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Il marasma mentale della sinistra PDF Stampa E-mail

1 Maggio 2019

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Da Appelloalpopolo del 29-4-2019 (N.d.d.)

 

Le patrimoniali senza vincoli alla libera circolazione di capitali (che fanno solo sorridere i ricchi, che dagli Anni Novanta portano lecitamente i soldi all’estero con un click e senza aver nemmeno più bisogno degli “spalloni”), Greta che stringe la mano ai potenti che fan finta di preoccuparsi per le emissioni di CO2, i “migranti” usati come carne da cannone per le guerre tra poveri, il cosmopolitismo liberale dei padroni scambiato per l’Internazionalismo dei lavoratori, il cavallo di Troia de “l’Europa” distruttrice di nazioni e Costituzioni, i finti diritti alla “felicità” individuale agitati strumentalmente perché rubino la scena a quelli sociali e collettivi (trattati invece alla stregua di poco più che ciarpame ideologico, da gettare nell’indifferenziato di un’epoca “superata” che si pretenderebbe che non tornasse mai più): eccola, la “sinistra moderna”: quella “liberale, libertaria e liberista” che non osa nemmeno più mettere in discussione le quattro libertà fondamentali, simbolo dell’”integrazione europea”, indispensabili per la completa realizzazione dello strapotere del Mercato sull’ Uomo (la libertà di circolazione delle merci, dei lavoratori, dei servizi e dei capitali); quella col ditino puntato e col sopracciglio perennemente alzato, comicamente offesa con il popolo divenuto “brutto sporco e cattivo” che non la vota più, essendo diventata quanto di più lontano possa esserci da quegli strati di popolazione impoverita che in questi dieci anni di Grande Depressione 2.0 hanno sofferto maggiormente.

 

Spiace constatarlo, ma la mutazione genetica politico-culturale subìta, a livello individuale ha assunto i connotati di un vero e proprio marasma mentale: siete diventati niente di più e niente di meno che dei nemici di classe, e in quanto tali, tornerete le “quattro noci nel sacco con la pretesa di mandare a ritroso il corso della Storia” di cui parlava un certo Togliatti: si approssima una insignificanza politica che sconterete per decenni. Intanto, grazie a voi, le destre nazional-liberiste ringraziano, incassano e soffiano sul fuoco in tutto il Continente. Bene, il passaggio era forse obbligato: prima vi toglierete di torno e meglio sarà; ad altri spetterà il compito di ricostruire dalle macerie tutto quel che avete distrutto negli ultimi trent’anni, dovessimo mettercene altrettanti. Siamo all’Anno Zero.

 

Luca Russi

 

 
Lega tragicomica PDF Stampa E-mail

30 Aprile 2019

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Salvini: "O l'Europa si salva ora o diventa un califfato islamico" "Finché ci sono io non entra nessuno, non saranno quattro zecche a spaventarmi", ha aggiunto il vicepremier, mandando "un bacione e pane e Nutella” a una contestatrice che gli aveva dato del 'fascista'.

 

Effettivamente chi dà del fascista a Salvini è un ignorante o un idiota. Salvini, non è un fascista, è un fancazzista, che non ha mai fatto e non è stato mai capace di fare nulla di buono nella vita. Si è ritrovato con Bossi malato e fregato dal figlio, con Fini che col tempo ha svelato anche ai più cretini che era un mediocrissimo piccolo omino, e con Berlusconi rincoglionito, sicché Salvini, approfittando di 7 anni di opposizione della Lega e di Governo del PD ha ricostituito il PDL- la Lega è il PDL, un PDL più rozzo, come richiedono i tempi - dicendo tutto e il contrario di tutto, come desidera la gente che ama il marketing, e sollecitando ignoranza e istinti meschini nel popolo.

 

Il fascismo ci portò alla rovina, a un'alleanza con Hitler odiosa e disastrosa, comportò basi straniere in Italia e rischiò di dividere l'Italia in due ma fu una cosa seria, tragicamente seria ma seria. La Lega, non diversamente dal PD, è tragicamente ridicola.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Un Presidente che deborda PDF Stampa E-mail

29 Aprile 2019

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Da Rassegna di Arianna del 27-4-2019 (N.d.d.)

