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Visione olistica o naufragio del Titanic PDF Stampa E-mail

11 Agosto 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 9-8-2019 (N.d.d.)

 

Circa cinquanta anni fa c’è stato l’inizio di due movimenti: -  Uno, notissimo, è passato sotto il nome di “sessantotto”, dal suo convenzionale anno di nascita, con alcune manifestazioni piuttosto concrete; -  L’altro, passato praticamente sotto silenzio, può essere definito un movimento di pensiero, ma con radici e conseguenze ben più profonde: ce ne stiamo accorgendo solo adesso, soprattutto per alcune manifestazioni molto gravi ed evidenti messe in opera dal Sistema Totale, o, se preferite, dalla Terra.   Proverò a battezzarlo sistemico-olistico, seguendo una definizione di Fritjof Capra. Un’altra denominazione potrebbe essere non-antropocentrico.  Gli obiettivi principali del Movimento del Sessantotto si sono manifestati soprattutto in campo sociale, anche con istanze pacifiste. Su questi punti il Movimento è fallito: le disuguaglianze sociali-economiche sono molto aumentate e ci sono più guerre di prima. Sono aumentati anche il consumo di psicofarmaci e la violenza in genere. […] L’ubriacatura del “progresso” è continuata più che mai, e i Sessantottini sono rimasti completamente antropocentrici. Non si sono mai resi conto che siamo parte di un Sistema molto più grande, cioè la Natura, e che solo se si è pienamente coscienti di questa realtà si può ottenere una vera svolta. Non hanno mai riconosciuto il valore “in sé” degli altri esseri senzienti. In altre parole, non hanno avuto alcun contatto con l’”altro” movimento, di cui farò cenno. […] Il Movimento è poi stato quasi-riassorbito dal sistema industriale-economico, come i movimenti simili successivi, più piccoli e recenti. Forse il Sessantotto, filosoficamente materialista e meccanicista, è stato la massima espressione del nostro grande errore, l’errore antropocentrico: complici non richieste, le tre religioni abramitiche che hanno sempre sostenuto in modo abnorme questo errore.

 

L’altro movimento, ignorato, è nato più o meno nello stesso periodo ed è rimasto sul piano del pensiero e della visione del mondo. Ricordo alcuni eventi di quegli anni e di quelli successivi: -  La pubblicazione del Rapporto I limiti dello sviluppo (1972), unico studio completo condotto con modalità sistemiche, anche se è ancora antropocentrico; -  La pubblicazione del noto articolo di Arne Naess The shallow and the deep  (1973) che costituisce una specie di atto di nascita dell’Ecologia Profonda, e dei libri di Fritjof  Capra (Il Tao della fisica, Il punto di svolta), Gregory Bateson (Verso un’ecologia della mente, Mente e Natura), Rupert Sheldrake (La rinascita della Natura, La mente estesa); -  Il procedere degli studi e delle pubblicazioni sulla dinamica dei sistemi, in particolare dei sistemi complessi e dei fenomeni mentali che ne conseguono, fra cui le pubblicazioni di Ilya Prigogine (La Nuova Alleanza, La fine delle certezze);-  Le scoperte di etologia degli animali non-umani ad opera soprattutto di Konrad Lorenz (Gli otto peccati capitali della nostra civiltà e molti altri) e Jane Goodall; -  La indistinguibilità fra mente e materia conseguente a decenni di studi di fisica quantistica, di fatto ignorati dalla scienza divulgata; -       Gli studi e le pubblicazioni di Stefano Mancuso e di Peter Wohlleben sulla vita emotiva dei vegetali (molto recenti). Ci sono diverse varianti, molte sfaccettature riconducibili (almeno in parte e talvolta un po’ alla lontana) a questo movimento, che non ha ancora trovato una sua unitarietà, una sua azione comune: cito la Decrescita, l’Ecopsicologia, l’Animalismo, il Vegetarianesimo e il Veganismo, l’anti-caccia, il Movimento Zeitgeist, l’adesione a filosofie orientali e native, il cancrismo, l’anti-industrialismo, la critica integrale alla civiltà (Primitivismo), la Permacultura, il Bioregionalismo, la Macrobiotica, la fine dell’economia, l’animismo-panteismo, i dissidenti cattolici (seguaci di Teilhard de Chardin), i credenti nella mente estesa, i movimenti “di transizione”, i recenti movimenti giovanili contro i cambiamenti climatici, e chiedo scusa se ne ho dimenticato qualcuno. Potrebbero trovare una visione unitaria nel quadro dell’Ecologia Profonda, che ammette al suo interno diverse Ecosofie (Arne Naess). Come accennato, numerose tendenze del pensiero scientifico-filosofico attuale (Unità della Vita, Fisica quantistica con fusione mente-materia, dinamica di sistemi, studi sulla mente animale e vegetale, fenomeni mentali nei sistemi complessi, e altri) supportano le idee dell’Ecologia Profonda.

