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Pubblicità e giochi d'azzardo PDF Stampa E-mail

29 Agosto 2018

 

Il decreto “dignità” vieta la pubblicità in materia di giochi e scommesse; è proibita qualsiasi forma di pubblicità, in qualsiasi modo effettuata e su qualunque mezzo di trasmissione. Si tratta di un divieto molto esteso, generalizzato e, quindi, può dirsi che il decreto “dignità” qualifica come illecita tout court la pubblicità in questa materia.  Il nostro ordinamento prevedeva già dei divieti di pubblicità in materia (legge Balduzzi e legge stabilità 2016) ma si limitava a vietare messaggi pubblicitari di giochi e scommesse non contenenti l’esatta indicazione delle probabilità di vincita o del pericolo di dipendenza o la pubblicità in determinate fasce orarie sulle reti ‘generaliste’. Erano quindi vietate solo particolari ‘modalità’ di pubblicità di giochi e scommesse; rispettando quelle modalità, la pubblicità di giochi e scommesse era generalmente lecita. Seppur espressa in modo poco chiaro e forse poco consapevole (irrazionalmente, la nuova legge fa salvi i divieti pre-esistenti) questa mi pare essere la novità principale in questo ambito. Divieti in materia di pubblicità di giochi e scommesse, infatti, esistevano anche prima (anche se le eccezioni erano tali da rendere i divieti poco efficaci; ad esempio i divieti non valevano per le pay tv, dove vengono trasmesse gran parte degli eventi sportivi visti dalla popolazione più propensa al gioco e alle scommesse) ma sembra cominciare a cambiare l’approccio di fondo. Può sembrare poco ma non lo è.

 

Secondo l’Unione Europea (raccomandazione UE n. 474/2018) la pubblicità in materia di giochi e scommesse è fondamentale per far avere al consumatore le corrette informazioni sul prodotto acquistato, per orientarlo al consumo responsabile, per orientarlo al gioco legale. La pubblicità in materia di giochi e scommesse, insomma, è addirittura incoraggiata dalla normativa europea, mentre il decreto dignità la vieta in via generale. Ci sarà tempo per valutare l’efficacia di questo provvedimento ma non può farsi a meno di registrare un diverso e, soprattutto, AUTONOMO, approccio della disciplina italiana rispetto a quello europeo. Qui interessa segnalare l’emergere di una scelta ‘politica’, più o meno consapevole ma comunque autonoma, del Governo Italiano che si discosta dagli indirizzi espressi dall’Unione Europea. Scelta che il Governo ha adottato, recependo una preoccupazione crescente e diffusa nel popolo italiano che va in direzione diversa da quella indicata dagli organi europei. Questo è un fatto. Un piccolo fatto, ma molto importante rispetto al nulla a cui eravamo assuefatti.

 

Quanto sopra detto è confermato dal fatto che prima ancora che il decreto dignità fosse convertito in legge, le lobby del potentissimo settore del gioco d’azzardo erano già corse dal loro tutore, la Commissione Europea, depositando un reclamo per violazione del diritto alla libera prestazione dei servizi e la violazione dell’obbligo di stand still (la legislazione comunitaria prevede che prima di adottare una ‘norma tecnica’ che possa avere l’effetto di ostacolare la libera prestazione dei servizi nel mercato europeo, lo Stato che vuole adottarla debba notificare alla Commissione il progetto, affinché gli altri Stati possano esprimersi, astenendosi dall’adottare la regola tecnica per novanta giorni, v. art. 5 della Direttiva dell’Unione Europea 2015/1535). La cosa si risolverà probabilmente con una ‘messa in mora’ e forse con delle impugnative alla Corte di Giustizia con esisti che non è difficile immaginare. È bastato un piccolissimo passo fatto con le ‘proprie gambe’ per far suonare l’allarme. A Bruxelles sembra non piacere che un popolo possa decidere autonomamente.

 

Stefano Rosati

 

 
Omaggi piddini a un superfalco PDF Stampa E-mail

28 Agosto 2018

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In morte del superfalco repubblicano statunitense John McCain, i deputati Gentiloni e Marattin e l’organo di informazione del PD spendono parole esaltate, commosse, ammirate e riconoscenti nei confronti di uno dei maggiori artefici delle guerre imperialistiche degli ultimi decenni, il maestro concertatore delle forze jihadiste che hanno devastato Iraq, Siria, Libia e altri paesi (“i nostri asset”, le definì), il fomentatore della russofobia che aizzava i nazisti ucraini al golpe e alla guerra in Donbass, in definitiva un politico direttamente coinvolto nelle politiche criminali che hanno causato milioni di morti, interi paesi civili trasformati in “failed States”, violazioni sistematiche dei diritti umani, milioni di senzatetto e fiumane di migranti disperati.

