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Il sonno dell'etica genera mostri PDF Stampa E-mail

25 Ottobre 2017

 

Da Appelloalpopolo del 22-10-2017 (N.d.d.) 

 

Il sonno della ragione genera un adulto simile ad un bambino capriccioso, attratto da immagini, colori, suoni anche caotici e preso dal soddisfacimento di bisogni primari e materiali. Il sonno della ragione nella società attuale è facilitato dal ritmo veloce cui siamo ormai avvezzi nello svolgimento delle attività lavorative e di svago. Nel bambino la continua e veloce esposizione a stimoli esterni sottrae la sensazione della noia (ben nota ai bambini e agli adolescenti delle passate generazioni), utile perché porta con sé la necessità di applicarsi per risolverla, con benefici effetti sulla creatività e sulla capacità di diventare autonomi (cioè capaci di organizzare da sé la propria vita). Dei benefici della noia sui bambini si è occupata la pedagogia.

 

Nell’adulto l’accelerazione dei ritmi mortifica la capacità di valutare e reagire. Uno dei motivi dell’incapacità di organizzare una seria ribellione lamentata oggi con stupore da chi si sente sempre di più sprofondare in una società ingiusta è data dal ritmo veloce degli stimoli. Le notizie si susseguono con una rapidità tale da impedire un sentimento di indignazione che sfoci in valutazione critica e conseguente e coerente reazione. I mass media bombardano di immagini in rapida successione e informano di tutte le nefandezze che il potere dovrebbe aver interesse a nascondere, perché, paradossalmente, più nefandezze conosciamo (in rapida successione), più la nostra criticità è offuscata. Il ritmo delle trasmissioni televisive è rapidissimo (provate a guardare una trasmissione di dieci anni fa). Nei dibattiti televisivi chi voglia capire per valutare è ostacolato dalla velocità imposta dal moderatore che sembra terrorizzato dalla possibilità che l’utente possa annoiarsi di fronte ad una lenta e comprensibile riflessione. Il moderatore spesso inizia a parlare qualche secondo prima che il suo interlocutore abbia terminato il suo discorso. Per qualche secondo le loro voci si sovrappongono a discapito della ricezione; evidentemente la priorità è il ritmo veloce. Questo ritmo, lo ripetiamo, ostacola la valutazione critica congrua e lucida. Diventa più difficile e faticoso fare scelte consapevoli e si preferisce delegare, puntando, come un adolescente che ancora ha bisogno di un riferimento di tipo autorevole – genitoriale, sull’uomo solo al comando. L’accelerazione dei ritmi finisce col favorire un modello autoritario.

 

Recentemente la ministra Fedeli ha addotto come motivazione dell’uso del cellulare a scuola il fatto che la scuola non possa essere estraniata dalla realtà sociale. In realtà, in una scuola che si occupa della formazione, non è bene assecondare il ritmo veloce dell’acquisizione di conoscenze con il rischio che la quantità prevalga sul livello qualitativo. La motivazione addotta dalla ministra si inquadra perfettamente nell’ideologia dominante secondo cui le sovrastrutture normative debbono assecondare la realtà, senza preoccuparsi di quanto questa realtà vada nella giusta direzione. Cosicché non solo lo Stato limita il suo intervento riequilibratore e redistributivo, ma addirittura diventa il guardiano delle storture del mercato. Questo comporta l’espulsione dell’etica dalle scelte politiche. E il sonno dell’etica genera mostri.

 

Claudia Vergella

 

 
L'autoassoluzione delle Úlites PDF Stampa E-mail

24 Ottobre 2017

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Da Rassegna di Arianna del 22-10-2017 (N.d.d.)

 

Quello dell’affermazione dell’estrema destra in Austria non è per nulla   un fulmine a ciel sereno: anzi, è    da molti punti di vista una “novità annunziata”, se non un’evenienza scontata. Inutile il meravigliarsi; grottesco il preoccuparsi oltre un certo segno; ridicolo il correre all’impazzata alla ricerca nevrotica dei “responsabili” o chiedersi “dov’è che abbiamo sbagliato”. Fanno ridere quelli – e sono tanti: date un’occhiata ai soliti bloggers – che al riguardo resuscitano il fantasma delle elezioni tedesche del ’33 o fanno finemente osservare che in fondo l’Austria è il paese di Adolf Hitler (lo è anche di Mozart e di Beethoven: e allora?).  Se i polacchi dedicano sfilate e pubbliche recite di rosario al pericolo islamico, se in Italia quattro ragazzacci che fanno qualche saluto fascista provocano progetti di legge insensati che rubano tempo prezioso a un parlamento che dovrebb’essere in più serie faccende affaccendato, tutto ciò vuol dire che siamo in un momento di estrema confusione e di serio disorientamento. Ma che cosa volete aspettarvi da un mondo sconvolto dai vaneggiamenti di un avventuriero malauguratamente pervenuto a occupare (si spera il meno a lungo possibile) la Casa Bianca?

