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Diritto, non dovere PDF Stampa E-mail

9 Febbraio 2018

 

A ogni scadenza elettorale si ripresenta il tormentone del “che fare”.

 

Bisogna partire da un punto fermo: l’evidenza del disastro in cui ci troviamo. Un disastro di civiltà, di sfacelo morale, di dissoluzione dei legami sociali, di avvilimento nella soggezione a potenze straniere e a poteri incontrollabili con gli strumenti democratici, prima ancora che un disastro economico e finanziario.

 

Ne discende l’ovvia conclusione che non si devono votare i partiti che portano la responsabilità di governo negli ultimi decenni. Votare per Forza Italia, per il PD e cespuglietti centristi, compresa l’orrida Bonino, per Liberi e Uguali del privatizzatore Bersani e dell’impresentabile D’Alema, non sarebbe soltanto un errore: sarebbe una colpa.

 

L’unico voto sensato è quello destinato a un partito o a una coalizione che abbia qualche probabilità di formare una maggioranza capace di introdurre almeno qualche granello di polvere nei meccanismi del potere. Un governo che dia qualche fastidio alla finanza globale, all’Impero che ci domina e dissemina le sue armi e le sue bombe nucleari sul nostro territorio, alle centrali direttive di una UE che dell’Impero è parte integrante e decisiva.

 

Di fatto le uniche forze politiche in Europa che sembrano sgradite ai poteri sono quelle populiste e sovraniste.

 

Beninteso: il sovranismo è concettualmente indifendibile. La crisi dello Stato Nazionale, il fenomeno politicamente più nuovo e più rilevante della nostra epoca, appare irreversibile. Nel mondo globalizzato solo gli Stati nazionali di dimensioni continentali hanno le risorse per affermarsi e prosperare: USA, Russia, Cina, India, Brasile. Le piccole nazioni europee o si uniscono in una federazione continentale o soccombono. Il fine deve essere un’Europa federale rispettosa delle autonomie, ben armata autonomamente e quindi fuori dalla NATO, sostanzialmente autarchica, secondo la visione di un Alain de Benoist e, in Italia, di un Massimo Fini.

 

Questo è il passaggio decisivo del ragionamento. Un’Europa siffatta potrà essere realizzata soltanto distruggendo l’attuale UE, troppo plasmata dai poteri finanziari e imperiali per essere riformata dall’interno. Il sovranismo, essendo l’unica forza ideale e politica con prospettive mobilitanti, può essere il grimaldello che consenta di forzare la massiccia costruzione europea. Non il fine ultimo da perseguire ma lo strumento per mettere in moto una dinamica rivoluzionaria.

 

Allora la domanda sul “che fare” si precisa in questo modo: esistono in Italia partiti autenticamente sovranisti che possano orientare un governo scomodo per i poteri europei e per gli USA?

 

 

 

A destra i partiti che possono formare una coalizione di governo e che si presentano come sovranisti sono la Lega e Fratelli d’Italia. Nessuno si illuda. Non sarà la presenza di Bagnai fra i candidati della Lega a fornire garanzie sufficienti. Votare per Lega o Fratelli d’Italia significa votare per Berlusconi, il peggio del peggio. L’avvertimento ripetuto spesso da Salvini, che se dovesse avere un voto in più di Forza Italia sarebbe lui, col suo programma populista e sovranista, a dirigere il governo, è solo un mezzuccio per raccattare i voti di una destra anti-sistema e farli confluire poi in un calderone che sarà cucinato da Berlusconi. Né Salvini né Meloni avranno mai la forza per opporsi alle pressioni di un alleato liberista ed europeista, portavoce degli interessi di Bruxelles e di Berlino, nonostante le mazzate che da essi gli vennero nel 2011. A destra le uniche formazioni politiche antiberlusconiane sono Forza Nuova e Casa Pound. Dichiarano onestamente di rapportarsi al fascismo, quello più rispettabile, il cosiddetto fascismo “sociale”. Sono nemici della finanza globale e vogliono un’Italia che recuperi la propria indipendenza, contro l’UE e contro la NATO. Tuttavia la loro polemica si concentra sui temi dell’immigrazione, dell’ordine pubblico, della minaccia islamica, una sostanziale mistificazione perché distoglie l’attenzione dai veri problemi. In particolare l’allarme per la presunta islamizzazione dell’Europa cristiana è un vero e proprio delirio. La cristianità dell’Europa si è già dissolta sotto i colpi di una cultura dominante materialista e a causa dell’americanismo, non dell’islam.  Da noi vige la religione dello sballo e del sex and money, una religione tanto forte da rendere la conversione ad essa dei figli dei musulmani immigrati più probabile della conquista islamica del nostro continente. Comunque l’argomento decisivo che dovrebbe sconsigliare dal votare l’estrema destra è l’assoluta irrilevanza di un voto che sarebbe inutile.

 

A sinistra l’unico partito decente è il Partito Comunista di Marco Rizzo. Ha l’onestà di rivendicare tutta la tradizione comunista, compresa quella stalinista. Opponendosi a UE e NATO, è sovranista. Inoltre è l’unica formazione di sinistra contraria all’accoglienza indiscriminata dei “migranti”, con argomenti di chiara impronta marxista che le sinistre liberal-libertarie hanno completamente rimosso. Tuttavia anche il voto per questo partitino sarebbe del tutto inutile.

