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Un nuovo socialismo PDF Stampa E-mail

4 Febbraio 2020

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Da Rassegna di Arianna dell’1-2-2020 (N.d.d.)

 

[…] Si è detto che oggi non esiste un soggetto rivoluzionario definibile apriori, in base alla presunta contraddizione oggettiva fra i suoi interessi e quelli del capitale, che si tratta, piuttosto, di costruire un blocco sociale in cui far convergere l’insieme dei soggetti sociali più colpiti dal processo di globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia; si è aggiunto che questa coalizione non è identificabile solo in base ai differenziali di reddito e di status ma anche a quelli di mobilità e appartenenza territoriale, e che la lotta di classe tende a fondersi con i conflitti fra nazioni dominanti e nazioni periferiche, Sud contro Nord, Est contro Ovest, Occidente contro Asia, Africa e America Latina anche se ogni Paese ha al proprio interno le sue periferie e i suoi centri, i suoi nord e i suoi sud, i suoi ovest e i suoi est.

 

Questo scenario complesso non giustifica esitazioni e ambiguità nel tracciare il confine amico/nemico sia a livello nazionale che a livello globale. Politica e geopolitica devono rispecchiarsi nello sforzo di definire uno schieramento mondiale delle forze che si oppongono alle élite mondialiste, sfruttando le contraddizioni interimperialistiche che aumentano a mano a mano che il processo di globalizzazione perde inerzia e crescono le controtendenze al conflitto fra potenze mondiali, regionali e locali. Questo vuol dire che chi si propone di lottare per il socialismo non deve solo ridefinire cosa significa socialismo nell’attuale contesto storico, ma anche prendere in considerazione la possibilità che, per vincere nella lotta contro il capitalismo, occorra allearsi con culture anche molto lontane dalla nostra. Provo a spiegarmi con alcuni esempi concreti. Le rivoluzioni bolivariane (Venezuela, Ecuador e Bolivia) non sono state rivoluzioni socialiste, in quanto, pur avendo riconquistato il controllo sulle risorse naturali per finanziare politiche sociali avanzate, neowelfariste, nazionalizzato alcuni settori strategici, condotto politiche redistributive a favore delle classi subalterne e tentato di riconquistare la sovranità nazionale sganciandosi dai diktat del Washington consensus, non sono andate oltre un orizzonte riformista radicale che potremmo genericamente definire postneoliberista. Dalla loro esperienza, malgrado le recenti sconfitte, emergono tuttavia importanti insegnamenti. Da un lato, come spiega bene nei suoi scritti il vicepresidente boliviano Linera, la forza trainante di queste rivoluzioni sono state le comunità indigene, portatrici di una visione comunitaria che si è opposta alla colonizzazione capitalista in nome dei principi e valori di culture tradizionali e non di una modernizzazione di tipo occidentale. Dall’altro a condurre le controrivoluzioni sono stati quei ceti medi urbani (ivi compresi i movimenti orientati a sinistra) che, ancorché beneficiati dalle riforme dei nuovi regimi, hanno voltato loro le spalle non appena richiesti di affrontare sacrifici per sostenere le politiche sociali anche quando la pressione dei mercati globali sulla rivoluzione si è fatta più incalzante.

 

Passiamo all’esempio cinese. Gli studiosi marxisti hanno pareri discordanti sulla natura del regime cinese. C’è chi pensa si tratti di una Paese compiutamente tornato nell’ambito del sistema capitalistico, che compete con Stati Uniti, Giappone ed Europa per spartirsi il mercato mondiale, e c’è invece chi (Amin, Arrighi e altri) lo considera piuttosto come un sistema socialista con presenza di mercato o un’economia non capitalista con capitalisti. Senza addentrarci in questa diatriba teorica vediamo i dati di fatto: 1) per universale ammissione anche da parte degli economisti liberisti, il boom cinese non è frutto di una piena conversione al capitalismo quanto del persistente ruolo di intervento, coordinazione e organizzazione dei flussi di capitale da parte del partito-stato; 2) le privatizzazioni sono state graduali e parziali mentre lo stato mantiene il controllo su settori strategici e sistema bancario; 3) i servizi fondamentali continuano a essere pubblici; 4) le imprese statali non seguono le regole del massimo profitto ma tengono conto dell’esigenza di garantire elevati livelli di occupazione; 5) lo sviluppo e la crescita appaiono orientati in misura crescente a privilegiare l’espansione dei consumi interni; 6) malgrado la presenza di forti disuguaglianze i redditi salariali sono quelli che crescono più rapidamente; 7) anche dopo l’abolizione delle comuni l’accesso alla terra continua a essere garantito a centinaia di milioni di contadini; 8) la logica degli investimenti esteri è orientata alla creazione di infrastrutture che favoriscono lo sviluppo dei Paesi periferici e non alla speculazione finanziaria di tipo occidentale. Ma soprattutto: la borghesia cinese accumula ricchezze ma non è riuscita almeno finora a ottenere il controllo sullo stato, che resta saldamente nelle mani del partito, per cui la politica continua a comandare sull’economia. Insomma, non socialismo secondo la definizione della tradizione occidentale ma una peculiare forma di socialismo che mescola principi e valori confuciani a quelli marxisti.