 

In un’epoca in cui nella polemica politica si usa ridurre gli avversari a Hitler per delegittimarli, gli esponenti del PD si autoriducono da soli a McCain, rendendo ridicolo ogni loro pigolio in materia di diritti umani.

 

Pino Cabras

 

 
Troppi vincoli esterni PDF Stampa E-mail

26 Agosto 2018

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Da Appelloalpopolo del 17-8-2018 (N.d.d.)

 

Il punto è molto semplice: uno Stato sovrano può nazionalizzare qualunque settore ritenga senza nessun bisogno dell’intervento della Magistratura. Nazionalizzare è una scelta politica e ci mancherebbe altro che non lo fosse. Questo è vero per tutti gli Stati, ma lo è in particolare per lo Stato Italiano laddove si decida di rimettere al vertice dell’ordinamento la Costituzione del 1948.  Nel caso specifico di Autostrade per l’Italia, però, il governo in carica si trova a dover agire in un perimetro disegnato da altri. C’è una concessione che dura fino al 2042, ideata e poi rinnovata per periodi sempre più lunghi dai governi di centro-sinistra. Una concessione che interessa un monopolio naturale, il quale per sua natura non dovrebbe essere privatizzato nemmeno secondo i teorici liberali, ma tant’è. Nel concreto, quindi, il governo può trattare con il concessionario per ridurre i tempi della concessione e/o cambiarne consensualmente il contenuto, oppure può iniziare il lungo percorso di revoca della concessione che dipende però dall’esito giudiziario sulle gravi inadempienze di Autostrade per l’Italia.  C’è una terza ipotesi: comprarsi le quote e nazionalizzare l’azienda attraverso un’operazione di mercato invece che in punta di diritto. Le ovvie difficoltà finanziarie di Autostrade per l’Italia, dopo il crollo di Genova, dovrebbero aiutare in questo senso, ma per cosa si nazionalizza se non per investire pesantemente in manutenzione, rinnovamento e potenziamento della rete stradale compensando i bassi investimenti dei Benetton? Ecco allora che sorge il problema dei vincoli europei, che tanti soloni in questi giorni hanno negato spesso perché in malafede e talvolta perché disabituati dalla tirannia della cronaca a ragionare in maniera un minimo sistemica.

 

Oltre al vincolo legale (concessione già in essere e molto lunga), facilmente aggirabile da uno Stato con pieni poteri, esiste un vincolo ben più stringente, seppur indiretto: il vincolo esterno che una classe dirigente liberale ci ha imposto per attuare la sua rivoluzione silenziosa. Lo Stato italiano non può spendere perché deve rispettare il percorso verso il pareggio di bilancio, e se lo facesse dovrebbe pagare sempre maggiori interessi sul debito dato che la Bce, non garantendolo, lascerebbe campo libero ai cosiddetti mercati. È il vincolo europeista che impone allo Stato italiano la strada impervia della trattativa o quella lunga e incerta della revoca. Un governo che ha a cuore la sovranità nazionale e l’interesse dei cittadini dovrebbe porre con forza la questione del vincolo esterno europeo e agire di conseguenza, altrimenti la partita si gioca in trasferta, ed è persa in partenza.

 

Simone Garilli

 

 
Primato della politica PDF Stampa E-mail

25 Agosto 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 23-8-2018 (N.d.d.)

 

