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Siate lieti PDF Stampa E-mail

15 Febbraio 2020

 

Da Rassegna di Arianna del 13-2-2020 (N.d.d.)

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Negli ultimi dieci anni, dati della Cgia di Mestre, hanno chiuso in Italia 165.000 piccole imprese. Negli ultimi dieci anni il reddito reale degli italiani è calato dell'8,7%. Il 2019 è in Italia l'anno con il minor numero di nascite di sempre. Il saldo tra nascite e morti è il peggiore dalla fine della prima guerra mondiale. Negli ultimi 10 anni una media di 140.000 italiani per anno si sono cancellati dalla residenza italiana, trasferendosi all'estero. Ieri, a titolo illustrativo, la seconda compagnia aerea italiana ha dichiarato fallimento, senza neppure fare ciao con la manina al governo italiano, calcolato per quanto conta, cioè zero.

 

La situazione del paese è quella dei postumi di una guerra o di un default. Trattative europee sugli investimenti mille volte annunciate, mai pervenute. Pianificazione zero. Ricerca e sviluppo, ma che è ‘sta cosa. Politica industriale, fatemi cercare su google. In questa situazione la politica italiana si concentra in ordine di importanza sulle seguenti tematiche: l'odio, l'antisemitismo, l'empatia, l'eguaglianza di genere, la 'rottura degli schemi', l'"ecologia lessicale", il divieto di fumo alle fermate del bus e quanto è un bruto Salvini. Siate lieti. Ci prepariamo a mandare qualche decina di milioni di italiani a dormire sotto i ponti, ma nella convinzione che lo faranno con grandissimo garbo.

 

Andrea Zhok

 

 
Chi viola il diritto internazionale PDF Stampa E-mail

14 Febbraio 2020

 

Da Comedonchisciotte del 12-2-2020 (N.d.d.)

 

Non solo Israele bombarda la vicina Siria con continui atti di aggressione, ma l’aeronautica israeliana ha raggiunto un nuovo livello di bassezza, utilizzando gli aerei di linea civili come copertura per i propri attacchi. Questo è il giudizio del Ministero della Difesa russo, secondo cui i dati di volo mostrano che, questa settimana, un raid aereo effettuato da quattro caccia israeliani F-16 nei pressi di Damasco ha deliberatamente messo in pericolo un aereo di linea civile con 172 passeggeri a bordo. Il portavoce del Ministero della Difesa russo, il Maggiore Generale Igor Konashenkov, ha affermato che i jet israeliani si sono in pratica nascosti dietro l’impronta radar di un Airbus A-320 in avvicinamento all’aeroporto internazionale di Damasco, allo scopo di lanciare un attacco aereo contro obiettivi nei pressi della capitale siriana. Era stato solo grazie all’abilità degli operatori siriani addetti alla difesa aerea se l’aereo passeggeri era stato correttamente identificato e scortato al di fuori dalla linea di fuoco. L’aereo era stato poi guidato più a nord, verso un atterraggio sicuro presso base aerea russa di Hmeymim, a Latakia.

 

Israele ha la cinica politica di non confermare o negare se e quando le proprie forze armate abbiano condotto operazioni offensive. Quindi, la sua versione della storia rimane ambigua. Tuttavia, i comandanti israeliani hanno già ammesso di aver effettuato, negli ultimi due anni, centinaia di attacchi aerei in territorio siriano. Il portavoce militare russo Konashenkov ha affermato che quanto successo questa settimana è un “tipico” stratagemma usato dagli Israeliani nei loro recenti raid aerei. Ha detto che l’aeronautica israeliana ha consapevolmente messo in pericolo dei civili utilizzandoli come “scudo” per la propria operazione offensiva. Le implicazioni sono terribili. Israele non solo sta violando il diritto internazionale e la sovranità dello stato siriano compiendo atti di aggressione con attacchi aerei, ma lo stato ebraico utilizza anche gli aerei civili come veri e propri ostaggi. Sembra che il nefasto calcolo fatto dagli Israeliani sia di scommettere che [con questo tipo di tattica] i sistemi di difesa aerea siriani si asterrebbero dall’intraprendere azioni difensive, in modo da evitare vittime civili. Gli Israeliani, usando come scudi umani i passeggeri degli aerei di linea, sarebbero così in grado di lanciare liberamente i loro criminali attacchi aerei. Questa non è neanche la prima volta che gli Israeliani usano uno stratagemma così ignobile. La Russia afferma che, nel recente passato, altri aerei di linea civili sono stati sfruttati in modo simile dai caccia israeliani, in modo da poter [impunemente] lanciare attacchi aerei contro la Siria. Inoltre, nel settembre 2018, Mosca aveva accusato Israele di aver consapevolmente contribuito all’abbattimento di un aereo da ricognizione russo, causando la morte dei 15 membri dell’equipaggio. In quell’occasione, gli F-16 israeliani si sarebbero deliberatamente nascosti dietro la segnatura radar di un aereo IL-20 in avvicinamento alla base aerea di Hmeymim, per poi lanciare missili sul territorio siriano. Le difese aeree siriane avevano scambiato l’IL-20 per un bersaglio nemico e avevano abbattuto il velivolo di ricognizione, con tragici risultati. Israele, in quell’occasione, aveva negato di aver usato l’aereo russo come esca. Gli Israeliani avevano cercato di incolpare i Siriani, accusandoli di incompetenza nelle operazioni di difesa. Mosca, tuttavia, non aveva accettato nessuna delle scuse israeliane e aveva condannato Tel Aviv per la perdita delle vite russe. La Russia aveva poi risposto aggiornando le difese aeree siriane alleate con il sistema S-300. Forse proprio l’aggiornamento al sistema S-300 è stato il motivo per cui, questa settimana, l’aereo di linea civile è scampato ad un abbattimento accidentale da parte della difesa aerea siriana. In ogni caso, ciò che deve essere sottolineato è il comportamento assolutamente vergognoso di Israele. In primo luogo, non ha nessun diritto di lanciare attacchi aerei contro la Siria. Negli ultimi anni si sono verificati innumerevoli attacchi di questo tipo. Le affermazioni israeliane di voler colpire “obiettivi iraniani” in Siria sono assurde e indifendibili ai sensi del diritto internazionale. Gli attacchi israeliani sono atti di aggressione, punto e basta.

