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Eliminare il sintomo PDF Stampa E-mail

19 Marzo 2020

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Da Rassegna di Arianna del 17-3-2020 (N.d.d.)

 

Eliminare il sintomo. Questo è il paradigma della nostra epoca. Ho la febbre, prendo un farmaco e continuo a fare ciò che stavo facendo. Ci sono disastri idrogeologici, intervengo con le ruspe e ripristino le strade. C’è troppa immondizia, costruisco il nuovo inceneritore… Tutte soluzioni temporanee che rimandano il problema al futuro, che inevitabilmente si presenterà in maniera più consistente. Per la soluzione dei sintomi i soldi dello stato ci sono sempre, per la prevenzione e la soluzione delle cause i soldi non ci sono mai. Questo è l’approccio folle dell’era consumistica. E così anche per questo virus l’approccio è sintomatico. Tutti a casa così non entriamo in contatto fra di noi e risolviamo il sintomo. Forse per limitare i danni l’approccio sarà efficace, ma poi? Quanto tempo passerà perché il problema si ripresenti in maniera più grave?

 

La principale causa di tutto questo “casino” è che l’umanità è estremamente malata e fragile. La specie umana non è mai stata così debole. Dipendiamo per le nostre vite da un piccolo pugno di multinazionali che ci mantengono in vita, ci danno le medicine, il cibo, l’energia, l’acqua… e non siamo più in grado di badare a noi stessi come abbiamo fatto per 300.000 anni. Il nostro sistema immunitario ha molta più esperienza di qualsiasi medico o casa farmaceutica, eppure non lo teniamo in considerazione, aspettiamo come degli ebeti che esca il nuovo vaccino che ci renderà immuni da tutti i mali. Il consumo di farmaci, vaccini e antibiotici di questi ultimi decenni è stato folle a causa di medici che sono stati indottrinati per essere grandi esperti di malattia ma che purtroppo sono spesso completamente ignoranti di salute. Tutto ciò non ha fatto che indebolire la nostra specie. Questo periodo che stiamo passando sarà una grande svolta per l’umanità: sceglieremo di vivere impasticcati, in uno stato di polizia, lontano gli uni dagli altri, magari anche evitando rapporti sessuali oppure inizieremo finalmente a prenderci cura di noi stessi e della nostra specie cercando di diventare più forti e sani?

 

Francesco Angelo Rosso

 

 
Lo scossone è in atto PDF Stampa E-mail

18 Marzo 2020

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Forse non è chiaro a tutti, ma sono i sentimenti a fare la storia. Indipendentemente dal soggetto che li porta. Un atteggiamento disponibile tende a realizzare buone relazioni, uno chiuso e ostile, relazioni tese e pronte al sopruso.  A partire dalla fine dell’era della Milano da bere, un sentimento di crescente alienazione ha, come un virus, infettato la maggioranza dei cuori. Coinvolgeva l’ampia fascia che la forbice sociale ha gradualmente divaricato, fino al punto di separarla da quella sottile di chi può permettersi tutto, dei politici e delle istituzioni. Intanto burocrazia e fisco distribuivano un rancio sempre più povero, la democrazia, inspiegabilmente, faceva acqua dappertutto, le infrastrutture crollavano e altri capisaldi sociali, come giustizia, scuola, salute erano sempre più una siliconata caricatura dell’originale che erano state. Quel sentimento cupo a vario titolo, inizialmente serpeggiava nascosto dai primi mucchi di macerie umaniste. Non aveva ancora coscienza di se stesso. Si lasciava solo immaginare: l’edonismo spumeggiava e i giornali-merce (o marci?) vi surfeggiavano sopra. (Il profitto e la competizione interessa loro come a qualunque altro bottegaio). Del terzo mondo domestico nessuno si occupava. Don Ciotti, i volontari, San Patrignano e gli altri servivano da bon bon per abbellire le loro vetrine. Neppure la sinistra sapeva più quale fosse la ragione per cui esisteva. Pur di prendersi i voti aveva rinunciato alla sua storica base per dedicarsi ad altri spumeggi, quelli dei diritti individuali. Salotto, clarks e tweed avevano preso il posto che era stato delle piazze e della solidarietà.