 

Potremmo aggiungere qualche riflessione sul ruolo dei valori egualitari della religione islamica – in particolare degli sciiti e dei fratelli musulmani – nell’ispirare la resistenza di alcuni Paesi del Medio oriente e dell’Africa settentrionale nei confronti della penetrazione dei valori occidentali. Il che ci riporta alle riflessioni critiche sui limiti del modernismo progressista che, come detto in precedenza, ha agito da canale di penetrazione dell’egemonia capitalista nella cultura del movimento operaio. Il che non significa che l’obiettivo sia quello di riesumare modi di produzione e di vita precapitalistici, ma piuttosto che è quello di immaginare un socialismo del secolo XXI che sappia favorire un progresso autentico, misurabile in termini di crescita civile e non di potenza tecnologica, economica e militare. Un socialismo che non pretenda di abolire il mercato, inseguendo utopie che si sono rivelate fallimentari, ma impari a farne buon uso (per usare un’espressione di Arrighi) imbrigliandone gli spiriti animali e tenendolo sotto stretto controllo politico. Un socialismo rispettoso dell’ambiente e orientato allo sviluppo basato sulla domanda interna e la piena occupazione. Un socialismo che miri alla creazione di un sistema economico mondiale equilibrato e rispettoso delle identità nazionali (comprese quelle culturali e religiose). Per avanzare in tale direzione credo occorra rispettare prioritariamente due imperativi: 1) sul piano interno, lavorare alla costruzione di un blocco sociale anticapitalista che eviti di sacrificare gli interessi degli ultimi a quelli delle classi medie, restando consapevoli che queste non ricambiano mai tali attenzioni con la moneta della fedeltà politica; 2) sul piano internazionale, imboccare la via di una politica estera che rompa la dipendenza da Berlino e Washington e privilegi i rapporti con Cina, Russia, Brics e Paesi mediterranei.

 

Carlo Formenti

 

 
Album di famiglia PDF Stampa E-mail

3 Febbraio 2020

 

Da Rassegna di Arianna dell’1-2-2020 (N.d.d.)

 

La foto dei leader delle sardine insieme a Benetton credo che sciolga qualsiasi dubbio sulla vera natura di questo movimento. Certo, chi voleva vedere, chi cioè ha rifiutato di auto illudersi, aveva tutti gli elementi per capire e prendere le distanze. L'attitudine postideologica (no alle bandiere), l'esaltazione della disintermediazione (no ai partiti), la totale assenza di contenuti (vedi alla voce "bambino autistico che gioca a basket"), il giovanilismo ("siamo tanti, siamo giovani, abbiamo organizzato una mega festa") e il rifiuto di mettersi accanto ai soggetti sociali della sinistra erano segni inequivocabili. Solo la falsa coscienza di un'élite di giornalisti poteva vederci qualcosa di veramente nuovo. Solo la protervia delle solite mosche cocchiere che pensano di saperla lunga poteva spingere a credere che tra quella gente ci fosse qualcosa da pescare. Non vedrete mai le Sardine accanto agli operai, ai disoccupati, agli immigrati che si spezzano la schiena nei campi. Le Sardine sono l'espressione del capitalismo italiano e della cultura neoliberale che ancora imperversa nel paese. Nell'album di famiglia delle sardine non ci sono grandi leader della sinistra, ma ci sono Benetton, Renzi, Calenda e se fosse vivo anche Marchionne. La loro filosofia è quella delle startup, della competizione, della piena accettazione del capitalismo, non quella delle lotte sociali e del progresso collettivo.

