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La crisi dell'euro e il risveglio identitario |
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15 ottobre 2011
 Assistiamo a una quasi identità di vedute fra i gruppi duri e puri del neocomunismo e del neofascismo, anche se loro lo negheranno, a proposito delle ricette per fronteggiare la crisi sistemica: uscire dall’euro e dall’UE, ripristinare la piena indipendenza dello Stato-Nazione, nazionalizzare le grandi banche, azzerare il debito. E’ abbastanza evidente in questo un’egemonia della visione del mondo della sinistra fascista, ma su questo non insisterei. Invece è il caso di mettere in evidenza la centralità del tema dell’unità europea. L’UE come è oggi è indifendibile. Si tratta dell’Europa dei burocrati e dei banchieri, una costruzione senza anima. Una cosa grandiosa come l’unità europea non può esistere se non muove passioni popolari, se non genera un sentimento dell’Europa come patria comune, se non fa nascere simboli, riti condivisi, in una parola una spiritualità. Sintetizziamo il concetto abbassando il tono e trasferendoci sul piano della banalità quotidiana, perché proprio a questo livello si fanno le rilevazioni più significative: in una finale di campionato di calcio fra Germania e Brasile, la quasi totalità degli spettatori europei non tedeschi tiferebbe per il Brasile. Basta scendere a questo livello per capire come manchi totalmente un patriottismo europeo. Eppure l’unità dei popoli dell’Europa non è un’idea peregrina. L’Europa unita fu una realtà ed è rimasto nei secoli un grande ideale. Riflettendo sulla storia, vediamo che l’unità di almeno parte del continente fu sempre realizzata attraverso conquiste armate da parte di nazioni e di condottieri che furono però anche portatori di idee nuove, di un progetto di civiltà, perché la pura e semplice conquista non può creare alcunché di duraturo. L’Impero romano seppe unificare buona parte d’Europa con la conquista armata ma anche portando un ordine superiore con le sue leggi, rispettando e talvolta adottando gli Dèi dei vinti, concedendo la condizione di soci o addirittura la cittadinanza romana a molti sudditi. Il suo crollo fu vissuto come un trauma, tanto che chi lo visse non lo volle riconoscere come tale: si volle credere che l’Impero di Roma si perpetuasse sotto altre forme. Il nuovo Impero germanico e cristiano fu visto in rapporto di continuità con quello romano e pagano. Carlo Magno si considerò continuatore ed erede dell’Impero di Roma. Frantumatosi anche l’Impero carolingio, per tutto il Medioevo l’idea imperiale e romana fu tenuta viva dal ghibellinismo, ed era passione vera, era linfa vitale. Alla fine del Medioevo ormai si era affermata la realtà degli Stati nazionali, ma il progetto di un’Europa unita sotto un potere cristiano-cattolico, in lotta col protestantesimo, fu ancora perseguito da Carlo V, all’inizio dell’era moderna. Fallì, per la resistenza dei protestanti e per l’opposizione della Francia. Le paci di Vestfalia sancirono la divisione, apparentemente definitiva, in tanti Stati indipendenti. Ma la vitalità dell’idea di un Impero continentale si ripropose con Napoleone, per l’ultima volta. La sua fu una conquista armata, ma non solo. I francesi erano anche portatori delle idee nuove della rivoluzione borghese, comunque le si voglia giudicare, le idee dell’illuminismo. Fu un grande sommovimento che produsse rivoluzioni, passioni popolari, bandiere, simboli attorno ai quali si coagulavano i partiti: tutto ciò che occorre per creare una realtà nuova, tutto ciò che manca all’Europa odierna. Il progetto di Napoleone e della massoneria francese fu frustrato da un altro Impero, la talassocrazia inglese, col forte contributo della Russia zarista, e da un’altra massoneria, quella britannica. Da allora non c’è più stato nulla di paragonabile al disegno napoleonico. Il sogno, anche mazziniano, di una federazione europea fra libere nazioni, era solo retoricamente accostabile al modello statunitense, per la semplice ragione che gli USA hanno saputo darsi un governo centrale, una lingua comune e un patriottismo, che all’Europa contemporanea continuano a mancare. Anche la parentesi hitleriana è poco significativa, perché ebbe solo uno dei presupposti che occorrono per dare vita a un vero Impero continentale: la conquista armata. La logica etnica del nazismo era troppo escludente per suscitare quegli entusiasmi e quel patriottismo europeo senza i quali anche le più grandi conquiste sono gusci vuoti. Dunque è vero che l’attuale UE è una costruzione artificiosa, senza sostanza, ma è anche vero che