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Ingegneri delle anime PDF Stampa E-mail

26 Luglio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 24-7-2019 (N.d.d.)

 

Una giornalista ora in pensione, passata dalla redazione del ‘Manifesto’ a quella di un grande quotidiano ‘borghese’ del Nord-Ovest, tempo fa, ha scritto che lo spettacolo delle ragazze in costume che baciano e offrono fiori al vincitore di una tappa ciclistica è qualcosa di indecente, di umiliante per la donna, che le leggi non possono più a lungo tollerare. La stessa articolista, in un pubblico dibattito, ha difeso con toni aggressivi i suoi amici gay che, sulla scia di Niki Vendola, si erano recati in California per ‘affittare’ l’utero di una emigrata messicana che non aveva altro modo per guadagnarsi da vivere. Una persona ragionevole sarebbe sconcertata da questo doppiopesismo: indipendentemente dalla liceità dell’agire e dai giudizi morali che se ne possono dare, non si riesce a capire perché mostrare le gambe e lasciar intravedere i seni equivalga a un bieco sfruttamento del corpo delle donne mentre portare in grembo, dietro modesto compenso, un figlio che non è il proprio debba essere considerato un diritto assoluto di libertà. In realtà, non ci troviamo difronte ad alcuna contraddizione, giacché le due fattispecie (oggettivamente molto diverse) sono unite da un comune progetto: quello di sconvolgere la morale borghese, di azzerare quel mondo sempre meno vittoriano sul quale si era riversata la rabbia dei giovani sessantottini ‘di buona famiglia’. Per il papà che assiste all’arrivo della tappa del Giro, lo spettacolo di quelle belle figliole (che peraltro nessuno ha costretto ad esibirsi in pubblico) è esteticamente gratificante mentre è ‘disgustato’ dal pensiero che per nove mesi una poveraccia, per dare da mangiare ai propri figli, debba ospitare dentro di sé un estraneo (al quale, peraltro, si consiglia di non affezionarsi e che può costringerla, per contratto, ad abortire qualora presentasse delle malformazioni: si paga, infatti, per avere un prodotto sano—automobile o neonato che sia—non per averne uno difettoso). È a quel papà che bisogna sbattere in faccia l’insostenibilità dei suoi ‘pregiudizi’, far capire che il suo habitat mentale e spirituale era falso e putrescente, che i diritti degli individui valgono più di ogni codice etico e religioso ereditato dal passato.

 

 In realtà la giornalista citata appartiene a una political culture che ha capito cose che sfuggivano al vecchio Marx, a causa del suo ‘materialismo’ di matrice illuministica. Ha capito, in poche parole, che non è del tutto vero che il tallone d’Achille della borghesia sia la proprietà (“gli uomini dimenticano piuttosto la morte del padre, che la perdita del patrimonio”, scriveva non del tutto a ragione Machiavelli nel Principe): se la proprietà privata, infatti, è strumento di privilegio, quella pubblica può esserlo altrettanto, dal momento che non conta la titolarità del bene quanto il suo effettivo controllo. No, il vecchio Adamo si smantella distruggendone l’anima e lasciandone sopravvivere (anche agiatamente) il corpo. La grande vittoria del ‘68 non è consistita nel cambiare la politica ma nella conversione dei genitori, nel loro dubitare delle ‘vecchie certezze’ e talora nell’adozione patetica degli abiti di comportamento—e persino dei vestiti, a cominciare dall’eskimo- dei figli. L’accelerazione che si è data al cammino di certe riforme civili che l’opinione pubblica riteneva ormai mature—a cominciare dal divorzio, al quale diede un contributo notevole il film del grande Pietro Germi, Divorzio all’italiana (1961) —è stata pagata col nichilismo dei Pugni in tasca di Marco Bellocchio (1965).

