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Nobiltā del nichilismo PDF Stampa E-mail

26 Marzo 2017

 

Da Victory Project del 20-3-2017 (N.d.d.)

 

Sente la potenza trascendente nichilista chi vede il permanente affanno degli uomini protrarsi fino alla sopraffazione dell’altro pur di affermare sé; chi vede che anche dopo quelle affermazioni ancora la serenità non sopraggiunge; chi sente che la livella nichilista è una modalità occidentale per accedere a dimensioni umane altrimenti lasciate al fango dei giorni. Ipotizzando che lo spirito del nichilismo abbia pari diritto di ogni altro, potremmo condividerne il messaggio, l’essenza, il valore utili al nostro equilibrio, al riconoscimento del nostro profondo sé. Il binomio è contraddittorio: è di noi tutti tanto anelare alla pace, quanto essere intolleranti. È ragion sufficiente per sospettare che la pace permanente sia una incongrua aspirazione, oppure, per creare processi autoeducativi per scoprire come abortire gli embrioni di ogni conflitto? Processi umanamente possibili o cacciati a forza dalla presuntuosa ragione entro i limitati confini delle nostre identità? Dunque buoni per prendere coscienza che la concezione meccanicistica dell’uomo non può essere estesa ad ogni sua circostanza? Se realizzeremo la rivoluzione individuale, per vivere le relazioni nel rispetto, ci avvieremo a esprimere pace senza bisogno di appellarci al diritto razionale? Avremo a quel punto realizzato il progetto del Cristo e dell’anarchia? Per intenzioni e sospetti di questa portata, incertezze di questo peso e lotte di questo valore, anche il nichilismo offre la sua spinta evolutiva. Diversamente da quanto ci sussurra con insistenza il luogo comune - qualcosa di nefasto dal quale prendere le distanze - il nichilismo non è privo di orpelli nobili. Non c’è in lui alcuna contiguità con l’indifferenza e l’apatia, nessun prodromo della depressione, non è in lui appiattire ciò che ci appare come ente, come qualcosa che abbia valore, a niente. Né ha a che vedere con l’accidia, arida mortificazione più spirituale che pigrizia materiale, che rimanda ad una inesprimibile richiesta di amore. Piuttosto, gli è proprio farci presente che elevare qualcosa al di sopra di altro, preclude allo scaturire della profonda coscienza di sé, sempre nascosta dietro le più radicate, egocentriche convinzioni. Una volta consapevoli di noi stessi, non possiamo che riconoscere la permanente arbitrarietà delle nostre affermazioni. Non possiamo che convenire che viviamo solo entro il nostro discorso, che non abbiamo altro territorio vitale oltre alla mente nella quale siamo immersi. Nel nichilismo si può quindi riconoscere un risultato evolutivo. Esso scaturisce dalla consapevolezza che tutti gli affanni sono di pari valore, che farne graduatorie - tutte egoistiche - ci può anche portare in cima, ma su vette di carta.

 

Secondo lui - il nichilismo - ogni arbitrio è arrogante, inopportuno, privo di sostanza duratura e ragione universale. Per lui, ogni arbitrio necessita ed esprime forza sopraffattrice che, per implicita natura, si realizza nel sopprimerne altre. Ogni arbitrio fa l’occhiolino alla meschinità e alla disonestà. Condotte che sciamano in noi a rotazione, secondo il disegno delle circostanze della vita. Condizioni che mortificano le nostre migliori potenzialità di realizzare vite private, relazionali e sociali via via più idonee alla bellezza. Nessuno dovrebbe esonerarsi dal mettere in moto la propria evoluzione olistica, tutti possiamo riconoscere che se ogni foglia dedicasse a se stessa tutte le energie, prima il ramo e poi l’albero ne soffrirebbero. Tutti dovrebbero secondo misura personale farsi foglia di albero. […] Dal cospetto della nostra ricerca – qualunque essa sia – c’è difficoltà ad evitare il pungente compagno di viaggio detto nichilismo. Non di rado è acuto. Spesso riesce a sciogliere nel suo acido anche le architetture più solide e belle. Non ha riguardo per niente, ma ci si può fidare, non mente mai. Merita rispetto. Uno dei suoi trucchi – ma la realtà è maschera, quindi non è un inganno – sta nel portarci a traguardare le cose, il mondo, da un punto di vista utile alla sua causa. È ammaliante. Si estende su una rete sottile, che non vediamo se non quando ci prende. E sa attendere, quindi ci cattura sempre. Tuttavia ci sono momenti in cui sembra di essere riusciti a seminarlo, il nichilismo. Accade quando capita di essere nel qui ed ora, dentro il presente, identificati con le nostre concezioni. […] Dici “io” e sei orgoglioso di questa parola. […] C’è più assennatezza nel tuo corpo che nella tua più assennata saggezza. E chi può dire a quale scopo il tuo corpo ha bisogno proprio di questa saggezza così assennata? Senza “io”, si è in una condizione nelle quale non si avverte più la separazione delle cose, semmai la loro contiguità e necessarietà. La loro imprescindibile relazione. Uno stato nel quale non si fa arte, la si è; non facciamo niente, siamo tutto. Un ritorno all’Uno, alla condizione primigenia, astorica, che non è e non può essere permanente. Così, senza fretta e senza accorgerci, ci si ritrova a riconoscere che qualunque questione intellettuale, speculativa, analitica e globale, non contiene né conduce ad alcuna verità, che non sia creata dalla sua stessa dialettica. Ogni questione è ambitale, autopoietica, si crea mentre la si pronuncia, e la si pronuncia in modo da poterla creare ed alimentare e in modo sia confacente a noi stessi. Tira acqua al proprio mulino. La questione, fuori dall’invisibile e spesso inconsapevole recinto dell’ambito, non dice più nulla, non ha più ragione d’essere. […] Tanto più un’esposizione – qualunque sia il suo oggetto – è opportuna all’interlocutore tanto più gli sembrerà accreditabile, vera. Viceversa, se è inadeguata a coniugarsi con la biografia alla quale è destinata, tanto più – anche l’oggetto apparentemente più esclusivo, sacro e bello - avrà tutte le chances per non essere comunicato, riconosciuto, valorizzato. Anzi, per non essere proprio. […]  Come la democrazia. Dopo averla concepita nella sua sicura e rassicurante purezza, siamo rimasti ancorati ai suoi bei proclami, nonostante le dimostrazioni quotidiane di quanto si siano abbrutiti e allontanati dalla propria origine, nonostante siano stati mostruosamente deformati dalla burocrazia, nonostante le stanze dei suoi palazzi siano tutte androni della corruzione, non riusciamo né a ricucire gli strappi fatti alla sua bandiera, né a rinunciarvi. Così, per quanto pare abbia espresso l’ultimo e apparentemente migliore risultato della storia, per quanto sia oggi profondamente e radicalmente criticabile, si stenta a separarsene: ce ne siamo identificati; le alternative ci appaiono inaccettabili, tutte annichilirebbero quel perno essenziale a noi stessi. Così, pur potendo immaginare quanto sarebbe bello vivere in uno stato agile e veloce, non siamo nelle condizioni di realizzarlo se non uccidendola, la democrazia. Se non tornando ad aspirare e vedere il bello - solo per alcuni - dei pugni di ferro. Se non si può ancora dire che ce lo siamo voluto, si può però dire che ce lo stiamo volendo. Non è apologia dell’assolutismo. Quella democrazia che sognavamo e volevamo ardentemente, che avevamo idealizzato a nostra migliore immagine e somiglianza, ora ci appare vestita della sua concreta, rattoppata storicità. Ora sembra accettabile, giusto, voler cambiare vestito, rinunciarvi. L’invasiva malpolitica e certamente tanto altro stanno riuscendo ad allontanarci dal desiderio di democrazia. È la storia che ci segnala quanto sia funzionale la martellante difficoltà quotidiana al sempre più diffuso auspicio di vederla risolta in tempi brevi, senza più i lunghi lacci che tessono la democrazia. […] Mentre vediamo il suo lato oscuro, scorgiamo i vantaggi di un ordine che sappiamo facilmente abbinare a governi più rigidi. È tanto più difficile abbandonare l’idea della democrazia quanto più ce ne eravamo identificati. La separazione che possiamo accettare può avvenire per gradi contigui, non improvvisamente. Diversamente, sarebbe come compiere un gesto maldestro che ci fa uscire il baricentro dalla nostra base d’appoggio. […] È un processo che avviene per qualunque idea, scelta, ambito. Necessario per salvaguardare l’identità, la sopravvivenza. Ogni compromesso che consideriamo accettabile, ogni passo esplorativo che consideriamo idoneo a noi stessi sottostà a questa legge. La morale che interessa qui, è che le cose si muovono, che la forma che meglio esprime il tempo è quella del pendolo. La sola permanenza è l’oscillazione.

