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Attenzione a Duterte PDF Stampa E-mail

2 Dicembre 2016

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Da Appelloalpopolo del 15-11-2016 (N.d.d.)

 

Il 30 giugno 2016 si è insediato come presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, dopo una lunga carriera (iniziata nel 1988) come sindaco della città di Davao, nel sud delle Filippine. La sua vittoria è stata quella di un outsider definito da alcuni osservatori come “populista”. La sua campagna si è basata prevalentemente sulla promessa di applicare su scala nazionale la politica di tolleranza zero del crimine e della droga, politica che ha applicato (a sentire i cittadini della sua città) con successo a Davao negli ultimi anni, arrivando a sostenere pubblicamente l’azione delle “squadre della morte di Davao”, vigilanti armati che hanno ucciso migliaia di spacciatori e piccoli criminali in modo del tutto extra-giudiziario. Secondo alcune testimonianze dietro l’azione di queste squadre di vigilantes ci sarebbe stato proprio lui, il sindaco eletto della città. L’appoggio popolare al sindaco-vigilante Duterte può essere spiegato come conseguenza della crisi del sistema giudiziario filippino, incapace di perseguire con efficacia la diffusa criminalità in modo legale.

 

Eletto presidente, Duterte ha fatto scalpore con i suoi attacchi diplomatici agli Stati Uniti e con l’apertura alla Cina, nell’ottica di un nuovo ri-bilanciamento geopolitico delle Filippine, mirante ad una rinnovata autonomia nelle questioni di politica internazionale. Sul piano della politica interna Duterte si presenta come outsider rispetto alle forze tradizionalmente legate al potere filippino, anche se proviene da una famiglia che ha radici importanti nelle famiglie politicamente più in vista della sua zona di provenienza. Ha buoni rapporti con l’importante comunità islamica filippina, che l’ha sostenuto politicamente. Deve però affrontare la minaccia del terrorismo estremista di matrice islamica del gruppo Abu Sayyaf, simpatizzante dell’ISIS, nel Sud delle Filippine. Famoso per il suo linguaggio volgare (tra le tante ha definito Obama un “figlio di puttana” durante una conferenza stampa) e per il suo atteggiamento da “duro”, la sua ascesa può considerarsi come il riflesso del malcontento di una popolazione che non ha beneficiato della recente crescita economica filippina ed è esasperata dalla corruzione pubblica e dalla criminalità di strada.

 

Paolo Di Remigio

 

 
Nessun cambiamento è mai venuto dalle leggi PDF Stampa E-mail

1 Dicembre 2016

 

Da Rassegna di Arianna del 26-11-2016 (N.d.d.)

 

Sono quasi convinto che al referendum del 4 dicembre i “sì” prevarranno sui “no”. So benissimo che i sondaggi affermano il contrario ma abbiamo già saggiato, negli ultimi eventi cruciali, la loro scarsa affidabilità, dalla Brexit alla elezione di Trump. I sì vinceranno per un motivo banale che non c’entra nulla con le riforme della propaganda governativa: la gente vuole un cambiamento purchessia. In questi giorni ne leggo di tutti i colori, persino che la vittoria del sì sconfiggerà il cancro. E perché no, di colonizzare anche Marte? Questo è l’infimo livello del dibattito in corso. Quanto a fandonie, dall’altra parte non sono da meno. Vedrete che a cose fatte marziani e terroristi della psiche troveranno un accordo, per il bene della loro piccola patria di partito. Passata la festa, gabbato lo santo.

 

