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Fantasie sul coronavirus PDF Stampa E-mail

29 Febbraio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 23-2-2020 (N.d.d.)

 

Se fossi al posto del Grande Inconscio, ovvero della Terra, o dell’Ecosfera, cosa farei come tentativo di guarire dal terribile male che mi affligge, cioè la civiltà industriale, ovvero lo sviluppo economico? Come primo tentativo di guarigione, proverei con qualche mezzo “di prova”, da impiegare anche come segnale. Svilupperei, come prima difesa, qualcosa che nasce nel Paese più popoloso del mondo, in una città grande e densa, molto industrializzata, lontana dal mare, dato che il male che mi ha colpito viene da un animale terrestre: Wuhan è il posto adatto.  Impiegherei un mezzo che si propaga rapidamente attraverso lo stesso meccanismo del male: la globalizzazione, l’eccesso di trasporti, di movimenti, e di densità. Qualche risultato?

 

Con questo coronavirus, la Terra darà anche un primo piccolo colpo al terribile male che l’affligge: il primato dell’economico, la crescita, che procede con legge esponenziale sostituendo materia inerte (strade, macchine, città, impianti) al posto di sostanza vivente (foreste, paludi, savane, barriere coralline), estinguendo milioni di specie di esseri senzienti, cioè distruggendo la Vita. È quel processo che ha moltiplicato in modo abnorme il numero di umani e distrutto, fagocitandole, anche le culture non-occidentalizzate, trasformandole nel cosiddetto “pensiero unico”, cioè strappando di fatto centinaia di milioni di umani dalle foreste e savane distrutte per offrire loro le ineffabili gioie delle periferie urbane e i sublimi piaceri delle catene di montaggio. Probabilmente la Terra non ce la farà per questa volta, e il segnale non verrà recepito dagli umani occidentalizzati, agenti patogeni della malattia. Ma, dopo altri segnali inascoltati, già iniziati, si innescherà qualche fenomeno decisivo che farà finire questa dannata crescita e salverà la Terra, che del resto, pur con la sua non-velocità, è sempre risorta dalle catastrofi, che nei tempi lontani erano molto, ma molto più rare e di lenta evoluzione.

 

Guido Dalla Casa

 

 
Decrescita ordinata PDF Stampa E-mail

28 Febbraio 2020

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Da Comedonchisciotte del 26-2-2020 (N.d.d.)

 

Ciò che sale prima o poi deve scendere. Tutto dipende da come scende. Da un pezzo sappiamo che il sistema industriale globale è insostenibile, per mille motivi che non stiamo a ripetere. Solo che chi ci ha investito, chi lo dirige e chi semplicemente ci lavora, non ha alcuna intenzione di smettere, anzi vuole crescere. Questa a lungo termine, è una ricetta sicura per la catastrofe, e infatti la catastrofe, irreversibile in tempi umani, c’è già: non c’è bisogno di fare profezie improbabili su cosa succederà nel 2050, è sufficiente guardare l’isola di plastica nell’Oceano Pacifico per capire che siamo già del gatto. Però una serie interminabile di accorgimenti permette di tenere in piedi sempre più artificialmente il tutto, e questo vuol dire che la caduta sarà repentina e brusca, una curva di Seneca. Non abbiamo la minima idea che forma quella caduta assumerà. Perché si tratta di una decrescita disordinata, in un sistema-mondo estremamente complesso, che si può spezzare in qualsiasi punto.“Quando il malvagio Tito entrò nel Santo dei Santi, strappò il velo e bestemmiò. Al suo ritorno, un moscerino gli entrò nel naso e iniziò a penetrargli il teschio. E quando morì, gli aprirono il cervello e trovarono che era diventato come un uccello che pesava due libbre”. (Qohèlet Rabbah)

 

Il moscerino che in questo momento si sta diffondendo ovviamente non sarà la fine del mondo come lo conosciamo, ma ci aiuta a capire alcune cose molto importanti.

