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Il pių osceno business italiano PDF Stampa E-mail

4 Luglio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 2-7-2019 (N.d.d.)

 

[…] Il pentolone scoperchiato dalla Procura di Reggio Emilia, con l’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di politici, medici, assistenti sociali e liberi professionisti che, da diversi anni, avevano messo in piedi un raccapricciante ma redditizio sistema di “gestione minori”, non è meritevole delle prime pagine dei quotidiani e delle prime serate televisive. E non manca chi (come il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, e i gazzettieri di riferimento) ha addirittura trovato la forza di uscire dal mutismo selettivo che lo sta affliggendo solo per bollare come patetici “i tentativi di strumentalizzare politicamente questo dramma”. Sono più interessanti le corna rumorose di un “Temptation Island” che le lacrime mute di decine di bambini innocenti strappati dalle braccia dei genitori da una dirigente del servizio di assistenza sociale dell’Unione Comuni Val D’Enza, omosessuale e già legata ad alcune donne affidatarie di minorenni, della quale il giudice scrive che sono “la sua stessa condizione personale e le sue profonde convinzioni a renderla portata a sostenere con erinnica perseveranza la ‘causa’ dell’abuso da dimostrarsi ad ogni costo”. Un macabro teatro della sopraffazione e del sadismo spacciato per modello istituzionale da emulare sul tema della tutela dei minori abusati, su cui è evidente il tentativo di far calare in anticipo il sipario. Uno schifo immondo fatto di false relazioni e disegni artefatti per allontanare i bambini dalle famiglie e collocarli in affido retribuito anche ad amici e conoscenti (titolari di sexy shop, con problematiche psichiche e con figli suicidi) e addirittura di impulsi elettrici utilizzati sui minori durante le sedute di psicoterapia, per alterare lo stato dei loro ricordi in prossimità dei colloqui giudiziari. Due i casi accertati di stupro presso le famiglie affidatarie ed in comunità. I destinatari della misura cautelare, tra cui spicca il sindaco del Pd di Bibbiano, Andrea Carletti, sono accusati, a vario titolo, di frode processuale, depistaggio, abuso d’ufficio, maltrattamenti su minori, lesioni gravissime, falso in atto pubblico, violenza privata, tentata estorsione, peculato d’uso.

 

Ad emergere con evidenza dalle intercettazioni con cui la Procura di Reggio Emilia ha inchiodato Daniela Bedogni e Fadia Bassmaji, la coppia omosessuale coinvolta nell’agghiacciante inchiesta che avrebbe dovuto scuotere l’Italia e far entrare in azione centinaia di penne strapagate, è anche lo squilibrio mentale di una delle due donne. Si legge infatti nell’ordinanza che Danila Bedogni, in più occasioni, e mentre si trovava da sola nella sua auto, “instaurava lunghe conversazioni con soggetti immaginari”. E tra le urla di totale delirio la donna alternava bestemmie, canti eucaristici e forti liti in cui si immaginava di sgridare bambini. Ed è proprio a lei che è stata data in affido una minore. I servizi sociali l’avevano infatti considerata idonea. A quanto pare con l’aiuto di Federica Anghinolfi, definita la zarina dei servizi sociali, precedentemente legata alla Bassmaji. Negli atti si legge infatti che Fadia e la Anghinolfi “risultano aver avuto in passato tra loro una relazione sentimentale, dato acclamato anche in ragione di fotografie presenti sui social network”. Giorno dopo giorno diventa sempre più nitido un altro aspetto inquietante di questa vicenda: dietro la “selezione” degli affidatari potrebbe esserci anche un movente ideologico. Dall’ordinanza del tribunale salta agli occhi un altro indizio importante: sui nove minori affidati illecitamente, più di uno è stato affidato a coppie gay. Ad individuare le coppie idonee alla presa in carico temporanea del minore era sempre lei: Federica Anghinolfi. Era stata ancora lei, per esempio, ad affidare una delle bambine a Cinzia Prudente, sua ex compagna e comproprietaria di un appartamento dove le due hanno convissuto per ben quattro anni. Durante gli incontri pubblici a cui prendeva parte, la Anghinolfi non mancava di evidenziare l’importanza di “andare oltre il tema dell’identità di genere nella relazione genitoriale”.

