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Italia, crepa! PDF Stampa E-mail

29 giugno 2008

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La stampa di oggi riportava le dichiarazioni del premier Silvio Berlusconi riguardo il penoso malessere che, poverino, lo affligge in questa tormentata attesa di rinvii a giudizio e sentenze giudiziarie: "ho barche sulle quali non ho quasi mai messo piede, case che ho visto una volta sola, una famiglia che si gode la vita. Sono l'unico costretto a non avere tempo libero" (Corriere della Sera).
Intanto un ramo del parlamento ha approvato l'ignobile legge che rende immune lui e le più alte cariche dello Stato dalle indagini della magistratura (ignobile non perchè sia tale l'istituto dell'immunità in sè, ragionevole e necessario quando il potere politico poteva essere messo sotto ricatto da giudici asserviti al governo, roba dell'Ottocento; ignobile e inaudita perchè fatta su misura per salvare Silvio dai suoi guai di disinvolto imprenditore, lui che ora vorrebbe asservire le toghe all'esecutivo separando le carriere).
E' in ballo un'altra, vergognosa legge-bavaglio contro le intercettazioni, fatta apposta per nascondere i traffici da consorteria e da bordello che allignano copiosi nelle foresterie di potenti, e che va a genio a quella classe, irresponsabilizzata e predonesca, di banchieri e uomini d'affari che lucrano, manovrano e inciuciano coi "rappresentanti del popolo", servendosene come paggi di un potere senza controllo. Si profila una sospensiva dei processi che, in un colpo solo, mette uno sfacciato frego alle tonnellate di retorica sulla "sicurezza" che ci hanno propinato in tutte le salse, mai includendovi quei reati come la corruzione, gli abusi e le scelleratezze dei colletti bianchi non meno odiosi di scippi, furti, rapine e immigrazione clandestina di criminali comuni e stranieri dipinti come emergenza sociale (e Silvio, come prima di lui quello statista al caviale di Giuliano Amato, va ossequioso da Gheddafi a sborsare altri soldi che il Colonnello libico s'intasca senza diminuire di un sol uomo gli sbarchi sulle nostre coste).
Il dipendente della congrega bancaria internazionale, l'integerrimo presidente di Bankitalia Mario Draghi, continua senza sosta a sommergerci d'inviti alla crescita economica spiegando gli effetti nefasti della crisi dei mutui Usa, omettendo però di dirci che quella crisi e il marasma finanziario in cui perennemente viviamo sono il frutto purissimo delle scelte fatte da lui e dai suoi colleghi di Francoforte, Washigton e Pechino.
Il capo dello Stato Giorgio Napolitano, bontà sua, "si preoccupa" della "mancanza di dialogo" nel Paese. Ma quale dialogo, dio buono, quando nella penisola si moltiplicano le rivolte contro basi Usa, inceneritori, grandi opere devastatrici, Gomorre, abusivismi palazzinari, specchiati professionisti che fanno affari sulla pelle della gente (letteralmente: lo scandalo della clinica Santa Rita di Milano è l'ultimo della serie), interi pezzi della società civile lottizzati da camorre private e partitiche, fino allo sfascio generalizzato di un senso comune velinaro e puttaniere che produce giovani la cui massima aspirazione è un posto da tronista in televisione.
Ci spremono perchè il petrolio sale. Ci rimproverano, neanche tanto velatamente, con servizi televisivi e articoli di giornale in cui gridano al declino perchè non riempiamo gli alberghi, non facciamo man bassa nei supermercati, non consumiamo abbastanza, non facciamo girare l'economia. Ci pisciano in testa ogni santo giorno blaterando di pace, democrazia universale, diritti del cittadino, nuovo ordine globale, Europa dei consumatori, deserto dei valori, sviluppo dei paesi poveri, libertà d'informazione, rispetto della natura e tutto il caravanserraglio di buonismi e ipocrisie che sono un modo per occupare la scena affogandoci di parole al vento.
Questa è l'Italia. Questo è il mondo in cui siamo avviluppati e che ogni persona sana di mente non può sentire come proprio. Questo è l'iceberg di un disagio profondo e capillare di cui a bagliori intermittenti ogni povero cristo si rende conto ma contro cui ci sentiamo impotenti. E questo è l'ennesimo articolo che scrivo con la penna intinta in una stanca e sudata indignazione. Gl'Italiani si meritano tutto questo. Così come i loro simili di un pianeta plasmato tutto sull'unico modello con l'unico ordine di massa "taci, lavora e non pensare". Il senso è morto. Non resta che il sesso, il gossip, i soldi e il miraggio della vita facile. Sapete che vi dico? Crepa, Italia.

