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17 giugno 2009
 
 
Ci si poteva scommettere. Fra affaire Noemi vari; bavagli stupidi e vessatòri; internazionalizzazioni più o meno patacca della Fiat; Kakà venduti, poi ricomprati e poi rivenduti, Formula Uno, Due e Tre più o meno rivoluzionate; Iddu è stato dimenticato. E Iddu non è un fantomatico pezzo da novanta meno basso solamente di un suo solo ministro di un Paese ridicolo in un mondo folle e vile. No, Iddu è la crisi. Quello che era quasi diventato un argomento da spritz trendy oggi è già stato derubricato ad oggetto old fashioned. Ma la grana rimane. Ed è di portata globale, anche se gli esperti, quelli che non l'avevano prevista, dicono che più o meno è passata.
Su che cosa sia stata la cosiddetta crisi il blog di MZ, come una discreta parte della blogosfera, si è comportato gagliardamente, fornendo una panoramica ampia, ricca di dati e tutto sommato accessibile. Detto in soldoni, questa crisi in realtà non è null'altro che un momento di grandi squilibri finanziari più o meno voluti grazie ai quali una parte consistente dell'establishment finanziario mondiale cerca di accelerare ed aumentare il flusso della ricchezza dai molti verso i pochi. Il tutto avviene all'interno di un brodo culturale (propaganda, massmedia, intrattenimento, paura, guerra, sport, religione etc.) che legittima ed occulta al contempo la finalità ultima di questa manovra.
La punta di lancia di questo sistema è ovviamente costituita dagli Stati Uniti e dai loro più o meno (ultimamente assai meno) alleati. Non si dimentichi in realtà però che le elites finanziarie degli ultimi 150 anni hanno usato sostanzialmente l'Impero Britannico e poi gli Usa come vettori della loro dottrina economica. Questo significa che le stesse persone o le stesse idee, al pari dei virus, potrebbero trovare nuovi ospiti da infettare.
Quanto al piano geopolitico e conseguentemente al piano economico, la risposta alla crisi da parte dei paesi occidentali, Usa in primis, è stata semplicemente quella di stampare dal nulla nuova moneta. O meglio emettere nuova moneta in formato elettronico. Il bello (o il brutto) è che la Federal Reserve è stata autorizzata dal governo americano a non rendere pubblico il "quantum ed il quando" di tale emissione, con tutti gli effetti negativi che la cosa si porta in pancia. A partire dall'inflazione. La quale non è un termine astratto, ma un meccanismo che nel medio periodo obbligherà una bella porzione del mondo occidentale, e non solo, a lavorare di più per garantire i medesimi standard di vita.
Ora questa storia che buona parte del globo si spacchi la schiena per garantire il benessere degli Stati Uniti nonché la loro enorme macchina militare e propagandistica, da tempo sta facendo storcere il naso ai paesi non allineati tra i quali Russia e Cina. È quel quel mondo multipolare di cui si sente sempre sui giornali, senza che questi spieghino l'essenza della cosa. Ovvero prima comandava uno solo con i suoi alleati. Oggi i capi si moltiplicano. Un segno di questa strada arriva dal forum di organizzato in questi giorni a Yakaterinburg in Russia. Forum durante il quale la stessa Russia, alcune repubbliche ex sovietiche, la Cina, l'India e l'Iran, in forme e modi diversi, cercheranno un sistema di liberarsi del dollaro come moneta di scambio internazionale per beni, servizi, energia, materie prime e quant'altro.
Ne deriva che le economie strettamente legate al Dollaro rischiano di rimanere gravemente colpite. Ne deriva ancora che le economie legate al Dollaro che stanno cercando di svincolarsi dal biglietto verde (vedi Germania) possono avere qualche chance in più di attutire la botta. Botta che significa svegliarsi un bel giorno e avere carta igienica al posto di quei (pochi) fra titoli, azioni e soldi depositati in banca. La cosa è ben nota all'establisment occidentale, che sta comunque mettendo fieno in cascina in vista di una crisi con la "C" maiuscola.
Rispetto a quest'ultima analisi però rimane un problema di scenario. Chi condivide l'impostazione di Movimento Zero sa bene che non cambia molto tra un mondo multipolare ed uno unilaterale guidato dagli Usa se non si cambia (o meglio affossa) il modello di sviluppo attuale. Per questo i movimenti ed i gruppi di opinione che condividono questa impostazione di fondo debbono cominciare a disegnare scenari più tangibili unitamente ad un maggiore impegno sul versante della diffusione delle idee a supporto di questa impostazione.
Questo è uno dei motivi per cui questo blog, fino ad oggi caratterizzato da un taglio più informativo, assumerà una veste maggiormente improntata all'approfondimento culturale (nel senso più ampio e fresco del termine). Il sottoscritto, cronista di provincia, uso a consumare suole e biro facendo la spola il capoluogo vicentino e il suo hinterland, era stato chiamato proprio in virtù delle sue competenze giornalistiche. Pertanto questo è il mio ultimo pezzo da condirettore del blog. Sono sicuro comunque che chi coordinerà il blog dopo Alessio Mannino e me avrà comunque a disposizione una bella squadra (incluso il sottoscritto, va da sè). Un grazie ed un in bocca al lupo a tutti.