 

E non finisce qui, purtroppo. Almeno 5 professionisti all’interno del centro di Val d’Enza hanno scampato i domiciliari perché risultano traumatizzati da violenze sessuali in tenera età. Per il gip “sono troppo disturbati per arrestarli”. Una constatazione che rivela in quali mani siano finiti decine di bambini. Francesco Morcavallo, dal settembre 2009 al maggio 2013 giudice presso il Tribunale dei minorenni di Bologna, da anni lancia allarmi su quello che definisce “il più osceno business italiano”: il troppo facile affidamento di decine di migliaia di bambini e bambine all’implacabile macchina della giustizia. Un percorso che inizia con la sottrazione alle famiglie e finisce con l’internamento (questo il termine che il giudice utilizza) negli istituti e nelle comunità governati dai servizi sociali. In Italia sono almeno 50 mila i minori affidati, con un costo di circa 1,5 miliardi l’anno. E non esiste nemmeno un registro degli affidati, come accade in quasi tutti i paesi occidentali. Sul volume di affari del “sistema”, si è espresso anche il presidente dell’Ami (Associazione avvocati matrimonialisti italiani). “Non avevo mai sentito un caso grave come questo. I fatti di Reggio Emilia, se verificati in sede processuale, confermano quelli che sono sempre stati i sospetti di una parte dell’avvocatura e della magistratura circa la strumentalizzazione e il mercimonio che si fa di certi bambini per farli entrare nelle case famiglia”, spiega Gian Ettore Gassani. “Sappiamo che i bambini possono rendere tantissimo, un business pazzesco che oscilla tra i 100 e i 200 euro al giorno”, prosegue Gassani .

 

Meccanismi e nomi noti a Pablo Trincia, autore con Alessia Rafanelli dell’inchiesta “Veleno”, il podcast che ricostruiva le vicende di una presunta banda di pedofili (i cosiddetti “Diavoli della bassa modenese”) che alla fine degli anni Novanta portò all’allontanamento di 16 bambini dalle loro famiglie. Molti di quei genitori non hanno più rivisto i loro figli. Alcuni si sono suicidati, altri sono espatriati. Tanti, troppi hanno sofferto. Una storia terribile sotto ogni punto di vista. Nelle sette puntate pubblicate da Repubblica.it dall’autunno 2017, Trincia e Rafanelli ricostruivano i fatti, mettendo in luce i molti dubbi sul ruolo svolto da assistenti sociali, psicologi e ginecologi durante le indagini. Quegli stessi professionisti sono finiti in manette nell’inchiesta “Angeli e Demoni”.

 

Chiudiamo questo editoriale con alcuni stralci della lettera aperta indirizzata al vicepremier Luigi Di Maio dall’avvocato modenese Francesco Miraglia, che da oltre dieci anni denuncia casi eclatanti di affidamenti “facili”. Facciamo nostre le domande dell’avvocato: “Chi risarcirà questi genitori? Chi restituirà loro i figli? Ma soprattutto, a questi bambini, alcuni ancora piccoli, in altri casi adolescenti, chi dirà la verità? Chi dirà loro che vivono da anni insieme ad estranei, lontani dai genitori, dai nonni, dagli amichetti di scuola perché qualcuno ha voluto guadagnare sulla loro pelle? Chi lo farà? E con che metodo, poi?”. “Possiamo solo immaginare quanto devastante potrà essere per un ragazzo apprendere di essere vittima di un sistema. Di essere stato allontanato da casa per mero lucro, per mero guadagno”. La conclusione di Francesco Miraglia è amarissima: “Esiste un numero enorme di genitori che sta piangendo per i figli strappati dalle loro amorevoli braccia, esiste un numero enorme di bambini che piange per non avere più l’abbraccio della propria mamma. E non solo per colpa di assistenti sociali inette o, peggio, criminali, ma anche per i provvedimenti finali emanati dai Tribunali dei minori, perché per ogni relazione e richiesta di allontanamento presentata da un’assistente sociale, c’è comunque un giudice a pronunciare la parola affido”.

