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Robotizzazione e immigrazione PDF Stampa E-mail

29 Novembre 2017

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Da Rassegna di Arianna del 27-11-2017 (N.d.d.) 

 

Se ormai da tempo, con l'accrescere del fenomeno migratorio sostenuto dalle istituzioni UE e dalla maggioranza dei governi europei, si parla di 'grande sostituzione', contestualmente un'altra grande sostituzione potrebbe avvenire nella nostra società: quella degli esseri umani con i robot. Per il momento questa prospettiva, che per molti (ma non per i nostri lettori più fidati) suonerà come fantascientifica, riguarderà l'occupazione lavorativa, che allo stato attuale è indispensabile per la sopravvivenza della maggioranza di noi. Infatti, diversi sono gli studi che negli ultimi mesi hanno segnalato una prospettiva di possibile disoccupazione di massa per gli esseri umani, che già nei prossimi anni comincerebbero ad essere sostituiti dall'automazione e dalla robotizzazione. Tra questi, una previsione presentata al Forum Economico Mondiale dalla International Data Corporation (IDC), società a cui le aziende che si occupano di tecnologia informatica commissionano analisi e previsioni per programmare i propri investimenti. Secondo lo studio, pubblicato il 6 dicembre 2016 e segnalato da Bernard Marr su Forbes del 27 Aprile, entro il 2020 cinque milioni di posti di lavoro potrebbero scomparire, robotizzati, in quindici nazioni sviluppate; in percentuali, secondo l'Oxford Martin School, si tratta del 47% di posti di lavoro nel mondo, calcolati nella prospettiva temporale dei prossimi vent'anni. Numeri che porterebbero anche alla chiusura di molte aziende: negli USA, il 40% di quelle attualmente nella Fortune 500, la classifica delle 500 migliori società statunitensi misurate sulla base del loro fatturato dalla rivista Fortune. Cifre analoghe provengono dal McKinsey Global Institute, che stima nel 49% delle attuali attività lavorative svolte da esseri umani quelle che saranno automatizzate nel mondo nei prossimi vent'anni, pari ad un miliardo e 100 milioni di posti di lavoro. Sempre secondo l'Istituto, il 60% dei posti di lavoro attuali, inoltre, sono già sostituibili con robot, computer e sistemi di automazione per il 30% delle loro attuali funzioni, con la previsione di una automazione futura anche di un ulteriore 5% delle funzioni (in base alla tecnologia attualmente esistente). Ricerche analoghe condotte in Russia pronosticano la futura robotizzazione del 45% delle professioni intellettuali e del 75% dei lavori fisici svolti dall'uomo, secondo Elena Larina, docente dell'Accademia russa dei Sistemi Informativi. Nonostante le previsioni sembrino non escludere nessuna delle professioni oggi svolte, per alcune la sostituzione con i robot sembra più facile e più veloce. Nella lista dell'IDC, compaiono in primis gli autotrasportatori, di cui un terzo nei prossimi anni sarebbe facilmente sostituito dai mezzi di trasporto senza pilota, al cui sviluppo si stanno già dedicando numerose aziende, e i tassisti, che dovranno vedersela con i servizi di car sharing notificabili su cellulare, come la piattaforma Uber. Tocca poi agli operai, che sia nei cantieri sia negli impianti di produzione sembrano destinati a venir meno dinanzi all'autorganizzazione 'intelligente' delle catene di montaggio e dei sistemi robotizzati di autocostruzione; condizione che, nel settore edile, vedrà coinvolti muratori, manovratori di gru, di ruspe e di bulldozer, con un impiego al minimo di esseri umani. Ma non solo le professioni manuali, come visto nelle statistiche russe, saranno toccate dall'“invasione dei robot”. Toccherà infatti, secondo l'IDC, anche al 39% del personale giuridico, al personale medico (già ora sono in fase di sperimentazione interventi chirurgici condotti da robot), del settore contabile, del giornalismo (una conseguenza anche della proliferazione del copia-incolla dalle agenzie di stampa, pratica diffusasi con l'utilizzo del web), e venditori (sostituiti dalla proliferazione del commercio on line).

