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L'euro funziona benissimo PDF Stampa E-mail

27 Novembre 2018

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Da Appelloalpopolo dell’11-11-2018 (N.d.d.)

 

No, non ho perso una scommessa: lo scrivo perché l’ho sempre pensato, in barba a tutti quelli che da 10 anni dicono che l’euro “tra non molto cadrà” perché non funziona. E invece non cadrà mai, proprio perché funziona perfettamente. Lo scopo della moneta unica era ed è quello di assoggettare l’economia degli stati al capitale, fare in modo che siano obbligati ad attuare politiche liberiste, fare in modo che siano sempre in debito di ossigeno e obbligarli a tagliare il welfare e fare le “riforme” che tanto piacciono al capitale, altrimenti gli “investitori” potrebbero chiudere i rubinetti. Fu Von Hayek a teorizzare per primo l’idea di privare gli stati della propria moneta, per obbligarli al “laissez faire”, cioè obbligarli a fare gestire tutta l’economia da mani private. Ovviamente tutto questo fu sperimentato dapprima in Africa, e poi, visto che funzionava (ovvero i privati potevano e possono tuttora accaparrarsi ogni risorsa del territorio), la teoria è diventata pratica anche nel continente più ricco del mondo.

 

L’Euro è la più formidabile arma per la lotta di classe che sia mai stata sperimentata sul nostro continente ed assolve perfettamente al suo scopo. Sono anni che circolano voci su un imminente crollo dell’euro, sul fatto che la Germania abbandonerà l’euro (come no, l’unico Paese che ne ha tratto vantaggio!), ma il crollo dell’euro non si verificherà mai, proprio perché l’euro funziona perfettamente. Quindi abbandonate l’idea che la salvezza possa giungere per miracolo: l’unica maniera per liberarsene è abbandonarlo e tornare alla propria valuta nazionale, e per fare questo occorre una ferrea volontà politica.

 

Luca Goria

 

 
Tassa classista PDF Stampa E-mail

26 Novembre 2018

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Da Appelloalpopolo del 22-11-2018 (N.d.d.)

 

In Francia da giorni va in scena una delle sempre più frequenti incarnazioni dello spirito dei tempi (abituatevi, è appena cominciata). Il governo e il presidente francese Emmanuel Macron hanno deciso di andarci giù duri contro la “racaille”, come la definiva il suo predecessore Sarkozy, la plebaglia che si oppone alla “tassa ecologica”. E vivaddio, quanto bruto e analfabeta funzionale devi essere per opporti ad una cosa proverbialmente buona come una “tassa ecologica”? Ciò che sfugge a Macron, proprio come accade similmente a tutte le sedicenti ‘élite’ in giro per l’Europa, è la propria distanza, oramai direi ontologica, dai popoli che governano.

 

È ovvio che una tassa che colpisce il carburante per la macchina non tocca minimamente proprio i ceti che una tassa del genere neanche la noterebbero: il ceto professionale e l’alta borghesia che abita nei centri storici delle grandi città e che può permettersi di andare a lavorare a piedi o in bici (esibendo la propria ‘ecofriendliness’). Si tratta invece di una tassa che colpisce la massa di coloro che vivono in aree poco o nulla servite, quelli che vivono nei sobborghi delle grandi città, dove gli immobili hanno prezzi tollerabili, e che hanno come unica connessione al posto di lavoro e al resto del mondo l’automobile (magari un’automobile vecchia, puzzolente, manifestamente ‘eco-colpevole’). L’iniziativa di Macron è semplicemente l’ennesima goccia che fa traboccare il vaso dell’incomunicabilità di classe. Essa sancisce e sigilla l’incapacità delle élite di comprendere come vivono gli esseri umani finanziariamente normodotati, e soprattutto esercita quella tipica sottile violenza, quello schiaffo, che caratterizza l’elitismo ‘progressista’ odierno: dice implicitamente che la tua povertà (o anche semplicemente la tua mancata ricchezza) equivale sostanzialmente a una tua colpa morale. Questa è, di passaggio, la ragione per cui l’ecologismo di sinistra è tendenzialmente naufragato politicamente: l’ecologia è stata vissuta da chi la proponeva, ed è stata perciò così presentata, come una ‘preoccupazione da ricchi’. Poco conta che di fatto non lo sia.

