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I chiassobond e il paradosso finale PDF Stampa E-mail

23 luglio 2009

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Alle volte pure dai piccoli dettagli ci si accorge che la storia cambia passo. Da mesi si ascoltano analisi altisonanti sul dopo crisi, come se gli effetti della crisi stessa siano già passati. Si sente spesso dire che la politica economica dei grandi del mondo avrà una svolta. Ma difficilmente, con le dovute eccezioni, ho letto sui media main-stream che uno dei grandi temi è il dollaro. Ovvero l'abbandono della divisa statunitense come moneta di scambio globale. In tanti l'hanno scritto, nessuno ormai lo dubita. Il dollaro è stato per sessant'anni uno dei mezzi con i quali gli Usa hanno sbidonato il loro benessere sulle spalle del resto dell'orbe terraqueo. Però l'abbandono del biglietto dello Zio Sam non è una cosa che si può fare dall'oggi al domani. E soprattutto questa exit-strategy potrebbe essere il luogo virtuale, ma segreto, nel quale si disegnano le nuove mappe del potere che verrà. Un potere nel quale i signori della grande finanza e delle banche pretenderanno un posto in primissima fila.
In questo contesto la notizia dei titoli di stato americani sequestrati a Chiasso è indicatore del fatto che la guerra per la definizione del nuovo potere monetario mondiale sia di fatto cominciata. E credo si tratti di una partita grossa per la quale il silenzio pressoché totale della grande stampa risulta fin troppo eloquente. Non si sa ancora se quei titoli siano veri o falsi. Ma la cosa non importa alla fine. Il loro valore di faccia (100 miliardi di euro) è enorme. Circa tre manovre finanziarie italiane. Se si tratta di una truffa, è risibile che si pensi all'operato di qualche ghenga più o meno mafiosa. Se si tratta di una truffa, siamo di fronte al progetto di agenzie che sono emanazione di qualche governo. È già successo in passato che le banche centrali di vari paesi si falsificassero il danaro a vicenda. Tra i tanti i sovietici avevano acquisito grandi doti nel falsificare dollari e sterline. Mai però si era giunti alla notizia di un valore di faccia tanto elevato. Piccola parentesi. Se in questo frangente lo Stato italiano agirà secondo le sue leggi e se si dà credito agli Stati Uniti secondo i quali quei documenti di credito sono fasulli, allora l'Italia avrebbe fatto comunque bingo perché la norma prescrive in questo caso una ammenda pari al 40% del valore di faccia del titolo falso sequestrato. Ma a chi chiederemo il risarcimento se ai due spalloni, in probabile violazione della legge, è stato permesso di abbandonare il Paese? Chiusa la parentesi è comunque certo che se ora le banche centrali cominciano a guerreggiare in questo modo, significa che hanno l'acqua alla gola. E ciò significa che debbono mettersi a fare le falsarie perché i governi di riferimento sono alla canna del gas.
