Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
Un protezionismo che non protegge PDF Stampa E-mail

15 Marzo 2018

Image

 

Da Comedonchisciotte del 13-3-2018 (N.d.d.)

 

Le minacce di Trump di questa settimana sono state un colpo uno-due. Prima ha minacciato di imporre tariffe di sicurezza nazionale su acciaio e alluminio, principalmente contro Canada e Messico (assieme a Corea e Giappone). Poi ha proposto un’alternativa: esonererebbe questi paesi se scendessero a compromessi con alcune richieste americane. Queste richieste però hanno un significato economico così scarso che potrebbero essere viste come un esercizio di ciò che il mondo accademico chiamava la politica del potere. Non funzionerà. L’idea diplomatico col Messico è dire di essere disposto ad esentarli dalle tariffe su acciaio e alluminio se: 1) acconsentissero a costruire il muro; 2) se facessero altri favori speciali agli USA. Così potrebbe poi andare dagli elettori americani e dire: “Visto, noi abbiamo vinto ed il Messico ha perso”. È improbabile che la cosa provochi una resa messicana. Il suo presidente ha già detto che costruire un muro non ha senso, e la settimana scorsa ha cancellato la prevista visita diplomatica a Washington. Arrendersi alla promessa elettorale di Trump sarebbe un suicidio politico, si vanterebbe di aver piegato il Messico ai propri ordini. Le cose non vanno molto meglio sul versante Canada. Anche se alcune società siderurgiche della Pennsylvania e dell’Ohio cercheranno di far sembrare buono Trump assumendo alcune centinaia di lavoratori se e quando verranno annunciate le tariffe, il Canada ed altri fornitori dovrebbero essere lasciati fuori. Il risentimento canadese già è alto da decenni, da quando l’accordo automobilistico degli anni ’60 e ’70 ha favorito i fornitori statunitensi. […]

 

Ci sono molti buoni argomenti per il protezionismo, molto migliori delle banalità usate per indottrinare gli studenti di economia. Di tutti i rami dell’economia mainstream odierna, la teoria del libero scambio è la più irrealistica. Se lo fosse, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e la Germania non sarebbero mai potuti diventare potenze industriali mondiali (analizzo gli errori della teoria del libero scambio nel libro ‘ Trade, Development and Foreign Debt’). La storia economica fornisce un lungo ed eccellente elenco di buoni argomenti per avere delle tariffe protettive. La Gran Bretagna ha creato il proprio impero grazie al protezionismo, soffocando i manufatti negli Stati Uniti finché ha perseguito il libero scambio. Dopo la fine della guerra civile, l’America ha costruito le proprie industria e agricoltura basandosi sul protezionismo, come hanno fatto Germania e Francia (discuto della strategia in ‘America’s Protectionist Takeoff: 1815-1914’). Dopo esser diventate leader mondiali, tutte queste nazioni hanno però cercato di togliere la scala e di impedire agli altri di proteggere le proprie industria e agricoltura. Hanno così cambiato in “imperialismo del libero commercio”. Lo scopo dei leader industriali è convincere gli altri paesi a non regolamentare o pianificare i propri mercati, ma a lasciare che gli Stati Uniti elaborino una politica commerciale asimmetrica, il cui scopo è quello di rendere gli altri paesi dipendenti dalla sua esportazione di cibo e monopòli, aprendo i mercati alle società americane. A partire dagli anni ’20, le economie protezionistiche venute a sostenere il libero scambio hanno riscritto la storia per cancellare col bianchetto il modo in cui si sono arricchite. La strategia del protezionismo è stata dimenticata. Le cosiddette tariffe protettive di Trump contro acciaio e alluminio sono l’antitesi di ogni principio di protezionismo. Ecco perché sono così autodistruttive. Una strategia commerciale veramente nazionalistica sarebbe quella di acquistare materie prime a basso costo e vendere prodotti finiti ad un prezzo elevato. L’idea del protezionismo industriale, dal libero scambio britannico nel XIX secolo alla strategia commerciale degli Stati Uniti nel XX, era quella di ottenere materie prime nei posti più economici – facendo competere altri paesi per fornirle – e proteggere le proprie lavorazioni ad alta tecnologia, dove si trovano i principali investimenti di capitale, profitti e rendite di monopolio. Trump sta facendo il contrario: sta aumentando il costo degli input di materie prime in acciaio e alluminio. Ciò ridurrà i profitti delle aziende che usano acciaio e alluminio – senza proteggerne i mercati. In effetti, altri paesi sono ora in grado di aumentare legalmente le proprie tariffe per proteggere quei settori tecnologicamente più avanzati che potrebbero essere minacciati dalle esportazioni statunitensi. Le Harley Davidson sono già state prese di mira. Potrebbero anche bloccare le esportazioni monopolistiche americane, come il bourbon, i blu jeans Levi’s o alcuni farmaci. La Cina potrebbe anche bloccare qualsiasi tecnologia USA con cui decida di voler competere. Le minacce tariffarie di Trump hanno fatto salire i prezzi a breve termine dell’alluminio del 40%, ed i prezzi dell’acciaio di circa il 33%. Ciò aumenta il prezzo di questi materiali per i produttori statunitensi, riducendone i profitti. I produttori stranieri non vedrebbero aumentare i prezzi dei propri materiali, e quindi potrebbero competere con i rivali statunitensi che usano ferro od alluminio. L’eccesso di offerta globale, infatti, potrebbe far diminuire il prezzo dell’acciaio e dell’alluminio sui mercati esteri. L’industria straniera otterrebbe dunque un vantaggio in termini di costi. I paesi stranieri, inoltre, possono legalmente aumentare le tariffe nei propri mercati – per qualsiasi settore che ritengano possa trarre il massimo vantaggio da questo vantaggio. Le tariffe di Trump non indurranno nuovi investimenti in acciaio o alluminio La logica americana dietro le tariffe protettive, che dopo la guerra civile posero fine alle politiche di libero commercio del Sud, era che la protezione tariffaria avrebbe creato un ombrello dei prezzi, che avrebbe consentito ai produttori americani di investire in impianti ed attrezzature. La Gran Bretagna li aveva già resi costi irrecuperabili, quindi gli Stati Uniti hanno dovuto includere il costo del capitale tra le entrate. È così che l’America ha costruito l’industria siderurgica, chimica e manifatturiera. È però improbabile che le società di acciaio o di alluminio investiranno di più o assumeranno più manodopera interna a seguito di maggiori introiti tariffari. Potrebbero aumentare i prezzi, ma non sono probabili né gli investimenti né gli effetti a cascata. Per prima cosa, l’alluminio è fatto di elettricità, e l’America è un produttore ad alto costo. Alcan, il più grande fornitore americano, ha un accordo fregatura con l’Islanda ed ottiene elettricità quasi gratis. Per quanto riguarda l’acciaio, ci vuole molto tempo per costruire una moderna acciaieria. Nessuna compagnia lo farebbe senza un mercato sicuro, e gli aumenti tariffari di Trump non lo garantiscono.

