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Immensa capacitÓ repressiva PDF Stampa E-mail

30 Marzo 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 28-3-2018 (N.d.d.)

 

Uno dei più cospicui fenomeni del nostro tempo è il gigantesco e industrioso cantiere del pensiero unico globalizzato – con i suoi committenti, architetti, sacerdoti guardiani – che serve a rendere prevedibili e direzionabili i comportamenti sociali nel mondo super-accelerato e conflittuale in cui viviamo. Il capitalismo finanziario globale, manovrando l’industria culturale (entertainment compreso), che esso in buona parte possiede, ha creato un’ortodossia, un pensiero obbligato, mainstream, scientifically correct, che delegittima, isola o criminalizza – cioè praticamente scomunica, espelle dalla società conformata –  non solo il pensiero divergente dall’ortodossia, ma la stessa libera indagine scientifica, economica e storiografica, al riguardo di alcune cose fondamentali per indirizzare secondo i suoi piani il corso della trasformazione della società. Queste cose sono: certe vicende storiche, certi aspetti dell’economia, l’integrazione europea, l’euro, l’immigrazione, l’islam, le diversità etniche, l’identità sessuale; e, da ultimo, le asserite efficacia e innocuità dei vaccini obbligatori.

 

Su queste cose sono state costruiti protected beliefs, credenze protette, nel senso che il dissenso rispetto all’ortodossia, e la stessa libera indagine scientifica e storica di quelle credenze, sono sanzionati con la delegittimazione morale, il boicottaggio della carriera, la discriminazione amministrativa, l’esclusione dai media, dall’insegnamento, dall’editoria, quando non anche da conseguenze penali. I dati di fatto in contrasto con l’ortodossia vengono taciuti all’opinione pubblica, soprattutto nei campi chiave per l’orientamento del pensiero e della sensibilità collettivi, della concezione generale della realtà, del consenso politico, della legislazione e della giurisdizione. Anche la ricerca scientifica è condizionata, limitata e incanalata attraverso il controllo finanziario della stampa specialistica, delle università, della ricerca, dell’editoria. Si è così ottenuto una sostanziale limitazione della libertà di ricerca, di insegnamento, di informazione pubblica, che previene grande parte del possibile dissenso. L’imposizione di un’ortodossia è incompatibile con la scienza, perché la scienza procede proprio per continua revisione, verificazione, falsificazione, ed è incompatibile con l’indiscutibilità. L’ortodossia serve a proteggere dal controllo scientifico le credenze che sostengono posizioni di privilegio e sfruttamento. Il sistema oggi dominante, cioè il capitalismo finanziario, ha la sua ortodossia e i suoi guardiani. Le posizioni politiche che mettono in luce e contestano il trend di progressivo trasferimento dei redditi e della ricchezza dai lavoratori alla finanza improduttiva sono tutte etichettate come populiste-estremiste, se non peggio, mentre sono definiti di sinistra partiti, come il PD in Italia, che difendono la concentrazione dei redditi e del potere politico nelle mani dei grandi banchieri, quando non sono addirittura diretti da figli di discutibili banchieri. […] I cleri di molte civiltà si arricchivano e acquisivano potere politico facendo credere al popolo che, per far sì che gli dèi mandassero la pioggia e proteggessero dalle pestilenze e dalle carestie, bisognasse fare grandi donazioni in sacrificio ai templi e obbedire ai grandi sacerdoti. Oggi, la credenza istituzionalizzata, cioè la religione della scarsità della moneta e della indispensabilità per gli Stati di indebitarsi per finanziarsi, svolge una funzione analoga.

 

Bene spiega Diego Fusaro, col suo breve saggio Pensare Altrimenti, che il capitalismo finanziario, per realizzare se stesso, ossia il proprio sistema di profitto, in modo ottimale, ha necessità di farsi pensiero totalitario, unico, quindi di eliminare ogni identità umana differenziale e ogni valore diverso da quelli di scambio, così come ogni vincolo morale, comunitario, etnico, culturale, spirituale e ogni concezione alternativa dell’uomo e dell’ordinamento esistente, perché ostacolerebbero la onnimercificazione e la immediatezza del business, che vuole che ogni qualità sia riducibile a quantità, e che tutto e tutti siano costantemente disponibili on line per le operazioni di mercato (e di sorveglianza) – in un processo di omogeneizzazione e riduzione del qualitativo al quantitativo che ha un effetto ultimamente entropizzante e mortifero, cioè nullificante (illumina l’accostamento che Fusaro fa di questo processo all’avanzare del Nulla che divora il fantastico mondo del famoso film La Storia Infinita). Per compiere tale eliminazione, ha pianificatamente portato avanti, soprattutto nei c.d. gloriosi 30 anni della grande crescita e redistribuzione economica apparentemente democratica, la demolizione della consapevolezza di classe attraverso il consumismo: col quale le classi subalterne hanno assimilato i valori di quelle dominanti e si sono moralmente neutralizzate nonché politicamente castrate. Al contempo ha portato avanti la demolizione, relativizzazione, inversione dei valori e delle istituzioni tradizionali assieme a un complesso processo di censura e tabuizzazione del dissenso, del pensiero diverso (circa le cose che contano, soprattutto degli scopi dell’esistenza), delle stesse parole che servono per esprimere la critica al capitalismo finanziario. Imperialismo, colonialismo, plutocrazia, conflitto servi-padroni, sono vocaboli fondamentali per rappresentarsi le operazioni e le realtà del nostro mondo (un mondo in cui le guerre di conquista per il petrolio e altre risorse, soprattutto statunitensi e francesi, e per l’imposizione del dollaro come moneta obbligata degli scambi di materie prime, vengono legittimate come esportazione della democrazia, lotta al terrorismo e tutela dei diritti dell’uomo). Parole necessarie anche per concepire e comunicare un dissenso dal modello che le esprime. Quindi sono state tolte dalla comunicazione per l’opinione pubblica, e sostituite con altre parole opportunamente scelte. È un’operazione analoga a quella della neolingua (newspeak) orwelliana in 1984: invertire il significato delle parole, restringere il lessico per ridurre i concetti e le idee e produrre così il consenso al sistema. […]

