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Cinque primati PDF Stampa E-mail

24 Aprile 2020

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Mi auguro che l'Italia non chiuda questa triste storia con cinque primati, tra i paesi occidentali (l'oriente lo lascio agli orientali e ai "veri" rossobruni):

 

il primo paese a chiudere; l'ultimo a riaprire; quello con il maggior numero di morti in rapporto alla popolazione; quello con il maggior numero di divieti, in gran parte incostituzionali ma non contestati da nessun partito di governo o di opposizione; l'unico in cui gli studenti, dalle elementari alle superiori, saranno tutti promossi.

 

Se dovesse accadere, una discussione su noi stessi dovremo farla.

 

Stefano D’Andrea

 

 
D-day 2020 PDF Stampa E-mail

23 Aprile 2020

 

Non più riferimenti. Anche nell’emergenza della guerra ce ne sono, sia per i militari che per i civili. L’idea, il luogo, la fuga per la sopravvivenza sono chiari. Ora no. Come con il terrorismo più cieco e violento. Siamo in trappola o, in alternativa, colmi di paura come selvaggina nella battuta. In balia di eventi le cui spiegazioni hanno uno spettro che va dall’incompiuto al complotto lungamente premeditato, passando per tutte le vie di mezzo incompetenti, autoritarie, alternative, contraddittorie. Le persone sono disorientate. Quanto sentono dal web non ha nulla a che fare con quanto si sente dalle tv e dai giornali di Stato. I giornali di Stato cercano di tenere botta con modi che vanno da la verità sono io alla richiesta di obolo per cercare di sopravvivere. E ci riusciranno perché sono a loro volta merce e arma di chi li possiede. Non resta che attendere censure crescenti per il web, suo oscuramento o hackeraggio governativo. Tutto naturalmente in nome del nostro bene oppure causato da qualche hacker nonché da imprevedibili blackout informatici.

 

Che il virus sia solo un diversivo di copertura a progetti egemonici da parte delle ormai ubiquamente citate forze delle profondità finanziarie? Forse le stesse che hanno demolito, insieme al Muro di Berlino, anche l’Unione Sovietica? Quelle che forse a quel punto si credevano con la Terra spianata pronta ad essere riempita di plastica e bancarelle, di merci e banche? Quelle che non hanno esitato a creare guerre e terrorismi islamici per focalizzare l’attenzione lontano dalle loro trame? Quelle che dopo aver raso al suolo Stati interi si sono infine dedicati alla Cina. Questa volta però, senza calcolare che, se l‘antracite era bastata per impiccare Saddam Hussein e mandare a gambe all’aria l’Iraq pur di alzare il livello dello scontro, a suo vantaggio, tra sciiti e sunniti, il virus non è bastato a piegare l’economia cinese. Un bel guaio se non dovessero ora riuscire a comprare la sua classe dirigente affinché il boicottaggio provenga dal suo interno. Perché tanta fantasia? Da un punto di vista fisico, la terra non sopporta più la demografia in esplosione, da quello geopolitico (termine ormai svuotato di senso), il progetto egemonico dei pochi non regge più la nazionalizzazione delle politiche e la crescente consapevolezza a mezzo web. Forse hanno premuto il bottone del D-day. Nel panorama dell’immaginazione, la narrazione non ha salti logici, quindi è del tutto proponibile che il peggio sia già qui, sebbene ancora così silente e ingannatore.

 

[…] Trenta anni or sono, il cuore delle proteste ha cessato di pompare. Edonismo, individualismo, liberismo, come vampiri, hanno succhiato la vitalità degli uomini. Per poi rigettarla in canali artefatti che loro stessi avevano costruito credendo di realizzare il vero scopo della vita: avere successo, disinteressarsi del prossimo, delle cose, degli animali, dell’ambiente, correre verso la trinità della disperazione: l’accumulo, il denaro, il potere. Una fede. Destinata a condurci verso una bara ricolma di banconote e protesi tecnologiche, per un corpo afflitto da malattie e uno spirito svuotato di serenità.

