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Viva i dittatori PDF Stampa E-mail

11 Aprile 2017

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Da Rassegna di Arianna del 9-4-2017 (N.d.d.)

 

Il vile attacco missilistico statunitense, con dovizia di Tomahawk, su una base aerea siriana, è peggio di una semplice ritorsione, perché dimostra inconfutabilmente che l’obbiettivo è sempre quello dei tempi di Obama, cioè provocare a tutti i costi lo scontro con la Russia, ben oltre la “destituzione” del Presidente Assad. Per quanto i danni e le perdite cagionati dall’incursione piratesca degli Usa contro il governo e il popolo siriani non siano rilevanti (sembra che 36 missili su 59 non abbiano raggiunto l’obbiettivo, molti aerei sono decollati in tempo), il giubilo delle peggiori bande di assassini esistenti al mondo, da al-nusra e lo stato islamico ai turchi, ai sauditi e agli israelo-giudeo-sionisti, mostra quali siano i più stretti compari degli Usa. Ovviamente anche farabutti e servi come Junker, Merkel e Hollande si sono uniti al coro … perché l’Europa è ormai il cagnolino al guinzaglio dell’Asse del Male. Per non parlare della nullità blasonata Paolo Gentiloni, che ha giustificato la barbara azione Usa, in violazione del diritto internazionale, come una reazione a un crimine di guerra il cui responsabile è il regime di Assad … Un fedele lacchè sub-politico!

 

Hanno ragione da vendere i russi, quando affermano che il presunto uso di armi chimiche da parte di Assad è un mero pretesto (lo è stato ai tempi di Saddam e lo è oggi). Infatti, i depositi erano dei mercenari jihadisti al soldo dell’Asse maligna, cioè degli americani, dei sauditi/wahabiti, dei turchi integralisti e degli ebrei sionisti. È stato sufficiente far esplodere quei depositi, durante un bombardamento dell’aviazione militare siriana, per porgere il destro agli Usa, scatenando l’intervento. Per non parlare dei filmati in cui si vedono soccorritori non protetti da mascherine e guanti … La situazione è più grave di quanto appaia, perché mostra un Trump neutralizzato, piegato ai voleri delle élite occidentali guerrafondaie, desideroso di non apparire come “l’uomo di Putin”, con un’amministrazione federale infiltrata (a partire dal vice presidente Pence) e depurata di elementi non graditi ai veri manovratori, come il generale Michael Flynn e Stephen Bannon, da poco rimosso dal consiglio di sicurezza nazionale. La martellante campagna mass-mediatica che c’è stata, subito dopo il bombardamento siriano del 4 aprile su Khan Shaykhun, non lasciava presagire nulla di buono. In Italia tutti i servi mediatici dell’Asse del Male si sono scatenati ed è stato evidente che si trattava di una preparazione a qualche avventura militare delle orde al soldo dei globalisti. Così, in effetti, è stato, come da copione. Neppure è un caso se l’infame boia ottomano Erdogan, da sempre pappa e ciccia con i terroristi, approva e chiede una no-fly zone di cinquemila chilometri quadrati in Siria … a beneficio degli stessi terroristi che hanno immagazzinato armi chimiche (fornite anche da Erdogan?). A questo punto, mi auguro che Putin e il suo gruppo di potere facciano sfoggio di quel sangue freddo e di quella prudenza da resistenti che gli hanno consentito di far risalire la china alla Russia, respingendo le provocazioni e evitando le trappole del nemico. La vendetta, notoriamente, è un piatto che si gusta freddo e credo che Putin lo sappia bene. Oggi sembra che solo i “dittatori” resistano con determinazione all’avanzata dell’Asse maligna a guida neocapitalista. Non le classi sociali oppresse in occidente, non coloro che subiscono la globalizzazione, la guerra, l’immigrazione indotta, la perdita di reddito e diritti. Perciò, io dico con convinzione Viva i Dittatori! Ultima ancora di salvezza … Non solo il misurato e coraggioso Assad o ancor di più quello Statista di alto profilo che è Vladimir Putin, ma anche il nordcoreano Kim Jong-un, che resiste anche lui, a modo suo, alla trionfale avanzata del maligno nel mondo!

 

Eugenio Orso

 

 
Un'impresa sciagurata PDF Stampa E-mail

10 Aprile 2017

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Da Rassegna di Arianna dell’8-4-2017 (N.d.d.)