 

Resta Cinquestelle. Il suo sovranismo è tanto fiacco da far prevedere che si dissolverebbe come nebbia al sole sotto le pressioni dei poteri transnazionali. La previsione di una fine simile a quella della greca Syriza è quasi una certezza. Non vale neppure l’argomento di chi dice che comunque è il momento di mettere alla prova Di Maio e compagni. La fine ingloriosa di Zipras e della sua Syriza non è stata indolore. Ha trascinato con sé le speranze e le illusioni del popolo greco, che ha perso gran parte della carica di lotta che lo aveva animato quando Syriza prometteva di resistere alla Troika. Anche il fallimento di un governo Cinquestelle farebbe dilagare sfiducia, rassegnazione, scetticismo.

 

L’unico voto utile sarebbe quello dato a un Fronte Unitario Sovranista, che non esiste e non appare all’orizzonte.

 

Pertanto la decisione più razionale resta l’astensione, scegliendo se restarsene a casa propria o annullare la scheda (lasciarla bianca è poco rispettoso degli scrutatori, costretti a esaminarla controluce per cercare di individuare un eventuale segno leggero). Del resto si profila un risultato che non permetterà di formare una solida maggioranza di governo. Ne discenderà la conferma del governo Gentiloni in attesa di nuove elezioni con una nuova legge elettorale, che richiederà un altro paio d’anni. Queste elezioni potrebbero essere le più inutili della nostra storia, motivo ulteriore per starne lontani.

 

Checché ne dica la Costituzione “più bella del mondo”, votare è un diritto, non un dovere.

 

 

 

Luciano Fuschini

 

 
L'estraneo PDF Stampa E-mail

8 Febbraio 2018

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Da Comedonchisciotte del 6-2-2018 (N.d.d.)

 

[…] Il fascismo non esiste. Giova ripetere questo scandalo. Esistono moti dell’animo che, in particolari tempi infernali, si solidificano in empiti sovraindividuali. Qual è la situazione, oggi, in un guscio di noce? Da una parte abbiamo un potere dominante, completamente nuovo, fascinoso e aggressivo, che reca l’uomo alla dissoluzione. Dall’altra alcune forze che gli resistono, abbarbicandosi, alla buona, a ciò che ricordano, alle tradizioni di famiglia, a un sentimento vago di sopravvivenza. Da un lato una potenza universale, organizzata, infinitamente ricca, che ha capovolto le gerarchie morali e di valore del mondo e, con la complicità dei corrotti patriziati interni, si prepara a governare in nome dell’Usura e della Bontà Ecumenica. Dall’altro ciò-che-non-è-questo, ciò che non ha nome, è innominabile, e si definisce solo per esclusione rispetto al patriziato e ai loro signori mondiali: plebe. E tale plebe, che si vede perduta, cosa fa? Ha memoria d’un mondo diverso, in cui ogni cosa vantava un senso, un mondo più duro, spesso disperato, ma umano, sociale, vivibile. E chi garantiva tale architettura nostalgica, si chiede il plebeo? Il fascismo? Sì, forse il fascismo è la risposta, riflette il plebeo, magari confortato dagli amici, dalla tradizione familiare. E allora ecco il plebeo adornarsi di simboli vetusti: la croce celtica, la svastica, il Mein Kampf! Il plebeo vive l’ingiustizia tutti i maledetti giorni, da Equitalia al nodo scorsoio delle partite IVA, dal TAEG all’HACCP, dalle città ridotte a immondezzai alla televisione che gli tocca pagare quando accende la luce. L’ingiustizia genera odio. Egli odia. L’odio vuole solidificarsi in qualcosa di tangibile, iconico. Quale? Gengiz Khan, Tamerlano, Nabucodonosor? Vlad Tepes, Buffalo Bill? Cosa ricorda un italiano nel 2018? Forse Mussolini? Mussolini? L’ordine, la gerarchia, la giustizia, la solare romanità. Sì, egli ha in mente tutto questo, e diviene fascista contro il fascismo PolCor. Che tale sentimento sia vero o no, giusto o no, fondato o meno, qui non interessa. A interessare è lo sviluppo psicologico delle anime plebee. Anche chi votava a sinistra sente d’essere perduto, un plebeo perduto, e s’interroga. Non era meglio quando c’era Lui? Non era meglio l’olio di ricino invece della legge Gozzini? Non era preferibile un writer con le braccia rotte invece di una stazione ridotta a pattumiera? Vi ricordate le risposte dei vecchi comunisti all’esterrefatto inviato di Formigli, indistinguibili da quelle di un Di Stefano? Il fascismo c’entra poco. Qui è in atto una ribellione degli italiani, stranieri in patria, contro chi li vorrebbe morti. Tale rivolta si abbiglia come può. Con un gagliardetto fascista, in qualche caso. I babbei, se non fossero tali, dovrebbero interrogarsi non sui gagliardetti che adornano i petti, bensì sulla terribile miscela di risentimento che si agita in essi. Hanno trovato il Mein Kampf a casa Traini! Tombola! Anche a casa mia, a frugare bene, lo si trova. Nell’edizione curata da Giorgio Galli. Tale volume riposa accanto all’Ebreo internazionale, di Henry Ford, a I sette colori di Robert Brasillach e a una biografia di Ernst von Solomon. Ernst von Solomon, “condannato da Weimar, incarcerato da Hitler, processato dagli americani“. Ho anche un reparto dedicato al comunismo, ma quello alla Digos poco interessa.

