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Omicidi mirati PDF Stampa E-mail

2 Maggio 2018

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Da Comedonchisciotte del 30-4-2018 (N.d.d.)

 

Circa due mesi fa una notizia ha sconvolto il mondo. Sergej Skripal, ex spia russa che faceva il doppio gioco a beneficio del Regno Unito, è stato avvelenato insieme alla figlia Yulia in un parco di Salisbury. Le autorità britanniche hanno subito puntato il dito contro la Russia ed espulso decine di diplomatici russi come forma di ritorsione per il tentato omicidio. A far infuriare Londra è stato il tentato omicidio (si sa che l’occidente è molto sensibile al valore della vita umana), ma soprattutto l’idea che la Russia avesse osato agire su suolo britannico. Poche settimane dopo si è verificato un altro omicidio, questa volta riuscito. In una strada di Kuala Lumpur, in Malesia, dodici proiettili hanno colpito il dottor Fadi al Batsh, ingegnere elettronico del campo profughi di Jabaliya, a Gaza. I due sicari erano in sella a una moto. Prima è stato detto che si trattava di una Bmw. Poi è arrivata la correzione, era una Kawasaki. Al Batsh aveva tenuto una lezione all’università e, secondo le fonti, si occupava dello sviluppo di armi per conto di Hamas. Tutti gli occhi si sono rivolti subito verso Israele. Eppure nessuno stato ha pensato di espellere un singolo diplomatico israeliano dal suo territorio e nessuno ha criticato Tel Aviv. Per il mondo non è successo nulla. Al Batsh non stato assassinato. La sovranità della Malesia non è stata violata. In fondo perché dovremmo paragonare una spia russa a un ingegnere palestinese, o la sovranità britannica a quella della Malesia?

 

Il sistema dei due pesi e due misure è apparso ancora una volta in tutta la sua evidenza: quello che va bene per Israele è assolutamente vietato per gli altri, perfino per la Russia. I russi sono famosi per i loro omicidi con il veleno. Israele invece è l’unica democrazia del mondo, quindi può anche usare il veleno (come nel tentato omicidio del leader di Hamas Khaled Meshal nel 1997). Israele ha mantenuto una falsa ambiguità sulla vicenda, ma le strizzate d’occhio, gli accenni, le allusioni, i sorrisi e le spacconate non lasciano alcun dubbio: i bravi ragazzi del Mossad hanno colpito ancora. Il ministro Yoav Galant ha dichiarato: “Daremo la caccia a tutti, li seguiremo all’altro capo del mondo”. Israele ha apprezzato questo atto di coraggio, come apprezza sempre l’omicidio degli arabi, soprattutto quando non avviene alla luce del sole, dall’assassinio mirato di Abu Jihad, ucciso a Tunisi nel 1988 davanti alla moglie e ai figli, passando per Sheikh Ahmed Yassin (ucciso a Gaza nel 2004) e Yahya Ayyash (ucciso a Gaza nel 1996) fino a tutti gli omicidi all’estero: un ingegnere palestinese specializzato nei droni a Tunisi, uno scienziato nucleare a Teheran, un alto ufficiale di Hezbollah a Beirut, Samir Kuntar a Damasco e Mahmoud al Mabhuh a Dubai. La Bulgaria è famosa per gli assassini che usano punte di ombrelli avvelenate, ma gli agenti segreti vestiti da tennisti a Dubai sono eroi. Tutti questi atti sono omicidi e gli autori sono assassini su commissione. Qualcuno potrebbe sostenere che gli omicidi fossero giustificati, che abbiano permesso di salvare vite umane o che le vittime meritassero di morire. Ma ciò non toglie che si tratti di omicidi. Gli assassini camminano tra noi. Alcuni hanno fatto carriera.