 

“La virtù all’ordine del giorno”: il momento totalitario del lungo maggio caldo, consiste nel disegno di cambiare la società tradizionale, con le leggi. Queste ultime hanno senso e significato solo se cambiano i costumi, come sono autorizzate a fare dal momento che sono un prodotto della ‘ragione’--uguale in ogni tempo e in ogni luogo, sotto ogni latitudine e longitudine--e non dell’arbitrio e dell’insensatezza della storia e della tradizione. Il capolavoro della mens totalitaria è l’imposizione alle ‘scienze umane’ di una concezione della ‘normalità’ che le scienze esatte hanno da tempo messo in crisi. Ad esempio, è ormai vietato seguire Sigmund Freud nella sua spiegazione della omosessualità giacché per il padre della psicanalisi si trattava di ‘deviazione’. Così è diventato contraddittorio e profondamente riprovevole ritenere che gli omosessuali non debbano essere discriminati in alcun modo (come, d’altronde, è giustissimo) e, nel contempo, pensare che la ’normalità’ sia altra cosa. La legge deve punire severamente quanti nutrono pregiudizi antichi e se ancora latita, sarà la political culture dominante a confinare quanti non condividono certe Weltanschauungen in un lebbrosario morale, isolandoli dai centri di benessere (morale) in cui vivono gli altri. Esprimere la propria contrarietà allo ius soli o al matrimonio gay con diritto di adozione, è diventato non solo moralmente deplorevole ma contrario a scienza e a ragione, assimilabile alla tesi che il sistema tolemaico è vero e quello copernicano è falso. Solo che ora si chiede al codice penale la condanna del tolemaico (destinato, invece, nella vecchia URSS al manicomio criminale). È il virus letale che guasta dalle fondamenta la democrazia in Europa che Tocqueville distingueva bene dalla democrazia in America. Lo Stato non può limitarsi a prendere atto dei costumi, delle credenze, delle opinioni, dei pregiudizi di un paese aspettando, pazientemente, che evolvano nella direzione di una sempre maggiore tolleranza e libertà, ma deve sollecitare i cambiamenti, prepararli, facendo della società civile un’immensa aula scolastica in cui ‘educare i cittadini’. Le potenzialità totalitarie di questa missione pedagogica (cara, peraltro, a tutte le sinistre, da quella mazziniana a quella comunista, passando per il fascismo, a suo modo un regime di sinistra, in quanto mezzo nazionale e mezzo socialista) non sono minimamente percepite. Vincenzo Cuoco che sta al liberalismo italiano come Giovanni Battista al Vangelo, aveva forse capito tutto. Parlando del diritto di proprietà, nel Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 (1801), confutava le tesi di quanti ricorrono alla natura (e alla ragione che, per gli Illuministi era quasi un sinonimo di natura) come a un’autorità infallibile. <Voler ricercare un titolo di proprietà nella natura è lo stesso che voler distruggere la proprietà: la natura non riconosce altro che il possesso, il quale non diventa proprietà se non per consenso degli uomini. Questo consenso è sempre il risultato delle circostanze e dei bisogni nei quali il popolo si trova. Tutto ciò che la salute pubblica imperiosamente non richiede, non può senza tirannia esser sottomesso a riforma, perché gli uomini, dopo i loro bisogni, nulla hanno e nulla debbono aver di più sacro che i costumi dei loro maggiori. Se si riforma ciò che non è necessario riformare, la rivoluzione avrà molti nemici e pochissimi amici>.

 

C’è da preoccuparsi. Le leggi che fanno violenza ai costumi ne bloccano l’evoluzione naturale e li irrigidiscono in una difesa dell’esistente e di tutto ciò che in esso permane di negativo. La reazione al nuovo che avanza spiana la strada alla tirannide del passato, in fondo alla quale attende il Lager.  Il programma illuministico rivela oggi tutte le sue potenzialità totalitarie: per disfarsi, in nome della ragion egualitaria, dell’”uomo vecchio” non esita a sacrificare l’uomo tout court. Gli ingegneri delle anime, atei e razionalisti, si rifiutano di prendere atto che la dialettica tra il vecchio e nuovo, tra il passato e l’avvenire non può essere affidata alla sfera pubblica ma deve fermentare dal basso, liberamente, trovando ricomposizioni sempre nuove e mutevoli: in fondo alla loro strada, attende il Gulag. I successi elettorali dei Trump e dei Salvini non sono certo casuali.

