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Per l'Europa e contro la NATO PDF Stampa E-mail

10 Giugno 2018

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Premettendo che continuiamo a ritenere che il discorso di Sergio Mattarella la sera del 27 maggio, in cui pretendeva di dettare al governo la linea politica, sia stato una palese violazione della Costituzione, al limite del ‘golpe’, del tutto fuori dalla sua potestà, l’atteggiamento del Capo dello Stato ha avuto però il merito di togliere dalla testa di Matteo Salvini ogni velleità di uscita dall’euro e dall’Europa. Sarebbe stata una sciocchezza gravida di pesanti conseguenze. Per la semplice ragione che nessun Paese europeo sarebbe in grado di resistere da solo, economicamente e politicamente, a Stati delle dimensioni degli Usa, della Russia, della Cina, dell’India. Però essere europeisti non significa affatto essere anche atlantisti (come era adombrato nel discorso di Mattarella) ma il contrario. Dal 1989, anno del crollo dell’Urss, la mia formula per l’Europa è: unita, neutrale, armata, nucleare e autarchica.  Unita non solo economicamente ma anche politicamente. E per arrivare a questo risultato ci vorrà un lungo percorso di graduale smantellamento degli Stati nazionali che in un’Europa realmente unita politicamente non avrebbero più ragion d’essere, sostituiti come punti di riferimento periferici dello Stato centrale, dalle ‘macroregioni’, cioè aree geografiche, che supererebbero gli attuali confini nazionali, coese dal punto di vista economico, sociale, culturale e anche climatico. E l’Italia è un ottimo esempio per questa ipotesi-laboratorio perché non c’è nulla di più lontano, innanzitutto come mentalità, dell’industrialotto di Varese, col suo mito del lavoro, dall’intellettuale siciliano alle cui spalle respira ancora la più profonda e meno autopunitiva cultura greca, il suo fatalismo.  Neutrale. È necessario che l’Europa trovi un punto di equidistanza fra Stati Uniti e Russia. Gli americani, come ha detto apertamente la Merkel, non sono più degli alleati affidabili. Sono anzi dei competitors, a cominciare dall’economia. E sleali per giunta. Mentre infatti l’Europa si costringe a una politica di austerità, gli americani hanno immesso nel sistema tre trilioni di dollari (nella forma del credito naturalmente). In questo modo è molto facile risollevare un’economia, la loro, ma si creano le premesse per una bolla speculativa rispetto alla quale quella provocata dal collasso della Lehman Brothers, non a caso Usa, sarà un pallido fantasma. E questa superbolla, come quella della Lehman Brothers, ricadrà sulla testa di tutti, a cominciare da noi europei. Ecco perché la linea di austerità della Merkel, giusta in teoria, rischia di essere inutile se qualcuno non ferma gli americani sul bagnasciuga economico.  Armata e nucleare. L’Europa non potrà mai essere realmente autonoma, politicamente ed economicamente, finché non avrà un vero, forte, unito esercito. Per questo è innanzitutto necessario che la Germania, con l’aiuto dei suoi partners europei, si scrolli di dosso l’anacronistico divieto di possedere l’Atomica. Non si vede perché quest’arma, la cui funzione deterrente è fondamentale, possano averla dittature come il Pakistan o la Corea e non il più importante Paese europeo che oggi è una democrazia senza se e senza ma.

 

È necessario inoltre che i Paesi europei che fanno parte della Nato (che è una creatura tutta americana, ogni tanto per salvare le forme vi mettono a capo un norvegese) ne escano. Dice: ma questi Paesi hanno firmato un Trattato di alleanza. Certo, ma una norma di diritto internazionale recita che pacta sunt servanda, rebus sic stantibus, cioè i patti vanno osservati finché il contesto nel quale furono firmati resta lo stesso. Ora, dal 1949 moltissima acqua è passata sotto i ponti della geopolitica internazionale. Tutte le guerre in cui, con la finzione della Nato, gli americani sono riusciti a coinvolgerci, da quella alla Serbia a quella a Saddam a quella a Gheddafi, si sono rivelate disastrose, oltre che per i popoli aggrediti, per noi europei: immigrazione incontrollata e incontrollabile, nascita dell’Isis e del terrorismo jihadista che, nel mondo occidentale, ha colpito soprattutto l’Europa, risparmiando invece l’America.  Autarchica. Per contenere l’arroganza economica degli Usa basta l’Europa che c’è già. Lo si è visto con i dazi che Trump ci ha imposto sull’acciaio e l’alluminio. L’Europa unita, con più di 500 milioni di abitanti, mediamente dei forti consumatori, è in grado di rispondere con una controffensiva protezionistica che può far più male agli americani che a noi. Ma, in casi estremi, l’Europa può anche permettersi, se resta compatta, di essere autarchica o quantomeno semiautarchica. Ha popolazione, mercato, risorse, know-how, tecnologia per consentirselo.

 

Donald Trump dichiara, logicamente dal suo punto di vista, “America first!”. Ma anche noi europei, se restiamo uniti, possiamo dire, altrettanto giustamente, con forza e orgoglio, “Europa first!”. E ‘vaffa’ agli yankee.

 

Massimo Fini

 

 
Ragnatela che soffoca il ragno PDF Stampa E-mail

9 Giugno 2018

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Da VICTORYPROJECT

 

Intorno a fine maggio 2018 repubblica.it titolava così un video: «Facebook, la lavata di capo del parlamentare Ue a Zuckerberg: “Hai creato un mostro». […] «Mark Zuckerberg ceo e fondatore di Facebook, è stato convocato dal Parlamento europeo per rispondere sul caso di Cambridge Analytica. Molti parlamentari si sono innervositi perché Zuckerberg non è riuscito o non ha voluto rispondere a tutti i quesiti postigli. Guy Verhofstadt, ex primo ministro del Belgio e oggi parlamentare europeo dell’Alde, ha caricato sui social il suo discorso a Zuckerberg, tra i più infervorati della seduta: “Lei deve domandare a se stesso se vuole essere ricordato come Steve Jobs e Bill Gates, i quali hanno arricchito la società, o come il creatore di un mostro digitale che sta distruggendo le nostre democrazie”». Quanto dice il signor Guy Verhofstadt a Mark Zuckerberg sarebbe abbastanza per aprirci gli occhi sul potere che ci sovrasta. Sul controllo assoluto che si sta compiendo. In realtà non basta affatto, è necessario riconoscere e considerare le oligarchie finanziarie che sormontano anche Zuckerberg, accettando di credere alla sua trasparenza e/o innocenza. Vere timoniere dell’orbita del mondo, in grado di accendere e spegnere guerre, governi, spostamenti di popoli, patologie e forse anche clima, per estendere e affermare il proprio dominio planetario, spesso sotto l’egida della pace nel mondo.

