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Il fallimento dei competenti PDF Stampa E-mail

9 Dicembre 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 7-12-2019 (N.d.d.)

 

A Piazza Pulita Concita De Gregorio - ex direttrice dell'Unità - ha spiegato in breve il senso del pensierino espresso dal caposardina Santori: "Politica con la P maiuscola significa delegare a qualcuno che è competente". Secondo Concita, il tema del MES (come dunque tutti quelli in generale di pari complessità dei trattati con l'UE et similia) dovrebbe essere lasciato ai 'competenti' (come Elsa Fornero, indicata in studio). Questa sarebbe l'essenza della democrazia: il popolo manda qualcuno 'di cui si fida' a trattare a suo nome (segue applauso scrosciante). Ora, è parte fondamentale del mondo moderno, con un'elevata divisione del lavoro, il fatto che non tutti possano occuparsi di tutto, e che sia necessario dare fiducia di volta in volta a persone che nei rispettivi ambiti di specializzazione ne sanno più di noi. Tutto ciò è fisiologico e naturale, e nessuno lo mette in discussione. Ma come si fa razionalmente a 'delegare a qualcuno di cui ci si fida'? Si valuta se si presenta bene? Se non dice parolacce? Quali sono le competenze specifiche che dovrebbero essere attribuite ad un ceto politico? Ecco, idealmente un ceto politico capace dovrebbe avere: 1) la capacità di scegliere e valutare gli specialisti cui delegare, in modo che operino nel migliore interesse del paese; 2) la capacità di comprendere le linee essenziali di ciò che fanno gli specialisti e di spiegarle alla popolazione, facendo da mediatori.

 

Bene, e quali sono le competenze specifiche che dovrebbe avere l'elettorato, il popolo, per mandare quel ceto politico a fare il suo lavoro? Idealmente il popolo dovrebbe essere in grado di valutare: 1) l'efficacia con cui il ceto politico ha delegato agli specialisti per fare gli interessi del paese; 2) il modo in cui è riuscito a farsi capire intorno a cosa si stava facendo e perché.

 

Alla luce di queste considerazioni come dobbiamo valutare le considerazioni di Concita De Gregorio? Beh, la valutazione non sembra difficile. Negli ultimi 30 anni il ceto politico che Concita sostiene è quello che ha scommesso le sue carte sull'UE, sulla disciplina dei conti, sull'austerità espansiva, sul rispetto dei trattati, e sulle soluzioni europee relativamente a crescita, debito, immigrazione, riduzione della diseguaglianza sociale, e promozione di ricerca e sviluppo. E si tratta di un ceto che ha sistematicamente, massivamente ed inequivocabilmente fallito. Dati inoppugnabili alla mano, in tutti questi ambiti l'Italia ha gravemente peggiorato le sue performance rispetto a prima. Inoltre, gli stessi dati ci dicono che l'intera Eurozona ha perso comparativamente terreno nel mondo, aggravando le situazioni già critiche e creandone di nuove (a ridere sono solo la Germania e un paio di stati satellite, punto). E tutto ciò è avvenuto senza che né il ceto politico italiano (né peraltro giornalisti come la nostra) spiegassero cosa stava succedendo: l'unica cosa che abbiamo avuto il piacere di sentire erano lezioncine su quanto eravamo 'choosy', quanto avevamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, ecc. ecc. Tanto basti quanto ai 'competenti' (tipo la Fornero, la competente di cui stiamo ancora cercando di risolvere l'incastro degli esodati; o il rassicurante ministro Gualtieri, quello che va a trattare le sottigliezze del diritto comunitario e della finanza internazionale, forte della sua laurea in lettere moderne.) Però infine Concita forse ha davvero ragione. Il popolo non sa proprio fare il suo mestiere. Se fosse davvero competente a fare ciò che gli spetta, a giudicare chi li ha governati in base ai risultati, avrebbe spazzato via questo intero ceto dirigente da tempo. E invece ce lo troviamo ancora là a farci la lezione, insieme alla stessa Concita (che la sua di competenza l'ha dimostrata traghettando il giornale che dirigeva al fallimento).