 

Se fermare lo sviluppo dell'intelligenza artificiale e la sua applicazione all'economia sembra impresa ardua, e forse per alcuni svantaggiosa, come evitare che milioni di persone nel mondo possano ritrovarsi senza un impiego? Una domanda a cui si stanno cercando delle risposte, a maggior ragione se si considera che proprio l'adesione alla rivoluzione informatica era stata presentata negli anni Novanta come fautrice di nuovi posti di lavoro e di sviluppo economico. Sull'International Business Times (edizione italiana) del 25 Aprile 2017, Marta Panicucci descrive una serie di misure che sono già state proposte per arginare la robotizzazione di (quasi) tutte le professioni umane: porre dei limiti all'utilizzo dei robot nelle aziende, ad esempio vietandolo per le mansioni sicure che gli esseri umani possono svolgere da soli, o addirittura inserire delle 'quote umane' nelle fabbriche, ovvero un minimo di esseri umani che debbano essere impiegati nelle mansioni lavorative. Sembra fantascienza? Un'altra proposta proviene da uno dei protagonisti della rivoluzione informatica, Bill Gates, che suggerisce l'istituzione di una “tassa sui robot” per evitarne la proliferazione, mentre il sito Quartz, citato dalla Panicucci, propone addirittura un trattato di non proliferazione della robotica simile a quanto sottoscritto da alcuni Paesi per le armi nucleari. La proposta di Gates nasce dallo scetticismo del padre di Microsoft per il reddito di cittadinanza universale, misura che secondo molti altri magnati della Silicon Valley, tra cui Elon Musk, risulterebbe l'unico strumento per evitare che la privazione del lavoro in una società robotizzata comporti anche una privazione del reddito per gli esseri umani, garantendone così il diritto alla vita. Sarà questa la soluzione finale all'invasione dei robot? Nel frattempo, mentre la robotizzazione avanzerà, la società umana sarà chiamata ad affrontarne le prime importanti conseguenze. Il mondo del lavoro come lo conosciamo oggi si trasformerà gradualmente, finendo di esistere. Se misure a sostegno del reddito o di arginamento dell'automazione non saranno prese in considerazione sin da subito, enormi masse di persone senza lavoro potrebbero iniziare ad emigrare verso aree del mondo non ancora “invase” dai robot. “I processi migratori attuali verranno travolti e invertiti nel loro contrario” secondo Giulietto Chiesa, in un articolo dal titolo Robotizzazione e immigrazione. […] Nel frattempo, solo nel 2015 seimila aziende statunitensi che avevano trasferito all'estero la loro produzione hanno deciso di ritornare negli USA, dove il costo dell'automazione è decisamente inferiore a quello della manodopera, a basso costo, dei mercati in via di sviluppo. I quali, secondo Chiesa, quando toccati dalla robotizzazione globale subiranno però le conseguenze di questa trasformazione in modo maggiore che in Occidente, per il loro già attuale tasso di minore occupazione. Ma il giornalista italiano, come si evince dal titolo della sua riflessione, sottolinea un altro elemento importante: rispetto ai numeri previsti fino a qualche anno fa, in Europa ci “eravamo sbagliati” non solo sulle conseguenze dello sviluppo tecnologico, ma anche sui numeri dell'immigrazione. Nelle condizioni attuali, con l'avanzare dell'automazione anche il principale movente dell'immigrazione di massa, ovvero la ricerca di occupazione, viene meno, e l'Europa avrà presto a che fare con almeno venti milioni di immigrati, di cui si era previsto l'utilizzo in attività lavorative non svolte dagli europei, ma che nei prossimi anni saranno estinte, sostituite con robot e sistemi di automazione molto più economici ed efficienti. I primi segnali in questa direzione provengono già dal Regno Unito che, come segnalava il Financial Times del 4 Luglio 2016, in un articolo a firma di Delphine Strauss, potrebbe già da ora sostituire i lavoratori immigrati con i robot: “ciò di cui il Regno Unito ha necessità sono più robot” secondo Adam Corlett, analista del think-thank Resolution Foundation, che invita a guardare all'esempio della California, dove da tempo l'industria del pomodori ha preferito l'automazione alla manodopera messicana a basso costo. Quale destino allora per masse enormi di immigrati, disoccupati, in Europa? E per gli europei, sempre più minoranza nei loro rispettivi paesi? Mentre i governi europei attuano politiche di trasferimento massivo di 'migranti' provenienti principalmente dall'Africa e prefigurano l'adozione di nuove norme sulle cittadinanza (ius soli) che facilitino per loro l'accesso ai servizi sociali e l'acquisizione di diritti politici, con minore visibilità sorgono anche progetti che offrono aiuto agli immigrati che sono stanziati nel Vecchio Continente da anni per ritornare in patria, a fronte della mancanza di prospettive che le società europee sembrano offrire anche a loro. E contestualmente, molti sono anche gli europei che, non riconoscendo più la propria patria, decidono di cercarne un'altra altrove, spesso in contrasto con le politiche di accoglienza migratoria dei loro governi. A segnalare questi nuovi casi di migrazione sono l'agenzia russa Sputnik (edizione italiana) del 16 marzo scorso e il giornale francese Le Monde, che raccontano le storie dei primi “migranti” europei che si starebbero trasferendo da Ovest ad Est (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Russia), in cerca di un'identità che nei loro paesi di origine percepiscono come perduta. Notizie, tutte queste, che in chi scrive fanno sorgere una domanda: in una prospettiva sempre più globalizzante, fatta di robotizzazione e di immigrazione, quale spazio resta per l'essere umano?