 

Come se ciò non bastasse, ora vediamo Israele nascondersi, in modo criminale e vigliacco, dietro gli aerei di linea civili, in modo che i suoi aerei da combattimento possano commettere le loro criminose aggressioni. Se un qualsiasi altro stato facesse una cosa del genere, i media occidentali continuerebbero a condannarlo per l’eternità. Qualsiasi altra nazione verrebbe trattata dal mondo intero come un paria, un terrorista e una canaglia. Le Nazioni Unite sarebbero inondate di risoluzioni per imporre severe sanzioni contro di essa. Il doppio standard con cui viene trattato, ad esempio, l’Iran, è sbalorditivo. Un’altra sorprendente ipocrisia è il modo in cui la Siria è sanzionata, a tutto spettro, dall’Unione Europea. Questo paese arabo dilaniato dalla guerra non è in grado di importare medicine vitali a causa delle sanzioni dell’UE. Eppure l’UE non fa nulla per rimproverare Israele delle sue sfacciate violazioni del diritto internazionale. La domanda di “quanto può scendere in basso?” non vale solo per Israele, ma anche per i media occidentali e per i sostenitori politici internazionali di Israele, soprattutto per il governo americano.

 

La Russia potrebbe anche rivedere la propria posizione nei confronti di Israele, la prossima volta che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu vorrà essere ricevuto a Mosca. Fino a quando Israele non inizierà a rispettare il diritto internazionale, dovrebbe essere trattato con disprezzo. Lo spregevole atto di questa settimana, il volontariamente mettere in pericolo un aereo di linea civile dovrebbe essere la prova finale che Israele non dev’essere considerato uno stato normale.

 

Finian Cunningham

 

 
MMT PDF Stampa E-mail

13 Febbraio 2020

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Da Rassegna di Arianna dell'11-2-2020 (N.d.d.)

 

E se la Brexit fosse un toccasana per l’Inghilterra? È quel che teme l’eurogarchia a Bruxelles.  Finora sembra proprio così: economia più fiorente, il controllo delle frontiere, una libertà d’azione che la gabbia degli eurocrati non consente. La moneta propria era stata già conservata, la vecchia sterlina della Banca d’Inghilterra fondata dopo la “gloriosa rivoluzione” alla fine del XVII secolo. Pazienza se torna qualche convulsione scozzese: a nord del vallo di Adriano chiedono l’indipendenza per diventare dipendenti di Bruxelles. Il mondialismo odia gli Stati nazionali forti, promuove il secessionismo di piccole nazioni senza Stato. È così anche in Spagna, con l’indipendentismo catalano che vuole staccarsi da Madrid per attaccarsi di più all’Unione Europea. Intanto, non se ne può più di menzogne, attacchi, ironie e sarcasmi degli europoidi installati nelle maggiori redazioni e nelle università che fanno opinione e, purtroppo, scienza creduta. La prima obiezione che muoviamo loro è l’incomprensione – meglio la tenace negazione – dei sistemi monetari postmoderni fiat. In più, ci annoiano sino all’estenuazione raccontandoci con una lacrimuccia alla Pierrot su quanto siano anti solidali gli inglesi e quanto pagheranno cara l’uscita dal paradiso europeo. Si sbagliano, i prezzolati camerieri del sistema. Nel Regno Unito le cose vanno piuttosto bene, in economia, e probabilmente miglioreranno ancora. Hanno la sovranità monetaria, aumenteranno il salario minimo e presto abbandoneranno l’austerità del bilancio, quell’immonda regola del pareggio che ci hanno costretto a inserire nella costituzione. Peggio per noi dell’Europa mediterranea, Italia, Spagna e Francia. Il modello mercantilista iper esportatore tedesco è in crisi. Le banche tedesche reggeranno se faremo l’errore di approvare il Mes, Meccanismo Europeo di Solidarietà, costruito per distruggere gli ultimi pezzi di sovranità finanziaria e di spesa degli Stati “canaglia” dell’Europa meridionale e, di passaggio, trasferire il nostro denaro ai virtuosi dell’Europa a trazione germanica. L’ ennesima invenzione è il falso New Deal verde presentato qualche settimana fa dalla Commissione europea. Si tratta di un imbroglio favorito dalle “virtuose” discussioni sul clima e dalla diffusione del Greta-pensiero, destinato a favorire una nuova estrazione di redditi privati europei, con il pretesto di salvaguardare l’ambiente, il cui unico beneficiario sarà il settore industriale tedesco con i suoi satelliti dell’Europa Orientale, l’eldorado del lavoro a basso costo con manodopera e tecnici d’eccellenza. Sorprende che non reagiscano le élite dei paesi mediterranei, donatori di sangue silenziosi di un modello di crescita economica (altrui) dannoso anche alla salute. Tutto in nome di un europeismo falso come l’oro di Bologna che diventava rosso per la vergogna. […]