 

Trump o non Trump, la follia dell’Occidente, e dell’America in particolare, ha preso ancora una volta il sopravvento bombardando in Siria prima di accertare le effettive responsabilità e prima che si sia pronunciato l’Onu. È un errore storico che si ripete ormai dai primi anni Novanta. Si cominciò con l’Iraq, poi vennero le primavere arabe, infine la Siria. Con la scusa di sostenere i movimenti di liberazione democratica, abbiamo abbattuto gli unici argini al terrorismo, alla jihad e ai flussi migratori di massa, profughi inclusi. Protagonisti di questi sconsiderati attacchi l’America e alcune nazioni europee, più il sostegno di Israele. Prendete il caso della Siria. Un regime autoritario, come quello di Assad, aveva comunque garantito stabilità di area, equilibrio interno e freno a ogni ondata di fanatismo integralista. In Siria c’era anche un fiorente turismo internazionale a dimostrazione che era considerato uno dei paesi più interessanti e meno insicuri. Ma Assad aveva il difetto di essere alleato alla Russia di Putin. E di essere inviso a Israele. Il risultato è stato di sostenere i movimenti di liberazione per rovesciare Assad e poi la guerra civile, la guerriglia, i terroristi, perfino la jihad e l’Isis. Il risultato è stato il martirio del popolo siriano, la lunga scia di profughi riversati in Europa, la distruzione di Palmira e di altri luoghi di civiltà, il racket dei migranti, la nascita dello Stato Islamico.

 

Ora, mentre la Siria con l’aiuto della Russia e con l’astensione americana, stava vincendo la sua battaglia interna contro gli insorti e i terroristi, giunge un bombardamento raccapricciante, di cui non si comprende lo scopo e soprattutto la mano. E l’America torna in campo contro la Siria, la Russia e l’Iran per la gioia dell’establishment occidentale, dei falchi d’Israele e dei turchi. Speravamo che Trump rompesse con questa linea sciagurata che risale ai tempi dei Bush ma che ha proseguito con poche variazioni anche con Clinton e Obama. Speravamo che Trump attivasse un nuovo rapporto con Putin e con l’Iran, suo alleato cruciale in Medio Oriente, nemico giurato del terrorismo, anche sotto il profilo religioso (l’eterno conflitto tra sciiti e sunniti). Così aveva esordito, Donald Trump e probabilmente consiglieri come Bannon lo avevano indirizzato in quel senso. Ora, invece, ha ripreso il sopravvento la casta militare di sempre, magari si sono ascoltate le lobbies dell’industria militare che hanno bisogno di smaltire missili e venderne di nuovi. E compiendo un’azione di guerra (a che titolo, poi, gli Usa decidono il bene e il male del mondo?), Trump conquista il consenso dei poteri politici, economici, militari e mediatici che insieme formano la Macchina infernale dell’Occidente. Vedi persino inviate della Rai che da mesi insultavano ogni santo giorno Trump, riferire ora in ginocchio la magnifica impresa del bizzarro Presidente Usa. E l’Europa vigliacca, accucciata dietro Trump, plaude all’impresa: la foca Merkel, il pinguino Holland, i soliti inglesi e pure i nostri straccioni governativi.  Complimenti, avete dato una mano ai terroristi, avete rianimato l’isis e la jihad, perfino Erdogan è con voi per questa battaglia umanitaria…

 

Marcello Veneziani

 

 
Generazioni allo sbando PDF Stampa E-mail

9 Aprile 2017

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Da Rassegna di Arianna del 23-3-2017 (N.d.d.)

 

La Fondazione Bruno Visentini, istituzionalmente collegata alla Luiss, si occupa di analizzare i problemi economici e giuridici di maggiore rilevanza per il nostro sistema di imprese e, più in generale, del sistema socio-economico del Paese. La Fondazione ha presentato un interessantissimo rapporto dal titolo: «Il divario generazionale tra conflitti e solidarietà: generazioni a confronto». Vi si evince chiaramente una cosa che tutti presentiamo da anni, anche se mai ci viene posta davanti agli occhi nero su bianco. Una cosa che rimuoviamo, altrimenti il nostro Io se ne uscirebbe in frantumi. La rimuoviamo come i traumi, i desideri inappagabili, le più profonde paure. Questa cosa è che la nostra società, il modo in cui essa è strutturata e in cui vi sono distribuite le risorse, è divenuta un insormontabile ostacolo al normale, al fisiologico sviluppo della vita umana.