 

Il ressentiment del plebeo italiano, outsider nel nuovo mondo mirabile, in cosa si concreta? In nulla. La frustrazione viene deglutita, come bile nera, a formare, nello stomaco inacidito, cancri mostruosi. Guardate i volti dei plebei sulla metropolitana. Lividi, permalosi, pronti a esplodere per un nonnulla, cattivi; oppure indifferenti, sconfitti, plumbei, depressi. D’altra parte come potrebbero agire? Non sanno fare nulla. Aspettano. E poi hanno paura. Della condanna sociale. Le parole terribili, i gesti più violenti sono trattenuti in seno. Altra bile, altra malattia. Paura della morale dominante, dell’accusa. Ciò che pensano lo bisbigliano. Sono frasi orribili, sanguinose. E tali rimangono. La disperazione, solo la disperazione taglierà i lacci? Lo vedremo. Nel frattempo un estraneo, uno dei tanti, umiliato, deriso, emarginato, sopravvive nell’Italia profonda. Cerca di uscire dalla foresta dei proscritti. Cosa fa? Si appoggia a tutto, come un naufrago, a qualsiasi relitto, o legnaccio, magari marcio: la Lega, il fascismo. Non ha modo o tempo o concetti per riflettere. Sente di militare in partibus infidelium. Gli hanno rubato il futuro, le parole, la patria. Ciò che per lui si costituiva in senso ora è considerato un’accozzaglia di detriti inservibili. Si aggira ai margini, come un aborigeno ubriacone, indesiderabile. Altri uomini, altre idee vengono santificate. Outsider. A pelle avverte una condanna epocale. Cosa fare, cosa fare? Vorrebbe un Cassio, un essere ultraterreno, fanatico, chiuso, coriaceo, che non defletta mai, un duce, un comandante che gli offra un cielo più mite. Per un tal uomo sacrificherebbe la propria vita! Fedeltà, ordine, chiarezza, definizione. E un senso, un senso all’avvenire. Pur misero! A un uomo simile vorrebbe abbeverarsi, ma trova solo dei simulacri. La speranza, però, lo anima. Ricorda il passato, o altri ricordano per lui: la vita era diversa e non doveva passare per giullare. E allora ecco la Lega, il fascismo, il Mein Kampf. Rottami, trucchi apotropaici, reliquie senza vita. Per un poco tale balsamo lenisce le ferite. Non ha nulla da perdere e, soprattutto, ha un’arma. Aspetta la scintilla dell’acciarino. Pamela, la dolce Pamela, una sorella minore. Tre millenni di storia gli ribollono dentro, incomprensibili, tirannici. Un artiglio risale lo stomaco e gli stringe il cuore. Diviene un automa. Agisce in piena possessione. Non un uomo, ma un Golem: spara, vuota due caricatori. Si fascia della bandiera, tende il braccio destro: altri vestimenti nostalgici. Lo prendono come un bambino. Subirà la condanna dei buoni. Forse, in galera, un giorno rinsavirà chiedendosi: “Perché l’ho fatto?“. In quel momento, infatti, non lui, ma un groviglio di budella ancestrali decidevano in sua vece. Il ricordo del nome, come è giusto, si perderà. Traini, infatti, non è nulla, solo l’affioramento carsico di una ribellione oggi senza soldati.

 

Il Nuovo Ordine ha un’andatura principesca, affabile, delicata, gentile. Lo ammantano le spoglie di un paese defunto, l’Italia. Egli appare come Ercole, paludato con la carcassa dello sconfitto Leone di Nemea. Traini, inconsapevolmente, ripete le gesta del nemico: il Tricolore sulle spalle, l’omaggio ai caduti per la Patria. Ma ciò che lui vorrebbe onorare, purtroppo, è già morto. Non ha fascino, non muove. Le spoglie incartapecorite dell’Italia non spaventano certo il Nemico. Il Nemico, di tutto questo, ridacchia. A ragione. Nella vicenda si avverte un senso funebre di dissoluzione, la sterile celebrazione di una sconfitta annunciata. Solo il sentimento che ha mosso questo gesto può tornare utile al ribelle. Isolarlo nella purezza e concedergli nuovi vestimenti. Dire no, soprattutto. Rifiutare sistematicamente ciò che oggi è considerato lodevole e volgerlo nel suo contrario, ovvero nel contrario del contrario: una disciplina etica assai semplice nella concezione quanto dura da vivere; l’unica che possa permetterci di riavere indietro le giuste coordinate dell’azione. In tal modo si sarà dannati e ci si priverà della nefasta speranza. Vivere nell’inattualità e nel disprezzo degli altri. Ogni epoca ha i propri campi di rieducazione. […]

 

Alceste

 

 

 
L'impensabile diventa pensabile PDF Stampa E-mail

7 Febbraio 2018

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Da Comedonchisciotte del 5-2-2018 (N.d.d.)

