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Dalla Siria al Venezuela PDF Stampa E-mail

5 Aprile 2019

 

Da Comedonchisciotte del 3-4-2019 (N.d.d.)

 

Pochi giorni fa, con un aereo da trasporto Ilyushin IL-62M oltre cento fra soldati e ufficiali russi sono arrivati a Caracas. Simbolicamente, avevano fatto scalo in Siria, come se avessero voluto ribadire che il Venezuela è il prossimo paese, dopo la Siria, che dovrà essere salvato dalla rovina e dallo smembramento. La missione militare era guidata dal Capo dello Stato Maggiore, il generale Tonkoshkurov (“permaloso”, un nome che avrebbe fatto la felicità di Vladimir Nabokov). “Non pensateci neanche, aveva esclamato John Bolton, ad intromettervi nell’emisfero occidentale! Giù le mani dal Venezuela! È il nostro cortile di casa!” I Russi non sono stati al gioco. Qualche tempo fa avevano cercato di obiettare ai carri armati statunitensi posizionati in Estonia, a breve distanza da San Pietroburgo, e tutto quello che avevano ottenuto era stata una predica sul fatto che sovranità significa sovranità, e che l’Estonia non aveva bisogno di chiedere il permesso ai Russi per ricevere assistenza militare da parte degli Americani. Adesso hanno ripetuto alla lettera questo sermone americano a John Bolton e al suo capo. Per prima cosa andatevene dalla Siria, hanno aggiunto.

 

Questo è un nuovo livello nelle relazioni russo-americane, o dovremmo piuttosto dire confronto. Per molto tempo, i Russi si erano autoconvinti che la loro ammirazione per gli Stati Uniti fosse reciproca, o, almeno, che sarebbe stata un giorno ricambiata. In ogni caso, questo periodo è finito, hanno aperto gli occhi e si sono finalmente resi conto dell’implacabile ostilità dell’America. ‘Questi Russi sono davvero stupidi, se se ne sono accorti solo ora,’ potreste mormorare. Basta leggere i commenti al pezzo del New York Times sulla riabilitazione di Trump da parte di Mueller per rendersi conto che l’odio verso la Russia è l’alimento base delle élite americane, alla pari con l’amore per Israele. Ecco dove siamo. Ma i Russi sono sempre stati di tradizione opposta. I Russi avevano un debole per la grande nazione al di là dell’oceano al tempo degli Zar, nei giorni dell’Unione Sovietica, e, ancora di più, negli anni post-sovietici. A loro piacevano le mirabolanti imprese dell’America, i suoi coraggiosi pionieri, i contadini, il jazz, Hollywood. Paragonavano il motto americano “Giovani, andate all’Ovest” con la loro esplorazione della Siberia. Confrontavano le loro città in rapida crescita con Chicago. Kruscev era rimasto impressionato dalle coltivazioni di mais e aveva invitato il suo popolo a competere pacificamente con l’America. Le classi dirigenti russe istruite all’occidentale (“intellighenzia”) si erano schierate con gli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam e nei vari conflitti in Medio Oriente. Questo amore per l’America era così radicato che non esistevano (praticamente) film russi/sovietici con cattivi americani. Proprio così, non c’è un equivalente agli antagonisti di Rambo o a Igor dei classici horror. Gli americani nei film russi sono bravi ragazzi, con pochissime eccezioni nei film a basso costo. “Non ci fidiamo della Russia, non lo faremo mai. Non saranno mai nostri amici … Li colpiremo tutte le volte.” Queste parole memorabili di Nikki Haley non avevano nessun riscontro da parte russa, e questo sentimento era sconosciuto in Russia. Ora, probabilmente, tutto questo cambierà. L’ultimo film d’azione russo, The Balkan Line, racconta la storia di un commando russo che opera in Bosnia e nel Kosovo contro gli alleati della NATO, gli Islamisti trafficanti di organi del Kosovo, sulla falsariga del thriller turco, The Valley of the Wolves. È stato presentato al momento giusto, in occasione dell’anniversario del bombardamento di Belgrado, l’evento più traumatico per i Russi post-sovietici. Quando Clinton aveva ordinato il bombardamento della Serbia, alleata e correligionaria dei Russi, nonostante le suppliche e le mediazioni russe, i Russi avevano capito che il loro cambio di regime avrebbe solo provocato rovine. Il Primo Ministro russo Primakov aveva saputo della decisione di Clinton mentre era in volo verso Washington e aveva ordinato al suo aereo di effettuare un’inversione a U sull’Atlantico. Dopo pochi mesi, Putin aveva assunto la presidenza russa, e la Russia aveva iniziato il suo corso, più risoluto, ma ancora amichevole nei confronti dell’America. Tuttavia, gli Stati Uniti avevano insistito nel trattare la Russia come uno stato sconfitto, come l’Iraq dopo Saddam o il Giappone nel 1945. Questo era stato troppo. I Russi avrebbero potuto accettare di essere trattati come un vassallo, ma un vassallo importante, un vassallo a cui prestare attenzione e di cui ascoltare il parere. Il sostegno all’insurrezione islamista in Cecenia o l’incoraggiamento dell’aggressione georgiana non erano il modo in cui un sovrano giusto poteva trattare il suo vassallo. Il legame si era spezzato.

