Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
Deficienti per nemici PDF Stampa E-mail

4 Settembre 2021

 Da Rassegna di Arianna del 2-9-2021 (N.d.d.)

Nel giro di 24 ore, i media mainstream sono passati dal titolare a tutta pagina sui No Vax come minaccia terroristica, all'attestazione - dopo il prevedibilissimo flop dei blocchi ferroviari organizzati dalla chat anonima "Basta Dittatura" - che il movimento No Vax è solo un "movimento virtuale", che "gli italiani hanno capito che il vaccino è benessere" e così via.

Ora, a me va benissimo che, tra pochi giorni, questa certezza dei pennivendoli di regime vada a cozzare contro la realtà delle piazze piene, però mi chiedo: ma quanto sono idioti? Anche dal loro punto di vista di squadristi verbali, infatti, i giornalisti avrebbero tutto l'interesse a conoscere la composizione dell'attuale movimento d'opposizione sociale. Dagli articoli di giornale, però, traspare invece che questi non hanno nemmeno fatto lo sforzo della ricognizione d'un paio d'ore sul web. Viene da pensare, allora, che qualche volta sopravvalutiamo i nostri nemici. I media mainstream, cioè, sono talmente assorbiti dal proprio ruolo di diffusori della propaganda e di strumenti della repressione ai danni del dissenso politico, che hanno perso anche quelle tecnicalità basilari del fare informazione che gli permetterebbero di meglio svolgere tale compito. Abbiamo per nemici dei deficienti.

Riccardo Paccosi

 
Due docenti PDF Stampa E-mail

2 Settembre 2021

 Da Rassegna di Arianna del 31-8-2021 (N.d.d.)

Due nomi da tenere a mente: Alessandro La Fortezza, Andrea Camperio Ciani. Sono due docenti che sono pronti a dimettersi dall’insegnamento perché rifiutano il green pass come strumento di discriminazione sociale. Qui alcune parole che hanno scritto, il primo in una lettera aperta ai suoi studenti, il secondo nella lettera di dimissioni al rettore dell’Università in cui insegna.

«Cari ragazzi, a giugno ci eravamo salutati con un “arrivederci”, invece oggi devo dirvi che forse a settembre a scuola non ci vedremo… Farò il vaccino quando e se sarò convinto che sia la cosa giusta da fare, non certo per andare al ristorante, ad un concerto o dove che sia. Nemmeno per conservare il posto di lavoro. Ricordiamoci che “non di solo pane vivrà l’uomo” (Mt. 4,4) … se anche un domani dovessi decidere di vaccinarmi, oppure se sentissi la necessità di sottopormi ad un tampone diagnostico, non scaricherei comunque il passaporto verde, affinché le mie scelte individuali, quali che siano, non diventino motivo di discriminazione per chi avesse fatto scelte differenti».

«Collega Rettore, (non uso superlativi per ciò che segue), io sottoscritto Andrea Camperio Ciani, professore ordinario di codesta libera Università degli studi di Padova, avendo appreso dal decreto rettorale dell’obbligatorietà della tessera green pass per svolgere lezioni, dichiaro formalmente, a lei, e per conoscenza al ministro dell’Università Maria Cristina Messa ed al Ministro della Sanità Roberto Speranza, che avrò l’onore e la dignità di rimettere davanti a lei il mio green pass».

Due esempi, che se fossero seguiti dagli altri docenti, toglierebbero ogni valore all’infame decreto di un governo che discrimina come cittadini di seconda classe chi rifiuta il green pass, nello stesso momento in cui, con un apposito decreto (n. 44/2021, ora convertito in legge) si è esonerato da ogni responsabilità in caso di morte o di lesione causata dai vaccini. È tempo, sia per i docenti che per gli studenti, di ritrovare, dopo due anni di stato di eccezione e di annullamento di tutte le più elementari libertà, quella coscienza politica che sembra scomparsa dalle scuole e dalle università.

Giorgio Agamben

 
Anatomia del giovane globaliota PDF Stampa E-mail

1 Settembre 2021

Image

 Da Rassegna di Arianna del 29-8-2021 (N.d.d.)

Il giovane adepto del credo globalista possiede una serie di caratteristiche, di marker si potrebbe dire, che lo rendono facilmente individuabile. Eccole.

