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Sfollamento PDF Stampa E-mail

3 Aprile 2020

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Ad un mese dal suo inizio, prosegue l’emergenza per il virus - sia pure, sembra, con qualche regresso nella sua diffusione. Proseguono le misure restrittive e di controllo. Misure che in questa forma è da vedere se abbiano contribuito e contribuiscano a limitare il virus. Misure che - al di là delle intenzioni dei singoli amministratori e governanti - si potrebbe guardare bene da dove provengano e dove vorrebbero andare a parare. Se effettivamente a contrastare il virus - un virus che si potrebbe indagare bene da dove provenga e dove vorrebbe andare a parare. In ogni caso, la situazione è evidentemente problematica. Sia nella contingenza sia nella prospettiva futura. Sia dal punto di vista socio-sanitario sia dal punto di vista economico-sociale. Per fare qualcosa di sensato io credo si dovrebbe, per esempio, cercare di diminuire la densità della popolazione di zone urbane come quella di Milano. Si tratterebbe di favorire il passaggio - ovviamente di persone interessate a questo - dalla zona urbana a zone attualmente non più abitate, dove ci si organizzerebbe con un’economia di sostanziale autosussistenza. Conosco zone di questo genere anche in Lombardia; nel resto d’Italia ce n’è poi in abbondanza.

 

È un progetto che garantirebbe comunque da subito una miglior situazione socio-sanitaria, e in prospettiva fronteggerebbe le situazioni economiche difficili che probabilmente verranno; e, direi soprattutto, realizzerebbe una modalità di esistenza sana fisicamente, moralmente, spiritualmente, al contrario di quella tecnoindustriale e urbana della forma di civiltà in atto, che può portare solo a disastri di vario genere come quello che stiamo vedendo. Sono convinto ci siano persone interessate a una prospettiva del genere. Io sono una di queste, da parecchi anni. Ma penso che questa situazione stia producendo un certo numero di “risvegli”. È un progetto che si potrebbe chiamare “Progetto Ripresa”: innanzitutto una ripresa di controllo sulla propria esistenza. Credo sarebbe nell’interesse anche generale che le Amministrazioni territoriali - per esempio di Milano e della Lombardia - e magari anche il Governo, lo prendessero in considerazione positivamente.

 

Chi fosse interessato può contattarmi: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

 

Enrico Caprara

 

 
Le idee ci sono PDF Stampa E-mail

2 Aprile 2020

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Da Rassegna di Arianna del 31-3-2020 (N.d.d.)

 

Uno dei pochi uomini politici italiani dotato di senso della storia, Giulio Tremonti, ha paragonato la presente emergenza da Coronavirus al 1914. Con lo sparo di Sarajevo all’arciduca Francesco Ferdinando, erede dell’impero asburgico, iniziò la prima guerra mondiale e si chiuse la Belle Epoque, il periodo avviato negli ultimi decenni del XIX secolo, tra innovazione scientifica, progresso industriale e diffuso ottimismo. La pallottola del nazionalista serbo Gavrilo Princip non troncò solo la vita dell’arciduca, ma la fece finita con l’epoca degli imperi e l’egemonia planetaria dell’Europa. Quel che porterà il 2020, lo choc del virus, con il suo fardello di morti, distruzione delle orgogliose certezze e disastro economico non lo sappiamo ancora. Abbiamo tuttavia la convinzione che i mesi, i giorni che stiamo vivendo siano quelli di un tornante della storia, di un cambio di paradigma economico, culturale, esistenziale. Ci sarà tempo per approfondire riflessioni etiche ed antropologiche, ma intanto è necessario salvare il salvabile e mostrare coraggio, inventiva e capacità progettuale, affinché questi tempi non siano gli ultimi di ieri, ma i primi di domani.

 

Rimaniamo sul terreno economico e finanziario: la globalizzazione è in crisi, oggi è contagiata in quanto per un trentennio è stata contagiosa. Che fare, allora? La premessa è la necessità di mettere al riparo la nostra nazione dagli effetti drammatici di una crisi che può azzerare il benessere faticosamente conquistato, negli ultimi venti, trent’anni perduto a spizzichi e bocconi. È l’ora di decisioni gravi, della responsabilità nazionale e di scelte nuove. Recuperare la sovranità, economica, monetaria e politica è la condizione preliminare per ricominciare. Tra gli italiani che si stanno impegnando con maggiore energia, emerge un gruppo di uomini e donne – economisti, studiosi, pensatori, analisti politici- che sta lavorando alla costruzione di un nuovo paradigma, tentando di costruire un centro di gravità- fatto di idee e misure concrete – in grado di determinare un radicale cambiamento.