 

Opportunamente e facilmente indottrinati, per timore di annegare nel poco che avevano, gli uomini hanno venduto la propria madre pur di seguire la corrente del globalismo. Per quegli uomini si trattava di un evento immane, come la natura. Mai di una catena di scelte compiute dai suoi simili. Un evento salvifico dunque, che avrebbe, solo lui, concesso loro di seguitare la personale e sociale rincorsa verso una realtà che vedeva pregna di significato e sostanza, che non sospettavano riguardasse la fittizia superficie dell’esistenza, l’apparire. Ora, che siamo al centro del guado e le sponde sono lontane, di tutto può accadere. Chi aveva già le consapevolezze critiche nei confronti dell’andazzo ha il web come ultimo appello per radunare i simili a se stesso, per tenere viva la speranza di essere considerato, di tornare a credere in qualcosa che non sia solo il proprio bieco interesse. Dentro questa speranza serpeggia il rischio di radunare anche la moltitudine di popolo che necessariamente vorrà affidarsi ai guru: non dispone del necessario per fare propria la filologia della protesta; dispone di energia notevole che, privata di dialettica, non ha altro canale che la rabbia verso il prossimo e l’eventualità della violenza verso se stesso. La perdita di controllo del poco che le persone possono radunare in termini di contrattualità, è alta.

 

Intanto, la vaccinazione per il Coronavirus pare obbligatoria. Un fatto grave che si aggiunge ad appesantire il corpo del risentimento popolare. L’app di tracciamento contagiosi (e contatti) che, sebbene al momento sia venduta come facoltativa, non tarderà a mostrare la sua vera logica. Ovvero se non ne disponi non puoi fare questo e quello e, per farlo, devi pagare e aspettare, la priorità è per i possessori dell’app. Le restrizioni sconsiderate, le comunicazioni ufficiali ondivaghe, tranne nella loro logica terrifica, lo spettro di una crisi economica che qualunque scintilla muterà in sociale, che qualunque previsione la considera per più corposa di quella conosciuta per la clausura domiciliare. La progressiva installazione delle strutture necessarie al 5G, la promessa di liquidità per la ripresa economica, bloccata dalla burocrazia strutturale di questa politica e di queste istituzioni, che neppure una parola hanno dedicato ad un cambio di registro più ecocentrico, meno egocentrico.

 

Il senso vittimistico, mai troppo lontano dalla nostra psicologia, avrà di che nutrirsi nel paniere del nostro attribuire colpe e responsabilità al governo. Come fosse colla di pesce, ci sentiremo uniti e solidali forse sufficientemente per sovversioni piccole o grandi. Sentirsi vittima non porta ad alcunché che permetta passi evolutivi, il solo vero dono nascosto in tutte le scatole delle crisi. Forse al momento ci sembrerà d’averlo scartato come un regalo inutile. Ma il rilascio non ha il tempo dell’usa e getta. È a lunga scadenza. Forse, tra qualche anno o generazione, la crisi del Coronavirus non sarà citata come la pandemia del 2020, ma come l’avvio definitivo di un nuovo paradigma. Non più famelico e devastante, non più alla trangugia e divora. Ma, per avere fede è necessario aver preventivamente accreditato il medium che porta la voce. Un contesto per la maggioranza di noi che non sussiste. Oggi, dopo l’evidente impossibilità di governare secondo una balistica da aria compressa, dopo la spumeggiante risacca nella quale è andata tritandosi la bussola dei valori con la quale avevamo sempre una direzione da seguire. Come è possibile governare nel senso sublime e sublimante del concetto? Oggi non c’è che mordi e fuggi. Tutto è fallito. Le pezze non possono più correggere una modalità di concezione del mondo, come certa classe dirigente ancora crede. L’abito va sostituito. Nessuno più, tranne le generazioni più anziane, possono ascoltare con credito la voce ufficiale. Solo alcuni di loro, i meno corrotti dalla diffusione della comunicazione, quelli che la politica non m’interessa, ancora si alzano in piedi a battere i tacchi quando entra il re. Nessun altro.

 

Suerte. A tutti noi.

 

Lorenzo Merlo

 

 
Davanti a un bivio PDF Stampa E-mail

21 Aprile 2020

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Ci sono situazioni in cui l’inautenticità del chiacchiericcio quotidiano, esplorata magistralmente da Martin Heidegger, lascia il posto al dovere di scegliere fra le opzioni fondamentali, quelle che definiscono una direzione esistenziale. Covid-19 ci costringe a questa messa in discussione, ci porta al bivio in cui bisogna scegliere una o l’altra strada. Queste sono le situazioni in cui viene messo alla prova il valore degli individui, delle civiltà e dei loro gruppi dirigenti.

