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Il circo dell'ipocrisia PDF Stampa E-mail

19 maggio 2008

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Viviamo, anzi vivevamo, in un paese in scacco: uccisioni, stupri etnici, ombrellatrici e borseggiatori sulle metro, rapitori e stupratori di bambini. Tutto ad opera delle minoranze che occupano il suolo patrio.
Dopo aver visto Lagos e San Paolo, il sottoscritto credeva di aver tastato l’abisso della violenza urbana, ma si sbagliava.
E pensare che fino al 2006 questo era un paese dove si rispettavano le regole, dove le donne potevano girare indisturbate fino a notte fonda, dove non esisteva la piaga della droga che distruggeva la nostra gioventù. Un paese uscito da una fiaba dei fratelli Grimm. Così almeno ci dicono tutti i nostri rappresentanti parlamentari, da destra e da sinistra e, ovviamente, i media.
La puntata di giovedì 15 maggio di Anno zero è stata paradigmatica. In studio, oltre al feldmaresciallo leghista Kastelli, presenti due sceriffi dagli opposti schieramenti, Tosi di Verona e De Luca di Salerno.
In un simpatico giuoco delle parti, Tosi ha recitato la parte dello sceriffo quasi buono e il pidino De Luca quella dello sceriffo cattivo. Gli sceriffi della sinistra, per essere credibili in questa nuova veste, devono essere più truculenti degli omologhi di opposta fazione.
Da De Luca ho appreso, ad esempio, che non è affatto peregrino tracciare un triangolo di sangue e violenza tra le due città sopracitate (Lagos e San Paolo, appunto) e Salerno: il nostro coraggioso funzionario ha dipinto con enfasi una megalopoli di quasi centomila abitanti in mano a prostitute  rumene spietate, ciniche, esperte di legge, ucraini e polacchi ubriachi, spacciatori e stupratori di varia etnia. Altro che le bidonvilles di africana memoria!
Un altro sceriffo, anzi caposceriffo, il radical chic Cacciari, qualche giorno fa ha aggredito Lerner che snocciolava dati reali sui reati italiani (in calo). A lui, infatti, non interessano i dati reali, interessa solo la percezione della gente.
Guarda un po’, sempre ad Anno Zero, ieri sera, è andata in scena la cosiddetta “paura percepita”. In un'altra megalopoli di quasi centomila abitanti, Reggio Emilia, si è capito che, in fondo, gli stranieri non creano tutto questo allarme sociale. Il problema è che fanno rumore, sporcano le scale, cucinano pietanze puzzolenti  e deprezzano il valore immobiliare. Alla fine, dai e dai, sembrerebbe uno scontro di civiltà da ballatoio condominiale.
Difficile entrare nella schizofrenia di un sistema industriale, economico e politico in agonia che cerca sempre più carne da immettere su un mercato del lavoro che ricorda la vendita di bestiame e predica il rigetto della presenza fisica di prestatori di opera, persone che vivono, soffrono, sbagliano, commettono reati.
Io la amavo, la odiavo, la amavo, la odiavo, ero contro di lei”, cantava Celentano. “Rappresentano il 9% del PIL”, hanno detto alcuni.  “Generano conflitto e costi sociali e poi hanno i piedi puzzolenti”, hanno detto altri.
Oltre settecentomila clandestini inseriti nel mercato degli schiavi, almeno la maggior parte, c’è chi li blandisce, chi vorrebbe metterli al rogo... Sembra stia prevalendo la seconda ipotesi. E chi glielo dice agli industriali, poi? Ipocrisia congenita di un'economia anti-umana.
Intanto, finita la grande campagna mediatica degli sbarchi dei “disperati” e degli stupratori rom, è appena partita quella dei grandi arresti in pompa magna.
Con diretta televisiva sui rimpatri. E il circo ricomincia.

