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Una disputa da superare PDF Stampa E-mail

13 gennaio 2008

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Chiariamolo subito: abbiamo ben altri problemi che non la disputa bizantina laici/cattolici. Una divisione che in Italia è sempre stata una faccenda squisitamente politica, dai tempi della rivalità fra Guelfi e Ghibellini. Gli "atei devoti" alla Giuliano Ferrara con prelati e cardinaloni da una parte, in buona compagnia con le Miriam Mafai e le Emma Bonino e i vari integralisti laici dall'altra, si rafforzano a vicenda nel costruire un dibattito eterno che serve solo a occultare le reali truffe del sistema politico-economico. Insomma, fiumi di inchiostro e ore di teleschermo per non far sapere ai sudditi che l'oligarchia distrugge le loro vite con ben altro che non l'aborto, l'eutanasia, le coppie di fatto eccetera.
Noi però vogliamo entrare nella diatriba lo stesso, per dare voce alle opinioni di chi, come noi di MZ, vuole smascherare raggiri organizzati e montature ideologiche. C'è del vero in quel che sostiene qui sotto Gentilucci: il cristianesimo (come ogni religione, del resto), pone dei limiti, e Dio solo sa se l'assenza di limiti non è il problema centrale del modo di vivere occidentale e moderno. Ma anche ragione da vendere Maggiora, quando, in sostanza, sottolinea come il nostro Paese sia influenzato da un'istituzione di potere, il Vaticano, che vorrebbe imporre anche a chi cattolico non è, norme e comportamenti cattolici. A nostro sommesso parere, sta proprio qui, nel distinguere il piano spirituale (per definizione, individuale, intimo: il credo cristiano) da quello di potere (la Chiesa cattolica), l'angolazione giusta per rivedere con nuovi criteri la "questione religiosa". Fede personale e religione in politica dovrebbero, secondo noi, restare separati. Per vivificare il prezioso contributo cristiano (che sui "mercanti del tempio", cioè sull'economia assorta a unico a Dio, dovrebbe tornare a farsi sentire) senza per questo fiancheggiare un'organizzazione secolare funzionale alla Grande Truffa di questo sistema. (a.m.)

Laici in via di estinzione
Qual è la  condizione  in cui vive oggi un laico italiano? Più o meno quella di un panda gigante: rischia l’estinzione.
Estate 2006: il decreto Bersani, in linea teorica, abolisce l’esenzione dal pagamento dell’Ici sugli immobili adibiti ad uso commerciale di proprietà ecclesiastica. Praticamente, però, mantenendo l’esenzione per gli immobili “non esclusivamente commerciali”, l’ostacolo viene aggirato agevolmente, con relativo privilegio perpetuato.
Aprile 2007: alcuni  parlamentari sottopongono a discussione parlamentare un disegno legge sulle unioni di fatto: insurrezione generale di buona parte della maggioranza, dell’opposizione e dei vertici del Vaticano. Il disegno di legge sparisce dall’agenda.
Giova ricordare che le unioni di fatto omo-eterosessuali sono state disciplinate praticamente in  tutta l’Europa occidentale (con esclusione del Portogallo, della Grecia e dell’Austria) con adesione trasversale, come si conviene ad ogni tema etico.
Maggio 2007: l’Italia è agli ultimi posti in Europa nella spesa sociale, nessuna politica organica nei confronti della famiglia. Si preferisce l’evento “farsa”, il Family Day. Si aprono due ali di folla e la famiglia è salvaguardata.
Dicembre 2007: il Comune di Roma boccia il registro delle unioni civili, la cui bozza era stata abilmente edulcorata dal cardinal Veltroni, di concerto con le autorità religiose capitoline.
Gennaio 2008: dopo la “boutade” ferrariana della moratoria sull’aborto, riparte l’attacco a testa bassa alla legge 194 da entrambi gli schieramenti. Sussulti laici debolmente e timidamente pervenuti.
I clericali di varia foggia ed estrazione, invece, abbondano: dalla destra “peronista” all’ex marxista-leninista in abito talare Bertinotti, passando attraverso le crisi vocazionali del neo liberal-riformista in cerata (talare anch’essa) D’Alema e del chierichetto Fassino, presente ogni domenica alla funzione religiosa.
Dulcis in fundo, i teo-con in camicia verde Borghezio e Calderoli che difendono la cristianità  e che ci fanno rimpiangere la spassosa e dissacrante vena anti-clericale del proto-pensiero bossiano.
L’Italia un futuro stato confessionale? Sintomo evidente di ciò, la costante disinvoltura con cui in Italia si usa la dicotomia laico-cattolico. Una dicotomia priva di senso: si dovrebbe invece parlare di laicità-clericalismo.
De Gasperi è stato un politico cattolico e laico. Bondi, la Binetti, Veltroni, i protagonisti del nuovo corso, sono proni al clericalismo vaticano.
Il pericolo è la commistione tra dogma, senso religioso, precetti e leggi di uno stato che si definisce laico, ma con un presente in cui non sarebbe possibile concepire neppure una battaglia come quella per il divorzio.
Un Paese, l’Italia, prossimo all’oscurantismo. Altro che il temuto innesto di epidermide religiosa proveniente da Islam e dintorni...
Mauro Maggiora

