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Rai: bordello di regime PDF Stampa E-mail

21 dicembre 2007

Silvio Berlusconi ha scoperchiato la fogna Rai in cui lui stesso è immerso fino al collo. Cittadini italiani, che lavorate ogni giorno, spesso facendo fatica ad arrivare alla fine del mese, fino a quando accetterete di sottomettervi a dei partiti che, fra le altre cose, hanno costruito, con i vostri soldi, un gigantesco bordello di regime in cui si scambiano, prostituendole, le più belle donne del Paese, peggio che ai tempi di don Rodrigo?
Massimo Fini

La Rai è la tv pubblica, pagata da tutti noi col canone. Dalla riforma del sistema radiotelevisivo del 1975 la sua giurisdizione è passata dallo Stato, ente teoricamente superpartes, al governo, introducendo l'andazzo permanente dell'occupazione lottizzatoria e dello spoils system partitocratico. Presidenti, direttori generali, dirigenti, funzionari, giornalisti, presentatori, starlettes, staltimbanchi e nettacessi sono assunti grazie alla tessera, tramite l'amico dell'amico o porgendo la coscia e o il didietro al potente di turno. La salivosa intercettazione fra il responsabile fiction Agostino Saccà (di pura fede forzista) e "papa" Silvio Berlusconi è solo una goccia nel mare.
Un mercato della vacche (in tutti i sensi): questo è viale Mazzini. E lo resterà finchè a condurre le mandrie di leccaculo e donnine facili sarà il gioco della Destra e della Sinistra.
(a.m.)
(Nel video: un Massimo Fini del 2003, facile profeta sulla futura lottizzazione della Sinistra dopo quella del centrodestra berlusconiano)

 
No all'Eurocrazia PDF Stampa E-mail

21 dicembre 2007

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Dopo la bocciatura del 2005 di Francia e Olanda alla Costituzione europea, una settimana fa i ventisette membri dell'Unione si sono riuniti a Lisbona per firmare un nuovo “trattato”. In realtà, è la vecchia costituzione  con un po' di trucco in più e qualche pustola sotto il cerone.
E' solo l'ultima invenzione degli eurocrati per spianare la strada alla potere assoluto della Banca Centrale e delle varie lobbies liberiste senza passare per un referendum e nemmeno per una minima informazione, visto che del nuovo trattati gli europei sono stati tenuti diligentemente all'oscuro. Il nuovo trattato di Lisbona permetterà di aggirare i referendum popolari in tutti gli Stati ad eccezione dell'Irlanda, che per ragioni costituzionali non può esimersi dalla consultazione popolare. La Francia invece, su promessa di Sarkozy, sarà costretta ad una riforma costituzionale per legittimare l'inganno di soppiatto.
Il documento approvato in Portogallo è l'ennesima truffa a danno dei popoli sovrani e va perfettamente nella direzione della costituzione di una unione europea basata solo sulle logiche economiche e sul potere delle moneta, dove il volere e l'interesse dei popoli liberi e sovrani di decidere a casa loro non conta più nulla.
Questa Europa non ci rappresenta, non ha nulla di nostro, non è basata su alcun valore condiviso: servirà solamente ad ingrassare le tasche di banche d'affari e multinazionali e dare linfa alla globalizzazione capitalistica.
E tutto questo passerà senza che noi si venga interpellati. E invece, guardate un po' signori dell'Eurocrazia, noi vogliamo essere padroni di decidere il nostro futuro, di costituire e gestire la nostra economia ed indipendenza sulla base del concetto delle piccole patrie unite, neutrali e che grazie all'Europa sperimentino l'autosufficienza economica.
Questa potrebbe essere l'unica strada per svincolarsi dal massacro della competizione mondiale, dalla dipendenza violenta della Nato (che non ha più senso di esistere) e dallo stillicidio dell'impossibile concorrenza con i paesi orientali. L'Europa fin qui non ha fatto altro che rincorrere un sistema economico delirante (la crescita infinita). Facciamo diventare un'alternativa politica e sociale alla dittatura dell'economia: un'Europa di piccole patrie e di popoli liberi ma uniti nel modello della decrescita.

