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Il contenitore di Paragone PDF Stampa E-mail

27 Giugno 2020

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 Da Comedonchisciotte del 25-6-2020 (N.d.d.)

Pochi giorni fa alla trasmissione televisiva “Fuori dal Coro”, il giornalista e parlamentare ex M5S Gianluigi Paragone fa un annuncio che la stampa ha preso troppo sottogamba, come successe analogamente per il Movimento di Grillo e Casaleggio. L’ex conduttore di “La Gabbia” comunica la nascita di un nuovo partito antieuropeista e antisistema: la copia all’italiana del Brexit party di Nigel Farage con il quale ha già preso contatti, insieme ad altri Think Tank. Paragone fissa l’obiettivo del partito nel primo articolo di un ipotetico Statuto o Manifesto: l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea e conseguentemente dall’Eurozona. “Non troppo ambizioso!” direbbe un Plutoniano (di Plutone) appena sbarcato sul pianeta Terra. Intendiamoci, un Vero Partito che avesse finalità chiare su questi temi cruciali sarebbe quanto mai necessario e urgente. Quindi, prendiamo positivamente questo annuncio fatto a “Fuori dal Coro”, ma esprimiamo anche una grossa riserva: nella patria della moda, da troppo tempo, creiamo ciclicamente movimenti o partiti che però non sembrano sapersi distaccare dal modus operandi della vecchia politica; imbarcare da subito, e in maniera trasversale, un sacco di gente, indipendentemente dalla loro provenienza politica: basta riempire. Peraltro, colmando contenitori politici sempre più improvvisati e, quindi, provvisori.

Il panorama politico attuale è già pieno zeppo di movimenti e partiti sovranisti o pseudosovranisti. Prendiamo la realtà più recente e concreta: i rosso bruni Vox Italia di Toscano, Sottile e Fusaro. Alle Comunali di Gioia Tauro, con il loro precedente movimento, Risorgimento Meridionale per L’Italia, non raggiunsero nemmeno il 3% delle preferenze (281 voti su 10.208 totali), un vero flop elettorale. Sempre in Vox ritroviamo l’Avv. Marco Mori che precedentemente aveva militato in CasaPound, con cui aveva collezionato una serie di debacle alle Politiche Nazionali non riuscendo mai a superare il 2% delle preferenze. Poi abbiamo il Fronte Sovranista Italiano (FSI) che alle Regionali Umbre del 2019 non arriva nemmeno al 0,2%, così come i Gillet Arancioni del “personaggio” Pappalardo: un misero 0,13%. Alle Politiche del 2019 la Lista del Popolo per la Costituzione non supera lo 0,03%, i Forconi nemmeno lo 0,1%. Inoltre, in rampa di lancio per la prova del voto, abbiamo anche i nuovi movimenti come quello della deputata Sara Cunial (ex 5stelle) con R2020 e il Movimento3V. Insomma, il panorama politico italiano anti-sistema è molto variegato e troppo spesso capeggiato da persone o personaggi di discutibile credibilità che potrebbero anche ritrovarsi in qualche contenitore politico nuovo di zecca, magari quello annunciato dall’ex M5S Gianluigi Paragone, vista la tendenza italica alle ammucchiate, al servire continuamente all’elettorato la zuppa stagionale: patate, porri, qualche zucchina e, soprattutto, cetrioli. Tanti cetrioli.

Il giornalista varesino dovrà stare molto attento, perché non è più il tempo di scherzare o pensare a racimolare voti ovunque per dire “poi vedremo”, “poi sistemeremo”, “poi ci penseremo”. È il momento dei fatti e per farli bisogna farsi rappresentare da persone credibili, pulite e sincere. L’Italia sforna Direttivi, movimenti e partiti – pollaio da una vita: tanti galli da combattimento, senza galline. Ecco perché niente di politicamente fecondo è giunto fino ad oggi. Il nostro paese, come sa bene Gianluigi Paragone, non se lo può più permettere.

Andrea Leone

 
Vedo PDF Stampa E-mail

26 Giugno 2020

 

 Da Comedonchisciotte del 24-6-2020 (Nd.d.)

 