 

Non si spenga la luce su questo “inferno ovattato”. Non si abbassi la voce nel chiedere giustizia e verità. Vogliono il silenzio: è necessario urlare più forte.

 

Ernesto Ferrante

 

 
6 tesi sui porti aperti PDF Stampa E-mail

3 Luglio 2019

 

Da Rassegna di Arianna dell’1-7-2019 (N.d.d.)

 

Vorrei dire sei cose oltre la vicenda Sea Watch, la retorica, gli odi e gli slogan. La prima: se si stabilisce il principio che ogni uomo ha diritto di decidere unilateralmente quando, come e dove vivere senza considerare norme, confini, stati e popolazioni, salta ogni ordinamento giuridico, si polverizza ogni sovranità nazionale e statale, si cancella ogni limite e frontiera, ogni tutela e ogni garanzia per i cittadini regolari di quei paesi che hanno diritti e doveri, lavorano e pagano le tasse. Il sottinteso di quella pretesa è che non va applicata una procedura eccezionale per dare asilo a profughi che fuggono da guerre e da acclarate situazioni d’emergenza ma va accolto chiunque decida di mettersi in viaggio, in navigazione. E nemmeno “una tantum” ma ogni volta che accade. La seconda. È assurdo riconoscere a un’organizzazione privata, a una Ong, come la Sea Watch, il privilegio extraterritoriale e sovrastatale di decidere verso quale paese dirigersi per far sbarcare i migranti raccolti e di assegnarli così ai paesi con decisione autonoma, unilaterale, in virtù di un imperativo umanitario, assumendo di propria iniziativa e senza alcun titolo per farlo, il ruolo di tutori e mediatori dei migranti. Anche in questo caso non si tratta di una situazione eccezionale, di un’emergenza fortuita da fronteggiare, ma di una prassi ormai consolidata, programmata e reiterata. Non è un imprevisto capitato sulla rotta ma è il “mestiere” che alcune imbarcazioni hanno deciso di ingaggiare, a prescindere dagli stati, dai popoli e dai territori. La terza: non c’è nessun potere legittimato democraticamente, consolidato dall’esperienza storica e dalla vita dei popoli, che risponde direttamente alla cittadinanza, la rappresenta e la tutela, oltre lo Stato nazionale libero e sovrano. Ed è giusto che sia lo Stato nazionale sovrano a decidere in ultima istanza, sulla base dei suoi ordinamenti, come ha coerentemente fatto il governo italiano, a partire dal ministro dell’interno fino al presidente del consiglio; e a negare nella fattispecie che una nave battente bandiera olandese, diretta da una comandante di nazionalità tedesca, possa attraccare non nel primo porto incontrato sulla rotta, che era poi in Tunisia, ma decida di far rotta sull’Italia e imponga di fatto al nostro Paese l’obbligo di accoglierli, trasformando un già discutibile diritto d’accoglienza in un inderogabile dovere d’accoglienza, ovunque e comunque. Chi mina gli stati e li scavalca, nel nome dell’ideologia no border, lavora per il caos e la fine del diritto internazionale. La quarta. Siamo stati abituati da una propaganda ideologica, moralistica ed emozionale a non sottrarci ad accogliere il singolo caso pietoso, il bambino denutrito e senza adulti, il malato da curare, la donna incinta in balia delle onde o della miseria. Ma dietro il singolo caso, su cui inevitabilmente ci si appella alla nostra umanità, si vuol far passare un flusso ben più massiccio e duraturo. Ovvero si vuol usare il singolo caso come cavallo di Troia per legittimare in realtà la trasmigrazione di popoli e di chiunque voglia lasciare il proprio paese e venire a vivere da noi. In un mondo in cui i benestanti si contano in milioni e i poveri in miliardi, non si può pensare che gli uni possano caricarsi degli altri, che la piccola Italia si debba caricare sulle sue fragili spalle la grande Africa, che la piccola Europa si carichi i flussi di popolazioni venute dal sud o dall’est del pianeta. Certo, il fenomeno per ora ha numeri non impressionanti; però col passare del tempo e col lasciapassare che si vorrebbe imporre, il fenomeno rischia di ingrossarsi fino a raggiungere dimensioni insostenibili. La quinta. Dietro il principio d’accoglienza umanitaria, si nasconde un gigantesco business a due facce: da un verso riguarda gli impresari politici dei flussi migratori per gestirne poi l’assistenza e gli effetti politici; e dall’altro verso interessa quanti usano manovalanza sottopagata da sfruttare, senza tutele (salvo dare agli speculatori di cui sopra ulteriore motivo di rappresentanza degli interessi sindacali e lavorativi dei migranti). Sinistra e padronato soci in affare, sotto copertura umanitaria. È un business immenso e vergognoso che si nasconde dietro la carità e sfrutta, strumentalizza e schiavizza i migranti. A tale proposito è stato penoso lo spirito demagogico e illegale, anti-italiano e anti-europeo della sinistra e del suo circo di “anime belle”. Infine, la sesta. Non ci sono nel mondo d’oggi situazioni aggravate rispetto a qualche anno fa – guerre, genocidi, carestie – da costringere ad aprire le frontiere e i porti. Se vogliamo, era molto peggio dieci anni fa. E in ogni caso chi se la passa peggio non è chi riesce a partire, chi riesce a procurarsi i soldi per pagare la fuga o gli scafisti, chi ha la forza, i contatti, i mezzi per poter andar via; ma la vera miseria, la vera priorità è di quelli che non hanno la forza e le risorse per poter partire e restano a casa. E vedono i loro paesi impoverirsi di energie giovanili che migrano altrove, abbandonando donne, vecchi e bambini. Se davvero dovessimo dare la precedenza agli ultimi, come dice il Papa, gli ultimi non sono quelli che vengono da noi ma quelli condannati a restare a casa loro in condizioni di vera miseria. Ma la vera finalità di chi sostiene le migrazioni è lo sradicamento dei popoli dalle loro terre e noi dalle nostre.

