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Mobilitą elettrica e trasporto pubblico PDF Stampa E-mail

1 Gennaio 2019

 

 

Da Appelloalpopolo del 30-12-2018 (N.d.d.)

 

Mentre a Parigi infuria la protesta dei “gilet jaunes”, è opportuno fare alcune considerazioni a partire da una infelice uscita di Benjamin Griveaux, portavoce del governo Macron, che a fronte dell’inizio delle proteste in seguito ad un rincaro dei carburanti, ha suggerito che i manifestanti avrebbero potuto trovare rimedio acquistando un’automobile elettrica. Stante l’elevato costo di acquisto di tali veicoli, questa affermazione è stata interpretata da molti come una versione modernizzata del “Che mangino brioche!”, attribuito (falsamente) a Maria Antonietta come risposta a chi la informava che il popolo protestava perché non aveva pane. Questa indubbiamente intempestiva affermazione si colloca in mezzo ad una campagna volta a screditare l’auto elettrica. Solo poche settimane prima era circolata insistentemente su alcuni mezzi di informazione e su Facebook una notizia che attribuiva al CNR la conclusione che, tenendo conto dell’intero ciclo di vita del veicolo, l’auto elettrica risultasse più inquinante del diesel. Vale qui la pena di notare che il CNR (sigla che sta per “Consiglio Nazionale delle Ricerche”) è il più grande ente pubblico di ricerca italiano, e si articola in circa cento istituti che svolgono ricerca in tutti i campi del sapere, in maniera largamente indipendente l’uno dall’altro. Non esiste una “posizione ufficiale” del CNR: i suoi ricercatori pubblicano articoli scientifici sulle riviste scientifiche e rispondono di ciò che scrivono, senza chiamare in causa l’intera istituzione. In questo caso, si trattava di una affermazione fatta da un ricercatore nell’ambito di una conferenza, citando uno studio tedesco. Si tratta peraltro di una conclusione smentita da altre analisi. A tutto ciò, si è aggiunta una proposta del governo italiano (ancora in fase di definizione) che prevede uno schema di incentivi per auto ibride ed elettriche, da realizzarsi attraverso una tassazione delle auto a benzina e diesel. Questa proposta ha causato un’ondata di polemiche, in quanto è stata vista da molti come una forma di “Robin Hood alla rovescia”. In generale, vi è la percezione che l’auto elettrica sia un giocattolo da ricchi, e per certi versi oggi è proprio così, per quanto sia già possibile acquistare sul mercato dell’usato veicoli elettrici a prezzi contenuti (ed era questo il senso dell’uscita di Griveaux), o, avendo la disponibilità iniziale di denaro, sia comunque possibile acquistare un veicolo nuovo e comunque, nell’arco della sua vita utile, risparmiare grazie ai minori costi operativi e di manutenzione.

 

In realtà, la mobilità elettrica sta decollando, come mostrano i dati relativi alle nuove immatricolazioni, che illustrano l’inizio di una crescita esponenziale. Si tratta di una situazione per certi versi analoga a quella degli impianti fotovoltaici dieci o quindici anni fa, quando erano ancora molto costosi ma stava iniziando un “boom” che avrebbe avuto come conseguenza una drastica riduzione dei costi. Qui non vogliamo però analizzare in dettaglio questo fenomeno, quanto illustrare le potenzialità di questa nuova tecnologia sia in termini di vantaggi ambientali che di complessiva efficienza del sistema della mobilità, e questa considerazione serve solo per evidenziare che si tratta di un enorme mercato in via di formazione in cui una adeguata politica industriale consentirebbe un vantaggioso inserimento.

