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Una guerra ideologica a carte coperte PDF Stampa E-mail

14 Agosto 2018

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Da Comedonchisciotte del 10-8-2018 (N.d.d.)

 

In questi giorni l’intero giornalismo mainstream si è scatenato alla notizia che, forse, i russi si fossero messi a influenzare il pensiero politico degli italiani attraverso la creazione di finti account su Twitter. Un allarmismo esagerato e risibile se non fosse che dietro si nasconde qualcosa di molto serio. In pochi tra i giornalisti e i politici se ne rendono conto ma per il grande pubblico Twitter è solo il nome di un social spesso citato in TV e nulla più. Sì perché, come l’ultima indagine condotta da We Are Social in collaborazione con Hootsuite dimostra, Twitter non solo è il social network che, nel mondo, è di gran lunga meno usato rispetto a Youtube, Facebook e Instagram ma, in Italia, si trova addirittura dietro a Google+, social di cui molte persone ignorano addirittura l’esistenza! Eppure il caso “troll russi” è scoppiato proprio a causa di eventi accaduti su Twitter. Ora, immaginando che il lettore sia già a conoscenza di questa storia, passo subito ad analizzare la questione.

 

Considerando che è semplicemente ridicolo pensare che 1500 tweet possano seriamente influenzare la politica italiana e che questi nulla hanno a che fare con il governo russocome ha dimostrato la rivista Wiredsorgono spontanee due domande. La prima è: visto che Twitter è così poco influente sul grande pubblico, perché tutta questa ossessione per quello che accade su quel social? La seconda invece è: e perché esiste questa costante esigenza di identificare come nemici i russi? Alla prima domanda è facile rispondere: perché essendo molto attivi su Twitter soltanto giornalisti e politici, questi si alimentano a vicenda fino a cadere nella classica illusione di credere che tutto il mondo si trovi lì. Già perché, come qualsiasi esperto di comunicazione sa bene, noi amiamo e riconosciamo solo ciò che è simile a noi e che, a sua volta, ci riconosce. Di conseguenza diventa estremamente palese il fatto che ad alimentare il caso “troll russi su Twitter” siano stati proprio alcuni politici e giornalisti che hanno prontamente riportato il caso sui grandi media mainstream, nella convinzione che ciò che riguarda Twitter sia grave. Un errore non soltanto perché fa vedere: l’estrema non-conoscenza del sistema comunicativo contemporaneo da parte di alcuni politici e giornalisti; che la strumentalizzazione di questi tweet “sospetti” è partita da chi è abituato a vedere Twitter come social principale e non certamente da qualche struttura statale o privata che ha conoscenze professionali tali da non commettere certamente questi errori da principianti; tentando di attaccare una controparte politica o ideologica attraverso questi metodi, si spinge il grande pubblico a guardare con sospetto queste notizie che ruotano intorno al “mondo” Twitter. Sì perché il principio del “rifiuto ciò in cui non mi riconosco” vale anche per la gente comune, che è la maggioranza; e dato che Twitter non appartiene ai più, inevitabilmente la maggioranza tenderà a non “assorbire” questo tipo di notizie ascoltando, invece, chi gli parla “direttamente” attraverso un social a loro più vicino (come accade, ad esempio, con gli esponenti di Lega e M5S con Facebook).

 

Insomma, in estrema sintesi, è abbastanza palese che dietro al tentativo, parecchio maldestro, di far scoppiare il caso “troll russi” su Twitter ci siano alcuni politici e giornalisti che vedono con terrore il fatto che questa nuova visione politico-culturale, che si sta diffondendo rapidamente e che rifiuta la visione progressista e globalista che ha regnato incontrastata gli ultimi decenni, possa affermarsi definitivamente. E, dato che la Russia, ormai da decenni, si è posta come “missione” il respingere questa visione progressista e globalista e, quindi, a difesa della visione tradizionale della vita, va da sé che la Russia diventa, per i così detti “poteri forti globalisti”, il nemico pubblico numero uno. Inoltre, questa situazione va a soddisfare un’esigenza psicologica fondamentale per i popoli, e cioè quella di avere un nemico pubblico da combattere.

 

Nella regola numero tre del mio ebook La mente dello stratega scrivevo: Avere un nemico è necessario: consente di concentrare le forze verso una ben determinata direzione e, così facendo, aumenta l’efficacia dell’azione. Inoltre, questo orientamento delle proprie forze fa sentire sani e incredibilmente vivi. […] Per sentire la vita è necessario il contrasto. Senza contrasto, infatti, sarebbe impossibile anche camminare. E il nemico, nella vita, è il necessario contrasto che ti permette di avanzare.