 

Oltre del potere che ci sovrasta, sarebbe necessario prendere coscienza anche di quello che ci permea e ci impregna: umore originariamente alieno ma ormai biologico, bypassato da una vita trascorsa sotto la permanente pioggia del fallout di migliaia e migliaia di bombe Com. Quelle lanciate dalle emittenti di chi possiede la comunicazione, e infinitamente rilanciate da ignari dj convinti di lavorare in qualche – si diceva e spero non si dica più – radio libera. Fallout del quale non ci avvediamo, del quale non percepiamo – eroinomani nel flash – la tossicità esiziale. Nelle innocue particelle di jingle, che precipitano h24 ormai a tutte le latitudini, c’è il potere della tecnologia in tutti i suoi tentacoli: giocattoli, il tempo reale, gli ogm, la guida assistita, ecc. Dotato di una sua mente, esso semina e miete. Con abilità artroscopica non lascia tracce. Non c’è settore merceologico che non ne sia avviluppato. La tecnologia è ontologicamente un dio, al cui potere vogliamo genufletterci, alla cui gloria vogliamo celebrare. Spesso, quando non sempre, nel fallout è fatta corrispondere e vissuta come progresso, unico e solo. Nella tecnologia è per noi insito, implicito, costituente la quadratura, il giusto, il perfetto, cioè, ciò che il pensiero comune fa coincidere con quanto ci manca. Così, abbracciando la tecnologia, crediamo di poter dare risposta al mistero, gonfiamo l’ego sociale, politico, individuale ad arroganti misure divine. Queste, meglio di altre, offrono la stima della perdizione in cui viviamo, l’abrogazione di noi stessi in nome della scienza. […]

 

Ma quale progresso può esserci se l’uomo è dipendente da quelle macchine così vantaggiose; se la nostra profondità spirituale da denigrata che era è passata a miglior stato, visto che ora è dimenticata. Visto che ora la ragnatela, ormai composta da fili solo economici, si sta chiudendo su se stessa, soffocando il ragno. […] L’assuefazione è tale che non ricordiamo più d’aver sostituito lo spirito originario con quello offerto dai banchi dei commercianti. Ora crediamo di poter raggiungere i sogni acquistando merci, loro indegne, destabilizzanti, impoverenti succedanee. Ora possono far tramontare il sole e mandarci a nanna. Di come stiamo, allo show non interessa. […]  Se stiamo andando dove non ci piace è nostra responsabilità cambiare, quanto mantenere la via. Così infatti sarà, quando dirigeremo verso mari non più di plastica, di progresso, di opulenza, di miseria spirituale. Mari in cui le reti del Grande Pescatore avranno maglie inadeguate. Dov’è il problema? Non sappiamo più cucinare il cibo, né coltivarlo o procurarlo, non sappiamo più rispettare il ritmo delle stagioni con tutto il loro significato per la vita terrena, e crediamo davvero se ne possa fare a meno, ci ammaliamo e diamo la colpa all’età. Il nostro impegno è avere e invidiare chi ha di più, sentire un fiotto di autostima davanti a chi ha di meno. Il nostro impegno è donare uno spicciolo al semaforo e proseguire verso i fatti nostri, lasciando che l’empatia con chi sta peggio vada a farsi benedire. […] Siamo sensori e abbiamo disimparato a raccogliere i segnali del corpo e del mondo. Imbrattati di falsi valori non siamo più in grado di sfruttare noi stessi. […] Il problema è che pensiamo che la medicina faccia il nostro bene, che i

 

farmaci siano proprio quello che serve. È che non ci avvediamo che sono proprio loro, collusi alla classe medica, che alimentano e implementano malattie e persone malate; che la salute è uno dei più grandi business capitalistici del mondo. […] «Ti abbassiamo lo stipendio, ma lo compenseremo con un aumento del bonus per gli antidepressivi.» È che siamo polli di allevamento, spiriti obnubilati, siamo merce. I giovani, e non solo, sono contenti di fare la pubblicità per una multinazionale. Per pochi denari precari danno i loro migliori sorrisi. I figli sono deboli. In una sola generazione digitale l’abbiamo constatato in diretta. I padri anche. Cosa significa essere forti? Non riguarda saper scaricare una motonave a spalle, riguarda avere la capacità di riconoscere se stessi, le proprie doti e le proprie debolezze, significa saper coltivare le une e ridurre le altre, significa valorizzare quanto sentiamo e ridurre il monopolio della razionalità e della sapienza da ciò che abbiamo anonimamente appreso; significa libertà dalle ideologie e dagli interessi personali; significa poter riconoscere ciò che fa per noi da ciò che è opportuno scartare; saper rinunciare senza per questo risentire di qualche occasione perduta. Certo, perché significa anche non invidiare, semmai amare chi è meglio di noi per coltivare quanto ci manca. Compiremo le scelte per donare un esempio di forza a chi verrà o daremo la colpa a qualcosa per non esserci riusciti?

 

Lorenzo Merlo

 

 
Un populismo buono PDF Stampa E-mail

8 Giugno 2018

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Da Rassegna di Arianna del 6-6-2018 (N.d.d.)

 

Anche se il premier Giuseppe Conte non lo ha citato esplicitamente, l’opposizione tra “popolo” ed “élite” che il governo giallo-verde e i suoi rappresentanti hanno ormai inserito nella dialettica politica proviene dalla sfida teorica di Christopher Lasch (1932-1994). Lo studioso statunitense se ne occupò agli inizi degli anni Novanta individuando, in alternativa all’ideologia progressista, ciò che identifica il populismo: produzionismo, difesa della professionalità in pericolo, timore dell’erosione delle competenze artigiane di fronte al progredire della divisione del lavoro, opposizione alla struttura della finanza moderna, forte senso di identità locale. Secondo Lasch l’etica dei populisti non è né liberale né piccolo-borghese, ma anticapitalistica. A suo avviso l’uomo contemporaneo aveva bisogno di recuperare due categorie essenziali per un retto realismo morale: la speranza e la memoria. La memoria è quella che consente di rinnovare i miti fondatori del passato; la speranza è fede nella vita piuttosto che nel progresso. Il realismo morale “dissolve” nell’uomo la sua illusione di autosufficienza e gli rammenta i limiti della condizione umana. Infine, secondo Lasch, il futuro della democrazia è condizionato dal fattore populismo: se non si rimette al centro del dibattito il tema della disparità sociale si resterà ancorati al liberalismo classico, insufficiente a dare risposte mentre nei cittadini è necessario sollecitare la crescita di una “responsabilità civica” per renderli partecipi della vita pubblica.

