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Patria e socialismo PDF Stampa E-mail

30 Agosto 2019

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Nel polverone accecante della politica è utile fissare alcuni paletti a delimitare il campo e ad aiutare l’orientamento.

 

Primo paletto: la globalizzazione, di cui l’UE è parte integrante, è male. È male perché tende a omologare le culture, è male perché è il contesto del dominio della finanza speculatrice e del capitale transnazionale proteso unicamente al profitto, è male perché la logica della finanza e del mercato senza regole per sua natura tende all’illimitato, all’eccesso, all’abbattimento di ogni barriera e confine, la hybris che è causa del sovvertimento dei fondamenti del vivere civile e del dramma esistenziale che l’umanità sta vivendo.                                          

 

Secondo paletto: gli USA, nonostante qualche sintomo di crisi, restano la forza egemone nel mondo. Lo sono non soltanto per le centinaia di basi militari sparse per il globo, non soltanto per il ricatto delle sanzioni che impongono a chi non si allinea, non soltanto per la centralità del dollaro nelle transazioni commerciali, non soltanto perché attirano cervelli da ogni parte del pianeta per farli lavorare nei loro centri di ricerca. Lo sono soprattutto perché dominano l’immaginario collettivo dei giovani di tutto il mondo, con la capillarità di una propaganda veicolata da Hollywood, dalla musica di consumo, dalla diffusione universale della loro lingua, che è anche la lingua dell’informatica, perfino dai messaggi in inglese stampati sulle magliette. I giovani russi, cinesi, indiani, turchi, iraniani, cubani, venezuelani, sono imbevuti di miti americani, sognano l’America.

 

Terzo paletto: l’unico ideale forte, emotivamente coinvolgente, capace di opporsi all’americanismo e alla soggezione all’impero yankee, è il patriottismo. I governi russo, cinese, indiano, turco, iraniano, cubano, venezuelano, sanno di poter resistere alle pressioni dell’impero solo perché in nome del patriottismo la loro gioventù sarebbe pronta a mobilitarsi. Senza il sentimento patriottico dei venezuelani Maduro sarebbe stato travolto in poche ore.

 

Quarto paletto: il patriottismo non basta, deve essere riempito di contenuto se non vuole restare pura retorica sfociante nel nazionalismo. Questo contenuto deve essere il socialismo, inteso come il sistema che permette ai poteri pubblici di regolare economia e finanza, ai fini di una più giusta distribuzione dei redditi e ai fini della fissazione di limiti alla crescita e ai profitti. Il nuovo socialismo non potrà essere né il superato collettivismo sovietico né il modello keynesiano, che colse straordinari successi quando esistevano condizioni oggi tutte assenti: materie prime a basso costo, debiti pubblici sostenibilissimi, assenza di sensibilità ambientalista, fiducia nel futuro durante la ricostruzione successiva al disastro della guerra, attitudine al sacrificio e al risparmio, disponibilità di governi e imprenditori ad accogliere rivendicazioni sindacali per sconfiggere anche ideologicamente la propaganda sovietica, essendo l’URSS una minaccia da scongiurare anche a prezzo di cedimenti alle richieste dei salariati. Tutto ciò non esiste più. Il nuovo socialismo dovrà essere attento all’ambiente e dovrà gestire l’inevitabile decrescita.

 

Conclusione: la parola d’ordine del partito capace di guidare una vera svolta dovrà essere quella antica ma sempre valida: patria e socialismo.

 

Occorrono considerazioni a parte per quanto riguarda l’Italia.Gli italiani storicamente hanno dato il meglio di sé nel localismo. La grande civiltà italica, che tanto ha dato alla storia del mondo, è quella delle Repubbliche marinare, dei Comuni, delle Signorie, degli Stati regionali. È vero che quella frammentazione permise a Stati nazionali stranieri di assoggettarci, ma è pur vero che ancora nel Settecento la penisola restava faro di civiltà e monarchie e granducati di origine straniera, come i Borbone di Napoli o i Lorena di Firenze, si erano del tutto italianizzati. Viceversa, la storia dell’Italia unita è il racconto di un fallimento. L’Italia liberale avviò sì l’industrializzazione, ma imponendo un accentramento amministrativo deleterio e in un quadro talmente squilibrato che proprio nella crescita industriale si verificò l’apparente paradosso di un’emigrazione massiccia dalle regioni meridionali, ma anche da Veneto e Friuli. Quell’Italia liberale si avventurò in imprese coloniali insensate e trascinò il Paese nell’ “inutile strage” della Grande Guerra. L’Italia fascista negli anni Trenta ha promosso una buona ristrutturazione finanziaria ed economica sotto l’egida dello Stato, ereditata dopo la seconda guerra mondiale da chi ha potuto vantare il “miracolo economico”, ma ha riempito il vuoto ideale con una ridicola retorica imperiale sfociata in una serie di conflitti, fino alla catastrofe finale. L’Italia repubblicana per un trentennio ha fatto registrare una crescita economica spettacolare, ma nel quadro di una sottomissione a potenze straniere che hanno ridotto l’indipendenza nazionale a pura apparenza. E l’ultimo quarantennio ha visto una progressiva putrida decadenza che fa presagire la possibile estinzione della nazione. Le energie degli italiani storicamente traggono la loro linfa dal localismo. Eppure una ribellione al globalismo della finanza, che dovrà avere una dimensione internazionale, non potrà che cavalcare l’onda del patriottismo. La ristrutturazione del nostro Stato verso una federazione di regioni potrà essere soltanto un passo successivo.

