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La balla della controcultura PDF Stampa E-mail

3 febbraio 2008

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Oggi sembra del tutto naturale l’esistenza dei “giovani” come parte a sé della società, con una propria moda, costume, gergo, cultura e stile di vita. Basterebbe fermarsi un attimo a riflettere per capire come questa non sia una tendenza sempre esistita, ma un fenomeno nato negli anni’50 del secolo scorso.
Prima di allora, non esistevano una musica dei giovani e una dei vecchi, una moda  giovane e una adulta (se non nelle convenzioni sociali e simboliche, ad esempio i pantaloncini che si imponevano di usare ai bambini), un gergo  dei giovani e uno degli adulti, e tanto meno una cultura degli uni e una degli altri.
Questo fenomeno, che si preparò per tutto l’800 con l’avvento della modernità, esplode negli Stati Uniti intorno agli anni ’50 - non a caso dopo la Seconda Guerra Mondiale - con la nascita del rock'n'roll, dei primi miti giovanili come Marlon Brando e James Dean, con la comparsa dei blue jeans e dei giubbotti in pelle.
Cosa era successo? Semplice: per espandersi, il mercato aveva dovuto inventare una nuova categoria di consumatori provetti, facili alla persuasione pubblicitaria. Cosa poteva esserci di meglio che sfruttare il ribellismo tipicamente adolescenziale, nonchè le frustrazioni post belliche (frustrazioni in parte dovute alla mancanza di guerre: vedi Massimo Fini, Elogio della Guerra)?
L’esca non mancò di fare abboccare le prede. Alla fine degli anni’60 la gioventù sembrò accorgersi della truffa e credette di poter utilizzare a suo vantaggio, se non dell’umanità intera, la "cultura giovanile": e venne il ’68. In realtà ben poco di buono né venne fuori, anzi si potrebbe parlare di eterogenesi dei fini: fu catastrofe per la cultura con C maiuscola.
Innanzitutto fu sopravvalutata la musica come strumento di liberazione, quando nei fatti i dischi degli hippy erano per lo più prodotti da multinazionali che facevano il soldo sulle contestazioni (vedi Pink Floyd). La cultura prodotta fu nei fatti scadente: un esempio su tutti le vulgate filo-marxiste del periodo o gli esotismi da quattro soldi che si fermavano alla parte più esteriore delle culture orientali, di fatto usate a pretesto o mal comprese. Altra geniale “conquista” fu l’amore libero, che incentivò la disgregazione della famiglia e lo scadimento dei sentimenti in virtù di un’idolatria del corpo e delle sue presunte libertà (arbitrio e tirannia dell’Ego più basso, si veda Woodstock o le comunità hippy alla Huxley), o per citare lo scrittore Houellebecq: “il liberalismo sessuale è l’estensione del dominio della lotta a tutte le età della vita e a tutte le classi sociali”.
Per carità, non che in questi movimenti giovanili non ci fosse del buono, ma a conti fatti oggi a cosa è servito tutto ciò se non a produrre con la scusa della ribellione una valanga d’ignoranza spacciata per controcultura e una nuova intolleranza e ostilità a tutto ciò che è tradizione?
La mancata visita del Papa alla Sapienza ne è esempio della cronaca di questi ultimi giorni. Venne poi, alla fine degli anni ’70, la nascita del punk (sorvoliamo sul femminismo moderno, a nostro giudizio una delle pagine più tristi degli ultimi tempi). Se inizialmente il punk fu anche un movimento genuinamente antisistema (molta musica punk fu realmente autoprodotta e non inventata dall’industria discografica), esso ben presto si arenò non riuscendo a produrre nulla di veramente alternativo e cadendo anch’esso nelle mani dell’industria discografica e della moda eterodiretta.
Fenomeni più recenti come le contestazioni legate a musiche nere come l’Hip hop, di antisistema hanno veramente ben poco: basta accendere la tv e vedere Mtv per capire come in realtà siano tutt’uno con ciò che all’inizio volevano criticare…
Ora, non vogliamo certo mostrare simpatie con chi parallelamente a questi eventi intendeva contrastarli in modo nostalgico riferendosì in modo sterile alle “tradizioni” più disparate o a un recupero del tutto acritico del fascismo, vedasi Ordine Nuovo e compagni di merende, che oltre a qualche disordine e morto (come del resto hanno fatto anche le frange di sinistra) non hanno prodotto. Che oggi poi il periodo della giovinezza si sia allungato a dismisura travolgendo anche i fatti biologici, rientra nelle logiche del mercato. Poiché i giovani erano i migliori consumatori, quale strategia poteva essere migliore per incrementare i consumi, che convincere anche chi giovane non è più di esserlo ancora per stimolarlo a comportarsi da giovane e indurlo a consumare come essi? A conti fatti tutta questa smania della giovinezza, tutto questo fervore e riconoscimento della cosiddetta cultura o contro cultura giovanile, ad altro non serve che a perpetuare questo scellerato sistema.

