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Il "melting pot" del coyote PDF Stampa E-mail

16 aprile 2010

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Un articolo comparso il 6 Aprile scorso sulle pagine culturali del Manifesto ha illustrato la nuova frontiera del progressismo utopico. Dopo la multirazzialità e la multiculturalità, dipinte come inevitabili quanto positivi caratteri del futuro prossimo, ecco a voi la multispecialità.
Non si tratta dell’elogio di una nuova edizione del triathlon o dell’eptathlon, ma dell’esaltazione della convivenza tra uomini ed animali nello stesso habitat urbano. Penserete: “embè?”, visto che cani, gatti, cavalli e persino topi, corvi e gabbiani sono nelle nostre città da un pezzo, ma purtroppo non si tratta di questo. Il Manifesto si esalta per la nuova vita urbana dei coyote e con loro di vari animali finora selvatici, come daini e procioni, nei sobborghi delle metropoli statunitensi (l’America è come sempre l'apripista in fatto di mescolamenti).
Ho parlato di progressismo utopico non a caso, infatti questa posizione culturale è il risultato esatto, come in una operazione algebrica, della tendenza a considerare l’ordine, la diversità, la separazione come mali assoluti. Nella rincorsa alla realizzazione del mondo tutto uguale, del “volemose bè” e del “siamo tutti fratelli”, che tra l’altro rimangono lettera morta mentre l’unica realtà ormai dispiegata è la globalizzazione voluta dai capitali, si finisce per esaltare ogni aspetto entropico, ogni diffusione e mescolamento, convinti che più ingredienti si ficchino insieme nel cocktail e più questo venga buono. Ecco allora che si vede come un passo avanti, un superamento dei limiti del passato, una liberazione dai lacci del pregiudizio, anche la fine della vita animale come la conosciamo da millenni, a favore di una versione 2.0. Il risultato è che gli animali selvatici divengono caricature antropizzate (i nuovi proletari), così come le attuali civiltà senza tratti distintivi sono caricature delle grandi culture del passato.
La trasformazione è per i progressisti sempre un bene. Maestri del nichilismo e della negazione di se stessi, in un delirio dialettico considerano la metamorfosi la normalità. Il giudizio positivo sulla transessualità ne è un esempio. Se questa “multispecialità” animale è difficile che si concretizzi a breve, certamente meno probabile dell’estinzione di alcune specie animali (novelli vandeani) che mai si violenterebbero pur di adottare la logica demente degli uomini, il significato ideale di questa posizione del Manifesto è invece eccezionale. In essa si palesa infatti l’egoismo antropocentrico, origine della modernità, che non si rende conto che tale convivenza conviene solo all’uomo in quanto piacevole svago e rassicurazione della propria bontà, come l’elemosina data ai poveri. Andando ancora a fondo con l'analisi, vediamo già delinearsi il sogno del progressista del futuro: non più e non solo un unico tipo razziale di uomo, non solo un unico sesso, ma anche un’unica specie, frutto di tutti gli incroci possibili. Questo per giungere finalmente alla vera egalitè.
Più che dire che anche questa utopia, come tutte le altre, è destinata a fare milioni di vittime, è più importante sottolineare come tale distruzione sia anche una devastazione estetica. Bellezza è infatti da sempre differenza ed eliminando questa si ottiene banalità, grossolanità, quindi bruttezza. Questa lotta alla bellezza, per la sua antidemocratica natura (il gusto e il genio non sono per tutti), è una costante dell’utopia progressista anche nella storia dell’arte. Solo per limitarci alla musica, basta pensare alla dodecafonia schoenberghiana e all’epigonismo comunista successivo, col loro corollario di giustificazioni teoriche.
Per concludere il discorso, imitando un po’ proprio l’ideologismo strampalato dei progressisti postmoderni, potremmo notare che i coyote, che da spazzini della savana divengono operatori ecologici delle periferie, per ironia della sorte cadono vittime della schiavitù del lavoro e del meccanismo di alienazione-sfruttamento. Non mi stupirebbe se tra settant’anni alla televisione, o a cosa per essa, ascoltassimo le invettive di un coyote sindacalista della California che, ritto su due zampe e in uno slang omocoyotesco, inneggiasse alla nuova lotta di classe.

