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Alleanza ebreo-sunnita PDF Stampa E-mail

11 Febbraio 2019

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Non paga del suo tentativo di alimentare la guerra civile in Venezuela e, alla bisogna, come più volte ripetuto, pronta ad un attacco militare contro il Paese caraibico, ora l'amministrazione Trump punta anche all'Iran.  Mike Pompeo, ex direttore della CIA ed oggi segretario di Stato, ha dichiarato alla Fox di essere "assolutamente convinto" che si possa formare un'alleanza tipo NATO contro l'Iran.  Proprio in funzione anti-Teheran la Casa Bianca ha organizzato un vertice, in Polonia, per il 13 e 14 febbraio. "Penso", ha aggiunto Pompeo, "che ogni Paese capisca che è nel suo miglior interesse [far parte di questa "alleanza" contro l'Iran]. Ora dobbiamo lavorare sui dettagli per riuscirci".  La Casa Bianca intende costituire una “alleanza strategica ebreo-sunnita” contro l’Iran. Non è casuale, in tal senso, il rientro al Dipartimento di Stato USA di Elliot Abrams, uno dei fedelissimi al tempo di Ronald Reagan, negli anni Ottanta del secolo scorso. Una figura tristemente nota, implicata nei massacri in Guatemala, Salvador e Nicaragua, e già attiva sul “dossier Venezuela”.

 

Curiosamente, proprio negli ultimi tempi, sono divenute ufficiali le comunicazioni delle autorità militari e politiche israeliane nel rivendicare attacchi dell’aviazione di Tel Aviv in Siria. Nulla che non si sapesse già, certo, ma il fatto nuovo sta nel dichiararlo apertamente. Si sapeva da anni, inoltre, del sostegno “umanitario” ai feriti salafiti-wahabiti curati negli ospedali israeliani e poi rimandati al fronte in Siria. La stampa israeliana ha più volte riportato le immagini delle visite a questi feriti effettuate negli ospedali dal primo ministro Benyamin Netanyahu.  Ora, in modo nient’affatto sorprendente, si viene a sapere che non solo di “sostegno umanitario” ai “ribelli siriani” nel Golan si trattava. È l’uscente capo di stato-maggiore delle forze armate israeliane, generale Gadi Eisenkot, a dichiarare al Sunday Times che, negli “ultimi anni”, lo Stato ebraico ha equipaggiato e appoggiato militarmente i jihadisti di almeno 12 gruppi. Ed è ad una pluralità di giornali che Eisenkot sta rilasciando interviste. Ha ammesso che sono centinaia i bombardamenti effettuati dall’aviazione israeliana in Siria, a ben vedere coperti dalla complicità ed impunità assicurate dalla sedicente “comunità internazionale” a guida USA. Nel solo 2018, ha detto Eisenkot, sono state almeno 2mila le bombe scaricate da Israele in Siria su obiettivi iraniani, di Hezbollah e della Siria stessa. Israele, che sulla questione-Venezuela è stato tra i Paesi più solerti, dopo gli Stati Uniti, a riconoscere l’auto-proclamato presidente Guaidò, non mancherà ovviamente all’appuntamento del vertice anti-Iran della settimana prossima a Varsavia, in Polonia.

 

Francesco Cartolini

 

 
Morti viventi avvelenano i pozzi PDF Stampa E-mail

10 Febbraio 2019

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Da Rassegna di Arianna dell’8-2-2019 (N.d.d.)

 

C’è poco da fare, ci sono due sole categorie di persone, come dice un nostro caro amico: quelli che sanno di aver ricevuto il mondo in usufrutto, e che sanno di doverlo consegnare alle generazioni che verranno; e quelli che vogliono averlo in proprietà, e che, pur di non doverlo consegnare mai a nessuno, sono pronti e intenzionati ad avvelenare i pozzi dietro di sé, in modo che il mondo resti inabitabile per le generazioni future. Non stiamo parlando solo del mondo in senso biologico, quindi non stiamo facendo una classificazione di tipo ecologista o ambientalista; non si tratta di distinguere l’umanità fra quelli che vorrebbero salvare il panda e quelli a cui non frega niente né del panda, né di qualsiasi altra specie vivente minacciata di estinzione; stiamo facendo un discorso molto più ampio, che include tutte le manifestazioni della vita pratica e anche la sfera morale, spirituale, religiosa. Semplificando, ma neanche tanto, possiamo dire che la maggior parte delle persone appartengono alla prima categoria, anche se si collocano, ovviamente, su livelli molto diversificati di consapevolezza; mentre la seconda categoria comprende un numero assai ristretto di persone, perlopiù affette da un grave disturbo narcisistico della personalità. Il guaio è che questa seconda e assai più piccola categoria include quasi tutte le persone che contano, che hanno potere, specialmente in senso finanziario, economico e politico; mentre dell’altra categoria fanno parte le persone comuni, i comuni lavoratori e pensionati, quelli che si accontentano di metter su una famiglia e di condurre una vita normale, senza eccessive pretese e senza esagerate aspettative, quindi senza grandi ambizioni. Naturalmente non si tratta di una coincidenza: vi è una relazione precisa. Le persone molto ambiziose fanno di tutto per entrare a far parte della élite che decide i destini dell’umanità, o almeno del proprio Paese, anche se la maggior parte dei membri di quest’ultima vi appartiene per diritto di nascita; mentre gli altri si trovano naturalmente a far parte della massa che non conta nulla, per quanto possano esserci, mescolate fra gli altri, delle persone di grande valore. È una fenomenologia che si può osservare tutti i giorni, a occhio nudo, per così dire: a capo di una fabbrica, di una scuola, di una caserma o di un ospedale, non ci sono necessariamente le persone migliori, né in senso intellettuale o morale, né, sovente, in senso puramente pratico e professionale; ci sono, però, sicuramente, le più ambiziose, e magari usano il loro potere per rendere la vita dura ai loro sottoposti, se si accorgono che alcuni di essi le sopravanzano, e di molto, nelle qualità suddette.  Comunque, ora non stiamo parlando questi piccoli potenti, come un caposquadra, o un preside, o un colonnello dell’esercito; stiamo parlando dei veri potenti, che sono pochissimi, parlando a livello mondiale: alcune decine, al massimo alcune centinaia; qualche migliaio contando anche i potenti a livello nazionale. I padroni della finanza internazionale in primissima fila; poi, legati a loro direttamente o indirettamente, i capi della politica, i maggiori esponenti degli organismi mondiali, i grossi editori di giornali e reti televisive.

