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Milioni di giÓ immuni PDF Stampa E-mail

1 Dicembre 2020

 Da Appelloalpopolo del 29-11-2020 (N.d.d.)

I casi totali di Covid accertati in Italia sono 1.560.000. Il 31 luglio 2020 – data convenzionalmente scelta come conclusione dell’ondata iniziata a marzo – avevamo, invece, poco più di 245.000 casi accertati. Tolti i 35.000 deceduti, restavano 210.000 casi dei quali 199.999 risultavano guariti o negativi già il 31 luglio. È noto che gli infettati sono stati molto di più (se la letalità è generalmente intorno allo 0,6%, come si afferma da parte di vari scienziati, potremmo aver avuto quasi sei milioni di infettati nella ondata di marzo-luglio). Ma, non avendo certezza su quali soggetti si siano infettati e quali no, bisogna accontentarsi del campione dei 210.000 accertati.

Ebbene quante di queste 210.000 persone, infettatesi nella seconda ondata della stagione 2019-2020 (cosiddetta prima ondata), si sono reinfettate durante la prima ondata di questa stagione 2020-2021 (cosiddetta seconda ondata)? Quanti dei casi successivamente accertati, a partire dal I agosto, che sono 1.350.000 (1.560.000 meno 210.000) sono reinfezioni dei 210.000 infettati accertati nella ondata precedente? Ovviamente i calcoli che dobbiamo fare possono avere una certa approssimazione. Non si tratta di fare uno studio scientifico, nel quale rileva anche uno scostamento dell’1% o dello 0,3% e persino dello 0,1%. Si tratta di verificare se l’infezione dà immunità per alcuni mesi.

Il caso italiano di reinfezione è uno soltanto: il ciclista colombiano Fernando Gaviria, che appartiene ad una squadra del Friuli e che, essendosi infettato a marzo, ad ottobre è risultato positivo asintomatico (se era asintomatico anche a marzo non so). Ammettendo che si tratti di un caso reale e che non si tratti di un falso positivo – sebbene tutti gli esperti ammettano un tasso di falsi positivi dell’1% - si tratta pur sempre di un solo caso. Quanti dovevano essere proporzionalmente, se non fosse esistita nei 210.000 infettati tra marzo e luglio una qualche forma di immunità? Bisogna fare questa proporzione – il calcolo è grezzo scientificamente ma estremamente utile per scoprire la verità di massima: 60 milioni sta a 210.000 come 1.350.000 sta a x. Bene, se si fa il calcolo si scopre che mediamente dovevano essersi reinfettate circa 4725 persone. E invece se ne è reinfettata soltanto una. La possibilità di reinfettarsi a distanza di 4-8 mesi risulta da questa proporzione: 1 sta a 4.725 come x sta a 100. Se si fa la proporzione, viene fuori che x è pari a 0,02. Insomma noi sappiamo che l’immunità naturale nel tempo di 4-8 mesi in Italia ha protetto in una misura che si aggira attorno al 99, 98%.  Molto più della protezione offerta dai vaccini annunciati dalle varie case farmaceutiche, secondo quelle che probabilmente sono affermazioni esagerate e propagandistiche. Si aggiunga che i vaccini sono testati soltanto su soggetti sani, mentre la protezione che abbiamo avuto in questi 4-8 mesi in Italia riguarda anche soggetti deboli, con patologie diagnosticate, che si sono infettati, che ce l’hanno fatta a scampare alla morte, e che non si sono reinfettati. Infine si deve considerare che il tempo di protezione dimostrato dai vaccini non può essere, per ovvie ragioni, superiore a quello della sperimentata immunità naturale in Italia.