 

Jacopo Castellini

 

 
Flessibilitą nella societą aperta PDF Stampa E-mail

28 Novembre 2017

 

Venerdì scorso ci abbiamo ironizzato sopra. Oggi bisogna che ne parliamo sul serio. Venerdì scorso è stata la volta di Emma Marcegaglia che “tuonava” contro qualsiasi norma in tema di welfare che possa aumentare il costo del lavoro. Oggi – su un tema diverso ma nella medesima prospettiva (nella medesima strategia) – ci spostiamo in Germania.  Dove, riferisce Tonia Mastrobuoni di Repubblica, “Il presidente dei cinque consiglieri economici del governo, Christoph Schmidt, ha spiegato che «ormai l’idea che la giornata lavorativa inizi la mattina in ufficio e si concluda con l’abbandono pomeridiano dell’azienda, è obsoleta». Nell’epoca digitale, ha aggiunto, alcune tutele dei lavoratori sono troppo rigide: «le aziende hanno bisogno della certezza che non infrangono la legge se un impiegato partecipa di sera a una conferenza telefonica e se a colazione legge le mail». Nel rapporto presentato all’inizio di novembre, i “cinque saggi” hanno dunque suggerito di cancellare i limiti giornalieri – al momento sono otto ore, massimo dieci, con obbligo di recupero del riposo nel semestre – e lasciare soltanto il tetto settimanale di 48 ore”.  La chiamano “flessibilità”, in modo da rendere il cambiamento accattivante per il fatto stesso che il termine utilizzato si contrappone a “rigidità”. Così come le società “aperte” appaiono di per sé più desiderabili delle società “chiuse”.

 

Per giustificare l’innovazione, inoltre, si appellano alle mutate condizioni del quadro internazionale. Dice Clemens Fuest, direttore dell’Ifo di Monaco (l’Institute for Economic Research fondato, guarda caso, nel 1948), «c’è bisogno di una maggiore flessibilità, in un mondo globalizzato e flessibile». Come se questo “mondo globalizzato e flessibile” fosse un fenomeno naturale che si è determinato da sé, invece di essere stato perseguito scientemente dai potentati economici sovrannazionali. Ma ancora non basta. Nel tentativo di indorare la pillola, ecco la consueta favoletta dei vantaggi per tutti. Il cambiamento non serve «solo per venire incontro agli interessi delle imprese. Molti lavoratori vogliono una maggiore libertà per organizzarsi il lavoro. Perché non concedere loro di lavorare un giorno più di otto ore e altri giorni meno?». Lo avete notato, il verbo? “Concedere”. Dite grazie, schiavi. Dite “danke”, in tedesco. Dite “thank you”, nella lingua ufficiale dell’Impero.

 

Federico Zamboni

 

 
Educazione alla demenza PDF Stampa E-mail

27 Novembre 2017

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Da Rassegna di Arianna del 25-11-2017 (N.d.d.)

 

Non c’è giorno che qualcuno non mi racconti – tramite e-mail, telefono, a voce – un assurdo episodio capitato a scuola a suo figlio, sua figlia, suo nipote. Episodi diversi ma il filo conduttore potrebbe avere il seguente titolo: molestie mentali. Ovvero se non accetti di compilare nella tua testa il modulo prestampato di pensieri forzati, vieni escluso, umiliato, accusato. Il tema è sempre dentro quell’ossessivo perimetro in cui si muovono mass media, istituzioni, operatori della scuola (ho difficoltà a chiamarli docenti, perché ho troppo rispetto della figura storica dell’insegnante): sul piano sociale la parola obbligata è accoglienza, sul piano storico la memoria unica è il nazi-fascismo, sul piano sessuale la chiave è tutto ciò che sconfina, contrasta, sfascia la famiglia, la nascita, la differenza dei sessi e dei ruoli in un intreccio di femminismo, sessolibero e omofilia. Chi non si riconosce in questa nuova scuola dell’obbligo ideologico ha un menu fisso di attributi a disposizione: razzista, xenofobo, omofobo, sessista, femminicida, fascista. Non è uno che la pensa diversamente, ma uno che pensa scorrettamente, e dunque finisce diritto nella palestra correttiva; e se non accetta la rieducazione, la riabilitazione coatta, viene emarginato.

