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Aspettando Taricco PDF Stampa E-mail

28 Luglio 2017

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Da Appelloalpopolo del 25-7-2017 (N.d.d.)

 

Dopo il referendum sull’uscita dall’Unione europea della Gran Bretagna e quello sulla riforma della seconda parte della nostra Costituzione, era prevedibile che sarebbe iniziata la stagione dell’attacco ai principi fondamentali della Costituzione; ultimo vero ostacolo all’integrale assoggettamento dell’Italia al liberalismo. In un articolo di Angelo Panebianco pubblicato sul “Corriere della sera” – “antico complice” dei capitalisti stranieri – si invoca la necessità di una modifica dei principi fondamentali della Costituzione. Ancora è fresca nella memoria l’oculata opera di preparazione dell’avvento di Mario Monti da parte della stampa nazionale perché sfugga il fine dell’editoriale. Sostiene, Panebianco, che la disputa sulla flat tax dovrebbe fornire lo spunto per rimettere in discussione la prima parte della Costituzione nella quale sono elencati i principi fondamentali del nostro modello costituzionale. L’articolo contiene un attacco a quelle “clausole di eternità”, come Haberle definiva le garanzie a tutela dell’identità dello Stato costituzionale – l’attacco alle quali legittima l’esercizio dell’ ‘ultimo’ dei diritti fondamentali del cittadino: il diritto di resistenza, che rimane integro rispetto a tutti gli altri diritti calpestati dal colpo di Stato avvenuto o in fieri.

 

È di alcuni giorni fa la notizia delle conclusioni rassegnate dall’Avvocato generale della Corte di Giustizia nell’ambito della questione pregiudiziale rimessa dalla Corte costituzionale alla Corte di Giustizia sul caso Taricco. La vicenda è complessa e qui non mette conto di esaminarla compiutamente ma si vuole solo fare presente che la questione si preannuncia di straordinaria importanza per gli sviluppi dei rapporti tra gli ordinamenti europeo e nazionale. Nel 2015 la Corte di Giustizia ha dichiarato che la disciplina degli atti interruttivi della prescrizione dei reati prevista dal codice penale italiano non offre adeguata tutela agli interessi finanziari dell’Unione in caso di frodi penalmente rilevanti relative all’IVA (l’imposta sul valore aggiunto è una forma di tassazione armonizzata e l’Unione Europea ha interesse al gettito riveniente da questa tassa per finanziare parte del proprio bilancio) e ha quindi ordinato ai giudici nazionali di disapplicare gli articoli 160 e 160 del codice penale italiano in quanto in contrasto con l’articolo 325 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. L’esecuzione di questa sentenza nel nostro ordinamento pone questioni di non trascurabile momento, in quanto ottemperare al dictum della Corte di Giustizia vorrebbe dire applicare retroattivamente un trattamento penale più sfavorevole al reo, introdotto da una sentenza e non da una legge. Emerge con chiarezza il contrasto con i principi costituzionali di legalità della pena e dell’irretroattività della legge penale codificati dall’art. 25, comma 2, della Costituzione (nella nostra tradizione giuridica la prescrizione ha una connotazione sostanziale, non processuale, incidendo sulla punibilità del reo ma questo non è rilevante ai fini del nostro discorso). La Corte Costituzionale, investita della questione dalla Corte di Cassazione e dalla Corte d’Appello di Milano, ha rimesso la questione alla Corte di Giustizia per chiedere lumi sull’interpretazione da dare alla sentenza Taricco. Nell’ordinanza di rimessione la Corte Costituzionale ha chiaramente fatto presente che, nel caso in cui la Corte di Giustizia dovesse mantenere la propria interpretazione dell’articolo 325 TFUE in termini identici a quelli formulati nella sentenza Taricco, essa potrebbe dichiarare la legge nazionale di ratifica e di esecuzione del Trattato di Lisbona – nei limiti in cui essa ratifica e dà esecuzione all’articolo 325 TFUE – contraria ai principi supremi del suo ordinamento costituzionale, esimendo così i giudici nazionali dall’obbligo di conformarsi alla sentenza Taricco. Si tratta della prima volta in cui la Corte Costituzionale reagisce con fierezza all’ennesima manifestazione del “rispetto delle tradizioni costituzionali” altrui da parte delle Autorità europee minacciando espressamente l’applicazione dei “controlimiti” ossia i limiti alla prevalenza del diritto europeo sulla Costituzione. Qui non viene in rilevo la discutibile disciplina di diritto interno sugli atti interruttivi quanto il rispetto di fondamentali garanzie che la Costituzioni prevede e che l’Unione europea mette in discussione in un gigantesco processo di regresso economico sociale etico e politico, mascherato da progresso. Non crediamo che questa vicenda servirà a far comprendere meglio la reale natura del processo di integrazione in corso a chi ha da tempo pervicacemente scelto di credere alle “magnifiche sorti e progressive” dell’Unione europea. La capacità di fascinazione esercitata dal liberalismo basata sulla parola “libertà” in esso contenuta – un ottimo esempio di come il marketing sia sempre, inesorabilmente, una fregatura – non lascia scampo. Siamo in una fase nuova del processo di integrazione europea e, come sempre, la stampa indica in quale direzione tira il vento. Fa sorridere, in un contesto così violento e brutale, chi ancora si attarda nella ricerca dei modelli econometrici che dovrebbero dimostrare empiricamente quale sia il sistema migliore; chi vorrebbe scegliere tra Costituzione fondata sul lavoro e Trattati fondati sulla stabilità dei prezzi in base al sistema che garantisce la migliore allocazione delle risorse. Bisogna tollerare l’altrui opinione, anche quella di chi, dopo aver legittimato lo scempio dello Stato sociale dicendo di fare presto, vuole ora cambiare i principi fondamentali della nostra Costituzione. Ma già Marcuse ammoniva sul finire degli anni 60 del secolo scorso che la forma attuale della tolleranza non è altro che un mascheramento della repressione (alludo al noto saggio del filosofo tedesco “La forma attuale della tolleranza: un mascheramento della repressione”, inserito nel celebre libro “Critica della tolleranza” di Wolff, Moore e, appunto, Marcuse). In una situazione come quella attuale è chiaro che la tolleranza ha una precisa funzione repressiva, essa non è altro che un’ipocrita maschera “per coprire realtà politiche spaventose”. […]