CONFORMISMO- Il soggetto pensa, agisce e parla sempre e solo come gli viene indicato dal mainstream. Le sue parole e le sue azioni sono eterodirette e perfettamente allineate all'agenda mediatica del giorno. Qual è il refrain che rimbalza su tutti i tg e su tutti i giornali? Vi basterà guardare le bacheche del giovane globaliota per saperlo, perché troverete sempre le stesse affermazioni. E le stesse "analisi". C'è da inginocchiarsi per BLM e tacciare di razzismo chi non lo fa? Il giovane globaliota eseguirà all'istante. C'è da supportare il DDL Zan senza se e senza ma, strillando all'omofobia in caso di dissenso? Idem. C'è da rinchiudersi in casa senza fiatare e vomitare odio contro chi pone domande sulla gestione della pandemia? Uguale. E così via, in un copia e incolla acritico, automatico, quasi militare. OICOFOBIA- Addestrato da serie tv, giornaloni e influencer vari a considerarsi "cittadino del mondo", il giovane globaliota occidentale sviluppa una fortissima allergia a tutto ciò che concerne la propria cultura di provenienza. Il disprezzo verso la propria nazionalità e la propria Storia arriva a toccare estremi patologici, in cui il soggetto si vergogna del colore della propria pelle e si scaglia contro i propri simili. Ogni concetto che sappia anche solo lontanamente di “identità” diventa tossico e irricevibile. A questo segue un'irrefrenabile voglia di dissolversi in una melma globalizzata indistinguibile dal resto, sull'onda di un assurdo senso di colpa e sbandierando il tutto come una conquista civile. Il migrante, in quanto persona sradicata per eccellenza, diventa un punto di riferimento. La minoranza, in quanto entità separata dall'originario senso comune, si trasforma in un culto. CLASSISMO- Quante volte avete sentito questi individui augurarsi la fine del suffragio universale, lamentarsi della presunta ignoranza dell'elettorato avverso, considerare inferiori coloro che non sfoggiano titoli o riconoscimenti accademici? Quante volte avete sentito costoro elogiare i magnati dell'alta finanza o i padroni delle potenti multinazionali, veri "filantropi" e "illuminati" dinnanzi alla plebaglia che "non dovrebbe decidere"? Il giovane globaliota è un feroce classista ed è convinto di appartenere ad una sorta di élite intellettuale circondata da milioni di buzzurri. La realtà è ben diversa ma, analizzando quest'ultima esclusivamente attraverso gli schieratissimi canali ufficiali, il soggetto non matura alcun dubbio. BIPENSIERO- Accogliere senza se e senza ma chiunque sbarchi sulle nostre coste perché bisogna "rimanere umani", ma massacrare di tagli alla spesa pubblica famiglie ed imprese perché "ce lo chiede l'Europa". Piangere per il clandestino tunisino e ridere del disoccupato greco, invocare la tolleranza e augurare la morte al proprio avversario, strillare al fascismo e supportare la censura... Sono solo alcuni esempi del bipensiero orwelliano a cui il giovane globaliota va incontro con la massima naturalezza: credere in una cosa e nel suo esatto opposto allo stesso tempo, con la certezza incrollabile di non dover rendere conto a nessuno in quanto individuo appartenente alla schiera dei buoni, a cui tutto deve essere concesso.

Il giovane globaliota è il parto di una non-cultura, l'espressione massima di un Occidente che corre ad occhi chiusi e col sorriso sulla faccia verso un dirupo, ripetendo a se stesso “me lo merito.” È il servo perfetto, immaturo quanto basta per non mettersi in discussione, debole e fanatico quanto serve per aiutare il sistema.  Va detto che non tutti i giovani sono così e in tanti, con coraggio, rifiutano una tale follia. Per fortuna. Perché, se non fosse così, saremmo già fottuti.

Matteo Brandi

 
Pensieri tossici PDF Stampa E-mail

31 Agosto 2021

Image

 Da Appelloalpopolo del 27-8-2021 (N.d.d.)

Sapete quanto costa la chemioterapia? Mio padre è stato malato oncologico per quindici anni. Quindici (15) anni. Quindici anni di interventi e chemio, e nuovi interventi e nuove chemio, e nuovi interventi e immunoterapia + chemioterapia. Su una scatoletta che durava pochi giorni c’era scritto 6.500 euro. Seimilacinquecento euro. Su un’altra, che conteneva una sola dose di una siringhetta, 2.500 euro. Non ricordo neanche più tutti i farmaci che ha assunto papà, nel corso della sua malattia i protocolli farmacologici sono cambiati 4 volte. Semplicemente una combinazione di farmaci ne sostituiva un’altra perché dopo averlo testato su qualche migliaio di persone in tutto il mondo si capiva che non faceva nulla oltre ad intossicare. Alla fine, in fase terminale, entrò in una sperimentazione con un farmaco di cui non ho mai saputo né il nome né il costo, perché essendo sperimentale veniva somministrato in scatole bianche senza scritte e con pastiglie anonime, perché non si doveva capire dall’esterno se fosse il farmaco vero o il placebo e non doveva saperlo neanche il medico che lo dispensava. A giudicare da come si alteravano i valori ematici di papà dopo le somministrazioni, immagino non fosse capitato nel gruppo di controllo, cioè in quelli che ricevevano il placebo. In quindici anni credo che papà sia costato allo stato qualche milione di euro. Lui diceva, scherzando, che almeno si stava riprendendo con gli interessi tutto quello che aveva versato per una vita.