 

In un secondo tempo, quel sentimento, lo si è visto emergere dalle catacombesche macerie spirituali, dentro le quali – incomprimibile – era sopravvissuto e si era rafforzato e disintossicato da un’ideologia nel frattempo divenuta vuota di significato. La curva delle tessere rosse era in discesa, qualcosa stava accadendo.

 

Chi faticava non guardava più ai suoi compagni e alla sua classe. Puntava dritto al massimo. L’equazione era semplice: ce l’hanno loro perché non devo averlo io? L’individualismo esisteva, era lì, tutti i giorni a guidare noi e gli altri.  Che altro fare, dire, pensare, volere se quello era il modello edonista ben realizzato dalle élite filoliberiste e ben diffuso dai pennivendoli, anche loro autoassolti causa famiglia a carico. Perfino le femministe presero a modello il maschio in carriera e vincente. Le capitane erano più interessate a dirigere l’azienda che ad allevare e a educare. Quella era la loro emancipazione dalla cultura maschilista. Che loro come tutti fossero succubi e propulsori del modello consumistico e dell’ “io posso e voglio”, non era problema di cui crucciarsi.

 

La terza fase del declino e di quel sentimento – la nostra – è lontana mille miglia dai tempi delle tute blu, dei baschi e delle schiscette. Neppure se li ricorda. La dissoluzione ideologica della destra e della sinistra aveva fatto convergere nelle stesse urne vecchi nemici e nuovi ammutinati, pronti a marcare gli stessi simboli, a cercare e sentire la speranza sui lidi opposti, che erano stati osceni fino a ieri. Le élite non avevano argomenti di contrasto e adottavano linguaggi ormai impotenti, slogan che come una qualsiasi parola ripetuta a ciclo continuo lascia andare il suo senso originario. Fascisti a più non posso e poi sovranisti e populisti, purché con accezione negativa. Ovvero dimentichi che quella generazione è stata da loro inseminata. La ragione e il diritto di discernere era loro. Era stato così per tanti decenni che ne sentivano la pregnanza genetica, come i pashtun in Afghanistan non possono contemplare che un presidente possa non essere della loro etnia.

 

Lo scossone è in atto. L’egemonia culturale della sinistra sta vacillando. La richiesta di ordine e destra è crescente, forse a breve dilagante. Perfino istituzioni e partiti a lei lontani, in questi giorni virali non solo hanno adottato espressioni e applicato modi antilibertari, ma questi sono stati ascoltati e rispettati.  Forse un cambio è in atto, ed è particolare se fino a circa un mese fa, la sola risorsa che i progressisti avevano trovato per tenere il galleggiamento, era stata la ciambella lanciata nell’aria dal branco delle Sardine. Ciò che resta di una storia popolare ha avuto l’accortezza di farne uso. Un branco che pur non sapendo che dire ha avuto voce tra i muti di idee e vedute dei succedanei resti del partito dei lavoratori.

 

La vita, la società, la realtà, i pensieri e i sentimenti sono divenuti il corpo materiale di uno spirito in silente tensione. Alcuni momenti di rottura ne hanno momentaneamente esasperato il valore. Il crollo del Muro di Berlino, simbolo di una divisione e anche di un equilibrio; la scomposizione dell’Unione sovietica, che lasciava al capitalismo le sorti del mondo; l’infezione del globalismo, che ha privato i suoi singoli corpi di autodifese economiche e di dignità nazionale; la disumanizzazione ad opera del capitalismo finanziario – un’entità in grado di muovere, più degli stati, gli equilibri del mondo – né più, né meno di quanto farebbe un nemico.  Tra le pieghe di quelle storie abbiamo visto l’avvento dell’azione islamista, che ci ha fatto paura ma che forse possiamo dire superata; dell’azione migratoria, che forse possiamo dire contenuta e di quella del Covid-19, di cui ancora non possiamo che sospettare tanto di oscuro e dire poco se non sulla legittima impreparazione comune a gestirla.

