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Perseguitato politico PDF Stampa E-mail

21 Maggio 2017

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Come se nulla fosse, o quasi. La Svezia ha finalmente deciso di ritirare le accuse di stupro contro Julian Assange – che a causa di queste incredibili lungaggini è costretto da quasi cinque anni a vivere segregato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra – e i siti dei “grandi” quotidiani danno la notizia nel modo più neutro possibile.  Il fatto che la cosiddetta inchiesta sia durata addirittura poco meno di sette anni, prima di riconoscere che era il caso di lasciar perdere, è presentato come un mero dato di fatto. Sette anni, settanta, settecento: a loro che gliene frega, visto che si tratta della vita di qualcun altro, e in particolare di qualcun altro che è inviso ai potentissimi USA?

 

Allo stesso modo, ci si guarda bene dal commentare l’inquietante puntualizzazione della polizia inglese, con Scotland Yard che si affretta a precisare che, nonostante la marcia indietro della Svezia, il mandato di arresto a carico del fondatore di Wikileaks resta in piedi, sia pure per "accuse molto meno gravi".  Ma anche qui, che volete che sia? Per piccole che siano, le violazioni che gli vengono addebitate dagli inquirenti di Sua Maestà, rimangono problemi di Assange: stupido lui, a mettersi contro i padroni del mondo.

 

Federico Zamboni

 

 
Senza Patria, senza Classe, senza Dio PDF Stampa E-mail

20 Maggio 2017

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Da Rassegna di Arianna del 18-5-2017 (N.d.d.)

 

In Francia (e non solo) il vecchio Socialismo è morto. Ad ucciderlo non sono state solo le pessime esperienze di governo, quanto soprattutto l’ambiguità dei suoi leader, esempi viventi dello svuotamento delle appartenenze ideologiche, nell’innaturale commistione tra individualismo borghese e aspettative frustrate di cambiamento sociale. Oggi, nell’immaginario socialista ad avanzare non è più il Quarto Stato, il fronte del lavoro forgiato dai sacrifici, ma il mondo arcobaleno della società gaudente, pacifista (e quindi tutt’altro che disposta ad affrontare la lotta sociale), abortista (e perciò non proletaria), antiproibizionista (e dunque votata alla fuga dal reale), transgender (ed allora condannata ad essere senza identità). In questo socialismo non c’è più spazio per l’Avvenire da conquistare, per i miti dello sciopero generale di soreliana memoria, per la “funzione civilizzatrice” del mondo del lavoro teorizzata da Karl Marx. Ad avanzare è ancora la Rivoluzione dell’89, quella coerentemente individualista, formalisticamente avvinghiata ai diritti dell’Uomo, dove – per dirla con Isaac René Guy Le Chapelier, l’uomo che abolisce il vecchio ordine sociale - “a  nessuno è permesso di ispirare agli altri cittadini un interesse intermediario, di separarli dalla cosa pubblica con uno spirito di corporazione”. Ecco la parola chiave oggi ritornata al centro della vulgata liberal-socialista: “disintermediare”, rompere cioè i vecchi vincoli, le appartenenze tradizionali, i legami sociali, nel segno del neoindividualismo, sradicato e sradicante. Senza Patria, né Classe. Né un Dio in cui credere. Né un’etica a cui conformarsi.

 