 

I problemi connessi con la crisi che in questo momento sta sconvolgendo un Islam travolto dalla lotta tra sunniti e sciiti e percorso dal soffio della tentazione terroristica, con la congiuntura che continua a negare il lavoro a gran parte degli europei e soprattutto degli italiani (per quanto gli indici delle fonti ufficiali ci assicurino della ripresa in atto), con l’ondata di ferocia almeno in apparenza ingiustificata che scuote il mondo e moltiplica i più atroci e insensati delitti,  convergono nell’obbligarci a una diagnosi impietosa sullo stato di salute di buona parte dell’umanità; mentre un’altra buona parte di essa è in cammino dal sud diseredato verso il nord nel quale non abita più il benessere, bussa alle nostre porte, chiede di entrare e riceve risposte schizofreniche e contraddittorie.  In tale contesto può succedere di tutto: il riemergere di antichi miti e di antichi mostri, l’affiorare delle aspirazioni a “piccole patrie” nelle quali rifugiarsi contro l’arroganza di sistemi politici invecchiati e inefficienti, i sogni d’impossibili chiusure e quelli di non meno impossibili utopìe. Succede di tutto, quando il crescere della disinformazione e la crisi della coscienza civile provocano l’abbandono dei concreti orizzonti politici quelli che riguardano “l’arte del possibile”. Il brexit inglese, l’impennata del sovranismo e del neomicronazionalismo in vari paesi del nostro continente, la crisi catalana, pur con caratteri differenti e in un certo senso opposti, sono tutti sintomi, anzitutto, di un fatto emergente: la fine diffusa e generalizzata della fiducia di quel progetto unitario europeo che, nato come fatto eminentemente economico-finanziario, si è rivelato più che un bluff un vero e proprio inganno. Da anni eravamo in attesa che si compisse un miracolo ch’era pure nei voti di molti e che sembrava inscritto nell’ordine naturale delle cose: il progresso dal livello economico-finanziario dell’Unione Europea verso l’obiettivo di un’autentica unità politica, non importa poi molto se d’ordine federativo o confederativo. Ma l’Unione Europea era un organismo fatto di governi e di burocrazie: di stati, forse, non di popoli e di nazioni. Anche dinanzi al pericolo terroristico e ai problemi posti dalla migrazione ci aspettavamo una risposta concreta e unitaria. C’ingannavamo. Pensate come l’Unione Europea ha risposto alla crisi greca, ponete mente a come essa ha di fatto – al di là delle belle promesse e delle ferme assicurazioni – lasciati soli anche noi italiani. Insomma, pensate quello che vi pare se gente alla quale troppo frettolosamente qualcuno ha affibbiato l’etichetta di “neonazista” pretende – come ha già fatto in Polonia, in Ungheria, e ora sta facendo in Austria –  di chiudersi su se stessa, di rispondere con la politica del riccio (o con quella dello struzzo?) a problemi a anche a pericoli incombenti e che riguardano tutti. Ma chiedetevi che cosa fino ad oggi hanno fatto i seri moderati, i politici concreti e sperimentati, i saggi detentori del potere in Occidente, per risolvere i problemi attuali. Domandatevi se essi hanno mai risposto alle vere emergenze del mondo contemporaneo con strumenti che non fossero l’inadeguatezza, l’incompetenza, addirittura la disonestà: perdendo con ciò la fiducia dei governati che, mentre si dibattono prigionieri di autentiche difficoltà, vedono le loro classi dirigenti giocare con le alchimie dell’ingegneria elettoralistica vòlta a salvare le loro poltrone e i loro stipendi. Badate, l’Italia in questo gioco al massacro della fiducia può anche essere all’avanguardia: ma il trend è quasi comune: se la May piange Macron non ride, Rajoy ha poco da ridere e la Merkel farebbe meglio a preoccuparsi più di quanto non faccia.

