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Saggezza orientale PDF Stampa E-mail

21 Maggio 2018

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C’era una volta un contadino cinese al quale era scappato un cavallo. Tutti i vicini cercarono di consolarlo, ma il vecchio cinese, calmissimo, rispose: "E chi vi dice che sia una disgrazia?". Accadde infatti che, il giorno dopo, proprio il cavallo che era fuggito ritornasse spontaneamente alla fattoria, portandosi dietro altri cinque cavalli selvaggi. I vicini, allora, si precipitarono dal vecchio cinese per congratularsi con lui, ma questi li fermò dicendo: "E chi vi dice che sia una fortuna?". Alcuni giorni dopo, il figlio del contadino, cavalcando uno di questi cavalli selvaggi, cadde e si ruppe una gamba. Nuove frasi di cordoglio dei vicini e solito commento del vecchio cinese: "E chi vi dice che sia una disgrazia?". Manco a farlo apposta, infatti, scoppiò una guerra e l’unico a salvarsi fu proprio il figlio del contadino che, essendosi rotto una gamba, non era potuto partire per il fronte.

 

I filosofi orientali avevano già capito secoli fa che fortuna e sfortuna, bene e male, disgrazie e benedizioni, esistono solo nella nostra mente che interpreta in maniera non obbiettiva la realtà.

 

Holodoc

 

 
Prepotenze impunite PDF Stampa E-mail

19 Maggio 2018

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Da Comedonchisciotte del 17-5-2018 (N.d.d.)

 

Ho già avuto modo di spiegare che l’atteggiamento, tipicamente cristiano, del Presidente Russo Vladimir Putin di offrire l’altra guancia alle provocazioni dell’Occidente è una strategia intesa a convincere l’Europa che la Russia è ragionevole mentre Washington non lo è, e che la Russia non è una minaccia per gli interessi e la sovranità dell’Europa, mentre Washington lo è. Compiacendo Israele e ritirandosi dall’accordo multinazionale iraniano per la non-proliferazione nucleare, il Presidente americano Donald Trump potrebbe aver contribuito al successo della strategia di Putin.

 

I tre maggiori stati europei vassalli di Washington, Gran Bretagna, Francia e Germania si sono opposti all’azione unilaterale di Trump. Trump ritiene che il trattato multinazionale dipenda solo da Washington. Se Washington dovesse rinunciare all’accordo, questo rappresenterebbe la fine dell’accordo stesso. Non importa la volontà degli altri firmatari. Di conseguenza, Trump vuole reintrodurre le preesistenti sanzioni agli scambi commerciali con l’Iran e imporre ulteriori, nuove sanzioni. Se Gran Bretagna, Francia e Germania continuassero ad onorare i contratti commerciali stipulati con l’Iran, allora Washington sanzionerebbe anche i propri stati vassalli e proibirebbe alle aziende inglesi, francesi e tedesche di operare negli Stati Uniti. Ovviamente Washington ritiene che i profitti che gli Europei hanno negli Stati Uniti superino quelli che si possono ottenere in Iran e pensa che [gli Europei] si adegueranno alle decisioni di Washington, così come, da stati vassalli, hanno già fatto in passato. E potrebbe anche essere così. Ma questa volta c’è una reazione negativa. Se dalle parole forti si arriverà ad una rottura con Washington, è ancora tutto da vedere. Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, il neoconservatore filo-israeliano John Bolton ha ordinato alle aziende europee di cancellare i loro accordi commerciali con l’Iran. L’ambasciatore americano in Germania, Richard Grenell ha imposto alle ditte tedesche di interrompere immediatamente le loro attività in Iran. La prepotenza verso l’Europa e l’evidente disprezzo degli stati Uniti per gli interessi europei hanno fatto diventare di colpo il vecchio e consolidato vassallaggio dell’Europa fin troppo evidente e scomodo. Il Cancelliere tedesco Angela Merkel, fino ad ora un leale fantoccio degli Stati Uniti, ha detto che l’Europa non può più fidarsi di Washington e deve “prendere il destino nelle proprie mani.” Il Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Junker ha detto che la leadership di Washington ha fallito e che è il momento per l’UE di prendere la guida e “sostituirsi agli Stati Uniti.” Diversi ministri di governo francesi, tedeschi e inglesi si sono espressi allo stesso modo. Sulla copertina della rivista tedesca Der Spiegel, dal titolo “Goodbye Europa”, c’è Trump che mostra il dito medio all’Europa. La rivista afferma che “È giunto il tempo per l’Europa di unirsi alla Resistenza.” Anche se i politici europei sono stati ben ricompensati per la loro sottomissione, potrebbero ora trovarla un peso meschino e insopportabile.

