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Sovranismo non è nazionalismo PDF Stampa E-mail

28 Giugno 2018

 

Da Appelloalpopolo dell’8-6-2018 (N.d.d.)

 

Nel discorso corrente degli euroliberisti e di molti ‘critici di (centro)sinistra’ (?) dell’attuale esecutivo, l’aggettivo ‘sovranista’ e il sostantivo ‘sovranismo’ vengono utilizzati come sinonimi di ‘nazionalista’ e ‘nazionalismo’. Quest’operazione interpretativa e retorica consente a chi ne fa uso di delegittimare ogni istanza eurocritica e antiglobalista evocando implicitamente orbaci, scarponi chiodati e il passo dell’oca. Seguiamo per cominciare la lettera dei dizionari.

 

Per sovranismo in prima istanza si intende “una dottrina politica che sostiene la preservazione o la ri-acquisizione della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in contrapposizione alle istanze e alle politiche di organizzazioni internazionali e sovranazionali.” (Larousse) Per nazionalismo in prima istanza si intende un “movimento politico e ideologico avente quale programma l’esaltazione e la difesa della nazione. Spesso adoperato in senso approssimativo o lato, il termine nazionalismo significa propriamente l’esaltazione dell’idea di nazione, come antecedente allo Stato e trascendente gli individui stessi, e ingloba in sé una visione conservatrice e autoritaria dei problemi politici.” (Treccani) Già da queste definizioni si comprende innanzitutto come, se qualcuno è un nazionalista sarà anche un sovranista, ma come un sovranista non abbia alcun bisogno di essere un nazionalista. Inoltre si comprende come il soggetto primo del sovranismo sia lo Stato, mentre quello del nazionalismo sia la ‘Nazione’ (la comunanza di nascita), che si presume precedere e fondare lo Stato: questa seconda posizione può correre il rischio di scivolare in direzione etnica o razziale. Questa differenza spiega anche come esistano sovranismi ‘di sinistra’, mentre non esistano nazionalismi ‘di sinistra’. Nei limiti in cui il logoro termine ‘sinistra’ possa ancora essere usato, se esso nomina la tradizione critica del capitalismo di matrice marxiana, è chiaro come qualunque intervento compensativo rispetto alle dinamiche capitaliste presuppone l’esistenza di un corpo politico sovrano, tipicamente lo Stato. In assenza di un corpo politico sovrano che svolga queste funzioni compensative, il governo reale della cosa pubblica è lasciato de facto alle dinamiche di mercato. Storicamente il nazionalismo è spesso fallimentare proprio per le istanze di glorificazione e rafforzamento della nazione che dovrebbero stargli a cuore, in quanto si presenta come un ‘pregiudizio positivo’ nei confronti di ciò che è nazionale, pregiudizio che tende a rendere incapaci di apprezzare contributi (culturali, tecnologici, ecc.) esteri, e con ciò a produrre arroganza, presunzione e in ultima istanza un’idea malsana della propria superiorità a priori. Il Mussolini che inneggia agli “otto milioni di baionette” senza preoccuparsi delle condizioni di efficienza reale dell’esercito, o lo Hitler che apre un fronte orientale, presumendo che la superiorità tedesca non abbia bisogno di fare i conti con le limitazioni obiettive delle risorse materiali e umane, sono due esempi estremi di come una temperie culturale nazionalista produca un effetto di autoinganno deleterio e autodistruttivo.

 

Sul piano dell’attualità politica è infine importante notare come lo schiacciamento dell’idea di sovranismo su quella di nazionalismo sia un’operazione particolarmente insensata in un contesto come quello italiano. Infatti ben pochi paesi hanno un senso così basso, tanto della Nazione, quanto dello Stato, come quello italiano. Chiunque abbia viaggiato un po’, anche solo in Europa, non può che restare impressionato dalla naturalezza con cui istanze di gloria nazionale e di interesse nazionale vengano serenamente esplicitate e rivendicate pubblicamente in paesi di solida democrazia (Francia, Inghilterra, Germania, ecc.). Un detto comune come l’inglese “right or wrong, my country” in Italia suonerebbe come estremismo fascista. Sulla scorta di queste precisazioni dovrebbe risultare chiaro come l’identificazione delegittimante di sovranismo e nazionalismo, in particolar misura nel contesto italiano, o è segno di schietta ignoranza, oppure è un’operazione ideologica, compiuta in malafede, e giustificata soltanto da finalità di lotta politica.