Questi quattro calcoletti, ripeto grossolani e quindi non scientifici ma altamente significativi, sarebbero in grado di farli tutti i giornalisti che intendessero dedicare 10 minuti al pensiero. E sarebbero in grado di farli anche medici e “scienziati”. Eppure non li fanno. I più anzi affermano che “l’immunità non esiste” o “dura poco” (perché quella del vaccino dovrebbe durare di più è un mistero, anche perché sul punto nessuna sperimentazione può essere stata fatta). Secondo questi medici e “scienziati”, seguiti da poco perspicaci giornalisti, l’immunità naturale o è del 100% o non serve. Invece, l’immunità data dal vaccino è utile anche se è del 90%, e, come hanno affermato molti medici autorevolissimi, sarebbe utile anche se fosse del 50%!

Questo è un vero e proprio cortocircuito del pensiero! Il cortocircuito genera certe pessime conseguenze.  A causa di esso si sta evitando di dire ai cittadini che i calcoli non sanno farseli, e a quelli che saprebbero farseli ma sono pigri e seguono “scienziati” medici e giornalisti coinvolti nel cortocircuito: i) che chi ha avuto covid tra marzo e luglio è risultato immune tra agosto e novembre nel 99,98% dei casi; ii) che sembrerebbe che l’immunità naturale sia più forte di quella del vaccino, almeno stando, da un lato, alla vasta esperienza italiana, che ha natura oggettiva,  e dall’altro alle chiacchiere annunciate dalle società farmaceutiche, che probabilmente contengono anche un po’ di propaganda; iii) che sarà interessante verificare se, nella seconda ondata della stagione 2020-2021 – che verosimilmente inizierà tra gennaio e febbraio – le 210.000 persone infettate tra marzo e luglio 2020 risulteranno ancora immuni fino al 31 luglio 2021.

Per ora, noi che abbiamo preso covid siamo immuni, per alcuni mesi, al 99, 98%. E siccome, come ci insegnano proprio gli scienziati, non esiste pressoché nulla al mondo che sia vero al 100%, diciamo che più immuni di come ci siamo dimostrati non si poteva essere. Non ce lo dicono, perché, in Italia, in materia di covid, si reputa generalmente che le verità che rasserenano non si debbano dire. Io credo invece che le verità vadano dette tutte, quelle belle e quelle brutte, e che, se proprio si debba un po’ mentire (ma non ne vedo la ragione), siano preferibili le menzogne che minimizzano rispetto a quelle che allarmano, che danno serenità anziché ansia, che spingono alla gioia anziché alla depressione, che invitano a festeggiare anziché a disperarsi, a fare nuovi bambini per compensare gli anziani che muoiono, anziché a piangere i morti. Ma ripeto la verità è che noi che abbiamo avuto covid siamo immuni al massimo livello desiderabile e pensabile.  Ora bisogna verificare la durata di questa stratosferica immunità; ma l’immunità naturale c’è ed è gigantesca. Siamo milioni, forse 10 milioni, in Italia, ad esserci infettati e per ora non abbiamo bisogno di alcun vaccino perché abbiamo un’immunità naturale accertata, che non è sicuramente inferiore a quella del vaccino e che non vi è alcuna ragione di credere sia più breve (potrebbe rivelarsi più breve di quella del vaccino o più lunga). Gli studi “scientifici” che indagano 30 o 50 casi di reinfezione nel mondo – dal venticinquenne del Nevada al pizzaiolo coreano - testimoniano soltanto che l’immunità non è al 100% ma al 98,98% e il loro uso strumentale e propagandistico, da parte di giornalisti e purtroppo anche da parte di medici e “scienziati”, volto a dimostrare che non c’è immunità, fa soltanto ridere chi ancora abbia la testa sulle spalle e non sia stato reso incapace di intendere e di volere dall’ansia generata dal sistema politico-mediatico. Abbiamo avuto in tutto nel mondo 50 milioni di infettati (accertati). O, nelle cosiddette seconde ondate, c’è qualche centinaio di migliaia di reinfettati o l’immunità c’è ed è notevole. Non serve uno studio “scientifico” per capire una cosa del genere. Basta il buon senso e non essere terrorizzati, quindi avere la possibilità di utilizzare il cervello, possibilità che con l’ansia viene meno.