 

Il nichilismo ne è una modesta constatazione. La morale è che scoprire i lati oscuri delle nostre fedi che credevamo cristalline non è che una rispettabile premessa per riconoscere che ogni oggetto della nostra attenzione è potenzialmente soggetto della medesima sorte. È lì che può farsi in noi la consapevolezza del nichilismo, è lì la sua ragione d’essere. È lì che la ragione anarchica e cristica trovano il terreno adatto al loro basamento. Non più accumulo e sopraffazione ma assunzione di responsabilità di tutto, amore. Dunque la qualità spirituale del nichilismo non è semplicisticamente negativa e sconveniente, come un becero luogo comune vorrebbe, è semmai, e prioritariamente, la sola, in grado di farci presente quanto non potremo che perpetuare la storia mentre urliamo, tutti, di volerla cambiare, migliorare, trasformare (magari affidandoci alla tecnologia). Nichilismo perciò come una sorta di El Dorado. Vetta accessibile a chi non si perde lungo la parete, attratto ora da una, ora dall’altra tra le molte linee che non portano in cima. […] L’iperbole di tale “furia del dileguare”, prodotta dalla domanda metafisica fondamentale, è rappresentata dall’ipotesi cartesiana del Dio ingannatore [...] in forza della quale anche le verità logiche e matematiche, le verità analitiche di cui si predica l’incondizionata necessità, sono sospese all’arbitrio di una potenza di non essere. […] se è proprio di Verità che si sta credendo di parlare, come fa ad essere il nichilismo una questione più meritevole delle sue antagoniste? La risposta è di quel genere che appare semplice, contenuta nella stessa domanda. È proprio dalla consapevolezza di quella insolubile contesa, da quella velleitaria e narcisistica graduatoria delle cose del mondo, che la prospettiva del nichilismo si genera in noi, che prende il valore che spetta ad ogni cartina di tornasole. Parlare di antagonismo di idee, scelte e comportamenti, riconoscerne la presenza anche in noi, nei nostri più amorevoli ed intenzionalmente univoci intendimenti, è uno dei modi per accorgerci che anche se credevamo di viaggiare soli, il nichilismo, era lì, zitto e fermo ad aspettarci. […] Lottare per il giusto non è arbitrio diverso da qualunque altro, il più odioso incluso. Pronto a dirci che la storia si perpetua su questa inesausta ruota da criceto, sola permanente Verità dei nostri giorni.

 

Lorenzo Merlo

 

 
Tragicommedie PDF Stampa E-mail

25 Marzo 2017

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Da Comedonchisciotte del 23-3-2017 (N.d.d.)

 

