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Sorprende la sorpresa PDF Stampa E-mail

30 Luglio 2020

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 Da Rassegna di Arianna del 25 luglio 2020 (N.d.d.)

Le recenti vicende che hanno visto coinvolti in reati elementi dell'Arma dei Carabinieri (Piacenza, Arce) hanno suscitato giustamente sdegno ed allarme. Lo sdegno dipende dall'idea che chi è stipendiato dallo Stato per far rispettare la legge si macchi invece di gravi crimini. L'allarme dipende dalla percezione di grave insicurezza generata dall'idea che quei puntelli dello Stato che siamo abituati a dare per scontati si possano rivelare illusori, o addirittura crollarci addosso. Nell'insieme la percezione è quella di un evento sorprendente e preoccupante.

Ora, in verità ciò che sorprende è la sorpresa. Cos'hanno fatto i carabinieri in questione? Semplice, hanno sfruttato la propria posizione di potere per ottenere vantaggi privati fregandosene delle regole della propria società. Da che punto di vista questo atto è imperdonabile? Dal punto di vista di chi crede nel rispetto delle regole della propria società, e aborrisce la prepotenza di chi sfrutta il proprio potere sul prossimo per ricavarne vantaggi privati. Cioè dal punto di vista di persone che nel quadro valoriale della presente società rappresentano un'onorata minoranza silenziosa, un'area culturale percepita come poco dinamica e stantia, non al passo coi tempi, assente dal quadro dei 'modelli' e degli 'eroi' del nostro tempo. In un mondo in cui si venera senza alcuna remora o dubbio l'idea del guadagno facile, indipendente da ogni forma di lavoro, a colpi di clickbaiting o influencing, vendendosi l'immagine tanto al chilo, e in cui onore e gloria seguono a ruota fatalmente la prominenza economica (ho appena visto i manifesti che chiedono di nominare Berlusconi senatore a vita, giuro...), la vera domanda non è perché ci sono carabinieri corrotti, ma perché ci sono carabinieri onesti. E questo vale per le forze dell'ordine in modo eminente, ma è estendibile a ogni ruolo di funzione pubblica, dal medico, all'insegnante, all'impiegato, al funzionario, ecc. Ciò che ci si dovrebbe aspettare è piuttosto un sistema come quello di diversi paesi dell'America Latina, passati attraverso il tritacarne neoliberale, dove le forze dell'ordine sono oramai solo una tra le bande armate a disposizione del miglior offerente.

Come sempre a tenere insieme il nostro sistema (permettendo così anche agli arricchiti da prostituzione morale e fuffa virtuale di vivere e prosperare) sono proprio solo quelli che quel sistema non accettano e non voglio accettare. Quante più persone cresceranno nell'atmosfera culturale dominante (di importazione americana) in cui alla fine quello che conta è il successo economico, comunque perseguito, tanto più i residui inattuali del vecchio mondo (poco competitivo e dinamico)  verranno meno, e tanto più rapidamente gli abusi che oggi fanno ancora scandalo diverranno la nostra nuova, immiserita ed abbrutita, normalità.

Andrea Zhok

 
Pensieri e azioni imposti PDF Stampa E-mail

29 Luglio 2020

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 Da Rassegna di Arianna del 26-7-2020 (N.d.d.)

