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Uranio impoverito, nuova Hiroshima PDF Stampa E-mail

12 ottobre 2007

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Dopo reiterate pressioni il ministro della Difesa Arturo Parisi è stato costretto a riferire in Senato sul numero dei nostri soldati che si sono ammalati di cancro e di quelli che ne sono morti per aver inalato le polveri dei proiettili all'«uranio impoverito» nei teatri di guerra dove sono, o sono stati, impegnati. Secondo la relazione di Parisi nel periodo 1996-2006 (che comprende l'intervento in Bosnia, l'aggressione alla Serbia, l'invasione e l'occupazione dell'Afghanistan, l'attacco all'Iraq) i nostri militari che si sono ammalati di cancro a causa dell'«uranio impoverito» sarebbero 255, i morti 37. Ma sono cifre scandalosamente taroccate, smentite proprio dall'interno dello stesso ministero della Difesa, e cioè dalla Direzione generale della Sanità militare che ha consegnato alla Commissione parlamentare d'inchiesta un dossier di 600 pagine da cui risulta che i militari che si sono ammalati di cancro in seguito al contatto con l'«uranio impoverito» sono 2600, quelli morti 173. Ma anche queste sono cifre in difetto.
Perchè non si tiene conto dei nostri militari impegnati in Afghanistan (si parla infatti di «sindrome dei Balcani e del Golfo») e perchè il cancro si palesa a medio e a lungo termine. Lo stesso Parisi è stato costretto a balbettare che "su tutta la materia regna un quadro di evidente incertezza".
Negli Stati Uniti, che hanno molti più uomini sul campo, il dramma dei militari contaminati ha assunto dimensioni ancora più impressionanti. Ma sono proprio gli americani ad usare gli ordigni all'«uranio impoverito». Perchè perforano meglio i mezzi corazzati. Ora, in Serbia l'uso di questi materiali è stato del tutto inutile perchè Milosevic aveva tenuto al riparo sia i suoi carri armati che l'esercito (e infatti i 5500 morti sotto i bombardamenti della Nato sono tutti civili, fra cui anche 500 kosovari, quelli che volevamo salvare). In Iraq sono bastati pochi giorni per disarticolare il ridicolo esercito iracheno (battuto in passato dai curdi, armati solo di fucili e di mitra, in quell'occasione Saddam fu salvato dalla Turchia). Ma il peggio è avvenuto in Afghanistan sul cui territorio, per prendere un uomo, Bin Laden, che non abbiamo preso, sono state rovesciate migliaia di tonnellate di bombe (che è come voler uccidere un moscerino sparandogli contro una palla di cannone).
E dopo, quando i talebani, riorganizzatisi, hanno ripreso la guerriglia, l'uso dei proiettili all'«uranio impoverito» è stato aberrante perchè i muhaeddin non hanno mezzi corazzati, ma utilizzano pick-up che qualsiasi normale proiettile può perforare.
Ma se l'uso delll'uranio impoverito è stato così devastante per i militari italiani, e in genere per gli eserciti occidentali, quali sono state le conseguenze sulla popolazione civile dei Paesi dove queste armi sono state utilizzate? Il militare è avvertito del pericolo, ha delle istruzioni, prende delle precauzioni. La popolazione civile no. Inoltre il militare sta sul terreno contaminato qualche mese poi torna a casa, la popolazione ci resta. Penso soprattutto ai bambini che sono i più esposti. Sia perchè più vicini al terreno, per ragioni di statura, sia perchè, come tutti i bambini (come facevamo noi nel dopoguerra) giocano con i residuati bellici, li toccano, se li portano a casa.
Secondo logica quindi gli ammalati e i morti di cancro fra i civili di Bosnia, di Serbia, dell'Iraq e dell'Afghanistan dovrebbero essere cento volte di più rispetto alle cifre riscontrate per i militari italiani e occidentali. Anche per una questione proporzionale. I militari sono comunque poche decine di migliaia, la popolazione civile si conta a milioni. Ma nessuna organizzazione sanitaria dell'Onu e nessuna compassionevole Ong si è ancora presa la briga di fare questo «screening» i cui risultati potrebbero oscurare i dati di Hiroshima e Nagasaki.