 

Se da un lato fai la faccia feroce per la scadente raccolta differenziata dei quartieri popolari o per i carburatori a torba delle automobili di periferia, e dall’altro lasci andare senza freni un sistema produttivo internazionale che macina il pianeta, e difendi con le unghie e coi denti i suoi azionisti, beh, naturalmente lasci intendere che l’ecologismo è semplicemente un ‘bene morale di lusso’, di quelli che servono per demarcare una volta di più le appartenenze di classe. Questo sputtanamento dell’ecologismo non è tra i peccati minori delle élite neoliberiste.

 

Andrea Zhok

 

 
L'Unione disunita PDF Stampa E-mail

25 Novembre 2018

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Da Appelloalpopolo del 12-11-2018 (N.d.d.)

 

Attualmente c’è uno scontro tra Roma e Bruxelles, che non sappiamo fino che punto possa spingersi. Quali e quante opzioni ha l’Italia per resistere alle intimidazioni della cupola eurocratica, almeno fino alle elezioni europee? Un eventuale successo dei “populisti” metterebbe a rischio la sopravvivenza dell’Unione? Gli eurocrati lo temono, ma nessuna previsione è oggi affidabile. L’UE, come ammucchiata di Stati nazionali in selvaggia competizione liberista tra di loro, è una nullità geopolitica e militare, imperniata e sbilanciata sull’area baltica, che è egemone su quella mediterranea, mentre è questa che va acquistando progressivamente maggiore importanza geopolitica e strategica. Dentro quest’area, l’Unione europea ha vergognosamente fallito il controllo dell’immigrazione clandestina, se non addirittura agevolatone il flusso, e in definitiva ha confermato la volontà di convogliare e confinare solo in Italia, paese di primo ingresso, le masse immigratorie. In pratica, gli oligarchi, totalmente privi di strategia, hanno concesso carta bianca alla Francia, da tempo non più grande potenza, ma la cui politica ambiziosa e velleitaria, oltre a danneggiare pesantemente l’Italia, è del tutto inidonea a risolvere i problemi dell’Africa, ma sufficiente per renderne più difficili i rapporti con l’Europa. La Francia, rimasta ostinatamente coloniale e nazionalista, ha condotto una guerra di aggressione contro la Libia, su mandato americano, con la quale ha contribuito a destabilizzare il Mediterraneo, in continuità con una politica che la vede sfruttare sistematicamente – e a volte occupare militarmente – i paesi africani che riesce a tener sottomessi con il franco, moneta di sua esclusiva emissione. I suoi interessi contrastano obiettivamente non solo con quelli dei paesi africani, ma anche con quelli delle comunità sud-europee, fra i quali l’Italia, cordialmente disprezzata dalla “cugina”. Non è un conflitto ideologico ma di interessi economici, superabile soltanto quando la Francia riuscirà ad arraffare gran parte delle aziende e infrastrutture degli Italiani. E mentre un vantaggioso bottino di cespiti potrebbe sperabilmente placare l’ostilità francese, altre cessioni vengono pretese dalla Germania. La prima della classe, infatti, insiste affinché il governo italiano riduca il debito pubblico, rastrellando il risparmio degli italiani da “girare” ai suoi banchieri (quelli coinvolti nel crack finanziario dei derivati americani?), secondo modalità non dissimili da quelle adottate nel “salvataggio” della Grecia nel 2011. Il piano della cosiddetta integrazione europea non è altro che l’applicazione di vincoli concepiti proprio per racimolare e trasferire risorse finanziarie, aziendali e professionali dai paesi periferici al centro carolingio, e per mantenere l’Italia e gli altri paesi “poco efficienti” in uno stato di crisi e declino permanenti.

