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Giovani in fuga PDF Stampa E-mail

12 Giugno 2019

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Da Rassegna di Arianna del 10-6-2019 (N.d.d.)

 

Circa 300.000 giovani lasciano l’Italia ogni anno. Uno ogni cinque minuti. Negli ultimi dodici anni sono partiti 2 milioni di italiani. Quasi una famiglia su tre ha un figlio all’estero o che pensa di andarci. Secondo Confindustria questo esodo ci costa 14 miliardi all’anno di perdita di capitale umano. Dovrebbe essere la notizia di apertura di tutti i media, invece silenzio e rassegnazione. Non fa comodo a nessuno parlarne perché è la sconfitta del Sistema Italia e mette sotto accusa tutte le politiche economiche fatte finora. Anzi, l’emorragia dei giovani italiani è raccontata come un fenomeno positivo, in nome della mobilità, globalizzazione, conoscenza.

 

Non tutti però sono disposti alla resa. Per iniziare ad immaginare una possibile via d’uscita è nata “We’re back” (siamo tornati): un titolo ad effetto per dire, dopo anni di esperienze lavorative all’estero, rieccoci, pronti a mettere a disposizione della nostra comunità locale le esperienze maturate e le professionalità accumulate. A lanciare l’idea un gruppo di giovani, tra i 26 ed i 27 anni, genovesi, che si sono posti l’obiettivo di provare ad invertire la rotta (oltreconfine) della nostra “meglio gioventù” e di riportarla a casa. All’appello ha risposto positivamente l’amministrazione comunale genovese, che ha accettato l’invito ad aprire il confronto tra chi dopo avere trovato il suo futuro oltreconfine, ha poi ri-scelto la Liguria per nuovi progetti professionali, ed alcuni testimonial “eccellenti”. Il risultato: una giornata di riflessioni ed approfondimenti, finalizzati - secondo gli orientamenti dei giovani ideatori – a generare proposte per migliorare il mercato del lavoro italiano, attrarre investimenti, dare vita a un movimento positivo e dinamico capace di creare opportunità. “Bisogna fare in modo che Genova e l’Italia siano un punto di ritorno e non un punto di partenza – spiega l’assessore alla cultura del Comune di Genova, Barbara Grosso – questo progetto, che non ha precedenti, si basa proprio sull’idea di aiutare i giovani attraverso la testimonianza di chi ce l’ha fatta, di chi è andato all’estero e poi è tornato, storie di successo, che potrebbero diventare lo spunto per nuove idee e opportunità”. Alle amministrazioni locali (regioni e comuni) di creare le condizioni per favorire i rientri. Al di là delle proposte strettamente operative c’è però qualcosa di più. Il tema, nella sostanza, ha infatti risvolti culturali, possiamo dire antropologici, che richiedono approfondimenti ulteriori, a partire dalla constatazione che più si impoveriscono le Nazioni, più si rendono preda degli appetiti altrui, più questi Paesi, depauperati delle loro sostanze, vengono regolarmente colonizzati e svenduti al miglior offerente. In Italia stiamo assistendo da decenni a questo gioco al massacro. Il ritornello è: “l’Italia non offre opportunità”. Il risultato è che il fenomeno delle “fughe” all’estero viene dato per acquisito. I giovani se ne vanno alla spicciolata, individualmente. Se ne vanno senza protestare, senza cercare di cambiare le cose in Italia. È la globalizzazione – si dice …. Tanto vale assecondarla, trovando oltre confine quello che non si trova in Patria, anche se questo ha un costo enorme sia a livello personale che del Sistema Paese, le cui risorse sono state impiegate, nei decenni, per formare proprio quei giovani, destinati ad arricchire con il loro lavoro gli altri Paesi. Che fare, allora? Per Barbara Pavarotti la risposta è chiara: “Ricominciare a lottare in Italia per cambiare, per scalzare la mentalità che ci vuole tutti esuli”. Il suo impegno si è tradotto in un video documentario prodotto dalla Fondazione Paolo Cresci intitolato “Italia addio, non tornerò”. La Pavarotti è una voce tra le più brillanti nel panorama giornalistico italiano con una lunghissima militanza al Tg5. Il docufilm della durata di 50 minuti, raccoglie le testimonianze di moltissimi giovani che hanno dovuto cercare la loro fortuna in altri paesi in Europa, in America e anche in Australia e spinge alla riflessione sulle responsabilità che hanno condotto a questa situazione, non solo i giovani ma anche le generazioni di adulti, che, loro malgrado, hanno contribuito a creare una realtà dalla quale i giovani di oggi sono costretti a scappare, secondo  una strategia che mira a umiliare l’Italia, depauperarla e minarla alle radici sgretolando  le famiglie e dividendole. Ora evidentemente qualcosa si sta muovendo per invertire la tendenza, partendo da una consapevolezza di fondo: in gioco non ci sono solo le singole esistenze di milioni di giovani, quanto piuttosto il nostro destino nazionale. Un dettaglio non da poco che deve spingere a porre il tema delle “fughe all’estero” al centro del confronto culturale e dell’azione politica.