Alessio Mannino

 
Il vescovo e il giornalista PDF Stampa E-mail

27 giugno 2008

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Circa un anno fa don Sante Sguotti, parroco di Monterosso (Pd), scoprì quant’è bella la gnocca, e andò a convivere con la donna che amava e da cui aveva avuto un figlio. Cosa pregevole per molti punti: perché la gnocca è bella davvero; perché almeno lui non è andato ad ingrossare la legione di suoi confratelli che, invece, insidiano i corpi e le menti di adolescenti e bambini; e perché, comunque, Cristo non si è mai sognato di chiedere ai suoi adepti un’assurdità così colossale come l’astinenza sessuale (nei Vangeli non se ne parla, come non si parla di tutte le balle che, nei secoli successivi, preti affamati di potere o al potere asserviti vi hanno costruito sopra. Conviene sempre ricordare che il celibato è un semplice Canone ecclesiastico, promulgato dal Concilio Laterano II nel 1139 ma rimasto praticamente inosservato fino alla Controriforma).
Attorno alla sua vicenda Don Sguotti scatenò un notevole casino mediatico. Figlio dei tempi anche lui, e perciò evidentemente anche lui cresciuto a pane e C’è posta per te, per alcuni mesi il baldo prete assurse agli onori della stampa: radio, tv, quotidiani, senza contare assemblee pubbliche, manifestazioni di piazza e piazzate varie. Cosa molto meno pregevole: perché non è di buon gusto, mai, fare mercato delle proprie scelte intime; perché comunque non è una novità; ed anche perché, in ogni caso, delle scelte sessuali di Don Sguotti, francamente, non ce ne frega niente.
Tra i giornalisti che seguirono il caso – e qui arriviamo all’oggi – vi fu anche Gianni Biasetto, inviato del Mattino di Padova, “cattolico praticante”, come lui stesso dice di sé. Ma giornalista, perbacco, e che dunque fece doverosamente ed onestamente il suo mestiere, dando conto in vari servizi della vicenda. Spentisi i riflettori sulla storia, Biasetto ha naturalmente continuato a fare il suo mestiere ed a vivere liberamente la sua fede, immemore però, evidentemente, del vecchio adagio che dice: “Scherza coi fanti e lascia stare i Santi”. Se infatti gli amori di Don Sguotti erano probabilmente per lui un dimenticato episodio del suo passato professionale, così non è stato per la Curia padovana, la quale se li era attaccati all’orecchio i servizi di quell’anonimo ma onesto giornalista.
Così, quando domenica 22 giugno Gianni Biasetto si è recato nella chiesa di Monterosso per assistere alla messa, è stato prima identificato pubblicamente dall’arcivescovo di Padova, Antonio Mattiazzo, il quale poi lo ha preso per un braccio e lo ha accompagnato fuori dalla chiesa al suono di: “Tu (‘tu’? come si permette?! ndr) non puoi stare qui, qui comando io e adesso esci”. La storia potrebbe finire qui, ma lasciateci concludere con un paio di considerazioni.
Primo. Mattiazzo è di Padova, la città dove insegnò quel maledetto eretico di Galileo Galilei, ed evidentemente all’arcivescovo brucia ancora – è proprio la parola – di non poter accendere sotto il culo di Biasetto quel rogo che venne minacciosamente promesso al Pisano che si era permesso di pensarla diversamente dalla Chiesa. Secondo. Ci piacerebbe tanto, ma tanto, vedere se Mattiazzo, eroico defensor fidei, sarebbe altrettanto eroico ed intransigente se una mattina si presentasse in chiesa il sig. Berlusconi, divorziato, risposato con prole (e perciò, secondo la terminologia ecclesiastica ancora in uso negli anni Cinquanta, “pubblico concubino”), plurinquisito e artefice massimo della secolarizzazione imperante, e dunque, per tutte queste cose, esempio davvero dubbio di moralità cattolica. Ci permettiamo di dubitarne. E’ sotto gli occhi e le telecamere di tutti l’idillio tra il suddetto Berlusconi e il suo capo, il sig. Ratzinger, idillio che porterà al primo il sostegno politico incondizionato della gerarchia ecclesiastica, al secondo fiumi di denaro e di privilegi. Per la serie: nulla è più elastico della coscienza di un cattolico. Vero Eminenza?

