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Girotondi filo-Pd, un flop PDF Stampa E-mail

7 ottobre 2007

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Ieri in piazza Farnese a Roma s’è svolta la manifestazione della Lista Civica Nazionale di Beha, Veltri e Pardi. E’ stato un flop (e neppure clamoroso, visto che nessuno, neanche nell’underground della rete, si era accorto dell’evento, salvo Primo Piano di Rai 3). La chiamata a raccolta degli avvizziti reduci dei Girotondi è abortita sul nascere. Non se li fila nessuno, questi intellettuali senza popolo che ambiscono a mettere il loro bollino sui potenziali voti di Grillo (il manifesto della giornata recitava: “Dal V-Day alla Lista Civica Nazionale”).
Il manifesto da cui ha preso piede l’illusione neo-girotondina era stato firmato, fra gli altri, dalle seguenti personalità: Elio Veltri, Oliviero Beha, Pancho Pardi, Roberto Alagna, Dario Fo, Beppe Grillo, Franca Rame, Lidia Ravera, Antonio Tabucchi, Marco Travaglio. Già da alcune settimane Grillo ha abbandonato la combriccola: ok la firma, ma niente adesione alla fantomatica lista, mica sono scemo. Travaglio l’ha seguito. Fo e la Rame sono affetti da firmatite cronica, e firmano tutto ciò che gli pare essere vagamente “critico”. Tabucchi e la Ravera sono relitti di una sinistra sessantottina ormai votata all’oblio.
Interessante, invece, è sapere chi è Roberto Alagna. Alagna nel 2001 è eletto consigliere comunale a Roma e oggi è presidente del gruppo consiliare “Lista Civica Roma per Veltroni”. E’ anche consigliere regionale del Lazio fra i fondatori della “Lista Civica Piero Marrazzo” (sempre centrosinistra). E’ stato tra i promotori della Rete delle Liste Civiche Italiane della quale è il Coordinatore Nazionale. Fa parte insomma del sottobosco legato alla partitocrazia del nascente Pd.
Alagna è una delle menti della lista nata morta. E’ un veltroniano. A fare due più due, si può facilmente evincere che, una volta spentisi i bollori antipartitici di questi mesi post-VDay, i girotondini in servizio permanente effettivo avrebbero bussato alla porta del Partito Democratico per ricevere un posticino fra i fiancheggiatori. Alagna: “Scusa Walter, non è che ci faresti fare l’anima critica del Pd?”. Veltroni: “Ma certo caro Roberto, così mi fate avere qualche voticino dagli scontenti”. Aridatece Moretti, che almeno ci ha fatto la grazia di tornare ad auscultarsi l’ombelico col suo snobismo cinematografico.
Lista Civica Nazionale: chiamala, se vuoi, Pd girotondino.

Alessio Mannino

 
Pallante e le balle di Veltroni PDF Stampa E-mail

6 ottobre 2007

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Maurizio Pallante da anni combatte la battaglia della decrescita (felice, aggiunge lui: e noi siamo d'accordo). Quando ha letto il testo del discorso di autocandidatura alla presidenza del Partito (Anti) Democratico di Walter Nutella Veltroni del 23 giugno scorso, si è messo le mani nei capelli. E ha scritto un intervento che ci ha autorizzato a pubblicare. Ve ne offriamo qui sotto ampi stralci. (a.m.)