 

Nel periodo che precedeva la prima guerra mondiale quanti europei sospettavano che presto le loro vite sarebbero cambiate per sempre – e che, per milioni di loro, sarebbero finite? Chi negli anni, diciamo, tra il 1910 al 1913, avrebbe mai potuto immaginare che i decenni di pace, di progresso e di civiltà in cui erano cresciuti e che sembrava dovessero continuare in eterno, sarebbero improvvisamente sprofondati nell’orrore di massacri in scala industriale, di rivoluzioni e di brutali ideologie? La risposta è, probabilmente molto pochi, proprio come poche sono oggi le persone che si preoccupano per quei dettagli che si nascondono tra gli affari internazionali e misure di sicurezza. La gente normale ha cose migliori da fare nella propria vita. […] Persino le guerre balcaniche del 1912-13 non sembravano più messaggere del cataclisma in arrivo di quanto non lo sembrassero le tante risse a carattere locale che si stavano accendendo ai margini del continente, dove una pace diffusa non era stata disturbata nemmeno dalla guerra di Crimea o da quella franco-prussiane molto più dirompente. Inoltre, non si metteva nemmeno in dubbio la statura degli statisti che governavano nelle varie capitali e che assicuravano che le cose non sarebbero loro sfuggite di mano. Fino a quando non sono sfuggite loro di mano. Una grossa eccezione al solito buonumore che dominava gli affari – che niente ha mai avuto a che vedere con gli umori della gente –  fu il memorabile Memorandum del Feb. 1914 allo Zar Nicola II di Pyotr Durnovo, nel quale espose non solo quello che avrebbero fatto le grandi potenze all’approssimarsi di una guerra mondiale, ma anche il comportamento dei paesi minori. Inoltre, anticipò pure che in caso di sconfitta la Russia sarebbe stata destabilizzata da una “agitazione” socialista che non sarebbe stato possibile controllare date le difficoltà del tempo di guerra e che il paese sarebbe “piombato in una anarchia senza speranza, della quale non si potevano prevedere gli esiti”. Allo stesso modo, la Germania era “destinata a soffrire”, in caso di sconfitta, con non minori sconvolgimenti sociali della Russia, che l’avrebbero portata ad intraprendere un percorso puramente rivoluzionario “di una tonalità nazionalista”.

 

Quando le grandi potenze entrarono in guerra nell’agosto del 1914, tutte confidavano nelle loro capacità di liberarsi rapidamente dei rivali, il prezzo che fu pagato (includendovi anche il pedaggio per la rivincita del 1939-1945) superò i 70 milioni di vite. Ma il costo che pagheremmo oggi, se si dovesse ripetere lo stesso errore, potrebbe essere letteralmente incalcolabile – nel senso che forse non resterà nessuno che potrà fare questo conto. Durante la prima Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, c’era una sensazione diffusa che una Terza Guerra Mondiale fosse, in una parola, impensabile. Come sintetizzò bene Ronald Reagan: “Una guerra nucleare non può essere vinta e non deve essere mai combattuta.”  […]

 