Dove voglio andare a parare con questo racconto? Voglio farvi riflettere sul fatto che noi tutti, nella nostra vita, possiamo trovarci a vivere la condizione di pazienti, cioè di persona con patologia che necessita di una cura. Ovviamente se potessimo decidere ci sottrarremmo volentieri, ma può capitare a tutti. E quando capita, se sei in Italia, sai che puoi fare affidamento su un sistema sanitario che non ti abbandona. Da qualche mese, con la polarizzazione creata ad arte da chi ha gestito in modo ignobile la campagna vaccinale, alcuni influencer (tra i quali figurano medici che andrebbero radiati perché violano la deontologia professionale) hanno iniziato a lanciare la provocazione riguardo la necessità di addebitare le cure ai non vaccinati. Adesso vi invito a riflettere sulla pericolosità di queste provocazioni, che aprono una breccia nel nostro sistema sanitario, che si fonda su un approccio solidaristico. Immaginate cosa accadrebbe in un sistema che imputa i costi delle malattie sui pazienti in riferimento alle responsabilità personali del comportamento dei singoli. Fumi o hai mai fumato? Se ti ammali di tumore ti paghi le cure. Bevi? Se ti viene una cirrosi o un tumore allo stomaco ti paghi le cure. Sei sovrappeso o obeso, o mangi alimenti ricchi di grassi animali o semplicemente fai una vita sedentaria? Se hai un infarto o un ictus ti paghi le cure. E possiamo andare avanti così, riferendoci ad ogni patologia rintracciando la categoria di rischio di riferimento e imputando i costi a chi adotta comportamenti potenzialmente patogeni. Questo mondo non è una distopia da film dell’orrore, purtroppo. Nei sistemi a sanità privata funziona esattamente così, cioè non esiste il principio di solidarietà e quindi sopravvivono alle malattie gravi solo i ricchi. Una famiglia di classe media si vende la casa per curare il cancro di un componente della famiglia e, una volta morto, gli altri si trovano in mezzo a una strada. È questo che succede negli USA. Anche se hai l’assicurazione privata, perché anche le assicurazioni sono renitenti a pagare quando adotti comportamenti che producono potenzialmente una malattia, perché cambia la classe di rischio rispetto a quando normalmente dichiari quando stipuli la polizza.

A me non fanno paura i vaccini, non mi fa paura neanche il Covid. Quello che mi fa paura sono i pensieri tossici che si stanno insinuando nei nostri conspecifici. Leggo spesso queste riflessioni sul newsfeed di Facebook, dalle bacheche di persone che fumano, che bevono, che mangiano male e sono sovrappeso o obese. Pensateci bene al futuro che vi si prospetterebbe se si accettasse il principio che pensate bene di propugnare perché lo ha detto il medico Tizio. Pensateci bene.

Gianluca Baldini

 
Rivoluzionario inconsapevole PDF Stampa E-mail

29 Agosto 2021

Image

 Da Comedonchisciotte del 26-8-2021 (N.d.d.)

A proposito della situazione in Afghanistan sulla quale martellano i media occidentaloidi, con abbondanti lacrime per la fine che i talebani faranno fare alla demokrazzia, ai “diritti umani” e alla condizione femminile, mi sovviene una vecchia metafora di matrice marxista, quella ben nota dell’Emiro dell’Afghanistan. Secondo i marxisti, l’Emiro dell’Afghanistan che combatteva armi alla mano contro l’imperialismo britannico e rintuzzava gli appetiti dell’Impero Russo zarista, era un “rivoluzionario inconsapevole”, in concreto un sovrano oscurantista e medioevale (secondo una visione tipicamente eurocentrica) che però in quelle circostanze storiche era molto più rivoluzionario della classe proletaria nel vecchio continente, la quale aveva, di fatto, accettato il capitalismo (e l’imperialismo, sua fase suprema!) ed esprimeva solo rivendicazioni, all’interno del capitalismo imperialista stesso, per un miglioramento delle condizioni di lavoro e di quelle socioeconomiche in generale.

Questo “rivoluzionario inconsapevole” rappresentava per il capitalismo imperialista (giunto alla sua fase suprema, secondo Lenin buonanima) un pericolo maggiore del tutto sommato mite proletariato europeo. Potrebbe sembrare che oggi l’Emiro dell’Afghanistan sia tornato in grande stile, dopo la fine dell’occupazione americana-NATO ventennale di quel paese e la fuga precipitosa degli armati usa, preparata da Trump e poi realizzata frettolosamente da Biden.