 

Il monetarismo ideologico si infrange sui sistemi monetari fiat moderni, ossia la creazione del nulla del denaro virtuale, come hanno dimostrato anni di quantitative easing, miliardi creati con un clic sul server centrale di Francoforte, che la Banca Centrale Europeo ha girato non ai governi o al sistema economico, ma alle banche commerciali. Il Regno Unito post Brexit può diventare la prova inconfutabile dell’insostenibilità a lungo termine del modello tedesco e della distopia dell’euro, la moneta posseduta da una banca privata che non fa la banca centrale – non è prestatrice di ultima istanza e non emette titoli propri– e soprattutto, rappresenta economie, sistemi e Stati tanto diversi, un sistema soffocante di cambi fissi. […]

 

I politici dell’Europa mediterranea chiudono gli occhi, specie in Italia e Francia. Compressione delle spese, bassi salari, previdenza al ribasso, lavorio precario e malpagato, sanità sempre più cara. Per queste politiche antipopolari ricevono il soccorso inestimabile di economisti e prestigiosi uffici studi, la cui conclusione è invariabilmente che l’aumento del salario minimo genera disoccupazione. Falso. Con una curva matematica empirica non è difficile dimostrare che non vi è un rapporto negativo tra il livello del salario reale e la domanda di manodopera delle aziende, una volta controllato il debito privato. È invece un fatto che l’UE non persegua né la piena occupazione né la giusta retribuzione dei lavoratori, giacché utilizza un indicatore di bilancio, il NAIRU, (Not Accelerating Inflation Rate of Unemployment), volto a individuare il tasso di disoccupazione da mantenere ad inflazione stabile. Promuove cioè la disoccupazione in nome della magica “stabilità”, ovvero la scarsità di denaro circolante, obiettivo statutario della BCE iscritto nei trattati dell’Unione, l’istituzionalizzazione del dominio dei sedicenti creditori sui debitori, i popoli! A Bruxelles non vogliono capire: d’altronde il loro compito è eseguire gli ordini della finanza internazionale. L’Unione monetaria europea è un sistema difettoso fin dalle origini. Venne imposta ignorando obiezioni e raccomandazioni dei rapporti Werner (1970) e Mac Dougall (1977), in cui si avvertiva della necessità di un sistema di imposte “federale” e del pericolo di lasciare tutto nelle mani di una banca centrale indipendente da Stati e governi, e stabilire, in tale contesto, un insostenibile cambio fisso. […] Lamentarsi, tuttavia, serve a poco, come poco vale aver detto la verità con anticipo. Bisogna proporre soluzioni, a partire dall’evidenza che sovranismo e liberismo non possono coesistere. Noi scegliamo il primo, invitando le forze che si riconoscono nell’idea di sovranità a prendere atto che il primo macigno da cui occorre liberarsi è la dipendenza dall’emissione monetaria privata. Poco varrebbe anche l’uscita dall’euro, se la lira restasse in mano a una banca privata con soci esteri, quale è oggi la Banca d’Italia. Esistono diverse teorie economiche fondate sulla sovranità e proprietà pubblica della moneta. In Italia, è nota la scuola che fa riferimento a Giacinto Auriti e alla sua teoria della proprietà popolare della moneta. Negli ultimi decenni, tuttavia, si è assai diffusa una scuola chiamata Teoria Monetaria Moderna, o MMT (Modern Money Teory). È una teoria post keynesiana, convinta che l’obiettivo centrale degli Stati sia garantire la piena occupazione attraverso l’emissione sovrana della moneta, accompagnata da una tassazione redistributiva e da una politica di spesa finanziata dai titoli di Stato. Criticati ferocemente dal mainstream, avversati dalle cupole finanziarie e dai loro terminali accademici e politici, gli economisti della MMT hanno però fatto molta strada, tanto che le loro idee sono entrate nella campagna elettorale negli Usa. La candidatura di Bernie Sanders è osteggiata dall’apparato di potere del Partito Democratico proprio in quanto favorevole alla MMT. Vale quindi la pena conoscerla meglio. Cambiare è urgente e indispensabile; non si possono più utilizzare le ricette fallite da anni che hanno portato povertà, precarietà, disoccupazione e ingiustizie inammissibili. Non si può affrontare un problema con i mezzi e l’approccio culturale che lo hanno generato.

 