Mauro Maggiora

 
E' on line MZ n°17 PDF Stampa E-mail

19 maggio 2008

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E' on line il diciassettesimo numero stampabile di MZ – Il Giornale del Ribelle. Potete liberamente scaricarlo cliccando in alto a destra, dove vedete scritto MZ Download. Perché una versione cartacea del blog? Per diffonderne i contenuti col vecchio ma imbattibile sistema della distribuzione a mano, faccia a faccia, porta a porta, nelle biblioteche, nelle università, nel luogo di lavoro, col volantinaggio in strada. Fate quante più copie potete, rilegate con una semplice graffettatrice, e distribuite.

 
Patriot act all'italiana PDF Stampa E-mail

18 maggio 2008

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Se ci pensate, il fatto che nei viaggi aerei non si possano portare bottiglie contenenti liquidi – oltre che un’infinità di altri insignificanti oggetti – è allucinante. Sono bastati quattro (presunti) dirottamenti ed altri (ancor più presunti) tentativi di attentati a far scattare divieti del tutto privi di senso ed utilità.
Ma questo è ovviamente solo un piccolo e tutto sommato innocuo particolare del ben più inquietante e liberticida Patriot Act attraverso il quale gli Stati Uniti, con il pretesto dell’11 settembre 2001, hanno limitato e continuano a limitare libertà e diritti sanciti a livello costituzionale. Senza contare i condizionamenti, le paure e le reazioni che hanno provocato con una campagna – essa sì – terroristica fondata sulla creazione di pericoli più o meno immaginari e di inquietudini fatte apposta a giustificare manovre autoritarie funzionali al Potere.
Il meccanismo è vecchio e risaputo: non c’è niente di meglio di un sedicente pericolo (ieri quello comunista, oggi quello islamico) e di un nemico ad hoc per rinsaldare l’autorità e compattare la popolazione. Il tutto, ovviamente, a scapito della libertà, destinata a passare in secondo piano rispetto al feticcio della Sicurezza
Non si comprende, da parte di coloro che in buonafede accettano questo stato di cose, che una volta fatto passare un simile principio, limitarlo può divenire impossibile. Un esempio, portato alla ribalta delle cronache dalle recenti vicende calcistiche, lo abbiamo sotto gli occhi in Italia. Con il pretesto di atti di violenza compiuti intorno al mondo del pallone, da oltre un anno esiste un organo istituzionale che ha il potere di vietare ai tifosi di determinate squadre di assistere alle relative partite allo stadio. Il tutto, ovviamente, nel nome della Sicurezza e della Legalità. E guai a dire che garantire legalità significa punire gli autori di reati e non indiscriminatamente coloro che vogliono vedere le partite della propria squadra: sarebbe l’emergenza del problema a legittimare tali soluzioni. 
Un tempo la legislazione appunto “d’emergenza” era prevista esclusivamente per casi limite come guerre, cataclismi, epidemie... Adesso basta qualche (oggettivante limitato, per quanto deprecabile) problema di ordine pubblico negli stadi per giustificare regole aberranti e lesive di fondamentali principi di diritto.
Ci sarebbe anche molto da dire sulla mancanza di logica e di utilità di simili provvedimenti, ma non è questo il punto che ci interessa: qui, in primo luogo, è in gioco la libertà di tutti noi. Per qualcuno l’importante è garantire la Sicurezza ad ogni costo... e chi se ne frega di quattro stupidi tifosi inebetiti dal calcio.
“Un giorno vennero a prendere un ebreo, ma io non feci nulla perché non ero ebreo". La conoscete quella storia che inizia così?

