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Indipendenza da cosa? PDF Stampa E-mail

3 Ottobre 2017

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Da Rassegna di Arianna dell’1-10-2017 (N.d.d.) 

 

Chiunque abbia a cuore la sovranità dei popoli non può che provare empatia per qualsiasi causa di autodeterminazione, soprattutto se conclamata dalle immagini di una popolazione che lotta per le strade per respingere la polizia inviata ad impedire la celebrazione di una consultazione popolare. Tuttavia, la partita in atto contro le élite finanziarie è complessa e richiede pragmatismo e strategia. Proviamo a porci questa domanda: supponiamo che oggi la Catalogna si stacchi dalla Spagna, e che questo inneschi altre spinte centrifughe riguardanti i baschi, i corsi, i bretoni, i fiamminghi, l’Alto Adige etc… staremmo per questo realizzando l’Europa dei popoli liberi? L’Europa delle piccole patrie? L’Europa delle identità? Oggi, nel contesto nel quale siamo, non ne sono affatto sicuro. Non ho un’opinione compiuta sui fatti catalani, e plaudirei senza esitazione alla volontà indipendentista catalana se fossi sicuro che il neo-Stato avesse un piano di emancipazione dalle élite finanziarie alle quali, oggi, è soggetto come parte del perimetro spagnolo. Infatti, è l’indipendenza dall’occupazione finanziaria la prima che va cercata, che è di gran lunga superiore a qualsiasi altra forma di occupazione, inclusa quella militare.

 

Ecco, io questa sicurezza non ce l’ho. Anzi, stando ai dati in mio possesso, nel contesto attuale ritengo che l’eventuale nuovo Stato catalano verrebbe facilmente assorbito nei meccanismi burocratico-finanziari di Bruxelles e della City di Londra, ed avrebbe ancora meno potere contrattuale di quanto non ne abbia già oggi all’interno del perimetro giuridico spagnolo. Qualsiasi decisione strategica deve essere accompagnata da un piano. Ad esempio, da anni ripeto a chi si affretta a sostenere l’uscita tout-court dall’Euro di spiegare dove intende andare, con quali mezzi e con quale strategia. Stesso dicasi per i trattati militari (NATO), commerciali etc. Non basta “uscire”, bisogna avere un piano ed avere almeno una chance di trovarsi, dopo l’uscita, in una posizione migliore, di maggiore sovranità rispetto a prima, altrimenti è meglio star fermi e costruire le condizioni necessarie. Questo stesso principio, oggi, lo applico alle rivendicazioni indipendentiste. A me sembra che la causa catalana, infatti, non diversa da quella di altre regioni ricche europee, nasca dalla rivendicazione di autonomia amministrativa, non finanziaria. È rivolta, cioè, contro l’”occupazione” politica dello Stato centralista, non contro quella finanziaria esercitata dalla Troika e dalle sue propaggini bancarie attraverso l’inganno del debito. Difatti, viene rivendicata la gestione autonoma del budget fiscale, dei vincoli di bilancio, ma non si denunciano i meccanismi di asservimento finanziario, quei meccanismi automatici che sono figli di trattati europei perversi e ingannevoli. Non ho notizie di alcuna critica radicale dei catalani rispetto al debito fittizio verso la BCE, rispetto alla minaccia del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), rispetto al meccanismo perverso del fiscal compact che sta attuando un piano di deflazione e svalutazione programmata dell’intera Eurozona. Se leggessi qualcosa del genere, potrei accettare la scelta indipendentista come strumentale ad un disegno più ampio di emancipazione finanziaria e quindi autenticamente politica del popolo catalano, finalizzata a ricostituire quella triade popolo-territorio-sovranità che caratterizza un’autentica comunità politica. Mi sembra, insomma, che Barcellona non disponga di alcun modello economico-sociale alternativo a quello neo-liberista, e che non guardi a Madrid come ad un nemico, quanto piuttosto come ad un antagonista, un concorrente nella corsa autolesionista a sottoporsi alla dittatura delle élite burocratico-finanziarie. Posta così la questione, potremmo addirittura trovarci alla soglia di una ricomposizione degli Stati nazionali europei in unità frazionate, più deboli e assoggettabili a piani di indebitamento più efficaci perché adattati alle caratteristiche socio-economiche di entità maggiormente omogenee, il tutto all’interno di una cornice compiutamente neo-liberista. In più, di certo, possiamo aggiungere già da ora che nella situazione di oggi (lo sottolineo) la Catalogna indipendente implicherebbe anche la rinuncia dei catalani ad avere un peso nelle decisioni internazionali, un ruolo nelle scelte militari, geopolitiche, nelle assise internazionali dove si fanno gli accordi sul commercio, sull’energia, sui flussi migratori, indebolendo peraltro anche il peso specifico della Spagna post-scissione. Resisterei, quindi, alla tentazione di plaudire alla Catalogna “libera”… e mi domanderei piuttosto se nel contesto attuale questa mossa non crei piuttosto le premesse per una ulteriore sottrazione di sovranità popolare, prestando alla Troika un nuovo lembo di terra sul quale esercitare il proprio dominio, con minore resistenze rispetto al passato.

 

Alberto Micalizzi

 

 
Distruzione della scuola pubblica PDF Stampa E-mail

1 Ottobre 2017

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Da Appelloalpopolo del 30-9-2017 (N.d.d.)

