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Le cavie di Matera PDF Stampa E-mail

15 Gennaio 2019

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Da Comedonchisciotte del 13-1-2019 (N.d.d.)

 

Luigi Di Maio: “Un nuovo boom economico potrebbe rinascere: negli anni ’60 avemmo le autostrade, ora dobbiamo lavorare alla creazione delle autostrade digitali… quello che vogliamo realizzare per l’Italia passa da una visione dei prossimi 10 anni… il lavoro è la più grande sfida del nostro tempo… L’Italia deve essere in prima linea in questa fase di trasformazione, facendo del nostro Paese una smart nation“.

 

Le autostrade digitali di cui parla Di Maio sono la rete 5G. “Oggi le società delle tlc hanno ancora il problema di come coprire l’ultimo miglio che divide le abitazioni o le aziende dagli armadietti grigi, che sono in strada. Quando questo ultimo miglio viene coperto con un cavo del vecchio rame, la speditezza della connessione peggiora. Grazie a queste frequenze da 2,7 giga, a breve sarà possibile coprire l’ultimo miglio via etere, senza più cavi, con una soluzione wi-fi.” (Repubblica 2-10-2018) Le aste per l’assegnazione delle frequenze si sono svolte ad ottobre 2018 con un incasso per lo Stato, nei prossimi quattro anni, di 6,55 mld. È una cifra enorme, quasi una finanziaria, il che fa capire che la diffusione del 5G avverrà a qualunque costo e con grande velocità, così da permettere alle società di tlc di cominciare a rientrare dall’investimento il più presto possibile. Ciò a dispetto dei timori sui pericoli delle onde elettromagnetiche ad alta frequenza che, a breve, inonderanno il territorio. Tra i siti già oggetto di sperimentazione, nei quali vi sarà un’ulteriore accelerazione, figurano Bari e Matera, quest’ultima designata capitale europea della cultura 2019. Ma forse sarebbe più vicino alla realtà dire capitale europea della sperimentazione 5G 2019. Sarà per questo che i padroni del signor Beppe Grillo gli hanno ordinato di sottoscrivere il patto proposto da Burioni?

 

«Tutte le forze politiche italiane si impegnano a governare e legiferare in modo tale da fermare l’operato di quegli pseudoscienziati che con affermazioni non-dimostrate ed allarmiste creano paure ingiustificate tra la popolazione nei confronti di presidi terapeutici validati dall’evidenza scientifica e medica.» La rete 5G pone due ordini di problemi, il primo legato all’inimmaginabile (per i non addetti ai lavori) potenzialità di controllo su ogni comportamento umano, il secondo ai rischi per la salute e per l’ambiente. L’appello di Burioni, prontamente sottoscritto dal signor Beppe Grillo, potrebbe essere una mossa preventiva per rivendicare alla scienza ufficiale, e solo a questa, il diritto di esprimere pareri sul tema. Gli interessi economici, come pure le ricadute in termini di potenziale controllo granulare sulle azioni di ogni cittadino, costituiscono ragioni più che sufficienti per temere un’evoluzione del quadro normativo nella direzione di criminalizzare e mettere a tacere ogni voce di dissenso. […] Sarà bene far sapere che, visitando Matera, i turisti si esporranno come cavie al primo grande esperimento italiano con la tecnologia 5G. Altro che sassi di Matera, saranno le cavie di Matera! Qualcosa che sta già accadendo, da qualche anno, agli stessi abitanti. Viene da chiedersi perché proprio Matera e non un’altra città, magari del nord. Forse perché gli esperimenti più invasivi è meglio farli con i bifolchi meridionali che, in cambio di qualche progetto finanziato che dia lavoro ai pochi giovani rimasti, sono più disposti a nascondere la testa sotto la sabbia?

 

Fiorenzo Fraioli

 

 
Ministero della verità PDF Stampa E-mail

14 Gennaio 2019

 

Da Rassegna di Arianna dell’11-1-2019 (N.d.d.)

 

«Noi andremo al rogo, moriremo bruciati, ma non rinunceremo mai alle nostre convinzioni». Profetiche parole quelle pronunciate nel 1939 dal più grande genetista russo vittima di un ‘patto per la scienza’.

 