Ogni essere umano vive nel mondo nel quale gli è dato nascere e, per la più parte dei casi, non può far altro che adeguarvisi in maniera più o meno consona alle aspettative del sistema nel quale si trova ad esistere. Come scrisse Max Weber: L’odierno ordinamento capitalistico è un enorme cosmo in cui il singolo viene immesso nascendo, che a lui è dato, come un ambiente praticamente non mutabile, nel quale è costretto a vivere. Esso impone a ciascuno, in quanto costretto dalla connessione del mercato, le norme della sua azione economica. I requisiti per adeguarsi a questa condizione vengono conculcati, ovviamente, fin dall’infanzia e sono informati da un complesso schema di pensieri ed azioni che vengono imposti affinché possa verificarsi un’adequatio più aderente possibile alla Weltanschauung vigente. Pertanto, i fanciulli di questo mondo o, per meglio dire, gli esseri umani “in formazione” vengono plasmati con grande cura in modo da assumere pensieri, comportamenti e attitudini che siano conformi al “tipo umano” confacente alle modalità e agli scopi del sistema. L’attività di “produzione di esseri umani” è una delle più importanti ed efficienti che si manifestano nella nostra società. Lo scopo è quello di far sì che vi siano solo poche eccezioni che riescano a sfuggire alla “gabbia d’acciaio” di prevedibile “normalità” alla quale sono destinati. Queste ultime, in genere, sono considerate alla stregua di prodotti difettosi. Quelli coi difetti più gravi verranno “scartati” dall’Apparato, siccome organismi con gravi malformazioni genetiche, che sono inadatti alla sopravvivenza: saranno gli eterni “disadattati”, coloro che vivranno “ai margini della società”. Altri, con imperfezioni meno gravi, verranno inseriti, in un modo o nell’altro, all’interno dell’Apparato, pur necessitando di vari interventi di riparazione e di una manutenzione continua, interventi che sono comunque utili al metabolismo del sistema, in quanto danno vita alla fiorente industria degli ansiolitici e degli antidepressivi, e all’altrettanto fiorente commercio delle varie tecniche psicoterapeutiche (per non parlare della fiorentissima categoria merceologica delle droghe illegali). Gli individui sono ormai tanti prodotti fabbricati in serie, intercambiabili, molto spesso pleonastici, vittime predestinate dell’appetito inesauribile dell’Apparato, che come una divinità calvinista, li condanna, con sovrano arbitrio, alla dannazione terrena. Ma la propaganda, incessante ed onnipresente, è assai pronta a gabellare questa triste predestinazione sotto le vesti di privilegio: “non fate forse parte del migliore dei mondi possibili”? Una cornucopia di opportunità, distrazioni e desideri? Così tutti vengono allevati alla stregua di animali da utilità: alcuni da produzione, altri da macello, e tutti sono indotti a credere che questo sia un favore, perché il Sistema è come un “buon pastore” che, con grande cura e affetto bada il proprio gregge in modo che possa pensare che la strada verso il macello sia quella che conduce al paradiso. La biopolitica, della quale discettava Foucault, si è mutata definitivamente in zootecnia, la politica in statistica, la statistica in una rappresentazione di fisica newtoniana, che ha la pretesa di calcolare e prevede i moti delle particelle elementari che compongono quel grande assieme che viene chiamato “umanità”. Fin da fanciulli, tutti sono accuratamente ammaestrati per apprezzare l’insensata routine che caratterizza l’organizzatissima esistenza degli esseri umani nel mondo moderno. Si impara presto a scandire il tempo con le lancette dell’orologio, perché occorre impegnarsi a saturarlo con ogni genere di «impegni»: le regole del mondo moderno vogliono che il tempo debba essere sempre affollato di attività “comandate”, affinché non ne rimanga un briciolo a disposizione, magari per sognare o immaginare o esplorare regioni del pensiero che non sono utili e funzionali al meccanismo insulso ma efficientissimo della nostra civiltà. Ogni mattina la sveglia suona per tutti, adulti e piccini, e da quel momento si è schiavi della fretta dettata dagli obblighi della giornata. Si esce di casa, sempre frettolosamente, sempre con l’ansia di arrivare in ritardo, ovunque si vada. Poi ci si immette tutti, adulti e piccini, per vagare sulle stesse strade rigurgitanti di veicoli che rombano all’unisono. Non importa se splenda il sole o se l’atmosfera sia avvolta dal melanconico grigiore autunnale: non v’è il tempo né lo spazio per osservare il cielo, confinati come si è nei mezzi di trasporto che percorrono le anguste valli di asfalto e di cemento. Non si può percepire il profumo della primavera, nell’aria cittadina; non si odono cinguettii di uccelli, frinire di cicale, stormir di fronde, quando si è immersi in quell’indistinto frastuono meccanico. I volti chiusi nelle semoventi carcasse metalliche sono cupi o rassegnati, qualcuno scruta ansiosamente le lancette dell’orologio credendo forse, con questo gesto apotropaico, di poter fermare lo scorrere irrevocabile del tempo. All’ora stabilita, quella parte di esseri umani che è in fase di fabbricazione, entra in massa negli opifici scolastici, come un coacervo di disordinati plotoni di soldatini meccanici, destinati a trascorrere diverse ore in uno stato di forzata immobilità e di silenzio coatto, in modo da poter essere riempiti come otri di tutto ciò che serve per trasformarli, con tempo e pazienza, in esseri adulti, proni a tutto ciò che l’Apparato esige da loro. Alcuni saranno destinati ad essere ai vertici della piramide (quelli che frequentano le scuole “alte”), ovvero saranno le pietanze più elaborate all’interno del menu, altri saranno semplice impasto da ripieno, da inserire, indifferentemente, in uno dei vari strati del sistema: nella produzione, nel commercio, nei vari ingranaggi burocratici. Siccome, nelle fasi iniziali della vita, la propaganda è molto più feconda, non va lasciato nulla di intentato per plasmare i fanciulli per renderli piccoli automi proni alle istanze, visibili o invisibili, del sistema; per informarli con una visione del mondo uniforme, affinché diventino prodotti standardizzati.

Alla fine della quotidiana immobilità coatta, ci si aspetterebbe che fosse concessa loro un po’ di libertà, come ogni bravo carcerato ha diritto alla propria «ora d’aria». Invece no, non è più permesso, a questi pietosi esserini, di poter giocare liberamente, di esplorare il mondo con i propri occhi. Il loro tempo (come quello degli adulti), deve essere accuratamente ripartito in innumerevoli incombenze, con la pietosa scusa che questi sono utili per la loro formazione (ma quand’è che si può vivere senza l’assillo di dover far qualcosa che serva a qualcosa d’altro?). Pertanto vengono sottoposti ad una cornucopia di attività sportive, di corsi di qualsivoglia disciplina (dal cinese all’ottavino, dalla pittura alla danza). Poi, al termine di questa spossante routine, rimangono i compiti a casa. Un’alacre frenesia che li fa giungere stremati alla fine della giornata, quando, finalmente, possono trovare un po’ di quiete per dedicarsi a vacui svaghi come gli autistici passatempi elettronici o televisivi, che sono preparati appositamente per loro dall’industria del tempo libero, affinché non ne rimanga un briciolo a disposizione dell’arbitrio del singolo. Non sia mai che possano avventurarsi in regioni del pensiero e dell’immaginazione avulse dagli scopi, insulsi ma perseguiti con grande efficacia, del sistema. D’altronde, quest’ultimo, non ha certo l’interesse di sviluppare le qualità umane, le doti personali, le vocazioni individuali, bensì quello di fabbricare tipi umani che siano conformi ai propri desiderata, ossia personcine passive e acquiescenti, pronte a recepire il continuo flusso di parole d’ordine con reazioni stereotipate, con obbedienza, come tanti esserini pavidi e suggestionabili, pronti ad eseguire tutto ciò che si richiede loro. È necessario avvezzare i giovani esseri umani alla passività, renderli incapaci di attività spontanea, in modo che siano facili vittime del tedio, prede dell’horror vacui, se i loro sensi e la loro mente non sono continuamente stimolati, se la loro attenzione non è continuamente distratta, se non vi sono continui impegni ad occupare la loro vita. Non sono ammesse pause, i tempi morti sono riempiti dall’industria dello svago. Non deve esservi un attimo di tregua per poter pensare: deve scomparire il soggetto, solo l’oggetto, il passivo recettore è utile alla nostra società. Un tempo i fanciulli davano un nome ai propri balocchi, oggi ci pensano le multinazionali del giocattolo.

