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Fedez uomo di potere PDF Stampa E-mail

5 Maggio 2021

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 Da Rassegna di Arianna del 3-5-2021 (N.d.d.)

Contestualizziamo tutto, incluso il caso Fedez. In cointeressenza con la moglie Ferragni, Fedez regge una fiorente attività imprenditoriale nel campo editoriale-pubblicitario legato alle multinazionali statunitensi che hanno perimetrato il web all’interno dei grandi recinti dei social network. È un capitano d’industria diversissimo da chi poteva fregiarsi di questa definizione trent’anni fa in Italia, nel mondo ancora legato all’industria novecentesca. Se non vi distraete pensando che i suoi tatuaggi e le sue costose smandrappature siano l’antitesi dello stile dei vecchi protagonisti del capitalismo, vi accorgerete che Federico Leonardo Lucia incarna il grande borghese di oggi, l’uomo di potere di questo neocapitalismo con le sue regole, le sue battaglie per definire con urgenza un nuovo senso comune, le nuove egemonie, lo stato spirituale di un’intera nazione.  È eccessivo tutto questo per un rapper? Voi vi fermate a una fase troppo precoce degli uomini di potere. Vedete Rocco Casalino eterno concorrente del Grande Fratello, ma intanto diventa uno degli ‘spin doctor’ più sulfurei in grado di tenere in pugno partiti e governi. Vedete Luigi di Maio a vendere per sempre le bibite gassate allo stadio, ma intanto vi ha riorganizzato con acrobazie democristiane un pezzo dei piani alti della politica italiana. Vedete Fedez nei secoli dei secoli come il mediocre rapper dei furbi luoghi comuni finto-trasgressivi, ma nel frattempo ha più follower della somma di tutti i principali organi di stampa nazionali e divora grossi contratti pubblicitari.  Quando qualcuno accumula un significativo potere economico e mediatico per ciò stesso deve poter essere soggetto a una critica del potere. Nessun suo atto pubblico potrà essere esente da scrutinio, con lo stesso spessore che si dovrebbe usare per analizzare le strategie di un’impresa. Fedez, il grande borghese dell’oggi, è in quest’orbita e non farà eccezione. Nessuno dei suoi atti è il solo atto di un artista. È una forte proiezione imprenditoriale e politica.

La sua manovra di questi giorni è l’operazione mediatica di un uomo di potere con elevata influenza di "agenda setting": cioè la potestà di dettare l’ordine del giorno nella gerarchia delle notizie. È un mondo nuovo che coincide con il trionfo dei nuovi media che hanno il cuore nella Silicon Valley e il portafogli a Wall Street. Fedez ha perciò avuto partita facile contro i mediocri funzionari del carrozzone RAI in una fase crepuscolare della storia della tv pubblica. Qualche anno fa Renzi fece nominare per la RAI un consiglio di amministrazione composto da portaborse e incompetenti sottogovernativi, proprio mentre stava per abbattersi sul sistema audiovisivo il ciclone Netflix, di cui non sapevano nulla. Le cose sono peggiorate nel tempo. La Rai era sino a poco fa un universo attardato, dove la politica comandava la televisione, quella televisione si imponeva sul mondo dello spettacolo, e si lavorava solo se si obbediva a quella catena. I dirigenti Rai che erano fermi a quel mondo e ancora oggi non sanno cosa sia davvero Netflix. […]  In un paese dove si censura tantissimo in tutto lo spettro dei media senza che nessuno alzi un dito, Fedez ha avuto agio a maramaldeggiare su una miseria moribonda come le "moral suasion" (neanche più censura, attenzione) dei funzionari RAI. La telefonata che Fedez ha pubblicato è piena di evidenti e numerosi tagli che lo fanno strategicamente giganteggiare al cospetto delle titubanze dei funzionari, che potrebbero essere state magari più argomentate rispetto ai mugugni irresoluti che il noto imprenditore ha salvato dal taglia e cuci. Edgar Hoover, l’immarcescibile direttore dell’FBI, diceva: "fate parlare qualcuno per mezzora e se vogliamo gli cuciamo una confessione di omicidio". Fedez, più modestamente, è stato capace di trascinare tutti nel suo gioco e a impiegare le tecniche dell'indignazione a comando, su cui cadono perfino molti dei più smaliziati. Lo “spin” prendeva direzioni precise.