Non tutte le questioni economiche e sociali derivano dalla mancanza di sovranità monetaria statale, ma il suo recupero è la condizione preliminare per affrontarli. Il fronte sovranista deve esprimere un suo modello economico, sviluppare un pensiero antiliberista. Resistono, se i termini hanno ancora un senso, una destra e una sinistra antiglobalisti. Il sovranismo di destra finirà nel nulla se continuerà a credere in ricette economiche liberiste, così come la sinistra non può ignorare la dimensione comunitaria, etica, identitaria che deve sostenere un progetto alternativo. Non esprimiamo giudizi sulla MMT, ma prendiamo atto che ha scosso il mondo accademico. Ne hanno parlato liberisti di ferro come i banchieri Christine Lagarde e Mario Draghi, è inserita nel programma di esponenti politici americani e, in Italia, da un settore del Movimento Cinque Stelle, in particolare da Gianluigi Paragone. La MMT affonda le radici nel “cartalismo” del secolo scorso, la concezione per cui la moneta serve agli Stati per indirizzare l’economia. Non è quindi neutra, un semplice strumento di misura, come sostiene l’approccio classico. I principi basilari della MMT sono la natura pubblica dell’emissione monetaria, l’importanza del sistema fiscale, la redistribuzione del reddito e il perseguimento della piena occupazione. Lo Stato prima crea la moneta contabile, quindi impone delle tasse modulate allo scopo di spingere la domanda. Le imposte devono fornire margine di manovra per una spesa pubblica equilibrata, che accetti una moderata inflazione e si ponga obiettivi a lungo termine (infrastrutture, scuole, sanità, eccetera), da realizzare a debito, con la formula dell’emissione di titoli di Stato. La recessione viene spiegata con la carenza di domanda interna, un elemento che caratterizza l’Europa da almeno quindici anni, da contrastare con la spesa pubblica e la creazione di liquidità. In caso di inflazione eccessiva, si agisce attraverso la leva fiscale, orientata a sottrarre denaro dalla circolazione. La condizione preliminare della MMT è che lo Stato si riappropri della sovranità monetaria ceduta alle banche. I paesi che possono emettere moneta sono liberi da vincoli di bilancio esterni, definiti o imposti dal sistema finanziario privato. Altro principio chiave della MMT è quello dello Stato “datore di lavoro di ultima istanza”. Il capitalismo lasciato a se stesso, agli spiriti animali (Keynes) e alla distruzione creatrice (Schumpeter) non è interessato al pieno impiego. Vuole debitori, servi precari e consumatori a credito. Lo Stato, attraverso programmi mirati, (conservazione dei beni culturali, del territorio, ricerca scientifica nei settori cruciali dell’ecologia, dell’energia e dell’innovazione) può fornire lavoro non assistenziale utile alla comunità. Warren Mosler, uno degli economisti di punta della MMT, ha rovesciato il paradigma dominante degli ultimi decenni con la sua idea del deficit pubblico. È lo Stato a dover prima spendere, altrimenti per i cittadini non vi saranno mezzi con cui pagare le tasse o comprare titoli del debito pubblico. Si sottrae così la giustificazione più grande alla politica di austerità, l’idea che le cose non si possono fare perché “non ci sono soldi”. Uno Stato che recupera la sovranità monetaria ed emette titoli di debito pubblico nella sua valuta non rischia il fallimento. Occorre un doppio cambio di paradigma, che si accetti la MMT o si ritengano più fondate altre teorie sulla emissione pubblica della moneta. Va cambiato il modello economico culturalmente dominante, il monetarismo sorto alla fine degli anni Settanta del XX secolo. Il mondo cambia a velocità crescente: non può organizzarsi attorno a un’ideologia vecchia di oltre quarant’anni, il cui esito è sotto gli occhi di chiunque voglia guardare. La rivolta c’è, possiede alcune idee-forza e ha capito il fallimento di élite divenute oligarchie autoreferenziali. Secondo un altro padre della MMT, Bill Mitchell, recentemente intervenuto in Italia, è lo stesso sistema bancario a chiedere agli Stati di riprendere in mano la politica fiscale per politiche espansive, ovvero in deficit. L’esempio giapponese è la prova della fallacia monetarista. Il rapporto deficit/PIL è del 250 per cento, il doppio dell’Italia, ma l’economia è in salute e ha contraddetto gli economisti che ne profetizzavano l’implosione. L’altro paradigma da ribaltare è quello della decadenza degli Stati nazionali. Ci hanno detto che serve un governo mondiale, la globalizzazione e il mondialismo sono il destino inevitabile e non vi è alternativa alla situazione corrente. È la menzogna più grande, a cui dobbiamo opporre l’idea di Stato, un’istituzione di cui è dimostrata la necessità e la convenienza economica. Sovranità significa avere in tasca le chiavi di casa e innanzitutto della cassaforte. Il problema è che bisogna credere nello Stato, restituire dignità all’idea di appartenenza, al concetto di comunità etica che si organizza attorno al desiderio di un futuro comune. Tornare Italia, Stato, popolo, nazione.

 

Roberto Pecchioli

 

 
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12 Febbraio 2020

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Da Rassegna di Arianna dell’1-2-2020 (N.d.d.)

 

Circa quattro anni fa pubblicavamo un bell’articolo, “Guerra senza limiti: breve compendio del conflitto non militare contro Russia e Cina”, oggi più attuale che mai. Partendo dalla traduzione in italiano dell’opera di Qiao Liang e Wang Xiangsui, due alti ufficiali politici delle forze armate cinesi, ci eravamo cimentati nell’impresa di tradurre nella realtà il libro, studiando come si svolgesse effettivamente “l’arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione”: e così avevamo elencato tutti i vari attacchi non convenzionali sferrati dagli angloamericani contro Russa e Cina, dalla speculazione finanziaria alle rivoluzioni colorate, dalle sanzioni alle campagne mediatiche diffamatorie, dal terrorismo tradizionale a quello ecologico. Ci sia concesso di dire che il libro di Qiao Liang e Wang Xiangsui non è particolarmente originale (almeno per chi, come noi, si interessa da tempo dell’argomento), ma ha sicuramente il merito di esporre in maniera sintetica e organica le modalità della guerra asimmetrica, ossia quella combattuta dalle potenze marittime contro gli avversari giorno per giorno, quando cioè non scelgono la più costosa via del conflitto convenzionale. In fondo tutte le grandi opere sono tali non tanto per l’originalità, quanto per la loro capacità di esporre linearmente ciò che normalmente si avverte ma non si è ancora concettualizzato: “Guerra senza limiti” è quindi un libro che certamente ha fatto scuola.