 

Un bel giochetto di prestigio, quello delle élites liberal-moderate europee. Da oltre un secolo, esse usano assolversi in modo sistematico da ogni traccia di addebito che li riguardi. Evidentemente Dio è con loro e lorsignori hanno la verità in tasca. Le cose sono andate male? Fino al 1945, è stata tutta e solo colpa di Hitler; poi di Stalin e di quei mascalzoni dei comunisti; infine dei fanatici fondamentalismi islamici. Loro no: loro sono sempre innocenti, sono sempre dalla parte del giusto e del vero. Se oggi il mondo è in mano a un pugno di lobbies che procedono sicure verso una concentrazione dei poteri e delle ricchezze (e dunque verso un generale impoverimento delle moltitudini del mondo), se sono sempre più numerosi i ragazzi costretti a tentar l’avventura d’una sistemazione all’estero o scoraggiati al punto da darsi alla droga, al suicidio o magari all’ingaggio nei ranghi dei foreign fighters terroristici, la colpa non è mai di lorsignori. E se gli elettori, stanchi, li abbandonano per darsi ai populismi e magari ai “neonazisti”, la colpa è degli elettori che sbagliano, non di chi propone loro scelte fumose e inefficaci atte solo a ribadire il suo potere. Questo c’insegna il “caso” austriaco. E non sarà né l’ultima, né la più dura delle lezioni che ci vedremo impartire. Avanti quindi: continuate pure col giochetto delle leaderships, delle “primarie” e delle coalizioni”. Continuate pure ad eludere i problemi che contano. Continuate, come dice Nanni Moretti, a farvi (e purtroppo a farci) del male.

 

Franco Cardini

 

 
Il pensiero tradizionale PDF Stampa E-mail

23 Ottobre 2017

 

L’uomo moderno si pone il problema dell’esistenza o meno di Dio, essendo l’esistenza delle cose l’unica realtà per lui evidente, quando secondo la metafisica di tutte le tradizioni il problema è l’esistenza o meno delle cose, essendo Dio l’unica realtà evidentemente esistente

 

Stefano Di Ludovico

 

 
Sulle piccole patrie PDF Stampa E-mail

22 Ottobre 2017

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Domenica 22 ottobre in Veneto e in Lombardia si terrà un referendum consultivo per dare a alle nostre Regioni una maggiore autonomia. Il quesito referendario del Veneto è volutamente generico: «Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di Autonomia?». Questa “genericità” riflette lo scopo della consultazione: promuovere una riforma legislativa e non abrogare o modificare una legge. In Veneto il quorum richiede la partecipazione del 50% più uno degli aventi diritto al voto. Trattandosi di un referendum “politico” la partecipazione dovrebbe superare il 60 per cento, accompagnata dalla schiacciante maggioranza dei SI. Il fine del nostro referendum è mandare un segnale forte al governo e alle Regioni del Sud: il Veneto e la Lombardia ambiscono a un modello di autonomia pari a quello delle regioni a statuto speciale; vogliono trattenere per sé la maggior parte dei tributi raccolti e avere maggiori poteri per governare il territorio. Richieste legittime e sensate, per questo andrò a votare e inviterò a farlo.

 

Il Veneto e la Lombardia votano per l’autonomia, la Catalogna ha votato per l’indipendenza. L’autonomia non lede l’unità nazionale, è solo un trasferimento di poteri dallo Stato agli enti territoriali minori (Regioni e Comuni) accompagnato da una diversa spartizione delle risorse tra centro e periferia. L’indipendenza prevede invece la rottura dell’unità nazionale: attraverso la secessione di una parte del territorio e la nascita di una nuova nazione (la disgregazione dell’ex Jugoslavia, l’indipendentismo catalano e quello curdo); oppure, con la modifica dei confini nazionali in base ad aggregazioni etnico - linguistiche (l’irredentismo italiano).

 

Il nostro ordinamento non riconosce al Veneto e alle altre Regioni il diritto di “secessione”. L’Italia è una e indivisibile, recita l’articolo 5 della Costituzione. Un principio che il trattato di Osimo del 1975 non ha disatteso cedendo la nostra Istria alla Jugoslavia. Quello di Osimo è un trattato internazionale che ha modificato i confini nazionali a seguito di una guerra perduta, fattispecie prevista dall’art. 80 della Costituzione: «Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica, o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio od oneri alle finanze o modificazioni di leggi». In base al principio della nazionalità propugnato dal presidente americano Woodrow Wilson, la Dalmazia venne annessa al Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni con l’eccezione di Zara (a maggioranza italiana) e delle isole di Lagosta, Cherso e Lussino che furono date all’Italia. L’Istria a seguito della vittoria italiana nella prima guerra mondiale divenne parte del regno di Italia: trattato di Saint Germain en Laye (1919) e trattato di Rapallo (1920).