Se invece si tratta di titoli di stato veri, pronti ad essere dismessi dalla banca centrale giapponese, siamo di fronte ad uno scenario altrettanto grave. Perché ciò comporta che il dollaro viene giudicato spazzatura da una delle più importanti banche centrali del pianeta. Il tutto comporta ovviamente un rischio incalcolabile, quello per cui i risparmi di tanti privati in giro per il mondo finiranno al macero. Addirittura si è autorizzati a pensare che il Giappone avrebbe potuto agire conto terzi (Stati Uniti?) al fine di rifilare i titoli Usa, alias debito-credito contratto in dollari, ad ignari investitori fresconi ammaliati a dovere. Insomma un altro collasso finanziario, ben più pesante di quello dell'anno scorso, sarebbe all'orizzonte. Un collasso che è al contempo causa ed effetto di uno scontro sotterraneo tra il vecchio potere Usa e il nuovo che avanza. Cina in primis. Ma c'è un'altra questione da approfondire.
All'interno di questa guerra, reale o virtuale che sia, nessuno tra i big dello scacchiere globale però si è minimamente posto il dubbio se sia il caso di mettere in discussione il peccato originale di tutto quanto il moloch, leggi l'attuale modello di sviluppo. Forse perché non si può chiedere ai tacchini di festeggiare il natale. Ma il modello di sviluppo rimane tuttavia sul banco degli imputati assieme alla cosiddetta modernità: quest'ultima generata dall'industrialismo, sulle cui matrici filosofiche, sempre che esistano, sarebbe interessante approfondire.
E nel medesimo contesto permane pure una macroscopica anomalia di fondo. Le cronache della crisi, sia quelle ad ampio scenario, sia quelle più spicciole, ci portano ad un paradosso finale che non può essere ignorato. Infatti se si ammette che il sistema attuale è l'unico possibile, si evince chiaramente dalla storia degli ultimi 150 anni che tale sistema non possa basarsi che sulla frode, sull'inganno, sulla sperequazione, sulla mistificazione. E che a livello politico, globale e non, la democrazia (rappresentativa) non è che un paravento rispetto ad un sistema iniquo che nel suo conto consuntivo non permette di riportare gigantesche anomalie economiche, sociali, ambientali, di giustizia, di libertà. Di umanità si potrebbe dire. E quindi, sempre usando i parametri della democrazia rappresentativa moderna, tale sistema intriso di sedicente libero mercato, ha forza per essere tale solo se i suoi princìpi fondanti possono essere sistematicamente violati da elite ben circoscritte.
Per dirla in parte alla Marco Travaglio, l'intero sistema è un gigantesco, inumano e storicizzato falso in bilancio. Rispetto ad un rilievo del genere non ho mai sentito una replica efficace da parte dei sostenitori del “contemporary way of life”. Probabilmente perché non hanno argomenti.  Se ne può uscire? Può essere. Ma questa è un'altra storia. C'è solo uno spunto di riflessione da aggiungere. Che non è mio ma di Enrico Rosa, un gagliardo sostenitore vicentino di Movimento Zero. «L'economia ha ragione di essere solo in quanto serve a me e ai miei simili. Ovvero quando essa è funzione di un rapporto fra uomo e uomo. Ma nel momento in cui questa cessa il suo supporto agli individui e alla gente per divenire una astrazione auto-referenziale, io essere umano che me ne faccio? A che cosa diavolo mi serve? Sbarazziamocene».