 

Magari alcuni omicidi rappresentano la realizzazione di fantasie malate. Alcuni erano superflui, perché ogni vittima lascia il posto a un sostituto, solitamente più estremista di chi l’ha preceduto. Tutti gli altri sono semplicemente stupidi. Uccidere Khalil al Wazir, conosciuto anche come Abu Jihad – un gesto considerato il massimo dell’audacia (nel suo letto a Tunisi) e che ha comportato l’omicidio di uno degli importanti leader palestinesi che avrebbero potuto diventare partner di un negoziato – è stata un’idiozia. Moshe Yaalon continua a vantarsene ancora oggi. Israele è orgoglioso di lui. È il genere di omicidio (punizione, deterrenza, prevenzione o vendetta) che di solito viene eseguito dalle famiglie mafiose. Al Batsh probabilmente si occupava dello sviluppo di armi, ma difficilmente possiamo sostenere che meritasse di morire per questo. Nessuno dei fanatici nei mezzi d’informazione e nell’opinione pubblica ha la minima idea di quale fosse il suo lavoro e se meritasse la morte. Non c’è e non ci sarà traccia di un dibattito pubblico sulla vicenda. Possiamo fidarci ciecamente del Mossad. Migliaia di ingegneri israeliani stanno sviluppando armi molto più pericolose e devastanti degli aquiloni di Hamas. Anche loro meritano di morire? I palestinesi avrebbero ragione a volerli uccidere? Uno stato che invia squadroni della morte all’altro capo del mondo non è qualcosa di cui essere orgogliosi. Alla fine queste persone sono soltanto killer su commissione.

 

Gideon Levy (traduzione di Andrea Sparacino)

 

 
Lasciare che la decomposizione prosegua PDF Stampa E-mail

1 Maggio 2018

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Da Rassegna di Arianna del 23-4-2018 (N.d.d.)

 

Si moltiplicano gli episodi di studenti, in genere delle prime classi, cioè adolescenti o preadolescenti, che offendono, minacciano, picchiano, umiliano i loro professori. Ma anche di genitori che aggrediscono i docenti. Sono solo le manifestazioni più appariscenti di una questione che solo apparentemente riguarda la scuola e i giovani, o in particolare l’Italia, ma si innesta nella profonda decadenza del mondo occidentale, il suo lento e inesorabile marcire. Dove tout se tient.

 

1. Il crollo del principio di autorità. Da troppi decenni, direi anzi da un paio di secoli, abbiamo privilegiato la libertà sull’autorità. Ma la libertà è la cosa più difficile da gestire. Del resto l’autorità non esisterebbe da millenni se non fosse necessaria alla convivenza sociale. Lo sapevano molti dei nostri maggiori, da Platone a Dostoevskij, pensatori di cui oggi è perfin difficile immaginare l’esistenza, in un mondo che non pensa più se non in termini scientifici, tecnologici, quantitativi. 2. La graduale scomparsa della famiglia come nucleo essenziale di una comunità, scomparsa che si lega ad un individualismo senza più freni e inibizioni. 3. La necessità assoluta dell’apparire per poter essere in una società dove ci sentiamo tutti omologati, tutti dei ‘nessuno’. Non è certamente un caso che i fenomeni di bullismo, scolastico e non scolastico, non abbiano, agli occhi di chi li compie, valore di per sé ma solo se visualizzati nel mondo globale. 4. Lo strapotere della tecnologia che ha preso il posto dell’umano. Dai robot alle macchine che si guidano da sole a tutto l’enorme complesso dell’intelligenza artificiale. Gli adolescenti poiché più fragili ma quindi anche più sensibili, sono solo la spia più evidente di una tragedia che ci coinvolge e ci travolge tutti.

 

Rimontare la china, a questo punto, è impossibile. Bisogna lasciare che il corpo malato si decomponga ulteriormente fino a diventare cadavere. Solo allora si potrà ricominciare.

 

Massimo Fini

 

 
Chi vuole sabotare l'economia nazionale PDF Stampa E-mail

30 Aprile 2018

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Da Comedonchisciotte del 28-4-2018 (N.d.d.)

 