Alberto Cossu - Nicola Granella


Riflessione interessante. E stimolante. Infatti diciamo la nostra, e invitiamo anche i nostri collaboratori e lettori a farlo.
Condivisibilissima l'analisi di fondo: le subculture giovanili sono tutte, indistintamente, un prodotto artefatto o, nel migliore dei casi, strumentalizzazioni del sistema produttivo e consumistico. Su questo non possono esserci dubbi: il mercato si appropria di tutto perchè trasforma tutto in merce da vendere e comprare. Tutto, oggi, è business. Anche se lo si nega o lo si combatte, il meccanismo "spendi e godi" è ovunque.
Giusta anche l'accenno alle genesi storica. I giovani sono una categoria creata a tavolino per un tempo ripiegato sulla vita automatizzata tipica dell'Occidente, quello successivo alle guerre e alla cultura esclusivamente "alta" (ma qui bisognerebbe citare anche il lavoro di demolizione compiuto, giudizi estetici a parte, dalle avanguardie e in generale dal clima nichilistico della cultura otto-novencentesca).
Non saremmo però così drastici nel bocciare senza appello perlomeno la buona fede delle ribellioni giovanili della seconda metà del secolo passato. O, diciamo meglio: riconosciamogli, a questo continuo turbinìo di movimenti esistenziali, culturali, musicali ed estetici, l'attenuante del loro significato profondo. Che, secondo noi, è questo: il malessere genuino di chi non trova più sbocchi socialmente ammessi e culturalmente ritualizzati alla naturale ansia di cambiamento insita negli ormoni dell'età. Perciò, se oggi ci troviamo di fronte a un dark, a un punk, a un metallaro, a un rocker o a qualsiasi altro fan di uno stile "alternativo", non ci sentiamo di condannarlo. Claudio Risè, uno psicanalista junghiano fautore del recupero del "selvatico" (e del "padre", inteso nella sua accezione più larga, quindi anche collettiva, come autorità giusta e severa), sostiene che quei ragazzi che rivestono la propria identità pubblica dell'armamentario simbolico di certe subculture, cercano in realtà l'Ombra, ovvero la parte istintiva, caotica, sensuale, dionisiaca - qui non siamo d'accordo con l'anatema sull'idolatria del corpo, ma è un discoso che merita una trattazione a parte - che il nostro edonismo da spot pubblicitario ha represso spacciandosi da "liberazione" dei costumi. A maggior gloria (e profitto) di aziende e multinazionali del divertimento. C'è sicuramente del buono, quindi, in quelle ingenue contestazioni. Sempre meglio del nulla di oggi. Almeno qualcosa si muoveva. Oggi l'encefalogramma è drammaticamente piatto. E la vera tragedia sta proprio in quella patologica e perversa continuazione dell'adolescenza fino ai trent'anni e oltre: una micidiale miscela di comodità, passività, mammismo, regressione, casa&lavoro che sta sfibrando la vitalità di una generazione.
Il fascismo non capiamo francamente cosa c'entri con il ragionamento, però. Così come non capiamo tutto questo agitarsi sui giornali per la commemorazione del '68. Basta, con questi stanchi riti dei decennali, dei ventennali e dei quarantennali! Del '68 MZ non si occuperà. Una rivolta fatta apposta da certi giovanotti che aspiravano a diventare classe dirigente: tutto qui. Le trasformazioni negli stili di vita si affermarono già prima, con l'industrializzazione di massa degli anni Cinquanta e con il consumismo generalizzato dei Sessanta. Meglio il punk, sicuramente. (a.m.)

