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Il ricatto dello SWIFT PDF Stampa E-mail

17 Novembre 2018

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Da Comedonchisciotte del 15-11-2018 (N.d.d.)

 

Il 5 novembre è entrata in vigore una nuova serie di sanzioni economiche contro l’Iran da parte di Washington. Include il blocco delle riserve internazionali di Teheran, il divieto dell’uso dei porti iraniani e l’esportazione di petrolio iraniano. Ha avuto luogo anche la disconnessione delle organizzazioni finanziarie iraniane dal sistema di trasferimento delle comunicazioni di pagamento SWIFT. L’Iran ci è abituato: le prime sanzioni anti-Iran di Washington sono state imposte quasi quattro decenni fa, nel 1979. Per quasi quattro decenni, non c’è stato un giorno in cui le sanzioni siano state revocate per intero. Nel 2015, dopo la firma di un accordo multilaterale sul programma nucleare iraniano, è iniziata una riduzione graduale delle sanzioni, ma non è stata completata (in particolare, tutte le riserve internazionali dell’Iran bloccate non sono state scongelate). E ora, a causa del ritiro degli Stati Uniti da questo accordo, è iniziato un nuovo ciclo di sanzioni. […]

 

Il sistema SWIFT non è sotto la giurisdizione americana, è governato da una società cooperativa registrata in Belgio. I membri della società e gli utenti sono istituzioni finanziarie della maggior parte dei Paesi del mondo. Ad oggi, oltre 10.800 tra le più grandi organizzazioni (principalmente bancarie) in più di 200 Paesi sono collegate a SWIFT. Washington ha dovuto fare molti sforzi per assicurare che la società bloccasse le operazioni dell’Iran. Si è dovuto agire attraverso gli organi direttivi dell’UE e le autorità del Belgio, che hanno dato l’ordine finale per il blocco. Quando nel maggio 2018, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha reso pubblico il suo ultimatum sull’Iran, è stato accolto con ostilità non solo a Teheran. Sono contrari in modo categorico l’Europa e altri Paesi, con i quali in Iran si sono iniziati a strutturare scambi e relazioni economiche, dopo la stipula dell’accordo sul nucleare. Inoltre, la società SWIFT ha ripetutamente affermato che è fuori dalla politica, che non rischierà la sua reputazione e non si accingerà a disconnettere nuovamente l’Iran dal sistema. Ma no! Si è dovuto procedere. Di conseguenza, in estate l’Europa ha dichiarato che avrebbe urgentemente creato un sistema SWIFT alternativo sotto il pieno controllo di Bruxelles. Il Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha annunciato, ad agosto, che erano iniziate le proposte di creazione di sistemi di pagamento indipendenti in Europa. Questa affermazione era alquanto strana, poiché il sistema esistente è generalmente sotto la giurisdizione europea. E se verrà creato il sistema SWIFT-2, dov’è la garanzia che anche questo non “cederà” sotto la pressione di Washington? Dopo il discorso di Heiko Maas, alcuni dettagli sono apparsi sui media. Gli Europei hanno concordato di creare una struttura speciale (special purpose vehicle, SPV) per eludere le sanzioni anti-Iran, attraverso la quale sarebbero effettuati pagamenti per operazioni di esportazione-importazione. Il Ministro degli Esteri della UE, Federica Mogherini, insieme al Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, il 24 settembre ha annunciato la creazione di una SPV. Secondo Mogherini, il piano per creare una SPV “significherà che gli Stati membri dell’UE creeranno un’entità legale per facilitare transazioni finanziarie legittime con l’Iran, e ciò consentirà alle compagnie europee di continuare a commerciare con l’Iran”, nonostante l’opposizione degli Stati Uniti. La nuova struttura di intermediazione finanziaria multinazionale, creata dai Paesi europei, si occuperà delle società interessate alle transazioni con le controparti iraniane. Tali transazioni, presumibilmente in euro e sterline inglesi, non saranno trasparenti per le autorità americane. Le aziende europee che hanno a che fare con un mediatore governativo, non possono essere tecnicamente accusate da Trump di aver violato le sanzioni statunitensi. Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha immediatamente risposto all’iniziativa dell’Unione Europea. Ha dichiarato che la creazione di una struttura speciale per eludere le sanzioni è “una delle soluzioni più controproducenti che si possono immaginare dal punto di vista della sicurezza globale e regionale”. La Russia ha mostrato immediatamente interesse per la creazione di una struttura speciale e ha espresso la volontà di aderire al progetto. “Questa sarà una via d’uscita e una risposta alle restrizioni che gli Stati Uniti introducono, sia per le imprese che per le istituzioni finanziarie regolate nella valuta statunitense”, ha detto il 5 ottobre il Primo Vice Primo Ministro, il Ministro delle Finanze Anton Siluanov. Tuttavia, la Banca Centrale della Federazione Russa non ha ancora ricevuto l’invito ad aderire alla controparte europea del sistema di pagamento SWIFT. Come si è scoperto un po’ più tardi, non c’era nulla a cui aderire. Alla fine di ottobre, è stato reso chiaro che il piano della creazione della SPV non sarebbe stato realizzato. I media hanno detto: nessun Paese dell’UE ha accettato di collocare sotto la sua giurisdizione la struttura speciale per eludere le restrizioni nei confronti di Teheran. Le imprese europee hanno reagito con molta mestizia alla decisione di Washington di bloccare le operazioni con il sistema SWIFT dell’Iran, e al fallimento dei tentativi di Bruxelles nell’organizzare il sistema SWIFT-2. L’agenzia di stampa Bloomberg ha diffuso una dichiarazione del 9 ottobre di Thilo Brodtmann, Direttore esecutivo del VDMA (Verband Deutscher Maschinen- und Anlagenbau), secondo il quale la federazione è preoccupata che la Russia possa essere il prossimo Paese, dopo l’Iran, che verrà disconnesso dal sistema internazionale di trasmissione dei dati interbancari. “Oggi tocca all’Iran, domani alla Russia e poi alla Cina?”, ha detto il capo del VDMA, il quale ha affermato che circa 3.200 ditte che hanno stipulato transazioni internazionali, compresa la Russia, potrebbero subire una crisi a causa della decisione di SWIFT. La dichiarazione di Thilo Brodtman fa ancora riflettere: quanto è probabile che la Russia venga disconnessa dal sistema SWIFT? Quali potrebbero essere le conseguenze per la Russia? Quanto è pronta la Russia alla disconnessione? La probabilità che la Russia venga disconnessa da SWIFT non è così minimale. Un’opzione del genere, come il blocco del sistema SWIFT, è nei piani del Dipartimento del Tesoro statunitense. Prendo atto che per la prima volta per Washington è stato più difficile scardinare la leadership della società SWIFT; per la seconda volta non c’è stata quasi opposizione. Quindi, se lo desiderasse, Washington sarà in grado di giungere al blocco della Russia. Ci sarà anche un effetto collaterale negativo per gli Stati Uniti, ma mi sembra che Washington abbia smesso di contabilizzare le conseguenze di alcune delle sue azioni. A Mosca hanno iniziato dal 2014 a prepararsi alla disconnessione dal sistema SWIFT. Ha avuto inizio la creazione di un’alternativa russa a SWIFT, chiamata SPFS (Система передачи финансовых сообщений – Sistema di trasferimento delle comunicazioni finanziarie). Dalla fine del 2016 è iniziata l’implementazione graduale. Tuttavia, per il momento, il SPFS è dedicato quasi esclusivamente agli addebiti e ai pagamenti che avvengono tra le organizzazioni russe, ovvero, i rischi di disconnessione del sistema SWIFT per il mercato interno sono ridotti. I rischi associati al servizio di pagamenti internazionali rimangono elevati. Sono stati fatti tentativi per rendere l’SPFS un sistema internazionale. Il Primo Vicepresidente della Banca Centrale della Federazione Russa, Olga Skorobogatova, nel maggio 2018, affermava che la Banca di Russia stava valutando la possibilità di connettere i non residenti all’SPFS. Tecnicamente, le aziende e le banche non residenti possono connettersi al sistema russo già ora; sono in corso negoziati con le banche centrali straniere. I piani della Banca Centrale, che sovrintende all’SPFS, sono tali che, nella prima fase, perseguono la transizione alla messa in servizio, da parte di questo sistema, di società e banche dei Paesi limitrofi, in primo luogo dell’Unione Economica Eurasiatica. Nella seconda fase, è previsto di trasformare l’SPFS in un analogo del sistema SWIFT per essere a servizio dei pagamenti della Russia con i Paesi membri del BRICS. Tra gli altri Stati, potenziali partecipanti al SPFS, la Banca di Russia nomina Iran e Turchia. Tuttavia, l’espansione della portata internazionale dell’SPFS dovrebbe avvenire rapidamente. Altrimenti, le perdite economiche della Russia saranno enormi, le transazioni del commercio estero potrebbero essere bloccate o estremamente difficili (lo scambio commerciale con l’estero russo per il 2017 è stato di 584 miliardi di dollari, pari a quasi il 37% del PIL).