l’idea di una costruzione che racchiuda i popoli del continente in una realtà unitaria, non è infondata. Oggi non è il caso di auspicare l’avvento di un condottiero che unifichi l’Europa con le armi. Tuttavia un grande sconvolgimento, una rivoluzione continentale, capace di suscitare passioni, entusiasmi, progetti, resta pur sempre una possibilità, o almeno una speranza. Non mi sembra che gli Indignati o i Pirati abbiano il respiro possente che un’opera tanto gigantesca richiede, ma la loro nascita serve almeno a far comprendere come siano possibili fermenti di dimensioni continentali, che rendono non antimoderna ma piuttosto anacronistica l’idea di rinchiudersi entro i confini dello Stato-Nazione. Anche la nostra convinzione che si debba andare verso forme di autoproduzione e autoconsumo (ma chiamiamola pure autarchia se non abbiamo paura delle parole), andrebbe intesa nella dimensione di macro regioni europee più che nei confini ristretti degli Stati nazionali. Questi dovrebbero essere i termini del dibattito, non tanto il ritorno alla liretta, pur nella consapevolezza che l’euro è nient’altro che il marco imposto a economie troppo diverse da quella tedesca perchè la moneta unica non facesse disastri. Ma l’obiezione di fondo è un’altra: nei progetti di ritorno agli stati nazionali, alle monete nazionali, nel proposito di azzeramento dei debiti, c’è la pretesa, del resto illusoria, di uscire dalla crisi nel modo più indolore possibile. C’è uno spirito fondamentalmente conservatore. Invece la nostra speranza deve essere l’idea opposta. La crisi è una grande opportunità, è una benedizione. Dobbiamo auspicare che sia lunga, profonda, dolorosa, devastante. Soltanto attraversando un grande disastro gli infiacchiti popoli europei possono ritrovare l’energia per quello scarto dalla norma, per quel recupero di vitalità, per quel sommovimento politico e culturale che, solo, può rifondare l’Europa.
Luciano Fuschini
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La sinceritą paga (anche troppo...) |
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8 ottobre 2011

Cronaca di un collasso annunciato. Le fragili fondamenta economiche non riescono a sopportare il peso del traballante edificio europeo, ma soprattutto la posticcia unità monetaria non riesce a mascherare l’assenza di un’autentica unità politica, il solo cemento che possa rendere stabile qualsiasi entità statuale. E ora, ogni tentativo salvare l’euro è solo vano e crudele accanimento terapeutico. Potremmo dire, citando la recente e ormai celebre intervista rilasciata dal trader Alessio Rastani alla Bbc, che ormai “nessuno se la beve”. Niente è riuscito a dare una parvenza di credibilità alle strategie di uscita dalla crisi. Sono lì a dimostrarlo i moti di piazza in Grecia, il rischio fallimento che incombe sull’Italia, tacendo di Spagna, Irlanda e Portogallo. Un problema inoltre, non solo europeo. Globale è l’economia, infatti, e globale è il corto circuito che essa ha creato. E chi dovrebbe intervenire non ha voce in capitolo. “Questo non è il momento di credere che i governi sistemeranno le cose” afferma Rastani nel cuore del suo intervento. “Loro non governano il mondo. Goldman Sachs governa il mondo. E a Goldman Sachs non importa questo pacchetto di misure di salvataggio e neanche importa ai grandi fondi di investimento”. Ignobile impostore che vede complotti dappertutto trasformando un’onesta banca d’affari nel simbolo della finanza che soverchia e calpesta l’interesse generale? Forse, ma guardandoci attorno per un secondo questo scenario potrebbe non apparire del tutto inverosimile. E quando Rastani sottolinea che “Ai traders non importa che vi sia una situazione politica stabile e un’economia sana ma importa solo fare soldi”, rivelando candidamente, in relazione all’attuale drammatica situazione mondiale, “di andare a letto sognando una nuova recessione perché si possono fare molti soldi sui crolli finanziari” e soprattutto che “tutti possono farlo, sapendo come muoversi”, all’indignazione che deriva dall’apprendere in maniera così brutale le modalità di funzionamento del sistema, non può che seguire una lucida e onesta disamina del mondo che ci circonda e degli avvenimenti di questi ultimi anni, dai subprime in poi. Il coming out di Rastani, perciò, appare tutt’altro che fantasioso. Se pensiamo alla situazione dell’Euro, infatti, abbiamo chiaro in mente che nessuna somma di denaro sarà mai sufficiente a sollevare dal baratro del debito gli Stati in crisi, e l’ostinazione suicida di chi intende proseguire sulla strada dei prestiti riuscirà solo a creare macigni