 

Mario Bozzi Sentieri

 

 
Diversi populismi PDF Stampa E-mail

11 Giugno 2019

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Da Rassegna di Arianna del 9-6-2019 (N.d.d.)

 

Nel frangente delle elezioni europee e dei mutati assetti internazionali ci siamo persi il populismo. Era la chiave di lettura dominante fino a qualche mese fa, poi diventò sottofondo e sottinteso, adesso è scomparso dai radar del nostro tempo e del nostro lessico. Difficile ora localizzarlo e non solo perché è una massa gelatinosa e volubile. Che fine ha fatto il populismo? Di mezzo c’è stato il tracollo dei 5Stelle, il movimento populista allo stato puro, nel senso di primitivo, grezzo, puerile. Poi c’è stata la sostituzione mediatico-ideologica del populismo con categorie venute dal passato in un delirio crescente che va dal nazionalismo al fascismo e dal nazismo al razzismo. Ma non basta.

 

Ci sono due ragioni più forti che hanno decretato la trasformazione radicale del populismo. La prima, vistosa, sancita a furor di popolo, è il passaggio dalla fase fluida e puerile a una più matura, più definita, più adeguata alle responsabilità di governo. Il populismo è stato sostituito dal sovranismo, in Italia e nel mondo, che ne eredita il magma però si spinge oltre, lo delimita in precisi concetti e in spazi politici ben marcati: la sovranità dei popoli, della politica e degli stati nazionali, il senso della realtà e dei confini, la protezione economica dei popoli e dei prodotti “nostrani”, il richiamo alle tradizioni civili e religiose, la decisione sovrana, la sicurezza. Se si fa riferimento alle esperienze politiche più significative, l’arco che va da Trump a Orban e i paesi di Visegrad, passando per l’Italia di Salvini, il boom di Farage e di Marine Le Pen, fino all’India di Modi e al Brasile di Bolsonaro, il termine populismo non basta più, è insufficiente a designare il fenomeno, perché collegandosi con la tutela del primato nazionale, la politica decisionista e il richiamo civile-religioso, il populismo è rimasto un humus di base ma è diventato altra cosa.

 

C’è poi un’altra importante trasformazione del populismo che la fabbrica delle opinioni non vuol vedere pur essendo lampante: c’è un populismo parallelo ma di segno contrario rispetto a quello sfociato nel sovranismo. È il populismo pro-migranti, che si fonda sull’ideologia dell’accoglienza, sul primato degli ultimi, degli esclusi, sul pauperismo. Un populismo ecumenico, umanitario, che si potrebbe forse definire papulismo, visto il suo principale promoter, Papa Bergoglio. Non è solo la sua estrazione argentina, le sue passate simpatie peroniste, la sua tendenza anticapitalistica in favore dei diseredati e non è solo il suo leaderismo autoritario, e il suo istrionismo mediatico, tipico dei leader populisti. Bergoglio è oggi il principale esponente di un populismo ecumenico, terzomondista, in cui gli avversari sono le élite, le gerarchie, i potenti e i potentati, i benestanti egoisti di tutto il mondo, quasi come per i movimenti populisti ritenuti di destra. L’ideologia dell’accoglienza diventa l’approdo della sinistra spaesata e spiazzata, che cerca nel bergoglismo il socialismo perduto (e il cattocomunismo). Il messaggio sociale del Papa sorge dentro una prospettiva escatologica, religiosa, seppure con una forte valenza sociale ed economica. Quella religione che vede Gesù Cristo come il primo rivoluzionario e il primo martire della repressione, il precursore di Guevara e dei movimenti di liberazione, o la sintesi tra El Che e Madre Teresa di Calcutta, per citare Jovanotti. Il Cristo come l’antefatto di San Francesco, dove il populismo sposa la povertà e si colora di ambientalismo. E qui tocchiamo un altro versante più laico e “terrestre” del populismo, quello ecologista, in Italia passato inosservato alle ultime elezioni europee ma cresciuto in tutta Europa e nel mondo, sull’onda della figura-simbolo di Greta. Le sue trecce sono diventate il simbolo del populismo verde, giovanile e anticonsumista contro lo sfruttamento del pianeta ai fini del profitto. E per guida non un leader esperto ma “una di noi”, una ragazza priva di sapere ed esperienza.