 

A questo substrato teorico attingono molte delle idee agitate dal M5S e dalla Lega, pur se in modo a volte abborracciato e demagogico. Ma non vi è dubbio che l’incapacità della sinistra di confrontarsi con queste istanze, con quello che si potrebbe definire come “populismo buono”, rappresenta di sicuro una delle cause dell’insuccesso della visione progressista in Italia. Se si dovesse continuare a negare legittimità a queste idee, magari identificandole col fascismo che aveva altri connotati ideologici (si pensi all’idea rivoluzionaria dell’uomo nuovo, alla nazionalizzazione delle masse e al modernismo reazionario) si andrebbe dritti verso una radicalizzazione dei conflitti già esistenti. Infatti, come avverte Alain de Benoist, quando emerge il populismo si è già in presenza di una crisi di legittimità politica che mina il sistema di rappresentanza. Le élite hanno già fallito quando il populismo convince il “popolo sovrano” e gli addita i nuovi nemici: il mercato, il denaro, lo Stato terapeuta, la morale relativista. Occorre allora accettare il confronto, all’interno di una idea davvero pluralista della democrazia, e non demonizzare o deridere questo background, pena l’impoverimento della democrazia stessa, che ci riguarda tutti e da vicino.

 

Annalisa Terranova

 

 
Pazienza russa PDF Stampa E-mail

7 Giugno 2018

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Da Comedonchisciotte del 5-6-2018 (N.d.d.) 

 

Molti commentatori hanno notato un fatto curioso: durante la parata del 9 maggio sulla Piazza Rossa a Mosca, Putin si è mostrato in pubblico accompagnato dal Primo Ministro israeliano Netanyahu. Più o meno nello stesso momento l’aviazione israeliana lanciava missili su bersagli siriani ed iraniani in Siria (molti di questi missili venivano abbattuti dalla contraerea siriana) e i Siriani rispondevano prendendo di mira le postazioni israeliane sulle Alture del Golan (che sono territorio siriano sotto occupazione, e perciò questo non può essere considerato un attacco vero e proprio ad Israele). Perché la Russia non è scesa in campo a difendere il suo alleato, la Siria? Inoltre, si era diffusa la voce della vendita da parte della Russia alla Siria del potentissimo sistema di difesa antiaerea S-300, e che questa offerta era stata successivamente ritirata. È così che si comporta veramente un alleato? O prendete un altro esempio: le relazioni fra Russia ed Ucraina sono in una spirale discendente fin dal colpo di stato a Kiev del 2014 che aveva rovesciato il governo costituzionale. Nella regione del Donbass, nell’Ucraina dell’est, c’è un impasse militare che costituisce una ferita aperta, un continuo martellamento di provocazioni ucraine contro la Russia, e la Russia è stata colpita con sanzioni economiche e politiche dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, apparentemente in risposta all’annessione della Crimea e al conflitto irrisolto nel Donbass, che ha già causato la perdita di decine di migliaia di vite umane. E, nonostante questo, il maggior partner commerciale dell’Ucraina rimane… la Russia. Non solo la Russia continua a commerciare con l’Ucraina, ma ha anche assorbito dalla devastata economia ucraina un esodo di migranti economici, valutato ormai nell’ordine dei milioni di persone. La Russia ha reinserito questi rifugiati, ha permesso loro di trovare lavoro e di inviare rimesse ai loro parenti in Ucraina. Inoltre, la Russia si è rifiutata di riconoscere politicamente le due repubbliche separatiste nell’Ucraina dell’Est. L’unico punto fermo della Russia nei suoi rapporti con l’Ucraina è stata la rivendicazione della Crimea. Ma di questo non si dovrebbe neanche discutere: la Crimea faceva già parte della Russia nel 1783 e il passaggio della Crimea alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, voluto da Nikita Chruščëv nel 1954, aveva violato la costituzione dell’URSS in vigore all’epoca. Ancora un altro esempio: gli Stati Uniti, con l’Unione Europea in veste di fedele servitore, hanno imposto qualunque genere di sanzioni alla Russia fin dal Magnitsky Act del 2012, a favore di cui si era battuto il corrottissimo miliardario William Browder. Queste sanzioni a volte si sono rivelate dannose, a volte positive (stimolando la produzione interna sostitutiva delle importazioni) e a volte semplicemente fastidiose. La Russia è troppo grande, troppo importante e troppo potente per tutti, anche per un’entità della grandezza di USA ed EU combinate, per poter essere isolata o comandata a bacchetta con l’imposizione di sanzioni. In alcuni casi, c’è stato un potente effetto boomerang che ha causato più danni ai sanzionatori che al sanzionato. Ma la Russia, in verità, non ha fatto molto come risposta, a parte lavorare sul rimpiazzo delle importazioni e stabilire nuovi rapporti commerciali con altre, più amichevoli, nazioni. In realtà avrebbe potuto, per esempio, danneggiare gli Stati Uniti bloccando le vendite della componentistica in titanio, senza di cui la Boeing non sarebbe stata in grado di costruire i suoi aerei. O avrebbe potuto proibire la vendita agli Stati Uniti dei motori a razzo, e gli USA non sarebbero riusciti a lanciare i loro satelliti. Ma la Russia non ha fatto nulla di tutto ciò; invece, ha continuato a ripetere che queste sanzioni sono improduttive ed inutili. Ancora un esempio: in violazione agli accordi stipulati fra Russia e i vari paese della NATO, quest’ultima si è espansa fino ai confini stessi della Russia e, ultimamente, ha trasformato gli staterelli baltici, Estonia, Lituania e Lettonia, in una specie di campo giochi militare, dove si fanno esercitazioni proprio sul confine russo, si acquartierano migliaia di soldati e li si addestra…. ad invadere la Russia. La Russia ha protestato, ma ha proseguito gli scambi commerciali con tutte le nazioni coinvolte. In particolare, ha continuato a fornire energia elettrica agli Stati Baltici e ad usare i porti del Baltico per imbarcare le proprie merci. Quando, di recente, la Lettonia ha vietato l’uso della lingua russa nelle scuole (un terzo della popolazione della Lettonia è russo) ed ha iniziato a violare i diritti dei Russi lituani che cercavano di opporsi a questo sopruso, i Russi hanno accettato come se nulla fosse anche questo palese atto discriminatorio anti-russo. In Lettonia le luci sono sempre accese e i treni merci russi continuano ad attraversare il confine. “Come mai?” Potreste chiedervi. “Perché questo atteggiamento passivo nei confronti di tutte queste fregature, offese ed ingiurie?” Non si può dire che la Russia sia troppo vasta per essere danneggiata. Le sanzioni del 2012 erano state una sciocchezzuola, ma, con quelle del 2014, l’economia russa aveva preso una batosta (in massima parte, però, a causa dei bassi prezzi del greggio, non per le sanzioni). Il rublo ha perso metà del suo valore e il tasso di povertà in Russia è aumentato. Allora, che cosa sta succedendo? Per capirlo, bisogna fare un passo indietro e guardare al contesto generale.