ancor più grandi il cui peso andrà a gravare sulle spalle dei cittadini. Ma l’obiettivo non è salvare il popolo greco, e forse, poi, quello italiano, ma le maggiori banche continentali che hanno speculato sui debiti delle nazioni in difficoltà e ora rischiano di finire a fondo con queste. E tale operazione, come detto più volte, apertamente, da tutti gli “addetti ai lavori” del mondo economico e finanziario mondiale, verrà effettuata con soldi pubblici, ovvero di quelle popolazioni che stanno subendo sulla propria pelle le conseguenze di ciò che riempie di felicità la gente come Rastani. Euro, finanza, banche, non sono elementi separati ma tasselli di un medesimo mosaico; sono componenti essenziali di un modello di sviluppo economico, quello occidentale, ormai adottato ob torto collo ovunque nel mondo. Si tratta quindi di mettere in discussione un’idea, non singoli aspetti. Cancellare un solo tassello non basta a rendere invisibile il mosaico. I giovani americani che poco tempo fa hanno protestato a New York, di fronte a Wall Street, non contestavano solo la borsa Usa, ma il simbolo e Sancta sanctorum di un sistema che ha sacrificato la politica, e con essa il concetto stesso di democrazia, sull’altare dei profitti e della libera circolazione del denaro e degli scambi. E c’è da credere che questo sia solo l’inizio. A quanto pare stiamo per arrivare a un crocevia della storia, e conviene fare attenzione a non farsi spingere sulla strada sbagliata.
Marco Bombagi
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1 ottobre 2011

Per concepire dei figli, farli crescere ed educarli in seno alla modernità ci vuole sempre più stomaco, man mano che essa avanza: non è forse un caso che se ne fanno sempre meno. Ad ogni modo, educarli oramai è diventato impossibile, sia per motivi di tempo (la donna di fatto è stata sottratta al compito educativo e gettata nel mondo del lavoro) sia perchè la modernità diventa ogni giorno sempre più invadente. Il compito educativo a tutt'oggi viene delegato sempre più al Sistema e alle sue derivazioni tecniche o ideologiche: basta che guardiamo in casa nostra per constatare che la televisione ha molta più influenza educativa di scuola e genitori. A conferma di ciò, porteremo un esempio eloquente di invadenza ideologica che viene dalla civilissima Svezia (e da dove se no?). Poichè questo Paese è all'avanguardia per realizzare la parità tra i sessi il più presto possibile, nel 2010 è stata aperta una scuola che ha deciso di conseguire questo obiettivo addirittura dall'età prescolare. Egalia -già il nome parla da sè- è infatti il progetto di una scuola materna di Stoccolma che ha deciso di eliminare le distinzioni di sesso sin dalla più tenera età. In questo asilo tutto viene accuratamente pianificato e studiato nei minimi dettagli affichè il bimbo possa crescere sviluppando "in modo naturale" le proprie inclinazioni di sesso: non solo in riferimento all'altro sesso, ma anche come comportamenti, atteggiamenti, modo di parlare, di vestire, di giocare ecc. Tanto per cominciare, i bambini vengono chiamati in modo neutro, nè al maschile nè al femminile: per dire "lui" o "lei" non vengono usati i pronomi normali della lingua svedese (hon e han) che sono pertanto vietati, ma viene utilizzato un pronome neutro hen, inesistente nel vocabolario svedese ma molto utilizzato negli ambienti femministi e omosessuali (che sono evidentemente gli stessi che lo hanno coniato). In secondo luogo, ogni dettaglio viene curato per assicurarsi che i bambini non cadano in stereotipi di genere. Innanzitutto, dentro le aree di gioco sono mischiati i giochi maschili con quelli femminili, affinché i bimbi non siano condizionati da pregiudizi alcuni: di fianco alle bambole si trovano i robot, come accanto alla cucinetta di plastica si vedranno dei mattoncini Lego. Anche i colori sono mescolati, quindi niente rosa per le bimbe e azzurro per i bimbi. Possiamo allora senza molta fatica immaginarci una scena di gioco, in cui Jeeg Robot d'acciaio, vestito di color rosa shocking, scaglia verso il robot nemico l'ultimo maglio perforante disegnato da Dolce e Gabbana. Oppure magari vedremmo Goldrake mettere al bando queste vetuste velleità maschili e avvicinarsi a un invasore di Vega facendogli provare il suo beautycase di trucco all'ultima moda. In effetti c'è un po' di confusione... Ma chi pensa di avere letto già abbastanza in fatto di aberrazioni, si prepari perchè il bello deve ancora arrivare. Infatti in un asilo che si rispetti non possono certo mancare le fiabe: e voi pensate che gli innovativi educatori di Egalia non abbiano pensato