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Paura e odio uniche motivazioni PDF Stampa E-mail

24 Ottobre 2019

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Da Comedonchisciotte del 22-10-2019 (N.d.d.)

 

 

 

Sui giornali di destra il presente governo è presentato come ‘comunista’. Sui giornali di sinistra il precedente governo era presentato come ‘fascista’. Una volta represso il riso (per chi lo scordasse, i due governi hanno incidentalmente lo stesso premier e più di metà parterre parlamentare in comune), è suggestivo come si continuino ad usare categorie politiche di un secolo fa per tenere passabilmente svegli i propri lettori. Ciò mostra innanzitutto come nell’epoca della ‘morte delle ideologie’ l’esigenza di aver a che fare con qualche straccio di idea sia più forte di qualunque senso della realtà. Ma più interessante ancora, ciò segnala un tratto di fondo della nostra epoca desolata.

 

La ragione liberale si è imposta coltivando e recitando la morte delle ideologie, delle utopie, degli storicismi, di qualunque visione che non fosse quella di arrivare da colazione a cena restando produttivi, per ripartire il giorno dopo. Ma essendo l’antropologia liberale del tutto priva di fondamenta, questo tentativo non le poteva riuscire: nessun uomo vive davvero di solo pane (neanche se ci aggiungi caviale e smartphone). Perciò l’ultima mossa che rimane a disposizione per tenere in moto il motore della motivazione, non avendo alcuna propria idealità positiva degna di essere perseguita, è quella di suscitare forme di avversione sufficientemente forti. A tenere in piedi l’intero sistema motivazionale contemporaneo sono in ultima istanza dunque solo due sentimenti: paura e odio. Paura di fronte alle mille fonti di insicurezza, accuratamente coltivate dalla ragione liberale (insicurezza lavorativa, culturale, fisica, psicologica): la lezione fondamentale del liberalismo economico è che la paura di perdere tutto (casa, lavoro, famiglia, salute, vita, terra, riconoscimento) è un motivante assai efficiente e che richiede poca manutenzione.

 

E poi odio, odio verso un nemico assoluto e irragionevole, dipinto sistematicamente con i colori di qualcuno che crede in qualcosa (il comunista, il fascista, l’islamico, il nazionalista, ecc.), perché il male assoluto, la cosa veramente intollerabile e pericolosa per un liberale è aver a che fare con un soggetto mosso da ideali (a prescindere dal loro contenuto). Tutti gli altri il liberale li capisce, perché può negoziare con essi, e in ultima istanza comprarli. Ma qualunque forma di perseguimento di un ideale, questo è l’orrore incomprensibile, l’assolutamente altro, ciò che può essere appreso solo sotto la categoria del ‘fanatismo’. Perciò anche qui il motivatore più efficiente a disposizione consiste nell’alimentare l’odio tra idealità radicali, se necessario inventandole o tirandole fuori dal baule impolverato della storia.

 

Andrea Zhok

 

 
Molte ombre sull'alleanza delle destre PDF Stampa E-mail

23 Ottobre 2019

 

La manifestazione di sabato è stata un grande momento di partecipazione popolare. Piazza San Giovanni era piena come non mai. Molto accesi ed interessanti i vari interventi, tra i quali quello di Giorgia Meloni, di Alberto Bagnai, Maria Giovanna Maglie e, ovviamente, di Matteo Salvini. Adesso c’è da capire come questo raggruppamento di forze, se al governo, si porrà riguardo alle politiche di austerità della UE; come verranno sciolti quei nodi che possono effettivamente far ripartire il paese (occupazione e ripartenza della produzione nazionale); come riprendere in mano la questione immigrazione incontrollata (aumento di partenze e morti nel Mar Mediterraneo); quale assetto geopolitico dare all’Italia (NATO, Russia e posizione su conflitti vari). Una delle questioni critiche fondamentali è quella del partito Forza Italia, partito che costituisce un freno per una politica genuinamente sovranista, in quanto garante degli interessi delle oligarchie UE. Altri punti a mio avviso completamente sbagliati sono le citazioni di politici liberali italiani e stranieri (Einaudi e la scorsa volta la Thatcher). Dovremmo ricordare a coloro che seguono con troppa nonchalance idee e ricette di questo tipo, che se siamo ridotti all’osso come politica economica nazionale è proprio grazie a questo tipo di impostazioni.