 

La responsabilità di chi guida una comunità esige che, dopo la doverosa consultazione dei competenti, la politica decida in modo netto. Ora, i competenti, nel caso specifico la scienza medica, ci dicono che il virus è estremamente contagioso, tanto che potrebbe già avere infettato gran parte della popolazione; che un’alta percentuale dei contagiati non si accorge neppure di esserlo; che in un’altra alta percentuale si presenta come una normale influenza: gola infiammata, tosse secca, febbre intorno ai 38 gradi: in genere si guarisce nel giro di qualche giorno, senza tante complicazioni; che in una piccola minoranza giunge a minacciare i polmoni, tanto da richiedere il ricovero ospedaliero; che in una percentuale di questa minoranza, in massima parte persone molto vecchie o già debilitate da gravi malattie, porta alla morte. Le eccezioni confermano la regola.

 

È doveroso ascoltare questi esperti, anche se non fanno bella figura quando dissentono fra loro, o parlano di crescita esponenziale dei contagi mentre la crescita è sempre stata lineare e mai esponenziale,  quando non danno mai la percentuale dei morti in rapporto alla totalità della popolazione, percentuale che, a differenza di altre drammatiche epidemie, non va oltre lo zero virgola zero e qualcosa per cento, e quando negano che ci possa essere immunità di gregge ma sostengono, forse per interessi con le Case farmaceutiche, che l’unica efficacia è quella del vaccino, senza rendersi conto della clamorosa contraddizione. Ascoltati i competenti, la politica si trova davanti a due scelte fondamentali, a una delle quali sono riconducibili le diverse ipotesi di mezze misure. Entrambi i corni del dilemma coinvolgono valutazioni non solo di ordine sanitario ed economico, ma altresì di ordine politico, valoriale e morale.

 

La prima scelta consiste in questo: considerare la difesa di ogni vita il valore assoluto, al quale subordinare ogni altra considerazione; orientare gli sforzi affinché il servizio sanitario non sia sopraffatto dalla quantità dei contagi; a tal fine ordinare una rigida quarantena; rimandare a un domani imprecisabile la soluzione dei problemi economici e del disagio psichico e organico indotto nei cittadini costretti alla clausura; confidare in un vaccino per affrontare il rischio del rinnovarsi dell’epidemia per più anni di seguito; utilizzare i media per convincere le persone ad adottare i comportamenti corretti, anche stimolando emotivamente la solidarietà verso gli eroici sacrifici del personale sanitario e mettendo in evidenza la modalità di una morte fra i rantoli di un’agonia che impedisce il respiro.

 

La seconda scelta consiste in questo: convivere col virus, privilegiando l’interesse del corpo sociale nel suo complesso rispetto alla difesa della vita di una piccola minoranza; considerare che la bancarotta dello Stato quale esito probabile di una prolungata clausura comporterebbe la disperazione di milioni di individui e il suicidio di migliaia; considerare le conseguenze negative della clausura coatta sulla salute mentale e fisica della popolazione; consentire la circolazione del virus in modo che la grande maggioranza della popolazione ne sia contagiata, quasi sempre in modo non grave, e maturi un’immunità di gregge analoga al vaccino o più efficace onde affrontare senza grandi rischi un nuovo assalto dell’epidemia; considerare che tante categorie di lavoratori rischiano la vita: i vigili del fuoco quando ci sono grandi incendi e fughe radioattive, i poliziotti quando devono arrestare bande armate di rapinatori, gli operai che lavorano fra macchinari mobili o in ambienti malsani, i muratori che operano su tetti e impalcature: anche il personale sanitario corre i rischi del mestiere quando ci sono epidemie; considerare che tutti gli anni ci sono migliaia di persone che muoiono per infezioni contratte negli ospedali e per le conseguenze di normali influenze che sfociano in gravi polmoniti: anche in quei casi si muore rantolando ma le TV non ne parlano quotidianamente ed enfaticamente.

 

Quasi tutti i governi si sono orientati per la prima scelta. Anche chi aveva accennato alla seconda ha fatto un rapido dietro-front quando si è reso conto che ci sarebbero state forse centinaia di migliaia di morti.