 

Il referendum sull’indipendenza catalana è illegittimo perché l’art 2 della Costituzione spagnola sancisce l’indivisibilità della Spagna. Il governo di Madrid ha represso con violenza ingiustificata una manifestazione pacifica e democratica; i cittadini catalani sono stati colpiti con manganelli e proiettili di gomma, come si trattasse di teppaglia; oltre 800 sono stati i feriti, l’arresto arbitrario di alcuni indipendentisti. Il governo spagnolo si è comportato come la dittatura franchista o le peggiori dittature sudamericane, l’Argentina dei militari e il Venezuela di Maduro. Questa non è democrazia. La violenta repressione di Madrid è avvenuta nell’indifferenza delle istituzioni europee incapaci di gestire le proprie crisi: dall’immigrazione all’emergenza terrorismo; o di riconquistare il consenso che alimenta i “populismi”. Gli Stati Uniti e l’Europa sostengono i movimenti secessionisti solo quando sono funzionali ai loro interessi: SI al Kosovo e al Kurdistan; ma NO alla Crimea, all’Ossezia del Sud e all’Abkhazia. Ipocriti cialtroni senza vergogna.

 

Il principio di autodeterminazione dei popoli, contenuto nell’art 1 paragrafo 2 e negli articoli 55 e 56 dello Statuto dell’ONU (1945) e nella Dichiarazione dell’Assemblea Generale sull’indipendenza dei popoli coloniali (1960) non è applicabile al Veneto, alla Catalogna e nemmeno al Kosovo. Tale principio si applica solo ai popoli sottoposti a dominazione coloniale, discriminazione razziale (apartheid) e occupazione straniera. In base a tale principio i popoli possono determinare il proprio status internazionale, come costituire una nazione sovrana e indipendente. Il principio di autodeterminazione dei popoli è nato e si è consolidato per regolare la decolonizzazione dell’Africa e dell’Asia, non per regolare i conflitti interni degli Stati esistenti. Diversamente assisteremo alla rapida disgregazione degli stessi, travolti dalla nascita di tante “piccole patrie” quanti sono i popoli che li compongono. Il principio di autodeterminazione dei popoli non è applicabile al Kosovo. Belgrado nel 1989 tolse agli albanesi l’autonomia e gli stessi subirono la violenza serba; ma nel 2008, quando dichiararono l’indipendenza, l’autonomia l’avevano riacquistata e si trovavano sotto la protezione della Kosovo Force (KFOR) la forza militare guidata dalla NATO. Inoltre, la costituzione jugoslava negava al Kosovo lo status di Repubblica, quest’ultimo era una provincia autonoma che godeva di ampia autonomia (un proprio parlamento, il bilinguismo) ma non del diritto di staccarsi dalla federazione, le “repubbliche” che la componevano: Croazia, Slovenia, Bosnia, ecc. Fino al giorno dell’autoproclamata indipendenza (17 febbraio 2008) il Kosovo era parte della Federazione Jugoslava o meglio della Serbia, che era il successore riconosciuto (Dichiarazione 1244/1999 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite).

 

La Corte di Giustizia Internazionale del 22 luglio 2010, ha stabilito che la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo non viola il diritto internazionale. La sentenza della Corte non si è espressa sulla legittimità della secessione kosovara; ma solo sulla legittimità a dichiarare una situazione di indipendenza già esistente. Quindi tale sentenza non crea un precedente giuridico alla secessione delle “piccole patrie”. Un cavillo giuridico motivato da interessi politici?

 

Il Kosovo è un precedente politico e non giuridico alla “secessione” delle “piccole patrie”. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno aggredito la Serbia e riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, non per ragioni umanitarie (fermare la pulizia etnica dei serbi a danno degli albanesi) ma per interessi politici o meglio geopolitici, il controllo dei Balcani: strategici per l’allargamento ad est della Nato in funzione anti russa (vedi la base militare americana di Camp Bondsteel a Urosevac in Kosovo); strategici per il passaggio del gas e del petrolio, che dall’Asia Centrale arriva in Europa; strategici per la Germania unita, potenza egemone dell’Europa; strategici per la politica “neottomana” della Turchia di Erdogan. La Serbia nazionalista e filorussa era l’unico ostacolo ai loro interessi.