È chiaro che questo voto non modificherà, se non in peggio, la vita degli italiani. Ci vuol ben altro per superare la palude in cui siamo precipitati negli ultimi vent’anni. Ma al popolo questa profanazione della Costituzione piace perché intaccare il Totem fa cadere l’ennesimo tabù, verso il quale essi non hanno alcuna riverenza, in quanto non ne colgono i vantaggi concreti. Un (falso) segnale positivo, insomma, per chi è stufo di vivere in un Paese ingessato, ormai improduttivo e impoverito in ogni settore economico-sociale. La partita tra costituzionalisti improvvisati ed anticostituzionalisti della domenica non è di nessun interesse per gli elettori. I pareri di insigni professori o quelli contrapposti dei concorrenti di quiz stanno per loro quasi sullo stesso piano. Non temono le derive autoritarie di cui blaterano i soloni in cattedra e non credono, fino in fondo, alle promesse di questi riformatori extraterrestri, tuttavia meglio affidarsi alla ruota della fortuna che rassegnarsi ai presagi di sventura. Almeno ci avranno provato a grattare la sorte. Le persone sono infatti concentrate sulla necessità di dare una scossa alla nazione, dove le loro aspirazioni individuali, quelle dei loro figli e dei loro nipoti sembrano avere il futuro sbarrato e per nulla sereno. C’è da capire chi, tra i comuni mortali, voglia votare sì, senza che sia coperto di disdegno da chi voterà per il contrario. E viceversa. Il disprezzo, andrebbe, invece, riservato tanto ai politicanti propugnatori del “no” che a quelli del “si”, i quali manipolano il malcontento pubblico per l’ennesima partita di Palazzo, di nessun giovamento per il presente e il domani dell’Italia e valevole solo ai fini delle loro carriere parlamentari. L’ideale, sarebbe restarsene a casa per dimostrare di essere alieni (noi, non loro) a queste beghe tra prestigiatori pasticcioni che vorrebbero dare ad intendere di avere a cuore il destino del Paese mentre svendono il suo patrimonio collettivo, fatto di storia (cultura) ma anche di averi materiali (benessere). Il totale disinteresse del popolo dimostrerebbe a lor signori che ci vuole ben altro per ripristinare la fiducia nelle élite che ci hanno condotto alla rovina. Chiunque vincesse sarebbe allora screditato dalla scarsa partecipazione generale e dovrebbe “muoversi sulle uova” con la paura costante di vedersele prima o poi tirare in faccia. Purtroppo per noi, mancano ancora in Italia quelle forze autenticamente nazionali capaci di “frenare il franamento” in maniera seria e decisa. Difetta la presenza in fieri di una vera classe politica sovranista in grado di chiamare a raccolta gli spiriti e le energie migliori per lanciare la sfida all’epoca in corso. Quando queste truppe marceranno all’orizzonte sapremo riconoscerle dalle spade, non dalle carte bollate. Nessun cambiamento è mai venuto dalle leggi, viceversa sono queste ad adattarsi alla sana e robusta costituzione di un popolo. Noi italiani, invece, siamo sempre più malaticci, di norma in norma.

 

Giovanni Petrosillo

 

 
Moderatismo PDF Stampa E-mail

30 Novembre 2016

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Da Appelloalpopolo del 27-11-2016 (N.d.d.)

 

Cambiamento. Una delle tante vuote espressioni così in voga di una vuota politica che fa dell’uso delle parole un’arma efficacissima per nascondere, celare, mascherare finalità antitetiche rispetto al significato di cui esse sono portatrici per il senso comune. Ci sono alcuni termini che istintivamente associamo ad un concetto di positività, senza soppesarne la potenziale carica negativa. Uno di essi, oltre al già citato cambiamento, di per sé sempre interpretato invariabilmente come foriero di progresso, è moderatismo. La moderazione, come noto, è sempre stata considerata un’importante virtù, una qualità dell’uomo saggio e misurato. Insomma, un sinonimo di affidabilità. Se ciò può essere senz’altro vero in generale, un tale atteggiamento, applicato in contesti diversi, può però implicare risultati diversi. Consideriamo la politica. Cosa vuol dire oggi essere moderati? Stando a quanto possiamo concretamente constatare dal comportamento e dal pensiero di chi si inscrive in questa categoria, non possiamo che giudicare il moderatismo come sinonimo di completa inanità. I legionari del moderatismo, nell’odierno panorama politico, non sono altro che i cani da guardia del sistema. Come accennato in apertura, infatti, essi si fanno scudo con un termine che li fa automaticamente apparire sotto una veste rassicurante. Errore di valutazione esiziale, soprattutto in un contesto, come quello attuale, di sostanziale subalternità a poteri stranieri dei quali i cosiddetti moderati non sono altro che i fedeli esecutori. Rigettare il moderatismo appare allora un imprescindibile imperativo. Preveniamo anzitempo ogni reazione atterrita del sostenitore del politicamente corretto di turno. Qui nessuno anela alla restaurazione di un qualche tipo di dittatura – per chi non se ne fosse accorto, proprio quella eurounionista, pur non essendolo nei modi formali, lo è tuttavia negli effetti sostanziali. Il moderatismo va rigettato in primo luogo come condizione dell’animo; esso apre infatti la strada all’arrendevolezza, all’accettazione dello status quo, all’incapacità di immaginare una profonda ristrutturazione dei rapporti sociali ed economici attualmente vigenti. In questo senso, il moderatismo è oggi la precondizione dell’immobilismo, della rinuncia, in ultima analisi, della sconfitta. Alle condizioni date, oggi esso è un approccio perdente.

