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Efficienza del dirigismo statale PDF Stampa E-mail

9 Dicembre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 7-12-2018 (N.d.d.)

 

La Cina è diventata la fabbrica del mondo, ma la sua presenza aggressiva in tutto il pianeta risveglia l’allarme. Pechino ha accelerato la sua politica di influenza globale: in Africa acquista pezzi di economia, controlla regimi e porzioni di territorio in cui fonda città, costruisce infrastrutture, sfrutta risorse energetiche, prepara un futuro prossimo di potenza planetaria egemone. Il Ventunesimo sarà sempre più il secolo del Dragone. Alibaba e Huawei, due giganti tecnologici, sono ormai in grado di competere con i colossi di Silicon Valley. La sua ricerca scientifica, all’insaputa dei ricercatori del resto del mondo, è pervenuta all’inquietante modifica del patrimonio genetico di due gemelline. La Cina, dopo la storica apertura all’esterno di Deng Xiaoping, si è presto trasformata in opificio universale, ma da circa dieci anni ha accelerato verso l’obiettivo – una novità nella sua lunghissima vicenda storica – di conseguire una presenza determinante a livello globale concentrando gli investimenti nei settori strategici e non solo vendendo prodotti a buon mercato. In ciò è sostenuta da una forte centralizzazione politica, dal dirigismo economico, dal controllo sull’emissione monetaria e gli investimenti. La sua strategia silenziosa, a fuoco lento con una recente netta accelerazione ha investito non solo gli Stati Uniti e l’Africa, trasformata in avamposto strategico, serbatoio energetico, colonia a medio termine per milioni di cinesi, ma anche il Giappone, Singapore e naturalmente l’Unione Europea. La Cina da tempo non è impegnata solo a garantirsi materie prime ed energia a basso costo per il suo apparato industriale, ma fa molto di più, come dimostra il gigantesco megaprogetto della nuova Via della Seta, volto a costruire una rete di infrastrutture portuali e ferroviarie verso occidente sino all’Atlantico che coinvolgerà anche l’Italia (Trieste e Genova soprattutto). La Cina ha impresso un netto cambio di rotta alla sua politica estera, dapprima concentrata sullo sviluppo economico interno, incominciando a sfidare l’attuale ordine mondiale.

 

La svolta è più evidente dal 2012, da quando è al potere l’attuale presidente Xi Jinping. L’ americano Hoover Institute, legato al partito repubblicano, ha pubblicato un ponderoso studio sulla presenza cinese negli Stati Uniti. L’elenco degli interessi cinesi in America è lunghissimo, il loro impatto economico assai importante. Comincia a diventare rilevante anche l’aspetto culturale, con 350 mila studenti che seguono corsi di laurea negli Stati Uniti, mentre la madrepatria forma nei suoi atenei giovani africani e asiatici, le future classi dirigenti. Il deficit commerciale americano nei riguardi della Cina è enorme, circa 350 miliardi di dollari annui. Una parte notevole del pesante debito pubblico americano è in mani cinesi, tanto che il vice presidente Mike Pence ha invitato il sistema finanziario americano a rifiutare ulteriori acquisti. Inoltre, molti cinesi emigrano negli Usa acquisendo notevole influenza economica e politica. La strategia della penetrazione del Dragone, lo sappiamo, non risparmia l’Italia, con una rete fittissima di imprese non solo commerciali e artigiane che realizzano una sorta di economia chiusa, circolare con la patria e le aziende dei connazionali residenti.

 

Lo studio non ha rilevato interventi diretti sulla vita politica e le scelte elettorali americane, ma è preoccupato per la crescente influenza cinese nelle università, nei “pensatoi” (think tanks), l’intenso lavoro di lobby in ogni canale utile per orientare o contrastare decisioni finanziare, economiche, politiche, geostrategiche. Le università cominciano a ricevere pressioni per annullare o sterilizzare gli eventi potenzialmente critici verso il regime cinese, con vere e proprie rappresaglie da parte dell’ambasciata e dei consolati presenti nel paese. La penetrazione cinese è particolarmente significativa nel settore tecnologico, la chiave per rafforzare il potere economico e la forza militare. Utilizza largamente lo spionaggio industriale e il trasferimento di tecnologie (know how) attraverso l’acquisto di imprese. Gli americani, paladini del libero scambio, non mettono in discussione ufficialmente l’entrata di capitali cinesi nelle loro industrie, ma lamentano l‘impossibilità di distinguere quale parte del capitale è pubblica e quale privata, tenuto conto del ruolo strategico dello Stato, della finanza pubblica e del Partito Comunista. In effetti l’ircocervo cinese è un enigma difficile da interpretare: comandano i mandarini scelti dal Partito Comunista, i cui vertici hanno in mano lo Stato, il sistema bancario e dirigono l’economia secondo piani decisi dall’alto.  Contemporaneamente, hanno promosso un forte sviluppo del sistema privato. Monta la preoccupazione per la natura opaca delle compagnie cinesi, socie e spesso proprietarie di industrie e grandi infrastrutture anche in Europa. L’ Olaf, l’agenzia antifrode comunitaria, ha confermato l’ampiezza della ben nota pratica della sottofatturazione all’importazione, con il triplo obiettivo di evadere le imposte, praticare concorrenza sleale e regolare parte delle transazioni in patria. I canali privilegiati di ingresso sono il porto greco del Pireo – controllato da società cinesi- quello di Costanza, ma anche Rotterdam e gli approdi del Regno Unito, in cui le indagini hanno provocato sanzioni per due miliardi di euro. Il dibattito si è esteso in Germania e Francia, dove l’allarme delle autorità è crescente, per quanto espressa prevalentemente in incontri riservati e sedi confidenziali, e riguarda la penetrazione cinese in settori strategici. Si sta ripristinando l’antico sistema delle autorizzazioni ministeriali preventive per l’importazione e l’esportazione di determinati prodotti, un meccanismo considerato un residuo protezionista del passato, ma che è concordato a Bruxelles e verrà presumibilmente esteso in ambiti come la proprietà intellettuale e i mezzi di comunicazione. La preoccupazione ha scosso la mercantilista Germania nell’anno 2017 dopo l’acquisto da parte cinese di Kuka, uno dei massimi produttori mondiali di robot. Un affare da circa 4,5 miliardi di euro in un comparto decisivo per la ricerca e la sicurezza, destinato a improntare le politiche industriali e del lavoro dei prossimi decenni. Ciò che preoccupa è la mancanza di reciprocità, principio base delle relazioni commerciali. Le barriere in entrata nell’economia cinese, le cui imprese sono finanziate con denaro pubblico e se ne infischiano delle “sacre” regole del mercato, sono tali da impedire l’accesso per le imprese europee e americane sgradite, i cui investimenti spesso falliscono per gli ostacoli di varia natura frapposti dalle autorità del Dragone. Il paradosso è che, con la presidenza Trump e il suo approccio protezionista, la Cina si è adesso erta a sostenitrice del libero commercio privo di dazi e divieti che viola sistematicamente in casa propria. Le reazioni sono timide e balbettanti; il gigante asiatico è troppo forte, troppo importante per l’economia globale e non si può prenderlo di petto. È un socio scomodo ma dal quale non si può prescindere, lo dimostra il silenzio sui diritti umani violati, mancanza di libertà di pensiero e di religione, come sa bene la Chiesa cattolica. Il profumo degli affari fa chiudere gli occhi e tappare le orecchie, specialmente nei paesi il cui debito sovrano è finanziato dall’imponente avanzo commerciale cinese.