Alla fine degli anni della formazione il giovane adulto è pronto per essere un perfetto ingranaggio della macina satanica dell’Apparato: i suoi pensieri e i suoi desideri non sono altro che una copia conforme di pensieri e desideri formulati da altri, miscelati ed assemblati come una melassa che a tutto si adatta affinché tutto si adatti a lei. L’essere umano in fase di fabbricazione è materia plasmabile nelle mani dell’Apparato, una matrice sulla quale imprimere una forma. Fino a qualche tempo fa, veniva modellata una forma umana adatta ad una società di produttori e consumatori, perché la struttura del cosiddetto “mondo occidentale” era ancora informata da una configurazione economica che ancora aveva bisogno di produrre e di consumare ciò che era prodotto, Quindi occorreva il “saper fare” (tecnici, periti e operai specializzati), il ricercare e, quindi, l’inventare e il mettere a punto quelle innovazioni che avrebbero permesso di competere sul “mercato internazionale”. Assieme a questo, era necessario far funzionare le “strutture intermedie”, pubbliche e private, che richiedevano un certo numero di addetti. Tanti venivano ad essere parte di queste strutture, di questa cinghia di trasmissione situata tra l’empireo dei privilegiati ed i bassifondi dei dannati. Per accedervi erano necessari formazione e titoli di studio che, per questo, un tempo, avevano una funzione di “promozione” sociale ed economica. Nell’odierno regime di “accumulazione flessibile” (per usare una delle innumerevoli definizioni che sono state date al mondo presente) che si è instaurato, negli ultimi decenni, nel “mondo occidentale”, tutto questo pare essere diventato pleonastico. Formazione e istruzione non sono più, se non per quella piccola parte di umanità che dovrà fornire il ricambio a quella sempre più sparuta sub-élite che deve ancora fungere da cinghia di trasmissione per i desiderata dell’élite: i sempre più esigui corpi intermedi che possano assicurare quella parvenza di ordine sociale, ancora necessario, pur nel cammino verso il caos sistemico di una sognata tecno distopia totalitaria.

Quanto alla cultura, ovvero, etimologicamente, “ciò che è coltivato”, la tradizione³ di una civiltà incarnata nelle menti e nelle opere, questa, davvero, non è più di alcuna importanza. Non serve più tramandare alcunché, se la strada intrapresa è quella che procede verso l’“ordine spontaneo” di un eterno presente, nel quale il capitale, unico ordine rimasto, sarà perpetuamente nomade in uno spazio privo di confini, ed in un tempo privo di passato e di futuro. Se già ai tempi di Günter Anders, l’uomo cominciava ad essere antiquato, ora lo è anche il bambino. Il delirio post-moderno sogna una diversa umanità, costituita da un amorfo coacervo di esseri semi-umani dai quali possa essere eradicata le caratteristiche umane per lasciare solo una passività indifferenziata. Masse di carne semoventi che si possano governare secondo schemi zootecnici e tecniche pavloviane. A che serve il futuro essere umano nel sogno distopico che vede una post-umanità aspaziale e atemporale, priva di futuro e privata del passato? A che serve la cultura, la memoria, il ricordo, ma anche il semplice “sapere”, in un mondo privo di direzioni nello spazio e nel tempo? Infatti, di questi tempi, si sta verificando un salto di qualità: stiamo assistendo all’annichilimento dell’ultima funzione rimasta alle strutture preposte all’istruzione, ossia quella di mero recinto, nel quale confinare fanciulli e adolescenti affinché i genitori possano svolgere le proprie occupazioni quotidiane. Perché non è certo possibile –chiunque è in grado di comprenderlo- lasciar scorrazzare eserciti incontrollati di minori per le strade delle città e dei borghi.