 

A determinare la nascita di nuove nazioni e la disgregazione di quelle esistenti sono gli interessi dei principali attori internazionali (Russia, Cina, Stati Uniti, Unione Europea) e dei loro alleati locali, gli esempi si sprecano: la disgregazione della Jugoslavia; la crisi siriana e la futura nascita del Kurdistan; l’annessione della Crimea alla Russia, la perdita dell’Ossezia del Sud e dell’Abkazia da parte della Georgia. Se questa è la regola possiamo aspettarci di tutto, anche la nascita di uno Stato catalano o veneto. Una possibilità in questo senso già esiste e si chiama Kerneuropa (Dario Fabbri “Limes” 4/2017). La Germania potenza regionale dell’Europa potrebbe riunire intorno a sé le nazioni e le regioni più vicine, per posizione geografica o per legami economici: Austria, Danimarca, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Croazia e Italia settentrionale. Un’area geoeconomica che in futuro potrebbe trasformarsi in soggetto politico e modificare lo scenario politico dell’Europa e del mondo intero: la nascita di un blocco euroasiatico (Kerneuropa, Russia e Cina) che metterebbe fine all’egemonia degli Stati Uniti.
L’Italia è una nazione “fragile”, con la nascita della Kerneuropa rischierebbe di perdere il Nord. L’Italia è una nazione “fragile: divisa da un profondo divario socio-economico, priva di una forte coscienza nazionale, governata da una casta parassitaria incapace di difendere gli interessi nazionali (crisi libica, sanzioni alla Russia, migranti, ecc.) o di attuare una riforma federalista che renderebbe più unito ed efficiente il Paese.

 

Nel mio libro Kosovo monito per l’Europa (Aviani Editore 2014) ho spiegato che è la crisi generata dalla globalizzazione a favorire la disgregazione dell’Unione Europea e delle nazioni più “fragili” che la compongono. Una crisi che è politica, il declino degli Stati nazionali a favore dei poteri sovranazionali (FMI, Banca Centrale Europea, Commissione Europea, ecc.); economica, la delocalizzazione, la disoccupazione e il precariato; e infine sociale, l’immigrazione e lo smantellamento del Welfare State. I popoli minacciati nell’identità, nella sicurezza e nel benessere si rifugiano nel secessionismo delle “piccole patrie”, nel nazionalismo antieuropeo (la Brexit) o votano per i partiti “populisti”. Non possiamo biasimarli, non hanno scelta.

 

Giorgio Da Gai

 

 
Guerra fredda a Malta? PDF Stampa E-mail

21 Ottobre 2017

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Da Comedonchisciotte del 19-10-2017 (N.d.d.)

 

Decifrare la realtà, estrapolando la verità dal mare di propaganda alimentato dai media, è meno difficile di quanto si creda per chi abbia la capacità di sganciarsi dal contingente: il passato, più o meno remoto, è il principale alleato in questa ricerca. Imbattendosi in un omicidio politico, in un attentato, in un colpo di Stato, è necessario riallacciarsi ai fili della storia: ne scaturirà un’analisi che penetrerà i fatti, evitando passi falsi e illazioni fuorvianti. Il ragionamento vale anche per la cronaca di questi ultimi giorni: lunedì 16 ottobre, la piccola isola di Malta è stata sconvolta dall’uccisione della giornalista Daphne Caruana Galizia, artefice di una recente inchiesta che ha portato La Valletta ad elezioni anticipate. Ci tocca, quindi, una breve ma interessante lezione di storia, che riguarda direttamente l’Italia.

 