Marco Milioni

 
Morire con devozione PDF Stampa E-mail

di Fabio Mazza

21 luglio 2009

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C’è un comportamento che a noi odierni occidentali appare incomprensibile e indice di fanatismo: il sacrificio della propria vita per non cadere nella vergogna. Questo perché nelle società antiche e nel Giappone fino ad epoca relativamente recente, più della vita, più del successo, più della cosiddetta “felicità” che tutti cercano e nessuno sa dov’è, nè forse cos’è, contava l’onore.
L’onore era l’opinione che un uomo aveva di sè e che la collettività in cui viveva e con cui si confrontava aveva di lui. In quei contesti dove la vita era molto più “pubblica” di ora, le famiglie molto più numerose, i legami con il vicinato e la polis, il villaggio, il territorio erano molto più serrati, perdere l’onore equivaleva ad una “morte civile”. A decadere al rango di paria, a divenire un pusillanime e quindi perdere quell’identità e quel senso di sè, che aveva per quegli uomini, importanza fondamentale.
L’uomo odierno, attaccato alla vita, come ai beni materiali, ai giocattoli, di cui si circonda, non concepisce minimamente un simile modo di vedere le cose. Anzi, la vita gli è cosi cara, che è disposto ad accettare qualunque mediazione, qualunque sopruso (morale o fisico), qualunque bassezza, per mantenerla.
In più spogliata dalla sua dimensione collettiva, la morte, non è più vista come un fatto inserito in un più ampio tutto, in una dimensione ciclica, che si ripete e che permette all’uomo che immoli se stesso a questi valori, di essere considerato con ammirazione, come un punto di riferimento.
La morte è ora, per l’uomo occidentale, per la sua famiglia nucleare, per i rapporti sporadici e superficiali che intrattiene con il suo “habitat” sociale, una catastrofe simile ad un apocalisse, proprio perché viene vissuta come definitiva, senza appello, senza senso. Da qui il timore della fine, che fine non è, in una visione “panteistica” od “etica” dell’esistente, e la gara spietata per mantenersi giovani il più a lungo possibile, ricorrendo a qualunque mezzo, anche il più grottesco, per farlo. Per rinviare il più possibile un evento naturale che non riesce ad essere accettato da un uomo che ha basato il suo concetto di “benessere” e “felicità” sugli oggetti, di cui, per quanti possa possederne o accumularne, niente gli rimarrà quando l’ombra cadrà sui suoi occhi.
Per questo al cittadino moderno, emancipato, democratico pare inconcepibile quello che i kamikaze islamici riescono a fare, cosi come alla nostra civiltà già compromessa nei valori fondamentali (ma non ancora perduta come quella odierna) pareva inconcepibile vedere i piloti giapponesi (gli originari kamikaze da cui è stato mutuato il termine) slanciarsi verso la morte per danneggiare una sola nave nemica.
Questi uomini avevano interiorizzato quella che Tsunetomo in “Hagakure” definisce come l’essenza dell’etica dei samurai: la morte per ciò in cui si crede. Questo devono aver pensato nel 1970, gli intellettuali, o chi ne aveva avuto notizia, di fronte al “seppuku” in diretta televisiva dello scrittore Yukio Mishima, atto estremo di un uomo di incredibile sensibilità che non poteva accettare che il Giappone stesse rinnegando tutti i valori profondi che lo avevano caratterizzato per secoli, per appiattirsi su di un incolore e pacifico americanismo, che trovò ampio respiro nel paese dopo la sconfitta bellica.
Perché giungere ad un atto simile? Non fu disperazione, se, poco prima di compiere con altri suoi fedelissimi l’atto, Mishima lasciò un biglietto su cui era semplicemente scritto: “amo la vita, vorrei vivere per sempre”. Vivere, appunto. Ma quella che per altri era vita era per Mishima e per altri come lui, che avevano improntato la loro vita all’etica dei samurai, una non-vita, una parvenza di esistenza, fatta di conformismo e di codardia. Non potevano vivere guardandosi allo specchio e non vedendo altro che una parodia di se stessi, della loro anima più vera.

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Loro e noi PDF Stampa E-mail

