Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
Un altro trattato di cui non si parla PDF Stampa E-mail

13 Aprile 2019

Image

 

Da Appelloalpopolo del 7-4-2019 (N.d.d.)

 

Il “Trade in Services Agreement” (TISA) è un accordo commerciale negoziato tra i 23 membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio tra cui l’UE, specifico per la liberalizzazione, gli scambi e il commercio dei servizi, compresi quelli sanitari. All’interno del TISA è riportata una proposta che mira a mercificare i servizi sanitari a livello globale, nonché a promuovere il turismo sanitario per i pazienti. Nel documento, infatti, si legge: “C’è un potenziale enorme ancora non sfruttato per la globalizzazione dei servizi sanitari”. La ragione, come viene spiegato, è che “sino ad ora questo settore di servizi ha giocato solo un ruolo ridotto negli scambi internazionali. Ciò è dovuto al fatto che i sistemi sanitari sono finanziati ed erogati dallo Stato o da enti assistenziali e non sono di nessun interesse da parte degli investitori stranieri a causa dell’assenza di finalità commerciali”. Il documento prosegue illustrando come il commercio dei servizi sanitari possa creare opportunità e avere benefici per i partner commerciali coinvolti (colossi assicurativi su tutti).

 

I riferimenti contenuti nelle “FAQ” sul sito della Commissione Europea, sono alquanto equivoci. In merito alla concreta possibilità di intervenire in campo sanitario mediante un’incontrollata liberalizzazione dei servizi, l’UE rassicura: “Nessun accordo di libero scambio dell’UE costringe i governi a privatizzare o deregolamentare un servizio pubblico a livello nazionale. Lo stesso vale per il TISA o per qualsiasi altro accordo che l’UE è impegnata a negoziare”. A questa, segue un’ulteriore domanda: “Come inciderà l’accordo TISA sull’assistenza sanitaria privata?” Tuttavia, in questa risposta è contenuta una falsa rassicurazione: “Nessuno degli accordi di libero scambio dell’UE obbliga i paesi membri a privatizzare i propri servizi sanitari. L’accordo TISA non farà eccezione, ovviamente, se un paese dell’UE decide di privatizzare in parte o in toto il suo servizio sanitario, è libero di farlo”

 

Dunque questo trattato siglato con la massima segretezza, in assenza di reazioni o proteste a causa dell’inconsapevolezza di molti, rappresenta il tarlo che sta mangiando dall’interno, piano piano, l’art. 32 della nostra Costituzione, percepita ormai inferiore, nella gerarchia delle fonti, a questi trattati-spazzatura. La strategia è sempre la medesima: “Noi prendiamo una decisione in una stanza, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo di vedere cosa succede. Se non provoca proteste o rivolte, è perché la maggior parte delle persone non ha idea di ciò che è stato deciso; allora noi andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno”. Se Il signore che ha pronunciato le parole citate in compagnia di altri pochi sta smantellando lo stato sociale è solo grazie al tacito consenso del popolo, lasciato a sguazzare nell’ignoranza dai media mainstream. Urge maggiore consapevolezza da parte dei cittadini poiché l’unica “arma” con la quale si combatte e si vince questa nuova battaglia di liberazione nazionale è la CULTURA. Ci libereremo… con una rivoluzione culturale!

 

Raffaele Varvara

 

 
Parola di Landini PDF Stampa E-mail

12 Aprile 2019

Image

 

Da Comedonchisciotte del 10-4-2019 (N.d.d.)

 

Le maggiori sigle sindacali, capitanate dal segretario della CGIL Maurizio Landini, hanno unito le loro forze a quelle di Confindustria per sottoscrivere un comune appello. In esso si esortano “i cittadini di tutta Europa ad andare a votare alle elezioni europee per sostenere la propria idea di futuro e difendere la democrazia, i valori europei, la crescita economica sostenibile e la giustizia sociale”. L’appello è specificamente rivolto contro “quelli che intendono mettere in discussione il progetto europeo per tornare all’isolamento degli Stati nazionali, richiamando in vita gli inquietanti fantasmi del novecento”. Chiosando l’appello, conclude Landini: “Noi pensiamo di aver bisogno di più Europa, di un’Europa diversa da quella dell’austerità, lontana dai cittadini e dai lavoratori. Indichiamo un’Europa capace di dare prospettive di lavoro ai giovani, aperta al mondo, fattore di stabilità e pace, che sa accogliere. Un’Europa capace di compensare e ridurre le diversità economiche e sociali che vivono al suo interno”.