 
Libertā (dalle banche) PDF Stampa E-mail

31 gennaio 2008

Nino Galloni

Nella foto: l'economista Nino Galloni

Mentre la sovranità monetaria viene privatizzata completamente, il debito pubblico e privato strangola e impoverisce economia e famiglie, divora risorse, impedisce investimenti nella ricerca, nelle infrastrutture, nella scuola, e impone un’assurda logica ragionieristica nella spesa pubblica – mentre tutto questo avviene, e si moltiplicano i pignoramenti e le aste a carico di cittadini e imprese, qualche reazione dal basso incomincia a materializzarsi.
La televisione e la stampa periodica si occupano sempre più frequentemente di signoraggio, di moneta, di banche, di usura. Così, centinaia di migliaia di persone incominciano a sapere, o perlomeno a intuire.
Libri come Euroschiavi (l'autore è chi scrive questo articolo, ndr), oramai un best-seller prossimo alla quarta edizione, come quelli di Nino Galloni (Misteri dell’Euro e Misfatti della Finanza, Il Grande Mutuo), Bankenstein di Marco Saba, e altri, si diffondono sempre più, portando a un numero apprezzabile di persone e di operatori la conoscenza di come il sistema bancario, sostanzialmente, si arricchisce con un margine di utile del 90% a costo zero, senza dare alcunché – fingendo soltanto di prestare denaro – ma in realtà spacciando per denaro semplici promesse elettroniche o cartacee di pagamento, prodotte con un click del mouse e scoperte al 99%. Di come non ci sia affatto bisogno di ricorrere a finto denaro prestato, quando abbiamo beni, servizi, fattori di produzione sottoccupati, ma possiamo emettere denaro di proprietà a costo zero, senza creare indebitamento pubblico né privato, né inflazione – e con esso finanziare il rilancio economico e sociale attraverso drastici tagli fiscali e una spesa pubblica costruttiva. Di come questa via, cioè l’abolizione del denaro creato a debito dalle banche, sia l’unica via d’uscita e di salvezza da un meccanismo finanziario globale che esige la creazione di sempre più denaro a debito per pagare gli interessi generati dalla mole di denaro-debito creato in precedenza, e altresì per reggere il gioco della finanza speculativa fraudolenta dei credit derivatives, il cui valore aggregato è circa 14 volte il valore del prodotto mondiale. Reggere questo gioco è sempre più difficile, e il rischio di un tracollo del sistema finanziario o monetario è crescente. La cosa non può andare avanti a lungo. Tamponi e puntelli non bastano più. Un cambiamento strutturale è inevitabile. Da parte dei riformatori monetari si lavora affinché esso non avvenga come catastrofe o guerra globale.
Ma le iniziative per il salvataggio dell’economia, della società, e per l’attuazione della Costituzione Repubblicana contro lo Stato incostituzionale, non sono solo culturali e informative. Incominciano a farsi politiche. Qualche sostegno era già venuto da aree cattoliche, dalla Lega Nord, dalla DC di Sandri. Ora però assistiamo al lancio di monete complementari esenti da debito (vedi www.centrofondi.it) – ne partiranno molte dal prossimo aprile, dopo il successo dello SCEC a Napoli, e persino di veri movimenti politici per la riforma monetaria. E osserviamo pure tentativi di costituire organizzazioni per la riforma monetaria in senso costituzionale, contro il sistema anticostituzionale e rovinoso, strutturatosi nello Stato italiano.
Sabato 17 Novembre 2007, a Verona, nel Palazzo della Gran Guardia, auspice la Giunta comunale, si è tenuto il congresso di fondazione del Fronte Monetario Popolare. In esso convergono forze eterogenee: il Comitato di Liberazione Monetaria (www.colimo.net) fondato il 25 Aprile del 2006 dall’ing. Argo Fedrigo, la Fiamma Tricolore, gruppi cattolici tradizionalisti riferentisi a Padre Florian Abrahimiwic, gli auritiani del romagnolo Savino Frigiola, la DC di Sandri. La scelta di dare la parola soltanto ad esponenti popolarmente identificabili come di destra o di estrema destra, e l’intervento (applauditissimo) di  personaggi come Borghezio e Pantano, hanno creato l’impressione che la campagna per la sovranità monetaria popolare sia una cosa della destra, se non dei fascisti o dei catto-fondamentalisti. Certo, razionalmente sappiamo che la Lega non è di destra – ma come tale è percepita, soprattutto quando parla un Borghezio. Così non è di destra (economicamente) la Fiamma Tricolore né la destra sociale, nel senso che  sono essenzialmente socialiste, o per il sociale (la prima da sempre, la seconda, forse, solo quando elettoralmente utile), e in favore delle libertà della persona e dei diritti contro l’oppressività impersonale del sistema globalizzato. Ma anch’esse, in Italia, vengono percepite come di destra se non neofasciste.
In effetti, stroncature e accuse di egoismo, capitalismo, razzismo, sono immediatamente fioccate dallo stesso interno del movimento di riforma monetaria. Come potranno, ora, gli esponenti di sinistra, partitici e sindacali, aderire a un movimento che si è presentato così, tutto composto di personaggi con quella tinta politica?
Le migliori speranze si appuntano, ora, sul progetto lanciato dall’economista Nino Galloni di Roma – uno studioso con una storia personale di militanza sociale senza compromessi.(oggi direttore generale del ministero del Lavoro, ndr). Galloni sta raccogliendo intorno a sé forze culturali, morali e politiche che, su scala mondiale, in linea con Lyndon Larouche, auspicano una nuova Bretton Woods neo-keynesiana che rifondi l’ordinamento monetario mondiale su basi di equità e sostenibilità, e di realistica valutazione delle valute di India, Russia e Cina; mentre, su scala nazionale, condividono  tre direttive essenziali:
1)Contenere le devastazioni e i saccheggi compiuti dal sistema bancario ai danni delle famiglie, delle imprese, delle pubbliche amministrazioni;
2)Recuperare al popolo, e per esso allo Stato, la sovranità monetaria, onde non dover più finanziare la spesa pubblica con le sole tasse e poter riformare i patti e i criteri di stabilità;
3)Introdurre monete complementari in funzione di sostegno alle famiglie, alle comunità e alle filiere produttive locali, agli enti pubblici locali.

