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La malattia dell'individualismo PDF Stampa E-mail

23 Febbraio 2017

 

Da Rassegna di Arianna del 20-2-2017 (N.d.d.)

 

C’è una malattia radicale che colpisce senza pietà il Pd con tutte le sue correnti e la destra intera, pezzettini inclusi, ma anche la sinistra-sinistra, i centrini vari e perfino i grillini. È la malattia che sta uccidendo la politica. È l’individualismo. Ognuno si mette in proprio, nessuno riconosce legittimità di leadership a nessuno, ciascuno sospende le ostilità quando il leader in carica è forte, vincente e distribuisce i dividendi del suo successo. Ma appena s’appanna la sua forza, s’intravede una sconfitta o semplicemente s’addormenta, ecco che gli saltano addosso e se lo mangiano vivo. Accade a Renzi, come a tutti i leader in ballo. E anche i congiurati, se vai a vedere, rappresentano ognuno un caso a sé. Tre concorrenti, più una decina di correnti e una spianata di vecchi leader ciascuno con la sua posizione, irriducibile alle altre. Per non dire del pozzo ulivista e democristiano di sinistra, di cui Franceschini è solo il più in vista. Il caso più assurdo è la sinistra “collettivista”: un tempo aveva un leader, Vendola, ora c’è Pisapia che va per conto suo; c’è Scotto, che se ne va col suo gruppo per la sua strada; un altro ancora, Fratoianni, diventa leader, mentre gioca in proprio, come Vestale Internazionale, la piangente Boldrini.

 

Vi risparmio di descrivere la destra, l’ho fatto più volte e sono tutti permalosi, ognuno a turno si sente vittima di chissà quale piano di sterminio e non semplicemente di un’opinione libera e critica. A destra cominciò il Partito Personale con Berlusconi, Fini e Bossi. Poi si estese ovunque e dilagò a capetti, sotto capetti, mezzi colonnelli, capi bastone…

 

Di microcentrini ce ne sono a grappoli. E lo spettacolo dei grillini che si cannibalizzano a vicenda sul corpo martoriato della Raggi dimostra che anche l’antipolitica segue le stesse regole suicide della politica. Ognuno fa la sua scissione e il suo minipartito nel nome dell’unità… Inteso come uno. Narcisi, egocentrici. Nessuno riconosce un principio superiore a se stessi, un’idea, una Casa, un partito che prevalga sui singoli. Una volta c’era la Ragion di Stato, l’Amor patrio, il supremo interesse nazionale, la ragion di partito, la fede, l’obbedienza e l’osservanza. Oggi, nell’epoca liberale e liberista, tutto è ridotto a patto tra soggetti e contratto privato, il politico è un libero professionista con la sua partita Iva e rimorso a piè di lista appena qualcosa non soddisfa i suoi punti di vista. Anche le massicce transumanze di partito nascono di lì. Quel che conta è solo l’Io. Vado dove mi porta l’interesse, ogni intesa dura finché perdura la convenienza a stare insieme. La politica è ridotta a una collezione di casi personali, di selfie in pubblico e di utilità private. L’individualismo è la causa principale del degrado della politica che per natura e vocazione è passione collettiva, appartenenza a una comunità, gerarchia e solidarietà. Nasce dall’odierno orizzonte liberale e mercantile ma in Italia trova terreno fertile. Anche il malaffare o la corruzione nasce dal non avere altro principio, altro criterio al di sopra di sé: ciò che più conta sono io e chi mi è vicino. Se l’unico valore assoluto e non negoziabile è il mio vantaggio personale allora rubare è possibile, ci frena solo il timore della sanzione… Non dobbiamo render conto a nessun dio, nessuna storia, nessuna Causa, di quel che siamo e facciamo. Per questo ho provato un misto di compassione, ripulsa e solidarietà per l’inno comunista che risuonava tra i congiurati contro Renzi; così come in qualche revanche missina o democristiana d’altre parti. Un vintage estremo e grottesco. Una bandiera rossa per coprire con gli orrori grandiosi del comunismo passato le miserie piccine del presente individuale. L’Italia affonda? L’importante è che galleggio io

 

Marcello Veneziani

 

 
Tempo di decidere PDF Stampa E-mail

22 Febbraio 2017

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Da Rassegna di Arianna del 20-2-2017 (N.d.d.)