 

Anche se capisco l’importanza del rifiuto di Putin di reagire alle provocazioni con altre provocazioni, ho anche espresso la preoccupazione che accettarle senza reagire incoraggerebbe ulteriori attacchi, che aumenterebbero di intensità fino a che una guerra o la resa della Russia rimarrebbero le uniche opzioni; viceversa, se il governo russo assumesse un atteggiamento più aggressivo nei confronti delle provocazioni, rispedirebbe il pericolo ed il costo delle stesse al mittente, agli Europei che, con la loro acquiescenza a Washington, le hanno rese possibili. Ora sembra che Trump in persona abbia insegnato questa lezione agli Europei. La Russia ha passato diversi anni ad aiutare l’esercito siriano a ripulire la Siria dai terroristi mandati da Washington per rovesciare il governo siriano. Però, nonostante l’alleanza russo-siriana, Israele continua con i suoi illegali attacchi militari contro la Siria. Questi attacchi potrebbero essere fermati se la Russia fornisse alla Siria i sistemi di difesa antiaerea S-300. Israele e gli Stati Uniti non vogliono che la Russia venda gli S-300 alla Siria perché Israele vuole continuare ad attaccare la Siria e gli Stati Uniti vogliono che la Siria continui ad essere attaccata. In caso contrario, Washington avrebbe costretto Israele a desistere. Diversi anni fa, prima che Washington mandasse i suoi mercenari islamici ad attaccare la Siria, la Russia aveva acconsentito a vendere alla Siria un avanzato sistema di difesa antiaerea ma, per le pressioni americane ed israeliane, aveva rinunciato e non lo aveva consegnato. Ora, per la seconda volta, subito dopo la visita di Netanyahu a Mosca, sentiamo dire da Vladimir Kozhin, assistente di Putin, che la Russia continuerà a negare alla Siria i sistemi moderni di difesa antiaerea. Forse Putin crede di doverlo fare per non dare a Washington un’opportunità che potrebbe essere utilizzata per riportare l’Europa in sintonia con la politica aggressiva degli Stati Uniti. In ogni caso, per quelli che non la vedono così, tutto questo fa nuovamente sembrare la Russia debole e riluttante a difendere un alleato. Se Putin crede di aver una certa qual influenza su Netanyahu, nel senso di convincerlo a stipulare accordi di pace con la Siria o l’Iran, allora il governo russo non ha capito nulla delle intenzioni di Israele o dei 17 anni di guerre di Washington in Medio Oriente. Io spero che la strategia di Putin funzioni. Se non sarà così, dovrà cambiare il proprio modo di reagire alle provocazioni o queste ci porteranno alla guerra.

 

Paul Craig Roberts (traduzione di Markus)

 

 
Massacro diventa "scontro" PDF Stampa E-mail

18 Maggio 2018

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Da Comedonchisciotte del 16-5-2018 (N.d.d.)

 

Come ha già fatto notare FAIR (p.e., Extra!, 1/17; FAIR.org, 4/2/18), il termine “scontro” è quasi sempre usato per mascherare una asimmetria di forza e dare al lettore l’impressione che le parti in lotta in qualche modo si equivalgano. Questo termine serve a camuffare le dinamiche di potere e la natura del conflitto stesso, p.e., chi lo ha istigato e che tipo di armi sono state usate (se sono state usate armi). “Scontro” è il miglior amico dei giornalisti che vogliono descrivere la violenza senza offendere nessuno al potere, con le parole di George Orwell, “nominare le cose senza che la mente veda la loro immagine.” È allora prevedibile che, nei reportage sulle stragi di Gaza di questi giorni, dove sono stati uccisi più di 30 Palestinesi e ne sono stati feriti più di 1.100, il termine “scontri” venga usato in senso eufemistico per descrivere cecchini che, da postazioni fortificate, sparano contro dimostranti disarmati a 100 metri di distanza.

