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Soldi a chi li ha giÓ PDF Stampa E-mail

18 Dicembre 2016

 

Da Rassegna di Arianna del 17-12-2016 (N.d.d.)

 

Scoppia un incendio. Per fortuna arrivano i pompieri. Che però si mettono a versare sempre più acqua in una piscina piena, mentre la casa a fianco sta bruciando. A giugno 2016 la BCE lancia l'ennesimo piano per provare a rilanciare l'economia del vecchio continente. Visto che anni passati a "stampare soldi" tramite il quantitative easing non hanno dato i risultati sperati, ecco il passo ulteriore: con questi soldi acquistare non solo titoli di Stato, ma anche obbligazioni di imprese private. Corporate Europe Observatory - CEO, l'organizzazione che da anni studia e denuncia il peso delle lobby nelle decisioni europee, è andata a vedere quali siano le imprese e i settori che hanno beneficiato di tali acquisti. La ricerca appena pubblicata (www.corporateeurope.org) non lascia spazio a dubbi: "il risultato è inquietante, a meno che non pensiate che petrolio, auto di lusso, champagne e gioco d'azzardo siano il posto migliore in cui mettere soldi pubblici". In ultima analisi l'intervento della BCE è un sostegno ad alcune delle più grandi multinazionali. Le obbligazioni sono una forma di finanziamento, il cui costo segue la legge della domanda e dell'offerta: se sono in molti a volere i titoli di una determinata impresa, questa potrà offrire tassi di interesse minori. Se al contrario nessuno o quasi le vuole comprare, gli interessi che dovrà garantire l'impresa per finanziarsi salgono. Se la BCE interviene acquistando determinate obbligazioni, il soggetto corrispondente si trova quindi avvantaggiato rispetto ai concorrenti. Non parliamo di spiccioli. La BCE avrebbe investito 46 miliardi di euro a fine novembre 2016 e prevedrebbe di arrivare a 125 miliardi per settembre 2017. Dalla Shell alla Repsol, dalla Volkswagen alla BMW, troviamo alcune delle più grandi imprese dei combustibili fossili e dell'automobile. Anche dimenticandoci dello scandalo che solo pochi mesi fa ha investito la Volkswagen, nel momento in cui l'Europa sbandiera la sua politica "verde" e i suoi obiettivi contro i cambiamenti climatici, siamo certi che sostenere tali settori con decine di miliardi sia la strategia migliore per rispettare gli impegni presi? E poi multinazionali del calibro di Nestlè, Coca Cola, Unilever, Novartis, Vivendi, Veolia, Danone, Renault e chi più ne ha più ne metta.

 

E l'Italia? Eni, Enel, Terna, Hera, Snam, ACEA, Assicurazioni Generali, Exor (la società di casa Agnelli che controlla Fiat e Ferrari), A2A, Telecom Italia, Autostrade per l'Italia e poche altre. Non sembra esattamente l'elenco delle imprese che hanno le maggiori difficoltà ad avere accesso al credito. All'esatto opposto, sono con ogni probabilità quelle che indipendentemente dal sostegno della BCE (che nella scelta dei titoli si appoggia alle banche centrali nazionali, quindi anche a Banca d'Italia) possono già finanziarsi alle migliori condizioni. Per l'ennesima volta regole e procedure europee cucite su misura per i gruppi industriali e finanziari di maggiore dimensione, a scapito di piccole imprese e settori più innovativi. In Italia la stretta sull'erogazione di credito - o credit crunch - per anni ha colpito pesantemente piccole imprese, famiglie, artigiani. Così come il quantitative easing ha gonfiato i mercati finanziari senza rilanciare l'economia, così il nuovo piano della BCE sembra inefficace se non controproducente. Che si guardi alla finanza pubblica o a quella privata, ciò a cui assistiamo è un gigantesco eccesso di soldi per i più forti, mentre mancano risorse per un vero rilancio di economia e occupazione e per enormi bisogni che non trovano un finanziamento. La casa europea sta bruciando, ma i pompieri gettano acqua in una piscina piena mentre lasciano divampare l'incendio. Se come ripetono i libri di testo il compito principale della finanza, anzi il suo stesso motivo di esistere, è "l'allocazione ottimale" delle risorse nell'economia reale, stiamo quindi parlando del più macroscopico fallimento dell'era moderna. Non solo provoca crisi a ripetizione, aumenta le diseguaglianze, pretende di piegare l'intera società ai propri diktat, ma al culmine del paradosso questo sistema finanziario semplicemente non funziona e non fa l'unica cosa che dovrebbe fare. Alla faccia dei "mercati efficienti", vero pilastro su cui poggiano le teorie economiche che hanno dominato gli ultimi decenni e dominano ancora le istituzioni europee. Cosa sarebbe accaduto con politiche monetarie ed economiche differenti? Cosa sarebbe accaduto se le centinaia di miliardi della BCE che oggi gonfiano i mercati finanziari e sussidiano le multinazionali, fossero invece stati destinati a un piano di investimenti pubblici, alla ricerca, l'occupazione, la riconversione ecologica dell'economia? Tecnicamente non ci sarebbero problemi a farlo: invece di acquistare obbligazioni della Coca Cola o della Shell, la BCE compra titoli della Banca Europea per gli Investimenti - BEI, una banca pubblica alla quale le istituzioni europee potrebbero dare un mandato chiaro per impiegare le risorse per gli obiettivi che la stessa Europa si è data in materia di inclusione sociale, lotta alle diseguaglianze e ai cambiamenti climatici. Farlo o non farlo non è quindi questione di trattati europei - ammesso che per qualche misterioso motivo non sia possibile cambiarli - è questione di volontà politica. Una volontà totalmente assente in un'Europa che a dispetto dei disastri attuali rimane schiacciata su una visione liberista e su politiche monetarie ed economiche fallimentari. Non ci si può allora stupire della crescita delle destre xenofobe e populiste e del concreto rischio che l'incendio porti a una disgregazione della stessa UE. L'unica cosa che stupisce è una testardaggine che rasenta il fanatismo nel vedere che a dispetto di tali disastri, le scelte di fondo non vengono in nessun modo rimesse in discussione.