 

Prendiamo il caso della politica; e, tanto per restare in casa nostra, e fare degli esempi che tutti abbiamo ben presenti, parliamo di un tipico esponente della seconda categoria di uomini, quelli che pensano di avere il mondo in proprietà: Silvio Berlusconi. Per questo è sceso in politica, per questo ha fondato un partito, per questo gestisce con criteri monopolistici le maggiori reti televisive non statali, parecchie case editrici e una quantità di giornali e riviste. La sua ricchezza era, ed è, favolosa; non c’interessa qui discutere come l’abbia fatta, come l’abbia implementata: di ciò discuteranno gli storici, fra qualche anno. Quel che qui c’interessa è come l’abbia impiegata per aprirsi la strada verso il centro del potere. Molti si sono illusi che l’avrebbe messa al servizio di un’idea: hanno creduto in lui, lo hanno votato, hanno fondato dei circoli di Forza Italia, si sono dati da fare per costruire il progetto di una grande forza politica che potesse rinnovare il Paese. Noi personalmente non abbiamo mai nutrito la minima illusione in un tal senso, e i nostri scritti dell’epoca in cui egli scese in campo ne fanno fede; ma non è di questo che vogliamo parlare, perché sbagliare è umano, e molti che hanno salutato con entusiasmo il suo ingresso nell’agone della politica erano in buona fede. Questo è il dato che conta. L’altro dato, con il quale bisogna fare i conti, è come egli abbia adoperato la fiducia accordatagli da così tanti italiani. Ebbene, qui forse non è necessario aspettare qualche altro anno per esprimere un giudizio storico, sia pure suscettibile di eventuali correzioni, anche perché l’uomo è tuttora in campo, prepara la prossima campagna elettorale per il suo partito e continua ad esercitare un peso determinante nella scena politica italiana, sia direttamente, mediante i suoi deputati e senatori, sia indirettamente, mediante le sue reti televisive e le sue case editrici. E quel giudizio non può che essere totalmente negativo. Costui ha preso la fiducia di qualche milione di italiani e l’ha messa al servizio della propria personale ambizione. I fatti hanno mostrato che egli non aveva alcuna idea dell’Italia, grande o piccola che fosse, da portare avanti; aveva, e ha, sempre e solo una grande, una grandissima idea di se stesso. Idea che non è stata minimamente offuscata o modificata dalle avventure e disavventure, sue e di sessanta milioni di italiani, in questi ultimi venticinque anni: una intera generazione. Niente e nessuno ha potuto scalfire anche solo in minima parte l’immagine narcisista, fantastica, delirante, che egli ha di se stesso: cioè il più grande, il più bravo, il più intelligente uomo politico italiano di tutti i tempi. La cosa è triste, ma non per lui: per quei milioni di italiani che gli hanno accordato la loro fiducia e che hanno riposto in lui delle speranze, rimaste malamente deluse. Conosciamo personalmente delle eccellenti persone che sono state gabbate a quel modo, ed è questo che ci rattrista. Lui si è limitato ad occupare il potere nell’interesse delle sue aziende, cioè di se stesso. E anche adesso, che è ridotto ai minimi termini in fatto di consenso elettorale, continua a occupare una posizione strategica: grazie al patto del Nazareno, tuttora operante, gode di complici silenzi a sinistra, per esempio in fatto di vigilanza Rai, sicché sulle sue reti può far dire qualsiasi cosa, nessuno parla più di conflitto d’interessi o di par condicio, né di altre amenità del genere, per quanto il suo confitto d’interessi non sia minimamente cambiato e non si sia per nulla affievolito, semmai è ulteriormente aumentato, visto anche l’incremento di profitti che Mediaset ha realizzato negli anni dei suoi governi. Per farsi un’idea degli ideali di quest’uomo, si pensi che le sue protette, inutile specificare in che senso, non le premiava pagandole di tasca sua, le metteva in Parlamento o nelle amministrazioni locali: vi ricordate la Minetti, la sua igienista dentale, chiamiamola così, piazzata alla regione Lombardia come consigliere blindatissimo, Formigoni consenziente? Del resto si era laureata col massimo dei voti, era una persona di valore, ma scherziamo! E così a mantenerle ci pensavano i contribuenti italiani. Un po’ alla volta perfino molti suoi fedelissimi, i Bondi e signora, per esempio, hanno finito per arrendersi all’evidenza e capire di che pasta è fatto, e se ne sono andati. Gli è rimasto Tajani, gli è rimasto Brunetta, gli son rimaste la Gelmini e la Bernini: e le prospettive per le prossime elezioni non sono certo rosee. Ma di qui alle elezioni la strada è ancora lunga, potrebbero essere fra sei mesi o fra quattro anni, chi può dirlo? E intanto, in Parlamento - sia a Roma che a Bruxelles - i suoi Tajani e i suoi Brunetta pesano, e non poco; tanto più che vige un tacito patto col Pd, voi non pestate i calli a noi e noi non li pesteremo a voi. Frattanto sogna di staccare Salvini da Di Maio e tornare al potere con la Lega, sia pure come socio di minoranza: fa progetti come se avesse quarant’anni, mentre ne ha più del doppio. A forza di lifting e trapianti di capelli ha maturato la sindrome dell’immortalità: non agisce e non parla come un uomo anziano, che deve cominciare a fare i suoi conti col Padreterno (lo diciamo senza voler essere iettatori, ma pacatamente e oggettivamente), bensì come un giovane che abbia la vita davanti a sé, e l’Italia pronta ad attendere la sua bacchetta magica per risolvere ogni problema. Peccato che la bacchetta magica l’aveva per davvero, a un certo punto: ed era il consenso di quei milioni di italiani che attendevano da lui una riforma in senso liberale. Quella riforma continuano ad aspettarla, ma ormai è chiaro che è entrata a far parte di tutte le leggende, le favole e le balle che ha saputo rifilare ai suoi fiduciosi elettori: con una abilità tanto consumata da far pensare che avrebbe saputo vendere, come si dice, anche il giaccio agli eschimesi. E il bello è che non solo non ha fatto la riforma, o magari la rivoluzione liberale, quando era in condizioni di farla; ha pure trasformato Forza Italia, o quel che ne rimane, in una brutta copia minore del Pd, o forse nella nuova versione del vecchio Partito Radicale, con tanto di animalismo, ambientalismo e omosessualismo radical chic. Incredibile ma vero: dalla difesa dei valori tradizionali e cattolici, alla difesa a oltranza dei diritti dei “diversi”. Cosa ne penserebbe la sua famosa zia suora (se esisteva davvero)?

