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Due elogi dell'odio PDF Stampa E-mail

4 Ottobre 2019 

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Da Appelloalpopolo del 20-9-2019 (N.d.d.)

 

È un bene che il ministro dell’agricoltura voglia il CETA, che un partito di Quisling abbia messo tutti i suoi sgherri nei posti che contano e che riuscirà a eleggere l’ennesimo suo presidente della Repubblica. È un bene che si facciano tutte le leggi a favore del grande capitale e contro l’interesse dell’Italia e del Popolo Italiano di cui si parla in questi giorni. Solo quando l’indignazione che ancora alberga nei vostri cuori avrà lasciato il posto all’odio avremo la possibilità di raggiungere la vittoria. È l’odio, l’odio vero, profondo, l’odio calmo, fermo, paziente, radicato che induce alla disciplina, alla pazienza, che rafforza lo spirito e rinsalda il cuore, l’unica forza che abbiamo. Solo l’odio distrugge il piccolo io narciso che alberga dentro di noi, solo l’odio ci spinge a dimenticarci di noi per poterci concentrare solo sull’obiettivo. Non la rabbia, che è solo una vampa. Non il disprezzo che avvelena. Ma l’odio silente. Che cova, paziente e attento e raffina l’analisi, che guida alla ricerca perseverante del punto debole del nemico. L’odio che fa accettare il dolore, la fatica, qualche sconfitta. Solo l’odio rende la nostra determinazione incrollabile, l’animo inscalfibile. Non bisogna avere paura dell’odio. L’odio ti tiene in piedi quando non hai più niente. Solo gli sconfitti smettono di odiare.

 

 Stefano Rosati

 

Ci rassicurano che il clima di avversione si placherà. Armonia e accettazione prevarranno su insulti e volgarità. Come avverrà? Si dice che si vuole intervenire punendo e mettendo all’angolo coloro che diffondono odio sul web, che avvelenano i rapporti tra le persone, le apostrofano in malo modo, si scagliano ferocemente contro di loro, le accusano di essere diverse. Come non essere concordi? Il bullismo, in questo caso verbale, anche attraverso uno schermo, produce ferite profonde, emargina, induce un senso di inadeguatezza, provoca tensione e violenza. Sradicarlo non può che essere un intervento prioritario per risanare la società, perché indirizzare prese in giro, minacce, appellativi dispregiativi verso un altro essere umano, per le sue origini, il suo credo, la sua cultura, crea sofferenze indicibili e spaccature talvolta irrimediabili. Ergo, non può essere tollerato. Tuttavia, va rilevato il rischio che, per arginare questo fenomeno, si vada a colpire pure l’odio buono. Pare un ossimoro, certo: come può essere l’avversione considerata un’emozione con una connotazione positiva? Eppure esiste. È quella forza propulsiva che conferisce slancio, energia, tenacia, volontà di combattere contro le ingiustizie, i soprusi, la negazione di diritti, gli abusi del potere, lo sfregio della democrazia, le leggi inique. Odiare quello che lede l’umanità equivale ad amare se stessi e il proprio prossimo, la propria terra, l’ambiente, i più deboli. Se non nasce un moto di rabbia e disgusto, si rimane impassibili e indifferenti, mentre chi guadagna sulla nostra pelle può continuare a farlo incontrastato. Odiare istituzioni, regole, imposizioni che sottraggono diritti fondamentali dell’uomo è indispensabile per conservare non solo la nostra dignità, ma la nostra esistenza di donne e uomini senza catene. Dunque, chi nega l’importanza di nutrire questo sentimento nei confronti dello sfruttamento, dei tagli allo stato sociale, di organismi che hanno prosciugato la nostra indipendenza, vuole ingabbiare la coscienza dell’umanità, sedare un dissenso molto scomodo. Insomma, è, sì, errato sputare veleno sulle persone, ma è vitale e sacrosanto detestare idee e ideologie contrarie all’interesse del popolo e combattere per fermarle, con asprezza e determinazione.

 

Gerarda Monaco

 

 
Accelerazione della storia PDF Stampa E-mail

2 Ottobre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 30-9-2019 (N.d.d.)

 

Sono passati trent’anni dal fatidico 1989 in cui cadde il muro di Berlino, mandando in frantumi il comunismo reale. Lo storico evento fu preceduto di qualche mese da un articolo di uno sconosciuto scenarista americano di sangue giapponese, Francis Fukuyama, che preannunciava la fine della storia attraverso la vittoria finale del modello liberaldemocratico fondato sul mercato. Invero, con una certa prudenza, Fukuyama pose il punto interrogativo al suo intervento, apparso sulla rivista The National Interest. Formulò la domanda, ma si dette la risposta, concludendo che gli anni 80 del secolo XX, segnati dal liberismo economico di Ronald Reagan e Margaret Thatcher- si potrebbe aggiungere la virata liberal centrista del socialista francese Mitterrand nel 1983- non rappresentava solo la fine di un periodo caratterizzato dalla continua avanzata del modello comunista, ma l’epilogo della storia in quanto tale. Per sostenere la sua tesi, Fukuyama utilizzò con scarso acume categorie di filosofia della storia tratte da Hegel, rimasticate attraverso le piste contorte del pensiero di Alexandre Kojéve. […] Nessun passato, indifferenza per il futuro, è questa la finis historiae. Un’umanità ignara eternamente bambina, come capì Cicerone due millenni or sono. Raramente una tesi tanto errata quanto presuntuosa e male argomentata ha avuto il successo di quella di Fukuyama, il cui testo divenne celebre, influente e citatissimo, allargato poi dall’autore in un libro del 1992, La fine della storia e l’ultimo uomo. Ben più serio fu Lo scontro delle civiltà di Samuel P. Huntington, apparso nel 1996, la cui tesi centrale era che la principale fonte di conflitti nel mondo uscito dalla rotta comunista sarebbero state le identità culturali e religiose.Dal 1989, la storia non si è fermata all’unilateralismo dell’unica superpotenza, gli Usa, ma ha conosciuto varie accelerazioni. Affermiamo che non è mai corsa tanto velocemente. Basta rammentare l’irruzione della potenza cinese, l’avanzata dell’India, il tentativo Usa di fare della Russia una provincia del suo impero, sventata solo dall’avvento di Vladimir Putin, l’attentato dell’11 settembre 2001 a New York e la successiva guerra dell’Afghanistan , la seconda guerra del Golfo mascherata da operazione di polizia internazionale, la destabilizzazione dell’Africa , con conflitti diffusi e potenti flussi migratori, l’islamismo, la guerra nel cuore dell’Europa, prima nei Balcani, più recentemente in Ucraina. Potremmo aggiungere il neocolonialismo francese, i regimi bolivariani in Sud America, l’Unione Europea con le tappe del mercato unico (1993) e dell’introduzione della moneta unica Euro (2002), l’enorme impatto della liberalizzazione del commercio determinata dagli accordi di Marrakesh del 1994, che trasformarono il vecchio GATT (Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio) nel WTO, Organizzazione Mondiale del Commercio. L’entrata della Cina nel WTO nel 2001, propiziata dagli Usa con evidente miopia, ha prodotto la seconda fase della mondializzazione economica, avviata subito dopo l’implosione del mondo comunista. Più di recente, la storia ha subito un ulteriore strappo con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, mentre il Terzo Millennio si è caratterizzato per l’immenso impatto delle reti informatiche, di Internet e per il potere tecnologico delle mega corporazioni della Silicon Valley californiana. La previsione storica di Fukuyama si è rivelata per quella che era: l’articolo di successo di un pensatore di scarsa profondità. Al contrario, si deve constatare che la caduta del muro di Berlino, la generalizzazione della società di mercato, la prevalenza dell’economia finanziaria e l’irruzione dei giganti tecnologici, protagonisti della terza e quarta rivoluzione industriale, hanno determinato, nell’ampia porzione di mondo dominata dagli Usa, la fine della politica, sostituita dall’egemonia dell’economia attraverso la privatizzazione del mondo ( Jean Ziegler);  il potere senza confini del sistema finanziario;  l’inusitata capacità di controllo ed orientamento della popolazione da parte dell’apparato tecnologico; la riduzione ad un unico modello di organizzazione sociale e politica; il liberismo globalizzato senza confini, accompagnato da una democrazia sempre più formale ed impotente, con gli Stati nazionali ridotti ad involucri privi di sovranità, assoggettati al mercato misura di tutte le cose. In quel senso, Fukuyama fu profetico, ancorché preceduto dalle intuizioni di Martin Heidegger, il cui criptico linguaggio segnalava “l’umanità dell’uomo e la cosalità delle cose dissolte nel calcolato valore commerciale di un mercato che si estende fino ad abbracciare la terra come mercato mondiale”. Sino agli anni Ottanta il liberalismo aveva avuto dei contraddittori ideologici rilevanti. Il comunismo risultava particolarmente attrattivo per imponenti masse umane, una visione del mondo che a sua volta prospettava la fine della storia attraverso la vittoria del proletariato, la classe levatrice di una rivoluzione volta a creare l’uomo nuovo. Il merito di Fukuyama fu di cogliere la crisi non solo pratica, ma ideale del comunismo, rivelando che nel marxismo leninismo non credevano più neppure i dirigenti al potere in Urss e in Cina. Negli anni seguenti, lo studioso americano ha considerevolmente mutato le sue convinzioni. La sua intuizione fu il concetto di decadenza politica, ossia la constatazione che le società liberal liberiste non avanzano necessariamente verso il meglio, ma possono percorrere un cammino all’indietro. È ciò che sta accadendo con tutta evidenza, per la crisi progressiva delle democrazie, svuotate dal potere del denaro, sottoposte ad oligarchie esterne, immobilizzate dall’”alternanza senza alternativa” ( Jean Claude Michéa) tra forze politiche sempre più uguali, elette con metodi che tendono ad escludere non solo dalla possibilità di accedere al governo, ma dalla rappresentanza parlamentare le forze ostili al sistema. La storia ha seguito il suo corso, accelerando il moto, ma espellendo la politica, intesa come spazio pubblico, partecipazione, discussione intorno a progetti alternativi, concreta capacità di decisione degli Stati, conferendo il potere reale a organismi transnazionali come la Banca Mondiale, il WTO, Il Fondo Monetario Internazionale, il sistema delle banche centrali. La novità –la storia è corsa in senso contrario agli interessi dei popoli – è la privatizzazione del potere. Immensi monopoli dominano gli onnipotenti mercati finanziari, le istituzioni bancarie privatizzate emettono insindacabilmente la moneta, creando e moltiplicando il meccanismo truffaldino del debito sovrano. Le corporations multinazionali hanno bilanci, volumi d’affari, influenza superiore a quella di molti Stati nazionali. I giganti tecnologici hanno abbattuto ogni confine, conquistato l’extraterritorialità, cacciato ogni competitore, riuscendo ad istituire una censura privatizzata delle idee proibite, quelle in qualsiasi modo ostili al dominio liberale, liberista, libertario. Bloccata la politica, si fa storia l’egemonia di una triade costituita dall’economia, dominata da pochi colossi multinazionali, dalla finanza, che tiene in pugno gli Stati con l’arma del debito e il ricatto dei mercati deterritorializzati, e dalla tecnologia, mai così potente e pervasiva nella storia umana. Le disuguaglianze economiche, nonostante due secoli di battaglie, non sono mai state tanto acute. Un pugno di colossi assommano il reddito di centinaia di milioni di esseri umani, tanto che uno degli uomini più ricchi del mondo, Warren Buffet, ha potuto affermare che dopo il 1989 si è svolta una lotta di classe alla rovescia, vinta dalla plutocrazia. La moneta privatizzata crea se stessa e si riproduce in maniera automatica. La miliardaria francese Liliane Bettencour, erede dell’impero Oréal, nella sua vita non ha lavorato un giorno, ma tra il 1990 e il 2010 il suo patrimonio è passato da due miliardi di euro a venticinque.