Matteo Simonetti

 
Basta con la televisione! PDF Stampa E-mail

12 aprile 2010

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Nell’epoca della “libertà”, in un paese “democratico”, assistiamo quotidianamente alla più subdola e strisciante forma di totalitarismo mai esistita: quella della televisione.
Presente in ogni casa, inonda, forte della sua apparente innocenza, in qualunque momento della giornata la vita delle famiglie, sottraendo spazio alla comunicazione e alla vita di relazione in favore di tante piccole solitudini.
Non è solo una questione di qualità dei programmi; non si parla solo della disinformazione utilizzata ad arte dal regime bi-polare destra-sinistra, per arringare le folle di spettatori ogni sera; non si parla solo dell’uso criminale del telegiornale che diffonde mezze verità o totali menzogne, creando inoltre emergenze inesistenti (influenza A, cani killer, bullismo, stupri), che dopo qualche settimana scompaiono dalle discussioni, come se improvvisamente in Italia non esistessero più. Mostra quello che vuole far vedere di ogni avvenimento, tralasciando quelli che non sono funzionali alla sua logica e ai suoi scopi, ben diretti dai gruppi di potere che si spartiscono la torta. Non si tratta nemmeno del livello indecente raggiunto dai programmi e dalle trasmissioni, e dei messaggi che trasmettono, che stanno disgregando dall’interno la nostra società, dando “valori” di riferimento deleteri, come l’apparire ad ogni costo, la forma sopra la sostanza, la prostituzione come modus vivendi. Non è questione di riformarla.
È qualcosa di più: è l’invadenza di un mezzo che distrugge la vita di relazione all’interno della famiglia. In luogo del vecchio “salotto” dove la famiglia passava il tempo in comune in varie attività, spesso confrontandosi e comunicando, è ora il triste e sinistro “totem” televisivo, che inonda con la sua “droga” le case di milioni di persone; che crea solitudini “beate”, ognuno in una stanza diversa con la sua televisione e il suo programma preferito.
È il mezzo che fa si che i bambini passino metà della loro giornata davanti ad essa, trangugiando le merendine industriali che la stessa televisione pubblicizza, che non amino più la vita all’aria aperta. È il mezzo che impedisce il formarsi di una fantasia libera e feconda nei giovani, che in epoche più felici, si faceva attraverso la lettura. È il mezzo che impedisce a chi non ha altri mezzi per informarsi di vedere la verità, perché strumentalizzata e diretta ad arte, senza possibilità di contraddittorio, perché con la televisione non puoi interagire. Puoi solo subirla. È provato da ricerche scientifiche di lungo corso che la televisione ha effetti simili alla droga su molte persone, specie su quelle più incolte e quindi più vulnerabili alle lusinghe del perverso strumento. La televisione con le sue trasmissioni e con la sua pubblicità crea tendenze, detta i gusti del pubblico, decide quando dobbiamo ridere e quando piangere. Crea stili di vita e status symbol. Porta alla ribalta stili di vita che tutti vogliono copiare per essere anche loro “qualcuno”.
Con uno strumento del genere non esiste dialogo, non si può interagire, non si può contestare. È una vera e propria dittatura. Ammorbidita dall’apparente presenza di programmi “bipartisan” che però sono in realtà tutti figli degli stessi gruppi di potere della cricca “destra-sinistra” che si spartisce l’Italia. Nessun miglioramento è possibile. È lo strumento televisivo stesso il male. Non c’è altro modo se non ritornare ad una vita liberata dall’invadente “totem” che campeggia religiosamente in ogni casa dello stivale. Per questo motivo il 24 aprile Movimento Zero manifesterà a Roma contro la televisione.
Basta con la televisione!