 

PS. Ah, non so se avete notato che quelli stessi che, sugli interessi dell'Italia in Europa, ti spiegano che bisogna delegare all'oligarchia dei politici competenti, poi su bazzecole come la sorte climatica del pianeta ti dicono di ascoltare una liceale svedese con l'Asperger (e qui si assiste alla transustanziazione dei 'politici competenti' in 'miopi carogne inaffidabili'.) Poi, naturalmente, siete voi che non capite, dannati analfabeti funzionali.

 

Andrea Zhok

 

 
Dopo gli anni Settanta PDF Stampa E-mail

8 Dicembre 2019

 

In Italia dopo gli anni Settanta si è andati incontro ad una rapida deideologizzazione del discorso politico che ci ha progressivamente disabituati a ragionare sulle grandi questioni e ha aperto la strada a un più miope buon senso e alla tranquillità dei buoni affari per chi ne aveva la possibilità. Ecco quindi che il più grande partito ideologico, il Partito Comunista Italiano che nel 1976 raggiunse la vetta del 34,3% dei consensi, iniziò proprio dopo quella data il suo inesorabile declino, incalzato anche dalle pessime condizioni del comunismo realizzato che sotto una pesante burocrazia umiliava le aspirazioni di molti uomini. Nel 1989 l'allora segretario del P.C.I. Achille Occhetto riuscì, attraverso l'avvio della svolta della Bolognina, e anticipando la caduta del P.C.U.S. a dar vita al Partito Democratico della Sinistra che rappresentò una vera e propria "mutazione genetica" del vecchio partito della sinistra; in cantina i valori collettivi e in grande spolvero i valori individuali, che trovavano sinergia con il nuovo scenario. La gioiosa macchina da guerra della sinistra trova quindi nei primi anni Novanta la strada sgombra verso il successo elettorale, dato che dopo tangentopoli democristiani e socialisti vanno verso il tramonto. Tuttavia in politica, come si suol dire, i vuoti vengono riempiti e lo spazio lasciato libero da democristiani e socialisti viene, in buona misura, colmato da Forza Italia, che sbarra la strada a Occhetto. Negli anni Novanta quindi i due partiti che dominano la scena politica, Pds e Forza Itala iniziano, "da sinistra" il primo e da "destra" il secondo, a convergere verso il centro; le ideologie vengono sepolte sotto continue promesse, in gran parte di benessere materiale che non sempre arriva. "La volontà di "centro" è il desiderio senile di tranquillità ad ogni costo, di insvizzerimento delle nazioni, di abdicazione storica, con cui ci si figura di essere sfuggiti ai colpi della storia", come ci ricorda Oswald Spengler. Ecco quindi l'allontanarsi della politica dalle radici dell'Italia e delle sue peculiarità e l'inseguimento del modello efficientista sia esso svizzero, nord europeo o anglosassone. Le principali tematiche da qui in avanti, se non si inverte la rotta, rischiano quindi di essere il suicidio assistito, il gender, l'eutanasia, l'educazione sessuale e non la libertà d'espressione, la natalità, la patria.

 

Riccardo Sampaolo

 

 
La libertà è combattimento PDF Stampa E-mail

7 Dicembre 2019

 

Da Appelloalpopolo del 5-12-2019 (N.d.d.)

 

La libertà è fare ciò che sappiamo e sentiamo di DOVER fare, secondo un’etica pubblica o collettiva (per esempio la religione) e secondo la nostra morale (coscienza) privata. Eccedere nell’alcool o nelle scommesse, nel fumo, nella droga e cercare il sesso fuori dal rapporto d’amore (se si ha un rapporto d’amore) non sono libertà ma vizi ossia cedimento ad impulsi che minano la libertà. Può dispiacere a noi viziosi ma è così. Voler essere imprenditori di sé stessi, vigili consumatori, assumere la mentalità severa del cliente e la perenne gentilezza commerciale con annesso sorrisino non è libertà ma adesione ad una morale privata altrui della quale altri ci persuade. Significa essere assoggettati. Vestire da pagliacci o da prostitute non significa essere liberi ma essere pagliacci o mignotte. Essere calcio-dipendenti, tele-dipendenti, social-dipendenti, videogioco-dipendenti, porno-dipendenti, sport-dipendenti non significa essere liberi ma depressi. Essere cinici non significa essere liberi – la persona libera è (deve essere) spietata, non cinica, se ricopre un ufficio pubblico – ma miserabili ed egoisti patologici.

