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Politica faziosa e in mala fede PDF Stampa E-mail

15 Giugno 2019

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La procedura di infrazione per eccesso di debito pubblico (la prima nella storia dell'UE) riguarda il 2018 e quindi sarebbe politicamente da imputare al Governo di centrosinistra. Scrivo sarebbe, perché non credo che tra tante colpe di Gentiloni (e dei suoi predecessori) vi sia anche quella di aver fatto troppo debito pubblico. Per questa ragione, coloro che, simpatizzando per il centrosinistra, si schierano con l'UE, non soltanto sono meschini o ignoranti, perché, trascurano consapevolmente o senza consapevolezza, sia che negli ultimi 10 anni moltissimi stati europei hanno aumentato il rapporto debito/pil più di quanto abbia fatto il governo di centrosinistra nel 2018, sia che Monti aumentò il rapporto molto più di quanto abbia fatto il Governo Gentiloni, sicché è pacifico il carattere strumentale fazioso e in mala fede dell'iniziativa della Commissione Europea - ma sono anche stupidi, perché gioiscono di una censura ingiusta e insensata che politicamente sarebbe da imputare alla loro parte politica.

 

Da parte mia, come sovranista, gioisco dell'iniziativa europea, non perché rimproveri, sotto il profilo considerato, ai governi Italiani di aver fatto troppo debito pubblico, bensì perché la politica di scontro frontale scelta dalla UE contro l'Italia (non contro il Governo italiano) promuove il sentimento sovranista.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Il problema non Ŕ tecnico ma politico PDF Stampa E-mail

14 Giugno 2019

 

Da Rassegna di Arianna dell’11-6-2019 (N.d.d.)

 

Ok, abbiamo sentito tutte le possibili raffiche di spiegazioni dotte sul perché i minibot sarebbero, a scelta e in crescendo: "moneta falsa", "debito pubblico", una "buffonata", "il preludio all'Armageddon finanziario", ecc. Ora, visto quanto poco e male sono stati difesi da chi li ha proposti, credo anch'io che si tratti solo di una mossa propagandistica ad uso interno, e che non abbiano alcun significato politico. Detto questo i minibot, se perseguiti con coerenza, facendone un luogo di trattativa a livello europeo sono una iniziativa ragionevole, buona quanto altre per porre le questioni giuste a Bruxelles. Tecnicamente le obiezioni che sono state mosse sono tanto corrette quanto irrilevanti: dal punto di vista contabile il debito non saldato delle amministrazioni pubbliche non è ancora conteggiato come debito pubblico fino a quando il creditore non ne chiede il riscatto presso un istituto privato. Questo significa che dei 53 miliardi di debito non saldato della pubblica amministrazione solo 10 miliardi pesano già come debito pubblico italiano nella contabilità europea. Ora, però, quello che deve essere chiaro è che la 'contabilità europea' è semplicemente una convenzione frutto di accordi politici. Precisamente come si può cercar di concordare che, ad esempio, gli investimenti infrastrutturali siano scorporati dal conteggio del debito pubblico, così si può chiedere di saldare debiti pregressi con minibot (o magari con certificati di credito fiscale) senza che questi entrino nel computo del debito pubblico. Non è una follia, una bizzarria fuori di senso, ma qualcosa di perfettamente ragionevole, che può essere sensatamente chiesto e che, naturalmente, verrà rifiutato. Ma non verrà rifiutato perché "viola le Regole Economiche". Questo è il punto di ipnosi collettiva che dobbiamo superare. Qui non abbiamo a che fare con leggi di natura o norme divine, ma con convenzioni contabili funzionali a consentire o non consentire certe operazioni. Nella fattispecie qui ad essere in gioco è semplicemente il ruolo della BCE come monopolista della liquidità pubblica.

