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Pirateria risorta PDF Stampa E-mail

31 agosto 2009

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Sembra incredibile, ma esattamente come nei tempi andati, anche oggi in piena era tecnologica e burocratica, esiste ancora la pirateria. Poche centinaia di pirati nel mondo infatti, stanno dando filo da torcere ai governi occidentali. Ma oggi come allora, nonostante le puntuali campagne diffamatorie contro di loro, i pirati ispirano più simpatia che rabbia e rancore, tanto da avere in entrambi i casi l'appoggio incondizionato delle popolazioni locali.
All'epoca d'oro della pirateria, tra il XVII e il XVIII secolo, i pirati erano spesso dei marinai o rinnegati o caduti in disgrazia a causa delle durissime e spesso disumane condizioni di vita sulle navi mercantili inglesi o francesi. Il nascente capitalismo moderno si faceva sentire anche sulle navi: dopo anni passati a lavorare come schiavi in condizioni durissime a fronte di paghe ridicole, correndo spesso il rischio di subire severe punizioni corporali se non addirittura di essere gettati in mare, molti marinai decidevano di abbandonare la vita "perbene" e di istituire delle specie di "compagnie" che restituivano la pariglia ai loro ex-aguzzini depredandoli delle loro ricchezze, che venivano distribuite in modo eguale tra tutti, ex-schiavi compresi. Spesso i pirati avevano l'appoggio delle popolazioni locali delle Americhe, che evidentemente odoravano puzza di marcio nell'economia "ufficiale" dell'epoca.
I pirati moderni non solcano più i mari davanti alle Antille, bensì in Africa, soprattutto presso il golfo di Aden, ma la sostanza non cambia di molto: pirateria come rivolta e difesa contro l'assurdità e la cecità mercantile. Oggi come allora.
Nel 1991 infatti, non appena il governo della Somalia cadde, misteriose navi europee hanno iniziato a comparire al largo delle coste Somale per svuotare grossi barili nell’oceano, pieni zeppi di scorie nucleari, provenienti da ospedali (la medicalizzazione moderna...che cura da una parte e uccide dall'altra...) e aziende europee. I governi europei ovviamente sapevano tutto ma non hanno mai fatto nulla.
Gli abitanti della costa hanno cominciato ad ammalarsi, oltre a mettere al mondo bambini malformati. Molti barili, perforati, sono giunti sulle spiagge. La gente ha iniziato quindi a soffrire di sintomi da radiazioni, e anche a morire.
Ma tutto ciò non basta. Nello stesso periodo, altre navi europee hanno iniziato a invadere i mari della Somalia, questa volta per saccheggiarli della loro più importante risorsa: il pesce. Noi abbiamo distrutto le nostre riserve ittiche a causa dello sfruttamento eccessivo, e adesso stiamo attingendo alle loro.
In questo contesto nasce la pirateria attuale. Tutte le persone del luogo concordano trattarsi di ex pescatori somali, che hanno deciso di contrastare con semplici motoscafi la pesca di frodo e lo scarico di scorie. E' ovvio quindi che la popolazione locale li appoggi: il 70% della popolazione sostiene la pirateria come una forma di difesa nazionale.
E' inevitabile che una tale protesta spontanea desti forme di curiosità, se non addirittura di simpatia, non solo a livello locale, ma anche altrove, nell'immaginario popolare. E non solo -ovviamente- per ragioni di sopravvivenza di chi la pirateria la fa, ossia per difendersi. Dall'altro lato, sarebbe inopportuno ridurre la pirateria -del passato e attuale- a puro spirito di avventura o a uomini che si associano per tutelare i propri interessi. Nella pirateria ci sono anche avidità, violenze e ingiustizie. Ma in tale contesto questo a noi non interessa. Non è un discorso morale che stiamo facendo, per sapere chi tra le mercanzie occidentali e i pirati siano i migliori e i peggiori. La pirateria -come per esempio la guerra in Afghanistan, per cui vale un discorso analogo- ci dà una misura del grado di colonizzazione del mondo.
Così, per esempio, malgrado il sofisticato sistema di controllo satellitare che è stato impiantato affinchè nulla di quello che succede sul nostro pianeta sfugga al suo controllo, noi vediamo che tuttora delle enormi navi mercantili possono diventare delle navi fantasma. Questa è la conferma che, nonostante tutto, esistono ancora degli spazi aperti. Come nel caso dell'Afghanistan o dell'Iraq, noi non possiamo fare altro che sperare che questi spazi restino tali, o che magari addirittura si allarghino, a dispetto dell'invadenza occidentale e della sua avidità.

