Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
Una nuova guerra civile europea? PDF Stampa E-mail

11 Febbraio 2020

Image

 

Da Rassegna di Arianna del 9-2-2020 (N.d.d.)

 

“Siamo vicini al punto di rottura sociale e non solo in Francia”. È l’allarme lanciato dall’economista e accademico francese Jean-Paul Fitoussi nella sua ultima intervista rilasciata all’AGI. Fitoussi si profonde in un’analisi dettagliata del sistema pensionistico della Francia e rileva come la riforma proposta dall’attuale esecutivo rischi di ampliare notevolmente le disuguaglianze sociali. Il sistema francese difatti è fondato dal secondo dopoguerra in poi sul principio dei regimi speciali che prevede una differenziazione dell’età pensionabile calcolata in base alla professione svolta dai lavoratori. Viene da sempre considerato uno dei principi cardine del welfare pubblico francese che ha garantito maggiore protezione in particolare alle categorie dei lavori più usuranti. La sua rimozione completa, rileva Fitoussi, è stata senz’altro il fattore scatenante delle proteste che stanno esplodendo in Francia. Ma la vera ragione della riforma varata da Macron, come rileva lo stesso economista francese, risiede nel nuovo corso di Parigi di adeguamento progressivo alle regole europee.

 

In altre parole, Macron è stato eletto con una missione precisa, ovvero quella di somministrare al popolo francese l’amaro calice delle riforme strutturali. La Francia difatti ha vissuto fino ad ora in una sorta di limbo che l’ha messa al riparo dalle procedure d’infrazione della Commissione europea per deficit eccessivo. Se si guarda al rapporto deficit/PIL della Francia degli ultimi 10 anni, si noterà come il Paese abbia violato ben 8 volte su 10 la famigerata regola del 3%. Nonostante Parigi sia incorsa in una flagrante e ripetuta violazione dei parametri di Maastricht, Bruxelles si è guardata bene dall’aprire una procedura d’infrazione contro di essa.

 

L’appartenenza della Francia all’asse franco-tedesco che governa l’Unione europea l’ha messa al riparo da qualsiasi sanzione della Commissione. Tutto questo non è altro che la sostanziale e ripetuta conferma che esiste un doppio binario di applicazione delle regole europee; uno privilegiato costituito dall’asse franco-tedesco al quale vengono concesse ripetute deroghe al rispetto dei trattati; un altro invece gerarchicamente inferiore dove si ascrive l’Italia alla quale non vien concesso nessuno spazio di deroga. L’elezione di Macron tuttavia è servita proprio a rimettere in discussione la struttura dell’economia francese.

 

Nel gioco della moneta unica, vige sostanzialmente una regola. Gli Stati che dispongono dell’euro non possono più operare alcuna svalutazione del cambio dal momento che hanno ceduto la loro sovranità monetaria. Per restare competitivi sui mercati internazionali non resta pertanto che svalutare l’unico altro elemento a disposizione, ovvero i salari. Per percorrere questa strada è richiesta l’applicazione delle riforme strutturali che Bruxelles ha imposto in prima battuta alla Grecia dal 2010 in poi, e all’Italia con l’avvento del governo Monti nel 2012. Le riforme strutturali non sono altro che la demolizione dello Stato sociale in ogni sua derivazione e quindi inevitabilmente portano ad un aumento della disoccupazione e ad una compressione dei salari. In questo contesto, va da sé che ogni aumento della spesa pubblica viene stigmatizzato dal momento che comporterebbe un aumento di ricchezza a favore dei cittadini, ma allo stesso tempo un probabile aumento delle importazioni e un conseguente disallineamento della bilancia commerciale dei Paesi dell’eurozona. Un disallineamento che non può essere compensato con una svalutazione valutaria, dal momento che come è stato accennato prima nessuno in questo sistema può svalutare la moneta, semplicemente perché non ce l’ha. L’euro in questo modo si rivela perfettamente funzionale agli scopi delle élite finanziarie internazionali e riveste il ruolo di strumento di disciplina dei diritti della classe lavoratrice. La moneta unica non si rivela altro quindi che un brutale metodo di distribuzione delle risorse in favore del grande capitale transnazionale. Lo stesso Fitoussi constata come l’attuale architettura europea non possa non portare a una compressione costante dei diritti sociali e ad una esplosione di violenza delle classi medio – basse schiacciate dal rigore della moneta unica. L’Europa quindi è ad un passo “dal punto di rottura sociale” e non ce la sta portando il sovranismo o la sovranità monetaria, ma la moneta unica. L’euro che avrebbe dovuto garantire pace e prosperità, secondo la retorica eurista, si rivela in realtà la più grande minaccia alla pace dei popoli europei. Le turbolenze e le catastrofi che vengono paventate dai media in caso di un abbandono della moneta unica stanno avvenendo dentro di essa, non fuori. Il continente europeo è ad un passo da una tremenda guerra civile che non avverrà perché gli Stati hanno deciso di lasciare l’euro. Avverrà perché gli Stati hanno deciso di restarci dentro.

 

Cesare Sacchetti

 

 
Democrazia solo formale PDF Stampa E-mail

9 Febbraio 2020

Image

 

Da Rassegna di Arianna del 7-2-2020 (N.d.d.)

 