 

Quale miglior nemico, dunque, della Russia e dei russi? Nell’immaginario collettivo occidentale, infatti, dopo decenni e decenni di Guerra Fredda in cui tutto ciò che proveniva dalla Russia era descritto e rappresentato come “mostruoso”, questa immagine “negativa” è rimasta più o meno inevitabilmente impressa. E oggi la parte progressista della politica occidentale sta provando in tutti i modi a riattizzarla con l’obiettivo di spegnere l’ultima sacca di resistenza tradizionale e far proseguire, con le buone o con le cattive, in ogni modo il progressismo. Ecco quello che si nasconde dietro alle vicende come quella dei “troll russi”. Si sta combattendo un’enorme guerra ideologica a carte coperte: prendetene coscienza.

 

Michele Putrino

 

 
Un ministro degli esteri che ignora la nostra storia PDF Stampa E-mail

13 agosto 2018

 

Francamente, sono rimasto sorpreso (spiacevolmente) nel vedere che abbiamo un ministro degli esteri che ignora la nostra storia. Tutti sono in grado di aprire wikipedia; comunque l’apro io su una sua pagina, in cui si hanno notizie precise sulla migrazione degli italiani in Belgio, paragonata appunto da questo nostro sprovveduto ministro alla disordinata fuga degli africani verso il nostro paese. È pure riportato l’intero protocollo d’intesa tra i due governi (Italia e Belgio) tale e quale a come fu firmato nel giugno del 1946.  Era prevista l’emigrazione di 2000 italiani a settimana fino ad arrivare a 50000 (in realtà si toccarono e superarono i 60000). Il Belgio aveva bisogno di mano d’opera per le sue miniere; l’Italia aveva bisogno di carbone e anche di alcuni fondi di prestito. Le spese di viaggio erano a carico del nostro Stato e vi era sempre un apposito incaricato a guidare i migranti in Belgio, incaricato che conosceva la lingua del paese di destinazione. Erano stabilite con precisione le modalità di accoglimento, compresi vitto e alloggio, l’ammontare e le modalità di pagamento del lavoro in miniera; e anche i tempi di permanenza dei nostri lavoratori/minatori. Nel 1956 (agosto) vi fu il disastro che costò la vita a 136 nostri connazionali. C’è bisogno di grandi commenti? Non si è capaci da soli di vedere le differenze abissali tra quella migrazione e l’arrivo in Italia (dal 2011) di oltre 600.000 migranti, soprattutto africani? E si tratta di baldi giovani, per nulla affamati e poveri, che pagano alcune migliaia di dollari o euro, arricchendo sia i trasbordatori (ivi comprese sette ONG su nove, create a partire dal 2014, su cui quindi non c’è bisogno di fare tante discussioni) sia i centri di accoglimento molto “umanitari”, anche diretti da personale sedicente religioso. Eppure, il nostro ministro degli esteri ha chiesto comportamenti più umani ricordando i nostri poveri minatori in Belgio. Dove ha studiato storia? Forse da ragazzino a lezioni di catechismo? Non c’è alcun accordo (e tanto meno protocolli) tra Italia e Nigeria, Libia e via dicendo. Non è stabilito qual è l’interesse reciproco dei vari paesi (così come tra Italia, che forniva forza lavoro carente in Belgio, e questo paese che ci approvvigionava di carbone e altro). Ma non continuo perché mi sento a disagio a dover contestare questioni di così elementare apprendimento nei confronti di chi ha cariche decisive nell’apparato statale italiano.

 

Gianfranco La Grassa

 