 

La scuola pubblica continua a subire lo smantellamento avviato dall’alto nel nome dell’innovazione didattica. Che questa innovazione copra un piano distruttivo programmato a freddo è implicito nell’intenderla come fine assoluto: nella scuola pubblica attuale non si innova per migliorare, si innova per innovare; dunque l’innovazione peggiora; e questo peggioramento non è una conseguenza imprevista, ma lo scopo effettivo dello sforzo neoliberale di distruzione del settore pubblico. La persona normale, abituata alla docilità e che preferisce fare da sola anziché dare ordini, non concepisce che esista un’élite abituata a comandare e preoccupata di conservarsi al comando. Questa preoccupazione è però la chiave per comprendere ciò che accade nel mondo e che infine si riflette anche nella scuola: l’impero anglosassone annaspa sotto il peso di un’economia allo sfacelo e delle conseguenze di una geopolitica delirante; i suoi movimenti scomposti con cui si sforza di non retrocedere nelle retrovie della storia suscitano inaridimento culturale, miseria materiale, migrazioni, guerre, mentre il suo apparato propagandistico – non solo i media: l’attuale ceto politico europeo è ridotto a questo ruolo – è mobilitato per imprimere nella mente di tutti che la guerra è attuazione di democrazia, la migrazione esercizio di diritti, la miseria materiale è razionalità economica, l’inaridimento culturale creatività.

 

La scuola pubblica deve adeguarsi all’inaridimento, rinunciare alla cultura e alla scienza, limitarsi a una triste creatività da ospizio. Ma non manca il tentativo di farne un’appendice della propaganda. Il linguaggio della ‘Open Society Foundations’ ammicca di continuo tra le circolari e cerca di farsi passare per luogo comune: agli alunni che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica si propongono corsi alternativi sui ‘diritti umani’; ai neoassunti si richiedono approfondimenti sui temi della ‘cittadinanza globale’ – qualunque cosa possa significare una roba del genere – e dello ‘sviluppo sostenibile’; ai docenti e ai dirigenti si propongono corsi di aggiornamento sulla ‘competenza interculturale’. Evidente il tentativo neoliberale di trasformare in verità, a forza di ripetizioni ossessive, l’assurdità che possano esservi diritto e vita umana senza Stato. Dalla diffusione di questa menzogna ci si ripromette di alimentare la passività di fronte allo smantellamento degli Stati europei sotto i colpi disperati dell’imperialismo anglosassone. Ma c’è qualcosa di ancora più triste della riduzione della scuola a misero organo di propaganda: l’imposizione dei compiti impossibili, sulla cui natura anche il professore più ottusamente ‘di sinistra’ comincia ormai a perdere le illusioni. Come a Dachau gli aguzzini ordinavano ai prigionieri di disporre in ordine di grandezza i sassolini del piazzale con lo scopo di spezzare la loro resistenza psichica, la legge della ‘buona scuola’, dettata a Renzi dalle élite europee che a loro volta obbediscono ai poteri atlantici, ha imposto ai docenti due compiti impossibili: la scuola-lavoro e i corsi secondo metodologia CLIL. L’impossibilità della scuola-lavoro si situa a diversi livelli. Innanzitutto è un’impossibilità teorica per i licei che sono finalizzati non all’attività professionale, ma allo sviluppo delle abilità astrattive necessarie allo studio universitario; obbligare i docenti a trovare per i loro alunni lavori attinenti al corso di studi è metterli di fronte al sicuro fallimento: non c’è nessun lavoro particolare attinente alle versioni di greco e di latino, al calcolo integrale e al metodo dialettico-speculativo. Lo scopo della legge non può dunque essere altro che gettare nella disperazione i professori, costringerli a stravolgere ogni criterio di giudizio: a disprezzare cultura e scienza che con la loro teoricità non consentono immediate applicazioni professionali e a guardare con invidia la manualità. In secondo luogo per tutti gli istituti la scuola-lavoro si risolve in una frustrazione pratica: è impossibile trovare un numero sufficiente di aziende che vogliano o siano in grado di offrire un percorso qualificato agli alunni delle tre classi terminali di tutte le scuole superiori italiane. Da questa impossibilità germogliano rimedi di ogni sorta, non da ultimo quello di creare percorsi di scuola-lavoro a pagamento. Un sociologo aveva annunciato l’avvento del lavoratore che non vuole la retribuzione; la realtà lo ha già superato: con la scuola-lavoro è il lavoratore a retribuire l’imprenditore pur di lavorare. L’impossibilità teorica e quella pratica non devono però far dimenticare una impossibilità più profonda (direi: più ripugnante) annidata nel suo stesso concetto. Il lavoro, per sua natura, non produce soltanto abilità a chi lo pratica, ma anche un risultato utile, qualcosa da consumare, in generale una retribuzione. La scuola-lavoro ha introdotto in Italia il lavoro non-retribuito – nel perfetto silenzio dei sindacati che, come non avvertono la concorrenza del lavoro dei migranti con il lavoro degli italiani, così non avvertono la concorrenza che il lavoro non retribuito degli studenti fa ai lavoratori. Eppure circola la notizia che certi Autogrill in autostrada abbiano fatto posto agli scolari-lavoratori a danno dei lavoratori retribuiti – evento non impossibile se si pensa alla scandalosa precarietà che le riforme del mercato del lavoro, approfittando dell’opportuna crisi, hanno consentito in Italia.