Fu proprio Silvio Berlusconi, in tempi non sospetti, con la sua “rivoluzione liberale”, a propagandare il mito della privatizzazione, dello “Stato predone”, del “primato dell’economia”, della “mano invisibile del mercato” senza limiti e deregolamentata. Vanno rettificate, e direzionate in altro ambito, tutte quelle tendenze presenti nella Lega, e ancor di più in Fratelli d’Italia, che di facciata dicono di opporsi a questo o a quel commissario UE, ma che poi riprendono la stessa cultura finanziaria che ne sta alla base (debito pubblico, pareggio di bilancio, ecc). Completamente sbagliate tutte quelle manifestazioni di anticomunismo strisciante, un cimelio della storia divisivo e inutile quasi come l’antifascismo, e pure le tendenze islamofobe (Fallaci).

Personalmente sono favorevole anche a politiche più dure, e magari più “silenziose”, nei confronti dell’immigrazione incontrollata e in difesa dell’identità italiana ed europea, ma questo non mi dà il diritto di insultare altri simboli religiosi. La questione fondamentale sarà capire se la Lega e il gruppo di forze ad essa legata saranno in grado di costituire, al più presto, un governo che abbia due caratteristiche: essere amico del popolo italiano ed essere inviso alle oligarchie UE. In caso affermativo, è possibile riprendere quel ruolo che ha avuto l’Italia, nel governo Conte I, di “laboratorio europeo di politiche populiste e sovraniste”, aggregando tutti quei gruppi politici e culturali appartenenti a quest’area e che siano in grado di dare profondità alla manovra.

Roberto Siconolfi

 

 
Repressione delle rendite PDF Stampa E-mail

22 Ottobre 2019

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Da Appelloalpopolo del 9-10-2019 (N.d.d.)

 

Uno dei capisaldi del progetto politico sovranista è la repressione della rendita finanziaria, espressione che in epoca di profonda penetrazione della retorica liberista spaventa proprio coloro che dovrebbero accoglierla come una festa, perché la repressione finanziaria corrisponde all’espansione economica e alla proporzionata retribuzione del lavoro. Repressione delle rendite significa che se vuoi aumentare la tua ricchezza, o vai a lavorare o impieghi il tuo denaro in attività economiche che creano ricchezza reale ovvero offrono occasione di lavoro a qualcun altro, sopportando il rischio d’impresa diretto o indiretto. Significa che non puoi arricchirti non facendo niente attraverso la totale sicurezza dei titoli di stato, facendoti pagare dalla comunità una parte della ricchezza prodotta dal lavoro degli altri, senza fare nemmeno la fatica minima di individuare e sorvegliare un investimento capace di creare ricchezza reale. In concreto, significa che i titoli di stato ti restituiscono quasi tutta la diminuzione di valore determinata dall’inflazione, ma non tutta, e certamente non ti riconoscono una rendita positiva. Tecnicamente, che i titoli di stato hanno un tasso nominale allineato all’inflazione ma appena inferiore ad essa, ovvero un tasso reale appena negativo. Il che vuol dire che il debito pubblico, agganciando i salari all’inflazione medesima e avendo solo cura di gestire avvedutamente la distribuzione della componente esogena dell’inflazione, diventa una quota sempre più piccola del PIL e può consentire politiche espansive che recuperano quel margine di manovra ottenuto proprio attraverso la repressione finanziaria.

 

Rendita finanziaria uguale austerità uguale recessione economica. Repressione finanziaria uguale stato sociale uguale espansione economica.

 

Rossano Ferrazzano

 

 
Lo scontro generazionale Ŕ propaganda PDF Stampa E-mail

21 Ottobre 2019

 

Da Appelloalpopolo del 19-10-2019 (N.d.d.)

