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Ambiguitą di fondo dell'Italia unita PDF Stampa E-mail

27 Dicembre 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 20-12-2018 (N.d.d.)

 

Uno Stato, per esistere e per avere delle basi solide, non può accontentarsi di essere uno scatolone di popolazioni e un contenitore di interessi economici, grandi o piccoli che siano; non può essere nemmeno, come vorrebbe il liberismo classico, una sorta di agenzia delegata a proteggere le libertà del singolo individuo e a garantire i suoi inalienabili diritti. Deve essere di più, molto di più, altrimenti finirà per sfasciarsi, sanguinosamente come la ex Jugoslavia, o anche in modo del tutto pacifico e civile, come la ex Cecoslovacchia; e non è affatto escluso che il Belgio finisca per fare la stessa fine. Gli Stati, come li conosciamo, sono delle creazioni abbastanza recenti: lo Stato moderno nasce verso il 1300, alla fine del Medioevo, con il consolidamento delle monarchie nazionali, specialmente la Francia e l’Inghilterra. Gradualmente, dalla frammentazione politica, giuridica ed economica del feudalesimo, sono nati questi grossi organismi che solo un po’ alla volta hanno visto l’affermazione territoriale delle rispettive monarchie: ancora alla metà del 1600, per esempio, l’autorità, sul territorio francese, era rappresentata assai più dai grossi feudatarie che dal re. Ci sono voluti altri due secoli, e specialmente l’esperienza della Rivoluzione francese e di Napoleone, perché lo Stato odierno si consolidasse, e ciò avvenne, in Europa occidentale, essenzialmente sulla base della nazionalità. In Europa centrale e orientale, invece, la maggior parte degli Stati erano di origine dinastica, si erano formati come estensioni delle rispettive case regnanti e si erano ampliati per mezzo di matrimoni e unioni personali: tipico esempio l’impero austriaco, che comprendeva undici popoli e aveva la sua idea forte nella fedeltà alla casata asburgica, la quale si poneva come un potere paternalistico e unificante, al di sopra di tutte le identità e le possibili divisioni. Anche l’Impero russo, in una certa misura, si reggeva sul principio monarchico e dinastico, però in esso la nazionalità russa occupava un ruolo centrale: perciò, di fatto, la Russia degli zar si reggeva su un doppio principio, dinastico e nazionale. Ma la Francia, in particolare dal 1792, rappresentava un principio nuovo: non solo il principio nazionale, ma anche quello democratico di stampo massonico. Grazie a Napoleone, alle sue conquiste e alla sua legislazione, tale principio si estese a gran parte dell’Europa; e se è vero che con la Restaurazione molte delle novità introdotte dal modello napoleonico vennero ritirate, è altrettanto vero che molte altre rimasero, perché erano ormai funzionali al processo evolutivo della forma statale stessa. I prefetti, ad esempio, o i licei, come scuole superiori per la formazione della futura classe dirigente; oppure l’anticlericalismo programmatico e il confinamento della realtà religiosa entro un ghetto dai confini ben precisi: tutte queste cose erano state introdotte dai francesi negli Stati conquistati da Napoleone, ma sostanzialmente rimasero anche dopo la sua definitiva sconfitta, nel 1815. L’Inghilterra, da parte sua e sin dalla fine del XVII secolo, rappresentava un’altra idea ancora: la monarchia costituzionale, sul modello del liberalismo. Dunque, nell’Europa del 1914 vengono a confrontarsi almeno tre modelli ideologici e pratici di Stati: quelli basati sul principio dinastico e legittimista, come l’Austria-Ungheria, la Russia e la Germania; quelli basati su quello repubblicano, democratico e massonico, come la Francia; e quelli basati sul principio costituzionale e liberale moderato, anch’esso di stampo massonico, come la Gran Bretagna. Al di fuori del continente, gli Stati Uniti, benché eredi della colonizzazione inglese, rappresentavano il principio democratico e massonico, più sul modello francese che su quello britannico, però, a differenza della Francia, con un legame meno forte col principio di nazionalità, essendo formati da immigrati delle più varie provenienze (anche se la base nazionale era e restava anglosassone); e il Giappone, che era passato direttamente dallo Stato feudale medievale allo Stato moderno di matrice liberale, senza però recidere del tutto le proprie radici e senza rinunciare alla propria specifica identità asiatica.