 

Andrea Baranes

 

 
Salvare il salvabile PDF Stampa E-mail

17 Dicembre 2016

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Qualche giorno fa il nostro giornale ha pubblicato un "appello impertinente" di Roberto Locatelli rivolto a papa Francesco in cui, provocatoriamente, invitava il Pontefice a scuotere le coscienze dei cristiani ormai secolarizzati e ad abolire, come estrema provocazione, le feste natalizie, divenute sempre più un rito consumista di massa e del tutto svuotate della trascendenza e della Sacralità. Non vi sono dubbi che sia davvero un appello molto impertinente, una provocazione audace quanto intelligente (le vere provocazioni devono essere intelligenti) così come non dubitiamo che Locatelli, autodefinitosi un cristiano fedele alla tradizione e al messaggio evangelico, non abbia scritto tali parole senza provare rabbia ed amarezza.

 

Ebbene, rabbia ed amarezza non sono prerogativa dei (pochi ma buoni) cristiani ancora fedeli alla tradizione e al Vangelo in questa fase declinante della postmodernità, ma appartengono pure a chi -agnostico, religiosamente confuso, religiosamente tiepido, miscredente, deista, giratela come volete-seppur non credente è pienamente consapevole di vivere in un mondo, in una civiltà forgiata negli ultimi venti secoli dal Cristianesimo. In assenza di Cristianesimo l'Europa, così come la abbiamo conosciuta ed amata, non sarebbe mai esistita e sappiamo bene che noi, per Europa, non intendiamo la formula amorfa e mostruosa che alberga in quel di Bruxelles. Elencare i meriti in ogni ramo dell'umano scibile del Cristianesimo dall' arte, al pensiero, alla scienza, alla musica, alla filosofia, sarebbe impresa troppo lunga per un articolo, accontentiamoci di riassumere dicendo che il Cristianesimo è una delle tre colonne della civiltà attuale e una, forse, delle più pericolanti e corrose. Anche noi dunque proviamo la stessa rabbia e sgomento d' un Locatelli a vedere lo sfacelo attuale, che nel mese natalizio dà sempre il peggio del peggio, in una miserabile giostra di luna park impazzita, in una centrifuga a base di consumismo folle, cene pantagrueliche, abbuffate di regali inutili e ipocriti e melensi buoni sentimenti a detrimento della spiritualità, del Sacro, del Trascendente insito nell' intimo di ogni uomo e oggi soffocato. Non crediamo però che l'abolizione tout court delle festività, posto che fosse possibile dall' oggi al domani, sarebbe una provocazione così forte da smuovere alcunché: come si fa ad abolire qualcosa che nell' animo già da tempo è abolito in sé? Sarebbe come la cancellazione di una cancellazione, il mondo troppo frenetico non se ne accorgerebbe neppure: qualcuno, anzi, troverebbe modo di guadagnarci ribattezzandola la " mensilità del commercio", non vi sono d' altronde i venerdì neri e i cyber-lunedì?

 