Tutto perduto dunque? Tutto destinato alla più grigia omologazione? Al contrario: mentre si sfarinano le vecchie appartenenze una nuova domanda di socialità sembra emergere. Niente a che fare con il vecchio determinismo di classe, con le utopie internazionaliste, con le visioni materialistiche, assiomi di fondo che, nel corso dei secoli, hanno portato – come si è visto – alla sostanziale assimilazione tra   socialismo e liberal-capitalismo. Avanza un nuovo anelito sociale, ancora frammentato e confuso, che parla, malgrado tutto, il linguaggio della solidarietà, sperimenta l’auto organizzazione, traduce in forme associative la domanda partecipativa. Ha base etiche, ma è tutt’altro che astratto. Rivaluta l’identità nazionale, riconoscendo nei territori e nelle comunità di produzione un valore irrinunciabile. Rifiuta l’anonimo potere finanziario, ma non disdegna il confronto con la “controparte”, rappresentata da un capitalismo reale, produttivista, sfidante. Non è un’ideologia codificata, quanto piuttosto una serie di quesiti che attendono risposte sul valore del lavoro, sul recupero delle identità familiari, professionali, territoriali e nazionali, sul senso della democrazia, sugli spazi di una nuova giustizia sociale. Oggi, semplificando, si tende a rinchiudere questo nuovo anelito nel girone del “populismo”. In realtà è il sintomo di una domanda generale di nuove sintesi e di nuovi linguaggi, in grado di superare le vecchie appartenenze novecentesche, riorganizzandole sulla base degli interessi superiori delle collettività, laddove il Socialismo ha fallito ed il neoliberalismo sta creando solo macerie. Il vero problema, preso atto della crisi in atto, è trovare un’Idea capace di coagulare tante aspettative, riuscendo a declinare la forza di un progetto con le speranze della gente.

 

Impresa non facile. Qui più che di filosofi o di politici c’è bisogno di Poeti.

 

Mario Bozzi Sentieri

 

 
Il business della povertÓ PDF Stampa E-mail

19 Maggio 2017

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Da Comedonchisciotte del 18-5-2017 (N.d.d.)

 

Era irrealistico credere che il sistema bancario francese lasciasse gestire la fine, più o meno prossima, dell’euro a Marine Le Pen. Come pure era irrealistico ritenere che, una volta che il sistema bancario francese avesse confezionato un candidato, non lo conducesse poi alla vittoria con largo margine tramite qualsiasi mezzo. Questi “mezzi” potrebbero rimanere per sempre segreto di Stato, anche se in epoca di software informatici non ci vuole un grande sforzo di immaginazione. Il “sovranismo” sconta quindi il suo vizio di origine, cioè quello di non essersi confrontato con il potere suggestivo e illusionistico del denaro. Il “sovranismo” ha puntato sul movimento delle opinioni pubbliche, senza tener conto del fatto che è il denaro a creare l’opinione pubblica, convincendola magari di aver votato come non ha votato. Dall’osservatorio italiano questa saldatura tra banche ed apparati dello Stato non può essere del tutto percepibile, perché in Italia il sistema bancario non ha un potere interno ed internazionale paragonabile a quello del sistema bancario britannico, tedesco o francese. Del resto l’Italia è stata per oltre un quarantennio una potenza manifatturiera, ma non è più stata una potenza finanziaria almeno dai tempi dei Medici. A differenza delle banche italiane, avvolte nel coro del colpanostrismo e prone all’idolo Draghi, le banche francesi hanno aperto un contenzioso giudiziario con la Banca Centrale Europea per contestarne i parametri di solvibilità e di “sofferenza”. La sfida delle banche francesi alla BCE indica chiaramente che sono pronte a cannibalizzare il patrimonio bancario altrui, ma non a farsi cannibalizzare a propria volta.

 

