state in Europa e in Italia numerose epidemie, anche più letali di quella Covid, ma mai si era pensato di introdurre il coprifuoco e nemmeno a misure di sicurezza così stringenti come quelle attuali a cominciare dalla più devastante di tutte, dal punto di vista psicologico, emotivo, sociale ed economico, che si chiama appunto “distanziamento sociale”. Non sto dicendo qui che il Covid non esiste –i contagi ci sono e dopo la parziale fine del lockdown propriamente detto stanno aumentando- ma che la nostra reazione è sproporzionata al pericolo che dobbiamo affrontare. I contagi, di cui ci dà quotidianamente conto il Cts, riguardano in buona parte soggetti asintomatici, cioè persone che non sono malate di alcunché, ci sono poi i cosiddetti “paucisintomatici”, cioè persone che hanno sintomi leggeri non diversi da quelli di una normalissima influenza, quindi quelli ricoverati in terapia semintensiva o intensiva, ma alla fin della fiera dopo nove mesi dall’inizio della pandemia i morti per Covid in Italia sono lo 0,15% della popolazione. Perché allora questo allarme, questo senso di angoscia che, ammettiamolo, ci prende tutti, chi più chi meno, perché questa pandemia di panico che non ha precedenti nel passato? Io credo che le ragioni siano sostanzialmente due.

La tecnologia, in questo caso particolare la tecnologia medica, ci ha dato l’illusione di poter avere sempre tutto sotto controllo. Invece il Covid è uno screanzato che non rispetta né regole né previsioni, che marcia per conto suo, tant’è che ha mandato in totale confusione la comunità scientifica dove non si trova un solo esperto che sia d’accordo con un altro. È insomma caduto, o è stato largamente intaccato, il mito della Scienza che tutto può e che a tutto provvede (”Poi venne Dio che tutto dà e tutto toglie”, Maddalena, Alessandro Mannarino). La seconda ragione è una paura della morte, un abbietto terrore della morte che è venuto via via crescendo nel corso degli ultimi decenni. Nella società del benessere che ha sancito il diritto alla felicità (per la verità nella Dichiarazione d’indipendenza americana si parla più cautamente di un “diritto alla ricerca della felicità” che però l’edonismo straccione contemporaneo ha trasformato in un vero e proprio diritto alla felicità) che felicità ci può mai essere se poi a conti fatti si continua, come sempre, a morire? In questa società la morte biologica, questo evento così naturale e ineludibile, è l’’Inaccettabile’, è il vizio oscuro che non si deve nemmeno nominare, come la pederastia di vittoriana memoria (basta leggere i necrologi).

Le epidemie possono durare degli anni. Non credo proprio che nessuna popolazione, anche la più disciplinata e ‘tedesca’, possa tollerare tanto a lungo la situazione da lager che stiamo vivendo ormai da otto mesi. Per ragioni psicologiche ed economiche che si intrecciano. Noi dovremmo vivere, di fatto, fra casa e lavoro, anzi fra lavoro e casa, abbandonando ogni relazione sociale che non appartenga ad una cerchia già consolidata (la famiglia) e non senza qualche mannaia anche su quest’ultima. Col paradosso ulteriore che sul tragitto casa-lavoro-casa sui mezzi pubblici c’è proprio quell’”assembramento sociale” che a tutti i costi si vorrebbe evitare. Particolarmente pregiudicati da questa epidemia di panico sono proprio i soggetti che si vorrebbero salvaguardare: i vecchi. Uno dei drammi, se non addirittura il principale, della vecchiaia è la solitudine, i compagni di una vita si sono dispersi, altri sono morti, restano solo i figli e i nipoti, ma questi per il timore di contagiare i loro congiunti più anziani se ne devono restare alla larga. Inoltre i vecchi, per la falsa convinzione, a cui le notizie di stampa hanno dato vasta eco, ritengono che i loro coetanei siano, a parità di condizioni, più infettanti dei giovani e quindi si evitano. Addio quindi anche alla combriccola così ben descritta da De André (“Una gamba qua una gamba là/Gonfi di vino/Quattro pensionati mezzo avvelenati/Al tavolino/Li troverai là col tempo che fa/Estate inverno/A stratracannare a stramaledir/Le donne il tempo ed il governo”, La città vecchia). E allora, perdio, esco almeno a fare quattro passi a prendere una boccata d’aria. Solo che con la mascherina obbligatoria anche in solitudine (almeno che tu non corra per i campi, cosa inadatta e praticamente impossibile dopo una certa età) quella che ti prendi è una boccata di anidride carbonica. Particolarmente devastante in economia è lo “stop and go” delle misure prese dal governo. Peculiare qualità dell’imprenditore è la capacità di prevenire e di prevedere gli eventi. Ma che cosa mai posso prevedere se da un mese all’altro, da una settimana all’altra, alle volte da un giorno all’altro, cambiano le regole del gioco? Insomma per una paura troppo annunciata, e a nostro modo di vedere irrazionale, della morte, noi ci stiamo impedendo di vivere. L’uomo è una creatura tragica e paradossale: a volte si uccide per paura della morte. È quanto, senza che ce ne rendiamo ben conto, stiamo facendo oggi su larga scala.

Massimo Fini

 
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