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Fallacia dell'antropocentrismo PDF Stampa E-mail

22 Gennaio 2017

 

Sull' inusuale (ripetiamo: inusuale, non "eccezionale") ondata di maltempo e neve che ha colpito i versanti adriatici ed orientali della Penisola e sulle nuove scosse sismiche nelle medesime aree già provate dagli eventi del 24 agosto e 30 ottobre scorsi, che hanno provocato una slavina con la conseguente devastazione di un hotel sul Gran Sasso, si sta dicendo e si sta scrivendo molto. E come per tutte le cose in cui molto si dice e si scrive, si son versati inchiostri di pagine e fiumi di parole in alcuni casi sensate, in altre fuori luogo. Fermiamoci un secondo e proviamo a ragionare, non disdegnando un sincero silenzio di raccoglimento per gli eventi che stanno mettendo a dura prova l'Abruzzo, terra orgogliosa e forte giustamente definita "nobile tra le nobili" nella ampollosa ma anche ingenuamente commovente "Orazione per la sagra dei Mille" di Gabriele d' Annunzio.

 

Che in Italia la parola "prevenzione", specialmente per la messa in sicurezza da eventi estremi di un territorio tanto immensamente bello quanto tragicamente fragile, dove almeno i 3/4 dei Comuni sono in dissesto idrogeologico, sia sconosciuta nel vocabolario è a quasi tutti cosa nota. Lo stesso hotel sinistrato, isolato nel massiccio appenninico vicino a tre canaloni di montagna e in posizione tanto panoramica quanto infelice per la sicurezza, edificio che ricorda sinistramente l'"Overlook Hotel" del romanzo "Shining" di Stephen King, ne è una delle prove palesi. Si cercherà giustamente di ricostruire le responsabilità di soccorsi più volte sollecitati e sempre in ritardo, si esamineranno tutti i presunti permessi edilizi e abusi, si parlerà di mancata prevenzione, appunto. Eppure qualcosa non torna: come sappiamo, molte frazioni sono isolate e senza corrente elettrica, sommerse dalla neve, ed uno dei soccorritori della Protezione Civile ha detto che "neppure il gatto delle nevi riusciva a viaggiare nella muraglia di neve". Ecco, in questa frase sta buona parte del dramma dei clienti dell'hotel e della tragica valanga: in tali parole è contenuta tutta la vacuità, la fallacia, la presunzione caduta di una civiltà, di un pensiero antropocentrico che ha innalzato l'Uomo sopra la biosfera dal quale dipende, isolandolo in una mortifera "turris eburnea" e in una virtuale bolla di sapone che al primo colpo d' aria si dissolve. Non fraintendiamo: la prevenzione serve come il pane, in un territorio fragile come l'Italia e la questione del dissesto idrogeologico e la messa in sicurezza sul territorio sono punti cardine, sono imperativi improrogabili. Case abusive, costruzioni su fiumare, ecomostri e speculazioni, cementificazione selvaggia devono essere sanzionate e stroncate, il territorio protetto e recuperato. Quella che noi contestiamo è la polemica sterile fine a sé stessa, le chiacchiere da talk show, le ricostruzioni dei presunti (pseudo) esperti, le dietrologie idiote, i "se e i ma".  Vi sono momenti in cui l'uomo, assieme a tutta la sua tecnica e tecnologia, sono davvero il Nulla assoluto dinnanzi alla "ira occulta e ruinosa" (prendiamo ancora a prestito d' Annunzio nella sua "Orazione") di una Natura che, come aveva ben capito quel genio di Giacomo Leopardi, è a-morale, cioè priva di morale, cioè agente in funzione di sé stessa e non di certo per i comodi e gli affari dell'uomo. Essendo a-morale, la Natura ha la duplice funzione di madre e di matrigna: benefica e tratta male l'uomo e a volte le due cose si mischiano e si intersecano in un complicato gioco di scatole cinesi. Probabilmente anche i soccorsi pronti e rapidi avrebbero fatto fatica ad evacuare clienti e personale dell'hotel abruzzese, in quanto le tempeste di neve, come ripetiamo inusuali ma non eccezionali -qualsiasi manuale meteo contempla le retrogressioni d' aria gelida dalla Russia ai Balcani con moto antiorario, che forma vortici pericolosi di bassa pressione nel levante d' Italia- avevan reso persino arduo a quelle meraviglie della meccanica chiamate "gatto delle nevi", di tenere le strade. Quello che è successo, dunque, è un miscuglio di errori edilizi (come si fa a costruire sotto un canalone di montagna?) certamente ma anche di fatalità, altro termine ormai desueto nel dizionario della postmodernità. Non solo siamo una civiltà dell'iperbole, ma anche innaturale, nel senso che ci siamo allontanati dalla biosfera, dalla Natura e dalle sue leggi e suoi cicli. Rimozione della sacralità della Natura, sostituzione sugli altari del Dio trascendente col dio della tecnologia, ci hanno portato ad essere un vero e proprio corpo estraneo nella biosfera. Si pensa e si perde tempo nel pensare che con la tecnologia tutto si può prevedere ed evitare. La vera prevenzione è altra: non evitare "a priori" ogni evento catastrofico, ma pensare e vivere il territorio diversamente, curarlo e rispettarlo, in modo che "a posteriori" i danni provocati da sismi ed elementi, che sempre ci sono stati e ci saranno, siano per lo meno ristretti e limitati. Ma servirebbe una mentalità diversa, che da tempo abbiamo perso.