 

Il tempo in cui stiamo vivendo è un tempo gravido di decisioni da prendere. Tutta la vita umana è fatta di decisioni da prendere, anche se molte persone, sprofondate nella più totale inconsapevolezza, nemmeno se ne rendono conto, o, tutt’al più, s’immaginano che le decisioni consistano nel tipo di scuola da frequentare, nella scelta del compagno o della compagna giusti, nella professione da intraprendere: e non immaginano che le decisioni vere giacciono a un livello molto, ma molto più profondo, e che la posta realmente in gioco è molto, ma molto più alta di quel che essi non arrivino neanche a immaginare. Che poi le decisioni vengano prese davvero, è un altro paio di maniche: ma quelle tali persone non sanno o non comprendono che anche il fatto di non decidere è una scelta, e dunque, a suo modo, una decisione, sia pure paradossale e autodistruttiva: la decisione di non decidere nulla. Quando la nave, per esempio, sta andando alla cieca nella nebbia, e si naviga a vista per evitare il pericolo degli scogli, la vedetta che si fa un bel sonnellino ha deciso anch’ella, a suo modo; e il comandante che si fa una bella sbronza e piomba a letto tramortito dall’ubriachezza, anche lui ha preso, a suo modo, una decisione: quella di disertare dal proprio dovere e di sbarazzarsi dalle proprie responsabilità, decidendo di non fare nulla per la sicurezza di se stessi e della propria nave. Così pure, lo studente che ha rimediato quattro insufficienze nel primo scrutinio dell’anno scolastico, e non si mette a studiare quelle discipline, si avvia verso lo scrutinio finale con la prospettiva certa della bocciatura; non facendo nulla, ha deciso che decidano gli altri: ha scaricato sui professori la responsabilità di bocciarlo. Potremmo fare infiniti esempi dello stesso tipo; nel campo affettivo, potremmo parlare di quei matrimoni nei quali entrambi i coniugi, o almeno uno di essi, vedono chiaramente che, non facendo nulla, cioè non modificando in alcun modo il loro modo di relazionarsi l’uno all’altro, stanno lasciando che il loro matrimonio vada alla deriva, verso l’inevitabile naufragio: eppure non agiscono, non si muovono, vuoi perché troppo stanchi e sfiduciati, vuoi perché, in fondo, e al di là di quel che dicono e di come se la raccontano, il naufragio è proprio la soluzione che, in fondo, sperano e attendono, non avendo il coraggio di prendere il toro per le corna e di assumersi almeno la responsabilità di una rottura deliberata, non secondo il caso, ma in maniera autonoma e adulta.

 

Tutto ciò riguarda la psicologia individuale e fa parte delle normali dinamiche della vita di ciascun essere umano. Ma vi sono anche delle circostanze esterne, storiche, economiche, culturali, che rendono il fatto della decisione più o meno urgente, più o meno secondario, non in senso individuale, ma in senso collettivo. Coloro i quali appartengono a una squadra, a un gruppo, a una comunità, o a un partito, a una associazione, a una istituzione, o, ancora, a una confessione religiosa, a una chiesa, a una setta, si trovano coinvolti, in certi momenti storici, in un clima da decisione, perché le circostanze complessive pongono quella squadra, quel gruppo, quella associazione, eccetera, davanti a degli aut-aut, a dei passaggi decisivi, perfino drammatici, che non ammettono dilazioni, che non tollerano rinvii. E qui sorge il primo problema: perché non tutti possiedono la stoffa di colui che sa decidere; anzi, a dir la verità, sono in pochi, sono solo una piccola minoranza ad averla. Parliamoci chiaro: nonostante l’ideologia democratica si fondi sull’idea della uguale responsabilità politica di ciascun cittadino e sull’uguale diritto a godere di diritti e a sottostare a doveri, secondo la formula un uomo, un voto, la verità delle cose è ben diversa. Per essere capaci di prendere decisioni, ovviamente decisioni responsabili (non diciamo giuste, che sarebbe già un obiettivo ulteriore, e decisamente più sofisticato), bisogna avere la stoffa del leader. E quanti ce l’hanno? Secondo alcuni studi di psicologia, nella massa della popolazione spicca un 5% creativo, al quale appartengono i potenziali leader. Essere “creativi” significa farsi le domande giuste, pensare con la propria testa e saper vedere le cose sotto differenti prospettive: cosa assai rara. Ora, di questo 5% non tutti possiedono la stoffa del leader, anzi, solo una ulteriore, ristretta minoranza; senza contare che di esso fanno parte anche i leader negativi, potenziali dittatori, delinquenti, deviati, mentre a noi, per ovvie ragioni, interessano solo i potenziali leader postivi. In conclusione, è molto probabile che non più dell’1%, il 2% al massimo della popolazione, ma probabilmente assai meno, possieda le caratteristiche per esercitare la capacità di compiere scelte intelligenti e responsabili (non necessariamente “giuste”, ripetiamo, perché questo ha a che fare con l’etica, e sull’etica esistono diversi punti di vista, mentre sulla creatività e sull’autonomia delle persone, il punto di vista tende a esser condiviso). Pertanto, sfrondato qualunque discorso sulla libertà e sull’uguaglianza, da ogni facile retorica e dalle pie intenzioni, la nuda e cruda verità è che solo l’1% delle persone, a esser ottimisti, è capace di prendere delle vere decisioni, se per decisioni s’intende, come comunemente si intende, non scegliere a caso, ma seguire una linea di condotto motivata, coerente e diretta al raggiungimento di un fine ben preciso. Viceversa, il 99% delle persone non prende decisioni, ma crede di prenderle; in effetti, tutto quel che fanno costoro è di lasciare che le circostanze scelgano per loro, ad esempio nella forma di lasciarsi influenzare in maniera decisiva dall’esempio, o dal consiglio, o dalla minaccia, di qualcun altro. E basterebbe già questa conclusione per capire quanto menzogneri ed ipocriti siano tutti i discorsi, di qualsiasi genere, nei quali si dà per scontato che viviamo in democrazia, che la democrazia è la migliore delle forme di governo possibili, e che dobbiamo ritenerci veramente fortunati di vivere sotto le sue ali calde e protettrici.

