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Ecologia imperialista PDF Stampa E-mail

11 febbraio 2012

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Periodicamente ritorna l'adagio circa una confusa proposta di "internazionalizzazione" della foresta Amazzonica. Il pretesto per sottrarre questo grandioso monumento naturale alla legittima sovranità del Brasile è il ruolo ecologicamente fondamentale che riveste per tutto il mondo. L'Amazzonia costituisce un polmone per la Terra e se la sua capacità di ossigenare l'atmosfera venisse a mancare o fosse gravemente compromessa, le conseguenze per l'inquinamento e la temperatura sarebbero dannosissime.
Ma come sempre dietro i fini apparentemente nobili coi quali l'Occidente autocertifica le proprie azioni vi è una totale mancanza di logica, di razionalità e di etica. E giustamente i brasiliani non solo rispediscono al mittente la proposta ma si preparano a difendere l'integrità nazionale, come vedremo in seguito.
Alla pretesa occidentale di rendere internazionale l'Amazzonia possiamo opporre tre argomenti. In primo luogo, l'ipocrita filantropia degli europei e degli americani rivela ancora una volta l'errore -in cui perseverano imperterriti- di attribuire agli altri colpe e difetti che sono invece loro propri e in proporzioni ben peggiori. Tanto l'Europa quanto gli Stati Uniti hanno infatti ricevuto in dono la gioia di vedere le proprie terre percorse da centinaia di migliaia di chilometri quadrati di boschi e foreste. Ma allo scopo di massimizzare lo sviluppo economico, l'europeo e l'americano hanno dilapidato questo dono, radendolo letteralmente al suolo e compromettendo così la qualità dell'ambiente e la propria salute. Ora che il problema si è fatto globale proprio per colpa in larga parte degli occidentali, ecco che si vorrebbe negare obtorto collo al Brasile il diritto a gestire al meglio il proprio patrimonio naturale. Senza contare peraltro che ad oggi quel paese, pur non avendo fatto molto per proteggere l'Amazzonia, non l'ha nemmeno sommariamente giustiziata come avvenuto con le foreste europee e nordamericane. Il succo del discorso è: "cari brasiliani, poiché noi abbiamo abbattuto i nostri alberi per accrescere il nostro progresso, voi dovete restare in miseria per salvare l'Amazzonia a nostro beneficio".
In secondo luogo, nulla lascia supporre che un consorzio internazionale saprebbe tutelare l'Amazzonia meglio di quanto abbiano finora fatto i governi di Brasilia. Come anticipato al punto precedente, abbiamo già avuto modo di sperimentare la sensibilità ecologica e olistica dei francesi, dei tedeschi, degli italiani, dei britannici, degli statunitensi e mettiamoci pure i russi e i cinesi. Perché mai queste persone che già hanno massacrato l'ambiente nelle proprie patrie, che non sanno tutelare quanto di natura è rimasto nei loro confini, che ancor meno sanno promuovere poltiche di equilibrata riforestazione e blocco della cementificazione, dovrebbero essere in grado di gestire in modo illuminato la grande Amazzonia? Non è forse lecito pensare, visti i precedenti e la consuetudine occidentale, che un consorzio internazionale farebbe solo ed esclusivamente il gioco di potentati petroliferi e minerari, continuando a deforestare e coprendo tutto allo stesso tempo con rumorose campagne mediatiche di tutela, mostrando l'impegno a riforestare un chilometro quadrato, dopo averne spianati dieci? E magari ostentando l'alta tecnologica eco-compatibile di una nuova città mineraria, quando non vi sarebbe alcun bisogno di tecnologia eco-compatibile nel momento cui nemmeno vi fosse una città mineraria?
Terzo luogo, se dobbiamo imporre il principio secondo cui un territorio globalmente rilevante deve essere messo sotto amministrazione internazionale, allora detto principio deve valere per tutti i luoghi con questa caratteristica. E quindi vengano internazionalizzati i deserti del medio oriente e della penisola arabica, poiché la ricchezza rappresentata dal petrolio e l'impatto ambientale dell'estrazione hanno rilevanza globale. Vengano internazionalizzate le pianure nordamericane della corn belt, perché se ben impiegate possono costituire un granaio per il mondo. Vengano internazionalizzati il Nilo, il Danubio, il Volga, il Mississipi e tutti i fiumi maggiori del mondo perché la loro acqua e il loro potenziale idroelettrico vada a beneficio di tutta l'umanità.
Ma naturalmente il Brasile non resta a guardare e non solo rivendica la propria esclusiva sovranità sul suo territorio ma si prepara a difenderla, rispondendo così anche all'ignobile campagna americana che permette la pubblicazione di testi geografici in cui l'Amazzonia è già rappresentata come zona internazionale, e mostra i propri super eroi dei fumetti a fianco dei nativi della foresta nel difenderla dalla speculazione dei petrolieri brasiliani (per contro si sa che negli Usa, così come in Europa, in Russia e Cina, non vi sono aziende petrolifere...).
Le forze armate brasiliane sono le migliori dell'America Indiolatina e tra le prime dieci al mondo, e nonostante questo difficilmente potrebbero resistere a un'invasione delle forze Nato. E' per questo che i vertici militari di Brasilia stanno studiando come opporsi al nemico in uno scenario di "guerriglia silvana" nel cuore della grande Amazzonia, limitando lo scontro frontale con le forze convenzionali e attirando piuttosto il nemico su un terreno ostile per logorarlo in perfetto stile Vietnam... o stile Iraq, stile Afghanistan...