 

Ci sarà un giorno in cui nei libri di storia si chiederanno come tutto ciò sia stato possibile. Ci si chiederà come è stato possibile che la totalità dei rappresentanti dei lavoratori di un paese si siano uniti in un fronte comune a difesa di un meccanismo istituzionale, l’Unione Europea, che ha demolito per vent’anni la dignità del lavoro in Italia e in gran parte d’Europa. Dopo vent’anni di dumping fiscale e sociale, di austerità, di monetarismo, di tutela del grande capitale, di concorrenza fiscale al massimo ribasso, di accoglimento di paradisi fiscali interni all’UE, di ricatti a colpi di spread, di macelleria sociale greca, dopo tutto questo e molto altro ancora ci voleva proprio il terribile sindacalista trinariciuto, quello che “non le manda a dire al padronato”, che firmasse un appello con la Confindustria per avere “più Europa.” Ma naturalmente non un’Europa qualunque, beninteso, no, questa volta sarà un’Europa del tutto diversa, nuova, verginale, idealista, quella dei “valori europei” della “giustizia sociale”. Questa volta, perché questa è la volta buona, non sarà più l’Europa di Juncker e Moscovici, non più l’Europa degli impuniti surplus commerciali tedeschi, non più l’Europa che “gli aiuti di Stato non si possono dare” salvo che si tratti di Airbus, di banche tedesche, di agricoltura francese, e insomma non staremo a guardare il pelo nell’uovo. No, questa volta ci ergeremo a tutela del mondo del lavoro alleandoci, in questo eroico sforzo, con i santi protettori del sistema finanziario e del sistema industriale, uniti nella lotta per un’Europa più giusta e nella protezione degli interessi dei lavoratori. Questa volta sarà tutto diverso, credetemi, parola di Landini.

 

Andrea Zhok

 

 
Diritti d'autore e censura della Rete PDF Stampa E-mail

11 Aprile 2019

Image

 

Da Rassegna di Arianna del 7-4-2019 (N.d.d.)

 

La direttiva dell’UE sul diritto d’autore è stata approvata dal Parlamento europeo con 348 voti a favore, 274 contrari e 36 astenuti. Una volta di più le istituzioni comunitarie si sono dimostrate nemiche della libertà concreta dei cittadini e spudorati servitori dei grandi gruppi di interesse. Non stupisce l’impegno dei grandi raggruppamenti politici – popolari, socialisti, liberali – a favore della nuova normativa, tantomeno l’unanime entusiasmo della cosiddetta “grande stampa”, i cui editori sono i maggiori beneficiari della nuova normativa. È bene rammentare che le direttive dell’UE non diventano subito legge degli Stati membri, ai quali è lasciato un tempo per adeguare le rispettive legislazioni. L’opposizione compatta alla direttiva di Lega e Cinque Stelle, oltre a quella di diversi esponenti di altro orientamento, lascia qualche debole spiraglio di speranza nel Parlamento italiano. Ha ragione Julia Reda, deputata tedesca del movimento dei Pirati, animatrice dell’opposizione alla normativa, quando afferma che sono giorni oscuri per la libertà della rete. Cerchiamo dunque di orientarci nel labirinto di polemiche che hanno accompagnato il cammino della direttiva. L’obiettivo dichiarato, condivisibile, è quello di riformare e modernizzare le regole relative ai contenuti che circolano in rete soggetti a licenza (diritti d’autore, proprietà intellettuale, ecc.). La direttiva stabilisce una serie di misure il cui risultato sarà vietare, rendendole impossibili, alcune abitudini quotidiane degli internauti: condividere notizie sulle reti sociali o postare “memi”, i contenuti creati dagli utenti, se soggetti in tutto o in parte a licenze o diritti. La privatizzazione della rete a vantaggio di pochi grandi è cosa fatta, con tutte le conseguenze in termini di limitazione della libertà.