Il politico leghista citato da Fedez era stato espulso dalla Lega per le sue posizioni. Ed è sotto processo in base alle leggi vigenti. Tener conto di questo è necessario non per alleggerire la Lega, ma per una questione di verità. Quanto alla verità, sarei curioso di sentire la registrazione completa, non quella tagliata da Fedez.  I funzionari Rai non sono dei cuor di leone e se c'è chi può sollevare questioni che possono causare querele scelgono sempre di dissuaderlo. Immagino sia accaduto anche stavolta, più in termini di responsabilità penale e di opportunità politica, che di censura vera e propria (che di fatto non ha più la forza di un tempo). Fedez ha ingrandito e polarizzato l'episodio, soprattutto per creare un senso comune blindato sull’argomento che più poteva insinuarsi nelle divisioni della politica, il controverso disegno di legge Zan, sul quale non tutto può ridursi a scontri destra-sinistra, perché esiste un dibattito molto più aperto anche nel mondo Lgbtq+, così come nel femminismo storico. Mondi che non vogliono ridurre tutto al ritmo di Tik Tok e che manifestano enormi preoccupazioni sulle potenziali minacce alla libertà di opinione insite nelle nuove fattispecie del disegno di legge. Questioni vere, non riducibili all'omofobia. Queste posizioni e queste questioni, anche quando sono lontane dalla nostra sensibilità, hanno cittadinanza in una democrazia. […]

Così, Fedez, il testimonial pubblicitario di Amazon, il profeta che dà smalto al neocapitalismo iper-consumista, prende facilmente a bersaglio la TV contro cui si scagliava anche Pier Paolo Pasolini, ma per ragioni opposte rispetto a quest’ultimo. Quando Pasolini raccontava l’avvento «del consumismo e del suo edonismo di massa: evento che ha costituito, soprattutto in Italia, una vera e propria rivoluzione antropologica», non avrebbe immaginato che un giorno potesse riassumersi nei Ferragnez. Commenta Matteo Brandi: «un conformismo totale, nascosto da una patina di glitter, perfetto per essere venduto ad una platea di giovani che vogliono sentirsi "fuori dagli schemi" ma senza esserlo davvero. Diversi sì, ma come tutti gli altri. Ed è qui che sta la bravura di Fedez e di quelli come lui. Nell'aver trovato in questo mondo artificiale una vena d'oro, da prendere freneticamente a picconate per estrarne ricchezza a non finire. Soldi, visibilità, sponsor. Il tutto riuscendo persino ad apparire, al suo folto pubblico, come un eroe.» Dopo i politici-influencer dell’Era RAI e Mediaset, ecco arrivare l’influencer-politico che ridisegna lo spazio di ciò che si può dire. Le vecchie censure vengono abbattute, ed è un bene. Ma vengono dimenticate le nuove censure: il titanismo narcisista instagrammatico, distratto dalla vicenda Fedez, non sa dire nulla sulla miriade di censure che colpiscono - su Facebook, Youtube, Amazon, ecc. - tutte le forme di pensiero divergente che si manifesti sui grandi temi dominati dai media del neocapitalismo.  Milioni di docili follower vedranno come un dramma la censura su Fedez (che non si è attuata), ma non si accorgeranno della censura molto più silente ed efficace che non fa loro sapere nulla su Julian Assange o sullo sfruttamento dei lavoratori di Amazon e sui nuovi inferni della precarizzazione di massa.

Pino Cabras

 
Successo della Brexit PDF Stampa E-mail

4 Maggio 2021

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 Da Appelloalpopolo del 29-4-2021 (N.d.d.)

Con l’inizio della Brexit abbiamo assistito ad un crescendo di idiozie e bufale propagandate a piene mani più o meno trasversalmente da tutti i partiti, e rimbalzate ad ogni livello da tutti i mezzi della cosiddetta “informazione”. Prima le balle sul tracollo economico e finanziario con le aziende in fuga da Londra, poi quelle sui generi di prima necessità che oltre Manica avrebbero incominciato a scarseggiare (ma le cavallette a Chelsea non si sono mai viste); infine gli scenari catastrofici con il Regno Unito non più al riparo dell’ombrello protettivo di Mamma Europa e rimasto solo alla mercé della pandemia.

La verità è che “Leuropa”, questo paese di Acchiappacitrulli che nella testa di chi nonostante tutto continua a crederci rappresenta sempre quel luogo ideale entrando a far parte del quale trent’anni fa avremmo risolto tutti i nostri problemi, da più di dieci anni fallisce immancabilmente l’appuntamento con tutti gli esami che avrebbe dovuto affrontare dando prova di “efficienza” e di tutte le altre non meglio precisate virtù rispetto a tutto il resto del mondo che ne era rimasto fuori: dalla crisi finanziaria ed economica, all’emergenza migranti, alle guerre alle porte di casa, ed ora alle epidemie.

Le balle hanno le gambe corte: prima o poi arriva sempre il momento in cui di fronte all’evidenza dei fatti, al Re rimasto nudo non rimane che continuare ridicolmente a strepitare, certificando una volta di più tutta la sua impotenza.

Luca Russi

 
Ricostruire la partitocrazia PDF Stampa E-mail

3 Maggio 2021

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 Da Appelloalpopolo dell’1-5-2021 (N.d.d.)