Veltroni ha sostenuto che il problema prioritario da affrontare è la crisi ambientale. «La nuova Italia nasce dalla riscrittura di almeno quattro grandi capitoli della nostra vicenda nazionale: ambiente, nuovo patto tra le generazioni, formazione e sicurezza. I mutamenti climatici sono il primo banco di prova di questa vera e propria sfida». ... In relazione alle cause si legge che «l’effetto serra è causato dal modo tradizionale di produrre e consumare energia». Un’affermazione che di per sé non dice nulla e non offre nessuna indicazione operativa, ma lascia sottintendere che la soluzione del problema energetico, come di tutti gli altri problemi ambientali, sociali e tecnologici sia la ricerca dell’innovazione, una sorta di parola magica assolutamente indeterminata, che tuttavia nel suo sistema di valori deve assumere un valore intrinseco, dal momento che insieme all’aggettivo nuovo ricorre ben 57 volte, col supporto dell’aggettivo moderno e del sostantivo modernità utilizzati 11 volte... Sull’individuazione delle cause non ha detto niente di più. E sulle soluzioni?
La strada per risolvere il problema, secondo Veltroni, «è quella indicata dai tre 20% fissati come obbiettivo al 2020 dall’Unione Europea: + 20% di fonti rinnovabili, - 20% di consumi energetici, - 20% di emissioni di gas serra». Pappa già pronta. Basta copiare quello che dice l’Europa. Ma per copiare bisogna prima capire. Come è possibile considerare dello stesso tipo tre percentuali di cui la terza indica l’obbiettivo da raggiungere e le prime due i mezzi per raggiungerlo? La sua strategia per affrontare il più grave problema della specie umana in questa fase storica, un problema che può portarla all’estinzione, si fonda sulla banale ripetizione di una giaculatoria – fonti rinnovabili e riduzione dei consumi - senza il benché minimo sforzo di indicare le linee generali di come si possano perseguire praticamente questi obbiettivi, a cui attribuisce due valori percentuali a caso - perché non 18 e 24% ? o 14 e 22% ? - senza fornirne la benché minima motivazione, e aggiungendo in conclusione il gran botto di un cortocircuito logico. Al raggiungimento dell’obbiettivo di ridurre complessivamente del 60 % le emissioni di CO2 concorre una riduzione del 20% delle emissioni di CO2. Zac ! È saltata la luce. Ma, quel che è più grave, non se n’è accorto nessuno. Non solo il vecchio saggio Scalfari che non ha sentito questo passaggio perché probabilmente dormiva. Nessuno che abbia fatto un salto sulla sedia, non un buh, non un ortaggio tirato sul palco del Lingotto, non un solo «Ma vattene a casa» come nella memorabile scena del teatro d’avanspettacolo degli anni quaranta descritta da Fellini nel film Roma....
Del resto, per capire che si tratta di parole in libertà, basta fare riferimento a due fatti. Il primo sono gli impegni di ridurre le emissioni di CO2 assunti dall’Italia a Kyoto. Era un modesto - 6,7 % in 20 anni, dal 1990 al 2010, e si è avuto un aumento del 13,5 %. Adesso Veltroni parla del 60 per cento in 13 anni come se fosse una cosa da nulla. Il secondo è di quanto sono aumentate le emissioni di CO2 a Roma durante gli 8 anni in cui, fino ad ora, ne è stato sindaco.
...il candidato alla segreteria del Partito democratico e alla presidenza del Consiglio parte lancia in resta a polemizzare con gli ambientalisti del «no a tutto», rivendicando di essere dalla parte di un ambientalismo dei sì senza peraltro averne nessuno nella sua sporta da sindaco. ...
«Non si può dire no all’alta velocità – attacca - se poi l’alternativa è il traffico che inquina e la qualità della vita che peggiora perché per spostarsi ci vuole il doppio del tempo e il doppio dei consumi e il doppio dell’energia». L’alta velocità è veramente l’unica alternativa agli intasamenti da traffico? … Nel bilancio 2006 di Trenitalia si legge che l’80 per cento dei biglietti emessi sono per viaggi inferiori ai 50 chilometri. Poiché i treni ad alta velocità per essere tali non possono effettuare fermate a distanze così ravvicinate (sulla linea Torino Milano non ce n’è nessuna intermedia), il loro contribuito alla riduzione del traffico automobilistico e dei tempi di spostamento è praticamente nullo. Quanto ai consumi energetici, non solo non li dimezzano, ma li moltiplicano, perché a parità di chilometri percorsi, l’energia necessaria a far viaggiare un treno è proporzionale al quadrato della velocità. … I treni ad alta velocità non possono utilizzare la rete ferroviaria esistente. Bisogna costruirne una nuova in grado di resistere alle maggiori sollecitazioni. Per cui occorrono quantità impressionanti di calcestruzzo. ... La produzione di cemento è un’attività molto energivora che fornisce un contributo rilevante all’incremento delle emissioni di CO2 (per non parlare degli sfregi apportati alle montagne dalle cave) e la cementificazione del suolo naturale comporta la riduzione della fotosintesi clorofilliana, l’unico processo biochimico che assorbe la CO2 e ne riduce la concentrazione in atmosfera.