 

Pneumatici in fiamme, gas lacrimogeni, colpi di arma da fuoco: gli scontri di Gaza diventano mortali (Washington Post, 6-04-2018). Dimostranti feriti mentre riprendono gli scontri a Gaza (Reuters 7-04-2018). Scontri in Israele: sette Palestinesi uccisi nelle proteste al confine con Gaza (Independent 6-04-2018). Dopo lo scontro di Gaza, Israeliani e Palestinesi combattono con filmati e parole (New York Times 1-04-2018) […]

 

Il termine “scontro” implica un certo grado di simmetria. Quando da una parte muoiono dozzine di persone alla volta, mentre dall’altra si spara a volontà, al riparo di muri fortificati, su persone disarmate (alcune delle quali vestono giubbotti con la scritta “Stampa”) a poche decine di metri di distanza, questo non è “uno scontro”. Si può descrivere molto meglio con “un massacro”, o almeno “una sparatoria su dei manifestanti.” Nessun Israeliano è rimasto ferito, e la cosa sarebbe sorprendente se le due parti si stessero veramente “scontrando.”

 

La foglia di fico degli “scontri” non è più necessaria quando si parla dei nemici degli Stati Uniti. Nel 2011, i titoli della stampa occidentale riportavano abitualmente che Mu’ammar Gheddafi in Libia e Bashar al-Assad in Siria “avevano sparato sui manifestanti” (p.e., Guardian, 20-02-2011; New York Times, 25-03-2011). Parole semplici e comprensibili quando si parla di chi gode di cattiva reputazione presso le istituzioni americane deputate alla sicurezza, ma, per gli alleati degli Stati Uniti, la necessità di (mostrare) una falsa parità (di forze) richiede l’uso di eufemismi sempre più assurdi per mascherare quello che sta accadendo veramente, in questo caso il massacro a distanza di esseri umani inermi. Israele ha un esercito modernissimo: F35, corvette Sa’ar, carri armati Merkava e missili Hellfire, per non parlare del più invadente apparato di sorveglianza del mondo, ha il controllo completo di cielo, mare e terra. Nelle manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno, i Palestinesi hanno utilizzato pietre, copertoni e, secondo l’esercito israeliano (IDF), qualche occasionale bottiglia Molotov, anche se, sull’uso di queste ultime, non sono venute alla luce prove indipendenti. Una tale asimmetria di forze non si era mai vista nei vari conflitti mondiali; nonostante questo, i media occidentali rimangono aggrappati a livello istituzionale al cliché del “ciclo di violenza”, dove “entrambe le parti” vengono rappresentate come entità equivalenti. Il termine “scontri” permette loro di continuare a farlo in perpetuo, non importa quanto a senso unico possa essere la violenza.

 

Adam Johnson (traduzione di Markus)

 

 
Terrorismo a scadenze semestrali PDF Stampa E-mail

16 Maggio 2018

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Da Comedonchisciotte del 14-5-2018 (N.d.d.)

 

Probabilmente con l’età smetterò di farmi domande e diventerò anch’io un fideista delle versioni ufficiali. Sicuramente vivrei meglio, comodamente poggiato sul cuscino delle certezze. Per ora, però, scusate, ma preferisco continuare a ragionare con la mia testa e pormi interrogativi. E uno lo pongo anche a voi: che motivo avrebbe l’Isis di colpire la Francia proprio adesso? La risposta ovvia, quella che sicuramente troverebbe spazio sulle dotte analisi da neocon all’amatriciana del Foglio sarebbe che questi barbari oscurantisti odiano il nostro stile di vita e vogliono trasportarci nel loro Medioevo attraverso il terrore permanente, costringendoci a cambiare stile di vita e campare nel terrore e sul chi va là. Cercherò di dimostrare la pochezza infantile di questa tesi fra poco, prima voglio farvi riflettere su una cosa: Emmanuel Macron subito dopo l’attacco all’arma bianca di sabato sera nel quartiere della movida parigina, vicino all’Opéra, ha scritto su Twitter una frase emblematica: «La Francia paga ancora con il sangue ma non arretriamo di un millimetro».  Arretriamo da cosa? Ovviamente, dall’impegno nella lotta al terrorismo, in patria e all’estero. Bene, qual è stata l’ultima missione diretta dell’aeronautica e delle forze armate francesi? Il raid da Gatto Silvestro compiuto insieme a Usa e Gran Bretagna contro obiettivi siriani in risposta al falso attacco chimico a Douma. Di più, la settimana seguente a quell’operazione, squadre speciali francesi sono arrivati in Siria, boots on the ground come dicono quelli che ne sanno parecchio. Insomma, quei geni senza pari dei francesi intendono combattere il terrorismo attaccando Assad, uno a cui si può imputare di tutto, anche che la pasta sia scotta, ma non certo di essere ambiguo verso l’Isis o Al-Nusra e soci: li elimina come sorci. E con lui, russi e iraniani. E qual è dall’inizio della guerra siriana il principale nemico dell’Isis e della sua formazioni satellite? Assad e il suo regime, oltre agli alleati russi e iraniani. Dunque, per una proprietà transitiva che trova conferma nei dati di fatto sul campo, nel contesto siriano Francia e Isis sono di fatto alleati contro il legittimo governo di Damasco, il nemico comune: perché attaccare Parigi proprio ora? Perché quelle parole di Macron? Tocca prestare attenzione, molta attenzione ai particolari in situazioni simili. Perché farsi prendere dall’emotività è un attimo e addio obiettività del giudizio: tutti gli islamici diventano potenzialmente terroristi e gli iraniani fanno parte delle masse arabe usate per destabilizzare il Medio Oriente, quando dare dell’arabo a un discendente dell’antica Persia appare quantomeno degno di alcuni illuminanti editoriale de La Verità o Il Giornale.