Massimiliano Viviani

 
Pausa estiva del blog e invito a "disertare" le vacanze PDF Stampa E-mail


1 agosto 2009 


Con questo breve articolo di saluto, il blog di mz chiude i battenti per la pausa estiva. A meno di improvvisi ed importanti eventi che comportino un qualche commento urgente, riprenderemo agli inizi di settembre. Ci teniamo a ringraziare sinceramente tutti coloro che hanno letto con interesse gli articoli del blog e hanno partecipato alle relative discussioni. Auguriamo a tutti buone vacanze e buon riposo...anche se sappiamo tutti che le vacanze sono un'illusione, un prodotto effimero della civiltà moderna. Sarebbero da non fare. La vacanza ricorda il vacuus, il vuoto. Si parte, ci si allontana, si viaggia, si sogna di posti lontani, ma a nessuno viene in mente un richiamo al concetto di "alienazione"? In realtà, si tratta anche qui, come in tutti gli altri aspetti moderni, di un falso mito che va a riempire una mancanza creata ad arte. Una delle tante "aperture" che annichiliscono l'uomo. Nessuna civiltà del passato ne ha mai sentito il bisogno, nè fra i ricchi, nè fra i poveri. E' uno dei tanti bisogni "inventati" dal nulla, per cui l'uomo moderno si sente tanto fortunato.
E' illusione, fumo, aria fritta. Della vacanza non resta che una vaga ombra che in breve tempo svanisce. Non resta, appunto, che un vuoto. La sensazione -paradossale e tragica- di pensare al ritorno nella propria casa con tristezza e malinconia. La vita vera, invece, è consapevolezza, presenza. E' senso quotidiano, è possedere un proprio posto nel mondo.
Nondimeno le vacanze servono per riposarsi. Ce le hanno fatte diventare necessarie. Ma questo è un altro discorso. Chi può non farle, non le faccia. Alla lunga, forse vivrà meglio. Io non le farò, starò nella mia città.
In fondo, noi di mz esistiamo anche per questo: per individuare un mondo, una vita che possa fare a meno -tra le altre cose- anche delle vacanze!
m.v.