È la notizia del giorno, Beppe Grillo annuncia di aver firmato un cosiddetto ‘patto trasversale per la scienza’ insieme a Roberto Burioni e Matteo Renzi.  Un patto per la scienza è già in sé qualcosa di assolutamente inedito dalla nascita del metodo scientifico e quindi della scienza moderna, all’inizio del XVII secolo, non si era mai sentita la necessità di difendere la scienza, questa infatti proprio grazie a grandi diatribe e controversie è avanzata senza che nessuno avesse mai la percezione che essa dovesse essere difesa da affermazioni contrarie a quelle che la maggioranza riteneva corrette. Immagino già qualcuno storcere il naso e interrompere affermando “e il caso Galilei dove lo mettiamo?“.  Ma il caso Galilei, la cui immagine campeggia nel post di Grillo, dimostra al contrario come l’opinione di una minoranza assoluta, rappresentata in quell’occasione proprio da Galilei, in un clima di politicizzazione della scienza possa essere colpita in nome di una maggioranza che esprime il consenso su una posizione differente. Se accettassimo i principi ai quali si ispira il ‘patto trasversale per la scienza’, le azioni contro Galilei furono giustificate e sarebbero ancora oggi giustificate contro qualunque voce dissonante che verrebbe classificata come ‘antiscientifica’. Nel momento stesso in cui la politica assume il ruolo di difesa della scienza contro la cosiddetta pseudo scienza, si porrebbe nelle mani di coloro che definiscono cos’è scienza e che cos’è pseudoscienza, una terribile capacità di censura e repressione. Fu un precedente ‘patto per la scienza’ a passare tristemente alla storia, quello contro la genetica mendeliana nel regime sovietico, Nikolaj Ivanovic Vavilov (1887-1943), botanico ebbe la sorte di entrare in contrasto col più influente Trifin Denisovic Lysenko (1898-1976). Quest’ultimo, che Vavilov aveva inizialmente appoggiato, faceva coincidere gli obbiettivi della scienza con quelli generali della società, e solo ciò che serviva alla rivoluzione era degno di ogni sforzo scientifico. La proposta di un patto trasversale per la scienza va dichiarata dunque per quello che è: la proposta di istituzione di un ministero della verità. Per chi ha letto Orwell tanto basta.

 

Enzo Pennetta

 

 

 
Lo Stato è come una famiglia? PDF Stampa E-mail

Da Rassegna di Arianna del 10-1-2019 (N.d.d.)

Vi è un diverbio sul ruolo dello Stato tra gli economisti classici neoliberisti cultori dell’austerity e gli economisti keynesiani ma vige sulla questione un duplice equivoco che tento qui di chiarire. Alla linea neoliberista, che equipara lo Stato a una famiglia cioè a un semplice cliente bancario, che deve stringere la cinghia, seguire l’austerity, tagliare le spese pubbliche per far “quadrare i conti” in un “pareggio di bilancio” tipico del cliente bancario che giocoforza si indebita per vivere e deve rimborsare tali debiti (+ gli interessi), si contrappone la linea keynesiana per cui il debito di uno Stato non è come il debito di una famiglia verso l’esterno, poiché lo Stato si indebita verso i propri cittadini, ossia con sé stesso, e a ogni debito corrisponde la spesa dello Stato per i propri cittadini.

Innanzitutto il primo equivoco è quello di asserire che lo Stato è come una famiglia. Per certi versi non lo è. E hanno ragione i keynesiani a ribadirlo. Lo Stato non è come una famiglia. E non lo è, perché nella famiglia vige all’interno l’economia del dono, ognuno contribuisce per quello che può e a tutti viene garantita una dignità di vita mentre all’esterno, tra i suoi membri e gli altri, vige il do ut des contabile, come i normali clienti bancari, indebitati per il solo fatto di esistere, e il debito di uno diventa il debito di tutta la famiglia.  Nello Stato vige solamente il do ut des contabile, siamo tutti clienti bancari e l’economia del dono, nella famiglia Stato, non esiste. Tranne per il debito da rimborsare in solido. Ma non siamo come una famiglia perché non siamo nell’economia del dono. D’altro canto, a guardarci meglio, si potrebbe invece dire che nei fatti lo Stato è come una famiglia nel senso che è diventato un cliente bancario. Quando i keynesiani dicono che lo Stato non è come una famiglia, perché il debito dello Stato è il credito dei cittadini, dovrebbero dire che per definizione lo Stato non dovrebbe essere un cliente bancario che si indebita verso l’esterno – il cartello delle dealer – perché dovrebbe avere la sovranità monetaria, e la sovranità dello Stato dovrebbe garantire a tutti la sovranità individuale. Ora tutti sappiamo che nei fatti non è così, lo Stato è “quotato” in una “borsa” dove il rating di agenzie private d’intesa tra loro, e in conflitto di interessi con i rentiers che ci prestano la moneta, determina a quanto pagheremo la nostra liquidità. Cioè, quanti soldi ci costerà comprare i soldi per funzionare. Nessuno che si chieda se sia normale comprare i soldi. “Comprare i soldi” è come se il metro che misura la lunghezza misurasse sé stesso e, per gli interessi, come se ad ogni misurazione di sé stesso lo stesso metro si accorciasse. O come se ad ogni uso del simbolo monetario trattato come merce perché “venduto”, il valore monetario si restringesse, si usasse, appunto, si usurasse. E visto che chi compra i soldi, lo “Stato”, tali soldi non ce li ha, poiché li deve pagare con una somma superiore a quella acquisita precedentemente, l’indebitamento è matematicamente certo ed esponenziale. Nella contestazione keynesiana, è quindi sottinteso il pensiero che se lo Stato facesse lo Stato NON sarebbe come una famiglia perché NON dovrebbe indebitarsi con un cartello di banche dealer. Primo punto. Ma, secondo punto, è altrettanto equivoca la concezione dello Stato che NON è una famiglia adducendo che il debito dello Stato è la ricchezza dei cittadini. Primo perché allo stato attuale lo Stato NON è indebitato nei confronti dei cittadini, ma nei confronti di un cartello di banche dealer, di preferenza straniere. Sono loro che vendono per prime le scritture contabili virtuali che fungono da moneta alla finzione giuridica Stato. Secondo, perché lo Stato NON coincide con la somma dei cittadini. Non questo Stato che è persona giuridica a sé stante.