 

Fino a non molto tempo fa, avevamo solo la versione di Putin di ciò che era andato storto, era stata presentata nel film “Le interviste con Oliver Stone.” Ora abbiamo anche la versione americana e, incredibilmente, non è diversa dal reale andamento dei fatti. La versione americana degli eventi era stata presentata da William J Burns, un veterano diplomatico americano ed ex ambasciatore a Mosca. Era stata così riassunta da Vladimir Golstein della Brown University: 1. Ci si aspettava che la Russia agisse come un giovane partner, obbediente degli Stati Uniti. “L’America aveva pensato che Mosca si sarebbe abituata ad essere un nostro partner minore e che, anche se a malincuore, avrebbe accettato l’espansione della NATO fino al confine con l’Ucraina.  Ahimè, la spinta del presidente Bill Clinton per l’espansione verso est della NATO ha rafforzato il risentimento russo.” Sorpresa, sorpresa! 2. La Russia si aspettava un quid pro quo per il suo sostegno agli Stati Uniti dopo i fatti dell’11 settembre, ma “Putin ha di fatto frainteso gli interessi e la politica americana. L’amministrazione Bush non aveva alcun desiderio (e non vedeva la ragione) di fare concessioni in cambio di una partnership russa contro al-Qaeda. Aveva pochissima voglia di fare concessioni importanti ad una potenza in declino.” 3. Gli Americani non avevano prestato attenzione agli avvertimenti russi. L’ambasciatore racconta che Putin lo aveva avvertito di trattenere il focoso presidente georgiano dall’attaccare le popolazioni russe sotto la sua protezione, ma quell’avvertimento era stato ignorato. 4. Il cambio di regime guidato dagli Stati Uniti in Libia “aveva innervosito Putin; a quanto riferito, aveva guardato più volte il macabro video della morte del leader libico Muammar Gheddafi, catturato mentre si nascondeva in una fognatura e ucciso dai ribelli sostenuti dall’Occidente.” Apparentemente, a quel punto Putin si era finalmente reso conto che non c’era modo di sopravvivere, se non avesse fatto valere la posizione russa. Dopo il Russiagate, l’inimicizia tra i vecchi avversari è salita a livelli mai visti.

 

Non, Je ne regrette rien, e in particolare non rimpiango che i rapporti russo-americani siano andati di male in peggio. Il mondo ha bisogno di equilibrio, e i Russi fanno da contrappeso al pesante Zio Sam. Il momento peggiore della storia recente si è verificato intorno al 1990, quando la Russia aveva praticamente cessato di esistere come fattore importante della politica internazionale. Poi, gli Stati Uniti avevano preso d’assalto Panama e l’Iraq, bombardato Belgrado, creato al Qaeda e distrutto la propria classe lavoratrice. Se quell’arrogante negretto, autista di autobus, Maduro, avesse cercato di dire “no” a Washington negli anni ’90, sarebbe stato rapito, arrestato, processato per, diciamo, abuso di minore o traffico di droga e imprigionato per trent’anni. L’allora presidente russo Eltsin non avrebbe nemmeno notato, tra una sbronza e l’altra, che il Venezuela era ritornato sotto il dominio coloniale. Fortunatamente, ora la Russia e gli Stati Uniti a malapena si parlano, e i paesi che desiderano sfuggire al diktat imperiale hanno una scelta. Il Venezuela è nel mirino. Il presidente Maduro ha sottolineato che la visita dei consulenti militari russi era stata organizzata già da molto tempo. Sebbene tecnicamente vero, durante l’ultimo mese la posizione russa è visibilmente cambiata. Quando gli Stati Uniti avevano bloccato i conti bancari venezuelani, Maduro aveva detto di aver trasferito i conti alla russa GazPromBank. I petrolieri russi erano stati visibilmente contrariati dalla sua rivelazione. Avevo parlato con un dirigente di una compagnia petrolifera che si era lamentato delle parole incaute di Maduro. “La nostra banca verrà colpita dalle sanzioni degli Stati Uniti e noi saremo rovinati,” aveva detto. “Perché Maduro non ha potuto tenere la bocca chiusa? Avremmo gestito il suo conto, ma in silenzio, senza sfidare gli Americani.” Altri importanti funzionari di Mosca hanno detto che il Venezuela è comunque perso, ed è meglio dimenticarsene. Ma la visita a Mosca del vicepresidente venezuelano, la Señora Delcy Rodriguez, aveva rasserenato l’atmosfera. Questa signora elegante e dinamica è un oratore convincente e di prim’ordine. Era stata al centro dell’attenzione nella conferenza stampa con Sergey Lavrov. Con poche parole ben scelte, aveva disfatto la rete di bugie intessute contro il suo paese. Nonostante le sanzioni, il Venezuela se la cava meglio dei suoi vicini Colombia, Guatemala, Honduras. In Venezuela ci sono sei milioni di rifugiati economici e politici colombiani che non hanno nessuna voglia di tornare nel loro paese. Preferiscono soffrire nel Venezuela socialista. Ora, visto che migliaia di centroamericani sono in cammino verso il Rio Grande, gli Stati Uniti dovrebbero prendersi cura di loro, invece di preoccuparsi del Venezuela. L’esodo attuale si verifica negli stati-clienti più dipendenti da Washington. Sappiamo anche che gli Stati Uniti hanno rubato 31 miliardi di dollari di beni venezuelani e dato 1 (un) miliardo a quel Signor Nessuno che hanno nominato presidente del Venezuela. Per qualche giorno, la Russia aveva esitato. I sostenitori della linea filoamericana a Mosca sono abbastanza potenti e avevano chiesto di abbandonare Caracas. Avevano ricordato alla gente un pericolo grave ed immediato: gli Stati Uniti possono bloccare i patrimoni russi denominati in dollari e proibire tutte le transazioni in dollari delle aziende russe. Questo tipo di guerra è già stato attuato contro la Corea del Nord e l’Iran, con effetti devastanti. I Russi temono una mossa del genere, per questo motivo rafforzano le loro riserve auree e vendono le loro obbligazioni e i buoni del tesoro statunitensi. Si aspettano che una cosa del genere, prima o poi, succeda ma preferiscono rimandarla il più a lungo possibile. Tuttavia, nonostante questa minaccia, Putin ha deciso di sostenere il Venezuela di Maduro. Quindi si è passati ad un livello successivo di guerra ibrida. I Venezuelani hanno spostato la sede della loro compagnia petrolifera a Mosca, e la Russia, spavaldamente, li ha accettati. Gli Stati Uniti hanno immediatamente risposto con un attacco cibernetico contro le centrali elettriche venezuelane, causando un esteso blackout. Si tratta probabilmente del primo attacco informatico su larga scala contro infrastrutture nemiche. La distruzione delle centrifughe iraniane per mezzo del virus Stuxnet era stata di portata comunque limitata e non aveva interferito con l’economia generale. La rete elettrica venezuelana è stata recentemente aggiornata ed ampiamente modernizzata dalla grande azienda internazionale ABB. Quando l’aggiornamento era terminato, la società aveva dichiarato nel suo comunicato stampa che ora il Venezuela disponeva delle migliori e più avanzate apparecchiature elettriche. Sembra però che gli impianti sofisticati siano più vulnerabili alle minacce informatiche. Ogni cambio di regime organizzato da Washington in America Latina (ad esempio, la rimozione di Allende in Cile), di solito comprendeva un attacco alla rete elettrica , ma, fino ad ora, l’avversario doveva fisicamente sporcarsi le mani, sabotando le centrali elettriche e le linee di trasmissione. Ora hanno imparato come farlo da fuori, da Miami. I Venezuelani avevano notato che il primo avvertimento sul loro blackout era arrivato da Marco Rubio: “Marco Rubio aveva annunciato ore prima del blackout che “i Venezuelani avrebbero sperimentato la più grave carenza di cibo e di carburante,” rivelando di aver saputo che, nelle ore successive, si sarebbe verificata una sorta di shock.” Anche Moon of Alabama accetta la spiegazione del cyber-attacco, anche se poi sfuma l’accaduto ricordando che “la sfiga esiste,” e che anche gli Stati Uniti hanno subito diversi blackout. Ho chiesto ad un esperto russo di guerra cibernetica e mi ha detto che un attacco informatico alle infrastrutture è possibile. Lo ha collegato alla lotta degli Stati Uniti contro il gigante cinese delle telecomunicazioni Huawei: è l’unico importante produttore che non fornisce backdoor per le operazioni di spionaggio dell’NSA. I Russi hanno deciso di dare una mano al Venezuela. Hanno inviato esperti informatici, una missione militare, comprano il petrolio venezuelano e infrangono il boicottaggio americano della repubblica bolivariana. Aiutano anche l’Iran ad aggirare le sanzioni.