Allora dietrofront, nazionalizziamo? Per favore, evitiamo le soluzioni sbrigative, le ricette semplificate per partito preso. Le nazionalizzazioni e le privatizzazioni sono state nella storia d’Italia un bene, un male e una necessità, in tempi e modi diversi, scambiandosi spesso le parti. Per cominciare, dopo l’unità d’Italia il partito delle nazionalizzazioni non fu la sinistra ma la destra storica, che credeva al primato dello Stato come motore della società. E quelle nazionalizzazioni furono necessarie e salutari al paese. L’Italia giolittiana del primo novecento ondeggiò tra le due linee, lasciando fuori i due estremi, il liberismo e il socialismo di Stato. Fu il Fascismo a inventare la terza via, l’economia mista, lo Stato sociale e l’iniziativa privata sotto il primato dell’Economia nazionale e di uno Stato forte. Restò a mezz’aria la via corporativa, e solo in extremis, con la Repubblica sociale, si puntò sulla socializzazione e sulla cogestione delle aziende. Ma con gli anni Trenta prese corpo l’Iri e fu avviato un gigantesco processo di modernizzazione grazie all’impulso di uno Stato sociale, interventista, ma non gestore, collettivista e sovietico. Beneduce fu l’uomo-simbolo di quella svolta con le partecipazioni statali. Le grandi opere e le tutele del lavoro fecero il resto. Quel modello fu vincente, dette all’Italia sviluppo e grande impulso e proseguì anche dopo la guerra; l’Eni di Enrico Mattei fu il continuatore, ma anche la politica sociale di Fanfani sulla casa, e poi le pensioni, la cassa per i disoccupati e il Mezzogiorno, ecc. Non uscimmo dal sistema misto, tra capitalismo e stato. Nei primi anni Sessanta col centro-sinistra arrivò la nazionalizzazione dell’energia elettrica e cominciò l’era delle statalizzazioni coi socialisti al governo. Ma col passare degli anni, la nazionalizzazione capovolse i suoi effetti benefici. Il parastato diventò una macchina mangiasoldi, sempre più costosa, inefficiente, parassitaria, vacca da mungere per i partiti, le clientele, e per caricare le aziende in perdita. Lo Stato entrò dappertutto, anche nei panettoni, e dove non entrava come azienda, vi entrava come paracadute, con la cassa integrazione, poi la rottamazione, gli incentivi, i fondi perduti. Costi esorbitanti e prestazioni pessime. Da lì cominciò nel ’92 la campagna di privatizzazione d’Italia, sancita col trattato di Maastricht in vista dell’Europa. All’epoca dirigevo l’Italia settimanale, che fu l’unico a dare notizia della spartizione del patrimonio pubblico italiano avviata in un week end di giugno a bordo dello yatch Britannia, che batteva bandiera inglese. Tutta la classe dirigente che poi avrebbe traghettato l’Italia – da Prodi ad Amato, da Ciampi a Draghi – si ritrovò coinvolta in quel processo. Privatizzazioni, svendite, cessioni. Il braccio armato della privatizzazione fu proprio la sinistra, ex-Pci, che ora si poneva al servizio del Capitale, ricevendo in cambio sostegno per governare. Fu un patto di legittimazione reciproca che si era profilato già nel ’73 con la Fiat, la Cgil, il Pci, i partiti laici, mezza Dc e la Confindustria. Nel patto degli anni ’90 si svendettero molti nostri marchi e aziende a gruppi stranieri, ma trassero vantaggi anche alcuni grandi gruppi capitalistici italiani – che succhiavano profitti statali e nazionali per poi rigiocarsi in chiave globale e transnazionale, magari anche come sede fiscale, manodopera a più basso costo e infine management. Privatizzazioni, delocalizzazioni e marchi ceduti alle multinazionali smantellarono il sistema Italia. Lo statalismo fu la malattia dell’Italia consociativa, la privatizzazione fu la tomba del sistema Italia.

 

