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Totalitarismo tecnocratico PDF Stampa E-mail

10 Maggio 2020

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Da Rassegna di Arianna dell’8-5-2020 (N.d.d.)

 

Nulla sarà come prima? Oppure la resurrezione sarà solo virtuale e i mali della realtà preesistente alla pandemia riemergeranno e, come una tempesta apocalittica, sommergeranno l'immagine mediatica di una società immobilizzata ed alienata nella angoscia collettiva pandemica? Il COVID 19 sembra aver determinato una svolta epocale nella storia dell'umanità intera. La storia in avvenire sarà soggetta ad una nuova periodizzazione epocale: ante COVID e post COVID. Anzi, nei futuri millenni il COVID potrebbe assumere anche una dimensione metastorica: in principio fu il COVID... Al di là dei ricorrenti paradossi, con cui possiamo però anche interpretare il senso e gli sviluppi della realtà attuale, questa drastica cesura tra passato e presente, riflette la decisiva divaricazione imposta dal dominio tecnologico planetario tra mondo reale e mondo virtuale, come conseguenza ultima prodotta dalla pandemia globale. A causa di questa emergenza sanitaria infatti, lo stato di isolamento collettivo imposto sta generando nella gente comune una progressiva perdita di coscienza della propria dimensione umana nel contesto sociale in cui vive. Il mainstream mediatico inoltre prospetta l'avvento di una nuova società futuribile, data la nuova dimensione assunta dai rapporti umani nell'incombente era del post COVID. Il prefigurare tali nuovi mondi virtuali genera negli individui la progressiva perdita della memoria collettiva, tale da provocare la rimozione della condizione umana del recente passato. La pandemia sta generando la totale dipendenza mediatica di una società inerte ed impotente dinanzi alla minaccia del COVID e pertanto, questa crisi pandemica può determinare radicali trasformazioni di carattere antropologico nell'intera umanità: potrebbe dar luogo alla mutazione dell'essere umano da essere sociale ad essere virtuale. Come afferma Enrica Perucchietti nel suo recente libro "Coronavirus, il nemico invisibile, Uno Editori 2020": "L’uomo nato dalla penna e dal pensiero di Aristotele, infatti, è un animale sociale e politico. Ed è rimasto tale sino all’avvento della rivoluzione virtuale e digitale di una ventina di anni fa. Inizialmente questa rivoluzione è restata latente e si è diffusa senza sovvertire il dogma aristotelico. Poi è accaduto l’impensabile. Un qualcosa che non parrebbe avere alcunché a che fare con le nuove istanze culturali e sociali ma che, invece, risulta essere l’alleato profondo di quelle verità nascoste che, in pochissimi attimi, si sono trasformate in verità rivelate, divenendo protagoniste del vivere di tutti i giorni, in ogni settore, anche quelli più tradizionalmente legati all’antico. L’essere umano si è radicalmente mutato da animale sociale ad animale virtuale".

 

La pandemia ha sortito effetti totalitari sull'informazione. Il monopolio pandemico domina il mondo mediatico, i rapporti sociali, così come la psicologia di massa e ha determinato la scomparsa di ogni altra problematica relativa alla realtà del nostro tempo. È scomparsa la realtà che si è tramutata in virtualità. L'emergenza sanitaria è divenuta la causa prima di tutti i fallimenti, le conflittualità, le ingiustizie, le contraddizioni già attribuite al sistema neoliberista. Il mondo reale è stato rimosso. Questo evento apocalittico, non certo ultraterreno, ma umano e globale, ha forse fatto evaporare il mondo dell'Eden neoliberista di cui, pur vivendoci, non abbiamo mai avuto la percezione? In realtà, la pandemia ha rappresentato per la classe dirigente un evento insperato da cui ha tratto una rinnovata legittimità, credibilità, consenso passivo delle masse. Dinanzi alla pandemia infatti, si è imposto uno stato di emergenza, che ha indotto le classi dirigenti ad emanare provvedimento restrittivi delle libertà fondamentali, a porre in atto evidenti abusi di potere, fino al materiale disconoscimento delle costituzioni degli stati. L'emergenza comporta pertanto l'avvento di un totalitarismo incombente, che peraltro può affermarsi con il consenso delle masse. Il COVID costituisce quindi un prezioso alibi per la classe dirigente per autoassolversi da ogni responsabilità riguardo ad una situazione di degrado economico e sociale già preesistente, inerente la recessione incombente, le accentuate diseguaglianze sociali, il clima di malcontento diffuso sfociato nell'ondata di protesta populista. La pandemia ha pertanto determinato la deresponsabilizzazione di una classe dirigente e soprattutto di una UE che, con il rigorismo finanziario, ha condannato l'Europa ad una decadenza economica e sociale irreversibile. I tragici effetti dei tagli alla sanità eseguiti dagli stati in osservanza delle politiche di austerity imposte dalla UE, in tempi di pandemia sono state rese evidenti a tutti. La crisi pandemica non è stata la causa di questa crisi globale, ma semmai è stato un evento che ha messo in luce le cause determinanti di una crisi sistemica già in atto.

