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Qualitą contro quantitą PDF Stampa E-mail

4 Giugno 2017

 

Da Appelloalpopolo dell’1-6-2017 (N.d.d.) 

 

Fino a non molto tempo fa avevo la sensazione, da accademico e intellettuale, di dare il mio piccolo contributo a una grande storia che poteva essere descritta (nel bene o nel male, poco importa) come la storia della “Cultura Occidentale”, e non avevo motivo di credere che questa storia potesse interrompersi. La mia identità e i miei valori guida sono stati forgiati dalla storia culturale, intellettuale e spirituale dell’Europa. Quello è sempre stato il mio mondo. Ma ora questo mondo cambia. Nei momenti bui avverto la cupa sensazione che molto presto – e molto prima di quanto pensavo potesse accadere solo pochi anni fa – entreremo in un’era nella quale – per parafrasare la voce narrante di Galadriel nella scena iniziale del film Il signore degli anelli – buona parte di quanto oggi riteniamo abbia valore sarà perduta per sempre, perché “non sarà in vita nessuno che potrà averne memoria”. Quali sono i cambiamenti fondamentali che stanno avendo impatto su di noi e che possono spiegare il mio senso di declino, la mia sensazione di trovarmi alla vigilia di una perdita irreparabile? Dagli anni Ottanta reaganiani e thatcheriani le nostre menti – progressivamente, ma fatalmente – sono state catturate dall’idea che ogni cosa che si dà al mondo può essere descritta in termini di “mercato”, e che i soli valori che contano sono valori esprimibili in termini economici. Ne è derivato un sistematico rovesciamento della normale relazione che si instaura fra mezzi e fini. Un tempo si dava la convinzione che il denaro fosse un mezzo per raggiungere i fini desiderati: ovviamente ci vuole denaro per creare buoni sistemi sanitari, ci vuole denaro per creare buone istituzioni nel campo dell’istruzione, e così via. Il denaro identificava un mezzo funzionale al perseguimento di obiettivi suscettibili di essere valutati nella loro autonoma consistenza. Quella logica è stata rovesciata. La sanità e l’istruzione (per restare agli esempi appena fatti) sono oggi definiti quali prodotti inseriti in un mercato. Come tali, non identificano più fini desiderabili da perseguire perché intrinsecamente dotati di valore, per quello che sono e significano. Sono diventati mezzi per perseguire un nuovo e differente scopo: la massimizzazione del profitto. La logica interna di questo sistema tende a dirci che, in realtà, noi non dobbiamo preoccuparci troppo della circostanza che la gente goda veramente di una buona salute o acquisisca una buona istruzione. Ciò che conta è se la gente compra sanità e istruzione, con costi decrescenti e profitti crescenti. In breve, la salute e la conoscenza non sono più valori fondamentali. L’unico valore che conta è il valore monetario o economico. L’istituzione si è trasformata in una fabbrica, concepita per produrre un prodotto che renda possibile il profitto. La qualità è divenuta irrilevante per come funziona il sistema. Il quale riconosce solo dati quantificabili, che si prestano all’analisi statistica e che possono essere tradotti in termini economici e finanziari. Ne segue che le università non sono più votate all’istruzione “superiore”. Esse sono calate in un sistema operativo che sovverte i fini (gli scopi, gli obiettivi) che un tempo si riteneva esse dovessero perseguire.  Temo che un cambiamento di rotta reale e durevole risulterà impossibile finché il capitalismo neoliberista sarà chiamato a fungere da sistema operativo dell’istruzione superiore in Europa. Effettuare l’aggiornamento di quel sistema non basta. Anzi, perfezionare ulteriormente le sue funzionalità peggiorerebbe le cose. Abbiamo bisogno di un nuovo sistema operativo, fondato su un principio che agli occhi dei seguaci dell’attuale sistema rappresenta un vero anatema: la qualità nell’istruzione e nella ricerca non può essere quantificata e tradotta in termini economici, ma è un irriducibile valore fondante, interamente autonomo, e non misurabile con la logica del calcolo economico.

 

