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Direzioni imprevedibili PDF Stampa E-mail

16 Luglio 2018

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Da Appelloalpopolo del 14-7-2018 (N.d.d.)

 

Interpretare gli avvenimenti in corso come l’espressione dello scontro fra globalisti e sovranisti, pro o contro l’Unione Europea, o come un problema umanitario di atteggiamento del governo italiano verso i migranti, non deve impedirci di cogliere la questione, non meno importante e vitale, del ruolo che l’Italia ha non solo il diritto ma anche il dovere e quasi l’obbligo di svolgere nel “suo” Mediterraneo, dove sono minacciati i suoi supremi interessi nazionali e la sua sicurezza. L’Italia è l’unico grande paese europeo che può opporsi alla diarchia franco-tedesca perché questa è, in sostanza, sul piano geopolitico l’Unione Europea. Da quando è nata, Germania e Francia non hanno mai concepito una politica estera comune, ma hanno curato i loro interessi nazionali, spartendosi aree di influenza corrispondenti per la Germania all’Europa centrale fino ai Balcani, e per la Francia ai paesi del sud e al Mediterraneo. Perciò, l’Unione Europea, oltre che un organismo sovranazionale a tutela degli interessi di ceti finanziari, di unioni bancarie, di cartelli di produzioni multinazionali, si è rivelata, intesa come diarchia, anche uno strumento di potere geopolitico in versione brutalmente neocoloniale. All’interno di questa compagine la Francia non ha mai abbandonato l’antica velleità di considerare il Medio Oriente e l’Africa del Nord una sorta di suoi protettorati.

 

Va osservato che, mentre l’egemonia geopolitica tedesca si estende tutta, grosso modo, all’interno del perimetro europeo, quella francese tracima e dilaga su territori extracontinentali. Fino a oggi, l’intesa a due dentro l’Unione Europea ha consentito alla politica estera francese di dissimulare una costante pregiudiziale anti-italiana, considerando l’Italia un paese irrilevante da tenere all’angolo e da indebolire, sistematicamente, fin dagli anni Sessanta del secolo scorso, con una ostilità sorda, sommersa, ma oggi difficile da sottacere o camuffare. I ‘cugini’, ostinati nel loro “complesso di superiorità” e di grandeur, non hanno mai placato le loro ambizioni egemoniche, culminate nel 2011 con la scellerata aggressione alla Libia. Appoggiata dai Dem americani di Obama, sempre presenti ma defilati per non sporcarsi le mani, la guerra perseguiva lo scopo principale di sottrarre all’ENI il petrolio di Gheddafi e guastare a Roma i buoni rapporti con Tripoli. Il caos, in cui precipitò la Libia dopo l’uccisione del Colonnello, fu la prima fase di un piano di riassetto dell’intera area nordafricana, che mostrò una nuova spartizione dell’influenza in queste zone ricche di risorse, a discapito della presenza italiana. Ora, al centro della contesa italo-francese non sta soltanto la Libia, crocevia tragico di flussi migratori, ma anche un paese vitale per la nostra sicurezza come la Tunisia e il Sahara, dove transitano e si formano i gruppi terroristici. Con l’assassinio di Gheddafi, con l’appoggio francese alle forze cirenaiche, con il colpo di stato interno del dicembre 2011, con le ondate dei migranti, non è esagerato affermare che l’Italia, in conflitto di fatto con la Francia, ha subito la peggiore disfatta della sua storia dalla Seconda guerra mondiale.  La ripresa dei flussi migratori dalle coste libiche ha schiacciato il nostro Paese in difesa nel “suo” mare in uno scontro ora palese sui migranti, ma che cela quello sostanziale sul controllo del petrolio e delle risorse nordafricane. È un conflitto che smentisce la favola pluridecennale narrataci dagli impostori politici e mediatici sull’Unione Europea come garante, in assenza di una politica estera comune, della pace e della concordia tra gli stati membri.

 

L’immigrazione massiccia e incontrollata, – fenomeno anch’esso di libera circolazione – interno al disegno politico attuato con la moneta unica e i trattati, rientra nella logica del sistema liberista. Quasi inavvertito nei mesi successivi alla morte di Gheddafi, è poi proseguito con il governo Monti in un crescendo che ha colto di sorpresa il popolo italiano che, dal 2012, osserva riversarsi in Italia flussi ininterrotti di migranti. Dirigenti infami, interni ed esteri, disapplicando accordi europei di redistribuzione comunitaria, hanno deliberatamente bloccato migliaia di persone entro i nostri confini. Il fenomeno è di proporzioni tali da far intuire l’applicazione di un piano condiviso e giocato tra accondiscendenze nostrane e imposizioni estere, mirato a destabilizzare l’Italia.  Traghettamenti e sbarchi che avvengono tramite flotte di navi ong, definite ipocritamente umanitarie, sempre più numericamente consistenti e sventolanti variegate bandiere, non possono che essere organizzati e finanziati da centri di potere stranieri. I migranti, dei quali – è ormai assodato – solo il 7% fugge da una guerra, concentrati nei centri italiani, fungono da solvente sociale versato e sparso per indebolire il Paese dall’interno ed esporlo, economicamente stremato, alla progressiva disgregazione territoriale e sociale: conseguenza non colta o lucido obiettivo di annientamento a lungo termine? La guerra libica e l’incipit immigratorio palesò l’abituale autolesionismo italiano, espresso da una masnada di dirigenti “democratici”, alcuni dei quali anche presidenti del consiglio, storicamente cooptati o corrotti dalla gauche francese. Nell’ultimo decennio questa legione straniera, infliggendo politiche di austerità e di frontiere aperte, ha prodotto il collasso politico-elettorale propedeutico all’esecutivo gialloverde. Il nuovo governo, mutando radicalmente la politica estera italiana, ha recuperato una certa autorevolezza rispetto ai governi precedenti (obiettivo di facile conseguimento e di non eccessivo sforzo, considerato il grado di estrema abiezione in cui le schiene curve l’avevano precipitata).  Il merito può essere attribuito ai cittadini elettori che, rivolgendosi verso le istituzioni, riscoprono inaspettatamente lo Stato nazionale e il valore delle frontiere e la loro difesa. La presenza dello Stato, sollecitata per trovare soluzioni alla dimensione immigratoria difficilmente integrabile o assimilabile nell’arco di pochi anni, può diventare l’intervento invocato anche dal bisogno di difendersi dalle devastazioni sociali del sistema liberista. Se il governo italiano riuscisse a bloccare gli sbarchi e con essi il piano di destabilizzazione dell’Italia, acutizzando, di conseguenza, il livello di scontro sulla Libia, e dunque il conflitto geopolitico con la Francia, la diarchia franco-tedesca potrebbe andare in crisi, entrando in una fase di instabilità politica, che provocherebbe un ricambio di ceti dirigenti ai vertici dei due paesi tramite un’affermazione elettorale di forze e partiti “populisti”. È a quello stadio che la diarchia alias Unione Europea avvierebbe l’implosione, prima ancora che un governo di un qualsiasi paese membro possa o voglia tentare un’uscita dall’euro o un irrealistico riesame dei trattati. La decomposizione potrebbe accelerare il suo corso, non solo perché il blocco alla libera circolazione delle persone, – specie se accompagnato per corollario anche dalla sospensione di “Schengen” -, avrebbe conseguenze sul mercato del lavoro – esito da non sottovalutare -, ma anche perché innesterebbe un effetto domino sugli altri fattori che reggono il sistema dell’economia liberista, ossia merci, capitali e servizi. Non sarà automatico, ma è quello che può succedere. La Germania ordoliberista non può rinunciare a “Schengen” senza rischiare il crollo dell’intero sistema.

