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Degrado intellettuale PDF Stampa E-mail

3 Marzo 2020

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Da Rassegna di Arianna dell’1-3-2020 (N.d.d.)

 

Mi scuso se insisto con le “sardine”. Una volta detto e ridetto del loro stupefacente vuoto intellettuale, può sembrare strano continuare a parlarne. Il problema è che questo vuoto evidentemente è un fenomeno sociale di una certa rilevanza. Ci dice qualcosa sul mondo in cui viviamo. Ciò che è significativo, ovviamente, non è il fatto che esistano teste vuote riempite di parole vuote, ma il fatto che queste vacuità riescano a convogliare interesse, a mobilitare migliaia di persone. Prendete per esempio la frase seguente, pronunciata qualche tempo fa da Santori in visita a Taranto: “Quello che noi portiamo è una poesia concettuale per spiegare la realtà attraverso paradigmi diversi. Mettere in poesia il concetto di valore, che è quello che manca in aziende come Ilva e Whirlpool, ma anche nei settori scolastici e sanitari”.

 

Se esistessero ancora, nella dimensione pubblica, razionalità e sensatezza, apparirebbe ovvio a chiunque che una simile frase è puramente e semplicemente una truffa intellettuale. E la conseguenza dovrebbe essere l’immediata perdita di popolarità di chi produce simili insensatezze. Non è però ciò che accade. Questo ci dice allora, in primo luogo, che il degrado intellettuale di questo paese, e forse del mondo, è andato davvero molto più in là di quanto immaginassimo; in secondo luogo, che al centro di questo degrado vi sono proprio quei ceti che si autopercepiscono come dotati di capacità intellettuali e linguistiche superiori rispetto ai rozzi “populisti”. Simili considerazioni inducono naturalmente a un certo pessimismo sui destini del nostro paese, e forse dell’intera attuale civiltà. Possiamo però guardare la realtà in termini propositivi: il fenomeno di cui stiamo discutendo ci fornisce una cartina di tornasole per testare la situazione del nostro tempo. Possiamo infatti affermare con tranquillità che il nostro impegno sta nell’estendere il più possibile l’ambito delle persone che di fronte a una frase come quella citata percepiscono immediatamente il suo carattere truffaldino. Quando questo ambito rappresenterà, se non la maggioranza, almeno una significativa minoranza, potremo ricominciare a nutrire qualche speranza sul futuro del nostro paese.

 

Marino Badiale

 

 
Il rischio e la certezza PDF Stampa E-mail

2 Marzo 2020

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Da Comedonchisciotte del 28-2-2020 (N.d.d.)

 

Molti anni fa per visitare la Thailandia era obbligatoria la vaccinazione contro la malaria. C’era un libretto sanitario che doveva essere esibito alle autorità sanitarie che lo avessero richiesto e nel quale venivano annotate tutte le vaccinazioni. La mia vacanza thailandese inizia così, e prosegue assumendo scrupolosamente i farmaci prescritti. Ad un certo punto però le cose si complicano e sul corpo cominciano ad apparire fastidiose macchie rossastre che mi causano prurito. Do la colpa all’alimentazione, così diversa da quella a cui ero abituato. Lentamente tolgo tutti gli ingredienti fino a mangiare solo riso bollito. Ovviamente dimagrisco e mi deprimo. E comincio a pormi delle domande: non sarà per caso l’antimalarica a ridurmi così? Verso la fine della vacanza scopro che è proprio come temevo: smetto di prendere quelle maledette pastiglie e non soffro più di irritazioni cutanee. Nel frattempo mi sono perso un bel po’ di massaggi in spiaggia e di quella tranquillità che andavo cercando. Tirando le necessarie somme decido che il rischio di contrarre la malaria non vale la certezza di appestarsi di bubboni. Punto. Quell’esperienza mi è tornata utile nella vita di ogni giorno. Valuto sempre quanto alto sia il rischio e quanto pesante sia la certezza nelle valutazioni di pro e contro. Questo approccio può essere messo in pratica anche oggi con le problematiche collegate al coronavirus. Si tratta cioè di valutare quanto alto sia il rischio di trovarci con il culo per terra come per la spagnola che infettò 500 milioni di umani nel periodo tra il 1918 ed il 1920 e ne uccise tra i 50 ed i 100 milioni (dal 3% al 5% della popolazione mondiale). Oppure quanto tale sbandierata pandemia sia in realtà più simile alle recenti “pandemie” (termine molto caro ai giornalisti, ormai tutti di stampo sensazionalista) quali la SARS, l’aviaria, ebola etc… con i loro 800, 250 e 2000 morti nel mondo con percentuali ridicole rispetto alla popolazione mondiale. Le recenti scelte dei governatori di Lombardia e Veneto (Fontana e Zaia, entrambi leghisti) di blindare le regioni più produttive d’Italia sono state suggerite dal timore di trovarci nella situazione del 1918 che mieté decine di milioni di vittime. Se le cose fossero davvero andate così, sarebbero eroi nazionali. Ma le cose, pur ancora sospese tra possibilità e realtà, si stanno avviando verso una conclusione positiva (per noi umani, intendo): finora i casi mortali sono 14 e tutti affetti da problematiche pregresse. Con il doveroso rispetto per le loro famiglie bisogna ammettere che è ben poca roba rispetto alle previsioni.

