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Una torta già spartita PDF Stampa E-mail

20 Giugno 2017

 

Da Rassegna di Arianna del 13-6-2017 (N.d.d.)

 

Un tempo la guerra prevedeva l’invasione di un territorio con un esercito e la costrizione dei suoi abitanti al pagamento di tributi. Oggi sono i capitali ad invadere o a lasciare senza rumore le nazioni, e i “tributi” vengono succhiati inducendo psicologicamente le masse a lavorare per un tozzo di pane ed eccitandole mediaticamente a comperare i beni venduti dai loro padroni. Qualcuno aspetta ancora che scoppi, ma siamo in piena terza guerra mondiale.

 

Dominare il mondo intero non è più un sogno irrealizzabile; per conquistarlo non è più necessario disporre di una complicata rete di governatori, proconsoli e satrapi, basta acquisire il dominio delle banche centrali, delle valute, delle fonti energetiche, delle televisioni e di internet. La torta Mondo è già nelle mani di pochi superbi.

 

Lorenzo Parolin

 

 
Nell'occhio del ciclone PDF Stampa E-mail

19 Giugno 2017

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Da Comedonchisciotte del 17-6-2017 (N.d.d.)

 

Il 2017, subentrato giugno, ha compiuto il giro di boa: è quindi il momento di tirare le prime somme di un anno che, dopo la Brexit e l’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, prometteva grandi cambiamenti, soprattutto in Europa. La vittoria di Emmanuel Macron, l’ammorbidimento della direttiva sul “bail in” e la continuazione dell’allentamento quantitativo da parte della BCE, hanno regalato all’Unione Europea una breve tregua dopo lunghe fibrillazioni: l’intera eurozona è però semplicemente sedata dalle politiche monetarie ultra-espansive delle banche centrali mondiali. Il collaudato schema “tassi bassi-bolla speculativa-rialzo tassi-scoppio della bolla” produrrà nei prossimi 6-18 mesi una crisi peggiore del crack di Lehman Brothers, man mano che la FED aumenterà il costo del denaro: per l’unione monetaria, oggi nell’occhio del ciclone, si avvicina l’ultima tempesta. Le banche centrali conducono le danze, come sempre

 

Le speranze riposte nel 2017 erano alte: dopo la vittoria degli anti-europeisti al referendum inglese ed il successo di Donald Trump alle presidenziali americane, c’erano i presupposti perché la marea “populista” esondasse sul Vecchio Continente, travolgendo l’Unione Europea. Il ciclo elettorale era particolarmente favorevole, grazie alle elezioni che si sarebbero tenute in un Paese chiave come la Francia: se la “populista” Marine Le Pen avesse espugnato l’Eliseo (scenario statisticamente improbabile, ma matematicamente possibile), l’intera architettura euro-atlantica sarebbe implosa. La strategia dell’oligarchia atlantica (frantumazione della sinistra, eliminazione di François Fillon attraverso scandalo mediatico-giudiziario, demonizzazione di Marine Le Pen e ricorso al rodato “fronte repubblicano”) si è però rivelata vincente: l’ex-Rothschild Emmanuel Macron ha conquistato la presidenza ed una schiacciante maggioranza all’Assemblea Nazionale. Il crollo dell’affluenza alle urne e la misera base elettorale su cui poggia il nuovo governo francese sono dettagli irrilevanti per un’analisi che abbracci il breve-medio periodo: il capitale politico di Macron sarà dilapidato nei prossimi tre anni, man mano che saranno implementate le ricette di svalutazione interna, ma l’orizzonte è troppo lontano perché possa interessare oggi. Data per scontata la rielezione di Angela Merkel alla Cancelleria Federale (dopo la provvidenziale chiusura della “via balcanica” nella primavera 2016) ed il voto per il rinnovo del Parlamento italiano da collocarsi non prima del 2018 (voto da cui, peraltro, è inutile attendersi particolari scossoni), c’è da chiedersi dove sia finita la “carica rivoluzionaria” che sembrava dovesse esplodere da un momento all’altro: arrivati a metà dell’anno, regna una calma apparente. Anche l’altro focolaio di tensione, la crisi bancaria nell’euro-periferia conseguente all’adozione del bail-in, è stato infatti circoscritto: come dimostra il caso di MPS, le autorità europee hanno ammorbidito di molto la direttiva, così da non costringere i membri più deboli dell’eurozona a gesti inconsulti come l’abbandono dell’euro. Oggi, il panorama europeo si presenta sostanzialmente stabile, permettendo a politici, tecnocrati, banchieri e giornalisti di parlare di una “sconfitta dei populismi” e di nuove fondamenta per il futuro di Bruxelles.

