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Napolitano e le tre sanguisughe PDF Stampa E-mail

6 febbraio 2008

Il Presidente della cosiddetta Repubblica, Giorgio Napolitano, vive sulla Luna. Per lui l'inondazione di spazzatura in cui affoga la Campania è un "allarme esagerato". Per lui va salvaguardato il dialogo fra i poli. Per lui l'Italia è ancora uno Stato. Per lui, che oggi ha sciolto il parlamento, esiste ancora una Costituzione, con una sovranità che spetterebbe al popolo (sì, buonanotte).
Votare, il 13-14 aprile, non servirà a un bel niente. Perchè noi sudditi siamo e sudditi resteremo. Ridiventeremo cittadini solo quando avremo dato un calcio in culo a una classe parassitaria che signoreggia sui nostri soldi (banche), sui nostri diritti (partiti), sulla nostra coscienza (televisione e media). Questi sono le tre sanguisughe di cui liberarci.
Una nuova Liberazione. Una vera Liberazione. Prepariamoci. (a.m.)

 
Tutti gių nel Cesso PDF Stampa E-mail

4 febbraio 2008

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Il governo delle riforme è abortito prima di nascere. Franco Marini, il lupo marsicano della partitocrazia democristiana, non ce l'ha fatta.
Le Camere del Pio Albergo Trivulzio parlamentare saranno sciolte e si andrà a ripetere la messa in croce, pardon in crocetta (elettorale), del popolo mediante le elezioni.
Rito sommamente non democratico. E non tanto, non solo, non perchè le liste dei candidati siano bloccate, decise a tavolino dai partiti-mafie. Quando mai le liste le hanno redatte gli elettori?
La porcata non sta nel Porcellum. La porcata è nel sistema rappresentativo, che rappresenta soltanto, e da sempre, i cooptati dai partiti, a loro volta marionette di banche, cordate industriali e interessi forti vari.
Parlano di riforme. Ma quali riforme possono essere valide, in un organismo dissanguato dalla gigantesca presa in giro della nostra cosiddetta democrazia?
Va cambiato tutto, da cima a fondo. Un referendum non ci salverà. Le elezioni, meno che meno. La resistenza passa dal rifiuto.
Rifiutiamo la monnezza dei partiti. Di tutti i partiti. Tiriamo lo sciacquone del Grande Cesso. (a.m.)

I compagnucci della parrocchietta riformista

La parola d’ordine, tra le macerie centro-sinistrose è una sola: bisogna attuare le riforme.
Estremo miracolo della sintesi del simulacro mancino, dalle 280 pagine deliranti del Programma del 2006, vero e proprio caso clinico ad un unico perentorio punto...
Il sottoscritto, però, deve ammettere la sua totale ignoranza politica: non ha cioè la minima idea di cosa siano, queste benedette riforme...
Il silenzio–assenso supino dei giornalai al seguito lo conforta in questa sua ipotesi: discorsi “tecnici”, da “addetti ai lavori”, mica roba da cittadino comune.
O meglio, una di queste riforme così inderogabili si conosce: è la famigerata “modifica” della legge elettorale.
Una sorta di questione “totemica”. Ci dicono che da lì tutto dipende, crisi di governo, ingovernabilità, financo, forse, la propensione al delinquere parlamentare.
I compagnucci della parrocchietta di sinistra hanno a cuore la cosiddetta “questione morale”. La priorità , come dice Veltroni, è "il bene del Paese”.
“Il paese non vuole votare con questa legge”, ipse dixit.
Peccato che questa legge sia particolarmente funzionale per una distribuzione “democratica” delle prebende clientelari e che quindi tanto vituperata non sia.
Alberga nel sottoscritto una “vaga” impressione che questo amor di stato postumo voglia dissimulare il terrore di  una debacle elettorale biblica...
Ed il resto?
A me sembrava che i compagnucci, traghettati dal tondino di ferro anni Settanta all’ostensorio in rame del nuovo millennio, di “riforme” ne avessero fatte fin troppe in questi 11 anni, sette dei quali vissuti sotto la loro “supervisione”.
Saccheggio totale e svendita al mercatino di Telecom, Enel, Ferrovie dello Stato, Sme, le fusioni stellari di banche di ogni tipo e pezzatura,i giochi di prestigio con le varie municipalizzate...
La disintegrazione del tessuto produttivo manifatturiero italiano, il “merging” selvaggio, le cosiddette incorporazioni che hanno creato migliaia di disoccupati, la grande distribuzione francese e tedesca ma in realtà globalizzata che controlla, di fatto, la distribuzione ed ha azzerato il potere contrattuale dei lavoratori.
Dulcis in fundo “la politica sociale” stile BCE, “lacrime e sangue”, che la sinistra più globalizzata e liberista d’Europa ha sposato in maniera acritica. Altro che deriva massimalista!
Dall’altro canale di scarico, quello destrorso, poche idee e molto chiare, invece. Saccheggio delle case occupate dalla fazione avversa, pulizia etnica e  “stupri” di massa, stile tigre Arkan. Poi un po’ di frattaglie “ad personam” un presidio geriatrico gratis, schede del digitale terrestre per tutti.
Oltre al  repulisti in rete, per levarci di torno questi rompicoglioni che continuano a farci le pulci, una bella “notte dei doppini”.
Amen.
Mauro Maggiora