 

Con l’ideologia gender, introdotta sin dal 1996 anche attraverso l’Unione Europea, persino dati di fatto biologici, come la dualità dei sessi, vengono negati e tabuizzati in quanto dati di natura, immodificabili, e convertiti in convenzioni-costruzioni volontarie, ossia in prodotti, così da creare il mercato dei trattamenti per sviluppare un gender o l’altro o ambo o nessuno (mi riferisco sia a trattamenti ormonali per sospendere la sessuazione nei fanciulli rinviandola a quando potranno scegliere se diventare maschi o femmine, sia ai condizionamenti psicologici per indurre identificazioni e prassi di “gender” divergenti dall’appartenenza sessuale biologica).

 

La “destra del capitale” (come la chiama Fusaro), dalla sua posizione di infrastruttura (in senso marxiano), si serve di una censoria “sinistra del costume” (ottusa o mercenaria) che è stata allocata negli spazi e gli organi “culturali” (sovrastruttura) per oscurare, delegittimare, criminalizzare e attaccare, talvolta persino con la violenza fisica, i critici strutturali del modello capitalista suddetto, vantandosi antifascista ma di fatto esercitando, in modo tipicamente fascista,  la proscrizione e repressione dei critici del sistema, senza confronto nel merito ma semplicemente mediante accuse di immoralità, estremismo, populismo o irrazionalismo, nonché di fake news. Ma questo metodo non sempre funziona: le votazioni politiche del 4 Marzo 2018 hanno dimostrato che larga parte dell’elettorato ha rigettato la propaganda istituzionale pro-immigrazione e pro-eurocrazia. […] La popolazione, in grande maggioranza, tende ad adattarsi cognitivamente, moralmente ed emotivamente allo stato di fatto della realtà, ai rapporti di potere effettivi, come pure spiega Fusaro citando Etienne de la Boétie, sostanzialmente perché pensare l’ingiustizia del potere che si subisce rende il subirlo più afflittivo e tormentoso, senza apportare vantaggi. Grazie a tutto quanto sopra indicato, l’industria culturale del capitalismo finanziario (analogamente ma assai più efficacemente di ogni altro totalitarismo precedente, teocratico, comunista o fascista che fosse) ha costruito e imposto una sua ortodossia, ha fabbricato un consenso-legittimazione democratico-giuridico (nel che nuovamente si palesa che i principi di democrazia e legalità sono impotenti)  e ha ottenuto che il logos dissenziente (la consapevolezza dell’ingiustizia-illogicità-contradditorietà-infelicità del sistema in atto e della progettabilità di sistemi diversi) possa costituirsi e circolare solamente tra pochi intellettuali indipendenti, marginali al potere, e non possa estendersi a formare un movimento politico consistente. Del resto, una consapevolezza dissenziente diffusa e un ampio movimento politico di contestazione del sistema capitalistico-finanziario, quand’anche si costituissero, non avrebbero la capacità di produrre altro che qualche attrito, qualche difficoltà in più per quel sistema, cioè non avrebbero la possibilità di cambiarlo con un altro; e ciò sia perché la capacità repressiva del medesimo, col suo apparato mediatico-militare-istituzionale, è immensa; […] più di ogni altro sistema produce e distribuisce mezzi monetari, cioè il motivatore universale, quella cosa per ottener la quale quasi tutti fanno quasi tutto; e per giunta produce i mezzi monetari con operazioni contabili che indebitano verso di esso, con interesse composto, le persone, le aziende, i governi (denaro-debito). Quindi, nel finanziare il corpo sociale, cioè nel dargli il denaro di cui questo necessita per funzionare, al contempo lo indebita verso di sé, creandogli la necessità di prendere ulteriore denaro a prestito per pagare gli interessi passivi, in un processo di indebitamento crescente (c.d. “debito infinito”), che lo rende crescentemente dipendente dai produttori della moneta, cioè dai vertici del sistema capitalistico-finanziario. È un fattore matematico ineliminabile. E questa dipendenza è divenuta non solo economica, nel tempo, ma anche politica, emana le direttive, detta le leggi, ed è il fondamento del potere politico dei Geldgeber (datori di denaro), o più esattamente Geldmacher (produttori di denaro – è questo il core business del settore bancario), sulle nazioni indebitate. Siamo evidentemente in presenza di un piano politico di lungo termine, ovviamente non dichiarato e non proposto al pubblico dibattito né menzionato o menzionabile nei programmi elettorali dei partiti politici. Un piano di indebitamento progressivo a fine di potere politico e di esautorazione delle istituzioni pubbliche. Un piano che si basa sul fatto che gli utenti del credito (cittadini, aziende, amministratori, politici) si accontentano di risolvere il problema finanziario immediato col richiedere e ottenere un nuovo finanziamento, volta dopo volta, e non considerano l’effetto cumulativo macroeconomico del finanziarsi ripetutamente a credito nel lungo e lunghissimo termine, mentre questo effetto è l’obiettivo del piano in esame. Un piano che viene nascosto, dai suoi stessi esecutori, dietro i precetti della lotta al debito pubblico, dell’avanzo primario e della virtuosità di bilancio – precetti la cui applicazione ha infatti aumentato l’indebitamento pubblico verso la comunità bancaria internazionale, come volevano i loro fautori. Indebitamento che, su scala mondiale, supera i 260.000 miliardi di dollari […] Insomma, il social control è l’obiettivo di fondo dell’oligarchia finanziaria globale, mentre il profitto monetario è solo uno strumento – del resto, non potrebbe essere un fine, dato che, come spiego altrove (Euroschiavi, Cimiteuro, Oltre l’agonia), la produzione di profitto monetario è una cosa che quell’oligarchia oggi può fare senza limiti oggettivi o vincoli con mezzi elettronico-contabili, mentre il gestire un mondo in preda a squilibri e conflitti crescenti è molto più impegnativo e richiede, appunto, il passaggio in corso dalla società finanziarizzata alla società amministrata zootecnicamente. All’atto pratico, lo spazio di libertà degli uomini è sempre stato proporzionale alla loro capacità fisica e mentale di resistere alla tendenza a controllarli e sfruttarli da parte del potere costituito. Ossia, la libertà individuale è un rapporto tra la forza di controllo dall’alto e quella di resistenza ad essa dal basso. Oggi la tecnologia sta moltiplicando la prima rispetto alla seconda in ogni campo, da quello della comunicazione a quello dell’elettronica e della biochimica. Gli spazi di libertà vanno ad azzerarsi.