 

Gli episodi che mi raccontano sono diversi e prendono spunto dai consueti fatti di cronaca e relativi commenti: sbarco di migranti, femminicidio, storie omosex, outing privati, parole proibite. La nuova oscenità non riguarda più il fare sesso in luogo pubblico e filmarsi, bestemmiare e usare turpiloquio, consumare e comprare droga ma l’aver contraddetto il catechismo di cui sopra. Il ragazzo che dissente viene isolato, additato al pubblico disprezzo se non si converte o tace. Comunque entra da subito nella classe “differenziale”, come quelle scuole di un tempo: è handicappato ideologico e la sua unica attenuante è che presumibilmente vive in un ambiente malsano e i suoi genitori saranno di quella brutta razza. Perché naturalmente denunciando il razzismo si innesca nei confronti del non allineato un razzismo a rovescio, una vera e propria discriminazione. Se non la pensi come il modulo prestampato e prepensato ti prescrive, sei fuori dalla modernità, dalla democrazia, dall’umanità, dalla cristianità. La nuova scuola è invece tollerante, permissiva davanti alle dipendenze anche patologiche: l’iniziale tossicodipendenza, la tecnodipendenza da smartphone, la pornodipendenza e la sessodipendenza, meglio se omosessuale anche per non rischiare gli anatemi sul sessismo. La tv, i giornali, i media organizzati e tutti i presidenti in campo, Mattarella, Grasso, Boldrini, Gentiloni, Renzi, Bergoglio (presidente dell’Ong denominata Chiesa) ripetono ogni giorno lo stesso catechismo in un campionario di slogan ritriti all’infinito. Se poi vai al cinema, oltre i film d’evasione, i temi sono sempre quelli: neri e migranti, gay e lesbiche, nazisti e femminicidi.

 

Sospendo per un momento il giudizio nel merito di quei contenuti e mi soffermo sulla modalità: ma che ragazzi pensate che possano uscire da una scuola e da un sistema che non invita a pensare ma solo ad aderire a un Monopensiero preconfezionato, fondato su pregiudizi, categorie a priori fornite già belle e masticate? Che pensiero critico può venir fuori se non si riconosce l’importanza di vedere le cose da più punti di vista, di paragonare culture, storie, civiltà del passato che la pensano in modo diverso? Solo ebeti, esattamente come gli webeti di internet, conformisti inebetiti che seguono le parole chiave senza mai metterle in discussione. Si, la scuola sta allevando dementi anche perché inculca loro la convinzione che non ci sia nulla da discutere ma tutto sia chiaro e netto, lungo la linea del bene e del male. Poi vi meravigliate se i ragazzi non pensano, non leggono, non amano la storia, la politica, la filosofia? Perché non c’è nulla da pensare e da scoprire, non ci sono fonti divergenti, esperienze diverse, c’è solo da seguire il kit della buona scuola. Poi vi meravigliate di spettacoli come quello del Virgilio a Roma, tra spaccio, sesso videato, hashish e radical chic? E poi tutti addosso alla preside che lo denuncia (mi sovviene il ricordo di un vecchio preside del Virgilio, Peppino Dell’Olio, mio compaesano). Cancellata l’attività del pensiero, quel che resta è tuffarsi nella pratica: ovvero cuffie e kazzimiei, bevute e tatuaggi, cannabis e selfie. Sula demenza ideologica fiorisce la demenza pratica. Se la prima occupa la mente, allora il corpo, i desideri, le parole vanno “random” (traduco per gli studenti: a cazzo) Per fortuna alcuni ragazzi mantengono zone di resistenza, non si sottomettono al Dominio, e lo stesso vale per alcuni docenti. Ma vanno contro il proprio tempo, controcorrente, o devono nascondersi, vergognarsi di come la pensano. Uno degli effetti collaterali di questo allineamento servile alla Buona Scuola, dove l’ignoranza parte già dal vertice ministeriale, è che poi le menti più sconnesse reagiscono sposando la linea maledetta: e lo scrivono sui muri, insultano, menano. Così i ragazzi che pensano con la propria testa vengono assimilati a questi psicolabili che reagiscono con la violenza al catechismo della buona scuola. Il risultato è lo stesso: la scuola alleva dementi, in gran parte sedati e incistati nei loro telefonini, in piccola parte violenti e ribelli. Ma dementi. La Buona Scuola si allinea alla Buona Tv e ai Buoni Genitori e vedete che porcheria produce. Non resta che ribellarsi, fare mezzo secolo dopo un 68 capovolto. Ma pensando, credendo, comunicando, non sfasciando, gridando, violentando. Perché, in questo secondo caso, sarete sempre figli della Demenza che contestate.