Per «ridurre il traffico che inquina» e peggiora la qualità della vita, … occorre potenziare i mezzi di trasporto pubblico e porre limiti alla circolazione delle auto private nelle aree urbane. Con quale credibilità si può sostenere di far parte degli ambientalisti del sì presentando proposte che peggiorano i problemi invece di risolverli? … «Non si può dire di no al ciclo di smaltimento dei rifiuti moderno ed ecologicamente compatibile e lasciare che l’unica alternativa siano le discariche a cielo aperto ed aria irrespirabile e nociva». A parte il fatto che non è dato sapere in cosa consista il misterioso ciclo di smaltimento dei rifiuti moderno ed ecologicamente compatibile a cui fa Veltroni riferimento (ma il fatto che sia moderno è una garanzia forse maggiore del fatto che sia ecologicamente compatibile) l’unica alternativa a questo misterioso ciclo è davvero la discarica maleodorante e nociva? Sta forse pensando alla discarica di Malagrotta, che in 8 anni da sindaco non è stato capace di sostituire col suo misterioso ciclo? Si è mai preso la briga di annusare quelle vere e proprie «discariche a cielo aperto ed aria irrespirabile e nociva» che sono i cassonetti dei rifiuti nelle vie di Roma? … Poiché quasi certamente con quella formula allude all’incenerimento senza avere il coraggio di dirlo esplicitamente, i cassonetti stradali di rifiuti indifferenziati ne sono il necessario supporto, sono i magazzini territoriali del suo cibo e quando si fa un inceneritore con un forno da tot tonnellate/giorno bisogna rifornirlo quotidianamente con quella quantità di rifiuti indifferenziati. I cassonetti dovranno continuare a traboccare di rifiuti da bruciare, a essere piccole «discariche a cielo aperto e aria irrespirabile e nociva» distribuite sul territorio comunale, perché se i forni alimentati a misura della loro capacità digestiva già costano più di quanto rendono … figuriamoci quanto denaro in più sarà necessario se si sottoalimentano perché la raccolta differenziata aumenta, si riduce la quantità di rifiuti indifferenziati e, di conseguenza, il numero dei cassonetti-minidiscariche-diffuse che li contengono....
Veltroni aggiunge:  «Quello a cui pensiamo è l'ambientalismo dei sì. Sì a utilizzare le immense possibilità della tecnologia per difendere la natura». Chiunque abbia raggiunto i quarant’anni ha avuto modo di vedere come sia stato proprio lo sviluppo tecnologico a distruggere progressivamente la natura. … L’aumento delle concentrazioni di CO2 nell’atmosfera terrestre da 280 a 380 parti per milione e l’innalzamento della temperatura terrestre, da cosa dipendono se non dall’uso di tecnologie sempre più potenti per estrarre quantità sempre maggiori di idrocarburi dal sottosuolo, con cui alimentare impianti industriali dotati di tecnologie sempre più potenti che consumano sempre maggiori quantità di energia per produrre sempre maggiori quantità di oggetti che consumano quantità sempre maggiori di energia per funzionare? Come si faccia ad avere una fiducia così totale nella tecnologia, una fiducia con le caratteristiche di una vera e propria venerazione, è difficile da capire. Tuttavia è anche vero che la difesa della natura attualmente non può più prescindere dalle possibilità offerte dalla tecnologia. … Allora dov’è il discrimine ?