E allora, che fare? Appurato che papa Bergoglio è un semplice curatore fallimentare del Vaticano s.p.a. per conto dei poteri forti, quindi impossibile invocare da lui un gesto, una parola, un segnale, la vera forza di reazione deve partire da quei pochi cristiani e da quei pochi "non cristiani ma consapevoli del valore del Cristianesimo": è nostro dovere festeggiarlo, il Natale, e come! Considerato che oggi l'unica ribellione disponibile è quella individuale in assenza di alternative (per ora), la massima deve essere ripresa da un passo biblico: "Se tu andrai a destra, io andrò a sinistra; se tu andrai a sinistra, io andrò a destra". Perseverare a fare il presepe, a partecipare alla messa di mezzanotte, ad ostentare -ripetiamo: ad ostentare-il nostro essere contro corrente senza aver paura d' essere contro corrente: a quanto ci risulta, ancora non hanno abolito la libertà di pensiero in Occidente (l’hanno solo castrata, col politicamente corretto). A studiare la nostra Storia, le nostre tradizioni, a visitare le nostre chiese così numerose, onuste d' arte e di ricordi collettivi della comunità; e visitarle non basta: si deve conoscere e farle conoscere a più gente possibile. Certo, i risultati saranno modesti, mortificanti, a volte avvilenti. Ma state sicuri che fra tanti dinieghi, tanti rifiuti, vi saranno sempre menti adatte alla ricezione delle idee. Come uno della miriade di spermatozoi serve a fecondare l'ovulo, così senz' altro qualcuno raccoglierà il testimone e lo tramanderà ad altri. Il senso della vita non sta forse nel "gioco delle generazioni", in un sempiterno passaggio di consegne, in un perpetuo cambio della guardia? In uno spirito quasi mazziniano, noi "ribelli" -ribelli cristiani compresi-non agiamo per il presente bensì per la posterità.

 

Sursum corda! E salviamo il salvabile, mettiamolo in naftalina per recuperarlo quando i tempi saranno maturi.

 

Simone Torresani

 

 
La Russia nel Mediterraneo PDF Stampa E-mail

16 Dicembre 2016

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Da Comedonchisciotte del 15-12-2016 (N.d.d.)

 