 

Il popolo italiano, turlupinato da un pluridecennale indottrinamento massmediatico, l’ha bevuta; ha davvero creduto che l’integrazione europea fosse ispirata da uno spirito di solidarietà, sviluppo, progresso, benessere e sicurezza. Ma, il progetto di base era il porre fine alla storica rivalità tra Francia e Germania, da realizzare con un patto sacrificale di sottomissione e depauperamento progressivo delle altre zone. L’evidenza dei fatti mostra che i parametri finanziari dell’Unione non sono altro che strumenti di dominio economico e politico a vantaggio dell’asse franco tedesco, che, dopo aver affossato la Grecia, spinge l’Italia nel precipizio di un inarrestabile decadimento economico, civile, tecnologico, culturale, giuridico e politico. Se questa è la ragion d’essere dell’Unione e della moneta unica, è illusorio volerle emendare, perché non hanno difetti; sono perfette per il compito che devono assolvere e per gli scopi che devono perseguire. L’Italia è esposta al sacco lanzichenecco perché è l’unico grande paese europeo che, per densità demografica e apparato produttivo, è in grado di tener testa alla diarchia egemone e di provocare in Europa un effetto contagioso di risposta civile politica e culturale, tale da aprire la crepa fatale nell’ordinamento dell’eurosistema. Questa è in sostanza la sventurata vicenda italiana nell’Unione europea a direzione franco-tedesca. Ovviamente, la Commissione/Cupola di Bruxelles, per attuare i programmati trasferimenti di ricchezza, necessita della collaborazione di garanti interni, specie se gli squilibri provocati generano instabilità socialmente laceranti. Il piano di prosciugamento delle risorse richiede la mobilitazione dei vertici istituzionali, degli apparati giudiziari, amministrativi e massmediatici del paese vittima da razziare. E, se un governo tenta, timidamente, di fare investimenti a deficit, pur molto contenuti, per lo sviluppo nazionale, l’oligarchia eurocratica lo attacca dall’esterno e lo delegittima dall’interno tramite i quisling di turno, che si agitano per opporsi a partiti governativi, sedicenti e ritenuti sovranisti, pur declamando questi un sovranismo di facciata diluito in un liberismo di sostanza.

 

Nel racconto della politica comunitaria i politici, i comunicatori, gli opinionisti, i suggeritori, si comportano non diversamente da come narrano la politica estera in generale, cioè sfruttando con l’inganno sistematico la cognizione abituale diffusa fra la gente comune, che immagina i rapporti tra gli Stati simili a quelli tra le persone, guidati dai sentimenti, dalla morale, da affinità o distanze, da attenzioni o distacchi. Nella realtà è la pura forza e l’esclusivo interesse a guidare e regolare duramente i rapporti internazionali, dove tutto ha un prezzo. In politica estera, considerata la particolare e quasi unica posizione geografica sulla faglia di confine tra oriente e occidente e al centro di un mare punto d’affaccio di tre continenti, per l’Italia e il suo popolo il percorso è in salita ed è più accidentato che per altri. E tuttavia, le scelte sono ineludibili. L’indipendenza, l’autonomia monetaria, il rilancio dell’economia, il sostegno alla natalità, la ricostruzione dello stato sociale, un apparato militare di difesa e di sicurezza al servizio esclusivo della nazione, un ritrovato prestigio culturale e morale sulla scena internazionale, si compendiano in un solo termine: sovranità.

 

Luciano Del Vecchio

 

 
Vigilanza sulle parole scomode PDF Stampa E-mail

23 Novembre 2018

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Da Appelloalpopolo del 15-11-2018 (N.d.d.)