 

Dino Cofrancesco

 

 
La meritocrazia è un mito PDF Stampa E-mail

25 Luglio 2019

 

Io i “figli di” che ho conosciuto e che conosco sono tutti piazzati. E questo vale in Italia quanto nel resto del mondo. Non conosco un solo figlio di una persona importante, che ha gestito il potere a vario titolo (imprenditori e top manager, politici di rilievo, dirigenti pubblici di ogni comparto, dalla sanità alla giustizia) che non abbia avuto un invidiabile posto di lavoro garantito dalle relazioni familiari. Tra costoro figura un certo numero di persone volenterose, intelligenti e preparate (e sovente addestrate negli enti di istruzione che allevano le dinastie di manager), ma magari non più della media. E poi c’è anche una grande massa di svogliati, ignoranti e senza cervello, che però hanno avuto il “merito” di nascere nella famiglia giusta.

 

Basterebbero i numeri a far capire che la favola della meritocrazia è il mito che va tenuto vivo per mantenere stabile questo sistema capitalistico di mercato. Le analisi sulla distribuzione dei redditi evidenziano perenni concentrazioni. Ingenti ricchezze e potere illimitato concentrati nelle mani delle stesse famiglie da secoli, dinastia dopo dinastia. Queste oligarchie comandano in ogni dove e di tanto in tanto emerge qualche apparente outsider, che in rarissimi casi è l’eccezione che conferma la regola, ma spesso altro non è che emanazione delle dinastie di cui sopra. Il merito è un mito che si perpetua nei secoli e che riemerge prepotentemente in questo presente di dominio della logica mercatista e liberoscambista, una pia illusione che nega l’amara cruda realtà: nel “libero mercato” vincono sempre gli stessi.

 

Gianluca Baldini

 

 
Emergenza educativa PDF Stampa E-mail

23 Luglio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 18-7-2019 (N.d.d.)

 

Il principio guida di un’educazione efficace consiste nello sfruttare la capacità umana di ‘compensazione’ dopo uno sforzo superiore al normale. Così, se vuoi educare un muscolo ad essere più forte o reattivo lo sottoponi ad uno sforzo anomalo, che poi verrà compensato dall’organismo, sviluppando le parti coinvolte. La stessa cosa accade per qualunque capacità mentale, dalla memoria alle capacità di codifica e decodifica verbale. Questo significa, in sostanza, che qualunque buona educazione richiede di sottoporre il discente (soprattutto in crescita) a sforzi mirati superiori alla propria norma. Se e quando lo fa, la relativa facoltà cresce. Ora, la specie umana fino a tempi recenti ha vissuto in condizioni in cui gli ‘ostacoli’, le necessità di fare uno sforzo fuori dalla norma, provenivano da sfide ambientali, da circostanze pratiche esterne. Molte di queste circostanze, soprattutto nell’ambito della maturazione intellettuale, erano poste dall’esposizione, durante la crescita, alle richieste normative, comportamentali, concettuali e linguistiche delle proprie società. Come rispetto al cibo, i soggetti di norma non avevano la necessità di ‘mettersi a dieta’ con uno sforzo di volontà, perché ci pensavano le sfide ambientali a mantenere in efficienza il proprio corpo, così l’esposizione dei bambini (per lungo tempo concepiti come ‘adulti in miniatura’) al confronto con un mondo di norme, ragionamenti e tenzoni verbali adulte forniva uno stimolo spesso sufficiente ad una buona maturazione intellettuale. Con l’incremento dell’agio e della protezione nella società, il necessario fattore di ‘sforzo supplementare’ è stato introdotto nel processo educativo ricorrendo ad una disciplina esterna. La disciplina, naturalmente, non è fine a sé stessa, ma finalizzata ad esercitare quel grado di coazione capace di spingere il discente al di là dei propri limiti correnti. Tradizioni culturali dotate di una struttura disciplinare particolarmente articolata e rigorosa, come quella ebraica, hanno mostrato il loro successo plurisecolare attraverso l’evidente sovrarappresentanza nell’intellighentsia europea.

