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Grillo e il V-Day 2 PDF Stampa E-mail

28 aprile 208

 
Il nuovo "terrorismo" PDF Stampa E-mail

24 aprile 2008

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Al supermarket dell’eversione, reparto "bombe e terroristi", si sono serviti in tanti, in questi decenni, e con scopi vari ma tutto sommato non troppo lontani tra loro. Futuri colonnelli cui preparare la poltrona, sinistre da avvisare, destre da incitare all’ordine e all’arrembaggio, rivoluzioni da preparare. Ognuno ha fatto scoppiare la sua bomba o ha sguinzagliato il suo bel manipolo o brigata, a seconda della matrice di provenienza, del momento e dello scopo da ottenere. Difficilmente, però, potevamo pensare che di minacce terroristiche si tornasse a parlare proprio ora, dopo la vittoria dell’Asse Berlusconi-Bossi-Fini.
Pareva questo, infatti, il migliore dei mondi possibili: le sinistre, di qualsiasi sfumatura o marca, cancellate dal Parlamento; gli operai definitivamente strappati agli dei falsi e bugiardi del marxismo per approdare a quell'altra bugia, quella neoliberista («I lavoratori non si sentono più rappresentati da quelle forze politiche e sociali che in questi anni hanno espresso una cultura anti-impresa: sono molto più vicini alle posizioni degli imprenditori che a quelle dei sindacalisti»: Luca Cordero di Montezemolo). Davvero non si poteva ipotizzare che ancora qualcuno potesse di nuovo pensare alle bombe e alla Skorpion.
Invece qualcuno ci pensa, e questo qualcuno è uno che, su questi argomenti, non parla mai a vanvera (a dire il vero, purtroppo, su nessun argomento). Trattasi del senatore Francesco Cossiga. Ora, su Cossiga potete pensare quello che volete (ma è meglio che non lo scriviate, se ci tenete alla pelle, come si dice nei film western), ma converrete tutti nel dire che: a) è tutto meno che uno stupido; b) se ne intende; c) sa sempre di cosa parla. E dunque, se proprio lui (sul Corsera del 15 aprile scorso) mette in guardia contro la “rinascita del terrorismo brigatista e del terrorismo di sinistra”, una ragione ci dev’essere.
Proviamo dunque a vedere, molto ‘rozzamente’ e schematicamente, a cosa potrebbe servire, tra qualche tempo, una bella bomba a un comizio di Berlusconi o una bella sventagliata di mitra a un suo ministro neoliberista. 1) La Lega ha attuato la sua campagna per la sicurezza, ma con modesti risultati: come i numeri insegnano (quei numeri che gli italiani non conoscono e che il PdL non dice) i reati commessi da clandestini o immigrati sono una bassissima percentuale, mentre i veri problemi per la sicurezza il governo avrebbe dovuto cercarli in quelle collusioni tra mafie e politica che invece non sono stati toccati, in quanto costituiscono una delle colonne del sistema politico-economico. A quel punto, cosa più di una bomba potrebbe dimostrare che c’è bisogno di "sicurezza", e quindi di altra polizia, di altre armi, di altre telecamere e di altre intercettazioni? 2) Passano i mesi e gli anni (e cinque “sono lunghi da passare”, come diceva Iva Zanicchi). Le lacrime e sangue promesse da Berlusconi hanno fatto piangere e sanguinare un po’ troppo. Disoccupazione, le file alla Caritas e ai cumuli della spazzatura dei mercati generali aumentano, ma soprattutto cominciano gli scioperi. Duri, compatti, minacciosi. E se, a quel punto, qualcuno sparerà a qualche giuslavorista (di destra o sinistra non importa: non c’è mai stata differenza) seminando un po’ di stelle a cinque punte, chi potrà negare che le Brigate son tornate, che il cancro comunista non è stato debellato, e che occorre un’ulteriore stretta alle libertà individuali e sociali? 3) Stanno per finire i cinque anni (ha da passa’ ‘a nuttata...). La gente è sempre più impoverita, sempre più incazzata. I sondaggi, questa volta, parlano chiaro: l’idra "comunista", mai schiacciata del tutto, sta per risollevare la testa e Uolter vincerà le prossime elezioni. Berlusconi vede in grave pericolo tutti i suoi progetti: la riconferma, il Quirinale, la Storia. Cosa meglio di un rapimento, potrebbe dimostrare che il Nemico è sempre lì, dietro la porta, e che dunque occorre dare nuova ed incondizionata fiducia all’Unto perché ce ne liberi per sempre?
Fantapolitica, come al solito. Malignità, cattiverie di chi ormai ne ha viste tante. Speriamo. E speriamo anche che il senatore Cossiga stesse facendo una delle sue solite battute.

