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Stupisce che ci siano ponti che restano in piedi PDF Stampa E-mail

18 Agosto 2018

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All’articolo di Barnard si fa seguire un commento di anonimo, perché contribuisce alla completezza dell’informazione e offre ulteriori spunti di riflessione, dopo quelli suscitati dall’articolo di Torresani (N.d.d.)

 

Da Comedonchisciotte del 16-8-2018 (N.d.d.)

 

Perché il ponte Morandi era in mano ai Benetton? Risposte:

 

“Il 7 febbraio 1992, veniva firmato il Trattato di Maastricht, che entrerà in vigore l’anno successivo, nel 1993. Il ’93 è l’anno in cui il governo Ciampi istituisce il Comitato Permanente di Consulenza Globale e di Garanzia per le Privatizzazioni; sempre in quell’anno gli accordi del ministro dell’industria Paolo Savona* con il Commissario europeo alla concorrenza Karel Van Miert e quelli del ministro degli Esteri Beniamino Andreatta con Van Miert, impegnano l’Italia a fare la messa in piega alle aziende di Stato perché divengano appetibili per gli investitori privati”. “A partire dal governo Ciampi del ‘93, come si è detto, le tappe furono serrate: 1) i già citati accordi Italia-Van Miert, che stipulavano la ricapitalizzazione della siderurgia italiana a patto che la si privatizzasse, e l’azzeramento del debito delle aziende di Stato per lo stesso fine, cioè la svendita ai privati. 2) 1997-2000, il grande salto nella svendita dei beni pubblici col centrosinistra, che stabilisce il record europeo delle privatizzazioni (ENI, S. Paolo Torino, Banco di Napoli, SEAT, Telecom, INA, IMI, IRI con SME, Alitalia, ENEL, Comit, Autostrade ecc.)”. “L’Italia doveva farsi la messa in piega, svendersi cioè ai capitali privati, pena l’esclusione dall’euro, come stipulato nero su bianco dagli accordi del Comitato Permanente di Consulenza Globale e di Garanzia per le Privatizzazioni di Ciampi e celebrato poi dal Libro Bianco delle privatizzazioni di Vincenzo Visco”.

 

È così che il ponte Morandi finì poi nelle mani di uno scherano speculatore privato e con termini di concessione scandalosi ma pienamente approvati da Bruxelles nel suo furore d’imporre le privatizzazioni all’Italia che ambiva ad entrare nell’Eurozona. Da allora:

 

Lo Stato italiano perse ogni possibilità di tutelare l’Interesse Pubblico nella maggioranza degli snodi di sopravvivenza vitali dei suoi cittadini. E qui trovate i veri colpevoli di questa strage, perché… è compito dello Stato vigilare in prima istanza, e CON SPESA SOVRANA, sui propri figli e se esso abdica a queste prerogative, la prima colpa di catastrofi come questa è sua, e in particolare della forza sovranazionale che gli impose quella ignobile abdicazione. Infatti… i Benetton sono entità speculative private, e quando gli speculatori sono lasciati liberi di agire da uno Stato evirato, non puoi né devi aspettarti alcun riguardo per le vite umane. Gli speculatori privati sono bestie da millenni, e tali rimarranno in eterno. Gli Stati moderni nacquero proprio per controllarli, ma per farlo devono rimanere SOVRANI. Noi fummo evirati quel 7 febbraio 1992. Quindi ripeto con forza…se lo Stato mette nelle mani di speculatori privati gli snodi di sopravvivenza vitali dei suoi cittadini – come la Sanità o le Infrastrutture essenziali – ma sa di non aver più i mezzi sovrani per COSTRINGERLI all’INTERESSE PUBBLICO, esso è scientemente complice della loro immoralità da profitto, e quindi è il primo colpevole dei conseguenti drammi. Ma… lo è ancor più lo strapotere a Bruxelles che ve lo costrinse. E allora chi ha uno straccio di morale non si nasconda dietro ai cavilli di certa stampa: la responsabilità materiale e morale per i (tantissimi) morti che sono seguiti a quella CRIMINALE ESAUTORAZIONE di uno Stato sovrano sono solo di chi la volle in Europa, e dei ‘padri’ italiani dell’euro.

 

* Paolo Savona a quei tempi fervido architetto del “privato è meglio, lo Stato non spenda”, nonché membro dell’Aspen Institute assieme a John Elkann, Mario Monti, Emma Marcegaglia, Giulio Tremonti, Enrico Letta, Romano Prodi, Giuliano Amato, Corrado Passera, et al.

 

(I virgolettati sono tratti dal volume Il Più Grande Crimine, Paolo Barnard, 65 note bibliografiche, MABED Ed. 28 agosto 2013, Amazon Media EU S.à r.l.)

