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Siamo uomini,non talee PDF Stampa E-mail

30 Giugno 2019

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Da Appelloalpopolo del 28-6-2019 (N.d.d.)

 

È dalle scuole medie che mi sento ripetere ossessivamente che la conoscenza dell’inglese e la mobilità, cioè la disponibilità a spostarsi ed espatriare, erano i prerequisiti fondamentali per trovare un lavoro nel futuro. Nell’ultimo trentennio abbiamo subito un lavaggio del cervello per introiettare questi concetti. In Italia una classe dirigente totalmente asservita alla finanza globalizzata (diversi protagonisti del riformismo e delle svendite del patrimonio pubblico lavoravano proprio per quelle lobbies che hanno fagocitato lo Stato) ha promosso e diffuso questo modello di società. Un modello idealizzato dal capitalismo finanziario che immagina un mondo senza confini nazionali, abitato da uomini che non abbiamo patria né radici. Siamo diventati un campo di sperimentazione di queste politiche di dissoluzione dell’identità finalizzate a creare uomini nuovi, spiantati dalla terra da cui sono germogliati, talee da innestare all’occorrenza laddove il grande capitale esprima necessità di forza lavoro. Ma questi signori non hanno fatto i conti con noi, con gli esseri umani, quelli veri, che vogliono vivere vicino ai propri cari, mettere su famiglia, istruirsi, formarsi, crescere culturalmente e professionalmente e realizzarsi socialmente a casa propria, per contribuire magari al benessere del proprio paese, della propria regione, della propria città, del proprio quartiere. Nell’Unione Europea, che è un mercato unico in cui sono rimossi tutti i vincoli alla circolazione di merci, servizi e fattori produttivi, la mobilità dei lavoratori non è un’ipotesi, non è il frutto di una scelta, ma un obbligo, una necessità. Non solo non sono previste misure perequative di mitigazione dei fenomeni migratori, ma i flussi di lavoratori sono anzi incentivati, perché il modello liberale cui sono ispirati i trattati prevede questo. Siamo solo fattori produttivi che le libere forze del mercato unico devono allocare nel migliore dei modi per ottimizzare l’efficienza produttiva.

 

Esiste ed esisterà sempre un vincolo insormontabile all’efficienza dei modelli economici liberali: l’essere umano, che è dotato di un cuore e di un cervello. Sulla sterilizzazione del secondo ci stanno lavorando da tempo, ma col cuore come la mettiamo? Siamo uomini, non talee. Siamo e saremo sempre esseri umani, nonostante i trattati europei ci considerino meri fattori produttivi.

 

Gianluca Baldini

 

 
L'antifascismo non serve PDF Stampa E-mail

29 Giugno 2019

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Da Rassegna di Arianna del 23-6-2019 (N.d.d.)

 

So già che molti troveranno spiacevoli queste mie osservazioni, ma credo sia necessario porsi un problema: l’antifascismo (e, dunque, il fascismo) sono categorie ancora utili a capire il tempo presente ed orientare la lotta politica? Direi proprio di no. In questo anno cade il centenario del “diciannovismo” anticamera immediata del fascismo, fra sei anni cadrà il centenario del manifesto antifascista di Croce, e già questa semplice constatazione dovrebbe suggerire qualche dubbio sulla attualità di queste categorie: ve l’immaginate se nel 1968 avessimo ragionato in termini di opposizione fra unificazione monarchica o mazziniana dell’Italia? O se nel 1945 ci si fosse posto il problema del nuovo ordinamento del paese in termini di legittimismo/ anti legittimismo? Un secolo sono ben cento anni (per chi non lo ricordasse) e in cento anni il Mondo cambia e le categorie di un tempo non sono più utili a capire il presente.

