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Una frode concettuale PDF Stampa E-mail

24 Gennaio 2020

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Da Comedonchisciotte del 22-1-2020 (N.d.d.)

 

Ieri ascoltavo un telegiornale su SKY, dove venivano ripresi i dati Oxfam sulla diseguaglianza mondiale. Sono dati piuttosto noti e in costante peggioramento.

 

Le duemila persone più ricche possiedono risorse pari a quelle del 60% della popolazione del pianeta. L’1% più ricco possiede più del doppio della ricchezza di 6,9 miliardi di persone (l’89,6% della popolazione mondiale). In Italia il 20% più ricco possiede il 70% delle risorse, mentre il 20% più povero ne possiede l’1,3%. Tutto ciò dovrebbe essere sufficientemente scandaloso, e lo sarebbe molto di più se si comprendesse che le differenze economiche, quando sono ampie, rappresentano senz’altro differenze di potere e di diritto. Dunque quei dati sono uno schiaffo in faccia a tutti quelli che si congratulano per l’estendersi dei regimi democratici nel mondo (regimi spesso cortesemente esportati con deflagranti servizi di posta aerea.) Nonostante la tragicità del quadro, mi stavo però almeno compiacendo per il fatto che la notizia fosse passata e che se ne potesse discutere. Troppo presto. Nella chiusa del servizio la morale di quanto riportato in precedenza viene riassunta con la seguente frase:

 

“E a pagare lo scotto di queste diseguaglianze sono sempre i giovani e le donne.”

 

Questa mossa, a suo modo geniale, sopprime di colpo l’intero senso di quanto appena detto, annullandone ogni potenziale di disturbo al manovratore. Spostando l’obiettivo sulla condizione di ‘giovani’ e ‘donne’ quella che appariva prima facie come una drammatica denuncia di natura economico-strutturale diviene invece un confronto tra categorie biologiche: giovani vs. anziani, donne vs. uomini. Il risultato di questo spostamento di obiettivo è immediatamente quello di neutralizzare la questione di classe, questione che chiama in causa il sistema di produzione e distribuzione, e di sostituirla con una questione di costume e antropologica. Non si tratta più di allertare i poveri circa la loro condizione di subordinazione rispetto ai ricchi, ma di tracciare la linea di conflitto su un fronte di carattere biologico, che per ciò stesso è per essenza insuperabile ed eterno. (Possiamo immaginare una società senza classi, ma difficilmente possiamo immaginare una società senza giovani e anziani, senza uomini e donne). Dovrebbe essere ovvio a tutti che, per dire, i problemi di Meghan Markle in Windsor (la giovane + donna di cui si è parlato di più nella scorsa settimana) non sono, né saranno in futuro, quelli dei giovani e/o delle donne che appartengono al rimanente 90% del mondo. Peraltro, essendo la struttura della ricchezza odierna ampiamente fondata sui lasciti famigliari (v. Piketty), nella quasi totalità dei casi i giovani benestanti sono e rimarranno tali, precisamente come i giovani maschi con le pezze al culo sposeranno donne con le pezze al culo per divenire insieme vecchi con le pezze al culo, pezze che lasceranno in gelosa eredità alla generazione seguente. Ma nonostante la sfacciataggine di questa piccola frode concettuale, non c’è alcun dubbio che moltissimi ci cascheranno mani e piedi, senza notarne il carattere di dissimulazione e rimozione.

Andrea Zhok

 
Solo propaganda a Berlino PDF Stampa E-mail

23 Gennaio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 21-1-2020 (N.d.d.)

 

A Berlino è mancato ai leader soltanto il selfie con Sarraj e Haftar, altrimenti sarebbe stata una perfetta operazione di propaganda. Peccato che il generale della Cirenaica Khalifa Hatfar abbia partecipato solo indirettamente ai negoziati senza nulla sottoscrivere, come del resto era già accaduto nella tregua di Mosca mediata da Russia e Turchia. Da lì non è uscito un accordo ma una dichiarazione di intenti sulla Libia che appare più che altro un fragile appello alla tregua. Il punto fondamentale è la creazione di una commissione militare intralibica «5+5», composta cioè da cinque membri nominati da Al Sarraj e cinque da Khalifa Haftar, che secondo il piano Onu avrà il compito di monitorare il cessate il fuoco e stabilire la linea degli schieramenti. E chi ci crede è bravo. La pace, bene supremo, vista anche la posizione dell’Italia nel Mediterraneo, sembra ancora tutta da farsi quindi sono da accogliere positivamente le prossime iniziative della Cgil il 25 e il 28 gennaio per manifestare a livello nazionale e internazionale con iniziative a favore della pace, messa fortemente a rischio dalle operazioni americane in Medio Oriente come l’assassinio sulla pista dell’aeroporto di Baghdad del generale Qassem Soleimani. Del Medio Oriente oggi si fa strame e propaganda come dimostrano le dichiarazioni di Salvini sul riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele nel caso lui diventasse premier: il sionismo estremo e radicale, contrario a ogni risoluzione Onu, ha trovato un nuovo «sovranista». Così il leghismo potrà finalmente seppellire in una tomba in terra santa e palestinese l’indipendentismo padano. Amen.

