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Breve sintesi per una storia d'Italia dal dopoguerra PDF Stampa E-mail

20 Febbraio 2021

 Da Appelloalpopolo del 19-2-2021 (N.d.d.)

Prima i partiti avevano una politica e i militanti concorrevano a deciderla. Le competizioni elettorali erano solo una parentesi, seppur importante, nella vita del partito che continuava.

Poi i partiti hanno avuto un programma o un contratto. Perché dovevano convincere i cittadini, ormai usciti dai partiti, a votarli offrendo qualcosa in cambio. Le elezioni erano il solo momento rilevante della vita politica dei cittadini e l’unico momento in cui partiti e cittadini venivano a contatto. In fretta e superficialmente. Alcuni ingenuamente pensando che il contratto li avrebbe messi al riparo da sorprese. Altri, ingenuamente, pensando di scegliere l’offerta meno sconveniente.

Ora il programma ce l’ha una singola persona. Non è chiaro chi rappresenti, a quale titolo abbia un programma, quando lo abbia preparato, con chi lo abbia discusso, e nemmeno importa. Lo declama in Parlamento. E i partiti approvano. E i cittadini ascoltano.

Stefano Rosati

 
Distruzione creativa PDF Stampa E-mail

19 Febbraio 2021

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 Da Comedonchisciotte del 16-2-2021 (N.d.d.)

Molti si chiedono quale sarà la filosofia di politica economica a cui si ispirerà il nascente governo Draghi. Diversi commentatori – basandosi su un’interpretazione assolutamente fallace dell’operato di Draghi alla BCE (l’idea che le politiche monetarie espansive rappresentino una politica “keynesiana”); su un suo ormai celebre articolo di qualche mese fa sul Financial Times, in cui Draghi ha sdoganato il debito pubblico (quello “buono”); e in alcuni casi, persino tirando in ballo i suoi studi con uno dei più grandi economisti keynesiani del secolo scorso, Federico Caffè – sembrano convinti che Draghi si muoverà nel solco di una politica sostanzialmente espansiva, addirittura, appunto, “keynesiana”. Insomma, una politica opposta a quella austeritaria di Monti. Ma è lo stesso Draghi a smentire queste previsioni ireniche nella sua ultima uscita pubblica, ovvero il recentissimo rapporto sulle politiche post-COVID redatto dal G30 – ufficialmente un think tank, fondato su iniziativa della Rockefeller Foundation nel 1978, che fornisce consulenza su questioni di economia monetaria e internazionale, secondo molti un centro di lobbying dell’alta finanza – presieduto proprio da Draghi insieme a Raghuram Rajan, ex governatore della banca centrale indiana. In esso si dice chiaramente che i governi non dovrebbero sprecare soldi per sostenere le aziende che purtroppo sono destinate al fallimento, definite nel rapporto “aziende zombie” – pensiamo per esempio, per quello che riguarda l’Italia, alle centinaia di migliaia di negozi e di esercizi pubblici messi in ginocchio dalla pandemia e dalle relative misure di contenimento della stessa e solo parzialmente puntellati dagli insufficienti “ristori” del governo –, ma dovrebbero piuttosto assecondare la “distruzione creativa” del libero mercato, lasciando queste aziende al loro destino e favorendo lo spostamento dei lavoratori verso le imprese virtuose che continueranno a essere redditizie e che si svilupperanno dopo la crisi. La tesi di fondo è che il mercato debba essere lasciato libero di agire (perché più efficiente del settore pubblico) e che i governi dovrebbero limitarsi a intervenire solo in presenza di conclamati «fallimenti del mercato» – concetto intrinsecamente liberista che sta a indicare una deviazione rispetto alla normale “efficienza” del mercato –, mentre laddove è un’impresa a fallire per il “naturale” operato del mercato, lo Stato non dovrebbe mettersi di traverso.