 

A parte tutto ciò, e parlando sempre senza ipocrisia, non esistono sufficienti ragioni di scandalo quando si constata che la stragrande maggioranza delle persone è costituzionalmente incapace di assumere decisioni autentiche, cioè libere e responsabili; intendendo per libere, dotate non di una libertà apparente, né generica, intesa in senso meramente negativo (la libertà da qualcosa), ma la sola vera libertà, che è sempre libertà concreta e relativa, e soprattutto positiva (libertà per fare qualche cosa). Fin qui, dicevamo, nessuna ragione di scandalo: lo scandalo esiste solo per chi non sa o non vuole guardare in faccia la realtà delle cose. In effetti, in nessuna democrazia la totalità della popolazione, o anche solo la maggioranza, assume decisioni; è sempre una ristrettissima minoranza quella che decide, in un senso o nell’altro: gli altri, si limitano a farsi portare dalla corrente. Vivono con il pilota automatico inserito, e non solo per ciò che riguarda la dimensione politica in senso stretto, ma, in genere, per tutto ciò che attiene alla vita sociale, e anche alla vita individuale: relazioni, amicizie, amori, lavoro, tempo libero, eccetera. Scelgono, si fa per dire, fra ciò che trovano già bello e pronto; al di fuori di quello, non vanno, non sanno pensare, e, al limite, non vogliono pensare. Prendiamo il caso della salute: parrebbe una questione quanto mai personale, afferente la sfera delle libere scelte di ciascuno. Ma la verità è che la stragrande maggioranza non ha voglia di prendersi cura della propria salute: tiene comportamenti sbagliati per la propria salute, pur sapendo che sono tali; quando, poi, insorgono malesseri o vere e proprie patologie, va dal medico. Perfino in questo caso, tali persone non hanno voglia di prendere decisioni: preferiscono che a decidere sia il medico, al quale si affidano ciecamente. Lasciano a lui la decisione di come curarsi, e anche quella di farsi operare o no. Non si tratta, semplicemente, del riconoscimento della propria incompetenza medica; è qualcosa di molto più profondo: è pigrizia, indolenza, è fastidio nei confronti della necessità d’infornarsi e assumere decisioni, sia per quanto riguarda gli stili di vita che prevengono le malattie, sia per quanto riguarda le terapie da adottare, una volta insorta la malattia. Anche scegliere come curarsi comporta un certo grado di creatività, ossia di pensiero autonomo e svincolato da modelli prestabiliti: e ciò è faticoso per la maggior parte delle persone. Meglio lasciare il fastidio di simili pensieri, di simili responsabilità, agli specialisti. In questo modo, la stragrande maggioranza delle persone si auto-espropria della facoltà di decidere sulla questione più essenziale ed intima che vi sia: quella di gestire la propria salute. Il secondo problema è che, in questo momento storico, vi è una carenza, per non dire una vacanza, di centri decisionali. In altre parole, si direbbe che anche quel 5% creativo sia in sciopero, e che, al suo interno, anche quell’1% di potenziali leader abbia rinunciato a svolgere il proprio ruolo dirigente. Non ci sono più modelli da seguire, né istituzioni, e tanto meno persone, che si accollino la responsabilità di decidere: nemmeno per se stesse, figuriamoci per indicare la direzione agli altri. Ma, se è così, e noi crediamo che sia così, allora anche il rimanente 99% della popolazione è come paralizzato: non sa da che parte andare, non sa letteralmente che fare, perché gli è venuto a mancare qualunque cartello indicatore. Lo si vede a tutti i livelli: i genitori non sanno come educare i figli; le maestre e i professori non sanno come insegnare agli studenti; i sacerdoti e i religiosi non sanno come occuparsi delle anime e come annunciare il Vangelo: o meglio, ciascuno si regola a suo modo, ciascuno si fa la sua pedagogia, la sua didattica, il suo catechismo; quanto alle masse, si sbandano e si frammentano dietro a ciascuno di questi ex leader che vanno a casaccio, che annaspano di qua e di là, così, secondo gl’impulsi del momento. Eppure, la vita richiede di prendere decisioni; la vita non va in sciopero, non va in vacanza: le cose da fare, le decisioni da assumere, restano, anzi, si accumulano e ingigantiscono, quanto più a lungo vengono rinviate e dilazionate. La vita esige che gli uomini sappiamo scegliere, o almeno che si accodino ai leader capaci di scegliere. Ma se i leader hanno rinunciato a svolgere la loro funzione trainante, cosa accadrà? Gli inguaribili ottimisti diranno: ecco, questo sarà il momento in cui le persone si riscuoteranno dal torpore, e capiranno di non poter delegare in eterno a qualcun altro la facoltà di decidere; in breve: diverranno adulte, sotto lo stimolo della necessità. Noi non lo crediamo. È vero che la necessità è un potente stimolo alla maturazione, ma solo se esistono le pre-condizioni di base; se queste non vi sono, l’urgenza della necessità non fa altro che aggravare la paralisi e il corto circuito in cui si dibatte chi non ha mai saputo prendere una decisione in vita sua. Come farà il passeggero distratto, che non si è mai interessato a come funziona il governo di una nave, a sostituire il comandante, una volta scoperto che costui si è ubriacato e che il bastimento sta letteralmente andando alla deriva? Non ci si può improvvisare marinai, nemmeno quel poco che serve a calare in mare le scialuppe, ma nella maniera giusta, e dopo aver controllato che ci siano le provviste di emergenza.

