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Dinamica della decadenza PDF Stampa E-mail

29 Giugno 2017

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Da Comedonchisciotte del 27-6-2017 (N.d.d.)

 

Riuscire a trovare i segnali che rivelano la decadenza ed il declino di un Impero è una specie di gioco da salotto. L’arroganza di una leadership, gli eccessi delle disuguaglianze […] Sir John Glubb ha elencato qualche altro sintomo nel suo saggio sulla fine degli imperi The Fate of Empires, che potrebbe anche essere chiamato dinamica della decadenza:

 

a) Un crescente amore per il denaro fine a se stesso. b) Un lungo periodo di ricchezza e di vita facile, che rende la gente sazia e compiaciuta, tanto da perdere il senso del limite, dimenticano i modi (fiducia, energia, lavoro duro) con cui hanno costruito la loro civiltà. c) Egoismo e completa dedizione a se stessi. d) Perdita di qualsiasi senso di dovere/rispetto verso i beni comuni.

 

Glubb   aveva incluso anche altri punti nel suo elenco delle caratteristiche della decadenza: Aumento della frivolezza, dell’edonismo, del materialismo e del culto di celebrità che non producono niente, perdita della coesione sociale, volontà di sempre più persone che vogliono vivere sulle spalle di uno stato gonfiato e burocratico

 

Lo storico Peter Turchin, che citerò spesso in questo articolo, ha elencato tre forze disintegranti che possono sfibrare l’economia di un impero e l’ordine sociale:

 

1. Stagnazione dei salari reali per effetto di un eccesso di offerta di lavoro 2. Sovrapproduzione di élite parassitarie 3. Deterioramento delle finanze dello Stato centrale. A questi elenchi vorrei aggiungere ancora un paio di cosette che sono ben visibili nel nostro attuale Impero Globale del Debito che avvolge il globo e che comprende nazioni di tutte le dimensioni e di qualsiasi politica e cultura:

 

1. […] ricercare raffinatezze sempre più estreme per farsi riconoscere e differenziarsi anche nella stessa classe delle Elite. […]  Ora quasi tutti i tecnocrati che fanno parte della fascia inferiore della nobiltà finanziaria possono permettersi di prendere un prestito a basso interesse per comprare un’auto di lusso, anche gli aspiranti ricchi devono farsi notare comprandosi una super-car che costi almeno 250.000 dollari o di più. Un semplice yacht non distingue più le vere Altezze della Finanza Reale dai Nobili delle Caste finanziarie più basse, quindi i super-yacht sono de riguer, insieme a tutti gli altri eccessi come isole private, jet privati che costino almeno 80 milioni di dollari ciascuno e così via. Anche uno dei più normali aspiranti tecnocrati spende regolarmente 150 dollari per un piatto di un pranzo raffinato e se ne va in vacanza in una delle località più esclusive e remote per far vedere il suo stato sociale. Abbondano gli esempi di questa iper-inflazione di raffinatezza da quando la ricchezza del 5% dei TOP è schizzata alle stelle. 2. La fede di poter continuare a vivere nello status quo ha raggiunto livelli quasi religiosi. La possibilità che l’intero circo della finanza e della politica degli eccessi possa in realtà non essere altro che un castello di sabbia che si scioglie sotto le onde della storia, è un’eresia – non entra nemmeno nelle menti di chi gozzoviglia o di chi chiede più panem et circenses (Reddito Minimo Garantito – Universal Basic Income, ecc.) 3. Il Lusso, non il servizio, qualifica le élite finanziario-politiche. Come ha evidenziato Turchin nel suo libro sul declino degli imperi, nell’epoca della espansione e dell’integrazione dell’impero, le Elite basano il proprio status sul mettersi al servizio del bene comune e della difesa (o dell’espansione) dell’Impero. Mentre sopravvivono solo frammenti dell’antico noblesse oblige nei marchi delle élite finanziarie, la stragrande maggioranza di chi è entrato nelle classi di Elite si concentra sull’arraffare quanto più potere e più ricchezza sia possibile nel più breve tempo possibile, non con l’obiettivo di servire la società per il bene comune ma solo per riuscire ad entrare nel gioco della concorrenza di status con tanta ricchezza e per mettere le mani su pasti raffinati, viaggi di lusso in località remote, seconde e terze case in rifugi esotici ma sicuri e così via. 4. Una fede indiscussa nel potere illimitato dello Stato e della banca centrale. L’idea che i governi e le banche centrali più forti non possano essere più in grado di aprire la strada per loro, a spese nostre, cioè che non possano più creare tanto denaro e tanto credito quanto è necessario – per loro –  da stampare su qualsiasi pezzo di carta, è una cosa impensabile per la stragrande maggioranza della popolazione, delle élite e anche dei servi-del-debito. Che tutta questa valuta e questo credito appena stampato non sia altro che un fardello sulla produzione di beni e servizi e sull’aumento della produttività del futuro non entra nella mente dei credenti nel potere illimitato degli stati e delle banche. Ci hanno inculcato l’idea che il potere finanziario equivale al Potere Divino dell’Imperatore: il governo e la banca centrale in pratica dispongono dei poteri divini con cui possono superare qualsiasi problema, qualsiasi crisi e ogni conflitto, semplicemente creando più soldi. Creando quanti soldi credono che siano necessari. Se con 1 trilione di dollari in valuta fresca il trucco non riesce – nessun problema! 10 trilioni di dollari? Nessun problema! 100 miliardi di dollari? Nessun problema! Non esiste un limite a quanta nuova moneta, a quanto nuovo credito, possono creare il governo e la banca centrale. Che ci siano dei limiti all’efficacia del creare altri soldi, non sfiorerà mai la mente dei fedeli. […] La possibilità che i poteri dello stato centrale (e della banca centrale) abbiano in realtà qualche limite, in un’epoca in cui la maggior parte delle élite e della popolazione dipende dalla macchina che stampa gratis il “denaro” dello Stato e della banca centrale, permettendo che vivano e prosperino nella loro ricchezza,  è una bestemmia.