Creatura instabile e pericolosa, l’Occidente minaccia il mondo minacciando se stesso di distruzione. In particolare, sembra entrata in crisi una delle sue narrazioni più credute, la democrazia. Una delle classificazioni più comuni della psicologia è quella tra apocalittici e integrati. Non abbiamo il minimo dubbio di appartenere alla prima categoria, ma una notizia ci ha restituito il buonumore e un po’ di speranza. Sembra proprio che la democrazia “reale” abbia perduto molto del suo fascino, non solo agli occhi degli europei e degli occidentali che affermano di averla inventata e la esportano con la canna del fucile, sotto forma di polizia internazionale, ristabilimento della pace, lotta ai tiranni, liberazione. Molti – speriamo sia vero – non ci credono più. È quanto afferma un rapporto dell’Università di Cambridge, pubblicato dal Bennet Institute for Public Policy, un’istituzione operante con fondi statunitensi. Gli studiosi britannici affermano che dopo il 2005 la popolarità della democrazia è in costante discesa. Quindici anni or sono solo il 38 per cento degli intervistati di tutto il mondo si dichiaravano insoddisfatti della democrazia; oggi, sarebbero ben il 57, 5 per cento gli abitanti del pianeta delusi dal principio, o dal metodo chiamato democrazia. La maggioranza assoluta del mondo globalizzato. Tra gli Stati che guidano il disincanto, spiccano Stati Uniti, Brasile, Messico e Nigeria. Ci guardiamo bene dall’attribuire perfezione predittiva allo studio. Civiltà, culture, religioni, popolazioni tanto diverse non possono essere interpellati sullo stesso tema senza sorprese. Inoltre, diffidiamo per principio delle statistiche anglosassoni, che tendono a generalizzare, ridurre problemi complessi a schemi semplicistici, binari, sì, no, mi piace non mi piace, il modello delle reti sociali. Tuttavia, merita riflettere su questo dato. Iniziamo dai tempi: nel 2005 non era ancora esplosa la crisi finanziaria globale, che ha lasciato sul terreno troppe vittime per non determinare conseguenze nella percezione comune. La globalizzazione era certo già in atto, ma non aveva ancora dispiegato l’immenso potenziale di cui siamo testimoni e vittime. I popoli dell’Europa orientale, ad esempio, finivano di digerire la sbornia del dopo comunismo, ma avevano già sperimentato i guasti del liberismo e della disgregazione sociale. A milioni avevano dovuto emigrare, con devastanti conseguenze su quelle società e su quelle di destinazione. Il potere finanziario, da allora, ha guadagnato ulteriore terreno: le grandi banche sono “troppo grandi per fallire” e i costi sono stati addebitati ai popoli, attraverso i bilanci degli Stati. La dominazione attraverso la creazione monetaria, l’inganno del debito, la morsa del mercato misura di tutte le cose e ora della tecnologia diventata biopotere, non ha cessato di schiacciare i popoli. I governi, gli Stati nazionali non hanno mai contato così poco. Gli unici poteri che restano loro sono i più indigesti: impongono tasse sempre maggiori in cambio di quasi nulla- sanità, scuola, protezione sociale ai minimi – e gestiscono l’ordine pubblico senza assicurare giustizia, sicurezza, imparzialità. Il dissenso è represso in maniera sempre meno soft. Non si può in alcun modo contestare il modello sociale, politico, economico, finanziario e culturale dominante, che si afferma unico, naturale, privo di alternative. Gli strumenti di partecipazione popolare alle grandi decisioni sono esauriti o pressoché impossibili da concretizzare. Trionfa su tutta la linea la libertà dei moderni, teorizzata due secoli fa da Benjamin Constant. Liberazione dai vincoli, preferenza assoluta della dimensione privata, con il suo precipitato di indifferenza per il bene comune, egoismo, disinteresse per la cosa pubblica. La libertà e la democrazia degli antichi, al contrario, era soprattutto partecipazione, esercizio di responsabilità e decisione. Pessime cose, dal punto dei padroni del vapore. La democrazia, dunque, si è ridotta sempre più a vuota procedura, formalità, gioco di ruolo, circo equestre in cui si combattono non idee o progetti, ma gli interessi più potenti, industriali, finanziari, tecnologici. La politica scade ad amministrazione, il governo diventa governance, gestione. Si finisce per dare ragione al vecchio Rousseau, allorché avvertiva che la democrazia rappresentativa e la sovranità popolare, vanto e fiore all’occhiello dei popoli d’occidente, funziona per un solo giorno ogni quattro o cinque anni. Nel momento delle elezioni, il popolo esercita un fugace potere di scelta di rappresentanti, ai quali cede immediatamente le sue prerogative. Addio partecipazione, addio alla volontà generale, qualunque cosa voglia dire.

 

Per di più, pur essendo evidente l’impossibilità di fuoriuscire da forme di rappresentanza, e che il potere sarà sempre in mano a oligarchie, i sistemi democratici si impegnano con successo a negare se stessi. L’ingegneria politica applicata alle tecniche elettorali fa sì che vinca non la maggioranza, ma la minoranza meglio organizzata, che significa inevitabilmente la più ricca. Il potere del denaro svuota la democrazia, scriveva Giano Accame. […]

 

Persino Norberto Bobbio, dopo una vita di studi e dopo aver importato in Italia il positivismo giuridico di Hans Kelsen, ovvero la norma elevata a puro potere, ha dovuto ammettere che la democrazia è una procedura. Non ci si innamora delle procedure, ancor meno si è disposti a dare la vita per esse. Di più: quando ci si accorge che le carte sono truccate e la nostra volontà conta meno di niente, si cercano altre forme per far sentire la propria voce. Grottesca è la realtà americana, il paese che si considera il leader della democrazia, investito del destino manifesto di imporla a tutti i popoli dell’orbe terracqueo. Molti ricorderanno che George Bush jr fu dichiarato presidente nel 2004 solo dopo settimane di lotte sanguinose e certamente di imbrogli da una parte e dall’altra, relative al conteggio dei voti in Florida. Il più potente Stato del mondo non fu capace di stabilire quanti voti avessero ottenuto non cento candidati, ma due. Addirittura comico, se non risultasse l’evidenza di un inganno generalizzato, è il recentissimo caso delle elezioni primarie nello stato dello Iowa. Hanno votato 170 mila elettori in tutto, iscritti alle liste del Partito Democratico in base alle leggi locali. Non è chiaro quanti voti abbiano riportato i vari aspiranti alla nomina di candidato presidenziale. Ci vuole tempo, tanto tempo, molto di più di quello che occorre per decidere un bombardamento con missili “intelligenti” diretti da remoto, o l’assassinio di un dignitario straniero. I candidati vincenti saranno comunque quelli in grado di raccogliere i finanziamenti più cospicui. Per arrivare alla Casa Bianca serve qualche miliardo di dollari. Dobbiamo spiegare da dove arrivano cifre tanto elevate e che cosa comporta il sostegno dei signori del denaro? Eppure il gioco funziona e lo chiamano democrazia. È un’ottima notizia che siano sempre meno a crederci. I ricercatori di Cambridge, “sinceri democratici”, sono inquieti. Soprattutto si preoccupano del disincanto americano. Gli Stati Uniti non sono più “la città splendente sulla collina”, portatori di una perfezione quasi ontologica. Stupisce che ai soloni detentori di prestigiose cattedre universitarie ci sia voluto uno studio scientifico per prendere atto con sgomento di ciò che è sotto gli occhi di chiunque viva e vesta panni. Viviamo in un sistema Zombie, rinserrato nella convinzione “scientifica” (o a-scientifica?) che le élite hanno della propria superiorità. Scambiano un simulacro per la realtà, una procedura per un principio universale. Fingono di crederci, il problema che ci credono sempre meno i sudditi, per i quali è stato creato il sistema. Ha ragione Massimo Fini, descrivendo ruvidamente la democrazia odierna come il regime in cui il popolo lo prende nel … con il suo consenso. Eterotelia, cioè fini opposti a quelli dichiarati e originari. Questa è la democrazia postmoderna. […]

 

