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Soltanto mediocri PDF Stampa E-mail

25 Luglio 2020 

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 Compito dei politici degli scienziati e dei comici sarebbe quello di smontare logicamente la paura, mostrarne al popolo l'insensatezza, il lato ridicolo e miserabile.

Ma politici scienziati e comici non ci sono.

Ci sono soltanto omuncoli e uomini mediocri, capitati per caso a svolgere il ruolo di classe dirigente, ricercatori con la mente deformata dal "pubblica o muori" e giullari di uomini mediocri.

Stefano D’Andrea

 
Peggio del MES PDF Stampa E-mail

24 Luglio 2020

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 Da Rassegna di Arianna del 22-7-2020 (N.d.d.)

Su una cosa praticamente tutti – giornalisti, commentatori, esponenti del governo (e persino alcuni dell’opposizione!), comuni cittadini – sembrano essere d’accordo: l’accordo raggiunto in sede europea sul cosiddetto Recovery Fund rappresenta una «grande vittoria» per l’Italia e un «evento storico» per l’Europa. Per capire se è veramente così, vediamo di cosa si tratta. Partiamo innanzitutto dall’aspetto strettamente finanziario. L’accordo si compone di due pezzi: il “Next Generation EU” (NGEU), ovvero i famigerati 750 miliardi che la Commissione potrà prendere a prestito sui mercati; e il quadro finanziario pluriennale (QFP), ovvero il bilancio europeo classico, che andrà dal 2021 al 2027. Per quanto riguarda il NGEU, il totale (750 miliardi) rimane invariato rispetto alla proposta originale della Commissione, ma cambia di molto la sua ripartizione. Sono stati ridotti i “trasferimenti a fondo perduto” – da 500 a 390 miliardi – e sono stati aumentati i “prestiti bilaterali”, da 250 a 360 miliardi. Per quanto riguarda il bilancio europeo, invece, esso avrà in dotazione poco più di mille miliardi di euro, un po’ meno rispetto a quanto proposto inizialmente dalla Commissione. Per far quadrare i conti, sono state ridotte alcune voci di spesa del bilancio comunitario. Sono state introdotte anche delle importanti modifiche ai cosiddetti “rebates”, ovvero gli sconti che vengono storicamente fatti ad alcuni Stati che sono contribuenti netti al bilancio comunitario: Danimarca, Olanda, Germania, Austria, Svezia. L’Olanda, per esempio, riceverà ogni anno circa 500 milioni in più rispetto a quanto era inizialmente previsto. L’ammanco dovrà essere coperto dagli altri Stati membri: questo comporterà un’ulteriore riduzione del trasferimento “netto” dai paesi ricchi a quelli poveri (che già non era enorme) attraverso il bilancio comunitario. Fatto interessante: l’Italia e la Francia, pur essendo contribuenti netti al bilancio comunitario, non hanno nessun “rebate”; la Germania, per qualche ragione, sì.

Veniamo ora al punto che ci riguarda più da vicino: quanti soldi spetteranno all’Italia? La prima cosa da dire è che per ora non esistono cifre ufficiali. Nella ripartizione del NGEU, il metodo di calcolo per il periodo 2021-2022 resta quello inizialmente proposto dalla Commissione, mentre il calcolo per il 2023 prenderà in conto la caduta del PIL cumulata nel periodo 2020-2022. Con le dovute cautele, questo ha portato alcuni a stimare che l’Italia dovrebbe ottenere circa 80 miliardi di trasferimenti a fondo perduto (poco meno degli 85 inizialmente previsti) e circa 127 miliardi di prestiti bilaterali, ovvero 38 miliardi più di quanto previsto inizialmente.

Partiamo dalla questione dei trasferimenti: 80 miliardi di euro “a fondo perduto” sono una bella cifra, ma c’è un dettaglio – non esattamente di poco conto – da prendere in considerazione. Se è vero, infatti, che i singoli Stati non saranno chiamati a rimborsare individualmente le somme ricevute – a differenza di quanto saranno tenuti a fare con i prestiti bilaterali –, è altrettanto vero che saranno chiamati a rimborsare (in base al PIL) la parte del debito comune emesso dalla Commissione destinata ai trasferimenti. Dunque, alla fine, come vale già oggi per il bilancio europeo, a determinare se un paese ci avrà guadagnato o meno dai trasferimenti inerenti al NGEU sarà il saldo finale tra la somma che avrà ricevuto dal fondo in questione e la somma che invece sarà chiamato a rimborsare. Tanto per capirci: anche oggi l’Italia riceve finanziamenti “a fondo perduto” dalla UE, ma il suo saldo complessivo è negativo, il che vuol dire che l’Italia versa più soldi di quanti ne riceva dall’Europa. Ora, secondo le stime che girano – lo ripetiamo, non c’è nulla di ufficiale ancora – l’Italia dovrebbe essere chiamata a versare circa 50-60 miliardi. In quel caso parleremmo di un effetto positivo “netto” di circa 20-30 miliardi spalmati su sei anni: pochi miliardi l’anno. Ma se anche volessimo essere generosi, e volessimo considerare tutti e 80 i miliardi un reale trasferimento netto (cosa che non è), staremmo comunque parlando di una cifra estremamente esigua: 80 miliardi spalmati fino al 2026 rappresentano uno “stimolo” pari all’incirca all’1 per cento del PIL all’anno, a fronte di un crollo del PIL che per il nostro paese si prospetta a doppia cifra (-15 per cento solo nel primo semestre del 2020 secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio) e di un tasso di crescita che rischia di tornare ai livelli pre-COVID solamente nel 2025. Non a caso il fabbisogno finanziario per una ripresa consistente è stato calcolato attorno ai 500 miliardi da un economista dell’FMI. Per quanto riguarda i 127 miliardi di prestiti stimati, invece, saranno ripagati secondo tempi e tassi di interesse ancora da determinare dagli Stati membri che decideranno di farne uso. L’unico “vantaggio” di questo tipo di prestiti sarebbe il “differenziale” fra gli interessi pagati dallo Stato italiano sui titoli che emette da solo rispetto a quelli pagati sui titoli emessi dalla Commissione. Ma come abbiamo più volte detto, l’unica ragione per cui esiste questo differenziale è la perversa architettura istituzionale dell’eurozona. La domanda che dovremmo porci, infatti, è la seguente: perché sui nostri titoli di Stato a dieci anni paghiamo attualmente un tasso di interesse (poco più dell’1 per cento) più alto di quello del periodo pre-pandemia? Perché la BCE ha permesso ai tassi di salire in un momento di emergenza come questo, quando quello che dovrebbe fare una banca centrale in tempo di crisi – e che infatti hanno fatto e stanno facendo tutte le altre banche centrali, incluse quelle dei paesi emergenti – è l’opposto: far scendere i tassi di interesse per facilitare le necessità di finanziamento dei governi? Perché, in definitiva, siamo messi nella condizione di dover scegliere tra indebitarci “sui mercati” a tassi relativamente onerosi e indebitarci nei confronti della UE a tassi più convenienti?

