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Certi lavori gli italiani non li fanno più PDF Stampa E-mail

31 Agosto 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 29-8-2018 (N.d.d.)

 

Proviamo a pensare altrimenti. Sempre. Non v’è altra via se non quella del pensiero critico, non omologato e per menti a sovranità non limitata. Tutto il resto è chiacchiera preordinata e coessenziale al nuovo ordine simbolico glorificante sub specie mentis il nuovo ordine mondiale classista. Con ripetitività ossessiva, degna del peggior mantra, ci ripetono sempre la stessa storia. Sempre la stessa narrazione, forse in ossequio al detto di quel noto criminale nazista che ebbe a sostenere che una menzogna ripetuta all’infinito passa poi per verità. Ecco che, con commozione lacrimevole, ci ripetono a tambur battente che i migranti ci aiutano, perché gli italiani certi lavori non li fanno più. Ci soccorrono, perché in certe condizioni gli italiani, notoriamente «pelandroni» e avvezzi a campare «al di sopra delle loro possibilità», non sanno più lavorare. Anche in questo, nello storytelling egemonico, i migranti sono un modello da assumere in modo irriflesso e senza possibile discussione critica: una «risorsa», come vergognosamente li chiama la neolingua gravida di capitale. Pensiamo altrimenti, allora. E chiediamoci: ebbene, quali sono questi lavori che gli italiani non vogliono più fare? Quali salari prevedono? Di cosa stiamo parlando, in concreto?

 

Ebbene sì, dopo la gloriosa (e oggi obliata) stagione delle lotte di classe e delle conquiste salariali, gli italiani certi lavori non li fanno più (o, forse, non li facevano più, visto le nuove tendenze, modello Expo di Milano): e per fortuna, aggiungerei. Lo sfruttamento nelle sue forme più brutali era stato parzialmente arginato. I diritti erano scaturiti dalle pratiche del conflitto e dall’organizzazione sindacale di una classe operaia che se anche non era stata capace di superare il capitalismo per via rivoluzionaria, se non altro ne aveva moderato e temperato le tendenze. Il fatto che oggi i migranti, privi di diritti, vengano sfruttati senza pietà e usati per fare appunto quei lavori che gli italiani non fanno (o non facevano) più diventa un sordido argomento per imporli anche agli italiani. Dobbiamo – questo il tacito assioma – prendere a modello il lavoro sfruttato dei migranti, e magari anche la loro condizione di vita spesso disumana, che presto o tardi sarà la nostra (Boldrini dixit). Il punto di vista del logoro assioma «i migranti ci aiutano, perché gli italiani certi lavori non li fanno più» si rivela, allora, essere il punto di vista dei padroni e degli oppressori. Suddetti padroni mirano non certo a far diventare come noi i migranti: vogliono, invece, far diventare noi come i migranti, schiavi ideali, supersfruttati, senza diritti. Ecco svelato l’arcano.

 

Diego Fusaro

 

 
Sindrome della vita di merda PDF Stampa E-mail

30 Agosto 2018

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Da Rassegna di Arianna del 28-8-2018 (N.d.d.)

 

Due nuovi studi spiegano la prima causa di morte dei maschi americani under 50: pensare che la propria vita sia orribile annienta il corpo e la mente. Tra gli effetti più rilevanti c’è la diffusione degli oppioidi. "Sindrome della vita di merda" (shit syndrome) è il nome, non finissimo ma espressivo, della nuova epidemia che angoscia l'Occidente. Per ora ne parlano soprattutto gli scienziati anglosassoni, ma è destinata a inquietare l'intera opinione pubblica. Sono stati i medici americani (i primi ad accorgersi della sua diffusione), a chiamarla così. Oggi è la prima causa di morte per i maschi americani sotto ai 50 anni, e il suo forte sviluppo sta ormai riducendo l'aspettativa di vita, dopo più di un secolo di continuo incremento. A indicare la nuova tendenza sono stati gli USA, il pesce pilota che segnala sempre dove va il mondo occidentale. È infatti lì che la vita (dei maschi soprattutto) si sta accorciando, già qualche anno. A documentarlo è stato il premio Nobel Angus Deaton, in una ricerca fatta con la moglie Ann Case. La settimana scorsa sono arrivati però anche i dati inglesi, pubblicati dal British Medical Journal. Anche in Inghilterra, dopo gli Usa, la riduzione dell'aspettativa di vita ha raggiunto ormai i bianchi, finora al riparo dalle malattie che prima mettevano a rischio la vita di neri e ispanici.  A provocare la "shit syndrome" è la percezione e l'esperienza della "vita di merda": l'impressione che la propria vita non valga nulla, sia orribile e stia diventando un insopportabile peso. Questo sentimento di resa riduce progressivamente anche la resistenza del fisico verso le altre malattie, e abbassa le difese immunitarie dell'organismo, assieme a quella psicologiche. Si apre così la strada allo sviluppo di infezioni e a medicinali potenti e spesso tossici per contrastarle, preparando morti precoci.

