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Sovranismo e nazionalismo PDF Stampa E-mail

1 Dicembre 2019

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 Da Appelloalpopolo del 29-11-2019 (N.d.d.)

 

Credo sia necessaria una produzione teorica che sappia svolgere una ricognizione storiografica del termine “sovranismo”. E questo significa, inevitabilmente, fare della storiografia sugli ultimi otto anni di storia politica. Credo non vi siano precedenti, nella storia contemporanea, rispetto a quello che è accaduto intorno al termine “sovranismo”, né rispetto ai fenomeni mediatici e psico-sociali che hanno accompagnato tale neologismo dalla sua nascita fino a oggi. Negli anni tra il 2012 e il 2013, noi pochissimi che per primi iniziavamo a divulgare quel termine in chiave marxista o comunque neo-socialista, avevamo certamente messo in conto che, da parte dei sostenitori dell’idea di stato unico europeo, sarebbe stata immediatamente divulgata la menzogna d’una presunta sinonimia tra sovranismo e nazionalismo. Ma non immaginavamo – e a chi adesso si sentisse di affermare “io invece sì, io avevo previsto tutto” suggerisco di contare fino a dieci – che le cose potessero prendere la piega che poi hanno preso.

 

GLI INIZI “DI SINISTRA”. All’inizio, il conflitto era relegato all’ambito teorico. In Francia, il termine “sovranismo” venne diffuso dal teorico marxista Jacques Sapir a partire dal 2011. In Italia, all’incirca nello stesso anno, il termine iniziò a essere divulgato dal futuro fondatore del Fronte Sovranista Italiano Stefano D’Andrea. Un anno dopo, si parva licet, diede il suo minuscolo contributo anche il sottoscritto: scrissi sul sito salottoprecario.it un intervento in cui dichiaravo conclusa la mia esperienza di quattro anni come “marxista nel PD”; affermavo, altresì, che tale conclusione era dovuta al processo – incarnato in Italia dal Governo Monti – di spostamento degli ambiti decisionali statali su scala sovranazionale e presso istituzioni non elettive: tutto ciò, sostenevo, ormai rendeva qualsiasi riformismo di sinistra tecnicamente impossibile; infine, concludevo quell’intervento affermando: “solo il sovranismo, oggi, ci parla di lotta di classe”. Ricordo che, in quello stesso periodo, fui confortato anche dalle prese di posizione anti-sovraniste di Toni Negri: quando ancora nessuno ne parlava, infatti, Negri si dimostrò acuto come al solito innescando una vera e propria crociata teorica contro le posizioni marxiste-sovraniste; in altre parole, mi sentivo confortato per come, seppure da una posizione contrapposta, Negri stesse confermando la futura centralità che la categoria “sovranismo” avrebbe di lì a poco assunto nel dibattito politico.

 

Sia come sia, per noi che assumevamo il concetto di sovranismo in senso marxista, era apparentemente semplice ricondurre la fondatezza di tale posizione al giudizio dei partiti comunisti e socialisti europei nel secolo scorso che, riguardo al progetto di stato unico europeo, ne denunciavano la valenza imperialista. Inoltre, dal Dopoguerra fino agli anni ’90, tutta la documentazione storica disponibile dimostrava come il concetto di sovranità nazionale fosse stato appannaggio semi-esclusivo dell’internazionalismo proletario, dei movimenti anti-colonialisti del Terzo Mondo e dei movimenti anti-imperialisti dell’America Latina. Non ci rendevamo conto, usando queste argomentazioni, che il dibattito si sarebbe svolto, invece, nel più totale disprezzo delle fonti storiche e con la retorica che si sarebbe sostituita all’analisi.

 

GLI INIZI “DI DESTRA”. L’unica figura di destra che, in Europa, si può legittimamente affermare abbia cavalcato la problematica sovranista, è Marine Le Pen. La fase “anti-global”, però, per il Front National sembrerebbe essersi chiusa da diverso tempo. In Italia, invece, il termine è stato utilizzato per un periodo piuttosto breve – cioè appena due anni – dal partito Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Dunque, che vi sia stato uno sfruttamento anche a destra dei temi sovranisti è certamente vero, ma l’equazione “sovranismo = destra”, per reggere, non può fare altro che omettere e disconoscere la genesi marxista-socialista e il retaggio comunista-internazionalista di tale categoria e di cui ho più sopra riassunto. Il punto, infatti, è che la problematica sovranista riguarda il venir meno del principio costituzionale di sovranità popolare all’epoca della globalizzazione. Dunque – per quanto noi marxisti e socialisti riteniamo il “sovranismo di destra” un fatto contraddittorio e strumentale in quanto non mettente in discussione quel modello economico neoliberale che è alla base dell’odierna erosione della sovranità – è evidente che siamo di fronte a una categoria trasversale alle dottrine politiche del secolo scorso.

 

IL DILUVIO DI MENZOGNE E IL RUOLO DI CERTO “ANTIFASCISMO” NEOLIBERALE. Con la Brexit in UK, l’elezione di Donald Trump negli USA e l’avvento del governo Lega-M5S in Italia, la fenomenologia sociale di crisi della rappresentanza e cosiddetta populista, ha cominciato a manifestarsi nelle elezioni dei paesi occidentali. Da quel momento, la scelta dei sostenitori della globalizzazione neoliberale è stata quella di una campagna di demonizzazione della parola “sovranismo”. Questa demonizzazione non è MAI avvenuta in sede accademica o tramite analisi o confronto, ma solo ed esclusivamente con l’utilizzo brutale della potenza di fuoco garantita dal controllo dei media mainstream. La menzognera sinonimia tra sovranismo e nazionalismo, infatti, è stata solo l’inizio: oggi, tutta l’opinione pubblica è martellata quotidianamente da una propaganda mediatica volta a identificare il sovranismo direttamente col fascismo. Inoltre, alla parola sovranismo vengono ricondotte con veemenza, da parte dei media mainstream, tutte le accuse possibili e nell’impunità assoluta: così, viene definito “sovranista” l’incendio dell’Amazzonia; oppure viene definita “sovranista” l’idea salviniana di liberalizzare l’uso delle armi da fuoco. L’identificazione tra sovranismo e fascismo, infine, mette in luce quali siano le funzioni e gli intenti di questo nuovo “antifascismo” globalista-liberista generatosi nell’ultimo decennio: il deputato Emanuele Fiano, in un’intervista di un paio d’anni fa, ha candidamente ammesso che la sua proposta di legge, teoricamente rivolta contro le formazioni neofasciste, aveva in realtà lo scopo di attaccare legalmente le posizioni politiche euro-scettiche. Nel frattempo, il nuovo “antifascismo” neoliberale non soltanto ha rovesciato il retaggio proletario e anticapitalista dell’antifascismo storico, ma ha finito altresì per degenerare in un’espressione di razzismo sociale rivolta alle classi povere e impoverite – ree di non votare a sinistra – rispetto alle quali un numero crescente di figure di spicco della sinistra occidentale enuncia la necessità di abolire il suffragio universale e restringere il diritto di voto.