Il 2005 segna l’inizio della recessione democratica globale. Negli Usa, dopo la seconda guerra mondiale, solo un quarto degli americani non si sentiva in sintonia con le istituzioni. Oggi la percentuale è del 55 per cento. La maggioranza dei cittadini della democrazia più grande, più ricca, più potente, non la pensa come il potere, come l’apparato culturale, la comunicazione, l’enorme struttura riservata di dominio del deep State, servizi segreti, sistema militare industriale, giganti tecnologici di Silicon Valley. Il problema è serio. Innanzitutto, una democrazia sana richiede che la maggioranza dei cittadini creda in elezioni eque e ritenga che la politica offra soluzioni ai suoi problemi. Controllo ed equilibrio, istituzioni di garanzia, stato di diritto, rispetto per i diritti delle minoranze. Se questa fiducia si perde, vince la fazione, la lotta di tutti contro tutti per dominare gli avversari a tutti i costi, con ogni mezzo. Qualcuno lo chiama tribalismo, ma è il contrario: è il dominio di oligarchie padrone di tutto. La lotta politica si riduce ad una guerra spietata tra gruppi contrapposti di potere, per i quali i cittadini non sono che clienti, target da conquistare con operazioni di marketing pubblicitario, slogan suggestivi ma privi di contenuto. A parità di mezzi – a disposizione solo di chi è già inserito nei meccanismi del potere- vince chi conduce la più efficace campagna pubblicitaria. Rousseau viene superato: il popolo conta solo nell’attimo in cui pensa “mi piace”. Gioco finito, anzi game over. Poiché l’America è stata costruita da immigrati, il suo successo si è fondato sull’ottimismo e su un idealismo fatto di integrazione ed assimilazione del modello dominante. Dopo la crisi finanziaria del 2008, tutto questo ha cominciato a cambiare, tutti i sistemi politici si sono deteriorati, tra agenzie di rating, debito sovrano, distruzione delle classi medie, polarizzazione della ricchezza e quindi del potere. Nel bene e soprattutto nel male, l’America è il modello di riferimento della nostra parte di mondo. Che cosa succederà quando la maggioranza dei cittadini della prima democrazia del mondo, la più grande economia e l’esercito più potente, perderà la fede nelle sue fondamenta? Forse è già accaduto e il sistema tiene attraverso l’imposizione, l’incapacità di progettare alternative, l’immensa macchina organizzativa, propagandistica, tecnica di cui dispone. Quando il vento cambierà per davvero, forse potremo tentare una rivoluzione democratica, nel senso della partecipazione dei popoli al loro destino. Sino ad allora, vivremo sotto una tirannide rivestita degli abiti ingrigiti della democrazia formale. Paradiso e tomba dei popoli, il suo successo dipende dalle differenze che nega. L’istinto dei popoli sta comprendendo che i regimi democratici sono quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l’illusione di essere sovrano, mentre la vera sovranità sta in forze irresponsabili e riservate. Vale la pena sorridere dinanzi a una riflessione dell’economista Harvey Liebenstein: la democrazia è il principio di non minoranza.

 

Per Jean Baudrillard la vera apocalisse non era la fine del mondo fisica, materiale, ma l’unificazione in quello che lui chiamava “il mondo”, ovvero il globalismo che ha realizzato il simulacro definitivo, il “crimine perfetto”, la fine negando che sia tale, nell’illusione che tutto continui. Comandano da remoto, da Matrix. Non hanno quasi più bisogno della nostra democratica approvazione. Quasi…

 

Roberto Pecchioli

 

 
Entri chi vuole PDF Stampa E-mail

8 Febbraio 2020

Image

 

Da Comedonchisciotte del 31-1-2020 (N.d.d.)

 

L’Italia è veramente una nazione stupefacente, dove tutto e il suo contrario sono possibili allo stesso tempo, come dimostrano i provvedimenti del governo Bisconte per contenere il Coronavirus. Mentre si bloccano tutti i voli da e per la Cina, per creare un cordone di sicurezza, si accettano quelli che fanno scalo fra l’Italia e il Catai passando da Dubai, così, chi vuole, si sente sia protetto ma anche libero di fare quel cavolo che gli pare andando in Cina e tornando. E naturalmente non sia mai che perdiamo l’umanità. Per cui bene le barriere per contenere il virus e caccia nazionale al “pericolo” dell’oriente, ma intanto permettiamo anche ai traghettatori ONG, che fanno regolarmente la spola fra la Sirte e le nostre coste, di scaricare in Italia tutta la gente che gli va, anche se non soggetta ad alcun tipo di controllo medico e potenzialmente vettori del Coronavirus. Eh sì, perché da quando si sono riscontrati i primi casi un mese e mezzo fa, nessuno può escludere che dalla Cina il virus sia stato trasmesso anche in Africa – curiosamente si ritrovano casi di contagio ovunque meno che nel continente Africano al momento… e dire che i Cinesi, compresi gli oltre 11 milioni di Wuhan epicentro dell’epidemia, vi vanno per turismo e affari da un pezzo. Il punto è che, mentre il governo cinese, con le difficoltà del caso, ha i mezzi per contenere il diffondersi del virus, non si può dire altrettanto di stati africani come Marocco, Burkina Faso e altri da dove arrivano in Italia migranti come se piovesse in cerca di un futuro migliore, che gli Italiani naturalmente devono garantire non solo coi loro mezzi, ma ora anche a rischio potenziale della vita, pena la gogna mediatica di fascisti. Nonostante tutto rimane logico domandarsi se tali stati abbiano messo in atto misure di controllo e prevenzione, o se tutto è affidato alla “spera in Dio” in attesa che ci pensi la ONG di turno. In realtà la malattia non è al momento così letale come alcuni hanno paventato. Infatti, siamo finora di fronte ad un virus che – secondo i tecnici dei laboratori cinesi ed australiani che l’hanno studiato per primi – ha un tasso accertato di mortalità del 2.5%, si trasmette solo da essere umano ad essere umano tramite particelle di saliva, e il contagio può avvenire solo nel raggio di 1 metro. Se la distanza tra il vettore e gli organismi destinatari è maggiore, il virus è così debole che non riesce a coprirla: la permanenza nell’aria lo uccide prima. Sappiamo che nelle forme attuali della malattia, che nei casi estremi può degenerare in polmonite e condurre alla morte, si può guarire. Anche se praticamente nessuno ne parla, basti pensare che l’influenza ogni anno uccide fra le 300.000 e le 650.000 persone nel mondo e sono decine di milioni quelli che la contraggono senza rendersene neppure conto. È invece vero che – non conoscendo lo sviluppo del Coronavirus che è in fase di trasformazione –la diffusione della malattia va contenuta a tutti i costi perché potrebbe degenerare in una forma non curabile, ed è proprio a questo punto che entrano in gioco responsabilità di organizzazioni e governi – compreso naturalmente il nostro – slegate dall’effettiva pericolosità attuale dell’agente patogeno. E qui mentre il governo garantisce che le misure in atto sono le più efficaci al mondo, si lascia entrare in Italia chi gli pare. È un po’ la stessa logica distorta che, mentre ha voluto accusare di sequestro di persona chi nel Luglio scorso ha impedito per alcuni giorni lo sbarco ad una nave con 131 migranti, ora non si indigna per chi, in pieno svolgimento delle elezioni regionali, ha bloccato la nave ONG Ocean Viking per 4 giorni in alto mare con 400 migranti a bordo, con tanto di donne e bambini, prima di farli sbarcare, e che così facendo avrebbe fatto cosa buona e giusta. Questo almeno a giudicare dalle mancate reazioni dei media che non si sono scomodati a parlare di sequestri, abuso di potere, mancanza di umanità, mentre la sinistra parlamentare non ha fatto la solita passerella sotto le telecamere. Non è un po’ strano?