 

La realtà è, ovviamente, opposta alla narrazione del Potere. l’Unione Europea non ha superato la tempesta, ma sta vivendo la sua breve, ed ultima, tregua: si trova nell’occhio del ciclone, un illusorio periodo di tranquillità prima dello sconquasso finale. L’elezione di Emmanuel Macron coincide con l’ultima fase dell’allentamento quantitativo della Banca Centrale Europea, parallelo alle politiche monetarie ultra-espansive della Federal Reserve, della Bank of England e della Bank of Japan: è la marea di liquidità che ha inondato i mercati finanziari dal 2009 in avanti, a garantire “la tregua” in Europa, non la prospettiva di una rifondazione politica ed economica dell’euro. Il denaro a costo zero è penetrato in ogni capillare del sistema finanziario, come morfina nel sistema sanguigno: ha apportato ovunque sollievo, anche nella martoriata europeriferia, ma non ha risolto nessun problema sostanziale. Si prenda il caso dell’Italia: nonostante il differenziale tra Btp e Bund viaggi oggi attorno ai 170 punti basi rispetto ai 500 toccati nel biennio 2011-2012, il debito pubblico inanella record mese dopo mese ed il deflusso di capitali, ben visibile sul sistema Target 2, sta assumendo ormai i connotati di un’emorragia (-421 mld a maggio). Il nostro Paese è tenuto a galla (e pure male) da quella stessa marea di denaro facile che ha spinto la borsa americana e tedesca verso record storici e compresso quasi ovunque i rendimenti obbligazionari. La “tregua” europea durerà quindi soltanto finché la Banca Centrale Europea e le sue omologhe sorelle proseguiranno con le loro politiche monetaria ultra-espansive. Francoforte, incalzata dai falchi tedeschi, ha già ridotto gli acquisti di titoli sul mercato secondario da 80 a 60 miliardi al mese e, in teoria, dovrebbe sospendere a fine anno l’allentamento quantitativo: in realtà è probabile che la politica monetaria non subisca mutamenti finché Mario Draghi occuperà la poltrona di governatore, spostando così il cambio di registro all’ottobre 2019. Più imminente, e più rilevante ai fini della nostra analisi, è invece quanto sta avvenendo negli USA, dove la Riserva Federale sta lentamente invertendo la politica monetaria adottata all’indomani del crack di Lehman Brothers. Se la ripresa economica fosse davvero in corso ed il sistema finanziario in buona salute, il rialzo del saggio di risconto non avrebbe impatti significativi. Come abbiamo però detto poco prima, il denaro facile sinora creato dalla FED e dalle sue “sorelle” non ha tirato l’economia fuori dalle secche della Grande Recessione, ma ha semplicemente portato alle stelle i valori azionari ed obbligazionari, negli USA come in Germania. Chi ha veramente giovato dell’allentamento quantitativo varato dalle banche centrali sono, ça va sans rien dire, gli stessi che hanno macinato utili miliardari con i mutui spazzatura. In Occidente sta quindi per andare in onda l’ultima fase di un classico ciclo del capitalismo anglosassone: lo scoppio della bolla. Prima la bolla è incubata (tassi a zero post-Lehman Brothers), poi è alimentata (politiche monetarie ultra-espansive a scala mondiale), poi si prepara l’ago (rialzo dei tassi) ed è fatta scoppiare (improvviso deflusso dei capitali da azioni ed obbligazioni). È lo stesso identico schema del crack del 1929 e del 2008, con una significativa differenza: questa volta sarà molto peggio, perché le munizioni delle banche centrali sono state ormai esaurite. Con buona pace dei liberisti, tornerà il controllo politico sulle banche centrali, lo Stato-imprenditore e (orrore!) varie forme di socialismo/fascismo. Il temuto “ritorno agli anni ‘30”, pronosticato da alcuni osservatori, non è stato scongiurato dalla sconfitta di Marine Le Pen, ma è tuttora in nuce: cova sotto la bolla finanziaria in attesa che questa esploda. E la nostra eurozona? Come collocarla in questo scenario dove il rialzo dei tassi della FED sta per innescare l’ennesimo terremoto finanziario? La zona euro non solo sarà colpita dallo scoppio della bolla finanziaria, ma sarà addirittura uno dei maggiori epicentri della prossima crisi. Come abbiamo più volte sottolineato nelle nostre analisi, la moneta unica è un regime a cambi fissi tale e quale al gold standard, dove le valute nazionali (lira, franco, pesetas, etc.), anziché essere agganciate ad una quantità d’oro, sono agganciate al marco tedesco: le politiche di svalutazione interna nascono proprio dalla necessità di aggiustare la bilancia dei pagamenti in assenza di un cambio flessibile. Ora, come il gold-standard saltò a distanza di pochi anni dal crack del 1929 (la Gran Bretagna esce per prima nel 1931), è pressoché certo che lo scoppio della prossima bolla speculativa comporterà a ruota il collasso dell’eurozona, destinata ed eclissare il crollo di Wall Street proprio come l’eurocrisi ha rapidamente offuscato la crisi dei mutui spazzatura. Prima il rialzo dei tassi da parte della FED, poi lo scoppio della bolla speculativa, ed in rapida successione il contagio dell’eurozona: che tempi si possono prevedere? 6, 12, 18 mesi.  L’Unione Europea non sta vivendo una nuova primavera. Sopravvissuta a stento in questi anni di relativa calma finanziaria, è oggi nell’occhio del ciclone, in attesa che la tempesta torni ad abbattersi per un’ultima volta in concomitanza con il rialzo dei tassi. È un finale già scritto, come testimonia sia la continua emorragia di capitali dall’europeriferia che il rifiuto tedesco, mai venuto meno, a qualsiasi condivisione dei debiti pubblici: si attende soltanto, come sempre, la prima mossa delle banche centrali.