Massimo Fini (Il Gazzettino, 12 ottobre 2007)

 
Scienza per l'uomo, non il contrario PDF Stampa E-mail

11 ottobre 2007

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Il teorico del genoma fai da te Craig Venter sarebbe riuscito a creare un cromosoma artificiale. In pratica sarebbe possibile costruire cellule su misura.
Potremmo così creare organismi per produrre energia, batteri che puliscano l’aria, DNA progettato ad arte per combattere malattie…
Questa notizia fa il paio con quella che ha visto assegnare il premio Nobel per la medicina a Capecchi, Evans e Smithies per le loro ricerche sulle cellule staminali embrionali. E non v’è dubbio che l’ingegneria genetica è oggi il settore “caldo” della scienza (come la fisica negli anni ’40 e ’50).
“Noi scienziati lavoriamo per capire la natura e i suoi segreti”, ci dice il genetista Edoardo Boncinelli. Beh, creare un batterio che può andare in giro per l’etere a mangiare anidride carbonica o in un organismo per combattere una malattia, non è più un visionare la natura. Significa immettersi, e pesantemente, nei suoi processi.
E’ necessario porsi delle domande. Si conoscono tutte le variabili? Con quanta facilità un batterio si modifica e si fortifica, vanificando tutta la chimica o la biologia che l’uomo gli ha lanciato contro per ucciderlo? Come si può essere apoditticamente certi - come fa Veronesi, il capocricca degli scientisti italiani - che gli Ogm miglioreranno l’umanità?
No, questo ottimismo da laboratorio non ci convince.
Sentiamo sempre dire che “la scienza deve essere libera”. Libera dal potere politico e militare: magari. Non è mai stato né è così: le più grandi scoperte sono state fatte su commissione dei generali e su imput dei politici. Oggi fanno sfregare le mani alle case farmaceutiche. Altro che ricerca libera: come per ogni cosa, servono finanziamenti, soldi. E questi arrivano solo in nome del profitto.
La verità è che il ricercatore vuole essere libero da sé stesso, libero di essere solo un tecnico della scienza. Vuole essere, in sostanza, deresponsabilizzato. Vuole alterare il meccanismo naturale della vita, scompaginare quell’evoluzione naturale senza essere sottoposto ad un limite.
Ma è proprio questo che una società umana non può accettare. L’uomo di scienza, proprio per l’enorme potenziale che è nelle sue mani, deve avere molto di più di una semplice deontologia professionale. Deve avere una visione naturale, storica e antropologica del suo agire. Deve avere un’etica. Ma se non ce l’ha, è dovere di una politica democratica porre dei limiti. Se questa non lo fa, finisce che il cittadino assegni questo compito ad una morale particolare o ad una religione di minoranza. E così la libertà si capovolge nel suo esatto contrario.
Friedrich Dürrenmatt, nell’opera “I fisici”, delinea  il personaggio del fisico Möbius, un genio di livello mondiale, che si finge pazzo per finire in manicomio e riconquistare la libertà, estromettendo se stesso dall’obbligo di pubblicare e portare avanti la sua ricerca, sapendo bene su quale pericoloso piano inclinato essa già correva.
La libertà del manicomio per buggerare una “libertà” ben più pericolosa, la libertà della scienza senza limiti. Una libertà senza i limiti della coscienza e della dignità umana non è più libertà: è totalitarismo.