 

Andrea Zhok

 

 
Nulla sarà più come prima PDF Stampa E-mail

27 Giugno 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 25-6-2018 (N.d.d.)

 

Se la vittoria di Trump nel novembre 2016 ha segnato la crisi del capitalismo neoliberale deterritorializzato e deterritorializzante (con tutte le contraddizioni che ne conseguono) e l'inizio di un nuovo corso politico sul piano internazionale - sempre più caratterizzato dal ruolo di nuovi attori geopolitici, sia a livello globale che a livello regionale-  anche la vittoria dei populisti in Italia segna la fine di un ciclo storico cominciato con il crollo del Muro e l'implosione dell'Unione Sovietica e che in Italia si suole definire il periodo della II Repubblica. Come sarà il nuovo corso storico non lo sa nessuno, ma è certo che non si potrà comprendere con categorie politiche obsolete. La sinistra europea si è autodistrutta non solo per il fatto di essersi trasformata nella guardia bianca dei "mercati", ma anche a causa del suo "ritardo intellettuale" e della convinzione che la politica fosse ormai solo pubblica amministrazione ossia un "affare" di competenza di tecnocrati.

 

È proprio l'intellighenzia di sinistra che ha clamorosamente fallito in questi anni, dimostrandosi incapace di saper leggere correttamente la realtà, confondendo le parole con le cose e rifiutando di mettersi in discussione quando già era chiaro che la storia non era affatto finita. Augurarsi che i populisti falliscano o addirittura definirli i nuovi fascisti, come se si fosse negli anni Trenta del secolo scorso e il fallimento dei populisti potesse cancellare la storia di questi anni, è la migliore conferma che la sinistra europea è ormai defunta, perlomeno sotto il profilo politico-culturale. Questo non significa che il futuro sia ormai dei populisti (peraltro assai diversi tra di loro) ma che solo se si saprà (dis)torcere il populismo in senso socialista e comunitario, si potrà costruire una valida alternativa all'oligarchia neoliberale.  Pochi esponenti della sinistra, con antenne più sensibili di altri, lo hanno compreso ma sono stati subito accusati di essere "rossobruni" da parte di coloro che assomigliano a quegli ufficiali di cavalleria che erano convinti che nulla fosse cambiato, dato che la potenza dei motori si continuava a misurare in base al numero di cavalli. Invero nulla sarà più come prima. E prima lo si capirà meglio sarà. Questo vale non solo per la sinistra ma per tutti coloro che scambiano le chimere per la realtà, ignorando le dure repliche della storia.

 

Fabio Falchi

 

 
Psicopatia e potere PDF Stampa E-mail

26 Giugno 2018

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Da Rassegna di Arianna del 6-6-2018 (N.d.d.)

 

“Lo psicopatico è colui che è capace di compiere gesti anche terribili senza che il suo sentimento registri il minimo sussulto emotivo. Il cuore non è in sintonia con il pensiero e il pensiero con il gesto” (U. Galimberti, L’ospite inquietante)

 