È snervante scrivere per anni le stesse cose. Rimanendo solo nell’arco di mia vita mortale e non fossi stato troppo piccolo, avrei incominciato con Pearl Harbour, dove Roosevelt sollecitò i giapponesi a bombardare la sua flotta. Sufficientemente grandicello, ho potuto commentare la Pearl Harbour 2.0, diventata Golfo del Tonchino, dove inesistenti barchini nordvietnamiti hanno permesso agli Usa di bruciare viva mezza Indocina. Dalla piena maturità alla senilità, mi sono passati per le mani, a citarne solo i primi che vengono alle sinapsi affaticate, la tragicommedia dell’11/9, quando missili Cia e Mossad travestiti da aerei di linea hanno bucato torri a suo tempo dinamitate dall’interno; la farsa di Londra 2005 in cui a uno zainetto lasciato nella carrozza del Tube è stata attribuita la voragine causata da un ordigno posto sotto la carrozza; il triplice attentato di Amman, 2005, preceduto dall’evacuazione dei cittadini israeliani e coronato dall’uccisione di dirigenti palestinesi riuniti con militari cinesi; Bali, Mumbai, Madrid, Charlie Hebdo, dove certi terroristi camuffati ma identificati grazie all’esibizione ex-post dei documenti in macchina, hanno operato liberamente sotto lo sguardo di pattuglie di polizia; Bruxelles aeroporto, dove l’attentato è stato mostrato utilizzando un vecchio video di Mosca; Monaco, dove il più sofisticato armamentario antiterrorista germanico ha lasciato un tizio passeggiare e  sparacchiare in un centro commerciale per quattro ore, prima di rinvenirlo e seccarlo mentre se la filava lontano dal luogo; Nizza, dove il giro della morte del Tir non lascia un’ammaccatura sulla carrozzeria e un’immagine nelle venti telecamere lungo il percorso (o meglio le ha lasciate tutte, ma il governo ha deciso che non servivano e andavano distrutte). E successo anche con quelle del Bataclan… Incongruenze che diventano lacerazioni smisurate nel tessuto dello storytelling  delle stragi. […] Quando perfino nel programma meno di regime “La Gabbia” di Paragone, su La7, tutto finisce nei latrati antislamici di energumeni di una Weltanschauung decerebrata dove, dopo i comunisti che mangiano i bambini, siamo ai musulmani che mangiano le donne. […] Ieri, da Paragone, si trattava di fossili ricuperati come Giovanna Maglie,  Antonio Caprarica, Alessandro Meluzzi. I primi due si dicono giornalisti, il secondo, che scandaglia l’anima degli islamici e vi trova riserve inesauribili di nequizie, psichiatra. Con tanti saluti a Basaglia.

 

La NSA, ci è stato rivelato da Snowden e Assange e confermato da Trump, e le altre sorelle depravate dedite al voyeurismo, ascoltano tutto, vedono tutto, ti spiano dallo smartphone, dallo schermo di tv e computer, dal citofono, dall’asciugacapelli. Incamerano un miliardo di dati al minuto. Ora Renzi, per interposto Gentiloni, gli vende pure (all’IBM) tutti i nostri dati sanitari. Non ne hanno scampo né la cancelliera tedesca, né la presidente brasiliana, né gli ultimi ruotini del carro, che siamo tutti noi. Tuttavia, vigliacco se gli capitasse una volta di intercettare il malvivente che si fa mandare da Al Baghdadi a massacrare gente, proprio là dove non c’è comunicazione, o apparizione, che non siano controllate dal più sofisticato apparato tecnologico mai visto, neppure da quelli di StarTrek. Magari, però, come ci rivelano le ultime meraviglie vantate dagli apparati che ci assicurano sicurezza, sono in grado, a distanza, di prendere i comandi di un aereo, come quelli dell’11 settembre decollati e scomparsi per sempre, l’altro tedesco sui Pirenei, o di un camion, come quello di Nizza, o di un SUV, come quello di Westminster, e fargli fare quello che gli pare. E così anche con esseri umani, specie se disturbati, manipolati, fuori di testa che pensano di assaltare il parlamento britannico con forchetta e coltello. Tanto poi tutti quanti muoiono. Capitasse mai che ne esca vivo uno che ci racconti, magari senza waterboarding, chi lo manda. Sarebbero mirabolanti sorprese se uno ci riuscisse. Per tutti coloro che pontificano, accreditano, avallano, si strappano i capelli a edicole e schermi unificati. Non per noi.  Noi ci accontentiamo della firma. Dunque, anche la scorribanda del presunto Imam radicale di nome Brooks, dopo un po’ di suspence per un migliore ascolto, ha avuto la sua rivendicazione tradizionale. Scotland Yard, la migliore polizia antiterrorismo del mondo, s’era scordata che quell’imam era ancora in galera (che ridere: Caprarica, a “La Gabbia”, aveva giurato di riconoscerlo!) e quindi ha dovuto degradare l’attentatore a milite ignoto del terrorismo, pur sempre islamico. Tale Massud, come sempre noto delinquente, dunque ricattabile, dunque soggetto debole, come ultimamente anche quello, cocainomane etilizzato, dell’aeroporto parigino. Preparando così l’immancabile avvento dell’Isis e della sua firma. Uno col coltello a Parigi, un altro che a Londra assalta con due coltelli il più poderoso schieramento di sicurezza del paese, quello attorno alle massime istituzioni. Due abbattuti senza pensarci su mezza volta. Senza pensare quanto sarebbe stato facile e utile bloccarlo, magari con uno spruzzo al peperoncino, e arrivare tramite lui alla centrale operativa alla tana del mostro. Oppure pensandoci proprio e concludendo “non sia mai”.

 

Ma, signori miei, visto che tutti, ma proprio tutti sappiamo, anche se ci ostiniamo a far finta di niente, che l’Isis, come la carta di ricambio Al Qaida e tutti i terroristini aggregati, sono addestrati, armati, finanziati, riforniti, vestiti e nutriti, medicati (in Israele), da Usa, Nato, Israele e relativi azionisti, affittuari e sicari tra Turchia e Golfo; visto che ogni tanto Obama, o chi per lui, soleva mandare un McCain o un Graham a lisciargli il pelo, a rinnovargli l’affetto a dispetto di quanto è bene dire in pubblico, a chiedergli se il cappuccino è buono e il tritolo funziona nelle piazze di Damasco o Baghdad…. visto tutto questo, allora quando l’Isis dice “siamo stati noi”, è logica stringente, e ragion pura anche per Kant, che sono stati loro. Gli sponsor, i padrini, i committenti. Troppo facile. I nostri “esperti” da cento euro al grammo di islamofobia, queste ovvietà banali non le prendono neanche in considerazione. Ci ho provato una volta io, dopo Parigi e Bruxelles, da Telese a Matrix. Lui, che non è un inconsapevole, sorrideva. Gli ospiti agitavano le braccia, roteavano gli occhi, sghignazzavano e sospiravano: “cose dell’altro mondo”. Un buon tacer non fu mai scritto.