Il problema del limite
In un Paese dove la “monnezza” è più alta del Vesuvio, per molti il problema della (presunta) laicità perduta sarebbe alla radice dei mali italiani.
Il cristianesimo pone ai suoi fedeli una visione del mondo, una cultura e soprattutto, come ogni religione, dei limiti. I laici strepitano perché i cattolici vogliono imporre questo limite a tutti, anche a chi non crede. Sta bene. Ma chiedo ai laici: quali sono i vostri limiti? Perché mi sforzo di cercarli, ma non ne trovo traccia nei vostri discorsi o scritti.
Il cristianesimo  afferma che la vita è sacra e inviolabile, fin dalla nascita. L’eugenetica è una pratica inaccettabile, sotto qualsiasi forma, e con qualsiasi scusa, e non solo all’ombra della svastica. Il matrimonio naturale fra un uomo e una donna esiste dalla notte dei tempi, perché è nella nostra natura e non l’ha inventato il Papa in un sussulto di sadismo. Il sesso è la sublimazione dell’amore e non può essere solo un prodotto commerciale. Il mondo è creato da Dio, e l’uomo non può sostituirvisi.
Questi, per chi è credente, sono paletti stretti, e sono ancor più tali nel mondo di oggi, in cui ad un vorace consumismo fa comodo diffondere il verbo unico “tutto è permesso”.
Concordate con questo verbo, o siete d’accordo che senza dei limiti ci condanniamo all’autodistruzione? Se siete d’accordo, torno allora a chiedere: qual è il vostro confine? Finora essere laici ha significato, alla prova dei fatti, voler avallare ogni prodotto della modernità e stendere il tappeto rosso davanti al Progresso-Regresso. Durante la battaglia per il referendum sulle limitazioni alla manipolazione degli embrioni, mi sarebbe piaciuto vedere anche molti laici schierarsi per l’astensione, o per il No. Ma ne ho visti pochi. Ho visto invece molti di quelli che strepitano contro il mais transgenico votare Si con entusiasmo, inneggiando ad un luminoso avvenire grazie alla ricerca scientifica.
Oggi, mentre il mondo cattolico ha superato la paura di apparire antimodernista, è il concetto di laicità ad essere un po’ vacuo, un po’ nel caos. Come intende il laico “dominare” o al massimo “governare” la modernità? Attendiamo alternative ai vecchi e consunti valori cristiani. 
Antonio Gentilucci

 
Facce di caucus PDF Stampa E-mail

12 gennaio 2008

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Hillary o Obama? Muckabee o Giuliani? Sinceramente, come dicono a Roma, non ce ne può fregare di meno. La corsa di Repubblicani e Democratici americani verso l'Election Day del nuovo Presidente degli Stati Uniti (4 novembre 2008) è una di quelle vicende che non ci appassiona neanche un po'.
Che sia democratico o repubblicano, che sia donna o nero, volto nuovo o vecchio arnese della politica, il nuovo inquilino della Casa Bianca non sarà molto diverso dal predecessore. Se non in aspetti sostanzialmente marginali: la simpatia, il fondotinta, lo stile di governo, l'approccio "unilateralista" o "multilateralista" negli affari esteri, una qualche sfumatura sociale in più o in meno, un più o meno sfacciato sostegno a questa o quella lobby (del petrolio, delle armi, delle costruzioni, eccetera).
George W. Bush è stato un'autentica sciagura per l'America e per il mondo - basta andarlo a chiedere agli orfani irakeni o a chi resiste in Afghanistan. Ma Bill Clinton non era stato da meno - basta un rapido promemoria sui bombardamenti in Sudan o sulla guerra alla Serbia. Washington è la capitale della nazione capofila del sequestro mondiale di sovranità da parte dei colossi industriali e bancari: sono questi che dettano la politica a stelle e strisce, i Presidenti ne sono solo degli esecutori.
Ecco perchè ci viene da ridere quando leggiamo sulla stampa italiana l'opera di santificazione di Barack Obama e le articolesse eccitate sulla "sfida" per la nomination a candidato dei due "partiti" Usa. Perchè è sempre la solita storia: si dipinge la realtà politica con le tinte forti di contrapposizioni che invece non esistono. Su tutte le questioni fondamentali - politica estera, tasse, stato sociale, ambiente - i singoli sfidanti e in futuro i due aspiranti Presidenti, si differenziano nell'immagine e nei dettagli. Non nella sostanza.
E' la fallace messinscena della Destra e della Sinistra, che noi abbiamo importato dall'America assieme a molte altre cose. Chissà perchè non le rubiamo le idee buone. Come i caucus, ad esempio.
Caucus è una parole di origine indiana, e indica la "riunione dei capi tribù" degli indigeni d'America. Oggi designa gli incontri degli attivisti repubblicani e democratici per assegnare un seggio locale a uno dei candidati (una sorta di sistema uninominale). Il funzionamento è molto interessante, specie nei caucus democratici dove il voto non è segreto. Nel luogo pubblico dove si svolge l'assemblea si formano tanti gruppi quanti sono i cnadidati in lizza. Gruppi, capanelli visibili. Gli indecisi stanno in mezzo. Ogni candidato si presenta (attraverso un suo delegato). Il candidato che dopo la prima fase del dibattito non arriva a raccogliere almeno il 15% dei consensi tra i presenti non ha diritto a continuare. Quindi quelli che l’hanno sostenuto fino a quel momento si spostano a sostenere altri candidati.
La maggior parte della gente, in queste consultazioni di base, si conosce. Il singolo elettore può cercare di convincere l'amico, il parente o il vicino di casa. Tutto avviene alla luce del sole, sei costretto a metterci la faccia, nel professare la tua preferenza. E lo fai davanti alla  tua comunità di appartenenza. Devi metterti in gioco, esporti.
Poi tutto questo viene disperso nel sistema dei "grandi elettori", cioè il meccanismo mediato per cui il neo-Presidente non viene eletto direttamente dai cittadini ma scelto da delegati "pari al numero complessivo dei senatori e dei rappresentanti che lo Stato ha diritto di mandare al Congresso". In pratica, si passa dalle democrazia diretta a quella più indiretta che possa esserci.
Ma che volete: gli Stati Uniti, paese di grandi contraddizioni. Peccato che noi preferiamo sempre quelle peggiori.