Vedo i programmi TV. Vedo la gente mettere la mascherina il 23 Giugno con 32 gradi. Vedo i virologi dire tutto il contrario di tutto. Vedo che il Covid-19 era già in circolazione nel 2019. Credo di averlo avuto fra Novembre e Dicembre, i sintomi erano quelli. Vedo che tanti altri dicono la stessa cosa. Vedo che un’organizzazione sovranazionale ha imposto a tutti i governi le proprie direttive: “Il Covid è una polmonite interstiziale che causa un blocco respiratorio e i pazienti vanno ventilati artificialmente” – “Non bisogna fare autopsie” – “Va messa la mascherina” – “Vanno messi i guanti” – “Anzi no”. Vedo dei medici dissidenti che hanno fatto le autopsie, e hanno capito che la gente moriva per microembolie e non per insufficienza polmonare. Ventilare artificialmente quei polmoni non serviva a niente, anzi, li faceva soffrire solo di più. Vedo dei miliardari americani fare esperimenti sui vaccini usando come cavie i più poveri del mondo, uccidendone a migliaia. O causare dei danni permanenti per tutta la loro vita. Vedo il nostro Presidente del Consiglio elargirgli laute donazioni per i suoi esperimenti. Vedo i Paesi bloccati, l’economia reale bloccata, ma i mercati finanziari sempre aperti. Vedo la speculazione che non si ferma mai. Vedo i potenti spartirsi grandi dividendi, mentre i piccoli aspettare un aiuto dello Stato che non arriva. Vedo lo Stato che si va sostituendo con le multinazionali hi-tech. Vedo le scuole che scompaiono, in cambio di Google Suite. Vedo i negozi che scompaiono in cambio di Amazon Prime. Vedo gli ospedali conciati come ospedali di guerra, per una polmonite. Vedo i dottori comportarsi come soldati. Vedo i carabinieri obbedire agli ordini senza chiedersi il perché (stavolta ha senso dirlo). Vedo la gente preoccuparsi del futuro. Vedo la gente lamentarsi. Vedo la gente non fare niente. Vedo la gente adeguarsi. Vedo la gente aspettare, un futuro peggiore di quello che si immagina. Vedo i pochi cercare la verità, che non arriverà in tempo. Vedo una ragazzina di 16 anni mettere su un movimento globale. Vedo le masse che ci credono. Vedo un movimento d’opposizione, nato per combattere l’opposizione. Vedo i ragazzini italiani chiamarsi “bro” o “fra”. Come i neri dei ghetti americani. Vedo un altro modello capitalistico, dove i cittadini sono controllati, schedati, e giudicati secondo un sistema di crediti: se passi col rosso o insulti qualcuno, non potrai più prendere il pullman o andare al supermercato. Vedo il modello capitalistico occidentale che vuole assomigliare a quello. Ne ha bisogno, per sopravvivere. Vedo gli occidentali consumare i rapporti sociali come consumano i prodotti industriali. Vedo la tecnologia che regola la vita di miliardi di persone che non sanno niente di come funziona quella tecnologia. Vedo la comodità di usare la tecnologia, che sostituisce quello che l’uomo sa già fare. E che all’uomo serve, per essere uomo. Vedo la gente pensare solo a domani, non sapendo niente del presente. Vedo la “controinformazione” gridare contro la censura di YouTube e di Facebook. Grandi multinazionali che contano 3 miliardi di utenti al giorno, che hanno sede nella Silicon Valley, che dovrebbero garantire la “libertà di informazione”. Vedo una TV di servizio pubblico, controllata dai poteri finanziari globali. Una TV che ci appartiene. Ma pensiamo a YT e FB. Vedo una massa di piccoli borghesi, che nulla potranno contro i grandi borghesi. Vedo che siamo spacciati. Vedo che sarà una battaglia contro i mulini a vento. Vedo che tanti hanno già mollato. Vedo che pochi continuano a crederci. Vedo che il liberismo è entrato in una contraddizione che può ucciderlo. Vedo che qualcuno ci proverà. Perché non ha senso fare diversamente.

 

Ruggero Arenella

 

 
Magistrati e politica PDF Stampa E-mail

24 Giugno 2020

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Da Rassegna di Arianna del 22-6-2020 (N.d.d.)

 

Il tema dei rapporti politica-magistratura, scoppiato col caso Palamara, è complicato, intricato, coinvolge personalità potenti e influenti, implica poteri fondamentali dello Stato, capaci di distruggere qualunque eventuale avversario, e menziona situazioni, incontri informali, accordi privati che per loro natura non verranno mai completamente alla luce. In questo senso, la speranza, che "un'inchiesta faccia completa luce sulle responsabilità" fa la sua bella figura accanto alla speranza che Babbo Natale scenda dal camino o che gli asini spicchino il volo. Semplicemente non avverrà mai. Verranno cambiati alcuni suonatori nella stessa orchestra, con lo stesso spartito.

 

