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Accondiscendenza e censura PDF Stampa E-mail

26 Settembre 2019

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Chi si ponga in una prospettiva antitetica verso il potere, che oggi è cosmopolitico e finanziario, per orientarsi dispone di un criterio di facile uso e infallibile: prendere nota delle reazioni ai fenomeni sociali, culturali e politici. È facile costatare l’estrema accondiscendenza verso l’ondata “verde” in atto e la durezza nei confronti di ogni rivendicazione sovranista e “populista”. Un ambientalismo rigoroso e coerente sarebbe micidiale per il sistema vigente, ma chi muove i fili sa che un ambientalismo rigoroso e coerente è impossibile. Significherebbe ridurre drasticamente il numero di enormi navi portacontainer che solcano i mari, cioè colpire al cuore la globalizzazione, significherebbe tenere a terra e rottamare i grandi aerei di trasporto merci e passeggeri, pressoché azzerando l’industria del turismo, significherebbe sacrificare l’automobile a vantaggio del trasporto pubblico e delle biciclette, significherebbe tornare a scaldarsi d’inverno con i bracieri e a rinfrescarsi d’estate con i soli ventilatori mossi da pannelli solari, significherebbe ridurre drasticamente il numero delle grandi fabbriche inquinanti privilegiando agricoltura e artigianato. Letteralmente impossibile.

 

Allora la contestazione “verde” si riduce a un po’ di raccolta differenziata, alla festa di ragazzi volonterosi radunati da scuole e parrocchie per ripulire boschi e arenili due volte all’anno, a una campagna per orientare a utilizzare contenitori di cartone o vetro invece della plastica. Il nulla. Ecco perché Greta, senz’altro una brava figliola, è stata letteralmente creata dal niente dai poteri mediatici al servizio di quelli politico-finanziari. Ecco perché vediamo ministri che incoraggiano i giovani a disertare le aule scolastiche e a scioperare in difesa dell’ambiente. Se quei giovani fossero portatori di rivendicazioni temibili per gli assetti consolidati, non ci sarebbe tanta accondiscendenza. Meglio deviare le loro rabbie verso qualche innocua scampagnata ambientalista. Vero è che nei cortei possono infiltrarsi minoranze più dure e portatrici di altre istanze, ma un po’ di rischio calcolato è tollerabile. Non tutto è pianificabile e controllabile, ma nel complesso la trama tiene. Oltretutto l’apparato industrial-finanziario ha già ampiamente assimilato il progetto del nuovo grande affare, quello delle energie rinnovabili che, nonostante qualche scompenso marginale per il sistema, consentiranno di protrarre ancora a lungo l’attuale modello di produzione e di consumo.

 

Ben diverso è l’atteggiamento verso i “sovranismi” e i “populismi”. Contro di loro si scatena un bombardamento mediatico e si arriva a negare nei fatti i fondamenti ideologici del liberalismo imperante, come si deduce dai sempre più frequenti interventi censori sui social, dal silenzio che cala sulle iniziative anche culturali che vanno realmente contro corrente, dal licenziamento di docenti universitari scomodi, dall’ostracismo a giornalisti e pensatori non allineati. Il sovranismo comporta la difesa dei confini, il recupero del principio di nazionalità e di indipendenza. Da questo al rafforzamento dei poteri pubblici contro quelli transnazionali il passo è brevissimo. E può essere breve il passo da uno statalismo generico al socialismo, magari un socialismo del XXI secolo, rispettoso delle autonomie locali e attento, esso sì, alla difesa dell’ambiente. Questa è l’unica minaccia concreta al potere apolide e finanziario. Ecco il motivo per cui la grancassa spinge i giovani in marcia verso un ecologismo innocuo, mentre i cannoni sparano ad alzo zero contro fascismi, comunismi, socialismi, comunitarismi, equiparandoli in una condanna antistorica e indiscriminata.

 

Luciano Fuschini

 

 
Un programma sovranista e socialista PDF Stampa E-mail

25 Settembre 2019

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Da Appelloalpopolo del 23-9-2019 (N.d.d.)