Simone Boscali

 
Il marketing delle coscienze PDF Stampa E-mail

4 febbraio 2012

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Onestà intellettuale e sincerità: ecco ciò che più manca all'attuale società. L'illusione della classe politica all'indomani della seconda guerra mondiale era che l'uomo –libero dall'oppressore– potesse costruire una società più giusta, più equa, più responsabile. Ci hanno marciato generazioni di politici e politologi su questa via; impresari ed economisti su questa subdola imposizione di libertà. Il buon cittadino deve essere libero e per esserlo deve fare ciò che diciamo noi, deve comprare ciò che produciamo noi, deve pensare ciò che scriviamo noi, deve ripetere ciò che diciamo noi...
Questo buon cittadino è stato generato da una forte tensione verso l'utopia concreta, è stato spinto verso il trampolino, ma dopo lo slancio iniziale tutti lo hanno cercato di arrestare, tirandolo di qua e di là, strattonandolo, illudendolo di sbagliare. L'unica certezza che l'uomo aveva –in un contesto naturale– erano gli estremi. La nascita e la morte. La società del consumo ha annebbiato i suoi limiti ed ora l'uomo è una doppia parentesi, però senza l'aperta e senza la chiusa: gli è rimasto solo il vuoto nel mezzo. Con forte contestazioni e rivoluzioni si è snaturata la nascita a mera lussuria, godimento, merce del piacere di Stato. La morte, impronunciabile, si è trasformata in evento sensazionale, teatrale; cosicché ora sappiamo che la morte avviene in un incidente, colla pistola oppure a seguito di una tragedia-catastrofe. Non esiste più il silenzioso raccoglimento metafisico tra sé e ciò che non si sarà più.
Così, svincolato dai propri limiti, l'uomo si è trovato per la prima volta libero in una prigione immaginaria. Tutto poteva toccare, ma nel limite della propria immaginazione. E tale limite è stato scritto dal marketing che ha inserito le sue sporche mani nei pre-pensieri di ognuno, addormentando l'uomo in una prigione labirintica, ammaliante, nella quale si deve vivere volutamente-costretti da cittadini.
I significanti si sono svuotati dei loro contenuti, si è confuso la libertà di coscienza con la libertà dalla coscienza. Il politico -nell'era post-ideologica- propone la piena libertà, sapendo interiormente che si tratta del suo opposto, il pieno asservimento. Il pubblicitario sa che quando vende un prodotto, spacciandolo per la “vera natura” sta invece condannando il mondo reale alla fittizia illusione di un bisogno inesistente e maligno, subdolo ed incantatore.
Il politico, il costruttore, il mercenario, l'assessore, il medico, il professore...sono tutti complici di un asservimento –prima di tutto– intellettuale. I giornalisti sanno ciò che sto scrivendo, tutti lo conoscono; ma ugualmente tutti tacciono per il loro comodo. Si compra e si rivende la rivoluzione riducendola a rivolta-personale-privata attraverso un atto di sottrazione di contenuto autentico. Tutto è sullo stesso piano nel supermercato delle coscienze. Lo sappiamo e ne abbiamo le prove ma ugualmente stiamo zitti, non diciamo nulla, rattrappiti, svuotati, ripiegati in una logica irrazionale fuorviante che ci lega –chissà ancora per quanto– ad una finta partecipazione digital-democratica.
Potrei abbandonarmi all'oblio del colesterolo e del sesso pubblicitario vivendo una non-esistenza superficialmente appagante. Ma questa società non riesce nemmeno più a garantire a ciascuno il proprio vizio. Il Re è nudo, completamente arroccato, piegato in se stesso e sta sperando che nessuno possa aprire gli occhi ed accorgersi dell'aria, della natura, della bellezza che ancora c'é, che sempre c'é stata e che abbiamo allontanato dalla nostra esistenza, accontentandoci inerti di una vita all'insegna dell'inebetitudine multimediale.
Se non credessi che l'Uomo possa realizzarsi autenticamente -divenendo un per-sé- sarebbe vana ogni passione. Dobbiamo crederci –davvero– impegnandoci seriamente per una società non più-libera, ma finalmente libera.