Una delle principali lezioni che insegna la storia è la naturale tendenza degli attacchi sferrati contro la Russia a trasformarsi in una sua paradossale avanzata: fu la sciagurata campagna di Napoleone Bonaparte in Russia a fare di questa una grande potenza europea e fu l’ancora più sciagurata invasione di Adolf Hitler a fare della Russia una superpotenza mondiale. Anche gli avvenimenti mediorientali di questi ultimi anni sembrano rientrare in questa casistica: i piani angloamericani per espellere definitivamente Mosca dal Mediterraneo e dal Levante hanno consentito non solo al Cremlino di riconquistare il rango di superpotenza, ma di accaparrarsi un “bottino geopolitico” impensabile sino al 2011. Uno dei principali obbiettivi degli strateghi angloamericani dopo l’insediamento di Barack Obama era di impedire che qualsiasi potenza, in primis la Russia, colmasse il vuoto geopolitico lasciato dietro di sé dall’impero statunitense in ritirata: destabilizzati i governi laici con la “Primavera Araba”, fomentato il terrorismo e l’islam politico, aizzati gli odi religiosi ed etnici, Washington e Londra auspicavano di lasciarsi alle spalle una regione balcanizzata ed in fiamme, dove nessuno avrebbe potuto inserirsi senza prima essersi accollato i pesanti “oneri di ristrutturazione”. La ferma risposta di Mosca a questo piano, culminata coll’intervento militare in Siria del 2015, ha riprodotto uno scenario già visto negli anni ’60: la Russia è divenuta la stella polare per tutti gli Stati arabi in lotta contro “l’Occidente”. Se al culmine della Guerra Fredda, il Cremlino forniva armi e consiglieri per combattere gli eserciti coloniali europei o rovesciare i loro fantocci, a partire dal 2011 fornisce gli stessi mezzi per soffocare l’insurrezione islamista, il terrorismo e le rivoluzioni colorate che fanno capo alla NATO. L’intervento russo sposta l’ago della bilancia a favore degli Stati arabi e, di conseguenza, Mosca espande la propria sfera d’influenza: oggi l’ampliamento della base in Siria, domani una base in Egitto, dopodomani forse una base in Libia. Da Algeri a Bengasi, da Damasco al Cairo, tutti i governi laico-nazionalisti guardano alla Russia proprio come all’apice del processo di decolonizzazione. L’Algeria è da sempre in buoni rapporti con Mosca, grazie al sostegno dato dall’URSS al FLN durante la guerra d’indipendenza dalla Francia. Nazionalista, laica, filo-russa, l’ex-colonia francese rientra nella lista angloamericana dei Paesi arabi da destabilizzare. Le sommosse della “Primavera Araba” di inizio 2011 non risparmiano infatti neanche Algeri ma, grazie all’efficiente apparato di sicurezza, il governo impedisce che degenerino come altrove in un’insurrezione islamista (già sperimentata dal Paese negli anni ’90). Si ritenta a distanza di due anni con l’assalto terroristico al campo metanifero di Menas (circa 70 vittime), ma ancora senza successo. Durante gli anni della guerra siriana (2011-2016), il governo algerino è tra i pochi Paesi arabi ad esprimere solidarietà a Damasco: evita però qualsiasi sbilanciamento, perché la situazione interna è fragile (come ricorda maliziosamente il NY Times nell’articolo “The Algerian Exception”. L’intervento militare russo in Siria ed i rapidi successi conseguiti sull’ISIS e sulle milizie islamiste, convincono però l’Algeria a rompere gli indugi: nel corso del 2016 i rapporti economici e militari tra Mosca ed Algeri si rafforzano e culminano con il memorandum per la costruzione della prima centrale atomica sul suolo algerino con tecnologia russa. Tra la Libia di Muammur Gheddafi e la Russia esisteva un rapporto privilegiato sin dai tempi del colpo di Stato del 1969 che rovesciò il filo-britannico re Idris. Non c’è alcun dubbio che il Colonnello, se risparmiato dall’intervento NATO del 2011, avrebbe ulteriormente rafforzato i legami con Mosca: si parlava già nel 2008-2009 di ferrovie ad alta velocità progettate dai russi, dell’ingresso di Gazprom nell’industria estrattiva, di contratti miliardari nella difesa, di un possibile programma nucleare supervisionato da Mosca e, addirittura, di una base navale d’appoggio. Oggi, quasi certamente, Gheddafi avrebbe seguito le orme del Cairo e di Damasco, traghettando la Libia verso l‘Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione. Rovesciato il Colonnello, la Libia è invece sottoposta dagli angloamericani ad una scientifica opera di destabilizzazione, così da trasformarla in un trampolino per l’immigrazione clandestina verso l’Europa ed in un avamposto del terrorismo nel Magreb. Prima Londra e Washington sostengono il golpe islamista dell’estate 2014; poi supervisionano il trasferimento dei miliziani dell’ISIS dalle coste turche ai porti libici; infine innestano sul potentato islamista in Tripolitania il governo di unità di Faiez Al-Serraj che, come prevedemmo senza difficoltà, era destinato a fallire miseramente e mirava soltanto a sanzionare lo smembramento del Paese. Le speranze di una Libia riunificata e laica hanno il volto di Khalifa Haftar, il capo delle forze armate del governo di Tobruk che gode a lungo anche del sostegno francese, finché le pressioni di Washington ed il “provvidenziale” abbattimento di un elicottero transalpino, non convincono Parigi ad abbondare Haftar e ad uniformarsi alla linea angloamericana. Di nuovo, alle forze nazionaliste non rimane alternativa se non rivolgersi a Mosca. Il generale Haftar, che sul campo affronta sia l’ISIS che le milizie islamiste dall’ex gran muftì libico Sadeq al Gharian, formatosi tra l’Inghilterra e