Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
Noi, agenti della sfiducia PDF Stampa E-mail
20 ottobre 2008
 

 
Ci inculcano l'imperativo categorico della fiducia, i responsabili della Grande Truffa. Banchieri internazionali, speculatori di Borsa, industriali ingrassati a furia di aiuti statali, mafie corporative, casta politica, opinionisti a libro paga dei poteri forti, consorterie private spacciate per istituzioni mondiali (Fmi, Banca Mondiale, Wto): tutti intenti ad ammannirci la loro fede.
Vogliono farci credere che il loro interesse è anche il nostro, e ci invitano a rimettere in moto il meccanismo della fiducia. Perchè noi come loro siamo schiavi. Ma noi più di loro, visto che siamo gli asini da soma che devono correre mentre loro stanno in groppa. Il ciuco, però, prima o poi s'incazza. E li disarciona.
Le bestie da lavoro e da consumo sono invitate a continuare a sgobbare e svenarsi. Dopo che il capitalismo all'ultimo stadio - la finanza dei derivati e dei mutui subprime, del leverage senza controllo e degli hedge fund-cavallette - ha dilapitato i nostri soldi, i governi si arrogano il diritto di salvarlo rimettendo le mani nelle nostre tasche. Fondi straordinari a favore delle banche, assistenzialismo di Stato, stampa di moneta gravata da debito: il circo ricomincia. Uguale a prima. Peggio di prima. Perchè a ogni ulteriore indebitamento la bolla s'ingigantisce. Non solo, ma d'ora in avanti, con questa riedizione di politiche keynesiane e stataliste, l'intreccio perverso fra politici, banchieri e grande industria si fa ancora più stretto e legittimato a manipolare i risparmi della gente per seguitare a fare i loro comodi. Tutto in nome della fiducia nel sistema.
Ma noi di questo sistema non ci fidiamo più da quel dì. E allora lanciamo un appello: alla sfiducia. Bisogna avere sfiducia in chi non ha fatto altro e non vuole fare altro che usarvi per i propri affari e per il proprio potere.
Noi saremo gli agenti della sfiducia. Quando sapete che un tizio è un truffatore, cosa fate? Per il bene di voi stessi e, se avete ancora un briciolo di senso civico, di quello del vostro prossimo, andate a dirlo, anzi a gridarlo in giro: quello ci rovina tutti! Bene, lo stesso si deve fare con la macchina politico-economica che proclama di agire per conto nostro. Sicuro che lo fa: nel senso che lucra al posto nostro e col sudore nostro.
Allora tutto ciò che contribuisce a spezzare l'incantesimo di massa di una fiducia cieca e irrazionale, che ha dato innumerevoli prove di mettercelo là dietro pretendendo per giunta la nostra incondizionata approvazione - tutto quello che smaschera, demistifica, destabilizza la certezza idiota nei piani che piovono dall'alto sulla nostra pelle, tutto questo va salutato con favore e simpatia.
Gli agenti della sfiducia possono rendere il loro gradito servizio a diversi livelli. Alcuni più bassi, altri più elevati. C'è chi denuda la pochezza arraffona degli eletti del popolo, pardon dei nominati di partito: Gianantonio Stella, Sergio Rizzo. C'è chi denuncia il malaffare e le collusioni criminali della classe dirigente: Marco Travaglio, Peter Gomez. C'è chi mette in luce la follia della crescita economica infinita: Serge Latouche, Maurizio Pallante. C'è chi fa opera di controinformazione, a latitudini differenti e secondo sensibilità politiche anche distanti: Marco Cedolin, Maurizio Blondet, Giulietto Chiesa, Milena Gabanelli e pochi altri. C'è chi agita l'opinione pubblica, facendo da semplice ma efficace megafono al risentimento popolare: Beppe Grillo. C'è chi sgomina la banda dei rapinatori finanziari con analisi da mozzare il fiato: Marco Della Luna, Marco Saba e altri ancora. C'è chi semina pensiero non conforme al dogma unico del mercato e della felicità stracciona: Franco Cardini, Alain De Benoist, Marco Tarchi, Carlo Gambescia, Costanzo Preve, giusto per fare i primi nomi che ci vengono in mente. Per non dire, naturalmente, del "nostro" Massimo Fini. E c'è chi inizia ad avvedersi che idee adatte al nostro tempo sono necessarie come il pane, lasciandosi alle spalle gli schematismi e le mummie ideologiche del passato (per esempio un Bifo Berardi che attacca la democrazia rappresentativa, per dirne uno).
Qualcuno storcerà il naso a leggere questi nomi mischiati assieme. Tutti loro hanno limiti, compiono errori, hanno una visuale più o meno larga o più o meno miope. Taluni, persino, possono essere in buona ma anche in cattiva fede. Ma messi come stiamo, non ce ne facciamo un problema.
Ognuno di loro, infatti, porta un rivolo d'acqua al fiume della sana e liberatoria sfiducia nel sistema. E potrebbero essere annoverati fra i loro involontari compagni d'azione anche coloro che si oppongono al pensiero dominante blaterando ancora di ideologie otto-novecentesche come il comunismo, il fascismo, l'anarchia eccetera eccetera.
Non importa, l'importante, oggi, è smuovere l'aria pietrificata che soffoca la nascita di idee nuove. Essenziale, ora e nei prossimi anni, è far circolare tutte le possibili fonti di risveglio delle coscienze. Certo, secondo un grado di consapevolezza che via via si restringe a seconda dell'impegno civile, delle letture, della passione politica e, ahinoi, del poco tempo che tutti abbiamo per coltivare lo spirito di libertà. Chiaro che al sistema stesso conviene la facile indignazione del popolino per i privilegi dei parlamentari, mentre di ben altri guai è costellato il mondo. Ma è sempre vento che soffia sul fuoco, e il fuoco va alimentato perchè non si spenga. Siamo in guerra, ragazzi. In guerra contro un nemico inafferrabile e insidioso: il mito, sapientemente fatto introiettare fin da piccoli, che non esiste altro dio all'infuori di questo modello di vita. E invece un'altra vita, più umana e libera dall'ossessione economica, è possibile.
Abbiate sfiducia, dunque.