 

La nuova aggressiva posizione cinese è al centro della globalizzazione, ne mette in luce le contraddizioni e sta diventando un brodo di coltura delle reazioni dell’opinione pubblica internazionale. Ciononostante, e non sarebbe potuto capitare diversamente, il dossier cinese è stato del tutto ignorato a Buenos Aires nelle conclusioni del G20, un organismo internazionale allargato messo in piedi, nel suo disegno attuale, per spegnere i fuochi della grande recessione iniziata dieci anni fa, diventato una retorica vetrina di leaders politici senza alcuna funzione reale, l’apparenza di un inesistente multilateralismo. L’aggressività economica cinese è uno dei grandi temi della globalizzazione e dà nuovo alimento alle reazioni “populiste” già innescate contro l’austerità imposta dal neoliberismo occidentale. Su questo gli americani ovviamente tacciono, preferendo esortare il concorrente asiatico a “recuperare la sua neutralità nel quadro geostrategico mondiale”. Pia illusione di chi ha sbagliato clamorosamente le previsioni strategiche aprendo le porte del commercio mondiale alla Cina e vuole continuare a controllare e dominare lo scenario mondiale. La radice delle rivendicazioni sovraniste, nonché la crescente richiesta di protezionismo economico, si trova precisamente nella necessità di recuperare lo spazio strappato a colpi di disarmo daziario in nome del libero scambio, con la richiesta di meno immigrazione, più controlli alla frontiera e maggiori barriere finanziarie e tecnologiche. Non va sottovalutato il ruolo dell’aggressivo nazionalismo economico cinese, che ha lanciato con clamore il MIC 25 (made in China 2025) per promuovere i suoi prodotti di punta e proteggere le sue imprese dalla concorrenza sul mercato interno dopo avere approfittato largamente delle liberalizzazioni tariffarie disposte dal WTO per estendere la sua presenza nei mercati internazionali. Una politica che non è estranea all’inverno della recessione internazionale in arrivo, poiché il commercio non è equilibrato se le regole del gioco, fiscali, ambientali, lavorative, sono ingiuste e unilaterali come la manipolazione del valore dello yuan, la valuta cinese. Alcuni economisti suggeriscono l’attivazione di un protezionismo intelligente, fatto di barriere giuridiche extra doganali, capace altresì di disincentivare l’utilizzo degli avanzi di bilancio per fini di influenza politica, un problema che riguarda la Cina, e in Europa coinvolge la Germania.

 

La lotta tra la grande potenza finanziaria, economica e tecnologica americana e il suo avversario orientale ha un campo di battaglia grande quanto il pianeta. La globalizzazione libero scambista è squilibrata, non funziona, impoverisce una parte crescente del mondo. Rende l’Europa una periferia senza prospettive, non garantisce libertà, benessere, sviluppo. Non sono in gioco solo i dazi, la finanza e la tecnologia, ma un assetto del mondo che divide l’umanità in prede e predatori.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Un grande partito unico liberale ed europeista PDF Stampa E-mail

8 Dicembre 2018

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Da Appelloalpopolo del 6-12-2018 (N.d.d.)

 

Nell’ufficio in cui lavoro siamo quasi tutti precari, eccezion fatta per il personale prossimo alla quiescenza. Ovunque mi giro vedo coetanei o disoccupati o appesi a un filo e con retribuzioni miserevoli. E siamo i fortunati, in quanto lavoratori dipendenti. Chi esercita la libera professione non guadagna neanche a sufficienza da potersi pagare i contributi della cassa professionale o dell’INPS. Non c’è nulla di accidentale o di casuale in tutto ciò. È semplicemente il frutto di un ventennio di deregolamentazioni in ambito giuslavoristico e di liberalizzazioni dei settori professionali. È il risultato della “rivoluzione liberale” promessa da Berlusconi e realizzata in concorso con il centrosinistra, con un protagonismo particolare dei postcomunisti.

 

Un grande partito unico liberale ed europeista che, simulando una contrapposizione politica fittizia volta a rappresentare al popolo una parvenza di democrazia, ha realizzato il disegno delle élite tecnocratiche finanziarie che va sotto il nome di Unione Europea.

 

Gianluca Baldini

 

 
Mostri e Iene PDF Stampa E-mail

7 Dicembre 2018

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Da Comedonchisciotte del 5-12-2018 (N.d.d.)