anche a questo? Vietate in modo categorico Cappuccetto rosso, Biancaneve o Cenerentola. I bimbi di Egalia infatti, per crescere in modo naturale e spontaneo, hanno bisogno di fiabe diverse, che hanno piuttosto a che fare con coppie omosessuali, genitori single e figli adottivi: per esempio quella dell'amore tra due giraffe maschi, tristi per non poter avere un figlio, che adottano poi un uovo di coccodrillo... Ci fermiamo qui, direi che può bastare. Le riflessioni che si possono fare sono tante. Innanzitutto, viene spontaneo mettere il dito sul profondo orientamento ideologico a cui i bambini, in un futuro forse nemmeno troppo lontano, probabilmente saranno sottoposti. Certo è doveroso chiamare in causa le lobbies dei gay e i circoli femministi, il cui presunto anticonformismo si rivela essere sempre in realtà la punta avanzata della modernità liberal-capitalista: è sconfortante vedere l'educazione dei nostri figli in mano non più a filosofi e studiosi di morale, ma ai transgender, ai vari Vladimir Luxuria... Ed è pure comprensibile immaginare che simili degenerazioni abbiano una forte componente di pianificazione da parte del Potere, dato che si è constatato oramai che un uomo -inteso come essere umano- con una identità sessuale confusa è anche una persona senza carattere, docile, ubbidiente, conformista... Tuttavia credo che queste considerazioni vadano superate, perchè questo tipo di educazione rappresenta l'esito necessario e inevitabile a cui la modernità prima o poi dovrà giungere ovunque. Tutto è coerente con le premesse dell'uomo astratto, uguale e universale, teorizzato dagli illuministi e concretizzatosi con la Rivoluzione Francese. Inutile eccepire con i "se" e i "ma": una valanga non si può fermare a metà, una volta messa in moto si ferma solo con la distruzione totale, propria e di ciò che le sta intorno. Una volta rotti gli equilibri, tutto precipita, e nessuno ne può più gestire l'andamento. Perchè credo sia chiaro che l'obiettivo di questo genere di progetti non è certo quello di permettere a ciascun bambino di svilupparsi in modo spontaneo. "Egalia dà loro una fantastica opportunità per essere chi vogliono essere" afferma la direttrice dell'asilo. Vista tutta la pianificazione che ci sta dietro, mi sembra assai difficile: l'unica cosa che si sviluppa è l'ideologia che hanno già deciso a priori gli educatori! Anche perchè, si provi a supporre che al termine degli anni di asilo, escano dei maschietti e delle femminucce ben differenziati, i primi aggressivi e sicuri di sè, le seconde più vezzose e arrendevoli: voi pensate che gli educatori sarebbero contenti? O piuttosto parlerebbero di fallimento, perchè i caratteri sarebbero troppo definiti? In realtà lo scopo è implicito nel nome. L'istituto si chiama "Egalia" non a caso: l'obiettivo non è affatto quello di far crescere spontaneamente i bimbi, ma quello di cancellare ogni differenziazione sessuale, che poi è anche uno degli obiettivi prossimi della modernità. Ragionando in questo modo, di imposizioni sulla persona e di intollerabili costrizioni, di diritti alla libertà e ad uno sviluppo naturale, si potrebbe andare ancora più in là. Non è difficile infatti accusare la società di intollerabile razzismo e discriminazione nei confronti dei bambini, nonchè di attentato alle loro sacrosante libertà individuali. Tanto per cominciare, perchè i genitori dovrebbero mai decidere il nome del bambino in vece sua? Non sarebbe molto più libero se potesse sceglierselo lui? Non si potrebbe chiamarlo quindi in modo neutro (per esempio: m1) fino ai sei anni, quando potrà scegliersi liberamente il nome della sua vita? E a proposito di genitori, perchè mai imporgli i suoi genitori biologici? E se lui preferisse crescere con altri genitori? Perchè non offrirgli questa straordinaria opportunità? Magari lasciandolo in un orfanotrofio finchè non sarà in grado di scegliere liberamente dei genitori adatti a lui? E poi chi decide che m1 deve nascere e crescere proprio a Stoccolma imparando lo svedese? E se lui volesse crescere, che so, a San Pietroburgo, imparando il russo? O in qualsiasi altra città del mondo? Perchè non offrirgli questa straordinaria opportunità di scegliersi luogo e lingua di nascita? Magari lasciandolo in un luogo neutro -per esempio un laboratorio- e utilizzando un linguaggio conputerizzato onde evitare intollerabili imposizioni e discriminazioni linguistiche? Allora sì vedremmo m1, nato in laboratorio, cresciuto in un orfanotrofio, educato da un computer che comunichi con lui mediante un linguaggio in codice, allora sì che lo vedremmo essere finalmente libero!