 

Il partito patriottico e socialista è tutto da costruire. Affidarsi a una delle forze politiche esistenti nel nostro parlamento sarebbe farsi complici di un grande delitto: la distruzione del nostro Paese.

 

 

 

Luciano Fuschini

 

 
Bauman come Kalergi PDF Stampa E-mail

29 Agosto 2019

 

Mi è capitato tra le mani, e lo ho comprato anche per il piccolo prezzo di tre euro, un libretto scritto da Zygmunt Bauman ed edito da Laterza. Il testo, il cui titolo è “Oltre le nazioni. L’Europa tra sovranità e solidarietà”, presenta in forma autonoma le integrazioni che lo stesso Bauman fornì nel 2012 ad un suo più ampio saggio sull’Europa del 2006. Ora, tutti conoscono Bauman, soprattutto per l’ormai abusata definizione di società liquida affibbiata all’epoca postmoderna, e lo considerano un esponente della critica alla mercificazione dell’uomo e alla sua omologazione, entrambe frutti della globalizzazione. Personalmente, esattamente come avviene per gli esponenti della Scuola di Francoforte, credo che Bauman sia uno dei coperti fiancheggiatori della stessa globalizzazione, e la lettura di questo libretto ne è una conferma. È indubbio che questa Unione Europea, fin dalle sue origini, come ho mostrato nel mio testo “Kalergi. La prossima scomparsa degli europei”, sia una creazione delle élite finanziarie e che in essa la politica è scaduta al rango non di ancella, ma di sguattera, china col panno in mano sui luridi pavimenti dei palazzi dell’economia virtuale. Ognuno degli attori della grande finanza, del mondo delle multinazionali, come nel caso della Brexit è stato ancora una volta evidenziato, si spende per il sostegno a questa unione come ad ossigeno per i propri polmoni. Le masse popolari, le periferie produttive e legate al territorio delle varie nazioni europee, da qualche anno si stanno invece liberando dal giogo mediatico che li avvinghiava e hanno voltato le spalle a questa cricca europeista, lasciando i cosmopoliti abitanti delle “city” a sostenerla.

 

Procediamo ad una analisi approfondita del testo. Bauman scrive che “La sensazione che prende piede tra la gente […] è che i parlamenti eletti e i governi […] non riescano a fare il loro lavoro” e che sia “tramontata la fede nella capacità di agire delle istituzioni statali nazionali” e che “viviamo in un’era in cui le istituzioni non credono più in se stesse”. A me pare, contrariamente a quanto sostiene Bauman, che sia tramontata la fiducia nelle istituzioni europee, ovvero l’antagonista degli Stati nazionali, ai quali neanche velatamente richiedono continue cessioni di sovranità. Non sono le istituzioni nazionali a non credere più in se stesse, piuttosto le stesse istituzioni sono state colonizzate dai poteri economici transazionali che dettano le loro agende e che intervengono, direttamente o tramite loro nominati, ogni qualvolta queste rialzino la testa attraverso il consenso popolare. La Ue ricatta gli Stati e condanna a morte gli inadempienti e i devianti, in combutta con Fmi e Banca Mondiale, come nell’emblematico caso greco. La convinzione di Bauman sulla necessaria estinzione degli Stati nazionali viene motivata, con un excursus genealogico, con un richiamo alla Pace di Augusta e a quella di Vestfalia, che pose fine alla sanguinosa guerra dei 30 anni, le quali secondo Bauman imbevono di se stesse le modalità di relazione tra gli Stati fino alla stessa creazione e all’azione dell’Onu, incapace di incidere perché ingessata da quell’infausto richiamo alla non ingerenza e alla autodeterminazione dei popoli di wilsoniana memoria. Nell’interpretazione del filosofo ebreo-polacco il trattato di Vestfalia è stato il modello deleterio, con la semplice accortezza da parte degli Stati di sostituire la “religio” del celebre motto con la “natio”. Ecco che da Bauman la nazione viene subito accostata ad una entità dal sapore metafisico e sganciata dalla storia dei popoli. Essa fornisce al potere “il clichè” e la “cornice mentale” per perpetuarsi, quasi fossimo in un contesto di propaganda mediatica novecentesca. La criminalizzazione dell’idea di Stato-nazione viene rinforzata da una, prevedibile, ulteriore presa di posizione: “Nei secoli successivi quel modello [… venne] acquisendo uno status di auto evidenza e indiscutibilità e gradualmente ma inesorabilmente fu imposto a tutto il pianeta da imperi mondiali”. A me pare invece che gli imperi dei secoli precedenti furono proprio quelli che al modello di Stato-Nazione si opponevano, proponendo un governo alto-borghese, cosmopolita e internazionalista, nel quale la finanza già si mostrava molto più forte della politica. L’ Olanda seicentesca o l’Inghilterra, la quale arrivò a controllare gran parte del globo, anche attraverso le multinazionali dell’epoca, ovvero le Compagnie delle Indie, erano tutto meno che modelli ideali di Stato-Nazione. Se un modello in tal senso dobbiamo individuare, esso è quello teorizzato dall’idealismo tedesco, in Fichte e in Hegel. Fichte in particolare, ne “Lo Stato commerciale chiuso” del 1800, ci mostra come Stato-Nazione e impero coloniale siano agli antipodi, così come agli antipodi rispetto a questo modello politico è l’internazionalismo economico. Fichte dice chiaramente che mai uno Stato-Nazione dovrà estendere i propri confini al di là di quelli naturali, dati dalla presenza delle genti tedesche, né permettere una colonizzazione economica, sia attiva che passiva. Si tratta chiaramente di un approccio difensivo proprio contro lo strapotere dei mercati, magistralmente compreso dal filosofo già 220 anni fa. Lo Stato stesso, anche in Hegel, lungi da essere quel leviatano senza responsabilità e memoria, ha precisi doveri nei confronti dei cittadini. Lo Stato etico, visto da Hegel come totalità organica e non imposizione astorica, in primo luogo dipende da essi, come somma di nuclei familiari pre-esistenti, e in secondo luogo deve preservare l’identità senza stravolgerla, attraverso il rifiuto delle teorie contrattualistiche e quindi contingenti. Gli imperi di cui parla Bauman sono dunque figli di Locke, di Kant, di Rousseau  e, idealmente, di Popper, e tale impostazione liberalista e liberista si riassume nell’operato dell’unico impero oggi rimasto, quello statunitense.