 

Grande prova di “nuovo umanesimo” quindi quella del governo Bisconte; non letteraria né culturale, poco politica, e sicuramente non Italiana. Si direbbe piuttosto globalista e fatta male. Oppure il problema non c’è… perché? Perché il governo forse presta fede alle dichiarazioni di Bonaccini, per la cui riconferma alla carica di governatore in ER ha recentemente esultato. Bonaccini infatti sostiene che la sua regione è una di quelle che deterrebbero il primato mondiale della sanità, quindi, anche se nella più disgraziata delle ipotesi il virus dovesse trasformarsi in un genoma killer, basterebbe che tutti gli Italiani passassero dagli ospedali in ER per salvarsi. Probabilmente l’attesa per il ricovero richiederebbe 30 anni dati i tempi attuali per una visita standard, ma l’importante è dirlo e crederci. O forse il virus diventerà “umano” e ci risparmierà, proprio come il governo…Voi vi fidereste?

 

Alessandro Guardamagna

 

 
Umanitarismo strumento dell'imperialismo PDF Stampa E-mail

7 Febbraio 2020

Image

 

Da Rassegna di Arianna del 31-1-2020 (N.d.d.)

 

Si fa un gran parlare di umanità e di umanitarismo, in questa tarda modernità. Si parla di emergenze umanitarie, di interventi umanitari, perfino di guerre umanitarie. Ma cosa c’è dietro questo utilizzo ideologico del concetto di umanità? Secondo il filosofo e giurista tedesco Carl Schmitt (Plettenberg, Vestfalia, 1888-ivi, 1985), una delle menti speculative più raffinate che l’Europa ha prodotto negli ultimi due secoli, l’utilizzo propagandistico del termine umanità e tutti gli strombazzamenti dell’umanitarismo, caratteristici della modernità, altro non sono che strumenti dell’imperialismo, e specialmente dell’imperialismo economico. Ci siamo già occupati altra volta di questo importante pensatore tedesco (vedi l’articolo: “Amico” e “nemico” nel pensiero politico di Carl Schmitt, già pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 15/12/07 e ripubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12/01/18), il quale afferma che la categoria di amico e nemico è coessenziale alla politica, mentre il concetto di umanità non è di tipo politico, perché gli uomini appartengono tutti a una medesima specie e quindi non vi sono uomini più umani di altri, e neppure meno umani. Di conseguenza, secondo Schmitt, quando si bandisce una guerra in nome dell’umanità, in effetti lo si fa perché si vuol togliere al nemico la qualifica di umano e avocarla a sé soli, identificandosi come i campioni della natura umana contro delle forze non umane, bestiali, le quali minacciano, appunto, l’umanità. Infatti, muovere contro qualcuno in nome della difesa dell’umanità e dei valori umani equivale a negare che costui appartenga al genere umano e che alberghi in sé dei valori umani: e pertanto si tratta della forma più radicale, più violenta e brutale di guerra che sia dato concepire. Contro un simile nemico, non c’è arma che non sia o non divenga lecita, anche quella che, in circostanze normali, farebbe rabbrividire di orrore colui che si appresta ad usarla: e tale è stato il caso del lancio delle due bombe atomiche sulle città indifese di Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto del 1945. In quel caso, la giustificazione umanitaria era duplice: da un lato perché i giapponesi erano stati presentati all’opinione pubblica americana, fin dall’inizio, come dei nemici disumani, non solo i militari ma anche i civili (e infatti i cittadini americani di origine giapponese erano stati chiusi in campi di concentramento e vi rimasero per tutta la durata del conflitto, con gravi sofferenze per tutti loro); dall’altro lato perché, mostrando al Giappone la terribile potenza dell’arma atomica, si sarebbe affrettata la richiesta di armistizio da parte sua e così, ponendo fine alla guerra, si sarebbero risparmiate molte vite umane (ma di chi? non certo dei giapponesi): obiettivo di per se stesso, come ben si vede, altamente umanitario.

 

Quando Carl Schmitt svolgeva questo tipo di osservazioni, fra gli anni ’20 e ’30 del Novecento, questi ultimi fatti erano di là da venire, ma certamente egli ripensava al trattamento che era stato inflitto alla sua patria, la Germania, e alle nazioni sue alleate, dai vincitori della Prima guerra mondiale. Un trattamento non solo durissimo sotto ogni punto di vista: territoriale, economico e finanziario, ma altresì caratterizzato da un moralismo assolutamente inedito: ai rappresentanti del governo tedesco – un governo repubblicano, e dunque un governo diverso da quello che esisteva nell’agosto del 1914 - fatto unico nella storia, era stato imposto di firmare un documento nel quale era scritto, nero su bianco, che la Germania sola portava la responsabilità dello scoppio della guerra, e quindi di tutte le distruzioni e le perdite di vite umane che essa aveva causato. In tutte le guerre del passato, il vincitore si era limitato a imporre una certa quantità di risarcimenti per i danni e le perdite subite; ora il vincitore pretendeva di mettersi sul piedistallo della moralità e di far ammettere al vinto, sotto la minaccia di una ripresa immediata delle ostilità, che tutto quanto era avvenuto doveva attribuirsi esclusivamente a lui. La cosa dovette riuscire tanto più facile agli Alleati sotto il profilo psicologico, oltre che giuridico, in quanto per più di quattro anni essi avevamo effettivamente rappresentato i tedeschi come dei barbari crudeli, anzi dei sadici: nei loro manifesti di propaganda si vedevano i soldati del Kaiser tagliare le mani ai bambini del povero, piccolo Belgio, e innumerevoli altre atrocità venivano addebitate alla Germania e all’Austria-Ungheria (ma non, curiosamente, il solo, gravissimo e documentato crimine di guerra perpetrato dagli ottomani nel 1915-16: il genocidio del popolo armeno). Delle crudeltà e delle violazioni alle norme del diritto internazionale, beninteso, c’erano state, ma da entrambe le parti; però la propaganda dell’Intesa, più efficace, era riuscita a dipingere gli Imperi Centrali, agli occhi del mondo, come il regno del male. Pertanto l’opinione pubblica mondiale condivise l’opinione degli Alleati che la guerra sottomarina indiscriminata lanciata dai tedeschi, con l’affondamento di qualsiasi nave diretta verso i porti alleati, fosse una maniera criminale di condurre la guerra, ma nessuno si chiese se fosse moralmente lecito alla flotta britannica porre il blocco ai rifornimenti internazionali per la Germania, riducendo alla fame centinaia di milioni di persone, ossia l’intera popolazione degli Imperi Centrali, e provocando la morte di bambini e malati per mancanza di nutrimento sufficiente o di generi farmaceutici (cfr. i nostri articoli: Violando i diritti dei popoli la Gran Bretagna affamò gli Imperi Centrali, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 05/03/08 e ripubblicato su quello dell’Accademia Nuova Italia il 29/11/17; e Processare il Kaiser?, sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31/12/17). Quando poi, nell’aprile del 1917, entrarono in guerra gli Stati Uniti (mentre la Russia zarista, alleato politicamente imbarazzante, ne usciva), e il presidente Woodrow Wilson sbandierò trionfante i suoi troppo celebrati 14 Punti, il gioco era fatto: la guerra era diventata non più una contesa fra due coalizioni imperialiste su scala mondiale, bensì una crociata della democrazia contro il militarismo e l’assolutismo (anche se la Germania e l’Austria erano in realtà delle monarchie costituzionali). È allora che si formò, per la prima volta, l’equazione fra democrazia e pace, da un lato, e fra governi non democratici e guerra, anzi guerra criminale, dall’altro, che si è andata gradualmente rafforzando e che oggi permea interamente il nostro immaginario, sino ad aver assunto lo statuto di verità auto-evidente e incontrovertibile. A quel punto, nel 1917, il nemico della coalizione alleata non era più un nemico “normale”, ma, essendo un nemico della democrazia, doveva essere considerato a tutti gli effetti come un nemico dell’intera umanità. E quando, per esempio, alla conferenza di pace, i rappresentanti del governo ungherese, i quali nulla avevano a che fare con l’Austria-Ungheria che nel luglio del 1914 aveva dato inizio alla guerra mondiale, attaccando la Serbia – si sentirono dire che il loro Paese avrebbe dovuto rinunciare ai due terzi del suo territorio e a una buona metà della sua popolazione, probabilmente pensarono di aver udito male o di aver avuto un’allucinazione collettiva. Che cosa avrebbero pensato i rappresentanti della Francia, della Gran Bretagna o degli Stati Uniti, se la sorte delle armi avesse visto la loro sconfitta e si fossero visti presentare delle condizioni di pace analoghe? E oltre al danno, la beffa: quella di vedersi trattare come i soli responsabili morali di tutto quanto era avvenuto, e di portare quindi la colpa della più grande tragedia che l’Europa avesse conosciuto da secoli e secoli. Scrive, dunque, Carl Schmitt in Le categorie del politico (edizione originale 1932; traduzione dal tedesco di P. Schiera, Bologna, Il Mulino, 1972, p. 140):