 

LA STRADA VERSO LA VIOLENZA. Lo squadrismo verbale, inevitabilmente, fa da prodromo all’avvento di uno squadrismo fisico. Quando Roberto Saviano paragona il sovranismo ai campi di concentramento nazisti, quando Michela Murgia difende chi scrive sui social che occorre uccidere i sovranisti, quando Massimo Recalcati enuncia che il sovranismo è una malattia mentale, siamo di fronte a un livello di scontro che non soltanto pone la dialettica politica totalmente al di fuori del mutuo riconoscimento entro una medesima cornice costituzionale, ma presuppone anche una volontà aggressiva che possa tradursi in due soli modi: la messa fuori legge dell’avversario politico o la sua interdizione fisica a esprimersi. La repressione legale – come nel caso del d.d.l. Fiano sopra menzionato – potrebbe in effetti arrivare, ma difficilmente dall’oggi al domani. Lo scontro diffuso attraverso l’uso della violenza fisica, invece, appare molto più a portata di mano; magari grazie a una sinistra pacifista che subappalti tale compito di aggressione all’area neo-liberale dei centri sociali. Di certo, la frase “non meritate ci siano persone che stiano ad ascoltarvi” rivolta dal recente manifesto delle “sardine” non già a Salvini bensì a tutti i milioni di cittadini italiani che sono riconducibili al cosiddetto populismo, sembra essere un’ulteriore indicazione a favore della seconda opzione, ovvero quella dell’interdizione a esprimersi.

 

SUL PERCHÉ, MALGRADO TUTTO, NON POSSIAMO ABBANDONARE IL TERMINE “SOVRANISMO”. Molti, di fronte a questa campagna di odio e menzogne, cominciano a chiedersi se valga la pena restare a difesa del termine “sovranismo” da una prospettiva costituzionalista e socialista. Ammettiamo, allora, di voler cedere. Fingiamo per assurdo di non essere più in grado di sostenere l’alluvione di falsità prodotta quotidianamente dai media e di voler abbandonare, di conseguenza, la categoria di “sovranismo”. Quali effetti determinerebbe tale scelta? A mio parere, due effetti catastrofici: a) la si darebbe vinta a un modus operandi basato sulla calunnia, sulla retorica che si pone come disciplina autonoma che soppianta l’analisi, sulla diffusione di falsità storiche che si appoggiano sul diffuso venir meno della memoria; oggi come non mai, sono invece i mezzi a giustificare i fini: non si può pretendere di cambiare il mondo utilizzando i mezzi con cui il mondo si riproduce; cambiare lo stato di cose, insomma, non consta solo di far vincere una fazione ma di far vincere un metodo: un’operazione di lunghissimo termine che ripristini il principio democratico della mediazione, che releghi la retorica a strumento subordinato all’analisi; b) il processo di governance globale sta spostando il terreno della decisione politica – soprattutto per ciò che riguarda le politiche sociali ed economiche – in un ambito sovranazionale e non elettivo e, dunque, verso un “totalitarismo liquido” dove la libertà d’espressione e di manifestazione convive con l’impossibilità di riformare, anche solo gradualmente, la struttura della società e dell’economia; se pure non usassimo più il termine “sovranismo” e lo sostituissimo con “Giuseppe”, il tema della sovranità popolare, costituzionale e quindi nazionale resterebbe comunque la questione strategica centrale di questa fase storica.

 

CONCLUSIONI. Detto questo, a me sembra che la costellazione sovranista-costituzionalista-socialista non sia all’altezza, per ora, di rispondere adeguatamente alla potenza di fuoco dei media neoliberali e alla loro campagna di demonizzazione: di conseguenza, essa sta rischiando di subire repressione. Sarebbero necessarie dinamiche unitarie tra i gruppi di ben altro livello rispetto a quelle attuali nonché un’articolazione di campi d’intervento che, oltre alla politica, abbracci anche le sfere sociale e culturale.

 

Riccardo Paccosi

 

 
Rivolta globale PDF Stampa E-mail

30 Novembre 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 28-11-2019 (N.d.d.)

 

Davvero strano, questo momento storico. Accanto alla magniloquente ed ossessiva riaffermazione “urbi et orbi” dei principi base del “politically correct”, consistenti in diritti, uguaglianza, solidarietà e libertà, uno strano ed incontrollabile malessere sembra percorrere da est a ovest, da nord a sud, l’intero orbe terracqueo. Un incontrollabile succedersi di rivolte ed insurrezioni, come uno strano libeccio di rivolta, soffia dall’America Latina all’Asia, sin dentro alla vecchia ed apparentemente stabile, Europa. Un vento “strano”, perché mai parte da premesse ideologiche, da precostituite visioni del mondo ma, per lo più, da istanze primarie, che potremmo definire “di stomaco”, frutto di un istintivo sentire. Tanti casi e contesti differenti, questo è assolutamente vero. Non si può paragonare quanto accaduto in Bolivia con Evo Morales, alla rivolta dei “gilè gialli” d’Oltralpe, né la rivolta di Hong Kong, con quanto accaduto in Libano o in Iraq. Non solo. Qualcuno potrebbe, giustamente, farci notare che, in taluni casi, come in Bolivia o in quel di Hong Kong o per l’attuale contesto iraniano, si può chiaramente avvertire l’influenza della politica statunitense, chiaramente interessata alla destabilizzazione di certi contesti, che vorrebbe ricondurre sotto la propria influenza. Influenza, non ispirazione e direzione, perché, come abbiamo già accennato, tutte queste rivolte sono frutto di un istintivo sentire per lo più ispirato da bisogni primari, di natura meramente economica. Tanto per fare un esempio calzante, l’attuale rivolta iraniana esplode con l’aumento dei prezzi del carburante. A guidare le rivolte di Libano ed Iraq, altrettante motivazioni di natura prettamente economica. Se la destituzione di Evo Morales in Bolivia è stata ufficialmente guidata da ragioni di ordine politico (accuse di brogli, etc.), in Argentina e Cile le rivolte sono apertamente ispirate da ragioni economiche. Dobbiamo allora concludere di trovarci di fronte ad un affastellato di episodi tra loro non connessi e per lo più ispirati da aride motivazioni di ordine economico o cosa? Per cercare di darci una risposta che vada oltre alle solite e superficiali analisi, dobbiamo partire da un rapido risguardo allo scenario macroeconomico mondiale.