Luca Barbirati

 
Tutto si tiene PDF Stampa E-mail
28 gennaio 2012

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Fra i gruppi di varia gradazione di rosso, nero e rossobruno, si diffonde la convinzione che il debito pubblico sia un falso problema creato dalle élites finanziarie per depredare i popoli costringendo i governi a tagliare servizi sociali, pensioni, stipendi, in una parola il tenore di vita. Secondo costoro la passata prosperità fu determinata dal fatto che le banche centrali erano in mano allo Stato, che così poteva creare moneta a proprio piacimento, moneta non gravata dagli interessi che i banchieri privati pretendono quando prestano le banconote da loro stampate. La pratica del signoraggio bancario sarebbe insomma la responsabile pressoché unica del saccheggio delle risorse nazionali e dell’impoverimento dei popoli a vantaggio delle cricche dei dominatori. Riappropriamoci della nostra moneta e una strada di luce ci avvierà ai “domani che cantano”.
Tanta faciloneria lascia allibiti. Intanto le cause della spettacolare crescita dell’economia occidentale dopo la guerra furono la ricostruzione, lo sfruttamento neocolonialista delle risorse del cosiddetto terzo mondo da cui venivano saccheggiate materie prime a basso costo, e proprio quella pratica del debito che ora, dopo tanti decenni di follia, ci esplode fra le mani. Se l’attribuzione allo Stato del compito di coniare moneta fosse il segreto della prosperità, il blocco sovietico sarebbe ancora in piedi ed egemone, la Corea del Nord sarebbe un giardino fiorito e non un posto dove si muore di fame, Cuba non sarebbe costretta a sperare nel turismo per non sprofondare nella miseria nera. La nazionalizzazione della Banca Centrale resta un giusto obiettivo politico ma pensare che sia la panacea è una convinzione alquanto bizzarra. Inoltre, a ogni debito corrispondendo un credito e a ogni debitore un creditore, occorre distinguere fra i creditori stranieri extracomunitari, i creditori della Comunità Europea, le banche che possiedono nostri titoli pubblici e i privati cittadini italiani. Ignorare il debito per colpire indiscriminatamente tutti i creditori sarebbe ingiusto e controproducente.
Per una volta si deve dire che il gran parlare del debito pubblico non è un polverone propagandistico ma addita il cuore del problema. La civiltà della modernità nella sua fase estrema è la civiltà fondata sul debito. Da almeno 50 anni l’Italia e l’Occidente tutto conducono un tenore di vita assurdamente elevato grazie al debito, ma non perchè il debito non sia un problema, bensì perchè la modernità capitalista è pervenuta al punto in cui per espandersi ulteriormente ha avuto bisogno di stimolare il consumo di massa. Chi non è più giovane ricorda bene le sollecitazioni martellanti a comprare comunque, a rate, firmando cambiali, senza preoccuparsi del debito perchè  un’economia in costante sviluppo proprio grazie agli elevati consumi avrebbe creato la ricchezza capace di garantire tutti. Al cittadino-consumatore lo Stato dava i mezzi per pagare sotto forma di assistenza, sovvenzioni varie, servizi a basso costo, prepensionamenti, trasformando il debito privato in debito pubblico, aggravato dalla speculazione finanziaria e dalle ruberie della casta. Il cittadino diventava poi  creditore verso lo stato attraverso il possesso di titoli pubblici, con la conseguenza che gli interessi sui titoli di stato non fecero che aggravare il debito pubblico di anno in anno. Fra consumismo sfrenato e debito pubblico c’è un rapporto strettissimo. Il debito e l’usura che ne è la conseguenza sono il grande problema di una civiltà decadente. Quando Berlusconi dice, scandalizzando il coro degli ipocriti, che i ristoranti pieni sono la prova del tenore di vita elevato della popolazione, dice il vero, almeno nel senso che pur nelle ristrettezze il cittadino medio non sa più rinunciare a una scala di priorità del tutto distorta. Una marea di auto con a bordo il solo guidatore invade tutti gli spazi, tanto che il parcheggio diventa un problema esistenziale in questa deformazione grottesca dell’umano cui siamo pervenuti; nelle regioni più ricche ogni componente