 

Il nostro governo dice che si vuole impegnare per la pace in Libia insieme agli altri Paesi ma da Berlino non è venuta nessuna iniziativa europea concreta e un’eventuale missione internazionale si avrà, se mai ci sarà, sotto l’egida delle Nazioni Unite. «Un cessate il fuoco richiede che qualcuno se ne occupi e l’embargo sulle armi richiede un alto livello di controllo», ha detto ieri l’Alto Rappresentante per la politica Estera Ue, Josep Borrell al Consiglio dei ministri degli esteri Ue aggiunto.Un maestro dell’ovvietà Borrell. Sull’embargo delle armi, punto su cui ha molto insistito la cancelliera Merkel, non sono previste iniziative concrete: chi lo farà rispettare? La stessa Germania per altro nel gennaio scorso si era sfilata dalla missione Sophia che avrebbe dovuto avere tra i suoi compiti quello di monitorare l’embargo e frenare il traffico dei migranti, argomento che a Berlino è stato toccato solo di striscio, come se si trattasse di un tema secondario. La speranza è che adesso questa tregua – tutta ancora da verificare – non serva a contrabbandare la Libia come «porto sicuro»: si parla vagamente di un governo libico che rispetti le regole internazionali ma la verità è che nessun cacicco locale ha la minima intenzione di riconoscere la convenzione di Ginevra sui rifugiati: quindi ogni profugo continuerà a essere considerato un «clandestino», gettato in campi miserabili e trattato come una bestia. Mentre si sfilava a Berlino, in Libia le fazioni continuavano a sparacchiarsi addosso e soprattutto bloccavano l’export e la produzione di petrolio: il movimento di protesta «Rabbia del Fezzan» del sud rivendicava la chiusura dei giacimenti petroliferi di Sharara ed El Feel dove opera anche l’Eni. Berlino insomma è stata un’operazione di immagine per raddrizzare la barca europea che fa acqua da tutte le parti. L’Unione europea prima è stata incapace di frenare il massacro dei curdi siriani di Erdogan e il suo espansionismo neo-ottomano nel Mediterraneo – vagheggiando sanzioni anti-Ankara mai avvenute – poi ha subito le iniziative belliche americane contro l’Iran e, soprattutto, non è in grado di frenare le influenze estere in Libia – turche, arabe, russe – perché la stessa Unione è divisa al suo interno. A Berlino si volevano sanare queste lacerazioni. Ma i dubbi restano. All’origine di questa situazione c’è il bombardamento di Gheddafi nel 2011, un’iniziativa di ingerenza proditoria mascherata come umanitaria per difendere i ribelli di Bengasi e in realtà proiettata ad abbattere un regime scomodo alla Francia di Sarkozy. Usa e Gran Bretagna si erano unite ai raid voluti da Parigi lasciando alla Nato il compito di finire il lavoro sporco. L’idea demenziale dell’Italia di unirsi ai bombardamenti ha fatto il resto: abbiamo perso ogni credibilità nel Mediterraneo simboleggiata anche da un goffo primo ministro italiano che a Berlino domenica cercava invano la sua passerella senza trovare un posto in prima fila che credeva gli riservassero nella foto finale del vertice. Ah povero «Giuseppi»…

 

Alberto Negri

 

 
Gli uomini venturi PDF Stampa E-mail

22 Gennaio 2020 

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Da Comedonchisciotte del 18-1-2020 (N.d.d.)

 

[…] Nel mondo attuale il concetto di salvezza fu pronunciato in modo quasi oracolare da Martin Heidegger, che, sia pur con concise parole, ha condizionato alquanto la filosofia del nostro tempo riguardo questa questione. Egli, durante la sua vita, concesse solo due interviste: una del 1966 alla rivista “Der Spiegel” (Lo specchio), con l’obbligo che fosse edita postuma, e un’altra, televisiva, nel 1969. L’intervista pubblicata nel 1976, nell’anno della morte di Heidegger, è, fra le due, la più importante, poiché era molto più lunga, e perché essa contiene la famosissima sentenza che “ormai solo un dio ci può salvare”. Una frase che è diventata l’emblema della filosofia post-moderna, quella cioè del dopo-crollo delle grandi ideologie comuniste, fasciste e, in parte, liberali; un crollo che ha segnato così la fine delle grandi narrazioni e delle grandi illusioni, portando l’umanità dentro l’epoca del cosiddetto disincanto weberiano e della morte di Dio nicciana: l’epoca del nichilismo completo e passivo. Cerchiamo ora di commentare questa frase, che filosoficamente è molto più complessa di quel che appare. I due avverbi “ormai” e “solo” indicano l’impossibilità da parte del pensiero filosofico di operare una qualsivoglia trasformazione del mondo d’oggi. Per cui, scrive Heidegger, l’unica possibilità di salvezza è “…quella di preparare, nel pensare e nel poetare, una disponibilità all’apparizione del dio o all’assenza del dio; nel fatto che noi… se tramontiamo, tramontiamo al cospetto del dio assente”.  La grande filosofia è sempre stata lo strumento critico del pensare autocosciente soprattutto riguardo al presente storico. Ciò significa che essa ha avuto il compito di spiegare razionalmente ciò che è accaduto e ciò che accade (portare il reale al Concetto, ossia alla chiarezza razionale, direbbe Hegel), senza avere comunque la pretesa di spiegare esattamente quello che succederà nel futuro. Stirner, Dostoievskij e Nietzsche annunciarono per primi l’avvento del nichilismo, Heidegger prima e Jünger ed Anders dopo ne descrissero l’essenza moderna. Il nichilismo è, in sintesi, la fine della sacralità, delle metafisiche, delle religioni e delle ideologie. Al di dentro di esso regna il senso dell’indifferenza, la ricerca spasmodica del piacere individuale, il tramonto di ogni anelito verso la trascendenza. La sua compiutezza si ha quando l’imposizione tecnica razionalizzata allo scopo del profitto universale (il Gestell) riesce ad estendersi e a pervadere ogni angolo del globo. All’oblio dell’Essere, che culmina quando l’uomo, armato di tecnica, crede di sostituirsi ad esso, subentra l’abbandono dell’Essere. Non è più l’esserci, ad abbandonarlo, ma è l’Essere stesso, con cui l’umanità aveva la coappartenenza, ad abbandonarla. Proprio per questo nasce il radicale pessimismo verso il pensiero filosofico da parte di Heidegger. L’uomo, che era storicamente esser-ci, resta così un semplice Ci, un qui ed ora senza senso. E poiché l’Essere, per Heidegger, è tempo e pensiero indissolubilmente legati, il suo abbandono significa, a rigore, la fine del senso delle temporalità passato-presente-futuro e pure la fine del pensiero rammemorante e speculativo: l’unica forma di logica rimane per l’oggi quella della pura descrizione quantitativa proprie delle scienze attuali, prima che anch’esse perdano una qualsiasi capacità di profondità d’indagine.