 

La polemica investe soprattutto due articoli. L’articolo 15 stabilisce il pagamento di una somma, già definita link tax, per poter condividere contenuti attraverso il collegamento ad altri siti. Si obbliga cioè a pagare per diffondere contenuti; il risultato sarà che non si potranno più mostrare gli estratti e moltissimi contenuti (e siti) o cesseranno di essere disponibili. Ancora più controverso è l’articolo 17, che obbligai grandi media sociali (Twitter, Facebook, Instagram, Youtube) e i motori di ricerca a stabilire filtri per bloccare automaticamente tutto quanto è coperto da diritto d’autore. Secondo molti esperti, l’imposizione della link tax è assurda, specie se riferita al contenuto di mezzi di comunicazione, che in molti casi sono i maggiori interessati alla diffusione e condivisione delle loro notizie. Altri, come la Piattaforma in Difesa della Libertà di Espressione, sottolineano l’impatto negativo sul pluralismo informativo, oggi assicurato quasi esclusivamente dalla rete, per la dipendenza dell’intero sistema di comunicazione dalle cupole oligarchiche di potere. I media interessati, a partire da Google, faranno largo ricorso ai cosiddetti “filtri di caricamento”, strumenti complessi assai costosi a disposizione di pochi, potenti software di intelligenza artificiale incaricati di ispezionare immense quantità di dati. Per quanto la normativa esenti dagli adempimenti i soggetti con modesto volume d’affari, ciò espellerà dal mercato chi non è in grado di svolgere i controlli prescritti. Rimarranno attivi, come in tutti gli altri settori economici, i colossi, alla faccia del totem della concorrenza e del libero mercato. Il rischio più evidente, già manifestatosi in numerosi episodi con protagonista Facebook, è che la censura – poiché di questo si tratta – sia realizzata non da soggetti umani, ma da algoritmi, equazioni e modelli matematici. I professionisti del settore ammettono che le grandi corporazioni tecnologiche, i soliti Google, Facebook, Apple, faranno largo uso di quelli che chiamano “falsi positivi”, ovvero eserciteranno la massima censura al minimo dubbio per evitare cause e richieste di indennizzo. La direttiva riconosce una certa libertà nell’ambito di semplici citazioni, ma è ben difficile che le sfumature di giudizio raggiungano i modelli matematici, che finiranno per generare meccanismi automatici di blocco. La macchina ha un unico interesse, riconoscere il contenuto in cui compaiono estratti coperti da diritti. La normativa prevede che si possa ricorrere contro la censura “tecnologica”, ma indica come responsabili i gestori di servizi che permettono di condividere contenuti, obbligandoli di fatto a porre in essere filtri di cancellazione, cioè praticare una gigantesca censura. Solo la supervisione sarà di competenza umana, per cui l’esito è scontato: prima la chiusura, poi la richiesta di intervento su reclamo dell’utente “bannato”. Risultato, meno libertà, spazi chiusi per i “piccoli”, ostracismo agli oppositori.

 