 

È passato tanto tempo dall’ultima volta che ho avuto una tessera di partito. A occhio e croce più di 15 anni, considerando che andavo alle superiori. Poche idee, e non molto chiare, ma ricordo che già allora ero per i diritti dei lavoratori, per lo stato sociale e soprattutto per il primato dello stato sul capitale privato. Ci piaceva definirci “comunisti” – a me e ai miei amici – anche se eravamo nella Sinistra Giovanile, emanazione dei DS, più che altro perché la sezione giovanile di Rifondazione nel nostro paese non c’era. All’epoca, comunque, eravamo tutti galvanizzati contro Berlusconi e quindi non facevamo poi tutte queste differenze tra una sigla e l’altra. Sono passati anni e adesso le mie idee non sono cambiate poi tanto: credo sempre nel primato dello stato sul capitale privato, nei diritti dei lavoratori, nello stato sociale. Il mondo però ha fatto un giro su sé stesso, e quelli che una volta erano “la mia parte” adesso stanno dall’altra parte della barricata. Gli eredi dei vecchi compagni con cui facevamo le proteste per l’acqua pubblica (ad esempio) ora sono liberisti, e anche in modo piuttosto sfegatato. Abbagliati dal mito del libero mercato, della libera circolazione delle merci e dei capitali. Convinti che tutte queste libertà – che sono libertà di sfruttare e di far profitto sulla pelle della povera gente e dei lavoratori – un giorno diventeranno LA LIBERTÀ. Parlo dei partiti, ovviamente. Ma anche – e lo dico con un po’ di amarezza – delle vecchie conoscenze con cui ci pizzichiamo ogni tanto su facebook e più raramente davanti a una birra, scambiandoci convenevoli e magari evitando l’argomento politica.

 

Devo fare autocritica: da allora fino a ieri non ho fatto altro che lamentarmi e – quando era il caso – andare a votare. Ma dopo l’ultima giravolta del M5S, in cui pure con sospetto avevo riposto qualche speranza, mi sono detto che è arrivato il momento di smettere di lamentarsi e iniziare di nuovo a militare. E a militare sono tornato da qualche settimana, iscrivendomi al Fronte Sovranista Italiano (FSI). Perché? Perché qui ho ritrovato tutte le mie (le nostre) vecchie e salde idee: il primato dello stato sul privato, la proprietà pubblica dei servizi strategici, la pianificazione economica orientata all’utilità sociale, i diritti del lavoro, lo stato sociale. Ho ritrovato queste cose non come astratti principi, ma come linee guida di un programma politico convincente, studiato lucidamente, dettagliato e meditato. Un programma socialista e sovranista, nella misura in cui senza sovranità nazionale tutte le cose di cui sopra restano solo dichiarazioni vuote mentre le decisioni vengono prese altrove. La strada da percorrere sarà lunga e difficile, ma sono felice di aver fatto il primo passo.

Francesco Carpagnano

 
Il vero progresso non Ŕ materiale PDF Stampa E-mail

23 Settembre 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 21-9-2019 (N.d.d.)

 

Per una sinistra alla ricerca di nuove ragioni esistenziali la difesa dell’ambiente è come un’oasi inaspettata a cui abbeverarsi. Conta poco entrare nello specifico dei problemi, magari inquadrandoli nell’ambito di un “disagio” più complesso. Né interessa declinare l’ecologia con la crisi “di sistema”, con i limiti dello sviluppo industrialista e globalista. C’è Greta e tanto basta: ragazza d’immagine e dalle buone entrature internazionali (da Papa Francesco ad Obama, passando per le Nazioni Unite). Siamo evidentemente al centro di una campagna ricca di suggestioni, con un seguito di massa, che non va sottovalutato.  Il mainstream è duro da “governare”. E tuttavia qualche pillola di buonsenso e di controcultura non guasterebbe, evitando di accreditare l’idea di un ambientalismo a senso unico, laddove c’è spazio per nuovi elementi identificativi, che partano dal rapporto città-campagna, ripensino le città, ritrovino lo Stato, denuncino alcuni miti dominanti.  Non inventiamo nulla – sia ben chiaro.