 
E' on line MZ n°11 PDF Stampa E-mail

3 febbraio 2008

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E' on line l'undicesimo numero stampabile di MZ – Il Giornale del Ribelle. Potete liberamente scaricarlo cliccando in alto a destra, dove vedete scritto MZ Download. Perché una versione cartacea del blog? Per diffonderne i contenuti col vecchio ma imbattibile sistema della distribuzione a mano, faccia a faccia, porta a porta, nelle biblioteche, nelle università, nel luogo di lavoro, col volantinaggio in strada. Fate quante più copie potete, rilegate con una semplice graffettatrice, e distribuite.

 
La balla della controcultura PDF Stampa E-mail

3 febbraio 2008

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Oggi sembra del tutto naturale l’esistenza dei “giovani” come parte a sé della società, con una propria moda, costume, gergo, cultura e stile di vita. Basterebbe fermarsi un attimo a riflettere per capire come questa non sia una tendenza sempre esistita, ma un fenomeno nato negli anni’50 del secolo scorso.
Prima di allora, non esistevano una musica dei giovani e una dei vecchi, una moda  giovane e una adulta (se non nelle convenzioni sociali e simboliche, ad esempio i pantaloncini che si imponevano di usare ai bambini), un gergo  dei giovani e uno degli adulti, e tanto meno una cultura degli uni e una degli altri.
Questo fenomeno, che si preparò per tutto l’800 con l’avvento della modernità, esplode negli Stati Uniti intorno agli anni ’50 - non a caso dopo la Seconda Guerra Mondiale - con la nascita del rock'n'roll, dei primi miti giovanili come Marlon Brando e James Dean, con la comparsa dei blue jeans e dei giubbotti in pelle.
Cosa era successo? Semplice: per espandersi, il mercato aveva dovuto inventare una nuova categoria di consumatori provetti, facili alla persuasione pubblicitaria. Cosa poteva esserci di meglio che sfruttare il ribellismo tipicamente adolescenziale, nonchè le frustrazioni post belliche (frustrazioni in parte dovute alla mancanza di guerre: vedi Massimo Fini, Elogio della Guerra)?
L’esca non mancò di fare abboccare le prede. Alla fine degli anni’60 la gioventù sembrò accorgersi della truffa e credette di poter utilizzare a suo vantaggio, se non dell’umanità intera, la "cultura giovanile": e venne il ’68. In realtà ben poco di buono né venne fuori, anzi si potrebbe parlare di eterogenesi dei fini: fu catastrofe per la cultura con C maiuscola.
Innanzitutto fu sopravvalutata la musica come strumento di liberazione, quando nei fatti i dischi degli hippy erano per lo più prodotti da multinazionali che facevano il soldo sulle contestazioni (vedi Pink Floyd). La cultura prodotta fu nei fatti scadente: un esempio su tutti le vulgate filo-marxiste del periodo o gli esotismi da quattro soldi che si fermavano alla parte più esteriore delle culture orientali, di fatto usate a pretesto o mal comprese. Altra geniale “conquista” fu l’amore libero, che incentivò la disgregazione della famiglia e lo scadimento dei sentimenti in virtù di un’idolatria del corpo e delle sue presunte libertà (arbitrio e tirannia dell’Ego più basso, si veda Woodstock o le comunità hippy alla Huxley), o per citare lo scrittore Houellebecq: “il liberalismo sessuale è l’estensione del dominio della lotta a tutte le età della vita e a tutte le classi sociali”.
Per carità, non che in questi movimenti giovanili non ci fosse del buono, ma a conti fatti oggi a cosa è servito tutto ciò se non a produrre con la scusa della ribellione una valanga d’ignoranza spacciata per controcultura e una nuova intolleranza e ostilità a tutto ciò che è tradizione?
La mancata visita del Papa alla Sapienza ne è esempio della cronaca di questi ultimi giorni. Venne poi, alla fine degli anni ’70, la nascita del punk (sorvoliamo sul femminismo moderno, a nostro giudizio una delle pagine più tristi degli ultimi tempi). Se inizialmente il punk fu anche un movimento genuinamente antisistema (molta musica punk fu realmente autoprodotta e non inventata dall’industria discografica), esso ben presto si arenò non riuscendo a produrre nulla di veramente alternativo e cadendo anch’esso nelle mani dell’industria discografica e della moda eterodiretta.
Fenomeni più recenti come le contestazioni legate a musiche nere come l’Hip hop, di antisistema hanno veramente ben poco: basta accendere la tv e vedere Mtv per capire come in realtà siano tutt’uno con ciò che all’inizio volevano criticare…
Ora, non vogliamo certo mostrare simpatie con chi parallelamente a questi eventi intendeva contrastarli in modo nostalgico riferendosì in modo sterile alle “tradizioni” più disparate o a un recupero del tutto acritico del fascismo, vedasi Ordine Nuovo e compagni di merende, che oltre a qualche disordine e morto (come del resto hanno fatto anche le frange di sinistra) non hanno prodotto. Che oggi poi il periodo della giovinezza si sia allungato a dismisura travolgendo anche i fatti biologici, rientra nelle logiche del mercato. Poiché i giovani erano i migliori consumatori, quale strategia poteva essere migliore per incrementare i consumi, che convincere anche chi giovane non è più di esserlo ancora per stimolarlo a comportarsi da giovane e indurlo a consumare come essi? A conti fatti tutta questa smania della giovinezza, tutto questo fervore e riconoscimento della cosiddetta cultura o contro cultura giovanile, ad altro non serve che a perpetuare questo scellerato sistema.