 

Iniziamo col dire che non c’è dubbio sul fatto che la modalità di trasporto di persone migliore dal punto di vista ambientale sia quella del trasporto pubblico collettivo. Questa convinzione non deve però portare ad assumere l’atteggiamento fondamentalista di disinteressarsi al trasporto privato: l’automobile è parte delle nostre vite, e per quanto si tratti di un sistema complessivamente insostenibile, che è fonte di costi sociali elevatissimi, non è un paradigma modificabile nel giro di pochi anni. Quindi, ha un suo senso, a fianco del deciso sostegno allo sviluppo del trasporto pubblico, interrogarsi su possibili trasformazioni di quello privato nella direzione di una maggiore sostenibilità ambientale. Una volta stabilito che l’auto privata è qui per restare, almeno nel breve e medio termine, e che il massimo che si può fare è contenerne l’utilizzo, integrandolo con quello del trasporto pubblico per gli spostamenti abitudinari, si comprende come tale oggetto costituisca ormai a tutti gli effetti il tramite per il soddisfacimento di un bisogno fondamentale per i cittadini di un paese industrializzato: per molti, non poter usare l’auto significa di fatto non poter lavorare, e per molti altri significa dover sacrificare quantità abnormi di tempo per spostamenti con mezzi alternativi. E allora, risulta anche chiaro che va ribaltata la prospettiva con cui si guarda a questo bene: non più un prodotto da lasciare in mano all’iniziativa privata, ma un bene strategico di cui deve occuparsi lo Stato, non solo attraverso incentivi, ma soprattutto realizzando un’industria automobilistica pubblica, che possa prefiggersi obiettivi diversi da quelli del puro e semplice profitto, quali durevolezza, economicità per l’utente e preservazione dell’ambiente naturale. Possiamo quindi ripensare all’auto elettrica non in termini di bene ad alto costo e riservato a pochi, ma come opzione che uno Stato interessato al benessere dei suoi cittadini deve riuscire a fornire a tutti a prezzi popolari. Una volta abbracciata quest’ottica, la scelta di orientarsi verso la mobilità elettrica risulta ampiamente giustificata da una serie di considerazioni: 1) il motore elettrico è enormemente più semplice e compatto di quello a combustione interna: quest’ultimo ha centinaia di parti in movimento, contrariamente al primo, che tipicamente ne ha solo due, ed è quindi molto più soggetto ad usura e a possibilità di guasti. Un motore elettrico può percorrere una distanza dell’ordine del milione di chilometri, prima di richiedere una verifica, e può durare un secolo, richiedendo soltanto la sostituzione dei cuscinetti: si tratta quindi di un bene durevole. Inoltre, esso elimina la necessità del cambio, semplificando ulteriormente la vettura. Tutto ciò si traduce in costi di gestione molto inferiori, anche se è chiaro che per sfruttare appieno queste potenzialità occorre un’adeguata filosofia progettuale, che difficilmente potrà ottenersi da parte di aziende che hanno nel mercato dei pezzi di ricambio una delle sorgenti di utile più significative. 2) l’auto elettrica non richiede lubrificanti: questo significa risparmiare le 200.000 tonnellate all’anno consumate dalle auto italiane, e soprattutto il relativo smaltimento.  3) l’auto elettrica, grazie all’assenza di combustione e al maggior uso del freno motore, con conseguente molto minore usura delle pastiglie dei freni, ha una produzione di particolato molto inferiore a quella tradizionale, il che consentirebbe di alleviare la difficile situazione dell’inquinamento da PM10 che caratterizza molte zone italiane, e in particolare la pianura padana (il maggior responsabile di questo tipo di inquinamento non sono le auto, ma queste danno comunque un contributo rilevante). 4) il problema dello smaltimento delle batterie può essere affrontato in parte riciclando le batterie la cui capacità di accumulo si sia ridotta in maniera consistente a causa dell’utilizzo in usi diversi, in particolare nei sistemi di accumulo stazionari che costituiscono un elemento importante della transizione ad un’economia basata sulle fonti rinnovabili, e in parte attraverso adeguate scelte progettuali che ne favoriscano il riciclo a fine vita: anche qui, risulta evidente l’importanza di un approccio non basato solo sul profitto, per cui questo aspetto diventi centrale nelle scelte tecnologiche future.

