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L'antropocentrismo č il male del mondo PDF Stampa E-mail

6 Settembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 4-9-2019 (N.d.d.)

 

Le due foreste più estese della Terra, diversissime per clima e caratteristiche, sono la foresta amazzonica, equatoriale-pluviale a clima quasi-costante, e la taiga siberiana, subartica e con inverni molto freddi. Un’altra grande foresta, quella dell’Africa centrale, è di natura equatoriale-pluviale. Ora stanno bruciando tutte tre, per mano umana, ed erano già piuttosto compromesse. Le cause di questi disastri sono: - una delle più distruttive culture umane, che ha ormai invaso tutto il mondo, cioè la civiltà industriale, con il suo tragico primato dell’economia; - la mostruosa sovrappopolazione umana che affligge la Terra.

 

La straordinaria varietà e abbondanza di viventi che caratterizza le foreste equatoriali è notissima. È pure conosciuto il ruolo vitale di tutte queste foreste nei grandi cicli della vita e nella regolazione dei gas principali dell’atmosfera terrestre, e in particolare del ciclo respirazione-fotosintesi su cui si regge la Vita macroscopica del Pianeta. Le grandi foreste sono in fiamme tutte tre: la colpa non è solo “dei governi”, come si dice di solito, è anche di coloro che si oppongono al controllo delle nascite, che riconoscono un ruolo primario all’economia, che invocano la crescita come un rimedio a tutto o un fattore di “progresso”, che accettano il PIL come indicatore di benessere o di felicità. La civetta delle nevi, quando si accorge che ci sono pochi topolini in giro (lemmings) o ne prevede la scarsità, non fa le uova; gli elefanti, che non hanno predatori, fanno pochissimi figli. Attualmente hanno un nemico terribile, l’uomo, ma anche in questo caso è l’economia che li uccide, dato che l’avorio ha un valore monetario. La colpa è del mostruoso cancro che divora la Terra: la crescita economica, un processo che distrugge la Vita, poiché sostituisce materia inerte a sostanza vivente. Un popolo pensa a fare più quattrini vendendo bistecche (Brasile), un altro pensa alle “nuove rotte commerciali” dell’Artide (Russia), un governo vuole far fuori anche l’Alaska e sta tentando anche con la Groenlandia (USA). Ovunque gli stessi mali che portano alla morte: l’economia, la crescita, la globalizzazione. La sofferenza degli esseri senzienti, compresi gli umani, è in aumento quasi ovunque a causa della civiltà industriale che ha invaso il mondo. L’idea che la nostra specie sia al di fuori del sistema biologico terrestre è la radice di tutti i guai: l’antropocentrismo è il male del mondo. Attorno a noi non c’è l’ambiente, come affermano anche gli “ambientalisti superficiali”, ma noi siamo parte di un Organismo, che probabilmente è anche un essere senziente. Questo Organismo è composto di trenta milioni di specie di esseri viventi più tutte le relazioni che li collegano fra loro e con il mondo inorganico. Le grandi foreste bruciano fra la quasi-indifferenza dei governi, ma anche di gran parte dei popoli: dicono che si aprirà una nuova via commerciale, o che l’incendio riguarda zone disabitate (pensano solo alla nostra specie! E le altre?), ma che cresceranno i parametri dell’economia. Occorre andare alla radice filosofica e di pensiero del problema: che lo si voglia o no, siamo animali immersi completamente nei grandi cicli della Natura. Bisognerebbe non solo spegnere gli incendi con tutti i mezzi, ma non tagliare più alberi, neanche uno: sono esseri senzienti e non legname. Anche l’Africa sta bruciando, sotto la spinta dell’economia. Sempre per il grande errore di questa civiltà, l’errore antropocentrico. E la Scienza? Sembra quasi che ci siano due scienze: una, che confina con la filosofia e sa benissimo che siamo animali (anche facilmente classificabili), parte di un Sistema molto più grande, anche mentale, e che vede con chiarezza l’origine di quegli incendi e la follia della crescita economica o dell’economia stessa, e una scienza che confina con la tecnologia ed è schiava dell’economia e dell’industria. La politica ascolta solo quest’ultima, quando va bene. E il popolo? Segue l’onda, chiede la crescita, cioè la morte del Complesso, e di sé stesso.