Alessio Mannino

 
MZ Sardegna: "No alla spazzatura di governo" PDF Stampa E-mail

11 gennaio 2008 

Abbiamo appreso tramite la stampa che il caro presidente Soru e la sua giunta hanno detto sì alla proposta di spedizione di rifiuti napoletani in Sardegna. Centinaia di tonnellate di rifiuti potrebbero così arrivare nella nostra isola. Movimento Zero Sardegna si schiera nettamente contro questa proposta. La Sardegna ha già i suoi problemi in fatto di rifiuti e non può in alcun modo farsi carico anche della munnezza altrui e delle responsabilità del malgoverno che da anni incombe sulla Campania. Tantomeno è vergognoso che il presidente Soru per salvare i suoi incapaci compagni di merende Prodi, Bassolino e Pecoraro Scanio permetta che questo accada!  Ricordiamo che in Sardegna come nel resto dell’Italia tutti i progetti e i piani di gestione dello smaltimento dei rifiuti sono calati dall’alto, e si ostinano sulla via dell'incenerimento, vedasi l’inceneritore di Ottana e il terzo forno di Tossilo, ma anche tanti piccoli impianti in costruzione di cui nulla è dato sapere ai cittadini e che non soddisfano né questi né gli enti e le amministrazioni locali. Come fa poi giustamente notare I.R.S.(Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna): “Non si può allo stesso modo soprassedere sui casi d’introduzione di rifiuti speciali più volte denunciati, oggetto di referendum nel 2005, mai terminati grazie anche all’intervento dei sindacati, tendenti in maniera costante ad incutere paure e timori nei confronti dei lavoratori e dei cittadini col ricatto dei posti di lavoro, come anche l’ultimo caso che ha coinvolto la Portovesme S.r.l. testimonia.”Si smetta poi una buona volta con una politica d'emergenza che è pronta a trasformare la Sardegna in una discarica di tutto ciò che l'Italia non riesce a gestire, e su questo i Primi Ministri Berlusconi, con la Sogin e le scorie radioattive, e Prodi con i rifiuti urbani denotano una nefasta continuità. Movimento Zero auspica soluzioni nuove e radicali che coinvolgano le comunità locali e il volere dei cittadini. Pensiamo ad esempio sia utile la riduzione dei rifiuti tramite la raccolta differenziata, nonché una campagna culturale che faccia capire come sia ormai necessario per il benessere del nostro pianeta smetterla con la cultura dell’“usa e getta”, dello spreco e del consumo eccessivo di materiali di sintesi chimica non biodegradabili. Questa politica naturalmente si unisce ad una delle nostre battaglie centrali: la decrescita economica cioè la riduzione della produzione e dei consumi.
Alberto Cossu
Movimento Zero - Sardegna