 

Silvio Berlusconi ha compiuto ottantadue anni (è del 1936) e rappresenta perfettamente il tipo umano che abbiamo descritto all’inizio: quello di chi crede di avere il mondo in proprietà privata e, per giunta, di chi non accetta minimamente l’idea di doverlo cedere, per limiti di età, alle nuove generazioni, piuttosto avvelena i pozzi consolandosi all’idea che neppure gli altri potranno bere, e quindi sopravvivere, dopo di loro. È il tipico atteggiamento del narcisista delirante: perisca Sansone con tutti i filistei. Ricordiamo Hitler, che preferì seppellire la Germania sotto le rovine piuttosto che fare un passo indietro; senza con ciò voler fare alcun paragone di segno politico fra i due (se lo facessimo, risulterebbe che Hitler era, sì, un criminale, ma a suo modo amava la Germania più di quanto Berlusconi abbia mai amato l’Italia, pur se condivideva con lui l’idea che la Patria non aveva il diritto di sopravvivergli). Ma ricordiamo anche Mazzarò, il contadino arricchito, protagonista della novella verghiana La roba, il quale, malato e senza eredi, allorché i medici gli dicono che è tempo di pensare all’anima, si mette a colpire col bastone anatre e tacchini, gridando: Roba mia, vientene con me! In altre parole, un ultraottantenne tiene in ostaggio la politica italiana, imbriglia ancora qualche milione di voti, non più tanti come in passato, ma abbastanza per far pendere l’ago della bilancia di qua o di là, specie considerando quanti sono gli italiani che nemmeno vanno più a votare; e continua a bombardare gli italiani, mediante le sue televisioni e i suoi giornali, con una martellante e incessante propaganda politica antigovernativa, come se fossimo già in piena campagna elettorale, senza che nessuno si sogni di andare a vedere se può farlo, legalmente parlando, oppure no. I signori del Pd, che tanto lo hanno detestato e combattuto, non hanno niente da dire in proposito; di Forza Italia, pare non si ricordino neppur che esiste (pare, appunto): tutte le loro energie sono magnetizzate dall’odio per il governo gialloverde, per far cadere il quale sarebbero disposti a qualsiasi cosa, anche a chiamare in Italia lo straniero, nella persona di un Macron qualsiasi, così come fece Ludovico il Moro, signore di Milano, con Carlo VIII, nel 1494, per odio verso il re di Napoli. E il caso Berlusconi non è affatto unico, anche se è, nel nostro Paese, probabilmente il più rappresentativo di quel certo tipo antropologico. L’Italia è piena di ottuagenari che vogliono monopolizzare il potere; di vecchi che odiano i giovani; di morti viventi, in senso morale, che venderebbero l‘anima al diavolo, se pure non l’hanno già venduta, pur di sbarrare la strada al domani. Il tempo, la storia, il futuro, devono finire con loro; nulla deve sopravvivere alle loro gesta e alla loro gloria passata. L’età media della classe dirigente nostrana è ben al di sopra di quella degli altri maggiori Paesi d’Europa e del mondo: che sia anche per questo che il nostro Paese, più di tutti gli altri, stenta a raccogliere le forze, a fare squadra, a rinnovarsi, ad affrontare in maniera razionale e coerente le sfide del terzo millennio? Dopo aver occupato le poltrone e gl’incarichi per anni, per decenni, questi vecchi terribili hanno piazzato al loro posto, quando proprio non ce la facevano più, dei “giovani”, in genere dei sessantenni o dei settantenni (Tajani, classe 1953, ha sessantacinque anni; Brunetta, classe 1950, ne ha sessantotto), allo scopo di tenere comunque occupate le poltrone e impedire il ricambio