 

Ma non basta ancora. C’è un terzo problema, oggi. Chi dovrebbe prendere le decisioni non è solo latitante; pare che stia accadendo qualcosa di peggio, di assai più grave: cioè che i responsabili delle decisioni abbiano scelto, per qualche ragione che loro sanno molto bene, ma che il pubblico ignora e può, al massimo, tentar d’indovinare, di portare deliberatamente la nave verso gli scogli. In altre parole, le classi dirigenti paiono più che mai impegnate a condurre le comunità, i popoli, i fedeli del credo religioso, verso la distruzione. […] Non si tratta solo di sostituire i leader distratti, inefficienti e incapaci; si tratta di rimpiazzare dei traditori con dei nuovi dirigenti, che siano capaci ma che siano anche leali, cioè votati al bene comune e alla comune salvezza. Ora, si badi, non è detto che tali persone non esistano: sempre pescando all’interno di quel 5% creativo, forse ci sono, ma, sino ad ora, non sono state prese in considerazione, ad esempio perché troppo indipendenti nei loro orientamenti e nei loro giudizi, oppure perché non interessate agli intrighi e ai compromessi del potere. Ma la domanda è: se il 99% passivo e incapace di scelte, si rende conto che la nave sta andando dritta verso il disastro, come immaginare che troverà il coraggio di prendere una decisione così anticonformista, così coraggiosa, come quella di affidarsi a dei leader nuovi, sconosciuti, impopolari, perché non adusi alla demagogia e incuranti di piacere alla massa? Se fosse capace di prendere una decisione del genere, allora non sarebbe la maggioranza amorfa e abitudinaria, ma sarebbe divenuta simile, chi sa per quale miracolo, alla ristretta minoranza delle persone capaci di pensare e di decidere da se stesse. Da qualunque lato si consideri la cosa, pare che non esistano vie d’uscita. O meglio, la via d’uscita ci sarebbe, e cioè tornare al modello anteriore all’avvento della mentalità democratica: bisognerebbe che la massa si affidasse a chi sa prendere decisioni, e che, all’interno della minoranza creativa, chi si è venduto venisse prontamente sostituito da chi è rimasto integro. Ma come avverrà un simile cambio della guardia? Ci vorrebbe, appunto, un miracolo…

 

Francesco Lamendola

 