 

È istruttivo ripensare agli eccessi della ricchezza privata e della disfunzione politica del Tardo Impero Romano e agli eccessi della ricchezza privata e delle disfunzioni politiche di oggi. Come Turchin e altri hanno documentato, dove la ricchezza media di un patrizio romano del periodo della Repubblica (durante la fase dell’espansione dell’impero) equivaleva forse a 10-20 volte la ricchezza di un qualsiasi cittadino libero, quando si arrivò alla fase della disintegrazione e della decadenza del periodo imperiale, le Elite avevano portato il livello della loro ricchezza ad una scala di 10.000 volte la ricchezza del cittadino libero romano. Le ville delle Elite erano più simili a piccoli villaggi costruiti con tutti gli eccessi del lusso che non semplici case di lusso per i ricchi e per i loro domestici. […] Possiamo essere abbastanza fiduciosi che quelle potenti élite abbiano considerato che l’Impero Romano fosse eterno e che il potere dell’Impero potesse garantire loro ricchezza e potere illimitato. Ma ahimè, la loro ricchezza fantastica scomparve, insieme a tutto il resto delle strutture imperiali centralizzate, straripanti, complesse e troppo costose. C’è una convinzione particolarmente diffusa che le Elite siano tanto intelligenti e potenti da riuscire sempre a sfuggire al crollo degli imperi che crearono e protessero la loro ricchezza. Ma sostanzialmente non c’è nessuna prova che questa credenza sia vera, quando le ere cambiano veramente. Sì, le élite si sono sempre mostrate molto abili a seguire il vento della politica; […] ma il crollo completo del sistema finanziario e del potere centralizzato è non una guerra o una crisi finanziaria: quelle sono solo mari in tempesta a cui le élite riescono a sopravvivere. Ma quando uno tsunami disintegra l’intera struttura e poi arriva un mare calmo e pieno di relitti galleggianti e di corpi senza nome, allora non c’è nessun passaggio di ricchezza dal Vecchio al Nuovo. Le Elite Romane non si trasformarono nelle élite dei barbari, non successe che tornarono nelle loro stesse Ville e nei loro stessi vasti possedimenti che avevano quando portavano le toghe e cenavano con prelibatezze super raffinate. Furono tutti messi da parte, insieme a tutto ciò che aveva permesso loro di essere ricchi e potenti. Non c’è niente di eterno e niente di durevole quanto potremmo immaginare – soprattutto i sistemi finanziari, super-complessi, super-costosi, super-asimmetrici e super-debito-dipendenti dallo Stato.

 

 Charles Hugh Smith (traduzione di Bosque Primario)

 

 
Sedersi e aspettare, non partecipare PDF Stampa E-mail

28 Giugno 2017

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Da Comedonchisciotte del 26-6-2017 (N.d.d.)

 

