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Il senso PDF Stampa E-mail

25 dicembre 2007

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Se Natale, la nascita di Gesù, ha un senso, questo senso dovrebbe farci andare con la mente alle vere fonti di appagamento della nostra vita. Anche per chi cristiano non è (come chi scrive). Un senso superiore alla corsa ai regali e a ingozzarsi di ciarpame inutile, a passare la vita senza tempo per sè e per chi amiamo e per tutti noi come cittadini di questa Italia e di questo mondo dove il senso è stato smarrito. Molti riconoscono che questo stile di vita telecomandato dai signori dell'economia ci rende infelici. Ma tutti aspettando che sia qualcuno che cominci nell'opera di distruzione creativa. Distruggere questo infernale paese dei balocchi che a Natale ha il suo massimo rito - per creare una società dove le tradizioni (comunitarie, storiche, ma anche personali, intime) abbiano più importanza del consumismo orgiastico che ci avvolge col suo suadente e goebbelsiano martellamento pubblicitario. L'altro giorno ci è capitato di parlare con un immigrato serbo: devoto al culto ortodosso, lui e la sua famiglia per Natale (che per loro arriverà a gennaio) vanno a cercare della paglia e la mettono al centro del povero ma scintillante desco della casa, e cenano, pregano e parlano stando insieme. Per quanto continueranno a farlo i loro figli, che stanno crescendo in una società che il 25 dicembre festeggia il Babbo Natale della Coca Cola?
Un Buon Natale a tutti.