I motivi di questa ritirata USA-NATO dall’Afghanistan che pare una fuga non sono chiari e, del resto, non essendo io un membro dei servizi segreti di una grande potenza o un cameriere degli elitisti, con informazioni di prima mano, posso solo azzardare le seguenti ipotesi, peraltro già fatte da altri:

1) Contrazione dell’impero e crisi finanziaria che impone di abbandonare territori periferici, come lo è Afghanistan (domani forse anche la Siria e l’Iraq) la cui occupazione è costata molto e costerà ancor di più in futuro. 2) Riposizionamento strategico per concentrare forze, risorse, capitali e nuovi sistemi d’arma su obbiettivi diventati prioritari, come ad esempio la Cina. 3) Subdola strategia dietro il ritiro frettoloso (e vergognoso) che lascia però in Afghanistan una “polpetta avvelenata”, rappresentata da Isis importato dagli americani e da altri mercenari/ contractors già presenti in loco, questo per impedire la stabilizzazione del paese che potrà rappresentare ancora una fonte di destabilizzazione per i vicini, sperando che ciò faccia danni anche a Russia e Cina.

Personalmente propendo per un mix fra la seconda e la terza ipotesi, che comunque, sul campo e per quanto qui mi interessa, ha aperto le porte al nuovo Emiro dell’Afghanistan, il quale però non sarà più quello della nota metafora marxista. L’attuale Emiro dell’Afghanistan per ora “in potenza” non è più il celebre Mullah Omar, per l’anagrafe Mohammed Omar (il “cecato” come si direbbe a Roma, avendo perso l’occhio destro in combattimento), che poveretto è deceduto a causa della tubercolosi nell’aprile del 2013 in Pakistan, ma una figura meno nota e meno romanzabile, tale Abdul Ghani Baradar, già vice del mitico e discusso Mullah Omar.

Ho però dei dubbi che il futuro Emiro dell’Afghanistan sarà concretamente un “rivoluzionario” come quello della metafora marxista, per l’accordo bilaterale di Doha dei capi talebani con gli USA, per il fatto che gli studenti di teologia sanno bene di non poter proiettare potenza militare all’esterno (cosa direbbe la potenza regionale, l’Iran?) e che sono lì perché le armate imperialiste USA-NATO hanno ricevuto l’ordine di ritirarsi furtive … per motivi tutti da chiarire, come spiegato in precedenza. Se in Afghanistan sorgerà un nuovo Emirato, di matrice islamica, anche se stranamente “moderata” (espressione, quella di “moderato”, tipicamente occidentaloide e mediatica, perché si è islamici o non si è!), sarà probabile che dovrà affrontare disordini interni, come è già accaduto a Jalalabad, quando è stata ammainata la bandiera afghana e innalzata quella bianca dei talebani. Sarà anche possibile che la “polpetta avvelenata” lasciata in loco dagli americani, tagliagole Isis più altri mercenari, inizi con sanguinosi attentati contro i civili per destabilizzare l’Emiro e rinfocolare la guerra civile, che nel paese continua, con fasi alterne, dall’ormai lontano 1979, anno di arrivo dell’Armata Rossa sovietica, ufficialmente il 24 di dicembre o anche da prima. Inoltre, esistono ancora i locali signori della guerra, un tempo imbrigliati nella Loya jirga, che potrebbero, se ben “imbeccati” e corrotti dall’esterno (inutile dire da chi …), creare problemi ai talebani contribuendo a destabilizzare l’Emiro e il paese. L’Emiro potrebbe non rifare capolino, se ci sarà “un dialogo nazionale che permetta la formazione di un governo rappresentativo”, secondo le parole del ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, in cui potrebbero entrare l’autoproclamato presidente ad interim Amrullah Saleh, vice del presidente uccel di bosco Ashraf Ghani, e Ahmad Massoud, figlio del Massoud “Leone del Panshir” tagiko, che rappresentano un’opposizione, ovviamente armata, ai talebani e sarebbero disposti ad appoggiarsi ancora agli USA.

Il “Grande Gioco” geopolitico di oggi non è più quello che caratterizzò le guerre dell’impero britannico per il controllo dell’Afghanistan, dal 1839 a quella del 1919, quando l’esito fu l’indipendenza di quel paese e non il dominio assoluto britannico, e inoltre l’imperialismo non è più quello otto-novecentesco analizzato e combattuto da Lenin buonanima, ma il più fluido, aggressivo e destabilizzante “imperialismo finanziario privato” occidentaloide e elitista, con evidenti venature sioniste, che combatte a tutto campo le Potenze Libere nel mondo, Russia, Cina e Iran e che cerca di distruggere o strangolare gli stati resistenti ovunque si trovino, come la Siria, l’Iraq e il Venezuela. Ci sono forti dubbi che i talebani possano effettivamente impensierire il nuovo imperialismo del terzo millennio, tanto più che se guardo immagini dei combattenti talebani, vedo qualche giovane barbuto con tanto di berrettino di foggia americana, con il logo bianco del movimento islamico, oppure con spillette bianche che sembrano fatte in serie, prodotte industrialmente … il che è stranamente di foggia occidentaloide, non sicuramente islamico. Attenzione, quindi, a proclamare prima del tempo, con entusiasmo, gli “studenti di teologia” quale nuovo Emiro dell’Afghanistan che ha sconfitto l’”imperialismo finanziario privato” che sta dietro agli ex occupatori USA e NATO, perché le cose sono molto cambiate rispetto al passato e ci sono forti dubbi in proposito …

Eugenio Orso

 
Due mondi paralleli PDF Stampa E-mail

27 Agosto 2021

Image

 Da Comedonchisciotte del 24-8-2021 (N.d.d.)