 

Federico Dezzani

 

 
USA senza leadership PDF Stampa E-mail

18 Giugno 2017

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Da Comedonchisciotte del 14-6-2017 (N.d.d.)

 

Dovrebbe essere meraviglioso sentirsi Vladimir Putin ed essere l’uomo più potente della terra. E non servirebbe nemmeno dirselo da soli. Tutto il Partito democratico USA lo dice insieme a tutte le presstitute dei media occidentali e CIA e FBI. Non serve che i media russi si vantino del potere di Putin, c’è Megyn Kelly, le presstitute occidentali e i capi dell’Occidente che lo stanno facendo per conto loro: Putin è tanto potente da poter scegliere chi deve essere il Presidente degli Stati Uniti. Voglio dire, Wow! Che forza!  Ha messo tutti gli americani fuori gioco. Gli americani, con tutto l’enorme bilancio che spendono per l’intelligence e i loro 16 diversi servizi segreti, oltre a quelli che hanno anche i loro tirapiedi della NATO, non riescono a stare alla pari con Vladimir Putin. Ma dico: ma che davvero, davvero! A che servono CIA e NSA? A che servono tutte le altre istituzioni? Allora sarebbe più semplice se gli americani chiudessero tutti questi “servizi di intelligence”, incompetenti ma costosi, e pagassero direttamente una bella tangente a Putin, per evitare che scelga il nostro presidente. Forse la CIA dovrebbe mettersi in ginocchio e chiedere a Putin di smetterla di eleggere Presidenti degli Stati Uniti. Voglio dire, è umiliante. Non ce la faccio a sopportarlo. Pensavo che fossimo la “superpotenza unica del mondo, l’unico potere, il popolo eccezionale e indispensabile”. Risulta invece che non siamo niente e siamo governati dal presidente della Russia.

 

Quando i democratici, la CIA e i media hanno deciso di lanciare la loro campagna PR contro Trump, non si rendevano conto di quanto sarebbe stato incongruente far apparire gli Stati Uniti come una democrazia in mano a Putin? Ma che stavano pensando? Non hanno pensato a niente, erano solo fissati a cercare di evitare che Trump non mettesse in dubbio l’enorme bilancio militare e per la sicurezza, e che non riprendesse normali relazioni con la Russia. Non c’è nessun segnale che dia a vedere che la leadership americana in qualsiasi suo settore sia effettivamente in grado di pensare. Prendiamo Wall Street e i capi delle multinazionali. Per far aumentare il prezzo delle azioni Wall Street ha costretto tutte le aziende a desertificare il proprio paese di origine e a spostare la produzione di beni e servizi – che vengono venduti agli americani – offshore dove i costi della manodopera e delle spese di gestione sono inferiori. I costi più bassi hanno fatto aumentare i profitti e il prezzo delle azioni. Wall Street ha minacciato le società che non erano d’accordo di acquisire le loro imprese, se avessero continuato a rifiutarsi di trasferire i loro impianti all’estero per far aumentare i profitti. Né Wall Street, né i CdA delle multinazionali, né i loro  CEO sono stati abbastanza intelligenti da comprendere che spostare il lavoro offshore, avrebbe spostato anche le entrate dei consumatori Usa offshore e avrebbe spostato il potere di acquisto “offshore”. In altre parole i capi della finanza e della classe imprenditoriale sono stati troppo stupidi per comprendere che senza disporre dei redditi da lavoro ad alto valore aggiunto e della produzione interna Usa, i consumatori americani non avrebbero potuto nemmeno avere la disponibilità per continuare a svolgere il loro ruolo di driver in campo economico. La Federal Reserve è rimasta impigliata nello stesso errore di Wall Street e per rettificarlo ha aperto il credito, consentendo un accumulo del debito dei consumatori per far continuare a girare gli acquisti e l’economia basandola solo sul debito. Comunque l’espansione del credito non è una soluzione definitiva se manca il supporto della crescita del reddito dei consumatori. In un paese in cui la leadership finanziaria e imprenditoriale è troppo stupida da capire che una popolazione che è sempre più occupata con lavori part-time e con lavori a reddito minimo, non è una big spending population, ma è un paese in cui la leadership ha fallito. […] Il lavoro in questo presunto recupero da giugno 2009 è – in buona parte – creato da lavoro a basso reddito ed è il risultato della teoria ora c’è & ora non-c’è. La presunta ripresa dopo la crisi finanziaria 2007-08 è la prima ripresa nella storia in cui diminuisce la quota di partecipazione della forza lavoro. Il tasso di partecipazione della forza lavoro diminuisce quando l’economia offre scarse opportunità di lavoro, non quando le opportunità di lavoro aumentano. Quello che sappiamo sui posti di lavoro oggi è che i posti di lavoro negli USA sono sempre più posti di lavoro a part-time a salario minimo. […] il capitalismo ha raggiunto un punto in cui non può più salire e dove non può più esistere senza sovvenzioni pubbliche pagate da quella stessa gente che è stata espropriata dallo stesso capitalismo.