 

Si pone a questo punto la domanda come sarà possibile che “ormai solo un dio ci possa salvare”?  Si tenga innanzitutto presente che, per il filosofo, una eventuale ri-comparsa di Dio può palesarsi solo al di dentro dell’Essere. Per Heidegger Dio ed Essere sono assolutamente da distinguere. Infatti il Dio, in quanto tale, è Infinito, eterno ed indeterminato: è il Dio Nascosto, ossia il Dio come fu concepito da Plotino, Dionigi l’Aeropagita, Eckhart, Cusano, Bruno, Silesio, filosofi che, fra l’altro, egli conosceva molto bene. Per cui Dio può mostrarsi solo attraverso l’Essere, che è il principio primo della manifestazione divina: un principio che acconsente agli enti di esistere, ma che in quanto tale è un principio finito, poiché la somma di enti finiti non darà mai l’Infinito. L’Essere è quindi finito, seppur indefinibile proprio perché principio, e in quanto tale non ha un inizio né una fine, come lo è il tempo. L’indefinito tuttavia non è mai il vero Infinito, che invece è eterno ed indeterminato; mentre l’indefinito è sempre determinato da un qualcosa (per esempio il cosiddetto “infinito matematico” è determinato dal numero). Dio perciò può rivelarsi soltanto attraverso l’Essere, poiché l’Indeterminato non può essere parte di alcunché. Anche secondo la teologia cristiana il Dio Padre si rivela attraverso il Figlio, che, essendo un uomo, è finito, sebbene poi torni all’Infinito. In tutte le religioni il dio incarnato (che non è una prerogativa del cristianesimo) si rivela in varie forme: o come semi-dèi nel paganesimo, avatara nell’induismo, bodhisattva nel buddhismo mahayana, o come gli otto immortali nel taoismo e così via. Certamente nel cristianesimo l’incarnazione è il fondamento stesso della religione, per cui essa ne è la principale peculiarità. Resta il fatto che tutte le religioni storiche stanno subendo un regresso imponente, per cui l’annuncio nicciano che “Dio è morto” trova sempre più conferme nel presente storico: e la causa è la macchinazione capitalista sempre più globale, che tutto livella ed omologa. L’Essere, quindi, nel suo distogliersi, ci lascia pure senza il conforto del sacro e della meditazione, senza il sentimento riflettente della bellezza e senza il pensiero profondo speculativo. E non solo: il Ci umano perde il senso della comunità, del mito, della storia. Sorge allora la domanda su come un dio ci possa salvare, se l’Essere stesso non avverte più la necessità di coappartenere all’esserci umano. La contraddizione risulta chiaramente evidente: infatti, “se ormai solo un dio ci può salvare” e questo dio si può rivelare solo all’interno dell’Essere, come è possibile che questo evento epocale possa accadere, se lo stesso Essere ci abbandona? “L’ “essere” parla sempre comunque in modo conforme al destino, quindi intriso di tradizione” scriveva Heidegger: ma se la tradizione e la storicità dei popoli si dissolvono, com’è possibile, appunto, una qualsiasi forma di salvezza operata da un dio “incarnato”? L’abbandono dell’Essere dovrebbe escludere ed impedire l’evento del ritorno di un qualsiasi dio. A questo punto Heidegger evoca, o forse invoca, uno sforzo verso il pensiero poetante sentimentale.  Quando tutto sembra perduto, alcuni uomini avvertono dentro di se stessi quella che egli chiama la risonanza dell’Essere: una risonanza che si richiama al pensiero profondo e alla verità sempre più celata, ma non del tutto scomparsa.  Essa è come un’eco che riporta alcuni uomini al desiderio struggente di una ri-presenza di dio. Tali uomini vengono definiti da Heidegger “uomini venturi”. Chi sono costoro? Essi sono uomini che nel presente attuale vivono in una solitudine cercata: non partecipano a corride, non urlano, non si esibiscono. Scriveva Nietzsche nel suo “Zarathustra” che dove cessa la solitudine, là comincia il mercato, là incomincia anche il rumore dei grandi commedianti e il ronzio delle mosche velenose. I preti, i politicanti, i mercanti sono perciò i bagonghi del non-tragico circo presente. Gli uomini venturi vivono invece nella dimensione esistenziale del ritegno, che non è da intendersi come riserbo o discrezione, bensì come disposizione d’animo da parte di coloro che con coraggio si pongono consapevolmente dentro la situazione emotiva dell’evento del ritorno di un dio. Un ritegno che si lega ad un’altra situazione emotiva fortemente penetrante nell’animo di questi uomini, che è quella dello sgomento. Esso infatti non è un semplice turbamento o una paura depressiva: è piuttosto una sofferenza che prende “totaliter” e alla quale non si può sfuggire. Essa mostra l’abisso spalancato nel cui fondo vi è la distruzione di tutto ciò che è stato grande nella storia umana e parimenti la distorsione della natura. Un abisso che viene avvertito come l’estremo pericolo di fronte al quale l’umanità sembra inadeguata ed antiquata nel poterlo superare, sebbene Heidegger affermi talvolta che l’esserci umano riscopra il meglio di sé nel momento in cui tutto volge al peggio. Nella maggior parte degli uomini, comunque, il senso dell’indifferenza e dell’impotenza verso il tutto è dominante, proprio perché l’Essere li ha abbandonati. Questi ultimi uomini accecati si autocelebrano, e non provano altro che un compiacimento ottenuto attraverso un consumismo d’accatto senza eleganza, stile e qualità. Dentro di essi non sorgono domande, pensieri, forti sentimenti: è come se vivessero in una specie di stupefazione bestiale. A loro non importa nulla della salvezza, se non quella del proprio corpo. Vivono perché vivono. Nel contempo gli uomini venturi, nel silenzio, sentono sempre più acuto il turbamento dell’esistere.  Heidegger scrive che bisogna prepararsi per l’attesa del dio che verrà. La filosofia non potrà essere più d’aiuto; solo il pensiero sentimentale della risonanza e dello sgomento può preparare gli uomini venturi all’evento della comparsa dell’ultimo dio. A riguardo c’è però da osservare che lo stesso pensiero heideggeriano sembra del tutto vacillante proprio a causa della sua vaghezza. Se è vero che lo sgomento e la risonanza possono pervadere la coscienza di alcuni uomini, è pur vero che questi sentimenti “pensanti” si risolvono nella nebulosità di una ineffabile attesa, per cui anche questi uomini non saprebbero concretamente cosa fare. Inoltre il dio che eventualmente dovesse rivelarsi non potrebbe più farlo nelle forme tradizionali delle metafisiche trascorse, né nelle forme consuete delle religioni positive, in quanto “il dio di queste è morto”. “L’ultimo dio sarà (se ci sarà, aggiungiamo noi) “quello diverso rispetto agli dèi già stati, specie rispetto al dio cristiano”. Il “che fare” diventa quindi una domanda fondamentale mentre si attende. L’attesa, inoltre, non è una disposizione d’animo atta ad osservare l’inevitabile consunzione mentre si sta all’ombra di un cipresso.  Di conseguenza il pensiero poetante è una pia illusione. È assai verosimile che gli stessi “uomini venturi” siano già, nel frattempo, molto invecchiati. Il rischio di uno scacco matto nei confronti della proposta heideggeriana, per quanto sia espressa in modo sublime in termini filosofico-poetici, è estremamente elevato. Un secolo fa il “che fare” poteva ribaltare un mondo. Uomini come Lenin, Mussolini, Hitler seppero proporre un disegno che realizzarono in modo grandioso e terribile ad un tempo. Oggi non è più possibile, poiché non esistono più classi sociali di riferimento come la classe operaia o il ceto medio, ma esiste solo una massa informe che nelle grandi città tende al meticciato, cioè ad una società senza radici. La salvezza quindi non avverrà all’interno di tali classi. Non ci sono più soggetti vivi e reali che possano davvero accogliere un nuovo dio. Il “Gestell” ha ormai travolto tutto, persino Heidegger stesso. La storia umana ad ogni modo non è finita: il capitalismo in questa fase assoluta genera contraddizioni insanabili. Nell’epoca della imposizione tecnica il mondo cambierà sempre più indipendentemente dalla nostra volontà. E allora, con l’acuirsi dei drammi, potranno forse nascere fra le rovine i veri uomini venturi, i quali, senza aspettare che giunga o meno un dio, accetteranno i rischi del mutamento con competenza, coraggio anche fisico e con rigorosa dirittura etica: solo con dei nuovi guerrieri spirituali si riuscirà a far ritirare le mosche velenose nei loro luoghi naturali: cioè tra i rifiuti e gli escrementi. E così, solo così, si potrà ridiventare degni di un ritorno di un dio.