 

Partiamo da una domanda: c’è un pericolo fascista nell’anno di grazia 2019? Cioè, esiste la possibilità che si affermi un regime a partito unico, ordinamento corporativo, soppressione delle libertà di espressione, di sciopero, di organizzazione politica, repressione generalizzata di ogni dissenso, a totale chiusura nazionalistica? Credo che nessuna persona non affetta da arteriosclerosi galoppante si sentirebbe di sostenerlo. Anche Bolsonaro, che di suo è certamente un fior di fascistone, abbia in mente di realizzare un regime del genere e, se anche lo pensasse, non credo che ci sarebbero le più elementari condizioni internazionali che gli consentirebbero di farlo. Certo, questo non esclude nuove forme di autoritarismo, anche molto pericolose, ma, appunto, forme nuove che dobbiamo studiare per capire come contrastare: realizzare grandi concentrazioni mediatiche certamente limita la libertà di stampa, ma non è come proibire i giornali di opposizione, marginalizzare il dissenso o usare brutalmente la polizia è lesivo delle libertà politiche, ma non è come mandare in campo di concentramento gli oppositori. Il che non significa che siamo di fronte a forme annacquate di fascismo, ma di fronte a regimi per certi versi più pericolosi, perché meno percepibili, comunque diversi. Può anche darsi che Orban in Ungheria, Bolsonaro in Brasile o anche Salvini in Italia (posto che il suo successo diventi duraturo) riescano a realizzare regimi con singoli aspetti comparabili a quelli di un regime fascista, ma quello che verrebbe fuori non sarebbe un nuovo fascismo quanto, al massimo, una sua nefanda parodia. Non dico affatto che Fedesz, la Lega o il Front National siano migliori del fascismo (per certi versi come l’inqualificabile livello culturale, sono anche peggio) o che siano una sorta di parafascismo “moderato”, dico che sono diversi, come il fascismo, a sua volta, fu diverso dall’assolutismo monarchico. Ogni tempo ha la sua specifica forma di tirannia: il fascismo è una categoria del Novecento e noi non siamo più nel Novecento. Oggi lo strumento di dominio sociale è in primo luogo la moneta che condiziona, anzi disciplina, i comportamenti dei singoli e delle nazioni. E questo si associa a forme ideologiche specifiche: dove il fascismo fu massificante e distruttore delle libertà individuali, l’attuale ordinamento è iper individualista, per cui non c’è affatto bisogno di proibire i sindacati o le organizzazioni politiche antisistema, perché si sono poste le premesse per liquidare i comportamenti collettivi. Dove il fascismo era iper politico ed organizzava militarmente il consenso al regime, il regime attuale è ipo politico e scoraggia ogni forma di partecipazione politica. Dove il fascismo era fortemente ideologico, l’attuale ordinamento si nutre dell’ideologia dell’anti ideologia e si accompagna ad una diffusa e profonda regressione culturale. Dove il fascismo agiva repressivamente con la polizia segreta, la violenza ed il carcere, l’attuale ordinamento fa uso molto più parco di questi strumenti (che, comunque, al bisogno possono essere rispolverati) agisce piuttosto in termini di condizionamento psicologico. E potremmo proseguire con il catalogo delle differenze, ma soprattutto la stragrande maggioranza di questi nuovi movimenti (dalla Lega all’Ukip, dai Veri Finlandesi ai seguaci di Modi in India o di Netanyahu in Israele e persino il Front National della Le Pen o il partito di Orban) non si riconoscono affatto nell’etichetta “fascista” che considerano solo come una aggressione degli avversari nei loro confronti. Per cui attaccare questi movimenti con l’accusa di essere fascisti non ha alcuna efficacia, è semplicemente innocuo. Pensare di convincere qualche loro elettore a cambiare voto perché gli si dimostri che quella forza politica odora di fascismo è cosa semplicemente fuori del Mondo. Usare la categoria di fascismo per inquadrare questi movimenti è possibile solo a prezzo di slabbrare la categoria di fascismo per metterci dentro qualsiasi cosa non ci piace. Ma una categoria cosi indeterminata ed onnicomprensiva a che serve? Magari solo a confonderci le idee e non individuare il reale nemico dei nostri giorni. E, di conseguenza, se il fascismo non esiste più come opzione storicamente presente, anche la categoria di antifascismo è da riporre nell’armadio dei vestiti che non si usano più, magari con un po’ di naftalina per evitare che le tarme lo disintegrino. D’altra parte forse dobbiamo ricordarci che l’anti fascismo è per sua natura non una categoria positiva, ma una categoria negativa, un’anti categoria. Non esiste un antifascismo ma diversi antifascismi che trovarono occasionalmente un punto di mediazione, ma l’antifascismo cattolico, quello liberale, quello socialista, quello comunista eccetera restarono ciascuno più o meno simile a sé stesso, salvo una inevitabile contaminazione reciproca e salvo l’incrollabile convinzione comunista che l’unico vero antifascismo fosse il proprio. Ma l’antifascismo è sempre rimasto una confederazione di anime diverse irriducibili l’una all’altra. Capisco che per molti l’antifascismo abbia un contenuto positivo, ad esempio spesso si dice che la nostra Costituzione si fonda sull’antifascismo ed è giusto dirlo, ma nel senso di un fondamento storico che individuava nell’associazione di libertà politiche e diritti sociali la pietra angolare del nuovo ordinamento sorto sulle ceneri del fascismo. E sin qui siamo d’accordo ed è la bandiera sotto la quale ci siamo schierati nel referendum di tre anni fa, ma oggi la minaccia a quel sistema di valori non viene da una improbabile minaccia fascista, ma dal neo liberismo. Mi ha fatto sorridere l’affermazione di chi, a proposito del salone del libro di Torino, ha lanciato alte grida contro la presenza dell’editore di Casa Pound sostenendo “Non ci si siede a parlare con i fascisti”. Con i fascisti no e con i neo liberisti sì? Posto che la forma di opposizione cui ricorrere sia sempre e comunque il “non parlo con…”.  Se oggi puoi consentirti il lusso di rifiutare ogni confronto con i fascisti è proprio perché non rappresentano niente, ma negli anni Trenta il Pci, giustamente, ordinò ai suoi militanti di entrare nei sindacati e nelle organizzazioni universitarie del regime per fare lavoro politico. Magari con un po’ troppe concessioni all’avversario (la riabilitazione del programma di Sansepolcro, il sostegno alle avventure espansioniste verso l’est Europa eccetera) ma pur sempre giustamente perché lì era possibile fare una sorta di entrismo e, infatti, la seconda generazione dei quadri e dei dirigenti comunisti negli anni successivi (Ingrao, Alicata, Boldrini, eccetera) veniva proprio dalle organizzazioni fasciste che, peraltro, organizzavano tutti gli italiani. Dunque lasciamo perdere il “con te non parlo” se non per dire ai fascisti “con te non parlo perché non esisti”.