 

Si sta facendo di tutto per fare un impeachment contro Trump e mettere il VP Pence alla presidenza. Mentre Trump ha fatto una campagna per riprendere normali relazioni con la Russia, una sconfitta del tentativo di ridurre quelle tensioni rinforzerà il significato della recente conclusione, a cui è giunto l’alto comando militare russo, che Washington stia pianificando un primo attacco nucleare contro la Russia. Questo è il rischio che l’intero mondo – a causa della dipendenza dal potere e dal profitto di tutto il complesso militare e della sicurezza USA –  debba confrontarsi con guerre e con nemici. In altre parole, c’è una sola ragion d’essere per l’esistenza degli Stati Uniti d’America – l’interesse del complesso dell’esercito e della security – e questo interesse vuole un potente nemico, che sia reale o che sia inventato. L’ex funzionario della CIA, John Stockwell, ha scritto: “è compito della CIA mantenere instabile il mondo e propagandare e insegnare odio nel popolo americano, cosicché si lascerà spendere allo stato qualsiasi somma per le armi”. L’odio e la diffidenza contro la Russia che viene attualmente alimentato in Occidente si riflette nella rivelazione di Stockwell, così come l’odio orchestrato e la diffidenza contro i musulmani che ha portato Washington a distruggere in tutto o in parte sette paesi e a spendere trilioni di dollari per altro debito di guerra USA.

 

Il globalismo, cioè l’arbitraggio con cui si porta il lavoro oltre i confini nazionali e la finanziarizzazione, il dirottamento dei redditi dei consumatori verso interessi e spese bancarie, hanno rovinato l’economia USA. La “società delle opportunità” è scomparsa. I bambini hanno prospettive economiche più povere di quelle dei genitori. L’offshoring dei lavori, della produzione e di servizi professionali come l’ingegneria IT e il software hanno fatto crollare la crescita di domanda aggregata negli Stati Uniti. L’espansione del credito della FED è stato solo un sollievo di un momento. Le zone che una volta erano ricche sono in rovina. I bilanci degli Stati e dei sistemi pensionistici stanno fallendo. L’istruzione universitaria non paga più. Le prospettive economiche degli americani sono state cancellate dal globalismo. Per andare avanti servono collegamenti, connessioni. L’alta concentrazione di reddito e di ricchezza hanno rinnegato la democrazia. Il governo è responsabile solo dei ricchi. La leadership politica e imprenditoriale americana non solo ha distrutto l’immagine della sovranità USA mettendo la democrazia americana in tasca a Putin, ma ha anche distrutto l’economia americana ancora viva, quella che una volta era l’invidia del mondo. Da che parte possono trovare una leadership gli americani? Certamente non nel Partito Democratico, né nel Partito Repubblicano, né sui media, né nella comunità delle multinazionali. Ma allora come faranno gli Stati Uniti a competere con la Russia e la Cina, due paesi che hanno una forte leadership? Sarà la guerra l’unica risposta a questa domanda?

 

Paul Craig Roberts  (traduzione di Bosque Primario)

 

 
Inutile fuga dal voto PDF Stampa E-mail

17 Giugno 2017

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Da Rassegna di Arianna del 15-6-2017 (N.d.d.)

 

La più grande delle tragedie di Shakespeare, Amleto, si apre con l’apparizione alle sconcertate sentinelle del castello di Elsinore di un Fantasma, The Ghost, il vecchio re ucciso dall’usurpatore Claudio con la complicità della regina Gertrude, madre del giovane Amleto. Viene da paragonare lo spettro dell’immortale opera del bardo agli elettori assenti italiani e francesi. Fin troppo facile la battuta, c’è del marcio in Danimarca, e senza dubbio anche nell’Esagono transalpino e nel nostro Stivale. Gli elettori francesi, ancora ubriacati dal fulmineo successo di Emmanuel Macron, l’uomo della massoneria e della galassia Rothschild, gli stanno regalando un successo a valanga all’Assemblea Nazionale. Solo due piccoli nei, trascurabili per il potere che vince e se la ride: Macron disporrà di una maggioranza schiacciante in parlamento (oltre due terzi dei seggi) con il 32 per cento dei voti; inoltre, gli elettori francesi che si sono recati alle urne sono stati meno della metà degli aventi diritto, la percentuale più bassa in mezzo secolo circa di Quinta Repubblica. Il dato è ancora più impressionante se pensiamo che in Francia, come in Gran Bretagna e negli Usa, alle liste elettorali occorre iscriversi, e che quindi il corpo elettorale non è formato dall’intera popolazione maggiorenne di cittadinanza francese.

 

In Italia, forse per non essere da meno degli amati/odiati cugini d’Oltralpe, le elezioni amministrative parziali hanno segnato un nuovo record negativo di astensionisti. […] È andata meglio solo nelle piccole e medie città, e nei paesi, probabilmente per la maggiore conoscenza diretta dei candidati. Ad avviso di chi scrive, prima di avventurarsi nelle consuete analisi a caldo, decretando improbabili vincitori e sconfitti, e prefigurando scenari politici nazionali, è indispensabile ragionare su un fenomeno- quello della fuga dalle urne – che sta diventando esodo di massa. In Francia, il recente voto presidenziale è stato essenzialmente un voto “contro”. In perfetta assenza di fascismo, milioni di francesi hanno scelto Macron come male minore rispetto a Le Pen-Hitler. Un terribile peccato di disinformazione, un formidabile capolavoro mediatico e di comunicazione. Meno di un mese dopo, il soprassalto, e tutti a casa, offrendo così su un piatto d’argento un potere incontrastato a chi comanda davvero, i padroni del giovane ex dipendente della famiglia Rothschild, pupillo del super massone Jacques Attali. Complimenti al sistema, anzi, chapeau, alla francese. In Italia, le cose si stanno mettendo allo stesso modo. La gente sta a casa, o va al mare, approfittando della stagione, e chi comanda si frega le mani: il banco vince sempre. […]  i politici, camerieri dei poteri forti discesi a sguatteri, temono l’opposizione e la rivolta, ma sono felicissimi dell’indifferenza e della disaffezione. Tanto, decidono loro, ed il sistema, più male che bene, regge e guadagna tempo. Crediamo poco ai grandi cambiamenti per via elettorale, ma certamente senza partecipazione popolare non vi può essere alcuno scossone […]