Fin quando una minoranza di Italiani, magari esigua ma non troppo, non si convincerà che per anni ha sostenuto tesi sbagliate e ripetuto innumerevoli volte argomenti insensati, perché catturata dalle mode e dagli slogan della classe dominante e del ceto intellettuale sub-dominante, che l’hanno indotta ad assumere e diffondere posizioni politiche masochistiche, non potrà esservi miglioramento della situazione e nemmeno previsione di un miglioramento. Una delle tante posizioni sballate e masochistiche, a lungo sostenuta, e tuttora largamente diffusa, è che si dovesse combattere la partitocrazia. In realtà, è abbastanza agevole, se si ragiona, arrivare alla conclusione che, o vi sono partiti popolari, promotori di una ideologia sociale, o non vi è democrazia, perché il popolo ha un solo strumento per far valere i suoi interessi: l’esistenza di validi partiti popolari.

Invece dagli anni Ottanta abbiamo vissuto due diverse ma largamente omogenee situazioni. La prima era caratterizzata dall’esistenza di partiti popolari non validi ma decadenti, in decomposizione, privi ormai di ideologia o meglio con una ideologia ancora declamata, che tuttavia contrastava con gli indirizzi politici concretamente sostenuti. Una scissione tra parole e azione. La seconda, iniziata con la seconda repubblica, da un lato ha visto rimanere strutture organizzative che non erano più nemmeno partiti decadenti, ma alleanze mobili di centri di potere periferici con centri di potere nazionale. Mobili perché la periferia ricattava i centri nazionali, non meno di quanto fosse vero l’inverso ed era disposta a stipulare patti con altri centri di potere nazionale, se non vedeva soddisfatte le sue esigenze. Dall’altro, ha visto emergere palesemente non partiti (falsi partiti), organizzati attorno a singole persone. E i due profili si sono spesso mescolati. Ne è derivato che siamo passati da partiti decadenti a non-partiti. In entrambi i casi non vi è stata nessuna elaborazione teorica e nessuna ideologia popolare e sociale.

Dinanzi a questa realtà orribile, si è diffusa la tesi che si debba combattere la partitocrazia. Ma la realtà orribile era costituita da partiti decadenti e da non partiti, dominati da imprenditori o parenti di imprenditori (Berlusconi, De Benedetti il piccolo Casaleggio, mi riferisco al padre, non al piccolissimo, gli esportatori leghisti, Colannino, ecc.) che per interesse hanno ceduto tutto il potere decisionale alla Banca d’Italia, la quale, dai tempi di Guido Carli, è centro del pensiero neoliberale, e dunque antistatalista, antipartitocratico, antipopolare e antisociale, nonché luogo di uomini che volevano esercitare il potere liberi dai partiti popolari e anzi, appena ne fosse stato possibile, in sostituzione di essi. Sicché un’analisi sensata avrebbe dovuto giungere alla conclusione che i partiti non c’erano o erano decadenti; che si dovesse ricostituirli; che la democrazia o è partitocrazia o è finzione che maschera il dominio assoluto dell’ideologia neoliberale e del grande capitale; che i non partiti (o partiti falsi) sono una degenerazione dei partiti decadenti, che sono una degenerazione dei partiti di valore; che il compito di chi vuole impegnarsi politicamente e avversa le teorie neoliberali, elitiste e ultra-capitaliste, è quello di ricostituire partiti di valore. Non dunque contrarietà alla partitocrazia. Ma ricostituire la partitocrazia.

Stefano D’Andrea

 
Wandervogel PDF Stampa E-mail

2 Maggio 2021

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Togliamo dal sito" AppenniniWeb" questo bel pezzo di G.Diamanti, riportato anche da altri blog e rassegne stampa: https://www.ariannaeditrice.it/articoli/sul-naturale-desiderio-di-camminare-verso-la-primavera. Articoli come questi, che sono condivisibili totalmente in ogni singola parola, non dovrebbero neppur essere commentati: meriterebbero solo delle chiose, delle estensioni ed è quello che noi andremo a fare.

Il "genio radicato nella nostra anima", che per le genti appenniniche e peninsulari si sublimò nei secoli precedenti a Roma antica nelle pratiche delle "primavere sacre", è in realtà connaturato non solo a quelle antiche popolazioni ma come ben sappiamo è parte ontologica dell'essere umano. L'uomo è viaggiatore, è pellegrino, è vagabondo, la stessa civiltà si sviluppa e si rafforza pari passo con la costruzione di strade, l'uomo insomma è sempre in viaggio anche quando in apparenza lo vediamo fermo o stanziale. "Lo chiamano cammino, lo chiamano trekking (..) in realtà è vagabondaggio" spiega molto bene Diamanti. Aggiungiamo noi che negli ultimi cent' anni o poco più il genio del vagabondaggio si accese in un movimento che ebbe un grande influsso nell' Europa specie di area germanica e continentale prima della Grande Guerra: i "Wandervogel", gli "uccelli migratori", fondati verso il 1896 nel liceo del quartiere berlinese di Steglitz e presto dilagato in tutta la Germania. I Wandervogel furono forse la prima grande ribellione di massa alle sirene ingannatrici della Modernità e infatti si svilupparono nella Germania borghese, autoritaria e ingessata di Guglielmo II, un Paese che dopo il 1870 vide una ascesa esponenziale della civiltà industriale e meccanica tanto da raggiungere ben presto e poi sorpassare quella che fu definita "l'officina del mondo", la Gran Bretagna.