Il Fondo Monetario Internazionale di Washington, con la sua nota storia di sabotaggi e saccheggi delle economie dei paesi sottomessi attraverso le sue ricette economiche deliberatamente errate, torna ad occuparsi dell’Italia raccomandando di aumentare le tasse sul risparmio, sulla casa, sui consumi per alleggerire quelle sul lavoro. È la medesima ricetta che il FMI attraverso il governo Monti impose nel 2011, producendo il crollo del PIL, del mercato immobiliare e dei consumi, in particolare svalutando il patrimonio immobiliare italiano di circa il 30%, ossia di oltre 2000 miliardi di euro. Più tasse su risparmio, immobili e consumi comportano riduzione della domanda interna e fuga dei risparmi e degli investimenti verso l’estero. Ecco l’obiettivo del Fondo Monetario Internazionale. Pensateci bene: se grazie alla riduzione delle tasse sui redditi di lavoro vi ritrovate con più reddito disponibile e insieme con un’IVA più alta, con tasse patrimoniali aggiuntive sulla casa e sugli investimenti immobiliari, che cosa fate? Non vi viene certo voglia di aumentare i consumi e gli investimenti di risparmio. Invece vi viene voglia di portare i soldi all’estero. E se invece il taglio delle tasse sul lavoro vi consente semplicemente di ottenere un impiego sufficiente a mantenervi coi magri salari che oggi vengono concessi, che cosa comprate? Comprate i prodotti che costano poco venduti nei discount, prodotti che vengono dall’estero, quindi i vostri soldi egualmente finiscono all’estero. Come con le rimesse degli immigrati. Tutto contribuisce a decapitalizzare l’Italia. Tutto questo porta a minor domanda di beni e servizi prodotti in Italia, quindi a recessione indotta dal calo della domanda interna e degli investimenti interni. Al contrario, da sempre, ciò che fa ripartire l’economia, l’occupazione, i consumi, e soprattutto la domanda di beni e servizi prodotti nel paese, è il mercato immobiliare, le costruzioni, l’arredamento, l’impiantistica, la progettazione, etc. L’Italia ha avuto i suoi migliori periodi di espansione quando avveniva proprio questo, l’investimento nel mattone da parte delle famiglie e delle imprese, che poi usavano i beni immobili come garanzia accettata dalle banche per finanziare l’acquisto di beni di consumo e strumentali, l’apertura di nuove aziende, la crescita. Ma le banche accettavano in garanzia i beni immobili quando gli immobili non erano tartassati dal fisco.

 

È questo il senso malizioso della politica raccomandata dal Fondo Monetario Internazionale in passato come oggi: sabotare l’economia nazionale, impoverire, trasformare radicalmente l’Italia in territorio decapitalizzato e indebitato, passivo serbatoio di manodopera mal pagata (alimentato da scadente immigrazione) e sfruttata a disposizione della grande industria straniera, soprattutto tedesca, che si trattiene tutto il profitto della filiera. Un paese schiavo del debito pubblico e privato, gestito da una classe dirigente ad alta vocazione parassitaria alleata con gli interessi stranieri e che trae il grosso dei suoi consensi dalle regioni e dalle categorie che vivono di trasferimenti a carico delle aree produttive.

 

Questo è lo spirito del governo servile che si sta cercando di impiantare a Palazzo Chigi con un inciucio M5S-PD. Il M5S ormai, al di là dei suoi programmi, deve la sua forza elettorale a un voto motivato in gran parte da aspettative assistenzialistiche (reddito di cittadinanza, rectius di sussidio a chi risulta disoccupato, trasferimenti meridionalisti), quindi è legato a quelle aspettative; anche il PD deve la sua residua forza a categorie ampiamente improduttive e ai legami col mondo bancario. La sinergia tra questi due partiti sarà quindi necessariamente nel senso di aumentare la tassazione e i trasferimenti, oltre che di obbedire alle richieste della c.d. Europa e dei c.d. mercati. E di proteggere il passato bancario di molti uomini del PD […]

 

Marco Della Luna

 

 
Profitti privati e socializzazione delle perdite PDF Stampa E-mail

29 Aprile 2018

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Da Appelloalpopolo del 23-4-2018 (N.d.d.)

 