 

Paolo Barnard

 

 

 

Ottimo articolo, finalmente, di Barnard, l'analisi di uno dei fattori del crollo è buona...ma è parziale e nel suo pezzo c'è solo un aspetto del problema Italia, problema trasversale tra pubblico e privato, configurabile come associazione a delinquere tra pubblico e privato. Spesso scrivo qui anche su temi dove sono ignorante (dico la mia giusta o sbagliata che sia poco mi importa) ma questo degli appalti pubblici era il mio settore e posso spiegarvi che passare dal pubblico al privato o dal privato al pubblico, non cambia nulla, gli speculatori, come li chiama Barnard, io userei il termine delinquenti, sono parimenti distribuiti ed operano in regime di collaborazione. Partiamo dall'inizio, piano Marshall, soldi "Americani" costruttori, progettisti e fornitori, furono tutti coloro che favorirono lo sbarco americano (Andreotti e Lucky Luciano...due a caso ) se passate su un ponte costruito con quei soldi, se abitate in una casa di quell'epoca o mandate i vostri figli in una scuola edificata con i soldi del piano Marshall o comunque della prima repubblica…state preoccupati, fu un grande mangia mangia, una corsa al risparmio di ferro, cemento, con utilizzo di sabbia marina salata perché quella dei fiumi costa/va cara e ce ne è poca ( il sale si mangia sia il ferro che il cemento, ne sa qualcosa chi vive vicino al mare)...Se siete preoccupati vi tranquillizzo, la prima repubblica è finita ma la seconda in fatto di mangia mangia non è seconda alla prima... oggi, invece, il cemento e la movimentazione terra (scavi) sono ancora nelle mani esclusive degli eredi di Lucky, ed in più hanno ottenuto che gli appalti pubblici, anche quelli di manutenzione delle strutture esistenti, si fanno con la formula del massimo ribasso, quindi si escludono le ditte serie, le quali non ci stanno dentro con i prezzi, e si favoriscono le ditte delinquenti, le quali comprano (il più delle volte) o minacciano (non serve quasi mai), i direttori dei lavori tecnici e politici. Da tale andazzo, si può comprendere che lo stupore non dovrebbe essere per il ponte di Genova crollato ma per tutti gli altri che restano in piedi anche se più recenti.

 

ton 1957

 

 

 

 
Esercito di popolo PDF Stampa E-mail

17 Agosto 2018

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Da Comedonchisciotte del 15-8-2018 (N.d.d.)

 

La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici. L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica. (Costituzione, art.52)

 

A dispetto che me ne verranno alcune ragionate obiezioni e un mucchio di biecamente strumentali anatemi (reazionario, nazionalista, sovranista, populista, rossobruno e via nella scia del sinistro sinistrismo), sento l’urgenza di inserirmi con due parole nella diatriba scatenata da Salvini con la proposta di tornare al servizio di leva obbligatorio, militare o civile. Per otto mesi. Io ne feci 18 e se parto da me non è per il narcisismo di coloro che trattano il mondo come se fosse una giostra di calcio in culo dove tutto è mosso dal perno centrale e gli ruota intorno e quel perno sarebbero loro. […]…

 

Quello che ho, abbiamo, hanno vissuto nei 18, poi 12, mesi di leva militare, mi fanno dire che Salvini, per una volta, ha ragione. E un forte sostegno alla sua ragione gli danno coloro che il servizio di leva lo abolirono: D’Alema, caporale Nato in Jugoslavia, nel 1999 ne ventilò la fine, Berlusconi nel 2004 la sancì. Bei tipetti, ottimamente motivati. Dalla Nato. Che tutto propone, pone e dispone nel nostro paese. Un processo avviato e poi imposto a tutti i paesi del giro che aveva iniziato a muoversi verso la fine della sovranità popolare, della democrazia, della pace. Quelli di Stay Behind, Gladio, che avevano mosso le pedine De Lorenzo, Borghese, Gelli e stragisti vari, per un “regime change” in salsa yankee, che allontanasse il PCI dal potere, si erano resi conto che con quattro guardie forestali, un manipolo di ufficiali di medio rango, qualche poliziotto e qualche Delle Chiaie, si andava per fichi. Che ci sarebbe voluto l’esercito, l’aeronautica, la marina, o almeno grossi pezzi di questi. Ma con un esercito di leva, cioè di cittadini di tutti i colori, perlopiù portati alla pace e alla vita senza avventurismi di sapore fascista, ovviamente niente da fare. E neanche per mandare Giulio il bracciante, Oreste lo studente di architettura, Mario l’operaio Fiat, Riccardo l’infermiere, Palmiro il giornalista di Paese Sera a sparare e farsi sparare in Russia, Serbia, Iraq, Sud Tirolo. Ci sarebbero voluti i volontari, i professionisti, i mercenari. Quale mamma avrebbe potuto presentarsi all’ufficio di leva per strappare il figlio, autodeterminato a fare la guerra, dalle grinfie del maresciallo reclutatore? Questa è la considerazione basilare per porre fine al turpe allevamento di carne da cannone e di combattenti, in casa e fuori, per il Nuovo Ordine Mondiale dell’élite dollarocratica, a difesa dei confini della patria tra Herat, Mogadiscio, Baghdad, Tripoli e dove cazzo la famiglia Rothschild e i suoi salottini Trilateral, Bilderberg decidono di avanzare verso quel nuovo ordine. Poi ce ne sono altre che con le guerre e armi c’entrano poco o punto. Pensate a otto mesi in cui ragazzi tra i 18 e i 25 anni possono tirare fuori lo smartphone solo la sera, in libera uscita. A questi giovanotti coccolati e rimpinzati dalla famiglia fino a 40 anni (mica per colpa loro, s’intende) senza mai dover subire l’affronto di un monte fisico o psicologico da superare, una difficoltà da contenere o raggirare, un sopruso da subire senza farsene abbattere. Senza mai aver dovuto affrontare un forte disagio ambientale, umano, morale, costretti a convivere anche all’ingiustizia senza poterla scaricare su altri, ma dovendola condividere.