 

 L’UMANITÀ in quanto tale non può condurre nessuna guerra, poiché essa non ha nemici, quanto meno non su questo pianeta. Il concetto di umanità esclude quello di nemico, poiché anche il nemico non cessa di essere uomo e in ciò non vi è alcuna differenza specifica. Che poi vengano condotte guerre in nome dell’umanità non contrasta con questa semplice verità, ma ha solo un significato politico particolarmente intenso. Se uno Stato combatte il suo nemico politico in nome dell’umanità, la sua non è una guerra dell’umanità, ma una guerra per la quale un determinato Stato cerca di impadronirsi, contro il suo avversario, di un concetto universale per potersi identificare con esso (a spese del suo nemico), allo stesso modo come si possono utilizzare a torto i concetti di pace, giustizia, progresso, civiltà, per rivendicarli a sé e sottrarli al nemico. L’UMANITÀ è uno strumento particolarmente idoneo alle espansioni imperialistiche ed è, nella sua forma etico-umanitaria, un veicolo specifico dell’imperialismo economico. A questo proposito vale, pur con una modifica necessaria, una massima di Proudhon: chi parla di umanità, vuol trarvi in inganno. Proclamare il concetto di UMANITÀ, richiamarsi all’umanità, monopolizzare questa parola: tutto ciò potrebbe manifestare soltanto – visto che non si possono impiegare termini del genere senza conseguenze di un certo tipo – la terribile pretesa che al nemico va tolta la qualità di uomo, che esso dev’essere dichiarato “hors-la-loi” e “hors-l’humanité” e quindi che la guerra deve essere portata fino all’estrema inumanità. Ma al di fuori di questa utilizzazione altamente politica del termine non politico di umanità, non vi sono guerre dell’umanità come tale. L’umanità non è un concetto politico e ad essa non corrisponde nessuna unità o comunità politica e nessuno “status”. Tutto quel che è successo dopo che queste parole furono scritte ha confermato in pieno la giustezza dell’analisi di Carl Schmitt. Sconfitta di nuovo nella Seconda guerra mondiale la Germania (insieme al Giappone) è stata tratta assai più duramente che nel 1919, non solo sul piano materiale – addirittura divisa in due metà, nemiche irriducibili! – ma anche, di nuovo, sul piano giuridico: con un processo spettacolare ai capi del Terzo Reich, quello di Norimberga, che non ha precedenti nella storia per la sua arbitrarietà e ipocrisia. Arbitrarietà, perché non si è mai visto un tribunale formato da quella che ritiene di essere la parte lesa; ipocrisia, perché i giudici-accusatori avevano commesso a loro volta atrocità e crimini di ogni tipo, e perché ricorsero al misero espediente d’incriminare il nemico per quelli che, all’epoca dei fatti, non erano contemplati come crimini dalle leggi internazionali: ad esempio, aver pianificato e scatenato la guerra. Un analogo processo farsa si tenne a Tokyo contro i capi politici e militari del Giappone sconfitto; all’Italia questa sorte fu risparmiata in virtù dell’armistizio dell’8 settembre 1943. E tutto ciò fu possibile, anzi, fu visto e presentato all’opinione pubblica internazionale come normale e pienamente legittimo, grazie all’opera propagandistica svolta in precedenza: ossia che quelli del Tripartito non erano nemici “normali”, bensì mostri assetati di sangue, criminali sadici e meritevoli di essere trattati non come uomini, ma come animali idrofobi, da abbattere senza pietà. Si badi: non stiamo dicendo che tedeschi, giapponesi e, in certi casi, anche italiani, non commisero dei crimini nel corso della guerra; stiamo dicendo che i loro nemici ne commisero, a loro volta, di gravissimi: e non solo i sovietici, ma anche le potenze democratiche. Tutti oggi parlano, e giustamente, dei campi di concentramento tedeschi; ma quanti sanno che esistettero anche i campi di concentramento britannici e americani, e che in questi ultimi furono lasciati morire di fame e di freddo milioni di prigionieri tedeschi, a guerra ormai conclusa? E che milioni di civili tedeschi delle province orientali furono sterminati o costretti a fuggire per sempre dalle loro case? Nei decenni successivi, e soprattutto dopo la fine della Guerra Fredda, questo stato di cose non ha fatto che rafforzarsi, come sono aumentate l’arbitrarietà e l’ipocrisia delle democrazie che si ergono a giudici e giustiziere di qualsiasi nemico esse decidano di abbattere, magari dopo averlo costruito a tavolino per i loro scopi inconfessati e inconfessabili. Lo abbiamo visto ormai troppe volte, dall’Iraq alla Serbia e dall’Afghanistan alla Libia. In Siria, poi, le cose sono giunte al punto che le democrazie sostengono di essere intervenute per difendere la libertà di quel popolo, e intanto forniscono supporto logistico e finanziario a dei gruppi terroristici, presentati però all’opinione pubblica come combattenti democratici; mentre il governo autoritario locale, che esse avrebbero voluto abbattere (e ci sarebbero certamente riuscite, se non fosse intervenuta con decisione la Russia di Putin) combatte contro i terroristi e paradossalmente difende alcune libertà fondamentali, come quella di continuare a esistere della minoranza cristiana in un Paese che è a larghissima maggioranza islamico. Ma tutto questa ipocrisia è insita nell’atteggiamento di fondo delle democrazie, le quali, nelle Convenzioni di Ginevra, istituendo i crimini contro la pace, sottintendono che la guerra sia di per se stessa un crimine; il che obbliga le democrazie a mentire e a chiamare operazioni umanitarie, o addirittura operazioni di pace, tutte le guerre che decidono di scatenare contro chi non si adegua all’ordine internazionale da esse voluto. E poiché tale “ordine”, se così lo possiamo chiamare, è essenzialmente quello stabilito nell’interesse dei grandi gruppi finanziari internazionali, i quali hanno le loro basi nelle democrazie, ma che non s’identificano con esse, perché la grande finanza non ha patria né ha bisogno di passaporto, anche da questo lato si rivela quanto avesse visto giusto Carl Schmitt, allorché sosteneva che l’umanitarismo sarebbe divenuto lo strumento dell’imperialismo, essenzialmente nella versione economica e finanziaria. Ecco perché si tratta di un pensatore di scottante attualità, che va letto, riletto e meditato a fondo…