 

Bauman, dopo questo breve excursus storico, si tuffa nell’attualità: “Molte forze (finanza, interessi commerciali, informazione […]) hanno già conquistato in pratica, se non in teoria, la libertà di sfidare quello spettro [lo Stato-nazione] e fingere che non esista, ma esso continua a frenare la politica”; “L’evidente mancanza di agenzie politiche globali in grado di recuperare questo ritardo e riassumere il controllo di forze capaci di agire su scala globale è probabilmente il principale ostacolo sul cammino impervio verso una “coscienza cosmopolita” adeguata alla nuova condizione di interdipendenza globale”. Bauman si è praticamente già calato le brache, sostenendo che ormai il danno è fatto e che occorre creare una polizia più grande che vi ponga rimedio, e polizia qui non è un termine casuale (si legga Bertrand Russel a proposito). Innanzitutto manca il nocciolo della riflessione: non si avvede il grande filosofo che proprio quelle forze che nomina sono state i nemici più grandi dello Stato-nazione, l’unico freno al loro orizzonte? Come può Bauman darci ad intendere che uno Stato globalizzato sia in grado di controllare gli artefici della globalizzazione? Quali saranno secondo Bauman i principi di tale Nuovo Ordine Mondiale, se non proprio quelli sponsorizzati nei secoli dai globalizzatori?  La politica non è “frenata” dallo Stato-nazione ma si è infiltrata nello stesso con il deliberato proposito di distruggerlo. Se io sono attaccato da un virus non tento di smantellare il mio sistema immunitario perché obsoleto, piuttosto tento di nutrirlo meglio e di chiudere, con l’igiene e le buone pratiche di prevenzione, l’accesso agli organismi nocivi. Non lo uccido preferendogli un sistema immunitario 2.0 che promette meraviglie ma che sulla confezione porta scritto “Nuova Virus s.p.a.”. È evidente che Bauman lavori per la “Nuova Virus s.p.a.”! Non ne siete ancora convinti? Vi capisco. Proseguiamo dunque. Bauman sembra rinsavire per un attimo quando scrive: “ciò di cui avvertiamo la mancanza è l’equivalente/omologo globale delle istituzioni dello Stato-nazione territoriale”. Ma quale saranno le linee guida di questo Stato? Quale l’idea di cittadinanza in grado di tenere uniti i popoli (i popoli esistono, nelle loro diversità, per fortuna!)? Non si può far altro che giocare al ribasso e svuotare il concetto di cittadinanza di ogni suo contenuto, ben oltre quanto fatto dalla rivoluzione francese, realizzando l’equivalente di un contratto economico, un accordo di compravendita.  Questo “livello di integrazione tra gli uomini totalmente diverso” come può essere realizzato se non attraverso quell’omologazione di cui Bauman sembra ai più un feroce avversario? Ed ecco che entrano in campo i modelli, i “lucidi attivisti” in grado di guidarci: Schumann e Monnet, i quali, come dimostro nel mio testo su Kalergi, sono stati invece dei meri esecutori delle volontà dei potentati economici, di stampo angloamericano ed ebraico. Fratelli massoni, spesso doppiogiochisti, che nelle due guerre hanno fatto gli arruolatori per gli americani e gli scagnozzi per i sionisti.  Questi lucidi attivisti sono stati anticipati e spinti dalle idee del primo dei padri dell’Europa, quel Coudenhove Kalergi che mirava alla realizzazione di un popolo meticcio di aspetto asiatico-negroide guidato dall’élite della finanza ebraica.  Prendendo a prestito il pensiero di Habermas, Bauman ci informa che non c’è assolutamente bisogno dell’idea di nazione per avere una democrazia e che “la forza di uno Stato costituzionale democratico si basa proprio sulla sua potenziale capacità di creare e ricreare l’integrazione sociale attraverso l’impegno politico dei cittadini. La comunità nazionale non precede la comunità politica ma è il suo prodotto”. Bene, preso atto dell’entusiasmo per la sovranità popolare sulle leggi e sull’identità pre-esistente, ci dovrebbe spiegare Bauman come mai invece nelle cosiddette democrazie quando il popolo si discosta dai diktat delle élite dominanti, votando la Brexit, dando vita a governi “populisti” e sovranisti, questa autonomia diventa subito espressione delle parti peggiori della società, degli inacculturati, degli analfabeti funzionali, degli webeti. Ci spieghi come mai invece le costituzioni democratiche sono rigide e l’integrazione va sempre ricreata a senso unico, filoimmigrazionista e multiculturalista. Se la comunità nazionale è il prodotto della comunità politica, la si accetti anche quando tale comunità si esprime a favore di un governo nazionalista, antischengeriano, fascista perfino! Altrimenti tutto ciò è solo finzione, solo narrazione ad uso e consumo dei fiancheggiatori della globalizzazione. Bauman vede la soluzione a tale impasse, manco a dirlo nella “unificazione generale dell’umanità” e di quella kantiana pace universale che trasforma semplicemente i conflitti in questioni di polizia interna, tagliando fuori, magari con il futuro utilizzo di eserciti di droni automatici, legittimi rivendicazioni di minoranze o interi ex-stati.  