Stefano D’Andrea

 
Il tracollo della civiltÓ PDF Stampa E-mail

29 Novembre 2020

 Da Appelloalpopolo del 15-11-2020 (N.d.d.)

L’isolamento a casa durante l’emergenza da nuovo coronavirus ha causato l’insorgenza di problematiche comportamentali e sintomi di regressione nel 65% di bambini di età minore di 6 anni e nel 71% di quelli di età maggiore di 6 anni (fino a 18). È quanto emerge da un’indagine sull’impatto psicologico e comportamentale del lockdown nei bambini e negli adolescenti in Italia, condotta dall’ospedale pediatrico Gaslini di Genova. Tra i disturbi più frequentemente evidenziati vi sono: l’aumento dell’irritabilità, disturbi del sonno e disturbi d’ansia”.

Andiamo con ordine. Cominciamo col dire che questo breve trafiletto, inserito nel FAQ governativo sulle conseguenze dell’emergenza coronavirus nei bambini, dovrebbe far saltare sulla sedia qualsiasi persona. Invece passa inosservato.

1. Il Governo è a conoscenza di questi dati. Se non prende decisioni in accordo a questi dati allora è dolo politico. 2. I problemi psicologici in così tenera età si traducono in

• Rallentato sviluppo intellettivo • Alterato sviluppo interpersonale e relazionale • Maggiore incidenza di malattie organiche • Maggiore incidenza di malattie psichiatriche gravi

Questi quattro domini potrebbero significare affermazioni del tipo “Mi suicido perché sono stato lasciato dalla ragazza”, “Ho già cambiato 5-6 lavori e non trovo nulla che mi piaccia”, “Il mondo fa schifo preferisco chiudermi nella mia stanza e non uscire più”, “Non vorrò mai figli”, “L’unica cosa che mi dà sollievo è la droga”. Insomma si tratterebbe di reati di violenza, tossicodipendenza, inconcludenza lavorativa, distacco familiare, autoisolamento sociale e altre cosucce di questo genere. Una belle generazione eh? Soprattutto una generazione che vedrà molti morti per cause non naturali, meno figli, meno progresso materiale e spirituale. E questo perché? Perché si preferisce generare disturbi nei bambini che dovrebbero correre liberi e abbracciarsi, andare a scuola e anzi essere particolarmente sostenuti e non reclusi in questo momento di difficoltà, al posto di prendere provvedimenti sulla popolazione davvero a rischio. Questo è il tracollo della civiltà e chi non se ne accorge ne è complice.

Davide Iezzi

 
La vita di un novantenne e quella di un bambino PDF Stampa E-mail

28 Novembre 2020

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 Dire che la vita di un novantenne vale quanto la vita di un bambino:

a) è falso, perché in un caso si perde mediamente qualche mese o anno di vita e nell'altro si perdono mediamente almeno settanta anni di vita e perché la morte di una persona molto anziana è comunque un approdo mentre la morte di un bambino è  una vita spezzata; b) è ipocrita, perché tutti sanno che si tratta di una falsità  per le ragioni indicate sub a); c) è immorale  perché  in ogni società che esprima una civiltà  e non sia dominata dall'individualismo nichilistico, si troverebbero almeno mille novantenni pronti ad immolarsi per salvare la vita di un bambino.

Ma viviamo nel regno della falsità, della ipocrisia e della immoralità, sicché non bisogna dire la verità che tutti sanno, perché altrimenti milioni di sgherri dell'ipocrisia - che come sempre indossano le vesti dei moralisti - ti accusano di essere insensibile e per l'eugenetica, quando invece tu hai semplicemente detto la verità.

Stefano D’Andrea

 
La posta strategica del Corno d'Africa PDF Stampa E-mail

27 Novembre 2020

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 Da Rassegna di Arianna del 21-11-2020 (N.d.d.)