 

Francesco Lamendola

 

 
Resa in cambio di denaro PDF Stampa E-mail

6 Febbraio 2020

Image

 

Da Comedonchisciotte dell1-2-2020 (N.d.d.)

 

Quando i due vecchi marpioni della politica si sono presentati alla Casa Bianca con la tragicommedia più sgangherata e farsesca della storia del Medio Oriente, era difficile sapere se ridere o piangere. Il piano di “pace” di 80 pagine della Casa Bianca conteneva, nelle prime 60, 56 riferimenti alla “Visione,” sì, ogni volta con la V maiuscola, per suggerire, suppongo, come questo “affare del secolo” fosse una rivelazione soprannaturale. Non lo era, anche se magari era stato scritto da un super-Israeliano. In esso si dice addio ai rifugiati palestinesi, al famoso/famigerato “diritto al ritorno” e a tutti coloro che attualmente marciscono nei campi profughi del Medio Oriente; addio alla città vecchia di Gerusalemme come capitale palestinese; addio all’UNRWA, l’agenzia di soccorso delle Nazioni Unite. Ma si accoglie con favore l’occupazione israeliana permanente della Cisgiordania e l’annessione totale di quasi tutti gli insediamenti ebraici al suo interno, in spregio ad ogni diritto internazionale. È un dato di fatto, ovviamente, e lo è stato per giorni, che questa assurdità potrebbe semplicemente essere solo una spruzzatina di polvere magica sulle traversie dei leader d’America e di Israele. Mentre i due furfanti, Donald Trump sotto impeachment e Benjamin Netanyahu accusato di corruzione, sorridevano agli applausi dei loro sostenitori a Washington, era subito stato chiaro che questo mendace documento, pieno di assurdità, burlesque e tristi banalità in egual misura, aveva distrutto per sempre ogni speranza di un qualsiasi stato palestinese indipendente. Non è esattamente scritto così, ma basta dare un’occhiata al tipo di sproloquio: quando l’occupazione israeliana, la più lunga della storia moderna, viene descritta come una “impronta di sicurezza” e quando il Trattato di Oslo viene definito come un accordo che aveva causato “ondate di terrore e violenza.” In verità, tutti dovrebbero leggere queste 80 pagine. E ogni lettore dovrebbe leggerle due volte, casomai la prima volta si fosse perso una delle tante, bellissime porcherie inflitte ai Palestinesi. Questo documento non è solo un dono per Israele. Include ogni possibile richiesta israeliana mai fatta a Washington (più alcune altre) e ha effettivamente distrutto tutti gli sforzi del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite sul ritiro israeliano e tutti i tentativi dell’UE e del Quartetto sul Medio Oriente per arrivare ad una giusta ed equa risoluzione del conflitto israelo-palestinese.

 