 

P.S. Un’ulteriore protezione dal blocco del sistema SWIFT per la Russia potrebbe essere un uso più ampio dei sistemi di scambio commerciale (accordi sui beni di scambio). Qui torna utile l’esperienza dell’Iran, che ha già fatto uso del meccanismo dello scambio commerciale. Presumibilmente, nel prossimo futuro, una parte significativa del commercio russo-iraniano sarà effettuata sulla base dello scambio commerciale, cioè senza l’uso di valuta. Mosca sta anche discutendo la possibilità di un più ampio uso di sistemi di scambio, nel commercio con partner come la Cina e la Turchia.

 

Valentin Katasonov (tradotto da NICKAL88)

 

 
Neomania PDF Stampa E-mail

16 Novembre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 14-11-2018 (N.d.d.)

 

L’ossessione per tutto ciò che è nuovo è una delle più sorprendenti caratteristiche della nostra epoca. È una smania, una vera e propria patologia di massa, una malattia dell’anima, la neomania. Se ne sono resi conto anche intellettuali del campo progressista. Scriveva il comunista ortodosso Alberto Asor Rosa diversi anni or sono: viviamo un presente caratterizzato dall’assenza di una regola e dalla presenza di molte regole transitorie. Tutto deve sempre essere nuovo, inedito. Lo psicanalista à la page Massimo Recalcati osserva che abbiamo confuso il “nuovo” con il diverso, una fuga dallo “stesso” che ci annoia, per cui la tensione che ci spinge verso il nuovo è una fuga da una mancanza, dall’assenza che ci affligge. Ancora più esplicito è un brano di una vecchia Enciclopedia della Moda, secondo cui “è con l’avvento della società capitalistica che si fa coincidere l’insorgere di quella specie di ossessione per il nuovo, o neomania, di cui la moda dell’abbigliamento rappresenta uno degli aspetti più vistosi.” Si tratta di verità parziali, alle quali sfugge il nocciolo della questione.