 

Il populismo è tornato ad essere quel fenomeno sotterraneo e trasversale che tocca gli eredi della destra e gli eredi della sinistra, passando per gli eredi del cristianesimo e delle religioni naturalistiche; cede il passo ai sovranismi nazionali e alle ideologie dell’accoglienza, ai protezionismi economico-nazionali e alla protezione dell’ecosistema in pericolo. È l’ambiguità, anzi la polivalenza del populismo. Dico “è tornato ad essere” perché già negli anni Settanta apparve un populismo verde sull’onda della crisi energetica e poi un populismo cattolico sotto l’ala possente di Papa Woytila, gran comunicatore, anche se d’ispirazione assai diversa dal papa argentino. Questo percorso variegato e plurale del populismo insegna una cosa: il populismo è un fenomeno indeterminato e polivalente, che nasce da un incrocio tra antipolitica e iperpolitica, democrazia plebiscitaria e autocrazia, autogoverno dei popoli e leadership carismatica. Ma per assumere fattezze reali, e non restare solo allo stato gassoso di umore, di protesta e di mentalità, deve necessariamente abbinarsi a un altro elemento che lo definisce e lo solidifica: la sovranità, il richiamo nazionale e patriottico, o umanitario e religioso, ambientalista e planetario. Il populismo nasce da democrazie malate e sistemi economici ingiusti, ma non è il frutto della malattia, semmai è la reazione allergica e vitale a essa. Ma è reazione elementare, protestataria, fino a che non diventa adulto, e passa dall’asilo infantile al livello superiore. E allora smette di essere populismo.

 

Marcello Veneziani

 

 
Il cancro delle correnti nella magistratura PDF Stampa E-mail

10 Giugno 2019

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Da Rassegna di Arianna del 7-6-2019 (N.d.d.)

 

Le correnti della magistratura sono il cancro che la divora. Spiego perché. I magistrati sono assunti per fare i processi: ce ne sono di normali, di bravi e di bravissimi; gente che lavora bene, altri che lavorano bene e tanto. Ce n’è anche un certo numero che non sono bravi per niente e lavorano pure poco. Ogni tanto il Csm si chiede: quale tra loro è il più idoneo a svolgere questa o quella funzione? Chi deve essere chiamato ad occupare questo posto? E, siccome la giustizia è un servizio pubblico, non dovrebbe decidere per dare una (giusta) gratificazione personale a chi se lo merita ma per garantire alla collettività il magistrato migliore per svolgere una certa funzione. Dunque tutto dipende dalla valutazione delle capacità professionali: capacità nell’istruire o nel celebrare processi e capacità auto ed etero organizzative. Insomma dalla valutazione del «merito». La domanda naturalmente è: chi la fa questa valutazione? Come possiamo essere sicuri che sia oggettiva e competente? Il mestiere dei magistrati è delicato, il potere loro attribuito enorme, le conseguenze delle loro decisioni possono coinvolgere gli aspetti più importanti della vita politica, economica e sociale dello Stato. Dunque il problema sta nell’evitare che la valutazione possa essere inquinata da interessi personali. La Costituzione aveva trovato un sistema che, allora, sembrò buono: l’autogoverno; saranno gli stessi magistrati, eletti da tutti i magistrati, che si assumono, per quattro anni, questo compito. Tutti gli altri poteri dello Stato, politici ed economici, non possono interferire.

 

Il problema è che la «carriera» fa gola a molti; forse a tutti. Ad alcuni certamente più che ad altri. Solo che riuscire a illustrarsi per meriti giudiziari (preparazione giuridica, laboriosità, onestà, indipendenza) è complicato. La maggior parte dei magistrati è un pozzo di scienza giuridica; quasi tutti lavorano come bestie; e, quanto all’onestà e indipendenza, come le si accerta? Non è che si può declamare: io sono stato avvicinato da questo o quello che mi hanno chiesto questo e quest’altro e ho rifiutato; e, se lo si potesse, lo farebbero tutti. Quindi emergere dalla massa è complicato. C’è chi se ne frega: il lavoro, specie quello del magistrato, è davvero premio a se stesso. E c’è chi vuole fortissimamente fare carriera e cerca strade alternative che gli permettano di arrivare in cima. La strada alternativa abituale è la corrente. Cominciano da subito: si iscrivono, partecipano a convegni, gruppi di studio, manifestazioni. Parlano spesso, in molti luoghi e a voce alta. Non dicono mai io: sempre noi. Si candidano per ogni posto previsto dall’ordinamento giudiziario. I Consigli giudiziari (piccoli Csm regionali), molto potenti perché danno i pareri sull’attività professionale dei magistrati del distretto; pareri che sono trasmessi al Csm e condizionano la vita professionale del magistrato. La giunta dell’Associazione nazionale magistrati (il sindacato), il Consiglio direttivo centrale dell’Anm (mitico, il Cdc che tutto delibera). Il Csm; prima come magistrati segretari e poi, dopo la gavetta, consiglieri. Questa frenetica attività comporta alcune conseguenze. Il lavoro giudiziario passa necessariamente in secondo piano: il presenzialismo, la redazione di relazioni e pareri, la partecipazione e riunioni periodiche degli organismi in cui ci si è fatti eleggere, le campagne elettorali, tutto questo porta via un sacco di tempo; sono previsti addirittura esoneri parziali o totali dal lavoro ordinario. Insomma i magistrati finiscono con dividersi in due categorie: gli spalatori (che spalano fascicoli) e gli scalatori (che scalano la piramide degli incarichi extra giudiziari; mal contati sono circa 500). Ma, soprattutto, si creano situazioni di potere. Quelli che fanno pareri, che decidono dell’avvenire dei colleghi, che li trasferiscono o no, che gli assegnano un incarico ambito o no; questi non sono più colleghi: sono padroni. E molti pensano che essere un padrone è meglio che essere un semplice lavoratore. Da qui le correnti. Come si fa a partecipare a questa particolare specie di «carriera»? Ci si intruppa. Il gruppo organizzato (la corrente) assicura il voto: con la prospettazione (implicita, non c’è bisogno di spiegare nulla) che chi vota per la corrente ne sarà tutelato e favorito. E i due terzi dei magistrati italiani votano dunque per questa o quella corrente. Si crea un sistema di correntizzati e correntocrati che si autoalimenta. Ognuno ottiene qualcosa (un trasferimento, un incarico extra giudiziario, un posto di capo ufficio) che, forse, potrebbe ottenere anche per semplice merito personale. Ma il sistema è congegnato in modo che questo non conta più nulla: non sono le qualità professionali (magari esistenti) che contano ma l’appartenenza; e più si è scalata la corrente cui si appartiene, più il premio è alto. Insomma è una carriera costruita su qualità che con la professionalità del magistrato non hanno niente a che fare.