 

Se non si modifica il paradigma cartesiano-newtoniano proprio dell’Occidente degli ultimi secoli, non si ottengono veri risultati duraturi per un cambiamento così profondo da riportarci in equilibrio con il resto del mondo naturale, di cui comunque facciamo parte. Inoltre, non possiamo continuare con il solito linguaggio sociale-economico-politico, ma dobbiamo basarci su un più solido linguaggio scientifico-filosofico. Il Movimento del Sessantotto è rimasto pienamente in questo paradigma totalmente antropocentrico, molto diffuso ma ormai superato, anzi forse il Sessantotto è stata una grande espressione ed esaltazione dell’antropocentrismo. L’altro movimento, quello sistemico-olistico, non-antropocentrico ma ecocentrico, più profondo, più filosofico, ma più lento e ancora in fase nascente, ci lascia qualche speranza, anche se abbiamo poco tempo a disposizione. Bisogna comunque rendersi pienamente conto che l’applicazione del suo sottofondo di pensiero significa la fine della civiltà industriale e la nascita di culture del tutto diverse, con l’eliminazione dell’economia, e forse anche del denaro stesso. Altrimenti non ci resta che metterci sulla tolda del Titanic a goderci lo spettacolo.

 

Guido Dalla Casa

 

 
Un altro imbroglione PDF Stampa E-mail

10 Agosto 2019

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Non cadete nella trappola dell’antisalvinismo come siete caduti in quella dell’antiberlusconismo.  I tirapiedi della carta stampata, spalatori di letame alla Travaglio, sono felicissimi quando abboccate le loro esche.  Vi impediscono di capire cosa sta in realtà succedendo intorno a noi. Salvini non è detestabile perché fa fare un giro al figlio sulla moto d’acqua della Polizia o perché balla e si diverte sulla spiaggia o perché governa a colpi di tweet come pare sia abitudine ormai globalmente diffusa da quando la politica è diventata innanzitutto marketing.

 

Salvini è detestabile perché ha raccolto voti dicendo “No Euro” e reclutando personaggi come Bagnai e Borghi mentre ora continua a ripetere che l’Euro è necessario per proteggere gli interessi degli imprenditori del nord-est italiano (l’unica parte di Italiani che realmente rappresenta). È detestabile perché nonostante gli show mediatici sulle battaglie con le navi ONG, in realtà gli immigrati continuano ad arrivare, e non solo via mare, e in pochi fanno notare che la riduzione drastica del 2018 rispetto al 2017 avvenne quando agli Interni c’era Minniti (che “stranamente” agì in assenza di critiche da parte del PD e di tutti i buonisti). È detestabile perché non si oppone a riforme come il taglio dei parlamentari dimostrando di reputare la democrazia come merce di scambio. È detestabile perché con l’autonomia differenziata vuole dividere l’Italia e gli Italiani in cittadini di serie A e cittadini di serie B in linea con il progetto dell’UE. È detestabile perché con le privatizzazioni e la svendita dei patrimoni statali vuole ridurre la presenza dello Stato nella gestione dei servizi essenziali come auspica ogni buon liberale (ripeto liberale non Sovranista). È detestabile perché con la flat tax aumenterà le disuguaglianze tra i cittadini. È detestabile perché sta imbrogliando gli Italiani, ma ancora più detestabili sono coloro che non se ne accorgono.

 

Fiorella Susy Fogli

 

 
Fine del Sud PDF Stampa E-mail

9 Agosto 2019

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Da Rassegna di Arianna del 7-8-2019 (N.d.d.)