Antonio Gentilucci

 
Giullari PDF Stampa E-mail

10 ottobre 2007

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Ricordate il giochino della Settimana Enigmistica? Quello dov’erano raffigurate due vignette all’apparenza identiche e vi veniva chiesto di individuare le dieci piccole differenze?
Ecco, vi invitiamo a ripetere lo stesso gioco con i governi Prodi e Berlusconi. Di più: vestiamo i panni da mago e azzardiamo una previsione anche per il futuro, immaginandoci quali sostanziali differenze potranno esistere tra un Veltroni e un… Casini?
In tutti i casi la risposta è facile: nessuna.
Certo, per arrivare a questo risultato occorre fare piazza pulita di tutta la ridda di chiacchiere, dichiarazioni, smentite, frasi a effetto, retroscena e proclami volti a farci credere che a fronteggiarsi siano due diverse concezioni dell’esistenza (quando altro non sono che due diversi gruppi di potere che vogliono tagliarsi la fetta più grossa della torta). Togliete tutta l’aria fritta e considerate i fatti. I fatti: questa parola ormai dimenticata e priva di significato, per i media di regime.
Forse la politica estera italiana è meno supina di fronte agli interessi americani? E’ vero, Prodi non abbraccia fraternamente Bush chiamandolo con orgoglio “carissimo George”. Ma questo non gli impedisce di combattere al suo fianco la sporca guerra afgana.
Forse le politiche neo-liberiste sono state abbandonate dalla sedicente coalizione di sinistra? Diciamo che si è preferito, per pudore, chiamarle con un altro nome.
Forse gli interessi dei lavoratori sono maggiormente tutelati dagli ex seguaci di Marx? Al massimo quelli di coloro che fanno parte delle corporazioni e lobby amiche.
Qualcuno ci sa dire cosa ha fatto o sta facendo questo governo per arginare lo strapotere mediatico di Berlusconi, una volta dipinto – giustamente – come incompatibile con un Paese libero e democratico? Ve lo diciamo noi: ha inserito nella Finanziaria una norma che sposta in là di quattro anni, dal 2008 al 2012, il trasloco di Rete 4 sul satellite, concedendo di fatto a Mediaset di salvaguardare questa parte del suo patrimonio in spregio alla legge italiana e alle sentenze della magistratura.
Qualcuno lo chiama inciucio. No, non lo è. L’inciucio presuppone che esistano due parti contrapposte che poi trovano un accordo. Queste invece sono tutte schierate fin dall’inizio sul medesimo fronte, quello funzionale agli interessi e ai poteri ai quali sono asservite. Politicanti che fungono da specchietto per le allodole, fingendo di accapigliarsi fra loro e inscenando la farsa della destra e della sinistra. Giullari, ma che non fanno ridere.

Andrea Marcon

 
Repressione spagnola PDF Stampa E-mail

9 ottobre 2007

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Oh, Zapatero. Il democratico Zapatero. Il progressista Zapatero. Il dialogante Zapatero. Il Veltroni con le nacchere. Quanto sia democratico, tollerante, progressista e aperto al dialogo, il buon Zapatero, ce l’ha dimostrato pochi giorni fa, il 5 ottobre, quando ha fatto arrestare in un colpo solo l’intera dirigenza di Batasuna, il partito indipendentista basco già fuori legge dal 2003 in quanto accusato – senza prove – di essere il braccio politico dell’Eta.
Assieme a loro, sono finiti in galera anche molti esponenti dell’Anv, il partito nazionalista basco che, dopo il blitz del 2003, aveva accolto nelle sue liste parecchi esponenti di Batasuna. In tutto ventidue persone, attualmente in isolamento presso le caserme della Guardia Civil, cioè senza possibilità di controlli e di assistenza legale.
Esecutore di questa brillante operazione è stato un altro celebre paladino democratico, quel giudice Baltasar Garzon che, anche lui, aveva dato l’illusione di essere un cavaliere senza macchia e senza paura. Una macchia, almeno una, pare invece essersela fatta, ed è appunto quella di essersi prestato a fungere da esecutore degli ordini di uno Zapatero non più sulla cresta dell’onda, come nei suoi primi idilliaci mesi, e che comincia a sentire la necessità di rincorrere la destra sui suoi terreni classici di propaganda: legge&ordine, terrorismo, eccetera (vi ricorda qualcosa?). Ed ecco l’ultima repressione, una nuova dichiarazione di guerra, esplicita e senza quartiere. Non tanto all’Eta e nemmeno a Batasuna e ai suoi amici, quanto, ancora una volta, alle aspirazioni indipendentiste del popolo basco, per l’ennesima volta negate e frustrate.
Del resto, quanto realmente fondata fosse la volontà di pacificazione del governo spagnolo lo si era già visto il 18 marzo del 2006, quando l’Eta dichiarò unilateralmente una tregua nella sua lotta contro il governo centrale. Dopo nove mesi passati senza che da Madrid fosse venuto alcun segnale di voler accogliere questa iniziativa, il 30 dicembre dello stesso anno l’Eta ha rotto la tregua con un nuovo attentato, fornendo così al governo centrale la giustificazione cercata per un riacutizzarsi della repressione contro Euzkadi (il Paese Basco).
Questo è dunque lo stato dell’arte in Spagna per quel che riguarda il sacrosanto diritto all’autonomia. Ma in generale questo pare essere il vento che tira in Europa ovunque si manifestino volontà autonome all’Impero europeo - enclave di quello americano, s’intende. L’Europa delle piccole patrie e della democrazia dei popoli pare essere ancora lontana.

