Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
La crisi del Gattopardo PDF Stampa E-mail

22 gennaio 2008

Active Image

Il governicchio Prodi è agli sgoccioli. O forse no. L'uscita dalla maggioranza del partitocrate di Ceppaloni e del suo partito-famiglia Udeur è l'ennesimo scricchiolio di un centrosinistra tenuto su con lo sputo (e con la fame di potere clientelare). Prodi e la sua compagine brancaleonesca stanno ormai sulle scatole un po' a tutti: a Confindustria che vedrebbe meglio una Grande Ammucchiata ("governo delle riforme"); al Vaticano, che orfano della Dc (che almeno lo rintuzzava, vecchia cara Dc) parla - e non a torto, anche se pro domo sua - di Italia in declino; e soprattutto agli italiani, che fra mutui da pagare, salari ridicoli, soldi pubblici depredati e inflazione da euro-truffa devono combattere quotidianamente per la sopravvivenza. Gli sono rimaste amiche le banche, all'uomo della banche Prodi. Ma ci pensa lo scalpitante Veltroni a succedere nelle loro grazie.
Se pare assurdo e macchettistico che il governo di un Paese cada perchè un ministro scambia un'inchiesta penale con il pretesto per alzare il proprio prezzo sul mercato politico, possiamo tranquillamente affermare che un altro inquilino a Palazzo Chigi non cambierà di una virgola lo stato comatoso di questa Repubblica fondata sulle lobby. Lo spettacolino sulle bozze di legge elettorale messo in piedi dal teatrino romano e il referendum alle porte per un nuovo imbroglio della "rappresentanza" lo confermano: questi qui pensano solo a stare a galla, loro, i loro famigli e i loro padroni.
Cade un governo ma l'Italia non cambia. Come sempre.

Alessio Mannino

 
Leggi ad castam PDF Stampa E-mail

21 gennaio 2008

Active Image

Uh che strano. Le cronache politiche di questi giorni dicono che la legge elettorale non si farà. Non c'è l'accordo.
Uh che strano, quasi tutti i commentatori politici l'avevano previsto.
Uh, che strano. L'agenda politica in questi ultimi mesi, nonostante tutti sapessero dell'imminente referendum, è stata comunque incardinata sul Vassallum, sul Biancum, sul Casinum e sul Lettium.
Uh che strano, per tutelare una legge elettorale che mai si sarebbe votata, una porzione consistente del centrosinistra ha nuovamente fatto capire
che la legge sul conflitto di interessi non si farà. Rete 4, nonostante la sentenza della Consulta, non finisce sul satellite. L'inciucio è stato riconfermato.
Quello che non è per niente strano è che legge elettorale è l'ultima trovata per travisare e occultare i reali problemi del Paese, grazie al passamontagna logoro della finta lotta tra destra e sinistra. I media inondati di dichiarazioni su sbarramenti, premi di maggioranza e astruserie della peggior politica autoreferenziale e onanistica sono il segno tangibile che la gente viene presa per il culo. Si parla delle cose di lorsignori, i problemi dei cittadini vengono dopo.
Eh, i problemi dei cittadini. L'Istat dice che il 50% delle famiglie ormai vive con meno di 1900 euro al mese. La partitocrazia continua ad imperversare. I Mastella insegnano. La Confindustria vomita sentenze in nome del libero mercato e della flessibilità mentre il Sole 24 Ore, il giornale di Confindustria, il tempio del libero mercato italiano, si cucca dallo Stato 20 milioni di euro all'anno.
Io però sono stufo. La gente non protesta. Anche i miserabili, gli sfruttati, le vittime del sistema mi cominciano a stare sulle balle. Mi piacerebbe che reagissero. Mi andrebbe bene anche un po' di sana violenza.