 
Merkel unica speranza? PDF Stampa E-mail

12 Agosto 2018

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Sono almeno vent’anni che l’Italia si fa uccellare dai suoi alleati, americani in testa ma anche francesi. Nel 1999 gli Stati Uniti attaccarono la Serbia per la questione del Kosovo. C’erano due ragioni sul terreno: quella degli indipendentisti albanesi che nel tempo erano diventati la maggioranza, che facevano uso del terrorismo come inevitabile per ogni resistenza che si scontri con un esercito regolare (terrorismo incoraggiato e foraggiato dagli americani) e quella della Serbia a mantenere l’integrità dei propri confini, in particolare per una regione, il Kosovo, che era considerato storicamente “la culla della patria serba” (un po’ come per noi il Piemonte). Avrebbero dovuto vedersela fra loro. Invece gli americani decisero che la ragione stava solo dalla parte dei kosovari, il torto dalla parte della Serbia di Slobodan Milosevic e bombardarono per 72 giorni una grande e colta capitale europea come Belgrado. Noi italiani (governo D’Alema) partecipammo a quell’aggressione nella poco onorevole parte del ‘palo’ (gli aerei yankee partivano da Aviano). Ora, noi con la Serbia non avevamo nessun contenzioso, ma anzi ottimi rapporti che risalivano storicamente ai primi del ‘900 quando i serbi vedevano nell’unità d’Italia, da poco conquistata, un modello per la loro (a Belgrado si pubblicava un quotidiano titolato “Piemonte”). Ruggini storiche le avevamo casomai con i fascisti croati che, travestiti da comunisti durante la dittatura di Tito, avevano ‘infoibato’ migliaia di italiani durante le convulsioni della fine della seconda guerra mondiale. Non avevamo nessuna ragione per partecipare a quell’aggressione. Neanche l’alleanza nella Nato ci costringeva, tant’è che la piccola Grecia si rifiutò. Quando a una trasmissione di Floris cui era presente Massimo D’Alema gli dissi che la guerra alla Serbia oltre che illegittima (perché l’Onu non solo non aveva dato il suo assenso ma si era detta contraria) era stata anche “cogliona” l’allora leader della sinistra non fiatò. Il progetto americano aveva un suo senso: creare un cuneo di islamismo ‘moderato’ (Albania+Bosnia+Kosovo) nei Balcani ad uso di quello che era allora il loro grande alleato nella regione, la Turchia. Peccato che nel frattempo la Turchia quasi laica di Hataturque sia stata sostituita da quella di Erdogan che, oltre ad essere un famigerato tagliagole, laico non è affatto. In quanto a noi italiani le conseguenze sono state disastrose. Per due motivi entrambi legati al fatto che Milosevic, checché se ne sia sempre scritto in contrario, era una sorta di ‘gendarme’ stabilizzatore nei Balcani. Adesso nei Balcani, in particolare in Bosnia e Kosovo, ci sono cellule Isis poco lontane dai nostri confini, inoltre sono concresciute grandi organizzazioni criminali (droga, traffico d’armi) che vanno a concludere i loro primi affari nel Paese occidentale più vicino, l’Italia. Nel 2011 i francesi, con l’appoggio degli americani, attaccarono la Libia di Muammar Gheddafi che finirono con un linciaggio che avrebbe fatto orrore persino ai ‘tagliagole’ dell’Isis. L’obiettivo dei francesi era chiaro: sostituire l’Italia nella posizione economica privilegiata che avevamo con la Libia del Colonnello. Sono arcinoti gli ottimi rapporti che il presidente del Consiglio italiano di allora, Silvio Berlusconi, aveva con Gheddafi. Eppure, sempre sotto la presidenza di Berlusconi, doppiamente coglione perché a quell’aggressione non voleva partecipare e invece vi partecipò, contribuimmo all’eliminazione di Gheddafi. Le conseguenze sono oggi sotto gli occhi di tutti: la Libia è in mano a formazioni di guerriglieri, fra cui l’Isis, e di trafficanti di uomini che scaricano i migranti innanzitutto sulle coste italiane e greche.

 

Adesso Donald Trump ha deciso di ritirare gli Stati Uniti dal patto che, con Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina più la Germania (il noto 5 più 1) era stato concluso nel 2015 con l’Iran: gli Ayatollah rinunciavano a portare avanti il loro programma nucleare in cambio dell’eliminazione delle sanzioni economiche che da trent’anni gli erano state comminate, del tutto arbitrariamente perché l’Iran aveva firmato da tempo il Trattato di non proliferazione nucleare e aveva accettato le ispezioni dell’Aiea che avevano sempre accertato che l’arricchimento dell’uranio iraniano non aveva mai superato il 20%, aveva cioè scopi unicamente civili e medici (per arrivare all’Atomica l’arricchimento deve essere del 90%). Dal 6 agosto Trump ha proibito alle imprese americane di avere qualsiasi commercio con l’Iran. E fin qui sta nel suo. Ma ha anche minacciato le imprese di altri paesi: “Chi concluderà affari con l’Iran, non ne farà più con gli Stati Uniti. O il mercato iraniano o quello statunitense, cinquanta volte più grande”. La misura è diretta in realtà contro l’Europa, perché è molto dubbio che possa essere applicata alla Cina con cui gli Stati Uniti sono indebitatissimi. Le aziende italiane hanno in sospeso circa 20 miliardi di euro in investimenti diretti con l’Iran: ci sono le Ferrovie dello Stato, Enel, Saipem, Danieli, Fincantieri, Pessina, Italtel, Belleli, Marcegaglia, Fata spa e Sistema Moda Italia. Non si vede perché l’Italia dovrebbe stare a questo diktat imperiale. O meglio lo si vede benissimo: perché l’Italia da sola non può nulla contro un colosso come gli Stati Uniti. Solo un’Europa compatta (con buona pace del ‘sovranista’ Salvini) può rispondere, bloccando le importazioni americane nel Vecchio Continente che ha una popolazione di 500 milioni di abitanti (gli americani sono 325 milioni) in maggior parte forti consumatori. Un’operazione molto difficile perché è dalla fine della seconda guerra mondiale che gli americani tengono in stato di minorità l’Europa, militarmente (in Germania ci sono 80 basi militari Usa, molte nucleari, in Italia 60, alcune nucleari), politicamente, economicamente e alla fine anche culturalmente con i loro film del cazzo. Possiamo solo contare su Angela Merkel, l’unico uomo di Stato europeo in grado di tener testa a Donald Trump e alla prepotenza americana. Forza Angela!