Giuliano Corà

 
Girotondi filo-Pd, un flop PDF Stampa E-mail

7 ottobre 2007

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Ieri in piazza Farnese a Roma s’è svolta la manifestazione della Lista Civica Nazionale di Beha, Veltri e Pardi. E’ stato un flop (e neppure clamoroso, visto che nessuno, neanche nell’underground della rete, si era accorto dell’evento, salvo Primo Piano di Rai 3). La chiamata a raccolta degli avvizziti reduci dei Girotondi è abortita sul nascere. Non se li fila nessuno, questi intellettuali senza popolo che ambiscono a mettere il loro bollino sui potenziali voti di Grillo (il manifesto della giornata recitava: “Dal V-Day alla Lista Civica Nazionale”).
Il manifesto da cui ha preso piede l’illusione neo-girotondina era stato firmato, fra gli altri, dalle seguenti personalità: Elio Veltri, Oliviero Beha, Pancho Pardi, Roberto Alagna, Dario Fo, Beppe Grillo, Franca Rame, Lidia Ravera, Antonio Tabucchi, Marco Travaglio. Già da alcune settimane Grillo ha abbandonato la combriccola: ok la firma, ma niente adesione alla fantomatica lista, mica sono scemo. Travaglio l’ha seguito. Fo e la Rame sono affetti da firmatite cronica, e firmano tutto ciò che gli pare essere vagamente “critico”. Tabucchi e la Ravera sono relitti di una sinistra sessantottina ormai votata all’oblio.
Interessante, invece, è sapere chi è Roberto Alagna. Alagna nel 2001 è eletto consigliere comunale a Roma e oggi è presidente del gruppo consiliare “Lista Civica Roma per Veltroni”. E’ anche consigliere regionale del Lazio fra i fondatori della “Lista Civica Piero Marrazzo” (sempre centrosinistra). E’ stato tra i promotori della Rete delle Liste Civiche Italiane della quale è il Coordinatore Nazionale. Fa parte insomma del sottobosco legato alla partitocrazia del nascente Pd.
Alagna è una delle menti della lista nata morta. E’ un veltroniano. A fare due più due, si può facilmente evincere che, una volta spentisi i bollori antipartitici di questi mesi post-VDay, i girotondini in servizio permanente effettivo avrebbero bussato alla porta del Partito Democratico per ricevere un posticino fra i fiancheggiatori. Alagna: “Scusa Walter, non è che ci faresti fare l’anima critica del Pd?”. Veltroni: “Ma certo caro Roberto, così mi fate avere qualche voticino dagli scontenti”. Aridatece Moretti, che almeno ci ha fatto la grazia di tornare ad auscultarsi l’ombelico col suo snobismo cinematografico.
Lista Civica Nazionale: chiamala, se vuoi, Pd girotondino.

Alessio Mannino

 
Pallante e le balle di Veltroni PDF Stampa E-mail

6 ottobre 2007

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Maurizio Pallante da anni combatte la battaglia della decrescita (felice, aggiunge lui: e noi siamo d'accordo). Quando ha letto il testo del discorso di autocandidatura alla presidenza del Partito (Anti) Democratico di Walter Nutella Veltroni del 23 giugno scorso, si è messo le mani nei capelli. E ha scritto un intervento che ci ha autorizzato a pubblicare. Ve ne offriamo qui sotto ampi stralci. (a.m.)