 

Metapolitica, sterile teoria? Niente affatto, il principio è “primum vivere”. Con il contributo di una schiera di economisti estranei al mainstream accademico, politico e ideologico, è stato predisposto un vero e proprio piano di salvezza nazionale. Idee, progetti, misure, proposte forti, ma assolutamente realistiche, in grado di dare la scossa alla nazione nel momento più buio, ma soprattutto restituire speranza. Da subito, da oggi. Non è un invito, ma una pacifica chiamata alle armi per cogliere, nel pieno di una straordinaria, quanto imprevista crisi globale, l’occasione per imprimere, finalmente, un ampio cambiamento economico, monetario, produttivo e geopolitico, orientato a superare il vecchio paradigma e adottarne uno nuovo, più sostenibile, umano e positivo. In uno scritto successivo, cercheremo di indicare le linee guida e i presupposti ideali che animano gli estensori del piano. Qui e adesso, tentiamo di fornire una prima “cassetta degli attrezzi” del progetto elaborato da personalità del calibro di Nino Galloni, Fabio Conditi, Alessandro Coluzzi e altri. È urgentissimo far capire ai connazionali che l’Italia non ha bisogno di prestiti internazionali, sia nella forma drammatica del Meccanismo Europeo di Stabilità, ovvero la fine della Grecia, la svendita agli avvoltoi e la rapina delle risorse della nazione, e neppure in quella, meno violenta, ma comunque estranea all’ interesse nazionale, dei cosiddetti Coronabond.

 