 

Marcello Veneziani

 

 
Mani legate PDF Stampa E-mail

1 Luglio 2019

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Da Appelloalpopolo del 15-6-2019 (N.d.d.)

 

Di Maio blocca i fondi statali a Whirpool, ma quest’ultima può legittimamente abbandonare il nostro Paese, vigendo, per via del TFUE, la libertà di circolazione e stabilimento. Quindi, anche ipotetiche norme che restringessero la possibilità di delocalizzare per le imprese che hanno usufruito di denaro pubblico (di cui M5S parla da anni), sarebbero disapplicate in sede giudiziale perché confliggenti con l’art. 117 Cost. (riformato nel 2001: “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”).

 

Di Maio, se fosse onesto fino in fondo, dichiarerebbe apertamente che, rebus sic stantibus, il legislatore ha le mani legate e non può garantire l’interesse nazionale e i diritti dei lavoratori. L’Unione Europea glielo impedisce.

 

Gerarda Monaco

 

 
Siamo uomini,non talee PDF Stampa E-mail

30 Giugno 2019

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Da Appelloalpopolo del 28-6-2019 (N.d.d.)

 

È dalle scuole medie che mi sento ripetere ossessivamente che la conoscenza dell’inglese e la mobilità, cioè la disponibilità a spostarsi ed espatriare, erano i prerequisiti fondamentali per trovare un lavoro nel futuro. Nell’ultimo trentennio abbiamo subito un lavaggio del cervello per introiettare questi concetti. In Italia una classe dirigente totalmente asservita alla finanza globalizzata (diversi protagonisti del riformismo e delle svendite del patrimonio pubblico lavoravano proprio per quelle lobbies che hanno fagocitato lo Stato) ha promosso e diffuso questo modello di società. Un modello idealizzato dal capitalismo finanziario che immagina un mondo senza confini nazionali, abitato da uomini che non abbiamo patria né radici. Siamo diventati un campo di sperimentazione di queste politiche di dissoluzione dell’identità finalizzate a creare uomini nuovi, spiantati dalla terra da cui sono germogliati, talee da innestare all’occorrenza laddove il grande capitale esprima necessità di forza lavoro. Ma questi signori non hanno fatto i conti con noi, con gli esseri umani, quelli veri, che vogliono vivere vicino ai propri cari, mettere su famiglia, istruirsi, formarsi, crescere culturalmente e professionalmente e realizzarsi socialmente a casa propria, per contribuire magari al benessere del proprio paese, della propria regione, della propria città, del proprio quartiere. Nell’Unione Europea, che è un mercato unico in cui sono rimossi tutti i vincoli alla circolazione di merci, servizi e fattori produttivi, la mobilità dei lavoratori non è un’ipotesi, non è il frutto di una scelta, ma un obbligo, una necessità. Non solo non sono previste misure perequative di mitigazione dei fenomeni migratori, ma i flussi di lavoratori sono anzi incentivati, perché il modello liberale cui sono ispirati i trattati prevede questo. Siamo solo fattori produttivi che le libere forze del mercato unico devono allocare nel migliore dei modi per ottimizzare l’efficienza produttiva.

 

Esiste ed esisterà sempre un vincolo insormontabile all’efficienza dei modelli economici liberali: l’essere umano, che è dotato di un cuore e di un cervello. Sulla sterilizzazione del secondo ci stanno lavorando da tempo, ma col cuore come la mettiamo? Siamo uomini, non talee. Siamo e saremo sempre esseri umani, nonostante i trattati europei ci considerino meri fattori produttivi.

 

Gianluca Baldini

 

 
L'antifascismo non serve PDF Stampa E-mail

29 Giugno 2019

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Da Rassegna di Arianna del 23-6-2019 (N.d.d.)

 

So già che molti troveranno spiacevoli queste mie osservazioni, ma credo sia necessario porsi un problema: l’antifascismo (e, dunque, il fascismo) sono categorie ancora utili a capire il tempo presente ed orientare la lotta politica? Direi proprio di no. In questo anno cade il centenario del “diciannovismo” anticamera immediata del fascismo, fra sei anni cadrà il centenario del manifesto antifascista di Croce, e già questa semplice constatazione dovrebbe suggerire qualche dubbio sulla attualità di queste categorie: ve l’immaginate se nel 1968 avessimo ragionato in termini di opposizione fra unificazione monarchica o mazziniana dell’Italia? O se nel 1945 ci si fosse posto il problema del nuovo ordinamento del paese in termini di legittimismo/ anti legittimismo? Un secolo sono ben cento anni (per chi non lo ricordasse) e in cento anni il Mondo cambia e le categorie di un tempo non sono più utili a capire il presente.

 