 

*La Russia è, come dimensioni, ma certamente non come popolazione, la più grande nazione al mondo. I suoi confini sono molto ben difesi, ma si estendono per più di 61.000 Km. *La Federazione Russa è russa di nome, ma include più di cento differenti nazionalità (di cui i Russi etnici costituiscono poco più dell’80%), con sei gruppi etnici che superano tutti il milione di unità. *Confina con 16 stati sovrani (più di ogni altra nazione), compresi due confini marittimi (con Giappone e Stati Uniti) e anche con due stati non riconosciuti a livello internazionale (Abkhazia e Sud Ossetia). *Ha la più grande diaspora mondiale, con 20-40 milioni di Russi (dipende dal modo in cui li contate) che vivono a tutti gli effetti al di fuori della Russia. La più grande comunità russa d’oltreoceano, circa 3 milioni di persone, si trova negli Stati Uniti. *Le truppe di pace russe hanno prestato servizio in numerose nazioni, ai confini della Russia stessa e in tutto il mondo, Abkhazia, Sud Ossetia, Armenia, Transnistria, Tadjikistan, Bosnia, Kosovo, Angola, Chad, Sierra Leone, Sudan e sono determinanti nell’impedire che conflitti latenti sfocino in guerre vere e proprie. *La vastissima estensione continentale della Russia e le enormi ricchezze naturali la rendono uno dei principali fornitori mondiali di materie prime, specialmente petrolio, gas, uranio e carbone, prodotti che tengono le luci accese e non fanno congelare le tubature in decine di nazioni. Per quanto compromesse possano essere le relazioni internazionali (la Russia) deve rimanere un fornitore stabile ed affidabile.

 

In questo contesto, contrastare azioni ostili (e soprattutto inutili) provenienti da oltreoceano con atteggiamenti propri ostili (e soprattutto inutili) sarebbe controproducente: alcune persone finirebbero col farsi male e c’è la forte possibilità che possano essere i Russi. Perciò, una parte di un approccio vincente è proprio quella di barcamenarsi, mantenere le migliori relazioni possibili con il maggior numero di nazioni possibile, specialmente con quelle confinanti, in ogni conflitto parteggiare per tutte le fazioni, cercando di disinnescarlo bilanciando accuratamente i differenti interessi di tutte le parti coinvolte. La Russia ha buone relazioni sia con l’Iran che con l’Arabia Saudita, che sono nemici giurati, e con Siria ed Israele, che si sparano addosso a vicenda. Un’altra caratteristica di un approccio vincente nei confronti di un mondo esterno sempre più ostile è quello di muoversi verso una parziale autarchia; non isolandosi dal mondo, ma facendo passi misurati per rendersi relativamente invulnerabili alle sue vicissitudini. La Russia è già autosufficiente nel comparto energetico, sta facendo passi da gigante per diventarlo in quello agro-alimentare e il prossimo obbiettivo è quello di diventare indipendente nel settore tecnologico e finanziario. Vista in questo contesto, l’assenza di reazioni decise da parte della Russia si rivela parte di una attenta strategia volta al mantenimento dell’equilibrio internazionale. Israele bombarda la Siria mentre Netanyahu siede al posto d’onore durante la parata a Mosca. La Siria risponde bombardando il suo stesso territorio sulle Alture del Golan. Poi la Russia decide di non vendere i sistemi S-300 alla Siria. Che cosa è successo? Beh, Israele ha appena riconosciuto il Giorno della Vittoria, il 9 maggio, come propria festa nazionale. Un terzo degli Israeliani sono infatti russi e molti di loro, quel giorno, sono stati assai orgogliosi di essere russi ed hanno partecipato a numerose parate, che sono state trasmesse dalla TV russa. Di fronte alla crescente diffusione dell’antisemitismo in Europa e con i Neonazisti fuori controllo in Ucraina, Russia ed Israele rimangono unite. Poi c’è il fatto che ad Israele non piace che ci siano Iraniani in Siria. Ha certamente il diritto di pensarla così, dato che gli Iraniani continuano a parlare di come Israele debba essere distrutta. Ma gli Iraniani in Siria sono stati invitati, e questo non è un problema della Russia. Il fatto che Israele bombardi la Siria non aiuta di certo la Russia, ma non è stata la prima volta e non sarà di certo l’ultima. La Siria che abbatte missili israeliani e che poi bombarda gli Israeliani sulle Alture del Golan è stato uno sviluppo nuovo ed una escalation e le escalation sono sempre una brutta cosa. Vendere i sistemi S-300 ai Siriani avrebbe permesso loro di abbattere qualunque cosa si trovasse in volo sull’intero Israele e, dal momento che hanno appena alzato la posta, dar loro la possibilità