 

Interessante l’evoluzione del terrorismo a uso domestico. Finite, nella fase, le grandi operazioni da laboriose panificazioni e con risultati epocali, coinvolgenti apparati di Stato e complesse e numerose componenti professionali, con relativi rischi di gole profonde, errori, sovrapposizioni e trascuratezze, come quelle grandiose dell’11 settembre, si è passati a progetti realizzabili con mezzi e numeri più modesti. I colpi grandi, tipo aerei tirati giù o palazzi fatti saltare, si sono lasciati ai paesi “arretrati”, dove non si fa tanto caso alle toppate. Si è passati alle coppie di terroristi e ai minigruppi, rigorosamente islamici, visti a Parigi e Bruxelles e, con Wuerzburg, Nizza, Monaco, fino a Londra oggi, ai terribilissimi “lupi solitari”. Poca spesa, impegno minimo, soggetti adulterati e manovrabili ed effetti anche migliori, più diffusi, capillari, terrificanti. Il panico del vicino, del passante, della vettura qualsiasi, dello sconosciuto, o conosciuto, della porta accanto. Meravigliosa invenzione: insicurezza totale, irrimediabile e, di contro, Stato di polizia, società securitaria, lotta di classe o di liberazione annientate. Tanto a liberarti tua sponte dagli impicci della privacy, cioè dalla tua sfera di sicurezza personale, ci hanno già pensato i sicari principi della Cupola, i terrroristi soft: i Tim Cook, Steve Jobs, Bill Gates, Mark Zuckerberg. Quando, autoimmmolando la tua libertà e intimità tra Grande Fratello, ciarle private strepitate al telefonino, selfie in Facebook, ti hanno ridotto a un demolitore pubblico della tua identità, alla mercé di tutti. E soprattutto dello Stato spione e gendarme e del suo golpe strisciante. […]

 

Un Suv e due coltelli. Un primo avviso. A Westminster è successo, mica a Canterbury. Al parlamento dove stanno quelli che brexitano. E sul ponte di Westminster, immancabile per ogni turista eurifero e dollaroso. Come quelli di Sharm el Sheik e di Luxor, che non ci vanno più da quando, nel fedifrago Egitto di Al Sisi che ha fregato i cari Fratelli Musulmani, l’Isis (si fa per dire) fa saltare in aria la gente. Segnalìno utile, invece, a quei necrofori che, sabato e domenica a Roma, contro Brexit e altri Exit che girovagano per l’aere europeo, cercheranno di insufflare nel corpaccio in putrefazione dell’UE quanto basta per fargli fare un po’ di scatti mesmerici. Di quelli che, pur solo fingendo la vita, bastano a far sì che, nel nome dell’Europa ricucita da sarte di palazzo come Laura Boldrini, noi ci si lasci fregare ancora una volta. Prima, prendendo le mazzate perché osiamo ancora andare in piazza. E poi accettando che, anche solo a sollevare le sopracciglia sull’onnicomprensivo e onnipotente tasso di criminalità della classe dirigente, si finisca fuori. O piuttosto dentro. Come amici dei terroristi. Visto cosa si può combinare con una macchina e due coltellini svizzeri?

 

Fulvio Grimaldi

 

 
L'inganno della democrazia PDF Stampa E-mail

24 Marzo 2017

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Da Rassegna di Arianna del 22-3-2017 (N.d.d.)

 

Quella della democrazia politica e delle sue giustificazioni metafisiche e filosofiche, in epoche più vicine a noi di natura ideologica, è una storia lunga. Una storia lunga più di venticinque secoli. Se vogliamo, possiamo partire, accademicamente, dal pensiero del sofista greco Protagora (V secolo avanti Cristo), sostenitore di quella democrazia che appariva giusta all’intera città (la Polis), non soltanto a singoli politai, quella stessa democrazia che era stata data all’uomo niente di meno che da Zeus in persona. Il padre della sofistica, Protagora di Abdera, era fiducioso nel buon uso della tecnica politica da parte degli umani, quale dono della suprema divinità dell’Olimpo, per consentire loro di associarsi nel reciproco rispetto, praticando la giustizia. Non così il celeberrimo Platone, che dedicò addirittura uno dei suoi dialoghi a Protagora, in cui non poteva mancare la figura del maestro Socrate, per sconfessare i sofisti e la sofistica. Platone fu un lucido critico della democrazia nel mondo antico, in contrasto con il primo ”ideologo” democratico Protagora, per il quale, grazie ai doni di Zeus distribuiti più o meno equamente nell’umano genere, gli uomini erano tutti dotati, almeno in potenza, della virtù politica ed erano mediamente consapevoli, liberi e in grado di gestire al Polis. Ciò che Platone metteva in luce criticamente erano i punti deboli del pensiero del sofista, come l’uguaglianza fra gli uomini, tutti dotati almeno in potenza delle stesse virtù, compresa quella politica, come se fossero stati fatti con lo stampino. In verità, secondo Platone, pochi erano quelli in grado di far prevalere la razionalità su desideri e impulsi irrazionali, agendo nell’interesse generale per il bene collettivo.

 