Partiamo da una domanda: c’è un pericolo fascista nell’anno di grazia 2019? Cioè, esiste la possibilità che si affermi un regime a partito unico, ordinamento corporativo, soppressione delle libertà di espressione, di sciopero, di organizzazione politica, repressione generalizzata di ogni dissenso, a totale chiusura nazionalistica? Credo che nessuna persona non affetta da arteriosclerosi galoppante si sentirebbe di sostenerlo. Anche Bolsonaro, che di suo è certamente un fior di fascistone, abbia in mente di realizzare un regime del genere e, se anche lo pensasse, non credo che ci sarebbero le più elementari condizioni internazionali che gli consentirebbero di farlo. Certo, questo non esclude nuove forme di autoritarismo, anche molto pericolose, ma, appunto, forme nuove che dobbiamo studiare per capire come contrastare: realizzare grandi concentrazioni mediatiche certamente limita la libertà di stampa, ma non è come proibire i giornali di opposizione, marginalizzare il dissenso o usare brutalmente la polizia è lesivo delle libertà politiche, ma non è come mandare in campo di concentramento gli oppositori. Il che non significa che siamo di fronte a forme annacquate di fascismo, ma di fronte a regimi per certi versi più pericolosi, perché meno percepibili, comunque diversi. Può anche darsi che Orban in Ungheria, Bolsonaro in Brasile o anche Salvini in Italia (posto che il suo successo diventi duraturo) riescano a realizzare regimi con singoli aspetti comparabili a quelli di un regime fascista, ma quello che verrebbe fuori non sarebbe un nuovo fascismo quanto, al massimo, una sua nefanda parodia. Non dico affatto che Fedesz, la Lega o il Front National siano migliori del fascismo (per certi versi come l’inqualificabile livello culturale, sono anche peggio) o che siano una sorta di parafascismo “moderato”, dico che sono diversi, come il fascismo, a sua volta, fu diverso dall’assolutismo monarchico. Ogni tempo ha la sua specifica forma di tirannia: il fascismo è una categoria del Novecento e noi non siamo più nel Novecento. Oggi lo strumento di dominio sociale è in primo luogo la moneta che condiziona, anzi disciplina, i comportamenti dei singoli e delle nazioni. E questo si associa a forme ideologiche specifiche: dove il fascismo fu massificante e distruttore delle libertà individuali, l’attuale ordinamento è iper individualista, per cui non c’è affatto bisogno di proibire i sindacati o le organizzazioni politiche antisistema, perché si sono poste le premesse per liquidare i comportamenti collettivi. Dove il fascismo era iper politico ed organizzava militarmente il consenso al regime, il regime attuale è ipo politico e scoraggia ogni forma di partecipazione politica. Dove il fascismo era fortemente ideologico, l’attuale ordinamento si nutre dell’ideologia dell’anti ideologia e si accompagna ad una diffusa e profonda regressione culturale. Dove il fascismo agiva repressivamente con la polizia segreta, la violenza ed il carcere, l’attuale ordinamento fa uso molto più parco di questi strumenti (che, comunque, al bisogno possono essere rispolverati) agisce piuttosto in termini di condizionamento psicologico. E potremmo proseguire con il catalogo delle differenze, ma soprattutto la stragrande maggioranza di questi nuovi movimenti (dalla Lega all’Ukip, dai Veri Finlandesi ai seguaci di Modi in India o di Netanyahu in Israele e persino il Front National della Le Pen o il partito di