Col recente avvento del totalitarismo zootecnico (o epidemico) persino questa funzione residuale pare essere divenuta pleonastica. Già, perché la “formazione a distanza” è perfettamente inutile, come recinto, così come sono inutili tutte le immaginifiche proposte per la scuola che verrà, come gli “ingressi scaglionati” o l’”orario flessibile”: come si farebbe a conciliare cotanta flessibilità con gli orari inflessibili di quei genitori che, ancora, nonostante tutto, svolgono un lavoro? Le motivazione “epidemiche” della circostanza, con ogni evidenza, sono state assai utili per accelerare l’attuazione di un processo già in atto, la cui “agenda” era scritta da tempo (never let a serious crisis go to waste). Ciò che si sta verificando nella scuola, è comune a quanto accade in tutte le strutture nelle quali esiste ancora una parvenza di vita comunitaria (luoghi di lavoro, di riunione, di svago) anche se, nella più parte dei casi, di questa rimane solo la rappresentazione. La “formazione a distanza” dei giovani si rispecchia nel “tele-lavoro” degli adulti nel quale la funzione sostituisce non più soltanto l’individuo ma finanche la realtà fisica. L’ideale postmoderno della vita umana risiede nel sintagmetto velenoso “distanziamento sociale” (se lo scopo fosse la mera profilassi si dovrebbe parlare solo di “distanziamento fisico”). Il distanziamento sociale, la formazione a distanza, il tele-lavoro denegano tutto ciò che mette gli uomini in diretto rapporto tra loro consentendo la vita collettiva, ovvero quella di una comunità che non sia la semplice somma di singoli individui, di ciò che fa sì che l’uomo possa essere definito come «animale politico» e rende possibili non solo le condizioni per l’esistenza della comunità, ma anche quelle per la memoria collettiva, ovvero per la storia. Il distanziamento sociale è l’eterno presente di un assieme di monadi, accomunate solo dalle caratteristiche biologiche comuni: non una comunità che si manifesta secondo azioni politiche, ma un gregge o una mandria che, come tali, vanno governati con strumenti zootecnici. La jatrocrazia che si è affermata in questi ultimi tempi, ne è l’esempio lampante.

Pier Paolo Dal Monte

 
Come se lo Stato non esistesse PDF Stampa E-mail

28 Luglio 2020

 Da Rassegna di Arianna del 26-7-2020 (N.d.d.)

Continuano indisturbate ad approdare presso le coste meridionali della nostra Penisola barche barchini e barconi, scaricanti prezioso carico umano, vera e propria gallina dalle uova d’oro, che la neo-lingua dell’ideologia “no borders” chiama migranti. Come se lo stato non esistesse, come se fosse normale che venga meno uno dei suoi presupposti costitutivi: la difesa dei confini nazionali; d’altronde, lo dichiarò papale papale circa due anni fa lo stesso capo di stato maggiore della Difesa, il generale Enzo Vecciarelli: «Oggi non è più necessario difendere i confini, quella che va difesa è la libertà di tutti i cittadini, di muoversi e di fare impresa». Di muoversi e di fare impresa.  Chiaro? Liberi di bestemmiare Dio, tanto è morto, ma guai a toccare il totem delle “libertà” capitalistiche, quelle iscritte nei principi costitutivi della Ue, le sacre quattro libertà di circolazione che rappresentano l’alfa e l’omega della sua teologia liberista: di merci, di capitali, di servizi, di persone. Capito perché lo stato è d’impiccio con le sue regole d’annata? Il mercato globale non accetta condizioni, vuole libertà, libbertààààà!

Qualche anno fa l’economista Paul Collier osservava che negli ambienti liberali è molto difficile discutere liberamente del tema migrazioni, «l’unica opinione consentita è quella che condanna l’avversione popolare nei suoi confronti». Nel lontano 1973 l’allora presidente della repubblica francese, Georges Pompidou, in occasione del varo della politica dell’”immigration stop”, ammise candidamente di aver promosso negli anni precedenti una politica di apertura e di regolarizzazione dei flussi clandestini sotto la pressione delle grandi imprese, che chiedevano si esercitasse una spinta al ribasso sui salari dei lavoratori gallici e che si indebolisse attraverso la concorrenza degli immigrati l’unità del movimento operaio.  A dimostrazione che i flussi non sono “spontanei”, ma regolati “liberamente” dal mercato; e a dimostrazione, casomai fosse ancor necessario dimostrarlo, che i flussi esercitano una concorrenza a ribasso sui lavoratori autoctoni, grazie alla loro funzione di “esercito industriale di riserva”, che nel passato si alimentava in parte degli stessi nativi. Un po’ quello che accadeva in Inghilterra nell’800, quando gli irlandesi, come scriveva Engels, scoprirono «il minimo necessario a sopravvivere, e lo stanno rendendo familiare anche al lavoratore inglese… che deve lottare contro questo concorrente, un concorrente posto sul più basso piano possibile in un paese civilizzato, che per questa ragione chiede salari più bassi di ogni altro». Aggiungiamoci pure che le “libere” migrazioni di enormi masse impediscono regolari ed equilibrati processi di integrazione, il tutto a vantaggio di un pericoloso aumento nelle nostre società di fenomeni di degrado, «in particolare del degrado della coesione sociale, del degrado della solidarietà di classe insieme a quello delle condizioni generali di vita dei ceti popolari». [Barba-Pivetti, Il lavoro importato]. Ecco perché nell’ultimo quarto di secolo è sempre più profonda la linea di faglia che attraversa le nostre società e che separa inesorabilmente classi dominanti e ceti popolari: i primi a sostenere l’immigrazionismo, i secondi a vivere questo sostegno come un attacco rivolto alle proprie condizioni di vita e di lavoro; ed è per questo che il consenso operaio e popolare (per ora solo  elettorale) si è andato trasferendo, a partire dalla fine del secolo scorso, dai partiti di “sinistra” – la cui base elettorale è ormai quella dei ceti medio-alti, prevalentemente pubblici – a quelli cosiddetti populisti. Non è un caso. E nonostante la cultura dominante, attraverso i suoi molteplici strumenti di condizionamento ideologico, continuamente ripeta il ritornello della convenienza per tutti ad accettare l’immigrazione, i ceti popolari non ci stanno. Ma non perché siano razzisti o cazzate del genere o perché ragionino di “pancia” (ah, il vecchio classismo non muore mai!), come ripetono stucchevolmente i cantori della “accoglienza”, semplicemente perché i ceti popolari vivono giorno per giorno sulla propria pelle l’esperienza dell’aggravamento delle condizioni di vita generato dalla spinta liberalizzatrice che l’immigrazione produce nella società. Ci troviamo con una cosiddetta sinistra (cosiddetta perché oggi non ha più senso parlare di sinistra, né tantomeno di destra, categorie ormai sepolte dalla storia non per Dpcm ma perché son venute meno le rispettive tradizionali basi sociali di riferimento), a recitare la stessa parte di quegli ambienti liberali di cui parlava Collier, quella che impone la condanna dell’avversione popolare nei confronti delle migrazioni. Ma non solo. Questa sinistra, oltre alla minimizzazione quantitativa del fenomeno, si arroga il diritto di definire “immorale” la posizione di chi nega il “diritto” di attraversare liberamente una frontiera. Per non parlare della “sinistra antagonista” – antagonista solo al senso comune – che vuole un’Europa aperta che «consideri le frontiere alla stregua di cicatrici sulla superficie del pianeta e che dia il benvenuto a tutti i nuovi arrivati» come scriveva Yanīs Varoufakīs. Dal che se ne deduce che qualsiasi posizione di richiamo alla difesa dell’identità nazionale è destra estrema e populista e fascista… ohibò, gli stessi che coltivano la difesa strenua di tutte le identità, a partire da quelle di genere. Boh!