Esiste un'unica posizione che è possibile tenere su questo tema, se si vuole salvare una qualche credibilità istituzionale. Il potere giudiziario è uno dei tre poteri fondamentali dello Stato (accanto a legislativo ed esecutivo). L'indipendenza dei poteri fondamentali è la garanzia per un minimo funzionamento democratico, e nello specifico l'indipendenza tra potere giudiziario e i due poteri politici (legislativo ed esecutivo) è il livello di separazione di gran lunga più importante e decisivo. Ergo, il potere giudiziario deve essere totalmente, integralmente ed irrevocabilmente estraneo al posizionamento politico. È semplicemente folle che soggetti chiamati a decidere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, soggetti che hanno potenzialmente un potere di ricatto infinito rispetto a qualunque cittadino, si organizzino apertamente secondo linee di appartenenza politica (come le correnti dell'ANM). È uno scandalo, che dura da troppo tempo. Si dice: "Ma i magistrati, dopo tutto, non sono cittadini come gli altri? E non devono avere come tutti i cittadini il diritto ad organizzarsi politicamente?" E la risposta è: "No, i magistrati non sono cittadini come tutti gli altri. Sono quei cittadini particolari chiamati a giudicare secondo equanimità e giustizia ogni altro cittadino. Sono i rappresentanti di un potere fondamentale dello Stato, capace di mettere in scacco ogni altro rappresentante di altri poteri fondamentali, e a maggior ragione ogni altro cittadino qualunque. Nessun altro singolo soggetto in una democrazia ha un potere simile." L'organizzazione dei magistrati secondo linee politiche, e la stessa esplicitazione pubblica di posizioni politiche, deve essere semplicemente vietata ad un magistrato, fino a che indossa quelle vesti. Si vuol dire che poi comunque, privatamente, ciascun magistrato le proprie opinioni politiche le avrà comunque? Certo, ma almeno - e non è poco - non potrà utilizzare la sfera delle opinioni politiche come fattore utile a pervenire ad accordi intersoggettivi con altri suoi pari. Un'opinione coltivata meramente nel proprio foro interiore è infinitamente meno potente di un'opinione intorno a cui si possono esplicitare accordi. Se un magistrato decide di entrare esplicitamente in politica, cosa che costituzionalmente non gli può essere negato, deve uscire definitivamente dal suo ruolo come magistrato. Ogni altra mediazione è democraticamente inaccettabile.

 

Andrea Zhok

 

 
La guerra fra Cina e USA Ŕ giÓ in corso PDF Stampa E-mail

22 Giugno 2020

 

Da Rassegna di Arianna del 14-6-2020 (N.d.d.)

 

La Cina non è ancora la prima potenza economica mondiale, ma ha buone probabilità di diventarla nei prossimi dieci anni. Dal 2012 è invece la prima potenza industriale, davanti all'Europa, agli Stati Uniti e al Giappone (ma scende al quarto posto se si considera il valore aggiunto pro capite). È inoltre la principale potenza commerciale del mondo e la principale importatrice di materie prime. Ha un territorio immenso, è il paese più popoloso del pianeta, la sua lingua è la più parlata del mondo, e ha una diaspora molto attiva in tutto il mondo. Possiede il più grande esercito del mondo e le sue risorse militari stanno crescendo a un ritmo esponenziale. È membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, possiede armi nucleari ed è una potenza spaziale dal 2003. Si sta affermando in modo massiccio nell'Africa Nera, sta acquistando infrastrutture di prim'ordine in tutto il mondo e il suo grande progetto di «nuove vie della seta» rafforzerà ulteriormente la sua capacità di influenza e di investimento. Nel 1980, il PIL della Cina era il 7% di quello degli Stati Uniti. Oggi è balzata a quasi il 65%! Infine, i cinesi depositano il doppio dei brevetti rispetto agli americani. Questo significa molto.

 