 

Stefano Rosati

 

 
Avvoltoi PDF Stampa E-mail

26 Luglio 2017

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Da Comedonchisciotte del 10-7-2017 (N.d.d.)

 

Il 2 di Luglio è morto, in Norvegia, Rike Geerd Hamer, il medico divenuto famoso per la Nuova Medicina Tedesca, che ha avuto – come tutte le scoperte – amanti appassionati e tremendi detrattori. Ma passi: si sa che così va il mondo. Hamer era anche il padre di Dirk, che nel 1978 fu ucciso con una fucilata da un pazzo, al largo dell’isola di Cavallo, in Corsica. Quel pazzo fu ed è Vittorio Emanuele di Savoia, il quale la fece franca grazie alle sue amicizie ed alle balle che raccontò alla corte di Parigi: lui stesso lo ammise, mentre era in carcere, al compagno di cella – che il giudice Woodcock gli aveva “associato” apposta, perché rivelasse qualcosa del giro di prostituzione del quale era accusato. Il padre e la madre di Dirk (entrambi medici) s’ammalarono di cancro e la madre morì. Ma non è questa la vicenda centrale dell’articolo, perché subito – a cadavere ancora caldo, potremmo dire – c’è chi si getta sulle spoglie proprio come un avvoltoio, ed ha il coraggio di titolare l’articolo “Hamer è morto, ma gli avvoltoi come lui no”. 

 

Ora, che il Fatto Quotidiano sia diventato merce per allocchi, l’abbiamo capito: molto è cambiato da quando il giornale fu fondato, e la qualità degli articoli è sempre peggiore. Non ipotizziamo quali lobbies lo conducano – o se se le fanno da soli – ma pubblicare un articolo del genere fa pensare ad una mente malata, perché quando una persona – diciamo “controversa” – muore si fa un bilancio: si può anche essere duri con lui, ma ricordiamoci cosa ha passato quell’uomo: si è visto ammazzare il figlio sotto i suoi occhi, ed ha vissuto tutta l’odissea giudiziaria nella quale, già si sapeva, il Vittorio doveva uscire pulito, se non altro per questioni diplomatiche (e d’amicizie occulte). Sentite come lo tratta Salvo di Grazia, un ginecologo siciliano che lavora a Treviso.

 

È morto in Norvegia, dove era latitante, Rike Geerd Hamer. Un nome che a tanti non dirà nulla ma che, in realtà, ha cambiato (tragicamente) la vita di molti. Hamer era un medico, anzi un ex medico, che dall’inizio della sua carriera dimostrò egocentrismo e tendenza alla truffa. Brevettò degli strumenti chirurgici che poi si rivelarono pericolosi, chiedeva soldi agli amici che non restituiva e mentiva sulle sue credenziali. Finché un giorno fu protagonista di una tragedia. Il figlio Dirk fu ucciso da una fucilata in un fatto che poi si mescolò al gossip estivo avendo come protagonista Vittorio Emanuele di Savoia, della famiglia reale italiana. Questo evento distrusse definitivamente la sua psiche già debole e lo fece impazzire. Iniziò a delirare, riservando alla memoria del figlio una devozione maniacale. Un giorno raccontò che Dirk gli apparve in sogno svelandogli una nuova cura misteriosa. […]

 