 

Poche società, gruppi di lavoro o banche a New York sono state disposte a fidarsi di Trump negli ultimi anni. Avrebbe dovuto chiamare il suo libro “L’arte di ROMPERE gli accordi”. È così che ha fatto i soldi. Era solito firmare un accordo con i fornitori dei suoi hotel o di altri edifici, per poi offrire loro l’80% (ma anche meno) di quanto pattuito. Anzi, avrebbe detto loro: “Volete farmi causa? Vi costerà $50.000 solo per arrivare in tribunale, e poi dovrete aspettare tre o quattro anni; nel frattempo avremmo fatto abbastanza soldi per pagarvi a buon mercato”. Le banche che gli hanno prestato soldi hanno avuto molti problemi a farsi pagare, così come i suoi sfortunati fornitori. Ha fatto fortuna così – con una tale efficacia che sembra credere di poter usare la stessa strategia nella diplomazia internazionale, visto che sta minacciando di rompere l’accordo con l’Iran. Funzionerà? O le economie straniere considereranno gli Stati Uniti come “incapaci di mantenere un accordo”? Anzi, le stesse società statunitensi crederanno che gli accordi firmati oggi verranno onorati domani? Questa non è la prima volta che gli Stati Uniti hanno aumentato le tariffe unilateralmente. Anche George W. Bush l’ha fatto. Ed il mio libro del 1979, ‘Global Fracture’, descrive il protezionismo americano contro altri paesi negli anni ’70. L’America l’ha fatto mille volte. Trump ha però introdotto alcune varianti. Prima di tutto, il protezionismo di una volta aveva il sostegno del Congresso. Trump invece lo ha aggirato, senza dubbio consapevole del fatto che le industrie che usano acciaio e alluminio possono mobilitare il supporto del Congresso contro di lui. Il presidente ha dunque giocato l’unica mossa concessa al Ramo Esecutivo: l’ombrello della Sicurezza Nazionale. In un grande esercizio di espansione mentale, dice che sarebbe una perdita di sicurezza nazionale dipendere per l’acciaio e l’alluminio dai confinanti Canada e Messico, o da alleati come Corea del Sud e Giappone. Se riesce a convincere un tribunale commerciale fantoccio, questa scappatoia è effettivamente consentita dalle regole dell’OMC (articolo XXI del GATT). L’idea era di applicarlo ai periodi di guerra o di altre grandi crisi. La produzione americana di acciaio e alluminio è però stabile da oltre un decennio, e non sembra esserci alcuna crisi militare o economica che possa incidere sulla sicurezza nazionale. Supponiamo che Trump ci riesca. Altri paesi potrebbero tentare il giochino. Qualsiasi attività economica potrebbe essere considerata sicurezza nazionale, perché ogni economia è un sistema globale, con ogni parte interessata che influenza tutte le altre. Trump ha quindi aperto le porte per manovrare asimmetricamente la propria posizione. L’àmbito più probabile potrebbe essere quello dei settori ad alta tecnologia e legati all’esercito. Negli anni ’80 le si chiamava chiacchere da “zio Sucker” – agire come se gli Stati Uniti fossero la parte sfruttata, non quella che sfruttava, nel commercio e negli investimenti internazionali. In ultima analisi, il problema è quanta asimmetria politica il resto del mondo sia disposta a tollerare. Gli Stati Uniti possono ancora vessare gli altri paesi come hanno fatto per così tanti anni? Fino a che punto l’America porterà avanti i propri accordi unilaterali prima che altri paesi si allontanino da essa? Ogni paese straniero minacciato dalla perdita di esportazioni di acciaio o di alluminio ha un settore più high-tech che vorrebbe proteggere dalla concorrenza USA. È probabile che la risposta sia asimmetrica. E qui internamente, per quanto tempo le industrie manifatturiere più importanti sosterranno Trump e la sua politica di finto protezionismo “intelligente”?