 

Secondo i due autori la guerra ha assunto (ma, in realtà, non ha sempre avuto?) un carattere multiforme: alla guerra militare (convenzionale, atomica, biochimica, ecologica, spaziale, elettronica, di guerriglia, terroristica) si è affiancata una guerra trans-militare (diplomatica, di network, di intelligence, psicologica, tattica, di contrabbando, di droga, virtuale) ed una non-militare (finanziaria, commerciale, di risorse, di aiuto economico, normativa, di sanzioni, ideologica). La suprema arte della guerra consisterebbe nel sapere scegliere la giusta combinazione per raggiungere il consueto obiettivo che si pone ogni stratega: piegare, cioè, l’avversario alla propria volontà. La guerra dell’Iraq del 1991 (il libro è dato alle stampe nel 1999, presso la casa editrice dell’Esercito Popolare di Liberazione) è stata, ad esempio, un mix di guerra convenzionale + guerra diplomatica + guerra di sanzioni + guerra dei media + guerra psicologica + guerra di intelligence. Sono considerazioni, come si diceva, certamente non del tutto originali, ma che trovano però nel libro una sistematicità ed una chiara esposizione. Al suddetto libro e all’articolo di quattro anni fa è andato subito il nostro pensiero quando, in queste settimane, è esplosa l’emergenza legata al Coronavirus: i sospetti che si trattasse di un ennesimo episodio di guerra ibrida sono aumentati in questi ultimi giorni, alla luce delle pesanti ricadute economiche e persino politiche prodotte dall’epidemia e, in particolare, del “cordone sanitario” che si sta costruendo attorno alla Cina. Non solo, infatti, il virus ha obbligato le autorità cinese a isolare la città di Wuhan, epicentro dell’epidemia, e a sospendere i festeggiamenti per il popolarissimo Capodanno cinese, ma ha anche già prodotto pesanti ripercussioni sulle relazioni commerciali di Pechino col mondo esterno: grandi aziende americane hanno fermato gli stabilimenti, i residenti occidentali sono stati invitati a lasciare il Paese, le compagnie aeree hanno sospeso i voli da e per la Cina. In queste ultimissime ore, infine, la vicenda sta assumendo connotati squisitamente politici/ideologici, come testimonia ad esempio l’intervista al quotidiano torinese La Stampa di Antonio Tajani, intervista in cui il presidente della Commissione Affari Costituzionali del Parlamento Europeo imputa al “regime cinese” nientemeno che “il diffondersi della malattia nel mondo”. I primi a sospettare che dietro il Coronavirus si nascondesse un attacco americano non convenzionale sono stati peraltro gli stessi cinesi, come testimoniano i tweet del direttore del Global Times, una testata molto vicina ai vertici politico-militari della Repubblica Popolare Cinese. Se gli effetti politico-economici che sta avendo il Coronavirus sarebbero di per sé sufficienti a supporre una guerra ibrida, numerosi altri elementi corroborano la tesi, lasciando infine pochi dubbi sulla vera natura dell’epidemia. Cominciamo col virus: una malattia respiratoria piuttosto comune, già nota agli scienziati in altre varianti e già studiata in laboratorio. La sua mortalità è relativamente bassa, perché un virus letale sarebbe stato considerato da Pechino come un vero e proprio atto di guerra ed avrebbe causato ritorsioni politico-militari ben maggiori di quelle auspicate da Washington e Londra. C’è poi il precedente della SARS che colpì la Cina tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003: secondo alcuni esperti si trattava già allora di un’arma biologica deliberatamente diffusa tra la popolazione, sospetto accresciuto dalla natura “artificiale” del virus. Era il periodo in cui George W. Bush aveva numerosi dossier aperti con la Cina: l’aereo spia EP-3 catturato dai cinesi, i dazi sull’acciaio, l’imminente guerra in Iraq avversata da Pechino, etc. C’è, infine, un contesto politico di crescente tensione tra USA e Cina, contesto in cui si inserisce alla perfezione un attacco non convenzionale come l’epidemia del Coronavirus. La “misteriosa malattia” si manifesta infatti al culmine di una biennale guerra commerciale sino-americana, tutt’altro che conclusa; si manifesta sull’onda delle proteste di Hong Kong fomentata e manovrate delle ambasciate inglese ed americana; si manifesta in un quadro di crescente tensioni tra i liberali-secessionisti di Taiwan, spalleggiati dagli USA, ed il governo cinese continentale. Per usare la formula di Qiao Liang e Wang Xiangsui, gli angloamericani sono dunque impegnati in una “guerra senza limiti” contro la Cina che può assumere la seguente formula: guerra commerciale + guerra diplomatica + guerra terroristica + guerra ideologica + guerra mediatica + guerra biologica. Come ogni atto di guerra, anche l’attacco atlantico sarà seguito da un inevitabile contrattacco cinese. Ma sarà un contrattacco forte della millenaria astuzia e raffinatezza cinese. Il libro di Qiao Liang e Wang Xiangsui contiene anche diverse massime dei grandi strateghi cinesi del passato, tra cui questa del grande imperatore Tai Zong: “Di solito effettuo mosse a sorpresa: il nemico se le aspetta.

 

Ma questa volta per attaccarlo mi muovo in maniera prevedibile. Di solito effettuo mosse prevedibili: il nemico se le aspetta. Ma allora questa volta per attaccarlo effettuo mosse a sorpresa”.

