Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
Un nuovo ambientalismo PDF Stampa E-mail

18 Agosto 2020

Image

 Da Rassegna di Arianna del 16-8-2020 (N.d.d.)

Recentemente si sono rese evidenti alcune gravissime situazioni dell’intero Pianeta: la mostruosa sovrappopolazione umana (quasi 8 miliardi), i rapidi cambiamenti climatici, la crescente estinzione di specie, l’accumulo di rifiuti indistruttibili, il tragico consumo di territorio, la distruzione di foreste e di innumerevoli altri ecosistemi; ho citato solo alcuni problemi fra i più gravi, tutti collegati fra loro. Personalmente, considero quasi-ridicoli coloro che pensano che questi processi possano continuare ancora a lungo. Con questo non intendo fare le lodi del “buon tempo antico”, ma semplicemente dire che qualunque processo deve essere compatibile con il funzionamento (o la Vita) di  un Sistema molto più grande, cioè il Sistema naturale (o il Sistema Biologico Terrestre), di cui – che lo vogliamo o no – facciamo parte integralmente, insieme agli altri esseri senzienti, cioè gli altri animali, i vegetali, gli ecosistemi, i torrenti, le montagne. Un processo si può definire “sostenibile” solo se non altera in modo apprezzabile il funzionamento (o la vita) del sistema più grande di cui fa parte. Quasi nessun processo della civiltà industriale risponde a questa caratteristica. Se ci pensiamo appena un po’, risulta evidente che la causa prima di tutti i guai sopra citati è la crescita economica, che mette materia inerte al posto di sostanza vivente, consuma “risorse” e produce “rifiuti” ed è quindi assolutamente incompatibile con il Sistema Biologico Terrestre. Anche per queste evidenze, sono nati da circa due anni alcuni movimenti diversi dalle solite associazioni “ambientaliste” già inglobate nel sistema. Mi riferisco a movimenti spontanei giovanili, come Fridays For Future ed Extinction Rebellion che rifiutano le solite espressioni quasi-comiche come sviluppo sostenibile, green economy, crescita verde, economia circolare, inventate per continuare tutto come prima e dare una verniciata di verde al mondo attuale. Recentemente si è avuto un discreto aumento di interesse per gli argomenti sopra citati, legati all’Ecologia Profonda e ai limiti dello sviluppo. Tale interesse si è evidenziato negli incontri, conferenze, corsi, proiezioni, convegni, dedicati a questi argomenti, oltre che nelle manifestazioni pubbliche: questi incontri sono gli unici luoghi di diffusione, dato che i mezzi di informazione “ufficiali” tagliano inesorabilmente qualunque accenno ad argomenti che mettano in discussione lo sviluppo economico.

Il Covid-19 ha tutta l’aria di essere un tentativo di difesa della Terra per liberarsi dal suo male, cioè dalla crescita economica (arrestando molte attività umane). Però c’è stato anche un effetto importante ma non evidenziato di questa pandemia: tutte le manifestazioni e gli incontri sopra accennati sono stati di fatto cancellati. Quindi non resta alcun mezzo di diffusione per le voci che non inneggiano allo “sviluppo”, né è possibile alcuna manifestazione di dissenso dal pensiero unico sviluppista. I mezzi di informazione e tutte le forze politiche, industriali, economiche e sindacali inneggiano alla crescita economica e alla globalizzazione come rimedi di ogni male: in pratica, fanno il possibile per riprendere la corsa verso il collasso del sistema terrestre. Come indicatore “della felicità” continuano ad usare il PIL, ormai onnipresente in ogni discorso ufficiale e in ogni mezzo di informazione. Per quanto riguarda questo esasperante e continuo impiego del PIL come indicatore del cosiddetto benessere, non c’è bisogno di ricorrere al parere di particolari “ambientalisti” per comprenderne l’assurdità. Basta riportare una parte del noto discorso di Robert Kennedy presso l’Università del Kansas (1968): “Quel PIL – se giudichiamo gli USA in base ad esso – comprende anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità per le sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, e i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Comprende le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori familiari o l’intelligenza del nostro dibattere. Il PIL non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.” Come noto, chi aveva pronunciato queste parole fu assassinato tre mesi dopo.

Resta solo il dubbio se il fallimento di questo modello culturale risalga a: - 200 anni fa (civiltà industriale); - 2-3000 anni fa (Occidente); - 10.000 anni fa (agricoltura).