 
Il serpentone metamorfico PDF Stampa E-mail

21 Febbraio 2017

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In questi giorni si sta svolgendo l' assemblea precongressuale del PD: molta la carne al fuoco, a partire dalle dimissioni formali di Matteo Renzi dalla Segreteria di Partito, quindi le future primarie e la eventuale candidatura ad esse dell’ex premier, la tenuta del governo Gentiloni, le elezioni anticipate o meno e soprattutto il vero nocciolo della questione, cioè la resa dei conti tra Renzi e la minoranza "dem", una resa dei conti che potrebbe-usiamo sempre d' obbligo il condizionale-portare ad una delle ennesime scissioni che il compianto Costanzo Preve chiamò il "serpentone metamorfico PD-PDS-DS(e PCI)". I panni sporchi di quello che al momento è ancora-non si sa per quanto-il maggior partito italiano e principale sponsor degli ultimi quattro governi non eletti (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni) nonché proconsole dei poteri forti finanziari e globali per la colonia Italia ci interessano relativamente poco da un punto di vista della politica pura: lo vediamo solo come una sterile perdita di tempo che paralizza un Paese già immobilizzato, ove il dibattito pubblico si riduce ad astratta teoria a tutto discapito di problemi epocali da far tremare le vene nei polsi, non solo a chi governa ma specialmente a noi governati. Tuttavia qualche considerazione è d' obbligo.

 

La frase pronunciata da Renzi verso gli sfidanti e i "malpancisti", intendiamo Cuperlo, Rossi, Emiliano ma anche Epifani e Bersani che " la minoranza non ha il copyright della sinistra" è parzialmente esatta. Se è vero che nessuno ha depositato all' ufficio brevetti il logo della sinistra-quale sinistra poi, nel mondo ormai depolarizzato e postmoderno di oggi, resta tutto da vedere, dato il sorgere di una sola fede, quella del Mercato -è parimenti vero che Matteo Renzi è l'ultimo a poter richiedere il diritto d' uso della franchigia di tal supposto marchio. Nello psicodramma di quella che ancora, per stanchezza, chiamiamo la "sinistra" si sta aggiungendo un nuovo tassello alla antica dicotomia tra massimalisti e riformisti: quello dello scontro generazionale, che con la accelerazione della Storia dopo il 1989 è diventato esponenziale. La "maledizione della sinistra" europea in generale e italiana (molto) in particolare ebbe sempre come scintilla lo scontro tra le ali riformista ed estremista. Solo con tale dicotomia e scontro si spiegano 125 anni di sinistra italiana,  dalla nascita ufficiale del Partito Socialista (estate 1892) in poi:  l' espulsione del "moderato" Cabrini "reo" di essersi congratulato con Vittorio Emanuele III nel 1912 per un fallito attentato, la drammatica scissione del Congresso di Livorno del 1921 e la nascita del PCI, la scissione del 1947 di Saragat e la nascita del PSIUP poi riconfluito nel PCI nel 1972, la scissione di Rimini del 1991 e la nascita di Rifondazione, poi divisasi nel 1998 con la nascita del PdCI di Diliberto e poi e poi…ci fermiamo qua, che l' album di famiglia diventa troppo lungo da sfogliare, Verdi compresi, che appartengono più o meno alla stessa specie politica. Senza dimenticare, ovvio, le foto dei ragazzi discoli, quei "compagni che hanno sbagliato" in una tragica stagione italiana da fine anni Sessanta a inizio anni Ottanta.

 

Oriana Fallaci soleva dire che la sinistra andasse paragonata alla Chiesa, coi suoi dogmi, le sue eresie ed i conseguenti scismi e in buona parte siamo portati ad essere d'accordo con lei: per decenni, lo stesso Marx non venne infatti citato come profeta e il suo "Capitale" come la Bibbia, ove le frasi potevano venire interpretate secondo propria scelta? Ebbene, questa "Chiesa", con la nascita del PD nel 2007, ha imbarcato anche rimasugli dei rimasugli delle scissioni-il che è tutto dire-di quel partito interclassista e gattopardesco ed opportunista che fu la Democrazia Cristiana: facciamo quattro conti e vedremo che la mutazione generica del renzismo ha radici ben definite. Aggiungiamoci lo scontro generazionale tra una certa vecchia politica e un prodotto del mondo globalizzato e prono al monoteismo finanziario-economico-politico come i renzini e siamo davvero a cavallo. Scontro non duplice, si diceva, ma triplice, fra tre componenti ben distinte in campo. Per farla breve: della scissione presunta del PD a noi nulla cale, anzi ci fa piacere, perché andrebbe ad indebolire mortalmente uno dei maggiori responsabili dello sfacelo e della svendita di sovranità nazionale italiana dal 2011 ad oggi. Ben vengano, dunque, le balcanizzazioni in area PD. Ma ben venga pure un plauso a quelli che possono essere considerati "vecchi arnesi della politica" o che romanticamente credono ci possa essere ancora spazio per la "sinistra" e rompono le uova nel paniere. State sicuri che principalmente lo fanno per giochi di potere e rancori personali e politici, ma fa sempre piacere vedere un certo attaccamento alla tradizione storica e rispetto per gli elettori, specie i più "duri" od anziani, i quali non sono certo nati "comunisti" per poi passare a "riformisti", svilupparsi come "democristiani" e giungere a morire come neoliberisti e anarcocapitalisti finanziari. L' eventuale scissione del PD -se non oggi, di sicuro in un futuro da definire-è normale e fatale. Dei nuovi soggetti politici che nasceranno non avremo alcuna fiducia, ma anche qua nulla importa: importante è che questo contenitore-perché di contenitore si tratta, non di Partito-inizi ad imbarcare acqua da ogni lato.