Ora, sia chiaro, non ho nessun motivo per difendere Hamer: non sono medico, né ho avuto il cancro (incrociamo le dita) e quindi limito la mia critica alla deontologia professionale del giornalista, della quale il dottor Di Grazia pare non conoscere nemmeno le note più salienti. Nemmeno la chiave che c’è all’inizio della partitura. Di fronte ad una teoria che non si considera valida, in ambito scientifico, si contrappone una tesi che la invalida: questo secondo Popper, oppure la si brucia sul rogo nel nome di un sapere più vasto ed esoterico, del quale si detengono le chiavi. La conoscenza medica, il suo dibattito, va avanti per tesi ed antitesi, provate sperimentalmente: non ho difficoltà a credere che gli insuccessi di Hamer siano reali e certificati dalla pratica medica, non per questo, però, affermo che Hamer sia stato un ciarlatano. Come potrà notare, dottor Di Grazia, “volo alto” sui mille e mille congressi pagati ai medici dalle case farmaceutiche, “volo alto” sul fatto (provato da sentenze) che un Ispettore Generale del farmaco – a libro paga del Ministero della Sanità, tale Duilio Poggiolini – si fosse arricchito al punto di dover nascondere i lingotti d’oro nei divani di casa. E che oggi, gli stessi “ispettori” del farmaco – diventati 20 a causa della riforma regionale – siano considerati (non lo dico io, è attualità del dibattito politico) come una delle ragioni del dissesto finanziario regionale. E la smetto subito di “volar alto”, perché quella “altitudine” mi provoca vertigini, dovute al voltastomaco. Di Hamer posso dirle poco: mi ha impietosito – ricorda la pietas di cristiana memoria? – la sua vicenda umana…sotto l’aspetto professionale ho poco da dire, perché non sono in grado di valutare (ovviamente) la sua pratica medica. Però, come fa una persona curiosa qualunque (e così recita la deontologia professionale di un giornalista), ho cercato documentazione. Hamer ha coniato le “5 nuove leggi della biologia”, capisaldi della sua teoria della Nuova Medicina Germanica. Mi ha colpito, come semplice osservatore, la prima: le altre – più attinenti a questioni mediche più complesse – eviterò di toccarle. “Prima legge (“La regola ferrea”): le gravi malattie hanno origine da un evento di shock o trauma psicologico (“sindrome di Dirk Hamer”) che viene vissuta dall’individuo come acuto e drammatico. Il contenuto del conflitto psicologico determina la posizione della comparsa di un focolaio di attività nel cervello che può essere visto in una TAC come una serie di anelli concentrici, detta “focolaio di Hamer”, che corrisponderebbe alla posizione della malattia nel corpo. Lo sviluppo successivo del conflitto determina ulteriori cambiamenti. Hamer sostiene che i focolai siano spesso scambiati per lesioni cerebrali o tumori del cervello.” Io non so, ovviamente, dare un giudizio su quanto afferma Hamer, però – semplice ragionamento logico – mi sono chiesto se la malattia possa avere un’origine psichica. Molti affermano che c’è un legame fra la “salute” mentale e quella del corpo. I Latini usavano dire “mens sana in corpore sano”, e qui finisco. Altra curiosità che mi è venuta, è stata: è così approfondita la nostra conoscenza della psiche? La Psichiatria, lei m’insegna, ha poco più di un secolo di vita, almeno sotto l’aspetto scientifico. Il motivo? Prima c’erano “umori” e demoni, e a nessuno passava per la mente d’andare ad indagare la psiche umana: faceva caldo, sul rogo faceva un caldo infernale. Nomen omen. Può darsi che Hamer abbia avuto un’intuizione, un’intuizione e basta. Il suo errore, se errore è, è stato quello di credere d’aver raggiunto una teoria mentre le molte sperimentazioni dall’esito infausto indicano il contrario. D’altro canto, la storia della pratica medica è zeppa di questi errori: lo sa, vero, che un tempo curavano la sifilide col Bismuto? Ed i preparati mercuriali, dei quali la pratica medica s’è nutrita per secoli? Oggi si ammette la malattia psicosomatica: la colite d’origine nervosa e molti dolori dell’apparato gastrointestinale. Molti sono stati i precursori inascoltati: Michel de Notre Dame, medico della regina di Francia Caterina de’ Medici, si sgolò e scrisse libri per affermare che la peste bubbonica era trasmessa dalle pulci dei topi, e quindi era sul topo che bisognava agire. Pubblicò anche un trattato sulla conservazione degli alimenti (botulino?) che, all’epoca, era un problema esiziale. Ironia della vita: divenne famoso per una sorta di divertissement che chiamò Centurie, sotto lo pseudonimo di Nostradamus. E se Hamer avesse capito qualcosa sull’origine psicologica dei tumori? Io non lo so, ma non è detto che qualcuno, un giorno, non si presenti ad un congresso scientifico con prove “quadrate”, a prova d’antitesi. Le propongo un esempio: Nikola Tesla è stato un grande inventore: è il “padre” della corrente alternata, mica bazzecole. Negli ultimi anni della sua vita si raccontava che fosse andato “fuori di testa”: balbettava che fosse possibile la trasmissione della corrente elettrica senza fili, via etere. Qualcuno suggerì che gli USA avessero posto il segreto sui suoi ultimi studi, altri che era semplicemente impazzito. Io, sinceramente, non ho le competenze né le conoscenze per fornire un’opinione. Oggi, però, ulteriori ricerche ed esperienze, in Giappone, hanno consentito la trasmissione via etere di 1,8 Kwh ad una distanza di 55 metri: è poco, ma gli inizi sono sempre difficili. Chi avrebbe mai scommesso, cinquant’anni fa, che auto elettriche avrebbero attraversato gli Stati Uniti? Insomma, dottor Di Grazia – di grazia – provi la mattina a sciogliere nel caffè anche un cucchiaino di dubbi, di domande, d’incertezze. Può darsi che come medico non possa permetterselo – anch’io, da insegnante, mi fornivo da solo delle certezze che non avevo, ma questo lo richiede la pratica professionale, mi rendo conto – ma come uomo, come giornalista, lei è obbligato a farlo, pena il vomitare (mi scusi, ma non trovo altra perifrasi per definire il suo pezzo) delle insulsaggini con tanta rabbia in corpo, anche se la pratica medica (odierna) glielo suggerisce. Lo sa che la psicologia buddista tibetana si chiama Lorig? Magari c’è qualcosa da imparare da gente che ha indagato la mente per secoli: peccato, c’è solo qualche sporadica traduzione in inglese e nulla in italiano. E poi…non so cosa Hamer abbia sentenziato sugli ebrei, sul fatto che si curassero con la sua medicina in segreto e non la comunicassero al resto del mondo, per distruggere i goim. Non oso pensarlo, però il rabbino Levy Rosenbaum, arrestato dalla polizia di New York, capeggiava un’organizzazione che rapiva bambini per rivendere i reni. Siccome la fonte è sospetta (palestinese) le fornisco altre prove: quante ne vuole, sono stato il primo a scrivere, in Italia, del traffico d’organi! Il problema, grave – ripeto, non voglio entrare nelle dichiarazioni di Hamer – è che, da parte dell’estremismo sionista, la vita di un goim non vale niente. Insomma, non riesco proprio a comprendere perché un uomo tanto provato dalla vita – non deve essere stato uno scherzo vedersi ammazzare il figlio e l’assassino che la fa franca e ride sotto i baffi – debba essere crocifisso per le sue idee, anche in campo medico. I suoi pazienti furono dei creduloni? Peggio per loro: anche in questi campi, bisogna sempre mantenere vigile l’attenzione, mai assumere atteggiamenti fideisti! Come dice? Vero? Ma se il “suo” giornale non fa che difendere un movimento politico iper-fideista, spacciandolo per la “democrazia del web”! Prima di lasciarla, voglio raccontarle chi mi guarì dal mal di schiena, quando oramai m’infilavano cortisone con la pompa del benzinaio: un bravo medico, agopuntore. E non me lo consigliò lo stregone di Timbuctu: me lo dissero al rinomato Rizzoli di Bologna: stia lontano dai luoghi dove spacciano la chirurgia vertebrale come il sancta sanctorum! La saluto: domani, se è piovuto abbastanza, proverò ad andare a funghi…ah, già…secondo loro avrei già dovuto essere su una sedia a rotelle.