Il limite dei diecimila anni si può trovare in questa affermazione riportata dal “Manifesto per la Terra” del 2004 (di Mosquin e Rowe) (www.ecospherics.net): “L’esperimento dell’umanità, vecchio di diecimila anni, di adottare un modo di vita a spese della Natura e che ha il suo culmine nella globalizzazione economica, è fallito. La ragione prima di questo fallimento è che abbiamo messo l’importanza della nostra specie al di sopra di tutto il resto. Abbiamo erroneamente considerato la Terra, i suoi ecosistemi e la miriade delle sue parti organiche/inorganiche soltanto come nostre risorse, che hanno valore solo quando servono i nostri bisogni e i nostri desideri. È urgente un coraggioso cambiamento di attitudini e attività. Ci sono legioni di diagnosi e prescrizioni per rimettere in salute il rapporto fra l’umanità e la Terra, e qui noi vogliamo enfatizzare quella, forse visionaria, che sembra essenziale per il successo di tutte le altre. Una nuova visione del mondo basata sull’Ecosfera planetaria ci indica la via.”  Secondo Serge Latouche: “Noi che siamo qui in questo momento abbiamo il privilegio fantastico di assistere al crollo della civiltà occidentale. Si tratta di un fatto rarissimo, paragonabile alla fine dell'Impero Romano. Con la differenza che questo si è svolto in un arco temporale di 700 anni, mentre il crollo della nostra civiltà si compirà in meno di trent'anni”. (www.rassegna.it/articoli/serge-latouche-scommettiamo-sulla-decrescita)

Per uscire da questi guai, dobbiamo avere ben chiaro il posto della nostra specie in Natura, quella di componente di una comunità molto più vasta, e ritrovare il nostro Inconscio Ecologico, quasi cancellato dalla civiltà industriale. C’è già qualche timido segnale di un profondo cambiamento, che proviene dalle conoscenze degli ultimi decenni nei campi di: Fisica quantistica, Dinamica dei Sistemi, Scienze Naturali, Biologia, Studi sulla mente, Ricerche sulla mente animale e vegetale, Ecopsicologia, Politica della Bellezza, e così via. Anche l’Etica dovrà subire profondi cambiamenti, fino a comprendere tutte le entità naturali, divenire un’Etica della Terra, che non è solo una posizione filosofica, è soprattutto una necessità per mantenere in vita e in salute l’Organismo cui apparteniamo, assieme alle altre specie, agli ecosistemi, all’atmosfera, al mare, ai fiumi, alle montagne.

Guido Dalla Casa

 
E' tutto collegato PDF Stampa E-mail

17 Agosto 2020

 Da Comedonchisciotte dell’11-8-2020 (N.d.d.)

In uno sforzo puramente teorico, nel cercare di dare un senso a quello che è accaduto e quello che sta accadendo, possiamo cercare di unire alcuni punti per arrivare ad avere un’immagine e di concludere un ragionamento credibile. Ricostruiamo sommariamente le tappe:

2008 – Crisi dei mutui subprime: un eccesso di debito causa il collasso del sistema finanziario. Il problema non viene risolto, anzi, si decide di affrontarlo con nuovo debito in misura monumentale rimandando le conseguenze e amplificandone la pericolosità. Seguono dieci anni di tassi a zero e crescita del debito incontrollata che non riescono a dare impulso all’economia. I tassi a zero e le emissioni monetarie finiscono nella finanza iper speculativa. Chiunque si può indebitare per comprare azioni e scommettere nel mondo dei derivati. La bolla si gonfia in modo preoccupante.

Settembre 2019 – La cuccagna sembra finire da un momento all’altro: la Banca Regolamenti Internazionali lancia l’allarme:!!!! “QUI SCOPPIA TUTTO”!!!!https://www.telegraph.co.uk/business/2019/09/22/bis-warns-lehman-era-excesses-building-global-debt-markets/ Il 18 ottobre 2019 a New York andava in scena l’Event 201. I big del mondo si riuniscono per una simulazione che nel giro di poche settimane sarebbe diventata reale. Le prove generali di un’epidemia di un nuovo coronavirus zoonotico trasmesso dai pipistrelli ai maiali alle persone. https://www.cdt.ch/mondo/la-profezia-di-bill-gates-sul-coronavirus-LI2468683

Il 20 gennaio 2020, gli stessi vertici delle nazioni e dei maggiori centri di potere si riuniscono nuovamente a Davos e, molto probabilmente, i capi di stato e tutti i media ricevono il protocollo di azione su come comportarsi, tutti insieme per le misure che tutti noi abbiamo dovuto subire, nostro malgrado.

Fase finale: i militari vengono dispiegati sui territori, le libertà individuali vengono praticamente azzerate. L’economia viene congelata e le Banche Centrali, all’unisono, con la Federal Reserve in capofila, iniziano la creazione monetaria più insensata della storia del mondo, iniettando liquidità creata dal nulla direttamente nei conti reciproci con le banche commerciali, nelle grandi corporation, nei gestori dei fondi e anche direttamente al Tesoro, continuando a comprare titoli di Stato. Nel pieno della crisi economica dovuta alle misure adottate per il Covid, viene scatenata anche una guerra civile interna agli Stati Uniti sfruttando e fomentando l’odio razziale. Nel caos generalizzato, con gli Stati Uniti non più uniti, ma divisi come non mai, la Cina sembra uscire trionfante e questo fa veramente presagire un disegno della fine di un’epoca, quella americana e l’inizio di un nuovo mondo dominato dalla Cina. Argomento a cui dedicherò un’altra newsletter.