 

I latini, maestri di diritto, sostenevano che summum ius, summa iniuria, più leggi esistono, maggiore è l’ingiustizia. Il mercato elettorale, chiamiamolo con il suo vero nome, si è affrettato a proporre una scelta più ampia di quella degli yogurt al supermercato. Nei fatti, le marche importanti sono tre o quattro, ma sugli scaffali decine e decine di confezioni diverse, ognuna colorata e promettente, offrono al pubblico pagante dei consumatori merci diversamente uguali. La politica si è adeguata, e forse mai come nella tornata dell’11 giugno si sono visti simboli, nomi, colori, slogan tanto differenti per “vendere” prodotti politici assai simili. […] Abbiamo trascorso alcune ore sul gradevole sito ministeriale dedicato ai risultati elettorali, e, lo diciamo con qualche vergogna, non abbiamo capito molto su vincitori e vinti, chi sale e scende. Specialmente nelle regioni del Sud, ma il fenomeno è in forte crescita ovunque, abbiamo verificato una proliferazione di candidature e liste che assomiglia ad un rizoma incontrollato. Nomi fantasiosi che non fanno capire nulla dell’orientamento degli schieramenti in campo, simboli le cui uniche costanti sembrano i colori vivaci, un’invasione di cuori e cuoricini, una consolante (se non si trattasse di una forma sofisticata di imbroglio) presenza del tricolore patriottico. Ma il patriottismo a tariffa, lo sappiamo, è uno dei rifugi dei mascalzoni. Tra le parole più diffuse, quelle che richiamano all’unione: uniti per Vattelapesca, unione civica e di seguito, il nome delle mille città e paesi al voto. […] Chi ha vinto, dunque, giacché poi quella è la domanda che esce da tutte le bocche? La risposta è: boh. Premesso che nelle città più grandi si andrà al ballottaggio quasi dappertutto, quindi un giudizio serio è rimandato di due settimane, alcune considerazioni politiche sono già possibili. La più urgente riguarda una fuga dalle urne che sa di rassegnazione, o, al contrario, di consapevolezza che i prodotti sono intercambiabili. Tutti conosciamo le migrazioni da un partito all’altro. Valgono per i fratelli maggiori del parlamento, ma nei comuni il fenomeno è ancora più esteso ed irritante, tanto se ne comprende l’inconsistenza politica e programmatica e, invece, l’urgenza di costruire o salvaguardare carriere personali, tutt’al più di proteggere i bacini clientelari di riferimento. Dal punto di vista di chi propugna forti cambiamenti, c’è una doppia delusione. Scontenti ed incazzati non si uniscono, le voci, numerose e vivaci, non diventano coro né orchestra. Vince il piccolo cabotaggio, il voto d’interesse e comunque, anche a ballottaggi eseguiti, sarà facile a tutti affermare di aver vinto. Il panorama è troppo frastagliato per essere ricompreso ad unità. La sinistra perderà qualche città, il centrodestra riprenderà alcune amministrazioni perdute nei negativi anni successivi al 2011- fine del governo Berlusconi e decomposizione dell’alleanza. Improvvidamente, specie dal PD si celebra anzitempo il funerale dei grillini, effettivamente estromessi da molti ballottaggi. Wishful thinking, è solo un auspicio o pio desiderio, secondo noi. Il voto a 5 Stelle è essenzialmente politico, non si trova a suo agio nei meandri delle burocrazie amministrative, difficile è reclutare gruppi dirigenti che siano capaci non tanto di amministrare (di incapaci con la fascia tricolore è piena l’Italia), ma di convincere quell’Italia nascosta e di mezzo che va dove la porta la convenienza o il portafogli. Certo, liti genovesi ed insuccessi romani hanno avuto un peso, ma allora sarebbe inspiegabile la tenuta del PD, che regge perché ha in mano le redini del potere e quindi i cordoni della borsa, tanto utili allorché si tratta di eleggere sindaci. Grillo ha subito una battuta d’arresto, ma il radicamento dei suoi procede, pur se con problemi, mal di pancia, con il pessimo esempio romano e tante incongruenze. C’è da sperare che esca di scena l’insopportabile Di Maio, il ragazzetto primo della classe carino, elegantino, moderatino, maestro dell’aria fritta e dello zucchero filato. Assomiglia per molti tratti al giovane Fini, un politico multiuso in confezione infiocchettata trompe l’oeil ad uso dei più ingenui, tipo pasticceria del Corso, tutto chiacchiere, distintivo e vuoto pneumatico. Sul centro destra, che dire? Torna competitivo, non è una Ferrari, ma se la gioca nuovamente. Come, ed a che prezzo? Se a trazione liberale ed europeista, è indistinguibile dal PD, se sovranista ed anti immigrazione perde il gradito sostegno di quei settori dei poteri forti interessati all’impresa, alla globalizzazione, alla diminuzione delle tasse per le persone giuridiche ed al dumping assicurato dalla precarizzazione di massa e dall’esercito di riserva dell’immigrazione. La sinistra sociale, non pervenuta, tra comici campi progressisti, vecchi fusti imbolsiti come D’Alema e Bersani e la sbornia dei nuovi diritti individuali, l’innamoramento per gli stranieri e l’indifferenza per la sorte di nuovi e vecchi poveri. Per dirla con Hegel, hanno dismesso la dialettica servo-signore per indossare la livrea gaia, multiculturale ed animalista (ma Berlusconi incalza, con i suoi agnellini ed il cagnolino Dudù). Il quadro, insomma, non è consolante, e forse la miniera inesplorata è nascosta in quell’immensa prateria di italiani che non ci stanno più o non ce la fanno più. La moderazione, la corsa al centro consentono di guadagnare il consenso di chi sta bene e giocarsela in futili ballottaggi. Ma c’è un mondo là fuori, una giungla da esplorare, con la speranza, i rischi e le difficoltà del caso. Possibile che nessuno alzi la testa, che tutti siano d’accordo, oppure l’essenziale è davvero invisibile agli occhi, secondo la bellissima definizione di Saint Exupéry? L’essenziale è raccogliere la bandiera di cambiamenti forti, decisi, autentici salti di marcia. Questo è il messaggio di quel terzo abbondante di italiani che non vota, simile per numero agli esclusi del mercato e della globalizzazione, ma è anche il messaggio di ampi settori che votano Lega, Fratelli d’Italia, Grillo, sinistra radicale e perfino destra radicale, che ha battuto un piccolo colpo, una sorta di esistenza in vita. Manca il fronte, è assente l’idea in comune, la scintilla. Occorre farla scoppiare, o vinceranno ogni volta i furbi, gli allineati, i politicamente corretti. Agli altri, che sono la maggioranza numerica, ma il nulla politico, non resterà che consolarsi con l’aglietto, alla romana, mentre i finti buoni, i falsi moderati, i riflessivi e i conformisti continueranno i loro affari travestiti da ottime intenzioni, retorica, vuote quanto giudiziose enunciazioni. Più che mai, dalle urne vuote di Francia ed Italia, emerge la lezione di Gaetano Mosca e Roberto Michels sulla ferrea legge delle élites, oggi trasformate in semplici oligarchie. Cento organizzati l’avranno sempre vinta su mille, diecimila sbandati privi di un progetto e una guida. Le classi politiche, poi, non si sostituiscono, ma si cooptano con maggiore o minore velocità a seconda dei momenti storici. Lo strappo, la spallata, sembra allontanarsi, intossicata dalla palude. Gli assenti, tuttavia, hanno sempre torto, pur avendo ottime ragioni. Soprattutto, non fanno la storia. Il timore è che abbiano rinunciato anche alla cronaca, se non creano nuovi e grandi movimenti sociali. Solo allora si potrà andare alla riscossa, ed allora ben poco importerà di ballottaggi, faccine e faccioni di ambiziose nullità, centro, destra, sinistra e dintorni, parti in commedia di un unico copione. Ad oggi, il messaggio è ancora in negativo, e resta quello descritto in poesia da Eugenio Montale in Ossi di Seppia: “Questo soltanto oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.” Ecco perché, in molti, perdiamo per rinuncia, e, in politica come nella vita vincono bande di mascalzoni “uniti per Roccacannuccia”. Il nome d’arte dei fatti loro.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Ritorno a Itaca PDF Stampa E-mail