 

E il Regno d’Italia, nato il 17 marzo 1861, quale idea rappresentava? E quale idea, oggi, rappresenta la Repubblica italiana, nata il 2 giugno 1946? […] Nel 1815 si può parlare dell’Inghilterra o della Francia, per indicare, almeno fino a un certo punto, il popolo inglese e il popolo francese; ma non si può parlare dell’Italia come se fosse la stessa cosa del popolo italiano. Nel 1815 i due partiti che si fronteggiavano in Italia erano sei o sette sovrani restaurati, campioni dell’Antico Regime, con le loro piccole corti e i loro piccoli eserciti, e un pugno di rivoluzionari clandestini, carbonari e membri di altre minuscole società segrete; ma la quasi totalità delle popolazioni (popolazioni, non ancora popolo) non parteggiava né per questi, né, meno ancora, per quelli, per il semplice fatto che non aveva mai partecipato alle vicende politiche. È perfettamente logico, quindi, che l’Italia nata nel 1861, sotto la guida della dinastia sabauda, ma anche sotto la spinta del movimento democratico, non fosse né carne, né pesce. La stessa monarchia sabauda esprimeva un’idea di compromesso: l’idea dinastica, quindi l’Antico Regime, perché i Savoia, in fin dei conti, erano una dinastia che aveva recuperato il trono grazie al Congresso di Vienna; ma anche l’idea democratica, massonica e anticlericale, impersonata dalla Francia, visto che la ”grande guerra”, quella del 1859, era stata fatta, e vinta, al rimorchio della Francia, la quale, a sua volta, era un compromesso fra l’Antico Regime, dinastico e cattolico, e la Rivoluzione, vista l’eredità napoleonica e le modalità plebiscitarie dell’ascesa al trono di Napoleone III. E non è certo un caso che i Savoia, nel 1915, abbiano deciso un colpo di Stato, spingendo Salandra a firmare in segreto il Patto di Londra: avevano capito che la guerra mondiale avrebbe segnato il tramonto delle monarchie legittimiste e che la sola speranza di restare sul trono, per loro, era spostarsi ancor più sul versante democratico e massonico. La stessa manovra e nella stessa persona, cioè Vittorio Emanuele III, i Savoia la tentarono nel 1943-46: traghettare se stessi e il regno nello schieramento democratico, cercando di legittimarsi dalla parte dei vincitori, cioè della democrazia, e disfacendosi del loro imbarazzante passato: non solo la compromissione col fascismo, ma il peccato d’origine del 1861: essere diventati re d’Italia come una dinastia dell’Antico Regime (e infatti Vittorio Emanuele II conservò l’appellativo di “secondo”, come se fosse ancora il re del Piemonte), ma flirtando con i rivoluzionari, i democratici repubblicani. Questa ambiguità di fondo, questa tendenza al voltafaccia, all’opportunismo, è stata ereditata, sin dalla nascita, dalla Repubblica nata il 2 giugno 1946. Una repubblica che si diceva nata da un moto spontaneo di popolo, la Resistenza, e però occultava due fattori decisivi: la conquista militare e la vittoria alleata, che ne faceva una repubblica subalterna, e la guerra civile, che restava uno scheletro nell’armadio, rimuovendo il sangue degli italiani vinti…

 

Francesco Lamendola

 

 
Trump ha scelto la Turchia PDF Stampa E-mail

26 Dicembre 2018

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Da Comedonchisciotte del 24-12-2018 (N.d.d.)

 

Gli USA in Siria erano alleati coi turchi (NATO) contro il governo siriano; coi curdi contro il daesch e con gli insorti siriani contro Assad. Problema: i turchi sparavano ai curdi; i curdi del PKK ai curdi YPG (Peshmerga) e ai turchi; gli USA contro il daesch che però rifornivano e i siriani sparavano a tutti tranne che agli iraniani che sparavano a chiunque, ma venivano bombardati dagli israeliani. La Turchia la scorsa settimana ha annunciato che intende ripulire la riva orientale dell’Eufrate fino a Mossul dai curdi di ogni orientamento sparando a chiunque porti insegne curde – come ad esempio i “consiglieri” USA frammisti ai Peshmerga. Lunedì ha annunziato che il dispiegamento delle truppe era pronto e attendevano “l’ordine politico”. Problema N 2: che fare se i turchi sparano agli americani? Denunciare l’alleanza atlantica ed espellere la Turchia o tradire – sarebbe la quinta volta in trenta anni- i curdi in generale e i Peshmerga in particolare?