 

Quando si parla di scelte esistenziali fondamentali, bisogna sfrondarle di tutti i dettagli per isolarle nel loro nucleo essenziale, secondo il metodo della riduzione fenomenologica di Edmund Husserl. Allora la prima scelta si riduce a questo: fiducia assoluta nella scienza per esorcizzare i fantasmi del dolore e della morte. La seconda scelta è essenzialmente questa: accettazione stoica e fatalistica della realtà del dolore e della morte, facenti parte della vita, confidare nelle difese immunitarie naturali più che nelle medicine e freddo calcolo razionale di ciò che più conviene ai fini della preservazione della comunità nel suo complesso.

 

Individui, civiltà ed élite forti e vitali avrebbero scelto la seconda opzione. Non potevamo aspettarci che lo facesse il personale politico più squallido che la storia recente ricordi.

 

Tuttavia non si deve ritenere che coloro che guidano le sorti del mondo siano soltanto dei mediocri che pensano unicamente alle elezioni più vicine. I veri capi sanno quello che vogliono e sanno valutare ai loro fini le occasioni che vengono anche dagli imprevisti. I veri capi sono i magnati della finanza apolide, i manager delle grandi imprese multinazionali e i responsabili dei maggiori servizi segreti. Per costoro, che probabilmente sapevano che la guerra commerciale, i debiti pubblici e gli scompensi della finanza avrebbero messo fine alla globalizzazione e creato le condizioni per rivolte popolari contro il sistema, il virus è il pretesto per prevenire e deviare il malcontento. Inoltre l’epidemia è l’occasione per un esperimento di controllo totale delle popolazioni, perfettamente riuscito. Si è dimostrato che chi controlla i media più diffusi e attraverso di essi instilla la paura nella popolazione, può ottenere ciò che vuole, annullando con estrema facilità le libertà costituzionali. Le poche voci dissenzienti sono facilmente messe a tacere. Gli strumenti della tecnologia informatica permettono un dominio sugli individui quale nessun totalitarismo del passato aveva osato. Abbiamo visto innocui cittadini che correvano su spiagge deserte individuati da droni o elicotteri e braccati immediatamente dalla polizia. Abbiamo saputo di una madre multata di 400 euro perché aveva accompagnato i suoi due bambini a giocare in un campo, lontano da ogni assembramento. Ebbene, la reazione dei commentatori è stata questa: hanno fatto bene a punirli, le regole vanno rispettate, basta con i furbetti. Che gli ordini vadano eseguiti senza discutere era anche la giustificazione dei gestori dei lager.

 

Molti degli attuali controlli resteranno, come sono restati quelli introdotti per combattere il terrorismo. Una App sugli smart che permette di localizzare passo per passo i movimenti di ognuno sarà praticamente imposta, pena la rinuncia a una serie di servizi. Il più onnipervasivo dei totalitarismi è la vera minaccia che si profila.  

 

Luciano Fuschini

 

 
Parlamento di cialtroni PDF Stampa E-mail

20 Aprile 2020

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Immaginate di avere una anziana nonna che vive a 200 chilometri di distanza, in un'altra regione. La sentite per telefono e avete l'impressione che stia cedendo più velocemente di come già aveva iniziato ad avere cedimenti o comunque stia subendo molto la situazione particolare in cui non vanno mai a trovarla i tanti figli e nipoti che vivono fuori dalla sua cittadina e che prima, ora uno ora l'altro, le facevano visita. In un paese civile prendereste l'autovettura, armati di un paio di guanti fareste benzina, e la andreste a trovare, dotati di un altro paio di guanti e di una mascherina. Prendereste il caffè, le dareste un bacio da lontano con la mano e andreste via. Che male fareste? Perché la donna che l'aiuta in casa può andare e voi no? Chi rischiate di infettare durante il lungo viaggio in autovettura?