 

Per favore, almeno voi non tramutatevi in tante Daniela Santanché, continuate a ragionare. Chi sono infatti i barbari che, stando alla vulgata ormai ritenuta legge, vogliono distruggere la nostra libertà e il nostro stile di vita? Anzi, una domanda più ficcante: chi li finanzia, arma, protegge, supporta, addestra? In parole povere, chi dà vita a questi Frankenstein che mutano nome – mujaheddin, Al Qaeda, Isis, Al-Nusra – ma non modus operandi? Principalmente e fuori di retorica da Dipartimento di Stato, i Paesi del Golfo. Di fatto, alleati dell’Occidente nella lotta allo stesso terrorismo che generano e utilizzano per i loro piani geopolitici e geostrategici. Da sempre. E chi sono quei signori? Gente che si sporca volentieri le mani con petrolio e dollari, sterco del demonio! Gente che non sembra preoccuparsi dei principi decisamente poco rispettosi dei precetti coranici che stanno dietro alla finanziarizzazione del bene primario dei loro Paesi, ovvero quell’oro nero che da decenni permette loro di fare il bello e cattivo tempo. Sono questi signori che vogliono distruggere il nostro stile di vita, uno stile che garantisce loro la ricchezza e il potere che hanno?  Ho vissuto a Londra per quasi un anno e mezzo e anche lassù scroccavo la rassegna stampa, nella fattispecie al reparto libreria di Harrods: bene, sapete dove vanno a fare shopping le mogli velatissime di quei signori a Londra? Da Harrods, tempio del consumismo, dei saldi, del nostro odioso stile di vita. Certo, nessuno vedrà quel completo di Versace se non il marito, ma lasciano decine di migliaia di sterline alla cassa di quel tempio blasfemo del nostro stile di vita. E comprano Ferrari i loro mariti. E Lamborghini. E Porsche. E Rolls Royce. E interi quartieri delle nostre città, visto che il Qatar è proprietario di mezza Porta Nuova a Milano: cosa pensate, che davvero siano interessati a tramutarla ne La Mecca 2? No, gli va benissimo piazza Gae Aulenti, il “Bosco verticale”, i negozi, la movida con le sue donne scosciate e la cocaina a fiumi. Perché porta soldi, infedeli quanto volete ma soldi. Quanti interessi hanno quei Paesi, Arabia Saudita in testa, negli Usa, il grande Satana del consumismo miscredente? Davvero credete che vogliano farci la guerra? Davvero credete che vogliano subdolamente infiltrare le nostre società con il loro denaro per poi trasformarle in succursali di califfati e regni confessionali votati ad Allah?  A lor signori soldi, lusso e scorciatoie liberali piacciono troppo per privarsene, altrimenti certi cordoni ombelicali che poi portano morti e guerre sarebbe stati recisi da tempo. E poi, se la presenza del terrorismo è capillare come ci dicono in Europa, se ai foreign fighters si uniscono i radicalizzati e i lupi solitari, com’è che saltano fuori una volta ogni tanto e, guarda caso, sempre quando un po’ di destabilizzazione e paura permanente combaciano e si sposano a meraviglia con gli interessi e le questioni interne dei governi e delle società che si vorrebbero colpire? Il terrorismo vero in Europa lo abbiamo vissuto e mi riferisco non a quello eterodiretto delle Br, ma a quello di Ira ed Eta: chi ha almeno la mia età, se lo ricorda. Non colpivano una volta ogni sei mesi, il terrore era perenne, a Belfast come a Londra, a Bilbao come a Madrid. Autobombe, omicidi, incendi dolosi, attentati dinamitardi: pensate che solo l’attività dell’Isis sia monitorata, in modo tale da far sventare agli inquirenti gran parte dei pericoli, ragione che spiegherebbe il basso numero di attacchi? Pensate che Ira ed Eta non fossero infiltrate, seguite, pedinate, radiografate dai servizi di sicurezza? Eppure, proprio in ragione della natura sfuggente e da esercito senza divisa del terrorismo, colpivano. […]