 

Dopo attenta meditazione, Trump ha deciso che la guerra ai jihadisti del daesch era conclusa vittoriosamente e che gli americani potevano quindi ritirarsi dalla Siria. Così, in un solo colpo, ha tradito i curdi di ogni colore, i residui ribelli siriani del FDS (forze siriane democratiche) e il residuo di immagine che gli USA avevano nel Vicino Oriente. Conseguenze prevedibili sulla situazione irachena, sull’embargo all’Iran e sulla sorte di Fetullah Gulen, il predicatore considerato l’ispiratore del golpe del 2016 contro Erdogan che potrebbe essere estradato entro breve. E sui rapporti israelo-curdi dato che Israele è il “main sponsor“ dei curdi. Dulcis in fundo, ha di fatto ammesso che il daesch è da tempo una “quantité négligeable e che gli USA stavano in Siria principalmente per costituire una minaccia alla sua indipendenza e ad Assad.

 

La narrativa USA sulla Siria costruita dal 2005 politicamente e dal 2011 militarmente, non esiste più. Il Pentagono ha notificato al Congresso USA di aver approvato una vendita da parte della Raytheon di missili antiaerei Patriot alla Turchia per un importo di 3,5 miliardi di dollari. Il contratto non è firmato, la vendita incerta, ma l’approvazione del Pentagono è definitiva. Ora la scelta sta ad Ankara. Le truppe USA (in pratica una brigata di 2.000 uomini con mezzi pesanti) hanno ricevuto ordine di abbandonare il territorio siriano (andranno probabilmente in Irak) al più presto e il personale diplomatico americano ha ricevuto ordine di evacuazione. Il portavoce dello SM turco ha annunziato che i Peshmerga che rimarranno sulla riva orientale dell’Eufrate “verranno sepolti nelle loro buche”. Anche qui la scelta sta ad Ankara. Al quadro del rinnovato idillio tra Trump e Erdogan manca solo la consegna di Fetullah Gulen legato mani e piedi. Certo, il Pentagono ha anche contraddetto il Presidente dichiarando che “l’ISIS non è stato ancora sconfitto” e tacendo eloquentemente circa il futuro dei Peshmerga. La ragione l’ho detta nel post di ieri: gli Stati Uniti non possono permettersi di perdere l’alleato NATO che assicura basi e tenuta del fianco destro dell’alleanza che fronteggia la Russia. Ovviamente non possono permettersi nemmeno di ignorare che con l’iniziativa diplomatico militare russa, lo schieramento è stato aggirato e Putin si è insinuato a Cuneo tra la Turchia e l’Arabia Saudita e gli Emirati. Manovra speculare a quella americana che dalle basi afgana e irachena chiudono in una morsa l’Iran. I prossimi trenta giorni saranno decisivi e dipenderanno dalle scelte di Erdogan tra est e ovest. Ecco perché Putin nella conferenza stampa di fine anno ha evocato lo spettro della guerra nucleare: ricorda ai turchi che, comunque, l’impatto del primo urto toccherà a loro.

 

 Antonio De Martini

 

 
L'illusione egualitaria PDF Stampa E-mail

25 Dicembre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 20-12-2018 (N.d.d.)

 

Archiviate le celebrazioni per il settantesimo anniversario della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”, vale la pena riprendere - mettendo da parte la retorica d’occasione – alcune questioni di fondo che sono alla base della Risoluzione adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella sua terza sessione, il 10 dicembre 1948 a Parigi. “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”: cosa si nasconde dietro le consolatorie parole del primo articolo della “Dichiarazione”?  Può bastare qualche rassicurante affermazione di principio a dare gambe e sostanza all’idea di realizzare l’uguaglianza dell’Umanità?