In linea di principio è giusto che i settori primari di una nazione, dove sono in gioco gli interessi generali e la tutela dei più deboli, siano nelle mani dello Stato. O in subordine che siano gestiti dai privati ma col severo controllo pubblico, nel nome del bene comune. La salute e il sistema sanitario, la scuola e la pubblica istruzione, i trasporti essenziali e le vie di comunicazione, la sicurezza interna e internazionale, fino al caso-limite del servizio pubblico radiotelevisivo. Improprio è invece lo Stato gestore diretto nell’economia, lo Stato che si sostituisce al privato nella produzione: qui di solito combina disastri, almeno se si tratta di una democrazia sbracata e corrotta, demeritocratica e inefficiente come la nostra. L’ideale del principe, diceva già Silla ai tempi di Roma antica, non è avere denaro ma avere potere su chi ha denaro: la politica, lo stato, la nazione sovraordinati rispetto all’economia, alla finanza e alla produzione. Primato della politica ma al servizio della nazione. Allora, per tornare al tema di partenza, non si tratta di nazionalizzare random o per rabbia, come si ventila per le autostrade o per Alitalia, e tanto più di farlo a scapocchia, senza una visione e un piano generale. È una soluzione da non escludere a priori, e in certi casi, con precise cautele, si può adottare; ma non è il primo rimedio e soprattutto non può essere la scelta generale. Nei settori vitali di un paese, ad alto interesse sociale e nazionale, il privato riceve in concessione ambiti importanti ma poi deve dar conto di quel che fa e di come lo fa, va controllato e in certi casi guidato, pena la decadenza dell’affidamento. Perché il fine supremo dev’essere – come dicevano i romani – la salute della res publica, l’interesse generale. Dunque, sono legittimi gli interessi privati fino a che non contrastano con l’interesse generale. Il profitto è legittimo fino a che non danneggia il bene comune. Norma semplice, chiara, elementare anche se così difficile da applicare… Per nazionalizzare ci vuole alle spalle una Nazione. E uno Stato in forma, una visione organica e lungimirante di una classe dirigente, un passato e un futuro comuni e comunitari. Cauti con gli slogan, per favore, non state giocando al Monopoli. L’impressione è che i nonni costruirono, i padri si arricchirono, i figli sbaraccarono e i nipoti giocano all’acchiapparella tra le macerie.

 

Marcello Veneziani

 

 
L'unico uomo di stato europeo PDF Stampa E-mail

24 Agosto 2018

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La cosa sta diventando preoccupante. Sempre più spesso ci tocca essere d’accordo con Matteo Salvini, che certamente ha il vizio di intromettersi un po’ in tutto ma ha una velocità di reazione che costringe il più pavido Di Maio ad arrancare per inseguirlo facendo la figura di un terzino sprovveduto davanti al miglior Leo Messi. Ha ragione Salvini quando di fronte all’attacco del Wall Street Journal che prospetta un collasso dell’Italia a causa dell’incapacità del suo governo “populista” e alle minacciose proiezioni dell’agenzia di rating Moody’s e della multinazionale massmediatica Bloomberg, entrambe americane, che sembrano avere una gran voglia di declassarci, si aspetta dopo la presentazione della legge di Bilancio una tempesta sull’Italia da parte dei cosiddetti ‘mercati’, vale a dire della finanza internazionale ampiamente controllata dagli Usa, per abbattere l’odiato governo giallo-verde. Che ha la grave colpa di aver fatto rialzare all’Italia un po’ la testa. Ci convince un po’ meno Matteo Salvini quando eccede nelle sue esibizioni muscolari: “noi non arretreremo di un millimetro”. I precedenti italiani, soprattutto da parte di quel mondo cui Salvini più o meno consciamente si ispira, non sono incoraggianti. Benito Mussolini, che oltretutto aveva una statura politica e intellettuale di fronte alla quale Salvini è un nano, dichiarò petto in fuori: “fermeremo gli americani sul bagnasciuga”. E gli americani, con un appoggio della Mafia che avremmo pagato a caro prezzo e che ancora stiamo pagando, in due giorni si presero la Sicilia. “Spezzeremo le reni alla Grecia” disse il Duce e dovette intervenire la Wehrmacht per salvarci da un disastro militare (sia detto di passata: Mussolini è stato involontariamente il miglior alleato degli Alleati, con gli sprovveduti interventi in Grecia e, ancor più, con quello in Nord Africa che Hitler assolutamente non voleva avendo altri fronti, più importanti, da coprire).

 

Quello di cui Salvini sembra non rendersi conto è che l’attacco all’Italia da parte degli americani, nonostante costoro e i loro amici tentino di far credere il contrario, fa parte del più generale attacco yankee all’Europa. Salvini deve quindi mettersi d’accordo con se stesso: non si può essere contemporaneamente antiamericani e antieuropeisti, perché un’Europa unita è l’unico baluardo alle prepotenze americane. Che è la politica che segue, sia pur con le obbligate prudenze, Angela Merkel. Visto che girovaga un po’ dappertutto, Salvini vada al più presto a incontrare Angela, non con il cappello in mano ma mettendosi, questa volta, doverosamente sull’attenti davanti all’unico uomo di Stato europeo.

 

Massimo Fini

 

 
Gocciolamento PDF Stampa E-mail

23 Agosto 2018

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Da Comedonchisciotte del 21-8-2018 (N.d.d.)

 

 

 

Il testo è integrato da un interessante commento e dalla risposta dell’Autore (N.d.d.)