 

Mentre le IENE (Italia1/Mediaset/Berlusconi) hanno sbattuto il mostro in prima pagina, cioè quello di Pomigliano D’Arco, il papà del vice ministro Luigi Di Maio, a Parigi le lunghe proteste dei “Gilets Jaunes” sembra che abbiano abbattuto il vero mostro, delfino dei Rothschild, Emmanuel Macron, e attratto l’attenzione del premier, Edouard Philippe, che ha promesso alcune concessioni: sei mesi di sospensione dell’aumento delle tasse sui carburanti, e nessun aumento delle tariffe di gas ed elettricità per tutto l’inverno. Per la saga dei mostri sul versante italiano, forse ci siamo persi la puntata delle IENE sul riciclaggio dei soldi mafiosi della Banca del papà di Silvio Berlusconi. La Banca Rasini di Milano infatti, di proprietà negli anni ’70 di Carlo Rasini, fu indicata addirittura da Sindona e nominata in molti documenti ufficiali della magistratura, come la principale banca utilizzata dalla mafia per il riciclo del denaro sporco nel nord Italia (Elio Veltri e Marco Travaglio, L’odore dei soldi). Furono clienti di quella banca Pippo Calò, Totò Riina e Bernardo Provenzano, negli anni in cui formavano la Cupola, in quegli stessi anni in cui Luigi Berlusconi lavorava presso la Banca, prima come impiegato, poi come Procuratore con diritto di firma e infine come Direttore. Nel 1970, il procuratore della Banca Luigi Berlusconi aveva ratificato un’operazione molto particolare, per l’acquisto di una quota della Brittener Anstalt, una società di Nassau legata alla Cisalpina Overseas Nassau Bank, nel cui consiglio d’amministrazione figuravano Roberto Calvi, Licio Gelli, Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus. Sempre intorno a quegli anni Silvio Berlusconi registrava presso la Banca Rasini ventitré holding come “negozi di parrucchiere ed estetista”, che hanno detenuto per molto tempo il capitale della Fininvest, ed altre 15 Holding, incaricate di operazioni su mercati esteri… etc etc.

 

Che dire… il mainstream ci informa dettagliatamente sui nanetti da giardino del papà di Di Maio e oscura tenacemente l’epopea del papà del Berlu, perché quel poco che la tv italiana ci ha trasmesso ce lo siamo in gran parte dimenticato. Cestinate nell’oblio come refusi narratologici indigesti anche le storie di papà Renzi o di papà Boschi, poco interessanti per arginare i nuovi populismi che governano ‘in modo scellerato’ l’Italia e avrebbero velleità spendibili anche per l’UE, alle prossime europee. La polizia tedesca irrompe nella sede di Deutsche Bank, alla ricerca di miliardi riciclati… invece quella italiana irrompe nel campetto incolto del mostro di Pomigliano, dimostrando che esistono spread di vario spessore, non solo il differenziale tra i rendimenti di Btp e Bund, ma anche tra  due culture diverse… da una parte i padroni, che non tollerano infrazioni al libero mercato, garante dello sfruttamento di classe, dall’altra i servi, che non tollerano che qualcuno osi liberare l’Italia dalla servitù dell’Eurozona. Nella guerra all’ultima fake dei globalisti contro i nazionalisti, gli sciacalli e gli infami del vecchio regime si accaniscono contro tutto il governo, perché sta proponendo politiche troppo incompatibili con i loro interessi. Poi irrompe sulla scena mediatica Sandro Veronesi, l’ultimo pseudo intellettuale, vero monstrum,  pronto a sacrificare la svendita dell’Italia per un posticino al sole, disposto a raccontare eresie politiche, a versare odio eurista a badilate, tanto che manco Giuda Iscariota era arrivato a tanto, perché aveva tradito Gesù zelota, vero, ma in nome della libertà della sua patria… però la verità dei fatti è privilegio di pochi, mentre la menzogna mercificata per 30 cents è una disgrazia per tutti gli altri. “Io sono scappato via dalla Mondadori quando Berlusconi è diventato premier, però se mi chiedete di firmare per riavere domani Berlusconi e il suo governo, io firmo, e firmo col sangue”… così Sandro Veronesi a Circo Massimo, su Radio Capital. “Non bisogna chiedere scusa come dice Renzi. Berlusconi era arrogante, strafottente, in conflitto di interessi, ma sapeva qualcosa del mondo. Questi, invece, non sanno quello che fanno.”

 

Ma il carosello dei vampiri non finisce qui, perché a marcare il territorio a Torino arriva la carica dei 3000 imprenditori Sì-Tav, artigiani, commercianti, cooperative, industriali, aderenti a 12 associazioni di categoria, si sono dati appuntamento alle Ogr di Torino per l’incontro dal titolo “Infrastrutture per lo sviluppo. Tav, l’Italia in Europa”. Obiettivo del convegno quello di chiedere al governo “una riflessione seria e libera da pregiudizi ideologici sulle scelte che riguardano grandi opere e sviluppo”. Col presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, erano presenti tutti i vertici di Casartigiani, Ance, Confapi, Confesercenti, Confagricoltura, Legacoop, Confartigianato, Confcooperative, Confcommercio e Cna. Lo chiamano il partito del Pil quello che si è radunato a Torino il 3 dicembre, blaterando a favore della TAV e delle grandi opere. E cioè il partito dei ricchi, delle lobby, delle confederazioni di prenditori, che sembrano piuttosto incazzati, perché hanno perso i numeri di telefono dei loro referenti al governo, mentre sarebbero ansiosi di rincorrere nuovi appalti, grandi opere, concessioni, progresso… il loro naturalmente. I PIL rivogliono le loro garanzie cementificate, le concessioni blindate e i trattamenti di riguardo, pretendono a gran voce la TAV, le grandi opere, le Olimpiadi… ma solo nell’interesse del Paese, nella prospettiva del progresso, ci mancherebbe altro!! Nonostante l’inchiesta Alchemia abbia dimostrato che la ‘ndrangheta si cela dietro i movimenti ‘Sì Tav’, con l’obiettivo di infiltrarsi nei lavori per il ‘terzo valico’. L’inchiesta ha portato all’arresto di 42 persone da parte della polizia di stato e della Dia di Reggio Calabria e Genova.  Secondo il magistrato le cosche hanno utilizzato “mediaticamente i gruppi Sì Tav infiltrandoli con i propri affiliati per dare rilievo alla causa. Questo per inquinare gli appalti pubblici con le proprie imprese”. “Dalle intercettazioni – gli fa eco il procuratore aggiunto Gaetano Paci – rileviamo l’interesse degli imprenditori prestanome della cosca a sostenere finanziariamente il movimento ‘Sì Tav‘ per creare nell’opinione pubblica un orientamento favorevole per quell’opera. Una strategia mediatica molto raffinata”.