 

In mezzo a tutto ciò, c’è anche una prospettiva dalla quale l’Europa, la sua forza, il suo significato strategico sembrano nel mirino americano. C’entrano sempre. Il Vecchio continente è un peso della bilancia planetaria. Meglio – dicono loro – averlo in mano sul campo della battaglia per l’egemonia del mondo. La partita è Usa versus Cina-Russia e altro di asiatico. Pretendenti che hanno da lunga data buone ragioni per rifarsi nei confronti dell’invasività culturale, commerciale, economica che hanno dovuto subire loro malgrado da parte dei dispensatori di democrazia e libertà. Da quella prospettiva si traguarda una mira che allinea l’islamismo, i migranti e il virus come possibili – per alcuni probabili e per altri non escludibili – azioni strategiche americane. Chi la fa presente ha a suo favore certi documenti Nato, risultati di studi e analisi per stimare i criteri con i quali riconoscere i Paesi potrebbero essere interessati ad un’azione batteriologica quale per esempio quella in atto. Gli Usa passano tutte le griglie dello studio Nato. C’entrano sempre. L’eventuale azione virale e le altre appena elencate, sarebbe destinata a indebolire l’Unione Europea e l’Europa tutta. Per poi offrirle aiuti al fine di evitare che finisca entro il dominio continentale cino-russo-asiatico.

 

Se così accadesse, per l’America sarebbe finita. Le resterebbero due soluzioni: autarchia, con parziali infrazioni di qualche sostegno centro-sud-americano o guerre di ogni tipo soprattutto informatiche e da remoto. Almeno finché ne avesse i mezzi, almeno finché il deep state volesse fiancheggiarla, almeno finché i sauditi facessero la loro parte a loro favore, ma non è detto. A parte questa catena prospettica per nulla da scartare – la logica dell’interesse americano la fa economicamente, militarmente, culturalmente, psicologicamente sussistere – la grande fascia di persone senza più padrone ideologico, con molto malcontento da vantare è ora più che mai e con una crescente capacità di stimare cosa le è adatto o inopportuno. Libera di seguire il proprio fiuto dietro ai like più promettenti, da quando è chiusa in casa per decreto governativo, si è messa a cantare dai balconi e dalle finestre.

 

Palazzi dagli occhi spenti e vuoti si sono accesi con affacci, musica e canti. Quartieri di dirimpettai anonimi automi, fino a ieri privi di una vera esistenza si guardano con piacere e interesse, con un senso di comunità che sorprende chi lo vive come un inatteso dono utile. Il senso di unità, di esigenza di umanesimo tangibile nel quotidiano, che dal dopoguerra in poi è stato demolito mattonella dopo mattonella, con la nonchalance di chi non sa cosa stia buttando via, fa sentire la sua potenza, il suo valore, la sua necessità. Quei canti, quella musica, quelle persone che dal marciapiede si fermano e partecipano, che ballano e cantano e suonano erano dentro un abbraccio che loro stessi avevano creato. Un’esigenza spontanea si realizzava senza che nessun esperto potesse suggerirla. E forse più che un canto è un urlo liberatorio di uno stress antico, accumulato con un dolore che adagio era riuscito a diventare coinquilino, come succede nelle alienazioni, nelle psicopatologie.

 

Applausi durante i canti e le musiche arrivano dai timidi vicini che ogni giorno crescono di numero e diminuiscono le inibizioni. È l’espressione di fatto, di un frutto che rifonda ciò che non doveva essere distrutto in nome di un benefit, di un interesse breve, di un acquisto in più. La musica, quella musica, mentre si fa ascoltare, ci fa vedere il banco. Ci sono due carte, una della vita e una dei falsi miti del cosiddetto progresso. Quale sceglierà il mazziere dopo questa lezione? Avrà le doti per evolvere o resterà felice a sguazzare nella tonnara delle egoiche pretese, dell’importanza personale e dei vizi?