 

La strumentalizzazione concettuale avvenuta da parte della sinistra liberale (PD in primis) della nozione di ‘sovranismo’ è un monumento indisponente alla più totale malafede. Ed è deprimente vedere come quella malafede continui serenamente a mietere vittime. Le parole naturalmente si possono adoperare in vari modi, ma è interessante osservare come il termine ‘sovranismo’ sia emerso inizialmente nel tentativo di trovare un modo di riferirsi alla comunità nazionale e ai suoi interessi che non fosse in qualche modo compromessa con accezioni di destra. Le nozioni di Patria/Patriottismo e Nazione/Nazionalismo erano state nel tempo delegate ad un orizzonte di destra, e il termine ‘sovranismo’, con una tradizione francese e inglese che spaziava dalla destra alla sinistra, poteva giocare il ruolo di rendere di nuovo legittimo parlare di interesse pubblico e nazionale, di attivismo dello Stato nella cosa pubblica, senza evocare orbaci e camicie brune. Niente da fare. Anche questo per la sinistra liberale era intollerabile. Nella lotta per il dominio sulle forme verbali legittime la sinistra liberale è sempre estremamente vigilante, e accettare che vi sia un qualche modo di parlare degli Stati che non sia assimilandoli a imprese economiche (come la “Azienda Italia”) era inaccettabile.

 

Da ciò viene il martellamento incessante che ha cercato di far coincidere la nozione di sovranismo con le sole posizioni retrive dello scacchiere politico italiano ed europeo. Ciò è tanto più straordinario se si pensa che praticamente nessuna delle forze così identificate si richiami al sovranismo. Non lo fa Orban, non lo fa l’AFD tedesco, non lo fa l’Ukip, non lo fanno i partiti di Destra nel Parlamento Europeo, che preferiscono il riferimento al nazionalismo, e non lo fa neanche, se non occasionalmente, il presente governo gialloverde in Italia, che predilige di autoidentificarsi come ‘populista’.

 

Ma è tutto inutile.  Nella lotta senza esclusione di colpi per il controllo della Neolingua, la sinistra liberale deve garantirsi che non esista alcun modo legittimo e non compromesso di parlare di interesse pubblico e di istituzioni che lo tutelano. I Partiti devono essere Ditte, e i Paesi Aziende. E tutti quelli che non sono d’accordo sono Nazisti.

 

Andrea Zhok

 

 
Italia e Qatar PDF Stampa E-mail

22 Novembre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 20-11-2018 (N.d.d.)

 