 

Questa emergenza sanitaria globale si è manifestata nel contesto di una struttura neoliberista della società, che subirà rilevanti trasformazioni, con l'affermarsi di nuove fasi del suo sviluppo interno. La crisi attuale costituirà, al pari delle crisi finanziarie precedenti, una fase evolutiva del neoliberismo stesso. Tutto ciò sarà presto reso evidente nell'immediato post COVID. La recessione economica e l'illiquidità generalizzata provocheranno l'incremento verticale della disoccupazione e quindi si incrementerà la precarietà del lavoro, unitamente alla compressione salariale. Ma soprattutto, la pandemia comporterà l'accelerazione di una rivoluzione tecnologica il cui avvento era già in atto. La introduzione a livello di massa dello smart working diverrà una pratica permanente, data la sua rilevante incidenza sulla riduzione del costo del lavoro. Ma tale modalità di esecuzione del rapporto di lavoro implicherà necessariamente la disponibilità illimitata dei lavoratori, che, oltre allo sfruttamento indiscriminato, non potranno nemmeno contrastare l'invasività aziendale nella loro vita privata. La tecnologia determinerà la frammentazione individualistica dei rapporti di lavoro e in tal modo l'esercizio e la tutela dei diritti sindacali, già peraltro falcidiati da lungo tempo, saranno resi quasi impraticabili. Subirà una evidente accelerazione l'impatto sulla società dell'innovazione tecnologica scaturita dall'impiego dell'intelligenza artificiale. La robotizzazione investirà settori sempre più ampi dei processi produttivi, con conseguente estromissione di larghe fasce della popolazione dal mondo del lavoro. La svolta epocale derivante dalla pandemia, si identifica dunque con il trapasso dall'era moderna a quella postmoderna, il cui avvento era stato da lungo tempo progettato ed annunciato, come un obiettivo necessario dello sviluppo illimitato del progresso. E la postmodernità implica inoltre il passaggio dall'umano al postumano. L'avvento dell'uomo virtuale postumano è ormai alle porte. Si realizzeranno mutazioni antropologiche che potranno modificare profondamente le facoltà di percezione della realtà. […]

 

La tecnocrazia si è imposta nella gestione della crisi e ha determinato di fatto l'estromissione delle istituzioni politiche. È stata infatti istituita una task force di esperti a supporto del governo per un totale di 450 unità. Ci si chiede peraltro, quale funzione ormai abbiano gli organi di esperti interni alle istituzioni statali (compreso il CNEL che tutti volevano abolire). Ma soprattutto occorre rilevare che la funzione degli esperti si limita ad elaborare analisi su problemi specifici di competenza di una determinata scienza, senza che quest'ultima possa sostituirsi agli organi istituzionali preposti alla decisione politica. Infatti, il fine della politica è la realizzazione del bene comune della comunità e pertanto, occorre che la classe dirigente valuti l'impatto e la compatibilità che una teoria elaborata da esperti possa avere nella realtà sociale. E quindi è compito della politica realizzare la sintesi tra le varie specifiche competenze. Nel caso in cui la politica deleghi le proprie funzioni di governo della società alla scienza, come sta accadendo nella attuale crisi, essa decreta il proprio suicidio. In realtà, in un contesto storico caratterizzato dalla devoluzione della sovranità degli stati ad organi sovranazionali quali la UE (e quindi alle oligarchie tecnocratiche e finanziarie), le classi politiche attuali sono ormai prive di fondamentali poteri decisionali ed estranee alla realtà politico - sociale di stati in cui esercitano la governance, ma hanno perso la legittimità politica. Nell'attuale crisi pandemica, la società è dominata dalla emotività di massa, dall'angoscia per la propria sopravvivenza e indotta dalla virtualità mediatica ad una percezione della realtà del tutto deformata. Quindi una massa privata di ogni facoltà di giudizio critico dinanzi a questa realtà, non può che esprimere il proprio bisogno di dipendenza da entità esterne, diviene spontaneamente e consapevolmente eterodiretta. Affida la propria salvezza alla scienza e alla tecnica, che hanno assunto la stessa funzione di dominio delle coscienze, che era prerogativa della religione nei secoli scorsi. Logica conseguenza di tale stato di dipendenza è l'avvento del totalitarismo tecnocratico. Alla volontà di potenza della tecnocrazia fa riscontro la volontà di dipendenza dei cittadini ridotti a sudditi.