 

L’eclissi della politica ha creato un vuoto ideale riempito da un formidabile mutamento del costume in ogni ambito della vita pubblica e privata. La dimensione che in Francia chiamano “societale” ha subito cambiamenti rivoluzionari, tali da rendere irriconoscibile il panorama umano, valoriale, la vita quotidiana, penetrando profondamente nella legislazione e nella mentalità corrente. Fukuyama ha fallito clamorosamente nelle sue previsioni: l’Occidente ha mutato pelle in maniera totale, probabilmente irreversibile, a partire dall’indifferenza o dall’aperta ostilità verso se stesso, che Roger Scruton ha definito oicofobia. La velocizzazione della storia, in Occidente, ha riguardato eventi sociologici ed antropologici di vastissima portata, che per la loro estensione, sono diventati storia. Il primo, l’elemento che contiene ogni altro, è Internet. Nato da ricerche militari americane, è diventato il fenomeno di massa che impronta il secolo corrente dopo il 1989. Senza il fulmineo sviluppo della grande rete, le trasformazioni esistenziali dell’uomo occidentale, divenuto una specie distinta dall’antico homo sapiens sapiens, non avrebbero assunto il carattere di massa che sperimentiamo. Parliamo di almeno quattro fenomeni storici: il femminismo radicale e l’omosessualismo sostenuto dalla cosiddetta teoria del gender (il genere come libera scelta culturale staccata dal sesso biologico); il relativismo morale e culturale, figlio dell’individualismo liberal libertario; la truffa del debito finanziario manovrata dalle centrali finanziarie che ha reso Stati e popoli ostaggi di un pugno di banchieri. Infine, come una specie di cornice o di collante, quella che possiamo chiamare l’era dei diritti. Il femminismo ha conosciuto varie ondate. L’ultima ha radicalizzato le sue istanze, nel passato del tutto ragionevoli, oltrepassando le teorie sulla rivoluzione sessuale di Germaine Greer, esposte sin dagli anni 70 nel celebre L’eunuco femmina. La stessa Greer riconobbe gli errori denunciando un altro sintomo storico, il calo demografico, “suicidio della società occidentale per effetto delle politiche di controllo della natalità”. L’esito lo andiamo verificando nella seconda decade del secolo XXI, in cui più evidente è la sostituzione etnica delle popolazioni bianche da parti di genti provenienti dal sud del pianeta. Kate Millet elaborò nel 1995 la teoria del patriarcato in Politica sessuale, secondo cui ogni relazione sessuale è una relazione di potere, dunque politica. La via era aperta per l’attivismo radicale di Shulamith Firestone, che ha trasformato in guerra dei sessi la lotta di classe tramontata con il comunismo. L’attacco alla maternità- fondamento biologico di ogni antropologia – si radica nella tesi che si tratta della forma radicale di oppressione della donna per la sua funzione di gestazione e educazione dei figli. Occorre pertanto farla finita con la famiglia “biologica” e superare il tabù dell’incesto per eliminare “le classi sessuali”. Ingegneria sociale dura e pura, associata all’ecologismo estremo, espressa nel Manifesto femminista del 2018 pubblicato nella New Left Review. Evidente è la saldatura con l’individualismo che dissolve la società dopo aver schiacciato il concetto di comunità. La post modernità inaugurata dal 1989 ha sostituito i diritti sociali, conquistati in lunghe lotte collettive, con i diritti individuali, presentati come liberazione dai vincoli passati, progresso, emancipazione, opportunità. Il vangelo neo liberale ha spazzato via la coesione familiare, quella sociale e ogni identità collettiva, riconfigurando il linguaggio, modificando i significati, inaugurando l’autocensura attraverso la correttezza politica, ovvero la pratica di cambiare nome ai concetti per rovesciare valori, principi, credenze. Non è più sociologia, ma storia. Privatizzata la dimensione etica, avanza quella del modo di produzione di beni e servizi. L’economia di mercato si trasforma in società di mercato, indiscutibile, fissa, in cui la forma merce domina ogni principio, destituendo l’uomo dalla sua centralità. Poiché l’avere fagocita l’essere, è il denaro il motore della storia, protagonista assoluto delle nostre vite. Privatizzato come tutto il resto, ha sconfitto il potere sovrano degli Stati, che, come sapeva Niccolò Machiavelli, non è nulla senza il controllo della moneta e un esercito in grado di difendere la nazione.  Nell’ultimo trentennio, liberato dal timore di una svolta marxista, il potere finanziario ha preso il controllo dei governi imponendo il più radicale dei monopoli, la creazione del denaro. È il sistema finanziario, con la sua cupola, la Banca dei Regolamenti Internazionali, l’associazione delle banche centrali, a creare il denaro, prestarlo a strozzo agli Stati, determinando esso stesso il tasso di interesse. Attraverso tale colossale inganno, il debito degli Stati non è più un affare tra governi e cittadini risparmiatori acquirenti di titoli pubblici, ma un rapporto diseguale tra finanza – falsa creditrice – e Stati nazionali, i cui cittadini lavorano per rimborsare non il debito, ma gli interessi composti. Per la prima volta nella storia, uno Stato può fallire, esattamente come un’azienda. È capitato all’Argentina alla fine degli anni 90, ma lo spauracchio è ciclicamente agitato nei confronti dei paesi dal debito elevato, come l’Italia. Karl Marx comprese i meccanismi finanziari prima di altri. “Il debito pubblico, in altri termini l’alienazione dello Stato, marca con la sua impronta l’era capitalista. La sola parte della sedicente ricchezza nazionale che entra realmente nel possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico. Il credito pubblico, ecco il credo del capitale. Così la fede nel debito pubblico prende il posto del peccato contro lo Spirito Santo, una volta l’unico imperdonabile.” Il credito – che per noi è debito! – sostituisce il credo. Non vi è miglior definizione per il mondo moderno. Concluse tuttavia con un grossolano fraintendimento, alla base di molti errori dell’universo comunista: “il doloroso mistero del debito estero si risolve in un furto di plusvalore fra capitalisti, del quale alle masse oppresse non potrebbe importare meno; la cancellazione del debito estero sarebbe nient’altro che un favore alle borghesie locali che l’hanno contratto, quel che c’interessa è la cancellazione del sistema globale di produzione del plusvalore per mezzo di forza-lavoro.”. Abbaglio fatale: il furto del sistema-debito è a carico dei popoli e di ogni singola persona. La truffa del debito, unita alla globalizzazione liberista e allo sviluppo delle tecnologie informatiche oggetto di immensi monopoli privati (Google, Facebook, Apple, Amazon) è il nucleo forte del potere contemporaneo, di cui l‘estensione illimitata di diritti civili sempre nuovi costituisce la copertura per le masse, distolte dal comprendere la realtà del sistema, incatenate al consumo compulsivo di diritti soggettivi che in realtà sono capricci dei ceti dominanti, il cui unico limite è il reddito per poterli soddisfare. […]