Massimiliano Viviani
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24 settembre 2011
 Marco Zorzi, laureato in Giurisprudenza e impiegato nell'amministrazione giudiziaria, cresciuto culturalmente nell'ambito della sinistra, spesso estrema -ma sempre nell'assoluta indipendenza da qualsiasi schieramento- vicino anche alle idee della sinistra nazionale, antiberlusconiano accanito, da tempo sostenitore dell'economia della decrescita e dell'antimodernismo, ha scritto per il Giornale del Ribelle questa riflessione sulla cosiddetta "società multietnica" che sta minando l'identità dei popoli europei.
Vogliamo il multiculturalismo? Si! E quindi … no! Spieghiamoci meglio: il multiculturalismo è una ricchezza, la ricchezza della varietà e delle diversità del nostro mondo, ed è quello non solo che vogliamo, ma che difendiamo a spada tratta, e per il quale proprio ci battiamo. E’ l’intendimento storpiato di multiculturalismo che attualmente viene propinato, quello invece che lo distrugge. Il vero multiculturalismo, quello “buono”, viene depauperato da questa perversione di un falso multiculturalismo che possiamo definire "cattivo". Il multiculturalismo in realtà c'è già e c'è sempre stato. Le culture infatti esistono, e sono varie e diverse proprio in virtù del fatto che ognuna di esse percorre una propria strada distinta dalle altre. Tra le diverse culture ci sono quelle europee, che stanno scomparendo a causa della massiccia invasione straniera voluta, attuata e sostenuta da un sistema suicida. Cos'è che crea l'inestimabile ricchezza costituita dalla diversità (delle culture, delle specie viventi, degli ecosistemi, etc etc)? Ci sarete già arrivati: la separazione! Che non significa isolamento e contrapposizione, ma distinzione. Quello che sta drammaticamente accadendo invece è un impoverimento del multiculturalismo, con la scomparsa delle popolazioni, quindi delle culture e in generale delle diversità europee, causata da quella che è corretto definire una oceanica, epocale, vera e propria invasione straniera in corso, la quale le sta distruggendo, sostituendole con altre estranee, almeno in parti sempre più consistenti, nei loro territori d'origine (le fonti originarie appunto, uniche e insostituibili, che una volta perse non potranno mai più rigenerarsi). Tutto ciò in linea con la più massiccia e rapida distruzione di biodiversità di ogni tipo che mai sia avvenuta sul pianeta Terra da millenni, a causa di un sistema di sviluppo mostruoso. Si sta dunque verificando una perdita di multiculturalità e di diversità, mentre si vuol far credere (e incredibilmente si crede) il contrario. E’ un paradosso cui forse molti non hanno pensato. Ma è ciò che sta accadendo. Assistiamo ad una omologazione, alla formazione in Europa di un popolo unico uguale dappertutto, un altro popolo "americano" fondato su null’altro che i valori dell’economia capitalista. E al contempo una frammentazione delle identità, con la disintegrazione delle culture originarie. Un non-popolo, un gregge indistinto, una comunità di zombi al servizio del solito Dio Mercato. Questo è il "multi-" che ci vogliono imporre, l'assurdo intendimento di diversità che ci vogliono contrabbandare, un intendimento diabolico, demenziale, da alienati, come ormai sono i popoli europei vittime del morbo che li sta divorando ed uccidendo, ossia questo sistema socio-economico (auto)distruttivo. Per avere un gelato multigusto, e con i gusti che più ci piacciono, è necessario che il gelataio tenga i diversi gusti in vaschette separate. Non considereremmo forse pazzo un gelataio che li mettesse e li mischiasse tutti in un unica vaschetta dicendo che è quello il multi-gusto, il gelato “a colori”, unico e uguale per tutti, e come capita capita? Ecco appunto l’alienazione dell’Europa e dei suoi popoli, ecco la follia dei buonisti di “destra” e di “sinistra” che sostengono il compiersi di questo disastro epocale. Opporsi all'invasione straniera in corso significa opporsi alla scomparsa dei popoli europei e quindi delle loro culture, non in nome di nazionalismi, razzismi o xenofobie, ma in nome della difesa delle diversità, e della conservazione del vero, reale prezioso multiculturalismo, quello che già c’è e che sta scomparendo sempre più, insieme alla biodiversità generale.