 
Malati moderni PDF Stampa E-mail

28 luglio 2009

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Le conquiste della medicina e della chirurgia sono un vanto della scienza moderna. Negarne i successi sarebbe pura stravaganza, bizzarrìa di chi vuole esibire un anticonformismo. Basti ricordare che in epoca premoderna anche la semplice estrazione di un dente era un’operazione dolorosissima. Non esistevano anestetici, le sofferenze erano inaudite. Anche rispetto ad anni recenti i progressi sono stati impressionanti. Oggi il dolore è praticamente scomparso dalle pratiche mediche e chirurgiche e si guariscono malattie un tempo mortali.
Fatto questo doveroso riconoscimento, non ci si può esimere dal rilevare tutte le aberrazioni del sistema sanitario. Un cittadino avverte un dolore o un malessere. Si fa visitare dal medico di base. Costui non azzarda alcuna diagnosi. Non può farlo, nemmeno se lo volesse. Il suo compito consiste nel prescrivere una serie di controlli e analisi, costosissimi, a spese del paziente se vuole ricorrere al canale della medicina privata a pagamento, a spese della Regione, vale a dire della comunità, se sceglie l’assistenza pubblica. Individuata la causa del malanno, vera o presunta, lo specialista provvederà a intervenire per via medica o chirurgica. La specializzazione è sempre più localizzata su una funzione, come se l’organismo fosse la somma di tanti pezzi. C’è lo specialista del cuore, quello del fegato, quello dei reni, quello della tiroide, quello delle emorroidi...Addirittura ormai è troppo approssimativo parlare di ortopedico: ci sarà lo specialista della rotula, quello della caviglia, quello dell’anca, quello del gomito...La medicina occidentale ha completamente smarrito la visione di un’organicità che comprende psiche e corpo in un tutto che deve recuperare la sua armonia complessiva, quell’armonia in cui consiste la salute. La cura del fegato avrà controindicazioni su altri organi, allora bisognerà ricorrere allo specialista dell’organo che ha subìto danni collaterali, come quelli dei bombardamenti “chirurgici” vantati dalla tecnologia bellica.
Il sistema deve vantare i suoi successi, per cui dopo lunghe cure il paziente verrà dichiarato guarito. Però dovrà sottoporsi a controlli periodici e dovrà continuare ad assumere farmaci per consolidare i risultati ottenuti e per prevenire complicazioni e ricadute. Diventerà un malato cronico, oppresso da ansie e pratiche burocratiche infinite. Questa è la prassi che quotidianamente trascina milioni di individui nel vortice di un ingranaggio che per automatismo verbale ormai comunemente definiamo kafkiano. Chi ha la sventura di entrare nel meccanismo non ne esce più.
Tolstoj diceva che si ammalano solo gli stupidi e i viziosi. Affermazione stravagante di uno scrittore creativo, un romanziere. Anche una persona accorta e morigerata può beccarsi un virus, può subìre un incidente, può essere contaminata da un’epidemia o dai veleni dell’ambiente. Però come in tutte le asserzioni paradossali delle persone intelligenti, in quella frase c’è del vero. La condizione naturale e normale del nostro organismo è  il buon funzionamento, vale a dire la salute. Abbiamo sistemi autoimmunitari fortissimi e funzionanti senza bisogno di supporti chimici. In questo senso è vero