18 luglio 2009

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Loro e noi. Il male e il bene? Il manicheo che dorme in noi direbbe di si. Non esistono loro e non sappiamo bene chi siamo noi, sostengono gli scettici, cioè la maggioranza della popolazione pensante, i cosiddetti intellettuali. In realtà loro esistono, hanno disegnato questo mondo, e, cosa più grave, dominano il nostro cervello. E’ vero, esistono comunque sufficienti consapevolezze nella mente di fin troppe persone, che hanno scritto migliaia di testi che ci chiariscono le cose.
Viviamo in un mondo cancerogeno ed ecodistruttivo dominato dal Dio Danaro, dove i poteri della Finanza Tecnologica controllano tutte le esistenze. I nostri nemici visibili sono lì, in carne ed ossa, a difesa dei loro superiori invisibili. Si potrebbero assaltare, devastare, almeno come azione simbolica, i loro avamposti nella realtà. Banche, finanziarie, ipermercati, multinazionali inquinanti. Non mancano i luoghi ed i tempi dell’azione. Ma neppure la crisi ha generato delle proteste significative. Nonostante gli impoverimenti pianificati, le angosce da perdita del lavoro o da chiusura della propria piccola azienda, i saccheggi da pignoramento ed esproprio, il “libero” occidente appare il luogo della più tremenda e disumana forma di controllo dell’esistenza mai apparsa sulla terra. Il motivo principale è semplice: noi agiamo secondo degli stimoli prodotti da loro. I nostri pensieri sono i loro pensieri; le nostre paure sono instillate nelle cellule cerebrali a garanzia del loro dominio. Su cento consapevoli, informati, colti, edotti intellettuali della libertà vera, quanti sono disposti a correre dei rischi per affermarla?
Il nemico si sconfigge soltanto in una maniera: combattendolo. Ma le guerre sono difficili da affrontare se il rischio di perdere qualcosa, quel poco che si possiede, pervade tutto. La prudenza, la non violenza, il civile confronto democratico, sono tutte trappole inventate dal Mostro che, invisibilmente, si palesa attraverso maschere colorate e multiformi, così concepite per sviare le nostre consapevolezze, per fiaccare gli aneliti di ribellione, per ridurre ogni possibile pericolo di rivolta in tragica rappresentazione di inerzia e viltà. “Il borghese era quasi riuscito a convincere il cuore avventuroso che una legge economica regge il mondo e la storia. Ma ai giovani che nella nebbia o di notte abbandonarono la casa paterna, l’intimo sentire disse che dovevano andare lontano alla ricerca del pericolo (Ernst Junger)”.
Finché anche i consapevoli saranno influenzati dalle strutture borghesi di controllo esistenziale, nessuna rinascita sarà possibile. Perché la guerra necessaria alla distruzione di questo Sistema, non è dissimile alle tante che la Storia ha già visto. Non si può tentare di distruggere senza il rischio individuale di perdere qualcosa o tutto. Le vacanze, i risparmi, la carriera, la casa al mare, la “professione”, e perché no, la moglie insofferente, il vicino di casa, la reputazione. In realtà non esistono, non sono mai esistite, sono considerazioni che non avrebbero dignità in un mondo normale, eppure occupano la nostra mente, perché “l’essere” che Castaneda chiamava il Predatore, ci sussurra all’orecchio: ” Sii prudente, non rischiare, risparmiati”, alimentando il nostro istinto di sopravvivenza fisica, ma distruggendo ogni “tenuta” interiore. Dovremmo, dovremo, al fianco delle analisi meta politiche, politiche, economiche e culturali, sviluppare una forma di cura per l’animo appesantito di piombo dalla ideologia borghese. Il culto del distacco, dell’amore del pericolo, del rischio e del coraggio.
Chi scrisse “beata la società che non ha bisogno di eroi” era amico del giaguaro: un mondo senza eroi si consegna al nemico senza reagire, così come accade a noi in questa triste epoca. Lotta senza sosta, disinteresse per ogni forma di possesso ed accumulo, vite spartane votate allo scontro. Per dare forma e sostanza alle consapevolezze intellettuali c’è bisogno di gruppi di uomini votati ad un esistenza guerrigliera, perché le teste d’Idra non potranno essere tagliate dalla tastiera di un computer. Diversamente dovremo aspettare che il Mostro muoia da solo, che questo mondo imploda grazie ai suoi eccessi ed alle sue distruzioni. Ma così non ci sarà per nessuno né gloria né onore, due delle più importanti qualità che distinguono il Vir dalle bestie.