L’isola di Malta, definita dal generale inglese Bernard Law Montgomery come “la chiave di volta del Mediterraneo”, è strategica per il controllo del Mediterraneo e buona parte della nostra sconfitta in Nord Africa durante l’ultima guerra è riconducibile al mancato attacco di questa roccaforte inglese. Tra la fine degli anni ‘60 ed i primi anni ‘70, la potenza britannica entra in crisi irreversibile ed un numero crescente di Paesi reclama la propria indipendenza da Londra: a guidare la lotta per la piena sovranità di Malta è il premier laburista Dom Mintoff, che nel 1971 annulla gli accordi che concedono al Regno Unito la disponibilità delle basi navali. Mintoff, alla ricerca sia di libertà che di denaro liquido, avvia una spregiudicata politica estera che, allontanandolo dalla NATO, lo spinge tra i Paesi non allineati. A lungo la Libia di Muammur Gheddafi è il maggior “sponsor” dell’isola. Per sfruttare al massimo le potenzialità di Malta, Mintoff punta al riconoscimento internazionale della neutralità dell’isola: l’Italia democristiana ha tutto l’interesse a tenere la Valletta fuori dall’orbita inglese e, pertanto, sostiene apertamente i progetti del premier laburista, mettendogli a disposizione ingenti risorse finanziarie ed assistenza militare. L’assassinio di Aldo Moro (1978), mente di questo intraprendente piano, non affonda l’intesa italo-maltese e, l’8 settembre 1980, è firmato l’accordo che impegna Roma a garantire la neutralità e l’indipendenza dell’isola: oltre a cospicui finanziamenti, La Valletta riceve anche aiuti nel settore della Difesa. Come ricorderà infatti l’ammiraglio Fulvio Martini nelle sue memorie, è il SISMI che nei primi anni ‘80 contribuisce alla formazione dei servizi segreti dell’isola, fino a quel momento completamente dipendenti da Londra. Mintoff, ora che ha ottenuto il formale riconoscimento della neutralità maltese, deve farla rendere: nel 1980 l’URSS apre la prima ambasciata sull’isola e, ferma restando la collocazione di Malta tra i Paesi non allineati, è avviata una proficua collaborazione tra Mosca e La Valletta, che mette a disposizione della flotta russa le cisterne di Has Saptan. L’affare si rivela molto proficuo e, nel 1984, Mintoff vola a Mosca per stringere nuovi accordi: gli efficienti cantieri navali maltesi sono aperti alla flotta sovietica per manutenzioni e riparazioni. Ora, una fondamentale considerazione di natura logistica-militare: la neutralità di Malta e la disponibilità dei suoi porti come punto d’appoggio è una vera benedizione per la flotta sovietica, sottoposta a forti stress logistici nel Mediterraneo. L’URSS non dispone di basi navali nel Mare Nostrum, eccezion fatta per qualche punto d’appoggio in Egitto, Libia e Siria. Le navi da guerra russe, lasciata la Crimea ed attraversato il Bosforo, devono essere costantemente seguite da un numero uguale o superiori di battelli d’appoggio. Queste considerazioni, valide per gli anni ‘80, hanno maggior valore oggi: se è vero, infatti, che Mosca ha ampliato la sua base navale siriana di Tortosa, è altrettanto vero che i buoni rapporti con i Paesi nordafricani, stremati dalla Primavera Araba, non si sono ancora trasformati in nessuna concreta assistenza logistica. Cade l’Unione Sovietica e, immediatamente, comincia l’allargamento di UE/NATO: nonostante l’ormai anziano Dom Mintoff si schieri contro l’ingresso della Valletta nell’Unione Europea (consapevole della vera natura di quest’ultima), Malta entra nell’orbita di Bruxelles, sebbene rimanga fuori dal recinto dell’Alleanza Nordatlantica. La Russia, nel frattempo, risale progressivamente la china e, dopo aver essere stata raggirata in Libia, avallando un intervento militare che si è presto trasformato in cambio di regime, decide di difendere a qualsiasi costo l’alleato siriano, finito nel mirino delle potenze occidentali (USA, GB, Francia, Israele e Germania) e di quelle sunnite (Turchia, Qatar, Arabia Saudita). L’invio, nell’autunno del 2015, di un corpo di spedizione in Siria, riversa nel Mediterraneo un numero di navi russi come non si vedeva dall’apice della Guerra Fredda. La flotta russa, concentrata nel Mar Baltico e nel Mare del Nord, deve circumnavigare l’intera Europa per raggiungere il teatro operativo: si torna così, come negli anni ‘80, al peso strategico di Malta per la Marina militare russa. Come si può leggere nell’articolo “Russia’s emerging naval presence in the Mediterranean” dell’emittente qatariota Aljazeera, a più riprese, tra il 2014 ed il 2015, le navi da guerre russe attraccano sull’isola per rifornimenti. Più cresce il coinvolgimento russo in Siria, più il dispiegamento di navi sale (raggiunge il culmine nell’autunno del 2016, in concomitanza alla riconquista di Aleppo), maggiore è l’importanza di Malta. Che fare? Come convincere il premier laburista Joseph Muscat, al potere da 2013, a chiudere i porti alle navi russe, aperti dal suo predecessore Dom Mintoff negli anni ‘80? Semplice, orchestrando uno scandalo mediatico che porti alla sua defenestrazione o, perlomeno, lo riconduca a più miti consigli. Entra così in scena la giornalista Daphne Caruana Galizia, il cui recente assassinio è all’origine di quest’articolo.