 

Delle conseguenze geopolitiche di un blocco totale ed intransigente dell’immigrazione i membri del governo italiano potrebbero non avere chiaro intendimento; e può darsi che il ministro degli Interni stia muovendosi al solo scopo di mantenere promesse elettorali, su cui ha messo la faccia e scommesso il suo destino politico, ma indirettamente, lui ignaro di sommovimenti che lo sovrastano, starebbe lavorando obiettivamente per lo scioglimento dell’Unione Europea, propiziato da un conflitto geopolitico al di fuori della sua area. Se la Francia di Macron, accecata da vana cupidigia neocoloniale fino al punto di considerare l’immigrazione come arma di guerra geopolitica, non riuscirà a domare uno stato membro troppo a lungo considerato una servile colonia, l’Unione Europea potrebbe rivelarsi una “tigre di carta” e dissolversi prima ancora di quanto si speri o si auspichi, o si progetti. Se impossibile o remota si presenterà una tentata strategia comunitaria sui flussi umani, la questione migratoria travolgerà fatalmente il progetto eurounionista, rivelando l’Unione Europea istituzione debole e incapace di controllare e di ricomporre gli interessi diversi o addirittura opposti dei tre paesi più grossi. Alla lunga un organismo, tenuto insieme solo da moneta e ordoliberismo, non potrebbe garantire la coabitazione di paesi che confliggono sul pianerottolo di casa per totale disaccordo sulla gestione dei flussi e dell’accesso alle risorse di territori extraeuropei. La convivenza diventerebbe impossibile, specie se l’attuale governo americano, espressione di un altro State non più deep, non intenda agevolare i progetti neocoloniali francesi sul nord Africa, né quelli tedeschi sui mercati globali. A quel punto per l’unione europea può prospettarsi una critica scissione a catena, a fronte della quale la Brexit, primo sintomo della crisi, retrocederebbe storicamente a preannuncio di scarsa importanza.

 

Gli eventi si muoveranno in direzioni impreviste e imprevedibili fino a pochi anni fa. Per la prima volta, dopo decenni di asservimento, si aprono per l’Italia spazi di manovra diplomatica sia sulla sponda mediterranea che su quella atlantica, – sempreché ceti dirigenti ne siano all’altezza – per recuperare, almeno in parte, un’autonomia di Stato indipendente ma non ancora sovrano, non solo a livello politico, ma anche economico e finanziario. Infine, la competizione geopolitica esplosa all’interno della UE per assicurarsi l’influenza su territori extracomunitari, riporterebbe la politica in primo piano e confermerebbe che il primato dell’economia può e deve essere un fenomeno storicamente provvisorio.  Niente sta ineluttabilmente scritto. Prima o poi l’ambizione di esercitare il potere da parte di nuovi ceti non espressi dalla finanza o dai mercati, o il subentro di nuove oligarchie ai vertici di stati sovrani, predomina e annienta qualsiasi pretesa di dominio sui popoli da parte di finanzieri e mercanti. Prima o poi una reazione popolare, inizialmente prepolitica, prende inaspettatamente il sopravvento, diventa consapevole istanza politica e spazza via tutto un sistema di libera e globale circolazione di capitali, merci e persone, a prescindere dalla volontà di uomini che si illudono di padroneggiare gli avvenimenti in corso senza fare i conti con la Storia.

 

Luciano del Vecchio

 

 
Una squadra troppo bianca PDF Stampa E-mail

15 Luglio 2018

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Da Comedonchisciotte del 13-7-2018 (N.d.d.)

 

In questi giorni, la politica identitaria sembra essere dappertutto. Dal punto di vista di questi novelli identitari, la cosa più importante di una persona è se essa appartiene al giusto gender, al giusto colore o alla giusta etnia. Perciò, quando un giornalista del Guardian guarda la squadra di calcio inglese, non vede undici esseri umani. Al contrario, valuta la squadra in base alle sue caratteristiche politiche, razziali e culturali. “Se questa squadra rappresenta qualcuno, allora rappresenta il 48% dei Remainers” [gli oppositori della Brexit – N.d.T.], ha affermato Steve Bloomfield sul medesimo giornale. Come mai? Perché sono giovani, la squadra ha “undici giocatori di colore” e “la maggior parte di essi vive in grandi città.” Il giornalista considera veramente questi giocatori uno spot pubblicitario a favore della permanenza nell’UE. Sono benedetti da ciò che alcuni dei Remainers considerano una buona identità, e, senza dubbio, condividono il disprezzo di Bloomfield per quegli odiosi xenofobi che avevano votato per la Brexit.

 

Quando i sostenitori della politica identitaria guardano una partita, non vedono delle persone che giocano al pallone. Il loro sguardo si focalizza esclusivamente sulla composizione etnica, razziale e culturale delle squadre. Dal loro punto di vista, la Coppa del Mondo ha molto poco a che vedere con il football, è piuttosto un campo di battaglia dove è possibile portare avanti la causa della politica identitaria e del multiculturalismo. Gli identitari e i loro alleati dei media occidentali non perdono mai l’occasione per ricordare alla gente che l’organizzazione della Coppa del Mondo in Russia ha dato a Putin l’opportunità di promuovere la sua propaganda. Non c’è dubbio che gli organizzatori russi, come gli organizzatori di tutte le altre Coppe del Mondo della storia, possano essere interessati ad usare un evento del genere per portare avanti un po’ di diplomazia pubblica. Ma i detrattori di Putin non riescono a capire che sono loro stessi a superare il Presidente russo quando si tratta di politicizzare la Coppa del Mondo. Tanto per cominciare, i critici di Putin avevano sperato che i resoconti delle spregevoli e razziste folle russe che maltrattavano gli innocenti tifosi occidentali avrebbero permesso loro di segnare qualche gol politico in più. La stampa e le ONG occidentali avevano consigliato ai tifosi di stare alla larga dalla Coppa del Mondo per i rischi che avrebbero potuto correre a causa dei Russi xenofobi. La realtà si è dimostrata poi completamente diversa. Si poteva letteralmente sentire il senso di delusione nella voce del giornalista della BBC, mentre riferiva di come i tifosi inglesi fossero rimasti deliziati dall’amicizia e dalla cordialità dei loro ospiti russi. Non avendo scoperto folle pronte al linciaggio, i guerrieri culturali hanno puntato le loro armi contro un altro crimine culturale commesso dalla Russia: il fatto che la sua squadra di calcio non sottostà al dogma del multiculturalismo ed è troppo bianca. La maggior parte dei veri appassionati di calcio valuta i giocatori sulla base della loro bravura e sul contributo che essi danno alla squadra. Non sono particolarmente interessati all’aspetto dei giocatori e, con l’eccezione di una minoranza di razzisti, non sono ossessionati dal colore della pelle dei giocatori. Però, non è questo il modo in cui i giornalisti del multiculturalismo concepiscono il football. L’identità culturale prevale su tutto il resto. Come riportava un titolo della rivista Mother Jones: “La nazionale russa è troppo russa, questa è una delle ragioni per cui uscirà a bomba dalla Coppa del Mondo.” L’autore di questo articolo, Clint Hendler, aveva detto la settimana scorsa, prima della sconfitta della Russia, che “come la Russia scenderà in campo… i tifosi vedranno una nazionale che non assomiglia affatto alle favorite del torneo: Brasile, Francia, Germania, Spagna o Belgio.” Come mai? Perché la squadra russa è formata interamente da ‘giocatori bianchi’. L’articolista aveva predetto che la Russia sarebbe stata estromessa dalla competizione e questo perché le mancavano le giuste credenziali multiculturali. Sarebbe uscita al primo turno, aveva detto, e ciò avrebbe rappresentato un “imbarazzante rimprovero all’approccio insulare di questa nazione nei confronti di quello che, da lungo tempo, è lo sport globalista per eccellenza.” Hendler e i suoi amici “analisti”, chiaramente, di calcio ne sanno molto poco: la Russia non è stata estromessa al primo turno e, nonostante il presunto handicap di avere in campo solo giocatori bianchi, è riuscita comunque a battere la Spagna, una delle nazioni calcisticamente più forti. In ogni caso, i detrattori dei giocatori bianchi non sono realmente interessati alla qualità del loro calcio. La loro preoccupazione principale è quella di sfidare l’impertinente rifiuto del multiculturalismo da parte della Russia.