Certamente nel 1908 la stessa Gran Bretagna, con sir Baden Powell e i suoi "scout" formò un movimento solo all' apparenza simile a quello germanico, in realtà invece ben diverso. Laddove lo "scoutismo" era inquadrato comunque in un'etica dei doveri del cittadino di uno Stato borghese (seppur nel rapporto con la Natura), il Wandervogel era un Ribelle. "Il Wandervogel" scrisse Guido Knopp "rifuggiva il rumore cittadinesco della civiltà industriale e borghese per ritornare alla campagna, al bosco, alla natura, al comunitarismo intorno a un fuoco, girando per sentieri, boschi, villaggi, risuonando antiche ballate e canti popolari con l'armonica sulle labbra..." (si vedano i capitoli del saggio di Knopp sull' educazione nella Germania prenazista e nazista in "Figli di Hitler"). Nel vagabondare del Wandervogel, continuò Knopp,"si sublimarono tutte le inquietudini di una generazione". Un grande studioso italiano dei Wandervogel, Nicola Cospito, ci dice come in essi albergasse "una diversa metafisica dell'esistenza" in antitesi a quella epoca in cui secondo Thomas Mann e Max Weber si passò la linea rossa tra la "Kultur", intesa come tradizione, cultura, che nell' accezione del Tonnies -uno dei padri della sociologia- è associata a una comunità come organismo vivente, a quella che invece sarà la "Zivilisation", ossia il passaggio a una Modernità ideologica e dove la comunità organica lascia il posto a una società meccanica e riduzionista, a tutto discapito della concezione olistica.

La generazione dei Wandervogel , forgiata tragicamente sui campi della Mosa, di Verdun, di Passchandaele, dello Chemin des Dames, della Linea Siegfried e delle Argonne, nel 1918 -19 ebbe un  tremendo bagno di disillusione che la portò a radicarsi su posizioni sempre più legate al nazionalismo, le sue associazioni ebbero caratteri quasi paramilitari e va detto, purtroppo, che furono loro a inventare il famigerato saluto "Sieg Heil". Nondimeno il Nazismo, da regime totalitario puro quale era, sciolse "uccelli migratori" e "scout". Rinacquero dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma l'aura del passato era del tutto spenta.

Veniamo a noi. Se aprile è il mese del risveglio delle camminate, maggio è l'archetipo della Vita, dei colori tenui e multiformi di una gentile primavera. Tempi, civiltà e circostanze possono essere diversi, ma la fiamma del genio sempre guizza: laddove gli Italici fecero le "Primavere Sacre", i tedeschi inquieti di Guglielmo II gli "uccelli migratori", gli attuali appenninici le camminate sui sentieri, chiunque di noi, solo o in compagnia, ha il diritto di muoversi in uno suo vagabondaggio personale, sotto il bel cielo maggiolino. Non siano d' ostacolo la mancanza di una vasta rete associativa come quella dei liceali di Guglielmo II (e le vaste foreste di Germania) oppure la mancanza di una catena montuosa per chi non ha la ventura di vivere in Appennino: per cercare, per vagabondare ,per ritrovare e ritrovarsi, sono sufficienti anche viottoli campestri, boschetti e filari di pioppi costeggiati da canali per chi vive in Valpadana, i dintorni ancora rurali per chi vive in qualche metropoli, le piantagioni campestri di ulivi e i vigneti per pugliesi e siciliani, gli amplissimi  e solitari spazi isolani per i sardi. La scoperta è ovunque: ecco, laggiù quello scorcio che mai si era visto; in fondo, quel santuario piccolo e antico perso nei campi; quella masseria abbandonata, coi muretti a secco; quello scorrere lento e monotono d'un canale ove si riflette il verde delle foglie...ogni angolo porta a meditazioni, riflessioni, echi del passato, rigenerazione nel Tutto... Usciamo dal carcere! Vagabondiamo, per ritrovarci. Lasciamo a chi ancora è fesso e ci crede i discorsi vuoti, tediosi, inutili e oziosi di un fantomatico "Recovery Plan" che non servirà a un cazzo; lasciamo chiusi in casa quei fessi che ancora credono alle carte cromatiche delle Regioni e si appassionano al "toto-colori" (a quando le scommesse nelle agenzie autorizzate?), lasciamo soli quelli che per paura di morire rinunciano a vivere. Viviamo, tonifichiamoci al sole vitale di maggio, facciamo vagabondaggio dentro e fuori da noi stessi.