 

Il secondo compito impossibile delle scuole italiane è l’introduzione della metodologia CLIL: l’insegnamento in lingua straniera di una o più discipline diverse dalla lingua straniera. A parte il fatto che introdurre la metodologia con alunni ormai adulti dall’apparato fonatorio definitivo è quanto meno intempestivo, si pone la difficoltà ben più corposa della mancanza disperante di insegnanti che possano insegnare la loro disciplina in una lingua diversa dalla loro. Questa difficoltà non viene però vissuta dagli insegnanti come un caso clamoroso di irresponsabilità legislativa o, forse con più realismo, come uno strumento di sabotaggio intenzionale della didattica della scuola pubblica, ma come una loro mancanza, come se qualcuno li avesse preparati da giovani a fare lezione in inglese ed essi avessero colpevolmente dimenticato tutto col passare degli anni. Pronti ad adottare qualunque rimedio perché non emerga un’impossibilità di cui (dopo l’esposizione prolungata ai virus dell’autorazzismo) si sentono colpevoli, si riducono a offrire a un’intera generazione di alunni lo spettacolo avvilente di professionisti che scavano a mani nude: l’insegnante che non conosce la lingua si combina con l’insegnante che non conosce la disciplina; il dimezzamento dell’orario e le ovvie difficoltà di coordinamento portano al risultato di classi che ignorano e la disciplina e la lingua. Non è un bello spettacolo: gli alunni si abituano a disprezzare gli insegnanti, il loro conformismo autolesionistico, la loro inutilità e si ritraggono inorriditi dall’idea di abbracciare la professione – tanto che già oggi si fatica a trovare docenti per certe cattedre. Il danno più grave è che gli alunni non hanno fonti scientifiche e culturali diverse dal loro insegnante: il docente di una disciplina è la disciplina e come rispettandola la fa rispettare così disprezzandola la rende spregevole ai suoi discenti. È così che stiamo educando una generazione di incolti che paga per lavorare.

 

Paolo Di Remigio

 

 
Caccia al risparmio PDF Stampa E-mail

29 Settembre 2017

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Da Comedonchisciotte del 27-9-2017 (N.d.d.)

 

Dev’essere proprio un mondo schifoso quello che mi costringe a dare ragione ad Enrico Letta. Eppure, dichiarando che sarebbe un disastro se il capo della Bundesbank Weidmann dovesse sostituire Draghi, l’ex premier ha perfettamente ragione. Da qualche tempo i tedeschi hanno fatto trapelare l’ipotesi e l’interessato stesso non ha smentito questa possibilità nell’intervista appena rilasciata alla Rai.  Già il fatto che l’unica intervista rilasciata da Weidmann sia stata ai media italiani la dice lunga sull’avanzamento del progetto e infatti Weidmann ha lanciato un messaggio piuttosto chiaro su cosa dovrebbe essere fatto nei nostri confronti. […] Jens Weidmann conserva dell’Italia l’immagine stereotipata trasmessa dai film americani degli anni Cinquanta (pizza, mafia e mandolino), ma soprattutto non si capacita di come questi cialtroni mediterranei possiedano una ricchezza privata media superiore a quella di un tedesco. Weidmann lo dice col sorriso tirato tipico dei primi della classe, ma lo dice chiaramente e proprio nell’intervista messa in onda ieri da RaiUno nella trasmissione di Lucia Annunziata. «Sa che è stata fatta una ricerca tra i paesi dell’area euro nella quale si evidenzia che le famiglie italiane hanno più patrimonio delle famiglie tedesche? Non penso però che qualcuno auspichi un trasferimento di patrimoni dall’Italia alla Germania…» Così ha detto Weidmann all’intervistatrice, sfoggiando un bel sorriso sarcastico. I passaggi dell’intervista sono piuttosto lunghi e numerosi e tutti i giornalisti, in queste ore, si stanno soffermando sulle dichiarazioni del Presidente della Bundesbank con riferimento al quantitative easing di Mario Draghi, che per Weidmann è stato un fallimento, o sulla necessità che l’Italia provveda quanto prima a ridurre il debito pubblico. Invece, il punto chiave è quello evidenziato dal sottoscritto: LE FAMIGLIE ITALIANE HANNO PIU’ PATRIMONIO DI QUELLE TEDESCHE!

 

È di assoluta evidenza, per uno studioso del fenomeno capitalistico, che l’ultracapitalismo non può reggersi a lungo quando consente alla maggior parte della popolazione di tutelarsi attraverso il risparmio. Se ci facciamo caso, i paesi maggiormente capitalistici, come gli Stati Uniti, promuovono la spesa dei privati tramite carte di credito, tramite i “pagherò”, ma non certo tramite il risparmio. E persino la prima casa è molto più tassata che in Italia. Lasciamo perdere le faraoniche idiozie che ha raccontato Berlusconi per anni, la verità è che nei paesi capitalistici i patrimoni sono riservati ai ricchi e che anche gli alti stipendi della middle class vengono puntualmente sputtanati in tasse, assicurazioni e cianfrusaglie da comprare (tipo il suv coi rostri per i bufali, anche se abiti a New York City). Per gli americani avere una casa di proprietà (e non essere in affitto) vuol dire veramente avercela fatta nella vita. Difatti, a parte i ricchi ricchi, praticamente nessuno ne ha un’altra, la famosa seconda casa. Bene, ora guardatevi un po’ attorno: quanti impiegati e operai conoscete, in Italia, che hanno una seconda casa? Io abito in Veneto e oserei dire, almeno una famiglia su tre. Ma al di là delle impressioni personali, quel che è certo è che i tedeschi non sono nelle nostre stesse condizioni e non si capacitano del perché, nonostante il loro efficientismo e i loro (ex) alti stipendi, siano più poveri degli italiani come beni rifugio accumulati. Ma Weidmann lo sa (welfare e tasse basse sul patrimonio) ed è lì che andrà a picchiare se diventerà il nuovo inquilino della Bce a Francoforte. Con Weidmann al posto di Draghi il debito italiano non avrà più alcuna copertura e diventerà facile occasione di vendite allo scoperto per gli speculatori. Il governo italiano, qualsiasi esso sia, dovrà porvi rimedio attraverso alte tasse sui patrimoni della classe media italiana, trasferendo di fatto quella ricchezza alle banche tedesche, finalmente monopolio del board della Bce. Se c’è una cosa bella dei tedeschi è che non sanno mentire. Purtroppo, troppi italiani non capiscono e non sanno trarre le conclusioni politiche dalle confessioni d’oltralpe.