 

Alcuni commentatori hanno citato la squadra multietnica svizzera come contro-esempio positivo alla apparentemente triste e totalmente bianca Russia. In un articolo intitolato: “La nazionale russa alla Coppa del Mondo resiste alla multietnicità presente negli Svizzeri e in altre squadre,” Pete Baumgartner, di radio Free Europe, aveva contestato alla Russia il suo rifiuto ad abbracciare il multiculturalismo. Francesi, Tedeschi, Belgi e Inglesi venivano poi parificati agli Svizzeri come fulgidi esempi di multiculturalismo. Si dà il caso che i fautori del multiculturalismo e della diversità siano poi essi stessi molto selettivi sulle squadre da criticare per la loro omogeneità. Non hanno sollevato nessuna obiezione sulla squadra nigeriana o su quella senegalese, entrambe con giocatori esclusivamente di colore. Non hanno neanche condannato la squadra giapponese, colpevole del reato culturale di mettere in campo solo giocatori giapponesi. Anche l’Iran è stato scusato. È abbastanza chiaro che la loro preoccupazione principale riguarda il fatto di essere bianchi. Il bersaglio di questi guerrieri del multiculturalismo sono le squadre che appaiono troppo bianche. L’aspetto più sconcertante di questo informale disprezzo verso la squadra russa è che si considera l’essere bianchi alla stregua di una forma di vita inferiore. Nell’odierna gerarchia delle identità, “bianchezza” è l’equivalente di “pessima identità.” Essere bianchi significa possedere l’identità meno attraente. La campagna contro l’omogeneità culturale, in realtà, serve a trasformare il fatto di essere bianchi in identità negativa, cosa che dovrebbe comportare sentimenti di inferiorità culturale. Questo è il motivo per cui, oggigiorno, sia nella cultura popolare che in quella elitaria, la parola “bianco” è spesso accompagnata da una smorfia. E se uno rispondesse dicendo: “Va bene, sono bianco, e allora?” è probabile che finisca con l’essere accusato di essere un suprematista bianco. L’ossessiva denigrazione della “bianchitudine” è diventata così puerile che, senza volerlo, ha dato origine ad una narrativa razzista. E, comunque, questi identitari anti-bianchi credono veramente di essere antirazzisti. In verità, etnicizzando il mondo del calcio, dopo averlo già fatto in moltissimi altri settori della vita quotidiana, mostrano solo quanto essi siano legati ad un nuovo genere di ideologia razziale.

 

Frank Furedi (traduzione di Markus)

 

 
"ComoditÓ" Ŕ la parola chiave PDF Stampa E-mail

14 Luglio 2018

 

Da Comedonchisciotte dell’11-7-2018 (N.d.d.)

 

Dicono che l’Italiano è scontento. A me non sembra. L’Italia brulica, certo, di uomini livorosi, che sentono l’ingiustizia sulla loro pelle, ogni giorno, e, perciò, odiano. Eppure, a parte qualche filippica e qualche travaso di bile, spesso espettorato in situazioni al limite dell’esasperazione (file negli uffici pubblici deserti di personale, mezzi pubblici soffocanti e rigurgitanti di abusivi del mezzo pubblico, traffico incandescente su raccordi e consolari), non si notano empiti di rivolta autentica. Le parole, anche le più virulente, cadono nel vuoto; e per vuoto si intende la qualità dell’incorporeo: non c’è nulla, dico: nulla, che filtri questi umori e li materializzi in un gesto assieme materiale e simbolico in grado di mettere a disagio il potere. […]

 