 

Riaffermare il rapporto città-campagna, visto nella sua sostanziale unitarietà, significa ricostruire l’equilibrio idrogeologico, non fatto di sola natura, ma creazione umana, che opera a sistemare le terre, a valorizzarne la funzione (non solo produttiva, quanto soprattutto conservativa: pensiamo – da questo punto di vista – all’abbandono di tante aree interne del Paese).   Difendere (o meglio ancora ripristinare) l’equilibrio dell’ambiente vuole dire ritrovare una “funzione civile” e culturale delle scelte urbanistiche, denunciando gli eccessi (anche dimensionali) dell’urbanizzazione ad essa contrapponendo  l’idea della  “città organica”,  vista come un insieme di funzioni prodotte da altrettanti motori ed organi interdipendenti, che vengono a concorrere alla realizzazione di un “corpus” più ampio, laddove la “città moderna”  appare come l’espressione dell’atomizzazione della società e di una esasperante visione produttivistica e quantitativa. Pensiamo al ruolo ordinatore dello Stato rispetto alla difesa del suolo e dunque alla sistemazione idrogeologica del territorio, che richiede il rimboschimento, la ricostituzione dei pascoli, la regimazione delle acque. Ed ancora evidenziamo – in termini metapolitici – le storture determinate dal mito del benessere, del progresso, della tecnica ed i limiti di uno sviluppo 4.0, a cui certa cultura “progressista” guarda invece come ad un nuovo orizzonte paradisiaco.

 

Nel 1974 Alfredo Todisco, autentico antesignano della cultura ecologica, in “Breviario di ecologia”, sottolineava come il vero progresso non fosse materiale, ma indirizzato al consumo di beni mentali, estetici, ludici ed artistici. “La base di partenza – scriveva, nel 1998, su “Fare Verde”, Paolo Colli, figura mitica dell’ambientalismo “alternativo” – è una concezione non materialistica dell’uomo: la sua realizzazione autentica è data dal raggiungimento di obiettivi e equilibri incentrati sulla qualità più che sulla quantità. (…) È fondamentale fare proprio il rispetto, per chi è credente, verso ciò che stato concesso in uso dalla Divinità e, comunque, per rispettare chi è venuto prima di noi e ci ha consegnato un patrimonio inestimabile, che non abbiamo diritto di dilapidare, danneggiando irreparabilmente chi verrà dopo di noi”.

 

L’ambientalismo non può – in definitiva – essere considerato uno spot o una sorta di salvagente politico. È molto di più. È un’emergenza esistenziale, nella misura in cui, proprio sul piano dell’esistenza umana, fa emergere una condizione di crisi che impone una ridiscussione generale nei modelli comportamentali, nelle priorità sociali, nella scala dei valori. Ben oltre dunque qualche colorata aspettativa ed un riformismo parziale: una “visione”, politica e culturale, in cui l’uomo è visto come “soggetto attivo” del suo ambiente, finalmente consapevole dei limiti e degli eccessi di uno sviluppo “senza qualità” a cui porre rimedio.

 

Mario Bozzi Sentieri

 

 
Il modello IRI PDF Stampa E-mail

21 Settembre 2019

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Da Appelloalpopolo del 19-9-2019 (N.d.d.)

 

La Cina supera per la prima volta gli Stati Uniti nel numero di aziende presenti nella lista delle migliori 500 stilata da Fortune: 129 contro 121. Di queste 129, l’80% è costituito da aziende di proprietà dello Stato, +4% rispetto all’anno precedente. Il successo della Cina si basa praticamente su modello copiato da quello italianissimo dell’IRI. Ma la Cina non è un’eccezione, molti altri Paesi, la maggior parte di quelli industrializzati, vantano un’importante presenza dello Stato nell’economia, soprattutto quando si parla di grandi aziende. Guardando i dati viene fuori che dietro la Cina (96% delle aziende più grandi a guida statale), ci sono gli Emirati Arabi Uniti (88%), la Russia (81%), l’Indonesia (69%) e la Malesia (68%). Guardando invece ai settori, non deve sorprendere che tra quelli con i rapporti più alti di partecipazione pubblica – tra il 20% e il 40% – ci siano quelli legati all’estrazione o al trattamento di risorse naturali, energia e industrie pesanti. Tuttavia, alcuni settori dei servizi – come le telecomunicazioni, l’intermediazione finanziaria, il deposito, le attività di architettura e ingegneria e alcuni settori manifatturieri, registrano anche azioni delle imprese statali superiori al 10%.