In breve, Israele con questo disgraziato “patto,” anche se era già stato condannato dopo pochi secondi, conquisterà per sempre tutta Gerusalemme, la maggior parte della Cisgiordania, possiederà praticamente la totalità degli insediamenti ebraici nei territori occupati e dominerà un popolo palestinese disarmato, monco e sterilizzato, che, a sua volta, dovrà promettere di chiamare Israele lo “stato nazionale del popolo ebraico,” (anche se quasi il 21% della sua popolazione è araba), censurare i propri testi scolastici, arrestare e interrogare chiunque abbia il coraggio di opporsi all’occupante israeliano e che avrà una manciata di villaggi al fuori dalle mura di Gerusalemme come propria capitale. È vero, questo parto della banda Trump (in particolare del genero, Jared Kushner), è un documento unico e storico, perché il credere che ai Palestinesi potrebbe anche solo venire in mente di accettare una serie così squilibrata e farsesca di richieste politiche è una cosa senza precedenti nel mondo occidentale. Ma quand’è che noi giornalisti dovremmo fare tutto il possibile, mi ero chiesto una volta finito di leggere tutte le 56 “Visioni” (ce ne sono altre, tra l’altro, in minuscolo, e anche diverse “missioni“) e l’elenco dei divieti imposti ai Palestinesi? Questi ultimi includono, dovremmo notare, istruzioni in base alle quali “lo Stato della Palestina non può aderire a nessuna organizzazione internazionale se tale adesione è in contrasto con gli impegni dello Stato della Palestina per la smilitarizzazione e la cessazione di azioni politiche e giudiziarie contro lo Stato di Israele.” Quindi addio anche alla protezione della Corte Penale Internazionale. A qualche mio collega è quasi venuto un colpo apoplettico, come a Marwan Bishara di Al Jazeera. Farsa, frode, furia, surrealista, opportunista, populista e cinico. Ha usato tutti questi aggettivi, ma sicuramente stava cercando di essere diplomatico. Gideon Levy, il mio eroe del quotidiano israeliano Haaretz, non è stato apoplettico. È stato apocalittico. Èl’ultimo chiodo nella bara di quel cadavere ambulante noto come soluzione dei due stati,” ha scritto, e [questo piano] ha creato una realtà “in cui il diritto internazionale, le risoluzioni della comunità internazionale e soprattutto le istituzioni internazionali sono prive di ogni significato.” Non esiste uno stato palestinese (quoto Levy) e non ci sarà mai. Dovrà esserci un’unica democrazia tra il Giordano e il Mediterraneo, pari diritti per Israeliani e Palestinesi, o Israele sarà uno stato di apartheid. Trump ha creato “un mondo in cui il genero del presidente degli Stati Uniti è più potente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Se gli insediamenti sono permessi, tutto è permesso.” Proprio così. Ma noi scrittori, giornalisti, “esperti” ed analisti possediamo ancora gli strumenti per affrontare uno sproloquio del genere? Questo è il momento non solo della fine della moralità, della giustizia, dell’integrità, della dignità, ma anche per porci una domanda sempre più importante: quando smetteranno i giornalisti di prendere sul serio queste cose (e loro stessi)? Anche solo descrivere questo spot pubblicitario di Trump come se fosse reale, praticabile o addirittura discutibile è comunque degradante, umiliante e assurdo. Non solo per quei conigli dei media, ma soprattutto per quelli che dovranno subire le conseguenze di questo terribile documento, i Palestinesi e tutti coloro che hanno sostenuto e hanno creduto in richieste perfettamente ragionevoli di libertà ed equità. Mi sono reso conto, poche ore dopo averlo letto, che, per ogni Musulmano anti-israeliano che crede nel fantasioso e folle concetto della “cospirazione sionista,” queste 80 pagine di un blocco per appunti della Casa Bianca non faranno altro che rafforzare quelle convinzioni. In casi come questo, forse dovremmo chiedere ai nostri comici di fare i giornalisti. Oppure incaricare i nostri vignettisti di scrivere la storia. O, per far passare il messaggio, forse dovrei fare come il vecchio Robert Ripley del “Credeteci o no!” Che ci crediate o no, un presidente degli Stati Uniti ha dato ad una potenza straniera il diritto di occupare in eterno la terra di qualcun altro. Per me, questo racconta tutta la storia; in 22 parole. Ma non dimentichiamo che, in cambio della loro umiliante resa, i Palestinesi otterranno denaro, denaro e ancora più denaro, milioni di bigliettoni verdi, tutto riportato in pagine di grafici e piani di finanziamento e di turismo “fast-track” (questa frase è veramente utilizzata nel documento) e ingenti investimenti, “miglioramento sociale” (sic), “autodeterminazione” (sic ancora una volta, immagino), e “un percorso verso una dignitosa vita nazionale, rispetto, sicurezza e opportunità economiche …” E il nostro Boris Johnson non ha forse detto a Trump che è stato “un positivo passo in avanti“? E il nostro Dominic Raab [Segretario di Stato per gli Affari Esteri e del Commonwealth] non l’ha forse definita “una proposta seria” degna di “una genuina ed equa considerazione“? Che ci crediate o no, veramente.

 

Robert Fisk

 

 
Coronavirus e teorie della cospirazione PDF Stampa E-mail

5 Febbraio 2020

Image

 

Da Comedonchisciotte del 3-2-2020 (N.d.d.)

 

Utilizzando i dati cinesi più recenti sull’infezione e i tassi di mortalità del Coronavirus rilevati dagli scienziati indiani, “Moon of Alabama” conclude che la “pandemia” ha raggiunto il suo apice e si concluderà tra circa un mese. Se è così, allora Jon Rappoport aveva ragione fin dall’inizio nell’affermare che questo Coronavirus è solo un’altra grande campagna pubblicitaria del terrore. Speriamo sia così e che il Coronavirus sia solo una minaccia grave quanto una normale epidemia di influenza. Tuttavia, anche un esito felice lascia ancora molte domande sconcertanti. Eccone alcune:

 

1. Perché uno sforzo così enorme da parte del governo cinese, con l’utilizzo di draconiane misure di quarantena che colpiscono milioni di persone e il blocco dei voli internazionali da e verso la Cina, per una minaccia molto meno grave di una normale influenza? 2. Perché tutta questa fretta di sviluppare un vaccino? 3. Perché gli esperti prevedono una pandemia mondiale? 4. Perché il virus ha avuto origine in una città cinese nota per ospitare laboratori per lo studio di virus pericolosi? 5. Perché i virus più paurosi arrivano dalla Cina: SARS, influenza suina, influenza aviaria, Coronavirus? 6. Perché un team di scienziati indiani ha trovato nel genoma del Coronavirus elementi dell’HIV che si ritiene siano in grado di aumentare il potenziale infettivo, una scoperta che, se corretta, implicherebbe l’ingegnerizzazione di un’arma bioterroristica?

 

I ricercatori indiani potrebbero aver preso un abbaglio, ma non hanno formulato una teoria della cospirazione. Hanno pubblicato il loro articolo in via provvisoria, per avere dei riscontri da parte di altri scienziati. Non ho idea se i loro risultati saranno convalidati o meno e, qualunque cosa ci venga detta, potremmo anche non sapere mai la verità. Se il virus mostra di essere bioingegnerizzato, il governo cinese saprà se è qualcosa che era sfuggito dalle loro mani. Se non sono loro i responsabili lo prenderanno come un attacco da parte degli Stati Uniti. Questo genere di informazioni confermerebbe i sospetti cinesi: “Le ricerche condotte dal Pentagono, e in particolare dalla DARPA [Defense Advanced Research Projects Agency], hanno continuamente sollevato preoccupazioni, non solo [per il loro interesse] nel campo delle armi biologiche e della biotecnologia, ma anche nei settori delle nanotecnologie, della robotica e molti altri. DARPA, ad esempio, ha sviluppato una serie di inquietanti progetti di ricerca, che vanno dai microchip in grado di creare ed eliminare i ricordi dal cervello umano ad un problematico software per il voto elettronico. Ora, mentre la paura per l’attuale epidemia di Coronavirus sta arrivando all’apice, alcune aziende legate direttamente alla DARPA sono state incaricate di sviluppare un vaccino, i cui effetti a lungo termine sull’uomo e sull’ambiente sono sconosciuti e tali rimarranno fino quando, tra qualche settimana, questo vaccino non sarà disponibile sul mercato. Inoltre, DARPA e l’interessamento di lunga data del Pentagono per le armi biologiche e i loro recenti esperimenti sulle tecnologie di alterazione ed estinzione genetica, nonché sui pipistrelli e sui Coronavirus, eseguiti in prossimità della Cina, sono stati in gran parte tenuti fuori dalla narrativa, nonostante il fatto che le informazioni fossero pubblicamente disponibili. Sono stati inoltre esclusi dalla narrativa dei media i legami diretti tra la Duke University e l’USAMRIID [Istituto di ricerca medica sulle malattie infettive dell’esercito degli Stati Uniti], partner della DARPA, con la città di Wuhan, incluso il suo Institute of Medical Virology. Anche se molte delle informazioni sulle origini dell’epidemia di Coronavirus rimangono sconosciute, i legami delle forze armate statunitensi con le suddette istituzioni e centri di ricerca meritano un esame più approfondito, in quanto una tale ricerca, anche se giustificata per la causa della ‘sicurezza nazionale,’ ha lo spaventoso potenziale di provocare conseguenze, magari non intenzionali, ma in grado di cambiare il mondo. La mancanza di trasparenza su questa ricerca, come la decisione della DARPA di tenere segreta la sua controversa ricerca sull’estinzione genetica e l’uso di questa tecnologia come arma da guerra, aggrava queste preoccupazioni. Sebbene sia importante evitare il più possibile speculazioni sconsiderate, è opinione dell’autore che le informazioni contenute in questo rapporto siano di interesse pubblico e che i lettori debbano utilizzare tali informazioni per trarre le proprie conclusioni sugli argomenti discussi in questa sede.”