 

Cercare e desiderare la quantità, di donne, di viaggi, di iniziative, di metri quadri, di libri, di pubblicazioni, di fans, di lettori, di ascoltatori, di “esperienze”, di conoscenze, anziché la qualità, non significa essere liberi ma superficiali e insicuri, cedere a impulsi infantili o caratteriali che minano la libertà. La libertà è dunque lotta e combattimento, contro la persuasione promossa dagli agenti del capitale, contro i vizi, contro la depressione, contro il narcisismo patologico, contro le nostre debolezze. Non c’è atto libero che non sia atto doveroso e atto di combattimento.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Una situazione palesemente eccezionale PDF Stampa E-mail

5 Dicembre 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 3-12-2019 (N.d.d.)

 

È proprio vero che la decadenza produce uomini di bassissimo valore e l’Italia, sull’orlo dell’abisso, è totalmente preda di miseri quaquaraqua che si contendono le sue disjecta membra come sciacalli bavosi su un corpo inerme. Le scene parlamentari di questi ultimi tempi non lasciano adito a dubbi. La vicenda del M.E.S., in cui maggioranza e opposizione si lanciano reciproche accuse ne è l’ennesima prova. Ovviamente, Conte, premier per volontà quirinalizia, era infido ai tempi del gialloverde e lo è anche più scopertamente adesso che tutto si è colorato di viola vergogna. Lui è di sicuro un primo ministro filo-eu ma lo era ugualmente quando Salvini lo accettò quale trait d’union tra Lega e 5S per formare il governo sedicente populista-sovranista. Dopo un po’ già capimmo che si trattava di compagine pavida, che si faceva imporre da Bruxelles di non sforare i parametri di Maastricht, i quali furono persino abbassati a maggior tutela dei signori franco-tedeschi. Ora è veramente difficile da credere che tutta la nostra libertà si giochi su un meccanismo di stabilità che semmai segnala, ancora una volta, lo sbilanciamento dei rapporti di forza (nel nostro caso di debolezza) a favore degli “imperi” centrali, i quali ammantano di mutua salvezza interessi economici specifici ai quali siamo chiamati a contribuire perennemente sotto schiaffo.

 

Ma questa eccessiva visione economicistica dei problemi internazionali comincia davvero a diventare stucchevole. Sul serio si pensa che sia il M.E.S. l’arma ferale della nostra sottomissione all’Ue? Un minimo di serietà imporrebbe una riflessione più vasta e sincera. C’è la crisi, sicuramente, ma è in primo luogo crisi di potenza dalla quale discende tutto il resto. Quest’epoca, se si vuole la salvezza dello Stato, dovrebbe diventare per noi di estremo esercizio della forza e di vocazione politica, per eliminare le quinte colonne interne che tramano in combutta con gli stranieri. Ho recentemente letto un interessante testo su Machiavelli di Michele Ciliberto. Vi è in esso una parte che sembra adattarsi alla perfezione alla nostra stagione buia, perché, in verità, ciò che ci occorrerebbe è: “un «remedio» eccezionale, extra ordinem. Pensare di farlo per vie ordinarie significherebbe non aver capito a che punto è arrivata la crisi...Le crisi... sono fatti normali, fanno parte della vicenda di qualunque corpo. Si superano con accorte terapie. Ma i momenti critici sono un’altra cosa; essi si manifestano quando uno Stato, una repubblica è prossima alla fine. In questo caso servono medicine straordinarie: in Machiavelli, la politica, la grande politica – quella connessa alla nascita o alla morte degli Stati – si situa sempre al confine tra la vita e la morte. Ci vogliono dunque farmaci forti – «eccessivi» – per curare il corpo dello Stato, quando esso si avvia alla fine per il venir meno dell’energia vitale. Se si trovano – e nel trovarli sta la grandezza del vero politico – la crisi può essere rovesciata nel suo contrario: può diventare cioè un elemento di rafforzamento e di salute dello Stato. La virtù «eccessiva» non è però di tutti: è propria del grande politico o del grande capo militare – Annibale o Pirro o Manlio Torquato, per fare qualche nome. «Capi» che spingono la «coda», cioè i loro seguaci, a conseguire obiettivi eccezionali, anche a prezzo della vita, motivandoli con la loro forza e il loro esempio come nessun altro sarebbe capace di fare. È questa la funzione delle grandi personalità nella storia, che Machiavelli ammira e valorizza al massimo”.