 

Le probabilità di una recessione negli USA, che andrebbe poi ad estendersi al resto del mondo, sono le più elevate degli ultimi dieci anni, almeno a detta della Federal Reserve Bank di New York. E questo senza voler considerare il rischio di “default” del paese nordamericano, riaffacciatosi dopo quasi 40 anni. Difatti, stando alle ricerche del Bipartisan Policy Center, a causa dell’ultra elevato debito pubblico (22,4 miliardi di dollari) e di bassissime entrate del bilancio, già a partire dal mese di settembre del 2019 il paese non si sarebbe più potuto permettere di saldare i propri conti. Se, per ora, la catastrofe sembra esser stata rinviata, grazie alla particolare condizione di paese-produttore di una valuta ad oggi ritenuta al pari di una qualsivoglia fondamentale materia-prima, i problemi, comunque, permangono. Ben peggiore è la situazione della Cina. La crescita del debito del gigante asiatico si avvicina al 300% del PIL, un dato, questo, in grado di influenzare negativamente l’economia dei paesi del mondo intero. Il rischio di un drastico rallentamento dell’economia, dato dal debito pubblico e da quello delle locali aziende private, ha messo in allarme tutte le aziende straniere, pronte a lasciare la Cina, contribuendo così a destabilizzare ulteriormente un quadro già di per sé intricato e confuso. L’economia tedesca, uno dei motori trainanti dell’economia europea, è divenuta vulnerabile, e potrebbe, entrando in una ulteriore fase di crisi, impedire il futuro sviluppo di tutto il Vecchio Mondo. A detta di molti esperti, ciò sarebbe dovuto accadere già nel 2018, ma all’epoca mancavano alcuni fattori, come per esempio l’inasprimento dei controlli delle emissioni di quest’anno. Il tutto senza voler considerare il problema delle conseguenze di una “brexit” condotta in modo incerto ed approssimativo, sull’intero assetto macro economico europeo. In base a questi scenari, si paventa una pesante ondata recessiva, a livello globale, già per l’anno venturo, senza tener conto del fatto che l’economia di paesi come l’Italia si trova già, “de facto”, in uno stato recessivo. Ad ora, i timori dei mercati sono tutti concentrati su un appesantimento delle attuali guerre commerciali, con un calo della domanda e con la riduzione dei prezzi. Tecnicismi economici a parte, quel che rimane di tutti dati e gli scenari che abbiamo sinora descritto, è la crescente volatilità ed incertezza dello scenario economico mondiale, che trova la sua precisa origine nella crisi del modello neoliberista, arrivato alla fase finale del suo ciclo vitale, caratterizzato da sempre più brevi momenti di euforia dei mercati e sempre più lunghi e profondi momenti di crisi. Il neoliberismo, anziché benessere ed aumento del tenore di vita a livello globale, ha arrecato miseria e sperequazione “urbi et orbi”. Sotto le spoglie di proteste dalla valenza politica, si cela, invece, il generale malcontento contro un modello che, da qualunque parte adottato, ha comunque portato e sta portando a risultati che lasciano i vari popoli con l’amaro in bocca. E questo vale dall’Egitto al Libano, dall’Iraq all’Iran, da Hong Kong all’Indonesia, dal Cile all’Argentina sino alla Bolivia, non senza passare per il Vecchio Continente, con i suoi maggiori e più evidenti sommovimenti, in Francia, ma anche in Grecia e Spagna. A ben guardare, però, l’odierna fase del capitalismo è ben peggiore di quelle che l’hanno preceduta nel tempo. Dal Capitalismo della Rivoluzione Industriale siamo passati al Produzionismo Taylorista e Fordista, sino ad arrivare all’attuale cosiddetta “Post-Modernità”, imperniata su quello che potremmo definire un modello di Capitalismo “Illusionista”, ovverosia, in grado di determinare nelle masse l’impressione di poter pervenire ad uno stato di benessere economico, grazie alla possibilità offerta a tutti di reperire beni di consumo, quali prodotti tecnologici vari (telefonia mobile, connessioni in Rete, etc.) o altri più o meno duraturi, che danno l’illusione di sostituire quelle gravi carenze economiche, quali precarietà lavorativa, bassi redditi etc., che caratterizzano questa fase. Tant’è che la ultima e più micidiale crisi finanziaria mondiale è stata proprio causata dalla massiccia ed incontrollata immissione sul mercato di quei titoli “subprime” alla base della bolla speculativa che ha proprio avuto per oggetto l’acquisto di immobili da parte di milioni di risparmiatori Usa. Punto secondo. Oggi, tutto sembra essere acquistabile con maggior facilità, grazie allo sviluppo di strumenti creditizi prima non concepibili che, con l’illusione di alleviare il costo dell’acquisto di un determinato bene, caricano invece di costi aggiuntivi lo sfortunato consumatore che in tal modo andrà a sborsare, vita natural durante, cifre esorbitanti rispetto a quanto prospettato. Il nostro consumatore ideale vivrà, pertanto, gravato da tante situazioni debitorie che andranno intaccando, irrimediabilmente, le sue già precarie risorse finanziarie.

