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Censura sui blog PDF Stampa E-mail
19 novembre 2008
 

 
Prima una debita premessa, facile almeno per chi legge abitualmente questo blog: qualunque tentativo messo in atto dal Parlamento di limitare la libera espressione è, naturalmente, dovuto alla volontà di mantenere lo status quo.
Ovvero di evitare, con restrizioni sempre più soffocanti, che vi siano voci in grado di esprimersi liberamente e soprattutto arrivare a una audience più o meno elevata, comunque oltre la propria stretta cerchia di conoscenti. Come avviene spesso (almeno potenzialmente) attraverso internet. Voci, ovvio, che possano in qualche modo disturbare lo “stato delle cose” ed esprimere opinioni differenti rispetto a quelle che passano sui media ufficiali. Media ufficiali i quali, chiaro, sono strettamente collegati (conniventi?) proprio al Palazzo e ai suoi "derivati”.
Però c’è un però. Grosso come una casa. Che, onestà intellettuale vuole, non si può eludere: tutti possono dire ciò che vogliono, ma nessuno può permettersi di dire qualcosa senza prendersene la responsabilità.
Ora, è evidente che equiparare i blog a una testata giornalistica – di questo si parla, in riferimento al prodiano disegno di legge Levi – sia cosa abnorme. Così come abnorme, e da respingere con sdegno e forza, sia il fatto di voler imporre ai proprietari di siti e blog tutta una serie di clausole, iscrizioni e incombenze normalmente imposte alle testate giornalistiche di ogni tipo, dunque anche a quelle sul web.
Su questo non c’è molto da dire: tentare di equiparare i blog a testate giornalistiche significa mettere il silenziatore a tantissime voci scomode (oltre che a quelle inutili e dannose: cosa a margine del progetto in discussione ma comunque parte del tutto) che avrebbero vita non facile, quando non proprio impossibile, nel continuare la propria esistenza.
Una cosa è però inaccettabile: che dietro a siti e blog sia ancora possibile, oggi, non rendere pubblica la propria identità. Basterebbe questo, forse, per regolamentare non già il web – che non ha bisogno di regolamentazioni pelose piovute dall’alto – ma ripristinare la possibilità di rispettare regole comuni di civiltà (oltre che sani e giusti principi dell’informazione e della libera espressione).
Oggi è possibile aprire un blog sotto falso nome e dire quello che passa per la mente, offese e ingiurie incluse (o anche lasciare un commento su un qualsiasi altro sito o blog) senza firmarsi, ovvero senza prendersi la responsabilità di ciò che si dice. Basterebbe evitare questo, e la correttezza sarebbe ripristinata.
Perché invece il Parlamento tenta di apportare modifiche ancora più restrittive? Semplice: perché oggi, anche senza incorrere in reati di diffamazione o altro, basta raccontare semplicemente qualche verità per dare fastidio al sistema. E dunque, non si vuole colpire il fatto di dare nome e cognome a chi racconta la verità, ma si vuole viceversa colpire chiunque (con nome o meno) la racconta. Il che è, naturalmente, inammissibile.

Valerio Lo Monaco
Direttore responsabile La Voce del Ribelle

 
Sentenza Diaz, ricatto politico PDF Stampa E-mail
18 novembre 2008
 
 
Processo delle violenze alla Diaz. i giudici ci sono andati con la mano leggera. Anzi leggerissima. La condotta della polizia ne esce a pezzi. Sia per la vicenda Diaz sia per la vicenda Bolzaneto le condanne ci sono state. Non sono stati condannati tutti certo, ma le condanne rimangono. Come pure è stato dimostrato che sono state create prove false.
Eppure l'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro è stato promosso ad altro prestigioso incarico presso il Ministero degli Interni. I funzionari e gli agenti condannati dai giudici continuano a rimanere al proprio posto. Questo è lo scandalo, nel silenzio di tutti i partiti o quasi. Ci sono analogie spaventose con il caso di Abu Omar, sequestrato illegalmente dai servizi segreti americani a Milano in collaborazione con l'intelligence italiana o viceversa, scegliete voi, perché invertendo i fattori il prodotto non cambia. Rispetto a quella vicenda schifosa di intercettazioni e ingerenze di governi stranieri, il generale Niccolò Pollari al posto che finire in una porcilaia a lavare maiali è diventato membro del Consiglio di Stato (per decisione del governo Prodi). De Gennaro che per le responsabilità disciplinari e politiche provate durante il G8 di Genova doveva finire a dirigere il traffico, viene mantenuto dal governo Berlusconi al Viminale.
Che cosa sanno i due sul conto dei nostri big politici? A che cosa si deve il loro salvacondotto? Il centrodestra che di solito definisce i magistrati metastasi stavolta ne difende l'operato. Io mi sono stufato di raccontare queste cose. Si vuole dare un segnale? Si vada in diecimila a manifestare sotto la casa dei giudici che hanno assolto i poliziotti. Li si obblighi con le buone o con le cattive a confessare da chi hanno ricevuto pressioni. Poi in centomila si vada sotto casa di coloro che hanno fatto quelle pressioni e li si convinca con le buone o con le cattive ad autodenunciarsi alla magistratura. Vediamo poi che succede.
E intanto la prescrizione incombe. Per i pm ricorrere in appello sarà difficile. Siamo ad un bivio. O si patisce in silenzio o si organizza un bel tribunale del popolo: poi si scelga tra la ghigliottina, la garrota o la forca. Io preferisco la confisca immediata di tutti i beni e la condanna a 25 anni di lavori forzati in un call center abusivo gestito da albanesi incazzati.