 

Vi sono momenti storici in cui, essendo già presenti presupposti socialmente ed economicamente evoluti, il cambiamento può essere apportato, in senso migliorativo, con aggiustamenti progressivi. Ma in un’epoca di drammatica e repentina involuzione come quella in cui siamo da tempo ripiombati, occorrono idee radicali, atte a rinvigorire animi da troppo tempo schiacciati dalla frustrazione. Il radicalismo di cui parliamo deve essere prima di tutto l’espressione di una rinnovata condizione esistenziale, il simbolo di un ritrovato slancio volitivo, di una ferma onestà intellettuale che non può più accettare compromessi al ribasso; una postura in primo luogo dello spirito attraverso cui far riemergere una nuova e più risoluta lotta sociale. Deve essere il marchio distintivo di uomini capaci di riconquistare prima di tutto una loro sovranità interiore. Senza un violento sussulto di orgoglio e di dignità, questi uomini non saranno mai in grado di riconquistare l’autonomia politica. E tuttavia, prima dell’autonomia politica in sé, è necessario riconquistare la consapevolezza, che ci hanno tolto, di poterla gestire ed esercitare pienamente nel nostro interesse. Il tempo del moderatismo deve terminare perché di moderatismo, alla fine, si può anche morire. Oggi il mutamento, per essere tale, non può che essere radicale. Occorrono quindi visioni di sistema nettamente definite, uomini e donne che sappiano ciò che vogliono e che siano coscienti degli strumenti necessari per ottenerlo. Quegli strumenti bisogna riprenderseli. Per farlo, occorre chiamare a raccolta tutti coloro che sentano nel loro animo il richiamo di questa rivoluzionaria radicalità.

 

Davide Parascandolo

 

 
Vaccinarsi con giudizio PDF Stampa E-mail

29 Novembre 2016

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La decisione della regione Emilia-Romagna di non ammettere agli asili nido i bambini che non siano stati vaccinati contro la poliomielite, la difterite, l’epatite B, il tetano ha suscitato qualche polemica ma in linea di massima è stata accolta in senso favorevole e una analoga norma dovrebbe essere presto adottata dalla regione Lazio.

 

Qui sono in contrasto due diritti: quello di libertà garantito dalla Costituzione all’articolo 32 che recita “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge” e quello della difesa della salute pubblica. Per aggirare l’articolo 32 la regione Emilia-Romagna ha adottato un escamotage intelligente: non impone ai genitori (che sono i titolari del diritto di libertà richiamato dalla norma costituzionale) di vaccinare i loro bambini ma gli esclude dalla frequentazione dell’asilo nido. Perché dico che si tratta di un escamotage? Perché per imporre la vaccinazione occorrerebbe, come dice l’articolo 32, una legge che non può che essere nazionale. È quindi una decisione di buonsenso, in attesa che arrivi questa legge. La decisione della regione Emilia-Romagna riguarda infatti sostanzialmente malattie infettive che possono essere trasmesse ad altri soggetti. Se io non ho una malattia infettiva, poniamo un tumore, non posso essere obbligato a seguire le cure che mi consigliano, e certe volte cercano di impormi, i medici. Quando al cantautore francese Jacques Brel fu diagnosticato un tumore, girò il culo, salì sulla sua barca a vela, girò per due anni sui mari e morì nel modo che lui riteneva più degno. Quando Claudio Villa schiacciando sul pedale della sua moto fu colpito da infarto, ricoverato, intubato, monitorizzato, si strappò tutti quegli aggeggi riscattando con questa morte, che oserei chiamare eroica, quarant’anni di canzoni insopportabili (‘Binario triste e solitario’, ‘Mamma’ e via cantando).