 

Due milioni di ragazzi sono spariti dal sud, titolano allarmati i media. Chi li ha rapiti? L’Anonima Espatri, ossia il Progresso, ovvero la Modernità, cioè la Globalizzazione. È come se fosse sparita una metropoli come Napoli, periferie incluse, ripetono drammaticamente da giorni. Ma scusate, di che vi allarmate e vi lamentate, il vostro è il pianto del coccodrillo. Per anni tutti i media, i salotti e gli osservatori, hanno elogiato i ragazzi che vanno via di casa, che sulle ali di Erasmus e Ryanair, s’involano per i cieli globali e si liberano da quel catorcio che è il loro paese, la loro provincia, la loro famiglia. Me li ricordo gli elogi liberali e radicali, modernetti e progressivi, anzi global, a chi se ne andava. Solo ora capite che la loro fuga non andava vista soltanto dal loro punto di vista singolo e contingente o con gli occhi asettici del modello globale ma andava commisurata alla realtà, al mondo che abbandonavano: da una parte le famiglie, già decimate dalla denatalità, private di figli, di energie dinamiche, depresse di prospettive, abbandonate alla loro desolata anzianità dal divorzio verticale fra genitori e figli. E dall’altra i paesi del sud, abbandonati e disabitati, accartocciati su se stessi, avvizziti; la provincia svuotata, il mezzogiorno intero disertato dai più giovani e più intraprendenti. Avete decretato euforici la necessità di fuggire dal sud – iatavenne! – lo avete considerato un segno di emancipazione e di sviluppo, non rendendovi conto che così veniva decretata la morte a Mezzogiorno, la fine del sud e vorrei aggiungere anche di una cospicua parte della provincia italiana, compresa quella settentrionale. Ai restanti avete mandato come si faceva alle famiglie in lutto, quello che al sud si chiama “il conforto”; cioè la bevanda della nostalgia borbonica, che è innocua e serve solo a dimenticare l’Italia unita, accettando il destino euro-globale: così ai giovani è consigliata la partenza, ai restanti è offerto il rosolio dei borboni. Il sud è ridotto a una rampa di lancio per spiccare il volo e andarsene appena possibile. È come Libia 2, un porto di partenza per migranti equipaggiati di curriculum da far fruttare altrove. Perché qui da noi i titoli, i meriti, le capacità non valgono. Solo ora vi accorgete che istigando alla fuga, avete spento il sud e generato metastasi diffuse in tutto il territorio nazionale.

 

La cosa tragica intorno a questa danza macabra di morti bianche, è l’ingombrante, invadente assenza della politica. Dico ingombrante perché periodicamente il sud viene investito da massicce dosi di cercatori di voti che rimettono al centro la questione meridionale, senza fare poi un beato fico secco. Poco più di un anno fa i campi elettorali del sud sono stati invasi dalle cavallette grilline che hanno preso gran parte dei loro voti nel meridione, annunciando redditi e sostegni; forme nuove dell’antico assistenzialismo clientelare, con benefici a pioggia o a creanza, come nel passato. Hanno piazzato una classe politica in gran parte meridionale, napoletana, ai vertici delle istituzioni. Dall’altra parte tornano alla carica i naufraghi del Pd che ritentano la carta del sud e avendo perso il nord, il centro, la faccia e la linea, ritentano la via della campagna meridionale. Loro che hanno per molti anni governato le regioni del sud e che molte tuttora governano, coi risultati che si vedono. Ma la tendenza alla fuga dal sud prosegue ininterrotta da decenni ed è del tutto impermeabile alle stagioni della politica e ai suoi avvicendamenti. Può stare al governo centrale e locale il centro-sinistra, può stare il centro-destra, possono starci i grillini, ma lo svuotamento è irreversibile, e accade come se fosse scritto dal fato. E se al sud la gente comincia a pensare persino alla Lega, nonostante la matrice nordista e padana e l’ombra per molti minacciosa delle autonomie locali, vuol dire che il sud le ha già provate tutte. E la Lega è l’unica forza in campo non ancora testata. Visto che non funzionano gli indigeni, i romani e gli eurocrati, proviamo coi settentrionali; dopo non potremo che invocare i giapponesi. Anzi, sarebbe bello immaginare che le regioni ricche del nord adottino ciascuna una sorella povera del sud: che so, il Piemonte adotta la Campania, la Liguria la Calabria, la Lombardia la Sicilia, il Veneto la Puglia, il Friuli il Molise, il Trentino la Basilicata…

 

