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Travaglio&Co, basta coi veti PDF Stampa E-mail

23 maggio 2008

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L'onorevole Paolo Romani, che non è un personaggio qualsiasi, ma un autorevole esponente di Forza Italia, sottosegretario nel governo Berlusconi, ha dichiarato che il giornalista Marco Travaglio «è inammissibile come figura inquadrata in un servizio pubblico».
Io penso che questa storia dei veti e delle intimidazioni politiche, a giornalisti, a comici, a satirici, debba finire al più presto. Durante i tanti anni della deprecatissima (a torto) e democristiana gestione della Rai di Ettore Bernabei, ritenuta ferocemente censoria, ci fu solo il «caso Fo». Oggi gli «inammissibili» stanno diventando legione. Inammissibile è Beppe Grillo, anche «de relato», cioè se si riferisce, com'è diritto se non dovere di cronaca, quanto ha detto in una manifestazione pubblica cui hanno partecipato migliaia di persone. Inammissibili non sono solo le critiche al Capo dello Stato ma persino al professor Umberto Veronesi. Inammissibile è Luttazzi. Inammissibile è Sabina Guzzanti. Inammissibile è Travaglio. Inammissibile sono anch'io. L'unica volta che in 35 anni di carriera e non per mia iniziativa ma di un produttore indipendente, Eduardo Fiorillo, fu proposta e accettata contrattualmente dalla Rai la mia presenza, nemmeno come conduttore ma come commentatore (nove minuti in tutto su un'ora) in una trasmissione che si occupava di costume (narcisismo, vecchiaia e altre consimili tematiche politicamente innocue) e che sarebbe dovuta andare in onda all'una di notte, «Cyrano, se vi pare...» si chiamava, il programma prima di essere visto da alcun dirigente o funzionario di viale Mazzini, venne bloccato perché come mi disse, papale papale, Antonio Marano (Lega), il direttore di Rai Due, «su di lei c'è un veto politico e aziendale». Un veto quindi che prescindeva dai contenuti. Un veto alla persona in quanto tale. Come ha riconosciuto la sentenza (17/7/07) della Prima sezione civile del Tribunale di Milano nella causa da me intentata, e vinta, alla Rai.
Ciò che è veramente inammissibile è che questi veti vengano da chi, come i partiti, occupa, da decenni, arbitrariamente e illegalmente la Rai-Tv che è un Ente di Stato che appartiene a tutti i cittadini e non a dei soggetti privati quali i partiti sono.
Finché i partiti non sgombereranno il campo da un settore così delicato e decisivo per una democrazia, qual è l'informazione, non ci potrà mai essere in Italia una vera libertà di espressione. Oltretutto in tal modo - e a prescindere dagli esempi succitati - si nega voce a opinioni e a correnti di pensiero non ortodosso, non politically correct (cioè non gradite al sistema dei partiti nel suo complesso), soffocando e rendendo asfittico, com'è evidente, il dibattito culturale nel nostro Paese, a differenza di quanto avviene, per esempio, in Francia o negli Stati Uniti dove intellettuali come Virilio Baudrillaro, Latouche, Gore Vidal, Susan Sontag, Noam Chomsky, radicalmente avversi al sistema, hanno sempre avuto pieno diritto di cittadinanza e libertà di parola, in tv e altrove (inoltre da noi anche i giornali, tranne rare eccezioni, seguono gli input televisivi invece di smarcarsene almeno un poco).
In quanto al problema della diffamazione attraverso il servizio pubblico non è diverso da quello posto dagli altri organi di informazione. Chi si ritiene diffamato può chiedere la smentita o proporre querela penale con ampia facoltà di prova come facevano un tempo, in un'altra Italia, coloro che volevano difendere il proprio onore (e non gli uomini d'onore), e non, come invece usa adesso, subdole azioni civili di danno davanti alle quali il giornalista, o chi per lui, è inerme perché non gli basta provare di aver affermato la verità ma anche di non aver provocato un danno. E anche un ladro può essere danneggiato dall'essere chiamato ladro «in termini non continenti» che sono quanto di più sfuggente e arbitrario si possa immaginare.