 

Del tutto diverso è il discorso per le malattie infettive. Non a caso in antiquo le navi che portavano a bordo una persona infetta inalberavano la bandiera gialla. Niente da dire quindi sull’obbligo della vaccinazione per malattie che oltre a essere infettive sono particolarmente pericolose e spesso mortali per chi le contrae. La mia infanzia, la mia adolescenza furono turbate da quest’incubo della poliomielite cui le nostre madri cercavano di proteggerci con metodi empirici e sicuramente inefficaci come delle collane da cui pendeva un medaglione di canfora. Mi ricordo che una notte mi svegliai e scendendo dal letto non riuscivo a camminare. Non era la malattia ma il terrore ad avermi paralizzato (nella fantasia di noi bambini la ‘polio’ faceva molta più paura della morte perché portava alla paralisi. La felicità di un bambino è correre). Nel 1966 la vaccinazione antipolio secondo il metodo Sabin fu adottata anche in Italia e da allora questa terribile malattia è scomparsa dal nostro mondo. Ho qualche dubbio invece sulle vaccinazioni a tappeto per le malattie infettive ma non particolarmente pericolose, come quelle esantematiche (il morbillo, la varicella) o per altre di tipo leggero come la pertosse detta ai miei tempi ‘tosse asinina’. Ai miei tempi pleistocenici a volte le mamme avvicinavano apposta il loro figlioletto sano a uno ammalato di morbillo perché se lo prendesse, era una specie di autoimmunizzazione ‘fai da te’. E la mia perplessità nasce proprio da qui, che a furia di proteggerci da tutto si indeboliscano le nostre difese immunitarie complessive. Quando ero ragazzino, d’inverno io uscivo scamiciato e non mi sono mai preso un’influenza. La madre dei quattro figli di Giovanni Mosca (il famoso vignettista e umorista) che abitavano due piani sotto di me, li faceva uscire imbacuccati fino all’inverosimile e si beccavano quattro influenze a stagione.

 

Quindi, come sempre, come in tutte le cose della vita, è una questione di equilibrio. Benissimo perciò la decisione della regione Emilia-Romagna, ma non portiamo le cose troppo oltre, non pretendiamo l’immunità da tutto. Perché non esiste e può portare a effetti paradossali. Nel contempo un dossier dell’Agenzia dell’Unione Europea ci informa che lo smog uccide, in Europa, 467 mila persone all’anno, infinitamente di più di quante potrebbe farne qualsiasi epidemia di morbillo, di varicella, di pertosse e anche di meningite. Questa è una delle grandi emergenze dell’epoca moderna in materia di salute, e anche di qualità della vita, ma gli Stati fanno solo finta di occuparsene. Perché se lo facessero seriamente disturberebbero il ‘Grande Manovratore’ alias quell’economia industriale che tutti ci stressa e molto spesso, dati alla mano, ci fa ammalare e morire.

 

Massimo Fini

 

 
Complottisti e "ufficialisti" PDF Stampa E-mail

28 Novembre 2016

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Sgomberiamo il campo da equivoci: i complottisti esistono, non lo nego. Sono coloro che postulano dietrologie all'ombra di ogni singolo evento della storia. Lo fanno per pavidità, per scusare la loro passività di fronte ai mali che osservano, dicendoli invincibili e soprattutto nascosti. Lo fanno a volte per sembrare più furbi degli altri e spesso per evitare lo scomodissimo onere di distinguere e soppesare di fronte ad ogni accadimento.

 

Il problema è però che oggi il termine complottista è divenuto etichetta. Significa squilibrato, mezzo matto, credulone, inacculturato, e viene appiccicato con un sorrisino sprezzante a tutti coloro che, indipendentemente dalla modalità con cui pervengono ad essi, sostengono pensieri difformi da quelli della maggioranza titolata, dall'opinione pubblica, dai libri di scuola.

 

Chi accusa il complottista di essere tale spesso porta, anche quantitativamente, meno prove a sostegno della sua tesi di quanto lui faccia. Questo perché percepisce la sua non come una tesi, ma come la verità.

 

Lo sbufalatore, il debunker, l'anticomplottista insomma, si applica di meno, è spesso digiuno dei temi trattati, bastandogli il crisma dell'ufficialità a fare da scudo.

 

Non abbiamo un termine per definire l'anticomplottista e quindi ne creerò uno: ingenuista credo possa andare.