Giuliano Corà

 
Il tempo del disincanto PDF Stampa E-mail

23 aprile 2008

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Scrive giustamente Mannino giorni addietro che il “partito del non voto” è il terzo partito italiano (3,2% unito al 2,5% delle nulle, più l'1,3% delle bianche, totale 7% ovvero circa 3 milioni di non voti in più rispetto al 2006). Al di là di analisi di flussi elettorali delle quali abbiamo fatto indigestione nei giorni scorsi, in realtà ci sembra che il risultato elettorale sia – almeno a noi di Movimento Zero – molto favorevole.
Mi spiego. Ci sono due dati che emergono con chiarezza e che vale la pena valutare mettendoli nella prospettiva che ci è propria. Il primo: la totale assenza di forze politiche parlamentari con la benché minima (almeno dichiarata) volontà di carattere sociale, anti-liberista e anti-economicista. Il secondo: il totale, incontrovertibile e ampiamente legittimato blocco di forze che invece vanno – e si esprimeranno – nel solco esatto del sistema attuale.
Entrambi i dati, se correlati e interpretati in chiave di lettura rivoluzionaria che ci è propria, non fanno altro che suggerire un aumento della velocità nei confronti dello schianto del nostro sistema. Che è inevitabile e, a questo punto, augurabile. Fuori i secondi insomma, prima si rompe tutto (anche nell’immaginario comune) prima ci si rende conto che si deve ricostruire in direzione diversa.
Non vi sono più forze in grado di dare alibi alle maggioranze nel ritardo alla realizzazione dei propri piani. Non vi sono più maggioranza e opposizione con visioni politiche differenti, e dunque il parlamento potrà procedere senza esitazione nella perpetuazione di quello che è il sistema più antidemocratico, anticostituzionale e antisociale che potremmo immaginare.
Dal che, evidentemente, risulterà – presto – una situazione ancora peggiore di quella attuale, il disincanto di chi ha ancora dato fiducia a una o all’altra parte sperando in un cambiamento delle cose, e si giungerà finalmente ad avere, nel nostro paese, tutta una serie di peggioramenti che auspicabilmente consentiranno di svolgere i due stadi fondamentali per il cambiamento. Il primo: prendere coscienza della realtà e decolonizzare l’immaginario. Il secondo: convincersi di dover cercare una via veramente alternativa a quella attuale.
E qui, torniamo a noi, che evidentemente tali stadi, e da tempo, abbiamo acquisito e fatti propri.
Cosa fare, nel frattempo? Né più né meno che quello che stiamo facendo da tempo, ma con maggiore vigore e con rinnovati strumenti, oltre alla convinzione che ogni giorno che passa, inevitabilmente, ci avvicina a quella che sarà una presa di coscienza sempre più diffusa, nell’opinione pubblica, di quanto andiamo dicendo da tempo.
La cosa non è di poco conto. Perché se alla base di un movimento come il nostro vi sono delle capacità culturali, degli studi, una attitudine riflessiva che ci ha portato a prendere coscienza della situazione e dunque a rendere manifesta l’essenzialità di una proposta differente rispetto al sistema attuale, è difficile (e sbagliato) sperare (solo) in un percorso culturale complessivo delle masse. Soprattutto considerando lo stato dello spazio alla cultura e all’informazione che viene tolto dalle nostre vite a vantaggio di quello lobotomizzante che ci propinano per “venderci” lo status quo.
Molto più semplice – e finalmente ci stiamo avvicinando al momento – confidare in una presa di coscienza dovuta non tanto a un processo intellettivo quanto a quello della indigenza, che quasi tutti, in un modo o nell’altro, si troveranno a dover sostenere.
Continuiamo dunque a informare, a batterci per la diffusione delle nostre idee, a non cedere un millimetro al deserto che avanza, e a “preparare” il più possibile il terreno alla comprensione diffusa di quanto sta accadendo e di come e cosa fare per trovare alternative.
Stiamo mettendo a punto altri mezzi e potenziando quelli attuali a tal fine. Il tempo della perdita del disincanto diffuso non è poi così lontano.