Massimo Fini
Il Gazzettino 23 maggio 2008

 
Pericolo nucleare PDF Stampa E-mail

23 maggio 2008

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Il più grande incidente nucleare della storia: 26 aprile 1986, durante un esperimento, gli operatori della centrale sovietica di Chernobyl persero il controllo del reattore che esplose emettendo una quantità gigantesca di radioattività che nei giorni immediatamente successivi al disastro contaminò mezza Europa. Generando deformità e sofferenze di cui si hanno testimonianza diretta nelle lande bielorusse.
In Italia lo spavento fu tale che con un referendum fu vietata la custruzione di nuove centrali sul suolo italiano. Passata la paura, sembra che oggi la lobby nucleare stia rialzando la testa. Il ministro Scajola, spalleggiato dalla collaterla neopresidente di Confindustria Emma Marcegaglia, ha lanciato la parola d'ordine: nucleare a oltranza.
La Edison, il 13 marzo scorso, ha pubblicizzato un proprio studio che prevede la costruzione di 5-10 centrali nucleari entro il 2019, facendo circolare una mappa di 10 siti ritenuti adatti ad ospitarle. La A2A milanese-bresciana ha comunicato di aver affidato a cinque università milanesi una studio che suggerisca al governo modi e tempi per il ritorno dell'Italia al nucleare.
Mentre i media italiani affilano le armi per un prossimo dibattito tutto orientato al sì (per la crescita e la modernizzazione, of course), ecco che dalla Germania giunge nel più completo silenzio un altro studio, dell'Università di Meinz, pubblicato lo scorso dicembre sullo European Journal of Cancer, che dimostra che i bambini che vivono in un raggio di 5 km da un impianto nucleare corrono un rischio più elevato di contrarre precoci e gravissime forme di cancro. I ricercatori di Meinz si sono concentrati, in particolare, sull'area attigua alla centrale nucleare di Krummel, dove è stato rilevato un eccezionale incremento delle leucemie, tanto infantili, quanto degli adulti. Una ricerca applicata anche a tutte le altre 16 centrali atomiche tedesche e che ha dato i medesimi risultati (incidenza di leucemia: 37 casi su 16 attesi).
Di fronte a questi risultati è confermato ancora una volta che anche le basse dosi di radiazioni che fuoriescono dagli impianti nucleari durante il loro normale funzionamento sono comunque percolose e nocive. Mentre sono incontestati i danni alla salute umana provocati da un incidente in una centrale nucleare, il normale esercizio di un impianto è considerarato innocuo. Un altro mito da sfatare, aspettando che anche in Italia venga aperto un dossier sulle conseguenze delle "basse dosi di radiazioni". Si profila una nuova battaglia anti-nucleare. Non facciamoci trovare impreparati.

Marco Ghisolfi

 
Il circo dell'ipocrisia PDF Stampa E-mail

19 maggio 2008

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Viviamo, anzi vivevamo, in un paese in scacco: uccisioni, stupri etnici, ombrellatrici e borseggiatori sulle metro, rapitori e stupratori di bambini. Tutto ad opera delle minoranze che occupano il suolo patrio.
Dopo aver visto Lagos e San Paolo, il sottoscritto credeva di aver tastato l’abisso della violenza urbana, ma si sbagliava.
E pensare che fino al 2006 questo era un paese dove si rispettavano le regole, dove le donne potevano girare indisturbate fino a notte fonda, dove non esisteva la piaga della droga che distruggeva la nostra gioventù. Un paese uscito da una fiaba dei fratelli Grimm. Così almeno ci dicono tutti i nostri rappresentanti parlamentari, da destra e da sinistra e, ovviamente, i media.
La puntata di giovedì 15 maggio di Anno zero è stata paradigmatica. In studio, oltre al feldmaresciallo leghista Kastelli, presenti due sceriffi dagli opposti schieramenti, Tosi di Verona e De Luca di Salerno.
In un simpatico giuoco delle parti, Tosi ha recitato la parte dello sceriffo quasi buono e il pidino De Luca quella dello sceriffo cattivo. Gli sceriffi della sinistra, per essere credibili in questa nuova veste, devono essere più truculenti degli omologhi di opposta fazione.
Da De Luca ho appreso, ad esempio, che non è affatto peregrino tracciare un triangolo di sangue e violenza tra le due città sopracitate (Lagos e San Paolo, appunto) e Salerno: il nostro coraggioso funzionario ha dipinto con enfasi una megalopoli di quasi centomila abitanti in mano a prostitute  rumene spietate, ciniche, esperte di legge, ucraini e polacchi ubriachi, spacciatori e stupratori di varia etnia. Altro che le bidonvilles di africana memoria!
Un altro sceriffo, anzi caposceriffo, il radical chic Cacciari, qualche giorno fa ha aggredito Lerner che snocciolava dati reali sui reati italiani (in calo). A lui, infatti, non interessano i dati reali, interessa solo la percezione della gente.
Guarda un po’, sempre ad Anno Zero, ieri sera, è andata in scena la cosiddetta “paura percepita”. In un'altra megalopoli di quasi centomila abitanti, Reggio Emilia, si è capito che, in fondo, gli stranieri non creano tutto questo allarme sociale. Il problema è che fanno rumore, sporcano le scale, cucinano pietanze puzzolenti  e deprezzano il valore immobiliare. Alla fine, dai e dai, sembrerebbe uno scontro di civiltà da ballatoio condominiale.
Difficile entrare nella schizofrenia di un sistema industriale, economico e politico in agonia che cerca sempre più carne da immettere su un mercato del lavoro che ricorda la vendita di bestiame e predica il rigetto della presenza fisica di prestatori di opera, persone che vivono, soffrono, sbagliano, commettono reati.
Io la amavo, la odiavo, la amavo, la odiavo, ero contro di lei”, cantava Celentano. “Rappresentano il 9% del PIL”, hanno detto alcuni.  “Generano conflitto e costi sociali e poi hanno i piedi puzzolenti”, hanno detto altri.
Oltre settecentomila clandestini inseriti nel mercato degli schiavi, almeno la maggior parte, c’è chi li blandisce, chi vorrebbe metterli al rogo... Sembra stia prevalendo la seconda ipotesi. E chi glielo dice agli industriali, poi? Ipocrisia congenita di un'economia anti-umana.
Intanto, finita la grande campagna mediatica degli sbarchi dei “disperati” e degli stupratori rom, è appena partita quella dei grandi arresti in pompa magna.
Con diretta televisiva sui rimpatri. E il circo ricomincia.