 

Ecco condividere. Fare comunità. Da iperindividualisti che si era e come vorrebbero che fossi: mors tua vita mea, competere non cooperare. Ritrovarsi in un destino comune, anche se solo temporaneo. Con gente che altrimenti avresti incontrato mai, con la quale mai avresti pensato di dover, poter, condividere alcunché. Il siciliano e quello della Valsugana, l’umbro e il leccese, quello che rientra dal laboratorio genetico di Londra e quello del Rione Sanità. Il musicista e l’impiegato di banca, lo studente e il figlio del contadino lucano, lo stronzo e il simpatico. E dove tutto quello che hai alle spalle non conta nulla, e tocca remare: siete nella stessa barca, branda, taverna, camera di punizione, guardia alla polveriera, mangiate lo stesso rancio, condividete frustrazioni, attese e resistenze. L’uguaglianza sociale sta lì e si rivela ottima cosa. Stai lì per la collettività. Dice che oggi l’esercizio delle armi è a livelli tecnologici tali che in otto o 10 mesi non si combina nulla. A parte il fatto che non è vero e che le tecnologie militari e militariste sarebbe bene riconvertirle, anziché misurare l’angolo di impatto del missile sulla base del frattale che si aggira tra il tuo schermo e il satellite, o piuttosto che bardarti di macchinari con cui colpire quella che sembra una famiglia al matrimonio, ma è un’accolita di terroristi, sarebbe bene imparare come intervenire su un argine rotto dall’esondazione. Su un terremoto. Un esercito di popolo non sarebbe neanche quello che abbiamo conosciuto nei decenni del dopoguerra, sempre intriso di quell’impostazione gerarchica senza basi valoriali civiche e consenso legittimante. Noi di Lotta Continua, con l’organizzazione “Proletari in divisa”, ci impegnammo a fondo negli anni ’70 per strappare alla politica e all’apparato militare sclerotizzato su concetti addirittura pre-napoleonici, il diritto a spazi democratici e di autodeterminazione dei soldati. L’idea, da riproporre oggi per un’eventuale nuova leva, militare o civile, è quella dell’intima connessione tra forze armate e società civile, territorio, istanze e bisogni popolari. Un esercito scuola di costruzione della democrazia a partire dai suoi cittadini organizzati in servizio di leva, dalla compartecipazione di militari, comandi e politica nelle decisioni riguardanti attività di difesa e di intervento nelle problematiche nazionali, nell’assoluto rispetto dell’art.11 della Costituzione. Per cui missioni all’estero, che non siano per aiutare a estrarre persone da sotto le macerie del terremoto in Iran o nelle Filippine, neanche a sognarle. Io che, per i casi della vita, avevo colorature e marcature tedesche profonde, da militare ho scoperto gli italiani e mi sono scoperto uno di loro. A livello personale avevo fatto come Garibaldi, l’unità d’Italia. E non salti ora fuori il solito rampognoso a parlarmi delle nequizie dei garibaldini, del Mazzini e del Garibaldi massoni (altra massoneria quella), magari pagati dagli inglesi (e bene fecero), dei Savoia chiaviche colonialiste, dei briganti del Sud e degli ottimi Borbone. Tutto giusto, ma l’unità d’Italia andava fatta, storicamente, moralmente, politicamente, economicamente, culturalmente. Lo chiedeva la sua lingua. L’avevano chiesto Dante e Leopardi. L’hanno chiesta quelli delle repubbliche insorte da Roma a Napoli a Milano, a Venezia. E chiedono di conservarla, mantenerla, coltivarne le radici, senza le quali non si hanno fioriture e passa il glifosato mondialista. Quello che non fa prigionieri. Un tempo la battaglia per l’esercito di popolo e contro il mercenariato dei professionisti la combattevano quelli che la pensavano come il mio compagno carrista Marcello. Quelli che sono contro l’esercito di popolo sono anche quelli che inneggiano alla cessione della sovranità di popolo a Juncker e a Draghi. Diceva Calamandrei, oggi ricordato dal “Fatto Quotidiano”: “L’esercito di popolo, questo è Garibaldi”. La cui rivoluzione non poteva essere un pranzo di gala. Poteva essere fatta meglio. Come ogni cosa. Ma guai se non ci fosse stata.

 

Fulvio Grimaldi

 

 
Abbandonare i progetti megalomani PDF Stampa E-mail

16 Agosto 2018

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Appena ho visto le terribili immagini del crollo del Ponte Morandi di Genova, il mio pensiero è corso all' Estonia. Giustamente i lettori del blog si chiederanno: è impazzito costui? Ha preso una traveggola da colpo di sole agostano, in attesa dei temporali? Che c' entra il Paese Baltico con la immensa tragedia che ha colpito Genova, l'Italia intera? Non sono impazzito, non ho preso colpi di sole, ho fatto soltanto alcuni impietosi paragoni tra un Paese efficiente ed avanzato e un Paese rimasto fermo al Giurassico. Con tutte le conseguenze del caso, compreso il fatto che il suddetto Paese stia letteralmente cadendo a pezzi per obsolescenza. Negli ultimi dieci anni, terremoti e cedimenti strutturali di ponti, viadotti, incidenti di treni su linee a binario unico, da Nord a Sud, alluvioni e dissesti idrogeologici largamente evitabili hanno provocato danni immensi e centinaia e centinaia di perdite di vite umane: ad ogni disgrazia, le inchieste hanno puntualmente dimostrato abusivismi, materiali vecchi e scadenti, infrastrutture superate, superficialità di costruzione, mancanza di manutenzione, malaffare e chi più ne ha più ne metta.