Il secondo cambiamento cruciale che è dato osservare nel contesto che viviamo, è l’eccesso di informazione, con i suoi effetti perniciosi. La rivoluzione dell’informazione ha preso piede ed è deflagrata con sempre maggior vigore a partire dai primi anni Novanta, in perfetta sincronia con l’ascesa del capitalismo neoliberista. Abbiamo una quantità illimitata di informazioni a portata di dita, ma non siamo più in grado di discernere il vero dal falso. E questo è vero anche in campi molto specializzati della conoscenza. C’è stato un tempo in cui potevo mettere assieme una disamina ragionevolmente accurata e completa della letteratura scientifica su un dato argomento. Oggi sono travolto, anche in aree che conosco molto bene, da un quotidiano tsunami di pubblicazioni online (le quali, quasi inevitabilmente, sono preferite alle tradizionali pubblicazioni cartacee per il semplice motivo che è già troppo difficile gestire l’informazione disponibile online). Nessuno ce la fa a stare dietro a questo processo, e la situazione è resa più grave dalla circostanza che i tradizionali criteri di selezione non hanno più nulla a che fare con la reale qualità della pubblicazione. Questo processo può in gran parte spiegarsi con le due dinamiche di cui si sta discutendo qui. L’impatto del capitalismo neoliberale sulle pubblicazioni accademiche ha significato che vendere un prodotto della ricerca è diventato molto più importante della reale qualità del prodotto. E inoltre che gli autori devono produrre ciò che il mercato sembra chiedere loro: se il tuo lavoro è troppo audace, originale, creativo, troppo fuori dal seminato, questo potrebbe diminuire le possibilità di veder accettato il lavoro nella rivista.  Tutto ciò fa sì che gli studiosi non lavorino più come una volta. I più bravi fra noi avevano l’abitudine di studiare un certo tema a fondo e in modo sistematico, nel tentativo di andare al fondo delle cose, perché ancora ritenevano che esistesse un “fondo” da raggiungere. Ma quell’illusione è svanita e ci ritroviamo, invece, a collazionare dati, o a selezionarli in modo più o meno casuale. Troppo spesso avvertiamo la sensazione di non aver tempo per svolgere uno studio profondo e concentrato su una particolare fonte o su un lavoro specifico di un nostro collega. Perché, se no, che ne sarebbe di tutte quelle altre infinite fonti? Che ne sarebbe di tutti quegli altri studiosi i cui lavori si affastellano sulla scrivania o nel nostro computer in attesa di essere letti? Siamo sicuri di star leggendo l’articolo giusto in questo momento? Forse dovremmo leggere uno di quegli altri innumerevoli articoli che ci aspettano… Ma come scegliere? Come possiamo sapere quale fra loro merita la nostra attenzione e quale rappresenta solo una perdita di tempo, se non abbiamo preventivamente filtrato in qualche modo queste informazioni? E così continuiamo i nostri carotaggi, frettolosi e superficiali; oppure ci rassegniamo all’inevitabile e cominciamo a selezionare più o meno a caso. Negli ultimi decenni le riforme dell’istruzione sono state dominate dall’idea che gli studenti devono imparare le abilità e non devono acquisire conoscenza: ciò che sai non è così importante se è vero che puoi rintracciare l’informazione di cui hai bisogno nel momento in cui ti serve. Questa filosofia educativa si fonda su un errore fondamentale. Abbiamo trascurato il fatto che in assenza di conoscenza, l’informazione diventa priva di significato e la selezione dei dati (la scelta informata) diventa impossibile. Avendo messo il carro innanzi ai buoi, siamo indifesi di fronte ai nefasti effetti dell’eccesso informazionale.  Nell’arco dell’ultimo decennio, grossomodo, sono stato testimone di come i miei studenti rimanessero sempre più straniti tutte le volte che facevo riferimento a cose come la “Tarda Antichità”, i “Medioevi”, il “Rinascimento”, la “Rivoluzione Scientifica”, l’”Illuminismo”, il “Romanticismo” e così via. La più parte di loro ha solo una vaga idea di quando queste periodizzazioni storiche presero luogo, di cosa significarono, dei fattori che li determinarono, e del perché loro dovrebbero interessarsene. In breve, stiamo rapidamente perdendo la nostra capacità di orientarci nei corridoi temporali della storia. Ma, se non sappiamo più da dove veniamo, questo significa che non sappiamo dove ci troviamo, e di conseguenza finiremo per perdere la cognizione di chi siamo. Questo perché gli esseri umani sono programmati per definire la loro identità attraverso la memoria: un’amnesia individuale significa non sapere chi si è, e perché si è, e l’amnesia storica produce il medesimo effetto sulla società in generale. Diventiamo senza senso, disorientati e privi di direzioni.  Da dove prenderemo i nostri valori in una condizione di amnesia storica? Questo non è un problema risolvibile “cercando i dati giusti, ottenendo le corrette informazioni”. A parte alcuni valori molto immediati ed elementari che trovano fondamento nella biologia animale noi assumiamo i nostri valori non dall’informazione, ma dalla cultura e dalla memoria: i valori sono letteralmente coltivati da una generazione all’altra, sulla base di quanto è oggetto di ricordo. Eravamo soliti tramandarci i valori derivati dalla cultura europea, specialmente quelli dell’antichità classica, delle religioni ebraiche e cristiane, dalla razionalità illuministica, e dalla scienza moderna; ma, in luogo di tradizioni viventi, questi elementi sono divenuti mere opzioni sottoposte alla scelta di un consumatore, che si offrono a noi nella forma di una sconcertante massa di dati disparati, privi di criteri o direttive utili a sceglierli e a valutarli. Il nostro paradigma regnante (il capitalismo neoliberale), combinato con l’informazione rampante e l’amnesia storica, ci lascia totalmente ciechi sul da farsi. Siamo profondamenti insicuri sui nostri valori perché né il mercato né i dati ce li possono chiarificare. Questo ci rende incredibilmente vulnerabili di fronte a culture o ideologie che sanno benissimo perché siamo qui e che direzione dovremmo intraprendere.

 

E allora dov’è la luce in fondo al tunnel? Non ho la presunzione di avere una risposta, e di sicuro non posso guardare nella sfera di cristallo. Sto solo cercando di acquisire una prospettiva che ci consenta di vederla questa luce. Una cosa mi sembra chiara: di sicuro l’unica strada da percorrere è quella di spiegare le nostre vele verso ciò che oggi ci manca. Per scoprire questo qualcosa che ci manca, potremmo chiederci cosa tiene uniti i due fattori chiave del capitalismo neoliberale e dell’eccesso nefasto d’informazione. A me sembra che la risposta sia molto semplice: l’assenza di qualità. Il capitalismo neoliberale è incapace di gestire la qualità e la converte in quantità; e sostituire il perseguimento della conoscenza con l’eccesso d’informazione impone di sacrificare la qualità a vantaggio dell’accumulazione dei dati. Ciò che dobbiamo fare è rispondere alla domanda che Robert Pirsig si pose nel suo classico Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta (1974): cos’è la qualità? Non fatevi fuorviare dalle apparenze o dalle prime impressioni: non si tratta di una questione astratta o filosofica, di cui discettare sorseggiando un buon bicchiere di vino a sera. È una ricerca esistenziale, inseparabile dalla ricerca dei veri valori. Se presa davvero sul serio, e se meditata a un livello profondo (e non ho la pretesa di riuscire a farcela in entrambi i casi, perché è davvero molto difficile farlo) essa metterà in gioco l’intero senso della nostra esistenza e determinerà tutto ciò che facciamo. Possiamo porci questo problema esplicitamente o solo implicitamente, forse impiegando termini differenti, o possiamo cercare di analizzarlo attraverso le nostre azioni invece che impiegando parole. Ma sarà sempre la ricerca della qualità.

 

Wouter J. Hanegraaff (traduzione di Umberto Izzo)

 

 
Papa-Re PDF Stampa E-mail

3 Giugno 2017

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Da Rassegna di Arianna dell’1-6-2017 (N.d.d.)