Non è più così. Ciò che era impensabile ai tempi della vecchia guerra fredda è diventato fin troppo pensabile in quella nuova tra USA e Russia. Come ha scritto Scott Ritter , un veterano degli ispettori di controllo sugli armamenti, nella bozza del US Nuclear Posture Review (NPR) del 2018, la soglia per l’uso di armi nucleari è diventata pericolosamente bassa per gli USA: “La NPR del 2018 ha una visione del conflitto nucleare che va ben oltre l’immaginario tradizionale, quando si pensava solo a qualche raffica di lanci di missili. Mentre gli ICBM e i bombardieri con i loro equipaggi continueranno a restare in stato di allarme, le punte di diamante per i  lanci nucleari nel NPR ora  sono le cosiddette  forze nucleari “supplementari” – che agiscono in due modi con aerei come il caccia F-35 armato con B- 61 bombe gravitazionali in grado di portare un carico nucleare low-yield, una nuova generazione di missili da crociera con testate nucleari  e missili balistici lanciati da sottomarini e dotati di testate nucleari low-yield – a rilascio lento. Il pericolo che si corre nell’integrare questi tipi di armi nucleari tattiche in una strategia globale di deterrenza è che si abbassa sostanzialmente la loro soglia d’impiego”. […] Notando che gli Stati Uniti non hanno mai adottato una politica di “no first use” la NPR del 2018 afferma che “rimane politica degli Stati Uniti mantenere qualche ambiguità riguardo alle precise circostanze che potrebbero portare a una risposta nucleare USA”. A questo proposito, la NPR afferma che l’America potrebbe impiegare armi nucleari in “circostanze estreme che potrebbero includere rilevanti attacchi strategici non nucleari” … L’aver preso in considerazione le “tecnologie di attacco strategico non nucleare” come potenziale fattore alla base di una guerra nucleare è un fatto nuovo che finora non esisteva nella politica americana. Gli Stati Uniti sostengono da tempo che le armi chimiche e biologiche rappresentano una minaccia strategica che potrebbero essere un banco di prova per la capacità di deterrenza nucleare americana. Ma la minaccia portata da attacchi informatici è ben altro. Se non altro per il potenziale errore di calcolo e di reale comprensione degli intenti – che mette sullo stesso piano armi di cibernetica e armi nucleari – dovrebbe sconcertare tutti. […] “Ancora più inquietante è l’idea che una intrusione informatica, come quella perpetrata contro il Comitato Nazionale Democratico e attribuita alla Russia, possa far tirare sul grilletto della guerra nucleare. Cosa che non è così inverosimile come pare. L’evento del CND è stato definito da influenti politici americani, come il Presidente del Comitato dei Servizi Armati John McCain, “un atto di guerra.” Ma anche l’ex vicepresidente Joe Biden ha lasciato intendere che, all’indomani della violazione del CND, gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi come rappresaglia cibernetica contro la Russia. L’eventualità che uno scambio di attacchi cibernetici si spingesse fino a trasformarsi in un conflitto nucleare, prima sarebbe stata respinta immediatamente; oggi, grazie al NPR 2018, è entrata nel regno del possibile. L’idea che un attacco first-strike del piano Schlieffen possa mettere fuori combattimento i russi (e senza dubbio in contingenze simili anche i cinesi) all’inizio delle ostilità, riflette una pericolosa illusione. La verità può essere solo la prima vittima provocata dalla guerra, ma “il piano” è inevitabilmente il secondo. Questo perché questi signori che pianificano le guerre, di solito, non consultano il nemico, che –  con un certo fastidio per lor-signori – può decidere anche lui. Recentemente il segretario di Stato americano James Mattis ha dichiarato che “attualmente è la grande competizione per il potere – non il terrorismo – il principale obiettivo della sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, specificando che Russia e Cina sono le nazioni che cercano di “creare un mondo in linea con i loro modelli autoritari, per mezzo del diritto di veto su decisioni di altre nazioni in materia economica, diplomatica e di sicurezza.”  Con queste affermazioni, almeno, possiamo far cadere la pretesa che la politica USA abbia voluto combattere il terrorismo jihadista e non usarlo come strumento politico in Afghanistan, Bosnia, Kosovo, Libia, Siria e altrove. E ovviamente Washington non si è mai e poi mai intromessa in “decisioni economiche, diplomatiche e di sicurezza di altre nazioni”… […] Lo scopo principale del Russiagate è sempre stato il volersi assicurare che Trump non sarebbe riuscito a stendere una mano a Mosca, come sembra suo sincero desiderio. […] L’ostilità verso la Russia non è un mezzo ma è un fine: è la fine. A questo punto Trump si trova legato all’asse dei neocon e dei generali, e tutto ciò che può fare è girare su questa asse. Facendo eco a Mattis, Trump nel suo discorso sullo Stato dell’Unione ha messo insieme “rivali come Cina e Russia” con “regimi canaglia” e “gruppi terroristi” definendoli tutti dei “pericoli orribili” per gli Stati Uniti. (Nota: la parola “orribile” non appare nel testo ufficiale, che evidentemente era solo nella versione di Trump.) La lista dei “nomi della vergogna” tra i russi di maggior spicco, pubblicata di recente è un vero Who’s Who del governo e del business, per assicurarsi che non ci sia nessun impegno economico americano con chiunque si trovi troppo vicino al Cremlino. Per essere onesti, anche russi e cinesi si stanno preparando alla guerra. Il “Kanyon” russo, un siluro nucleare da giorno del giudizio, ha una imponente testata, che ha lo scopo di annientare le coste Est e Ovest degli U.S.A, rendendole inabitabili per generazioni. […] Da parte sua, la Cina sta sviluppando mezzi per eliminare i nostri bianchi branchi di elefantiache portaerei – che servono solo per bombardare l’entroterra dei paesi del Terzo Mondo ma che sarebbero inutili in una guerra con una potenza maggiore – dove si useranno sciami di droni e di missili ipersonici.

 

Proprio come nel 1914, quando Durnovo si riferiva ad una “presenza di tanta legna al fuoco in Europa“,  oggi ci sono parecchi punti di infiammabilità globale che potrebbero trasformare la “grande competizione per il potere” di Mattis in una grande conflagrazione che probabilmente nessuno vorrebbe cominciare. Tuttavia, se dovesse accadere il peggio, e le lampade si spegnessero di nuovo – forse questa volta per sempre – gli americani non resteranno ancora immuni dalle conseguenze come lo restammo nelle guerre del 20° secolo. Il resto della nostra vita, per quanto possa essere breve, potrebbe risultare molto diverso da quello che ci aspettavamo.

 

 James George Jatras (traduzione di Bosque Primario)

 

 

 
Bergoglio e Pound PDF Stampa E-mail

6 Febbraio 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 4-2-2018 (N.d.d.)   

 

“L’usura umilia e uccide. L’usura è un male antico e purtroppo ancora sommerso che, come un serpente, strangola le vittime. Bisogna prevenirla, sottraendo le persone alla patologia del debito fatto per la sussistenza o per salvare l’azienda”. Lo ha detto il Papa ricevendo in udienza la Consulta Nazionale Antiusura. Poi un appello al sistema bancario affinché vigili sulla “qualità etica delle attività degli istituti di credito”. Alle banche Bergoglio ha ricordato che molte “sono nate e si sono diffuse nel mondo proprio per sottrarre i poveri all’usura con prestiti senza pegno e senza interessi”. È un grande affresco dell’odierna condizione umana quello offerto dal Santo Padre, il quale andando alla base delle crisi economiche e finanziarie, ha sottolineato il peso di una concezione di vita che pone al primo posto il profitto e non la persona: “La dignità umana, l’etica, la solidarietà e il bene comune – ha affermato Papa Francesco -  dovrebbero essere sempre al centro delle politiche economiche attuate dalle pubbliche Istituzioni. Da esse ci si attende che disincentivino, con misure adeguate, strumenti che, direttamente o indirettamente, sono causa di usura, come ad esempio il gioco d’azzardo”. Particolarmente in queste settimane, in un’Italia percorsa da una campagna elettorale in cui i tratti valoriali paiono a dire poco sfuggenti, le parole del Papa vanno viste, anche in chiave “politica”, come una denuncia dell’evidente impoverimento etico della nostra società, con la conseguente perdita di equilibrio rispetto a temi e a valori rilevanti.