Marco Francesco De Marco 

 
Cattolicesimo "profano" PDF Stampa E-mail

16 luglio 2009

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Di fronte alla gravissima crisi dello spirito che imperversa oramai da mezzo secolo soprattutto nel mondo occidentale, le religioni tradizionali sono praticamente impotenti. Nemmeno il cattolicesimo oramai fa più eccezione: quello che fino a pochi decenni fa era il baluardo del Sacro in Occidente contro il primato della tecnica, si è oramai arreso -anch'esso- allo Status quo.
L'ultima enciclica di papa Ratzinger "Caritas in veritate" conferma questa constatazione. Il legame, lungamente ricordato nella stessa, con l'enciclica di Paolo VI "Populorum progressio" è significativo, e ancora di più i frequenti richiami allo "sviluppo umano integrale" che nell'enciclica del 1967 trova la sua più matura formulazione. Il termine "sviluppo" infatti ricorre frequentemente nell'enciclica di Paolo VI: dall'annuncio di Cristo che fu "il primo e principale fattore di sviluppo" allo "sviluppo dei popoli" fino all'ammissione che "camminare sulla strada dello sviluppo" è fondamentale per il passaggio "da condizioni di vita meno umane a condizioni più umane".
La "Caritas in veritate" segue questa strada e la fede nello sviluppo non cede mai il passo. Questo sapore amaro di svendita dello spirito e del sacro non diminuisce nel capire il significato che viene dato allo sviluppo inteso come "umano ed integrale": l'economia e la tecnica, il capitalismo e l'industria non vanno condannati in sè, in sè sono neutri, nè buoni nè cattivi, è l'uso sconsiderato, egoistico e non etico che va condannato. Se usate bene -così viene indicato nell'Enciclica- queste due perle del genio moderno, economia e tecnica, possono veramente aiutare l'uomo a svilupparsi "integralmente": dapprima in senso fisico, per soddisfare le primarie esigenze corporali, di nutrirsi, di vestirsi, di istruirsi, per poi infine volgersi a Dio, che ovviamente viene posto come meta ultima dell'esistenza umana (almeno questo...). E a livello sociale stesso discorso: abbattere la mortalità infantile, sconfiggere la povertà, la miseria, l'ignoranza ecc, per una società "umana", che poi si volga a Dio.
Senonchè l'attenzione insistente per sconfiggere la povertà e la miseria nasconde a mio parere chiare e grosse propensioni terrene, profane, materialiste. Questo equivoco parte da una non corretta interpretazione del Vangelo, ossia porre l'amore per il prossimo a fondamento dell'essere e dell'agire cristiano. Il Vangelo in realtà non stabilisce solo un amore per l'Altro: definisce innanzitutto l'amore per Dio, mentre il regno della Tecnica -così attento ai diritti umani, e quindi si potrebbe credere attento al prossimo- è per definizione ateo, quindi realmente distante dal Vangelo.
Riducendo il Cristianesimo ad amore per l'altro, si finisce per lasciare il campo libero a chi intende trasformare la Chiesa in un'agenzia umanitaria, creando un alibi ad ogni tipo di materialismo. La miseria e l'ignoranza del resto è pur vero che abbruttiscono l'uomo, ma non lo allontanano da Dio. Mentre opulenza, benessere e tecnica forse non abbruttiscono l'uomo, ma lo fanno diventare un dèmone.
E' vero che tecnica ed economia in sè non sono un male, è vero che vanno considerate mezzo e non fine. Ma questo vale esclusivamente per una tecnica limitata e a dimensione umana. Analogamente l'economia non è un male in sè, ma solo se mantenuta entro i limiti del bisogno umano, del necessario e del quotidiano. Ma se la tecnica diventa tecnica industriale e dell'automatismo, se l'economia diventa economia del profitto, del superfluo e del futuro, il materialismo è già bello che fatto. Altro che parlare di etica che informa e guida il capitalismo!
Non si può accettare il capitalismo e nel contempo non vendere l'anima al diavolo. Non esiste un capitalismo dal volto umano. Peggio ancora un capitalismo volto a fini spirituali. Il capitalismo è morte dello spirito e morte dell'uomo. E' materia inerte. Niente può dargli vita.
Leggere nell'Enciclica "Caritas in veritate" gli inviti ad una globalizzazione buona ed etica, ad una imprenditoria attenta all'uomo, ad una finanza responsabile, ad un mercato solidale, ad uno sviluppo dignitoso, ad una ricchezza sensata ed umana, fa davvero sorridere. E se anche fosse possibile (cosa che escludo), sarebbe in ogni caso ridurre lo spirito alla morale, ridurre il sacro ad un umanitarismo di tipo laicista. L'approccio della Chiesa alla questione è quindi doppiamente errato.
La Chiesa crede di salvarsi dalla sua crisi decennale (ma forse anche secolare) "inserendosi" nel mondo attuale e cercando di dargli un significato dall'interno. Ma così facendo non fa altro che peggiorare il suo stato. Così facendo, si svuota di significato ulteriormente, in una spirale discendente verso la negazione di se stessa. Appoggiando il capitalismo per fini umanitari, la Chiesa scrive la propria condanna e decreta la propria fine.