Se mi obbligassero a scegliere tra i due termini, naturalmente sceglierei la linea keynesiana ma il fatto è che contesto sia il paradigma della moneta debito, che esso sottintende, senza sia pur minimamente rimetterlo in discussione, sia l’idea stessa di Stato NON coincidente con i suoi cittadini, che questa visione presuppone. La moneta debito, secondo i keynesiani, non è un problema perché il debito dello Stato sarebbe il credito dei cittadini e viceversa. Dimenticano che lo Stato non solo NON coincide con i suoi cittadini, poiché è una persona giuridica a sé stante ma è anche una finzione giuridica. Non esiste in quanto tale ma gli si intesta un conto. Ergo la moneta debito in questo tipo di Stato finzione giuridica, è sempre e comunque un problema. Perché chi gestisce questa finzione, le entrate le destina al rimborso dei debiti bancari, come se si trattasse di un cliente bancario indebitato, ma spalma il debito dell’ente sui singoli cittadini. Con la scusa che “siamo una famiglia”. E il debito esiste sempre per il solo fatto che compriamo la moneta. Lo Stato, senza sovranità monetaria, è come una famiglia che si indebita verso l’esterno, ma a differenza della famiglia (o della tribù) quantunque si indebitasse verso i suoi cittadini, come nel caso delle scritture contabili fallaci delle banche, diventa un alieno fittizio per fungere da contropartita al cittadino creditore – come una società schermo, per intenderci. Nella famiglia, se si arricchisce un membro ne usufruiscono tutti gli altri, per una sorta di coincidenza fattuale e informale tra il membro della famiglia e la famiglia stessa. Il collante che opera tale miracolo, è l’amore. Mentre nel caso dello Stato, se lo Stato ha maggiori entrate, dalle tasse, ad esempio, NON significa automaticamente che tutti i cittadini se ne avvantaggino, anzi. E se lo Stato acquisisce maggiore liquidità, è ipse facto un aumento del debito pubblico da addebitare ai cittadini. E qua viene il punto: tutta la moneta circolante in un paese – nel presente paradigma che è anche molto antico – è un debito della finzione giuridica Stato nei confronti di un cartello costituito da altre finzioni giuridiche, le banche, che sono controllate da persone fisiche in carne ed ossa – gli azionisti, o gli azionisti degli azionisti – e che nella maggior parte dei casi hanno già realizzato il profitto cartolarizzando tali crediti, per spalmare i rischi e le dilazioni sui buoni padri di famiglia. I cittadini sono sempre debitori, in solido, con la finzione dello Stato, mentre i grandi azionisti delle banche dealer sono ipse facto creditori della stessa. Un dare un avere. E la forma è salva. Non la sostanza. Poiché se nel dare vi è un cittadino in carne e ossa, e nell’avere vi è una finzione giuridica, i debitori saranno certi, mentre i creditori veri si nasconderanno dietro la finzione giuridica. Lo Stato sarebbe sì come una famiglia se non fosse una persona giuridica a sé stante, fictio juris, se fosse la somma di tutti noi cittadini, se fossimo nel regime dell’economia del dono, come lo erano le tribù prima dell’invenzione della moneta e lo sono le tribù indigene a tutt’oggi. Ma lo Stato è stato creato proprio per conformarsi a un regime monetario in cui i cittadini venissero privati del reddito monetario, organizzati e messi a profitto come bestiame a vantaggio di una casta sovrana per “diritto divino” ed essendo una finzione giuridica, una scatola vuota senza il diritto di godimento della proprietà – che appartiene unicamente alle persone fisiche – è diventato una società veicolo strumentale del cartello bancario che con la magia delle scritture contabili moltiplica i suoi utili occulti a nostro debito. Pertanto il duplice equivoco è questo: se è vero che nel presente paradigma lo Stato è come una famiglia nel suo essere cliente bancario privato della sovranità monetaria, è pur vero che in detto paradigma, la spesa dello Stato sarebbe la ricchezza dei cittadini, se e solamente se il debito contratto per immettere moneta lo fosse nei confronti dei propri cittadini-soci, di sé stesso. Alla luce di quanto sopra, lo Stato dev’essere come una famiglia o no? Nel paradigma della moneta debito in cui siamo lo Stato è purtroppo semplice cliente bancario ma sarebbe auspicabile che fosse come in una famiglia, dove ciò che spende o che guadagna un membro è una spesa o un guadagno per tutta la comunità. Nella famiglia si chiama amore, ed è il suo collante, nella società si chiama solidarietà, e sarebbe il collante di una società organica, “keynesiana”. Nel paradigma che auspichiamo, di moneta cassa, lo Stato non essendo più una finzione giuridica ma la semplice somma di tutti i cittadini, sarebbe sì come una famiglia, ma una famiglia sovrana, con la possibilità di battere la propria moneta, una moneta-cassa. Una cassa dei cittadini: ogni spesa dello Stato sarebbe la ricchezza dei cittadini, perché spesa all’interno, un po’ come quando in una famiglia si distribuisce la torta fatta “dalla mamma” – scherzo – la torta fatta da tutti i membri della famiglia. In un paradigma di moneta-cassa, quindi, ciò che si distribuisce è la cassa, e non il debito, e lo Stato sarebbe come in una famiglia, ma una famiglia NON cliente bancario, una famiglia SOVRANA. Tale Stato-somma dei cittadini sarebbe il recinto in cui il popolo sovrano eserciterebbe tale sovranità con la possibilità – normata – di battere moneta, almeno spicciola, a circolazione interna, per i propri cittadini e il loro benessere, mentre la moneta “grossa” per i commerci internazionali andrebbe normata e definita in ambito internazionale, su un piede di parità tra tutti i popoli e tra i loro Stati, in virtù dell’autodeterminazione dei popoli. Una moneta di conto, unità di misura, non coniata né emessa, e non coincidente con alcuna moneta nazionale (come lo è attualmente il dollaro), non tesaurizzabile, ma decisa tra Stati di determinate macroaree, e poi tra le varie macroaree, per effettuare le transazioni internazionali.