 

Riduzione inquinamento sulle aree colpite dal virus in cui si è deciso l’arresto delle attività e degli spostamenti gratuiti. Qualcuno del Governo, dell’Europa, del Mondo vorrà considerarlo come un dato definitivamente esplicito sui valori dei danni antropologici nei confronti dell’ambiente, della salute, del futuro? E nelle case, nelle famiglie, nelle singole menti? Seguiteremo a restare in attesa e a delegare il comando di noi stessi o sapremo trarre motivazione per modificare le abitudini del divano? Una cultura tutta sviluppata sul ciglio del baratro dell’opulenza preoccuperà? Ora qualcuno canterà, ballerà e suonerà anche per allontanarsene, per tornare da dove eravamo partiti, per recuperare se stessi e la bellezza profonda, lasciando negli scaffali dei centri commerciali quella di plastica? La globalizzazione e il suo delocalizzare ride di chi promuove le bioregioni, entità per definizione a chilometro zero. Ora, la lasceremo ancora governare i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri valori? La natura, che come un soprammobile era stata ridotta ad amica, a poster o a facciata, tornerà a guidare il nostro fare? Gli scientisti e i positivisti seguiteranno imperterriti nonostante la simbolica lezione degli eventi incoronati, a tenerla con riguardo sul comò a fianco degli argenti; a studiarla come fosse scomponibile?

 

Dunque un sentimento risorto, annuncia un’altra storia, un’altra politica. Non più solo Pil, sempre in testa alle classifiche che contano, non più solo economia al centro del mondo, né protezione (e/o dipendenza) a prezzi dei peggiori usurai, non più questa Europa, che non è in grado di governare il proprio territorio o, anche per i suoi fondamentalisti, scrivere proprio è un po’ eccessivo? Tutto ciò fino a ieri. Poi, la Germania rompe i ponti con l’Unione europea, si stampa euro secondo necessità, ovvero la obbliga a interrompere le sue norme economiche e si chiude dentro le proprie frontiere. Vedremo domani quale musica e canti, quanti applausi. Forse, a cose fatte non dureranno, ma l’esperienza dell’abbraccio ci ha fatto sentire un calore che sebbene assente da tanto non poteva essere dimenticato, né non poteva non essere. L’espressione di umanesimo detto in musica l’ha detto chiaro, gli applausi hanno condiviso il messaggio e lo hanno fatto proprio.  Il “ce la faremo” governativo campeggia nei monitor e nelle colonne dei giornali. È un giusto sprone dall’anima temibilmente forse doppia. Forse non è lo stesso ce la faremo che molti auspicano dai balconi infettati di tricolore finalmente libero e genuino. Se a crisi risolta nessuna legge, né forza politica darà voce alle rinate consapevolezze ed esigenze umanistiche del lavoro e della vita, e ci si ritufferà nel processo produttivistico della globalizzazione, dell’economia come perno del mondo, del produci, consuma, crepa, temo che altra musica e altri abbracci, dalle finestre e dai balconi scenderanno in strada per andare a riempire le piazze vere e virtuali. Forse il virus avrà portato bene.

 

Lorenzo Merlo

 

 
Perché in Italia si muore di più PDF Stampa E-mail

17 Marzo 2020

 

Da Comedonchisciotte del 13-3-2020 (N.d.d.)

 