Sappiamo già in partenza che senza un progetto straordinario con poteri straordinari, senza missionari dell’impossibile, non si potrà mai invertire la tendenza, ripopolare il sud (non di migranti, s’intende) e risvegliare la vita e il lavoro in loco. Finita l’era degli insediamenti industriali, boccheggianti le opere pubbliche, negate le premesse sociali e culturali per un rilancio della natalità, a sud resta solo una strada: diventare meta attrattiva per le popolazioni del nord Europa e Italia, anche oriunde meridionali. Trasferirsi a sud, tornare a sud, in età matura o in pensione. Se, poniamo, venissero a vivere a sud due milioni di nuovi/vecchi cittadini al posto dei ragazzi partiti, si potrebbero generare altrettanti posti di lavoro nei settori annessi: commercio e artigianato, opere e infrastrutture, assistenza agli anziani e agricoltura, turismo e cultura, perfino ricreazione. Potrebbe rifiorire la vita. Per invogliare numeri così alti occorrono piani d’incentivazione fiscale, garanzie di sicurezza, standard di efficienza, programmi di rilancio edilizio agevolato nei centri storici. Il sole, il clima, non bastano, l’ospitalità antica delle genti meridionali nemmeno e neanche il costo della vita più basso. Dio sa quanto sia difficile questa strada, ma ce ne sono forse altre, per rianimare e ripopolare il sud, se non la trasfusione di popolo e l’incoraggiamento a procreare? Intanto, evitate di piangere la scomparsa del sud, salvo tentare di estorcere voti e prelevare seggi. Se venite in vacanza al sud non fatevi solo le foto col mare, le bellezze e le masserie. Mettete sul vostro comodino mobile, il display, la foto degli Ulivi morti di Puglia o delle terre un tempo agricole e ora desertificate. Perché le terre come le persone se non sono amate, poi s’ammalano, fino a morire.

 

Marcello Veneziani

 

 
CentralitÓ dell'Egeo PDF Stampa E-mail

8 Agosto 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 6-8-2019 (N.d.d.)

 

In vacanza alle Cicladi o nel Dodecaneso probabilmente i turisti italiani ed europei si rilassano giustamente senza pensieri. Eppure il Mare Egeo è al centro di uno dei più grandi e strategici programmi energetici mondiali che tra l’altro ci riguarda direttamente.  Non solo. La Grecia, un tempo assai filo-araba e filo-palestinese, appare sempre più legata a Israele, alleato di primo piano per contenere le ambizioni della Turchia di Erdogan che, sfidando la minaccia di sanzioni europee, rivendica senza limiti il diritto a esplorare i giacimenti di gas della piattaforma sottomarina di Cipro e della Grecia. E da qualche giorno è scattato da parte greca l’allarme per l’annuncio della Turchia di volere cominciare a metà agosto le esplorazioni in un’area marina che va da Sud di Rodi alla mitica Castellorizo, che per noi significa una parte della nostra storia e anche un Oscar per il film di Salvatores, Mediterraneo.  A niente, per ora, sembra siano serviti gli avvertimenti europei sulla “zona esclusiva” di sfruttamento degli idrocarburi di Cipro e neppure le rassicurazioni del segretario di stato Usa Mike Pompeo: le relazioni tra gli Stati Uniti e la Turchia, membro storico della Nato, attraversano una fase tempestosa per la fornitura dei missili russi S-400 e il contemporaneo congelamento della consegna dei caccia F-35 americani ad Ankara.

 

La posta in gioco nel Mediterraneo sud-orientale è alta. A dicembre del 2017, Israele, Italia, Grecia e Cipro hanno firmato un memorandum d’intesa per la costruzione del gasdotto East-Med. Se realizzato il gasdotto sottomarino East-Med sarà il più esteso e più profondo al mondo: lungo 2.200 chilometri e profondo 3 chilometri. Il costo previsto dell’infrastruttura è di circa 6-7 miliardi di dollari, alto ma certo non impossibile.  Il progetto East-Med è ancora più ampio. Soprattutto se si considerano le connessioni con l’Egitto dove l’Eni ha scoperto il giacimento di gas di Zohr, il maggiore del Mediterraneo. Ma a essere convolti sono anche il Libano e la stessa piattaforma marittima palestinese. E ovviamente in primo piano sono anche la Turchia e gli Stati Uniti. La prima è fermamente intenzionata a reclamare la propria “profondità strategica” nel Mediterraneo orientale e a ribadire le sue rivendicazioni per la comunità turco-cipriota. Washington segue con attenzione tutti gli sviluppi per capire come l’Europa può ridurre la sua dipendenza dalle forniture di gas della Russia, in particolare adesso che Mosca e Ankara appaiono intenzionate a concludere il gasdotto del Turkish Stream per aggirare il passaggio in Ucraina, il nodo internazionale più intricato per Putin che, dopo l’annessione della Crimea, costa alla Russia sanzioni, isolamento e una guerra per procura nel Donbass. Dobbiamo ricordare che l’Europa produce solo un quarto del gas che consuma e ne importa il 75 percento, al punto che la Germania ha da qualche tempo concluso un accordo per la realizzazione del Nord Stream, un altro gasdotto con la Russia che non è per niente piaciuto agli americani. Così osteggiato da Washington che gli Usa hanno costretto la cancelliera Angela Merkel ad acquistare gas liquido americano (più caro e meno competitivo) come compensazione.

