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Quinto Stato PDF Stampa E-mail

24 Maggio 2018

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Da Rassegna di Arianna del 22-5- 2018 (N.d.d.)

 

Ho incontrato il Quinto Stato. È accaduto stamattina, sul presto, nel mio quartiere. In meno di mezz’ora e nel raggio di poche decine di metri, ho verificato l’esistenza del Quinto Stato. È qui, l’ho incontrato e perfino toccato. Conosciamo l’antica divisione della società in tre ordini, risalente al Medioevo. Il primo ordine, o Stato, era costituito dal clero; il secondo dai nobili. Il terzo, teoricamente, da tutti gli altri. La sua rappresentanza, negli Stati Generali francesi, fu affidata ai membri della nascente borghesia, che fece la Rivoluzione e seppellì per sempre il passato. Il suo vate fu l’abate Sieyès, autore di un fortunatissimo libello che incendiò la Francia all’inizio del fatidico 1789. Con il lessico di Gyorgy Lukàcs, potremmo dire che fu l’ecclesiastico di Fréjus a dare al Terzo Stato una coscienza di classe, a partire dalla celeberrima frase “che cos’è il Terzo Stato? Tutto. Che cosa è stato finora nell’ordinamento politico? Nulla. Che cosa desidera? Diventare qualcosa“. La borghesia tagliò la testa del Re e inaugurò la modernità. Nel corso dell’Ottocento, la polemica socialista iniziò a parlare di Quarto Stato, ovvero del proletariato contadino e operaio le cui file si ingrossavano all’ombra della rivoluzione industriale, dell’urbanizzazione forzata, della nascita delle grandi fabbriche. La sua rappresentazione artistica è il grande dipinto del 1901 del piemontese Giuseppe Pellizza da Volpedo: una folla compatta e ordinata che incede verso il futuro, fiduciosa nella Storia, con alla testa una giovane madre con il figlioletto al collo e due uomini, i contadini più combattivi. Vi è in questo quadro di grandi dimensioni e gigantesche ambizioni, il senso di una composta dignità, una sobria eleganza pur nella semplicità popolana degli abiti e degli atteggiamenti, un avanzare irrevocabile, inevitabile di uomini e donne che si sentono comunità in marcia decisi a cambiare la loro condizione tutti insieme. Travolto dalla postmodernità fattasi surmodernità, il Quarto Stato si è dissolto alla fine del secolo XX che aveva inaugurato e poi attraversato con tante speranze. Al suo posto avanza, o meglio retrocede in un nuovo feudalesimo la poltiglia umana che ci sentiamo di definire Quinto Stato. Surmodernità è la parola chiave per spiegare il Quinto Stato. L’espressione coniata da Marc Augé tratteggia gli eccessi sofferti da un’umanità immersa in una tripla accelerazione: eccesso di tempo, per la fatica di dare un senso alla realtà nella sovrabbondanza di eventi ed informazioni; eccesso di spazio per la velocità di spostamenti in un mondo sempre più piccolo. Infine, l’eccesso di ego, l’individuo che si considera un mondo a sé a discapito della dimensione comunitaria.  Nella terra desolata, guasta, della surmodernità ribolle un’umanità rizomatica, il Quinto Stato. L’ho incontrata a pochi passi da casa, una mattina qualunque, perché per una volta ci ho fatto caso. Accanto al supermercato in apertura staziona un giovane maschio africano, sbarcato da qualche barcone e portato qui dalla Marina Militare. Per nulla denutrito, meno male, sorridente, ospitato a spese nostre per non fare nulla, per non essere nulla, mi appare come un gadget vivente e inconsapevole della contemporaneità. Ha uno smartphone con le cuffie, la maglietta di un gruppo rock, il giubbetto con cappuccio e scarpe sportive d’imitazione delle grandi marche che producono in Asia. Vuole un suo piccolo posto nel grande circo del mercato globale, non cerca né si aspetta più un’esistenza “normale”. Oltre l’elemosina, aiuta le signore con il carrello della spesa, ogni tanto dà una mano a pulire qualche giardino privato. Quando i commerci sono chiusi