 

Adesso si scopre che il Ponte Morandi era "osservato speciale", che da anni montavano le polemiche sulla sicurezza e si parlava di una "gronda autostradale" sostitutiva. Quel ponte venne costruito tra il 1963 e il 1967: paragonati ad oggi, i tempi di costruzione e di collaudo statico furono velocissimi; ne consegue che dal 1967 ad oggi l'Italia ha fatto come i gamberi, passi indietro e non avanti: siamo rimasti fermi agli anni Novanta, ma che dico Novanta, agli anni Ottanta ad essere generosi. A parziale scusante va detto che dal '63 al '67 l'Italia aveva piena sovranità monetaria (leggi: la Lira) e non era succube del "debito" e dei "Mercati" e che il Paese in sé, nonostante tutto, aveva energie e voglia di fare oggi sconosciute. Oggi, per la "gronda autostradale", ammesso e non concesso che si trovino i soldi, servirebbero dieci anni minimo, al netto dei comitati "No Gronda", delle indagini antimafia sugli appalti e altro. Ebbene, in Estonia, per aprire una qualsiasi fesseria di attività, dal negozio alla start-up all' industria, servono 18 minuti. Sì, avete capito bene: 18 minuti, non 18 giorni! La burocrazia quasi non esiste, i processi civili e penali sono tra i più veloci del mondo (per una pratica amministrativa serve un mese in media, in Italia anni) e spesse volte non servono neppure gli avvocati e i cancellieri di Tribunale, perché la documentazione la invii direttamente in PDF sul sito del Ministero della Giustizia. Se in Italia i ponti cadono, in Estonia si costruiscono e con tecniche di avanguardia, in pochissimi mesi. Infatti l'Estonia va avanti e noi andiamo indietro.

 

E si badi bene che questo è un gap difficilissimo se non impossibile da recuperare: si è potuto recuperare il tempo perduto tra XIX e XX secolo su Gran Bretagna e Germania all' epoca di carbone, ferro, elettricità e acciaierie ma davanti alla "quarta rivoluzione industriale", il gap è incolmabile, perché la digitalizzazione, la robotica e l' informatizzazione di massa sono sottoposte tra l' altro alla legge di Moore che fa crescere esponenzialmente i processi, sicché il solco ogni sei mesi anziché diminuire, aumenta. Diciamolo in parole povere, senza tanti preamboli: siamo ormai un Paese fottuto, perdente, destinato al declino e ad essere tagliato fuori dal secolo. Un Terzo Mondo d' Europa, con qualche eccellenza di base che ci fa illudere, per un attimo, di essere come gli altri, salvo poi ritornare alla realtà quando i ponti crollano, ogni pioggia fa alluvioni e allagamenti (colpa dell'abusivismo, non del clima come vogliono far credere) e una scossettina di terremoto fa crollare paesi interi, laddove all' estero nemmeno sarebbe menzionata. E quando le poche eccellenze di base non avranno più interesse a stare in Italia, saremo Terzo mondo a tutti gli effetti. Siamo quindi fottuti, perdenti, tagliati fuori dalla Storia.

 

Potrebbe essere un male come potrebbe essere anche un bene, considerando come stanno evolvendo (in peggio) il progresso e la civiltà umana (ancora per poco "umana", di questo passo). In effetti è triste vedere, in Estonia, insegnare i rudimenti di robotica all' asilo o corsi estensivi di excel in seconda elementare: l'Estonia rischia di diventare "virtuale" nel vero senso della parola, perché il tanto decantato progresso ha sempre un lato oscuro, molto oscuro della medaglia.

 

In conclusione si può essere perdenti in due modi: con disonore e con dignità. Ebbene, vediamo di esserlo con dignità, il che significa accantonando tutti i progetti megalomani di grandi opere e rimettendo in sesto le dozzine di ponti Morandi che vi sono in Italia, riammodernando la rete ferroviaria -non serve l'Alta Velocità con 16.000 km di linee, ma l'ammodernamento di tutta la Rete- e tutelando meglio il nostro povero ambiente bistrattato, ambiente e habitat che non ha nulla da invidiare al resto del mondo e in primis all' Estonia. Vediamo di riprendere in mano le nostre vere eccellenze -agricoltura, artigianato di qualità inserito in reti o cooperative di imprese sul territorio, turismo di qualità e d' arte, così diverso dal turismo cafone e distruttivo che stiamo incentivando-e di mettere a profitto queste nostre eccellenze. Lasciamo perdere le opere faraoniche, le "gronde", i "valichi", che tanto una volta che saranno finite verranno ad essere inutili stante il decadimento italiano sulla sfera mondiale e piuttosto mettiamo in sicurezza il nostro bellissimo ma fragile territorio, i ponti, le strade.

 

Chiudo con l'ultimo rimbrotto ai "Giallo-Verdi": voi parlate sempre di miliardi di euro per questo e quello e quell' altro, come fossero casse di bottiglie d'acqua minerale...ma volete spiegare agli italiani dove andrete a prenderli, senza sovranità monetaria, in un Paese che acquista a debito moneta da un Ente privato (la BCE) e la deve restituire con gli interessi?