 

E invece un insignificante dittatore, che è dittatore per caso e per miseria intellettuale, un Parlamento di cialtroni, che hanno di fatto abbandonato le postazioni, e un popolo che ha accettato, in silenzio, per terrore, un numero incredibile di divieti inutili, dannosi e disumani (accanto ad altri necessari), non assunti da pressoché nessun altro Governo occidentale, ve lo impediscono, sanzionandovi gravemente se la andate a trovare. Per questi divieti inutili, immorali, dannosi, paranoici, terroristici, pensabili soltanto da una classe politica nazionale modesta, mediocre, paurosa e meschina, tutti i parlamentari nazionali che hanno taciuto devono pagare. Non dimenticheremo

 

Stefano D’Andrea

 

 
Sistema immunitario e comunitario PDF Stampa E-mail

19 Aprile 2020

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Il sistema immunitario e quello comunitario hanno forse una sola matrice simbolica e un solo scopo pratico: proteggere l’organismo che presiedono. Nel sistema immunitario, le ghiandole, come gli istituti sono distribuiti nel campo del loro corpo fisico, alla bisogna si radunano. Entrambi si chiudono a riccio o reagiscono all’attacco di elementi estranei alla sopravvivenza del corpo di cui fanno parte. Uno ha i globuli bianchi e compagnia, l’altro ha gendarmi e saggi. La reazione è dettata esteticamente per entrambi i sistemi: non servono riunioni, né votazioni. Riconoscono a pelle ciò che è adatto a loro e quindi anche ciò che gli è sconveniente. Chi è in grado di raccogliere le informazioni sottili, energetiche, lo potrà confermare.

 

Mentre chi – individuo o società – identifica se stesso in qualche modello a lui esterno, acquisito, d’immagine, voluttuario, ideologico non avrà modo di percepire le vibrazioni che corpo e società continuamente emettono. La psicologia dei due sistemi è organica, quindi ontologicamente coordinata, salvo diversivi (mutabilità virale, comunicazione) che ne possono deviare la logica protettiva. Dunque, a volte, per qualche attacco particolarmente subdolo (alterazione geni riparatori Dna delle cellule cancerogene, discendenti del serpente paradisiaco) vanno in crisi. Sovraeccitati si procurano danni, peggiorano la situazione dell’organismo, anche fino a comportarne la morte. Forse sono solo prove della Natura (per entrambi) affinché tragga idee su come migliorarsi.

 

I due sistemi sono in balia delle emozioni. Purtroppo sfugge ancora ai medici ordinariamente formati, ma fortunatamente non ai sociologi, che però pare non abbiano peso politico. Tutti gli specialisti hanno un’operatività analitico-scientifica, non sono in grado di cogliere l’unità, l’organismo con cui hanno a che fare. La loro azione è necessariamente solo destinata alla sintomatologia. Le emozioni alterano la capacità di difesa (s. immunitario) e di giudizio (s. comunitario). Quando ci sono di mezzo le emozioni, la capacità di difesa (s. immunitario) e di creatività (s. comunitario) vengono meno. A quel punto, il nocivo che entrambi i sistemi erano in grado di respingere ora li sopraffà: avvio di malattie nelle persone e cedimento dei valori nella comunità. Le emozioni hanno una carica elettrica, energica che comporta una sorta di collasso sistemico se negative (malattia, malessere). Vero corto circuito energetico. Per il sistema immunitario le medicine – allopatiche in primis, solo in grado di gestire i sintomi e mai di arrivare alle cause e sono esse stesse causa di patologie – sono un obbligo di lavori forzati. Nonché l’equivalente della goccia d’acqua sulla pietra, cioè in grado di far cedere le maglie più deboli del sistema immunitario stesso. Per il sistema comunitario, corrispondono le comodità, e peggio, le abitudini lascive e lassismiche, le consuetudini che privilegiano, danno diritto, al singolo rispetto al bene comune. Quale compagine può muoversi insieme per un solo scopo comune se i suoi componenti avanzano esigenze e diritti individuali, ponendo se stessi, come nell’individualismo, alla pari delle istituzioni?