Massimiliano Viviani

 
Contra “utopia” PDF Stampa E-mail

14 luglio 2009

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Ogni pensiero che si presenta come radicalmente critico o alternativo rispetto allo stato presente delle cose suole spesso essere bollato - o presentarsi esso stesso - come “utopico”. Anche l’“antimodernità” è quindi un’“utopia”? Sembrerebbe di sì, se consideriamo la distanza – e quindi l’irrealizzabilità quanto meno nell’immediato – che separa la visione del mondo da noi propugnata dalla realtà circostante. Ma, a guardar bene, le cose stanno alquanto diversamente. Quella distanza che ci fa apparire “utopici” è in realtà solo una contingenza, un fatto accidentale, dovuto allo specifico momento storico nel quale noi con le nostre idee ci ritroviamo ad operare. Perché, a rigore, la visione, ed in genere la mentalità, il sentire “antimoderni”, dovrebbero rappresentare l’antitesi stessa di ogni mentalità utopista, idealista o sognatrice che dir si voglia.
Carl Schmitt, forse il più grande giurista del XX secolo, individua proprio nell’“utopia” l’esito estremo del pensiero politico-giuridico moderno, e più in generale della mentalità stessa da cui è scaturita la modernità. Se infatti questa si presenta innanzi tutto come “trascendentalismo”, ovvero pensiero volto alla negazione della realtà di fatto e del mondo così come esso storicamente si è andato costituendo, in nome di un mondo puramente ideale e dedotto a partire dalla sola astratta “ragione” umana, l’utopia rappresenta evidentemente l’esasperazione massima di tale modo di vedere e di relazionarsi al mondo. In altre parole, se la visione premoderna era fondata, in ultima istanza, sull’accettazione del mondo in tutte le sue sfaccettature, le sue contraddizioni, i suoi limiti, il suo carico di gioie e di dolori – accettazione dovuta principalmente al fatto che il mondo, nel suo complesso, era considerato quale manifestazione del “divino” e dunque come inviolabile da parte dell’uomo -, la modernità è frutto di una mentalità, di un sentire che, incapace di tale tragico ed eroico dir sì, si rifugia in mondi ideali, artificiali, sogni fumosi di universi senza contraddizioni e conflitti, pretendendo di rimodellare l’intera realtà sulla base di tali astrazioni.
Così, evidenzia Schmitt, se storicamente ogni diritto, ogni legge, ogni nomos è sempre stato innanzi tutto “nomos della terra” (da cui il titolo del suo capolavoro, Il nomos della terra appunto), ovvero diritto legato ad una specifica terra, ad uno specifico luogo inteso non in senso puramente geografico bensì culturale, come luogo della propria tradizione ed identità, l’utopia si presenta non a caso, secondo la sua stessa etimologia (ou-tópos, non-luogo), come nomos che non sta in nessun posto, da nessuna parte, se non, evidentemente, nella testa di chi l’ha creato ed immaginato; nomos quindi astratto ed indeterminato che non si lega ad alcuna cultura o tradizione storicamente definita. E cos’altro è la modernità se non il sogno, il progetto di edificare un mondo che, facendo tabula rasa di ogni tradizione e di ogni storia, vuole fondarsi sulla sola “ragione” nell’intento di eliminare dal mondo le sue contraddizioni, i suoi “limiti”, il suo presunto “male” e realizzare così il “migliore dei mondi possibili”, il Paradiso in Terra? Ma un siffatto paradiso non può che essere un “paradiso artificiale”: il mondo della Tecnica che pretende di aver messo al sicuro l’uomo recidendo il cordone ombelicale che lo teneva legato alla “natura” e alla “storia” e dispensandogli un benessere ed una felicità del tutto artefatti e virtuali non è la realizzazione stessa dell’utopia moderna figlia dei Lumi e della filosofia positivista?