 

Caruana Galizia è la blogger che sviluppa in chiave maltese lo scandalo dei Panama Papers, uno scandalo, ricordiamolo, che nasce da un’inchiesta dell’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), basato a Washington, avvalendosi del materiale “trafugato” dallo studio legale panamense Mossack Fonseca & Co., in storici rapporti con la CIA. I Panama Papers sono il mezzo con cui  gli Stati Uniti spargono fango su tutti i nemici o sudditi ribelli del globo terracqueo, compreso il governo della piccola, ma strategica, Malta. Secondo Caruana Galizia (il premier etichetterà lo scoop come fandonie), la nomenclatura dell’Azerbaijan avrebbe versato alla moglie del primo ministro una tangente in cambio di un proficuo accordo energetico stipulato tra i due Paesi, servendosi di una società panamense. Lo scandalo deflagra come un bomba nella piccola Malta: migliaia di persone scendono in piazza per protestare nell’aprile 2016 e, per un attimo, il governa sembra vicino alla caduta6. Il premier Muscat capisce il “messaggio” inviatogli dai servizi angloamericani? Si direbbe di sì, perché, nell’autunno del 2016, a distanza di pochi mesi dallo scandalo, La Valletta si rimangia la storica collaborazione con Mosca, avviata da Dom Mintoff 30 anni prima. Dopo la Spagna (anch’essa colpita dai Panama Papers), anche Malta rifiuta alle navi russe l’attracco sull’isola per rifornimenti, scatenando la rabbia di Mosca, scioccata dal voltafaccia di un amico di vecchia data. “George Vella: Russian ships will not refuel in Malta” scrive la stampa locale il 27 ottobre 2016: il ministro degli Esteri maltesi nega l’ingresso in porto alle navi russe, asserendo che la Valletta non vuole essere complice di alcun aiuto al dittatore Bashar Assad. Un cambio di strategia di 180 gradi rispetto al “non allineamento” degli anni ‘70 e ‘80! Nonostante Malta abbia ceduto alle pressioni angloamericane, il governo è ormai irreparabilmente compromesso dallo scandalo dei Panama Papers: nella primavera del 2017 sono quindi indette elezioni anticipate. La giornalista Caruana Galizia confida alla rivista americana-tedesca Politico, da cui è stata eletta tra le 28 persone più influenti dell’Unione Europea, di temere per la propria sicurezza. Potrebbe addirittura lasciare il Paese nel caso in cui i laburisti vincessero nuovamente le elezioni. Dal canto loro, i servizi segreti angloamericani, artefici del terremoto politico, “avvertono” La Valletta che le imminenti elezioni potrebbero essere inquinate da Mosca come rappresaglia per la chiusura dei porti, trasformando così i russi da vittime in carnefici. Il 3 giugno 2017 si svolgono le elezioni: si fronteggiano il Partito Nazionalista, al potere per 25 anni, sino alla vittoria di Muscat del 2013, ed artefice dell’avvicinamento all’Unione Europea, ed il Partito Laburista del premier in carica: nonostante il forte disappunto della stampa liberal, Joseph Muscat ha infatti deciso di presentarsi nuovamente come candidato premier. La vittoria, nonostante le rivelazioni della blogger Caruana Galizia e l’infamante campagna mediatica, arride di nuovo al laburista. Per Washington e Londra è una sconfitta cocente: il governo di Valletta è nella mani di un premier che “vende la cittadinanza europea agli oligarchi russi”, di un losco figuro che potrebbe aiutare Mosca a raggirare le sanzioni di Bruxelles, di un erede di Dom Mintoff che, da un momento all’altro, potrebbe resuscitare la cooperazione russo-maltese e riaprire i porti alle navi dirette in Siria. Non rimane che passare alle maniere forti per scalzare Joseph Muscat, portando allo stadio successivo lo scandalo Panama Papers: la giornalista che ha collaborato con l’americano ICIJ per spargere fango sul premier laburista sarà eliminata, lasciando intendere che il responsabile del clamoroso omicidio della blogger sia il “corrotto governo” di Joseph Muscat. Come nel caso di Giulio Regeni, una pedina dei servizi angloamericani è quindi sacrificata per il raggiungimento di obiettivi più alti. Dopo aver denunciato appena due settimane prima minacce di morte, lunedì 16 ottobre, la giornalista Caruana Galizia sale sulla sua Peugeot 108 noleggiata, lascia casa e percorre solo poche centinaia di metri prima che un ordigno, probabilmente azionato da un telecomando, esploda, uccidendola sul colpo e carbonizzando il veicolo.  Immediatamente parte sui maggiori circuiti d’informazione la campagna per attribuire, neppure troppo velatamente, l’omicidio al governo laburista, come se questo avesse interesse, a distanza di pochi mesi dalla vittoria elettorale, ad eliminare con un’autobomba la propria principale avversaria, una nota blogger. […] Ecco i mandanti dell’omicidio di Caruana Galizia secondo i media: i corrotti politici laburisti che hanno aperto i porti alle navi russe tra il 2014 ed il 2015, gli stessi che vendono i passaporti agli oligarchi moscoviti, gli stessi travolti un anno fa dal materiale “trafugato” dallo studio Mossack Fonseca & Co. Il dubbio sulla convenienza di assassinare la giornalista con un’autobomba non è neppure sollevato, perché sposterebbe l’attenzione verso i veri responsabili dell’attentato. Caruana Galizia è stata uccisa dai servizi atlantici, gli stessi per cui lavorava, ne fosse cosciente o meno: la crescente frequenza con cui Washington e Londra sacrificano il loro personale, è l’ennesima spia della crisi sistemica che stanno vivendo.