 

Massimo Fini

 

 
Micro manovre senza strategia PDF Stampa E-mail

11 Agosto 2018

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Da Comedonchisciotte del 24-7-2018 (N.d.d.)

 

Questo doveva essere il #governodelcambiamento, e già dopo soli due mesi è divenuto il #governodelmegliodiniente. Ora, se questo vada dopotutto sdoganato oppure bocciato senza mezze misure dipende da chi siamo come cittadini italiani. È esattamente dal governo Amato del 1992, passando per Prodi, D’Alema, Berlusconi, i ‘tecnici’ e Renzi, che ci fanno vivere i #governidelmegliodiniente, cioè i soliti esecutivi impiccati ad aule parlamentari da mercato-delle-vacche dove gli elettori vincenti si contentano della logica “Ok, ma è sempre meglio che avere gli altri”. E sono esecutivi che mai nulla di concreto hanno dato all’Italia, infatti qualcuno provi a citare una sola riforma in positivo degli ultimi 26 anni che sia ricordata nella cultura politica, nel Welfare, nel lavoro e nei portafogli italiani come uno spartiacque. Zero, solo una e tragicamente in negativo: la perdita della moneta sovrana Lira con l’adesione all’euro.

 

Arrivano le politiche del 2018 che portano il roboante annuncio da parte di Lega e 5 Stelle su tre promesse primarie in campagna elettorale: A) No euro, si esce, punto. (Lega) B) Stop ai migranti. (Lega) C) Storico ritorno dell’Italia all’espansione della spesa pubblica contravvenendo le Austerità della UE. (5S)

 

Si vota il 4 marzo, convulsioni, e governo Conte. Situazione sul terreno: 1) Non esiste accordo fra i due partiti di maggioranza sulla ripresa delle sovranità italiane perdute in UE e su una Italexit dall’Eurozona. 2) Non esistono i numeri in Parlamento per snelli voti di maggioranza per una vera governabilità. 3) Non v’è traccia nel governo Lega e 5S di una strategia dal potere di fuoco sufficiente per neppure minimamente arginare il potere di Bruxelles di schiacciarci al primo segno di disubbidienza. 4) Sia il Presidente del Consiglio che il fondamentale Ministro delle Finanze sono due pragmatici interamente allineati allo status quo del “rigore dei conti” di Bruxelles e dei Mercati. 5) La disponibilità di cassa del nostro Tesoro, poiché sempre denominata in euro, rimane catastrofica e asfissiante.

 

Non occorre un politologo per capire che un semplice incrocio fra i punti A) B) C) e i fatti da 1) a 5) porta con certezza matematica alla semi-paralisi di governabilità, e di conseguenza all’altrettanto certo deragliamento di due delle promesse primarie ed epocali, le quali a loro volta trascinano nell’oblio grandi fette del noto Contratto per il Governo del Cambiamento. Questo esecutivo è per definizione destinato ad annaspare a ogni proposta, decreto, voto, conto di cassa, confronto con l’Europa, e non potrà essere nulla di più di un #governodelmegliodiniente, ben altra cosa dall’epocale #governodelcambiamento. Ciò sarà lampante nella prossima Legge di Bilancio, come d’altro canto ha detto chiaro il Ministro Tria al G20 col lapidario “Manterremo ovviamente quei limiti di bilancio necessari per conservare la fiducia dei Mercati”: cioè addio rinascita dei grandi interventi nell’interesse pubblico, ma solo micro manovre, tagli di qui e mancette di là, piccola cosmesi politica esattamente come fu destino dei #governidelmegliodiniente di Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni. Spiacente, questa è aritmetica di cassa, e conoscenza del potere di fuoco di Bruxelles. In particolare è deceduta ogni velleità sovranista di una Italexit dall’Eurozona, e provengo da uno sfinente scambio su questo col Presidente della Commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi, e fans al seguito su Twitter. La linea dell’economista della Lega, messo di fronte a quanto sopra, è di ammettere la semi-paralisi per mancanza di governabilità, per poi però affermare che sia lui che l’altro economista anti-euro, Bagnai, e naturalmente Salvini rimangono nel Palazzo per costruire dall’interno la riscossa contro l’Europa. Questa argomentazione è insulsa. Primo, Claudio Borghi ripete il notorio “Eh! Io farei… ma non ho i numeri in aula” che è la più ritrita password di ‘sdoganamento boiardi politici’ della Storia repubblicana, e che da 26 anni viene saggiamente tradotta dal popolo in “Eh! Sti cazzi che mollo la Poltrona”. Ma non, in questo caso, dal popolo giallo-verde, che davvero si sta arrampicando su specchi spalmati d’olio pur di non ammettere la cocente realtà. Secondo, è incomprensibile (e infatti Borghi non me l’ha mai spiegato e mi ha poi bloccato) come il trio leghista intenda cambiare dall’interno del Palazzo le tutt’ora inesistenti condizioni per il recupero delle sovranità italiane, cioè come stiano lavorando nel Palazzo per costruire dall’interno la riscossa contro l’Europa. Nello specifico:

 

A) Come, lottando in minoranza dall’interno, ritroveranno i numeri di maggioranza nelle Camere già elette per un’uscita dall’euro? O forse intendono dirci “Quella è per il prossimo governo“, ok, ma con enormi quando, forse e se ancora avranno i voti… B) Come, lottando in minoranza dall’interno, allestiscono le difese finanziarie dell’Italia contro le ‘atomiche’ di Bruxelles e dei Mercati con un Ministro Tria e la Banca d’Italia che remano contro? C) Come, lottando in minoranza dall’interno, estorcono all’UE gli allentamenti dei soffocanti vincoli di bilancio con cui poi finanziare il Contratto per il Governo del Cambiamento, mentre Conte conferma appieno tutti quei vincoli firmando il Semestre Europeo? In assenza di risposte (per me impossibili) si riconferma il sospetto che i tre eminenti ‘Padani’ alla fine siano solo incollati alle poltrone. Fra l’altro il Presidente della Commissione Bilancio ha apertamente dichiarato nel 2017 che un sistema di potere cementato su posizioni avverse – come lo sono oggi ampie fette delle due Camere nei confronti delle sopraccitate tre promesse primarie – non si può cambiare dall’interno. Lo disse, in un clamoroso paradosso, riferendosi proprio all’ipotesi che una vittoria elettorale avesse proiettato lui, Bagnai e Salvini in un governo costretto a lavorare dall’interno per cambiare l’Europa, cosa infatti accaduta. “Macché!” esclamò perentorio il Borghi “Io posso provare a mentire agli elettori e dire: vinciamo e vediamo di cambiare l’Europa dall’interno, ma sarebbe marketing!”. Eppure oggi… “Contrordine Compagni! Cambiamo Europa e Palazzo dall’interno!“.

 

E qui si arriva al punto di tutti i punti. […] Se Di Maio, Salvini, Borghi, Bagnai fossero davvero stati materiale inedito per i consolidati rituali della buffonesca politica italiana, a fronte di numeri parlamentari così disastrosi non avrebbero dovuto neppure accettare gli incarichi, avrebbero dovuto denunciare al Paese l’ingovernabilità che costringe a tradire il Contratto, e avrebbero dovuto gridare un categorico rifiuto di farlo. Ergo: nuove elezioni, alla ricerca dei numeri per davvero poter dire a fronte alta #governodelcambiamento. Non lo fecero, ma possono ancora strappare l’ultima dignità dimettendosi oggi. Sarebbe, per la prima volta dal 1948, un segnale di tale dirompenza e straordinaria fedeltà agli elettori che questi con ogni probabilità tornerebbero alle urne a dargli esattamente la maggioranza che serve al Paese. Allora sì che sarebbero presi sul serio sulle loro tre promesse primarie in campagna elettorale. Avevo scritto all’inizio ‘Ora, se questo vada dopotutto sdoganato oppure bocciato senza mezze misure dipende da chi siamo come cittadini italiani’. Purtroppo, come ho constatato con gli acritici fans giallo-verdi, non solo questo scatto epocale non appartiene al DNA di gente aggrappata alla Poltrona, ma neppure a quello dei loro elettori, che si dimostrano oggi felici di avere un bel #governodelmegliodiniente perché “Ok, ma è sempre meglio che avere gli altri” e il vacuo “lavoriamo per costruire dall’interno la riscossa contro l’Europa”, col Paese che intanto perde l’ennesimo treno. Questa è la cultura acritica, amorfa, da fan club che compone l’elettorato italiano, quindi alla fine sappiamo di chi è, sempre, la colpa dei nostri mali.

 

Paolo Barnard

 

 
Il ritorno del nemico PDF Stampa E-mail

10 Agosto 2018

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Da Rassegna di Arianna del 24-7-2018 (N.d.d.)

