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Negatività dei Centri Sociali PDF Stampa E-mail

28 Maggio 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 26-5-2019 (N.d.d.)

 

Questa mia posizione ha radici lontane, anche se naturalmente con la maturità oggi si esprime con contenuti un po’ diversi dalla mia fase giovanile. Ma lo spirito, ci tengo a sottolinearlo, è lo stesso. Chi mi conosce, lo sa. Questo pezzo non vuole essere una ricostruzione storica né tanto meno un tentativo di lettura sociologica, ma la spiegazione del titolo. Nasce dalla mia esperienza diretta (anche se non sono mai stato un frequentatore dei C.S. (centri sociali) e dalla elaborazione del fenomeno sulla base della mia posizione anticapitalistica. Questo ci tengo a precisarlo. Al di là dei vari distinguo sulle identità diverse, i C.S. nascono, nelle intenzioni dei promotori, con l’occupazione di spazi pubblici e privati ai fini di un’attività “sociale sul territorio” all’insegna della “democrazia diretta”. Al di là delle differenze, il tratto dominante è quello del libertarismo anarchico. Per esempio, lo storico Forte Prenestino di Roma nasce all’insegna dell’idea del “non lavoro” (infatti ogni anno il 1° maggio celebrano la festa del “non lavoro”).

 

La negatività di queste realtà ruota fondamentalmente intorno al fatto che, pur richiamandosi alla socialità, queste rimangono espressione di una marginalità quasi sempre estranea ai contesti sociali ai quali pure si richiamano. Una marginalità che nel corso del tempo è andata radicalizzandosi fino a diventare un vero e proprio marchio di fabbrica. Una marginalità che si è alimentata di cultura “antagonistica”. Un antagonismo praticato in modo soggettivistico e mai capace di sintonizzarsi con le realtà popolari, anzi spesso venendo in conflitto con esse. Un modo di agire che ha alimentato un’identità apparentemente “contro”. Ma contro chi? Prevalentemente contro la normalità del senso comune che non poteva riconoscersi in comportamenti considerati “estranei”. Un antagonismo tutto declinato all’insegna dell’alternativismo che un po’ alla volta ha cominciato ad allinearsi alle nuove tendenze partorite dalla trasformazione “trasgressiva” sempre più in linea con la destrutturazione della società impulsata da un capitalismo che aveva bisogno di “svecchiarsi” per accogliere la necessità di modificare i comportamenti sociali e renderli più adeguati all'ultra liberismo globalista. I C.S. sono diventati realtà di nicchia nelle quali si sono sviluppati modi di fare e di sentire del tutto funzionali alla necessità di un sistema che nella “liquidità” ha la sua pietra angolare. Un po’ alla volta nei C.S. la pratica è andata volgendosi verso l’affermazione individualistica della libertà. Libertà intesa come libertà di fare come si vuole e libertà da qualsiasi vincolo.

 