 
Il tempo della munnezza PDF Stampa E-mail

10 gennaio 2007

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Abbiamo capito. Abbiamo capito che in Campania si sono spesi quasi 2 miliardi di euro in 15 anni per far fronte alla "emergenza" rifiuti: tutti soldi buttati nel cassonetto di commissariamenti e misure speciali che hanno dato risultati zero. Abbiamo capito che per uno spazzino nella più popolosa Lombardia ce ne sono 5 in Campania, e che perciò la casta politica locale ha fatto fiorire un meraviglioso caso di clientelismo coi soldi pubblici. Abbiamo capito che il governatore Antonio Bassolino e il sindaco di Napoli Rosa Russo Jervolino, in buona compagnia coi governi di destra e di sinistra succedutisi dagli anni '90 in poi, dovrebbero essere condannati a spalare munnezza per i prossimi dieci anni e oltre. Altro che dimettersi.
Abbiamo capito che il problema non è in qualche atavica sporcizia antropologica della gente campana, come va blaterando qualche nordista che magari d'estate va in vacanza a Capri. E' nell'intreccio perverso fra gli interessi di mezza Italia politico-affaristica a cui fa comodo una Campania perennemente nel degrado e quelli di imprese che dovrebbero differenziare e smaltire e invece fanno immensi guadagni grazie  all'indifferenza della classe dirigente locale e, sì, anche di buona parte dei cittadini campani, che fanno le barricate quando i mucchi di immondizia diventano alti metri. C'è anche la camorra, certo. Nel caso specifico assume le forme di ecomafia, ma sempre camorra è.
Solo che, abbiamo capito anche questo, c'è anche un'altra camorra: quella istituzionale, che va braccetto con quella imprenditoriale, che non vede l'ora di costruire dei begli e inquinanti inceneritori (i "cancrovalorizzatori"), una scappatoia fatta passare come ultima spiaggia proprio grazie al clima da catastrofe collettiva. E infine abbiamo capito che i rifiuti andrebbero prima di tutto ridotti producendo e consumando meno, e poi suddivisi per riciclarli. Ma, come sempre, anche la più piccola misura intelligentemente radicale abbisogna di un cambio di rotta altrettanto radicale. Un altro modello di vita. Altrimenti la Campania non è solo nel Sud Italia di fronte al mar Tirreno, ma ovunque. (a.m.)

Campania, emergenza e speculazione

Alla faccia tosta non c'è limite: di fronte al reiterato tentativo del nostro Paese di fare passare la situazione campana come un'emergenza, l'Unione Europea ha risposto che non è da considerarsi tale una situazione che dura da 15 anni, e minaccia di tagliare i fondi comunitari.
Da noi si è scatenata la solita farsa: il centrodestra che accusa gli avversari che hanno governato la Regione in tutti questi anni di non avere saputo gestire la situazione, dimenticando però che anche laddove hanno governato loro, a livello locale e nazionale, la situazione è rimasta identica. E poi per un politico svegliarsi quando la frittata è fatta puzza tanto di complicità.
Ma perchè in Italia si continua a parlare di grandi opere, quando basterebbero molti meno investimenti per fare opere di smaltimento di ben altra utilità? Le soluzioni sarebbero molte e a costi tutt'altro che proibitivi, considerando - ironia della sorte - che la Campania è una delle regioni italiane dove si producono meno rifiuti!
Il dramma  della munnezza in Campania nasce nel 1994 quando il governo prende atto dell'emergenza ambientale che si è venuta a creare in numerosi centri a causa della saturazione di alcune discariche. Da allora si sono succeduti ben 8 commissari straordinari per un'emergenza con la quale le amministrazioni hanno sempre convissuto (basti considerare che il reato di organizzazione di traffico illecito di rifiuti fu introdotto solo nel 2001).
Il grosso problema è la gestione delle discariche: tutte sono legate alla camorra, e per questo motivo da decenni i rifiuti in Campania finiscono quasi esclusivamente lì. Altri mezzi per sistemare i rifiuti nella Regione non ce ne sono, nè ce ne devono essere affinchè un vasto giro illecito che coinvolge uomini politici e piccoli imprenditori (ma anche gente comune) generi lauti guadagni a costi irrisori: solo nel casertano sono state sequestrate 1.000 discariche abusive!
Ovviamente il tutto senza curarsi dell'inquinamento delle falde e delle esalazioni nocive, che coinvolgono non solo i centri urbani vicini, ma anche coltivazioni e allevamenti. Non stupisce così che in Campania le percentuali dei tumori siano molto più alte rispetto alla media nazionale.
Pertanto avendo a disposizione solo discariche, quando si arriva alla saturazione si deve ricorrere a misure drastiche e costose, spesso utilizzate in passato, come la spedizione dell'immondizia all'estero. Fino al paradosso che mentre la spazzatura dei centri urbani va in Germania per essere smaltita, dalle imprese del Nord Italia, ma anche di altre regioni e persino da Paesi stranieri, arrivano da decenni Tir pieni di rifiuti industriali tossici che vengono smaltiti nelle discariche locali, con enormi guadagni non solo dell'ecomafia ma anche delle imprese, che pagano costi molto inferiori a quelli legali.
Ma il discorso in realtà è più ampio, e investe la tendenza inarrestabile della cultura moderna ad inglobare e assimiliare rapidamente tutto, anche realtà come molte del Meridione dove non esiste una mentalità industriale, dove si consuma come un paese industriale senza che la società sia strutturata per produrre e per smaltire. Il problema della spazzatura è l'immagine di una terra violentata: oggi la Campania è sì molto più ricca di un tempo, ma da Paese dalle bellezze naturalistiche, che attirava artisti e personalità da ogni parte del mondo, si sta trasformando rapidamente in una cinica macchina speculativa per il guadagno facile. Massimiliano Viviani