 

Parlare di uguaglianza significa sgombrare il campo da ogni retorica d’occasione (l’esatto contrario di quello che abbiamo ascoltato per le celebrazioni del settantennale) e da quel groviglio di contraddizioni e di falsificazioni che la questione porta con sé. A cominciare dall’idea che fu il Cristianesimo a sancire il dogma egualitario. In realtà la religione cristiana afferma la pari dignità degli uomini davanti al Padre Creatore, ma non per questo nega l’esistenza delle differenze tra gli uomini. Come in una famiglia, nella quale l’amore verso i figli non esclude la diversità tra loro. È l’esasperato egalitarismo di marca roussoviana, che ha spostato dalla dimensione sacrale a quella laica i confini della questione. Dall’ al di là all’ al di qua la prospettiva è ben diversa. Dal 1789 – con la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”, frutto della Rivoluzione francese – “gli uomini nascono liberi ed eguali in diritto”. Il livello è ancora formale, ma è un passo decisivo, in grado di informare tutto il mondo occidentale. Il  marxismo provò a “rettificarlo”, distinguendo tra “libertà formali” e “libertà reali”. Con quali risultati è noto. La Dichiarazione del 1948, nel sancire il valore universale del principio di uguaglianza, non è andata molto oltre. Le contraddizioni rimangono. La mancata applicazione è evidente anche in quei Paesi che hanno sottoscritto quei principi, mentre – nel frattempo – l’evidenza scientifica ne ha sconfessato la sussistenza.

 

Preso atto – in sintesi – delle debolezze “strutturali” della “Dichiarazione dei Diritti” che cosa rimane, a settant’anni dalla loro stesura universalistica? Intanto il tentativo di fare avanzare dietro il vessillo dell’egalitarismo una corrosiva omologazione di massa. Avanza l’individualismo e con esso la spoliticizzazione e la snazionalizzazione contemporanee. Il tentativo di fondo è di fare venire meno illusoriamente le differenze culturali tra i popoli e quello che può essere ben definito il diritto dei popoli alla cultura, nel nome di un’idea mediana dell’umanità (“La natura del liberalismo – scriveva Moeller van den Bruck  - è l’umanità media e anche quel che vuole conquistare non è che è la libertà per ciascuno di avere il diritto di essere un uomo medio”). A ruota ecco il mercantilismo, degno corollario di un egalitarismo di massa che tutto omologa. Del resto, se l’economia è il destino planetario, ben vengano i “diritti” in grado di assimilare storie, culture, identità, economie diverse, nel nome di un grande mercato, in cui, alla fine, l’unica uguaglianza che conta è quella del denaro. Con quali risultati ed ingiustizie di fondo è bene evidente, in un mondo segnato da un riduzionismo volgare e livellatore, dove allo svuotarsi delle appartenenze comunitaristiche a trionfare è un legale societario formalistico e disorganico. A ben leggere è un mondo più povero, spiritualmente più povero quello che ci ha consegnato l’anniversario della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”. Un mondo soprattutto in cui le opportunità individuali sembrano essersi ridotte, soffocate da un egalitarismo formale che ha portato solo scompensi, colmati da ipocrisie. Svelare queste ipocrisie, significa – per dirla con Giuseppe Prezzolini - ritrovare, “contro l’omogeneità sociologica, contro la fine della storia, contro l’entropia, contro la spersonalizzazione degli individui, delle famiglie, delle culture, delle civiltà”, quell’autentico pluralismo che costituisce la ricchezza del mondo.

 

Mario Bozzi Sentieri

 

 
Concorrenza criminale PDF Stampa E-mail

24 Dicembre 2018

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Da Appelloalpopolo del 21-12-2018 (N.d.d.)