 

Innanzitutto, che l’economia di scala, il just-in-time, le concentrazioni (i congolesi scavano il coltan, i cinesi fanno i telefonini, gli americani mettono in piedi le corporation e noi italiani facciamo la pizza) fa sicuramente risparmiare soldi se tutto fila in modo smart e tutti chiudono un occhio sull’esternalizzazione dei costi. Ma se qualcosa va fuori posto, si rivela un sistema suicida. La crescita sostenibile, però, è una truffa. Non è nemmeno la macchina del moto perpetuo, che almeno non fa finta di andare sempre più veloce. La decrescita felice, volontaria, va contro tutti e sette i vizi capitali (superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia), e quindi non è una soluzione proponibile su larga scala. Ma ciò che sta succedendo con il coronavirus ci dimostra che l’inevitabile decrescita può essere almeno ordinata.

 

In Cina in questi giorni, si stima che le emissioni di CO2 siano calate di 100 milioni di tonnellate, pari al 6% di tutte quelle del mondo in un anno. Cioè, i politici di tutto il mondo stanno a discutere su come rallentare la crescita delle emissioni, senza concludere niente; ed ecco che addirittura diminuiscono. Poi ovviamente riprenderanno col botto, ma intanto sappiamo che ridurre è davvero possibile. In un contesto certo difficile, ma comunque strutturato, senza le guerre civili e le carestie che di solito accompagnano passaggi di questo tipo. Passiamo all’industria automobilistica: ovunque vedi un disastro, c’è (anche) lei, dalla guerra in Iraq, alla cementificazione del suolo della Toscana che crea siccità e alluvioni, alle polveri sottili nell’aria. Ma ecco che anche qui abbiamo un’inattesa (e certo passeggera) decrescita ordinata, con un accorto intervento dall’alto che evita stragi. Stiamo sempre parlando di piccoli esempi virtuosi in un contesto assai cupo. Però fa piacere alzarsi la mattina e leggere: “Vuoti anche l’hub logistico di Ceva a Somaglia e la Mta, che fornisce fusibili, centraline e morsetti a molti grandi produttori automobilistici. La chiusura di quello stabilimento, ha avvertito oggi l’azienda, vuol dire guai seri non solo per il gruppo Fiat Chrysler ma anche per gli altri big europei: senza quei componenti dal 2 marzo potrebbero chiudere gli stabilimenti Renault, Bmw e Peugeot di mezza Europa e se la serrata continuerà ne risentiranno anche Jaguar Land Rover, Iveco, Cnh e Same. L’azienda teme “conseguenze irreparabili” e lunedì pomeriggio ha chiesto di poter far lavorare circa 60 persone “su un’ingente area coperta di 40.000 metri quadrati e previa verifica quotidiana dello stato di salute di ogni lavoratore”.”

 

 Miguel Martinez

 

 
Untori di buon senso PDF Stampa E-mail

27 Febbraio 2020

 

Ciò che chiamiamo realtà, per la quale saremmo disposti a scommettere la casa, a mettere la mano sul fuoco corrisponde a una cosmogonia che a nostra stessa insaputa abbiamo creato, ereditato, imitato, fatta nostra. La realtà è qualcosa di a noi endogeno, banale prodotto oggettivo della storia. Noi ne siamo frequentatori come pesci nell’acquario. L’idea di esserne i creatori non ci riguarda. La suggestione di un cambio repentino della cosmogonia, di ciò con cui la riempiamo, normalmente animata dai soliti affanni umani e dai suoi valori, fa tremare la terra sulla quale pensavamo d’averla posata una volta per tutte. Alieni in atterraggio, meteore in avvicinamento, extraterrestri confermati, guerra tra i quartieri di casa, catastrofi naturali e pandemie, non lasciano altro spazio che non sia orientato a dove scappare, a cosa fare. Si avvia una dinamica emozionale ben chiara e indubitabile. Percorre la nostra carne, non può mancare di verità. Ci costringe ad esserla, ad essere altro in tempi brevi. Tuttavia, per quanto una repentinità ci induca a crederla un fatto particolare, un processo estraneo dall’ordinario, quella suggestione carica di urgenza, che impone un cambiamento di tutto, fino ai valori, non ha alcuna differenza con quelle che ci hanno rapito da dentro la continuità della normalità, senza essere un evento come lo è il timore di pandemia del Coronavirus Covid-19. La normalità, vale a dire quell’appiattimento di noi stessi e di tutto, privato di creatività dalla livella del cosiddetto e celebrato buon senso, il gran pusher dello status quo. Popolata da valori mai discussi ma sempre misconosciuti nella loro genesi e funzione. Nutrita da ideologie politiche ed economiche. Confermata dalla scienza. Tutte infrastrutture culturali, tutte autoreferenziali, tutti rituali di superficie, tutte dipendenze, tutte semplici consuetudini scambiate per verità, per le quali siamo pronti a lottare, e sopraffare. A uccidere o a essere uccisi. Ma in sostanza solo grette religioni. Funzionali a controllare masse e individui e ad arricchire i pochi in cabina di regia del sistema. La giostra ruota e spesso pensiamo anche di divertirci, di esserci saliti in libertà. È invece un paradigma che macina lo spirito e ruotando sempre intorno allo stesso perno ci offre l’idea che così sia il mondo. Una burrasca di suggestioni che per logiche di dominio conviene alimentare. Logiche di antica genesi. Prima cristiana e poi illuminista. Entrambe attribuiscono all’uomo un dominio sul resto della natura e quindi sul prossimo.  Il gioco è un giogo sempre identico che avanza ad infinitum tranne che per la quantità di popolazione che controlla, denaro che incassa ed equilibri che sposta. Tre temi, come una trinità materialista-positivista-scientista, tutti crescenti. Prodotti che il marketing della globalizzazione è riuscita a mandare a ruba sui banchi all’ingrosso riservati agli economisti e ai politici. Questi poi, come maestri bottegai – che pur di vendere tacerebbero le controindicazioni di un vaccino – riempiono di fandonie i nostri pensieri e svuotano le tasche del nostro denaro.