Nicoletta Forcheri

 
Nazionalizzare le banche in difficoltà PDF Stampa E-mail

11-1-2019

 

Da Comedonchisciotte del 9-1-2019 (N.d.d.)

 

Realizzare un sistema di banche pubbliche non è una mera questione di scelte politiche, ma è un problema di sicurezza nazionale. Ve lo spiego con il classico esempio del corpo umano, perché così lo capiscono anche i bambini. Il corpo umano ha bisogno di sangue per scambiare i nutrienti tra le cellule e gli organi. Allo stesso modo lo Stato ha bisogno di soldi per scambiare beni e servizi tra i cittadini e le aziende. Ora, chi conosce le nostre proposte sa che la sovranità monetaria e fiscale è ancora dello Stato, che quindi potrebbe tranquillamente creare strumenti di pagamento, ad esclusione delle sole banconote, con cui alimentare la circolazione monetaria. Non abbiamo bisogno di una banca esterna allo Stato, problema risolto. Ma rimaniamo nella situazione attuale, nella quale si è fatta la scelta folle di far circolare solo moneta fornita da banche private con i prestiti e gli interessi. In pratica abbiamo deciso di prendere il sangue in prestito da una “banca”, cui lo dobbiamo però restituire con gli interessi. Che fine fa il corpo dopo un po’ di tempo? La follia oggi è tale che una volta questa “banca” era principalmente pubblica, quindi i soldi restituiti venivano reimmessi nell’economia reale. Oggi invece è privata e riutilizza quei soldi privilegiando soprattutto l’economia finanziaria e facendo morire quella reale.

 

Quello che sta accadendo, è che le banche prestano soldi, ma a causa della crisi economica spesso non vengono restituiti, per cui le banche vanno in difficoltà. A quel punto vengono acquistate da banche e fondi stranieri, che ne acquisiscono il controllo. Così decideranno loro quali aziende far morire e quali far soffrire per comprarsele con pochi spicci. È un problema di sicurezza nazionale, perché quando soggetti privati con nazionalità e interessi stranieri, avranno acquisito il controllo dell’emissione di denaro bancario e soprattutto potranno decidere a chi fornirlo, saremo diventati a tutti gli effetti una colonia. Il potere esecutivo, legislativo e giudiziario, che già oggi con lo Spread è soggetto ai ricatti ed alle ritorsioni dei mercati finanziari, con un sistema di banche private controllate da istituzioni finanziarie extranazionali, sarà completamente in balia dei loro interessi, perdendo in questo modo l’integrità di uno degli elementi costitutivi di uno Stato, la sovranità monetaria, che però si porta dietro anche tutte le altre. In merito a questo tema la nostra Costituzione è molto chiara perché all’art.1 afferma che “la sovranità appartiene al popolo”, mentre l’art.47 chiarisce che “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito“. Se il sistema bancario sarà in mano ad entità ed interessi extranazionali, sarà ancora possibile disciplinare, coordinare e controllare l’esercizio del credito? Se le banche private seguitano a privilegiare le speculazioni finanziarie nelle loro attività, si può tutelare il risparmio dei cittadini?

