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Vicenza contro gli Usa? PDF Stampa E-mail

27 maggio 2008

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Vicenza, nonostante la sua curiale arretratezza culturale, continua ad essere una piazza politica simbolica.
È stata la piazza simbolica della rimonta berlusconiana del 2006. È la sede del sedicente parlamento padano. È, per alcuni big veneti del Pd, uno dei laboratori del cosiddetto Partito Democratico del Nord. Si tratta di simboli vuoti, perché contengono solo il vuoto spinto di una partitocrazia che cambia nomi (tanti), volti (assai pochi), suonatori (pochissimi); ma che soprattutto non cambia mai spartito.
Epperò Vicenza è anche la città della Ederle bis. O del Dal Molin Usa, scegliete voi il nome. Il neo sindaco Achille Variati, il 28 aprile, ha vinto le elezioni municipali contro la favorita del Pdl, Lia Sartori, anche e forse soprattutto perché si è dichiarato sempre contrario al nuovo insediamento Usa.
Ora però sulla testa dell'ex capogruppo in Regione del Pd si materializza uno spettro. La sua persona rischia di trasformarsi in una sorta di "dr.Jekyll & mr.Hide" politico. Con due scenari.
Uno, Variati porta fino in fondo la battaglia politico-amministrativa che lo ha premiato. Ciò significa che il "suo" consiglio comunale vota nel volgere di un mese e mezzo un ordine del giorno che spezza le gambe a quello pro Dal Molin voluto dalla vecchia maggioranza di centrodestra. Di più, lo stesso Variati si impegna in una lotta civile contro una base il cui dislocamento sarebbe nefasto per una serie di ragioni già ben illustrate su questo blog.
Due, Variati (vecchio democristiano rumoriano, uomo del sistema se mai ce n'è) finisce per cedere, volente o nolente, agli ordini della ragion di Stato telegrafata da Whashington via Roma e fatta propria dal suo ducetto Walter Veltroni, per il quale la base americana si deve fare e basta. Ossia ai diktat della globalizzazione sinoamericana, punta di lancia di un sistema che "impazzisce" il mondo e che lo mortifica geneticamente nelle istanze più profonde del vivere e del sentire dei abitanti umani.
Per questo motivo la scelta di Variati è al centro del tavolo politico italiano. Una sua ribellione sarebbe una novità di rilievo assoluto, quand'anche maturata in base ad un calcolo politico. Sarebbe un plateale schiaffo al sistema. Sarebbe l'atto di «violenta ed assoluta autocostrizione» che spesso Massimo Fini cita come unico rimedio alla dilagante deriva consumista del mondo.
Se invece Variati sceglierà i consueti lidi dei poteri forti, allora il suo esempio sarà l'ennesima conferma, urlante conferma, di come i padroni del vapore si insinuino anche nelle scelte di chi formalmente combatte i loro soprusi nei confronti degli uomini delle piccole patrie. In questo caso Variati sarebbe pure quello che ha preso i voti dei contrari alla base per poi infiocchettarli alla democristiana. O alla Democratica. O alla veltroniana. Fate voi. 

Marco Milioni

 
L'ombra dei fatti PDF Stampa E-mail

26 maggio 2008

Ognuno può pensarla come vuole, naturalmente, sui fatti che ci vengono sparati addosso dagli altoparlanti di regime. Ma la macchina del consenso si nutre della nostra distrazione, del nostro senso d'indifferenza indotto da un sistema di vita che strozza i margini di tempo, dall'assuefazione a dar per buone le versioni ufficiali degli eventi, dal nostro dare per scontato ciò che ci è propinato dalla propaganda spacciata per informazione.
E così anche ciascuno di noi può reputare più o meno condivisibili le analisi e le opinioni dettate dallo speculare bisogno di controinformazione che alcuni giornalisti e pensatori interpretano secondo la propria sensibilità. Non sottovalutando il fatto che tollerare idee dissenzienti rispetto ai dogmi correnti è un modo per disinnerscarne la carica di ribellione, confinandola in nicchie in fin dei conti impotenti e in tal modo innocuizzandole.
Tuttavia, è dovere di chi non ci sta quello di far circolare i fatti per intero, con tutte le loro sfaccettature, e non come le armi di disinformazione di massa ci fanno credere che siano. Coltivare il dubbio e cercare l'ombra degli slogan avvolti da troppa luce. Quella luce accecante dei titoloni dei giornali e degli strilli dei tg che è la droga che ci spegne ogni giorno. (a.m.)