 

Solo come esempio, una citazione: Un inferno urbano contemporaneo è fatto di molte cose. Tra le più evidenti, c’è l’eccesso di circolazione di macchine, auto e moto. Contro smog e paralisi si almanaccano palliativi di ogni genere, ma soltanto abbattendo la produzione automobilistica si potrebbe ridare alle città un po' di respiro post-diluviale. Immediatamente sulle piazze liberate dai grovigli di auto, si adunerebbero a migliaia, e a migliaia di migliaia, i tamburi di latta della protesta di quelli a cui fosse stato restituito il respiro: non vogliono la cura, ma la malattia in tutta la sua spietatezza...La sola voce concorde, universale, in alto e in basso, grida che nessuna industria si fermi o chiuda, qualsiasi cosa produca, sia pure inutilissima o micidialissima, sia pure destinata a restare invenduta: la sola voce concorde invoca che si aprano cantieri su cantieri e che si investano finanze in nuovi progetti industriali: a costo di qualsiasi inquinamento e imbruttimento, a costo anche di fare accorrere, per l’immediata ritorsione morale che colpisce chi accolga progetti simili, le furie di una intensificata violenza. E se deve, sul mare delle voci tutte uguali, planare una promessa rassicurante, è sempre la stessa: ci sarà la “ripresa”, ne avrete il triplo di questa roba..  (Guido Ceronetti, La Stampa, 9 marzo 1993)

 

È l’economia che sta bruciando le due grandi foreste e causando una grande sofferenza nel cuore della Vita che, lo si voglia o no, è un fenomeno unico, compresa la nostra specie. Non possiamo neanche dire “Attenzione, la nostra casa sta bruciando!” perché la Terra non è la nostra casa, noi non siamo gli abitanti o i custodi, perché questo sarebbe ancora un intollerabile antropocentrismo. Dobbiamo dire “Stiamo distruggendo l’Organismo cui apparteniamo come cellule impazzite”. La civiltà industriale e la crescita economica si comportano come le cellule del cancro. L’Organismo dovrà liberarsene estirpando il suo male. Ma come? Per quanto riguarda l’unico movimento che dà qualche speranza, quello di Greta Thunberg e i FFF (Fridays For Future), la strategia degli industrialisti-sviluppisti è evidente: Facciamo grandi lodi alla ragazza svedese e raccomandazioni a seguirla, tanto non faremo niente di concreto. Anche il Papa l’ha elogiata e ha parlato con lei. Seguitela: Brava Greta! Tanto continueremo come prima, con estrazione e consumo di montagne di combustibili fossili, per “le superiori esigenze dell’economia”. Nel frattempo, gli industrialisti-sviluppisti e i politicanti loro seguaci (in pratica quasi tutti) hanno inventato termini ridicoli e contradditori come sviluppo sostenibile, green economy, crescita verde, economia circolare e simili. Del resto, ci chiediamo come possano dire di abbandonare la visione del mondo giudaico-cristiana-islamica e quella, strettamente imparentata e alleata, economicista-industrialista-sviluppista, cause primarie e inesorabili dell’attuale tragica situazione. Bisognerebbe invece dimenticare il dualismo, o la contrapposizione, uomo-natura, smentito dalla scienza già da due secoli: ma non se n’è ancora accorta. Mi viene in mente la conclusione del libro “Dieci miliardi” di Stephen Emmott: “Ve lo dico io cosa faremo. Non faremo assolutamente niente.” Purtroppo è molto probabile che questo accada, il che significa che provvederà la Terra: nel grafico BAU de I limiti dello sviluppo (1972), finora seguito rigorosamente dagli eventi reali, se si continuerà con le stesse interazioni fra la cinque grandezze (popolazione, alimenti, produzione industriale, inquinamento, risorse) cioè se continuerà lo stesso modo di vivere, sono prevedibili cinque miliardi di umani morti in un mondo orribilmente degradato, oltre alla devastazione di tutti gli altri esseri senzienti. In tal caso, la Terra impiegherà molti milioni di anni per riprendersi. Intanto le due grandi foreste della Terra continuano a bruciare, mentre i governi responsabili del territorio stanno pensando alla nuova via commerciale attraverso l’Artide oppure alla crescita del PIL dovuto alla maggiore vendita di bistecche per l’aumento di allevamenti intensivi di bovini. Della quasi-morte del Pianeta non interessa niente a questi politicanti, come ai loro inconsapevoli popoli, tranne qualche piccola minoranza. I Paesi “lontani” (ma da cosa!?) danno la notizia, ma non fanno assolutamente niente, devono pensare alla crescita!! Non ci resta che sperare in un meraviglioso imprevisto. 