maggiorenne della famiglia ha la propria auto; in tante case c’è un televisore in ogni stanza, compreso il bagno; dal bambino di otto anni in su, ogni componente la famiglia ha il telefonino, da cambiare quasi ogni anno all’uscita di un nuovo prodotto sempre più tecnologico. Negare che questa sia la vita della maggioranza degli italiani e degli occidentali, è negare l’evidenza. Tutto ciò è pura follia e ha un rapporto strettissimo col debito pubblico. Affermare che il debito è un’invenzione di cui non dobbiamo curarci è un’affermazione insensata e politicamente conservatrice perché vuole perpetuare un tipo di civiltà e di consumi che sta portando il mondo alla distruzione e ciò che era umano alla degradazione.
Invece di sprecare energie intellettuali nella denuncia del signoraggio e nel tentativo di negare che il debito pubblico sia un problema, bisognerebbe lucidamente concentrarsi sull’opportunità che la crisi di sistema offre per una svolta finalmente radicale. Ragionando in termini politici, si tratta di prospettare poche parole d’ordine, semplici e mobilitanti, su obiettivi di per sé capaci di mettere in moto processi a catena. La prima di queste parole d’ordine è fuori l’Europa dalla NATO, fuori gli americani dall’Europa. La passività dei popoli europei davanti alla vicenda libica e più in generale davanti a una china che ci sta portando a una guerra di spaventose proporzioni a solo vantaggio di USA e Israele, è qualcosa di angoscioso. Occorre rimettere questa rivendicazione al primo posto all’ordine del giorno. Fuori dalla NATO significa che l’Europa dovrà darsi una propria forza armata più credibile, offrendola anche come garanzia agli Stati dell’est europeo, filoamericani perché timorosi di una ripresa espansionistica della Russia. Con la stessa Russia occorrerà stabilire rapporti di buon vicinato, dandole a nostra volta garanzie e offrendo collaborazione economica in cambio di forniture energetiche. Tutto ciò implica una politica di vasto respiro, che comporta la necessità di un vero governo europeo riducendo il peso spropositato della BCE.
Una seconda parola d’ordine è fare pagare i maggiori responsabili del debito pubblico. Questo significa colpire duramente i grandi patrimoni, le rendite, compresi i depositi bancari eccedenti una certa cifra, i beni voluttuari, compresi prostituzione e droga da legalizzare e tassare, i redditi  della casta, intendendo con questo termine ormai abusato non solo i parlamentari e gli organismi locali pleonastici come i consigli e le giunte provinciali, ma soprattutto le migliaia di consiglieri di amministrazione di municipalizzate varie, inutili carrozzoni mangiasoldi. Aggredire il debito pubblico significa anche ridurre il peso dei servizi assistenziali, compresi gli assurdi sprechi di una sanità gonfiata all’inverosimile. Questo comporta ripristinare la centralità della famiglia e delle sue attività di cura e di assistenza. Perché queste attività non gravino esclusivamente sulle donne, come è storicamente successo, i rapporti all’interno della famiglia dovranno riposizionarsi con un mutamento delle mentalità. Per ridare questo ruolo decisivo alla famiglia sarà indispensabile ristrutturare l’economia verso la stabilità del posto di lavoro e una graduale decrescita. Lo spazio della transazione monetaria si ridurrà a favore dell’economia del dono e dello scambio. Così si dimostra che far passare certi obiettivi comporta la messa in moto di un processo in cui tutto si tiene: se vogliamo uscire dalla NATO dovremo costruire un’altra Europa, se vogliamo affrontare alle radici il debito pubblico dobbiamo operare una svolta nei comportamenti e nella mentalità. In definitiva: una svolta di civiltà. Per noi si tratta di un’antimodernità che non può essere pura e semplice premodernità. Tornare alla lira e negare che esista un problema di debito pubblico equivale alla rinuncia a utilizzare la crisi per un vero cambiamento. Qualunque rimedio autentico comporta un sostanziale impoverimento della parte benestante della popolazione italiana, vale a dire almeno 30 milioni di persone. O si ha il coraggio di affrontare questa verità o continueremo a rimestare il nulla.