L’Italia è il Paese europeo con più ceppi batterici che resistono agli antibiotici. In dieci anni, la loro popolazione è più che decuplicata. Nei giorni del grande contagio di Coronavirus, un interrogativo tra i tanti: e se le morti anomale di queste settimane dipendessero anche dalla presenza di super-batteri negli ospedali? Una delle cose più difficili da accettare, che ci sorprende come cittadini e che ci richiama a un enorme sforzo di responsabilità, è che in Italia ci sono molti decessi associati al Coronavirus. Anzi, diciamola meglio: molti più decessi rispetto al totale dei contagiati, sia rispetto a Paesi sviluppati come il nostro, penso a Germania, Francia, Giappone, Corea del Sud, ma anche rispetto a Paesi come l’Iran, con un sistema sanitario piegato da anni di embargo. Lo dico con molto rispetto, ma senza alcuna remora: questi decessi sono un’anomalia che dobbiamo approfondire e studiare con cura e velocità. Oggi è tempo di persone che hanno studiato le malattie e che sanno come si comportano gli agenti patogeni nel nostro organismo. In altre parole, oggi forse non è più tempo per virologi, come la sottoscritta, ma di patologi e di analisi anatomo-patologico e isto-patologica che chiariscano a noi tutti cos’è successo nei corpi di chi è morto con addosso un’infezione da Coronavirus. L’Italia, nella difficoltà di essere il primo Paese Occidentale ad affrontare un’emergenza del genere, è anche il Paese che ha raccolto il maggior numero di informazioni sulle morti da Coronavirus. Ed è materiale che dobbiamo senza indugio mettere a disposizione di noi stessi e del resto del mondo. Lo dico, perché in Italia c’è un altro problema che continua a non avere l’attenzione che merita e di cui nessuno, a maggior ragione, ha parlato in questi giorni: l’Italia è in Europa, insieme a Cipro, il Paese che ha più ceppi batterici antibiotico resistenti. Cos’è esattamente l’antibiotico-resistenza? In poche parole, è la manifestazione della legge del più forte. O, se preferite, un meccanismo naturale attraverso il quale i microrganismi si evolvono. I batteri si modificano in presenza di una sostanza che è per loro “veleno”. Non solo diventano resistenti, quindi, ma sono anche in grado di trasmettere la resistenza alle future popolazioni batteriche. In dieci anni la proporzione di superbatteri resistenti è almeno decuplicata. È un fenomeno, quello dell’antibiotico resistenza, che ha molte cause: le più riconosciute sono l’abuso di antibiotici in medicina umana e veterinaria, per l’appunto, e la scarsa igiene delle mani. L’effetto è che ormai questi superbatteri ce li possiamo prendere ovunque, dall’autobus, alla scuola dei figli. Questo cosa significa per il singolo cittadino? Significa, banalmente, che in Italia un paziente ha più probabilità di incorrere in complicazioni dopo interventi ospedalieri, come ad esempio in seguito a trapianti, ricovero in terapia intensiva o interventi chirurgici complessi. È un problema talmente grave, questo, che in molti altri paesi europei, al momento del ricovero i pazienti che hanno avuto contatti con ospedali italiani nei sei mesi precedenti vengono sottoposti a screening e immediatamente isolati.

 

Domanda: e se l’anomala mortalità italiana da Coronavirus si annidasse tra i superbatteri presenti nei corpi deboli e vulnerabili dei contagiati? E ancora, se gli ospedali italiani non fossero solo il luogo delle cure, ma anche quello di ulteriori infezioni batteriche antibiotico-resistenti? Se, in altre parole, il problema non fosse dove lo stiamo cercando – in un ceppo virale più aggressivo, ad esempio – ma nella presenza di super-batteri negli ospedali che aggravano il quadro già complesso di un malato da Coronavirus? Ecco perché abbiamo bisogno dei patologi e delle loro risposte. L’auspicio, di converso, è che forse le tante sanificazioni fatte, e le norme igieniche molto più stringenti che stiamo adottando in queste settimane, potrebbero aiutarci a combattere sia il coronavirus, sia l’antibiotico resistenza. E questa, al di là di tutto, sarebbe due volte un’ottima notizia.

 

Ilaria Capua

 

 
La rivoluzione di un virus PDF Stampa E-mail

16 Marzo 2020

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Da Appelloalpopolo del 14-3.2020 (N.d.d.)

 

In Italia e in gran parte del mondo è in corso una rivoluzione senza popolo, e in particolare senza popolo organizzato, il quale nella modernità si può esprimere al suo massimo livello solo attraverso i partiti. La rivoluzione la sta facendo un virus, che sta riuscendo nell’enorme compito grazie alla sua contagiosità e all’elevato tasso di ospedalizzazione richiesto. I governi sono costretti così ad interrompere la produzione e la mobilità di persone e merci, rendendo superflua anche la mobilità dei capitali. Ciò che differenzia un virus sconosciuto e pandemico da altre pur gravissime patologie (pensiamo all’elevatissimo tasso di tumori che contraddistingue da decenni l’occidente e in particolare alcune aree produttive) è appunto la contagiosità, che implica limiti alla mobilità. Il capitale vive di mobilità. Un capitale fermo è un capitale inutile, che non si realizzerà se non per breve periodo e con tendenze stagnazionistiche. Per queste ragioni il covid-19 sta mettendo sotto scacco l’accumulazione di profitto globalizzata, che è la fase suprema dell’accumulazione capitalistica nella quale l’elemento di mobilità dei fattori produttivi e del capitale stesso è elevato all’ennesima potenza. Si produce spezzettando i processi e i capitali in tutto il globo, alla ricerca di margini di profitto elevatissimi, e si realizza l’investimento muovendo il prodotto ovunque sia richiesto.