 

La prova? Tutti i componenti di tutti i Csm sono sempre stati associati a una corrente. Mai nessuno (nessuno) che non fosse un correntizzato ne ha fatto parte. A tutti i consiglieri uscenti il Csm successivo ha sempre conferito posti di grande importanza. Per i quali forse erano anche qualificati (in più di 40 anni ne ho conosciuti una decina); non molti ma, d’altra parte, non è ragionevole pensare che tutti, tutti i consiglieri Csm fossero professionalmente eccezionali; qualcuno (quanti?) inevitabilmente non lo sarà stato; ma ciò non è mai stato un impedimento. Vero, la regola è che ai consiglieri uscenti non può essere assegnato subito un posto direttivo; devono tornare dove stavano prima. Ma in tasca ognuno ha la sua cambiale: la riscuote dopo un anno, quando questo virtuoso termine è scaduto.

 

Basta vedere dove sono finiti i magistrati di tutti i Csm precedenti quello scaduto nel 2018 (per intenderci quello di Palamara): tutti in posti di Presidente di Sezione, di Tribunale, di Corte d’appello, di Sostituto procuratore generale presso la Corte di cassazione. Provenivano da posti di giudice semplice, di sostituto semplice (così li chiamavo io, parafrasando il noto grado militare, l’infimo, il soldato semplice). Ma questo non ha impedito a nessuno di loro di diventare almeno colonnelli, quando non generali o addirittura marescialli d’Italia. Per meriti consiliari (cioè correntizi) e senza passare dal via. Certo i Maddalena, gli Spataro, i Caselli se lo meritavano. Di quanti altri si può dire lo stesso? Come è disperatamente attuale il dialogo sicuramente esagerato del giudice Pott con il Procuratore generale della Corte d’appello di Parigi:

 

«Eccellenza mi rivolgo a lei perché è uno dei due o tre giudici che ritengo onesti.» «Ma quanti siamo esattamente, due o tre?» «Non li ho mai contati per paura di non arrivare a due» (L’esperimento di Pott, Sonzogno, 1929)

 

Bruno Tinti

 

 
Liberare il Leviathan PDF Stampa E-mail

8 Giugno 2019

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Da Appelloalpopolo dell’8-5-2019 (N.d.d.) 

 

Il liberalismo può essere definito come una competizione eterna tra tutti gli individui in nome di una libertà assoluta. A ben guardare, esso ha esattamente le stesse caratteristiche che il filosofo inglese Thomas Hobbes aveva individuato per lo stato di natura degli uomini: un luogo privo di leggi, dove gli uomini vivevano separati e in continua lotta fra loro per la sopravvivenza. In tale condizione, ovviamente, essi erano estremamente liberi, poiché non esisteva una società che imponeva loro delle regole. Per Hobbes, questa condizione di caos primitivo è orripilante, poiché gli uomini vivono costantemente nella precarietà e nell’incertezza: la mattina si svegliano, ma non sanno se arriveranno vivi a fine giornata. L’unico modo che il filosofo inglese individua per ovviare a tale condizione è quello di siglare un patto tra gli uomini per sancire la nascita di una società civile, e quindi di uno Stato, che si contrapponga allo stato di natura. I costituenti dovrebbero alienare una parte della propria libertà e nominare un sovrano, il quale, attraverso le leggi, dovrebbe garantire il diritto alla vita a tutti i singoli membri della comunità. Nasce così l’immagine del Leviathan, il terribile mostro biblico che dominava i mari, il quale nell’ottica di Hobbes corrisponde allo Stato che domina sugli uomini.