 

 Michael Hudson (traduzione di HMG)

 

 
Circondati da lupi PDF Stampa E-mail

13 Marzo 2018 

 

Da Rassegna di Arianna del 6-3-2018 (N.d.d.)

 

Le elezioni appena concluse hanno decretato la vittoria dei 5Stelle al sud e della Lega al Nord. Nella coalizione di centro-destra non va bene F.I., mentre si rafforza il partito della Meloni. Il Pd è crollato ovunque, anche nelle roccaforti d’antan. LeU ha superato di poco la soglia di sbarramento. Le ali estreme, Casapound e Potere al popolo, praticamente non esistono così come lo spauracchio della contrapposizione fascismo/antifascismo, con il quale i media hanno cercato di rinfocolare ataviche quanto immaginarie diatribe (con lo scopo di instradare gli elettori verso i gruppi dell’establishment).  Né i pentastellati né i centrodestri hanno la maggioranza per dare vita ad un esecutivo stabile. Si aprono i giochi per alleanze che consentano agli uni o agli altri di insediarsi a Palazzo Chigi. A Salvini e soci mancano una cinquantina di deputati ed una trentina di senatori per raggiungere l’obiettivo. Ai grillini molti di più. Quest’ultimi però sono il movimento più votato d’Italia e sembrano avere più chance di farcela orientandosi a sinistra. Renzi vuole impedire che ciò accada perché ha intenzione di farsi un partito personale spaccando il Pd. Ma se quest’ultimo entra nel governo nessuno lo seguirebbe più per cui ha mandato in scena le prime dismissioni-non dimissioni della Storia. In ogni caso, sia Salvini che Di Maio dovranno scendere a patti con qualcuno annacquando le loro promesse elettorali, se non anche la loro visione politica che già non era un granché.

 

