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Bassolino fa rima con Impregilo PDF Stampa E-mail

3 marzo 2008

Due righine sulla Campania. Vi chiedete come mai il governatore Antonio Bassolino, uno tra i maggiori responsabili di quello schifo che è l'emergenza rifiuti, di fatto non viene toccato dai vertici del suo partito? Bassolino a più riprese l'ha fatto intendere: qui i voti li controllo io, per cui se il Pd vuole avere delle chances... Fate voi.
Ve la ricordate la "rinascita campana"? Ve lo ricordate l'ex Pci durissimo verso la camorra collusa con la Dc? Quali partiti secondo voi hanno preso il posto della vecchia Dc in Campania? Chi in questi anni si è dovuto arrendere allo strapotere dei clan e trovare un appeasement con la camorra?
L'aria di Napoli e dintorni prima di essere ammorbata dalla 'munnezza' è resa irrespirabile dalla rassegnazione secondo cui con il crimine organizzato si deve bene o male trovare un modus vivendi. E questa constatazione è assolutamente bipartisan.

Marco Milioni

 
Salutismo liberticida PDF Stampa E-mail

1 marzo 2008

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Una patente per fumare. Questa è l'ultima, geniale, trovata del professor Julian Le Grand della prestigiosa London School of Economics e all'esame del governo britannico. Per averla, oltre a sborsare 10 sterline, sarà necessario essere maggiorenni e in possesso di un certificato medico che attesti le buone condizioni di salute del soggetto. Senza la patente, annuale e rinnovabile, nessuno potrà acquistare il classico pacchetto di sigarette dal tabaccaio. Il deterrente non è costituito dal prezzo della patente, modesto, ma dal defatigante iter burocratico cui sarebbe costretto, ogni anno, il fumatore per ottenerla.
Questa lotta al fumo sta diventando grottesca oltre che sempre più liberticida. E' grottesca perchè è come se uno bruciandogli la casa si preoccupasse innanzitutto del canile. Perchè se è vero che molte persone si ammalano di cancro ai polmoni perchè fumano, infinitamente di più se ne ammalano per l'aria inquinata che respirano frutto del nostro sistema produttivo. Con la differenza che mentre le prime hanno almeno soddisfatto un piacere, le seconde nemmeno quello. Ma poichè il sistema produttivo è intoccabile, dio guardi, ci si accanisce sui fumatori.
Capisco il divieto di fumare nei luoghi pubblici. Perchè l'esercizio di un diritto di libertà trova il suo limite nell'altrettale diritto altrui di non venirne danneggiato. Ma se io fumo per conto mio sono esclusivamente fatti miei. E se, per soddisfare un piacere, ritengo accettabile di rovinare la mia salute (sempre che ciò poi realmente avvenga) sono ancora fatti miei in cui nessuno, tantomeno lo Stato, ha diritto di mettere il becco. Si è tanto tuonato, in democrazia, contro lo Stato Etico, di impostazione autoritaria, che pretende di imporre le sue regole morali e le condotte private ai cittadini, ed ecco che rispunta fuori in versione salutista. Tanto è vero che il professor Le Grand afferma che il suo è un tentativo, che va oltre la questione del fumo, di "correggere gli stili di vita sbagliati". Ma chi ha diritto di decidere quali sono gli stili di vita "sbagliati"? (E, sia detto di passata, fa rabbrividire quel 'certificato di buona salute' richiesto al fumatore per avere la sua pirandelliana patente, per cui si vorrebbe impedire anche a chi è ammalato di qualsiasi altra cosa la soddisfazione di fumarsi qualche sigaretta).
Si obbietta che il fumatore, quando poi si ammala, ricade sul Servizio Sanitario Pubblico, cioè sulla collettività. Ma a parte il fatto che anche i fumatori contribuiscono, come gli altri, a sostenere il Servizio Sanitario, questo argomento infame è tipico di un'epoca che subordina tutto, a cominciare dall'uomo, alla razionalità economica e potrebbe avere anche altre utili applicazioni. Perchè mai la collettività dovrebbe sobbarcarsi le cure di una persona che (magari proprio perchè ha condotto una vita morigerata) ha la malagrazia di vivere fino a 90 anni, pesando così in modo insopportabile sulla Sanità Pubblica (e infatti in alcuni civilissimi e razionalissimi Paesi scandinavi si pensa di negare le cure a chi ha superato una certa età)? Perchè si dovrebbe accollare le cure del figlio down di una coppia che pur sapendo che sarebbe nato tale lo ha voluto lo stesso invece di ricorrere a un razionale aborto? Perchè dovrebbe curare una persona che ha fatto, spensieratamente l'amore senza preservativo e si è beccata l'Aids? La verità è che, come già non bastasse l'omologazione negli stili di vita portata dalla globalizzazione economica, si tende a creare un normotipo, perfettamente funzionale al sistema, scartando, come pezzi difettosi, tutto ciò che non vi corrisponde.
Nel Sud Africa dell'apartheid la polizia si appostava sugli alberi per controllare che un bianco non si accoppiasse con una donna con un quarto di sangue di colore. Avremo anche noi, presto, una psicopolizia, di orwelliana memoria, che non si apposterà sugli alberi, che nelle città sono stati eliminati a favore del più redditizio e razionale cemento, ma sulle gru per controllare se facciamo una vita morigerata, giudiziosa, benpensante, se non fumiamo, se usiamo il preservativo, se andiamo a dormire all'ora giusta, dopo 'Porta a Porta' o il Tg o il Festival di Sanremo, perchè sia salva, se non quella psichica, la nostra salute fisica?