Gli uomini non sono fatti con lo stampino, per come la vedo io (manco a dirlo, vicino più a Platone che a Protagora), l’uguaglianza è una faticosa conquista – non qualcosa d’innato – da gestire con cautela e lungimiranza, e i presupposti più antichi della giustificazione/legittimazione del “sistema democratico”, fondato su una discutibile uguaglianza ben stigmatizzata da Platone, sono fondamentalmente errati. Paradossalmente, aveva ragione l’autore de La Repubblica e del Protagora, quando ammoniva che dalla democrazia alla tirannide, pur transitando attraverso la controversa figura del demagogo, il passo è breve, nonostante la democrazia avrebbe dovuto rappresentare l’opposto della tirannide. Questo pericolo, con le dovute cautele e differenze, è di grande d’attualità ai giorni nostri. Anzi, nel nostro presente, migliaia d’anni distante dal tempo del grande filosofo ateniese, la democrazia si è già trasformata in una strisciante e mascherata tirannia. Non di un uomo solo, demagogo e animato da volontà di potenza individuale, ma di una ben precisa classe dominante, al vertice della piramide sociale. È chiaro che la democrazia della Polis antica, con la partecipazione diretta dei soli maschi adulti nati da genitori provvisti di cittadinanza, unici nella pienezza dei diritti, è alquanto diversa da quella rappresentativa di matrice liberale, caratterizzata dal suffragio universale. Tuttavia, qualche confronto possiamo farlo. Nel tempo antico e nel mondo degli Elleni la contrapposizione era fra l’Agorà, cioè la piazza ateniese (tuttora visibile ad Atene) delle assemblee dei politai, e l’Acropoli degli oligarchi e dei trenta tiranni. Oggi il conflitto è fra la classe dominante globale, finanziaria e post-borghese, da un lato, e la classe dominata pauper, dall’altro lato, che si sta formando sempre più rapidamente in paesi come l’Italia, soggetti all’impoverimento di massa e al dominio del libero mercato. Lo scontro fra Agorà e Acropoli (simbolicamente) era combattuto da entrambi i contendenti, e il popolo riconosceva il nemico (gli oligarchi con i propri interessi e appetiti di potere, i tiranni di Teramene e Crizia). Nel nostro caso storico, invece, assistiamo a un conflitto a senso unico che va avanti da anni, combattuto con ogni arma (la finanza, la pubblicità, la cosiddetta informazione, il terrorismo, la droga, le riforme del lavoro e delle pensioni, eccetera) dai dominanti contro i dominati, che paiono ancora totalmente inerti, con il capo chino a ricevere i colpi, in molti casi senza neppure capire da dove arrivano. Se ciò avviene in piena apoteosi della forma di governo democratica, nella versione attuale rappresentativa a suffragio universale, è chiaro che anche il cosiddetto sistema democratico è un’arma potente, sul piano politico, in mano ai dominanti globali. La tirannia non è esplicita ma mascherata e molto subdola, perché i politici eletti e i tecnocrati nominati che infestano questa democrazia, sono espressione dei soli interessi della classe dominante, anche se millantano – nel caso dei politici eletti, per i tecnocrati non ce n’è bisogno – una rappresentanza popolare. Per chi vuol vedere e riesce a comprendere la realtà sociopolitica, la democrazia, fondata sull’equivoco e su presupposti errati già nel tempo lontano del sofista Protagora, è solo uno strumento di dominazione elitista, nonostante gli abbellimenti e i camuffamenti ideologici di intellettuali prezzolati, accademici comprati e mass-media di stretta osservanza oligarchica. Molti, per anni, hanno bevuto la favoletta di Karl Popper – nemico del “tirannico” Platone e alfiere della società aperta liberomercatista – che la democrazia, nella veste attuale liberale, è la forma di governo migliore, ossia il minore dei mali rispetto alla demonizzata dittatura, perché consente di cambiare esecutivi senza ricorrere alla violenza, come se si trattasse di sostituire teorie scientifiche. Indubbiamente, la democrazia è la forma di governo migliore, ma non certo per noi, maggioranza dominata, e comunque non per il motivo addotto da Popper. È la forma di governo migliore per gli oligarchi/dominanti/elitisti e consente di narcotizzare e neutralizzare le classi dominate, da sfruttare e spogliare dei veri diritti (reddito, lavoro, casa), facendogli credere che nel sistema democratico vi è il rispetto della volontà popolare e la rappresentanza effettiva dei loro interessi. Invece, come abbiamo osservato soprattutto negli ultimi anni, per noi la tanto santificata democrazia (da Protagora in poi) rappresenta un vicolo senza uscita. Non dimentichiamoci che per il teorico e pratico rivoluzionario di successo Vladimir Lenin (più vicino alla mia “sensibilità politica”), la democrazia liberale dei suoi tempi, intrinsecamente borghese, altro non era che la dittatura della borghesia proprietaria. Oggi, questa forma di governo truffaldina è l’espressione del potere assoluto delle élite neocapitaliste internazionalizzate. Se le conquiste della democrazia si sostanziano nelle “nozze gay”, nella liberalizzazione delle droghe leggere e del gioco d’azzardo, i risultati pratici epocali ai quali ha contribuito sono la distruzione progressiva dello stato sociale, il ridimensionamento della sovranità degli stati, la loro subordinazione ai trattati sopranazionali elitisti, le riforme contro i diritti dei lavoratori. Il piano socioeconomico s’interseca con quello politico e la democrazia simboleggia il potere liberomercatista, che domina ambedue i piani. L’inganno della democrazia, del potere non al popolo, ma concretamente contro il popolo, dovrebbe ormai essere palese per tutti. Se la democrazia contribuisce a ridurvi la pensione e ad allungare la vita lavorativa, comprimendo le retribuzioni, altro non è che una forma di governo ostile alla maggioranza, che opera, sempre più scopertamente, contro la maggioranza. Si tratta, quindi, di una tirannia neo-oligarchica mascherata, nascosta dietro istituzioni – parlamento, governo, magistratura – che rispondono a un solo potere, che, però, non è certo quello del Demos … con buona pace per Protagora e i suoi lontanissimi discendenti democratici. Infine, ciò che affermo in questo breve saggio popolare è verificabile senza scomodare Platone, Popper, Lenin o altri filosofi e pensatori. Basterebbe chiedere a uno qualsiasi dei milioni di italiani in difficoltà se è disposto a barattare il voto democratico e “partecipativo” – definito pomposamente conquista di civiltà! – con un posto di lavoro stabile, dignitosamente retribuito e la possibilità, offerta soltanto dalla sicurezza economica, di pianificare serenamente il suo futuro. Secondo voi, quale potrebbe essere la risposta?

 

Eugenio Orso

 

 
Gig economy PDF Stampa E-mail

23 Marzo 2017

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Da Rassegna di Arianna del 20-3-2017 (N.d.d.)

 

L’abolizione dei voucher è l’ennesima vittoria millantata da parte dei sindacati. L’esultanza dei sindacati (che tra l’altro hanno fatto largo uso ed abuso di questo strumento atto a occultare il lavoro nero), e la protesta di Confindustria, rappresentano uno stanco e ripetitivo gioco delle parti mediatico, che comunque occulta la realtà del lavoro precario che continua ad espandersi a macchia d’olio. Il capitalismo assoluto genera modelli economici che si diffondono nella realtà ed investono il mondo del lavoro, indipendentemente da una legislazione giuslavoristica che si dimostra impotente ed estranea ai processi evolutivi del mercato globale. La precarietà del lavoro si è già imposta a livello mondiale con la progressiva liberalizzazione dei mercati. In Europa con l’abrogazione nei fatti del contratto collettivo di lavoro, il mondo del lavoro ha subito trasformazioni strutturali in senso liberista, con le riforme della Thatcher in Gran Bretagna, con la riforma Harz in Germania che ha introdotto i mini – job e la riforma Biagi in Italia con l’istituzione dei contratti atipici. Il neocapitalismo non conosce stabilità, ma è proiettato verso continue evoluzioni e quindi, di riflesso, il mondo del lavoro deve essere repentinamente riformato e reso compatibile con i nuovi modelli di sviluppo che esigono sempre maggiore flessibilità e precarietà.