 

Non so chi abbia fatto le proiezioni catastrofiche che hanno consigliato i governatori di sospendere tutte le attività nei territori di loro competenza, ma tali proiezioni si sono rivelate, alla luce dei fatti, assolutamente sbagliate. I modelli matematici considerati si sono dimostrati fallaci, e l’escalation di infezioni/morti non ha avuto luogo. Difficile dire come sarebbero andate le cose senza le precauzioni attuate, ma i fatti dimostrano che le persone infettate senza sistema immunitario compromesso hanno ottime possibilità di guarigione. Quindi viva la precauzione? Quella stessa che mi ha rovinato la vacanza in Thailandia? Stiamo parlando di quella lì, vero? Una piccola divagazione: secondo l’epistemologia di Popper quei modelli matematici fallaci le cui previsioni si sono dimostrate infondate dimostrano inequivocabilmente la propria appartenenza alla vera scienza proprio in virtù del principio di falsificabilità che l’ha reso famoso. Al contrario Lakatos distingueva la vera scienza dalla pseudoscienza grazie alla capacità di previsione: modelli corretti sviluppano previsioni che si dimostrano reali. Decidete voi chi è il pataccaro. Torniamo alla Thailandia. Cioè alla pandemia da coronavirus. Una cosa che forse è sfuggita ai consiglieri governativi è che ogni etnia possiede un patrimonio immunitario unico. La storia delle coperte infette da vaiolo (una autentica bufala storica) donate ai pellerossa con lo scopo di ammazzarli spiega meglio di ogni discorso le ragioni dell’autentica mattanza degli amerindi (stime dai 50 ai 200 milioni di vittime), sterminati non tanto delle armi degli europei (che pure fecero il loro dovere) quanto dall’incontro con i puzzoni d’oltreoceano abituati da millenni a convivere con animali di ogni tipo. Quindi con sistemi immunitari corazzati rispetto ai Nativi. E non potrebbe mica essere che noi europei ancora oggi siamo più corazzati degli asiatici in quanto a sistema immunitario?

 

È giunto il momento di tirare le somme, come in Thailandia. A fronte del RISCHIO di avere la popolazione decimata i comandanti decidono di affrontare questa CERTEZZA: il blocco della produzione, quindi la recessione. Neanche le chiese si salvano dalla quarantena, il che la dice lunga sul potere delle statistiche e sulla crisi della metafisica. Confcommercio stima una perdita di 5-7 miliardi di euro, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha stimato una riduzione del Pil dello 0,2% nell’arco di un anno mentre la società di ricerca Prometeia parla di un -0,3%. Altri analisti sfoderano previsioni ancora peggiori. Borse e turismo in caduta libera con picchi di disdette dell’80% a Milano, e l’export delle zone “rosse” del valore di quasi 140 miliardi di euro a rischio. A volere essere cinici quei 14 morti ci sono costati davvero cari. Cosa mi aveva spinto a prendere le maledette pastiglie antimalaria? L’idea di scongiurare un rischio pesante. La realtà però mi si presentò ben diversamente: l’inibizione di quel rischio comportava una certezza non sostenibile. Alla fine non ne valeva la pena, meglio accettare il rischio del contagio che affrontare la certezza dell’eritema. Temo che i due governatori abbiano subito la stessa triste sorte: consigliati male da esperti dei vari settori hanno capitolato di fronte alle improbabili statistiche di progressione del virus. Nella realtà si sono così trovati a prendere a bastonate il loro bacino elettorale di riferimento per sventare un rischio dimostratosi inconsistente. Il millenarismo matematico non è più una novità e rappresenta il reingresso della metafisica dalla porta di servizio dopo essere stata fatta uscire dalla porta principale. Non so se l’elettorato leghista sia così solido da anteporre l’ideologia al conto della serva. In fin dei conti tutta la questione si risolve in un dogmatismo ideologico: bisogna credere nella volontà di sventare il rischio anche a costo di affrontare una certezza alquanto ingombrante e spiacevole. Certa matematica ancora una volta diventa una questione di fede e la statistica serve a dimostrare tesi preconfezionate. Poco importa se fallaci, tanto c’è Sir Popper. Fare previsioni è una cosa molto difficile, specialmente se riguardano il futuro. Niels Bohr