Il presupposto da cui partire è che non c’è nulla di “naturale” nel tasso di interesse che attualmente paghiamo sui nostri titoli di Stato. I tassi di interesse, in ultima analisi, vengono decisi dalla banca centrale: da un punto di vista strettamente tecnico, la BCE, se lo volesse, potrebbe tranquillamente portare i tassi di interesse sui nostri titoli di Stato a zero. Non ci interessa discutere in questa sede se non la faccia per ragioni “statutarie” o politiche. Il punto è che se oggi paghiamo sui nostri titoli di Stato un tasso di interesse tale da rendere “attrattiva” la prospettiva di indebitarci nei confronti della UE (con tutto ciò che questo comporta, come vedremo), è unicamente una conseguenza dell’appartenenza alla stessa architettura monetaria della UE. Considerazioni politiche a parte, comunque, 127 miliardi spalmati su sei anni, anche se sommati agli 80 miliardi di trasferimenti (netti o meno), sono del tutto insufficienti ad arginare il collasso economico e sociale del nostro paese. Tanto per fare un esempio, il Regno Unito, che ha una popolazione pari a quella italiana, per far fronte alla pandemia e ai relativi danni economici, ha annunciato un deficit della stessa entità per il solo 2020-21. E ovviamente senza chiedere il permesso a nessuno. I tempi, poi, sono un’altra variabile penalizzante: i soldi inizieranno a essere versati soltanto nel 2021, saranno “impegnati” (cioè sarà deciso dove e a chi andranno) fino al 2023 e liquidati entro il 2026. Ovviamente tali tempi sono completamente incompatibili con l’esigenza di finanziare immediatamente la ripresa, prima che i danni produttivi e sociali diventino irreparabili. Alla luce di quanto detto, è evidente che l’unica soluzione per evitare il collasso dell’economia italiana è il mantenimento di un consistente disavanzo pubblico negli anni a venire. Ma su questo pesa sia la spada di Damocle della BCE (se/quando verrà dismesso il programma di acquisti di titoli di Stato iniziato con la pandemia, il rischio è di una nuova crisi stile 2011), sia il ritorno dell’austerità. Quel minimo di stimolo fiscale che è lecito aspettarsi dal programma – indipendentemente che i fondi arrivino sotto forma di prestiti o di trasferimenti – rischia, infatti, di essere più che controbilanciato dal ritorno del “consolidamento fiscale”, in ossequio al Patto di stabilità e al Fiscal Compact. Su questo punto il vicepresidente esecutivo della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, è stato molto chiaro: passata l’emergenza i paesi dovranno rientrare dal debito e dal deficit accumulati per gestire la crisi, assieme agli squilibri pregressi. Questo vale soprattutto per quei paesi che hanno un alto debito come l’Italia. La più recente valutazione della sostenibilità del debito italiano (quella realizzata per il nuovo MES “pandemico”) contiene una crono-tabella che prevede per l’Italia un disavanzo complessivo di bilancio del 2 per cento nel 2026, e dunque un consistente avanzo primario, maggiore di quelli richiesti all’Italia negli anni passati (considerato che il disavanzo è lo stesso previsto per il 2019, ma le somme pagate per interessi saranno più elevate nel 2026, dato l’incremento del rapporto debito-PIL). In sostanza, un pieno ritorno a regole e politiche fiscali pre-crisi, a cui ci si aspetta che il paese debba attenersi, del tutto incompatibile con una ipotesi di ripresa economica del nostro paese. Come ha commentato Massimo D’Antoni, da un lato si chiederà all’Italia di continuare a tagliare le spese (e dunque di ridurre l’entità della spesa pubblica sotto il proprio controllo) per finanziare il nostro avanzo primario e il Recovery Fund (di cui siamo anche contribuenti), mentre dall’altro ogni nuova spesa verrà a dipendere dal Recovery Fund e quindi “passerà” per Bruxelles. E questo ci porta alla questione delle famigerate condizionalità. Come ha commentato Federico Fubini sul Corriere della Sera, fa un po’ sorridere chi ieri si preoccupava delle condizionalità del MES e oggi plaude al Recovery Fund: «In questo maxi-prestito c’è un effetto paradossale e forse sornionamente voluto da qualcuno a Bruxelles: quei 38 miliardi di prestiti in più all’Italia dal Recovery Fund sono quasi uguali all’ammontare offerto in prestito dal Meccanismo europeo di stabilità (MES), che il governo sembra non volere. Le condizioni finanziarie sono simili, ma quelle politiche diverse: il MES, che l’Italia per ora sta rifiutando, non richiede riforme; il Recovery Fund, che il governo non può rifiutare, ne prevede invece di molto precise. E vigilate da vicino». Insomma, abbiamo accantonato (per ora) il MES – che ufficialmente non prevedeva condizionalità se non l’obbligo di destinare i fondi alle spese sanitare (anche se sappiamo che le cose non stavano proprio così) – per affidarci a uno strumento che invece prevede stringenti condizionalità a tutti i livelli. I paesi beneficiari delle risorse UE, infatti, dovranno rispettare le raccomandazioni specifiche per paese della Commissione (comprese quelle del 2019), oltre ai nuovi obiettivi (“Green Deal” e digitalizzazione), in linea con la sorveglianza rafforzata dei bilanci nazionali prevista dal “Semestre europeo”. Riforme strutturali, insomma. Per avere un’idea del tipo di “raccomandazioni” di cui parliamo, consiglio la lettura di un recente rapporto commissionato dall’europarlamentare della Linke Martin Schirdewan, che si è preso la briga di studiarsi tutte le raccomandazioni formulate dalla Commissione europea nell’ambito del Patto di stabilità e crescita e della Procedura per gli squilibri macroeconomici tra il 2011 e il 2018. I risultati sono agghiaccianti. Lo studio mostra come, oltre ad insistere ossessivamente sulla riduzione della spesa pubblica, la Commissione si sia concentrata in particolare sulla riduzione della spesa relativa alle pensioni, alle prestazioni sanitarie e all’indennità di disoccupazione, oltre a chiedere il contenimento della crescita salariale e la riduzione delle misure di garanzia della sicurezza sul lavoro. In particolare, dall’introduzione del semestre europeo nel 2011 fino al 2018, la Commissione ha formulato ben 105 raccomandazioni distinte nei confronti degli Stati membri affinché aumentassero l’età pensionabile e/o riducessero la spesa pubblica relativa alle pensioni e all’assistenza per gli anziani. Inoltre, ha anche formulato 63 raccomandazioni ai governi affinché riducessero la spesa per l’assistenza sanitaria e/o esternalizzassero o privatizzassero i servizi sanitari. Infine, la Commissione ha formulato 50 raccomandazioni volte a reprimere la crescita dei salari e 38 raccomandazioni volte a ridurre la sicurezza sul lavoro, le tutele occupazionali contro il licenziamento e i diritti di contrattazione collettiva di lavoratori e sindacati. Come se non bastasse, gli olandesi hanno insistito per includere nell’accordo un “super freno di emergenza”, che permetterà a uno o più Stati membri di appellarsi al Consiglio europeo (che avrà l’ultima parola, con voto a maggioranza qualificata) per bloccare gli esborsi a un altro paese, se insoddisfatti delle riforme richieste da Bruxelles o della loro attuazione. Non un vero e proprio diritto di veto, ma comunque qualcosa che lascerà l’esborso dei fondi in una situazione di perenne incertezza politica. Questa è la vera polpetta avvelenata del Recovery Fund: l’usurpazione definitiva di quel minimo di autonomia di bilancio – e dunque di democrazia – che ci era rimasta. Finalmente, a colpi di crisi e di emergenze (spesso e volentieri costruite a tavolino), le élite nordeuropee sono riuscite ad ottenere, con la complicità di una classe dirigente italiana venduta e pusillanime, quello che vanno agognando da sempre: un controllo politico totale della politica economica dei paesi mediterranei. I programmi nazionali di riforma, a cui saranno soggetti i fondi del NGEU, sono infatti programmi che vanno ben oltre gli interventi materialmente finanziati dal fondo in questione. Essi, infatti, prevedono interventi di sburocratizzazione, riforma fiscale, riforma del mercato del lavoro, del welfare, delle pensioni ecc., che vanno ben al di là di ciò che viene finanziato dal NGEU o da altri fondi europei (che sono essenzialmente infrastrutture, incentivi alle imprese, trasferimenti ai cittadini, servizi o formazione). Stiamo assistendo, insomma, a un vero e proprio commissariamento de facto degli Stati politicamente più deboli ed economicamente più bisognosi di assistenza finanziaria esterna, a partire dall’Italia. Come commenta Riccardo Achilli: «Siamo al paradosso per cui un paese che tecnicamente non è ancora fallito perde comunque ogni sovranità economica e viene costretto a subire un piano di ristrutturazione non dissimile, per cogenza e contenuti, dai memorandum cui dovevano sottostare i paesi sottoposti al vecchio MES. In questo modo, inutile illudersi, momentaneamente la UE si rafforza, perché è riuscita a costruire un meccanismo disciplinare molto forte. Adesso possono anche vincere le elezioni i sovranisti, tanto saranno costretti comunque a sottostare ai diktat degli altri governi europei, se non vogliono perdere i fondi ed essere costretti a rimborsare in fretta e furia quelli già ottenuti». Insomma, abbiamo sacrificato quel poco di democrazia che ci era rimasta in cambio di una manciata di miliardi che, se fossimo ancora un paese economicamente sovrano, non avremmo avuto nessun problema a mobilitare autonomamente (come stanno facendo buona parte dei paesi del mondo, inclusi diversi paesi emergenti e/o in via di sviluppo). E c’è chi la chiama una vittoria.