l’università Al-Azhar del Cairo, vola così ad inizio dicembre a Mosca per un faccia a faccia col ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ed il ministro della Difesa, Sergei Shoigu: gli argomenti sul tavolo sono la fornitura di armi, un possibile intervento militare sulla falsariga di quello in Siria e, dulcis in fundo, l’apertura di una base navale russa a Bengasi, il vecchio progetto già caro a Muammur Gheddafi. Chi segue da vicino il dossier libico ed ha patrocinato l’asse tra Tobruk e Mosca, è l’Egitto di Abd Al-Sisi. Dai tempi di Anwar Sadat, il presidente che nel 1972 diede il benservito ai militari e ai consiglieri sovietici, l’Egitto era saldamente nell’orbita atlantica. La comprovata fedeltà del Cairo ed i buoni rapporti con Israele non gli risparmiano però la triste sorte dei vicini: con la “Primavera Araba” si defenestra l’anziano Hosni Mubarack e si spiana la strada all’avvento della Fratellanza Mussulmana. Sotto la presidenza dell’islamista Mohamed Morsi, l’Egitto precipita nel caos auspicato: oscurantismo religioso, persecuzione dei copti, violenze, crollo del turismo. Il Paese viaggia veloce verso il baratro. L’esercito, spina dorsale dell’Egitto, insorge e, con il colpo di Stato del luglio 2013, il generale Abd Al-Sisi rovescia la Fratellanza Mussulmana e si proclama presidente. Si attira così l’odio implacabile di quelle capitali che avevano scommesso tutto sull’islam politico: Ankara, Doha e, soprattutto, Londra e Washington. Gli angloamericani imbastiscono infatti una violenta campagna mediatica contro la “sanguinosa dittatura” di Al-Sisi e trasformano la penisola del Sinai in un avamposto dell’ISIS: persino l’Italia, attraverso l’omicidio di Giulio Regeni – una classica operazione sporca dei servizi atlantici –  è costretta a troncare i rapporti diplomatici col Cairo. L’Egitto di Al-Sisi conta quindi su pochi alleati, tra cui si annovera all’inizio l‘Arabia Saudita, riconoscente per la repressione contro l’odiata Fratellanza Mussulmana. I due Paesi sono però radicalmente diversi: l’Egitto di Al-Sisi è laico, nazionalista e nostalgico degli antichi fasti dell’epoca nasseriana; l’Arabia Saudita è un regno retrogrado che basa la sua legittimità sul fanatismo wahhabita e non ha ancora scordato lo spietato braccio di ferro con Gamal Nasser per disputarsi l’egemonia del mondo arabo. Abd Al-Sisi comincia a flirtare col Cremlino: ne seguono contratti per la difesa miliardari e l’accordo per la costruzione della prima centrale nucleare sul territorio egiziano. Poi il progressivo scivolamento dell’Egitto nell’orbita russa si fa inarrestabile e culmina con il clamoroso voto egiziano all’ONU in favore di una risoluzione russa sul conflitto siriano: si vocifera, addirittura, che il Cairo sarebbe disponibile a restituire a Mosca la vecchia base navale di Sidi Barani. L’Arabia saudita, oltraggiata dal “tradimento”, sospende così la fornitura mensile di 700.000 tonnellate di carburante, senza però considerare gli effetti di una simile mossa: il Cairo sonda gli iraniani per la fornitura di greggio e, dopo che Al-Sisi ha espresso il suo appoggio a Damasco nella “guerra al terrorismo”, una ventina di piloti egiziani sono inviati in Siria, sancendo così la definitiva rottura con Riad. C’è, infine, il capitolo della Siria. Entrata nell’orbita sovietica alla fine degli anni ’50, la Siria era rimasta l’ultimo solido alleato arabo di Mosca dopo il collasso dell’URSS: nel porto di Tortosa era ed è situato il centro logistico cui fa riferimento l’intera flotta russa nel Mar Mediterraneo. Prima la NATO fomenta la Primavera Araba e l’insurrezione di piazza (2011-2012), poi medita di bombardare l’esercito siriano col pretesto delle armi chimiche (2013), infine inocula il germe dell’ISIS (2014-2016): quando le forze armate siriane sono ormai logore, Mosca non vede alternativa alla spedizione militare dell’autunno 2015. I raid aerei russi, concentrandosi sul contrabbando di greggio diretto verso la Turchia, minano alle fondamenta l’economia su cui si basa il “Califfato”, costretto a dipendere solo più dai finanziamenti delle autocrazie sunnite. La città di Homs è riconquistata nel dicembre 2015, Palmira nel marzo 2016, ed il cerchio si chiude sempre più attorno ad Aleppo, seconda città della Siria e centro industriale nevralgico: la separazione della Turchia dallo schieramento anti-Assad, il sostegno di truppe libanesi ed iraniane, la paziente tattica di isolamento dei terroristi, l’impiego di “consiglieri” e corpi d’élite russi, consentono di riconquistare la città palmo a palmo, sino alla sua completa liberazione del 12 dicembre. Dopo quasi sei anni di combattimenti, il conflitto siriano si avvicina così al punto di svolta: la “rioccupazione” di Palmira da parte dell’ISIS, resa possibile grazie allo spostamento dei terroristi dall’Iraq alla Siria, va intesa come una disperata manovra diversiva, l’ultima mossa angloamericana per rallentare la capitolazione degli islamisti ad Aleppo. I dividendi incassati da Mosca sono alti: la trasformazione dello scalo di Tortosa in una base navale a tutti gli effetti, l’insediamento di una base aerea permanente a Hmeimim, vicino Laodicea. Ma soprattutto, come già sottolineato, il bottino più prezioso è l’attrazione nell’orbita russa di tutti gli Stati arabi nazionalisti, dalla Siria all’Algeria: come negli anni ’60, il Mediterraneo Orientale torna nella sfera d’influenza di Mosca, con la sola eccezione di Israele, costretto ad incassare di buon grado le vittorie di Bashar Assad e la “nasserizzazione” dell’Egitto.