Giuliano Corà

 
Repubblica berlusconiana PDF Stampa E-mail

23 giugno 2008

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In Italia "tutto è grave ma nulla è serio". A pensare così spesso ci si azzecca, anche se in questo motto si nasconde una arcinota tendenza nostrana all'autoassoluzione. Detto questo, nessuno può negare che il Paese viva un momento oggettivo di difficoltà, etico-culturale prima che economica. E se in un contesto sempre tragicomico si mette da parte per un attimo il lato ridicolo della situazione, la tragedia emerge in tutta la sua sinistra eloquenza. Tant'è che ci sono dieci elementi oggettivi che vanno presi in considerazione se si vuole capire quale sia la direzione, o la deriva, che si prospetta per il Paese.
Uno, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi gode di ampia maggioranza parlamentare fornitagli dal voto popolare. Questo gli dà una aggressività alla quale ci eravamo disabituati, forse. Lo stesso Berlusconi ha in cima alla sua agenda politica il mantenimento dei suoi asset economici. In questo senso ogni azione (si parla sempre di interventi rispettosi della legge, come le inchieste giudiziarie) che potrebbe configurare una perdita del suo monopolio televisivo, viene vista come il massimo pericolo. In modo così forte da piegare a questa finalità anche il lavoro del governo e quello del parlamento.
Due, Berlusconi sa che per combattere questa battaglia occorrono alleati forti, senza i quali nemmeno una ampia maggioranza parlamentare gli consentirebbe la benché minima tranquillità. Da questo punto di vista risultano evidenti le aperture verso Confindustria e verso certi settori del mondo bancario, come non va dimenticata la completa genuflessione verso la Cei. Alcuni esempi? Niente intercettazioni per i reati finanziari; nessun impegno per aumentare i controlli (e le pene) per la tutela del lavoro. Finanziamenti diretti o indiretti alle imprese e alla Chiesa cattolica nell'ordine di una ventina di miliardi annui. Proposta di legge affinché ci sia l'obbligo per l'autorità giudiziaria di informare le autorità ecclesiastiche qualora si intercetti un ministro della chiesa.
Tre, la magistratura, che legittimamente lamenta una forzatura senza precedenti di pezzi dell'ordinamento giudiziario, deve a sua volta fare i conti con un sistema della giustizia moribondo: processi farraginosi e interminabili; un miliardo di euro all'anno lasciato per strada per sanzioni pecuniarie non riscosse; casi urlanti e diffusi di corporativismo. Difficoltà oggettiva nel colpire i magistrati inoperosi o che addirittura vìolano la legge. In questo quadro la magistratura si difende con molta difficoltà dagli attacchi del premier, proprio perché da decenni la sua casa non è mai stata il simbolo della efficienza e della trasparenza.
Quattro, la cosiddetta "luna di miele" tra Berlusconi e Walter Veltroni, leader del Pd, si è interrotta dopo un repentino cambiamento della linea editoriale del quotidiano Repubblica. Cambiamento successivo alla proposta dei pacchetti governativi per tagliare le intercettazioni e per rinviare i processi del premier. Si tratta di un passaggio delicato, quasi un segnale (è la mia personalissima ma radicata opinione) che qualche accordo segreto tra i maggior enti del Pd e la truppe del premier sia saltato. Ricordo che il finanziere Carlo De Benedetti, patron del gruppo Repubblica-Espresso, è tra i primi tesserati del Pd. Al contrario il Corriere della Sera, che al tempo dei furbetti del quartierino che lo volevano scalare inneggiava alle cimici, oggi è molto più filo berlusconiano, soprattutto per quanto concerne le intercettazioni. Come mai? Va peraltro detto che durante gli ultimi giorni la cronaca e un editoriale di Sergio Romano, che torna a scrivere in prima pagina, hanno in parte controbilanciato i corsivi dei berluscones Pigi Battista e Angelo Panebianco. Quali manovre in seno all'azionariato del Corsera sono in atto?
Cinque, la situazione economica del Paese è difficilissima. Servono provvedimenti draconiani, che per essere accettati da tutti dovrebbero colpire anzitutto quelle gigantesche rendite di posizione garantite per anni a industriali, finanzieri, banchieri, aficionados della politica, burocrazia pubblica, clientele, crimine organizzato. Pura fantascienza anche per la maggior parte degli analisti politici dei mainstream media, non certo dei Massimo Fini o dei Beppe Grillo di turno. I dati però preoccupano. Cala l'occupazione, cala il reddito delle famiglie che comprano sempre più a rate. L'emergenza rifiuti in Campania non è risolta e l'assurdità dei cicli industriali rischia di "campanizzare" altre regioni. Il prezzo dell'energia, carburante in primis, cresce. L'inflazione è una tassa occulta che sta silenziosamente cannibalizzando il potere d'acquisto e il tempo di vita degli italiani. I disastri della finanza swap e subprime hanno obbligato il sistema bancario europeo (e italiano) a bruciare decine di miliardi di euro nella fornace americana per evitare il tracollo del sistema bancario a stelle e strisce. E quelle risorse non potranno essere re-impiegate in Italia. I grossi nomi dell'imprenditoria italiana ormai fanno business solo con le concessioni di Stato o pubbliche (autostrade, inceneritori, frequenze tv, urbanistica, trasporti, multiutility; domani forse il nucleare?).