Simone Torresani

 
Elementare, Watson PDF Stampa E-mail

1 Maggio 2021

 Ci si dà da fare con strumenti inadatti. Il razionalismo, per esempio, è un treno senza rotaie quando lo si impiega per indagare il mistero. Ma con gli strumenti idonei possiamo trovare il tassello che sempre manca alla conoscenza.

La teoria delle stringhe e la sua evoluzione, quella delle superstringhe, sono il corpo fondante della Teoria del Tutto. Rappresentano il tentativo di trovare l’origine della natura. Rappresentano gli sforzi per includere tutte le equazioni della fisica in una. Per molti di noi, queste ultime due affermazioni possono stare insieme, sono sostanzialmente una la ripetizione dell’altra. L’assimilazione tra le due affermazioni deriva dalla struttura del pensiero comune. Una struttura che concepisce quanto individuato dalla scienza come la sola, vera realtà. È lo scientismo, quale chiesa della vulgata della Scienza. Una silente religione di fondo contro la quale difficilmente si fa peccato, e se lo si fa, facilmente ce ne si pente. Basta dire scientificamente provato per risolvere qualunque diatriba. Basta affermare che non è stato scientificamente provato per mettere a tacere qualunque affermazione alternativa a quella cosiddetta scientifica, ma meglio dire scientista. Non a caso, le réclame dei dentifrici e di tanto altro non mancano – almeno finché non gli è probabilmente stato vietato – di inserire un “scientificamente testato”, “provato”, “verificato”. Col presunto divieto – è infatti da un po’ che non lo si sente più – hanno sostituito scientificamente con clinicamente. Un espediente, diciamo intelligente, e, per loro, innocuo. Attraverso la scienza, tutti gli scientisti possono tutto, si sentono portavoce di dio. In una pubblicità di cibo per cani, dopo il primo piano di un border collie viene quello di una bella ragazza, che con il miglior sorriso ci dice: “La scienza ci dice che sentono gli odori anche da molto lontano”.  Di tutt’altro avviso è invece chi si avvede del significato culturale. Se le persone fanno coincidere le ultime verità con le verità della scienza, per di più scientisticamente diffuse, il danno è massimo. La scienza ha proceduto a mezzo di scomposizione della realtà e ha trovato alcune cosiddette leggi. Lo scientismo ha fatto il resto. Ovvero ha preso per buona la parola della scienza. Nella vulgata, che coinvolge anche la maggior parte dei cosiddetti scienziati, è rimasto che la realtà è quella affermata dalla Scienza. Una briciola contro l’infinito. Categorie per contenere tutto. Ha coartato le infinite doti umane dentro concetti chiusi, privati di contiguità con la cangiante rete del reale. Ha ucciso lo spirito del mondo.  Così ora, dire “trovare l’origine della natura” e “includere tutte le equazioni della fisica in una” è soltanto ribadire il medesimo concetto. Dolore.

Con la Relatività ristretta, Einstein aveva confinato la fisica meccanica fino ad allora considerata universale per intendere la natura. La Teoria della Relatività era stato il suo tentativo di individuare l’equazione unificante, capace di “leggere la mente di Dio”, come ebbe a dire.  Pochi anni dopo il suo innovativo pensiero, l’avvento della fisica quantica è un nuovo sasso nello stato della conoscenza scientifica. La natura non è più univoca. Il fondamento della fisica classica, ma anche della teoria della relatività, ovvero che di un elemento si può conoscere velocità e posizione, viene meno. Nel campo quantico solo uno dei due dati è riscontrabile. Non solo. Il comportamento delle particelle elementari non è univoco, esso dipende dall’osservatore. Sulla medesima concezione Stephen Hawking considera che l’universo sia creato da chi lo osserva. Dalla realtà oggettiva, fuori da noi, filosoficamente si passa alla realtà nella relazione. Proprio Werner Heisenberg, uno dei fautori della fisica dei quanti, ne ha sottolineato l’importanza nel suo Fisica e filosofia. Ma è da aggiungere un ulteriore aspetto connaturato ai quanti: la cosiddetta materia non è più materia, o quantomeno non lo è sempre. Il suo stato è anche ondulatorio. Si tratta di un'altra rivoluzione. La natura ha carattere continuo o discreto (discontinuo). Se si guarda nel mondo delle relazioni – terreno che prima o poi verrà investito dalle prospettive svelate dalla fisica dei quanti – l’attrazione e la repulsione sono espressione delle due condizioni.