 

I Russi hanno poche ambizioni. Non vogliono governare il mondo e neanche dominare i loro vicini. Non vogliono combattere l’Impero. Si accontenterebbero di essere lasciati in pace. Ma se spinti, ed ora vengono spinti, risponderanno. Nella visione russa, anche i politici americani più ostili desisteranno prima dello scontro definitivo. Altrimenti, che sia così.

 

Israel Shamir (tradotto da Markus)

 

 
Dissonanza cognitiva PDF Stampa E-mail

4 Aprile 2019

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Da Comedonchisciotte del 2-4-2019 (N.d.d.)

 

Jean Claude Juncker nel suo incontro con il Presidente Conte ci ha mazzolato ben bene: “Preoccupato per l’economia italiana. Servono altri sforzi”. Servirebbe dunque altro sangue della classe media diversamente asfaltata. Vuoto di memoria però, impossibile crescere mentre si è sottoposti a vincoli di deficit e mentre tutta l’Eurozona si sta rivelando come un’area di depressione economica permanente, provocata dalle stesse condizioni imposte dai trattati e dalla scarsità di moneta circolante. Anche l’altra sera, chez Fabio Fazio, aveva tirato in ballo i problemi di debito pubblico italiano, trascurando da sbadato che il suo piccolo Lilliput è lo Stato più indebitato al mondo, nel sottobosco del debito privato in particolare.  Dichiarazione apparentemente sobria: “Penso che l’Italia sappia quali sono i suoi problemi. La crescita italiana è in ritardo rispetto all’Europa, e da vent’anni a questa parte, bisognerà dunque che l’Italia torni a scoprire gli strumenti che le permetteranno di rilanciare la propria crescita, ma dire che l’Italia costituisce un rischio mi sembra un’esagerazione, anche se i livelli del debito pubblico sono pericolosamente alti. Il 130% è uno dei livelli di debito pubblico più alti al mondo e bisognerà correggerlo, ridurlo“.

 