Il pensiero 876 di Giacomo Leopardi, questo formidabile osservatore imbevuto di classicità: “… amor di patria … si trovava in ciascun individuo … che calore in difenderla, in procurare il suo bene, in sacrificarsi per gli altri … Osservate i nostri tempi. Non solo non c’è più amor patrio, ma neanche patria. Anzi neppur famiglia. L’uomo … è tornato alla solitudine primitiva” individua con esattezza la regressione sociale in atto nel mondo moderno. E cosa significa tornare alla solitudine primitiva? Equivale a cadere nell’egoismo estremo, ovvero nel solipsismo per cui la propria individualità esaurisce il mondo e la conoscenza; oppure nello straniamento, in una sorta di autismo per cui la realtà esteriore gira a velocità impazzita e incomprensibile. L’unica via sarebbe adeguarsi … non è sempre possibile, tuttavia; per inclinazioni, gusti individuali, studi, esperienze. E allora si diviene altezzosi o misantropi; o si esiste, semplicemente, vegetando, un giorno dopo l’altro; oppure si persegue inconsciamente il proprio suicidio: i cosiddetti femminicidi, o gli omicidi-suicidi, la droga, le perversioni estreme sono tutti segni della dissoluzione infelice. E però la maggioranza è rifluita con mitezza da pecora nella nuova solitudine primitiva. Gli piace, forse. In cosa consiste la solitudine primitiva? In un edonismo a bassa tensione, ove l’individuo rinuncia di spontanea volontà (così egli crede) a qualsiasi definizione sociale e umana pregressa, rendendosi indistinto e parte di una comunità fallace; una solitudine ricca di agi (così egli crede) ove tutti i rapporti sono resi comodi dall’entità superiore capitalista e racchiusi in pochi click: rapporti di lavoro, affetti, mestieri, talenti, arte. La comodità è la parola chiave. Il divano la seconda parola chiave. “Comodamente” è avverbio decisivo dei tempi nuovi. Persino le banche divengono “amiche”. Con un click, dal proprio smartphone, comodamente seduti sul proprio divano. Di recente conio è “Easybank” o “Buddybank”: buddy, amico, anzi: amicone, l’amico del cuore, quello che non tradisce, quello da pacca sulla spalla. I mestieri e i talenti? Lo stesso. Con comodi click diventerete quello che vorrete: cantanti, ballerini, pittori, indossatrici e quant’altro. L’esperienza insegna: quello non era nessuno e adesso … a diciott’anni, è milionario … e che ci vuole a ballare così, dipingere così, cantare e suonare così … La solitudine del primitivo consiste nella placida accettazione di tali menzogne. La qualità va a picco? Non c’è problema: basta annientare il ricordo e innescare la grancassa per l’ultimo film, l’ultima canzone, l’ultimo ritrovato, l’ultimissimo spetezzo che ci propinano. Young Signorino? Va benissimo, tanto chi si ricorda più gli Area o Battisti? Fedez, da ascoltare in MP3, con cuffie da dieci euro, o auricolari da due euro, cinesi, in modo da non capire un acca di ciò che si ascolta e l’unica cosa che rimane in mente è un ritornello indegno pure dei Baci Perugina, ma buono per il tam tam. “Comodamente” si rimorchia pure, con un click. Ci sono app per invertiti, pervertiti, per scorfani, per cuori solitari. Alla fine si rimedia qualcosa, lo scannatoio è salvo … solo che rimangono esclusi tutti quei tramestii intorno all’amore in cui, incredibilmente, l’amore, di fatto, consisteva. Personalmente, alle medie inferiori, ho mandato numerosi bigliettini d’amore, per interposta persona. Le risatine delle destinatarie si sprecavano, ma che importava? Bigliettini … ma che minchia ci scrivevo? Dovevo essere pazzo. “Mi piaci, vuoi metterti con me”, simili corbellerie. Alle elementari ero innamorato di una biondina, Rossana, molto ordinata e compunta. Alla fine delle lezioni, verso l’una e mezza, alcuni di noi, fra cui il misantropo che leggete, erano assegnati al servizio di vigilanza e sfollamento: muniti di una paletta di legno bicolore (costruita da sé stessi con legno, traforo e qualche vernice rimediata non so dove) si facevano defluire con regolarità le decine di classi e sezioni della scuola. La paletta sul rosso fermava i torpedoni degli alunni; girata sul verde li autorizzava all’uscita. Io ero assegnato al pianterreno. Prima o poi sarebbe arrivata lei, con i suoi compagni vocianti. Ero felice, davvero. La giornata passava in un attimo. Prime due ore di lezione, la ricreazione! Il consueto succo di frutta: distillato dalla mia vecchia, ovviamente! Succo d’arancia! Non si potevano sprecare soldi! E una fetta biscottata! Il cornetto-al-bar-cento-lire era sbraco trimalcionesco da primavera, quando le arance finivano il proprio corso naturale, assenti i discount … Altre tre ore e, finalmente, la corvée della paletta! Me ne importava assai del mondo quando avevo lei! Da vedere per cinque secondi, o di più: quindici, venti, sulla rampa delle scale, sempre la stessa, la classe bloccata dall’implacabile rosso che esibivo con voluttà: lei, molto linda, in grembiule bianco con fiocco azzurro, la frangetta color lino sugli occhi scuri, seri e un po’ melanconici, la cartella rigida, di un elegante marrone senape … e poi il verde della paletta: e la classe defluiva, e lei arrivava nei miei pressi … e, a volte, mi guardava pure! Ditemi se questa non è felicità, provate a negarlo. […] La politica era mezza morta, ma ci si credeva ancora. Si andava a messa e si votava democristiano; si adorava il duce e si era fascisti: si odiavano i fascisti e si era comunisti. Un vago torpore prendeva, però, i gangli dell’impegno sociale. Si era tali per inerzia, o eredità paterna, non per scelta propria. Si andava alla Festa dell’Unità per mangiare, a messa per chiedere la raccomandazione al parroco, si lisciava il busto del duce perché il comandante Tal dei Tali, fascistissimo, poteva ungere le ruote dell’arruolamento. Mani Pulite avrebbe finito per schiantare su commissione gli architravi marci della Repubblica; ci si ritrovò, quindi, non più per appartenenza storica, ma schierati su fronti già decisi dal potere. Il referendum di Mariotto Segni segnò il punto massimo di abiezione politica: un bel maggioritario all’americana, pasticciato come nostro solito, eppure … I due poli, un po’ vivacizzati dalla guasconeria del Piduista Gaudente, servivano un solo padrone, ma con soluzioni, drappi e urla di singolare forza mistificatrice. E ci si scannò per vent’anni mentre il Programma andava avanti indisturbato. Gli schianti si susseguivano: Jugoslavia, Iraq … il mondo nuovo si allargava, prosperando, e il denaro si trasformava sotto i nostri occhi di italianuzzi provinciali, da mezzo in unico fine, da marchetta reale in nodo scorsoio intangibile. Drumont, l’Esecrabile: “Noi vogliamo spezzare questa feudalità nuova, così brutale, ma più codarda dell’antica, dalla feudalità dell’oro che è ben peggiore di quella del ferro. Noi vogliamo la riunione di una Camera di Giustizia che giudichi le operazioni eseguite da qui a cinquant’anni indietro dai Capi dell’Alta Banca Internazionale, e che faccia restituire alla collettività ciò che è stato rubato”. E chi la spezza più la feudalità, non più codarda, bensì melliflua e ora addirittura amica, buddy. Se penso a tutte le invettive comuniste lanciate contro gli Agnelli … Agnelli Gianni, con quello stupido orologio sul polsino, Agnelli che insidia Monica Guerritore a sedici anni, Agnelli che si lancia dal suo yacht, cazzo al vento, nelle incontaminate acque di qualche inaccessibile paradiso tropicale … Zuckerberg, invece, si compra isole intere … viene da ridere e piangere … un usuraio come Zuckerberg, in fondo un amico, uno che “comodamente” ci mette in relazione con il mondo intero titillando l’amor proprio con i like, le foto, i cani col berretto, l’umanesimo da prestidigitazione … le campagne altruiste … una feudalità amica, comoda, da pace perpetua … l’amor patrio distrutto, secondo Giacomo Leopardi, dall’amore universale … il passo l’ho citato in qualche vecchio post … non si può dire che Giacomino difettasse di preveggenza … gli mancava solo la parola: facebook … o qualcheduna consimile … ONU, NATO, UNICEF, FAO … “quando tutto il mondo fu cittadino romano, Roma non ebbe più cittadini …” ecco, ora l’ho ricordata … povero Giacomo, solitario e sperduto, a Napoli, senza amici e donne, e con quel vizio dei gelati che lo perse, letteralmente … Alberto Savinio, ovvero Andrea De Chirico, ci scrisse un bell’articolo … scandaloso … Il sorbetto di Leopardi … ove descriveva quell’anima geniale schiantata da “una leggera colite che i napoletani chiamano ‘a cacarella’…”Insinuarsi dolcemente, spossessare ciò che è sempre stato nostro, ridicolizzare il sacro, il senso … in cambio di che? Di qualche monetina, della comodità, della pace da divano … il mondo nuovo è liofilizzato, devitalizzato, bonario, pacioso … pace e bene … Si può anche confrontare il Mondiale di Calcio del 1982 con questo del 2018. Mai viste partite così lineari e senz’anima. Arbitri ineccepibili. Campioni di cartone. Pubblico folto e di inattaccabile correttezza. Un successo. Di politica non si parla: è divisiva e non fa audience: Shaqiri e Vida son stati subito rimbrottati per le loro insorgenze nazionalistiche. Il passato deve passare, del tutto. Il VAR, dal canto suo, interviene, tutto a posto, nessuno si lamenta. Di ogni ciabattata possiamo seguire tutte le angolazioni e prospettive possibili, ventiquattro mi pare. La personalità dei giocatori, il loro fegato, la loro furia atrabiliare pare essere stata risucchiata da qualche marchingegno della bontà. Rimpiango Breitner, col suo barbone da professore tedesco di filologia, il perfido Stielike, Eder, quello brasiliano, dal sinistro affilatissimo: faceva cadere, da venti metri, un paio di guanti da portiere posati sulla traversa … senza toccare la traversa … il tappo Bruno Conti da Nettuno … soprannominato MaraZico … dopo che Gentile annullò i due sudamericani … ma queste scemenze già le ho scritte … mi sa che il 1982 fu l’ultima estate perfetta che passai … con la televisione in bianco e nero … ora c’è Neymar, un’altra truffa, Mbappé, l’eroe diciannovenne delle periferie parigine … chissà se vincerà la Francia, col suo eroe negher … o l’Inghilterra, mezza proletaria e mezza immigrata, in modo da rimpolpare abbracci europeisti messi temporaneamente in dubbio dalla Brexit … Brexit oggi a un punto morto … mi toccherà tifare i leopoldini belgi? Messi, Ronaldo … pupazzetti … con quei capelli impomatati, i tatuaggi, le barbette, le sopracciglia delineate .. ma che gente è? Gente da venerare, comodamente seduti sul divano, mentre, con un click, si ordina la partita che si vuole … […]