Marco Della Luna

 
Mussolini, facce rėde PDF Stampa E-mail

29 gennaio 2008

Ma chi è il consulente d'immagine di Alessandra Mussolini? Uno della Gialappa's band? Perchè se vuole demolire la credibilità della Nipote del Nonno facendole credere di far ridere (e acchiappare qualche voto in più), be', c'è riuscito. A diradare ogni parvenza di serietà come donna in politica, non a farci ridere.
Guardatela nel video sopra. Ospite dell'ultima trasmissione di quel geniaccio cinico e sornione di Gianni Boncompagni, la ducia di uno dei tanti branchi della declinante razza dei neofascisti incalliti si produce in un suo alter ego "de sinistra".
Patetica. Come lo è tutta la sua strategia di comunicazione - se così si può chiamare - basata ad un estremo sulla rivendicazione dell'orgoglio femminile con accenti da pasionaria core e' Napule ("rispetto per le donne, le donne devono contare di più", ripete ad ogni talk show televisivo: rinnega così la sapienza maschia e romana della Buonanima, che in fatto di femmine aveva tutto un altro sentire?), e all'altro sul disco rotto delle memorie littorie e di quelle quattro-cinque parole d'ordine riverniciate di nuovo ma ricalcanti sempre lo stesso ammuffito armamentario ideologico.
Salvo poi salire di volta in volta sul carro di questa o quella alleanza elettorale per racimolare qualche poltroncina per fare sì i fascisti del 2000, ma col culo nel salotto di Vespa. "Meglio fascisti che froci", ha decretato una volta la Mussolini proprio dal giornalista di regime per eccellenza. Meglio froci col senso della dignità politica (e personale: cosa non si fa per una comparsata in tivù, l'ex attrice Alessandra), che fascisti (ma lo fossero davvero: quelli veri, come i comunisti veri, erano tutt'altra cosa) che ondeggiano fra sterile culto del passato e disperato presenzialismo catodico... (a.m.)