 

Guido Dalla Casa

 

 
Un lento processo degenerativo PDF Stampa E-mail

5 Settembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 3-9-2019 (N.d.d.)

 

Questo è quanto scrivevo nel mio lavoro su "Bruno Bettelheim e il soffocamento della personalità nel nostro tempo", una ventina di anni fa. Trovo che il brano sia di una certa attualità, perché vi è forse descritto uno dei modi in cui potrà implodere l'Occidente. Il brano ripreso da "Il capitale monopolistico" di Baran e Sweezy è di mezzo secolo fa, tuttavia nell'ambito dei fenomeni sociali tale lasso di tempo non è sufficientemente lungo da poter dire che tale previsione fosse errata, inoltre nel frattempo è crollata l'Unione Sovietica la cui presenza paradossalmente aveva rafforzato il sistema, e soprattutto in Europa ne aveva temperato le tendenze totalitarie e inoltre sta finendo l'egemonia occidentale che costituiva una sorta di compensazione psicologica. Inoltre, i media hanno sviluppato una forma di produzione come le serie televisive che assomigliano ad un'assunzione di droghe sempre più pesanti atte a compensare quella "distruzione della socialità" che Wolfgang Sofsky riteneva la caratteristica principe dei campi di concentramento

 

Leggiamo cosa scrivevano Sweezy e Baran sempre in quegli anni: «Se limitiamo l'attenzione alla dinamica interna del capitalismo monopolistico avanzato, è difficile non arrivare alla conclusione che la prospettiva di un'efficace azione rivoluzionaria per rovesciare il sistema è esigua. Da questo punto di vista, il corso più probabile dello sviluppo sembrerebbe essere una continuazione dell'attuale processo di decadenza mentre la contraddizione tra le costrizioni del sistema e i bisogni della natura umana diventerebbe sempre più intollerabile. Il risultato logico sarebbe la diffusione di disturbi psichici sempre più gravi: questi determinerebbero alla lunga la crisi del sistema e l'incapacità per esso di funzionare secondo le proprie regole» (Il capitale monopolistico). Certo il «sistema» non è «crollato» per i suddetti motivi, sono sorte varie forme di adattamento che consentono di «tirare avanti» nonostante la pesante alienazione, tuttavia sembra assistere ad un lento processo degenerativo che è difficile pensare possa avere degli esiti propriamente felici. Oltre agli effetti distruttivi per il singolo, la manipolazione esercitata sulla personalità distrugge la base umana necessaria al fisiologico rinnovamento della società. «Se il peso dei controlli esterni diventa eccessivo, non soltanto l'individuo, ma anche la società cessa di svilupparsi» (Bettelheim, Il cuore vigile). È questo uno dei più importanti insegnamenti della dialettica fra personalità e ambiente sviluppata da Bettelheim che può senz’altro essere applicata al contesto politico attuale. La difesa dell’individualità non è soltanto un «valore umanistico» ma è un’esigenza vitale della vita collettiva, senza una diffusa coscienza dei problemi collettivi si introduce un processo involutivo. Sempre gli uomini nel corso della storia hanno lottato per adattare le strutture sociali alle loro esigenze. Oggi queste strutture sarebbero diventate così complesse e potenti, da sembrare impossibile da parte del singolo afferrarne il funzionamento e tantomeno pensare di poterne modificare l’indirizzo. Da una parte abbiamo una società sempre più complessa, dall’altra abbiamo un soggetto incapace o inabilitato a sviluppare una personalità adatta ad affrontare la complessità di tale società. Le manipolazioni esercitate sulla personalità fanno sì che la società si sviluppi senza direzione e senza controllo.

 

Gennaro Scala

 

 
L'Italia vuota PDF Stampa E-mail

4 Settembre 2019

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Cosa hanno in comune la prima traduzione italiana appena giunta nelle librerie del saggio del giornalista spagnolo Sergio del Molino "La Spagna vuota" e la convocazione a Roma, il 14 settembre, di una assemblea da parte di Diego Fusaro per presentare il movimento sovranista-socialista "Interesse Nazionale"? In apparenza, nulla. Eppure, a ben guardare, un filo conduttore lo si troverebbe, una volta chiarito che è la "Spagna vuota", ossia la Spagna dimenticata e svuotata che si estende su un perimetro ben definito di 268.000 kmq con soli 7 milioni di abitanti (di cui l'11% viventi a Saragozza), in declino e in spopolamento e le cui istanze sono, citando del Molino "diametralmente opposte a quelle di Barcellona o Madrid". È la Spagna (sempre del Molino) di cui ci si ricorda solo "quando ci sono le elezioni oppure quando è tempo di vacanze". Le istanze della Spagna vuota che -cosa non secondaria- è custode sopravvissuta di quanto di tradizionale e di autenticamente spagnolo vi è ancora, per il momento, nel Paese -proprio per le sue esigenze e bisogni impellenti ben diversi da quelli delle ormai cosmopolite grandi città- ha orecchie più sensibili a sentire voci fuori dal coro. Poi è vero che da giornalista dell'establishment del Molino ci tiene a spiegare che forse la Spagna vuota è un mito, una trasposizione letteraria, che forse è un sogno d'un passato mai esistito, ma a noi che importa? La definizione calza a pennello, la prendiamo e la giriamo se possibile a nostro vantaggio.