 

Tutti coloro i quali imputano ai minibot di non essere davvero un modo di aumentare la liquidità disponibile senza aumentare il debito pubblico stanno semplicemente accettando supinamente le regole del gioco messe in campo dalla UE, assumendole come leggi di natura. È chiaro che in un sistema congegnato in modo da vietare ogni forma di ricorso a sorgenti di liquidità pubblica che non passino per Francoforte non troveremo mai il 'trucco' per fregare la BCE ad un gioco di cui ha scritto le regole. È una speranza assurda. È ridicolo pensare che ci possa essere una furbata, una astuzia sopraffina, un buco lasciato scoperto nei trattati dove possa ritrovare fiato la finanza pubblica italiana senza turbare nessuno. Non è questo che è o può essere di principio in gioco. Il punto reale è far capire come vi siano mille modi in cui, senza chiedere soldi a nessuno, potremmo riavviare la macchina economica nazionale, e come ciò venga vietato da normative che si pongono al di sopra della sovranità nazionale. Poi, vabbé, possiamo legittimamente dubitare che porre seriamente tale questione sia nell'interesse della Lega o in generale di questo governo. Ma non bisogna confondere questa realistica valutazione politica, con la questione delle soluzioni tecniche da proporre e contrattare, soluzioni che, come i minibot, sono sostenibili e sensate, e che cionondimeno saranno tutte respinte. Ma deve essere chiaro che qui il problema non è tecnico, ma politico, e trattarlo come errore tecnico è pensare che possano esistere furbate tecniche che non implichino lo scontro politico. Cioè illudersi.

 

Andrea Zhok

 

 
Genýa di cialtroni PDF Stampa E-mail

13 Giugno 2019

 

Da Rassegna di Arianna dell’11-6-2019 (N.d.d.)

 

Il capitalismo italiano è sempre stato antinazionale, anche prima che gli americani arrivassero qui ad esercitare la propria egemonia ed imporre i loro interessi. Non bisogna dare in ogni frangente le colpe agli altri per incapacità che sono intrinseche alla mentalità autoctona. Dopo la grande crisi del ’29, le difficoltà furono notevoli nel nostro Paese benché meno invischiato di altri nella catena finanziaria mondiale in vertiginoso scoordinamento. Esso restava sostanzialmente agricolo e poco industrializzato ma avviato sulla strada di uno sviluppo di quest’ultimo tipo. Il fascismo intervenne per ridare slancio ad alcune imprese e lo fece nazionalizzando quelle ritenute strategiche attraverso l’IRI, fondato nel ’33. Nonostante ciò che si crede, anche lo Stato fascista non intendeva sostituirsi ai privati e provò a cedere le aziende risanate o avviate ai capitani (poco) coraggiosi del tempo. Ovviamente, questi rifiutarono l’offerta perché poco inclini al rischio. Pare fosse stato Beneduce, col beneplacito di Mussolini, a chiamare Agnelli e altri grandi industriali, per chiedere loro di rilevare i “gioielli” statali. Sarebbe stato un vero regalo ma quei “gran coglioni”, come li definì il Duce, si fecero sfuggire il colpo fortunato. Avrebbero continuato a succhiare soldi allo Stato per vie traverse, con i soliti ricatti da cotonieri. Anche nel dopoguerra, l’Iri proseguì la sua opera meritoria di investire in questi settori in cui gli operatori di mercato si lanciavano con difficoltà a causa di investimenti non alla loro portata. Furono creati altri campioni pubblici come Finmeccanica (1948), Eni (1953) e Enel (1962), i quali furono fondamentali per un sistema-Paese in cui le forze del libero mercato erano debolezze. Negli anni ’90, sull’onda di tangentopoli, si mise fine all’industria pubblica italiana privatizzando e spacchettando il meglio che c’era per liquidarlo a favore di affaristi e speculatori, amici delle leve politiche catto-comuniste risparmiate dalla mannaia giustizialista che terremotò le classi dirigenti della I Repubblica. Qualcosa resistette allo scempio, come Eni, Enel, Finmeccanica, che da enti divennero S.p.A. a controllo pubblico, ma tanto altro fu sbranato dai cani famelici che si facevano chiamare riformatori. Tutto ciò non è bastato a far rinsavire il Paese e ad aprire gli occhi sulle perdite subite sotto quella campagna ideologica. Privato, come poi si è visto, non era sinonimo di bello ma di privazione.