 

La smania per il nuovo è figlia della rottura antropologica della modernità con tutto il passato, il simbolo e la conseguenza della perdita della dimensione spirituale e trascendente dell’uomo occidentale. La ricerca costante della novità diventa un antidoto all’angoscia per un’umanità deprivata della parte più elevata di se stessa, un effetto placebo che impone dosi sempre più elevate di “nuovo”. Una dipendenza in più, che esorcizza l’ansia e la mancanza di senso creando un eterno presente. Intuì qualcosa Albert Camus, per il quale il futuro è l’ultima trascendenza degli uomini senza Dio. L’ autore dello Straniero e della Peste, ateo, non poteva riconoscere che ogni futuro, per l’uomo moderno, è la porta spalancata sul Nulla. […] L’angoscia viene lenita attraverso il Nuovo, la scarica di adrenalina obbligatoria che consente di sopportare l’insoddisfazione del presente senza precipitare nel buio. In questo vuoto esistenziale si inserisce la psicologia di massa della società dei consumi, che produce insoddisfazione per vendere desiderio, fratello spurio del futuro. Se si cambia spesso, se il mutamento è considerato positivo a priori è perché si cerca qualcosa che non si trova, anzi che non si deve trovare. La meta del nuovo è il viaggio, il panorama sempre diverso di viandanti in fuga da se stessi. Non si sopporta il vuoto, saturato dall’abbondanza di oggetti. Il desiderio del nuovo è l’attesa del godimento che non verrà o lascerà insoddisfatti, rassegnati o disponibili per esperienze ulteriori, “nuove” ma in realtà pieghe dell’identico. L’esperienza sempre rinnovata è quella del consumo, ovvero dello spreco, dell’esaurimento, della dissipazione. Grottesca è l’attitudine dei nuovisti della tecnologia, pronti ad affrontare code chilometriche per assicurarsi i primi esemplari di apparati che entro pochi mesi saranno sostituiti dal nuovo più nuovo. Barbari indotti a ricominciare daccapo dalla povertà delle esperienze oltrepassate e non vissute, indifferenti all’evidenza che il nuovo luccicante diviene presto antiquariato e talora fa riapparire il vecchio sotto nuove forme, nella postmodernità stanca e poco creativa, esaurita nelle idee, ridotta a rifacimento, remake, imitazione, maniera, come l’arte dopo il Rinascimento. Il nuovo detesta il silenzio, l’introspezione, anticamere dell’angoscia. La sua forma è il brusio indistinto, il ronzio confuso di voci, poiché il nuovo ha l’obbligo di rompere il silenzio. La neomania è compulsiva e nevrotica come la trionfante sessualità di consumo. Cambiare partner per vivere esperienze nuove, trattando se stessi e gli altri come cose, oggetti di consumo. Tutto invecchia presto, nessuno sembra lontano, le dimensioni dello spazio e del tempo si confondono. La neomania è altresì l’adorazione di un idolo, il Progresso, il cui culto coincide con quello della Ragione. Esso non deve essere discusso e tantomeno limitato, la sua marcia è inarrestabile; il nuovo è buono anche se domani sarà già vecchio. Tutto deve essere fatto secondo la nuova moda, la nuova scoperta, la nuova tecnologia, al modo odierno, significato letterale di una parola eternamente ambigua, modernità. […] Il nuovo ha per missione di indurre in tentazione, prevede la tentazione alla quale non è concesso resistere. In questo consiste il libero arbitrio di oggi, dare un consenso entusiasta ed effimero ad ogni novità, evitando la domanda di senso, la riflessione sul bene e sul male. Qualunque cosa si possa tecnicamente fare, va approvata e sperimentata. Tutt’al più, il quesito è: me lo posso permettere? La risposta sta anch’essa nel nuovo. Le formule di consumo a debito cambiano continuamente e promettono l’accesso al mondo sfavillante dell’ultimo ritrovato, del prodotto “definitivo”, quello 2.0. Passata la festa, gabbato lo santo: arriva il modello 3, poi 4.0 e la giostra continua. Essenziale è che l’idea nuova, la merce nuova, il comportamento inedito spezzi provvisoriamente la solitudine di tanti identici che si sentono unici. L’idolatria del nuovo ha come esito il disprezzo per il passato. […] Al contrario, il principio fondamentale della vita è la conservazione, la tendenza che in biologia si definisce omeostasi, ovvero l’inclinazione naturale al raggiungimento di una certa stabilità interna e comportamentale, una disposizione che accomuna tutti i viventi anche al variare delle condizioni esterne. In politica come nella cultura, dopo la Rivoluzione francese il conservatore è schernito, proclamato anacronistico (l’obbligo di essere “all’altezza dei tempi”), la definizione stessa è una condanna preventiva, un mezzo per escludere dal dibattito. John Stuart Mill, uno dei patriarchi del liberalismo, definì i conservatori “il partito stupido”. La neomania è naturaliter progressista, convinta della perfettibilità illimitata dell’uomo e delle cose. Non crede nei limiti dell’uomo, nella sua imperfezione ed è quindi necessariamente in guerra contro la natura. Trova assurda l’idea che esistano principi permanenti. Il nuovo impone la trasgressione, cioè la violazione del comportamento comune. I suoi adoratori trasgrediscono disciplinatamente seguendo le regole “nuove”, in una corsa ridicola ad infrangere trasformata in conformismo inconsapevole. L’ordine, etico, civile, naturale, personale, è detestato in quanto espressione della stabilità. Vengono applauditi falsi profeti che proclamano la relatività di ogni principio, sostenendo che tutti provengono dalla volontà e dal desiderio. Il paradosso è l’esaltazione dell’ultimo valore in ordine di tempo, il più “nuovo”. Odiare tutto ciò che è permanente genera instabilità, distrugge ogni standard elevato e riduce il mondo sedicente civilizzato alla soddisfazione di futili, momentanei desideri materiali, senza distinzione tra bisogni, diritti, capricci, stranezze, pulsioni infere. […] Il nuovo, infine, è diventato un diritto. Quello di ottenere ciascuno le medesime cose, alzando ogni giorno l’asticella del desiderio. Tutto deve essere “avanzato”, come la tecnologia di oggi, il cui destino è di diventare arretrata con le prossime scoperte, le future applicazioni, le quali, in quanto “nuove”, saranno oggetto dell’insoddisfazione di chi non le possiede, dell’invidia e del desiderio. Ovvio è il deterioramento di ogni senso morale in un mondo dominato dal nuovo. Qualunque etica ha il difetto di essere persistente, di credersi vera e permanente, di imprimere un segno forte.