Marco Milioni
 
Gheddafi in Italia/2 PDF Stampa E-mail
15 giugno 2009
 
 
Un contrasto davvero evidente e significativo nel confronto tra la presenza e le parole del leader libico e quella delle varie voci della politica italiana è la differenza, stridente, tra la chiarezza dell’uno e la confusione delle altre.
Gheddafi dice chiaramente che ha accettato di venire perché l’Italia ha chiesto scusa per ciò che ha inflitto alla Libia in passato e si è impegnata a dare un risarcimento materiale cospicuo. Dice inoltre che il colonialismo dell’Occidente su ciò che di conseguenza si ritrova adesso ad essere il “Terzo Mondo” ha rubato con la forza a questa parte (maggioritaria) dell’umanità le risorse che avrebbero potuto dargli altre condizioni di vita facendone invece il presupposto della propria bulimica ricchezza. Non è forse vero?
Dice che, se si son trovati tanti soldi da pompare in banche già praticamente fallite, fino a rimetterle in piedi, se ne potrebbero trovare pure per restituire a molti paesi oggi poveri il futuro che gli è stato tolto (il che sarebbe pure di beneficio all’economia e alla sicurezza globale, oltre a contenere i problemi dell’immigrazione, probabilmente). Non è forse vero?
Dice che anche le cause prime del terrorismo internazionale vanno cercate in questa disparità di condizioni economiche tra Nord e Sud del mondo iniziata col colonialismo e così scandalosa da “gridar vendetta”. Non è forse vero?
Dice che le azioni militari degli Usa che vanno a bombardare e uccidere per minaccia o ritorsione secondo le proprie decisioni e convenienze unilaterali di dominio mondiale facendo vittime civili in abbondanza non sono nulla di sostanzialmente diverso né di più legittimo (se non secondo un criterio di legittimità basato solo sull’imposizione della forza) di quelle di Al Qaeda e delle altre cellule terroristiche. Non è forse vero?
Gheddafi può non piacere, ma ha il pregio di parlare chiaro e tondo. Si presenta senza né la vergogna di essere ciò che è né il provincialismo di voler essere ciò che non è: pianta la sua tenda beduina dove che sia ed è lì che gli ospiti devono andare a trovarlo ed essere ricevuti. Sarà pure un dittatore, certo, ma se questo non piace si poteva anche non invitarlo.
 
Sergio Cabras

www.ecofondamentalista.it
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Gheddafi in Italia/1 PDF Stampa E-mail
15 giugno 2009
 