che il segreto dello star bene consiste in una vita sana e in un’alimentazione moderata ed equilibrata. Questo è il senso del paradosso tolstoiano. L’esasperazione salutista della nostra follia ha medicalizzato tutta la nostra vita, rendendoci dei malati perpetui che alimentano un giro d’affari colossale, in un apparato di medici, infermieri, burocrati che si autogiustificano attraverso le paure indotte ai veri e falsi pazienti; in questo giro d’affari le Case farmaceutiche, con i loro investimenti che esigono la resa in termini di profitto, diventano vere e proprie potenze finanziarie.
Tutto questo enorme apparato e questo groviglio di interessi colossali contribuiscono potentemente a creare quello stato di ansia e nevrosi che segna nel profondo l’uomo di oggi e ha un costo enorme per la collettività.
Urge pertanto giungere a conclusioni che siano coerenti con le premesse. Intanto bisogna agire per ridurre drasticamente costi ormai insostenibili. A questo proposito è evidente che il maggior peso viene dall’assistenza agli anziani. Gran parte degli assistiti sono vecchi afflitti dai normali malanni dell’età. Allora azzardo una modesta proposta: dopo il compimento del settantacinquesimo anno, all’anziano siano garantiti gratis solo gli analgesici. Se vuole curarsi lo faccia a proprie spese. Se non ne ha i mezzi provvedano familiari e parenti. Se nemmeno loro possono farlo provvedano enti assistenziali e caritatevoli privati, religiosi o laici. Forse sarebbe una via per ricreare un clima di solidarietà sociale. Così andavano le cose in epoche più civili di quella, barbara, in cui siamo condannati a vivere. Mi rendo conto di come una simile proposta appaia folle e si esponga all’accusa di cinismo e insensibilità. Chi l’avanzasse in un programma elettorale sarebbe sicuro di ottenere una percentuale di voti da prefisso telefonico. Ma forse che è logico, umano e caritatevole tenere in vita a costi altissimi per la collettività dei vegliardi la cui esistenza è uno stanco e lento trascinarsi alla tomba, mentre si incoraggiano giovani donne ad abortire perché il mondo è sovrappopolato? Ci rendiamo conto dell’abisso di follia in cui siamo precipitati? Bisognerà pure che qualcuno abbia il coraggio e l’onestà intellettuale di dire le verità anche spiacevoli.
In ultima analisi, la salute pubblica è qualcosa che ha a che fare con lo stile e i ritmi di vita, col rapporto che abbiamo con noi stessi, con gli altri, con la natura. Si tratta di un problema sociale e politico in senso alto, un problema di civiltà, non medico. Sulle paure indotte in chi viene convinto di essere bisognoso di cure si è costruito tutto il mostruoso apparato del servizio sanitario. Per uscirne occorre una civiltà radicalmente diversa, una mentalità radicalmente diversa, che accetti serenamente il naturale corso delle cose, il nascere, il crescere, il declinare, col suo inevitabile carico di sofferenza, la morte. Ma le mentalità, le civiltà, non si riformano con le prediche. Sono l’effetto di un modo di produrre, di consumare, di una modalità di rapporti fra individuo e collettività. In una parola, di una rivoluzione, quella rivoluzione che etimologicamente è un ritorno alle origini. Il ribelle che sa dire il vero senza infingimenti, in questo senso è  anche un rivoluzionario.