 

E veniamo al punto del chi è il nemico di oggi: il neo liberismo con le sue istituzioni (Fmi, Bm, agenzie di rating, Bce eccetera) ed i suoi esponenti (da Trump a Macron, dalla Merkel agli stessi Bolsonaro, Salvini ed Orban che, molto più che per il loro preteso fascismo, sono da avversare per la loro concretissima adesione al neo liberismo). Il guaio è che la sinistra non ha capito niente del neo liberismo (la cui analisi è ritenuta una sorta di vezzo intellettuale per economisti o al massimo filosofi) e che non è mai assunto concretamente come avversario. L’antifascismo finisce con l’assolvere ad una funzione ipnotica che conferma i residui militanti di sinistra sulla loro identità, ma politicamente non serve a nulla. A volte ho l’impressione che certi antifascisti, pur di mantenere in vita l’antifascismo, sarebbero disposti a fondare un partito fascista. Insomma, cari amici e compagni: meno antifascismo (che non serve quasi più a niente) e più antiliberismo, se vogliamo restare vivi.

 

Aldo Giannuli

 

 
Specchietti per allodole PDF Stampa E-mail

28 Giugno 2019

 

Da Appelloalpopolo del 25-6-2019 (N.d.d.)

 

La Lega è un partito, e come per il M5S conta ciò che essi fanno, non ciò che dicono o scrivono sui programmi. Ciò che valeva per Rifondazione Comunista e un tempo per il PDS (il PD ha fatto effettivamente ciò che diceva; il PDS solo da un certo punto in poi) vale anche per Lega e M5S.