 

Negli USA, ma con rilevanti ricadute anche in Europa, si è imposta la gig economy, un modello basato su lavori temporanei, cioè sul lavoro on demand in funzione delle richieste di manodopera per periodi di tempo limitati. Le piattaforme informatiche regolano la domanda e l’offerta di lavoro: si è diffuso tale modello occupazionale particolarmente nei trasporti privati (vedi Uber), nella ristorazione, nelle consegne a domicilio. La gig economy si differenzia dalla sharing economy a cui viene impropriamente assimilata. La sharing economy è un modello che presuppone una economia della condivisione di beni e servizi nell’ambito di una comunità locale, che ha lo scopo di rendere disponibili a tutti risorse non utilizzate. Nella gig economy invece i lavoratori sono autonomi, si pongono al servizio di una impresa impiegando mezzi propri, a condizioni contrattuali prestabilite dal datore di lavoro senza alcuna tutela a salvaguardia dei diritti del lavoratore. Da una ricerca effettuata negli USA da Katz e Krueger, tali lavoratori flessibilizzati realizzano guadagni inferiori ai lavoratori ordinari del 28%, nonostante il loro orario di lavoro sia prolungato in media del 17%. La gig economy è stata concepita in funzione dell’aumento della produttività del lavoro e dell’efficienza delle imprese: la tecnologia produce solo innovazioni conformi alla logica del massimo profitto nel mondo capitalista. Hanno destato particolare scalpore i casi di Uber, Foodora e Deliveroo. Uber è stata oggetto di una violenta protesta da parte dei tassisti, in quanto ha realizzato una legalizzazione di fatto dei taxi abusivi. Foodora, multinazionale tedesca delle consegne a domicilio, ha ridotto progressivamente le paghe orarie, imponendo nei fatti retribuzioni a cottimo. I lavoratori della Deliveroo in Gran Bretagna hanno proclamato uno sciopero a causa delle forme di retribuzione sempre più ridotte e il progetto dell’impresa di abbandonare la tariffa oraria e imporre contratti a zero ore con la scandalosa tariffa di 3,75 sterline a consegna. Tali multinazionali non hanno creato lavoro che in minima parte, accentuando tuttavia lo sfruttamento estremo della manodopera.

 

L’inquadramento giuridico del lavoro della gig economy si presenta assai problematico. Secondo il giuslavorista Aloisi, tali lavoratori, pur non potendo essere considerati dipendenti, non possono allo stesso tempo essere ritenuti autonomi, dato che debbono eseguire prestazioni secondo le condizioni e le modalità integralmente prescritte dalle imprese nelle piattaforme, con relative sanzioni disciplinari ed interruzione unilaterale del rapporto di lavoro. Sono contratti flessibili e precari, non prevedono salari minimi, né tutele previdenziali ed assistenziali di alcun genere, fissano unilateralmente condizioni che possiamo definire vessatorie sulle piattaforme, senza possibilità di alcuna trattativa. Non sussiste alcuna organizzazione sindacale. Anzi, secondo una inchiesta della ILO (International Labour Organizzation), una organizzazione sindacale tra lavoratori autonomi, in alcuni Paesi potrebbe essere assimilata ad un “cartello” e pertanto potrebbe essere vietata in base alle normative antitrust, in quanto lesiva della concorrenza. Inoltre, i lavoratori della gig economy vengono sottoposti a metodi di valutazione da parte dei consumatori che esprimono i loro giudizi sul servizio sulle piattaforme. Tali recensioni possono pregiudicare l’impiego dei lavoratori, i quali si trovano esposti a valutazioni dei clienti che non di rado, con le loro opinioni possono creare condizioni di discriminazione tra i lavoratori che nel lavoro ordinario non sono ammesse dalla legge e contro le quali non sussiste alcuna tutela giuridica. Probabilmente saranno varate nel prossimo futuro nuove fattispecie giuridiche atte a recepire questa nuova categoria di lavoratori. Si profilano, in tale contesto, i nuovi inquadramenti che la legislazione italiana fornirà ai lavoratori temporanei a seguito dell’abolizione dei voucher. Se il capitalismo è l’artefice dei nuovi modelli economici, spetta invece alla legislazione il compito di legalizzare uno sfruttamento generalizzato spacciato per efficientamento produttivo. In realtà i lavoratori della gig economy sono imprenditori di sé stessi, in concorrenza tra di loro al pari delle imprese nel libero mercato, in cui la competitività estrema, al pari dei prezzi, produce la compressione accentuata delle retribuzioni e la mercificazione totale del lavoro. L’atomizzazione sociale della sopravvivenza ha raggiunto la sua piena realizzazione: la forma merce, cioè la mercificazione di sé stessi, quali prodotti di scambio e consumo a rapida obsolescenza costituisce la nuova antropologia della società di mercato.

 

In Italia, il cui tasso di disoccupazione è tra i più elevati in Europa, secondo le statistiche OCSE, al decremento della quota salari sul Pil, fa riscontro un tasso elevato di lavoratori autonomi (24,5%), il quarto nel mondo. Parallelamente, in Italia è altresì elevato il tasso di lavoro precario, che è del 14%. Il lavoro intermediato coinvolge in Italia dai 100 ai 500 mila lavoratori. Il lavoro intermediato delle piattaforme è un fenomeno in crescita esponenziale. Negli USA raggiunge una quota di mercato del 52%, mentre in Europa è del 16%. La gig economy, che sta soppiantando anche le forme di lavoro atipico già esistenti, rappresenta una delle nuove schiavitù del mondo capitalista, che in futuro potrà coinvolgere anche lavoratori di più elevata professionalità, quali gli insegnanti, gli addetti ai servizi sanitari, gli amministratori pubblici. Innovazione e progresso tecnologico nel sistema del capitalismo assoluto non possono avere ricadute sociali. Il modello neoliberista evolve verso una società dominata dalle diseguaglianze, sfruttamento, monopoli economici e finanziari. Non occorre quindi proteggersi da un futuro incerto ed oscuro, ma da un passato ottocentesco prossimo venturo, che vuole annientare qualunque futuribile avvenire.