Immondizia di Stato

Una valanga di luoghi comuni, ancor più grande dei cumuli di rifiuti che assediano Napoli, Caserta, Avellino e altri Comuni campani, ci è caduta sulla testa grazie alla solita canizza giornalistica. Alcuni parlano di dramma “secolare”, altri scrivono di eserciti di camorristi che tutto decidono e tutto influenzano. E nel frattempo un Presidente del Consiglio con la faccia come il culo, sia per le dimensioni che per le espressioni, scia spensierato tra le nevi morbide delle montagne lontane, rimandando tutto al 7 Gennaio e lasciando per otto giorni la Campania nella tragedia, mentre un incredibile Giorgio Napolitano, ci dice che lui “è preoccupato ma non allarmato”. Ma siamo sicuri che questo tizio è il meglio che ci sia in Italia per rappresentarla? Poveri noi. I difensori della democrazia facciano un ulteriore riflessione sul sistema che permette a queste facce di emergere. Meglio la Monarchia, la Dittatura, l'invasione degli extraterrestri, l'Impero e l'Anarchia. Vittorio Feltri su Libero ci ha spiegato che in Lombardia è tutto pulito (ma va') e Bobo Maroni - che immagino abbia un gemello, perchè la faccia è proprio quella dei due Maroni - ha avvertito con tono minaccioso: se i rifiuti saranno portati al Nord, scateneremo la gente del Nord". Povero meschinello, piccolo, gretto, finto rivoluzionario parente del trombone coi fucili di cartapesta. Non ha detto: “al Nord non c'è spazio”. Avrei capito. No, ha detto chiaramente: “La vostra immondizia ve la tenete voi, anche in casa se necessario”. Io credevo che una Nazione fosse tale perchè, tra le altre cose, i suoi cittadini sono legati da principi di solidarietà, di unione, di preoccupazione, di mutuo soccorso. E invece sono costretto a sentire un poveraccio che difende orgoglioso la purezza razziale dell'immondizia che deve entrare nei siti del Nord. Al Nord solo “le sacchette” del Nord. Fantastico. Abbiamo visto anche questo.
Comunque, bando alle chiacchiere, la colpa deve essere dei campani, perchè se in tutta Italia la spazzatura si riesce a smaltire ed in Campania no, ebbene allora è evidente: i campani sono una razza inferiore. Non ci riescono. Hanno ragione Feltri, Paragone, Farina: questi napoletani hanno rotto, che ci annegassero nel mare di spazzatura creato dalla loro incapacità. Fine del discorso. Però è un peccato, perchè questi napoletani fino ad un certo punto della Storia sembravano bravini. Forse i geni si modificano negativamente in corso d'opera. Per circa 2500 anni Napoli era riuscita a stabilire buoni primati. Ammirata polis Greca, alleata di Roma, ad essa sempre fedele, città prescelta dagli Imperatori da Augusto ad Adriano, fino all'ultimo Cesare Romolo Augustolo che nel 476 fu esiliato proprio a Napoli nella data della fine dell'Impero Romano d'Occidente. Sette secoli di Ducato indipendente e poi nel 1200 diventa capitale del giovane Regno del Sud. Federico II Imperatore vi fonda la prima, sì sì, proprio la prima, Università del Mondo, facoltà di Giurisprudenza. Popolo e Stato a vocazione guerriera, che per oltre 800 anni ha difeso le coste italiane dell'arrembante Impero Ottomano, decisivi con le proprie navi a Lepanto nella difesa epica dell'Occidente. Splendida capitale settecentesca, città con il centro storico più grande d'europa, con il maggior numero di castelli e palazzi reali di qualsiasi capitale del mondo, centro culturale e musicale di valore mondiale, città con il maggior numero di conservatori, sede del primo Teatro Lirico del mondo, il San Carlo. Che si presenta nel 1860 all'unità d'Italia con un bagaglio di primati economici che ne facevano non solo la più popolosa, bella e famosa capitale italiana, seconda in Europa per numero di abitanti, ma soprattutto la più ricca, industrializzata e fiorente città della penisola senza alcun dubbio. “Napoli è l'unica grande capitale europea in Italia, le altre città sembrano delle Lione rinforzate” scriveva Stendhal. L'esproprio delle ricchezze napoletane e delle Due Sicilie operato dal costituito Regno d'Italia costituisce il più grande travaso di risorse da una parte ad un altra di una nazione sovrana che la storia ricordi. 2500 anni di splendore vengono azzerati da quarant'anni di Italia unita, dal 1860 al 1900. Le classi politiche che sostituiscono quelle borboniche, vengono create con le stimmate della corruzione e della dipendenza dai centri economici, che sono in parte a Roma, ma soprattutto in Piemonte ed in Lombardia. Questo sistema scellerato, solo in parte rimosso o sospeso durante il Fascismo, viene ripristinato dopo il 1945 e tutt'oggi è in vigore con i risultati che vediamo.
Il potere nell'Italia repubblicana così deve, e sottolineo deve, svilupparsi. Consenso legato alle ideologie o alle attività politiche al Centro-Nord, alle clientele ed al mantenimento del degrado socio economico al Sud. Le servitù politiche meridionali dell'Italia repubblicana, che tanti bei ministri e presidenti della Repubblica ha prodotto, hanno svolto consapevolmente un ruolo subalterno ai potentati economici nazionali e sovranazionali che per il Sud hanno voluto e continuano a volere degrado, povertà, collusione tra politica e delinquenza, e tutti gli altri bei regali che i fessi non capiscono e quelli in malafede e prezzolati fanno finta di non vedere. Il futuro non è Nord contro Sud, ma genti libere unite contro il Sistema.
Marco Francesco De Marco