 

Gli ordinamenti giuridici storicamente esistiti basati sul principio di concorrenza hanno – sempre e immancabilmente – prodotto monopoli. La realizzazione di monopoli, quale risultato dell’operare del principio di concorrenza, è assolutamente coerente con il fine ‘politico’ del liberalismo; ossia l’abbattimento dello Stato, inteso come unico soggetto in grado di redistribuire la ricchezza e garantire benessere e sviluppo per tutti i cittadini. Non è, infatti, possibile pensare la concorrenza senza (ri)pensare il ruolo dello Stato. In realtà, a ben vedere, la concorrenza non è altro che una disciplina dei pubblici poteri (il concorrere tra più imprese per aggiudicarsi la scelta del consumatore è un fatto, non è una disciplina giuridica, ed è compatibile con regimi che non si fondano sulla concorrenza). L’effetto – e, dunque, il fine – del principio di concorrenza non è, come sostengono nelle università, il mantenimento dei mercati in una condizione in cui nessuna impresa sia in grado di fissare autonomamente il prezzo, perché, semplicemente, questo sistema alla lunga non conviene alle imprese che su quel mercato operano. Mi pare un fatto evidente; c’è poco da dire al riguardo.

 

Come ci ricorda il Capo della Vigilanza BCE, il principio di concorrenza favorisce la chiusura delle imprese più piccole, indipendentemente dal fatto che siano le migliori sul mercato, creando le condizioni per il formarsi di poche grandi imprese che si comportano come un’unica, grande, impresa nei confronti del mercato, ossia dei cittadini. La realizzazione di monopoli privati è grandemente svantaggiosa per i cittadini. Non solo perché i prezzi dei beni nei mercati monopolistici sono più alti (il prezzo di monopolio è maggiore del costo marginale e la differenza costituisce l’extra profitto del monopolista) ma, soprattutto, perché la creazione di monopoli consente la formazione di poteri privati, dinanzi ai quali non si erge più alcun soggetto dotato dei mezzi adeguati per ripristinare l’uguaglianza. Da un lato, quindi, il principio di concorrenza annienta lo Stato, dall’altro crea le condizioni e agevola la formazione di poteri privati, venendo così a creare le condizioni per regimi di fatto meno democratici che favoriscono la concentrazione della ricchezza in capo a pochissimi soggetti: insomma, basta guardare dalla finestra. A ben vedere, per i cittadini, non c’è grossa differenza tra la mano invisibile dei mercati e la mano invisibile che si incontra sulla metro o sul tram. Se non fosse che, oltre alla ricchezza, i sistemi basati sulla concorrenza producono un preoccupante trasferimento di sovranità, inteso come potere e libertà di scelta, in capo a pochi grandi famiglie che, avendo interessi comuni ed essendo appunto poche, si coordinano agevolmente agendo come un unico centro di potere. In sostanza, i regimi basati sulla concorrenza portano, di fatto, all’esclusione della gran parte dei cittadini dal circuito politico, dalla partecipazione politica e, quindi, dalla cittadinanza. Il riflesso istituzionale di ciò è lo svilimento del Parlamento, tipico dei regimi basati sulla concorrenza, a favore dell’esecutivo e, soprattutto, la nascita di autorità indipendenti dallo stesso circuito democratico-parlamentare che operano senza alcuna finalità redistributiva. Nei sistemi basati sula concorrenza non c’è solo impoverimento materiale, c’è anche e soprattutto esclusione dalla partecipazione politica. Nelle celebrazioni della dottrina keynesiana del “welfare state” si dimentica spesso che il benessere economico è solo una parte del tutto e che l’uomo non ha solo una dimensione. Anche il Tiranno può darti benessere. Puoi avere servizi e benessere ed essere, nello stesso tempo, escluso dalla partecipazione politica: ossia non contare nulla. In ciò consiste lo Stato di Polizia, o un dispotismo benevolo.

 

La nostra Costituzione prevede un progetto molto più progredito del modello del welfare State, proprio perché il principio lavorista, sul quale la Costituzione si fonda, è inscindibilmente collegato al principio della partecipazione politica, colorandosi di un fine etico irrinunciabile. Ecco perché la nostra Costituzione è basata sul principio lavorista; perché rifiuta la scissione del cittadino nella dialettica distruttiva lavoratore – consumatore che è invece perseguita dai regimi basati sulla concorrenza (i consumatori chiedono prezzi più bassi, preparando così la via a riduzioni del loro stesso salario), perché pretende che il cittadino partecipi alla vita politica facendosi carico di scegliere e di lottare per l’attuazione della Costituzione. Ecco perché il principio di concorrenza, creando monopoli, è criminale e deve essere espunto dal nostro ordinamento.