 

Simone Torresani

 

 
L'Europa fra Soros e Bannon PDF Stampa E-mail

15 Agosto 2018

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Da Comedonchisciotte del 13-8-2018 (N.d.d.)

 

Scrive Eric Zuesse, su strategic-culture.org, che due schieramenti politici, uno guidato da George Soros, e l’altro creato dal nuovo arrivato Steve Bannon, sono entrati in competizione per il controllo politico dell’Europa. Soros ha guidato a lungo i grandi capitalisti liberals americani per il controllo dell’Europa, e Bannon sta ora organizzando una squadra di miliardari conservatori per strappare la vittoria ai liberals. Quindi le due fazioni di ‘filantropi’ ora combatteranno per il controllo del consenso politico e delle istituzioni europee. Faranno però fatica a mantenere l’Europa come alleata nella guerra contro la Russia, ma ogni squadra lo farà da prospettive ideologiche diverse. Proprio come esiste una polarizzazione politica liberal-conservatrice tra capitalisti all’interno di una nazione, c’è anche un’altra polarizzazione tra capitalisti riguardo alle politiche estere della loro nazione. Nessuno di loro è progressista o populista di sinistra. L’unico ‘populismo’ che attualmente ogni capitalista promuove è quello della squadra di Bannon. Comunque entrambe le squadre si demonizzano a vicenda per il controllo del Governo degli Stati Uniti, e a livello internazionale per il controllo del mondo intero, opponendo due diverse visioni del mondo: liberale e conservatrice, o meglio globalista e nazionalista. Entrambi poi dicono di sostenere la ‘democrazia, ma invece promuovono la diffusione della “democrazia” attraverso l’invasione e l’occupazione di Paesi “nemici”. […]

 

La sovranità di una nazione appartiene al popolo che la abita, secondo “il diritto all’autodeterminazione dei popoli” enunciato dal presidente Woodrow Wilson in occasione del Trattato di Versailles (1919). Di conseguenza, mentre un’autentica rivoluzione dei residenti all’interno di un paese, per rovesciare e sostituire il loro governo, o un voto per la secessione, possono essere legittimati e riconosciuti dal principio di sovranità nazionale, nessuna invasione straniera lo è (e questo include anche qualsiasi ‘rivoluzione colorata’). Ciò significa che il concetto di sovranità nazionale è fondamentalmente estraneo alla cultura liberal. […] Gli Stati Uniti sono ora un impero a tutto campo, controllano non solo le aristocrazie capitalistico finanziarie in alcune repubbliche delle banane come il Guatemala e l’Honduras, ma anche quelle dei Paesi più ricchi come la Francia, la Germania e il Regno Unito.

 

Questa visione fu ampiamente promossa tra il 1877-1902 dal fondatore del Rhodes Trust, Cecil Rhodes, un razzista autodichiarato che sosteneva appassionatamente quanto tutte le “razze” fossero subordinate alla “prima razza”: gli inglesi. In tempi più recenti, George Soros ha condiviso questa visione, giustificando l’aggressione straniera in un Paese dalla “comunità internazionale” per proteggere “la sovranità popolare” di quel Paese. Il che è da manuale di logica democratica. Al contrario Vladimir Putin afferma che nessuno straniero ha il diritto di invadere un altro Paese, contro Soros, che afferma che “la comunità internazionale” ha invece l'”obbligo di invadere”, ogni volta e ovunque decida di farlo. In pratica la proposta di Soros si riduce a polarizzare e rendere irrilevante l’ONU, per rafforzare l’imperialismo internazionale. Due visioni del mondo totalmente diverse, perché l’Occidente chiama “sequestro” e “invasione” della Crimea da parte della Russia nel 2014, negando il fatto che gli abitanti della Crimea possano avere il diritto di decidere. Il punto di vista di Vladimir Putin è stato espresso tante volte, in così tanti contesti diversi, e sembra essere sempre lo stesso, cioè che le uniche persone che hanno un diritto sovrano in qualsiasi luogo della terra, sono le persone che vivono su quella terra. In altre parole, la sua visione di base sembra un rifiuto del concetto stesso di impero. Sebbene i grandi capitalisti siano riusciti, durante la prima Guerra Fredda, a ingannare il pubblico sul loro progetto di eliminare completamente il comunismo,  George Herbert Walker Bush aveva chiarito, nella notte del 24 febbraio 1990, ai capi degli alleati stranieri dell’aristocrazia statunitense del capitale, che l’obiettivo reale era la conquista del mondo, e fino a quel momento  la Guerra Fredda sarebbe continuata in gran segreto, magari non più secondo una rivendicazione anti-comunista, ma soprattutto in chiave anti-russa. Ed è quello che accade oggi, non solo nel Partito Democratico, e non solo nel Partito Repubblicano, e nemmeno solo negli USA, ma in tutta la loro alleanza. Tutta la propaganda americana presenta sempre gli USA come la “parte lesa” contro “gli aggressori” (Iraq, Libia, Siria, Iran, Yemen, Cina), tutti gli alleati (o anche solo gli amici) della Russia sono gli “appestati”, “aggressori” o sono “dittature” o comunque “minacce per l’America”, considerata l’unica vera “Grande Democrazia”. In verità è un impero di notevoli proporzioni, storicamente senza precedenti, perché domina tutti i continenti. Basta sostenerlo e si è ben accolti sui principali mezzi di informazione. Questa è la “democrazia” americana. Naturalmente gli articoli critici non vengono qualificati vero “giornalismo” in USA, vengono invece screditati come “blogging”.