 

Flores Tovo

 

 
Sospettare sempre PDF Stampa E-mail

20 Gennaio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 18-1-2020 (N.d.d.)

 

[…] In effetti, la diffusione di uno sguardo ondeggiante ai confini di una 'teoria del complotto' è divenuta oggi una precondizione, paradossalmente necessaria, per ottenere uno sguardo realistico sulla politica mondiale contemporanea. È naturalmente una forma mentis assai rischiosa, in cui la possibilità di cadere in atteggiamenti paranoidi è sempre latente. La necessità di questo atteggiamento di sistematico sospetto deriva da una riflessione fredda, e strettamente razionale, sui funzionamenti di base della politica internazionale contemporanea. La situazione è caratterizzabile sommariamente attraverso cinque considerazioni:

 

1) La diffusa presenza di democrazie, o comunque di sistemi in cui la popolazione vota, rende cruciale per qualunque attore politico di rilievo di curarsi attentamente dell'opinione pubblica, di influenzarla quando possibile, di definirne l'agenda delle priorità. 2) L'opinione pubblica contemporanea è formata prevalentemente da organismi mediatici la cui implementazione è estremamente costosa, ed è dunque controllabile solo da esigue minoranze. 3) Proprio il fatto che gli apparati mediatici (nel senso più esteso del termine) siano tendenzialmente assai costosi implica che chi è nelle condizioni per manipolarli appartenga a ceti che hanno di norma specifici interessi comuni. Con l'eccezione di eventuali emittenti di stato, di eventuali stati non governati da portavoce del capitale, nella stragrande maggioranza dei casi i 'produttori di informazione' appartengono a gruppi che, al netto di altre differenze, hanno interessi comuni nel prendersi cura dei profitti di capitale. 4) Sul piano tecnologico per moltissime notizie, soprattutto quelle che riguardano nazioni distanti, eventi di portata geopolitica, scontri armati, ecc. bisogna passare attraverso le forche caudine di apparati satellitari e installazioni militari. Tali informazioni sono, anche tecnicamente, infinitamente manipolabili: si può letteralmente costruire ciò che si vuole sia sul piano dell'immagine che (più importante ancora) su quello del contesto in cui sarebbe stata presa l'immagine, contesto che è noto solo a chi fornisce l'immagine stessa (nel caso in cui la fornisca, e non si limiti a dire di averla). 5) A parte la falsificabilità nel senso più diretto, esiste poi una seconda necessaria forma di falsificazione diffusa, che concerne la selezione delle notizie. Per ogni evento di ogni genere esistono continue istanziazioni nel mondo. L'operazione selettiva che si impone ad ogni 'produttore di informazione' è perciò drastica. Rispetto ai milioni di eventi, all'infinità di circostanze variegate e contesti intriganti, si deve ogni giorno operare una selezione di qualche decina di voci. E naturalmente solo le voci che avranno spazio e di norma anche qualche enfasi verranno a costituire una base per la discussione pubblica. Chiaramente una tale parzializzazione (necessaria) della verità segue criteri di scelta che sono di per sé definitori del tipo di verità che l'opinione pubblica andrà ad incontrare. Classi di notizie reiterate definiranno l'agenda. Eventi omessi o 'riportati per dovere di cronaca' rimarranno ai margini. La realtà nel suo complesso farà capolino solo come scusa per confermare tesi preesistenti. Ora, nei romanzi polizieschi, quando si cercano indizi di un delitto si cerca di determinare se c'è il movente, se c'è la possibilità concreta di commettere il misfatto, e se sia disponibile l'arma del delitto.