 

Stefano Rosati

 

 
Effetti della prossima guerra PDF Stampa E-mail

23 Dicembre 2018

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Da Comedonchisciotte del 21-12-2018 (N.d.d.)

 

Non passa un mese, a volte neanche una settimana, senza che un media evochi i rischi di guerra. Ricavando le lezioni da secoli di storia, e in particolare per la Francia da annate come il 1870, il 1914 -18 o il 1939-1945, i nostri insostituibili mezzi di comunicazione possono presentare il nemico: la Russia. La Russia, il più grande paese del pianeta, probabilmente uno dei più ricchi di materie prime, chiaramente abitato da una popolazione insufficiente, che essendosi ritirata dall’Europa dell’Est dopo avervi combattuto e vinto il fascismo, adesso sognerebbe di invadere tutta l’Europa per distrarsi un po’; la Russia, potenza militare di primo piano e che per secoli non è mai stata vinta in casa sua. Poche persone si stupiscono di questo continuo ritornello di canti guerrieri, ma sappiamo veramente che cos’è la guerra? […] Quando ci promettono la guerra, quell’azione sempre rapida grazie alla quale noi trionferemo senza fatica dei peggiori nemici, che cosa significa per davvero?

 

Immaginiamo delle bombe che atterrano sulle nostre centrali elettriche. Per cominciare, delle bombe sulle nostre centrali nucleari. Ecco saremo proprio comodi in una situazione che ci metterebbe alle prese con i nostri propri prodotti radioattivi sparsi un po’ dovunque. Non ci sarebbe più bisogno di riciclare i rifiuti, sarà tutto il paese che dovrà essere riciclato. E non bisognerà trovarsi troppo vicini a una centrale nucleare e che il vento soffi nella direzione giusta. Quanto alle conseguenze dirette: niente elettricità. Ovvero niente più divertimento radiotelevisivo; niente più internet; niente più portatili e tablet; niente più collegamenti a distanza, tutte le macchine elettriche della casa immediatamente in panne. Senza elettricità vuol dire non potersi più scaldare per la maggioranza di noi. Se la guerra viene d’inverno, bisognerà comprare delle coperte e se mancano bisogna sperare di non essere anche in guerra contro la Cina che le fabbrica. Se avete dei pannelli solari, forse siete salvi, ma sbrigatevi almeno ad andare a comprare del materiale a 12 volt, perché non ce ne sarà per tutti: non si immagazzina più niente da molto tempo, e voi sapete dove è sostanzialmente fabbricato. Senza elettricità, niente acqua nelle cisterne e niente acqua al rubinetto. Chi si sacrificherà per andare a cercare i 200 o 300 litri quotidiani “necessari”, alle nostre famiglie moderne? e dove andrà? anche gli idranti antincendio non funzioneranno più. Se ci sarà ancora un po’ di elettricità sarà consumata dalle chiamate telefoniche dei consumatori furiosi. Immaginate che qualche bomba caschi su qualche punto di rifornimento di carburanti, quelli che i camionisti bloccavano quando erano in sciopero: niente carburante; niente più spostamenti in camion o in macchina; niente più trasporti di merci e ben presto niente più prodotti nei supermercati. Qui cominciamo ad arrivare all’essenziale. Dove trovare gli alimentari? Il congelatore (in panne dopo il taglio totale di elettricità) permetterà di resistere per quanto tempo? Il felice proprietario di un giardino si dedicherà alla coltivazione delle patate? Quante ne servono per nutrire una famiglia? E come si fa, e quanto bisogna aspettare? L’allevamento dei conigli e la fabbricazione del paté? Tra l’altro, che cosa mangia un coniglio se non abbiamo più le crocchette del supermercato? E il mio gatto che non avrà più il suo menu a tre stelle, che cosa diventerà quando avrà fame?