Fabio Mazza

 
Villaggi moderni PDF Stampa E-mail

9 aprile 2010

A Riano, un paesino vicino Roma, si sta consumando una lucida follia, ovviamente trascurata da tutti i media nazionali: un intero villaggio sorto pochi anni or sono, costituito di un centinaio di villette di nuova costruzione, deve essere abbattuto perchè la Guardia Forestale ha accertato che i terreni su cui sono sorte queste case erano in realtà destinati ad uso agricolo. Pertanto le case devono essere sequestrate ai proprietari ed abbattute. Il fatto è che le concessioni edilizie furono regolarmente rilasciate dal Comune di Riano, e il Piano Regolatore fu regolarmente approvato dalla Regione Lazio. Il vizio infatti è anteriore. Le duecento famiglie che in buona fede hanno speso i loro risparmi per comprare una casa in regola rischiano ora di perdere tutto, casa e soldi. Noi non denunciamo solo il fatto che a pagare saranno esclusivamente gli ignari proprietari, e non i tecnici, gli assessori comunali, le banche, le imprese costruttrici o i notai -perchè così è già successo in casi analoghi in altre parti d'Italia. Noi non ci chiediamo come mai la Guardia Forestale si sia "svegliata" solo -guarda caso- quando le case sono state vendute e dopo che le ditte costruttrici hanno intascato i soldi, sebbene l'area edificata sia l'equivalente di circa duecento campi di calcio ed era sinceramente difficile non notarla già all'inizio! Noi andiamo oltre: noi affermiamo che le garanzie e le tutele dello Stato moderno, affogato sotto montagne di leggi vaghe, incomprensibili, parziali e contraddittorie, sono pura finzione, e che tutta la modernità è un castello di carta costruito sul nulla, in cui in ogni momento il "sovrano" individuo, qualsiasi cosa ottenga con il proprio lavoro, può perderlo un istante dopo, improvvisamente e senza motivo.