 

Qui moventi, capacità e mezzi materiali sono chiarissimi. Il correttivo immaginato dai teorici liberali è radicalmente inadeguato. Tale correttivo sarebbe rappresentato dalla pluralità di interessi contrapposti tra i vari agenti informativi, ma tale pluralità è largamente illusoria. Essa è illusoria in termini di interessi economici coinvolti (che competono solo su questioni di piccolo cabotaggio, mentre sono essenzialmente legate alla difesa dell'autoriproduzione del capitale). Ed è illusoria quanto ad impatto degli attori internazionali coinvolti. Gli USA hanno una capacità di influenza e controllo diretto ed indiretto incomparabilmente superiore ad ogni altro attore sulla scena internazionale, e dove una voce 'accreditata' (USA e amici) confligge con una non accreditata (resto del mondo) la seconda appare semplicemente come folclore. In questo contesto le possibilità aperte sono tre. Ci sono quelli che, nutriti a filmografia hollywoodiana, predecidono nel foro interiore che le versioni mainstream (approvate o approvabili dalle linee di interesse 'filooccidentali', cioè filoamericane) sono comunque comparativamente più credibili.

 

Ci sono poi quelli che, o per bastian contrario antiamericano o perché risiedenti in paesi con un forte apparato mediatico diversamente orientato (Cina, Russia, Iran, ecc.) tenderanno a dare per default maggiore credito a qualunque cosa smentisca le tesi mainstream. Infine, a quelli che cercano, con i poveri mezzi a disposizione, qualche scampolo di verità non resta che l'adozione di una sistematica politica del sospetto, cui si applica sistematicamente la domanda 'cui prodest?', a chi giova?

 

Ma è sin troppo evidente che sotto queste condizioni il massimo di richiesta di verità confini necessariamente, e in un equilibrio sempre precario, con il massimo di disponibilità a credere a versioni alternative, nascoste allo sguardo. Massima razionalità e rischio di paranoia danzano perciò pericolosamente su un confine impervio.

 

Andrea Zhok

 

 
L'entropia abbatte il totem del PIL PDF Stampa E-mail

19 Gennaio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 17-1-2020 (N.d.d.)

 

Ha sostenuto qualcuno che abbiamo molte più cose in comune con un albero che con un transistor. Anche il neomarxista francofortese Ernst Bloch ha una lezione da impartire: la nostra tecnica sta alla natura come un esercito straniero di occupazione. Non c’è dunque che da seguire il consiglio di Martin Heidegger: colui che rispetta l’ambiente salva la terra, non la padroneggia né la assoggetta. Armati di questi principi basici, tentiamo di orientarci individuando un corpo di idee a sostegno di un’agenda ambientalista fondata sull’uomo. Innanzitutto una considerazione generale: l’attuale atteggiamento umano di sfruttamento intensivo delle forze della natura è in contrasto con le acquisizioni della fisica quantistica e della termodinamica. Ci comportiamo come se l’uomo-Titano non facesse parte della natura e del mondo. L’intera attitudine tecnoscientifica occidentale contemporanea ha scavato un fossato tra l’essere intelligente dotato di volontà di potenza- l’uomo- e l’ambiente in cui vive. Assurdo: lo dimostrò assai bene il principio di indeterminazione di Heisenberg. Nell’ambito della realtà, le leggi naturali non permettono una completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo, ed ogni analisi è inficiata dalla presenza “interna” del soggetto calcolante.

 