 

Giorgetti, Maroni, Tria, Conte sono contrari ai minibot. Di Maio, Toninelli e Bonafede non li chiedono. Dunque, basta il minimo di intelligenza pratica e non scambiare i desideri per realtà, per concludere che il Governo giallo-verde è contrario ai Minibot. Ci sono maggioranze parlamentari giallo-verdi (maggioranze della maggioranza) o anche soltanto minoranze consistenti che minacciano di far cadere il Governo se non vengono approvati? No, non se ne vede nemmeno l’ombra all’orizzonte. E allora bisogna concludere che anche i parlamentari giallo-verdi considerano i Minibot una proposta di marketing.

 

Minibot, manovra espansiva, “fermezza” sul 2,4 che poi diventa 2,04, “Piano Savona” sono evidentemente, oggettivamente, palesemente, indubitabilmente specchietti per le allodole, volti a far tifare i sovranisti ingenui, non contenti della caccia mediatica al negro e all’Islam e spesso ad essa non interessati (insomma i sovranisti veri, non i fascistoidi e gli esauriti).

 

Stefano D’Andrea

 

 
Manca un'aristocrazia PDF Stampa E-mail

Da Rassegna di Arianna del 23-6-2019 (N.d.d.)

Prima gli ultimi. No, prima i nostri. No, prima loro, i migranti. No, prima i giovani, le donne, le quote rosa o delle altre categorie discriminate. La battaglia delle priority prosegue senza sosta e senza punto d’incontro. E se, più semplicemente, dicessimo “Prima i primi” ovvero chi ne ha diritto, perché è arrivato primo o per primo, cioè i capaci e i meritevoli, i migliori, chi ha i titoli, l’anzianità e le competenze? E se il problema italiano non fossero le élite ma la loro assenza e il loro mancato ricambio? Andiamo con ordine.

Prima gli ultimi, dice Papa Francesco, e sul piano pastorale nulla da dire. Giusto soccorrere chi sta male, aiutare prima chi sta peggio; un cristiano non può eludere la carità. Ma adottare la priorità degli ultimi come criterio sociale di vita pubblica è una catastrofe. In verità il Vangelo di Matteo dice: “Beati i poveri in spirito perché di loro sarà il regno dei cieli”; non promette ai poveri il regno della terra e l’accoglienza ovunque. Tuttavia sul piano religioso la carità come dedizione personale e comunitaria è un grande valore. Ma se diventa criterio distributivo nella vita pubblica e metodo di selezione pubblica, allora le società si deteriorano, degradano verso il peggio. La stessa cosa vale se gli ultimi che diventano i primi sono i migranti e i profughi. Si può apprezzare l’intenzione morale, la tensione etica di questa apertura ma in questo modo una società deperisce, subordina le esigenze reali e prioritarie di tutti cittadini a soddisfare i bisogni di chi viene da lontano. Nefasta è pure la logica delle quote riservate, pur se animata dalle migliori intenzioni: prima le donne, prima i giovani, prima le categorie deboli e protette. Ma la priorità di genere, d’anagrafe o di categoria contrasta con la meritocrazia, mortifica i titoli, le qualità, l’esperienza, il talento; considera solo i disagi, i fattori momentanei o le fragilità vere o presunte; non si pone dal punto di vista della comunità, delle ricadute sociali, ma solo dal punto di vista dei soggetti deboli da aiutare. Risarcisce le disparità passate, creando disparità presenti e future. Così pure fu la rottamazione dei seniores da parte di Renzi. Non basta essere giovani o non avere precedenti (penali e non solo), per essere preferibili; si può essere giovani e inetti, incensurati e incapaci, innocui e imbecilli. Gli esempi sono innumerevoli… Prima i nostri, o Prima gli italiani, come dice Salvini (o America First di Trump), garantisce coesione sociale e solidarietà comunitaria, riconosce le identità e le appartenenze, dà valore alla cittadinanza. Ma può valere in alcuni ambiti primari, nelle modalità d’accesso all’assistenza, all’assegnazione delle case popolari, alle graduatorie per lavori generici o per necessità elementari. Ma è un metodo inadeguato di scelta nelle attività ad alta specializzazione o ad alta responsabilità o per selezionare competenze professionali, ruoli direttivi, ceti dirigenti. Non si può preferire “uno dei nostri” a “uno bravo”. Del resto, il degrado della nostra società, la discesa progressiva, inarrestabile, dei suoi livelli di qualità, la fuga all’estero delle energie più dinamiche e delle intelligenze più brillanti, confermano la decadenza delle classi dirigenti come una vera e propria catastrofe nazionale.