Antonio Catalano

 
La peggiore classe politica mai vista PDF Stampa E-mail

27 Luglio 2020

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 Da Appelloalpopolo del 19-7-2020 (N.d.d.)

In Italia ci sono 4,5 milioni di poveri assoluti e 9 milioni di cittadini in condizioni di povertà relativa. Quasi 14 milioni di inattivi e più di 2 milioni di disoccupati. 12 lavoratori su 100 che vivono sulla soglia della povertà. 4,3 milioni di lavoratori part time, di cui 2 su 3 involontari. Eppure l’Italia è un Paese interamente da ricostruire. Come dopo una guerra persa. A partire dalle più elementari infrastrutture: strade, autostrade e ferrovie. Ci sarebbero da mettere in sicurezza, al riparo dal rischio sismico e idrogeologico, migliaia di edifici pubblici. A partire da scuole e ospedali. Ci sarebbe da ricostruire un’industria di Stato. Un nuovo IRI. Ci mancano insegnanti, medici, infermieri, ricercatori, operatori ecologici, giardinieri, operai specializzati. Ci mancano milioni di dipendenti pubblici. Abbiamo mattoni, ferro, cemento, materie da lavorare, da trasformare. E abbiamo milioni di italiani che non aspettano altro di poterlo fare. Milioni di italiani a cui spetterebbe una vita almeno dignitosa. Ma non succede. Perché “mancano i soldi”, ci dicono da sempre. Dal 2007 a oggi, le Banche Centrali dei più importanti Paesi al mondo hanno emesso dal nulla (dal nulla), ventimila miliardi di dollari: 20.000.000.000.000 di dollari!

Come se non bastasse, per giustificare tutta questa macelleria sociale, deresponsabilizzando se stessi, la nostra classe politica – la peggiore mai vista – ci ha messo al collo da più di 30 anni il cappio del vincolo esterno. Così che un Rutte qualsiasi si possa permettere di decidere come gestire il Paese. Il nostro, non il suo. Con altre riforme lacrime e sangue. Solo quelle, da sempre, ci chiede l’Unione Europea. Dalla fine della seconda guerra mondiale siamo uno Stato a sovranità limitata. Non bastava, evidentemente. Ci hanno ridotti a una colonia. Da spolpare, da umiliare. Grazie a una classe politica di servi, di ignoranti e di traditori. Ci meritiamo di meglio. Molto di meglio.

Gilberto Trombetta

 
Soltanto mediocri PDF Stampa E-mail

25 Luglio 2020 

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 Compito dei politici degli scienziati e dei comici sarebbe quello di smontare logicamente la paura, mostrarne al popolo l'insensatezza, il lato ridicolo e miserabile.

Ma politici scienziati e comici non ci sono.

Ci sono soltanto omuncoli e uomini mediocri, capitati per caso a svolgere il ruolo di classe dirigente, ricercatori con la mente deformata dal "pubblica o muori" e giullari di uomini mediocri.

Stefano D’Andrea

 
Peggio del MES PDF Stampa E-mail

24 Luglio 2020

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 Da Rassegna di Arianna del 22-7-2020 (N.d.d.)