 

Massimo Bordin

 

 
L'automazione non č temibile PDF Stampa E-mail

28 Settembre 2017

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Da Comedonchisciotte del 18-9-2017 (N.d.d.)

 

L’automazione della produzione crea una sfida per l’umanità: cosa fare con quelli “lasciati indietro” dal progresso? Nelle serie tv, come Leftovers, il tema viene affrontato più o meno sempre allo stesso modo: l’Armageddon si sta avvicinando e Dio porta a sé i privilegiati per salvarli dai futuri orrori. Ma cosa succede se tentiamo di leggere il fenomeno dal punto di vista di un economista? È un caso che solo coloro che non sono stati in grado di aderire al flusso di migrazioni e sono dovuti rimanere nei propri poveri paesi siano i nostri “lasciati alle spalle”? Si dovrebbe evitare qualsiasi romanticizzazione semplicistica del tema migranti. Alcuni europei di sinistra dicono che i rifugiati sono un proletariato nomade e possono diventare nucleo di un nuovo soggetto rivoluzionario – una cosa senza senso. Il proletariato, per Marx, era costituito da lavoratori sfruttati, tenuti a bada da lavoro e creazione di ricchezza. Dato che oggi il precariato è la nuova forma di proletariato, il paradosso dei rifugiati è che vengono per diventare proletari. Il problema è che, non avendo posto alcuno nell’edificio sociale dei paesi in cui vanno, sono ben lungi dall’essere proletariato nel senso marxiano. Non sarebbe più appropriato dire che sono la parte più ambiziosa della propria popolazione? Sono questi che vogliono salire sulla scala sociale, i veri proletari sono quelli che rimangono nel proprio paese (non accolti da Dio). La tendenza del capitalismo globale è quindi quella di “lasciare indietro” l’80% di noi.

 

Un secolo fa, Vilfredo Pareto fu il primo a descrivere la cosiddetta regola 80/20 della vita (non solo) sociale: l’80% del terreno è di proprietà del 20% delle persone, l’80% dei profitti è prodotto dal 20% dei dipendenti, l’80% delle decisioni vengono fatte durante il 20% del tempo di riunione, l’80% dei collegamenti web rimandano a meno del 20% delle pagine web, e così via. Come alcuni analisti ed economisti sociali hanno suggerito, l’esplosione di oggi della produttività economica ci pone di fronte all’estremo di questa regola: l’economia globale emergente tende verso uno stato in cui solo il 20% della forza lavoro può fare tutti i lavori necessari, cosicché l’80% della gente è sostanzialmente inutile e potenzialmente disoccupato. Quando questa logica raggiunge il suo estremo, non sarebbe ragionevole portarla alla sua auto-negazione? Il sistema che rende l’80% delle persone irrilevanti e prive di alcun uso, non è esso stesso irrilevante ed inutile? Il problema, pertanto, non è tanto che sta emergendo un nuovo proletariato globale, ma un altro: miliardi di persone semplicemente sono non necessarie e tutte le fabbriche del mondo non potrebbero assorbirle. Una volta Toni Negri diede un’intervista: passeggiando per la periferia di Mestre, la telecamera lo colse mentre oltrepassava una fila di lavoratori che si trovava davanti ad una fabbrica di tessuti destinata a chiudere; indicò verso i lavoratori e disse: “Guardali! Non sanno di essere già morti!”. Per Negri, questi lavoratori protestavano per tutto ciò che c’è di sbagliato nel socialismo sindacale, che si concentra sulla sicurezza del lavoro aziendale. Un socialismo reso obsoleto dalle dinamiche del capitalismo “postmoderno”, con la sua egemonia del lavoro intellettuale. Piuttosto che ritenere questo nuovo “spirito del capitalismo” una minaccia, come fa la tradizionale democrazia sociale, essa dovrebbe invece accettarlo, distinguendo in essa le dinamiche del lavoro intellettuale e della sua interazione sociale non gerarchica e non centralizzata, tipiche del comunismo. Se seguiamo questa logica fino in fondo, non possiamo che essere d’accordo con una cinica battuta neoliberista: oggi il compito principale dei sindacati dovrebbe essere quello di rieducare i lavoratori per adattarli alla nuova economia digitalizzata. Che dire tuttavia della visione opposta? Il nuovo capitalismo rende superflua una percentuale sempre più grande di lavoratori (secondo alcune stime, a lungo termine, il capitalismo di oggi avrebbe bisogno idealmente di un mero 20% della forza lavoro disponibile). E quindi, che dire allora di riunire tutti i “morti viventi” del capitalismo globale, tutti quelli lasciati indietro dal progresso neocapitalista, quelli resi obsoleti e quelli che non sono in grado di adattarsi alle nuove condizioni? La scommessa, ovviamente, è che si possa indurre un corto circuito tra questi avanzi della storia e l’aspetto più progressista della storia. La scelta vera è pertanto questa: dovremmo continuare a prenderci cura di chi è rimasto indietro o dovremmo affrontare il compito molto più difficile di cambiare il sistema globale che li lascia indietro? Senza un tale cambiamento, la nostra situazione sarà sempre insolubile. Ad esempio, si consideri l’automazione della produzione che – molte persone temono – ridurrà radicalmente la necessità dei lavoratori facendo quindi esplodere la disoccupazione. Perché temere questa prospettiva? Non apre le porte ad una nuova società in cui lavoreremo tutti e meno? Che società è quella in cui le buone notizie vengono automaticamente trasformate in cattive?