 

 

 

Lo scontro generazionale è evidentemente uno degli argomenti di punta della propaganda liberale, nelle sue declinazioni lavorativa, ambientale e del debito pubblico. Si vuole indurre i giovani a pensare che la generazione precedente abbia “vissuto al di sopra delle proprie possibilità “, sia dal punto di vista economico (facendo il famigerato “debito pubblico”) che ambientale, ed oggi si gode una dorata quanto immeritata pensione sulle spalle dei giovani precari e sottopagati. Perché questo sono i giovani oggi, precari e sottopagati, e per il sistema è fondamentale trovare per loro un colpevole che non sia quello vero, ovvero il sistema liberal-globalista.

 

Fossi in loro rifletterei sul fatto che i pochi elementi che ancora li proteggono, invero sempre meno, dalla “durezza del vivere” che la buonanima di Padoa-Schioppa invocava per loro, sono proprio i lasciti delle generazioni precedenti. Lo stato sociale e la Costituzione dal punto di vista giuridico, la casa e magari pure una piccola eredità dal punto di vista del benessere materiale.

 

Luca Manzoni

 

 
Ben vengano i dazi PDF Stampa E-mail

20 Ottobre 2019

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Sono ufficialmente entrati in vigore i dazi statunitensi contro l'Europa, Italia inclusa.  Si tratta di un'ottima notizia: oggi qualunque azione che vada nella direzione di una riduzione degli scambi internazionali è da ritenersi positiva sia da un punto di vista sociale che, soprattutto, ambientale.  È ormai sempre più evidente, infatti, come il liberoscambismo - cioè l'idea che l'obiettivo della politica commerciale globale debba essere quello di incrementare il più possibile il volume e l'intensità degli scambi commerciali internazionali - sia non solo completamente irrazionale dal punto di vista sociale ed economico - perché significa rendersi dipendenti dalla capacità di consumo (e dunque dalle politiche economiche) degli altri paesi, perché provoca una competizione al ribasso sui diritti, perché sta distruggendo la basa produttiva di interi paesi ecc. - ma sia anche completamente suicida dal punto di vista ambientale. Il trasporto marittimo è infatti uno dei settori più inquinanti al mondo.

 

È altresì evidente che serve un ribaltamento radicale di questa logica, che ponga al primo posto la riduzione - non l'allargamento - del grado di apertura commerciale dei singoli paesi. Una nuova razionalità economica che si ponga come obiettivo l'ottenimento del massimo grado di autosufficienza economica nazionale possibile, secondo la filosofia esposta da Keynes nel suo noto saggio del 1933 "Autosufficienza nazionale": «Io simpatizzo piuttosto con coloro che vorrebbero ridurre al minimo il groviglio economico tra le nazioni, che non con quelli che lo vorrebbero aumentare al massimo. Le idee, il sapere, la scienza, l’ospitalità, il viaggiare – queste sono le cose che per loro natura dovrebbero essere internazionali. Ma lasciate che le merci siano fatte in casa ogni qualvolta ciò è ragionevolmente e praticamente possibile, e, soprattutto, che la finanza sia eminentemente nazionale».

 

In questo senso, tutti i produttori italiani che si lagnano per i dazi - che al massimo segneranno una piccola flessione di un export che è in crescita, anche troppo, da anni - farebbero meglio a preoccuparsi del "dazio" dell'austerità che ha provocato in questi anni una drammatica stagnazione dei consumi interni, che sono il vero motore dello sviluppo economico.

 

Thomas Fazi

 

 
Senza limiti PDF Stampa E-mail

17 Ottobre 2019

 

Da Rassegna di Arianna dell’11-10-2019 (N.d.d.)

 