 

Per quanto concerne l’obiezione spesso espressa che l’auto elettrica non riduce il consumo di idrocarburi, se l’elettricità viene prodotta a partire da combustibili fossili, ad essa si può ribattere in due modi: intanto, nel panorama energetico attuale è già presente una frazione rilevante di generazione elettrica a partire da fonti rinnovabili; poi, anche nel caso di elettricità prodotta da fonti fossili, a causa della bassa efficienza del motore a combustione interna il consumo equivalente di idrocarburi dell’auto elettrica risulta paragonabile o addirittura minore di quello dell’auto tradizionale, a fronte dei vantaggi elencati sopra; ma soprattutto, l’auto elettrica, potendo comunque utilizzare elettricità da fonti rinnovabili, costituisce una tecnologia che favorisce la transizione in corso verso un sistema interamente basato sulle rinnovabili: mentre un’auto a benzina avrà sempre bisogno di benzina, un’auto elettrica che oggi usa elettricità da fonti fossili domani potrà ricavarla da fonti rinnovabili, e inoltre andrà a costituire uno stimolo all’installazione dei piccoli impianti fotovoltaici casalinghi. Una parola merita invece quello che è ancora oggi il maggior limite tecnologico dei veicoli elettrici, ossia quello della percorrenza. Va notato che questo limite si sta rapidamente espandendo, e che non esistono limiti “forti” ai valori raggiungibili. Nuove tecnologie, come le batterie a stato solido, promettono di raggiungere densità di energia pari a quelle degli idrocarburi, e c’è quindi ragione di essere ottimisti sul fatto che la percorrenza aumenterà rapidamente nel prossimo decennio. Per quanto riguarda invece la facilità di trovare punti di ricarica, è chiaro che una politica industriale volta a creare un’industria nazionale di produzione di veicoli elettrici dovrà prevedere anche una strategia di disseminazione di punti di ricarica sul territorio nazionale.

 

In conclusione, questo breve articolo propone un modello in cui lo Stato diventi imprenditore, al fine di fornire ai propri cittadini veicoli elettrici economici, durevoli e facilmente riciclabili a fine vita, sviluppando al contempo elevate competenze tecnologiche nel settore della trazione elettrica e delle batterie, cogliendo l’onda dell’impetuoso sviluppo di queste tecnologie, anche attraverso un robusto investimento in ricerca e sviluppo. Tali competenze sarebbero anche utilizzabili per la produzione di veicoli elettrici per il trasporto pubblico collettivo, imitando la strategia della Cina nell’ambito di un generale potenziamento del trasporto pubblico su strada e su rotaia, di cui i veicoli privati dovrebbero diventare, per gli spostamenti periodici, lo strumento dedicato all’”ultimo miglio”. Ciò creerebbe lavoro e ricchezza, oltre ad avere ricadute importanti in termini ambientali e di indipendenza energetica, costituendo una costola della transizione ad un sistema energetico interamente basato sulle fonti rinnovabili.

 

Emilio Martines

 

 
Un eroe civico PDF Stampa E-mail

30 Dicembre 2018

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Da Comedonchisciotte del 28-12-2018 (N.d.d.)

 

L’intellettuale che rispetto più al mondo, Noam Chomsky, da 70 anni ripete alla società civile una sola cosa: “Organize”, cioè agite nella vita reale per l’interesse comune. Lo conosco bene, siamo sempre in contatto, e da quando avevo 28 anni io non ho fatto altro: Organize. Oggi ho sessant’anni, sono parecchio stanco, ma non smetto, ed eccomi sotto l’Ambasciata dell’Equador a manifestare contro la neo-rivelata incriminazione di Julian Assange da parte degli USA. Non c’è un cane, ed è più o meno così da anni ormai, salvo sparute apparizioni di gruppetti per poche ore. Avevo allertato giornalisti e attivisti inglesi per mesi, ma nessun collega, neppure principiante idealista o blogghettaro, si fa vivo. Ma sui Social internazionali (non quelli italiani) la mia iniziativa ha registrato decine di migliaia di approvazioni, sembrava aver scatenato una valanga, dalla GB al Canada, USA, Spagna, dalla Polonia persino, o Paesi scandinavi. Sui Social sembra che milioni di attivisti stiano freneticamente AGENDO per Assange. Ma dov’è tutta ‘sta gente? Perché sotto ‘sto terrazzino miserrimo da mesi e mesi non succede più niente di massiccio e costante?