 

Tira aria nuova. Lo provano le parole: quelle ripetute fino allo sfinimento decadono e tra lo stupore generale ne tornano di antiche. Più secche, irritanti, ma forse anche più vere. Per esempio torna in auge la parola nemico, detta così, senza tante storie. Come ha fatto Donald Trump da Helsinki, prima dell'incontro con Vladimir Putin, quando in un'intervista alla televisione americana Cbs ha detto: "Penso che l'Unione europea sia un nemico. Non lo credereste, ma gli europei sono dei nemici". L'affermazione non è presentata come una questione personale, anche se il grande pupazzo gonfiato con un Trump-infante con pannolino e cellulare in mano, issato nel cielo per 16 mila sterline davanti al Parlamento di Londra con la benedizione del sindaco Sadiq Khan avrà di sicuro avuto la sua parte nella questione, e altrettanto i cortei anti Donald nelle strade di Helsinki da dove il Presidente ha rilasciato l'intervista. Ma Trump rassicura: i nemici esistono, non è uno scandalo, né una novità. Anzi: "non significa che sono cattivi”, ha continuato il presidente Usa. "Significa che sono in competizione con noi". Ecco un'altra volta il bambino con il suo scandaloso grido che sta cambiando il mondo: il Re è nudo. Non siamo tutti amici. Non facciamone però una tragedia. Era la storia che ci raccontavano prima che era una farsa. Subito interviene allora lo spiumacciato establishment europeo con le accorate smentite e ferme condanne, come da copione: il Presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk assicura che no! "Usa e Ue sono ottimi amici! Chiunque dica che sono nemici diffonde fake news", brandendo il luogo comune più usato e usurato del momento per cercare di sistemare tutto. In realtà la fake new, durata fin troppo tempo, è quella che: "siamo tutti amici". La novità assoluta è il ritorno in grande spolvero della categoria linguistica, affettiva e cognitiva dell'amico-nemico, che presiede da sempre alla vita umana, alle relazioni tra le persone, e naturalmente anche tra gli Stati. Ebbene sì: è vero che non ci vogliamo sempre bene; ma in ciò non c'è niente di male e non è il caso di farne chissà che storia. In genere, come dice il Puer Robustus Donald Trump è semplicemente perché "siamo in competizione": meglio ammetterlo, piuttosto che truccare le carte. Per esempio con trattati commerciali truffa dove ad alcuni va benissimo, ad altri molto meno, e i produttori che non hanno voce in capitolo rischiano pesantemente, come quelli di certi formaggi di fossa, o il lardo di Colonnata, (frazione di Carrara), che però risulta prodotto anche in ben 12 regioni italiane, ma forse anche in Bulgaria, Romania e Croazia; appunto perché siamo tutti amici. L'espulsione della categoria amico-nemico dalla vita pubblica, da quella politica e dal pensiero del bravo cittadino è questione abbastanza recente, e nasce dal tentativo novecentesco di negare che ogni ordine nasce da un precedente conflitto, che va regolato. Non si tratta solo di buone maniere. Dire che ci vogliamo tutti bene, infatti, non è un fatto di educazione ma un programma culturale e antropologico fondato sulla falsificazione della realtà. È il contrario del sì, sì, no, no cristiano, della dichiarazione di Gesù: "non sono venuto a portare la pace ma la spada", simbolo della discriminazione tra bene e male, oltre che principio maschile. Si tratta di una questione centrale: il politicamente corretto non è solo la "semantica dell'eufemismo" presentata (molto meglio) nel libro di Nora Galli de Paratesi, ma il nuovo codice linguistico e dei rapporti umani sul quale fondare nuove leggi e regolamenti di convivenza, lontani dalla natura umana di cui ormai è perfino di cattivo gusto parlare. È lo strumento indispensabile a quell'indebolimento del soggetto umano e della sua personalità prodotto dal passaggio tardomoderno dalla decisione alla discussione, dall'azione al "discorso", dall'amore per l'amico