 

Simone Torresani

 

 
Ci vorrebbe un Beneduce PDF Stampa E-mail

21 Gennaio 2017

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Da Appelloalpopolo del 19-1-2017 (N.d.d.)

 

 Il 12 gennaio 2017 il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, nel corso dell’audizione di fronte alle commissioni Finanze congiunte di Camera e Senato sul decreto banche, ha assicurato che Mps “definitivamente risanata” (con i soldi pubblici) “tornerà al mercato”.  Senza che questa dichiarazione destasse quantomeno un po’ di imbarazzo in alcuno. Si tratta infatti di una rassicurazione gravissima. Da un lato il fallimento di MPS dimostra in maniera lampante che il privato non è assolutamente migliore del pubblico dall’altro, cosa ancor più grave, rappresenta un invito ai banchieri a porre in essere operazioni (rectius: speculazioni) sempre più ardite e spericolate nella consapevolezza che eventuali guadagni resteranno privati ed eventuali perdite saranno collettivizzate. Si tratta quindi di un palliativo che non risolve il problema alla radice che solamente la conseguente e logica (visto che si impiegano soldi pubblici) nazionalizzazione avrebbe garantito. Restano intatte infatti tutte le storture che hanno ridotto sul lastrico MPS (e prima di lei altri istituti di credito) e che possono essere riassunte in una sola parola: catoblepismo. Un neologismo ideato da Paolo Mattioli per indicare i risvolti patologici insiti nel sistema della “banca mista” (o “banca universale” che dir si voglia).

 

Mi sovviene al riguardo un paragone storico molto interessante. Mi riferisco al salvataggio del Banco di Roma del 1923. Emersero allora due posizioni ben distinte: da un lato quella riconducibile ad Alberto Beneduce che prevedeva la nazionalizzazione del Banco di Roma dopo il salvataggio pubblico e dall’altro quella del liberista Giovanni Toeplitz che al contrario presumeva il disimpegno dello Stato dopo che lo stesso avesse provveduto a ripianare i debiti dell’istituto. Mussolini che dopo aver esordito con fallimentari politiche liberiste (si pensi, tanto per dirne una, all’austerità per raggiungere la famigerata “Quota 90”) che avevano portato al default della Banca italiana di sconto (BIS) nel 1921 e poi ancora a quello della Banca Agricola italiana che trascinarono con sé innumerevoli altri istituti, si stava finalmente convertendo a politiche decisamente più dirigiste. La svolta del Capo del Governo fascista si concretizzò con la decisione di sposare le posizioni di Alberto Beneduce. Si racconta che Toeplitz sia stato visto uscire in lacrime dall’incontro con Mussolini. (Se così fosse la Fornero potrebbe vantare antesignani piuttosto illustri). Alberto Beneduce non era un fascista. Alberto Beneduce era un socialista. Un uomo che chiamò le sue tre figlie: Idea Nuova Socialista, Vittoria Proletaria e Italia Libera. E non abiurò mai la propria “fede” politica né tantomeno Mussolini si sognò mai di chiedergli di farlo. A Beneduce si deve la costruzione di quell’impalcatura giuridica-economica che permetterà all’Italia di uscire definitivamente dalla crisi del ’29 e di addivenire al boom economico degli anni ’60 che la consacrerà tra le prime quattro potenze economiche al Mondo. Beneduce portò la Banca d’Italia, che solo nel 1926 era diventata l’unica titolare del diritto di emissione e di controllo sullo stock monetario e sul sistema creditizio, alle dirette dipendenze dell’esecutivo; il Banco di Roma (dopo il salvataggio), la Banca commerciale e il Credito italiano divennero Banche d’Interesse Nazionale (BIN). Sua, infatti, la Legge bancaria del ’36 che verrà cristallizzata nella Costituzione Repubblicana del ‘48 e ne diverrà al contempo norma attuativa dell’art. 47.  Tutti sanno che la Costituzione pluriclasse del ‘48 è antifascista (e certamente, per fortuna, lo è riguardo alle libertà garantite), pochi sanno che la medesima Carta è parimenti anti-liberista (e dunque da un punto di vista economico in linea con l’impostazione dirigista degli ultimi due lustri del “ventennio”). L’IRI, un’altra creatura di Beneduce, per esempio, sopravvivrà fino alle privatizzazioni degli anni ’90 quando ancora, nel 1992 (anno del suo smembramento e svendita), fatturava la bellezza 75.912 miliardi di lire posizionandosi al settimo posto nella classifica delle maggiori società al Mondo per fatturato. La Legge bancaria del ’36 sopravvivrà due anni di più, fino a quando cioè il Governo Amato nel 1994 approvò, recependo la direttiva bancaria CEE del 1992, il Testo Unico Bancario riportando incredibilmente in auge l’incubo del sistema della “banca universale” foriero di crisi finanziarie e fallimenti industriali; una vera e propria manna dal cielo per gli speculatori.