Massimo Fini

da Il Gazzettino 29 febbraio 2008

 
Non esiste voto utile PDF Stampa E-mail

28 febbraio 2008

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I poteri forti vogliono un Grande Inciucio. Non solo di fatto, come già è nella realtà per il filo doppio che lega Destra e Sinistra, figurine di cartapesta del pensiero unico liberista e "democratico". Ma anche di nome. E l'etichetta che i grandi gruppi industriali e bancari vogliono appiccicare al governo dell'Italietta di Veltrusconi è "larghe intese". Un'ammucchiata dei due partiti gemelli, il PdL di Berlusconi e il Pd di Veltroni. Sempre che dopo la farsa elettorale del 13 e 14 aprile uno non abbia prevalso sull'altro aggiudicandosi la maggioranza dei seggi in parlamento.
Ecco perchè ieri il megafono ufficiale della grande industria e dell'alta finanza, il Corriere della Sera, con un fondo in prima pagina di Pierluigi Battista sosteneva che "non esiste voto inutile". Vogliono, i veri padroni delle leve del potere, che la prossima legislatura non abbia un vincitore. E perciò invitano a votare anche per le formazioni minori, come la Sinistra Arcobaleno, la Destra di Storace e l'Udc di Casini. La pravda milanese che fino a ieri inneggiava alla semplificazione e all'americanizzazione del quadro politico, oggi scrive, con effetto quasi comico, che "non appare irrealistica, e men che meno sdegnosamente smentita, l'ipotesi di una grande coalizione. La presenza parlamentare di un forte centro, quello di Casini, e di una sinistra radicale, quella di Bertinotti, potrebbe arricchire il panorama post-elettorale di nuove opportunità". Dopo anni di indottrinamento sul bipolarismo e sul bipartitismo, dopo averci riempito le scatole con la retorica parolaia della stabilità di governo, ora Mediobanca, Banca Intesa, il gruppo Fiat e gli altri controllori del maggior organo di (dis)informazione italiano hanno deciso che la loro prossima marionetta di Palazzo Chigi dovrà riunire gli avversari di questa campagna elettorale.
Che difatti tutto fanno tranne che dare vita alla solita finzione di scontro. Specie Silvio e Walter. Minuettano e cinguettano fra loro, le due facce della melassa partitocratica italiana, invitando gli elettori a votare sè stesso o l'altro (voto utile). Ben sapendo che nessuno dei due avrà la meglio, assediati come sono dai comprimari di contorno. E qui si innesta il disegno inciucista dei loro burattinai, che mirano a sfiancarli di quel tanto che basta per rendere non solo probabile, ma inevitabile la Grosse Koalition alla tedesca.
Perchè tramano per una soluzione alla Merkel, i Montezemolo, i Bazoli e i Geronzi? Per gli affari, of course. Perchè ci sono grandi operazioni in vista. A cominciare dal riassetto del mercato delle telecomunicazioni, con Telecom (partecipata da Intesa, Mediobanca, Generali) che si vocifera sognare un'alleanza con Mediaset. Con i Berlusconi entrati in Mediobanca (il mitico salotto buono del capitalismo italiano), le manovre sono favorite. Ci sono le frequenze Wi-Max da assegnare. C'è la prateria di profitti rapinati al pubblico: le grandi opere (non a caso punto focale dei programmi del duo Veltrusconi). E la finanziarizzazione (che necessita di legittimazione bipartisan, va da sè) del mercato delle ex municipalizzate. E con la recessione che soffia dall'America con una Cina che sta premeditatamente tirando in remi in barca dopo la grande marcia allo sviluppo di questi anni, occorrerà una nuova stagione di tagli, di sfruttamento del lavoro (flessibilità, la chiamano), di spremitura all'osso del contribuente, raggirato grazie a qualche imposta diretta in meno ma sobbarcato di nuove spese al minuto grazie alle liberalizzazioni tanto magnificate dai Draghi e dai Padoa Schioppa, bracci armati della Bce.
Vogliono un Veltrusconi più debole per avere un inciucio più forte. Leggere fra le righe deve essere la nuova pratica del cittadino che resiste alla Grande Truffa.

