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Urge onestā intellettuale PDF Stampa E-mail

13 Marzo 2019

 

Quando i precedenti governi che facevano sempre sì-sì con la testa ai poteri cosiddetti forti organizzavano carovane di sherpa e imprenditori alla volta della Cina per razzolare affari e affarucci, i sospettosoni e i cacadubbi di oggi plaudivano e applaudivano. Oggi che il governo, grazie alla strameritoria opera del sottosegretario (in quota Lega, fra l'altro) Geraci pare riuscire a portare a casa un accordo strategico col Dragone, quest'ultimo diventa un pericolosissimo Fafnir che ci frega divorandoci, mentre prima invece era, naturalmente, un'opportunità da cogliere per il volano dello sviluppo ('sto volano che esce sempre dalle bocche di chi non sa parlare senza frasi fatte sarebbe da ricacciar loro in gola, ma soprassediamo). La malafede dilaga. Onestà, onestà? Sì, ma intellettuale, diobuono.

 

Alessio Mannino

 

 
Uno stagnante clima di attesa PDF Stampa E-mail

12 Marzo 2019 

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Da Rassegna di Arianna dell’8-3-2019 (N.d.d.)

 

Mai, come in questo contingente momento politico, si è preavvertita una così forte istanza di cambiamento, ad un così epidermico livello, da far parlare ai media di una reazione che viene dallo “stomaco” di un’opinione pubblica stanca e disgustata dei vecchi equilibri…Eppure qui in Italia, da qualcuno considerata il “laboratorio” d’avanguardia per la sperimentazione del populismo post moderno, qui in Italia, tutto tace…Ad un governo pieno di incertezze e difficoltà dovrebbe far da contraltare una mobilitazione di base, massiccia, senza precedenti, proprio in virtù del fatto che, apertosi un minimo spazio di agibilità politica con l’avvento del governo giallo-verde, bisognerebbe coglier l’occasione per tale spazio allargarlo, spingendo sull’acceleratore delle richieste politiche, senza ulteriori attendismi, senza più compromessi di sorta.

 

La rivolta dei pastori in Sardegna, dovrebbe costituire un primo ed importante segnale, un “la” a cui dovrebbero far seguito, altrettante vigorose proteste e rivendicazioni. Dalle politiche sui farmaci e sui vaccini, passando per il nodo immigrazione, sino alle opere pubbliche (Tav in primis…), arrivando a nuove politiche sui prezzi al consumo, senza contare la difficile gestione di città come Roma, le tematiche su cui agire non mancano di certo. Eppure da noi non si muove foglia…ovvero a muoversi sono i vecchi rottami della politica nostrana, dal Piddì a trazione zingarettiana, alle ultime, scomposte uscite della mummia italoforzuta che, di fronte alle difficoltà ed alle incertezze del governo, sono impegnati in un pietoso tentativo di rientro sulla scena…Tutt’intorno sembra regnare uno stagnante clima di attesa, in cui le molteplici istanze sembrano andare a vanificarsi ed a confondersi in un nulla di fatto ontologico, in quella liquida stasi che tutto comprende in sé, ma nulla fa emergere, trascinando e vanificando qualunque cosa nel vortice dell’inconsistenza e della vuota banalità…è il sopravvento di quella Liquidità che, più volte preconizzata e descritta da Zygmunt Baumann, avviluppa ed informa di sé l’intero mondo globalizzato, lasciando ben poche speranze ad un’azione politica diretta ed efficace. Tutto sembra far parte di un oscuro copione, già scritto altrove; qui ruoli da protagonisti e da comparse sono già inesorabilmente assegnati. La rivolta delle masse contro le oligarchie, contro coloro che, pochi, ad ora ancora contano e decidono del destino dei più, sembra esser rinviata “sine die”. Un oscuro ricatto psicologico sembra angosciare un’opinione pubblica che, sinora impaurita dal clima di incertezza umana, sociale ed economica, ingenerata dai precedenti governi, sembra adesso rivolgere le proprie irrefrenabili ansie e paure proprio verso coloro a cui hanno massicciamente conferito mandato a rappresentarli, in nome di un più sicuro futuro. ”E se lo spread ritorna a salire?”, “E se il Pil ancora non cresce?” “E se l’Europa ci boccia ancora?”, “E se fossimo troppo cattivi con i poveri “migrantes”?”. Una paura che si fa stasi, inazione, e che ci fa correre il rischio di tornare inesorabilmente e silenziosamente ad uno stato di cose, da cui non ci potrà più essere uscita alcuna. Gli eventi di Francia e Sardegna sono i segnali di una speranza di cambiamento non ancora sconfitta e sommersa, dalla montante Liquidità dei Poteri Dominanti. Ma occorre muoversi. E presto. Pensare che i partiti “si et si”, nelle loro uscitine ufficiali, possano da sé bastare per produrre quel cambiamento di marcia, a cui tutti oggidì aneliamo, è illusorio. Aspettarsi qualcosa da Elezioni Europee o Regionali, ora “alle porte”, è un ulteriore voler rinviare, procrastinare, evitare il vero e centrale nodo dell’attuale dibattito politico: quello tra la proposta e la conseguente azione sul piano pratico, ovverosia quello di un chiarimento su cosa siamo e da che parte vogliamo stare. Se sottomessi alla Globalizzazione Tecno Economica ed alla sua spietata mercificazione ed omologazione delle nostre vite, a tutti i livelli. Oppure contro di essa, nel nome di un’esistenza aperta al Molteplice, che ritorni a fare della Tecnica e dell’Economia degli strumenti di sussistenza e non il fine ultimo dell’umana esistenza. E ritornando al nostro tema centrale, tutto questo non può non trovare uno sbocco reale, veritiero, pragmatico, se non nella continuità di un’azione diretta, decisa e senza compromessi e per parafrasare il filosofo: “Solo una rivolta ci potrà salvare!”.