 

L'esplosione improvvisa di questa crisi pandemica, quale evento imprevedibile dalla portata mondiale, dovrebbe mettere in discussione i fondamenti stessi della modernità e dei modelli socio - economici della società contemporanea. La pandemia è infatti un evento rivelatore della fragilità e dei limiti connaturati alla condizione umana, della fallacia del dogma illuminista del progresso infinito, delle carenze strutturali di un modello di sviluppo incontrollato ed illimitato, delle contraddizioni implicite del processo di globalizzazione. Al contrario si è sviluppata una ideologia fideistica nello sviluppo planetario della tecnologia. Con la quarantena si è ulteriormente consolidato l'atomismo sociale, ha subito una violenta accelerazione l'avvento della postmodernità: ancora una volta si è identificata la cura con il male. L'emergenza sanitaria comporta necessariamente anche l'emergenza economica. In Italia è previsto per il 2020 un calo vorticoso del Pil intorno all'9,5%, con un deficit aggiuntivo pari a 55 miliardi e un rapporto debito/Pil che raggiungerà il 159%. Occorrerebbe almeno un decennio di rilevanti surplus di bilancio primari per riportare gli equilibri finanziari italiani nella media europea. Le misure anticrisi europee si rivelano parziali ed insufficienti; le erogazioni di finanziamenti previste dal MES, dal SURE, dai fondi strutturali della Bei, consistono in prestiti, che potranno solo contribuire ad accrescere sia il debito pubblico che quello dei cittadini e delle imprese. Debito che alla lunga si dimostrerà insostenibile, qualora tornino in vigore le norme del patto di stabilità, che ora sono state solo sospese. Alla pandemia sanitaria si aggiunge quella del debito.

 

La ripartenza dell'economia si presenta assai problematica. Certo è che sia gli stati che le imprese dovranno subire un ulteriore indebitamento e saranno pregiudicati negli investimenti e nella competitività nei mercati a vantaggio dei paesi più forti (vedi Germania). Questi ultimi potranno invece, in virtù della crisi, consolidare ed accrescere la propria supremazia economica e politica. La crisi del COVID rappresenterà quindi una favorevole opportunità per la Germania e i suoi stati vassalli. Ma la crisi accrescerà dunque le diseguaglianze sia tra gli stati che tra le classi sociali. […] Se per le oligarchie del neoliberismo questa crisi rappresenta una svolta decisiva per lo sviluppo del sistema, anche la protesta popolare, già diffusa in Europa, crescerà vorticosamente, a causa dell'aggravarsi della crisi e dell'accentuarsi delle diseguaglianze sociali. La frattura verificatasi nel mondo globalizzato è ormai evidente, così come il ritorno nel ruolo di protagonisti sulla scena geopolitica mondiale degli stati nazionali. Nuove conflittualità politiche e sociali presto si manifesteranno dinanzi ad una crisi sistemica che inciderà profondamente sui fondamenti del modello neoliberista globale. […] La postmodernità, con l'avvento dell'uomo virtuale, oltre ad aver invaso e funzionalizzato la vita degli individui, ha espropriato i popoli del proprio futuro. La imminente rottura degli attuali assetti sociali è inevitabile: l'uomo virtuale ci introduce nel postumanesimo, ma la natura umana non può essere tanto a lungo violentata e giammai potrà esserlo.

 

Luigi Tedeschi

 

 
Nessun cambio di paradigma PDF Stampa E-mail

9 Maggio 2020

 

Brandelli di relitto. Diciamo spesso di imparare dalla storia. Accade ogni volta che assistiamo a qualche sprovvedutezza protetta al petto come fosse un bene grande. Altrettanto spesso osserviamo che l’occasione della sua lezione è andata perduta una volta ancora.  Evidentemente c’è una forza che ci impedisce di sfruttare le opportunità che la sorte ci offre per ridurre la vulnerabilità generale, per recuperare la cultura umanista, per liberarci dalla dannazione alla quale ci costringe quella tecnicista, nella quale siamo immersi. Se una parte di noi se la gode nuotando soddisfatto, l’altra, di maggioranza, arranca in cerca di un brandello di relitto qualunque che lo tenga a galla. Quando ne trova uno, nonostante tanti altri come lui galleggino con fatica e siano in difficoltà, nonostante molti non ce la facciano e vadano giù, è disposto a tutto pur di appropriarsene, pur di non condividerlo. La lotta è per la sopravvivenza. Il mors tua vita mea si compie sotto gli occhi soddisfatti del regista della realtà che viviamo.  La lotta tra poveri non è un dramma per chi l’ha generata. È qualcosa di più importante. È la dimostrazione del successo del progetto, della regia. Dare tutto per sé e contro gli altri, pur di non affogare, non permette di occuparsi di altro: il gioco è fatto. È stato fatto innumerevoli volte. Ogni volta che serviva sottrarre all’attenzione qualcosa sotto i riflettori dell’interesse comune. Sceriffi della verità. Dopo le contraddizioni governative di queste ultime settimane viralizzate, è questa l’impressione che resta nell’animo di molti: qualcosa non è chiaro. Oltre al problema della salute, il virus pare abbia infettato le sorgenti pure dalle quali ognuno di noi si avvia verso la valle della vita e il grande mare della morte. Tutto va al rovescio. Il monito ufficiale per la gestione della cosiddetta pandemia giungeva a noi come pioggia scrosciante dalla quale alcun riparo poteva proteggerci. Spruzzi di paura venivano lanciati a raggiera a tutte le ore, come sale nei giorni di neve. La falda si inquinava, e noi con essa. La chiaroveggenza dell’umanismo aveva perso la luce.  Il martello della paura ha battuto il ferro della conoscenza deformandolo fino alla forma orrifica della medicina. Quella velenosa, destinata a curare i comportamenti senza curarsi delle persone che li esprimono. Destinata perciò ad alienare tutti noi dal nostro stesso corpo ovvero dal nostro setto sentire.  Per strada e nel mondo si incontravano livelli vari di delatori. Da quello che cambiava marciapiede a quello che insultava se considerava fuori norma il comportamento di qualcuno. Invettive lanciate in nome e a sostegno dei burocrati della scienza e della vita dai quali avevano preso il modello. Più di prima si vedranno sicofanti, impeccabili come il quaderno di un ragioniere, denunciare gli untori della loro misera e ottusa concezione etica del mondo. E ancora si vedranno accanimenti contro poveretti qualunque, eletti a capri espiatori di malfatte ridicole per spostare l’attenzione da questioni e responsabilità ben più gravi. L’offerta della storia.