 

Federico Dezzani

 

 
Una nuova guerra civile europea? PDF Stampa E-mail

11 Febbraio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 9-2-2020 (N.d.d.)

 

“Siamo vicini al punto di rottura sociale e non solo in Francia”. È l’allarme lanciato dall’economista e accademico francese Jean-Paul Fitoussi nella sua ultima intervista rilasciata all’AGI. Fitoussi si profonde in un’analisi dettagliata del sistema pensionistico della Francia e rileva come la riforma proposta dall’attuale esecutivo rischi di ampliare notevolmente le disuguaglianze sociali. Il sistema francese difatti è fondato dal secondo dopoguerra in poi sul principio dei regimi speciali che prevede una differenziazione dell’età pensionabile calcolata in base alla professione svolta dai lavoratori. Viene da sempre considerato uno dei principi cardine del welfare pubblico francese che ha garantito maggiore protezione in particolare alle categorie dei lavori più usuranti. La sua rimozione completa, rileva Fitoussi, è stata senz’altro il fattore scatenante delle proteste che stanno esplodendo in Francia. Ma la vera ragione della riforma varata da Macron, come rileva lo stesso economista francese, risiede nel nuovo corso di Parigi di adeguamento progressivo alle regole europee.

 

In altre parole, Macron è stato eletto con una missione precisa, ovvero quella di somministrare al popolo francese l’amaro calice delle riforme strutturali. La Francia difatti ha vissuto fino ad ora in una sorta di limbo che l’ha messa al riparo dalle procedure d’infrazione della Commissione europea per deficit eccessivo. Se si guarda al rapporto deficit/PIL della Francia degli ultimi 10 anni, si noterà come il Paese abbia violato ben 8 volte su 10 la famigerata regola del 3%. Nonostante Parigi sia incorsa in una flagrante e ripetuta violazione dei parametri di Maastricht, Bruxelles si è guardata bene dall’aprire una procedura d’infrazione contro di essa.

 

L’appartenenza della Francia all’asse franco-tedesco che governa l’Unione europea l’ha messa al riparo da qualsiasi sanzione della Commissione. Tutto questo non è altro che la sostanziale e ripetuta conferma che esiste un doppio binario di applicazione delle regole europee; uno privilegiato costituito dall’asse franco-tedesco al quale vengono concesse ripetute deroghe al rispetto dei trattati; un altro invece gerarchicamente inferiore dove si ascrive l’Italia alla quale non vien concesso nessuno spazio di deroga. L’elezione di Macron tuttavia è servita proprio a rimettere in discussione la struttura dell’economia francese.

 

Nel gioco della moneta unica, vige sostanzialmente una regola. Gli Stati che dispongono dell’euro non possono più operare alcuna svalutazione del cambio dal momento che hanno ceduto la loro sovranità monetaria. Per restare competitivi sui mercati internazionali non resta pertanto che svalutare l’unico altro elemento a disposizione, ovvero i salari. Per percorrere questa strada è richiesta l’applicazione delle riforme strutturali che Bruxelles ha imposto in prima battuta alla Grecia dal 2010 in poi, e all’Italia con l’avvento del governo Monti nel 2012. Le riforme strutturali non sono altro che la demolizione dello Stato sociale in ogni sua derivazione e quindi inevitabilmente portano ad un aumento della disoccupazione e ad una compressione dei salari. In questo contesto, va da sé che ogni aumento della spesa pubblica viene stigmatizzato dal momento che comporterebbe un aumento di ricchezza a favore dei cittadini, ma allo stesso tempo un probabile aumento delle importazioni e un conseguente disallineamento della bilancia commerciale dei Paesi dell’eurozona. Un disallineamento che non può essere compensato con una svalutazione valutaria, dal momento che come è stato accennato prima nessuno in questo sistema può svalutare la moneta, semplicemente perché non ce l’ha. L’euro in questo modo si rivela perfettamente funzionale agli scopi delle élite finanziarie internazionali e riveste il ruolo di strumento di disciplina dei diritti della classe lavoratrice. La moneta unica non si rivela altro quindi che un brutale metodo di distribuzione delle risorse in favore del grande capitale transnazionale. Lo stesso Fitoussi constata come l’attuale architettura europea non possa non portare a una compressione costante dei diritti sociali e ad una esplosione di violenza delle classi medio – basse schiacciate dal rigore della moneta unica. L’Europa quindi è ad un passo “dal punto di rottura sociale” e non ce la sta portando il sovranismo o la sovranità monetaria, ma la moneta unica. L’euro che avrebbe dovuto garantire pace e prosperità, secondo la retorica eurista, si rivela in realtà la più grande minaccia alla pace dei popoli europei. Le turbolenze e le catastrofi che vengono paventate dai media in caso di un abbandono della moneta unica stanno avvenendo dentro di essa, non fuori. Il continente europeo è ad un passo da una tremenda guerra civile che non avverrà perché gli Stati hanno deciso di lasciare l’euro. Avverrà perché gli Stati hanno deciso di restarci dentro.