 

Per merito della suggestione indotta dal rischio di pandemia del Coronavirus possiamo dunque avvertire il cambio di stato: la libera – per modo di dire – attenzione che poteva dedicarsi a giocherellare entro il giardinetto della propria normalità è ora rapita e catturata in un solo punto, il timore di perdere tutto, della morte. Per tutte le altre suggestioni, quelle che entrano in noi come silenziosi virus e a lungo rilascio, per le quali non sobbalziamo d’orrore, si tratta solo – non sono che ipotesi da complottista – di follie da bombarolo. Il nostro buon senso ne è così certo fino a non riconoscere l’evidenza. La sua preferenza è sempre per dare contro all’estremista, è il solo modo per mantenere il proprio equilibrio, le proprie verità. A suo favore va ricordato infatti che ogni unità di misura incommensurabile con le caselline con le quali cataloghiamo i fatti della vita, non può essere razionalmente accettata. Essa richiede di dedicarsi a percorrere l’impegnativa via della ricerca. Come infatti – uno per tutti – ipotizzare ci sia un mercato della salute alimentato dalle multinazionali farmaceutiche? Come prendere in esame che ci sia la volontà di produrre malattie e malati a scopo di lucro? Come sospettare che il nostro perbenismo moralistico-cattolico non sia brace mai lasciata freddare dai signori del mantice? O come non vedere che la realtà sia più simile a un pensiero e al suo sentimento invece che a un insieme di oggetti separati? Teniamoci la globalizzazione allora e seguitiamo a considerarla un buon consiglio degli esperti. Allo stesso modo vacciniamo a tutto spiano, alimentiamoci per il superiore diritto al piacere, non dedichiamoci al sistema immunitario, continuiamo a credere che una malattia ti prende per caso, tralasciamo del tutto l’idea che siamo solo espressioni di uno spirito, non occupiamoci di questo affinché il corpo viva sempre più distante dal benessere, quello che ha come sinonimo la serenità e l’amore, non l’altro che si compra al centro commerciale, che ci riempie le case di oggetti superflui. L’evidenza di certe suggestioni entro le quali siamo nati è chiamata da alcuni risveglio. Persone che hanno riconosciuto le strutture culturali entro le quali esauriamo il mondo, la vita, noi stessi. Con le quali ci eravamo identificati. Emancipazione dopo emancipazione, ne hanno preso le distanze. Contemporaneamente – era implicito – si avvicinavano a loro stesse, al loro sé, alla loro natura. La critica al sistema diveniva necessariamente radicale e le scelte non più ideologiche, la scienza una fanfara da lasciare alle feste paesane, la religione una verità, macchiata e stracciata, trasformata in dogmi per timorati di Dio, le masse da muovere come pesi e contrappesi di interessi prima insospettabili. La democrazia una facciata di vecchia cartapesta. Come Truman si risveglia quanto il bompresso buca il cielo dell’orizzonte artefatto, la burrasca, diviene chiaro, è in un mare fittizio soffiato da ventole adeguate. Ma c’è una scusante. L’uomo pare già orientato a non vedere a meno che il Velo di Maya e la Caverna platonica non ci abbiano proprio preso. Logiche di controllo e dominio che però hanno un’alternativa, forse razionalisticamente utopica, ma ancora mai intentata, sebbene già presente nelle nicchie del mondo. È la logica dell’Uno. In essa, la verità analitica che la scienza moderna ha elevato a definitiva, non sussiste più nei suoi termini universali. Le forme, invece che espressioni di differenza conclamata, sono solo maschere di pochi archetipi. Gli altri non sono più il nemico o l’amico ma dei noi in altro tempo, forma e spazio. Nessun cambio di paradigma pare possa prescindere dal riconoscere che la vita è una e le forme diverse sono solo espressioni terminali di una sola natura. Nessun privilegio antropocentrico può più reggere. Niente dell’attuale sistema avrà ancora le doti per sopravvivere quando i limiti del maledetto buon senso saranno chiari a tutti. L’eterno ritorno, l’ultimo uomo, la volontà di potenza non sono più scellerate espressioni di un pazzo, ma visioni e perciò realtà per chi invece di montare sull’autobus della modernità preferisce guidare se stesso secondo quello che sente piuttosto che da quello che gli è stato detto.