 

“Homo pagans”, questo è l’esatto termine tassonomico, con cui definire l’alienato individuo odierno, costretto a vivere pagando in continuazione, per nulla ricevere in cambio, se non illusioni che, al primo batter d’ali, si dissolveranno come neve al sole. E la gente sta cominciando a non poterne più. In tutto il mondo. Ci si rivolta nel nome di bisogni elementari, si sentono sempre più attaccati i propri esigui spazi vitali ed un fatto come questo è molto più pericoloso di una rivolta, all’insegna di una qualsivoglia utopia o narrazione ideologica. Una rivolta che si è andata propagando come un incendio in tutti i continenti e che potrebbe gettar le basi per nuovi, imprevedibili sviluppi. A differenza di una volta, oggi sempre più i popoli quando si sentono direttamente toccati in quello che è il proprio “particulare”, reagiscono, chiedendo di poter partecipare direttamente a quelle grandi decisioni, da altri prese in loro vece. Una prospettiva, questa, che potrebbe far saltare tutti i bei piani di certi signori. La tanta profetizzata “liquidità” di Zigmunt Baumann, sta invece trasformandosi in una molto più pericolosa “volubilità”, che potrebbe portare il povero, alienato, “homo pagans”, ad una nuova ed inedita trasformazione antropologica, da elemento passivo a soggetto attivo, nel nome di un inedito recupero della propria sovranità spirituale, politica ed economica. È inutile che Lor Signori si nascondano dietro a certe foglie di fico: le loro uguaglianza, solidarietà e libertà fanno il paio con omologazione, standardizzazione ed indiscriminato sfruttamento, all’insegna del liberismo economico. I popoli stanno incominciando a capire, cercare di modificare il corso della Storia; con parole d’ordine buoniste e facendo orecchie da mercante, come se nulla fosse, non si salverà questo Sistema dalla sua prossima, ventura fine.

 

Umberto Bianchi

 

 
Uno Stato sovrano PDF Stampa E-mail

28 Novembre 2019

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Da Appelloalpopolo del 26-11-2019 (N.d.d.)

 

In uno Stato sovrano, lo Stato si riprende con l’esproprio, costituzionalmente previsto, l’azienda di interesse strategico nazionale, usa risorse pubbliche per il risanamento ambientale e il rilancio produttivo e occupazionale e persegue penalmente fino alle estreme conseguenze chi ha voluto prendersi gioco della comunità nazionale.

 

In un dominion all’interno dell’Unione Europea, lo Stato (o quel che ne resta), si inginocchia all'”investitore” straniero di turno e usa risorse pubbliche per garantirgli profitto, gli sospende la giurisdizione penale e gli lascia nelle mani sia il settore strategico che il destino occupazionale del Paese. Io voglio uno Stato sovrano.

 

Iacopo Biondi Bartolini

 

 
Una discussione sulla Legge PDF Stampa E-mail

27 Novembre 2019

 

Da Comedonchisciotte del 24-11-2019 (N.d.d.)

 

Gli avvocati hanno una reputazione non proprio limpida. Sin dai tempi antichi venivano considerati furfanti, ed i giudici, nel migliore dei casi, dei dispotici tiranni. Mezzo millennio fa, Rabelais disse: ‘Non esiste una causa così grave da non trovarsi un avvocato, altrimenti non esisterebbero cause al mondo’. Ed ancóra: ‘Il miglior giudice è colui che decide il caso a caso’. Ai suoi tempi, la professione legale rappresentava sì una minaccia, ma solo per un privato, non per il regno o per lo status quo. ‘I giudici sono estremamente conservatori’, generalizzò all’inizio del XX secolo Vladimir Lenin, educato egli stesso come avvocato. Beh, ora non lo sono più; hanno una voglia matta di rimodellare il mondo. […] La lobby degli uomini di legge è onnipotente in America. Ha distrutto l’industria del tabacco con una singola decisione, ordinando ai coltivatori di pagare miliardi a chi poi si sarebbe goduto il fumo; ha rovinato la Palestina, ordinandole, assieme all’Iran, di pagare miliardi in sanzioni a quegli ebrei contro i quali aveva combattuto. Può decidere che l’aborto o il matrimonio tra persone dello stesso sesso sia un diritto universale, mentre l’assistenza sanitaria e l’istruzione gratuite no. Può vietare di fermare un’invasione straniera, e consentire l’impoverimento della cittadinanza indigena. Non c’è mai stato un re così potente come l’establishment legislativo americano. Il processo di impeachment contro Trump è un tentativo di detronizzare, con metodi praticamente illegali, un governante legittimamente eletto. Se i suoi avversari potessero contare sui propri elettori, non sarebbero costretti a scegliere questa strada. Sanno però che non possono vincere in altri modi; ecco perché vogliono rimuovere il presidente facendo appello ai suoi presunti crimini. I leader di molti paesi sono stati processati ed incarcerati, di solito sulla base di accuse, non comprovate, di “corruzione”. Se in passato i Capi di Stato raramente andavano in prigione, se non dopo un golpe od una sconfitta militare, ora vengono condannati anche nel caso di disubbidienza agli ordini del Deep State. In tal modo, ai governanti viene ricordato che la cosa più importante non sono le elezioni: è l’agire in conformità con la volontà dell’élite, nazionale ed occidentale. Se i populisti si azzardano a fare la volontà della gente, noncuranti del volere dell’establishment, corrono il rischio di finire in carcere, come accaduto ai presidenti di Argentina e Brasile. “Nessuno è al di sopra della Legge!”, esclamano i magistrati quando sbattono in galera l’ennesimo leader; ed aggiungono: “Questa è la regola della Legge!” Mi spiace dirlo, ma lo stato di diritto non è una cosa meravigliosa. Bisogna scegliere: o democrazia o stato di diritto. Questi due regimi non collimano, anzi, sono in diretta opposizione. In una democrazia, il popolo governa tramite i propri rappresentanti eletti; sotto lo stato di diritto, governano i giudici. Sì, c’è la Legge, ma i giudici la interpretano come ritengono più opportuno. Potrebbero annullare una legge o reinterpretarla in un senso completamente diverso.