 

Eppure la storia ci aveva posto il solito piatto d’argento dal quale avremmo potuto scegliere prelibati temi, fortemente nutrienti. Quelli sì da sviluppare senza soluzione di continuità. In sostituzione dei precetti avrebbero potuto raccontare in lungo e in largo cosa sia il sistema immunitario, volendo anche con argomenti di fisiologia, di biochimica, di anatomia. Avrebbero potuto mostrare i dati relativi alle controindicazioni delle medicine, alla loro tossicità e causa di malattie. Avrebbero potuto parlare diffusamente sulla vera missione delle case farmaceutiche (non tutte) sul loro interesse a provocare e ad alimentare uno stato di salute precario e il relativo bisogno di cura. Avrebbero potuto raccontare in lungo e in largo l’importanza dell’assunzione della Vitamina C e D. O, almeno che assumere molti cereali e zuccheri, soprattutto se insieme, è fortemente sconveniente nel momento e nel tempo. Avrebbero potuto precisare quanto quelle due sostanze siano in buona misura le responsabilità di molti malesseri e malattie che perciò, di fatto, creiamo noi attraverso l’alimentazione. E dunque, che la malattia non è un caso; che in essa c’è molta nostra responsabilità e che è arrivato il momento di prenderne coscienza. (E non è la prima volta).

 

Di questo avrebbero potuto e dovuto parlare notte e giorno al divano dove gran parte degli italiani era inchiodata, ansiosa di sapere cosa fare, cosa dire, cosa pensare. Avrebbero potuto darci conforto affermando che lo stato vuole partecipare al rinnovo culturale implicato in certe consapevolezze. E che, diversamente da quanto abbiamo spesso sentito dire, non si tratta di credere alla voce dello Stato, piuttosto di verificarla per ottenere solo da se stessi, dal proprio corpo, la risposta su quanto è vero che certi cibi, sentimenti, e inattività ci nuocciano o ci aiutino. Avrebbero potuto battere il maglio su cosa aiuta e su ciò che indebolisce il sistema immunitario. Avrebbero potuto dialogare per tutto il tempo che serviva per integrare le conoscenze tra ricercatori piuttosto che dichiarare ciarlatani quelli che, con altre modalità, avevano i loro risultati da proporre e valutare. Avrebbero potuto argomentare quanto è vero che siamo noi i primi distruttori della nostra salute così come ne siamo i primi autori, che perciò gli agenti esterni colpiscono le difese più deboli, non chiunque. Che muoversi, fare attività motoria è necessario a tutto il nostro essere, che respirare aria buona – e ora la si poteva trovare anche in città – è fondamentale per la salute. Che allontanarsi dalle fonti di elettromagnetismo era un’abitudine da acquisire. Che essere costretti, perché senza alternative, a vivere sotto un elettrodotto o dormire sopra la centralina dell’impianto elettrico erano abitudini da abbandonare. Che la rete di campi elettromagnetici non è solo il vantaggio del wifi e di tanti altri ma è anche un prezzo elevato di cui ancora non sappiamo con quanto sangue pagheremo il conto. Avrebbero potuto dire che portare rancore e avere cattivi sentimenti – lo sostengono ormai tutti gli psicologi della terra – è fortemente velenoso; che in quegli aspetti fioriscono le patologie. Che la crisi del virus sebbene abbia piegato le gambe all’economia, ci dà il tempo per rivisitare le modalità smodatamente tossiche della vita che lo stesso virus ha obbligato ad interrompere. Ma quanto avrebbero potuto fare, invece del napalm alla paura che hanno sparato in tutte le direzioni? L’obbligo della biografia. Sul piatto d’argento c’era l’occasione d’oro? No. Per niente. Non c’era neppure il piatto d’argento. Le possibilità che possiamo contare non esistono nella realtà. In essa si dispiega solo e soltanto il filo che la nostra biografia ci permette. Tutto il resto sono illazioni, congetture, superstizioni. Guitto senno di poi da bacchettoni sulla cattedra della vita. Non c’è alcuna libera scelta, quantomeno finché la dipendenza da ciò che si crede di essere sussiste, ovvero finché l’emancipazione dalla propria struttura culturale e personale non è realizzata.  C’è però permanentemente lo spazio libero che le nostre affermazioni occupano rivelando tutto di noi. Mentire è impossibile.