 
Spese pubbliche, profitti privati PDF Stampa E-mail

29 gennaio 2008

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Quando il 7 agosto 1991 fu varato il progetto del TAV italiano, 1000 km di linea ferroviaria sull’asse Torino–Milano–Bologna–Roma-Napoli, il costo previsto dell’opera fu quantificato in 26.180 miliardi di lire, in buona parte a carico del contribuente.
Quando dopo 20 anni nel 2011 l’opera arriverà (forse) a compimento, dopo avere prosciugato ed inquinato le falde acquifere del Mugello e creato una sequela senza fine di problemi ambientali, sarà costata la cifra impressionante di 90 miliardi di euro, interamente finanziati attraverso le tasche dei cittadini.
Tenendo fede al disegno originario, una volta terminati i lavori, le FS avrebbero dovuto creare il servizio dell’alta velocità e attraverso i proventi derivanti dalla gestione del medesimo rientrare gradualmente dell’investimento.
Le parole recentemente pronunciate dal Presidente delle FS Innocenzo Cipolletta durante la registrazione del programma tv “Economix” di Rai Educational lasciano però intuire che il futuro del TAV sarà molto differente rispetto al modello messo in preventivo.
Cipolletta ha innanzitutto affermato che gli aumenti dei biglietti ferroviari continueranno anche in futuro, precisando che il gettito derivante da tali aumenti non si tradurrà in miglioramenti del servizio, bensì sarà destinato in larga parte a compensare il disavanzo, pagare gli interessi alle banche e sanare i buchi di bilancio del passato. Occorre sottolineare a questo riguardo come disavanzo, interessi passivi e buchi di bilancio delle FS siano in massima parte da imputare ai ciclopici investimenti nella costruzione delle tratte per l’alta velocità.
Cipolletta ha poi ribadito che le Ferrovie non hanno intenzione in futuro d’investire sui treni a lunga percorrenza. Al contrario punteranno sulle tratte inferiori ai 400 km, spingendo i passeggeri che compiono viaggi più lunghi a preferire l’alternativa dei collegamenti aerei low cost.
A questo punto sorge spontaneo domandarsi  per quale ragione, se la politica futura delle Ferrovie sarà improntata a favorire le brevi e medie percorrenze, dirottando gli altri viaggiatori verso i voli low cost, decine di miliardi di denaro pubblico siano stati investiti nella costruzione delle tratte TAV destinate unicamente a quei viaggiatori ai quali si consiglia l’aereo.
La risposta a questo cortocircuito logico sembra avere un nome NTV (Nuovo Trasporto Viaggiatori) e degli attori di primo piano, Luca Cordero di Montezemolo, Diego Della Valle e Intesa San Paolo, azionisti di riferimento della stessa NTV.
La società Nuovo Trasporto Viaggiatori ha ufficializzato nei giorni scorsi un investimento di 650 milioni di euro per l’acquisto da Alstom di 25 treni AGV di nuova generazione, adatti a correre sulle tratte ad alta velocità.
Mentre le FS che hanno finanziato per mezzo del denaro pubblico la costruzione dell’infrastruttura per l’alta velocità, ci informano per bocca del proprio Presidente di non avere alcuna intenzione di praticare investimenti sul trasporto di lunga percorrenza, ambito nel quale sono preferibili i voli low cost, NTV procede invece ad investimenti sostanziosi per l’acquisto di nuovi treni ad alta velocità.
L’equazione a questo punto è fin troppo semplice, risultando evidente che la società facente capo a Montezemolo, Della Valle e Intesa San Paolo si appresta, quando fra qualche anno la rete dei primi 1000 km di TAV sarà completata, a gestire il trasporto ferroviario ad alta velocità. E lo farà con l’unico obiettivo di massimizzare i propri profitti, impresa oltretutto estremamente facile dal momento che il costo dell’infrastruttura ricadrà totalmente sulle spalle dei contribuenti italiani che continueranno a pagarlo per decenni sotto forma di debito pubblico da ripianare.