 

L’art. 74 della Costituzione dispone che “Il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione. Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata”. Bene, cosa fa Sergio Mattarella? Ben prevedendo che una seconda deliberazione avrebbe nuovamente approvato la legge sulla legittima difesa ed egli sarebbe stato obbligato a firmarla e a promulgarla, la firma e la promulga (non vedendovi – con questo - alcun profilo di incostituzionalità) e pone in essere un atto qualificabile come estraneo all’ordine giuridico costituzionale; cioè, manda uno strano “messaggio” ai Presidenti delle Camere mettendo “paletti”, come riferisce la stampa e indicando – radicalmente fuori da ogni sua competenza istituzionale – quali debbano essere i criteri interpretativi e applicativi della legge!

 

Non replico nel merito a quel che egli ha detto. Non scendo a certi livelli di discussione in materia giuridica. Su questo piano io discuto con i miei pari. Aggiungo solo che mi rifiuto di credere che egli non sia consapevole del contenuto, della finalità e del “senso” dell’art. 74 Cost. Il profilo da sottolineare è l’ennesimo episodio posto in essere dal Capo dello Stato ancora una volta di molto personale interpretazione della Costituzione e oggettivamente finalizzato (e questo è l’aspetto più grave per come esso appare) a trasmettere attraverso un atto improprio un “messaggio” alla magistratura, ad una parte della magistratura, anticipando il suo personale, non richiesto ed eccentrico giudizio non solo in quanto Capo dello Stato ma anche in quanto Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Con ciò implicitamente si suggerisce di percorrere la strada di un artificioso ricorso alla Corte costituzionale da parte dei giudici con la conclusiva finalità di veder dichiarata l’incostituzionalità della legge e dunque la sua abrogazione. Il tutto in spregio dei poteri sovrani del Parlamento e ancor più della sovranità popolare che il Parlamento rappresenta o dovrebbe rappresentare. Oltre che in spregio dell’autonoma e indipendente valutazione della magistratura in termini di interpretazione ed applicazione delle leggi. Questo è radicalmente fuori dall’ordine giuridico e politico costituzionale. Come si legge nella giurisprudenza amministrativa, è un caso eclatante di eccesso di potere sotto l’aspetto sintomatico dello sviamento di potere e della funzione per il perseguimento (voglio sperare inconsapevole) di uno scopo indebito e lontano da quello che il legittimo esercizio del potere consente. Non capisco perché ancora le forze politiche presenti in Parlamento non richiedano la messa in stato d’accusa di questo Presidente della Repubblica che ha smarrito ogni necessario criterio di imparzialità e di neutralità, e con esso ogni credibilità istituzionale.

 

Augusto Sinagra

 

 
La fregatura del millennio PDF Stampa E-mail

28 Aprile 2019

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Da Rassegna di Arianna del 26-4-2019 (N.d.d.)

 

Articolo interessante di Giavazzi e Alesina sul Corriere della Sera di ieri. Interessante perché nella narrazione economara (non crederete di capire davvero di sostenibilità del debito pubblico perché ripetete a pappardella le sciocchezze che vi propinano da trenta anni sul rapporto debito/pil?) finalmente viene introdotto il concetto di "debito estero" ammettendo che l'Italia ha una Posizione Finanziaria Netta in sostanziale pareggio come vado a dire (umilmente) io da qualche anno. Cito testualmente il duo bocconiano: «L’Italia non ha un debito estero netto perché i prestiti che Stato e aziende private hanno contratto fuori dall’Italia sono compensati da altrettanti titoli esteri acquistati dalle famiglie e dalle nostre banche. Basterebbe azzerare queste posizioni — cioè vendere i titoli esteri che possediamo e ricomprarci i Btp detenuti all’estero — per diventare il Giappone. A quel punto potremmo permetterci di aumentare la spesa pubblica e al tempo stesso ridurre le tasse, lasciando crescere il debito». E poi ancora: «Tutto ciò è possibile, ma vorrebbe dire uscire dall’euro che è nato per fare il contrario: integrare i mercati dei capitali dell’Eurozona e diversificare il rischio distribuendolo nell’area».