generazionale. Del resto, non è solo una questione anagrafica, ma anche e soprattutto intellettuale, culturale, spirituale: c’è chi è vecchio a trent’anni, e c’è chi è giovane a ottanta. Ma gli ottantenni del tipo di Berlusconi non appartengono a quest’ultima categoria; chi è prigioniero del proprio ego è più che vecchio, è già morto interiormente, e lo era fin da giovane. Fosse solo una questione di età, potevamo esser felici e contenti quando avevamo la Minetti alla regione Lombardia, nel 2010: oltre che di bella presenza, aveva meno di venticinque anni, essendo nata nel 1985. Quel che manca sono le idee nuove e soprattutto una maniera nuova di fare politica, di essere classe dirigente. Nei partiti regna la stagnazione più totale: niente congressi, niente discussioni, niente aria nuova, niente idee nuove. Non solo per Forza Italia, ma anche per gli altri partiti. Ormai la democrazia si è ridotta a questo: a culto della personalità di questo o quel leader (si fa per dire: tutti i gusti son gusti) carismatico, e a sparare a zero su chi governa, se si ha la disgrazia di stare all’opposizione: il potere logora chi non l’ha, diceva Andreotti. Però, mio Dio che tristezza.

 

Francesco Lamendola

 

 
Unione di Stati in competizione PDF Stampa E-mail

9 Febbraio 2019

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Da Appelloalpopolo del 6-2-2019 (N.d.d.)

 

Nell’ultimo viaggio a Collarmele ho ascoltato il dibattito tra l’ex chief economist del FMI Olivier Blanchard ed Emiliano Brancaccio. Al termine del confronto, il professore napoletano, nel rispondere alle domande provenienti dal pubblico, riferisce un aneddoto molto interessante: in occasione di un invito che aveva ricevuto da Massimo D’Alema e Laurent Fabius all’atto della candidatura di François Hollande alla presidenza della repubblica francese, Brancaccio intervenne nell’assemblea del Parti Socialiste per illustrare la sua idea di “standard retributivo europeo”, che incoraggerebbe uno spostamento del peso dei riequilibri commerciali sulle spalle dei paesi creditori. È chiaramente estremamente meno costoso impedire alla Germania di fare deflazione salariale piuttosto che costringere i paesi della cosiddetta periferia a seguirla esasperando le sofferenze delle crisi con la disoccupazione crescente e il gioco al ribasso dei diritti dei lavoratori. Brancaccio dice che questa proposta venne accolta con estremo apprezzamento da tutti i presenti rappresentanti dei paesi europei.  Quando la parola passò ai rappresentanti della Germania, nelle figure di un segretario della IG Metall (la nostra FIOM, per intenderci, il sindacato più rappresentativo dei metalmeccanici) e di un segretario dello SPD, questi dichiarano che Brancaccio non aveva capito niente di come funzionasse l’Europa, perché “l’UE non è nata su basi solidaristiche, di coordinamento, ma sulla competizione, e che così dovrà restare”.

 

Brancaccio descrive quel confronto come una lezione di vita, perché mai si sarebbe aspettato di ricevere una risposta simile da rappresentanti della socialdemocrazia tedesca e del mondo operaio. Questa è l’Europa, questa è l’Unione Europea egemonizzata dalla Germania. Un’unione di stati in competizione, costretti a farsi la guerra commerciale attraverso il dumping sociale, distruggendo i diritti, abbassando le pretese sociali, cinesizzando il continente. La solidarietà non è mai stata contemplata nel processo di genesi, non esiste e, come ci ripetono da sessant’anni quelli che comandano e che l’hanno costruita, non esisterà mai.