Perno dell’attività dei C.S. sono le attività “autogestite”, dalla musica alla ristorazione passando per iniziative sempre mirate alla “riappropriazione” di qualcosa. L’enfasi data alla “riappropriazione” (di qualcosa espropriata evidentemente dal “potere”) ha portato sempre più queste realtà ad assumere comportamenti arroganti e spesso violenti. Nate dalla convinzione che la bontà delle proprie rivendicazioni vanno imposte con la “pratica”. Per cui chi non concorda è considerato controparte con la quale non si interagisce ma che bisogna semplicemente mettere in condizione di accettare in un modo o nell’altro. La forza dei C.S. è andata crescendo con la loro capacità di “fare affari” (i concerti sono la fonte primaria delle proprie entrate) sempre rivendicando il diritto di non dover pagare servizi (locazioni e utenze varie…) e sempre trovando l’accondiscendenza di amministrazioni “progressiste” compiacenti che, pur a volte non condividendo certe “esagerazioni”, vedevano in essi la possibilità di avere militanza gratuita per azioni di contrasto alle forze politiche avverse. Motivo per cui l’antifascismo (“antifà”) è diventato il loro marchio di fabbrica. In nome dell’ “antifà” ogni azione è giustificata, per esempio l’impedimento di qualsiasi iniziativa considerata fascista o in odor di fascismo. Per cui sono sempre i primi ad intervenire per impedire anche fisicamente l’organizzazione di eventi ritenuti contrari al proprio orientamento. Arrivando alla costituzione di un vero e proprio politicamente corretto che, guarda caso (seppur in modo esasperato), si è incontrato con il politicamente corretto delle istituzioni “progressiste” globaliste. Per esempio, non si può organizzare una discussione all’università sul clima se non secondo i parametri dell’ambientalismo ideologico che parta dalla tesi del riscaldamento globale come inteso dai circoli istituzionali del bio-capitalismo. Ma di esempi se ne possono fare in quantità. Uno tra i tanti, l’intervento violento all’università di Bologna di qualche anno fa in conseguenza della decisione del rettorato di mettere i tornelli per controllare gli ingressi alla biblioteca. Decidiamo noi come gestire l’università, dissero, e così dispiegarono un’azione violenta volta a distruggere i tornelli e quant’altro. Insomma in qualsiasi circostanza devono essere loro a decidere cosa fare e come farlo. Naturalmente in nome della “riappropriazione” del sapere e altre amenità del genere. Con modalità dell’agire semplicemente squadristiche. Per non parlare della responsabilità che hanno avuto i C.S. nella pratica del consumo di sostanze stupefacenti e della propaganda militante della liberalizzazione delle droghe “leggere”. Il comune denominatore dell’agire “sociale” dei C.S. è un nichilismo libertario che farebbe impallidire gli stessi teorici classici del nichilismo.

 

È innegabile che i C.S. svolgano un’azione del tutto in sintonia con i dettami di una società ultraliberista che non può accettare nessun tipo di condizionamento. Basta considerare il linguaggio utilizzato. Un linguaggio onirico e strampalato, comprensibile solo a se stessi (a volte neanche). Basta dare un’occhiata alla locandina che pubblicizza il party-rave intitolato Amen (per la gioia del Vaticano) dello “Spin time labs” al quale il cardinale elettricista ha ridonato la corrente elettrica (per i “migranti” naturalmente”). “Balliamo per difendere i nostri spazi di libertà”, recita la locandina dello Spin. Evento, pubblicizzato con un post sui social, da vivere all’insegna del «no racism, no sexism, no homophobia, no transphobia, no violence”. Chiaro? E non mi si venga a dire che questo non sia l’agenda “trans” (umana) del bio-capitalismo ultraliberista.

 

Antonio Catalano

 

 
Italia complice PDF Stampa E-mail

27 Maggio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 21-5-2019 (N.d.d.)

 

L’Italia sta in mezzo alle guerre del Golfo ma se ne accorge soltanto adesso che è attraccata una nave saudita a Genova con un carico di armi. Ogni giorno l’aviazione comandata dal principe assassino Mohammed bin Salman, il mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, scarica ordigni italiani su bersagli inermi. Codice A4447: è il numero inciso sulle bombe italiane, da 500 a 2mila libbre sganciate dai sauditi sullo Yemen e prodotte in Sardegna dalla tedesca Rwm. Siamo già complici, consapevoli e informati delle stragi dei civili compiute da Riad con l’assenso della comunità internazionale. Anzi ci guadagniamo pure.  Non possiamo dire di non sapere. Persino il pubblico della Rai lo sa, visto che la tv di stato ha trasmesso già tempo fa il documentario “Doppia Ipocrisia” incentrato sulla fabbrica italiana di armi RWM a Domusnova, Sardegna, filiale della tedesca Rheinmetall (“il metallo del Reno”), uno dei colossi tedeschi nella produzione di armamenti. Lo stesso vale per la crisi dell’Iran. In caso di guerra saranno infatti coinvolte le basi americane in Sicilia a Sigonella e Niscemi, oltre che al Nord, come già accaduto più volte negli ultimi trent’anni di conflitti. Proprio per questo il governo italiano dovrebbe convocare l’ambasciatore americano per consultazioni. Trump, dopo avere mosso le truppe nel Golfo, ha minacciato di cancellare l’Iran: vogliamo forse un’altra guerra?