Marco Milioni
 
Talebani, tibetani e l'arrogante Occidente PDF Stampa E-mail
15 novembre 2008
 

 
Obama è un nemico e se manderà altri soldati, noi combatteremo con ancora più forza. Siamo disposti a dialogare con il governo afghano solo quando le truppe straniere se ne andranno dalla nostra terra. Gli stranieri sono venuti con la forza e ci hanno occupato. Prima del loro arrivo c’era un governo islamico, le strade erano sicure, non c’erano crisi o problemi. Ora siamo costretti a lottare. A difenderci, a resistere per poter vivere le nostre vite in pace.
Zabiullah Mujahiddin, portavoce dei Talebani
da L’Espresso 14 novembre 2008


Nato nel 1912 e morto nel 2004, Fosco Maraini fu uno dei più grandi etnologi italiani. Amico e collaboratore del famoso orientalista Giuseppe Tucci, compì con lui due viaggi in Tibet, nel 1937 e nel 1949, dai quali trasse i materiali per uno dei suoi libri più celebri ed affascinanti, Segreto Tibet.
Da alcune sue pagine ho voluto riportare il breve passo che segue, cui vorrei premettere solo alcune considerazioni schematiche, anche in seguito alle recenti e davvero sciocche polemiche sull’articolo di Massimo Fini “Io, talebano”, pubblicato sul primo numero della Voce del Ribelle.
Queste righe, scritte circa settant’anni fa sono una conferma che l’antimodernismo non esprime assolutamente una nostalgia irreale ed acritica di un passato che, in quanto tale, non può più essere riproposto. Quanto puramente e semplicemente il rispetto delle tradizioni, della libertà culturale e dell'autodeterminazione di ogni popolo, cui nessun altro ha il diritto di imporre una supposta quanto inesistente superiorità.
E’ questo un concetto tanto elementare ed evidente quanto, purtroppo, decisamente estraneo all’Occidente, di qualsiasi parte politica si parli. L’America – "la più grande democrazia del mondo" – costruì le sue fondamenta nel sangue di decine di milioni di Amerindi; Stalin combatté ferocemente etnie e culture non omologantesi col socialismo realizzato; Mao Tse Tung diede il via al genocidio ed etnocidio del popolo tibetano di nuovo in nome dei principi socialisti; Iraq ed Afghanistan sono stati ridotti in macerie dall’Occidente per portarvi la "democrazia"; ed oggi una Cina sedicente comunista, in realtà grottesco contraltare orientale del più ottuso Occidente, sta compiendo l’opera.
Ogni commento, appunto, è superfluo. Rimangono solo da leggere queste poche righe di Maraini, per rendersi conto di quanto fosse "barbarico" il "Medioevo" che è stato cancellato: "I Tibetani, rispetto agli Europei delle classi meno fortunate delle grandi città, hanno mille ragioni di considerarsi più fortunati e più felici. Non sono forse ricchi, ma non sono neanche poveri; non hanno giornali, radio e cinema, ma hanno i cantastorie, i menestrelli girovaghi, il teatro popolare, e nella stagione buona possono andare in scampagnate lungo i fiumi a bere chang e a cantare fino a tardi nella notte; infine, vivono in una società profondamente stabile, dove le relazioni tra gli individui, fra gli individui e la comunità, tra l'uomo e l'universo sono saldissimi fatti, realtà su cui non si dubita in alcun modo. (...) Devo dire che i Tibetani mi sono parsi un popolo - per quanto si possa esserlo su questa misera terra - veramente felice. La felicità non dipende così necessariamente dalla struttura sociale o dal sistema di governo, come sembrano pensare i nostri contemporanei: è soprattutto una questione di equilibrio fra il mondo che circonda l'uomo e il mondo che egli porta nel cuore. Noi viviamo in un'epoca di squilibri terrificanti e saremmo infelici e miserabili sotto re, presidenti, papi o tribuni; aggregati in repubbliche o imperi, in soviet o in teocrazie. La nostra scienza ci propone un universo, la religione tradizionale ne propone un altro; i progressi della fisica e della chimica sono andati mille anni avanti a quelli delle scienze sociali e all'educazione del volere; l'Europa caput mundi sta vivendo le miserie del nobile decaduto; i canoni del vivere sono in uno statodi continua fluidità; gli ideali delle varie professioni, dei sessi, delle classi, delle età umane (elementi così importanti nelle società in equilibrio) subiscono una continua revisione: tutto muta, diviene, scorre. Nuovi equilibri a noi ignoti stanno forse preparandosi, ma vi troveranno qualche maggior pace generazioni di pronipoti. Siamo fra gli ingranaggi che girano. Qualcuno si salva: i più ne restano schiacciati".