Mauro Maggiora

 
E' on line MZ n°17 PDF Stampa E-mail

19 maggio 2008

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E' on line il diciassettesimo numero stampabile di MZ – Il Giornale del Ribelle. Potete liberamente scaricarlo cliccando in alto a destra, dove vedete scritto MZ Download. Perché una versione cartacea del blog? Per diffonderne i contenuti col vecchio ma imbattibile sistema della distribuzione a mano, faccia a faccia, porta a porta, nelle biblioteche, nelle università, nel luogo di lavoro, col volantinaggio in strada. Fate quante più copie potete, rilegate con una semplice graffettatrice, e distribuite.

 
Patriot act all'italiana PDF Stampa E-mail

18 maggio 2008

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Se ci pensate, il fatto che nei viaggi aerei non si possano portare bottiglie contenenti liquidi – oltre che un’infinità di altri insignificanti oggetti – è allucinante. Sono bastati quattro (presunti) dirottamenti ed altri (ancor più presunti) tentativi di attentati a far scattare divieti del tutto privi di senso ed utilità.
Ma questo è ovviamente solo un piccolo e tutto sommato innocuo particolare del ben più inquietante e liberticida Patriot Act attraverso il quale gli Stati Uniti, con il pretesto dell’11 settembre 2001, hanno limitato e continuano a limitare libertà e diritti sanciti a livello costituzionale. Senza contare i condizionamenti, le paure e le reazioni che hanno provocato con una campagna – essa sì – terroristica fondata sulla creazione di pericoli più o meno immaginari e di inquietudini fatte apposta a giustificare manovre autoritarie funzionali al Potere.
Il meccanismo è vecchio e risaputo: non c’è niente di meglio di un sedicente pericolo (ieri quello comunista, oggi quello islamico) e di un nemico ad hoc per rinsaldare l’autorità e compattare la popolazione. Il tutto, ovviamente, a scapito della libertà, destinata a passare in secondo piano rispetto al feticcio della Sicurezza
Non si comprende, da parte di coloro che in buonafede accettano questo stato di cose, che una volta fatto passare un simile principio, limitarlo può divenire impossibile. Un esempio, portato alla ribalta delle cronache dalle recenti vicende calcistiche, lo abbiamo sotto gli occhi in Italia. Con il pretesto di atti di violenza compiuti intorno al mondo del pallone, da oltre un anno esiste un organo istituzionale che ha il potere di vietare ai tifosi di determinate squadre di assistere alle relative partite allo stadio. Il tutto, ovviamente, nel nome della Sicurezza e della Legalità. E guai a dire che garantire legalità significa punire gli autori di reati e non indiscriminatamente coloro che vogliono vedere le partite della propria squadra: sarebbe l’emergenza del problema a legittimare tali soluzioni. 
Un tempo la legislazione appunto “d’emergenza” era prevista esclusivamente per casi limite come guerre, cataclismi, epidemie... Adesso basta qualche (oggettivante limitato, per quanto deprecabile) problema di ordine pubblico negli stadi per giustificare regole aberranti e lesive di fondamentali principi di diritto.
Ci sarebbe anche molto da dire sulla mancanza di logica e di utilità di simili provvedimenti, ma non è questo il punto che ci interessa: qui, in primo luogo, è in gioco la libertà di tutti noi. Per qualcuno l’importante è garantire la Sicurezza ad ogni costo... e chi se ne frega di quattro stupidi tifosi inebetiti dal calcio.
“Un giorno vennero a prendere un ebreo, ma io non feci nulla perché non ero ebreo". La conoscete quella storia che inizia così?