Alessio Mannino
 
Fuori onda PDF Stampa E-mail
18 ottobre 2008
 

 
Ci hanno detto che l’ultimo confronto tra il quasi nero Obama e il quasi pensante Mc Mcain è stato quello del 15 ottobre scorso. Siamo però venuti in possesso di uno straordinario documento, il dialogo tra i due candidati alla presidenza del Paese più indebitato del mondo avvenuto a telecamere spente alla fine del confronto televisivo.
Obama: “John, mi dai il nome del tuo parrucchiere e quello di chi ti stira gli abiti? Immagino siano la stessa persona!”
McCain: “Sì, a patto però che tu mi dica se usi lo stesso sbianchetto di Michael Jackson…”
Obama: “Ok, ok, ma adesso basta beccarci, gli americani non ci stanno guardando!”
Mc Cain: “Cavolo hai ragione, aspetta che mi tolgo questi rialzi dalle scarpe che mi fanno un male cane!”
Obama: “Adesso ti saluto, che devo andare a girare uno spot televisivo…”
Mc Cain: “Ma come, un altro?”
Obama: “Beh, sai, devo pure spendere in qualche modo i finanziamenti che mi hanno versato Goldman Sachs, JP Morgan Chase e UBS. Sai, quest’ultima banca da sola mi ha elargito 378mila400dollari
Mc Cain: “Cavolo, a me UBS ha dato solo 127mila315dollari… fortunatamente Merryl Linch, Morgan Stanley e Credit Suisse sono state più generose”
Obama: “E meno male che abbiamo fatto in tempo a prenderci i 500mila dollari dalla Lehman Bros prima che fallisse. Comunque sai qual è la cosa divertente? Che nello spot dirò che intendo combattere la crisi finanziaria difendendo gli interessi dei cittadini e non quelli delle banche, ah ah ah!
Mc Cain: “Come ti capisco, anch’io ho dovuto dire che durante il mio mandato voglio costituire la lega delle democrazie per garantire la pace mondiale… sì, a suon di bombe su quei maledetti arabi, ah ah ah!
Obama: “ A proposito di arabi, certo che quelle allusioni sul fatto che io sia musulmano potevi risparmiartele, caro John!”
Mc Cain: “Perdonami Barack, ma io ho solo letto il gobbo. Però ho anche replicato a un mio simpatizzante che sosteneva che tu fossi arabo che non è vero e che tu sei una brava persona”
Obama: “Sì, però hai cercato di accostare il mio nome a quello di quel terrorista di Ayers!”
Mc Cain: “Beh, anche tu a rimarcare il fatto che la figlia minorenne della mia vice sia incinta non sei stato molto carino…”
Obama: “Eh eh eh, non sai i voti che ho guadagnato con questa mossa! Del resto dovevo impiegare lo smisurato staff al mio servizio perché scovasse qualcosa di utile a mio favore”
Mc Cain: “Ma sei sicuro che ti convenga poi così tanto vincere queste elezioni? Il posto alla Casa Bianca non mi sembra dei più comodi in questo momento…”
Obama: “E che mi importa? A me basta attenermi alle istruzioni che mi arrivano dai nostri comuni amici e fare sempre la faccia sorridente. Che, detto senza offesa, è meglio della tua, caro John”
Mc Cain: “Certo che lo è! Altrimenti mica avresti vinto tu…”
P.S. Il testo della conversazione magari non è reale, ma i dati e le cifre in essa riportati assolutamente sì.