 

Tonguessy

 

 
Infodemia PDF Stampa E-mail

1 Marzo 2020

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Dopo che da una settimana il Paese sta "dando i numeri"(in senso figurato) ora arrivano i numeri veri e sono quelli del disastro economico: otto giorni di straordinaria psicosi e follia hanno provocato già 5 miliardi di euro di perdita nel settore del turismo, che da solo vale il 12,5% del Pil -in certe regioni e zone come la Puglia oltre il 20%- e una contrazione stimata di 22 milioni di turisti in meno per l' anno in corso, senza contare il danno a bar, ristoranti, aziende metalmeccaniche, industrie ora ferme che hanno visto commesse annullate e tant' altro. Il danno è pesantissimo e forse siamo appena all' antipasto, se non al brunch di mezza mattinata. Tutto questo per cosa? Per un ceppo di Coronavirus che provoca una influenza che all' 80% dei casi si risolve senza ospedalizzazione e solo nel 20% può degenerare in polmonite; di questo 20% solo il 2% ha prognosi infausta, mortale e in oltre 9 casi su 10 si tratta di anziani già debilitati e/o pazienti immunodepressi. Praticamente abbiamo più possibilità di crepare per inquinamento atmosferico o di incidentarci in auto, eppure delle migliaia di anziani uccisi lo scorso anno dall' influenza stagionale, che era "virale" solo in senso medico e non informatico, nessuno ne ha parlato. Infatti siamo di fronte ad una pandemia mediatica, non medica. Siamo nel bel mezzo di una infodemia. Termine coniato nel 2003 dagli americani e che la Treccani riassume così: "eccesso di circolazione di informazione, che rende difficile l'orientamento su un determinato argomento(...)anche per la difficoltà di trovare fonti affidabili". Sta facendo più danni l'infodemia del Coronavirus stesso. Il problema è che oggi l'informazione non abbonda ma sovrabbonda e in tali casi strabocca, come un fiume in piena che rompe, sfonda gli argini. Prima un virologo dice una cosa, che viene riportata da mille fonti, tempo dieci minuti e un collega dice l'opposto, riportato da altre duemila fonti che girano, dilagano, si gonfiano, si incanalano in catene social senza controllo. È notizia di giorni fa che la Procura di Milano sta indagando su alcuni audio Whatsapp incitanti a fare accaparramenti nei supermercati, citando come fonte una fantomatica "moglie di un dipendente della Regione". Questa infodemia, aggravata dal proliferare di quei contenitori ad alto tasso di idiozie che si chiamano "social network", ormai assunti a nuovo Vangelo e religione laica dalle masse (qua si parla proprio di masse, dire "moltitudini" sarebbe offensivo) hanno veicolato messaggi non ufficiali, non vagliati, non autorevoli, non scientifici. Vale più una catena audio Whatsapp di fonte ignota che un parere di Burioni, virologo di eccellenza che tutto il mondo ci invidia. Intendiamoci: in questo bailamme l'informazione ha colpe gravissime. Da anni il sensazionalismo ha superato ormai i limiti consentiti, tutto è "eccezionale" ed "emergenza", dalle tre gocce d' acqua al Coronavirus. È divenuta una informazione mirabolante, eccessiva, ridondante, esagerata figlia dell'epoca balorda in cui viviamo. Perché oggi lo sappiamo vi è concorrenza, la concorrenza si batte urlando di più e agitandosi di più, i messaggi devono essere veicolati con strategie di marketing, il cui assunto è facile: titoloni reboanti, tanto la gente non legge il contenuto ma il titolo, più la spari grossa e più fai click. Da una informazione mercificata che volete pretendere? I reportage di Luigi Barzini al bel tempo che fu? Prendete il liquido, aggiungete l'infodemia e il ruolo dei social, il gioco è fatto.