 

Il primo problema dell'ufficialista è che se conoscesse un minimo di filosofia, rimarrebbe basito nel constatare come quest'ultima nasca come vero manifesto del complottismo. Se intendiamo la conoscenza come ricerca del vero, dobbiamo ammettere che la verità è ancora da trovare. Se intendiamo la scienza come scoperta, dobbiamo ammettere che la verità è costituzionalmente nascosta. Se intendiamo la didattica, preliminarmente, come sgombero delle precomprensioni, dobbiamo concedere che nella mente del discente ci sia l'errore, una falsa interpretazione della realtà.

 

A parte Socrate, il maestro del dubbio, il primo filosofo di cui ci rimangano testi compiuti e significativi, Platone, ci racconta nel suo mito più celebre, quello della caverna, la figura eroica del complottista. Il saggio è infatti considerato un complottista dai soggetti incatenati, i quali considerano le ombre proiettate davanti a sé come il mondo reale. Il saggio che rivelerebbe senza tatto la sua scoperta sarebbe prima non compreso, poi deriso e infine violentemente osteggiato dagli ignoranti. Ve lo immaginate? “Un mondo di luce là fuori? Ah ah ah... A Plato'...l'hai letto su Lercio? E sulla luna ci siamo andati realmente? E l'Area 51?” E giù tutti a ridere, ammiccando e dandosi gomitatine compiaciute, senza manco avvertire il peso delle catene alle braccia! E se potessero gli incatenati, in ottemperanza alla omeostasi che li orienta, colpirebbero il saggio anche nella sua libertà, impedendogli di rivelare ciò che pensa di aver scoperto. Non è assurdo immaginare infatti che all'interno della caverna potesse essere varata una sorta di legge antinegazionismo, nella quale venisse eternata la realtà immutabile del mondo delle ombre, certificata magari da un equivalente storico della nostra Norimberga. Ci sarebbe potuto essere quindi il risultato grottesco dell'esaltazione della realtà “grottuale”.

 

Ma Platone è impenitente, e allora scrive, nel Dialogo Il Sofista, di come al mondo vi siano tanti cacciatori di uomini, cacciatori attraverso le armi dell'inganno, della affabulazione, che operano in tal modo per trarne proprio beneficio, anche economico. Secondo Platone il sofista non è inoltre un amante dell'agonismo, della lotta faccia a faccia, come un cacciatore che insegue la preda. No, è un pescatore che nasconde l'amo con l'esca e aspetta che il gonzo abbocchi. Sono pochissimi i pesci, solo i più esperti e smaliziati, in grado di smascherare l'apparenza e riconoscere il noumeno dietro al fenomeno. I boccaloni in sostanza muoiono e il pescatore si riempie la pancia.

 

Il secondo problema dell'ufficialista è che se conoscesse un po' di storia, anche di quella stessa storia scritta dai vinti che lui, il cui bagaglio culturale di solito è un sussidiario, quattro manuali e tre saggetti moderni presi alla Feltrinelli, ha studiato a scuola, si accorgerebbe che la storia è una lunga lista di complotti, segreti, macchinazioni, e che l'inganno in essa ha un posto d'onore.

 

Potrei fare una marea di esempi, dalla mascherata nel porto di Boston che diede avvio alla rivoluzione americana, all' “incidente” del golfo del Tonchino, ma mi soffermerò sul più significativo: l'incendio del Reichstag da parte di Hitler. Ufficialmente fu appiccato dal führer per incolpare i comunisti e giungere quindi più facilmente al potere. Come mai questo autoattentato è considerato verità inattaccabile mentre invece il solo prendere in esame l'11 Settembre come false flag espone al pubblico ludibrio? Risposta facile: perché Hitler era un orco cattivo barbaro e irrazionale e perché questa tesi sono tot anni che se ne sta tranquilla su quelle pagine. Praticamente la versione libraria del famoso “l'ha detto la televisione”. Quindi sono l'irriflessività, l'automatismo, il pregiudizio e la banalità a determinare che vi siano credenze credibili e credenze risibili, come in un certo senso Hume insegnava.