 

Alcuni elementi della neomania stupiscono più di altri. La rinnovata popolarità dei tatuaggi, ad esempio, può essere spiegata con il desiderio di essere creatori di stessi a partire dall’aspetto esteriore, ma come si concilia con la permanenza a vita delle incisioni? Evidentemente, la spinta gregaria del conformismo è potentissima, oppure la fiducia nel “nuovo” è tanto diffusa da convincere che future tecnologie permetteranno di rimuovere i nomi di fidanzati non più amati, le frasi che non piacciono più, i simboli caduti in disgrazia. Del resto, l’obiettivo è sempre l’emancipazione, la liberazione dai vecchi credo e dai giuramenti del passato. L’amante del nuovo ritiene di gioire e desiderare in piena libertà, nell’autosufficienza e nell’autogoverno di sé. Non sospetta di essersi sottomesso a nuovi idoli e di aver decretato la vittoria dell’Es, secondo Freud la forza impersonale che “ci vive” e contiene le spinte pulsionali, aggressive ed autodistruttive. L’applicazione, da parte del sistema di potere politico ed economico, delle scoperte della psicologia delle masse, ha determinato una generale accettazione di tutto ciò che è nuovo come migliore, frutto di progresso, di liberazione umana. […] La ragione astratta, fattasi universale a scopo di dominio e arricchimento di alcuni, ha prodotto un’irrazionalità diffusa fondata sul desiderio compulsivo del nuovo: la neomania. L’uomo comune è indotto a confondere i diritti con i desideri, perseguire l’indisciplina spirituale, rifiutare il senso del limite e negare validità a qualsiasi principio generale. Il conformismo più deprimente è chiamato giudizio personale, la disciplina consumista e nuovista è detta trasgressione. […] Il nuovo enfatizza il movimento; poco conta la direzione o il senso. Ne capì la portata epocale Goethe, che fa dire a Faust, l’uomo febbrile, il primo consapevole innamorato del nuovo che avanza, “in principio era l’Azione”, detronizzando il Verbo, Dio, il permanente. L’adorazione del nuovo ha caratterizzato l’arte fin dall’inizio del secolo XX, abolendo le forme classiche e la stessa figura umana. La novità in quanto tale fu il programma del futurismo. Il manifesto di Filippo Tommaso Marinetti del 1909 inizia con un’affermazione che attraversa l’intera civiltà occidentale successiva: noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Le parole chiave sono l’aggettivo nuova e il sostantivo velocità. Riunite, esse rappresentano l’unico polo superstite della nostra decadente civilizzazione. Tutto deve essere nuovo e rapido, fino al “tempo reale”, l’immediato dell’informatica. Non sfuggono all’attacco le leggi degli uomini. Nessuna è destinata a durare, il riformismo è lodato a prescindere, cambiare, rinnovare è il gesto di chi si proietta “in avanti”. Duraturo è un vocabolo sgradito, innanzitutto ai padroni del mondo, interessati a che idee e cose diventino presto obsolete. Inutile osservare che se il nuovo è più veloce dell’antico, tramonterà altrettanto facilmente, spesso prima che se ne possano valutare gli effetti, con il rischio di smarrire il lato positivo dei cambiamenti. Infine, aleggia sul nuovo un materialismo soffocante, l’ossessiva aspirazione all’appagamento dei sensi, alla mediocrità fiera di se stessa, allo scioglimento di ogni vincolo. […]