 

Certamente le colpe non vanno ascritte solo agli italiani. Il contagio è partito dalla Cina ove il tasso di mortalità è simile al nostro e le misure ancor più draconiane, le immagini ancor più forti: se noi abbiamo chiuso una piccola zona di paesini, 50.000 anime, loro hanno bloccato Wuhan e l' Hubei: oltre 50 milioni, tanto per dire...Diciamola tutta, il panico non è partito da Codogno, la psicosi -che la Società Italiana di Psichiatria ha definito "irrazionale, immotivata e pure incomprensibile" serpeggiava da almeno un mesetto e passa. Non vogliamo cercare capri espiatori, non è nel nostro stile. Tuttavia considerazioni finali sono necessarie. Viviamo davvero in una società ipertecnologica e globalizzata più fragile del cristallo, come qualcuno ha fatto notare e mai osservazione pare più pertinente. Andiamo in panico per un nonnulla e parafrasando Manzoni (uno che di epidemie se ne intendeva) "basiamo e tremiamo come un pulcin bagnato" al primo soffio di vento. Lo scollamento tra virtuale e reale, tra naturale e artificiale, la mancanza del discernimento intellettuale (è assurdo andare in panico per tassi di mortalità del 2%...la peste bubbonica ne aveva tra il 40 e il 70%), l'ossessione d' aver tutto sotto controllo che provoca al primo piccolo guaio lo scatenarsi irrazionale di comportamenti ansiogeni e irresponsabili stanno toccando punti mai visti prima in passato. Ed è inutile che qualcuno dica: è sempre stato così, citando la "Morte Nera" del 1347-50 e le grandi epidemie di peste e colera dei secoli scorsi sino alla spagnola del 1918-20: il paragone non regge per due motivi. Il primo sono i tassi di mortalità che fanno impallidire il Coronavirus (nel 1347-50 in certe zone europee perirono oltre il 70% degli abitanti, la media continentale fu del 35%) e che fatalmente provocarono collassi dell' ordine economico e sociale, la seconda è che studiando quelle epidemie si capisce come il panico, il collasso, il capro espiatorio, arrivarono in un secondo momento: solo quando la gente moriva si parlava di peste e prima di perdere la testa vi era almeno il tentativo -del tutto logico, secondo la mentalità dell' epoca- di placare il flagello ricorrendo a processioni e funzioni religiose solenni. E siccome la gente credeva, vi era speranza. Solo in ultimo, con tutti i rimedi vani, vi era il caos. Infine nel 1918 rammentiamo che vi era in corso, oltre la spagnola, un'altra sciocchezzuola chiamata "Prima Guerra Mondiale" e nonostante tutto il mondo tirò avanti. Oggi basta solo la semplice paura per saccheggiare i supermercati -con merce deperibile, buona parte della quale finirà in spreco alimentare- Queste riflessioni dovrebbero renderci consapevoli d'aver creato un sistema che sotto una falsa impressione di potenza è in realtà più fragile di una foglia al vento d' autunno. Questo, sì, dovrebbe provocare un certo panico. Non il Coronavirus.

 

Simone Torresani

 

 
Fantasie sul coronavirus PDF Stampa E-mail

29 Febbraio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 23-2-2020 (N.d.d.)

 

Se fossi al posto del Grande Inconscio, ovvero della Terra, o dell’Ecosfera, cosa farei come tentativo di guarire dal terribile male che mi affligge, cioè la civiltà industriale, ovvero lo sviluppo economico? Come primo tentativo di guarigione, proverei con qualche mezzo “di prova”, da impiegare anche come segnale. Svilupperei, come prima difesa, qualcosa che nasce nel Paese più popoloso del mondo, in una città grande e densa, molto industrializzata, lontana dal mare, dato che il male che mi ha colpito viene da un animale terrestre: Wuhan è il posto adatto.  Impiegherei un mezzo che si propaga rapidamente attraverso lo stesso meccanismo del male: la globalizzazione, l’eccesso di trasporti, di movimenti, e di densità. Qualche risultato?