 

Umberto Bianchi

 

 
Ketamina e depressione PDF Stampa E-mail

11 Marzo 2019

 

Da Rassegna di Arianna dell’8-3-2019 (N.d.d.)

 

La sanità statunitense ha dato il via libera all’uso dell’esketamina, un nuovo farmaco antidepressivo ad azione rapida destinato per ora ai soggetti che non rispondono a nessun trattamento. Il mondo sanitario afferma che l’uscita del prodotto della Janssen Pharmaceutica, del gruppo Johnson & Johnson, è la migliore notizia per chi soffre di depressione da oltre trent’anni, quando si diffuse il Prozac. Le polemiche e le perplessità non mancano. L’esketamina è infatti un derivato della ketamina, il potente anestetico largamente usato in medicina, consumato anche come droga “ricreativa”. Lo stupore coglie noi profani già all’uso del termine ricreativo riferito a droghe, ma basta un rapido giro su Internet per leggere la descrizione della ketamina come farmaco anestetico e, proprio così, “sostanza ricreativa dagli effetti dissociativi”, in grado di produrre “allucinazioni interne, ingresso in un’altra realtà, dimensione transpersonale di coscienza”.

 

Da oggi, la ketamina diventa la nuova frontiera, il preparato in grado di sostituire e superare il Prozac e gli altri farmaci chimici contro “il male oscuro”. Chi scrive ha vissuto nella propria famiglia il dramma della depressione, il buio che si impadronisce della vita di esseri umani, devastandone l’esistenza insieme con quella di chi li ama. Speriamo con tutto il cuore che la ricerca sia pervenuta a una svolta e tante sofferenze siano lenite. Non possiamo però esimerci da alcune considerazioni. La prima riguarda i rischi della terapia, che non sembrano trascurabili, l’altra è una riflessione generale sulla depressione, malattia sociale, morbo dell’anima di questa nostra fragilissima modernità. La rivista Science descriveva già nove anni or sono la ketamina come droga allucinogena capace di rigenerare le connessioni tra le cellule cerebrali interessate dalla depressione, oltreché attenuare i sintomi del male. In diversi ospedali europei esistono protocolli per trattare i pazienti che non rispondono agli antidepressivi convenzionali con una sorta di cura palliativa a base di medicamenti non ancora autorizzati. Una grande novità è che l’esketamina viene somministrata in forma di aerosol per via nasale, anziché per iniezione come la ketamina. Le prove di laboratorio affermano che si tratta di un farmaco relativamente sicuro, ma con alcuni effetti collaterali. Il punto di forza sta nella velocità di risposta, l’effetto sarebbe quasi immediato, visibile dal giorno seguente o addirittura nello stesso giorno di assunzione, a differenza degli antidepressivi convenzionali i cui benefici, quando ci sono, si apprezzano dopo settimane. Questo alimenta speranze straordinarie specie per i pazienti con pulsioni suicidarie e supera uno dei maggiori limiti dei vecchi preparati, i cui effetti indesiderati tendono ad affacciarsi presto, a differenza dei miglioramenti, con tutto ciò che comporta in termini di disagi e qualità di vita dei pazienti e delle sfortunate famiglie. Nella fase iniziale, l’esketamina dovrebbe essere prescritta nelle depressioni più difficili, i casi che resistono ai farmaci, a malati le cui ultime speranze sono affidate a trattamenti “pesanti” come la stimolazione cerebrale o l’elettroshock, ma presto entrerà nella vita di soggetti sui quali almeno due differenti terapie non abbiano avuto successo, in combinazione con altri antidepressivi. Aumenterà la pressione arteriosa di molti pazienti e la sensazione di benessere e euforia potrà essere accompagnata da fenomeni di dissociazione fisica e mentale simili alle allucinazioni, della durata di un’ora o più. Preoccupa il costo del ciclo terapeutico, 3.500 dollari, e la circostanza che l’America è immersa in una epidemia di oppiacei alimentata dalla massiccia prescrizione di analgesici molto potenti. L’ homo consumens aborre e non sopporta il minimo dolore fisico. […]

 