In tal senso, secondo Schmitt, il pensiero utopico costituisce l’approdo ultimo dell’evoluzione del diritto europeo, secondo quella prospettiva delineata in Terra e mare, splendida “riflessione sulla storia del mondo” (come recita il sottotitolo dell’opera): al diritto della “terra”, espressione degli Stati europei continentali, che è diritto del “limite”, diritto fondato sul limes, sul “confine”, perché ogni civiltà, ogni tradizione è “delimitata”, “confinata” ad una terra, ad un orizzonte spaziale circoscritto, si va progressivamente sostituendo il diritto del “mare”, emerso con l’affermarsi della potenza inglese, ovvero della potenza marittima, talassocratica. Ed il mare, a differenza della terra, non ha confini, non ha “limiti”, e perciò stesso tale diritto si presenta come diritto “astratto”, diritto della ragione universale e cosmopolita, che dal mare, secondo uno sviluppo che vede gli Stati Uniti ereditare il ruolo che prima era stato dell’Inghilterra, riesce a poco a poco ad avere la meglio sul suo nemico storico, il continente, finendo progressivamente per fagocitare la terra stessa ed avviando quel processo di globalizzazione che sradica ogni cultura ed ogni civiltà in nome dell’utopia di un’umanità generica ed astratta e per tanto “marittima” - “liquida” direbbe oggi Bauman - ovvero sciolta da ogni tradizione e da ogni identità.
Da qui l’inevitabile sbocco “totalitario” del pensiero utopico: svalorizzando come irrazionale, come “malvagia”, ogni civiltà fondata sulla terra, il pensiero utopico vuole rifondare il mondo secondo parametri uniformi e validi per ogni tempo e per ogni luogo. Il suo sogno è di costruire l’“uomo nuovo”, non più legato ad una tradizione, ad una “patria”, ma “cittadino del mondo”, ovvero di un non-luogo, dedotto sulla base dei principi della sola “ragione” e scevro da ogni contaminazione materiale, storica, “terrestre”. Sappiamo dove conduce una simile prospettiva, sappiamo qual è il prezzo da pagare per l’avvento del Paradiso in Terra: lo sradicamento, la cancellazione, il genocidio culturale - e se è il caso anche fisico - di popolazioni e genti testardamente radicate al suolo, alla terra, e la violazione, la devastazione della natura, del cosmo, perché alcun limite, alcuna resistenza possa ostacolare il cammino verso le “magnifiche sorti e progressive”. Alla fine, dietro ogni utopista si nasconde sempre un mostro che ha sete di sacrifici e di sangue: come abbattere, altrimenti, la storia, la realtà, il mondo che, inevitabilmente, rialzano la testa? Come abbattere il “concreto” – per dirla con Hegel - che si riappropria dei suoi diritti contro la furia distruttrice dell’ “astratto”? E così i giacobini le teste han finito per tagliarle ed i bolscevichi per rinchiuderle a marcire nei gulag; giacobini e bolscevichi che di tutti gli utopisti moderni sono i padri. Proprio coloro che più di ogni altri si sono presentati come “i buoni e i giusti”, gli “incorruttibili” che volevano eliminare il “male” dal mondo e costruirne uno migliore, si sono tramutati nei peggiori criminali. Esito scontato quando si pretende di cambiare il mondo “negando” il mondo stesso. Ma chi di furia distruttrice ferisce, di furia distruttrice perisce…: non si è incamminato l’uomo moderno lungo la stessa folle strada suicida, prossimo a soccombere per mano del mostro tecnico da lui stesso scatenato proprio come i giacobini per mano della stessa ghigliottina?
Noi antimoderni con il mondo e con l’uomo, come essi sono e sempre sono stati, vogliamo invece riconciliarci, e, al di là della contingenza storica che ci pone, paradossalmente, in rotta con essi ma non a caso proprio contro gli utopisti che hanno voluto negarli, al mondo e all’uomo dire nuovamente sì. E contro il “non-luogo” vogliamo riaffermare il limes, contro il mare la terra, perché “secondo la nostra umana storia ed esperienza, […] tutto ciò che è essenziale e grande è scaturito unicamente dal fatto che l’uomo aveva una patria ed era radicato ad una tradizione” (Martin Heidegger).