Marco Cedolin

 
Futurismo! PDF Stampa E-mail

28 gennaio 2008

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Mentre la Campania è invasa dal fetore e dai rifiuti, il Papa viene cacciato dall’Università, il governo Prodi cade malamente sulla buccia di banana Mastella, sul lavoro si muore come in guerra, l’economia è in completo collasso e il Paese è stanco e depresso, qualcuno non si arrende e ci delizia con meravigliose note di colore: dal rosso della Fontana di Trevi alle palline colorate che hanno sommerso la fontana di Piazza di Spagna. Nessun ferito, nessun danno, nessuna deturpazione al patrimonio artistico, solo uno slancio di fantasia nella nostra claudicante e incolore Italia.
L'autore dei due gesti eclatanti, Graziano Cecchini, autentica le sue opere come futuriste, atti improvvisi ed estemporanei che bucano i media. L’Italia respira ancora. Mentre Prodi e Veltroni si sdegnano, forse troppo abituati al grigio topo, noi sorridiamo per le pennellate di colore del Cecchini. Lo “arrestano”, si prende multe, e lui si fa un grassa risata alla faccia al paludoso vecchiume italico, tutto industria e schei.
Le due opere del neofuturista romano non sono solo un gesto artistico fine a stesso, ma vanno sottilmente a richiamare l'attenzione sul degrado di alcune zone di Roma, dove si preferisce spendere soldi per occasioni da strette di mano che per costruire case e valorizzare le periferie (sì, proprio quelle dove abita il popolo). Futuristi o non futuristi, destra o sinistra, l’Italia ha bisogno della creatività e dell’inventiva che hanno fatto grande e apprezzata la nostra cultura. Il rifiuto delle istituzioni che etichettano tutto ciò come “vandalismo” è il segnale che noi andiamo in un verso e i governanti in un altro, noi vogliamo ridere e loro vogliono farci piangere. A chi preferisce tagliare nastri di opere pubbliche fatte con appalti truccati e intrallazzi, noi rispondiamo che vogliamo più Cecchini e palline colorate, come vogliamo più rosso Trevi e meno basi americane nel nostro paese. E mentre quelli della Fiamma distruggono la casa fittizia del Grande Fratello (abbiamo goduto!), ci facciamo un altro sorriso, almeno per stavolta. Preferiamo la vitalità di tutto questo a dispetto del baratro che le eminenze grigie d’Italia ci prospettano con il sorriso in bocca, che siano di destra o sinistra non importa più.