Il vero nodo della questione è questo: il mondo ha di nuovo il coltello tra i denti, trascinato dall’ondata multipolaristica. Cambiano i rapporti di forza globali. La Russia crea missili imbattibili. La Cina incrementa i propri arsenali. Gli americani non hanno mai smesso di spendere in armi e di migliorarle. Altre potenze regionali si comportano minacciosamente e mostrano i muscoli dove possono o dove ritengono di averne diritto. L’Italia ne sta pagando il prezzo, sia dentro che fuori i confini, indebolendosi su tutti i fronti. Basta una minaccia dei mercati per modificare la politica interna o una nave turca per ridimensionare quella estera. Al cospetto di questi grandi temi che dicono grillini e leghisti? Di Maio è volato a Washington e si è accomodato con qualche trilaterale mentre Salvini non è andato più in là di critiche all’euro, all’Ue e alla Germania, ora divenute pure più “costruttive”. Il resto dei programmi è fuffa su reddito di cittadinanza, Flat tax e altre misure economicistiche ecc. ecc. che possono lenire ma non risolvere problemi che hanno natura soprattutto extra economica. Come ha scritto invece Alberto Negri: “La Russia, Erdogan, la guerra in Siria, Cipro, Israele, Egitto, la Libia e l'Eni: un minuto per capire la strategia del gas. Le cose in sostanza stanno così. Se il gas russo va da Erdogan in pratica la Russia aggira l'Ucraina e trasferisce una quota della dipendenza europea da Mosca ad Ankara. Il progetto Tap (gas dell'Azerbiajan all'Italia) va avanti ugualmente perché interessa la Turchia anche se fa concorrenza a Mosca. Ma il gas di Cipro e del Mediterraneo orientale scompagina i piani della Turchia di diventare un hub decisivo del gas per l'Europa. Se poi a questo aggiungiamo il gas di Israele e quello dell'Egitto la posizione strategica turca si indebolisce. Peggio ancora se un giorno il gas iraniano passasse dall'Iran all'Iraq fino ai terminali in Siria: è questo uno dei motivi della guerra per procura anti-iraniana contro Assad da parte di Turchia e monarchie del Golfo. E per finire mettiamoci pure l'Algeria e la Libia già collegate da due gasdotti con l'Italia: ed ecco che si capisce bene perché hanno fatto fuori Gheddafi. L'Italia, con Eni, entra in tutti o quasi i progetti citati e questo evidentemente infastidisce diversi attori regionali e non. Nessuno di questi argomenti strategici per l'Italia è minimamente entrato nella campagna elettorale: non sono difficili da capire li ho sintetizzati qui in 18 righe, ovvero un minuto di lettura”.

 

E non solo di strategia energetica si tratta ma, soprattutto, di ricollocazione geopolitica dell’Italia e dell’Europa in un contesto in profonda trasformazione. Su questo i nostri cosiddetti populisti nulla hanno detto e nulla hanno da dire. Non c’è speranza. Questi signori non hanno capito il vero spirito dei tempi, per questo sono già perdenti e non potranno fare meglio (ma nemmeno peggio, credo) di chi li ha preceduti. Tuttavia, essere meglio di chi li ha preceduti non basterà a risollevare il Paese. Non fare male o fare bene non basta più, qui occorre fare qualcosa di grandioso e innovativo, revisionando il passato per costruire il futuro, guardandosi intorno dove siamo circondati da lupi.

 

Giovanni Petrosillo

 

 
La politica nobile PDF Stampa E-mail

12 Marzo 2018

Image

 

Da Appelloalpopolo del 9-3-2018 (N.d.d.)

 

Proporre le idee nelle quali si crede; organizzare uomini e far parte di una organizzazione di uomini per diffonderle e difenderle; disciplinare ed essere disciplinato; formare caratteri e idee di militanti, quadri e dirigenti e formarsi; collocarsi nei tempi storici e non nel tempo nostro personale e in una dimensione collettiva di classi e ceti, di nazione, di popolo, non individuale: essere parte.

 

Questa è l’unica politica che deve praticare l’uomo di valore. Tutto il resto è ambizione personale, opportunismo, mercimonio, miseria morale, egocentrismo, buonismo, umanitarismo, chiacchiera, denaro, potere e notorietà.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Il deserto che avanza PDF Stampa E-mail

11 Marzo 2018

Image

 

Da Rassegna di Arianna dell’8-3-2018 (N.d.d.)

 