 

Il congelamento dei trasporti e della produzione reso necessario dal diffondersi del virus richiede misure talmente vaste e capillari, sotto i profili economico, sanitario e dell’ordine pubblico, che solo un attore può venirne a capo: lo Stato. O meglio, gli Stati. Ciò comporta l’uscita da una narrazione asfissiante e a senso unico durata oltre trent’anni, la quale rivendicava l’esigenza dello stato minimo e l’ascesa della logica dell’interesse privato in tutti i campi, produttivi e non. Il pendolo della storia contemporanea è tornato dalla parte dello Stato. È una conquista irreversibile, se con ciò intendiamo almeno la prossima fase storica (alcuni decenni). E tutto ciò è successo e succederà in pochi mesi. Si tratta del portato positivo della rivoluzione guidata da un virus pandemico.

 

Tuttavia, occorre prestare molta attenzione al portato negativo di questa rivoluzione, che forse a causa dell’entusiasmo per il ritorno improvviso dello Stato e del deficit pubblico in molti devono ancora scorgere: siccome non c’è un popolo organizzato a dirigere le operazioni, al rapidissimo stravolgimento culturale, che in parte resterà in ogni caso come sedimento positivo, seguirà una altrettanto rapida restaurazione politica, che nei fatti corrisponderà ad un balzo in avanti a danno delle classi popolari. La finestra emergenziale si porterà dietro riforme su scala europea e mondiale (accelerandone alcune già in dirittura di arrivo e favorendone di nuove) e prassi politico-legislative al di fuori del circuito costituzionale. La storia è contraddittoria, e lo sono anche le rivoluzioni, tanto più se guidate da un virus e non da un popolo organizzato. Ecco perché costruire nuovi partiti, che in questa fase devono essere convintamente sovranisti, e che in generale devono essere statalisti e social-democratici, è oggi più che mai il destino che spetta alle classi popolari. Non farlo significherebbe accettare che ancora una volta la crisi sia gestita dal grande capitale e dagli Stati dominanti a danno del popolo e degli Stati dominati.

 

Simone Garilli

 

 
Il vento è cambiato PDF Stampa E-mail

15 Marzo 2020

 

Da Rassegna di Arianna del 13-3-2020 (N.d.d.)

 

Più Stato. Più Ordine. Più Autorità. Più Disciplina e Ubbidienza. Pieni poteri. Coesione nazionale. Amor patrio. Focolare domestico. Muri, recinti, confini. Non sembra di vivere nello stesso paese di febbraio scorso e degli anni precedenti. Tutto è cambiato, anzi si è capovolto, sul filo del coronavirus e della paura. Non solo, ovviamente, per le misure eccezionali adottate; ma per il messaggio che le accompagna, il sostrato profondo a cui si appella. Dappertutto appelli alla nazione e agli italiani in tenuta da guerra, con una predicazione fino a ieri calpestata e irrisa, comunque rigettata. Il lessico prevalente di questi giorni evoca il patrimonio ideale, morale e pratico di una visione conservatrice, nazionale, decisamente anti-global, anti-sessantottina, anti-libertaria. Avverti che il vento è cambiato quando senti in tv persino il mite buonista Walter Veltroni evocare addirittura l’unicità del comando, un solo capo che decida su tutto e per tutti; e quando leggi sul Corriere della sera che persino il biografo-detrattore di Mussolini, Antonio Scurati, si appella al “sentimento di appartenenza a un comune destino”, come avrebbe detto il Duce medesimo… E quando senti da tutti che non si tratta più di rispettare i parametri europei, di attenersi alle direttive europee, di auspicare più Europa, ma al contrario esigere che i nostri margini possano essere sforati davanti a un’emergenza nazionale. Oggi nessuno osa mettere in discussione che tra l’assetto contabile delle finanze e la vita reale dei popoli si debba scegliere senza esitazioni la seconda.