 

L’Italia era il Paese più moderno e all’avanguardia, su questo fronte. Nel gennaio 1934, l’IRI deteneva circa il 48,5% del capitale azionario in Italia (James e O’Rourke, 2013, p. 59). Nel marzo 1934, rilevò anche il capitale delle principali banche (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano e Banco di Roma) e, alla fine del 1945, controllò 216 società con oltre 135.000 dipendenti. Negli anni 80, ha moltiplicato le sue quote e ha raggiunto un numero di 600.000 dipendenti. L’IRI è stato protagonista della ricostruzione industriale postbellica, intraprese interventi volti allo sviluppo economico delle regioni meridionali, al potenziamento della rete autostradale, del trasporto in genere e delle telecomunicazioni, al sostegno dell’occupazione. L’IRI ha inoltre realizzato grandissimi investimenti nel Sud Italia, come la costruzione dell’Italsider di Taranto e quella dell’AlfaSud di Pomigliano d’Arco e di Pratola Serra in Irpinia; altri furono programmati senza mai essere realizzati, come il centro siderurgico di Gioia Tauro. Per evitare gravi crisi occupazionali, l’IRI venne spesso chiamato in soccorso di aziende private in difficoltà: ne sono esempi i “salvataggi” della Motta e dei Cantieri Navali Rinaldo Piaggio e l’acquisizione di aziende alimentari dalla Montedison; questo portò ad un incremento progressivo di attività e dipendenti dell’Istituto.

 

Poi è arrivata la presidenza Prodi che ha portato a: – la cessione di 29 aziende del gruppo, tra le quali la più grande fu l’Alfa Romeo, privatizzata nel 1986; – la diminuzione dei dipendenti, grazie alle cessioni e a numerosi prepensionamenti, soprattutto nella siderurgia e nei cantieri navali; – la liquidazione di Finsider, Italsider e Italstat; – lo scambio di alcune aziende tra STET e Finmeccanica; – la tentata vendita della SME al gruppo CIR di Carlo De Benedetti Le entrate della privatizzazione per l’Italia tra il 1993 e il 2003 sono state stimate a 110 miliardi di euro, l’importo più elevato nell’UE a 15 in termini assoluti e tra i più alti come percentuale del PIL (Clifton et al. 2006). Siamo quelli che più degli altri si sono fregati con le proprie mani. Oggi le società pubbliche o partecipate, in Italia, sono circa 8.000 e impiegano circa 500 000 persone, ovvero il 2,1% dell’occupazione totale (Istat, 2015). Nel 2013, il 5% delle 1.523 principali imprese italiane era controllato da un’entità pubblica – centrale o locale. Il loro valore aggiunto aggregato corrisponde al 17% del PIL italiano (1,62 miliardi di euro a prezzi correnti nel 2013). Numeri ridicoli se paragonati al peso che l’economia di Stato ha in altri Paesi, sia sul fronte della dimensione delle aziende che su quello dell’impiego. Insomma mentre molti Paesi, Cina in primis, hanno costruito la loro fortuna copiando il modello IRI, noi invece ce ne siamo liberati per entrare nell’Unione Europea e adottare l’euro. Probabilmente l’operazione più tafazziana che si sia vista in epoca moderna.

 

Gilberto Trombetta

 

 

 

 
L'invasione misconosciuta PDF Stampa E-mail

20 Settembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 13-9-2019 (N.d.d.)

 