 

Una denuncia che ha le stesse assonanze poetiche, politiche ed economiche dell’Ezra Pound dei Cantos e della sua ricca produzione “contro usura”.  Bergoglio ha evocato l’immagine del serpente, che strangola le vittime e ha invitato a riportare la dignità umana e il bene comune al centro delle politiche economiche.  Pound parlava dell’usura che “soffoca il figlio nel ventre”, denunciando come il centro del vivere, dei singoli e dei popoli, si sia spostato dal municipio, dal castello, dal lavoro reale al potere finanziario, alla centralità della Banca, ai titoli di carta.  Bergoglio ha dalla sua l’Antico ed il Nuovo Testamento, laddove vengono fissati limiti e norme precise per il prestito in denaro: “Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse” – si legge nell’ Esodo). Pound condivideva le analisi di Clifford Hugh Douglas, teorico del “credito sociale” e critico radicale del potere finanziario, secondo il quale alla base di ogni problema economico ci sia un contrasto tra credito reale e credito finanziario: il credito reale nasce dalla produzione e dai consumi, e si basa sulla comunità di cittadini che lavorano e vivono insieme; il credito finanziario, ossia la disponibilità di potere d’acquisto fornito dalle banche, è nato in ausilio del credito reale ma è diventato il vero protagonista della scena economica mondiale. Monopolizza la distribuzione delle ricchezze reali e non serve più a ripartire il benessere fra tutta la popolazione, bensì ad arricchire smisuratamente una piccola minoranza di sfruttatori. È per lo spostamento di questo baricentro, non solo fisico, quanto soprattutto antropologico, che oggi l’umanità è costretta a piangere sui propri debiti, vittima – parole del Papa – di “… sistemi economici in cui uomini e donne non sono più persone, ma sono ridotti a strumenti di una logica dello scarto che genera profondi squilibri”.  Papa Francesco ha letto Pound? Certo è che c’è un Pound, lui di origini protestanti, che alla Chiesa Cattolica guardò con interesse riconoscendosi nelle tesi dell’enciclica “Quadragesimo anno”, sull’imperialismo economico, sulla condanna del “potere economico in mano di pochi”, sul dominio del credito. Si tratta dello stesso Pound che ha tradotto   il “Cantico delle creature” di San Francesco, ha guardato   con simpatia al missionario gesuita Matteo Ricci e al suo dialogo con la civiltà cinese e ha citato S. Ambrogio e S. Antonino da Firenze. È dalla consapevolezza di queste “inusuali” radici spirituali che bisogna ripartire sulla via della “ricostruzione”. Per ritrovare, nella denuncia, un “equilibrio” perduto, magari grazie anche ad un Papa che evoca i temi cari a un vecchio poeta “fascista”, condannato alla pazzia, invitando a riaprire una seria riflessione sulla dignità umana, sull’etica, sulla solidarietà e sul bene comune.

 

Mario Bozzi Sentieri

 

 
Sui fatti di Macerata PDF Stampa E-mail

5 Febbraio 2018

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Ci troviamo a dover commentare a caldo, quasi a "tambur battente", i gravissimi episodi successi negli ultimi giorni a Macerata e provincia, non tanto perché amanti della cronaca nera, quanto per il fatto che i suddetti fatti siano stati e possono essere ancora soggetto di speculazioni, principalmente politiche, a quattro settimane scarse dal voto. E l'argomento toccato è sensibile per l'opinione pubblica. Cerchiamo di calmarci tutti quanti e proviamo a ragionare con la testa, non con la pancia.

 