Che l’Italia fosse una terra dominata dalle mafie è un fatto risaputo, ma che un importante “pezzo” dello Stato – il Procuratore antimafia Roberti – lo ammettesse freddamente durante un’audizione di fronte alla commissione antimafia della Camera, dovrebbe far meditare. Non tanto per il fatto in sé, quanto per le varie strategie politiche di cui, spesso, si sente dissertare, condite – a volte – persino da litigi di parte…tutto ciò viene completamente azzerato dalle dichiarazioni di Roberti: nulla, al di fuori del potere “nello” Stato – a questo punto nello Stato Mafioso – può essere fatto, né immaginato, e forse nemmeno sognato, per non incorrere nel reato di “lesa mafiosità”. Penso soprattutto a Grillo ed al M5S – gli altri, contano come il due di coppe: o sono mafiosi, massoni, ecc. oppure anelano a diventarlo. Forse è meglio fare un breve sunto delle dichiarazioni di Roberti, perché c’è da tremare: incredibile questo scorcio di millennio italiano, un “1984” dove un Paese non viene asservito e dominato da una sorta di potere hitleriano o facsimile dello stesso, ma da cupole e famiglie mafiose. Le quali, decidono se un ospedale va chiuso o costruito, se una strada deve andare in malora oppure diventare una superstrada (con ponti e cavalcavia temporizzati, ossia che crollano a tempo debito per riproporre un nuovo appalto) e tanti, tanti mezzi che spostano terra. L’Italia non è la terra del sole, è la terra della terra. Da scavo. […] Ma Roberti spiega anche che, mentre la camorra è quasi insignificante (sotto l’aspetto della penetrazione nello Stato) e la mafia in altre faccende affaccendata (governare la Sicilia, come base per i suoi traffici internazionali) la n’drangheta è la vera Primula Rossa colei che, nata da un contesto contadino su base quasi tribale, è divenuta il mezzo più duttile per fare affari con questa classe politica. Mentre le altre mafie hanno strutture verticistiche (il richiamo a Messina Denaro è d’obbligo) le varie n’drine sono “contesti economico-affaristici” che si attivano direttamente, senza ingombranti “cupole” che generano difficoltà per essere attivate, e veleni a non finire se qualcuno scopre la frittata. I tanti casi, da Della Chiesa in poi, lo indicano chiaramente: mafiosi che si pentono e pentiti che si “spentiscono” sono all’ordine del giorno, cascate di fatti, eventi, dichiarazioni che generano affanni anche ad una mente allenata alla logica più raffinata. Con processi millenari che terminano fra le sabbie di un deserto giuridico. Con la n’drangheta – e le sue moltissime famiglie – si può fare affari immobiliari (od altro) senza rischi, poiché i patti sono chiari e le eventuali controversie sono decise dai capi delle varie n’drine, che cercano sempre l’equilibrio interno/esterno, fra gli affari che coinvolgono lo Stato ed il traffico di Cocaina il quale – almeno ufficialmente – lo Stato dovrebbe contrastare. Su tutto, deve regnare il silenzio della pax mafiosa. In questo panorama economico “on demand” la vetustà e la frammentazione della struttura calabrese diventa duttile, più moderna della blasonata mafia o della vulcanica camorra. Roberti mette l’accento sulla “quarta mafia”, ovvero la Sacra Corona Unita pugliese, che viene spesso dimenticata. Se vi recate in Albania, sarete sorpresi dal fermento economico, un roboante “sviluppo” che nasce da un accordo – ovviamente non scritto e nemmeno riconosciuto – fra lo Stato ed i produttori di cannabis, la quale viene rivenduta in Italia e, da lì, prende la via dell’intera Europa. Qui, Roberti deve avere notato la similitudine fra la mafia pugliese e la n’drangheta: la prima s’è impadronita del settore di produzione albanese, mentre la seconda – da molto tempo – s’è insediata a Medellin e, da lì, dirige i traffici di coca verso l’Europa. C’è veramente poco da star allegri e Roberti aggiunge un personale rimedio: liberalizzare la cannabis. Nulla in contrario…ma…per riprendere il controllo dello Stato dovremmo liberalizzare anche la Cocaina, poi l’Eroina, i vari allucinogeni in pasticche…è questa la strada? Roberti non si dilunga (almeno, così riportano le agenzie) sul com’è nato il rapporto – diciamo “confidenziale” – fra la n’drangheta ed i servizi. Credo di saperlo: basta risalire la scia di sangue che hanno lasciato. […]

 

Il problema è: preso atto della situazione, una forza politica che desideri mantenersi estranea al gioco Stato/Mafie per giungere al potere, quale strategia deve attuare? L’unica forza politica che non è mai stata al governo è il M5S: tutti gli altri si sono abbondantemente nutriti del latte mafioso. […] Il M5S nasce come movimento d’opinione, ed ottiene un successo insperato nel 2013: lo spreca malamente, rifugiandosi in un Aventino senza dar segno di sé, cosa che sarebbe stato in grado di fare, ma meglio, chiedendo tre ministeri “di peso” (Interni, Economia e Giustizia) sui 12 con portafoglio ed obbligare il PD ad un ovvio rifiuto. L’immagine che avrebbero dato agli italiani sarebbe stata di un movimento che sa quel che è importante e lo chiede, senza complessi: per il PD sarebbe stato (mediaticamente) difficile (e costoso) quel rifiuto, invece ci toccò sorbirci la penosa menata di Crimi e della Lombardi, che i due ascoltatori del PD ascoltarono annoiati. Tanto, questi non graffiano – compresero – e non hanno nemmeno capito come possono “spendere” al meglio il credito elettorale che gli italiani hanno loro conferito. Quando, poi, il M5S si avviò per partecipare – e in alcune realtà vincere – le elezioni amministrative, Renzusconi giubilò: si vanno a fiondare direttamente, da soli, nel tranello! Le realtà amministrative sono la feccia del malaffare, dove tutti s’abbeverano al bilancio statale ed alle tasse locali per finanziare le loro tasche, quelle dei loro amici e sostenere il sistema delle tangenti, il solo modo per sopravvivere politicamente: il voto è trapassato dall’antica appartenenza alla partecipazione interessata, che è l’anticamera del voto di scambio. Nel mare magnum delle amministrazioni si consuma ogni crimine, Formigoni docet, ed è difficile starne fuori poiché le sfaccettature del sistema sono infinite, basti pensare ad un movimento di rinnovamento cattolico – nato negli anni ’70 – trasformato nel centro di potere delle male amministrazioni d’ogni colore. Poi, ci pensa la stampa “amica” – la Raggi ora se ne accorge – poiché anche un rifiuto viene trasformato in una vicenda giudiziaria, laddove mille veleni – veri o falsi – vengono adombrati od esaltati, atti alla bisogna. E la gente non comprende più: torna a pensare “sono tutti uguali”. L’unico modo d’imporsi, per un movimento d’opinione, è quello di tenersi distante da ogni realtà maleodorante, poiché o cambi il sistema di “lavoro” – e questo puoi farlo solo se hai le leve del vero potere in mano: magistratura, forze armate, servizi, ecc. – oppure ne stai fuori. C’è un aneddoto che raccontano in Marina: “Se sei su un sommergibile a 300 metri di profondità e vieni centrato in pieno dalle cariche esplosive, come fai a salvarti?” La risposta è “Non esserci sopra”. […]

 

L’unica cosa certa è che il M5S – se continuerà su questa strada – finirà per farsi inglobare (anche senza partecipare!) al mondo corrotto che li circonda, senza nessuna speranza di giungere al potere. Al potere che conta, ovviamente: se s’accontentano solo delle poltrone il problema non esiste. Siediti e aspetta, ma non partecipare: il decalogo del movimento d’opinione rimane sempre quello, mentre la prassi indica che, quando il bacino si riempie troppo, l’onda tutto travolge. Ci vogliono nervi saldi e menti raffinate: qualità che, purtroppo, non mi rendono ottimista.