 

L’unico tentativo di fuggire, in un mondo nuovo che non prevede scampo, è il distacco totale. Un buddismo rimodernato, che rinuncia a tutto: alla carne, anzitutto, alla convivialità, alla natura, all’arte. Un suicidio che assomiglia al primo, insomma, ma paludato con vecchi stracci. Già oggi un buon dieci per cento mi pare abbia rinunciato all’amore. In giapponese il fenomeno ha già un nome. Le passioni saranno estirpate con un click, a richiesta. Si morirà tappati in casa, vergini, gli schermi azzurrini che osservano una stanza, una vita da rampicante malaticcio: si muore, comodamente. Prevedo un nuovo lavoro: l’estrattore di salme. Nessuno rinnova più l’account dei social, o del calcio e di Rollerball; inutile aspettare che qualche vicino o parente segnali la presenza o l’assenza dell’interessato: la multinazionale, allarmata, spedisce, così, una mail automatica all’estrattore di salme che si reca al cubicolo d’alveare. Lì trova l’essere, comodamente seduto sul divano, bianchiccio, larvale, mezzo mummificato, i corn flakes in una ciotola essiccata, lo smartphone spento, nell’ultimo empito di collegamento all’Easy Bank, i visori fissi su Canal Xtreme … i costi dell’estrazione? A carico dello Stato Universale … nei corridoi silenziosi del policondominio, intanto, altri cadaveri, ancora in vita, attendono la futura estrazione … se ci fossero attori se ne potrebbe ricavare un film.

 

“Una società può nascondere per molto tempo le sue lesioni mortali mentre ormai è già morta e non le resta altro che essere seppellita”. La fin absolue du monde.

 

Alceste

 

 
Critica della meritocrazia PDF Stampa E-mail

13 Luglio 2018

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Da Rassegna di Arianna dell’11-7-2018 (N.d.d.)

 

[…] Dopo la lunga ubriacatura collettivista dell’uguaglianza forzata che intossicò la nostra giovinezza, il metronomo si è improvvisamente spostato, in ossequio al trionfo liberale, sull’enfatizzazione del merito. Nessuno dei due principi regge alla prova dei fatti concreti. Marx non propugnò mai l’uguaglianza assoluta, anzi mutuò dagli Atti degli Apostoli la celebre espressione “Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”. Il merito secondo i liberali si basa sulla glorificazione dei peggiori attacchi alla dignità delle persone, con le massime diseguaglianze economiche (le uniche care ai pretoriani del mercato misura di tutto) che vengono fatte passare per naturali. È una gigantesca giustificazione dell’ingiustizia, poiché in una società meritocratica nel senso oggi attribuito alla parola, non ottenere risultati diventa una colpa individuale. Sei tu che sei inadeguato, tu non sei capace di lottare, rispettare gli standard, competere. Il perdente nel gioco al massacro è colpevole, fatti suoi se dovrà contentarsi delle briciole o addirittura del nulla. La meritocrazia vigente, diciamolo senza paura, non è altro che la capacità, insindacabilmente decisa dall’alto, di adeguarsi al sistema dopo aver ricevuto un’istruzione strumentale a cui attenersi. Tutt’al più si tratta di un’abilità, non certo del “merito”, che è qualità intellettuale unità a preparazione, cultura, iniziativa.

 