Andrea Marcon
 
Incubo di plastica PDF Stampa E-mail
18 ottobre 2008
 

 
India, Tamil Nadu, città di Chennai. Tra i poveri è sempre esistita la cultura del risparmio, nulla viene gettato, tutto viene riusato e riciclato. I grandi quartieri operai sorti nella rivoluzione industriale così come i villaggi medievali, pur essendo malsani, non erano enormi immondezzai, le vie erano piene di resti di cibo, rottami di vasellame, legno: cose che o si decomponevano o potevano essere riusate in qualche modo.
I bassi redditi impedivano l’acquisto del superfluo (e spesso anche del necessario), ma del resto erano ben pochi anche i beni prodotti dal sistema economico, e anche ciò contribuiva a tener basso il volume dei rifiuti.
Nelle bidonville dell’India, ma cosi anche in Africa e sud America, questa legge non scritta non funziona più, eppure qui vivono i più miseri emarginati del mondo, come possono produrre la montagna di spazzatura da cui sono stato travolto durante la visita ad alcune di esse?
Montagne di immondizia ai lati delle strade, campi e acquitrini soffocati da strati di feccia, case circondate da mura di schifi d’ogni tipo prodotti all'interno e buttati dalla finestra per anni, villaggetti di pescatori con discariche grosse come campi da calcio.
I poveri del XXI secolo producono più rifiuti che in ogni altra epoca: cosa ha inceppato il meccanismo virtuoso di risparmio e recupero che da sempre appartiene a questa classe? Perché i loro quartieri, oltre che poveri, sono diventati fogne a cielo aperto?
È dilagato l’uso della plastica, feticcio dell’era moderna e materia prima d’elezione del consumismo dilagante, qui tutto è di plastica, più che nell'opulento Occidente i paria qui confinati ne sono succubi.
Flaconi, bottiglie, pettinini, grucce, confezioni d’alimenti, mobili rotti, buste, borsine e quant’altro di plastica possiamo immaginare, qui lo troviamo.
La plastica è economica, e anche questo fa sì che  purei poveri possono acquistare in massa beni che prima o non esistevano o erano per loro inaccessibili perché fatti di materiali più costosi.
Tutto rigorosamente usa&getta, tutto rigorosamente gettato dove capita (si calcola che qui il 75% degli oggetti comprati venga buttato entro una settimana), così le bidonville odierne sono scoppiate.
Perché la plastica ha molti grandi difetti: riutilizzare oggetti appositamente progettati per essere usa e getta è difficile e non si decompone che in migliaia di anni, cosi nel frattempo rimane li dove viene gettata, inutile ed eterna.
I lavori stradali sulla via Emilia a Reggio Emilia hanno portato alla luce le stratificazioni dell’antica strada romana succedutesi nel corso dei secoli.  Ebbene, i miei stessi occhi hanno visto risorgere con essa strati di plastica buttata negli anni precedenti e ricoperti ad ogni rifacimento del manto stradale, qui molto frequenti dato il tumultuoso aumento del traffico.
Ci chiediamo spesso che impressione avranno gli archeologi del futuro scavando nei ruderi della nostra epoca, ma anche qui abbiamo bruciato le tappe e siamo diventati gli archeologi di noi stessi, che scavando ritroviamo i rifiuti che credevamo scomparsi anni prima.
La plastica che da anni stava sotto metri di terra sotto le strade è riemersa a ricordare che, nonostante si finga di essercene dimenticati, lei è sempre lì dove è stata gettata, pronta a tornare.
Così come i veleni e i danni ambientali che l’uomo ha creato sono lì, che cominciano a riemergere dall’indifferenza in cui li avevamo nascosti, per ricordarci il prezzo che dobbiamo pagare per il perpetuarsi della civiltà della crescita a tutti i costi.