 

La madre di Assange mi ha scritto, e mi conferma che le condizioni di questo eroe civico sono ormai disperate per lo stato d’isolamento da 6 anni. Le ho risposto che c’è motivo di denunciare il governo inglese per crimine di tortura, secondo la Convenzione dell’ONU Contro la Tortura del 1983 ratificata in legge nazionale da Londra nel 1987. La convenzione specifica che si definisce tortura “grave sofferenza inflitta, fisicamente o mentalmente, a una persona”, che è ciò che la Gran Bretagna sta facendo a Julian Assange. Assange sa che se lascia l’Ambasciata sarà estradato dagli inglesi negli Stati Uniti dove non esiste rispetto di alcuna legge sul pianeta quando si parla di “Interesse Nazionale”, nel nome del quale i Presidenti ordinano quotidianamente la tortura dei sospetti, gli omicidi extra giudiziali, i sequestri di persona e la detenzione senza limiti. E Washington accusa Assange proprio nel nome dell’Interesse Nazionale. Vogliono macellare Assange, ma non perché abbia rivelato nomi o messo in crisi i servizi segreti o influenzato le elezioni. Balle. Il vero motivo per cui Assange va macellato lo spiegò nel 1983 il più influente pensatore politico dell’America moderna, Samuel P. Huntington, quando scrisse: “Il Potere rimane forte quando rimane nell’oscurità. Se lo si mostra alla luce (conoscenza dei cittadini) esso inizia a evaporare”.

 

Stanno macellando chi vi tutela, chi davvero fa informazione contro i Poteri, nell’indifferenza di tutti, degli italiani sopra a tutti, coi nostri eroi pentastellati che mettono un lecchino leghista a garanzia della ‘libera informazione’ (sic) invece di offrire cittadinanza e rifugio a un eroe mondiale dell’informazione che tutela tutti. Qui fa un freddo cane, sotto quel terrazzino.

 

Paolo Barnard

 

 
Fase terminale dell'alienazione umana PDF Stampa E-mail

29 Dicembre 2018

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Da Appelloalpopolo del 27-12-2018 (N.d.d.)

 

La sostituzione progressiva della figura antropologica del cittadino produttore pensante con il suddito consumatore depensante, pervenuta nella fase del suo estremo parossismo, è la strada maestra dell’irresponsabilità politica generalizzata e della irresponsabilità tout court, in cui pare che l’infantilismo dilagante sia divenuta la cifra comune, contropartita naturale della cessione delle armi al dio mercato e alla sua schiavitù del desiderio ossessivo. E così abbiamo folle sterminate di individui, che agiscono e sentono analogamente, omologati nel modello planetario del consumatore compulsivo, categoria terminale dell’alienazione umana il cui marchio di distinzione è nel fanatismo. […]

 

Nell’epoca consumistico pubblicitaria attuale, dove, in forza della demolizione controllata delle agenzie educative, prima tra tutte l’istituzione della scuola pubblica, la temperie dominante ha favorito ferocemente una diffusa inidoneità al ragionamento, alla riflessione, alla problematizzazione […] In questa cornice di senso, peraltro, è bene rilevare come alla figura autentica e matura del rivoluzionario, sia andata subdolamente sostituendosi la figura illusoria, inautentica e immatura del disobbediente, che, al pari del bambino, nega nega nega, convulsamente e senza costrutto alcuno, senza progettualità, al più minacciando scompostamente decostruzioni a colpi di piccone.

 

Da queste poche considerazioni, si evince chiaramente come la natura autentica della guerra in corso sia culturale, avendo il sistema ultra liberista affondato le proprie infeste radici subculturali nelle fondamenta stesse della civiltà, e debba perciò essere combattuta in virtù di una controffensiva, o per meglio dire controrivoluzione, anzitutto da giocarsi sul terreno culturale.

 

Marcello Vezzoli

 

 
Autocritica distruttiva PDF Stampa E-mail

28 Dicembre 2018 

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Da Appelloalpopolo del 19-12-2018 (N.d.d.)

