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Liberare il tempo PDF Stampa E-mail

18 dicembre 2007

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Il tempo. Il tempo di vita contro il tempo di lavoro. La divaricazione è lampante, schiacciante, opprimente. Il lavoro ci sottrae il bene più prezioso: il potere su come passare la propria vita scegliendo fra interessi, sentimenti e occasioni di felicità. Sì, lavorare stanca. Sfibra e fiacca la nostra anima individuale e la nostra coscienza di cittadini. Perchè lavoriamo troppo. Troppo in cambio di troppo poco.
Lavoriamo meno, lavoriamo tutti, lavoriamo meglio. Non ci potremo permettere più il superfluo, certo. Ma finalmente vivremo. Finalmente libereremo il tempo. Uomini e donne libere, non schiavi salariati. Con una playstation in meno ma con una giornata in più per noi stessi. (a.m.)

Mentre la Francia minaccia ancora scioperi e il blocco della circolazione contro la riforma dei regimi speciali di pensione, l'Italia manifesta in difesa dei diritti dei suoi lavoratori. Le manifestazioni di massa dei lavoratori da sempre accompagnano i problemi dell'economia degli Stati, e rappresenta proprio questo il dato allarmante. Nonostante lo sviluppo e l'elevata industrializzazione dei Paesi occidentali, la lotta per la difesa dei diritti del lavoro sono sempre gli stessi, se non maggiori. Ciò significa che mentre le nostre società aumentano le capitalizzazioni, diventano sempre più globalizzate e ricche, i lavoratori ancora lottano per la sostenibilità dei salari, per il diritto alla pensione, per la sicurezza e la stabilità del lavoro.
I licenziamenti, le delocalizzazioni, la rinegoziazione dei contratti sono legittime politiche della gestione delle risorse umane, tale che la disoccupazione e la insufficienza del livello dei salari sono considerate delle normali conseguenze a cui dovrà rimediare il mercato.
Purtroppo oggi non assistiamo più all'evoluzione dell'economia, ma al suo continuo regresso, in quanto il sistema economico basato sulle grandi società che basano il loro potere sulla massa di lavoratori è attualmente insostenibile. Giorno dopo giorno cresce nei lavoratori la consapevolezza, e così anche la paura, che i propri diritti sono destinati ad essere ridotti sempre più, divenendo merce di scambio per i sindacati nei confronti delle società e dei Governi. Gli scioperi non sono più frutto della "coscienza di classe", ma della manipolazione dei rappresentanti dei lavoratori, che hanno di fatto già preso accordi con il consiglio di amministrazione delle società o con il governo per ratificare l'ennesimo protocollo welfare o la rinegoziazione dei contratti nazionali. Quella in atto è solo una gara d'appalto truccata, perché il contratto è stato già firmato e lo sciopero serve solo a controllare le masse.
In Francia oggi si lotta per evitare l'armonizzazione, e così la perdita dei regimi speciali di pensionamento delle diverse categorie; allo stesso modo l'Italia protesta per avere dei livelli salariali sostenibili e maggiore sicurezza. In realtà tutti i lavoratori oggi lottano contro l'usura del tempo di lavoro, quello che Marx definiva plusvalore, e che oggi è divenuto necessario per compensare l'inefficienza delle grandi strutture societarie globalizzate e mal gestite dai loro iperfinanziati dirigenti.
Sono infatti state elaborate nuove proposte di direttiva europea che intendono aumentare la durata del lavoro settimanale dalle 48 ore fino alle 65 ore, imponendo in capo all'impresa il solo obbligo di ottenere l'accordo individuale dei lavoratori. L'accordo dovrebbe essere valido un anno, di volta in volta rinnovabile, ma, considerando le minacce di licenziamento e delocalizzazione, questo accordo non farà nessuna fatica ad essere ottenuto. In ogni caso, se tale direttiva venisse adottata, la definizione di disoccupazione scomparirà perché sarà quasi impossibile distinguere il tempo di lavoro "attivo" dal periodo di disoccupazione, in quanto il lavoratore sarà sottomesso ad una flessibilità totale, tale da divenire molto più vicino al ritmo di lavoro dello schiavo.
Tale provvedimento, aggiungendosi alla controversa direttiva Bolkestein, dovrà "fare dell'Europa la zona più competitiva del mondo di qui 2010", stando a quanto affermato da José Manuel Barroso. L'obiettivo di aumentare la competitività europea, riducendo il costo del lavoro per le imprese, andrà ad imporre un regime lavorativo non molto lontano da quello della Cina comunista. Identica motivazione si nasconde nelle politiche europeo di allargamento "forzato" verso i paesi che praticano il "dumping sociale e fiscale" per spingere al ribasso i salari, i diritti dei lavoratori e la fiscalità delle imprese. Infatti, la riduzione dei diritti dei lavoratori e l'ampliamento verso gli Stati ad economia povera, innesca una schiacciante concorrenza salariale, che spiazzano le società occidentali. Le imprese europee sono così divenute eccessivamente "garantiste", incatenate dall'eccessiva burocrazia e legislazione sul lavoro, rigide e paralizzate da leggi "troppo vecchie" per essere all'avanguardia. Sebbene questo può essere in parte vero, ricordiamo che quelle leggi hanno garantito la sostenibilità della vita per i cittadini europei in questi anni di ripresa economica, in cui l'economia interna girava in virtù di un perfetto equilibrio tra produzione, consumi ed esportazioni. Oggi, invece, quelle leggi sembrano essere inadatte, anche perché non esiste alcun equilibrio nelle nostre economie occidentali, in cui consumiamo più di ciò che produciamo, e importiamo più di quello che esportiamo. Per cui, chi ha davvero fallito: le leggi dei lavoratori o il sistema economico delle multinazionali?
Secondo l'Unione Europea sono le leggi ad essere sbagliate e per tale motivo è stata elaborata la direttiva Bolkestein che, insieme con la direttiva sul tempo lavorativo, riporta indietro i diritti dei lavoratori di più di un secolo. Non dimentichiamo che la stessa Costituzione Europea prevedeva alcune norme che impongono agli Stati membri di creare le "condizioni necessarie alla competitività dell'industria per incoraggiare un ambiente naturale favorevole all'iniziativa ed allo sviluppo delle imprese" , nonché eliminare ogni restrizione amministrativa, finanziaria o giuridica che ostacolerebbe la creazione di PME", ( articolo III-279). Inoltre era previsto che l'unione "ricerca la flessibilità della mano d'opera e del mercato del lavoro", (articolo III-203) e crea le "condizioni necessarie alla competitività dell'industri" (articolo III-279 ). Tali principi rendono dunque molto chiaro il piano europeo nei confronti del mercato del lavoro degli Stati membri, ossia pressioni al ribasso dei salari, liberalizzazione dei contratti e delle regole del mercato del lavoro, privatizzazione dei servizi pubblici. Questo porterà inevitabilmente a aumentare sempre più le ore lavorative, a creare dei lavoratori sempre più flessibili, a diffondere insicurezza sociale e precariato, salari insostenibili e dunque stagflazione negli Stati, la scomparsa della disoccupazione "statistica" e così anche dei sussidi e dei sostegni ai disoccupati, per concludere infine con la sostituzione dei sistemi pensionistici e previdenziali pubblici con quelli assicurativi e bancari.
In tutto questo, le multinazionali saranno sempre più avvantaggiate, perché potranno maggiormente estendere la propria struttura societaria senza limiti fisici, senza vincoli giuridici, potranno delocalizzare e chiudere gli stabilimenti in zone ad alto salario, per aprirli in regioni a basso salario, restando pur sempre nell'ovattato e sicuro spazio economico europeo.
da http://etleboro.blogspot.com 11 dicembre 2007