Il principio negativo è l’ossessione di misurare, valutare, catalogare, tipica del nostro tempo e dell’ideologia dominante. Una dirigente del Forum della Meritocrazia, un organismo di cui non avvertivamo la mancanza, avverte che “misurare è sempre il punto di partenza migliore “. Questo è vero se si vuole conoscere la distanza tra due punti, il peso di qualcuno o il tasso di colesterolo. La retorica dell’oggettività dei criteri “scientifici” non funziona con le persone, a meno di selezionarle in base alla statura, al peso o al gruppo sanguigno. Non si può misurare il merito, che è una qualità, attribuendogli un punteggio, una scala di valore quantitativo. Quantità e qualità sono due insiemi indipendenti, irriducibili, come l’olio non si scioglie nell’acqua. La verità è che tutto, da qualche decennio, deve essere misurabile in termini di performance. Si tratta di una falsa retorica dell’oggettività, autorappresentata come una modalità incontestabile in quanto rapporta ogni cosa al valore di scambio, ovvero al costo. Di qui il successo del modello dei quiz a risposta multipla in tempi ristretti, i punteggi assegnati ai più fantasiosi elementi dei curricula (da compilare in un modello prestabilito, detto europeo, pena l’esclusione dalla valutazione), l’eccessiva importanza di percorsi e competenze costruite appositamente per formare un certo tipo di candidato, quello che diventerà meritevole, quindi cooptato nei posti che contano. Questo ci sembra il punto decisivo: il nuovo criterio meritocratico è in realtà assai antico. Sono meritevoli coloro che si adeguano più docilmente alla volontà del potere, alla logica dominante, al pensiero corrente. Per questo la scuola subordina il pensiero critico del sapere umanistico alla conoscenza tecno-scientifica, specializzata nel conoscere i meccanismi, ma incapace di verificare le ragioni, scoprire i risvolti, indagare i perché. Per lo stesso motivo è in atto nel mondo del lavoro una gigantesca sostituzione dei quadri più esperti con i più giovani. Spazio ai giovani è senz’altro giusto, ma l’anzianità, oltreché esperienza, oggi svalutata per la rapidità dei cambiamenti, significa(va) maggiore capacità di giudizio, soprattutto una più tenace resistenza al nuovo ordine. L’età, del resto, in un senso o nell’altro, non è un merito, ma una circostanza; Amintore Fanfani, la cui carriera fu lunghissima, sosteneva che “se uno è bischero, è bischero anche a vent’anni”. La conseguenza è la sostituzione della giustizia con l’efficienza, nonché la generalizzazione del conformismo, divenuto più che mai un merito, esattamente come l’appartenenza, familiare, politica, sindacale, a gruppi di potere, clan interni. La partita è truccata all’origine, la selezione ha regole ingiuste, tanto da far considerare meno iniquo il principio di uguaglianza. Il motivo è la fanatica riduzione di tutto alla misura, alla quantificazione orientata a ottenere omologazione, consenso acritico, cinismo nella competizione e indifferenza ai principi morali. La conclamata meritocrazia odierna altro non è che un inganno volto a riprodurre senza discussione gli scopi, le indicazioni, le metodologie del sistema di produzione e direzione vigente, fondato su obiettivi di breve termine e la riduzione della persona a risorsa umana eterodiretta da protocolli impersonali, regole e procedure prestabilite, indiscutibili, inderogabili. Tende quindi ad escludere più di prima le personalità critiche, dotate di carattere, meno facili da inquadrare negli schemi, definiti senz’altro inaffidabili, ergo privi di meriti. In tale ottica, la meritocrazia liberale è speculare al frusto egalitarismo, entrambi costruzioni ideologiche di opposti regni della quantità. Il comunismo di ieri e il liberismo di oggi restano fratelli le cui opposte polarità tendono a neutralizzarsi. La loro relazione ricorda un detto toscano: da Montelupo si vede la Capraia, Dio li fa e poi li appaia. Dovrebbe essere invece ristabilita un’antica saggezza del diritto romano accolta dal cristianesimo, suum cuique tribuere, dare a ciascuno il suo. Un principio del diritto civile applicabile ad ogni ambito di vita. Gli uomini non sono uguali, è ingiusto trattarli o valutarli alla stessa maniera; il rispetto della dignità di ciascuno impone un giudizio personalizzato, caso per caso. Poiché il merito è una qualità, non può essere ridotto a grafici, tabelle, quiz a crocette, punteggi arbitrari il cui peso è stabilito a priori in base non a un ideal-tipo, ma al profilo standard preferito dall’oligarchia per ciascun anello della catena gerarchica. Il merito è diventato la somma algebrica del valore d’uso e del valore di scambio degli esseri umani, secondo l’interesse della cupola tecnocratica. […]

 

Roberto Pecchioli

 

 
Alieni e alienati PDF Stampa E-mail

12 Luglio 2018

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Da Rassegna di Arianna del 10-7-2018 (N.d.d.)

 

Ma l’Italia, nel frattempo, dove si è cacciata? Siamo tutti concentrati, con rabbia, angoscia, curiosità e tifo acido, sul governo e l’Europa, sui migranti in mare e le magliette rosse col rolex, l’orco Salvini, il fenomeno Boeri, il livellatore Di Maio, il Renzi furioso e la sinistra rotta come un vaso di Pandora. Seguiamo ogni giorno lo spettacolo di queste contorsioni, siamo tornati a occuparci di politica come non ci accadeva ormai da tempo, ma per inveire e maledire, come se fossimo in curva sud, allo stadio, all’ultimo stadio. Ma noi, chi siamo? Dico noi, popolo, nazione, cittadinanza… Siamo agglomerati ringhiosi d’individui, masse d’asporto e magma ribollente di indignazione pubblica a uso privato. Ma non riusciamo a pensarci, a vederci, a essere un popolo, una nazione, una comunità. Anzi, mai come ora siamo uniti solo da ciò che odiamo, facciamo lega solo contro qualcuno, ma non ci sentiamo connazionali. A unirci sono i migranti e i loro impresari o frenatori; a unirci è la paura e l’odio verso chi governa o chi detiene ancora le chiavi del potere mediatico-giudiziario. A livello internazionale ci unisce più l’antipatia verso Trump e Putin o Macron e la Merkel, che la simpatia verso costoro. Ci sentiamo tutti sotto il tacco di una dittatura infame. Merdogan, per dirla in linguaggio colorito. Ma poi differiscono i colori della dittatura. Governativa. Europea. Economica. Giudiziaria. Plebea. Settaria.

 

Leggevo l’altro giorno, stupito e quasi commosso, l’appello di Ernesto Galli della Loggia ai giovani perché siano loro a rifare e ripensare l’Italia. Generosissima utopia, pensare che i giovani possano avere la premura di rifare l’Italia. Non sanno nemmeno cosa sia, non l’hanno mai conosciuta, la loro patria è il web, il loro futuro è il mondo, la loro cultura è erasmus, a essere generosi. A voler essere realisti, dobbiamo amaramente dire che l’Italia del presente è un non luogo abitato da due etnie di alieni ed una, di vecchi rancorosi. Le prime due etnie di alieni sono così costituite. Da una parte ci sono i ragazzi, estranei all’Italia per cause indipendenti dalla loro volontà, perché nessuno gliel’ha detto che sono italiani, gliel’ha spiegato, gliel’ha fatto capire con l’esempio e con la scuola. Dall’altra ci sono i migranti, che non vengono in Italia ma fuggono da casa loro, cercano non la patria di Dante ma il Bengodi, il paese della cuccagna o del benessere, che si chiama Occidente, Europa, Modernità, Televisione, e da ultimo, forse, Italia. Estranei alla nostra civiltà ma desiderosi dei nostri consumi, estranei alla nostra storia, alla nostra religione, alla nostra cultura, ma conoscitori della nostra tv e del nostro spettacolino quotidiano, più papa, ong e roba varia. La prima etnia, i giovani, è con la testa fuori dall’Italia, alcuni anche realmente, soprattutto se hanno una testa (i cosiddetti cervelli in fuga). I secondi alieni venuti da lontano, disperati, ci vedono come una piazzola di ristoro, un corridoio umanitario, un luogo in cui vestirsi, mangiare, avere il telefonino, lavorare o forse no e magari poi tentare il passaggio in altri paesi più organizzati. Oltre le due etnie di alieni, ci sono gli alienati, cioè gli autoctoni, detti italiani, che sono ormai contraddistinti dal rancore. Vivono inveendo e comunicano solo per manifestare disprezzo, odio e furore contro gli altri. L’Italia è un paese che ha una lunga consuetudine di guerra civile, di faziosità e lotte di campanile. Ma stavolta è peggio, perché i partigiani in lotta non condividono i sogni ma solo gli incubi, sono uniti dal disprezzo, congiunti dall’odio e dalla paura. Vale per tutti, non solo per i nemici che abbiamo difronte. Vale a destra come a sinistra, se serve ancora questa topografia. Vale al nord come al sud, isole incluse e perfino a Roma. Vale tra gli umanitari che odiano assai più di quanto amino, e vale per i realisti che detestano i migranti e i loro impresari molto più di quanto amino i compatrioti. Ci sono ormai fossati incolmabili o quasi, che non ci permettono più di comunicare senza insultarci a vicenda. E noi vorremmo, caro Ernesto, rifare l’Italia, ripensare l’Italia? Sì lo vogliamo, anzi lo voglio ardentemente, e qui sono costretto a parlare a titolo personale, sapendo che non sono in molti a condividere. Ma ci vuole una forza d’animo, una sublime cecità, e uno sprezzo del ridicolo, prima che del pericolo, per credere ancora in quella cosa lì chiamata Italia. L’assurdo è che ora ci accusiamo di nazionalismo e xenofobia quando siamo semmai xenofili e abbiamo sempre desiderato la patria d’altri. In un paese colonizzato dall’alto e invaso dal basso, il vero problema è l’italofobia. Non si tratta di odiare gli stranieri, ma più semplicemente di amare l’Italia e la nostra civiltà.