Su una cosa praticamente tutti – giornalisti, commentatori, esponenti del governo (e persino alcuni dell’opposizione!), comuni cittadini – sembrano essere d’accordo: l’accordo raggiunto in sede europea sul cosiddetto Recovery Fund rappresenta una «grande vittoria» per l’Italia e un «evento storico» per l’Europa. Per capire se è veramente così, vediamo di cosa si tratta. Partiamo innanzitutto dall’aspetto strettamente finanziario. L’accordo si compone di due pezzi: il “Next Generation EU” (NGEU), ovvero i famigerati 750 miliardi che la Commissione potrà prendere a prestito sui mercati; e il quadro finanziario pluriennale (QFP), ovvero il bilancio europeo classico, che andrà dal 2021 al 2027. Per quanto riguarda il NGEU, il totale (750 miliardi) rimane invariato rispetto alla proposta originale della Commissione, ma cambia di molto la sua ripartizione. Sono stati ridotti i “trasferimenti a fondo perduto” – da 500 a 390 miliardi – e sono stati aumentati i “prestiti bilaterali”, da 250 a 360 miliardi. Per quanto riguarda il bilancio europeo, invece, esso avrà in dotazione poco più di mille miliardi di euro, un po’ meno rispetto a quanto proposto inizialmente dalla Commissione. Per far quadrare i conti, sono state ridotte alcune voci di spesa del bilancio comunitario. Sono state introdotte anche delle importanti modifiche ai cosiddetti “rebates”, ovvero gli sconti che vengono storicamente fatti ad alcuni Stati che sono contribuenti netti al bilancio comunitario: Danimarca, Olanda, Germania, Austria, Svezia. L’Olanda, per esempio, riceverà ogni anno circa 500 milioni in più rispetto a quanto era inizialmente previsto. L’ammanco dovrà essere coperto dagli altri Stati membri: questo comporterà un’ulteriore riduzione del trasferimento “netto” dai paesi ricchi a quelli poveri (che già non era enorme) attraverso il bilancio comunitario. Fatto interessante: l’Italia e la Francia, pur essendo contribuenti netti al bilancio comunitario, non hanno nessun “rebate”; la Germania, per qualche ragione, sì.

Veniamo ora al punto che ci riguarda più da vicino: quanti soldi spetteranno all’Italia? La prima cosa da dire è che per ora non esistono cifre ufficiali. Nella ripartizione del NGEU, il metodo di calcolo per il periodo 2021-2022 resta quello inizialmente proposto dalla Commissione, mentre il calcolo per il 2023 prenderà in conto la caduta del PIL cumulata nel periodo 2020-2022. Con le dovute cautele, questo ha portato alcuni a stimare che l’Italia dovrebbe ottenere circa 80 miliardi di trasferimenti a fondo perduto (poco meno degli 85 inizialmente previsti) e circa 127 miliardi di prestiti bilaterali, ovvero 38 miliardi più di quanto previsto inizialmente.

Partiamo dalla questione dei trasferimenti: 80 miliardi di euro “a fondo perduto” sono una bella cifra, ma c’è un dettaglio – non esattamente di poco conto – da prendere in considerazione. Se è vero, infatti, che i singoli Stati non saranno chiamati a rimborsare individualmente le somme ricevute – a differenza di quanto saranno tenuti a fare con i prestiti bilaterali –, è altrettanto vero che saranno chiamati a rimborsare (in base al PIL) la parte del debito comune emesso dalla Commissione destinata ai trasferimenti. Dunque, alla fine, come vale già oggi per il bilancio europeo, a determinare se un paese ci avrà guadagnato o meno dai trasferimenti inerenti al NGEU sarà il saldo finale tra la somma che avrà ricevuto dal fondo in questione e la somma che invece sarà chiamato a rimborsare. Tanto per capirci: anche oggi l’Italia riceve finanziamenti “a fondo perduto” dalla UE, ma il suo saldo complessivo è negativo, il che vuol dire che l’Italia versa più soldi di quanti ne riceva dall’Europa. Ora, secondo le stime che girano – lo ripetiamo, non c’è nulla di ufficiale ancora – l’Italia dovrebbe essere chiamata a versare circa 50-60 miliardi. In quel caso parleremmo di un effetto positivo “netto” di circa 20-30 miliardi spalmati su sei anni: pochi miliardi l’anno. Ma se anche volessimo essere generosi, e volessimo considerare tutti e 80 i miliardi un reale trasferimento netto (cosa che non è), staremmo comunque parlando di una cifra estremamente esigua: 80 miliardi spalmati fino al 2026 rappresentano uno “stimolo” pari all’incirca all’1 per cento del PIL all’anno, a fronte di un crollo del PIL che per il nostro paese si prospetta a doppia cifra (-15 per cento solo nel primo semestre del 2020 secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio) e di un tasso di crescita che rischia di tornare ai livelli pre-COVID solamente nel 2025. Non a caso il fabbisogno finanziario per una ripresa consistente è stato calcolato attorno ai 500 miliardi da un economista dell’FMI. Per quanto riguarda i 127 miliardi di prestiti stimati, invece, saranno ripagati secondo tempi e tassi di interesse ancora da determinare dagli Stati membri che decideranno di farne uso. L’unico “vantaggio” di questo tipo di prestiti sarebbe il “differenziale” fra gli interessi pagati dallo Stato italiano sui titoli che emette da solo rispetto a quelli pagati sui titoli emessi dalla Commissione. Ma come abbiamo più volte detto, l’unica ragione per cui esiste questo differenziale è la perversa architettura istituzionale dell’eurozona. La domanda che dovremmo porci, infatti, è la seguente: perché sui nostri titoli di Stato a dieci anni paghiamo attualmente un tasso di interesse (poco più dell’1 per cento) più alto di quello del periodo pre-pandemia? Perché la BCE ha permesso ai tassi di salire in un momento di emergenza come questo, quando quello che dovrebbe fare una banca centrale in tempo di crisi – e che infatti hanno fatto e stanno facendo tutte le altre banche centrali, incluse quelle dei paesi emergenti – è l’opposto: far scendere i tassi di interesse per facilitare le necessità di finanziamento dei governi? Perché, in definitiva, siamo messi nella condizione di dover scegliere tra indebitarci “sui mercati” a tassi relativamente onerosi e indebitarci nei confronti della UE a tassi più convenienti?