A questo punto possiamo dire di avere quindi un disegno molto verosimile che inizia con un problema economico globale estremamente drammatico che bisogna affrontare in modo urgente e concertato. Il mondo globalizzato si riunisce e si accorda su come gestire questa situazione. Cercherò adesso di dare un senso alle misure adottate, piene di contraddizioni, che risultano incomprensibili a tante persone di buon senso che hanno cercato di ragionare sul perché di misure così drastiche e spesso anche addirittura folli e scellerate. Ho affrontato già l’argomento nella mia newsletter “IL VIRUS GIUSTO AL MOMENTO GIUSTO”, ma molti mi hanno detto che il pezzo era troppo tecnico per essere compreso. Per capire bene l’importanza che ha il mondo finanziario sul mondo reale, bisognerebbe avere un’educazione almeno basilare di come funzionano le banche, il denaro, i commerci, i mercati valutari, le compensazioni tra banche, mercati e nazioni, gli arbitraggi e il sistema bancario ombra con la realtà intricatissima del mondo dei derivati e dei derivati OTC. Comunque già aver visto e capito il film “Una Poltrona per Due” dà un’idea di come funzioni il sistema. In modo molto semplice, bisogna sapere che il mondo è tutto collegato. Non c’è niente che possa avvenire in una parte del mondo senza avere ripercussioni da un’altra parte. Quando si creano degli squilibri, bisogna intervenire per aggiustarli. Quando gli squilibri sono talmente giganteschi da compromettere l’esistenza stessa del mondo economico che conosciamo, allora le misure da adottare assumeranno una dimensione proporzionale al problema. Come abbiamo visto al punto 3, nel settembre 2019 stava per esplodere l’intero sistema economico. La Banca Regolamenti Internazionali ha lanciato l’allarme e i paesi del mondo, tutti avviluppati l’un l’altro in un abbraccio economico controparte, hanno accettato, tutti insieme, di adottare le misure prescritte. La prescrizione è molto semplice: BISOGNA CONGELARE L’ECONOMIA! Perché bisogna congelare l’economia? Adesso ve lo spiego. È molto semplice. In un mondo super indebitato, dove i debiti sorreggono le scommesse nel mondo finanziario, dove le scommesse si basano sul fatto che i tassi siano vicini o pari a zero, non si può far sì che i tassi d’interesse possano salire. Se i tassi salgono, diminuisce il valore del nominale dato a garanzia e si innesca la reazione a catena delle margin call. Questo evento sarebbe cataclismico per le banche, gli hedge fund, i fondi pensione e tutto il mercato dei titoli di stato. Per disinnescare la reazione a catena, l’unico sistema possibile è quello di iniettarci dentro tutta la liquidità necessaria.  In un mondo in cui la gente fa fatica ad arrivare a fine mese, è difficile giustificare la semplicità con cui una banca centrale digita dei bit sul pc e crea soldi in modo illimitato. Se la gente capisse questa cosa direbbe: ”se è così facile, perché non dà i soldi direttamente a noi”? Questo modo di ragionare mette in luce la grande ingenuità delle persone. La gente crede che le decisioni dei potenti vangano prese per il bene delle persone, mentre quella è l’ultima delle loro preoccupazioni. Le decisioni vengono prese per conservare la solidità della piramide di potere. Il potere, avendo tutti bisogno di soldi per sopravvivere, è ben saldo nelle mani di chi detiene il monopolio di creare i soldi, ovvero le banche che sono un cartello. Lo slogan “andrà tutto bene” messo sulla bocca dei fessi in tutto il mondo, voleva dire: andrà bene a noi, non a voi, poveri imbecilli! L’economia è stata quindi congelata per un semplicissimo motivo: per consentire alle banche centrali di creare migliaia di miliardi di nuovo debito e non creare inflazione (l’inflazione danneggia il creditore – la banca – e favorisce il debitore, quindi non deve accadere). Si pensa erroneamente che l’inflazione sia l’aumento dei prezzi, ma l’aumento dei prezzi è soltanto la conseguenza dell’inflazione. Inflazione vuol dire espansione: l’espansione della massa monetaria. Se le banche creano nuovi trilioni di dollari, inflazionano l’economia di nuova moneta disponibile. Se questa moneta inizia a circolare, ad esempio, se c’è esuberanza economica, allora si crea inflazione, in modo proporzionale alla massa di nuova moneta messa in circolo. Quando questo accade, le banche hanno un solo modo per intervenire: alzare i tassi per drenare la liquidità. Ma adesso questo è impossibile, perché se si alzano i tassi si innesca l’esplosione delle margin call sui REPO e scoppia tutto. L’unica altra opzione per creare liquidità e impedire che circoli è quella di bloccare l’economia, guadagnando tempo prezioso per intervenire là dove ci sono le falle, cercando di tapparle una ad una gettandoci sopra palate di soldi. Ecco la verità di tutta questa triste vicenda dove ci hanno raccontato di tutto tranne che il vero nocciolo della questione è il nocciolo economico; come sempre. Come in tutte le guerre e in tutte le cose che accadono: l’incipit è sempre economico. Tutto risulta di più facile comprensione una volta preso atto che le persone, nel mondo, sono gestite come un gregge di pecore. Ci fanno fare quello che torna utile a loro. Le persone che ce lo impongono, i governanti visibili e le teste parlanti della TV, sono solo i cani da pastore. I mandriani sono le banche, proprietarie dei soldi e quindi di tutto il resto. Il sistema economico globale è basato sul debito e per sua natura genera squilibri che con il tempo divengono esponenziali. Un modo di intervento diffuso era quello di organizzare guerre e dare origine a quello che Schumpeter definì “distruzione creativa.” Adesso è più difficile fare le guerre perché mancano gli ideali e i giovani, col fisico da Nintendo, non sono più adatti. Allora è stata scelta una strategia più trasversale. Quella della minaccia di un virus invisibile con cui tutti gli stati sono obbligati a combattere, indebolendosi e indebitandosi. Sul campo di battaglia restano aziende, controllo delle risorse, devastazione e il potere si consolida in sempre meno mani. Non sono mancati neanche i militari sul campo a dare credibilità a tutta la messa in scena, mentre i media all’unisono ripetevano come un disco rotto: “siamo in guerra contro il virus”.