Marco Milioni

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Leggi ad personam, solita vergogna PDF Stampa E-mail

21 giugno 2008

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E siamo alle solite. Il governo si è insediato da nemmeno due mesi che già Berlusconi propone e impone la consueta legge "ad personam", fatta su misura per salvarlo da quelli che vengono pudicamente chiamati i suoi "guai giudiziari". È un dejavù. Ma questa volta la legge è talmente scombicchierata, sconclusionata, assurda, irragionevole, irrazionale, spudorata e, soprattutto, devastante per l'intero ordinamento giudiziario e per il convivere civile che si stenta a credere che due senatori abbiano osato proporla, un governo e un ministro della Giustizia l'abbiano fatta propria, una maggioranza l'abbia sostenuta e un Parlamento l'abbia approvata. Perché è una legge che non si è mai vista nè nel Primo nè nel Terzo Mondo e nemmeno all'altro mondo. Perché non sta nè in cielo nè in terra.
Dunque, un emendamento inserito in un decreto che prende il nome, divenuto quanto mai beffardo, di "decreto sicurezza", statuisce la sospensione dei processi in corso che riguardano reati commessi prima del 30 giugno 2002 e che prevedono una pena non superiore ai dieci anni di carcere. Un ulteriore emendamento intima ai magistrati di dare priorità, anche per il presente e il futuro, ai reati che hanno una pena edittale superiore ai dieci anni. La "ratio" di questi emendamenti è di "dare priorità ai reati che destano maggior allarme sociale". Perché non destano "allarme sociale" le rapine, i sequestri di persona, le estorsioni, gli stupri, le violenze sessuali, la bancarotta fraudolenta, la concussione, la corruzione, la corruzione di magistrati che non sono che una parte di quelli che rientrano nella norma che prevede la sospensione dei rispettivi processi e per alcuni dei quali la stessa maggioranza non fa che invocare la "tolleranza zero"? E non desta "allarme sociale" che un presidente del Consiglio abbia potuto corrompere un testimone, in due distinti processi, pagandogli 600 mila dollari perché mentisse, è esattamente il reato per cui l'onorevole Berlusconi è sotto processo davanti al Tribunale di Milano, e che rientra naturalmente fra quelli che verranno sospesi (reato attribuito al premier è, guarda caso, del febbraio 2001), e per il quale è stato organizzato tutto questo incredibile baradan? Senza contare che tutto ciò dilata ulteriormente i già lunghissimi tempi della giustizia italiana di cui tutti, a parole, lamentano, e che ne sono il vero cancro. E senza nemmeno mettere in conto che queste norme inaudite violano almeno tre principi fondamentali del nostro ordinamento, costituzionalmente garantiti: l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, l'indipendenza della Magistratura, l'obbligatorietà dell'azione penale. E che indicazioni ne trarranno, per il presente e per il futuro, i rapinatori, gli stupratori, gli scippatori, i topi d'appartamento, i bancarottieri, i concussori, i corruttori?
Un intero ordinamento giuridico viene scardinato a pro di una singola persona. Norme del genere avrebbero innescato una rivoluzione non dico in un qualsiasi Paese liberaldemocratico e occidentale, ma nel Burundi, nel Burkina Faso, nel Benin. E invece da noi stanno per passare tranquillamente salvo qualche ammoina dell'opposizione il cui leader, Walter Veltroni, ha affermato che "è stata strappata la tela del dialogo". Qui ciò che è stato strappato, anzi stracciato, è il diritto che riguarda tutta la comunità e non il rapporto con l'opposizione di cui potremmo anche fregarcene. Così come la questione non riguarda lo scontro fra Esecutivo e Magistratura. Riguarda noi tutti.
Che fare? Forse sarebbe stato meglio dar retta a un modesto suggerimento che mi permettevo di dare sul Tempo di Roma (che non è esattamente un quotidiano di sinistra) a metà degli anni '90, quando Berlusconi cominciò la sua devastante campagna contro la Magistratura italiana. E cioè, varare una norma del tutto speciale, sulla falsariga delle "Disposizioni transitorie e finali" che stanno in coda alla nostra Costituzione, e che recitasse, più o meno, così: "Silvio Berlusconi, i suoi discendenti, le sue consorti, i suoi consanguinei e tutti i membri, a qualsiasi titolo, della Casa di Arcore sono dispensati, per il passato, il presente e il futuro, dall'obbligo del rispetto delle leggi penali". Ci saremmo perlomeno risparmiati lo scempio di questi giorni.