Andrea Marcon

 
Questo non č pių il mio Paese PDF Stampa E-mail

16 maggio 2008

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Io non mi riconosco più nel mio Paese. Ogni volta che torno da un viaggio all'estero, e ho quindi quel "recul", quel distacco che è necessario all'osservazione e che manca quando stai troppo dentro una situazione, vengo colpito da come ci siamo ridotti. La straordinaria maleducazione, il cinismo, l'indifferenza. Il lettore ricorderà, forse, quel povero portinaio precipitato dal quarto piano sulla strada, a Porta Pia a Roma. Ebbene, i passanti tiravano dritto, presi dai loro impegni, e se il cadavere si trovava proprio sulla loro direttrice, lo scavalcavano. In un'Italia d'altri tempi non sarebbe stato nemmeno pensabile.
Ma ciò che più mi colpisce è la nostra volgarità. Eppure non è stato sempre così. L'italiano era anzi conosciuto per una sua naturale e popolana grazia, che insieme alle città d'arte, oggi distrutte dal turismo di massa, e alla bellezza del territorio, oggi distrutta dalla cementificazione, era uno dei motivi che attiravano i ricchi inglesi e francesi a fare il classico "tour d'Italy". Ma non è necessario risalire all'Ottocento o ai primi del Novecento per ritrovare questo tipo d'italiano. Rivedetevi, se vi capita, i filmati dei funerali di Fausto Coppi, seguiti da un'enorme folla di estrazione ovviamente popolare. La gente è vestita modestamente, ma è composta e dignitosa. I volti sono intensi e persino belli nella loro asciuttezza. Nessun sgangherato applauso accoglie la bara all'uscita dalla chiesa. La folla onora in silenzio il suo campione. La commozione, autentica, è tutta interiore. Ho citato i funerali di Coppi perché mi sono ben presenti, ma la stessa antropologia la trovate in qualsiasi documentario degli anni '50.
Oggi se ti azzardi ad accendere la TV sei investito da spettacoli orripilanti: gente che ti rovescia adosso i suoi sentimenti più intimi e persino le proprie budella (del resto non c'è una pubblicità che reclamizza un prodotto che "ti aiuta a ritrovare la tua naturale regolarità"?).
Cammini per le strade della tua città e sfiori i tavolini di certi locali trendy, carissimi, popolati da un sottobosco dai mestieri inefinibili, griffati dalla testa ai piedi, inguaribilmente kitsch. Non sanno che Lord Brummel diceva che la vera eleganza è quella che non si nota. Ma probabilmente non sanno nemmeno chi fosse Lord Brummel. In compenso sanno benissimo chi è Luisa Corna.
A noi ci ha rovinato il benessere. Con questo delirio degli "status symbol", queste sfacciate opulenze, vere o presunte, il disprezzo per i poveri, nessuno accetta più di stare nei propri panni. E la volgarità è proprio un "non stare nei propri panni". Un primitivo può essere rozzo, ma non è mai volgare. Voi avrete forse visto, a volte, all'aereoporto certe gigantesche principesse nere avvolte nei loro abiti tradizionali. Sono eleganti. Vestite all'occidentale sarebbero ridicole. Ecco noi, con questa smania di uscire dall'anonimato della società di massa, siamo diventati ridicoli.
Un'altra cosa che mi colpisce è il crollo di un elemento decisivo per la coesione di una società. Di qualsiasi società, vale a dire l'onestà. Quando ero ragazzino, negli anni '50, l'onestà era un valore per tutti. Per la borghesia, se non altro perché dava credito, per il mondo operaio, per non parlare di quello contadino dove la classica stretta di mano valeva, come suol dirsi, più di qualsiasi contratto. Chi tradiva questi principi di lealtà verso i propri concittadini veniva inesorabilmente emarginato. Oggi avviene il contrario.
Guardo alla tv i nostri uomini politici, di destra e di sinistra, e mi chiedo perché mai questi personaggi da avanspettacolo devono comandarci. E il ricordo va all'austerità di Luigi Einaudi, di Alcide De Gasperi, di Giorgio Amendola, di Giovanni Spadolini. Il mondo è cambiato, si dirà. È vero. Oggi, in Italia, si può diventare ministri arrivando direttamente dallo show-business.
Giorni fa un amico londinese mi diceva, con una piega beffarda che gli stirava le labbra sottili: "Qui in Gran Bretagna si ride di voi". Ho risposto: "Non c'è bisogno di essere stati educati ad Oxford per ridere dell'Italia. Neanche nel Burkina Faso ci prendono sul serio".

Massimo Fini
Il Gazzettino 16 maggio 2008

 
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