 

Biologicamente la maturità inizia a 18 anni. Questo significa che a quell'età noi siamo pronti per essere autonomi. Bene, nella nostra Italia nel 2004 l'autonomia economica si raggiungeva in 10 anni. In altri termini, mettevi su casa a 28. Nel 2020 per metter su casa dovrai aspettare i 38, oltre dunque la prima fase della maturità. Per vent'anni la tua psiche sarà costretta ad essere quella di un ragazzo. Per non impazzire. Ma anche essere ragazzi a trent'anni è una forma di profonda alienazione foriera di mille nevrosi. Nel 2030 si prevede che l'autonomia economica sarà raggiunta soltanto a 48 anni. È incommentabile. È la sovversione dell'ordine naturale delle cose: per chi ha un'idea sacrale della vita, una cosa più blasfema non può esistere. Per gli scientisti, non può esistere una cosa più stolta. Stiamo vivendo in un film horror e non ce ne accorgiamo. Allora ripeto per l'ennesima volta che o si pone rimedio immediatamente al divario generazionale in termini di distribuzione delle risorse o non stupiamoci più di alcuna aberrazione, di alcuna efferatezza, di alcuno scriteriato integralismo: perché quello che abbiamo costruito continuando a guardare il nostro ombelico pasciuto si chiama Inferno. A presto.

 

Edoardo Varini

 

 
Niente velo ma tante armi PDF Stampa E-mail

8 Aprile 2017

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Da Rassegna di Arianna del 6-4-2017 (N.d.d.)

 

Il desiderio di noi occidentali di sentirci comunque a posto con la coscienza e dalla parte del giusto è così scoperto che, se non nascondesse piccole e grandi porcherie su cui invece vogliamo sorvolare, farebbe quasi tenerezza. Prendiamo il viaggio di Theresa May, primo ministro del Regno Unito, nei Paesi del Golfo Persico, con tappa fondamentale in Arabia Saudita. Tutti i media, o quasi, grandemente si compiacciono perché la May non ha indossato il velo, mescolandosi da donna libera e occidentali ai dignitari wahhabiti. La stessa May ha strizzato l’occhio a questa narrazione, dicendo ai giornali inglesi di sperare che i sauditi la vedano “come una donna leader, vedano che cosa le donne possono realizzare e capiscano che le donne possono benissimo occupare posizioni di rilievo”. Standing ovation, la civiltà vince. È facile immaginare le grasse risate dei notabili sauditi, anche perché la May ha subito escluso di voler affrontare qualunque discorso sulla situazione delle donne nei Paesi arabi o sulle leggi oppressive vigenti in Arabia Saudita. La premier ha tenuto a precisare che “la cosa importante per me, come leader del Governo del Regno Unito è mantenere le relazioni che contano per noi come Paese, per la nostra sicurezza e per il nostro commercio”. E tanti saluti. Così fan tutti e tutte, nessuno scandalo particolare. Ma perché allora ce la raccontiamo? La May, impegnata con la Brexit che non sarà una passeggiata per nessuno, sta facendo il giro degli alleati e simpatizzanti, in cerca di appoggio e aiuto. È stata negli Usa da Trump, ora va nel Golfo Persico dove gli inglesi hanno interessi di vecchia data.

 