 
Grandi opere, grandi mali PDF Stampa E-mail

8 gennaio 2008

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E' di prossima uscita un libro che vi consigliamo di leggere: "Grandi Opere. Le infrastrutture dell'Assurdo", Arianna Editrice. L'autore è un nostro nuovo collaboratore, Marco Cedolin. E' un valsusino, vive nel piccolo comune di Mompantero. Scrittore e  studioso di economia, ambiente e comunicazione, collabora anche coi siti Luogocomune, Socialpress, Cani Sciolti e con la rivista Il Consapevole. Fa parte del Movimento per la Decrescita Felice fondato da Maurizio Pallante ed è attivo nel movimento No Tav. Sempre per i tipi di Arianna Editrice ha pubblicato "T.A.V. in Val di Susa. Un buio tunnel nella democrazia" (con prefazione di Massimo Fini). Ma lasciamo la parola a lui, in questo magistrale intervento che vi invitiamo a conservare.

Le grandi opere incarnano meglio di qualunque altra cosa lo spirito della società globalizzata, disposta ad immolare l’uomo e l’ambiente che lo circonda sull’altare della crescita e dello sviluppo.
Veri e propri simulacri di un progresso tanto effimero quanto devastante, i progetti delle grandi opere assorbono oggi nel mondo una parte consistente dei bilanci pubblici, promettendo di restituire sviluppo e benessere, mentre in realtà accanto ai profitti miliardari dei potentati economici che le costruiscono esse creano solamente devastazioni ambientali e squilibri sociali senza fine.
In Italia l’infrastruttura ferroviaria per il TAV, come un’immensa muraglia cinese di cemento taglia in due la pianura padana, prima orizzontalmente da Torino a Milano, poi verticalmente giù fino a Bologna, per poi infilarsi in maniera devastante dentro l’Appennino e riemergere nei pressi di Firenze, il cui sottosuolo sta ancora aspettando di essere sventrato in profondità, e poi ancora giù per altri centinaia di chilometri, attraversando Roma per giungere fino a Napoli. Costerà al contribuente 90 miliardi di euro, per mezzo dei quali sarebbe stato possibile riorganizzare in maniera efficiente l’intero sistema ferroviario nazionale che versa in condizioni disastrose, o ridare un minimo di dignità al servizio sanitario ormai sprofondato al di sotto dei limiti della decenza. I cittadini che finanziano materialmente l’opera non sono mai stati interpellati e la costruzione dell’infrastruttura determinerà per loro solamente ricadute negative, ma purtroppo i mestieranti della politica, i teleimbonitori da talk show ed i professionisti della cattiva informazione si sono dimenticati d’informarli.
Dalla metà del secolo scorso la costruzione delle grandi dighe ha determinato nel mondo disastri sociali più ingenti di quelli generati dalle alluvioni e dai terremoti. La sola diga delle Tre Gole in Cina ha costretto 1.200.000 persone ad abbandonare la propria casa e l’agricoltura di sussistenza per mezzo della quale vivevano, donando loro un futuro da profughi nelle bidonville di qualche grande città. Nonostante ciò la Banca Mondiale e la Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo hanno finanziato e continuano a finanziare le grandi dighe spacciandole come elementi di progresso.
Nell’ambito della costruzione dell’oleodotto Baku – Tbilisi –Ceyhan (BTC) funzionale a soddisfare gli interessi statunitensi ed israeliani in ambito energetico, Turchia, Georgia ed Azerbaijan hanno ceduto al consorzio BTC l’effettivo potere di governo per 40 anni sugli interi 1.770 km di territorio attraversati dall’oleodotto. Decine e decine di migliaia di cittadini turchi, georgiani ed azeri sono così diventati “sudditi” di una corporation ed hanno perso ogni beneficio garantito dalla costituzione del proprio paese senza essere stati neppure informati dell’accadimento.
La travagliata costruzione della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) costerà la cifra esorbitante di 100 miliardi di dollari, prelevati in maniera coattiva dalle tasche dei contribuenti dei 16 paesi che aderiscono al progetto. L’opera è stata sponsorizzata presso l’opinione pubblica dei paesi interessati come un laboratorio scientifico d’eccellenza ed un avamposto per la “conquista” dello spazio. In realtà si tratterà di un manufatto destinato, dopo soli 10 anni di prevista attività, ad incrementare il già consistente numero di rifiuti spaziali, insieme al fatturato delle grandi industrie aerospaziali e degli armamenti (per quanto riguarda l’Italia Finmeccanica su tutte) che hanno curato la costruzione dei vari moduli.