 
Muhammar Gheddafi ha fatto la sua visita in Italia secondo il suo stile: come una passerella per stupire. Non ha fatto mancare niente, al pubblico degli ex oppressori: sgargianti e ultramedagliate uniformi, provocazioni da sfacciato istrione (la foto con il ribelle libico anti-italiano appuntata sul petto), ritardi da prima donna (che hanno mandato su tutte le furie il presidente della Camera Gianfranco Fini), battute a effetto sulle donne (facendo inviperire Emma Bonino, e per questo lo ringraziamo di cuore), tenda beduina a Villa Pamphili con stuolo di soldatesse-amazzoni. Viene dipinto come un dittatorello vanitoso e spaccone, ultimo scampolo dell'epoca in cui generali e colonnelli conquistavano il potere a forza di golpe. Gheddafi è tutto questo, senza dubbio. Ma, come spiega bene nell'articolo sopra Sergio Cabras, noi non abbiamo nessun diritto di giudicarlo dall'alto di una superiorità morale e politica che non abbiamo. Anche perchè, e non è un mistero, con questo capo-popolo un po' macchietta i nostri politici, di ogni colore, e i nostri industriali, affamati d'affari, fanno la fila per ingraziarsene i favori, leggi affari. Che significano montagne di milioni di euro lucrati sulle risorse naturali della Libia. Senza contare che la finanza libica sta entrando a piedi uniti nel mercato italiano, a cominciare dall'azionariato della sua prima banca, Unicredit.
C'è dell'altro, ed è ciò che più ci interessa. Guardando a quello che Gheddafi ha detto e non a come lo ha detto, quando il leader libico ha spiegato la sua concezione della democrazia (improbabile etimologia dall'arabo a parte, naturalmente). Riportiamo alcuni brani tratti dai suoi discorsi italiani in cui essa è contenuta. Ebbene: pur sapendo che alla fine della fiera il suo potere personale sovrasta la "democrazia diretta" - praticata nella realtà, e non solo a parole - se un sistema simile esistesse, chi scrive ci metterebbe la firma. E sottoscriviamo in pieno la sprezzante definizione di partitismo come "aborto" del principio democratico.  
«Il simbolo del popolo italiano sarà la fratellanza perché il partitismo è un aborto della democrazia. Ci sarebbe l’unità nazionale di tutti gli italiani, raccolti in un’unica famiglia e in un fronte compatto. Il popolo eserciterebbe il potere direttamente e senza rappresentanti». «La definizione di democrazia... Prima di tutto la democrazia è una parola araba che è stata letta in latino. Democrazia: demos vuol dire popolo. Crazi in arabo vuol dire sedia. Cioè il popolo si vuole sedere sulle sedie. Questa è l'origine etimologica della parola».«Se noi ci troviamo in questa sala siamo il popolo, che si siede su delle sedie, e questa andrebbe chiamata democrazia, cioè il popolo si siede su delle sedie. Se noi invece prendessimo questo popolo e lo facessimo uscire fuori, se avessimo invece preso dieci persone e le avessimo fatte sedere qua, scelte dalla gente che stava fuori, e loro invece sono seduti qua, quei dieci, questa non sarebbe da chiamarsi democrazia. Questa si chiamerebbe diecicrazia. Cioè dieci sulle sedie. Non è il popolo a sedersi sulle sedie, questa è la democrazia. Finché il popolo non si siederà tutto sulle sedie, non ci sarà ancora democrazia». «L’alternanza del potere vuol dire che c’è gente che si prende e si trasmette il potere tra di loro. Se ci fosse democrazia non ci sarebbe un’alternanza di potere. La democrazia significa il popolo che detiene il potere. Come fa a consegnarlo a uno?». «Se per caso si intende mandare un esercito per combattere in Afghanistan, presentiamo questa proposta ai 2.000 congressi italiani dove si trova tutto il popolo italiano. E ogni congresso esprimerà la sua opinione circa l'invio di forze in Afghanistan e i delegati porteranno l'opinione dei loro congressi. E viene formulata una legge fatta secondo le decisioni del popolo italiano. Verrà emanata questa legge e tutti dovranno comportarsi secondo i dettati di questa legge. Quindi, queste sono delle leggi emanate dal popolo. Questa è una politica designata dal popolo. Questa è la democrazia. Ora in Libia, abbiamo 30 mila congressi, comunità. Ogni comune è composto da un centinaio di persone, così fanno 3 milioni. Questo è il numero dei cittadini libici che possono praticare il potere, gli altri sono minorenni, bambini, hanno meno di 18 anni o sono malati o sono assenti. Questi che praticano, esercitano il potere in Libia nessuno li ha eletti, eppure il popolo è lì. Tutti sono politici. Il popolo non accetta di eleggere una persona che lo comanda. Che lo governa».
Gheddafi, quasi uno dei nostri.