Perché il conflitto in Etiopia, memorie coloniali a parte, ci interessa? La guerra del Tigrai che oppone le forze regionali al governo centrale di Addis Abeba coinvolge l’Eritrea ma anche la più grande posta geopolitica del Corno d’Africa: la diga sul Nilo Azzurro realizzata dalla Salini-Impregilo e dai cinesi assai temuta dall’Egitto e dal Sudan per le limitazioni alle vitali forniture d’acqua. La Diga del Rinascimento (Gerd) sarà la più grande del continente. I cinesi, che hanno investito 2 miliardi di dollari in turbine e generatori, ritengono questo progetto fondamentale. Per ora gli egiziani stanno a guardare ma è evidente che il conflitto interno nel Tigrai, già tracimato con la fuga di migliaia di profughi in Sudan, costituisce un elemento di forte destabilizzazione dell’Etiopia, il maggiore nemico dell’Egitto del generale Al Sisi con cui si è schierata anche l’America di Trump che ha tagliato drasticamente gli aiuti finanziari ad Addis Abeba, con l’ovvio risultato di rendere il Paese sempre più dipendente da Pechino.  Che il Nilo sia la linfa vitale dell’Egitto non è un mistero, è così da migliaia di anni. Il paese delle piramidi ottiene dal fiume più lungo al mondo circa il 97% della sua acqua e vede nella Gerd – alta 170 metri e lunga 1,8 km, dal costo di 4,5 miliardi di dollari, una minaccia alla propria esistenza. Soprattutto per la velocità con cui Addis Abeba vorrebbe riempirla, un paio di anni al massimo contro i 10-15 che propone il Cairo per continuare ad assicurarsi un flusso adeguato di acqua per la sua popolazione di oltre 100 milioni di abitanti che vive quasi interamente lungo le rive del Nilo. Il Sudan è meno preoccupato ma guarda ugualmente con sospetto e timore alle intenzioni degli etiopi.

Oggi la Cina è interessata all’Etiopia sulla base di un calcolo politico, oltre al fatto che la diga sul Nilo diventerà il più grande fornitore di elettricità del continente. Addis Abeba offre a Pechino un contesto in cui poter esercitare la propria influenza presso l’Unione Africana, la Commissione Economica per l’Africa dell’Onu e altre istituzioni come l’Oms. Inoltre Pechino ha aperto la sua base militare a Gibuti -altro cliente cinese- e l’ha collegata con una ferrovia ad Addis Abeba. Ma esistono anche ragioni economiche: l’Etiopia è il secondo stato più popoloso dell’Africa (112 milioni) e rappresenta un importante mercato per le merci cinesi. Non è un caso che Pechino abbia fatto di Addis Abeba il punto di arrivo e distribuzione anche verso altri Paesi africani degli aiuti per combattere il virus, Eritrea compresa. E che il premier etiope Abiy Ahmed, Nobel per la Pace 2019, sia in costante contatto con Xi Jinping ma anche con Putin. L’ipotesi di una guerra civile in Etiopia, con possibili coinvolgimenti a livello regionale, del secondo paese più popoloso del continente africano, basta da sola a far intravedere i rischi di una simile deriva. Eppure, sostiene l’Ispi, l’Istituto di studi di politica internazionale di Milano, si tratta di un’ipotesi tutt’altro che remota. Nel nord del paese l’esercito federale si scontra con le forze armate del TPFL, Il Fronte popolare di liberazione del Tigrai che è arrivato a colpire con i razzi l’aeroporto di Asmara, capitale eritrea, massacrando poi per rappresaglia contro Addis Abeba 34 civili su un pullman. I leader del TPLF sostengono che il premier etiope Abiy Ahmed occupi illegittimamente la posizione di capo del governo perché il suo mandato è scaduto. E hanno deciso di contravvenire alla decisione del governo di rinviare il voto organizzando elezioni regionali a settembre. Un voto dichiarato illegale dal governo centrale.  Ma le ragioni dello scontro tra il primo ministro e l’élite tigrina hanno radici più profonde. Anche se rappresentano solo il 6% della popolazione dell’Etiopia, composta da oltre 110 milioni di persone (gli altri gruppi etnici maggioritari sono Oromo e Amhara), i tigrini hanno svolto un ruolo preponderante nella coalizione di partiti su base etnica -il Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope (Eprdf)- che per 20 anni ha dominato la scena politica etiope. Nel 2018, con l’arrivo di Abiy, esponente dell’etnia degli Oromo, storicamente emarginata dal potere, la leadership tigrina è stata di fatto epurata, e le relazioni sono ulteriormente peggiorate dopo che Abiy ha sciolto la coalizione dell’Eprdf.