 

Simone Torresani

 

 
Valori marci PDF Stampa E-mail

20 Febbraio 2017

 

La psicologa sul "fenomeno" delle baby gang: «La società nella quale si trova adesso l'adolescente medio è intrisa di valori negativi dove la violenza viene vista come unica possibilità di relazione; in cui vince il più forte e non c'è nessuno in grado di contenere il dolore. Questo perché famiglie e scuola hanno perso il mandato educativo, in quanto loro stesse impegnate a gestire una crisi di valori inaspettata».

 

 Ma se non si fa altro che parlare di dialogo, buoni sentimenti e altre stronzate così... A quell'età esplode l'aggressività, e la "crisi di valori" (oddio, signora mia, c'è la crisi, dove andremo a finire?) non è affatto inaspettata, c'è da un pezzo, non è più crisi, sono i valori che sono marci. Urge mandare da un buono psicologo certi psicologi.

 

Alessio Mannino

 

 
Comunitarismo e reddito di cittadinanza PDF Stampa E-mail

19 Febbraio 2017

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Da Rassegna di Arianna del 17-2-2017 (N.d.d.)

 

La questione del reddito di cittadinanza pone molti problemi, ma pare poggiare su un fondamento politico-sociale assai solido.  La storia del Novecento ha insegnato (anche se sono ancora numerosi quelli che non hanno compreso questa lezione, ossia coloro che, per così dire, vogliono le albicocche ma non l'albicocco) che vi sono due forme principali di organizzazione sociale compatibili con l'apparato tecnico-produttivo generatosi a partire dalla rivoluzione industriale.  Vi sono infatti l'organizzazione sociale di tipo liberal-capitalistico, ovvero basata sulla proprietà privata dei principali mezzi di produzione, e quella di tipo statale, basata cioè sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione e quindi caratterizzata dall’assenza del mercato capitalistico. Le cooperative o altre forme di socializzazione (più o meno "chimeriche") rientrano o nel primo o nel secondo caso a seconda che vi sia (come in Cina) un mercato capitalistico oppure no (come accadeva nell'Urss). Difatti, le cooperative o altre forme di "autogestione", se vi è un mercato capitalistico, operano come imprese capitalistiche (e non vi è certo differenza per i lavoratori se le imprese sono dirette da manager pubblici anziché privati). Vi sono, com’è ovvio, anche forme miste (basti pensare all'Italia della seconda metà del Novecento), in cui cioè si combinano forme di proprietà privata e pubblica dei mezzi di produzione, ma l'organizzazione sociale in questi casi è pur sempre basata sul mercato capitalistico (e questo vale anche per la Cina, il cui "socialismo di mercato" è solo una finzione ideologica necessaria per giustificare il potere assoluto del partito-Stato).

 