ciondola con altri come lui – sembrano fabbricati con lo stampino – e poi sale sul bus, dove ovviamente non fa il biglietto e non viene multato, tanto non potrebbe pagare. Stamane gli è passato accanto un ragazzo con tatuaggi tribali e un piercing nel naso, zainetto di marca sulle spalle, lo stesso smartphone, le medesime cuffie, abbigliamento e andatura fotocopia, la differenza è che le griffe di abiti e scarpe sono autentiche. Va a scuola “firmato”, è un po’ in ritardo ma non si affretta, i professori saranno abituati. Dalle movenze e dal suono attutito dalle cuffie, sta ascoltando un rap, probabilmente Young Signorino (Mhh, ma che buona/ questa dolce droga bu, bu / Mhh, ma che buonabu, bu) o Sfera Ebbasta, al secolo Gionata Boschetti, re del Trap, la cui popolarissima Tran Tran parla di uno cui non frega niente di nulla, mentre altrove celebra la sua ragazza interessata unicamente a soldi e droga. Giusto il tempo di riavermi, e il quinto Stato, se preferite la Moltitudine desiderante di Negri e Hardt, la vecchia plebe di Hegel, ricompare nelle sembianze di un giovane uomo trafelato, malvestito, forse italiano, forse sudamericano, che, sceso da un ciclomotore da rottamare con una gran borsa a tracolla, si informa su un indirizzo. Consegna posta: se la sua condizione è simile a quella del figlio ultratrentenne di conoscenti, ha la partita IVA (un imprenditore!), lavora almeno nove ore al giorno nel traffico- i rischi sono tutti suoi, è un autonomo, magari rientra nelle statistiche delle start-up- racimolando al massimo tra i 700 e gli 800 euro al mese. Mangia cibo di strada da un cartoccio sporco, porcheria consegnata da un povero cristo come lui, un altro del Quinto Stato. La mia meta è il negozio di un grande gestore telefonico che ha appena “mangiato” qualche decina di euro per servizi e applicazioni che non ho chiesto, ma solo incautamente digitato credendo di rifiutarle (un giochetto molto comune, sembra) mi metto in fila, ma il Quinto Stato è in agguato. Ha la fisionomia di un corpulento giovanotto sulla trentina accompagnato dalla moglie – più probabilmente la compagna – con bimbo al collo. Indossa una camicia trasandata mai stirata, con pantaloni corti jeans a vita così bassa che mostrano ampie porzioni di un imbarazzante lato B, gambe e braccia rivelano tatuaggi multicolori. Ha un linguaggio pressoché incomprensibile, grugnisce pochi vocaboli anglo dialettali inframmezzati dall’immancabile “cazzo”, manifestamente capisce poco di quanto gli dice il commesso, e si rivolge per soccorso verso la ragazza che scuote la testa, mostrando con una certa fierezza due ciliegie tatuate dietro un orecchio. Il Calibano del Quinto Stato conosce perfettamente tutti i piani tariffari dei gestori telefonici e possiede l’abbonamento a Netflix. Rassegnato al nuovo che avanza, esco dal tempio dei telefoni cellulari e delle tariffe “all inclusive” per imbattermi in un ulteriore, insidioso esponente del Quinto Stato. Ha le sembianze civilizzate di un compito giovin signore in giacchetta, cravattino e valigetta 24 ore. Figlio di famiglia, spiega di essere socio di un’agenzia immobiliare, cerca appartamenti vuoti da vendere o affittare, dà del tu a tutti e fa capire che pagherà qualcosa per ogni segnalazione positiva ricevuta; nel frattempo cerca di vendere contratti per grossisti di energia elettrica. Un imbroglioncello laccato già pronto ad assumere il ruolo di impiegato d’ordine della globalizzazione.  In mezz’ora ho visto e toccato con mano un universo che vent’anni fa era inimmaginabile. Avanza al passo del gambero una nuova imponente classe sociale del tutto ignara di esserlo. Non possiede alcuna coscienza collettiva, né sembra interessata all’impegno: politico, sociale, civile, etico. Vive e tanto basta. È, in mille forme diverse, il Precario Globale Desiderante. La nuova classe dei perdenti dominati ignari: il Quinto Stato.