 

Quella in atto, a livello globale, non è né una guerra di religione, né la Terza Guerra Mondiale a pezzi: è una guerra permanente e a bassa intensità partita nel 2001 e che ha permesso al mondo, occidentale e non, di restare in piedi dopo il 2008. Emergenza chiama emergenza, quindi dai morti come dai tonfi borsistici, nascono opportunità e via d’uscita: poco ortodosse, decisamente machiavelliche e poco romantiche e ideali ma il mondo, purtroppo, è questo. Prima lo capiamo, prima – forse – troveremo una soluzione per affrancarci dalla follia collettiva che ci pervade.  Non ci credete? Liberissimi di farlo, almeno fino a quando non ci impianteranno un chip che legge i pensieri e persegue quelli non allineati, ovviamente in ossequio alla lotta contro il terrorismo. Fatevi però una domanda: giornali dichiaratamente atlantisti e proni alle teorie alla Huntington come La Stampa e Il Foglio negli ultimi giorni hanno evidenziato con grande enfasi il presunto nuovo asse creatosi fra Vladimir Putin e Bibi Natanyahu, presente la scorsa settimana a Mosca alla parata per il Giorno della Vittoria. La chiave del patto? Israele smetterà di chiedere la testa di Assad, di fatto riconoscendo il nuovo ruolo egemone della Russia in Siria e in Medio Oriente (oltre che nel Mediterraneo), ma Mosca dovrà aiutare Tel Aviv a fermare l’espansionismo iraniano nell’area. Di dov’era originario l’attentatore di Parigi, casualmente? Riflettete, prima che sia tardi. E vi ritroviate, senza sapere come sia stato possibile, a ragionare come la Santanché. E ad aver paura della vostra ombra.

 

Mauro Bottarelli

 

 
Platone comunitarista PDF Stampa E-mail

15 Maggio 2018

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Da Rassegna di Arianna dell’11-5-2018 (N.d.d.) 

 

Utopia letteraria, oppure vero manuale di costruzione del politico? Tra questi due poli si è spesso mossa la critica all’opera più graffiante e incisiva di Platone, considerando volta a volta questo testo capitale come un’esercitazione retorica, oppure una prova ontologica, o invece, cosa che è da condividere, un vero manifesto di politica universale, capace di costituire in ogni tempo un codice di esemplare tenuta sociale. Altre volte invece, come nel caso del liberale Popper, Platone e la sua “Repubblica” hanno recitato la parte del nemico pubblico numero uno, l’ideologia che, proponendo una società ben organizzata in sé, salda e solida e quindi chiusa ai pericoli e ai mali esterni, più di altre mette in pericolo le beatitudini della “società aperta”.

 