Giuliano Corà
 
Il Bavaglio all'informazione/2 PDF Stampa E-mail

14 novembre 2008

 
La lezione di Hannah PDF Stampa E-mail
14 novembre 2008
 

 
Mentre in Italia si consuma l'inutile e angosciosa e indecente agonia di Eluana Englaro, da Londra ci arriva una di quelle piccole, grandi storie che racchiudono in sè i problemi e il senso di un'epoca.
Hannah Jones è una ragazzina di 13 anni, affetta dall'età di cinque da una forma rara e gravissima di leucemia. Otto anni della sua breve vita li ha passati facendo su e giù con l'ospedale di Hereford. Le cure intensive e intrusive cui ha dovuto sottoporsi per sopravvivere le hanno spaccato il cuore. I medici hanno allora deciso di sottoporla a un trapianto. Ma Hannah ha detto no. Anche se il trapianto fosse riuscito le avrebbe dato solo qualche mese di vita in più dei sei che i medici le hanno pronosticato nel caso non si fosse sottoposta all'operazione. Ma Hannah ha deciso che non voleva più vivere una vita che non era più tale e la cui qualità, se si può usare questo termine, sarebbe ancora peggiorata per le ulteriori e pesantissime cure cui avrebbe dovuto sottoporsi per evitare il rigetto. Voleva passare quel poco che le restava da vivere a casa sua, con i genitori e i tre fratellini, e morire di morte sartificiale. E ha detto no. Il rifiuto della ragazzina, oltre che legittimo, era perfettamente legale perché la giurisprudenza inglese consente anche ai bambini di respingere le cure "se hanno un sufficiente grado di comprensione". In ogni caso i genitori, che hanno la tutela legale, erano d'accordo. Ma a non essere d'accordo, non si capisce in base a quale principio, erano i medici dell'ospedale di Hereford che hanno fatto ricorso all'Alta Corte chiedendo ai giudici di sottrarre la ragazzina alla custodia dei genitori e di restituirla all'ospedale.
Ma la piccola Hannah, indomita, si è allora rivolta a un'assistente sociale per spiegarle le sue ragioni, che l'assistente ha condiviso. Ciò ha convinto la direzione dell'ospedale di Hereford a ritirare il suo ricorso e la piccola Hannah Jones ha vinto la sua battaglia per poter morire in santa pace.
È una vittoria dolorosa ma molto importante perché va contro un diffusissimo, pernicioso, e interessato, principio dell'era tecnologica, che è andato sempre più imponendosi in questi anni, secondo il quale la lunghezza della vita, non importa a che condizioni è il bene supremo e che consegna il malato, privato di ogni autonomia e di ogni diritto, alla società e, attraverso questa alla congregazione degli scienziati e dei tecnici, in questo caso dei medici delle équipes ospedaliere.
L'uomo è sempre stato un essere oppresso, ma mai come in quest'epoca "liberale" ha finito per essere espropriato, dalla tecnica e dalla cultura che la tecnica ha generato, davvero di tutto, anche della propria morte. E non si è padroni nemmeno della propria vita se non si è padroni della propria morte. La tecnica è riuscita in un'impresa che sembrava impossibile, quella di spersonalizzare anche ciò che l'uomo ha di più privato, individuale e indivisibile: la sua morte.
Nella società preindustriale non era così. «L'uomo è stato, per millenni, il padrone assoluto della sua morte e delle circostanze della sua morte, oggi non lo è più» (Philippe Ariès, Storia della morte in Occidente). Un tempo si moriva a casa, circondati dai familiari e dagli amici, si presiedeva la propria morte e, dopo un'agonia breve, si rendeva l'anima a Dio. Oggi si muore soli, negli ospedali, in struttura disumanizzante, ridotti a numeri, a oggetto di esperimenti, irti d'aghi, intubati, monitorizzati, una povera cosa umiliata, privata della propria identità e dignità. In nome della lunghezza della vita e per non voler più accettare la morte l'uomo dell'era tecnologica è disposto a qualsiasi cosa. Ma, soprattutto, lo sono le équipes ospedaliere.
Hanna Jones, opponendosi a questo scempio, ci ha dato una grande lezione. Ha riaffermato il diritto di ognuno a vivere liberamente la propria vita; la propria malattia e la propria morte. Ha riaffermato il primato dell'individuo sulla società, dell'uomo sulla tecnica. Grazie, piccola, coraggiosa, commovente Hannah.