 

 

 

La pervasiva tecnica del trickle down, del gocciolamento, parte dall’assunto che il neoliberismo e la globalizzazione siano fenomeni simili all’acqua, capaci cioè di penetrare in ogni anfratto e di insinuarsi in ogni fessura portando nuova linfa vitale (la loro) in ogni dove. La vita così come la conosciamo oggi è, nonostante tutto, globale e neoliberista grazie a tale gocciolamento. In realtà credere a questa narrazione ci fa diventare portatori sani di antropocentrismo postmoderno. Il dogma pretende che esista solo l’homo oeconomicus mentre tutto il resto è roba da letteratura (meglio se al femminile). Ciò che la narrazione imperante non vuole svelare sono le sacche di resilienza, anche se credo il termine più corretto sia irrilevanza. Esistono cioè due mondi con limitate capacità di reciproco adattamento: il primo ruota attorno alla rutilante vita delle città, meglio se grosse e industriose. Il secondo si organizza invece su scala locale, adotta criteri locali e, una volta arginata la seduzione del postindustriale, risulta poco sensibile al fascino della globalizzazione. Certamente la narrazione imperante raggiunge anche i luoghi fuori dalle rotte principali a volte con conseguenze devastanti (interi paesi abbandonati dagli abitanti in cerca di economie più redditizie). Altre volte però i suoi effetti sono minimi sotto molti punti di vista. Il Progresso (qualsiasi cosa significhi) non è riuscito a far gocciolare tutto sé stesso in questi luoghi ed i due mondi si osservano come attraverso uno spesso vetro la cui trasparenza non permette comunque di respirare l’aria presente dall’altra parte. Così mentre le città tessono lodi infinite ai portatori (veraci o meno) del Progresso, dall’altra parte del vetro si tessono le lodi ai portatori delle Tradizioni. In virtù della forza dell’irrilevanza i due mondi non si sfidano mai apertamente, anche se la pervasività del processo globalizzante non cessa mai di affondare le proprie lame nelle carni locali. Il Progresso ad un certo punto si è reso conto che non tutti i luoghi sono deputati alla sua celebrazione, dato che i costi non sono sempre sostenibili. Quando si parla di “velocità diverse” si intende proprio questo: alcuni posti arrivano prima di altri, che magari non arrivano proprio mai. Il che non è necessariamente una disgrazia. “L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo” diceva Lenin. Quindi esistono ed esisteranno sempre luoghi con differenti capacità di celebrare tale Progresso. E, badate bene, posti che dispiegano bassa percentuale di Progresso non si trovano solo in Africa o nel Sudest asiatico. Ce ne sono a bizzeffe anche in Italia. Solo che la narrazione imperante non ce li fa vedere, e si trincera dietro all’irrilevanza del fenomeno lasciato semmai con sussiego all’ambiente del folklore, dimenticandosi però che il gioco è sempre simmetrico. Attraverso la forza (necessità?) dell’irrilevanza si dimostra cioè l’irrilevanza della narrazione imperante stessa. […]

 