 
E' on line MZ n°9 PDF Stampa E-mail

17 dicembre 2007

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E’ on line il nono numero stampabile di MZ – Il giornale del Ribelle. Potete liberamente scaricarlo cliccando in alto a destra, dove vedete scritto MZ Download. Perché una versione cartacea del blog? Per diffonderne i contenuti col vecchio ma imbattibile sistema della distribuzione a mano, faccia a faccia, porta a porta, nelle biblioteche, nelle università, nel luogo di lavoro, col volantinaggio in strada. Fate quante più copie potete (attenzione a stampare in fronte/retro: pagg 1-2 e pagg 3-4), rilegate con una semplice graffettatrice, e distribuite.
In questo numero: speciale sul No Dal Molin , con un'interessantissima intervista a Massimo Fini ripresa dal settimanale Vicenza Più.

 
L'unica chance rimasta: ribellarsi PDF Stampa E-mail

16 dicembre 2007

Siamo prigionieri di una scatola vuota la cui sola regola è correre più degli altri per non finire schiacciati. Una marea umana che non sa dove va la corrente.
Viviamo incasellati in abitudini, ruoli e routines che hanno smarrito la libertà di cambiare. Non riusciamo più nemmeno a immaginare la possibilità di un senso diverso, di una società dove non sia tutto prescritto, prestabilito e ordinato da autorità superiori e inavvicinabili (i governi, le banche, le Borse e i mercati internazionali, i patti di sindacato e gli intrecci societari, le organizzazioni burocratiche sovranazionali).
Dobbiamo riscoprire la volontà di rischiare. L'avventura dell'impegno contro il Potere. Perchè, ogni giorno di più, abbiamo sempre meno da perdere. (a.m.)