 

Carlo Bertani

 

 
Un impero che tramonta PDF Stampa E-mail

25 Luglio 2017

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Da Rassegna di Arianna del 13-7-2017 (N.d.d.)

 

La Cina e la Russia non usano più il dollaro americano come moneta di scambio nel loro esteso commercio energetico. La Cina ora sta facendo leva sull’Arabia Saudita per abbandonare la banconota verde anche nel mercato del petrolio. Nessuna meraviglia quindi che le politiche statunitense stiano progressivamente diventando sferzanti. Il potere globale statunitense dipende dalla sua supposta abilità economica e dalla sua forza militare. Con la sua economia in un declino a lungo termine accelerato dal dollaro traballante, i governanti USA si affidano sempre più al militarismo per mostrare il loro potere. Questa tendenza sta spingendo il mondo verso la guerra. La sfida è in qualche modo quella di guidare il mostro militare americano verso un ormeggio sicuro, evitando una guerra mondiale.

 

Il declino degli Stati Uniti è di proporzioni storiche – così come per la scomparsa di altri imperi passati – ed è dovuto al crollo imminente del sistema dei petrodollari, che negli ultimi decenni a partire dalla Seconda Guerra Mondiale ha dato agli USA dei privilegi senza precedenti. Non è un caso che l’impennata delle tensioni mondiali degli ultimi anni coincida con il momento in cui l’economia americana si trova sull’orlo del baratro. Come sappiamo, la chiave per la sopravvivenza dell’economia statunitense sta nella condizione del dollaro americano come moneta di riserva più importante del mondo. Il cosiddetto sistema dei petrodollari, quello in cui petrolio e gas, le materie prime più commercializzate al mondo, sono scambiati principalmente attraverso la moneta americana, sembra stia arrivando alla sua fine. Quel sistema, vecchio di decenni, è messo in discussione dalla crescita della Cina, della Russia, dell’India, dell’Iran e di altri paesi. Se il petrodollaro e i suoi privilegi globali sono deposti, gli Stati Uniti si trovano quindi ad affrontare un’apocalisse economica. Va detto che non c’è niente di illegittimo nello sfidare questo dominio unilaterale americano. Perché i paesi dovrebbero essere costretti a gestire i propri commerci internazionali principalmente con il dollaro americano, solo per le circostanze storiche degli anni ’70 che hanno dato origine al sistema basato sul petrodollaro? Effettivamente questo sistema funziona come una tassa mondiale che gli Stati Uniti impongono a tutte le altre nazioni in quanto costrette ad acquistare banconote americane. Forse nessun altro paese ha fatto di più di Cina e Russia per forgiare un ordine globale multilaterale. La Cina è il più grande importatore di petrolio e la Russia è il più grande esportatore di carburanti al mondo. Quando l’anno scorso hanno annunciato che il commercio del petrolio sarebbe stato da quel momento gestito nelle rispettive valute nazionali (yuan e rublo), quello sviluppo è stato il chiodo della bara del dollaro. Solo poche settimane fa, Cina e Arabia Saudita – il secondo maggior produttore di petrolio al mondo – hanno comunicato di aver dato il via a un serio negoziato per il futuro commercio di combustibile in yuan. I commentatori affermano che l’Arabia Saudita ha scarso margine in materia, visto che la Cina sta progressivamente riducendo la quota di mercato saudita con altri esportatori di petrolio, come la Russia e l’Iran. Se i Sauditi vogliono mantenere le esportazioni verso l’economia più grande del mondo, allora dovranno commerciare usando la moneta cinese, non il dollaro americano come hanno fatto sempre. Randy Martin, analista politico americano, ha affermato che la fine prevista da tempo del petrodollaro sta avvicinandosi. Il petrodollaro è in declino e di conseguenza l’intero sistema finanziario che sostiene le economie occidentali. La Cina e la Russia hanno posto le basi economiche mondiali per la nuova “Via della Seta” e per il sorgere della nuova economia eurasiatica che emargina gli Stati Uniti e il suo petrodollaro. Tutto questo fa a pezzi il dollaro e l’economia americana fin tanto che gli Stati Uniti insistono nel tentare di mantenere la missione unilaterale per la dominazione dell’economia globale. Per essere chiari: ciò che la Cina e la Russia hanno fatto con successo è disfare la base su cui si fonda l’egemonia globale statunitense.