Nel documento del G30 ci si concentra anche sul mercato del lavoro, scrivendo che «i governi dovrebbero incoraggiare aggiustamenti nel mercato del lavoro […] che richiederanno che alcuni lavoratori dovranno cambiare azienda o settore, con appropriati percorsi di riqualificazione e assistenza economica». Il messaggio è chiaro: i governi non dovrebbero cercare di impedire le espulsioni di forza-lavoro dalle aziende destinate al fallimento, come in Italia e in diversi altri paesi si è tentato finora di fare, in parte, con il blocco dei licenziamenti (in scadenza a marzo) e il largo ricorso alla cassa integrazione. Piuttosto, dovrebbero assecondare e agevolare questo processo per permettere al mercato di provvedere ad una “efficiente” allocazione di risorse (tra cui gli esseri umani). Come nota l’economista Emiliano Brancaccio, siamo di fronte a «una visione “schumpeteriana” in salsa liberista che rischia di lasciare per strada una marea di disoccupati», nonché a gettare nella disperazione centinaia di migliaia imprenditori piccoli e medi. Altro che Keynes (o Caffè!): la visione di economia e di società incarnata nel documento del G30 – e implicitamente sposata da Draghi – sembra ricordare l’ideologia liberista degli albori, giustamente messa in soffitta in seguito al secondo conflitto mondiale, in cui i rapporti sociali, la vita delle persone, l’essenza stessa della società venivano subordinati ad un unico principio regolatore, quello del mercato. Trattasi di una visione non solo esecrabile dal punto di vista etico e morale, ma anche falsa: non esiste un mercato che opera “esternamente” allo Stato, in base a una sua logica autoregolante, rispetto al quale lo Stato può decidere se intervenire o meno; i mercati, al contrario, sono sempre un prodotto della cornice legale, economica e sociale creata dallo Stato. In altre parole, non c’è nulla di “naturale” nel fatto che una certa azienda fallisca piuttosto che un’altra. Se oggi le piccole attività rischiano la chiusura, mentre le grandi multinazionali macinano profitti da capogiro, è unicamente una conseguenza del fatto che come società ci siamo dati un principio organizzativo – che Draghi oggi punta a rafforzare – che privilegia le grandi imprese private rispetto alle piccole attività. Ma si tratta, appunto, di una scelta politica. Inutile dire che la visione di società del G30 e di Draghi è letteralmente agli antipodi della visione di Keynes e di Caffè – nonché di quella incarnata nella nostra Costituzione, che si appresta ad essere nuovamente stuprata – secondo cui il compito dello Stato è quello di dominare e governare i mercati, e l’opera distruttiva degli stessi, subordinandoli ad obiettivi di progresso economico, sociale, culturale, umano. Abbiate almeno la decenza di non accostare i loro nomi a quello di Draghi.

Thomas Fazi

 
La via metapolitica PDF Stampa E-mail

18 Febbraio 2021

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 Da Rassegna di Arianna del 14-2-2021 (N.d.d.)

L’azione politica in senso stretto non rappresenta più che un elemento tra gli altri di uno scontro molto più vasto. Ne risulta che la «neutralità» non esiste più ammesso che sia mai realmente esistita, e che al lato del potere politico si è costituito un altro potere, definibile come potere «metapolitico» o culturale in senso ampio.                                                                                                     

Tacere significa semplicemente dare un supplemento di potere a coloro che parlano. Il solo fatto di appartenere ad una scuola di pensiero, di richiamarsi ad una dottrina filosofica o religiosa, di votare per un partito piuttosto che per un altro, implica una presa di posizione suscettibile di estendersi a tutti i campi per formare una vera e propria concezione del mondo.                                                                                                                                                   

Conoscete la distinzione che fa Gramsci tra società civile e società politica. Il grande errore dei comunisti degli anni Venti, dice Gramsci, è stato di aver creduto che lo stato e le istituzioni si riducano ad un semplice apparato politico. Di fatto lo stato «organizza il consenso», cioè dirige, non soltanto attraverso il ricorso all’apparato politico, ma anche per mezzo di una ideologia implicita che risulta dalla presenza di valori ammessi e considerati «di per sé evidenti» dalla maggioranza degli associati. Questo apparato «civile» ingloba la cultura, le idee, i costumi, le tradizioni, il cosiddetto buon senso. In altri termini lo stato non esercita la sua autorità soltanto tramite costrizione. Esso beneficia pure, grazie all'esistenza e all'attività di un potere culturale, di una sorta di «egemonia ideologica», d’una adesione spontanea della maggioranza degli spiriti ad una concezione del mondo, che lo consolida, e al tempo stesso lo giustifica nei temi e nei valori che gli sono propri.