Alberto Cossu - Nicola Granella


Riflessione interessante. E stimolante. Infatti diciamo la nostra, e invitiamo anche i nostri collaboratori e lettori a farlo.
Condivisibilissima l'analisi di fondo: le subculture giovanili sono tutte, indistintamente, un prodotto artefatto o, nel migliore dei casi, strumentalizzazioni del sistema produttivo e consumistico. Su questo non possono esserci dubbi: il mercato si appropria di tutto perchè trasforma tutto in merce da vendere e comprare. Tutto, oggi, è business. Anche se lo si nega o lo si combatte, il meccanismo "spendi e godi" è ovunque.
Giusta anche l'accenno alle genesi storica. I giovani sono una categoria creata a tavolino per un tempo ripiegato sulla vita automatizzata tipica dell'Occidente, quello successivo alle guerre e alla cultura esclusivamente "alta" (ma qui bisognerebbe citare anche il lavoro di demolizione compiuto, giudizi estetici a parte, dalle avanguardie e in generale dal clima nichilistico della cultura otto-novencentesca).
Non saremmo però così drastici nel bocciare senza appello perlomeno la buona fede delle ribellioni giovanili della seconda metà del secolo passato. O, diciamo meglio: riconosciamogli, a questo continuo turbinìo di movimenti esistenziali, culturali, musicali ed estetici, l'attenuante del loro significato profondo. Che, secondo noi, è questo: il malessere genuino di chi non trova più sbocchi socialmente ammessi e culturalmente ritualizzati alla naturale ansia di cambiamento insita negli ormoni dell'età. Perciò, se oggi ci troviamo di fronte a un dark, a un punk, a un metallaro, a un rocker o a qualsiasi altro fan di uno stile "alternativo", non ci sentiamo di condannarlo. Claudio Risè, uno psicanalista junghiano fautore del recupero del "selvatico" (e del "padre", inteso nella sua accezione più larga, quindi anche collettiva, come autorità giusta e severa), sostiene che quei ragazzi che rivestono la propria identità pubblica dell'armamentario simbolico di certe subculture, cercano in realtà l'Ombra, ovvero la parte istintiva, caotica, sensuale, dionisiaca - qui non siamo d'accordo con l'anatema sull'idolatria del corpo, ma è un discoso che merita una trattazione a parte - che il nostro edonismo da spot pubblicitario ha represso spacciandosi da "liberazione" dei costumi. A maggior gloria (e profitto) di aziende e multinazionali del divertimento. C'è sicuramente del buono, quindi, in quelle ingenue contestazioni. Sempre meglio del nulla di oggi. Almeno qualcosa si muoveva. Oggi l'encefalogramma è drammaticamente piatto. E la vera tragedia sta proprio in quella patologica e perversa continuazione dell'adolescenza fino ai trent'anni e oltre: una micidiale miscela di comodità, passività, mammismo, regressione, casa&lavoro che sta sfibrando la vitalità di una generazione.
Il fascismo non capiamo francamente cosa c'entri con il ragionamento, però. Così come non capiamo tutto questo agitarsi sui giornali per la commemorazione del '68. Basta, con questi stanchi riti dei decennali, dei ventennali e dei quarantennali! Del '68 MZ non si occuperà. Una rivolta fatta apposta da certi giovanotti che aspiravano a diventare classe dirigente: tutto qui. Le trasformazioni negli stili di vita si affermarono già prima, con l'industrializzazione di massa degli anni Cinquanta e con il consumismo generalizzato dei Sessanta. Meglio il punk, sicuramente. (a.m.)