 

Dopo la seconda guerra mondiale, il potere imperialistico USA prese il controllo economico dell’Europa occidentale con il Piano Marshall e, successivamente, dopo il crollo economico dell’Unione Sovietica, le mire di conquista si diressero verso tutta l’Europa. Lo hanno fatto non solo espandendo la NATO dopo il 1990 (il Patto di Varsavia era scomparso), ma anche attraverso l’Unione Europea, creata negli anni ’50 in prospettiva anti-russa e anti-comunista. Il loro vero obiettivo era la conquista, prima degli alleati della Russia, e poi, in ultima analisi, della Russia stessa, per completare così la conquista globale. La concessione da parte di Mikhail Gorbaciov dell’unificazione della Germania e della fine delle Guerra Fredda, fu patteggiata con la promessa che la NATO non si sarebbe estesa di “un pollice verso est”. Significava che l’America non avrebbe cercato di piazzare i suoi missili nucleari proprio oltre i confini della Russia, abbastanza vicino a Mosca da poter lanciare un attacco nucleare lampo. Il segretario di stato James Baker aveva fatto questa promessa a Gorbaciov, che avrebbe posto fine alla guerra fredda dopo 46 anni. La Russia mantenne quindi la sua parte del patto: demolì il muro di Berlino, permise l’unificazione della Germania. Ma, contravvenendo alla promessa fatta, gli Stati Uniti e i loro alleati non misero fine alla loro guerra contro una Russia ormai libera. Invece, nel corso degli anni, l’alleanza della NATO assorbì, una per una, le ex nazioni membro del Patto di Varsavia, e tuttavia bocciò l’apertura alla Russia. La NATO si espanse verso est, fino ai confini della Russia, esattamente l’opposto di ciò che aveva promesso. Il continuo desiderio della Russia di aderire alla NATO è stato semplicemente respinto, poi nei decenni seguenti, la NATO ha assorbito praticamente tutto l’ex Patto di Varsavia, ma anche in Medio Oriente, a volte con la complicità dei loro alleati europei e/o fondamentalisti-sunniti, ha invaso direttamente altri Paesi, come in Iraq 2003, ha bombardato altre nazioni, come in Libia 2011, e in Siria 2011, fino alla minaccia attuale della nazione sciita alleata della Russia, l’Iran. Quindi mentre la Guerra Fredda si è conclusa da parte della Russia, ha invece segretamente continuato (e continua) da parte dell’America, anzi la guerra americana contro la Russia si è recentemente intensificata, e solo l’avvento di Trump e il summit di Helsinki sembra aver segnato un cambiamento di marcia.

 

L’annuncio pubblico di questa nuova guerra da parte dei grandi capitalisti americani per il controllo dell’Europa è apparso il 20 luglio 2018 sul sito neocon statunitense, ovvero pro-imperialismo The Daily Beast (pro-Soros, anti-Bannon). Dunque Steve Bannon progetta di contrastare George Soros e di scatenare una rivoluzione di destra in Europa. L’ex consigliere capo della Casa Bianca di Trump infatti ha dichiarato che sta creando una fondazione in Europa chiamata “The Movement”, che possa guidare una rivolta populista di destra in tutto il continente a partire dalle elezioni del Parlamento europeo la prossima primavera. La non-profit sarà una fonte centrale di sondaggi, consigli sulla messaggistica, targeting dei dati e ricerca di think-tank per un malessere di destra che si sta diffondendo in tutta Europa, in molti casi senza strutture politiche professionali o budget significativi. L’ambizione di Bannon è che la sua organizzazione alla fine rivaleggi con l’impatto acquisito dalla Open Society di Soros, che ha impiegato $ 32 miliardi per cause liberaliste da quando è stata fondata nel 1984. Durante lo scorso anno, Bannon aveva tenuto colloqui con gruppi di destra in tutto il continente da Nigel Farage e membri del Front National di Marine Le Pen (recentemente ribattezzato Rassemblement National) in Occidente, all’Ungherese Viktor Orban e ai populisti polacchi in Oriente. Bannon immagina di poter attivare un “supergruppo” di destra all’interno del Parlamento europeo che potrebbe attrarre fino a un terzo dei legislatori dopo le elezioni europee del prossimo maggio. Un blocco populista unito di quelle dimensioni avrebbe la capacità di interrompere seriamente i procedimenti parlamentari, potenzialmente garantendo a Bannon un enorme potere all’interno del movimento populista. Dopo essere stato costretto ad abbandonare la Casa Bianca a seguito di dispute interne, che sarebbero poi emerse nel libro di Michael Wolff “In Fire and Fury: Inside the Trump White House“, Bannon ora si sta godendo l’opportunità di tracciare il suo nuovo impero europeo… “Preferirei regnare all’inferno, piuttosto che servire in paradiso”, ha detto, parafrasando il Satana del “Paradiso perduto” di John Milton. […] La sede centrale del Movimento dovrebbe trovarsi a Bruxelles, dove inizieranno ad assumere personale nei prossimi mesi. Si prevede che ci saranno meno di 10 dipendenti a tempo pieno prima delle elezioni del 2019, con un esperto di sondaggi, un addetto alle comunicazioni, un responsabile dell’ufficio e un ricercatore tra le posizioni. Il piano è di farli salire a più di 25 persone dopo il 2019 se il progetto sarà un successo. Bannon prevede di trascorrere il 50% del suo tempo in Europa, soprattutto sul campo piuttosto che nell’ufficio di Bruxelles, una volta che le elezioni di medio termine negli Stati Uniti saranno finite a novembre. L’operazione dovrebbe anche fungere da collegamento tra i movimenti di destra dell’Europa e il Trump Freedom Caucus negli Stati Uniti. […]