 

Gianluca Baldini

 

 
Botta e risposta PDF Stampa E-mail

8 Febbraio 2019

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Poiché la questione venezuelana tiene banco da settimane sullo scacchiere internazionale e siccome l'Italia, a differenza di numerosi Paesi della UE, si è formalmente rifiutata di riconoscere Juan Guaidò come legittimo presidente ad interim scatenando numerose tensioni interne non solo tra maggioranza e opposizione ma anche nella stessa compagine governativa, ritengo necessario schiarire le idee ai nostri lettori su come davvero stanno le cose. Parlo per opinione personale ma tale opinione presumo coincida verosimilmente, per la maggior parte, con le idee e i punti di vista de "Il Giornale del Ribelle". Ho deciso di confutare la narrazione dei media mainstream con un sistema forse antico ma efficace: il "botta e risposta " largamente usato nelle stampe d' una volta, quando l'informazione era una cosa ancora seria.

 

La narrazione mainstream (PD in testa) dice: "Nicolas Maduro è un dittatore, un tiranno, deve dimettersi e indire nuove elezioni. Guaidò è la speranza del Venezuela". Risposta: Prima di tutto Maduro è stato eletto regolarmente dopo un mese di presidenza ad interim, nel 2013, battendo il rivale Capriles con il 51% dei voti (percentuale non certo "bulgara") e rieletto costituzionalmente una seconda volta il 20 maggio 2018, battendo i candidati Falcon e Bertucci col 67% dei suffragi. Forse non era proprio il 67%, forse alcuni brogli vi sono stati, ma lo stesso Bertucci ha ammesso la legittimità del voto. Juan Guaidò è semplicemente il presidente del parlamento venezuelano che dopo mesi di contestazione del voto si è autonominato Capo dello Stato ad interim. Quel che si chiamava un tempo un "golpe bianco". Infine non si venga a parlare, in Italia, di brogli elettorali. Ad ogni tornata elettorale pure da noi vi sono vizi di forma, sospetti voti di scambio, sezioni elettorali che chiudono fuori tempo massimo. Usando tale ragionamento dovremmo dire che pure in Italia il voto è viziato ma nessuno invoca mai osservatori internazionali. I media mainstream ripetono: "Maduro ha affamato il Venezuela, un Paese ricco di petrolio, ha distrutto l'economia, ha creato una crisi umanitaria. Per colpa sua già 3 milioni di venezuelani sono emigrati. Negozi vuoti e criminalità alle stelle". Risposta: Maduro non ha rovinato un bel niente. Ha ereditato una nave che iniziava ad imbarcare acqua e ora dopo sei anni l'edificio è irreparabilmente allagato. I sintomi dello sfacelo s'erano mostrati già negli ultimi tempi di Chavez. A collassare è stato il socialismo bolivariano, con la sua politica assistenzialista di massa basata sui proventi dell'export petrolifero. Anziché reinvestire gli utili e gli incassi in settori chiave come agricoltura, infrastrutture, creazione di una piccola-media impresa ad uso interno, aiuto all'imprenditoria, risanamenti urbani e quant'altro, il bolivarismo elargiva benzina a prezzi politici, medicinali gratis e sussidi a chicchessia. È stata una "paghetta universale" per i venezuelani e la pacchia è durata finché il prezzo internazionale del barile prima e le sanzioni per motivi politici poi lo hanno consentito. Non si manda avanti uno Stato con l'assistenzialismo improduttivo e questa è una lezione che dovremmo imparare tutti quanti. E dicono ancora: "L' Italia ha sbagliato. Siamo dentro una Alleanza e si sta con l'Alleanza Atlantica. Siamo nella UE e si sta con la UE. Siamo isolati, siamo dei paria mondiali". E si risponde: Le Alleanze, qualsiasi esse siano, hanno un senso quando tutti i membri abbiano voce in capitolo, non quando qualcuno comanda e gli altri vanno a rimorchio. Nel 2011 i supposti "alleati" bombardarono Gheddafi impippandosene delle motivate ragioni di cautela italiane. Attaccarono la Libia, a un tiro di schioppo da noi, destabilizzando un Paese chiave per la nostra sicurezza, tirandoci per il bavero della giacca in una sciagurata avventura. Se le "alleanze" sono queste, tanto vale uscirne. O se ciò non fosse possibile, ben venga un sano egoismo nazionale. La decisione del governo italiano è corretta: negli affari interni di un Paese sovrano non servono intromissioni di sorta. Infine arrampicandosi sugli specchi si salvano in calcio d' angolo con la frase: "Maduro non ci piace. Non va bene". Risposta: Non vi piace? Non vi va bene? Ne avete ben donde! Elenchiamo le ragioni per cui non vi piace, per cui non vi va bene: ha stretto accordi commerciali e strategici con Russia e Cina, ha sempre supportato la legittimità del governo di Assad in Siria, siede su un territorio con riserve di 1300 miliardi di barili di petrolio, ha riserve di oro massicce sia in patria che all' estero, terreni fertilissimi, tutte cose che fanno gola in un mondo assetato di materie prime, di risorse, ma soprattutto tale ricchezza è nelle mani di uno che non è amico vostro. Infatti quando alcuni di tali parametri rientrano nelle mani di regimi amici, si chiudono non uno ma due occhi. Tutto qua.