Orban) non si riconoscono affatto nell’etichetta “fascista” che considerano solo come una aggressione degli avversari nei loro confronti. Per cui attaccare questi movimenti con l’accusa di essere fascisti non ha alcuna efficacia, è semplicemente innocuo. Pensare di convincere qualche loro elettore a cambiare voto perché gli si dimostri che quella forza politica odora di fascismo è cosa semplicemente fuori del Mondo. Usare la categoria di fascismo per inquadrare questi movimenti è possibile solo a prezzo di slabbrare la categoria di fascismo per metterci dentro qualsiasi cosa non ci piace. Ma una categoria cosi indeterminata ed onnicomprensiva a che serve? Magari solo a confonderci le idee e non individuare il reale nemico dei nostri giorni. E, di conseguenza, se il fascismo non esiste più come opzione storicamente presente, anche la categoria di antifascismo è da riporre nell’armadio dei vestiti che non si usano più, magari con un po’ di naftalina per evitare che le tarme lo disintegrino. D’altra parte forse dobbiamo ricordarci che l’anti fascismo è per sua natura non una categoria positiva, ma una categoria negativa, un’anti categoria. Non esiste un antifascismo ma diversi antifascismi che trovarono occasionalmente un punto di mediazione, ma l’antifascismo cattolico, quello liberale, quello socialista, quello comunista eccetera restarono ciascuno più o meno simile a sé stesso, salvo una inevitabile contaminazione reciproca e salvo l’incrollabile convinzione comunista che l’unico vero antifascismo fosse il proprio. Ma l’antifascismo è sempre rimasto una confederazione di anime diverse irriducibili l’una all’altra. Capisco che per molti l’antifascismo abbia un contenuto positivo, ad esempio spesso si dice che la nostra Costituzione si fonda sull’antifascismo ed è giusto dirlo, ma nel senso di un fondamento storico che individuava nell’associazione di libertà politiche e diritti sociali la pietra angolare del nuovo ordinamento sorto sulle ceneri del fascismo. E sin qui siamo d’accordo ed è la bandiera sotto la quale ci siamo schierati nel referendum di tre anni fa, ma oggi la minaccia a quel sistema di valori non viene da una improbabile minaccia fascista, ma dal neo liberismo. Mi ha fatto sorridere l’affermazione di chi, a proposito del salone del libro di Torino, ha lanciato alte grida contro la presenza dell’editore di Casa Pound sostenendo “Non ci si siede a parlare con i fascisti”. Con i fascisti no e con i neo liberisti sì? Posto che la forma di opposizione cui ricorrere sia sempre e comunque il “non parlo con…”.  Se oggi puoi consentirti il lusso di rifiutare ogni confronto con i fascisti è proprio perché non rappresentano niente, ma negli anni Trenta il Pci, giustamente, ordinò ai suoi militanti di entrare nei sindacati e nelle organizzazioni universitarie del regime per fare lavoro politico. Magari con un po’ troppe concessioni all’avversario (la riabilitazione del programma di Sansepolcro, il sostegno alle avventure espansioniste verso l’est Europa eccetera) ma pur sempre giustamente perché lì era possibile fare una sorta di entrismo e, infatti, la seconda generazione dei quadri e dei dirigenti comunisti negli anni successivi (Ingrao, Alicata, Boldrini, eccetera) veniva proprio dalle organizzazioni fasciste che, peraltro, organizzavano tutti gli italiani. Dunque lasciamo perdere il “con te non parlo” se non per dire ai fascisti “con te non parlo perché non esisti”.