 

Così, in tempo di altissimo ascolto e interesse, di massima motivazione per provocare certe consapevolezze ed educazioni è stata gettata come da intento di qualche scienziato scientista – la peggior specie di uomo dogmatico – e di qualche cosiddetto competente suo accolito, ancora una volta alle ortiche l’opportunità di crescere una generazione che avrebbe beneficiato di questa crisi. E i suoi padri, invece di dannarsi per aver lasciato alla loro progenie un mondo peggiore di quello che avevano ereditato, avrebbero potuto liberarsi dal senso di colpa ed essere fieri di se stessi.  E invece? Non si è assistito ad alcun cambio di paradigma se non in peggio, c’è da presumere. La rincorsa al ritorno dell’economia perduta non si vede come non possa proseguire con i vecchi sfaceli e comportarne di nuovi.  Dunque, i giovani, che nella loro vita avrebbero potuto consolidare ed arricchire le consapevolezze che il virus ci aveva in potenza donato, e i loro genitori gli avrebbero servito, resteranno lettera morta. Il contorno. E la guarnitura? Non è mancata. Non manca mai. La censura non si è limitata a denigrare ed escludere, nel dibattito e nelle scelte dell’emergenza, le voci, anche ortodosse, ma con prospettive differenti. Essa si è viralmente estesa a tutto ciò che gli scienziati di Stato e la loro cricca ritenessero opportuno abbattere. Quindi esclusione, epurazione, censura, scomunicazione, radiazione anche di tutta l’informazione – che avrebbe dovuto essere libera secondo la Costituzione e ben accetta secondo la Scienza – portata da menti, sì libere e pensanti. Non guitte e ubbidienti, soddisfatte nel riferire i dispacci e le veline governative. Inconsapevoli – lasciamogli la buona fede, come agli attori del mulino bianco che sono felici dei propri sorrisi – della spinta di lobby d’interesse industriale, commerciale, finanziario, ricattatorio. E tutto ciò caricato fino al grottesco se si allineano i gravi inciampi della loro versione unica e ufficiale.

 

L’assurdità della scienza come verità sola e definitiva sussiste. Ha retto il colpo. Una cultura gravemente contagiosa infetta il suo popolo una volta di più. L’officina alchemica è rimasta vuota di garzoni e apprendisti anche stavolta. Statuari dogmi legalizzati, armati e cattivi, ne hanno impedito l’accesso. Il piombo resterà piombo, nessuna sublimazione può avvenire senza che la negra materia nel crogiolo non sia caricata del bianco spirito delle cose. L’oro che siamo, ancora una volta rimarrà esclusiva dei ciarlatani. Le spie, gli informatori, i probiviri sapranno denunciarli all’autorità competente.

 

Lorenzo Merlo

 

 
Chissą PDF Stampa E-mail

8 Maggio 2020

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Chissà se si potevano salvare vite umane, chissà se ci sono responsabilità coperte, chissà se hanno occultato farmaci datati ed efficaci, chissà se ci hanno mentito, chissà se la paura che hanno inoculato nelle menti di tutti riusciremo a smaltirla, chissà se avremo il coraggio di ribellione ai poteri forti.

 

Non ci sarà un ripristino di libertà del calore di un contatto, se non forse per i più giovani; ci resta la libertà di non congelare l'estate che è alle porte. Sarà comunque una triste estate, perché il calore e lo sguardo di una vicinanza si sono spenti dentro di noi, che siamo i primi censori di una possibile libertà d'espressione che nessun computer potrà recuperare. Le paure spengono la spontaneità del pensiero inibito e del corpo nottambulo, nessun vaccino riuscirà a farli rivivere.

 

Chissà se riusciremo ad entrare pienamente nella bella visione di un mondo nuovo, ripulito, noi ormai distaccati e persi, e stanchi; così saranno le mura di casa a proteggerci non dal corona virus ma dalla paura di riprendere a vivere. Ci hanno rubato tanto, per gli anziani gli ultimi anni e non si ricomprano. È una responsabilità politica e pubblica che resterà come marchio di infamia.