 
La privatizzazione finale dello Stato PDF Stampa E-mail

24 dicembre 2007

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Può suonare paradossale, ma è una seria e certa realtà giuridica: lo Stato italiano non è la Repubblica italiana voluta dalla Costituzione del 1948. È in radicale antitesi e contrapposizione con la Costituzione e con i fondamenti della medesima. Forse più di quanto lo sarebbe un ordinamento di tipo fascista. Perché in Italia siamo alla proprietà privata dello Stato e dei poteri politici.
L’articolo 1 della Costituzione afferma «L’Italia è una repubblica democratica. La sovranità appartiene al popolo». Al contrario, nello Stato italiano la sovranità economica, la sovranità monetaria, appartiene interamente ai privati. Ai finanzieri privati proprietari di Banca d’Italia. Sì, la Banca d’Italia non è degli Italiani, non è dello Stato: è di finanzieri privati.
La sovranità economica sull’Italia appartiene anche alla Banca Centrale Europea, che, in base al Trattato di Maastricht, è un’istituzione autocratica sopranazionale, esente da ogni controllo democratico e persino giudiziario, gestita da un direttorio nominato dal sistema delle banche private. I suoi direttori sono esonerati da ogni responsabilità e decidono nel segreto. Una vera e propria potenza straniera, alla quale i paesi dell’Eurozona sono sottomessi..
Chi ha il controllo della moneta e del credito, ha il controllo della politica, e incassa il signoraggio sulla produzione della moneta e del credito – per l’Italia, si tratta di circa 800 miliardi di Euro l’anno. Chi ha il potere di fissare il tasso di interesse, di dare e togliere liquidità al mercato, ha perciò stesso il potere di dare e togliere forza all’economia, di far saltare i bilanci delle aziende private e degli Stati. Di costringere questi ultimi ad aumentare le tasse. Di ricattare parlamenti, governi, società. Come sta avvenendo. Come è sempre avvenuto, ad esempio, in America Latina. Bene: questo potere è in mano a privati, che lo esercitano in totale esenzione da ogni responsabilità e sorveglianza. Dicono che ciò sia bene, perché lo esercitano meglio dei politici, che sono corrotti e demagogici. Sì, meglio – ma per se stessi, non per la gente. Non per quelli che non riescono più a pagare il mutuo, e che perdono la casa, mandata all’asta dai banchieri, che la ricomprano attraverso loro società-schermo. Non per le imprese che chiudono o falliscono. Non per i contribuenti, non per i risparmiatori regolarmente truffati ad opera di banchieri privati (che poi forse ritroviamo azionisti di Banca d’Italia, da Parmalat a Enron a Cirio a Halliburton ai credit derivatives).
Veniamo alla Banca d’Italia. Fino al 12 Dicembre 2006, essa era un ente di diritti pubblico con uno statuto emanato per legge dello Stato, e questo statuto, al suo articolo 3, stabiliva che la proprietà della Banca d’Italia doveva essere per la maggioranza in mano pubblica  aveva la struttura legale di una società di capitali privati, di una s.p.a., ma una norma – l’art. 3 – stabiliva che la maggioranza del capitale dovesse essere in mano pubblica e che nessuna cessione di quote potesse avvenire, se non a soggetti pubblici. In realtà, questa norma era sempre stata violata: la grande maggioranza delle quote della Banca d’Italia era in mano ai finanzieri privati (banchieri e assicuratori), e quando Prodi eseguì le privatizzazioni delle tre banche di Stato (BNL, CREDIT e Banca Commerciale) proprietarie di quote di Banca d’Italia, non trattenne quelle quote allo Stato, ma le cedette ai privati. Operazione contraria all’articolo 3, o perlomeno elusiva, a cui nessuno di oppose, a suo tempo. Berlusconi, verso la fine della scorsa legislatura, sollevò la questione della proprietà della Banca d’Italia, che doveva essere pubblica, e propose un piano per renderla tale. Ma il mondo bancario, e per esso Mario Draghi, nuovo governatore di Banca d’Italia, pose un secco veto: la Banca d’Italia deve restare privata. Un altro esponente del mondo e degli interessi bancari, Romano Prodi della Banca Goldman Sachs, andato al governo assieme al suo collega della Banca Centrale Europea, Tommaso Padoa Schioppa, si mise subito all’opera: se la legge è violata perché la proprietà della Banca d’Italia è al 95% privata anziché in maggioranza pubblica, non bisogna – sarebbe un sacrilegio – mettere la proprietà in regola con la legge, bensì, al contrario, mettere la legge in regola con la proprietà. Così si è fatto col decreto del 12 dicembre 2006, firmato da Napolitano, Prodi, Padoa Schioppa. Già! Prodi e Padoa Schioppa è ovvio che lo firmino – sono fiduciari dei banchieri. Ma che lo firmi Napolitano, un vecchio comunista, uno che era comunista nel 1948, quando essere comunisti significava essere stalinisti, intransigenti fautori della proprietà collettiva dei mezzi di produzione – che lo firmi Napolitano, è davvero il colmo! Dov’è il suo comunismo? Dov’è la difesa della Costituzione, per la quale doveva dare, se necessario, la vita? Dov’è la difesa del supremo principio della sovranità popolare? E del lavoro come fondamento della Repubblica, del lavoro che invece viene sacrificato all’usura? Napolitano doveva semplicemente rifiutarsi di firmare per far salvi principi essenziali della Costituzione che giurò di difendere.
In realtà, chi conosce i “comunisti” (non la base ingenua e idealista, ma i capi freddi e lucidi – non i Rubashov, cioè, ma i Gletkin del romanzo di Arthur Köstler, Buio a Mezzogiorno), sa che essi non sono comunisti, non gli importa nulla di socialità etc. – i capi “comunisti”, da Stalin in poi, hanno come scopo la conquista e la gestione del potere fini a se stesse. Non hanno un’identità ideologica: per questo fine, essi si servono di tutto, di ogni idea, di ogni uomo, dello Stato, dei principi, come di un puro mezzo, strumenti sostituibili. Sono tecnici della manipolazione sociale. Tutto il resto, per loro, è puerile romanticismo. Va bene per il popolino. Paris vaut bien une messe.
E i partiti della sinistra? Ebbene, si è visto anche nella vicenda Consorte: i partiti della sinistra seguono i finanzieri e si occupano di allineare la società agli interessi dei banchieri.

Marco Della Luna

 
Rai: bordello di regime PDF Stampa E-mail

21 dicembre 2007

Silvio Berlusconi ha scoperchiato la fogna Rai in cui lui stesso è immerso fino al collo. Cittadini italiani, che lavorate ogni giorno, spesso facendo fatica ad arrivare alla fine del mese, fino a quando accetterete di sottomettervi a dei partiti che, fra le altre cose, hanno costruito, con i vostri soldi, un gigantesco bordello di regime in cui si scambiano, prostituendole, le più belle donne del Paese, peggio che ai tempi di don Rodrigo?
Massimo Fini