 

I nostri industriali però continuano ad essere coglioni ed anziché chiedere allo Stato di spendere per far ripartire l’economia si dicono terrorizzati dal debito pubblico. Confindustria sembra una gabbia di matti e mentre quasi ovunque si torna a chiedere allo Stato di fare qualcosa in più per ripartire essa invoca la messa “in sicurezza i conti pubblici perché non è giusto lasciare il macigno del debito alle nuove generazioni...Noi siamo per non stare in panchina ma in Europa con le regole europee...Flat tax e reddito di cittadinanza, poi, sono misure a debito, riparliamone quando si potranno fare senza sfondare i conti pubblici”. Nemmeno Quota 100 aggrada ai Confindustriali che però si lamentano di una manodopera che invecchia e non è reattiva ai cambiamenti in atto. Non parliamo dei minibot che pure farebbero comodo a molte aziende in difficoltà ma che per la Confindustria sono una sventura. Semmai è troppo poco ma non troppo. Sono questi “cotonieri” che sbarrano il passo alle generazioni a venire perché vittime dei loro pregiudizi economici, politici, sociali e industriali provenienti da un’epoca superata. Senza sindacalisti e senza confindustriali questo Paese coltiverebbe la voglia di rimettersi in gioco e, invece, deve sorbirsi la micragna lamentosa di tali esseri pietrificati che sanno solo lanciare anatemi. Se lo Stato non mette i soldi dal nulla nelle tasche della gente e se non supplisce alla loro mancanza di iniziativa, con azioni di lungo periodo, anche in perdita temporanea, il Belpaese morirà di inedia, come sta appunto accadendo. Negli anni ‘90 li abbiamo lasciati fare e siamo caduti in basso. È il momento che tutta questa genia di cialtroni venga messa a tacere, con le buone o con le cattive. Sciogliendo Confindustria e Sindacati forse si darà nuovo dinamismo alle parti, lavoratori e capitalisti, ormai troppo ingessate perché dirette da fossili che non vedono ad un palmo dei loro nasi.

 

Gianni Petrosillo

 

 
Giovani in fuga PDF Stampa E-mail

12 Giugno 2019

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Da Rassegna di Arianna del 10-6-2019 (N.d.d.)

 

Circa 300.000 giovani lasciano l’Italia ogni anno. Uno ogni cinque minuti. Negli ultimi dodici anni sono partiti 2 milioni di italiani. Quasi una famiglia su tre ha un figlio all’estero o che pensa di andarci. Secondo Confindustria questo esodo ci costa 14 miliardi all’anno di perdita di capitale umano. Dovrebbe essere la notizia di apertura di tutti i media, invece silenzio e rassegnazione. Non fa comodo a nessuno parlarne perché è la sconfitta del Sistema Italia e mette sotto accusa tutte le politiche economiche fatte finora. Anzi, l’emorragia dei giovani italiani è raccontata come un fenomeno positivo, in nome della mobilità, globalizzazione, conoscenza.

 