di alzarla ancora di più non sarebbe sembrata una buona idea. L’Ucraina provoca continuamente la Russia e viola i diritti degli otto milioni di Russi che vivono nel paese e, nonostante questo, la Russia rimane il maggior partner commerciale dell’Ucraina. Che cosa succede? Beh, c’è lo spiacevole fatto che attualmente l’Ucraina è governata da gente che è, usando un termine russo molto specifico, “inadeguata.” È un regime illegale, estremamente corrotto, sostenuto da un altro regime al di là dell’oceano, che, tra l’altro, è anch’esso abbastanza “inadeguato”, comandato da un ridicolo buffone che viene a sua volta sabotato in continuazione da un corrottissimo “deep state”. Ma questa è una congiuntura temporanea, che non deve in nessun modo far dimenticare la cosa importante, che Russi ed Ucraini sono essenzialmente uno stesso popolo (con l’eccezione di alcune etnie che vivono soprattutto nella parte occidentale della nazione, che è stata per secoli una sorta di Terra di Nessuno Europea, alle porte della Transilvania, la patria dei vampiri). Russi ed Ucraini sono geneticamente indistinguibili e ci sono diverse nazionalità all’interno della Russia molto più differenti culturalmente dai Russi di quanto lo siano gli Ucraini. In questo caso, la strategia vincente è quella di evitare di danneggiare l’Ucraina, perché si sta già facendo abbastanza male da sola e perché, in questo modo, si danneggerebbero praticamente solo dei Russi. Invece, ha molto più senso essere semplicemente pazienti ed aspettare. Alla fine la popolazione ucraina finirà con l’averne abbastanza, riprenderà in mano la situazione, caccerà via gli straccioni insieme ai loro maneggioni d’oltreoceano e i rapporti diventeranno, prima o poi, più normali. A questo aggiungete il fatto che gli Stati Uniti ora vogliono imporre sanzioni sulle importazioni energetiche russe in Europa, costringendo gli Europei ad acquistare dagli USA, con approvvigionamenti molto più costosi e assai meno affidabili e capirete il perché gli Europei ora ne abbiano abbastanza delle interferenze di Washington. Avendo però rinunciato molto tempo fa a gran parte della loro sovranità, gli Europei si trovano in questo momento a dover affrontare enormi difficoltà per cercare di riprendersela, ma almeno stanno iniziando a pensarci. Questa è già una vittoria per la Russia. Come vicini le servono nazioni indipendenti e sovrane, non un coacervo di inutili vassalli di Washington. Per quanto riguarda poi imporre controsanzioni agli stessi Stati Uniti, questo causerebbe solo un ulteriore danno economico, senza offrire nessun vantaggio politico. Per quanto riguarda lo sconfinamento della NATO fin a ridosso dei confini russi, gli sgarbi anti-russi dei nanerottoli baltici e le truppe della NATO che si stanno addestrando ad “attaccare la Russia”, beh, francamente, i Russi si sentono un po’ insultati, ma non sono esattamente terrorizzati. Tutti sanno che la NATO fa parte del racket del comparto americano della difesa. Il suo scopo è quello di rubare vagonate di soldi, non fabbricare armi che funzionino o mettere in piedi eserciti in grado di combattere. In questo momento ci sono parecchi uomini e mezzi corazzati della NATO dislocati nei Paesi Baltici, ma non abbastanza per poter veramente invadere la Russia. E, se mai dovessero farlo, si troverebbero isolati molto rapidamente. Vedete, i mezzi corazzati della NATO non passano sotto la maggior parte dei ponti, e, a differenza dei blindati russi, non possono percorrere lunghe distanze su terreni accidentati. Devono essere trasportati sul campo di battaglia per ferrovia o su autocarri per via autostradale. O devono essere inviati, via mare, su porti ad alto pescaggio. Perciò, tutto quello che deve fare la Russia è mettere fuori uso qualche ponte e un po’ di attrezzature portuali lanciando missili praticamente da dove vuole, quindi imbottigliare e distruggere i relativamente piccoli contingenti di invasori e la partita sarebbe chiusa. La NATO lo sa, e perciò tutta la sua attività nel Baltico è solo un modo per far arrivare qualche soldino agli Stati Baltici, economicamente anemici e in fase di rapido spopolamento. Stanno già patendo abbastanza, perché farli soffrire ancora di più? Per quanto riguarda i diritti dei Russi in Lettonia, si potrebbe pensare che siano loro stessi i primi a cui non importa delle violazioni, altrimenti si sarebbero già trasferiti in Russia, dove c’è un sacco di posto per loro. Naturalmente hanno bisogno di molto supporto morale, ma, in verità, è una loro battaglia, non della Russia.