Così mentre le città consegnano luoghi della cittadinanza a criminali di guerra insigniti di Nobel, i luoghi collocati fuori dalle grandi rotte dell’economia vengono affidati a chi ha saputo mantenere in vita la tradizione che, grazie all’irrilevanza e incurante del Progresso, sa ancora creare comunità senza l’ingombrante e pervasiva presenza dell’homo oeconomicus e della sua arrogante indifferenza morale. Se le città si vantano di avere intitolato le proprie piazze e strade a Rabin, Madre Teresa amica di Duvalier, Peres e altri mostri del Progresso morti con il premio Nobel per la pace in tasca (agli altri Nobel verranno riservate altre vie e piazze appena moriranno, Kissinger, Walesa e Tenzin Gyatso in testa), nella periferia dell’Impero in totale spregio verso i canoni del gocciolamento si osa intitolare una piazza ad una maestra. Se, come afferma Mac Luhan “il medium è il messaggio” stiamo assistendo ad uno ispessimento del vetro che separa i due mondi: l’Impero non è in grado di mantenere la propria narrazione se non circoscritta all’interno dei conglomerati rilevanti. In tutti gli altri casi l’irrilevanza la fa da padrona e le scelte seguono percorsi imprevedibili per la rotta della globalizzazione. E così mentre nei conglomerati urbani il pane è un semilavorato industriale che proviene da altre nazioni e viene cotto nel supermercato, nella periferia c’è chi rimette in funzione il vecchio forno a legna e si incarica delle consegne ai paesi vicini. Poi c’è chi riscopre antiche varietà di piante da frutto o da orto, e si incarica di coltivarle per ridare ai propri luoghi quell’aspetto che la modernizzazione, la standardizzazione e la globalizzazione hanno confinato nel sottoscala delle funzionalità o, peggio, nel cestino delle occasioni perdute. Qualcun altro fa ritornare in vita specie animali ormai date per estinte ma che per secoli sono state una risorsa importante nell’economia locale. Comitati locali si incaricano di mantenere vive antiche tradizioni che nei conglomerati urbani sono definitivamente sparite, inghiottite dalla multidimensionalità del meticciato sociale e culturale. È la battaglia tra globalismo e localismo. La volontà di integrazione globalizzante che, fuori dalle grandi rotte, non ha saputo offrire nulla di meglio dell’irrilevanza del gocciolamento, si scontra con l’importanza del Topos, della tradizionale verità che ha saputo mantenere in vita intere generazioni senza doverle consegnare in toto al Moloch della modernizzazione e del meticciato. In questo quadro si inseriscono le questioni della sicurezza relative alle manifestazioni. […] Tutte le costose scartoffie e presenze necessarie ad assicurare la corretta osservanza delle nuove regole hanno ammazzato le attività locali. Come amaramente annota Monica Ciaburro, sindaco di Argentera “la burocrazia nazionale ha ucciso feste e sagre che da centinaia di anni si svolgevano e dove mai era accaduto alcun tipo di incidente o situazione tragica”, stigmatizzando come “solo in Piemonte sono già state annullate oltre 7 mila manifestazioni, per lo più in Comuni che fanno parte di quelle “terre alte” che sono tra le più penalizzate.” La sicurezza diventa così l’alibi perfetto per sferrare un colpo basso al locale, rendendo obbligatorio il trickle down. Fallita, grazie all’irrilevanza di Mac Luhan, la prosopopea della narrazione imperante, i globalisti pianificano il completo assoggettamento del locale tramite la burocrazia. […] Mentre viene sostenuta la multiculturalità globalista si pianifica l’assassinio della multiculturalità nazionale, quella che permette a parecchie realtà locali di vivere autonomamente senza sussidi né centri di accoglienza: evidentemente non sono funzionali al capitale. Sono solo utili ai cittadini che vi abitano. “Fintanto che [] gli individui hanno un rapporto adeguato con l’inconscio collettivo [] l’ordinamento della vita entro questo contesto esclude in ampia misura irruzioni pericolose dell’inconscio e garantisce una sicurezza interna relativamente forte che consente di condurre un’esistenza ordinata in un mondo in cui l’umano e il cosmico, il personale ed il transpersonale sono tra di loro articolati” E.Neumann “Storia delle origini della coscienza”

 

Tonguessy

 

 

 

Vincenzo Siesto da Pomigliano

 

I corsi e ricorsi della Storia: oggi l'impero capitalista si trova nella stessa fase di decadenza che fu dell'impero Romano nel V secolo D. C., prima delle invasioni "barbariche", paragonabili quest'ultime ai biblici movimenti migratori" odierni! Non fu forse l'allontanamento dal "Mos maiorum" degli antichi Romani, il nucleo della morale tradizionale della civiltà romana sul quale costruirono il loro impero, la causa principale della loro caduta che aprì le porte all' invasione di turbe fameliche anelanti al modo di vivere dei Romani, proprio come sta accadendo oggi con popoli che anelano allo stesso (aberrante) tenore di vita del moderno impero "occidentale"?  Solo che oggi, considerato lo stato catastrofico del Pianeta, conseguenza del metaforico "gocciolamento" citato all'inizio dell'articolo, la caduta "dell'impero" sarà, purtroppo, più rovinosa per l'umanità! Infatti, se dopo la caduta dell'Impero Romano sopraggiunse, almeno in Europa, il Medio Evo, oggi l'Umanità tutta entrerà in una novella Età della Pietra, e questo se ci andrà bene!

 

Tonguessy 

 

Sarei contento se tornasse l'Età della Pietra, senza più padroni né polizia che rende obbediente la popolazione, senza più proprietà privata né gestione dei mezzi di comunicazione e di produzione. Temo invece che si possa più facilmente ipotizzare un futuro orwelliano, tutta polizia e padroni.

 

 
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