A pensar male, diceva Giulio Andreotti, si fa peccato, ma talvolta si colpisce il bersaglio. È in uscita in Italia un film che batterà certamente primati di spettatori ed incassi, proiettato in ben 589 sale della penisola. Si tratta di Gemini Man, interpretato da uno dei più amati attori di Hollywood, Will Smith, diretto da un regista famoso, il premio Oscar Ang Lee. Viene presentato come uno straordinario esperimento di effetti speciali e di innovazione tecnologica al servizio della cinematografia. Il filo conduttore della trama è la clonazione umana. Il retropensiero di cui parlavamo all’inizio è che la pellicola, oltreché uno strumento per realizzare profitti in tutto il mondo per la ben oliata macchina di intrattenimento e colonizzazione culturale made in Usa, sia anche un espediente per “far passare” tra il pubblico la pratica della clonazione umana, ovvero la creazione tecnologica in laboratorio di esseri umani perfettamente identici per aspetto, impronta genetica, indole, comportamento e idee. Il film narra di un maturo agente della DIA (Defense Intelligence Agency, il principale apparato d’intelligence per l’estero degli Stati Uniti), un killer provetto desideroso di chiudere con la sua singolare professione. Per la sua abilità, i superiori non intendono fare a meno di lui, ma, dinanzi al rifiuto di svolgere altre missioni da assassino di Stato, gli mettono alle calcagna per ucciderlo il suo clone, più giovane di venticinque anni, creato attraverso la manipolazione del DNA.  Divenuto bersaglio di un se stesso con le medesime abilità, in grado di anticipare ogni mossa e con il vantaggio della giovinezza, l’ex assassino intraprende una lotta senza esclusione di colpi contro il suo duplicato, nel tentativo di salvare la propria pelle e quella del clone prima che si distruggano a vicenda. Il film è una sfida tecnologica dagli spettacolari effetti speciali, e attorale, con Will Smith impegnato ad interpretare un personaggio di mezza età e insieme se stesso più giovane, ma esattamente identico nel corredo genetico, nell’aspetto, nelle modalità d’azione e di pensiero. Saremo eccessivamente sospettosi, ma Hollywood raramente fa qualcosa per caso. L’industria cinematografica è un formidabile elemento di orientamento e formazione dell’opinione pubblica, nel senso voluto dalle élite americane liberal, per cui il film merita di essere commentato per il messaggio che veicola. […]

 

Le sale cinematografiche hanno una clientela prevalente di giovani e giovanissimi, inevitabilmente ricettivi come spugne, di bocca buona, a cui vengono fatte introiettare le idee e le visioni del mondo che interessano il potere, senza alcun approfondimento e giudizio morale. Chissà che non vogliano abituarci, a colpi di effetti speciali, grafica postmoderna e tecniche che rendono più veloci le sequenze, a una nuova frontiera dell’umanità, sdoganando preventivamente il confine tra umano e transumano rappresentato dalla clonazione. […]

 

Non lo sappiamo, ma stiamo in guardia: lo spettacolo, spiegò Guy Debord, è l’essenza della nostra società, un rapporto di potere mediato dalle immagini. In più, rappresenta il veicolo privilegiato per normalizzare pratiche, idee, possibilità prima condannate o interdette dalla morale comune (finestra di Overton). Nella fattispecie la clonazione, cioè la possibilità di plasmare la vita, riprodurre l’individualità umana, replicandola attraverso tecnologie di controllo genetico. Una delle chiavi consiste nel tacere, bypassare ogni obiezione di tipo etico. Nel film, la clonazione è già un fatto, uno strumento utilizzato dal potere. Specie nelle menti giovanili, ciò induce a non riflettere, dare per scontato, rimuovere le obiezioni di tipo morale e ignorare i profili di rischio. Il passo successivo è l’inevitabile normazione giuridica, in base al principio enunciato dal giurista tedesco Otto Lenel: il diritto nasce dal rispetto del fatto, ovvero l’accettazione psicologica collettiva di un dato di fatto creato o imposto da un potere materiale. La clonazione è una pratica tecno scientifica le cui possibilità sono già esplorate. Secondo la legge di Dennis Gabor, fisico premio Nobel, ciò che diventa possibile tecnicamente, verrà inevitabilmente realizzato.