 

Paolo Desogus

 

 
Rivoluzione culturale PDF Stampa E-mail

1 Febbraio 2020

 

Da Appelloalpopolo del 30-1-2020 (N.d.d.)

 

Il vuoto politico del blocco socialista e la restaurazione del finto bipolarismo del partito unico neoliberale fanno crescere la voglia di chi crede che alla restaurazione bisogna rispondere con la rivoluzione. Il concetto di “rivoluzione” sta tornando sempre più attuale, infatti ricorre frequentemente nei nostri dibattiti e, non a caso, a vari livelli sociali, sono indetti gli “Stati Generali”, della medicina, del M5S. Proprio come gli stati generali furono precursori della rivoluzione francese, gli attuali stati generali sono il segno di una latente quanto forte e magmatica voglia di riscatto che aspetta soltanto di essere teorizzata, organizzata e incanalata in un percorso di rivoluzione culturale. La rivoluzione contemporanea si conduce su un piano culturale poiché lo strapotere neo-liberista, con la sua sovrastruttura culturale, ha occupato l’inconscio di ciascuno di noi ed ha invaso il nostro pensiero che risulta sbriciolato, frammentato in una visione egoica ed individualistica fondata sulla competizione. La rivoluzione contemporanea deve prima di tutto disinnescare queste forme di pensiero suicidario con un pensiero nuovo, rivoluzionario fondato su solide basi etiche e valoriali, che persegua l’interesse collettivo in luogo del mero interesse individuale, che inauguri un nuovo umanesimo. Urge l’energia travolgente di nuova cultura per far uscire un popolo dall’anestesia, per costruire la coscienza di classe, per formare il soggetto rivoluzionario che ad oggi non c’è o fa fatica ad esprimersi in modo adeguato; una rivoluzione culturale allo scopo di aumentare la massa critica, che ci darà la forza necessaria, in termini di consenso, per attuare la rivoluzione sul piano politico. La rivoluzione contemporanea è allegra e non violenta poiché si gioca su un piano culturale, sostenuta da un uomo non bellico; la rivoluzione non è qualcosa che si “combatte” al di fuori di noi ma è straordinariamente connesso a un livello interiore, profondo, spirituale oserei dire perché è lì che il dominio ultra-liberale si è imposto ed è a partire da lì che “ci libereremo”!

 

Infine, ringraziando il maestro Marco Guzzi, filosofo e teorico della rivoluzione culturale, aggiungo che, come un fuoco ha sempre bisogno di legna per essere alimentato, la rivoluzione sul piano politico deve essere alimentata ripercorrendo costantemente e incessantemente i processi rivoluzionari che si verificano a livello interiore e a livello culturale. Abbandoniamo la panchina, prepariamoci e cominciamo il riscaldamento: tra un po’ si scende in campo!

 

Raffaele Varvara

 

 
NecessitÓ di un'alternativa PDF Stampa E-mail

31 Gennaio 2020

 

Da Rassegna di Arianna del 28-1-2020 (N.d.d.)

 

Due grandi tendenze caratterizzano la politica dell’ultimo quarto di secolo nel mondo occidentale. La prima, e più importante, è rappresentata dal trionfo del modello liberale con i connessi processi di globalizzazione; e in maniera concomitante, dalla crescita di reazioni di rigetto di tali processi (dai ‘no-global’ degli anni ’90, al ‘populismo’ e ‘sovranismo’ odierni). La seconda tendenza, derivativa, è una crisi profonda delle categorie politiche di ‘destra’ e ‘sinistra’; tale crisi si è manifestata sia come ‘crisi d’identità’ che in cortocircuiti e ribaltamenti concettuali, dove posizioni tradizionalmente ascrivibili alla ‘sinistra’ sono state assimilate dalla ‘destra’ e viceversa. […] In mancanza di avversari la ragione liberale ha accelerato le tendenze di sviluppo interne, e segnatamente i processi di movimentazione globale di merci, forza-lavoro e capitale. Quest’accelerazione ha riportato alla luce i limiti del progetto politico liberale e capitalistico, che dopo la crisi finanziaria del 2008 appaiono manifesti a chiunque non sia ideologicamente accecato. Il rimescolamento odierno delle categorie di ‘destra’ e ‘sinistra’ è un effetto diretto dell’apogeo, e della concomitante crisi, della ragione liberale. Una chiara manifestazione ne è stato lo scivolamento negli anni ’80 e ‘90 della ‘sinistra’ occidentale (comunisti e socialisti) su posizioni liberali, facendo proprie le istanze di ciò che fino a poc’anzi era il ‘nemico’. Ciò è avvenuto facendosi carico dell’intero blocco ideologico liberale, dalla tradizione dei diritti umani, al libertarismo individualista, dalla contestazione dello Stato, alla venerazione delle libertà di mercato. Solo alcune minoranze della ‘sinistra’ tradizionale hanno continuato, con non pochi imbarazzi e ambiguità teoriche, a tener fermi alcuni punti di contestazione al blocco liberal-capitalistico. Simultaneamente, il vuoto nella rappresentanza di istanze anticapitalistiche e antiliberali prodotto dalla defezione della ‘sinistra’ ha fatto spazio ad una sua parziale appropriazione da parte della ‘destra’.