 

Anna Lacchini

 

 
I figli di Crono PDF Stampa E-mail

7 Maggio 2020

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Da molte parti ci si domanda quando e se torneremo a viaggiare come turisti. Altri si domandano come mai il governo -i governi, in generale- mettono il settore del turismo, un settore che da solo in certe nazioni vale quasi un sesto del PIL -Italia in primis- all' angolo, continuando a ritardare i piani di ripartenza almeno parziale, contingentata, ma comunque sempre di ripartenza si tratta. Lo stesso potremmo dire per la categoria dei ristoratori, dei pub, dei bar, delle palestre, delle discoteche e dei locali notturni e di tutto quel vasto mondo che gli anglosassoni chiamano "entertainment". Vorrei dire a coloro che credono ancora alla Fata Turchina/Babbo Natale/Santa Lucia/Befana e a quanto pare sono la maggioranza della popolazione, che la ripartenza del turismo non riavverrà nell' estate 2021 dopo un anno transitorio di pausa per cause eccezionali. E tantomeno i ristoranti, pub, discoteche, eccetera. La ripartenza non avverrà perché nel "dopo" (e Covid19 è un "cigno nero", con un prima e un dopo, proprio come il 1789 e il 1914) emergenza, semplicemente, turismo, locali e ristorazione non saranno più utili nel quadro della riconversione economica che si profilerà. Il turismo di massa low cost (le parole sono importanti: low cost, tenetelo a mente) ha avuto una sua funzione essenziale nella globalizzazione, che era un processo basato tra l'altro sulla libertà e sui flussi completi di persone oltre che di merci. Almeno sino a poco fa, se cliccavate sulla voce italiana di Wikipedia alla voce "globalizzazione", compariva vicino all' articolo, come foto, la mappa delle linee aeree mondiali. E questo non ha bisogno d' alcun commento. Adesso è finita "quella globalizzazione", certo, ma purtroppo per noi se la figlia (la globalizzazione ora in punto di spirare) è morta, il padre è ancora vivo e gode di ottima salute. Il padre della globalizzazione è il Capitalismo e come tutte le male erbe non muore mai, anzi al contrario dimostra d' avere una resilienza fenomenale e uno spirito camaleontico indistruttibile, adattandosi a tutte le crisi e a tutti i fenomeni delle varie epoche. E per adattarsi non esita a compiere l'infanticidio: è Crono che divora i suoi figli, in attesa di ingoiarne i successivi. Se il buon vecchio Francisco Goya vivesse oggi, andrebbe in sollucchero con questo tema e non esiterebbe a immortalarlo in uno dei suoi "Capricci". Crono personificato, ossia il Capitalismo, ha ingoiato o sta ingoiando dunque la figlia Globalizzazione in attesa che sua moglie Rea generi altra prole e probabilmente i nomi dei nascituri saranno Green Economy, Realtà Aumentata, Robotica 4.0, Intelligenza Artificiale 4.0 e forse ne dimentico qualcuno. Questi nuovi figli prenderanno il posto di Globalizzazione, nel quadro di un riassetto geostrategico che al momento è ben difficile da teorizzare, essendo troppe le varianti in gioco. I nuovi figli di Crono avranno ovviamente abiti e orpelli diversi, quindi del turismo di massa low cost, dei ristoranti pieni, delle palestre piene, delle tratte aeree ingolfate e delle compagnie aeree a basso prezzo, alberghi, guide turistiche, etc etc non sapranno proprio che farsene. Ma sì, il concetto di turismo non sparirà ma tornerà al senso degli albori, cioè il viaggio di rampolli della neoaristocrazia che a differenza dei viaggiatori storici del "Grand Tour" non varranno neppure la punta dell'alluce di un Goethe, di un Gregorovius, di un Maihows. Mete un tempo di massa saranno un divertimentificio per pochi sballati annoiati. Il low cost della massa sarà Fregene per i romani, le rive del Po o del Trebbia per cremonesi e piacentini, la marina di San Cataldo per i leccesi, l'Adriatico per emiliani e romagnoli. Di chi avrà tempo e voglia, ovvio. Chi andrà dall' Italia alla Danimarca senza essere il padrone d'una piattaforma di cibo da asporto sarà visto come il vincitore del Superenalotto. E se un lombardo dirà di essere stato in Sicilia, sgraneranno gli occhi e lo riterranno fortunato per aver visto "l'altra parte del mondo". Pessimista? Nossignori, realista. I processi in corso vanno colti...se poi guardate le trasmissioni Mediaset e Rai invece di approfondire, cavoli vostri. Non pensiate infine di cavarvela con le serate al ristorante. La nuova economia postglobale avrà interesse a piattaforme di cibo a domicilio, tutti standardizzati e preparati da altre piattaforme di cuochi da due soldi, che le consegneranno a due soldi pagando il "rider" un soldo e recuperando anche un bel plusvalore alla faccia di chi diceva il marxismo roba "da mettere in soffitta". Anche il cinema, il teatro, idem...tutto in streaming, ondemand, online, rilasciato da piattaforme digitali o applicazioni specializzate e non di certo dal "Cinema Odeon" di Vattelapesca.