Che in Francia un “banchiere” venisse chiamato a gestire la fine dell’euro, era quindi scontato. Molte delle sbracate aperture di Macron alla Germania, come pure la rispolverata dell’asse franco-tedesco, appaiono quindi come tattica diplomatica, probabilmente mirata a scaricare interamente sulla controparte il fallimento della trattativa. I media nostrani hanno celebrato il presunto nuovo feeling tra la Merkel e Macron, fantasticando su un rilancio dell’Unione Europea e rinfocolando gli entusiasmi europeistici, peraltro presto spenti dalla nuova procedura d’infrazione che la Commissione Europea ha avviato contro l’Italia per le emissioni illegali dei veicoli FIAT in base al consueto criterio dei due pesi e due misure. Di fatto la cancelliera non ha concesso nulla alla Francia; ed è molto dubbio che i mandanti di Macron queste concessioni se le aspettassero davvero. La finanza francese deve avviare una fittizia trattativa con Berlino per far dimenticare la diretta responsabilità francese sia nella nascita dell’euro che nel massacro della Grecia, facendo apparire la Germania come l’unica colpevole dell’euro-disastro. Cosa che non dovrebbe risultare difficile, poiché storicamente i tedeschi sono specialisti nell’arte di addossarsi tutte le colpe. La Francia ha più urgenza dell’Italia a chiudere i conti con l’euro e, a differenza dell’Italia, ha ancora gli strumenti per farlo. Il problema è che la fine dell’euro non comporta affatto la dismissione delle politiche di austerità, cioè di pauperizzazione, poiché queste sono funzionali alla finanziarizzazione dei rapporti sociali. La stessa confezione di Macron contiene una chiara indicazione in tal senso. Macron ha tutte le caratteristiche del candidato artificiale e costruito a tavolino: ha l’aspetto di un attore, somiglia vagamente al Daniel Auteuil di una ventina di anni fa e può vantare anche una biografia trasgressiva ad uso del gossip più progressista. Persino la presenza nel suo curriculum di un’esperienza come dirigente in una delle banche Rothschild potrebbe essere soltanto un fittizio elemento di lustro nella costruzione del personaggio. Ma se i Rothschild non sono stati davvero in passato i datori di lavoro di Macron, lo sono comunque ora, dato che hanno concorso a piazzarlo all’Eliseo. I Rothschild costituiscono un cancro con molte metastasi, quindi esistono più gruppi bancari europei che possono essere fatti risalire ai vari rami di questa famigerata famiglia. Sta di fatto che questa esclusiva dinastia finanziaria non disdegna affatto di impegnarsi in un business solo apparentemente “povero”, ma in realtà ricco di prospettive di profitto, come la microfinanza, cioè il microcredito a famiglie e piccole imprese, con iniziative come il St. Honoré Microfinance Fund. Ciò significa che la pletora di ONG dedite al microcredito ai poveri ha alle spalle i gruppi bancari più potenti. Molti commentatori hanno sottolineato che le ultime elezioni francesi hanno spazzato via il sistema politico tradizionale, sia di destra che di sinistra, quel sistema dedito alla redistribuzione sociale attraverso clientele e welfare. Ciò significa che si prospetta un modello di società in cui il microcredito va a svolgere sia la funzione di business che di strumento di controllo sociale. La caduta tendenziale del saggio di profitto c’entra solo sino ad un certo punto in questa finanziarizzazione dei rapporti sociali. La realtà è che il capitalismo, non appena cessata la minaccia del comunismo, ha potuto ritornare alla sua vocazione originaria del business della povertà; un business già teorizzato da un filosofo vissuto a cavallo del XVII e del XVIII secolo, Bernard de Mandeville.

 

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Elogio dei Sikh PDF Stampa E-mail

17 Maggio 2017

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Da L’intellettuale dissidente del 16-5-2017 (N.d.d.)

 

La sentenza della Cassazione sul caso dell'indiano di religione Sikh, fermato a Mantova perché in possesso di un coltello sacro, ci induce ad una riflessione più profonda sui quei "valori occidentali" che i giudici assurgono a parametro di riferimento.

 

Signori della Corte, avreste la cortesia di spiegarci quali sarebbero i valori dell’Occidente? Scrivono i giudici di Cassazione nella sentenza che conferma un multone da duemila euro comminato nel 2013 ad un indiano risiedente a Goito nel Mantovano, per aver violato i «valori della società ospitante», cioè nostra, indossando il tradizionale coltello “kirpan”: «è essenziale l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che la disciplina».