 

Marcello Veneziani

 

 
L'uomo-larva PDF Stampa E-mail

26 Novembre 2017

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Sottratto alla disciplina paterna, privato della strada, protetto contro il bullismo, salvato per legge dalla bocciatura, conosciuta, grazie alla rete, la pornografia prima del sesso, dell'affetto e dell'amore, vissuto al tempo dell'egemonia liberale, concepito ogni desiderio per quanto soggettivo come diritto, drogato dalla tv, dalla musica, dallo sport, dalle mode, immesso nella concorrenza globale, sottratto alla leva o al servizio civile obbligatorio, autorizzato ad avere figli senza ricorrere a una donna (utero in affitto), venne alla luce l'uomo larva.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Una dieta micidiale PDF Stampa E-mail

25 Novembre 2017

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Da Appelloalpopolo del 22-11-2017 (N.d.d.)

 

Se un dietologo vi dicesse che dovete perdere ad ogni costo il 30% del vostro peso nel giro di un mese, la riterreste una pretesa illogica e impossibile e dubitereste della sua professionalità. Mirare a un proposito di dimagrimento così drastico e repentino, oltre a determinare l’irraggiungibilità dell’obiettivo prefissato comporterebbe, nel tentativo disperato di perdere più peso possibile, danni collaterali notevoli. L’adozione di un regime dietetico di quasi-digiuno produrrebbe di certo effetti pericolosissimi sulla salute, rischiando di danneggiare irreparabilmente i tessuti di organi vitali. I legittimi dubbi sulla serietà dello specialista diverrebbero certezze nel momento in cui vi proponesse di amputarvi gli arti superiori per aumentare le possibilità di conseguire il risultato prefissato. Di fronte a una simile richiesta, dovreste prendere atto di trovarvi di fronte a un pazzo squilibrato da denunciare immediatamente alle autorità competenti.

 

Nell’Unione Europea accade qualcosa di molto simile. Gli obiettivi di bilancio imposti ai paesi membri sono illogici, perché non si basano su alcuna evidenza scientifica, impossibili da conseguire e, soprattutto, pericolosi per la salute delle economie degli stati aderenti all’unione. Il patto di bilancio europeo, noto come “Fiscal Compact”, viene adottato nel marzo del 2012 e ratificato dal parlamento italiano quattro mesi più tardi, con il voto favorevole di tutte le forze di governo che hanno rappresentanza parlamentare (si opposero solo la Lega con il voto contrario e l’IDV con l’astensione). Questo importante passaggio, che costituisce l’evoluzione del patto di stabilità e crescita sancito con il trattato di Amsterdam del 1997, irrigidisce le già insostenibili regole di bilancio imponendo una dieta drastica, impossibile e dannosa alle finanze pubbliche italiane. L’obiettivo di ridurre significativamente il rapporto del debito sul PIL per portarlo alla soglia del 60% in un ventennio è illogico, irrealizzabile e pericoloso. Illogico, perché non esiste alcuna evidenza scientifica su quale sia il livello di debito pubblico ottimale (in Giappone, per esempio, ha superato il 250% del PIL e verosimilmente toccherà il 300% entro i prossimi dieci anni). Irrealizzabile, perché per l’Italia comporterebbe la necessità di conseguire un avanzo di bilancio di 75 miliardi l’anno, chiaramente un obiettivo impossibile da perseguire. Per fare un esempio, l’abolizione delle Province e la sterilizzazione del Senato che si sarebbero realizzati con la riforma costituzionale bocciata dal referendum dello scorso 4 dicembre, avrebbero comportato, nella migliore delle ipotesi, un risparmio della spesa di 500 milioni di euro. Mezzo miliardo. Il tentativo disperato di inseguire questo obiettivo impossibile ha comportato l’adozione di una legge di rango costituzionale che ha introdotto il pareggio di bilancio nei principi regolatori dei conti pubblici. Questo limite impedisce di dare concretezza ai principi sanciti nella prima parte della Costituzione, perché vincolare per sempre la spesa al conseguimento del pareggio vuol dire rendere incostituzionale qualsiasi misura di deficit spending, cioè rendere impossibile l’investimento pubblico e, in definitiva, arrendersi all’idea di non poter finanziare interventi che incentivino l’occupazione e mitighino le disuguaglianze in periodi di crisi attuando le necessarie politiche anticicliche. Oltre che illogico e irrealizzabile, come dicevo, questo obiettivo di dimagrimento del debito pubblico è dannoso. L’unico modo per tentare disperatamente di recuperare una tale entità di risorse, infatti, è quello di suggerire l’amputazione degli arti cui si accennava.

