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Stati alleati e Stati canaglia PDF Stampa E-mail

29 dicembre 2007

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Stati canaglia non si nasce, si diventa.
Come si diventa stati canaglia? Beh, assolutamente fondamentale, una proficua amicizia con lo zio Sam finita male: ne abbiamo conosciuti molti, a varie latitudini, piccoli tiranni di varia etnia e religione, in Africa, Asia, America Latina. Come non ricordare, banalmente, casi eclatanti di storie d’amore finite tragicamente, come quella tra i nostri cari USA e Saddam Hussein, sostenuto durante la guerra Iran-Irak?
Ma il tempo passa, inesorabilmente: nascono nuove amicizie, che poi iniziano a scricchiolare. Come ad esempio quella con il Pakistan. Mentre altre sono impunemente improponibili, eppure solide, come quella con l’Arabia Saudita.
L’amicizia Pakistan-Usa
Un’amicizia consolidata da anni, ripagata da abbondanti donazioni pecuniarie.
Malgrado il fatto che, per anni, si siano succedute sostanzialmente dittature militari. Malgrado il fatto che forze integraliste controllino ampie zone del paese. Malgrado il fatto che Bin Laden (chi scrive  sostiene sia un’ologramma) risieda stabilmente entro i suoi confini, presumibilmente protetto e sovvenzionato dal regime pakistano e, quindi, per proprietà transitiva, dagli Usa. Malgrado il fatto che vi siano, al suo interno, palestre di islamismo e che questo paese sia un’autentica fucina di talenti kamikaze esportati in Europa. Malgrado il fatto  che anche il Pakistan possa vantare il suo bel genocidio, quello ai danni del Bangladesh, perpetrato nel 1971 con il beneplacito dell'allora segretario di Stato americano Henry Kissinger (toh, guarda un po’), una pulizia etnica che costò la vita a 3 milioni di persone. Malgrado il fatto che sia considerato una patria del narco-terrorismo globale. Malgrado il fatto che sia un paese dove si applica la sharia in maniera integrale (a Karachi, ad esempio, ogni giorno vengono uccisi bimbi nati da relazioni illegittime). Malgrado il fatto che un paese che raggruppa una serie cosi’ impressionante di caratteristiche “sinistre”, ovviamente  nell’ottica Euro/Usa-centrica, abbia armamenti nucleari. Malgrado il fatto, infine, che il suo diretto confinante, il gigante India, con il quale è impegnato da anni in una guerra di confine, sia  dotato di altrettanti armamenti nucleari.
Ora, quanto sopra descritto non ha costituito problema: il Pakistan resta o restava fino a poco tempo fa amico e alleato. Ma recentemente l’idillio si è spezzato.
Gli Usa sembrano non aver gradito l’accordo di pace firmato tra il governo pakistano e i talebani del Waziristan , datato settembre 2006. Da allora, in una ripetizione rituale, gli Usa hanno cominciato a guardarsi altrove, con conseguente stigmatizzazione amplificata a dovere nei confronti delle azioni “anticostituzionali” di Musharraf. Perciò si è deciso di giocare la “carta” Benhazir Butto, una fedele servitrice degli interessi Usa nell’area, piu’ affidabile dello sfuggente Musharraf. Risultato: una martire in piu’ e un nuovo stato canaglia “in pectore”.
Incredibilmente, si riflette,oggi, sui quotidiani sempre sul pezzo (post mortem) sul fatto che, magari, le armi nucleari vere pakistane facciano piu’ paura di quelle chimiche, inventate, di Saddam Hussein, o  della” liquirizia arricchita “dell’iraniano Ahmadinejad.
L’amicizia Arabia Saudita-Usa
Sul fedele alleato Arabia Saudita bastano pochi, impietosi “tratti  caratteristici”.
Non esistono partiti politici e sindacati. La legislazione è legata alla Sharia in maniera pressochè integrale. In Arabia Saudita si condanna a decapitazione, amputazione, lapidazione, addirittura crocifissione. Nessuna libertà religiosa o libertà di stampa. Limitazioni fortissime all’uso di internet, divieto di manifestazioni pubbliche. La condizione femminile è rigidissima, molto di più che in qualsiasi altro paese dell’area. In Arabia Saudita, di fatto, lo schiavismo è ancora vigente: gli schiavi provengono dalle Filippine, dall’Indonesia, dallo Sri Lanka, dall’Etiopia, dall’Eritrea, dalla Somalia. Fucina di terroristi, culla dell'integralismo - basta guardare la cittadinanza dei terroristi (ologramma permettendo) del famigerato 9/11.
Preso atto di quanto sopra esposto, restiamo in attesa di un disegno di export dittatoriale standard, se non proprio democratico...