Luciano Fuschini

 
L'inganno dell'Informazione PDF Stampa E-mail

25 luglio 2009

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Matteo Simonetti, già giornalista del Secolo d'Italia, dell'Indipendente, di Liberal e La Destra, attualmente collaboratore de Il Borghese -unica pubblicazione cartacea che gli consente di esprimersi senza censure- ha scritto per Movimento Zero questo articolo e si è detto gentilmente disponibile a scrivere per mz anche in futuro.

Non è una funzione liturgica, ma le assomiglia molto. Ne condivide la ritualità e la regolarità nella cadenza, dà la stessa sensazione rassicurante di partecipazione alla comunità, ne ricalca perfino il linguaggio, codificato e standardizzato. Si tratta della visione quotidiana del telegiornale, pratica che unisce milioni di italiani, i quali la subiscono passivamente senza alcun senso critico, accettandola come espressione del “Verbo”, inteso come fonte di verità e informazione, legittimato ed unico suggerimento di condotta per tutte le novità che esulano dalla sfera più strettamente privata.
Il tema dell’informazione e della cosiddetta disinformazione è uno dei più importanti in queste pagine e in generale nella rete, luogo che quasi per definizione si contrappone alla genuflessione davanti ad un sapere controllato e uniformato, a vantaggio di una personale ricerca delle informazioni e della conseguente formazione di un proprio punto di vista sui fatti. Nonostante ciò la consapevolezza di quanto succede in occasione del più importante momento di trasmissione di informazioni - purtroppo la televisione è ancora padrona della comunicazione - è scarsa anche tra i navigatori.
La sensazione più forte di fronte alla visione di un telegiornale è quella di un vuoto sapientemente creato. Il telegiornale è ipoinformazione, cioè sottrazione di ogni informazione pregnante e sua sostituzione con una non-notizia. Pensate all’importanza che, in termini di tempo e di evidenza, viene data quotidianamente alla meteorologia. Fatti tanto banali come la successione di giorni di pioggia e bel tempo, l’alternanza di temperature e pressioni basse e alte e via dicendo, riempiono lo spazio che potrebbe essere riservato a riflessioni importanti su vicende di politica estera, alla spiegazione di nuove leggi… Tale vuoto però va mascherato, per evitare la sempre possibile catastrofe del “Re nudo” scoperto da un bambino. Ecco allora che compare una vera e propria risemantizzazione dell’evento meteorologico, costruita con sapienti quanto costruiti agganci a fenomeni più “pratici” come il traffico, i danni alle colture o al turismo. Ecco i collegamenti dalle città con interviste tipo: “Ha visto come è stato caldo oggi? – Sì, molto più di ieri! Speriamo che domani rinfreschi…”, collegamenti che hanno la funzione di testimoniare la presunta eccezionalità dell’evento, come se si trattasse di testimonianze oculari di un omicidio di un capo di stato.
Si tratta di falsa informazione, non nel senso di informazione bugiarda, ma in quello di non-informazione. Questo inganno nei confronti di tutti noi poggia sul fatto che per decenni il telegiornale fu quello delle reti Rai, cioè in un certo senso espressione dello Stato. Era quindi normale per il telespettatore ritenere che se ci fosse stato qualcosa di importante da sapere il servizio pubblico ne avrebbe parlato. Questa sedimentata fiducia del cittadino nel notiziario è oggi sfruttata per mantenerlo in uno stato di non pericolosa (per i governanti) ignoranza, di tranquilla inoperosità dal punto di vista del coinvolgimento in attività politiche e di aggregazione sociale. Il telegiornale come strumento del potere economico (inutile dire politico perché oggi il secondo si scioglie nel primo) ha interesse nel mantenere il cittadino quanto più distante possibile dai luoghi di decisione. Lo fa celando vicende per le quali, adirandosi, potrebbe essere spinto a decisioni drastiche, e costruendo un approccio passivo e acritico, tipicamente televisivo, verso la politica. Tale approccio porterà a sempre più astensione e disinteresse, permettendo l’autoperpetuarsi del sistema.