 

Così l’Italia è costretta a tagliare la spesa pubblica nei settori vitali, chiudendo presidi ospedalieri e provvedendo alla razionalizzazione (che è diventata sinonimo di taglio) dei servizi di quelli che restano in piedi o producendo norme che inducano i medici a ridurre all’essenziale le prescrizioni dei farmaci. Gli organici vengono ridotti all’osso, negli ospedali, come nelle scuole e negli enti pubblici, sovraccaricando il personale restante di incombenze che amplificano i problemi di inefficienza della macchina amministrativa. I plessi scolastici vengono accorpati e le spese di gestione ordinaria caricate sui contributi “facoltativi” richiesti alle famiglie. Le risorse per mettere in sicurezza gli edifici che non rispettano le norme antisismiche languono. Non vengono risparmiate neanche le forze di pubblica sicurezza in questi tagli orizzontali, così non di rado sentiamo i sindacati di polizia lamentarsi della carenza dei mezzi, del contingentamento delle risorse che impone persino il razionamento del carburante per le automobili di pattuglia e degli straordinari estenuanti cui sono costretti uomini spesso sottoposti a ritmi di lavoro inconciliabili con il delicato compito che devono svolgere. Anche lo smantellamento della previdenza pubblica persegue questo obiettivo di dimagrimento. Per noi nati negli anni ‘80 la pensione sarà maturata dopo i settant’anni e sotto la soglia della minima, pertanto sarà certamente necessaria un’integrazione privata, se lo stato non interverrà per compensare il trattamento dell’intera platea. Basterebbe leggere il contenuto dei trattati che ratifichiamo per capire cos’è l’Unione Europea. È quel dietologo che ci convince a morire di fame e a tagliarci le braccia per perdere peso, perché secondo lui, se pesiamo 80 kg, è necessario perdere 24 kg nei prossimi trenta giorni per stare meglio. E noi obbediamo. Chi non l’ha ancora capito lo capirà presto sulla propria pelle.

 

Gianluca Baldini

 

 
La dimensione dell'assurdo PDF Stampa E-mail

24 Novembre 2017

 

Da Rassegna di Arianna del 22-11-2017 (N.d.d.)

 

Dopo le due guerre mondiali che hanno insanguinato il Novecento, è iniziata la finis Europae. Una lunghissima civiltà si è irrimediabilmente ripiegata su stessa, avviluppata in una crisi il cui titolo più azzeccato sembra essere La terra desolata. La grande opera poetica di Eliot, così poco americano e tanto britannico, ci parla di qualcosa che è irrimediabilmente guasto: waste land è appunto la terra guasta, consumata, in rovina, diventata improduttiva. Un tempo marcito in cui avanza il deserto, testimone di una civilizzazione non più sorretta da un principio, un fine, sterile per mancanza di obiettivi, esaurimento delle idee forza, incredulità, ferma ed inutile come unautomobile che contemporaneamente termina il carburante e fonde il motore. Sono sempre gli artisti i sismografi più precoci dei grandi cambiamenti. Dagli anni 50 del secolo passato, la crisi è diventata insieme oggetto e soggetto della creatività. L’architettura si è involuta, dopo la proibizione dell’ornamento, in semplice ingegneria, senza più un progetto, un’idea generale di città, uno stile. La pittura ha dimenticato prima la natura, quindi ha abbandonato l’essere umano, cessando di raffigurare, rappresentare, sublimare la realtà. Quasi tutto ha perduto un suo centro. Teatro e letteratura non sono stati da meno e, sulle piste della filosofia più seguita dell’epoca, l’esistenzialismo, hanno preso a descrivere la condizione umana come priva di senso, scopo, direzione. Il concetto chiave è diventato l’assurdo, ovvero l’aggettivo che definisce l’insensatezza della condizione umana al tempo della crisi generale della civiltà europea: assurda la vita per smarrimento delle sue ragioni, perdita della fiducia in se stessa, sintomi e prodromi di un percorso di cui in questi anni vediamo il compimento. Insieme con le idee del passato, le menti più febbrili mettevano per la prima volta in causa anche le ragioni del progresso, nelle due versioni trionfanti, quella liberale, tecnologica e borghese e quella marxista. Prime crepe che si trasformeranno presto in voragini, senza indicare tuttavia vie d’uscita, percorsi alternativi, orizzonti di senso su cui ricostruire nuove fondamenta. La vita intera, la condizione individuale, il destino comune, il ruolo della specie umana sulla terra venivano posti in discussione e dichiarati assurdi, a seguito del crollo di un mondo invecchiato.