 

Insomma davanti alle isole delle vacanze si sta giocando il Great Game, il Grande Gioco del gas e si decidono gli equilibri strategici ed energetici di un futuro che è alle porte. Da noi se ne parla poco o per niente, si preferisce dibattere di una gita galeotta con una moto d’acqua della polizia o di una crociera in pedalò. I nostri protagonisti sono questi. Che tenerezza

 

Alberto Negri

 

 
La Germania in una trappola strategica PDF Stampa E-mail

7 Agosto 2019

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Da Rassegna di Arianna del 4-8-2019 (N.d.d.)

 

Il nuovo scontro tra Stati Uniti e Germania sulla missione marittima nello Stretto di Hormuz (missione pianificata da Washington per impedire che gli iraniani possano minacciare la libera navigazione in quello Stretto, attaccando o sequestrando delle petroliere come ritorsione per il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano del luglio 2015 - ossia dal Joint Comprehensive Plan of Action - nonché per le sanzioni adottate dagli americani contro l’Iran), è certamente un altro segno del deterioramento dei rapporti tra l’America e Unione Europea. Anche se Berlino afferma che questa missione (cui, se ci sarà, non è escluso che anche la Germania possa parteciparvi) non farebbe altro che gettare benzina sul fuoco, in realtà questo scontro tra la Germania e gli Stati Uniti ha un significato che va ben oltre la questione del nucleare iraniano. In gioco, infatti, vi sono interessi economici e questioni geopolitiche più importanti che la divergenza di opinioni sulla strategia da adottare nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran. Per capirlo però occorre fare “qualche passo indietro”.

 

È noto che l’Unione Europea (e in particolare l’euro) avrebbe dovuto essere lo “strumento” politico-economico mediante il quale ancorare saldamente la Germania all’Atlantico dopo il crollo del Muro di Berlino e la scomparsa dell’Unione Sovietica. Invero, la Germania, ottenendo che l’Unione Europea fosse una “unione competitiva europea” anziché una vera “unione politica europea”, ha saputo usare questo “strumento” per diventare una grande potenza economica, caratterizzata da un enorme surplus della propria bilancia commerciale. Si tratta però di una mera crescita economica che, oltre a creare ogni genere di squilibri all’interno della stessa Unione Europea, ha danneggiato non solo i Paesi dell’area mediterranea ma pure l’economia degli Stati Uniti. In pratica, il cosiddetto “neomercantilismo” della Germania ha contribuito a trasformare l’Unione Europea in un mero “aggregato di Stati nazionali” in lotta tra di loro e al tempo stesso ha reso più tesi i rapporti tra l’UE e l’America. Una situazione resa ancora più complicata dalla vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane del novembre 2016, tanto che perfino l’attuale “attrito” tra l’Unione Europea e l’America è – almeno in parte - un “semplice riflesso” del durissimo scontro ai vertici del potere pubblico della grande potenza d’Oltreoceano (peraltro, anch’esso, come l’abnorme espansione della finanza rispetto alle forze produttive, un “segnale dell’autunno” della potenza egemone e indice di quella crisi di “sovraesposizione imperiale” dell’America già ben analizzata, sia pure nei suoi aspetti essenziali, dallo storico Paul Kennedy nel suo famoso libro “Ascesa e declino delle grandi potenze” pubblicato negli Ottanta del secolo scorso). D'altra parte, è innegabile che sia ancora la NATO, ossia l’America, a garantire la sicurezza dei Paesi europei e che se l’UE è una nullità geopolitica e militare anche la Germania è pur sempre un nano geopolitico e militare. Insomma, se sotto il profilo economico l’UE è “egemonizzata” dalla Germania, sotto il profilo geopolitico e militare è ancora l’America che “detta legge” in Europa (né il direttorio franco-tedesco può cambiare granché al riguardo, nonostante la megalomania dell’inquilino dell’Eliseo che si illude che la Francia da sola possa controbilanciare la potenza economica della Germania, dato che la Francia non è una grande potenza, né militare né economica, da oltre un secolo – d’altronde, la stessa force de frappe non è che una forza di “dissuasione nucleare”). Facile quindi capire perché Washington non sia disposta a tollerare una politica economica tedesca che danneggi l’America e che non perda occasione per rammentare alla Germania la sua condizione di “Stato vassallo”.