Marco Milioni

 
Vietato vietare PDF Stampa E-mail

20 gennaio 2008

Active Image

Abbiamo atteso che il caso si sgonfiasse. Ora ne scriviamo ma solo per ribadire un concetto semplice semplice: non vogliamo farci impastoiare nello scontro tutto fumogeno fra guelfi e ghibellini, fra clericali in avanzato stato di ipocrisia e laici ad alto tasso di intolleranza. Perciò, che il Papa non abbia parlato alla Sapienza di Roma è un fatto su cui la nostra opinione è cristallina ma al tempo stesso scevra da ogni eccitazione barricadera: poteva e doveva benissimo tenere la sua lezione, il pontefice, e i suoi contestatori potevano e dovevano benissimo, se credevano, contestarlo. Non gli è stato impedito alcunchè, la sua è stata una scelta di opportunità politica - una mossa da maestro, visto che come risultato ha ottenuto di far passare i docenti e gli studenti antipapisti come attentatori della libertà di espressione. Stupidi pappagalli di una laicità intesa come pregiudizio ed esclusione: questo sono gli Asor Rosa e i professori che temevano che Ratzinger parlasse di aborto. E allora? Anche quando lo avesse fatto? Il Papa e la Chiesa intervengono sempre più sfacciatamente nella vita politica italiana - replicano i ghibellini. Vero. E anche noi siamo contrari a questa Chiesa-lobby, a questa Cei-partito. Ma le intrusioni e l'onnipresenza non si combattono chiedendo divieti: così ci si mette sullo stesso piano di chi, dall'altra parte, vuole imporre a tutti i divieti di una fede che di tutti non è. Vietato vietare era uno slogan giovanile di questi sessantottini oggi canuti e inaciditi. Ma si sa, a una certa età la memoria perde colpi... (a.m.)

Ecco perchè Galileo, pur avendo ragione, aveva torto
Dai e ridai un gruppo di docenti e di studenti che si professano laici è riuscito a costringere Benedetto XVI, invitato dal Rettore, a rinunciare ad inaugurare, con una sua prolusione, l'anno accademico alla Sapienza di Roma. Non mi interessa qui sottolineare - perchè è stato fatto da altri e sul nostro giornale da Edoardo Pittalis - la contraddizione di chi si dice laico e tollerante e poi vuole impedire di parlare a una persona, non importa se autorevole o meno, perchè ritenuta intollerante, mettendosi così sul suo stesso piano. Infatti una delle contestazioni mosse a Benedetto XVI da una parte, la più colta, di coloro che non lo hanno voluto alla Sapienza è che Ratzinger, una quindicina di anni fa, quando era ancora cardinale, si pronunciò contro Galileo e a favore del Grande Inquisitore, il cardinal Bellarmino , posizione in seguito molto anacquata dallo stesso Ratzinger e sconfessata da Papa Woytjla che sulla questione recitò il 'mea culpa'.
Ciò che mi interessa, uscendo dalla diatriba sulle reciproche intolleranze attuali, è chiarire perchè, a conti fatti, guardando quella vicenda in prospettiva storica e in senso più profondo, oggi si può dire che Bellarmino ha avuto ragione e Galileo torto e perchè anche un non cattolico, non cristiano, non religioso quale io sono, sta, pur costandomi la cosa un certo sforzo, col primo contro il secondo.
Va da sè che dal punto di vista scientifico Galileo Galilei, uno dei più grandi geni espressi dall'umanità, in campo astronomico, matematico e tecnologico, ha tutte le ragioni dalla sua. Del resto anche Bellarmino , uomo di grande cultura, sapeva benissimo che non era il Sole a girare intorno alla Terra, ma il contrario, come lo sapeva la maggioranza delle elites intellettuali dell'epoca perchè la cosa era nota fin dai tempi di Pitagora e Filolao. E Copernico, un secolo prima, aveva aggiunto nuovi argomenti a questa ipotesi. Galileo - questa era la novità - con le sue ricerche astronomiche ne aveva 'dimostrato' la validità. Bellarmino non chiedeva a Galileo di sospendere i suoi studi, le sue ricerche, i suoi esperimenti e nemmeno di non divulgarli (anche se lo consigliava di pubblicarli in latino e non in italiano, lingua del volgo, perchè il rovesciamento delle collaudate certezze del sistema tolemaico-aristotelico su cui la gente viveva da più di un millennio l'avrebbe mandata in tilt - e lo smarrimento popolare di fronte alla rivoluzione copernicana e galileiana è testimoniata da una bellissima poesia di Jhon Donne, 'Anatomy of the World'), ma di formulare le sue teorie come 'ipotesi e non come 'certezze'. Scrive infatti Bellarmino : "Benissimo detto e non ha pericolo nessuno affermare che, 'supposto' che la Terra si muova e il Sole stia fermo, si 'salvano le apparenze' meglio che con il sistema tradizionale, ma affermare che 'realmente' il Sole stia al centro del mondo e la Terra si muova è cosa pericolosa non solo d'irritar tutti i filosofi e theologi scolastici ma anche di nuocere alla Santa Fede col rendere false le Scritture Sante" (Galileo, 'Le opere', Barbera, 1890-1909, p. 171). In realtà la preoccupazione che muove Bellarmino non è tanto il possibile contrasto con le Sacre Scritture, è ben più profondo. Una conoscenza matematica basata sulle strutture oggettive del mondo eguaglia infatti quella divina (Nel 'Dialogo sui massimi sistemi' Galileo sosterrà proprio questo e sarà ciò che lo perderà). E un uomo che si sente uguale a Dio finisce fatalmente per sostituirlo e per perdere ogni senso del limite. Quel senso del limite che l'uomo greco, per intuizione e sapienza, aveva introiettato naturalmente (molti miti greci parlano il linguaggio del limite, contro l'ubris' il delirio di onnipotenza umano), la Chiesa lo aveva recuperato autoritariamente , attraverso il mito di Dio. E un uomo senza il senso del limite, pensa Bellarmino , diventa pericoloso a se stesso, come si è puntualmente verificato e come oggi cominciano a temere anche molti non credenti, se non altro da quando la Scienza tecnologicamente applicata ha preso a mettere le mani sulla genetica e sulle origini stesse della Vita. Ecco perchè Galileo, pur avendo ragione, ha torto e Bellarmino , pur avendo torto, ha ragione.
Massimo Fini
18 gennaio 2008 Il Gazzettino