 
Travaglio&Co, basta coi veti PDF Stampa E-mail

23 maggio 2008

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L'onorevole Paolo Romani, che non è un personaggio qualsiasi, ma un autorevole esponente di Forza Italia, sottosegretario nel governo Berlusconi, ha dichiarato che il giornalista Marco Travaglio «è inammissibile come figura inquadrata in un servizio pubblico».
Io penso che questa storia dei veti e delle intimidazioni politiche, a giornalisti, a comici, a satirici, debba finire al più presto. Durante i tanti anni della deprecatissima (a torto) e democristiana gestione della Rai di Ettore Bernabei, ritenuta ferocemente censoria, ci fu solo il «caso Fo». Oggi gli «inammissibili» stanno diventando legione. Inammissibile è Beppe Grillo, anche «de relato», cioè se si riferisce, com'è diritto se non dovere di cronaca, quanto ha detto in una manifestazione pubblica cui hanno partecipato migliaia di persone. Inammissibili non sono solo le critiche al Capo dello Stato ma persino al professor Umberto Veronesi. Inammissibile è Luttazzi. Inammissibile è Sabina Guzzanti. Inammissibile è Travaglio. Inammissibile sono anch'io. L'unica volta che in 35 anni di carriera e non per mia iniziativa ma di un produttore indipendente, Eduardo Fiorillo, fu proposta e accettata contrattualmente dalla Rai la mia presenza, nemmeno come conduttore ma come commentatore (nove minuti in tutto su un'ora) in una trasmissione che si occupava di costume (narcisismo, vecchiaia e altre consimili tematiche politicamente innocue) e che sarebbe dovuta andare in onda all'una di notte, «Cyrano, se vi pare...» si chiamava, il programma prima di essere visto da alcun dirigente o funzionario di viale Mazzini, venne bloccato perché come mi disse, papale papale, Antonio Marano (Lega), il direttore di Rai Due, «su di lei c'è un veto politico e aziendale». Un veto quindi che prescindeva dai contenuti. Un veto alla persona in quanto tale. Come ha riconosciuto la sentenza (17/7/07) della Prima sezione civile del Tribunale di Milano nella causa da me intentata, e vinta, alla Rai.
Ciò che è veramente inammissibile è che questi veti vengano da chi, come i partiti, occupa, da decenni, arbitrariamente e illegalmente la Rai-Tv che è un Ente di Stato che appartiene a tutti i cittadini e non a dei soggetti privati quali i partiti sono.
Finché i partiti non sgombereranno il campo da un settore così delicato e decisivo per una democrazia, qual è l'informazione, non ci potrà mai essere in Italia una vera libertà di espressione. Oltretutto in tal modo - e a prescindere dagli esempi succitati - si nega voce a opinioni e a correnti di pensiero non ortodosso, non politically correct (cioè non gradite al sistema dei partiti nel suo complesso), soffocando e rendendo asfittico, com'è evidente, il dibattito culturale nel nostro Paese, a differenza di quanto avviene, per esempio, in Francia o negli Stati Uniti dove intellettuali come Virilio Baudrillaro, Latouche, Gore Vidal, Susan Sontag, Noam Chomsky, radicalmente avversi al sistema, hanno sempre avuto pieno diritto di cittadinanza e libertà di parola, in tv e altrove (inoltre da noi anche i giornali, tranne rare eccezioni, seguono gli input televisivi invece di smarcarsene almeno un poco).
In quanto al problema della diffamazione attraverso il servizio pubblico non è diverso da quello posto dagli altri organi di informazione. Chi si ritiene diffamato può chiedere la smentita o proporre querela penale con ampia facoltà di prova come facevano un tempo, in un'altra Italia, coloro che volevano difendere il proprio onore (e non gli uomini d'onore), e non, come invece usa adesso, subdole azioni civili di danno davanti alle quali il giornalista, o chi per lui, è inerme perché non gli basta provare di aver affermato la verità ma anche di non aver provocato un danno. E anche un ladro può essere danneggiato dall'essere chiamato ladro «in termini non continenti» che sono quanto di più sfuggente e arbitrario si possa immaginare.