Nelle società ove regna una atmosfera culturale omogenea specifica, non vi è così presa di potere politica senza una presa preliminare del potere culturale. In questa prospettiva, la presa di potere non si effettua soltanto tramite una «insurrezione» politica che prende in mano, progressivamente o violentemente, il controllo dello stato, ma attraverso una trasformazione delle idee generali e dello «spirito dei tempi». E la posta di questa guerra è la cultura, considerata come il luogo del controllo e della specificazione dei valori e delle idee. L'uomo nasce come erede, come erede di un popolo, di una stirpe, di una cultura. La sua identità personale è indissociabile dalla sua identità collettiva, ed è precisamente questa parte fondamentale della sua identità, questa parte che lo ricollega al presente a coloro con cui condivide qualcosa, ma ugualmente a coloro che l'hanno preceduto e a tutti coloro che lo seguiranno, che si trova implicitamente negata da tutte le dottrine universaliste, e segnatamente dall’ideologia dei «diritti dell'uomo», la cui caratteristica essenziale è di ragionare partendo da una concezione astratta dell'individuo, senza mai tenere conto delle sue appartenenze naturali e concrete.

Una delle grandi leggi della vita, è la legge della differenziazione crescente. Ciò che fa la ricchezza dell'umanità, è la sua diversità e varietà; che è anche la condizione stessa della sua durata e perpetuazione. Oggi noi siamo di fronte ad un vasto movimento egualitario omogeneizzante, profondamente riduttore delle diversità del mondo. Questo movimento si esprime essenzialmente non soltanto attraverso un certo numero di ideologie negative, ma anche, e forse soprattutto, per mezzo della diffusione su scala mondiale di uno standard di esistenza e di civilizzazione di cui gli Stati Uniti costituiscono l'epicentro. Applicato alla vita dei popoli, l'american way of life si rivela essere un american way of death.                                                                               

La volontà di ritrovare le proprie radici è anche la lotta contro l'integrazione di tutte le culture in un «sistema» americano e occidentalista che impoverisce e spersonalizza. L'uomo deve esercitare in pieno le condizioni della sua autonomia. L'uomo deve essere colto nelle sue appartenenze e i popoli devono poter conservare la loro identità. La storia deve essere presa per quello che è, vale a dire per il risultato della nostra volontà e di essa soltanto. L'Europa infine deve vedersi dare un'altra possibilità che non sia quella d'essere una enclave economica in più nel sistema dei protettorati americani. L'Europa, come lo stesso uomo europeo, deve essere potente, unita, autonoma, indipendente e pienamente sovrana. Noi dobbiamo di nuovo fare la storia, se non vogliamo essere una parte della storia degli altri.

Alain de Benoist

 
Dualismo PDF Stampa E-mail

17 Febbraio 2021

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Che la Civiltà Occidentale abbia da riprendersi, o che - più probabilmente - debba concludere la sua parabola discendente e lasciar posto a qualcosa di altro, la possibilità di ascesa può fondarsi io credo solamente su una forma solida e positiva di spiritualità. Ciò che nella nostra civiltà non mi sembra di vedere. Anni fa sentii un intellettuale e uomo politico, un personaggio di una certa rilevanza nel panorama culturale occidentale, notare come la Civiltà Occidentale avesse due radici, quella ebraica e quella greca. Mi sembra vero: discordo però che abbiano dato buoni frutti. Un certo fondamento spirituale conduce a certi atteggiamenti morali; una certa disposizione morale conduce a certe realizzazioni sociali e politiche. Mi sembra di vedere nella nostra civiltà da una parte la radice monoteista-monista (ebraica) portatrice di moralismo, dall'altra parte la radice politeista-panteista (greca) portatrice di amoralità. Da parte ebraica, la considerazione di un Dio onnipotente pone l'essere umano in una posizione di debolezza morale; alla fin dei conti viene tutto da lui, da questo Dio, tutto ciò che è, è qualcosa che deve essere; anche le nostre inclinazioni equivoche, anche gli accadimenti nefasti, anche le ingiustizie; ha veramente senso impegnarsi per il Bene, oltre che inginocchiarsi ai "comandamenti"? È una debolezza morale che mi sembra emerga abbastanza anche nello stesso clero cattolico. Dall'altra parte, quella greca, nella Natura divinizzata tutto ha "volontà di potenza"; per questa via si arriva facilmente alle posizioni di un Konrad Lorenz, al riconoscimento dell'aggressività come valore, a cui sta dietro per coerenza il riconoscimento della sopraffazione come valore; e qui, magari, i sostenitori naturalistici e lorenziani della aggressività-sopraffazione sono gli stessi che accusano gli americani per il genocidio dei pellerossa, la schiavizzazione degli africani, le bombe atomiche sui giapponesi…