Sulla questione del mancato discorso di Papa Ratzinger alla Sapienza, articolo di Corà - molto critico nei confronti della Chiesa - negli Approfondimenti.

 
E' on line MZ n10 PDF Stampa E-mail

17 gennaio 2008

Active Image

Dopo la pausa festiva, è on line il decimo numero stampabile di MZ – Il giornale del Ribelle. Potete liberamente scaricarlo cliccando in alto a destra, dove vedete scritto MZ Download. Perché una versione cartacea del blog? Per diffonderne i contenuti col vecchio ma imbattibile sistema della distribuzione a mano, faccia a faccia, porta a porta, nelle biblioteche, nelle università, nel luogo di lavoro, col volantinaggio in strada. Fate quante più copie potete (attenzione a stampare in fronte/retro: pagg 1-2 e pagg 3-4, in questo numero anche uno speciale sulla decrescita con un articolo scritto per noi da Marco Cedolin e un'intervista a Maurizio Pallante), rilegate con una semplice graffettatrice, e distribuite.

 
Il ricordino di Mastella PDF Stampa E-mail

16 gennaio 2008

Active Image

Giustizia a orologeria. Giustizia non imparziale. Frange estremiste della magistratura. Il ministro guardasigilli Clemente Mastella indagato e sua moglie Sandra Lonardi (presidente del Consiglio regionale della Campania) agli arresti domiciliari, hanno ridato fiato alle trombe della tartuferia politica.
La responsabilità penale è personale. Il caso giudiziario che vede coinvolto Mastella e consorte (assieme a uno stuolo di amministratori tutti targati Udeur, fra cui il consuocero del ministro) dovrà essere vagliato dalla magistratura nelle circostanze e nei riscontri che essa troverà. Ci dicano lorsignori politici quando un'indagine non sarebbe parziale, visto che ogni politico è per definizione di una parte; quando non sarebbe a orologeria (forse quando non avviene mai?); quando un pm o una procura sia o non sia "estremista".
Mastella ha rassegnato le dimissioni, "getta la spugna". Il premier Prodi, almeno così pare, le ha già respinte. La signora Lonardi in Mastella neppure ha fatto il gesto di presentarle: "questo è l’amaro prezzo che, insieme a mio marito, stiamo pagando per la difesa dei valori cattolici in politica, dei principi di moderazione e tolleranza contro ogni fanatismo ed estremismo". D'altronde, come non collegare subito i reati attribuiti a Clemente (concorso esterno in associazione per delinquere, due episodi di concorso in concussione e uno di tentata concussione, un concorso in abuso d'ufficio e due concorsi in falso) con la difesa dei sacri valori della Chiesa?
E lui, l'homo democristianus di Ceppaloni, spara a zero contro la procura di Santa Maria Capua Vetere e grida al complotto. Lui, che è ministro della Giustizia (sic!). Se anche dovesse mollare la poltrona, Mastella (sotto indagine anche per l'inchiesta Why not di Luigi De Magistris a Catanzaro) ci lascia un bel ricordino: la legge-bavaglio sulle intercettazioni. Quelle stesse intercettazioni che lo hanno coinvolto in questa storia di nomine pilotate nell'Asl di Benevento. Ce lo ricorda nell'articolo sotto Elia Banelli. (a.m.)