Marco Zorzi
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17 settembre 2011
 In un articolo pubblicato alcuni mesi fa, parlando di colesterolo, ricordavamo gli studi che dimostrerebbero l’incontrovertibile legame tra grassi saturi e problemi di cuore, mostrando (o almeno ci abbiamo provato) come siano basati su assunti sbagliati, dati debolissimi, quando non esplicitamente manipolati, e conclusioni che, dal momento che siamo ben disposti, definiremmo stiracchiate. Questa volta cerchiamo di approcciare il discorso da un punto di vista meno strettamente scientifico, ma più basato su aspetti evolutivi e di buon senso. Partiamo da un dato epidemiologico incontrovertibile: certe malattie vengono definite “malattie del benessere” perchè prima del ventesimo secolo non esistevano o avevano comunque un’incidenza limitata. Ma “malattie del benessere” non è una spiegazione che ci possa convincere, e crediamo valga la pena indagare come mai siano comparse proprio nel ventesimo secolo. Una spiegazione potrebbe essere che una volta la vita media era molto più breve e certe malattie non facevano in tempo ad arrivare perchè si moriva prima. Non ci convince. La vita media era più bassa, ma la statistica era pesantemente influenzata dall’altissima mortalità infantile (oggi quasi nulla, almeno nei paesi industrializzati), mentre le persone benestanti arrivavano senza problemi a 70-80 anni (basta leggere alcune biografie di personaggi illustri per rendersene conto). E allora cos’era? L’inquinamento atmosferico? Ma no, la gente si ammala anche nei posti di mare, dove l’aria è pulita come lo era 100 anni fa. Lo stress? Non scherziamo… E se fosse l’alimentazione? Certo, noi siamo quello che mangiamo, per cui è piuttosto probabile che se ci mettiamo a mangiare male ne paghiamo le conseguenze in termini di benessere e salute. Ok, mettiamo che sia l’alimentazione, e cerchiamo di capire come è cambiato il nostro modo di mangiare nel corso dell’evoluzione dell’uomo. Nel paleolitico, non conoscendo l’agricoltura, l’uomo mangiava gli animali che cacciava e la frutta e verdura che raccoglieva. Degli animali mangiava prima di tutto gli organi, ricchi di grassi e ricchissimi di colesterolo, e poi il resto. Secondo alcuni studi, la composizione della dieta in termini di macronutrienti si componeva del 20% di zuccheri raffinati, 65% di grassi e 15% di proteine. La salute dell’uomo paleolitico era a dir poco eccezionale. Anche se aveva la fortuna di vivere in ambienti che abbondavano di cibo, non aumentava di peso e non presentava malattie degenerative. Circa 10.000 anni fa l’uomo scoprì che coltivando i cereali avrebbe potuto avere ancora più cibo, e la sua sorte non sarebbe più dipesa dalla disponibilità di animali selvatici. E’ la rivoluzione neolitica, forse la più importante della storia dell’umanità. Sono nati i primi insediamenti, le competenze si sono diversificate, è nata la scrittura, l’organizzazione sociale si è evoluta. Okay, benissimo, ma la salute? Un disastro! La statura media dell’uomo neolitico era di 10 cm inferiore a quella dell’uomo paleolitico, e anche altri valori hanno subito peggioramenti. La spiegazione, a nostro avviso, è una sola: l’uomo neolitico mangiava più cereali, di cui aveva disponibilità in abbondanza, e meno alimenti di origini