e l'ostilità per il nemico all' indifferenza per entrambi e al ripiegamento su di sé e sui propri esclusivi interessi. È la politica e la morale del compromesso. Sono anche i parlamenti democratici come li ha descritti già un secolo fa il filosofo della scuola di Francoforte Walter Benjamin, notando che l'indecisione e il compromesso uccidevano ogni autentica speranza e contemporaneamente alimentavano una sotterranea e pericolosa rabbia e violenza. Queste riflessioni furono scritte negli anni in cui si preparavano i grandi totalitarismi che trasformarono poi l'indecisione permanente dei parlamenti democratici nelle dittature dello "Stato d’eccezione". Servendosi di "purezze" ideali, generosità, diritto, solidarietà, eguaglianza, i dirigenti politici delle ultime versioni di mondialismo e globalizzazione, come già mostrava Carl Schmitt, hanno svuotato le categorie amico e nemico per imbrigliare i cittadini con i buoni sentimenti e così neutralizzarli, togliendo loro la capacità di decidere. I risultati ottenuti non invogliano a continuare. Da tutta questa gentilezza e amicizia sono infatti usciti i totalitarismi, due guerre mondiali, disordine e smarrimento diffuso, e un generale indebolimento del mondo occidentale. Come evitare che la storia si ripeta? Uscire dalla falsificazione del "siamo ottimi amici", dichiarando le diversità e anche i conflitti e ripristinando l'eterna categoria dell'amico-nemico forse non basterà, ma è un passo necessario per rimettere l'uomo naturale in contatto con l'uomo autenticamente sociale. Che non è il suddito ubbidiente e politicamente corretto ma colui che crede in ciò che fa, si appassiona, si mette in gioco nella realtà, anche arrabbiandosi. E dopo è contento o magari furibondo, comunque non nascosto dietro all'ambiguità, che fa perdere forza a lui, all'altro e alla società intera. Una posizione più franca nella relazione con gli altri non ha effetti solo sulla politica, ma su ogni aspetto dell'esperienza, a cominciare dalla vita affettiva e dalla sessualità. È il mistero, il fascino e anche l'inquietudine della differenza che suscita la passione per l'altro e quindi la generazione del nuovo (i bambini), che altrimenti terrorizza. L'energia della scoperta e della conquista che muove l'uomo verso la donna è strettamente imparentata con la dialettica amico-nemico. La spinta che ci spinge verso l'altro è infatti la stessa nell'amore e nella guerra (come recita - tra gli altri un detto francese: " à l'amour comme à la guerre"). In entrambi i casi la forza protagonista è Eros, un dio armato di arco e frecce, come ha ricordato anche Franco Fornari nei suoi studi sulla guerra, condotti spesso con pacifisti di livello internazionale. Se lo si dimentica si cade in quel "romanticismo meschino" (come lo chiamava Pierre Drieu de La Rochelle) cui si ispira non solo la cattiva letteratura ma anche la cattiva politica della modernità, che cerca di nascondere i propri conflitti di interesse dietro i buoni sentimenti. Una falsificazione che rende "debole" l'uomo e la donna di oggi (accontentando il "pensiero debole" teorizzato da Gianni Vattimo ), e finisce con lo spegnere l'Eros teso a generare bambini e mondi nuovi, per ripiegare sulla sessualità tecnicizzata, egoista e impaurita da ogni cambiamento, rinnovamento e dono di sé, come quella delle coppie "free child", "libere da figli", magistralmente raccontate da Borgonovo qualche giorno fa su “La Verità”. L'irruente Trump, che al mattino restaura le categorie amico e nemico, piazzando l'ipocrita e educata Europa tra i nemici, e al pomeriggio chiude una guerra fredda (in atto dagli anni 50 del 900), cui neppure la fine dell'Unione sovietica era riuscita a porre termine, irrita e scandalizza le élites di potere. Ma (come notavano sia il profondo e delicato Walter Benjamin che il duro Carl Schmitt), di frivola superficialità e pesanti e ben celati interessi si può morire.