 
Equizi: "Vicenza nuova Val di Susa" PDF Stampa E-mail

15 dicembre 2007

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Franca Equizi, consigliere comunale vicentina aderente a Movimento Zero e capolista alle ultime elezioni provinciali di Vicenza con la lista civica Riscossa Democratica, esponente del Presidio Permanente No Dal Molin, è una tipa tosta. L’hanno espulsa dalla Lega Nord dopo anni in cui ha dato filo da torcere alle lobby interne (ed esterne) che ammorbano il Carroccio, e oggi combatte solitaria contro Destra e Sinistra in una Vicenza che si avvia a essere la città più americanizzata d’Europa.
Che significato ha per lei e per Movimento Zero la manifestazione di oggi, 15 dicembre?
Vogliamo dimostrare che i vicentini non si piegano alle decisioni romane: la devono smettere, i politicanti di destra-sinistra, di considerarci sudditi. Come cittadini sovrani  vogliamo essere padroni a casa nostra: dobbiamo essere noi vicentini a decidere il futuro della nostra città. Non vogliamo diventare i nuovi indiani, ma lasciare ai nostri figli un futuro sereno. Speriamo che i vicentini, come già avvenuto in febbraio, partecipino in massa per dimostrare che non siamo i soliti polentoni disposti a subire tutto. La manifestazione, per noi, significa anzitutto questo: Vicenza ai vicentini. Non agli Americani, non a Berlusconi, non a Prodi, non agli interessi economici.
Lei è un’attivista del Presidio No Dal Molin. Ci spiega qual è oggi la situazione interna al movimento vicentino contrario alla base?
Sottolineo che fra chi frequenta il Presidio ha votato o proviene dai più svariati partiti dell'arco costituzionale. Attualmente gli attivisti del Presidio Permanente sono consapevoli del tradimento di  tutti i partiti e contestano indistintamente destra e sinistra, mentre i componenti del Coordinamento dei Comitati, strumentalizzati da (quando non organici a) partiti e sindacati, pensano sia ancora possibile mediare. Secondo me è giunto il momento di chiedere ai 170 parlamentari che, probabilmente per l’imminente campagna elettorale, si sono schierati con il No Dal Molin, che chiedano a Prodi di tornare sulla sua decisione. Anche causando la caduta del governo. Questa sarebbe coerenza, anche se non credo lo faranno: tengono troppo alla ricandidatura, fanno la faccia feroce ma poi scodinzolano dietro i loro padroni, i partiti. I signori parlamentari, finora, hanno prodotto solo chiacchiere.
Quali sono le responsabilità del governo Prodi e prima del governo Berlusconi nella costruzione della base americana?
Entrambi sono servi degli Americani, perché l’Italia è serva degli Usa. Hanno deciso senza sentire la comunità locale trattandoci come sudditi, e lo stesso dicasi dell'amministrazione comunale di centrodestra. E’ la dimostrazione che non esiste differenza fra destra e sinistra, che si sono pateticamente rimpallate le responsabilità proprio per nascondere questo fatto ormai acclarato: che sono uguali nel truffare la gente con la scusa degli opposti schieramenti. Dico di più: se le ultime elezioni fossero state vinte da Berlusconi e oggi ci fosse lui al governo, la sinistra unita avrebbe manifestato un giorno sì e un giorno pure facendo una facile opposizione, e il governo avrebbe, probabilmente, avrebbe annullato la decisione presa.
Qual è la prospettiva nel breve-medio periodo per il movimento? E’concretamente possibile impedire l'insediamento Usa? E come?
Credo sia ancora possibile bloccare i lavori: basterebbe che i 170 parlamentari obbligassero Prodi a modificare la decisione presa anche a rischio di chiudere anticipatamente la legislatura. In ogni caso noi cercheremo in tutti i modi di impedire questo scempio per la nostra città (patrimonio dell'Unesco): la Val di Susa insegna. L'attuale classe politica con la sua scellerata decisione ha scosso i vicentini: ma si erano viste tante persone di ogni età, ceto sociale e credo politico scendere in piazza, impegnarsi in prima persona e contestare per un ideale comune, creando una comunità di lotta. Attenzione politici inciuciati: la misura è colma.