Mauro Maggiora

 
Resistere alla menzogna PDF Stampa E-mail

28 dicembre 2007

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Guardando la copertina del libro “ZERO. Perché la versione ufficiale sull’11/9 è un falso”, un amico mi ha chiesto provocatoriamente: “ma allora chi è stato? Bush?”. Allora non avevo ancora finito il libro e risposi con un laconico “non credo proprio”, e lasciai cadere lì. Ora risponderei usando le parole di Gore Vidal, dall’intervista fattagli da Giulietto Chiesa e Paolo Jormi Bianchi in fondo al libro: “Non può essere vero che Bush e Cheney abbiano avuto qualcosa a che fare con l’11 settembre (senza escludere che in qualche modo vi abbiano avuto un ruolo marginale) perché sono incompetenti”. E risponderei anche che il punto non è se George W. Bush o qualche altro personaggio dostoevskiano abbia organizzato l’attentato. Il punto è - e questo è lo scopo dichiarato di ZERO di Giulietto Chiesa & Co - portare alla luce le presunte menzogne che sono state raccontate al pubblico, ai familiari delle vittime, a tutto il mondo. Smontare la versione ufficiale.
ZERO è una raccolta di saggi di sedici autori curata da Chiesa (autore lui stesso del saggio “Come Marte ha vinto Venere l’11 settembre”, che riprende, attualizzandoli, i temi che Chiesa ha cominciato a sviluppare nel suo celebre “La guerra infinita” del 2002). Attraverso teorie, citazioni, opinioni, ipotesi, sollevando dubbi e portando certezze scientifiche, gli autori riducono l’impalcatura della versione ufficiale a un cumulo di macerie. Che viene a rappresentare così, simbolicamente, il Ground Zero da cui ricominciare per cercare la verità sull’11/9 (che “è importante, anzi essenziale: per sopravvivere”, come scrive Chiesa nell’introduzione). Gli autori studiano ogni aspetto dell’attentato: dalla ormai famosa analisi scientifica del crollo degli edifici del World Trade Center, con uno scritto di Steven E. Jones, professore di fisica dell’Università dello Utah, all’audace “Anatomia di un coup d’état” di Webster G. Tarpley, in cui l’autore sostiene che i neocon americani (descritti da Franco Cardini e Marina Montesano in un altro saggio) hanno cospirato  contro gli USA per giustificare la loro politica estera. Fra gli altri, Michel Chossudovsky racconta la storia di Al Qaeda e dei suoi rapporti con l’ISI (il servizio segreto pachistano) e David Ray Griffin ci rivela le bugie presenti nel Rapporto della Commissione sull’11/9.
Ma, ci chiediamo, perché la versione ufficiale sarebbe un falso? Perché vogliono insabbiare tutto (macchiandosi, peraltro, di alto tradimento)? Si vergognano di  non essere riusciti a fermare i terroristi? O c’è dell’altro? La storia bellica americana è stata scritta a suon di complotti, come sostiene Gore Vidal nell’intervista citata: dal Generale Custer a Pearl Harbour, dalla baia del Tonchino ai golpe del Centro e Sud America e via dicendo. Nella loro ottica imperialista gli USA si sono fatti spingere dall’attentato dell’11/9 verso un’ulteriore accelerazione, approfittandone senza esitare (invece di darsi una calmata, di rallentare questa folle corsa verso l’autodistruzione globale, come suggerisce saggiamente il nostro Massimo Fini). Subito dopo l’attentato, con l’aspettativa delle guerre all’Afghanistan e all’Iraq, due stati strategici considerati “culle di terroristi” da democratizzare alla svelta, l’economia americana ha bloccato la sua crisi, che poteva essere la peggiore dopo quella del ‘29, avviandosi a una ripresa che dura tutt’ora, come ci spiega Enzo Modugno nel suo saggio. C’è un nuovo (si fa per dire) nemico pubblico numero uno, Bin Laden, che continuano a propinarci con una gigantesca farsa mediatica.
Il libro si conclude con un appello alla verità sottoscritto dai familiari delle vittime dell’11/9, preceduto da dichiarazioni degli ufficiali di grado superiore dell’esercito, agenti dei servizi segreti, delle forze dell'ordine, funzionari governativi, oltre che attori e personaggi dello spettacolo che mettono in dubbio il Rapporto della Commissione sull’11/9.
Oltre al libro esiste anche un film di Giulietto Chiesa e Franco Fracassi, dal titolo “Zero - Inchiesta sull’11 settembre” di cui è stata proiettata la prima durante la festa del cinema di Roma lo scorso ottobre (vedi http://www.zerofilm.it).
Siamo lontani almeno 100 anni dalla verità sull’11 settembre, come sostiene Chiesa. Si può dire oggi, e forse anche da prima dell’uscita di ZERO, che sull’11/9 sia stato scritto tutto e il contrario di tutto. Tant’è vero che la stessa casa editrice di ZERO, la PIEMME, ha pubblicato anche “11/9 la cospirazione impossibile”, una raccolta di scritti a favore della versione ufficiale in cui sono presenti firme autorevoli (tra le altre quella di Umberto Eco). C’è chi afferma, come Tarpley, che solo con il materiale presente su internet si potrebbero scrivere svariate tesi di laurea sul tema.
La vera forza di ZERO, infatti, va al di là dello scoop: è la lotta per resistere alla menzogna, per mantenere viva la riflessione su uno dei più importanti avvenimenti del nostro tempo. No, noi non ci beviamo più menzogne!