 

La "vita di merda" non è però una fantasia o un'immaginazione: è la condizione di vita di ampi settori della popolazione. Come hanno dimostrato le ricerche: "a uccidere queste persone non è solo la povertà, ma la crescita di una povertà relativa in un'era di crescenti diseguaglianze, con tutti gli effetti ad essa collegati". La frustrazione ha basi materiali, reali, molto visibili. È comunemente riconosciuto che le condizioni sfavorite di vasti gruppi di cittadini siano state fra le cause della Brexit inglese, come dell'elezione di Trump: entrambe spinte dalla diffusa richiesta di cambiamento del modello socio-economico seguito negli ultimi decenni. Una delle cause più rilevanti della shit syndrome è l'epidemia da oppioidi che da anni affligge l'occidente, a cominciare dagli Stati Uniti, dove è stata dichiarata dall'amministrazione Trump "emergenza sanitaria nazionale". Si tratta della continua crescita dei decessi per overdose o gravi intossicazioni croniche da farmaci oppioidi come antidolorifici, eroina e fentanyl, assunti dietro prescrizione medica ma anche senza di essa, spesso per dolori gravi ma sempre più anche per "intrattenimento", cioè per sottrarsi ai problemi della vita quotidiana. Le overdose da droghe e farmaci, prima causa di morte nelle persone (soprattutto maschi) con meno di cinquant'anni, uccidono molto più di tutti gli incidenti stradali e i morti da armi da fuoco messe insieme.  "La nostra gente sta morendo, Presidente", ha ricordato a Donald Trump il Governatore Chris Christie, Presidente della speciale "Commissione sulla crisi da oppioidi". "Più di 175 vite perdute ogni giorno. Se un'organizzazione terroristica uccidesse 175 americani ogni giorno, non dovremmo forse fermarli?" Trump è d'accordo, ma non è semplice. Tra le molte cose fatte, ha chiesto la scorsa settimana una legge per multare alcuni produttori che hanno politiche commerciali spregiudicate, tra le quali aziende cinesi che invadono gli USA con il potente antidolorifico fentanyl. Ma il dipartimento della Giustizia, e molti interessi organizzati, frenano. Il congresso ha calcolato che un intervento serio richiederebbe un investimento di 100 miliardi di $ in 10 anni.  Ad essere colpiti dalla shit syndrome, che è insieme medica ed esistenziale, sono persone in situazione di "povertà relativa" nel senso che hanno di che sopravvivere, ma un'educazione e formazione insufficienti. È ormai un'importante fetta di americani e inglesi cui l'assenza di competenze professionali consente solo lavori umili e scarsamente remunerati, senza certezze di continuità. Vivono in case e quartieri poveri e malsani e non hanno prospettive di miglioramento. D'altra parte sono continuamente provocati dalla narrazione diffusa da tutti i media e anche da opinionisti e autorità che raccontano di vite ricche, piene di piaceri, fortunate. Anch'essi frequentano le mappe dei consumi, con la vista delle vetrine splendenti nelle strade dello shopping. Ma possono acquistare quasi nulla; né hanno le esperienze educative e culturali e le risorse necessarie a darsi una dignità diversa dai modelli correnti.  Angus e Anne Deaton descrivono le vittime di questa sindrome come intrappolate in uno "svantaggio cumulativo" rispetto agli altri gruppi sociali in tutti gli aspetti decisivi della vita, dal lavoro alla vita sentimentale e il matrimonio, alla crescita e educazione dei figli. Ciò fa sì che scivolino anche fisicamente in abitudini, stili di vita e soprattutto dipendenze da droghe, sostanze intossicanti, sedentarietà, diffuse e presenti anche in altre fasce di popolazione, ma che nel loro caso portano a rischi più gravi, con gli esiti infausti documentati dalle cronache e dalle statistiche.