Ma veniamo al dunque. Per Bauman questo mondo è un “arcipelago di diaspore” e “l’Europa si sta trasformando in una collezione di arcipelaghi etnici” (faccio di sfuggita ironicamente rilevare che di solito una collezione ha un collezionista) nelle quali ognuno “ha senz’altro la possibilità di salvaguardare la propria identità nazionale senza dover ricorrere a politiche di assimilazione forzata, come se fosse a casa propria”. Ecco qua servitovi il mix di accettazione del multiculturalismo e del meticciato, intesi come necessità e soluzione alla crisi valoriale, perché le diaspore “si arricchiscono e rinforzano a vicenda”. Ditelo agli ex abitanti delle zone off-limits dell’attuale Belgistan o ai frequentatori delle nostre stazioni ferroviarie che si tratta di arricchimento. Manca solo il “sono risorse” direte voi, invece non manca: “si tratta di trasformare la differenziazione culturale da passiva in attiva,  di vedere in essa non qualcosa da tollerare ma da esaltare, di accettarla come risorsa”. Boldrinauman, praticamente. Sembra di stare dentro Praktischer Idealismus, la summa kalergiana, mancherebbe soltanto la componente ebraica e la paneuropea esaltazione dell’impero asburgico. Ci sono? E certo che ci sono. C’è l’esaltazione del Commonwealth polacco-lituano (enclave pro-giudaismo) e dell’impero austro-ungarico, “imperniato sul principio di autonomia di gruppi etnici e culture, e governato da Vienna, all’epoca incubatrice culturale e brodo di coltura dei più affascinanti e profondi contributi alla filosofia, alla letteratura, alla musica e alle arti visive e drammatiche europee”. Si legga: Freud, Schoenberg, Berg, Zweig e mille altri, e l’occupazione sistematica di ogni ruolo in vista nei teatri, nelle scuole, nella avvocatura da parte delle élite ebraiche. Si trattò di una occupazione fatta per motivi economici, come testimoniato senza infingimenti da Hannah Arendt: “in Austria gli ebrei giunsero a controllare in pochi decenni gran parte delle attività culturali come la stampa quotidiana, l’editoria e il teatro […] gli ebrei poterono organizzare liberamente gran parte delle attività culturali, in particolare quella teatrale a Vienna […] il tentativo di trasformare la celebrità in background sociale, di creare una casta sociale di persone famose simile a quella degli aristocratici […] – erano questi i tratti che caratterizzavano gli ebrei dell’epoca […] ciò che stava prendendo forma non era una rinascita della classicità ma Hollywood. La situazione politica facilitò questo capovolgimento di essere ed apparire ma furono gli ebrei […] a provocarlo e propagarlo […] una percentuale particolarmente alta di ebrei trafficava in attività pseudo culturali, soccombendo alla cultura di massa e al mero amore per il successo”. Ed ecco la stupenda fine della nazione, secondo Bauman: “fare della nazione non un corpo territoriale ma una semplice unione di persone”, principio preso in prestito dal marxista Otto Bauer e sostenuto anche da Vladimir Medem, esponente del Bund, il movimento socialista ebraico, che anzi rilanciava con: “ogni cittadino dello Stato appartenga a un gruppo nazionale la cui scelta dipenda dalle sue scelte personali”. Come dire: “oggi mi sento, dunque sono, portoghese a Viareggio e il giorno dopo estone a Madrid”. Bello… immaginiamo come debba essere profondo questo “sentirsi”. E Kalergi si realizza con questo passo baumaniano: “A tutti noi europei tocca in sorte di vivere in un’era di diasporizzazione crescente probabilmente inarrestabile che promette in prospettiva di trasformare tutte le regioni d’Europa in gruppi di popolazioni miste”. Il boldrinismo risultante non ha però alcuni tasselli, aggiungiamoli: “la popolazione dell’unione Europea […] è destinata a ridursi a 240 milioni […] se non arriveranno nel nostro continente [perché nostro, a questo punto?] almeno 30 milioni di stranieri il sistema europeo non potrà sopravvivere”. Muoiano gli europei e sopravviva il sistema! Ma leggiamo ancora: “il ruolo di salvatori assunto dagli immigranti in un’Europa che invecchia rapidamente” ed entriamo nel festival degli stereotipi. Ma quale sarà secondo Bauman lo stile di vita in questa Europa meticcia?  Utilizzando Richard Sennet, Bauman ci informa che si vivrà in maniera aperta e informale, cioè senza regole: “L’aggettivo informale allude all’assenza di regole di comunicazione prestabilite, poiché si confida che esse si svilupperanno spontaneamente, e che in ogni caso siano destinate a modificarsi man mano che la comunicazione si arricchisce per ampiezza, profondità e sostanza: i contatti tra persone con abilità e interessi diversi sono ricchi quando avvengono in modo disordinato e deboli quando vengono regolati […] gli uffici e le strade diventano disumani quando vi regnano la rigidità”. Traduciamo: non dobbiamo assimilare gli stranieri, né mettere paletti o punti fermi, né regole, né pretendere l’ordine. Tutto andrà per il meglio e l’obiettivo verrà raggiunto. Bauman non vi dice qual è questo obiettivo ma ve lo dico io: è la società kalergiana che presuppone la sostituzione etnica.