 

Recentemente un amico mi ha fatto notare, ragionevolmente, come l’Italia sia stata piena di problemi anche prima dell’ingresso nell’euro (terrorismo, corruzione, mafia, burocrazia asfissiante, ecc.), e che perciò le accuse all’UE e ai suoi vincoli rischino di apparire come mere scuse. Ebbene, non c’è alcun dubbio che l’Italia non era il giardino dell’Eden prima del trattato di Maastricht e che non si trasformerà in una valle di latte e miele il giorno dopo che questo disgraziato esperimento sovranazionale verrà meno. È vero e non c’è ragione per negarlo. E tuttavia confesso anche di averne davvero le tasche piene della costante autosvalutazione, confinante con l’autorazzismo, che permea da quando ne ho memoria la coscienza pubblica italiana. Ho vissuto abbastanza a lungo in altri paesi europei: belli, civili e tutt’altro che privi di magagne e disfunzionalità. Solo in Italia però ho trovato questa perenne disposizione autodistruttiva e rassegnata (“italienischer Selbsthass” [L‘odio di sé’] lo chiamava un amico austriaco).

 

Ora, io capisco che abbiamo avuto il fascismo, e capisco che la tronfia retorica autocelebrativa di quel regime possa aver creato una crisi di rigetto. Però, santo cielo, propria la stessa retorica la si poteva trovare nel colonialismo razzista dell’Inghilterra o della Francia, per tacere delle gaie peripezie della Germania, e tutti hanno superato da mezzo secolo le relative crisi di coscienza. Noi invece abbiamo continuato a pensare che il gioco della critica distruttiva fosse segno distintivo di finezza d’animo e libero pensiero, crescendo così generazioni convinte di abitare nella sentina d’Europa. Un paese che, con tutti i suoi difetti, era comunque riuscito a collocarsi tra i maggiori paesi industrializzati, con uno stato sociale più che dignitoso, un paese che possiede una tradizione culturale tra le prime dieci del pianeta, che vive in un territorio universalmente riconosciuto come benedetto da madre natura, che ha uno dei più grandi patrimoni storici e monumentali del mondo, ecco, questo paese viene costantemente percepito dai suoi abitanti, e dalla sua pensosa intellighentsia, come una sorta di irrecuperabile buco nero, un luogo di smarrimento, perdizione, neghittosità e sciatteria. E naturalmente per un paese a lungo andare accade ciò che capita ad un singolo essere umano: se gli si ripete costantemente che è un buono a nulla finisce per crederci e adeguarsi suo malgrado al ruolo assegnatogli.

 

Il processo che condusse prima al distacco tra Tesoro e Banca d’Italia, poi all’ingresso nell’UE e infine nella moneta unica fu da questo punto di vista emblematico. Una classe dirigente sempre più mediocre, e perciò sempre più convinta dell’irrecuperabilità del paese, ritenne di poterlo ‘rimettere in riga’ imponendogli vincoli esterni di tipo economico e giuridico. Negli anni ’90 era infatti un’idea diffusa, quella per cui delegando sovranità a classi dirigenti altrui (pateticamente idealizzate), il paese ne avrebbe tratto beneficio. Per quanto oggi possa sembrare incredibile, era davvero di smercio comune l’idea che se noi non eravamo in grado di fare i nostri interessi, mettendoci il basto europeo, magicamente altri li avrebbero fatti per noi. Così la miseria umana, intellettuale e morale di quelle classi dirigenti, incapaci di proporre al paese qualcosa di diverso da un’abdicazione, ha inferto danni che neppure il fascismo era riuscito a infliggere: non ha solo impoverito materialmente il paese, ma soprattutto ne ha anche abbattuto profondamente la capacità di reazione. E così, arrivati a questo punto, credo sia giunta veramente l’ora di fare un falò di questo insensato disprezzo di sé. Il nostro paese ha seri problemi, che andranno affrontati con pazienza, fatica e buona volontà. Tuttavia esservi nati è e resta qualcosa di cui essere orgogliosi, così come cercare di contribuirvi dev’essere qualcosa che rende orgogliosi. Può sembrare retorica, ma la verità è che, qualunque cosa vogliamo costruire, è proprio da qui che si parte.