 

Tutto ciò ha cominciato a disgregarsi circa mezzo secolo fa. Alla radice di questo processo dissolutivo sta la convergenza dei processi di liberalizzazione educativa, avvenuti sulla scorta del ’68, e dell’imporsi della moderna ‘società dei consumi’. Questa convergenza da un lato ha invitato i soggetti in crescita a perseguire le ‘linee di minimo sforzo’, e dall’altro ha dato accesso crescente a ‘dispositivi per il consumo passivo di stimoli’. Così, mentre sul piano ideologico si diffondeva l’idea di un’educazione che dovesse rifuggire da comportamenti disciplinari, sul piano della struttura economica la società dei consumi creava a getto continuo strumenti mirati di di-vertimento (cioè dis-toglimento) da sottoporre ai propri piccoli consumatori. Di passaggio, questo è un punto (uno tra i molti) in cui la convergenza storica di New Left e neoliberalismo si manifesta con grande chiarezza. Gramsci nei Quaderni dal Carcere poteva ricordare con il consueto acume che “lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza.” Queste riflessioni per la Nuova Sinistra nata dalle ceneri del ‘68 portavano invece lo stigma di un’epoca oscura, non ancora illuminata dal proprio ardito libertarismo, il quale ora etichettava come ‘autoritarismo’ ogni forma di disciplina, inclusa quella educativa, aprendo la strada a tutte le innumerevoli forme di degrado culturale che la società dei consumi era pronta ad alimentare. Il venir meno di giustificazioni socialmente condivise per la disciplina, insieme a un accesso crescente a forme di consumo intensificato e semplificato, hanno iniziato a produrre i propri effetti: soggettività fragili, con ridotta capacità di concentrazione e tenuta attentiva, e con un repertorio concettuale in rapido tracollo. Come tutti i processi storici, anche questo va letto in tutta la sua complessità, e dunque un’analisi estesa dovrebbe esaminare le interazioni con il processo, di poco precedente, di estensione della scuola dell’obbligo, e con l’inerzia intergenerazionale dei processi educativi, per cui ogni ‘tradizione famigliare’ offre sempre un qualche grado di resistenza ai processi di cambiamento. Ma, una volta fatta la tara per tutto questo, la situazione emersa è quella di generazioni che, in misura crescente, non iniziano neppure quel percorso di ‘maturazione attraverso la fatica’ che è il cuore di ogni educazione.

 

Dalla televisione agli smartphone la tendenza costante è quella verso l’accesso a stimoli precotti, facilmente fruibili, che non richiedono alcuna elaborazione, che si succedono con rapidità, e che lasciano un senso di vuoto quando uno vi si sottrae. Un sistema che crea dipendenza. Si tratta di mezzi che producono stimoli che generano eccitazione senza rischio o fatica, producendo una forma di esperienza rispetto a cui ogni confronto con la realtà esterna normale rappresenta un incremento di sforzo, e dunque è vissuto come una situazione di disagio e straordinarietà. Al contempo l’intero sistema educativo è concepito in maniera da preservare il soggetto in crescita da tutte le sfide che potessero risultare ‘traumatiche’. Si assiste così alla proliferazione delle diagnosi di DSA, che se da un lato certificano la costante crescita dei disturbi dell’apprendimento, dall’altro creano di fatto percorsi protetti, che finiscono per stabilizzare e istituzionalizzare i problemi, anziché risolverli (invero l’idea stessa che qualcuno li possa considerare ‘problemi da superare’ tende ad essere vissuta come un’aggressione e una violazione della dignità.) Non so davvero se da questo gorgo regressivo ne usciremo, e se sì, come. Nel caso di un analogo sviluppo sul piano del consumo alimentare ad un certo punto si è corsi ai ripari, e ciò potrebbe indurre all’ottimismo. Nel secondo dopoguerra l’accesso nuovo e illimitato a grassi e zuccheri produsse un boom euforico nel consumo di tali prodotti altamente ‘stimolanti’ per un metabolismo normale (tarato sulla loro scarsità). Successivamente, il riconoscimento della tendenza biologica a perseguire la ‘linea di minimo sforzo’ (e dunque al sovraconsumo) e la constatazione dei danni fisici ad esso associati, ha prodotto una reazione sociale di contenimento degli abusi. Nel caso di TV, Smartphone, Videogiochi ecc. una presa di coscienza sociale e diffusa è però ancora di là da venire. Il carattere intossicante e la dipendenza psicologica prodotti da questi dispositivi, anche se intuiti da molti, sono ampiamente sottovalutati. Non di rado si sentono discorsi autoconsolatori che lodano, senza il benché minimo fondamento scientifico, le presunte peculiarità cognitive dei cosiddetti ‘nativi digitali’. Il terreno su cui operano quei dispositivi è poi quello, potentissimo, della condivisione sociale, che rinforza le pratiche in questione. Infine la riduzione dei tempi di presenza famigliare per molti genitori, sottoposti a crescenti pressioni lavorative, tende a conferire a questi dispositivi il ruolo di ‘babysitter dei poveri’. Tutto ciò naturalmente non rappresenta un mero problema di ‘buon gusto’ o una preoccupazione per le sorti dell’‘alta cultura’. Ciò che è qui in gioco sono molto semplicemente i presupposti di funzionamento delle democrazie, la cui premessa ineludibile è la capacità del ‘demos’ di esercitare un ruolo di decisore accettabilmente razionale. Il vero problema non è infatti mai l’esistenza di gente che dice sciocchezze (o magari ‘fake news’), che siano su internet o sulla carta stampata, ma l’esistenza di masse di persone che quelle sciocchezze si bevono. Le democrazie muoiono in due modi. Uno è quello noto del ‘rovesciamento dell’ordine costituito’ e dell’imposizione di ‘un uomo solo al comando’: modalità spettacolare e facilmente identificabile. L’altro è un modo assai più insidioso e avviene nella forma di dissolvimento del senso della democrazia dall’interno. Esso ha luogo quando la materia prima della democrazia, il ‘demos’, si sfalda. Oggi questo accade sotto i nostri occhi, mentre parti sempre più rilevanti di popolazione sono lasciate a guardare il mondo e la scena pubblica come uno spettacolo del tutto inintelligibile, rispetto a cui essi oscillano tra apatia e rabbia, alla mercé della prossima televendita di gadget politici.