 

Marco Della Luna

 

 
La dittatura del presente PDF Stampa E-mail

28 Marzo 2018

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Da Rassegna di Arianna del 20-3-2018 (N.d.d.)

 

La nostra è un’epoca di falsa democrazia, astratte libertà e concrete dittature. Una di queste, la più sorprendente, è la supremazia del presente, una vera e propria dittatura del tempo presente. Il pensiero unico materialista conosce e idolatra esclusivamente ciò che appartiene all’oggi, ed è quindi moderno. […] La vittima più evidente è il passato, gravato dal pregiudizio negativo, tacciato di oscurità e arretratezza, ma il presente, nonostante l’altro mito vigente, quello del progresso, distrugge anche il futuro. Possiamo constatare ogni giorno il disinteresse per ogni grande progetto, per idee, azioni, realizzazioni che scavalchino il tempo. Vale per l’architettura e l’arte, ma anche per l’economia, teatro unico della rappresentazione moderna. Non solo non si costruisce nulla per i posteri – il Colosseo e la stessa Tour Eiffel non hanno i loro omologhi odierni, ma non si ragiona più a lungo termine. Le politiche non oltrepassano l’oggi, la finanza e il neocapitalismo lavorano per il profitto immediato degli azionisti. Per una schiacciante maggioranza il mondo di ieri e dell’altro ieri è un’imbarazzante infanzia dell’umanità, la memoria si impegna esclusivamente a breve termine.  Capita a chi ha superato la cinquantina di sentirsi chiedere come andassero le cose prima dell’avvento del telefono cellulare. La nostra risposta, invariabilmente, è che Omero, Michelangelo e Einstein diventarono comunque ciò che furono. Oggi non sarebbe neppure immaginabile la querelle des anciens et des modernes che impegnò i migliori ingegni tra il Sei e il Settecento per manifesta inferiorità degli antichi. L’unico futuro ammesso è quello ingabbiato, presentificato dalla previsione. Un tratto peculiare della modernità è la sua ansia di anticipare, prevedere, razionalizzare e neutralizzare il futuro attraverso il calcolo, le probabilità, la statistica e adesso i modelli matematici algoritmici. Dalla meteorologia alla demografia, alla produzione sino alla crescita, altro mito equivoco del presente, nulla sfugge agli schemi destinati a togliere all’avvenire la sua incertezza, detronizzarlo a favore dell’oggi, o ridurlo a una sorta di presente gonfiato, realtà aumentata o corda tesa all’infinito.

 

Incredibile è il destino toccato all’arte. Nelle grandi università anglosassoni, incubatrici di quanto è avvenuto nell’ultimo mezzo secolo, si è arrivati a imprimere bollini rossi sulle opere di Shakespeare, colpevoli, secondo il criterio del politicamente corretto, alternativamente di sessismo, razzismo e di non sappiamo che altro. Il tribunale supremo ha pronunciato la sua sentenza, pure Dante è sospetto, la stessa Bibbia rischia grosso. Nel futuro prossimo, i melomani dovranno rassegnarsi ad un Rigoletto censurato di almeno due arie, Cortigiani vil razza dannata (discriminazione e uso di parola proibita, razza) e La donna è mobile, poiché, “qual piuma al vento, muta d’accento e di pensier ” è sessismo misogino della peggiore specie!  L’unica consolazione è la natura cangiante del tribunale del presente, domani potrebbe a sua volta mutare d’accento e di pensiero. Preoccupa il moralismo d’accatto che destituisce di valore ogni cosa in nome del criterio di attualità, senza neppure domandarsi se i suoi giudizi non verranno revocati in dubbio o derisi dalla giuria successiva. […] Comprendere l’oggi per viverci da protagonisti, da vincenti, diventa quindi basilare.  Tutta la conoscenza deve essere condensata in un sapere-Bignami, sempre più rapido, superficiale e strumentale al fare che ha sostituito l’agire. Di qui la diffusa ignoranza di massa, alimentata da uno specialismo sempre più angusto, la conoscenza settoriale con il paraocchi che fece scrivere a George Bernard Shaw che specialista è colui che sa sempre di più su sempre di meno, fino a sapere tutto di niente. La dittatura del presente è insieme arrogante, giacché giudica con il criterio dell’oggi in nome di “ciò che serve” ed ignorante in quanto scarta per principio quanto non si accorda con se stessa. In questo senso è infantile, non vuole crescere, Peter Pan è il suo eroe eponimo, irresponsabile come ogni bambino. Dell’infanzia ha anche il senso di onnipotenza e l’egocentrismo. L’idolatria del nuovo ricorda il rapido disinteresse del bimbo per il giocattolo con cui si trastullava fino a un attimo prima dell’arrivo di un nuovo balocco. Nuovo è sinonimo di migliore esattamente come oggi è superiore a ieri. […] Sono curiosi l’entusiasmo e l’attesa spasmodica che circonda la messa sul mercato di nuovi apparati tecnologici dotati di una funzionalità in più rispetto al modello precedente, le code chilometriche, la gioia estenuata di chi ha conquistato a caro prezzo e con fatica fisica l’oggetto del desiderio. Stranamente, pochissimi si chiedono come mai avessero atteso con altrettanto fremito il modello precedente, così obsoleto, poco efficace, giudicato ora addirittura brutto. Ma nella dittatura del presente una delle leggi fondamentali è che ci piace esclusivamente ciò che ci viene fatto piacere (oggi). 