Alessio Mannino

 
Via dall'Afghanistan PDF Stampa E-mail

26 febbraio 2008

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Scampato agli attentati di Nassirya per finire assassinato a 60 chilometri da Kabul. E’ stato questo il paradossale e grottesco destino del maresciallo Giovanni Pezzullo, morto alcune settimane fa nell’inferno bellico afgano. Di questi giorni anche l’ennesimo attacco a dei convogli militari italiani, in quella che dovrebbe essere la tranquilla provincia di Herat. E con con l’uccisione di Pezzullo sono 11 i soldati italiani caduti in Afghanistan.
Passato il tempo catartico in cui, secondo molti, è da sciacalli criticare la nostra missione “di pace” poiché l’obbligo morale in questi casi è celebrare l’eroe di turno e stringerci intorno al tricolore, occorre a mente fredda fare delle riflessioni su cosa diavolo stiamo facendo in Afghanistan.
Passata la commozione, guardiamo le cose per quelle che sono. E’ inevitabile chiedersi perché, a quasi sei anni dall’attacco contro i talebani, è ancora così facile essere uccisi distribuendo aiuti o inaugurando un ponte, com’è successo appunto ai nostri, in zone che dovrebbero essere esenti da pericoli di una certa gravità. E soprattutto come è possibile che un paese, dotato di un governo (fantoccio) a tutti gli effetti, sia ancora fuori controllo. Sappiamo, o facciamo finta di non sapere che attentati e morti nelle file delle forze militari internazionali sono all’ordine del giorno, proprio perché la popolazione ci vede come occupanti e basta.
La ragione di una situazione così grave si chiama Iraq. La logica politica e quella militare, oltre al buonsenso sempre ignorato, avrebbero suggerito di portare fino in fondo la strategia decisa per l’Afghanistan. Che prevedeva la sconfitta sul campo dei talebani, ritenuti colpevoli di proteggere Bin Laden, ma anche una vasta opera di nation building, cioè la ricostruzione del regime politico su basi democratiche occidentali e il risanamento di un paese disastrato da decenni di guerra ininterrotta. Dopo aver compiuto il primo grande errore, vale a dire premesse sbagliate per un attacco giustificato ad hoc, Usa & Co ne hanno compiuto un altro più grave, pensando bene nel 2003 di rivolgersi all’Iraq, sottraendo all’Afghanistan forze decisive, anziché portare a termine l’opera. Non solo soldati (42.500 in Afghanistan; gli Stati Uniti da soli ne impiegano 170.000 in Iraq), ma anche intelligenza e capacità decisionale.
In Afghanistan, per esempio, rimane ancora del tutto aperta la questione delle coltivazioni di papavero da oppio. L’industria della droga vale oggi il 30% del Pil dell’Afghanistan e il 93% della produzione mondiale di oppio, mentre con i talebani la produzione era stata quasi azzerata. Scarso anche il coordinamento tra la missione militare Usa e quella degli altri paesi. Non si può dire peraltro che il prezzo pagato in Afghanistan abbia prodotto buoni frutti in Iraq: l’aumento delle truppe ha reso un po’ più calme le acque, ma stiamo sempre parlando di un paese tutt’altro che pacificato, dove soldati e civili muoiono come mosche ogni giorno.
Così, sia qua sia là, eccoci alle prese con due mezze vittorie che sanno di sconfitta. In Iraq e in Afghanistan abbiamo messo in piedi un fantoccio di democrazia: si vota e si muore per strada, si riuniscono i parlamenti e poi ogni tribù decide per sé. Smettiamola allora di chiamare eroe chi muore in una presunta “missione di pace”, che altro non è che una sporca guerra di occupazione, e andiamocene a casa. Di corsa.