Ettore Casadei

 
Alitalia, meglio i francesi PDF Stampa E-mail

28 dicembre 2007

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Riceviamo e pubblichiamo

Basta bugie per favore. La Lega che da un decennio gestisce Malpensa e che ha contribuito al dissesto di Alitalia quando ne ha espresso il Presidente, oggi minaccia i blocchi autostradali se non verrà mantenuta l’italianità di Alitalia e se la compagnia di bandiera passerà ai francesi.
Noi del Fronte Indipendentista Lombardia, prima delle elezioni provinciali di maggio, abbiamo fatto un ampio giro della Provincia  e parlato di Malpensa con migliaia di persone che hanno confermato una nostra convinzione: Malpensa  ha portato inquinamento, lavoro precario e sfruttamento, ma dei milioni di euro che ogni giorno lo scalo introita, sul territorio non c’è traccia e di una benefica ricaduta a pioggia sulla comunità neppure. Di conseguenza nel nord della Provincia di Varese, Malpensa è un’illustre sconosciuta e nel centro-sud è vissuta, invece, con disagio e dispetto da una comunità che anziché essere servita dallo scalo ne è stata asservita e ne subisce solo le tante ricadute negative.
A questa gente, dunque, non interessa nulla dell’italianità di Alitalia, ma vorrebbe uno scalo, magari ridimensionato (no alla terza pista) ma efficiente e non più gestito da lobby partitiche autoreferenziali che hanno fatto di Malpensa una COSA LORO.  Ancor di più, questa gente, che con Malpensa non solo non si è arricchita, ma non ha neppure trovato lavoro, non ne vuole sapere di passare dalla sovvenzione di  un carrozzone italiano ad un altro e teme fortemente che AirOne, tra un anno o due, torni a bussare a Roma e chiedere aiuti statali (cioè quattrini nostri). Quando poi sentiamo Calderoli o Maroni che esaltano la soluzione AirOne spiegando che dietro c’è il supporto delle banche, beh..ci vengono i brividi, ricordando come fu gestita la vicenda della Banca della Lega e rammentando le peripezie del salvataggio fatto da Fiorani e company e l’improvviso amore leghista per l’italianità delle banche.
Noi del Fronte Lombardia, ci chiediamo come una piccola compagnia come AirOne possa riuscire là dove ha fallito Alitalia ampiamente supportata dallo Stato e crediamo che al fine di evitare nuovi esborsi e nuovi impegni statali, sia giusto fare una VERA privatizzazione e vendere a un consorzio serio come AirFrance-KLM che garantirà l’introduzione della compagnia e dello scalo in un circuito internazionale serio ed efficiente e magari porterà anche un po’ d’aria fresca a Malpensa ridiscutendo appalti, subappalti, gestioni e gestioncine varie.
Comprendiamo che questa ipotesi rovini la digestione dei cenoni di fine anno a chi finora si è veramente arricchito con Malpensa e ha gestito lo scalo fuori da ogni regola, ma è tempo di cambiare e di controbattere a quegli ipocriti che tentano di contrabbandare i loro interessi di consorteria  ristretta con quelli del NORD. Il Nord che lavora sta con AirFrance, non certo con i leghisti e i loro alleati romani il cui unico scopo è difendere le loro posizioni di rendita.