 
Sciopero camionisti, prova generale di decrescita PDF Stampa E-mail

14 dicembre 2007

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Una vita dura e stressante. Le ore di lavoro che aumentano e i margini di guadagno che diminuiscono a fronte di una esternalizzazione selvaggia praticata dalle aziende produttrici. Queste ultime che scaricano sui piccoli trasportatori gran parte dei costi delle consegne. È questa la cornice della massiccia protesta che fino all'altro ieri ha paralizzato le autostrade italiane, tagliando i rifornimenti al Paese. I piccoli trasportatori chiedono al governo un prezzo del carburante più ragionevole e contemporaneamente chiedono maggiori esenzioni fiscali. Fin qui tutto normale. Ma se si analizzano i fatti recenti con una prospettiva più allargata la percezione del problema cambia.
In realtà i camionisti non domandano più soldi e più sgravi fiscali per tradurre il tutto in minori carichi di lavoro con una maggiore qualità dello stesso. Chiedono più sgravi per potere lavorare con gli stessi ritmi folli per magari aumentarli in modo da incrementare i profitti. Per fare girare ancor più una economia che se solo si ferma per un secondo schianta sotto il suo stesso peso.
Per chi scrive l'unico antidoto al collasso dell'economia mondiale si chiama decrescita. Il paradosso però è un altro. A far capire l'importanza di questa prospettiva così radicalmente avversa al senso comune del "tutto, di più e subito" è stata proprio la protesta dei camionisti, passata per golpista e violentemente corporativa. Sì proprio loro, l'emoglobina di un sistema circolatorio produttivo come quello italiano dove la gomma è l'unico vettore di un modo di produrre che nel Paese è ancora, per certi versi, il più assurdo e pericoloso.
Spero che qualcuno un po' se ne sia accorto, ma il blocco, anche termporaneo, della consegna delle merci, forse ci ha fatto capire un po' meglio che è qui il punto. Le merci. Quanto di quello che viene stipato ogni giorno nei container autostradali è realmente utile? Perché in nome della produzione di massa applicata al superfluo si è finiti per inquinare, disboscare, cementificare e ammorbare l'ambiente, la nostra storia, la nostra vita? Detto in parole povere, tutto 'sto casino è venuto fuoti in realtà per motivi legati alla sinistra banalità del superfluo. Il necessario perpetuarsi del circolo produci, consuma, spreca, inquina che grazie all'economia del petrolio è divenuto cifra assoluta del mondo contemporaneo. Anche se non si sa per quanto ancora. Lo sciopero dei camionisti è stato, a guardarla da questo punto di vista, la prova generale di quando l'oro nero scarseggerà per davvero. Un putsch (involontario) della decrescita.
L'ultimo aspetto, comico direi, è quello che esce dalle prese di posizione di condanna di Montezuma Cordero alias Luca di Montezemolo, ras italico di Ferrari e soprattutto Fiat. Ma caro Montezuma: non sono stati i tuoi angeli protettori, gli Agnelli negli anni '60 ad imporre il trasporto su gomma per favorire la produzione di auto e camion? Non sono stati proprio loro ad affossare il trasporto su ferrovia? E ora proprio tu, Mr Fiat, ti lamenti con i tuoi clienti camionisti? Caro Luca, meglio che tu taccia e ti limiti a pettinare il tuo ciuffo.

Marco Milioni

 
No al Dal Molin, no alla servitů Usa PDF Stampa E-mail

12 dicembre 2007

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Il ministro degli Esteri Massimo D'Alema dopo il colloquio avuto ieri con il Segretario di Stato statunintense Condoleeza Rice: "Sulla base Usa di Vicenza sono state prese tutte le decisioni, la questione è risolta. Anzi, da parte americana c’è stato un ringraziamento per il fatto che il governo italiano ha dato la sua disponibilità e ha preso le decisioni che doveva prendere". E' precisamente in questo "doveva" che si confessa alla luce del sole la sudditanza dell'Italia (e, beninteso, dell'Europa) alle strategie internazionali e alla logistica militare di Washington e del Pentagono. Ma per fortuna che al governo c'è la sinistra "radicale", vero signori 170 parlamentari che hanno chiesto la moratoria-burletta per il raddoppio Usa a Vicenza agitando quel faldone di carta straccia che è il programma dell'Unione (là dove prevede, bontà sua, nientemeno che una Conferenza sulle servitù militari)? Non avete neanche un briciolo di vergogna nel dichiararvi contrari a parole alla svendita della nostra terra, recitando la facile parte dei contestatori interni che si tengono ben stretta la tessera, la poltrona e la fedeltà canina ai partiti governativi?
Movimento Zero sfilerà a Vicenza questo sabato, 15 dicembre. Lo farà a testa alta, perchè a Vicenza è in prima linea contro i diktat Usa e i suoi manutengoli di destra (il Comune locale e il governo Berlusconi, che fece i primi accordi) e di sinistra (all'opposizione in città e oggi al governo a Roma). Manifesterà contro un esproprio: di terra, di sovranità, di dignità e di democrazia (negata ai vicentini, che avrebbero il diritto di avere l'ultima parola sulla loro città). No Dal Molin!

 
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