 

[…] A tutt’oggi, nessun essere umano è stato clonato, nessun DNA completo è stato copiato. Il futuribile replicante umano sarà fisicamente identico al suo predecessore genetico. Che cosa sarà del suo carattere, dei suoi gusti, idee, maniera di comportarsi? Non siamo solo geni, rassicura qualche scienziato, convinto (ancora) dell’unicità della persona. “Il 50 per cento è DNA, l’altro è determinato dall’ambiente, dall’educazione e dalle esperienze.”  Speriamo di cuore che sia così ed avesse ragione l’approccio comportamentista della psicologia introdotto agli inizi del secolo XX da John Watson, ma non siamo assolutamente tranquillizzati, specie per l’egemonia del pensiero strumentale. Nessuna obiezione di tipo etico, antropologico e ontologico è ammessa se una scoperta può essere oggetto di mercato. La forma merce domina su tutto e scavalca senza difficoltà il principio di prudenza. […]

 

Il problema è che molti paesi non hanno firmato o ratificato i vari protocolli e raccomandazioni emanati negli ultimi anni. La riservatezza delle sperimentazioni, coperte da segreto industriale o di Stato, non permette di conoscere che cosa sta accadendo nelle officine di Vulcano dei genetisti. Non esiste un accordo internazionale che impedisca di modificare la linea germinale degli esseri umani, cioè generare persone con modificazioni genetiche ereditabili dalla discendenza. Pochi mesi fa, uno scienziato cinese ha annunciato di aver varcato il confine della manipolazione umana, creando i primi bebè geneticamente modificati per via embrionale. Un atto irresponsabile, ma non illegale in Cina, nonostante le tecniche legate all’enzima CRISPR siano all’inizio e non si conoscano le conseguenze del loro utilizzo. Un grande rischio, dunque, non giustificato neppure dalla cura di malattie genetiche, ma solo per “migliorare” il genoma delle bimbe coinvolte. Scienziati europei sottolineano che non è neppure dimostrato che l’obiettivo sia stato raggiunto. Le bimbe sono state consapevolmente esposte a rischi sconosciuti e potenzialmente elevati, che riguardano l’intera specie umana, giacché le modifiche genetiche potrebbero essere trasmesse alla discendenza. Le ricerche cinesi, inoltre, sono state svolte nel più assoluto riserbo e contro l’opinione della comunità scientifica. Si ha la raggelante sensazione di vivere nel gabinetto del dottor Caligari di un vecchio film dell’orrore. Siamo ancora lontani dalla possibilità di associare caratteristiche particolari con il patrimonio genetico sottostante. Ci troviamo nella fase di speculazione e di fabulazione che può indurre paure irrazionali, ma in soli vent’anni sono stati conseguiti grandi risultati nella clonazione animale, nella biomedicina tesa alla riprogrammazione cellulare e nelle scoperte che permettono di “editare” il genoma, ossia la totalità del DNA, l’acido disossiribonucleico contenente le informazioni genetiche relative agli organismi viventi. […]

 

Non succederà nulla, temiamo. Le ricerche scientifiche spinte dagli interessi economici e da quelli di dominio – creare un’umanità “su misura” è il sogno di ogni ideologia totalizzante – sono immensi, le diverse sensibilità culturali tra le civiltà umane fanno il resto. Non si riconosce più all’uomo lo statuto di creatura intangibile, dotata di un patrimonio culturale, personale, etico e genetico indisponibile, così come non si riesce a fermare lo sfruttamento intollerabile della natura. Il sistema vigente aborre ogni limite, tratta creato e creature come mezzi, cose da sfruttare. Non tollera obiezioni, ostacoli, frontiere, divieti. Possedendo un potere pressoché totale, manipola senza posa i suoi sudditi, noi tutti. Anche la clonazione, ovvero la ri-creazione genetica dell’uomo, un’impresa dagli esiti imprevedibili e giganteschi, è banalizzata, ricondotta a spettacolo da consumare, fatto già “digerito”, elaborato, persino divertente ed avvincente, come nel film Gemini Man.

 

Il grande matematico e fisico Henri Jules Poincaré scrisse che non ci può essere una morale scientifica, ma nemmeno una scienza immorale. Tuttavia, la dimensione etica è stata espulsa dal perimetro illimitato della modernità, e la regola è realizzare tutto ciò che è tecnicamente possibile, procura guadagno o estende il potere di chi ha il controllo dei mezzi. Non ci resta che rammentare invano l’Elogio della follia dell’umanista Erasmo da Rotterdam: “Dio, architetto dell’universo, interdisse all’uomo di assaggiare i frutti dell’albero della scienza, come se la scienza fosse veleno per la felicità”.

 

Roberto Pecchioli

 

 
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