 

Questa non sarà la lettura più eccitante del mondo, amen. La gente su Internet va alla ricerca di storie su situazioni drammatiche, soprattutto perché si annoia. Capita spesso che gli avvenimenti più importanti non siano affatto eccitanti, ma questo non li rende meno importanti. Per esempio, la Russia sta riducendo le spese militari perché sarà presto completamente riarmata. Possono Stati Uniti e NATO fare la stessa cosa? No! Anche se ci provassero, il comparto americano della difesa farebbe eleggere una nuova tornata di congressisti e senatori e gli sprechi ricomincerebbero immediatamente. Per cui, i Russi devono solo sedersi con calma, incrociare le braccia e guardare gli USA che si mandano in bancarotta da soli. Questo sarà certamente uno sviluppo drammatico degli eventi, dovrete solo aspettarlo.

 

Dmitry Orlov (traduzione di Markus)

 

 
Ancora sulla sharing economy PDF Stampa E-mail

6 Giugno 2018

 

Da Rassegna di Arianna dell’11-5-2018 (N.d.d.) 

 

L’economia della condivisione è nata come sfida agli eccessi di mercato, con l’ambizione di riportare centralità alla persona umana, e, secondo Jeremy Rifkin, diventare banditrice della civiltà dell’empatia. L’empatia, per il pensatore americano, gran sostenitore della sharing economy, è la qualità che ha dato all’uomo un vantaggio evolutivo, sino a diventare un ingrediente fondamentale per la società, contrapposta all’utilitarismo di chi agisce solo per vantaggio personale. Il dominio culturale, metastorico del principio di mercato ha distorto ampiamente i lati positivi della nuova tendenza economica, mettendone da parte il potenziale comunitario. La condivisione, infine, diventa uno slogan, una sigla attrattiva ma non veritiera. Il consumismo non viene affatto intaccato, anzi aumenta la sua presa d’acciaio sull’immaginario. Le coscienze restano colonizzate, direbbe Serge Latouche, giacché i nuovi servizi offerti altro non sono che altrettante impensate modalità di consumo. La novità della quale diffidiamo è che la sharing economy ci trasforma in una società del noleggio. Vita in affitto, questa la definizione veritiera ed incapacitante. Tutto deve essere a portata di mano, anzi di clic, con un costo modesto e la possibilità di sbarazzarsene in fretta. Niente di meglio quindi che prendere a nolo qualunque cosa. Perché acquistare un’automobile, se le rate sono elevate e il nostro reddito incerto, quando possiamo affittarne una per un giorno, un viaggio, poche ore. Una tantum, potremo permetterci la fuoriserie dei nostri sogni, a patto di riconsegnarla intatta a gita finita. L’idea che i padroni del mondo – e innanzitutto dei nostri cervelli- stanno facendo passare è che la proprietà, il possesso siano sorpassati. Con app come Spotify possiamo scaricare tutta la musica che vogliamo per pochi euro, inutile comprare dischi o DVD. Anche i libri possono essere letti online, senza noiosi giri in libreria, senza destinare una stanza a biblioteca, specie adesso che le abitazioni diventano sempre più piccole. La generazione con trolley al seguito viaggia con bagaglio leggero. Quel che serve se lo procura a tempo determinato durante il viaggio. Usa e getta, come la vita. Questo sembra il salto antropologico dell’economia della condivisione. Essere sempre pronti a partire, andare alla ricerca di opportunità, vita, esperienze, lavoro senza mantenere legami, senza intrattenere relazioni stabili: per quelle c’è la community, l’appuntamento via Internet o app, i media sociali. Anche il bene per eccellenza, la casa di proprietà, naufraga nel mare magnum della cosiddetta condivisione. Esistono piattaforme come Idealista, mega agenzia immobiliare per affitti. Il suo creatore si rivolge soprattutto ai giovani, che esorta al nomadismo, a non comprare casa, non mettere radici né formare una famiglia. Il concetto di possesso, afferma, deve essere superato. Peccato che tutto questo valga per la massa, mentre lor signori diventano padroni di tutto, iperpadroni. Affittiamo la casa, ma la proprietà è dei grandi immobiliaristi; noleggiamo l’automobile, ma migliaia di mezzi sono in possesso delle aziende specializzate o, come stanno studiando alcuni produttori, resteranno di proprietà di chi le fabbrica. Tu, cittadino del mondo del Terzo Millennio, devi essere libero. Liberati di tutto: dai principi dei tuoi genitori, delle credenze, delle idee del passato e, naturalmente, sii disponibile ad un’esistenza zingara. Oggi qui, domani là, io vado e vivo così, io amo la mia libertà, cantava Patty Pravo un anno prima del fatidico 1968. Mezzo secolo dopo, la rivoluzione è compiuta in interiore homine. Fuori, comandano quelli di sempre, più che mai. Sciolti dalle catene della famiglia, della paternità e maternità, dalla noiosa residenza fissa, siamo liberi, ma per che cosa? Non certo per condividere, come proclama con intenzioni degne di miglior causa l’economia della condivisione. Libertà è la parola aurea con la quale il potere definisce la disponibilità, la vita dello sradicato, pronto a lavorare due settimane a Milano, poi tre mesi in Croazia, infine attendere, telefono in mano, la chiamata per svolgere il lavoro del fattorino, ah no, adesso si dice rider, che consegna il cibo di strada, forse lo chiamano così perché è da buttare nel contenitore della raccolta differenziata. Peccato, negli scorsi mesi le cose andavano bene, avevamo un impiego di soddisfazione, discretamente retribuito, potevamo permetterci di noleggiare una bella macchina per andare alle feste vestiti all’ultima moda- anche pantaloni e camicia sono forniti da una piattaforma per pochi euro e riconsegna rapida- poi il vento è mutato, adesso dobbiamo correre a perdifiato per quattro soldi a chiamata. […]

 

Dicono i guru dell’età dell’accesso che il possesso limita le esperienze, vincola, ingombra. Il desiderio deve essere soddisfatto qui e adesso, costare poco e essere fungibile, biodegradabile, il suo oggetto deve pesare poco ed essere conferibile ad una sorta di isola ecologica. Il vecchio Aristotele teorizzò potenza e atto come universali, il tempo odierno ha unito i due concetti, compressi, “zippati” e il gioco è fatto. Peccato che a diffondere la nuova ideologia dell’accesso, della condivisione, tutta luci, buonismo e virtù, siano quelli che sono e rimangono i padroni. Dei beni che ci affittano, dei servizi che ci forniscono in licenza o concessione, soprattutto dei meccanismi psicologici che hanno destrutturato e ricostruito le menti secondo i canoni dell’utilità e del profitto, non certo quelli dell’empatia o della condivisione. Occorre godere subito, è l’imperativo categorico della ragione utilitarista eterodiretta. Non ha senso risparmiare, rinviare, se possiamo fare nostro qualcosa in un attimo, con un clic, un numero di carta prepagata possiamo avere tutto, visto e piaciuto. Poiché subito dopo avremo l’obbligo di desiderare qualcos’altro, ce ne liberiamo con disinvoltura, senza rimpianti, senza legarci a nulla. Come abbiamo sostenuto in altre occasioni, è la vittoria del comunismo con altri mezzi. La proprietà non è più un furto, ma un fastidio, un fardello che, generosamente, il potere accolla a se stesso. Marx parlava di rapporti di produzione e sognava un mondo, quello del collettivismo, pieno di magazzini in cui ciascuno poteva prendere “secondo i suoi bisogni”. I bisogni oggi sono dilatati e indotti, i magazzini stanno nel catalogo online, l’unica differenza con il comunismo è che tocca pagare. Nulla è gratuito, per quanto ci abbiano convinti del contrario. Il Mefistofele postmoderno ci fornisce tutto senza bisogno di consegnargli l’anima, non misurabile in denaro, di cui non si conosce valore d’uso e di scambio. Basta iscriversi alla community, condividere e indicare il numero della carta di debito fornita dai soliti noti. A proposito, il circuito Paypal è di proprietà del gigante di vendite online Ebay, a sua volta posseduto da Peter Thiel (Google) e ElonMusk (Tesla, auto elettriche che verranno più noleggiate che vendute), radicato nel paradiso fiscale Lussemburgo. Tutto si tiene.

 