 

Lorenzo Merlo

 

 
Guerra ibrida PDF Stampa E-mail

26 Febbraio 2020

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Da Comedonchisciotte del 23-2-2020 (N.d.d.)

 

La politica delle nuove vie della seta, o Belt and Road Initiative (BRI), era iniziata con il Presidente Xi Jinping nel 2013, prima in Asia centrale (Nur-Sultan) e poi nel sud-est asiatico (Jakarta). Un anno dopo, l’economia cinese, a parità di potere di acquisto, aveva superato quella degli Stati Uniti. Inesorabilmente, anno dopo anno dall’inizio del millennio, la quota statunitense dell’economia globale si è andata riducendo, mentre quella della Cina è in costante ascesa. La Cina è già il centro nevralgico dell’economia globale e il principale partner commerciale di quasi 130 nazioni. Mentre l’economia degli Stati Uniti è un guscio vuoto e il modo, tipico dei giocatori d’azzardo, con cui il governo degli Stati Uniti si autofinanzia (i mercati dei pronti contro termine e tutto il resto) viene visto come un incubo distopico, lo stato della civiltà avanza in una miriade di aree della ricerca tecnologica, anche grazie al Made in China 2025. La Cina supera di gran lunga gli Stati Uniti nel numero dei brevetti registrati e produce almeno otto volte più laureati STEM [Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica] all’anno rispetto agli Stati Uniti, guadagnandosi lo status di miglior contributore alla scienza globale. Una vasta gamma di nazioni in tutto il Sud globale ha sottoscritto accordi per entrare a far parte della BRI, che dovrebbe essere completata nel 2049. Solo l’anno scorso, le aziende cinesi hanno firmato contratti per un valore di 128 miliardi di dollari per progetti di infrastrutture su larga scala in decine di nazioni. L’unico concorrente economico degli Stati Uniti è impegnato a ricollegare la maggior parte del mondo con la versione del 21° secolo, completamente interconnessa, di un sistema commerciale che era stato al suo apice per oltre un millennio: le vie della seta eurasiatiche. Inevitabilmente, questa è una cosa che la classe dirigente statunitense non è assolutamente in grado di accettare.

 