 

Il quadro sinora descritto è maturato durante gli otto anni della presidenza democratica di Barack Hussein Obama: cosa comporterà l’imminente insediamento di Donald Trump?

 

Federico Dezzani

 

 
Antirenzismo e antiberlusconismo PDF Stampa E-mail

15 Dicembre 2016

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Da Appelloalpopolo del 12-12-2016 (N.d.d.)

 

Cari Italiani, per 20 anni vi hanno fatto ammalare di antiberlusconismo, sicché accecati dall’odio antiberlusconiano non riuscivate a vedere la piccolezza, la meschinità, la povertà culturale e spirituale, il tradimento, l’opportunismo, il cinismo, il liberalismo dei politici antiberlusconiani, ai quali davate il voto, sebbene questi difetti fossero evidentissimi a chiunque non fosse malato di antiberlusconismo. Ora vogliono farvi cadere nella stessa trappola, facendovi ammalare di antirenzismo. Renzi, come statista, è come tutti gli altri politicanti che abbiamo: Di Maio, Bersani, Salvini, Ferrero, Berlusconi, ecc. ecc.: una nullità. Invece, come politico, ossia considerato sotto il profilo delle qualità nella conquista e nella gestione del potere, è un gigante, almeno rispetto agli altri.

 

Se esistono, dunque, ragioni per continuare ad annullare la scheda, visto che si candidano soltanto nullità – io ho annullato e talvolta mi sono astenuto dal 2001 al 2013 e sono già tornato ad annullare, salvo il referendum, non esistono ragioni per odiare Renzi più di come bisognerebbe odiare tutti gli altri politici. Così come bisognava essere tanto antiberlusconiani quanto anti-antiberlusconiani, allo stesso modo oggi si deve essere tanto antirenziani quanto anti-antirenziani. Se sarete tanto antirenziani quanto anti-antirenziani allora non darete all’antirenzismo nessuna particolare rilevanza rispetto all’antisalvinismo, all’antigrillismo, all’antibersanismo e così via. In questo modo il vostro essere anti non sarà una malattia accecante. Pensate a militare e liberatevi delle vostre malattie. Se militate, per tre o quattro anni potete addirittura disinteressarvi completamente della cronaca politica.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Consigli impertinenti PDF Stampa E-mail

14 Dicembre 2016

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Santità,

mi rivolgo a Lei dal basso, dalla mia posizione di peccatore e lontano dall’essere un cristiano da esportazione. Mi rivolgo a Lei, osannato mediaticamente come un Papa “rivoluzionario”, anche se in cuor mio spero non lo sia, non c’è nulla di più rivoluzionario per un individuo abitante nel cosiddetto “mondo Occidentale”, che essere socialmente e culturalmente anticonformista, fedele alla tradizione, nella fattispecie al messaggio cristiano, senza essersi imbastardito con la volgarità, la superficialità e faciloneria del nostro vivere contemporaneo.

Forse qualcosa di veramente rivoluzionario lo può fare, qualcosa che svegli di soprassalto i corpi, le menti e i cuori intorpiditi di noi cristiani del mondo occidentale, infiacchiti dal benessere, dalle “cose” nel senso più ampio del termine, dalla televisione, dai reality-show, dalle partite di champions league, dai telefonini, dai social network, dalla perenne corsa all’acquisto, dai quiz televisivi, dalle illusorie lotterie e gratta-e-vinci. È appena terminato il Giubileo della misericordia, ma chi se ne è accorto? È in arrivo il Natale, ma chi se ne accorge? Forse in quest’ultimo caso sì, in molti se ne accorgono, infatti terminata la festa di Halloween, centri commerciali e negozi dei centri cittadini si sono subito addobbati a festa…per una festa, quella natalizia, che arriverà tra oltre 1 mese, ma che per esigenze di business nel corso degli anni è via via stata sempre più anticipata. Tra poco più di un mese come cristiani dovremmo gioire per la nascita del Bambin Gesù, ma a parte la Messa di rito del giorno di Natale o, al più, della notte prima, l’essenza del Natale è diventato il consumismo. Oggi non è Natale se non fai acquisti e regali per tutti, parenti, amici, familiari e chi più ne ha, più ne metta; non è Natale se non ci si strafoga di cibo per due giorni (Natale e Santo Stefano) facendo incetta di panettoni e pandoro; non è Natale se non si dispensano sorrisi di plastica, strette di mano e baci dal sentore di ipocrisia; non è Natale se non si spende, si consuma, di più, si esagera nel cibo e nelle cose, riempiendo le abitazioni di inutilità accolte con sorrisi di circostanza. Del bambinello nato in una grotta al freddo e al gelo, riscaldato da un bue e un asinello, neppure l’ombra, se non nel Presepe, ma nulla di più; lo spirito del Natale, così di ogni altra ricorrenza festiva cristiana, è stato svuotato dei suoi più profondi significati, e riempito di consumismo: cibo e cose al posto del messaggio di Cristo.

Ciò detto, tenuto conto che da quarant’anni a questa parte in tutto il mondo occidentale consumismo e laicismo stanno chiudendo a tenaglia lo spirito cristiano, scansando in un ruolo subalterno l’essenza dello spirito del messaggio cristiano, credo che Lei, Santità, dovrebbe prendere una decisione brutale e risoluta: non si festeggia il Natale! Di più, siccome l’essenza delle feste e dell’essere cristiano è stato messo sotto i piedi dal duo consumismo e laicismo, perché non accontentare l’uomo occidentale, permettendogli di lavorare sempre, senza sosta? E la domenica? Dio l’aveva riservata al riposo dopo sei giorni di lavoro, ma se a causa di ciò, ne va del “benessere” e del consumismo, del rischio d’inceppare l’oliato meccanismo di consumo-produzione, ebbene, aboliamo la domenica quale festività, sarà un semplice giorno lavorativo come gli altri della settimana. Di più, perché non abolire anche la Pasqua e Pasquetta, niente giorno di ferie per le gite fuori-porta, lavoro-guadagno-consumo non possono essere frenati da rituali perditempo dal vago sapore di credulità popolare. E poi, che dire dei Santi Patroni sparsi in tutt’Italia, che spreco di ore di lavoro! Ma non fermiamoci qui, in nome del laicismo imperante, faccia chiudere le Chiese, spegnere le candele e gli incensi, basta con i battesimi, i matrimoni e ancor più i funerali, stop alla catechesi dei ragazzi. Faccia sbarrare gli oratori e cessare i centri ricreativi estivi, basta animatori ed educatori con i ragazzi, basta alle giornate mondiali della gioventù, basta con le scuole paritarie gestire da religiosi, così come gli asili, le mense per i poveri o i senzatetto, basta con gli ospedali e le case di cura, via questi vecchi e moribondi che mal si conciliano con la società dei consumi, del benessere e dello sguardo positivo rivolto al futuro. Basta con gli ostelli, le gite in montagna e al mare con adolescenti e anziani, basta con l’apertura al pubblico delle proprie opere d’arte contenute in musei e altre strutture aperte al pubblico. E basta con la parola di Gesù, abbiamo già i talk show con le chiacchiere dei politici, basta con i suoi miracoli, le sue gesta, la sua morte e resurrezione, abbiamo già gli Avengers, e poi, vuoi mettere vincere con il superEnalotto o con il Gratta-e-Vinci, come ti cambia la vita, altro che “lode a te, o Cristo”.