La guerra nasce da questa lotta etnica e di potere. “Sembra di vedere un incidente ferroviario al rallentatore” ha detto Dino Mahtani dell’International Crisis Group. Il timore è che il conflitto possa estendersi alle altre regioni, facendo esplodere le rivendicazioni delle diverse comunità che compongono il paese. L’Egitto resta quindi uno spettatore interessato a una possibile destabilizzazione e disgregazione dell’Etiopia, che potrebbe ostacolare il progetto della Grande diga etiope sul Nilo, la vera posta strategica del Corno d’Africa.

Alberto Negri

 
La scintilla PDF Stampa E-mail

25 Novembre 2020

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 Ci stiamo avviando dove non basterà un pretesto per trovarsi al punto di non ritorno? Nella burrasca la barca è messa alla prova e così il suo equipaggio. Scricchiola fino a far pensare al peggio. Strallo, sartie e paterazzo terranno? Cederanno alla furia? Tutti si chiedono. O senza albero andremo alla deriva, naufraghi, in un mare di nere fauci? Avremo almeno la forza per lottare con il più debole di noi per strappargli di mano un brandello di fasciame per stare a galla?

Quest’ultima, una domanda che fino a ieri non avremmo avuto il sentimento per concepire. Fino a ieri la barca non scricchiolava e le sartie cantavano la loro pacifica ballata. Fino a ieri avevamo creduto un futuro simile al passato. Nella sostanza e nei valori. Ma la burrasca ha mandato all’aria i sedimenti sui quali, nonostante tutte le iniquità, di fronte a noi vedevamo terra. Quella della società, dell’identità, della cultura e, tutto compreso, della civiltà. C’era comunque molto da fare e con quello che avevamo l’avremmo fatto. C’era il senso della vita, di se stessi. C’era una bussola che ci avrebbe portato in porto, alla faccia di tutte le deviazioni magnetiche. Sapevamo anche prima della tempesta come stavano le cose tra l’equipaggio. Antipatie, soprusi, prepotenze, minacce. Ma sentivamo che il destino era comune, che tutti avevano in sé il senso di operare per raggiungere in fondo la medesima terra. Insomma, le diatribe non erano sufficienti a generare gli ammutinamenti che molti, dentro se stessi, ringhiando minacciavano.

Ma ora che siamo al si salvi chi può, tutto è cambiato e, nonostante la peciosa notte, tutto è chiaro. Il SARS-CoV-2/Covid-19, ciò che attraverso la mediazione umano-politico-sanitaria ha messo in essere, non è che una specie di amplificatore della cacofonia sociale preesistente. Che altra sonorità sarebbe mai potuta uscire dall’individualismo, impostore di una vista avida e miope. Del resto, solo una società cariata che, in nome della globalizzazione, ha voluto gettare alle ortiche una cultura comune, non può crescere i suoi componenti e se stessa con i valori dell’evoluzione, ovvero quelli della bellezza, dell’armonia, della forza interiore, necessari alla via per la serenità esistenziale. Era così anche prima del mondialismo? È sempre stato così? Certo. Ma se prima per mantenere il controllo del popolo bue era sufficiente un giogo affinché credesse fosse quello il suo ruolo, oggi disponiamo di un’estensione di consapevolezze che permetterebbero anche al bovino di prendere coscienza di se stesso, di divenire felino. Infatti, prendere coscienza di qualcosa ha sempre il valore di un cambio di prospettiva.