Può anche darsi che le dimissioni di Mastella vengano confermate (per adesso sono state solo presentate), ma è troppo tardi per arginare i danni compiuti nei confronti della giustizia a delle libertà di questo paese.
Il Ddl Mastella sulle intercettazioni è stato approvato alla Camera il 17 aprile e adesso passerà al vaglio del Senato (con un parlamento bipartisan schierato compatto per mettere il bavaglio ai giornalisti).
Riassumendo brevemente, la genialata del ministro (speriamo ex, ma poco cambia) prevede un aumento delle sanzioni per i giornalisti (astuta arma ricattatoria nelle mani del potere politico) e vieta anche la pubblicazione, parziale o riassunta, di tutti gli atti d'indagine o intercettazioni telefoniche.
In pratica finchè non si conclude il processo in corso (che in Italia si sa rimanda alle calende greche), la stampa non potrà svolgere il suo ruolo principale nei confronti degli indagati: informare correttamente i cittadini sul contenuto delle indagini e sulle "malefatte" degli imputati, che essendo personaggi pubblici eletti, rappresentano il popolo (anche se la porcata della legge elettorale ha ridotto anche questo elemento fondamentale) e devono rispondere ad esso per la condotta delle loro azioni.
I cittadini hanno bisogno di sapere e di essere informati se i loro politici hanno preso tangenti, corrotto un giudice o commesso illeciti di vario genere (non solo di rilievo penale, anche i comportamenti moralmente deprecabili dovrebbero essere messi a conoscenza della pubblica opinione). Senza considerare le pesanti sanzioni che incombono su quei (pochi) cronisti che fanno bene il loro mestiere (informare i lettori ed i cittadini): rischio di un arresto fino a 30 giorni o di un’ammenda da 10mila a 100mila euro.
Tutto questo sarà possibile grazie al Ministro Mastella.
Se questo disegno di legge passerà anche al Senato, com'è probabile nonostante le ripetute proteste della Fnsi e dell'Ordine dei Giornalisti, potremmo dire di aver assestato un ulteriore duro colpo al già fragile sistema democratico del nostro paese.
Elia Banelli