 

L’ambasciatore Usa Lewis Eisenberg, prima della firma dell’accordo con la Cina sulla Via della Seta, ha fatto irruzione nel nostro ministero degli Esteri chiedendo con toni arroganti che non firmassimo l’intesa con Pechino. Il nostro è stato l’unico Paese del G-7 a sottoscrivere questo accordo ma l’Italia, tra i principali Paesi europei, è quello che ha il minore interscambio con Pechino: cinque volte meno della Germania, la metà di Francia e Gran Bretagna. Ora, di fronte alla tracotanza americana, dovremmo subito chiedere all’ambasciatore Usa se gli Stati Uniti intendono portare un altro conflitto alle porte di casa nostra e magari chiederci pure le basi militari. Dopo quanto accaduto con la Libia sembra il minimo. È quasi ovvio che i  nostri politici non lo faranno ma se fossimo uno stato sovrano - cosa che non siamo a dispetto dei sovranisti di casa nostra -  dovremmo rendere chiaro che le nostre basi non sono disponibili per i seguenti motivi. Recita la nostra Costituzione: all’articolo 11: “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Inoltre: 2) abbiamo aderito a un trattato internazionale con l'Iran sul nucleare sotto l’egida dell’Onu e della Ue, 3) con lo stesso Iran abbiamo firmato accordi economici bilaterali per 27 miliardi di euro fatti saltare dalle sanzioni Usa, 4) dopo la guerra di Libia si profila un altro conflitto portatore di destabilizzazione in una vasta area, dal Medio Oriente al Mediterraneo, e probabili ondate di profughi. Può bastare?

 

Alberto Negri

 

 
La censura di Facebook PDF Stampa E-mail

26 Maggio 2019

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Da Appelloalpopolo del 23-5-2019 (N.d.d.)

 

Pochi giorni fa è stata pubblicata la notizia che Facebook ha bloccato 23 pagine, tutte legate all’area politico-culturale populista di destra oppure simpatizzanti dell’attuale governo giallo-verde. La segnalazione della presenza di questi siti e dei loro contenuti, considerati non conformi alle regole del social, sarebbe partita da Avaaz.org, una ONG americana di ispirazione liberale fondata da Ricken Patel, persona notoriamente vicina alla Rockfeller Foundation. La motivazione di tale oscuramento era che le pagine avevano violato l’etica del social in tema di migranti, vaccinazioni e antisemitismo. Come era prevedibile, nei giorni successivi sono stati pubblicati articoli indignati da parte di chi invece ha fatto parte di tali gruppi Facebook o semplicemente simpatizzava per i contenuti e per la cultura politica che esprimevano. Si è gridato alla “censura” e alla “limitazione della libertà di espressione”. In senso assoluto questa denuncia può essere considerata vera: aver chiuso alcune pagine solo perché esprimevano precise idee su obbligo vaccinale o immigrazione corrisponde di fatto ad una limitazione della libertà di parola, e rappresenta sicuramente un appoggio palese alle posizioni politiche opposte. Ma il punto non è questo. In tutte le considerazioni indignate sulla “censura” mancava un particolare importantissimo: Facebook è un social prodotto e gestito da una società privata statunitense.

 