 

Un altro elemento dell’età contemporanea è la sua natura totalitaria in senso giuridico. Abolito o fortemente affievolito il concetto di giusto, ci resta ciò che è legale. In base al criterio dominante del momento, lo spirito dei tempi, vale quello che la legge vigente impone o permette. Chi si oppone è fuori dal tempo, una condizione pericolosa, giacché il conformismo filisteo è un altro elemento della dittatura. Il presente è un signore ricco di pretese, esige una vita tutta di corsa, detesta il silenzio. I suoi sudditi hanno orrore del vuoto (horror vacui), devono sempre fare qualcosa per riempire il tempo (si dice ingannare il tempo, ma è il contrario), avendo tutto sotto controllo, prevedendo, anzi, come si dice adesso, gestendo le situazioni. Horror fati, terrore del destino, dell’imprevedibile, di ciò che esula dal quotidiano e eccede i modelli statistici.  Tutto deve fluire, nulla può rimanere stabile. Eraclito, il filosofo greco del Panta Rei, tutto scorre, è il vero ideologo della dittatura del passo di corsa. Ci si identifica con l’acqua che scorre e non è mai la stessa. L’uomo dell’eterno presente accetta di essere una goccia, evitando accuratamente di porsi le domande di senso. Dove andrà quella goccia e da dove viene per lui sono domande oziose. Si diventa molecole di un anello in una catena senza neppure più la dignità di sentirsi alienati. Gli unici quesiti ammessi sono quelli a cui la razionalità scientifica può fornire una risposta in termini di validità, che è categoria distinta dalla verità. Conta ciò che funziona. Il suddito del presente è arretrato rispetto all’Esserci di Heidegger. […] Chi si ferma è perduto, chi corre entrerà nell’inquadratura, nel frame, godrà del gioioso attimo presente, afferrato in movimento come la fune di una seggiovia. Ma è una corsa disperata per sfuggire al Nulla che incombe.  Gli anglosassoni considerano Ludwig Wittgenstein, logico, ingegnere di formazione, il maggiore filosofo del Novecento. Il pensatore viennese fornì una straordinaria copertura al discredito del pensiero non scientifico. Nessuna speculazione è permessa dal suo sistema: è la fine non solo della metafisica, ma dell’homo viator, il viandante dell’esistenza in cerca di verità, più avido di domande che di risposte. La sua opera capitale si intitolò significativamente Tractatus Logico Philosophicus. Il brano più celebre è il seguente: “il metodo corretto della filosofia sarebbe propriamente questo: nulla dire se non ciò che può dirsi. Dunque proposizioni della scienza naturale, dunque qualcosa che con la filosofia non ha niente a che fare; e poi, ogni volta che altri voglia dire qualcosa di metafisico, mostrargli che a certi segni nelle sue proposizioni egli non ha dato significato alcuno. Questo metodo sarebbe (…) l’unico rigorosamente corretto. Ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.” Ovvero, tacere sull’essenziale, invisibile agli occhi, poiché nessuna domanda di significato può essere soddisfatta. Un grande riduzionismo, un elegante paraocchi per un’umanità votata all’immediato, al misurabile, in corsa su binario unico: obbligatorio attenersi a ciò che può essere trattato con gli strumenti della ragione calcolante. Il prezzo è la riduzione dell’uomo a scimmia di Dio, che vive il presente come eternità surrogata. Ma il presente deve essere necessariamente riempito, ingrandito, colmato affinché siano elusi i grandi temi, in un tempo lineare, una sequenza di puntini, espellendo il senso ciclico, imitazione dell’eterno, il tempo dei contadini di Jacques Le Goff incompatibile con la fretta, la velocità, la compressione ansiosa che ci avvolge.  Il tempo ciclico evoca il ritorno, (dopo un raccolto ne viene un altro), ma anche il differimento, la capacità di attendere, lo sforzo, il rispetto del ritmo della natura. Non è adatto a noi, forzati a vivere e sperimentare tutto, subito, detestando la fatica, la gradualità, la via impervia. […] Al tempo degli apparati elettronici, perfino i gestori dei siti di approfondimento raccomandano: scrivi poco, la gente ha fretta, non legge più di una cartella. In televisione, anche gli ospiti di rilievo vengono interrotti se sforano i tempi, con quella parola, tassativo, che annuncia la pubblicità sovrana. Pubblicità, la fabbrica del desiderio e del presente che abbatte le frontiere del passato, ci invita ad affrettarci nel consumo, soddisfare la nuova smania indotta dal messaggio.  Anche nel consumo occorre fare presto. Il nuovo sta per invecchiare e non si può rinviare. Eppure, la caratteristica dell’uomo è essere l’unica creatura capace di differire, procrastinare, tenere sotto controllo l’istinto. La dittatura del presente non vuole, dobbiamo regredire allo stadio infantile, i desideri e le pulsioni vengono spinte a manifestarsi senza limite, accelerate e consumate al di fuori di ogni giudizio morale. A differenza dell’animale, l’uomo non è mai davvero sazio, ma per volontà del Creatore non può rinunciare ad attribuire alle sue azioni significato, senso, direzione. Il fondatore dell’antropologia filosofica, Arnold Gehlen, definì l’uomo l’essere pressoché privo di istinti, ma in possesso di una straordinaria qualità che lo rende unico, l’esonero, ossia la capacità di conoscere e riconoscere, esentandosi dall’immediato. L’uomo, esperendo il mondo, lo concentra in simboli, fino ad acquistare visione panoramica e capacità di disporre. In tale processo conquista il controllo su una molteplicità di azioni, esonerandosi dall’istintualità materiale. Il mondo è per lui un campo di sorprese infinite, un ordito dove passato, presente e futuro si integrano organicamente. L’interiorità umana è aperta al mondo. Ciò significa investita di esperienze, impressioni, intuizioni, ciascuna delle quali fa crescere una tensione, un’aspirazione verso l’alto. Per un altro verso significa che la vita delle pulsioni e dei bisogni umani racchiude valori lontani, immagini del passato, un tendere verso ciò che è assente, anelare a situazioni e circostanze future. La riduzione dell’uomo al suo presente è una delle modalità attraverso cui lo si abbassa a schiavo dell’effimero, non più creatura chiamata all’eterno, ma grumo di materia destinato a esaurire se stesso nel gesto compulsivo di fare senza agire, esistere senza essere, guardare senza vedere. Un animale senza storia, senz’anima, estraneo a Dio, straniero anche a se stesso.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Cristianesimo e materialismo PDF Stampa E-mail