È tutto collegato. E il collante che unisce tutto è il denaro. Siamo tutti dentro al gioco. Come un grande gioco del Monopoli. Quando giochiamo a Monopoli, sappiamo benissimo che i soldi che usiamo sono finti. Quello che ha valore sono le nostre emozioni che nascono durante lo svolgimento, mentre giochiamo. Imprevisti, probabilità, case, alberghi, ferrovie. Sono le nostre emozioni a dare valore a tutto ciò. Quella è la moneta autentica con cui paghiamo per stare al gioco.

Andrea Cecchi

 
Il presunto malcostume italico PDF Stampa E-mail

15 Agosto 2020

Image

 Da Appelloalpopolo del 13-8-2020 (N.d.d.)

Il caso dei 5 mentecatti in parlamento che hanno chiesto il bonus riservato alle partite IVA e delle 234mila imprese italiane che hanno usufruito della cassa integrazione senza aver registrato cali di fatturato ha riportato in auge – se mai ne fosse uscito – il tema del presunto malcostume italiota, causa di ogni nostra difficoltà secondo la lettura suggerita dai grandi media sempre pronti a dare in pasto al livore dell’opinione pubblica le magagne che si registrano a qualunque livello della pubblica amministrazione e al contempo ad alimentarne il senso di colpa già ben radicato da due millenni di cattolicesimo. “Siamo in crisi? Con una classe politica così cosa pretendete? Quelli che dovrebbero dare il buon esempio sono i primi ad approfittarne. Ed evidentemente chi li vota non è molto diverso, altrimenti gente del genere non siederebbe nemmeno in un consiglio circoscrizionale: ci sono ben 234 mila aziende che hanno approfittato delle maglie larghe delle disposizioni anticrisi per il Covid per arraffare tutto l’arraffabile. Poi non lamentatevi se mancano i soldi per le pensioni, per la sanità, per il welfare, per chi ne ha davvero bisogno. E non lamentatevi se i nostri partner europei pretendono spiegazioni.” Questo è un po’ il mantra che ormai da decenni ci sentiamo ripetere. C’è un’intera generazione ormai adulta che non ha mai potuto utilizzare altre chiavi di lettura della realtà.

In realtà, un’altra chiave di lettura suggerirebbe che la disonestà accompagna da sempre i comportamenti umani ad ogni livello e che se 5 parlamentari su quasi 1000 si sono comportati in modo disonesto la notizia vera è che sicuramente molti ma molti di più non li hanno imitati potendolo fare legalmente. Lo 0.5% di disonesti è una cosa assolutamente fisiologica. In secondo luogo se 234mila aziende hanno approfittato delle misure anticrisi per intascare aiuti di stato non destinati a loro, viene da chiedersi quante di queste aziende lo hanno fatto spinte solo da interessi meschini e quante invece non si siano trovate davanti un’insperata scialuppa di salvataggio in una situazione che le vedeva in grandi difficoltà ben prima del COVID. Il tessuto produttivo italiano è fatto sostanzialmente di piccole e medie imprese, molte delle quali in tempi normali non hanno accesso alla cassa integrazione. In una situazione in cui galleggiavano a malapena, a prescindere dalla crisi sanitaria hanno colto l’occasione al balzo per tornare a far quadrare i conti con maggior serenità.