Se la tecnologia viene posta a servizio della crescita economica non può che essere distruttiva nei confronti della natura. Le innovazioni tecnologiche di processo finalizzate ad aumentare la produttività comportano un consumo crescente di risorse, che esaurisce progressivamente - sta esaurendo -  gli stock di quelle non rinnovabili ed eccede le capacità naturali di rigenerazione di quelle rinnovabili. … Se l’impronta ecologica dell’umanità nel suo complesso è già oggi superiore alle capacità del pianeta terra e ne richiederebbe uno e mezzo, le innovazioni tecnologiche finalizzate alla crescita del prodotto interno lordo non possono che aggravare progressivamente questi problemi fino all’implosione. … Tutto il discorso d’investitura di Veltroni al Lingotto è un inno alla crescita e alle innovazioni finalizzate ad accrescere la competitività: cioè a produrre sempre di più a prezzi sempre più bassi. … Se cresce il prodotto interno lordo in Italia e nei paesi industrializzati dove il 20 per cento dell’umanità consuma l’80 per cento delle risorse, lasciandone al restante 80 per cento della popolazione mondiale il 20 per cento, non aumenterà inevitabilmente la povertà dell’Africa su cui pure Veltroni si commuove e riversa quantità industriali di buonismo? … Contare sulle potenzialità immense della tecnologia per risolvere i problemi ambientali che sono stati causati dalla crescita della potenza tecnologica significa credere che un problema possa essere risolto rafforzandone le cause. …
Più volte Veltroni nel suo discorso rivendica di essere di sinistra e la persistenza delle differenze culturali e politiche tra destra e sinistra. (Poi) nega lui stesso di esserlo, quando afferma che: «La ripresa economica non è di destra né di sinistra: è un bene per tutto il Paese». … Se l’obbiettivo fondamentale del governo di un paese è la crescita economica e la crescita economica non è di destra né di sinistra, questa distinzione ha ancora senso? … Lui, naturalmente, è dalla parte degli innovatori che combattono contro i conservatori, salvo ammettere che «L'ambientalismo è l'unico campo in cui l'obiettivo più radicale è conservare: conservare un equilibrio naturale. Ma – aggiunge con una capriola logica - è anche l'unico campo in cui l'unico modo per conservare è innovare: dal ciclo di smaltimento dei rifiuti, appunto, alla possibilità di muoversi usando infrastrutture su ferro; dall'uso dell'energia solare all'idrogeno. … A parte il fatto che la possibilità di muoversi usando infrastrutture su ferro risale al 1825 (in Italia al 1839) e quindi non può essere propriamente considerata un’innovazione; … a parte il fatto che il modo più ecologicamente compatibile di trattare i rifiuti è sempre stato il riciclaggio…; che l’energia solare sotto forma di energia termica, eolica e idrica è parimenti stata utilizzata dall’inizio della storia umana prima di essere stata sostituita, in nome della modernità e del progresso, dall’innovazione delle fonti fossili…; che l’idrogeno è un pozzo di San Patrizio in cui si buttano enormi quantità di denaro pubblico nella vana speranza di ricavarne più energia di quella necessaria a produrlo e, se mai si riuscirà a farlo, sarà fuori tempo massimo non solo rispetto alla scadenza del 2020, ma anche del 2050; ... Tutto il resto è un ritorno a tecnologie del passato reso necessario dal fatto che la modernizzazione, la proiezione verso il futuro, le innovazioni hanno dimostrato di non offrire un futuro all’umanità. … Non sono le conquiste scientifiche e tecnologiche in quanto tali, e meno che mai se finalizzate alla crescita, «a consentire di difendere l’aria, l’acqua e la Terra. Le innovazioni tecnologiche di cui c’è bisogno per ottenere questi risultati devono essere finalizzate a ridurre progressivamente le quantità di energia, di materie prime e di rifiuti per unità di prodotto o di servizio fornito. Ma se si produce ciò di cui si ha bisogno consumando meno energia, consumando meno materie prime, producendo meno rifiuti e riutilizzando le materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi, si riduce la crescita del prodotto interno lordo. … Le innovazioni tecnologiche di cui abbiamo bisogno per salvare la Terra e per una più equa redistribuzione delle risorse tra i popoli sono quelle finalizzate alla decrescita del prodotto interno lordo. …
A mio sostegno vorrei riportare le parole non proprio recenti di un uomo politico a cui, tra l’altro, non mi sento particolarmente vicino. «Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. … Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. […] Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta».
È un passaggio del discorso pronunciato il 18 marzo 1968 all’Università del Kansas da Robert Kennedy. Uno degli uomini politici a cui Veltroni racconta di ispirarsi.