27 Marzo 2018

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Secondo la metafisica di tutte le grandi Tradizioni (Vedanta induista, Taoismo cinese, Mahayana buddhista, Sufismo islamico, ecc.; ma anche solo per quella della filosofia greca dall’Eleatismo al Neoplatonismo) il mondo fenomenico, il cosiddetto mondo “fisico”, “materiale”, non è altro che “illusione”, “apparenza”, “velo”, “ombra”, “sogno” (termini che ricorrono pressoché identici nelle metafisiche di tali Tradizioni) e che, in quanto tale, nasconde il vero mondo, la vera realtà (sia essa chiamata Brahman, Tao, Buddhità, Dio, Uno, ecc.); realtà che spetta al “sapiente”, all’“iniziato”, saper cogliere al di là dell’ingenua e superficiale percezione profana.

 

Sembrerebbe invece che la sola Tradizione cristiana (ma sarebbe meglio dire cattolica e protestante, visto che in origine anche all’interno del Cristianesimo vi furono correnti, come quella gnostica, più in linea con le metafisiche suddette) riconosca al mondo fisico, alla “materia”, un’effettiva realtà, un’effettiva consistenza, frutto di un deliberato atto creativo di Dio che difatti, per rivelarsi agli uomini, si è poi incarnato proprio in essa, facendosi carne e sangue umano (concetto, questo dell’“incarnazione”, che non a caso rappresenta un unicum all’interno della storia delle religioni e che dal punto di vista delle metafisiche suddette risulta pressoché inconcepibile). Visto ciò, ci si potrebbe chiedere quanto tale visione cristiana abbia indirettamente favorito la nascita - guarda caso proprio in Occidente, la terra d’elezione del Cristianesimo - del “materialismo” moderno: se infatti per il Cristianesimo il mondo materiale ha una sua realtà effettiva sebbene frutto dell’atto creativo di Dio, non è stato gioco difficile per la filosofia moderna eliminare anche questo presupposto e fare della materia l’unica realtà esistente, quando per le metafisiche tradizionali, essendo il mondo materiale mera “illusione”, era proprio Dio ad essere l’unica realtà (la tesi di un legame tra visione cristiana e “materialismo” - e quindi tra visione cristiana e “nichilismo” – è del resto tesi sostenuta da studiosi e filosofi di diversa estrazione, da Nietzsche a Weber, da Eliade a De Benoist). Sarebbe interessante chiedersi, altresì, quanto tale visione resti indietro anche rispetto alle ultime prospettive della scienza contemporanea, che quell’ingenuo e superficiale materialismo ha ormai abbandonato a favore di una visione sempre più matematizzata e dunque “smaterializzata” del mondo; visione per la quale la “materia” risulta un mero costrutto concettuale di cui difficilmente si può trovare un effettivo corrispettivo nella realtà.

 

Stefano Di Ludovico

 

 
Diritto alla felicitÓ PDF Stampa E-mail

26 Marzo 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 21 Marzo 2018 (N.d.d.)

 

La Giornata della Memoria, la Giornata del Ricordo, la Giornata della Donna, la Giornata della Famiglia, la Giornata dell’Amicizia, la Giornata dei Single, la Giornata dei Poveri, la Giornata del Malato, la Giornata dei Disturbi alimentari, la Giornata del Sonno, la Festa della Mamma, la Festa del Papà, la Festa dei Nonni, la Giornata dell’Orecchio. Questi sono inesausti. Ma è mai possibile che non ci sia un solo giorno dell’anno in cui si possa stare tranquilli, senza ricordare o festeggiare qualcosa o qualcuno? Se non fosse una contraddizione in termini, e ammesso che rimanga un qualche interstizio, istituirei una ‘Giornata del Nulla’ (in fondo anche Dio il settimo giorno si riposò) in cui non pensare a nulla o magari riflettere su chi siamo o, come singoli e società, dove stiamo andando.