Luciano Fuschini

 
La schiavitù del postmoderno: dalla quantità alla meritocrazia PDF Stampa E-mail

21 gennaio 2012

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La sfida lanciata dalla modernità a ogni “sapere” è stata quella di tentare l’autoriduzione di se stesso al paradigma delle scienze naturali: per ogni scienza l’aspirazione legittima diventava cioè quella di “avere il proprio Newton”, che l’avrebbe portata a misurarsi sul terreno della verificabilità -confutabilità, dopo Popper- empirica, della controllabilità intersoggettiva e della capacità previsionale. Ritagliatasi una fetta del reale, ciascuna scienza doveva pertanto procedere a scioglierlo (ana-lizzarlo) nelle sue componenti ultime (a-tomiche) indagandone le leggi di interazione, ossia il meccanismo di funzionamento.
L’esprit de finesse soccombeva all’esprit géométrique, che da Euclide fino a Kant fu circoscritto alle sole scienze matematico-geometriche, la Ragione soccombeva all’Intelletto, il pensare al calcolare, la causa finale alla causa efficiente.
Del “reale” cadevano ad una ad una tutte le differenziazioni qualitative (disincanto del mondo), e, sotto il dominio della “legge del numero”, tutto veniva riportato a “oggettività estesa manipolabile”.
Nel campo delle scienze naturali questo ha determinato il più straordinario successo della storia dell’uomo, che è pervenuto a una descrizione dell’universo esplicativamente esauriente e causalmente efficace, da cui proviene tutto l’incredibile progresso nei campi dell’industria, dell’ingegneria, della medicina ecc ecc...
L’inverso si è realizzato nell’esportazione del paradigma alle scienze umane. L’inglobazione dell’uomo nella res extensa, e la sua messa a sistema, nei rigidi schemi dell’economia, della sociologia, dell’antropologia, ne ha infatti comportato l’oblio della propria essenza, che è appunto il non avere essenza -essere cioè “possibilità”, “apertura”, in termini esistenzialisti. Già Kant si trovò costretto a reintrodurre la libertà "dalla finestra", cioè nella sfera coscienziale, dopo averne constato l’inapplicabilità alla sfera fenomenica, in cui l’uomo co-soggiace al determinismo naturale. Heidegger andò a fondo nella denuncia, mostrando come l’entificazione dell’uomo, cioè la pretesa di stabilirne l’essenza, ne aveva prodotto la “caduta” a cosa tra le cose (merce tra le merci, aveva detto Marx), la mutazione ontologica da ek-sistente (cioé vivente in-determinato) a ente (cioé vivente pre-determinato).
Le due metà del cielo, ossia il mondo umano e il mondo animale-naturale, sono state così unificate sotto l’imperio della legge di necessità; e si è dato mandato alle scienze sociali di estendere all’ambito “umano” le medesime idiosincrasie descrittive/predittive delle scienze naturali.
Questa concezione del reale come indistinto qualitativo che va dal sasso all’uomo costituisce la “visione del mondo” in cui siamo immersi, e che, come detto, ha conseguenze immediate nella delegittimazione di qualunque concezione “essenzialistica” della realtà (mondo come pluriversum qualitativo), e nell’espunzione della nozione di “causa finale”, che sempre Kant recuperava nel giudizio estetico, meramente contemplativo. Variando Musil, viviamo l’epoca senza qualità: tutto è diventato quantità. Valide sono solo le scienze che illustrano nessi tra le parti, cioè descrittive, non quelle che pretendono di fornire senso al Tutto, assiologiche. Destino comune e parallelo è così toccato alla filosofia e alla politica, entrambe prive di oggetto ma bensì fornitrici di “télos” (scopo). L’una, scienza architettonica (secondo definizione aristotelica) delle “forme del sapere”, l’altra delle “forme del fare”. Entrambe, ovvero, “scienze prime”; entrambe rigettate come non-senso.
Assieme al loro tramonto si compie così la sparizione di qualunque pretesa interrogativa rispetto al “presente come totalità”, nei confronti del quale l’unico atteggiamento possibile diventa la volontà di assorbimento in una delle sue “parti”.