 

Insomma, le élite dominanti, sia in Italia che in Europa, stanno usando tutti i mezzi a loro disposizione per delegittimare il governo in carica, fake news, scandali inesistenti pompati all’eccesso, propaganda mediatica e macchina del fango… perfino Salvini si è messo a difendere Di Maio, perché gli attacchi sono potenti, molto ben orchestrati, e arrivano da più parti. Tutto li disturba delle scelte politiche del governo: la volontà di rispettare le promesse elettorali, la nuova visione sovranista e nazionalista anti UE, la guerra ai potentati d’interesse, l’ostracismo sulle grandi opere inutili, più per i 5S che per la Lega, ma comunque finora attuato (tranne che per il Tap, imposto dagli Usa), il decreto sicurezza, la difesa del welfare state e il tentativo di ripristinare con ogni mezzo la propria sovranità.

 

Nel frattempo le piene del fiume giallo francese hanno allagato i teleschermi di tutta Europa, fino ad indurre Macron ad una resa momentanea, chissà che l’ondata populista possa incrementare anche il potere contrattuale del governo italiano, molto strano però che mentre in Francia protesti la classe media diseredata, qui in Italia protestino le élite della Confindustria. ‘Monstrum’ in latino aveva assunto un significato del tutto diverso da quello attuale, voleva dire prodigio, fatto eccezionale, fenomeno portentoso, in senso sia positivo sia negativo, ma senza le connotazioni deteriori che il termine ‘mostro’ ha acquisito oggi. Però i demoni del nostro tempo sono diversi, meno eccezionali e più umani, meno prodigiosi e più feroci, ci governano attraverso l’ipocrisia e ci comandano tramite l’inganno, dato che l’unico loro intento non è liberarci dalla gabbia liberista, quanto cavalcare i disagi, al fine di disinnescarne solo il botto e continuare così inesorabilmente ad alimentare il sistema.

 

Rosanna Spadini

 

 
Dinamica del debito dal 1945 PDF Stampa E-mail

6 Dicembre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 4-12-2018 (N.d.d.)

 

[…] Per capire la dinamica di formazione del debito è necessario andare indietro nella storia a partire dall’immediato dopoguerra quando tutto il mondo sembrava irradiare una speranza di sviluppo sociale ed economico. Per dare stabilità ai cambi ed al sistema monetario vennero fissate regole che vincolavano la dipendenza nella stampa della carta moneta da un sottostante come l’oro, il gold exchange standard. La posizione di forza degli Usa alla fine del conflitto giustificò la decisione di diversi  stati di depositare parte delle loro riserve auree presso gli Stati Uniti – FED e Forte Knox - ; Keynes che aveva partecipato alla stesura dell’accordo di Bretton Wood fu sempre molto critico sul fatto che fosse solo il dollaro la moneta di riferimento;  per lui, infatti, anche gli altri paesi  avrebbero dovuto sottostare alla regola della parità aurea e  fu dubbioso che gli Usa avrebbero rispettato il vincolo di emissione di  carta moneta rispetto all’equivalente in oro fissato pari a 36 $ per ogni oncia d’oro, eccedendo nella stampa rispetto al limite prefissato. Le misure funzionarono nella ricostruzione post bellica dando luogo alla “golden age “(l’età dell’oro) che sembrava potere riconciliare l’uomo con la sua eterna dannazione di dominio e di avidità sfrenata.

 