 

Ciò che più atterrisce, tornando ai giorni nostri, oltre alla crisi economica che assomiglia sempre più a quella del ’29 e che ha ormai raggiunto proporzioni disumane, è l’assoluta mancanza di prospettiva: abbiamo un “Toeplitz” al MEF; servirebbe un “Beneduce”. “Voi avete spezzato le catene che legavano le banche all’industria, connubio innaturale, specialmente in una nazione e in un regime che pongono alla base dell’azione dello Stato non le astruserie di teorie individualistiche liberali, bensì la tutela del patrimonio dei cittadini indifesi contro gli assalti agguerriti di privilegiati pronti a sfruttare le raffinatezze della tecnica capitalistica per convogliare a loro profitto il sudore e il risparmio della povera gente”. Donato Minichella (1939) in occasione del saluto di commiato di Beneduce dalla presidenza dell’IRI.

 

Andrea Riacà

 

 
Tutto giÓ scritto PDF Stampa E-mail

20 Gennaio 2017

 

Da Comedonchisciotte del 18-1-2017 (N.d.d.)

 

Più di quarant’anni fa il destino dell’Europa era già segnato. Tutto scritto. Nero su bianco. Globalizzazione, annientamento della politica, della tradizione e del ruolo delle nazioni. E condensato in poche pagine, come ama fare il potere. Il potere, infatti, non ama le chiacchiere; stila scarne direttive da perseguire con tenacia, per decenni, a qualsiasi prezzo (a prezzo della vita di interi popoli). A volte tali direttive affiorano in superficie; nel 1972 il destino dell’Europa (e di noi tutti) fu delineato, con chiarezza e rigore, in un discorso pubblico tenuto da Eugenio Cefis ai cadetti dell’Accademia Militare di Modena il 23 febbraio 1972 (di cui egli fece parte). È il discorso di un maestro rivolto ai propri allievi; parole di chi sa, precise e inappellabili. Un affioramento del vero potere. Ricordiamo chi fu Eugenio Cefis: già partigiano, dopo la guerra divenne dapprima vicepresidente dell’ENI, e poi, nel 1967, presidente a pieno titolo, sostituendo Marcello Boldrini (che si era insediato nel 1962, alla morte di Enrico Mattei). Eugenio Cefis fu molte cose: piduista della primissima ora (tanto che qualcuno lo ritiene il vero fondatore della loggia massonica), equanime finanziatore dei partiti di governo e del PCI, manipolatore dei giornali quali balocchi della propaganda, e supremo trasformatore dell’ENI da società nazionale a multinazionale attenta alle nuove esigenze filo-atlantiche. [Un piccolo inciso, più o meno divertente. Marcello Boldrini era originario di Matelica, in provincia di Macerata. A Matelica iniziò la propria folgorante carriera anche uno studente piuttosto svogliato, Enrico Mattei, che divenne in seguito un protetto del Boldrini; e lì, a Matelica, nacquero anche i genitori di Laura Boldrini, nipotina del potentissimo Marcello, l’uomo che sedette sulla poltrona dell’ENI nel 1962 – poltrona ancora calda delle terga del Mattei, fresco di assassinio. Ma sì, Laura Boldrini, attuale presidenta della Camera e difensora dei deboli e degli oppressi; quella Laura Boldrini che, prima di approdare all’UNHCR, fu giovin giornalista prodigio all’AGI (Agenzia Giornalistica Italiana, una controllata dell’Eni sin dal 1965, durante la presidenza dello zio Marcello) nonché all’AISE, Agenzia Italiana Stampa ed Emigrazione. Una piccola curiosità: quando su Wikipedia, alla pagina Laura Boldrini, cliccate su AISE non vien fuori il rassicurante AISE terzomondista, ma un altro AISE, ovvero l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna; come spiega Wikipedia, tale AISE è il “”servizio segreto per l’estero della Repubblica italiana, facente parte del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, con il compito precipuo di intelligence al di fuori del territorio nazionale e nel territorio nazionale nella branca del controspionaggio per la tutela dell’alta tecnologia e materiale dual use”. Una curiosità, appunto.]