 

Andrea Zhok

 

 
La fine del liberalismo? PDF Stampa E-mail

22 Luglio 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 19-7-2019 (N.d.d.)

 

La recente intervista del Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, rappresenta sicuramente un salto di qualità, rispetto alle dichiarazioni improntate ad una grande prudenza mediatica a cui il Presidente Russo, uomo che sicuramente preferisce l’azione sul campo, ci ha da tempo abituati. Parlare al Financial Times di inattualità e crisi del liberalismo, significa solo una cosa: che per questo modello stanno, oramai, suonando le campane a morto. D’altronde, nonostante la fine del blocco sovietico avesse fatto sperare ai prezzolati fautori del liberismo, l’avvento di una “Fine della Storia” (per dirla tutta con Fukuyama…) all’insegna di un omologante liberal-liberismo, connotato solo da lievi oscillazioni di quando in quando a sinistra o a destra, le cose non sono andate secondo i “desiderata” di Lor Signori. Difatti, una serie di crisi globali economico-finanziarie in successione, intervallate a momenti di grande euforia dei mercati, hanno messo e stanno ad oggi mettendo, sotto gli occhi di tutti, i limiti e le grandi contraddizioni di questo sistema, la cui indiscriminata espansione a livello globale, è stata solo capace di produrre sperequazione, indebitamento, strangolamento economico di popoli e nazioni, degrado ambientale e sociale, nel nome di un sistema che in nome di parole d’ordine generiche e confuse, come libertà, democrazia, diritti, sta invece conducendo ad un mondo uniformato nello sfruttamento e nella miseria generalizzati, a fronte di pochi fortunati super-abbienti, illuminati e “progressisti”. E poi, diciamocela tutta, a settant’anni dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale, non è obiettivamente ancora possibile continuare a ragionare secondo i parametri geopolitici del dopoguerra. Gli Usa, oggi più che mai, sotto la gestione Trump, hanno deciso di pensar di più ai propri interessi nazionali, piuttosto che a quelli dei vari potentati economici multinazionali, più propensi ad un liberal-progressismo da imporre al mondo intero. Per questo l’Europa, ora più che mai, deve ripensare il proprio ruolo, iniziando proprio da un cambiamento di marcia, che non può non passare attraverso lo smantellamento del Circo Equestre di Bruxelles, a cui andrà giocoforza sostituito un modello più elastico e nel contempo solidale, rappresentato da un’idea confederativa di Comunità di Stati Indipendenti, legati da un patto di mutua assistenza e solidarietà. La Federazione Russa di Putin sta ricominciando a rivalutare il proprio fondamentale ruolo di potenza-ponte tra Europa ed Asia, tramite la graduale ricerca di un asse con la Cina, con un occhio all’Iran ed alla Siria. E le dichiarazioni di Putin al Financial Times costituiscono, in questo senso, un segnale chiaro e netto.