 

Andrea Zhok

 

 
Ambiguitą di fondo dell'Italia unita PDF Stampa E-mail

27 Dicembre 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 20-12-2018 (N.d.d.)

 

Uno Stato, per esistere e per avere delle basi solide, non può accontentarsi di essere uno scatolone di popolazioni e un contenitore di interessi economici, grandi o piccoli che siano; non può essere nemmeno, come vorrebbe il liberismo classico, una sorta di agenzia delegata a proteggere le libertà del singolo individuo e a garantire i suoi inalienabili diritti. Deve essere di più, molto di più, altrimenti finirà per sfasciarsi, sanguinosamente come la ex Jugoslavia, o anche in modo del tutto pacifico e civile, come la ex Cecoslovacchia; e non è affatto escluso che il Belgio finisca per fare la stessa fine. Gli Stati, come li conosciamo, sono delle creazioni abbastanza recenti: lo Stato moderno nasce verso il 1300, alla fine del Medioevo, con il consolidamento delle monarchie nazionali, specialmente la Francia e l’Inghilterra. Gradualmente, dalla frammentazione politica, giuridica ed economica del feudalesimo, sono nati questi grossi organismi che solo un po’ alla volta hanno visto l’affermazione territoriale delle rispettive monarchie: ancora alla metà del 1600, per esempio, l’autorità, sul territorio francese, era rappresentata assai più dai grossi feudatarie che dal re. Ci sono voluti altri due secoli, e specialmente l’esperienza della Rivoluzione francese e di Napoleone, perché lo Stato odierno si consolidasse, e ciò avvenne, in Europa occidentale, essenzialmente sulla base della nazionalità. In Europa centrale e orientale, invece, la maggior parte degli Stati erano di origine dinastica, si erano formati come estensioni delle rispettive case regnanti e si erano ampliati per mezzo di matrimoni e unioni personali: tipico esempio l’impero austriaco, che comprendeva undici popoli e aveva la sua idea forte nella fedeltà alla casata asburgica, la quale si poneva come un potere paternalistico e unificante, al di sopra di tutte le identità e le possibili divisioni. Anche l’Impero russo, in una certa misura, si reggeva sul principio monarchico e dinastico, però in esso la nazionalità russa occupava un ruolo centrale: perciò, di fatto, la Russia degli zar si reggeva su un doppio principio, dinastico e nazionale. Ma la Francia, in particolare dal 1792, rappresentava un principio nuovo: non solo il principio nazionale, ma anche quello democratico di stampo massonico. Grazie a Napoleone, alle sue conquiste e alla sua legislazione, tale principio si estese a gran parte dell’Europa; e se è vero che con la Restaurazione molte delle novità introdotte dal modello napoleonico vennero ritirate, è altrettanto vero che molte altre rimasero, perché erano ormai funzionali al processo evolutivo della forma statale stessa. I prefetti, ad esempio, o i licei, come scuole superiori per la formazione della futura classe dirigente; oppure l’anticlericalismo programmatico e il confinamento della realtà religiosa entro un ghetto dai confini ben precisi: tutte queste cose erano state introdotte dai francesi negli Stati conquistati da Napoleone, ma sostanzialmente rimasero anche dopo la sua definitiva sconfitta, nel 1815. L’Inghilterra, da parte sua e sin dalla fine del XVII secolo, rappresentava un’altra idea ancora: la monarchia costituzionale, sul modello del liberalismo. Dunque, nell’Europa del 1914 vengono a confrontarsi almeno tre modelli ideologici e pratici di Stati: quelli basati sul principio dinastico e legittimista, come l’Austria-Ungheria, la Russia e la Germania; quelli basati su quello repubblicano, democratico e massonico, come la Francia; e quelli basati sul principio costituzionale e liberale moderato, anch’esso di stampo massonico, come la Gran Bretagna. Al di fuori del continente, gli Stati Uniti, benché eredi della colonizzazione inglese, rappresentavano il principio democratico e massonico, più sul modello francese che su quello britannico, però, a differenza della Francia, con un legame meno forte col principio di nazionalità, essendo formati da immigrati delle più varie provenienze (anche se la base nazionale era e restava anglosassone); e il Giappone, che era passato direttamente dallo Stato feudale medievale allo Stato moderno di matrice liberale, senza però recidere del tutto le proprie radici e senza rinunciare alla propria specifica identità asiatica.