 

È esattamente quello che ci manca in questa situazione palesemente eccezionale in cui si ridefiniscono i legami geopolitici. I grandi uomini, quelli con visioni politiche assolute e coraggiose farebbero al caso nostro e non questo esercito di ragionieri di palazzo il quale disputa sui punti decimali e sul mantenimento della cadrega. Conte e chi gli sta intorno rappresentano l’ennesima disfatta dell’Italia ma non nutro alcuna fiducia in chi lo affronta con le calcolatrici anziché coi bastoni della lotta politica.

 

Gianni Petrosillo

 

 
La persecuzione di Assange PDF Stampa E-mail

3 Dicembre 2019

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Da Comedonchisciotte del 28-11-2019 (N.d.d.)

 

Siamo stati abituati a pensare, a suon di propaganda del regime “liberale” in cui viviamo, che la democrazia è un valore e anche ciò che ne consegue, la libertà d’opinione e la libertà di stampa, finché non ci siamo imbattuti nella storia che ha fatto cadere la maschera pirandelliana del sistema. Grazie alle rivelazioni, uniche, del giornalista e attivista Jullian Assange siamo venuti a conoscenza di informazioni di un’importanza eccezionale. Per questo, Assange da oltre 9 anni è un perseguitato politico del sistema, con la colpa di aver portato alla luce crimini di guerra Usa e i loschi affari dell’élite occidentali che governano buona parte del mondo.

 

Nel 2010 Wikileaks, il sito di archivio documentale fondato da Assange nel 2006, pubblica una raccolta di oltre 400mila documenti militari riservati statunitensi sulla guerra in Afganistan e in Iraq. Gli atti riportano informazioni sull’uccisione di civili da parte di truppe statunitensi e britanniche oltre agli abusi e torture perpetrate a danno di molti civili inermi, tale documentazione fu pubblicata anche da giornali di spicco come il Guardian, il New York Times e Der Spiegel. Nello stesso anno viene pubblicato il cosiddetto cablegate, una raccolta di 251 mila documenti inviate dalle ambasciate americane al dipartimento di stato americano, la cui diffusione non era autorizzata. Dalle rivelazioni di tali documenti venne alla luce che tutte le cancellerie occidentali, i segretari ONU, il segretario generale nella veste di Ban Ki Moon erano spiati.  Per quanto riguarda l’Italia, l’ambasciatore del tempo esprime il suo fastidio per i rapporti personali tra Berlusconi e Putin e il fastidio espresso da Berlusconi che definì provocatorie le decisioni americane di riconoscere il Kossovo e l’invito ad Ucraina e Georgia ad entrare nella NATO. […]

 