 

Invero, è la questione dell’atlantismo che è mutata di senso in questi ultimi anni. I dirigenti americani si rendono conto, infatti, che gli Stati Uniti non hanno i mezzi e le risorse per dominare l’intera scacchiera globale ovverosia per dominare l’America Latina, il continente africano, l’area del Pacifico, il Medio Oriente e l’Europa, allo scopo di contrastare l’ascesa della Russia e la Cina (ritenuta ormai anche dai “dem”, ossia i “circoli democratici” del deep State americano, una “potenza maligna”). In questo senso, il neoatlantismo (o neoimperialismo) di Trump si differenzia dall’euro-atlantismo, che è incentrato sul rapporto privilegiato tra America ed UE soprattutto in funzione antirussa. Tuttavia anche Trump, che verosimilmente non è ostile per principio nei confronti della Russia di Putin, sembra “prigioniero” dei falchi del gigantesco Warfare State americano che, come i “dem, ritengono ancora la Russia il nemico principale dell’America e quindi considerano i Paesi dell’UE alleati di fondamentale importanza. In effetti, uno degli scopi principali della NATO è quello di garantire che la Germania non possa varcare la “linea rossa” che separa l’UE dalla Russia. Il rischio, pertanto, secondo i “dem” e gran parte degli “strateghi” americani, è che la politica di Trump possa indebolire la posizione geostrategica dell’America in Europa e al tempo stesso impedire agli Stati Uniti di potere giocare la carta della “pax americana” in Medio Oriente (non si deve dimenticare che sono stati proprio “dem” a volere l’accordo sul nucleare iraniano), creando così una situazione di “caos geopolitico” di cui si potrebbe avvantaggiare solo la Russia. In questo contesto, però è ovvio che il neoatlantismo di Trump costituisca pure una minaccia per la Germania, che grazie all’euro-atlantismo ha potuto conquistare la supremazia economica in Europa ma che non ha certo la “stazza” per confrontarsi direttamente con le grandi potenze (Stati Uniti, Russia, e Cina) e nemmeno la potenza militare per difendere i suoi interessi economici nel caso di un conflitto internazionale “ad alta intensità”. La strategia economica della Germania, imperniata non sulla crescita economica e geopolitica dell’Europa ma solo sulla crescita economica della Germania e sull’espansione ad Est della NATO, si sta pertanto imbattendo nei propri limiti, tanto che la Germania rischia di finire in una “trappola strategica”. Difatti, la stessa espansione ad Est della NATO rende praticamente impossibile la formazione di un asse geopolitico russo-tedesco, mentre la russofobia che caratterizza l’euro-atlantismo ha favorito la formazione di un asse russo-cinese. In sostanza, la Germania sembra ritenere di potere da un lato “inglobare” la Russia nello spazio geo-economico egemonizzato dai tedeschi (che si può definire il loro Lebensraum) e dall’altro “condizionare” la politica di Mosca mediante la NATO. Un disegno geopolitico che per realizzarsi esigerebbe non solo che la Russia cedesse alla pre-potenza della NATO ma che la potenza militare dell’America fosse “al servizio” degli interessi della Germania.

 