Max Ferrari
Fronte Indipendentista Lombardia

 
La vita č meravigliosa PDF Stampa E-mail

27 dicembre 2007

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Tutti abbiamo il nostro "film di Natale". Parlo di quei film che rimangono nel cuore per qualche ragione: perché hanno toccato una corda particolarmente sensibile dentro di noi, o perché hanno sognato il nostro stesso sogno. Il mio film di Natale è sempre stato La vita è meravigliosa (USA, 1946) di Frank Capra (1897-1991).
In una cittadina americana di provincia vive George Bailey, un giovanotto la cui famiglia gestisce un’impresa di costruzioni e di prestiti per la casa. George è un "buono", e come tutti i buoni, ci rimette. In ogni sua azione, sia a livello personale che commerciale e professionale, egli antepone sempre i valori del rispetto umano, dell’onestà e della correttezza a quelli del guadagno e del profitto. George deve vedersela col cattivissimo Mr.Potter, un vecchio ricchissimo, arcigno, avido e senza cuore (vi stanno venendo in mente Il canto di Natale di C. Dickens e quel gran cattivo senza cuore di Scrooge, vero?!), affarista senza scrupoli, per il quale ogni mezzo è lecito per far soldi, ma soprattutto per sopraffare George. Ciò nonostante George, sempre arrancando e sacrificandosi anche personalmente, ce la fa: riesce a costruire le sue case per la gente semplice e povera, e a sposare la donna dei suoi sogni e a metter su famiglia.
Ma una sera, la catastrofe: inavvertitamente perde una grossa somma che deve restituire proprio a Mr.Potter. Senza quei soldi, la sua società fallirà, Potter vincerà, tutto il suo lavoro non sarà servito a niente. George è disperato, non riesce a darsi ragione di questa beffa del destino. Improvvisamente, gli sforzi di tutta una vita gli sembrano un fallimento, lui stesso si sente inutile, e, proprio la sera della Vigilia, scappa di casa e decide di suicidarsi, convinto che tanto, anche se lui non fosse esistito, il mondo non sarebbe certo stato migliore.
Ma in quel punto un angelo scende dal cielo – siamo a Natale, no?! – ed opera un miracolo: ferma George appena in tempo e gli concede una grazia: poter vedere come davvero il mondo sarebbe stato se lui non avesse vissuto la sua vita. E’ un incubo, quello che egli si trova a vivere. Mr. Potter ha vinto. La città è tutta sua, al punto che ora si chiama Potterville, ma soprattutto ha la sua impronta: dove la famiglia di George aveva seminato onestà ora c’è vizio, dove aveva insegnato rispetto ora c’è violenza e irrisione, dove aveva cercato di creare benessere è fiorita la miseria.
Ora George è davvero disperato, e con un gesto l’angelo lo riporta alla realtà, a quel ponte dal quale stava per gettarsi: degli amici lo stanno cercando disperatamente, per dirgli che proprio gli amici, proprio quella fittissima rete di affetti che egli quasi senza accorgersene ha costruito durante tutta la sua vita, l’hanno aiutato a ritrovare quella somma e a pagare il debito: la sua vita dunque, i suoi valori, non sono stati inutili.
Da molti teneramente amato, questo film è stato anche ferocemente criticato, accusandolo di essere una specie di fiaba della buonanotte del capitalismo, e/o un’edizione per l’infanzia del sogno americano. Ma è possibile sicuramente un’altra interpretazione. Il capolavoro di Capra è la dimostrazione di qualcosa che non avremmo mai creduto possibile, e cioè che anche il capitalismo può peggiorare.
Riguardatelo con attenzione, e vi accorgerete che il film propone due modelli etici e sociali perfettamente contrapposti. Da un lato il capitalismo di rapina e di conquista, per cui tutto è lecito per conquistare il potere e la forza, e che pratica una morale tanto semplice quanto – sembra una contraddizione ma non lo è – amorale: chi vince è buono, chi perde è cattivo (Mr.Potter). Dall’altro lato ci sono i valori incarnati dalla famiglia Bailey e dalla comunità che le gravita attorno: onestà, fedeltà alla parola, valore del legame personale, prevalenza degli interessi della piccola comunità contro quelli del profitto e dell’arricchimento ad ogni costo, valore del sacrificio del singolo per il benessere comune (George Bailey). Con tutta evidenza quello proposto come positivo e vincente è il secondo.
Dunque così, pochi mesi dopo la fine della guerra, il capitalismo americano voleva proporre se stesso. Un'illusione, magari strumentale? Ve lo concedo, ma intanto quell’illusione esisteva, quella proposta di un capitalismo "buono" contro uno "cattivo" era pur lanciata. Sono passati più di cinquant’anni, in America ma soprattutto a casa nostra. Guardiamoci intorno. Chi ha vinto, qui da noi? Mr.Potter o George Bailey? Quali sono, qui e oggi, i valori proposti come vincenti? Onestà? E’ per i fessi, e addirittura il nostro Mr.Potter ha detto che non pagare le tasse è sacrosanto. Fedeltà alla parola data? Bisognerebbe dirlo al dott. Saccà, funzionario di un ente di Stato, o al generale Speciale, anche lui legato da giuramento alle istituzioni, che di quella fedeltà hanno fatto entrambi strame e sgabello per i propri interessi personali. Una "giusta ricchezza" contro un arricchimento smodato e senza regole? Come i vari furbetti che ci sono sfilati davanti agli occhi in questi ultimi anni, non più finanzieri, non più capitalisti d’assalto, ma pescecani, razziatori ciechi di ogni centesimo possibile. La comunità? E’ stata distrutta, scientificamente e volutamente: dal precariato, dalla disoccupazione, dai centri commerciali. Morale? Famiglia? Oggi le ragazzine vanno a scuola di puttaneria per fare le veline da grandi, e le famiglie si smutandano da Maria de Filippi. Potremmo continuare a volontà.
Dunque quel che secondo noi questo film insegna sembra vero: pare impossibile, ma il capitalismo può perfino peggiorare, per lo meno nei suoi miti e nei suoi modelli: veri o falsi che siano, questo è un altro discorso. E’ triste, ma è così. Buon Natale, George Bailey!