 

Quello che i media dimenticano di dire, è che durante l’ultima guerra si crepava di fame nelle città. La popolazione delle campagne allora era numerosa e gli abitanti delle città facevano decine di chilometri in bicicletta, senza pedalata assistita, per andare a cercare in campagna del cibo. Ma nelle nostre città diventate tentacolari, circondate di campagne desertificate o saccheggiate sostanzialmente dall’agricoltura industriale, come trovare il cibo se non ci forniscono tutto? I cetrioli spagnoli, le mele neozelandesi, la carne dell’Europa dell’Est, è lunga andarci in bici. Come fare? Niente elettricità, dunque bucato a mano. Bisognerà chiedere alla nonna come si fa. Speriamo anche che vi siano riserve sufficienti di carburante e altre cose negli ospedali perché altrimenti, senza energia e senza approvvigionamenti, le urgenze saranno trattate in modo meno allegramente spensierato di quello che ci fanno vedere nelle serie televisive attuali. Senza carburanti, se il posto di lavoro è lontano, quante persone faranno domani decine di chilometri per arrivare al lavoro o per portare i bambini a scuola? dormire al lavoro e i bambini a scuola? Chi custodirà la casa? Senza elettricità, anche la produzione completamente computerizzata avrà Il singhiozzo. Senza lavoro, niente salario. Ma le banche porteranno pazienza per le mungiture.

 

Allora siamo pronti? Per cominciare: niente elettricità, niente riscaldamento, lavarsi con l’acqua fredda se la troviamo, spostarsi a piedi, non più trovare cibo o medicine. Tra la guerra in casa d’altri che guardiamo alla televisione e quella che viene a battere alla nostra porta, c’è una bella differenza! È certo che i nostri “responsabili politici” e i “giornalisti” dei media che sono pronti alla guerra hanno previsto tutto questo da molto tempo, ma noi, come vivremo noi questo? Per quanti giorni accetteremo di abbandonare le nostre comodità perché per esempio un presidente lettone o un responsabile della NATO possa mostrare i muscoli alla Russia o magari alla Cina? Quando la guerra sarà cominciata, forse allora ci ricorderemo dei nostri nonni che non si sono affatto divertiti anche se non erano al fronte, e forse cercheremo di capire, un po’ tardi, come ci hanno fatto arrivare fin lì.

 

Jean Piniarski (Traduzione di GIAKKI49)

 

 
La Valle dei Tromboni PDF Stampa E-mail

22 Dicembre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 20-12-2018 (N.d.d.)

 

A due passi dall’Italia e dal mondo sorge Trombon Valley, cittadella mediatica abitata da intellettuali e assediata da fantasmi plebei. La Valle dei Tromboni è a un tiro di schioppo dalla città dove abita la gente comune ma dista anni luce dalla realtà di ogni giorno. Nella Valle dei Tromboni si denuncia ogni giorno un Paese, un Mondo, abitato da razzisti, guidato da fascisti, percorso da mandrie armate di xenofobi, omofobi, sessisti, nazisti. Nella Valle dei Tromboni suona di continuo il campanello rosso dell’allarme. Se i sovranisti reggono sulla paura, i Maestri Tromboni campano sul Terrore. L’anno che ci sta lasciando è stato l’anno del Trombone: questa speciale etnia ha imperversato su tutte le ruote, tv, giornali, radio, libri, cinema e teatro, facendo capolino nella musica, nel calcio, scuola e università. Ne è nata un’ideologia, il trombonismo, che è una visione del mondo o meglio del condominio applicata al mondo. Chi è il Trombone? Un nemico del presente che teme il futuro e si aggrappa al passato attaccando il trapassato.

 