Valerio Lo Monaco

 
Il Sudamerica alza la testa PDF Stampa E-mail

21 aprile 2008

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Colombia, Venezuela e Equador parevano sul punto di farsi la guerra. Oggi pare prender corpo l’idea già avanzata da Chavez anni fa, e ora spinta da Lula, di creare una alleanza militare tra i paesi sudamericani. Si chiamerà Otas (Consiglio di Difesa Sudamericano).
Motivazioni non ufficiali, secondo fonti militari brasiliane, è la difesa integrata delle ricchezze naturali del continente. Ma l’impressione è che ci sia sotto dell’altro, almeno stando a quanto dichiara Chavez: “una strategia di difesa congiunta e articolando le nostre forze armate, perché il vero nemico è il medesimo, l’impero degli Stati Uniti”. L’America Latina è stanca dell’arroganza statunitense, non dimentica decenni di intrusioni, imperialismo e massacri.
Da alcuni anni il continente, sulla scia del Venezuela chavista, ha iniziato uno smarcamento sempre più evidente dalla sudditanza verso l’ingombrante vicino. Da tempo un mercato comune autonomo tra alcuni paesi dell’area è una solida realtà: è l’Alba (Alternativa Bolivariana per le Americhe), che è in espansione mentre il parallelo progetto promosso dagli Stati Uniti (l’Alca) sembra star andando in soffitta.
Sempre più multinazionali straniere vedono nazionalizzati i loro impianti. L’ultima poche settimane fa: il Venezuela ha stravinto davanti al tribunale internazionale la causa intentata dalla Exxon e ne ha nazionalizzato tutte le proprietà. Gli interessi a stelle&strisce nell’ormai ex cortile di casa sono colpiti da tutte le parti.
Lula, Chavez e colleghi però conoscono cosa accadde in passato, quando i governi latinoamericani tentarono di uscire dalla sudditanza economica e politica verso l’Impero Usa. Come quando il Guatemala nazionalizzò le terre della United Fruit Company, a cui seguì un golpe orchestrato dagli Usa: 30 anni di guerra e 200 mila morti perché la riforma agraria non era gradita a Washington.
O il supporto della Cia a squadre della morte in tutto il Centro America, le persecuzioni  segrete contro i comunisti dirette forse nientedimeno che dal premio Nobel per la Pace Henry Kissinger. Il Cile, colpevole di essersi democraticamente fatto socialista, condannato alla dittatura e a migliaia di desaparecidos, perché gli Usa non tolleravano le politiche economiche a favore del popolo e contro le multinazionali attuate da Allende.
Per chi scrive, non c’è miglior simbolo di queste infamie che la foto di Kissinger che stringe le mani, metaforicamente ancora sporche del sangue di Allende, a Pinochet poco dopo il golpe. Ecco forse i veri motivi che spingono a questa alleanza, che dovrebbe ricalcare la struttura della NATO.
Cosa può fare Washington per collaborare nel Consiglio di Difesa sudamericano? Nulla, solo tenersi alla larga.  La risposta data dal ministro della difesa brasiliano al suo omologo statunitense poche settimane fa non lascia molto spazio a dubbi: l’America latina non si fida più delle promesse e degli accordi con il Nord, e ne ha ben donde.
E’ da salutare con speranza l’alleanza militare che sta nascendo, perché la storia insegna che chi si mette contro gli Usa prima o poi viene aggredito. Meglio quindi imparare dal passato e prepararsi a tutto. Soprattutto con una nazione che dell’innegabile diritto all’autodeterminazione dei popoli ha questo concetto: “non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli”. Henry Kissinger.