Per quanto mi riguarda, più che da queste due radici, traggo linfa da un filone religioso e spirituale molto antico, quello dualistico della tradizione iranica: Mazdeismo, Zoroastrismo, culti misterici di Mithra, Manicheismo. Nella cultura occidentale questa traccia è ancora abbastanza visibile in Platone; poi resta sotterraneamente, anche in certi aspetti del Cristianesimo. Qui non si tratta del semplicistico (e fuorviante) dualismo anima-corpo, spirito-materia, ma di un dualismo etico-metafisico. Il Bene e il Male sono due princìpi metafisici completamente separati, personificati nella tradizione iranica da Ormuz e Ariman. Questa visione ha conseguenze di grandissima portata: Dio è assente dal Mondo, che è stato creato o meglio ordinato proprio come territorio di mezzo; con la propria assenza dal Mondo, Dio garantisce l'intangibilità del Bene; il Mondo (che non è solo il pianeta Terra in atto) è quindi un territorio di mezzo dove si intrecciano e si scontrano il Bene e il Male, la Luce e la Tenebra; la struttura del Mondo è un riflesso divino, la sua tenuta testimonia la vittoria iniziale ed eterna di Ormuz su Ariman; la Natura è un luogo di simboli che elevano; l'essere umano ha nella profondità una scintilla divina (il Sé), e ciò lo colloca in una posizione di grande importanza e responsabilità: è l'estrema difesa del Bene, l'inviato divino nel Mondo, il combattente generoso. La presenza nel singolo essere umano della scintilla divina dà indubbiamente a questo tipo di prospettiva spirituale una certa connotazione individualistica. Si tratta però dell'individualismo sano, fondato sul Sé. L'essere umano singolo ha nella propria costituzione la possibilità del giudizio, la piena responsabilità del proprio agire, è l'estremo garante della tenuta del Mondo. Qualcosa di molto diverso quindi dall'individualismo-egoismo della mentalità borghese, che focalizza la coscienza sull'Ego e cerca di dimenticare il Sé.

Enrico Caprara

 
Un governo che non viene in pace PDF Stampa E-mail

16 Febbraio 2021

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 Da Comedonchisciotte del 13-2-2021 (N.d.d.)

Mentre si lavora per assicurare al Presidente del Consiglio incaricato, Mario Draghi, la più ampia maggioranza parlamentare per dare vita – dieci anni dopo l’esperienza del Governo Monti – all’ennesimo governo tecnico, sul piano comunicativo si ripete come un mantra il seguente messaggio: “Monti è stato chiamato per tagliare la spesa, Draghi invece è stato chiamato per spendere le risorse concesse all’Italia dall’Unione Europea”. Questo mantra veicola una rassicurazione tutta politica: “Non temete, l’esperienza tragica della macelleria sociale operata da Monti non si ripeterà; al contrario, Draghi viene in pace per spendere nel migliore dei modi possibili quei fiumi di denaro che le istituzioni europee elargiscono”. Sembrerebbe un ottimo auspicio. Purtroppo, si tratta di volgare propaganda, come è evidente se si passa dal piano comunicativo alla materialità dei documenti istituzionali che, nero su bianco, disciplinano il funzionamento del Recovery Fund.