Il presupposto da cui partire è che non c’è nulla di “naturale” nel tasso di interesse che attualmente paghiamo sui nostri titoli di Stato. I tassi di interesse, in ultima analisi, vengono decisi dalla banca centrale: da un punto di vista strettamente tecnico, la BCE, se lo volesse, potrebbe tranquillamente portare i tassi di interesse sui nostri titoli di Stato a zero. Non ci interessa discutere in questa sede se non la faccia per ragioni “statutarie” o politiche. Il punto è che se oggi paghiamo sui nostri titoli di Stato un tasso di interesse tale da rendere “attrattiva” la prospettiva di indebitarci nei confronti della UE (con tutto ciò che questo comporta, come vedremo), è unicamente una conseguenza dell’appartenenza alla stessa architettura monetaria della UE. Considerazioni politiche a parte, comunque, 127 miliardi spalmati su sei anni, anche se sommati agli 80 miliardi di trasferimenti (netti o meno), sono del tutto insufficienti ad arginare il collasso economico e sociale del nostro paese. Tanto per fare un esempio, il Regno Unito, che ha una popolazione pari a quella italiana, per far fronte alla pandemia e ai relativi danni economici, ha annunciato un deficit della stessa entità per il solo 2020-21. E ovviamente senza chiedere il permesso a nessuno. I tempi, poi, sono un’altra variabile penalizzante: i soldi inizieranno a essere versati soltanto nel 2021, saranno “impegnati” (cioè sarà deciso dove e a chi andranno) fino al 2023 e liquidati entro il 2026. Ovviamente tali tempi sono completamente incompatibili con l’esigenza di finanziare immediatamente la ripresa, prima che i danni produttivi e sociali diventino irreparabili. Alla luce di quanto detto, è evidente che l’unica soluzione per evitare il collasso dell’economia italiana è il mantenimento di un consistente disavanzo pubblico negli anni a venire. Ma su questo pesa sia la spada di Damocle della BCE (se/quando verrà dismesso il programma di acquisti di titoli di Stato iniziato con la pandemia, il rischio è di una nuova crisi stile 2011), sia il ritorno dell’austerità. Quel minimo di stimolo fiscale che è lecito aspettarsi dal programma – indipendentemente che i fondi arrivino sotto forma di prestiti o di trasferimenti – rischia, infatti, di essere più che controbilanciato dal ritorno del “consolidamento fiscale”, in ossequio al Patto di stabilità e al Fiscal Compact. Su questo punto il vicepresidente esecutivo della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, è stato molto chiaro: passata l’emergenza i paesi dovranno rientrare dal debito e dal deficit accumulati per gestire la crisi, assieme agli squilibri pregressi. Questo vale soprattutto per quei paesi che hanno un alto debito come l’Italia. La più recente valutazione della sostenibilità del debito italiano (quella realizzata per il nuovo MES “pandemico”) contiene una crono-tabella che prevede per l’Italia un disavanzo complessivo di bilancio del 2 per cento nel 2026, e dunque un consistente avanzo primario, maggiore di quelli richiesti all’Italia negli anni passati (considerato che il disavanzo è lo stesso previsto per il 2019, ma le somme pagate per interessi saranno più elevate nel 2026, dato l’incremento del rapporto debito-PIL). In sostanza, un pieno ritorno a regole e politiche fiscali pre-crisi, a cui ci si aspetta che il paese debba attenersi, del tutto incompatibile con una ipotesi di ripresa economica del nostro paese. Come ha commentato Massimo D’Antoni, da un lato si chiederà all’Italia di continuare a tagliare le spese (e dunque di ridurre l’entità della spesa pubblica sotto il proprio controllo) per finanziare il nostro avanzo primario e il Recovery Fund (di cui siamo anche contribuenti), mentre dall’altro ogni nuova spesa verrà a dipendere dal Recovery Fund e quindi “passerà” per Bruxelles. E questo ci porta alla questione delle famigerate condizionalità. Come ha commentato Federico Fubini sul Corriere della Sera, fa un po’ sorridere chi ieri si preoccupava delle condizionalità del MES e oggi plaude al Recovery Fund: «In questo maxi-prestito c’è un effetto paradossale e forse sornionamente voluto da qualcuno a Bruxelles: quei 38 miliardi di prestiti in più all’Italia dal Recovery Fund sono quasi uguali all’ammontare offerto in prestito dal Meccanismo europeo di stabilità (MES), che il governo sembra non volere. Le condizioni finanziarie sono simili, ma quelle politiche diverse: il MES, che l’Italia per ora sta rifiutando, non richiede riforme; il Recovery Fund, che il governo non può rifiutare, ne prevede invece di molto precise. E vigilate da vicino». Insomma, abbiamo accantonato (per ora) il MES – che ufficialmente non prevedeva condizionalità se non l’obbligo di destinare i fondi alle spese sanitare (anche se sappiamo che le cose non stavano proprio così) – per affidarci a uno strumento che invece