D’altronde, la storia recente (in specie dell'Urss e della Cina) ha anche provato che un'organizzazione sociale basata sul mercato capitalistico è quella più efficiente sotto l’aspetto economico (perlomeno una volta superata la fase della industrializzazione di una società ancora in larga misura basata sul settore primario). E anche la crisi del Welfare State è una realtà con cui fare i conti (come sempre più numerosi europei sanno bene). Invero, ormai è evidente che solo il mercato capitalistico può garantire la “crescita” delle forze produttive, ma al tempo stesso che questa “crescita” implica la distruzione di ogni legame sociale, promuove disoccupazione di massa, diffonde miseria nel “centro” stesso del mondo occidentale e favorisce un’immigrazione massiva e incontrollata (ora il paragone con l’albicocco dovrebbe essere chiaro). Bramosia di possesso e individualismo sfrenato sono così conseguenze inevitabili di quella sorta di capitalismo post-borghese e libidinale che si va affermando ovunque. Problemi che dovranno (anzi devono già in qualche misura) affrontare quei Paesi in cui il mercato capitalistico è il motore dello sviluppo anche se non si possono considerare Paesi liberal-capitalistici. Sembra quindi che non vi sia alternativa se non quella che consiste nel ridefinire lo stesso Welfare in una prospettiva che per semplicità si potrebbe denominare di tipo comunitarista, anche per il fatto che quest’ultima sembra consentire di non “incagliarsi” nella dicotomia “crescita versus decrescita”, in quanto, in un certo senso, si pone oltre tale dicotomia (che è pur sempre fondata su schemi concettuali economicistici). In una prospettiva comunitarista, infatti, l’accento non cade sulla bramosia di possesso del singolo individuo (liberismo) né sull’unità produttiva (marxismo) ma sulla comunità. Va da sé che secondo una concezione comunitarista la comunità è un “intero” sotto ogni profilo (incluso quello economico cioè) e decisivo perciò è il fatto che i cittadini in quanto membri a pieno titolo di una comunità sono “pari” (non si è più o meno cittadini) e che pure i loro bisogni primari (cibo, abitazione, salute, informazione e sicurezza) sono nella sostanza i medesimi. Pertanto, la ricchezza prodotta dalla comunità non può che essere ripartita tra tutti i membri della comunità secondo i loro bisogni e le loro capacità o i loro meriti. Prima però viene il “bisogno” poi il resto (desiderio incluso). Una tale prospettiva, per ragioni facilmente comprensibili, implica non solo una concezione non economicistica dei legami sociali ma la netta supremazia della funzione politica e pure di quella culturale rispetto a quella economica. In questo contesto la questione del reddito di cittadinanza è chiaramente legata a quella dei diritti e dei doveri che non si possono pensare se non “in relazione a” quella tutela del bene comune cui ogni membro della comunità dovrebbe concorrere, senza contrapporre il bene individuale a quello della comunità – ovverosia senza contrappore la “salute” della comunità a quella di ciascun membro della comunità. In quest’ottica, dunque occorrerebbe affrontare la stessa questione del reddito di cittadinanza, secondo cioè una concezione non meramente economicistica ma politica e culturale che mostri come il “mercato” (comunque lo si intenda) non può che incontrare un preciso “limite” allorché è in gioco la “salute” della comunità e dei suoi membri. Vale a dire allorché è in gioco la tutela del bene comune, definito a partire non dalla bramosia di possesso di un “fantomatico” individuo isolato, weltlos (privo di “mondo”), ma dai bisogni reali di individui, che non possono “essere nel mondo” senza al tempo stesso “essere insieme con gli altri” (secondo una molteplicità di relazioni politiche, economiche, sociali e culturali) o, se si preferisce, senza appartenere ad una comunità.

 

Fabio Falchi

 

 
L'ideologia della Buona Scuola PDF Stampa E-mail

18 Febbraio 2017

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Da Appelloalpopolo del 12-2-2017 (N.d.d.)

 

La legge della Buona Scuola ha istituito, come è noto, la cosiddetta alternanza scuola lavoro, che prevede l’obbligo per gli studenti di tutte le scuole superiori, compresi i licei, di frequentare periodi formativi presso aziende ed enti, pubblici e privati, nonché nel caso di un’indisponibilità di questi, presso la stessa scuola con la modalità dell’azienda simulata. Si tratta di uno dei pochi punti popolari di questa controversa legge perché la narrazione ideologica, secondo la quale sono le scuole le responsabili delle difficoltà sul mercato del lavoro incontrate dai loro discenti e non coloro che gestiscono quello stesso mercato, gode di un notevole successo. All’atto pratico questa alternanza scuola lavoro sembra coinvolgere positivamente una minoranza di scuole, perlopiù istituti tecnici e professionali, che spesso avevano avuto già prima dell’introduzione della legge la possibilità di avviare un’attività di stage perché costituiscono per i loro indirizzi di studi un reale interesse per alcune imprese. Nelle altre scuole si assiste generalmente a un’affannata corsa da parte di dirigenti, insegnanti, famiglie e studenti stessi per trovare iniziative che rientrino nei caratteri richiesti dalla legge senza alcuna strategia formativa con il solo obiettivo di far accumulare ore di stage ai ragazzi. Non a caso si sta sviluppando una rete di agenzie accreditate, che offrono a pagamento alle scuole interi percorsi di alternanza scuola/lavoro per risolvere il problema e inculcare nelle giovani menti l’importante principio sociale che per lavorare bisogna pagare. Anche quando gli uffici ministeriali hanno provato a contrarre direttamente accordi con il mondo delle aziende, non è andata meglio. Quello più significativo per numero di posti (10.000 all’anno, che sono quasi nulla rispetto al fabbisogno) è stato stipulato con McDonald’s; ma in quest’ultimo caso almeno il messaggio educativo finisce con il diventare involontariamente chiaro: è inutile studiare quando il destino che attende è generalmente quello di un lavoro dequalificato. In realtà, nulla di quello che sta succedendo è sorprendente, anzi era una delle cose più facili da prevedere: gli stage, per avere una funzione effettiva, devono avere delle aziende che abbiano interesse nel prendere stagisti che si occupino di cose che rientrano nel quadro delle attività aziendali ed è questa una situazione che riguarda una minoranza di studenti, perlopiù di istituti tecnici e professionali, e di aziende. Proprio in ragione della sua facile prevedibilità, una simile situazione non deve essere considerata un effetto collaterale, ma un obiettivo che il legislatore si proponeva di raggiungere. L’alternanza scuola lavoro, del resto, ha essenzialmente un valore ideologico o, se si preferisce, educativo.