Il primo gesto concreto, che il piano di salvezza chiama T0 (tempo zero, l’azione immediata di chi non perde tempo poiché tempo non ha) è mettere a disposizione dell’Italia almeno 350 miliardi di euro, di cui cento subito, da oggi, e gli altri 250 a breve termine. Il sistema politico italiano – e i suoi consiglieri economici- sono stati posti a conoscenza delle proposte qui sintetizzate attraverso canali riservati e canali istituzionali: non possono dire di ignorarne la portata. Il T0, Tempo Zero, ha lo scopo di tamponare l’emergenza sanitaria, la perdita del reddito per famiglie e imprese, e mettere le istituzioni finanziarie pubbliche in grado di sostenere le misure strutturali successive. Subito, si rende necessario iniettare nelle casse dello Stato liquidità per almeno 100 miliardi, attraverso cui scongiurare prestiti internazionali e autentiche tragedie epocali come l’intervento del MES e degli altri strumenti finanziari prospettati. Lo strumento individuato per la prima fase è l’emissione di titoli di Stato riservati al risparmio nazionale, denominati “Buoni di Solidarietà e Protezione”.  Dovranno essere emessi dal Dipartimento del Tesoro a rubinetto (o con emissioni settimanali) fino a 500 miliardi di euro, estensibili a 1000. Saranno garantiti da prelazione sui proventi da cespiti di eventuali cessioni del patrimonio pubblico, riservati esplicitamente a selezionati operatori residenti: famiglie, aziende, banche di proprietà pubblica o controllate da soggetti privati residenti. L’eventuale “secondario” verrà riservato sempre e solo ai residenti. Le scadenze saranno a 3, 6 e 12 mesi, con emissione alla pari (100) e tasso implicito pari a zero. Il collocamento sarà realizzato senza asta tramite sportelli bancari e postali con semplice disposizione di sottoscrizione da parte del cliente e retrocessione all’intermediario da parte del MEF di una commissione pari a 0,05%. Nessuna commissione potrà essere richiesta dall’intermediario al sottoscrittore, e i titoli dovranno essere esplicitamente esclusi da ogni imposta patrimoniale, presente e futura, comprese le imposte di successione. Rappresentano un intervento d’urgenza, anche nella forma di un reddito personale di emergenza immediato per i cittadini residenti, e sono destinati ad essere sostituiti da interventi strutturali non appena venga superata l’emergenza. Per questo motivo si offrono solo scadenze brevi.  Gli interventi (T1) a medio termine sostituiranno le misure T0. Saranno costituiti da due diversi strumenti finanziari. Il primo sono titoli di Stato a breve termine, garantiti e riservati esclusivamente al risparmio di operatori nazionali, in grado di mobilitare rapidamente al servizio della comunità parte del risparmio finanziario privato nazionale, di cui almeno 1500 miliardi sono disponibili (conti correnti e depositi) o facilmente liquidabili; mettere al sicuro questa preziosa risorsa nazionale, oggi sfruttata prevalentemente dalla finanza speculativa mondiale;  dare finalmente attuazione alla prescrizione costituzionale dell’articolo 47 che impone alla Repubblica di tutelare il risparmio; restituire integralmente agli investitori internazionali il debito pubblico in scadenza, liberandoci per sempre dal ricatto dello spread. Si sostituisce di fatto il “debito pubblico estero”, concetto odioso, con ben più rassicuranti e graditi strumenti di protezione e impiego del risparmio dei cittadini. Parallelamente, ed è forse l’innovazione più importante, potenzialmente decisiva per uscire dalla prigione finanziaria in cui ci siamo rinchiusi, Il Ministero dell’Economia e delle Finanze verrà incaricato di emettere direttamente delle “Statonote” – ovvero banconote di Stato, come le vecchie 500 lire cartacee inventate da Aldi Moro- a circolazione interna, anche in versione elettronica, operazione non vietata da alcun trattato europeo. Ciò consentirà di coprire con immediatezza ogni esigenza della spesa non coperta da entrate; arrestare il contagio verso la popolazione di qualsiasi turbolenza sui mercati speculativi; contribuire al processo di sostituzione del debito estero. Nel Tempo 1, è cruciale la predisposizione di un piano strategico di investimenti produttivi per almeno 250 miliardi per rilanciare l’economia nazionale attorno a obiettivi coerenti e coordinati di politica economica di medio-lungo termine. Le fonti di finanziamento saranno ancora i titoli di Stato di solidarietà e le Statonote, a cui si aggiungeranno altri due strumenti, le banche pubbliche e gli istituendi CdR, Conti di Risparmio, che necessiteranno di alcuni mesi per l’implementazione informatica. Ciò significherà ricapitalizzare le istituzioni finanziarie pubbliche, come Cassa Depositi e Prestiti (CDP) e Mediocredito Centrale (MCC), la cosiddetta “banca delle imprese”, nonché metterle in rapporto diretto e stringente con il Governo per tutelare strutturalmente il risparmio pubblico e creare investimenti. Questo permetterà di accedere alla provvista di liquidità a tassi convenienti presso la Banca d’Italia, possibilità contemplata dall’articolo 128 dei Trattati di Funzionamento dell’UE; garantire al Governo un efficace strumento di trasmissione nell’economia reale delle decisioni politiche prese dal Parlamento; rimettere l’apparato pubblico in grado di garantire a cittadini e imprese i servizi pubblici essenziali di qualità adeguata. In questa cornice, sarà possibile prevedere e concretizzare, finalmente, forme di partecipazione diretta alla proprietà popolare diffusa nelle aziende pubbliche erogatrici di servizi, accompagnate da forme di coinvolgimento nella gestione, al fine di assicurarne il controllo e il contenimento dei costi. Dicevamo dell’istituzione “rivoluzionaria” dei CdR, conti di risparmio pubblici e volontari di somme trasferibili su piattaforma elettronica presso il MEF, aperti a tutti i residenti. Questo strumento, già proposto da diverse parti sotto varie forme e denominazioni, consente di creare un sistema pubblico di pagamenti interni che pone in diretto contatto lo Stato- comunità con tutti i suoi cittadini partecipanti. Utile sempre, lo è particolarmente nelle situazioni di urgenza e necessità come l’attuale, per erogare senza indugio un reddito personale di solidarietà;  tutelare il risparmio italiano, come imposto dall’ art. 47 della Costituzione, per di più garantendo che sia sistematicamente utilizzabile per la sua fluida circolazione nel mercato domestico; ridurre gli oneri passivi sul debito pubblico, permettendone contestualmente la riduzione complessiva e l’aumento della detenzione presso residenti in Italia, cui verrebbero accreditati anche i relativi interessi che tornerebbero quindi in circolazione; sostituire una buona parte degli attuali titoli del debito pubblico fluttuanti sui mercati con gli Euro raccolti tramite i conti di risparmio pubblico.

 