La Rai è la tv pubblica, pagata da tutti noi col canone. Dalla riforma del sistema radiotelevisivo del 1975 la sua giurisdizione è passata dallo Stato, ente teoricamente superpartes, al governo, introducendo l'andazzo permanente dell'occupazione lottizzatoria e dello spoils system partitocratico. Presidenti, direttori generali, dirigenti, funzionari, giornalisti, presentatori, starlettes, staltimbanchi e nettacessi sono assunti grazie alla tessera, tramite l'amico dell'amico o porgendo la coscia e o il didietro al potente di turno. La salivosa intercettazione fra il responsabile fiction Agostino Saccà (di pura fede forzista) e "papa" Silvio Berlusconi è solo una goccia nel mare.
Un mercato della vacche (in tutti i sensi): questo è viale Mazzini. E lo resterà finchè a condurre le mandrie di leccaculo e donnine facili sarà il gioco della Destra e della Sinistra.
(a.m.)
(Nel video: un Massimo Fini del 2003, facile profeta sulla futura lottizzazione della Sinistra dopo quella del centrodestra berlusconiano)

 
No all'Eurocrazia PDF Stampa E-mail

21 dicembre 2007

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Dopo la bocciatura del 2005 di Francia e Olanda alla Costituzione europea, una settimana fa i ventisette membri dell'Unione si sono riuniti a Lisbona per firmare un nuovo “trattato”. In realtà, è la vecchia costituzione  con un po' di trucco in più e qualche pustola sotto il cerone.
E' solo l'ultima invenzione degli eurocrati per spianare la strada alla potere assoluto della Banca Centrale e delle varie lobbies liberiste senza passare per un referendum e nemmeno per una minima informazione, visto che del nuovo trattati gli europei sono stati tenuti diligentemente all'oscuro. Il nuovo trattato di Lisbona permetterà di aggirare i referendum popolari in tutti gli Stati ad eccezione dell'Irlanda, che per ragioni costituzionali non può esimersi dalla consultazione popolare. La Francia invece, su promessa di Sarkozy, sarà costretta ad una riforma costituzionale per legittimare l'inganno di soppiatto.
Il documento approvato in Portogallo è l'ennesima truffa a danno dei popoli sovrani e va perfettamente nella direzione della costituzione di una unione europea basata solo sulle logiche economiche e sul potere delle moneta, dove il volere e l'interesse dei popoli liberi e sovrani di decidere a casa loro non conta più nulla.
Questa Europa non ci rappresenta, non ha nulla di nostro, non è basata su alcun valore condiviso: servirà solamente ad ingrassare le tasche di banche d'affari e multinazionali e dare linfa alla globalizzazione capitalistica.
E tutto questo passerà senza che noi si venga interpellati. E invece, guardate un po' signori dell'Eurocrazia, noi vogliamo essere padroni di decidere il nostro futuro, di costituire e gestire la nostra economia ed indipendenza sulla base del concetto delle piccole patrie unite, neutrali e che grazie all'Europa sperimentino l'autosufficienza economica.
Questa potrebbe essere l'unica strada per svincolarsi dal massacro della competizione mondiale, dalla dipendenza violenta della Nato (che non ha più senso di esistere) e dallo stillicidio dell'impossibile concorrenza con i paesi orientali. L'Europa fin qui non ha fatto altro che rincorrere un sistema economico delirante (la crescita infinita). Facciamo diventare un'alternativa politica e sociale alla dittatura dell'economia: un'Europa di piccole patrie e di popoli liberi ma uniti nel modello della decrescita.

Antonello Molella

 
Buonismo all'italiana PDF Stampa E-mail

19 dicembre 2007

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Coro unanime di applausi per la moratoria ottenuta dall’Italia e dell’Europa all’Onu contro la pena di morte. Un invito non vincolante, che in quanto tale sortirà ben pochi effetti pratici. Gli Stati in cui vige la pena capitale, Usa in testa, l’accoglieranno con una scrollata di spalle, e il trionfalismo di oggi finirà in una bolla di sapone. Alla fine della fiera, questo risultato della diplomazia targata D’Alema-Pannella si ridurrà a un annuncio, uno spot politico, e niente di più.
Ma a noi frega poco. Per una volta, infatti, siamo d’accordo con gli Stati Uniti, che sulle colonne del Corriere della Sera di oggi, per bocca del suo ex rappresentante al Palazzo di Vetro John Bolton, hanno fatto sapere di essere contrari per una ragione molto semplice: le pene giudiziarie sono affare interno di uno Stato sovrano, non materia per qualche deliberazione internazionale, quantunque demagogica e inconcludente.
Intendiamoci: chi scrive è contrario all’inflizione della morte come punizione estrema. No alla pena di morte, dunque. Ma qui, in Italia (per l’Europa, finchè non si darà una missione e uno statuto politico-sociale, soprassediamo). Noi però non ci sogneremmo mai di imporre le nostre convinzioni e tanto meno il nostro diritto giuridico agli Usa come alla Cina, in Afghanistan, in Irak o in qualsiasi altro Paese o popolo.
Sgombriamo la mente dal facile e interessato buonismo di chi fa le battaglie per ottenere conquiste-burletta. Perché portano in sé il germe del più pericoloso dei razzismi: quello che aspira a imporre un unico diritto universale alle genti del mondo, schiacciando la loro libertà. Che può essere anche, se è veramente tale, quella di punire i propri criminali come meglio credono, anche con la morte.
C’è poco da festeggiare, cara Italia. Così dai una mano all’ideologia americana del mondo ridotto a immagine e somiglianza dell’Occidente. E gli Usa in questa occasione sono fra i tuoi avversari solo perché, nella loro arroganza, conservano il senso della sovranità. Peccato che la intendano solo come sovranità propria, e mai anche come quella altrui. Loro la morte la infliggono non solo ai malfattori di casa propria, ma anche agli innocenti degli altri Paesi. Sovrani.