Fin qui le notizie e le legittime speranze. Quel che colpisce profondamente – e non riguarda solo la depressione – è il modo di essere, l’antropologia contemporanea alla base di problemi e disagi destinati a divenire malattie o drammi di massa, di cui si cerca di curare gli effetti, ma mai di rimuovere le cause. La depressione non è una casualità o una disgrazia, è un’autentica tragedia per milioni di persone, un problema psico sociale tipico della vita moderna. Tipico è anche l’approccio per la soluzione: la depressione è un malfunzionamento biochimico del cervello, dunque la soluzione sta nel produrre reazioni biochimiche di segno positivo. Ovvio che le ferite vadano innanzitutto suturate e ricucite, ben venga l’esketamina e qualunque altro farmaco “definitivo”, se verrà prodotto, ma nulla cambierà davvero se non modificheremo la società che genera, insieme ad altri malanni, il male di vivere che chiamiamo depressione. Male di vivere che sembra essere un frutto avvelenato del secolo XX, se un poeta, Eugenio Montale, ne fece l’oggetto di una celebre lirica del 1925, il cui culmine è il verso in cui la soluzione appare come “divina Indifferenza”, con la lettera I maiuscola. Solo l’indifferenza salva una vita destituita di senso, cioè la resa. La depressione ci è sempre parsa il simbolo drammatico della capitolazione individuale, per quanto alcuni esseri eccezionali siano riusciti a sublimarla nell’arte. Pensiamo all’opera di Vincent Van Gogh, in particolare al quadro del vecchio con la testa fra le mani, Le soglie dell’eternità, L’Urlo di Munch o l’ultimo Goya. Gli uomini comuni si rifugiano nei paradisi artificiali, droghe, alcool, dipendenza da comportamenti ossessivi o compulsivi, di cui la nostra società abbonda, fenomeni sconosciuti o limitati in tempi diversi. Il male oscuro appartiene alla modernità. Ne fu testimone un grande scrittore dimenticato per la sua lontananza dalle correnti politiche dominanti, Giuseppe Berto. Nel 1964 scrisse febbrilmente un romanzo autobiografico, il Male oscuro, appunto, pressoché privo di punteggiatura e di una vera trama, a significare la vita a salti e a bocconi del depresso. Nel libro si rincorrevano quasi tutti i temi che fanno di un essere umano contemporaneo un depresso: la ricerca ossessiva del risultato (la gloria letteraria, per Berto), i conflitti con i genitori, i sensi di colpa, l’incapacità di essere normale e di definire la normalità, l’ansia della performance, la ricerca frenetica di terapie, la speranza mal riposta nella soluzione affidata ad apprendisti stregoni, la disillusione per la psicanalisi. Quarant’anni prima fu Italo Svevo, nella Coscienza di Zeno, ad affidare alla letteratura il tormento di uomini – nel tempo intere generazioni – che cominciavano a misurare se stessi in termini di fallimento, impossibilità di attribuire senso all’esistenza. La destituzione di qualunque scopo della vita, a partire dalla morte di Dio annunciata da Nietzsche, ci sembra l’impresa e la ragione sociale della modernità. Il crollo dei valori “di prima”, il mondo di ieri, Dio, patria, famiglia, identità ha lasciato sul campo un esercito di frustrati e di malati di vivere. Non tutti finiscono nella depressione, ma l’uomo non è fatto, no davvero, per la struggle for existence, la lotta evoluzionista per la vita teorizzata da un “maestro del sospetto”, Charles Darwin, la competizione continua placata solo dal desiderio animale, dalle pulsioni, il principio di piacere di Sigmund Freud. Rinserrato l’orizzonte nella trappola della materia, intronizzata la giovinezza, la prestanza, la vittoria nella guerra della ricchezza, vincitori e vinti crollano. I più sensibili cadono preda dell’ansia e della depressione, moltissimi sopravvivono perché non pensano e si contentano di panem et circenses, consumo e soddisfazione immediata dei desideri. Altri sviluppano una sensibilità patologica, come il protagonista del racconto di Jorge Luis Borges, Funes o della memoria. Il poveretto ha un terribile dono, ricorda tutto e finisce per morire sfinito dall’accumulo, in anticipo sull’uomo contemporaneo, che dall’eccesso di luci, immagini, parole è avvolto e disorientato. La depressione, paradossalmente, diventa un rifugio, una prigione da cui qualcuno non vuole uscire. Chiuso in se stesso, il depresso, come l’hikikomori, il disgraziato postmoderno perennemente connesso, barricato davanti allo schermo simulacro della realtà, ripiega, si arrende e spesso scarica sugli altri i propri drammi. Come Zeno si sente malato, inetto, sconfitto, tutto è per lui scontato e insensato. Per alcuni solo la morte è considerata la soluzione, mentre per altri, privati della speranza, incapaci di credere e levare lo sguardo in alto, è il terrore che paralizza e fa trascinare la vita in un vivere-per-la-morte fatto di sgomento, scandito da attacchi di panico, repentini cambi d’umore, fobie. L’orrore del vuoto unito ai due poli di Freud, Eros e Thanatos, sesso e pulsione di morte.

 

Là fuori, per il depresso è una giungla, e non ha torto. Come definire altrimenti un mondo in cui la medicalizzazione della vita ci rende dipendenti da pillole, farmaci vari, in cui solo gli “esperti” sanno risolvere i problemi? Ci gettiamo tra le braccia di psicologi, pedagogisti, guru, scienziati veri e fasulli. Molti rispondono alle leggi ripugnanti del mercato padrone, ma anche i più sinceri finiscono per trascinarci in un gorgo in cui la nostra fragilità è il loro successo. Dobbiamo tendere per obbligo a un benessere asettico, igienizzato, declinato come comodità, facilità, assenza di rischio e fatica, scimmia dell’irraggiungibile felicità tramutata, in ben-avere, unico obiettivo di individui soli, incomunicabili, sradicati. Milioni di uomini non possono, non vogliono vivere così. Il rimedio prescritto dalla società: dosi più massicce della medesima pozione che avvelena, il mondo sempre più “liquido”, la libertà come assenza di regole, rigetto della responsabilità, vite trascinate in una finta bambagia, liquido amniotico o coperta di Linus, generazioni di pecore matte. In più, in Occidente è fortissimo un sentimento di colpa per la nostra civiltà dagli esiti distruttivi, una fredda depressione di massa che fa odiare se stessi. Il penultimo gradino prima della resa, che per qualcuno è semplice dissoluzione, per altri angoscia, depressione, autodistruzione. I Lumi ci hanno rischiarato fino all’accecamento. […] Negli Stati Uniti, gli antidepressivi hanno un giro d’affari di quindici miliardi di dollari annui e uno psicofarmaco, il Ritalin è prescritto a milioni di bambini la cui naturale vivacità è diventata un fastidioso difetto di fabbricazione. Sono ipercinetici da tenere fermi con l’aiuto delle pasticche, meglio davanti alla pubblicità della televisione, per farne i consumatori depressi di domani. I paradisi artificiali sono evidentemente inferni reali, se la ketamina, analgesico potente con effetti allucinatori, droga chimica tra le tante, opportunamente riconfigurata può diventare una terapia decisiva contro la depressione. Eterogenesi dei fini, o astuzia del male. Gli effetti possono essere volti in positivo, ma le cause sono tutte lì, quelle della depressione e quelle di tutte le malattie sociali che ci affliggono. Chi ha inoculato il virus è anche proprietario dell’antidoto.