Tutte insieme, le iniziative accennate avranno altresì la decisiva funzione di mantenere la coesione sociale, gravemente a rischio nella situazione confusa in cui ci troviamo, in cui a milioni di connazionali è impedito di lavorare, mantenere se stessi e alimentare il reddito. Secondo i calcoli dei proponenti, attraverso le quattro fonti di finanziamento illustrate (titoli di Stato di solidarietà, Statonote, banche pubbliche e CdR), si potranno spendere almeno ulteriori 250 miliardi con l’obiettivo di creare lavoro, acquisire o riacquisire aziende strategiche al patrimonio pubblico, necessarie a garantire alla cittadinanza ed alla struttura produttiva l’erogazione dei servizi essenziali (sanità, credito, energia, trasporti, ricerca, formazione e informazione, telecomunicazioni); sostenere le piccole e medie imprese private; rafforzare il mercato interno e riorientare la produzione. Il documento di presentazione del grande piano nazionale è accompagnato da una puntuale scheda tecnica, a sostegno di un autentico cambio di paradigma, di una forma concreta e realistica di sovranità, assai diversa dal sovranismo di cartapesta di chi arriva a invocare Mario Draghi come soluzione ai drammatici problemi nazionali, ossia invitare il piromane a spegnere l’incendio che ha contribuito ad appiccare. È insomma ambizioso quanto realistico, all’altezza dei momenti più alti della storia del nostro popolo e, soprattutto, permette finalmente di uscire dalla caverna- finanziaria, economica, ideologica, del potere globalista. Ne forniremo una sintetica mappa concettuale e pratica, da inserire in un nuovo sistema di pensiero, destinato a cambiare, una volta per tutte, il paradigma liberista, fatto di scarsità, debito, privatizzazione del mondo, rovina per moltissimi, dominio e ricchezza inverosimili per alcuni. Se non ora quando? È il momento di superare i dogmi e le rigidità di pensiero che hanno messo a dura prova l’equilibrio economico e umano del pianeta, e che oggi minacciano, attraverso il “cigno nero” del virus, vita e futuro di miliardi di persone. Il potere ci spiega da decenni che occorre saper trarre le opportunità anche dalle crisi. È il momento di prenderli in parola, tenendo presente una verità enunciata da Albert Einstein, lo scienziato più importante del XX secolo: non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l’ha generato. La globalizzazione ha fallito, e il contagio ne è il detonatore invisibile. L’ oligarchia finanziaria dei padroni universali, protagonisti della globalizzazione, ha fallito. Ammoniva lo stesso Einstein: un buon trucco non funziona mai due volte.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Una polveriera ma non una guerra PDF Stampa E-mail