 

Luigi Tedeschi

 

 
Un centenario ignorato PDF Stampa E-mail

22 Marzo 2017

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Non esiste giornata, nel calendario odierno, in cui non ci sia la commemorazione o il ricordo di qualcuno o qualcosa: dalle vittime del terrorismo e di mafia passando per le varie giornate anticancro, antisclerosi multipla, antirazzismo, antifascismo, ogni scusa è buona per celebrare il nulla retorico. Eppure in questa orgia di celebrazioni spicca l'assenza plateale di un anniversario non indifferente, i cui riflessi hanno contribuito -e non poco!- a plasmare il mondo attuale. Stiamo parlando del centesimo anniversario della "Rivoluzione di Febbraio" (che per il calendario giuliano cadde a marzo) che fece ruzzolare lo zarismo in Russia, preludio alla più ben nota "Rivoluzione d' Ottobre", l'"assalto al cielo" che portò alla costruzione dello Stato Sovietico. Si potrebbe obiettare che ottobre 2017 è ancora lontano, ma senza le giornate di febbraio l'ascesa dei bolscevichi al governo non sarebbe mai avvenuta: la Rivoluzione russa fu, per l'appunto, l'unione di due avvenimenti fondamentali nello stesso anno, l'uno all' altro legati.

 

Vi stupite della cosa? Noi no, perchè la "damnatio memoriae" del sistema imperante del Capitalismo Assoluto è in atto. E poiché il socialismo scientifico ed il comunismo furono nient' altro che la coscienza infelice della borghesia legata al capitalismo, poichè il sistema comunista è stato totalmente rottamato e annullato, ormai uno spauracchio mitologico per le élites al potere, tanto vale rimuoverlo. Si sa che lo studio del passato e specialmente del pensiero filosofico è dannoso al Sistema imperante, non per altro la tendenza è di comprimere nei programmi di studio le materie umanistiche: fanno pensare troppo, meglio liquidarle. Cent' anni dopo il preludio alla "ouverture" che portò alla applicazione duratura delle teorie socialiste e comuniste, cosa possiamo concludere noi?

 

È lecito sperare anche oggi in una coscienza infelice della struttura di sviluppo capitalista oppure in una contraddizione -per usare termini marxiani che paiono desueti invece sono tremendamente attuali- delle forze insite nella struttura stessa, che generino alla lunga un cambio di paradigma? Entrambe le risposte sono purtroppo negative. Non possono esistere coscienze infelici in un capitalismo che, con una seconda rivoluzione meno cruenta ma dieci volte più letale, nel 1968, portò il capitalismo stesso a separarsi dapprima e a divorare poi la borghesia.   Il sistema attuale avrebbe potuto venir intaccato da tutto l'insieme dei valori di cui la borghesia fu depositaria stessa e che fanno a pugni con il mondo globalizzato, ultratecnologico, mondialista, anarco-capitalista: il senso dell'onore, il culto della famiglia, la sobrietà, la serietà, la rigidità dei costumi sessuali, il rispetto delle gerarchie e mettiamoci pure un certo buon gusto estetico nelle arti. Seppur antiborghese, il comunismo -scisma della Chiesa Capitalista come il luteranesimo e il calvinismo furono scismi del Cattolicesimo- fu un fenomeno squisitamente borghese. Tutti i pensatori socialisti utopisti e scientifici, da Owen a Fournier a Marx ad Engels e allo stesso Lenin provennero da famiglie più o meno borghesi. Gli operai, le "masse" (come si soleva dire) furono semplicemente trascinate da queste borghesi teste pensanti. Il "Capitale" e il "Che fare?" lo scrissero gli intellettuali borghesi, non di certo gli operai delle Officine Putilov o della Krupp. Tra i mentori della prima generazione della costruzione dello Stato Sovietico, l'unico membro delle classi basse fu un certo Stalin (tra l'altro parrebbe che Lenin prima di morire non ne disse proprio bene del figlio di calzolai di Gori…): i Krusciov e i Ceausescu vennero in un secondo tempo. Con un "turbocapitalismo" che ha abbracciato la finanza a discapito dell’ industria -e di conseguenza della "classe operaia", ormai sparita in Occidente, minacciata dai robot e dall' automazione in Oriente- e la distruzione dei vecchi valori borghesi, che a sua volta sostituirono e/o si fusero a quelli aristocratici e feudali, non vediamo proprio alcuna forza in grado di mettere in discussione la baracca. Poca, pochissima se non scarsissima fiducia pure nelle "vie alternative"( o "terze vie" o qual si voglia chiamarle) che stringi stringi altro non sono che deviazioni o esperimenti dei due lati della stessa medaglia degli ultimi due secoli e mezzo: capitalismo e comunismo.

 

Parafrasando Lenin, allora… che fare? Ben poco, se non stare in una vigile attesa: il capitalismo attuale morirà non per cause endogene ma esogene. Saranno i fattori esterni, i limiti dello sviluppo, le risorse finite del Pianeta, la rescissione del legame tra Uomo e Biosfera, la devastazione selvaggia ambientale e altro a fare collassare il tutto come un castello di sabbia sulla riva del mare. Vigilare, vivere ancora in maniera umana, agire con rettitudine e con gli antichi valori universali, essere "con un occhio solo in una terra di ciechi"(per citare una bella frase biblica), agire con una rivoluzione interiore in noi stessi e osservare gli avvenimenti senza mai entrare nel flusso del pensiero dominante ma restandone nel limite del possibile sempre all'esterno- soprattutto come stili di vita e pensiero. Ad ogni civiltà collassata ne è sempre nata un'altra, in ogni epoca e molte volte senza che si fossero scritti trattati o dogmi. Vigiliamo e restiamo pronti a quel momento.

 

Simone Torresani

 

 
Attualitā di Lasch PDF Stampa E-mail

21 Marzo 2017

 

Da Appelloalpopolo del 19-3-2017 (N.d.d.)

 

Christopher Lasch (1932-1994) era un conservatore di sinistra. Che fosse un conservatore, non è difficile da dimostrare. Il suo libro più importante, The True and Only Heaven (tradotto da Feltrinelli col titolo Il paradiso in terra), è una critica dell’idea di progresso così come essa è stata formulata dai moralisti inglesi del Settecento (Mandeville, Hume, Adam Smith) e difesa, nel corso del Novecento, tanto dai liberali di destra quanto dai liberals di sinistra. Il libro comincia così: «Questa indagine ha preso l’avvio da un interrogativo solo apparentemente semplice. Come può accadere che delle persone serie continuino a credere nel progresso, malgrado le importanti confutazioni che parevano aver liquidato una volta per tutte la validità di questa idea?». Anche gli altri libri di Lasch sono, in sostanza, una riflessione sulle conseguenze negative che certi elementi della modernità hanno avuto sulla famiglia (Rifugio in un mondo senza cuore), sulla vita dei singoli (L’io minimo, La cultura del narcisismo), sul patto sociale che è alla base delle democrazie moderne (La ribellione delle élite). Una riflessione non asettica, dato che Lasch prende sempre risolutamente partito a favore delle vittime della modernità: la famiglia, l’etica della responsabilità e del sacrificio, la religione, lo spirito comunitario. Il che (per prevenire l’obiezione più facile e più sciocca) non vuol dire affatto rimpiangere l’allegra comunità di Salem o le carrozze a cavalli: la critica del presente non dev’essere per forza – e non è quasi mai nel caso di Lasch – un modo per essere nostalgici.