 

Speriamo, come tutti, che l’esketamina diventi l’elisir di Dulcamara antidepressivo. Ma senza una società malata, drogata dal consumo, infettata da mille mali sconosciuti agli oscuri progenitori del barbaro passato, poveri, forse ignoranti ma non depressi, non si guadagna, non si muove il PIL. Il problema e la soluzione sono così vicini da toccarsi. Con la ketamina mi drogo per superare i miei limiti, con lo stesso principio attivo sconfiggo la depressione. Che il male oscuro sia la modernità?

 

Roberto Pecchioli

 

 
Interiorizzazione della crisi PDF Stampa E-mail

10 Marzo 2019

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Da Comedonchisciotte del 9-3-2019 (N.d.d.)

 

Avete presente i vecchi film di indiani in cui improbabili Apaches si mettevano a culo in aria, con un orecchio ben piantato per terra, onde avvertire in lontananza l’arrivo del treno o lo scalpiccio dei cavalli? Ecco, quella è la postura assunta da imprenditori ed economisti italiani negli ultimi cinque mesi – più o meno dall’ultimo trimestre del 2018. Solo che i pellerossa in fase di ascolto erano intrepidi e impassibili, mentre le nostre sedicenti classi dirigenti, appaiono tremebonde, spaesate, sempre sull’orlo della crisi di nervi. E quell’orecchio schiacciato sui pavimenti dei loro eleganti uffici riceve solo segnali preoccupanti. Si sa che il nemico è in avvicinamento, se ne vedono tutti gli effetti già pienamente squadernati: fatturati, ordinativi, scorte, inflazione, tutti gli indicatori hanno il segno meno, e con persistente continuità.  In Italia siamo passati da un periodo di contenuta euforia – la crisi è passata, concentriamoci sulla terribile bellezza e la geometrica potenza dell’industria 4.0 –, all’attuale panico mal dissimulato. Il dio capricciosissimo del ciclo economico sta compilando nuovi elenchi di predestinati all’inferno: i fedeli non si salveranno mediante le opere – eppure ci danno dentro di brutto, attraverso l’intensificazione dei ritmi, le condizioni di sfruttamento, la compressione dei salari, il dumping contrattuale. Fanno il loro dovere, gli imprenditori italiani: piangono e fottono, soprattutto i lombardo-veneti – che dentro la crisi, con riflesso automatico, abbandonano le compassate velleità mitteleuropee e si riscoprono interpreti del più melodrammatico mammismo mediterraneo. Aiutateci, aiutateci tutti a stare in piedi, a rimanere sul mercato, compattiamoci, abbiamo bisogno. Adesso la panacea di tutti i mali, il rimedio anticiclico per eccellenza, sono diventate le grandi opere – come se la realizzazione di una bretella stradale Sassuolo-Campogalliano, nel modenese, ad esempio, potesse invertire il corso della crisi globale. In una disperata assillante richiesta di risorse e intervento pubblico, il capitalista si scopre veterosocialista ogni volta che sente puzza di fallimento: bisogna sganciare soldi pubblici per la sostenibilità del sistema bancario, per incentivare l’innovazione, per lanciare le start-up, per stimolare nuove assunzioni, per coprire le carriere contributive dei precari-massa, per martoriare il paese solcandolo di nuove inutili lingue d’asfalto – soprattutto il catino padano, insalubre epicentro europeo del tumori, in cui la costruzione di nuove strade dovrebbe essere vietata per legge, come la circolazione di gran parte del parco veicoli. Volevi solo i soldi – canta Mahmoood e sembra un’invettiva contro l’imprenditore italiano. Cambierebbe il suo Keynes con due Friedman e un Adamo Smith? Nessun padrone italiano accetterebbe il cambio, perché il mercato è bello quando funziona e gonfia dividendi e compensi. Ma quando si inceppa, quando i suoi inafferrabili meccanismi interni smettono di valorizzare i capitali in circuito, allora il sistema si rivela farlocco, spericolato, distruttivo e insostenibile anche per i suoi cantori. E lo Stato – la potenza etica del Def – ridiventa imprescindibile. Del resto, non li abbiamo sempre tacciati di “ordo-liberismo”? Laddove ordo per loro vuol dire soldi pubblici alle imprese private. Lasciamole studiare ai ragazzi all’università, le favolette sui mercati. Chi “fa impresa” è dedito al pragmatismo.

 

Già, ma chi è che fa impresa nell’Italia del 2019? Siamo la seconda manifattura d’Europa, ma che peso specifico abbiamo come sistema industriale? Siamo consapevoli che il nostro manifatturiero è per il 95% formato da micro-aziende? È da qui che dovrebbe nascere il “partito degli industriali” che auspica disperatamente «Repubblica»? Come fa questa mucillagine a rivendicare un ruolo di moderna borghesia, di classe dirigente, ad avviare una qualsivoglia riflessione sui modelli di sviluppo o di consumo? Dice qualcosa il fatto che il presidente di Confindustria sia oggi un morto di fame salernitano con un’aziendina da quaranta milioni di fatturato? (E poi quel Boccia lì è una figura inquietante: non ha alcuna espressione o motilità facciale, sembra manchi di un vero volto, come Fantomas – e anche questo dato fisiognomico è una buona metafora dello stato dell’impresa italiana). La crisi non è mai passata, assume semplicemente un andamento irregolare perché il ciclo è sottoposto a una moltitudine di condizionamenti, anche politico-militari, che ne modificano imprevedibilmente il corso. Cinque o sei anni sono un tempo storicamente irrisorio e ininfluente, per giudicare i cicli economici. Solo degli inguaribili ottimisti potevano pensare che “c’eravamo saltati fuori”: in base a cosa, a quale nuovo filone aureo di investimenti, in base quale forte domanda aggregata, sostenuta da quali redditi? Eravamo usciti dalla crisi per la benedizione dello Spirito Santo? Quali cause erano state poste – non dico nel mondo, ma almeno a livello europeo – per contrastare il rischio di inevitabili ricadute? Oggi si dà la colpa a Trump, al contenzioso commerciale con la Cina, alla persistente instabilità del Medio Oriente, mentre dieci anni fa si dava la colpa alla voracità dei grandi attori finanziari e ai mutui subprime. Come se il sistema fosse sano ma occasionalmente deviato dal peccato o dall’imperizia. Tutti sanno che le contese commerciali non sono cause di crisi, bensì sue manifestazioni epifenomeniche. Tra compari si litiga e ci si accoltella quando il bottino è scarso: le guerre daziarie di solito precedono quelle militari.