31 Marzo 2020

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La premessa è doverosa: rispettiamo il distanziamento sociale, è necessario far calare la curva dei contagi per dare respiro alla sanità per garantire cure a tutti e cercare d' uscire il prima possibile da questa brutta storia. Se è essenziale cercare d'uscire dal tunnel lo è altrettanto pensare il nostro futuro: noi corriamo il rischio, essendo focalizzati a 360 gradi sul presente, di trovarci ancor più spaesati alla fine di tutto questo. Le epidemie sono brutte bestie ma per fortuna hanno un tempo limitato e come arrivano altrettanto ci lasciano. Noi stiamo navigando a vista in territorio inesplorato, senza nessuna grande idea concreta sul "dopo" e temo che il risveglio sarà brusco per tutti, specialmente in Italia, che rischia di essere il classico vaso di coccio stritolato. Parliamoci chiaro e senza tanti fronzoli o retorica, da persone abituate a dirci la verità per quanto possa essere brutale: nel medio termine è più facile il crollo economico, sociale ed anche unitario della Repubblica Italia piuttosto che quello dell'Unione Europea. A dire il vero, entrambe le entità sono sull' orlo del baratro, ma pensare che un eventuale (e auspicabile) sfascio di questa assurda UE non abbia riverbero su quello dell'unità italiana è ipotesi per nulla peregrina. Non fatevi ingannare dai cori sui balconi dell'inno di Mameli e dai monumenti rivestiti col tricolore, dai canti e dalle frasi, dai video virali in internet: questi sono solo episodi, momenti collettivi di unione per affrontare qualcosa di imprevisto, sfoghi liberatori di tensioni accumulate, riti di esorcizzazione collettiva di paure ancestrali che parevano sopite. Sono manifestazioni patriottiche effimere, destinate a durare lo stesso tempo dell'emergenza e destinate a sgonfiarsi come bolle di sapone in un batter d' occhio appena si aprirà il sipario del baratro economico e sociale. Dire, come si sente, che ne "usciremo migliori" è puro esercizio di retorica e di giornalismo: l'unico evento che davvero forgia una comunità nazionale in comunità di destino è una guerra, non una epidemia. Inutile che continuino a ripetere "siamo in guerra": nossignori, è una epidemia e non una guerra. Una epidemia, cioè un evento incidentale che rispetto alla guerra ha dinamiche e implicazioni completamente diverse (politiche, sociali, psicologiche, economiche). Più facile che questa dura prova cementi il campanilismo e l'orgoglio cittadino locale a tutto scapito di quello comunitario nazionale, già storicamente inconsistente in Italia. Più facile che siano Bergamo e Brescia come singole comunità ad uscirne più forti, non l'Italia nel suo complesso. Nel lontano 1972 il presidente pakistano Ali Bhutto, in una pregevole intervista alla Fallaci, disse che "non si manda avanti un Paese con gli slogan" e quando la notte sarà passata, avremo un'alba inquietante. E auguriamoci che la notte duri davvero poco, perché il rischio palese è quello di arrivare all'alba se non addirittura ben prima con una situazione fuori controllo. Le misure di lockdown, soprattutto in Meridione, se non supportate da massicci aiuti materiali e finanziari a pioggia, avendo dato un colpo all' economia sommersa e messo innumerevoli famiglie a rischio indigenza, potrebbero avere conseguenze incontrollabili: in Facebook e Whatsapp girano "catene" che incitano all' assalto dei supermercati -come successo a Palermo- e a "spaccare tutto". Vi è poi come convitato di pietra la criminalità organizzata, che rischiando di perdere il potere territoriale in vaste aree del Sud potrebbe fomentare rivolte. Questo non lo diciamo noi ma le informative dei "Servizi" all' Esecutivo. In tre settimane circa di lockdown già due volte i Servizi hanno emanato questo allarme...e non darei per scontato che riguardasse solo il Sud. Parliamoci chiaro e diciamo che attualmente, primavera 2020, tutta l'architettura statale italiana ha la consistenza di un budino e la stabilità d'un castello fatto di carte da briscola, ha una fragilità estrema cui basterebbe un soffio di venticello per mandare tutto all'aria. L'impalcatura statale si sta mantenendo per miracolo, la possibilità di collasso sistemico è assai elevata. Tre grandi Regioni settentrionali vero motore e locomotiva della Nazione sono in ginocchio, paralizzate da covid-19 e il Meridione balla su un equilibrio appeso ad un filo. Certamente l'italiano conosce l'arte di camminare sul precipizio senza cascarci (per il momento) e far passare la nottata, ma in tal caso i guai inizieranno ai primi bagliori di luce. Taluno ha stimato un danno economico con una forbice dai 250 ai 640 miliardi di euro in base alla durata dell'emergenza, ma queste cifre sono ballerine e forse sottostimate: di certo esistono i 25 miliardi di euro stanziati per marzo e i 25 per aprile, dei pannicelli caldi e palliativi che non serviranno a nulla. Di certo sappiamo che se ne esce solo essendo padroni della moneta e stampandola a pioggia, a massa, non prendendola a prestito da enti esterni coi tassi di interesse: tutti strumenti che l'Italia non ha. Di certo si può immaginare di ritrovarci con un Settentrione con le pezze nel didietro e un Meridione maggiormente impoverito e devastato. Da una parte si piangeranno i lutti e l'imprenditoria in dissesto, dall' altra parte si piangeranno meno morti (vogliamo augurarci che al Sud il male sia contenuto, per evitare un numero di vittime ancor più elevato che altrove) ma tanta penuria e rovina. Rammentiamo che in certe zone del Mezzogiorno il turismo, che ha il 2020 ormai compromesso, vale il 30% del PIL e che paesi interi vivono di turismo estivo. Alla fine di tutto rischiamo di trovarci con una bomba a orologeria acuita dall'aggravarsi della questione meridionale, cui si unirà giocoforza una questione settentrionale, perché il Settentrione sarà ridotto come il Meridione se non peggio in certe aree. Tutto ciò unito alla rabbia, al dissesto economico, alle ferite psicologiche durature e all' impoverimento generale: una polveriera, per sintetizzare in una parola. E ripeto non è detto che l'unità nazionale regga, tutt'altro. Fino a grandi statisti come Churchill e Cavour tremerebbero le vene nei polsi a saper di maneggiare situazioni simili, figuriamoci all'esecutivo Conte-bis, un governicchio che si è salvato grazie al paziente uno di Codogno.

 

Simone Torresani

 

 
La Mente della Terra PDF Stampa E-mail

30 Marzo 2020

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Da Rassegna di Arianna del 26-3-2020 (N.d.d.)

 

La mentalità più diffusa in Occidente, e in gran parte della scienza, è ancora basata su queste premesse:  - La materia è l’unica realtà (dopo un secolo di Fisica Quantistica!) - I fenomeni mentali sono illusioni. Al massimo, sono produzioni del cervello umano (quando va bene, di qualche altro mammifero!); - La mente e la coscienza sono più o meno la stessa cosa (dopo un secolo di Psicoanalisi!); -  La Terra è una sfera di materia inerte con i viventi che “la abitano” (dopo qualche decennio di studi sui Sistemi Complessi!). In altre parole, la mentalità più diffusa in Occidente è incapace di concepire l’immanenza; perlomeno, fa un’immane fatica ad accettarla.