 

A nulla valgono le parole di Machiavelli nel Principe o quelle di Bacone ne La Nuova Atlantide, i quali secoli fa, senza conoscere Soros né i suoi avi, ci dicono come il Leviatano possa adoperare ogni sorta di accortezza per mantenere il potere e l'ordine, quest'ultimo inteso come l'ordine che vuole lui stesso in cima, ovviamente.

 

Nell'epoca del presenzialismo, nella quale regna il culto dell'attimo, del qui ed ora, si tende a dimenticare molto facilmente. Questo perché la società dei consumi, per i propri comodi, ha bisogno di modificare prontamente i bisogni indotti. Quindi quando trascorrono già pochi mesi, il fatto è compiuto e il giudizio che su tale fatto l'individuo può maturare non preoccupa più il potere. I bisogni, come gli oggetti, oggi non si sistemano con aggiustamenti minimi, si buttano, per dar corpo all'acquisto spasmodico di nuova merce. Tutto ha durata minima, anche di elaborazione e, come spesso succede, anche qualità minima.

 

Qualche esempio: chi conosce e soprattutto si interessa alla costruzione di un falso testimone, appositamente formato alla menzogna, per quanto riguarda l'accettazione della guerra in Iraq? Il potere intanto fa e disfa e sa che a distanza di qualche anno può anche ammettere di aver mentito e barato. Anzi, questa tardiva confessione, un milione di morti dopo magari, lo dipinge come liberale ed autocritico.

 

Possiamo considerare l'ufficialista come prodotto esemplare della società di massa la quale, sin dal suo apparire, ha favorito e contemporaneamente osannato come valori l'omologazione, l'appiattimento e la medietà. Se proprio non vi va di leggervi Le Bon o Ortega y Gasset, almeno si ascoltino in merito Marcuse e Pasolini. Come uno dei componenti dei pur magnifici stormi di uccelli che ornano con le loro evoluzioni e i loro globi i cieli autunnali, l'ufficialista segue la corrente ma, a differenza di questi uccelli, il suo è un movimento esteticamente scialbo. Egli va su binari prefissati, altro che in cielo, e non ha nemmeno la possibilità offerta dal caso di guidare sporadicamente il gruppo. Inoltre, rispetto a questo elemento dello spettacolo animale, l'uomo moderno, come monade, non gode dei benefici di un totale riconoscimento nella propria società come comunità, fatto tipico ad esempio del mondo medievale, ma segue pur restando isolato, estraneo alle dinamiche vere della politica e della formazione del pensiero comune.

 

L'ufficialista, per tratteggiarne meglio la figura, è uno che leggendo Cartesio si abbatte di fronte al dubbio metodico e si rincuora dinanzi alla morale provvisoria.

 

La sua figura certamente è vicina a quella del benpensante, del mormone anche, il complottista come libero pensatore che si oppone al sistema è un Galilei contro l'inquisizione. Di fronte al ricercatore la giuria degli ufficialisti contrappone un eloquente “Stolto, non la senti la musica delle sfere celesti?”

 

Anche dal punto di vista strettamente logico l'ufficialista è meno coerente del complottista. Se per quest'ultimo, nel suo furore scettico, è facile mantenere una condotta sensata, l'ufficialista si trova in contraddizione. Ad esempio, per quanto riguarda l'11 settembre, vero spartiacque in questo campo, l'ufficialista dice al complottista che la sua tesi non regge perché sarebbero stati necessari troppi complici, ma se ne frega di spiegare la necessaria complicità di tutte le travi di acciaio, comprese quelle dell'edificio non colpito da aerei, d'accordo nel cadere in quel modo e a quella temperatura, fatto necessario se si accetta la tesi ufficiale. Una razionalità a singhiozzo, “umana, troppo umana”

 

Per finire questa breve carrellata fenomenologica, si può citare come la filosofia dell'ufficialismo, cioè quella di accettare la superficie, la banalità, ciò che è a portata di mano, come spiegazione di fatti complessi, sia compendiata nella celebre tesi della “banalità del male” formulata da Hannah Arendt. Questa teoria fa della sua incapacità di dipanare nodi intrecciatissimi, come quelli sottostanti alle dinamiche del percorso nazionalsocialista, un vanto. Ubi minor, maior cessat, dunque.