Non tutti però sono disposti alla resa. Per iniziare ad immaginare una possibile via d’uscita è nata “We’re back” (siamo tornati): un titolo ad effetto per dire, dopo anni di esperienze lavorative all’estero, rieccoci, pronti a mettere a disposizione della nostra comunità locale le esperienze maturate e le professionalità accumulate. A lanciare l’idea un gruppo di giovani, tra i 26 ed i 27 anni, genovesi, che si sono posti l’obiettivo di provare ad invertire la rotta (oltreconfine) della nostra “meglio gioventù” e di riportarla a casa. All’appello ha risposto positivamente l’amministrazione comunale genovese, che ha accettato l’invito ad aprire il confronto tra chi dopo avere trovato il suo futuro oltreconfine, ha poi ri-scelto la Liguria per nuovi progetti professionali, ed alcuni testimonial “eccellenti”. Il risultato: una giornata di riflessioni ed approfondimenti, finalizzati - secondo gli orientamenti dei giovani ideatori – a generare proposte per migliorare il mercato del lavoro italiano, attrarre investimenti, dare vita a un movimento positivo e dinamico capace di creare opportunità. “Bisogna fare in modo che Genova e l’Italia siano un punto di ritorno e non un punto di partenza – spiega l’assessore alla cultura del Comune di Genova, Barbara Grosso – questo progetto, che non ha precedenti, si basa proprio sull’idea di aiutare i giovani attraverso la testimonianza di chi ce l’ha fatta, di chi è andato all’estero e poi è tornato, storie di successo, che potrebbero diventare lo spunto per nuove idee e opportunità”. Alle amministrazioni locali (regioni e comuni) di creare le condizioni per favorire i rientri. Al di là delle proposte strettamente operative c’è però qualcosa di più. Il tema, nella sostanza, ha infatti risvolti culturali, possiamo dire antropologici, che richiedono approfondimenti ulteriori, a partire dalla constatazione che più si impoveriscono le Nazioni, più si rendono preda degli appetiti altrui, più questi Paesi, depauperati delle loro sostanze, vengono regolarmente colonizzati e svenduti al miglior offerente. In Italia stiamo assistendo da decenni a questo gioco al massacro. Il ritornello è: “l’Italia non offre opportunità”. Il risultato è che il fenomeno delle “fughe” all’estero viene dato per acquisito. I giovani se ne vanno alla spicciolata, individualmente. Se ne vanno senza protestare, senza cercare di cambiare le cose in Italia. È la globalizzazione – si dice …. Tanto vale assecondarla, trovando oltre confine quello che non si trova in Patria, anche se questo ha un costo enorme sia a livello personale che del Sistema Paese, le cui risorse sono state impiegate, nei decenni, per formare proprio quei giovani, destinati ad arricchire con il loro lavoro gli altri Paesi. Che fare, allora? Per Barbara Pavarotti la risposta è chiara: “Ricominciare a lottare in Italia per cambiare, per scalzare la mentalità che ci vuole tutti esuli”. Il suo impegno si è tradotto in un video documentario prodotto dalla Fondazione Paolo Cresci intitolato “Italia addio, non tornerò”. La Pavarotti è una voce tra le più brillanti nel panorama giornalistico italiano con una lunghissima militanza al Tg5. Il docufilm della durata di 50 minuti, raccoglie le testimonianze di moltissimi giovani che hanno dovuto cercare la loro fortuna in altri paesi in Europa, in America e anche in Australia e spinge alla riflessione sulle responsabilità che hanno condotto a questa situazione, non solo i giovani ma anche le generazioni di adulti, che, loro malgrado, hanno contribuito a creare una realtà dalla quale i giovani di oggi sono costretti a scappare, secondo  una strategia che mira a umiliare l’Italia, depauperarla e minarla alle radici sgretolando  le famiglie e dividendole. Ora evidentemente qualcosa si sta muovendo per invertire la tendenza, partendo da una consapevolezza di fondo: in gioco non ci sono solo le singole esistenze di milioni di giovani, quanto piuttosto il nostro destino nazionale. Un dettaglio non da poco che deve spingere a porre il tema delle “fughe all’estero” al centro del confronto culturale e dell’azione politica.

 

Mario Bozzi Sentieri

 

 
Diversi populismi PDF Stampa E-mail

11 Giugno 2019

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Da Rassegna di Arianna del 9-6-2019 (N.d.d.)

 

Nel frangente delle elezioni europee e dei mutati assetti internazionali ci siamo persi il populismo. Era la chiave di lettura dominante fino a qualche mese fa, poi diventò sottofondo e sottinteso, adesso è scomparso dai radar del nostro tempo e del nostro lessico. Difficile ora localizzarlo e non solo perché è una massa gelatinosa e volubile. Che fine ha fatto il populismo? Di mezzo c’è stato il tracollo dei 5Stelle, il movimento populista allo stato puro, nel senso di primitivo, grezzo, puerile. Poi c’è stata la sostituzione mediatico-ideologica del populismo con categorie venute dal passato in un delirio crescente che va dal nazionalismo al fascismo e dal nazismo al razzismo. Ma non basta.