Alessandro Marmiroli

 
Governare l'apocalisse PDF Stampa E-mail
17 ottobre 2008
 

 
Tutti i rappresentanti delle Istituzioni, i premier, i ministri, i direttori delle Banche centrali, i politici, gli economisti, gli imprenditori, i commentatori specializzati (vale a dire l'intera "fairy band" delle leadership occidentali) ci martellano da giorni invitandoci ad "avere fiducia". Ma perché dovremmo avere fiducia? Quando mai qualcuno di costoro ci ha avvertito, o perlomeno fatto capire, che era in circolazione una bolla speculativa di queste proporzioni? O non si erano accorti di nulla e allora, visto il mestiere che fanno, sono degli inetti. O sapevano e allora sono dei truffatori. È come se un rapinatore, penetrato in casa nostra per prenderci i quattrini, mentre esce col grisbi ci dicesse: "Mi raccomando, continui a tenere i soldi in casa. Le garantisco che non tornerò più. Abbia fiducia".
No, non possiamo avere fiducia. Perché questi non hanno capito - o fan finta di non avere capito - la lezione o sono pronti a ricominciare da capo. Non hanno capito - o fan finta - che non è più il caso di inseguire la crescita all'infinito, che esistono in matematica ma non in natura, che dobbiamo ridurre produzione e consumi, che non dobbiamo "modernizzare" ma fare il contrario, che insomma dobbiamo incamminarci sulla via di un ritorno "graduale, limitato e ragionato" a forme di autoproduzione e di autoconsumo che passano, necessariamente, per un recupero della terra e un ridimensionamento drastico dell'apparato industriale oltre che di quello finanziario che, con la sua virtualità, ne è insieme la precondizione e la conseguenza.
Cosa hanno fatto invece le leadership occidentali di fronte a una crisi colossale quanto ammonitrice? Una crisi che è infinitamente più grave della devastante inflazione che colpì la Repubblica di Weimar negli anni Venti o del crack di Wall Street del 1929, che rimasero sostanzialmente circoscritte ai Paesi coinvolti. Più grave perché oggi il modello di sviluppo occidentale, con l'eccezione di quei Paesi o popolazioni o culture che hanno avuto la forze e l'intelligenza, di tenersene a una certa distanza (a Teheran, poniamo, non c'è stato nessun contraccolpo economico) è planetario, integrato, "globale" proprio grazie alla spinta di quelle stesse leadership, di destra e di sinistra, convinte che la globalizzazione sia un fatto ineluttabile oltre che una grandiosa opportunità ("La globalizzazione è un fatto, non una scelta politica" dichiarò Bill Clinton a un Wto del maggio del 1998 e Fidel Castro di rincalzo: "Gridare abbasso la globalizzazione equivale a gridare abbasso la legge di gravità"; in quanto al prestigioso Mario Vargas Llosa ha scritto: "La generale internazionalizzazione della vita è forse quanto di meglio è accaduto all'umanità fino a oggi"). Hanno cercato di tamponare temporaneamente la falla immettendo nel sistema nuova liquidità, cioè altro denaro inesistente, che non corrisponde a nulla se non a se stesso, così allargandola ulteriormente. È come se una persona che ha un debito per coprirlo ne pagasse un'altro più grosso e poi, per coprire questo, un altro ancora più grande e così via fino a che il giochetto non regge più. Per un individuo singolo il crack arriva abbastanza presto, un sistema planetario può tirare le cose molto più per le lunghe ma prima o poi il collasso arriva, inesorabilmente. Quindi il colpo definitivo se non sarà già oggi, sarà in un vicino domani. Due secoli e mezzo, da quando ebbero inizio la Rivoluzione industriale e questo modello di sviluppo, corsi a folle corsa, riavvolgendosi all'indietro, come una pellicola giunta alla fine, si scaglieranno contro di noi riportandoci al punto di partenza. E non saranno ominucoli come Obama, Mc Cain o Berlusconi o altri, ma nemmeno un Superuomo, a poter arrestare questa valanga che come una molla tenuta a lungo pressata avrà, nel rimbalzo, la stessa forza con cui l'abbiamo schiacciata.
In un caso o nell'altro saremo quindi costretti a tornare indietro. Ma con una differenza sostanziale. Nel primo caso saremmo noi a governare il processo di ritorno all'indietro graduandone gli effetti, nel secolo tutto avverrà con un crack improvviso, immediato (poche decine di giorni) con conseguenze apocalittiche facilmente immaginabili.