Alessandro Marmiroli

 
Il trionfo del pensiero unico PDF Stampa E-mail

17 aprile 2008

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La logica delirante del presunto “menopeggio” ha fallito miseramente. Ha vinto il peggio in versione extralusso (su quello versione “cinemascope”). Tanto meglio..
Il parlamento, oggi, è il tempio supremo del pensiero unico. Quello del “progresso” e della deificazione del Pil valore assoluto.
I finti oppositori, “regressisti” come li chiama Pansa, da destra e da sinistra, cacciati a pedate. Il coro è unanime: “finalmente un vero bipolarismo all’americana”, "finalmente procederemo alle riforme e alla “modernizzazione del paese”... Più che bipolarismo inizia l’era del “monopolarismo” del sì.
Sì alle cattedrali nel deserto e ai ponti sullo stretto.
Sì agli inceneritori e ai rigassificatori.
Sì al nucleare.
Sì al liberismo “mignon” in versione feudalprotezionista.
Sì alle oligarchie bancarie e assicurative.
Sì alla perpetuazione del monopolio energetico.
Sì al debito pubblico siliconato.
Sì agli ossimori in versione energetica, al carbone pulito e all’uranio intelligente.
Sì all’informazione addomesticata, con qualche misera “oasi protetta” per inguaribili giornalisti in cattività.
Sì alle clientele falsamente bipolari, tendenti al marron.
Sì alla convivialità parlamentare.
Unico neo, insignificante, qualche inguaribile romantico in camicia verde che prenda troppo sul serio le “analisi politiche” di questi giorni e chieda “attenzione territoriale”. Poco male: una banchetta del Nord ai vertici, e qualche zingaro sulla brace per la base, et voilà...
Non ci sono più alibi né falsi freni per i fautori del pensiero unico. Liberi, avanti tutta, verso il baratro.
Il tempo è galantuomo e le risorse limitate, purtroppo o per fortuna...
Da qui può partire la vera contrapposizione dei prossimi anni. Che non potrà essere giocata sulla dicotomia padronato-salariati e non vedrà attori con falce e martello... Sarà, invece, quella tra i  “sacerdoti del sì senza se e senza ma" e “i rivoluzionari della decrescita”.
Qui “si parrà la nobilitate”. La nostra.