 

La smania del nuovo, il cambiamento ad ogni costo producono il sonno della ragione e il precipizio dello spirito. Lucifero stesso era un bellissimo angelo caduto e la verità, diceva Nikolaj Berdjaev, è il ridestarsi dello spirito nell’uomo. Il vecchio che salva.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Giornalisti patetici PDF Stampa E-mail

15 Novembre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 13-11-2018 (N.d.d.)

 

Infimi e puttane i giornalisti, chissà. Ma casta di sicuro sì, nonché – con l’intero mainstream – vetrina del conformismo. Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista non fanno come faceva un Giulio Andreotti che si raccomandava di non litigare mai e poi mai con la stampa. Loro, figli di un tempo tutto nuovo, prendono spunto dall’assoluzione di Virginia Raggi e vanno addosso ai giornalisti cui è mancato il finale atteso. Forse, i due, fanno come un tempo si divertiva a stuzzicare Massimo D’Alema: jene dattilografe. In ogni modo sfregiano il sussiego di un mestiere – il giornalismo – che è, ormai, dottrina del pensiero unico. Industria culturale di infimi e di puttane a disposizione di una stretta cerchia, sempre la stessa, derivata dal patto di compromesso tra le due ex chiese, quella del Pci e quella democristiana, per quel che sono diventate adesso coi loro eredi – immarcescibili – nell’amministrare il potere assoluto e gli estremi privilegi ora che c’è da difendere il fortino assediato da una realtà sempre più distante dai loro taccuini, dalle loro frequentazioni e dalla loro retorica. Dai nostri taccuini, dalle nostre frequentazioni e dalla nostra retorica, dovremmo dire? Ebbene, no. Se c’è un discrimine, che vale in tema di giornalismo quanto anche nella realtà del dibattitto delle idee, è quello tra un’Italia tenuta sempre ai margini – quella del dissenso – e quella del regime. Lo stesso regime del giornalismo da sempre sistema chiuso che i Leo Longanesi di ieri o i Massimo Fini di oggi, mai e poi mai li fa arrivare nei giornaloni, quelli delle vergini adesso trafitte, ma solo e soltanto nelle testate corsare, dove piove sale e sempre solo sale. Il giornalismo, quello istituzionale su tutti, vive in virtù dell’ipocrisia – del tradimento continuo dei valori cui dice di voler aderire, la famosa libertà di stampa e l’indipendenza – e regge nel mercato grazie allo sfruttamento di precari costretti, tutti, a salari al minimo, anzi, sempre più al ribasso, costringendo all’eterna gavetta chiunque non corrisponde ai loro taccuini, alle loro frequentazioni e alla loro retorica. Ha ragione Michele Fusco, giornalista senza nessun regime, quando ieri – nel bel mezzo delle lagne per la bua subita – così twittava: «Questa catena sul web dell’orgoglio giornalistico è una roba che va oltre il patetico». Ecco, non infimi, non puttane, ma patetici.

 

Pietrangelo Buttafuoco

 

 
Marxisti sovranisti PDF Stampa E-mail

14 Novembre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 12-11-2018 (N.d.d.)

 

“Socialismo o barbarie” è uno slogan marxista di vecchia data, Rosa Luxembourg lo attribuisce ad Engels: se non si passa dal capitalismo al socialismo, la caduta nella barbarie è il destino dell’Occidente.  Adesso un saggio scritto da due marxisti, l’italo-inglese Tomas Fazi e William Mitchell, riecheggia quel motto celebre ma al contrario: “Sovranismo o Barbarie”.  Abbiamo capito bene: due marxisti, pubblicati da una editrice “rossa”, invocano il ritorno alla sovranità nazionale, perché (cito dalla recensione che ne fa Carlo Formenti su Micromega) “lo stato-nazione è la sola cornice in cui le classi subalterne possono migliorare le proprie condizioni e allargare gli spazi di democrazia”. Da marxisti, i due sono convinti che l’ordinamento dello stato dipende dall’economia – la “struttura” da cui nasce la “sovrastruttura”.  Quindi attribuiscono la felice lunga stagione dal dopoguerra agli anni ’70, con ”elevati tassi di crescita economica, alti livelli di occupazione, salari e profitti crescenti, un’estensione dei diritti sociali ed economici mai conosciuta nelle ere precedenti, nonché una relativa stabilità finanziaria a livello internazionale” a  uno specifico regime di accumulazione capitalista – il fordismo – associato a un modo di regolazione politica dell’economia fondato sull’interventismo statale”.