Un social network privato deve essere considerato alla stregua di un’associazione bocciofila: si tratta di una struttura formata da privati cittadini, si dota delle regole e delle limitazioni che ritiene opportune e non può esservi un obbligo di legge che preveda che ogni possibile attività sia necessariamente svolta al suo interno. Se una bocciofila scrive nel proprio statuto che non si possono giocare partite con bocce di colore giallo, ha tutto il diritto di farlo ed è ridicolo che qualche iscritto strilli alla “limitazione della libertà” nell’associazione, specialmente se questa è stata fondata in un paese straniero con altre leggi societarie: se ciò non gli piace, cambi pure bocciofila e si iscrivi ad un’altra più tollerante nei confronti dei colori delle bocce. Fuori di metafora, se il comportamento di Facebook a qualcuno non piace la soluzione è semplicissima: se ne esce e si sceglie un altro social. Facebook non è un diritto. È una struttura privata e non ci si può aspettare che il privato rispetti per forza le regole di libertà assoluta e universale da parte di chi scrive, specialmente se il proprietario di questa struttura è uno dei più ricchi oligarchi americani che risponde al nome di Mark Zuckerberg. Quello che invece manca oggi è un social network pubblico, gestito dallo Stato e a disposizione di tutti i cittadini. In un sito del genere sarebbe corretto applicare le norme di sicurezza e di libertà d’espressione previste dalle leggi della Repubblica, per cui diverrebbe un luogo in cui ognuno potrebbe esprimere sicuramente la propria opinione nel rispetto delle normative vigenti e senza ulteriori restrizioni che vadano a simpatia ed antipatia. L’iscrizione ad un social pubblico dovrebbe essere un diritto del cittadino, e l’esclusione di un iscritto da esso dovrebbe essere possibile solo a fronte di comprovate rilevanze penali. Tuttavia coloro che si sono indignati per le pagine Facebook recentemente chiuse, spesso appartengono a quell’area politico-culturale liberista che per venticinque anni ha gridato alle privatizzazioni. Se si privatizza l’informazione, non si può poi pretendere che il privato si comporti come un servizio pubblico, magari con maggiore correttezza. Il privato si comporta come i suoi personali ed egoistici interessi gli indicano. E se questi interessi gli dicono di oscurare siti che parlano di vaccinazioni, lo fa: è il mercato, bellezza.

 

I liberisti non hanno mai capito, o fingono di non capire, o sono troppo stupidi per capire che privatizzare un servizio non solo non corrisponde necessariamente a migliorarne le qualità, ma comporta anche lasciare nelle mani e all’arbitrio di una ristretta cerchia di oligarchi la decisione se erogare o meno il servizio stesso, e a chi.

 

Marco Trombino

 

 
Un flagello biblico PDF Stampa E-mail

24 Maggio 2019

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Due spettri si aggirano per l'Europa: no, non sono il populismo e il sovranismo dilaganti, per la disperazione del pensiero mainstream dominante e che possono fare il "pieno" alle Europee del 26 maggio ma la mosca sputacchina e il batterio gram-negativo della classe Gramproteobacteria e di cui l'insetto prima menzionato funge da vettore. Tale accoppiata micidiale produce "xylella fastidiosa", una pericolosissima malattia che colpisce oltre all' ulivo altri 500 tipi di piante utili per l' agricoltura e che, dal 18 ottobre 2013 ad oggi, ha provocato solo in Salento danni al settore dell' olivicoltura per 1 miliardo e 200 milioni di euro, ha colpito una quantità impressionante di ulivi -chi dice 10, chi 12, chi 21 milioni- in tutta la Provincia di Lecce e in alcune parti delle Province di Brindisi e ora di Taranto: gli ultimi focolai si sono infatti accesi nel tarantino e ciò è preoccupante, in quanto il batterio potrebbe prendere una seconda direttrice sud-occidentale verso il materano e da qui il passo verso le Calabrie e il salernitano, nei prossimi anni, sarebbe assicurato. Intanto la produzione salentina è crollata del 68%, frantoi e aziende agricole sono in ginocchio, una intera categoria rovinata, un prodotto simbolo del "Made in Italy" rischia l'estinzione e Paesi produttori secondari come Grecia, Tunisia e Marocco hanno incrementato le vendite a nostro discapito.