Come durante la crisi bancaria tra il 2008 e il 2011 dovuta al debito privato, anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un fallimento di tipo imprenditoriale che coinvolge stavolta l’ex azienda di stato ENEL chiamata ora Servizio Nazionale Elettrico. Se accettiamo infatti il principio della concorrenza come ci viene predicato ormai da decenni, tali aziende dovrebbero semplicemente andare incontro ad un inevitabile rischio di fallimento a prescindere dal tipo di difficoltà riscontrata, e lasciare che il mercato poi provveda a sostituirle con soggetti economici più efficienti. Così avviene quando ad esempio clienti insolventi lasciano in panne liberi professionisti, artigiani e PMI, vuoi perché la domanda interna è calata; oppure a causa dei ritardi di pagamento da parte della PA; oppure perché il consumo si rivolge verso mercati esteri più favorevoli. Trattandosi di soggetti privati, in tutti questi casi però agli imprenditori non viene mai concesso di distribuire le loro perdite in maniera aggregata. Viceversa, quando sopraggiunge per loro il momento di evitare il crack si aprono alcuni scenari piuttosto impervi che molti italiani si sono trovati ad affrontare spesso da dieci anni a questa parte: a) l’impresa può procrastinare lo stato di fallimento promulgando i prestiti bancari nell’attesa che, nel breve \ medio periodo, l’economia torni ad essere anti-ciclica. Eppure, come abbiamo visto, la domanda interna è asfittica ormai dal 2008 e non accenna minimamente a risalire; b) l’altra opzione può consistere nelle delocalizzazioni. Non si tratta però di una scelta alla portata di tutti in quanto coinvolge quelle imprese che si trovano ancora nella condizione di poter investire col fine di trasferire impianti e strutture altrove. Di solito tuttavia molti imprenditori si accorgono che la situazione è precipitata dopo che hanno già impiegato tutti i loro risparmi per resistere alla crisi; oppure sono aziende di dimensione modesta, e perciò molto difficilmente riescono a percorrere questa strada. Artigiani e liberi professionisti sono ovviamente esclusi a priori da questa possibilità; c) altri sperano infine che la propria azienda indebitata venga rilevata da altre imprese (spesso di provenienza estera) in modo da essere assunti dai nuovi proprietari come dipendenti, accettando in cambio licenziamenti e un peggioramento generalizzato delle condizioni di lavoro. Dunque, qualora liberi professionisti, artigiani e imprese, non fossero in grado di accedere a nessuna di queste opzioni, la chiusura dell’azienda sarebbe inevitabile, e con essa verranno meno ogni volta anche i loro gettiti fiscali.

 

Ovvio che questo non può essere lo scenario dell’ENEL, azienda di importanza strategica nazionale. La gestione dell’energia elettrica fa parte di quei famosi assets che furono saggiamente nazionalizzati durante la ricostruzione nell’immediato dopo guerra, proprio perché in nessun caso si poteva rischiare che divenissero l’oggetto arbitrario di un fallimento da parte del mercato. Insolvenza o meno, un paese industrialmente avanzato non può permettersi di rimanere privo di energie, materie prime, servizi essenziali, banche. E, come è accaduto a suo tempo per MPS, nel caso dei prestiti non ripagati, l’ammanco delle bollette dovrebbe essere compensato quanto meno da una spesa elargita dallo Stato. Al contrario, la decisione del Tar, non solo va contro un’insensata aprioristica preclusione dell’intervento pubblico, ma anche contro i principi di efficienza e meritocrazia. Infatti, nella necessità di far rispettare le regole della concorrenza europea, il Tar legittima lo scoperto di bilancio di un’azienda privata come si trattasse di un’impresa pubblica mediante la socializzazione delle perdite. Come sappiamo, anche nel 2011 Monti recuperò 4 miliardi di euro con una manovra finanziaria ‘lacrime e sangue’ che aveva drenato i risparmi dei cittadini italiani per salvare MPS dalla mancata restituzione del credito che aveva concesso ai propri clienti nonostante gli errori d’investimento che tale azienda aveva commesso. Quindi, adesso come allora, un’impresa inefficiente ha potuto scaricare i suoi problemi su dei contribuenti sani.

 

Si tratta di un’ingiustizia sociale oltre che economica: 1. Innanzitutto, così facendo si danneggia il risparmio del settore privato (di famiglie e di imprese) il quale, viceversa, dovrebbe essere tutelato dall’articolo 47 della Costituzione; 2. In secondo luogo, banche commerciali, insieme ad un certo tipo di impresa privata vengono avvantaggiati rispetto agli altri soggetti economici. Ovvero, assistiamo all’incredibile paradosso per cui un’impresa consegua profitti privati quando l’economia è a suo favore, sottraendo i suoi introiti alla collettività (es: riguardo le decisioni sugli investimenti e la sottrazione dei ricavi alla pubblica utilità); mentre, durante le fasi di crisi, gli viene permesso di socializzare le perdite come si trattasse a tutti gli effetti di un’impresa pubblica. Così facendo si dà luogo ad una divisione in classi sociali in conflitto fra loro che con la restaurazione liberale degli anni ’80 non è mai venuta meno. Anzi, si è ampiamente divaricata favorendo, come in questo caso, una illegittima posizione di rendita di cui beneficia un soggetto privato parassitario.