In Italia, come nel resto del mondo, i cittadini sono stati imboniti con atteggiamento paternalistico come si farebbe con un bambino. Hanno detto loro costruiremo il TAV, perché così potrai viaggiare più velocemente, le merci arriveranno prima negli scaffali degli ipermercati e ci saranno meno TIR ad inquinare sulle strade. Costruiremo i megainceneritori, perché così si eviteranno le discariche, l’aria ed i terreni saranno più puliti e tu potrai avere nuova energia e riscaldarti a basso costo con il calore prodotto. Costruiremo nuove gallerie e nuove autostrade per velocizzare il traffico ed evitare che tu corra il rischio di restare in coda e depauperare il tuo tempo prezioso. Costruiremo i rigassificatori per fare in modo che tu possa riscaldarti durante l’inverno ad un costo inferiore. Costruiremo immense dighe perché l’energia idroelettrica è pulita e regolarizzeranno il corso dei fiumi impedendo le piene e le alluvioni. Costruiremo il Mose perché Venezia in futuro non sia più allagata dalle alte maree. Costruiremo la Stazione Spaziale Internazionale perché la scienza e la tecnologia possano aprirsi a nuove frontiere, nuove medicine contribuiscano a mantenerti in salute e nuove tecnologie a migliorare la qualità della tua vita. Costruiremo nuovi oleodotti e gasdotti perché non ci sia rischio che l’energia possa venirti a mancare. Costruiremo nuove basi militari perché contribuiscano creare la pace e preservino la tua sicurezza. Costruiremo, per te, per il tuo benessere e per donarti un futuro migliore.
Così oggi i cittadini vedono spuntare un po’ dovunque i muraglioni del TAV, i piloni dei viadotti, i buchi neri dei tunnel, i nastri d’asfalto di autostrade e tangenziali, le ciminiere dei megainceneritori, le infrastrutture militari e colate di cemento di ogni genere, ma continuano a passare sempre più tempo incolonnati dietro ai TIR in autostrada ed in tangenziale, si ammalano sempre più a causa dell’inquinamento, pagano bollette della luce e del gas sempre più care, assistono all’apertura di sempre nuovi teatri di guerra che si traducono in carneficine inenarrabili, subiscono a cadenza settimanale i rincari alle pompe di benzina, vedono diminuire ogni giorno che passa le proprie opportunità di lavoro, si ritrovano sempre più poveri, sempre più indebitati e prigionieri di un ambiente asfittico e maleodorante che li racchiude fra le sue spire come un bozzolo marcescente e molti di loro iniziano a comprendere di essere stati raggirati.
Solo attraverso l’acquisizione di nuove conoscenze e consapevolezze sarà possibile prendere coscienza delle storture connaturate nel modello di sviluppo della crescita infinita che ci viene presentato come l’unica alternativa possibile.
In realtà un’alternativa al sistema sviluppista e alle grandi opere che sono ad esso funzionali esiste ed è un’alternativa di decrescita. Intesa non come recessione ed impoverimento, bensì come riappropriazione della persona e dei suoi reali bisogni, liberata dall’ossessione dell’economicismo. Decrescita intesa come riscoperta della qualità della vita, dei rapporti col prossimo, della convivialità, del lavoro concepito come valorizzazione delle proprie qualità e non come imposizione meccanica alienante, dell’identità culturale e dell’appartenenza locale, come risposta all’appiattimento sociale imposto dalla globalizzazione e dal gigantismo.
Il futuro dovrà per forza di cose sostituire la macroeconomia globalizzata con microeconomie autocentrate che valorizzino le peculiarità dei territori, privilegiando gli scambi commerciali a corto raggio ed anche le infrastrutture saranno chiamate ad interpretare questa nuova realtà fatta di piccole opere, scarsamente impattanti e ad elevata utilità sociale.
Non si tratta di tornare indietro, ma semplicemente di continuare sulla strada intrapresa da millenni, in completa continuità con l’atteggiamento che l’umanità ha sempre mantenuto nel corso della propria storia. La sobrietà, la reciprocità, l’agricoltura di sussistenza, gli scambi non mercantili, la valorizzazione delle comunità locali, fanno parte del bagaglio culturale dell’umanità molto più di quanto non accada per il sistema sviluppista che in un solo secolo ha depauperato le enormi risorse accumulatesi durante migliaia di anni, arrivando a mettere in pericolo le stesse prospettive di sopravvivenza della specie umana e dell’ecosistema terra che da sempre la ospita.