 

Matteo Simonetti

 

 
Democrazia in terapia intensiva PDF Stampa E-mail

28 Agosto 2019

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Non saprei da dove avviare la questione. Provo con una domanda. Chiedo, “È democrazia il popolo da un lato e il parlamento/governo dall’altro?” Domanda elementare la cui risposta è chiara ed univoca a chiunque. Fatto salvo a chi, invece dei principi democraticamente ovvi, preferisce la dialettica politica fino all’eventuale contratto col nemico. Se u­­nire forze prive di consenso sia cosa costituzionalmente prevista non sposta l’importanza della questione. Effettivamente le due posizioni – tra chi inorridisce a immaginare un governo estraneo al consenso popolare e chi no – sebbene inconciliabili nei loro principi, sono entrambe disponibili agli uomini. A quale verità vogliamo appartenere? All’ambito popolare che non ha più nulla da spartire con quello dei loro rappresentanti? Sembra un’imbecillità chiederselo, ma non lo è. Sono decenni che si osserva il crescendo della distanza tra le due parti. Ma è soprattutto la conseguenza implicita – anzi maledettamente esplicita – che dovrebbe iniziare ad essere presa popolarmente in esame: la democrazia è certamente stata concepita, ma è mai nata? La sua promessa quanto è stata mantenuta? Quanto ha fallito? O è abortita? In ogni caso, la teniamo attaccata al polmone artificiale. Ci si prodiga ad allungarne l’agonia. Questioni affettive? Paura di perderla? Nella speranza si riprenda? Eppure da un punto di vista funzionale, non c’è più niente da fare. Stato vegetativo si direbbe personificandola. La nuce che conteneva non diventerà realtà. Comprensibilmente ci si esalta nei momenti in cui sussulta. Ma a questo punto sembrano più diversivi pilotati, assi che escono dalla manica del grande joker piuttosto che salute effettivamente riconquistata.

 

Allora torniamo alla domanda tanto elementare quanto fondamentale. È democrazia il popolo da un lato e il parlamento/governo dall’altro? Anche se ha una risposta per molti univoca, è obbligata. Va posta, per riflettere, per svegliare, per creare il necessario che la scongiuri, per prendere coscienza che il lavoro è lungo e smettere di pretendere e accontentarsi di risultati immediati. Noi del popolo dobbiamo porcela e avviare processi privato-politici utili alla salute della moribonda democrazia. Dobbiamo porcela e darci da fare per evitare di essere collusi con il suo funerale. Al quale si accoderanno uomini scesi da ogni lato del parlamento.

 

 

 

“Per il bene dell’Italia”. È la risposta di coloro che ritengono che la democrazia sussista anche separata dal consenso popolare, assoggettabile a mediazione. Una prospettiva elastica fino ai lontani confini dell’ossimoro. Mi riferisco naturalmente al principio democratico, non a quanto esiste nel dibattito parlamentare. E proprio in quest’ultimo sono rintracciabili i virus del do ut des, malattia degenerativa della mercificazione e compravendita dello spirito che ha costretto la democrazia al reparto Terapia Intensiva.  Niente compromessi allora? Parlamento inutile? No. Rinunciare alla propria modalità di esecuzione di un progetto politico, accomodarla dopo aver ascoltato altre parti fa parte della dialettica. Rinnegare le promesse e gli impegni, svendere la propria idea politica, privilegiare l’interesse personale, imbrogliare il prossimo è altra cosa. È mercificazione di sé. È incompatibile con l’idea di democrazia che media e istituzioni seguitano a venderci. “Per il bene dell’Italia”, passo-passo si è arrivati a stringere accordi con élite che non ci riguardano; a dimenticare a chi si era stretto la mano. Ai tempi, un gesto che valeva come la ceralacca, oggi, il tempo che trova. Chi s’è visto, s’è visto. O, meglio, business is business. Una formuletta magica onnipotente adatta a tutti i tavoli di lavoro, a mitigare tutti i mali, salvo non siano etici. In sostanza siamo immersi nel genere – sì, come per i tipi di programma tv – democratico-mediatico. Del resto, nella società dello spettacolo sempre più citata in questi ultimi anni, è più opportuno riferirsi ai generi che non a progetti politici di lunga prospettiva. Dalle sue trincee di raso, chi dispone della comunicazione combatte una guerra che non perderà mai.