Le immagini che ci arrivano ogni sabato dalla Francia da cinque settimane ci dicono che c’è una parte non trascurabile del paese che non ci sta. Una parte di Francia che oggi scende in piazza esasperata dalle draconiane misure del Pass Sanitaire, ma che già nel recente passato aveva mostrato segni di insofferenza contro le politiche sociali ed economiche del governo Macron, come testimoniano i quasi due anni di manifestazioni dei gilets jaunes, interrotte solo temporaneamente dal Covid e dai lockdown ad esso associati. Anche in Italia assistiamo a una situazione analoga. Le manifestazioni estive contro il Green Pass sono la punta dell’iceberg, la testimonianza contingente di un disagio e di un’inquietudine più profonda verso gli stessi capisaldi su cui si fonda il governo Draghi: liberismo, europeismo radicale, smantellamento dello stato sociale e dello stato nazionale, accettazione indiscussa della priorità degli organismi sovranazionali in campo economico, politico e, più recentemente, sanitario sui diritti individuali e sul diritto all’autodeterminazione. Una parte di Italia difficile da individuare, non perché piccola, ma perché priva di un leader riconosciuto, di un partito di riferimento, di un’ideologia definibile con i parametri usati fino al secolo scorso e, pertanto, fatalmente nebulosa e quasi indistinguibile. C’è, ma si fatica a vederla. All’ultimo piano, però, sanno bene che è ben più ampia e pericolosa di quelle poche migliaia che sfilano per ora nelle piazze nei torridi sabati di luglio e agosto. E non sono affatto tranquilli. Il vero punto non è quanto grande sia questa parte di popolazione, in Francia come in Italia (ma il discorso potrebbe essere facilmente allargato al resto d’Europa e agli Stati Uniti). I numeri, come noto, cambiano. Il vero punto è se e in quale misura questa parte di popolazione, ancorché oggi probabilmente minoritaria, sarà capace in futuro di organizzarsi. Perché c’è un’enorme differenza tra un 40%, un 30% o anche solo un 10% organizzato e coeso e un’equivalente porzione di società disorganica, frammentaria, sfilacciata, priva di riferimenti e obiettivi. Nel primo caso abbiamo a che fare con un’opposizione pressoché impossibile da sradicare, con la quale i governi devono prima o poi fare i conti e venire a patti. Nel secondo con una protesta e una resistenza fatalmente destinate a essere assorbite. Chi si oppone, ma non può contare su una rete organizzata di mutuo soccorso, presto o tardi è costretto a cedere. Non per volontà, ma per mancanza di alternative. Quel che è certo è che questa spaccatura è difficilmente ricucibile. Anzi, tutto indica che è destinata in futuro ad allargarsi ulteriormente.

Da tempo la società occidentale si sta sfaldando in due grossi tronconi, due monadi autonome che ormai non comunicano più tra loro e sembrano ogni giorno di più intenzionate a procedere separatamente. Questo fenomeno non è certo nato oggi. Con la pandemia nel 2020 e la stretta autoritaria dei governi nel 2021 ha subito, però, una forte accelerazione. Troppo grande è ormai la distanza tra chi identifica la politica, la scienza, la società con ciò che ogni giorno raccontano i mainstream e chi, invece, percepisce, ascolta, studia, vive una realtà completamente diversa sul territorio e sulla propria pelle. Impossibile trovare un punto di contatto tra chi sogna un mondo governato da pochi organismi decisionali sovranazionali e, anzi, in ciò vede la realizzazione di un improbabile sogno multiculturale e multietnico e chi, invece, si oppone a questo progetto difendendo le libertà individuali, i diritti conquistati dalla nostra civiltà in secoli di lotte, il diritto all’autodeterminazione, il diritto al dissenso. Due visioni del mondo, due visioni della società, due visioni della nazione semplicemente inconciliabili tra loro. Alcuni esempi potranno chiarire meglio ciò di cui stiamo parlando.