Ma come mai il legislatore non ha previsto questo uso illegittimo della cassa integrazione, mettendo a punto degli strumenti per evitare che i fondi andassero a vantaggio di chi non ne avesse i requisiti? Una spiegazione potrebbe essere quella del bassissimo livello della nostra classe politica attuale, fatta di persone che sostanzialmente votano secondo le direttive delle segreterie di partito, senza mai fare la fatica di leggere ed analizzare i testi delle proposte di legge. Potrebbe essere, ma non è una spiegazione sufficiente. Qualcuno i testi li deve pur scrivere e, nel farlo, deve utilizzare una cosa chiamata pensiero. Una spiegazione più convincente potrebbe essere che chi ha scritto le disposizioni di legge in questione fosse ben consapevole della possibilità che andava offrendo al tessuto produttivo italiano, messo duramente alla prova dalla concorrenza delle grandi multinazionali. I vincoli europei impediscono di mettere qualunque tipo di argine all’agire del grande capitale, in nome di quella “libera concorrenza” chiaramente in contrasto con lo spirito e la lettera della nostra Costituzione, ma il Covid ha sollevato uno stato di eccezione di cui ha approfittato il legislatore per introdurre surrettiziamente una forma di aiuto di stato che i Trattati Europei vietano esplicitamente. In sostanza, un governo sostenuto dal partito più unionista d’Italia ha agito consapevolmente contro i principi enunciati dai trattati senza dichiararlo apertamente, per venire incontro alle necessità del paese che, in una situazione normale, nessun governo è in grado di affrontare proprio a causa della nostra adesione alla UE. In poche parole, in Italia oggi la Costituzione non può venire applicata se non clandestinamente. Questo ci mette ancor più nel mirino dei tromboni di regime pronti a ragliare contro la nostra “disonestà” e ad offrire comodi ganci alle classi dirigenti tedesche per chiedere maggior rigore nei nostri confronti.

Enrico Bonfatti

 
Scompare il paesaggio PDF Stampa E-mail

14 Agosto 2020

Image

 Da Rassegna di Arianna dell’11-8-2020 (N.d.d.)

Come e attraverso quali meccanismi un certo territorio, cioè un insieme di elementi naturali quali la terra, la pianura, le colline, i monti, il fiume, il mare, la laguna, i campi coltivati, i frutteti, i vigneti, i pascoli, il bosco, i fossi e le siepi, le case, il cielo, diventa un paesaggio? Il contadino che ara il suo campo di grano è immerso nella terra, respira gli odori della natura, non ha altro orizzonte che quello e tuttavia non vede il paesaggio: è troppo immerso nel suo lavoro e, inoltre, è troppo abituato a vedere, respirare, percepire quegli elementi, i quali formano, per lui, l’orizzonte della normalità, della quotidianità. Invece la caratteristica del paesaggio è in qualche modo quella di stagliarsi, di staccarsi dallo sfondo della quotidianità e acquistare un valore autonomo, divenendo una realtà a sé stante, pur nel variare degli anni e delle stagioni, perché evidentemente un paesaggio invernale non è la stessa cosa d’un paesaggio estivo, anche se si tratta dello stesso territorio. E come il contadino, così il boscaiolo, il pastore, il pescatore, il cavatore di marmo, per non parlare dell’agrimensore, dell’ingegnere, dell’urbanista, dell’imprenditore, dell’albergatore, del pubblico amministratore: tutti costoro sono costantemente a contatto con un certo territorio, con la sua realtà fisica, ma proprio per questo nessuno di essi coglie il paesaggio, che è una visione d’insieme degli elementi naturali, o artificiali, presenti in una determinata zona, più qualcos’altro. Questo qualcos’altro è di natura intima e affettiva: un paesaggio non è mai percepito da due persone allo stesso identico modo, perché il paesaggio appartiene sostanzialmente alla dimensione inafferrabile della geografia interiore. Si può studiare un territorio, ma non si può studiare un paesaggio: il paesaggio si può solo contemplare. Il territorio è contraddistinto da certe caratteristiche fisiche, chimiche, climatiche e pertanto può essere fedelmente descritto dal geologo, dal chimico, dal climatologo, mentre il paesaggio può essere colto e descritto adeguatamente solo dal pittore, dal poeta o dallo scrittore. Questo ci fa capire qual è la sua caratteristica fondamentale: quella di essere essenzialmente un prodotto della nostra mente, e più precisamente della nostra sensibilità (la sensibilità è una parte della mente, ossia dello strumento conoscitivo che chiamiamo genericamente “mente”, e non qualcosa di diverso, tanto meno qualcosa di opposto ad essa). Nel bambino è più sviluppata la sensibilità, nell’adulto, di regola, è più sviluppata la facoltà strettamente razionale: ma sono entrambe espressioni della mente, ed entrambe lavorano a costruire l’immagine della realtà che si fa ogni singolo individuo, nel corso del tempo.