Antonello Molella

 
Buonismo all'italiana PDF Stampa E-mail

19 dicembre 2007

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Coro unanime di applausi per la moratoria ottenuta dall’Italia e dell’Europa all’Onu contro la pena di morte. Un invito non vincolante, che in quanto tale sortirà ben pochi effetti pratici. Gli Stati in cui vige la pena capitale, Usa in testa, l’accoglieranno con una scrollata di spalle, e il trionfalismo di oggi finirà in una bolla di sapone. Alla fine della fiera, questo risultato della diplomazia targata D’Alema-Pannella si ridurrà a un annuncio, uno spot politico, e niente di più.
Ma a noi frega poco. Per una volta, infatti, siamo d’accordo con gli Stati Uniti, che sulle colonne del Corriere della Sera di oggi, per bocca del suo ex rappresentante al Palazzo di Vetro John Bolton, hanno fatto sapere di essere contrari per una ragione molto semplice: le pene giudiziarie sono affare interno di uno Stato sovrano, non materia per qualche deliberazione internazionale, quantunque demagogica e inconcludente.
Intendiamoci: chi scrive è contrario all’inflizione della morte come punizione estrema. No alla pena di morte, dunque. Ma qui, in Italia (per l’Europa, finchè non si darà una missione e uno statuto politico-sociale, soprassediamo). Noi però non ci sogneremmo mai di imporre le nostre convinzioni e tanto meno il nostro diritto giuridico agli Usa come alla Cina, in Afghanistan, in Irak o in qualsiasi altro Paese o popolo.
Sgombriamo la mente dal facile e interessato buonismo di chi fa le battaglie per ottenere conquiste-burletta. Perché portano in sé il germe del più pericoloso dei razzismi: quello che aspira a imporre un unico diritto universale alle genti del mondo, schiacciando la loro libertà. Che può essere anche, se è veramente tale, quella di punire i propri criminali come meglio credono, anche con la morte.
C’è poco da festeggiare, cara Italia. Così dai una mano all’ideologia americana del mondo ridotto a immagine e somiglianza dell’Occidente. E gli Usa in questa occasione sono fra i tuoi avversari solo perché, nella loro arroganza, conservano il senso della sovranità. Peccato che la intendano solo come sovranità propria, e mai anche come quella altrui. Loro la morte la infliggono non solo ai malfattori di casa propria, ma anche agli innocenti degli altri Paesi. Sovrani.

Alessio Mannino

 
Liberare il tempo PDF Stampa E-mail

18 dicembre 2007

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Il tempo. Il tempo di vita contro il tempo di lavoro. La divaricazione è lampante, schiacciante, opprimente. Il lavoro ci sottrae il bene più prezioso: il potere su come passare la propria vita scegliendo fra interessi, sentimenti e occasioni di felicità. Sì, lavorare stanca. Sfibra e fiacca la nostra anima individuale e la nostra coscienza di cittadini. Perchè lavoriamo troppo. Troppo in cambio di troppo poco.
Lavoriamo meno, lavoriamo tutti, lavoriamo meglio. Non ci potremo permettere più il superfluo, certo. Ma finalmente vivremo. Finalmente libereremo il tempo. Uomini e donne libere, non schiavi salariati. Con una playstation in meno ma con una giornata in più per noi stessi. (a.m.)