I meno giovani tra i nostri lettori ricorderanno certamente i talk show di 25 o 30 anni fa, quando vigeva la cosiddetta par condicio e si era soliti invitare nelle trasmissioni un egual numero di esponenti della maggioranza e dell’opposizione, se non altro nella speranza di aumentare l’audience e la visibilità del programma presso il maggior numero possibile di telespettatori. Niente di tutto ciò sembra rimasto oggi. I talk show si sono ridotti a conventicole chiuse, con indici di ascolto per lo più modesti, dove gli invitati vengono scelti da due o tre potentissime agenzie di consulenza strategica di comunicazione e sono, quindi, inevitabilmente sempre gli stessi, dove il dibattito avviene all’interno di confini rigorosi, ritenuti ideologicamente e politicamente ammissibili, dove si escludono fin dall’inizio voci realmente dissenzienti e discordanti, dove la diversità tra i partecipanti è data più dalla personalità e dall’individualismo che da reali differenze politiche o ideologiche. Oppure pensiamo ai sempre più decadenti quotidiani a tiratura nazionale, che da anni si dibattono disperatamente per sopravvivere alla chiusura cercando di rivolgersi a un target di pubblico ben definito e sempre più circoscritto, consapevoli dell’impossibilità di raggiungere fasce di pubblico che ormai semplicemente “parlano un’altra lingua”. I media mainstream sembrano aver abbandonato ogni velleità di raggiungere quello che un tempo si chiamava il grande pubblico. Consapevoli che questo obiettivo è ormai un’utopia nella società di oggi, mirano selettivamente a una fascia di pubblico che sanno essere raggiungibile e di cui conoscono bene l’orientamento, le sensibilità, gli umori. Fingono che l’altra parte della società semplicemente non esista e deliberatamente la ignorano. Il concetto di totalità, ammesso fosse raggiungibile in passato, oggi è consapevolmente scartato fin all’inizio. Oppure, più recentemente, pensiamo all’esclusione di un’intera fetta della comunità scientifica dal dibattito sulla pandemia, rea di aver sollevato obiezioni sull’uso indiscriminato dei vaccini come unica arma per combattere il SARS-CoV-2 in tutte le fasce di età. Virologi, epidemiologi, immunologi, fisici, biostatistici di fama mondiale, in qualche caso premi Nobel, tutti improvvisamente dimenticati, in qualche caso persino derisi dalla nuova schiera di televirologi e sedicenti debunker, che da due anni dispensano certezze e verità conclusive in TV con presunzione illimitata di chiaroveggenza. Una parte di comunità scientifica che, per titoli accademici, riconoscimenti e uso rigoroso del metodo scientifico, ha ben poco da invidiare a quella dominante, eppure viene trattata oggi come di serie B o, nel migliore dei casi, ignorata. Oppure pensiamo a quanto sta accadendo in questi giorni negli Stati Uniti, dove stati diversi stanno adottando sul piano delle misure di profilassi contro il Covid-19 un approccio così antitetico tra loro che si stenta a credere provengano dalla stessa nazione. Se a New York il sindaco De Blasio imporrà a partire da settembre l’esibizione di un attestato di vaccinazione per accedere a qualunque locale o attività al chiuso, i governatori di Texas e Florida stanno vietando l’obbligo nell’uso della mascherina nelle scuole del loro stato, in aperta sfida alle linee guida della CDC e del Dipartimento dell’educazione. Potremmo andare avanti per ore citando centinaia di esempi. La scissione appare ormai in atto a tutti i livelli, dalla politica, all’economia, all’informazione, alla concezione dello stato nazionale e della sua funzione nella società e nell’economia, al concetto di servizio pubblico di fronte al ruolo sempre più pervasivo e asfissiante delle multinazionali private, alla percezione dell’identità individuale e collettiva, alla visione delle tradizioni culturali, linguistiche e artistiche e alla loro preservazione come patrimonio identitario, fino al concetto stesso di scienza e della sua finalità ultima. Diversamente dal passato, quando maggioranza e opposizione dibattevano attorno a una base di valori giuridici ed etici condivisi, che consideravano un recinto comune e insuperabile, oggi è proprio quella base condivisa a venire meno. La libertà di scelta, ad esempio, oggi non è più considerata dai decisori politici e da una cospicua parte della società come un principio inalienabile, bensì come un diritto implicitamente limitato che deve essere sacrificato laddove si impongano presunti obiettivi di interesse generale considerati indiscutibili e irrinunciabili. Pensiamo, ad esempio, all’assioma di vaccinare l’intera popolazione per raggiungere l’immunità di gregge contro il SARS-CoV-2 o a quello della transizione energetica, finalizzata a ridurre le emissioni di CO2 e combattere i cambiamenti climatici. Dietro un simile approccio si nasconde evidentemente una convinzione radicata nell’arco di decenni, che oggi viene considerata una verità ultima al di là di ogni ragionevole dubbio. Chi osa metterla in discussione merita solo la censura e l’esclusione. Anche la libertà di espressione e di pensiero non è più un principio inviolabile per molti. Il pluralismo esiste ormai solo a livello teorico. Viene invocato per lo più quando si vorrebbe esaltare la superiorità morale della cosiddetta “società libera” rispetto ad altre forme di organizzazione sociale e politica considerate “non libere” o “meno libere”. Succede, però, che è quella stessa parte di società oggi a mettere per prima in discussione il principio di democrazia e di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e a invocare la censura del dissenso non appena vengono messi in discussioni assiomi considerati inoppugnabili e irrefutabili. Si pensi, ad esempio, alle recenti esternazioni di politici e personaggi pubblici nei riguardi della categoria dei no vax, ai quali oggi si vorrebbe negare non solo il diritto di parola, ma anche il diritto a esercitare la propria professione e a partecipare alla vita sociale. O alla demonizzazione di chiunque metta in discussione la sacralità dell’Unione Europea e della moneta unica. O a come la censura di migliaia di account sulle reti sociali durante l’ultimo anno sia stata non solo tollerata, ma in molti casi addirittura difesa e salutata con entusiasmo da coloro che si definiscono difensori dei valori democratici e amano richiamarsi a principi e valori suppostamente liberali. Naturalmente, lo stesso accade dall’altra parte. La cosiddetta informazione alternativa, che ormai sembra aver scelto Telegram come piattaforma privilegiata (anche perché spesso orfana di Facebook, Twitter o Instagram, da cui è stata di fatto esclusa), non ha né voglia né interesse ad ascoltare i mainstream e a confrontarsi con quella parte di popolazione che si affida ad essi per informarsi e si mostra sempre più ostile e indisponibile al confronto con chi dissente. Fatalmente anche questa parte tende a cristallizzarsi attorno a posizioni e principi assoluti e irrinunciabili e a chiudersi in se stessa, anche perché spesso obbligata a farlo dalla censura e dall’esclusione della maggioranza.