Non facciamo innervosire l’Emiro: il Qatar per l’Italia è una piccola Sparta del Golfo. Stiamo armando fino ai denti l’emirato sotto embargo dell’Arabia saudita e dei suoi alleati del Golfo che accusano Doha, insieme alla Turchia, di proteggere i Fratelli Musulmani, ritenuti con il loro Islam politico un’insidia letale per le monarchie assolute della regione. In poco più di un anno abbiamo venduto a Doha sette navi da guerra Fincantieri per 4 miliardi di euro, 28 elicotteri NH 90 (ex Agusta Westland) per 3 miliardi di euro, inoltre è stata siglata un’intesa da oltre 6 miliardi di euro per 24 caccia Typhoon del consorzio Eurofighter, di cui Leonardo-Finmeccanica ha una quota del 36 per cento. Aerei che per altro sono stati venduti anche all’Arabia Saudita, dopo una visita a Londra del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, secondo la Cia il mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Ecco alcuni dei tanti motivi - le tensioni nel Golfo e in Libia - per cui l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani arriva a Roma. Siamo un alleato strategico. Questa non è certo una visita di cortesia: l’emirato è un grande produttore di gas, in partnership con l’Iran - sotto sanzioni americane - ed è uno dei maggiori investitori stranieri in Italia dove i qatarini hanno acquistato marchi della moda (Valentino), immobili, grandi alberghi e la compagnia aerea AirItaly, ex Meridiana, dall’Agha Khan. La Qatar Investment Authority (Qia) è un colosso il cui patrimonio stimato è di 335 miliardi di dollari e qualche giorno fa all’hotel romano St Regis i qatarini hanno ospitato con fiumi di champagne centinaia di uomini d’affari e questuanti: l’Italia non si può certo premettere di trattare male l’Emiro, che qualche motivo per essere nervoso con noi lo potrebbe anche avere. Alla conferenza sulla Libia di Palermo, l’Italia ha ricevuto con grande risalto il generale della Cirenaica Khalifa Haftar, alleato di Egitto, Francia, Russia e sauditi, che è il peggiore nemico dei Fratelli Musulmani di Tripoli, sostenuti sia da Doha che dalla Turchia. La Turchia ha abbandonato il vertice di Palermo con un gesto clamoroso e adesso esige che il documento finale della conferenza contenga in modo chiaro ed evidente le sue rimostranze, altrimenti non lo firmerà. Per l’Italia è un rompicapo: Roma sostiene con l’emirato e Ankara il governo Sarraj tenuto in ostaggio da milizie salafite e che hanno come riferimento politico nel governo e nelle istituzioni proprio i Fratelli Musulmani. A Palermo il Qatar non ha seguito le orme della Turchia e ha tenuto un basso profilo senza fare proclami anti-Haftar: i qatarini hanno qui troppi interessi per mettere in imbarazzo il governo italiano che con il premier Conte è appena andato in viaggio d’affari anche negli Emirati, azionisti dei droni della Piaggio Aero e partner dell’Eni. Ma è evidente che l’Emiro Al Thani non può essere soddisfatto della conferenza palermitana, tenendo conto che l’Italia è un partner di primo piano per la sua difesa e in Libia. Nel mirino dei sauditi, che li hanno obbligati anche a cambiare rotte aeree, i qatarini stanno aggirando l’embargo con il recente acquisto dall’Aga Khan del 49% della compagnia aerea sarda Meridiana, rilevata dalla Qatar Airways, che con il nome di AirItaly ha in programma piani grandiosi che potrebbero farla diventare la prima compagnia aerea italiana.

 

Poi ci sono le forniture di armi e il gas. L’Eni sta diversificando i suoi approvvigionamenti di gas nel Golfo con contratti negli Emirati Arabi Uniti e in Oman mentre il Qatar deve mantenere buoni rapporti con l’Iran, colpito dalle sanzioni americane, con cui spartisce lo sfruttamento di giacimenti di South Pars. Tra l’altro l’Italia sta facendo assai poco per aggirare l’embargo Usa che ha già bloccato i pagamenti bancari per le transazioni con Teheran, anche se ha ottenuto dagli Usa l’esenzione per mesi sull’import di petrolio da Teheran. L’Emiro vuole capire da che parte stiamo in Libia e nel Golfo, visto che gli vendiamo miliardi armi. Siamo pronti a difendere l’emirato dalle monarchie del Golfo ostili? C’è da dubitarne. E Al Thani forse vuole anche sapere fino a che punto siamo determinati a sostenere il governo Sarraj a Tripoli: è chiaro che il generale Haftar è in sella per far fuori gli islamisti con l’appoggio dei suoi potenti alleati. Diciamo pure all’Emiro che, dal punto di vista strategico, questo è un viaggio inutile: il governo, come storicamente qualunque altro governo di questo Paese, vuole fare affari ma non ha nessuna intenzione di esporsi diplomaticamente e militarmente. Basta vedere cosa è accaduto nel 2011 quando abbiamo abbandonato Gheddafi al suo destino, appena sei mesi dopo aver firmato con lui contratti miliardari. Il governo risponderà che in Qatar ci sono 10mila soldati Usa nella base di Al Udeid e che questi bastano a garantire la sicurezza dell’Emirato. Anche sulla Libia gli italiani saranno evasivi, riparandosi dietro il piano dell’Onu di Ghassam Salamè, il dialogo nazionale e altre fesserie simili. Bisogna essere franchi con l’Emiro: noi delle grandi strategie ce ne laviamo le mani e preferiamo metterci allegramente alla cassa.