16 Giugno 2017

 

Da Rassegna di Arianna del 14-6-2017 (N.d.d.)

 

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La premessa necessaria è che non siamo nel mondo delle fiabe. Il lieto fine non può garantirlo nessuno, ma a noi non interessa tanto il finale (chi può mai prevedere il futuro?) quanto l’oggi e il suo darsi di volta in volta. Il viaggio è importante non la meta. Se è vero che non siamo finiti in buone mani è altrettanto vero che da questa situazione possiamo uscire. E questa è una buona notizia. Per uscire dall’attuale situazione di stallo e di sofferenza vi sono diverse strade, perché diversi sono gli ambiti in cui operare. Proverò a tracciarne alcuni non volendo avere la presunzione dell’esaustività e della completezza.

 

Il primo ambito in cui operare è certamente quello interiore. Senza una profonda convinzione che la vita e il modo di vivere che stiamo facendo è dannoso e non ci rende felici e realizzati, non si può iniziare nessun viaggio verso alcun cambiamento, nessun miglioramento. […] È da dentro dunque che deve partire la vera rivoluzione. Prendere coscienza del valore immenso che ognuno di noi ha, dell’unica vita di cui ha a disposizione e del volerla vivere nel migliore dei modi possibili. Come? realizzando la propria natura specifica, la propria unicità. Sì, noi siamo unici, non esiste un altro uguale a te nel mondo. E se tu dovessi vivere somigliando a qualcun altro la tua vita sarebbe inutile. Per decenni siamo stati tutti omologati e spesso lo siamo ancora. Tutti con gli stessi lavori, gli stessi modi di vedere il mondo, la vita, gli affetti. Tutti inconsapevolmente omologati. E la nostra unicità? quando la perdiamo ci ammaliamo. E non è un caso se il secolo scorso e questo inizio di nuovo millennio è quello dove gli psicofarmaci la fanno da padrone. Riscoprire la creatività, la propria creatività o se volete, la propria spiritualità.