Ovviamente, sebbene non si possa certo affermare che i tedeschi dopo Bismarck si siano distinti per acume politico-strategico, anche i dirigenti tedeschi sono consapevoli dei rischi che corre la Germania per la sua debolezza geopolitica e militare. Tuttavia, questo non significa affatto che la Germania sia pronta a “smarcarsi” dagli Stati Uniti per trasformare l’Unione Europea in una grande potenza economica e militare. Questo è solo il “sogno” di coloro che pensano che le lancette della storia si siano fermate nell’agosto del 1939, cioè allorché fu firmato il patto Molotov-Ribbentrop. Di fatto, la Germania in questi anni si è solo limitata  a trarre il maggior profitto possibile dal declino relativo della grande potenza d’Oltreoceano, cercando sì di fare “affari” anche con la Russia, ma nel contempo adoperandosi in ogni modo per rafforzare l’area baltica, notoriamente la più russofoba d’Europa, a scapito di quella mediterranea (tanto da osteggiare il gasdotto South Stream per potere raddoppiare il gasdotto Nord Stream e diventare così l’unico Paese europeo in cui possa arrivare il gas russo). D’altro canto, non è certo un segreto che Berlino non ne vuole nemmeno sapere di una “visione geopolitica” europea, proprio come non ne vuole sapere di unico debito pubblico europeo (presupposto essenziale per una unione politica europea). Non a caso, perfino per quanto concerne l’accordo sul nucleare iraniano la Germania ha voluto ad ogni costo distinguere nettamente la sua posizione non solo da quella della Francia ma da quella della stessa UE. Ed è anche noto che la Germania vorrebbe, per sé non certo per l’UE, un posto tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Pare lecito dunque affermare che il neoatlantsimo di Trump o, meglio, l’inizio di una fase geopolitica multipolare ha messo in luce la miopia politico-strategica della Germania che in questi anni ha buttato al vento l’occasione per diventare davvero egemone in Europa. Vale a dire che la Germania pare incapace di distinguere tra mero dominio (o supremazia) ed egemonia (nel senso forte del termine, ossia “gramsciano”), mentre la storia dell’Europa prova che nessuna potenza europea è in grado di “dominare” l’Europa (e si badi che senza il rafforzamento dell’area mediterranea non è possibile neppure creare uno spazio geopolitico “eurasiatico”, sia pure multipolare e in sé differenziato), mentre i conflitti o, se si preferisce, la “competizione” tra i vari Paesi europei non può che avvantaggiare una potenza non europea, ovvero gli Stati Uniti. Le conseguenze del fallimento politico-strategico della Germania (che sarebbe il terzo nel giro di un secolo!) potrebbero quindi avere conseguenze disastrose anche per gli altri Paesi europei. Ciononostante, bisogna vedere anche l’altro lato della medaglia, dato che, se il declino relativo degli Stati Uniti sul piano geopolitico ha già portato alla formazione di nuovi centri di potenza sia a livello mondiale (Russia e Cina) che a livello regionale (India, Israele Turchia, Iran, ecc.), la crisi del sistema neoliberale occidentale ha portato alla nascita di forze politiche “populiste” (giacché il “populismo” non è che un effetto della crisi di un sistema politico che non sa risolvere i problemi che esso stesso genera), che hanno già messo forti radici in America e in Europa, benché non si possano definire, a differenza della Russia  e della Cina che sono centri di potenza anti-egemonici, delle forze politiche “anti-egemoniche”. In altri termini, si è in presenza di una fase di transizione egemonica, che è appena cominciata e che, anche se nessuno sa come finirà, probabilmente sarà di lunga durata e contrassegnata da aspri conflitti e perfino da nuove forme di guerra. 

 

In definitiva, si può ritenere che anche la questione tedesca sia solo un aspetto di una questione ben più grande, ossia quella della civiltà europea, che verosimilmente si deciderà in questa fase di transizione egemonica. Non si deve ignorare, infatti, che geo-politica non è sinonimo di politica estera o di relazioni internazionali ma che in primo luogo designa il fatto che l’uomo non può che “abitare politicamente la terra”, ragion per cui non vi è transizione egemonica che non sia contraddistinta dalla nascita di nuovi “paradigmi” culturali e dalla scomparsa di altri. Del resto, che la crisi geopolitica dell’Europa sia anche una crisi della civiltà europea è ormai sotto gli occhi di chiunque, ad eccezione di coloro che non vogliono vedere o che pensano che i problemi si possano risolvere negando la realtà.

 

Fabio Falchi

 

 
BanalitÓ psicoanalitiche PDF Stampa E-mail

6 Agosto 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 3-8-2019 (N.d.d.)

 

Ma cosa vorrà mai dire Mantieni il bacio, questo titolo ermetico dell’ultimo best seller di Massimo Recalcati, guru ufficiale de la Repubblica, che allega il sacro testo in edicola? Allude a Barthes, al suo adorato Lacan o a chissà quali saperi esoterici? E invece no, lo psicanalista dem confessa che l’ispiratrice del suo titolo è la sua trainer di pilates che gli indica una postura tipo “stringi le ginocchia”. Visto il successo del libro, è forte la tentazione di scrivere un saggio analogo intitolato “Annuci il mannile”, una frase chiave del mio barbiere che vuol dire, nell’idioma esoterico del mio paese, cioè in dialetto, “Porta l’asciugamani”.