 

Questa nuova tendenza ad usare la Legge come strumento politico è un dono fatto all’umanità dagli ebrei. Il popolo ebraico era storicamente governato da giudici e saggi. Ufficialmente, i savi del Talmud hanno interpretato la Legge di Halacha; in realtà, tale regola se la sono inventata loro, e solo l’Illuminismo ne ha spezzato la presa di ferro. Gli ebrei sono stati liberati, ma la libertà non è durata a lungo. A mano a mano che il mondo è diventato sempre più giudaico, i saggi hanno assunto potere decisionale in tutto il mondo. In Inghilterra, la Corte Suprema è stata istituita abbastanza di recente, nel 2009: nel mentre è già stata in grado di impedire al Primo Ministro Johnson di attuare la Brexit per tempo. Negli Stati Uniti, dove la giudaizzazione è in stato altamente avanzato, la Corte Suprema ha bloccato ogni iniziativa di Trump. La vecchia strega Ruth Bader Ginsburg, sebbene non eletta dal popolo, è ben più potente del Presidente. L’establishment legale, supportato dai media, è in grado di neutralizzare qualsiasi elezione. Questi due poteri non eletti e non democratici, Magistratura e Media, sono entrati in aperto conflitto con il governo ed il parlamento eletti. Nel piccolo stato ebraico di Israele, i giudici vogliono governare. Pensano di sapere, meglio degli statisti eletti, cosa sia giusto fare; e pensano che Netanyahu sia troppo indipendente. È troppo amichevole con Trump e (Dio ce ne scampi!) persino con Putin. Netanyahu ha sviluppato la propria base elettorale, non obbedisce alle vecchie élite. Per questo hanno sempre cercato di rimuovere Bibi e sostituirlo con un politico più flessibile. Anni fa ci hanno provato giocando la carta Ehud Olmert, il quale, però, non ha avuto la minima chance. Ogni giorno, giornali e tv trasmettevano sempre nuove accuse contro di lui. Il pubblico israeliano spesso veniva a conoscenza delle presunte malefatte di Olmert prima dello stesso Primo Ministro. La polizia non ha solo svelato i dettagli del suo caso, li ha proprio diffusi a profusione. La Corte Suprema ha poi iniziato le deliberazioni, con i media pronti a spiattellare tutto dappertutto. Due potenti poteri della politica israeliana, Magistratura e Media, hanno unito le forze per rovinare Olmert, e ci sono riusciti. Questo episodio ha dimostrato chi effettivamente gestisca Israele. Anche se i media amplificano, sono i giudici a giudicare. Ora Netanyahu sta ricevendo lo stesso trattamento. La polizia fa trapelare storie ad un giornalista prescelto, il quale le diffonde su tutti i media. Ogni volta che Bibi ha chiesto di rendere pubbliche le accuse, per potersi difendere apertamente, il Procuratore Generale ha posto un veto, asserendo che non voleva avere un processo da parte dei media – che peraltro era esattamente la cosa che stava accadendo. È difficile simpatizzare per un criminale di guerra come Netanyahu; resta però il fatto che sia stato eletto, mentre i suoi avversari sono stati nominati. Vogliono che vada in prigione, come Olmert. Non per aver ucciso migliaia di palestinesi, né per aver distrutto migliaia di famiglie, ma per un mero cavillo. L’idea era che il suo elettorato lo avrebbe abbandonato se fosse stato accusato di crimini. Non avevano però abbastanza forza per sferrare l’attacco, fino a quando non hanno ricevuto confessioni da persone vicine al presidente. […] Gli israeliani sono sempre pronti a fermare la pubblicazione di ciò che non piace alle autorità. Solo dopo molti anni il popolo ha appreso, ad esempio, che il proprio governo aveva autorizzato la razzìa di bambini ebrei yemeniti; trattato con raggi-X le malattie della pelle dei bambini marocchini, fino ad ucciderli; sterilizzato donne etìopi; fatto esplodere sinagoghe a Baghdad; rapito il tecnico nucleare Vanunu a Roma; bombardato la USS Liberty; avvelenato l’acqua potabile di Acri. Tutti questi crimini sono stati protetti da occhi indiscreti tramite un obbligo di non pubblicazione. Un’opzione drastica ci sarebbe: rimuovere l’obbligo. Un membro della Knesset (il Parlamento) non è tenuto a rispettare il blackout mediatico; dal podio ha la libertà di dire tutto ciò che vuole – e i giornali di ripubblicarlo. È così che abbiamo appreso del massacro di Kafr Qassem (l’obbligo di non pubblicazione venne infranto dal comunista MK Tawfik Toubi – e così il mondo intero venne a sapere del villaggio palestinese circondato e decimato da soldati ebrei). […]  È vero, alla gente piace la vendetta, ma gli statisti dovrebbero rimanere immuni dalla persecuzione a vita. C’è un modo più urbano per porne fine al mandato: eleggere qualcun altro al posto loro. Il ricorso alla légge non è un ricorso, è un attacco alla democrazia. Ed anche a fine mandato lo statista dovrebbe rimanere immune. Si troverebbe altrimenti costretto a servire più l’agenda dei giudici che a servire la nazione. Mi rammarico per il destino di Milosevic e Saddam; i loro processi sono stati una parodia della giustizia. Non erano personaggi peggiori di Blair o Clinton, solo meno fortunati. E lo stesso vale per Netanyahu e Trump. Non sono stinchi di santo, certo; ma sono stati regolarmente eletti, e dovrebbero rimanere immuni. Lasciate che vengano giudicati dalla storia, non dai giudici. Per quanto riguarda gli avvocati, gli americani farebbero bene a riappropriarsi dei propri poteri. Diderot forse aveva ragione: l’Uomo non sarà mai veramente libero, fino a quando l’ultimo avvocato non verrà strangolato con le viscere dell’ultimo banchiere.