I primi sondaggi d’opinione segnalano una forte irritazione, sette europei su dieci intervistati ritengono che il parlamento europeo abbia utilizzato la proprietà intellettuale come alibi per tagliare la libertà di espressione. Si sono mossi intellettuali, docenti, scienziati, cittadini comuni. Una lettera aperta è stata firmata da oltre centotrenta manager di primo piano, convinti che le nuove disposizioni finiranno per danneggiare l’economia. Tra loro, spicca il nome di David Kaye, relatore delle Nazioni Unite per la libertà di espressione. La verità è che il testo votato è un abile compromesso sulla nostra pelle tra i colossi digitali e le lobby dei titolari di diritti d’autore, licenze e proprietà intellettuale. Solo in superficie la direttiva è contraria agli interessi dei giganti di Silicon Valley. Non dimentichiamo che alcune settimane fa è stata rinviata a data da destinarsi la questione dell’imposizione di una (modesta) tassa europea a loro carico, i maggiori elusori ed evasori fiscali del pianeta attraverso meccanismi di deterritorializzazione e creazione di caroselli di imprese e giri di fatturazione che impediscono il prelievo fiscale. L’esultanza per l’approvazione della direttiva di Antonio Tajani, il giornalista già portavoce berlusconiano assurto alla presidenza dell’europarlamento, dimostra l’asservimento delle maggiori forze politiche europee. Certo, desta sorpresa l’inedita alleanza tra settori d’opinione pubblica non conformista e i signori del web, ma i fatti dimostrano che le nuove norme, oltre ad attaccare pesantemente la libertà d’espressione, quindi il pensiero critico, sono un nuovo mattone nell’edificazione di un mondo totalmente privatizzato, in cui ogni cosa, a partire dalla cultura, è sottomessa a un osceno diritto di proprietà sovraordinato a tutto. Non crediamo alla sincerità dell’opposizione alla direttiva di Google, Mozilla, Twitter e Wikipedia, ma non hanno torto gli animatori di XNet, piattaforma specializzata in diritti digitali, ad affermare che quello votato a Strasburgo è un testo tecnofobo, cucito su misura per i monopolisti del copyright, per di più non in grado di garantire il diritto degli autori a vivere degnamente del loro lavoro. La remunerazione, infatti, arriverà loro solo in scarsa misura, restando in capo agli editori, come osserva la delegazione della Lega all’Europarlamento. Un portavoce di Twitter ha dichiarato: “manteniamo la nostra preoccupazione per le implicazioni della votazione sulla natura creativa, aperta, volta al dibattito, propria di Internet”. Da Google, la cui piattaforma Google News si nutre di collegamenti esterni, si dicono preoccupati per gli aspetti confusi del testo, destinati a generare infinite controversie giuridiche. Mozilla, creatrice del popolare browser multipiattaforma Firefox, dichiara apertamente che la norma serve a blindare i guadagni dei grandi titolari di diritti (editori, majors musicali), a detrimento del pubblico, con scarsa tutela per milioni di autori e piccole e medie imprese. Il livello di pessimismo è grande, e riguarda sia l’impatto sugli utenti sia la pratica attuazione. È opinione corrente che l’articolato contenga contraddizioni palesi, alimentando una confusione tale da non poter fare previsioni, se non prendere atto che modificherà nel profondo il modo di vivere Internet. L’UE offre ai grandi motori di ricerca e alle reti sociali globali un nuovo potere e una grave responsabilità, in cambio di denaro da distribuire a editori, detentori di marchi, licenze e diritti d’autore, i loro grandi clienti pubblicitari. È una partita di giro, alla fine, in cui i grandi attori tecnologici ed economici se la cantano e se la suonano tra loro. Lottano per giganteschi profitti, come la raccolta pubblicitaria in rete, in mano per tre quarti a due soli soggetti, Google e Facebook, si scannano, o fingono di farlo, per la divisione della torta, ma il prodotto che vendono, una volta ancora, siamo noi, con fattura a nostro carico. Nessun riguardo, da parte loro, per i nostri interessi e per il diritto a sapere, diffondere, produrre contenuti, cioè idee, conoscenza, cultura. Entro certi limiti possiamo comprenderlo, sono privati dediti unicamente al profitto. Ciò che maggiormente indigna è il servile atteggiamento di chi, il dannoso parlamento europeo, diventato organo interno delle grandi lobby, dovrebbe rappresentare la voce dei popoli, l’interesse generale, la dimensione pubblica. C’è solo da sperare nella capacità di mobilitazione popolare - che procede principalmente dalla Rete! – e nel castigo degli elettori alle forze politiche “di sistema” alle elezioni europee del 26 maggio, tale da rimettere in forse la direttiva. A livello italiano, conforta la presa di posizione governativa, da verificare quando la norma dovrà diventare legge dello Stato, ma colpisce negativamente il voto europeo favorevole pressoché unanime dei deputati di sinistra, solo a chiacchiere sensibili al tema della libertà dei cittadini.

 

La vigilanza deve essere massima, unita all’informazione più puntuale, assicurata- finché sarà possibile- da quei settori della Rete il cui bavaglio è l’obiettivo finale dei grandi centri di potere. Di certo, dal 26 marzo 2019 mezzo miliardo di europei sono meno liberi e hanno perduto parte del diritto a un’informazione libera. In compenso, sono più forti le oligarchie, specialmente i grandi gruppi editoriali, costola delle cupole di potere, e l’industria culturale orientata al profitto. Quanto ai giganti della tecnologia, continueranno a esercitare il loro monopolio, pagando qualcosa ai titolari di diritti di proprietà intellettuale. Faranno il lavoro sporco del potere, decideranno per tutti e continueranno a non pagare le tasse. Il conto, come sempre, quello economico e quello della minore libertà, dell’informazione censurata, delle idee vietate dagli strozzini postmoderni, è a carico dei popoli e dei cittadini.