Andrea Marcon

 
Questo non č pių il mio Paese PDF Stampa E-mail

16 maggio 2008

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Io non mi riconosco più nel mio Paese. Ogni volta che torno da un viaggio all'estero, e ho quindi quel "recul", quel distacco che è necessario all'osservazione e che manca quando stai troppo dentro una situazione, vengo colpito da come ci siamo ridotti. La straordinaria maleducazione, il cinismo, l'indifferenza. Il lettore ricorderà, forse, quel povero portinaio precipitato dal quarto piano sulla strada, a Porta Pia a Roma. Ebbene, i passanti tiravano dritto, presi dai loro impegni, e se il cadavere si trovava proprio sulla loro direttrice, lo scavalcavano. In un'Italia d'altri tempi non sarebbe stato nemmeno pensabile.
Ma ciò che più mi colpisce è la nostra volgarità. Eppure non è stato sempre così. L'italiano era anzi conosciuto per una sua naturale e popolana grazia, che insieme alle città d'arte, oggi distrutte dal turismo di massa, e alla bellezza del territorio, oggi distrutta dalla cementificazione, era uno dei motivi che attiravano i ricchi inglesi e francesi a fare il classico "tour d'Italy". Ma non è necessario risalire all'Ottocento o ai primi del Novecento per ritrovare questo tipo d'italiano. Rivedetevi, se vi capita, i filmati dei funerali di Fausto Coppi, seguiti da un'enorme folla di estrazione ovviamente popolare. La gente è vestita modestamente, ma è composta e dignitosa. I volti sono intensi e persino belli nella loro asciuttezza. Nessun sgangherato applauso accoglie la bara all'uscita dalla chiesa. La folla onora in silenzio il suo campione. La commozione, autentica, è tutta interiore. Ho citato i funerali di Coppi perché mi sono ben presenti, ma la stessa antropologia la trovate in qualsiasi documentario degli anni '50.
Oggi se ti azzardi ad accendere la TV sei investito da spettacoli orripilanti: gente che ti rovescia adosso i suoi sentimenti più intimi e persino le proprie budella (del resto non c'è una pubblicità che reclamizza un prodotto che "ti aiuta a ritrovare la tua naturale regolarità"?).
Cammini per le strade della tua città e sfiori i tavolini di certi locali trendy, carissimi, popolati da un sottobosco dai mestieri inefinibili, griffati dalla testa ai piedi, inguaribilmente kitsch. Non sanno che Lord Brummel diceva che la vera eleganza è quella che non si nota. Ma probabilmente non sanno nemmeno chi fosse Lord Brummel. In compenso sanno benissimo chi è Luisa Corna.
A noi ci ha rovinato il benessere. Con questo delirio degli "status symbol", queste sfacciate opulenze, vere o presunte, il disprezzo per i poveri, nessuno accetta più di stare nei propri panni. E la volgarità è proprio un "non stare nei propri panni". Un primitivo può essere rozzo, ma non è mai volgare. Voi avrete forse visto, a volte, all'aereoporto certe gigantesche principesse nere avvolte nei loro abiti tradizionali. Sono eleganti. Vestite all'occidentale sarebbero ridicole. Ecco noi, con questa smania di uscire dall'anonimato della società di massa, siamo diventati ridicoli.
Un'altra cosa che mi colpisce è il crollo di un elemento decisivo per la coesione di una società. Di qualsiasi società, vale a dire l'onestà. Quando ero ragazzino, negli anni '50, l'onestà era un valore per tutti. Per la borghesia, se non altro perché dava credito, per il mondo operaio, per non parlare di quello contadino dove la classica stretta di mano valeva, come suol dirsi, più di qualsiasi contratto. Chi tradiva questi principi di lealtà verso i propri concittadini veniva inesorabilmente emarginato. Oggi avviene il contrario.
Guardo alla tv i nostri uomini politici, di destra e di sinistra, e mi chiedo perché mai questi personaggi da avanspettacolo devono comandarci. E il ricordo va all'austerità di Luigi Einaudi, di Alcide De Gasperi, di Giorgio Amendola, di Giovanni Spadolini. Il mondo è cambiato, si dirà. È vero. Oggi, in Italia, si può diventare ministri arrivando direttamente dallo show-business.
Giorni fa un amico londinese mi diceva, con una piega beffarda che gli stirava le labbra sottili: "Qui in Gran Bretagna si ride di voi". Ho risposto: "Non c'è bisogno di essere stati educati ad Oxford per ridere dell'Italia. Neanche nel Burkina Faso ci prendono sul serio".