Veltroni ha sostenuto che il problema prioritario da affrontare è la crisi ambientale. «La nuova Italia nasce dalla riscrittura di almeno quattro grandi capitoli della nostra vicenda nazionale: ambiente, nuovo patto tra le generazioni, formazione e sicurezza. I mutamenti climatici sono il primo banco di prova di questa vera e propria sfida». ... In relazione alle cause si legge che «l’effetto serra è causato dal modo tradizionale di produrre e consumare energia». Un’affermazione che di per sé non dice nulla e non offre nessuna indicazione operativa, ma lascia sottintendere che la soluzione del problema energetico, come di tutti gli altri problemi ambientali, sociali e tecnologici sia la ricerca dell’innovazione, una sorta di parola magica assolutamente indeterminata, che tuttavia nel suo sistema di valori deve assumere un valore intrinseco, dal momento che insieme all’aggettivo nuovo ricorre ben 57 volte, col supporto dell’aggettivo moderno e del sostantivo modernità utilizzati 11 volte... Sull’individuazione delle cause non ha detto niente di più. E sulle soluzioni?
La strada per risolvere il problema, secondo Veltroni, «è quella indicata dai tre 20% fissati come obbiettivo al 2020 dall’Unione Europea: + 20% di fonti rinnovabili, - 20% di consumi energetici, - 20% di emissioni di gas serra». Pappa già pronta. Basta copiare quello che dice l’Europa. Ma per copiare bisogna prima capire. Come è possibile considerare dello stesso tipo tre percentuali di cui la terza indica l’obbiettivo da raggiungere e le prime due i mezzi per raggiungerlo? La sua strategia per affrontare il più grave problema della specie umana in questa fase storica, un problema che può portarla all’estinzione, si fonda sulla banale ripetizione di una giaculatoria – fonti rinnovabili e riduzione dei consumi - senza il benché minimo sforzo di indicare le linee generali di come si possano perseguire praticamente questi obbiettivi, a cui attribuisce due valori percentuali a caso - perché non 18 e 24% ? o 14 e 22% ? - senza fornirne la benché minima motivazione, e aggiungendo in conclusione il gran botto di un cortocircuito logico. Al raggiungimento dell’obbiettivo di ridurre complessivamente del 60 % le emissioni di CO2 concorre una riduzione del 20% delle emissioni di CO2. Zac ! È saltata la luce. Ma, quel che è più grave, non se n’è accorto nessuno. Non solo il vecchio saggio Scalfari che non ha sentito questo passaggio perché probabilmente dormiva. Nessuno che abbia fatto un salto sulla sedia, non un buh, non un ortaggio tirato sul palco del Lingotto, non un solo «Ma vattene a casa» come nella memorabile scena del teatro d’avanspettacolo degli anni quaranta descritta da Fellini nel film Roma....
Del resto, per capire che si tratta di parole in libertà, basta fare riferimento a due fatti. Il primo sono gli impegni di ridurre le emissioni di CO2 assunti dall’Italia a Kyoto. Era un modesto - 6,7 % in 20 anni, dal 1990 al 2010, e si è avuto un aumento del 13,5 %. Adesso Veltroni parla del 60 per cento in 13 anni come se fosse una cosa da nulla. Il secondo è di quanto sono aumentate le emissioni di CO2 a Roma durante gli 8 anni in cui, fino ad ora, ne è stato sindaco.
...il candidato alla segreteria del Partito democratico e alla presidenza del Consiglio parte lancia in resta a polemizzare con gli ambientalisti del «no a tutto», rivendicando di essere dalla parte di un ambientalismo dei sì senza peraltro averne nessuno nella sua sporta da sindaco. ...
«Non si può dire no all’alta velocità – attacca - se poi l’alternativa è il traffico che inquina e la qualità della vita che peggiora perché per spostarsi ci vuole il doppio del tempo e il doppio dei consumi e il doppio dell’energia». L’alta velocità è veramente l’unica alternativa agli intasamenti da traffico? … Nel bilancio 2006 di Trenitalia si legge che l’80 per cento dei biglietti emessi sono per viaggi inferiori ai 50 chilometri. Poiché i treni ad alta velocità per essere tali non possono effettuare fermate a distanze così ravvicinate (sulla linea Torino Milano non ce n’è nessuna intermedia), il loro contribuito alla riduzione del traffico automobilistico e dei tempi di spostamento è praticamente nullo. Quanto ai consumi energetici, non solo non li dimezzano, ma li moltiplicano, perché a parità di chilometri percorsi, l’energia necessaria a far viaggiare un treno è proporzionale al quadrato della velocità. … I treni ad alta velocità non possono utilizzare la rete ferroviaria esistente. Bisogna costruirne una nuova in grado di resistere alle maggiori sollecitazioni. Per cui occorrono quantità impressionanti di calcestruzzo. ... La produzione di cemento è un’attività molto energivora che fornisce un contributo rilevante all’incremento delle emissioni di CO2 (per non parlare degli sfregi apportati alle montagne dalle cave) e la cementificazione del suolo naturale comporta la riduzione della fotosintesi clorofilliana, l’unico processo biochimico che assorbe la CO2 e ne riduce la concentrazione in atmosfera.