 

Con le premesse sopraddette il coronavirus sarebbe un agglomerato di molecole che ha cominciato ad “esistere” quando abbiamo visto quella specie di pallina con tanti peduncoli grande più o meno un milionesimo di millimetro (zero più, zero meno). Guarda caso, il virus fa fatica a diffondersi dove è piccolo “lo sviluppo”, dove ci sono poche fabbriche e poca “produzione”, invece è velocissimo dove è massima   l’”attività produttiva” e sono ben manifeste tutte le smanie della civiltà industriale.  Qualcuno ha subito cercato una spiegazione nella materia: saranno le polveri sottili.   Nessuno pensa che l’andamento del coronavirus possa essere un segnale del Grande Inconscio, della Terra?  L’atmosfera è tornata pulita, gli altri esseri senzienti danno chiari segni di risveglio e di contentezza, il tutto dopo poche settimane che si sono perlomeno fermate “le macchine”! Tutto questo ha reso evidentissimo che la crescita economica è una terribile patologia della Terra. L’avvertimento è chiaro: cessate immediatamente la crescita, annullate il primato dell’economia. Ma i politicanti e gli economisti parlano di “ripartire”, mai di “cambiare rotta”, o meglio, di “invertire la rotta”. Pensano alla “ripresa”! Vogliono continuare a modificare il mondo, senza nemmeno rendersi conto che ha 4-5 miliardi di anni. Il segnale del virus è evidente: dobbiamo arrestare la crescita economica, che distrugge la Vita e sostituisce materia inerte a sostanza vivente. Volere lo sviluppo economico significa voler rifare il mondo, ma c’è da chiedersi: quanti ne sono veramente convinti, anzi, quanti ci hanno mai pensato? “Lo sviluppo” significa mettere mostruosi grattacieli al posto di meravigliose foreste, inquinare fiumi e torrenti, alterare l’atmosfera in modo irreversibile, distruggere miliardi di esseri senzienti (altri animali, piante, ecosistemi, esseri collettivi), vivere spesso in squallide periferie urbane. La vera, grande preoccupazione dovrebbe essere questa: tutte le autorità pensano già a tornare alla “normalità”, cioè a riprendere la crescita economica, che è la causa dei guai. Tornare alla normalità? E quale sarebbe? La normalità è quella del mondo naturale, che dura da milioni e milioni di anni, non quella anomala degli ultimi decenni. In Italia, per un vero cambiamento si potrebbe cominciare col modificare quel famoso Articolo Uno, quell’esaltazione del “lavoro”. Ecco l’articolo nuovo: “L’Italia è una Repubblica fondata sul Mondo Naturale”. Se fossimo pronti, il coronavirus potrebbe dirci che possiamo vivere senza pensare all’economia. Così vivevano cinquemila culture umane.

 

L’indicazione è chiara: non dovete più modificare il mondo, la crescita economica deve cessare immediatamente, basta con il fare e il modificare. Basta con le “grandi opere” e con il “mercato globale”. Ci sarebbe invece un provvedimento utile sul piano mentale, e quindi poi anche su quello materiale: non parlare più della crescita, anzi di tutta l’economia, abolire il PIL e gli altri indicatori suoi fratelli. Il messaggio della Terra è un invito a ritrovare la Natura e non distruggere la Vita. Ma gli industrialisti-sviluppisti (politicanti, industriali, economicisti, sindacati) non hanno capito: pensano solo a riprendere con più vigore l’andamento precedente per ricuperare i punti perduti. Vogliono tenere sempre in piedi le “attività produttive”, anche a costo della morte. Allora ben presto arriverà un virus ancora peggiore, sempre materializzato dalla mente estesa, dal Grande Inconscio (o Inconscio Ecologico), dalla Terra.

 

Guido Dalla Casa

 

 
Hanno ragione i tedeschi PDF Stampa E-mail

29 Marzo 2020 (N.d.d.)

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Da Rassegna di Arianna del 27-3-2020

 

Come un orologio svizzero, in questi giorni è ripartito il coro pietoso degli europeisti che accusano la Germania di egoismo e di scarso spirito di solidarietà per la sua opposizione agli ormai mitici "eurobond". Trattasi dell'ennesima puntata di una sceneggiata francamente penosa che ormai va avanti da trent'anni. E che sarebbe ora di archiviare una volta per tutte. Ora, chi mi conosce (e soprattutto chi magari ha letto il mio libro "Sovranità o barbarie") sa che non ho mai lesinato critiche alla Germania, ma in questo caso mi tocca spezzare una lancia a favore dei tedeschi. Forse non tutti lo sanno, ma l'opposizione della Germania agli eurobond non è un capriccio dei crucchi che nasce da una sorta di loro cattiveria congenita, come si sarebbe tentati di pensare a sentire i soliti pianti degli europeisti sulla "mancanza di spirito europeo" e altre amenità simili, ma è una posizione che nasce dalla serietà con la quale i tedeschi - e in particolare i giudici della loro Corte costituzionale - prendono i dettami della Costituzione tedesca, che stabilisce chiaramente che le decisioni di carattere fiscale e di bilancio sono di competenza esclusiva del Parlamento tedesco - dove risiede la sovranità popolare - e che dunque la cessione di sovranità fiscale e di bilancio all'Europa - per esempio tramite l'emissione di eurobond - rappresenterebbe una palese violazione della Costituzione e necessiterebbe di una sua riforma tramite referendum popolare. Come dichiarò qualche anno fa in una memorabile intervista Jürgen Papier, presidente della Corte Costituzionale tedesca tra il 2002 e il 2010: «I limiti dell’integrazione europea si trovano nel rispetto dell’ordine democratico della legge fondamentale tedesca. Se la rappresentanza eletta del popolo tedesco non ha più niente da decidere, perché tutte le competenze fondamentali sono state trasferite a livello europeo, allora abbiamo svuotato l’ordine democratico. La richiesta di più Europa suona bene. Se però si superano i limiti, vengono sacrificati i valori fondamentali della Costituzione. La Costituzione tedesca non permette che l’Europa diventi uno Stato che può attrarre a sé, autonomamente, sempre più competenze. A questo fine il popolo tedesco dovrebbe darsi una nuova Costituzione [possibile solo con un referendum]. Ma non vedo alcuna disponibilità in merito. Il popolo tedesco non vuole, al momento, uno Stato federale europeo, come del resto non lo vogliono gli altri popoli europei».