 

La Germania, che è più furba di noi in questo campo, ha mantenuto il controllo del suo sistema bancario, lasciando in mano pubblica più del 50% delle sue banche. In questo modo tutela la sicurezza nazionale impedendo qualsiasi possibilità che soggetti stranieri ne assumano il controllo. In Italia il sistema bancario presta il denaro sia allo Stato, che ad aziende e cittadini, generando un debito pubblico e privato che ammonta a più di 6.000 mld di euro complessivi, su cui paghiamo ogni anno circa 200 mld di euro di interessi. Se avessimo anche noi un 50% di banche pubbliche, rientrerebbero nelle casse dello Stato circa 100 mld di euro all’anno, con i quali fare Flat Tax, Reddito di Cittadinanza e abolizione della Legge Fornero.

 

Quindi la nostra proposta è semplice e chiara. Dobbiamo creare un sistema di banche pubbliche e non possiamo farci scappare l’occasione di farlo nazionalizzando quelle esistenti in difficoltà. Le banche in difficoltà non devono essere salvate con i soldi pubblici, ma nazionalizzate. È una questione di interesse nazionale. MPS e Carige sono le due banche più antiche del mondo, equivalenti a monumenti storici, quindi vanno nazionalizzate e fuse insieme. Due piccioni con una fava. Se poi la chiamiamo Banca Pubblica per i Conti di Risparmio degli Italiani, ne prendiamo tre di piccioni con una fava, perché lo Stato non deve più chiedere i soldi in prestito ai mercati finanziari. Abbiamo inventato noi le banche, dimostriamo di essere capaci di “ristrutturarle” a tutela dell’interesse nazionale. Gli elementi costitutivi dello Stato sono territorio, popolo e sovranità, ma senza sovranità, il territorio viene distrutto ed il popolo reso schiavo. Governo M5S e Lega sovranista e populista, se ci sei, batti un colpo.

 

Fabio Conditi

 

 
Tecniche di colpo di Stato PDF Stampa E-mail

10 Gennaio 2019

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Da Comedonchisciotte dell’8-1-2019 (N.d.d.)

 

Una volta il colpo di stato si presentava coi caschi, le armi, metteva carri armati e militari nelle strade, occupava dei posti strategici del potere: sedi di radio e televisione, università, reti telefoniche, stazioni e aeroporti, ponti e strade. Si vedevano divise per le strade, tute mimetiche e armi da fuoco, blindati e movimenti di truppe. C’erano dei colpi di arma da fuoco e delle raffiche di armi automatiche. Era chiaro. Il nemico era visibile, si mostrava, era facile odiarlo e combatterlo. Bisognerebbe scrivere oggigiorno un’appendice alla tecnica del colpo di stato di Malaparte.

 

1 – L’appendice prenderebbe atto dell’impossibilità di un colpo di stato classico: per quali ragioni occupare le sedi di radio e televisione quando queste sono già allineate? […] 2 – Dovrebbe spiegare che non serve a nulla prendere il potere delle università perché già sono dirette da dei miliziani del regime di Maastricht? Certo alcuni sono di “destra” altri sono di “sinistra”, ma fanno parte di uno stesso esercito, che ha castrato qualunque destra e qualunque sinistra degna di questo nome in favore dell’ideologia Liberale di Maastricht. 3 – Direbbe che non c’è nessuna ragione di prendere d’assalto una centrale telefonica perché un software come Pegaso permette a qualunque potere, ma anche ai privati, di piratare tutto ciò che si trova in un computer preso di mira. La pubblicità liberamente ospitata su Internet di questo programma dice che “registra l’insieme dei testi immessi sulla tastiera con qualunque software, le foto, i programmi utilizzati, i siti web visitati e gli elementi copiati dalla stampa cartacea…” […] 4 – (non serve a niente bloccare i ponti, le strade, gli incroci, le rampe di accesso alle autostrade, le autostrade, le stazioni e gli aeroporti dopo che il telefono portatile che noi portiamo sempre su di noi, grazie ai suoi programmi spia, dà in tempo reale le informazioni che riguardano il Cittadino preso di mira dal potere. È sufficiente, come è capitato con Julien_Coupat, acchiapparlo nella sua automobile senza che la popolazione sia turbata dalle condizioni nelle quali ha potuto avvenire questo arresto illegale! Thomas Legrand può anche continuare a dire che io sono un complottista su France-Inter, radio detta di servizio pubblico: come si può spiegare che Julien Coupat sia stato interrogato dai poliziotti della direzione generale della sicurezza interna (DGSI) nel quadro, come si dice, dei controlli preventivi a una manifestazione di Gilet Jaunes? La Polizia ha trovato un Gilet giallo nella sua auto! Bell’affare: in Europa ogni guidatore è obbligato ad averne uno in macchina! Secondo questo ragionamento, bisognerebbe interrogare milioni di francesi: e bisognerà presto riaprire gli stadi per radunali… Julien Coupat aveva anche una bomboletta di vernice. E allora? È con queste armi di distruzione di massa che si sgozza la gente per la strada, che si ammazzano a raffiche decine di persone, che si fanno esplodere degli edifici che fanno delle vittime innocenti? Hanno trovato anche una maschera da cantiere (antipolvere): ma in una situazione in cui la polizia ha lanciato 13.500 granate nel solo giorno di sabato non era perlomeno prudente munirsi di una protezione del genere? Sappiamo che numerosi manifestanti pacifisti sono stati innaffiati con dei cannoni ad acqua, asfissiati con i gas lacrimogeni, malmenati a sangue… […] 5 – Questa appendice alla tecnica del colpo di Stato potrebbe mostrare anche che oltre all’utilizzo poliziesco del telefono portatile che è diventato lo strumento principale della nostra schiavitù volontaria, vi sono ancora i buoni vecchi metodi di polizia politica che risalgono al passato. Questi metodi completano con l’uso della forza quello che la propaganda mediatica da parte sua ottiene con il cervello.