 
Libertā (dalle banche) PDF Stampa E-mail

31 gennaio 2008

Nino Galloni

Nella foto: l'economista Nino Galloni

Mentre la sovranità monetaria viene privatizzata completamente, il debito pubblico e privato strangola e impoverisce economia e famiglie, divora risorse, impedisce investimenti nella ricerca, nelle infrastrutture, nella scuola, e impone un’assurda logica ragionieristica nella spesa pubblica – mentre tutto questo avviene, e si moltiplicano i pignoramenti e le aste a carico di cittadini e imprese, qualche reazione dal basso incomincia a materializzarsi.
La televisione e la stampa periodica si occupano sempre più frequentemente di signoraggio, di moneta, di banche, di usura. Così, centinaia di migliaia di persone incominciano a sapere, o perlomeno a intuire.
Libri come Euroschiavi (l'autore è chi scrive questo articolo, ndr), oramai un best-seller prossimo alla quarta edizione, come quelli di Nino Galloni (Misteri dell’Euro e Misfatti della Finanza, Il Grande Mutuo), Bankenstein di Marco Saba, e altri, si diffondono sempre più, portando a un numero apprezzabile di persone e di operatori la conoscenza di come il sistema bancario, sostanzialmente, si arricchisce con un margine di utile del 90% a costo zero, senza dare alcunché – fingendo soltanto di prestare denaro – ma in realtà spacciando per denaro semplici promesse elettroniche o cartacee di pagamento, prodotte con un click del mouse e scoperte al 99%. Di come non ci sia affatto bisogno di ricorrere a finto denaro prestato, quando abbiamo beni, servizi, fattori di produzione sottoccupati, ma possiamo emettere denaro di proprietà a costo zero, senza creare indebitamento pubblico né privato, né inflazione – e con esso finanziare il rilancio economico e sociale attraverso drastici tagli fiscali e una spesa pubblica costruttiva. Di come questa via, cioè l’abolizione del denaro creato a debito dalle banche, sia l’unica via d’uscita e di salvezza da un meccanismo finanziario globale che esige la creazione di sempre più denaro a debito per pagare gli interessi generati dalla mole di denaro-debito creato in precedenza, e altresì per reggere il gioco della finanza speculativa fraudolenta dei credit derivatives, il cui valore aggregato è circa 14 volte il valore del prodotto mondiale. Reggere questo gioco è sempre più difficile, e il rischio di un tracollo del sistema finanziario o monetario è crescente. La cosa non può andare avanti a lungo. Tamponi e puntelli non bastano più. Un cambiamento strutturale è inevitabile. Da parte dei riformatori monetari si lavora affinché esso non avvenga come catastrofe o guerra globale.
Ma le iniziative per il salvataggio dell’economia, della società, e per l’attuazione della Costituzione Repubblicana contro lo Stato incostituzionale, non sono solo culturali e informative. Incominciano a farsi politiche. Qualche sostegno era già venuto da aree cattoliche, dalla Lega Nord, dalla DC di Sandri. Ora però assistiamo al lancio di monete complementari esenti da debito (vedi www.centrofondi.it) – ne partiranno molte dal prossimo aprile, dopo il successo dello SCEC a Napoli, e persino di veri movimenti politici per la riforma monetaria. E osserviamo pure tentativi di costituire organizzazioni per la riforma monetaria in senso costituzionale, contro il sistema anticostituzionale e rovinoso, strutturatosi nello Stato italiano.
Sabato 17 Novembre 2007, a Verona, nel Palazzo della Gran Guardia, auspice la Giunta comunale, si è tenuto il congresso di fondazione del Fronte Monetario Popolare. In esso convergono forze eterogenee: il Comitato di Liberazione Monetaria (www.colimo.net) fondato il 25 Aprile del 2006 dall’ing. Argo Fedrigo, la Fiamma Tricolore, gruppi cattolici tradizionalisti riferentisi a Padre Florian Abrahimiwic, gli auritiani del romagnolo Savino Frigiola, la DC di Sandri. La scelta di dare la parola soltanto ad esponenti popolarmente identificabili come di destra o di estrema destra, e l’intervento (applauditissimo) di  personaggi come Borghezio e Pantano, hanno creato l’impressione che la campagna per la sovranità monetaria popolare sia una cosa della destra, se non dei fascisti o dei catto-fondamentalisti. Certo, razionalmente sappiamo che la Lega non è di destra – ma come tale è percepita, soprattutto quando parla un Borghezio. Così non è di destra (economicamente) la Fiamma Tricolore né la destra sociale, nel senso che  sono essenzialmente socialiste, o per il sociale (la prima da sempre, la seconda, forse, solo quando elettoralmente utile), e in favore delle libertà della persona e dei diritti contro l’oppressività impersonale del sistema globalizzato. Ma anch’esse, in Italia, vengono percepite come di destra se non neofasciste.
In effetti, stroncature e accuse di egoismo, capitalismo, razzismo, sono immediatamente fioccate dallo stesso interno del movimento di riforma monetaria. Come potranno, ora, gli esponenti di sinistra, partitici e sindacali, aderire a un movimento che si è presentato così, tutto composto di personaggi con quella tinta politica?
Le migliori speranze si appuntano, ora, sul progetto lanciato dall’economista Nino Galloni di Roma – uno studioso con una storia personale di militanza sociale senza compromessi.(oggi direttore generale del ministero del Lavoro, ndr). Galloni sta raccogliendo intorno a sé forze culturali, morali e politiche che, su scala mondiale, in linea con Lyndon Larouche, auspicano una nuova Bretton Woods neo-keynesiana che rifondi l’ordinamento monetario mondiale su basi di equità e sostenibilità, e di realistica valutazione delle valute di India, Russia e Cina; mentre, su scala nazionale, condividono  tre direttive essenziali:
1)Contenere le devastazioni e i saccheggi compiuti dal sistema bancario ai danni delle famiglie, delle imprese, delle pubbliche amministrazioni;
2)Recuperare al popolo, e per esso allo Stato, la sovranità monetaria, onde non dover più finanziare la spesa pubblica con le sole tasse e poter riformare i patti e i criteri di stabilità;
3)Introdurre monete complementari in funzione di sostegno alle famiglie, alle comunità e alle filiere produttive locali, agli enti pubblici locali.