 

Alberto Negri

 

 
Crescita per essere infelici PDF Stampa E-mail

21 Novembre 2018

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Da Comedonchisciotte del 19-11-2018 (N.d.d.)

 

L’espressione “decrescita felice” suscita ancora oggi molta perplessità. È un equivoco tutto italiano. Io non ho mai usato questa espressione. La decrescita ha un significato preciso e parte dall’assunto che noi viviamo in un mondo finito e con risorse finite. La seconda legge della termodinamica ci dice che se bruciamo 10 litri di benzina essa “non si distrugge”, ma non la possiamo nemmeno più riutilizzare come forma di energia. Come forma di energia la benzina se n’è andata per sempre. E la benzina, che è un derivato del petrolio, è un combustibile limitato, cioè finito. Queste sono cose che capirebbe anche un bambino, ma gli economisti no, si rifiutano di includere nell’economia questo aspetto determinante per il nostro futuro. Pertanto, io ritengo che siamo giunti ad un punto cruciale, che impone il non-sviluppo. Purtroppo la stragrande maggioranza dei mass media e delle persone è indotta a pensare il contrario, e cioè che sia necessario produrre sempre di più. Per farlo, tuttavia, è necessario che le persone siano infelici. Le persone felici, infatti, non hanno interesse a consumare, nel senso che consumano solo ciò che è strettamente necessario, e non acquistano cose per noia e frustrazione, come accade oggi. Ma il mercato è proprio di questa frustrazione che ha bisogno, se vuole crescere. Dunque, io vedo la felicità come una cosa lontana dalla crescita e, sotto molti punti di vista, in antitesi allo sviluppo. Più cresciamo senza che ce ne sia bisogno, più siamo infelici. Il concetto di felicità inteso come accumulo e consumo, comunque, è piuttosto recente, e risale agli ultimi tre secoli, che non a caso sono i secoli dell’industrializzazione. Prima, il concetto di beatitudine prevaleva su quello di felicità che, per certi punti di vista, nemmeno esisteva. Quando le risorse erano scarse, la frugalità era un valore. Ora che le risorse sono ritenute abbondanti il consumo, invece, è diventato il valore per eccellenza. Io propongo di tornare ad un modello frugale, è vero, ma non può essere questa una mera nostalgia per una mitica età bucolica. Al tempo stesso, però, è molto stupido e bugiardo ritenere che non ci sia mai stata nella storia dell’umanità un’era della frugalità conforme alla natura umana, ai suoi ritmi e ai suoi bisogni. Anzi! Per centinaia di migliaia di anni, cioè per la maggior parte del tempo della nostra storia, l’uomo è stato cacciatore-raccoglitore, e lavorava 2-3 ore al giorno. Il resto del tempo si interessava alle relazioni sociali e al gioco. Dunque, noi oggi lavoriamo quasi il triplo dei nostri predecessori per motivi legati alla crescita fine a se stessa, ma non perché ciò sia necessario alla nostra sopravvivenza, e tanto meno per la nostra felicità. Se la produzione agricola diminuisce secondo un modello di decrescita, com’è possibile mantenere alti standard di quantità e qualità alimentare? L’agricoltura è stata industrializzata a partire dal Settecento. Prima della rivoluzione agricola e industriale c’erano dei terreni comuni, cioè terreni di tutti, dove si pascolava il bestiame (openfield). Poi, in Inghilterra sono arrivate le recinzioni (enclosures) che hanno responsabilizzato i coltivatori, hanno aumentato la superficie coltivabile e implementato l’ambizione del proprietario della terra. Ciò ha determinato una grave crisi per quel modello contadino, basato sull’economia di villaggio, il dono e la solidarietà. Si può recuperare qualcosa del modello “openfiled” senza però gettare vie le conquiste fatte in questi secoli in termini di progresso? Ci sono molte proposte, ma la più credibile e percorribile è quella dell’agricoltura biologica, perché riduce al minimo gli sprechi e consente anche di salvare i beni comuni dalla privatizzazione.