Se pensate che gli psicopatici siano necessariamente i serial killer ben presenti nell’immaginario collettivo, vi sbagliate di grosso. Lo psicopatico non per forza è un assassino; in moltissimi casi, si tratta al contrario di un individuo ben inserito all’interno della società, all’apparenza dotato di carisma, fascino e savoir faire, maschera che utilizza con efficacia nei contesti sociali al fine di nascondere la totale assenza di coscienza ed empatia. Chi è affetto da psicopatia, manipola insistentemente chiunque gli stia attorno per raggiungere i propri fini egoistici. Le persone di cui lo psicopatico fa uso, sono dunque semplici strumenti nelle sue mani, vittime per le quali non proverà mai senso di colpa, vergogna o rimorso. Per questo predatore naturale, il fine giustifica sempre i mezzi e, quasi si trattasse di un computer piuttosto che di un essere umano, ogni sua azione è frutto del mero calcolo in funzione del raggiungimento di un unico obiettivo: l’interesse personale (soldi, sesso, fama e autogratificazione in genere…). Lo psicopatico è un individuo pressoché amorale: a livello cognitivo, riconosce benissimo ciò che è giusto e sbagliato, il bene e il male, ma senza che ciò comporti alcuna partecipazione emotiva. Capisce benissimo cosa siano le emozioni come l’amore, il dolore, la tristezza e persino l’empatia, ma non riesce a provarle.

 

Laddove l’elemento emotivo venga trascurato a beneficio di quello esclusivamente razionale, si sa, non può esservi alcuna buona etica, poiché ragione e sentimento insieme contribuiscono allo sviluppo del giudizio morale. Si stima che gli psicopatici costituiscano l’1% della popolazione mondiale. Si tratterebbe di una notizia rassicurante, se non fosse per la loro grande capacità di salire rapidamente ai vertici della piramide sociale, utilizzando le loro doti manipolatorie. Essendo totalmente privi di empatia, infatti, questi soggetti non si faranno alcuno scrupolo a comportarsi in maniera scorretta nei confronti dei loro simili, pur di arrivare a posizioni di potere. Li ritroveremo dunque spesso a capo di grandi aziende, ma non in virtù del loro operato, bensì esclusivamente grazie alla loro natura predatoria e parassitaria. Il termine “Corporate Psychopath” viene utilizzato dagli studiosi proprio per delineare il profilo dello psicopatico aziendale che si destreggia all’interno dell’ambiente lavorativo, suscitando ammirazione intorno a sé, semplicemente perché travestito da abile uomo d’affari. Per mascherarsi socialmente, lo psicopatico mima gli stati emotivi delle persone normali acquisendone e riproducendone le espressioni facciali e il linguaggio corporeo. Recita, perché non può fare altrimenti. Ma quali sono le cause della personalità psicopatica? Ricerche nel campo della neuropsicopatologia hanno evidenziato come la psicopatia sia determinata da una vera e propria anomalia cerebrale: le aree predisposte all’elaborazione del materiale emotivo (parti della regione limbica, l’ippocampo e l’amigdala) non funzionerebbero in modo adeguato nel cervello psicopatico. Esperti nel campo della psicologia criminologica come Hare, Babiak, Cleckley e Ronson ritengono che oltre alla mancanza di empatia e alla tendenza a manipolare, vi siano altri tratti distintivi della psicopatia quali la menzogna patologica, la noia, il narcisismo, l’irresponsabilità ed il bisogno ossessivo di esercitare il potere e il controllo sugli altri. La visione del mondo dello psicopatico è darwinista: da una parte, ci sono le prede, coloro che non sono in grado di dominare gli altri e meritano per natura di essere sottomessi; dall’altra, ci sono loro, i predatori che, assetati di potere, sentono quasi di avere il diritto “divino” di continuare a predare, proprio come fece intendere John D. Rockefeller quando disse “il mio denaro me l’ha dato Dio”. Non è un tema nuovo questo; anche nel saggio L’etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber, viene descritta la tendenza psicologica – che diviene religione – a considerare il profitto come un segno della grazia divina. Ci si potrebbe allora chiedere: e se quell’1% di psicopatici all’interno della popolazione mondiale corrispondesse al famoso 1% di individui che possiede una ricchezza pari a quella del restante 99%? Se l’attuale capitalismo finanziario fosse psicopatico nel vero senso del termine? Infondo, credo che in molti ci abbiano già pensato.