 

Devo queste informazioni ai lettori dei miei articoli che li commentano in linea e che mi fanno conoscere ciò che certamente non si saprà leggendo la stampa mercenaria, ascoltando le radio irreggimentate del Servizio Pubblico, né guardando la televisione del Servizio Pubblico che anche lei sta tirando troppo la corda. Cito per unica prova questa informazione che in un regime democratico costringerebbe il direttore della Rete a dare le dimissioni: nella trasmissione “Soir 3” del 15 dicembre, la giornalista intervista dei Gilet Jaunes con dietro di sé una foto che mostra dei Gilet Jaunes che fronteggiano la Polizia a cavallo ed uno di loro alza un cartello sul quale ci si può leggere “Macron”. Bisogna essere un vero Gilet Jaune cretino, secondo i media per inalberare un cartello il cui unico slogan è “Macron”! Macron che? Macron presidente finché dura… Orbene, questa foto di AFP è stata truccata! Sì, truccata come nel periodo della grande propaganda Sovietica: hanno cancellato il suo vero contenuto che è “Macron vattene “. E questo, conveniamone, non significa esattamente la stessa cosa! Come ha reagito la redazione? È a nostra completa insaputa …Un Tweet sul telegiornale del fine settimana illustra le sue ragioni: “Abbiamo identificato l’origine. Questo non capiterà più.” France 3 ha indicato poi che “si trattava di un errore umano”. E poi dice: “è intervenuto un tecnico, la redazione centrale non ha rilevato la modifica “. A France 3 non hanno paura di niente! Qualcuno, passando, ha messo in opera questa emblematica impresa di propaganda, sappiamo chi sa, non ci dicono chi è, e dicono che non si ripeterà: figuriamoci! Continuerà, è così dall’inizio, è così adesso e sarà così fino alla fine. Non si viene nominati responsabili di un servizio pubblico di informazione per caso: si è là per obbedire alla linea del capo dello Stato. Chiudete il concorso.

 

Torniamo a queste informazioni datemi dai lettori delle quali dicevo con cognizione di causa che non le si troveranno nei media dominanti. Ho dato delle spiegazioni alla partecipazione ridotta alla quinta manifestazione dei Gilet Jaunes a Parigi. Richiamo brevemente le tecniche ideologiche utilizzate dallo Stato, dal suo capo e dal suo Ministro degli Interni appoggiati dalle reti mediatiche e dalla dirigenza parigina, al fine di far regnare l’ordine di Maastricht falsamente presentato come ordine repubblicano: la calunnia e l’insulto, il disprezzo e la criminalizzazione, l’accusa e lo strozzamento, la fumosità e la corrosione. In queste tecniche ideologiche non dimentico certo le più vecchie: il pestaggio continuo, la criminalizzazione dell’opposizione intellettuale a Maastricht, gli insabbiamenti con la modifica dei distretti elettorali, l’aver trasformato in immondizia il risultato di un referendum, come si dice oggi, inappropriato, il passaggio in massa contro il popolo di coloro che si dicono i rappresentanti del popolo, l’impossibilità di uscire dall’Europa liberale senza l’autorizzazione dell’Europa liberale. Aggiungiamo a queste tecniche ideologiche del colpo di stato permanente dei Maastrichtiani le tecniche classiche vecchie come la polizia! È qui che compaiono le informazioni che mi danno gli elettori, e le cito: circa l’ipotetico indebolimento dei Gilet Jaunes a Parigi: “No, no, no, non crucciatevi, è solo che con l’attentato a Strasburgo, le stazioni chiuse, i poliziotti, Parigi non è più la zona privilegiata da scegliere. A Lione, sempre 3000 persone e a Bordeaux 4500, per Bordeaux è ben più che la settimana precedente. Io che ben presto sarò ferroviere, ho dei colleghi alla stazione Saint Jean che hanno discretamente filmato dei membri della sicurezza repubblicana (CRS – Compagnies Républicaine de Sécurité- una sezione della Polizia nazionale-) che bloccavano tutti quelli che volevano salire sui treni che andavano verso la capitale, dunque vedete che fanno di tutto per impedirci di manifestare così”. Un altro intervento dice: “è tutto vero ma Michel Onfray ha dimenticato di aggiungere, mentre esaminava le cause della diminuzione del numero di manifestanti a Parigi, le migliaia di convocazioni di polizia e soprattutto il blocco dei Gilet Jaunes da parte delle forze dell’ordine, a volte già in provincia, per impedire loro di venire a manifestare a Parigi. Interi autobus fermati alla stazione di entrata delle autostrade, centinaia di viaggiatori bloccati nelle grandi stazioni (nonostante avessero pagato i biglietti) con divieto di partire”. Ci sono poche speranze di poter disporre di questo genere di informazioni sul servizio pubblico che ormai riveste chiaramente un ruolo di polizia politica…