 

Il discorso di Eugenio Cefis apparve nel bimestrale L’Erba Voglio, sul numero 6 del giugno/luglio 1972, quale ‘supplemento pedagogico’, col titolo La mia Patria si chiama Multinazionale. Il responsabile del periodico era Piergiorgio Bellocchio, fratello del regista Marco, uno dei rarissimi epigoni del pensatore Pasolini.Bellocchio pubblicò integralmente il testo con l’aggiunta di commenti chiarificatori. Una copia de L’Erba Voglio arrivò a Pier Paolo Pasolini. […] La lettura delle ventitré pagine di Cefis originarono una conversione totale del pensiero di Pier Paolo Pasolini. Da allora egli capì; e si pentì: smise di dare del fascista ai fascisti, perché intravedeva le mareggiate di un nuovo superfascismo, fluido e insinuante, avanzare verso le nostre deboli coste storiche; abiurò la trilogia della vita (la celebrazione del sesso e del corpo trionfanti) poiché negli ideali libertari del Sessantotto intuiva un grimaldello epocale per l’incipiente edonismo neocapitalista (e il capovolgimento perverso di ciò che quegli ideali superficialmente annunciavano); e abiurò, di fatto, anche dal PCI.

 

Ecco alcuni estratti del discorso. Si potrebbe essere tentati di definirli profetici, ma ciò costituirebbe un grave errore. Essi costituiscono, invece, una semplice presa d’atto. Cefis afferma: si è stabilito che il mondo sarà così; e, perciò, così sarà, per cui, cari miei, adattatevi a tali linee guida implacabili. In caso contrario ne resterete travolti. pag 8: “Anche nelle decisioni di investimento le imprese hanno attribuito un’importanza secondaria ai confini nazionali, scegliendo per i nuovi impianti la località che poteva apparire più proficua, indipendentemente dal fatto che questa si trovasse nell’uno o nell’altro stato”. pag. 9: “gli stessi studiosi prevedono che nel 2000 … oltre due terzi della produzione industriale mondiale sarà in mano alle 200/300 maggiori società multinazionali”. pag. 11: “fino a quando il nostro continente sarà frammentato in diversi stati, fino a quando la multinazionalità potrà essere identificata con uno o due paesi d’origine, cioè con i paesi delle società madri, le iniziative delle affiliate della multinazionale dovranno sempre combattere un certo clima di diffidenza e sospetto dovuto al fatto che i loro centri decisionali più importanti sfuggono al controllo del potere pubblico locale”. pag. 12: “… al limite può accadere talvolta che qualche governo proceda alla nazionalizzazione di singole unità produttive appartenenti alla multinazionale. Ma è difficile che un tale governo riesca a reggere alla pressione politica che le multinazionali possono esercitare”. pag. 13:” … è molto difficile che un paese ancora povero e arretrato possa permettersi di adottare iniziative politiche che scoraggino gli investimenti esteri. Le royalties che vengono versate al paese ospitante, la valuta derivata dalle esportazioni, i salari con cui la manodopera locale è retribuita, sono fatti economici di tale rilevanza da porre in secondo piano i problemi dell’autonomia e del prestigio politico”. pag. 15: “… ci si evolve sempre più verso l’identificazione della politica con la politica economica”. pag. 15: “se i controlli statali creano vincoli eccessivi agli investimenti e alle operazioni in un Paese, la società multinazionale può comunque agire potenziando le sue attività in altre aree geografiche e disinvestendo dal Paese in cui si sente troppo contrastata”. pag. 16: “All’affiliata di una società multinazionale è abbastanza facile dimostrare al fisco di essere sempre in perdita e, al tempo stesso, creare un buon affare per la casa madre …”. pag. 16: “Gli stati nazionali nei loro rapporti con le imprese multinazionali sembrano spesso come i giocatori di una squadra di calcio costretti da un assurdo regolamento a giocare soltanto nella propria area di rigore lasciando ai loro avversari la libertà di muoversi a piacimento per tutto il campo”. pag. 16: “anche dal punto di vista militare l’unica risposta possibile è quella di un allargamento della dimensione del potere politico a