 

Roberto Pecchioli

 

 
La vera arte fu quella rivolta al popolo PDF Stampa E-mail

10 Aprile 2019

Image

 

Da Appelloalpopolo dell’8-4-2019 (N.d.d.)

 

Già immagino uno stuolo di critici, o presunti tali, che soltanto leggendo il titolo inorridiscono e leggono l’articolo scuotendo la testa e considerando me, e tutti quelli come me, dei bifolchi ignoranti e volgari che non comprendono la bellezza dell’arte elitaria di cui siamo circondati. D’altronde, nella mia stupidità, devo aver perso il momento in cui il temine “volgare” è diventato un insulto, perché ho sempre saputo che etimologicamente il termine latino vulgus significasse “popolare”, evidentemente in alcuni ambienti far parte del rozzo popolo deve essere considerato come orribile. Eppure la maggiore ricchezza artistica di questo Paese è proprio quell’arte diretta al popolo e che oggi sembra essere volgare. Per secoli la Chiesa cattolica ha utilizzato l’arte come strumento di educazione delle masse, cercando di trasmettere a queste ultime attraverso le immagini concetti della dottrina. In questo modo sono stati prodotti buona parte dei capolavori artistici di questo Paese e l’arte ha eccezionalmente adempiuto al suo scopo principale.

 

Il punto fondamentale è che l’arte, marxianamente parlando, è sovrastruttura, perciò essa riflette inevitabilmente la società che l’ha partorita. Ecco che l’arte dell’età moderna riproduce per lo più i valori cattolici, mentre l’arte del XIX secolo riproduce la società borghese nelle sue varie sfaccettature oppure in URSS si afferma il cosiddetto “realismo sovietico”: tutti generi artistici figli della cultura dominante in quel periodo e in quel contesto. Dunque oggi l’arte dovrebbe riprodurre i valori della cultura liberale, ma poiché il liberalismo non conosce valori, poiché questi non sono mercificabili, ecco che l’arte contemporanea diventa misera, salvo rare eccezioni. È indubbio che il declino dell’arte occidentale sia iniziato dopo la seconda guerra mondiale, quando la capitale artistica per eccellenza divenne New York. In quel momento l’arte avrebbe dovuto valorizzare la cultura e la società americana, ma ciò non è avvenuto. A questo punto credo sia lecito chiedersi: qual è la cultura americana? Gli Stati Uniti sono la patria del liberalismo e poiché questo non produce valori, ma solo beni di consumo, non c’era molto da ritrarre. Ciò è evidente anche nell’organizzazione delle mostre. A Roma, ad esempio, prendono sempre più piede mostre non incentrate su un artista o su un movimento artistico, bensì su una parola chiave più facilmente spendibile al grande pubblico (love, enjoy, dream rigorosamente in inglese) oppure sulla riproduzione multimediale di grandi dipinti della storia dell’arte sulle pareti, dando così allo spettatore la possibilità di “immergersi nell’arte”. Vi confesso che la prima volta che a Roma fu organizzata una mostra del genere ho provato anch’io ad immergermi, pensando fosse un’esperienza da vivere, ma la verità è che mi sono sentito stupido. La mostra multimediale era incentrata su Caravaggio, ma mentre ero lì che rimiravo le opere del Merisi tutt’intorno a me, ho pensato fosse una stupidaggine perché, a due passi da lì, avevo gli originali di molti di quei dipinti, per di più gratis. Tuttavia l’elemento più assurdo di queste mostre è che è venuto meno proprio quello che era lo scopo principale di una mostra, ossia l’educazione, l’arricchimento culturale. Queste mostre non sono fatte per educare, ma per intrattenere il pubblico. Ed ecco che quello che è il divieto principale in un luogo dove sono esposte opere dal valore inestimabile, lì diventa quasi un obbligo, ossia fotografare e, soprattutto, fotografarsi. Perché l’importante non è uscire da lì più ricchi di cultura, bensì ricchi di foto da postare sui social. In questo modo l’arte è venuta meno al suo scopo principale che è quello di educare le masse, non di istupidirle. Ma d’altronde cosa aspettarsi da una società come la nostra che non ha nessun valore da offrire? Il vuoto liberalismo genera un’arte vuota.

 

Verga scrisse: “Non maledite l’arte ch’è la manifestazione dei vostri gusti. I greci innamorati ci lasciarono la statua di Venere; noi lasceremo il cancan litografato sugli scatolini da fiammiferi”. Dunque se l’arte volgare ha prodotto Caravaggio lasciateci essere volgari e innamorati come gli antichi Greci.