Intanto, altre donne si sono mosse in Arabia Saudita senza coprirsi il capo. Per esempio Angela Merkel. E pure Michelle Obama, che pure era andata con il marito, premio Nobel per la Pace, a piangere sulla tomba di re Abdallah, l’uomo che, per dire, aveva finanziato tutti i gruppi dell’estremismo sunnita del mondo, l’unico capo di Stato (insieme con quello del Pakistan) che aveva ufficialmente riconosciuto il Governo dei talibani in Afghanistan. Di fronte a questo, rispetto a queste complicità, che importanza ha mettere o no il velo? Tutto sommato, non sarebbe meno ipocrita metterlo, in segno di rispetto per amici e alleati così venerati? Per la May vale lo stesso discorso. L’Arabia Saudita è il principale partner commerciale degli inglesi in Medio Oriente, con 200 joint venture anglo-saudite che producono (dati 2015) un giro d’affari di oltre 18 miliardi di sterline (pari a 16,5 miliardi di euro) l’anno. In Arabia Saudita vivono e lavorano 30 mila inglesi. Ma soprattutto, l’esercito saudita è il più importante cliente dell’industria degli armamenti inglese, che a sua volta “pesa” per il 20% delle armi esportate nel mondo. Secondo un’inchiesta di Greenpeace, nel 2015 l’83% delle esportazioni di armi del Regno Unito è andato verso l’Arabia Saudita, per un valore di 747 miliardi di sterline (873 miliardi di euro), dai sauditi rimborsati quasi interamente con forniture petrolifere. E noi stiamo qui a farci le pippe con velo sì-velo no? Da un paio d’anni, a questo patto con il diavolo si è aggiunta una pagina ancor più fosca: la guerra nello Yemen. Il Regno Unito è schierato al fianco della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, che con i suoi bombardamenti ha già fatto migliaia di morti tra i civili. Gli uomini della May, insieme con militari di Usa, Canada, Francia e Turchia, si occupano soprattutto dell’intelligence militare. Ovvero, guidano le operazioni dei sauditi e dei loro alleati. Quindi c’è anche il loro zampino, quando le bombe saudite (comprese, com’è stato dimostrato, bombe a frammentazione fabbricate negli Usa) cadono sulle scuole o sui mercati. Ma si sa, i bambini yemeniti, come quelli iracheni di Mosul, valgono molto meno di quelli siriani di Aleppo o Idlib. L’importante, si sa, è non mettere il velo.

 

Fulvio Scaglione

 

 
Propaganda di guerra PDF Stampa E-mail

7 Aprile 2017

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Da Rassegna di Arianna del 5-4-2017 (N.d.d.)

 

Tutto iniziò, e sicuramente molti nostri lettori se lo ricorderanno, con le “primavere arabe” ed in particolare quella libica. A Bengasi e nella Cirenaica erano entrati mercenari dall’Egitto, che avevano preso rapidamente contatto con elementi locali rifornendoli di armi sempre provenienti da oltre frontiera. Il risultato fu che un vero e proprio commando s’impadronì della città e nei giorni seguenti dei centri limitrofi, usando la violenza sulla popolazione urbana. Ma da al Jazeera ad al Arabiya, dalla BBC alla CNN, fino ai nostri giornali e telegiornali, la versione che venne fatta passare fu che i “giovani libici” s’erano liberati a mani nude del controllo finora impostogli dal regime di Gheddafi, in una lotta impari e disperata, ma conclusasi gloriosamente a loro vantaggio. E quando, a Tripoli, toccò a Gheddafi parlare, gli s’attribuirono parole di fuoco che in realtà non disse, prima fra tutte il voler fare “una nuova Tienanmen”. Si disse poi che anche a Tripoli vi era stata una massiccia rivolta, sanguinosamente repressa dal regime, che nel frattempo stava portando nel paese con appositi voli aerei dei mercenari dall’Africa nera. Solerti testimoni e giornalisti raccontarono che ben sette aerei da caccia avevano sorvolato in circolo la Piazza Verde a bassa quota colpendo gli insorti: peccato che ciò non fosse tecnicamente possibile per degli aerei del genere, e che in tutta la piazza non si vedesse un solo segno d’arma da fuoco. In seguito vennero fatte trovare delle “fosse comuni” in cui gli uomini di Gheddafi, sempre secondo la stampa araba ed occidentale, avevano seppellito le vittime della repressione: e invece era il cimitero dove venivano sepolti gli animali dello zoo di Tripoli. Su Gheddafi, naturalmente, non mancarono anche bufale postume, certamente le più odiose, che gli attribuivano una lussuria fuori dal comune, al punto da far sguinzagliare i suoi poliziotti alla ricerca di ragazzine da portarsi a letto, o ancora quella secondo cui la figlia Anna non sarebbe morta nel bombardamento americano di Tripoli del 1986, ma tenuta nascosta al mondo per farlo credere a tutti. Sul bunker di Bab al Aziziya fiorì tutta una serie di leggende accuratamente alimentate dai nostri media, che ancor oggi talvolta resistono nell’opinione di qualche passante malgrado siano poi state sempre e regolarmente dimostrate come totalmente infondate. Insomma, già sulla Libia se ne raccontarono così tante, di balle, da far subito capire quale china stesse prendendo il mondo dell’informazione in rapporto alle cose arabe e mediorientali. Infatti nel frattempo era cominciata anche la crisi in Siria, e pure in quel caso se ne stavano raccontando di tutti i colori.