Il dialogo è ormai possibile solo entro determinati confini. Ognuna delle due monadi comunica solo al proprio interno e non con l’esterno. Procede da sola, in modo autonomo rispetto all’altra. Due mondi paralleli, che si allontanano sempre più tra loro come nella deriva dei continenti. Ognuno parla alla propria bolla, difficilmente riesce a trascendersi e ad andare oltre se stesso. Anche perché, nel momento in cui si azzarda a farlo, fatalmente va incontro o a resistenze o a qualche forma di censura. La spaccatura è sempre più evidente e profonda e non si intravedono, al momento, segnali che lascino presagire un’inversione di rotta.

Occorre prendere atto che questo fenomeno è ormai irreversibile e guardare oltre. Passata la fase della resistenza, è tempo di pensare in fretta alla fase successiva: quella dell’organizzazione. Non basta semplicemente dire di no, anche perché gli spazi per il dissenso si sono ormai ridotti a zero e dall’altra parte nessuno si sente in dovere di fare sconti o concessioni. Qualcuno seriamente pensa che vi siano margini di discussione con chi, non pago dell’imposizione del Green Pass, chiede apertamente di privare i cosiddetti no vax del diritto all’assistenza sanitaria, del diritto al voto o del diritto al lavoro, con la tracotanza di chi si sente dalla parte della scienza e dalla parte giusta della storia e, pertanto, in diritto di decidere anche sulla vita altrui? Qualcuno seriamente si illude che la magistratura possa fermare questa deriva autoritaria dopo aver letto l‘intervista di Sabino Cassese a Il Messaggero? Anche immaginando che esistano oggi forze politiche seriamente intenzionate a invertire la rotta (facendo uso della fantasia senza risparmio), qualcuno seriamente crede di riuscire a cambiare il corso della storia attraverso le elezioni, ora che è ufficialmente partita, grazie a un emendamento al decreto Semplificazioni, la sperimentazione del voto elettronico, che in futuro interesserà fino a 7,5 milioni di aventi diritto per le elezioni europee, politiche, amministrative e i referendum (diciamolo apertamente: quanto basta per ribaltare all’occorrenza qualsiasi risultato elettorale)? Chiunque si illuda di poter vincere questa guerra usando le armi del nemico dovrà presto constatare che il nemico ha già occupato da tempo tutti gli spazi e anticipato tutte le nostre possibili contromosse. Partiti politici, magistratura, istituzioni finanziarie, agenzie regolatorie, organismi decisionali scientifici e giudiziari, comitati tecnici vari. Parlano tutti la stessa lingua e puntano tutti allo stesso obiettivo. Una volta stabilito che la verità può essere una sola, la loro, non c’è più spazio per altre verità. Già oggi impongono la loro volontà e le loro leggi con la forza. E il bello è che ricevono pure il plauso di milioni di persone, convinte che la limitazione della libertà altrui sia la condizione necessaria per la propria sopravvivenza. La frattura sociale, la rottura dell’unità democratica, la progressiva scissione di una parte della società dal blocco originario non sono una scelta: sono la fatale conseguenza della crescente intolleranza del pensiero dominante verso ogni forma di pensiero non allineata e non assimilabile, l’inevitabile esito della negazione di una visione dialettica della politica, della scienza, della società.