 

Per beni comuni intendo realtà materiali come ovviamente l’aria e l’acqua, ma anche beni non legati alla natura, come i trasporti, l’istruzione e la salute. La decrescita prende atto che lo sviluppo per lo sviluppo non ha senso. Lo sviluppo ha senso solo se soddisfa determinati bisogni, altrimenti diventa una religione: la religione dell’economia. Se guardo alla mia personale biografia devo ammettere che anch’io ero caduto nell’errore di pensare che la crescita produttiva fosse sempre e comunque positiva. Ho lavorato in Africa, ad esempio, e anche da quell’esperienza mi sono reso conto che nel tentativo di industrializzare l’Africa stavamo facendo lo stesso errore fatto in Unione Sovietica, che infatti si è rivelato un errore grave perché quel tipo di comunismo ha cercato di combattere il capitalismo sul suo stesso terreno, e cioè quello della produttività fine a se stessa. Tra le dottrine economiche elaborate negli ultimi secoli, marxismo e Keynes rappresentano senza dubbio alternative che mi piacciono, se non altro perché mirano a risolvere la disoccupazione, che è l’arma attraverso la quale il capitale alimenta se stesso producendo precarietà, e dunque ricatto (e il consumismo, che come detto si basa sull’infelicità e l’insoddisfazione).

 

Detto questo, tuttavia, è più corretto pensare alla decrescita più come ad una “mentalità”, ad un salto culturale, che non come ad un’alternativa qualsiasi al modo di produzione. Il pensiero liberale si è imposto come cambio di paradigma ed è basato su un’autoregolazione del mercato che esiste solo nella fantasia, come quella di una “mano” che non si vede. Concetti come “decrescita” e “frugalità” hanno a che fare con il concetto di limite, un concetto che aveva un grande valore nell’antica Grecia e che oggi è stato sostituito dal suo opposto: l’illimitato. Per recuperare il limite come valore è necessario tornare alle poleis greche, cioè al comunitarismo? Io sono un fiero avversario dell’universalismo, cioè di quella ideologia secondo la quale ci sono valori assoluti determinatisi in Occidente ed esportabili in tutto il mondo. Pertanto, credo che le comunità locali siano una valida risposta alla globalizzazione del mercato, che è la nuova veste assunta dall’imperialismo, seppur più subdola e pericolosa di altre ideologie del passato.

 

La Terra è un pianeta con un ecosistema finito, ma l’universo ci vene raccontato come infinito, o perlomeno in espansione. Si può sostenere che il concetto di limite sia dato da limiti umani che verranno a breve superati, oppure anche l’universo ha dei limiti? La fisica non sostiene affatto che l’universo sia infinito, ma a prescindere da questo non è stato ancora detto come trasportare gli esseri umani, probabilmente tutti, e cioè 7 miliardi, nel pianeta vivibile più vicino. Secondo alcuni, il pianeta vivibile più vicino si trova a decenni di anni luce dalla Terra, e non è nemmeno sicuro che sia idoneo alla nostra sopravvivenza. Inoltre, nessuno è ancora in grado di dirci con quale tipologia di carburante si potrà inaugurare una simile Arca della salvezza. L’ipotesi transumanista non è percorribile al momento e, direi, non è nemmeno auspicabile. Qual è lo stato dell’arte del progetto sulla decrescita? Ad alti livelli il dibattito – anche in Francia – è zero, nel senso che non se ne parla e non se ne vuol parlare tra istituzioni e politici, e stessa cosa dicasi per il mondo accademico. Diverso il discorso per l’ambito culturale, tra le associazioni e tra le persone comuni. Temo però che a prescindere dal dibattito, il collasso del sistema sia dietro l’angolo e che quindi poi il cestino, a cose fatte, ci farà esclamare: “Troppo tardi, coglioni!”.

 

Serge Latouche

 

 
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