 

Recentemente l'EFSA, l'Agenzia europea per la Sicurezza Alimentare, ha lanciato un allarme: xylella fastidiosa non minaccia solo il Salento ma l'intero territorio europeo. Pericolosi focolai si stanno accendendo in Corsica, in Francia, alle Baleari, in Portogallo e in Belgio: sì, in Belgio, a piante ornamentali, così come in Germania. Ritengo veramente vergognoso e assurdo come questo flagello biblico, che colpisce il periferico Salento oggi e che potrebbe espandersi a macchia d'olio domani, non meriti nell' informazione di massa alcun posto rilevante: qualche servizio ogni tanto nei TG (e solo quando vanno coi trattori a protestare a Bari dinnanzi alla Regione), trafiletti nelle pagine interne della stampa, poi il silenzio assordante. Viviamo in ben strani e incomprensibili tempi, dove intelligenza e discernimento si stanno seccando come i rami degli ulivi colpiti dal batterio, che chiude i vasi linfatici. Tutti, oggi, si sono scoperti "ambientalisti" e fanno gli scioperi sul clima che cambia per "colpa dell'uomo". Premesso che il clima è mutevole in sé da che esiste il Pianeta -noi stiamo vivendo in una fase interglaciale che da 12 millenni permette lo sviluppo dell' agricoltura- e che la teoria del riscaldamento antropico non è condivisa da tutti gli scienziati- anche se oggi se sei negazionista vieni emarginato, alla faccia del "dubbio" che dovrebbe essere il sale della vera Scienza- questa confusione totale mentale tra i verbi "inquinare" e "modificare"(il clima) fa sì che il problema cada nell' astrattismo puro, perché è inutile pensare di fare battaglie perse per "tenere sotto controllo"(ma di che? ma di cosa?) il clima, come se il clima, vedete voi, fosse un "climatizzatore" e noi avessimo il telecomando per decidere la temperatura della stanza, schiacciando i tasti più e meno. Questa è follia demenziale, che serve solo a mettere lo sporco sotto il tappeto. E lo sporco è che noi questo povero Pianeta lo stiamo massacrando totalmente, col nostro "sviluppo" e con la "crescita". Fare "scioperi" (virgolettato, perché gli scioperi furono un tempo una cosa seria e drammatica) per fluttuazioni, oscillazioni climatiche, che di per sé sono naturali, non porta a nulla e non porta a nulla fare altri scioperi contro l' "Overshooting day" senza poi mettere davvero in discussione tutta la baracca e magari fregandosene dei problemi veri, quelli che fanno davvero "bruciare la casa" come dice la Thunberg.

 

La mobilitazione delle coscienze dovrebbe essere per tutti quei grandi problemi e disastri come ad esempio xylella fastidiosa, vera, grande, autentica minaccia non solo per gli ulivi ma per i mandorli, i sicomori, i susini, gli olmi, gli ontani, anche la vigna -come succede da anni negli USA- e che potrebbe fare col tempo vere piaghe bibliche. Qualcuno storcerà il naso: xylella è un batterio, è una cosa naturale, che c'entra l'uomo? C'entra eccome: perché secondo alcuni studi questa versione di xylella è stata importata dal Costa Rica, grazie alla faciloneria con cui la globalizzazione esporta tutto e tutti, dai virus ai popoli e poi perché più che del batterio, gli ulivi sono morti di burocrazia e di lentezza e di menefreghismo totale. Non ho tempo di riassumere tutta la vicenda, il tempo perso, la faciloneria, il pressapochismo, corsi e ricorsi, regolamenti e burocrazia asfissiante, interventi del TAR, delle Procure e chi diceva a mani basse che fosse una "fake news". Tempo perso e danni enormi, col batterio che ha dilagato, perché la sputacchina se ne fotte della politica, dei regolamenti regionali/provinciali/nazionali/europei/direttive e quant' altro e continua a fare da vettore. Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur, si diceva un tempo.

 

Infine deve far riflettere una cosa: oltre il 60% delle piante infette sono su terreni abbandonati. L' abbandono dei terreni è un'altra piaga enorme, l'abbandono della terra porta solo a questi frutti amari. Un tempo settore primario -e detto non a caso- oggi l'agricoltura è abbandonata a sé stessa, soffocata da norme e regolamenti astrusi, gli agricoltori abbandonati e indebitati, la burocrazia lenta e asfissiante, tanto che non conviene per molti andare avanti. Eppure da una agricoltura deburocratizzata e con seri incentivi e aiuti, con sostegni e incentivi alla creazione di cooperative di piccoli e medi produttori, con una politica dei prezzi che renderebbe più appetibile il ritorno alla terra, alla produzione, nascerebbero innumerevoli benefici e anche ricchezza.