 

Il racconto dell’esistenzialismo descriveva l’uomo o, nel lessico di Heidegger, l’Esserci come un soggetto gettato, immerso nel mondo in quanto l’esistenza gli è stata imposta come frutto del caso o della volontà altrui. Geworfenheit, gettatezza, è uno dei termini del criptico linguaggio del pensatore di Messkirch, ed indica una sorta di passività esistenziale, una condizione non scelta né voluta. Tutto è quindi assurdo, insensato, inutile dinanzi all’abisso di un’esistenza che lo stesso Heidegger chiamerà “essere per la morte”. Accanto alle altre espressioni del non senso della vita, sorse così un teatro dell’assurdo, i cui massimi esponenti furono Eugéne Ionesco, Samuel Beckett, Harold Pinter, Jean Genet. In Italia, un intellettuale straordinario come Cesare Pavese è noto al grande pubblico per un’espressione, vizio assurdo, simbolo di un morboso desiderio di morte, di un’ansia di autodistruzione, un angoscioso cupio dissolvi che condusse Pavese al suicidio in una stanza d’albergo torinese a soli 42 anni, poco dopo aver raggiunto la definitiva consacrazione letteraria con il premio Strega attribuito al suo capolavoro, La luna e i falò. Uno scrittore romeno emigrato in Francia, Emil Cioran, diventava negli stessi anni una sorta di brillante, azzimato viandante del Nulla, impegnato in un’impietosa autopsia della civiltà agonizzante, a cui vaticinava un lungo, penoso tramonto, convinto dell’infinita vanità del tutto, come scrisse prima di lui, con ben altra profondità, Giacomo Leopardi. L’assurdo, diventato protagonista dell’involuzione della civilizzazione, prendeva così campo, procedeva a tappe forzate ad una dissezione dei temi e del linguaggio, alla decostruzione e revoca dei contenuti e dei messaggi il cui esito fu una generale decomposizione esistenziale. Sciatteria, bruttezza e bizzarria elevate a criterio massimo, rigetto della bellezza, disprezzo per un’estetica della vita che è innanzitutto decoro, rispetto di sé, il nonsenso dell’assurdo che invade come una metastasi ogni espressione e innalza l’informe, l’anomalo, l’oscuro. È un universo senza Dio dove l’esistenza umana ha smarrito senso e significato, un giorno dopo l’altro procede senza scopo. Si frantuma la comunicazione umana, i discorsi si fanno insensati, illogici, le parole si trasformano in rumori in mezzo alla metamorfosi di cose e persone immerse nell’allucinata irrazionalità delle situazioni. Un quadro astratto di una civiltà che ha smarrito ogni filo mentre, come scrisse Eugenio Montale nella Casa dei Doganieri “la bussola va impazzita alla ventura e il calcolo dei dadi più non torna”. Il teatro dell’assurdo, prima che una forma di arte è un documento, un grido d’ allarme, una confessione lancinante di impotenza, un segnavia del Nulla. Eppure, in qualche squarcio resiste un messaggio che potremmo definire di disperata speranza. È il caso, soprattutto, del Rinoceronte di Eugène Ionesco. Il drammaturgo franco romeno scrisse il Rinoceronte nel 1959, allorché la sua opera più famosa, la Cantatrice Calva, era già da due anni nel cartellone del teatro parigino della Huchette, dove è rappresentata ininterrottamente da allora. Il Rinoceronte introduce il personaggio chiave di Ionesco, Bérenger, che comparirà in diverse altre pièces. Da un piccolo paese della Francia si diffonde dovunque l’epidemia di una strana malattia che trasforma uomini e donne in rinoceronti. Poco alla volta, tutti si adattano al nuovo stato, al punto che l’unico abitante rimasto uomo si convince alla fine di essere lui il mostro della città. Bérenger tuttavia resiste ed è forse l’unico squarcio di luce di un pessimismo privo di sbocchi che nega l’esistenza di vie d’uscita al labirinto dell’assurdo, di cui La cantatrice calva è l’espressione più compiuta, insieme con Aspettando Godot di Samuel Beckett. Il primo assurdo è nel titolo: non vi è alcuna cantatrice calva, non è che un errore mnemonico di un personaggio, la citazione diventa una manifestazione del mistero e dell’incoerenza, un’allusione che riaffiora. Ionesco si ispirò ad un manualetto di conversazione di lingua inglese per principianti. Riprodusse nel testo teatrale l’incoerenza, la banalità delle battute, come “il pavimento è in basso, il soffitto in alto”, oppure “i giorni della settimana sono sette”. Una vera e propria anticommedia, senza trama e priva di una conclusione, con l’effetto straniamento ottenuto attraverso l’uso costante di luoghi comuni, frasi fatte, incoerenze, surrealismo verbale, l’incapacità dei sei personaggi di comunicare. In realtà ciascuno parla a se stesso senza dire nulla. Metafora di un tempo sospeso, di una condizione insensata, di una civiltà estenuata, curva su se stessa che Ionesco riprodusse in un’altra delle sue opere, Il re muore. Qui Bérenger è il re dell’universo, ma è solo di fronte alla morte, lo scandalo massimo senza rimedio dell’annientamento. Nessuna speranza, nessuna consolazione, nessun Dio: solo la coscienza dell’assurdo, del destino in fondo grottesco dell’uomo, la sua estraneità reale al mondo. Unica espressione diventa il tragico ridicolo, l’assurdo come baricentro di un uomo ridotto a fantoccio, asservito ad un mondo estraneo ed ostile, intrappolato in atroci banalità destituite di qualsiasi logica. Non troppo diverso è il senso dell’assurdo nell’opera di Samuel Beckett, come Ionesco portatore di una doppia identità culturale e di due diversi registri linguistici. Irlandese trapiantato a Parigi, scrisse sia in inglese sia in francese. I suoi personaggi sono misteriosamente infermi e disperatamente monologanti. Incarnano la solitudine esistenziale dell’uomo contemporaneo, insieme con una paradossale resistenza all’oscuro destino che li sovrasta. La perdita di ogni fede, trascendente o secolare, è in loro radicale, definitiva. Aspettando Godot, come la Cantatrice, non ha una vera trama e non possiede un finale compiuto. Protagonisti sono due vagabondi, Vladimir ed Estragon, figure enigmatiche e dolenti che rappresentano l’irraggiungibilità o forse la stessa inesistenza di Dio. Giovanni Raboni riconobbe in loro – e nell’intera opera beckettiana – “una strana euforia che si sprigiona in questa discesa eroica ed implacabile nello spessore del Nulla.” Forse il poeta milanese colse nel segno, intuendo un elemento in più della condizione – assurda davvero – dell’uomo europeo contemporaneo, una stramba allegria di naufraghi, per citare Ungaretti. Beckett, tuttavia, è uomo della rinuncia ad ogni forma di illusione o presunzione. Nessun autoinganno. Non vi è salvezza, e la mente umana nulla può conoscere dell’immenso mistero che rende inesplicabile l’intera la realtà. Godot non arriverà mai. Al calar della sera, per due giorni successivi un ragazzo annuncia che Godot non verrà. Lo spettatore sa che l’attesa sarà vana, ma i due non cessano di aspettare, tra dialoghi sconnessi accanto all’albero rinsecchito, unica scenografia. Quell’attesa lunga ed infruttuosa, probabilmente, dà loro l’illusione di esistere. Vladimir “Questo ci ha fatto passare il tempo”. Estragon: “Ma sarebbe passato in ogni caso”. V. “Sì, ma non così rapidamente.” Il senso dell’assurdo pervade dunque la vita dell’uomo occidentale da almeno settant’anni, lo mina alle fondamenta, lo disincarna, lo rende una marionetta, capace solo di far passare il tempo. […]