 

 Michel Onfray (Traduzione di GIAKKI49)

 

 
Diverse adolescenze PDF Stampa E-mail

9 Gennaio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 6-1-2019 (N.d.d.)

 

Nella Russia di Putin, esiste da due anni l’organizzazione militare giovanile YunArmiya. Aperta ai ragazzini dai 10 anni di età, li addestra alle armi.  Non possiamo definirla una “premilitare”, perché (contrariamente a quella fascista, “obbligatoria” e perciò pressappochista) questa è su base volontaria. Nata due anni fa con 2 mila aspiranti, adesso conta 300 mila volontari: quelli più attratti da tale esperienza sono, tipicamente, sedicenni.  È la pupilla dell’occhio del generale Shoigu, il ministro della Difesa di origine asiatica e buddhista (ma lo abbiamo visto farsi il segno della croce prima di una sfilata della vittoria), che ha voluto creare reparti della YunArmiya   in tutte le 85 regioni della Russia, sostenuto fortemente da Vladimir Putin. “Stiamo ampliando il programma nell’ambito delle scuole – ha fatto sapere il ministero della Difesa russo – “credo infatti che tra i membri del movimento ci sono ottimi leader.  La vostra guida è l’esercito russo, e insieme a voi si terranno attività interessanti, utili e costruttive a beneficio della Russia”.  Ovviamente l’iniziativa è una risposta alle continue minacce belliche che l’Occidente vibra contro la Russia – che ha nella memoria storica l’invasione, la resistenza popolare, Stalingrado.

 

Una volta ventilata ed evacuata l’indignazione politicamente corretta per questa ennesima dimostrazione del “putinismo  nazionalista e aggressivo”,  vi inviterei a considerare quali “attività interessanti, utili e costruttive”  per il tempo libero  propone agli adolescenti la nostra civiltà:  l’avviamento al porno su smartphone e  l’introduzione alla “masturbazione consapevole”,  l’intruppamento a decine di migliaia  al concerto del cantante pop o rap, la  discoteca come unico  luogo per incontrare  l’altro sesso, e svezzarsi alla canna per poi passare alla coca o all’ero o altra dipendenza suicida. Se ritenete pericoloso l’insegnare ai sedicenni russi volontari a smontare e rimontare al buio un kalashnikov, non dimenticate però che da noi giovani muoiono a decine agglutinandosi di notte, fin dagli 11 anni, per il bisogno estremo di ascoltare, vedere e toccare “Sfera Ebbasta”. Che muoiono in auto di ritorno dalle discoteche alle quattro del mattino, sfatti e rifatti di droga, stanchezza e ripugnanti esperienze nei cessi. Che l’educazione alla violenza fratricida è affidata liberamente alle tifoserie calcistiche e ai caporioni delle curve sud, e a noi sembra “normale” ed effetto collaterale sopportabile, non qualcosa da reprimere in modo totale ed assoluto.  […] C’è qui un fatale circolo vizioso: lo Stato irresponsabile verso la gioventù, rende a sua volta la gioventù irresponsabile del bene comune, nichilista. A questo punto avete diritto all’inevitabile citazione del mio pedagogo consigliato, Ortega y Gasset, che già quasi un secolo fa metteva in guardia contro “l’orribile situazione intima in cui viene ormai a trovarsi la gioventù “europea: “Nel sentirsi puramente libera, esente da impegni, si sente vuota. Una vita senza impegni è più negativa della morte. Perché vivere equivale a fare qualcosa di preciso – a compiere un incarico”.

 

Questa è la condizione dei nostri adolescenti da discoteca e da curva Sud, delle sedicenni che incappano nei nemici bestiali stupratori per una dose: il vuoto di senso, la mancanza di uno scopo collettivo per cui vale la pena vivere ed imparare. Un vuoto che si manifesta come noia, una noia divorante da far tacere con ogni mezzo, la droga, l’alcol, le “emozioni intense” e stupide, le prove iniziatiche fino al brivido della morte – perché appunto “una vita senza impegni è più negativa della morte”. Ma – salvo eccezioni – da soli, i nostri adolescenti, non sanno darselo, un impegno. Non è qualcosa a cui li prepari nulla nelle scuole e nella famiglia, nell’educazione permissiva e nell’invito pressante all’edonismo immediato, irresponsabile. Questa non è cosa da lasciare alle private risorse mentali, di fortuna e di carattere di ciascuno. Piaccia o no, è qualcosa che spetta allo Stato.  Riguarda infatti la dote del “comando”, ed eccovi la citazione: “Comandare vuol dire assegnare un compito alle persone, metterle sulla via del loro destino, sul loro cardine: impedire la loro dissipazione, che suol diventare carenza, vita vana, desolazione”. Giudicate voi se questo non descriva la massima parte dei nostri giovani da stadio o discoteca, i milioni che “né studiano né lavorano”, quelli che si drogano e mantengono gli spacciatori coi soldi che non guadagnano.