 

E il Regno d’Italia, nato il 17 marzo 1861, quale idea rappresentava? E quale idea, oggi, rappresenta la Repubblica italiana, nata il 2 giugno 1946? […] Nel 1815 si può parlare dell’Inghilterra o della Francia, per indicare, almeno fino a un certo punto, il popolo inglese e il popolo francese; ma non si può parlare dell’Italia come se fosse la stessa cosa del popolo italiano. Nel 1815 i due partiti che si fronteggiavano in Italia erano sei o sette sovrani restaurati, campioni dell’Antico Regime, con le loro piccole corti e i loro piccoli eserciti, e un pugno di rivoluzionari clandestini, carbonari e membri di altre minuscole società segrete; ma la quasi totalità delle popolazioni (popolazioni, non ancora popolo) non parteggiava né per questi, né, meno ancora, per quelli, per il semplice fatto che non aveva mai partecipato alle vicende politiche. È perfettamente logico, quindi, che l’Italia nata nel 1861, sotto la guida della dinastia sabauda, ma anche sotto la spinta del movimento democratico, non fosse né carne, né pesce. La stessa monarchia sabauda esprimeva un’idea di compromesso: l’idea dinastica, quindi l’Antico Regime, perché i Savoia, in fin dei conti, erano una dinastia che aveva recuperato il trono grazie al Congresso di Vienna; ma anche l’idea democratica, massonica e anticlericale, impersonata dalla Francia, visto che la ”grande guerra”, quella del 1859, era stata fatta, e vinta, al rimorchio della Francia, la quale, a sua volta, era un compromesso fra l’Antico Regime, dinastico e cattolico, e la Rivoluzione, vista l’eredità napoleonica e le modalità plebiscitarie dell’ascesa al trono di Napoleone III. E non è certo un caso che i Savoia, nel 1915, abbiano deciso un colpo di Stato, spingendo Salandra a firmare in segreto il Patto di Londra: avevano capito che la guerra mondiale avrebbe segnato il tramonto delle monarchie legittimiste e che la sola speranza di restare sul trono, per loro, era spostarsi ancor più sul versante democratico e massonico. La stessa manovra e nella stessa persona, cioè Vittorio Emanuele III, i Savoia la tentarono nel 1943-46: traghettare se stessi e il regno nello schieramento democratico, cercando di legittimarsi dalla parte dei vincitori, cioè della democrazia, e disfacendosi del loro imbarazzante passato: non solo la compromissione col fascismo, ma il peccato d’origine del 1861: essere diventati re d’Italia come una dinastia dell’Antico Regime (e infatti Vittorio Emanuele II conservò l’appellativo di “secondo”, come se fosse ancora il re del Piemonte), ma flirtando con i rivoluzionari, i democratici repubblicani. Questa ambiguità di fondo, questa tendenza al voltafaccia, all’opportunismo, è stata ereditata, sin dalla nascita, dalla Repubblica nata il 2 giugno 1946. Una repubblica che si diceva nata da un moto spontaneo di popolo, la Resistenza, e però occultava due fattori decisivi: la conquista militare e la vittoria alleata, che ne faceva una repubblica subalterna, e la guerra civile, che restava uno scheletro nell’armadio, rimuovendo il sangue degli italiani vinti…

 

Francesco Lamendola

 

 
Trump ha scelto la Turchia PDF Stampa E-mail

26 Dicembre 2018

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Da Comedonchisciotte del 24-12-2018 (N.d.d.)