 

Con questo coronavirus, la Terra darà anche un primo piccolo colpo al terribile male che l’affligge: il primato dell’economico, la crescita, che procede con legge esponenziale sostituendo materia inerte (strade, macchine, città, impianti) al posto di sostanza vivente (foreste, paludi, savane, barriere coralline), estinguendo milioni di specie di esseri senzienti, cioè distruggendo la Vita. È quel processo che ha moltiplicato in modo abnorme il numero di umani e distrutto, fagocitandole, anche le culture non-occidentalizzate, trasformandole nel cosiddetto “pensiero unico”, cioè strappando di fatto centinaia di milioni di umani dalle foreste e savane distrutte per offrire loro le ineffabili gioie delle periferie urbane e i sublimi piaceri delle catene di montaggio. Probabilmente la Terra non ce la farà per questa volta, e il segnale non verrà recepito dagli umani occidentalizzati, agenti patogeni della malattia. Ma, dopo altri segnali inascoltati, già iniziati, si innescherà qualche fenomeno decisivo che farà finire questa dannata crescita e salverà la Terra, che del resto, pur con la sua non-velocità, è sempre risorta dalle catastrofi, che nei tempi lontani erano molto, ma molto più rare e di lenta evoluzione.

 

Guido Dalla Casa

 

 
Decrescita ordinata PDF Stampa E-mail

28 Febbraio 2020

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Da Comedonchisciotte del 26-2-2020 (N.d.d.)

 

Ciò che sale prima o poi deve scendere. Tutto dipende da come scende. Da un pezzo sappiamo che il sistema industriale globale è insostenibile, per mille motivi che non stiamo a ripetere. Solo che chi ci ha investito, chi lo dirige e chi semplicemente ci lavora, non ha alcuna intenzione di smettere, anzi vuole crescere. Questa a lungo termine, è una ricetta sicura per la catastrofe, e infatti la catastrofe, irreversibile in tempi umani, c’è già: non c’è bisogno di fare profezie improbabili su cosa succederà nel 2050, è sufficiente guardare l’isola di plastica nell’Oceano Pacifico per capire che siamo già del gatto. Però una serie interminabile di accorgimenti permette di tenere in piedi sempre più artificialmente il tutto, e questo vuol dire che la caduta sarà repentina e brusca, una curva di Seneca. Non abbiamo la minima idea che forma quella caduta assumerà. Perché si tratta di una decrescita disordinata, in un sistema-mondo estremamente complesso, che si può spezzare in qualsiasi punto.“Quando il malvagio Tito entrò nel Santo dei Santi, strappò il velo e bestemmiò. Al suo ritorno, un moscerino gli entrò nel naso e iniziò a penetrargli il teschio. E quando morì, gli aprirono il cervello e trovarono che era diventato come un uccello che pesava due libbre”. (Qohèlet Rabbah)

 

Il moscerino che in questo momento si sta diffondendo ovviamente non sarà la fine del mondo come lo conosciamo, ma ci aiuta a capire alcune cose molto importanti.

 

Innanzitutto, che l’economia di scala, il just-in-time, le concentrazioni (i congolesi scavano il coltan, i cinesi fanno i telefonini, gli americani mettono in piedi le corporation e noi italiani facciamo la pizza) fa sicuramente risparmiare soldi se tutto fila in modo smart e tutti chiudono un occhio sull’esternalizzazione dei costi. Ma se qualcosa va fuori posto, si rivela un sistema suicida. La crescita sostenibile, però, è una truffa. Non è nemmeno la macchina del moto perpetuo, che almeno non fa finta di andare sempre più veloce. La decrescita felice, volontaria, va contro tutti e sette i vizi capitali (superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia), e quindi non è una soluzione proponibile su larga scala. Ma ciò che sta succedendo con il coronavirus ci dimostra che l’inevitabile decrescita può essere almeno ordinata.

 