 

Se i risultati dei ricercatori indiani sono corretti, dovremmo aspettarci che vengano smentiti dagli scienziati sostenuti dal governo. Per salvare le loro carriere, [questi ricercatori] dovrebbero poi riconoscere di aver commesso errori nel loro studio. Se il virus fosse stato sintetizzato negli Stati Uniti, la Cina sarebbe ugualmente incentivata a coprire le malefatte di Washington, perché il renderlo pubblico scatenerebbe una guerra, e la Cina non è pronta per una cosa del genere.

 

Ci sono altre preoccupazioni. Ad esempio, in concomitanza con l’annuncio del nuovo virus, ci sono state accuse secondo cui lo stesso laboratorio di virologia cinese sarebbe il responsabile della minaccia pandemica e che avrebbe persino potuto diffonderlo di proposito fra la propria popolazione. Moon of Alabama ha ragione nel definirla una teoria della cospirazione. È una teoria della cospirazione per screditare il governo cinese agli occhi della popolazione cinese e del resto del mondo. Il governo cinese non ha alcun interesse a danneggiare la propria economia e a screditare se stesso mentre sta cercando di governare con il guanto di velluto, ma è nell’interesse di Washington causare danni economici alla Cina. Penso sia positivo che ci si chieda se il Coronavirus possa essere un virus ingegnerizzato. In tutto il mondo esistono numerosi laboratori segreti ad alta sicurezza che fanno cose spaventose. Come scrive Whitney Webb, “La mancanza di trasparenza su queste ricerche, così come la decisione della DARPA di classificare la sua controversa ricerca sull’estinzione genetica e la relativa tecnologia come arma di guerra, aggrava queste preoccupazioni.” C’è un trattato (o c’era perché Washington potrebbe averlo ripudiato, come ha fatto con gli accordi con la Russia per il controllo degli armamenti) che dovrebbe impedire ai vari paesi di produrre armi biologiche. Tuttavia, indipendentemente dal fatto che si stiano fabbricando o meno tali armi, si stanno compiendo ricerche che potrebbero essere rapidamente militarizzate. Forse sarebbe una buona cosa se ci fosse una discussione pubblica mondiale che chiarisca se il beneficio della ricerca è maggiore del rischio di una pandemia mortale. La mancanza di trasparenza rende possibile ogni malizia. Ricordate, dopo l’11 settembre, le lettere all’antrace che, come si era scoperto, contenevano un tipo di antrace disponibile solo in un laboratorio del governo degli Stati Uniti? Per nascondere questo fatto, la colpa delle lettere era stata data ad un morto che non aveva nessun motivo di inviare le lettere e nessun accesso all’antrace. Una cosa pericolosa come [fare esperimenti con] germi patogeni bioingegnerizzati richiede molta trasparenza. Non vi è alcun motivo per cui gli scienziati dovrebbero essere autorizzati a fare esperimenti su tutto ciò vogliono. Pensateci per un minuto, qual è il vantaggio delle armi nucleari? Forse, se la Terra fosse invasa da alieni supertecnologici, le armi termonucleari potrebbero essere una difesa. Forse, se un asteroide fosse in rotta di collisione con la Terra, i missili nucleari potrebbero frantumarlo in piccoli pezzi che brucerebbero nell’atmosfera o in pezzi ancora più piccoli che farebbero meno danni. A cosa servono le armi nucleari se non per portarci all’Armageddon? È necessario riflettere molto anche sulla robotica e sull’intelligenza artificiale. Sono utili robot come quelli in grado di resistere alle alte pressioni sottomarine e alle radiazioni. Ma i robot che sostituiscono le persone possono lasciare la gente senza lavoro e senza scopo nella vita. E vogliamo davvero macchine intelligenti o più intelligenti degli esseri umani o magari armate? Le sfide poste da queste tecnologie possono essere molto interessanti per gli scienziati, ma le conseguenze indesiderate e sconosciute possono essere terrificanti. Una domanda ovvia è: se le persone con la pelle bianca non possono usare determinate parole o espressioni consolidate, non possono leggere, studiare o insegnare determinati argomenti che alcuni ritengono offensivi e non possono organizzarsi o magari segregarsi, come altri sono autorizzati a fare, perché gli scienziati e i governi possono studiare e produrre cose che potrebbero porre fine alla vita stessa? Questo non ha senso. Se non inizieremo presto ad usare il buonsenso, le teorie della cospirazione diventeranno assai realistiche. Non possiamo fare affidamento sull’etica e sulla moralità dei governi. Non ne hanno. Prendete come esempio gli Stati Uniti e i loro vassalli europei. Per 20 anni hanno bombardato, invaso, assassinato e devastato sette paesi, distruggendoli completamente o in parte, il tutto sulla base di palesi bugie. E non si fa nulla al riguardo. In effetti, il processo omicida continua. Sulla base di queste trasparenti menzogne, il presidente George W. Bush aveva violato la Costituzione degli Stati Uniti e incarcerato a tempo indefinito dei cittadini americani sulla base del semplice sospetto, e il presidente Obama aveva violato il diritto ad un giusto processo assassinando dei cittadini americani, anche lui sulla base del semplice sospetto. Nessuno dei due è stato messo sotto accusa. Il Congresso, la magistratura e il pubblico hanno accettato questa distruzione della Costituzione degli Stati Uniti e ci hanno fatto entrare in uno stato di polizia. Quando non ci sono media onesti che proteggono la gente, la trasparenza del governo diventa ancora più critica. Dal 2009, il governo degli Stati Uniti ha rovesciato i governi di Honduras, Ucraina, Bolivia, Brasile, Argentina, ha invertito il processo di riforma in Ecuador, ha rovesciato temporaneamente Chavez in Venezuela e continua a cercare di rovesciare il suo successore, Maduro. Cuba, la Corea del Nord, la Siria, l’Iran, la Russia e la Cina rimangono nella lista di Washington dei paesi da rovesciare. Questa straordinaria arroganza è facilmente in grado di utilizzare come false flag un patogeno ingegnerizzato per scatenare disordini che facciano cadere un governo. Per questo motivo, la trasparenza nella ricerca è della massima importanza.

 

Paul Craig Roberts

 

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 17 - 32 di 2660