 

Così come i laici miscredenti non dovrebbero ficcare il naso nei dogmi di Chiesa, la Chiesa non dovrebbe entrare a gamba tesa, come un partito qualsiasi, nel dibattito politico italiano. Nulla di nuovo sotto il sole: purtroppo siamo abituati da più di mille anni a dover fare i conti con Santa Madre, che considera la penisola il suo cortile. «Tre cose desidero vedere innanzi alla mia morte; ma dubito, ancora che io vivessi molto, non ne vedere alcuna; uno vivere di repubblica bene ordinato nella città nostra, Italia liberata da tutti e’ Barbari, e liberato el mondo dalla tirannide di questi scelerati preti»: così scriveva cinque secoli fa Francesco Guicciardini, e il suo auspicio rimane ancora attualissimo perché inattuato. L’ultimo scampolo di scelleraggine lo ha fornito papa Francesco il 27 maggio. In visita a Genova, parlando agli operai dell’Ilva di Cornigliano ha voluto farci sapere, a noi che non ci dormivamo la notte, che il reddito di cittadinanza proprio non gli va giù: «L’obiettivo non è un reddito per tutti ma un lavoro per tutti». Uno pensa: a sostegno della sua tesi avrà citato un passo biblico. Macché: la Costituzione della Repubblica Italiana, che evidentemente dev’essere diventato il quinto dei Vangeli canonici. «Possiamo dire che togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con il lavoro indegno o malpagato è anticostituzionale. Se non fosse fondata sul lavoro, l’Italia non sarebbe una democrazia». Parola del costituzionalista Bergoglio.

 

Ora, facciamo a capirci: tutti i papi, e in particolare questo papa, la politica l’hanno sempre fatta e la fanno. E spesso sanno farla anche bene: conoscono i modi, dosano i tempi, tengono conto dell’opportunità tattica, seguono una strategia. Pronunciare una condanna così netta a nemmeno una settimana dalla marcia del Movimento 5 Stelle ad Assisi, che – fatalità – sventolava giusto la bandiera del reddito di cittadinanza (a guardar bene, nella versione grillina somigliante più ad una flexicurity danese, non universale ma condizionata a trovare comunque un’occupazione), equivale ad una chiara presa di distanza dal recente avvicinamento del grillismo all’universo cattolico. Altolà, Beppe: se citi San Francesco patrono d’Italia, se qualche esponente del mio mondo (come il direttore di Avvenire) ti strizza l’occhio, se mandi segnali distensivi sulle scuole paritarie, questo non significa – dice il Francesco vescovo di Roma e monarca d’Oltretevere – che noi che pascoliamo il gregge ti lasciamo credere che le pecorelle verranno docilmente a te. Dal punto di vista del Capo dello Stato Vaticano, ci sta. Non ci sta da Capo della Chiesa che dovrebbe pensare più allo spirito, gravemente deficitario in questo deserto nichilista, che non a emettere giudizi politici addentrandosi nel merito di specifiche questioni. «Un assegno statale mensile che ti faccia portare avanti la famiglia non risolve il problema»: qui non parla il pastore d’anime, qui parla un candidato alle elezioni. Ma come si permette, il papa? Se il principio può essere più o meno condivisibile, che c’azzecca lui con le soluzioni da escogitare sull’assistenza sociale? A questo punto, che ci rivelasse la sua: magari potremmo anche votarlo. Sì, perché poi se n’è uscito con quest’altra: «purtroppo, specialmente quando c’è crisi e il bisogno è forte, aumenta il lavoro disumano, il lavoro-schiavo, il lavoro senza la giusta sicurezza, oppure senza il rispetto del creato, o senza rispetto del riposo, della festa e della famiglia. In questo sistema senza etica al centro c’è un idolo e il mondo è diventato idolatra di questo dio denaro». Centro. Perfetto. Queste sono parole da papa. Spirituale, s’intende, non temporale. Il Bergoglio che va oltre la difesa dei valori (giusti o no che siano, non discutiamo neanche, benché sul feticcio cristiano del Lavoro da dire ce ne sarebbe…) e si abbassa al comizio di fazione, fa il papa-re. Abbiamo già dato. Basta.

 

Alessio Mannino

 

 
Cambio di paradigma PDF Stampa E-mail

2 Giugno 2017

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Da Rassegna di Arianna del 31-5-2017 (N.d.d.)

 

 Il paradigma tuttora caratteristico della cultura occidentale è quello cartesiano-newtoniano, così battezzato dal noto fisico Fritjof Capra (l’autore de Il Tao della fisica) nel suo libro Il punto di svolta, pubblicato in italiano nel 1984. Questo paradigma è lo schema mentale attraverso il quale vengono oggi visti ed interpretati tutti gli eventi. Capra è invece sostenitore di un paradigma sistemico-olistico, che si ispira anche alle idee dell’antropologo-filosofo inglese Gregory Bateson. Il paradigma cartesiano-newtoniano inquadra il pensiero e le conoscenze considerando l’universale come una macchina, con l’eccezione della sola parte mentale dell’uomo che la osserva “dall’esterno” e la può manipolare. Infatti il pensiero corrente è ancora oggi in gran parte ancorato alla visione del mondo che consegue dall’opera di Newton, sia per quanto riguarda i concetti di spazio e di tempo, sia perché viene attribuita a gran parte dei fenomeni una natura essenzialmente meccanica. Inoltre, alla base della scienza - nella sua versione ufficiale e divulgata - sta il dogma che il mondo materiale sia oggettivamente esistente, in modo del tutto indipendente dal mondo mentale-psichico-spirituale: la scienza di Newton ha cioè come premessa scontata l’accettazione del dualismo cartesiano. Tutto l’universo, compresa la Natura vivente sulla Terra, è assimilabile a una gigantesca macchina smontabile e ricomponibile: come conseguenza, la natura è priva di ogni rilevanza morale. L’uomo non ne fa parte, ma è qualcosa di superiore. Cartesio considerava “macchine” anche gli altri esseri viventi. Vedremo che le conoscenze attuali rendono insostenibile questo sottofondo di pensiero, ma l’Occidente divulga ancora il paradigma in cui era inquadrata la scienza alla fine dell’Ottocento: l’universale è una gigantesca Macchina con l’optional del Grande Ingegnere. […] La premessa essenziale della fisica classica che ha resistito come un dogma fino quasi alla metà del ventesimo secolo è che esista un mondo reale e oggettivo dotato di proprie leggi di funzionamento. Compito dell’osservatore è scoprire queste leggi oggettivamente esistenti. I fenomeni avvengono nello spazio e nel tempo, entità assolute, indipendenti ed esistenti in sé (Newton).