Antonello Molella

 
Agnelli, un volgare capitalista PDF Stampa E-mail

28 gennaio 2008

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A Roma è stata organizzata una mostra fotografica su Giovanni Agnelli, “l’Avvocato”. I profili tracciati dai vari commentatori ed i titoli dei servizi televisivi e della carta stampata, mi hanno fatto pensare ad uno scherzo: “Il secolo dell’Avvocato”, “La vita di Sua Maestà Giovanni Agnelli”. Le citazioni illustri si sono sprecate. Fellini avrebbe dichiarato: “Mettetelo a cavallo e vi sembrerà un re”.
Il leccaculismo di fondo che anima i commentatori odierni è figlio di quello cinquantenario che ha costruito il personaggio “Avvocato Agnelli”, ed è ancora oggi al servizio della ormai quasi estinta famiglia, visto che i destini appaiono incarnati ormai dagli Elkann, piuttosto che dall’unico Agnelli, figlio di Umberto. Chi sia stato realmente Giovanni Agnelli è facile dirlo, ma prima ancora varrà la pena ricordare l’origine della famiglia.
Giovanni Agnelli, nonno dell’Avvocato, era figlio di un piccolo proprietario agricolo. Ufficiale dell’esercito, nel 1895 lasciò l’esercito e si dedicò al commercio di legnami. Successivamente, frequentando Torino, conobbe alcuni soci della già esistente FIAT. Riuscì a farsi nominare segretario, e con il tempo e con manovre finanziarie delle quali si occupò anche la magistratura, riuscì a diventare uno dei maggiori soci. La morte del padre dell’Avvocato, Edoardo, avvenuta nel 1935, designò quale erede il giovane Giovanni. Dapprima la protezione che il Fascismo imponeva verso i prodotti nazionali e dopo la guerra il boom economico e le nuove protezioni repubblicane, permisero alla FIAT di crescere e diventare la prima azienda del Paese. Artefice degli equilibri politici ed economici di quel lungo periodo, fu Vittorio Valletta, Direttore Generale e poi Presidente della Fiat dal 1920 al 1966, anno nel quale gli subentra Giovanni Agnelli. Per i successivi trent’anni la principale attività della Fiat sarà quella di ricevere contributi statali a fondo perduto per migliaia di miliardi, sempre dispersi in bilanci passivi, mentre l’attività lobbistica dell’Avvocato, diventato referente italiano di potenti elite finanziarie e massoniche d’oltreoceano (ricordate Kissinger in tribuna a vedere la Juve?), affonda le mani in tutta l’industria automobilistica nazionale, con la complicità di una classe politica succube delle volontà di poteri ben più forti  di quelli “democratici”. L’arte antica di leccare il culo trova sempre nuovi epigoni, e nell’italietta cialtrona cresce il mito dell’”Avvocato”. Quello che Fellini definiva un re, in realtà è stato un medio borghese con il nonno contadino, furbo ed approfittatore, distintosi per i bilanci fallimentari della superprotetta FIAT, che in Italia dal 1966 al 1996  ha certamente sprecato più risorse di quante non ne abbia create. Non si ricordano particolari qualità di quest’uomo, se non il vezzo di parlare con il tono di voce impostato, tipico dei parvenue, “i pezzenti sagliuti”. Altre imprese argonautiche, l’orologio sul polsino ed il tuffo dalla barca col pisello in vista. Giudicate voi. Era un uomo generoso? Aveva grandi ideali? Non pervenuto. E quindi perché dovremmo considerarlo un “aristocratico” ed addirittura dedicargli un secolo. I migliori erano considerati, nell’antica Grecia degli ideali olimpici, coloro i quali si distinguevano secondo un metro di valutazione spirituale e virile che non trova riscontri nella figura di Giovanni Agnelli.
Il capitalista snob, con un soprannome, altra caratteristica volgarmente borghese, l”Avvocato”, fu un lobbista sagace e certamente con delle qualità, che però non possono essere ascritte alla categoria dei valori assoluti e profondi, che fanno di un uomo un nobile, un aristocratico. I nuovi valori imposti dalle conosciute centrali di diffusione culturale, ci propongono i nuovi padroni del mondo, i banchieri, i finanzieri ed i loro servi noti al pubblico, quali figure di riferimento, con dei tentativi di mitizzazione che se non fossero tragici sarebbero comici. Ciampi, Agnelli, Draghi, Cuccia, gli intoccabili dell’italietta passata e presente, per noi saranno sempre usurai, pescicani e servi.

Marco Francesco De Marco

 
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