 

A un primo livello naturalmente ha la funzione propagandistica di mostrare che il governo si sta seriamente occupando della disoccupazione giovanile: invece di prendere atto della verità e cioè che le innovazioni tecnologiche, specie nel campo dell’intelligenza artificiale, produrranno una disoccupazione di massa anche a livello di lavori qualificati, e cercare di costruire una scuola di alto profilo culturale, che almeno sviluppi un intelletto generale, si preferisce alimentare vane speranze in un apprendistato che, salvo settori specifici e minoritari, non porterà a nulla. È, tuttavia, a un livello più specificamente ‘formativo’ che si può cogliere nell’alternanza scuola/lavoro il suo aspetto più propriamente ideologico. La preoccupazione di accumulare le ore di stage, la monopolizzazione della discussione nelle riunioni collegiali sui problemi organizzativi dell’alternanza, l’immancabile messe di procedure burocratiche, il successo di quegli studenti che grazie alle conoscenze familiari possono assolvere all’obbligo dello stage in maniera autonoma, quello corrispondente dei docenti che hanno trovato buone sistemazioni per gli studenti, la relativizzazione dell’importanza dello studio e delle attività culturali sono tutte conseguenze microfisiche di un processo educativo volto all’interiorizzazione delle regole del mercato del lavoro neoliberista, che diventa il punto cardine dell’attività scolastica. L’alternanza scuola/lavoro infatti presentandosi, fatto salvo l’obbligo del numero di ore da svolgere e alcune altre regole generali, come una libera scelta nelle sue articolazioni concrete, diventa una pedagogia della libera scelta neoliberista […] Anche la recente riforma dell’esame di stato si muove in questa direzione: a fronte di una sua sostanziale semplificazione tramite l’eliminazione della terza prova scritta, dell’area di approfondimento individuale nel colloquio e dell’aumento al 40% del voto finale della parte decisa dalla scuola prima dell’esame, si assiste all’introduzione dell’alternanza scuola lavoro come argomento di discussione e di valutazione finale, nonché all’obbligo di aver sostenuto le prove INVALSI per essere ammessi. Non deve ingannare l’apparente trascurabilità del provvedimento, perché così si introduce secondo una modalità microfisica una procedura volta a creare un ordine disciplinare nella scuola che privilegia, rispetto alle attività di studio e di elaborazione critica, l’adesione a determinate pratiche e attraverso di essa a determinati valori. Edgar Morin è un autore che gode meritatamente per le sue idee sulla scuola e sull’insegnamento di grande stima sia presso le autorità competenti sia presso molti esperti, sicché capita spesso di vedere citato il suo lavoro in interventi pubblici e anche in documenti ufficiali, anche se talvolta un osservatore diffidente potrà avere il sospetto che esso sia più citato per il suo prestigio che effettivamente letto e meditato. Proprio Edgar Morin ci offre una chiave di lettura per valutare al meglio questo tipo d’iniziative: “Si tratta evidentemente di resistere alla pressione del pensiero economico e tecnocratico, facendosi difensori e promotori della cultura, la quale esige il superamento della disgiunzione fra scienze e cultura umanistica” (Insegnare a vivere, Raffaello Cortina 2015, pagg. 65-66).

 

Giorgio Mascitelli

 

 
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