 

 

 

Matteo Simonetti

 

 

 
Su Fidel Castro PDF Stampa E-mail

27 Novembre 2016

 

È morto Fidel Castro. Non mi metto a fare retorica in nessun senso. Dico però subito che per me è morto in pratica l’ultimo grande personaggio di un’epoca che ne ha prodotti in quantità; mentre oggi vedo solo miserabili e opportunisti di mezza tacca. Tanto per chiarire le cose, io considero grande pure un personaggio come De Gaulle, che credo avesse idee assai differenti da quelle di Castro. Mentre oggi vedo sono dei nanetti come Renzi e Berlusconi, come Hollande e la Merkel, come Bush, Obama e i Clinton; e anche Trump non credo sarà un personaggio chissà che. Certamente per coloro che continuano a ricordare un mediocre come Reagan quale grande presidente, perché avrebbe fatto crollare l’Urss (totali idioti che nemmeno sanno iniziare l’analisi di un fallimento, che ha cause ben più profonde e anche grandiose), è logico che i veri “giganti” non significano nulla. Come volete che dei maiali, capaci di emettere soltanto grugniti nei loro truogoli pieni di rifiuti, possano comprendere la nobiltà dei cavalli di razza con i loro fieri nitriti. Fidel, come tutti coloro che hanno cercato una via diversa, non è riuscito a creare la “società nuova”, piena di meraviglie. E come poteva farlo, fra l’altro, alle porte di un enorme paese nemico, prima potenza del mondo; e dopo la fine dell’Unione Sovietica, che forniva qualche, ma solo qualche, aiuto, entrata essa stessa in fase di declino e guidata da altri nani alla Gorbaciov. Per quanto mi riguarda, è in ogni caso evidente che se un’epoca è stata caratterizzata da alcuni giganti, mentre la presente conosce solo dei miserabili da suscitare nausea, ciò significa che si devono capire le differenze tra le due epoche e non tanto quelle tra i personaggi caratterizzanti le stesse. È ovvio che per me sono le epoche a creare i personaggi e non viceversa.

 

Che gli esuli cubani, nostalgici di Batista, esultino pure; così come i nostri giornalisti e politicanti (e altri laidi personaggi di ogni specie). Mentre pochi altri, semplici residui putrefatti di un’epoca ormai tramontata, si metteranno a fare la retorica su chi lottò contro l’imperialismo e per la costruzione del “socialismo”, mai esistito in nessuna parte del mondo; e che, proprio per gli errori di prospettiva commessi, aveva prodotto disfunzioni sociali e miserie da ammettere con lucidità e con la volontà di analizzarne le cause onde trarne debiti insegnamenti. Per carità, i primi mi procurano solo un po’ di nausea, pur se posso capirli poiché anch’io, quando crepa uno dei loro beniamini “da quattro soldi” (o uno di loro), provo intima soddisfazione. I secondi mi annoiano e fanno provare la rabbia che suscitano tutti i finti rivoluzionari, tutti quelli che cianciano di emancipazione sociale; e loro si sono già bellamente emancipati con tutto un corteggio di sponsor e finanziatori che, avendo ben capito la loro falsa retorica di pseudo-rinnovamento, li foraggiano per corrompere anche i più giovani, già rincoglioniti da una scuola dove furoreggiano i semicolti. Non alzerò piagnistei per questa morte. Si tratta di un uomo che ha vissuto a lungo, che ha avuto le sue soddisfazioni. Certamente, come tutti, avrà sofferto delusioni e dolori; anche per la morte di amici e compagni di lotta. E forse gli ultimi anni sono stati tristi, come per tutti quelli di una certa generazione (che in fondo è quasi la mia; quindi conosco bene il problema). Comunque, è stata una vita spesa bene e di cui penso sarà andato complessivamente fiero e soddisfatto. Mi consento di salutare Fidel da uomo a uomo (non da pari a pari, sia chiaro). Se per caso – non ci credo, ma se per caso – incontrasse “di là” qualcuno del tipo di Stalin e Mao o anche, non ci sputo sopra, Hitler e Mussolini; o addirittura qualcuno di più vecchio come Napoleone o magari perfino Giulio Cesare; o Attila e Gengis Khan; dica loro di soffiare forte quaggiù. Vuoi vedere che magari ci “divertiamo” nuovamente un po’! Comunque, saluti bell’anima, hai vissuto da uomo e da grande.

 

Gianfranco La Grassa

 

 
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