 

La “entrata in crisi” del modello fordista di accumulazione capitalistica sarebbe la causa della “entrata in crisi” della sovrastruttura, l’ideologia e le politiche keynesiane con la loro connotazione “sociale”.  Detto così, può sembrare un fenomeno storico inevitabile, e il passaggio al globalismo con l’evirazione dello stato nazionale, la perdita della sovranità monetaria, e dello stato sociale, eventi “oggettivi”.  Inevitabili. Forze storiche contro cui non si vince. Infatti questo ci ripetono le “sinistre” salottiere, stilistiche, botuliniche che parlano da tutti i talk-show televisivi. Le giornaliste botulinate e strapagate perché “progressiste”.  Invece, il vostro cronista che si è occupato (anche) di economia per trent’anni, ha visto e documentato (in “Schiavi delle Banche”) come le “sovrastrutture” del globalismo che ha distrutto il “keynesismo” (e il benessere e la crescita) siano state progettate e imposte da leggi dello Stato, che abolivano le leggi precedenti. Tipicamente, ciò che era punito come “fuga dei capitali” quale crimine, divenne “libera circolazione dei capitali”; i dazi furono abbassati per legge esponendo i nostri lavoratori alla concorrenza di messicani, cinesi, romeni. Le borse internazionali furono coordinate apposta per trasformarle in una borsa mondiale aperta 24 ore su 24, dove quando chiudeva Wall Street aprivano Londra, e poi Tokio. Trucchi della “ingegneria finanziaria” come i derivati, che prima sarebbero stato soggetti ai rigori del codice penale, furono legali.  Le leggi che su imitazione della Glass-Steagall Act vietavano alle banche di giocare nel casinò finanziario i depositi dei risparmiatori, furono abolite in tutti gli Stati occidentali. I mutui concessi dalle banche americane non restarono più nei libri contabili di dette banche, con il loro rischio di insolvenza dei debitori; furono macinati insieme   a migliaia e rivenduti a pezzetti a fondi-pensione con la promessa che questi oggetti “davano un interesse”. In pratica le banche sbolognarono il rischio che s’erano assunte prestando soldi a ragazze-madri negre con salario precario da 600 dollari a mese, a terzi ignari: roba da codice penale, una volta. Le norme penali adesso non valevano più.

 

Insomma il supercapitalismo finanziario terminale non è un fenomeno naturale.  È stato progettato, voluto, preparato con leggi che abolivano le leggi. Apprendo con piacere che anche per Fazi e Mitchell è sbagliato interpretare tale processo come un “indebolimento dello stato”, “occorre al contrario prendere atto che proprio gli stati – a partire dal nostro – hanno scelto autonomamente di subordinare le proprie scelte a vincoli esterni, il che non significa che si sono suicidati, bensì che hanno attuato con successo un progetto radicale di indebolimento delle classi lavoratrici e di svuotamento della democrazia”. I due hanno la franchezza di notare che “le sinistre” hanno responsabilità primarie nell’aver creato la nuova ideologia neoliberale diventata Stato: come le “teorie nate negli stessi ambienti di sinistra, come la tesi secondo cui una delle cause fondamentali della crisi era la spirale incontrollata della spesa pubblica”.   Non dimenticano che “già a partire dagli anni Settanta Enrico Berlinguer tesserà l’elogio dell’austerità come strumento per rilanciare crescita e occupazione”, come un odierno Cottarelli o una tanto de sinistra come la Veronica de Romanis, che si ritiene una economista essendo moglie del banchiere Bini Smaghi, miliardaria, e autrice dell’aureo libretto “L’austerità fa crescere”. Dai primi anni Ottanta all’ingresso nell’area dell’euro – scrive il recensore su Micromega-   la frana diverrà inarrestabile. I Carli, gli Andreatta, i Ciampi e il grande privatizzatore Prodi avranno mano libera per scandire le tappe di una marcia accelerata verso la de-sovranizzazione, de-politicizzazione e de-democratizzazione dello stato italiano: adesione allo SME, divorzio fra Tesoro e Banca centrale, approvazione del Trattato di Maastricht, fino al colpo di grazia della rinuncia al potere di emissione della moneta e all’integrazione nell’area dell’euro, che imporrà “ l’inserimento obbligatorio del neoliberismo in Costituzione e il divieto di adottare politiche keynesiane”. Conclusione dei due marxisti:

 

“Oggi, dopo decenni di smantellamento sistematico, non resta altra alternativa se non riconquistare la sovranità nazionale e popolare come presupposti irrinunciabili per rilanciare quel progetto politico che venne accantonato quarant’anni fa, a partire dalla sovranità monetaria e dalla conseguente possibilità di finanziare il fabbisogno della spesa pubblica attraverso l’emissione di moneta”.  Le ragioni dell’esplosione del debito pubblico italiano negli anni Ottanta non sono da ricercare in un improvviso aumento della spesa pubblica – che anzi è rimasta in linea con la media europea per tutto il periodo – ma piuttosto nella decisione di far aumentare vertiginosamente i tassi di interesse (funzionale alla partecipazione dell’Italia al Sistema monetario europea (SME), in primis attraverso il “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981 (Fazi). Insomma i due marxisti arrivano alle stesse conclusioni di Claudio Borghi,  Savona  e Bagnai. Tornare a quegli anni ’70 “in cui abbiamo fatto ampiamente ricorso alla spesa in deficit –   e il nostro rapporto debito/PIL è rimasto relativamente stabile intorno al 50-60%, grazie soprattutto alla parziale monetizzazione del deficit pubblico e al calmieramento dei tassi di interesse da parte della Banca d’Italia” (Thomas Fazi).