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I chiassobond e il paradosso finale PDF Stampa E-mail

23 luglio 2009

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Alle volte pure dai piccoli dettagli ci si accorge che la storia cambia passo. Da mesi si ascoltano analisi altisonanti sul dopo crisi, come se gli effetti della crisi stessa siano già passati. Si sente spesso dire che la politica economica dei grandi del mondo avrà una svolta. Ma difficilmente, con le dovute eccezioni, ho letto sui media main-stream che uno dei grandi temi è il dollaro. Ovvero l'abbandono della divisa statunitense come moneta di scambio globale. In tanti l'hanno scritto, nessuno ormai lo dubita. Il dollaro è stato per sessant'anni uno dei mezzi con i quali gli Usa hanno sbidonato il loro benessere sulle spalle del resto dell'orbe terraqueo. Però l'abbandono del biglietto dello Zio Sam non è una cosa che si può fare dall'oggi al domani. E soprattutto questa exit-strategy potrebbe essere il luogo virtuale, ma segreto, nel quale si disegnano le nuove mappe del potere che verrà. Un potere nel quale i signori della grande finanza e delle banche pretenderanno un posto in primissima fila.
In questo contesto la notizia dei titoli di stato americani sequestrati a Chiasso è indicatore del fatto che la guerra per la definizione del nuovo potere monetario mondiale sia di fatto cominciata. E credo si tratti di una partita grossa per la quale il silenzio pressoché totale della grande stampa risulta fin troppo eloquente. Non si sa ancora se quei titoli siano veri o falsi. Ma la cosa non importa alla fine. Il loro valore di faccia (100 miliardi di euro) è enorme. Circa tre manovre finanziarie italiane. Se si tratta di una truffa, è risibile che si pensi all'operato di qualche ghenga più o meno mafiosa. Se si tratta di una truffa, siamo di fronte al progetto di agenzie che sono emanazione di qualche governo. È già successo in passato che le banche centrali di vari paesi si falsificassero il danaro a vicenda. Tra i tanti i sovietici avevano acquisito grandi doti nel falsificare dollari e sterline. Mai però si era giunti alla notizia di un valore di faccia tanto elevato. Piccola parentesi. Se in questo frangente lo Stato italiano agirà secondo le sue leggi e se si dà credito agli Stati Uniti secondo i quali quei documenti di credito sono fasulli, allora l'Italia avrebbe fatto comunque bingo perché la norma prescrive in questo caso una ammenda pari al 40% del valore di faccia del titolo falso sequestrato. Ma a chi chiederemo il risarcimento se ai due spalloni, in probabile violazione della legge, è stato permesso di abbandonare il Paese? Chiusa la parentesi è comunque certo che se ora le banche centrali cominciano a guerreggiare in questo modo, significa che hanno l'acqua alla gola. E ciò significa che debbono mettersi a fare le falsarie perché i governi di riferimento sono alla canna del gas.
Se invece si tratta di titoli di stato veri, pronti ad essere dismessi dalla banca centrale giapponese, siamo di fronte ad uno scenario altrettanto grave. Perché ciò comporta che il dollaro viene giudicato spazzatura da una delle più importanti banche centrali del pianeta. Il tutto comporta ovviamente un rischio incalcolabile, quello per cui i risparmi di tanti privati in giro per il mondo finiranno al macero. Addirittura si è autorizzati a pensare che il Giappone avrebbe potuto agire conto terzi (Stati Uniti?) al fine di rifilare i titoli Usa, alias debito-credito contratto in dollari, ad ignari investitori fresconi ammaliati a dovere. Insomma un altro collasso finanziario, ben più pesante di quello dell'anno scorso, sarebbe all'orizzonte. Un collasso che è al contempo causa ed effetto di uno scontro sotterraneo tra il vecchio potere Usa e il nuovo che avanza. Cina in primis. Ma c'è un'altra questione da approfondire.
All'interno di questa guerra, reale o virtuale che sia, nessuno tra i big dello scacchiere globale però si è minimamente posto il dubbio se sia il caso di mettere in discussione il peccato originale di tutto quanto il moloch, leggi l'attuale modello di sviluppo. Forse perché non si può chiedere ai tacchini di festeggiare il natale. Ma il modello di sviluppo rimane tuttavia sul banco degli imputati assieme alla cosiddetta modernità: quest'ultima generata dall'industrialismo, sulle cui matrici filosofiche, sempre che esistano, sarebbe interessante approfondire.
E nel medesimo contesto permane pure una macroscopica anomalia di fondo. Le cronache della crisi, sia quelle ad ampio scenario, sia quelle più spicciole, ci portano ad un paradosso finale che non può essere ignorato. Infatti se si ammette che il sistema attuale è l'unico possibile, si evince chiaramente dalla storia degli ultimi 150 anni che tale sistema non possa basarsi che sulla frode, sull'inganno, sulla sperequazione, sulla mistificazione. E che a livello politico, globale e non, la democrazia (rappresentativa) non è che un paravento rispetto ad un sistema iniquo che nel suo conto consuntivo non permette di riportare gigantesche anomalie economiche, sociali, ambientali, di giustizia, di libertà. Di umanità si potrebbe dire. E quindi, sempre usando i parametri della democrazia rappresentativa moderna, tale sistema intriso di sedicente libero mercato, ha forza per essere tale solo se i suoi princìpi fondanti possono essere sistematicamente violati da elite ben circoscritte.
Per dirla in parte alla Marco Travaglio, l'intero sistema è un gigantesco, inumano e storicizzato falso in bilancio. Rispetto ad un rilievo del genere non ho mai sentito una replica efficace da parte dei sostenitori del “contemporary way of life”. Probabilmente perché non hanno argomenti.  Se ne può uscire? Può essere. Ma questa è un'altra storia. C'è solo uno spunto di riflessione da aggiungere. Che non è mio ma di Enrico Rosa, un gagliardo sostenitore vicentino di Movimento Zero. «L'economia ha ragione di essere solo in quanto serve a me e ai miei simili. Ovvero quando essa è funzione di un rapporto fra uomo e uomo. Ma nel momento in cui questa cessa il suo supporto agli individui e alla gente per divenire una astrazione auto-referenziale, io essere umano che me ne faccio? A che cosa diavolo mi serve? Sbarazziamocene».