Quella esposta in estrema sintesi è una fotografia dell’Occidente a trent’anni dall’evento chiave della seconda metà del XX secolo, il crollo comunista, i cui effetti sono risultati del tutto opposti a quelli prospettati da Fukuyama. La storia corre più forte che mai, qui e nel resto del mondo. È la politica ad essersi arrestata nella gabbia di un’affermazione che nega la capacità dell’uomo di modificare la società. There is no alternative, non c’è alternativa, ripetono chierici e servitori dell’ordine globale liberista sorto dal 1989. Se così fosse, sarebbe finita non la storia, ma l’umanità nella sua natura “politica”, comunitaria, dotata di sentimenti, senso morale, retta ragione. La riduzione di tutti e di ciascuno a esseri solitari, egoisti, dediti esclusivamente alla ragione strumentale, schiavi del freudiano “principio di piacere” è la conseguenza di una tragica affermazione di Margaret Thatcher nei cruciali anni 80, divenuta programma politico realizzato: non esiste la società ma solo individui. Se così fosse, sarebbe davvero la fine. La corsa, tuttavia, non si arresta, non esiste né un senso deterministico della storia né una sua conclusione. La vicenda umana va dove l’umanità la conduce. L’accelerazione è la cifra dell’epoca nostra; trent’anni sono molti, ma non sono granché dinanzi al passato che ignoriamo e al futuro che non sappiamo immaginare. Il dente della storia, scrisse il poeta Aleksandr Blok, è più avvelenato di quanto pensiamo. Distruggendo, restiamo schiavi e la distruzione della tradizione è anch’essa una tradizione. Un paradosso che si attaglia assai bene al tempo nostro, ma il romanzo avrà un seguito. Il millenarismo liberista finirà e diventerà un episodio della storia umana. Fukuyama sarà ricordato come un fortunato, mediocre funzionario del potere, intento a formulare profezie che si autoavverano per coazione a ripetere ma non resistono al tempo, alla storia scritta dagli uomini.

Roberto Pecchioli

 

 
Le menzogne vengono al pettine PDF Stampa E-mail

1 Ottobre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 28-9-2019 (N.d.d.)

 

Vaste manifestazioni di matrice ecologista, in Italia e nel mondo, hanno suscitato impressione e grandi entusiasmi. Vedere tante persone, soprattutto giovani, mobilitarsi in massa per qualcosa di importante, qualcosa che va al di là delle immediatezze e superficialità di cui siamo prigionieri, è uno spettacolo confortante. Francamente delle nuove generazioni è giusto temere chi si rimbecillisce davanti a uno schermo, chi fa a gara di selfie o chi si perde dietro a gadget e capetti firmati, ma non quelli che alzano la testa per guardare al di là del proprio presente individuale. Dunque credo che l’attuale movimento vada accolto con apprezzamento, e anche se non mancano espressioni ingenue e talvolta semplicemente sciocche, bisogna ricordare che questo è fatale in ogni movimento di massa, e lo è sempre stato. Ciò che però è importante capire, davanti alle usuali espressioni festose e ridenti, da scampagnata inattesa, è che il problema in oggetto è assai lontano dall'essere l'occasione per una festa.

I dubbi degli scettici verso questo movimento non sono privi di senso, per quanto spesso si appuntino su questioni irrilevanti (come le vicende biografiche della nota ragazzina svedese). Il primo, fondato, dubbio nei confronti di questo movimento sta nel fatto di essere apparentemente sostenuto da quello stesso apparato capitalistico che è all’origine dei problemi ecologici. I sorrisi di capi di stato che invocano ulteriore crescita come unica soluzione, e il plauso di industrie private la cui moralità si risolve nel distribuire cedole corpose ai propri azionisti, sono indici assai sospetti. Ora, il problema è che, se è vero che tutti i movimenti di massa possono essere manipolati, un movimento di questo tipo, con un orizzonte vastissimo e radicale, ma anche assai vago, può essere manipolato e fuorviato in modo estremo. Il grande rischio, cui il tentativo di affrontare la tematica ambientale si presta con facilità, è quello di far convergere l’attenzione su questioni di dettaglio e soluzioni ‘sostitutive’ lasciando intoccato il problema di fondo. E il problema di fondo è uno solo, talmente radicale da far tremare vene e polsi di chi ne intraveda l’impatto: il problema è rappresentato da un sistema produttivo che per sua essenza non può che generare devastazione ambientale. Le caratteristiche di questo sistema, che è ciò che chiamiamo capitalismo, è quello di accelerare costantemente i processi di consumo delle risorse, di produzione di scarti e di concentrazione (di produzione e consumo). Il sistema richiede crescita della produzione per sopravvivere (uno stato stazionario a crescita zero farebbe saltare l’intero sistema degli investimenti privati, non garantendo rese crescenti). E crescita della produzione significa crescita di tutte le attività che promettano dei margini di profitto, dunque processi trasformativi di materie prime, processi di combustione, processi di spostamento planetario di capitali, di persone, di beni intermedi e beni finali. Tutte queste tendenze, in crescita costante, decentrata e illimitata, aumentano la cosiddetta ‘impronta ecologica’ umana sul pianeta, creando condizioni che stanno già provocando un’ecatombe di specie animali e vegetali, e che coinvolge crescentemente la salute e la sopravvivenza della stessa specie umana. Il sistema richiede inoltre la concentrazione continua sia dei fattori di produzione che di consumo, che è a sua volta un fattore gravemente destabilizzante: il sistema ottimizza le proprie attività se riesce a concentrare le risorse da utilizzare, la produzione e il consumo in singoli luoghi. Esempi di queste concentrazioni sono le aree industriali, e le megalopoli moderne. […]

Sul tema del ‘riscaldamento globale’ si tira fuori spesso la difficoltà di dimostrarne l’imputazione a cause umane. Ed indubbiamente ciò che abbiamo a disposizione sono sempre solo convergenze e concomitanze tra possibili cause e possibili effetti. Sono convergenze e concomitanze che parlano a netto favore di una certa ipotesi, ovvero il ruolo di alcune attività umane nell’indurre cambiamenti climatici, tuttavia si tratta di ipotesi ben corroborate, ma certo non di prove apodittiche. In un laboratorio noi possiamo selezionare e variare singole cause, esplorandone le ripercussioni, ma quando ci muoviamo sul piano naturale, dove non possiamo tenere sotto controllo tutte le variabili del sistema, la stringenza dei nessi tra cause ed effetti può essere sempre messa in dubbio. Ciò che è importante capire a questo proposito è che questo dubbio è irrilevante. È irrilevante perché non dobbiamo soffermare lo sguardo su una singola imputazione causale, ma sul funzionamento del sistema. […] Noi possiamo registrare gli aumenti di tumori, allergie, intolleranze, crolli immunitari, infertilità, possiamo registrare la scomparse di specie naturali a blocchi, possiamo verificare la crescita di aree morte negli oceani, possiamo notare tutte queste cose, ma tra osservare l’effetto e riuscire a ricostruire una causa plausibile può passare moltissimo tempo, e anzi non è affatto detto che alla fine ci si riesca, proprio perché ci troviamo in un sistema complesso, multifattoriale, aperto, e dove le variabili a monte continuano a mutare proprio a causa dell’attività umana.