 

Recalcati in questo libro supera la spietata caricatura che gli fa Crozza quando fa la parodia alla sua psicobanalisi. Spiega il Maestro: “Si parla così tanto d’amore perché nessuno sa cosa sia l’amore”. Ma ora il mistero è risolto, Recalcati ci chiarisce quel che da Platone a Fromm nessuno aveva spiegato. “Il segreto dell’amore duraturo è restare in due”, spiega a noi attoniti per la rivelazione. C’era chi pensava che il segreto dell’amore fosse restare in comitiva o da soli. Invece lui ci svela che in amore si deve restare in due. Fantastico. Si avverte che ha studiato su un testo classico della psicanalisi: Anima mia, dei Cugini di Campagna. Ha poi approfondito il tema specifico del bacio avvalendosi della ricerca del Quartetto Cetra: “Ba-baciami bambina sulla bo-bocca piccolina”. Recalcati svela che “l’amore quando accade scopre una gioia immensa” e questa frase rivaluta d’un botto le frasi dei baci perugina che al cospetto sembrano scritte da Karl Kraus. “Il bacio condensa l’amore”, avverte il Guru; non la pernacchia o il fischio, ma il bacio, mantenetelo a mente. Il Maestro nota acutamente: non c’è bacio nei rapporti con le meretrici. E già, non baci ma soldi pretendono le prostitute. Che roba. “L’amore dura il tempo di un bacio?” si chiede lo Psicanalista Massimo e noi nel dubbio angoscioso che dica di sì siamo costretti a non mollare le labbra di chi amiamo, manco per bere o per respirare. Mantieni il bacio o qui finisce l’amore. Un precursore di Recalcati lo aveva intuito nel millennio scorso, è lo studioso Adriano Celentano quando teorizzò 24mila baci. Però non si deve diventare serial kisser (baciatore seriale), ma mantenere un solo bacio infinito. Con una sintesi folgorante lo psicobanalista de la Repubblica spiega: “Se non c’è amore senza che io ti dica ti amo, non può mai esserci amore senza bacio”. Incredibile, nessuno ci aveva mai pensato. Tu che amavi tirandole le orecchie, infilandole le dita nel naso, strusciando la tua schiena sulla sua; no, scemo, dovevi baciare. “Ogni bacio d’amore – insiste l’Oracolo – dichiara sempre e silenziosamente “ti amo”. E voi pensavate che ogni bacio d’amore dichiarasse, che so, “ho una gastroenterite” oppure “mi presti l’accendino?”. E poi, attenzione: “il bacio è possibile perché i due restano due”; e già, se fossero una cosa sola come potrebbero baciarsi? E se fossero quattro, sai che casino, come potrebbero combaciare le otto labbra e mantenere il bacio?

 

Ma Recalcati è anche storico e geologo dell’amore e ci fa sapere che “in ogni epoca e a ogni latitudine la nascita di un amore sfida il tempo”. E io che pensavo che l’amore fosse nato al mio paese nel ’73 quando m’innamorai; invece apprendiamo dal Maestro che s’innamorano tutti, in ogni tempo e in ogni luogo, perfino in Corea. Illuminante. Altri responsi si potrebbero dedurre dalle sue fonti. Per esempio l’amore è volatile, come già sostennero Franco I e Franco IV, colleghi di Recalcati, quando scrissero in un canto: “Ho scritto t’amo sulla sabbia ma il vento a poco a poco se l’è portato via con sé”. Un testo leopardiano sull’amore effimero e sulla labilità di mantenere il bacio sulla sabbia. Labile proviene da labiale, noterebbe Recalcati. O la teoria lacaniana del feticismo in amore elaborata nel trattato canoro di Gianni Meccia: “Il pullover che mi hai dato tu, sai mia cara possiede una virtù. Ha il calore che tu dai a me e io mi illudo di stare in braccio a te”. Un testo proustiano e pascoliano in cui l’innamorato addirittura s’illude di stare in braccio alla sua amata, incurante del suo peso e dell’immagine grottesca di un fidanzato in braccio alla fidanzata. Immagine lacaniana che Recalcati ci spiegherà nel prossimo testo “Mantieni il pupo”. Un altro precursore di Recalcati, il collega spagnolo Julio Iglesias, previene il trauma di essere mollati e avverte: “Se mi lasci non vale”. Teorico dell’amore intramontabile è invece il luminare Piero Focaccia che nel suo testo ricalca Recalcati e afferma: “Per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia stesso mare”. Nel prossimo testo ci aspettiamo che Re-calcati spieghi il significato recondito dell’inno lacaniano-minghiano: “Trottolino amoroso dududù dadadà”.

 

Marcello Veneziani

 

 
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