Massimo Fini
Il Gazzettino 23 maggio 2008

 
Pericolo nucleare PDF Stampa E-mail

23 maggio 2008

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Il più grande incidente nucleare della storia: 26 aprile 1986, durante un esperimento, gli operatori della centrale sovietica di Chernobyl persero il controllo del reattore che esplose emettendo una quantità gigantesca di radioattività che nei giorni immediatamente successivi al disastro contaminò mezza Europa. Generando deformità e sofferenze di cui si hanno testimonianza diretta nelle lande bielorusse.
In Italia lo spavento fu tale che con un referendum fu vietata la custruzione di nuove centrali sul suolo italiano. Passata la paura, sembra che oggi la lobby nucleare stia rialzando la testa. Il ministro Scajola, spalleggiato dalla collaterla neopresidente di Confindustria Emma Marcegaglia, ha lanciato la parola d'ordine: nucleare a oltranza.
La Edison, il 13 marzo scorso, ha pubblicizzato un proprio studio che prevede la costruzione di 5-10 centrali nucleari entro il 2019, facendo circolare una mappa di 10 siti ritenuti adatti ad ospitarle. La A2A milanese-bresciana ha comunicato di aver affidato a cinque università milanesi una studio che suggerisca al governo modi e tempi per il ritorno dell'Italia al nucleare.
Mentre i media italiani affilano le armi per un prossimo dibattito tutto orientato al sì (per la crescita e la modernizzazione, of course), ecco che dalla Germania giunge nel più completo silenzio un altro studio, dell'Università di Meinz, pubblicato lo scorso dicembre sullo European Journal of Cancer, che dimostra che i bambini che vivono in un raggio di 5 km da un impianto nucleare corrono un rischio più elevato di contrarre precoci e gravissime forme di cancro. I ricercatori di Meinz si sono concentrati, in particolare, sull'area attigua alla centrale nucleare di Krummel, dove è stato rilevato un eccezionale incremento delle leucemie, tanto infantili, quanto degli adulti. Una ricerca applicata anche a tutte le altre 16 centrali atomiche tedesche e che ha dato i medesimi risultati (incidenza di leucemia: 37 casi su 16 attesi).
Di fronte a questi risultati è confermato ancora una volta che anche le basse dosi di radiazioni che fuoriescono dagli impianti nucleari durante il loro normale funzionamento sono comunque percolose e nocive. Mentre sono incontestati i danni alla salute umana provocati da un incidente in una centrale nucleare, il normale esercizio di un impianto è considerarato innocuo. Un altro mito da sfatare, aspettando che anche in Italia venga aperto un dossier sulle conseguenze delle "basse dosi di radiazioni". Si profila una nuova battaglia anti-nucleare. Non facciamoci trovare impreparati.