 

II liberalismo nega fortemente questa seconda parte poiché non aspira a dare sicurezze ai membri della comunità, anzi esso rivendica soltanto e continuamente maggiori libertà. Tuttavia il dramma della politica è che libertà e uguaglianza sono inversamente proporzionali, al crescere di una corrisponde necessariamente il diminuire dell’altra. Il compito del sovrano dovrebbe essere quello di trovare il giusto equilibrio, ma anche questo viene rinnegato dagli uomini guidati dall’ideologia liberale, trincerati dietro uno sprezzante e abominevole darwinismo sociale, secondo il quale il debole deve perire per permettere la sopravvivenza al più forte. Pertanto si può serenamente affermare che il liberalismo rifiuta la società civile e ha rinchiuso il Leviathan in una prigione. Esso ci sta spingendo nuovamente in una condizione di precarietà e incertezza, come quella dello stato di natura hobbesiano. Tutto ciò è ovviamente inaccettabile. Dobbiamo rivendicare una maggiore uguaglianza e il nostro diritto ad una vita dignitosa e per fare ciò c’è solo un modo: liberare il Leviathan dalla sua prigione e pretendere da esso giustizia! Come si può evincere dalla lucida analisi di Hobbes l’unico contraltare ad uno stato in cui vi è estrema libertà e precarietà, può essere soltanto uno Stato in cui vi è controllo e, pertanto, sicurezza. Dunque l’unico contraltare al liberalismo è lo statalismo, il quale attraverso il controllo del capitalismo e la riduzione delle libertà di movimento dei capitali e delle merci, potrà garantire nuovamente una vita dignitosa a tutti i membri più deboli della comunità. Il più grande terrore del liberale è lo Stato, perciò va gridato con forza: “liberate il Leviathan!”.

 

Luca Mancini

 

 
Assalto populista al nuovo papato PDF Stampa E-mail

7 Giugno 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 28-5-2019 (N.d.d.)

 

A sei anni di distanza dall’elezione al soglio pontificio, papa Francesco I, al secolo Jorge Maria Bergoglio, il primo pontefice proveniente dal Sud globale, è chiamato ad affrontare una crisi senza precedenti nella storia della chiesa cattolica e non si tratta soltanto di fronteggiare la piaga degli scandali di pedofilia coinvolgenti il clero, che hanno portato all’azzeramento di intere diocesi in Cile e negli Stati Uniti e travolto figure di spicco come Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington, e George Pell, ex arcivescovo di Sydney. È in corso uno scontro egemonico tra il blocco occidentale, e anche all’interno di esso, e l’asse Mosca-Pechino, nel quale il Vaticano si è ritrovato a suo modo invischiato, assumendo una posizione chiara e netta sin da subito: contrastare l’avanzata del populismo di destra, preparando il terreno per una transizione al multipolarismo che tarda ad arrivare. In questo contesto si inquadrano le attenzioni dell’agenda estera firmata da Pietro Parolin, l’influente segretario di Stato, su Africa, mondo islamico e Cina.

 

L’Europa si è avviata verso la completa post-cristianizzazione, palesando il fallimento del piano di “nuova evangelizzazione” elaborato nel post-guerra fredda da Giovanni Paolo II e il futuro Benedetto XVI, e si popolarizzano idee come l’“opzione Benedetto”, ossia una chiusura volontaria dal mondo in attesa di tempi migliori come fecero i monaci benedettini dopo il collasso dell’impero romano d’occidente, mentre la partita sembra volgersi al termine anche in America Latina, che secondo le proiezioni del Pew Research Center entro il 2030 potrebbe non essere più a maggioranza cattolica per via della crescita straordinaria degli evangelici, cresciuti dal 4% del 1969 al 19% del 2014, mentre nello stesso periodo i cattolici sono diminuiti dal 92% al 69%. Il futuro del cattolicesimo è in Africa nera ed Estremo oriente, sia per ragioni demografiche (i cristiani aumentano ad un tasso maggiore della crescita della popolazione per via delle numerose conversioni) che culturali, come l’irrilevante o nulla secolarizzazione, e politiche, come l’influenza ancora giocata dai valori religiosi sui politici. L’attitudine terzomondista del nuovo papato, che risente in maniera significativa delle origini argentine del Pontefice, è stata sfruttata abilmente dalla galassia del populismo di destra per macinare consensi tra i cattolici, praticanti e non, che sono stati delusi dai continui appelli all’integrazione, all’accettazione dell’altro e alle porte aperte durante la crisi dei rifugiati, e da quel che è stato percepito come uno schieramento politico “sbagliato”, ossia l’aperto attacco ai populisti, che pur con alle spalle partiti molto eterogenei tra loro, sono sostanzialmente accomunati da conservatorismo, identitarismo ed euroscetticismo. L’eccessiva attenzione dedicata ai “fronti caldi” delle relazioni internazionali ha impedito agli strateghi vaticani di comprendere pienamente il malessere serpeggiante tra milioni di europei causato dalla crisi migratoria, contrariamente ai populisti di destra, che hanno cavalcato l’onda del risentimento, sia verso gli immigrati non europei che verso il burocratismo di Bruxelles, riuscendo a trasformarsi in forze dal peso nazionale in numerosi paesi, inclusi i pilastri fondanti dell’Ue, ossia Italia, Francia e Germania. I consensi non sono stati strappati soltanto ai grandi partiti egemoni di natura liberale, progressista ed europeista, ma sono stati ricercati appositamente anche tra l’elettorato cattolico, nella consapevolezza che parte di tale malessere fosse rivolto anche verso l’istituzione-chiesa.