 

È molto facile confutare le tesi. Serve solo essere ben informati.

 

Simone Torresani

 

 
ModernitÓ senza centro PDF Stampa E-mail

7 Febbraio 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 5-2-2019 (N.d.d.)

 

Se dovessimo sintetizzare in una brevissima formula le ragioni per cui la civiltà moderna non è una vera civiltà, ma una anti-civiltà, anzi, per meglio dire, una non-civiltà, potremmo dire così: perché non ha un centro, né una gerarchia di valori, né una rete organica di relazioni fra i suoi elementi simbolici, pratici e morali, vale a dire che non ha saputo o voluto esprime una cultura con carattere sistemico. In breve, è il caos allo stato puro: un coacervo di spinte, tendenze e orientamenti che collidono e si respingono vicendevolmente. Manca, inoltre, una chiara distinzione di attribuzioni. Logico: è stata costruita sul delirio di onnipotenza del singolo individuo; delirio così travolgente da coltivare la pretesa di portare, chi sa come, alla felicità del popolo, anzi, dell’intero genere umano. Come dal super-individualismo possa scaturire il bene comune, è un mistero: e infatti, filosofi come Adam Smith non hanno saputo far di meglio che tirare in ballo una improbabile “mano invisibile” a fungere da raccordo tra le due istanze, quella individualistica e quella sociale. Misero surrogato e scialba contraffazione della Provvidenza della tradizione cristiana. Possiamo anche dire che la modernità non costituisce neppure una cultura, perché le manca l’elemento essenziale dell’ideologia. La parola ideologia si è guadagnata una brutta fama, a torto o a ragione, nell’immaginario collettivo, mentre noi, in questa sede, la usiamo in senso esclusivamente antropologico, come il sostrato vitale che funge da elemento connettivo di tutte le manifestazioni della vita intellettuale, spirituale e materiale. Quindi, affinché ci sia una cultura, bisogna che ci sia una ideologia; niente ideologia, niente cultura, ma bensì manifestazioni culturali slegate e caotiche, sovente contraddittorie. Gli elementi culturali di una civiltà sono tutti interrelati, sono tutti funzionali l’uno all’altro; fanno parte di una struttura, come faceva osservare Lévi-Strauss, e ciascuno di essi ha la sua funzione in relazione a tutti gli altri, anche se accade che alcuni di essi sopravvivano per un certo tempo anche dopo il venir meno della loro funzione originaria. Per forza d’inerzia, se così si può dire. Ora, nella cosiddetta civiltà moderna manca la relazione reciproca, e quindi armoniosa, fra gli elementi culturali, appunto perché manca una ideologia. Non basta dire che l’ideologia della modernità è il progresso – o la ragione, o la scienza, o la tecnica – perché il progresso è, semmai, uno strumento per realizzare un determinato fine: che potremmo designare, sulla scia dei philosophes, la felicità generale. L’ideologia si rispecchia nelle funzioni sociali che una civiltà attribuisce ai suoi membri. Come ha mostrato Georges Dumézil, a partire dal 1933, coi suoi studi geniali, i popoli indoeuropei hanno sviluppato le loro società su uno schema tripartito: religione, esercito ed economia; perciò in esse si trovano le tre caste dei sacerdoti, dei guerrieri e dei lavoratori manuali. Questo è uno schema tipicamente indoeuropeo; nella civiltà cinese, ad esempio, lo schema delle funzioni sociali è di tipo binario. Ad ogni modo, binario, tripartito o altro, uno schema culturale basato sulla distinzione delle funzioni sociali esiste dovunque: in ogni società tradizionale esiste una distinzione di attribuzioni, concepita in maniera che esse non si ostacolino a vicenda, ma, al contrario, che procurino il maggior benessere all’intera comunità (anche se, è inutile negarlo, le vicende storiche proprie di ogni popolo possono portare a delle degenerazioni, per cui una casta finisce per usurpare attribuzioni non sue, coi relativi poteri, e quindi per rivelarsi dannosa al bene dell’insieme). Sorge perciò la domanda: su quale schema si basa la distribuzione delle attribuzioni, nella cosiddetta civiltà moderna e nelle società che da essa traggono origine e ispirazione, come quelle dei popoli europei e degli Stati Uniti, del Canada, dell’Australia e della Nuova Zelanda, nonché, in una certa misura, quelle dei popoli latino-americani e del Giappone? […]

 