“Il deserto cresce; guai a chi in sé cela deserti.” Così inizia Zarathustra il suo dialogo con le figlie del deserto Duda e Suleika, seduto in una piccola oasi ombrosa. A quella frase pensavamo vedendo le immagini dell’insegnante siciliana scatenata davanti ai poliziotti con la birra in mano durante gli incidenti “antifascisti” di Torino. Quell’augurare la morte a voce spiegata gesticolando come una Erinni, quelle parole confermate a mente fredda davanti all’intervistatore ci sono parse oscene. Non troviamo un termine diverso. La categoria dell’oscenità ci sembra l’unica in grado di dare conto dell’odio incontenibile che sgomenta e fa crescere il deserto. L ’insegnante elementare di sostegno Lavinia Flavia – due bei nomi latini, degni dell’antica città siciliana di Piazza Armerina di cui è originaria, sede della villa romana del Casale – vive in un deserto spirituale che lascia sbigottiti. Non sappiamo se continuerà a educare dei bambini, raramente il verbo ci è sembrato meno appropriato. Speriamo di no, ovviamente, ma è il caso di ragionare intorno all’ondata di odio che si è abbattuta sull’Italia negli ultimi mesi. Non si tratta soltanto della diatriba allucinata su fascismo e antifascismo, la quale, per quanto amplificata dai media e alimentata dalle pessime prestazioni dei rappresentanti istituzionali, riguarda una piccola minoranza. Il fatto è che la campagna elettorale ha scatenato il peggio, spalancando le sentine di una nazione malata. Mancava il detonatore, ed è stato come se qualcuno avesse aperto i tombini delle fogne e il lezzo avesse invaso all’improvviso le narici dei passanti. Troppi umori cattivi erano stati trattenuti a forza nella menzogna e nell’ipocrisia. I segnali erano molti e convergenti, poi sono capitati i fatti di Macerata, l’orrendo assassinio, con metodologie tribali e spaventose mutilazioni della giovane Pamela da parte di un branco di nigeriani spacciatori clandestini. Il Male Assoluto commesso dall’Altro Assoluto. Subito dopo, il raid di un disturbato mentale avvolto nel tricolore contro chiunque non fosse di pelle bianca per le strade della città marchigiana, ex isola felice della dolce provincia italiana. In un attimo sono saltati gli equilibri, tutte le contraddizioni della nostra società sono venute a galla. Un vulcano rabbioso sputa umori maligni, avanza e sparge odio, lascia senza fiato come la paura improvvisa per il primitivo rivelato, e la rabbiosa violenza di minoranze impunite e nichiliste rappresentate dallo sguardo torvo, dalle parole impazzite e dalla condotta ripugnante della maestra di Torino.

 

Mezzo secolo fa cominciava tutto. A Valle Giulia, Roma, la violenza di un’altra generazione, adesso giunta all’autunno della vita, dava il segnale d’inizio del ‘68, della contestazione, del rovesciamento di valori che ha generato il deserto contemporaneo. All’epoca, lo capì solo Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale dannato che intuì il carattere decadente e profondamente borghese di quei tumulti. Figli ben nutriti in conflitto con padri ipocriti giocavano alla rivoluzione attaccando veri proletari, i ragazzi in divisa mandati dallo Stato a ristabilire un ordine precario, anzi a nascondere sotto il tappeto la polvere di un mondo in declino. Dopo cinquant’anni, il lavoro è compiuto, il deserto si è impadronito del territorio, Attila è passato e non cresce più erba. I nipoti concludono l’opera, ma non hanno in mente nessuna rivoluzione, nessun modello alternativo. Gli ultrà che chiamiamo centri sociali non sono altro che un grumo di ostilità invidiosa, illegalità diffusa, disadattamento, vite borderline nutrite di disvalori elevati a vita quotidiana; non hanno in mente un modello politico, non si muovono all’interno di un progetto preciso, neppure si dicono comunisti. In effetti non lo sono, poiché non lavorano per costruire una nuova società, ribaltare le enormi ingiustizie del presente. Immaginiamoli alle prese con l’undicesima tesi di Karl Marx su Feuerbach: i filosofi hanno finora interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo. Immaginiamo le vertigini, gli sguardi smarriti, l’emicrania severa curata con canne e pasticche proibite. Trasformare il mondo, già. A distruggerlo ci sono riusciti in gran parte, ma è ironico immaginarli a costruire qualcosa. Non ne hanno la tempra o la forza morale, e nemmeno la rigorosa preparazione ideologica, mossi come sono da un nichilismo di fondo che è sempre e solo “anti”. Anti– fascisti, No- Tav, anti-razzisti, anti-omofobi, anti tutto. Si definiscono esclusivamente in negativo, viandanti di un deserto senza oasi che abita soprattutto dentro di loro. Zarathustra vedeva lontano: guai a chi cela deserti entro di sé, poiché potrà soltanto generare altri deserti. Che Guevara, un mito per alcuni di loro, sarebbe inorridito vedendoli all’opera. Nel famoso La guerra di guerriglie, scritto all’Avana nel fatidico 1959 della vittoria castrista, il Che definisce il guerrigliero come avanguardia della lotta di liberazione, sottolineando quali tratti distintivi la disciplina interiore, contrapposta a quella formale ed esteriore, l’impegno socialrivoluzionario e le radici popolari. Nulla di tutto questo traspare nella condotta di Flavia Lavinia e dei suoi amici. Solo una rabbiosa estraneità a tutto, la spinta a distruggere, a gridare, sguardo febbrile, volto sfigurato dal rancore, vuoto morale, cupa disponibilità ad ogni esperienza. Inferni artificiali sostituiscono i paradisi dell’ennui, la noia metropolitana colta da un Baudelaire, l’estetica del brutto come condivisione mimetica del degrado. Figli prediletti di pessimi maestri come Toni Negri e Michael Hardt, minuscoli granelli di sabbia di una pretesa Moltitudine intenzionata a ereditare, non a sovvertire l’Impero, mancano anche della tragicità di figure antiche come quelle luddiste. Guidati dal mitico Ned Ludd, distruttore di telai meccanici, i miseri operai inglesi cercavano di contrastare le macchine del primo capitalismo, già violento e predatorio, difendendo il magro salario conquistato tra fatiche immense nelle fabbriche le cui ciminiere William Blake definiva “dark satanic mills”, oscuri mulini diabolici. I nostri eroi vogliono soltanto sedersi alla mensa del capitalismo terminale senza pagare il conto e, purtroppo, senza capire. Non dissimile è l’attitudine di alcuni nemici loro, fascistelli dell’Illinois con testa rasata, tatuaggi, aria trucida e vuoto pneumatico: sono come tu mi vuoi, cantava Mina e più recentemente Irene Grandi. Loro capetti, ingrigiti “camerati” prigionieri onirici degli anni Settanta del secolo scorso. Anche in loro avanza il deserto. Ci sono, naturalmente, anche gli imprenditori del deserto: forze politiche, economiche e sociali che campano sulle contrapposizioni indotte, ed esibiscono finto perbenismo al popolo perplesso. Loro sono peggio di noi, suggeriscono dietro sguardi corrivi di riprovazione, scuotendo la testa e fregandosi le mani in segreto per aver vinto la partita dividendo il fronte avversario, mentendo spudoratamente, con l’arbitro venduto. Per loro, disgraziatamente, è sempre domenica, e poco importa se tanti anziani languono in dignitose povertà che diventano inedia, i giovani sono servi della gig economy, l’economia dei lavoretti, e a milioni vivono insicuri nelle proprie case, mentre farabutti dei cinque continenti scorrazzano per le strade da Bolzano a Siracusa.