Marco Ghisolfi

 
Il circo dell'ipocrisia PDF Stampa E-mail

19 maggio 2008

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Viviamo, anzi vivevamo, in un paese in scacco: uccisioni, stupri etnici, ombrellatrici e borseggiatori sulle metro, rapitori e stupratori di bambini. Tutto ad opera delle minoranze che occupano il suolo patrio.
Dopo aver visto Lagos e San Paolo, il sottoscritto credeva di aver tastato l’abisso della violenza urbana, ma si sbagliava.
E pensare che fino al 2006 questo era un paese dove si rispettavano le regole, dove le donne potevano girare indisturbate fino a notte fonda, dove non esisteva la piaga della droga che distruggeva la nostra gioventù. Un paese uscito da una fiaba dei fratelli Grimm. Così almeno ci dicono tutti i nostri rappresentanti parlamentari, da destra e da sinistra e, ovviamente, i media.
La puntata di giovedì 15 maggio di Anno zero è stata paradigmatica. In studio, oltre al feldmaresciallo leghista Kastelli, presenti due sceriffi dagli opposti schieramenti, Tosi di Verona e De Luca di Salerno.
In un simpatico giuoco delle parti, Tosi ha recitato la parte dello sceriffo quasi buono e il pidino De Luca quella dello sceriffo cattivo. Gli sceriffi della sinistra, per essere credibili in questa nuova veste, devono essere più truculenti degli omologhi di opposta fazione.
Da De Luca ho appreso, ad esempio, che non è affatto peregrino tracciare un triangolo di sangue e violenza tra le due città sopracitate (Lagos e San Paolo, appunto) e Salerno: il nostro coraggioso funzionario ha dipinto con enfasi una megalopoli di quasi centomila abitanti in mano a prostitute  rumene spietate, ciniche, esperte di legge, ucraini e polacchi ubriachi, spacciatori e stupratori di varia etnia. Altro che le bidonvilles di africana memoria!
Un altro sceriffo, anzi caposceriffo, il radical chic Cacciari, qualche giorno fa ha aggredito Lerner che snocciolava dati reali sui reati italiani (in calo). A lui, infatti, non interessano i dati reali, interessa solo la percezione della gente.
Guarda un po’, sempre ad Anno Zero, ieri sera, è andata in scena la cosiddetta “paura percepita”. In un'altra megalopoli di quasi centomila abitanti, Reggio Emilia, si è capito che, in fondo, gli stranieri non creano tutto questo allarme sociale. Il problema è che fanno rumore, sporcano le scale, cucinano pietanze puzzolenti  e deprezzano il valore immobiliare. Alla fine, dai e dai, sembrerebbe uno scontro di civiltà da ballatoio condominiale.
Difficile entrare nella schizofrenia di un sistema industriale, economico e politico in agonia che cerca sempre più carne da immettere su un mercato del lavoro che ricorda la vendita di bestiame e predica il rigetto della presenza fisica di prestatori di opera, persone che vivono, soffrono, sbagliano, commettono reati.
Io la amavo, la odiavo, la amavo, la odiavo, ero contro di lei”, cantava Celentano. “Rappresentano il 9% del PIL”, hanno detto alcuni.  “Generano conflitto e costi sociali e poi hanno i piedi puzzolenti”, hanno detto altri.
Oltre settecentomila clandestini inseriti nel mercato degli schiavi, almeno la maggior parte, c’è chi li blandisce, chi vorrebbe metterli al rogo... Sembra stia prevalendo la seconda ipotesi. E chi glielo dice agli industriali, poi? Ipocrisia congenita di un'economia anti-umana.
Intanto, finita la grande campagna mediatica degli sbarchi dei “disperati” e degli stupratori rom, è appena partita quella dei grandi arresti in pompa magna.
Con diretta televisiva sui rimpatri. E il circo ricomincia.

Mauro Maggiora

 
E' on line MZ n°17 PDF Stampa E-mail

19 maggio 2008

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E' on line il diciassettesimo numero stampabile di MZ – Il Giornale del Ribelle. Potete liberamente scaricarlo cliccando in alto a destra, dove vedete scritto MZ Download. Perché una versione cartacea del blog? Per diffonderne i contenuti col vecchio ma imbattibile sistema della distribuzione a mano, faccia a faccia, porta a porta, nelle biblioteche, nelle università, nel luogo di lavoro, col volantinaggio in strada. Fate quante più copie potete, rilegate con una semplice graffettatrice, e distribuite.

 
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