Marco Ghisolfi

 
Casini legali PDF Stampa E-mail

25 febbraio 2008

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Esattamente cinquan'anni fa, il 20 febbraio 1958, il parlamento approvava la legge Merlin, una legge liberticida che sanciva la chiusura delle case di tolleranza.
Partendo, infatti, dal giusto principio di combattere lo sfruttamento della prostituzione, questa legge di fatto proibisce anche alle donne che sfruttate non sono di praticare il lavoro del sesso a pagamento. Un tipico esempio di legge "civilizzatrice" che per garantire la libertà, finisce per negarla (altro esempio recente sono i provvedimenti contro il fumo, che partendo dal giusto presupposto di vietare di fumare in luoghi pubblici sta portando a degenerazioni come il divieto in spazi aperti come i parchi...).
In realtà, infatti, non vi è nessun progresso morale né sociale nei risultati di questa legge, che oltre a togliere la libertà di fare ciò che si vuole del proprio corpo, non è certo riuscita a eliminare il flagello dello sfruttamento che colpisce migliaia di donne solo in Italia.
La prostituzione continua ad esistere nelle strade, ed è anzi aumentata vertiginosamente, praticata fuori da ogni controllo legale e sanitario, esponendo ancor di più le donne a violenze, ingiustizie e degradazione. Non solo: ma - anche e soprattutto grazie a internet - spuntano come funghi gli appartamenti in cui ragazze e donne anche italiane si vendono gestendosi in proprio. Praticamente, stanno tornando le case chiuse, in barba a una legge superata dalla realtà.
Il mercato del sesso è in Italia un mercato fiorente gestito in gran parte dalla malavita e che oggi trova nelle donne immigrate gran parte delle sue “merci”. La vulgata che voleva poi il popolo italiano un popolo maturo da poter così fare a meno delle case di tolleranza è smentita dai fatti.
Se esiste la prostituzione ancora oggi, è evidentemente perché esistono dei clienti che maturi, nel senso moralista della Chiesa Cattolica, non sono per niente. Il nobile intento della Merlin di ripulire l’Italia dalle case chiuse si è, di fatto, trasformato nell’atteggiamento di chi mette la testa sotto la sabbia. Per pulire la facciata e accontentare Chiesa e femministe non si è fatto altro che incrementare il fenomeno della prostituzione nelle strade e tutto ciò che da esso scaturisce. 
Senza contare poi che in Paesi che vengono generalmente indicati come più civili (magari dalle stesse persone che sono contro la prostituzione legalizzata) come Germania, Svizzera, Olanda, Svezia, Norvegia, esistono leggi che permettono questa attività. Non ci schieriamo contro questa legge per nostalgia dei tempi che furono, o mossi da argomentazioni retoriche come quelle che definiscono la prostituzione “il mestiere più antico del mondo”, ma per salvaguardare quella libertà che viene negata da leggi che in teoria vorrebbero salvaguardarla.
La soluzione a questo problema starebbe in una legislazione che permetta la prostituzione legalizzata (ricordiamo che oggi prostituirsi non è reato, lo è lo sfruttamento, e semmai l'evasione fiscale per gli introiti non dichiarati), e sotto controllo sanitario. Cioè che garantisca la libertà alle donne che vogliono praticare questo mestiere di farlo, e allo stesso tempo che combatta fermamente lo sfruttamento e ogni forma di violenza verso le donne, oggi incentivate proprio dalla legge che vorrebbe combatterle.