Stefano Di Ludovico

 
Piani di lettura PDF Stampa E-mail

12 luglio 2009

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La vicenda delle abitudini sessuali di Berlusconi e del conseguente scandalo politico / mediatico può essere letta in diversi modi, direi meglio secondo diversi piani.
Il primo è quello, trito e ritrito, proprio del berlusconismo e dell’antiberlusconismo. Da una parte chi ritiene il premier vittima dell’ennesima congiura comunista e dall’altro chi giudica la vicenda un’ulteriore e definitiva conferma dell’inadeguatezza (eufemismo) di Berlusconi a rivestire la carica di primo ministro. In quest’ultimo versante si possono poi ulteriormente distinguere gli ingenui, i ciechi e gli sciacalli in malafede. Nelle prime due categorie possiamo probabilmente far rientrare coloro che credono che la Storia della Repubblica italiana, presente e futura, sia quella di una libera democrazia sulla quale si è improvvisamente abbattuta la nefasta e temporanea parentesi dittatoriale di Silvio Berlusconi.
Emblematici in questo senso i commenti di Marco Travaglio, che da settimane bombarda i suoi lettori e utenti con discorsi (oltre all’ennesimo libro sul Berlusca di prossima pubblicazione) volti a dimostrare che la frequentazione di prostitute da parte del premier abbia rappresentato un pericolo per la sicurezza nazionale. In un suo monologo su internet, a un certo punto Travaglio arriva a dire: “Pensate che la D’Addario o altre avrebbero anche potuto carpire a Berlusconi i codici segreti delle armi nucleari della Nato presenti nel nostro Paese”. Al di là della legittimità di una simile preoccupazione, francamente ridicola, ciò che al contempo è tanto sconcertante quanto rivelatore è il fatto che (i) Travaglio non si indignino per il fatto che in Italia sono collocate delle armi nucleari di una potenza straniera in totale violazione e spregio della nostra indipendenza (oltre che della manifestata volontà popolare di rifiuto dell’energia nucleare), ma della circostanza infinitamente meno rilevante e vergognosa della condotta del Presidente del Consiglio nel caso in questione. In Italia, insomma, c’è chi crede davvero che Berlusconi sia il Belzebù al quale si contrappongono le falangi del Bene e della democrazia.
Poi ci sono coloro che di queste falangi sono i fedeli servitori. Prima, immancabile, la Repubblica e poi anche la Stampa e il Corriere – oltre ovviamente a tutta la galassia mediatica vicina alla c.d. sinistra e a Di Pietro – hanno sfruttato la vicenda per chiedere a gran voce le dimissioni del Presidente del Consiglio.
Un altro piano di lettura di “Puttanopoli”, sicuramente più intelligente ed onesto, può invece essere quello proposto ad esempio anche da Massimo Fini, che ha evidenziato come Berlusconi dovrebbe essere disprezzato e soprattutto allontanato da cariche pubbliche per vicende – soprattutto giudiziarie – ben più gravi di quella delle sue abitudini sessuali, che rientrerebbero invece nella insindacabile e politicamente irrilevante vita privata di ciascun cittadino.
Noi ci permettiamo modestamente di aggiungere un’ulteriore prospettiva della vicenda, senza peraltro rivelare nulla di quanto è già ampiamente noto a chi abbia una visione della realtà appena più approfondita di quella offerta dai pamphlet antiberlusconiani. A noi, sinceramente, di Berlusconi e dei suoi presunti nemici politici non ce ne frega niente. Questi camerieri, per citare Ezra Pound, li disprezziamo per la loro pochezza, i loro maneggi da picciotti, i loro squallidi intrighi volti ad accaparrarsi le briciole del vero Potere e della vera ricchezza. Di Puttanopoli preferiamo evidenziare la chiara trama sottostante, ordita da coloro che in Italia da decenni costituiscono il principale e più consolidato gruppo di potere, quello al quale Berlusconi – ci spiace deludere i dipietrini – è sempre stato estraneo (il che non toglie che ne abbia realizzato un altro, probabilmente meno forte ma altrettanto ripugnante).  Ci riferiamo alla lobbie facente riferimento, tanto per citare solo qualcuno, a Mediobanca, alla Fiat, ai gruppi editoriali che controllano i quotidiani sopra citati, al Gotha della nostra imprenditoria e finanza, collegati a doppi filo a numerosi politici del c.d. centro sinistra (ma anche a diversi dell’”opposto” schieramento). Che adesso la loro avversione a Berlusconi sia improvvisamente esplosa generando un simile polverone è significativo, ancora più significativo del fatto che per scatenarlo non sia più bastato fare leva su vicende giudiziarie (come avvenuto con Tangentopoli) ma su squallide storie di letto e tradimenti.
In un momento nel quale la crisi economica/finanziaria sta per raggiungere il suo apice, costoro hanno deciso che è meglio occupare anche i residui spazi di potere che non detengono direttamente, onde poter portare avanti con piena coesione e coerenza le strategie con le quali contano di affrontare i momenti bui che ci attendono. Via il “papi”, arriva Draghi.

Andrea Marcon 

 
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