 

Dal 1900 al 1930, più o meno, sono avvenuti, partendo soprattutto dalla fisica, rivolgimenti del pensiero scientifico conseguenti a formulazioni teoriche, sempre confermate, che hanno falsificato il paradigma cartesiano-newtoniano: tale modifica è tuttora in corso e procede molto lentamente. Sono i famosi Trent’anni che sconvolsero la fisica, titolo di un felice libro divulgativo di George Gamow.  Con la relatività speciale o ristretta, enunciata da Einstein nel 1905, la fisica meccanicista o classica ha cominciato a vacillare: spazio e tempo hanno perduto ogni connotazione assoluta, materia ed energia sono diventate la stessa cosa. Con la relatività generale, formulata da Einstein nel 1916, la gravitazione, vista da Newton come una forza (e anche un campo), diventa la geometria dello spaziotempo. Quanto accennato finora non ha mai intaccato il principio cartesiano fondamentale di netta separazione fra un osservatore (mente) e un osservato (materia, o materia-energia). La rivoluzione di Einstein è notevole, ma siamo ancora ben legati alla visione cartesiana. Materia ed energia sono state unificate, ma il dualismo principale resta netto: c’è un mondo energetico-materiale oggettivo, che viene esplorato da una mente umana separata. Inoltre si continuano a considerare ovvie l’impenetrabilità dei corpi (cioè il dualismo vuoto-pieno) e la logica “A non è non-A”. Si pensa che gli atomi siano composti sostanzialmente da alcune particelle fisse o rotanti in un oceano di “vuoto”. Si continua a dividere ogni problema, ogni cosa, ogni processo in parti, senza tener conto che qualunque suddivisione risente di qualche “pregiudizio” e non può essere neutrale e valida universalmente. Le entità non-quantificabili e non-misurabili sono ancora sostanzialmente negate. Quindi, dopo la relatività, il modello non è più newtoniano ma è ancora ben saldamente cartesiano. In quegli anni ebbe origine anche la fisica quantistica, che avrebbe portato alla fine della visione cartesiana del mondo, fine non ancora realizzata nel pensiero corrente. È noto che Einstein non accettò mai la fisica quantistica, malgrado le evidenze già presenti prima della sua morte. L’affermazione “Dio non può aver giocato a dadi con l’Universo” manifesta la sua resistenza a questo profondo cambiamento, anche se il suo Dio era “il Dio di Spinoza”, secondo la risposta che lo scienziato diede al rabbino di New York alla fine degli anni Trenta del secolo scorso. Nel 1927 il fisico tedesco Werner Heisenberg formulò per la prima volta il suo famoso principio di indeterminazione, poi inquadrato da Niels Bohr nell’interpretazione di Copenhagen. È impossibile, anche in linea teorica, separare il fenomeno dall’osservazione. Come dire, è impossibile distinguere la mente dalla materia. Ovvero, senza una forma “mentale”, non si può parlare di alcunché, se non come una fantomatica onda di probabilità. Con una concisa estensione, ciò significa che lo psichismo (la mente) deve essere ovunque. Altrimenti, quali sono i sistemi con lo status di “osservatore”? Gli sviluppi successivi hanno rafforzato la fusione mente-materia estendendola praticamente a tutto l’universale. Inoltre, l’indeterminazione applicata al binomio massa-tempo (o energia-tempo) ha portato a formulare il concetto di vuoto quantistico: non esiste alcuna particella né entità stabile, c’è solo una specie di vacuità creativa, una danza di energie che continuamente nascono nell’Essere e svaniscono nel Nulla. Il dualismo vuoto-pieno è scomparso: “A” e ”non-A” possono coesistere. Non c’è alcun “mattone fondamentale” della materia. Questo significa la fine dell’idea che il mondo materiale sia costituito di “particelle” e di “vuoto”, concezione che era in sostanza ancora quella di Democrito. Al suo posto è subentrata un’idea di vuoto-pieno continuamente e “contemporaneamente” pulsante, una specie di vacuità creativa (abbastanza simile alla sunyata del Buddhismo). La contrapposizione fra vuoto e pieno perde significato. Qualunque fenomeno avvenga nel vuoto quantistico, è possibile “prendere a prestito” energia dal vuoto purché il prestito abbia durata breve: tanto più è grande l’energia (o la massa) temporaneamente “nata dal nulla”, tanto più è piccola la durata del prestito e urgente la sua “restituzione” al vuoto. Così è pure possibile far sparire nel vuoto una massa-energia pur di farla ricomparire prima della scadenza del tempo assegnato (indeterminazione del tempo). Un'altra conseguenza notevole della fisica quantistica: le particelle-onde che si separano da un unico punto (cioè hanno avuto qualche contatto) restano indissolubilmente legate, dato che l’“osservazione” anche di una sola di esse influenza istantaneamente il comportamento delle altre, a qualunque distanza si trovino (entanglement). Questo porta alla considerazione che nulla è separabile nell’Universo e ogni processo (o “oggetto”) ha influenza su qualsiasi altro, a qualunque distanza spaziotemporale si trovi. Ciò significa che tutto è collegato a tutto, in modo istantaneo, cioè che non è possibile isolare alcun fenomeno. Quegli anni sono anche il periodo in cui i cosmologi inglesi James Jeans e Arthur Eddington scrissero: “L’universo assomiglia molto più a un grande Pensiero che a una grande Macchina”.