Come dicevamo già nel nostro vademecum di fine anno, un’epoca si sta chiudendo e in quella nuova che si apre semplicemente non c’è spazio per chi non si allinea. O si obbedisce o si è fuori. Se non fate parte di quella maggioranza che, per convinzione o per conformismo, ha già scelto la prima opzione, allora oggi non avete alternative: dovete iniziare fin da subito a organizzarvi. Servono reti di medici disposti a prescrivere terapie domiciliari e a fornire assistenza sanitaria di emergenza per chi si ammala di Covid, reti di avvocati pronti a difendere cittadini, esercenti, categorie che verranno discriminate dal Green Pass o dall’obbligo vaccinale, reti di ristoratori, albergatori, esercenti che creino zone franche, reti di insegnanti disposti a dedicare qualche ora del loro tempo agli alunni che, per un motivo o per l’altro, verranno esclusi o marginalizzati dalla scuola, reti di studenti universitari che facciano sentire la loro voce contro il Green Pass, reti di tecnici, professionisti, esperti disposti a fornire consulenza pratica per i problemi più immediati. Le manifestazioni sono l’espressione di un dissenso e di un rifiuto, devono diventare un momento di aggregazione, il primo passo verso la creazione di nuove forme di associazione e organizzazione interpersonale, l’embrione di nuove reti di mutuo soccorso quanto più possibile radicate e ramificate sul territorio, che annoverino al proprio interno professionalità ed esperienze ampie e variegate. Possibilmente con la partecipazione di produttori locali, artigiani, piccoli imprenditori. È da questa base, per quanto all’inizio fatalmente minimalista ed emergenziale, che un giorno potrà nascere qualcosa di più grande, una comunità, un vero movimento politico e, chissà, magari una nuova moneta. Siamo troppo pochi, dite? Anche solo il 5%, in un paese come l’Italia, rappresenterebbe circa 3 milioni di cittadini. Quanto basta per iniziare a far paura ed essere presi sul serio. Senza mai dimenticare che il mondo non è governato dalle maggioranze, ma da minoranze coese e compatte che condividono ideali e obiettivi. Del resto, è così che da sempre funzionano le lobby. Naturalmente, è nostra convinzione che quella percentuale sia potenzialmente assai maggiore. Ma è bene partire con aspettative basse e obiettivi minimi. Sempre tenendo conto che per un governo è molto più facile avere la meglio su un 50% di popolazione irrequieta, ma disorganizzata che su un 5-10% di popolazione dissidente, ma compatta, unita, organizzata.

Non fatevi illusioni, però: il decoupling non è un processo indolore. È una rottura e ogni rottura comporta per definizione delle perdite. Mettete in conto fin d’ora di perdere amicizie, di entrare in conflitto con familiari, colleghi, conoscenti, di dover cambiare la vostra meta turistica abituale, la vostra trattoria preferita, la scuola di vostro figlio, la vostra palestra, le vostre abitudini. Se finora avete avuto il coraggio di tenere fede alle vostre convinzioni, certamente avrete già avuto la spiacevole sensazione di sentirvi soli. Se non vi è già successo, vi capiterà a breve. Ebbene, il primo passo da compiere in questo caso è iniziare a pensare che non siete soli. Il secondo è che tutto questo non sta accadendo perché lo avete deciso voi. Sta accadendo perché milioni di persone si sono lasciate convincere ad accettare passivamente un assioma e una serie di regole, che spesso neppure comprendono, ma che trovano conveniente applicare per bias di autoconferma, per convenienza, per semplice quieto vivere, perché così dice la TV, il giornale, il vicino. Non siete voi ad aver escluso loro. Sono loro che non vi vogliono e che non sono disposti ad ammettere altra possibilità se non la vostra resa incondizionata e la vostra obbedienza. Oggi vi dicono “Vaccinatevi e basta”, domani vi chiederanno, con l’insolente fideismo degli stolti, di rinunciare agli ultimi residui di privacy e di libertà personale, ovviamente sempre in nome della sicurezza generale, del bene comune, della salvaguardia “dei più deboli”. Se vi illudete che la doppia dose basterà a restituire la libertà a voi e a vostro figlio, a farvi sentire come gli altri, a ripristinare la normalità alla quale eravate abituati, preparatevi a rimanere presto delusi: indietro non si torna, il mondo che abbiamo vissuto prima del 2020 non tornerà più. Dopo la seconda dose, arriverà la terza, poi la quarta, poi fatalmente arriverà quello a cui lavorano minuziosamente da tempo: il controllo totale della vostra vita o, come lo chiama qualcuno, il capitalismo della sorveglianza.

Quello in corso è un cambiamento epocale e non lo avete deciso voi. Perderete affetti ed amicizie, è fatale. Ne farete di nuove entrando in contatto con persone che condividono i vostri ideali e le vostre convinzioni, persone di cui, magari, fino a ieri ignoravate l’esistenza. Il processo è già in atto e non si può fermare. Non resta che farsene una ragione e accettare, con un po’ di fatalismo se vogliamo, che cambiare è un puro e semplice atto di adattamento per la propria sopravvivenza.

Redazione Blog Giubbe Rosse

 

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 17 - 32 di 3102