 

In Siria vi erano state proteste pacifiche e spontanee, stimolate da quanto visto in Tunisia e in Egitto. Ma ben presto, soprattutto dal confine iracheno ma anche dal Libano e dalla Turchia, entrarono gruppi di uomini armati e non identificati che iniziarono ad attaccare le guardie frontaliere e le forze di polizia. Il clima cominciò rapidamente a farsi incandescente, ma l’aumento della tensione venne subito attribuita sempre e comunque al governo siriano da parte dei soliti media occidentali e panarabi. Poiché, però, a differenza della Libia in questo caso la Russia e la Cina non permettevano ad alcuna coalizione occidentale d’intervenire in Siria, si cominciarono ad escogitare espedienti sempre più raffinati. Così l’anno dopo, nel 2012, già Obama accusava Assad di “aver oltrepassato la linea rossa” usando armi chimiche contro la popolazione e i ribelli. S’arrivò ad un passo dallo scontro non soltanto fra la Siria e la coalizione occidentale a guida franco-anglo-americana, ma soprattutto fra quest’ultima e la Russia che aveva già schierato le proprie forze davanti alle coste siriane, oltre ad essere presente a Latakia e a Tartous. Alla fine gli occidentali capirono che i russi non scherzavano, e seppur a malincuore decisero di mollare la spugna. Continuò però l’operazione di continuare a bruciare la Siria dall’interno e dall’esterno, ricorrendo stavolta all’ennesima novità sul fronte mediorientale, l’ISIS. Assecondando l’espansione di quest’ultimo, gli occidentali e le petromonarchie del Golfo presero due piccioni con una fava: l’Iraq, che s’era avvicinato un po’ troppo all’Asse della Resistenza, si ritrovò invaso fino ed oltre Mosul, e subì un cambio di governo che fornì la sua “normalizzazione” politica; la Siria, che già faticava contro gli uomini dell’Esercito Libero Siriano e di al Qaeda, si ritrovò con un nuovo fronte e le sue forze cominciarono a trovarsi sempre più in difficoltà. Era la scusa, per gli occidentali, per intervenire finalmente in Siria e in Iraq: con la scusa di bombardare l’ISIS, spesso e volentieri invece le forze aeree francesi e statunitensi colpivano gli uomini dell’Esercito Arabo Siriano di Damasco e quelli di Hezbollah. Così, grazie ai bombardamenti di Stati Uniti e Francia, l’ISIS anzichè perdere terreno ne guadagnava sempre di più, mentre le forze siriane continuavano a perdere mordente. L’intervento russo smontò e smascherò anche quest’ennesima bufala: in sole due settimane il Califfato perse il 40% del proprio territorio. Questo semplicemente perché la Russia colpiva realmente gli obiettivi dell’ISIS anziché quelli siriani e di Hezbollah. In più occasioni, a partire da quel momento, la Russia fornì all’opinione pubblica riprese scattate dai suoi satelliti spia, che mostravano chiaramente quali fossero gli obiettivi dell’ISIS da colpire e perché gli occidentali non li avessero colpiti. Giustamente, i nostri media preferirono sempre glissare.

 