Maurizio Pallante

 
Little Italy PDF Stampa E-mail

5 ottobre 2007

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Feudalesimo. Levata di scusi generale contro le dichiarazioni dei giudici Clementina Forleo e Luigi De Magistris alla trasmissione Annozero di Michele Santoro. Lasciamo perdere Santoro, che non ci piace e tuttavia, col suo darsela da bastian contrario, a volte ci fa vedere pezzi di realtà non banali. I due magistrati - l’una, la gip, altalenante fra il rogo e il santino a seconda dei giudizi che emette: mai che venga il dubbio che faccia semplicemente il suo mestiere, eh?; l’altro, il pm, sotto accusa per fumose irregolarità formali in inchieste su ramificate reti di potere – hanno detto ciò che anche l’ultimo uomo della strada sa benissimo: quando indaga nelle alte sfere, il magistrato si trova di colpo solo, accerchiato e messo all’angolo. La Forleo ha trattato il caso Unipol-Ds, con Fassino, Latorre e D’Alema beccati con le mani nella marmellata finanziaria. De Magistris ha osato intercettare il ministro guardasigilli Mastella in una storia di intrallazzi mafiosi. Naturalmente, sono tutti e due nel mirino. Perché al fondo delle ipocrite reazioni da parte politica contro i giudici, come ha scritto sul Gazzettino di questa mattina Massimo Fini, esiste la “vergognosa tendenza dell’Italia di oggi ad avere due diritti penali: uno, estremamente comprensivo, per la classe dirigente, per la Casta, e uno spietato per tutti gli altri. Che è il feudalesimo che stiamo vivendo”.
Bambocci. Grande indignazione per la battuta proferita nell’augusto consesso dell’aula parlamentare dal ministro dello sfruttamento economico ed ex banchiere centrale europeo Padoa Schioppa: “bamboccioni fuori di casa”. Stava parlando di 1000 euro all’anno di sgravio fiscale per gli affitti ai giovani. A noi, se la battuta sia di cattivo gusto, non fa né caldo né freddo. Ci mette terribilmente di cattivo umore, invece, che nessuno parli del vero motivo per cui i “bambocci” sono costretti a restare nella bambagia materna: le paghe da fame e l’incertezza assunta a regola di vita con cui i contratti “flessibili” – gioia degli imprenditori – condannano gli under 30 e oltre a restare eterni bambinoni e perfetti consumatori di gingilli inutili. Fino agli anni ’60, in Italia, non era assolutamente così. C’erano famiglie di classi umilissime che tiravano avanti in tutta dignità col solo stipendio del padre. Ora una coppia di giovani non ce la fa neppure essendo in due. Si stava molto meglio quando si stava peggio. Ma la nostra classe dirigente ci dice sempre che dobbiamo essere moderni e al passo coi tempi
Assassini. «E’ tutto uno schifo, sono tutti assassini. Prodi e Berlusconi sono assassini. Mio figlio è stato mandato a morire per fare un favore a Bush». Queste le parole di Mario, il padre dell’agente Sismi Lorenzo D’Auria morto dopo il rientro in Italia seguito alla sua liberazione dai Talebani in Afghanistan. Ora, che lui e l’altra spia italiana dovessero essere sottratti alla prigionia “manu militari” non è in discussione. Come non lo è il fatto che uno di loro possa essere caduto, magari sotto i colpi del “fuoco amico”, perché questo è un rischio che corre un soldato, e ancora più un agente segreto, in un teatro di guerra. Il rispetto per il dolore familiare non va confuso col piagnisteo tutto italiano che si scatena ogni qual volta un nostro militare, che ha scelto di fare quella vita, muore vittima di questa stessa scelta. Però una cosa giusta l’ha detta, Mario D’Auria: suo figlio non c’è più per una guerra – perché quella in Afghanistan è una guerra – che noi siamo andati a combattere accodandoci alla follia neocon degli Usa. Lorenzo è morto per esportare la “democrazia”. Ricordiamocelo. (a.m.)