 

Dunque, o si accetta il fatto banale quanto scontato che un asset strategico debba necessariamente realizzare deficit di spesa al fine di garantire un servizio d’interesse sistemico, e perciò rinazionalizziamo ENEL. Ma in questo modo dobbiamo anche metterci nell’ordine delle idee che dobbiamo abbandonare i vincoli di bilancio europei mediante il recupero di un’autonomia di finanziamento da parte del Tesoro verso le imprese pubbliche che, mediante il monopolio sull’emissione di nuova valuta, non vada a scapito né del risparmio delle famiglie né di quello delle imprese; oppure dovremmo continuare a legittimare aziende private truffa come Servizio Nazionale Elettrico la quale, per mantenere una posizione di rendita, deve mandare puntualmente in crisi il tessuto sociale e produttivo dell’intero paese.

 

Jacopo D’Alessio

 

 
Impero in bancarotta PDF Stampa E-mail

28 Aprile 2018

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Da Comedonchisciotte del 24-4-2018 (N.d.d.)

 

I tempi sono cambiati e l’America non riesce più a proiettare la sua forza militare come aveva fatto in Iraq. Quei giorni sono finiti.

 

Per tutti gli ultimi 500 anni, le nazioni europee, il Portogallo, l’Olanda, la Spagna, la Gran Bretagna, la Francia e, per poco tempo, la Germania, sono state in grado di saccheggiare una buona parte del pianeta, proiettando oltremare la loro potenza navale. Dal momento che la maggior parte della popolazione mondiale vive sulle coste e commercia via mare, navi da guerra, sbucate di colpo dal nulla, potevano tenere alla loro mercé le popolazioni locali. Le armade potevano saccheggiare, imporre tributi, punire i riottosi, e poi usare i frutti di quei saccheggi e di quei tributi per costruire ancora più navi, aumentando così l’estensione dei loro imperi marittimi. Tutto ciò ha consentito ad una piccola nazione, con poche risorse naturali e scarse caratteristiche positive, che non andavano oltre una estrema testardaggine ed una pletora di malattie contagiose, di dominare il mondo per mezzo millennio. Gli ultimi eredi di questo progetto imperiale marittimo sono gli Stati Uniti, che, con l’aggiunta in tempi recenti della forza aerea e con la loro flotta di gigantesche portaerei e con il loro enorme complesso di basi militari su tutto il pianeta, dovrebbero essere in grado di imporre la Pax Americana al mondo intero. O, piuttosto, sono stati in grado di farlo (solo) nel breve periodo di tempo intercorso fra il collasso dell’Unione Sovietica e l’ascesa di Russia e Cina al rango di nuove potenze globali, con l’acquisizione, da parte loro, di nuove tecnologie antiaeree ed anti-nave. Prima del collasso sovietico, l’esercito americano, di solito, non osava minacciare direttamente le nazioni a cui l’URSS aveva garantito la sua protezione. Nonostante ciò, usando la propria potenza navale per controllare le rotte di transito del greggio ed imponendone il commercio in dollari americani, [gli Stati Uniti] sono riusciti a vivere al di sopra dei propri mezzi vendendo titoli di debito denominato in dollari e costringendo le altre nazioni del mondo ad investire su di essi. Hanno importato tutto quello che volevano usando moneta a prestito, esportando contemporaneamente inflazione, espropriando i risparmi della gente in tutto il mondo. Nel frattempo, gli Stati Uniti sono arrivati ad avere un debito nazionale assolutamente stupefacente, oltre ogni cosa mai vista prima, in termini assoluti o relativi. Quando questa bomba del debito alla fine esploderà, spargerà la devastazione economica ben oltre i confini americani. Ed esploderà, una volta che la pompa dei petrodollari, imposta al mondo dalla superiorità navale ed aerea americana, smetterà di funzionare.