 

Marcello Veneziani

 

 
La favola bella Ŕ svanita PDF Stampa E-mail

11 Luglio 2018

 

Da Rassegna di Arianna dell’8-7-2018 (N.d.d.)

 

Di solito è un momento assai triste quello in cui le favole si dissolvono davanti alla cruda realtà: i bambini ci restano malissimo, ed è comprensibile. Se ne va la poesia, se ne va l’ingenuità, se ne va, almeno in parte, l’incanto del mondo. Poi bisognerà ricostruirlo, per evitare di scivolare nel cinismo. C’è un caso, tuttavia, nel quale il momento della dissoluzione delle favole è altamente positivo: quando le favole vengono costruite per ingannare e quando a bersele non sono i bambini, ma gli adulti e, magari, i popoli interi. Ed è questo il caso della Favola Bella per eccellenza, per antonomasia: la favola delle Nazioni Unite, del mondo nuovo che sorge dalle macerie del fascismo e del nazismo (e anche, trascurabile dettaglio, dai due funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki); la favola della Pace ritrovata che genera la Concordia, la Solidarietà, la Cooperazione, il Bene Comune, tutte cose le quali, a loro volta, generano il Mercato Comune Europeo e, a piccoli passi, l’Unione Europea. Un mondo dove tutti si vogliono bene, nessuno pensa più a scavalcare, a fregare, a sfruttare l’altro; dove ciascuno non pensa, né desidera, che il bene di tutti, la sicurezza di tutti, la tranquillità di tutti; dove ogni sorta di contese, di meschine rivalità, di sporchi giochi nascosti, di egoismi nazionali, sono ripudiati per sempre, e, al loro posto, subentrano la ricerca disinteressata dell’armonia universale, della cooperazione leale e della più coerente e rigorosa trasparenza diplomatica. Un mondo dove non ci sono più nemici (tranne quelli d’oltre Cortina, beninteso fino al 1990) e dove le antiche inimicizie hanno cessato, per incanto, di esistere, in un fraterno abbraccio di popoli: senza più distinzioni fra grandi e piccoli, fra ricchi e poveri, e, soprattutto, fra vincitori e vinti. Una favola più bella di così… Cominciata con il pane bianco già nell’estate del 1945, generosamente donato dai liberatori americani, e proseguita con gli aiuti del generosissimo Piano Marshall, indi illustrata dalla concessione dell’indipendenza alle ex colonie, in un clima di signorile fair-play, come nel caso dell’India, la colonia più ricca e importante di tutte, dalla quale i britannici se ne andarono senza farsi ulteriormente pregare, con lo stile di perfetti gentlemen che, come tutti sanno, da sempre li caratterizza.

 

La favola aveva cominciato ad andare in crisi già da un bel po’, e specialmente dopo la fine della Guerra fredda. Bisogna dire, peraltro, che quelli che ci avevano creduto più di tutti, o ai quali era stata rifilata in dosi più massicce, erano proprio gli italiani; gli altri popoli, probabilmente, non ci hanno mai creduto per davvero, anche se i capi di Stato e di governo, almeno a parole, ne reclamizzavano gli slogan come se ci credessero anche loro. Certo, segnali per rendersi conto che era solo una favola, ce n’erano stati anche troppi,  sin dall’inizio: dal Trattato di Parigi del 1947, che aveva trattato l’Italia da nazione vinta e umiliata, ciò che del resto si meritava; ma la cruda realtà venne coperta sotto densi strati di cortine fumogene, perché, altrimenti, sarebbe caduta l’aura ideale della quale le classi dirigenti s’erano ammantate, nel compiere la conversione di centottanta gradi dal fascismo all’antifascismo, dalla dittatura alla democrazia, dal nazionalismo all’americanismo e al suo braccio armato e ideologico, l’atlantismo. […] Ad ogni modo, nessuno sa auto-ingannarsi e auto-illudersi più e meglio degli italiani, quando ci si mettono di buona lena, cioè quando ne hanno la convenienza; perché, se non ce l’hanno, sono uno dei popoli più smaliziati e impietosamente critici al mondo, fino al limite del cinismo. Addirittura, quando finì la Guerra fredda, con la caduta del Muro di Berlino e, poi, la dissoluzione dell’Unione Sovietica, ci furono delle anime belle, ancora immerse nella dolce favola della solidarietà europea e della leale collaborazione fra le nazioni, le quali si chiesero cosa mai ci stesse ancora a fare l’Alleanza atlantica, e perché non venisse sciolta, come la logica avrebbe voluto: visto che non c’era più il nemico… Ma di un nemico, anzi, di un Nemico con la maiuscola, di una minaccia permanente ai Valori del Mondo Libero, i vincitori anglosassoni (doppiamente vincitori: della Seconda guerra mondiale nel 1945, della Guerra fredda nel 1991) avevano comunque bisogno, tanto è vero che non persero tempo a crearlo addirittura: Al Qaida, il terrorismo islamico, l’11 settembre, eccetera. Nella loro stupidità, non videro che il nemico c’era per davvero, e stava facendo passi da gigante: la Cina comunista o, piuttosto, postcomunista, con la sua economia in rapidissima ascesa. Ed ecco una serie di guerre apparentemente inspiegabili, su scenari sempre più “sbagliati” (in realtà, esattissimi), dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Libia alla Siria: sempre volute dalla coppia di ferro Stati Uniti-Gran Bretagna, e sempre con gli altri Stati europei al rimorchio, più o meno di buon grado. Per quanto riguarda l’Italia, che pure aveva partecipato a una serie di spedizioni militari “di pace”, dal Libano alla Somalia (e prima ancora nel Congo, dove alcuni nostri aviatori erano finiti mangiati vivi), è arrivato, alla fine, il momento in cui la Favola Bella si è incrinata irreparabilmente ed è andata in frantumi. Quel che non avevano insegnato agli italiani né le vicende di Trieste, fino a 1954; né la fine di Mattei, di Moro e di Craxi; né il coinvolgimento dei servizi segreti americani (e israeliani) nelle stragi degli anni di piombo, e, infine, neppure il proditorio attacco alla Libia del 2011 (che fu, a tutti gli effetti, un attacco contro l’Italia), e il successivo colpo di stato della finanza internazionale che costrinse alle dimissioni il governo Berlusconi, gli italiani lo hanno appreso, definitivamente e inequivocabilmente, dal Consiglio Europeo del 28 e 29 giugno 2018. La storia dirà che è stato allora che la Favola Bella si è dissolta e gli italiani, anche i più ingenui, e, quel che più conta, anche gli uomini di governo, peraltro legittimati da un preciso mandato popolare (ciò che non accadeva dal 2011), hanno dovuto prendere atto che di una favola si trattava; che le relazioni fra gli Stati europei avevano seguito, dopo il 1945, esattamente le stesse linee guida anteriori al 1939, con la sola differenza che le guerre non si erano più fatte con gli eserciti, ma con la finanza; che l’eterno egoismo francese, la gretta stupidità tedesca, l’astuta perfidia britannica, erano tali e quali quelle che avevano già svolto un ruolo decisivo nello scoppio dei due conflitti mondiali; che ciascuno aveva sempre seguito, e continua a seguire, il proprio egoismo nazionale, nella maniera più spudorata, all’ombra delle frasi gentili e della diplomazia fasulla di Bruxelles; e, più ancora, che gli Stati si erano trasformati in agenzie di import ed export per gli interessi finanziari delle grandi banche, a cominciare dalla Banca Centrale Europea, banca privata, privatissima (ad onta del nome), nei cui interessi non ci sono mai stati il lavoro, il benessere, le pensioni, la scuola e la tutela degli interessi dei cittadini e dei popoli europei.