 
Intervista a Pallante sulla decrescita PDF Stampa E-mail

14 gennaio 2008

Active Image

La decrescita, cioè il ritirarsi dell’espansione tumorale che viene chiamata “crescita economica” (o Sviluppo, o per meglio dire rincorsa senza limiti e senza senso del profitto per il profitto, sulla pelle di chi vorrebbe vivere dignitosamente senza ammazzarsi di lavoro), ci sarà. Secondo Maurizio Pallante (Movimento Decrescita Felice) avverrà in ogni caso. E, visto che non sarà una nostra scelta ma ci sarà imposta dall’inevitabile collasso dell’economia globale, sarà “disastrosa”. Pallante - che parlerà questo venerdì 18 gennaio a Vicenza in un incontro organizzato dal Movimento Zero locale con gli Amici di Beppe Grillo (vedi www.movimentozero.org), e prossimamente replicherà a Milano in accoppiata con Massimo Fini - propone invece una via consapevole, autodeterminata, “felice” appunto. Salviamoci finchè siamo in tempo. Serve la politica. Ma qui manca ancora una visione del cosa e del come. In altre parole, occorre trasformare un auspicio in concreto appello, in soluzione necessaria. Ciò su cui si potrebbe puntare sono le motivazioni profonde di una ritrovata dignità: l’ingiustizia sociale, il troppo lavoro e per giunta in condizioni precarie, lo strangolamento del proprio tempo (i cui residui vengono definiti tempo libero, sottintendendo che quello lavorativo è “tempo schiavo”), l’imposizione di divieti, tasse e regole sempre più minuziose e oppressive, l’indebitamento verso gli strozzini bancari, l’arroganza delle lobby di pochi privilegiati sulle esigenze dei comuni cittadini. Tutte possibili leve per far saltare il coperchio della rassegnazione e della paura di rialzare la testa. (a.m.)
Qual è la differenza fondamentale fra l’economia della crescita, cioè il capitalismo moderno basato sul profitto, e l’economia della decrescita felice?
L’economia della crescita è finalizzata ad aumentare di anno in anno la produzione di merci, ovvero di oggetti e servizi scambiati con denaro. Il parametro che utilizza per misurare i suoi risultati è il prodotto interno lordo (PIL): un indicatore quantitativo che non prende in considerazione la qualità effettiva e l’utilità delle merci prodotte. Pertanto computa anche le produzioni inutili e dannose a cui, per colmo d’ironia, aggiunge il valore monetario dei lavori di ripristino che eventualmente venissero fatti. L’economia della decrescita utilizza invece criteri di valutazione qualitativi. I suoi riferimenti non sono le merci prodotte, ma i beni, cioè gli oggetti e i servizi che apportano un’utilità effettiva, per cui si propone le riduzione della produzione di merci che non sono beni e l’aumento della produzione di beni che non sono merci. Due esempi. Per riscaldare le case in Italia si consumano mediamente dai 15 ai 20 litri di gasolio (o metri cubi di metano) al metro quadrato all’anno. In Germania, in Alto Adige e in alcuni comuni italiani i regolamenti edilizi non consentono di costruire edifici che ne consumino più di 7, ma i migliori arrivano a consumarne 1,5. Dai due terzi ai nove decimi dell’energia che si mette negli edifici si spreca disperdendosi nell’atmosfera a causa della cattiva coibentazione. L’energia sprecata è una merce ma non un bene. Le case ben costruite riducendo il consumo di questa merce fanno diminuire il Pil ma migliorano il benessere di chi le abita e la qualità dell’aria. Analogamente, chi autoproduce la frutta e la verdura in un orto familiare non la va a comprare al supermercato e quindi fa decrescere il Pil ma migliora la qualità della sua vita e non avvelena la Terra. In questo caso si tratta di un bene che non è una merce. Se si effettua la distinzione tra merci e beni, che ci viene accuratamente nascosta, la decrescita diventa fattore di una maggiore felicità.
Cosa rende necessario convertirsi alla decrescita?
La crisi ambientale. La crescita della produzione di merci comporta una crescita del consumo di risorse che sta avvicinando l’esaurimento delle risorse energetiche non rinnovabili, l’uso di tecnologie che per accrescere la produttività causano forme sempre più gravi di inquinamento, la crescita dei rifiuti. Questi processi stanno alterando irreversibilmente gli equilibri fisici, chimici e biologici che hanno consentito lo sviluppo della specie umana. I carotaggi effettuati sul ghiaccio antartico hanno rivelato che fino a 650.000 anni fa le concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera non hanno mai superato le 270 parti per milione. Nel secolo scorso sono arrivate a 380 parti per milione. Dal 1905 al 2005 la temperatura media della Terra è aumentata di appena 0,74 gradi. E questo piccolo aumento ha scatenato le conseguenze climatiche che conosciamo. Ora l’IPCC, l’Unione Europea e il rapporto Sterne ci dicono che dobbiamo ridurre le emissioni di CO2 del 20 % entro il 2020 (a Kyoto l’impegno assunto a livello mondiale era una riduzione del 5,2 % entro il 2012) e se saremo capaci di farlo la temperatura della Terra salirà solo di 2 gradi (più del doppio del secolo scorso). Altrimenti uscirà fuori di ogni possibilità di controllo e se raggiungerà i 4 gradi verranno meno le condizioni che hanno consentito lo sviluppo della nostra specie. La decrescita ci sarà. Se continueremo a credere che lo scopo dell’attività produttiva sia la crescita del Pil, la decrescita sarà improvvisa e disastrosa. Se cambieremo strada potrebbe essere felice.
La decrescita è solo una scelta culturale ed esistenziale di tipo individuale, o necessita di un’attuazione politica? E come, dato che la politica, oggi, è sostanzialmente alla mercè degli interessi di banche, finanza e industria e, sul piano globale, dei mercati mondiali?
La decrescita si può realizzare agendo su tre direttrici. E’ come uno sgabello a tre zampe. Se ne manca una cade. Una è il cambiamento degli stili di vita. Sobrietà al posto del consumismo. Una è il cambiamento delle innovazioni tecnologiche: non devono più essere finalizzate ad accrescere la produttività, ma a ridurre il consumo di risorse, materie prime, energia  e rifiuti per unità di prodotto e servizio fornito. La terza è la politica, che può e deve indirizzare le scelte collettive verso i primi 2 obbiettivi. Se una famiglia vuole ridurre il consumo energetico della sua casa e ci sono aziende in grado di fornire i prodotti necessari per farlo, il collegamento tra la domanda e l’offerta non può che essere costituito dall’approvazione di un regolamento edilizio che non consenta di costruire edifici se consumano più di 7 litri di gasolio (o metri cubi di metano) al metro quadrato all’anno. Sulle scelte politiche a livello nazionale è più difficile intervenire, ma a livello locale, dove il rapporto con le istituzioni è più diretto, si possono ottenere risultati importanti. Come dimostrano quelli già ottenuti.
Rispetto alla decrescita che ruolo ha, politicamente e economicamente, la dimensione locale? Si accompagna a un recupero delle forme di autogoverno locale?
In parte la mia ultima risposta ha anticipato questa domanda. Di più c’è da dire che mentre l’economia della crescita nella fase attuale non può che realizzarsi attraverso forme di globalizzazione sempre più spinta, la decrescita comporta la riscoperta e la valorizzazione delle economie autocentrante, che valorizzano le risorse locali.

 
<< Inizio < Prec. 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 Pross. > Fine >>

Risultati 1745 - 1760 di 1906