 

Ma anche noi partecipiamo al degrado. Chi vuole più aspettare? Dopo aver vissuto la Milano da bere, dopo aver visto il trionfo dell’edonismo individualista. Una spaccatura profonda della tradizione culturale italiana e molto milanese che aveva coperto di gloria sonante e in tempi brevi, schiere di giocatori in borsa e rampanti consulenti finanziari. Che questi avessero sostanzialmente derubato il loro prossimo, era cosa da soprassedere, la legalità glielo permetteva. Loro incassavano, gli altri piangevano. Meglio più furbi che più buoni. Era la nuova era, il nuovo equilibrio. Dove, anche a cercarla, non c’era più parsimonia, frugalità, senso della vita. Il piacere immediato aveva sostituito quello della pagnotta guadagnata. I media, di quello parlavano, mica dei poveracci. Con gli strilli dedicati ai nuovi ricchi vendevano. Nessuno di loro aveva letto fino in fondo la leggenda del re Mida. C’era solo da aspettare. La realtà gliela avrebbe servita. Da lì, da quel punto, passaggio chiave di una via verso la giustizia sociale, la direzione della democrazia ha cambiato rotta. “Novanta a dritta” è stato l’ordine silente e convincente arrivato dalle eminenze ai capitani. Solo così avrebbero raggiunto il porto giusto. Al diavolo le alte vette della purezza. Ad attendere l’equipaggio festante c’erano gli oligarchi dell’ammiragliato. I capi della grande flotta che solca tutti i mari del mondo erano in banchina ad attenderli. In pochi semplici esami i nostri uomini hanno superato le richieste della commissione. Manco a dirlo i commissari erano tedeschi, francesi, americani, generali e qualche anonimo, che ha preferito rimanere nell’ombra. Democraticamente la democrazia ha così camuffato – o cancellato? – se stessa. Sì, perché se si tolgono gli elettori dalla scena resta un giochetto per pochi oligarchi. Maestri del vincere facile.  Le scelte dei nostri prodi vassalli li avevano portati a giurare fedeltà a corone superiori con le quali il doppio gioco non è neppure pensabili. Così, per mantenere la nuova, edulcorata ma posticcia libertà, si attengono al giuramento che le hanno dovuto prestare. Quell’altro, compiuto con i loro elettori, che vuoi farci, complicava troppo le cose. Girala di qui e girala di là, chi vuole ancora credere nella democrazia almeno faccia mente locale e si chieda se è in corso – per essere gentili – una sua parabola discendente. Se non siamo arrivati fin qui sospinti avanti, come l’asino, dalla carota democratica. Quelli che invece ne hanno già visto l’arco ormai spento oltre l’orizzonte della giustizia sociale, del bene comune, della lungimiranza, dell’identità culturale con cui allevare i nostri figli, di un progetto condiviso per il quale rimboccarsi le maniche e strapparsi di dosso i lamenti dei bottegai – come successe per il boom economico – speriamo rimangano calmi e caccino via idee violente e dinamitarde.

 

 

 

Lorenzo Merlo

 

 
Ogni intesa con Trump è carta straccia PDF Stampa E-mail

27 Agosto 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 17-8-2019 (N.d.d.)

 

Comprereste un’auto usata da quest’uomo? Era la famosa frase appiccicata ai candidati alla Casa Bianca nella campagna del 1960 e che finì ironicamente sul poster di Nixon. Dal presidente americano Donald Trump nessuno vuole comprare un’auto usata, né i cinesi, né gli iraniani e neppure forse Kim Jong-un, quello messo peggio di tutti, alla guida di una Corea del Nord atomica e missilistica ma quasi al collasso economico per le sanzioni. Eppure la Corea del Nord è l’unico Paese al mondo ad avere emesso un francobollo celebrativo in onore di Trump e Kim dopo l’incontro al 38° parallelo. Non si può credere a Trump perché dice un sacco di balle. Nel suo ultimo discorso, in cui ha affermato che l’Iran degli ayatollah è pronto a negoziare con lui, ha dichiarato che con l’accordo del 2015 voluto da Obama gli Usa hanno dato a Teheran 150 miliardi di dollari. Non è vero, non hanno dato neppure un centesimo. Quelli erano asset iraniani congelati da decenni che stavano nelle banche internazionali di molti Paesi come la Cina o nelle casse delle società che erano in affari con l’Iran ed erano stati bloccati a causa delle sanzioni. Trump da due o tre anni continua ripetere questa sciocchezza: dei 100 miliardi di soldi iraniani congelati in varie parti del mondo, negli Usa ce ne erano circa 12 e nessuno di questi quattrini apparteneva allo stato americano o a istituzioni governative ma costituivano transazioni in gran parte petrolifere risalenti in qualche caso al 1979. Gli Stati Uniti come Paese non hanno restituito neppure un dollaro agli ayatollah e Trump lo sa perfettamente ma continua a reiterare la stessa storiella per giustificare di avere stracciato, senza alcun motivo se non le pressioni saudite e israeliane, un accordo sul nucleare multilaterale firmato sotto l’egida delle Nazioni Unite. Appare sconcertante che nessuno chieda a Trump di dare consistenza alle sue affermazioni: si può discutere sulle opinioni ma le cifre sono cifre e lui continua a falsificarle in maniera grossolana. È chiaro che nessuno intende comprare un’auto usata da quest’uomo con il quale però sia la Cina che l’Iran che la Corea del Nord debbono per forza negoziare. Nessuno si fida di lui ma è ugualmente obbligato a salire su un’auto che potrebbe fermarsi dopo pochi chilometri: fuor di metafora significa che ogni intesa con l’inquilino della Casa Bianca potrebbe rivelarsi carta straccia. L’incertezza sui mercati è determinata da diversi fattori, il rallentamento della crescita, la questione dei dazi con la Cina, ma una cosa è certa: Trump non agisce per dare stabilità all’economia mondiale, anzi cerca di destabilizzarla perché ritiene che gli Usa abbiano solo da guadagnare dalle difficoltà economiche degli altri, spinti a cedere alle convulsioni dell’inquilino delle Casa Bianca.