 

Questo duplice processo di riposizionamento sta trasformando il paesaggio politico tradizionale, ma il tutto si sta svolgendo in una cornice di opacità e scarsa consapevolezza, che nasconde il carattere strutturalmente obsoleto delle categorie di ‘destra’ e ‘sinistra’. Finora chi ha osato denunciare tale obsolescenza è stato tacciato di ‘qualunquismo’ o di ‘tradimento’, in un pervicace rifiuto di riconoscere uno stravolgimento già avvenuto. In molti rimangono abbarbicati a simulacri delle vecchie categorie, oramai scarnificate o ‘geneticamente modificate’, senza voler riconoscere che la realtà si è lasciata alle spalle quelle forme, come un serpente la sua pelle. A sinistra, dove l’esplicitazione dell’apparato teorico è stata storicamente più definita, l’irrigidimento delle posizioni appare particolarmente persistente, con l’aggrapparsi ansioso ad una coperta di Linus fatta di parole d’ordine e riflessi condizionati. La minore elaborazione teorica della destra si è rivelata, in questa fase, un paradossale vantaggio, consentendo aggiustamenti di tiro più pragmatici (o semplicemente più opportunisti). Il processo cui stiamo assistendo è dotato di una logica storica ferrea, che però deve trovare riconoscimento teorico, e rappresentanza politica, per superare l’attuale situazione di incertezza e paralisi. Ciò cui assistiamo oggi è la faticosa ricomposizione di quel mondo umano che il modello liberal-capitalistico ha progressivamente marginalizzato. Tale ricomposizione deve avvenire recuperando in un’immagine unitaria le contestazioni della ragione liberale presenti tanto nella tradizione ‘di destra’ che in quella ‘di sinistra’.

 

Il modello liberal-capitalistico ha poco più di due secoli nell’Europa continentale e solo qualche decennio di più in Inghilterra, dove mosse i primi passi. In Europa il suo imporsi passò attraverso lo spartiacque, determinante quanto ambiguo, della Rivoluzione francese, che fu anche il contesto in cui vennero alla luce le categorie di ‘destra’ e ‘sinistra’. Come noto, questa distinzione nacque nell’Assemblea Nazionale Costituente del 1789, a partire dalla posizione fisica dei gruppi rispetto al presidente: alla sua destra stavano monarchici, conservatori e tradizionalisti, mentre filorivoluzionari e illuministi stavano alla sinistra. Successivamente, nell’Assemblea Legislativa del 1791, la destra venne assegnata ai fautori della monarchia costituzionale – che accettavano l’abolizione del feudalesimo –, e la sinistra ai repubblicani seguaci delle idee dell’Illuminismo (Giacobini, Cordiglieri, Girondini, ecc.). L’evoluzione interna del processo rivoluzionario portò alla luce ben presto una discrasia interna alla parte vincente, cioè alla ‘sinistra’. Schematicamente, l’opposizione alle gerarchie di sangue dell’Ancien Régime iniziò a mostrare una divaricazione tra chi intendeva sostituirle con una gerarchia di censo e chi intendeva sostituirle con una società egalitaria. Le istanze egalitarie, che persero terreno dopo il 1794, riemersero in varie forme di neogiacobinismo dopo la Restaurazione, ricevendo una nuova investitura con l’opera di Karl Marx, in cui l’egalitarismo usciva dall’astrattezza giacobina e prendeva la veste chiarificatrice di una richiesta di giustizia sociale, nella cornice di una critica ai meccanismi di produzione e riproduzione del capitale. Il modello liberal-capitalistico si impose in Europa, nella scia della Rivoluzione francese, come presa del potere da parte della borghesia (che rappresentava allora una minoranza della popolazione, inferiore al 10%). Ad essa nel corso dell’800 si opposero dunque un fronte conservatore e tradizionalista (destra), e un fronte egalitario (frazione dell’originaria ‘sinistra’). La loro diversa genesi tenne l’antiliberalismo della destra e quello della sinistra (socialista e comunista) a distanza nel corso dell’intero XIX secolo e per parte del XX. Per tutta la prima metà del XIX secolo – la ragione liberale ebbe motivazioni storiche potenti per imporsi, presentandosi come una necessità storica dotata di un carattere ‘progressivo’ che né l’egalitarismo di ‘sinistra’, né il tradizionalismo di ‘destra’ potevano vantare.