Il debito dell’Italia fino ai primi anni Settanta variava in percentuale sul pil tra il 30 ed il 40 per cento, il cambio lira / dollaro era ancorato ad un rapporto di 624-630 lire per dollaro; il sistema basato sull’ancoraggio della moneta ad un sottostante dava luogo ad un sistema di cambi fissi. Già a metà degli anni Sessanta cominciarono a sorgere dubbi sul rispetto del vincolo di Bretton Wood , come temeva Keynes , in  merito alla quantità di  dollari stampati ogni oncia di oro e la prima nazione a scegliere di riportare il proprio oro in patria fu la Francia del generale De Gaulle che nel 1965 mandò una nave a riprendersi l’oro francese depositato negli Usa, a questo gesto seguirono altri paesi e l’insieme della quantità d’oro depositata nel paese cominciò a diminuire mettendo in dubbio il rapporto tra volumi di carta moneta e la quantità d’oro correlata.  Così tutto cambia dopo il 1971 perché gli Usa spinti dalla necessità di finanziarsi in modo ampio e trovandosi senza riserve d’oro necessarie per controbilanciare i volumi di carta moneta da stampare sganciarono il dollaro dalla convertibilità in oro gettando il mondo in una tempesta monetaria di cambi oscillanti.  Per non cadere in un’iperinflazione come quella della Germania del 1923 e grazie al potere economico e bellico, nel 1973 gli Usa crearono il “petrodollaro“che obbligava tutti paesi ad usare solo quella valuta per l’acquisto di un bene primario come il petrolio facendo diventare di fatto il dollaro la moneta  di riferimento globale , almeno per le economie occidentali. Si creavano le condizioni di svalutazione delle singole monete nazionali come la nostra lira e una conseguente ondata inflattiva. Sempre nel 1973 venne creato a Bruxelles lo Swift, consorzio di banche per regolare le transazioni internazionali di fatto dipendenti dal dollaro. Gli Usa con quelle mosse obbligarono i paesi all’uso della loro moneta creando una domanda crescente della loro valuta; gli altri paesi diventavano prestatori di denaro importando un’ondata inflattiva senza pari. Gli Usa possono stampare all’infinito e scaricare sugli altri paesi la loro inefficienza, come si può vedere il debito comincia ad esplodere e la bilancia dei pagamenti diventa negativa e rimarrà sempre così creando con la delocalizzazione selvaggia il dominio della Cina, l’impero di mezzo. Da quel momento il nostro debito comincia ad avere una dinamica di crescita indotta dall’egemonia del dollaro e come paese di trasformazione dipendiamo dagli altri paesi per le materie prime che dobbiamo pagare in dollari e non più in lire; il debito si impenna così come il rapporto debito / pil.     Il rapporto di cambio con il dollaro subisce la svalutazione conseguente della lira e passa da 1 dollaro a 630 lire a 2400 lire a metà degli anni Ottanta; il prezzo del petrolio al barile passa da 4 dollari a 40, i costi di importazione aumentano complessivamente generando una crescente inflazione dal 4 % al 24 %. Gli anni di piombo costrinsero lo Stato ad indebitarsi emettendo bot a tre mesi con un tasso di interesse del 20%, lì cominciò il nostro calvario indotto e subito da un potere superiore e da una politica sempre più senza forza e idee. All’inizio degli anni Ottanta la separazione tra Tesoro e Banca d’Italia costringe il paese a cedere il proprio debito all’estero creando una progressiva forma di sudditanza finanziaria e politica.  Il debito pubblico passò dai 300 mld / euro del 1970 ai 850 mld / euro alla fine degli anni Ottanta; il rapporto tra debito e pil si scostò rapidamente dal 40 % del 1971 al 100 % del 1991. Il 1992 fu un anno tragico per la concomitanza di fatti destabilizzanti il paese: Soros attaccò la lira facendola svalutare del 30 %, l’omicidio del giudice Falcone nella sua drammaticità contribuì ad accelerare le elezioni presidenziali che vedevano all’ultimo come favorito Andreotti ma il dramma di Falcone favorì la soluzione immediata di Scalfaro, infine tangentopoli fece saltare il sistema con la caduta di Craxi. Fino al 2004 la spesa pubblica italiana al netto degli interessi era inferiore a quella della Germania ma la debolezza indotta da pressioni esterne darà luogo alla svendita di aziende di stato a operatori stranieri, comincerà da quel momento una progressiva erosione della sovranità nazionale. Due tra le aziende più innovative al mondo nel tempo saranno cedute alla General Electric: la Nuova Pignone fondata dalla visione straordinaria di Enrico Mattei nel 1993 e l’Avio nel 2012, sono i due gioielli che oggi per un destino della sorte la GE si trova costretta a cedere di fronte alla sua situazione fallimentare.

 

 […]  Con la moneta unica il distacco della carta moneta da un sottostante favorirà lo sviluppo della finanziarizzazione dell’economia reale ed il modello neoliberista mettendo come fine la massimizzazione del risultato personale abbatte tutte le regolamentazioni per dare spazio ad un liberismo sfrenato ed incontrollabile che giustificherà la normalizzazione dei comportamenti illeciti che diventeranno invece una regola; […] nel 1999  Greenspan deregolamenterà totalmente i derivati cancellando la Glass Steagall Act che separava le banche d’affari da quelle commerciali ed il recinto delle pecore veniva aperto per i lupi . Già nel 2001, subito dopo il dramma delle torri gemelle l’11 settembre, scoppia a dicembre la bolla di Enron le cui azioni passarono in breve tempo dal valore di 85 $ a quello di 25 centesimi; ma ormai la strada del debito era tracciata e tutto finì come si usa dire “in cavalleria “.  La progressiva dominanza della finanza anche come organismo sovranazionale finirà per dettare le regole ad un paese come il nostro diventato culturalmente suddito e la normalizzazione dei comportamenti illeciti. […]  L’esplosione della spesa pubblica in un contesto di fittizia ricchezza finirà per tradirci e il debito dai 1330 mld / euro del 2001 salirà ai 1830 del 2011. […] Così la politica dissennata e prigioniera di una finanza senza regole – la “macrousura “ - degli ultimi trent’anni ci porterà ad un’espansione incontrollata  del debito in spesa corrente per acquisire il consenso assolutamente sottoposta alle regole dei mercati che assumono un ruolo metafisico di sacralità da non mettere in dubbio.

 

[…] Il crollo del 2008 sarà il primo segnale del caos imminente e poi dal 2010 la campagna d’Europa che ci vide soggetti passivi nel 2011. […] La posizione attuale di dipendenza verso la Ue che è sorda al cambiamento va rimossa; ha responsabilità enormi nel non avere creato un mercato difendibile e non esposto alla finanza rapace, doveva fare un’agenzia di rating europea, bloccare i derivati speculativi sul debito dei paesi, fermare le banche d’affari tornando ad una loro separazione dalle banche commerciali, doveva denunciare l’uso di prodotti tossici che hanno destabilizzato il paese ed hanno contribuito a deprezzare i nostri titoli pubblici, la DB nel corso della crisi indotta nel settembre del 2011 ha speculato all’infinito sui nostri titoli senza che la BCE muovesse un dito, cosa che sembra non fare nemmeno ora che la stessa banca sembra volta verso il default. […] La finanza deregolamentata ha sottomesso l’economia reale al suo vassallaggio, così che in modo invasivo è penetrata nei paesi come un coltello caldo nel burro acquisendo aziende produttive ma soprattutto posizioni di forza negli istituti di credito da cui si governa non solo l’economia ma la società quando questa non ha gli antidoti per contrapporsi. A livello globale il modello ormai alla resa dei conti in una sorta di “ Armageddon “ tra finanza e società ha creato patologie sociali devastanti; […] gli Usa oggi sono il primo paese per disuguaglianza al mondo con un livello di povertà e di disoccupazione troppo spesso mascherate dalla falsità interessata del “mainstrem “ e dai media. 