Thomas Fazi

 
Sorveglianza rafforzata PDF Stampa E-mail

23 Luglio 2020

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 Da Comedonchisciotte del 21-7-2020 (N.d.d.)

Come sarebbe andata a finire lo si poteva capire già nella notte di domenica, quando Giuseppe Conte, rivolgendosi all’olandese Mark Rutte, ha detto: “Il mio Paese ha una sua dignità. C’è un limite che non va superato”, aggiungendo il dubbio che “si voglia piegare il braccio a un Paese perché non possa usare i fondi”. In quel momento è stato inevitabile ripensare ad Alexis Tsipras, in un’altra notte di luglio, quella del 2015, che nella stessa sede (solo qualche faccia diversa) si era alzato togliendosi la giacca per porgerla alla Merkel sbottando: «A questo punto, prendetevi anche questa…» Poi, com’è noto, la Troika si precipitò rapace su Atene, assumendone il pieno controllo e dando il via al saccheggio di tutto quel che di pubblico poteva essere svenduto (porti, aeroporti, centrali, ecc.), tagliato (salari, sanità e pensioni), impegnato. All’Italia di Conte è andata leggerissimamente meglio, in apparenza, visto il diverso peso economico in Europa – terza economia dell’Unione – che renderebbe il tracollo senza freni di questo Paese un detonatore devastante per tutti, più della pandemia. Ma per separare con chiarezza la realtà di quanto “concordato” dalla “narrazione” che ne viene fatta già a botta calda, sarà bene vedere i singoli punti del compromesso finale, firmato alle 5.32 del mattino, al quinto giorno di un vertice che doveva durarne due. Il “successo” della UE sta solo nel fatto che ne sia stato firmato uno, cosa che ad un certo punto sembrava persino improbabile. Ma nessuno dei 27 leaderini spaventati e feroci poteva tornare a casa senza questo risultato. Avrebbe significato la fine di un sistema di trattati e istituzioni, sanzionato pesantemente dai “mercati” e quindi un moltiplicatore degli effetti negativi della pandemia che avrebbe alla fine travolto anche chi si sente meno esposto.