Marco Della Luna

 
Mussolini, facce rėde PDF Stampa E-mail

29 gennaio 2008

Ma chi è il consulente d'immagine di Alessandra Mussolini? Uno della Gialappa's band? Perchè se vuole demolire la credibilità della Nipote del Nonno facendole credere di far ridere (e acchiappare qualche voto in più), be', c'è riuscito. A diradare ogni parvenza di serietà come donna in politica, non a farci ridere.
Guardatela nel video sopra. Ospite dell'ultima trasmissione di quel geniaccio cinico e sornione di Gianni Boncompagni, la ducia di uno dei tanti branchi della declinante razza dei neofascisti incalliti si produce in un suo alter ego "de sinistra".
Patetica. Come lo è tutta la sua strategia di comunicazione - se così si può chiamare - basata ad un estremo sulla rivendicazione dell'orgoglio femminile con accenti da pasionaria core e' Napule ("rispetto per le donne, le donne devono contare di più", ripete ad ogni talk show televisivo: rinnega così la sapienza maschia e romana della Buonanima, che in fatto di femmine aveva tutto un altro sentire?), e all'altro sul disco rotto delle memorie littorie e di quelle quattro-cinque parole d'ordine riverniciate di nuovo ma ricalcanti sempre lo stesso ammuffito armamentario ideologico.
Salvo poi salire di volta in volta sul carro di questa o quella alleanza elettorale per racimolare qualche poltroncina per fare sì i fascisti del 2000, ma col culo nel salotto di Vespa. "Meglio fascisti che froci", ha decretato una volta la Mussolini proprio dal giornalista di regime per eccellenza. Meglio froci col senso della dignità politica (e personale: cosa non si fa per una comparsata in tivù, l'ex attrice Alessandra), che fascisti (ma lo fossero davvero: quelli veri, come i comunisti veri, erano tutt'altra cosa) che ondeggiano fra sterile culto del passato e disperato presenzialismo catodico... (a.m.)

 
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