 

 Vediamo quale nuovo paradigma si prospetta dopo le novità sopra accennate. […] Nei sistemi complessi esiste sempre un limite temporale oltre il quale non è possibile fare alcuna previsione, neanche in linea teorica. Questo significa che, da un certo punto in poi, il sistema prende una via completamente imprevedibile sulla base dell’andamento precedente: in altre parole, si manifesta una scelta, cioè un aspetto mentale. Gli scienziati-filosofi materialisti-meccanicisti se la cavano attribuendo al caso l’andamento dopo la biforcazione, ma la parola caso è semplicemente un’etichetta messa a tutto ciò che non sappiamo. […]

 

  Il biologo-filosofo inglese Rupert Sheldrake ha ben schematizzato, nel suo libro Le illusioni della scienza, quali sono i dogmi della scienza cartesiana-newtoniana, dogmi che questa scienza considera evidenti, anche se non hanno alcuna garanzia dal punto di vista del metodo scientifico. Fra questi citiamo in particolare i seguenti:   La Natura si comporta come una macchina;   La materia non ha alcun genere di coscienza;  La Natura non ha alcuno scopo, né obiettivo; Tutto ciò che è nella memoria è registrato come tracce materiali; La mente è un prodotto soltanto del cervello; I fenomeni psichici sono illusioni.

 

 In effetti, gli scienziati cartesiani-newtoniani sono quasi commoventi quando tentano invano di salvare il loro paradigma cercando le più strampalate spiegazioni ad alcuni fatti di questo tipo: gli uccelli migratori ritrovano il loro nido dopo un viaggio di migliaia di km; le tartarughe marine tornano proprio alla spiaggia dove sono nate per deporvi le uova dopo aver vagato nell’Oceano per migliaia di km; i piccioni viaggiatori raggiungono la loro “casetta” comunque la si sposti; le larve delle anguille ritrovano il fiume (che non hanno mai visto) da cui sono partiti i loro genitori, dopo un viaggio di 5000 kilometri dal Mar dei Sargassi; le termiti ricostruiscono il termitaio al di là della schermatura di ogni campo fisico possibile; molti cani percepiscono la morte del/la loro amico/a umano/a a qualunque distanza; gli alberi sono dotati di memoria e provano emozioni (Stefano Mancuso e Peter Wohlleben). 

 

Torniamo alla constatazione che la Mente è ovunque, che i fenomeni mentali sono assai frequenti, o forse che tutti i fenomeni sono anche mentali. I sistemi viventi, gli ecosistemi, gli esseri collettivi sono tutti sistemi altamente complessi.  Dal punto di vista filosofico, il nuovo paradigma conduce all’animismo, dato che le entità che costituiscono il mondo sono animate, hanno una propria forma di mente. Ma esiste anche un unico Sistema totale, con la sua Mente, e ne consegue una forma di panteismo. Quindi, sul piano filosofico, si tratta di una visione del mondo qualificabile come animismo-panteismo. Così troviamo il Dio-Natura, ma anche lo spirito dell’albero, del torrente, della montagna, dell’alveare. I risultati e le conoscenze che derivano dai recenti studi sulla mente animale e sulla mente vegetale si inquadrano perfettamente in questo paradigma. Inoltre è evidente che l’etica dovrà riguardare tutto il mondo naturale, e non soltanto gli umani. L’Ecologia Profonda, come formulata da Arne Naess e da molti altri pensatori di formazione diversa, si inquadra benissimo nel paradigma sistemico-olistico. […] Il persistente vecchio paradigma cartesiano-newtoniano ci ha portato all’attuale dramma ecologico e alla distruzione della Vita, attualmente in corso. L’unico studio sistemico (anche se ancora antropocentrico ed esemplificato in cinque grandezze) condotto sul complesso terrestre è stato il famoso rapporto “I limiti dello sviluppo” (1972), le cui proiezioni del grafico principale indicavano per questo decennio (2010-2020) proprio la situazione attuale: popolazione e inquinamenti che continuano a crescere inesorabilmente, risorse in diminuzione, alimenti pro-capite e produzione industriale che hanno passato il picco e iniziato la discesa. Ma 45 anni sono passati invano: l’ultima chiamata non è stata ascoltata, anzi nessuno ne parla. Lo studio dei Limiti dello sviluppo non prende in alcuna considerazione aspetti mentali o filosofici, né richiede l’assimilazione completa del nuovo paradigma, ma è semplicemente uno studio sistemico della situazione mondiale, i cui risultati vengono confermati proprio in questi anni, malgrado il silenzio completo del mondo ufficiale. Il nuovo paradigma porta all’Ecologia Profonda e al rispetto per tutti gli esseri senzienti e per la Terra, complesso in cui siamo inseriti, ma il tempo a disposizione per un cambiamento così profondo è ormai molto poco. L’Ecosfera dovrà comunque guarire dal suo male e rientrare nei limiti delle sue capacità di omeostasi. Forse il nuovo modo di pensare potrebbe aiutarci anche a considerare con più serenità la morte, dato che non c’è più un ego autonomo e permanente che “persiste” o “non-persiste” (le uniche alternative che propone l’Occidente), ma una entità come successione di stati mentali variabili che non può “sparire”: non moriremo perché non siamo mai nati. Siamo oscillazioni della Mente estesa, onde dell’Oceano, dove l’acqua non può “sparire”. È interessante la scritta posta sulla tomba di Heisenberg: “Io sono qui, da qualche parte”. È un omaggio al principio di indeterminazione. Concludo con una citazione di Alexander von Humboldt: La morte è solo il passaggio da uno stato all’altro dell’essere universale.

 

Guido Dalla Casa

 

 
Ne uccidiamo di pił noi PDF Stampa E-mail

1 Giugno 2017

 

Da Comedonchisciotte del 24-5-207 (N.d.d.)