 

Federico Dezzani

 

 
Il giornalismo libero: missione suicida PDF Stampa E-mail

20 Ottobre 2017

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Da Libero Pensare del 18-10-2017 (N.d.d.)

 

Un tempo ci furono giornalisti che - con le loro rivelazioni - fecero dimettere un presidente degli Stati Uniti. Non avvenne secoli fa; erano solo gli anni ’70, il 1974 per la precisione. Due giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, con la loro inchiesta inchiodarono Richard Nixon e lo costrinsero a dimettersi. Oggi una storia del genere sembra risalire ad un’epoca geologica remota. Ma da quell’avvenimento il Potere ha tratto notevoli insegnamenti e ha messo in atto ogni misura per impedire che un evento del genere si possa ripetere. Da allora le testate giornalistiche hanno iniziato ad assomigliare sempre più a degli uffici-stampa, dove si tessono le lodi del Potere o, al massimo, si pubblica qualche notizia contraria - tanto per non apparire troppo di parte. “Vedete che scriviamo contro il governo, siamo imparziali, noi”. Poi sono arrivati gli inviati ‘embedded’ - nelle ‘guerre umanitarie’ USA che hanno desertificate il Medio Oriente - a mostrare con chiarezza le “magnifiche sorti e progressive” della nostra professione. "Vuoi fare il corrispondente di guerra? Devi tessere le lodi degli eroi che si sacrificano per la democrazia o puoi sognarti di partire per il fronte". "Vuoi fare il giornalista politico? Devi tessere le lodi dei governanti che difendono la democrazia o puoi cercarti un altro lavoro". "Insisti? Allora se ti succede qualcosa te la sei cercata", come ha scritto su Facebook il sergente della polizia maltese, Ramon Mifsud, “Everyone gets what they deserve, cow dung! Feeling happy – Ognuno ottiene quello che si merita, vacca merdosa! Mi sento felice" riferendosi all’assassinio di Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese uccisa lunedì scorso da una autobomba.

 

Daphne Caruana Galizia indagava sui rapporti finanziari tra la famiglia del premier maltese Joseph Muscat e quella del presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev. Ci sono di mezzo interessi enormi, collegati con il TAP, il gasdotto che dovrebbe portare in Europa il gas azero. Ve li ricordate i Panama Papers? Stiamo parlando dei Panama Papers edizione maltese... Scherzava con il fuoco, insomma. “Ci sono corrotti ovunque. La situazione è disperata”, ha scritto Daphne nel suo ultimo post poco prima di saltare in aria. Quanti come Daphne in questi anni? Il pensiero va - solo per ricordarne una per tutti - alla nostra impavida Ilaria Alpi, il cui caso - per anni ampiamente insabbiato - non è stato mai chiarito ufficialmente. E come sarebbe pensabile che venga chiarito, quando chi ha ordinato la sua esecuzione è lo stesso soggetto politico che indaga? Altro che conflitto di interessi...

 

Settantaquattro giornalisti uccisi nel mondo l’anno scorso secondo il rapporto annuale di Reporters sans frontières, l’associazione che opera in difesa della libertà di stampa. Di questi quanti sono stati massacrati per il loro coraggio di non allinearsi alla logica degli ‘yesman’? Tanti, forse i migliori. Ma non crediate che questa tragedia riguardi solo il giornalismo; se è vero che la verità rende liberi, con la scomparsa di questi eroi del nostro tempo anche noi perdiamo - giorno dopo giorno - un po’ della nostra libertà.

 

Piero Cammerinesi

 

 
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