Il catalogo delle posizioni che la “Repubblica” platonica sciorina è di quelli difficili da digerire per chi abbia lo stomaco egualitario, pacifista e progressista. Impossibile non vedere che il classicismo antico e la degenerazione postmoderna sono su posizioni antitetiche. Per occhi borghesi e moderati, cosmopoliti e “buonisti”, il pensiero di Platone rappresenta lo scandalo massimo: esso tratteggia al sommo grado la comunità, e quindi liquida a priori l’individualismo, che invece è il grande rifugio delle impotenze liberali. Questi sono alcuni dei punti più qualificanti del politico platonico, che costituiscono – come giustamente, dal suo punto di vista, rilevava Popper - quanto di più inassimilabile alla mentalità dei “democratici” post-moderni: la rigida e severa paideia, l’educazione e la selezione cui Platone affidava nella “Repubblica” la crescita delle classi dirigenti della città ideale; la soppressione dell’individualismo dinanzi al prevalere degli interessi di comunità; la comunanza, addirittura, delle donne e dei beni; l’abolizione della proprietà privata; il predominio dello Stato “organico” sul singolo individuo, di cui non si conoscono diritti, ma unicamente doveri; il tipo di governo, gerarchico, aristocratico ed elitario, al quale partecipano i filosofi e niente affatto la massa del popolo. Tutto questo scandalizza la tempra ipocrita e fraudolenta dei “democratici” moderni, che spacciano le loro oligarchie alto-borghesi per governi “del popolo” e barattano le loro dittature finanziarie per servizi resi alla maggioranza.  Quello platonico è il grande affresco sul risanamento dell’uomo. L’analisi del filosofo attiene ad un vero e proprio storicismo, ponendosi al culmine delle epoche col taglio di colui che giudica: e ciò che la storia dispiega è la degenerazione, antropologica, psicofisica, proprio anche biologica in cui incorre l’umanità che si lasci liquefare nel rimescolamento e nella perdita dei propri caratteri originari. La classe dei custodi, a cui Platone affida il comando della società perfetta, rappresenta la consapevolezza di questa via di degrado, cui solo una ferrea volontà di contrapposizione può recare il rimedio, che consiste nell’allevamento – autentica Züchtung, come la chiamava il platonico Nietzsche – della migliore possibile razza d’uomo. […] Questa tecnoscienza selettiva e filosofica, di preparazione bio-psichica di un ordine di uomini superiori, selezionati per servire alla bisogna di un retto convivere e di un superiore agire, costituisce il quadro naturalistico e biologistico dello storicismo platonico.  […] Quella di Platone, pertanto, è una lezione di educazione, ma anche di ri-educazione, squadernando la più alta e conclusiva confutazione di Socrate. L’uditore del dialogo platonico ascolta dunque la comprovata inutilità del metodo individuale di insegnamento praticato da Socrate. Non sarà il dialogo logico-razionale a risvegliare nel giovane uomo le sopite virtù di saggezza e di armonia. Sarà invece la ferma educazione castrense alla sobria forza, nella volontà di costruire un rango che difenda la città e ne rinnovi la robustezza morale, a liquidare le chiacchiere e a volgersi ai fatti costruttivi. Platone propone l’abolizione della poesia tradizionale, nella quale si mostravano uomini – e persino dèi – travagliati dalle peggiori passioni, l’avidità, la viltà, la gelosia. L’elevazione degli animi dovrà essere ottenuta attraverso una nuova forma poetica, e un’arte figurativa, che sappiano rappresentare il bello, l’armonioso, il buono, il nobile. Una bonifica della cultura, insomma. Il rango guerriero che Platone, nei libri iniziali della Repubblica, indica come destinatario della difesa fisica e morale della comunità ideale, e al quale devono andare tutte queste attenzioni, è l’elemento più prezioso per ordire un disegno di contro-potere in grado di annientare gli antichi vizi. Il sistema gerarchico pensato da Platone prevede che dalle classi che ricoprono le funzioni principali – il governo e l’esercito – venga estratto il ristretto e sceltissimo ceto degli Arconti, i migliori, i destinati alle cure della guida politica, che verranno affiancati dagli Epicuroi, i difensori dell’ordine sociale. Ad essi, nessuna proprietà è permessa. Loro compito sarà esclusivamente quello di pensare al bene comune, dimenticando l’utile individuale. In questo voler organizzare, assegnare ruoli, disporre meriti e poteri noi vediamo l’intenzione platonica di rispettare la realtà di natura. La giustizia di Platone è la giustizia di natura. E la Repubblica basata su giustizia è quella che rispetta i caratteri, le virtù, le differenze di tutti e di ognuno. Una giustizia differenzialista e distributiva. Fedeltà a natura: il riconoscimento del proprio essere, diverso ogni volta e ogni volta degno, qualunque esso sia, porta all’assegnazione naturale, spontanea, della propria funzione nella società giusta. Nella quale il comando e l’obbedienza sono ugualmente essenziali, ugualmente portati a sospingere il carattere e la forma interiore dell’uomo, di ogni singolo uomo, verso l’alto. La giustizia platonica, difatti, innalza, e il principio che regge lo Stato giusto è quello che vede ciò che è superiore – lo spirito eroico, l’eccellenza intelligente – guidare ciò che, afflitto da bisogni e bramosie d’ordine più basso, ed essi ugualmente sono bisognosi di un comando illuminato. Ma certo l’ordine intellettivo di Platone non è ragione rozza e impartecipe: qui non si hanno i contorni delle varie “Utopie” sociali preconfezionate dalla ragione cartesiana. Ricordiamo infatti che l’intelletto, il Nous platonico, è in realtà “ragione intuitiva”, così che la Repubblica di Platone, fondata sulla differenza di natura, non avrà nulla del “mostro freddo”, lo Stato borghese, muto ed estraneo, condannato da Nietzsche come nemico dell’uomo. L’intelletto, come precisa Platone nella “Repubblica”, è la “contemplazione dell’ottimo nel campo dell’essere”. Questa affermazione ci rimanda al disegno, che è stato anche di Heidegger nel Novecento, di correggere il politico con il ritorno all’essere primigenio. Il pensatore tedesco, infatti, fece filosofia proprio ripercorrendo la via che Platone intraprese andando a Siracusa, nel sogno di rendere il filosofo allo stesso tempo un capo politico. 