 

Chiudo con due consigli. Ai titolari di cinema, ristoranti, alberghi, agenzie di viaggio, etc etc: fatevi fare tre conti dal commercialista, cercate di fare la quadra senza debiti e chiudete i battenti, poi trasferitevi in campagna che è tutta salute. Agli italiani in generale: mi raccomando, eh, anche adesso che potete fare attività motoria dentro il Comune e la Regione purché nel rispetto delle dovute precauzioni e il distanziamento senza assembramenti, non approfittatene. Mi raccomando, eh, state a casa! A guardare la televisione con i programmi "culturali" di reti e trasmissioni e conduttrici e conduttori che non nominiamo, ma che non serve fantasia per indovinarne l'identità, dove hanno sostituito i vip col virus. Dove l'argomento del giorno è la supercazzola di uno sputo con presunto virus incorporato (e scappellamento a destra, ci fosse ancora Tognazzi!) che viaggia in spiaggia, dopo uno starnuto, a 225 metri di distanza a una velocità di 65 kmh. Se io tengo il plexiglas inclinato di 90 gradi -la posizione per prenderlo in...(censura)- quante percentuali ho di ammalarmi con una temperatura esterna di 32 C? Ecco, mentre voi state in casa davanti alla tv ad arrovellarvi di fronte a tali dotti quesiti, rinunciando anche a una bella biciclettata tonificante  adesso consentita e nel verde, seppur distanziati e rispettando le regole, il mondo va avanti e senza di voi.

 

Crono e Rea genereranno altri figli i quali per voi non avranno dei bei doni in saccoccia, perché questo sarà un processo di riconversione economica molto duro e selettivo e la mannaia farà saltare lavori a tutto spiano. Che dire? Speriamo che vi sia in giro qualche Zeus in fasce, pronto a crescere e a fare il parricidio. Del Capitalismo, mala erba che non muore mai.

 

Simone Torresani

 

 
Una strada praticabile e onesta PDF Stampa E-mail

6 Maggio 2020

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La condizione drammatica in cui vengono a trovarsi le imprese nell’attuale contingenza, potrebbe essere affrontata in due modi: 1) la moneta fiscale per chi ha crediti e vuole spenderli per pagare i debiti. I creditori di queste imprese potrebbero accettarli per pagare debiti fiscali, creando una catena di scambi, potenzialmente non tanto piccola. La CMC (Cooperativa Muratori e Cementisti, un colosso dell’edilizia) rischiò di fallire per mancanza di liquidità perché lo Stato ritarda di anni il pagamento dei suoi debiti per grandi opere. Molte piccole e medie imprese si trovano nelle stesse condizioni. In concreto, lo Stato con la moneta fiscale pagherebbe i propri debiti alle imprese le quali con quella valuta, purché accettata, potrebbero pagare i propri debiti privati a creditori che a loro volta la utilizzerebbero per onorare i propri debiti nei confronti del fisco. Un circuito virtuoso sul quale la BCE non avrebbe nulla da obiettare; 2) le imprese dovrebbero ripensare a ciò che producono e a quanto e come producono. Vanno verso l'automazione generalizzata quando invece si dovrebbe procedere con uso di manodopera che si sta liberando e che riusciamo solo a sussidiare con redditi di emergenza e cassa integrazione. Penso a due settori in particolare: quello agricolo e quello del dissesto idrogeologico. Per il primo, come si può non vedere che si regge sull'occupazione di migranti trattati peggio degli schiavi? Al Sud solo 800.000 persone tornano al lavoro dal 4 maggio, quando è ripartita la produzione dopo la lunga clausura. Il settore agricolo e non più solo turistico darebbe lavoro immediato anche se stagionale. Chi raccoglierà fagiolini e fragole? A settembre saremo alla fame per mancanza di prodotti. Il 50% dei giovani è a spasso. Loro possono lavorare nei campi ma occorre fornirli di un buono stipendio, di case in cui possano vivere bene il tempo libero. Abbiamo case a volontà, ma si favoriscono i proprietari. Per il secondo, occorre considerare che un piano di grandi investimenti pubblici e privati per lavori di consolidamento e risistemazione del territorio, unica via per mettere in relativa sicurezza intere aree, comporterebbe l’impiego di numerosa manodopera.

 

Questo pavido Governo non farà nulla, ma attenzione al fatto che neppure la destra andrà al di là della propaganda. Abbiamo giovani ventenni e trentenni che non vogliono studiare e non vogliono o non possono lavorare. Abbiamo vecchi che rischiano di non poter percepire la pensione a lungo, per mantenerli ancora. Siamo in una situazione di grande emergenza. Indichiamo una strada praticabile e onesta, che non sia cioè il furto e la droga. Indichiamo le campagne e non le città, miglioriamo le condizioni di lavoro, e tanto altro...