 

Espressioni come “società malata” e “follia del libero mercato” rivelano la consapevolezza che vi sia effettivamente qualcosa che non funziona nei cervelli dei grandi manager planetari, e che stiamo già facendo i conti con un dato di fatto innegabile: gli psicopatici al potere non faranno mai gli interessi del popolo, perché sono individui neuroatipici, senza coscienza e incapaci quindi di mettersi nei panni degli altri. Questo silenzio emotivo li rende inadatti a gestire la cosa pubblica, rischiando di condurre al collasso la società nella quale viviamo. Possono essere socialmente utili in qualità di soldati, vigili del fuoco, chirurghi, e in tutte quelle professioni in cui è necessario avere sangue freddo ed una certa dose di cinismo, ma, come afferma lo stesso Hare, «ai vertici dell’economia e della politica rovinano intere società». I processi di mondializzazione attuati dalle élite neoliberali, ben lungi dall’essere l’espressione del desiderio di una qualche forma di giustizia sociale, sono in realtà il sintomo di un’assenza di empatia, della mancanza di quel sentimento morale che, parafrasando Adam Smith, ha del resto per sua stessa natura un campo d’azione limitato a coloro che sono a noi più prossimi (noi stessi, la nostra famiglia, la nostra Nazione). Sarà forse anche per questa ragione che gli psicopatici dell’alta finanza odiano i “populisti”?

 

Flavia Corso

 

 
Le ragioni della rabbia PDF Stampa E-mail

25 Giugno 2018 

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Da Appelloalpopolo del 21-6-2018 (N.d.d.)

 

Negli ultimi giorni ho letto, o ascoltato, decine di considerazioni che stigmatizzavano la rinnovata ‘cattiveria’ degli italiani, il loro ‘eterno fascismo’ oppure la loro stupidità, la stupidità di chi si fa dettare le opinioni politiche dalla paura. Non dunque critiche ai comportamenti, ma giudizi sulla sostanza (verrebbe quasi da dire sulla ‘razza’…): gli italiani sarebbero cattivi, o intrinsecamente fascisti, o stupidamente paurosi. Questa sarebbe la ragione per cui danno retta alle peggiori salvinate. Questa diagnosi, nella sua forma e nei suoi contenuti riesce ad essere al tempo stesso perdente, sciocca e controproducente. Che sia perdente non ha bisogno di molte argomentazioni. L’ultimo sondaggio dice che le posizioni di Salvini su immigrazione e rom sono apprezzate dal 72% della popolazione, inclusa circa la metà dell’elettorato PD. Che sia sciocca, merita invece qualche notazione in più. Per comprenderne appieno l’irritante sciocchezza bisogna seguire 3 passaggi.

 

In primo luogo è necessario ricordare che le situazioni che Salvini affronta a colpi di urticanti provocazioni rappresentano comunque problemi reali. L’esistenza di una subcultura ‘nomade’ concentrata in campi alla periferia di molti centri urbani ha creato e continua a creare significative tensioni in termini di convivenza. Questo non ha niente a che fare col razzismo, ma ha molto a che fare con una tradizione culturale endogamica che tende a considerare i ‘gadji’ (non-nomadi) dei balenghi da sfruttare e che alimenta, di conseguenza, varie forme di illegalità, dalla microcriminalità degli scippi in Metro, alla macrocriminalità dei clan Casamonica e Spada. Similmente, tensioni si sono create e continuano a crearsi in dipendenza dalla disponibilità dei migranti (clandestini in particolare) per lavori legali o illegali di varia natura: se legali come concorrenza al massimo ribasso, se illegali spesso come manodopera criminale (in alcuni casi non più mera manodopera). Naturalmente, e va sottolineato visto il sovraccarico di odio e malafede che circola in rete, tutto ciò non ha niente a che fare con questioni di etnia o razza. Si tratta di problemi di carattere sociologico, peraltro piuttosto noti e serenamente ammessi, quando si riesce a parlarne evitando la tenzone politica. (Chi però vuole sostenere che si tratta di mere illusioni, falsità o maldicenze è invitato a informarsi meglio.) Una volta tenuto fermo che i problemi in questione non sono finzioni, bisogna capire che l’apprensione, la paura e la rabbia nei confronti di possibili danni tende a crescere quanto minore è la sicurezza (economica e lavorativa) delle possibili vittime. Le persone meno abbienti e quelle che temono di cadere in povertà sono maggiormente suscettibili al timore di piccoli furti, aggressioni, effrazioni, danneggiamenti; e negli ultimi dieci anni la platea di questi soggetti si è ampliata enormemente. Va inoltre sottolineato che i gruppi che suscitano apprensione sono facilmente identificabili e ciò gioca sempre un ruolo determinante nel permettere ai timori di incarnarsi in modo mirato (il ladro italiano che abita nel tuo condominio, o il colletto bianco che ti imbroglia in banca, sono non meno, e forse più, dannosi, ma non sono esteriormente identificabili). L’unica strategia di risposta equilibrata, capace di disinnescare la rabbia e di restituire fiducia nello Stato sarebbe (sarebbe stata) ammettere il problema, cercando di affrontarlo con decisione, senza prestare il fianco né al razzismo né ai processi collettivi, e senza considerare le persone in oggetto né capri espiatori, né povere vittime, agendo con umanità e fermezza nei limiti del rispetto delle leggi e della Costituzione.