 

Dei cinque personaggi osservati nel mattino di primavera, il meno negativo è l’africano. Scelto dalla famiglia per andare in cerca di fortuna probabilmente perché più forte e robusto dei fratelli, è lo strumento inconsapevole del mondialismo rampante. Simbolo, suo malgrado, delle meraviglie della società multietnica che ignora e di cui nulla gli importa, assolve ad una serie di compiti assegnati dal Potere. Innanzitutto, abbassa le tutele sociali e i salari altrui. Qualunque lavoro o lavoretto gli venga proposto, la retribuzione è inferiore a quella di chiunque altro. Egli non ha altro interesse che fare come può ciò che gli viene chiesto e incassare i pochi soldi pattuiti. Indifferente a tutto ciò che è diverso dal suo orizzonte di sradicato, è il precario per eccellenza della società, stigmatizzato da un lato, simbolo positivo inconsapevole per altri. Non ha, né può avere, interesse alcuno per lotte collettive, per capire e integrarsi nel mondo sconosciuto in cui lo hanno scaraventato.  Quando fa qualcosa, è meno di un numero, un lavoratore intermittente come il semaforo di notte. Abbassa i salari, brucia le garanzie sociali esattamente come degrada senza saperlo il tessuto civile e il panorama estetico circostante. Non ha colpe specifiche. Si deve lottare contro l’immigrazione di massa voluta e alimentata, odiare gli sfruttatori in giacca, cravatta e automobile di servizio, la loro globalizzazione assetata di schiavi, il loro tronfio liberalismo, la loro falsa, falsissima società aperta, il soggettivismo e il gretto egoismo di cui sono banditori, non si può prendersela con il Quinto Stato immigrato, ultimo anello di una catena criminale. Difficile avercela anche con lo studente firmato, perennemente connesso, magari un po’ bullo. Non è responsabile se questo è il mondo, lui guarda, imita e, come gli altri, vuole la sua parte. Il Primo Maggio avrà visto il concerto organizzato dai sindacati. Lì, tra stanche parole d’ordine di cui non sa nulla, per lui solo fastidiose interruzioni della musica, i capi di antiquate organizzazioni chiamate CGIL, CISL, UIL cercano ogni anno di salvarsi l’anima, o certificare la propria esistenza in vita, pagando veri e presunti artisti che fingono di contestare a cachet la società dello spettacolo e del mercato. L’autogol di quest’anno è clamoroso. Hanno invitato il citato Sfera Ebbasta, che si è presentato sul palco con due Rolex, simboli del più rivoltante consumismo “di classe” (sociale) e ha urlato che non gli frega di niente, naturalmente dopo aver incassato l’assegno firmato Camusso. Sincero, l’astuto Sfera, in linea con i dettami del mercato, simbolo del disimpegno, della regressione individuale, oltreché responsabile pro quota del degrado dei gusti non solo musicali di milioni di nerd del Quinto Stato. È il cantore della generazione Uber. Meglio viaggiare a pochi soldi, chi se ne frega se il poveraccio che ci trasporta è un immigrato irregolare che magari dorme sull’automobile o un padre di famiglia reduce dal licenziamento per delocalizzazione. Ciò che conta è che tutto sembri costare poco, come le stanze affittate attraverso Airbnb, i viaggi lowcost, il cibo di strada, la musica scaricata su Spotify. La giornata di costoro è scandita dai continui post su Facebook, le foto su Instagram in attesa del giudizio altrui sotto forma di “mi piace” o soffrendo per gli insulti e le derisioni dei compagni di tastiera. Ansia da prestazione e da giudizio collettivo, come gli aspiranti cantanti e cuochi televisivi: per me è no, scandisce il Giudice, sostituto surmoderno della plebe degli anfiteatri romani con potere di vita e di morte, pollice alzato o abbassato. Oggi il pollice è diventato uno dei più utilizzati emoji, i pittogrammi che sostituiscono le parole nella messaggistica afasica di massa. Whatsapp non per caso è proprietà di Mark Zuckerberg.  Estraneo a qualunque approfondimento, gran utente dei Bignami sotto forma di app e Wikipedia che tolgono lo sforzo di imparare e ricordare, il Quinto Stato è convinto che la felicità sia viaggiare continuamente- in genere senza capire nulla dei luoghi dove si trova e delle persone che incontra – se è molto giovane liberarsi della tutela dei genitori, tranne la funzione di ufficiali pagatori che volentieri continua ad accettare, vivere qualunque esperienza, comprare o almeno consumare nuove merci e nuovi servizi. Un Quinto Stato liquido, cui basta alzare lievemente la temperatura perché diventi gassoso e precipiti verso il basso anziché salire in alto come in natura. Fattosi adulto, è pronto a divenire il Cretino Globale, deciso a dire la sua su tutto via etere, insultando, offendendo, entusiasmandosi o odiando a comando eterodiretto. Più grande sarà la sua ignoranza, maggiore la sua pretesa di esprimere, con poche frasi e tanti strafalcioni, un’opinione definitiva che nessuno potrà scalfire. Non lo sa, ma è un prodotto di scala, uno tra i tanti. A suo modo, è riuscito perfettamente. Lo hanno voluto così: consumatore compulsivo, mobile, infedele a tutto, privo di principi radicati, “muta d’accento e di pensier” ogni giorno. Sogna New York City, vive in una bolla di cosmopolitismo da centro commerciale senza elevarsi dalla suburra locale. Ha in tasca un diploma, non di rado una laurea, ma sa pochissimo di tutto. Fuori dalla specializzazione strumentale in cui è stato istruito, è una tabula rasa riempita solo dai messaggi commerciali e dalla musica imposta dal sistema di intrattenimento. Non sospetta neppure di essere una pedina di un gioco molto grande e comunque non ne è turbato, purché possa consumare, dare sfogo agli istinti.