Mentre la Francia minaccia ancora scioperi e il blocco della circolazione contro la riforma dei regimi speciali di pensione, l'Italia manifesta in difesa dei diritti dei suoi lavoratori. Le manifestazioni di massa dei lavoratori da sempre accompagnano i problemi dell'economia degli Stati, e rappresenta proprio questo il dato allarmante. Nonostante lo sviluppo e l'elevata industrializzazione dei Paesi occidentali, la lotta per la difesa dei diritti del lavoro sono sempre gli stessi, se non maggiori. Ciò significa che mentre le nostre società aumentano le capitalizzazioni, diventano sempre più globalizzate e ricche, i lavoratori ancora lottano per la sostenibilità dei salari, per il diritto alla pensione, per la sicurezza e la stabilità del lavoro.
I licenziamenti, le delocalizzazioni, la rinegoziazione dei contratti sono legittime politiche della gestione delle risorse umane, tale che la disoccupazione e la insufficienza del livello dei salari sono considerate delle normali conseguenze a cui dovrà rimediare il mercato.
Purtroppo oggi non assistiamo più all'evoluzione dell'economia, ma al suo continuo regresso, in quanto il sistema economico basato sulle grandi società che basano il loro potere sulla massa di lavoratori è attualmente insostenibile. Giorno dopo giorno cresce nei lavoratori la consapevolezza, e così anche la paura, che i propri diritti sono destinati ad essere ridotti sempre più, divenendo merce di scambio per i sindacati nei confronti delle società e dei Governi. Gli scioperi non sono più frutto della "coscienza di classe", ma della manipolazione dei rappresentanti dei lavoratori, che hanno di fatto già preso accordi con il consiglio di amministrazione delle società o con il governo per ratificare l'ennesimo protocollo welfare o la rinegoziazione dei contratti nazionali. Quella in atto è solo una gara d'appalto truccata, perché il contratto è stato già firmato e lo sciopero serve solo a controllare le masse.
In Francia oggi si lotta per evitare l'armonizzazione, e così la perdita dei regimi speciali di pensionamento delle diverse categorie; allo stesso modo l'Italia protesta per avere dei livelli salariali sostenibili e maggiore sicurezza. In realtà tutti i lavoratori oggi lottano contro l'usura del tempo di lavoro, quello che Marx definiva plusvalore, e che oggi è divenuto necessario per compensare l'inefficienza delle grandi strutture societarie globalizzate e mal gestite dai loro iperfinanziati dirigenti.
Sono infatti state elaborate nuove proposte di direttiva europea che intendono aumentare la durata del lavoro settimanale dalle 48 ore fino alle 65 ore, imponendo in capo all'impresa il solo obbligo di ottenere l'accordo individuale dei lavoratori. L'accordo dovrebbe essere valido un anno, di volta in volta rinnovabile, ma, considerando le minacce di licenziamento e delocalizzazione, questo accordo non farà nessuna fatica ad essere ottenuto. In ogni caso, se tale direttiva venisse adottata, la definizione di disoccupazione scomparirà perché sarà quasi impossibile distinguere il tempo di lavoro "attivo" dal periodo di disoccupazione, in quanto il lavoratore sarà sottomesso ad una flessibilità totale, tale da divenire molto più vicino al ritmo di lavoro dello schiavo.
Tale provvedimento, aggiungendosi alla controversa direttiva Bolkestein, dovrà "fare dell'Europa la zona più competitiva del mondo di qui 2010", stando a quanto affermato da José Manuel Barroso. L'obiettivo di aumentare la competitività europea, riducendo il costo del lavoro per le imprese, andrà ad imporre un regime lavorativo non molto lontano da quello della Cina comunista. Identica motivazione si nasconde nelle politiche europeo di allargamento "forzato" verso i paesi che praticano il "dumping sociale e fiscale" per spingere al ribasso i salari, i diritti dei lavoratori e la fiscalità delle imprese. Infatti, la riduzione dei diritti dei lavoratori e l'ampliamento verso gli Stati ad economia povera, innesca una schiacciante concorrenza salariale, che spiazzano le società occidentali. Le imprese europee sono così divenute eccessivamente "garantiste", incatenate dall'eccessiva burocrazia e legislazione sul lavoro, rigide e paralizzate da leggi "troppo vecchie" per essere all'avanguardia. Sebbene questo può essere in parte vero, ricordiamo che quelle leggi hanno garantito la sostenibilità della vita per i cittadini europei in questi anni di ripresa economica, in cui l'economia interna girava in virtù di un perfetto equilibrio tra produzione, consumi ed esportazioni. Oggi, invece, quelle leggi sembrano essere inadatte, anche perché non esiste alcun equilibrio nelle nostre economie occidentali, in cui consumiamo più di ciò che produciamo, e importiamo più di quello che esportiamo. Per cui, chi ha davvero fallito: le leggi dei lavoratori o il sistema economico delle multinazionali?
Secondo l'Unione Europea sono le leggi ad essere sbagliate e per tale motivo è stata elaborata la direttiva Bolkestein che, insieme con la direttiva sul tempo lavorativo, riporta indietro i diritti dei lavoratori di più di un secolo. Non dimentichiamo che la stessa Costituzione Europea prevedeva alcune norme che impongono agli Stati membri di creare le "condizioni necessarie alla competitività dell'industria per incoraggiare un ambiente naturale favorevole all'iniziativa ed allo sviluppo delle imprese" , nonché eliminare ogni restrizione amministrativa, finanziaria o giuridica che ostacolerebbe la creazione di PME", ( articolo III-279). Inoltre era previsto che l'unione "ricerca la flessibilità della mano d'opera e del mercato del lavoro", (articolo III-203) e crea le "condizioni necessarie alla competitività dell'industri" (articolo III-279 ). Tali principi rendono dunque molto chiaro il piano europeo nei confronti del mercato del lavoro degli Stati membri, ossia pressioni al ribasso dei salari, liberalizzazione dei contratti e delle regole del mercato del lavoro, privatizzazione dei servizi pubblici. Questo porterà inevitabilmente a aumentare sempre più le ore lavorative, a creare dei lavoratori sempre più flessibili, a diffondere insicurezza sociale e precariato, salari insostenibili e dunque stagflazione negli Stati, la scomparsa della disoccupazione "statistica" e così anche dei sussidi e dei sostegni ai disoccupati, per concludere infine con la sostituzione dei sistemi pensionistici e previdenziali pubblici con quelli assicurativi e bancari.
In tutto questo, le multinazionali saranno sempre più avvantaggiate, perché potranno maggiormente estendere la propria struttura societaria senza limiti fisici, senza vincoli giuridici, potranno delocalizzare e chiudere gli stabilimenti in zone ad alto salario, per aprirli in regioni a basso salario, restando pur sempre nell'ovattato e sicuro spazio economico europeo.
da http://etleboro.blogspot.com 11 dicembre 2007