Giungiamo così a determinare alcuni punti fermi. Primo, il paesaggio non è nelle cose esterne, ma appartiene alla nostra percezione della realtà. Secondo, che per poter vedere il paesaggio è necessaria un’attitudine contemplativa, o bisogna che ci siano le condizioni per una contemplazione spassionata, come nel caso del contadino che, finita l’aratura, o la trebbiatura, sosta sul poggio e osserva il luogo ove ha faticato tutto il giorno, ma ora lo guarda con occhio diverso, perché non è più impegnato nel lavoro, con gli occhi bassi al suolo. Terzo, è necessario che quel territorio susciti delle risonanze affettive in colui che lo contempla, siano esse positive o anche negative; ma se quel certo territorio gli è del tutto indifferente, se non gli dice nulla, non lo vedrà come un paesaggio, ma solo prenderà atto dell’esistenza di quei tali elementi fisici, geografici, antropici. Un paesaggio può anche essere brutto, come certe periferie urbane degradate, o inquietante, come quello caratterizzato da una centrale idroelettrica abbandonata, o addirittura sinistro, come un vecchio cimitero in rovina, specie nell’ora solitaria del tramonto, o sotto le raffiche di pioggia portata dal vento autunnale, e tuttavia sarà per noi un vero paesaggio: qualcosa che ci ha colpito nel profondo e che continuerà a vivere nella nostra mente, sotto forma di ricordo, per molto tempo ancora. Più spesso, tuttavia, il paesaggio evoca in noi delle sensazioni piacevoli, o romantiche, o dolcemente malinconiche, massime se legato alla dimensione dell’infanzia, sia come esperienza viva, sia come ricordo filtrato dalla memoria. Un paesaggio è allora un luogo amato, un luogo vissuto, un luogo del cuore, specie se si tratta del paesaggio natio: ce lo porteremo nel cuore anche se le circostanze della vita ci condurranno lontano, e in tal modo esso continuerà a vivere dentro di noi, senza più conoscere i mutamenti del tempo, come invece accade al paesaggio reale che ha determinato la sua formazione nella nostra coscienza. Ecco perché è tanto difficile riconoscere i luoghi dell’infanzia, a distanza di tanti anni (ricordate le scene iniziali del film C’era una volta in America, quando Robert De Niro torna, dopo moltissimi anni, nei posti della sua fanciullezza?): perché i luoghi reali sono cambiati, come del resto accade alle persone che abbiamo conosciuto e amato quando eravamo piccoli, mentre nel nostro ricordo sono rimasti sempre uguali a se stessi, accrescendo anzi il proprio fascino, anno dopo anno, mano a mano che la forza della nostalgia li arricchiva di tutte le note gentili ed imprestava loro tutte le bellezze possibili.[…]

Perfino due intimi amici o una coppia di sposi, egualmente innamorati del luogo in cui vivono, non colgono in realtà lo stesso paesaggio, anche se lo credono: di fatto, ciascuno dei due coglie un qualcosa che esiste solo per lui, e che in lui soltanto suscita quei precisi ricordi o evoca quelle particolari sensazioni. Questo ci porta alle soglie di una imbarazzante domanda: il paesaggio è accessibile a tutti? Se esso nasce sostanzialmente da un atto della sensibilità, è possibile che delle persone dalla scarsa sensibilità, delle persone superficiali, o perennemente affaccendate nella dimensione materiale dell’esistenza, non lo percepiscono affatto, ma passino tutta la vita in mezzo a dei semplici territori, che non giungono mai a divenire, per loro, dei paesaggi? La risposta è sicuramente affermativa. Il paesaggio non è un dato oggettivo, quindi non esiste per tutti; ci sono persone che non fanno alcuna esperienza del paesaggio, e ciò anche se si trovano a viver nei luoghi più caratteristici o più suggestivi che vi siano al mondo, celebrati dai poeti e vistati da grandi quantità di turisti.  Oggi andiamo verso un tipo di società globalizzata nella quale il legame fra le persone e il territorio è sempre più superficiale ed utilitario, sempre più frettoloso e distratto; e, inoltre, nella quale la contemplazione è un lusso che solo pochi riescono a concedersi, strappandolo ai mille impegni della vita quotidiana e liberandosi dalla suggestione delle cose materiali. Chi è abituato a passare le giornate davanti alla televisione o a computer, è predisposto a non vedere più il paesaggio. Esistono corriere gran turismo che portano le comitive da un capo all’altro del continente in cui vivono, attrezzate con la televisione per distrarre i viaggiatori: il fatto che molti di loro preferiscano guardare tre o quattro stupidissimi film di Hollywood invece di guardare fuori dal finestrino e cercar di capire il paesaggio che stanno attraversando, è la prova che nella società contemporanea il paesaggio si accinge a scomparire. Ma ecco un’altra domanda: il paesaggio scompare solo per noi, che stiamo perdendo la capacità di vederlo, o scompare anche in se stesso, a causa di un utilizzo sempre più efficientistico, pratico e razionale del territorio, che spazza via tutto ciò che non è suscettibile di procurare un guadagno, o di agevolare una linea di trasporti? Il paesaggio può scomparire da sé, nell’era dei non luoghi, come aeroporti internazionali, autostrade che tagliano la campagna in rettilineo, ponti giganteschi, trafori ferroviari e ipermercati estesi come delle piccole città? A nostro giudizio, no. Abbiamo detto che il paesaggio è una creazione interiore: perciò la sua esistenza non dipende dalle circostanze esteriori, ma solo e unicamente dalla presenza di un occhio capace di coglierlo. Se vi è anche un solo individuo dotato di sensibilità ed empatia, anche il territorio più anonimo, o più imbruttito dall’azione umana, diverrà per lui un paesaggio, e vivrà di una vita sottratta alla dimensione del tempo. Il problema è che gli individui cosiffatti stanno sparendo. La globalizzazione non pianifica solo i territori, ma anche le menti delle persone: in un certo senso, stabilisce cosa deve esserci, o non esserci, servendosi di un martellamento incessante da parte dei mass-media, che tendono a sostituirsi ai sensi quali fonti primarie del conoscere. In altre parole, oggi per molte persone la realtà non è quella che indicano la vista, l’udito, l’olfatto, ecc., ma quella che viene mostrata o che viene proclamata dalla televisione. In simili condizioni, può ancora esistere il paesaggio, o esso è destinato a sparire, come sono sparite già tante altre cose, distrutte dal rullo compressore della modernizzazione? Prima di rispondere, teniamo presente che il paesaggio è uno dei fattori che definiscono la nostra identità: è il segno del legame esistente fra noi e il mondo esterno. Se ci trasformeremo in atomi perennemente viaggianti, sradicati, estranei al territorio ove ci troveremo a vivere solo per brevi periodi, perderemo una parte della nostra identità e della nostra stessa umanità. È questo che vogliamo?