Alberto Cossu

 
L'altra Cuba PDF Stampa E-mail

23 febbraio 2008

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Fidel Castro lascia la presidenza di Cuba, abdicando in favore del fratello Raul.
La demonizzazione, il paradigma della tirannide e dell’assolutismo oppure la mitizzazione che si perpetua, Davide contro Golia, il paradiso del socialismo più che reale.
E’ evidente che un paese di 11 milioni di abitanti, dall’importanza geopolitica pari allo zero assoluto, privo di fonti energetiche, privo di  minerali di valore, assolutamente innocuo ed isolato, in un’area assolutamente “periferica” rispetto al nuovo ordine mondiale, può diventare la rappresentazione del male solo nella delirante ed autistica logica della politica estera statunitense.
Che infatti reitera l’assurda, ottusa ed inumana pratica dell’embargo, che affama i popoli e rafforza la propaganda del regime, Cuba o Iraq poco cambia. Paradossalmente l’embargo ha generato il Fidelismo, come dicono i cubani. Cuba può minacciare solo sè stessa.
Per contro, chi scrive vorrebbe evitare la trita carrellata oleografica della scuola e della sanità cubana. Il limite più insopportabile per i cubani è quello della libertà di movimento e di espatrio, molto più delle censure e della mancata libertà di stampa e di opinione.
Ma Cuba è altro. Cuba è l’esempio massimo della decrescita, della desacralizzazione del consumismo, premessa del capitalismo e della globalizzazione.
Todo sirve todo se recupera”, recitano i cartelli sulle strade dell’isola.
Ogni oggetto, ogni supporto dell’esistenza vive, si rigenera, si esaurisce dopo una serie interminabile di cicli.
I “bricoleurs” cubani riparano ogni cosa: frigoriferi sovietici, biciclette antelucane, auto secolari. Il modernariato base primaria dell’economia cubana.
L’antidoto allo spreco, all’abuso di energia, propedeutico alla dannata società dei consumi. L’ambientalismo ante-litteram, le oasi naturali, la barriera corallina intonsa, l’ambiente preservato giocoforza, quasi inavvertitamente, come effetto indotto dalla negazione dello spreco e del superfluo.
Si prefigurano scenari apocalittici in caso di una “nordamericanizzazione turistica” per la Cuba naturalistica, quella di cui si parla poco. La Cuba antitetica al feticismo del consumo, che purtroppo inizia a scricchiolare, a dire il vero. L’elemento più puro che si potrebbe estrapolare e valorizzare, il senso profondo della decrescita.
Se solo abbandonassero il feticcio del marxismo e dessero libertà di opinione e di dissenso...

Mauro Maggiora

 
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