 

Numeri di morti, anonimi orrendi numeri, ma sì dai, diamoli, perché serve a capire. E se mai si capisse, tutto finirebbe. Retail Terrorism, lo dico da anni, cioè terrorismo islamico alla spicciolata, singole cellule distaccate da qualsisia organizzazione, impossibili da intercettare, da prevedere, armi rudimentali quindi nessuna traccia dei trafficanti normali per i Servizi da seguire, impossibili da intimidire perché loro vogliono morire, noi no. Non li fermeremo mai più, a meno che… (si legga in fondo). Ma diamoli questi numeri. Loro uccidono le nostre ragazzine. Noi uccidiamo le loro. Valgono uguali, un genitore inglese piange come uno afghano, identico. Chi ha iniziato? Noi. Gli abbiamo preso le terre, le risorse, la democrazia che tentavano di creare, li abbiamo massacrati, e loro si sono ritirati nelle moschee, per non finire nelle camere di tortura della CIA. E dopo 70 anni così, cosa è uscito da quelle moschee? Manchester e quelli prima. Inutile qui riscrivere le prove di questo, il mio libro Perché ci Odiano (Rizzoli BUR), e montagne di articoli accademici, rapporti ONU, Amnesty International, migliaia di reportage fin dalla metà del XX secolo ecc. Inutile.

 

Ma diamoli questi numeri, orribili ma utili numeri. Il terrorismo islamico ha ammazzato, dal 2008 – che è l’anno di Obama e della sua campagna di assassinii extragiudiziali nei Paesi islamici coi Drones ideati da John Ballinger – 315 occidentali. 315 occidentali dal 2008 a oggi ammazzati da loro. I loro civili massacrati a caso mentre un Drone tenta di ammazzare un sospetto terrorista da qualche parte sono 801, secondo la prima stima del Bureau of Investigative Journalism. E questo esclude gli oltre 100.000 morti musulmani delle guerre in Afghanistan e Iraq, fatte da noi. Poi ci sono le stime di Foreign Policy, nientemeno, la più autorevole pubblicazione di politica estera americana da sempre: Obama ha ordinato 528 attacchi Drones, ha ammazzato 474 civili musulmani, dice Foreign Policy. Nell’ottobre 2015 un AC-130 americano ha sparato 211 proiettili per 30 minuti contro un ospedale di Médecins Sans Frontières a Kunduz in Afghanistan, ammazzando 42 ammalati. In Pakistan, scrive il Washington Post, negli ultimi 10 anni 600 civili pakistani sono stati sterminati per gli attacchi Drones, glielo dice Ben Emmerson, che ha compilato le liste dei cadaveri di gente comune innocente per l’ONU. Ci dice The Intercept, il web magazine di Glenn Greenwald, il giornalista che lanciò il caso Edward Snowden-NSA, che il Pentagono ha sbagliato target in Afghanistan 19 volte su 21 attacchi consecutivi, massacrando solo civili. Sempre Drones. Neppure li contarono. Ma sono donne coi seni, bambini coi pantaloncini, ragazzine, operai. Anche loro, non solo a Manchester. Bè non ci si meraviglia, visto che il New York Times nel 2012 già scriveva che il governo USA “in effetti conta come terrorista qualsiasi maschio ammazzato da un Drone e che appaia di età militare, senza uno straccio di prove”. È tragico, veramente straziante, che nello stesso giorno in cui il britannico The Independent fa la prima pagina sulla strage di Manchester, nelle pagine interne vi sia riportato questo: “Un totale di 225 civili, incluse 36 donne e 44 bambini, sono stati massacrati nell’ultimo mese in Siria dai bombardamenti di Trump”. E questa è l’ultima abietta coda della storia, 225 a 22. Più l’olocausto delle invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq. Chi ha iniziato? Noi, e con una violenza inaudita, settant’anni fa. Prove alla mano. Chi ha perseverato? Noi. Chi ha detto alla CBS che 500.000 bambini iracheni morti di stenti per le sanzioni USA-GB era “un prezzo che valeva la pena pagare”? La Ministra USA Albright. L’avesse detto Bin Laden di 500.000 bambini francesi… 500.000 bambini negretti musulmani… come suona? Come 500.000 bolli dell’auto, eh? Yes. Poi ci meravigliamo di Manchester. Loro non dimenticano. L’accademico americano di origine pakistana Hassan Abbas, membro Senior della Asia Society americana e autore di The Taliban Revival ha detto: “Il programma di massacri extragiudiziali americano crea più terroristi di quanti ne potrà mai ammazzare”. Retail Terrorism, non li fermeremo mai più, a meno che non ce ne andiamo dalle loro terre e li lasciamo ai loro affari, alle loro guerre, alle loro culture, ma smettiamo di rubargli le risorse, di terrorizzarli, di usarli come pedine, e di ammazzarli come mosche, senza che nessuno qui accenda una candelina, mai.

 

Paolo Barnard

 

 
Vaccini e Alitalia PDF Stampa E-mail

31 Maggio 2017

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Da Comedonchisciotte del 25-5-2017 (N.d.d.)

 

Cosa c’entra la questione vaccini con la crisi dell’Alitalia? Niente. O forse molto. Dipende dalla capacità di leggere nessi forse nemmeno tanto nascosti. Da ormai due anni è in atto una forsennata campagna di allarmismo terroristico nei confronti dell’opinione pubblica basata sulla necessità di incrementare le vaccinazioni di massa, giudicate in leggera flessione statistica. Non questo o quel vaccino in particolare: ma tutti, sempre, per qualunque problema. Si è partiti con articoli e interviste allarmanti sulle epidemie prossime venture (inesistenti picchi di meningite e pandemie di morbillo), si è continuato con lettere intimidatorie delle ASL a casa dei genitori riluttanti, si arriva al capitolo finale, con una legge in incubazione che vieterà l’ingresso a scuola ai non vaccinati e, quindi, obbligherà di fatto, l’intera popolazione giovanile ad adempiere al diktat. Ok, ma l’Alitalia? Ci arriviamo.