 

Dunque i due finalmente ammettono che la chiave di volta per capire la reale situazione della nostra condizione finanziaria è quella di valutare correttamente la situazione dei conti con l'estero (Bilancia Commerciale, Saldo delle Partite Correnti e Posizione Finanziaria Netta) al secondo punto, correttamente, sostengono che 1) ricreare le condizioni degli anni 70/80 del secolo scorso per riportare in patria i capitali allocati all'estero significa uscire dall'Euro (verissimo) e con serafica tautologia inoltre sostengono (2) che l'Euro è nato con l'unico scopo di diversificare il rischio al quale sono esposti i capitali grazie alla libera circolazione dei capitali all'interno dell'area euro.

 

Ah? L'Euro sarebbe nato con questo unico scopo? Quello di diversificare il rischio? Non per garantire la crescita dell'area? Non per evitare pericolose guerre commerciali fatte di dazi e svalutazioni competitive ma in un quadro di crescita e cooperazione tra stati in tutta l'area? Bene, allora cari Chiarissimi Professori voi state dicendo che abbiamo smantellato l'industria pubblica (con relativa deindustrializzazione) e svenduto gli assets bancari pubblici solo per consentire ai nostri capitalisti di investire all'estero legalmente? Voi state dicendo che abbiamo accettato una politica monetaria di deflazione istituzionalizzata solo perché Agnelli possa portare i suoi danari (poi ci sarebbe da dire anche sull'aggettivo possessivo appropriato) in Lussemburgo? E tutto questo per ottenere il risultato straordinario di aver ridotto l'area economica più ricca e istruita del mondo in una zona a rischio caduta nel secondo mondo a causa dell'assenza di investimenti in ricerca che l'hanno tagliata fuori dalla Rivoluzione Digitale in corso? Ci sarebbe inoltre da dire che i capitali italiani investiti in altri paesi dell'area sono sottoposti ad una tosatura che di fatto è una patrimoniale imposta da stati esteri a causa di tassi reali negativi: effetti paradossali. In pratica cari ed illustri Professori ci state spiegando che abbiamo preso la fregatura del millennio? Poi molto altro ci sarebbe da dire sull'autolesionismo della Germania guidata dalla Merkel.

 

Giuseppe Masala

 

 
Petrodollaro minacciato da chi lo cre PDF Stampa E-mail

27 Aprile 2019

 

Da Comedonchisciotte del 13-4-2019 (N.d.d.)

 

Il petrodollaro statunitense ha due luoghi e due date di origine. Innanzitutto, la Giamaica. Lì, nella città di Kingston, alla Conferenza Monetaria e Finanziaria Internazionale dei Paesi membri dell’FMI del 1976, si è deciso di passare dallo standard del dollaro collegato all’oro a quello del dollaro di carta, completamente slegato dal metallo giallo. In secondo luogo, l’Arabia Saudita. Lì, nel 1974, dopo la Guerra Arabo-Israeliana del 1973 e la crisi energetica globale, scaturita dal suo effetto vorticoso (i prezzi del petrolio sono quadruplicati in pochi mesi), sono stati conclusi i negoziati tra l’allora Segretario di Stato americano Henry Kissinger e l’allora Ministro delle Finanze William Simon con il Re saudita. Tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita è stato raggiunto un accordo, in base al quale quest’ultima avrebbe venduto il suo petrolio esclusivamente in dollari. E Washington ha promesso di essere pronta a collocare questi dollari nel sistema bancario statunitense. Inoltre, gli Americani hanno promesso di fornire armi all’Arabia Saudita e di non permettere alcun attacco da parte di Israele contro di lei. Dopo il successo a Riyadh, gli Americani hanno tenuto colloqui con i Capi di altri Stati produttori di petrolio del Vicino e Medio Oriente e raggiunto un accordo sulla condizione del “petrolio in cambio di dollari USA”. Il vecchio cartello petrolifero delle “Sette Sorelle” (cinque compagnie petrolifere americane e due europee) è stato sostituito da un nuovo cartello, sotto forma di accordo intergovernativo dei Paesi produttori ed esportatori di petrolio, l’OPEC. Questa organizzazione è diventata una parte importante del nuovo sistema monetario mondiale, costruito dai proprietari di denaro. L’OPEC ha permesso di far diventare petrodollaro il dollaro di carta.