Uno scrittore che con sprezzo razzista si definisce “geneticamente antifascista”, il tromboniano puro Maurizio Maggiani, espone su la Repubblica la sua Metafisica del Male: “Esco di casa e sento, sottile e ottuso e persistente, il sordo ronzio di un rumore di fondo di infelicità, quest’epoca si è ingravidata di fascismo…” Ho citato la frase più lieve di questa “psicologia di massa del fascismo” fondata sul “suppurare di infelicità” ovunque. Mamma mia, che schifo, è tremendo, non so dove abiti Maggiani, presumo nella stessa località in cui vivono gli altri, a Trombon Valley, a due passi dal mondo reale ma senza mai vederlo davvero. Dostoevskiano il nesso tra infelicità e fascismo, ovunque appaia l’infelicità là sorge un fascista. Leopardi è avvisato. Visibilmente atterrito, Sandro Veronesi ha riassunto dalla Gruber il grido di dolore di Trombon Valley: si comincia con gli slogan razzisti, poi seguono gli atti, le squadracce, i decreti del ministro dell’interno, poi la caccia ai neri e ai migranti, si perseguitano i sinti (forse si riferiva alle case abbattute dei Casamonica), poi sarà la volta dei paralitici… Un horror fantascientifico, ma ambientato dove? Negli studi di Trombon Valley, naturalmente. Nanni Moretti ha trovato il precedente a questo incubo vivente, è il Cile di Pinochet a cui ha dedicato un film di mostruosa attualità. Così cominciò la dittatura, avverte, proprio come sta succedendo ora da noi. Così cominciò è l’incipit di rito quando si vuole stabilire un parallelo con Hitler, con Mussolini, con ogni dittatura, purché nera. Così cominciò prima delle leggi razziali, nota Camilleri, al quale il consenso a Salvini gli ricorda quello a Mussolini. Il popolo infame riacquista virtù quando muta in audience e segue il commissario Montalbano. Perfino Rigoletto di Verdi portato in scena da Daniele Abbado, è stato ambientato ai tempi della Repubblica di Salò e allude all’oggi. Se si porta in scena Enea o Ulisse il tema è i migranti; e così Sofocle, Dante o Shakespeare. Tutto viene ridotto all’oggi, al femminismo, l’omofobia, il razzismo. Vi risparmio le trombonate di Fabio Fazio, i sermoni ispirati di Roberto Saviano, i misuratori di demenza di Michela Murgia, il grido d’angoscia di Paolo Giordano per la diffusione dei calendari del duce (la scemitudine dei numeri primi) e tanti libri, film, autori premiati perché avevano nella trama una trombonata nelle varianti previste. Per non dire dei classici del trombonismo, da Furio Colombo a Oliviero Toscani, da Gad Lerner a Ezio Mauro, de Monticelli e Di Cesare, per non dire dei tromboni istituzionali, tra presidenti in carica o appena scaricati… Gustavo Zagrebelski ha patito e fieramente denunciato nell’arco di dieci anni ben tre dittature parafasciste, quella di Berlusconi, poi di Renzi, ora di Salvini.  I tromboni augurano la morte di un bambino sui barconi pur di inguaiare Salvini (Edoardo Albinati) o auspicano che lui e i suoi finiscano appesi a Piazzale Loreto (Maurizio Crosetti de la Repubblica). Se violentano una donna si augurano che gli stupratori siano italiani (Michele Serra), giammai migranti.

 

Il Trombone ama i migranti e detesta i residenti, idealizza l’umanità e schifa il popolo, simpatizza coi remoti e non sopporta il prossimo in odore di prossimità, cioè i vicini. Tollera le religioni e le tradizioni altrui, schifa le proprie. Detesta il presepe se non allude a un centro d’accoglienza. Insorge se una carota è geneticamente modificata ma inveisce se qualcuno nutre le stesse riserve per l’umanità geneticamente modificata (i transgender). Ama i carciofi a chilometro zero, detesta i paesani a chilometro zero. Ha fastidio per la famiglia, per le campagne in favore della fertilità, se non da uteri in affitto per coppie omosex. Di tutta l’erba del passato e dei classici fa un fascio, riconduce tutto al presente e giudica ogni epoca, ogni civiltà col suo metro piccino. Chiede di cancellare scienziati, artisti e geni del passato se hanno detto o fatto una cosa “razzista”; esige una memoria depurata, una toponomastica etica, riservata alle vittime del Male o agli apostoli del Bene.

 

Come si diventa Tromboni? Quando il mondo non corrisponde alla fessura ideologica del tuo cervello pensi di essere un’Anima Bella caduta in un inferno, ti convinci che il mondo è sbagliato e vuoi convincere gli altri di mobilitarsi contro il diavolo in azione. Stavolta il Male non si insinua dietro gli angoli, non minaccia da lontano: è al potere, è a larga maggioranza, è pop, coincide con la realtà. Per combattere il trombonismo non serve un’ideologia di segno opposto. Serve aprire le finestre, scoprire la realtà con le sue imperfezioni, varietà e dissonanze. Tornare sulla terra.

 

Marcello Veneziani

 

 
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