 

Le cure per ambo le strutture preposte alla vita individuale e comunitaria, la cura e il benessere hanno altre origini e caratteristiche. Cibo, ambiente, sentimenti, qui ed ora adeguati per uno; rispetto dei ruoli, delle tradizioni locali, bioregionalismo, dei riti, degli antenati, per l’altro. Ogni stravaganza a chilometro 1000 è tossica d’ufficio. Sia essa alimento che valore. Le vie di mezzo ci sono e hanno una identità assai precisa: riguardano tutte le ipotetiche estraneità che tali non sono in quanto integrabili nei sistemi senza che questi ne risentano.  La cura comunitaria sta nei calli, nel lavoro creativo, nel lavoro adatto a sé, nel sole, nel cibo locale, nel dedicarsi al prossimo, come in famiglia. La cura di sé non impiega mezzi esterni a sé, si basa sull’assunzione di responsabilità. Il sé sa bene che se c’è un problema, l’ha creato lui stesso, quindi solo lui può risolverlo. Solo lui ha le doti per arrivare all’origine di ciò che l’ha causato. Spesso sentimenti negativi e inaccettazione di ciò che è. Sa che per compiere la guarigione è necessario scavare per arrivare a raggiungere l’assenza di consapevolezza che ha generato il problema. Gli aiuti esterni sono buoni solo se richiesti. Affidare se stessi agli altri, delegare la propria salute ad esterni da se stessi o dalla comunità è facilmente fallace e crea dipendenza affettiva o economica che sia. Entrambi i sistemi autopoieuticamente si mantengono se restano legati alla tradizione locale e alla terra. Diversamente avvertono subito la tossicità dell’aria, del cibo, dei ritmi dettati dalla produzione a discapito di quelli della natura, di quelli imposti da farmaci e rimedi sociali da medici e politiche non in grado di considerare la natura rispettivamente della persona e della comunità, che prediligono – ma non hanno alternativa – dedicarsi ai sintomi, applicare protocolli identici per persone e ambiti sociali differenti. Nel sistema comunitario, l’altro da sé non è un oggetto. È un essere senziente. Viene riconosciuto come parte della comunità e non solo gli uomini, anche l’ambiente e le bestie. Entrambe hanno una dignità prima di avere un nome e un valore nell’equilibrio della comunità, prima che di sussistenza o economico. I venditori di fuffa sono percepiti a distanza, come il cervo col cacciatore.

 

Ma ora non c’è più comunità. La mannaia dell’individualismo e della globalizzazione, ha squartato quei corpi vestiti di lana, cotone e cuoio, quegli spiriti semplici. Calli e modestia sono diventati vergogne. Il presente ha il culto della scienza medica. Gli ha dato il sangue e si ritrova con le sacche per trasfusione infette. Al culto degli esperti ha delegato il delegabile, tutto, fino all’educazione. L’Uomo della Comunità ha aperto i cancelli ai miraggi dei mercanti e si è ritrovato senza terra sotto i piedi. Ciò che era ordine si è mescolato agli acidi corrosivi dell’io voglio di più. Il tessuto è macerato. Non veste più nessuno, tranne che alienati spiriti mortificati e umiliati.

 

Ora singole persone si muovono spaesate senza sapere il perché della loro solitudine, o rimpiangendola o ricordando quando, soddisfatti della proposta, in cambio di benefit hanno scelto, come fosse cosa giusta, di adorare un dio immediato. Lo hanno fatto con un cinismo che gli era prima estraneo, hanno ucciso quello immortale dentro sé. Ora tutti hanno tutto. Le case sono piene di oggetti e vuote di quel sentimento che ci faceva sentire la bellezza e la diversità degli altri come fortuna. Che alla festa faceva danzare e al lutto faceva rispettare il suo tempo.

 

Confusi, ma senza saperlo, abbiamo scambiato la tecnologia per progresso e adesso siamo costretti ad essa come il cane al guinzaglio. Lo siamo per sapere cosa e come fare, per sapere e sostenere dov’è il giusto e lo sbagliato.  La parola della vulgata della scienza è un magnete che ci domina i pensieri; che mai vorremo metterci a discutere; della quale mai abbiamo sospettato il matrimonio che essa aveva celebrato con qualche commerciante. La comunicazione ci invita a concepire la natura come campo sportivo. Il diritto al tempo libero è vissuto come una conquista universale. Anche a scapito di tutto ciò che nella comunità è sostanziale.

 

Le comunità sono morte di suicidio e gli individui seguono l’esempio credendo che una malattia possa capitare sempre a chiunque, come per caso.