 

 Slavoj Žižek (traduzione a cura di HMG)

 

 
Petrolio in cambio di yuan PDF Stampa E-mail

27 Settembre 2017

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Da Rassegna di Arianna del 18-9-2017 (N.d.d.)

 

Il 15 settembre 2017 Venezuela ha cominciato a segnalare il prezzo di vendita del proprio petrolio in Yuan cinese, la cui sigla internazionale è CNY. Il Ministero dell’Energia e Petrolio del Venezuela nella sua pagina web ha riportato il prezzo medio di vendita settimanale del proprio petrolio in 306,26 yuan, in aumento rispetto alla settimana scorsa quando era stato in media 300,91 Yuan. Per la prima volta nella sua storia il prezzo del petrolio venezuelano non è più indicato in dollari. […] Perché il Venezuela ha cominciato a segnalare e vendere il proprio petrolio in Yuan? Lo scorso 25 agosto il Governo statunitense di Donald Trump ha emanato pesanti sanzioni contro il Venezuela e PDVSA, l’industria petrolifera statale. L’obiettivo di queste sanzioni è impedire al Venezuela l’approvvigionamento di dollari e l’accesso ai finanziamenti. PDVSA, attraverso CITGO, la sua filiale negli Stati Uniti, vende il petrolio venezuelano negli USA; i dollari derivanti da questa vendita, fino al giorno delle sanzioni, venivano trasferiti al Venezuela, che li utilizzava per importare i beni di cui il paese ha bisogno. Il Venezuela vende agli USA oltre un milione di barili di petrolio al giorno, ma in virtù di queste sanzioni è materialmente impossibilitata ad incassare i dollari derivanti dalla vendita. Non solo: le sanzioni impediscono la compravendita di titoli (Bond) emessi legalmente da PDVSA e quindi viene impedito l’accesso ad ogni forma di finanziamento. Secondo Peter Koening , economista ed ex funzionario della Banca Mondiale (Word Bank) si tratta delle sanzioni più dure della storia emanate dal Governo degli Stati Uniti; sono il frutto evidente di una guerra finanziaria diretta a paralizzare il paese e costituiscono, inoltre un crimine di guerra, dato che mettono in pericolo la vita di milioni di venezuelani. In definitiva con queste sanzioni impedendo al Venezuela di accedere ai dollari, la moneta utilizzata nel commercio internazionale, si impedisce anche di poter comprare cibo e medicine nel mercato internazionale. Inoltre, le sanzioni hanno anche l’obiettivo di mandare il paese in default, in fallimento: non potendo accedere ai propri conti in dollari, il Venezuela sarebbe anche impossibilitato a pagare le rate in scadenza del proprio debito pubblico. Queste sanzioni stanno spingendo il Venezuela ad abbandonare il dollaro ed a cercare nuovi mercati per la vendita del proprio petrolio e l’approvvigionamento dei beni di cui ha bisogno il paese. La Cina è un paese in forte sviluppo che ha bisogno di energia, di petrolio e sta investendo fortemente in Venezuela e in tutto il continente americano; è sufficiente pensare che sta finanziando la costruzione del Nuovo Canale del Nicaragua, opera ingegneristica che permetterà il passaggio delle grandi navi cargo tra il Pacifico e l’Atlantico. Cina, Russia, i paesi dell’Organizzazione di Shanghai (SCO) ed ora anche il Venezuela si stanno sempre più allontanando dall’egemonia del dollaro. Il commercio internazionale tra questi paesi si effettuerà attraverso le rispettive monete locali ed in particolare utilizzando sempre più le monete della Cina e della Russia (Yuan e Rublo). Il dollaro, a cui è legato anche l’Euro, e tutto il complesso finanziario che ruota attorno ad esso (Federal Reserve, Wall Street, Bank for International Settlement, ovvero il BIS, ed il sistema SWIFT) saranno progressivamente sostituiti dal CIPS, il Sistema della Cina per i pagamenti internazionali e dal costituente Sistema per i pagamenti internazionali della Russia. Non va dimenticato che Russia e Cina in questi ultimi anni hanno acquistato grandi quantità di oro e continuano ad acquistarlo per sostenere la propria moneta. Sta dunque per terminare il monopolio del dollaro e della finanza statunitense ed occidentale. In definitiva stiamo assistendo al tramonto degli Stati Uniti.

 