 

Israel Shamir (Traduzione di HMG)

 

 

 

L'autore casca nell'errore di credere che "lo stato di diritto" sia il potere giudiziario. Il principio dei tre poteri (sì poteri) dice che l'esecutivo, il legislativo e il giudiziario sono in realtà poteri dentro lo Stato. La legge, salvo chiara corruzione, dovrebbe regolare le azioni di tutti, anche i giudici devono stare sotto la legge. In uno Stato moderno esistono organi di supervisione come i procuratori dello Stato che hanno come compito denunciare se la legge non viene rispettata. Esistono i consigli di giudici e avvocati che ne monitorano le attività. Il supremo tribunale è, normalmente, a numero dispari e trova consenso per votazione. Il media, "il quarto potere", spesso viene comprato con i soldi da una élite e perde la sua efficacia proprio quando diventa parziale. Insomma, i casi di Trump e Dilma (Brasile) e altri sono lotte interne tra i poteri dello Stato e la legge (cavilli) viene usata come arma. Quello che conta è la politicizzazione della popolazione. Se le masse rimangano inerti, allora la lotta dentro lo Stato può diventare brutta. La democrazia non è il voto, ma il potere del popolo di opporsi ai poteri dello Stato anche dopo un voto. Lo Stato deve avere paura della gente, se non ne ha, diventa corrotto. Non mancheranno mai gli avvocati e giudici, ma manca spesso la coscienza civile del popolo che si stacca dalla politica e non assume le sue responsabilità. La Bolivia è un esempio dove il popolo condivide una idea politica (socialismo di Evo Morales). Anche con il presidente deposto da un colpo militare (altro potere dentro lo Stato), la maggioranza della gente vuole il suo ritorno. Vedere le cose in modo semplicistico come questo autore è fuorviare il lettore verso il capo carismatico, verso una servitù alla personalità che sia Netanyahu o Trump o Dilma o altro. Bisogna capire che il mondo è un sistema complesso dove molti gruppi di potere lottano costantemente per raggiungere i propri interessi. Alla base di tutto sta la coscienza popolare, l'unica che può veramente guidare uno Stato. Non sorprende che il controllo mentale sia tanto considerato dagli alti livelli.

 

Paulo Paganelli

 

 
Il Regno della Quantità PDF Stampa E-mail

26 Novembre 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 24-11-2019 (N.d.d.)

 

“Il dominio americano del mondo è un fenomeno negativo, derivante non da un eccesso di energia, ma da un deficit di resistenza“. Così scrisse Oswald Spengler nel Tramonto dell’Occidente. Per Carlo Marx, in America il credito ha sostituito il Credo. Trionfo della distruzione creativa e del calcolo egoistico, dello zombi turistico sostituto dei costruttori del Partenone, del Colosseo e dell’Alhambra. Più l’uomo moderno è nullo, più diventa americano. L’americanismo gli ordina di rinunciare al suo denaro, alla sua razza, alla famiglia, alla libertà, al rango, alla sua cultura, lingua, nazione e tradizione. Vi è nell’americanismo una tossicità sorprendente, una vischiosità da carta moschicida, un’attrazione inspiegabile se non con le parole di un poeta, Charles Baudelaire: “spietata dittatura dell’opinione pubblica nelle società democratiche; non supplicarla di carità, indulgenza o elasticità nell’applicazione delle sue leggi ai numerosi e complessi casi della vita morale. Sembra che dall’amore empio della libertà sia nata una nuova tirannia, la tirannia delle bestie o la zoocrazia“. Sono queste alcune delle caratteristiche salienti, le illustrazioni del paese di Benjamin Franklin, inventore di una moralità da bancone di bottega, eroe di un ristretto, ma vincente pensiero strumentale di grossisti dell’anima. Non diversamente, Aléxis de Tocqueville intuì nella mentalità americana i pericoli di una tirannide della maggioranza, della quantità, ai danni delle minoranze, dei dissenzienti, della qualità. Sostenne che via via che i cittadini diventano più simili, aumenta la disposizione a identificarsi nella massa e a credere in essa, e quindi il pubblico “viene a godere di un singolare potere: non fa valere le proprie opinioni attraverso la persuasione, ma le impone attraverso una gigantesca pressione dello spirito di tutti sull’intelligenza di ciascuno.” L’opinione è manipolata dall’alto, ma l’americano, e da tre generazioni anche l’europeo, non guarda all’insù, ma esclusivamente alla greppia, al soddisfacimento immediato di piaceri volgari pagabili in moneta. […] La sua ossessione è misurare tutto; di qui la passione per la statistica, la tassonomia, i bilanci, così utili per l’eroe a stelle e strisce, l’uomo che si fa da sé e avanza verso il successo, il cui metro è il dollaro. […] Stupisce la fascinazione per chi è famoso, indipendentemente dalle motivazioni, attore, fuorilegge o scienziato. La famiglia Dillinger, dopo l’uccisione del gangster di Chicago, si esibì con successo nei teatri. Tutto tende a dare una forma quantitativa al pensiero. Se l’americano domanda il valore di un uomo, intende il valore materiale, e si irrita di ogni altro sistema di apprezzamento. La soluzione dei problemi che propone è sempre quantitativa. Questo vale anche per la guerra, in cui la strategia americana non si basa sul valore militare o la proporzionalità, ma sul gigantesco dispiegamento di mezzi. Convinto della sua superiorità etica, fervido sostenitore del modo di essere Usa, lo vuole imporre, a fin di bene, al mondo intero. La santificazione della libertà all’americana conduce ad una vita massificata fino a perdersi nel conformismo, nella moda, nel regno dell’indifferenziato e della quantità. Dalla fine della seconda guerra mondiale, vinta con la potenza delle armi, l’americanismo dominante ha trasformato l’Europa in Occidente e poi in periferia colonizzata. Ha imposto modelli economici, standard esistenziali a comunità intere. L’american way of life si è stabilito, deposti ma non abbandonati gli strumenti bellici, come incontrastato dominio finanziario, militare, industriale, tecnologico, ma innanzitutto come modello teso a costruire un nuovo tipo umano indifferenziato, relativista, interessato solo alla ricchezza, all’avere, al successo. Il suo rozzo vitalismo è esclusivamente materiale, quasi zoologico.