 

Tuttavia, la fine storica del potere statunitense è piena di pericoli: il passaggio da un mondo unilaterale dominato dall’America a uno multilaterale, porterà una enorme sofferenza all’economia degli Stati Uniti. Con una montagna di debito da 20 trilioni di dollari e un’inflazione alle stelle causata dalla futura caduta del dollaro, la società americana affronta un’implosione per povertà, disoccupazione e crisi sociale. Martin conclude: Il mondo affronta di conseguenza una superpotenza globale in declino finale che ora sta manifestando le sue paure esistenziali con una smodata aggressività militare in tutto il mondo. Tutto questo si tradurrà in una seria minaccia per l’umanità nel frattempo che gli Stati Uniti lottano per un posto nella nuova economia globale multilaterale. Il sistema politico statunitense sta combattendo per la sua stessa sopravvivenza vista l’imminente fine dell’egemonia del petrodollaro. Non è un caso che la élite dominante americana stia ricorrendo al militarismo e alla guerra come soluzione per prevenire le temute turbolenze economiche. In particolare, la frequenza delle guerre guidate dagli Stati Uniti in tutto il Medio Oriente è motivata dal mantenimento dell’egemonia americana attraverso l’imposizione della forza militare. La guerra per procura in Siria è un complemento degli Stati Uniti per sottomettere quelli che sono percepiti come rivali globali, cioè Iran e Russia. Rilevante è anche il Qatar, Emirato del Golfo Persico ricco di gas, che ha aperto la strada tra gli stati arabi per sviluppare il commercio con la Cina sostituendo il dollaro con lo yuan. Il Qatar ha inoltre mantenuto relazioni relativamente amichevoli con l’Iran, con cui condivide un’enorme area offshore di gas. In mezzo a queste relazioni mondiali agitate, gli Stati Uniti stanno cercando di militarizzare il più possibile questo contesto: garantendo e prolungando i conflitti, gli Stati Uniti si posizionano per guadagnare dal commercio militare e anche dal mantenimento della sfera di influenza sulle nazioni subordinate. Soprattutto, questo è fatto, nel Medio Oriente ricco di petrolio, sotto forma di sostegno al sistema del petrodollaro. […] L’analista Randy Martin osserva: La risposta statunitense alla sua fine imminente è stata la sottoscrizione su larga scala di un’economia su base militare per l’Arabia Saudita osserva. La riprova è stato il primo viaggio all’estero che, il mese scorso, ha fatto il presidente americano Donald Trump in Arabia Saudita, per annunciare un contratto per la fornitura di armi dal valore di 350 miliardi di dollari, cioè il triplo di quanto il suo predecessore Barack Obama ha venduto all’Arabia Saudita durante gli otto anni della sua presidenza. Il corollario del militarismo americano in Medio Oriente è l’aumento delle tensioni e della possibilità di una guerra totale in Siria contro la Russia e l’Iran. […] L’emergere di un mondo multilaterale non sembra solo inevitabile ma anche auspicabile in termini della fondazione di un ordine mondiale più democratico. Un mondo unilaterale visto in ottica di egemonia statunitense è una formula per la tirannia e l’illegalità. La buona notizia è che l’egemonia statunitense si sta sgretolando. La fine del petrodollaro è il segno sintomatico di un altro impero che tramonta. Questa transizione verso un ordine mondiale più ragionevole e sostenibile è però come il negoziare una via di uscita da un campo minato. Fortunatamente, la Russia e la Cina possono avere una forza militare sufficiente per dissuadere il disperato e declinante impero americano dal tentare di spingersi verso una guerra catastrofica. Tuttavia, gli spasmi finali sono raramente eventi razionali.

 

Finian Cunningham (traduzione di Elvia Politi)

 

 
Una nuova classe dirigente PDF Stampa E-mail

24 Luglio 2017

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Da Appelloalpopolo del 19-7-2017 (N.d.d.)

 

I moti del 20-21 e del 30-31 mostrarono che non era possibile ottenere le libertà individuali senza indipendenze statali. Il 1849 mostrò che non era possibile ottenere le indipendenze statali senza l’Unità nazionale.

 

Oggi la situazione è diversa. L’Unità nazionale è un bene ancora non in pericolo: il rischio della disgregazione farà capolino soltanto nel caso in cui la crisi si prolunghi per altri 15 anni. Invece la libertà di impresa e il libero svolgimento delle professioni e in genere dei lavori autonomi, nonché la giustizia sociale e la tutela del lavoro subordinato, sono oggi sacrificati, ma non possono essere realizzati di nuovo senza prima riconquistare la sovranità. Nuova classe dirigente e riconquista della sovranità stanno e cadono assieme, perché la nuova classe dirigente sarà quella che avrà riconquistato la sovranità o, in caso di implosione dell’Unione europea per causa esterna all’Italia, avrà perseguito con pazienza ed efficacia questo obiettivo. L’Italia ha infatti due problemi preliminari: non ha la sovranità e non ha una classe dirigente degna di questo nome. Nel merito i problemi riguardano la libertà e la giustizia, ma la causa dei diffusi ostacoli alla libertà e alla giustizia è l’assenza di sovranità e di una classe dirigente. Non tutti hanno chiaro l’ordine delle priorità, senza il quale l’azione, sotto il profilo strategico, non potrà mai essere non dico potente, ma persino sensata.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Possessione diabolica? PDF Stampa E-mail

22 Luglio 2017

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Da Rassegna di Arianna del 20-7-2017 (N.d.d.)