 

Il governo russo ha almeno capito il problema e si assume la responsabilità: di mettere sul cardine le vite dei suoi figli. La proposta dell’addestramento militare ai pre-adolescenti intercetta una profonda, elementare forza potentissima a quell’età: “il desiderio di convivere con gli altri ragazzi della sua età”, ricorda Ortega. È quella fase in cui “la personalità del ragazzo si scioglie completamente nel gruppo dei coetanei”.  Il pre-pubere non ha ancora una “personalità” propria; essa la forma “dall’esterno verso l’interno”, nell’imitazione del gruppo e dei suoi valori. “Per questo l’adolescenza è l’epoca delle amicizie. L’uomo dalla individualità non ancora formata vive sommerso nello sciame dei ragazzi che gira inseparabile dove lo spinge l’esistenza”.   È così che si formano  spontaneamente le bande giovanili, dove da noi si  tollerano i bullismi e le soggezioni  crudeli e umilianti  dei capetti sui deboli o i diversi o i  compagni poveri; è il germe dell’orda primitiva preistorica, visibile nelle fratrie militari  dell’antica Grecia, nei “compagni” di Romolo che rapiscono le Sabine, nei compagni di Shiva che rubano il bestiame; è  la società segreta  spartiate, l’organizzazione di coetanei  dove avvengono le prove iniziatiche, dove i bambini diventano guerrieri. Ma guardate che è anche la forza che porta le torme di undicenni a sentire “Sfera Ebbasta” o ad agglutinarsi a migliaia in qualunque piazza idiota: e non ha senso chiedere all’undicenne se “gli piace Sfera Ebbasta”.  La sua risposta è “piace a tutte le mie amiche”.  O ai sedicenni che si drogano, inutile metterli in guardia: “Lo fanno tutti”, “Sennò mi escludono” – Essere esclusi dall’orda di coetanei è vissuta come una privazione intollerabile per una personalità incipiente, votata al conformismo di banda, gregaria per natura. In Russia, lo stato dà a questa forza elementare, allo “sciame dei ragazzi”, a tale “materia” fluente, una “forma” e uno scopo spirituale, che la trasformi dall’orda anarchica (e potenzialmente criminale o viziosa) in servizio alla Patria, e in scuola di cittadinanza responsabile – responsabile verso la comunità storica e culturale.  È un progetto deliberato. “Fin dal 2000 il governo Putin ha posto la nozione di ‘sicurezza spirituale’ come elemento essenziale della sicurezza nazionale”, così esordisce un documentario sul Natale in Russia: la fede e la cultura ortodossa come spina dorsale, il collegamento vivente all’Armata Rossa e al suo immane sacrificio, la preparazione al compito della difesa – l’uso organizzato e disciplinato della forza e della violenza.

 

Tutto ciò noi abbiamo spregiato. “La difesa della patria è sacro dovere del cittadino”, recita l’art. 52 della Costituzione (supposta) più bella del mondo. Noi abbiamo superato questo legame, siamo “liberi”, non imponiamo né a noi né ai nostri figli alcun “dovere”. Men che meno “sacro”.  La generazione Erasmus, quella del gender che sceglierà quando vorrà, quella del buonismo, dell’accoglienza, del sentimentalismo, della raccolta differenziata e della masturbazione consapevole. Ovviamente c’è il trucco. Quando hanno smesso di insegnarvi ad usare le armi, a rispondere ad un comando di fuoco, non fate più paura ai governanti – che vi hanno tolto i diritti. La democrazia vera non è un dono, è la conquista di popoli armati che facevano paura ai governanti. Come ripeto per l’ennesima volta, nel cantone di Appenzel ancora la scheda elettorale – la prova del diritto a votare – è nella spada, che il capo famiglia porta nella piazza del suffragio. Difendo il luogo, quindi ho diritto di partecipare a governarlo. La democrazia parlamentare, come l’intera civiltà, è lo sforzo di ridurre la violenza ad “ultima ratio”. Ma è essenziale che questa “ratio” resti nelle mani del popolo, non di mercenari e stranieri, che gli oligarchi assoldano contro il loro popolo disarmato, impreparato, imbelle. Il che spiega, in fondo, perché da noi nessun governo aprirà un corso volontario ai suoi ragazzi per imparare a smontare un Kalashnikov e a mirare al tiro a segno: perché non vuole che gli facciate paura. Ha paura infatti che possiate usarle, le armi e l’uso organizzato e disciplinato della violenza, contro di loro, gli oligarchi. Strano che Putin e Shoigu non abbiano questa paura. Non sarà la loro, la vera democrazia?

 

Maurizio Blondet

 

 
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