A noi sembra evidente che la cosiddetta civiltà moderna si è sviluppata sulla base di un duplice equivoco: che una civiltà possa nascere in aperta polemica verso la civiltà da cui prende le mosse, e che possa sostenersi sulla base delle sole strutture materiali, specialmente economiche, considerando una specie di lusso la dimensione spirituale, da riservare a chi ne abbia tempo e voglia, ma senza che ciò sia considerato necessario alla vita generale; anzi arrivando, in certe epoche e situazioni, a considerare tale dimensione come inutile o dannosa, e come una forma di parassitismo sociale l’esistenza di una categoria di persone che si dedicano al culto del sacro. In altre parole, una civiltà che nasce non tanto per affermare se stessa, quanto per negare la propria tradizione e le proprie radici, come ha fatto l’umanesimo con il medioevo, è una civiltà che nasce morta; e una civiltà che dedica quasi tutte le sue energie allo sviluppo degli aspetti materiali, economici e tecnologici, e quasi nessuna attenzione alla dimensione spirituale, sia quella propriamente religiosa, sia tutte quelle di tipo spirituale e non finalizzate al profitto – creazione artistica e musicale, speculazione filosofica, eccetera – è una civiltà che non si cura di gettare delle solide basi, ma sceglie di vivere alla giornata, così come viene, badando solo al presente, immemore del passato e indifferente al futuro. Si tratta perciò di un agglomerato effimero di persone, tenute insieme dall’unica ragione dell’interesse materiale, senza un comune sentire e senza una condivisione di senso e di destino: cioè, in altri termini, senza alcuna Weltanschauung. Ma una società priva di una sua Weltanschauung non è una vera società, meno ancora può dare luogo ad una civiltà: è solo un accampamento temporaneo di individui che condividono la ricerca dell’utile, ma che contendono fra loro per la mancata definizione delle rispettive attribuzioni, e destinata a sciogliersi non appena fattori esterni o interni, anche di lieve entità, metteranno a repentaglio tale comune denominatore. E questo è ciò che si sta verificando. Ora che la modernità non è più in grado di assicurare un minimo di benessere a buona parte dei suoi membri, né una ragionevole speranza, essa si sta disgregando, perché gli individui-atomi che la compongono non sono più interessati alla sua sopravvivenza; in compenso arrivano altri individui-atomi, provenienti da altre civiltà, desiderosi di occupare le nicchie rimaste vuote per ritagliarsi uno spazio proprio, nel quale tentare la ricerca dell’obiettivo che fu dei loro predecessori indigeni: la conquista di un certo grado di benessere materiale, non collegato ad alcun preciso valore né ad un codice etico, e neppure a una gerarchia di funzioni. In un primo tempo, il trasferimento degli individui-atomi per ragioni economiche, nelle società occidentali, avviene dall’una all’altra di esse, da quelle più indebolite dalle difficoltà economiche a quelle ancora relativamente benestanti; la stessa tendenza si nota da parte degli imprenditori, i quali trasferiscono macchinari e processi produttivi da un Paese all’altro, in cerca del luogo più accogliente dal punto di vista della convenienza, sia per la sostenibilità della pressione fiscale, sia per l’economicità della manodopera. Ma questo primo passo verso lo sradicamento è già un primo passo verso la morte di quel modello di civiltà: perché una civiltà nella quale le masse si riducono a fattori intercambiabili ha perso il contatto con la propria ragion d’essere primaria e comincia a poggiare sul vuoto, sul nulla. In altre parole, la deterritorializzazione delle persone, del lavoro, del risparmio e del capitale è l’anticamera della disgregazione di una civiltà: gli individui, infatti, in una vera civiltà organica, non sono prodotti da esportazione, ma sono elementi di stabilità del tutto, proprio con il loro esserci, con il loro lavoro, con il loro risparmio, nel luogo dove sono nati e dove hanno ricevuto l’eredità morale dei loro genitori.

 

Ma c’è di più. Le tre funzioni basilari – sacerdotale, guerriera e produttiva – nella civiltà moderna si sono fuse, in un certo senso, in una nuova figura, assolutamente anomala rispetto a tutte le civiltà tradizionali: quella del tecnico. Il tecnico è un po’ sacerdote, nel senso che svolge le funzioni un tempo riservate ai medici-sacerdoti e agli astronomi-sacerdoti; un po’ guerriero, nel senso che costruisce e manipola armi potentissime, e sa pilotare, ad esempio, un aereo o un sommergibile con missili atomici; e un po’ produttore, nel senso che sa dirigere una grande banca o una multinazionale, ma anche semplicemente gestire un allevamento moderno o una coltivazione meccanizzata, che fa largo uso di prodotti chimici, richiede competenze tecniche più o meno sofisticate. Ma questa concentrazione di funzioni vitali nelle mani d’una sola categoria ha l’effetto di confondere i diversi piani dell’esistente: cadono le barriere fra il sacro e il profano, fra il militare e l’economico. Questo non è bene: si va verso un mondo ove non ci sono più confini riconoscibili fra cose diverse e quindi verso una visione relativista del reale, fondata su un approccio meramente empirico e utilitaristico. Diventa vero quel che è conveniente, e il superfluo si confonde col necessario. Cade la sobrietà e si entra nel consumismo distruttivo; ma una civiltà non sussiste se non ha ben chiaro cosa è essenziale.