Massimo Fini


da Il Gazzettino 17 ottobre 2008
 
Agonia del pensiero unico? PDF Stampa E-mail
16 ottobre 2008
 
 
Sei mesi fa si parlava di trionfo del pensiero unico.
A puro titolo esemplificativo, focalizzando la miserabile situazione italiana, si sproloquiava di Pil stratosferici, di neo-boom simil Anni Cinquanta, di motore-impresa, e si demonizzavano i lacci e i lacciuoli vetero-statalisti osannando il libero mercato supremo.
Strapotere delle oligarchie  bancarie? Non pervenuto.
Compensi immorali dei managers corporativisti? Non pervenuti.
Critiche al moloch della finanza? Non pervenute.
Critiche alla politica folle della Banca Centrale Europea? Non pervenute.
Sono passati sei mesi, dicevamo. Qualche giorno fa si è consumato un evento “rivoluzionario” a Downing Street: il governo di Gordon Brown, semicoperto dai calcinacci dei prodotti finanziari malamente strutturati, ha deciso di procedere ad una nazionalizzazione “parziale” di otto importantissimi istituti bancarii: Abbey, Barclays, Hbos, Hsbc, Lloyds TSB, Royal bank of Scotland,Standard Charter e Nationwide.  
“Soldi buttati”, dicono alcuni esponenti della sinistra laburista, "lo Stato non riuscirà ad esercitare un controllo reale”, una governance come dicono gli addetti ai lavori. Un prestito a fondo perduto, diciamo noi.
Comunque, il significato simbolico resta forte: il tempio della finanza “libera e bella” per antonomasia, violato da polverosi funzionari di Stato, modernariato oltre-cortina.
Contestualmente ed improvvisamente, le Tv e i quotidiani di mezzo mondo si sono popolati di economisti e pensatori vari, sacerdoti post-litteram del neo-catastrofismo, come per incanto.
Che si sia aperto uno squarcio nel cielo plumbeo, paradossalmente?

Mauro Maggiora
 
Prove tecniche di impunitÓ PDF Stampa E-mail
16 ottobre 2008
 

 
Il decreto Alitalia nascondeva tra le sue voluttuose pieghe una norma che andava a modificare la legge Marzano sui salvataggi delle grandi imprese e quella sul diritto fallimentare del 1942.
Il nuovo emendamento avrebbe sancito che per essere perseguiti penalmente a causa di una mala gestione aziendale fosse necessario che l'impresa si trovasse in stato di definitivo fallimento, e non di semplice insolvenza. Nessuno sembra accorgersi di questo salvacondotto per manager in difficoltà con la giustizia; opposizione – ormai poco più che un fantasma - compresa. Sono tutti troppo concentrati nel tentativo di salvare le banche dal tracollo finanziario, ovviamente a spese dei cittadini.
Se ne è accorta però Milena Gabanelli che confeziona una puntata di Report ad hoc, rovinando la festa all'allegra brigata di Montecitorio. La risonanza dell'ennesima norma canaglia si amplifica così su stampa e media.
Tremonti è costretto ad una imbarazzante recita: o si sarebbe cancellato il provvedimento o si sarebbe dimesso lui. Infine, tutto viene sospeso. L'articolo 7bis in questione avrebbe garantito ai vari Geronzi, Tanzi e Cragnotti di uscire con un facile dribbling dalle “persecuzioni” giudiziarie.
Lo scontro politica-giustizia è alla sua ennesima puntata. Per la politica, la giustizia è uno strumento vessatorio ed una presenza poco gradita, poiché tutte queste norme sono costruite con il chiaro intento di limitare ingerenze negli affari degli amici degli amici. Un nuovo scossone come quello di Tangentopoli è una preoccupazione che non vogliono più avere. Historia magistra vitae, a volte.  
Dopo il lodo Alfano, la corsa all'immunità è aperta a tutti. Immunità e impunità sembrano ormai acquisire lo stesso significato, questo è il grande e terrificante potere dello strumento politico. Dovrebbe spaventare il solo pensiero che esistano questo tipo di intenzioni, degne di un sistema come quello italiano. Questa è una pratica perversa: sperano forse che prima o poi tutti si possano così abituare anche a peggiori derive istituzionali.
George Orwell classificava tale modus operandi come bipensiero: ovvero la pratica utilizzata dai governi totalitari per controllare la realtà modificando presente e passato. Per arrivare a sostenere un'idea e poco dopo il suo esatto opposto. I romani, invece, utilizzavano la damnatio memoriae: l'uso per cui qualsiasi memoria storica dei nemici di Roma venisse cancellata per sempre. Condanna che molti oggi ancora meriterebbero, in quanto nemici della nostra Repubblica.  

Antonello Molella
 
<< Inizio < Prec. 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 Pross. > Fine >>

Risultati 2081 - 2096 di 2371