 

Queste difficoltà esistenziali, insieme alla mancanza di energie capaci di produrre orientamenti diversi, instaurano fin dall'infanzia-adolescenza le prime dipendenze, in genere da alcol e droghe, che producono poi i primi indebolimenti nell'organismo: nella funzione epatica, renale, il sistema nervoso, le capacità cognitive. L'organismo debilitato perde così ogni spinta: si fatica a vedere una vita diversa e si scivola nella sedentarietà. Ci si muove meno, o niente. Ciò condiziona anche l'attività cerebrale, che rallenta e si avvia a una pigrizia ideativa che rende gradualmente impossibile anche solo immaginare una vita diversa. La sedentarietà e la stasi psicologica e affettiva tendono così, gradualmente, ad arrestare la vita delle persone. Il fisico, oltre alla psiche, sviluppa sclerosi e processi degenerativi. Oltre alle patologie epatiche, renali, al diabete e alle altre indotte dalle sostanze e da cibi scadenti, junk food, iperdolcificati e adulterati, prendono così forma i disturbi circolatori, e con essi le reazioni mortali: le overdose da droghe, gli infarti del cuore e degli altri organi che non ce la fanno più.  Per questo si riduce l'aspettativa di vita, per ora soprattutto nei grandi centri della civiltà occidentale, Usa e Inghilterra. Gli adolescenti che non hanno studiato né lavorato negli anni 80 dell'edonismo trionfante arrancano verso i cinquant'anni, con tutte le gravi ferite fisiche e psichiche della loro esistenza ai margini, e la loro voglia di uscire dalla "vita di merda", cui danno sfogo anche col suicidio, in costante crescita fra i maschi bianchi. Se non viene rapidamente promosso un altro modello di sviluppo la shit syndrome rischia però di coinvolgere fra non molto anche altri paesi, come l'Italia, dove masse di giovani inattivi stanno oggi ripercorrendo le stesse strade passive e senza sbocco degli adolescenti invecchiati dei paesi anglosassoni. Occorre cambiare strada: certamente il "modello di sviluppo", ma anche il modo di viverlo. Non si può più sentire la sofferenza, il dolore, l'emarginazione solo come uno scacco da attenuare con droghe e antidolorifici, come hanno fatto i giovani anglosassoni dalla metà degli anni 70. È indispensabile farne una provocazione a diventare più forti. A reagire, per diventare non solo vittime dell'esistente, ma protagonisti di un cambiamento.

 

Claudio Risé

 

 
Pubblicità e giochi d'azzardo PDF Stampa E-mail

29 Agosto 2018

 

Il decreto “dignità” vieta la pubblicità in materia di giochi e scommesse; è proibita qualsiasi forma di pubblicità, in qualsiasi modo effettuata e su qualunque mezzo di trasmissione. Si tratta di un divieto molto esteso, generalizzato e, quindi, può dirsi che il decreto “dignità” qualifica come illecita tout court la pubblicità in questa materia.  Il nostro ordinamento prevedeva già dei divieti di pubblicità in materia (legge Balduzzi e legge stabilità 2016) ma si limitava a vietare messaggi pubblicitari di giochi e scommesse non contenenti l’esatta indicazione delle probabilità di vincita o del pericolo di dipendenza o la pubblicità in determinate fasce orarie sulle reti ‘generaliste’. Erano quindi vietate solo particolari ‘modalità’ di pubblicità di giochi e scommesse; rispettando quelle modalità, la pubblicità di giochi e scommesse era generalmente lecita. Seppur espressa in modo poco chiaro e forse poco consapevole (irrazionalmente, la nuova legge fa salvi i divieti pre-esistenti) questa mi pare essere la novità principale in questo ambito. Divieti in materia di pubblicità di giochi e scommesse, infatti, esistevano anche prima (anche se le eccezioni erano tali da rendere i divieti poco efficaci; ad esempio i divieti non valevano per le pay tv, dove vengono trasmesse gran parte degli eventi sportivi visti dalla popolazione più propensa al gioco e alle scommesse) ma sembra cominciare a cambiare l’approccio di fondo. Può sembrare poco ma non lo è.