E allora sorge l’indecente, scorrettissima, proposta: e se la priorità del nostro paese fosse individuare, formare, selezionare, una vera aristocrazia in tutti i campi del sapere e del lavoro? Da anni siamo infognati nella diatriba tra la Casta e la Massa. E se il problema non fosse contrapporre il popolo alle élite, o peggio le plebi alle oligarchie, ma riconoscere ciascuno secondo il suo rango, cioè le sue capacità, i suoi meriti e i gradi di responsabilità? Il problema non è abbattere le classi dirigenti, identificandole gramscianamente con le classi dominanti, o peggio con le classi sovrastanti, che vivono sopra le masse senza neanche guidarle; ma riattivare l’ascensore sociale, rigenerare la circolazione delle élite, come diceva Pareto; riaprire i ponti in entrata e in uscita, in modo che si proceda per selezione sul campo e non per cooptazione. Circolazione delle classi dirigenti, non circuiti chiusi. Nessuna società sopravvive alla morte o alla stagnazione delle élite. Nessuna società si autogoverna, il popolo ha bisogno di classi dirigenti, non caste chiuse e autoreferenziali ma aperte al ricambio e organiche al popolo. Riammettiamo la parola proibita: aristocrazie, non di sangue o di censo, né per trasmissione ereditaria di poteri e di possedimenti, ma premiando i migliori, riconoscendo le eccellenze in ogni settore. A formare le élite oggi non ci pensa lo Stato né la Scuola, l’Università, la Chiesa, i Partiti. A proposito, vi dice nulla che i quattro principali leader politici – Salvini, Di Maio, Zingaretti e Meloni – non siano nemmeno laureati? Certo, la laurea non è una garanzia di nulla, ma è una spia indicativa che i quattro principali leader non abbiano una laurea e una professione alle spalle. E infatti nessuno si batte per la meritocrazia né la pratica.

All’Italia oggi mancano molte cose: la vitalità, la natalità, il coraggio di rischiare. Però manca una cosa che le precede: un’avanguardia di esempi, mille persone ai vertici degli ambiti decisivi, che siano da guida e da modello per tutti gli altri. I Mille. Non ci sono laboratori di formazione delle élite né in politica né in società, nella pubblica amministrazione o nelle imprese. E invece è necessario ripartire da lì, dalla rivoluzione delle élite. Dalle aristocrazie e dai luoghi di formazione. Prima i più bravi, vincano i migliori.

Marcello Veneziani

 
Il modello norvegese PDF Stampa E-mail

24 Giugno 2019

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Da Appelloalpopolo del 22-6-2019 (N.d.d.)

 

Disoccupazione in Norvegia a maggio 2,1%.  Non sono nell’euro, non sono un “grande” Paese che potrà mai competere con Cina, USA o quant’altro (e perché dovrebbero poi competere con loro?), hanno alti stipendi ed elevate tasse, il che li renderebbe sostanzialmente un paese importatore, estremamente non competitivo anche dal punto di vista delle estrazioni petrolifere (visto che molti mi dicono: eh, ma loro hanno il petrolio!). Qual è quindi la differenza sostanziale?

 

Hanno moneta propria legata alla propria banca centrale, quindi hanno autonomia di politica economica e un “libero” potere decisionale per rispettare gli interessi primi del Paese. Questo permette allo Stato di tutelare e incentivare l’innovazione e l’imprenditoria privata. Allo stesso tempo però, molte industrie statali competono coi privati in alcuni settori strategici. Hanno anche un buon sistema sanitario statale, elevate tutele sociali, un’istruzione elevata con università gratuite e insegnanti ben retribuiti ed è tra i Paesi con più dipendenti pubblici per abitante (mamma mia tutta questa spesa pubblica!). La settimana lavorativa in media è di 37,5 ore, ma molti lavorano anche meno; ad esempio chi lavora in fabbrica sui 3 turni (matt, pom, notte), tra settimane pesanti e recuperi lavora in media 33,6 ore/settimana (ma gli scansafatiche sono gli italiani, greci, ecc.). Pensando quindi alle politiche economiche che la UE propone ai Paesi per migliorare le proprie situazioni, che sono sostanzialmente l’opposto di quanto fa la Norvegia, direi che la Norvegia dovrebbe essere fallita. Invece è lì, tra i Paesi più felici e prosperi al mondo da decenni! Come sistema che coniuga imprenditoria privata, pubblica e tutele sociali, fatte le enormi debite differenze temporali, potrebbe essere paragonato all’Italia degli anni ’50, ’60 e ’70. Le ricette giuste quindi le abbiamo, ma assumiamo medicine errate, per poi ammirare il benessere altrui. Assurdo no?