 

Il segno dei tempi, per René Guénon, è l’avvento del regno della quantità. Attraverso l’egemonia dell’americanismo, ci annientiamo con gioia, demograficamente, culturalmente, spiritualmente. Una morte gaia, un funerale alle luci del varietà. Il trionfo del femminismo rancoroso, del libertarismo, il potere assoluto del mercato, della forma merce, del multiculturalismo, dell’omologazione planetaria, di tutto ciò che è misurabile in dollari sono pericoli più rovinosi del terrorismo o della dipendenza dal petrolio. Ci hanno assorbito, mangiato le carni, hanno comprato per quattro soldi la nostra anima come Mefistofele con Faust, ci hanno venduto a caro prezzo un posto in galleria nello spettacolo da loro allestito. Meraviglia la nostra smania di sottomissione, adorazione e deificazione dell’America. Tempo amorale in cui le azioni della Boeing triplicarono nonostante uno scandalo che la vide protagonista, segno che vogliamo tenacemente schiantarci, ipnotizzati dagli Usa. Tempo in cui sostituiamo le nostre feste con quelle di provenienza americana, Halloween al posto dei Santi e dei Morti, in cui ci mettiamo in fila per gli sconti del cosiddetto Black Friday, il venerdì nero imposto da Amazon. Tempo in cui abbandoniamo la lingua nativa per esprimerci in un ridicolo globish, l’inglese da aeroporto, parente assai lontano della lingua di Shakespeare. Il mondo moderno di osservanza americana è allucinatorio, confonde reale e virtuale; adora come i selvaggi di Colombo le perline luccicanti vendute in cambio di oro dai conquistatori colonizzatori d’Oltreoceano.

 

Nell’industria, l’America non si interessa che alla produzione di serie, il cui gusto livellato in basso impone alla clientela di massa per coazione a ripetere pubblicitaria intrecciata con la svalutazione, l’aperta irrisione dei modelli fondati sulla qualità. Le interessa soprattutto fomentare l’invidia, il desiderio di possedere ciò che i vicini hanno già. Non c’è posto per l’essere, ma solo per il primato, l’immensamente grande. Invariabilmente, uno spettacolo, un edificio, una realizzazione tecnica è la “più grande del mondo”. Le forme di vita della società che impronta sono tecnomorfiche, sostituiscono l’organico con il meccanico, con inevitabile materializzazione dei rapporti sociali. In un paese in cui l’eterogeneità è un elemento costitutivo, il consenso non può costituirsi che intorno a cose materiali, ai consumi, al possesso. Mito ideale è il melting pot, il pentolone che ribolle e cambia continuamente colore, gusto, aspetto. Il consenso si raduna sull’acquisto dei beni costitutivi dello status sociale. Nella scelta dei rappresentanti, il principio di qualità è aborrito: il senatore, il governatore, il presidente devono essere “come tutti gli altri”. Per questo giocano con il pubblico, si mostrano in salotto o con il cagnolino. L’americano si insospettisce immediatamente se avverte la superiorità di un candidato. Non lo capisce, quindi non lo vota. Tutto ciò è rapidamente transitato in Europa. […]

 

Si è poco riflettuto su un dato storico della vicenda americana: gli Usa nascono dal rifiuto dell’Europa dei Padri Pellegrini e successivamente dall’abbandono del Vecchio Continente di decine di milioni di europei che, lasciate le rispettive terre per cercare fortuna, ripudiavano le origini, trasformandosi in perfetti neo-statunitensi. È americano il detto che la patria è dove si appende il cappello. Del resto, la parola patria non esiste in inglese: country, paese, tutt’al più people, la gente, massa da misurare aritmeticamente, una somma da valutare in termini di equivalenza, economia di scala, propensione al consumo. L’immensa fortuna americana di Freud e della psicanalisi si spiegano con il rifiuto delle culture di provenienza di milioni di deracinés, sradicati, animati da un livido spirito di rivalsa nei confronti delle terre native. È, né più né meno, l’assassinio del padre, fondamento della costruzione freudiana. Altro idealtipo è quello del vincente, non importa con quali mezzi. Bisogna competere, schiacciare l’avversario per guadagnare, “avere successo”. I perdenti non hanno cittadinanza, a nessuno importa del valore o della giustezza della causa. L’americanismo è la termite che ci divora; compra l’anima, ma fa di peggio. Vende il surrogato e butta l’originale. […] La resa dell’animo europeo, iniziata nella carneficina della primaguerra mondiale, è proseguita a ritmo accelerato dopo la seconda, assumendo dal 1989, liberazione dal comunismo e scatenamento degli spiriti animali del capitalismo amerikano, i caratteri di una Caporetto dello spirito, una sconcertante volontà di impotenza, un’ansia di distruzione, un cupio dissolvi che sarà oggetto di studi degli psicologici del futuro, più che degli storici e dei sociologi. C’è una natura negativa, regressiva, profondamente anti europea, nello spirito americano. Non intendiamo alimentare nessun rancore o volontà di rivalsa nei confronti di quel popolo. Gli Usa hanno il diritto di vivere secondo i principi e l’organizzazione sociale che preferiscono. Non dobbiamo invece accettare che la loro agenda politica, economica, tecnologica, culturale, valoriale ci sia imposta. Dobbiamo organizzare una resistenza, ricostruire argini, restituire l’Europa a se stessa. Parafrasando Niccolò Machiavelli, vogliamo mostrare che a qualcuno ancora “puzza questo barbaro dominio”, non morire da coloni, servi di un mondo estraneo. Osiamo affermare che la visione della vita americana, la sua way of life è un’infezione a cui vanno opposti anticorpi, a cominciare dalla denuncia dell’inquietante regno della quantità diventato senso comune, orizzonte unico entro un sistema politico neo liberista, dichiarato privo di alternative senza prove e nel divieto del contraddittorio. Di là dell’Atlantico, amano le sigle, gli acronimi. Uno è TINA, there is no alternative. Falso, a ogni sistema, a qualunque regime o pensiero vi è sempre un’alternativa. Acronimi: l’impero della semplificazione. Solo in America gli esseri umani potevano essere ridotti alle iniziali, espropriati del nome. Ricordate J.R., l’eroe televisivo di Dallas, O. J. Simpson e tanti altri? Derubricati a sigla, come i numeri di matricola dei prigionieri o i codici a barre dei prodotti del supermercato. Quantitative sono in America anche le scienze dello spirito. L’unica filosofia prodotta negli Usa è il pragmatismo, pensiero pratico per il quale conta il risultato delle azioni. La psicologia, con John Watson, ha partorito il comportamentismo (behaviorism), la convinzione che nulla vi sia di innato e ogni condotta sia determinata dall’ambiente. In sociologia, più che le analisi, valgono le statistiche, la capacità di prevedere comportamenti di massa, nella prospettiva dello sfruttamento economico.