In questo senso i dubbi sull’origine antropica del riscaldamento globale sono buoni quanto mille altri dubbi - se il nostro intento è quello di cercare una causa univoca e precisa, qualcosa da poter portare in tribunale per ‘chiedere i danni’ a un colpevole. Ma sul piano del processo complessivo di degrado ambientale questa imputazione è superflua, perché mentre il colpevole in senso individuale può essere irrintracciabile, il colpevole in senso complessivo è chiarissimo, ed è un sistema produttivo che fa della crescita infinita, sulla base di iniziative anarchiche in competizione reciproca, il nerbo del suo funzionamento.

In questo contesto la tendenza dominante da parte del sistema economico, per conservarsi in vita e prosperare, è di procedere con soluzioni locali affidate in ultima istanza al sistema stesso di autoregolamentazione dei mercati. Perciò il modo in cui si pensa sempre di intervenire è attraverso incentivi-disincentivi di mercato e promuovendo ‘sostituzioni tecnologiche’. Questi interventi si limitano a riorientare la produzione in una direzione momentaneamente diversa, ma comunque sempre crescente, e dunque si tratta di fatto sempre di false soluzioni.

Ad esempio, il tema del controllo delle emissioni non è affatto nuovo. […] I provvedimenti proposti dagli economisti, e spesso implementati, consistevano nell’introdurre tasse sulle emissioni (carbon-tax), o di attribuire permessi di inquinamento trasferibili e a pagamento. L’idea in entrambi i casi è quella di fornire un incentivo-disincentivo alla riduzione delle emissioni, lasciando poi fare al mercato. Naturalmente entrambi gli interventi laddove sono stati usati sono falliti miseramente. Il mercato ha come esigenza quello di aumentare i profitti e questa esigenza non è negoziabile, dunque la risposta all’introduzione di una tassa è semplicemente quella di aggirarla se possibile, o di scaricarla sugli acquirenti, se impossibile fare altrimenti. […] La verità è che tutte le soluzioni che ritengono di lasciar giocare la partita ai meccanismi di mercato sono fallimentari in partenza, perché si tratterà sempre soltanto di modi per indurre momentanei reindirizzi del mercato stesso, senza metterne in discussione il meccanismo di fondo: ma è proprio il meccanismo ad essere il problema, non le singole soluzioni. È il meccanismo a produrre incremento di consumo, di scarti e di concentrazioni. Tutte le soluzioni tampone sono di fatto operazioni di distrazione, che riposizionano semplicemente alcuni produttori sul mercato. Pensiamo alle cicliche ‘rottamazioni’ indotte dalla rincorsa a prodotti sempre più ‘ecologici’. Invece di chiedere alle aziende di produrre macchine, trattori, lavatrici, ecc. capaci di durare 50 anni, si forniscono incentivi pubblici a cambiare tutto quanto ogni 5 anni in modo da ‘aggiornare ecologicamente’ tutti i nostri macchinari. E ciascuno di questi ‘momenti di progresso ecologico’ implica aumenti della produzione, e aumenti della rottamazione di scarti. Così invece di avere una macchina che dura una vita, abbiamo l’occasionissima incentivata ecologicamente di cambiarne una decina: e ciò sembra a tutti una mirabile armonia prestabilita tra consumismo e ecologia, salvo che il primo prospera e la seconda soccombe. Qualunque intervento estemporaneo su singoli settori si limiterà a creare uno sbilanciamento competitivo che danneggerà qualcuno favorendo qualcun altro, senza cambiare di una virgola il sistema. […]

Se ora veniamo all’orizzonte delle soluzioni reali e non fittizie, vediamo subito come ci si trovi di fronte a qualcosa di grandioso, epocale, i cui margini non sono, temo, minimamente percepiti da chi oggi manifesta pittandosi di verde. La prima cosa da capire è che i processi di crescita incontrollata di consumi e scarti hanno due variabili fondamentali: il consumo procapite e la popolazione che consuma. Trattare il problema in termini reali ha dunque alcune implicazioni che non credo siano intuitive, o almeno non per tutti. Mi limito qui a elencarne concisamente tre aspetti. 1) In primo luogo, un sistema che sia in grado di limitare e dosare a piacimento i tassi di crescita di produzione e consumo può essere solo un sistema in cui il controllo ultimo del sistema produttivo è affidato ad organismi centralizzati, di natura politica, sperabilmente democratica: un sistema per cui non credo vi sia altro termine utilizzabile se non ‘socialismo (democratico)’. Questo significa che un sistema capace di tenere sotto controllo i processi autodistruttivi di cui sopra è un sistema dove meccanismi di mercato e libera iniziativa possono sì esistere in forma circoscritta, ma dove le leve ultime di controllo (a partire dal sistema finanziario) sono affidate allo Stato. 2) In secondo luogo, tale sistema, dovendo procedere ad un contenimento dei processi produttivi non può più contare sull’idea (di solito solo un’idea) che i ‘perdenti’ del sistema avranno la loro chance di rifarsi risalendo la china in futuro: un sistema produttivamente stazionario tende a non avere mobilità sociale (e già oggi ce n’è pochissima), dunque le differenze reddituali abissali che oggi esistono non sarebbero più tollerabili. Con un esempio: se hai un sistema che produce masse infinite di carne a basso prezzo per operai a basso salario, puoi conservare salariati immiseriti, mentre tu acquisti palazzine con gli introiti dei tuoi allevamenti intensivi. Ma se devi produrre carne di mucche al pascolo brado, da un lato avrai carne costosa, inaccessibile ai working poor, dall’altro tu stesso avrai una produzione più contenuta, con riduzione degli introiti. Inoltre, se non vuoi che orde di affamati vengano a cercarti a casa, devi garantirgli un incremento di introiti capaci di acquistare quella carne che ora è più cara. L’effetto finale (che dev’essere governato a livello statale) è quello di una radicale compressione delle distanze reddituali. (E ho come l’impressione che già qui molti degli ecologisti di battaglia dei quartieri bene inizino a sudare freddo.) 3) In terzo luogo, ma almeno altrettanto importante, il controllo demografico dei paesi che sono ancora in crescita demografica deve divenire una priorità internazionale ed essere percepito come tale. Se i problemi di cui sopra sono prevalentemente a carico dei paesi ‘ricchi’, questo invece è un problema massivamente a carico dei paesi ‘poveri’. Chi a tutt’oggi fa discorsi immalinconiti sulla crescita zero della demografia europea (e sul bisogno di afflussi di popolazione da altre parti del mondo) semplicemente non ha capito nulla. I paesi occidentali, soprattutto europei, sono già in condizione di sovrappopolamento rispetto alle capacità dei loro territori, e la crescita zero (e magari anche un po’ calante) è esattamente l’unica cosa che possono permettersi (ecologicamente parlando). Il meccanismo attuale crea continuamente una concentrazione di popolazione (producente-consumante) in aree sempre più affollate, mentre aree semivuote del pianeta continuano a produrre popolazione a ritmi palesemente insostenibili, popolazione che poi cercherà di accatastarsi nelle aree già sovraffollate. Questo folle meccanismo funziona perché deresponsabilizza tutti. Deresponsabilizza i paesi con crescita demografica tumultuosa, i cui governanti possono contare sulle valvole di sfogo dell’emigrazione per tenere a bada lo scontento locale, che esploderebbe se la popolazione dovesse trovare sostentamento là dove è nata. E deresponsabilizza i paesi ‘ricchi’, che vedono nell’incremento di popolazione ‘prodotta altrove’ un modo per drenare manodopera a basso costo, che consente di conservare la propria superiorità economica e di incrementare la produzione. Questo sistema è congegnato in maniera tale che l’unica forma di contenimento contemplata è quella di ‘crisi malthusiane’, cioè di situazioni in cui ad un certo punto la produzione incontrollata di popolazione da parte dei meno abbienti venga arrestata da eventi tragici, carestie, ecc. In assenza di questa forma di contenimento, il processo si limita a proseguire all’infinito, con aree di produzione-consumo di beni sempre più affollate e aree di ‘produzione umana’ stabilmente miserabili.