Poi c’è stato il caso di Aleppo: poiché i bombardamenti per strappare la città al Califfato erano condotti dai russi e dai siriani, ogni giorno i media occidentali e panarabi s’inventavano qualche nuovo ospedale bombardato. Aleppo, la seconda città siriana per importanza, aveva sicuramente più di un ospedale, ma a dar retta alla narrazione dei nostri media le strutture ospedaliere erano addirittura decine e decine. Sul fronte iracheno, invece, i bombardamenti fatti dalle forze statunitensi su Mosul non causavano nessuna vittima, e men che meno veniva colpito alcun ospedale: qualcosa d’incredibile, ma del resto è noto come le bombe americane siano “intelligenti”. L’ultima bufala è quella che sta circolando in questi giorni, secondo cui Assad avrebbe nuovamente usato le armi chimiche a nord di Idlib, con un bilancio rapidamente salito a 72 vittime. Anche in questo caso l’accusa è formulata dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, notoriamente una sola persona residente a Londra e legata a doppio filo ai ribelli del Consiglio Nazionale Siriano e dell’Esercito Siriano Libero. Nessuno in Occidente, né tra i media né tra i governi, ha pensato di dubitare di quest’accusa, attribuendo immediatamente ad Assad quest’ennesima ed infamante responsabilità. Il punto, però, è che ormai l’esercito siriano non dispone più di armamenti chimici, come da accordi presi dopo il 2012. Mosca ha subito smentito le accuse occidentali, come del resto già aveva fatto il governo siriano attraverso l’agenzia SANA, e il Ministero della Difesa russo per voce del Generale Maggiore Igor Konashenkov ha specificato che s’è trattata dell’esplosione di un arsenale chimico di proprietà proprio dei ribelli, colpito dalle forze aeree siriane. Quel tipo di gas, il sarin, era già stato usato dai ribelli ad Aleppo, oltre ad essere contrabbandato anche in Iraq, cosa che denuncia le pericolose contiguità fra quest’ultimi ed il Califfato. Ma di questo, come di tante altre cose, i nostri media e i nostri governi preferiscono non parlare.

 

Filippo Bovo

 

 
Attacco alla sacralitÓ dell'infanzia PDF Stampa E-mail

6 Aprile 2017

 

Un' amica ha scritto il seguente post:

 

"Solo io provo disagio nel vedere bambine prepuberi in pubblicità dove si truccano e si mettono il rossetto in maniera perfetta riprese in semi primi piani con un aspetto che ricorda vagamente quello delle bambine abusate che fanno parte del giro della prostituzione minorile? Solo io provo disagio nel vedere le pubblicità rivolte alle bambine dove si devono preoccupare del loro aspetto, delle loro acconciature, del loro vestiti? Solo io ci vedo un attacco alla sacralità dell'infanzia? Solo io ci vedo una complicità con la cultura pedofila? Solo io ci vedo uno snaturamento dell'infanzia ed una sessualizzazione fuori luogo in quella età che dovrebbe essere solo della latenza? Solo io ci vedo tante future donne oggetto e non soggetto?" (Ilaria Volpi)

 

Non è sola ovviamente. Questo è uno dei temi che, più di altri, mi hanno fatto divenire "reazionario", sebbene strenuamente "progressista" sotto il profilo socio-economico. E non dubito che in analoga situazione si trovino i genitori di tante bambine, i quali hanno in odio il modello di donna che il grande capitale e i consumatori da esso conformati diffondono. Tuttavia, osservo che la reazione è sempre e soltanto individuale (limitata al rapporto genitori-figli). Nessuno riesce nemmeno a desiderare mutamenti istituzionali (sul piano politico-legislativo e quindi anche economico). Per esempio, quando mi capita di dire che tornerei al monopolio pubblico della TV di Bernabei, le persone con le quali converso, pur simili a me sotto il profilo della educazione delle figlie, sono tutte contrarie: senza la tv commerciale i consumatori si sentirebbero deprivati di un diritto; non hanno nessun desiderio di rinunciare ai regali (trasmissioni, film, spettacoli, eventi) del grande capitale; e soprattutto, sono ormai disabituati alla rinuncia e al sacrificio (rinuncio ad avere x, perché non può esserci x senza y, che non voglio). Non parliamo poi di ipotizzare divieti penali e sanzioni gravi. Considerano ogni norma penale, anche quella che miri a reprimere comportamenti che essi non vogliono che si verifichino, come una inaccettabile violazione della libertà altrui (ossia del grande capitale). La coppia liberalismo-consumerismo da ideologia egemonica del nostro tempo si è fatta morale dell'epoca. Perciò il problema posto da Ilaria Volpi non avrà soluzione fino a quando nuove forze politiche, ispirate a diversi principi economico-sociali, avversi al grande capitale, avranno preso il potere e conquistato un solido consenso e una robusta egemonia culturale. Quindi, cara Ilaria, l'appuntamento, per iniziare ad agire su questo terreno, è tra venti-trenta anni.

 

Stefano D’Andrea

 

 
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