livello almeno continentale”. pag. 16: “la difesa del proprio Paese si identifica sempre meno con la difesa del territorio ed e probabile che arriveremo anche ad una modifica del concetto stesso di Patria … il concetto di Patria è un concetto che si è trasformato nel tempo tanto che, anche all’epoca del Risorgimento, ben pochi erano i cittadini che sapevano di essere italiani e non si consideravano semplici abitanti del Regno delle due Sicilie o del Granducato di Toscana”. pag 16: “… non si può chiedere alle imprese multinazionali di fermarsi ad aspettare che gli Stati elaborino una risposta …” pag. 17: “i maggiori centri decisionali non saranno più tanto nel Governo o nel Parlamento, quanto nelle direzioni delle grandi imprese e nei sindacati, anch’essi avviati ad un coordinamento internazionale”. pag. 17: “Gli eserciti nazionali basati sulla coscrizione obbligatoria potrebbero essere destinati a cedere nuovamente il passo ad apparati militari professionali analogamente a quanto avveniva secoli fa; apparati militari non dissimili nella loro carica di tecnicità da una moderna organizzazione produttiva”. pag. 18: “Il sentimento di appartenenza del cittadino allo Stato è destinato ad affievolirsi e, paradossalmente, potrebbe essere sostituito da un senso di identificazione con l’impresa multinazionale con cui si lavora”. pag. 18: “… è chiaro che se l’Italia è un mercato troppo ristretto per una grande impresa, l’Europa è invece il maggior mercato del mondo. Se esistesse un interlocutore a livello europeo in grado di esercitare un controllo politico sulle multinazionali, con poteri ben al di là della Comunità Economica Europea, le iniziative delle multinazionali potrebbero più facilmente contribuire a risolvere gli squilibri economici anziché aggravarli. Questa ipotesi però si potrà realizzare quando i singoli stati nazionali rinunceranno, almeno in parte, alla loro sovranità … mi sembra … utopistica la soluzione di chi vuol instaurare un’autorità internazionale, magari nell’ambito dell’ONU, per il controllo sulle imprese internazionali”.

 

Ed eccolo qui il nostro mondo, lumeggiato con certezza già quarant’anni fa. Una massificazione spietata da riorganizzare secondo un sistema di potere imprendibile, esteso liquidamente su tutto il pianeta; un feudalesimo di fatto invincibile che sussiste in ragione della propria diabolica forza di persuasione. L’Europa e l’Euro, la dissoluzione degli Stati sovrani, la riorganizzazione degli eserciti da base nazionale a contingenti privati a difesa del capitale, l’impossibilità per le singole patrie di contrastare efficacemente le corporazioni, il potere politico e di direzione economica sussunto nel potere finanziario globale. Tutto scritto. Nel 1972; persino in Italia, piccolo lembo alla periferia dell’Impero. Mentre si organizzavano manifestazioni e proteste la Storia procedeva implacabile, sottopelle. Chiosa Piergiorgio Bellocchio (anch’egli uomo del 1972) commentando tale distopia (apparente; era, invece, pura realtà): “Se le multinazionali fossero veramente ecumeniche che bisogno avrebbero di professionisti della guerra? Non basterebbero il loro esempio, e le loro opere di bene, per convincere il mondo? Ma Cefis sa benissimo che non è così. L’universo multinazionale che lui descrive è soltanto, in realtà, il vecchio universo capitalistico, soltanto più semplice, più duro, più grande … tutto lascia pensare che sarà ancora più inabitabile di quello … che viviamo adesso. L’universo cefisiano, quindi, non si presenta come universo della pace finalmente raggiunto, ma come teatro di scontri e di lotte (di classe) ancora più violente di quelle che si son già fatte: tutte le poste in gioco sono state infatti rialzate, e ogni volta che si alzerà un cartello di protesta si rischierà di prendersela con chi è padrone non più di una fetta di mercato, ma magari di tutto il mercato … per questa volta … non abbiamo fatto che rubare una dispensa, un manuale, un pezzo di cultura padronale. È sicuro, però, che dovremo procurarci qualche testo più nostro, e in fretta”