Per «ridurre il traffico che inquina» e peggiora la qualità della vita, … occorre potenziare i mezzi di trasporto pubblico e porre limiti alla circolazione delle auto private nelle aree urbane. Con quale credibilità si può sostenere di far parte degli ambientalisti del sì presentando proposte che peggiorano i problemi invece di risolverli? … «Non si può dire di no al ciclo di smaltimento dei rifiuti moderno ed ecologicamente compatibile e lasciare che l’unica alternativa siano le discariche a cielo aperto ed aria irrespirabile e nociva». A parte il fatto che non è dato sapere in cosa consista il misterioso ciclo di smaltimento dei rifiuti moderno ed ecologicamente compatibile a cui fa Veltroni riferimento (ma il fatto che sia moderno è una garanzia forse maggiore del fatto che sia ecologicamente compatibile) l’unica alternativa a questo misterioso ciclo è davvero la discarica maleodorante e nociva? Sta forse pensando alla discarica di Malagrotta, che in 8 anni da sindaco non è stato capace di sostituire col suo misterioso ciclo? Si è mai preso la briga di annusare quelle vere e proprie «discariche a cielo aperto ed aria irrespirabile e nociva» che sono i cassonetti dei rifiuti nelle vie di Roma? … Poiché quasi certamente con quella formula allude all’incenerimento senza avere il coraggio di dirlo esplicitamente, i cassonetti stradali di rifiuti indifferenziati ne sono il necessario supporto, sono i magazzini territoriali del suo cibo e quando si fa un inceneritore con un forno da tot tonnellate/giorno bisogna rifornirlo quotidianamente con quella quantità di rifiuti indifferenziati. I cassonetti dovranno continuare a traboccare di rifiuti da bruciare, a essere piccole «discariche a cielo aperto e aria irrespirabile e nociva» distribuite sul territorio comunale, perché se i forni alimentati a misura della loro capacità digestiva già costano più di quanto rendono … figuriamoci quanto denaro in più sarà necessario se si sottoalimentano perché la raccolta differenziata aumenta, si riduce la quantità di rifiuti indifferenziati e, di conseguenza, il numero dei cassonetti-minidiscariche-diffuse che li contengono....
Veltroni aggiunge:  «Quello a cui pensiamo è l'ambientalismo dei sì. Sì a utilizzare le immense possibilità della tecnologia per difendere la natura». Chiunque abbia raggiunto i quarant’anni ha avuto modo di vedere come sia stato proprio lo sviluppo tecnologico a distruggere progressivamente la natura. … L’aumento delle concentrazioni di CO2 nell’atmosfera terrestre da 280 a 380 parti per milione e l’innalzamento della temperatura terrestre, da cosa dipendono se non dall’uso di tecnologie sempre più potenti per estrarre quantità sempre maggiori di idrocarburi dal sottosuolo, con cui alimentare impianti industriali dotati di tecnologie sempre più potenti che consumano sempre maggiori quantità di energia per produrre sempre maggiori quantità di oggetti che consumano quantità sempre maggiori di energia per funzionare? Come si faccia ad avere una fiducia così totale nella tecnologia, una fiducia con le caratteristiche di una vera e propria venerazione, è difficile da capire. Tuttavia è anche vero che la difesa della natura attualmente non può più prescindere dalle possibilità offerte dalla tecnologia. … Allora dov’è il discrimine ?