 

Nella seconda metà del XIX secolo l’elaborazione marxiana fornì alla ‘sinistra’ antiliberale un potente strumento di analisi che, identificando il ruolo fondamentale del capitale, consentiva di approntare politiche popolari strutturate. È su questa base che il movimento socialista poté espandere la sua base di consenso nel corso dell’800, fino a divenire una concreta minaccia per il modello liberal-capitalistico. Diversa fu la storia dell’antiliberalismo di destra, nel cui ambito non vi fu una figura di impatto comparabile a quello di Marx, e la cui impronta ab origine antirivoluzionaria (e antipopolare) lo relegò a lungo in una posizione di opposizione tendenzialmente aristocratica ed elitista. La mancanza di una teorizzazione dominante lasciò tuttavia spazio ad una varietà di posizioni, che oscillavano dal tradizionalismo, al conservatorismo religioso, al nazionalismo, al populismo, al darwinismo sociale spenceriano, all’individualismo nietzscheano. Questa minore definitezza teorica ha spesso consentito alla destra di adattarsi alle circostanze in maniera pragmatica (od opportunistica), come visibile nella parabola fascista, dove tutte le istanze citate, per quanto in contraddizione tra loro, riuscirono a trovare spazio. D’altro canto, tanto nella tradizione di destra che in quella di sinistra hanno trovato posto forme di assimilazione del paradigma liberal-capitalistico. A destra ciò è avvenuto precocemente, rigiocando la concezione gerarchica della società, originariamente di matrice aristocratica, in chiave di gerarchizzazione economica: il darwinismo spenceriano e versioni divulgative del superomismo nietzscheano hanno fornito spesso il pretesto per assimilare istanze capitalistiche. Un’ampia parte della tradizione di destra, a partire da fine ‘800 ha rivestito il capitalista vittorioso (‘padroni del vapore’ o ‘maghi della finanza’ che fossero) dei panni dell’eroe guerriero: Shylock che recita Sigfrido. A sinistra l’assimilazione di istanze liberali avvenne più tardi, una volta venuta meno la fiducia nella lezione marxiana, ma a quel punto essa avvenne con grande radicalità, rendendo nell’ultima parte del XX secolo pressoché indistinguibili posizioni liberali e posizioni ‘di sinistra’.

 

Ma tanto nell’ambito della destra quanto in quello della sinistra ha continuato a sussistere una dimensione, minoritaria ma viva, di consapevole contestazione del modello liberal-capitalistico.

 

Tanto la tradizione antiliberale di destra che quella di sinistra sono naufragate più volte contro limiti e parzialità delle rispettive letture della realtà. Ma percepire dei limiti non è di per sé ancora sufficiente a definire un orizzonte di superamento. D’altro canto chi aderisce al modello liberal-capitalistico non vede alcuna necessità di ‘superare destra e sinistra’, perché ne considera le versioni antiliberali meri tratti folcloristici finiti nella “pattumiera della storia”, e ne contempla come concrete solo le varianti liberali, che sono espressioni essenzialmente intercambiabili del modello dominante (il ‘bipolarismo’ politico degli ultimi decenni ne è chiara testimonianza).