 

Non bastavano le leggi vigenti in materia di sicurezza, a sanzionare il divieto? Evidentemente, per le solertissime toghe in vena di filosofia etico-politica, no. Hanno voluto renderci partecipi, i sommi ermellini, di aver sposato la tesi secondo cui esisterebbe un “mondo occidentale”, con ben precisi fondamenti ideologici. Precisi? Non si capisce quali siano, almeno per loro. Avrebbero dovuto enumerarli, così da individuare il sacro principio che, in aggiunta al codice, proibisce il sacro pugnale (una delle cinque “K”, gli oggetti di fede che un buon Sikh è tenuto a indossare: il turbante in cui sono raccolti i capelli da tenere lunghi, il pettine per averne cura, un bracciale e indumenti intimi di una particolare foggia). Perché se si comincia a ravanare nella lista di tutti i possibili valori dell’Occidente, ognuno di noi bravi occidentali potrebbe aver da che ridire su quello dell’altro. Per il semplice motivo che il valore di base dell’Occidente è che ciascun individuo abbia e pratichi i propri, con l’unico limite della legge. Che è un limite strettamente giuridico, non etnico. Tanti liberi valori, nessun valore obbligato, né tanto meno obbligatorio. Questo, se vogliamo essere coerenti col sistema in cui viviamo, la democrazia laica e liberale la cui logica di fondo è, purtroppo o no, il relativismo culturale ed etico (e qui sta la sua nemesi, il tarlo che lo corrode). Se invece non ci gusta più, cambiamo sistema, leggi e valori – e noi si sarebbe per cambiarli, ad esser chiari. Ma non facciamo i soliti manipolatori di giornata. I veri politicamente corretti sono stati i gran sacerdoti cassazionisti, riunitisi in sinedrio di certa ideologia fondata in realtà sul vuoto. Fra l’altro, contro i fieri e tranquillissimi Sikh. Ora, se c’è una comunità pacifica, laboriosa, con costumi che dovremmo anzi ammirare (hanno fortissimo il senso dell’onore, e infatti in alcuni luoghi d’inferno soffrono, svolgendo mansioni disonorevoli come trattare la merda di bufala negli allevamenti a Bergamo, o nel farsi di metanfetamina nei campi a Sabaudia), e persino esteticamente bella, nelle folte barbe degli uomini e nell’eleganza delle donne, questa sono proprio loro. Onore e gloria ai Sikh, e abbasso l’Occidente cavo, concavo e ipocrita.

 

Alessio Mannino

 

 
Piccoli numeri PDF Stampa E-mail

16 Maggio 2017

 

Da VICTORY PROJECT del 12 Maggio 2017 (N.d.d.)

 

Così come ce l’hanno raccontata, come l’abbiamo creduta, la democrazia non è mai stata. L’equilibrio al quale anelava, che pensavamo in fieri non s’è verificato. Nei campi aridi dell’avidità, lo spargimento di giustizia è seme che non ha mai attecchito. Pare che il tempo di rodaggio, non solo sia scaduto, chilometri ne ha fatti e ormai si sente odore d’olio bruciato. E chi, con crescente affanno, insisteva a rabboccarlo, si è stancato.

 