Mentre prosegue il pressing delle navi delle varie o.n.g. attorno a Lampedusa, il nuovo ministro degli Interni, Luciana Lamorgese, già capo di gabinetto di Angelino Alfano (a volte ritornano…), ha detto, per salvare la faccia e vista l’impossibilità di una inversione di centottanta gradi in ventiquattro ore, che i porti, per adesso, restano chiusi, ma che verso i migranti verrà usata una maggiore “umanità”. Non comprendiamo bene – sarà un nostro limite - in che cosa il precedente governo abbia dimostrato scarsa umanità nei loro confronti: ci risulta che tutti i minorenni, tutte le donne in stato interessante, tutte le persone con qualsiasi problema di salute sono state fatte sbarcare senz’altro; gli altri, hanno subito il terribile oltraggio di aspettare alcuni giorni fuori del porto, fino a quando la Carola di turno (che ora si prende la rivincita querelando l’ex ministro Salvini) non li ha fatti sbarcare a viva forza, magari speronando una imbarcazione della Guardia di Finanza e mettendo in pericolo l’incolumità degli uomini in uniforme. Tuttavia appare chiaro, dal fatto che la primissima mossa del neogoverno giallo-fucsia, quasi ancora prima di giurare fedeltà alla Repubblica (di Pulcinella) è stata l’annuncio di avere impugnato le leggi sull’immigrazione adottate dalla regione Friuli Venezia Giulia, perché “discriminatorie” nei confronti, appunto, dei migranti (cioè discriminatorie non verso dei cittadini regolarmente recensiti ma verso dei clandestini che non si sa neppure chi siano e con quali intenzioni pretendano d’entrare illegalmente nel nostro territorio) quale sia la filosofia sottesa alla nuova linea politica verso l’immigrazione clandestina. Filosofia riassunta mirabilmente, si fa per dire, dal ministro Lamorgese, nell’affermazione che d’ora in poi ogni singolo caso sarà valutato in sé e per sé, d’intesa con il premier Conte, partendo dal presupposto che l’Italia non sta subendo alcuna invasione. Ecco, il punto è proprio questo: il fatto che il medesimo fatto viene giudicato dai politici della sinistra con un metro talmente diverso da quello usato dalla stragrande maggioranza degli italiani – come è provato dal massiccio sostegno popolare al Decreto Sicurezza Bis dell’ormai defunto governo Conte 1 – da far pensare che non si tratti nemmeno dello stesso fatto. Signor ministro, se quella che sta subendo l’Italia ormai da una trentina d’anni, prima dall’Albania, poi da altri Paesi dell’est e infine dall’Africa e dal Medio Oriente, non è un’invasione, allora che cos’è? Come la chiama lei? Che cos’è un’invasione secondo lei e secondo i membri del governo di cui lei fa parte? Partiamo dal presupposto che la lingua italiana, come del resto ogni altra lingua, non esprime una corrispondenza fra parole e concetti tanto precisa quanto le scienze matematiche, e tuttavia che essa è suscettibile di fornire definizioni ampiamente condivise; che non è stata inventata artificialmente da qualche azzeccagarbugli per confondere le idee all’interlocutore; ma che, al contrario, è stata affinata dall’uso di tante generazioni affinché gli uomini si comprendano vicendevolmente e si comprendano sempre meglio. Prendiamo allora il vocabolario Treccani e vediamo quale definizione dà della parola “invasione”: invaióne s. f. [dal lat. tardo invasio -onis, der. di invadĕre «invadere»]. – 1. a. Ingresso nel territorio di uno stato da parte delle forze armate di uno stato belligerante, per compiervi operazioni belliche, con o senza l’intenzione di occuparlo stabilmente: l’i. della Polonia, nella 2a guerra mondiale; fare, tentare un’i.; respingere un’invasione. b. Con riferimento soprattutto alla storia medievale, la penetrazione in un territorio di popoli che migrano in cerca di nuove sedi: le i. barbariche; l’i. degli Unni, o di Attila; l’i. della Spagna da parte dei Vandali; l’i.longobarda, in Italia. c. Irruzione violenta o arbitraria di persone in un luogo: i. di aziende agricole o industriali, considerata come reato contro la pubblica economia; i. di terreni o edifici altrui (pubblici o privati), considerata reato contro il patrimonio, quando sia fatta con lo scopo di occuparli o di trarne altrimenti profitto; scherz.: ma questa è un’i., quando molte persone, per lo più amiche, entrano inaspettatamente tutte insieme in un luogo. In giochi a squadra, e soprattutto nel calcio, i. del (o di) campo, irruzione degli spettatori sul terreno di gioco durante o alla fine di una partita, per protesta; i. pacifica, quella effettuata per entusiastica acclamazione dei giocatori della propria squadra. d. Nella pallavolo, sconfinamento di un giocatore (o di una parte del suo corpo) nel campo di gioco avversario durante lo svolgimento di un’azione. 2. a. In relazione ai sign. estens. e fig. di invadere, di qualsiasi cosa che irrompa in un luogo occupandolo o diffondendovisi in gran quantità: un’i. di cavallette, di topi; arginare l’i. delle acque; l’i. del morbo, di un’epidemia; c’è un’i.di prodotti (o anche di cantanti) stranieri, di film polizieschi, di fumetti pornografici. Raro col senso di usurpazione, ingerenza arbitraria e sim.: i. di un potere, di un diritto; l’i. del sentimento nel dominio della ragione. b. In patologia, la diffusione nell’organismo di agenti infettivi o di cellule tumorali (i. metastatica). In partic., nel decorso di alcune malattie infettive, periodo d’i., quello caratterizzato da febbre, comparsa più o meno brusca dei sintomi caratteristici, ed eventualmente positività dell’emocoltura.