 

Luca Mancini

 

 
Credulità di cittadini superflui PDF Stampa E-mail

9 Aprile 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 7-4-2019 (N.d.d.)

 

Sono in corso precise e profonde trasformazioni strutturali dell’ordinamento sociale, su scala mondiale, che la comunicazione politica per le masse non menziona o menziona solo velatamente, senza mai parlare di come esse hanno ridotto il ruolo della politica. Ne menziono qui alcune particolarmente chiare e rilevanti, per poi descrivere i principali fattori che ostacolano il loro pubblico riconoscimento. In compenso, recenti vicende legate alla crisi economica e alla globalizzazione hanno fatto capire all’opinione pubblica che le nazioni sono governate da una oligarchia e non dalle istituzioni ufficiali, sì che non esiste la democrazia e vi è un essenziale conflitto di classe tra governanti e governati indipendente dalla ideologia adottata dai primi.

 

La prima e più nota delle trasformazioni globale in corso, è sul piano ‘orizzontale’, è la globalizzazione-centralizzazione dei mercati e del potere anche politico e giudiziario, con il conseguente svuotamento-soppiantamento degli Stati nazionali e delle rappresentanze e lealtà nazionali. La seconda è sul piano ‘verticale’, è il trasferimento del potere effettivo da soggetti pubblici, visibili e in qualche modo responsabili (politicamente, giudiziariamente), a soggetti privati, non esposti, non responsabili (non eletti, non sindacabili giudiziariamente), che studiano e prendono dietro porte chiuse le grandi decisioni e dirigono i governi da sopra di essi – l’Unione Europea è un ottimo esempio di ciò. La terza, è che i popoli diventano superflui e ininfluenti perché l’economia finanziarizzata non ha più bisogno, per produrre ricchezza e mantenere il potere costituito, di produrre e vendere grandi quantità di beni reali né eserciti di massa, quindi i cittadini, come lavoratori-consumatori-combattenti hanno perso utilità per il sistema, e con essa rilevanza politica; da qui il diffondersi della povertà e la perdita di diritti dei lavoratori. La quarta, è la capacità tecnologica, che i manovratori del potere stanno sempre più acquisendo, di monitorare e influenzare anche biologicamente i singoli e la società, e persino le condizioni metereologiche, con mezzi praticamente irresistibili.

 

Veniamo ora ai paraocchi, cioè ai principali fattori che impediscono all’opinione pubblica di capire come funzionano e come si stanno evolvendo la società e l’ordinamento giuridico, e che così li rendono psicologicamente accettabili alla massa. Infatti la gente non sopporta di sentirsi impotente entro un sistema ingiusto, illegittimo e sopraffattore, quindi accetta ogni aiuto per costruirsi l’illusione di vivere in un sistema complessivamente legittimo, visibile e ben intenzionato. In primo luogo si tende tuttora a pensare che i processi decisionali e le intenzioni dei soggetti istituzionali, politici ed economici siano quelli dichiarati anziché altri, nascosti e dissimulati – anche se da Machiavelli in poi la politologia insegna che le cose stanno proprio così. In secondo luogo, si tende a pensare che l’uomo e la collettività e il loro bene siano il fine dell’azione dello Stato, mentre al contrario i detentori del potere ‘tengono’ la collettività come un loro strumento, similmente a come l’allevatore tiene il bestiame; e gli Stati, al loro interno e nei rapporti internazionali, agiscono non secondo i principi legali ed etici con cui si legittimano, bensì cercando sopraffazione e sfruttamento. In terzo luogo si tende a pensare che il potere reale coincida col potere ufficialmente visibile e pubblico, istituzionale, controllabile politicamente e giudiziariamente, anziché essere detenuto da soggetti autoreferenziali, non responsabili e scarsamente visibili. In quarto luogo si tende a pensare che la legalità sia complessivamente osservata soprattutto dai poteri pubblici e dalle istituzioni, e difesa dalla giustizia – mentre non è affatto così, anzi prevalgono le pratiche e le decisioni illegali, e il potere giudiziario strutturalmente si occupa  non di difendere la legalità ma di mascherare, legittimare, preservare i rapporti di forza, privilegio e interesse reali, indipendentemente dalla loro illegalità, mantenendo una apparenza di legittimità agli occhi della massa. Bisognerebbe sempre tenere a mente che rispettare le regole, per chi detiene il potere, è un costo. In quinto luogo, si tende a credere, in conformità al catechismo neoliberale dei mass media e delle istituzioni, che il mercato libero esista, che sia efficiente, e che tenda alla crescita economica, mentre al contrario il mercato non è libero ma controllato da cartelli; non è efficiente, perché non tende ad aumentare la produzione di beni della vita né a prevenire o curare le crisi, ma a produrne in continuazione, per speculare e condizionare i governi grazie ad esse; ed, essendo un mercato dominato dalla finanza, non tende a produrre più ricchezza reale. In sesto luogo, nella recessione-stagnazione economica si tende a non vedere che esse sono tali solo per la popolazione generale, mentre per l’élite dominante, per i manovratori, esse comportano un grande incremento di ricchezza e potere rispetto alla società complessiva.