 

Il ritorno verso una riforma monetaria è nei fatti perché gli Usa non hanno più il potere di imporre la loro moneta come unica moneta di riserva globale; infatti il processo di dedollarizzazione è avviato nei paesi del Bric con effetti ormai a breve tempo, ma anche per il ritorno ad una convertibilità della carta moneta ad un sottostante come era e sembra ritornare ad essere l’oro.  Proprio con riferimento alle politiche monetarie in atto sarebbe utile e necessario dare un segnale di cambiamento ai “mercati “ e ai loro padroni emettendo una parte – 10 o  20 % - dei BTP vincolati all’oro: noi siamo il terzo paese al mondo per riserve auree ; la quantità d’oro del paese si stima essere in 2451,80 tonnellate di cui circa il 50 % nei forzieri della Banca d’ Italia ed il resto fuori dal paese ma prevalentemente presso la FED . Altri paesi come la Germania, l’Austria e l’Olanda stanno richiedendo il ritorno dei loro depositi in patria non senza qualche problema; noi potremmo utilizzare l’oro depositato presso la Fed per sperimentare l’emissione di BTP “gold standard “. In altri termini ai fondi USA sottoscrittori dei nostri BTP di nuova emissione potrebbe essere offerto un pacchetto di BTP in parte vincolato all’oro depositato presso la FED, una percentuale di circa il 10 % che non sia comunque solo simbolica. […]  Capire la crisi del nostro tempo nelle sue radici che sono antropologiche e non economiche sarebbe già un passo avanti per capire quanto sia ormai fallito il modello socioculturale fondato sulla razionalità assoluta che ha fatto della tecnica la padrona del mondo; l’uomo ha creato una capacità di conoscenza tecnica che ormai lo domina invertendo i ruoli tra fine – uomo ormai mezzo – e la tecnica mezzo ma ormai fine. […] Ora è giunto il tempo di capire il senso della storia e cosa fare per uscire da questa trappola mortale che ci sta uccidendo, ma lo sforzo deve essere comune perché solo in questo modo si possono ricostruire i sistemi relazionali che tengono in piedi le società nei secoli. […] L’Europa è vecchia ma anche protesa al futuro: ha vissuto di drammi e di illusioni e forse può rappresentare il crogiolo in cui ancora una volta si può provare a rispondere alla Storia. È vero che l'Europa ha perso la sua supremazia nel mondo ma il mondo si è in un qualche modo europeizzato […]

 

Fabrizio Pezzani

 

 
VeritÓ per Regeni o su Regeni? PDF Stampa E-mail

5 Dicembre 2018

 

Da Comedonchisciotte del 3-12- 2018  

 

 “Verità per Regeni”? Vediamo un po’. Di verità sull’argomento ce n’è solo una briciola. Cominciamo da quella, poi passiamo alle ipotesi. Briciola di verità: Regeni lavorava per una azienda privata di intelligence, la Oxford Analytica. All’epoca dei fatti, il responsabile di Oxford Analytica è David Young, capo dell’équipe che per conto del presidente Nixon scassinò gli uffici del Partito Democratico al Watergate, facendosi beccare e innescando il processo che condusse all’impeachment e alle dimissioni dello statista repubblicano. Nel board, a fare da testimonials, ci sono John Negroponte, responsabile diretto dell’organizzazione degli squadroni della morte nell’America Latina anni Ottanta, e Sir Colin McColl, Control dell’MI6 (ora SIS) dal 1988 al 1994. Regeni agente segreto? Regeni non, ripeto non, era un agente segreto. Per Oxford Analytica, Regeni lavorava da precario, in subappalto, stesso tipo di rapporto che intercorre fra un fattorino che consegna la pizza a domicilio e la catena di fast food che lo assume. Conforme a una plurisecolare tradizione di rapporti organici d’interscambio tra Oxbridge e servizi segreti britannici, il rapporto diretto con Oxford Analytica ce l’avevano i suoi professori di Cambridge, che utilizzavano i graduate students e i ricercatori come manovalanza a basso prezzo. Queste agenzie private di intelligence non sono la SPECTRE. Si fanno pagare a caro prezzo informazioni di secondo e terz’ordine, abbagliando gli acquirenti con i nomi di prestigiosi pensionati dell’intelligence. Siccome lavorano esclusivamente per il profitto economico, certo non si danno la pena di addestrare gli agenti sul campo, e tantomeno i fattorini come Regeni. Regeni infatti, a quanto risulta dalla semplice lettura dei giornali, non era stato neanche minimamente addestrato. Nei giorni precedenti il suo sequestro, ad esempio, agenti della sicurezza egiziana erano passati a casa sua per informarsi su di lui. Probabile che Regeni neanche lo sapesse, perché non s’era creato una rete di sicurezza intorno alla sua abitazione (basta pagare qualcuno dei vicini e il portinaio, non ci vuole James Bond); oppure l’ha saputo e l’ha sottovalutato. Ignoranza e sottovalutazione in un contesto come l’egiziano, dove il governo è sottoposto a tensioni politiche interne e internazionali enormi, e mentre sono in ballo poste economiche e politiche immense (era stato scoperto un enorme giacimento di petrolio nelle vicinanze e andavano firmati i contratti per l’estrazione, e in Egitto c’è il canale di Suez) sono l’equivalente di un tentato suicidio, come sedersi a prendere l’aperitivo in corsia di sorpasso in autostrada. Escludo poi ogni rapporto diretto tra Regeni e il SIS. Il SIS non aveva nessun bisogno di reclutare Regeni; più pratico e sicuro usarlo a sua insaputa, tanto c’erano i suoi prof. di Cambridge e dell’American University del Cairo a fargli fare quel ch’era utile facesse. I servizi d’informazione usano abitualmente il metodo della leva lunga: stare il più lontani possibile dal personale che usano, utilizzando intermediari, in modo da garantirsi la plausible deniability. Regeni presentava anche il pregio di non essere cittadino britannico, e di essere quindi per antonomasia expendable: i servizi inglesi sono celebri, oltre che per la loro abilità, per la loro cattiveria abissale e il loro cinismo terrificante in un mondo dove i chierichetti non allignano. Si acquisti al modico prezzo di 9 euro The Secret Servant: The Life of Sir Stewart Menzies, Churchill’s Spymaster di Anthony Cave Brown e si vedrà quel che intendo. A maggior ragione escludo ogni rapporto diretto tra Regeni e AISE.  È vero che i servizi d’informazione italiani, dopo la sciagurata riforma e sostituzione del vecchio personale con il nuovo, sono molto peggiorati da tutti i punti di vista, anzitutto professionale: opera di Massimo D’Alema, il Signore si ricordi di lui al momento buono. (Digressione: uno degli errori più gravi della riforma è stato smettere di pescare i quadri dalle FFAA, mentre l’addestramento e la selezione militari sono indispensabili se si vogliono quadri adeguati al servizio di spionaggio e controspionaggio. Esempio, Calipari. Io non credo a complotti o rappresaglie degli americani. Calipari, ottimo funzionario di polizia, è morto coraggiosamente proteggendo la Vispa Teresa Sgrena perché, non avendo formazione militare, ha fatto un errore blu in zona di operazioni. Al momento di esfiltrare la Sgrena ha privilegiato la velocità del mezzo, perché dove non si combatte, è effettivamente più sicuro fare così: la cosa importante è arrivare a destinazione sicura prima che l’opposizione riesca a organizzare una risposta e a intercettarti. In zona di operazioni, invece, e specialmente in quella zona di operazioni, salire in automobile civile e andare sparati = disegnarsi un bersaglio sul cofano, e infatti l’hanno centrato. È un errore che io, pur non essendo né James Bond né von Clausewitz, non avrei fatto mai. Bastava prendere un autoblindo, andare a 40 kmh, e oggi Calipari sarebbe vivo e vegeto e potrebbe illustrare alla Sgrena alcune realtà fondamentali del mondo e della politica internazionale). In sintesi: escludo un rapporto organico tra Regeni e l’Aise perché se fosse vero, l’Aise andrebbe subito gettato nelle fiamme dell’inferno in toto, in quanto composto esclusivamente da traditori o da minus habentes con QI inferiore a 80, essendo il risultato più che prevedibile dell’operazione in cui sarebbe stato coinvolto Regeni un colossale autogol per l’interesse nazionale italiano.