 

Che Lasch fosse un uomo di sinistra è meno facile da dimostrare sia perché la ‘sinistra’ non si può identificare con un sistema di valori costante nel tempo e nello spazio (altro è la sinistra americana degli anni in cui scrive Lasch, tra i Sessanta e i Novanta, e altro è la sinistra italiana degli stessi anni, o dei nostri) sia perché Lasch stesso si convinse a un certo punto che le etichette di ‘destra’ e ‘sinistra’ avevano fatto il loro tempo e che era ora di rinunciare, oltre che a certe vecchie idee, a questo vecchio linguaggio. Questo invito è fatto da Lasch soprattutto per reazione alla sinistra radicale americana nata dai movimenti degli anni Sessanta e Settanta. Con la pretesa illusoria di ‘abolire l’ordine borghese esistente’, sostiene Lasch, i movimenti libertari hanno fornito alla società dei consumi tutti gli alibi culturali di cui essa poteva aver bisogno: «Sono i fatti a rendere ormai inadeguate le critiche di tipo libertario alla società moderna […]. Sono ancora molti i ‘radicali’ che continuano a dirigere la loro indignata protesta contro la famiglia autoritaria, la morale sessuale repressiva, la censura in campo letterario, l’etica del lavoro e altre istituzioni fondamentali […] che in realtà sono state indebolite o abbattute dallo stesso capitalismo avanzato. Costoro non si rendono conto che la ‘personalità autoritaria’ non rappresenta più il prototipo dell’uomo economico. L’uomo economico è stato a sua volta sostituito dall’uomo psicologico dei giorni nostri – il prodotto finale dell’individualismo borghese» (La cultura del narcisismo, p. 10). Molte delle pagine più convincenti di Lasch sono un’analisi di questa inattesa alleanza tra liberismo e libertarismo. E dato che questa alleanza è ancora, più di trent’anni dopo, la forma del nostro tempo (il lettore italiano – il telespettatore italiano – non avrà bisogno di esempi), le sue osservazioni meritano ancora di essere considerate con grande attenzione. Quanto all’etichetta di ‘sinistra’, per quel che vale e significa oggi, direi che essa può essere applicata a buon diritto alla sua critica del capitalismo odierno, cioè delle forme che il capitalismo ha assunto prima negli Stati Uniti e poi, negli anni successivi alla morte di Lasch, nel mondo globalizzato. Tale critica tiene ferma l’idea del conflitto di classe («Se riusciremo a superare le false polarizzazioni generate dalla politica del genere e della razza, scopriremo forse che le divisioni reali sono ancora quelle di classe […]. È appena il caso di ricordare che le élite che danno il tono alla politica americana, anche quando sono in disaccordo praticamente su tutto il resto, hanno un forte interesse comune nel voler soffocare una politica di classe»: La ribellione delle élite, pp. 96-97); ma non prevede e non auspica un ‘superamento’ del capitalismo in senso socialista. Al contrario, sottolinea i guasti dello stato assistenziale e sottolinea le virtù, tipicamente americane, della libera iniziativa e della proprietà privata. Ma trova che queste virtù siano state mortificate dal modo in cui il capitalismo si è evoluto nel corso del secolo XX, a causa dell’estendersi dei trusts industriali e della produzione su larga scala a danno dell’artigianato e del piccolo commercio, del peso crescente dell’élite finanziaria, dell’aggravarsi delle disparità economiche tra dirigenti o manager e salariati, della corrosione del carattere indotta dal consumismo. […]

 

Il nome di Lasch torna ogni tanto nel dibattito, ma non spesso come dovrebbe. Sul “New York Times” (5 febbraio 2010), Lee Siegel ne ha parlato come di una specie di profeta, capace di prefigurare con decenni d’anticipo molti dei mali che affliggono la vita odierna. Lo credo anch’io, ma credo anche che l’interesse di Lasch vada ben al di là della sua preveggenza. Su molte cose si può e forse si deve non essere d’accordo con lui. La sua sfiducia nell’intervento pubblico e in tutto ciò che anche lontanamente faccia parte della galassia dei ‘servizi sociali’ è eccessiva. Così come è eccessiva la sua fiducia nella bontà intrinseca di quelle associazioni involontarie che sono la famiglia, la chiesa e la comunità d’appartenenza. I suoi appelli alle virtù civiche e al senso comunitario scolorano spesso nel wishful thinking, o nell’utopia, e fanno sì che alcuni dei suoi saggi assomiglino, più che a delle analisi, a delle prediche (ma anche di prediche c’è bisogno, ogni tanto). E le sue idee sulla religione e sul ruolo che alla religione dovrebbe essere concesso nella vita politica mi sembrano, semplicemente, sbagliate. Ed è anche chiaro che di ogni sua parola si può sempre dare una lettura ‘di destra’ o ‘reazionaria’: Siegel ha ragione a osservare che molte delle cose che Lasch dice nei suoi libri potrebbero piacere, oggi, ai membri del Tea Party (molte: ma molte no). Ma, pur ammettendo tutto questo, Lasch aveva il dono di saper individuare i problemi veramente cruciali del nostro tempo e di riuscire a dire sempre, su questi problemi, delle cose originali. Per questo Lasch è così attuale: su temi tanto disparati e oggi tanto urgenti come l’immigrazione e l’integrazione razziale, il narcisismo di massa, la condizione femminile dopo il femminismo, il dilagare dell’infotainment [l’informazione-spettacolo, ndr], la pseudo-democratizzazione del lusso, la corruzione dello sport, l’invadenza della terapeutica, la crisi dell’istruzione pubblica, i suoi libri hanno ancora moltissimo da dire.

 

Claudio Giunta

 

 
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