 

E dunque, o noi non conosciamo la lingua italiana e la adoperiamo malissimo, in senso del tutto improprio, e inoltre non sappiamo riconoscere i fatti che accadono sotto i nostri occhi e che ci toccano più da vicino, non sappiamo ragionare, non sappiamo comprenderli, oppure ci sembra che il secondo significato descriva perfettamente ciò che sta accadendo, da circa tre decenni, sulle coste e lungo i confini terrestri del nostro Paese. Un’invasione è la penetrazione in un territorio di popoli che migrano in cerca di nuove sedi; e non è detto che debba avvenire manu militari. A noi sembra che si possa e si debba definire “invasione” uno spostamento di popolazioni (perché, sommando il numero degli sbarchi e degli sconfinamenti quotidiani, si arriva al valore di centinaia di migliaia, più i milioni d’immigrati “regolari”: cioè d’intere popolazioni) al quale non sia possibile opporsi. In questo caso, ciò che rende impossibile il rifiuto d’ingresso a chi giunge illegalmente nel territorio della nostra Patria è il carattere di emergenza umanitaria: difficile negare lo sbarco a persone che giungono in vicinanza dei nostri porti a bordo di canotti o imbarcazioni di fortuna; difficile anche se vi giungono comodamene traghettati dalle navi delle o.n.g., il cui medico di bordo non esita a compilare falsi certificati medici attestanti gravi patologie, per affrettare lo sbarco di persone che, visitate dal medico a terra, risultano perfettamente sane. Vi sono casi assolutamente documentati in proposito: perché sappiano, i signori buonisti in pantofole, che abbiamo a che fare con gente senza scrupoli, disposta a sfruttare il naturale senso di solidarietà e umana compassione per prendere per i fondelli sia il personale sanitario dei centri di accoglienza, sia l’intera opinione pubblica italiana, alla quale vengono rifilate commoventi narrazioni di emergenze sanitarie che in realtà non esistono. Inoltre, assurdi trattati internazionali, che andrebbero totalmente riscritti, assicurano tutti i diritti a queste persone che si fingono naufraghi e si fingono profughi, ma il cui vero obiettivo è stabilirsi definitivamente in un Paese non loro, costringendo la popolazione locale ad accettarli, e le autorità statali a regolarizzarli, anche se è evidente che un vero naufrago si accontenta di essere salvato dal mare e poi aiutato a fare ritorno a casa sua, e che un vero profugo è animato dallo stesso identico desiderio: ritornare a casa propria il più presto possibile, non appena si siano attenuate le circostanze eccezionali che l’hanno costretto a cercar rifugio all’estero. Rifugio nel più vicino Paese oltre le proprie frontiere: non in uno di sua scelta, preso di mira con protervia e scartando ogni soluzione alternativa, come quella di esser fatto sbarcare in un porto più vicino e assolutamente sicuro, come è il caso dei porti della Tunisia, geograficamente più vicini alla Tripolitania di quanto non lo siano le piccole isole italiane poste nel Canale di Sicilia, o addirittura le coste della Sicilia stessa. Ora, come si deve chiamare una quotidiana penetrazione di stranieri, che si prolunga da anni, da decenni, e investe cifre dell’ordine di milioni; penetrazione alla quale non è possibile opporsi, sia per ragioni umanitarie, sia giuridiche (il soccorso in mare ai profughi e l’ospitalità dovuta ai rifugiati), anche se tutto si basa su una grossa menzogna neanche tanto ben dissimulata, perché ciascuno sa che non si tratta né di veri naufraghi, né di veri profughi, almeno nel 95% dei casi? A casa nostra una cosa del genere si chiama invasione; ma evidentemente a casa del ministro Lamorgese, del premier Conte e del signor Bergoglio ha un altro nome.