 

È il risultato di una siccità morale che compie cinquant’anni. Dove esisteva una comunità con pregi e difetti, luci ed ombre, si è insediata una torva periferia esistenziale fatta di pietre sparse, rovi, rovine di edifici abbandonati, rari lacerti di civiltà ricoperti dai calcinacci del progresso impermeabilizzato. Dove sussisteva una forma, si è installato l’informe, il rizoma che tracima incontrollato. Mezzo secolo dopo il mitico Sessantotto, gli anni formidabili di Mario Capanna, Gino Strada, Emma Bonino e i suoi aborti con le pompe di bicicletta, eruditi alfieri del Nulla e pomposi maestri del Nuovo come Umberto Eco ieri e oggi il giovane Saviano, la missione è compiuta.  Il deserto è qui e la maggioranza non se ne accorge neppure. Gonfia della retorica dei “diritti” individuali, ha smarrito il filo di quelli sociali e scambia la civiltà per assenza di giudizio critico. Tollera ogni cosa in quanto non crede in alcun principio. Un viaggio sui social media, turandosi il naso, fa comprendere più cose di mille trattati di sociologia. In occasione degli assalti “anti” di questi giorni, un commento ci ha colpito più degli altri. Nessun insulto, nessun odio esibito. Un professorino del pensiero debole giustifica la violenza citando Karl Popper: chi è contro la tolleranza, va spazzato via in quanto intollerante e nemico della “società aperta”. Aveva ragione Carl Schmitt: un uomo, un gruppo armato di “valori” è un potenziale assassino. Specialmente quando grande è la confusione sotto il cielo. Quindi la situazione è favorevole, parola di Mao Tse Tung, mito sanguinario della generazione i cui figli e nipoti sono la maggioranza di questo tempo bastardo. Bastardo perché confuso, miraggi nel deserto che tra una birra e un rutto citano Popper, liberale e liberista, ma brandiscono una bandiera rossa nell’indifferenza del popolo. Una sola cosa hanno preso sul serio, vietato vietare. La conseguenza è la perdita di ogni ritegno, di qualsiasi residua umanità di fronte a chi impedisce loro qualcosa, come i poliziotti il cui dovere è difendere un minimo di convivenza ordinata. Signorini viziati li definì Ortega y Gasset all’alba della ribellione delle masse, gente che considera un affronto ogni limite o proibizione. Il loro nemico è il semaforo rosso che impone lo stop, riconoscono solo il deserto, odiano le oasi e la foresta che cresce silenziosa. Per questo avvelenano i pozzi e segano i rami dell’albero ai piedi del quale vivono, senza avvedersi del guinzaglio del padrone che li aizza. La rivoluzione, sosteneva Mao, non è un pranzo di gala, ma non ditelo a Lavinia e ai suoi compagni.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Verso la distruzione delle conquiste delle donne? PDF Stampa E-mail

10 Marzo 2018

Image

 

Da Comedonchisciotte dell’8-3-2018 (N.d.d.) 