Mauro Maggiora

 
Domani Ŕ un altro giorno PDF Stampa E-mail

15 aprile 2008

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Il teatrino dei pupi ha calato il sipario sullo spettacolo elettorale, momento culminante e legittimante della baracca "democratica". Scartati i manifesti e ripiegati gli striscioni da circo, da oggi si torna alla normalità: i commedianti dei partiti a occupare la scena e le poltrone, e i loro pupari e compagni di merende - grande industria, sistema bancario, media di regime - a tenere saldamente in mano le leve del potere reale.
Il nemico rimane sempre lo stesso: uno Stato affamatore, centralizzatore, ostaggio delle cosche politiche ed economiche. Nulla cambia, dunque. Perchè la regola prima di questo sistema montecitoriesco è: tutto cambi perchè nulla cambi. E infatti, è proprio così.
Ma noi siamo contenti. Sì: contenti. Perchè c'è un quarto degli italiani che non ha creduto alla votocrazia - questo il nome più adatto al regime di saltimbanchi che in giro chiamano "democrazia". Questa è la forza da cui cominciare. Questa è la nostra - anche nostra - vittoria.
E per noi ce ne sono altre, di soddisfazioni. La Lega Nord ha fatto il pieno di voti di chi non si fida più di destra e sinistra, di chi cerca la facile certezza di un'identità territoriale, di chi si rifugia nella parvenza di un partito anti-sistema ben inserito nel sistema. In realtà il Carroccio è un cadavere tenuto in vita dall'inarrestabile tendenza al bipartitismo, ai due maxi-partiti fotocopia, al Veltrusconi (e dai soldi del Berluskaz). La Lega è un morto che cammina e che vince. Per ora. Dopo altri cinque anni di cura romana, a meno che Bossi non subisca un elettroshock e s'inventi l'ennesimo ribaltone, la ragion d'essere leghista sarà scomparsa. Per sopravvivere e ingrassarsi, l'immaginaria Padania non deve realizzare il federalismo di cui ciancia da ormai trent'anni. E questa volta, se non lo attuerà anche in minima parte, sarà spacciata.
Altro motivo di allegria è la cancellazione dal parlamento della sinistra paleomarxista, verdognola e cadregara. Gli avanzi non pentiti del vecchio Pci saranno costretti, poverini, alla lotta extraparlamentare. Lo stalinista del gruppo, Oliviero Diliberto, ha detto a caldo due cose che sarebbe bene segnarsi. Una, che il nuovo ideale rosso sarà la sobrietà, la rielaborazione del modello di vita. L'altra, che sarà imprescindibile riscoprire l'orgoglio della falce e martello. Cari italiani che avete voltato le spalle ai sinistri dell'ultim'ora, ci rivolgiamo a voi: se darete ancora credito a questi sopravvissuti del Novecento (anzi dell'Ottocento), finirete punto e daccapo. Vi ritroverete in un batter d'occhio a braccetto col partito delle banche (il Pd, no?). Vi confonderanno con grandi sventolìi di bandiere rosse e vi stordiranno con la ritrovata retorica della "sinistra dei lavoratori e dei deboli, della sinistra che fa la sinistra" e altra paccottiglia simile. Vi parleranno persino di decrescita, di opposizione allo Sviluppo. In realtà, vorranno solo tornare ai loro comodi posti nella cabina di comando coi compari con cui erano al governo fino a due mesi fa
L'eclissi della sinistra cosiddetta radicale e il montante voto di "diversità" elargito a mani basse alla Lega significano questo: si apre da oggi uno spazio potenzialmente molto ampio per chi ha le idee e il coraggio di battersi contro lo Stato usuraio e antidemocratico, contro il sistema in quanto tale. Sempre che si abbia anche la capacità di porsi fin da subito come testa di ponte per quando la crisi economica prossima ventura inizierà a scardinare la fiducia di massa (80% di votanti) che ancora sussiste in mezzo al popolo. (Per piacere, non prendiamocela con la gente. Che i servi e sciocchi siano maggioranza, questa non è una novità. Ma perchè capisca anche il più beota credente che la sua fede lo sta distruggendo, è necessario che un fatto, possibilmente grave, meglio se epocale, preferibilmente economico e sociale, incrini le sue certezze corroborate dal consumo quotidiano di merci inutili e disinformazione onnipresente).
L'astensione voleva essere solo un segnale. Oggi è il terzo partito in Italia. Ma ciò che occorre da domani è organizzare la delusione, lo scetticismo, la consapevolezza, l'avversione, la frustrazione  e il senso di esclusione - patrimonio variegato di sentimenti e pensieri che si estende anche a chi ha votato: non sottovalutiamo questo aspetto. Il dovere di ieri era non votare. La missione di domani sarà infondere un'anima e indicare battaglie a chi vuole ribellarsi. Senza più delegare alla votocrazia la propria libertà.

Alessio Mannino

 
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