 

Il fatto che molte famiglie abbiano scelto in questi anni di non vaccinare i figli e si ostinino a difendere la loro scelta, nonostante il dispiegamento di questa feroce campagna (senza precedenti), è solo un’altra manifestazione di quella diffusa “sfiducia nelle élite”, che è un dato costante e caratteristico di questa epoca. Una volta, il camice bianco, lo scienziato, il “dottore” (figura archetipale della Conoscenza oscura e salvifica), con il solo carisma della funzione e del titolo di studio, esercitavano un’indiscussa egemonia sul popolino, che ne riconosceva acriticamente l’autorità specialistica. Idem per le altre figure preposte alla direzione della società: il politico-amministratore, il banchiere, il dirigente di polizia, il giudice. Mettere in discussione ruoli e competenze delle élite era possibile solo per ristrettissime minoranze critiche, perché la stragrande maggioranza della popolazione non aveva gli strumenti culturali per dissentire dai “gruppi dirigenti”, dai loro linguaggi specialistici, dalle loro ingiunzioni spesso inspiegabili. Chi stava “in basso” era più o meno rassegnato a delegare ai piani superiori la gestione delle grandi questioni che oggi collochiamo nella dimensione etica e bio-politica. Oggi non è più così. Una larga fetta di popolazione, generalmente i settori un po’ più dinamici e informati, nutre un sospetto e uno scetticismo critico “a priori” sulle competenze e sui moventi di ogni gruppo dirigente. È un fenomeno trasversale e secondo alcuni questa sorda e ostile sfiducia di massa, che corre lungo l’asse verticale “basso-alto” della società, è l’essenza di quello che viene definito “populismo”. Una recente inchiesta statistica lamenta il fatto che molti genitori sono andati in questi anni a cercarsi sul web informazioni sui vaccini, finendo vittime di quelle che i curatori delle inchieste definiscono costernati come le “solite bufale”. Senza entrare nel merito di una faccenda medico scientifica assai complessa, pare un atteggiamento saggio quello di muoversi autonomamente e acquisire informazioni. Perché si dovrebbero delegare acriticamente la salute propria o dei figli ad un medico di base o, peggio, alle burocrazie sanitarie? Perché ci si dovrebbe rassegnare all’idea che sia il presidente della Regione – non di rado mediocrissimo funzionario di partito – a decidere le delicatissime strategie di salute pubblica? Non è forse più saggio esercitare un giudizio critico “a priori” rispetto all’affidarsi (sempre “a priori”) a quella classe medica che ogni tanto – in autorevoli suoi segmenti – viene investita da inchieste giudiziarie (non bufale, ma atti delle Procure) mentre esercita sperimentazioni di massa sui pazienti del Servizio Sanitario pubblico per conto di Big Pharma? È a costoro che si dovrebbe consegnare integralmente il delicato tema politico della salute? Tra l’altro l’impressione è che spesso i medici, massa proletarizzata di lavoratori della sanità pubblica, non facciano che ribadire i contenuti delle circolari ministeriali che gli arrivano sulla scrivania. Non hanno le competenze proprie dell’immunologo o dell’epidemiologo, non adottano nemmeno il protocollo minimo richiesto da qualsiasi somministrazione medica: conoscenza preventiva della storia del paziente e osservazione successiva e prolungata nel tempo degli effetti del farmaco somministrato (tutte pratiche incompatibili con il “vaccinificio industriale”). È in tale quadro che il cittadino cerca autonomamente informazioni dove e come può, essendo sostanzialmente vietato da un clima isterico (decisamente antiscientifico) ogni serio e rigoroso dibattito pubblico in materia. E qui si apre l’altro grande nodo di questi tempi: l’uso del web e la questione di chi gestisce l’infosfera ingovernabile della “pubblica opinione”, che tanto inquieta le élite globali. Esisteva un tempo una verità ufficiale capace di imporsi nel discorso pubblico, a cui tutti gli operatori del settore umilmente concorrevano. Tale monopolio del discorso pubblico (di cosa si parla e come se ne parla) pare ormai decisamente incrinato. Si mettano l’anima in pace scienziati, politicanti e giornalisti. I buoi sono usciti e sempre meno gente aderirà ciecamente al pastone mainstream che viene propinato ogni sera nei telegiornali o nei compunti editoriali antipopulisti.

 

E l’Alitalia? Cosa ha a che fare l’Alitalia con la questione vaccini? Il nesso tra i due contesti – vaccini e vertenze – va cercato sul medesimo terreno minato, quello del consenso e della fiducia nei “dirigenti-specialisti”. Nell’ultimo referendum in cui i lavoratori del gruppo hanno votato in massa contro l’ipotesi di accordo, in ballo c’era proprio un “pacchetto” di misure confezionato ad arte da tutti i “professionisti” della gestione delle crisi, convocati attorno a un tavolo in cui, come in una sceneggiatura, tutti i ruoli erano noti e definiti: gli amministratori del gruppo, gli investitori internazionali, i consulenti delle banche creditrici, i saggi politici intervenuti con sollecitudine per la salvezza della ex compagnia di bandiera, i sindacalisti buoni e responsabili. Oltre alla supposta autorevolezza di queste figure, incombeva anche qui il clima terroristico che era alimentato abilmente dai mezzi di comunicazione: “O votate SÌ o domattina siete disoccupati”. Un ben curioso esercizio di dialettica democratica. Si è detto ai dipendenti di Alitalia: “Ci dispiace, ragazzi; dobbiamo sforbiciare salari, tutele e occupazione, ma che volete mai, dovete conservare pazienza e fiducia, gli specialisti siamo noi, vorreste forse rivendicare il diritto alla gestione di una compagnia aerea? Dateci il vostro consenso, perché è attraverso quello che vi salveremo”. Il no di massa dei lavoratori è stato definitivo e fulminante: un’epidemia di dissenso. Qual è il segno politico di tale pronunciamento? Uno solo: “Non ci fidiamo più. Vogliamo vedere il gioco. Non ci fate più paura. Vediamo di cosa siete capaci”. Una sfida lanciata dal basso che ha sparigliato i soliti vecchi giochi, generando un panico confuso tra consiglieri di amministrazione, sottogoverno, sindacalismo di stato, editorialisti: una manica di cialtroni che alla prova dei fatti, sbugiardati e sfiduciati, mostrano tutta la loro pochezza, l’assenza di strategie e di ogni visione che non sia spolpare, spezzettare e svendere la memoria industriale di questo paese.