 

Ecco ora alcune conclusioni. Primo, se gli Americani non avessero avuto successo a Riyadh nel 1974, non ci sarebbe stata la Conferenza della Giamaica del 1976, che avrebbe reso auspicabile la transizione allo standard del dollaro su carta per i proprietari della tipografia della Fed. In secondo luogo, il nuovo standard era solo formalmente un dollaro di carta, infatti riguardava il petrodollaro. Il mercato petrolifero globale ha continuamente generato la domanda per i prodotti della macchina stampatrice della Fed. Il sistema monetario mondiale, basato sul dollaro USA (più precisamente sul petrodollaro), esiste ancora oggi, è in corso per il quinto decennio dalla sua origine. Tuttavia, ora il tempo del suo massimo splendore e del potere illimitato è alle spalle. Un sintomo esterno della malattia di questo sistema è la richiesta sempre più frequente di liberazione dall’egemonia del dollaro. L’inasprimento della malattia si è verificato dopo la crisi finanziaria globale del 2008-2009. La necessità di abbandonare il monopolio del dollaro americano, all’inizio del decennio corrente, è stata più volte dichiarata dall’allora Direttore Esecutivo del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn. Per la quale ha anche pagato. Più o meno nello stesso periodo, il leader libico M. Gheddafi ha dichiarato che il suo Paese sarebbe passato dai dollari USA agli euro, nei pagamenti per il petrolio esportato. Ha anche annunciato l’avvio del progetto “Golden Dinar”. Gheddafi ha anche pagato per questo. Ora, tuttavia, tutto sembra diverso. […]

 

All’inizio di aprile, Riyadh ha rilasciato una dichiarazione alquanto importante sull’eventuale de-dollarizzazione, come misura in reazione alle azioni di Washington: si diceva che se il Congresso degli Stati Uniti avesse approvato la legge NOPEC (No Oil Producing and Exporting Cartels Act), l’Arabia Saudita avrebbe rifiutato l’accordo del 1974 di vendere petrolio esclusivamente in cambio di dollari USA, sostituendolo con altre valute. Il disegno di legge citato è formalmente diretto contro i cartelli petroliferi. Tuttavia, oggi è noto solo un cartello di questo tipo: l’OPEC, di cui fanno parte 14 Stati. Cioè, il disegno di legge americano mira a distruggere o almeno a neutralizzare l’OPEC. I Paesi membri dell’OPEC controllano circa 2/3 delle riserve petrolifere mondiali; rappresentano circa il 35% della produzione mondiale e circa la metà delle esportazioni mondiali di petrolio. L’Arabia Saudita occupa posizioni chiave in questa organizzazione – circa un terzo della produzione totale dell’oro nero dell’OPEC. […] Riyadh percepisce il disegno di legge NOPEC come un attacco diretto al suo indirizzo. A proposito, in America, questo disegno di legge non è supportato da tutti. Credo che non riceverà ancora sostegno al Congresso degli Stati Uniti, e Riyadh non dovrà portare avanti la sua minaccia. Tuttavia, il fatto di un minaccioso avvertimento a Washington è significativo. Ora le relazioni USA-Arabia Saudita sono lungi dall’essere quelle che erano negli ultimi decenni del Ventesimo secolo. Le contraddizioni crescono. Riyadh ha mostrato i denti a Washington più di una volta negli ultimi anni. Ad esempio, quando il Congresso degli Stati Uniti ha cercato di imporre la responsabilità all’Arabia Saudita per l’atto terroristico a New York dell’11 settembre 2001. La responsabilità non è solo politica e morale, ma anche finanziaria. Si diceva che Riyadh avrebbe dovuto rimborsare i danni derivati dall’atto terroristico, incluso il pagamento di un risarcimento ai parenti delle vittime. Allora i Sauditi hanno minacciato Washington che avrebbero ritirato i loro beni dagli Stati Uniti, che sono valutati in almeno 1 trilione di dollari. Ed ecco ora la minaccia di abbandonare il dollaro USA come valuta dei pagamenti per il petrolio.