Come reagiranno gli USA? Gli USA accetteranno di farsi pacificamente da parte? Certamente gli USA non accetteranno di farsi da parte; cercheranno in tutti i modi di mantenere il dollaro come principale moneta degli scambi commerciali internazionali. In realtà per gli USA è una questione di vita o di morte: il giorno in cui il dollaro cesserà di essere la principale moneta del commercio internazionale, il giorno in cui il dollaro cesserà di essere la moneta di Riserva Internazionale per eccellenza sarà la fine per l’Impero statunitense. Nel momento in cui il dollaro cesserà di essere la moneta di riferimento internazionale, la grande quantità di dollari della Riserva Internazionale, la grande quantità di dollari in circolazione, la grande quantità di dollari che la FED ha stampato per finanziare il debito pubblico USA sarà immessa nel mercato facendo letteralmente crollare il suo valore. In definitiva chi ha i dollari sarà costretto a venderli per acquistare le nuove monete internazionali. Il valore del dollaro crollerà e gli USA saranno interessati da una iperinflazione; l’Unione non reggerà e gli Stati Uniti termineranno dividendosi. Da tanti anni pensiamo e scriviamo che questo sia il futuro riservato agli Stati Uniti. Ovviamente gli USA sono ancora una grande potenza militare, anche se in declino, per cui utilizzeranno tutta la forza di cui dispongono per impedire l’abbandono del dollaro e quindi la loro fine. Il Venezuela non aveva alternative: abbandonare il dollaro o sprofondare. La decisione di abbandonare il dollaro e vendere il proprio petrolio in Yuan inevitabilmente porterà gli Stati Uniti ad adottare provvedimenti di natura militare. Insomma non è difficile prevedere un intervento armato (diretto o indiretto) contro il Venezuela. In Venezuela tutti sono consapevoli di questo pericolo. Un anno fa circa, il Generale venezuelano Jacinto Pérez Arcay in una intervista a Russia Today, considerava "inevitabile" l'invasione statunitense del Venezuela. Oggi, dopo questa decisione di vendere il proprio petrolio in Yuan, il pericolo di una invasione statunitense diventa sempre più concreto e imminente. Bisogna ancora aggiungere che la decisione di abbandonare il dollaro non riguarda solo il Governo, ma tutta la società venezuelana. La Banca Centrale del Venezuela ha cessato di offrire dollari al pubblico, sia imprese che privati (attraverso il Mercato cosiddetto Dicom); i cittadini e le imprese che disponevano di un conto corrente in dollari presto potranno aprire un conto corrente in Yuan, Rublo o Rupia. Insomma si va verso l’abbandono totale del dollaro. Ovviamente il Venezuela non è isolato; Russia e Cina, le grandi potenze in ascesa che hanno grandi investimenti in Venezuela, non possono permettere una invasione del Venezuela; hanno il diritto di veto in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e sicuramente lo utilizzerebbero. Tutto ciò potrebbe non essere sufficiente per dissuadere gli USA da avventure militari contro il Venezuela o contro la Russia e la stessa Cina. Per gli USA – come analizzato – è una questione di vita o di morte. Inevitabilmente il mondo sta andando incontro ad una guerra di proporzioni inimmaginabili. O meglio chi regge i destini del mondo sa benissimo quali sarebbero le conseguenze; non dimentichiamo che gli USA e altri paesi possiedono armi atomiche il cui utilizzo mette in pericolo la vita sul nostro pianeta. Loro, coloro che reggono i destini del mondo, sanno benissimo che stiamo andando verso una guerra catastrofica che potrebbe portare all’estinzione della vita sul nostro pianeta. È per questo motivo che si sono “preoccupati” di creare il “Deposito globale di sementi delle Svalbard" (Svalbard Global Seed Vault), un bunker quasi al Polo Nord in cui si conservano le sementi di tutto il mondo. Le sementi sembrano dunque a salvo, ma rimarrebbe vivo qualcuno per poterle utilizzare?

 

Attilio Folliero

 

 
Eticitā e veganesimo PDF Stampa E-mail

26 Settembre 2017

 

È il 2017. Secondo tutti i film prodotti quando l’umanità pensava di poter curare gli omosessuali con gli schiaffi viviamo in un futuro da fantascienza. Certo, non abbiamo macchine volanti, non viviamo in un’era post-razziale o nelle colonie su Marte, però abbiamo l’etica. E un compasso morale formato dalle gif di Beyoncé che ci spiegano come navigarla. Etica, infatti, è la parola del futuro. E quindi del nostro presente. Il lavoro è etico. La musica è etica. Lo sono le tasse. Anche le banche, ormai, sono etiche. “Etica” è diventata la parola con cui definire noi stessi e chi ci circonda. Dividiamo le persone in buone o cattive a seconda di quanto rispecchiano la nostra idea di “etica”. Ma cosa si intende esattamente con “etica”? Tutti i più grandi pensatori della storia hanno scritto e dibattuto sul suo significato. Da Aristotele a Socrate, fino a Confucio. Da Tommaso D’Aquino a Kant, fino a Giulia Innocenzi. Nessuno, prima di lei, aveva però mai trovato una definizione precisa e sintetica di “etica”. Etica, sostiene la collaboratrice di Santoro nel suo libro “Tritacarne”, significa non uccidere gli animali. Sarebbe intellettualmente disonesto, però, attribuire quest’idea esclusivamente alla giornalista de Il Fatto Quotidiano; una riflessione così complessa richiede un’estensione computazionale non ascrivibile singolarmente a Giulia Innocenzi. Per arrivare a questa epifania intellettuale sono stati necessari milioni di vegani nel mondo. I vegani sono infatti ossessionati dalla parola “etica”. È quella a cui ricorrono quando viene chiesto loro che cosa li abbia spinti a cambiare dieta. È come definiscono loro stessi. Persone con etica. Hanno pure creato il “Parma Etica Festival”, una rassegna in cui si celebrano culture, tradizioni e usanze alimentari allogene con il nobile scopo d’aiutare le persone a dimenticare di vivere a Parma. Tre giorni di talk, workshop e seminari sull’etica vegan e vegetariana. E sulla “psicogenealogia transgenerazionale”, una branca della psicologia che unisce le esperienze traumatiche dei tuoi avi del Rinascimento con le difficoltà di ricezione di Lifegate. Ospite speciale del festival? Giulia Innocenzi. Altro esempio di questa ossessione si può trovare nel ricettario-bibbia della comunità vegana italiana dal titolo “La cucina etica”. Scopo dei suoi tre autori è quello di proporre ricette “etiche, salutiste, ecologiche, spirituali, legate allo sviluppo sostenibile”. Uno dei primi capitoli è dedicato alla quinoa.