 

 Carlo Bertani

 

 
Bisogna essere seri, non buoni PDF Stampa E-mail

26 Giugno 2017

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Lo ius soli non è un diritto civile. Lo ius soli vuole regalare la cittadinanza a chi non la chiede. La cittadinanza deve essere chiesta e conquistata, dimostrando di avere certi requisiti. La cittadinanza non serve ad avere diritti civili e sociali, ma diritti politici e doveri di combattere in difesa della Patria ("la difesa della patria è sacro dovere del cittadino": art. 52 della Costituzione), magari contro tuo fratello che appartiene al popolo che ci attacca.

 

La cittadinanza è SOLO QUESTO.

 

Per questa ragione tunisini e marocchini, anche quando ne hanno diritto in genere non la chiedono (salvo che vogliano trasferirsi in Francia, dove è utile la cittadinanza italiana). Per la medesima ragione i sudamericani non la chiedono (salvo che debbano trasferirsi in Svizzera dove la cittadinanza italiana è utile). Lo ius soli c'è già, sia pure temperato. Pensare che i popoli sono sempre stati imbecilli mentre ora finalmente si è svegliata l'umanità buona non è da sempliciotti presuntuosi? L'importante è il principio: la cittadinanza deve essere chiesta e la concessione subordinata a rigorosi presupposti. L'uso strumentale che già oggi fanno gli stranieri della nostra cittadinanza dimostra che NON SIAMO SERI. Dobbiamo essere seri, non buoni e ciò è vero sempre, con i figli, le mogli, i clienti, i soci, gli stranieri. L'idea che si debba essere buoni è demenziale.

 

Stefano D'Andrea, presidente del FSI

 

 
Fuori i giornali dalla scuola PDF Stampa E-mail

24 Giugno 2017

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Da Appelloalpopolo del 22-6-2017 (N.d.d.)

 

Il lamento che in Italia si leggono poco i giornali trascura che i loro articoli sono una merce tra le altre e che la scarsa domanda può essere indice di cattiva qualità dell’offerta. In effetti gli articoli dovrebbero dare notizie, in realtà si sforzano di diffondere ideologia, quella che protegge gli interessi degli editori. Per questa pesante ipoteca da cui essi sono gravati, la diffusione dei giornali a scuola è sempre da respingere. La scuola infatti non insegna notizie, ma teorie o, nel peggiore dei casi, nozioni: le notizie assumono significato solo nei contesti teorici e devono senz’altro essere risparmiate a chi non li ha ancora acquisiti. C’è ancora un motivo di profilassi: mentre le notizie, come strumenti di campagne ideologiche, suscitano passioni e contrasti, le teorie sono conoscenze oggettive e universali, valide dunque per tutti, in grado di interrogare la ragione e di unire. Nondimeno, nell’attuale esame di Stato il giornale si è insinuato attraverso due brecce: gli alunni possono redigere i loro elaborati anche in forma giornalistica; inoltre i temi proposti dal MIUR sono corredati da brani tratti per lo più da pagine di quotidiani, anziché da testi qualificati sotto il profilo scientifico ed estetico.

 

Nell’esame di Stato di quest’anno alcuni dei versi più toccanti della letteratura italiana (‘I limoni’ di Montale) sono soffocati da una spiacevole masnada di brani tratti di preferenza dal ‘Sole 24 ore’. Il primo articolo, del giornale appena menzionato, mette in un riferimento esclusivo disoccupazione e progresso tecnico e dimentica di indicare la soluzione che il contrasto consente. In verità il progresso tecnico è solo una causa di disoccupazione; altra e ben più vigorosa è la libertà di movimento dei capitali e delle persone; entrambe aumentano infatti l’offerta di forza lavoro a parità di domanda. Ma esaltando la libertà di movimento dei capitali e delle persone come pezzo forte dei piaceri della vita, l’ideologia liberale, di cui il decotto ‘Sole 24 ore’ era eroico alfiere, preferisce riservare alla sola tecnologia il ruolo ingrato di calmierare i salari gonfiando l’esercito industriale di riserva. L’escamotaggio ha un primo vantaggio: fa del dramma della disoccupazione il lato negativo della marcia inarrestabile del progresso, ne fa cioè un destino, anziché l’effetto delle umanissime scelte libero-scambiste; e ha un vantaggio ulteriore: imputare la vera colpa degli squilibri economici, più che al cambiamento tecnologico in sé, alla scuola, inerte su Leopardi e Manzoni, in ritardo dunque sul prestissimo del cambiamento tecnologico; a detta dell’articolo, infatti, la disoccupazione tecnica si risolverebbe «ridisegnando i sistemi educativi in modo da creare le competenze manageriali, ecc. ». Visto? Se c’è disoccupazione è per colpa della scuola che non si ridisegna. Come se questo aumento delle competenze manageriali e tecnologiche, dando più energico impulso alla tecnologia, non esasperasse il problema, lungi dal risolverlo. L’ideologia liberale, che l’articolo trasuda da ogni suo grafema, tutta sbilanciata a raccomandare lavoro sodo e austerità a chi non sia banchiere o grande azionista, non riesce a concepire che la progressiva diminuzione della giornata lavorativa a parità di salario è il naturale prodotto della progressiva sostituzione del lavoro umano con le macchine.