 

Sciaguratamente una parte cospicua della sedicente intellighentsia italiana, forse perché ha avuto sempre il pane facile, forse perché non si è mai sentita minacciata, forse semplicemente perché vive in un pallone aerostatico, tende a riservare le proprie scorte di compassione tutte a chi si presenta come un ‘Altro’ da manuale, meglio se esotico. Nascono così gli improvvidi giudizi di cui sopra: bisogna essere cattivi dentro, o geneticamente fascisti, o semplicemente stupidi per non voler cedere compassionevolmente un po’ del proprio privilegio e della propria sicurezza, no? In questi casi aiuterebbe forse comprendere come a parte i ‘poveri’ in senso stretto, una parte vastissima della popolazione riesce a tenere la testa sopra la linea di galleggiamento solo al costo di tantissima fatica, tanto logoramento, rischi, stress, malattie professionali, ecc. Ricordare che il pane è facile solo per esigue minoranze aiuterebbe ad adottare atteggiamenti meno supponenti e a comprendere un po’ meglio le diffuse ragioni della rabbia. Invece i riflessi condizionati e lo scandalo facile di una parte dell’intellighentsia, mediaticamente sovrarappresentata, tende a creare un muro, un muro in cui semplicemente da una parte starebbe l’umanità e dall’altra l’incomprensibile abiezione. Arriviamo così al lato controproduttivo di questo atteggiamento, che ottiene come unico risultato quello di spingere milioni di persone normali, magari non culturalmente raffinate, ma di buon senso, nelle braccia di demagoghi ed estremisti, gente che tra i tanti difetti ha però almeno il pregio di mettersi non solo nelle scarpe dell’Altro, ma anche del Prossimo.

 

Andrea Zhok

 

 
Censimenti e Costituzione PDF Stampa E-mail

24 Giugno 2018

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Da Rassegna di Arianna del 22-6-2018 (N.d.d.)

 