Dopo la fuga di notizie del 2010, il governo degli Stati Uniti avviò un’indagine su Wikileaks con l’accusa di spionaggio. In concomitanza di ciò la Svezia nel Novembre 2010 emise un mandato di arresto internazionale per Assange, dopo averlo interrogato mesi prima riguardo accuse di aggressione sessuale, ad oggi risultate infondate e conseguentemente ritirate dalla procura di Stoccolma. Assange apprese la notizia del mandato di cattura, si presentò negli uffici di Scotland Yard, dopo dieci giorni fu rilasciato su cauzione di £340 mila, fino al giugno del 2012 quando temendo di essere estradato con l’accusa di spionaggio si rifugiò nell’ambasciata dell’Equador a Londra ricevendo diritto d’asilo dal presidente di allora Rafael Correa, anch’egli attualmente in Belgio come rifugiato politico. Nel periodo in cui era in regime di detenzione domiciliare ad Ellingham Hall, Assange ebbe un incontro con due figure tutt’altro che secondarie, Eric Schmidt, presidente di Google e Jered Cohen, direttore di Google Ideas. Tale incontro fu riportato nel libro che Assange pubblicò nel 2013 intitolato “When Google met Wikileaks”. Jared Cohen prima di entrare alla dirigenza del think-tank di Google, faceva parte dello staff della Clinton al dipartimento di Stato americano, mentre, Schmidt oltre a far parte del Council on Foreign Realations (consiglio per le relazioni estere) è membro sia del Bilderberg che del dipartimento della difesa degli Stati Uniti. Assange riporta lo stretto legame intrinseco tra le varie agenzie di spionaggio americano che attraverso Google monitorano tutte le informazioni di qualsiasi tipo che passano attraverso la rete, inoltre, ci avverte del pericolo del monopolio dei servizi di Google, egli infatti afferma “Negli ultimi 15 anni Google è cresciuto dentro internet come un parassita. Navigazione Internet, social network, mappe, satelliti-droni, Google è dentro il nostro telefono, sul nostro desktop, sta invadendo ogni aspetto delle nostre vite: sia le relazioni personali che commerciali. A questo punto Google ha un potere reale su chiunque usi internet ovvero praticamente chiunque nel mondo contemporaneo”. Con le pubblicazioni delle e-mail sottratte al comitato del partito democratico DNC, siamo venuti a conoscenza di fatti ancora più inediti. Sulla Libia viene svelato il motivo dell’attacco e del cambio di regime ai danni del Rais Muammar Gheddafi, in quanto, avrebbe cercato con la partnership di altri stati africani di liberarsi dal giogo del FMI con la creazione di una nuova moneta panafricana, oltre a ciò, dall’email si evince che la Clinton ha usato la Libia per far arrivare armi ai Jihadisti in Siria e il coinvolgimento del gruppo La Farge, multinazionale del cemento, di cui la Clinton è stata membro del CDA, che ha sovvenzionato l’ISIS. Oltre ai contatti tra la Clinton e i Sauditi che elargivano finanziamenti alla Clinton Foundation.

 

Dal 9 Aprile 2019 è stato revocato ad Assange il diritto di asilo dal presidente Lenin Moreno, filostatunitense, abbiamo assistito, indignati, all’arresto da parte della polizia inglese, nella civilissima Londra. Il tutto è avvenuto all’interno dell’ambasciata equadoregna, da agenti in borghese che non si sono identificati, i quali hanno letteralmente trascinato all’esterno e imprigionato l’attivista australiano. Assange giudicato colpevole di aver violato la libertà vigilata è stato incarcerato a Belmarsh, soprannominata la Guantanamo britannica, prigione di massima sicurezza, con una nuova ad accusa di maltrattamenti sui detenuti. Il regime penitenziario costringe a rimanere in piccole celle per 22 ore al giorno con precaria assistenza sanitaria e psicologica. Nils Mielzer, relatore speciale sulla tortura presso l’ONU, che ha fatto visita ad Assange insieme a due medici esperti di tortura, ha confermato che probabilmente l’attivista morirà in prigione se sarà ancora detenuto a lungo. Lo scorso 25 Novembre oltre 60 medici di diverse nazionalità, con una lettera aperta al ministro dell’interno britannico Priti Patel, denunciano che il fondatore di Wikileaks soffre di problemi fisici e psicologici e che necessita di cure in un ospedale attrezzato e con personale esperto. Sappiamo che a febbraio inizieranno le udienze di estradizione degli USA dove lo attenderebbe l’ergastolo per la violazione della legge sullo spionaggio. È sorprendente notare che organizzazioni, come Amnesty International, che formalmente denunciano qualsiasi violazione dei diritti umani nei paesi classificati non liberali, non abbiamo speso una parola o organizzato delle campagne di sensibilizzazione per Julian Assange e che, dopo nove anni, sembrino timidamente pronunciare qualche parola in suo favore. Il sacrificio di Assange e la sua persecuzione ci dimostrano che, al di là delle proclamazioni sulla democrazia e sulla libertà di stampa, l’essenza della libertà non è compatibile con un sistema dove una ristretta oligarchia regna, manipola, governa, influenza miliardi di persone ignare di ciò che li circonda e che la verità è sotto i nostri occhi.