Massimo Fini da ll Gazzettino 20 giugno 2008

 
Tremonti Robin Hood? No, sceriffo di Nottingham PDF Stampa E-mail

20 giugno 2008

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La nuova manovra economica costituita da un disegno di legge, un decreto legge ed il documento di programmazione economica finanziaria (Dpef) per il triennio 2009-2011, ieri sera ha ricevuto il via libera del Consiglio dei ministri, dopo un dibattito durato, secondo le parole di Giulio Tremonti, solamente 9 minuti e mezzo, il che lascia sottendere una completa identità di vedute da parte dei membri dell’esecutivo.
Ci sarà sicuramente modo di analizzare nel dettaglio i provvedimenti nel corso dei prossimi mesi, mentre ora ritengo importante tentare d’interpretare il vero spirito di una manovra che il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi riconduce a tre parole chiave: tagli, semplificazione e sviluppo.
In realtà dopo avere steso un velo pietoso sul concetto di sviluppo che altro non è se non un guscio vuoto privo di contenuti, ed accantonato le semplificazioni alle quali già si sta dedicando il ministro Brunetta con l’ausilio dell’ufficio complicazioni affari semplici, sono senza dubbio proprio i tagli a costituire la spina dorsale di una manovra dai contorni abbastanza confusi che nell’intento di non dare uno “schiaffo” ai cittadini aumentando la tassazione, rischierà di rompere loro tutte e due le gambe privandoli dei servizi sociali e delle prospettive occupazionali.
Il taglio sicuramente più consistente è quello che colpirà la sanità, quantificato in 6 miliardi di euro in tre anni e compensato solo in parte dalla ventilata reintroduzione dei ticket sanitari che graveranno sulle spalle dei cittadini bisognosi di cure. Ciascuno di noi potrà sbizzarrirsi a piacere immaginando le conseguenze di questa emorragia di finanziamenti che andrà ad innescarsi all’interno di un sistema sanitario già oggi drammaticamente inefficiente, come la cronaca giornaliera degli episodi di malsanità sta tristemente a dimostrare. Più in generale verrà comunque tagliata la spesa pubblica con l’ausilio di svariate misure volte a “raschiare il fondo del barile” diminuendo la quantità e la qualità dei servizi al cittadino e ridimensionando notevolmente il numero dei dipendenti pubblici, basti pensare che i tagli ventilati risultano essere 100.000 solamente nella scuola. Per favorire tale ridimensionamento sarà introdotta una nuova norma in virtù della quale potranno essere licenziati i dipendenti pubblici che rifiutano (2 volte in 5 anni) il trasferimento.
In termini di occupazione la nuova manovra, oltre a costruire i presupposti per un corposo taglio del pubblico impiego, tende a rafforzare la precarietà e la flessibilità a tutto detrimento dei diritti dei lavoratori e delle loro prospettive di riuscire ad ottenere un lavoro a tempo indeterminato. Viene riproposto il lavoro a chiamata e sarà possibile prorogare più di una volta i contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi, mentre più in generale le imprese vengono incentivate ad assumere attraverso la de-regolazione della gestione dei rapporti di lavoro.
La manovra presenta anche una sua veste “virtuosa” permeata di populismo e riconducibile alla cosiddetta Robin tax che innalzerà dal 27% al 33% l’imponibile Ires per banche, assicurazioni e compagnie petrolifere. Nello stesso alveo viene proposto un tentativo di sterilizzazione degli aumenti dei carburanti costruito attraverso complesse calcolazioni ma difficilmente in grado d’incidere realmente sul problema. Viene prorogata fino al 31 dicembre l’aliquota agevolata sul gasolio per agricoltura e pesca nel tentativo di tenere calme le categorie in agitazione. Si ventilano agevolazioni per l’acquisto della prima casa, aventi per oggetto giovani coppie a basso reddito. Verrà introdotta una carta di credito prepagata volta a garantire sconti sui beni di prima necessità, destinata agli anziani che percepiscono la pensione minima. Si tenterà di diffondere gli E-book nell’ambito dei testi scolastici al fine di ridurre il peso economico che grava sulle famiglie che mantengono i figli agli studi.