L’equivoco con cui l’uomo ha pensato di voler ridurre le proprie leggi alle “proprie leggi di necessità” trova così compimento nel Sistema attuale. La stessa nozione di Sistema è d’altronde la più congrua, poiché rimanda analogicamente alla strutturazione meccanicistica e funzionalistica propria degli organismi naturali. L’uomo contemporaneo, interiorizzata la legge di necessità che soggiace ai flussi economici, sociali, demografici, si dispone “autonomamente” a essere ingranaggio del Sistema, di cui comprende la dinamica perfettamente razionale. Dalla società della disciplina si passa così alla società dell’efficienza, in cui la sottomissione dell’uomo si esercita non più nell’adeguamento a una volontà arbitraria esterna, ma nell’adeguamento alla propria legge interiore, che è diventata legge di necessità, e non di libertà, in un ribaltamento dell’auspicio kantiano.
Il grande sociologo della modernità, Max Weber, identificò non a caso nel “funzionario” la figura paradigmatica dello Stato moderno: questi è infatti l’agente dedito alla razionalizzazione di mezzi in presenza di fini pre-determinati e in-discutibili, in quanto naturali. Sua naturale evoluzione, nell’epoca della globalizzazione, l’individuo “a taglia unica” ultracapitalista e iperrelativista.
I totalitarismi politici novecenteschi, checché se ne blateri nella “chiacchiera” accademica, rappresentarono proprio il tragico tentativo di reimmettere la “vita” nel Sistema; ciò è specialmente evidente nel nazismo, tragica ambivalenza di gelido razionalismo e fanatico irrazionalismo, di ipermodernità e antimodernità.
Ma qual è dunque lo stato dell’arte dopo il secolo dei totalitarismi e delle guerre mondiali? Abbiamo forse riscoperto la libertà assieme al guadagno della “pace perpetua”?
Neanche per idea. La pace perpetua cui assistiamo è la mala pax della disillusione. Il Sistema è approdato alla sua versione quintessenziale, poiché ridottosi alla dimensione puramente “formale”, quella cioè di semplice contenitore di leggi completamente naturalizzate. In tale contesto si coniuga definitivamente con la realizzazione della piena libertà dell’individuo come “libertà da” (la libertà dei moderni). L’individuo postmoderno è così completamente svincolato esteriormente e al contempo completamente cooptato interiormente. L’adesione alle leggi del mercato presentate come naturali e in generale al “presente” come intrascendibile è inconscia e assoluta. La presenza di un potere dispotico si rende così inutile, e gli epigoni dell’illuminismo, di cui in Italia abbiamo un folto drappello, possono perseverare nella loro crociata contro il Potere -immancabilmente arbitrario, oscurantista e piduista- senza costituire il benché minimo pericolo per il Sistema. Anzi, rappresentandone il più prezioso alleato, poiché teso a spazzar via gli ultimi residui di “vecchio potere” che ancora resistono.
In questo senso veramente emblematica la battaglia per la meritocrazia, vera e propria bandiera senza colore, “parola colluttorio” oggetto di gargarismi bipartisan. Il Sistema-Dio ha bisogno di scegliere (fare recruitment, nel lessico anglomane del Nuovo Potere) i propri ingranaggi tramite criteri quantitativi di selezione, e questi si risolvono nella battaglia per il “merito”, inteso appunto come quantificazione del valore delle capacità personali, messe in vendita come al mercato degli schiavi. L’uomo è così compiutamente negato come “regno dei fini” e come creatore di “qualità”, ed è messo a totale disposizione strumentale del Sistema. Homo hominis objectum.
Nondimeno, accompagnandosi alla completa rivendicazione del soggetto come autoponentesi in assenza di vincoli esterni, il peggior totalitarismo della storia riesce tuttavia a esibire il fascino ambiguo del libertinismo. Ciò particolarmente evidente nell’ultimissimo sviluppo postborghese, in cui la compulsiva dinamica di creazione ex nihilo di bisogni non naturali e non necessari rende improcrastinabile la riabilitazione e la messa a sistema dell’elemento creativo. “Anche il riso è diventato maledettamente serio”, ammise Milan Kundera nell’Immortalità.
Servono veri creativi.