 

La quinoa è considerata uno degli alimenti più nutrienti in natura ed è utilizzata di frequente nelle diete vegane per l’alta concentrazione di proteine che contiene; viene coltivata nei due Paesi più poveri del Sud America – Perù e Bolivia – e da quando è stata scoperta nelle “diete etiche” ha completamente stravolto l’esistenza degli abitanti di entrambi i Paesi. Dal 2006 al 2011 il prezzo della quinoa è triplicato, fino a raggiungere i 3mila euro la tonnellata, ma alcune varietà più pregiate – rossa real e nera – possono superare i 4mila e gli 8mila euro. Per questo motivo in Bolivia, un Paese in cui il 45% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno, gli agricoltori hanno cambiato la loro dieta, immutata per oltre 5mila anni. La quinoa, ormai troppo preziosa per essere consumata localmente, viene quasi interamente venduta o scambiata per Coca-Cola, dolciumi industriali e altri prodotti della dieta occidentale. La situazione è così grave da aver creato un inedito banditismo locale, che lotta a colpi di rapimenti e di candelotti di dinamite per la conquista di terreni coltivabili a quinoa. La diversità biologica delle coltivazioni è stata inoltre quasi completamente distrutta per essere convertita in una monocoltura di questa pianta. Per gli agricoltori non avrebbe senso fare diversamente. In Perù, dove il 22% della popolazione vive in povertà, la situazione non è migliore. Un chilo di quinoa costa dieci soles, circa 2,70 euro: più del pollo e quattro volte il riso. Secondo le statistiche governative il consumo è crollato a livello nazionale per questo motivo. Una notizia preoccupante, visto che proprio per le eccezionali proprietà nutritive la quinoa risultava fondamentale per sostenere la popolazione nelle zone più povere del Paese, colpite da un livello di malnutrizione infantile fra i più alti in Sud America. Secondo l’UNICEF il 19.5% dei bambini peruviani soffre oggi di malnutrizione cronica. Il paradosso è evidente: mentre nei Paesi d’origine è diventato più conveniente mangiare l’hamburger di una multinazionale, i ricchi europei e americani possono consumare l’etico, salutista e sostenibile burger vegano di quinoa. Magari con una maionese di anacardi, altro alimento necessario per mantenersi etici e che nei piatti vegani risulta fondamentale per simulare ricette realizzabili tradizionalmente solo attraverso il latte animale, come la besciamella, i “formaggi” da spalmare, il ripieno della cheesecake, i gelati e le mousse. Ma da dove arrivano gli anacardi che finiscono nei dolci cruelty free? Per il 40% dal Vietnam, Paese che ha deciso di adottare per la loro raccolta una filiera produttiva che ricorda le dittature più tiranniche della storia, tipo la Corea del Nord di Kim Jong Un, la Romania di Ceaușescu o la Apple di Steve Jobs. Secondo un dettagliato reportage di Human Rights Watch, gli anacardi vietnamiti provengono infatti quasi totalmente dal lavoro forzato nei centri di recupero per tossicodipendenti condannati. Moltissimi detenuti arrivano in questi centri senza essere stati difesi da un avvocato e senza un regolare processo e sono costretti a lavorare otto ore al giorno, sei giorni alla settimana, a un ritmo di estrazione di un anacardo ogni sei secondi. Chi non rispetta questi standard subisce svariate punizioni corporali: viene picchiato con bastoni chiodati, rinchiuso in celle d’isolamento, costretto al digiuno e privato dell’acqua. In molti casi torturato con l’elettroshock. Per questo motivo Human Rights Watch li ha definiti “anacardi insanguinati”, come i diamanti africani. La filiera però non termina in Vietnam: il 60% degli anacardi viene processato nel Sud dell’India, nelle zone più povere del Paese. Il guscio, spesso e resistente, viene spaccato a mano da donne che lavorano sedute nella stessa posizione per dieci ore al giorno. Ma non è la fatica il vero problema. Gli anacardi sono protetti da due gusci interni che rilasciano un olio caustico formato da acidi anacardici, cardolo e metilcardolo: queste sostanze bruciano in modo profondo e permanente la pelle delle lavoratrici che non possono permettersi dei guanti di protezione. Per la loro mansione vengono infatti pagate appena 2,20 euro al giorno. In India gli anacardi sono considerati un lusso da consumare solo durante le feste più importanti. Così, alla fine dei turni, le operaie vengono anche perquisite, come le donne in reggiseno e slip che tagliavano la cocaina per Pablo Escobar. […] Mandorle, l’ennesimo alimento esploso in popolarità – con un prezzo triplicato in 5 anni –, grazie al suo apporto naturale di calcio, essenziale nella dieta vegana. Da questi frutti si ricava un latte utilizzato per realizzare mozzarella, ricotta e molti altri tipi di formaggi e creme. La richiesta è aumentata a tal punto da costringerci a importarle quasi totalmente dall’estero, nonostante le nostre millenarie tradizioni legate al loro consumo. Principalmente dalla California, responsabile dell’82% della produzione mondiale. Un quasi-monopolio in crescita costante, che ha messo lo stato americano in ginocchio per il prosciugamento delle riserve idriche. Per produrre una singola mandorla sono necessari infatti oltre 4 litri d’acqua – e la California ne produce ogni anno più di 950mila tonnellate. Le ripercussioni della siccità sulla fauna sono devastanti: sono morti oltre 4mila cervi in un anno; alci, linci, volpi, coyote e orsi sono talmente assetati da spingersi con sempre maggiore frequenza nelle zone abitate dall’uomo. Diverse tribù di Nativi Americani stanno cercando di salvare il salmone Chinook, un pesce fondamentale per la loro storia e cultura: peccato che l’acqua che potrebbe evitarne l’estinzione venga deviata per centinaia di km per essere usata nei frutteti di mandorle. Ma a contribuire all’aridità dei terreni non sono solo le mandorle. L’altro grande responsabile è forse l’alimento più rappresentativo della moderna narrativa del cibo, passato da nutrimento a status symbol politico per food stylist: l’avocado. Per produrre mezzo kg di avocado vengono mediamente impiegati 270 litri d’acqua. Il risultato sono i quattro anni consecutivi in cui la California registra la peggior siccità della storia. Brindiamo con questo avocado alle mandorle offerto da “La cucina etica”!