 

Il secondo e il terzo articolo, tratti il primo da Carcom.it, il secondo da Panorama, raccontano entrambi di sondaggi di opinioni. E già si potrebbe obiettare: perché opinioni nella scuola, dove, come già osservato, non si tratta di eccitare la curiosità spicciola o di pianificare campagne pubblicitarie, ma di costruire competenze? […]

 

Viene poi un pezzo da «Repubblica», una comparazione del tutto improbabile tra la distruzione crudele, vandalica e militarmente insensata della gloriosa abbazia di Montecassino e le distruzioni causate dal sisma in centro Italia. Il filo che dovrebbe tenere insieme eventi tanto diversi, la celerità della ricostruzione, è proprio quello che, come constata proprio oggi lo stesso giornale, manca: mentre l’abbazia fu ricostruita in pochi anni (ma che pena visitarla: sembra la sua copia per Gardaland!), la ricostruzione delle zone terremotate si scontra con i vincoli di bilancio della UE ed è impantanata in una scandalosa inerzia. Il pezzo successivo, in un italiano zoppicante, dal ‘Sole 24 ore’, contiene una frase ad effetto che solo un giornalista potrebbe scrivere: l’alluvione di Firenze insegna «come nulla sia veramente perso se si ha la forza e la fede di non lamentarsi e di rimettersi a lavorare da capo» – un amaro scherno per chi ha avuto la vita schiantata da cataclismi. Si passa poi a uno smagliante climax informatico: a partire da un brano tratto dal sito web dell’INDIRE, una raccolta di luoghi comuni sulle virtù didattiche della robotica, ignorante il dato che la distruzione della scuola italiana va di pari passo con la sua informatizzazione, – attraverso un brano al limite del feticismo, tratto dal sito web della ‘Sant’Anna’ di Pisa, che parla di robot costruiti con materiali morbidi e deformabili, – si finisce nell’estasi del ‘Sole 24 ore’ davanti alla legge sulla responsabilità civile delle macchine considerate come ‘persone elettroniche’. Sembra di capire che l’acquisita morbidezza e deformabilità possa indurre le macchine a delitti sessuali di cui dovranno rispondere davanti al giudice. Forse un esperto giurista potrebbe ricavare qualcosa di sensato da questo pateracchio – non certo dei poveri candidati di un esame di Stato.

 

L’ultimo brano è dal ‘Corriere della sera’. Il tono, che in precedenza aveva preso tratti abnormi, qui diventa pretenzioso. Si parla di progresso. Ce ne sono due: uno tecnico-scientifico, che sarebbe esterno, collettivo, culturale e veloce, e uno morale e civile, che sarebbe interno, individuale, biologico e lento o lentissimo. La distinzione è del tutto incomprensibile: il progresso morale e civile – ammesso che si dia qualcosa del genere – è non meno esterno (mos, da cui morale, è costume, civis, da cui civile, è cittadino), collettivo (civis è da civitas) e culturale (a meno che non ci si voglia far portavoce del razzismo) del tecnico-scientifico. Da tanto rovinosa caduta il brano non si risolleva più. Questo è ciò che accade nella scuola italiana da quando si è distrutto l’argine che tratteneva nel suo letto il fiume torbido dell’opinione: il terreno della scienza è sommerso dalla chiacchiera giornalistica e il lavoro didattico diventa sempre più disperato.

 

Paolo Di Remigio

 

 
I conti della serva PDF Stampa E-mail

23 Giugno 2017

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Da Comedonchisciotte del 13-6-2017 (N.d.d.)

 

Una sera qualunque, a casa d’amici: senza saperlo, sto per accedere ai veri conti dell’economia spicciola, quelli che gli italiani fanno tutti i giorni. In questo caso, i conti dei padroni. Sono conti della serva fatti a spanne, però ci danno il “polso” di come s’è trasformata l’economia della produzione dei comuni beni di consumo, quelli che troverete nelle grandi catene commerciali, nei franchising, negli ipermercati. Sono le 22,30: arriva, visibilmente stanco, il figlio che ha terminato il turno in fabbrica. Si siede, assaggia una torta, beve un bicchiere di vino. Ha gli occhi fissi su qualcosa di lontano, come quelli di una persona che non riesce a staccarsi da un sogno. O da un incubo. Domanda banale: come va il lavoro? Risposta scontata: bene, ho finito il secondo turno, quello dalle 14 alle 22, la prossima settimana farò la notte. Sgranocchia la torta, sorseggia il vino: non riesce a staccarsi da qualcosa che gli ronza in testa, come un’ipnosi che ancora lo pervade. Lavora in una fabbrica dove si fanno oggetti abbastanza costosi, di largo consumo: due macchine automatiche le quali necessitano solo d’essere alimentate manualmente. Ossia, si prende un pezzo, lo si sistema sulla macchina, si preme un pulsante ed una resina calda scende nello stampo: 15 secondi, la resina è solida, si stacca e si ricomincia. Il pezzo finito esce già pronto per la vendita. Come avrete compreso, mi tengo sul vago per non rendere riconoscibile il bene prodotto o la fabbrica di produzione, ma si tratta di qualcosa che milioni di persone usano quotidianamente. Quanti pezzi riesci a produrre in un turno? 1.400 circa. Tre turni, due macchine: 8.400 pezzi il giorno. Ogni tanto, capita un piccolo intoppo (il pezzo non si stacca subito, oppure il pezzo superiore ha un difetto, ecc.): scendiamo ad 8.000 per fare cifra tonda. Quanto costano questi beni? Sono di ottima qualità – racconta – e, alla vendita, il costo d’acquisto s’aggira sui 140 euro. Mi fa vedere un esemplare: veramente bello e robusto. I conti sono presto fatti: ipotizzando che i pezzi siano venduti al grossista (od alla grande distribuzione) alla metà del prezzo di vendita (una stima abbastanza realistica), fanno 70 euro x 8000: 560.000 euro il giorno. Sì, avete letto bene: incassano più di mezzo milione di euro il giorno. 15 milioni di euro il mese, perché – ovviamente – la produzione è continua e non ci sono Domeniche, Pasque o Natali che tengano.