 

Tutti i grandi capitalisti repubblicani (ebrei, cristiani evangelici e altri) sono stati forti sostenitori di Israele, che a sua volta naturalmente è alleato con i Saud; e sia Israele che i Saud sono particolarmente convinti della necessità di una guerra contro l’Iran, piuttosto che contro la Russia (obiettivo principale dell’aristocrazia statunitense). Solo i capitalisti americani sono ossessionati dalla conquista della Russia. Sono stati così fin dalla seconda guerra mondiale. L’Asse di oggi infatti è composta dagli eredi nazi/fascisti della fallita Operazione Barbarossa di Hitler per conquistare l’Unione Sovietica. Dopo la seconda guerra mondiale, la CIA americana, insieme al MI6 britannico e ad altre agenzie governative, oltre al Vaticano, produssero “rat lines” per stabilirsi negli Stati Uniti, in Argentina e in Canada, e questi “ex” nazisti furono accolti con favore dalla CIA, per la futura conquista dell’Unione Sovietica. […] fin dall’inizio, l’UE è stato un mezzo per imporre sugli europei il controllo delle corporations internazionali statunitensi a vantaggio delle imprese americane. Quello era lo scopo principale dell’UE, la subordinazione al capitalismo americano, nessuna democrazia autentica. Il vassallaggio all’interno dell’impero americano doveva essere funzionale al loro progetto: conquistare prima l’Europa e poi il mondo.

 

Evans-Pritchard esortava i suoi lettori: “A mio avviso, il campo Brexit dovrebbe essere il layout di piani per aumentare la spesa per la difesa, impegnandosi a spingere la Gran Bretagna in testa, come la potenza militare indiscussa d’Europa.” La sua visione imperialista è un’estensione di quella di Cecil Rhodes alla fine del 1800, che aspirava ad un impero globale tra Regno Unito e Stati Uniti, nel quale le due potenze imperiali, la vecchia e la nuova, avrebbero gradualmente preso il controllo del mondo intero. George Soros ha lavorato febbrilmente a quell’obiettivo, mentre Steve Bannon preferisce il progetto “nazionalista”, ma entrambe le versioni sono liberali e conservatrici. […] Però ciò che tutti i neocon hanno sempre condiviso appassionatamente è stato l’odio viscerale verso i russi. […]

 

Rosanna Spadini

 

 
Una guerra ideologica a carte coperte PDF Stampa E-mail

14 Agosto 2018

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Da Comedonchisciotte del 10-8-2018 (N.d.d.)

 

In questi giorni l’intero giornalismo mainstream si è scatenato alla notizia che, forse, i russi si fossero messi a influenzare il pensiero politico degli italiani attraverso la creazione di finti account su Twitter. Un allarmismo esagerato e risibile se non fosse che dietro si nasconde qualcosa di molto serio. In pochi tra i giornalisti e i politici se ne rendono conto ma per il grande pubblico Twitter è solo il nome di un social spesso citato in TV e nulla più. Sì perché, come l’ultima indagine condotta da We Are Social in collaborazione con Hootsuite dimostra, Twitter non solo è il social network che, nel mondo, è di gran lunga meno usato rispetto a Youtube, Facebook e Instagram ma, in Italia, si trova addirittura dietro a Google+, social di cui molte persone ignorano addirittura l’esistenza! Eppure il caso “troll russi” è scoppiato proprio a causa di eventi accaduti su Twitter. Ora, immaginando che il lettore sia già a conoscenza di questa storia, passo subito ad analizzare la questione.

 

Considerando che è semplicemente ridicolo pensare che 1500 tweet possano seriamente influenzare la politica italiana e che questi nulla hanno a che fare con il governo russocome ha dimostrato la rivista Wiredsorgono spontanee due domande. La prima è: visto che Twitter è così poco influente sul grande pubblico, perché tutta questa ossessione per quello che accade su quel social? La seconda invece è: e perché esiste questa costante esigenza di identificare come nemici i russi? Alla prima domanda è facile rispondere: perché essendo molto attivi su Twitter soltanto giornalisti e politici, questi si alimentano a vicenda fino a cadere nella classica illusione di credere che tutto il mondo si trovi lì. Già perché, come qualsiasi esperto di comunicazione sa bene, noi amiamo e riconosciamo solo ciò che è simile a noi e che, a sua volta, ci riconosce. Di conseguenza diventa estremamente palese il fatto che ad alimentare il caso “troll russi su Twitter” siano stati proprio alcuni politici e giornalisti che hanno prontamente riportato il caso sui grandi media mainstream, nella convinzione che ciò che riguarda Twitter sia grave. Un errore non soltanto perché fa vedere: l’estrema non-conoscenza del sistema comunicativo contemporaneo da parte di alcuni politici e giornalisti; che la strumentalizzazione di questi tweet “sospetti” è partita da chi è abituato a vedere Twitter come social principale e non certamente da qualche struttura statale o privata che ha conoscenze professionali tali da non commettere certamente questi errori da principianti; tentando di attaccare una controparte politica o ideologica attraverso questi metodi, si spinge il grande pubblico a guardare con sospetto queste notizie che ruotano intorno al “mondo” Twitter. Sì perché il principio del “rifiuto ciò in cui non mi riconosco” vale anche per la gente comune, che è la maggioranza; e dato che Twitter non appartiene ai più, inevitabilmente la maggioranza tenderà a non “assorbire” questo tipo di notizie ascoltando, invece, chi gli parla “direttamente” attraverso un social a loro più vicino (come accade, ad esempio, con gli esponenti di Lega e M5S con Facebook).