 

Ci sono due ragioni più forti che hanno decretato la trasformazione radicale del populismo. La prima, vistosa, sancita a furor di popolo, è il passaggio dalla fase fluida e puerile a una più matura, più definita, più adeguata alle responsabilità di governo. Il populismo è stato sostituito dal sovranismo, in Italia e nel mondo, che ne eredita il magma però si spinge oltre, lo delimita in precisi concetti e in spazi politici ben marcati: la sovranità dei popoli, della politica e degli stati nazionali, il senso della realtà e dei confini, la protezione economica dei popoli e dei prodotti “nostrani”, il richiamo alle tradizioni civili e religiose, la decisione sovrana, la sicurezza. Se si fa riferimento alle esperienze politiche più significative, l’arco che va da Trump a Orban e i paesi di Visegrad, passando per l’Italia di Salvini, il boom di Farage e di Marine Le Pen, fino all’India di Modi e al Brasile di Bolsonaro, il termine populismo non basta più, è insufficiente a designare il fenomeno, perché collegandosi con la tutela del primato nazionale, la politica decisionista e il richiamo civile-religioso, il populismo è rimasto un humus di base ma è diventato altra cosa.

 

C’è poi un’altra importante trasformazione del populismo che la fabbrica delle opinioni non vuol vedere pur essendo lampante: c’è un populismo parallelo ma di segno contrario rispetto a quello sfociato nel sovranismo. È il populismo pro-migranti, che si fonda sull’ideologia dell’accoglienza, sul primato degli ultimi, degli esclusi, sul pauperismo. Un populismo ecumenico, umanitario, che si potrebbe forse definire papulismo, visto il suo principale promoter, Papa Bergoglio. Non è solo la sua estrazione argentina, le sue passate simpatie peroniste, la sua tendenza anticapitalistica in favore dei diseredati e non è solo il suo leaderismo autoritario, e il suo istrionismo mediatico, tipico dei leader populisti. Bergoglio è oggi il principale esponente di un populismo ecumenico, terzomondista, in cui gli avversari sono le élite, le gerarchie, i potenti e i potentati, i benestanti egoisti di tutto il mondo, quasi come per i movimenti populisti ritenuti di destra. L’ideologia dell’accoglienza diventa l’approdo della sinistra spaesata e spiazzata, che cerca nel bergoglismo il socialismo perduto (e il cattocomunismo). Il messaggio sociale del Papa sorge dentro una prospettiva escatologica, religiosa, seppure con una forte valenza sociale ed economica. Quella religione che vede Gesù Cristo come il primo rivoluzionario e il primo martire della repressione, il precursore di Guevara e dei movimenti di liberazione, o la sintesi tra El Che e Madre Teresa di Calcutta, per citare Jovanotti. Il Cristo come l’antefatto di San Francesco, dove il populismo sposa la povertà e si colora di ambientalismo. E qui tocchiamo un altro versante più laico e “terrestre” del populismo, quello ecologista, in Italia passato inosservato alle ultime elezioni europee ma cresciuto in tutta Europa e nel mondo, sull’onda della figura-simbolo di Greta. Le sue trecce sono diventate il simbolo del populismo verde, giovanile e anticonsumista contro lo sfruttamento del pianeta ai fini del profitto. E per guida non un leader esperto ma “una di noi”, una ragazza priva di sapere ed esperienza.

 