Il sistema sta fondendo. Così, come tutti hanno constatato il fallimento del socialismo, come molti quello del capitalismo, ora diviene via via più popolare la consapevolezza che la democrazia non ha il dna perfetto e puro della quale le nostre speranze l’avevano sprovvedutamente investita. La svestizione della maschera ha richiesto il suo tempo. Ora che il re è nudo vediamo che di altra merce si tratta rispetto a quella che volevamo acquistare. […] Sotto il sasso della democrazia hanno potuto radunarsi le grandi, e poche, lobby finanziarie. Hanno potuto organizzarsi e dirigerla. Sono stati bravi. Ben prima della data delle bolle finanziarie, hanno saputo come farci credere a quelle più suggestive e popolari della comunicazione […] presi senza difficoltà, come trote alla pesca sportiva, infilando l’amo ogni volta con nuovi bisogni, appositamente creati per chi non abboccava più a quelli pianificatamente obsoleti. Con argomenti schiaccianti, sono riusciti a farci identificare con l’avere, a farci dimenticare di noi stessi, del nostro essere. Sono riusciti a farci credere che l’orizzonte delle nostre azioni dovesse avere una portata immediata e non più olistica come la tradizione, - ben prima della loro scienza - aveva sempre capito. Come aveva capito che il tempo non è lineare ma circolare. Ci hanno rivelato che l’edonismo aveva maggior valore di un progetto politico dedicato ai nipoti. Ci ha fatto condividere che il business is business è il comandamento della vita, che il dono, l’amore, e il bene comune sono argomenti dei quali si può fare a meno. […] Concentrati sul luccichio di falsi valori - gli stessi, fuor di metafora, già utilizzati con gli indigeni delle Americhe - ci muoviamo entro le mura del nuovo, ma più geniale e coercitivo, carcere virtuale. Non più evidenti sbarre di ferro, dichiarazioni di una libertà sottratta. Ma aria condizionata e comfort, benefit e carriera. In cambio di che? Ma dell’anima, diamine. Tanto che vale? Chi l’ha mai vista? Concentrati su falsi valori, lasciamo perdere senza rimpianti la natura profonda che portiamo. […] Attraverso lo spicchio di realtà che la grande comunicazione non riesce ad occultarci, non è più che banale prospettare un futuro dove le oligarchie non avranno più bisogno di un nascondiglio. Il loro potere, già evidente oggi, governerà gli Stati, che non staranno più sul palco da protagonisti, ma da semplici entità teatrali come lo sono le quinte, le scenografie e le comparse. Si spartiranno il mondo più di quanto non abbiano già fatto. Quanto già siano cartello lasciamolo stimare a chi sa far di conto. Disporranno di eserciti e intelligence, l’egemonia e le guerre li richiedono. Alla bisogna, li affitteranno agli Stati, i quali pur di sopravvivere alzeranno di una tacca ancora l’asticella del proprio debito. Nonostante siano quindi ricattati, saranno contenti per essere stati aiutati a mantenere la democrazia e il privilegio di far parte, sebbene da satellite, della grande famiglia che comanda. Coperti da una propaganda sempre più fondamentalistica, sotto l’intoccabile egida dell’ordine pubblico, i soldati senza patria, guardando al portafogli, spareranno contro i propri simili. Gli individui saranno indotti a scegliere tra le organizzazioni ultrastatali finanziarie o criminali. Entrambe, assai più efficienti dei decrepiti Stati definitivamente avvoltolati nella rete della burocrazia e da quella partitica della malapolitica, come averle all’apertura della caccia. Stati non più in grado di offrire e garantire la bmw a tutti come per un fulgido periodo erano riusciti a fare. Chi resisterà, chi vorrà starne fuori avrà vita dura. Sarà facilmente estromesso dalla società civile, eventualmente gli si organizzerà anche lo spazio per la lotta armata se utile a mantenerlo nel ghetto. Lo si smorzerà per sfinimento. Lo sproporzionato rapporto di forze non ha neppure bisogno d’essere precisato per sapere che andrà proprio così. La sfera di cristallo mostra anche il paesaggio descritto in queste righe. Quello che mi chiedo è come possa funzionare l’alternativa che abbiamo in mente. Quella umana, etica, libera dalla suicida politica della crescita infinita. Me lo chiedo perché se ognuno, nel suo privato, ha certamente molti argomenti per fornire risposte apprezzabili, una volta riunitosi insieme a tutti noi altri, una volta cioè, di nuovo grandi numeri, non più singoli individui o piccoli circoli sodali, non ricreerebbe le dinamiche che ora non tolleriamo? Ovvero, non è proprio dei grandi numeri esprimere tutte le nature, tutte le fette di torta percentuale dove oltre a chi pensa puro necessariamente c’è chi pensa per sé? L’anatomia dei grandi numeri ha sistemi e organi, ovvero dinamiche e ruoli, che individualmente e nei piccoli numeri, come ne fossero embrioni, non si trovano. È un sospetto di peso e sostanza. I piccoli numeri, definitivamente divorati dalle fauci della globalizzazione, non hanno più il solco nel quale sviluppare le loro vite. Un’ondata di liquame li ha riempiti di cultura spazzatura, quella che i jingle ci cantano senza sosta. Quella che Bauman ci ha puntualizzato. Le identità si sono perdute e gli individui hanno conosciuto la disperazione. A questo ci sarebbero forse non facili ma evidenti conclusioni, eppure... Forse sono considerazione nichiliste, più semplicemente diffidenti, più prudentemente allarmistiche, ma come può la vicenda umana svincolarsi dal dualismo, liberarsi anche solo da uno dei propri sentimenti e divenire definitivamente diavolo o dio? Forse la storia è la sola verità e quello che abbiamo è davvero il meglio che possiamo. La storia siamo noi significa anche che a rotazione, perché il tempo è circolare, tutti saremo demoni e dei. Tutti i sentimenti che ci animano, animano tutti. Le istantanee differenze che possiamo cogliere di noi, siano anche etiche, restano quantitative, perché sotto la circostanza giusta, come ebbe a farci presente Stirner, gli interessi personali saranno sempre superiori a quelli ideali, ovvero, saremo noi a utilizzare quel potere verso il prossimo, quello che ora non accettiamo di subire. Forse, alla faccia di quelli che credevano fossero soltanto bombaroli e individualisti, è opportuno recuperare le idee anarchiche. Riconoscere quanto fossero avanti e quanto lo siano ancora. Ancora una volta per primi si sono liberati dell’armatura materialistica e hanno integrato nella lotta a tutto tondo non più solo l’uomo ma dove esso vive, l’ambiente. L’anarchico tende ad essere utopico proporzionalmente a quanto pretendiamo venga fatto per noi, a quanto deleghiamo, a quanto non siamo disposti ad assumerci la responsabilità del cosmo. Diversamente, avremmo una chance.