Dopo che avrà fatto tutto questo, ci lasci soli, in compagnia dei nostri “fidati” compagni di vita, consumismo e laicismo. E solo allora vedremo se rifletteremo, se capiremo che forse qualcosa ci manca, come quell’innamorato che lascia andare la sua amata per verificare se, tornando a lui sarà veramente stata sua, oppure in caso di non ritorno, non lo era mai veramente stata. Perdoni, Santità, la mia impertinenza.

Roberto Locatelli

 
Lenin alla Casa Bianca? PDF Stampa E-mail

13 Dicembre 2016

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Da Comedonchisciotte dell’11-12-2016 (N.d.d.) 

 

Donald Trump, commentando la scomparsa di Fidel Castro, lo ha bollato semplicemente come “dittatore”. Quali che siano i duraturi risultati (e gli errori) dell’esperimento Cubano, la storia ha già di fatto riconosciuto Fidel come uno dei grandi leader rivoluzionari del tempo moderno e pure postmoderno. Trump – ironia della storia – ha anche battezzato l’ondata di rabbia che lo ha portato alla Casa Bianca come una “rivoluzione” – guidata da, e a nome dei, bianchi, non dotati d’istruzione universitaria, i colletti blu o tute blu delle masse degli Stati Uniti. Ma le vecchie abitudini sono dure a morire. Un leader del mondo che si è auto-nominato “libero”, fedele alla sceneggiatura convenzionale, non potrebbe mai rendere omaggio pubblico ad un “comunista” che è sfuggito a oltre 600 tentativi di assassinio più cambio di regime annesso ad opera della CIA – cosa questa che è un bel carico pesante da sopportare per i cosiddetti servizi di intelligence degli Stati Uniti. Alla fine, è stato l’orologio della natura e non un proiettile fatato a prendersi Fidel.

 

Con la rivoluzione cubana ormai storia, l’attenzione passa ora alla corrente “rivoluzione” americana – che potrebbe rivelarsi piuttosto il sogno speciale di un cambio di regime da parte della CIA (per gli altri). Se Fidel fosse stato il Principe così come idealizzato dal Machiavelli, nella terra dei gringos la storia può essere ascrivibile in gran parte a Steve Bannon, il tuta blu che lotta contro Goldman Sachs per il principe Trump di un novello Machiavelli. Il capo stratega della Casa Bianca Bannon è stato diffamato, persino sopra le righe, in tutti i modi, dandogli del neo-fascista, suprematista bianco, razzista, sessista e antisemita. Finora, questa è stata la spiegazione più dettagliata del programma Bannon – sono parole sue. Uno lo sottovaluta a proprio rischio e pericolo. Bannon in passato si è autodefinito leninista. Peccato che Fidel non stesse prestando attenzione. Nel suo molto complesso ed estremamente coinvolgente “Après Nous, Le Deluge “(traduzione dal Francese di recente pubblicata da Payot), il maestro filosofo tedesco Peter Sloterdijk esplora come Lenin, nel giro di pochi mesi da una capanna in Finlandia, abbia posto le premesse teoriche di ciò che dovrebbe accadere dopo la rivoluzione; ovvero come lo Stato pre-rivoluzione, nella analisi marxista, fosse solo stato uno strumento per consentire lo sfruttamento economico e la risoluzione fuorviante delle opposizioni “inconciliabili” tra le classi (suona piuttosto come l’attuale situazione istituzionale a Washington). Per l’apparato rivoluzionario, non era sufficiente prendere in consegna l’apparato dell’Ancien Regime – come i socialdemocratici avrebbero fatto. Esso avrebbe dovuto essere totalmente distrutto, e i resti rimessi assieme in nuove combinazioni fino a quando l’obiettivo comunista a lungo termine – l’agonia dello Stato – potesse essere raggiunto. Ora immaginate un Bannon leninista che cerca di confezionare questo ordine del giorno a tizi di un pubblico come quello USA indottrinati visceralmente che “i comunisti si mangiano bambini a colazione”. Così ha fatto ricorso alla cultura pop – sottolineando modelli ispiratori tipo Darth Vader, la sua incarnazione vivente nota come Dick Cheney, e il lato Oscuro nel suo complesso. Il fare a pezzi lo Stato (o lo establishment) è stato riformulato come “prosciugamento della palude”. E per lucidare il tutto, quando si parla di establishment, Bannon ha aggiunto l’indispensabile credibilità con un tocco di inglese, credibilità come suo modello: Thomas Cromwell, il lato Oscuro dietro Enrico VIII, invece di Lenin. Nessuna meraviglia che lo Stato profondo sia andato completamente fuori di testa. Lenin, nel tentativo di compiere la sua rivoluzione, come osserva Sloterdijk, si è basato su “una strategia psico-politica doppia” con massiccia intimidazione dei non convinti (qualcosa che Bannon, ovviamente, non può applicare nell’America contemporanea), così come la mobilitazione delle masse impoverite e degli entusiasti attratti dalle promesse del nuovo potere (la macchina dei Twitter schiaccianti di Trump e Breitbart News saranno responsabili di questo segmento). Nella rivoluzione di Lenin, la facoltà di giudizio politico è stata esercitata da un’élite che Lenin aveva concepita come il proletariato; i proletari sono diventati l’élite attraverso la dittatura del partito. Tutti gli altri strati, in particolare le categorie rurali, non erano nulla più di una plebe reazionaria destinata a diventare utile solo a lungo termine attraverso l’educazione rivoluzionaria.