Però, nel mondo androide dell’Unione europea avvengono cose strepitose, neppure ipotizzabili dai lontani bastioni di Orione, tanto che nei bilanci delle casse statali mancano all’appello ogni anno più di mille miliardi di euro, tra elusione ed evasione fiscale. Infatti mentre i comuni mortali pagano fino all’ultimo centesimo di tasse, le multinazionali smistano decine di miliardi verso altri paradisi, grazie a contratti finanziari inaugurati in Lussemburgo, i famigerati ‘tax ruling’, strumenti finanziari che consentono alle corporations di concordare preventivamente il trattamento fiscale per un periodo predeterminato. Così gli accordi preventivi provvedono ad evitare possibili contenziosi con gli Stati su alcune pratiche societarie tipicamente elusive, come quella che manipola i prezzi infra-gruppo (transfer mispricing), o ricorre a trasferimenti di utili da uno Stato all’altro sotto forma di dividendi, interessi, royalties e altri ingredienti del reddito d’impresa. Il Pil pro capite del Granducato di Lilliput-Lussemburgo è di 105.918 mila dollari, il più alto al mondo, quasi il triplo di quello italiano. Un Paese molto ricco, nonostante sia pressoché privo di un comparto industriale di spessore, la cui unica fortuna è rappresentata dalle tasse, naturalmente quelle degli altri, e in particolare quelle delle numerose multinazionali che vi detengono la sede legale.  Il cui motto identitario è ‘Vogliamo rimanere ciò che siamo’… ettelocredo!! E la cui sorte è stata forgiata dal vecchio borgomastro Jean-Claude Juncker, oggi presidente della Commissione europea, e in visita settimanale in Italia. Ebbene nel 2014, immediatamente dopo l’elezione al suo mandato europeo, il nostro lillipuziano era già sotto attacco mediatico, per un’inchiesta giornalistica di 28 mila pagine di documenti raccolti da un network americano, The International Consortium of Investigative Journalists (Icij), e pubblicato in contemporanea da 26 testate, che inauguravano lo scandalo definito ‘LuxLeaks‘. L’inchiesta denunciava la sporca abitudine del Granducato di aver favorito multinazionali, quali Pepsi, Ikea, FedEx, Accenture, e anche 31 società italiane o con attività in Italia, attraverso una miriade di accordi fiscali. A quel punto quaranta media di tutto il mondo poterono accedere ad un archivio smisurato di migliaia di documenti, sottratti da due impiegati, della sede lussemburghese di PriceWaterhouseCoopers (Pwc), un colosso di consulenza e revisione societaria, provocando in seguito interventi parlamentari, denunce e indagini giudiziarie. Il sistema dei ‘tax ruling‘ si è sviluppato proprio in Lussemburgo, dando avvio ad intese riservatissime che garantiscono a 340 multinazionali di pagare meno del 1% di tasse, da Amazon ad Abbott, da Deutsche Bank a Pepsi Cola. Il nodo del sistema prevede «accordi fiscali anticipati», una pratica legale che permette di conoscere in anticipo le imposte da pagare e ottenere garanzie giuridiche, così il sistema può influenzare la ripartizione dei profitti e consentire di minimizzare il gettito. Il meccanismo finora ha funzionato benissimo secondo un tacito accordo, per cui le aziende spostavano nel Granducato flussi finanziari per centinaia di miliardi di dollari e in cambio ottenevano la possibilità di un trattamento tributario d’eccezione. Naturalmente a farne le spese sono stati i Paesi d’origine delle società, costretti a rinunciare al gettito fiscale dirottato opportunamente verso altri lidi, ma anche gli altri Stati membri dell’Unione, che in questo modo entravano in una spirale viziosa di concorrenza sleale. Il danno complessivo è notevole: dai conti dell’Unione spariscono annualmente 1.400 miliardi di euro. L’elusione di fatto vale miliardi di euro di base imponibile, nascosta dalle grandi multinazionali al fisco di Paesi come Germania, Francia e Italia. Dunque per compensare l’ammanco versano più tasse i lavoratori dipendenti o autonomi, i pensionati e anche – attraverso l’Iva sui beni di consumo – tutti i consumatori, compresi quelli i cui redditi dovrebbero essere esenti da tassazione, visto che sono così bassi da restare al di sotto delle soglie tassabili. Ma oltre al Lussemburgo anche Olanda e Irlanda, che hanno poco più del 6% della popolazione dell’Eurozona, rappresentano nel complesso quasi metà dell’elusione fiscale internazionale delle grandi aziende. Così i tre più grandi paradisi fiscali non sono annidati in qualche isola dei Caraibi o del centro America, al contrario, prosperano indisturbati proprio nel cuore dell’Europa. In pratica questi tre Paesi operano direttamente a danno degli altri, gli stessi con i quali condividono le loro severe regole di vigilanza sui bilanci pubblici, politiche di austerity, fiscal compact, etc etc. L’Irlanda per esempio è il Paese dove Apple gode di sconti confezionati su misura, per cui le due consociate irlandesi di Apple funzionano da società offshore perché pagano solo l’1% di tasse, nel 2014 addirittura lo 0,05%. Finché nel 2016 Dublino ottenne dalla Apple il pagamento di 14,3 miliardi di euro in tasse arretrate e interessi, a due anni dalla decisione con la quale Bruxelles aveva stabilito che il regime fiscale garantito all’azienda Usa violava le leggi dell’Unione europea.

 