 

Oggi esiste concretamente la possibilità di addivenir alla creazione di un Asse geopolitico alternativo a quello atlantico. Un Asse imperniato anche su una visione dello Stato e dell’economia ben diversa da quella liberal-liberista, oramai sempre più in preda ad evidenti contraddizioni di metodo e di sostanza. Occasione d’oro per assestare un colpo mortale al carrozzone di Bruxelles e dei Poteri Forti, potrebbe esser rappresentato dalle critiche “comunitarie” a proposito della vicenda “Sea Watch”. Ora, dopo che Germania, Francia e Olanda si sono permesse di criticare il nostro Governo in una maniera così arrogante ed ipocrita, c’è da chiedersi: ma cosa ci stiamo a fare ancora in Europa? Per caso a pagare per poi subire affronti, umiliazioni e reprimende d’ogni genere e tipo? Nuovi scenari e nuove opportunità vanno aprendosi. La seconda potenza mondiale del pianeta si sta situando su posizioni anti globaliste, anti buoniste e smaccatamente anti immigrazioniste, con buona pace dei vari ferri vecchi e dei rottami progressisti, che oggi tanto cianciano di ipocriti solidarismi d’accatto. Non cercare di approfittarne ora sarebbe un grosso errore. In giuoco, ora come non mai, c’è il benessere e la libertà della nostra e delle generazioni europee a venire. Senza se e senza ma.

 

Umberto Bianchi

 

 
Una parabola comune PDF Stampa E-mail

20 Luglio 2019

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Da tre quarti di secolo una traiettoria comune segna il percorso di tre grandi nazioni, Giappone, Germania e Italia. Si tratta di un parallelismo tanto sorprendente che meriterebbe maggiore attenzione. Sono le potenze dell’Asse, sconfitte nella guerra mondiale. Uscirono distrutte dal conflitto. Città sventrate dai bombardamenti a tappeto, anche con ordigni al fosforo su Germania e Giappone e con bombe atomiche sul Giappone. Ponti, strade, infrastrutture demoliti. Potenziale industriale quasi azzerato.

 

Ebbene, proprio quei tre Paesi nei decenni successivi furono i protagonisti di uno spettacolare “miracolo economico”, che li pose fra le maggiori potenze economiche del mondo. In quelli che ora sono chiamati “i Trenta gloriosi”, i decenni della prosperità e dello sviluppo impetuoso, tutto il mondo che convenzionalmente chiamiamo “occidentale” fece registrare una grande crescita, ma il vero e proprio “miracolo” fu quello di Giappone, Germania e Italia. Vero è che Germania e Italia usufruirono del piano Marshall e che il Giappone a sua volta poté contare su massicci prestiti per la ricostruzione, forniti da quegli Stati Uniti che avevano raso al suolo l’arcipelago, tuttavia quegli investimenti produssero effetti grandiosi perché c’era la volontà di ricostruire, una coesione nazionale, una fiducia nell’avvenire, disponibilità al sacrificio e al risparmio, in una parola c’erano valori morali e civici.

 

Oggi Giappone, Germania e Italia detengono il record mondiale di denatalità. Sono nazioni in estinzione. Il fenomeno è in genere spiegato con motivazioni di ordine sociologico. Non si fanno figli per la crisi economica, per l’allentamento dei legami parentali, per la carenza di scuole materne, per la precarietà e la mobilità del lavoro. Tutto vero, ma più per l’Italia che per Giappone e Germania. Tutto vero ma non sufficiente a spiegare questa sorta di suicidio programmato di intere nazioni. I decenni di boom economico hanno determinato quella mutazione antropologica che Pasolini aveva intravisto già negli anni ’70. Consumismo, individualismo, mentalità fortemente competitiva, narcisismo. Intere generazioni educate all’idea che ciò che conta è l’affermazione di sé, l’efficienza del corpo, l’apparenza, il godersi la vita, la libertà come assenza di vincoli e di doveri verso la collettività. Il tessuto sociale fatto di solidarietà parentale, di radicamento nel territorio, di rispetto dei ruoli e di assunzione delle rispettive responsabilità, si è prima sfilacciato e poi dissolto. I figli sono un peso e un costo, limitano la libertà di viaggiare, di curarsi di sé, di divertirsi.