Come credo sia chiaro, in questo quadro ce n’è per tutti. Ce n’è per i ricchi e per i poveri, per i progressisti e per i conservatori, per quelli di destra e per quelli di sinistra. Un sacco di comode menzogne vengono al pettine, e un sacco di scelte drastiche si profilano all’orizzonte. Ecco, cari amici manifestanti, se la vostra grande mobilitazione sarà all’altezza di questi problemi, alla forza, radicalità, serietà che implicano, avrete l’occasione di fare la storia. Se invece pensate di cavarvela con un flash mob fighetto, un po’ di raccolta differenziata e una tassa sui consumi puzzoni dei poveri, beh, lungi dall’essere la soluzione sarete un problema in più da superare.

Andrea Zhok

 

 
Totalitarismo liberale PDF Stampa E-mail

30 Settembre 2019

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Da Appelloalpopolo del 22-9-2019 (N.d.d.)

 

Si rafforza il mantra di un equivoco pericolosissimo, portato avanti da un racconto che domina incontrastato in questi decenni: un mondo post-ideologico e quindi libero, slegato dai vincoli dogmatici di due ideologie totalitarie, comunismo e nazismo. È quello che ci vogliono far credere. E invece oggi viviamo vincolati dal dogma di un’altra ideologia totalitaria, la più subdola e la più complessa: il liberalismo. Ma questa complessità non ci libera da nulla, ma rende ancora più forte il vincolo, più difficile da sbrogliare il nodo scorsoio, la radice di questa ideologia e cioè il concetto di “libertà”. Cosa c’è di più dogmatico del concetto di libertà assunto come radice e principio primo di un’ideologia politica? Il “libero” mercato (che non può essere mai libero, ma viziato dalla giungla in cui l’animale più forte domina) e l’individuo come ultima istanza “libera” della (e dalla) società, l’individuo-atomo fine a se stesso. Noi in Europa stiamo sperimentando da 30 anni questi dogmi, questi vincoli portati avanti dalla frangia più estrema del liberalismo. Dobbiamo liberarci al più presto!

 

Alessandro Ape

 

 
Gender come esito nichilistico della modernitÓ PDF Stampa E-mail

29 Settembre 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 22-9-2019 (N.d.d.)

 

L’ideologia gender vuole rappresentarsi come un fenomeno che apre una nuova era non umana, del post – umano. Essa presuppone su basi scientifiche (in realtà di dubbio fondamento), una indifferenziazione originaria degli individui. Sarebbero le condizioni storiche e sociali ad aver prodotto la differenziazione tra i sessi maschile e femminile. Per mezzo della biogenetica inoltre, si potrebbero operare mutamenti genetici negli esseri umani tali da incrementare le facoltà intellettive e fisiche degli individui: potrebbero essere generate nuove specie oltre l’umano. Sarebbe poi l’individuo, unificato in un unico genere, a determinare, sulla base delle proprie libere scelte, il suo orientamento sessuale, che non si riduce alle sole due polarità opposte del maschile e femminile. Esistono infatti vari gradi intermedi tra i due sessi, quali omosessualità, la transessualità, intersessualità ecc… L’avvento di tale ideologia deve quindi presupporre una educazione, una cultura e l’istituzione di nuovi rapporti sociali tra gli individui, conformemente alla nuova struttura che assume la società. Una tale trasformazione antropologica, definita post – umana, si definisce impropriamente come il risultato di una ideologia futurista che, sulla base del progresso scientifico, fatta tabula rasa dei presupposti fondamentali della natura umana, e quindi della storia stessa dell’uomo, dovrebbe determinare l’avvento di una nuova umanità post – umana.

 

In realtà, l’ideologia gender ha radici illuministe e si basa, al pari delle ideologie settecentesche, su una natura originaria dell’uomo che doveva essere giuridicamente e politicamente riconosciuta. L’ideologia gender si fonda, al pari dell’illuminismo, su un diritto naturale dell’uomo che si antepone alle istituzioni politiche comunitarie che per loro natura hanno una genesi storico – politica. La libertà dell’uomo, secondo l’illuminismo, poteva affermarsi qualora si fossero abrogate tutte quelle istituzioni e quei valori culturali di natura etica, politica, religiosa che si anteponessero all’individuo e conferissero alla vita individuale e collettiva dell’uomo finalità comunitarie. Allo stesso modo, l’ideologia gender, affermando che la distinzione tra i sessi non è un dato imprescindibile dell’essere naturale dell’uomo, ma il risultato di condizionamenti storico – sociali in virtù dei quali si sarebbero ripartiti i ruoli nella società, vuole affermare una ideologica originaria naturalità indifferenziata dell’uomo. Così come l’illuminismo, il gender postula l’abbattimento e la negazione di istituzioni e culture che nella storia avrebbero determinato la differenziazione dei caratteri e dei ruoli sociali tra uomo e donna. Il gender è dunque il legittimo erede dell’illuminismo e ne costituisce una estrema fase evolutiva, grazie al progresso tecnologico. Il gender esprime l’ultima frontiera di una linea evolutiva incessante del progresso, inteso, proprio come dall’illuminismo, come l’elemento imprescindibile e motore inarrestabile dell’emancipazione dell’uomo. Il gender non è dunque una ideologia che introduce elementi di rottura con la storia e la cultura dei secoli passati, ma ne rappresenta un coerente e successivo sviluppo. Coerentemente con l’ideologia liberale del mondo globalizzato, il gender è riconosciuto dalle istituzioni internazionali come parte integrante dei diritti dell’uomo, in quanto afferma la libertà dell’individuo di autodeterminarsi, di disporre cioè della propria vita indipendentemente dalle caratteristiche genetiche naturali determinate dal sesso. I diritti umani (e tra essi il gender), si affermano nella misura in cui vengano negati i valori di natura comunitaria di carattere etico, politico, religioso. Essi in realtà hanno un contenuto prescrittivo – negativo: dispongono solo abrogazioni, disconoscimenti, negazioni di valori. Infatti il loro riconoscimento non sorge da istanze popolari di massa per il riconoscimento di diritti disconosciuti dalle istituzioni, ma su istanza di minoranze marginali della società e vengono imposti alla società intera tramite una legislazione di carattere spesso repressivo nei confronti della libertà di pensiero, oltre che dalla vulgata mass mediatica del pensiero unico imposto dalle classi dominanti. Tale ideologia costituisce un momento di radicale evoluzione dei diritti dell’uomo, per quanto concerne la loro influenza politica e la loro rilevanza nella legislazione degli stati del mondo globalizzato. Con i diritti umani si afferma infatti una fonte pregiuridica di legittimazione degli ordinamenti politici. Le istituzioni statuali non hanno infatti oggi più una legittimazione originaria e pertanto devono essere compatibili con i principi fondamentali dei diritti umani imposti su scala globale. Se dunque i diritti umani originari degli individui si antepongono alla sovranità degli stati, le istituzioni statuali vengono ad essere svuotate dei loro fondamenti etici e della loro legittimità storico – politica. Le costituzioni vengono ad essere subordinate a fonti di diritto ad esse estranee, che anzi si qualificano come principi assoluti ed inderogabili in quanto pregiuridici. Abrogata ogni altra forma di legittimazione, i rapporti tra organismi internazionali, tra gli stati e tra individui, potranno essere regolati solo su base privatistica.  Questo fondamento privatistico, così come conduce ad una progressiva rarefazione della funzione dello stato, quale sovrano regolatore dei rapporti tra gli individui e di essi con lo stato, porterà ad una società strutturata su un informale contrattualismo, che comporta la totale disponibilità dei diritti individuali nei rapporti sociali. Lo stato di diritto sarà sostituito da un organo regolatore degli arbitri individuali. In questo contesto si inserisce l’ideologia gender, che instaura una legislazione e una cultura fondata sulla disponibilità della propria vita individuale, che può essere soggetta a tutti i mutamenti di carattere genetico possibili. La vita diviene dunque una proprietà privata esclusiva di cui l’individuo può comunque disporre: può crearla, distruggerla, alienarla, trasformarla, concederla in locazione (uteri in affitto). L’individuo è quindi deresponsabilizzato dinanzi a sé stesso e agli altri membri della comunità. Tale ideologia è perfettamente compatibile con la forma merce su cui il capitalismo globale ha strutturato la totalità dei rapporti umani. Se il lavoro, l’istruzione, la sanità, così come tutti i rapporti sociali sono oggetto di valutazione economica, in quanto inseriti nella logica mercatista del valore di scambio, la vita stessa viene ad essere prodotta, trasformata, scambiata, consumata perché ricompresa nella forma merce, dal momento che l’individuo è ciò che sceglie di essere alla pari di un bene di consumo. […]