Se la tecnologia viene posta a servizio della crescita economica non può che essere distruttiva nei confronti della natura. Le innovazioni tecnologiche di processo finalizzate ad aumentare la produttività comportano un consumo crescente di risorse, che esaurisce progressivamente - sta esaurendo -  gli stock di quelle non rinnovabili ed eccede le capacità naturali di rigenerazione di quelle rinnovabili. … Se l’impronta ecologica dell’umanità nel suo complesso è già oggi superiore alle capacità del pianeta terra e ne richiederebbe uno e mezzo, le innovazioni tecnologiche finalizzate alla crescita del prodotto interno lordo non possono che aggravare progressivamente questi problemi fino all’implosione. … Tutto il discorso d’investitura di Veltroni al Lingotto è un inno alla crescita e alle innovazioni finalizzate ad accrescere la competitività: cioè a produrre sempre di più a prezzi sempre più bassi. … Se cresce il prodotto interno lordo in Italia e nei paesi industrializzati dove il 20 per cento dell’umanità consuma l’80 per cento delle risorse, lasciandone al restante 80 per cento della popolazione mondiale il 20 per cento, non aumenterà inevitabilmente la povertà dell’Africa su cui pure Veltroni si commuove e riversa quantità industriali di buonismo? … Contare sulle potenzialità immense della tecnologia per risolvere i problemi ambientali che sono stati causati dalla crescita della potenza tecnologica significa credere che un problema possa essere risolto rafforzandone le cause. …
Più volte Veltroni nel suo discorso rivendica di essere di sinistra e la persistenza delle differenze culturali e politiche tra destra e sinistra. (Poi) nega lui stesso di esserlo, quando afferma che: «La ripresa economica non è di destra né di sinistra: è un bene per tutto il Paese». … Se l’obbiettivo fondamentale del governo di un paese è la crescita economica e la crescita economica non è di destra né di sinistra, questa distinzione ha ancora senso? … Lui, naturalmente, è dalla parte degli innovatori che combattono contro i conservatori, salvo ammettere che «L'ambientalismo è l'unico campo in cui l'obiettivo più radicale è conservare: conservare un equilibrio naturale. Ma – aggiunge con una capriola logica - è anche l'unico campo in cui l'unico modo per conservare è innovare: dal ciclo di smaltimento dei rifiuti, appunto, alla possibilità di muoversi usando infrastrutture su ferro; dall'uso dell'energia solare all'idrogeno. … A parte il fatto che la possibilità di muoversi usando infrastrutture su ferro risale al 1825 (in Italia al 1839) e quindi non può essere propriamente considerata un’innovazione; … a parte il fatto che il modo più ecologicamente compatibile di trattare i rifiuti è sempre stato il riciclaggio…; che l’energia solare sotto forma di energia termica, eolica e idrica è parimenti stata utilizzata dall’inizio della storia umana prima di essere stata sostituita, in nome della modernità e del progresso, dall’innovazione delle fonti fossili…; che l’idrogeno è un pozzo di San Patrizio in cui si buttano enormi quantità di denaro pubblico nella vana speranza di ricavarne più energia di quella necessaria a produrlo e, se mai si riuscirà a farlo, sarà fuori tempo massimo non solo rispetto alla scadenza del 2020, ma anche del 2050; ... Tutto il resto è un ritorno a tecnologie del passato reso necessario dal fatto che la modernizzazione, la proiezione verso il futuro, le innovazioni hanno dimostrato di non offrire un futuro all’umanità. … Non sono le conquiste scientifiche e tecnologiche in quanto tali, e meno che mai se finalizzate alla crescita, «a consentire di difendere l’aria, l’acqua e la Terra. Le innovazioni tecnologiche di cui c’è bisogno per ottenere questi risultati devono essere finalizzate a ridurre progressivamente le quantità di energia, di materie prime e di rifiuti per unità di prodotto o di servizio fornito. Ma se si produce ciò di cui si ha bisogno consumando meno energia, consumando meno materie prime, producendo meno rifiuti e riutilizzando le materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi, si riduce la crescita del prodotto interno lordo. … Le innovazioni tecnologiche di cui abbiamo bisogno per salvare la Terra e per una più equa redistribuzione delle risorse tra i popoli sono quelle finalizzate alla decrescita del prodotto interno lordo. …
A mio sostegno vorrei riportare le parole non proprio recenti di un uomo politico a cui, tra l’altro, non mi sento particolarmente vicino. «Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. … Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. […] Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta».
È un passaggio del discorso pronunciato il 18 marzo 1968 all’Università del Kansas da Robert Kennedy. Uno degli uomini politici a cui Veltroni racconta di ispirarsi.

Maurizio Pallante

 
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