Mentre i soliti sospetti si arrovellano sulla “stabilità” del Partito Comunista Cinese (PCC) e dell’amministrazione Xi Jinping, il fatto è che la leadership di Pechino ha dovuto affrontare tutta una serie di problemi estremamente gravi: un’epidemia di influenza suina che ha ucciso la metà dei capi, la guerra commerciale voluta da Trump, la Huawei accusata di estorsione e prossima ad essere esclusa dall’acquisto dei chip prodotti negli Stati Uniti, l’influenza aviaria, il coronavirus che ha praticamente bloccato metà della Cina. Aggiungeteci l’incessante raffica di propaganda da guerra ibrida del governo degli Stati Uniti, superata solo da una massiccia dose di sinofobia; tutti, dai “funzionari” sociopatici ai consiglieri autonominatisi, stanno consigliando alle imprese di spostare le catene di approvvigionamento globale al di fuori della Cina o si lanciano in vere e proprie richieste di cambio di regime, con ogni possibile forma di demonizzazione intermedia. In questa offensiva totale, tutto è permesso per tirare calci al governo cinese mentre è a terra. Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, una nullità del Pentagono definisce, ancora una volta, la Cina come la più grande minaccia, economicamente e militarmente, per gli Stati Uniti e, per estensione, all’Occidente, costringendo una UE traballante e già subordinata alla NATO a sottomettersi ulteriormente a Washington in questo remix di Guerra Fredda 2.0. L’intero complesso dei media aziendali statunitensi ripete fino allo sfinimento che Pechino sta “mentendo” e sta perdendo il controllo. Scendendo ai livelli più bassi e razzisti, questi scribacchini arrivano ad accusare la stessa BRI di essere una pandemia, con la Cina “impossibile da mettere in quarantena.” Tutta roba forte, per non dire altro, che arriva dagli schiavi generosamente ricompensati di un’oligarchia senza scrupoli, monopolistica, estrattiva, distruttiva, depravata, criminale, che usa il debito in modo offensivo per aumentare la propria ricchezza e il proprio potere, mentre le masse proletarie statunitensi e globali sono costrette ad usare il debito in modo difensivo, per cercare di sopravvivere. Come ha dimostrato in modo conclusivo Thomas Piketty, la disuguaglianza si basa sempre sull’ideologia. Siamo immersi in una feroce guerra di informazioni. Dal punto di vista dell’intelligence cinese, l’attuale cocktail tossico non può essere semplicemente attribuito ad una serie casuale di coincidenze. Pechino ha seri motivi per considerare questa straordinaria catena di eventi come parte di una guerra ibrida coordinata, un attacco alla Cina a tutto campo.

 

Prendiamo l’ipotesi di lavoro del Dragon Killer: un attacco con un’arma biologica in grado di causare immensi danni economici ma protetta da una plausibile negabilità. L’unica mossa possibile da parte della “nazione indispensabile” sulla scacchiera del Nuovo Grande Gioco, considerando che gli Stati Uniti non possono battere la Cina con le armi convenzionali e non sono in grado di vincere una guerra nucleare contro di essa. Un’arma da guerra biologica? All’apparenza, il coronavirus è un’arma biologica da sogno per coloro che sono intenzionati a provocare il caos in tutta la Cina nella speranza di un cambio di regime. È comunque una cosa complicata. […]

 

Basandosi su decenni di ricerca nel campo della guerra biologica, il Deep State statunitense ha una notevole familiarità con tutta la gamma delle armi biologiche. Da Dresda, a Hiroshima e Nagasaki alla Corea, al Vietnam e a Falluja, i dati storici mostrano che il governo degli Stati Uniti non batte ciglio quando si tratta di scatenare armi di distruzione di massa su civili innocenti. […]

 

Non c’è dubbio che il coronavirus, finora, sia stato uno strumento politicamente utile inviato dal Cielo, permettendo di raggiungere, con il minimo investimento (rafforzato da un’offensiva propagandistica senza sosta), gli obiettivi della massima potenza globale, gli Stati Uniti, mentre la Cina si è ritrovata relativamente isolata e con l’economia semi paralizzata. Però bisogna vedere le cose in prospettiva. […]

 

Tocca ai virologi cinesi decodificare la sua origine, probabilmente sintetica. Il modo in cui la Cina reagirà, a seconda dei risultati, avrà conseguenze sconvolgenti, letteralmente. Dopo essere riusciti, a loro vantaggio, a trasferire in Eurasia le catene di approvvigionamento commerciali e a svuotare il continente americano, le élite statunitensi (e quelle occidentali subordinate) stanno ora fissando il vuoto. E il vuoto sta guardando verso di loro. Un “Occidente” guidato dagli Stati Uniti si trova ora di fronte all’irrilevanza. La BRI è in procinto di invertire almeno due secoli di dominio occidentale. In nessun modo l’Occidente e soprattutto il “leader di sistema,” gli Stati Uniti, lo consentiranno. Tutto era iniziato con le operazioni sporche che avevano causato problemi nella periferia dell’Eurasia, dall’Ucraina alla Siria al Myanmar. Ora è il momento in cui il gioco si fa davvero duro. L’assassinio mirato del Magg. Gen. Soleimani e in più il coronavirus, l’influenza di Wuhan, hanno davvero preparato il palcoscenico per i Ruggenti Anni Venti. In realtà, il nome giusto dovrebbe essere WARS, Wuhan Acute Respiratory Syndrome. Questo smaschererebbe immediatamente il gioco, facendo capire che si tratta di una Guerra contro l’Umanità, indipendentemente dalla sua provenienza.