 

L’universalismo dei diritti umani viene ad essere smentito, dato che il gender, quale ideologia individualistica della diversità, è lungi dal costituire un elemento unificante del genere umano, ma semmai di disgregazione dell’uomo in tanti io distinti. Pertanto l’universalismo dei diritti umani si tramuta in un estremo relativismo di diritti post – umani, che si configura come una forma di collettivismo individualista composto da esseri separati e distinti da una diversità irriducibile. Con l’ideologia gender viene a riproporsi il mito prometeico dell’uomo creatore di sé stesso. Viene dunque di nuovo alla luce un pensiero che si fonda sulla volontà autopoietica dell’uomo, che negando le proprie origini naturali, vuole creare sé stesso. È evidente che il gender esprime una fase di estremo sviluppo della modernità. Di quella modernità che ebbe il suo inizio con l’illuminismo, ma che si affermò con la “morte di Dio” della filosofia nietzschiana. Venuti meno i motivi e i significati della vita umana che avevano la loro origine in Dio, l’uomo, per sfuggire al suo stato di irriducibile nichilismo, dovrà essere superato mediante l’avvento dell’oltreuomo. Questa condizione di assoluta negazione della propria genesi in cui l’uomo viene a trovarsi con la “morte di Dio” è perfettamente coerente con l’ideologia gender. Poiché la filosofia, al pari della religione e della scienza non hanno alcun fondamento veritativo, la conoscenza viene a configurarsi come una necessità di razionalizzazione del mondo, senza che alla logica delle procedure conoscitive faccia riscontro una sostanza veritativa del reale conciliabile con le forme logico – conoscitive. La conoscenza è dunque per Nietzsche un mezzo di dominio del mondo, espressione della volontà di potenza dell’uomo – oltreuomo. […] Alla luce della filosofia nietzschiana, possiamo rinvenire nella volontà di potenza il principio generatore dello sviluppo stesso del capitalismo. L’uomo, secondo la ideologia gender è creatore di sé stesso, allo stesso modo in cui nel mondo finanziario il capitale si autoriproduce e crea valore attraverso la sua autocreazione illimitata. […] Il gender è una ideologia che costituisce una evoluzione coerente del transumanesimo. Tale movimento culturale, che ebbe tra i suoi fondatori J. Huxley negli anni ’50, ha teorizzato una evoluzione dell’uomo post – umana, generata dal progresso tecnologico, finalizzata a sconfiggere le malattie, prolungare la vita umana, incrementare le capacità fisiche e cognitive dell’uomo. Il transumanesimo assume successivamente negli USA una impronta individualistica e fu definito da Max More come “una classe di filosofie che cercano di guidarci verso una condizione post – umana”. Il progresso illimitato dovrebbe quindi abbattere i limiti naturali dell’uomo, per pervenire ad una condizione in cui verrebbero realizzate tante istanze umanistiche quali la sconfitta della povertà, della malattia, la fine delle guerre, dell’oppressione e l’avvento della giustizia sociale. Il superamento della condizione umana verrebbe realizzato, secondo il transumanesimo, non attraverso l’evoluzione naturale, come teorizzato dal darwinismo, ma attraverso il progresso tecnologico, che sarebbe il fondamento della nuova condizione post – umana. Dal progresso tecnologico scaturirebbero nuove filosofie, scienze, dottrine politiche ed economiche. Nel formulare tali teorie, si è però omesso di considerare che il progresso, quale motore dello sviluppo post – umano, non presuppone né una etica umanista, né tanto meno post – umana, che finalizzi le sue conquiste alla emancipazione di una umanità liberata dai mali che da sempre la affliggono. Come non scorgere allora nel transumanesimo una concezione che possa condurre al ritorno delle teorie eugenetiche? Dalla riproduzione dell’uomo su base tecnologica potrebbero scaturire specie non umane che sinistramente evocano la creazione di razze superiori: si può addirittura teorizzare l’avvento di epoche in cui l’uomo sulla terra non sia più la specie dominante. Il progresso, quale ideologia a base illuministica, per svilupparsi necessita di una condizione di estraneità ai valori etici. Ma soprattutto, il transumanesimo, così come il gender, teorizza la creazione di un uomo artificiale, estraneo alla sua natura biologica. Presuppone una sovrapposizione della tecnologia alla dimensione naturale dell’uomo. Le radici culturali del transumanesimo, così come del gender, sono rintracciabili nell’umanesimo, nell’illuminismo, nell’oltreuomo nietzschiano, nel futurismo. Tutte le culture che hanno teorizzato l’avvento dell’ “uomo nuovo”. Tale concezione ha però anche radici più recenti. Si individua nell’ideologia gender infatti la riviviscenza dell’ “uomo nuovo” delle ideologie novecentesche, con i loro utopismi fallimentari, perché finalizzati alla fondazione di futuribili società estranee alla realtà storico – sociale dell’uomo. Di riflesso il capitalismo vuole costruire il suo “uomo nuovo”. Questo nuovo utopismo però ha finalità assai più minacciose: non vuole governare la società attraverso un totalitarismo di natura politica, ma vuole dominare l’umanità manipolando le origini della natura umana stessa, per renderla compatibile alla forma merce globalizzata. Così come l’economia di mercato ha introdotto la società multiculturale e presuppone l’estrema pluralità delle scelte nel consumo, anche il gender vuole esaltare la libertà e la pluralità delle scelte individuali sull’essere della nostra vita. Tuttavia, il falso pluralismo della società capitalista crea in realtà una società omologata nella produzione, nel consumo, nei costumi, nella cultura. Anche il gender determina una società che trasforma la diversità originaria degli esseri umani in uniformità. Non essendoci differenze sessuali originarie, l’essere umano dovrebbe ritrovare una sua uniformità primigenia. Trattasi di uno sviluppo della reductio ad unum già teorizzata da Comte, quale esito dello sviluppo illimitato del progresso, della omologazione dell’intera umanità. Ma anche in questo contesto, si possono rinvenire antichi antenati dell’ideologia gender nel mito dell’androgino. L’androgino è una figura presente nella mitologia classica e rappresenta la coincidentia oppositorum, cioè l’unione dei contrari. Esso è descritto come un essere che presenta caratteristiche fisiche sia maschili che femminili, un essere cioè che rappresenta l’unità divina, l’essere unico originario e perfetto prima della separazione negli uomini. Tale mito è descritto da Platone nel “Simposio”. In tale dialogo, Aristofane fa menzione di questo terzo genere androgino, non figlio del Sole come gli uomini, né figlio della Terra come le donne, ma figlio della Luna, cioè con i caratteri di entrambi. Questi esseri erano autosufficienti, assai forti e vigorosi. Il loro orgoglio era immenso e tentarono la scalata al cielo per abbattere gli dei. Zeus e gli altri dei li sconfissero ma non vollero ucciderli tutti per non rinunciare ai sacrifici offerti dagli umani. Zeus decise allora di far sopravvivere la specie umana, ma rendendo gli uomini più deboli per limitarne l’arroganza. Così li divise in due parti di cui una più debole. Da tale separazione sarebbe derivata la differenziazione tra uomini e donne. Il mito dell’androgino esprime dunque nostalgia per una condizione di completezza e perfezione perduta dall’essere umano. La teoria gender postula questa unicità dell’essere umano originaria su basi scientifiche, differenziandosi però dalla mitica androginia in quanto non prevede un terzo genere che assommi in sé le caratteristiche dei due generi, ma una unicità indifferenziata derivata dalla scomparsa stessa dei generi differenziati. L’androgino è una mitologia che raffigura un essere pre – umano, il gender vuole realizzare una condizione post – umana. […] Dall’illuminismo in poi il principio di eguaglianza ha rappresentato il fondamento degli stati moderni. Tale principio ha subito rilevanti evoluzioni: all’eguaglianza formale dello stato liberale ha fatto seguito nel ‘900 il principio dell’eguaglianza sostanziale. Mutamenti politico – sociali ne hanno modificato il contenuto, ma l’eguaglianza è oggi un principio ormai universalmente riconosciuto. La teoria gender viene alla luce dopo circa un secolo di lotte dei movimenti femministi per il riconoscimento dei diritti delle donne, così come negli ultimi decenni hanno preteso analogo riconoscimento gli omosessuali. Il gender dunque rappresenterebbe una nuova fase della evoluzione del principio di eguaglianza: la negazione delle differenziazioni tra i sessi sarebbero derivate dai ruoli attribuiti dalla divisione del lavoro nell’ambito sociale. Pertanto, la divisione dei ruoli avrebbe determinato una struttura gerarchica della società, in cui gli uomini avrebbero assunto posizioni dominanti e le donne quelle subalterne. La scomparsa dei generi realizzerebbe dunque la completa eguaglianza tra gli esseri umani. […] Ma l’eguaglianza nei diritti postula la diversità tra gli individui, così come delle aggregazioni sociali e ha il fine di rimuovere le sperequazioni e le discriminazioni economiche, sociali, giuridiche, religiose, esistenti nella società. L’eguaglianza afferma la pari dignità degli uomini, non abroga le differenze naturali originarie, né la differenziazione dei ruoli esistenti tra le varie componenti della società. Il gender non ha finalità emancipatorie, ma afferma l’uniformità del genere umano. L’eguaglianza può realizzarsi attraverso la parificazione tra soggetti diversi ma tra loro complementari, quindi implica la diversità, mentre l’uniformità determina un egualitarismo imposto che è realizzabile solo attraverso il disconoscimento forzato delle diversità originarie. Il gender non rappresenta un momento evolutivo del progresso, ma semmai conduce ad una dimensione regressiva dell’essere umano. Esso si configura come una regressione dell’uomo al suo stato embrionale, allo stato della indifferenziazione sessuale. Quindi, in tale ottica, la natura umana è ridotta allo stadio di materia prima informe, suscettibile di trasformazione. Con il gender si manifesta l’esito ultimo della modernità: quello del progresso che nega sé stesso. Il gender non inaugura l’era del post – umano, ma la regressione al pre – umano.