 

Il primo a rendersene conto deve essere stato il nuovo capo del governo, Giuseppe Conte: una persona pulita, che non viene dai giochi di palazzo e che si è accinto al suo compito con autentico spirito di servizio verso il popolo del quale è stato chiamato a difendere gli interessi. La cosiddetta emergenza dei migranti è una di quelle congiunture croniche e semi-permanenti che consente di misurare la differenza che esiste, in Europa, fra le chiacchiere e i fatti. Che l’Italia sia stata lasciata da sola e che abbia dovuto sobbarcarsi oneri pesantissimi, questo a parole lo riconoscevano tutti; e l’hanno riconosciuto anche i due partner europei di maggior peso, Macron e Merkel, coi quali Conte, giustamente, aveva avuto degli incontri preliminari, proprio per preparare il terreno alla richiesta italiana di rivedere la Convenzione di Dublino. Ma al summit di Bruxelles del 28 e 29 giugno scorsi, anche Conte, insieme a sessanta milioni d’italiani, ha dovuto prendere atto che né Macron, né Merkel, né alcun altro, in Europa (e tanto meno gli “amici”, a cominciare da Tajani) tengono nel minimo conto le assicurazioni e le promesse verbali; che ciascuno è ferocemente preoccupato di difendere il proprio tornaconto, anche solo di bottega, come la Merkel, impegnata solo a salvaguardare il suo traballante governo; che nessuno, assolutamente nessuno, in Europa, ha mai creduto seriamente, neanche per un momento, che i problemi comuni, come le migrazioni, siano davvero comuni, fino a quando i singoli Stati trovano il modo di tutelarsi da sé, scaricando oneri e rischi su qualcun altro. Per cui il cerino in mano era stato sempre dell’Italia, la quale è vissuta, per una ventina d’anni, nella beata illusione che si trattasse di una situazione temporanea, di una contingenza destinata a finire, perché gli altri Paesi, prima o poi, si sarebbero fatti avanti e avrebbero assunto ciascuno le proprie responsabilità. Il merito di aver strappato l’ultimo velo della Favola Bella, che serviva unicamente a far passare da minchioni sessanta milioni d’italiani, è soprattutto di Matteo Salvini e della Lega. Se lui non avesse puntato i piedi sulla questione dei migranti, dei porti e soprattutto delle ONG, scoperchiando la pentola e mostrando a tutti le colossali menzogne e ipocrisie sulle quali nessuno aveva mai voluto gettare uno sguardo, la commedia sarebbe proseguita ancora, e l’Italia avrebbe continuato ad essere cornuta e mazziata. Ora, finalmente, le cose sono state mese in chiaro. Macron è solo un cinico egoista e uno spudorato mentitore: lui, che ha chiuso da un pezzo i porti francesi, viene a far la morale agli italiani, per la loro mancanza di umanità e di solidarietà verso i poveri migranti. La Merkel è un cadavere ambulante: ormai le importa solo di salvare la sua quarta poltrona di cancelliere, tutto il resto non conta, chi se ne frega dell’Europa; tanto più che la Germania, col suo colossale surplus commerciale (in barba a tutte le regole dell’Unione Europea) è il solo Stato che ci guadagna da questa Europa, ed è il solo Stato che, secondo giustizia e secondo verità, se ne dovrebbe uscire; ma ha troppa convenienza a rimanerci, per farsi pagare i conti dalla Grecia, dalla Spagna e dall’Italia. Gli inglesi, che non avevano mai cambiato la sterlina con l’euro, hanno già fatto vedere quanto importa loro dell’Europa. Polonia, Ungheria e gli altri Stati del gruppo di Višegrad giocano per conto proprio. La Grecia è distrutta; la Spagna è pronta a vendersi alle banche francesi e tedesche per mendicare un po’ di credito, e cerca di farsi bella accogliendo un paio di navi di migranti (dopo che l’Italia ne ha accolte a centinaia, senza ricevere ringraziamenti da alcuno). Ecco: da Giuseppe Conte all’ultimo italiano, finalmente una cosa è apparsa chiara: che la Seconda guerra mondiale non è mai finita, solo ha preso delle forme “civili” e “democratiche”; che Francia e Germania continuano a giocare alle primedonne, senza aver imparato assolutamente nulla dalla storia (la Francia dalla sua disfatta, la Germania dalle sue inutili vittorie), perché, come oggi direbbe Clausewitz, invertendo, per la proprietà transitiva, il suo celebre aforisma, la pace è la prosecuzione della guerra con altri mezzi. Logico, del resto: la seconda guerra mondiale è stata solo la prosecuzione della Guerra Civile europea, iniziata nel 1914 (o, se si preferisce, nel 1792: e a dichiararla fu la Francia rivoluzionaria all’Europa dell’ancien régime), che prosegue tuttora e non è mai finita, nonostante le parole altisonanti di Schumann, Adenauer e De Gasperi, parole buone per i gonzi, e infatti gli unici a crederci a lungo, troppo a lungo, sono stati i gonzi italiani. La lezione di Bruxelles del 28 e 29 giugno 2018 non è tuttavia solo questa: non è solo che ciascuno Stato deve riprendersi la sua libertà d’azione, e, se possibile, la sua sovranità monetaria, perché l’Unione Europea è solo una creazione artificiosa e parassitaria dei banchieri e dei burocrati, e non ha niente a che fare col progresso, la pace e la giustizia. C’è anche un’altra lezione, ancora più importante: che i popoli possono ancora contare qualcosa e costringere i propri governi a difendere i loro interessi, combattendo contro il mostruoso egoismo delle banche, contro il potere finanziario che vorrebbe la distruzione dell’Europa, la sua sommersione sotto il peso dell’invasione islamica camuffata da accoglienza, e l’asservimento dei suoi lavoratori sotto il peso di un debito pubblico creato ad arte dalle banche per ricattare in permanenza i popoli e rapinarli nel lavoro e nei risparmi...

 

Francesco Lamendola

 

 
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