 

Approfondiamo l’analisi, tenendo conto che sono conti della serva: utili, però, per comprendere – a grandi linee – qual è la ripartizione fra capitale e salario. I pezzi che assemblate, li fate voi? No, li comprano in un piccolo Paese dell’estremo Oriente: li pagano pochi spiccioli. Li osservo e non ho difficoltà a crederlo: ben fatti, precisi, Immagino mani di donne o di bambini che cuciono, legano, rivettano…e poi una grande portacontainer che giunge a Porto Vado (praticamente, Savona) dove vomita i suoi container dai quali schizzano fuori migliaia, milioni di pezzi. Cosa vuoi dire con “pochi spiccioli”? Scuote la testa: “proprio pochi, un’inezia”. Non riesco a sapere di più: pochi spiccioli vorrà dire 5 o 10 euro? Mettiamo 10, tanto per strafare. E la resina? Qui, ne so più io di lui. La resina che utilizzano è comunissima: deriva – ovviamente – dagli intermedi di reazione i quali, altrettanto chiaramente, si ricavano dal petrolio, mediante processi di cracking e di reforming. Come giocare con il Lego: ho una molecola grande? La rompo in due, od in quattro…poi la unisco ad un pezzo da sei, ci attacco un pezzo da tre e…voilà, la resina è pronta. Si può venderla solida per comodità di trasporto, oppure mantenuta fluida mediante autobotti riscaldate…dipende dal tipo di produzione e dal tipo di resina. Il 5% del petrolio che importiamo va all’industria petrolchimica, che si distingue per il bassissimo apporto di manodopera rispetto al capitale investito in tubi, cisterne, refrigeratori, riscaldatori…perché quel gioco del “rompi e incolla” avviene semplicemente tramite temperature, pressioni e catalizzatori. E si producono – veramente a fiumi – gli intermedi, che poi prenderanno la via delle vernici, dei medicinali, delle materie plastiche, ecc. Tanto per capirci, i medicinali dal costo contenuto – diciamo la fascia da 0 a 20 euro – sono tutti prodotti da intermedi del petrolio. Idem le vernici, e tutto il resto. Un chilogrammo di resina per pezzo è un costo che è addirittura difficile stimare: più centesimi che euro, tanto per intenderci. Quindi, per le materie prime, possiamo ipotizzare 12 euro: 10 per il pezzo che è importato, qualche centesimo di resina ed un euro per la confezione.

 

Veniamo al personale. Le macchine sono due e lavorano su tre turni: 6 persone. Ovviamente, dobbiamo calcolare anche eventuali rimpiazzi. Facciamo 8? Poi, tre addetti per l’impianto delle resine (uno per turno), qualche meccanico, elettricista, magazziniere, confezionatore, e poi due impiegati, un paio di dirigenti…quanto fa? 25 persone? Ma facciamo 30, dai…ad abundantiam… 30 persone che non ricevono identico salario: per gli operai stimiamo un costo di 3.000 euro il mese ciascuno, e fanno circa 70.000 euro, poi ci sono i dirigenti…100.000 euro in tutto? Ma sì, dai, non lesiniamo. Sono paghe mensili, non dimentichiamo. Energia: certo, di corrente elettrica, acqua, spazzatura e tutto il resto ne fanno andare…stimiamo 10.000 euro il mese? Proviamo. Infine, ci sono i costi d’ammortamento del capitale investito, provenienti – di norma – dalle banche. Qui le ipotesi sono più difficili: ricordo che una macchina che assemblava – da sola, bastava alimentarla con le componenti – le porte blindate, in anni lontani, costava due miliardi di lire. Un impianto per produrre pellet si aggira (secondo le dimensioni) fra il milione ed i 10 milioni di euro. Con due macchine per l’estrusione della resina, più l’impianto di alimentazione della resina stessa, quadri elettrici, tubature, e poi il magazzino con l’immancabile furgone e l’elevatore per le merci…beh…ritengo che l’investimento sia stato di 5 milioni di euro, forse meno che più. Le banche cosa chiedono? Per un investimento di 5.000.000 di euro, restituibile in 5 anni, la rata mensile s’aggira intorno ai 70.000 euro. Infine, c’è il socio occulto: lo Stato. Quanto saranno le tasse? Qui ci sono le mille alchimie dei bilanci…proviamo con la massima, ovvero il 43%? Possiamo, a questo punto, scrivere un conto economico che ci darà, a grandi linee, la “fotografia” di una piccola azienda.