Giuliano Corà

 
Il senso PDF Stampa E-mail

25 dicembre 2007

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Se Natale, la nascita di Gesù, ha un senso, questo senso dovrebbe farci andare con la mente alle vere fonti di appagamento della nostra vita. Anche per chi cristiano non è (come chi scrive). Un senso superiore alla corsa ai regali e a ingozzarsi di ciarpame inutile, a passare la vita senza tempo per sè e per chi amiamo e per tutti noi come cittadini di questa Italia e di questo mondo dove il senso è stato smarrito. Molti riconoscono che questo stile di vita telecomandato dai signori dell'economia ci rende infelici. Ma tutti aspettando che sia qualcuno che cominci nell'opera di distruzione creativa. Distruggere questo infernale paese dei balocchi che a Natale ha il suo massimo rito - per creare una società dove le tradizioni (comunitarie, storiche, ma anche personali, intime) abbiano più importanza del consumismo orgiastico che ci avvolge col suo suadente e goebbelsiano martellamento pubblicitario. L'altro giorno ci è capitato di parlare con un immigrato serbo: devoto al culto ortodosso, lui e la sua famiglia per Natale (che per loro arriverà a gennaio) vanno a cercare della paglia e la mettono al centro del povero ma scintillante desco della casa, e cenano, pregano e parlano stando insieme. Per quanto continueranno a farlo i loro figli, che stanno crescendo in una società che il 25 dicembre festeggia il Babbo Natale della Coca Cola?
Un Buon Natale a tutti.