Matteo Zullo

 
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di Marco Francesco De Marco

14 gennaio 2012

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Qualcuno spieghi a Paolo Barnard che siamo in guerra da prima che lui si svegliasse, buttato giù dal letto dalla Gabanelli, la stessa che vorrebbe eliminare il contante per combattere le mafie e l’evasione fiscale (delirio). Quella che dichiara che lei non parla di signoraggio in TV perché la gente non capirebbe (ridicolo). Nella guerra che vede schierato anche Barnard, ora che si è svegliato ed informato, da un lato c’è la piramide usurocratica, con le elite tecno-finanziarie che dettano le regole e le impongono, grazie alla servitù politica, giornalistica ed “intellettuale”.
Dietro la maschera dei banchieri, vi è il démone Usur, assetato di sangue, che si nutre della cupa mestizia che ci viene trasmessa attraverso il mantra mefistofelico della crisi. Dall’altra parte è tutto da costruire il fronte avverso, attualmente costituito da un galassia infinita di piccoli movimenti o singole persone, poco o per niente collegati tra loro. Nulla che possa essere definito "esercito", ma nemmeno “movimento”, non avendo né la consapevolezza né la lucidità del fronte avverso. Di tutti loro così messi, di tutti noi, il nostro nemico ride, perchè in realtà noi non esistiamo. Per sconfiggere il nemico, o almeno per battersi con lui, bisogna risalire al suo principio primo. Capire qual è la sua origine ed il suo fine. Saper riconoscere i suoi servitori, le sue spie, i suoi alleati. Ed infine costituire una forza da contrapporgli. Per la nostra causa e la nostra parte sarà gradito il contributo di chiunque sia in buona fede, non abbia interessi personali legati al mondo usurocratico, e sia disposto a correre qualche rischio serio. Perché se la guerra è tale bisogna mettere in preventivo i pedaggi che essa da sempre richiede. Ci vorrà un'elite del pensiero e dell’analisi tattica, dei soldati dell’idea, degli alleati. Per far parte della classe dirigente rivoluzionaria non sarà inutile, assieme ad altre qualità, avere un buon curriculum.
Certo qualcuno si sarà svegliato tardi, dopo lunghe dormite, e noi non gliene faremo una colpa. A patto che non pretenda di spiegarci tutto quello che noi sappiamo e scriviamo da anni e che, per inciso, non costituisce il maggior problema del fronte opposto alle armate di Usur. A patto che si abbandoni lo stile profetico e messianico di portatore del verbo. Oggi la difficoltà maggiore risiede nel coagulare le forze divise, dargli dignità intellettuale e militante, aumentarne la capacità detonante fino al punto di essere in grado di dichiarare guerra al nemico, e possibilmente sconfiggerlo. La pretesa di Barnard di incarnare l’inizio della consapevolezza, di datare l’anno "uno" dell’era ribelle, è fonte di ulteriore polemica sterile ed è utile solo per creare deleterie frammentazioni; segno evidente del solito vezzo ipertrofico di chi è concentrato su se stesso piuttosto che sulla guerra che dice di voler combattere. Amore di sè che forse costituisce il motivo per il quale ha dormito a lungo, e ciò nonostante oggi non è disposto, per principio, ad ascoltare nessun’altra opinione. Si ricordi che di lui nessuno sapeva nulla fino al suo litigio con la Gabanelli, questione veramente di poco conto, visto che solo Barnard non si era ancora reso conto dell'impossibilità di fare informazione libera in Rai. Comunque, la storia oggettivamente non riguardava l’esproprio della sovranità monetaria e le altre libertà sottratte, delle quali Barnard sembrava non sapere nulla.