 

Che dire?  È evidente che tutte le personalità che nello spazio pubblico, giornalistico, televisivo e accademico, parteggiano per l’euro e fanno il tifo per lo spread, invocano il ritorno dei “tecnici” e idolatrano Draghi che ci punirà e farà cadere il governo “fascista” e “razzista” – i Formigli e le Gruber, i Floris e i direttori di Repubblica – stanno usurpando. Usurpano il nome di “sinistra” – l’hanno portato via a Fazi e Michell – e usurpano lo spazio pubblico televisivo – politico che spetterebbe a loro, i marxisti. A  ben pensarci, la cosa è evidente. Salvo errori, mai Thomas Fazi o Fassina vengono invitati nel salottino della Gruber o della Berlinguer. Nei talk show “progressisti” pro-euro invitano sì Diego Fusaro, ma come si mostra in gabbia un animale estinto, pittoresco per il suo linguaggio antiquato, il “Marxista di un tempo”; avendo cura di tagliarne l’audio al momento giusto e farne svanire il collegamento.  Gli usurpatori del nome Sinistra non danno alcuno spazio a quelli di cui hanno usurpato lo spazio politico, e lo danno alle miliardari-economiste. E i Fazi e i Fassina sono dei senza-casa, impossibilitati ad esporre le loro idee di sinistra vera nei media di massa. Esiliati. Chi può capirli meglio del vostro cronista. Da cattolico, constata e soffre l’occupazione del Vaticano della setta sodomitica, che usurpa il nome di “Chiesa” per benedire nozze gay, lavare piedi a musulmani, e proclamarla “accoglienza senza limiti”, facendo passare tutto questo per “misericordia”. Da   vecchio “conservatore”, ha visto usurpare il nome e il concetto dalla potente setta degli ebrei ex trotzkisti americani, definitisi “neocon”, ossia neoconservatori, e compiere sovversioni dall’Ucraina alla Siria ed oltre, e cercare di distruggere ogni valore di destra e chi lo incarna, come Putin. È un’epoca dove dominano le contraffazioni in ogni campo, di mascherature e di camuffamenti dovunque.  In questo politica “populismo” diventa “l’anatema da scagliare contro ogni forma di opposizione al pensiero unico liberal liberista”.  Sovranismo, per accreditare cioè l’associazione automatica fra ogni posizione politica che rivendichi la riconquista della sovranità nazionale e l’uscita dall’Unione europea –   e i nazionalismi di destra” (Formenti).  Marxisti che siano allo stesso tempo sovranisti, sono in grado di dimostrare e argomentare che il recupero della sovranità non è una patologia “identitaria” pulsionale parafascista, ma una necessità democratica e dello stato di diritto.  Quindi l’esilio tv. La contraffazione universale sembra essere la necessità conseguente all’usurpazione generale del potere legittimo, in ogni campo, da parte di poteri indebiti, che si reggono sulla menzogna. […]

 

Maurizio Blondet

 

 
Il sovranismo non nasce dalla crisi economica PDF Stampa E-mail

13 Novembre 2018

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Da Rassegna di Arianna dell’11-11-2018 (N.d.d.)

 

I sovranisti non rappresentano per forza un voto di pancia o di protesta. E se anche il vento “populista” ha iniziato a soffiare nel 2009, con l’avvento della crisi economica, è impossibile oggi ribadire che quel voto sia frutto della crisi. Lo ha spiegato bene Foreign Policy, in un editoriale che ripercorre le ultime tappe della fine dei leader della socialdemocrazia e dell’avvento degli uomini nuovi che hanno preso il potere o stanno scalzando la vecchia guardia. Per molto tempo, ci è stato detto che i movimenti sovranisti fossero il frutto di una protesta. L’intellighenzia mainstream ha etichettato il fenomeno come una sorta di esaltazione demagogica delle classi popolari, in cerca di certezze dopo l’impoverimento causato dalla grande crisi che ha sconvolto l’Occidente. Ma relegarlo al pericolo di perdere potere d’acquisto o posti di lavoro rischia di essere superficiale, o quantomeno fuorviante. Non è solo la crisi economica ad alimentare i nuovi grandi partiti politici. Perché la crisi economica, che ancora c’è, evidentemente, in molti Paesi, non è più quella che sconvolto gli Stati europei e l’America nel 2008. E molti Stati dove crescono i movimenti “di protesta” sono in realtà estranei alla crisi. La disoccupazione non ha dati che indicano un malcontento diffuso, il popolo non è affamato. E in alcuni casi, i Paesi dove cresce il sovranismo, che viene etichettato come una sorta di “populismo di destra”, sono in realtà tra i più avanzati e ricchi d’Europa.