 

Ebbene, per quel poco che io rappresento -cioè nulla, un semplice pubblicista di un blog anticonformista in cui ho l'onore, a volte, di poter pubblicare i miei scritti- vorrei consigliare a tutti quelli di "Interesse Nazionale" di coltivare l' "Italia vuota". Eh sì, non solo una Spagna ma anche un'Italia vuota esiste: un'Italia minore, proprio come la Spagna minore, di cui ci si ricorda solo per le elezioni e le vacanze. Magari con selfie davanti ad un ulivo seccato dalla xylella (e senza neppur sapere che è secco per la xylella, per giunta). Vi è una sola differenza sostanziale: la Spagna vuota ha un preciso perimetro geografico-storico-economico-paesaggistico-ambientale (tanto che del Molino ne pubblica una mappa, coi confini ben definiti) mentre l'Italia vuota è dappertutto. Non ha confini di regioni, di subregioni, di catene alpestri o appenniniche o fluviali. L' Italia vuota, oltre ad essere tutta la catena appenninica, la Lucania, l'interno calabrese, l'interno sardo e siciliano, è anche piena di enclave all' interno dell'Italia piena. Citiamo solo la collina romagnola, in fase di spopolamento, a un tiro di schioppo dalle brulicanti spiagge adriatiche. Citiamo l'entroterra ligure. Citiamo i colli e la montagna piacentina. O il profondo Oltrepò mantovano. È più facile andare per esclusione che per inclusione nell'elenco. Dalle città escluse (Milano, Roma, Torino, ecc.) andrebbero salvate solo quelle cinture periferiche e di prima fascia che formano un confine invisibile tra il centro e le periferie. Ora noi dobbiamo immaginare, sapere, capire che vi è una nuova dicotomia ed è tra vuoto-pieno, centro-periferia, provincia-metropoli. Tuttavia sono confini non rigidi, che sfumano. Una borgata romana abbandonata e degradata è provincia, il quartiere attiguo è metropoli. Ecco perché l'Italia vuota è dappertutto: anche nel cuore di quella piena.

 

Auspico dunque che Interesse Nazionale sia un movimento che vada laddove sia provincia, laddove sia vuoto, laddove sia periferia. Laddove i problemi sono, appunto, "istanze differenti dalle metropoli cosmopolite": un ospedale che chiude perché "antieconomico", agricoltori abbandonati, mancanza di fondi, mancanza di prospettive, pericolo di spopolamento e di emigrazione da parte delle forze vive giovanili. L'Italia vuota, nella sua ancor quasi intatta sensibilità provinciale, sarebbe il terreno di coltura fertile per gettare un primo seme di un movimento come quello che presenterà Fusaro. Se infatti l'omogeneità geografica della Spagna vuota porta a un fatale conservatorismo, la disomogeneità dell'Italia piena è un punto di forza notevole. Mischia il cittadino al paesano, il lavoratore dipendente all' autonomo, mischia mille tipi, mille esigenze, mille storie unite da una narrazione fatalmente anticapitalista, antimondialista, antiglobalizzatrice. È un auspicio e un desiderio. La speranza, si dice, è l'ultima a morire. E non dovrebbe morire. Mai.

 

Simone Torresani

 

 
Tradizionalismo del mondo rurale PDF Stampa E-mail

3 Settembre 2019

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La globalizzazione ha molte cause, origini lontane e fiancheggiatori più o meno espliciti, ovviamente data la complessità di tale scenario è impossibile indagarne esaustivamente in un articolo tutti i suoi fondamenti, ma quel che è certo è che si trascina molti aspetti negativi che è bene cominciare, per quanto possibile, a contrastare, sia parlandone prima, sia cercando di farne discendere i fatti poi.  Facendo un rapido riepilogo di quanto accaduto a partire dall'immediato dopoguerra, ci rendiamo subito conto che i principali vincitori del conflitto, Usa e Urss, si sono divisi il globo in zone d'influenza. Da una parte il capitalismo e dall'altra il comunismo disceso dalle teorie marxiste. Molti diranno due visioni antitetiche, e in parte lo sono, ma soprattutto nella realizzazione pratica, molto meno invece nei principi base, i cui frutti molto spesso sono più evidenti a distanza di anni.