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L'illusione democratica della primavera araba PDF Stampa E-mail

7 gennaio 2012

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Democrazia e Islam. Una forma di stato e una forma di religione. Due termini apparentemente indipendenti, ma sempre più spesso usati in contrapposizione ad indicare una incompatibilità latente, supportata anche dalle analisi empiriche che vedono i paesi MENA (Middle East and North Africa) all'ultimo posto nella graduatoria delle libertà politiche e civili e allo stesso tempo caratterizzati da un'altissima percentuale di fedeli musulmani sul totale della popolazione.
Un credo che diventa parte attiva nella vita del cittadino, imponendo non solo un modo di pensare, ma anche un modo di agire. La dottrina –nel suo concetto più ampio- specifica infatti una dettagliata condotta comportamentale, che fa riferimento alla sfera personale (come il matrimonio e l'igiene), ma anche commerciale, penale ed educativa. È chiaro perciò il nesso tra dimensione teologica e dimensione istituzionale.
Un Islam quindi che pone il gruppo, il clan e la famiglia al centro degli interessi personali, chiarendo che un'equa distribuzione della ricchezza è fondamentale, garantita dal divieto di richiedere un interesse sui prestiti e in parte dal sistema ereditario. L'elemosina, poi, è un dovere morale. L'accumulazione di potere –e denaro– è quindi da evitare ad ogni costo, in nome dell'uguaglianza formale e sostanziale davanti a Dio e all'intera comunità. È semplice comprendere come l'assetto morale e politico dei paesi islamici non si possa conciliare con la democrazia, laica e capitalista, del mondo occidentale.
Per quanto riguarda lo sviluppo economico, si nota che i paesi MENA esportatori di materie prime, come Qatar, Emirati Arabi, Kuwait, Arabia Saudita e Bahrain, sono caratterizzati da un Pil pro capite che oscilla tra i ventitremila e gli ottantottomila dollari annui. Si tratta di “stati rentier” che, appropriandosi delle rendite del suolo, riescono a mantenere un'elevata spesa pubblica a fronte di una minima, nonché nulla, imposizione fiscale.
Le recenti rivolte che hanno preso il nome di “Primavera Araba”, nate in paesi privi di risorse naturali -fatta eccezione per la Libia che costituisce un caso a sé- possono essere ricondotte a una classe politica che non è riuscita a cogliere appieno le esigenze di una popolazione che vedeva il proprio potere d'acquisto corrodersi. Molti dei paesi MENA  più ricchi hanno di contro reagito aumentando la spesa pubblica, erogando, talvolta, anche sussidi diretti, scongiurando in questo modo l'insorgere di malcontenti.
Ciò significa che, indipendentemente da quale sia il modello istituzionale, quello che conta è il benessere economico percepito dalla popolazione. La richiesta di maggiori libertà è stata una conseguenza dell'evolversi delle rivoluzioni, non la causa scatenante, ma tuttavia condizione necessaria per presentare al mondo occidentale la visione di una repressione schiacciante da parte dei governanti, legittimando perciò l'intervento diretto delle organizzazioni mondiali.
In altre parole, la garanzia di una democrazia sembra essere più una richiesta avanzata dai paesi occidentali stranieri, invece che un'esigenza dei cittadini stessi. Il motivo è forse spiegato da una peculiarità di queste economie. I dati rivelano infatti che i paesi islamici sono caratterizzati da una scarsa apertura commerciale verso l'estero, fatta eccezione per le esportazioni legate a gas e petrolio. In passato hanno infatti preferito puntare sulla domanda interna, che da una parte ha causato un imperfetto sviluppo economico, ma dall'altro ha permesso di non risentire così negativamente della crisi finanziaria internazionale degli ultimi anni. Paesi impermeabili, fino ad ora, alla modernizzazione economico-finanziaria.
Cosa accadrà in futuro non è dato sapere. Si può però ipotizzare che se dal lato delle libertà non vi sarà un cambiamento radicale a causa della forte presenza religiosa nei partiti di maggioranza, sicuramente si avvertirà una forte spinta verso la colonizzazione (economica) di una regione geografica che conta più di trecentocinquanta milioni di individui. Un mercato che fa gola agli investitori stranieri, pronti  ad iniettare ingenti capitali come è accaduto in passato in altri mercati emergenti, con tutti i risvolti, positivi e negativi, del caso. Ma a differenza dell'America Latina, che ha visto le libertà individuali migliorare di pari passo con il processo finanziario, forse ci si indirizzerà maggiormente verso un modello che ricorda più la realtà asiatico-cinese. Come dire: un paese autoritario, ma democraticamente aperto verso l'estero sembra la soluzione migliore.

Gianluca Lattuada

 
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