 

Soufiane Beliazir

 

 
Necessità di un nuovo Umanesimo PDF Stampa E-mail

2 Dicembre 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 28-11-2019 (N.d.d.)

 

“La meccanizzazione del mondo - scriveva nel 1953 Georges Bernanos in “Lo spirito europeo e il mondo delle macchine” – corrisponde a un desiderio dell’uomo moderno, un desiderio segreto, inconfessabile, un desiderio di degradazione, di rinuncia”. Ancora oggi, agli albori dell’Evo 4.0 le intuizioni di Bernanos, pensate a misura del macchinismo industriale, appaiono tutt’altro che datate. Apparentemente più pulito e meno invasivo, il tempo degli algoritmi offre spunti inquietanti sulla via della “rinuncia”.  Finché, attraverso le nuove applicazioni tecnologiche, l’uomo può togliersi lo sfizio di giocare a scacchi col robot o provare il brivido dell’automobile senza conducente, siamo ancora nell’ambito delle curiosità tecnologiche. Quando però gli algoritmi tracimano nel privato e nel mondo dell’organizzazione del lavoro, iniziando a dettare legge, il tema si fa serio. Gli esempi non mancano.

 

È di questi giorni la notizia che Deutsche Bank, il primo istituto bancario tedesco e tra i leader in Europa, sta usando l’Intelligenza artificiale e gli algoritmi più sofisticati per rimpiazzare posti di lavoro. A sparire 18 mila dipendenti, che saranno sostituiti da robot ed algoritmi destinati a svolgere attività di rendicontazione, invio di e-mail e report ai clienti del segmento azionario. Non si tratta di un esempio isolato. Nel settore della finanza e delle assicurazioni sono già attivi   i robo-advisor, in servizi di consulenza e di investimento. Anche nei prestiti l’utilizzo degli algoritmi è già presente per rilevare il livello di rischio di un cliente e dell’opportunità quindi di concedere un finanziamento. Il potere delle nuove tecnologie non si limita però al solo settore dei servizi. Nelle fabbriche 4.0 sono gli algoritmi a controllare la produzione, l’orario, il ritmo delle linee, le pause, i carichi di lavoro. A dettare legge è il Mes, Manufacturig Execution System, un modello matematico che consegna gli ordini di lavoro alle linee e tiene traccia di ogni azione dell’operaio attraverso scanner ottici, codici a barre, tablet. Il programma è matematico, “neutrale” e quindi indiscutibile. Ed ancora, è l’algoritmo a selezionare i manager, attraverso colloqui con un computer che “spia” mimica e tono di voce. Non siamo in un film di fantascienza. È la realtà di HireVue un programma, già operativo negli Stati Uniti presso grandi aziende e multinazionali, in grado di monitorare circa 15 mila tratti di una persona, compresi la scelta del linguaggio, i movimenti dell’occhio, la velocità di risposta e il livello di stress. Domina la macchina, ai cui “parametri” i candidati debbono adeguarsi, senza possibilità d’appello: tutti uguali e standardizzati, secondo gli orientamenti di software che riflettono i pregiudizi di chi li ha creati e si alimentano di big data forniti dagli stessi.

 

La partita – ci dicono i “profeti” del “Nuovo Mondo” – è agli inizi. Proprio per questo è urgente prendere coscienza della sfida in atto, dei reali rapporti di forza, soprattutto culturali, attivando le doverose “contromisure” sociali. Dobbiamo insomma cominciare ad abbandonare ogni “rinuncia”, iniziando a fissare dei discrimini e a porre delle domande: la tecnologia è moralmente neutra? La base razionale dei nuovi “mezzi” esclude l’etica?  Dove cercare il limite? L’efficienza può essere il solo “valore” di riferimento?  Possiamo continuare a restringere gli spazi della giustizia sociale nel nome del profitto?   

 

Non sono quesiti facili, né di facile risposta. A noi piace sottolineare come, ben al di là delle nuove tecnologie, ci sia sempre una dignità dell’uomo-lavoratore non solo da salvaguardare, ma da esaltare.  Di un nuovo Umanesimo c’è dunque bisogno. Di un Umanesimo del lavoro e della tecnica, che sappia coniugare modernità e consapevolezza, sfide nuove e spiritualità profonda.  “Non si tratta di distruggere le macchine, si tratta – per dirla ancora con Bernanos – di rialzare l’uomo, cioè di restituirgli la fede nella libertà del suo spirito, assieme alla coscienza della sua dignità”. Di fronte a questi principi non c’è algoritmo che tenga. La sfida è aperta.

 

Mario Bozzi Sentieri

 

 
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