 

Ora, non si tratta di rivendicare rivincite politiche e revanscismi ideologici, che sono in generale inopportuni e in questo frangente del tutto impropri; si tratta semplicemente di affrontare la realtà, di essere pratici, realisti, tenendo a mente cosa è necessario per dare efficacia alla profilassi e alla ripresa di un paese in ginocchio. Non si può pensare di governare un paese prescindendo o addirittura mortificando ogni giorno quei principi, quei criteri di organizzazione, quei riferimenti efficaci e necessari alla vita insieme; salvo richiamarli in servizio di corsa, con l’ambulanza. Sono il sottofondo ordinario della vita di una collettività e diventano lo sfondo necessario in caso di emergenza, come nel nostro caso. L’ordine è un bene e non un male, lo Stato dev’essere autorevole e non minimo o permissivo, il decisionismo di chi guida una nazione dev’essere ampio e forte, tempestivo e responsabile, non è l’anticamera della dittatura; la disciplina e l’ubbidienza sono virtù da coltivare, non brutte piaghe da estirpare; la coesione nazionale e l’amor patrio sono sacrosanti e positivi principi di vita comunitaria e non denotano alcuna fobia verso stranieri o altre etnie; la casa è un valore e un bene-rifugio non solo in senso degli investimenti patrimoniali; i muri protettivi servono, nelle città come negli ospedali e nei paesi, come i recinti, come i confini, e non bisogna cancellarli o abbatterli. E tutto questo non va tirato in ballo come un freno d’emergenza solo in caso eccezionale; ma è necessario che rappresenti la forma quotidiana di vivere civile, il modello di educazione pubblica, che in tempi sereni viene contemperato con il senso della libertà, dell’autonomia, dei più ampi scenari e di più duttili facoltà di circolazione. Non pensiamo che si tratti solo di fronteggiare un’emergenza perché una società assai complessa e interdipendente come la nostra, dove la viralità è nelle cose prima che nelle malattie, occorre che ci sia unità di comando, tempestività delle decisioni, priorità alle competenze, gerarchie delle responsabilità, possibilità di far rispettare l’ordine e la disciplina, senza deroghe e indulgenze. Quando poi si tratta di decidere chi curare prima di altri, scelta ripugnante che tutti vorremmo evitare, allora riemerge il problema di fondo che quando non puoi adottare come vorresti un criterio universale, devi scegliere: e dunque stabilire chi viene prima rientra in ogni emergenza, dai tempi in cui si diceva davanti a un’emergenza, prima le donne, i vecchi e i bambini; o prima i connazionali o prima i più bisognosi. Qualunque sia il criterio occorre qualcuno che sia in grado di stabilire il metodo e farlo osservare. Cadono nel nulla e nel ridicolo le decisioni assembleari, la collegialità e la concertazione oppure l’uno vale uno, l’incompetenza al potere, e via dicendo. Tornare alla realtà per affrontare le chiamate imperiose del destino.

 

Marcello Veneziani

 

 
I nodi vengono al pettine PDF Stampa E-mail

14 Marzo 2020

 

Il globalismo non muore mai. Anche di fronte a un’emergenza che ne mette in discussione tutti i presupposti, questa ideologia nefasta ritiene di poter trovare ovunque conferme della propria validità. In altre parole, è un’ideologia non falsificabile in senso popperiano, perché si ritiene convalidata tanto da A che dal contrario di A. In particolare, ci sono tre argomenti che circolano in questi giorni sui social, sui giornali, nei talk show: a) l’emergenza coronavirus conferma la validità della globalizzazione e l’inutilità dei confini “sovranisticamente” chiusi; b) l’emergenza coronavirus conferma la validità degli esperti, dei competenti, delle notizie documentate contro le bufale, quindi della lotta contro le fake news; c) l’emergenza coronavirus conferma la superiorità della democrazia e della “società aperta” sugli autoritarismi. Ovviamente tutti e tre gli argomenti si basano su un’impostazione iniziale falsata, su schieramenti e posizioni tagliati con l’accetta, in modo manicheo e caricaturale, al fine di giungere alla conclusione a cui si voleva giungere. Cerchiamo di vedere nel dettaglio.