prevede stringenti condizionalità a tutti i livelli. I paesi beneficiari delle risorse UE, infatti, dovranno rispettare le raccomandazioni specifiche per paese della Commissione (comprese quelle del 2019), oltre ai nuovi obiettivi (“Green Deal” e digitalizzazione), in linea con la sorveglianza rafforzata dei bilanci nazionali prevista dal “Semestre europeo”. Riforme strutturali, insomma. Per avere un’idea del tipo di “raccomandazioni” di cui parliamo, consiglio la lettura di un recente rapporto commissionato dall’europarlamentare della Linke Martin Schirdewan, che si è preso la briga di studiarsi tutte le raccomandazioni formulate dalla Commissione europea nell’ambito del Patto di stabilità e crescita e della Procedura per gli squilibri macroeconomici tra il 2011 e il 2018. I risultati sono agghiaccianti. Lo studio mostra come, oltre ad insistere ossessivamente sulla riduzione della spesa pubblica, la Commissione si sia concentrata in particolare sulla riduzione della spesa relativa alle pensioni, alle prestazioni sanitarie e all’indennità di disoccupazione, oltre a chiedere il contenimento della crescita salariale e la riduzione delle misure di garanzia della sicurezza sul lavoro. In particolare, dall’introduzione del semestre europeo nel 2011 fino al 2018, la Commissione ha formulato ben 105 raccomandazioni distinte nei confronti degli Stati membri affinché aumentassero l’età pensionabile e/o riducessero la spesa pubblica relativa alle pensioni e all’assistenza per gli anziani. Inoltre, ha anche formulato 63 raccomandazioni ai governi affinché riducessero la spesa per l’assistenza sanitaria e/o esternalizzassero o privatizzassero i servizi sanitari. Infine, la Commissione ha formulato 50 raccomandazioni volte a reprimere la crescita dei salari e 38 raccomandazioni volte a ridurre la sicurezza sul lavoro, le tutele occupazionali contro il licenziamento e i diritti di contrattazione collettiva di lavoratori e sindacati. Come se non bastasse, gli olandesi hanno insistito per includere nell’accordo un “super freno di emergenza”, che permetterà a uno o più Stati membri di appellarsi al Consiglio europeo (che avrà l’ultima parola, con voto a maggioranza qualificata) per bloccare gli esborsi a un altro paese, se insoddisfatti delle riforme richieste da Bruxelles o della loro attuazione. Non un vero e proprio diritto di veto, ma comunque qualcosa che lascerà l’esborso dei fondi in una situazione di perenne incertezza politica. Questa è la vera polpetta avvelenata del Recovery Fund: l’usurpazione definitiva di quel minimo di autonomia di bilancio – e dunque di democrazia – che ci era rimasta. Finalmente, a colpi di crisi e di emergenze (spesso e volentieri costruite a tavolino), le élite nordeuropee sono riuscite ad ottenere, con la complicità di una classe dirigente italiana venduta e pusillanime, quello che vanno agognando da sempre: un controllo politico totale della politica economica dei paesi mediterranei. I programmi nazionali di riforma, a cui saranno soggetti i fondi del NGEU, sono infatti programmi che vanno ben oltre gli interventi materialmente finanziati dal fondo in questione. Essi, infatti, prevedono interventi di sburocratizzazione, riforma fiscale, riforma del mercato del lavoro, del welfare, delle pensioni ecc., che vanno ben al di là di ciò che viene finanziato dal NGEU o da altri fondi europei (che sono essenzialmente infrastrutture, incentivi alle imprese, trasferimenti ai cittadini, servizi o formazione). Stiamo assistendo, insomma, a un vero e proprio commissariamento de facto degli Stati politicamente più deboli ed economicamente più bisognosi di assistenza finanziaria esterna, a partire dall’Italia. Come commenta Riccardo Achilli: «Siamo al paradosso per cui un paese che tecnicamente non è ancora fallito perde comunque ogni sovranità economica e viene costretto a subire un piano di ristrutturazione non dissimile, per cogenza e contenuti, dai memorandum cui dovevano sottostare i paesi sottoposti al vecchio MES. In questo modo, inutile illudersi, momentaneamente la UE si rafforza, perché è riuscita a costruire un meccanismo disciplinare molto forte. Adesso possono anche vincere le elezioni i sovranisti, tanto saranno costretti comunque a sottostare ai diktat degli altri governi europei, se non vogliono perdere i fondi ed essere costretti a rimborsare in fretta e furia quelli già ottenuti». Insomma, abbiamo sacrificato quel poco di democrazia che ci era rimasta in cambio di una manciata di miliardi che, se fossimo ancora un paese economicamente sovrano, non avremmo avuto nessun problema a mobilitare autonomamente (come stanno facendo buona parte dei paesi del mondo, inclusi diversi paesi emergenti e/o in via di sviluppo). E c’è chi la chiama una vittoria.

Thomas Fazi

 
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