Il modello industrialista e consumista, dunque, non è neutro neanche dal punto di vista scientifico. È sin troppo agevole citare disastri assoluti come la quasi totale scomparsa dell’immenso lago di Aral – la cui superficie originale era pari a quella complessiva del Piemonte, del Veneto e della Lombardia, per le improvvide politiche industriali ed energetiche dell’Unione Sovietica. Potremmo continuare, ricordando le devastazioni attuali in Cina e la pratica del fracking, l’estrazione del gas di scisto in Nord America attraverso l’immissione di enormi quantitativi d’acqua, la cui pressione provoca la frantumazione del terreno e il suo inquinamento, o la generalizzazione di OGM, organismi geneticamente modificati. Conviene fermarsi, registrando il paradosso di Easterlin, l’economista che dimostrò l’indipendenza della felicità individuale e collettiva dall’ aumento del reddito disponibile. Il totem del PIL e della cosiddetta “crescita”, legata esclusivamente al valore monetario delle attività umane, è falso, un’invenzione di economisti legati al sistema dominante. La bioeconomia e gli studi di Georgescu Roegen, poi, attraverso l’analisi del secondo principio della termodinamica, hanno confermato che nessuna scienza umana può evitare di tenere conto delle leggi della fisica, ed in particolare del Secondo principio della Termodinamica, secondo il quale, in un sistema chiuso, alla fine di ogni processo, la quantità di energia, dunque la possibilità di un suo successivo riutilizzo, è sempre inferiore rispetto all’inizio. L’ entropia, quindi, nega in radice la possibilità della crescita infinita e richiama le scienze economiche a tenere conto della finitezza del sistema-chiuso Terra. Uno dei padri della cibernetica, l’epistemologo Gregory Bateson va oltre, parlando dei “processi monotònici”, quelli cioè che procedono in una sola direzione. Gli alberi non crescono indefinitamente, gli animali e gli uomini neppure. I processi monotòni non esistono né in biologia, né nel funzionamento delle macchine e tanto meno possono funzionare nelle società umane. Un colpo durissimo all’idea di crescita indefinita, di determinismo, progresso lineare, del “dopo “e del “nuovo” sempre superiori, migliori, di “prima” e “vecchio”. Insomma, è del tutto evidente che procediamo spediti verso l’esaurimento delle risorse, con conseguenze inimmaginabili sulle specie, ivi compresa quella del superbo homo sapiens misura di tutte le cose. Se non vogliamo la distruzione dell’unica casa in cui possiamo vivere, non resta che tornare a un principio dimenticato, quello di bene comune. Un concetto filosofico ed etico da applicare innanzitutto alla Terra. Proclamare con solennità che il pianeta è il bene comune per eccellenza ci fa uscire dalle secche dell’arroganza tecnocratica, dal titanismo e dal prometeismo per cui ci convinciamo di essere in grado di padroneggiare, orientare, comandare i fenomeni naturali. Poi c’è il principio di prudenza, ovvero non mettere mano a nulla di cui non sappiamo prevedere le conseguenze. Ciò rimanda a una visione olistica della vita, che recuperi tanto la memoria del passato che l’aspettativa del futuro, mettendo finalmente da parte la centralità del presente, la sua assolutizzazione insensata, l’”odiernità” tematizzata da Marcello Veneziani. L’idea di progresso vive in un orizzonte lineare, al quale va contrapposta una visione circolare della vita, analoga al ciclo delle stagioni, che è quello della natura. Al breve termine, al “tempo reale” dell’informatica, vanno contrapposti i tempi lunghi, i ritmi naturali.  Si tratta, inutile ribadirlo, di sottrarsi alla logica invertita del Mercato e del consumo. Tutto e subito non fa parte del patrimonio “naturale”, ma occorre sconfiggere il pensiero calcolante, che vive dei bollettini di borsa, delle previsioni a breve termine, delle scadenze ravvicinate del profitto degli azionisti delle società anonime. Persone giuridiche da subordinare finalmente alle persone fisiche e ai viventi. La misura deve prevalere sulla dismisura, la realtà naturale sulla sola ragione economica, la cui prevalenza ha dimostrato la sua disumanità nutrita di indifferenza nei confronti di qualsiasi ostacolo. […]

 