 

a) La globalizzazione. Curiosamente, chi sostiene questa tesi enfatizza molto il ruolo delle istituzioni sovranazionali e della ricerca internazionale nella prassi di contenimento del virus, non quello degli scambi, dei viaggi, dell’interconnessione globale nella sua diffusione. Che la parola d’ordine salvifica oggi invocata dalle istituzioni sia “state a casa” è del resto rivelatore. Ma qui è bene precisare un punto che sembra sfuggire a molti, globalisti e anche sovranisti ingenui: il contrario della globalizzazione non è la chiusura ermetica dei confini, l’azzeramento degli scambi, dei viaggi, delle cooperazioni internazionali. Lo staterello monade, isolato dal mondo, è uno straw man, un antiglobalista immaginario costruito su misura per far funzionare gli argomenti globalisti. Il contrario vero della globalizzazione è un mondo in cui flussi e scambi sono controllati da una politica forte, in cui tra locale e globale esistono grandi spazi regolatori, in cui esistono e resistono identità e differenze, in cui non c’è concorrenza tra zone con standard sociali troppo differenti etc. Tutto questo non ha nulla a che vedere con il fatto che, anche in un mondo post-globale, un vaccino trovato a Singapore possa essere utilizzato in Argentina o una conoscenza sorta in un laboratorio giapponese possa essere condivisa con i colleghi norvegesi. b) Gli esperti. Altro argomento fantoccio, che vale tutt’al più contro qualche esagitato del web, contro qualche ultras no vax, contro i pasdaran del grillismo primordiale (fortunatamente oggi in via d’estinzione). La tattica è sempre quella: si dibatte contro la versione più distorta di un argomento, contro la sua caricatura, realmente sostenuta al massimo da qualche ambiente marginale, per falsare alla base il confronto. Il dibattito sui “competenti” e sulle “fake news” riguardava tutt’altro, e cioè la pretesa di commissariare la politica da parte dei tecnici e di concedere il monopolio della verità ai soli media mainstream, anche e soprattutto su temi che nulla avevano a che fare con le scienze dure. Riguardava, cioè, la pretesa autoritaria di stabilire che esista una sola linea politica possibile e un solo modo di raccontare la realtà. La quale, tuttavia, continua a essere sfaccettata e interpretabile e non appiattita su un’unica vulgata. Anche in questa emergenza, in cui per forza di cose (e giustamente) medici e ricercatori hanno un ruolo determinante sia nell’accompagnare le decisioni dei politici che nel raccontare giornalisticamente i fatti, continuano a esistere modi diversi di reagire e modi diversi di spiegare. Il che, nei limiti della responsabilità, è assolutamente un bene. c) L’autoritarismo. È un argomento che andava molto di moda all’inizio dell’emergenza, soprattutto contro la Cina, poi anche contro l’Iran. I silenzi e le omertà di Pechino erano criticati aspramente, sostenendo che la mancanza di trasparenza e di controllo dell’opinione pubblica sul potere avessero causato la tragedia. All’epoca, tuttavia, da queste parti si guardava alla crisi con un occhio un po’ coloniale, nella convinzione che queste cose accadessero solo altrove. Dopo le disastrose prove di inettitudine del governo italiano e di irresponsabilità dei cittadini, tuttavia, il mood sembra diverso. Ora l’argomento che domina è: “Come facciamo a replicare da noi i metodi di contenimento cinesi preservando le garanzie democratiche?”. E, tra le righe: “La democrazia non sta diventando una palla al piede, in questa fase?”. Il che non significa, ovviamente, che i modelli cinese o iraniano siano il futuro. Ma è sicuro che tutti i nodi del nostro, di modello, stanno venendo al pettine. E forse è giunto il momento di smetterla con questo sorrisino ebete di chi si sente perennemente sospinto dallo spirito del tempo e dal senso della storia, ovunque essi soffino.

 

Adriano Scianca

 

 
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