La dimensione del Recovery Fund

Qui si consuma tutta la “vittoria” del povero Conte. Alla fine viene confermata la cifra di 750 miliardi complessivi, 390 dei quali in “trasferimenti” (dovevano essere 500, definiti impropriamente “a fondo perduto”) e 360 in normali prestiti (e relativo aumento del debito pubblico). Per l’Italia, viene detto con grande enfasi su tutti i canali, c’è addirittura una cifra superiore alle attese. Almeno sul piano astratto. 209 miliardi, invece degli originari 170, anche se con una ripartizione parecchio diversa tra trasferimenti (grants, 81 miliardi) e prestiti (loans, 127). La differenza è quasi 38 miliardi, ossia quelli ottenibili con il famigerato Mes, ma con condizioni pressoché identiche, se non anche peggiori (lo sapremo da un esame più dettagliato). Da dove vengono fuori questi soldi, lo abbiamo spiegato molte volte e dunque non ci dilunghiamo nei dettagli. Vengono reperiti sui mercati tramite “titoli europei”, garantiti dai singoli Stati pro quota, in percentuale sul Pil. In questo senso, si tratta di una “condivisione del debito” una tantum, limitatamente a questo episodio che si vorrebbe irripetibile. Dunque neanche la parte “a fondo perduto” è fatta di “soldi regalati”. Anzi, si tratta di “soldi nostri” che possono essere spesi solo col permesso altrui e secondo “direttive” che, come quasi sempre, ci massacrano come popolazione. Ogni paese dovrà versare la sua parte – sotto forma di interessi sul debito comune, e il normale rimborso a scadenza dei titoli, quindi nel futuro più o meno lontano – e ricevere una percentuale leggermente diversa a seconda della gravità dei danni ricevuti dalla pandemia. Su questa parte, dicevamo altrove, va fatto il calcolo del dare e dell’avere, e vedere se c’è una differenza positiva oppure no. Non c’è, già secondo il meccanismo originariamente proposto da Merkel, Macron e Von der Leyen. Vedremo il quanto non appena avremo fatto i calcoli con la versione appena firmata.

I meccanismi della governance

Il vero cuore del lunghissimo conflitto è stato su questo punto, in tutta evidenza politico. Nessuno contestava la necessità di un “intervento straordinario”, visto che tutti i Paesi sono stati duramente colpiti dalla crisi. Ma tutti capivano che questa era una straordinaria occasione per riscrivere le gerarchie dei poteri fra i 27 e dentro le istituzioni comunitarie, stabilendo con chiarezza definitiva chi comanda e chi si impoverisce. Che l’Unione Europea sia soltanto un ring dove partner teorici si scambiano calci sotto la sedia, sgambetti, agguati dietro ogni angolo, per guadagnarci a scapito degli altri (in una “economia chiusa”, almeno in parte, il gioco è sempre a somma zero), lo abbiamo spiegato spesso. Ma ora si è visto con chiarezza. Per quattro lunghi giorni che hanno messo “europeisti” media mainstream in fortissimo imbarazzo. Il nocciolo dello scontro, come riferito con disarmante sconforto da ogni inviato a Bruxelles, riguardava il “potere di veto” preteso dall’olandese Mark Rutte su ogni tranche di erogazione del fondo ad ogni singolo Paese (ma in primo luogo all’Italia, eletta a “sorvegliato speciale”, e non da ora). Un meccanismo folle – uno qualsiasi dei 27 avrebbe potuto bloccare tutto in ogni momento, in un inferno di veti incrociati e prevedibili ritorsioni che avrebbe significato la paralisi del Recovery Fund e della stessa UE – che metteva in discussione le stesse istituzioni comunitarie create per questo (Commissione Europea, Eurogruppo, Mes, ecc.). Su questo, non a caso, c’è stata l’ultima sospensione del vertice – intorno alla mezzanotte – per cercare un “compromesso specifico” che accontentasse chi voleva poter tirare un “freno d’emergenza” e chi, comprensibilmente, riteneva questo “un’offesa alla dignità” del proprio Paese, oltre che una stronzata sul piano istituzionale. Alla fine la posizione contraria di Conte (condivisa da Spagna, Grecia, Portogallo) è stata schiacciata senza pietà. Segno certo che dietro il gruppetto dei sedicenti “frugali” c’è la ben più potente mano tedesca, che ha usato i “nanerottoli uniti” per imbavagliare un “paese grande” senza doversi esporre più di tanto (anzi, facendo la parte del “poliziotto buono”). Vediamo il meccanismo infine approvato: quando, in autunno, ogni governo proporrà il suo “Piano nazionale di riforme”, precondizione per accedere al Recovery Fund, la Commissione deciderà entro due mesi se promuoverlo in base a quanto rispetta le indicazioni comunitarie in materia di politiche verdi, digitali e, soprattutto, delle raccomandazioni Ue 2019-2020. Per l’Italia, in particolare, si tratterà di mettere in campo le riforme di pensioni, lavoro, giustizia, pubblica amministrazione, istruzione e sanità. A scanso di equivoci, visto che si tratta di ridurre sul lungo periodo un debito pubblico che in questo frangente necessariamente aumenta, si parla di tagli draconiani su tutti questi capitoli (che costituiscono del resto, come in ogni paese europeo, il grosso della spesa pubblica). Altro che “autunno caldo”, potremmo avere parecchi anni vulcanici, come temperatura sociale oggettiva… Fin qui, il giudizio sulla “ammissibilità” o meno dei singoli piani nazionali spettava alla Commissione Europea, insomma il “governo” comunitario guidato dalla von der Leyen. Ora, accettando di fatto la posizione olandese (e tedesca, altrimenti non sarebbe mai passata), il giudizio di Bruxelles sarà però votato anche dai ministri a maggioranza qualificata. In pratica basta un gruppo di paesi che rappresenta il 35% della popolazione dei 27 a bloccare ogni singola erogazione delle “rate” del Recovery. I “frugali” non dispongono di quelle dimensioni, perciò è chiarissimo che questo meccanismo prevede l’intervento di un “grande Paese”, con capitale Berlino. A sua discrezione… Nei fatti, le singole decisioni sui pagamenti della Commissione dovranno essere confermate dagli sherpa dei ministeri delle Finanze della zona euro (Efc) «per consenso»: non proprio un “diritto di veto”, ma qualcosa che ci somiglia molto. Non a caso, al momento dell’ennesima sospensione notturna, il testo dell’accordo recitava: «se uno o più governi» dovessero vedere «serie deviazioni dai target», avrebbero potuto chiedere che la situazione di un singolo Paese venga poi discussa al successivo Consiglio europeo, mentre la Commissione avrebbe dovuto bloccare i pagamenti. Al di là dei giochini da azzeccagarbugli – classici, anche a questo livello, visto che la UE è un sistema di “contratti”, più che di trattati – ne esce rafforzatissima la “sorveglianza” sui singoli Paesi, a partire ovviamente da quelli mediterranei, che hanno gli scostamento più significativi rispetto ai parametri di Maastricht. Lo si vede anche dalla dimensione dei rebates (sconti sui contributi nazionali da versare nella “cassa comune europea”) di cui usufruiscono da anni molti “frugali” e che escono fortemente aumentati da questo “accordo”. Il tutto con una torsione dello stesso funzionamento istituzionale della UE, perché il baricentro della governance viene spostato dalle strutture comunitarie a “gruppi di Paesi” sufficientemente decisi a inchiodare un “partner” considerato un concorrente da disossare. Una furbata, in apparenza, ma che rischia di diventare ben presto una miscela esplosiva per tensioni interne che, si è visto, nessuno è in grado di governare davvero con soddisfazione di tutti gli interessi in campo.