 

Non bisogna dimenticare che secondo la teoria marxista, il comunismo si sarebbe realizzato nei paesi a capitalismo avanzato, che quindi ne costituiva una tappa. Sappiamo che così non è andata, ma a ciò ha posto rimedio la forzatura concettuale compiuta dal leninismo. Il Manifesto del 1848 di Karl Marx e Friedrich Engels è chiarissimo nel riconoscere la grande positività della rivoluzione borghese, che lo ripeto costituiva la tappa intermedia per arrivare al comunismo, come in una certa misura, e fatte tutte le dovute proporzioni, l'Unione Europea è una tappa del mondialismo, inteso come superamento delle patrie. Sempre nel Manifesto del 1848 si dice "la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. Ha assoggettato la campagna al dominio della città. Ha creato città enormi, ha accresciuto su grande scala la cifra della popolazione urbana in confronto di quella rurale, strappando in tal modo una parte notevole della popolazione all'idiotismo della vita rurale".

 

Ecco quindi che emerge un altro elemento centrale del marxismo, oltre la grande stima per la borghesia, e cioè la non eccelsa considerazione del mondo rurale, da sempre legato a una visione sacrale della vita e ben poco materialista. Proprio il mondo rurale sarà la bestia nera di Stalin, che renderà problematiche le collettivizzazioni, che si realizzeranno tra indicibili violenze, e prima di lui lo stesso Lenin avanzò dubbi sui "lavoratori, contadini compresi, troppo schiacciati dalle abitudini e dalle tradizioni piccolo-borghesi”. È quindi indubbia la valutazione positiva di Marx ed Engels sul mondo borghese e urbano, come è, nella migliore delle ipotesi, sottovalutato il mondo rurale, che per arrivare ad oggi, per quel che ne resta, è uno dei più ostili al progressismo mondialista. Il marxismo è quindi in una certa misura il discendente ribelle del capitalismo, che però nonostante la sua egemonia culturale nel secolo scorso, non è riuscito a superare il padre nella capacità di produrre ricchezza. Nel Sessantotto i figli della borghesia inneggiavano al marxismo per ribellarsi ai loro padri, ma spesso non erano affatto migliori, come lo intuì subito Pier Paolo Pasolini, altri invece impiegarono decenni a capirlo.

 

Sia il capitalismo internazionale che il marxismo sono insofferenti ai confini nazionali, alla famiglia, alla religione, e alle piccole comunità solidali, e sono entrambi materialisti; non mi sembra poco come effetto globalizzante. Capitalismo e marxismo due facce della stessa medaglia, come giustamente riportato sul manifesto di Movimento Zero.

Riccardo Sampaolo

 
Crescita verde? PDF Stampa E-mail

2 Settembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 7-8-2019 (N.d.d.)

 

I malati del profitto, del business, coloro per i quali il denaro è l’alfa e l’omega della vita, le inventano tutte pur di glorificare la sacra trinità: Denaro, PIL e Crescita. Visto che molti si stanno accorgendo in maniera sempre più chiara che la crescita è un cancro che significa esclusivamente la devastazione del mondo rendendolo una discarica dove le persone sono cavie per le malattie prodotte dal cancro, si cerca in ogni modo di indorare la pillola per continuare imperterriti a guadagnare e fare il proprio comodo. Si sprecano quindi gli ossimori, le contraddizioni in termini e si parla indifferentemente di economia circolare e crescita oppure addirittura di crescita verde, che sono la negazione l’una dell’altra. Ricordiamo infatti, soprattutto a beneficio di coloro che hanno studiato nelle prestigiose università di economia e quindi sono inconsapevoli delle basi stesse dell’economia, che la crescita presuppone uno sfruttamento infinito di persone e risorse naturali per produrre profitto. Le persone possono essere sfruttate all’infinito, basta metterle in grado di comprare i gadget giusti; ma la natura e le risorse non possono essere sfruttate infinitamente, perché sono finite, per ovvi motivi. Infatti degli squilibrati stanno pensando di colonizzare Marte perché la terra la stiamo già esaurendo. Come se ciò non bastasse, la crescita produce una quantità di rifiuti che nessuna capacità di riciclo potrà mai ridurre considerevolmente. Capacità di riciclo che non si può spingere più di tanto perché altrimenti la crescita avrebbe una contrazione, stessa cosa che avverrebbe con l’economia circolare se si applicasse in tutti i settori. Quindi non solo gli apostoli della crescita non vogliono che si ricicli o si riusi granché, ma la terra non è in grado di assorbire la immensa massa di rifiuti che viene prodotta. Infatti mari, fiumi e terre sono ormai delle discariche. Se ne deduce in maniera ovvia, senza bisogno forse nemmeno della quinta elementare, che una crescita verde è semplicemente impossibile poiché le due cose assieme fanno a pugni.