Massimo Fini
Il Gazzettino 16 maggio 2008

 
Occhio elettronico PDF Stampa E-mail

16 maggio 2008

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Dal 30 aprile scorso il limite per il trasferimento di denaro contante è sceso da 12.500 a 5 mila euro. Cioè tutti i movimenti di denaro superiori a questa'ultima cifra dovranno per forza essere tracciati, e quindi in qualunque momento resi rintracciabili.
E questo, dicono, per contrastare riciclaggio di denaro sporco e attività illecite. Ma allora perchè non controllare, prima, i disinvolti movimenti delle banche e delle finanziarie? Perchè non passare al setaccio i movimenti degli speculatori, per i quali è uno scherzo aggirare le norme attuali?
Diventeranno sempre più difficili i passaggi di denaro libero, in contanti o in assegno. E non solo in Italia, ma in tutta Europa. Il futuro sarà segnato dalla carta di credito con i suoi costi aggiuntivi, e con vantaggi discutibili per il cittadino ma certi e inequivocabili per il sistema, che ha bisogno di virtualità e rapidità.
Ma non è questo il punto. Ciò che preoccupa è una tendenza generale: quella di sottoporre a controlli e occhi elettronici ogni aspetto della vita dell'individuo. E' una legislazione da Grande Fratello che mira a decidere cosa dobbiamo mangiare, bere, fumare, come dobbiamo educare i nostri figli, guidare la macchina o il motorino. E che sta progettando di catalogare il dna di ogni essere umano per potere meglio trovare chi delinque e chi ha un comportamento "non conforme" (anche solo chi fa sporcare il proprio cane in strada).
Ma fino a dove si arriverà? Come la gente fa la fila per entrare al Grande Fratello televisivo a farsi spiare anche quando va al cesso, non diversamente è per il Grande Fratello reale, alias Libero Mercato. La gente non si ribella più, non protesta più, non si incazza più. L'uomo civile è assuefatto perchè è eccitato dalle tante luccicanti opportunità che il Mercato gli mette sotto gli occhi e che non raggiungerà mai.
E' l'immaginario colonizzato: dinanzi al controllo, alle norme, alle regole gestite dagli esperti e dai tecnici, tendiamo a sentirci tutti rassicurati, anzichè minacciati. Siamo messi in una condizione in cui crediamo di controllare tutto per ottenere il massimo, quando invece siamo noi a essere controllati, per il vantaggio del Mercato.
Ma un mondo dove è tutto controllato, tutto catalogato, tutto ottimizzato è un mondo privo di anima. Ridare un'anima e un significato a questa nostra epoca non significa chiedere più cultura, più libri, più arte: sono tutte cose ormai anch'esse funzionali al sistema.
Bisogna invece - paradossalmente - andare nella direzione opposta: accettare le cose senza volere ottimizzarle, semplificare i bisogni, diminuire gli obiettivi e le esigenze. E contemporaneamente però rimettersi a un qualcosa di trascendente - Dio, la Natura, il Destino, l'Ideale - che sappia dare un senso - la serenità - alla nostra esistenza, in particolare nelle situazioni avverse della vita. E non, come succede ora, avvelenarlo anche in quelle più "favorevoli".