 

La nuova tecnologia missilistica ha reso possibile sconfiggere un impero navale spendendo molto poco. Fino ad ora, per combattere una battaglia navale, bisognava disporre di navi che surclassassero quelle del nemico in velocità e potenza di fuoco. L’armada spagnola fu colata a picco da una armada inglese. Più di recente, ciò ha significato che solo quelle nazioni che disponevano di un apparato industriale paragonabile a quello degli Stati Uniti potevano anche solo pensare di contrastarli militarmente. Ma ora tutto questo è cambiato: i missili russi possono essere lanciati da migliaia di chilometri di distanza, sono inarrestabili, ne basta uno per affondare un incrociatore, solo due per una portaerei. Adesso si può colare a picco l’armada americana senza neanche averne una propria. Il rapporto fra le economie (o gli stanziamenti per la difesa) di America e Russia è irrilevante: i Russi possono costruire molti più missili ipersonici, molto più in fretta ed in modo molto più economico di quanto possano fare gli Americani con le portaerei. Ugualmente significativo è lo sviluppo delle nuove capacità della difesa aerea russa: i sistemi S-300 e S-400 che, in pratica, sono in grado di sigillare lo spazio aereo di una nazione. Ovunque vengano dispiegati questi sistemi, come in Siria, le forze armate statunitensi sono costrette a rimanere al di fuori della loro portata. Vista la rapida erosione della loro superiorità navale ed area, tutto ciò a cui gli Stati Uniti possono ora ricorrere militarmente è l’utilizzo di grossi corpi di spedizione, un’opzione politicamente sgradita e che ha già dato prova di inefficacia in Iraq ed in Afganistan. C’è anche l’opzione nucleare e, anche se non è prevedibile che l’arsenale nucleare possa essere neutralizzato in un prossimo futuro, le armi atomiche sono utili solo come deterrente. Il loro valore effettivo è quello di impedire che l’escalation bellica superi un certo limite, ma questo limite è oltre l’eliminazione della dominanza globale navale ed aerea americana. Le armi nucleari sono molto peggio che inutili se servono solo ad aumentare la propria aggressività nei confronti di un oppositore che dispone di armi atomiche; sarebbe inevitabilmente una mossa suicida. Quello che gli Stati Uniti si trovano a dover affrontare ora è essenzialmente un problema finanziario, dovuto ad un debito impagabile e ad una pompa della ricchezza che sta perdendo colpi e dovrebbe essere maledettamente ovvio che far scoppiare delle bombe atomiche da qualche parte nel mondo non risolverebbe i problemi di un impero che sta andando in bancarotta. Gli eventi indicatori di cambiamenti mondiali vasti ed epocali appaiono spesso insignificanti se visti al di fuori del loro contesto. Il passaggio del Rubicone da parte di Giulio Cesare era stato solo l’attraversamento di un fiume; l’incontro e la fraternizzazione delle truppe sovietiche ed americane sull’Elba era stato, relativamente parlando, un evento minore, neanche lontanamente paragonabile all’assedio di Leningrado, alla battaglia di Stalingrado o alla caduta di Berlino. Sono stati però il segnale indicatore di cambiamenti epocali nel panorama storico. E forse abbiamo assistito a qualcosa di simile, con la battaglia, pietosamente minuscola, del Gouta Orientale in Siria, dove gli Stati Uniti hanno utilizzato un fittizio attacco di armi chimiche come pretesto per lanciare un attacco, altrettanto fasullo, contro qualche base aerea ed alcuni edifici in Siria. Tutto l’apparato della politica estera statunitense ha voluto dimostrare di avere ancora una voce in capitolo ed un ruolo da interpretare, ma quello che è successo in realtà è stato solo la dimostrazione che la potenza aerea e navale degli Stati Uniti è assolutamente insignificante.

 