 

La crescita per sua natura non ha nulla di green, perché sfrutta tutto come risorsa o come pattumiera. Ci possono essere una prosperità verde, un futuro verde, magari anche una economia verde se si intende l’accezione etimologica di economia che è la cura della casa, ma è inutile arrampicarsi sugli specchi, fare capriole, giravolte, salti mortali all’indietro, doppi e tripli, non si può barare: la crescita verde è impossibile. Per giustificarla e quindi apparire paladini dell’ambiente, ci si daranno riverniciatine green come fanno i maggiori inquinatori del pianeta a iniziare ad esempio dall’ENI che ci bombarda con campagne pubblicitarie, ma sotto la patina il risultato è sempre lo stesso: devastazione della natura e guerra alla salute delle persone. Questi cantori della crescita verde o meno verde non si fermeranno da soli, non possono per loro natura, quindi vanno fermati; va tolto loro qualsiasi potere, qualsiasi appoggio, con un'obiezione di coscienza sistematica. Allo stesso tempo, occorre costruire luoghi, società, progetti, lavori, formazione, educazione che non abbiano la crescita e il dio denaro come faro, bensì la qualità della vita, il benessere, una vita dignitosa per tutti e la salvaguardia della nostra casa cioè l’ambiente in cui viviamo. Allora sì che avrà senso parlare dell’unica crescita accettabile e sensata che è quella dei valori e della ricchezza personale intesa come spirituale.

 

Paolo Ermani

 

 
L'origine delle malattie PDF Stampa E-mail

1 Settembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 16-8-2019 (N.d.d.)

 

Le statistiche dicono che quindici milioni di persone, in Italia, soffrono di allergia. Quindici milioni, su una popolazione complessiva di sessanta milioni, rappresentano il 25%: esattamente un quarto degli italiani. Naturalmente non è una malattia specificamente italiana, perché numeri paragonabili si riscontrano nel censimento delle malattie allergiche di tutto il mondo. Inoltre non si tratta di un dato stabile: ancora le statistiche dicono che i casi di allergia sono in continuo aumento, in una progressione sconcertante, che spinge anche l’osservatore più distratto a domandarsi, come del resto fanno già i medici, a cosa sia dovuto il fenomeno, visto che i nostri nonni non ne soffrivano in così larga misura e che, risalendo ancora più indietro, non si hanno testimonianze del fatto che l’allergia fosse una patologia di massa, bensì relativa a pochi casi isolati. Certo, alcuni decenni fa l’aria non era impregnata di sostanze chimiche utilizzate largamente nell’agricoltura, né di quelle dovute agli scarichi e alle emissioni industriali, sostanze che naturalmente passano nell’acqua e nella costituzione dei vegetali e degli animali da allevamento, e da lì nel sistema circolatorio, nel fegato, nel cervello e in ogni altro organo e tessuto del nostro corpo. E tuttavia, l’inquinamento atmosferico e quello dell’acqua e dei cibi è sufficiente a spiegare il dilagare sempre più incontenibile delle patologie allergiche, dovute sia ai pollini primaverili, specie delle graminacee, sia agli acari e ad altre sostanze presenti in qualsiasi periodo dell’anno e in qualsiasi ambiente, sia umido che secco e polveroso, sia rurale che urbano? Non ne siamo affatto persuasi, e quindi ci sembra doveroso considerare meglio l’origine del fenomeno, invece di concentrarci esclusivamente - come fa in genere la medicina accademica – sui sintomi e sulle terapie da seguire: perché individuare le cause di una malattia significa aver già fatto metà della strada che conduce verso il modo più efficace per contrastarla o, meglio ancora, se possibile, prevenirla.

 

Scriveva il dottor P. Sangiorgi, già libero dicente di Patologia medica preso l’Università di Pavia, una figura di medico che la cultura ufficiale ha totalmente rimosso - probabilmente perché non si uniformava all’indirizzo che la medicina accademica ha preso nel corso del Novecento, ma era ancora legata a quella del medico-umanista di antica memoria - nel suo libro A tu per tu con l’allergia (Varese, Istituto Editoriale Cisalpino, 1956, pp. 248-249):

 