 
Giustizia ingiusta PDF Stampa E-mail

3 ottobre 2007

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Renato Vallanzasca è un delinquente. Ha rapinato, sparato, ucciso, più volte e in modo atroce. Ha provocato devastazioni alla società e dolore insanabile a tante famiglie.
Renato Vallanzasca ha sessant’anni. Ne ha passati in carcere trentacinque, e dovrà restarci per sempre, condannato com’è a vari ergastoli. La sua unica figlia si è suicidata alcuni anni fa. Sua madre ha novantacinque anni. Aveva chiesto la grazia, e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano gliel’ha negata (una decisione che non stupisce da parte di chi, già nel PCI, era "uomo d’ordine", e che certo non può essere migliorato, ora che è stato elevato alla più alta carica dello Stato. Ma questo è un altro discorso).
Quello che indigna e spaventa, in questa vicenda, è l’insopportabile afror di forca che si leva dal rifiuto, lo spaventevole sventolio di cappi che esso emana. E’ una decisione, quella di Napolitano, che manifestamente va a rispondere  – vorrei sperare inconsciamente – al giustizialismo da quattro soldi che spazza da tempo il Paese, con la sinistra che fa la parte dello sceriffo per rincorrere la destra. Rom, lavavetri, rapinatori, pedofili, e poi ladri comuni, spacciatori, puttane e compagnia bella: da più anni e da più parti si leva ormai, contro di loro, l’invocazione di una moratoria, sì, ma della legalità. Per gli Amato e i sindaci benpensanti ex comunisti il carcere è poco: la pena di morte, ci vuole, magari fucilati in piazza, la domenica mattina, e addebitare i proiettili alla famiglie, come si diceva ai tempi delle BR. E per sopperire all’inefficienza di uno Stato troppo lassista e buonista, qualcuno su sta già organizzando per amministrare la giustizia in proprio: sempre più spesso piove benzina sugli accampamenti Rom, ed attendiamo gli squadroni della morte che di notte vadano in giro ad eliminare mendicanti e ragazzi abbandonati, esseri inutili e dannosi. Così la pensa – è inutile negarlo – la gran parte degli "italiani brava gente".
Andava punito, Renato Vallanzasca? Vanno puniti tutti quelli che come lui causano dolore agli uomini e danno alla comunità? Certamente. Ma se è evidente che la pena di morte non è né un deterrente al crimine né una ‘punizione’ giusta e logica, tanto più evidente risulta che non lo sia nemmeno il carcere. A che serve tenere chiusa in una cella una persona per cinque, dieci o vent’anni? Forse a fargli frequentare un corso di specializzazione in alta criminalità? A farlo diventare un omosessuale coatto? A trasformarlo in un tossico? A riempirlo di rabbia cieca e di vendetta, così che poi possa costituire una lombrosiana dimostrazione che i delinquenti è meglio ammazzarli tutti? E, sia pur accettando di ragionare secondo questa logica bottegaia, in che modo questo ‘risarcisce’ la società e il singolo del male patito?
Cos’è, questa: Giustizia, o la versione per adulti delle bacchettate sulle dita e delle scudisciate sul culo di vittoriana memoria? O non è altro che la vecchia, cara legge del taglione? E’ un punto di vista ammissibile anche questo, perché no: ma allora, se non altro per coerenza – virtù molto poco praticata in Italia – cancelliamolo dalla Costituzione quell’articolo che dice che la pena deve tendere non alla punizione ma alla rieducazione del condannato. Troviamo dunque un risarcimento effettivo.
Chi è colpevole di un crimine lo ripaghi lavorando, in uno di quei lavori che la gente normale chiama "usuranti": fonderie, raffinerie, cantieri edili, spegnimenti di incendi, manutenzione di zone montane eccetera. E così per anni, imparando la fatica del vivere. Chi ha causato sofferenza la ripaghi vivendo la sofferenza quotidianamente, assistendo anziani non autosufficienti, malati terminali, nei pronto soccorso, sulle strade, imparando il dolore del vivere.
Finito il lavoro, passerà le sue giornate in un piccolo appartamento che gli verrà assegnato, di cui pagherà l’affitto. Alla fine il prezzo pagato sarà stato equo, e se una minima speranza di ”rieducazione” e – concedetemi il termine solo apparentemente retorico – di redenzione ancora potrà esistere, la si troverà solo pagando un riscatto come questo. Tutto il resto è ferocia e stupidità.