 

Un secondo ambito da seguire è quello dell’economia.  Economia non è una brutta parola. Lo è diventata negli ultimi decenni e soprattutto quando è diventata un’ossessione diabolica e una condizione schiavizzante. Se ne può uscire? Certo. La ricetta fu elaborata agi albori del così detto boom economico e prende il nome di Bioeconomia. Un mondo finito non può crescere all’infinito e quindi qualsiasi azione di produzione di merci deve tener conto delle capacità della terra di poterne assorbire gli effetti e di potersi rigenerare. Produrre quindi solo merci realmente utili, e a quasi impatto zero per l’ambiente. Un’economia circolare quindi, che si prenda cura non solo di cosa e come produrre, ma anche degli effetti del suo smaltimento e possibilmente evitarlo. Questo comporterà un abbandono delle energie fossili, una scelta decisa verso le rinnovabili e stili di vita completamente diversi da quelli attuali. Ma prima ancora di tutto questo, bisogna tappare il buco del secchio degli sprechi, soprattutto quelli energetici. Solo in questo modo si potrà riequilibrare una situazione che precipita ogni giorno di più. Leggasi alla voce cambiamenti climatici. Riduzione di sprechi e conversione dell’economia alla bioeconomia significa creare posti di lavoro utili, ristrutturazione degli edifici pubblici e privati, costruzione di eventuali nuove case con criteri diversi, rigenerazione delle città e dell’urbanizzazione in genere; produzione di merci senza trattamenti chimici; un ciclo integrato dei rifiuti (da ridurre sempre di più). Uno sviluppo maggiore di nuove tecnologie che possano facilitare questo passaggio, creare lavoro utile e ridurre la fatica degli uomini che possono dedicarsi anche ad altro. Un vero progresso quindi e non un ritorno all’età della pietra, come tanti poco informati intendono la decrescita. Si impone qui anche il ripensare al concetto di lavoro salariato da collegare sempre di più anche alla capacità di saper fare cose che altrimenti dovremmo comprare. Saper autoprodursi alcune cose che altrimenti andrebbero comprate, ci rende un po’ più liberi e certamente meno dipendenti dal denaro e quindi da un lavoro altamente retribuito. Sono scelte, che al momento non sono rese possibili perché dipendiamo troppo da un sistema schiavizzante ed incatenante.

 

Una terza tappa è sicuramente il settore agricolturaÈ innegabile che il bisogno primario degli uomini sia quello di alimentarsi. Farlo bene è d’obbligo. Anche qui paghiamo decenni di industrializzazione scriteriata. Invasione di cibo sulle nostre tavole e dispense, contenenti di tutto. Per molto tempo siamo stati ignari dei contenuti dei cibi. Ci siamo fidati della “grande madre” la tv. Se lo diceva la televisione doveva essere per forza sicuro. Ed invece… Oggi fanno “tenerezza” certi spot pubblicitari che per stare dietro ai cambiamenti del mercato (cioè dei nostri gusti e del nostro sentire) si vantano di fare prodotti “senza olio di palma”. Poi magari sostituiscono quel tipo di olio con altro, oppure il tutto è fatto con i dannosi grassi idrogenati…ma fa niente… Ecco, riprendere consapevolezza di cosa si mangia, significa riprendere in mano le proprie vite e pretendere un’agricoltura più piccola, che non deve inseguire la grande industria e quindi non costretta ad inseguire i grandi numeri. Un’agricoltura più sana, legata al proprio territorio, che segue i ritmi della natura e non usa pesticidi o trucchi per aumentare la produzione a discapito della salute. Garantire veri sgravi fiscali per chi desideri ritornare alla terra, garantire un serio aiuto per l’uso di nuove tecnologie che non rendano schiavo l’uomo del proprio lavoro ma che siano di aiuto per un vero cambio di passo. Una vera agricoltura che sia un presidio della biodiversità, una conservazione di semi veri e non modificati, che sia garanzia di salute. Per fare questo non servono nuove invenzioni o nuove agricolture. Abbiamo un sapere millenario a cui attingere, da riprendere e tutelare. Oggi sappiamo, da autorevoli fonti scientifiche, che una sana alimentazione legata anche a ritmi di vita più lenti, sono garanzia di una vita migliore, con meno rischi di ammalarsi e possibilità di una vita più lunga e migliore.