Alessio Mannino

 
Liberare il tempo PDF Stampa E-mail

18 dicembre 2007

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Il tempo. Il tempo di vita contro il tempo di lavoro. La divaricazione è lampante, schiacciante, opprimente. Il lavoro ci sottrae il bene più prezioso: il potere su come passare la propria vita scegliendo fra interessi, sentimenti e occasioni di felicità. Sì, lavorare stanca. Sfibra e fiacca la nostra anima individuale e la nostra coscienza di cittadini. Perchè lavoriamo troppo. Troppo in cambio di troppo poco.
Lavoriamo meno, lavoriamo tutti, lavoriamo meglio. Non ci potremo permettere più il superfluo, certo. Ma finalmente vivremo. Finalmente libereremo il tempo. Uomini e donne libere, non schiavi salariati. Con una playstation in meno ma con una giornata in più per noi stessi. (a.m.)

Mentre la Francia minaccia ancora scioperi e il blocco della circolazione contro la riforma dei regimi speciali di pensione, l'Italia manifesta in difesa dei diritti dei suoi lavoratori. Le manifestazioni di massa dei lavoratori da sempre accompagnano i problemi dell'economia degli Stati, e rappresenta proprio questo il dato allarmante. Nonostante lo sviluppo e l'elevata industrializzazione dei Paesi occidentali, la lotta per la difesa dei diritti del lavoro sono sempre gli stessi, se non maggiori. Ciò significa che mentre le nostre società aumentano le capitalizzazioni, diventano sempre più globalizzate e ricche, i lavoratori ancora lottano per la sostenibilità dei salari, per il diritto alla pensione, per la sicurezza e la stabilità del lavoro.
I licenziamenti, le delocalizzazioni, la rinegoziazione dei contratti sono legittime politiche della gestione delle risorse umane, tale che la disoccupazione e la insufficienza del livello dei salari sono considerate delle normali conseguenze a cui dovrà rimediare il mercato.
Purtroppo oggi non assistiamo più all'evoluzione dell'economia, ma al suo continuo regresso, in quanto il sistema economico basato sulle grandi società che basano il loro potere sulla massa di lavoratori è attualmente insostenibile. Giorno dopo giorno cresce nei lavoratori la consapevolezza, e così anche la paura, che i propri diritti sono destinati ad essere ridotti sempre più, divenendo merce di scambio per i sindacati nei confronti delle società e dei Governi. Gli scioperi non sono più frutto della "coscienza di classe", ma della manipolazione dei rappresentanti dei lavoratori, che hanno di fatto già preso accordi con il consiglio di amministrazione delle società o con il governo per ratificare l'ennesimo protocollo welfare o la rinegoziazione dei contratti nazionali. Quella in atto è solo una gara d'appalto truccata, perché il contratto è stato già firmato e lo sciopero serve solo a controllare le masse.
In Francia oggi si lotta per evitare l'armonizzazione, e così la perdita dei regimi speciali di pensionamento delle diverse categorie; allo stesso modo l'Italia protesta per avere dei livelli salariali sostenibili e maggiore sicurezza. In realtà tutti i lavoratori oggi lottano contro l'usura del tempo di lavoro, quello che Marx definiva plusvalore, e che oggi è divenuto necessario per compensare l'inefficienza delle grandi strutture societarie globalizzate e mal gestite dai loro iperfinanziati dirigenti.
Sono infatti state elaborate nuove proposte di direttiva europea che intendono aumentare la durata del lavoro settimanale dalle 48 ore fino alle 65 ore, imponendo in capo all'impresa il solo obbligo di ottenere l'accordo individuale dei lavoratori. L'accordo dovrebbe essere valido un anno, di volta in volta rinnovabile, ma, considerando le minacce di licenziamento e delocalizzazione, questo accordo non farà nessuna fatica ad essere ottenuto. In ogni caso, se tale direttiva venisse adottata, la definizione di disoccupazione scomparirà perché sarà quasi impossibile distinguere il tempo di lavoro "attivo" dal periodo di disoccupazione, in quanto il lavoratore sarà sottomesso ad una flessibilità totale, tale da divenire molto più vicino al ritmo di lavoro dello schiavo.