Con la teoria delle stringhe si cerca di cavalcare la dimensione quantica della natura per ritornare all’attacco nei confronti della ricerca della sola equazione che tutto includa. Anche se per alcuni ricercatori si tratta di un tentativo che ha seguito una via sostanzialmente fallimentare, in essa si trovano due aspetti interessanti. Uno riguarda l’idea che la dimensione discreta dell’energia-materia non è più rappresentata dalla discontinuità ma da un filamento mono-dimensionale. L’altro, è relativo all’aspetto vibratorio dei filamenti. L’insieme di filamenti darebbe – come già detto dalla tradizione tolteca – forma alla realtà che crediamo di osservare. Forma determinata dalla qualità delle nostre consapevolezze, dalla dimensione intima che stiamo vivendo. Forma di realtà quindi del tutto a nostro carico. Quantomeno finché non si svela in noi l’assunzione di responsabilità di tutto. È un momento evolutivo disponibile a tutti. Tolteco, che significa artista, allude alla potenzialità comune a tutti di dipingere la bellezza sulla tela della propria vita.

Un aspetto della fisica quantistica è il cosiddetto entanglement. Per cogliere il suo significato è utile ricordare la concezione ad essa pertinente del concetto di realtà. Non più uno spazio occupato qui e là da oggetti, ma una rete che tutto collega. È così che si intende il significato dell’espressione che “un battito d’ali in Brasile può scatenare un uragano dall’altra parte del mondo”. L’entanglement è dunque il prodotto di una dimensione che non si esaurisce nel causa-effetto. Anzi, rimanere rinchiusi entro il principio del causa-effetto è una sorta di cecità grave quando ci rivolgiamo al mondo delle relazioni. L’entanglement significa perciò l’insorgenza imprevedibile, una non prevista creazione generata da dati noti. La questione diviene ulteriormente chiara se si inserisce un ulteriore elemento che modifica l’interpretazione: l’in-formazione. Anche in questo caso la scienza arriva per ultima rispetto a quanto già affermato dalle tradizioni sapienziali del mondo. Con l’informazione, la sincronicità – argomentata da Jung con il principio degli arcani e dell’inconscio collettivo – trova la sua ragione scientifica. La distanza e il tempo oggettivo esistono dunque soltanto nel campetto di gioco della meccanica classica. Fuori da esso, nell’infinito, le regole sono altre, e, indipendentemente dal codificarle, esse tendono ad essere cangianti, relative, in quanto è la nostra presenza ad elaborarle. Se il tempo del calendario e dell’orologio svolge la sua funzione in contesto amministrativo, bidimensionale, dove tutto è chiaro e determinato, dove il linguaggio è univoco, evirato della sua profondità equivoca, in ambito relazionale è una mina vagante ad alto coefficiente di innesco. Qui, come nella teoria della relatività e come trattato a suo modo da Bergson, corrisponde a una durata, a sua volta dipendente da emozioni, sensazioni e sentimenti. Se nel benessere, nel qui ed ora, esso tende a svanire, all’opposto, nel dolore e nell’attesa, tende all’infinito. Non solo. Il tempo, da lineare del calendario, si mostra circolare nelle relazioni. Un fatto coniugato ai pochi sentimenti di cui disponiamo. Il loro sciamare identicamente in tutti noi dà concretezza all’eterno ritorno di Nietzsche, al karma e a tutte le filosofie che ne hanno trattato l’evidenza. Nella medesima prospettiva si può osservare come i sentimenti siano lo spirito della storia. Essi dettano i comportamenti finché restiamo succubi, sotto il dominio dell’io. Finché cioè, a questo ci identifichiamo, finché non ci avvediamo che il ciclo della storia si ripete a causa sua, a causa dell’inettitudine a riconoscerci tutti quali terminali di una un solo corpo, di una sola vita.