 

 Alceste

 

 
Liberali e liberisti PDF Stampa E-mail

19 Gennaio 2017

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Da Appelloalpopolo del 17-1-2017 (N.d.d.)

 

In Italia c’è una certa tendenza, dalla quale talvolta mi sono lasciato catturare anche io, ad attribuire al termine “liberale” significati non attestati o diffusi altrove: liberalismo come “concezione dell’uomo”, che farei risalire a Croce, secondo il quale il liberale era libero anche in prigione (ma Gramsci c’era in prigione e lui era antifascista a piede libero); liberalismo come concezione politica compatibile con il socialismo. Alludo al liberale che è (si dichiara) contraddittoriamente anche socialista: Pannella e Scalfari hanno rappresentato l’esito di questa tradizione, che si è rivelata puramente liberale. Ciò spiega la diffusione del termine liberismo, che ha la funzione di affermare che si potrebbe essere liberali ma non liberisti (Einaudi, l’idolo di fatto della seconda Repubblica, da vero liberale, lo negava). Invece, storicamente il liberalismo è stato compatibile con lo schiavismo e ha promosso e sostenuto il voto censitario e la prima globalizzazione, la quale generò emigrazioni a non finire. Il voto universale non censitario fu imposto ai liberali dal socialismo. Il liberalismo portò alla crisi del 1929 e infine ha promosso l’Unione europea e la seconda globalizzazione.

 

È opportuno accogliere la nozione ristretta ma storicamente fondata e diffusa del concetto di liberalismo ed elevare il concetto e la parola a nemici, perché non c’è liberalismo senza liberalismo economico. I sovranisti sono antiliberali e combattono il liberalismo. È un fatto che non può e non deve essere negato e che, anzi, andrà sempre più rivendicato. L’ordoliberalismo, invece, è soltanto una variante teorica del liberalismo; non bisogna rifiutare l’ordoliberalismo; bisogna rifiutare il liberalismo tout court.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Fuori le ONG dall'Ungheria PDF Stampa E-mail

18 Gennaio 2017

 

Da Appelloalpopolo del 16-1-2017 (N.d.d.)

 

Secondo il vice presidente del partito di Viktor Orban, adesso che Donald Trump si insedierà alla Casa Bianca, l’Ungheria intende dare un giro di vite a tutte le organizzazioni non governative collegate al miliardario George Soros. Il paese membro dell’Unione Europea userà “tutti gli strumenti a sua disposizione” per “spazzare via” tutte le ONG finanziate dal finanziere di origini ungheresi, che “serve i capitalisti globali e appoggia il politically correct contro gli Stati nazionali”, ha dichiarato martedì ai giornalisti Szilard Nemeth, il vice presidente del partito di governo Fidesz. Nessuno ha risposto al telefono all’Open Society Institute quando Bloomberg ha chiamato al di fuori dell’orario di lavoro. “Ritengo che a livello internazionale ci sia questa opportunità” in seguito all’elezione di Trump, sono queste le parole di Nemeth riportate dal servizio stampa nazionale “MTI”. I legislatori inizieranno a discutere un disegno di legge per permettere alle autorità la verifica dei conti delle ONG esecutive, come riportato dall’agenda legislativa del parlamento.