 

È così che è nato un cavallo di battaglia, apparentemente paradossale, rivelatosi vincente: per difendere l’identità cristiana dell’Europa, minacciata dall’islamizzazione, dall’ideologia di genere e dalle follie del politicamente corretto, è necessario difendersi dal Vaticano, accusato di essere complice di tali eventi perché troppo incline al dialogo interreligioso, alla linea dell’accoglienza infinita e ostile a nazionalismi di ogni sorta. I richiami a Dio, al cristianesimo, alla Madonna, le visite a luoghi santi, gli sfoggi di crocifissi e rosari, hanno dominato le strategie comunicative dei principali volti del populismo di destra mondiale: Donald Trump, Jair Bolsonaro, Marine Le Pen, Matteo Salvini, Viktor Orban, Jarosław Aleksander Kaczyński. Ciascuno dei suscritti, con l’eccezione di Kaczyński, si è mostrato al tempo stesso arduo difensore dell’identità cristiana occidentale, e forte detrattore di Francesco I. Un ruolo di primo piano nel modellamento delle strategie adottate dai populisti di destra è stato giocato da Steve Bannon, una vera e propria eminenza grigia, per un certo periodo capo stratega dell’amministrazione Trump, con un largo seguito tra la cosiddetta “destra alternativa”, i sionisti cristiani, gli evangelici, i neoconservatori, e i sostenitori dello scontro di civiltà. Nonostante Bannon e Trump abbiano ufficialmente chiuso ogni rapporto, il primo continua a dedicarsi con senso di abnegazione al compimento dell’agenda dell’ultimo, e ha passato l’ultimo anno più in Europa, a cavallo tra Belgio, Francia, Italia e paesi Visegrad, che in madrepatria, rilasciando interviste, incontrando politici populisti, fornendo consigli, lanciando previsioni geopolitiche rivelatesi estremamente accurate. Bannon, autodichiarato cattolico praticante, è anche uno dei più forti critici verso l’attuale papato e avrebbe contribuito alla formazione del “fronte tradizionalista anti-Francesco”, con in prima fila il cardinale Raymond Burke e Carlo Maria Viganò, dal quale sono state lanciate accuse molto gravi, dalla complicità nell’insabbiamento di casi di pedofilia, al non essere il “vero Papa”, alla vera e propria eresia. Il Vaticano è stato colto impreparato, dovendo fronteggiare più campi di battaglia simultaneamente e risentendo soprattutto dell’operato manipolatore ed ingannevole dei media. Gli stessi media, di stampo liberale, che hanno osannato Francesco I come un riformatore, colui che avrebbe aperto le porte della Chiesa al progresso, sono anche gli stessi che da sei anni portano avanti una guerra di informazione continua, a base di notizie false o arbitrariamente distorte, decidendo di enfatizzare e riportare soltanto alcuni stralci degli discorsi e degli appelli del pontefice, contribuendo ad alimentare confusione e ostilità tra i fedeli, per via di dichiarazioni controverse su temi etici, teologici e politici, puntualmente smentite.

 

È tempo di bilanci e si può sostenere che l’assalto populista al Vaticano abbia prodotto due “effetti Francesco”. Il primo, in Occidente, ha portato gradualmente alla protestantizzazione del cattolicesimo, mettendo in discussione l’autorità papale, la cui legittimità è sempre più screditata tra gli stessi fedeli, che ai suoi insegnamenti e consigli preferiscono quelli del politico di turno, e trasformato la religione universale per antonomasia in un bastione dell’identitarismo, bianco e occidentale, proprio come è l’evangelicalismo negli Stati Uniti. Il secondo, nel resto del mondo, è stato invece diametralmente opposto, e ha migliorato l’immagine del pontefice, e della chiesa, agli occhi di cattolici e non cattolici – musulmani soprattutto. In diversi viaggi apostolici il pontefice ha voluto essere presentato come uomo di pace, costruttore di ponti per il dialogo tra civiltà, scegliendo appositamente un luogo più strategico dell’altro: Egitto, colpito da sanguinosi attentati miranti a rompere il clima di storica convivenza tra musulmani e copti, Myanmar, luogo di un rastrellamento su base etno-religiosa a detrimento dei musulmani, Macedonia del Nord, nel post-raggiungimento dell’accordo sul nome con la Grecia. Inoltre, seppure passato sotto silenzio mediatico, il ruolo di mediazione svolto dal Vaticano si è rivelato fondamentale in diversi fronti: la riapertura del dialogo diplomatico tra Cuba e l’amministrazione Obama, il raggiungimento dell’accordo nucleare con l’Iran, sempre durante l’era Obama, gli accordi di pace tra le FARC e il governo colombiano, ed il proseguimento del “sogno” di Giovanni Paolo II di una “santa alleanza” tra le religioni abramitiche per fronteggiare l’avanzata del nichilismo occidentale, palesato dalla realizzazione del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato ad Abu Dhabi lo scorso febbraio insieme ad Ahmad Al-Tayyeb, il grande imam di Al-Azhar.