Anche in questo caso, come avvenne nell’ultima finanziaria “redistributiva” del governo Prodi, i provvedimenti sembrano mirare più a costruire nell’immaginario collettivo la sensazione di un governo che si preoccupa di sorreggere le famiglie in difficoltà, piuttosto che non ad incidere realmente nel merito delle difficoltà (precarietà e disoccupazione su tutte) che stanno attanagliando le famiglie, quasi si provvedesse a ricoprire qualche buca nelle strade dissestate del centro, mentre in periferia si continua a scavare voragini senza fine.
Particolarmente interessanti risultano le novità in tema di liberalizzazioni dei servizi pubblici, infrastrutture ed energia.
I servizi pubblici locali di primaria importanza quali acqua, gas e trasporti verranno liberalizzati e la loro gestione sarà affidata a società private o pubblico/private all’interno delle quali il socio privato non detenga una quota inferiore al 30%. Le ricadute determinate da una gestione privatistica di beni e servizi indispensabili per il cittadino sono facilmente immaginabili, come l’esperienza dei cittadini di Latina trovatisi con le bollette dell’acqua aumentate anche del 300% sta tristemente a dimostrare.
Notevoli preoccupazioni sono legate anche alla norma che consentirà alle Università pubbliche ed a quelle legalmente riconosciute di trasformarsi in fondazioni di diritto privato, contribuendo in questo modo ad aumentare il numero dei “professori” compiacenti soggiogati al volere dei grandi poteri industriali ed economici che incrementeranno il loro controllo in un ambito di primaria importanza come quello dell’istruzione.
In attesa del varo di una nuova Legge Obiettivo che consenta di costruire le grandi opere sempre più velocemente in spregio dell’ambiente e del volere delle popolazioni interessate, verrà abrogata la revoca delle concessioni per quanto riguarda le tratte TAV non ancora in costruzione e ripristinati i general contractor precedenti, per la gioia degli azionisti di Impregilo il cui titolo in borsa ha già iniziato a salire.
In tema di energia la nuova manovra attribuisce una delega al governo per l’emanazione entro il 2008 di uno o più decreti legislativi concernenti l’individuazione dei criteri per localizzare le nuove centrali nucleari e stabilire le misure compensative minime da corrispondere alle popolazioni interessate. A questo riguardo ogni commento credo sia superfluo alla luce dell’arroganza con la quale l’esecutivo intende perseguire il progetto nucleare ignorando completamente il pronunciamento popolare che ha bocciato le centrali nel 1987.
Nonostante giornali e TV stiano tentando di presentare questa manovra sotto le mentite spoglie di chi ruba ai ricchi per dare ai poveri, credo ci sia davvero poco Robin Hood nei provvedimenti che la costituiscono, dove appena al di sotto del velo populista si legge con chiarezza la volontà di compiacere tutti i grandi poteri, comprese banche, assicurazioni e petrolieri che in questi giorni, sostenuti dalla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, piangono finte lacrime come il copione impone loro. Non potrebbero fare altrimenti perché se si mostrassero soddisfatti, come in realtà sono, qualcuno potrebbe iniziare a pensare male, insinuando che non si tratta di Robin Hood ma dello Sceriffo di Nottingham.