 

Quindi torniamo a noi, ai padroncini italiani, le seconde e terze generazioni di quelli che avevano fatto il boom. I nostri baldi capitani d’impresa sono lì accovacciati con un orecchio in terra, il «Sole 24 Ore» in mano, lo sguardo perso rivolto a consulenti e collaboratori. Il range di scelte che hanno davanti è obiettivamente ristretto: la maggior parte delle impresucce italiane non ha capitali e know how per fare competizione “sui processi e sui prodotti”. Si tratta di aziende che in questi anni, nel migliore dei casi, sono tornate a fare i contoterzisti del sistema franco-tedesco, enormemente più solido. I più attrezzati continuano ad esportare, dentro settori in cui permane una vocazione specialistica, settoriale, nella quale mantengono il primato. Ma anche questa faccenda dell’export a tutti i costi sta rivelando l’altra faccia della crisi italiana. Sta a galla chi esporta perché l’Italia è un mercato di consumo chiuso, saturo, esposto a ogni genere di penetrazione di prodotti low cost, a causa della caduta dei redditi. In questa condizione, Boccia-Fantomas accetterebbe di buon grado anche un piano quinquennale varato dal Gosplan. E poi chi è in grado oggi di competere e aumentare i volumi, ha sempre qualche carta nascosta nella manica. A Modena ha destato clamore nazionale la vertenza Italpizza – azienda esportatrice in crescita, eccellenza dell’agroalimentare, ben ammanicata con la politica che la additava come esempio virtuoso. In seguito a una dura lotta ai cancelli, in cui sono volati decine di lacrimogeni (ed è stato utilizzato per la prima volta il decreto Salvini per denunciare penalmente gli operai che facevano i blocchi stradali) i lavoratori Italpizza hanno conquistato le prime pagine locali: e i modenesi hanno scoperto che in quell’azienda-goiello si vessano normalmente i dipendenti, gli orari sono impossibili e più dell’80% di loro sono precari, poveri, in mano alle solite cooperative, inquadrati con il più miserabile dei contratti – quello delle pulizie – anche se farciscono le pizze che poi troviamo nei banchi surgelati. Pure il benpensante medio modenese ha cominciato ad arricciare il naso: non è che si sta eccedendo, con queste robacce? Non è che a forza di impoverire e precarizzare, finisce che tagliamo il ramo sui cui siamo tutti seduti? Si, è proprio così. I rimedi alla caduta dei profitti ne accelerano il corso. Sembra un bignamino marxista. E poi in certi territori permane una memoria di mobilità sociale e di dignità del lavoro, un residuo dei tempi gloriosi in cui l’impiego operaio non era una condanna alla miseria e alla dequalificazione. La chiamavano “coesione sociale” e sembra un’antica leggenda. Anche gli economisti cominciano a manifestare qualche perplessità. E i giornalisti economici – sottocategoria sfigata dell’ambient – annusano l’aria. Migliaia di accademici e studiosi continuamente impegnati a sfornare saggi e consulenze e mai nessuno che sia in grado di effettuare una qualche realistica previsione: anche questa fase della crisi, fino alla primavera scorsa, non era stata predetta da nessun economista mainstream. Viene da pensare che davvero le facoltà economiche coltivino generazioni di falliti, nottole di Minerva che, con i loro grafici stretti nel becco, provano a spiegare ciò che già è in essere, sotto gli occhi di tutti. E comincia a manifestarsi qualche legittimo dubbio anche tra i sapienti. In tutto il mondo occidentale esiste un gigantesco problema di caduta dei redditi da lavoro (una quota crescente di americani non riescono a onorare i prestiti subprime per l’acquisto dell’auto, altro che i mutui casa del 2008). E qualcuno (vedi il pasdaran riformista Fubini) sta iniziando a nutrire il timido sospetto che ciò rappresenti un problemino rilevante, rispetto a ogni velleità di ripresa. A Parigi da 4 mesi migliaia di persone anziché impegnarsi nello shopping del sabato pomeriggio, vanno a spaccare vetrine in centro: c’è una qualche connessione macroeconomica tra questi comportamenti sociali, l’andamento del ciclo e la distribuzione del reddito nazionale? Qualche studente del primo anno di Economia e Commercio, potrebbe spiegarlo ai suoi prof?

 