 

L’idea di Trump - così viene percepita- non è quella di fare degli accordi ma di imporre le sue condizioni: strangolare l’economia dell’Iran con le sanzioni, costringere i cinesi a rallentare la crescita e l’acquisizione di nuove tecnologie, portare la Corea del Nord a dipendere da Washington e mettere pressione all’Europa dopo la Brexit. Quello che può cedere è proprio Kim Jong-un perché non esita a imporre condizioni durissime a una popolazione tenuta ostaggio di una dittatura ferrea. E tutto questo a Trump piace assai.

 

Anche l’Italia ci è cascata nelle bugie del presidente americano e da lui ha comprato non solo un’auto usata ma pure a pedali. Davvero sconveniente visto che Marchionne con l’intesa Fiat-Chrysler aveva salvato anche l’industria automobilistica di Detroit. L’auto di Trump si chiama Libia. Aveva promesso al premier Conte la “cabina di regia” nell’ex colonia - cosa che del resto aveva fatto anche Obama con Renzi - ma al momento buono ha sostenuto Haftar, filo-Macron, contro il governo di Tripoli appoggiato dal governo italiano. In cambio, e senza ottenere nulla di concreto, gli italiani hanno congelato i loro affari con l’Iran grazie anche alle manovre di Salvini e della Lega, assai sensibili alle richieste americane e israeliane. La nostra politica estera va avanti così, pedalando a vuoto. Altro che sovranismo.

 

Alberto Negri

 

 
La parola a Konaré PDF Stampa E-mail

26 Agosto 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 24-8-2019 (N.d.d.)

 

[…] Parla Mohamed Konaré, attivista «per l'indipendenza reale» del continente nero. «Sogno gli Stati Uniti d'Africa. L’Africa deve tornare agli africani». Ha le idee chiare Mohamed Konaré, leader panafricanista che sogna di liberare il continente nero dalle influenze straniere. Originario della Costa d’Avorio, 53 anni, Konaré vive a Firenze da 20 anni («Amo l’Italia, ma la mia cittadinanza è solo africana, perché un giorno voglio tornare a casa»). Nella sua vita tanti lavori, dalla ditta di un amico al settore turistico nel capoluogo toscano, compresa una parentesi all'Eni (nella raffineria di Stagno, nel Livornese). Da un po’ di tempo il suo primo obiettivo è sensibilizzare gli africani (ma non solo) sul sistema che consente all'Occidente di «depredare l’Africa, occupata militarmente, culturalmente e soprattutto economicamente». Non ha dubbi su quale Stato abbia maggiori responsabilità: la Francia, «che di fatto non ha mai interrotto la propria dominazione coloniale, riconoscendo l’indipendenza di facciata di molti Stati solo per placare le rivolte, e scrivendo di proprio pugno le Costituzioni attualmente in vigore in vari paesi». Il principale problema, per Konaré, è il Franco Cfa, la moneta inventata nel 1945 da De Gaulle «sulle orme di quella adottata da Hitler in Francia durante l’occupazione nazista»: il Cfa, ex Franco delle colonie francesi, nome che oggi identifica la “zona franco” nell'Africa subsahariana, lega indissolubilmente 14 paesi, tra cui Camerun, Senegal e Costa d’Avorio, alla Francia, «che fino a poco tempo fa deteneva il 100% delle divise, ora il 50%». «Solo per la moneta, la Francia ricava 440 miliardi di euro all'anno. Con quella cifra in Africa si potrebbero fare tantissime cose, ma non possiamo beneficiare delle nostre risorse sul mercato internazionale».

 

Konaré, come può avvenire questa liberazione? «Gli africani devono prendere consapevolezza della situazione e sollevarsi contro gli Stati imperialisti. L’Africa deve tornare ciò che era prima della Conferenza di Berlino del 1884-1885, quando l’Occidente ha cominciato a spartirsela».

 

Sembra molto difficile come obiettivo. «Lo è, ma se i popoli africani si uniscono possono riacquistare la propria autodeterminazione. Il dominio si realizza in primo luogo con la moneta, ma anche con la cultura: oggi gli africani non hanno più identità, i nomi stessi dei paesi sono occidentali. Anche con la lingua si controllano i popoli».

 

A chi si rivolge il movimento panafricanista? «Innanzitutto all'Africa nera, poi se i paesi nordafricani vorranno unirsi saranno i benvenuti. Sogno gli Stati Uniti d’Africa. Oggi, grazie al Cfa, paesi confinanti non possono commerciare con l’estero e nemmeno tra di loro. Il valore stesso della valuta è zero, fuori dall'area in cui circola. Ecco perché, insieme a tanti fratelli, cerco di unire tutti i movimenti panafricanisti che realmente vogliono liberarsi. Ma la nostra lotta riguarda l’umanità intera».