 

Regeni studia sociologia a Cambridge. Viene mandato al Cairo, alla American University, celeberrimo centro di reclutamento dell’anglosfera per la classe dirigente egiziana e non solo. Lì fa ricerche di sociologia “embedded”, dice la professoressa Maha Abdel Rahman, la sua tutor. Cosa vuole dire “embedded”? Vuole dire che non va in archivio e basta, ma frequenta ambienti sociali i più vari, registra posizioni politiche e progetti, prende indirizzi e telefoni, nomi di leader, etc. I professori di Cambridge vendono queste e altre informazioni a Oxford Analytica, che le ridistribuisce tra i suoi clienti. Non so se Regeni ci abbia guadagnato qualche soldo, magari sì magari no, ma non è questo il punto. Il punto è che le informazioni raccolte da Regeni sono anche la materia prima per chi organizza “rivoluzioni colorate” et similia. Le rivoluzioni colorate funzionano così: prima si fa leva sulle opposizioni liberali e occidentaliste buone, democratiche e non violente, poi si gioca la carta vera, perché la linea di faglia vera sta lì: la carta etnico-religiosa, che tanto liberale e non violenta non è (“democratica” forse, nel senso che trova largo appoggio tra le masse). L’impero britannico la carta etnico-religiosa contro i nazionalismi arabi e non solo la sta giocando da un duecento anni, non è una cosa nuova. Tra Fratelli musulmani e Gran Bretagna, per esempio, c’è un rapporto organico da sempre. Il presidente democraticamente eletto dell’Egitto, prima di Al Sissi, era Muammad Mursī, del Partito Libertà e Giustizia, espressione politica dei Fratelli musulmani. Non so se Regeni provasse simpatia ideologica per le “opposizioni democratiche”; probabilmente sì, visto che voleva pubblicare sul “il Manifesto”, che si è illustrato per l’appoggio ideologico alle “rivoluzioni colorate” in quanto le fa el pueblo che quando scende in piazza ha sempre ragione. Secondo me è una ideologia disastrosa, ma in questo caso l’ideologia è il meno. Il più è questo: che né Regeni aveva capito da solo, né i suoi mandanti gli avevano spiegato, che stava partecipando in prima linea a un’azione di guerra coperta (destabilizzazione) contro il governo egiziano. In guerra ci si fa male, molto male. È poi quasi certo che ci lasci la pelle se ci vai senza una minima preparazione, se passeggi lungo la linea del fuoco con il gelato in mano. Ora, perché Regeni non ci sia arrivato da solo non lo so. Perché da giovani ci si sente invulnerabili? Perché uno studioso non è un uomo d’azione? Non lo so.  Ma i suoi mandanti, invece, lo sapevano eccome. I suoi professori di Cambridge avevano sicuramente un rapporto diretto con l’agenzia privata di intelligence per cui lavoravano. Avevano sicuramente un rapporto o diretto, o indiretto attraverso l’agenzia privata, con il SIS. Poi magari anche i suoi professori non si rendevano pienamente, emotivamente conto di quel che stavano facendo fare a Regeni, perché un conto è andare sul campo, un conto fare analisi seduti nel proprio studio con il termosifone che ronfa: anche l’analista militare più spregiudicato, se non ha visto mai un morto ammazzato, se non si è mai sentito fischiare nelle orecchie una pallottola, stenta a mettersi nei panni del soldato in zona di combattimento. In questo campo, tra la teoria e la pratica c’è la stessa differenza che passa tra un manuale di educazione sessuale e un rapporto sessuale vero e proprio. Il fatto è che a Regeni, i don e i fellows di Cambridge non gliel’hanno raccontata chiara. Non gli hanno detto, versione A: “Giulio, ti mandiamo sul campo a raccogliere dati in vista di una destabilizzazione del governo egiziano, siamo certi che ci andrai volentieri perché gioverà alla tua carriera e perché così combatterai per la democrazia, il progresso e il bene del popolo egiziano.” Se gliel’avessero detto, magari Regeni, che non era stupido, ci pensava un attimo, si domandava a quali rischi andava incontro, quali coperture gli assicuravano sul campo, chiedeva perlomeno di essere addestrato a un mestiere che – lo avrà visto, qualche film di spionaggio! – sapeva non essere di tutto riposo, etc. Gli avranno invece detto, versione B: “Giulio, sei proprio bravo, perché non approfondisci la tua ricerca entrando nel vivo della dialettica sociale egiziana? Gioverà alla tua carriera e darai un contributo al progresso sociale in Egitto.” Regeni non ha tradotto la versione B nella versione A, ha pensato che tutto sommato faceva solo della ricerca sociologica, anche più interessante e coinvolgente; che essendo straniero e occidentale, coperto da importanti istituzioni quali le università di Cambridge e American del Cairo, dalle diplomazie italiana, americana e inglese, era al sicuro, ed è andato sulla linea del fuoco senza aver mai sparato un colpo neanche al poligono, senza aver visto una pistola tranne che in TV, e senza sapere sul serio che quella era la linea del fuoco: perché in una guerra coperta, la linea del fuoco è la strada sotto casa, l’edicola dove compri il giornale, il bar dove fai colazione la mattina, la tua camera da letto. Così ha fatto una fine atroce, lasciando nella mente dei suoi genitori un’immagine di orrore senza nome che non si spegnerà mai finché resteranno vivi, e gli angoscerà la veglia e il sonno per sempre.