Nel 1993, nel suo libro sullo scontro di civiltà, Huntington ha anticipato il concetto di «modernizzazione senza occidentalizzazione» Questo è il punto essenziale. Il modello cinese, un nuovo tipo di modello che combina confucianesimo, nazionalismo, comunismo e capitalismo, si differenzia radicalmente dal modello occidentale di «sviluppo». I liberali credono generalmente che l'adozione del sistema di mercato porti inevitabilmente all'avvento di una democrazia liberale. I cinesi negano questa previsione ogni giorno. Negli ultimi anni hanno costantemente rafforzato il ruolo del mercato, ma senza mai smettere di regolamentarlo in modo rigoroso. Riassumere questo sistema come «capitalismo + dittatura» è un errore. Piuttosto, la Cina fornisce un esempio sorprendente di un capitalismo che funziona senza subordinare la politica all'economia. Il futuro ci dirà cosa pensare. I cinesi sono pragmatici che pensano a lungo termine. L'ideologia dei diritti umani è per loro totalmente estranea (le parole «legge» e «uomo», nel senso che diamo loro, non hanno nemmeno un equivalente in cinese: «diritti umani» si dice «ren-quan», «uomo-potere», che non è particolarmente chiaro), così come l'individualismo. Per i cinesi, l'uomo deve adempiere i suoi doveri verso la comunità piuttosto che rivendicare diritti come individuo. Durante l'epidemia di Covid-19, gli europei si sono confinati per paura; i cinesi lo hanno fatto per disciplina. Gli occidentali hanno riferimenti «universali», i cinesi hanno riferimenti cinesi. C'è una bella differenza. Gli americani hanno sempre voluto uniformare il mondo secondo i propri canoni identificati con la marcia naturale del progresso umano. Da quando hanno raggiunto una posizione dominante, si sono costantemente adoperati per evitare l'emergere di qualsiasi potere crescente che potesse mettere in pericolo questa egemonia. Negli ultimi anni, negli Stati Uniti sono proliferati i libri (Geoffrey Murray, David L. Shambaugh, ecc.) che dimostrano che la Cina è oggi la grande potenza in ascesa, mentre gli Stati Uniti sono in declino. In un libro molto discusso (Destined for War), il politologo Graham Allison mostra che nel corso della storia, ogni volta che una potenza dominante si è sentita minacciata da una nuova potenza nascente, la guerra si profila all'orizzonte, non per ragioni politiche, ma per il semplice fatto della logica propria dei rapporti di potere. Questo è ciò che Allison ha chiamato la «trappola di Tucidide», in riferimento al modo in cui la paura ispirata a Sparta dall'ascesa di Atene ha portato alla guerra del Peloponneso. Ci sono buone probabilità che lo stesso accada con Washington e Pechino. A breve termine, i cinesi faranno di tutto per evitare uno scontro armato e non lasciare il posto alle provocazioni con cui gli americani hanno familiarità. A lungo termine, tuttavia, un tale conflitto è perfettamente possibile. La grande domanda è, quindi, se l'Europa passerà dalla parte americana o se dichiarerà la sua solidarietà con le altre grandi potenze del continente eurasiatico. Questa è, naturalmente, la questione decisiva. Non ci si può illudere, gli Stati Uniti sono già in guerra con la Cina. La guerra commerciale che essi hanno avviato si affianca ad una parte politica di cui testimonia, ad esempio, il loro sostegno ai separatisti di Hong Kong (presentati scherzosamente come «militanti pro-democrazia»). Nei documenti dell'amministrazione americana, la Cina è ora indicata come «rivale strategico». Questa aggressività non è tanto arroganza quanto paura. Ma i cinesi non hanno alcuna intenzione di permettere che ciò avvenga, né tollereranno all'infinito un ordine mondiale governato da regole dettate dagli Stati Uniti. Come ha detto Xi Jinping, «la Cina non cerca i guai, ma non li teme». Non bisogna mai dimenticare che per i cinesi non esistono quattro, ma cinque punti cardinali: il nord, il sud, l'est, l'ovest e il centro. La Cina è l'impero di Mezzo.  

 

Non c'è dubbio che nei prossimi mesi si moltiplicheranno le campagne anti-cinesi  orchestrate dagli americani per assicurarsi il sostegno dei loro alleati, a cominciare dalla loro «provincia» europea, allo scopo di ricreare a loro vantaggio un nuovo «blocco occidentale» opposto a Pechino paragonabile a quello che esisteva di fronte a Mosca durante la guerra fredda. Sarebbe drammatico se la Francia e l'Europa cadessero in questa trappola, come hanno già fatto aderendo alle sanzioni contro la Russia. Non siamo destinati ad essere sinizzati, ma non è una ragione per continuare ad essere americanizzati, soprattutto in un momento in cui gli Stati Uniti accumulano in patria problemi che non riescono più a risolvere. La Francia, che ai tempi del generale de Gaulle fu la prima a riconoscere la Repubblica Popolare Cinese, dovrebbe ricordare, invece di sprofondare ancora una volta in un atlantismo contrario a tutti i suoi interessi, che all'epoca, in piena guerra fredda, cercava soprattutto un equilibrio tra i poteri che rispettasse l'indipendenza dei popoli. Maurice Druon diceva sempre che il francese era la «lingua dei non allineati»! È a questo ruolo che deve ritornare.

 

Alain de Benoist

 

 
La futura zootecnica umanitÓ PDF Stampa E-mail

21 Giugno 2020

 

Da Comedonchisciotte del 19-6-2020 (N.d.d.)

 