Alessio Mannino
 
Cani da guardia PDF Stampa E-mail
29 maggio 2009
 

 
Nessuna simpatia per la Corea del Nord, questa monarchia ereditaria tirannica che si autodefinisce Repubblica Popolare. Preoccupazioni legittime per le sue armi atomiche. Infatti i suoi nemici storici, Corea del Sud e Giappone, potrebbero essere tentati di dotarsi a loro volta di questi ordigni, oppure prolungheranno a tempo indeterminato il loro asservimento agli Usa in cambio dell’ombrello nucleare americano.
Tuttavia nessuno degli argomenti con cui si pretende di minacciare e di sanzionare la Corea del Nord è giustificato. Quando la Cina si dotò di armi nucleari, negli anni Sessanta, il Capo indiscusso di quel Paese era Mao, il quale sosteneva che la bomba atomica era comunque una tigre di carta, come l’Imperialismo americano e il socialimperialismo sovietico; in caso di guerra nucleare la Cina ne sarebbe uscita vincente perché milioni di cinesi sarebbero sopravvissuti, mentre imperialismo e socialimperialismo sarebbero stati annientati. Al confronto le affermazioni dei capi nordcoreani e iraniani di oggi sono un esempio di moderazione. Ebbene, la Cina non ha usato la bomba, anzi, forse proprio il possesso di quelle armi l’ha resa più cauta per non esporsi al rischio di subire una rappresaglia devastante.
Il Pakistan ha fabbricato la sua bomba e ha sperimentato i suoi missili capaci di portare un’ogiva nucleare fra la sostanziale indifferenza del mondo e dell’Onu, per la semplice ragione che quel Paese, in cui alligna un islamismo fra i più fanatici, ha un governo alleato degli Usa.
Insomma, siamo in presenza di un Impero, quello americano, che pretende di stilare ogni anno una graduatoria di Paesi buoni e Paesi cattivi, Paesi che possono farsi la bomba e Paesi che devono disarmare. Intanto gli unici che la bomba l’hanno sganciata, due volte, quando la guerra era già vinta e quindi solo come monito al mondo intero ed esibizione di potenza, sono proprio gli Stati Uniti.    
I nord coreani sono brutti e cattivi ma noi stiamo con loro e col loro diritto di armarsi.
L’Iran che lapida gli adulteri non ci sta affatto simpatico ma stiamo dalla sua parte nel suo diritto di difendersi con le armi che può e che vuole avere.
Dichiariamo il nostro disprezzo per chi aggredisce fingendo di difendere i diritti di libertà e di voler togliere il burqa alle donne, di cui in realtà non importa nulla a nessuno, e per i governi che mandano i loro soldati, volontari e ben pagati, a fare i cani da guardia dell’Impero. Possiamo dirlo senza che qualcuno ci inviti polemicamente a chiedere asilo politico alla Corea del Nord  o all’Iran?