 

Daniela Salvini

 

 
Covida PDF Stampa E-mail

5 Maggio 2020

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Da Comedonchisciotte del 3-5-2020 (N.d.d.)

 

Ormai anche i meno intellettualmente dotati cominciano ad intuire (“capire” in Italia è una parola grossa) che i cambiamenti indotti dalla “emergenza sanitaria” non sono che un pretesto per imporre un rimodellamento sociale profondo. Si sa, quando le religioni latitano abbondano i profeti -specialmente in cattiva fede- e così si sprecano gli sproloqui su come sarà questa vita che ci attende. Seguitemi nel ragionamento: non ci vuole Einstein per comprenderlo, ma un’intelligenza appena superiore a quella che rendeva idonei per le compiante scuole differenziali. Prendiamo il caso dei ristoranti. Imporre le regole del cosiddetto “distanziamento sociale” riduce in modo sensibile il numero dei coperti, con la conseguenza che i soli locali a potersi permettere di rimanere su piazza saranno quelli di alta fascia, con prezzi inaccessibili ai più. I ricchi potranno passare le serate in ristoranti dall’atmosfera esclusiva; gli altri al massimo ambire ad una “quattro stagioni” da asporto, consegnata a domicilio fredda il sabato sera. La stessa logica si applica ai voli aerei e, in generale, ai mezzi di trasporto. Il ridotto numero di passeggeri renderà assai più cari i biglietti: le compagnie low cost spariranno e viaggiare tornerà ad essere un lusso. I poveri (che ora includeranno la ex classe media) non mangiano fuori e non viaggiano. La gara di ostentazione di status attraverso le vacanze esotiche a lungo raggio resterà un ricordo, affidato agli scatti della vecchia macchinetta digitale e alle rate ancora da pagare per estinguere il prestito contratto per l’occasione. E per i “nuovi poveri” (ottimo nome anche per un gruppo musicale, dal sicuro avvenire) non ci saranno neppure seconde case, rese insostenibili dalla tassazione, dalle limitazioni agli spostamenti, dalle regole che proibiscono inquinamento e consumo di suolo. Insomma, ci saranno solo due grandi classi: ricchi e non abbienti (o meglio, miserabili). Aristocrazia di due secoli or sono e miserabili di due secoli fa. Un ossimoro del “progresso”: un ritorno al passato con mezzi modernissimi. Il mondo sarà ridisegnato a beneficio di ricchi e ultraricchi. E non è difficile immaginare i centri storici delle città d’arte riservati solo alla super-classe mondiale, appannaggio e meta esclusiva di un nuovo Grand Tour aggiornato su scala globale: un inverno a Dubai e una primavera a Venezia, e magari grazie all’alta velocità, ogni tanto un salto a Parigi per un aperitivo. Chiamerei questa nuova esistenza (per i più in-esistenza) “covida” (nella sua versione covida-19, in attesa che l’autunno prossimo ci venga rilasciata la -20 e così via, con continui aggiornamenti che seguiranno quelli delle emergenze sanitarie e dei relativi vaccini, in uno schema che replica il familiare avvicendarsi dei sistemi operativi in informatica).

 

La covida è il contrario della movida. Mentre l’una allude al movimento e scatenamento orgiastico, la seconda è rattenuta dentro i nostri appartamenti-loculi con l’unico sfogo di uscire sul terrazzo per cantare, o in sempre più occasioni, per buttarsi di sotto. Chiusi in casa a vedere la vita (dei VIP) scorrere sui teleschermi o sui rotocalchi, la nostra esistenza si trasformerà in una planetaria sala d’attesa di parrucchiere per signora. Ammanniti di un misero sussidio di disoccupazione, alcuni potrebbero persino essere abbacinati dall’illusorio privilegio del non fare nulla. E scambiare la prigionia per agio e comodità. Ignorando, però, il dettaglio più importante: ormai disoccupati e inutili, saremo eliminati quanto prima. Sporchiamo ed inquiniamo: chi ha progettato tutto questo, pretende un mondo verde e pulito. Tutto per sé, perché “gli spetta di diritto”. Mentre -a ben vedere – noi di diritto non ne abbiamo più nemmeno uno. Mi piacerebbe poterlo spiegare alle cavie di laboratorio in mascherina che vedo attorno, prigioniere di terrore indotto sperimentalmente e disposte a concedere tutto per un pezzetto di formaggio e per un’ora d’aria. Mi piacerebbe, ma ho perduto la speranza. Perché, come affermava Benjamin Franklin: “Those who would give up essential Liberty, to purchase a little temporary Safety, deserve neither Liberty nor Safety”, ovvero:

 

«Coloro che rinunciano alla Libertà per acquistare un po’ di Sicurezza temporanea, non meritano né Libertà, né Sicurezza».

 

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