L’estensore di queste note ha fama di rompiscatole, ipercritico, bastian contrario, per quanto preferisca definirsi un ribelle alla Juenger, un anarca che “passa al bosco”, come il grande autore del Lavoratore e Sulle scogliere di marmo.  Talvolta, dinanzi agli spropositi cui assistiamo, la reazione è insieme di rabbia e dolore, come un cane a cui qualcuno abbia calpestato la coda. I cosiddetti buonisti, poi, riescono a scatenare in noi reazioni scomposte; mentono spudoratamente oppure hanno smesso di attivare il cervello. Nel tempo, il fastidio si è accentuato: troppi indifferenti, una maggioranza spaventosamente superficiale, narcotizzata, dimentica della dignità. Ernst Juenger, nel Trattato del ribelle, stimava che solo il due per cento dell’umanità avesse la stoffa del ribelle. Più di recente, Giulietto Chiesa stimava che in Italia fosse rimasta una quantità irrisoria di persone capaci di pensiero critico. È proprio così e il 2020, l’anno del virus, lo dimostra. Il potere – non solo quello domestico, dell’Italietta periferica e provinciale – ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio di essere ostile, nemico del popolo, dei sudditi su cui regna. Chiuso in casa, obbligato alla mascherina, terrorizzato da mesi da messaggi e immagini durissime, l’italiano medio ha dimostrato di che pasta (frolla) è fatto. Obbedienza, cieca, pronta, assoluta, come nelle vecchie vignette sui comunisti di Giovannino Guareschi, a ogni diktat governativo – rivelato a reti unificate e diramato con atti amministrativi del capo del governo – nessun dubbio di fronte a un martellamento mediatico senza precedenti. Zitti e mosca, criminalizzati i pochi dissidenti, incoraggiata, sollecitata la delazione, ferita la libertà individuale e la privatezza di tutti noi. Dobbiamo ammetterlo con mestizia: aveva ragione Hobbes, lo Stato–Leviatano ci opprime fingendo di proteggerci perché la paura della morte – fondata o meno – è più forte di tutto. La stessa Chiesa cattolica ha interrotto i suoi riti bimillenari, dismesso la missione spirituale, chiuso le porte e sostituito l’acqua benedetta con il gel igienizzante. Non ci sentiamo più di usare il termine popolo, con riferimento agli italiani, dopo averli visti accettare tutto e il contrario di tutto. Code interminabili a distanza di un metro, e ci può stare, nell’emergenza, ma abbiamo visto aspiranti bagnanti in fila, bloccati da poliziotti e guardie urbane, per accedere alle spiagge libere. Nessuna ribellione sotto il sole, almeno in Liguria, storica terra del “mugugno”, il libero borbottio su ogni cosa. Il gregge si è dimostrato tale: scarica l’applicazione “Immuni”, in buona misura ormai inutile, chiede a gran voce il vaccino, accettando senza fiatare che il governo finanzi ampiamente Bill Gates, guru informatico, ora aspirante dittatore sanitario. Vaccino più microchip: la futura, zootecnica umanità, o il marchio della Bestia, il 666 dell’Apocalisse di Giovanni, ormai sconosciuta anche alla chiesa “in uscita”, nel senso di precipitosa ritirata. Sono stati geniali: prima ci hanno tolto l’identità, poi ci hanno convinto che ciascuno può ricrearsi la sua a colpi di ridicoli, costosi tatuaggi multicolori, infine ci imporranno – tra gli applausi della mandria felice – il tatuaggio definitivo, quello dal quale un apparecchio iper tecnologico ci controllerà da remoto in ogni momento e situazione.

 

Un amico ci ha esposto una teoria che condividiamo: dietro il coronavirus opera secondo lui un preciso esperimento psico sociale volto a scoprire fino a che punto il potere può spingersi “contro” i popoli. Temiamo che sia così: è l’unica spiegazione, vedendo in azione, per la prima volta con tanto zelo, vigili, carabinieri, poliziotti e altri personaggi in uniforme, tesi a multare, colpire, reprimere condotte non in linea con le “grida” manzoniane del governo. Non ricordavano analogo accanimento nei confronti dei malviventi, degli spacciatori di droga e dell’intera fauna umana multietnica che rende invivibili pezzi sempre più grandi del territorio. Sopportiamo, tolleriamo tutto, anzi sono moltissimi i volontari della delazione dagli indici puntati contro i reprobi. Chi viaggia in treno, ascolta ad ogni fermata un pistolotto registrato che invita a segnalare al capotreno “chi manifesta sintomi del virus “. Quali, di grazia? La tosse, lo sguardo torvo, il respiro affannato, magari dopo una corsa per non rimanere a terra? Diventiamo tutti medici, virologi, esperti in grado di additare l’untore, il criminale postmoderno a piede libero.

 