L’occasione per parlare del problema è arrivata a Davos nel 2018, in un incontro sui paradisi fiscali, quando sono stati presentati i risultati di uno studio pubblicato da tre economisti: Thomas Tørsløv e Ludvig Wier dell’Università di Copenaghen, insieme a Gabriel Zucman dell’Università di California a Berkeley. I tre segugi finanziari hanno calcolato l’impatto dell’elusione da parte di grandi gruppi come Apple, Facebook, Amazon, Google-Alphabet o Nike…  evidenziando che in ciascuno di questi gruppi la somma dei profitti realizzati dalle società controllate, bizzarramente risulta pari a una frazione minima dei profitti consolidati globali. Il caso più estremo è Facebook, i cui profitti del 2015 sono stati di circa 11 miliardi di euro ma la somma dei ricavi tassabili di tutte le sussidiarie resta a zero. Secondo i tre economisti, le distorsioni fiscali stanno diventando sempre più insostenibili, perché circa i due terzi dei profitti esteri delle multinazionali americane in genere (e il 45% di quelle di tutto il mondo) slittano verso i paradisi fiscali. Ad esempio il Double Irish with Dutch sandwich, il doppio irlandese con panino olandese, lungi dall’essere una specialità gastronomica irlandese, costituisce un raffinato schema di pianificazione fiscale, che verte sull’impiego di due consociate con sede in Irlanda (di cui una registrata in un paradiso fiscale) e una terza “società veicolo” con sede in Olanda, al fine di abbattere il reddito imponibile. Proprio la tecnica utilizzata da Google, che in pratica avrebbe trasferito i ricavi da una controllata irlandese a una società olandese senza dipendenti, e poi a una casella postale alle Bermuda di proprietà di un’altra società registrata in Irlanda. Ma il nostro lillipuziano la sa parecchio lunga, ricompensato per i suoi servigi con la presidenza dell’Eurogruppo nel 2004, trascurò con benevolenza i ‘trucchi di bilancio’ della Grecia, salvo poi acconsentire alle insistenti richieste di austerità che venivano dal Nord Europa per il Sud spendaccione. «Se si guardano i numeri, probabilmente ha fatto più danni alle finanze pubbliche europee Juncker che qualunque evasore fiscale. Eppure era tutto noto: basta leggere la brochure promozionale del Luxembourg Stock Exchange, la Borsa del Granducato, per vedere che questo ricchissimo staterello non ha pudore nel presentarsi come uno snodo fondamentale per le imprese che devono eludere il fisco» dice Stefano Feltri sul Fatto Quotidiano. L’Europa dell’austerity e degli apologeti pseudo democracy permette la pratica dell’arbitraggio fiscale o ‘beggar thy neighbour’ (frega il tuo vicino), e la prosperità delle nazioni eticamente ‘nobili’, rispetto ai Piigs eternamente indebitati, si fonda quasi esclusivamente su queste porcate fiscali.

 

In conclusione mentre i poveri cittadini europei sono tartassati da tasse sempre più insostenibili, le grandi corporations mondiali vengono favorite con pratiche e agevolazioni finanziarie sempre più creative e geniali, tanto che potrebbero superare ogni genere di avanguardia artistica. E per la gioia di un’Europa faro della democrazia, che inneggia all’unione tra i popoli, in uno dei tre grandi paradisi fiscali membri dell’UE, Apple nel 2014 pagava lo 0,005 di tasse sui nostri iphone da 1000 euro l’uno. Dissonanza cognitiva?

 

Rosanna Spadini

 

 
Fallisce anche l'Espresso PDF Stampa E-mail

3 Aprile 2019 

 

Che l’Espresso stia fallendo è davvero una bella notizia perché lascerà spazio ad altri progetti editoriali che i cittadini riterranno degni di essere letti.  A far chiudere i giornali in Italia non è qualche dittatore gialloverde, sono i cittadini che non li comprano più. Evviva la democrazia.  E quando il governo gialloverde taglierà gli ultimi finanziamenti all’editoria, altre testate seguiranno l’Espresso nel baratro.

 

Era ora. E così sul mercato rimarrà chi fa giornalismo all’altezza dei tempi e dei lettori. Evviva la liberà di mercato. Evviva la libertà di espressione. Nessuno dice infatti che l’Espresso debba cambiare idea o smetterla di attaccare i gialloverdi, macché, che continui puri, anzi, che alzi i toni se gli fa piacere, ad una sola piccola condizione, che lo faccia coi soldi dei suoi padroni o dei suoi lettori e non coi soldi dei contribuenti.  E visto che i lettori se la sono data a gambe levate, all’Espresso sono rimaste due possibilità.  O convince i De Benedetti a vendere ville e yatch e gioielli di famiglia per pagare gli stipendi dei loro giornalisti oppure abbassare la saracinesca e mandare le penne rosse a lavorare. E good luck.

 

Sta finendo un’era. Finalmente. L’Italia ha girato pagina, è andata avanti.  Il giornalismo no, è rimasto indietro politicamente ma anche culturalmente.  È figlio di un mondo che non esiste più. Ed è questo il problema.  La stampa dovrebbe essere una delle avanguardie della società, un luogo che informa onestamente la cittadinanza ma anche dove si ragiona, s’immagina, si contribuisce in qualche modo al pensiero e al dibattito di una comunità nazionale. Invece la stampa italiana oggi è drammaticamente piatta e distante dalla società.  È retrograda e conservatrice. Sa di muffa.  È lenta, scontata, e le sue parole sono vaghe e vuote come quelle di certi professoroni alla vigilia della pensione o di certi preti anziani che hanno perso la vocazione e predicano in chiese desolatamente vuote.  Ostaggio di vecchi soloni rimbambiti, la stampa italiana predica e si lagna sbandierando stracci sgualciti senza avere la forza di penetrare nella realtà e soprattutto guardare avanti.  Riesce solo a guardare indietro, appiccicando etichette anacronistiche, replicando ricette ormai nauseabonde.  Come impedita da paraocchi ideologici che la fanno sbattere contro i muri delle proprie ammuffite convinzioni.

