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16 marzo 2009
Il signore che ci ritroviamo a sovrintentere l'economia del nostro Paese non è esattamente il commercialista che vorremmo avere per curare i quattro soldi che abbiamo. Il ragazzo creciuto all'ombra del ministro Psi Reviglio, il ragioniere di Sondrio che dai fondi sul Corriere della Sera passò nelle liste di Segni nel '93-'94 per poi salire sul carro del vincitore a trentadue denti (il disprezzato Berlusconi), il teorico e pratico della "finanza creativa", il maestro di condoni e scudi fiscali, il Robin Hood (tax) che si scaglia contro banchieri e petrolieri in nome del mercato, il vicepresidente di Forza Italia: eccolo qua, il Tremonti. Crede di farci fessi con la storiella del "mercatismo", presunto figlio degenere del liberismo. Predica il motto fascista "Dio, Patria, Famiglia". Tre valori rasi al suolo proprio dal capitalismo e dai suoi sottoprodotti e sottomarche. Invoca il ritorno a Keynes e all'intervento dello Stato nell'economia, spacciando dosi di debito pubblico tramite i bond che portano il suo nome, quando fino a ieri era assertore della supremazia del privato sul pubblico (vi ricordate la svendita di immobili statali, le famose "cartolarizzazioni"?). Pur di stare a galla, in trent'anni di carriera politica e pubblicistica ha sposato ogni ideologia e il suo contrario: da socialista è diventato liberale, successivamente si è trasfigurato in liberista berlusconiano, ha poi abbracciato il colbertismo immaginario per finire neo-statalista a tutto tondo, con tunica di crociato ed erre moscia da insopportabile saccente. Perchè Tremonti sa. Sa tutto. Sa del signoraggio, sa dell'immonda ingiustizia che va sotto il nome di dittatura finanziaria. Come fiscalista era presente alla famosa riunione del giugno 1992 sul panfilo Britannia al largo di Civitavecchia, quando il gotha di Wall Street e della City londinese s'incontrò con i vertici dell'industria e delle banche di Stato italiane per ordire la fine dei campioni nazionali, dati in pasto al mercato internazionale. E ora, questo voltagabbana impunito ha pure il coraggio di darsela da eroe inscenando la guerra contro il suo compare Draghi? Dopo innumerevoli scazzi col governatore di Bankitalia, il ministro sta tentando di sfilare a Palazzo Koch il monitoraggio del credito girandolo ai prefetti governativi. Solo l'ultima avvisaglia di un sotterraneo e ferocissimo scontro di potere fra due fra i peggiori responsabili del disastro attuale. Tremonti vuole riprendersi il controllo dell'economia nazionale sottomettendola alla nuova alleanza fra padron Silvio, il re di Mediobanca Geronzi, la Telecom, Unicredit e giù giù a scendere nei gironi del grasso establishment di potentati assistiti (soci Alitalia, concessionari Tav, etc). Draghi, uomo della Goldman Sachs, oppone il disegno di un'Italia liberamente invasa dai capitali esteri, fedele ad un liberismo duro e puro che fa felici i razziatori che da questa crisi avranno interi sistemi industriali da depredare. Ma Tremonti parla di paura, parla di speranza, parla di profitto ancorato alla giustizia sociale. Parla per ingannare. Parla solo quando gli conviene. Parla per tacere tutte le cose che sa. E che non vuole cambiare. Pena la fine dell'unico Potere che accomuna lui a Draghi e a tutti i filo-capitalisti critici o entusiasti: il dio Denaro. Come dicono a Roma: 'a cazzaro!
Alessio Mannino
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Intervista a Paolo Barnard |
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12 marzo 2009 Paolo Barnard è una persona con le sue idee che esprime molto chiaramente, senza giri di parole. Da sempre critico contro il sistema non è tenero nemmeno con coloro che definisce i professionisti dell'antisistema, tra questi Beppe Grillo e Marco Travaglio. Sul web è conosciuto anche per la sua polemica a distanza con Milena Gabanelli, fondatrice assieme allo stesso Barnard della trasmissione Report. Ma il giornalista bolognese se la prende anche con la scuola, accusata senza mezzi termini di essere una sorta di sedativo delle coscienze. Per Barnard insomma gli italiani sono inondati da una overdose di informazione e di controinformazione che impedisce loro di agire. In quest'ottica anche la partecipazione attiva sul web è solo una valvola di sfogo semivirtuale in forza della quale la gente rimane a casa, finendo per non agire. (m.m.)