 

Con l’emergere dell’ideologia gender, si ripropone la antica problematica filosofica sulla natura umana. Esiste una natura umana? E come è definibile? Nell’esporre tale problematica facciamo riferimento al pensiero di Costanzo Preve.  […] Preve si richiama ad Aristotele secondo il quale l’uomo è animale sociale, politico, comunitario. In base alla sua socialità originaria, sviluppata nella famiglia, nella tribù, nella polis, l’ideale dell’uomo è quello di realizzare la perfetta comunità di convivenza comunitaria, attraverso una buona legislazione, che rispetti la socialità naturale dell’uomo stesso. Inoltre per Aristotele l’uomo è animale dotato di linguaggio, razionalità, capacità di calcolo. Infatti, mediante il “calcolo sociale” l’uomo costruisce la struttura della polis, al fine di edificare una comunità unitaria e stabile, conformemente alla sua natura di essere sociale. Per quanto concerne il fondamento storico della natura umana, Preve fa riferimento al pensiero marxiano, al concetto di ente naturale generico, non specifico, perché la sua genericità consiste nel non essere determinato ad una unica “oggettivazione” sociale. Infatti l’uomo si oggettivizza in strutture sociali storicamente determinate e derivate da altre strutture storicamente precedenti. Questo processo storico di oggettivazioni storico – contingenti, è possibile in virtù della fondamentale natura dell’uomo quale ente naturale, generico, sociale. La natura umana generica conduce alla trasformazione delle strutture sociali storicamente determinate, ma sempre nel contesto coerente di un processo unitario ed universale di emancipazione dell’umanità. È pertanto la natura umana storica, sociale, razionale a conferire un valore ed una finalità in sé all’umanità e ad attribuirle un significato universale. La radice individualistica del gender e la negazione della natura sociale dell’uomo conduce alla dissoluzione dell’uomo stesso. Il gender rappresenta l’esito finale della modernità in atto propria del capitalismo speculativo, i cui effetti erano già contenuti in potenza nelle sue premesse illuministiche, quali sue cause originarie. Sulla base delle precedenti considerazioni, possiamo definire il gender come fase finale di un’era post – umana già in atto, con l’avvento del capitalismo globalizzato, con l’estensione del mercato e della relativa forma merce su scala planetaria. Il gender, ideologia peraltro presente nel solo Occidente del pianeta, non rappresenta né la dissoluzione della natura umana, né l’avvento di un’era post – umana, ma solo l’esito nichilistico di una modernità al crepuscolo, che nel suo processo dissolutorio, giunge a distruggere anche sé stessa.

 

Luigi Tedeschi

 

 
GAFA PDF Stampa E-mail

28 Settembre 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 25-9-2019 (N.d.d.)

 

 

 

La parola chiave del liberismo è concorrenza. Corre l’obbligo di competere per ogni cosa, in alto e in basso. Si invera l’apologo africano del leone e della gazzella: entrambi si svegliano e prendono a correre, per motivi opposti. Tutti contro tutti, prede e predatori, lupi ed agnelli, la vita come gara e campo di battaglia. L’esperienza ci insegna che l’antagonismo è per noi, trasformati in nemici reciproci, il monopolio è per lorsignori. È il contrario del liberalismo, che ha perso due lettere e ha gettato la maschera: liberismo sive monopolio. Secondo un maestro del pensiero economico liberale, Friedrich Von Hajek, il mercato, per essere tale, deve essere aperto. Tutto il contrario della realtà. L’ economista austriaco pronunciò una sentenza nei confronti del collettivismo che oggi possiamo applicare al liberismo monopolista: chi possiede tutti i mezzi, determina tutti i fini. I due monopoli più potenti sono quello finanziario, la creazione e gestione della moneta attraverso l’arma del debito, e quello tecnologico, che ha invaso rapidamente tutti gli ambiti economici, culturali, di costume, assumendo il controllo capillare delle nostre vite. I super giganti sono essenzialmente quattro, Google, Amazon, Facebook, Apple, tutti americani, uniti nell’acronimo GAFA. Nel prossimo futuro è probabile si aggiunga un altro temibile attore globale, il cinese Huawei, in possesso della decisiva tecnologia di telecomunicazioni ad altissima velocità 5G. Intaccare la potenza del monopolio globale da essi esercitato è l’impresa più complessa dei prossimi anni, resa ancor più ardua dal legame inestricabile con il deep State, ovvero agenzie riservate e struttura militare degli Stati Uniti.

 

Siamo precipitati nel monopolio radicale descritto da Ivan Illich, che non ebbe il tempo di conoscere del tutto il monopolio fintech che penetra nella vita intima e colonizza le coscienze: “Con questo termine io intendo non il dominio di una marca ma la necessità industrialmente creata di servirsi di un tipo di prodotto. Si ha il monopolio radicale quando un processo di produzione esercita un controllo esclusivo sul soddisfacimento di un bisogno pressante, escludendo la possibilità di ricorrere, a tal fine, ad altre attività non industriali.” Un discorso che trova la sua declinazione in tutte le branche dell’industrializzazione e tecnicizzazione, in particolare a quella dei servizi. Si può rinunciare all’iPhone, non si può rinunciare ad essere reperibili, si può evitare l’automobile, ma la mobilità è un obbligo quotidiano quanto la connessione alla grande rete. Aggiungeva il prete di Cuernavaca “quando il monopolio radicale viene scoperto, in genere è troppo tardi per liberarsene”. Proprietari di fatto delle nostre esistenze, è nelle loro mani la libertà individuale e collettiva. La lotta va condotta sul piano culturale, etico e naturalmente politico-ideologico. Se concorrenza è la parola magica neoliberista, il monopolio radicale va smantellato a partire dai fondamenti. Regolare finalmente i GAFA è una priorità che deve entrare nell’agenda politica di Stati e movimenti politici. Qualcosa sembra muoversi negli Usa, dove il sistema giuridico non è del tutto asservito alla logica monopolistica. […] Tre sono le direttrici dell’indagine, e ciascuna affronta il nocciolo del problema. Una riguarda quali messaggi sono visibili sulla rete, chi li sceglie e li modera. Conosciamo ormai sulla nostra pelle la potenza della censura privatizzata di Facebook, unita all’impossibilità di adire autorità in grado di imporre regole a giganti deterritorializzati che agiscono fuori dal controllo di qualsiasi potere pubblico.