 

Torniamo ai vaccini. Se dovesse passare una legge sulle vaccinazioni coatte, che succederà di fronte a migliaia di genitori che rivendicheranno il diritto di decidere, comunque, della salute dei propri figli? Che succederà se sfideranno le autorità scolastiche, portando i loro ragazzi a scuola per adempiere a quello che, almeno fino ad oggi, in Italia, è un obbligo di legge? Finirà che deciderà il Tar del Lazio. Come è “normale” che sia in un paese patetico come questo, in cui ai piani alti della società, mentre si esibisce la protervia modernizzatrice, serpeggia una ottocentesca paura del “popolo” – sempre evocato, omaggiato, blandito, ma sotto sotto temuto per le sue imprevedibili reazioni. Le élite italiane sono oggi così deboli, prive di autorità e di egemonia, che ormai l’azione di governo si esercita solo attraverso il comando amministrativo, la decretazione d’urgenza a cui segue, di solito, l’ammucchiata bi-partisan. Sul piano sociale, questa debolezza si manifesta in tante vertenze sindacali o territoriali: tra i Palazzi del potere e le comunità (critiche o rancorose) spesso c’è solo una sfilza di celerini. Niente altro in mezzo. Nessun potere può reggere a lungo su una base di consenso così fragile: un po’ di truppe in camice bianco (i chierici delle varie corporazioni di regime), un po’ di truppe in divisa blu, e in mezzo uno sparuto drappello in giacca e cravatta che twitta moniti e minacce, isolato e intimorito.

 

Una nota finale sulla questione delle libertà. Il sistema tardo-liberale fa di questa parola la sua fonte di legittimazione e la sua bandiera: si va in Afghanistan a liberare le donne in burqa, si svende il patrimonio pubblico per liberalizzare l’economia, si ridisegna tutto il quadro dei diritti individuali per allargare la libertà della persona. Ma se c’è un’opzione o un diritto collettivo che cozza con gli imperativi del mercato (vedi la libertà di scelta terapeutica) la reazione del sistema è feroce come un missile Hellfire che piomba su una festa di matrimonio a Kandahar: la retorica pubblica sulle libertà, viene sostituita dalla riemersione delle vecchie care parole d’ordine della società disciplinare – proibire, censurare, espellere, ingabbiare, controllare. Le retoriche del politicamente corretto, del contrasto al populismo, delle isterie securitarie, si sostituiscono in un battibaleno alle ciance sulla libertà e i diritti. Se hai abbastanza soldi puoi farti fare un figlio con maternità surrogata da una disgraziata in Romania: ma se il pupo si vaccina o no (ciò che attiene alle grandi scelte di salute pubblica e business) questo lo decideranno loro.

 

 Giovanni Iozzoli

 

 
Un'intervista illuminante a Brzezinski (1998) PDF Stampa E-mail

30 Maggio 2017

 

Un’intervista illuminante a Brzezinski (1998).

 

Da Appelloalpopolo del 28-5-2017 (N.d.d.)

 

L’ex direttore della CIA, Robert Gates, ha dichiarato nelle sue memorie [“From the Shadows”] che i servizi segreti americani iniziarono ad aiutare i mujaheddin in Afghanistan 6 mesi prima dell’intervento sovietico. In questo periodo lei era consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter; ebbe dunque un ruolo importante nella questione. È giusto?

 

Sì. Secondo la versione storica ufficiale, l’aiuto della CIA ai mujaheddin sarebbe iniziato durante il 1980, vale a dire dopo che l’esercito sovietico aveva invaso l’Afghanistan il 24 dicembre 1979. Ma la realtà, tenuta finora segreta, è completamente diversa. Infatti fu il 3 luglio 1979 che il presidente Carter firmò la prima direttiva per l’aiuto segreto agli oppositori del regime filosovietico di Kabul. E proprio quel giorno scrissi una nota al presidente in cui spiegai che a mio avviso l’aiuto avrebbe indotto un intervento militare sovietico.

 

Nonostante questo rischio, lei era un sostenitore di questa operazione segreta. Ma forse lei desiderava l’intervento sovietico in guerra e mirava a provocarlo?

 

Non è proprio così. Non spingemmo i Russi a intervenire, ma aumentammo consapevolmente la probabilità che lo facessero.

 

Quando i Sovietici giustificarono il loro intervento affermando che intendevano combattere contro un coinvolgimento segreto degli Stati Uniti in Afghanistan, nessuno credette loro. Tuttavia c’era un fondamento di verità. Oggi si pente di qualcosa?

 

Pentirmi di cosa? Quell’operazione segreta fu un’idea eccellente. Ebbe l’effetto di attirare i Russi nella trappola afgana e lei vuole che me ne penta? Il giorno in cui i Sovietici attraversarono ufficialmente la frontiera scrissi al presidente Carter che avevamo l’opportunità di infliggere all’URSS il suo Vietnam. Infatti per almeno 10 anni Mosca ha dovuto portare avanti una guerra insostenibile dal governo, un conflitto che portò alla demoralizzazione e infine al crollo l’impero sovietico.

 

Neanche si pente di aver sostenuto il fondamentalismo islamico, di aver dato armi e consigli ai futuri terroristi?

 

Che cos’è più importante per la storia del mondo? I Talebani o il collasso dell’impero sovietico? Qualche musulmano esaltato o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?

 

Qualche musulmano esaltato? Ma si è detto e ripetuto che oggi il fondamentalismo islamico rappresenta una minaccia mondiale.

 

Assurdo! Si dice che l’Occidente dovrebbe avere una politica globale rispetto all’Islam. Questo è stupido. Non c’è un Islam globale. Considerate l’Islam in modo razionale e senza demagogia o emotività. È la prima religione nel mondo con un miliardo e mezzo di seguaci. Ma cosa c’è di comune tra il fondamentalismo saudita, il Marocco moderato, il militarismo pakistano, il secolarismo filooccidentale egiziano e quello dell’Asia centrale? Nulla più di ciò che unisce i paesi cristiani.

 

Traduzione di Paolo Di Remigio

 

 
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