 

Non ce ne siamo resi conto, anzi, semmai abbiamo creduto di essere molto furbi: che bello, le macchine facevano sempre più cose in vece nostra, ci sollevavano dalla fatica, prima quella manuale, poi perfino quella di pensare… e alla fine hanno cominciato a fare ogni cosa, a occupare tutti gli spazi, e da divenire sempre più esigenti, sempre più invasive, sempre più tiranniche. Oh, ma per il nostro bene, si capisce: per semplificarci tutto, per rendere il lavoro più razionale, per agevolare perfino il divertimento e il tempo libero. Dall’acquisto di un oggetto qualsiasi, alla prenotazione di un volo o di un albergo; dalla scelta di un servizio di telefonia mobile, alla gestione dei servizi amministrativi, aziendali, bancari, tutto è passato nelle “mani” delle macchine, nulla è rimasto sotto il nostro diretto controllo; e ora manca poco che, per respirare, dobbiamo chiedere loro il permesso. Siamo controllati, limitati, ingabbiati: per ogni spazio di libertà che le macchine ci concedono, dobbiamo rinunciare ad un altro, assai più ampio, quale tributo al servizio che ci rendono. Sono aiutanti indispensabili, ma terribilmente esigenti: non ammettono deroghe, non concedono rinvii: e chi non è d’accordo, tanto peggio, esse procedono comunque. Così, ciascuno di noi ha sempre più a che fare con le macchine, e sempre meno con le persone, perfino in ambito affettivo (come si vede nel film Her, di Spike Jonze). Per pagare il casello autostradale, o una visita in ospedale, abbiamo a che fare con le macchine. Se la raccomandata che avete spedito non è arrivata al destinatario, non serve a niente chiedere di parlare con il direttore dell’ufficio postale: vi daranno un numero verde e ve la sbrigherete con una voce al telefono, non si sa di chi.  […]

 

Tuttavia, non bisogna dedurne che questo è un mondo a misura di giovani: è un mondo a misura delle macchine; e anche i giovani sono al loro servizio, come tutti quanti: solo che servono le nostre padrone con più solerzia e con maggiore buona volontà. Sono loro che le invocano, fin dall’età in cui non possono disporre né di denaro, né di una capacità di pensiero autonomo: bambini di quattro, cinque anni, pretendono il telefonino multifunzionale, i giochi elettronici, il computer. Ci sentivamo i padroni, e crediamo ancora di esserlo, ma la verità è che i rapporti si sono rovesciati e noi siamo diventati gli schiavi, mentre le macchine comandano. Se una macchina si guasta, l’ufficio si ferma, un’operazione chirurgica diventa impossibile, un contratto notarile salta e deve esse rinviato; se una macchina “impazzisce”, se non vi riconosce, cioè se non riconosce la vostra carta di credito, o qualunque altro documento magnetico, voi sparite, diventate invisibili, e dovrete affannarvi a spiegare, a giustificare, a discolparvi. Se alla macchina risulta che voi siete morti (magari si tratta di un vostro omonimo, deceduto la settimana scorsa), allora non c’è niente da fare, voi siete morti, e dovrete fare i salti mortali per far risultare che siete, invece, vivi e vegeti. Ora, proprio per scongiurare simili “inconvenienti”, le macchine chiedono ancora maggior potere, ancora maggior controllo sui di noi: ci dicono che, in questo modo, i disguidi saranno ridotti a zero, e tutto filerà a meraviglia, basterà che noi concediamo loro un altro pezzo della nostra intimità, della nostra vita, del controllo che abbiamo su noi stessi, per affidarlo a loro. Tutto quel che ci riguarda, globuli rossi, risparmi, stipendio o pensione, età, indirizzo, stato civile, professione, malattie pregresse, la nostra posta (elettronica), i siti che frequentiamo, il nostro telefono (e le nostre conversazioni): tutto sarà sotto la lente d’ingrandimento delle macchine, e, anzi, in gran parte lo è fin d’ora. E il bello è che delle nostre padrone, delle nostre tiranne, delle nostre onnipresenti sorveglianti, noi non vogliamo, non possiamo più fare a meno; semmai, ci sforziamo di acquistare macchine sempre più perfezionate, cioè sempre più invasive, nella illusione di recuperare spazi di autonomia, di identità. Ma quanti di noi, anche se lo potessero (nel tempo libero, per esempio; perché ormai al lavoro, in qualsiasi settore lavorativo, è divenuto impossibile), rinuncerebbero alla televisione, o al telefonino, o al computer, per non parlare dell’automobile? Ci siamo assuefatti, come dei drogati: sappiamo che è una droga, e, negli sprazzi di lucidità, proviamo disgusto sia di lei che di noi stessi, però non siamo più capaci di farne a meno, il che ci fa sentire anche in colpa, sia pure oscuramente e semi-coscientemente.  E intanto le macchine cominciano ad aggredirci, a invadere i nostri spazi: il telefono squilla solo per perseguitarci con offerte commerciali e con pretesi sondaggi d’opinione; l’automobile nuova si guasta, evidenzia dei difetti strutturali, dobbiamo metter  già mano al portafogli per provvedere, ci coglie lo spiacevole sospetto che tutto ciò sia voluto, che sia una maniera per carpirci del denaro aggiuntivo, una specie di tassa sulla nostra ingenuità, il che ci fa sentire furiosi, ma anche depressi; e se accendiamo la televisione per rilassarci guardando un vecchio film, le decine di pubblicità che lo interrompono per dei quarti d’ora, non solo ci irritano, ma ci causano frustrazione e amarezza, confermando la nostra intuizione che il vero programma è la pubblicità, e gli altri programmi sono solo i riempitivi che servono per catturare i telespettatori, come dei pesci presi all’amo.