Naturalmente, queste sono notizie terribili per l’esercito degli Stati Uniti e per l’apparato della politica estera, così come per tutti quei congressisti americani nei cui distretti operano fornitori di materiale bellico o sono dislocate basi militari. Ovviamente è anche una pessima notizia per i contractors della difesa, per il personale delle basi militari ed anche per tanti altri. È una notizia orribile anche dal punto di vista economico, dal momento che la spesa militare è l’unico stimolo economico di una certa efficacia che il governo degli Stati Uniti è politicamente in grado di attuare. Gli “shovel-ready jobs” [posti di lavoro per progetti immediatamente cantierabili] di Obama, se vi ricordate, non avevano fatto nulla per prevenire la caduta del tasso di partecipazione al lavoro, un eufemismo per indicare l’inverso del tasso di disoccupazione reale. C’è anche il meraviglioso progetto di coprire di soldi lo SpaceX di Elon Musk (continuando allo stesso tempo a comprare i motori razzo, di importanza vitale, dai Russi, che però stanno ora pensando di bloccare le loro esportazioni verso gli Stati Uniti, come ritorsione per le ulteriori sanzioni americane). In breve, togliete lo stimolo delle spese militari, e l’economia degli Stati Uniti farà un sonoro “pop!” seguito da un lento sibilo. Non c’è bisogno di dire che tutte le persone coinvolte faranno del loro meglio per negare o celare il più a lungo possibile il fatto che la politica estera americana e l’apparato della difesa sono stati neutralizzati. La mia previsione è che l’impero navale ed aereo americano non cadrà per una sconfitta militare e neppure, una volta che ne sia stata compresa l’inutilità, verrà smantellato; sarà invece costretto a ridimensionare le sue operazioni a causa della carenza di fondi. Ci potrà essere ancora qualche sonoro “bang” prima che si arrenda, ma quello che udremo sarà soprattutto un sacco di piagnistei. Così se ne andò l’Unione Sovietica, così se ne andranno anche gli Stati Uniti.

 

 Dmitry Orlov (traduzione di MARKUS)

 

 
Trasparenza è inconsistenza PDF Stampa E-mail

27 Aprile 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 24-4-2018 (N.d.d.)

 

Non è vero che la società in cui viviamo, quella della tarda modernità occidentale, non abbia bandiere o valori. Una ce l'ha, e la agita in ogni momento. È quella della TRASPARENZA. Ci sono assessorati, ministeri alla trasparenza, e poi naturalmente premi, benemerenze etc. Dai nostri dirigenti politici e dalla maggior parte degli opinionisti la Trasparenza è considerata un valore civico, una qualità morale, un principio estetico, uno stile di comportamento: ciò che è buono e apprezzabile è "trasparente". Una parola che ci fornisce già un'informazione importante: si tratta di qualcosa di assolutamente innaturale. Chiedendocela, promuovendola, ci viene richiesto di adottare una qualità fabbricabile artificialmente, ma che non esiste in natura. Nel mondo vivente, naturale, non c'è infatti nulla di trasparente. Tutto ciò che vive ha in sé un nucleo opaco, di spessore variabile, all'interno del quale si trovano di solito organi e funzioni vitali. La vita non è trasparente e i suoi aspetti più delicati hanno bisogno di involucri, spessori e opacità protettive. Ciò è naturalmente interessante per la mia professione di psicoterapeuta dove appare chiaro che quando qualcuno adotta comportamenti e forme di vita assenti in natura ha maggior probabilità di sviluppare disturbi psicologici di chi si attiene alle abitudini e manifestazioni del mondo vivente. Infatti coloro che di solito si autodefiniscono "trasparenti" non sembra stiano benissimo. Di solito, come racconta la gran parte della letteratura scientifica, semplicemente mentono. Del resto, spingere qualcuno a esprimere qualità assenti in natura, è in genere un'istigazione all'ipocrisia: e così fa la nostra benemerita civiltà. Ma perché lo fa? Perché non ci vuole forti. Infatti quegli spessori, involucri, contenitori più o meno densi che ci rendono opachi, nascondono e proteggono sensori e organi personali e profondi, dove risiedono le nostre forze. Che ogni essere vivente ha bisogno di proteggere dalle aggressioni esterne, per presentarle poi ad altri individui quando si sente sicuro, magari persino amato, e per finalità vitali. Possiamo essere trasparenti quando ciò serve alla nostra vita e quella degli altri, non per una richiesta di un'agenzia impersonale, una moda, o per farci belli su un social network. La vita ha i suoi indispensabili riserbi, mentre questa nostra modernità ha finito (anche per suoi precisi interessi) con l'obbligarci a conformarci ai comportamenti degli altri e a darne scimmiesche e esibizionistiche conferme. Fotografare il piatto che qualcuno ci porta in tavola per pubblicarlo subito su Facebook, invece di guardarlo con attenzione e desiderio, atteggiamenti destinati ad attivare le funzioni di gusto odorato e vista che contribuirebbero efficacemente alla sue digestione, è un'esibizione vanesia, tipica di quel "guardare al di fuori di noi" in attesa di immaginarie gratificazioni (es.: i like degli amici), che (osservava la filosofa Simone Weil) è alla base del nostro malessere e debolezza di cittadini dell'Occidente della trasparenza. […]