 

La percezione, spesso acuta, della necessità di superare le parzialità della ‘destra’ e della ‘sinistra’ tradizionali non è di per sé sufficiente a produrre una sintesi feconda. Confuse evocazioni di ‘incontri a metà strada’, e formule ad effetto tipo “valori di destra, idee di sinistra” lasciano il tempo che trovano, finché non se ne determinano gli specifici punti ciechi. Alla tradizione della destra antiliberale è mancata l’analisi marxiana e post-marxiana. Essa ha perciò sofferto di tre fondamentali tendenze: 1) a sottovalutare la capacità delle condizioni economiche di determinare i rapporti di potere, interni ed esterni; 2) a sottostimare l’impatto dell’educazione e della cultura sulle disposizioni umane; 3) a misconoscere la diversificazione degli interessi di classe e la loro essenziale divergenza in una cornice capitalistica. Nonostante alcuni autori di matrice marxista, come Gramsci, siano stati in parte recepiti da minoranze della riflessione di destra (es.: Alain De Benoist), questa dimensione analitica resta subottimale nella ‘destra sociale’, e ciò ne limita la capacità di avere una visione pienamente realistica della società e di incidere sui processi capitalistici.

 

Alla tradizione di sinistra, sulla scorta del suo originario innesto nell’universalismo illuminista, è mancata un’adeguata comprensione del significato antropologico di tre fattori: 1) il radicamento territoriale; 2) l’appartenenza alla natio (famiglia, comunità, stato-nazione); e 3) l’adesione ad un éthos (costumi, tradizioni, cultura materiale). Nonostante in Marx, sulla scorta di Hegel, ci sia un apparato teorico capace di fare spazio a questi fattori, tale dimensione è rimasta ambigua nelle pagine marxiane, e successivamente verrà marginalizzata con l’assimilazione del socialismo scientifico in chiave positivistica. Tanto il socialismo nel XIX secolo che il comunismo nella prima parte del XX secolo, manterranno comunque aperta la porta a questa dimensione etica di radicamento e appartenenza, che fa capolino in intellettuali come Gramsci e Pasolini. Tuttavia dopo il ’68 la componente libertaria e individualistica avrà la meglio, espellendo l’idea stessa di ‘comunità’, così cruciale alla tradizione ideale del ‘comunismo’ – che precede di molto Marx – dal novero delle idee ‘di sinistra’. […]

 

L’ispirazione di destra ha invece sofferto di un differente punto cieco, anch’esso discendente dalla mossa originante che la mise al mondo: l’originaria ostilità al razionalismo illuminista si sviluppò spesso in generico irrazionalismo e anti-intellettualismo. Quest’aspetto ha preservato la destra dal riduzionismo e dall’astrattezza positivista, ma l’ha spesso consegnata al mero pregiudizio. Questa permeabilità al pregiudizio, al convincimento prerazionale e prescientifico, è alla radice dei suoi due principali difetti storici. Da un lato, l’aspettativa che le diversità di fondo, i contrasti, siano razionalmente inestricabili ha promosso una propensione alla ‘sbrigatività semplificatoria’ che non di rado è sfociata in violenza o prevaricazione, vissute come necessità di tagliare nodi gordiani razionalmente indissolubili. Dall’altro lato, lo spazio lasciato al giudizio pre-analitico, al pre-giudizio, ha aperto le porte a scivolamenti nella xenofobia e nel razzismo. Per quanto il rigetto da destra delle astrazioni illuministe e dello scientismo sia perfettamente compatibile con un’idea forte di razionalità (ad esempio quella hegeliana), questa tendenza irrazionalistica ha spesso preso il sopravvento nelle prospettive di destra.

 

Queste due parzialità spiegano anche i modi specifici in cui la teoria liberale ha potuto assimilare di volta in volta talune istanze sia di destra che di sinistra. La ragione liberale è infatti caratterizzata dalla giustapposizione di due errori complementari. Da un lato promuove una visione dell’umano ridotto ad un’individualità impermeabile e irriducibile, sottratta a valutazioni razionali, una scatola nera come agglomerato di desiderata insindacabili, di pulsioni che si esprimono in meri atti di preferenza. Dall’altro lato essa promuove una visione della natura (mondo) come luogo governato da leggi rigorose e inviolabili (fisiche o economiche), leggi che pongono la natura come mero materiale a disposizione, anonimo strumento dominabile attraverso cause e computazioni. La prima posizione, che possiamo chiamare di “individualismo a-razionale”, ha dato ospitalità ad alcune istanze di destra, mentre la seconda, che possiamo chiamare di “naturalismo riduzionistico e costruttivista”, è risultata compatibile con alcune istanze di sinistra. […]