animale. A causa di questa alimentazione, meno nutriente, ha iniziato a crescere di meno e ha conosciuto per la prima volta malattie degenerative come per esempio la carie dentaria. Facciamo un salto in avanti di un centinaio di secoli e arriviamo alla rivoluzione industriale. I poveri mangiavano patate, pane, polenta e quel poco grasso che potevano trovare qua e là. Vivevano in condizioni di salute spaventose e morivano presto. I ricchi invece non se la passavano male. Mangiavano burro (molto costoso all’epoca), selvaggina, e vivevano a lungo. Per permettere ai poveri di mangiare il burro, o qualcosa di simile, verso la fine dell’Età Vittoriana si iniziarono a produrre dei grassi poco costosi e di bassa qualità, prima derivati dallo strutto, poi, verso la metà del XX secolo, da grassi di origine vegetale. Chi era costretto a mangiarli avrebbe fatto carte false per mettere le mani su del burro fatto come Dio comanda. Ma ecco che succede l’imprevisto. Le malattie cardiovascolari, fino ad allora praticamente sconosciute, fanno morire gli Americani come birilli. Bisogna trovare una spiegazione, che arriva grazie ad Ancel Keys, un ricercatore che con un audace manipolazione di dati comunque decisamente poco significativi e non proprio attendibili, si inventa letteralmente una correlazione tra il consumo di grassi animali e questo nuovo, terribile disturbo. E, anche non tenendo conto dei grafici ad effetto ottenuti omettendo i dati non favorevoli, si può affermare con forza e decisione che tale correlazione fa a pugni con le decine di migliaia di anni in cui l’uomo si è nutrito principalmente del grasso degli animali, senza mostrare problemi di sorta. Ma, incredibile, la balzana teoria prende piede, anche perchè la potentissima industria alimentare, sviluppatasi sul bisogno di produrre alimenti da fornire ai soldati impegnati in guerra, può così continuare a produrre in tempo di pace per le famiglie ormai terrorizzate dalla grancassa mediatica che demonizza i grassi animali senza possibilità di appello, mentre osanna i grassi vegetali. Una follia! Un alimento scadente e artificiale, estratto chimicamente e destinato a nutrire chi non si poteva permettere di meglio, diventa improvvisamente una prima scelta. E così ecco un’altra rivoluzione. Il consumo di grassi negli ultimi 40 anni diminuisce sensibilmente (anche perchè gli oli di semi sono obiettivamente schifosi), mentre quello di zuccheri raffinati, per compensazione, aumenta vertiginosamente. Sulla base delle teorie di Ancel Keys ci si potrebbe aspettare un sensibile miglioramento delle malattie degenerative. E inceve no, sempre peggio. L’obesità schizza in alto con una discontinuità davvero insolita per una dato del genere, proprio in coincidenza con la pubblicazione delle prime indicazioni nutrizionali della commissione McGovern nel ‘77, ma anche cancro, diabete e disturbi cardiovascolari non danno segni di cedimento. Invece di puntare il dito, come buon senso suggerirebbe, sul vertiginoso aumento del consumo di zuccheri, passati da 2 chili all’anno pro capite nel 1700 alla spaventosa cifra di 75 chili pro capite oggi, si continua a perseverare in un errore che ha causato, e continuerà a causare se non si inverte la tendenza, inutili sofferenze ad un numero spaventoso di persone.