 

Il perché è semplice. La stampa italiana è una delle sacche in cui si è annidato il vecchiume pre 4 marzo.  È una casta reduce del vecchio regime e dal dente avvelenato che rifiuta il cambiamento perché per molti di loro significherebbe perdere carriere e status e la pestifera certezza di essere nel giusto in quanto casta intellettualmente e moralmente superiore.  Ego e depravazione elitaria di categoria. Ma anche bassa politica. La stampa oggi è una protesi malconcia delle paturnie ideologiche del passato e di una fase partitica tra le più fallimentari della storia repubblicana. E ne riflette il peggio. Chi dirige la stampa sono anziani o polli di batteria che fino a ieri leccavano i deretani di qualche politicante di destra o di sinistra raccontando in giro la panzana della loro libertà e indipendenza che se ne avessero avuto anche solo un granello non li avrebbero mai fatti nemmeno entrare dalla porta di quelle redazioni.  A seguito dello tsunami gialloverde, molta stampa è rimasta orfana di padroni politici e aree di riferimento. Da un giorno all’altro.  Da schiava a potenzialmente libera. Ma invece di spezzare del tutto le catene e abbracciare il nuovo corso, ha preferito rimanere incatenata al passato.  Invece di smetterla di far politica e cominciare finalmente a fare giornalismo, hanno addirittura esasperato il vecchio modello politicizzato sdoganando fake news e spingendo sulle campagne diffamatorie.  Hanno come avuto paura della libertà perché non la conoscono, non l’hanno mai vissuta veramente.  E così si son messi in proprio, si son fatti partito. Auto imprigionandosi.  Si son fatti sindacati difensori di un regime moribondo, si son fatti infami boicottatori di un cambiamento che non capiscono e non vogliono capire perché sanno benissimo che dopo aver fatto fuori i loro padroni politici, quel cambiamento farà far fuori anche loro. Come infatti sta succedendo. Naturalmente, democraticamente, pacificamente. Lasciando i loro giornali a marcire in edicola ed i loro talk-show blaterare nel vuoto. Stiamo arrivando al punto di rottura. Le crepe son sempre più profonde. I resti del vecchio regime scricchiolano e barcollano preannunciando il tonfo finale. Se i gialloverdi terranno duro, l’Espresso sarà solo il primo salubre crack di una lunga serie.

 

Tommaso Merlo

 

 
Tre casi di ipocrisia PDF Stampa E-mail

1 Aprile 2019

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Da Comedonchisciotte del 30-3-2019 (N.d.d.)

 

Il recente annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che gli USA riconosceranno la sovranità di Israele sulle Alture del Golan richiama ancora una volta l’attenzione sui doppi standard applicati dalla NATO e dai suoi satrapi, tra cui l’Australia, ai problemi dell’integrità territoriale, al diritto all’autodeterminazione, e alla legislazione internazionale.  Questi tre casi sono esplicativi della duplicità e dei doppi standard delle nazioni occidentali. Possono essere rivisti in ordine cronologico.

 

Le Alture del Golan fanno parte del territorio sovrano dello stato siriano. Nel giugno del 1967, insieme alla Cisgiordania palestinese (all’epoca facente parte della Giordania) e alla striscia di Gaza, erano state occupate da Israele alla conclusione della Guerra dei Sei Giorni tra Israele, Egitto, Siria e Giordania. Da allora, Israele continua l’occupazione della Cisgiordania e delle Alture del Golan. Mantiene inoltre un blocco su Gaza, che causa enormi sofferenze ai suoi abitanti. Esiste una legge internazionale consolidata (Quarta Convenzione di Ginevra del 1949), secondo cui gli stati non possano continuare ad occupare territori invasi durante conflitti armati. Il 22 novembre 1967, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione 242, aveva chiesto all’unanimità ad Israele di ritirare le sue forze militari dai territori occupati. Questa richiesta era stata ignorata da Israele, che, dal 1968, ha violato 32 risoluzioni delle Nazioni Unite, di gran lunga il maggior criminale internazionale (la Turchia è seconda, con 24 violazioni nello stesso periodo). Nel 1981, Israele aveva approvato la Legge sulle Alture del Golan, con cui dichiarava di annettere le Alture del Golan siriano. La risoluzione 497 del 17 dicembre 1981 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva definito la presunta annessione “nulla e non avvenuta e senza effetto legale.” Che Israele continui ad ignorare gli obblighi previsti dal diritto internazionale non è sorprendente. Gli Stati Uniti, gli altri paesi della NATO e l’Australia non solo non impongono alcuna sanzione ad Israele per le sue continue violazioni, non consentono nemmeno che una tale possibilità venga presa in considerazione. Anche solo sollevare la questione richiama immediatamente accuse di antisemitismo ed altre assurdità da parte della lobby ebraica, immensamente potente nella maggior parte degli stati occidentali. L’annuncio di Trump viene dopo una dichiarazione analoga dell’anno scorso, in cui si riconosceva Gerusalemme come capitale di Israele. Questa non è solo una violazione del diritto internazionale, ma va anche contro le risoluzioni che gli stessi Stati Uniti avevano sostenuto in passato (come nel caso delle alture del Golan). Il caso del Kosovo è completamente diverso, ma tocca una serie di punti importanti. Il Kosovo è etnicamente e linguisticamente albanese, sebbene facesse parte dell’ex Jugoslavia. C’era una forte corrente all’interno del Kosovo che voleva l’indipendenza dalla Jugoslavia. Quel movimento indipendentista era stato sostenuto dagli Stati Uniti. Tra marzo e giugno 1999 gli Stati Uniti avevano bombardato la Serbia per indurre i Serbi a ritirare le loro forze militari dal Kosovo. I bombardamenti erano stati fatti senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza, non rientravano nelle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite e, di conseguenza, costituivano una grave violazione del diritto internazionale. Dopo la cessazione dei bombardamenti, il 10 giugno 1999, la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva concesso l’autonomia al Kosovo, nell’ambito però della Repubblica Federale di Jugoslavia. Il 17 febbraio 2008, il Kosovo aveva dichiarato unilateralmente l’indipendenza dalla Jugoslavia. Non si era tenuto alcun referendum, ma è giusto dire che la risoluzione era stata sostenuta dalla maggioranza dei Kosovari, in particolare quelli di etnia albanese, che comprende l’88% della popolazione del Kosovo. L’8 ottobre 2008, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva chiesto alla Corte Internazionale di Giustizia un parere consultivo sulla dichiarazione di indipendenza del Kosovo. La decisione della corte era stata resa pubblica il 22 luglio 2010. La corte aveva preso atto della lunga storia delle dichiarazioni unilaterali di indipendenza dal diciassettesimo secolo in poi, la maggior parte contrastate dalle nazioni genitrici. La corte aveva concluso che “il diritto internazionale non conteneva alcun divieto per le dichiarazioni di indipendenza” (paragrafo 79) e che “la dichiarazione del 17 febbraio 2008 non violava il diritto internazionale generale” (paragrafo 84). Gli Stati Uniti avevano un particolare interesse per il Kosovo, compresa, in particolare, la possibilità di stabilirvi una base militare di una certa importanza (Camp Bond Steel). Questa base funziona, tra l’altro, come un importante punto di transito per l’eroina afgana, controllata dagli Stati Uniti e dalle loro forze alleate in Afghanistan. Non sono state applicate sanzioni agli Stati Uniti per i suoi bombardamenti illegali sulla Siria, né al Kosovo per la sua dichiarazione unilaterale di indipendenza. La maggior parte dei paesi del mondo ora riconosce il Kosovo come uno stato indipendente e separato.