In Cina in questi giorni, si stima che le emissioni di CO2 siano calate di 100 milioni di tonnellate, pari al 6% di tutte quelle del mondo in un anno. Cioè, i politici di tutto il mondo stanno a discutere su come rallentare la crescita delle emissioni, senza concludere niente; ed ecco che addirittura diminuiscono. Poi ovviamente riprenderanno col botto, ma intanto sappiamo che ridurre è davvero possibile. In un contesto certo difficile, ma comunque strutturato, senza le guerre civili e le carestie che di solito accompagnano passaggi di questo tipo. Passiamo all’industria automobilistica: ovunque vedi un disastro, c’è (anche) lei, dalla guerra in Iraq, alla cementificazione del suolo della Toscana che crea siccità e alluvioni, alle polveri sottili nell’aria. Ma ecco che anche qui abbiamo un’inattesa (e certo passeggera) decrescita ordinata, con un accorto intervento dall’alto che evita stragi. Stiamo sempre parlando di piccoli esempi virtuosi in un contesto assai cupo. Però fa piacere alzarsi la mattina e leggere: “Vuoti anche l’hub logistico di Ceva a Somaglia e la Mta, che fornisce fusibili, centraline e morsetti a molti grandi produttori automobilistici. La chiusura di quello stabilimento, ha avvertito oggi l’azienda, vuol dire guai seri non solo per il gruppo Fiat Chrysler ma anche per gli altri big europei: senza quei componenti dal 2 marzo potrebbero chiudere gli stabilimenti Renault, Bmw e Peugeot di mezza Europa e se la serrata continuerà ne risentiranno anche Jaguar Land Rover, Iveco, Cnh e Same. L’azienda teme “conseguenze irreparabili” e lunedì pomeriggio ha chiesto di poter far lavorare circa 60 persone “su un’ingente area coperta di 40.000 metri quadrati e previa verifica quotidiana dello stato di salute di ogni lavoratore”.”

 

 Miguel Martinez

 

 
Untori di buon senso PDF Stampa E-mail

27 Febbraio 2020

 

Ciò che chiamiamo realtà, per la quale saremmo disposti a scommettere la casa, a mettere la mano sul fuoco corrisponde a una cosmogonia che a nostra stessa insaputa abbiamo creato, ereditato, imitato, fatta nostra. La realtà è qualcosa di a noi endogeno, banale prodotto oggettivo della storia. Noi ne siamo frequentatori come pesci nell’acquario. L’idea di esserne i creatori non ci riguarda. La suggestione di un cambio repentino della cosmogonia, di ciò con cui la riempiamo, normalmente animata dai soliti affanni umani e dai suoi valori, fa tremare la terra sulla quale pensavamo d’averla posata una volta per tutte. Alieni in atterraggio, meteore in avvicinamento, extraterrestri confermati, guerra tra i quartieri di casa, catastrofi naturali e pandemie, non lasciano altro spazio che non sia orientato a dove scappare, a cosa fare. Si avvia una dinamica emozionale ben chiara e indubitabile. Percorre la nostra carne, non può mancare di verità. Ci costringe ad esserla, ad essere altro in tempi brevi. Tuttavia, per quanto una repentinità ci induca a crederla un fatto particolare, un processo estraneo dall’ordinario, quella suggestione carica di urgenza, che impone un cambiamento di tutto, fino ai valori, non ha alcuna differenza con quelle che ci hanno rapito da dentro la continuità della normalità, senza essere un evento come lo è il timore di pandemia del Coronavirus Covid-19. La normalità, vale a dire quell’appiattimento di noi stessi e di tutto, privato di creatività dalla livella del cosiddetto e celebrato buon senso, il gran pusher dello status quo. Popolata da valori mai discussi ma sempre misconosciuti nella loro genesi e funzione. Nutrita da ideologie politiche ed economiche. Confermata dalla scienza. Tutte infrastrutture culturali, tutte autoreferenziali, tutti rituali di superficie, tutte dipendenze, tutte semplici consuetudini scambiate per verità, per le quali siamo pronti a lottare, e sopraffare. A uccidere o a essere uccisi. Ma in sostanza solo grette religioni. Funzionali a controllare masse e individui e ad arricchire i pochi in cabina di regia del sistema. La giostra ruota e spesso pensiamo anche di divertirci, di esserci saliti in libertà. È invece un paradigma che macina lo spirito e ruotando sempre intorno allo stesso perno ci offre l’idea che così sia il mondo. Una burrasca di suggestioni che per logiche di dominio conviene alimentare. Logiche di antica genesi. Prima cristiana e poi illuminista. Entrambe attribuiscono all’uomo un dominio sul resto della natura e quindi sul prossimo.  Il gioco è un giogo sempre identico che avanza ad infinitum tranne che per la quantità di popolazione che controlla, denaro che incassa ed equilibri che sposta. Tre temi, come una trinità materialista-positivista-scientista, tutti crescenti. Prodotti che il marketing della globalizzazione è riuscita a mandare a ruba sui banchi all’ingrosso riservati agli economisti e ai politici. Questi poi, come maestri bottegai – che pur di vendere tacerebbero le controindicazioni di un vaccino – riempiono di fandonie i nostri pensieri e svuotano le tasche del nostro denaro.