 

Ma la nostra cattiva coscienza, il nostro senso di colpa e il nostro auto-disprezzo hanno radici ancor più profonde. Non si tratta solo del fatto che siamo drogati dalla tecnologia e che non riusciamo assolutamente a farne a meno, pur vedendo e comprendendo a quale stadio di degradazione essa ci stia portando sotto il profilo spirituale, e, per molti aspetti, anche sotto quello meramente pratico ed esistenziale. È qualcosa di ancor più profondo, e che rende ancora più sconfortante la nostra frustrazione. Si tratta del fatto che non è nemmeno vero che noi abbiamo scelto di affidarci alle macchine: perché scegliere indica un’azione troppo netta e decisa, rispetto al semplice adagiarsi che ha caratterizzato il nostro atteggiamento. In realtà, noi non abbiamo scelto e non abbiamo deciso un bel nulla: ci siamo trovati immersi in una certa situazione, abbiamo visto ch’era comoda, e abbiamo acconsentito ad essa, non con un atto della volontà, ma con un atto mancato di essa: non abbiamo detto di sì, ma non ci siamo opposti. Ci siamo lasciati tentare, sedurre, irretire; siamo scivolati nelle braccia della tecnologia, come in quelle di una donna-vampiro; e, a partire da quel momento, abbiamo incominciato ad abdicare a noi stessi, a rinunciare alla nostra anima. In una società liquida, come la nostra, anche le scelte diventano liquide, le decisioni svaporano, si disperdono come fumo al vento: impossibile dire dove cominciano e dove finiscono, impossibile dire se e fino a che punto siano libere, e, soprattutto, consapevoli. Si sceglie e non si sceglie; si acconsente, perché la cosa pare ovvia, naturale, inevitabile: del resto, come non acconsentire? Per farlo, bisognerebbe scegliere, nel senso classico della parola: ma ciò è impossibile in un contesto liquido. Sarebbe come voler dare calci a un pallone fatto di aria. E poi, a non acconsentire, le cose diventerebbe subito difficili, enormemente difficili: è difficile persino trovare, in un negozio, un modello di una qualsiasi macchina dell’anno prima; dopo due o tre anni, l’impresa diventa impossibile. Il mondo corre in avanti, chi si ferma è perduto. Chi si ferma, e non si tiene informato, di fatto si consegna, inerme, al tappeto mobile del progresso, che lo porterà dove vorrà lui. La società tecnologica non prevede eccezioni: può pazientare per un poco, ma, presto o tardi, tutto e tutti devono piegarsi ai suoi voleri. Se anche una minima superficie del globo terrestre resistesse al modello da essa rappresentato, se anche una sola persona su mille non volesse lasciarsi irreggimentare, il sistema verrebbe messo in crisi, e ciò non è previsto. La società tecnologica è la società totalitaria per vocazione e per eccellenza: fin dalla sua nascita, essa è letteralmente condannata ad espandersi, sempre, senza pace, illimitatamente, insaziabilmente, inesorabilmente, Non potrebbe fermarsi nemmeno se lo volesse. Nessuno potrà mai dire “basta” di qualcosa; semplicemente, ciò equivarrebbe ad un ostacolo al progresso, e sarebbe necessario rimuoverlo. Senza rancore, nulla di personale: ma quell’ostacolo andrebbe rimosso, quel sassolino andrebbe tolto, altrimenti tutta la mega-macchina potrebbe incepparsi. E c’è ancora un altro aspetto di cui bisogna tener conto. Tutto il fascino che la tecnologia esercita sugli uomini moderni, assume sempre più chiaramente la connotazione di una ipnosi collettiva. Le persone sono come stregate, ipnotizzate, davanti alle macchine: il loro sguardo diventa vacuo, i loro riflessi si allentano, tutta l’attenzione è rivolta verso un qualcosa che non si trova qui, al presente, ma altrove, nell’iperspazio virtuale. Quanto più la macchina è tecnologicamente sofisticata, tanto più forte è il potere ipnotico che esercita sull’uomo. Il volante d’una fuoriserie incanta, ma lo schermo d’uno smartphone ultimissima generazione rapisce addirittura. La sera, quando le città si svuotano (tranne che di balordi e di stranieri), una pallida luce intermittente alle finestre fa capire dove siano finiti tutti quanti: ipnotizzati davanti agli schermi televisivi. Restano così alcune ore, fin quando le luci si spengono e la città si addormenta. Meglio non indagare troppo a fondo da qual genere di sogni siano popolati i sonni di questi uomini ipnotizzati dalla tecnica: certo non da sogni a misura d’uomo. Ma c’è un’altra parola per esprimere in maniera più adeguata, forse, il concetto dell’ipnosi collettiva: quello della possessione. Gli uomini dominati dalla tecnica sono nelle mani di un potere più grande di loro, amorale, spietato, imperscrutabile. E siccome, in base a tali caratteristiche, non è possibile ipotizzare che venga dall’alto, non resta altra ipotesi che salga dal basso. Il potere che la tecnica esercita sugli uomini moderni non è altro che una forma di possessione demoniaca.