Cerca qui, cerca là, l’equazione del Tutto non viene fuori. Si può dire, senza azzardare, che manchi un solo tassello. In tutte le cose, sempre, manca un solo tassello. Affinché si realizzino diversamente da come di fatto siano poi accadute. Ma il linguaggio così esplicito e diretto di queste ultime tre righe è del tutto improprio per esporre la realtà, per riferire il valore simbolico utile a intendere che manca sempre un solo tassello. Ma l’esperienza non è trasmissibile, non è possibile far intendere a chi già non dispone delle doti necessarie alla decodifica, perché si possa affermare che sempre manca un solo tassello. Nel nostro caso, i fisici hanno raggiunto la condizione per vedere che con la modalità di pensiero ordinaria l’equazione unica resta chimerica. Servirebbe, dicono, un salto di dimensione, una nuova prospettiva per cogliere ciò che ci sfugge. Interessante. Così come Einstein – e non solo, naturalmente – si riferiva a Dio per dare un’idea di cosa si voleva maneggiare, così i fisici di oggi – riluttanti o meno, ma non fa peso – ammiccano a ciò che non vedono, si sentono spinti a considerare che il mondo non stia nelle formule in cui lo comprimono gli scientisti. Se la realtà, qualunque si voglia sia, esiste soltanto nella nostra coscienza, e se la coscienza non è che il riflesso dell’io, si può forse condividere che una coscienza emancipata dall’io, non più dominata dalla sua inestricabile importanza personale che lo porta in giro, che lo fa gioire come soffrire, possa accedere a dimensioni altre rispetto a quelle note. Liberi dai costrutti egoici, che come spesse lenti informano la realtà, e liberi dai suoi tanto presuntuosi quanto fuorvianti saperi, le forme della realtà svaniscono lasciando nudi i filamenti di energia. Mostrando con evidenza lapalissiana come quei giudizi-sentimenti-importanza personale generino strozzature e nodi che, informati, corrispondono a pene e gioie, le quali generano onde che la rete del reale a sua terminale di tutte le forze più o meno assorbe, rimanda, ripercuote, diffonde, nasconde. Anche la storia e l’eternità concorrono a formare nodi, strozzature e aperture. Variazioni del flusso energetico che lo sciamano opportunamente purificato sente e con oggetti curativi partecipa a modificare. Così accade per il rabdomante che sente le vibrazioni dell’acqua. Così si avvertono i Nodi di Hartmann e la loro tossicità. Così possiamo cogliere, percepire entrando in un ambiente o al cospetto di persone. Così per il Feng shui e l’agopuntura. Il sentire, se non corrotto da idee e ideologie, ci informa di quali energie lo perturbano e quali gli sono congeniali. Ugualmente con le parole e il linguaggio. Esso necessariamente cela personalità e orientamenti vari, ma anche lo stato d’armonia o di inquinamento di colui che lo esprime. Se, insieme ai modi, si guarda a quello impiegato da venditori e commercianti, è facile sentire lo scopo del loro discorso.  Se la condizione dell’equazione del tesoro ha, come dicono i fisici, la capacità di esprimere l’armonia dell’universo, anche stavolta la scienza arriva ultima nella gran corsa alla conoscenza. Ci aveva già pensato Cristo e prima di lui molti altri a raccontare che solo l’amore ci permette di essere l’infinito, la conoscenza, l’armonia. È l’amore l’equazione che si va cercando. È lui che contiene l’essere, il bene, la bellezza, la conoscenza. È lui che scioglie, l’avere, l’avidità, il male. È lui che permette all’energia del cosmo di scorrere libera in noi, che ci fa sentire come smettere di stringerla in nodi di rabbia e indulgenza, i primi generatori di malesseri e malattie. È lui che trasforma il piombo in oro. Non l’amore egoico, interessato, ma quello informato dell’infinito, di gratitudine, di mistero. Elementare, Watson!

Lorenzo Merlo

 
L'origine dei guai PDF Stampa E-mail

30 Aprile 2021

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 Da Rassegna di Arianna del 28-4-2021 (N.d.d.)

Nel pensiero corrente, gli eventi sono stati inquadrati di norma in una visione del mondo che considera l’umanità staccata dalla Natura e in costante progresso nel tempo. Al vertice di questo progresso si troverebbe l’attuale civiltà industriale, nata nella cultura occidentale da un paio di secoli. Alla luce della situazione attuale della Terra, questo paradigma è insostenibile, ma continua ad essere largamente di maggioranza, al seguito della tumultuosa espansione dell’Occidente, che esporta ovunque il suo delirante primato dell’economia. Possiamo riassumere i mali del mondo, conseguenza della civiltà attuale e in avanzata inesorabile, con queste voci: Sovrappopolazione, distruzione di ecosistemi terrestri e oceanici, perdita di biodiversità, alterazione dell’atmosfera e del clima, consumo e degradazione di territorio, sostituzione di materia inerte al posto di sostanza vivente, plastica e pesticidi ovunque, alterazione dei cicli vitali del Pianeta, accumulo di rifiuti sulla terra e negli oceani. Da tutto questo risulta evidente che la civiltà industriale è un modello fallito, perché incompatibile con il sistema più grande di cui fa parte, il Sistema Biologico Terrestre.