 
La privatizzazione finale dello Stato PDF Stampa E-mail

24 dicembre 2007

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Può suonare paradossale, ma è una seria e certa realtà giuridica: lo Stato italiano non è la Repubblica italiana voluta dalla Costituzione del 1948. È in radicale antitesi e contrapposizione con la Costituzione e con i fondamenti della medesima. Forse più di quanto lo sarebbe un ordinamento di tipo fascista. Perché in Italia siamo alla proprietà privata dello Stato e dei poteri politici.
L’articolo 1 della Costituzione afferma «L’Italia è una repubblica democratica. La sovranità appartiene al popolo». Al contrario, nello Stato italiano la sovranità economica, la sovranità monetaria, appartiene interamente ai privati. Ai finanzieri privati proprietari di Banca d’Italia. Sì, la Banca d’Italia non è degli Italiani, non è dello Stato: è di finanzieri privati.
La sovranità economica sull’Italia appartiene anche alla Banca Centrale Europea, che, in base al Trattato di Maastricht, è un’istituzione autocratica sopranazionale, esente da ogni controllo democratico e persino giudiziario, gestita da un direttorio nominato dal sistema delle banche private. I suoi direttori sono esonerati da ogni responsabilità e decidono nel segreto. Una vera e propria potenza straniera, alla quale i paesi dell’Eurozona sono sottomessi..
Chi ha il controllo della moneta e del credito, ha il controllo della politica, e incassa il signoraggio sulla produzione della moneta e del credito – per l’Italia, si tratta di circa 800 miliardi di Euro l’anno. Chi ha il potere di fissare il tasso di interesse, di dare e togliere liquidità al mercato, ha perciò stesso il potere di dare e togliere forza all’economia, di far saltare i bilanci delle aziende private e degli Stati. Di costringere questi ultimi ad aumentare le tasse. Di ricattare parlamenti, governi, società. Come sta avvenendo. Come è sempre avvenuto, ad esempio, in America Latina. Bene: questo potere è in mano a privati, che lo esercitano in totale esenzione da ogni responsabilità e sorveglianza. Dicono che ciò sia bene, perché lo esercitano meglio dei politici, che sono corrotti e demagogici. Sì, meglio – ma per se stessi, non per la gente. Non per quelli che non riescono più a pagare il mutuo, e che perdono la casa, mandata all’asta dai banchieri, che la ricomprano attraverso loro società-schermo. Non per le imprese che chiudono o falliscono. Non per i contribuenti, non per i risparmiatori regolarmente truffati ad opera di banchieri privati (che poi forse ritroviamo azionisti di Banca d’Italia, da Parmalat a Enron a Cirio a Halliburton ai credit derivatives).
Veniamo alla Banca d’Italia. Fino al 12 Dicembre 2006, essa era un ente di diritti pubblico con uno statuto emanato per legge dello Stato, e questo statuto, al suo articolo 3, stabiliva che la proprietà della Banca d’Italia doveva essere per la maggioranza in mano pubblica  aveva la struttura legale di una società di capitali privati, di una s.p.a., ma una norma – l’art. 3 – stabiliva che la maggioranza del capitale dovesse essere in mano pubblica e che nessuna cessione