Il populismo è tornato ad essere quel fenomeno sotterraneo e trasversale che tocca gli eredi della destra e gli eredi della sinistra, passando per gli eredi del cristianesimo e delle religioni naturalistiche; cede il passo ai sovranismi nazionali e alle ideologie dell’accoglienza, ai protezionismi economico-nazionali e alla protezione dell’ecosistema in pericolo. È l’ambiguità, anzi la polivalenza del populismo. Dico “è tornato ad essere” perché già negli anni Settanta apparve un populismo verde sull’onda della crisi energetica e poi un populismo cattolico sotto l’ala possente di Papa Woytila, gran comunicatore, anche se d’ispirazione assai diversa dal papa argentino. Questo percorso variegato e plurale del populismo insegna una cosa: il populismo è un fenomeno indeterminato e polivalente, che nasce da un incrocio tra antipolitica e iperpolitica, democrazia plebiscitaria e autocrazia, autogoverno dei popoli e leadership carismatica. Ma per assumere fattezze reali, e non restare solo allo stato gassoso di umore, di protesta e di mentalità, deve necessariamente abbinarsi a un altro elemento che lo definisce e lo solidifica: la sovranità, il richiamo nazionale e patriottico, o umanitario e religioso, ambientalista e planetario. Il populismo nasce da democrazie malate e sistemi economici ingiusti, ma non è il frutto della malattia, semmai è la reazione allergica e vitale a essa. Ma è reazione elementare, protestataria, fino a che non diventa adulto, e passa dall’asilo infantile al livello superiore. E allora smette di essere populismo.

 

Marcello Veneziani

 

 
Il cancro delle correnti nella magistratura PDF Stampa E-mail

10 Giugno 2019

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Da Rassegna di Arianna del 7-6-2019 (N.d.d.)

 

Le correnti della magistratura sono il cancro che la divora. Spiego perché. I magistrati sono assunti per fare i processi: ce ne sono di normali, di bravi e di bravissimi; gente che lavora bene, altri che lavorano bene e tanto. Ce n’è anche un certo numero che non sono bravi per niente e lavorano pure poco. Ogni tanto il Csm si chiede: quale tra loro è il più idoneo a svolgere questa o quella funzione? Chi deve essere chiamato ad occupare questo posto? E, siccome la giustizia è un servizio pubblico, non dovrebbe decidere per dare una (giusta) gratificazione personale a chi se lo merita ma per garantire alla collettività il magistrato migliore per svolgere una certa funzione. Dunque tutto dipende dalla valutazione delle capacità professionali: capacità nell’istruire o nel celebrare processi e capacità auto ed etero organizzative. Insomma dalla valutazione del «merito». La domanda naturalmente è: chi la fa questa valutazione? Come possiamo essere sicuri che sia oggettiva e competente? Il mestiere dei magistrati è delicato, il potere loro attribuito enorme, le conseguenze delle loro decisioni possono coinvolgere gli aspetti più importanti della vita politica, economica e sociale dello Stato. Dunque il problema sta nell’evitare che la valutazione possa essere inquinata da interessi personali. La Costituzione aveva trovato un sistema che, allora, sembrò buono: l’autogoverno; saranno gli stessi magistrati, eletti da tutti i magistrati, che si assumono, per quattro anni, questo compito. Tutti gli altri poteri dello Stato, politici ed economici, non possono interferire.

 