 

Una quarta traccia per ritornare a casa, sono sicuramente i rapporti interpersonali. Da soli non si va molto lontano. Competizione è stata una delle parole d’ordine degli ultimi decenni. Questo ha creato molta diffidenza ed individualismo. Non si tratta di fare del facile buonismo o peggio ancora di diventare più buoni. C’è soltanto da prendere consapevolezza che esistono anche altre persone, che esse non sono padrone della nostra vita e men che meno noi della loro. Rispettarsi e condividere le comuni intenzioni dove possibile. Senza alcuna pretesa e senza alcun settarismo o dogma. Questo passo, importante per una sana armonia, è possibile solo se si fa la prima imprescindibile tappa abbozzata in questo percorso. Ripensare quindi il vivere insieme significa anche ripensare l’urbanistica e il coabitare diversamente. Non è un caso se è da diversi anni che si sente parlare di cohousing e che questa esperienza non solo prende sempre più piede ma va sempre di più modificandosi per venire incontro alle esigenze delle persone e anche del mercato. Rispettare la propria intimità non significa diventare orsi sociali, ma saper raggiungere un sano equilibrio tra pubblico e privato. Affrontare questa tappa poi, apre un tema fondamentale che è quello della casa. Un problema non di poco conto visto che incide su un bilancio familiare o singolo in modo consistente. Sia che si tratti di mutuo per acquisto, sia che si tratti di affitto. Spesso queste spese fisse sono molto alte e costringono anche il miglior autoproduttore a dover lavorare molte ore al giorno per pagare le spese inerenti l’abitazione. Trovare un sano equilibrio anche per queste inevitabili nuove forme di vita è indispensabile.

 

Ho provato ad abbozzare dei piccoli percorsi. Qualcuno potrebbe dire che non ho messo l’aspetto politico. In realtà se non sono Politica e politici questi aspetti che ho abbozzato, non so davvero quale possa essere il concetto di Politica. Sicuramente manca l’aspetto partitico che non interessa e non fa gli interessi di noi tutti. […] Quello che mi pare certo è che stiamo viaggiando molto a vista, forse stiamo per naufragare e forse sarà necessario. Si naufraga per tornare ad Itaca, come Ulisse.

 

Alessandro Lauro

 

 
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15 Giugno 2017

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Da Rassegna di Arianna del 13-6-2017 (N.d.d.)

 

Non si fa in tempo a dire che l’onda populista di Grillo sommergerà l’Italia che un test importante delle amministrative ti smentisce in modo secco: il Movimento 5 stelle arretra e l’unico che si salva dalla catastrofe è proprio Pizzarotti a Parma che ha rotto coi grillini. Certo, è un voto amministrativo, dove le persone, i temi locali prevalgono rispetto al malessere generale, alla protesta antipolitica. Però è un bel campanello d’allarme per i grillini tutti e per i raggini a Roma. Con la rabbia non si governa. L’altro dato è ancora un po’ falsato perché arriva in ritardo sullo scenario presente: il centro-sinistra e il centro-destra appaiono in questa tornata elettorale come erano qualche tempo fa, prima degli scazzi e delle scissioni. E dunque il loro risultato ci arriva dal passato più che dal futuro, perché dista qualche anno luce rispetto al presente: nei comuni si è presentata infatti una sinistra ancora unita, così come c’era ancora un centro-destra coeso, non divaricato tra sovranisti e inciucisti. È un voto per così dire retrodatato, a cui poi si aggiunge la variabile liste civiche. Suona leggermente ridicolo il commento di Bersani: il voto dimostra che a sinistra uniti si vince. E infatti loro hanno fatto la scissione… Da un punto di vista di destra, preoccupa il gioco che sta facendo Berlusconi: vuole riunire il centro-destra per poi trattare con un pacchetto voti più congruo con Renzi, e incoraggiato dei giornaloni, si presenta come il domatore dei sovranisti, le “belve” Salvini e Meloni.

 

Ma oltre questi dati contingenti c’è una tendenza di fondo che emerge sia nelle elezioni italiane che in quelle francesi e in quelle inglesi. Il voto è psicolabile, muta vorticosamente, non si fa in tempo a dire che l’onda populista di Grillo, Farage e Le Pen travolgerà il sistema politico tradizionale che l’onda si ritira, arriva la risacca e i populisti si trovano senz’acqua. E vacilla perfino l’idea di uscire dall’Europa, come è stata la Brexit. Finito il voto d’appartenenza, il voto nel nome di una scelta politica di fondo, c’è il voto emozionale, contingente, momentaneo, che si smentisce continuamente. Poi accade che chi governa perde e vince chi non ha precedenti. La forza di Macron in Francia è che non ha ancora cominciato a governare, è ancora il nuovo, il bambolotto appena gonfiato dalla tecnocrazia per l’occorrenza, per usare un’immagine diffusa in Francia. Si vota alla verginità, alla mancanza di curriculum, perché avere una storia significa partire con un handicap, il primo requisito è non avere alcun passato. L’entusiasmo degli stessi media da alcuni anni va a chi si accinge a governare un Paese, mai a chi lo governa da tempo. Ma questo ci riporta alla tendenza di fondo di cui dicevamo: il voto psicolabile, fondato solo sull’attimo fuggente, la sensazione simultanea, il presente di passaggio. I candidati che non hanno segni distintivi, che sbucano dal nulla corrispondono meglio a un’epoca fondata sul nulla. Il nichilismo sia con voi, mentre al potere vero ci pensano quelli che non passano dal voto e decidono nel nome della Tecnica, delle Oligarchie transnazionali e della Finanza Globale.

 

Marcello Veneziani

 

 
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