 

Favola

 

Non è una favola, anche se forse per qualcuno ne ha i tratti. Ma anche lasciando lo sia, come tutte le favole, ha un valore. L’allegoria e la metafora parlano e alludono ad altro per fare in modo che ognuno ricostruisca in se stesso il significato sotteso. Lo abbiamo fatto per Fedro: non ci siamo fermati a dire “eh ma la volpe mica mangia l’uva”. Possiamo farlo sempre, anche ora. È a quel punto che non è più una favola.

 

Lorenzo Merlo

 

 
Ciclicitą trentennale PDF Stampa E-mail

18 Aprile 2020

 

Da Rassegna di Arianna del 16-4-2020 (N.d.d.)

 

Abbiamo recentemente sottolineato le ripetute analogie proposte, forse con intenti ideologici, da media e politici tra Seconda Guerra mondiale e pandemia da coronavirus. Tuttavia nessuno – tanto meno gli esponenti governativi – che abbia riflettuto nelle sue analisi su un dato tanto evidente, quanto trascurato: la frequente ricorrenza di una temporalità storica trentennale succedutasi nell’ultimo secolo, e non solo. Nessuno, cioè, che abbia considerato che la grande guerra civile europea 1914-1945 è durata un trentennio; che il periodo intercorrente dall’istituzione del gold exchange standard alla conferenza di Bretton Woods (1944) alla fine della convertibilità del dollaro in oro (1971) è di quasi trent’anni; che il periodo di maggiore sviluppo socio-economico dell’Occidente industrializzato – 1945-1973 – è convenzionalmente indicato come “Trente Glorieuses”; che l’era della globalizzazione che il virus cinese ha solo interrotto ha avuto inizio nel 1989-1991, cioè tre decenni fa; ed ancora che il presidente cinese al 19° congresso del Pcc nel 2017 ha indicato che il “risorgimento” della Repubblica popolare verso un grande e moderno paese socialista debba concludersi entro il 2050, dunque nel 2049, anno del centenario della fondazione maoista. Fra altri trent’anni.

 

 Non si vogliono qui richiamare la cronologia delle onde lunghe di Kondratieff o di Schumpeter (sebbene c’è chi in queste drammatiche settimane ha parlato proprio di “distruzione creatrice”), o la relativa ampiezza e durata dei cicli di storia economica. I significativi esempi citati attengono semmai ad una cronologia o, meglio, ad una periodizzazione della storia che Fernand Braudel, nella sua celebre tipizzazione, avrebbe ricondotto alla durata media, quella misurata dai decenni. Dalla quale comunque traspare una visione di ampio respiro degli avvenimenti, non soggetta alle incostanze del tempo breve, “la più capricciosa, la più ingannevole delle durate”. Se si considerano le parole dell’ex ministro Tremonti – che in una recente intervista ha affermato: “l’incidente di Wuhan è un po’ l’omologo dell’incidente di Sarajevo: un luogo remoto, prima sottovalutato, poi la Grande guerra e la fine della Belle époque, oggi della globalizzazione” (insomma, un cerchio che si chiude) – sarebbe più opportuno riferirsi ad una concezione vichiana delle vicende storiche. Una lettura che sentiamo confacente alla nostra sensibilità storico-politica. Ciò che questa breve riflessione intende evidenziare è, in realtà, non solo l’incapacità di interpretazione critica dei riferimenti storico-economici e geopolitici accennati, oppure la sottovalutazione delle loro ricadute socio-culturali di lungo periodo, ma anche la cronica mancanza di attitudine della classe politica che pretende di governarci a costruire nessi e a trarre insegnamento dagli affanni umani dispiegati nei secoli, riducendosi a pianificare la vita quotidiana di un’intera nazione con una prospettiva non di trent’anni, ma neanche di trenta giorni, abdicando peraltro all’esercizio del suo principale dovere istituzionale: l’assunzione di responsabilità politiche. D’altronde, se Vico scrisse: “Sono arguti coloro i quali in cose quanto mai scisse e diverse sanno scorgere un rapporto di somiglianza nel quale esse siano affini, e, sorvolando su queste cose che, per dir così sono lor poste innanzi ai piedi, riescono da punti distanti a trarre ragioni adeguate delle cose che trattano: segno questo d’ingegno e si chiama acume”, come pretendere che tali virtù possano essere rinvenute, con quelle scarse capacità prospettiche ed analitiche, a palazzo Chigi?

 

Stefano De Rosa

 

 
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