[…] Traverso il vaglio delle mie osservazioni non mi sembra di poter affermare che un tenore di vita molto disagiato predisponga particolarmente all’allergia. Chi affronta intemperie e rigori stagionali può andare incontro a conseguenze morbose, specialmente respiratorie che, a loro volta, potranno favorire lo instaurarsi di allergie nasali o bronchiali, ma può anche allenarsi a tali cause e superarle. Non assistiamo spesso al fatto che soggetti i quali vivono una loro comoda vita, difesa dagli insulti dell’ambiente, del clima o del lavoro, cadono facilmente in preda alle più diverse manifestazioni allergiche? Probabilmente è in giuoco qui la maggiore labilità neuro-vegetativa con la quale non soltanto si può nascere, ma che può si può acquisire fra i colpi e i contraccolpi, gli abusi e le eccitazioni di una vita esasperatamente vissuta come esasperatamente la si vive oggi nelle nostre civilissime città sia dal punto di vista sessuale che intellettuale ed alimentare, per tacere degli incubi e dei terrori vissuti durante la prima e la seconda guerra mondiale e le angosce di una avvenire economico e sociale estremamente cupo ed incerto…

 

Ecco perché l’allergia non sembra soltanto, ma effettivamente è in aumento; ed è la “malattia del secolo”. Per quel che riguarda gli aspetti psicologici, spirituali e morali del proliferare delle malattie tipicamente “moderne”, ne abbiamo già parlato in diverse occasioni, ricorrendo anche agli scritti di psicologi di valore, anche se pochissimo conosciuti al di fuori della loro ristretta cerchia, come nel caso del sacerdote giuseppino Domenico Franco di Oderzo (vedi specialmente l‘articolo: L’ecologia della mente come presupposto dell’equilibrio spirituale, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 06/09/07 e ripubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 06/01/18). Ma è possibile separare tali aspetti, diciamo così invisibili, dagli aspetti materiali, virali o genetici, ossia dagli aspetti visibili, osservabili e misurabili in sede clinica? Noi crediamo di no; e osiamo affermare che quasi sempre la malattia (e adoperiamo il “quasi” per una forma inveterata di prudenza intellettuale, che d’altronde ci sembra giusta di fronte al mistero della natura), di qualunque genere essa sia, ad eccezione delle patologie traumatiche, è la risultante di una predisposizione ereditaria, di un complesso di cause esterne accidentali - microbiche o altro – ma anche di un orientamento generale della vita interiore di quel determinato soggetto. Infatti è ben diverso il caso di un organismo non solo sano, ma sostenuto da una forte volontà di vivere, il quale viene aggredito da una malattia infettiva, e quello di un organismo altrettanto sano, ma indebolito da una stanchezza spirituale o da una forma di rifiuto o disgusto della vita, per cui esso cerca, inconsciamente, non la guarigione, ma l’aggravamento del proprio male e, in prospettiva, la morte, percepita dal subconscio come la sola liberazione possibile da una condizione esistenziale del tutto insoddisfacente. Del resto, i microbi sono qui, tutto intorno a noi, nell’aria, nell’acqua, negli oggetti che tocchiamo, perfino dentro di noi, nella gola, nel naso, nello stomaco, nell’intestino, a milioni e milioni; eppure ben raramente noi ci ammaliamo. Se la salute dipendesse dalla loro assenza, allora nessuno dovrebbe mai essere sano; e del resto, come spiegare che, di fronte a un’aggressione microbica, un organismo permane perfettamente in salute, mentre un altro soccombe all’attacco, deperisce e muore? Evidentemente, la condizione psicologica, spirituale e morale in cui si trova ciascun individuo fa la differenza: pensieri positivi e una forte fiducia in se stesso sono già elementi deterrenti nei confronti delle malattie, che alimentano la risposta dell’organismo nell’attivazione degli anticorpi. Gli anticorpi li abbiamo tutti, sono lì al nostro servizio e servono appunto a contrastare l’aggressione degli agenti patogeni esterni: perché dunque essi talvolta non rispondono, o rispondono in maniera troppo debole e troppo lenta? È molto probabile che anche l’insorgere dei tumori, dovuta a una proliferazione geneticamente “sbagliata” delle cellule di un organo o di un tessuto corporeo, abbia origini non materiali, ma interiori: ad esempio, come ha sostenuto il dottor Ryke Geerd Hamer (1935-2017), l’esperienza di un trauma emotivo, di un conflitto, di uno stress, che determina l’insorgenza della proliferazione tumorale in una parte ben precisa del corpo, a seconda del tipo di shock che l’individuo ha subito. Lo stesso discorso vale per i pollini e per tutte le sostanze chimiche presenti nell’aria e suscettibili di scatenare una reazione allergica da parte dell’organismo. Se certe muffe, o certi acari, o certi pollini, sono allergenici, perché una bella fetta della popolazione rimane del tutto