La “gestione europeista”

Naturalmente la narrazione subito messa in campo dice l’esatto opposto. “Vittoria”, “isolamento dei frugali” e sciocchezze varie inventate di sana pianta. Un cerotto su ferite sanguinose che si vedranno a breve termine, peraltro. Già alla fine dell’anno, infatti, ci potrebbe essere il primo stop sulla prima rata da riscuotere – ben che vada – a metà del prossimo anno, quando gli effetti della crisi sul sistema produttivo e la tenuta sociale di molti Paesi, a partire dal nostro, saranno già esplosi. Che questa narrazione sia fasulla, lo si è visto proprio dagli schieramenti in campo a Bruxelles, dove “europeisti” e “populisti” si sono allegramente mescolati tra loro per affermare, semplicemente, il massimo dell’interesse puramente nazionale. E altrettanto avviene in Italia, con Berlusconi e Meloni “comprensivi” con il governo e il solo Salvini a fingere una bellicosità critica a fini puramente elettorali.

Il prossimo futuro

I capitoli su cui ogni governo dovrà mettere le mani sono chiarissimi, scritti neri su bianco: pensioni (quelle in essere, visto che quelle future sono già quasi azzerate), istruzione, sanità, mercato del lavoro, amministrazione pubblica e “giustizia” da efficientare per garantire che le imprese non restino impigliate in processi civili dalla durata decennale. Le “misure impopolari” che anche il governo Conte aveva in preparazione (ma non annunciate, chissà perché…), e che anche Mark Rutte apprezzava, saranno la quotidianità per lungo tempo. La Grecia del 2015, del resto, è stata sacrificata proprio per costituire un precedente inequivocabile. Ora tocca a noi, e non solo a noi…

Dante Barontini

 
Esperimenti pollaio PDF Stampa E-mail

22 Luglio 2020 

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 Da Comedonchisciotte del 20-7-2020 (N.d.d.)

Nel mio articolo precedente https://comedonchisciotte.org/partito-italexit-paragone-attento-al-contenitore/ pregavo Paragone di fare attenzione al contenitore e per risposta (non sua diretta) ho saputo di alcuni incontri con Filippo Sciortino emerito Presidente dell’Unione Movimenti di Liberazione, di cui purtroppo non c’è traccia alcuna di gesta politiche rilevanti sul territorio nazionale. Poi sappiamo della vicinanza con gruppi di Think Tank come MMT (Teoria della Moneta Moderna) ITALIA, di cui conosciamo gli attori, alcuni meritevoli e puri ed altri eruditi arrivisti con secondi fini. La MMT arrivò in Italia grazie al giornalista Paolo Barnard che con grande sforzo riuscì a creare insieme ad altri attivisti dei gruppi di studio e lavoro regionali. Ma a causa del carattere di Barnard e di quello di alcuni del Primo Direttivo Nazionale di MMT ITALIA, tale collaborazione morì sul nascere lasciando strascichi emotivi che portarono a delle scissioni e defezioni. In Italia ripetiamo continuamente esperimenti pollaio dove tanti galli insieme non riescono a unirsi per il bene comune ma si combattono a causa del proprio Ego spropositato. In una lunga intervista di Francesco Specchia su Libero, il senatore ex M5S spiega che “Fare un partito non è come organizzare una partita di calcetto, dove ti scegli i giocatori. Tu metti in campo una tesi politica e dopo vedi chi ci sta. Ci vogliono le palle.”

Ovviamente dissento da questo ragionamento perché i giocatori si scelgono anche per una partita di calcetto. Certo, se vuoi fare una partita allenamento chiami chiunque sia disponibile tra amici o conoscenti, ma se la vuoi vincere, sai chi chiamare, sai chi è più forte ad attaccare o a difendere, quindi l’organizzatore sceglie i giocatori. Ma è giusto così, se si hanno idee chiare e ambizioni politiche per un vero cambiamento antropologico della classe dirigente esistente. Poi, dire che basti la tesi politica è abbastanza riduttivo, anche perché potrebbero sposarla provetti Provenzano e Riina, piuttosto che provetti Di Maio o Grillo. Ecco, io sostengo che la selezione all’ingresso in un partito che voglia fare cose importanti, sia essenziale e fondamentale. Non ci vogliono i servizi segreti per scoprire il passato o il carattere di un richiedente a militanza. A tali dichiarazioni di Paragone non posso che rimanere perplesso, comprendo che l’organizzazione di un contenitore politico non è nelle sue corde, ma allora perché non affidarla a gente seria senza secondi fini?! Domande che faremo a lui se accetterà una nostra intervista.