 

Insomma, in estrema sintesi, è abbastanza palese che dietro al tentativo, parecchio maldestro, di far scoppiare il caso “troll russi” su Twitter ci siano alcuni politici e giornalisti che vedono con terrore il fatto che questa nuova visione politico-culturale, che si sta diffondendo rapidamente e che rifiuta la visione progressista e globalista che ha regnato incontrastata gli ultimi decenni, possa affermarsi definitivamente. E, dato che la Russia, ormai da decenni, si è posta come “missione” il respingere questa visione progressista e globalista e, quindi, a difesa della visione tradizionale della vita, va da sé che la Russia diventa, per i così detti “poteri forti globalisti”, il nemico pubblico numero uno. Inoltre, questa situazione va a soddisfare un’esigenza psicologica fondamentale per i popoli, e cioè quella di avere un nemico pubblico da combattere.

 

Nella regola numero tre del mio ebook La mente dello stratega scrivevo: Avere un nemico è necessario: consente di concentrare le forze verso una ben determinata direzione e, così facendo, aumenta l’efficacia dell’azione. Inoltre, questo orientamento delle proprie forze fa sentire sani e incredibilmente vivi. […] Per sentire la vita è necessario il contrasto. Senza contrasto, infatti, sarebbe impossibile anche camminare. E il nemico, nella vita, è il necessario contrasto che ti permette di avanzare.

 

Quale miglior nemico, dunque, della Russia e dei russi? Nell’immaginario collettivo occidentale, infatti, dopo decenni e decenni di Guerra Fredda in cui tutto ciò che proveniva dalla Russia era descritto e rappresentato come “mostruoso”, questa immagine “negativa” è rimasta più o meno inevitabilmente impressa. E oggi la parte progressista della politica occidentale sta provando in tutti i modi a riattizzarla con l’obiettivo di spegnere l’ultima sacca di resistenza tradizionale e far proseguire, con le buone o con le cattive, in ogni modo il progressismo. Ecco quello che si nasconde dietro alle vicende come quella dei “troll russi”. Si sta combattendo un’enorme guerra ideologica a carte coperte: prendetene coscienza.

 

Michele Putrino

 

 
Un ministro degli esteri che ignora la nostra storia PDF Stampa E-mail

13 agosto 2018

 

Francamente, sono rimasto sorpreso (spiacevolmente) nel vedere che abbiamo un ministro degli esteri che ignora la nostra storia. Tutti sono in grado di aprire wikipedia; comunque l’apro io su una sua pagina, in cui si hanno notizie precise sulla migrazione degli italiani in Belgio, paragonata appunto da questo nostro sprovveduto ministro alla disordinata fuga degli africani verso il nostro paese. È pure riportato l’intero protocollo d’intesa tra i due governi (Italia e Belgio) tale e quale a come fu firmato nel giugno del 1946.  Era prevista l’emigrazione di 2000 italiani a settimana fino ad arrivare a 50000 (in realtà si toccarono e superarono i 60000). Il Belgio aveva bisogno di mano d’opera per le sue miniere; l’Italia aveva bisogno di carbone e anche di alcuni fondi di prestito. Le spese di viaggio erano a carico del nostro Stato e vi era sempre un apposito incaricato a guidare i migranti in Belgio, incaricato che conosceva la lingua del paese di destinazione. Erano stabilite con precisione le modalità di accoglimento, compresi vitto e alloggio, l’ammontare e le modalità di pagamento del lavoro in miniera; e anche i tempi di permanenza dei nostri lavoratori/minatori. Nel 1956 (agosto) vi fu il disastro che costò la vita a 136 nostri connazionali. C’è bisogno di grandi commenti? Non si è capaci da soli di vedere le differenze abissali tra quella migrazione e l’arrivo in Italia (dal 2011) di oltre 600.000 migranti, soprattutto africani? E si tratta di baldi giovani, per nulla affamati e poveri, che pagano alcune migliaia di dollari o euro, arricchendo sia i trasbordatori (ivi comprese sette ONG su nove, create a partire dal 2014, su cui quindi non c’è bisogno di fare tante discussioni) sia i centri di accoglimento molto “umanitari”, anche diretti da personale sedicente religioso. Eppure, il nostro ministro degli esteri ha chiesto comportamenti più umani ricordando i nostri poveri minatori in Belgio. Dove ha studiato storia? Forse da ragazzino a lezioni di catechismo? Non c’è alcun accordo (e tanto meno protocolli) tra Italia e Nigeria, Libia e via dicendo. Non è stabilito qual è l’interesse reciproco dei vari paesi (così come tra Italia, che forniva forza lavoro carente in Belgio, e questo paese che ci approvvigionava di carbone e altro). Ma non continuo perché mi sento a disagio a dover contestare questioni di così elementare apprendimento nei confronti di chi ha cariche decisive nell’apparato statale italiano.

 

Gianfranco La Grassa

 

 
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