 

Orban, il primo leader europeo ad appoggiare pubblicamente la campagna di Trump, ha ignorato le critiche provenienti dalla Commissione Europea e dall’amministrazione americana del presidente Barack Obama per la costruzione di uno “stato illiberale” sul modello di regimi autoritari come Russia, Cina e Turchia. Nel 2014, Orban ordinò personalmente alla agenzia statale di revisione contabile di indagare le fondazioni finanziate dalla Norvegia, affermando che i gruppi della società civile finanziati dall’estero erano coperture per “attivisti politici pagati”. Orban e la sua amministrazione hanno spesso isolato le ONG supportate da Soros, un supporter del Partito Democratico americano con una grande rete di organizzazioni volte a promuovere la democrazia nei Paesi ex comunisti dell’Europa orientale. Anche Trump ha accusato il miliardario ottantaseienne di essere parte di “una struttura di potere globale che è responsabile delle decisioni economiche che hanno derubato la nostra classe operaia, spogliato il nostro paese della sua ricchezza e messo soldi nelle tasche di un pugno di grandi corporation ed entità politiche”. In una pubblicità pre-elettorale ha mostrato immagini di Soros assieme al presidente della Federal Reserve Janet Yellen, e dell’amministratore delegato del gruppo Goldman Sachs Lloyd Blankfein, i quali sono tutti ebrei. La Lega Anti-Diffamazione ha criticato la pubblicità per aver utilizzato “argomenti che gli antisemiti hanno usato per anni”.

 

Zoltan Simon (traduzione di Antonio Marrapodi)

 

 
Si ripete il tradimento degli intellettuali PDF Stampa E-mail

17 Gennaio 2017

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Da Rassegna di Arianna del 15-1-2017 (N.d.d.)

 

Gli intellettuali oggi sono quasi sempre lontani dal popolo e dai suoi sentimenti. Così si ha una negazione del monito con cui, nei "Quaderni del carcere", Gramsci ci ricordava l’importanza di “intellettuali che si sentono legati organicamente ad una massa nazionale-popolare”. Da parecchio tempo ormai si discute, peraltro con buone ragioni, sul tradimento degli intellettuali come ceto sociale: ossia sul loro abbandono – palese e conclamato – delle classi più deboli e sul loro convergente passaggio alla difesa incondizionata dei dominanti, ai quali forniscono dietro compenso il proprio “capitale culturale”. Quest’ultimo legittima sovrastrutturalmente l’ordine vigente, presentandolo ora come il migliore, ora come il solo possibile. Questa patologia – peraltro messa in luce anche dal compianto Bauman nel suo “La decadenza degli intellettuali” – si manifesta in due maniere principali: anzitutto, come palese difesa ideologica, da parte del ceto intellettuale, della classe dominante, in questo caso dell’oligarchia finanziaria post-borghese, post-proletaria e ultra-capitalistica che ha in odio i diritti sociali, le sovranità nazionali e tutto ciò che non sia allineato con il nuovo ordine liberal-libertario. Il secondo modo in cui la patologia del tradimento degli intellettuali si estrinseca concerne la distanza abissale che ormai separa costoro dal popolo concretamente esistente, coincidente con la nuova massa sfruttata, precarizzata e priva di rappresentanza politica e intellettuale.

 

L’intellettuale, oggi, si sente tanto più riuscito nella sua funzione quanto più si sa lontano dal popolo e dai suoi sentimenti, passioni, interessi e modi di vedere. L’intellettuale finisce, così, per diventare non il rappresentante del popolo, ma la sua antitesi. Si ha, dunque, una negazione – nella lettera e nello spirito – del grande monito con cui, nei "Quaderni del carcere", Gramsci ci ricordava l’importanza di “intellettuali che si sentono legati organicamente ad una massa nazionale-popolare”. Una simile concezione, oltre a non essere attuata, sarebbe oggi senza dubbio demonizzata come “populista” dagli intellettuali stessi, sempre pronti a usare questa categoria mediante la quale giustificano il proprio impegno per l’aristocrazia finanziaria (ossia, appunto, per il polo opposto rispetto a quello della “massa nazionale-popolare” di gramsciana memoria). È di qui, credo, che occorre oggi serenamente ripartire: dalla saldatura tra l’umanità pensante e l’umanità sofferente, tra gli intellettuali e il popolo, nel tentativo di ristabilire la “connessione sentimentale” – secondo un’altra splendida formula di Gramsci – tra pensiero e azione, tra teste e corpi, tra chi pensa il mondo e chi quotidianamente lo vive, tra chi comprende e chi sente. È questo uno dei non pochi compiti per il futuro.

 

Diego Fusaro

 

 
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