 

Abbiamo detto che il problema dell’invasione non riguarda solo i clandestini, ma anche gli stranieri regolari. Ebbene sì: bisogna che qualcuno lo dica. Non si tratta di razzismo e neppure di criminalizzare tutte quelle persone, la maggioranza delle quali, senza dubbio, si comporta bene, rispetta le leggi e non crea problemi alla società che le ospita. Ma il fatto è che sono troppe, decisamente troppe, e arrivate troppo in fretta: senza un piano economico e lavorativo, così, alla carlona, e senza alcuna selezione in base alla nazionalità, alla cultura, eccetera, in nome del politically correct e del dogma antirazzista: negando, in compenso, il diritto evidente di uno Stato di decidere chi entra in casa sua, in quanti entrano, perché entrano, per fare che cosa. Invece, mentre viene presentata come emergenza una situazione che si protrae da circa trent’anni, nulla è stato fatto per stabilire delle quote, sia di provenienza dei rispettivi Paesi, sia di competenze lavorative e professionali. Di quante badanti ha bisogno la società italiana, per esempio, in questo momento storico? Si fa una stima, basandosi sui dati relativi all’età e alla struttura dei nuclei familiari dei cittadini italiani, e si stabilisce un “tetto”. Di quanti operai, di quanti lavoratori agricoli, di quanti commercianti l’Italia ha bisogno, o, per dir meglio - visto che di questi tempi lavoro non ce n’è neanche per gli italiani - quanti stranieri l’Italia può accogliere, sia pure con una certa fatica, sistemandoli dignitosamente in unità abitative convenienti, e ripartendoli nei vari settori lavorativi nei quali vi è una domanda? Invece si continua ad accogliere domande d’ingresso totalmente slegate dalle reali necessità e possibilità di assorbirli e d’integrarli: si fanno venire decine e centinaia i migliaia di persone che non trovano lavoro, che vivono di lavori precari, che perdono il lavoro, ad esempio perché le fabbriche in cui lavoravano sono fallite, ma non vengono rimpatriati, restano in Italia non si sa perché, a vendere fazzoletti di carta per le strade, nel migliore dei casi, se no a spacciare e rapinare. E intanto s’intasano i servizi pubblici, particolarmente quelli sanitari; e si mandano giù per buone le balle colossali che dei personaggi come Tito Boeri rifilano all’opinione pubblica, ossia che è solo grazie alla presenza degli stranieri se lo Stato riesce ancora a pagare le pensioni ai lavoratori italiani. Senza pensare che quegli stranieri fanno dei figli, e ne fanno parecchi, e che fra un certo numero di anni lo Stato italiano dovrà pagare la pensione anche a loro: sì o no? Quanto al contingentamento della nazionalità, non c’è nulla di scandaloso: gli Stati Uniti, culla della democrazia, lo hanno sempre fatto. Non si può permettere a milioni di africani islamici di stabilirsi permanentemente in Italia, per una ragione semplicissima, che non c’entra né col razzismo, né con l’intolleranza religiosa: ossia perché l’Italia ha una sua identità, una sua fisionomia, e quelle persone non sono minimamente intenzionate ad adattarsi, ad integrarsi, a fare propri i valori e gli stili di vita del nostro popolo. E dunque, a che titolo essi chiedono, anzi pretendono, di venire a stabilirsi in Italia? Per formare delle isole etniche, dei ghetti, come già avviene in tante città e regioni del Belgio e della Francia? Isole e ghetti che un po’ alla volta, grazie al loro forte incremento demografico, si espanderanno: e alla fine saranno gli italiani, gli ultimi, sempre più vecchi e sempre più deboli, a formare delle isole e dei ghetti, a malapena tollerati, finché non spariranno anch’essi, e una civiltà africana ed islamica si sarà stabilita per sempre nel nostro Paese, sulla terra dei nostri padri, sostituendo il popolo italiano e facendo con lui quel che fa il cuculo con i pulcini del nido in cui sceglie di stabilirsi: sloggiandoli e restando padroni del campo, al loro posto. Noi non abbiamo nulla né contro l’Africa, né contro l’islam: ci permettiamo però di osservare che l’Africa e l’islam c’entrano poco con la civiltà italiana, così come si è costruita nel corso dei secoli e come essa si presenta al presente. Non c’è niente che giustifichi questa sostituzione di popoli, se non gli oscuri interessi dell’oligarchia finanziaria mondiale, che così ha deciso e così ha ordinato di fare agli uomini politici europei, sostenuti da una pletora di giornalisti e pseudo intellettuali i quali ripetono incessantemente le stesse frasi, gli stessi slogan fritti e rifritti: che non c’è alcuna invasione; che la società multietnica è una meraviglia; che siamo fortunati a ricevere questo apporto di stranieri, perché la nostra società è vecchia e stanca, e così vi si immettono energie fresche. Ma la verità è un’altra: la civiltà italiana ed europea sta morendo, e l’immigrazione selvaggia è lo strumento principale della sua scomparsa. L‘altro strumento è quello esercitato a livello economico dalla BCE e dai poteri forti internazionali. Del resto, ci si ripete sempre quant’è bello vivere in democrazia: ma che democrazia è quella in cui non si chiede a un popolo se è d’accordo d’essere invaso e sostituito?