 

Tempo di rinoceronti, il presente più di sempre: conformismo, adesione al pensiero dominante, disprezzo della personalità critica. Il Bérenger di Ionesco è l’unico che non vuole diventare rinoceronte, il solo che non cede alla nuova verità. “In fondo, un uomo non è poi tanto brutto”, conclude, senza credere al nuovo criterio estetico dei rinoceronti. Chi è in minoranza, vive sempre nell’assurdo: talora si convince addirittura di essere dalla parte del torto, si definisce brutto perché solo, estraneo all’ideario dominante, scettico di fronte ai canoni in vigore. In un mondo di rinoceronti, Bérenger resta l’unico ribelle, il solo dotato di una individualità propria che trascende le regole sociali – vecchie o nuove – le norme precostituite, le idee imposte. Attraverso di lui, Ionesco, l’uomo dell’assurdo, attacca l’opportunismo, il doppiogiochismo, la standardizzazione. Lasciato dall’ultimo amico, che si unisce ai rinoceronti, abbandonato anche dalla sua donna, Daisy, Bèrenger sta per cedere, ma ha un ultimo sussulto, evade dalla prigione dell’assurdo e, guardandosi allo specchio e trovandosi brutto (guai a chi vuole conservare la propria originalità!), prorompe in un grido estremo di resistenza, enfatizzato dal raddoppio delle frasi. “E allora, tanto peggio, mi difenderò contro tutti. La mia carabina, la mia carabina. Contro tutti quanti mi difenderò, contro tutti quanti. Sono l’ultimo uomo, e lo resterò fino alla fine. Io non mi arrendo. Non mi arrendo!”. Fine della rappresentazione. Nell’estremo pericolo, ritrova il senso, imbocca una direzione, guarisce dalla malattia dell’assurdo. Contro vecchi e nuovi rinoceronti, è la resa il trionfo dell’assurdo.

 

Roberto Pecchioli

 

 
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