 

La Crimea è stato un caso ancora diverso, ma comprende anche diversi aspetti rilevanti. La Crimea era entrata a far parte dell’Impero Russo nel 1783. Il 18 febbraio 1954, il Presidium del Soviet Supremo dell’URSS aveva emesso un decreto che trasferiva la Crimea all’Ucraina. Non si era tenuto alcun referendum per sentire l’opinione della popolazione crimeana e, se ci fosse stato, con tutta probabilità il trasferimento sarebbe stato respinto. Il trasferimento era stato voluto dall’allora leader sovietico Krusciov, lui stesso ucraino. L’assenza di procedure democratiche è rafforzata dal fatto che il trasferimento era, di per sé, una violazione delle leggi sovietiche. Nei decenni successivi i rapporti tra i Crimeani e il governo ucraino erano rimasti difficili. La Crimea godeva dello status di “repubblica autonoma”. Questo malessere era precipitato nel febbraio 2014, quando il governo dell’Ucraina, regolarmente eletto e internazionalmente riconosciuto, era stato rovesciato da un golpe organizzato e finanziato dagli Stati Uniti. Il nuovo governo ucraino era anti-russo e di orientamento apertamente fascista. Nessuna di queste caratteristiche era accettabile per i Crimeani che, come gli Albanesi in Kosovo, avevano in gran parte una sola lingua, cultura ed etnia, e si consideravano russi a tutti gli effetti. Un referendum era stato rapidamente organizzato (a differenza del Kosovo) e l’affluenza alle urne era stata dell’83,1%, di cui il 95,5% aveva votato a favore della riunificazione con la Russia. La Duma russa, a sua volta, aveva deliberato l’accettazione della Crimea nella Federazione Russa.

 

I media e i politici occidentali usano costantemente il termine “annessione” per descrivere la reincorporazione della Crimea nella Federazione Russa. L’Oxford English Dictionary definisce l’annessione come sinonimo di “sequestro, occupazione, invasione, conquista, acquisizione, appropriazione ed espropriazione.” Nessuno di questi termini descrive in modo accurato la sequenza degli eventi in Crimea. Non c’è differenza nel diritto internazionale tra ciò che il Kosovo ha fatto con l’approvazione della Corte Internazionale di Giustizia e quello che hanno fatto i Crimeani. Quest’ultimo evento è stato probabilmente molto più democratico, in quanto determinato da uno schiacciante risultato elettorale a sostegno della separazione dall’Ucraina e del ricongiungimento con la Russia. Tuttavia, le conseguenze sono state molto diverse. La Russia è stata oggetto di una diffamazione senza limiti. Lo stato russo e molti leader politici e dirigenti d’impresa sono stati sottoposti a sanzioni. Basta chiedersi: sarebbe successo se la Crimea avesse votato per lasciare la Federazione Russa e aderire all’Ucraina? La schiacciante probabilità è che la Crimea sarebbe stata accolta a braccia aperte e la sua popolazione applaudita per aver fatto la scelta giusta. La Crimea è strategicamente importante, e questo è il motivo per cui gli Inglesi avevano combattuto i Russi nella guerra di Crimea (1853-1856), e perché uno dei principali obiettivi geopolitici dell’interferenza degli Stati Uniti in Ucraina era quello di privare i Russi della base navale di Sebastopoli.

 

La storia di questi tre episodi (Golan, Kosovo e Crimea) è un esempio dei doppi standard e dell’ipocrisia che caratterizzano la geopolitica occidentale. Le ultime dichiarazioni di Trump sulle Alture del Golan non fanno altro che ribadire la tesi.

 

James O’Neill (tradotto da Markus)

 

 
Capi senza partito PDF Stampa E-mail

31 Marzo 2019

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I nomi di Salvini e della Meloni sono nel simbolo del partito. Quello di Grillo è stato tolto ma c'era. Restano due partiti, tra i "grandi", Forza Italia, che non ha avuto bisogno di un nome inserito nel simbolo, perché è sempre stata un partito con un fondatore finanziatore leader, e il PD. Quest'ultimo partito è stato negli ultimi anni il PDRenzi, anche se ora è tornato in mano ad un segretario, molto modesto ma un segretario.