 

Negli ultimi mesi le relazioni tra l’Occidente, guidato dagli Stati Uniti, e la Cina, sono andate incontro ad un veloce raffreddamento, degenerando in una guerra commerciale che rischia di trascinare con sé l’intera economia globale. Anche in questo caso, i populisti europei hanno mostrato opinioni convergenti con quelle di Washington, sostenendo la necessità di arrestare la corsa di Xi Jinping verso la costruzione della nuova via della seta, che permetterebbe a Pechino di costruire un sistema egemonico in Eurasia. Il Vaticano, invece, ha puntato tutto sulla Cina, giungendo ad una frettolosa e preliminare intesa sulla nomina dei vescovi nella chiesa cattolica cinese, che pure non ha fermato le persecuzioni anticristiane nel paese – anzi sembra averle galvanizzate. Forti sono anche le indiscrezioni sul presunto ruolo giocato dalla diplomazia della Santa Sede nel convincere il governo Conte a firmare il memorandum d’intesa sulla cooperazione italo-cinese nel contesto della nuova via della seta, siglato a marzo scorso. I motivi per cui Francesco I ha deciso di “voltare alle spalle” all’Occidente per dedicarsi alla Cina sono molto chiari: da almeno 20 anni il cristianesimo è la seconda religione più seguita del paese, e il numero di fedeli è verosimilmente compreso fra i 50 e 130 milioni. Ma non è tutto, i cristiani crescono più velocemente della popolazione, per via delle elevate conversioni (50mila battesimi cattolici l’anno, controbilanciati da un milione di protestanti in più ogni anno), e le proiezioni governative concordano su una cosa: entro il 2040 la Cina sarà il paese “più cristiano” del mondo, sorpassando Brasile, Stati Uniti e Messico, con una popolazione di fedeli prevista in circa 579 milioni. Gli effetti di tale shock culturale e demografico sono destinati, con molta probabilità, ad incidere profondamente sull’assetto del regime orwelliano retto dall’ideologia ateistica-materialistica del Partito Comunista Cinese, magari contribuendo anche all’erosione graduale del sistema di sorveglianza di massa creato nelle ultime decadi.

 

È emblematico anche che il Vaticano guardi con sospetto ai propositi dei populisti di costruire delle democrazie illiberali, ma plasmate da valori cristiani, di cui l’Ungheria di Orban rappresenta il prototipo ideale, più volte esaltato dagli omologhi polacchi, italiani, francesi, statunitensi e di altri paesi, e che al tempo stesso guardi con favore al modello cinese, che secondo l’ex cancelliere dell’accademia pontificia delle scienze sociali, Marcelo Sanchez Sorondo, avrebbe implementato nel migliore dei modi la dottrina sociale della chiesa cattolica. Se è vero che i populisti, a parole, si ergono alla difesa del cristianesimo, è al tempo stesso vero che le società che vorrebbero costruire sono tutto fuorché incardinate sugli insegnamenti neotestamentari: xenofobia, sciovinismo, divisione elitarista tra autoctoni e stranieri, ostilità verso l’accoglienza di rifugiati che guerre patrocinate dai loro partiti (o dalle loro ideologie) hanno creato, retorica basata sullo scontro di civiltà. L’ascesa del movimento populista-sovranista è costellata di guerre culturali che stanno polarizzando le società europee, sempre più divise da profonde spaccature proprio come negli Stati Uniti, in cui fra il puritanismo di origine evangelica ed il progressismo ultralaicista di origine liberale ormai non c’è più nulla. Il Vaticano, proprio perché espressione di una posizione intermediaria, bilanciata ed equilibrata, si è ritrovato invischiato nel conflitto, ma costretto a combattere da una posizione di debolezza per i motivi suscritti.

 

Il doppio effetto Francesco avrà due conseguenze nel medio e lungo periodo: la fine definitiva del cattolicesimo come religione di massa in Occidente, che già oggi è in stato comatoso ed è destinato ad una ulteriore protestantizzazione in salsa statunitense, e la sua espansione in Africa nera ed Estremo oriente, in cui il clero non è stato colpito da scandali sessuali e finanziari e la forte presenza di attività caritatevoli, educative e di missionari ha creato un legame difficilmente dissolubile, almeno nel breve termine, tra chiesa e popolazione. Il futuro della chiesa cattolica non si deciderà più a San Pietro, scritto da cardinali occidentali formatisi tra le diocesi di Washington e Rio de Janeiro, ma nelle periferie del globo, su impulso di cardinali africani, arabi, indiani, cinesi, formatisi in Stati falliti, teatri di guerra, persecuzioni, e conflitti interetnici. Il fatto che la “copia di San Pietro”, ossia la Basilica di Nostra Signora della Pace di Yamoussoukro (Costa d’Avorio) dopo decenni di quasi abbandono e oblìo sia tornata ad attrarre milioni di pellegrini ogni anno, è un segno di tutto ciò: la fine dei tempi è giunta in Occidente, ma se la chiesa saprà imparare dagli errori che ne hanno determinato la rovina nella propria culla, potrà prosperare altrove.