 

Stupiti? Si rifletta che il diavolo, da che esiste l’umanità, studia il modo in cui può allontanarla da Dio, mettendola, allo stesso tempo, in conflitto con se stessa. A lui non basta perdere le singole anime; è troppo poco: il diavolo pensa in grande e fa le cose in grande. Il suo scopo è la perdizione dell’umanità intera, niente di più, niente di meno; pertanto, è divenuto uno specialista di tutto ciò che è suscettibile d’esercitare una seduzione sull’umanità nel suo complesso. Nel XVIII secolo erano i salotti illuministi nei quali si progettava una civiltà emancipata dal soprannaturale e tutta impegnata a realizzare, con le sue sole forze, il paradiso in terra: ma era pur sempre uno sforzo di tipo artigianale, che non gli consentiva di attirare a sé se non un numero limitato di anime. No, lui cerca, da sempre, un’unica, immensa rete da pesca, per catturare in una volta sola l’intero genere umano. La tecnica moderna, da quando è diventata una presenza fissa, e sempre più invasiva, nella vita di tutte le persone, a cominciare dai bambini, gli ha offerto l’occasione lungamente cercata. Per mezzo di essa, egli si è insinuato nell’intimità domestica, ha dominato i pensieri degli uomini per ventiquattro ore al giorno, e, soprattutto, li ha disabituati a sentire da esseri umani. Via la coscienza del bene e del male, via il pentimento o il rimorso dopo una cattiva azione, solo la tecnica pura, il rapporto redditizio fra guadagni e perdite: quale inferno migliore di questo? E l’abbiamo fatto noi…

 

Francesco Lamendola

 

 
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21 Luglio 2017

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Da Appelloalpopolo del 14-7-2017 (N.d.d.)

 

Una rivista, una associazione, un movimento, un partito, hanno sempre avuto origine da alcune idee, eccellenti o pessime, innovative o antiche, ma sempre hanno avuto origine da idee che si volevano diffondere. I partiti sono sempre nati sulla base di un manifesto, un programma, una mozione che esprimeva fini e valori da realizzare. Invece, il M5S non è un movimento fondato su idee. Esso è basato sulla tecnica, su una tecnica – la piattaforma per votare elettronicamente – che avrebbe concesso a tutti gli iscritti al blog di scrivere il programma, che infatti, venne scritto “sulla rete”. Chi prese l’iniziativa, almeno apparentemente, si disinteressava del programma e lo lasciava scrivere “alla rete”, che astrattamente avrebbe potuto sancire la prevalenza di qualsiasi posizione politica. Salvo le due tecniche della democrazia diretta e della piattaforma elettronica, non vi erano fini da realizzare. Il fine era affermare una tecnica, utilizzabile per infiniti scopi. Le idee dunque erano irrilevanti: sarebbero state quelle che la rete avrebbe scelto, di centro, di destra, di sinistra, miste, coerenti o incoerenti, profonde o superficiali, concrete o astratte, realizzabili o non realizzabili, nell’ambito della Costituzione o di critica anche radicale alla Costituzione, per la estinzione dell’Italia in uno Stato europeo o per il recupero pieno della sovranità nazionale nei confronti dell’Unione europea.

 

 Questo era il principio fondativo del M5s; questo principio occorre indagare per conoscere il M5S. La peculiarità del M5S non è, come crede qualche ex iscritto rimasto deluso, che le idee non erano in realtà irrilevanti, perché sulla piattaforma qualcuno interveniva a inserire, a far votare e a far vincere emendamenti, senza possibilità di controllo da parte dei partecipanti. Per conoscere l’essenza del M5S questa ipotesi, quand’anche corrispondesse al vero, sarebbe del tutto irrilevante. Nemmeno assume rilievo, per individuare l’essenza del M5S, il fatto che il programma sia stato poi cestinato o messo nel dimenticatoio con una decisione verticistica, che, alle elezioni nazionali del 2013, lo sostituì con pochi scarni punti lunghi una o due righe, ossia con slogan. Il fatto ben più rilevante e decisivo è che chi ha progettato il M5S voleva che fosse chiaro a tutti che in quel movimento le idee erano irrilevanti: la tecnica poteva riempirsi di qualsiasi contenuto. Così il M5S doveva apparire agli interessati, agli avversari e ai cittadini tutti; così si voleva che apparisse; questa era la volontà dei promotori. Orbene, un movimento che nasce affermando che le idee sono irrilevanti, che esse saranno quelle che decideranno coloro che vorranno utilizzare la tecnica della piattaforma informatica e cambieranno con il tempo in base alle decisioni che emergeranno dalla piattaforma informatica, vuole essere il nulla o almeno apparire il nulla (apparire se in realtà la piattaforma è pilotata, o se il vertice disattende il programma, ecc. ecc.). La irrilevanza dei valori o fini per i quali si agisce e la fede nella tecnica che si presta a realizzare indefiniti scopi è esattamente ciò che si intende per nichilismo.

 

Stefano D’Andrea

 

 
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