Comunicato di Movimento Zero

 
Cicli e spirali PDF Stampa E-mail

5 aprile 2010

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La sapienza antica dell’Oriente asiatico conosce la ciclicità dell’eterno ritorno nelle grandi Ere cosmiche. Ritroviamo la figura del ciclo, calata nella dimensione storica, nella concezione greco- latina, in particolare in Polibio, e in quel filone della storiografia moderna che giunge fino a Spengler passando da Machiavelli (solo la concezione ciclica può rendere conto delle contraddizioni fra “Il Principe” e “I Discorsi”) e Vico. La visione semitica, biblica e coranica, invece vede un fine ultimo della storia, sia pure attraverso un percorso accidentato di deviazioni e ricadute. Il fine ultimo, la prospettiva escatologica, spezza la figura circolare del ciclo per fare balenare l’immagine della méta finale, l’avvento o il ritorno del Messia: avvento per gli ebrei, ritorno per cristiani e musulmani. E, dopo il Messia, l’Apocalisse, che non è pura e semplice distruzione ma Disvelamento. Nel moderno storicismo infine, quello hegeliano e quello marxista, e in generale nei progressismi di ispirazione illuminista, la storia assume la figura di una linea retta ascendente, un continuo progresso, tappa dopo tappa, verso l’obiettivo finale, il Regno della libertà, quello dello Spirito realizzato, o quello del comunismo.
Chi come noi non crede al progressismo e contesta le basi culturali della modernità, deve aderire a una visione ciclica della storia, però con una precisazione. Il ciclo non è veramente tale, perché se così fosse non avremmo altro che l’eterno ritorno dell’identico, il che non è. Quello che chiamiamo ciclo in realtà assume la figura della spirale. Ciò che ritorna è soltanto una struttura formale, non i contenuti storicamente determinati. Cerchiamo di spiegarci in modo più circostanziato.
Nella fase di crescita, la comunità è vitale e animata da una fede forte, i costumi sono semplici e severi, ogni ceto e classe sociale ha la precisa consapevolezza delle proprie responsabilità, la concezione della vita è eroica, codificata dai poemi epici, dalle saghe, dalle leggende; il potere è monarchico assolutista o esprime una volontà collettiva di tipo assembleare, in ogni caso subordina l’interesse individuale  a quello collettivo. L’insieme di questi fattori è la struttura formale di questa fase storica, che possiamo ritrovare identica in tutti i tracciati dell’evoluzione delle società umane e delle culture. Possiamo ritrovarla nella Grecia che va dall’epoca omerica alle guerre persiane, possiamo ritrovarla nella Roma che va dalle origini fino alle guerre puniche; possiamo identificarla, dopo più di mille anni, nel basso medioevo europeo, l’epoca del cristianesimo vissuto nel modo più intenso, l’epoca della cavalleria, dei Comuni, delle grandi saghe e delle leggende fascinose, degli eroi. La struttura formale è identica ma i contenuti in cui si realizza la vita quotidiana sono evidentemente molto diversi rispetto alla classicità pagana della Grecia e di Roma. C’è uno scarto e in quello scarto si manifesta la figura della spirale.
Dopo un periodo di stabilizzazione, in cui i fattori della prima fase si istituzionalizzano e al tempo stesso si indeboliscono, subentra la terza fase, quella della decadenza. L’individuo prevale sulla comunità, si ricerca la felicità personale che viene identificata nel provare piacere, si cura il proprio corpo in modo quasi narcisistico, la progressiva indisciplina provoca una pletora di regolamenti sempre più inutili perché sempre meno osservati, lo scetticismo e la superstizione prendono il posto di una fede ormai pallido simulacro di se stessa, i legami sociali e familiari si allentano, le donne si mascolinizzano e gli uomini diventano effeminati, si impone un relativismo che fa smarrire il confine fra ciò che è bene e ciò che è male, in un clima di benevola tolleranza si può dire tutto perché nulla abbia più valore. Questa struttura formale, lo schema della decadenza, si ritrova identico in tutte le fasi di declino di una società. La troviamo nella Roma tardo imperiale come nella nostra attuale putrefazione. Però le modalità concrete in cui questo schema si manifesta, sono diversissime. Ritroviamo quello scarto che ci suggerisce l’immagine della spirale.
Proprio perché la storia, nello schema generale, si ripete, è facile prevedere che alla fine della nostra estenuante decadenza, ritorni una fase di vitalità, di ripresa dei miti fondanti, di più forti valori, magari anche indotti dall’influenza di altri popoli. Essendo la storia spirale e non ciclo che si richiude circolarmente su se stesso, la nuova fase, che chi sente con lacerante dolore l’attuale putridume attende con ansia, non sarà la pura e semplice ripetizione di fasi precedenti di crescita e di vitalità. Nessuno può prevedere quello scarto dalla norma che farà dell’Europa che si prepara una realtà diversa da quelle che ci hanno preceduto.
Il ciclo, corretto in spirale, è una realtà verificabile, ma anche l’eterogenesi dei fini è una legge che raramente viene smentita. Le lotte degli uomini e delle donne, i loro ideali, le loro aspirazioni, sono il motore del cambiamento, ma ciò che risulta da quegli ideali e da quei programmi è sempre molto diverso da quanto era stato ideato e progettato. Il nostro dovere è fare la nostra parte per aprire la strada a una nuova fase del vivere civile, fosse pure soltanto educando qualche coscienza a valori più autentici, ma essendo consapevoli che ciò che ne risulterà sarà molto lontano dalle nostre attese.
Vedere nella storia la figura della spirale e non del cerchio significa prendere coscienza che l’antimodernità non può essere la pura e semplice premodernità.

Luciano Fuschini

 
La tecnologia ci danneggia? E noi la eliminiamo... PDF Stampa E-mail

1 aprile 2010

Recentemente dopo avere constatato che l'utilizzo di Facebook ha fatto incrementare il numero dei divorzi, l'Egitto, al fine di evitare uno sgretolamento della società islamica, ha deciso di proibirlo. Movimento Zero non prende alcuna posizione nel merito della questione in sè: ogni popolo e ogni cultura fa le sue scelte e ha la sua storia, l'Islam come l'Europa. Tuttavia vede con favore il fatto che un Paese sovrano abbia avuto il coraggio di porre un freno al dilagare della tecnologia e di regolamentarne il suo strapotere. In definitiva noi diciamo "no" a un ingresso indiscriminato della modernità e della tecnologia, e sì a un suo utilizzo ragionato e misurato nel rispetto delle esigenze di un popolo, della sua cultura e delle sue tradizioni. Tecnologia e innovazione devono essere al servizio dell'uomo e non viceversa: esse andrebbero introdotte con parsimonia considerando pesi e contrappesi della loro utilità sociale e individuale, e non indiscriminatamente. Esse devono essere al nostro servizio e non diventare tiranne della nostra vita come invece vorrebbero le élites economiche e finanziarie che ci governano e che sul "divide et impera" fondano il loro potere.