 

Il divino ordinamento cui pensa Platone nella “Repubblica” è l’ordine tradizionale delle cose, in cui sovrana disposizione hanno la buona nascita e il legame col suolo della patria e massima attribuzione del rango è il combaciare della propria natura con la propria funzione. Questa concezione dipese dall’avere Platone un’idea organicistica della società, secondo la nota tripartizione dei poteri, di ascendenza indoeuropea, fra governanti, difensori e lavoratori-commercianti: essa non è una costruzione umana, è un organismo vivente, al cui benessere contribuiscono tutti gli organi vitali che lo compongono, dal più alto ed essenziale al più umile e secondario. Le implicazioni che la Repubblica di Platone comporta – nel suo essere l’esatto speculare della società moderna: gerarchica, anti-egualitaria, etnocentrica, sacrale, etc. – valgono l’osservazione che, in questo testo, il discorso sul potere e sulla giustizia, sul superamento della conflittualità tra ricchi e poveri, sulla fedeltà al proprio ruolo sociale sono considerati essenzialmente come portatori di salute, il che vuole altrimenti dire salvezza. La salute – psichica e fisica - è per Platone il canone primo della migliore convivenza, coincidente col più alto merito: “E allora la virtù sarà una specie di salute, bellezza e felice condizione dell’anima; il vizio malattia, bruttezza e debolezza”. La salute mentale e quella fisica dell’uomo dipendono dal suo porsi correttamente nella società. Da qui proviene, secondo Platone, la salvezza dalla massima fra le sciagure: il disordine, il caos, la degenerazione.

 

Luca Leonello Rimbotti

 

 
Chi ha distrutto l'Italia PDF Stampa E-mail

14 Maggio 2018

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Sto iniziando a leggere editoriali (ma anche stati su facebook) dove si paventa la futura distruzione dell'Italia a causa del nascente governo Lega-M5S. Forse qui non ci stiamo capendo:

 

- Il debito al 132% del PIl c'è già; - Il debito nei confronti dell'Eurosistema (Target2) da 400 miliardi c'è già  - La necessità di una manovra per reperire 20 miliardi per evitare l'aumento dell'IVA c'è già  - Le pensioni da fame a settant'anni ci sono già  - Il 10% della popolazione in grave stato di deprivazione materiale c'è già - La disoccupazione reale al 30% (ovvero al netto della menzogna che considera occupati coloro che fanno 1 ora di lavoro ogni 15 giorni) c'è già  - I 200000 giovani (spesso provvisti di laurea, master e dottorati) che scappano dall'Italia ci sono già  - Il calo demografico c'è già  - Il collasso delle infrastrutture c'è già  - La distruzione del welfare state c'è già - La distruzione della scuola e dell'università c'è già  - Il collasso del sistema bancario c'è già  - L'asse franco-tedesco che taglia fuori l'Italia dalle decisioni europee c'è già  - Il problema della corruzione c'è già.

 

E potrei continuare fino alla nausea. Ma spero si sia capito che l'Italia è già distrutta. E ad averla distrutta sono quelli bravi che hanno governato fino ad ora. Al limite su coloro che subentreranno a gestire le macerie si può dire che non saranno in grado di ricostruire. Ma ad aver distrutto l'Italia - lo ripeto - sono stati quelli bravi che ci hanno governato fino ad ora. Tutto il resto è noia e malafede.

 

Giuseppe Masala

 

 
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