 

Francesco Lamendola

 

 
Liberali, ex marxisti e cattolici uniti nel cosmopolitismo PDF Stampa E-mail

6 Febbraio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 3-2-2019 (N.d.d.)

 

Nella galassia globalista convivono tutta una serie di gruppi o movimenti, di estrazione culturale ed ideologica apparentemente molto diverse tra loro.  Una parte importante di questo fronte è formata dalla destra ultraliberista, dai settori bancari e finanziari internazionali e dai grandi gruppi industriali che mirano all’abbattimento delle frontiere ed al libero scambio delle merci senza alcun tipo di ostacolo o di vincolo. Gli stati nazionali rappresentano delle sovrastrutture da abbattere proprio perché limitano questa libertà. È il mercato a dover decidere, in tutta libertà, in quale luogo trasferire la produzione sulla base dei minori costi della stessa. Il piano di favorire in tutti i modi l’immigrazione di massa, è finalizzato a far crescere in modo esponenziale l’offerta di lavoro con conseguente riduzione dei salari ed abbattimento vertiginoso dei costi. Un altro aspetto da non sottovalutare riguarda il business dell’accoglienza che rappresenta una fonte di guadagno di dimensioni colossali.  L’altra frangia molto attiva di questo fronte è rappresentata dalla Sinistra, da quella moderata e liberal a quella più radicale. La comune visione del mondo materialistica rappresenta l’anello di congiunzione con quella destra liberista che fino al secolo scorso era considerato il nemico da abbattere. Questi post-marxisti, che della dottrina del filosofo tedesco hanno conservato soltanto la vocazione all’internazionalismo, hanno messo da parte ogni velleità di difesa dei lavoratori - che vivono in una condizione di crescente precariato con salari sempre più inadeguati – concentrando le loro battaglie sull’accoglienza indiscriminata degli immigrati, in appoggio dei movimenti LGBT, delle femministe, attaccando l’uomo in quanto tale, con lo scopo palese di svirilizzarlo. Il loro fine è quello di distruggere qualsiasi retaggio riguardo la nazione. La Sinistra e la Destra hanno uno scopo comune: la distruzione del concetto di Patria. Con le menti offuscate dall’odio per la nazione, i militanti della Sinistra estrema, che si autodefiniscono No – Global, non comprendono come in realtà svolgano la funzione di braccio armato di quei centri di poteri finanziari che, a parole, sostengono di combattere aggredendo anche fisicamente partiti e movimenti cosiddetti sovranisti. Senza contare che le “culture” importate da quell’immigrazione che strenuamente sostengono, non guardano certamente con favore alle battaglie per l’emancipazione della donna, per matrimoni gay e tutto ciò che gira intorno al mondo LGBT.  La Chiesa Cattolica rappresenta un altro grande alleato dei fautori della globalizzazione. Per la sua pretesa universalità, concetti come nazione, popolo, sono inconciliabili con la sua visione dell’uomo, considerato solo ed esclusivamente come individuo, atomo senza legami che dialoga con il suo dio attraverso il clero. Sempre più appiattita su posizioni della Sinistra liberal, lancia slogan che sembrano suggeriti da Soros in persona. Bergoglio, che non dimostra di possedere quello spessore culturale e teologico che ci si aspetterebbe da un gesuita, snocciola ossessivamente due frasi in croce, riguardo l’accoglienza, con una frequenza ed una ripetitività tali che la gente non capisce più se si tratti dell’ultima, della penultima o della terzultima esternazione. Incapace di una pulizia all’interno dell’istituzione che governa, specialmente per ciò che riguarda l’aspetto gravissimo degli abusi sessuali, questo papa si dimostra interessato soltanto a favorire l’immigrazione dalla quale, peraltro, la Chiesa ricava dallo Stato italiano un fiume di milioni. Le improvvise ed inspiegabili dimissioni di Benedetto XVI con la conseguente ascesa al soglio pontificio di Bergoglio fanno nascere il sospetto che si sia trattato di un vero e proprio complotto orchestrato da chi ha il potere di chiudere i rubinetti economici e finanziari ricattando uno stato, tutto sommato indifeso, come quello pontificio.

 

Naturalmente, affinché il piano di trasformare il pianeta in un grande mercato di consumatori omologati e senza differenze, c’è bisogno che i popoli non si oppongono alla loro disgregazione ed anzi si convincano di essere favorevoli. Per ottenere il loro consenso c’è bisogno di una corte di giornalisti ed opinionisti prezzolati che si comportino da imbonitori, una sorta di nuovo clero, come lo definiva il filosofo marxista Costanzo Preve, “che celebra, con cadenza quotidiana, le virtù onnipotenti del nuovo dio della società del mercato idolatrico, deregolamentato e cosmopolitico, apolide e senza frontiere”. Questa omelia liberista è ripetuta quotidianamente su tutti i media che nella quasi totalità sono nelle mani dei poteri finanziari.  Se vuoi lavorare e questo vale anche per il mondo dello spettacolo “ti devi vendere!”  Tuttavia qualcosa sembra cambiare. La corsa irrefrenabile verso il globalismo sembra aver ricevuto qualche battuta d’arresto.  La gente, in molti paesi europei, ha dimostrato di non credere più fideisticamente a quanto raccontano i media e certi meccanismi, che sembravano ben oleati, in qualche caso si sono inceppa ti. Non lasciamoci scappare questa occasione di far crollare tutto il sistema!

 

Mario Porrini

 

 
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