 

Gli USA in Siria erano alleati coi turchi (NATO) contro il governo siriano; coi curdi contro il daesch e con gli insorti siriani contro Assad. Problema: i turchi sparavano ai curdi; i curdi del PKK ai curdi YPG (Peshmerga) e ai turchi; gli USA contro il daesch che però rifornivano e i siriani sparavano a tutti tranne che agli iraniani che sparavano a chiunque, ma venivano bombardati dagli israeliani. La Turchia la scorsa settimana ha annunciato che intende ripulire la riva orientale dell’Eufrate fino a Mossul dai curdi di ogni orientamento sparando a chiunque porti insegne curde – come ad esempio i “consiglieri” USA frammisti ai Peshmerga. Lunedì ha annunziato che il dispiegamento delle truppe era pronto e attendevano “l’ordine politico”. Problema N 2: che fare se i turchi sparano agli americani? Denunciare l’alleanza atlantica ed espellere la Turchia o tradire – sarebbe la quinta volta in trenta anni- i curdi in generale e i Peshmerga in particolare?

 

Dopo attenta meditazione, Trump ha deciso che la guerra ai jihadisti del daesch era conclusa vittoriosamente e che gli americani potevano quindi ritirarsi dalla Siria. Così, in un solo colpo, ha tradito i curdi di ogni colore, i residui ribelli siriani del FDS (forze siriane democratiche) e il residuo di immagine che gli USA avevano nel Vicino Oriente. Conseguenze prevedibili sulla situazione irachena, sull’embargo all’Iran e sulla sorte di Fetullah Gulen, il predicatore considerato l’ispiratore del golpe del 2016 contro Erdogan che potrebbe essere estradato entro breve. E sui rapporti israelo-curdi dato che Israele è il “main sponsor“ dei curdi. Dulcis in fundo, ha di fatto ammesso che il daesch è da tempo una “quantité négligeable e che gli USA stavano in Siria principalmente per costituire una minaccia alla sua indipendenza e ad Assad.

 

La narrativa USA sulla Siria costruita dal 2005 politicamente e dal 2011 militarmente, non esiste più. Il Pentagono ha notificato al Congresso USA di aver approvato una vendita da parte della Raytheon di missili antiaerei Patriot alla Turchia per un importo di 3,5 miliardi di dollari. Il contratto non è firmato, la vendita incerta, ma l’approvazione del Pentagono è definitiva. Ora la scelta sta ad Ankara. Le truppe USA (in pratica una brigata di 2.000 uomini con mezzi pesanti) hanno ricevuto ordine di abbandonare il territorio siriano (andranno probabilmente in Irak) al più presto e il personale diplomatico americano ha ricevuto ordine di evacuazione. Il portavoce dello SM turco ha annunziato che i Peshmerga che rimarranno sulla riva orientale dell’Eufrate “verranno sepolti nelle loro buche”. Anche qui la scelta sta ad Ankara. Al quadro del rinnovato idillio tra Trump e Erdogan manca solo la consegna di Fetullah Gulen legato mani e piedi. Certo, il Pentagono ha anche contraddetto il Presidente dichiarando che “l’ISIS non è stato ancora sconfitto” e tacendo eloquentemente circa il futuro dei Peshmerga. La ragione l’ho detta nel post di ieri: gli Stati Uniti non possono permettersi di perdere l’alleato NATO che assicura basi e tenuta del fianco destro dell’alleanza che fronteggia la Russia. Ovviamente non possono permettersi nemmeno di ignorare che con l’iniziativa diplomatico militare russa, lo schieramento è stato aggirato e Putin si è insinuato a Cuneo tra la Turchia e l’Arabia Saudita e gli Emirati. Manovra speculare a quella americana che dalle basi afgana e irachena chiudono in una morsa l’Iran. I prossimi trenta giorni saranno decisivi e dipenderanno dalle scelte di Erdogan tra est e ovest. Ecco perché Putin nella conferenza stampa di fine anno ha evocato lo spettro della guerra nucleare: ricorda ai turchi che, comunque, l’impatto del primo urto toccherà a loro.

 

 Antonio De Martini

 

 
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