 

La seconda è l’abuso di posizione dominante, ovvero il monopolio conseguito cacciando dal mercato i concorrenti o fagocitandoli. Il terzo elemento all’attenzione degli investigatori è il monopolio nella raccolta pubblicitaria, che ha un immenso valore economico, ma soprattutto consente di avere in mano i mezzi di comunicazione di massa, cioè la formazione dell’opinione pubblica mondiale, in definitiva la stessa democrazia. Negli Stati Uniti, Google, Amazon e Facebook si dividono il 70 per cento della pubblicità online. Nel resto del mondo, i dati si stanno avvicinando pericolosamente a quelli americani. […] Oggi, la pubblicità in rete muove più denaro di quella televisiva e ha praticamente divorato quella della stampa scritta. Il monopolio non può essere scalfito: le grandi piattaforme possiedono i dati personali di miliardi di persone, sanno di me – gusti, idee, propensioni, scelte- più di quanto io stesso sappia. Sono in grado di selezionare reddito, zona geografica, età, idee politiche, abitudini intime e interessi dei consumatori. Abbiamo fornito noi stessi, con la navigazione, gli acquisti, i messaggi, persino con le modalità di pagamento scelte, ogni notizia utile a fini commerciali. Naturalmente, le informazioni, i metadati aggregati, possono essere utilizzati per ogni altro fine, politico, ideologico e di potere. È sempre più urgente ristabilire la forza delle istituzioni pubbliche per contenere l’immenso dominio delle nuove oligarchie tecnologiche. I loro affari lambiscono oramai il santuario della finanza. Facebook ha lanciato di recente il progetto della criptomoneta elettronica Libra; l’irruzione di Silicon Valley desta grande preoccupazione in ampi settori del mondo bancario. Il Banco di Spagna ha chiesto ufficialmente alla BCE di intervenire affinché alle attività finanziare di Amazon, Facebook e Google sia attribuito, quanto meno, lo stesso trattamento giuridico del sistema bancario. Le multinazionali tecnologiche, afferma, sono in grado di offrire almeno cinquanta servizi finanziari diversi, e si dice preoccupato per l’assenza di “barriere protettive” contro l’invadenza fintech. Uno sconcertante contrappasso per i massimi promotori del laisser faire, laisser passer.   È significativo, per la mappa del potere, che i banchieri non si siano rivolti agli Stati nazionali, ormai esautorati, ma neppure all’UE. La dimensione statuale è completamente assente dai campi ove si combattono le battaglie decisive. Il credito è una ricca prateria in cui le banche devono comunque seguire alcune regole ed osservare norme di legge. Il mondo fintech (finanza più tecnologia) avanza a tutta velocità senza ostacoli. […]

 

L’Unione Europea, come sempre quando i temi sono davvero sensibili, brilla per la sua assenza. Le misure fiscali nei confronti dei GAFA, la cosiddetta Google Tax, sono state rinviate per i disaccordi alimentati dalle lobby. L’OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, sta preparando un’imposta “digitale” sulla quale ottenere il consenso dei trentasei paesi aderenti. Non sarà semplice, poiché gli Usa hanno già minacciato ritorsioni daziarie nei confronti di chi adotti misure fiscali. Per ora, si tratta della Francia e della Spagna. La proposta, in sede europea, si arenò sull’ipotesi di un’’aliquota del 3 per cento sul fatturato delle imprese tecnologiche. Un balzello modesto, ma un grande passo avanti rispetto al quasi nulla di oggi. […]

 

Sottoporre a regole un settore potentissimo, che agisce possedendo pressoché per intero le tecnologie e la rete, per di più protetto dal governo americano, sarà impresa difficile. Riuscire a dividerle, farne, come si dice, spezzatino per limitarne le attività ancor più. È tuttavia urgente e necessario. […]

 

Il potere fintech è maestro anche nel confondere la realtà. O si tratta di meri trasportatori di dati, nel cui caso non possiamo renderli responsabili di ciò che accade tra i miliardi di pagine. Ma se sono piattaforme di contenuti il cui fine economico è mettere in contatto investitori paganti con gruppi demografici specifici attraverso la creazione di una serie di algoritmi, allora sono imprese di telecomunicazioni. La distinzione è cruciale, poiché ovviamente le regole per i due modelli sono ben diverse e definiscono diversi livelli di responsabilità.

 

Finora, i GAFA hanno risposto a questa distinzione con ambiguità, utilizzando il loro immenso potere di fatto e sfruttando il vuoto legislativo delle istituzioni pubbliche, statali e transnazionali per agire senza controllo. Di qui scandali come la vendita di dati personali e le recenti censure che hanno colpito in Italia forze politiche e privati cittadini. Negli Stati Uniti il dibattito politico si è fatto acceso. Importanti membri del Congresso hanno chiesto di dividere le grandi compagnie fintech per il loro monopolio tra i mezzi di comunicazione. Le note che precedono dimostrano l’enorme portata dei problemi che riguardano il ruolo planetario della galassia dei giganti tecnologici sotto distinti aspetti: l’enormità del potere conseguito in pochi anni sotto il profilo economico, finanziario, del costume, il controllo capillare della società e dei singoli, la distruzione di migliaia di imprese, la perdita della privacy, il traffico di dati sensibili, l’asfissia della dimensione pubblica non in grado di controllare o arginare la rete, l’immensa elusione fiscale, la privatizzazione della circolazione delle idee, con gli effetti censori che sperimentiamo. È una dittatura felpata come le magliette dei guru alla Zuckerberg e Jeff Bezos.

 

A proposito del tycoon di Amazon, un ulteriore fronte si va aprendo in queste settimane. Il Wall Street Journal, non certo un covo di oppositori del sistema liberalcapitalista, ha accusato il colosso delle vendite online di avere modificato gli algoritmi di ricerca affinché mettano in evidenza i prodotti da cui l’impresa ricava i maggiori profitti. La smentita di Jeff Bezos assomiglia molto a un’ammissione di colpa: “si tratta solo di una metrica (sono forse poeti? N.d.R.), non è un fattore chiave per decidere ciò che mostriamo ai clienti.” Sembra che i prodotti di uso più comune e quelli più venduti siano stati sostituiti, nelle prime pagine di ricerca, da quelli che generano il margine più elevato per la multinazionale di Bezos. Ovvia l’enorme implicazione per una moltitudine di aziende, fornitrici- per amore o per forza- di Amazon. Se lo scoop del Wall Street Journal corrispondesse al vero, si tratterebbe di pratiche di distorsione del mercato di eccezionale gravità, destinate a influire sulla sopravvivenza di migliaia di imprese. Sappiamo tutti che l’ordine in cui appare un prodotto- come un qualunque risultato di ricerca – su Google o su piattaforme di vendita come Amazon esercita un’influenza determinante sulle scelte finali degli acquirenti, poiché la stragrande maggioranza degli internauti limita la sua attenzione ai primi risultati che appaiono sullo schermo.

 

La conclusione è sconsolante. Da qualsiasi angolazione si valuti l’operato delle grandi imprese tecnologiche, si constata l’abuso del potere conseguito, lo strangolamento di ogni attività concorrente – ormai l’intero sistema economico, produttivo e adesso anche finanziario- la sovrapposizione ai poteri pubblici, l’impressionante capacità di orientare comportamenti di massa, controllare in modo ferreo e capillare le vite di ciascuno, generare profitti immensi pressoché esentasse, sostituirsi di fatto alle leggi degli Stati. In Italia, come sempre, abbiamo accumulato ritardi intollerabili nel comprendere la portata dei problemi; ancor più nel predisporre misure di difesa della sovranità, della libertà pubblica e privata, degli interessi legittimi di imprese, istituzioni, cittadini. Alla presentazione del nuovo governo, abbiamo ascoltato la solita promessa di lotta all’evasione fiscale. Conte e la sua compagnia di giro, sinistra nel nome e nei comportamenti, agisca davvero, non si occupi di barbieri e idraulici, ma imiti i governi francese e spagnolo, anticipi il sonno colpevole dell’UE e istituisca, per la prima volta, una tassa giusta e popolare sulle attività di Facebook, Amazon, Google, Apple, Airbnb, Uber e delle altre piattaforme tecnologiche. Sarà un piccolo primo passo per intaccare, dopo anni di inerzia e complicità, il monopolio radicale.

 

 

 

Roberto Pecchioli

 

 
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