Dal bollettino meteo non ci sono notizie rassicuranti. La burrasca perdurerà. Al momento siamo solo prossimi all’imbocco del toboga argilloso e sempre più ripido. Chi non procede a testa bassa, concentrato su se stesso, chi si guarda in giro per restare in relazione col mondo, per sentire le vibrazioni d’energia, le sue folate, le sue correnti, lo intravede. E capisce che non ci saranno rami a cui attaccarsi per cercare di fermare se stessi e magari qualcun altro. Vede con chiarezza che là in fondo, dove andremo a finire, tutto brucia. Là in fondo c’è la battaglia – che sembra fintamente più accettabile che scrivere guerra civile, tasti che bloccano le dita – verso la quale la prima narrazione del SARS-CoV-2/Covid-19, ha preparato il campo. Ha spazzato via il necessario per far esplodere la diffidenza reciproca, per compiere una visione del mondo segnata dall’odio. Con le sue doti ha esponenzializzato vecchi stridori sociali fino alla premessa della loro trasformazione in clangori catastrofici. Una bolgia di terrore e speranza, impreparata ma anche pronta per condirsi di sangue. Un inferno nel quale l’individuo viene meno e con esso la società civile stessa.

Non si tratta di distopia pessimistica, catastrofista. Quantomeno non è questa l’intenzione. La fase successiva, che si è da poco avviata, ha il vaccino come perno. Anche la più avariata sfera di cristallo è in grado di urlarlo a chiare lettere. La battaglia si svilupperà intorno al suo altare. Sulla sua giostra non ci saranno risparmi di forza bianca e nera, di verità e menzogna. Ci si batterà con tutte le armi. Le prime, razionali e scientifiche, non serviranno a nulla: il campo delle emozioni non è contiguo a quello dell’analisi. Seguiranno quelle dogmatiche e autoreferenziali. Ovvero qualcuno si ergerà credendo che il suo titolo e la sua esperienza abbiano valore universale. Ma anche queste si dimostreranno spuntate, almeno per una parte di noi, e dovranno essere presto posate in quanto inutili per mettere d’accordo tutti, per convertire allo scientismo. Se il governo ritiene il SARS-CoV-2/Covid-19 debellabile definitivamente a mezzo del vaccino di massa critica; se ritiene che il vaccino sia innocuo, che non abbia controindicazioni, che immunizzi e basta, con altissima percentuale; se perciò lo renderà obbligatorio per il bene comune, non avrà alcuna difficoltà a sottoscrivere, contestualmente all’assunzione della vaccinazione da parte del singolo, un documento in cui si ritenga responsabile di eventualità negative per la salute del soggetto stesso. Responsabilità che potrebbero essere quantificate (in 20 milioni di euro?) in caso di morte, danni permanenti, vite stravolte. Responsabilità che il Potere delle case farmaceutiche produttrici di vaccini è riuscito a eludere, a mezzo di normative a loro favore, in via di promulgazione dall’Unione Europea (SARS-CoV-2 e Covid-19) e dall’Italia (Influenza A). E, non a caso, esistono normative (legge 210/1992 e 238/1997) che prevedono indennizzi e risarcimenti da parte dello Stato per le persone danneggiate dall’assunzione vaccinale. Diversamente potrebbe fare una pari campagna di informazione sui rischi impliciti nelle vaccinazioni. Potrebbe elencare la ricetta che compone il vaccino inclusi gli elementi normalmente occultati. Potrebbe organizzare un pubblico dibattito tra esperti delle parti avverse. Potrebbe precisare che i non vaccinati non avranno conseguenze di sorta, né trattamenti, accessi, ed altro differenziati rispetto ai vaccinati. Potrebbe così segnare un punto a favore della cosiddetta società civile e smetterla di pensarla bovina. Sul fronte della comunicazione, al comando degli esperti da un lato e di quelli che questi chiamano “ciarlatani” dall’altro, si schiereranno i rispettivi popoli.  Nel caos della burrasca, che già aveva segnato nel profondo l’equipaggio, senza che nessuno se ne prenda la responsabilità, ci si ritroverà con l’asticella alzata. E saremo al punto in cui basterà una scintilla.  Ma sarà quello il momento in cui qualcuno si alzerà dalla sedia di regia, soddisfatto del lavoro fatto. Chi è?  Come chi investe sui morti delle epidemie e fa profitto, c’è qualcuno che prospera sulle guerre, le provoca e riaggiusta i cocci a cose fatte. Così anche in questa occasione dare per scontato che non siano esistite spinte interessate è ingenuo. Ognuno di noi mette in campo spinte interessate, anche nelle relazioni personali. Vuoi che chi più ha potere di uno stato non abbia i titoli per fare il mazziere?