 

Cesare Sacchetti

 

 
Democrazia solo formale PDF Stampa E-mail

9 Febbraio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 7-2-2020 (N.d.d.)

 

Creatura instabile e pericolosa, l’Occidente minaccia il mondo minacciando se stesso di distruzione. In particolare, sembra entrata in crisi una delle sue narrazioni più credute, la democrazia. Una delle classificazioni più comuni della psicologia è quella tra apocalittici e integrati. Non abbiamo il minimo dubbio di appartenere alla prima categoria, ma una notizia ci ha restituito il buonumore e un po’ di speranza. Sembra proprio che la democrazia “reale” abbia perduto molto del suo fascino, non solo agli occhi degli europei e degli occidentali che affermano di averla inventata e la esportano con la canna del fucile, sotto forma di polizia internazionale, ristabilimento della pace, lotta ai tiranni, liberazione. Molti – speriamo sia vero – non ci credono più. È quanto afferma un rapporto dell’Università di Cambridge, pubblicato dal Bennet Institute for Public Policy, un’istituzione operante con fondi statunitensi. Gli studiosi britannici affermano che dopo il 2005 la popolarità della democrazia è in costante discesa. Quindici anni or sono solo il 38 per cento degli intervistati di tutto il mondo si dichiaravano insoddisfatti della democrazia; oggi, sarebbero ben il 57, 5 per cento gli abitanti del pianeta delusi dal principio, o dal metodo chiamato democrazia. La maggioranza assoluta del mondo globalizzato. Tra gli Stati che guidano il disincanto, spiccano Stati Uniti, Brasile, Messico e Nigeria. Ci guardiamo bene dall’attribuire perfezione predittiva allo studio. Civiltà, culture, religioni, popolazioni tanto diverse non possono essere interpellati sullo stesso tema senza sorprese. Inoltre, diffidiamo per principio delle statistiche anglosassoni, che tendono a generalizzare, ridurre problemi complessi a schemi semplicistici, binari, sì, no, mi piace non mi piace, il modello delle reti sociali. Tuttavia, merita riflettere su questo dato. Iniziamo dai tempi: nel 2005 non era ancora esplosa la crisi finanziaria globale, che ha lasciato sul terreno troppe vittime per non determinare conseguenze nella percezione comune. La globalizzazione era certo già in atto, ma non aveva ancora dispiegato l’immenso potenziale di cui siamo testimoni e vittime. I popoli dell’Europa orientale, ad esempio, finivano di digerire la sbornia del dopo comunismo, ma avevano già sperimentato i guasti del liberismo e della disgregazione sociale. A milioni avevano dovuto emigrare, con devastanti conseguenze su quelle società e su quelle di destinazione. Il potere finanziario, da allora, ha guadagnato ulteriore terreno: le grandi banche sono “troppo grandi per fallire” e i costi sono stati addebitati ai popoli, attraverso i bilanci degli Stati. La dominazione attraverso la creazione monetaria, l’inganno del debito, la morsa del mercato misura di tutte le cose e ora della tecnologia diventata biopotere, non ha cessato di schiacciare i popoli. I governi, gli Stati nazionali non hanno mai contato così poco. Gli unici poteri che restano loro sono i più indigesti: impongono tasse sempre maggiori in cambio di quasi nulla- sanità, scuola, protezione sociale ai minimi – e gestiscono l’ordine pubblico senza assicurare giustizia, sicurezza, imparzialità. Il dissenso è represso in maniera sempre meno soft. Non si può in alcun modo contestare il modello sociale, politico, economico, finanziario e culturale dominante, che si afferma unico, naturale, privo di alternative. Gli strumenti di partecipazione popolare alle grandi decisioni sono esauriti o pressoché impossibili da concretizzare. Trionfa su tutta la linea la libertà dei moderni, teorizzata due secoli fa da Benjamin Constant. Liberazione dai vincoli, preferenza assoluta della dimensione privata, con il suo precipitato di indifferenza per il bene comune, egoismo, disinteresse per la cosa pubblica. La libertà e la democrazia degli antichi, al contrario, era soprattutto partecipazione, esercizio di responsabilità e decisione. Pessime cose, dal punto dei padroni del vapore. La democrazia, dunque, si è ridotta sempre più a vuota procedura, formalità, gioco di ruolo, circo equestre in cui si combattono non idee o progetti, ma gli interessi più potenti, industriali, finanziari, tecnologici. La politica scade ad amministrazione, il governo diventa governance, gestione. Si finisce per dare ragione al vecchio Rousseau, allorché avvertiva che la democrazia rappresentativa e la sovranità popolare, vanto e fiore all’occhiello dei popoli d’occidente, funziona per un solo giorno ogni quattro o cinque anni. Nel momento delle elezioni, il popolo esercita un fugace potere di scelta di rappresentanti, ai quali cede immediatamente le sue prerogative. Addio partecipazione, addio alla volontà generale, qualunque cosa voglia dire.

 

Per di più, pur essendo evidente l’impossibilità di fuoriuscire da forme di rappresentanza, e che il potere sarà sempre in mano a oligarchie, i sistemi democratici si impegnano con successo a negare se stessi. L’ingegneria politica applicata alle tecniche elettorali fa sì che vinca non la maggioranza, ma la minoranza meglio organizzata, che significa inevitabilmente la più ricca. Il potere del denaro svuota la democrazia, scriveva Giano Accame. […]

 