Marco Cedolin

 
La hybris di Pistorius PDF Stampa E-mail

19 giugno 2008

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Definita nella Poetica di Aristotele, il termine hybris si può tradurre con tracotanza, superbia, orgoglio. Era, per gli antichi Greci, quell’atteggiamento per cui un individuo compie azioni che violano leggi divine immutabili, volendo così farsi pari agli Dèi.
Pur se gli Dèi sono morti, assassinati dal nostro orgoglio, tuttavia l’uomo non ha mai cessato di commettere questo peccato, aizzato da sempre nuovi dèmoni. Oggi tocca al Progresso, novello Mefistofele che par promettere di esaudire ogni nostro sogno, pur che gli vendiamo non tanto l’anima – ché quella ce la siamo persa da un pezzo – ma noi stessi, la nostra sopravvivenza, la nostra vita.
Noi, nuovi piccoli e miseri Faust, alla Scienza abbiamo chiesto tutto: sostanze "magiche" e meravigliose che stravolgano la Natura, macchine eccezionali che ci trasportino velocissimi, che ci mostrino ciò che è lontano e nascosto, che ci svelino ogni mistero. Abbiamo chiesto il Potere, ed abbiamo avuto il mostruoso vaso atomico di Pandora.
Ad una sua branca, la medicina, abbiamo chiesto addirittura l’impossibile (tanto siamo arrivati ad odiare noi stessi, tanto a fondo abbiamo reciso le nostre radici): di non essere più noi stessi, come gli Dèi ci hanno fatto, di non essere più mortali. Così, laboratori infernali hanno cominciato a scavare nel nostro fondo più intimo, sventrando e ricomponendo cellule e Dna, creando mostruose chimere, ‘clonando’, in una blasfema caricatura della Creazione. 
Non accettiamo di essere ciò che siamo, ecco il punto. Non accettiamo di morire, e quando è stato tentato tutto ciò che la pietà e l’affetto possono agire, nonostante ciò deleghiamo il nostro corpo a macchine disumane, di cui diveniamo parte, trasformandoci in mostruosi fantocci non-umani. Prima ancora di quel passaggio, ad un certo punto comunque inevitabile, non accettiamo di invecchiare. La chirurgia plastica è forse la più ridicola bestemmia contro l’Umano che la nostra cosiddetta civiltà abbia partorito. Dal suo utero malato escono le donne "perfette" che si propongono come modello all’Umanità intera: e vien da chiedersi quale trasporto erotico, quale scambio di sensi e di umori sia possibile avere con quelle bambole di frangibile porcellana, da guardare ma da non toccare.
Non è diverso da loro un nostro celeberrimo politico ultrasettantenne, da tempo ridotto ad un grottesco mascherone di cera e peli finti, fantoccio senza tempo, come pure senz’anima.
Non accettiamo i nostri limiti, insomma. E di questa "cultura", la massima espressione è oggi la vicenda di Pistorius, l’atleta che, avendo perduto le gambe, vuole tornare a correre con due protesi artificiali. Non è nuovo, nel mondo della disabilità, questo ricorso ad una tecnologia estrema al fine di superare dei limiti che, imposti dalla fatalità, pur tuttavia esistono, dei quali bisogna perciò prender pure atto e coi quali è necessario fare i conti: celebre l’esempio dei ciechi che sciano con l’ausilio di un radar.
Ma quel che colpisce nel caso di Pistorius è appunto la hybris, l’ostinato e tracotante rifiuto della Natura in nome di un diritto ad avere ciò che non si ha più, e che non si potrà mai più avere. Invece, appunto, di accettare i propri limiti, invece di pensare a costruire, all’interno di questi limiti, un’esistenza comunque possibile.
Sempre ci sono stati i disabili, e sempre, soprattutto nelle culture primitive e contadine, hanno trovato un loro "posto", senza che nessuno pensasse mai a rifarli diversi – Pistorius e quelli come lui vogliono dare l’assalto al cielo, tirar giù gli Dèi dai loro scanni, obbligarli ad obbedire loro.
Blasfema, e, oltretutto, triste metafora della nostra condizione di déracinés. Dopo la morte di Dio, credevamo di non aver più niente da desiderare, nessun altro trofeo da abbattere. Non ci è bastato, e siamo ancora insoddisfatti e rancorosi, condannati dalle nostre stesse mani all’infelicità perpetua.

Giuliano Corà

 
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