 

È più chiara adesso la cosa? Qui il problema non sono i tedeschi, che si limitano a difendere la loro Costituzione e che giustamente non ravvedono minimamente le condizioni per la creazione di uno Stato federale europeo. Il problema sono i nostri governanti che aderendo all'eurozona hanno fatto carta straccia della nostra Costituzione formale e materiale, data la palese incompatibilità del modello sociale ed economico italiano con l'architettura di Maastricht, al momento della cui fondazione i tedeschi hanno espresso chiaramente quali erano i limiti dell'integrazione europea che non erano disposti a superare. E che adesso che si rendono conto che la realtà del "sogno europeo" che ci propinano da anni (evidente a chiunque non avesse gli occhi foderati di bandiere blu) è che ci troviamo privi di tutti gli strumenti economici necessari per far fronte alla peggiore crisi economica e sanitaria della nostra storia, hanno pure il coraggio di prendersela con i tedeschi per il semplice fatto di tenere fede alla loro parola e di prendere sul serio la difesa della loro sovranità nazionale. La nostra salvezza non dipende dai tedeschi. Dipende da noi. In questa situazione da incubo ci siamo messi con le nostre mani. E sole con le nostre mani ne potremo uscire, riprendendoci in mano - scusate il gioco di parole - il nostro destino. Altro che letterine e ultimatum all'Europa.

 

Thomas Fazi 

 

 

 

 
La crisi sistemica c'era già PDF Stampa E-mail

28 Marzo 2020

 

Da Rassegna di Arianna del 26-3-2020 (N.d.d.)

 

Le crisi, quando si manifestano, sono come alcune malattie: più a lungo rimangono in forma latente, più distruttive sono poi le loro conseguenze. Negli ultimi anni, la crisi del modello occidentale globalista e liberista è diventata sempre più difficile da nascondere. Tuttavia le élite dominanti in occidente non hanno ammesso la fine prossima del modello neoliberista e globalista, al contrario hanno minimizzato le cause e riconosciuto soltanto la presenza di periodiche crisi economiche, mentre il punto principale della loro narrazione era che la crisi sarebbe passata rapidamente, la crescita sarebbe ripresa e gli effetti di una recessione temporanea sarebbero stati rapidamente assorbiti. Come si può facilmente vedere, tutte le misure prese dai paesi occidentali avevano permesso di ritardare l’insorgere della crisi, o meglio, addirittura renderla meno evidente per ampie fasce della popolazione, ma queste non solo erano insufficienti per risolvere il problema, ma lo hanno anche approfondito. La mega bolla determinata dalla emissione di dollari senza copertura, il sistema con cui gli USA vivono alle spalle del mondo, non può durare all’infinito. Da qui per reazione è emerso il fenomeno dei movimenti populisti e nazionalisti, come quello della “nuova destra” in Europa, contraria al globalismo, mentre negli USA saliva al potere Donald Trump con la sua visione del primatismo americano. In realtà, in Europa come negli USA, si iniziava ad avvertire la necessità di cambiare il sistema economico e politico ormai privo del suo slancio iniziale. Tuttavia è avvenuto che i nuovi movimenti politici, la “Nuova destra” in Europa e Trump negli USA si sono limitati all’idea di riformare il sistema e superare la crisi senza intaccare il dominio politico ed economico del liberismo occidentale di marca anglo-americana. Oggi possiamo tranquillamente affermare che non saranno loro a risolvere la crisi. Inoltre, le loro capacità sono limitate da una divisione nelle stesse forze e dal condizionamento di parte di queste del retaggio filo atlantista e anglofono.