Lorenzo Merlo

 
Contro il vittimismo PDF Stampa E-mail

24 Novembre 2020

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 Da Rassegna di Arianna del 21-11-2020 (N.d.d.)

Appare evidente che il Sovranismo dovrebbe essere il collante minimo di qualsiasi opposizione alla deriva globalista e postumana. Ma non essendo plausibile un fronte unitario in un paese di tradizione settaria come l’Italia cerchiamo di fare chiarezza su alcuni errori di prospettiva di un’eventuale ipotesi sovranista da sinistra.

Ora, la contraddizione fondamentale del sovranismo di pseudo destra è che non sembra in grado di risolvere la contraddizione logica tra il pieno recupero delle funzioni regolatrici e anche censorie dello Stato e la sacralità riconosciuta al Mercato. Ma dalla sinistra come sistema di valori, in caso di volenteroso desiderio di recupero della questione della sovranità nazionale cosa possiamo aspettarci? Credo un errore logico non meno grave di quello della cosiddetta destra. Chi attualmente sta cercando di riproporre il sovranismo da sinistra o verso sinistra o includendo una qualche forma di sinistra, eludere una questione fondamentale che è immanente al modello che ci affligge. Ovvero il materialismo unito a coazioni a ripetere politico- identitarie mutuate dal secolo scorso. Nel passaggio in blocco delle vecchie sinistre al mercato è rimasta nei suoi tanti volenterosi orfani in buonafede che iniziano a guardare al sovranismo, una coscienza dissidente che tuttavia continua pervicacemente ad affermare in sé valori da un lato solo materialistici non contemplando nel proprio orizzonte la ipotesi di idee eterne e immateriali e il bisogno cogente di spiritualità. Ma non è di questo che voglio parlare. Piuttosto sembra che in condizioni nuove come quelle che stiamo vivendo possa essere sufficiente apportare solo modifiche formali alle contraddizioni passate senza però mai avere il coraggio di mutare prospettiva. In questo senso, quando vediamo i movimenti sovranisti non liberisti che si stringono attorno alla costituzione del 1948, da un lato notiamo un giusto conservatorismo del concetto stesso di stato democratico di diritto che nell’Italia eversiva di oggi sembra diventato una opzione secondaria, da un altro lato mi sembra riconfermarsi un limite concettuale del sovranismo visto da sinistra che rimane essenzialmente quello di non avere compreso cosa debba davvero essere salvato dal naufragio delle ideologie del secolo scorso e soprattutto dal diluvio universale di venticinque anni di turboliberismo apolide ed oggi tecnosanitario, mediatico e tecnologico che si sposa ad una competizione militare mondiale in ascesa.