di quote potesse avvenire, se non a soggetti pubblici. In realtà, questa norma era sempre stata violata: la grande maggioranza delle quote della Banca d’Italia era in mano ai finanzieri privati (banchieri e assicuratori), e quando Prodi eseguì le privatizzazioni delle tre banche di Stato (BNL, CREDIT e Banca Commerciale) proprietarie di quote di Banca d’Italia, non trattenne quelle quote allo Stato, ma le cedette ai privati. Operazione contraria all’articolo 3, o perlomeno elusiva, a cui nessuno di oppose, a suo tempo. Berlusconi, verso la fine della scorsa legislatura, sollevò la questione della proprietà della Banca d’Italia, che doveva essere pubblica, e propose un piano per renderla tale. Ma il mondo bancario, e per esso Mario Draghi, nuovo governatore di Banca d’Italia, pose un secco veto: la Banca d’Italia deve restare privata. Un altro esponente del mondo e degli interessi bancari, Romano Prodi della Banca Goldman Sachs, andato al governo assieme al suo collega della Banca Centrale Europea, Tommaso Padoa Schioppa, si mise subito all’opera: se la legge è violata perché la proprietà della Banca d’Italia è al 95% privata anziché in maggioranza pubblica, non bisogna – sarebbe un sacrilegio – mettere la proprietà in regola con la legge, bensì, al contrario, mettere la legge in regola con la proprietà. Così si è fatto col decreto del 12 dicembre 2006, firmato da Napolitano, Prodi, Padoa Schioppa. Già! Prodi e Padoa Schioppa è ovvio che lo firmino – sono fiduciari dei banchieri. Ma che lo firmi Napolitano, un vecchio comunista, uno che era comunista nel 1948, quando essere comunisti significava essere stalinisti, intransigenti fautori della proprietà collettiva dei mezzi di produzione – che lo firmi Napolitano, è davvero il colmo! Dov’è il suo comunismo? Dov’è la difesa della Costituzione, per la quale doveva dare, se necessario, la vita? Dov’è la difesa del supremo principio della sovranità popolare? E del lavoro come fondamento della Repubblica, del lavoro che invece viene sacrificato all’usura? Napolitano doveva semplicemente rifiutarsi di firmare per far salvi principi essenziali della Costituzione che giurò di difendere.
In realtà, chi conosce i “comunisti” (non la base ingenua e idealista, ma i capi freddi e lucidi – non i Rubashov, cioè, ma i Gletkin del romanzo di Arthur Köstler, Buio a Mezzogiorno), sa che essi non sono comunisti, non gli importa nulla di socialità etc. – i capi “comunisti”, da Stalin in poi, hanno come scopo la conquista e la gestione del potere fini a se stesse. Non hanno un’identità ideologica: per questo fine, essi si servono di tutto, di ogni idea, di ogni uomo, dello Stato, dei principi, come di un puro mezzo, strumenti sostituibili. Sono tecnici della manipolazione sociale. Tutto il resto, per loro, è puerile romanticismo. Va bene per il popolino. Paris vaut bien une messe.
E i partiti della sinistra? Ebbene, si è visto anche nella vicenda Consorte: i partiti della sinistra seguono i finanzieri e si occupano di allineare la società agli interessi dei banchieri.

Marco Della Luna

 
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