 

Un secolo dopo Lenin, il proletariato di Bannon da usare come ”élite” sarà fornito dalla cospicua alienazione delle tute blu sparse in tutta Virginia, Florida, Ohio, la Rust Belt o Fascia della Ruggine. Un posto speciale è riservato ai democratici di Reagan o Reagan Democrats 2.0 (minoranze nella classe operaia), così come per tutti quanti del rifiuto di quel buon vecchio spauracchio marxista – truccato fino agli occhi da “democrazia borghese”. La prima incarnazione di Bannon del suo ideale principe leninista era l’antipatica Mamma Orsa Sarah Palin che essendo dell’Alaska poteva vedere la Russia dalle finestre di casa sua – ma questo è tutto. Trump, invece, è il veicolo perfetto; costruttore miliardario /pragmatico; un prodotto di reality TV; il fattore “viene da New York, Stato di New York” posto gestito e controllato dai dominatori dell’universo dove non c’è bisogno di donatori cortigiani; e per giunta nemico naturale di un establishment arrogante radical-chic da East Coast che disprezza il suo scintillio e la sua impudenza cafona.

 

Il descrivere i ”déplorables” di Trump (loro definizione da parte dell’establishment, cortesia di Madame Hillary), come un esercito di fascisti, come insistono i guru dei grandi media americani, totalmente non coglie il bersaglio. La teoria marxista, durante gli anni 1920 e 1930, vedeva il fascismo all’incontrario, concettualizzando che esso cristallizza in sostanza la forza del capitale finanziario (ecco qualcosa che Bannon può facilmente vendere in casa propria). Il fascismo terrorizza anche la classe operaia e quella dei contadini rivoluzionari – da cui consegue l’appello popolare a “prosciugare la palude”. Mussolini ha definito il fascismo come ” l’orrore per la vita comoda”, influenzando in tal modo Sloterdijk a caratterizzare il fascismo come una militanza politica da strada, basata sulla mobilitazione totale. Torniamo per un attimo ad un secolo fa; dopo il 1917 e il 1918, per la sinistra e per la destra, lo spirito del tempo dettò che non c’era alcun ”dopoguerra”; infatti, il sentimento era che c’era una guerra globale in corso, e che era così da tempo immemorabile (oggi, sotto il neoliberismo, la guerra globale è ancora più radicalizzata, contrapponendo lo 0,0001% contro il resto di noi.) Sotto Lenin in Russia un secolo fa, il conflitto ha preso la forma di guerra civile di una minoranza attiva contro la maggioranza impotente. Sotto la Casa Bianca leninista, il conflitto può assumere la forma di guerra da una minoranza molto attiva (quelle circa del 25% degli elettori degli Stati Uniti che ha votato Trump) contro un’altra, infinitesimale – ma molto potente – minoranza (l’istituzione da East Coast, incarnazione dell’Ancien Régime), con tutta la saga vista in prima fila da una maggioranza silenziosa passiva, anzi in catalessi. “L’America al primo posto! “; ma per chi? La questione chiave sarà chi riuscirà a definire il reale interesse nazionale americano; i veri nazionalisti incorporati nel Team Trump, più il proletariato “d’élite”, o il solito sospetto globalista in grado di infettare e corrompere qualsiasi idea di nazionalismo. Addio Fidel Castro, benvenuto principe Trump (col leninista Machiavellico al seguito). Prepariamoci all’impatto. La politica è guerra del resto, no? E “rivoluzione” è ancora il più seguito spettacolo in città.

 

Pepe Escobar (Traduzione di Roberto Marrocchesi)

 

 

 
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