 

Lo scoppio della pandemia di coronavirus è divenuta la goccia che fa traboccare il vaso del sistema ormai al collasso dell’impero occidentale. Sarà questa a segnare, come vari osservatori preannunciano, la fine dell’ordine liberista. In particolare la crisi pandemica ha colpito la UE che si è dimostrata impotente e inadeguata: l’intero onere della lotta contro il virus è ricaduto sui governi nazionali. E questi hanno subito iniziato a perseguire una politica egoistica, cercando di isolarsi dai paesi più colpiti, lasciandoli soli con l’epidemia. L’Italia, il primo paese colpito dalla pandemia, è stata abbandonata e lasciata sola. Gli aiuti sono venuti dalla Cina, dalla Russia e da Cuba, smentendo clamorosamente il mito della solidarietà europea. Di colpo si è sgretolata tutta quella costruzione di falsi miti, di assiomi e dei dogmi del globalismo, di un mondo senza frontiere, di un nuovo ordine internazionale che avrebbe fatto scomparire gli stati nazionali e consegnate le sovranità agli organismi transnazionali. In Europa in particolare si ritorna ai singoli stati che agiscono per proprio conto in un ritorno parziale di sovranità e arroccandosi nella difesa dei propri interessi nazionali. Riemergono persino i concetti di Patria, comunità e frontiere, di fronte alla realtà miserevole della Unione Europea che implode nelle sue contraddizioni e nei suoi egoismi. L’Occidente ha coperto per lungo tempo la sua crisi globale ed adesso cerca di addebitarla al “coronavirus”. Nessuno degli opinionisti a libro paga dei potentati finanziari nei grandi media mainstream si chiede quali siano state le vere cause, visto che soltanto qualcuno fuori dal coro parlava di una crisi di sistema da oltre dieci anni e che va avanti da ancora prima.

 

A pochi importa come i fiduciari della élite finanziaria possano raggiungere un accordo per promuovere la stessa versione delle cause. Non è noto a molti che miliardi di dollari che non sono superflui per l’economia globale sono già stati spesi nella lotta contro il virus e le misure di quarantena, e le perdite totali saranno maggiori di un ordine di grandezza non previsto. Gli effetti della crisi avranno un impatto devastante e causeranno davvero un duro colpo sia per l’economia globale che per le economie dei singoli paesi. Se questo fosse accaduto al momento della crescita, si sarebbero contate le perdite, poi rimosse e presto dimenticate, iniziando nuovamente ad aumentare la produzione. Ma il colpo è arrivato al momento di una forte esacerbazione della crisi sistemica globale. Le misure di quarantena decretate rompono i legami commerciali ed economici tradizionali, costringendo varie economie nazionali e regionali a passare all’autarchia parziale o totale. Per tale motivo si può affermare che niente sarà più come prima. Saranno in molti a non rimpiangere il vecchio ordine liberista che aveva seminato divisioni e disuguaglianze crescenti, quello che predicava il “meno stato e più mercato” e, in nome di questo principio, aveva tagliato le spese statali e privatizzato i servizi pubblici. In Italia, come in Spagna e altri paesi, si accorgono soltanto adesso che non ci sono posti letto, centri di rianimazione e ospedali sufficienti. Le politiche di austerità predicate dai liberisti di Bruxelles hanno compromesso i sistemi sanitari pubblici, hanno tagliato le pensioni e ridimensionato le spese per l’assistenza sociale. In compenso hanno introdotto i diritti al gender, al matrimonio omosessuale, all’utero in affitto e al transumanesimo. Le prime conseguenze sono che l’Occidente viene atomizzato, i paesi si stanno chiudendo l’uno dall’altro. Facile prevedere che, nelle condizioni attuali, gli orgogliosi paesi limitrofi dell’Europa orientale non avranno quasi alcuna possibilità di avere garantita l’assistenza multi-miliardaria dell’UE per i loro bilanci. Nessuno dispone più di soldi extra. Così l'”unità europea” si allontana dallo sfondo prima dei problemi nazionali. Quando il vecchio ordine mondiale crolla, quando le risorse non sono sufficienti per le necessità di base, non è più il momento dei giochi nei cortili dell’impero, tanto meno nel cortile di qualcun altro. L’Ucraina, come altri anelli deboli nel sistema globale, è il primo candidato a dimettersi come zavorra. L’Occidente non la ucciderà di sua mano. Non può più aiutarla a sopravvivere. L’Europa e i paesi più fragili come l’Italia, la Spagna e gli altri, dovranno prendere atto del nuovo scenario e fare le loro scelte, tra il vecchio ordine dell’occidente e l’Eurasia; il tempo e la Storia non aspettano.

 

Luciano Lago

 

 
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