 

Sorge una domanda: gli altri Paesi possono utilizzare la minaccia di abbandonare il dollaro USA in qualità di arma politica? Ecco, ad esempio, la Cina. Le relazioni di Pechino con Washington si sono intensificate. Forse Pechino dovrebbe seguire l’esempio di Riyadh e dire a Washington: “Rinunceremo al dollaro USA, se continuerete la vostra politica protezionistica contro i beni e gli investimenti cinesi”? Penso, tuttavia, che Pechino non ricorrerà a tale arma. Perché quasi il 100% delle esportazioni cinesi negli Stati Uniti è pagato in dollari. Dopo aver rinunciato di accettare dollari, la Cina si farà harakiri da sé, poiché da un giorno all’altro sarà privata di tutte le esportazioni verso gli Stati Uniti, e ciò rappresenta la metà delle enormi esportazioni della Repubblica Popolare Cinese. La Cina continuerà a lottare per preservare le sue esportazioni in America. L’anno scorso, il surplus commerciale tra la Cina e gli Stati Uniti (l’eccesso di esportazioni rispetto alle importazioni) è stato di 323 miliardi di dollari, e tutto questo è pagato con il prodotto della macchina stampatrice della Fed. I dollari, guadagnati nel commercio con gli Stati Uniti, riempiranno le riserve valutarie cinesi. Quindi Pechino non seguirà esattamente l’esempio di Riyadh. Forse l’Europa? Penso che neanche lei sia pronta. Washington la tiene al guinzaglio corto degli interessi commerciali. L’Unione Europea ha anche un grande surplus commerciale con gli Stati Uniti (circa 100 miliardi di dollari all’anno). E con rare eccezioni, tutte le forniture di merci europee in America sono pagate in dollari. Se l’Europa dichiara all’America che non è più pronta ad accettare dollari americani per le sue merci, essa, come la Cina, perderà immediatamente le sue esportazioni in America e l’enorme surplus commerciale con il suo partner commerciale d’oltreoceano. In questo senso, la posizione dell’Arabia Saudita è più vantaggiosa. Se le merci cinesi o europee, dopo essere state private del gigantesco mercato americano, non possono essere trasferite ad altri mercati (tutto è già deciso, i mercati delle materie prime sono ipersaturi), la situazione relativamente al petrolio è diversa. L’America sta rapidamente aumentando la sua produzione di petrolio, riducendo le sue importazioni, anche dall’Arabia Saudita. Oggi i Sauditi forniscono più petrolio a Cina, Giappone, India che agli Stati Uniti, le forniture saudite al mercato europeo e alla Corea del Sud stanno crescendo rapidamente. Gli interessi economici dell’Arabia Saudita stanno lentamente passando dall’America ad altre parti del mondo. Inoltre, il petrolio è una merce molto richiesta da molti Paesi. Se l’Arabia Saudita realizza la sua minaccia e rifiuta i dollari nei pagamenti con l’America, perderà il mercato americano, ma sarà in grado di trasferire il petrolio estratto ad altri mercati. Ripeto ancora una volta: potrebbe benissimo essere che l’America non si spari a un piede da sola e non accetti la legge di NOPEC. E Riyadh non dovrà portare avanti la sua minaccia. Tuttavia, l’idea della possibilità di un ulteriore utilizzo di questa minaccia (in altre situazioni) è già stata assimilata. E a un certo punto, i Sauditi potrebbero decidere di portare a termine la minaccia. Donald Trump, che ha intrapreso lo sviluppo accelerato dell’industria petrolifera e il raggiungimento dell’autosufficienza degli idrocarburi negli Stati Uniti, aiuta Riyadh solo a questo proposito. Il petrodollaro ha avuto origine in Arabia Saudita 45 anni fa. È possibile che questo sia proprio il luogo dove è in agguato la sua fine.

 

Valentin Katasonov (tradotto da NICKAL88)

 

 
L'innovazione competitiva demolisce il mondo PDF Stampa E-mail

26 Aprile 2019

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Da Rassegna di Arianna del 23-4-2019 (N.d.d.)