 

A occhio e croce, sono stati i servizi egiziani a torturare e uccidere Regeni. L’interrogatorio serviva a ottenere i nomi dei suoi contatti, e forse anche le intenzioni dei suoi mandanti, che probabilmente Regeni non conosceva: motivo più che sufficiente per spiegare la ferocia delle torture. Se ti chiedono una cosa che non sai, come fai a confessare? E come fa l’interrogante a esser certo che davvero non sai? Deve spingersi al punto da potersi dire, “se lo sapeva me l’avrebbe detto di sicuro”. Il fatto che siano stati gli egiziani a ucciderlo non vuol dire che l’ordine sia partito dal governo egiziano. Intanto, di polizie più o meno segrete ce ne sono tante. Poi, un’eventuale operazione inglese ha potuto svolgersi così (pura ipotesi): gli inglesi fanno arrivare informazioni mezze vere mezze false su Regeni: lavora per gli inglesi (vero) è un personaggio importante che sa cose decisive (falso). Magari fanno filtrare l’informazione a una polizia egiziana che ha bisogno di fare bella figura o di fregare un corpo concorrente. Questi lo rapiscono, lo interrogano, ci vanno giù pesante perché sono sicuri che ne valga la pena, e quando capiscono che li hanno fregati e Regeni non sa un gran che, sono arrivati troppo in là e devono ucciderlo comunque. Poi danno incarico a qualcuno di farlo sparire – magari proprio a quelli che gli hanno passato l’informazione farlocca, perché “chi rompe paga e i cocci sono suoi”-  ma quel qualcuno è l’infiltrato degli inglesi che invece di far sparire il cadavere lo butta a lato strada e lo fa ritrovare.

 

La verità giuridica sul caso Regeni non si raggiungerà mai, perché contro l’accertamento delle prove c’è l’ostacolo insormontabile di interessi politici ed economici colossali. La verità storica va cercata anzitutto in Gran Bretagna, e solo in subordine in Egitto. La verità umana è che un giovane e intelligente italiano è stato ingannato, a fini di interesse economico personale e politico nazionale, dai docenti britannici che avevano l’obbligo etico di proteggerlo – la parola tutor viene dal latino tueri, proteggere, custodire, difendere – e mandato a morire di una morte atroce. Ai suoi genitori e a tutti i suoi cari, è stato inflitto un dolore incancellabile; e per di più, a loro insaputa essi sono stati coinvolti e strumentalizzati in una operazione d’intossicazione e d’ influenza, ordita dai principali responsabili della morte di Giulio Regeni, volta a confondere le acque e a sviare l’attenzione del pubblico dalla realtà dei fatti, cioè da loro.

 

Roberto Buffagni

 

 
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4 Dicembre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 2-12-2018 (N.d.d.)

 

Vivo in Francia da circa 15 anni e vi dico che stampa e TV non vi raccontano come stanno esattamente le cose. Si vuol far passare questo movimento di protesta come persone che non vogliono un cambiamento sulle politiche dei carburanti. Le proteste non sono solo per l'amento del prezzo del diesel ma bensì sull'attacco portato avanti dal governo sul potere d'acquisto. Il diesel è aumentato finora del 27%, un nuovo aumento ci sarà a gennaio e poi ogni sei mesi fino al 2021 (fine del mandato di Macron). Tra l'altro dei 15 miliardi di introiti in più, solo 3 andranno alla transizione ecologica. Il passaggio di proprietà è aumentato del 13%, il controllo tecnico del 100% e le multe del 130%. A proposito delle multe voglio dirvi che il governo ha liberalizzato l'attività. Non ci sono solo i poliziotti e i gendarmi a fare le multe ma anche i privati ed ecco perché un aumento (in euro) del 130%. Tra l'altro queste aziende cercano personale, ti danno un’auto provvista di radar e tu devi circolare, seguendo un itinerario, per 8 ore rispettando i limiti di velocità. A fine giornata la società scarica i dati e invia le multe. Stipendio 1.600€ al mese netti. Ovviamente l'aumento dei carburanti genera un aumento dei trasporti e quindi dei prodotti. Verrà introdotta nel 2019 la eco-tax che riguarderà tutti i camion, non solo i TIR che circolano su autostrada ma tutti. Le tasse sulle pensioni sono aumentate mentre è stato abolito il contributo di solidarietà pagato dai più ricchi. Era stato promesso il taglio dell'imposta sulla casa che poi è stato ritirato. È aumentato il prezzo delle assicurazioni, energia, medicinali, ecc. ecc. È stato ridotto da 1000€ a soli 100€ il contributo per cambiare gli infissi nelle case più vecchie. Il contributo per i pannelli solari non esiste più e la chiusura delle centrali nucleari più vecchie posticipato al 2035.

 

Per farla breve, Macron sta facendo in Francia quello che Monti ha fatto in Italia cioè attaccare il potere d'acquisto per creare disoccupazione e far scendere i salari. Altro che ecologia.

 

Massimo Buzzelli

 

 
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