 

Francesco Lamendola

 

 
L'impero degli astuti imbecilli PDF Stampa E-mail

19 Settembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 17-9-2019 (N.d.d.)

 

La manovra scissionista di Renzi è a modo suo brillante. Se avesse operato la sua scissione (matura da tempo) in un partito in campagna elettorale gli avrebbero imputato la sconfitta. Invece premendo per la formazione di un governo è ora nelle condizioni di: 1) far valere all’interno dell’attuale governo il piazzamento sovradimensionato del proprio entourage (frutto delle liste elettorali da lui composte a suo tempo); 2) far muovere i primi passi al nuovo soggetto politico nell’atmosfera protetta di una posizione di governo.

 

Questo per dire che non è che nella politica italiana manchino i talenti. Il problema è però che l’ambiente in cui avviene la selezione naturale di questi talenti è una sorta di distopia machiavellica, in cui l’unica cosa che conta (e che sembra contare all’esterno) è la conquista di una fetta di potere a scapito di un avversario ad hoc. Ed è perciò che i talenti che si impongono per selezione naturale sono inevitabilmente, nel migliore dei casi, non degli statisti ma degli astuti imbecilli. Le ragioni del dominio incontrastato degli astuti imbecilli sono semplici. Da tempo il collante positivo, l’idea comune, la forma di società desiderata sono relegate all’archeologia politica. Invece di un collante positivo ce n’è solo uno negativo, ovvero la scelta di un nemico preferenziale. L’elemento essenziale non è trovare quali linee politiche comuni abbiamo con X o Y, ma cosa dobbiamo fare per porci in antitesi a Y o X. La politica si fa sempre essenzialmente ‘contro’. Si sceglie di volta in volta un bersaglio e ci si dedica a fare tutto ciò che è necessario in termini di alleanze, norme, decreti per colpire il proprio bersaglio. Ciò vale sia quanto alle forze politiche che quanto ai temi da trattare. Non c’è l’idea positiva di qualcosa di desiderabile da produrre, ma quella dello ‘scandalo da sradicare’, del ‘reo da imprigionare’, del ‘pericolo da sventare’, dell’ ‘abuso da sanare’, insomma di un nemico da abbattere. Ma fare politica a colpi di negazione non è un’alternativa equivalente a farla in vista di opzioni positive. Una politica ‘contro’ è una politica che richiede furbizie, vittorie tattiche e trionfi simbolici, ma che non mette le proprie energie nella costruzione di qualcosa di duraturo, anche perché qualunque cosa positiva venga costruita finirà inevitabilmente per beneficare in qualche misura anche i ‘nemici’, che si ritroveranno a gestire una situazione migliorata. Perciò il meglio di sé la politica odierna lo dà in manovre di riposizionamento, trucchi elettorali, espedienti legali, tutte cose dove si assiste a veri e propri virtuosismi – per chi ama il genere. Certo, poi a nessuno interessa seguire la tediosa implementazione di progetti di legge rivolti al paese di domani, tutta roba che deve essere seguita nel tempo, che richiede decreti applicativi ben studiati, che esige messe a punto ricorrenti, ecc. Per una politica mossa dall’individuazione di nemici protempore tutto ciò è superfluo e noioso. Così la politica odierna (italiana, ma non solo) non crea più uomini di stato, ma guitti, performer, piccoli machiavelli da avanspettacolo, astutissimi imbecilli impegnati a togliersi vicendevolmente la sdraio da sotto il culo mentre la nave affonda. E si aspettano il vostro applauso.

 

Andrea Zhok

 

 
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