Passando da Italexit a Vox Italia, siamo venuti a conoscenza delle dimissioni del Presidente rosso bruno del Circolo di Milano, il quale in una lunga ed emozionante lettera manifesta il suo sdegno ed amarezza. Tali sentimenti si riferiscono all’assenza di un chiaro e ben definito programma politico, che non ha permesso attività sul territorio come il volantinaggio o il presidio con gazebo. A causa di questa carenza strutturale manifestata da numerosi iscritti, il Direttivo ha deciso di non autorizzare la presenza sul territorio contro le nefandezze del Governo Conte, evitando così brutte figure. Pare che il programma politico di Vox Italia non sia ancora stato diffuso, è passato quasi un anno dalla sua fondazione. Oltretutto sembrerebbe che all’insaputa dei molti iscritti, il partito sosterrà la candidatura di FDI alle elezioni regionali delle Marche, forza politica che, ricordiamo: non vuole l’uscita dall’Unione Europea e dall’Eurozona. Noi di questo, però, non abbiamo ancora nessun riscontro. Addirittura l’ex Presidente del Circolo di Vox Italia Milano, accusa il Direttivo di non preferire la scelta di partire dal basso, aiutando le persone in difficoltà ma di sostenere eventi mondani con la presenza di Fusaro. Infatti una sua proposta di organizzare una serata di beneficenza a favore delle famiglie italiane disagiate è stata respinta al mittente. Di queste testimonianze ce ne sono molte sia per Vox Italia che per altri partiti pseudosovranisti. Notizia di qualche settimana fa: il Presidente Francesco Toscano ha causato goffamente una rottura con il nuovo partito nascente di Paragone: sulla sua WebTv registra una puntata alludendo allo strano articolo scritto dall’ex conduttore della Gabbia, per il quotidiano Mainstream “La Repubblica”. Secondo il conduttore non si può scrivere per il “Nemico”, causa probabile scomunica dai Sovranisti d’Italia. Gianluigi quando è venuto a conoscenza di tale controinformazione, non ha più invitato Toscano in rappresentanza di Vox Italia all’evento organizzato per unire le forze contro l’attuale regime neoliberista. Non contento, il giornalista, presidente, avvocato Francesco Toscano manda in onda una puntata sulla presunta scalata di Paragone di qualche decennio prima al giornale “La Padania”, invita a testimoniare l’altro giornalista, Gianluca Versace, candidato a dirigere la testata, anche lui raccomandato come il senatore ex M5S. Non capiamo lo scoop, forse una rivalsa al “No” di Gianluigi? Per poi continuare con una nuova puntata dove il giornalista, presidente e avvocato Toscano chiede di tornare all’unità e dichiara di non avere nessun rancore nei confronti del cattivo raccomandato e scalatore di quotidiani Gianluigi Paragone.

Se poi passiamo ai Gilet Arancioni, segnaliamo una loro richiesta di collaborazione con il partito della Cunial che in maniera maleducata rifiuta senza motivare. Insomma cari amici lettori, il panorama dei partiti antisistema e antieuro è questo, li unisce l’approssimazione, la confusione, la disorganizzazione e la non naturale predisposizione a fare squadra ma a far vedere chi ha le piume più belle e grosse. L’ego è il principale nemico di questi avventurieri o finti tali. Da qui si parte e da qui si muore. Alla prossima puntata…l’Italia s’è desta…

Andrea Leone

 
Siamo messi male PDF Stampa E-mail

21 Luglio 2020

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 Da Rassegna di Arianna del 19-7-2020 (N.d.d.)

L’altro ieri, la missione di analisti dell’IMF, di ritorno dal suo soggiorno americano, ha pubblicato questo rapporto su stato e prospettive dell’economia americana che da sola vale un quarto di quella planetaria. Nel secondo trimestre (A-M-G), il Pil USA ha fatto -37% (lo ripeto per i distratti e coloro che saltano i dati di quantità a priori perché preferiscono le parole: “meno trentasette per cento”). Si prevede che l’economia USA tornerà ai livelli di Pil fine 2019, solo a metà 2022, forse. IMF segnala che gli USA erano già un sistema con una forte componente di povertà interna, la crisi è destinata ad allargare e sprofondare questa parte addensata nelle etnie afro-americana ed ispanica. Al momento sono 15 milioni i disoccupati ed è appena iniziata la catena di fallimenti di esercizi commerciali ed imprese che accompagnerà la lenta ma costante caduta. Ed aggiunge: “il rischio che ci attende è che una grande parte della popolazione americana dovrà affrontare un importante deterioramento degli standard di vita e significative difficoltà economiche per molti anni a venire.”. “Molti anni a venire”, come riportato in post precedenti, viene da Nouriel Roubini e dai "miliardari invocanti tasse", quotato sulla prospettiva del decennio, magari non saranno proprio dieci anni, ma al momento le prospettive sono di crisi profonda e lunga. “Larga parte della popolazione” significa più che la maggioranza. Il “deterioramento dello standard di vita” è l’esatto opposto del contratto sociale americano basato sull’espansione continuata, ciò che tiene in piedi un sistema assai variegato e pieno di contraddizioni e pluralità problematiche.  Tutto questo, nonostante gli eccezionali sforzi di pronto intervento messi in campo dall’Amministrazione e dal FED (che noi in Europa ci sogniamo) e nonostante lo sbandierato +8% dei consumi a maggio. Si stima un rapporto debito/Pil al 160% nel 2030 (reggerà la credibilità dell’unità di conto, scambio e valore internazionale di un paese che ha il 160% di debito pubblico/Pil?), ma si teme che poiché grande parte dei costi di assistenza sanitaria, educazione e disoccupazione sono nei bilanci degli stati federati già per altro al limite o oltre il limite, l’intera situazione possa ulteriormente peggiorare. Ne segue una lunga ricetta di interventi che però è politicamente improbabile per via delle diverse priorità che le élite americana in genere hanno (o l’una o l’altra poco importa) e soprattutto di cui non si vede né la sostenibilità finanziaria, né il certo effetto ristoratore. Ironia della sorte, giusto il giorno prima, il governo cinese annunciava un +3,2% su aspettative del +2,5% per la crescita del proprio Pil nello stesso periodo. 