 

Questo divieto della consistenza e di contenuti personali, potenziali generatori di valori individuali ed autonomi, questa coazione a mostrare tutto di sé, ha poi come risultato la produzione d'immense zone d'ombra, anche collettive, di cui oggi anche l'attualità è periodicamente costretta ad occuparsi. Come il dark web (l'internet scuro, in cui confluiscono tutte le iniziative "non trasparenti", dalla pornografia più pesante all'organizzazione di eserciti clandestini, reperibili via Internet), alla Shadow Finance, a tutte le altre attività che il codice linguistico e comportamentale del politicamente corretto rende tabù, e in questo modo mantiene lontane dalla coscienza, in questo modo incrementandole e anche proteggendole. L'invito alla trasparenza in realtà esprime comunque un invito all'inconsistenza. Perché però la nostra modernità occidentale ci vuole inconsistenti? Il maggiore forse tra gli studiosi contemporanei della questione, il filosofo e antropologo culturale Byung-Chul Han, dell'Università di Berlino, ritiene che lo faccia per le sue caratteristiche fortemente autoritarie, che preferiscono sudditi deboli a cittadini capaci di critica. Con il suo obbligo di trasparenza la nostra società ha ottenuto un risultato che neppure autoritarismi ipermilitarizzati avevano sperato: che le persone autodenunciassero le proprie inclinazioni più strane e segrete, fotografandole e documentandole in vario modo, come ci raccontano le cronache e le vicende del traffico di dati sensibili tra le communities del web e agenzie specializzate che li rivendono ai potenziali compratori. "L'autoilluminazione è più efficace dell'illuminazione fatta da un altro, perché si unisce a un sentimento di libertà", spiega Han. Naturalmente il passaggio da soggetti autonomi a osservatori e delatori di noi stessi e dei nostri "amici" ha costi sociali, psicologici e fisici, molto elevati. Il primo, triste, è la totale scomparsa di fiducia negli altri. Ognuno controlla l'altro, proprio perché non si fida. E il web diventa strumento di esibizione, lettera di denuncia, controllo, castigo, in "crescendo" deliranti, che spesso si concludono malissimo, come le cronache raccontano. Anche qui, lo psicologo è costantemente alle prese con le devastazioni che l'uso ispirato alla trasparenza obbligatoria di web, internet, e communities, produce nelle relazioni personali e affettive.

 

Nella trasparenza inoltre, qualità innaturale e gelida, inconsistente, finisce ogni amore ed Eros richiude stanco le sue ali potenti. Per muoverle occorrerebbero fantasia, desiderio, intuizione. Tutte cose tutt'altro che trasparenti, intraviste nella penombra, nell'ambiguità capace di amare più aspetti e di rispettare segreti. La trasparenza, questa perversione oggi obbligatoria e premiata, diventa così responsabile (ad esempio) di molti femminicidi, gesti deplorati da Autorità che contemporaneamente elargiscono le Medaglie alla Trasparenza, il colpevole dei quali non sopporta le ambiguità (spesso immaginate) dell'amata. Ma l'amore, come diceva Georg Simmel fin dal '900, rispetta con delicatezza "la proprietà privata interiore, che limita il diritto alla domanda con il diritto al segreto". Come accade nelle saghe delle Donne Selvatiche, il cui nome deve rimanere sconosciuto. Il vivente non è mai trasparente, caratteristica lucida e anaffettiva. L'amore per l'altro richiede distanza, ricorda Han, e moltissimi altri prima di lui. È necessario (scriveva già Nietzsche) un nuovo illuminismo, che spenga molte luci dannose (anche per risparmiare energie che servono altrove). Trasparente è soltanto l'immagine pornografica, concorda tutta la cultura contemporanea che si è occupata della questione, da Jean Baudrillard a Walter Benjamin a Giorgio Agamben. Liberateci quindi, senza ulteriori ipocrisie, dall'appiccicosa fandonia della trasparenza.

 

Claudio Risé

 

 
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