Nel 2008 Maroni volle “schedare” i rom, ma Soros si contrappose soprattutto agendo da lobbista e “ispiratore” delle norme dell’UE. Lo scrissi in un articolo del 2008. Adesso si fa un gran parlare ovunque della presunta incostituzionalità del censimento rom avanzato da Salvini (il quale ha già corretto le sue dichiarazioni dopo le proteste del premier Conte e di Di Maio). Mi sono chiesta: incostituzionale in base a quale articolo della Costituzione? Apparentemente in base a nessun articolo, sebbene l’articolo citato sia il terzo, ad esempio su questo articolo del Sole24Ore, dal titolo completamente FAKE in quanto recita: “Rom, perché il censimento è incostituzionale”. L’articolo infatti passa in rassegna l’incostituzionalità in base alla legge fondamentale TEDESCA dei censimenti “etnici” o “rom”, e cita solo alla fine, di sfuggita, senza approfondire l’articolo 3 della Costituzione italiana, come se la legge fondamentale tedesca fosse più importante di quella italiana, sul nostro territorio. E la cosa tanto più paradossale – si potrebbe dire orwelliana – è che l’articolo 3 sfuggevolmente citato dice esattamente il contrario di quanto al momento si sente dire in giro, persino dal presidente Conte, che per la verità è sembrato più esasperato dalla coincidenza delle esternazioni di Salvini con i suoi incontri istituzionali, poiché per il contenuto ha semplicemente ripetuto che il “censimento etnico” è incostituzionale, senza argomentare. E dice il contrario del testo del Sole24Ore perché l’articolo 3 dice che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Quindi l’articolo 3 dice esattamente che se tutti i cittadini – Italiani residenti e o semplicemente residenti – vengono censiti, come vengono censiti, sarebbe incostituzionale proprio che in base alla “razza” i sinti non lo fossero o non lo dovessero essere, e questo a prescindere dalla loro cittadinanza. E se l’articolo 3 conclude che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, allora perché i bambini sinti devono rischiare di crescere tra i topi e i loro genitori possono non mandarli a scuola senza rischiare di perdere la patria potestà, mentre viceversa il genitore se è italiano e/o residente non sinti, nella stessa situazione, rischia la perdita della patria potestà, oppure non può accedere alla casa popolare perché ha punti in meno per il fatto di non essere “rom” o “extracomunitario” o “profugo”? E poi, se “i nomadi” (les gens du voyage) devono godere di leggi etniche, grazie alle pressioni di Soros, in virtù non dell’etnia ma della loro qualità di essere nomadi, allora come mai a questi “nomadi” si applicano regole diverse dai cittadini italiani e residenti normali, pur essendo stanziali? Non è forse questa una plateale violazione della Costituzione, art. 3?

 

Forse bisognava semplicemente dire: “censimento dei cittadini che abitano in accampamenti”, penso che ciò rientri nelle prerogative del nostro Stato anche ai sensi dell’articolo 3, in particolare la seconda parte. La verità è che il censimento è la base stessa della cittadinanza, e in assenza di cittadinanza vien meno la ragione stessa d’essere della Carta costituzionale e pertanto vien meno l’utilità di citarla per giustificare il mancato censimento… E visto che siamo ancora in un legame tra popolo e territorio (e Stato), che è il fondamento della nostra Repubblica parlamentare, la domanda è: chi è che ci tiene tanto ad accelerarne o a provocarne la dissoluzione? E a vantaggio di quale modello? Alla prima domanda ho già risposto. Per la seconda ci vuole un altro scritto.

 

Nicoletta Forcheri

 

 
I veri colpevoli PDF Stampa E-mail

23 Giugno 2018

 

...Ad avermi buttato in mezzo a una strada, a 50 anni, non è stato uno zingaro e nemmeno un africano. È stato De Benedetti. A far di me un peso morto è stata la Fornero. A fingere di proteggermi intanto che si facevano i cazzi loro, non sono stati gli extracomunitari, ma i sindacati. A prendermi per il culo dicendo una cosa e facendo l'opposto, è Renzi, non i rumeni. A stravolgere la nostra Costituzione anziché imporne il rispetto, è il parlamento italiano, non quello tunisino. A distruggere sanità e istruzione, sono stati i governi italiani eletti da italiani, non i rom. A vessare con metodi medioevali chiunque provi a campare con il poco che racimola, sono funzionari italiani, non libici. A vendere o spostare verso altre nazioni tutte le principali aziende italiane, non sono stati i marocchini, ma Marchionne, Tronchetti Provera e quelli come loro. A spingere al suicidio qualche centinaio di poveri cristi, sono stati i governanti italiani, non i profughi. A sfruttare ogni disgrazia per guadagnarci milionate e distribuendo briciole, sono le grandi cooperative italiane, non quelle serbe.

 

Quando mi avanzerà abbastanza odio per persone provenienti da altre parti del mondo, forse sposterò il tiro. Per ora mi accontento di riversarlo interamente ai personaggi di cui sopra, miei connazionali e, piuttosto che altri, preferirei fossero loro a trovarsi finalmente nella condizione di dover salire su dei barconi per scappare. Scappare da qui!

 

Michele Monteleone

 

 
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