 

Certo, c’è chi se la passa peggio. Il vicino Messico in meno di 10 anni ha decuplicato gli export di avocado – conosciuto ormai da quelle parti come “oro verde”– diventandone il primo produttore al mondo. L’offerta, però, non riesce a soddisfare la domanda. I prezzi in continua salita stanno portando a una deforestazione che tocca i 700 ettari all’anno; in dieci anni, per lasciare spazio ai frutteti di avocado, è svanita un’area di foresta grande quattro volte la Lombardia. Come per la California, questa perdita sta trasformando radicalmente la vita di flora e fauna. Milioni di farfalle monarca scelgono per la riproduzione e lo svernamento proprio le aree in deforestazione del Michoacan, la capitale mondiale dell’avocado: senza vegetazione il loro destino è l’estinzione. L’enorme quantità di pesticidi e fertilizzanti necessari per la coltivazione degli avocado stanno inoltre avvelenando le riserve acquifere da cui si abbeverano animali e popolazione locale. Il controllo di questo enorme business è in mano al cartello dei “Cavalieri Templari”, l’organizzazione criminale responsabile della distribuzione di crystal meth negli Stati Uniti, che ha scoperto un inedito pollice verde da quando i ricavi della vendita di avocado sono passati dai 90milioni di dollari del 2000 agli 1.3 miliardi del 2012. Le tattiche sono le stesse usate da tutti i mafiosi del mondo. Chi non paga il pizzo si trova i frutteti bruciati. Chi prosegue nel non assecondare i taglieggiatori va incontro alla morte o a quella dei propri cari. Molteplici i casi di stupro. Un giornalista di Vocativ racconta la storia del rapimento di due figli di un agricoltore. Per il riscatto da 1.5 milioni di dollari ha venduto tutto ciò che possedeva. I figli non li ha mai più rivisti. Per questo motivo si parla di “avocado insanguinati”. Come i diamanti. Come gli anacardi. Ma persino gli avocado non sono nulla in confronto al più grande distruttore di foreste del mondo: la soia. Per questo legume ogni anno viene raso al suolo il 3% della foresta pluviale Argentina, situata nella provincia di Cordoba. Otto milioni di ettari – un’area grande quanto il Portogallo. In Brasile, dal 1978 a oggi, sono sparite invece Italia e Germania. Ma a chi importa, no? Del resto la foresta pluviale serve solo a produrre il 28% dell’ossigeno che respiriamo e a stabilizzare il surriscaldamento globale attraverso l’assorbimento di anidride carbonica. Certo, uccidere miliardi di persone facendo innalzare il livello degli oceani a causa dello scioglimento dei ghiacciai è un equo sacrificio rispetto alla vita di una quaglia del Molise, peccato che la foresta contenga anche il 40% delle specie animali viventi. Questo però non intacca lo status della soia come alimento principe della dieta vegana – il sito de “La cucina etica” contiene 952 ricette basate su questo ingrediente. Secondo una ricerca dell’università di Oxford, il 73% dei vegani consumerebbe ogni giorno almeno 11 grammi di proteine provenienti dalla soia, ricca inoltre di fibre e minerali che altrimenti verrebbero a mancare nell’organismo di una persona che non mangia carne. Ora so cosa staranno pensando i vegani. “La maggior parte della soia viene coltivata come mangime animale, non per l’uomo!”. È vero, il 70% della produzione mondiale di questo legume è destinata agli allevamenti di bestiame, ma la nota lobby dell’industria della carne, conosciuta anche come WWF, ha commissionato nel 2009 una ricerca alla Cranfield University che riflette proprio su questo dettaglio. Lo scopo dello studio è immaginare scenari che potrebbero ridurre del 70% l’emissione di gas serra. I ricercatori giungono a questa conclusione: “sostituire latte e carne con analoghi alimenti raffinati come il tofu potrebbe aumentare la quantità di terreno arato necessario per soddisfare il fabbisogno alimentare”. Infine, se la propaganda “etica” funzionasse veramente e smettessimo tutti di consumare prodotti animali, la deforestazione e il surriscaldamento terreste aumenterebbero. Questo perché una vasta quantità di alimenti consumati dai vegani richiede una lunga filiera di lavorazione, dalla coltivazione a migliaia di km ai numerosi processi necessari per trasformare la soia nell’unico alimento più insapore del pollo: il tofu. Provate a cercare un ristorante vegano interamente a km.0 nella vostra città. Non esiste. Il massimo che potete trovare è un ristorante possibilmente a km.0. La verità, come ipotizza la ricerca del WWF, è che una cucina vegana equilibrata non è sostenibile per l’ambiente. […] Ma non c’è nulla di sbagliato nell’essere vegani, è una scelta personale, come tante altre. Il problema nasce quando si passa da una scelta di vita a una presunta scelta etica, motivata dal voler salvare l’ambiente o gli animali. Questo significa mettersi in una posizione di superiorità morale che semplicemente non trova corrispondenza nei fatti. È solo un voler apparire ecologisti. Il movimento vegano usa la parola “specista” per apostrofare chi secondo gli adepti non mette vita animale e umana sul medesimo piano di importanza. […] L’unica cosa che possiamo fare, la prossima volta che ci troveremo a mangiare in una hamburgheria artigianale con un amico vegano, è aiutare chi ci sta di fronte a scegliere. Fra il burger di quinoa con guacamole e mayo di mandorle e l’unica scelta etica possibile: il digiuno.

 

Matteo Lenardon

 

 
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