 

In questo senso, fanno riflettere i casi di tre Paesi: Germania, Olanda e Polonia. A Varsavia, i sovranisti sono esplosi quando il Paese era considerato la vera locomotiva dell’Europa orientale. Era il 2015 quando Beata Szydło di Dritto e Giustizia è diventata primo ministro. Poi è stato il turno di Mateusz Morawiecki, sempre della destra polacca. Il partito di Jarosław Kaczyński ha da sempre portato avanti una retorica nazionalista, fortemente legata ai valori cattolici della Polonia e ancorata a una visione conservatrice della società civile. Ha strappato le redini del Paese al partito di Donald Tusk, che promuoveva l’europeismo dalla sua Piattaforma civica per traghettare Varsavia nell’alveo dell’Europa occidentale. E invece la Polonia, nonostante la crescita economica e nonostante l’interesse nell’entrare nell’Unione europea, si è scoperta sovranista e anti-Ue. Lo stesso può dirsi dell’Olanda. Un Paese ricco che non ha sofferto la crisi economica come altri Paesi dell’Unione europea. I Paesi Bassi non hanno avuto l’emigrazione dei giovani, non sono crollati i salari, la disoccupazione, ad agosto 2018, era del 3,9%, con un picco massimo del 6 per cento nel 2016. Anche qui l’economia è in crescita, eppure l’ultradestra di Geert Wilders non domina ma è una costante. Idem per la Svezia, dove i Democratici svedesi di Jimmie Akesson hanno invaso il parlamento di Stoccolma. Il caso della Germania, invece, è ancora più eclatante. Angela Merkel sta lentamente collassando. E se la Cdu vuole spostarsi a destra, il vento del sovranismo sta prendendo piede in tutto il Paese. Non c’è parlamento locale in cui l’Alternative fur Deutschland non abbia preso seggi. Il partito dell’ultradestra ha guadagnato consensi e continua ad accrescere il suo peso in tutto il territorio tedesco. E questo nonostante la Germania resti la locomotiva d’Europa e il Paese che di fatto rappresenta il cuore economico e industriale dell’Unione europea. La Baviera, in questo senso, è stata un esempio perfetto: un Land ricco, produttivo eppure con un elettorato che si è spostato a destra.

 

Perché quindi la crisi non serve a spiegare il sovranismo? Perché i sovranisti si fondano su altre esigenze. Che sono le stesse che negli Stati Uniti hanno condotto all’elezione di Donald Trump nel 2016 o alla conferma dei repubblicani nell’America profonda, rurale e industriale. Non c’è solo l’economia. C’è una crisi di identità, una volontà di riavere una società da cui le persone della parte più profonda del Paese si sentono escluse. Non è una lotta per la sopravvivenza economica, ma una lotta quasi antropologica, culturale, che sposta l’attenzione non sul portafogli, ma su altri valori. C’è l’immigrazione, c’è la sovranità politica ed economica, c’è la sfida verso il progressismo ultra-liberale. Steve Bannon, parlando del voto negli Stati Uniti, non ha parlato di economia, ma di lotta fra “nazionalisti” e “cosmopoliti”. I sovranisti europei non prendono consenso parlando di lavoro e tasse, ma di chiusura dei confini e di identità perduta, di cultura patria e di valori da ripristinare. È per questo che il sovranismo è destinato a rimanere saldo in tutto l’Occidente, mentre la socialdemocrazia perde colpi. Perché i partiti del mondo liberale non rispondono alle esigenze della popolazione che si sente sempre più esclusa non a livello economico, ma a livello culturale. C’è un senso di estraneità a un mondo di cui non ci sente più parte. E quei valori che hanno costituito le basi delle società occidentali, sono colpiti costantemente da un mondo progressista che sta mettendo sotto assedio parti sempre più ampie delle popolazioni facendo riaffiorare un sentimento identitario sopito negli ultimi decenni. I sovranisti vincono perché hanno infiammato l’identità nazionale delle persone. Ma lo stanno facendo soprattutto perché il mondo progressista ha messo in dubbio le diversità. E queste, sotto attacco, riaffiorano. E riaffioreranno sempre finché il progressismo non cambierà obiettivi.

 

Lorenzo Vita

 

 
Socialista, perciò non "di sinistra" PDF Stampa E-mail

12 Novembre 2018

 

Secondo alcuni la cameriera che diventa deputato è una gran cosa e una grande lezione proveniente dall'America, mentre Di Maio presidente del consiglio sarebbe ridicolo e rimarrà per sempre, ai loro occhi, "il bibitaro". È evidente lo squallore morale di coloro che adottano nelle due identiche situazioni due distinti punti di vista. Sono persone incoerenti. Ma questo è soltanto il minimo. Sono evidentemente incoerenti perché anti-italiani ossia sono dei razzisti. Ma questo è soltanto l'aspetto di media gravità. La cosa più grave è l'idolatria per gli Stati Uniti.

 

In definitiva, a sinistra si trovano miserabili che idolatrano gli Stati Uniti, disprezzano l'Italia e sono persino incapaci di comprendere che sono e appaiono incoerenti. Ora, fin quando queste persone non saranno disprezzate dalle rimanenti persone di sinistra, perché stupide (incoerenti) classiste (l'accusa di essere bibitaro), razziste e idolatre (si condanna in Italia ciò che si esalta negli Stati Uniti), è evidente che nessuna persona di buon senso vorrà mai più essere definita di sinistra, perché di sinistra significherà o essere miserabili o non disprezzare i miserabili. In fondo è questa la ragione per la quale da oltre diciotto anni mi auto-qualifico socialista patriota e democratico e ho rinnegato l'auto-qualifica "di sinistra". Una scelta che serviva a dire che non avevo nulla a che vedere con gentaglia che, sotto il velo "di sinistra", è classista (e quindi liberale), razzista, esterofila ed anche enormemente stupida, perché incapace di capire cosa palesemente è.

 

Stefano D’Andrea

 

 
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