Paolo Costa
www.dissapore.com
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10 settembre 2011

A distanza di dieci anni dall’evento dell’11 settembre è doveroso e inevitabile un bilancio politico. Lasciamo ai finti ingenui di recitare la convinzione che tutto quanto successo dopo si giustifichi con la lotta al terrorismo. Gli "apoti", quelli che non la bevono, sanno che le ragioni vere delle guerre e delle operazioni segrete di commandos e droni che, volenti o nolenti i governi interessati, hanno coinvolto decine di Stati, sono altre. Proviamo a passarle in rassegna. Innanzitutto, impadronirsi di risorse strategiche, soprattutto fonti energetiche; in secondo luogo, fare cadere governi scomodi o frantumare l’unità nazionale di Stati non allineati con l’Impero, anche nell’interesse di Israele; infine, circondare di basi Russia e Cina, per combattere la più che probabile grande guerra prossima ventura da posizioni di vantaggio. Vediamo se questi obiettivi siano stati realizzati o siano sul punto di esserlo. Quanto alle risorse strategiche, il caso iracheno diventa paradigmatico. Dopo il governatorato USA, per spegnere la rivolta armata generalizzata che metteva in difficoltà l’esercito invasore, gli aggressori sono stati costretti a sostenere un governo sciita non del tutto docile. Impadronirsi puramente e semplicemente dei pozzi petroliferi sarebbe stata una violazione talmente grossolana di qualunque forma di legalità che nemmeno la brutalità dei conquistatori ha potuto praticare questa via. Si è dovuto lasciare che il nuovo governo di Baghdad indicesse un’asta internazionale per concedere lo sfruttamento dei pozzi al miglior offerente. Ebbene, buona parte delle concessioni sono andate a chi ha i soldi. E i soldi non li hanno più gli americani. Li ha la Cina. Gli Usa hanno fatto la guerra per la Cina e, come vedremo, per l’Iran. Ho il vago sospetto che anche in Libia le cose non andranno come spera la “coalizione dei volonterosi”. Passiamo al secondo punto. È stato facile abbattere il governo talebano in Afghanistan, data la sproporzione colossale di volume di fuoco fra le due parti in lotta. È facile anche trovare in loco un fantoccio e una minoranza di opportunisti disposti a trasmettere alla popolazione gli ordini degli occupanti. Non è facile imporre la legge dei nuovi padroni stranieri a un popolo fiero e bellicoso. Il colonialismo classico inventava pretesti per aggredire la vittima, poi inviava incrociatori e corazzate a distruggere un po’ di villaggi, piegando facilmente le deboli resistenze: è passata alla storia come la "politica delle cannoniere". Successivamente, il controllo del territorio abitato da una popolazione ostile era impresa più ardua. Analogamente, coi bombardieri e i droni è facile piegare difese incapaci di opporsi efficacemente. Il controllo del territorio è altra cosa, e la NATO deve prenderne atto nel momento in cui si pone il problema di andarsene salvando la faccia, come successe ai sovietici una ventina di anni fa. È stato facile liquidare Saddam, ma la successiva guerriglia irachena non è mai stata debellata. Alla fine si è riusciti a piegare Gheddafi, ma se i capi politici dell’Occidente fossero qualcosa di più dei miserabili pidocchi che sono, saprebbero che le complicazioni vengono adesso. Le invasioni di Afghanistan, Iraq e Libia dovevano servire anche a far cadere i governi siriano e iraniano, per la minaccia ai loro confini e per l’infiltrazione di agenti provocatori e di una propaganda velenosa. A tutt’oggi non è accaduto. Sembra riuscita l’operazione di frantumazione dell’unità nazionale di alcuni Stati, rendendoli così deboli e non più minacciosi nemmeno per Israele. È successo in Iraq, oggi praticamente diviso in tre Stati, uno governato dagli sciiti, uno sunnita e uno curdo. Ma con la conseguenza, tutt’altro che favorevole all’Impero, che la parte sciita si appoggia all’Iran, che insieme alla Cina ha beneficiato della guerra americana, la parte sunnita è infida perché nostalgica di Saddam e la parte curda, la più riconoscente agli USA, provoca la reazione della Turchia che non può tollerare la nascita di fatto di uno Stato curdo ai suoi confini. Gli USA rischiano così di giocarsi una delle loro alleanze più preziose, quella con i turchi. Quanto alla Libia, è facile prevedere che lo scatenarsi delle rivalità fra berberi dell’interno e arabi della costa, fra tripolitani e cirenaici, fra laici e islamisti, rivalità prima soffocate dalla dittatura di Gheddafi, creerà un’instabilità permanente. Sembra dunque che l’unico risultato tangibile di questa serie di guerre coloniali sia stato l’impianto di basi aero-navali che permetterebbero agli aerei americani di penetrare nei cieli della Russia e della Cina pochi minuti dopo il decollo. Però è vero anche il contrario: quelle basi sono alla portata dei missili a corto raggio, molto precisi, basati sul territorio russo e cinese. Questi dieci anni di guerre, preceduti da altre aggressioni, come quel vergognoso scempio di qualunque forma di legalità internazionale che fu il bombardamento della Serbia per strapparle il Kossovo, sua provincia, hanno logorato le forze armate degli USA e della NATO e soprattutto hanno potentemente contribuito al dissesto finanziario da cui non si vede via d’uscita. Lo stesso mantenimento del formidabile apparato bellico nelle centinaia di basi sparse per il mondo sta diventando un onere finanziario insostenibile. Si può dunque concludere che il bilancio di dieci anni di aggressioni è fallimentare per l’Impero. Non saremo noi a dolercene.
Luciano Fuschini
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