Tutto ciò, mentre gli USA continuano a macinare record di contagi. Gli USA hanno tre volte i contagiati che abbiamo avuto noi (a parità di popolazione) ma per via del fatto che hanno iniziato dopo e si sono potuti avvalere di qualche parziale miglioramento nelle cure e nei trattamenti, nonché una popolazione decisamente più giovane della nostra, la mortalità è al momento a 430 per milione di abitanti, contro i 580 nostri. Sono però al limite di capienza alcune strutture sanitarie tra cui la Florida ed il Texas, ma non sono i soli. Il conflitto capitale-salute-libertà continua a dilaniare gli americani stante che quando si sceglie il capitale, peggiora la salute ma soprattutto non sembra neanche migliorare il capitale. C’è infatti la psicologia umana in mezzo che valuta il rischio non secondo pura logica statistica. Tutto ciò potrebbe avere una svolta col vaccino ma al momento non si sa bene quando potrà esser operativo, a che condizioni, come verrà preso dalla popolazione, quanto sarà efficace. Non si è mai trovato un vaccino per i coronavirus che pure si conoscono da decenni. Questi tipi di virus hanno una strategia adattativa molto basica: grande semplicità (è un filo di RNA corto) e grande cambiamento (molte mutazioni per darsi più condizioni di possibilità), cambia molto ed in fretta per ingannare i sistemi immunitari. I virus sono qui sulla Terra da forse 3,5 miliardi di anni e sono le entità biologiche più diffuse sul pianeta, evidentemente la strategia ha i suoi perché. Noi invece non solo geneticamente ma soprattutto socialmente, siamo molto complessi e cambiamo poco e molto, molto lentamente. 

Credo che noi non si stia capendo bene in che tipo di problema siamo capitati, un problema che non è italiano o americano ma quantomeno occidentale prima e mondiale poi. Molti si impegnano ad interpretare il virus, la sua genesi, gli interessi in gioco, le pratiche sanitarie, il rumore dei media, criticare il governo, l’Unione europea. Ognuno di questi punti è interessante ma perde il quadro d’insieme ed il quadro d’insieme è un lento armageddon economico e quindi sociale cui saremo soggetti, forse, per anni. È desolante il fatto che tra le tante analisi che si leggono, quelle mainstream non meno di quelle alternative, sembra non comprendersi la profondità della crisi cui siamo condannati. Poco o nulla importa se il virus è così o colà, come e da dove è venuto, se i suoi effetti sono esagerati e da chi e perché, poco importa prevedere catastrofi biopolitiche o incolpare i cinesi o Big Pharma. Questi sono intrattenimenti info-culturali. Il fatto crudo e duro è che nella misura in cui la gente teme di ammalarsi e forse morire, i suoi comportamenti sociali abituali o tali ritenuti, cioè i precedenti, non torneranno a sostenere la vita associata per lungo tempo. In tutto il mondo. Con questo avremo a che fare e per questo non sembra esserci medicina di pronto intervento. Questo minerà il funzionamento della società radicalmente. Molto ma molto più radicalmente di qualsiasi Recovery fund o MES, Trump o Biden, ricetta economica a base di interventi generici e consueti. Manca cioè, a mio avviso, consapevolezza dell’eccezionalità e radicalità del problema. Per adattarsi a questo quadro d’insieme mancano tre cose essenziali. Una è il tempo, il tempo semplicemente non c’è, siamo in ritardo cronico. Qualsiasi intervento risulterà parziale, ci vorrà molto tempo a metterlo in essere e impiegherà molto tempo a dare gli effetti sperati, se li darà. Il secondo è la comprensione del fatto che dovrebbe portare ad una comprensione dell’intervento. Da tempo posto articoli su tassazioni ridistributive straordinarie e diminuzioni immediata dell’orario di lavoro con ridistribuzione dello stesso. Non son le uniche ricette possibili, forse neanche le migliori, ma danno il tono di quanto dovrebbero esser fuori norma gli interventi necessari. Non si può pensare normale in tempi eccezionali. Il terzo è la sistematica rimozione della realtà. Ci vuole una massa critica importante per spingere una società ad una mossa adattiva così importante e seria, qualcosa intorno ad un 60% del corpo sociale, non certo meno. Soprattutto, faccio notare quel “una grande parte della popolazione […] dovrà affrontare un importante deterioramento degli standard di vita e significative difficoltà economiche per molti anni a venire”. C’è da riformulare il contratto sociale, cosa di non poco conto in tutta evidenza, cosa necessaria e di attualità già da tempo prima, ora con una specifica urgenza conclamata. Siamo molto lontano ed in ritardo dall’affermarsi tale consapevolezza nei grandi numeri ma, mi pare, anche nei piccoli. Scusate per quello che a voi […]  apparirà pessimismo ma che per me è semplice realismo consapevole. Mi sentivo di allarmare sul fatto che forse non la stiamo prendendo per il verso giusto. Anche a livello teorico, penso si dovrebbe mettere in campo più pensiero radicale concreto, non narrativo o contro-narrativo e neanche critico, la critica non cambia il reale. C’è da modificare la realtà il prima possibile in quanti più è possibile, con idee semplici e forti.  Forse non ci si riuscirebbe comunque, ma sarebbe sano vederne almeno il tentativo, la discussione, ci sarebbe da provar ad imporre un dibattito pubblico più serio e tra adulti non compromessi da rimozione nevrotica della realtà.  Nella misura in cui la gente pensa che questa sia la realtà, questa sarà la realtà e se questa sarà la realtà come sembra, a lungo, gli effetti saranno quelli annunciati. Toccherebbe darsi una regolata ...

Pierluigi Fagan

 
ModernitÓ Ŕ coscienza del Nulla PDF Stampa E-mail

20 Luglio 2020

 Da Rassegna di Arianna del 16-7-2020 (N.d.d.)