 

Secondo l’Unione Europea (raccomandazione UE n. 474/2018) la pubblicità in materia di giochi e scommesse è fondamentale per far avere al consumatore le corrette informazioni sul prodotto acquistato, per orientarlo al consumo responsabile, per orientarlo al gioco legale. La pubblicità in materia di giochi e scommesse, insomma, è addirittura incoraggiata dalla normativa europea, mentre il decreto dignità la vieta in via generale. Ci sarà tempo per valutare l’efficacia di questo provvedimento ma non può farsi a meno di registrare un diverso e, soprattutto, AUTONOMO, approccio della disciplina italiana rispetto a quello europeo. Qui interessa segnalare l’emergere di una scelta ‘politica’, più o meno consapevole ma comunque autonoma, del Governo Italiano che si discosta dagli indirizzi espressi dall’Unione Europea. Scelta che il Governo ha adottato, recependo una preoccupazione crescente e diffusa nel popolo italiano che va in direzione diversa da quella indicata dagli organi europei. Questo è un fatto. Un piccolo fatto, ma molto importante rispetto al nulla a cui eravamo assuefatti.

 

Quanto sopra detto è confermato dal fatto che prima ancora che il decreto dignità fosse convertito in legge, le lobby del potentissimo settore del gioco d’azzardo erano già corse dal loro tutore, la Commissione Europea, depositando un reclamo per violazione del diritto alla libera prestazione dei servizi e la violazione dell’obbligo di stand still (la legislazione comunitaria prevede che prima di adottare una ‘norma tecnica’ che possa avere l’effetto di ostacolare la libera prestazione dei servizi nel mercato europeo, lo Stato che vuole adottarla debba notificare alla Commissione il progetto, affinché gli altri Stati possano esprimersi, astenendosi dall’adottare la regola tecnica per novanta giorni, v. art. 5 della Direttiva dell’Unione Europea 2015/1535). La cosa si risolverà probabilmente con una ‘messa in mora’ e forse con delle impugnative alla Corte di Giustizia con esisti che non è difficile immaginare. È bastato un piccolissimo passo fatto con le ‘proprie gambe’ per far suonare l’allarme. A Bruxelles sembra non piacere che un popolo possa decidere autonomamente.

 

Stefano Rosati

 

 
Omaggi piddini a un superfalco PDF Stampa E-mail

28 Agosto 2018

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In morte del superfalco repubblicano statunitense John McCain, i deputati Gentiloni e Marattin e l’organo di informazione del PD spendono parole esaltate, commosse, ammirate e riconoscenti nei confronti di uno dei maggiori artefici delle guerre imperialistiche degli ultimi decenni, il maestro concertatore delle forze jihadiste che hanno devastato Iraq, Siria, Libia e altri paesi (“i nostri asset”, le definì), il fomentatore della russofobia che aizzava i nazisti ucraini al golpe e alla guerra in Donbass, in definitiva un politico direttamente coinvolto nelle politiche criminali che hanno causato milioni di morti, interi paesi civili trasformati in “failed States”, violazioni sistematiche dei diritti umani, milioni di senzatetto e fiumane di migranti disperati.

 

In un’epoca in cui nella polemica politica si usa ridurre gli avversari a Hitler per delegittimarli, gli esponenti del PD si autoriducono da soli a McCain, rendendo ridicolo ogni loro pigolio in materia di diritti umani.

 

Pino Cabras

 

 
Troppi vincoli esterni PDF Stampa E-mail

26 Agosto 2018

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Da Appelloalpopolo del 17-8-2018 (N.d.d.)