Due ci sembrano le lezioni da trarre dall’avanzata della sharing economy: la prima riguarda la straordinaria capacità mimetica del neo capitalismo di assorbire come una spugna i movimenti sociali, trarre vantaggio anche dalle idee che si oppongono al suo dominio: condivisione, collaborazione, riuso, riciclo, sembrano e sono termini confliggenti con la logica del mercato sovrano. Una fantastica capacità di cavalcare la tigre, modificarsi e porsi alla testa dei meccanismi che salgono dalla società è il segreto del successo del suo modello. L’altra questione riguarda la profondità con la quale i piani alti del potere – economico, finanziario, culturale – hanno saputo orientare, guidare, le innovazioni della tecnologia, la terza e quarta rivoluzione industriale. Lo snodo essenziale resta la capacità di dominare le masse attraverso svolte antropologicamente impensabili solo un quarto di secolo fa. Giova ricordare la lezione dei cattivi maestri del XX secolo messa a frutto da coloro contro cui era diretta. Theodor Wiesengrund Adorno, uno dei capifila del neomarxismo in salsa freudiana e illuminista cucinato a Francoforte, fu il primo a comprendere che non esiste una cultura di massa. Al suo posto, hanno sviluppato l’industria culturale imposta perché l’uomo interiorizzasse i disvalori della civilizzazione dominante, per standardizzare desideri e propensioni nella macchina del consumo, divenuta strapotente con la tecnologia informatica. Il consumatore, nuovo travestimento della persona dopo il lento tramonto del cittadino, non è il sovrano ma l’oggetto di un meccanismo di cui l’economia della condivisione è una delle maschere. La complicità degli intellettuali di servizio, quasi tutti di ascendenza marxista, è chiara e immensa la loro responsabilità. Stanno forgiando un’umanità in cui il desiderio di possedere e costruire è sostituito da quello di utilizzare. Una società di utenti, il cui simbolo è la figura opaca del consumatore. L’idea di lavorare per ottenere qualcosa di proprio, di stabile, che resista al tempo e oltrepassi le generazioni è stata sempre una costante dell’uomo europeo. Ci stanno espropriando anche di questo, tenendo ben stretto per sé il controllo, la proprietà di tutto. Diventare proprietari è una conquista che rende responsabili, fa propendere per la stabilità nelle relazioni, nelle idee, nei sentimenti. La zattera degli inquilini ci rende servi, deboli, soprattutto dipendenti. […] Hanno scoperto l’uovo di Colombo. In un’economia dominata dalla deflazione, dove il denaro scarseggia perché lo creano, controllano e distribuiscono loro, ma la macchina del consumo deve comunque correre, quasi tutto deve essere, apparentemente, a basso costo. Ecco l’idea forza: affittare, noleggiare, dare in licenza, dietro la copertura di ideali umanitari e comunitari, sotto la menzogna creduta che tutto deve essere a disposizione. Se i prezzi calano, però, è segno che le retribuzioni si abbassano, le nostre tasche si svuotano. Dove non si arriva con la produttività (più produttività, più plusvalore…) si arriva con la compressione dei salari. La massa non si ribella poiché le viene fatto credere che il sistema è l’unico possibile e in quanto, attraverso vari miraggi – uno è l’economia della condivisione controllata dall’alto, dalle piattaforme e dai signori di Internet, – molti credono di avere qualcosa a basso prezzo attraverso le formule di cui è ricca la fantasia del mercato. Diventiamo più poveri – anche di spirito – illudendoci del contrario perché vecchie e nuove multinazionali ci consentono di consumare in modi sempre diversi. La verità è che è stato realizzato un inedito comunismo per masse sradicate, plebi transumanti cui viene somministrata in dosi potenti la droga del consumo e del piacere momentaneo, il Soma del Mondo Nuovo di Huxley. Le oligarchie, al contrario, possiedono tutto. Per usare il loro linguaggio rovesciato, hanno costruito un sofisticato nazismo tecnocratico in cui pochissimi possiedono tutti i mezzi, determinando tutti i fini. Uno spirito libero e religioso come Nicolas Gomez Dàvila ebbe una folgorante intuizione. Nel momento di maggior successo del comunismo, scrisse che nel regime collettivista, abolita la proprietà privata, si sarebbe lottato per l’usufrutto della proprietà collettiva. Il capitalismo ultimo va oltre, instaurando la dittatura di chi – padrone globale – si fa pagare l’uso e consumo. […]

 

Roberto Pecchioli

 

 
La via yankee al sovranismo PDF Stampa E-mail

5 Giugno 2018

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Da Rassegna di Arianna del 31-5-2018 (N.d.d.)

 

Ho iniziato a parlare dell’esistenza di una Via Yankee al Sovranismo più o meno da quando ho iniziato a identificarmi, da un punto di vista marxista, con tale categoria politica. Dunque, intorno al 2012. Infatti, dall’avvento dell’austerity del Governo Monti nel 2011, si è immediatamente palesato che, a fronte della rigidità tedesca che indirizzava le posizioni dell’Unione Europea imponendo politiche di macelleria sociale a Grecia e Italia, da parte degli Stati Uniti vi era un atteggiamento decisamente più elastico nei confronti della spesa pubblica e del bilancio statale. La troika che impartiva ordine ai governi euro-mediterranei, in altre parole, risultava essere composta dal “poliziotto buono” FMI e dal “poliziotto cattivo” Commissione Europea. Così, molte figure pubbliche che in quel periodo e a vario titolo si pronunciavano contro l’austerity – per esempio Paolo Barnard, ma anche Stefano Fassina – enunciavano altresì esplicitamente la necessità di cercare sponda politica negli Stati Uniti e nel Fondo Monetario per uscire dalla trappola mortale del fiscal compact e dal controllo tedesco sulla nostra economia.

 

Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti. Otto anni di austerity hanno quasi del tutto eroso, presso l’opinione pubblica italiana ed europea, il preesistente sostegno alla prospettiva eurofederalista e hanno portato, quindi, il sovranismo al centro del dibattito politico e reso maggioranza parlamentare quelle forze politiche che, con varia gradazione, alle tematiche sovraniste sostengono di rifarsi. Il punto è che a questa centralità dell’istanza sovranista, corrispondono manovre e strategie di carattere geopolitico da parte di forze straniere – in particolar modo gli Stati Uniti – per orientare a proprio vantaggio il ruolo dell’Italia nell’Europa che nascerà, dopo il probabile fallimento dell’Eurozona e dopo il possibile affossamento della prospettiva federalista. A fronte di queste manovre, l’atteggiamento delle forze a vario titolo sovraniste (cioè i sovranisti-costituzionalisti, i marxisti critici dell’eurofederalismo e le forze più orientate a destra) è confuso, diviso, talora addirittura indifferente e comunque, all’atto pratico e a mio parere, inadeguato ad affrontare questo nodo strategico.