 

Claudio Risé

 

 
Accattone PDF Stampa E-mail

9 Agosto 2018

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Da Comedonchisciotte del 25-7-2018 (N.d.d.)

 

Accattone. La magnifica contraddizione di Accattone, il primo film di Pier Paolo Pasolini: passare alla storia come una denuncia delle condizioni di vita del sottoproletariato romano del primo dopoguerra e, invece, essere molto altro (o tutt’altro). Per decenni ci è stato detto che Pasolini portò alla luce la vita miserabile delle borgate per poi, da comunista, auspicare una redenzione attraverso l’attivismo politico e precise rivendicazioni sindacali e sociali. Può darsi che questa fu la sua prima intenzione conscia; ma, sotto la pelle del suo marxismo immaginario, covava ben altro. Mao, Stalin, la Cina è vicina, la semiotica, e va bene; ma ciò ch’egli in fondo desiderava, con tutto il fuoco delle proprie viscere, era l’esatto contrario: la cristallizzazione di quel proletariato, così puro nella sua essenza anticapitalista, il “Fermati, sei bello!”: l’eternità d’esso. La colonna sonora di J. S. Bach, da La Passione secondo San Matteo, ne sanciva addirittura la sacralità. Pasolini arrivò a Roma nei primi mesi del 1950; per lui, nato a Bologna e vissuto in Friuli, la scoperta dei suburbi capitolini rappresentò una vertigine pari a quella provata dalla turista inglese di Passaggio in India. Le distese interminabili della campagna romana, brulle e cespugliose, piatte come un olio, ove l’occhio, liberato dalle costrizioni della città, poteva vagare liberamente e trovare, sepolte da fioretti e porrazzo, gli enigmatici ruderi di una civiltà sopravvissuta ai millenni (acquedotti, altari sbrecciati, chiese diroccate, ponti, casali medioevali) ne colpirono l’immaginazione, da sempre devota alla classicità; e la realtà delle borgate, che in quella campagna fiorivano, improvvise come ciuffi d’erba vetriola, e gravide di solitudine e di genti misteriose, sconvolse la sua visione della storia e della bellezza. Camminare lento lungo le vie rettilinee di Primavalle, perduta a nord di Roma, fra prati dolci e ondulati di papaveri, coi suoi lotti giallini sovrastati da un implacabile cielo cobalto, o far visita, lui intellettuale del Nord, ai poveracci dell’Acquedotto Felice, fu uno shock culturale e il principio di un innamoramento che non avrebbe mai più tradito. La plebe che qui formicolava, poi, era la stessa di Petronio e Belli, brutale, rutilante, festosa e menefreghista; assomigliava, in tal modo, alle plebi di tutto il mondo, dallo Yemen alla Siria, e godeva di regole tutte proprie, di un proprio linguaggio e di una distinta e orgogliosa etica distillata nelle viscere di un tempo immutabile. Accattone fu il tentativo di rappresentazione di queste plebi, ma solo superficialmente si indurì quale denuncia sociale; intimamente, invece, fu la confessione che il sottoproletariato bizzoso di Roma, scansafatiche, arrogante e fatalista, costituiva l’unica poetica sacca di resistenza al nuovo che avanzava, orrendo e volgare. Pasolini, insomma, si sdoppiò: la parte cosciente, marxista, comunista, politica, auspicava il progresso; la parte segreta del suo cuore, misoneista e conservatrice, desiderava ardentemente che quegli uomini e quelle donne rimanessero per sempre nella propria condizione poiché il loro modo di vivere, pur duro e spietato, era l’unica possibilità di preservarsi intatti dalla corruzione della modernità e del consumismo. Nella miseria si trovava annidata la felicità. Per questo fu definito pauperista, esteta, reazionario; per gli stessi motivi la destra antimoderna lo riscoprì negli anni Novanta, quando molotov, P38 e manganelli furono definitivamente seppelliti come asce di guerra. Innumerevoli esempi egli ci lasciò di tale verità, che condensò nella figura del cascherino (il garzone del fornaio), vitale e strafottente, libera come un passeretto, gioiosa senza sapere d’esserlo: un archetipo impersonato, a metà degli anni Settanta, in una pubblicità di crackers (i tempi cambiano!) proprio da Ninetto Davoli. Nel tempo, Pasolini arrivò addirittura a rimpiangere lo stile urbanistico delle borgate, quell’architettura fascista che aveva dapprima mosso la sua ironia, ma di cui aveva poi riconosciuto, sotto la spinta di una ineluttabile maturazione, la forza assieme realistica e metafisica, nonché la profonda empatia. I muri sbrecciati del Pigneto (oggi quartierino mezzo radical-chic e mezzo immondezzaio) che si vedono in Accattone, i cortili assolati, le scalette, persino le case minime, quelle col bagno all’esterno, erano cose fatte e pensate sì per un’umanità bassa, ma un’umanità dall’esistenza piena, normale, pur vissuta nelle difficoltà e nell’abiezione che la miseria si porta appresso. L’Italia, durante il Fascismo (e a dispetto del Fascismo), rimase davvero sempre identica a sé stessa, normale, tradizionale; e le sue case, che ospitavano uomini e donne non ancora corrotti, avevano a rispecchiare tale eterno ritorno dell’eguale, e una innocenza da tutelare contro gli assalti di un futuro odioso e allucinante. La riprova di tale intuizione è sotto gli occhi di tutti: basti confrontare la quieta malinconia dei palazzi littori di Primavalle o del Trullo con la follia psicopatica di Corviale (ideato e realizzato dalle giunte e dagli architetti del PCI); oppure, nello stesso quartiere (l’Eur) confrontare la monumentale razionalità del Colosseo Quadrato, del Palazzo dei Congressi e degli edifici di Largo Agnelli con gli orribili grattacieli in vetrocemento del dopoguerra, antesignani dell’ultimo disastro, estetico ed economico, ordito in loco dal sinistro Fuksas con la sua Nuvola miliardaria. Nel 1961, quando uscì il film, tale rovello interiore non era pienamente manifesto; in pochi anni, tuttavia, divenne evidente, e riconosciuto per tale da Pasolini stesso che ne tacque, tuttavia, le estreme conseguenze storiche e logiche: un’autocensura fatta per pudore o magari in ossequio al quieto vivere borghese, per non urtare la suscettibilità delle amicizie alte, da Alberto Moravia a Italo Calvino a Elsa Morante. Affermare, durante l’ascesa del PCI, che il Partito ormai condivideva gli stessi obiettivi liberali e consumisti della piccola borghesia democristiana e capitalista mondiale l’avrebbe portato alla riprovazione e alla dannazione (che, poi, vi fu, seppur sotterranea); solo nel 1975, a ridosso della morte, egli vuotò il sacco sino in fondo sino a prospettare, di fatto, l’uscita ideologica dal Partito Comunista. Questa contraddizione insanabile, allora scandalosa, è oggi sotto gli occhi di tutti.

 

Alceste

 

 
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