E i sindacati, cosa annusano nell’aria mentre la recessione si avvicina? Sono francamente terrorizzati anche loro. Il fatto è che il capitalismo è un sistema di oggettiva corruttela morale: cioè corrompe le menti, costringe alla complicità anche chi dovrebbe esserne contrappeso. Il sindacato dentro un sistema capitalistico che si destabilizza o si impoverisce, perde progressivamente peso. Perde cioè il potere di interdizione e di contrattazione, che rappresentano i suoi fondamenti: antico dilemma del movimento operaio, la “lotta economica” è efficace solo se il capitalista guadagna e la macchina gira. È dal 2008 che, con queste materialissime contraddizioni, il movimento sindacale tutto, in Italia e in Occidente, ci sta sbattendo il grugno: i posti di lavoro persi, le aziende chiuse o delocalizzate, i territori impoveriti; e a catena, meno scioperi da praticare o minacciare, meno quote-delega, meno risorse, meno delegati e attivisti disponibili. […] E gli operai e le operaie, gli impiegati, i tecnici, i precari del lavoro privato italiano, come vivono questa quasi-recessione ormai conclamata? Dieci anni di crisi hanno colpito duramente consapevolezza e morale. È come se l’orizzonte della crisi fosse stato interiorizzato, come se rimanere senza lavoro o perdere fette consistenti di reddito, facesse parte dell’ordine naturale delle cose. Perché fasciarsi la testa? Se arriva arriva. Pazienza per i mutui da onorare, per le rate dell’università dei figli, per carriere che si trasformano in corse ad ostacoli verso la pensione. E questo è uno dei segreti della longevità del capitalismo: riuscire a convincere i proletari che le sue categorie – il mercato, la valorizzazione e appunto la crisi – siano elementi naturali. E nelle zone industriali la memoria del 2008 è ancora vivida e terrorizzante: le aziende che chiudevano, migliaia di interinali e partite Iva a casa dalla sera alla mattina senza preavviso, microimprenditori strangolati dalla stretta creditizia e dall’annullamento delle commesse. Nei baretti di periferia si attendevano con ansia i dati dell’indice Nikkei. Torna in mente una vecchia intervista al professor Cacciari, nel 1989. Nei giorni convulsi della caduta del blocco socialista, l’esimio accademico ebbe a dire: «oggi non possiamo più definirci marxisti, perché altrimenti dovremmo andare davanti ai cancelli delle fabbriche a raccontare ai lavoratori che per loro nel capitalismo non c’è alcun futuro!». E lo diceva in modo paradossale, come a dire, «suvvia: siamo alla vigilia di una belle époque, di un rinascimento globale, basta con gli antichi pessimismi dei nostri vecchi maestri». Oggi, invece, sarebbe proprio necessario farli quei due passi davanti ai cancelli e dire parole di cruda verità sul futuro nostro e del nostro mondo. Un giorno per le prossime generazioni che avranno conquistato la libertà di un nuovo discorso anticapitalista, il nostro modo di produrre sembrerà una vecchia irrazionale superstizione.

 

Esistono spesso, nelle brutte zone industriali della Padania, degli spazi abbandonati tra gli stabilimenti; là dove finisce il muro di cinta di un capannone, si apre uno spazio di terra abbandonato che termina trenta o cinquanta metri più in là, per lasciare il posto alla recinzione di un’altra azienda. Sono pezzi di campagna che nessuno cura, pieni di rovi, spine, arbusti storti e intricati; o brulli, senza vegetazione, con la terra nera e secca, che d’inverno è sempre ghiacciata. I comuni non hanno i soldi per pulire, le piccole aziende pure, e forse non si sa neanche bene di chi è la competenza. Forse quei pezzi di terra sono ancora di proprietà di vecchi contadini ormai morti, che quaranta o cinquant’anni fa vendettero le loro aree agricole a vecchi imprenditori, morti pure loro. Quelle zolle ghiacciate sono i testimoni muti di un passaggio, di una transizione, di un cambio d’epoca. A qualcuno danno inquietudine, evocano l’idea di una bocca sdentata e malandata. Rappresentano l’ombra della povertà rurale, che solo un paio di generazioni prima fu il nostro pane. Meglio non fissare troppo lo sguardo su quei vuoti, di questi tempi.

 

Giovanni Iozzoli

 

 
La sola rivoluzione č quella personale PDF Stampa E-mail

9 Marzo 2019

 

Tanto per gradire

Il liquame baumiano ha invaso i solchi delle valli in cui abitavano le tradizioni. Luoghi dove gli animi individuali si realizzavano secondo il loro talento. La globalizzazione ha ridotto distinguo e differenze, quindi le identità. Prima secondo quelle dei poli industriali che come gorghi hanno risucchiato gli uomini dalle terre, ora secondo le democratiche leggi della flessibilità, spostati per necessità tecnica, come una chiave inglese. Salvo le navi degli armatori che solcano ora soddisfatti quelli che una volta erano i confini, tutti arraffiamo brandelli di detriti per mantenere il galleggiamento. Ci ricorderemo solo poi che cosa significa vivere inseguendo i benefit e dimenticando le radici, la terra, i ritmi della natura. Il culto della specializzazione fondato sul sapere analitico-cognitivo non implica, tantomeno prevede, la realizzazione del sé delle persone. Piuttosto la distribuzione di individui in luoghi tecnocraticamente corretti ma realizzativamente alienanti. Nell’inconsapevole si salvi chi può, come prima era business is business ora, senza soluzione di continuità, si è passati alla libera applicazione di mors tua vita mea.

Tele e grandangolo

Come non ha più senso – se mai ne avesse avuto – occuparsi e preoccuparsi localmente dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua, così è per le economie locali, siano comuni, regioni, stati. Il debito – come l’ossido di zolfo o di azoto, gli idrocarburi, il metano, il monossido di carbonio, l’anidride carbonica, l’ammoniaca, il protossido d'azoto, le polveri sospese, i metalli pesanti e i composti organoclorurati (diossine, PCB, ecc.) ­ pervade tutti gli estratti conto del mondo istituzionale e non solo. Secondo gli economisti esso è considerato elemento strutturale del sistema economico (leggi vita). La loro conclusione è – da loro stessi – considerata esaustiva: senza debito non c’è progresso. Ovvero, nessuno può farcela da solo.  Evidentemente quanto l’opulente consumismo ha prodotto nelle carni e negli spiriti, per loro, non è cosa spregevole, anzi. Nella loro ottica analitico-impermeabile, le psicopatologie riguardano un altro settore. A loro non interessa.

 Pubblica fraudolenza

L’opera degli amministratori non può limitarsi, come dovrebbe, solo al rispetto della costituzione, ai diritti delle persone, alla realizzazione dei servizi primari e secondari. Nei loro bilanci c’è una voce che prevarica le altre. È quella dedicata al pagamento dei prestiti, ed è un falso in atto pubblico. La corretta dizione dovrebbe essere pagamento del tasso d’interesse dei prestiti. Si danno da fare e alcuni anche virtuosamente, ma in sostanza – come non possiamo liberare il nostro cielo dall’ossido di zolfo – il prestito non è estinguibile dentro un sistema inquinato. Prima – diciamo così – per distrazione ed entusiasmo, ora per curati interessi armatoriali.