 

L’uomo americano occorre che abbia, non che sia. È un homo dollaricus, interessato spasmodicamente alle speculazioni di borsa, al guadagno facile, poiché l’obiettivo della vita è fare soldi, to make money. Questa, infine, è la ricerca della felicità posta nella costituzione, un testo in cui si afferma che tutti gli uomini nascono liberi, redatto da diversi proprietari di schiavi. Lo stesso primo presidente, George Washington, ne possedette per tutta la vita. Un altro tratto dell’americanismo è l’ipocrisia, il moralismo da quattro soldi, virtù pubbliche e mano sul cuore, comportamenti opposti. In America è stato inventato un modello matematico chiamato preda-predatore (equazione di Lotka-Volterra), utilizzato in alcune analisi economiche, il cui senso non necessita spiegazioni. L’idea di eguaglianza che rifiuta programmaticamente ogni distinzione qualitativa è alla base dell’intera vita americana, ma non sposta di un centimetro l’enorme (e crescente) disparità di reddito che affligge decine di milioni di americani poveri. I rapporti sociali, in un universo di differenze tanto grandi, non possono sfociare in un’appartenenza collettiva, se non nella riduzione allo stato di macchine che il cinema colse fin dal 1927 con Metropolis, diretto da Fritz Lang, che era però viennese e da Charlie Chaplin, europeo anch’egli, in Tempi Moderni (1936). Convinto paladino della libertà, che non definisce se non come assenza di vincoli e opportunità di arricchirsi, l’americano è un essere “fisicamente libero, ma psicologicamente e spiritualmente schiavo“ (Tocqueville). Il dramma è il fascino indiscutibile che l’americanismo esercita sulle menti cresciute nel culto della materia, del progresso “tecnico”. È l’ideologia della modernità e – nella dimensione mercificata del consumo individualista, del soggettivismo e dei diritti civili sostituti della giustizia sociale – della post modernità. Funziona, ma consuma corpi e anime; convince di vivere non nel migliore dei mondi, ma nell’unico. È la versione contemporanea, soffice, del totalitarismo. Scrisse Tommaso d’Aquino: timeo homines unius libri, temo gli uomini di un solo libro. Chissà che avrebbe pensato di un popolo, di un senso della vita impadronitosi di tutti noi, che non è “di un solo libro”, ma della sua riduzione a riassunto, massimo centoquaranta caratteri, come i messaggi di Twitter.

 

Roberto Pecchioli

 

 
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25 Novembre 2019

 

Da Appelloalpopolo del 23-11-2019 (N.d.d.)

 

Premesse: a)- la Germania da un po’ di anni sta riducendo considerevolmente il suo debito/pil per arrivare sotto il 60%; b)- la Germania sta chiedendo (e otterrà) per il completamento dell’Unione Bancaria con l’istituzione della garanzia dei depositi, che i titoli di Stato in pancia alle banche, attualmente ritenuti risk-free, vengano valutati peggio dei derivati e in base al rating dell’emittente.

 

Lo schema del nuovo MES in 10 mosse. 1) Il nuovo MES emetterà Eurobond e si finanzierà sul mercato, per fare da prestatore di ultima istanza agli Stati che chiederanno il suo intervento. 2) Gli Stati potranno chiedere l’assistenza finanziaria del MES attraverso 2 vie: -a) gli Stati in linea con i parametri di Maastricht (debito/pil sotto il 60% e deficit/pil sotto il 3%) avranno una linea di credito agevolata ed automatica, senza dover sottostare alle famose condizionalità; -b) gli altri Stati avranno una linea di credito subordinata a delle condizionalità. 3) Le condizionalità sono tagli, privatizzazioni, austerità, tasse, insomma nuovi massacri in stile Amato-Monti. 4) La storia d’Italia dimostra (1992-2011) che le manovre lacrime e sangue sono accettabili per l’opinione pubblica solo in presenza di una forte crisi. 5) Le crisi in Italia sono sempre state eterodirette e i presupposti di innesco sono in mano alle istituzioni europee che operano sempre “al riparo dal processo elettorale” (citazione di Mario Monti). 6) Una buona dose di panico gettata sui Mercati scoperchierà il vaso di una crisi bancaria per tanto tempo soffocata ed emergeranno le magagne nascoste. 7) La Germania prenderà tranquillamente dal MES la sua linea di credito agevolata per ricapitalizzare le sue banche imbottite di derivati. 8) L’Italia userà la sua linea di credito MES condizionata per ricapitalizzare le sue banche imbottite di sofferenze e di titoli di Stato italiani, che nel frattempo avranno visto crollare il rating e costretto le banche a consistenti accantonamenti. 9) La Germania e la Francia compreranno le banche italiane buone. 10) L’Italia risanerà a sue spese le banche che non interessano all’estero, perché l’Unione Europea non riterrà di interesse pubblico salvarle, o le lascerà fallire.

 

Ovviamente è una ipotesi, si accettano correzioni, ma una cosa mi sembra evidente: il vero problema del nuovo MES non sono le condizionalità automatiche, ma la linea agevolata appositamente studiata per la Germania: la storia dell’Unione Europea è andata sempre così, la Germania ha sempre detto di NO ai nuovi strumenti, euro compreso, finché non è stata sicura di poterli utilizzare a proprio esclusivo vantaggio. E la Francia? La Francia è sempre stata fuuurba: continua da un lato a lavorare per farci le scarpe, dall’altro a fidarsi dei tedeschi pensando di essere più astuta di loro…

 

Lorenzo D’Onofrio

 

 
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