 

Oggi, 20 marzo, ci tocca la Giornata internazionale della Felicità. Se c’è una celebrazione idiota è questa. Felicità è una parola proibita che non dovrebbe essere mai pronunciata. Sono stati gli americani, col loro consueto e ottuso ottimismo, ad avere l’ardire di inserire nella Dichiarazione di Indipendenza del 1776 “il diritto alla ricerca della felicità”, che però è stato quasi subito tradotto dall’edonismo straccione contemporaneo in un vero e proprio ‘diritto alla felicità’. Diritti di questo genere non esistono. “Esiste, in rari momenti della vita di un uomo, un rapido lampo, un attimo fuggente e sempre rimpianto, che chiamiamo felicità. Non un suo diritto” (Cyrano, se vi pare…). Come, forse, esiste l’amore (che, a parer mio, è un disturbo psicosomatico che la Natura si è intelligentemente inventato per favorire ciò che più le interessa: l’accoppiamento fra due esseri di sesso diverso e quindi la filiazione, ma lasciamo perdere questo tasto oggi particolarmente dolente). Ma certamente non esiste un ‘diritto all’amore’. Sono sentimenti e, come tali, non possono appartenere al giuridico. Del resto nonostante generazioni di filosofi si siano estenuati nel cercare di definire quale sia l’essenza della felicità o dell’amore o anche del denaro non ne hanno cavato un ragno dal buco (l’accostamento al denaro non paia azzardato perché si tratta in tutti e tre i casi di astrazioni, anche se possono avere, e hanno, ricadute molto concrete).  Postulare un ‘diritto alla felicità’ significa rendere l’uomo, per ciò stesso, infelice. “Felice in tutto nessuno è mai” dice Orazio nelle Odi (ma leggetevi, esimi colleghi, un po’ di classici, invece di ricavare improbabili citazioni da internet fingendo di avere una cultura che non possedete). E poiché quel che ci manca non ha limiti non si può essere “felici mai”. Solo la Superintelligenza illuminista, dei Kant, degli Hegel and company, poteva attingere a simili livelli di cretineria. Naturalmente i think tank del World Happiness Report 2018 per valutare l’invalutabile, la felicità, ricorrono a criteri quantitativi e sociologici. Davanti a tutti c’è l’onnipresente Pil, seguito da speranza di vita, libertà, sostegno sociale, assenza di corruzione. Al primo posto di queste classifiche ci sono i Paesi nordici, Finlandia, Norvegia, Danimarca. Bisognerebbe che i think tank del World Happiness Report ci spiegassero come mai questi stessi Paesi, ben ordinati, regolati ‘dalla culla alla tomba’, hanno il più alto tasso di suicidi, maggiore di Paesi sgarrupati come il Venezuela, le Filippine, l’Honduras. Di questa apparente aporia mi ero già accorto quando scrivevo La Ragione aveva Torto? (1985) notando che in Italia i tassi di suicidio più alti appartenevano alle regioni del Nord, benestanti e industrializzate. Dati confermati da statistiche più recenti: Lombardia 5,0% di suicidi (per 100 mila abitanti), Piemonte 5,3%, Veneto 6,5%, Emilia-Romagna 6,3%, Campania 2,4%, Puglia 2,9%, Calabria 4,5%. Se si vuole il dato più sconcertante è quello dell’Emilia-Romagna che al tempo in cui scrivevo La Ragione, ottimamente governata dai comunisti, esprimeva il maggior benessere riscontrabile nel nostro Paese.  Naturalmente il suicidio non è che la punta dell’iceberg di un malessere molto più generale perché, per fortuna o purtroppo (dipende dai punti di vista, l’elogio del suicidio lo faremo in altra occasione), solo una minima parte di coloro che si sentono a disagio in una società si toglie la vita. Che il benessere crei il malessere è confermato dai classici studi di Durkheim (Il suicidio) il quale osserva che durante una guerra crollano quasi a zero le depressioni, le nevrosi e quindi anche i suicidi. Quando si lotta per la vita e per la morte non si ha il tempo per sentirsi infelici. Si ha ben altro cui pensare (parlo naturalmente delle guerre d’antan, non di quelle moderne, occidentali, in cui predomina la tecnologia togliendo così alla guerra, oltre alla sua epica, anche quei valori positivi, umani, che pur aveva).  Quando ci si annoia in una vita cullata dal benessere è allora che si aprono gli abissi degli enigmi esistenziali, irrisolvibili. È quindi il disordine e non l’ordine a dare vitalità a quel personaggio complicato e ambiguo che è l’essere umano.

 

Massimo Fini

 

 
C'Ŕ volontÓ se c'Ŕ azione PDF Stampa E-mail

Da Appelloalpopolo del 21-3-2018 (N.d.d.)