Ma quando sono iniziate le premesse che hanno portato a questi guai? Quali sono state le cause vere che hanno dato il via a questa degradazione? Le diverse minoranze che si oppongono al modello attuale industrialista-sviluppista, ovvero al cosiddetto “pensiero unico”, fanno risalire l’inizio dei guai a tempi diversi. Secondo le varie forme di pensiero di questi oppositori, i guai sono cominciati da:

1. Dal cervello umano, visto come un errore dell’evoluzione: convenzionalmente, faremo risalire l’inizio dell’”errore” al tempo di Lucy, una femmina di Australopiteco che aveva la stazione eretta ed era in grado di accendere il fuoco. È vissuta tre milioni di anni fa. Questa corrente è detta Cancrismo, perché considera l’intera specie umana come un cancro della Terra, a causa del suo cervello “sbagliato”. 3 milioni di anni 2. Dall’inizio dell’agricoltura, cioè da quando alcuni raccoglitori-cacciatori nomadi sono diventati stanziali e hanno iniziato a sfruttare la terra e alterare gli ecosistemi naturali. 10.000 anni 3. Dalla civiltà, secondo la classica storia insegnata in Occidente, che è solito relegare tutto il resto (le culture “primitive” assieme ai dinosauri!) in un unico calderone chiamato preistoria. Questa corrente è chiamata Primitivismo (fondato dal filosofo John Zerzan). 5.000 anni 4. Dalla prima origine della cultura giudaico-cristiana (Occidente) e del suo esasperato antropocentrismo, dove la nostra specie viene considerata al di fuori e al di sopra del mondo naturale. 2-3000 anni 5. Dall’inizio della civiltà industriale, nata con l’affermarsi del pensiero di Cartesio-Bacone-Locke-Newton e altri, che ha diffuso ed esaltato il distacco mente-materia e ha accentuato l’antropocentrismo. 2-300 anni   

L’Ecologia Profonda si colloca nelle voci 4 e 5, dato che non vede l’intera specie umana come negativa e pericolosa, ma si oppone decisamente all’antropocentrismo e considera la mente immanente nella Natura (animismo-panteismo). Vede come indivisibili mente e materia, supportata anche dalla fisica quantistica e dalle notevoli similitudini con molte antiche filosofie dell’Oriente. Inquadra inoltre i processi in una visione sistemica-olistica, abbandonando la visione meccanicistica e lineare detta cartesiana-newtoniana, propria del sottofondo generale dell’Occidente e che ha dato origine al pensiero industrialista-sviluppista. Per quanto riguarda la posizione in Natura della nostra specie, proviamo a seguire un altro filone (ancora dell’Occidente, ma di minoranza), cominciato più o meno nello stesso periodo di quello che ha dato origine alla civiltà industriale. Facciamo un rapidissimo excursus, attraverso qualche flash, negli ultimi quattro secoli:

- Copernico e Galileo: La Terra non è al centro, il Sole è al centro dell'Universo. -   Giordano Bruno: il Sole è una stella come le altre, non è al centro di niente. -  Lamarck e Darwin: Siamo animali, anche facilmente classificabili. - Psicoanalisi (Freud e Jung): L'uomo non è più padrone neanche di sé stesso. - Paleontologia: La durata di esistenza della nostra specie è circa un millesimo della durata complessiva della Vita. - Heisenberg-Schroedinger-Bohr: La mente e la materia non sono separabili, né distinguibili. - Hoyle-Sciama e Cosmologia: Siamo sul terzo pianeta di una stella di media grandezza, lanciata nel braccio esterno di una galassia qualunque, fra miliardi di altre galassie - Prigogine-Bateson-Capra-Sheldrake: I fenomeni mentali sono conseguenza di ogni complessità. La Mente è ovunque - Lorenz-Goodall-Pepperberg-deWaal-Marchesini e altri: Non ci sono differenze sensibili nel comportamento degli umani e degli altri Mammiferi (e Uccelli, e altri esseri senzienti). - Genoma e DNA: la differenza fra noi e lo scimpanzé bonobo è dell'ordine dell'uno per cento. - Mancuso – Wohlleben e altri: anche i vegetali provano emozioni e sentimenti.

Molte di queste conoscenze richiamano le intuizioni di alcune filosofie dell’antico Oriente. Possibile che l’uomo si consideri ancora al di fuori e al di sopra degli altri esseri senzienti?? L’antropocentrismo dovrebbe essere ormai un ricordo del passato. Il filone Cartesio-Bacone-Newton-Locke è stato completamente falsificato!  Questo non è ancora avvenuto nel pensiero corrente, ma anche in quello di molti scienziati-filosofi. Comunque, agli effetti pratici, le posizioni diverse sui tempi dell’origine dei guai non influenzano le azioni da intraprendere attualmente, dato che in ogni caso la distruzione dei processi vitali dell’Ecosfera terrestre è dovuta alla crescita economica. Qualunque sia l’origine prima dei gravi problemi attuali, si tratta di constatare che ci troviamo nella posizione di una componente, interconnessa con le altre, di un Organismo molto più grande e ad elevato grado di complessità, che deve vivere (o funzionare) per consentire la nostra esistenza. Dobbiamo comunque ragionare in modo sistemico-olistico e non in modo lineare come ha fatto finora la civiltà industriale. Citando Bateson: “La mancanza di saggezza sistemica è sempre punita”. Su questo dovremmo essere d’accordo, indipendentemente dalle considerazioni sull’origine dei guai.

Guido Dalla Casa

 
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