Al di là di tutte le speculazioni di Partito, di giornale, di trasmissioni televisive gremite di "tuttologi", opinionisti prezzolati e psicologi e sociologi che forse farebbero meglio a restare nel loro studio anziché davanti alle telecamere, risultano almeno tre cose sulle quali ragionare: 1) Indipendentemente da come la si pensi, il nigeriano non aveva alcun diritto di restare sul nostro territorio nazionale. Alle corte: i provvedimenti di espulsione, o si rendono effettivi con accompagnamento coatto alla frontiera o sul primo volo per il Paese d' origine (la Nigeria nel caso che ci riguarda) oppure si fa prima a non farli, che forse è meglio: per lo meno, non si rischia di cadere nel ridicolo. Forse Lorsignori -il riferimento a Matteo Salvini della Lega Nord non è affatto casuale- invece di promettere davvero (a denti stretti, guardate che mi tocca: dar ragione al Pd!) il "paese dei balocchi" fantasticando di bloccare tutti gli sbarchi sin dalle prime 24 ore a Palazzo Chigi, dovrebbero piuttosto elaborare strumenti, mezzi, personale, procedure, organizzazione per facilitare non tanto le espulsioni sulla carta, quanto per renderle davvero effettive in modo rapido e deciso. Iniziamo anche ad allontanare, oltre che a respingere i non aventi diritto: il messaggio deve essere che in Italia è difficile restarci qualora non si sia veramente rifugiati e non migranti economici (e almeno otto o nove su dieci sono migranti economici puri, altro che "guerre e fame"). Punto numero 2: la medesima Lega ha speculato tirando in ballo l'"omicidio di Stato" e Laura Boldrini. Queste parole, se contestualizzate in un diverso tipo di omicidio, forse avrebbero potuto far parte del "gioco" dell'attacco a colpi bassi di una campagna elettorale, ma stavolta non è così. La povera e sfortunata Pamela, vittima di una ferocia inumana e raccapricciante, non è finita per caso sulla strada del "pusher " nigeriano, ma il crimine è maturato in ambienti di droga. Non credo che Innocent Oseghale sia pazzo o infermo. Questi crimini assurdi e irrazionali, al contrario, accadono spesso in contesti di obnubilamento mentale da sostanze stupefacenti. In ambienti dove circolano droghe. Poche ciance, pane al pane e vino al vino: la vittima aveva grossi disagi e problemi di tossicodipendenza. Era fuggita dalla comunità per recarsi in farmacia, a comprare siringhe per farsi una dose (secondo alcuni, un mix di crack e droghe varie, non eroina come si era detto all' inizio). Poi l'incontro con il suo omicida, in questo contesto. Ma attenzione, si badi bene, qua nessuno e ripetiamo nessuno vuole puntare il dito contro Pamela, caduta in un vortice più grande di lei. Qua nessuno specula. Il riassunto di tutto è che troppi giovani, in Italia e in Occidente, sono risucchiati dalle droghe, dal disagio, da un malessere che in una società cosiddetta del "benessere" potrebbe, per osservatori distratti, essere assurdo, invece altro non è che l’altro lato della stessa medaglia. Vi è una emergenza sociale giovani, in Italia, il consumo di cocaina specie in estate sui lidi vacanzieri è in ascesa, quel che succede nelle discoteche tutti lo sappiamo, in troppi si buttano via. Cocaina, cyberbullismo, dipendenze virtuali, baby gangs, abuso dei social network, sono tanti nomi per dire che qualcosa non funziona e non solo in Italia ma nella Postmodernità che stiamo vivendo. E per qualcosa non intendiamo solo la difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro o alla mancanza di esso…sembra che sia il senso stesso dello stare al mondo, a sfuggire ai più. Il lato trascendente dell'esserci, su questa Terra, sacrificato a tutto vantaggio di quello immanente. Pamela e il nigeriano omicida sono solo la punta dell'iceberg.

 

Ultimo punto: il giovane di 28 anni che ha seminato il "Far West" a Macerata, colpendo a casaccio africani per le vie, è un brutto segnale da non sottovalutare. Anche questo giustiziere della notte -anzi, di mezzogiorno, per essere pignoli- non deve essere derubricato a "fanatico fascista" o a un "Charles Bronson de noantri". Il fatto che sia presunto neofascista, che abbia fatto il saluto romano (particolare su cui indugeranno tutte le testate dei mass media...) in questo caso ha un senso relativo. Il coperchio salta, ma è la forza del vapore sottostante che lo fa saltare. Come vi è disagio giovanile, vi è in Italia un disagio di percezione di insicurezza, al di là delle statistiche sul numero di omicidi ogni 100.000 abitanti. Nigeriani o non nigeriani, italiani o stranieri, in Italia manca la certezza della pena. Che è il deterrente maggiore. Bisogna mettersi in testa che il carcere non è principalmente luogo di redenzione, ma di espiazione. La redenzione a volte viene, altre volte no, altre volte nemmeno è cercata dal soggetto. Oggi a Macerata, come dice un proverbio, "per un misero peccatore penitenza generale", ma altri segnali, di vendetta fai-da-te e senza presunti colori politici, sono avvenuti in tempi recenti: l'ultimo, eclatante, in Abruzzo un anno fa (un giovane che passando col rosso provocò la morte di una donna, venne ucciso dal marito a pistolettate). Sono segni da non sottovalutare, sintomo di un disagio collettivo che viene ampliato dalla grancassa della iperconnettività virtuale, in cui troppo spesso i soggetti tirano fuori il peggio di sé e le teste calde -ma non solo- saltano. Ai parenti delle vittime, poco importa la "redenzione". Chiedono "giustizia", che poi è una forma annacquata della parola "vendetta". Il monopolio della forza da parte dello Stato altro non è che l'avocazione, da parte dello Stato stesso, dell'espiazione del reo evitando che avvengano faide. Questa la lezione da trarre da alcuni giorni di ordinaria follia nel maceratese, provincia tranquilla balzata controvoglia in cima alle cronache. Queste le riflessioni che un politico serio dovrebbe porsi e porre. Ma nel Paese dei Balocchi, esistono partiti o politici seri?

 

Simone Torresani

 

 
La democrazia dei creduloni PDF Stampa E-mail

4 Febbraio 2018

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Da Rassegna di Arianna del 31-1-2018 (N.d.d.)

 

Carl Schmitt insegnò che l’essenza del politico è la distinzione tra amico e nemico. Nemico è il neoliberismo nella forma della globalizzazione, del dominio della finanza, del controllo tecnologico e del materialismo radicale. Identificato il nemico, occorrono armi dialettiche, culturali, civili per contrastarlo. Il primo terreno di lotta riguarda l’individuazione delle sue menzogne per fare opera di verità. Un punto di forza della “narrazione” avversa riguarda il concetto di democrazia. Totem e tabù della modernità, credenza indiscutibile, criticare o revocare in dubbio Sua Maestà la Democrazia pone fuori dallo spazio civile ed espone alla giustizia penale. Nondimeno, è urgente condurre una critica della ragione democratica, a partire dal significato delle parole. Democrazia significa potere del popolo: nessuno può ragionevolmente sostenere che nel regime vigente il popolo detenga quote significative di potere. Ristabilire tale elementare verità è il primo atto rivoluzionario.