 

Rispetto alla situazione politica odierna, invito quindi a leggere tre testi pubblicati negli ultimi quattro giorni: 1) l’articolo del saggista Federico Dezzani intitolato Gli angloamericani giocano la carta M5S-Lega puntando alla Germanexit, pubblicato sul blog eponimo; 2) l’intervento dell’analista geopolitico Pierluigi Fagan intitolato Complessità democrazia e cambiamento, pubblicato sulla pagina facebook di quest’ultimo; 3) la lettera del Professor Paolo Savona, di commento alla crisi determinatasi intorno alla sua persona, pubblicata da diversi siti web. Da questi interventi diversissimi fra loro, emerge un quadro non certo esaustivo, ma rispetto al quale risultano chiari alcuni elementi di correlazione tra crisi politica italiana e crisi dei rapporti fra Germania e Stati Uniti. Specificamente, risulta che: a) Il recente tentativo di governo Lega-M5S, ha avuto la benedizione dell’ambasciatore USA Lewis Eisenberg e il sostegno entusiastico e militante del guru della destra americana Steve Bannon; b) come sostengono i redattori della rivista Limes, per quanto ai vertici degli Stati Uniti sussista oggi un conflitto interno lacerante, le varie fazioni che si combattono a Washington concordano su un punto: l’esistenza di un altro conflitto – geopolitico e strategico – fra Stati Uniti e Germania; tale conflitto è dovuto alla progressiva “ostpolitik” di quest’ultima, materializzatasi in crescenti accordi bilaterali con la Cina e nel progetto di gasdotto North Stream 2 con la Russia; c) esattamente come la Germania, gli Stati Uniti non credono alla visione fatalista-determinista che domina in Italia, secondo cui il processo di Stato Unico europeo sarebbe ineluttabile; al contrario, i Paesi che ragionano scevri da orpelli di superstizione ideologica, stanno lavorando alacremente intorno a possibili scenari post-eurozona o, addirittura, post-eurofederali; nell’ambito di tali scenari, gli Stati Uniti intendono cavalcare e indirizzare a proprio vantaggio l’inevitabile processo sovranista dell’Italia, ovvero intendono impedire che quest’ultima entri nell’orbita della filo-russa e filo-cinese Germania e che, grazie alla pressione del sovranismo italiano, la Germania stessa si ritrovi costretta a decidere la fine dell’esperimento di moneta unica; d) ovviamente, un governo recante istanze più o meno sovraniste, si troverebbe naturaliter alleato con questa parte degli Stati Uniti poiché, nell’immediato, l’ostacolo a rimettere nelle mani delle istituzioni elettive e democratiche (cioè quelle nazionali) le redini dell’economia, sarebbe rappresentato dalla Germania; e) in questo modo, si sta prospettando la possibilità di una “via yankee al sovranismo” che, per forza di cose, allontanerebbe l’Italia dalla Mitteleuropa e renderebbe più stretti i suoi legami con gli Stati Uniti.

 

Questi anni di austerity tedesca, hanno fatto a molti dimenticare cosa significhi il legame dell’Italia con gli Stati Uniti sul piano della sottomissione ai dogmi neoliberisti. Quel legame significa, fra le tante cose: deregolamentazione economica, recante degradazione dei diritti sociali (vedi trattato CETA o il temporaneamente bloccato TTIP); tramite scimmiottamento degli USA nell’abolire il finanziamento pubblico ai partiti, privatizzazione della politica ovvero sua sottomissione definitiva al lobbysmo e agli interessi privati; tramite rapporti del sistema sanitario italiano con le grandi aziende farmaceutiche americane, abolizione del principio di assistenza sanitaria gratuita e universale; tramite la NATO, coinvolgimento in guerre che – come quella in Siria o quella al momento “fredda” con la Russia – collidono totalmente e pesantemente con quelli che sono gli interessi economici e strategici dell’Italia. Malgrado tutto questo, in ambito sovranista o comunque fra i critici dell’eurofederalismo, si manifesta la tendenza a demonizzare la Germania che impone l’austerity e, quindi, a porre in secondo piano il problema rappresentato dagli Stati Uniti. Oppure, si teorizza un’irenica neutralità rispetto a entrambi i Paesi. Il che, in linea di principio, è certamente condivisibile. Ma la neutralità non nasce mai dall’inazione, bensì è il risultato di attività diplomatica, d’indefessa tessitura di alleanze internazionali. Ma soprattutto, l’obiettivo della neutralità non può che avere, come passaggio inderogabilmente prioritario, la revisione dei rapporti con quel solo e unico Paese che ha collocato, sul territorio italiano, 40 basi militari e 90 testate nucleari. Il punto, dunque, è saper distinguere fra gli aspetti immediati e contingenti della politica internazionale e le prospettive geopolitiche di portata medio-lunga. È del tutto evidente che, nell’immediato, l’istanza sovranista dell’Italia si troverà a confliggere con la direzione tedesca dell’Eurozona. Ma in uno scenario post-moneta unica o post-federale, la relazione con la Germania potrebbe invece assumere una valenza diametralmente opposta. E non solo nello scenario “post”, ma anche nella fase immediatamente precedente: in caso di crisi delle relazioni intra-europee, infatti, la Germania – che storicamente ha vissuto l’euro come un’imposizione – potrebbe trovarsi alla guida dei paesi euroscettici. Da un punto di vista sovranista, sarebbe veramente triste osservare – in un eventuale scenario europeo post-federale – l’Italia legata a triplo filo con gli Stati Uniti mente la Germania se ne veleggia, autonoma, verso uno spazio di cooperazione con i BRICS. Nel contesto politico italiano, se da una parte il M5S fonda totalmente la propria legittimazione internazionale sui rapporti con ambienti inglesi e americani, vediamo la Lega muoversi in modo più spregiudicato e, quindi, più autonomo. Se da una parte Salvini svolge incontri cordiali con Steve Bannon, dall’altra intesse rapporti col partito Russia Unita di Putin ed enuncia – nella conferenza stampa di presentazione della candidatura di Alberto Bagnai – una futura saldatura con la Germania in versione “euroscettica”. Dal momento che, per numerose ragioni, non si possono riporre le proprie speranze su un personaggio ideologicamente contradditorio e tendente all’improvvisazione come Salvini, occorre che una visione di lungo termine sul rapporto con Stati Uniti e Germania s’insedi anche negli ambienti sovranisti veri e propri. Una visione che sappia distinguere fra una prospettiva immediata di scontro con la direzione tedesca dell’Unione Europea e una prospettiva geopolitica di lungo termine, che impone all’Italia di allentare lo storico legame con gli Stati Uniti e abbracciare il nuovo assetto multipolare del mondo. Una prospettiva, soprattutto, che eviti che i sovranisti italiani facciano il ruolo degli utili idioti e cioè che contrastino la Germania laddove necessario, ma senza assecondare i progetti atlantisti volti a recare maggior peso agli Stati Uniti in Europa: ora, vi è il fondato sospetto che il governo Lega-M5S quest’accortezza non l’avrebbe affatto avuta.

 

Riccardo Paccosi

 

 
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