Francesco Lamendola

 
Stanno devastando la scuola fra l'indifferenza generale PDF Stampa E-mail

13 Agosto 2020

Image

 Da Comedonchisciotte dell’11-8-2020 (N.d.d.)

Tra le sedie a rotelle per i nuovi disabili, i collari elettrificati per mantenere la distanza e i water ad ultravioletti per sterilizzare dai virus le giovani natiche, il ministero dell’istruzione e il governo stanno firmando in queste ore il protocollo di sicurezza delle scuole. Menti geniali sopraffine stanno lavorando giorno e notte per disegnare e forgiare la nuova scuola italiana. Attendiamo il documento ufficiale, ma stando ad alcune indiscrezioni le cose si fanno interessanti…

In caso di un alunno positivo TUTTA la classe andrà in quarantena per i canonici 14 giorni, e sarà poi a discrezione della ASL di competenza decidere se tutti gli alunni della classe verranno sottoposti al tampone, come pure estendere i test anche ai ragazzi delle altre sezioni. Quindi basta UN solo bambino con febbre, diarrea, flatulenza persistente o tosse e un tampone positivo (poco importa se si tratta di uno dei tantissimi falsi-positivo) per far scattare l’allarme rosso in tutta la scuola. Se per caso dovessero stanare due o più contagi tra le piccole canaglie di uno stesso istituto, Dio ce ne scampi: la ASL potrà chiudere il comprensorio, mettendo i sigilli sulle porte e imponendo lezioni a distanza.

Attenzione, se state pensando che i problemi siano finiti qui state sbagliando di grosso perché è ancor più complesso il caso degli insegnanti di scuola media o superiore. Per gli insegnanti risultati positivi si esamineranno i contatti con studenti e altri colleghi nelle precedenti 48 ore per decidere chi tamponare o mettere in quarantena. Se il docente è negativo ma per sua sfortuna ha avuto contatti a “rischio”, andrà in isolamento domiciliare soltanto lui e proseguirà le lezioni a distanza. In qualsiasi caso sarà necessario riorganizzare tutta la didattica con un modello misto di lezioni in presenza e via web. Anche un essere privo di encefalo potrà capire che fare scuola in siffatta maniera è follia coagulata, sia per i ragazzi che per il corpo docente. La scuola da centro focale dell’insegnamento e della pedagogia si sta trasformando in un campo di concentramento dove tutti, per la propria sopravvivenza o semplicemente per non finire in quarantena, saranno in lotta perenne con tutti. I ragazzi guarderanno i compagni (da lontano senza toccarsi) con occhio critico per denunciare al preside chi non rispetta le regole imposte (mascherina e distanziamento), e lo stesso faranno gli insegnanti con gli studenti. Nei corridoi ritornerà la locuzione latina: Mors tua vita mea!

La scuola dovrebbe essere dopo la famiglia la principale sede di socializzazione e formazione della personalità; il luogo dove fornire tutti gli strumenti necessari per crescere culturalmente, psicologicamente e socialmente. Oggi invece sta diventando sempre più simile ad una fabbrica stile “Tempi moderni” di Charlie Chaplin: una sottile catena di montaggio che sforna giovani alienati alla Vita…

Nel silenzio dei media, sempre compiacenti a chi paga di più; nel silenzio assordante di pediatri, pedagogisti e psicologi questi sciacalli vestiti da agnelli stanno devastando una delle istituzioni più importanti in assoluto! Come può andare bene un simile scempio? Com’è possibile che molti genitori non se ne stiano preoccupando minimamente?

Marcello Pamio

 
Il SURE non esiste PDF Stampa E-mail

12 Agosto 2020

Image

 Da Comedonchisciotte del 10-8-2020 (N.d.d.)

È dell’8 agosto la notizia che il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e la ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Nunzia Catalfo hanno inviato a Bruxelles una lettera con cui il governo italiano richiede formalmente l’accesso al programma europeo “anti-disoccupazione” denominato SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency), un fondo con una dotazione «fino a 100 miliardi di euro», istituito lo scorso aprile, finalizzato in teoria ad aiutare i paesi europei a sostenere i costi della cassa integrazione. Nella missiva, indirizzata ai commissari Dombrovskis, Gentiloni, Schmit e Hahn, il governo italiano ha chiesto di poter accedere alle risorse del SURE nella misura di 28,5 miliardi.