 

Per chi scrive (per ragioni che troveranno esplicitazione in un lavoro di prossima uscita), il problema strutturale dell’epoca che abbiamo la ventura di vivere è rappresentato dalla necessità inderogabile di superare il modello liberal-capitalistico, modello che ha esaurito la sua spinta storica propulsiva e che ora comincia a divorare sé stesso, avvelenando simultaneamente tutto ciò che lo circonda, uomini e natura, valore e senso, storie e speranze. Il modello di società liberal-capitalistico, pur presentando linee di rottura molteplici, possiede, come tutti i sistemi storici consolidati, grande inerzia e resilienza. Non basta segnalarne i gravi problemi per decretarne il superamento, ma è necessario disporre di un’offerta politica con un’alternativa che permetta di percepire per contrasto l’intollerabilità del sistema vigente. Ciò significa che vanno riconosciuti i modi fondamentali dell’influsso dell’economia sulla società (alienazione, sfruttamento), che vanno denunciati i meccanismi di ricatto economico su individui e gruppi, che va compreso come la mercificazione operi in profondità nel disgregare soggetti e forme di vita. Al tempo stesso bisogna comprendere come ciascun soggetto sia pienamente ciò che è in quanto nato e cresciuto in uno specifico contesto: famigliare, territoriale, linguistico, culturale, materiale; e che tale appartenenza ne definisce in parte significativa l’orizzonte valoriale e il senso. Bisogna comprendere che tanto l’identità individuale quanto l’identità collettiva rappresentano fattori determinanti nella definizione di ciò che di volta in volta è ‘di valore’, e che perciò svuotare tali identità nel nome di un’umanità astratta composta di individui idiosincratici e, di principio, mutuamente estranei è non solo un errore teorico, ma una fondamentale minaccia al senso che gli uomini conferiscono alle proprie esistenze. Questo significa che una politica che voglia rappresentare un’alternativa al modello dominante deve far posto a idee e valori che si sono trovate storicamente su versanti differenti: giustizia sociale, solidarietà, redistribuzione, comunità, appartenenza, identità, lealtà, onorabilità, riconoscimento, senso dello Stato e amore per la propria terra. Si tratta di una costellazione di nozioni non soltanto internamente compatibili, ma fondamentalmente coessenziali, e strutturalmente alternative a tutte le tendenze di fondo del modello liberal-capitalistico. Molti problemi contingenti si oppongono a questa esigenza, pure inderogabile. Ne voglio menzionare qui solo uno, apparentemente minore, e tuttavia insidioso, che probabilmente continuerà ad ostacolare a lungo la creazione di una sintesi capace di superare le parzialità storiche di ‘destra’ e ‘sinistra’. Non si tratta di una difficoltà teorica, ma squisitamente psicologica. Ciascuna tradizione ha avuto, ed ha, le sue letture preferenziali della storia, in cui ha collocato sia i propri ‘eroi indiscussi’ che le sue ‘figure controverse, ma difendibili’. La ricostruzione storica in forme convenienti, proiettandovi le proprie ragioni e i torti altrui, è sempre stata una forma influente per creare un senso di gruppo e una sfera di mutuo riconoscimento. Due secoli di evoluzione politica su binari paralleli ha creato dei ‘pantheon’, negativi e positivi, costruiti per essere mutuamente incompatibili. Ora, fino a quando le prospettive antiliberali di destra e di sinistra si incontrano sul terreno dell’analisi del presente e sulla progettazione di prospettive future, non vi sono ragioni sostanziali perché esse non possano conciliarsi, creando anzi una sintesi assai più potente delle sue parti. Ma nel momento in cui esse confrontano le proprie narrazioni storiche e i relativi ‘pantheon’, lo scontro è sempre latente. (Questa insidia è peraltro ben presente anche all’interno della stessa storia della ‘sinistra’, dove il ‘pantheon’ socialista e quello comunista sono ben lontani dal coincidere.) Ci sono figure e personaggi storici costruiti in modo da suscitare la semplice immediata repulsione in un gruppo mentre magari sono stimati, o almeno giustificati, nell’altro. Ci sono letture degli eventi articolate e consolidate che confliggono senza scampo. Per quanto la freddezza dell’analisi storica possa in linea di principio restituire ragioni e torti, riconfigurare luci ed ombre di qualunque figura del passato, è dubbio che tale differenza di retroterra possa essere liquidata con facilità. La nascita di una prospettiva politica che superi destra e sinistra in una chiave critica del modello liberale è una necessità storica, ma l’esatta forma in cui ciò potrà avere luogo appare ancora piena di incognite.