 

Bravi, continuate a pompare questa nefasta retorica del primato della Donna, che non esiste. Da anni avviso che le vittime di questa isteria di massa Politically Correct che porta il nome di “Il Futuro è Donna“, saranno proprio le donne. È un terribile meccanismo che si ripete nelle menti vacue dei maschi progressisti, gente stolta che pratica rituali di auto-purificazione fanatica dopo ogni abominio storico: il razzismo, il fascismo, il comunismo sovietico, la persecuzione delle minoranze e dei diversi ecc… L’uomo ha oppresso la Donna per secoli, ora il maschio progressista si straccia le vesti e ulula del primato femminile per lavarsi dal sangue versato, e ‘sta povera Donna viene – sempre dal maschio, si badi – proiettata in una presunta superiorità, in un presunto ruolo di Genere-Guida, ma non si capisce su che basi. Di fatto, però, oggi chi mette in dubbio il neo-Monoteismo del Femminile viene arso vivo all’istante. Il risultato di tutto ciò è che questi demenziali progressisti Politically Correct, con l’ovvio quanto ingenuo tripudio della Donna, intimidiscono milioni di uomini nel silenzio sulla reale natura della femmina, e sulla sua reale performance nel mezzo secolo di libertà che ha giustamente ottenuto. È la sciagurata replica della precedente isteria Politically Correct sul razzismo: tutti muti! un sussurro di critica, di non sopportazione, di disagio alla presenza dell’alieno, magari per le sue abitudini, o per le sue pretese e per l’accoglimento delle stesse in via preferenziale rispetto al cittadino d’origine (CGIL+PD in It.), o per il suo delinquere, veniva appunto stroncato col lanciafiamme del “Razzista!“, con strascico di “retrivo orribile ignorante indegno dei moderni, vergognati schifoso!“. Eh… si è poi visto cos’ha provocato nel popolo quest’insulsa isteria delle ‘belle anime’ Politically Correct: l’intera Europa e gli USA si sono infiammati di destre estreme, di populismi sgangherati, e un infame partito italiano davvero razzista che prima languiva a meno del 3% è ora al 18% e comanda.

 

Oggi replicate questa follia con la Donna, impedendo con furia devastatrice qualsiasi libero dibattito su cosa davvero sono queste donne, come sono, che talenti hanno e dove invece sono tanto limitate quanto l’uomo, o peggio. E sui limiti, sulle distorsioni, o sui veri e propri abomini del femminile si stende un silenzio terribilmente malsano. Vietato proferir parola, pena la morte professionale, l’ostracismo odioso degli isterici e delle isteriche, pena addirittura l’ira della Magistratura. E allora i milioni di maschi intimiditi dal “maschilista retrivo orribile ignorante indegno dei moderni, vergognati schifoso” saranno compressi e compressi, per poi alla fine esplodere in un “Welcome la Restaurazione“, e sarà micidiale. Mica fra tanto, sapete? Le donne oggi proprio non ci arrivano, e gongolano in questa sciagurata progressiva intoccabilità che non è affatto sinonimo di rispetto dei loro diritti, anzi, è solo fumo nei loro occhi pompato come sempre dal maschile progressista isterico Politically Correct. E loro, povere, ci cascano per l’ennesima volta. Un disastro che porterà proprio, come detto, alla distruzione delle loro conquiste. Ma tanto è sempre così: l’umano impara sempre scassandosi la testa contro il muro.

 

 Paolo Barnard

 

 
Riflessi geopolitici del voto PDF Stampa E-mail

9 Marzo 2018

Image

 