Persino Norberto Bobbio, dopo una vita di studi e dopo aver importato in Italia il positivismo giuridico di Hans Kelsen, ovvero la norma elevata a puro potere, ha dovuto ammettere che la democrazia è una procedura. Non ci si innamora delle procedure, ancor meno si è disposti a dare la vita per esse. Di più: quando ci si accorge che le carte sono truccate e la nostra volontà conta meno di niente, si cercano altre forme per far sentire la propria voce. Grottesca è la realtà americana, il paese che si considera il leader della democrazia, investito del destino manifesto di imporla a tutti i popoli dell’orbe terracqueo. Molti ricorderanno che George Bush jr fu dichiarato presidente nel 2004 solo dopo settimane di lotte sanguinose e certamente di imbrogli da una parte e dall’altra, relative al conteggio dei voti in Florida. Il più potente Stato del mondo non fu capace di stabilire quanti voti avessero ottenuto non cento candidati, ma due. Addirittura comico, se non risultasse l’evidenza di un inganno generalizzato, è il recentissimo caso delle elezioni primarie nello stato dello Iowa. Hanno votato 170 mila elettori in tutto, iscritti alle liste del Partito Democratico in base alle leggi locali. Non è chiaro quanti voti abbiano riportato i vari aspiranti alla nomina di candidato presidenziale. Ci vuole tempo, tanto tempo, molto di più di quello che occorre per decidere un bombardamento con missili “intelligenti” diretti da remoto, o l’assassinio di un dignitario straniero. I candidati vincenti saranno comunque quelli in grado di raccogliere i finanziamenti più cospicui. Per arrivare alla Casa Bianca serve qualche miliardo di dollari. Dobbiamo spiegare da dove arrivano cifre tanto elevate e che cosa comporta il sostegno dei signori del denaro? Eppure il gioco funziona e lo chiamano democrazia. È un’ottima notizia che siano sempre meno a crederci. I ricercatori di Cambridge, “sinceri democratici”, sono inquieti. Soprattutto si preoccupano del disincanto americano. Gli Stati Uniti non sono più “la città splendente sulla collina”, portatori di una perfezione quasi ontologica. Stupisce che ai soloni detentori di prestigiose cattedre universitarie ci sia voluto uno studio scientifico per prendere atto con sgomento di ciò che è sotto gli occhi di chiunque viva e vesta panni. Viviamo in un sistema Zombie, rinserrato nella convinzione “scientifica” (o a-scientifica?) che le élite hanno della propria superiorità. Scambiano un simulacro per la realtà, una procedura per un principio universale. Fingono di crederci, il problema che ci credono sempre meno i sudditi, per i quali è stato creato il sistema. Ha ragione Massimo Fini, descrivendo ruvidamente la democrazia odierna come il regime in cui il popolo lo prende nel … con il suo consenso. Eterotelia, cioè fini opposti a quelli dichiarati e originari. Questa è la democrazia postmoderna. […]

 

Il 2005 segna l’inizio della recessione democratica globale. Negli Usa, dopo la seconda guerra mondiale, solo un quarto degli americani non si sentiva in sintonia con le istituzioni. Oggi la percentuale è del 55 per cento. La maggioranza dei cittadini della democrazia più grande, più ricca, più potente, non la pensa come il potere, come l’apparato culturale, la comunicazione, l’enorme struttura riservata di dominio del deep State, servizi segreti, sistema militare industriale, giganti tecnologici di Silicon Valley. Il problema è serio. Innanzitutto, una democrazia sana richiede che la maggioranza dei cittadini creda in elezioni eque e ritenga che la politica offra soluzioni ai suoi problemi. Controllo ed equilibrio, istituzioni di garanzia, stato di diritto, rispetto per i diritti delle minoranze. Se questa fiducia si perde, vince la fazione, la lotta di tutti contro tutti per dominare gli avversari a tutti i costi, con ogni mezzo. Qualcuno lo chiama tribalismo, ma è il contrario: è il dominio di oligarchie padrone di tutto. La lotta politica si riduce ad una guerra spietata tra gruppi contrapposti di potere, per i quali i cittadini non sono che clienti, target da conquistare con operazioni di marketing pubblicitario, slogan suggestivi ma privi di contenuto. A parità di mezzi – a disposizione solo di chi è già inserito nei meccanismi del potere- vince chi conduce la più efficace campagna pubblicitaria. Rousseau viene superato: il popolo conta solo nell’attimo in cui pensa “mi piace”. Gioco finito, anzi game over. Poiché l’America è stata costruita da immigrati, il suo successo si è fondato sull’ottimismo e su un idealismo fatto di integrazione ed assimilazione del modello dominante. Dopo la crisi finanziaria del 2008, tutto questo ha cominciato a cambiare, tutti i sistemi politici si sono deteriorati, tra agenzie di rating, debito sovrano, distruzione delle classi medie, polarizzazione della ricchezza e quindi del potere. Nel bene e soprattutto nel male, l’America è il modello di riferimento della nostra parte di mondo. Che cosa succederà quando la maggioranza dei cittadini della prima democrazia del mondo, la più grande economia e l’esercito più potente, perderà la fede nelle sue fondamenta? Forse è già accaduto e il sistema tiene attraverso l’imposizione, l’incapacità di progettare alternative, l’immensa macchina organizzativa, propagandistica, tecnica di cui dispone. Quando il vento cambierà per davvero, forse potremo tentare una rivoluzione democratica, nel senso della partecipazione dei popoli al loro destino. Sino ad allora, vivremo sotto una tirannide rivestita degli abiti ingrigiti della democrazia formale. Paradiso e tomba dei popoli, il suo successo dipende dalle differenze che nega. L’istinto dei popoli sta comprendendo che i regimi democratici sono quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l’illusione di essere sovrano, mentre la vera sovranità sta in forze irresponsabili e riservate. Vale la pena sorridere dinanzi a una riflessione dell’economista Harvey Liebenstein: la democrazia è il principio di non minoranza.

 

Per Jean Baudrillard la vera apocalisse non era la fine del mondo fisica, materiale, ma l’unificazione in quello che lui chiamava “il mondo”, ovvero il globalismo che ha realizzato il simulacro definitivo, il “crimine perfetto”, la fine negando che sia tale, nell’illusione che tutto continui. Comandano da remoto, da Matrix. Non hanno quasi più bisogno della nostra democratica approvazione. Quasi…

 

Roberto Pecchioli

 

 
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