Vedo molte persone impegnate a conoscere la verità. E ciò è indubbiamente positivo. Pochi però sono coloro che lavorano a formarsi una volontà. Eppure il liberalismo, che si deve combattere (e che da taluni è addirittura difeso, in nome di una insensata lotta al liberismo, accusato di essere inefficiente, anziché liberale), è una teoria della volontà: si pensi al negozio giuridico come manifestazione di volontà, al diritto soggettivo come signoria della volontà, a tutta la disciplina dei rapporti economici volta a non ostacolare la volontà dell’individuo, alla esaltazione del lavoro di 14 ore al giorno dell’imprenditore e alla propaganda secondo la quale ognuno deve essere imprenditore di se stesso. La volontà si forma, si educa, si genera, si tempra, si irrobustisce fino alla spietatezza. Chi non ce l’ha se la può dare, se non vuole essere assoggettato, schiavo e passivo spettatore. Ogni lotta è sempre lotta tra due volontà, non tra due verità. La volontà è azione e si manifesta soltanto nell’azione: c’è volontà soltanto se c’è azione. Un’azione che dura nel tempo, anni o decenni. L’aver generato una massa di persone senza volontà, se non la volontà individualistica che si vuol diffondere, è il più grande successo di chi la volontà l’ha teorizzata, ce l’ha, ha lavorato tenacemente per quaranta anni per giungere a questa situazione ed è educato a superare o eliminare ogni ostacolo al continuo dispiegarsi della sua volontà.

Pasolini aveva visto lontano: «Prevedo la spoliticizzazione completa dell’Italia: diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi. Lo so: i comitati di quartiere, la partecipazione dei genitori nelle scuole, la politica dal basso… Ma sono tutte iniziative pratiche, utilitaristiche, in definitiva non politiche. La strada maestra, fatta di qualunquismo e di alienante egoismo, è già tracciata. Resterà forse, come sempre è accaduto in passato, qualche sentiero: non so però chi lo percorrerà, e come». Ecco, il sentiero; il sentiero esiste sempre; è lungo, molto lungo, ed è ripido e pericoloso. Quindi, senza volontà non si percorre nemmeno il primo tratto. Nemmeno si resta a guardare: si abbassa lo sguardo per non vedere. Bisogna pensare meno, molto meno alla verità, alla informazione, alla divulgazione. Non è pensabile che nasca la volontà in chi è ossessionato dalla verità e da anni dedica ore e ore al giorno a cercare di capire. La volontà si nutre della verità più pura, bastano dieci concetti e soprattutto dieci giudizi. Per il resto la continua ricerca della verità, una ricerca ossessiva e compulsiva, non accompagnata dall’azione, è un meccanismo di rimozione della sfida alla volontà, che è atto moralmente dovuto, a se stessi in primo luogo. Si nasconde a se stessi che non si vuol curare la volontà. Ci si dedica a spaccare il capello nello studio di teorie economiche, di dati, di grafici, fino al fanatismo. Poi consci della propria impotenza, si tifa per attori stranieri, siano Putin o Assad, Trump o la Cina, la Corea del Nord o le forze della Brexit, Podemos o Syriza, o Jean-Luc Mélenchon o la Le Pen, Maduro o Orban. E alla fine, il giorno delle elezioni, si dà il voto (dell’) utile (idiota). Bisogna che gli ossessionati cercatori di verità si giudichino, impietosamente. Scopriranno che la domanda rimossa, la domanda cruciale, decisiva, importante, quella che li renderebbe fieri davanti ai figli, e indifferenti al fatto che quasi nessuno attorno ad essi capirà cosa eventualmente decideranno di fare, è: che cosa devo fare? Non che cosa devo sapere.

Stefano D’Andrea

 
Elogio del limite PDF Stampa E-mail

23 Marzo 2018

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Da Rassegna di Arianna del 22-3-2018 (N.d.d.)

 