 

Pepe Escobar

 

 
Presupposti per una nuova era? PDF Stampa E-mail

25 Febbraio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 23-2-2020 (N.d.d.)

 

Sino ad oggi, ho evitato volontariamente di dare il mio non richiesto contributo all’entropia cognitiva che accompagna lo sviluppo della nota epidemia. Ma oggi trasgredisco il divieto autoimposto. Sto scrivendo un libro ed in questo libro c’è una parte che cerca di rispondere alla domanda: cosa portò a terminare il medioevo e a iniziare il moderno? Alcuni storici, pochi per la verità, sostengono che se un momento decisivo ci fu, non una causa unica ma un innesco di processo, questo fu la Peste del ‘300. Rispetto a gli eventi in corso, i fatti di allora avevano forme e condizioni ben diversi, ma alcune no. A partire dall’innesco. La Peste Nera era di origine asiatica (tecnicamente un batterio ma le modalità di diffusione sono analoghe), mongolo per la precisione, trasmesso all’uomo per le diverse abitudini che quelle popolazioni avevano in termini di rapporti con gli animali. In realtà, la trasmissione di malattie dagli animali a gli uomini, la zoonosi, segna le società umane sin dai tempi mesopotamici. L’altrettanto longeva tradizione umana alle interrelazioni tra gruppi anche a lunga distanza fece il resto. Così, nel ‘300, il batterio si imbarcò sulle navi commerciali genovesi in quel di Crimea e sbarcò poi a Messina, Genova e Marsiglia. Trasmissione dal regno animale a quello umano e diffusione tra gruppi umani anche a lunga distanza, sono costanti della nostra storia. Ma la Peste Nera ebbe effetti diversi da quelli dell’attuale fenomeno. La mortalità era altissima ed in soli cinque anni scomparve in maniera tra l’altro particolarmente raccapricciante, almeno un terzo della popolazione europea, ma in alcune zone, anche la metà. Sul come la Peste Nera fece crollare organizzazioni sociali ed immagini di mondo medioevali creando i presupposti per l’avvento di una nuova era, non possiamo qui precisare per ragioni di spazio. Poiché però ci è naturale cercar di far predizioni basandoci su pregresse esperienze, ci viene naturale pensare in termini paralleli, di analogia. Non vogliamo sostenere alcuna tesi, solo una domanda aperta: in che misura quanto sta succedendo cambierà la mentalità e poi le forme sociali, se le cambierà? Potrebbe rientrare nel giro di tre mesi e quindi dare qualche colpo alle strutture materiali e di pensiero, ma non tanto da poi colpirle decisivamente. Il tempo rimarginerebbe le ferite materiali e psichiche, il consueto riprenderebbe il suo corso. Ma a seconda delle forme con cui si svilupperà, potrebbe invece portare a qualche ferita non rimarginabile, qualcosa che dando un colpo alle traiettorie sociali, ne devia il corso anche solo un po’. Potrebbero entrare in gioco questioni come il ruolo dei cinesi nel mondo nuovo, il rapporto tra Occidente ed Asia, l’autovalutazione della nostra conoscenza scientifica, il rapporto fiduciario tra élite e popolo (già un po’ critico per pregresse ragioni), il senso di fragilità che la nostra enorme complessità sociale potrebbe scoprire all’improvviso, in particolare la forma interdipendente del nostro fare economico, lo stesso affidare al fare economico il ruolo di ordinatore sociale, la mancanza di resilienza delle nostre forme economiche quindi sociali, il senso delle cose davvero importanti, il ruolo della politica, una inversione tra l’epidemia di individualismo competitivo precedente ed una nuova valutazione del benessere collettivo cooperativo, l’importanza di comprendere diffusamente cose complicate ed altro.