La falsa rassicurazione circa il compito assegnato al Governo Draghi poggia su due assunti. Il primo assunto, esplicito, è che l’Italia possa beneficiare di un trasferimento di risorse di entità straordinaria da parte dell’Unione Europea: ci troveremmo letteralmente ricoperti d’oro, o meglio di euro, ed avremmo solo il bellissimo problema di come spendere bene questi soldi piovuti da Bruxelles. Il secondo assunto, implicito, è che – proprio mentre scorrono questi fiumi di denaro – le istituzioni europee abbiano abbandonato il paradigma dell’austerità, che ne ha caratterizzato storicamente l’operato: saremmo insomma liberi dai fatidici vincoli alla spesa pubblica, e potremmo spendere e spandere per rilanciare l’economia ed arginare la crisi pandemica. Da questi due assunti discende la tesi, che è la narrazione dominante sul ruolo di Mario Draghi, secondo cui il Premier incaricato non farebbe altro che mettere al servizio dell’Italia la sua competenza, utile a sfruttare la congiuntura astrale dell’abbattimento dei vincoli fiscali (sospensione del Patto di Stabilità) e monetari (i soldi del Recovery Fund).

Abbiamo già avuto modo di trattare in maniera approfondita il primo assunto, che ad un’attenta analisi si rivela palesemente falso, come confermato anche da acuti osservatori. La narrativa dominante vorrebbe che l’Italia beneficiasse di 209 miliardi di euro, una cifra apparentemente consistente. Ma basta entrare nel dettaglio per scoprire che 1) quel denaro si suddivide su sei anni, 2) in buona parte va a sostituire altre spese già presenti nel Bilancio dello Stato, 3) deve essere considerato al netto dei trasferimenti che l’Italia sarà chiamata ad effettuare nei confronti delle istituzioni europee, sia per quanto riguarda il Recovery Fund, sia per quanto concerne il Quadro Finanziario Pluriennale. E come per magia, dalla cifra astronomica di 209 miliardi di euro si passa ad ipotizzare un ammontare inferiore a 10 miliardi di euro all’anno per i prossimi sei anni, compresa verosimilmente tra i 6 e gli 8 miliardi annui, pur considerando una stima ottimistica circa i risparmi sugli interessi dei prestiti, oltre ai trasferimenti netti. Per capire se queste risorse sono un fiume di denaro, un’occasione imperdibile, una novità di portata storica, abbiamo bisogno di un termine di paragone. Nei primi dodici mesi di pandemia, l’Italia ha speso circa 165 miliardi di euro, 108 nel 2020 a cui si aggiungono i 32 miliardi dell’ultimo Decreto Ristori e i 24 miliardi della Legge di Bilancio 2021. Una cifra che si è comunque rivelata insufficiente per fronteggiare la crisi sanitaria, economica e sociale, come dimostrano gli oltre 90.000 morti per Covid-19, gli oltre 400mila lavoratori e lavoratrici che hanno perso il posto, i settori economici entrati in crisi e le scuole chiuse. Dunque, quando gli 8 miliardi di euro (siamo ottimisti!) vengono raffrontati ai 165 già spesi, ci rivelano la loro reale portata: il Recovery Fund mette a disposizione dell’Italia una cifra a dir poco esigua rispetto alle esigenze imposte da una pandemia che, solo nel suo primo anno, ha cancellato oltre 160 miliardi di euro di PIL.