 

Mi fermo qui, lancio un sasso sperando che qualche Thunberg leccese lo raccolga senza mettersi davanti alla scuola con cartelli di "sciopero", ma al contrario che mobiliti davvero le coscienze per far pressione, pressione vera per il contenimento del contagio, per un autentico ritorno alla terra, alla buona agricoltura, alle buone pratiche agricole e alla rinascita di quel meraviglioso patrimonio oleicolo salentino di cui il "Bel paese dove 'l sì suona" dovrebbe andare orgoglioso, fin quasi superbo.

 

Simone Torresani

 

 
La fine del paradigma meccanicistico PDF Stampa E-mail

23 Maggio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 21-5-2019 (N.d.d.)

 

Il numero di libri di scienziati che trattano problemi un tempo riservati ai filosofi è in aumento. In particolare, si possono leggere scritti di scienziati che si allontanano sempre più da quel paradigma meccanicista cartesiano-newtoniano che era caratteristico della scienza fino ad alcuni decenni orsono e che costituisce ancora il sottofondo di quella che viene divulgata come l’unica “scienza”. Un esempio è costituito dal libro “Oltre il biocentrismo” di Robert Lanza con Bob Berman (Il Saggiatore, 2016). Non solo la Vita è vista come fenomeno unico, senza discontinuità particolari, ma l’autore si pone domande più profonde esaminando il fenomeno “morte” come interno al fenomeno globale “Vita” e soprattutto vedendo il tutto alla luce della nuova scienza quantistica, in cui nulla è separabile nell’Universo (entanglement). La fusione mente-materia è ormai completa, del dualismo cartesiano non è rimasta quasi nessuna traccia. Dopo l’inizio con i quanti di Planck, dopo l’indeterminazione di Heisenberg e l’interpretazione di Copenhagen di Niels Bohr, l’aspetto mentale (all’inizio l’osservazione) è rimasto indissolubilmente legato alla materia, anche nei successivi studi sulla dinamica dei sistemi complessi, dove si manifestano fenomeni mentali. Come esempio, riporto un brano del libro, che fornisce un’idea di come viene trattato il problema:

 

“…In verità, significa che esiste una realtà soggiacente l’universo che ne connette tutti i contenuti. In questo luogo non esistono separazioni tra una cosa e l’altra. Questo regno crea degli eventi che si materializzano nello spazio-tempo, nel cosmo fisico osservabile. Proviamo a dirlo in altri termini. La fisica classica non permette connessioni istantanee tra gli oggetti o, almeno, non nell’universo in cui abbiamo sempre immaginato di vivere. Per coprire la distanza tra – poniamo – la Terra e Saturno, alla luce serve più di un’ora, all’astronave migliore servono alcuni anni. È una separazione vera. Tuttavia, allo stesso tempo, questo spazio è parte integrante di un sistema unitario nel quale gli oggetti sulla Terra e su Saturno sono in contatto simultaneo. Un esperimento dopo l’altro suggeriscono che noi – la coscienza, la mente – creiamo lo spazio e il tempo, e non il contrario. Senza la coscienza, spazio e tempo non sono nulla. Questa coscienza è correlata con gli oggetti del regno spazio-temporale. La conclusione sembra inevitabile: il cosmo è pervaso dal regno della mente, le cui osservazioni fanno sì che gli oggetti si materializzino, assumano una proprietà oppure un’altra o saltino da un posto all’altro senza attraversare alcuno spazio intermedio. È stato detto che questi risultati eludono una comprensione logica. Però si tratta di veri esperimenti, riprodotti ormai così tante volte che nessun fisico li mette in discussione. Come disse una volta il premio Nobel per la fisica Richard Feynman: “Penso che si possa tranquillamente affermare che nessuno capisce la meccanica quantistica. […] Non continuate a ripetere a voi stessi, se riuscite a evitarlo: “Ma come può essere?”, perché finirete intrappolati in un vicolo cieco dal quale, finora, nessuno è sfuggito”. Ma il biocentrismo dà un senso a tutto questo, per la prima volta, perché la mente non è secondaria a un universo materiale, bensì è una con esso. Noi siamo più dei nostri singoli corpi, eterni anche al momento della morte. Questo è il preludio indispensabile per l’immortalità”. (Pag. 91 – fine capitolo 8)