 

Federico Arkel

 

 
Un cameriere disinformato PDF Stampa E-mail

23 Giugno 2019

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Da Rassegna di Arianna del 19-6-2019 (N.d.d.)

 

L’annuncio di Teheran dell’imminente superamento dei limiti delle riserve di uranio a basso arricchimento è un grido di aiuto contro lo strangolamento economico di Trump al Paese. Ma l’Europa non risponderà (e a Washington l’Italia ha mandato il peggior rappresentante possibile, Matteo Salvini) Che cos’è una politica estera dissennata e criminale? Nel caso dell’Iran ne abbiamo un esempio lampante. Qui la maggior parte dei commentatori, che in genere non hanno mai visto una guerra e tanto meno in Medio Oriente, ritiene che non ci sarà un conflitto contro gli ayatollah. Trump si avvia in campagna elettorale - è uno degli argomenti principali - e non gli conviene ritentare la conferma alla Casa Bianca con una guerra in corso. Sono ottimisti e forse sono anche già stati superati dalla realtà. Quando Trump l’anno scorso si è ritirato dall’accordo sul nucleare firmato nel 2015 dal suo predecessore Obama - decisione presa su spinta di Israele e delle monarchie del Golfo come l’Arabia Saudita - aveva già fatto il primo passo verso un conflitto. Non solo l’Iran non aveva violato l’accordo ma gli Usa mettevano continuamente sanzioni secondarie verso banche, aziende e Paesi che facevano affari con Teheran: sabotavano l’intesa e impedivano agli altri di attuarla. Se Teheran continua ad avere difficoltà a diventare un Paese “normale” come chiede il segretario di Stato Pompeo è proprio perché gli Usa non vogliono. E lo vogliono ancora meno i loro alleati nella regione perché l’Iran, secondo Paese al mondo per riserve di gas e quarto per quelle petrolifere, può diventare una potenza economica concorrente e attirare capitali e investimenti più di qualunque altro Paese della regione. L’Italia, per esempio, aveva già firmato un memorandum di intesa con il presidente Hassan Rohani da 30 miliardi di dollari per commesse, grandi lavori e commercio. E pur in mezzo a mille difficoltà resta il primo partner europeo di Teheran. Così gli americani hanno iniziato la fase preparatoria della guerra: lo strangolamento economico della repubblica islamica, soltanto mascherato dall’esenzione per sei mesi di potere acquistare greggio iraniano. Poi sarebbe cominciato quello che vediamo adesso: una sequela di provocazioni nel Golfo per fermare non tanto l’apparato militare iraniano ma soprattutto l’export di petrolio. A bombardare gli iraniani per il momento ci pensano in Siria caccia e missili di Israele.

 