Il fenomeno è comune al mondo occidentale ma tanto più appariscente proprio in quelle nazioni che con più successo erano entrate nell’età dell’abbondanza e meglio avevano assimilato il modello dei loro vincitori, gli Stati Uniti d’America. Avere tradito la propria cultura, le proprie tradizioni, l’avere divelto le proprie radici, in una crescita economica dapprima consentita dall’energia morale di popoli sconfitti ma ancora vitali, poi degenerata in consumismo, è la causa profonda del processo di estinzione in atto. La mentalità del “siamo al mondo per goderci la vita” è ai fini della preservazione e del rafforzamento della comunità più devastante della bomba atomica. Il lusso è il vero fattore di decadenza dei popoli. Riaffermarlo, seguendo le denunce dei grandi saggi dell’umanità, oggi espone all’accusa di moralismo.

È inutile sperare in una rivoluzione, è inutile affidarsi a un Comandante. La maledizione è stata scagliata. Niente e nessuno potranno revocarla.

 

Luciano Fuschini

 

 
Le vere interferenze straniere PDF Stampa E-mail

19 Luglio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 14-7-2019 (N.d.d.)

 

Un recente sondaggio dice che il 58% degli italiani ritiene grave la storia dei soldi promessi dai russi alla Lega per la campagna elettorale europea di quest’anno. Ciò dimostra ulteriormente che l’inconsapevolezza è la regina della democrazia come oggi praticata. Infatti, posto che il problema di questo ipotetico e non avvenuto finanziamento è quello dell’interferenza straniera nella politica italiana, cioè della tutela dell’indipendenza politica italiana, allora ogni non-idiota sa che questa indipendenza non esiste dalla fine della II GM:

 

a) l’Italia dal 1945 è militarmente occupata dagli USA con oltre 100 basi sottratte al controllo italiano; b) gli USA hanno allestito, armato e finanziato in Italia la Gladio, un’organizzazione paramilitare illecita con fini di condizionamento politico; c) la DC e il PCI hanno sempre preso miliardi rispettivamente dagli USA e dall’URSS, dati per condizionare la politica italiana; in particolare l’URSS assicurava al PCI percentuali su determinati commerci; d) il PCI riceveva questi soldi mentre l’URSS teneva puntati contro l’Italia i missili nucleari; e) il PCI, in cui allora militava il futuro bipresidente della Repubblica G.N., accettava la guida del PCUS di Stalin; f) diversi leaders politici italiani hanno sistematicamente svenduto a capitali stranieri i migliori assets nazionali; g) moltissimi leaders politici e statisti italiani hanno sistematicamente e proditoriamente ceduto agli interessi franco-tedeschi e della grande finanza in fatto di euro, fisco, bilancio, immigrazione; in cambio hanno ricevuto sostegno alle loro carriere; h) l’Italia ormai riceve da organismi esterni, diretti da interessi stranieri, l’80% della sua legislazione e della sua politica finanziaria; i) essa è indebitata in una moneta che non controlla e che è controllata ultimamente da banchieri privati; la Banca d’Italia è controllata pure da banchieri prevalentemente stranieri. j) ciliegina sulla torta: notoriamente, nel 2011, su disposizione di BCE e Berlino, il Palazzo italiano ha eseguito un golpe per sostituire il governo Berlusconi con uno funzionale agli interessi della finanza franco-germanica.

 

E su tutto questo nessun PM ha mai aperto un fascicolo per corruzione internazionale: andava tutto bene! Nel confronto con questi fatti, il problema dei soldi russi alla Lega, peraltro mai dati, è insignificante, solo un idiota può considerarlo diversamente; mentre chi ha un minimo di buon senso nota che il problema grave è un altro, ossia che i servizi segreti -sottoposti al premier Conte- abbiano eseguito un anno fa, e tirato fuori proprio ora, le intercettazioni in questione, e che le tirino fuori ora per mettere in difficoltà la Lega in un momento critico per il M5S. Si ventila pure che possa essere stata, invece, la CIA, per colpire il legame Salvini-Russia. In ambo i casi, questa è la vera interferenza, questo è lo scandalo.

 

Marco Della Luna

 

 
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