 

Il punto è molto semplice: uno Stato sovrano può nazionalizzare qualunque settore ritenga senza nessun bisogno dell’intervento della Magistratura. Nazionalizzare è una scelta politica e ci mancherebbe altro che non lo fosse. Questo è vero per tutti gli Stati, ma lo è in particolare per lo Stato Italiano laddove si decida di rimettere al vertice dell’ordinamento la Costituzione del 1948.  Nel caso specifico di Autostrade per l’Italia, però, il governo in carica si trova a dover agire in un perimetro disegnato da altri. C’è una concessione che dura fino al 2042, ideata e poi rinnovata per periodi sempre più lunghi dai governi di centro-sinistra. Una concessione che interessa un monopolio naturale, il quale per sua natura non dovrebbe essere privatizzato nemmeno secondo i teorici liberali, ma tant’è. Nel concreto, quindi, il governo può trattare con il concessionario per ridurre i tempi della concessione e/o cambiarne consensualmente il contenuto, oppure può iniziare il lungo percorso di revoca della concessione che dipende però dall’esito giudiziario sulle gravi inadempienze di Autostrade per l’Italia.  C’è una terza ipotesi: comprarsi le quote e nazionalizzare l’azienda attraverso un’operazione di mercato invece che in punta di diritto. Le ovvie difficoltà finanziarie di Autostrade per l’Italia, dopo il crollo di Genova, dovrebbero aiutare in questo senso, ma per cosa si nazionalizza se non per investire pesantemente in manutenzione, rinnovamento e potenziamento della rete stradale compensando i bassi investimenti dei Benetton? Ecco allora che sorge il problema dei vincoli europei, che tanti soloni in questi giorni hanno negato spesso perché in malafede e talvolta perché disabituati dalla tirannia della cronaca a ragionare in maniera un minimo sistemica.

 

Oltre al vincolo legale (concessione già in essere e molto lunga), facilmente aggirabile da uno Stato con pieni poteri, esiste un vincolo ben più stringente, seppur indiretto: il vincolo esterno che una classe dirigente liberale ci ha imposto per attuare la sua rivoluzione silenziosa. Lo Stato italiano non può spendere perché deve rispettare il percorso verso il pareggio di bilancio, e se lo facesse dovrebbe pagare sempre maggiori interessi sul debito dato che la Bce, non garantendolo, lascerebbe campo libero ai cosiddetti mercati. È il vincolo europeista che impone allo Stato italiano la strada impervia della trattativa o quella lunga e incerta della revoca. Un governo che ha a cuore la sovranità nazionale e l’interesse dei cittadini dovrebbe porre con forza la questione del vincolo esterno europeo e agire di conseguenza, altrimenti la partita si gioca in trasferta, ed è persa in partenza.

 

Simone Garilli

 

 
Primato della politica PDF Stampa E-mail

25 Agosto 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 23-8-2018 (N.d.d.)

 

Allora dietrofront, nazionalizziamo? Per favore, evitiamo le soluzioni sbrigative, le ricette semplificate per partito preso. Le nazionalizzazioni e le privatizzazioni sono state nella storia d’Italia un bene, un male e una necessità, in tempi e modi diversi, scambiandosi spesso le parti. Per cominciare, dopo l’unità d’Italia il partito delle nazionalizzazioni non fu la sinistra ma la destra storica, che credeva al primato dello Stato come motore della società. E quelle nazionalizzazioni furono necessarie e salutari al paese. L’Italia giolittiana del primo novecento ondeggiò tra le due linee, lasciando fuori i due estremi, il liberismo e il socialismo di Stato. Fu il Fascismo a inventare la terza via, l’economia mista, lo Stato sociale e l’iniziativa privata sotto il primato dell’Economia nazionale e di uno Stato forte. Restò a mezz’aria la via corporativa, e solo in extremis, con la Repubblica sociale, si puntò sulla socializzazione e sulla cogestione delle aziende. Ma con gli anni Trenta prese corpo l’Iri e fu avviato un gigantesco processo di modernizzazione grazie all’impulso di uno Stato sociale, interventista, ma non gestore, collettivista e sovietico. Beneduce fu l’uomo-simbolo di quella svolta con le partecipazioni statali. Le grandi opere e le tutele del lavoro fecero il resto. Quel modello fu vincente, dette all’Italia sviluppo e grande impulso e proseguì anche dopo la guerra; l’Eni di Enrico Mattei fu il continuatore, ma anche la politica sociale di Fanfani sulla casa, e poi le pensioni, la cassa per i disoccupati e il Mezzogiorno, ecc. Non uscimmo dal sistema misto, tra capitalismo e stato. Nei primi anni Sessanta col centro-sinistra arrivò la nazionalizzazione dell’energia elettrica e cominciò l’era delle statalizzazioni coi socialisti al governo. Ma col passare degli anni, la nazionalizzazione capovolse i suoi effetti benefici. Il parastato diventò una macchina mangiasoldi, sempre più costosa, inefficiente, parassitaria, vacca da mungere per i partiti, le clientele, e per caricare le aziende in perdita. Lo Stato entrò dappertutto, anche nei panettoni, e dove non entrava come azienda, vi entrava come paracadute, con la cassa integrazione, poi la rottamazione, gli incentivi, i fondi perduti. Costi esorbitanti e prestazioni pessime. Da lì cominciò nel ’92 la campagna di privatizzazione d’Italia, sancita col trattato di Maastricht in vista dell’Europa. All’epoca dirigevo l’Italia settimanale, che fu l’unico a dare notizia della spartizione del patrimonio pubblico italiano avviata in un week end di giugno a bordo dello yatch Britannia, che batteva bandiera inglese. Tutta la classe dirigente che poi avrebbe traghettato l’Italia – da Prodi ad Amato, da Ciampi a Draghi – si ritrovò coinvolta in quel processo. Privatizzazioni, svendite, cessioni. Il braccio armato della privatizzazione fu proprio la sinistra, ex-Pci, che ora si poneva al servizio del Capitale, ricevendo in cambio sostegno per governare. Fu un patto di legittimazione reciproca che si era profilato già nel ’73 con la Fiat, la Cgil, il Pci, i partiti laici, mezza Dc e la Confindustria. Nel patto degli anni ’90 si svendettero molti nostri marchi e aziende a gruppi stranieri, ma trassero vantaggi anche alcuni grandi gruppi capitalistici italiani – che succhiavano profitti statali e nazionali per poi rigiocarsi in chiave globale e transnazionale, magari anche come sede fiscale, manodopera a più basso costo e infine management. Privatizzazioni, delocalizzazioni e marchi ceduti alle multinazionali smantellarono il sistema Italia. Lo statalismo fu la malattia dell’Italia consociativa, la privatizzazione fu la tomba del sistema Italia.