Nel Nuovo Mondo di Aldous Huxley, c’è bisogno di una droga, il Soma, per tenere tranquillo e sedato il popolo. La realtà supera la fantasia letteraria: basta la paura amplificata, un apparato di informazione e disinformazione efficiente e il gregge pascola mansueto nelle praterie prescritte dal potere. Un macigno psicologico, un pregiudizio antico e resistente, è il migliore alleato del potere: pensiamo sinceramente che i governi abbiano buone intenzioni, siano, in qualche modo, dalla nostra parte. Non è così, per quanto sia difficile da accettare. Chi scrive se ne è persuaso in decenni di attività professionale in un’agenzia ministeriale, partecipando a riunioni, verificando i meccanismi autentici del potere, vedendo all’opera i funzionari di vertice e scoprendone le vere motivazioni. Non solo la burocrazia è nemica, ma lo è ogni grande struttura consolidata, il cui scopo principale è ingrandire se stessa: la persistenza degli aggregati scoperta da Vilfredo Pareto, più la legge di Parkinson sulle burocrazie, con l’aggiunta dell’estensione sempre maggiore del principio oligarchico, mascherato da menzogne credute per coazione a ripetere e sfinimento mentale, tipo la forza della “società civile” o il ruolo attivo dei “cittadini”. Nella sedicente democrazia in cui molti sono ancora convinti di vivere, è ancora più difficile riconoscere la dura realtà che il sistema è non solo indifferente, ma apertamente ostile, nemico dei cittadini. Lo Stato siamo noi, ci viene ripetuto e purtroppo ci crediamo. Infatti, è allo Stato che il potere vero delega il lavoro più sporco. La capacità narcotica di costoro è sopraffina : il nostro Soma è un cocktail di paure indotte, problemi creati ad arte per cui viene prospettata una soluzione, in genere lesiva della libertà e del portafogli, descritta come inevitabile per evitare guai peggiori, unita a false credenze diffuse da un sistema di comunicazione che privilegia l’emozione immediata, la reazione istintiva, superficiale, e scoraggia , attraverso l’uso spregiudicato dei meccanismi neurologici e psicologici, il pensiero libero. Siamo al punto in cui i dissidenti diventano oggetto non solo di attacchi forsennati, ma di fastidio popolare come portatori insani di idee dannose, spesso bollate come criminali. Davanti all’emergenza del contagio, è stato enfatizzato un grottesco patriottismo da parte di forze politiche la cui storia e prassi è di ben altra natura. Bandiere dappertutto, chi non si conforma alle direttive dei Superiori (il governo, gli esperti, le misteriose task force) è nemico della Patria. Aveva ragione Samuel Johnson, lo scrittore inglese che pure era un convinto conservatore: il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie. La neolingua, poi, riesce a far credere il contrario della realtà che vediamo. Lo slogan era e resta “andrà tutto bene”. Decine di migliaia di vittime, malati non curati per tutte le altre patologie – sono saltate finanche le terapie oncologiche, in qualche caso –  disoccupati, saracinesche chiuse, vecchi e nuovi poveri ringraziano: è andato tutto bene. Basta rovesciare i significati e il gioco è fatto. La maggioranza piega la schiena senza accorgersene, ma da ultimo l’hanno convinta a inginocchiarsi per dimostrare appartenenza al grande Corano occidentale postmoderno, l’antirazzismo “strutturale” immenso e arcobaleno. La verità è che i più si sono inginocchiati semplicemente all’istinto di conservazione, sapientemente evocato dalle campagne internazionali sul virus assassino. Siamo morti dentro, terrorizzati dall’esserino invisibile che sfugge anche agli orgogliosi esperti. Il potere ha avuto gioco facile: la narcosi del docile gregge umano ci ha resi preda di una specie di “dormizione “collettiva.

 

Siamo giunti alla disperante conclusione che gli apparati di manipolazione – la cui potenza è imparagonabile rispetto a quella dispiegata nel passato da dittature efferate – abbiano tra gli scopi quello di diffondere, uno dopo l’altro, i sette peccati capitali, funzionali agli scopi del potere. In particolare l’avarizia, l’egoismo dei sentimenti di generazioni chiuse nel particolare, nel tornaconto, nel plexiglas che ci allontana e distanzia. L’invidia spinge al consumo compulsivo, all’imitazione narcisista dei modelli imposti. La gola è rappresentata dalla volontà di ottenere tutto e subito e non fermarsi mai nell’indigestione. La superbia è la convinzione della grandezza dell’uomo contemporaneo, orgoglioso del “progresso”, certo di vivere nel migliore di mondi possibili. La lussuria è diffusa attraverso sempre nuovi “diritti”, quasi tutti riferiti alla sfera degli impulsi sessuali. L’ira è alimentata contro i dissenzienti, fastidiose zanzare intente a contestare la narrazione ufficiale delle magnifiche sorti e progressive. Mancava l’accidia, il settimo e il meno compreso dei vizi capitali. Da bambini, al catechismo, non ci sapevano spiegare che cosa fosse. Accidia significa torpore dell’animo, inerzia, indifferenza e disinteresse verso ogni forma di azione e iniziativa, una condizione che caratterizza l’uomo del nostro tempo, afflitto da assenza di interessi, monotonia delle impressioni, sensazione di immobilità, vuoto interiore, oltreché negligenza nell’operare il bene e nell’esercitare le virtù. L’accidia di massa sembra avere raggiunto, in questi mesi, vertici insospettabili. Non più una risata, come nello slogan del 68, ma uno sbadiglio ci seppellirà. Chiusi nel nostro Io minimo, distanziati, in attesa dell’ordine del pastore, il gregge vive nel torpore e nell’inerzia, pago di constatare la propria soggettiva esistenza in vita. Una pigrizia esistenziale, uno stato di attesa indistinta, un vizio più pernicioso degli altri perché in apparenza vago, indefinito. Scriveva Enzo Bianchi, il discusso priore di Bose ora caduto in disgrazia, che l’accidia è il demone notturno che minaccia ciascuno di noi col suo vuoto e porta alla paralisi interiore. Il pittore Hieronymus Bosch, nei Sette peccati capitali, rappresenta l’accidia nell’ immagine di un borghese, seduto davanti al camino, appoggiato mollemente il capo a un cuscino, sonnacchioso, mentre una suora invano lo invita alla preghiera. Il sistema di potere contemporaneo ci vuole così, sudditi, servi, in attesa, tra uno sbadiglio e un istinto da soddisfare senza indugio, del pastone da lui somministrato. Così si spiega la tendenza a introdurre forme di reddito universale, naturalmente modesto, da distribuire con criteri insindacabili e, va da sé, in forma digitale, per controllarne e predefinirne gli utilizzi, nonché prevenire opposizioni o rivolte. Risultato: masse, generazioni di nulla facenti e nulla pensanti eterodiretti, schiavi soddisfatti chiusi nella caverna di Platone senza riconoscerla e senza sospettare che c’è vita, di fuori, addirittura ignari dell’esistenza di un “fuori”. L’ignavia, il comportamento gregario e conformista si diffonde a macchia d’olio. Dante disprezzò e confinò nell’Antinferno “coloro che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.” Il capolavoro dei burattinai è far credere che il conformismo sia trasgressivo e le idee indotte farina del sacco dei singoli capi di bestiame umano. Si diffondono zelatori e delatori, non si reagisce se ci viene detto che siamo controllati dall’alto dai droni: è per la nostra salute, andrà tutto bene. Così rassicurati, la ragnatela del potere ci avvolge sempre più. Ci hanno fatto credere praticamente tutto: siamo convinti che la sovranità appartenga a noi, il popolo, poiché lo afferma la tavola più alta della Legge, la Costituzione venerata come “la Carta”. Ci assicurano che godiamo della presunzione di innocenza, se cadiamo nelle spire della legge, salvo sperimentare amaramente il meccanismo angosciante di una giustizia ostile. Viviamo in una serie di dittature a cerchi concentrici – finanziaria, tecnologica, della sorveglianza, ora anche sanitaria – ma siamo gli orgogliosi uomini della Democrazia. Una quantità crescente di istituzioni, soggetti, enti, istituzioni ha diritto di ingerirsi nella nostra vita, impartire disposizioni, pronunciare divieti, disporre obblighi, ma che importa: è sempre e comunque per il nostro bene, per proteggerci dalla giungla, ossia da noi stessi.