Marco Milioni

 
Morire con devozione PDF Stampa E-mail

di Fabio Mazza

21 luglio 2009

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C’è un comportamento che a noi odierni occidentali appare incomprensibile e indice di fanatismo: il sacrificio della propria vita per non cadere nella vergogna. Questo perché nelle società antiche e nel Giappone fino ad epoca relativamente recente, più della vita, più del successo, più della cosiddetta “felicità” che tutti cercano e nessuno sa dov’è, nè forse cos’è, contava l’onore.
L’onore era l’opinione che un uomo aveva di sè e che la collettività in cui viveva e con cui si confrontava aveva di lui. In quei contesti dove la vita era molto più “pubblica” di ora, le famiglie molto più numerose, i legami con il vicinato e la polis, il villaggio, il territorio erano molto più serrati, perdere l’onore equivaleva ad una “morte civile”. A decadere al rango di paria, a divenire un pusillanime e quindi perdere quell’identità e quel senso di sè, che aveva per quegli uomini, importanza fondamentale.
L’uomo odierno, attaccato alla vita, come ai beni materiali, ai giocattoli, di cui si circonda, non concepisce minimamente un simile modo di vedere le cose. Anzi, la vita gli è cosi cara, che è disposto ad accettare qualunque mediazione, qualunque sopruso (morale o fisico), qualunque bassezza, per mantenerla.
In più spogliata dalla sua dimensione collettiva, la morte, non è più vista come un fatto inserito in un più ampio tutto, in una dimensione ciclica, che si ripete e che permette all’uomo che immoli se stesso a questi valori, di essere considerato con ammirazione, come un punto di riferimento.
La morte è ora, per l’uomo occidentale, per la sua famiglia nucleare, per i rapporti sporadici e superficiali che intrattiene con il suo “habitat” sociale, una catastrofe simile ad un apocalisse, proprio perché viene vissuta come definitiva, senza appello, senza senso. Da qui il timore della fine, che fine non è, in una visione “panteistica” od “etica” dell’esistente, e la gara spietata per mantenersi giovani il più a lungo possibile, ricorrendo a qualunque mezzo, anche il più grottesco, per farlo. Per rinviare il più possibile un evento naturale che non riesce ad essere accettato da un uomo che ha basato il suo concetto di “benessere” e “felicità” sugli oggetti, di cui, per quanti possa possederne o accumularne, niente gli rimarrà quando l’ombra cadrà sui suoi occhi.
Per questo al cittadino moderno, emancipato, democratico pare inconcepibile quello che i kamikaze islamici riescono a fare, cosi come alla nostra civiltà già compromessa nei valori fondamentali (ma non ancora perduta come quella odierna) pareva inconcepibile vedere i piloti giapponesi (gli originari kamikaze da cui è stato mutuato il termine) slanciarsi verso la morte per danneggiare una sola nave nemica.
Questi uomini avevano interiorizzato quella che Tsunetomo in “Hagakure” definisce come l’essenza dell’etica dei samurai: la morte per ciò in cui si crede. Questo devono aver pensato nel 1970, gli intellettuali, o chi ne aveva avuto notizia, di fronte al “seppuku” in diretta televisiva dello scrittore Yukio Mishima, atto estremo di un uomo di incredibile sensibilità che non poteva accettare che il Giappone stesse rinnegando tutti i valori profondi che lo avevano caratterizzato per secoli, per appiattirsi su di un incolore e pacifico americanismo, che trovò ampio respiro nel paese dopo la sconfitta bellica.
Perché giungere ad un atto simile? Non fu disperazione, se, poco prima di compiere con altri suoi fedelissimi l’atto, Mishima lasciò un biglietto su cui era semplicemente scritto: “amo la vita, vorrei vivere per sempre”. Vivere, appunto. Ma quella che per altri era vita era per Mishima e per altri come lui, che avevano improntato la loro vita all’etica dei samurai, una non-vita, una parvenza di esistenza, fatta di conformismo e di codardia. Non potevano vivere guardandosi allo specchio e non vedendo altro che una parodia di se stessi, della loro anima più vera.

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