Ora, la prima cosa da dire è che il SURE – esattamente come il MES e il (grosso del) Recovery Fund – opera secondo la logica tipicamente europea del debito: essenzialmente la Commissione reperirà fino a 100 miliardi di euro sui mercati finanziari e, a propria volta, li presterà ai singoli Stati (andando a gravare sul debito pubblico di questi), che ovviamente dovranno restituirli. Come per il MES e il Recovery Fund, dunque, l’unico reale vantaggio dal punto di vista finanziario consisterebbe nello spread tra il tasso di interesse offerto dalla Commissione e il costo che un paese come l’Italia dovrebbe affrontare per reperire gli stessi soldi sui mercati (ed eventualmente sulla durata del prestito). Peccato che il tasso di interesse pagato dai singoli paesi sui loro titoli di Stato dipenda, in ultima analisi, dalla BCE, che se volesse potrebbe tranquillamente portare a zero (o meno di zero), domani stesso, il tasso di interesse sui nostri titoli di Stato a lunga scadenza (quello sui titoli di Stato a due anni o meno è già negativo). La ragione per cui non lo fa è abbastanza scontata: in quel caso verrebbe meno il vantaggio, già piuttosto esiguo, del sistema dei prestiti europei. La strategia della UE, in ultima analisi, è abbastanza chiara: tenere i tassi di interesse pagati dai singoli Stati abbastanza bassi da garantire la solvibilità degli stessi, ma abbastanza alti da rendere “attrattiva”, soprattutto nei confronti dell’opinione pubblica, la prospettiva di indebitarsi nei confronti della UE tramite strumenti come il MES, il Recovery Fund e il SURE, favorendo così il trasferimento alla UE di quel brandello di sovranità democratica che ci è rimasta e l’accentramento di ulteriore potere nelle mani di istituzioni anti-democratiche quali la Commissione europea. Ovviamente tutto questo non sarebbe possibile senza la connivenza di “proconsoli” europei come il nostro ministro dell’Economia Gualtieri, sempre in prima fila nel promuovere la svendita della sovranità nazionale e gli interessi dell’Unione europea. Non sorprende, dunque, che l’Italia sia in prima fila nel richiedere l’accesso ai fondi SURE (ma lo stesso dicasi dell’entusiasmo mostrato dal governo nei confronti del Recovery Fund, che altro non è che un MES all’ennesima potenza). Nel caso del SURE, però, siamo di fronte ad una situazione ancor più paradossale, non solo perché ciascuno Stato dell’UE deve versare delle «garanzie irrevocabili, liquide e immediatamente esigibili» alla Commissione affinché questa possa emettere sul mercato i titoli necessari a raccogliere le risorse da prestare agli Stati in difficoltà – nel caso dell’Italia la somma dovrebbe ammontare a un po’ meno di 3 miliardi, di fatto vanificando qualunque vantaggio ottenuto dal differenziale tra tassi di interesse –; ma perché il fondo – delle cui risorse la ministra Catalfo chiede addirittura il «rapido sblocco» – nei fatti neanche esiste ancora. Ai sensi dell’art. 12 del regolamento SURE, infatti, il programma si attiverà solo successivamente alla messa a disposizione di garanzie da parte degli Stati membri per un minimo di 25 miliardi. Peccato che la partecipazione al programma sia su basi volontarie e che non vi sia nessun obbligo al versamento delle suddette garanzie. E infatti pare che il fondo di garanzia sia ben lungi dall’essere costituito. Meno di un mese fa Herman Michiel, direttore del sito belga Ander Europa, ha scritto alla Commissione proprio per sapere a che punto fosse la costituzione del fondo SURE. Questa la risposta della Commissione: «Non è ancora stato istituito alcun fondo di garanzia. […] Attualmente, tutti gli Stati membri sono in procinto di organizzarsi in conformità con i rispettivi quadri decisionali nazionali per impegnare una garanzia a favore dell’UE. Questo processo non è ancora completato. […] La concessione del sostegno finanziario da parte del Consiglio dipende dalla disponibilità del SURE, che a sua volta dipende dall’impegno di garanzie nei confronti dell’Unione da parte di tutti gli Stati membri. Poiché questo processo non è stato ancora completato, come spiegato sopra, è troppo presto per fornire informazioni su quali Stati membri potrebbero vedersi concesso un sostegno finanziario nell’ambito del SURE. Nessun sostegno finanziario può essere fornito a nessuno Stato membro finché tutti gli Stati membri non avranno impegnato una garanzia. Va inoltre notato che le proposte di sostegno finanziario della Commissione saranno rese pubbliche non appena il SURE sarà disponibile e gli Stati membri avranno fatto richiesta formale di un sostegno nell’ambito del programma. Finora non sono state avanzate richieste formali di questo tipo». Insomma, nel pieno della peggiore crisi che si ricordi, il nostro governo, per reperire le risorse necessarie per far fronte alla drammatica crisi occupazionale, non ha pensato di meglio che chiedere aiuto a un fondo europeo che, nei fatti, neanche esiste ancora. Ma, soprattutto, viene da chiedersi: l’Italia ha già versato la propria garanzia al fondo SURE e, se sì, a quanto ammonta?

Thomas Fazi

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 33 - 48 di 2841