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10 marzo 2009
Risposta a Gambescia di Marco Francesco De Marco Sono debitore di una risposta ai cinque punti di critica del nostro Appello contro la Dittatura Bancaria scritti da Carlo Gambescia, che ringrazio per averci dato una occasione di confronto. Trascuro, in primis per una questione di spazio, le sue successive considerazioni, in particolare quelle in ordine ad una presunta necessità di carattere sociologico che vorrebbe si immaginassero con precisione le conseguenze di un così radicale cambio di assetto economico. Ho già spiegato che Movimento Zero ha già illustrato quale sia il proprio pensiero relativamente alla critica ed al superamento della modernità. Questo Appello costituisce parte di una più vasta idea di intervento sulla società moderna, il modello occidentale, ben riassunto nel nostro Manifesto dell’Antimodernità. Mi riservo di concludere questo ciclo di interventi, per esprimermi sull’aspetto prettamente ideale, che è l’ispiratore di questa iniziativa, ma anche su quello militante e propagandistico. Nel frattempo vorrei invitare tutti i nostri iscritti e simpatizzanti a replicare alle prossime analisi di Gambescia e di chiunque altro interverrà con la formale correttezza ed educazione, l’asciuttezza e l’essenzialità, che si devono ad un ospite, indipendentemente dalla condivisione delle sue analisi. Concludo con un freddo ma confortante dato statistico: nei cinque giorni successivi alla pubblicazione dell’Appello abbiamo raddoppiato i contatti del nostro sito, del blog e delle pagine visitate, evidentemente da persone che non ci avevano mai letto prima.
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Val di Susa, la resistenza continua |
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di Marco Cedolin 7 marzo 2009
Esiste una domanda che quasi tutti, contrari o favorevoli all’alta velocità, semplici cittadini o uomini politici, fautori della crescita o attivisti della decrescita, sindacalisti, poliziotti o industriali, stanno continuando a porsi con sempre più insistenza. Quando fra qualche mese o qualche anno in Val di Susa torneranno le ruspe per iniziare la costruzione del Tav Torino–Lione e la Valle verrà nuovamente militarizzata come si trattasse dell’Afghanistan, la reazione popolare sarà dirompente e decisiva come lo fu nel 2005? Per tentare di darci una risposta occorre ripercorrere gli ultimi tre anni, al fine di comprendere se ed in quale misura gli accadimenti succedutisi abbiano intaccato la compattezza del movimento No Tav e la posizione di aperta contrarietà nei confronti dell’alta velocità radicata in larga parte della popolazione valsusina.
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Genchi e l'anomalia Italia |
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5 marzo 2009
L'analisi politica impietosa che viene condotta a queste latitudini rifugge il provincialismo della micronotizia sulle beghe nazionali, imperante anche nei canali canonici di Controinformazione. Tuttavia crediamo sia onesto isolare l'anomalia Italia nelle sue manifestazioni contingenti. Anche perchè l'anomalia Italia può essere presa come paradigma della sovranità limitata, dell'omologazione culturale e dello strapoitere dei potentati internazionali. Prendiamo l'affaire Genchi, che rappresenta in toto “il valore aggiunto" nazionale, il nostro perverso contributo allo sfascio occidentale.
In principio fu “il più grande scandalo della Repubblica Italiana”: il nostro premier disegnò uno scenario apocalittico in cui onesti cittadini venivano intercettati mentre tradivano la moglie, cioè la rappresentazione classica che l'uomo di Arcore dà della privacy, nella sua accezione più squallida. Il tutto, ovviamente, per accelerare l'approvazione di una legge che disciplinasse le intercettazioni pro domo sua e dei suoi amichetti trasversali. Nel frattempo si sanciva la “sacralità" della riservatezza lasciando che le società di marketing telefonico potessero di nuovo accedere ad archivi precedentemente inibiti attraverso il decreto “millesfoglie”, e vessare felicemente i “clienti” con le telefonate seriali all'ora di cena. La cosiddetta deroga mercantile alla privacy: se non consumi ti rompiamo i coglioni. Tornando al consulente giudiziario Gioacchino Genchi, chiamato dal pm De Magistris a collaborare all'inchiesta Why Not, si è scoperto che aveva lavorato su tabulati telefonici riferiti ad utenze intercettate durante indagini che disegnavano e disegnano scenari orrorifici: intrecci di mafia, massoneria, politica e imprenditoria, passati e presenti. Una rappresentazione dell'Italia come avanguardia continentale ed oltre, l'anomalia della criminalità organizzata, quella delle protezioni politiche, quella della longevità/immunità dei suoi rappresentanti parlamentari, nei loro passaggi dalla Prima alla Seconda Repubblica uguale e assolutamente aderente. Anomalie che si ripetono sinistramente: parlamentari e procure indagate che ricusano senza alcuna competenza territoriale (vedi i casi delle procure di Roma e di Catanzaro), fondi europei che finiscono nel magma delle clientele partitiche, connessioni con le oligarchie bancarie italiane, veri e propri templi inviolabili, servizi di vigilanza sulla sicurezza che vigilano su magistrati e consulenti, servizi segreti e consulenti come Genchi che attaccano politici in tv e si dichiarano tenutari di segreti di Stato da anni ipotizzati, palesati ma mai emersi. Più Stati paralleli che si intersecano, voragini finanziarie e finto-imprenditoriali, intere generazioni di politici delegittimati, liberi professionisti che suppliscono al ruolo dello Stato (che in un paese normale dovrebbe procedere alla pulizia degli scheletri "politici" nell'armadio), banche centrali controllate dalle banche private, cariche dello Stato che si autoimmunizzano, delegati che si autodelegano. Ecco l'anomalia Italia.
Mauro Maggiora
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