 

Non sto parlando del merito delle proposte politiche, che sono estranee al post. Sto soltanto sottolineando che il livello demenziale della politica italiana e la crisi della Repubblica sono conseguenze ineludibili dei partiti personali, nominali verrebbe da dire. Ma a nessuno interessa niente. Tutti in cerca di un leader anziché di un partito, ossia di una vasta classe dirigente, coerente organica disciplinata, conformata da una lunga militanza e testata dal rispetto di uno statuto e dalla dimostrazione di capacità e serietà. E allora continuiamo a farci del male.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Giustizia inquinata dal possibilismo relativista PDF Stampa E-mail

29 Marzo 2019

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Da Rassegna di Arianna del 20-3-2019 (N.d.d.)

 

Che giustizia e diritto non siano concettualmente dei sinonimi, ma rappresentino due entità spesso conflittuali è un dato di fatto. La Giustizia si rifà a un principio di eternità, al dispositivo simbolico sovratemporale di ordine, di equilibrio, di armonia. La Giustizia rappresenta quel cosmo, da cui etimologicamente deriva cosmesi, bellezza, e che è in perfetta e perenne antitesi al caos, ovvero all’instabilità, alla confusione, alla discordanza, alla bruttura finale. La Giustizia si rifà alla virtù: segna, determina e controlla la totalità della perfezione, stimola la tensione al suo raggiungimento e punisce la sua inosservanza. Essa definisce come le persone devono essere e diventare nella prospettiva trascendente di un bene comune oltre l’immanenza della storia.  La Legge si rapporta al Diritto e questo al giusto, alla morale, ai valori. La “giuridizzazione” dell’esistenza si basa sul sociologismo e sullo storicismo: due criteri che negano il concetto assoluto di giustizia, ma che determinano – contemporaneamente – il parametro del divenire, del cambiamento, dell’adeguamento al tempo e all’individuo. Il poeta Simonide, noto per la sua dedizione al mecenatismo, in uno dei suoi epigrammi sentenziò: “Fare bene agli amici, male ai nemici”. Un canone di giustizia senza sbavature interpretative che, al netto della brutalità valutabile secondo il buonismo odierno, rende perfettamente l’idea di ciò che può, e dovrebbe essere, l’applicazione della norma stabilita. Gli amici della comunità, i sodali di un destino, i portatori di un retaggio condiviso; i nemici interni ed esterni dell’ordine costituito e dell’armonia del sistema. In questa cornice, il trasgressore non è solo in conflitto con un suo simile, ma infrange direttamente un patto collettivo.

 

Fatte queste dovute premesse, il problema odierno della giustizia – appositamente definita con l’iniziale minuscola – è il passaggio dalla “giustizia giuridica” di Aristotele alla “giustizia politica” del pensiero moderno. Dove per politica non si intende la concretezza fattuale delle correnti del Consiglio Superiore della Magistratura, le esternazioni ideologiche di taluni magistrati o la loro appartenenza ad una o all’altra compagine partitica, ma la deformazione simbolica della sua funzione. L’etica asettica e centrata al dovere ha lasciato il posto alla morale inquinata e variabile del possibilismo relativista. La sobrietà del giudizio ha lasciato il posto alla dittatura dei buoni sentimenti. Saltano gli stessi tre paradigmi della logica aristotelica: di identità, di non contraddittorietà e del terzo escluso, in una confusione frustrante e demoralizzante che è palpabile negli stessi dispositivi di certe sentenze. Viene meno la chiarezza di ruolo tra vittima e carnefice in una indistinta partecipazione all’evento criminoso. Il reo è quello che ha compiuto un illecito nei confronti di un altro individuo, e il giudice diventa non solo e non più il terzo che applica la sanzione, ma un mediatore tra le motivazioni del primo e le conseguenze sul secondo, con il ruolo di esaminatore psicologico e di interpretatore sociale delle esigenze delle parti. Ad aggravare il già precario quadro della giustizia è l’atteggiamento deresponsabilizzante nei confronti del reo, con l’implicito giustificazionismo a riguardo dello stesso, e il carico penale nei confronti della vittima in caso di una sua reazione più o meno violenta. Ecco, quindi, chiarite talune sentenze che appaiono agli occhi di tutti – o quanto meno di coloro che non sono offuscati dalla retorica buonista e indulgente – come paradossali, inquietanti e sostanzialmente ingiuste: agente o militare condannati a risarcire il rapinatore fuggitivo, l’esercente condannato per aver ferito il malvivente, cittadino incarcerato per aver reagito ad un’aggressione, spacciatore messo in libertà perché lo spaccio è la sua unica fonte di reddito, rom condannato ai domiciliari e all’obbligo di firma ed altre numerosissime e tragicamente amene distorsioni delle sedicente giustizia. La giustizia è stata maternalizzata nel suo esercizio, con la prevalenza della scusante per il reo sempre sostenuto nella redenzione (della serie “so’ ragazzi”, tanto per chiarirci in termini popolari), ed è stato espulso dallo stesso esercizio quella funzione paterna che in termini psicoanalitici e non rappresenta la Legge, la Realtà, il Dovere, la Responsabilità. Se poi, alla fine, ci aggiungiamo il mercanteggio della sanzione e la quantificazione economica della condanna, allora il cerchio si chiude e il tradimento della giustizia si compie con la commercializzazione della pena. Non saranno le più o meno fantasiose riforme a risolvere questo annoso problema, perché la questione riguarda una vera e propria rivoluzione del pensiero, una inversione di rotta che è innanzitutto psichica e simbolica. La Giustizia e il Diritto sono due paradigmi troppo importanti per lasciarli ad affrontare ai legulei.

 

Adriano Segatori

 

 
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