Massima pendenza

Salvo non si cambi la concezione della vita, da fatto economico a umano, tanto i debiti, i cieli, i mari e via con tutta la catena che non esclude alcuna – leggasi alcuna – espressione materiale e spirituale della natura umana, animale, minerale, vegetale il ciclo mostruoso che siamo un passo alla volta arrivati a realizzare non avrà ragione di fermare la sua psicotica corsa. Tutte le amministrazioni, mentre lavorano per onorare il debito, ne stringono il vincolo e ogni vignettista potrebbe tracciare le linee di un cappio al collo o di un guinzaglio per rappresentare come stanno le cose.

Mayday-Mayday disse l’agnello al lupo

Significa che chiunque possa portare ossigeno ai letti della corsia delle amministrazioni istituzionali ne detiene il 51%, il diritto di veto o di vita. Detiene anche l’ombra entro cui restare nascosta ai più. Ne detiene il mercato, il potere, la comunicazione. Intanto dall’angolo oscuro in cui stanno rintanati a godersi lo spettacolo e a manovrare leve di tutte le misure, adatte per tutti gli eventi diversivi, buttano, come ai piccioni, briciole di volta in volta opportune per distrarre anche quelli col sangue più freddo. Vale a dire, di qualche investigatore socio-filologico in grado di portare fasci di luce in quei nascondigli del comando. Ma anche per questi ci sono rimedi. Messe di dati d’informazione e controinformazione sapientemente strutturata sono immessi negli eterei canali del melting-com della grande comunicazione per generare dubbi e incertezze. La strategia è pavloviana. Come le pubblicità lo sono per lo shopping forzato, le massiva quantità d’informazioni sono pastura per far cadere tutti e a turno nel buco nero delle scelte compulsive. Banale premessa per metterli all’angolo, dietro la lavagna degli stupidi complottisti.

In soldoni

Se queste sono le formule matematiche o astratte, in pratica significa che siamo in mano al miglior compratore, che la democrazia è definitivamente irrealizzabile, che il sistema capitalistico, per quanto bello grasso, è sul letto di morte ipocritamente vegliato dal suo figlio finanziario. Lui sì nel pieno delle forze.

Pulviscolo e macigni

 

Se questa premessa potrebbe bastare a se stessa e a riempire di preoccupazione, se non disperazione, chiunque ne voglia constatare l’attendibilità, di fatto induce a riconoscere che tutto il quotidiano affaccendarsi dei politici – che i media ubbidienti al mercato, sono costretti a diffondere per sopravvivere – è un falso. Indipendentemente dal gradiente di buona fede si tratta di quisquiglie al confronto dei pezzi sulla bilancia. Si danno da fare su tutti gli orizzonti – che poi sono sempre e solo uno, quello che fa capo al ciclo del mercato consuma-per-produrre-per-vivere – che ci paventano come il più importante se non il solo possibile. Ma non sono che stratagemmi, cucchiaini con i quali nessun mare potrà essere svuotato. 

Piccole osservazioni storiche

Di quali miglioramenti della vita ci parlano se da decenni la giustizia è impantanata su se stessa; se nel campo della salute gli ospedali hanno le formiche, i malati e le malattie crescono; se l’educazione, dalla formazione alle infrastrutture, è fuori controllo; se la disoccupazione si riduce di percentuali irrisorie rispetto a quelle di riferimento; se queste, a causa di conteggi interessati o mai definitivamente dichiarati nella loro natura, sono a loro volta strumentali all’imbonimento, quando non alla fregatura. Chi potrà mai credere siano un pezzo sincero di realtà? Sempre meno persone è la risposta. Almeno guardando il significato del populismo, dei gilet gialli, della xenofobia e del nazionalismo razziale mai allo scoperto come ora. Mai organizzati come ora.  Ma la catena è lunga e prosegue. Le carceri, le strade, il turismo, l’arte, i trasporti, le piccole imprese, le medie e le grandi, le coste, le valli seguono, partecipano al coro di penitenza permanente per il peccato del debito, del liberismo, del capitalismo, del positivismo, del materialismo.

Si salvi chi può

Per il debito, i privati comprano televisori, auto e case. Le istituzioni, mentre si occupano di sovranismo, spendono il necessario per evitare il collasso, la rivolta e il sangue. Senza un cambio di registro resteremo in mano a chi ci ha acquistato, mafie o oligarchie finanziarie che siano, o che sono. A seconda del lato in osservazione.

Crisi? Ma quale crisi?

Tuttavia, come dice Guenon nel suo anticipatorio La crisi del mondo moderno, scritto nel 1926 – che anticipatorio non è per ogni occhio che guarda la realtà spogliata dai suoi suggestivi orpelli culturali – «[…] non è nel dominio sociale che in ogni caso potrebbe prendere inizio una essenziale rettificazione del mondo moderno».  Continua l’antropologo francese: «Nulla di stabile potrebbe mai risultarne e bisognerebbe cominciar sempre di nuovo per aver trascurato d’intendersi anzitutto circa le verità essenziali. Per cui, non ci è possibile concedere alle contingenze politiche, anche dando a questa parole il suo senso più ampio, altro valore se non quello di semplici segni esteriori della mentalità di un’epoca.»

 

Sputacchi e foruncoli

Siamo senza via di scampo? Certamente finché delegheremo al fuori di noi la responsabilità della realtà con la quale avremo a che fare. Per nulla, se saremo in grado di assumerci la responsabilità di tutto. La sola rivoluzione è quella personale. Quelle politico-ideologiche, la storia ce lo dice, sono rigurgiti, sputacchi sul grande arazzo del tessitore. La macchia si vede all’inizio e poi si perde assorbita da un contesto in grado di digerirla. Foruncoli, niente più.L’evoluzione individuale, libera dal narciso desiderio proselitico è la via del paradigma che vorremmo.