 
E' on line MZ n°9 PDF Stampa E-mail

17 dicembre 2007

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E’ on line il nono numero stampabile di MZ – Il giornale del Ribelle. Potete liberamente scaricarlo cliccando in alto a destra, dove vedete scritto MZ Download. Perché una versione cartacea del blog? Per diffonderne i contenuti col vecchio ma imbattibile sistema della distribuzione a mano, faccia a faccia, porta a porta, nelle biblioteche, nelle università, nel luogo di lavoro, col volantinaggio in strada. Fate quante più copie potete (attenzione a stampare in fronte/retro: pagg 1-2 e pagg 3-4), rilegate con una semplice graffettatrice, e distribuite.
In questo numero: speciale sul No Dal Molin , con un'interessantissima intervista a Massimo Fini ripresa dal settimanale Vicenza Più.

 
L'unica chance rimasta: ribellarsi PDF Stampa E-mail

16 dicembre 2007

Siamo prigionieri di una scatola vuota la cui sola regola è correre più degli altri per non finire schiacciati. Una marea umana che non sa dove va la corrente.
Viviamo incasellati in abitudini, ruoli e routines che hanno smarrito la libertà di cambiare. Non riusciamo più nemmeno a immaginare la possibilità di un senso diverso, di una società dove non sia tutto prescritto, prestabilito e ordinato da autorità superiori e inavvicinabili (i governi, le banche, le Borse e i mercati internazionali, i patti di sindacato e gli intrecci societari, le organizzazioni burocratiche sovranazionali).
Dobbiamo riscoprire la volontà di rischiare. L'avventura dell'impegno contro il Potere. Perchè, ogni giorno di più, abbiamo sempre meno da perdere. (a.m.)

 
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