Tale provvedimento, aggiungendosi alla controversa direttiva Bolkestein, dovrà "fare dell'Europa la zona più competitiva del mondo di qui 2010", stando a quanto affermato da José Manuel Barroso. L'obiettivo di aumentare la competitività europea, riducendo il costo del lavoro per le imprese, andrà ad imporre un regime lavorativo non molto lontano da quello della Cina comunista. Identica motivazione si nasconde nelle politiche europeo di allargamento "forzato" verso i paesi che praticano il "dumping sociale e fiscale" per spingere al ribasso i salari, i diritti dei lavoratori e la fiscalità delle imprese. Infatti, la riduzione dei diritti dei lavoratori e l'ampliamento verso gli Stati ad economia povera, innesca una schiacciante concorrenza salariale, che spiazzano le società occidentali. Le imprese europee sono così divenute eccessivamente "garantiste", incatenate dall'eccessiva burocrazia e legislazione sul lavoro, rigide e paralizzate da leggi "troppo vecchie" per essere all'avanguardia. Sebbene questo può essere in parte vero, ricordiamo che quelle leggi hanno garantito la sostenibilità della vita per i cittadini europei in questi anni di ripresa economica, in cui l'economia interna girava in virtù di un perfetto equilibrio tra produzione, consumi ed esportazioni. Oggi, invece, quelle leggi sembrano essere inadatte, anche perché non esiste alcun equilibrio nelle nostre economie occidentali, in cui consumiamo più di ciò che produciamo, e importiamo più di quello che esportiamo. Per cui, chi ha davvero fallito: le leggi dei lavoratori o il sistema economico delle multinazionali?
Secondo l'Unione Europea sono le leggi ad essere sbagliate e per tale motivo è stata elaborata la direttiva Bolkestein che, insieme con la direttiva sul tempo lavorativo, riporta indietro i diritti dei lavoratori di più di un secolo. Non dimentichiamo che la stessa Costituzione Europea prevedeva alcune norme che impongono agli Stati membri di creare le "condizioni necessarie alla competitività dell'industria per incoraggiare un ambiente naturale favorevole all'iniziativa ed allo sviluppo delle imprese" , nonché eliminare ogni restrizione amministrativa, finanziaria o giuridica che ostacolerebbe la creazione di PME", ( articolo III-279). Inoltre era previsto che l'unione "ricerca la flessibilità della mano d'opera e del mercato del lavoro", (articolo III-203) e crea le "condizioni necessarie alla competitività dell'industri" (articolo III-279 ). Tali principi rendono dunque molto chiaro il piano europeo nei confronti del mercato del lavoro degli Stati membri, ossia pressioni al ribasso dei salari, liberalizzazione dei contratti e delle regole del mercato del lavoro, privatizzazione dei servizi pubblici. Questo porterà inevitabilmente a aumentare sempre più le ore lavorative, a creare dei lavoratori sempre più flessibili, a diffondere insicurezza sociale e precariato, salari insostenibili e dunque stagflazione negli Stati, la scomparsa della disoccupazione "statistica" e così anche dei sussidi e dei sostegni ai disoccupati, per concludere infine con la sostituzione dei sistemi pensionistici e previdenziali pubblici con quelli assicurativi e bancari.
In tutto questo, le multinazionali saranno sempre più avvantaggiate, perché potranno maggiormente estendere la propria struttura societaria senza limiti fisici, senza vincoli giuridici, potranno delocalizzare e chiudere gli stabilimenti in zone ad alto salario, per aprirli in regioni a basso salario, restando pur sempre nell'ovattato e sicuro spazio economico europeo.
da http://etleboro.blogspot.com 11 dicembre 2007

 
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