Paolo di Tarso, nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi (2 Tes. 2:6-7), utilizza il termine Katechon  per indicare il potere che tiene a freno l'avanzata dell'Anticristo prima dell'apocalisse finale e della parusia di Cristo. Il concetto di limite, nel passo appena citato definito come Katechon, è uno dei punti cardini di ogni società tradizionale. L’illimitatezza non è conosciuta in questo tipo di organizzazione sociale e valoriale. Fin dal primo scritto “filosofico”, l’Editto di Anassimandro, il concetto di limite è dichiarato come guida che l’uomo deve tenere. […] I cosiddetti Pre-socratici, considerano la Natura come Physis, come luogo in cui avviene la Aletheia dell’essere, cioè in cui avviene lo svelamento dell’Essere all’Uomo.  Entro i limiti della Natura, l’azione dell’uomo aveva un senso e da essa prendeva spunto. Come afferma Mircea Eliade, nelle società antiche e tradizionali, le azioni umane acquistano un senso solo come ripetersi di un’azione primordiale considerata sacra, l’autore la definisce infatti archetipo.  È quindi dentro i limiti del tempo, concepito come ciclico e scandito da precise cadenze naturali (equinozi e solstizi) che l’agire umano acquista un senso. Non ci si muove lungo una linea semiretta, che ha un’origine scientificamente data (il Bing Bang) e non ha un termine, come accade nelle società moderne come quella in cui viviamo; bensì, all’interno di un ripetersi costante di azioni archetipe che avvengono in corrispondenza del fiorire e appassire dei cicli naturali. La curva è infatti l’emblema delle “cose che avvengono in Natura” […]  L’uomo tradizionale non si percepiva come “creato a immagine e somiglianza di Dio” e in quanto tale staccato e superiore dal resto della Natura. Egli viveva in uno stato olistico con tutti gli altri elementi del Kosmos, che non venivano visti come risorse di materie prime da sfruttare a proprio piacimento ma elementi di un tutt’uno con l’uomo, per cui arrecare danni alla Natura equivale ad arrecarne a sé stessi, in un sistema definibile ecocentrico come sostiene l’ecologia profonda. È del tutto ovvio che in un sistema a risorse finite, come l’ecosistema, il credere di poter consumare in modo illimitato equivalga a stare su un treno lanciato a velocità crescente ma su un binario morto … l’impatto letale è inevitabile, rimane solo da stabilire quando questo avverrà. Solamente il “turbo capitalismo” postmoderno, per dirla con De Benoist, può pensare a una società che si basi sul consumo sfrenato, secondo il motto “lavora, consuma, crepa”, senza pensare a porre dei limiti a tale crescita: tutta la Natura è concepita al servizio dell’uomo e se ne può disporre senza freni. A tal riguardo assolutamente esplicativo è l’esempio di Heidegger sulla differenza tra il mulino a vento e la centrale idroelettrica. Entrambi utilizzano l’acqua per generare elettricità, ma il mulino “asseconda” la Natura; mentre la centrale, accumulando l’acqua per utilizzi successivi, “piega” la risorsa idrica a futuri, e potenzialmente illimitati, bisogni dell’uomo (il disastro del Vajont sia esplicativo in senso concreto di tale rischio …). È quindi evidente, giova sempre ripeterlo, che fino al trionfo del capitalismo il limite fosse sempre stato considerato come misura invalicabile. Come è stato possibile che un tale concetto ritenuto fondamentale per secoli sia stato abbandonato? Tale risultato è stato possibile grazie alla saldatura di quelle che Diego Fusaro chiama “la destra del denaro e la sinistra dei costumi”. La prima “ala” è rappresentata da quegli ambienti della grande industria multinazionale e della finanza cosmopolita che per aumentare a dismisura – per l’appunto – i propri guadagni hanno bisogno dell’abbattimento di tutti i vincoli e le restrizioni, sia fisici (Stati, dogane, confini) che immateriali (culture, tradizioni, lingue, ecc.); mentre la “sinistra dei costumi” è rappresentata da rimasugli della grande tradizione socialista del ‘900 che incapace di reagire al crollo del cosiddetto “comunismo reale” ha deciso di abbandonare la tutela dei ceti più poveri attraverso i diritti sociali comunitari per erigersi a paladina dei diritti individuali. La seconda di queste “ali”(la sinistra) ha fornito alla prima (la destra) quella che Marx chiama la sovrastruttura simbolica – grazie alla distruzione della famiglia tradizionale, l’abbattimento dei confini e della sovranità nazionale, l’esaltazione dell’ homo migrans, la precarizzazione come nuovo stile di vita, ecc. – che “convince” la massa degli sfruttati ad aderire al mondo e ai valori vigenti e che ovviamente è esclusivamente a favore degli sfruttatori appunto appartenenti alle élites industriali e ancor più finanziarie. È in quest’ottica che vanno lette le battaglie per lo ius soli, i matrimoni omosessuali, la “produzione” e la successiva accoglienza della migrazione di massa, la “guerra alla religione”, ecc. a cui stiamo assistendo. Non sono in ballo legittime lotte a discriminazioni o per diritti negati, ma la creazione di atomi sociali – che potremmo definire monadi utilizzando il lessico di Leibniz -  di consumatori sradicati e globalizzati, che parlino una stessa lingua, che non abbiano sesso, che non abbiano tradizioni o nazionalità, in modo che questo nuovo homo migrans et consumans pensi solo al “lavora, consuma, crepa” senza avere alcuna difesa di fronte alla forma-merce oggi dominante. Questa opera massiccia e costante di demolizione di ogni vincolo ha portato non solo al trionfo del capitalismo finanziario apolide (quello dei mercati, spesso drogati, che generano bolle speculative e delle multinazionali che muovono masse di lavoratori sradicati e precarizzati) ma anche alla caduta di ogni limite etico, morale ed educativo. Dopo il ’68, è stato scardinato il sistema valoriale, e potremmo dire istituzionale, che aveva rappresentato un baluardo di resistenza italiano: la famiglia, la scuola, le istituzioni comunitarie, ecc. Ma alla sua demolizione non si è assistito a una “sostituzione” con altri valori, che non siano, come detto prima, l’esaltazione dell’individuo incitato a soddisfare ogni proprio desiderio (peraltro creato ad arte dal sistema stesso) senza ogni limite (ovviamente purché abbia i soldi per poterlo fare). Ognuno si sente in diritto di non rispettare nulla e nessuno e di sfogare ogni proprio istinto senza limite alcuno.

 

Di fronte a questo scenario desolante, quale può essere il primo passo da compiere come gesto rivoluzionario? La risposta penso non possa altra essere che spezzare la grande narrazione di cui abbiamo parlato finora e cominciare a porre dei limiti all’economia e alla finanza in primis – da assoggettare alla politica e ad un arricchimento ben delimitato – e al degrado etico e morale imposto dal libero mercato. A livello sociale l’unica risposta che possa opporsi a tale strapotere del capitalismo globalizzato può essere fornita da una rete planetaria di comunità solidali tra loro ma che abbiano tra di loro dei limiti – che in greco veniva definito peras – che permettano all’individuo, che come ci ricorda Aristotele nella Politica, è Zoon Politikon, quindi, tra le sue caratteristiche fondamentali ha quello di essere un “animale socievole”, cioè che nasce e si esplica solo all’interno di una comunità, e che non esiste come “unità monade”. A loro volta le varie comunità si definiscono tramite il proprio genius loci, dato da un legame molto stretto con le proprie tradizioni e con l’ambiente in cui sorgono, con cui si trovano in un contesto ecocentrico come accennato prima. Solo così l’umanità potrà dotarsi di un katechon che possa arginare il capitalismo globalizzato oggi dominante e ritrovare un modo di vivere umano.

 

Manuel Zanarini

 

 
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