 

E veniamo al punto del chi è il nemico di oggi: il neo liberismo con le sue istituzioni (Fmi, Bm, agenzie di rating, Bce eccetera) ed i suoi esponenti (da Trump a Macron, dalla Merkel agli stessi Bolsonaro, Salvini ed Orban che, molto più che per il loro preteso fascismo, sono da avversare per la loro concretissima adesione al neo liberismo). Il guaio è che la sinistra non ha capito niente del neo liberismo (la cui analisi è ritenuta una sorta di vezzo intellettuale per economisti o al massimo filosofi) e che non è mai assunto concretamente come avversario. L’antifascismo finisce con l’assolvere ad una funzione ipnotica che conferma i residui militanti di sinistra sulla loro identità, ma politicamente non serve a nulla. A volte ho l’impressione che certi antifascisti, pur di mantenere in vita l’antifascismo, sarebbero disposti a fondare un partito fascista. Insomma, cari amici e compagni: meno antifascismo (che non serve quasi più a niente) e più antiliberismo, se vogliamo restare vivi.

 

Aldo Giannuli

 

 
Specchietti per allodole PDF Stampa E-mail

28 Giugno 2019

 

Da Appelloalpopolo del 25-6-2019 (N.d.d.)

 

La Lega è un partito, e come per il M5S conta ciò che essi fanno, non ciò che dicono o scrivono sui programmi. Ciò che valeva per Rifondazione Comunista e un tempo per il PDS (il PD ha fatto effettivamente ciò che diceva; il PDS solo da un certo punto in poi) vale anche per Lega e M5S.

 

Giorgetti, Maroni, Tria, Conte sono contrari ai minibot. Di Maio, Toninelli e Bonafede non li chiedono. Dunque, basta il minimo di intelligenza pratica e non scambiare i desideri per realtà, per concludere che il Governo giallo-verde è contrario ai Minibot. Ci sono maggioranze parlamentari giallo-verdi (maggioranze della maggioranza) o anche soltanto minoranze consistenti che minacciano di far cadere il Governo se non vengono approvati? No, non se ne vede nemmeno l’ombra all’orizzonte. E allora bisogna concludere che anche i parlamentari giallo-verdi considerano i Minibot una proposta di marketing.

 

Minibot, manovra espansiva, “fermezza” sul 2,4 che poi diventa 2,04, “Piano Savona” sono evidentemente, oggettivamente, palesemente, indubitabilmente specchietti per le allodole, volti a far tifare i sovranisti ingenui, non contenti della caccia mediatica al negro e all’Islam e spesso ad essa non interessati (insomma i sovranisti veri, non i fascistoidi e gli esauriti).

 

Stefano D’Andrea

 

 
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