 

La studentessa liceale svedese Greta Thunberg è andata a parlare con i potenti di tutto il mondo, è stata filmata, intervistata, glorificata mediaticamente, le magliette sono già disponibili e sono certo che a brevissimo partiranno libri e biopic. Sembra che ci sia un accordo unanime, globale sull'inderogabile necessità di risolvere il Grande Problema del pianeta: capi di Stato e leader di importanti multinazionali plaudono a Greta e annuiscono con sguardo compunto alle sue parole di severo ammonimento. La pubblicità si è ritarata (per la millesima volta in questi anni) su stilemi ecologisti. Documentari si succedono a ritmo frenetico sulle reti televisive: ovunque un profluvio di Salva-la-tartaruga-qua e Salva-il-pinguino-là. Sembra insomma di assistere ad una grande marcia dell'umanità, tutta unita, tutta concorde nella ferma volontà di risolvere il Problema.

 

Già. In effetti chi mai potrebbe essere in disaccordo rispetto alla necessità di affrontare il Grande Problema, declinato nei termini della "Salvezza del Pianeta"? Chi? I Klingon? I Rettiliani? Galactus il Divoratore di Mondi? Il vero problema, dietro al Grande Problema, è che da che mondo è mondo i conflitti non sono mai avvenuti su cose come "il Bene deve vincere", "la Sofferenza è brutta", "Salviamo l'Umanità" (o "il Mondo", o "la Natura"). Sono assai fiducioso che Churchill, Stalin e Hitler avrebbero concordato senza nessun problema su tutti questi obiettivi. Senza che ciò gli impedisse di cercare in buona coscienza di estinguersi a vicenda. Il problema dietro ad ogni presunto Grande Problema è che la rappresentazione astratta del Bene è sempre pragmaticamente insignificante. Le strade cominciano a divergere solo dopo, quando vedi quali interessi, di chi, e in quali modi, il 'perseguimento del Bene' minaccia. Fino a quando nessuno apre bocca intorno a chi dovrebbe cominciare a dimagrire per ottenere quei risultati, l'accordo regna pacifico e sovrano. Questo è particolarmente vero nell'odierno sistema liberal-liberista, dove si presume che per ogni problema, disgrazia o sciagura, sarà il sistema stesso a fornire la soluzione, mettendo sul mercato un prodotto acconcio - rilanciando i consumi e i profitti in una progressione infinita e magnifica.  Così ogni problema posto, ogni 'crisi' è, schumpeterianamente, un'occasione di innovazione, e di crescita ulteriore. Peccato che tutti i problemi ecologici di cui parliamo sono proprio prodotti costanti della dinamica schumpeteriana dell'innovazione competitiva perenne, quell'innovazione che consente di superare gli stalli di crescita (la caduta tendenziale del saggio di profitto) ingegnandosi a produrre di più e meglio. Quell'innovazione anarchica e immensamente pluralista, forzata dalla competizione, e glorificata come il motore del progresso e della crescita, ecco, è proprio quella il Problema. Se facciamo coincidere il problema ecologico con un suo singolo aspetto (es: riscaldamento globale), ci nascondiamo (magari in buona fede) l'essenza della questione, che non ha a che fare con la capacità di rispondere di volta in volta ad uno specifico problema noto, ma col fatto che mentre ne soppesiamo pian pianino uno, ne stiamo producendo simultaneamente altri cento, ancora ignoti. Finché vige una spinta globale alla massima competizione produttiva il processo di demolizione del pianeta (più precisamente, della nostra capacità di viverci sopra) continuerà imperterrito, proprio come continua oggi mentre festeggiamo Greta a reti unificate. Finché QUESTO problema non viene affrontato di petto, fino ad allora stiamo semplicemente chiacchierando, giocando, facendo infotainment. E tutto questo una paffuta sedicenne svedese è perfettamente legittimata a non saperlo e non capirlo.  Ma tutto quel bestiario di autorità ciniche e giornalisti patinati che le dà corda a costo zero, quelli non hanno davvero nessuna scusa.

 

Andrea Zhok

 

 
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