Comunicato di Movimento Zero

 
LibertÓ, uguaglianza, fraternitÓ: la Rivoluzione Tecnica. PDF Stampa E-mail

di Stefano Di Ludovico

29 marzo 2010

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Tecnica vuol dire libertà. Inventiva, creatività, trasgressione sono le parole d’ordine della Tecnica. Niente conformismo, niente passività: la crescita, il progresso “tecnico” esigono entusiasmo per il cambiamento. La tradizione, gli antichi costumi, i valori di una volta devono essere continuamente messi in discussione: solo la contestazione spiana la strada allo sviluppo tecnico.
Libertà, libertà: tutto è possibile, nulla è proibito. “Se devo, posso”, recitava il vecchio imperativo morale. “Se posso, devo”, recita il nuovo imperativo “tecnico”. La morale è un intralcio: la Tecnica è al di là del bene e del male. Non tollera intrusioni della vecchia morale, dei vecchi valori: è essa a dettare le tavole della nuova legge. E la sua è la legge della libertà assoluta, della libertà illimitata. Ognuno può ascoltare la musica che vuole, indossare gli abiti che preferisce, mangiare le pietanze che gli gustano, aderire alle mode, alle filosofie, ai culti più bizzarri: è la Tecnica stessa a produrre gli oggetti e i gadget necessari a questo pluralismo, a questa diversificazione. La Tecnica vuole menti critiche, aperte, malleabili, libere dai vecchi pregiudizi, dalle antiche certezze, dalle fedi incrollabili. Il mondo è in continuo movimento, in continua trasformazione, in continua fibrillazione: mobilità, flessibilità, liquidità. La ricerca è libera; la scienza è libera: chi si ferma è perduto! Ognuno può e deve cambiare idea, lavoro e moglie ogni tre anni! Più liberi di così… Anche l’amore è libero: manuali di tecniche sessuali e tecniche contraccettive sono a disposizione di tutti. Come pure corsi di tecnica della comunicazione, delle dinamiche di gruppo, di autoconoscenza e consapevolezza del proprio Io: perché anche le relazioni sociali sono libere!
Insomma, la Tecnica ci rende liberi: essa ci mette a disposizione tutto. Talmente liberi, che noi non dobbiamo far niente: essa ha già scelto tutto. Noi dobbiamo solo registrare le sue decisioni, certificare la maggiore efficacia, la migliore funzionalità tra questa o l’altra opzione che essa ha messo in campo. Perché la Tecnica è appunto libera, autonoma, neutra. E la sua neutralità è la nostra neutralità nei suoi confronti. Più diventa autonoma, e più la sua “indifferenza” nei nostri confronti aumenta: possiamo fare quello che ci pare, quello che ci piace, tanto saranno sempre scelte “tecniche”. Ogni novità, ogni cambiamento, saranno un altro mattone, un altro tassello per lo sviluppo del sistema, per la crescita dell’Apparato. Le nostre idee, i nostri gusti e le nostre scelte non implicano altro effetto ed altro significato se non quelli di confermare e far progredire la Tecnica stessa. Perché tra opzioni “tecniche” c’è poco da scegliere: la più efficace non può che imporsi di per sé. L’anticonformismo, la contestazione sono solo spie che segnalano il cattivo uso della Tecnica, le opzioni che non funzionano, il rischio di stagnazione del sistema. Ogni sfida, ogni contesa, ogni contrasto hanno solo natura “tecnica”: ad una potenza tecnica si può opporre solo un’altra potenza tecnica, una tecnica migliore. La Tecnica ci emancipa quindi, dall’etica come dalla politica, emancipandoci alla fine da noi stessi: non più scelte morali, scelte politiche, scelte personali: ci sono solo scelte “tecniche”. E’ l’apoteosi della libertà, l’apoteosi dell’irresponsabilità. C’è qualcuno, la Tecnica, che sceglie per noi: cosa volere di più?

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