Marco Cedolin

 
Fini: "Unire le forze contro il sistema" PDF Stampa E-mail

5 gennaio 2008

Il 3 gennaio Beppe Grillo ha messo on line sul suo blog l'intervento di Massimo Fini, presidente di Movimento Zero, al V-Day dell'8 settembre scorso. Abbiamo intervistato a caldo Fini per capirne di più.
Il tuo è stato il discorso più spietatamente critico verso l'attuale sistema politico, la democrazia cosiddetta "rappresentativa". In pratica hai sostenuto che le proposte del V-Day sono di buonsenso, però qui andrebbe sbaraccato tutto, altro che riforme. Come spieghi questa contraddizione?
Io ho detto quel che sostengo da tempo, e cioè che la democrazia rappresnetativa è una truffa, un imbroglio, perchè è un sistema di oligarchie, di aristocrazie mascherate. Questo è il mio punto di vista. In attesa che il sistema crolli, tuttavia, tutto ciò che lo mette in discussione mi vede d'accordo.
Tutto?
In linea di principio sì, con l'esclusione del ricorso alla violenza.
Quali sono secondo te i punti di contatto fra Movimento Zero e il fenomeno Grillo?
Un punto di contatto è che, visto che uno dei cardini della liberaldemocrazia è l'uguaglianza formale dei cittadini davanti alla legge, ci troviamo d'accordo col discorso che fa Grillo sulla legalità. E' un tema che ci vede assai uniti, in questo anche con Di Pietro, per esempio. In generale ci sono due piani: uno  è l'obbiettivo a lungo termine, cioè l'abbattimento finale del sistema; l'altro è il qui e ora, e la battaglia che ci vede a fianco di Grillo è appunto quella della legge uguale per tutti.
E la decrescita, tema caro anche a Grillo?
Certo, anche quello. Solo che Beppe è un tecnoecologista, lui pensa che sostituendo la tecnologia, ad esempio l'idrogeno al petrolio, si cambi qualcosa. Certo che si cambia qualcosa, ma il sistema resta lo stesso. Ciò che noi combattiamo è il disagio esistenziale che il sistema in sè produce. Ecco, questa è la cosa che ci divide più profondamente. Ma comunque siamo molto vicini: lui dice "mandiamoli a casa tutti", e anche noi lo diciamo. Anche se noi vogliamo mandare a casa tutto il sistema.
Ai gruppi di Amici di Grillo sparsi per l'Italia (fra cui ci sono simpatizzanti e aderenti a Movimento Zero) non difetta un grande entusiasmo nel seguire scandali nazionali e problemi locali. Quella che manca loro è una visione d'insieme, un senso complessivo per una critica al presente. Credi che Movimento Zero, almeno in prospettiva, possa colmare questo deficit?
In ipotesi potrebbe. Noi abbiamo un impianto solido di pensiero che Grillo non ha. Grillo ha intuizioni buone, ma come tutte le intuizioni sono limitate. E' una possibilità, sì. A noi manca quello che loro hanno in abbondanza, e cioè l'azione concreta sul territorio, che è più facile proprio quando hai una visione contraddittoria: un giorno fai una cosa, domani ne fai un'altra.
Insomma secondo te, in teoria, sono movimenti "complementari".
Lo sarebbero se si superasse uno dei vizi di questi movimento, che è il narcisismo dei suoi leader, me compreso (anche se finora ho cercato di stare in disparte). Se invece unissimo le forze - io, Giulietto Chiesa, Grillo e altri - faremmo più massa. C'è da dire che è anche responsabilità di chi aderisce a questi movimenti quello di unirsi. Quando ci fu da combattere il fascismo si fece causa comune, dai monarchici ai comunisti. Unirsi è la cosa logica da fare. Non c'è da essere schizzinosi, nè noi nè gli altri. Siccome noi stiamo facendo politica, non siamo solo un movimento culturale in cui ognuno si legge i suoi libri, bisogna capire che un po' di mediazione ci vuole.

 
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