 

In linea di principio è giusto che i settori primari di una nazione, dove sono in gioco gli interessi generali e la tutela dei più deboli, siano nelle mani dello Stato. O in subordine che siano gestiti dai privati ma col severo controllo pubblico, nel nome del bene comune. La salute e il sistema sanitario, la scuola e la pubblica istruzione, i trasporti essenziali e le vie di comunicazione, la sicurezza interna e internazionale, fino al caso-limite del servizio pubblico radiotelevisivo. Improprio è invece lo Stato gestore diretto nell’economia, lo Stato che si sostituisce al privato nella produzione: qui di solito combina disastri, almeno se si tratta di una democrazia sbracata e corrotta, demeritocratica e inefficiente come la nostra. L’ideale del principe, diceva già Silla ai tempi di Roma antica, non è avere denaro ma avere potere su chi ha denaro: la politica, lo stato, la nazione sovraordinati rispetto all’economia, alla finanza e alla produzione. Primato della politica ma al servizio della nazione. Allora, per tornare al tema di partenza, non si tratta di nazionalizzare random o per rabbia, come si ventila per le autostrade o per Alitalia, e tanto più di farlo a scapocchia, senza una visione e un piano generale. È una soluzione da non escludere a priori, e in certi casi, con precise cautele, si può adottare; ma non è il primo rimedio e soprattutto non può essere la scelta generale. Nei settori vitali di un paese, ad alto interesse sociale e nazionale, il privato riceve in concessione ambiti importanti ma poi deve dar conto di quel che fa e di come lo fa, va controllato e in certi casi guidato, pena la decadenza dell’affidamento. Perché il fine supremo dev’essere – come dicevano i romani – la salute della res publica, l’interesse generale. Dunque, sono legittimi gli interessi privati fino a che non contrastano con l’interesse generale. Il profitto è legittimo fino a che non danneggia il bene comune. Norma semplice, chiara, elementare anche se così difficile da applicare… Per nazionalizzare ci vuole alle spalle una Nazione. E uno Stato in forma, una visione organica e lungimirante di una classe dirigente, un passato e un futuro comuni e comunitari. Cauti con gli slogan, per favore, non state giocando al Monopoli. L’impressione è che i nonni costruirono, i padri si arricchirono, i figli sbaraccarono e i nipoti giocano all’acchiapparella tra le macerie.

 

Marcello Veneziani

 

 
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