Massimiliano Viviani

 
La veritā fa male lo so PDF Stampa E-mail

13 maggio 2008

Marco Travaglio ("il nostro Viscinskij", lo ribattezzò il suo maestro Indro Montanelli) è un giornalista. Punto. In questo Paese dove gli scribacchini e gli "operatori dell'informazione" (quale? dove?) si nascondono dietro una tessera per fregiarsi del titolo, lui fa il suo mestiere: si documenta. Si arma di carte, di fonti, di prove. E poi scrive.
Prima della campagna elettorale, è uscito in libreria con un volume dedicato a vita, opere e misfatti giudiziari della gran parte dei politici che oggi siedono in parlamento ("Se li conosci li eviti"). A proposito del neopresidente del Senato, Renato Schifani, ha ripreso quanto già aveva documentato nel suo "I complici" un altro giornalista, Lirio Abbate dell'Ansa di Palermo - uno, per intenderci, che vive sotto scorta - sulla base delle rivelazioni del pentito Francesco Campanella. Assieme al compagno di partito Enrico La Loggia, Schifani è stato socio di un boss mafioso, Nino Mandalà, nella Sicula Brokers, e consulente urbanistico del Comune di Villabate durante la progettazione del piano regolatore su cui avrebbe avuto grande influenza (leggi: tangenti) la famiglia di Mandalà.
L'1 maggio sempre Travaglio aveva pubblicato nella sua quotidiana rubrica sull'Unità un articolo ("Scusate il disturbo") in cui riassumeva la carta d'identità di Schifani già contenuta nel libro ("Non è omonimo dell’autore del lodo incostituzionale che nel 2003 regalò l’impunità alle 5 alte cariche dello Stato, soprattutto a una, cioè a Berlusconi, e aggredì verbalmente Scalfaro in Senato perché osava dissentire: è sempre lui. L’altroieri la sua elezione è stata salutata da un’ovazione bipartisan, da destra a sinistra. Molto apprezzati il suo elogio a Falcone e Borsellino e la sua dichiarazione di guerra alla mafia. Certo, se uno evitasse di mettersi in affari con gente di mafia, la lotta alla mafia riuscirebbe meglio"). Articolo puntualmente ripubblicato sul suo blog, Voglioscendere.
Ma sabato 10 maggio l'incauto Travaglio racconta nuovamente questi fatti - perchè, per quanto non abbiano dato luogo finora a nessun procedimento contro Schifani, di fatti si tratta - in televisione, nella trasmissione Che tempo che fa di Fabio Fazio (un cuor di leone di sinistra, il giorno dopo corso a scusarsi per l'accaduto, dispiaciuto come un bambino che sa di averla fatta grossa).
Apriti cielo. E' venuto giù un diluvio di indignate reazioni bipartisan contro quanto era già stato scritto e riscritto senza che mai nessuno avesse fiatato.  E' scattata la corsa a dissociarsi. Da cosa, poi, non si capisce: come si fa a dissociarsi dai fatti? Semmai dai toni, o dal corredo di epiteti con cui Travaglio ha apostrofato la seconda carica dello Stato ("muffa, lombrico"). E' come se io affermassi che la Terra è tonda, ma lo dicessi con toni "offensivi". Resta il fatto che la Terra è tonda, non ci piove.
Ma niente. La si è buttata in politica, cioè si è parlato di tutt'altro all'infuori che del merito della accuse a Schifani. Il quale è, per l'appunto, colui che in caso di assenza o indisposizione del Capo dello Stato, ne fa le veci. Non stiamo parlando di un sottosegretario o sottopanza qualunque della politica italiana. O forse sì?
Personalmente, non crediamo che il giornalismo con la toga di Travaglio sia l'unico, vero giornalismo (travaglismo: per inciso, una derivato della grande tradizione di inchieste e di stile della pubblicistica di destra e non di sinistra, in passato refrattaria e nemica di tribunali e sentenze). Ma lui si è specializzato in questo, e dal punto di vista dell'informazione, quella vera (cioè più completa possibile, a 360°), è utilissimo per avere l'identikit di chi diavolo posizionano i partiti in qualità di nostri "rappresentanti". I loro affari, le loro amicizie, i loro trascorsi, le loro biografie private.
Il "dialogo" fra maggioranza e opposizione non c'entra niente. Il solito, subdolo giochetto di trasformare i fatti in conflitto di opinioni, così da neutralizzarli triturandoli nel cicaleccio del botta e risposta fra partiti. Travaglio si è limitato a ricordare le frequentazioni del presidente del Senato. Ma i fatti, in Italia, disturbano sempre il manovratore.

Alessio Mannino

 
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