 

Emanuel Pietrobon

 

 
Introduzione al postmoderno PDF Stampa E-mail

6 Giugno 2019

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Da Appelloalpopolo del 29-5-2019 (N.d.d.)

 

Il Sessantotto segna l’ingresso dell’Occidente nella fase estrema, ctonia e volatile nello stesso tempo, della modernità: se dopo questa data, come osserva Costanzo Preve, il capitalismo si rafforza sbarazzandosi dell’etica familiare borghese, è inevitabile che il prezzo pagato per un incremento di potenza oggettivamente prodigioso sia elevatissimo – e in quale inquietante senso lo lascia intendere Elémire Zolla quando commenta così il Sessantotto francese: “Lo scossone al gaullismo (…) riuscì tutto conforme ai desideri dei satanisti in crociera sul Mediterraneo”. Da questo momento credenze, pratiche, mode e comportamenti che nei decenni precedenti del Novecento erano rimasti circoscritti a gruppi relativamente elitari dilagano nella società di massa. E così, spesso veicolata dalla musica rock, si diffonde l’attesa di una New Age, l’Età dell’Acquario alla quale si ispira il celebre festival hippie di Woodstock del 1969, che trascina con sé un confuso e limaccioso interesse sincretistico per le religioni orientali, lo sciamanesimo, l’occultismo, l’ecologia, le medicine alternative, l’ufologia. Fiorisce da questo ceppo tutta una letteratura estremamente eterogenea che ha due figure di spicco, sebbene irriducibili l’una all’altra, in Carlos Castaneda (A scuola dallo stregone, 1968) e nell’ex teosofo Jiddu Krishnamurti (La sola rivoluzione, 1970). Non riconducibile alla New Age ma anch’esso espressione del recupero novecentesco di aspetti della Tradizione “deviati dal loro vero significato e posti in certo qual modo al servizio dell’errore” (Guénon) è un testo come Rizoma di Deleuze e Guattari (1976). Contrapponendo il “modello rizomatico” prodotto dall’inconscio e da essi considerato peculiare dell’Oriente, al “modello occidentale dell’albero” minato dall’aspirazione alla “trascendenza, malattia tipicamente europea”, Deleuze e Guattari contestano la logica dualistica soggetto-oggetto (spirito-natura) che sta alla base della psicanalisi, della linguistica, dello strutturalismo, dell’informatica e, soprattutto, dell’istituzione statale con la sua “pretesa (…) di essere l’immagine interiorizzata di un ordine del mondo, e di radicare l’uomo”.

 

Ma nell’offensiva lanciata dalla Controtradizione ha un ruolo determinante il fenomeno tardo-novecentesco del postmoderno. Secondo Lyotard (La condizione post-moderna, 1979), le principali caratteristiche di questa nuova forma culturale consistono nel tramonto della funzione emancipatrice del sapere, ormai ridotto a merce e privato di ogni legame con la formazione della personalità; nella limitazione del ruolo dello Stato nell’economia, causato dalla globalizzazione dei mercati; nell’avvento dell’informatica; nella fine della lotta di classe; nella sostituzione della “pragmatica performativa” alla verità. In generale, il post-moderno coincide con la fine delle grandi narrazioni, dunque con il crollo delle ideologie politiche e delle certezze scientifiche, sulle cui rovine il relativismo etico celebra i suoi fasti. Nel postmoderno il neo-marxista Fredric Jameson (Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo, 1984) ravvisa “l’espressione interna e sovrastrutturale di tutto il nuovo corso del dominio economico e militare dell’America nel mondo”, intimamente connesso alla terza fase “multinazionale” del capitalismo, che segue quelle del “mercato nazionale” e del “sistema imperialistico”. Gli aspetti salienti del postmoderno sono, secondo Jameson, la cancellazione del confine tra cultura alta e cultura commerciale di massa, che si impone con citazioni insistite da programmi televisivi, pubblicità, film dozzinali e paraletteratura; il culto del simulacro e dello spettacolo; l’indebolimento del senso storico, con la conseguente abolizione del futuro e del “progetto collettivo”; la frammentazione e il “decentramento” della soggettività, accompagnati dall’eclissi del sentire profondo, a tal punto che nei prodotti culturali postmoderni i sentimenti “fluttuano liberamente, sono impersonali”. Per Gianni Vattimo (La fine della modernità, 1985), infine, il postmoderno si caratterizza come esperienza della fine della storia, dovuta non solo all’incombere di una possibile catastrofe atomica ma anche all’esaurirsi della concezione teleologica del divenire come processo unitario orientato verso una meta finale. In tale disincantata prospettiva, così ostile all’utopia della Rivoluzione, le avanguardie non hanno più senso e la modernità stessa, in quanto “epoca della riduzione dell’essere al novum“, può dirsi finita.

 

Ma se il nuovo è morto, se la storia non ha direzione né può essere indirizzata, rimane allora soltanto la possibilità di ricombinare incessantemente ciò che è già stato.

 

Giampiero Marano

 

 
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