 

INCASSO ANNUO: 204.400.000 euro

 

SPESE ANNUE:

 

Materiali (pezzi, resine, energia, ecc.): 35.160.000. Spese per il personale (13 mensilità): 1.300.000 euro. Spese finanziarie (banche, mutui, ecc.): 840.000 euro

 

TOTALE SPESE: 37.300.000 euro. AVANZO (al lordo delle tasse): 167.100.000 euro. Tassazione (43%, massima): 71.853.000 euro. GUADAGNO (al netto di spese e tasse): 95.247.000 euro.

 

Non pretendiamo d’aver definito con precisione la “vita” di quell’azienda, ma d’aver tracciato almeno gli ordini di grandezza all’interno dei quali opera. Come noterete, non è stata considerata l’IVA, perché l’IVA è una partita di giro, ma non a risultato zero: sarebbe troppo difficile calcolare, per ogni singolo passaggio, il dare/avere dell’IVA. Così come non sono state considerate le tasse d’importazione ed i trasporti. Oppure le agevolazioni che l’azienda incassa dallo Stato per l’assunzione di personale. Ci sono una miriade d’altre variabili, ma sono soltanto un corollario che non muta il quadro generale. Un dato, però, è chiaro: le retribuzioni – soprattutto quelle degli operai – sono una frazione infinitesima del guadagno netto: circa il 2%. In altre parole, se l’orario di lavoro fosse di 20 ore settimanali (la metà, a parità di salario) per l’azienda i costi per il personale salirebbero soltanto al 4%. Un po’ la vecchia idea di “lavorare meno e lavorare tutti”. Ma i costi per il personale sono comprimibili, mentre non lo sono la tassazione (che fa la parte del leone), le banche, che sono praticamente un “cartello” ed i costi di produzione, l’energia, le tasse comunali, ecc. Come si è arrivati a questa situazione? Il grande colpevole è stato il sindacato: venduto è ancora dire poco. Connivente, partecipativo con il capitale. Questo ha condotto alla crescita dell’indice di Gini, e dunque alla sperequazione nella ripartizione della ricchezza. Lo vediamo tutti: per un imprenditore, acquistare un’automobile da 80.000 euro è come, per noi, comprare una bicicletta usata. Se non ci credete, recatevi al porto di Varazze ed osservate. I cantieri navali sfornano a ripetizione yacht – i cosiddetti “ferri da stiro” – di 20-30 metri, con motori di migliaia di Cv. Costo: 2-3 milioni di euro. Una parte di questi mastodonti viene usata per le tangenti: giri e rigiri di denaro per far impazzire i magistrati che indagano, quando non sono anch’essi conniventi. Oppure sono destinati alla vendita, ma qui avviene un paradosso: si vende più facilmente un colosso del genere (iscritto alla Cayman, ovviamente) che una piccola barca per uso familiare. La classe media è sparita, fagocitata dai grandi capitalisti, mentre la classe operaia vive condizioni al limite della schiavitù. Del resto, la classe politica – e questo è un leitmotiv che dura dall’Unificazione – preferisce prendere poco a tanti, piuttosto che tanto a pochi. Se osserviamo come vanno le cose in Germania, notiamo che – grazie alla cogestione – il sistema, seppur parzialmente, si riequilibra, poiché 4-6000 euro l’anno di premio di produzione, oltre al salario, fanno la differenza fra una vita di stenti ed una da cittadini. Inoltre, la facilità del “far soldi” non stimola a produrre beni innovativi, non incentiva la ricerca: se guadagno tanto fabbricando scarpe, pneumatici o pentole a pressione, perché devo impegnarmi a studiare soluzioni innovative sul fronte energetico o nei trasporti? La nostra classe politica potrebbe mettere in Costituzione (come fece la Germania) la partecipazione agli utili dell’azienda, ma se ne guarda bene: riceve troppe pressioni (leggi: soldi) per applicarsi in questo campo e nessuno ne parla mai. Loro, discutono di legge elettorale, perché è il mezzo mediante il quale definiranno gli equilibri interni alle forze politiche per i prossimi decenni: che gliene frega di noi? Beh, se le cose stanno così…non vado più a metter crocette su delle schede elettorali fasulle, almeno mi risparmio la rottura di scatole. Almeno, all’orizzonte, ci fosse qualche prospettiva, ma così no, non ne vale la pena.

 

 Carlo Bertani

 

 
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22 Giugno 2017

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Da Rassegna di Arianna del 13-6-2017 (N.d.d.)

 

Charles Bukowsky, dall’alto della sua saggezza, soleva dire che: “La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto.” Ed aveva ragione. Da alcuni giorni per svariati motivi ho del tempo a mia disposizione e una parte di esso l’ho utilizzato per fermarmi ed osservare. Cosa? la vita e chi la costruisce. Estraniarsi per qualche minuto o qualche ora durante la giornata e semplicemente osservare come prosegue la vita mia e altrui, dal di fuori, è un sano esercizio per rendersi conto in quale circo ci siamo cacciati.