Noi intendiamo restare sul terreno dell’umanesimo, ma per riuscirci dobbiamo sgomberare il campo dal senso di onnipotenza che ha pervaso la nostra civilizzazione. L’uomo è parte della natura; per la sua intelligenza ha dei diritti sul creato, ma non quello di disporne a piacimento, tanto meno di disprezzarlo o considerarlo un giardino di cui cogliere i frutti senza riguardo per le altre specie, per i viventi, per l’equilibrio del sistema e, infine, per la sua stessa sopravvivenza.  […] Una società che considera l’uomo una cosa tra le altre, vive in un’incultura del rifiuto che, nel campo ambientale, va di pari passo con l’incultura dei rifiuti, in cui diventa scarto tutto ciò, uomo, animale, vivente o prodotto, non più utile al circuito mortale “produci, consuma, crepa.” L’idea di misura e di prudenza, dicevamo all’inizio, non può essere disgiunta da quella di bene comune. Nel mondo contemporaneo, la conoscenza, ovvero la sapienza, è un fastidio non sopportato, in nome della “prassi”, nel nostro caso la corsa a scoprire, inventare per produrre e consumare, sinonimo di esaurire, gettare via. […]  Serve un salto logico, un cambio di paradigma, che possiamo paragonare alla metafora del cane di Crisippo, filosofo stoico greco. Per rintracciare i comportamenti logici elementari, Crisippo indicava una triplice alternativa, simboleggiata dal cane da caccia che, arrivato a un fosso nella ricerca della lepre, dopo aver annusato invano a destra e sinistra lungo la riva, non esita a saltare al di là del fosso. Nel nostro caso, significa reagire dinanzi all’alternativa inconcludente tra immobilismo e rincorsa distruttiva. Il consumismo produttivista, osserva Serge Latouche, ha colonizzato l’immaginario. Noi pensiamo in termini di consumo, di novità continue, di apparati tecnici e modalità esistenziali che disseccano le fonti dell’esistenza. Il cane di Crisippo salta il fosso, noi umani, come Amleto ricorda ad Orazio, dobbiamo rammentare che ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne può contenere il nostro falso progresso. La forma merce come immagine del mondo va respinta. Decolonizzare l’immaginario significa molte cose: una è accogliere la distinzione cruciale proposta da Maurizio Pallante tra beni e merci. I beni sono tutto ciò- cose, comportamenti, modi di essere- che soddisfano bisogni; le merci sono ciò che viene scambiato con denaro, e possono sia soddisfare bisogni, nel qual caso sono anche beni, sia non soddisfarne alcuno.  La distinzione è capitale; basta da sola a definire una visione “ecologica” della vita, nel senso ampio di compatibile con la nostra natura migliore e con l’ambiente circostante. Se pensiamo, negli atti quotidiani, a creare, produrre ed usare beni e non solo merci, avremmo decolonizzato l’immaginario dal mito incapacitante del consumo che diventa compulsione e si trasforma in modus vivendi e, concretamente e rapidamente, in rifiuto da smaltire per l’irruzione di nuove merci definite “migliori”, più “avanzate” e progredite, che dobbiamo assolutamente possedere e presto dimenticare. L’ambientalismo, inoltre, rifiutando la distruzione e la riduzione del creato e dei viventi a semplici strumenti, possiede una dimensione spirituale a cui attingere per allontanarci dai materialismi e determinismi che hanno riconfigurato comportamenti e visioni dell’esistenza ad immagine del mercato. La cultura del bene comune ci allontana dall’idea cui accennavamo, quella del rifiuto e dei rifiuti, materiali e morali. L’entropia è dissipazione, l’ecologia è conservazione, tradizione, trasmissione, responsabilità liberamente assunta. La “crescita” non può essere un dogma economicista da misurare in denaro, reddito, distribuito in maniera sempre più moralmente perversa. Non sappiamo dire se la decrescita sia un’opzione valida o uno slogan invitante, ma è evidente che, al di là del nome che si è data, il progetto di spezzare un cortocircuito dello scambio misurabile in denaro e della ragione del profitto unica legge, è l’unica via per sottrarsi al colonialismo mentale e materiale che subiamo. L’idea di progetto, il pensare altrimenti ci libera dalla dittatura del presente, dall’indifferenza per gli altri e per il domani. Che cosa hanno fatto per noi i posteri, si domandava Groucho Marx, ripreso da Woody Allen? Nulla, naturalmente, ma abbiamo il doppio dovere di non consegnare loro un deserto le cui oasi sono cumuli di spazzatura, oltreché di consentire la nascita di nuove generazioni. Ecco dunque i primi “beni comuni”: la Terra, ciò che contiene, le sue diversità – umane, animali, vegetali e il suo futuro, per la parte che dipende da noi. Quindi, bisogna decolonizzare un altro immaginario: quello del possesso e della prevalenza dell’interesse privato. La privatizzazione del mondo, i padroni universali che ci espropriano di tutto, materialmente e spiritualmente, devono essere combattuti sul terreno etico, poi ideologico e infine politico. Alcuni elementi centrali delle società umane vanno riconquistati alla sfera pubblica, restituiti alla dignità di bene comune. Lo Stato, argine all’iperpotere delle oligarchie, le comunità locali, la cui prossimità al territorio è la garanzia di conoscenza dei problemi e capacità di risolverli, e poi alcune strutture economiche essenziali. Non si può lasciare in mani private l’acqua, altro bene da dichiarare patrimonio comune, né permettere il controllo oligarchico delle reti di telecomunicazione, delle fonti energetiche, delle cure sanitarie, delle sementi agricole. Vasto programma nel quale dovremmo includere la libertà e la pluralità della Rete, dei mezzi di informazione e molto altro. A ben guardare, si tratta invece di un programma ecologico e politico minimo, centrato sull’idea di bene comune, un principio da trasformare in vera e propria bussola, perimetro indispensabile, la cornice minima per uomini di buona volontà decisi ad agire e a non lasciarsi dominare da una macchina tecnica, produttiva ed economica amorale, ingiusta, distruttiva. Uscire, per ecologia morale, da un sistema la cui unica ragione è strumentale e la cui unica regola è il profitto non è una scelta politica, ma un’urgenza esistenziale. L’alternativa è semplice, la deriva verso una distruzione che è, per alcuni, fonte di profitti e perfino di prestigio. L’industrialismo sedicente ecologico che ci preparano affigge il cartellino del prezzo su ciò che una volta era gratis. Aria pulita, silenzio, suolo fertile, vengono commercializzati come se dovessero essere espressamente prodotti da una particolare progettazione e tecnologia. Esiste ancora, sul pianeta Terra, un bene comune, qualcosa di puro, gratuito, privo di codice a barre, non compravendibile sul mercato?

 

Roberto Pecchioli

 

 
La green economy non cambia niente PDF Stampa E-mail

18 Gennaio 2020

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Si sente parlare molto spesso di cambiamento, svolta epocale, green economy, “nuovo modello di sviluppo”, e simili. Ma in realtà non si vuole cambiare niente: infatti in queste espressioni è sottinteso che ogni modifica dovrà avvenire mantenendo ben saldi i principi e i valori della civiltà industriale, che non si vogliono assolutamente toccare.  Non si rinuncia mai a quella parola magica: “sviluppo”. Anni fa, ai tempi della pubblicazione del famoso rapporto del Club di Roma “The Limits to Growth” (1971-72), ci furono diverse polemiche sulla traduzione del vocabolo inglese growth, reso nel titolo italiano come “sviluppo” anziché “crescita”. Comunque in séguito i due termini furono di fatto usati come sinonimi. Da alcuni anni i mezzi di comunicazione (in particolare la TV) usano sempre la parola “crescita”, così fanno capire senza ambiguità che il sistema non propone uno sviluppo spirituale o conoscitivo ma vuole un aumento dei consumi, un aumento del fluire materiale-energetico nel processo produrre-vendere-consumare, con conseguenti rifiuti finali. Cioè vuole far aumentare all’infinito quel maxiprocesso che sostituisce materia inerte a sostanza vivente: città, fabbriche, impianti, macchine, strade, “grandi opere”, al posto di foreste, praterie, paludi, savane, barriere coralline. È il processo che sta divorando la Terra e distruggendo la Vita, con la pretesa di rifare il mondo. Oltre che immorale (non consente una vita degna agli altri esseri senzienti), è anche impossibile, se non per tempi brevissimi, che stanno per scadere.