Il secondo assunto, per cui saremmo fuori dal paradigma dell’austerità, è stato seppellito definitamente martedì 9 febbraio, quando il Parlamento europeo ha varato l’ultima bozza di Regolamento del Recovery Fund, per l’occasione sostenuto anche dai voti favorevoli degli europarlamentari leghisti, finora intrappolati nella comica parte degli eroici difensori degli interessi nazionali contro le ingerenze europee. Ebbene, all’art. 10, il Regolamento ci dice chiaramente che: “La Commissione presenta al Consiglio una proposta di sospensione totale o parziale degli impegni o dei pagamenti qualora il Consiglio, … decida che uno Stato membro non ha adottato misure efficaci per correggere il disavanzo eccessivo, a meno che non abbia determinato l’esistenza di una grave recessione economica dell’Unione nel suo complesso”. Questo significa, oltre ogni ragionevole dubbio, che i soldi del Recovery Fund saranno concessi solo in cambio di misure di austerità, ovvero “misure efficaci per correggere il disavanzo eccessivo” nel linguaggio che tanto piace ai tecnici. Ricordiamoci che le risorse del Recovery Fund arriveranno nel corso di sei anni: non appena saremo fuori dalla fase emergenziale, verrà ripristinato in pieno il controllo dei conti pubblici. Quei fatidici 8 miliardi all’anno diventeranno l’unico lumicino di spesa consentito all’interno di un quadro di finanza pubblica costretto nelle maglie dell’austerità dal Regolamento che disciplina il funzionamento dello stesso Recovery Fund. Ogni euro gentilmente concesso all’Italia ci impedirà di spendere 10, 20, 100 euro in disavanzo che sarebbero necessari per affrontare seriamente la crisi. È il ricatto della condizionalità: le istituzioni europee vincolano con i loro aiuti l’operato dei governi nazionali per realizzare un disegno politico, l’austerità, che mira ad abbattere anche gli ultimi residui di stato sociale presenti nel nostro Paese. In conclusione, l’idea per cui il Governo Draghi sarebbe radicalmente diverso dal Governo Monti si rivela totalmente infondata per due motivi. In primo luogo, non c’è alcun fiume di denaro che scorre da Bruxelles a Roma, ma solo una mancetta per i partiti che sono chiamati a garantire stabilità parlamentare e pace sociale in vista dell’applicazione di misure draconiane. In secondo luogo, quella mancetta è però sufficiente a legare le mani per i prossimi anni a qualsiasi futuro Governo, che sarà vincolato al rigido rispetto dell’austerità dal Regolamento del Recovery Plan. Fuori da ogni retorica rassicurante, Draghi viene a fare quello che i tecnici hanno sempre fatto: la macelleria sociale, ma con tanta competenza.

Coniare Rivolta

 
Filantropi PDF Stampa E-mail

14 Febbraio 2021

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 Da Appelloalpopolo del 23-1-2021 (N.d.d.)

Va bene essere ingenui, ma senza approfittarsene. Di miliardari buoni che donano parte del loro patrimonio per il bene dell’umanità non ce ne sono. Ma lasciamo parlare i numeri. L’82% delle donazioni di questi “filantropi” finisce in fondazioni private, spesso controllate da loro stessi. Fondazioni che ovviamente possono essere trasmesse agli eredi. Fondazioni che godono di clamorosi vantaggi fiscali. Per ogni dollaro messo nelle casse della fondazione, il miliardario recupera fino a 74 centesimi grazie alle agevolazioni fiscali. In cambio di queste agevolazioni, le fondazioni hanno un solo obbligo: investire ogni anno in beneficenza almeno il 5% del loro bilancio. Peccato che in quel 5% si possano far rientrare le spese amministrative, gli stipendi dei dipendenti e contributi ad altri fondi. Ovviamente le detrazioni fiscali, però, si applicano al totale delle donazioni.

Bill Gates è il più grande “filantropo” che ci sia. Da quando ha deciso di impegnarsi per il bene dell’umanità, il suo patrimonio personale è passato da 54 miliardi di dollari a 120. Visto che la filantropia paga – e molto – altri miliardari hanno seguito l’esempio di Gates. Unendosi al movimento lanciato nel 2010 proprio da Bill Gates e da Warren Buffett, “The Giving Pledge”. Un gruppo di miliardari che si sono impegnati a donare parte del proprio patrimonio per scopi benefici. Un’attività talmente redditizia che i membri sono passati dai 62 iniziali ai 216 del 2020. Nel mentre, i 62 miliardari pionieri di The Giving Pledge hanno visto crescere del 95% le loro ricchezze, passate da 376 a 734 miliardi di dollari. Questo perché quella che alcuni vorrebbero far passare per filantropia non è altro che una strategia per ripulire l’immagine predatoria che i miliardari si portano dietro e per orientare pesantemente la politica di molti Paesi. Come ha spiegato bene Anand Giridharadas nel suo “Winners Take All”, «molti miliardari sostengono di voler cambiare il mondo. In realtà stanno solo proteggendo il sistema alla radice dei problemi che pretendono di risolvere». Altro che filantropi…

Gilberto Trombetta

 
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