Duecento anni fa, proprio di luglio, nasceva un grande filosofo, anche se già celebre come poeta. E con lui nasceva il nichilismo, la scoperta del Nulla. Il giovane fu massimo nel pensiero come nella poesia. Dico di Giacomo Leopardi. Nello Zibaldone dei primi di luglio del 1820 è lo stesso Leopardi ad annunciare la nascita del filosofo dal grembo del poeta, dopo nove mesi di gravidanza nella cecità infelice: la poesia, scrive, si addice agli antichi e ai fanciulli, o i giovanetti, mentre i moderni e gli adulti sono filosofi. “Perduta la fantasia divenni insensibile alla natura, e tutto dedito alla ragione e al vero, in somma filosofo”. Il neonato filosofo aveva ventidue anni e alle spalle già grandi poesie: basterebbe citare solo l’Infinito per rendersi conto. Ma Leopardi è anche filologo è dicendo ‘moderni’ sa di riferirsi a ciò che è del momento, or ora, e in un suo famoso dialogo la Moda è apparentata alla Morte. Perché la moda, come il moderno che ne deriva, perde il respiro dell’eterno, si situa sull’orlo provvisorio del presente e si affaccia con la sua caducità sul nero orizzonte del Nulla. Modernità è disillusione, disincanto, coscienza del Nulla. Il filosofo Leopardi si confronta col Nulla e può dirsi il fondatore di un pensiero che dopo troverà il suo nome: Nichilismo. Leopardi scopre il nulla, almeno nella modernità. A rinsaldare la sua opera di pensatore con quella di poeta, diremo che Leopardi è un nichilista lirico; il primo ad addentrarsi nelle voragini del nulla è lui. Prima di Nietzsche, di Turgenev e Dostoevskij. Al Nulla in verità si era accostato Schopenhauer due anni prima col Mondo come Volontà e Rappresentazione, situandolo tra la noia e il dolore; ma l’esplicitazione lucida e irreparabile del Nulla è in Leopardi. Nel filosofo polacco-tedesco il Nulla finirà in Oriente e assumerà il significato ulteriore di Nirvana; quello stato di beatitudine e abbandono, vagheggiato pure da Leopardi, nel “naufragar m’è dolce in questo mare…” Qual è invece la lanterna di Leopardi accesa nel buio del Nulla? L’illusione, “il piacer vano dell’illusioni…senza cui la nostra vita sarebbe la più misera e barbara delle cose”. In forma d’illusione trovano riparo le fedi, le speranze, i miti, i conforti, negati dall’implacabile ragione. Le illusioni come rifugio dall’infinita vanità del tutto, come la definisce Leopardi. Basterebbe ridefinire l’illusione in altro modo, intenderla come un forse, una scommessa sulla vita e sull’essere, per uscire dal pensiero tragico ed entrare nella sfera dell’avventura spirituale. Scommessa ardita che presuppone un cuore ardente…

Allontaniamoci da Leopardi e addentriamoci oltre quella soglia disperata per cercare il senso della vita. Di noi, viventi, contemporanei, anno di (dis)grazia 2020. Partiamo dalla pandemia notando che il contrario della speranza non è la disperazione ma la paura. La disperazione è il venir meno della speranza; la paura è invece l’esatto contrario della speranza. Nei mesi scorsi la Paura ha governato il mondo, producendo un effetto perverso che solo un poeta come Giovenale poteva ben sintetizzare. La frase è nota: Propter vitam vivendi perdere causas, per preservare la propria vita si perdono le ragioni per vivere. Ovvero, pur di sopravvivere si smette di vivere, si perde il senso della vita, o come un tempo si diceva, i motivi che la rendono degna di essere vissuta. E il ripiegamento sanitario a cui siamo stati costretti ha prodotto un paradosso: abbiamo rinunciato a vivere, a lavorare, a essere in rapporto agli altri, pur di preservarci dal virus. Dopo mesi di prigionia domestico-sanitaria e annunci di recidiva uniti da crisi sociale-economica, chiediamoci allora del senso della vita. C’è chi risponde che è una domanda oziosa perché la vita non ha un senso, va solo vissuta. Chi cerca un senso è ancora orfano di Dio, dei suoi genitori, delle ancore di salvezza, delle geometrie rassicuranti. Il secondo livello di risposta invece dice che il senso alla vita lo diamo noi, e si risolve nel nostro fare, senza soffermarsi a pensare. Tutto è nella nostra volontà, nei nostri desideri. Ma se la vita ha senso, il senso la oltrepassa: non decidemmo noi di nascere, non decidiamo noi di morire, non decidemmo noi di nascere in quel tempo, in quel luogo, in quella famiglia. La vita è ricevuta, non dirò che è un dono, perché Leopardi e molti infelici ci direbbero che è piuttosto una condanna. Limitiamoci dunque a dire che riceviamo la vita, dono e/o condanna. Per difenderci dai quattro mali inesorabili della vita – la morte, il dolore, la vecchiaia e la solitudine – rispetto a cui sono inermi le scienze, le ideologie e le tecnologie, dobbiamo cercare un quadrifarmaco, come lo chiamava Epicuro, che possa dare un senso alla nostra vita. Mi sono cimentato nella ricerca di quei quattro rimedi in un libro “meta-leopardiano”, intitolato non a caso Dispera Bene, uscito alla vigilia della pandemia. A dirla in breve i quattro rimedi sono: Amor fati, accettare il proprio destino, anzi amarlo, amando la propria origine, la propria condizione e i propri limiti. Senso dei confini, capire che ogni bene è limitato, come limitati siamo noi; ci perdiamo nel nulla se desideriamo l’infinito, l’illimitato. Oltrepassare l’ego, ovvero non vedere il mondo chiusi nel proprio io, assoluto, prioritario, centrale, ma sentirsi parte di un tutto, mettersi dal punto di vista dell’albero e non delle singole foglie caduche. Infine, viaggiare sui tappeti volanti, ossia dotarsi di risorse naturali e culturali, mitiche e spirituali per abitare più mondi oltre il presente, il passato e il futuro, l’eterno e il favoloso.

La vita non va solo vissuta ma va dedicata a qualcosa di più della vita, a qualcuno, a Qualcuno; a una missione, un compito, una proiezione, abbracciando il destino. In quel quadrivio forse troveremo il senso della vita e apriremo uno spiraglio nella notte leopardiana.

Marcello Veneziani

 
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