 

Andrea Zhok

 

 
Esistono soltanto i liberali PDF Stampa E-mail

30 Gennaio 2020

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Da Appelloalpopolo del 28-1-2020 (N.d.d.)

 

Gli emiliani e i romagnoli si compattano attorno al candidato neoliberal-elitista e sconfiggono l’avanzata dei cugini neoliberal-qualunquisti. Complessivamente oltre il 95% degli emiliani e dei romagnoli ha votato per i due candidati neoliberali, ossia per i discendenti politici degli agrari che chiamavano le squadre fasciste. Sancita l’inutilità di un terzo partito neoliberale: il M5S si ferma al 4%.

 

Socialisti inesistenti. Sembra di essere tornati a prima del 1892. I risultati elettorali dicono che siamo in pieno Ottocento: politicamente esistono soltanto i neoliberali, che non hanno alcun bisogno di chiamare le squadracce fasciste, non tanto perché non vi sia un pericolo rosso ma perché i rossi sono scomparsi.

 

Stefano D’Andrea

 

 

 

 
Senza futuro PDF Stampa E-mail

29 Gennaio 2020

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Da Appelloalpopolo del 16-1-2020 (N.d.d.)

 

Pochi giorni fa una delle tante “grandi firme” di uno dei più blasonati quotidiani italiani, si lamentava che non ci fossero abbastanza camerieri italiani. A parte quelli che su certa stampa ci scrivono, ovviamente. Naturalmente non è così. SI tratta anzi della tipologia di occupazione che è cresciuta maggiormente negli ultimi anni. Quelli della grande precarizzazione e del record di part time involontario. Che sarebbe poi quando ti pagano così poco per lavorare che sei costretto (da cui l’eufemistico “involontario”) a fare il secondo lavoro. Anche il terzo. La più cresciuta, dicevamo. Circa 40.000 camerieri italiani in più solo nell’ultimo anno. Il 30% dei contratti dura 1 solo giorno. Per, molto spesso, turni massacranti e salari da fame. Lo Stato italiano non spende da quasi 30 anni. Niente infrastrutture, niente assunzioni, niente aumenti salariali per le fasce più deboli, niente investimenti in ricerca, sviluppo e settori industriali strategici. I privati, non investono. L’export, con un cambio effettivo reale sopravvalutato da decenni, tira solo perché Monti ha ammazzato la domanda interna. Cioè i consumi delle famiglie. Cioè i nostri salari – già stagnanti dai primi anni ’80 per circa il 75% dei lavoratori – e la nostra sicurezza occupazionale.

 

Spesa pubblica, consumi, investimenti ed export. Tutto quello che servirebbe per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e della popolazione. Facendo tra l’altro crescere PIL e produttività. La peggior classe politica – e buona parte della grande imprenditoria – ha fatto e sta facendo di tutto per far arricchire i soliti noti a spese di tutti noi. Lo hanno fatto ricercando ossessivamente – fino a trovarlo – il vincolo esterno per mettere al riparo questa spoliazione democratica dal processo elettorale. Dalla lotta di classe mediata dalla politica. Portandola a un livello astratto, sovranazionale. Succede così che qualcuno si possa permettere di offrire 350 euro al mese per pulire 10 stanze in una struttura ricettiva di Matera. 7 giorni su 7, dal lunedì alla domenica. Fanno 11,6 euro al giorno. Mettendoci una media di mezz’ora a stanza, sarebbero 2,3 euro l’ora. Meno di una mancia. Neanche l’elemosina. Non c’è futuro per i lavoratori, per le botteghe, per gli artigiani, per le piccole aziende a conduzione familiare con una classe politica che non solo permette tutto questo, ma ha addirittura sistematicamente ricercato le condizioni affinché potesse avvenire. Non c’è futuro senza una classe politica disposta a portarci fuori dalla gabbia unionista. Ci aspetta una lunga lotta di resistenza e liberazione.

Gilberto Trombetta

 
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