La traccia è una sola

Richiamare a sé, in sé la politica, naturalmente smascherata dalle suggestioni dell’ideologia, è dunque la sola risorsa ancora disponibile tra le cataste di macerie tra le quali viviamo, sebben nascoste da quinte magistralmente dipinte. È un sentiero, un camminamento lento, adatto a una sola persona. Porta ovunque, ai valichi, alle vette, a nuovi orizzonti di sé, di noi. E anche a vedere che, come prosegue il francese «una idea, come quella dell’eguaglianza, o del progresso, o di […] altri dogmi laici che quasi tutti i nostri contemporanei hanno accettato ciecamente» sta mostrando i propri limiti ideologici appunto.  «Se queste suggestioni [le superstizioni nei dogmi laici, nda] venissero meno, la mentalità generale sarebbe assai vicina a cambiar d’orientamento: per questo esse vengono più accuratamente favorite da tutti coloro che hanno un qualche interesse a protrarre il disordine, se non pure ad aggravarlo - e tale è anche la ragione per cui in tempi, nei quali si pretende di tutto, sottoporre alla discussione, queste suggestioni sono le sole cose che non si debbono mai discutere».

Lorenzo Merlo

 

 
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7 Marzo 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 5-3-2019 (N.d.d.)

 

Il liberalismo e la globalizzazione hanno decisamente fallito. La situazione mi ricorda gli ultimi anni dell’URSS. A quel tempo, il vero potere era ancora totalmente nelle mani del Partito Comunista che controllava quasi tutto, ma allo stesso tempo l’intero sistema era finito. E chiunque poteva avvertirlo. Oggi ci troviamo nella stessa identica situazione con il dominio globale delle élite liberali. Controllano ancora tutto, ma sono già nella fase terminale. Scompariranno alla stessa velocità del comunismo nell’Europa orientale. La mobilitazione anti-populista (anti-Putin, anti-Assad, anti-Cina, anti-Brexit, anti-Iran, anti-Salvini e così via) di Bernard-Henri Lévy, di E. Macron, di G.Soros, dei Rothschild o dei Clintons mostra di essere in uno stato di pura sofferenza. È finita per loro ma non ne sono consapevoli. Le élite liberals non potranno più governare. Sono condannate al declino e alla scomparsa dalla scena. Persevereranno e potranno guadagnare un po‘ di tempo prima del collasso definitivo e irreversibile, ma i loro giorni saranno contati. Queste oligarchie non hanno più l’influenza sul futuro, l’hanno perso. Il Messia non verrà in questo “Stato d’Israele” come è adesso – Naturei Karta lo capisce molto bene. È una parodia fatta dall’uomo, non un miracolo escatologico, è essa stessa una notizia falsa, un mito fasullo. Quindi finirà. Lo stesso vale per la versione liberale di “End of History”. Era una presunzione totalmente sbagliata. Lo stesso vale per l’ideologia dei “diritti umani” – nessuno crede più in questa ipocrita menzogna neo-imperialista utilizzata con il doppio standard. Lo stesso vale per i miti della “crescita economica infinita” o della “classe media globale” o della “società civile”. Lo stesso con il falso paradigma del “Postmodernismo” e “l’Illuminismo”. Non è possibile la continuità per questo in futuro. Ci stiamo avvicinando al momento di una grande discontinuità.

 

Ciò non significa che il futuro sarà certamente nostro, ma la verità è che non saranno più loro a determinarlo. È aperto ancora una volta. La censura liberale applicata sui miei libri su Amazon, o di Yellow Vests, o FaceBook vieta qualsiasi forma di discorso non liberale: sono i segni che la fine è vicina. Idem per la censura sui siti web al di fuori del coro liberal e del pensiero unico. Tutti coloro che oggi sono stati sanzionati e banditi, tutti coloro che sono accusati come paesi canaglia o “putinisti”, tutti coloro che sono emarginati e criminalizzati – bianchi, populisti, identitari, maschi, religiosi, difensori della giustizia sociale, tradizionalisti, conservatori e così via – molto probabilmente saranno i primi a venire nel periodo post-liberale. Ma non è sicuro e non esiste un piano o una strategia per il futuro. Potrebbe essere una vittoria di Pirro. Può darsi che il nostro rifiuto istintivo del liberalismo sia piuttosto sano e logico, ma è una specie di reazione contro il male puro che diventa troppo evidente. Quando le loro regole finiranno, nessuno sarà preparato per il prossimo passo. I globalisti e liberals non hanno futuro. Ma può darsi che anche noi non ne abbiamo uno. Siamo troppo impegnati nella lotta contro il prosciugamento della palude globale liberale che è ancora enorme e potente, e non possiamo discernere nulla oltre a questo. Propongo: finiamoli prima e vedremo cosa fare dopo. Ma il domani è già iniziato. E loro saranno gli assenti nell’era futura. Quindi dobbiamo essere preparati meglio per questo. L’agonia della Bestia liberale è pericolosa, ma anche il futuro è molto problematico. Oggi i liberali governano il mondo e sopportano tutti i rischi per questo. Falliscono i loro obiettivi, perdono la loro legittimità, stanno per scomparire. Ma … chi si prenderà la vera responsabilità dell’umanità dopo di loro? Vediamo e concordiamo più o meno su ciò che è sbagliato, ma le nostre idee su come uscire da questo casino sono ancora piuttosto vaghe. Qui per lo più non siamo d’accordo fra noi su quello che è buono. Può essere una sfida seria. Sono finiti e suppongo che lo sappiano già. Ma il peso della reale responsabilità per il destino dell’umanità, sebbene sicuramente non nel suo stadio migliore oggi, è enorme.

 

Alexandr Dugin (Traduzione: Luciano Lago)

 

 
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