 

Come osservazione, si può notare che il termine “meccanica quantistica” non rende appieno il nuovo paradigma, dato che la fisica quantistica è in realtà una non-meccanica e in questo richiama certamente i fondamenti di molte filosofie di origine orientale. Come ulteriore esempio, nel capitolo 9 è riportata la seguente affermazione di un lontano passato, ma fuori dall’Occidente: Il Grande Inizio produsse il vuoto, e il vuoto produsse l’universo. (Liu An, Huainanzi,II secolo a.C.) Un altro esempio: “L’anima esiste, a dimostrarlo è la fisica quantistica. Una recente ricerca dei fisici quantistici di fama mondiale Dr Stuart Hameroff e il Dr Sir Roger Penrose dimostrerebbe che l’anima sarebbe costituita da informazioni quantistiche in grado di lasciare il corpo dopo la morte fisica e ritornare nell’Universo.” (tratto da https://www.viagginews.com/2018/11/08/lanima-esiste-a-dimostrarlo-e-fisica-quantistica/) Ora mi sia consentito qualche commento:

 

Il termine “anima” è fuorviante, perché in Occidente e nella nostra tradizione significa qualcosa di individuale, permanente, indivisibile. Molto meglio sarebbero parole come psiche, mente, inconscio, o simili, senza confini precisi. I ragionamenti sopra accennati valgono anche per un orango, un passerotto, un albero, o altri sistemi ad alto grado di complessità; tutto questo non è stato messo nella dovuta evidenza. Infine si noti la somiglianza di queste idee con quelle riportate da un antico testo indiano:

 

I fiumi, o caro, scorrono, gli orientali verso oriente, gli occidentali verso occidente. Venuti dall’Oceano celeste, essi nell’Oceano tornano e diventano una cosa sola con l’Oceano. Come là giunti non si rammentano di essere questo o quest’altro fiume, proprio così, o caro, i viventi, che sono usciti dall’Essere, non sanno di provenire dall’Essere. Qualunque cosa siano qui sulla Terra – uomo, tigre, leone, lupo, cinghiale, verme, farfalla – essi continuano la loro esistenza come Tat. Qualunque sia questa essenza sottile, tutto l’Universo è costituito di essa, essa è la vera realtà, essa è l’Atman. Essa sei tu, o Svetaketu. (Chandogya Upanishad, 10° khanda).

 

Guido Dalla Casa

 

 
La fantomatica minaccia dello spread PDF Stampa E-mail

22 Maggio 2019

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Da Comedonchisciotte del 19-5-2019 (N.d.d.)

 