Giuliano Corà

 
Finanziaria: oligarchie, truffe e videopoker PDF Stampa E-mail

3 ottobre 2007

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Ricordate il botto (momentaneo) che nel maggio scorso fece l'inchiesta del Secolo XIX? Il quotidiano di Genova, carte alla mano, spiegò che in Italia una mezza dozzina di società che gestiscono le concessioni per il videopoker ha un debito verso l'erario di 100 miliardi di euro. 200 mila miliardi delle vecchie lire. Cinque finanziarie light, quattro robuste, tre lacrime e sangue. Giusto per capirci, la manovra del governo Prodi nei prossimi mesi al vaglio del parlamento (e delle lobby che nell'ombra la emendano e la riscrivono usando gli scaldasedie come marionette) è in totale di 18,5 miliardi.
Durante l'estate i media, non si sa perché (o lo intuiamo benissimo), si sono ben guardati dal lanciare una campagna contro questa schifezza generata nel 2003 dal governo Berlusconi e nascosta fino ad oggi dal sodale Prodi.
Ma le indiscrezioni che vengono da Roma sulla finanziaria vanno oltre ogni immaginazione. Maggioranza e opposizione starebbero studiando un emendamento bipartisan con il quale rendere possibile un concordato tombale, al costo di poche briciole, a beneficio delle concessionarie. E queste compagnie, fai caso, vengono date vicine ai seguenti partiti: Ds, An, Fi, Udeur ed Udc.
Secondo il Secolo XIX la fetta maggiore spetterebbe, però, alle mafie. All'interno di quest'ultima speciale categoria, il bottino maggiore sarebbe quello della cosca catanese dei Santa Paola. Ribadisco che secondo i pochi articoli usciti sulla stampa sinora, si tratterebbe di una delle più colossali truffe ai danni di noi cittadini mai messa a segno nella storia d'Italia. Ma chi gestisce le concessionarie è ancora lì, e il silenzio regna sovrano.
Nel collegato alla manovra, inoltre, saranno previsti tagli all'Ires, la tassa sulle imprese, che scenderà dal 33 al 28%. Anche l'Irap calerà (al 3,9). Tagli che fanno la felicità di chi, di riffa o di raffa, sguazza sempre sulle tasche dei cittadini: le industrie. Che infatti hanno osannato la finanziaria di Padoa Schioppa con la solita, odiosa e ipocrita formula: "va nella direzione dello sviluppo del Paese". Sì, dello sviluppo dei loro profitti.
I governi, di destra o di sinitra, quando devono cercare le risorse per stare al passo con la stramaledetto "sviluppo", alla fine vanno a beccare sempre da chi ha meno. E aiutano sempre chi ha già molto. Per la gente che vive (male) di stipendio (poco), la morale è sempre quella: sacrifici, sacrifici, sacrifici. Per chi deve fare i suoi affari (fondati sul dogma del lavorare sempre di più per avere sempre meno), il premio è sempre lo stesso: favori, favori, favori.
L'intervento sulle tasse alle imprese è un classico, riuscitissimo esempio di lobbying confindustriale. Come quello sui videopoker è un classico, terribile esempio di lobbying mafioso e partitico.
Il regime in cui viviamo, da molti cocciutamente definito democrazia, non è che un sistema di oligarchie organizzate. Oligarchie che quando non si fanno la guerra tra loro per ragioni di potere (ma mai mettendo in discussione tali ragioni), la fanno ai cittadini che stanno dall'altra parte della barricata. E il metodo preferito è svuotargli le tasche. Condannandoli al solito, insensato sgobbare per tenere in vita la rendita di posizione delle bande oligarchiche.

Marco Milioni

 
E' online MZ n4 PDF Stampa E-mail

2 ottobre 2007

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E’ on line il quarto numero stampabile di MZ – Il giornale del Ribelle. Potete liberamente scaricarlo cliccando in alto a destra, dove vedete scritto MZ Download. Perché una versione cartacea del blog? Per diffonderne i contenuti col vecchio ma imbattibile sistema della distribuzione a mano, faccia a faccia, porta a porta, nelle biblioteche, nelle università, nel luogo di lavoro, col volantinaggio in strada. Fate quante più copie potete (attenzione a stampare in fronte/retro: pagg 1-2 e pagg 3-4), rilegate con una semplice graffettatrice, e distribuite. (a.m.)

 
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