immune dai loro attacchi, o, per meglio dire, non reagisce in alcun modo alla loro presenza, come se neppure se ne avvedesse? In un certo senso, di fronte al problema dell’insorgere delle malattie noi dovremmo capovolgere la nostra prospettiva tradizionale, e chiederci non perché un certo organismo soccomba a una certa patologia, ma perché ciò non accada anche a tutti gli altri, i quali si trovino in condizioni simili di ambiente, di clima, e magari anche di patrimonio genetico e predisposizioni familiari. E dunque: pollini, acari e muffe rappresentano il fattore scatenante delle allergie; ma qual è la vera causa di esse, la loro origine profonda? Infatti, se tali sostanze chimiche avessero di per sé il potere di far insorgere delle patologie, non si vede perché non dovrebbero colpire indistintamente tutti gli individui, o prima o dopo. In particolare, il fatto che le allergie da polline colpiscano un maggior numero di soggetti nelle zone urbane, dove le piante sono confinate entro poche aree verdi e lungo i viali alberati, invece che in ambiente rurale, attesta chiaramente quale sia la radice del problema: non l‘agente scatenante in sé, ma la natura dei soggetti i quali subiscono l’attacco senza riuscire a difendersi adeguatamente. E non vi è dubbio che gli organismi degli abitanti delle città sono più deboli e maggiormente predisposti a subire negativamente gli effetti della loro presenza, che non gli organismi degli abitanti dei paesi e delle campagne, sebbene in tali zone sia presente una massa di pollini immensamente più grande. Le allergie si possono definire la malattia del secolo perché sono strettamene correlate con il tipo di vita che gli uomini conducono nell’ambiente moderno per eccellenza, quello delle città agitate da mille forze contrastanti e i cui abitanti sono esposti a mille stimoli, sia materiali che intellettuali, sensoriali, sessuali. Il dottor Harold Shryock faceva osservare che le emozioni sono, di per se stesse, elementi perturbatori dell’equilibrio psico-fisico e quindi potenzialmente nemiche della salute dell’individuo; aggiungiamo che il sistema neuro-vegetativo, nello stile di vita tipico delle città moderne, è aggredito continuamente da stimoli ed elementi perturbatori che lo costringono a consumare, per potersi difendere, più energie di quante, sovente, riesca a ricostituirne mediante il suo ciclo naturale. L’individuo allora fa ricorso a farmaci di vario tipo, anche solo per ripristinare le normali funzioni fisiologiche: l’appetito e il sonno, le quali, se non vengono soddisfatte, finiscono per creare un corto circuito che conduce inevitabilmente l’organismo al collasso. Ecco dunque una prima conclusione, in apparenza sorprendente: le malattie, e in modo evidente le allergie, sono alterazioni del sistema neuro-vegetativo che colpiscono in primo luogo le persone sottoposte a un tipo di vita particolarmente innaturale, eccitato e frenetico, cioè quelle maggiormente proiettate fuori di sé, all’inseguimento di beni e obiettivi che sono dei veri e propri miraggi, nemici della vera pace e dell’equilibrio spirituale (cfr. su ciò il nostro articolo: La causa delle malattie, in ultima analisi, è allontanarsi dall’Essere, pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 20/08/17). In senso specifico, le allergie attestano un rifiuto inconscio dell’esistente: sono una ribellione del corpo (che non mente) a condizioni di vita stressanti, angosciose e frustranti e presentano qualche analogia, in senso psicologico profondo, con la diarrea (l’espulsione patologica delle feci come desiderio di fuga dalla realtà), con certe forme di tosse compulsiva di origine isterica, e con la sudorazione eccessiva o i rossori incontrollati dovuti a una sollecitazione abnorme dell’emotività. In questo senso, e come tutte le altre malattie, l’allergia è un campanello d’allarme che segnala, perlopiù inutilmente, che l’equilibrio dell’io con se stesso e fra l’io e il mondo si è rotto e chiede una riparazione. Perciò, invece di precipitarsi ad assumere farmaci, chi ne è colpito dovrebbe farsi qualche domanda sul tipo di vita che conduce e provvedere a una correzione di rotta.

 

Una brevissima nota personale. Chi scrive ha sofferto di allergia da polline sin da piccolo; da adulto essa si è estesa agli acari e da stagionale è divenuta permanente. Le cure farmacologiche prescritte dalla medicina ufficiale si sono rivelate del tutto inefficaci. A quel punto è intervenuto un vecchio che curava l’allergia secondo il calendario lunare, inserendo due lunghi spilli nei lobi delle orecchie, in un giorno e ad un’ora precisi; spilli che andavano rimossi ventiquattro ore dopo. Qualche mese di tale pratica ha sortito il successo più totale: da allora, e son passati vent’anni, neppure uno starnuto…

 

Francesco Lamendola

 

 
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