Massimo Fini


da www.ilgazzettino.it
 
Abruzzesi masochisti PDF Stampa E-mail
12 novembre 2008
 

 
Il 14 luglio del 2008 mi sveglio e scopro che gran parte della giunta della mia Regione, l'Abruzzo, è stata arrestata. Si parla di un giro di tangenti nel mondo della sanità - sei milioni di euromdi mazzette - per il governatore Ottaviano Del Turco (Pd) e per molti altri assessori e funzionari. Dopo brevi festeggiamenti, mi ricompongo e comincio a riflettere.
In Abruzzo abbiamo molte associazioni e movimenti che hanno sempre fatto un gran parlare e scrivere contro questo e contro quello. Ed io da buon ingenuo pensavo: “ora che la bestia politica sanguina si coalizzeranno per cercare di infliggerle un colpo mortale”. Mi sbagliavo e di grosso, e gli eventi ai quali avrei assistito avrebbero confermato quanto da tempo temevo. E cioè che siamo così intrisi di complicità, sudditanza, connivenza, compromessi e ignoranza da perdere perfino quel briciolo di dignità per dire “ora basta!”.
Ma andiamo con ordine. Dal 2005 faccio parte del MeetUp degli Amici di Beppe Grillo di Teramo, uno dei primi, creato in tempi non sospetti. Dopo tre anni gli iscritti ai vari gruppi superano il migliaio. Un numero rilevante per una piccola regione come la nostra. Beppe Grillo è da sempre favorevole alla costituzione di liste civiche locali. Tuttavia, non appena qualcuno ha iniziato a prospettare la nascita di una lista civica regionale, la reazione è stata rapida e violenta. Sono venute fuori tessere di partito, difese di posizioni acquisite, insulti, invidie e tutta una serie di nefandezze. Risultato: i MeetUp abruzzesi non solo sono contrari, ma remano contro. Il movimento “Pescara in comune”, emanazione di uno dei gruppi del capoluogo, proibisce a chiunque anche il semplice sostegno alla nascente lista. E gli altri movimenti non sono da meno.
Il 9 settembre scorso partecipo ad una riunione con molti volenterosi abruzzesi e con alcuni esponenti della lista nazionale “Per il Bene Comune”. Sembra nascere un’intesa, ma dopo alcune settimane tutto naufraga perché, in fondo, il bene comune è un concetto debole, che tutti interpretano a modo proprio.
Per farla breve, il 30 novembre alle elezioni per il consiglio regionale ci saranno i soliti noti, amici e colleghi di quelli che c’erano ieri.
Da regione verde d’Italia a regione marrone: ecco cos'è oggi l'Abruzzo. Ha una densità pari a 124 abitanti per km quadrato, quattro volte meno della Campania e della Lombardia, ma ha il problema rifiuti. E ha la più grande discarica abusiva d’Europa. Oscar Wilde sosteneva che “vivere è un’attività che fa morire”, l’abruzzese invece sa che “anche curarsi in Abruzzo è un’attività che fa morire”, e difatti si reca sempre fuori regione. Da noi prospera la medicina preventiva, nel senso che se puoi non ti ammali e se non ne puoi fare a meno cerchi di non darlo a vedere.
Come se non bastasse sono in previsione la costruzione di inceneritori, turbogas e insediamenti per la lavorazione del petrolio e dei derivati. L’Eni vede nell’Abruzzo la prossima regione mineraria e petrolifera d’Italia, e già sta comprando inutile terreno agricolo per trasformarlo in fertile terreno oleoso.
Il nostro quotidiano di riferimento si chiama “Il Centro”, perché è scritto da chi e per chi si trova al centro. Mi piacerebbe che si chiamasse “La Periferia”, in memoria di quel tipo di abruzzese “forte e gentile” di cui oggi si favoleggia. Un tipo onesto, forse un po’ agricolo, ma schietto, furbo al punto giusto, solare e sincero come l’acqua buona, l’aria pura ed il buon cibo frutto di un’esperienza antica.
Solo venti anni fa l’autoproduzione era ancora diffusa e varia ed economie locali e tradizioni erano ancora forti. Oggi non rimane quasi niente e i pastori si sono trasformati in pecore. Il 30 Novembre, da bravi sudditi o solidali complici, gli abruzzesi marceranno ordinati verso le urne per eleggere il fustigatore di turno. Un bellissimo esempio di masochismo.

Renato Casalena
 
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