 

Ci sono momenti storici in cui anche una grave epidemia come ad esempio fu l’influenza spagnola primo Novecento con i suoi 50-100 milioni di morti in un mondo di 1,5 miliardi, non cambia lo stato delle cose. Ma ci sono momenti storici in cui organismo sociali già debilitati da complessi di cause generanti crisi, possono “sentire” eventi del genere con maggiore sensibilità. Le società sono solo debolmente analoghe agli organismi, ma in un certo senso hanno anche loro un sistema immunitario che reagisce con maggiore o minor forza agli assalti esterni. I fatti in cronaca quindi ci diranno in primis che volume ed impatto genereranno, impatto oggi non predicibile. Dall’altro ci diranno lo stato di salute del nostro sistema immunitario sociale. Certo il fatto che il Paese occidentale con il sistema immunitario apparentemente più fragile, sia poi quello anche maggiormente colpito dalla stramba epidemia, dà da pensare. Quasi che la storia voglia riportare qui da noi quella culla delle trasformazioni storiche che già settecento anni fa cambiò il corso degli eventi. Chissà se sperare sia così oppure no. Stare dentro il centro degli eventi, a volte è scomodo. Ma può portare anche qualche beneficio. Da qualche giorno, forse mi sbaglio, ma mi sembra che improvvisamente, si sia tutto fatto più serio. Il che non è necessariamente negativo. Il fatto che un intero popolo voglia indossare mascherine proprio durante il Carnevale, chissà se è una ironia della storia o un segno dei tempi.

 

Pierluigi Fagan

 

 
Terapie intensive PDF Stampa E-mail

24 Febbraio 2020

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Da Comedonchisciotte del 22-2-2020 (N.d.d.)

 

Il vero collo di bottiglia del coronavirus, quello che fa la differenza (per i casi gravi) tra guarire o trapassare, sono i posti in terapia intensiva. I due cinesi ricoverati allo Spallanzani, due casi molto seri, probabilmente la sfangheranno proprio perché hanno goduto per un mese di un reparto a loro dedicato e delle cure dei migliori specialisti in esclusiva. In un contesto non dico alla Wuhan, ma semplicemente un tantino più complesso, magari non avrebbero neppure trovato posto e sarebbero finiti nella lista dei deceduti. Esagero? Forse. Ma guardate qui sotto la situazione dei posti letto in terapia intensiva in Italia, ce la fornisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità. È aggiornata -si fa per dire- al 2013 e non si hanno notizie di cosa sia accaduto nei 7 anni successivi, ma l’andazzo non fa presumere nulla di buono: se nel 1980 l’Italia vantava 922 posti letto di terapia intensiva ogni 100mila abitanti, nel 2013 erano scesi ad appena 275. Come stiamo messi nel 2020 non voglio neppure saperlo, altrimenti non ci dormo la notte. Tutti questi posti letto, inoltre, non se ne stanno lì vuoti ad aspettare i malati di coronavirus. Sono già occupati 365 giorni l’anno da infartuati, vittime di incidenti e altri ammalati in emergenza: che facciamo, li buttiamo giù dal letto? Bastano appena pochi casi gravi di coronavirus per mandare in tilt il sistema ospedaliero di qualsiasi città.

 

Non mi piacerebbe vedere il mio Paese, uno dei migliori del mondo quanto a sanità (ne resto convinta), costretto ai triage per decidere chi può campare e chi si deve invece affidare alla Vergine di Lourdes. Forse siamo ancora in tempo: l’Italia è leader nella produzione di biomedicali da emergenza (fortunatamente non li importiamo), un decreto d’urgenza del governo potrebbe rimpinguare gli ospedali consentendo l’apertura di nuove terapie intensive almeno basiche, e sancire l’assunzione immediata di nuovo personale medico e infermieristico per qualche mese. Non possiamo neppure permetterci medici e infermieri in quarantena (o peggio ammalati) senza sostituzione, data la carenza già cronica. Un governo in piena facoltà di prendere decisioni agirebbe immediatamente in questo senso. Un governo che non può fare nulla senza permessi esteri, dallo spender soldi al dichiarare le emergenze, se ne sta lì preoccupandosi solo dell’”allarmismo” mentre nell’ospedale di Lodi non hanno neanche le mascherine. Muovetevi ragazzi, è l’ora di diventare fateprestisti.

 

(UPDATE: Al 2017, sembra che i posti in terapia intensiva del SSN siano 8,42 per 100mila abitanti, più 4,30 in unità coronarica. A meno di errori, un crollo tragico).

 

Debora Billi

 

 
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