 

Come agisce concretamente questo movimento? «Abbiamo creato un gruppo di lavoro, siamo in contatto tutti i giorni con la gioventù africana. Tra poco terremo una conferenza via Skype con i giornalisti africani. Dobbiamo agire, non si può restare soggiogati e non posso accettare di vedere i miei fratelli morire per un’aspirina. In certe zone manca l’acqua potabile, una sigaretta è un lusso. C’è tanto lavoro da fare, ma la priorità è garantire cibo, acqua, istruzione e sanità per gli africani».

 

Lei accusa in particolare la Francia. Ma i problemi dell’Africa non dipendono solo dai francesi… «La storia parla chiaro. Basta pensare che il capo dei servizi militari della Costa d’Avorio è francese o che nelle tre banche centrali africane la Francia ha diritto di voto, impedendo qualunque scelta autonoma degli africani, per capire come stanno le cose».

 

La Cina si sta espandendo sempre di più in Africa. «I cinesi stanno cercando di penetrare con mezzi diversi, ne siamo consapevoli e ci stiamo preparando per affrontare anche questo. L’Italia, invece, è uno dei paesi che fanno meno male all'Africa, ha un ruolo marginale. Ma il problema è che al governo spesso ci sono fantocci piazzati dall'Occidente. Chiunque abbia cercato di liberare l’Africa è stato ammazzato dai francesi. Ventidue capi di Stati africani, da Thomas Sankara a Patrice Lumumba, senza contare gli attivisti morti in galera. Gheddafi è stata l’ultima vittima».

 

Perché? «Stava per mettere 42 miliardi di dollari per creare un fondo monetario africano e uscire dal Fmi, è stato ucciso dalla Francia per questo. Stava creando una banca centrale e una banca di investimenti africane. In Libia c’è stata una manipolazione, non c’era nemmeno una rivolta. È tutto documentato, ma di queste cose non si parla».

 

Lei ha paura per la sua vita? «No. Cerco di stare attento, ma quando ho scelto di attivarmi per la causa sapevo a cosa andavo incontro, infatti la mia vita è cambiata. Ricevo minacce, palesi e subliminali, e sono costretto a spostarmi in modo discreto, perché so che qualcuno non sopporta ciò che faccio. Se prendessi un aereo per l’Africa oggi, non oso immaginare che fine potrei fare».

 

Tanti giovani africani cercano di raggiungere l’Europa. «È chiaro, ma non è questa la soluzione, se si vuole bene all'Africa. Anzi, l’emigrazione è proprio il progetto delle élite per evitare che gli africani si ribellino. Chi parte rischia la vita, il viaggio è un inferno. Per fare cosa poi? Lavori disumani».

 

Pensa che ci sia razzismo in Europa? «Il razzismo c’è dappertutto, anche tra africani o tra italiani stessi. Ma è frutto di ignoranza, la realtà è che siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo lottare per la libertà dei popoli».

 

 Ruggero Tantulli

 

 
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25 Agosto 2019

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Da Rassegna di Arianna del 23-8-2019 (N.d.d.)

 

Le fiamme che stanno devastando l'Amazzonia a causa dell'accelerazione delle politiche di deforestazione avviate da Bolsonaro hanno una causa precisa: si chiama liberoscambismo. Cioè l'idea che l'obiettivo della politica commerciale globale debba essere quello di incrementare il più possibile il volume e l'intensità degli scambi commerciali internazionali, con l'obiettivo, tra le altre cose, di aumentare le esportazioni, ridurre il costo delle importazioni e favorire l'integrazione delle filiere produttive dei singoli paesi. La deforestazione in corso in Brasile serve infatti a far spazio alle coltivazioni intensive di soia e all'allevamento di bovini, due dei principali export brasiliani. È ormai sempre più evidente che siamo di fronte a una strategia non solo completamente irrazionale dal punto di vista sociale ed economico - che sta distruggendo la base produttiva di interi paesi - ma anche completamente suicida dal punto di vista ambientale. È altresì evidente che serve un ribaltamento radicale di questa logica, che ponga al primo posto la riduzione - non l'allargamento - del grado di apertura commerciale dei singoli paesi.

 

Una nuova razionalità economica che ponga al primo posto l'ottenimento del massimo grado di autosufficienza economica nazionale possibile, secondo la filosofia esposta da Keynes nel suo noto saggio del 1933 "Autosufficienza nazionale": «Io simpatizzo piuttosto con coloro che vorrebbero ridurre al minimo il groviglio economico tra le nazioni, che non con quelli che lo vorrebbero aumentare al massimo. Le idee, il sapere, la scienza, l’ospitalità, il viaggiare – queste sono le cose che per loro natura dovrebbero essere internazionali. Ma lasciate che le merci siano fatte in casa ogni qualvolta ciò è ragionevolmente e praticamente possibile, e, soprattutto, che la finanza sia eminentemente nazionale».

 

In quest'ottica risulta assolutamente prioritario lo smantellamento dell'UE, la cui intera architettura si fonda sulla promozione del liberoscambismo più esasperato. Non a caso sono in molti a denunciare che l'accordo commerciale UE-Mercosur siglato proprio il mese scorso - che punta tra le altre cose ad incrementare l'importazione in Europa di carne bovina dal blocco latinoamericano, che comprende Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay - avrà l'effetto di accelerare la deforestazione della foresta amazzonica. Con buona pace di tutti gli ambientalisti da salotto che sono solerti a sproloquiare sulla bontà delle politiche ambientali dell'UE.

 

Thomas Fazi

 

 
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