 

La democrazia dei creduloni è il titolo di un saggio del sociologo Gérald Bronner che si propone di mettere in guardia dalle verità preconfezionate, dalla pigrizia mentale, dall’adesione acritica alle idee dominanti. La soluzione più facile è quella più rassicurante, credere è sempre più comodo che ragionare. Il problema è la riconquista della verità, nella certezza che chi accresce la conoscenza accresce il dolore (Ecclesiaste). I padroni del mondo lo sanno bene e lavorano per plasmare una “personalità democratica” superficiale, triviale e credulona. Poiché possiedono la schiacciante maggioranza delle fonti di informazione, chiamano false notizie tutte le idee non in linea con la narrazione ufficiale. Si sente il bisogno di una ideale rifondazione di quella società degli àpoti (quelli che non se la bevono…) di cui parlò Giuseppe Prezzolini. La dogmatica democratica, per quanto il termine sembri un ossimoro, è diventata apologetica, vera e propria santificazione, liturgia obbligatoria, fine della storia nel senso teorizzato da Francis Fukuyama. Il pesce puzza dalla testa, quindi la democrazia ad uso dei creduloni va demistificata a partire dall’origine, ovvero dal più indiscutibile dei suoi dogmi: se infatti essa è il governo del popolo, noi non viviamo affatto in una democrazia. Nella realtà, infatti, vince sempre la minoranza, e quella minoranza è formata dai detentori del potere economico. I loro interessi hanno prodotto leggi, costituzioni, procedure volte a determinare e perpetuarne il dominio. Il potere del denaro svuota la democrazia sino a trasformarla nel suo opposto. Partiamo dall’Unione Europa. Il cosiddetto europarlamento non ha funzione legislativa, ed è quindi inutile, un rifugio ben pagato per politici in disarmo. Le normative, in forma di regolamento, vengono emesse da organi non elettivi e rese immediatamente esecutive in tutti i paesi, scavalcando il diritto nazionale, governi e parlamenti. Quanto agli Stati, i loro governi sono espressione di maggioranze parlamentari costruite a tavolino attraverso l’ingegneria elettorale. Con sistemi di elezione che costituiscono vere e proprie manomissioni della sovranità popolare, partiti votati da minoranze controllano i parlamenti e diventano governi in nome della “stabilità”, ovvero dell’immobilità, architrave della nuova dogmatica democratica. Ciò vale per tutti i grandi Paesi. In Gran Bretagna, con il sistema maggioritario secco in alcune occasioni è andato al governo non il partito più votato, ma quello che è arrivato primo nel maggior numero di collegi. Rarissimo è il caso che conservatori o laburisti ottengano la maggioranza dei voti popolari. In Spagna, con un metodo proporzionale corretto (d’Hondt) è possibile conseguire la maggioranza alle Cortes con meno del 40 per cento dei suffragi. Peraltro, l’attuale governo è di netta minoranza e si regge sull’astensione di alcune opposizioni. In Francia, con il doppio turno, le maggioranze governative sono frutto della forzatura elettorale e non del consenso dei cittadini. Il caso tedesco vede due grandi partiti, democristiano e socialdemocratico, costretti dalla continua erosione dei consensi a formare governi di coalizione invisi ai rispettivi elettori ma sponsorizzati dal potere industriale e finanziario. Negli Usa, il metodo è quello britannico, con in più l’elemento federale, tanto che Donald Trump è stato eletto presidente con meno voti di Hillary Clinton. In Italia, dove l’orrendo Porcellum dichiarato incostituzionale ha permesso cinque anni di governo al centrosinistra con meno del 30 per cento dei voti, il nuovo Rosatellum promette esiti simili. Tutto ciò è frutto di un disegno preciso che viene dall’alto, diventando la normalità invertita della democrazia reale, in cui vige ormai il principio di minoranza fondato sulla manipolazione di procedure e regole. Vi è poi la tendenza, ampiamente incoraggiata dal sistema, alla depoliticizzazione di massa, la cui conseguenza, insieme con il tramonto del pensiero critico, è l’indifferenza per il dibattito pubblico e l’assenza di partecipazione alle decisioni, a partire dalle elezioni. In molti casi, a dire il vero, non di depoliticizzazione si tratta, ma del voluto deficit progettuale delle forze politiche, la sovrapponibilità dei programmi, la percezione diffusa che la politica, ogni politica, sia un problema anziché una soluzione. Per il resto, generazioni indifferenti alla partecipazione pubblica sono assai gradite al potere, che può portare al massimo livello il suo governo della minoranza. Minore è la partecipazione, più comodamente decidono lorsignori, con il consenso dei gruppi e dei ceti clientelari, mentre tutti gli altri subiscono le scelte di pochi, restando senza rappresentanza. Democrazia apparente, neutralizzata, ridotta a rito, procedura dall’esito precostituito, una corsa truccata decisa in anticipo, come sanno gli allibratori, ma ancora creduta tale da molti: la democrazia dei creduloni, appunto.

 

Roberto Pecchioli

 

 
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