 

Tutto questo distrugge la libertà, ma porta altresì alla sconfitta, alla scomparsa dell’amor proprio, della volontà di essere protagonisti e responsabili. Produce narcosi, indifferenza, paura, accidia. Nel Vangelo di Matteo, Gesù dice ai discepoli che i giusti “dai frutti li riconoscerete”. I frutti della postmodernità progressista sono avvelenati, l’umanità che si va formando in questo pezzo di mondo, è una turba di atomi diversamente uguali, dipendenti in tutto e per tutto dal padrone e dai suoi sgherri, assopiti, spinti in un paradossale Nirvana, porta del Nulla. Sbigottisce che siano numerosi coloro che restano convinti che “andrà tutto bene”. Dicono di avere speranza, ma non agiscono né fanno, non alzano la voce, si nascondono, non esprimono alcuna carità per i vicini (l’odiato prossimo, a cui preferiscono lo sconosciuto, il lontano) e si lasciano sopraffare dal panico. La loro vita sembra la misera arte di afferrarsi a un chiodo incandescente. Pessimisti o ottimisti a comando, fachiri del nulla. Lentissimi nel fare, accidiosi, ma rapidi nel dire, prendere posizione, la più facile, la più numerosa, quella “consigliata” dall’alto, che esenta dal pensare e permette di proseguire l’anestesia. Sentiamo un intenso dolore, morale e fisico, per la facilità con cui i più si lasciano ingannare. Avvertiamo dolore, come il poeta fingitore di Fernando Pessoa, per la cecità sociale, l’indifferenza, lo sbadiglio, la fulminea velocità con cui vengono applaudite idee e teorie velenose, opinioni che negano realtà e verità evidenti, purché siano nuove, “moderne”, inusitate, frutti dell’Eden chiamato progresso. Menzogne attraverso le quali i ciarlatani trionfano. È tipico delle società nevrotiche rimanere bloccate, incomunicabili, accidiose per il sopore sparso in dosi industriali. A denti serrati, restiamo dei disperati attivi, che lottano ancora nonostante tutto, benché convinti della sconfitta nel breve termine. Forse, oggi come ieri, il segreto di ogni potere consiste nel sapere che gli altri sono più codardi di noi. 

 

Roberto Pecchioli

 

 
SocietÓ e ComunitÓ PDF Stampa E-mail

20 Giugno 2020

 