Il problema è che la «carriera» fa gola a molti; forse a tutti. Ad alcuni certamente più che ad altri. Solo che riuscire a illustrarsi per meriti giudiziari (preparazione giuridica, laboriosità, onestà, indipendenza) è complicato. La maggior parte dei magistrati è un pozzo di scienza giuridica; quasi tutti lavorano come bestie; e, quanto all’onestà e indipendenza, come le si accerta? Non è che si può declamare: io sono stato avvicinato da questo o quello che mi hanno chiesto questo e quest’altro e ho rifiutato; e, se lo si potesse, lo farebbero tutti. Quindi emergere dalla massa è complicato. C’è chi se ne frega: il lavoro, specie quello del magistrato, è davvero premio a se stesso. E c’è chi vuole fortissimamente fare carriera e cerca strade alternative che gli permettano di arrivare in cima. La strada alternativa abituale è la corrente. Cominciano da subito: si iscrivono, partecipano a convegni, gruppi di studio, manifestazioni. Parlano spesso, in molti luoghi e a voce alta. Non dicono mai io: sempre noi. Si candidano per ogni posto previsto dall’ordinamento giudiziario. I Consigli giudiziari (piccoli Csm regionali), molto potenti perché danno i pareri sull’attività professionale dei magistrati del distretto; pareri che sono trasmessi al Csm e condizionano la vita professionale del magistrato. La giunta dell’Associazione nazionale magistrati (il sindacato), il Consiglio direttivo centrale dell’Anm (mitico, il Cdc che tutto delibera). Il Csm; prima come magistrati segretari e poi, dopo la gavetta, consiglieri. Questa frenetica attività comporta alcune conseguenze. Il lavoro giudiziario passa necessariamente in secondo piano: il presenzialismo, la redazione di relazioni e pareri, la partecipazione e riunioni periodiche degli organismi in cui ci si è fatti eleggere, le campagne elettorali, tutto questo porta via un sacco di tempo; sono previsti addirittura esoneri parziali o totali dal lavoro ordinario. Insomma i magistrati finiscono con dividersi in due categorie: gli spalatori (che spalano fascicoli) e gli scalatori (che scalano la piramide degli incarichi extra giudiziari; mal contati sono circa 500). Ma, soprattutto, si creano situazioni di potere. Quelli che fanno pareri, che decidono dell’avvenire dei colleghi, che li trasferiscono o no, che gli assegnano un incarico ambito o no; questi non sono più colleghi: sono padroni. E molti pensano che essere un padrone è meglio che essere un semplice lavoratore. Da qui le correnti. Come si fa a partecipare a questa particolare specie di «carriera»? Ci si intruppa. Il gruppo organizzato (la corrente) assicura il voto: con la prospettazione (implicita, non c’è bisogno di spiegare nulla) che chi vota per la corrente ne sarà tutelato e favorito. E i due terzi dei magistrati italiani votano dunque per questa o quella corrente. Si crea un sistema di correntizzati e correntocrati che si autoalimenta. Ognuno ottiene qualcosa (un trasferimento, un incarico extra giudiziario, un posto di capo ufficio) che, forse, potrebbe ottenere anche per semplice merito personale. Ma il sistema è congegnato in modo che questo non conta più nulla: non sono le qualità professionali (magari esistenti) che contano ma l’appartenenza; e più si è scalata la corrente cui si appartiene, più il premio è alto. Insomma è una carriera costruita su qualità che con la professionalità del magistrato non hanno niente a che fare.

 

La prova? Tutti i componenti di tutti i Csm sono sempre stati associati a una corrente. Mai nessuno (nessuno) che non fosse un correntizzato ne ha fatto parte. A tutti i consiglieri uscenti il Csm successivo ha sempre conferito posti di grande importanza. Per i quali forse erano anche qualificati (in più di 40 anni ne ho conosciuti una decina); non molti ma, d’altra parte, non è ragionevole pensare che tutti, tutti i consiglieri Csm fossero professionalmente eccezionali; qualcuno (quanti?) inevitabilmente non lo sarà stato; ma ciò non è mai stato un impedimento. Vero, la regola è che ai consiglieri uscenti non può essere assegnato subito un posto direttivo; devono tornare dove stavano prima. Ma in tasca ognuno ha la sua cambiale: la riscuote dopo un anno, quando questo virtuoso termine è scaduto.

 

Basta vedere dove sono finiti i magistrati di tutti i Csm precedenti quello scaduto nel 2018 (per intenderci quello di Palamara): tutti in posti di Presidente di Sezione, di Tribunale, di Corte d’appello, di Sostituto procuratore generale presso la Corte di cassazione. Provenivano da posti di giudice semplice, di sostituto semplice (così li chiamavo io, parafrasando il noto grado militare, l’infimo, il soldato semplice). Ma questo non ha impedito a nessuno di loro di diventare almeno colonnelli, quando non generali o addirittura marescialli d’Italia. Per meriti consiliari (cioè correntizi) e senza passare dal via. Certo i Maddalena, gli Spataro, i Caselli se lo meritavano. Di quanti altri si può dire lo stesso? Come è disperatamente attuale il dialogo sicuramente esagerato del giudice Pott con il Procuratore generale della Corte d’appello di Parigi:

 

«Eccellenza mi rivolgo a lei perché è uno dei due o tre giudici che ritengo onesti.» «Ma quanti siamo esattamente, due o tre?» «Non li ho mai contati per paura di non arrivare a due» (L’esperimento di Pott, Sonzogno, 1929)

 

Bruno Tinti

 

 
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