Vincono i “populisti”e crolla la sinistra globalista. Nel maggio del 2017, l’elezione di Macron in Francia faceva tirare un sospiro di sollievo alla Troika (F.M.I, C.E, B.C.E.) e alle oligarchie politico finanziarie, l’ondata populista in Europa aveva subito una battuta d’arresto e forse si stava esaurendo. I risultati delle elezioni italiane smentiscono questa ipotesi, a vincere sono stati i partiti “populisti”, alla camera: il Movimento 5 stelle si afferma come primo partito, ottiene il 32,68% dei voti e 133 seggi; la coalizione di centro destra (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e l’insignificante UDC) vince la tornata elettorale, ottiene il 37% dei voti e 151 seggi (la Lega supera gli alleati e si prepara a guidare un eventuale governo); la sinistra crolla, ottiene il 22,85% dei voti e 112 seggi, ne aveva ottenuti 345 alle politiche del 2013. Non poteva andare peggio al fanfarone fiorentino che da “rottamatore” sarà “rottamato”. La cariatide Berlusconi ha la dentiera che batte, la tricoprotesi incollata in testa ma non molla; certi vecchi non hanno il buon gusto di togliersi dai coglioni. D’Alema è trombato, la Boldrini si salva grazie al “paracadute” del proporzionale, l’orrenda Bonino viene eletta grazie al meccanismo dell’uninominale. Sono questi i rappresentanti della sinistra al “caviale”, libertaria e liberista: predicano la cultura dell’accoglienza e giustificano le guerre umanitarie incuranti delle disastrose conseguenze; usano l’antifascismo e la lotta alle discriminazioni per imporre la dittatura del politicamente corretto e del reato di opinione, praticano lo squadrismo mediatico bollando come “fascista”, “razzista”, “omofobo” ogni pensiero non omologato; sono i pedissequi esecutori delle politiche neoliberiste imposte dalla Troika che hanno impoverito milioni di europei, antepongono l’aborto e l’eutanasia alle politiche in difesa della natalità. Le forze di governo, i servi sciocchi dell’informazione, i sedicenti intellettuali progressisti erano scesi in campo per fermare la deriva “populista” del Paese. Degne di nota sono state le patetiche manifestazioni “antifasciste” e “antirazziste” che hanno segnato la campagna elettorale; qui gli squadristi dei centri sociali hanno sfogato la loro violenza sulle forze dell’ordine e sui cittadini; una violenza che prospera grazie all’impotenza-connivenza delle istituzioni, magistratura compresa. Tutto questo non è servito a fermare l’onda “populista”. I “populisti” hanno saputo incanalare la rabbia e la disperazione di milioni d’italiani: stanchi di vedere il Paese trasformato in fogna multietnica, grazie a un’immigrazione che genera criminalità, sfruttamento e minaccia la nostra identità storica e culturale (l’islamizzazione); stanchi di sopportare i privilegi di una casta inetta e corrotta, prostituita ai poteri forti e incapace di difendere gli interessi nazionali; stanchi di subire le politiche di austerità imposte dall’Unione Europea. Dai risultati elettorali non emerge una maggioranza che ha i numeri per governare il Paese (la maggioranza assoluta alla Camera è di 315 seggi). Escluso il ricorso a nuove elezioni tutte le ipotesi rimangono aperte, non mi dilungo perché questa non è la mia materia.

 

Voglio invitarvi a riflettere sugli aspetti geopolitici di questo voto. Lega, Fratelli d’Italia e Movimento 5 Stelle, pur da posizioni diverse condividono una profonda e legittima diffidenza verso le istituzioni europee, sono critici verso l’Euro, vedono nella Russia un potenziale alleato e non un nemico. Diffidano dalle guerre imperialiste camuffate da crociate umanitarie, interventi militari ai quali partecipiamo seguendo con fedeltà canina le direttive di Washington. Ci sono le condizioni per una nuova politica meno filoatlantica e più euroasiatica? Più sovranista e meno globalista? È presto per dirlo però le premesse ci sono. L’Italia è un Paese strategico per gli equilibri dell’Europa e del Mediterraneo (la Nuova via della seta, i flussi migratori che dall’Africa e dal Medio Oriente arrivano in Europa, il nostro peso economico e politico condiziona il futuro dell’Unione e dell’euro, gli Stati Uniti controllano l’Europa e il Mediterraneo grazie alle basi in Italia, per la Russia e per la Cina non siamo nemici e rappresentiamo un Paese che può dare molto sotto ogni profilo) ma resta un adolescente politico, incapace di tutelare gli interessi nazionali (gli obiettivi politici ed economici di uno Stato, i valori che intende difendere) lo abbiamo visto con la crisi libica, le sanzioni alla Russia e la gestione dei migranti. L’Italia è un eterno Peter Pan privo di dignità nazionale e di lungimiranza politica: convinto che la Guerra Fredda non sia finita e quindi la sudditanza-riconoscenza verso gli Stati Uniti sia eterna; convinto che questa Europa sia l’unica possibile e che alle sue istituzioni si debba cieca obbedienza. Ai dogmi della fede cattolica abbiamo sostituito quelli della fede “atlantica”, “europea” e del “mercato”. È arrivato il momento di crescere e di alzarci in piedi, sono in gioco il nostro futuro e la nostra dignità. Lo capiranno i pentastellati appoggiando un governo sovranista? Che Dio protegga l’Europa dei popoli e delle “patrie”.

 

Giorgio Da Gai

 

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 113 - 128 di 2147