Io penso da tempo, e di questa cosa sono sempre più convinto, che una delle nuove contrapposizioni e dicotomie (eliminate ormai le logore "destra e sinistra") dovrebbe essere quella tra "società" e "comunità". Di primo acchito parrebbe una banalità ma non lo è, perché è immensa la confusione sotto il cielo e troppo spesso accade che i due sostantivi vengano presi, generalizzando parecchio e creando così una confusione ancor maggiore, come sinonimi. Nulla di più sbagliato, nulla di più pericoloso da pensare. Società e comunità non sono sinonimi ma antonimi. Buona cosa sarebbe recuperare il pensiero di un grande sociologo tedesco del XIX secolo, che nelle sue opere non fu mai troppo tenero con la Modernità: parlo di Ferdinand Tonnies e della sua opera magistrale intitolata "Comunità e Società". Tonnies -nato nel 1855, morto nel 1936- scrisse questo trattato verso il 1888 e fu scritto guarda caso per superare un'altra contrapposizione che all'epoca veniva sentita come superata, quella cioè tra organicismo (società organica) e contrattualismo. Eliminando alla base questi due concetti, Tonnies introdusse la contrapposizione tra Società (in tedesco, Gesellschaft) e Comunità (Gemeinschaft) come uniche grandi organizzazioni sociali umane. Essendo fondata sul senso di appartenenza, la comunità per Tonnies ha una durata illimitata nel tempo, esclusiva e intima. Le sue forme embrionali nascono nella famiglia, a partire dal rapporto madre-figli che poi si estende a tutto il resto della parentela e si espande, ancor di più, ai rapporti di vicinato a loro volta parte più ampia dei rapporti cittadini o di villaggio: d'altronde, in epoca preindustriale, anche le città non erano forse la somma di numerosi grossi villaggi, identificati con i "quartieri" o i "rioni"? Comunità è senso di appartenenza e condivisione a una stessa famiglia, la quale si ramifica poi nel vicinato solidificandosi nella condivisione dello stesso luogo ove si vive, per culminare e sublimarsi nei rapporti dello spirito con l'amicizia. Il tutto crea un insieme organico ed esclusivo ove gli esseri umani sono tra loro simili - e non uguali.

 

Tutti questi fattori non esistono nella Società, che per Tonnies non è un semplice insieme di norme e di regole collettive e condivise. No, non è questa la definizione di Società. La Società è un costrutto ove gli individui sono in perenne tensione tra loro, ogni intrusione nella sfera privata da parte di altri viventi nello stesso luogo e anche famiglia viene vista come una intollerabile aggressione della sfera privata e base fondamentale di ogni rapporto è lo scambio in denaro. Certamente ne consegue che ad ogni scambio in denaro si crea un flusso mediante cui qualcuno si arricchisce, a scapito di altri che si impoveriscono relativamente e non sempre il flusso può essere reinvertito sino ad un equilibrio. Se Tizio compra una tavola da surf  in un negozio di articoli sportivi arricchisce il negoziante perché quegli ha  -poniamo- un margine di guadagno del 50% sull' oggetto preso all' ingrosso a prezzo di fabbrica e rivenduto al dettaglio, ma non è detto che il negoziante Caio  per "ricambiare il piacere" vada a comprare il formaggio del caseificio ove lavora l' acquirente Tizio…Per Tonnies, a chi vende insomma non importa nulla del compratore quale individuo, ma la sua unica e sola preoccupazione è che possa sganciare le banconote o non abbia il bancomat bloccato. Naturalmente un simile apparato si può reggere solo con un corpus di regole e norme minuziose, ma dire che una Società è solo questo corpus non è vero, è riduttivo e fuorviante. Il sunto dell'opera è che la Comunità è un organismo vivente mentre la Società è un puro aggregato meccanico. La Società è tipica del mondo moderno e industriale e postindustriale, la Comunità al contrario ha sempre trovato la sua sublimazione in ogni civiltà preindustriale.

 

Quanto al "comunitarismo", io credo che questo spirito lo si possa recuperare oltre che riscoprendo un grandissimo sociologo e pensatore quale il Tonnies anche buttando a mare il tossico del pensiero illuminista che ha mostrato il passato come un qualcosa di "oscuro" e di "torbido", prima che i Lumi delle magnifiche sorti e progressive spandessero la luce nel tunnel. Troppo spesso si ode la frase del tipo: " con lo sviluppo tecnologico, con la tecnologia, con la postmodernità non è possibile tornare a una forma comunitaria". Perché non si può recuperare lo spirito comunitario nell' epoca delle App sullo smartphone? Chi lo dice? Dove sta scritto? Certo che si può recuperare, qualora si decidesse di mettere l' Uomo -con la maiuscola obbligatoria- al centro della scena e di rimettere la Tecnica, la Tecnologia, l' Economia -anche queste con la maiuscola, quali entità divinizzate oggigiorno- al posto secondario dove sono sempre state relegate in epoche più sagge. Sia chiaro: un neoumanesimo in cui l'Uomo recuperi in dignità e comunità, non un delirio di onnipotenza sul creato. Un neoumanesimo olistico oserei dire, in cui l'Uomo recuperato possa ritrovare un rapporto armonioso con la biosfera e l'ecologia e la Natura. Un vero rinnovamento andrebbe dunque iniziato eliminando un mucchio di zavorra ideologica e cambiando il pensiero a 360 gradi e sarebbe lo stesso un lavoro di lunga durata, di generazioni. Urgono capi e pensatori preparati, solidi. Ma in giro non se ne vedono. E così continua la lenta agonia.

 

Simone Torresani

 

 
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