 

Che cos’è un processo “sostenibile”? È un processo “che può durare a tempo indefinito senza alterare in modo apprezzabile il funzionamento (o la Vita) del sistema più grande di cui fa parte”. Il Sistema molto più grande è il Sistema biologico terrestre, o meglio la Terra stessa, cioè l’Organismo di cui facciamo parte. Nessun processo della civiltà industriale rientra in questa definizione di sostenibilità. Per manifestare un vero cambiamento, si dovrebbe dire che dobbiamo gestire il transitorio non verso “un nuovo tipo di sviluppo”, ma verso nuovi modelli culturali: sulla Terra ce ne sono stati circa cinquemila. La civiltà industriale deve finire in toto e trascinare nella sua fine tutta l’economia, che sta distruggendo il Complesso degli esseri senzienti e la bellezza del mondo. Forse la fine in toto della civiltà industriale e dell’economia non sarebbe una disgrazia, dato che “lo sviluppo” ha portato con sé anche l’aumento di psicopatie, depressioni, infelicità, disagio sociale. Quindi la fine dello sviluppo economico non va vista come una “rinuncia”. Occorrono modelli con una non-economia, come erano gran parte delle 5000 culture di un tempo, spesso battezzate come “primitive” dall’Occidente, anche se molte erano di matrice “orientale” più che “primitiva”. In realtà la fine della civiltà industriale sarebbe la fine di una forma di pensiero, scambiata ancora una volta per una fine del mondo, dato che nessun modello culturale umano è capace di concepire la propria fine. Ma si può vivere senza i concetti di ricchezza e povertà e anche senza il denaro. Bisognerà modificare profondamente anche il concetto di lavoro, probabilmente abolire le distinzioni fra lavoro pagato e lavoro volontario e fra lavoro e tempo libero. Anche queste distinzioni non esistevano in moltissime culture umane.Tutto questo senza bisogno di “tornare” a vivere come “i primitivi” (tutti concetti dell’Occidente). Resta il fatto che oggi siamo comunque in grossi guai, per l’incompatibilità di questo modello con la Vita della Terra. Abbiamo solo il dubbio sui tempi, cioè possiamo pensare che i gravi problemi di oggi siano iniziati:

 

   con il sorgere dell’agricoltura, 10.000 anni fa, come accennato nel “Manifesto per la Terra” di Mosquin e Rowe (www.ecospherics.net), dove si afferma che l’inizio dell’agricoltura è stato il momento in cui l’umanità ha cominciato a “vivere a spese della Natura” e quindi ha dato il via a quel modello che oggi possiamo dichiarare fallito; -  con la nascita dell’Occidente, 2-3000 anni fa; - con l’inizio dell’éra industriale, 2-300 anni fa.

 

C’è poi l’immane problema della mostruosa sovrappopolazione umana che affligge il Pianeta: quasi nessuno ne parla. Un piccolo esempio: si parla di Africa e Medio Oriente senza considerare minimamente che le popolazioni di quelle terre sono aumentate di 40 volte rispetto alla metà dell’Ottocento, per il madornale errore dell’Occidente di aver portato i medicinali senza i corrispondenti anticoncezionali. Si parla di “accoglienza” e “integrazione” senza mettere in evidenza che questo significa far diventare occidentali i nuovi arrivati e indirizzarli verso le ineffabili gioie delle periferie urbane e i piaceri del proletariato. Intanto l’80-90% della Natura dell’Africa è già stata distrutta e si fa il possibile per continuare l’opera. Gli elefanti e tutti gli altri esseri senzienti vengono massacrati sempre per i dannati motivi economici. È il denaro che deve sparire, non bastano le modifiche delle fonti energetiche e dei mezzi di trasporto o qualche altro accorgimento di dettaglio. Alla radice, c’è l’errore di fondo della mentalità giudaico-cristiana-islamica, l’errore antropocentrico, l’aver considerato la nostra specie come al di fuori e al di sopra della Biosfera. Se esaminiamo i problemi dal punto di vista quantitativo e sistemico, vediamo subito che andare avanti con le premesse della civiltà industriale solo cambiando le fonti energetiche, i mezzi di trasporto, il tipo di fitofarmaci, il riciclo e altri dettagli di questo genere è assolutamente impossibile. Spesso ci troviamo di fronte a ordini di grandezza 1000 volte più grandi rispetto a quelli realizzabili in pratica con le novità proposte dalla green economy. In conclusione, il modello culturale che ha invaso il mondo e si è autonominato “il progresso” deve essere integralmente sostituito da modelli completamente diversi, il cui andamento deve consentire a tempo indefinito la Vita del Sistema Complessivo, la Terra. Non ci resta altro che il coraggio dell’utopia.

 

Citazioni

 

L’ideologia industriale è alle corde. Il tragico ecologico l’ha sconfitta.  (Guido Ceronetti, 1992) La battaglia del futuro sarà la battaglia contro l’economia. (Tiziano Terzani) Vorrei un capo di governo o di azienda che facesse precedere da un purtroppo le frasi consuete: “dobbiamo aumentare la produzione”, “la ripresa è imminente” Neppure questa libertà gli è data. Sono costretti anche ad adularlo, il Maligno: se aggiungono un purtroppo li scaraventa in basso come birilli. Questo non è più avere un potere, tanto meno corrisponde a qualcuno dei sensi profondi di comando. L’asservimento all’economia dello sviluppo, senza neppure un accenno di sgomento, dice l’immiserimento, la perdita di essenza e di centro, della politica. Se il fine unico è lo sviluppo, la politica è giudicata in base alla sua bravura (che è pura passività) nello spingerlo avanti a qualsiasi costo…Non c’è nessuna idea politica dietro, sopra o sotto: c’è il Dio dell’economia industriale geloso del suo culto monoteistico.  (Guido Ceronetti - La Stampa del 9 marzo 1993)

 

 

 

Guido Dalla Casa

 

 

 
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