 

“Ero intelligente e volevo cambiare il mondo. Ora sono saggio e sto cambiando me stesso.” (Paolo Mario Buttiglieri)

 

Lorenzo Merlo

 

 
Minoranze egemoniche PDF Stampa E-mail

15 Maggio 2017

 

Da Appelloalpopolo del 12-5-2017 (N.d.d.)

 

Molti sovranisti si scoraggiano perché osservano che la maggioranza non è informata e spesso non ha le capacità logiche necessarie per informarsi e capire. Sbagliano.

 

Il Risorgimento fu opera di minoranze. L’Italia liberale fu gestita da minoranze. La marcia su Roma fu organizzata da minoranze. Durante il fascismo, l’antifascismo fu minoranza. La resistenza fu un fatto di una minoranza. I vertici di questa minoranza decisero i candidati alle elezioni dell’Assemblea costituente. I partiti della prima Repubblica furono diretti da minoranze ed ebbero ai vertici, per lunghissimo tempo, le stesse persone che li dirigevano nel 1943-45. Il colpo di stato del 1981 fu organizzato e compiuto da una piccolissima minoranza (Andreatta e Ciampi). Il colpo di stato del 1992-1994 (Maastricht) fu organizzato e voluto da minoranze. La gestione distruttiva dello Stato italiano nella Seconda Repubblica è stata voluta e diretta da piccole minoranze.

 

Il problema non è diventare maggioranza. Il problema è sviluppare capacità fino al punto da divenire e restare egemonici. Ovviamente sono capacità che si acquisiscono con il tempo e hanno senso soltanto all’interno di un progetto che guardi alla storia e non alla propria vita, un progetto che si collochi nei tempi storici e sia indifferente alle esigenze individuali degli appartenenti alla minoranza che agisce (Lenin diceva che la rivoluzione russa era stata l’esito di ed era stata preparata da 50 anni di rivolte ribellioni e tentativi di movimenti rivoluzionari).

 

Stefano D’Andrea

 

 
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