Luciano Fuschini
 
Fondamentalismo "democratico" PDF Stampa E-mail

29 maggio 2009

A volte da episodi tutto sommato marginali e legati ad ambiti di relativa importanza è possibile scorgere segnali rivelatori di tendenze generali, addirittura emblematici dello spirito del nostro tempo e della nostra società.
Domenica scorsa è andato in scena a S. Siro l’ultimo saluto da calciatore di Paolo Maldini ai propri tifosi e, per chi non lo sapesse, una piccola parte di questi stessi tifosi (quelli della curva) non si è unita ai cori di acclamazione del campione ma, pur riconoscendone la grandezza calcistica, gli ha ricordato con alcuni striscioni polemici certe dichiarazioni offensive nei confronti degli stessi ultras (“Sentiti ringraziamenti da chi hai definito mercenari e pezzenti”).
Non è mia intenzione, ovviamente, entrare nel merito della vicenda e giudicare la legittimità, la fondatezza e anche l’opportunità dell’atteggiamento di quei tifosi né tantomeno discutere della persona o del calciatore Maldini. Ciò che mi interessa, e che prescinde totalmente da tali rilievi, è la reazione prima mediatica e poi generalizzata che quella che è stata definita impropriamente una “contestazione” ha suscitato. Sottolineato che il comportamento degli ultras non è stato connotato da alcun tipo di violenza o violazione delle leggi e neppure si è accompagnato ad espressioni oltraggiose o offensive per chicchessìa, esso è stato comunque oggetto non solo di pesantissime critiche (legittime, anche se sarebbe stato più corretto formularle permettendo al bersaglio delle medesime di spiegare la propria posizione… ma anche la par condicio non è uguale per tutti) ma addirittura di anatemi contro il mondo delle curve sfociati inesorabilmente nell’espresso “invito” a cacciare finalmente dagli stadi d’Italia questi elementi pericolosi e dannosi al bene del calcio e dello sport.
Il tutto in un quadro di unanime consenso da far impallidire non solo quello che si era creato intorno alla beatificazione dello stesso Maldini ma anche altri suffragi di bulgara memoria. Non c’è stato presentatore televisivo, illustre opinionista, sculettante velina o anonimo blogger che non abbia mostrato indignazione per quello che è apparso un vero e proprio sacrilegio: dallo stupore di chi pareva trovarsi di fronte dei mostri, alla rabbia di chi ne proponeva l’immediata ghettizzazione o eliminazione.
A me tutto ciò, fatte le debite proporzioni, ha ricordato tanto l’atteggiamento tenuto nei confronti di chi osa contestare dogmi della Modernità come la democrazia o i diritti umani universali o – tanto per citare posizioni che non condividiamo (come, per inciso, quella degli ultras milanisti) ma delle quali difendiamo la libertà d’espressione – di chi nega l’Olocausto e i campi di concentramento nazisti. La “democrazia” mostra in questi casi il suo vero volto: ben lungi dall’accettare e tollerare – come dovrebbe per rispettare la sua stessa essenza – le posizioni anche più criticabili e deplorevoli, le relega nel migliore dei casi ai margini del dibattito pubblico esponendole all’oblio o a una condivisione di nicchia e nel peggiore, ma attualmente più diffuso, dei casi ne sancisce il divieto giudicandole qualcosa di inconcepibile, quasi disumano. Che cosa a questo punto la differenzi da un qualunque regime totalitario non è più comprensibile. 

Andrea Marcon 

 
Specchio riflesso PDF Stampa E-mail

20 maggio 2009

Il premier Silvio Berlusconi è stato eletto e ce lo dobbiamo tenere. Democraticamente eletto come Hamas in Palestina, avendo però il medesimo diritto di non riconoscerlo.
L'unto dal Signore, l'entità fatta rinascere e tenuta in vita da certa sinistra italiota, dopo la condanna dell'avvocato David Mills, grazie al preventivo airbag denominato lodo "pupiddo" Alfano, si salverà il culo anche stavolta dalle fredde ed umide patrie galere.
Negli anni '70, nei paesi sudamericani, Washighton e la Cia crearono laboratori dittatoriali basati sulla folle teoria economica iperliberista. Fu un susseguirsi di criminali e kapò che sparsero lacrime e sangue su una terra già martoriata dal colonialismo europeo. I campioni della democrazia occidentale, oggi capeggiati dall'amico abbronzato Obama, non si fecero scrupoli nel sostenere regimi militari che di democratico avevano ben poco.
Berlusconi ha un curriculum che nulla avrebbe da invidiare a questi tristi personaggi: appartenenza a logge massoniche (P2 e l'adesione al Piano di Rinascita Democratica), dubbia provenienza di denaro con certo riciclaggio verso paesi esteri, certi stallieri che fanno pensare ad amicizie mafiose, lo spropositato potere mediaco conquistato grazie ai buoni uffici del foraggiato Craxi, nonchè la dubbia moralità sessuale più simile alla figura di un puttaniere che non a quella di un capo di governo. In questo, il caro Silvio da Arcore, appare più simile ad un dittatorello presuntuoso, menzognero e narcisista, di stampo americano, che non ad un umile e responsabile servitore dello Stato.
Il fatto è che lui è più americano degli americani, è una creazione tutta italiana, voluta dagli italiani e necessaria alla sinistra italiana, a corto di idee e di uomini, per istituire un nemico pubblico in grado di generare le obsolete ed insignificanti dicotomie centro-destra, centro-sinistra, centro-centro eccetera. Da una parte i comunisti (?!) e dall'altra il rigurgito pseudo fascista (?!). Entrambi a caccia del voto cattolico. Per la serie: Giovannino Guareschi e la riproposizione post moderna di quella società italiana.
Solo che oggi l'italiano medio appare maggiormente omologato, apatico, individualista, cafone, corruttibile, ignorante e sessuofilo. Lo specchio di una società decadente. E Silvio Berlusconi è la nostra immagine riflessa.

Giuseppe Maneggio
 
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