Gli americani hanno messo il cappio al collo dell’Iran e ora intendono stringere la morsa. Potrebbe caderne vittima proprio il governo moderato del presidente Rohani ormai incalzato dai Pasdaran e dall’ala dura che non volevano firmare l’intesa sul nucleare del 2015. Se l’Iran si ribella al soffocamento economico e vanno al governo i duri, si procede verso la guerra. E in alternativa soltanto “i duri e puri” del regime possono davvero negoziare un’intesa per evitarla. A Teheran hanno capito quello che già sapevano da molto tempo, e cioè che senza un’atomica nell’arsenale sarebbero stati sempre un bersaglio degli Stati Uniti e dei loro alleati. La conferma è venuta dall’iniziativa di Trump di aprire negoziati con la Corea del Nord: solo se hai l’atomica vieni considerato degno di essere preso in considerazione dalla Casa Bianca. Gli iraniani non potranno mai avere l’atomica e lo sanno perfettamente: altrimenti sarebbero già stati bombardati. Basti pensare che per le false accuse di possedere armi distruzione di massa gli americani hanno fatto fuori Saddam Hussein. Gli Stati Uniti hanno già dimostrato di attuare guerre prive di qualunque giustificazione perché non ne hanno bisogno: se la inventano e quindi la vendono al mondo intero. Gli iraniani possono soltanto possedere una bomba “virtuale”, cioè i mezzi per farla ma senza avvicinarsi troppo e quindi tenere sulla corda gli Usa e le monarchie del Golfo che sono le prime al mondo per spesa militare in armi americane e occidentali.

 

L’Iran corre su un filo sottile, non soltanto nel Golfo ma anche in Siria, in Iraq e in Yemen. Le altre poste in gioco di un eventuale conflitto contro gli ayatollah. Gli Usa sono affascinati come sempre dalla teoria del domino: se cade Teheran, pensano, ci prendiamo anche tutto il resto e poi passiamo a regolare i conti con la Russia e la Turchia, un membro della Nato che è ormai è più vicino a Putin che agli Usa e all’Occidente. Non sorprende quindi che Teheran abbia annunciato che entro dieci giorni supererà i limiti delle riserve di uranio a basso arricchimento consentiti dall’accordo del 2015. Gli Stati Uniti quindi hanno mandato il premier giapponese Shinto Abe a provare una finta mediazione con la Guida Suprema Ali Khamenei ben sapendo che questa missione suonava come una sorta di ultimatum. E anche abbastanza comico: i giapponesi pur essendo una potenza più che rispettabile non sono la Russia, la Cina, Francia, la Gran Bretagna, Stati che fanno parte del consiglio di sicurezza Onu, che hanno l’atomica e sono garanti dell’accordo sul nucleare insieme all’Onu. Il tentativo di Abe è stato preceduto da un altro della Germania. Ma si è trattato di manovre dilatorie, fumo negli occhi: Germania e Giappone sono insieme all’Italia le potenze sconfitte dalla seconda guerra mondiale e messe sotto protettorato americano. Cosa volete che contino? Se uno manda a Teheran giapponesi e tedeschi significa che vuole dal regime iraniano una resa senza condizioni. Non una trattativa. Tanto è vero che gli Usa hanno montato l’operazione contro le petroliere nel Golfo per potere accusare l’Iran proprio mentre Abe si trovava a Teheran: il premier nipponico deve essersi sentito preso in giro e ha fatto la figura dello sprovveduto. Non sorprende quindi che Teheran abbia annunciato che entro dieci giorni supererà i limiti delle riserve di uranio a basso arricchimento consentiti dall’accordo del 2015. Non è una minaccia ma una richiesta di aiuto. Rohani aveva dato 60 giorni ai Paesi firmatari dell’accordo per rendere concrete le promesse di aggirare le sanzioni petrolifere e bancarie americane. Una richiesta rivolta in particolare agli europei.

 

Cosa farà l’Europa in caso di crisi prolungata e forse di guerra? La Gran Bretagna si è già schierata con Washington, la Francia fa finta di mediare ma in realtà tiene più alle sue commesse militari nel Golfo che alla pace in Medio Oriente, la Germania resterà neutrale, dimostrando ancora una volta di essere una potenza inutile in caso di conflitto, mentre l’Italia darà le basi agli Usa, come sempre. Salvini non lascia dubbi: è filo-israeliano, quindi filo-tutto. È d’accordo con Trump su tutto, dalla guerra all’Iran alla Cina, e afferma che l’Italia deve tornare a essere il primo partner europeo degli Usa, anche se non lo è mai stata. In poche parole abbiamo mandato un altro cameriere, per di più disinformato, a Washington, il quale non vede l’ora di rifilarci gli F-35 non venduti alla Turchia. Forse lo assumono. Sovranisti su Marte.

 

Alberto Negri

 

 
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