Il problema di fondo è sostanzialmente quello che vede ormai da cento anni la sensibilità di sinistra refrattaria a volere accettare il dato reale in base al quale solo chi ha il ferro ha il pane e che il pacifismo gandhiano e la disubbidienza civile dovrebbero essere al limite una delle tattiche di lotta ma non un fine in sé stesso. Comprensibile da utilizzare finché si è in una condizione di minorità morale e mediatica ma è appunto tattica non strategia. Appellarsi alla costituzione del 1948, e al suo ripudiare la guerra equivale ad istituzionalizzare la propria debolezza e a continuare a dare eccessiva importanza a questa vita. Chiedere di deviare risorse militari per la crisi pandemica rivela che il sovranismo di sinistra rischia di ripetere gli stessi errori di sempre ponendosi fuori dalla gestione di una delle funzioni più utili e fondative dello stato moderno e cioè il monopolio della violenza. I diritti dei più deboli si possono difendere con tanti dispositivi ma anche col ferro o perlomeno avendo mezzi che rendano credibile esercitare minaccia del proprio utilizzo organizzato esattamente contro chi attenta alla sovranità di un paese. Anche e soprattutto al suo interno. Siamo in un secolo ormai di ferro e di fuoco e ci sarà sempre meno tempo per fiaccolate e dignitose pose da vittima e tutti i gessetti colorati di questo mondo e le marce a mani alzate con posa da scudo umano non potranno purtroppo fronteggiare i mille modi in cui le sovranità vengono insidiate da potentati dai mezzi immensi e dalla moralità nulla. Fingersi agnelli è corretto finché non si ha la forza di fare il balzo del lupo ma la idea di dotarsi di una forza legale, manifesta, riconosciuta che ipotizzi la esistenza del pericolo e anche della lotta dovrebbe essere un compito di qualsiasi sovranista. E se il sovranista fosse di sinistra costui non dovrebbe solo limitarsi ad affermare l’esistenza dei rapporti di forza ma dovrebbe insistere che questa forza fosse anche appannaggio del popolo.

Sovranismo è cercare ogni forma di autonomia e qualsiasi civiltà degna di questo nome ha posto mente e spirito tanto sulla pace quanto sulla guerra. E questa non è una opinione ma un duro dato di fatto della Storia che periodicamente, anche oggi, con le nostre lodevoli aspirazioni tende a lucidarsi gli anfibi o ad oliare i cingoli del proprio crudele incedere.

Ricadere nel pacifismo neutralista togliattiano oggi è totalmente ingiustificato come lo è rimanere attaccati al feticcio dell’Italia che ripudia la guerra quando in tutto il mondo ben pochi sembrano ripudiare la servitù dell’Italia e dei popoli. Così se negli anni 50 era evidente che lo scopo del Comunismo fosse quello di sottrarre degli alleati alla NATO oggi lo scopo del sovranismo dovrebbe essere sottrarre un suddito alla NATO, alla UE e al globalismo. Aggiungerei anche dotare il popolo stesso del migliore antidoto alla paura che oggi ci schiaccia rendendoci tutti degli agenti volontari del totalitarismo più crudele e sciocco che mia si sia visto. Bisogna pensare ad ogni giorno alla prospettiva della morte e ad un tempo accettarla e combatterla dentro di noi e fuori di noi. Collettivamente. Sapere di essere finiti e caduchi, ma anche e soprattutto eterni. Non si è del resto mai visto un popolo recuperare la sovranità solo con le lacrime del proprio vittimismo e non ricordo se fosse Avicenna o Averroè che sosteneva due regole fondamentali del vivere tra popoli: La prima regola era che se qualcuno ha deciso di esserti nemico potrai fare ben poco per impedirglielo. L’altra è che la città assediata che si difende con valore ha più possibilità di ricevere clemenza rispetto alla città che si arrende senza combattere.

Così, se a certe condizioni è pur vero che si può disarmare il nemico con la nonviolenza, è poi la minaccia della violenza che impedirà a quel nemico temporaneamente sconfitto o arginato, di tornare alla carica più forte che mai. Il problema del sovranismo di destra come quello di sinistra di questo secolo, è il secolo scorso.

Alessandro Cavazza

 
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