E rieccoci con lo spread!  Su tutti i media (tv e stampa) ancora (ri-)rimbomba l’aumento dello spread delle obbligazioni statali italiane. (Si tratta del differenziale di tasso di rendimento, ossia degli interessi da versare, dei titoli di Stato italici in vendita rispetto al tasso dei titoli tedeschi, e l’aumento del differenziale significa che crescono gli interessi. Una prima domanda: perché il referente dei titoli tedeschi? E non quelli, che so, o Usa o russi o giapponesi, etc.? Risposta: non perché l’economia tedesca sia “inossidabile” e “centrale”, ma perché fu cosí deciso a suo tempo, Usa in prima fila.) Tale spread è (sarebbe) giunto a 290 poi 300 punti, dopo sceso a 284. (Seconda domanda: chi decide questo differenziale? La risposta mediatica corrente è: «i mercati», dei fumosi, vaghi, inafferrabili, «mercati» che considerano, valutano, attuano … È del tutto falso: tale differenziale viene deciso dalle centrali del grande capitale finanziario, tedesche, inglesi, statunitensi, etc.) Tutti i media gridano che lo spread è aumentato, quindi gli interessi da pagare sui titoli di Stato sono aumentati, e la principale “colpa” è di Salvini, ma anche del governo di cui Salvini è vice-premier e ministro degli Interni. In realtà Salvini, nella sua campagna elettorale permanente, fra le sue boutades, alcune delle quali, be’ diciamo … almeno “opinabili”, ne ha sparata una valida: “se occorre si sforerà il 3% di deficit rispetto al Pil”. Si noti la moderazione: “se occorre”. Ma è (sarebbe) senz’altro giusto accrescere la spesa in deficit se si volesse condurre un massiccio intervento statale di sostegno e sviluppo sul piano economico (sono le politiche che si dicono keynesiane, e si badi bene che non si tratta dell’economia “in sé” e “per sé”, ma dell’economia capitalistica, ossia siamo sempre nell’ambito del capitalismo, solo reso piú “resistente” e con maggiori sicurezze per le classi subalterne; questo va detto rispetto ai tanti, ai piú, che confondono il keynesismo con misure socialiste). Però l’uscita di Salvini significa anche riservarsi di poter fare in barba all’Ue tale sforamento (eventuale, futuro, futuribile: da tenere presente la cura attenta del governo «giallo-verde» a non oltrepassare i parametri dell’Ue, per cui dichiarazioni affini in passato sono rimaste … discorsi). Comunque le forze politiche di opposizione (cioè della reazione contro ogni cambiamento dello status quo precedente) e il 99% dei media battono e ribattono il tamburo: “il governo fa gravare altri costi sulle spalle degli italiani”, “il governo è incapace, è dannoso, deve cadere”, e via rimbombando. Sotteso: “come era bravo Monti, che salvò l’Italia, insieme alla Fornero”, “come andava bene il paese con i governi sostenuti da Pd e FI”, “come si andava bene con il governo piddino”, “come si andava bene con il rigore, l’austerità, l’obbedienza ai parametri Ue” …

 

Arriviamo alla sostanza: è tutta una balla colossale, una falsificazione immensa. E va scandito e ribadito e gridato con l’altoparlante il perché: 1) se vi fossero adesso delle aste, ossia se tale tasso maggiorato a 284 punti fosse effettivo e avesse ora una ricaduta, riguarderebbe solo una quota minima degli interessi da versare sul debito e, di piú, scaglionati dai dieci ai trent’anni prossimi; 2) ma soprattutto, e si badi bene che questo è fondamentale, non ci sono state altre aste di vendita di titoli di Stato, né ci saranno per circa altri tre mesi (e si consideri la variabilità costante dei “dati” dello spread), dunque lo spread a 284 punti non riguarda precisamente … proprio niente. Abbiamo solo una fantomatica minaccia che viene agitata da parte delle centrali del grande capitale transnazionale della «globalizzazione» scatenata e del liberalismo sfrenato su tutti i piani, dei suoi «organismi» come appunto l’Ue, delle forze della reazione contro ogni cambiamento al loro servizio, dei media connessi e finanziati. Il tentativo è stato, ed è, quello di ricostruire il “clima dello spread” del 2011, che portò al «golpe bianco» di Napolitano (con una suite di altri tre …). Ma non pare che tale “offensiva” funzioni: questa riedizione dell’“attacco” sembra in gran parte spuntata. Ultima notazione: il ministro dell’Economia, Tria, il vicepremier e ministro del Lavoro e Sviluppo, Di Maio, con avallo del presidente del Consiglio, Conte, sono intervenuti affermando: “non si sforeranno i parametri Ue”. Capisco i motivi di concorrere a stemperare l’“attacco”. Ma,, francamente, trovo negative queste prese di posizione: sia perché accreditano il valore di queste minacce sullo spread e continuano a insistere su un quadro asfittico, limitato e limitante, di politica economica, con un’ossequienza all’Ue che non è dovuta (né la si deve volere: ha dimostrato di essere rovinosa); sia, infine, perché non ce n’era bisogno e occorreva, invece, una campagna contro balle del genere, e sono proprio queste le notizie false (cosí si dice in italiano: perché mai si deve dire fake news?).

 

Mario Monforte

 

 
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