 

In queste ore ho osservato traffico infernale anche in piccoli centri. Dalle prime ore della giornata fino a quelle pomeridiane. Per quelle di punta meglio non parlarne. Ho visto gente correre avanti e indietro su auto e motorini e nel mentre sbirciare anche qualche notifica al cellulare. Ho visto persone affannarsi ed urlare per la propria azienda o attività lavorative, litigare per uno sconto non dato o un prezzo di vendita troppo basso. Ho visto persone vantarsi della propria attività commerciale senza rendersi conto della totale inutilità di tale attività. Ho osservato persone lavorare otto, nove ore al giorno per vendere oggetti e servizi poco utili o totalmente inutili o superflue. Persone alienate da tale attività ma costrette a farlo perché “si deve pur campare”. E vai a dargli torto. Nonostante ciò perdere interi mesi di vita che non torneranno mai più indietro. Persone che hanno smarrito l’entusiasmo del vivere e che coltivano solo la speranza in un futuro sempre più lontano. Vite rimandate. Ho visto file chilometriche di persone, farsi due, tre, quattro ore di traffico solo per vedere un paesaggio, pagare un parcheggio salatissimo, visitare un’ora o più un posto turistico e svenarsi per un pranzo o un souvenir, per poi tornare ad imbottigliarsi nel traffico a senso inverso. Così, per regalarsi qualche ora di “svago”. Ho visto persone spendere una vita intera per guadagnare soldi spesi in cose poco salutari o in medicine che servirebbero per tentare di riparare quello che una certa vita ha danneggiato. Ho visto mari inquinati dall’uomo, terre bruciate dalla mano dell’uomo e ambienti distrutti dalla volontà di possesso e potere che abitano la razza umana.

 

Poi siccome rischiavo di entrare in pericoloso vortice di depressione ho deciso di fermarmi altrove. Di provare a capire se esistesse qualcosa di diverso, se fosse possibile auspicare almeno una soluzione migliore. Sono andato da coloro che da almeno 250 anni sono sotto assedio e ridotti alla quasi impotenza: i contadini. Ne ho trovato uno dalle mie parti. Una persona buona, verso la terra, gli animali e gli uomini. Poi mi ha mostrato dove lavora e come lavora e vi ho intravisto non una certezza (non esistono) ma una possibilità di futuro. Nessuno sconto alla fatica o all’impegno ma tanto senso e bellezza. E l’ho scorto non solo nei suoi occhi ma anche nella sua terra coltivata come un figlio, negli animali che cura, nei prodotti del suo orto (senza pesticidi) che ha voluto regalarmi. Parlando poi della vita giù a valle (5 minuti di auto) dall’alto della sua saggezza mi ha detto una cosa tanto ovvia quanto troppo dimenticata: “Ogni volta che entra il profitto, tutto è destinato a rovinarsi. Anche io se ho tremila metri quadri di terreno per la mia autoproduzione e sussistenza, sono costretto a pagare tasse e spese come se ne avessi trentamila. L’obiettivo è annientarci perché non siamo utili alla grande produzione.” Ed è vero. Anche la più lodevole delle iniziative quando diventa schiava della crescita del profitto finisce per pervertirsi e da mezzo diventa fine pericoloso. Tutti noi siamo schiavi del potere e del denaro. Facciamo parte di un sistema talmente marcio e malato che abbiamo finito per amarlo e giustificarlo, nonostante il male quotidiano che ci offre. Ne soffriamo se non riusciamo a farne parte. Soffriamo lo stesso quando ne facciamo parte e ne subiamo le pressioni e i ritmi infernali ed alienanti. È l’assurdità di questo sistema della crescita, che ha messo al centro il profitto e il guadagno. Un vortice sempre più veloce che non ammette cedimenti. Se rallenti sei fuori ed è difficile rientrarvi. Se rallenti, inneschi perversi meccanismi per i quali diventi sempre più schiavo e sempre più nevrotico. Una società fondata su questo e che persegue quotidianamente questo, quale frutto positivo può dare? A chi giova tutto questo? Dove ci sta portando? Credo che stiamo vivendo una forte schizofrenia collettiva. Da un lato abbiamo bisogno di lavoro salariato per vivere e da un lato facciamo di tutto per uscirne (giustamente). Nel mezzo abbiamo il pianeta terra, che subisce tutto questo fin quando riuscirà a farlo. Per quest’anno ad esempio, l’overshoot day (il giorno cioè il cui il pianeta va “a riserva” e deve usare le sue risorse nascoste) è anticipato al 2 agosto. Mentre fino a qualche anno fa era fine agosto o ferragosto. Ma tutto è concesso se la grande industria cresce, anche dello zero virgola qualcosa… Tutto questo quindi giova soltanto nel breve periodo ai pochi miliardari che governano il mondo e che ci stanno conducendo verso un baratro senza possibilità di ritorno. E questo non lo dice una cassandra di turno, ma i dati scientifici sul riscaldamento globale. Ma ancora di più lo urlano le nostre vite che non trovano più il giusto senso nel fare qualcosa di veramente utile per sé e per il pianeta e per chi lo abiterà dopo di noi. Sempre che un dopo vi sia e che comprenda anche la nostra razza. Lo grida la voglia – sempre maggiore – di cambiare vita, di avere stili diversi, più umani ed umanizzanti; recuperare ritmi migliori, mettere al centro gli affetti, la propria anima, il proprio talento e creatività. Vivere insomma.

 

Credo che oggi risuonino forti e attuali le parole contenute nel vangelo di Luca, nel passo in cui il demonio tenta Cristo nel deserto e parlando fa una interessante e spesso taciuta rivelazione: ”Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse:  «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio.  Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo”. (Vangelo di Luca, capitolo 4, versetti 5 – 7).

 

Credo sia giunto il momento di capire in quale mani stiamo. E di uscirne.

 

Alessandro Lauro

 

 
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