 

Per merito della suggestione indotta dal rischio di pandemia del Coronavirus possiamo dunque avvertire il cambio di stato: la libera – per modo di dire – attenzione che poteva dedicarsi a giocherellare entro il giardinetto della propria normalità è ora rapita e catturata in un solo punto, il timore di perdere tutto, della morte. Per tutte le altre suggestioni, quelle che entrano in noi come silenziosi virus e a lungo rilascio, per le quali non sobbalziamo d’orrore, si tratta solo – non sono che ipotesi da complottista – di follie da bombarolo. Il nostro buon senso ne è così certo fino a non riconoscere l’evidenza. La sua preferenza è sempre per dare contro all’estremista, è il solo modo per mantenere il proprio equilibrio, le proprie verità. A suo favore va ricordato infatti che ogni unità di misura incommensurabile con le caselline con le quali cataloghiamo i fatti della vita, non può essere razionalmente accettata. Essa richiede di dedicarsi a percorrere l’impegnativa via della ricerca. Come infatti – uno per tutti – ipotizzare ci sia un mercato della salute alimentato dalle multinazionali farmaceutiche? Come prendere in esame che ci sia la volontà di produrre malattie e malati a scopo di lucro? Come sospettare che il nostro perbenismo moralistico-cattolico non sia brace mai lasciata freddare dai signori del mantice? O come non vedere che la realtà sia più simile a un pensiero e al suo sentimento invece che a un insieme di oggetti separati? Teniamoci la globalizzazione allora e seguitiamo a considerarla un buon consiglio degli esperti. Allo stesso modo vacciniamo a tutto spiano, alimentiamoci per il superiore diritto al piacere, non dedichiamoci al sistema immunitario, continuiamo a credere che una malattia ti prende per caso, tralasciamo del tutto l’idea che siamo solo espressioni di uno spirito, non occupiamoci di questo affinché il corpo viva sempre più distante dal benessere, quello che ha come sinonimo la serenità e l’amore, non l’altro che si compra al centro commerciale, che ci riempie le case di oggetti superflui. L’evidenza di certe suggestioni entro le quali siamo nati è chiamata da alcuni risveglio. Persone che hanno riconosciuto le strutture culturali entro le quali esauriamo il mondo, la vita, noi stessi. Con le quali ci eravamo identificati. Emancipazione dopo emancipazione, ne hanno preso le distanze. Contemporaneamente – era implicito – si avvicinavano a loro stesse, al loro sé, alla loro natura. La critica al sistema diveniva necessariamente radicale e le scelte non più ideologiche, la scienza una fanfara da lasciare alle feste paesane, la religione una verità, macchiata e stracciata, trasformata in dogmi per timorati di Dio, le masse da muovere come pesi e contrappesi di interessi prima insospettabili. La democrazia una facciata di vecchia cartapesta. Come Truman si risveglia quanto il bompresso buca il cielo dell’orizzonte artefatto, la burrasca, diviene chiaro, è in un mare fittizio soffiato da ventole adeguate. Ma c’è una scusante. L’uomo pare già orientato a non vedere a meno che il Velo di Maya e la Caverna platonica non ci abbiano proprio preso. Logiche di controllo e dominio che però hanno un’alternativa, forse razionalisticamente utopica, ma ancora mai intentata, sebbene già presente nelle nicchie del mondo. È la logica dell’Uno. In essa, la verità analitica che la scienza moderna ha elevato a definitiva, non sussiste più nei suoi termini universali. Le forme, invece che espressioni di differenza conclamata, sono solo maschere di pochi archetipi. Gli altri non sono più il nemico o l’amico ma dei noi in altro tempo, forma e spazio. Nessun cambio di paradigma pare possa prescindere dal riconoscere che la vita è una e le forme diverse sono solo espressioni terminali di una sola natura. Nessun privilegio antropocentrico può più reggere. Niente dell’attuale sistema avrà ancora le doti per sopravvivere quando i limiti del maledetto buon senso saranno chiari a tutti. L’eterno ritorno, l’ultimo uomo, la volontà di potenza non sono più scellerate espressioni di un pazzo, ma visioni e perciò realtà per chi invece di montare sull’autobus della modernità preferisce guidare se stesso secondo quello che sente piuttosto che da quello che gli è stato detto.

 

Lorenzo Merlo

 

 
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