 

I detentori apicali del potere, i pianificatori-manovratori di lungo termine, da qualche decennio si stanno servendo delle dinamiche del capitalismo finanziario che distrugge insieme le sicurezze private e le strutture pubbliche rappresentative dei popoli, nonché della sua capacità di condizionare i comportamenti collettivi e individuali, allo scopo di preparare e attivare gli strumenti per la riduzione della popolazione, dei consumi e delle emissioni: riduzione che pare indispensabile per salvare il pianeta. In queste ottiche, lo sviluppo economico è stato fermato e avviato alla sua inversione dal cartello mondiale privato della moneta e del credito attraverso la creazione orchestrata di una carestia monetaria, giustificata con false teorie economiche, e che moltiplica le ricchezze della classe globale dominante diffondendo la povertà nella popolazione generale. Analogamente, la dinamica (animal spirits) del profitto capitalistico e monopolistico viene sfruttata per creare, attraverso la privatizzazione della produzione e del commercio delle risorse alimentari (terreni, sementi, chimica) nelle mani di un cartello globale, i presupposti per una carenza alimentare generale nel terzo mondo. Questa condizione orchestrata di carestia alimentare globale, combinata con la carestia monetaria, in una prima fase opera una progressiva estrazione di ricchezza e reddito dalle nazioni (cittadini, imprese, settore pubblico); e, in una seconda fase, prepara la soluzione del problema eco-demografico, appoggiata da farmaci contaminati e contaminanti alimentari nonché ambientali che abbassano le difese immunitarie e la fertilità, minano il sistema nervoso, e innalzano la morbilità soprattutto degenerativa nella popolazione generale. Il nemico della biosfera, dell’ambiente, ultimamente sono i sette miliardi di sovrappopolazione, coi loro consumi e le loro emissioni – e quella sopra sembra essere la cura che è stata pianificata. Vorrei ricordare quanto sopra a coloro che credono ancora che si possa rilanciare la natalità e lo sviluppo economico.

 

Marco Della Luna

 

 
Un unico stato-mondo PDF Stampa E-mail

7 Aprile 2019

Image

 

Mi è venuta in mente una cosa: ma per quale cazzo di motivo israeliani e palestinesi, invece di combattersi tra loro non hanno fatto insieme uno stato multiculturetnico, che a noi dicono essere tanto bello e giusto?? Come hanno fatto a non pensarci?? Eppure la soluzione era lì, davanti a loro, così semplice, come quella che hanno amorevolmente voluto e deciso per noi europei (va beh.. imposta con l'inganno, ma cosa cambia?), così bella, fulgida, pregna di auspici, gravida di ricchezze, foriera di pace e prosperità. Che ci voleva!? Sarebbe bastato che i palestinesi avessero "accolto" i nuovi arrivati israeliani, e tutti insieme appassionatamente avessero fatto un nuovo popolo multimisto! Facile no?! E invece .... che RAZZISTI si sono dimostrati tutti!

 

E poi, anche, perché non far questo in tutto il mondo, un unico grande stato multitutto ma con un unico governo, unico comando, unica moneta, uniche leggi. Meraviglioso no?!! Come?... Il popolo non conterebbe più niente, perché semplicemente non esisterebbe più nessun popolo?... Ehee va beh, non si può mica avere tutto!

 

Marco Zorzi

 

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 33 - 48 di 2424