 

Il Terzo Stato ha assorbito i primi due, si è fatto nuovo Principe e ha organizzato un perfetto sistema per continuare a dominare, sfruttare, guadagnare. Ha colonizzato l’immaginario, comprendendo che le prime idee da cancellare erano la dignità, la consapevolezza, l’etica. Tutti principi senza valore perché non calcolabili in denaro. Ha distrutto la cultura popolare e quella borghese, screditato ogni concetto “alto”, deriso qualunque concezione spirituale, verticale, aristocratica della vita, sino a costruire la sua creatura prediletta, la Moltitudine plebea prigioniera del Desiderio. Diego Fusaro, giovane filosofo torinese, ha dedicato l’ultimo suo libro alla figura del Precario, convinto di individuarne il potenziale rivoluzionario. Non ne siamo persuasi. L’autore di Minima Mercatalia ha certamente le migliori intenzioni, la sua voce resta una delle più importanti nell’asfittico panorama “contro”, ma pensiamo che l’errore neomarxista consista nell’immaginare un’umanità che si rivolta contro i suoi padroni unicamente in nome della ragione economica. Non va fino in fondo nel denunciare il male. Eppure, una sua immagine ci ha colpito. È quella del quadro di Pellizza da Volpedo messa a confronto con una realizzazione di Massimo Bartolini, dal titolo My fourthhomage, visibile nello stesso museo milanese che ospita Il Quarto Stato, di cui intende essere omaggio e controcanto post moderno. La fotografia di Bartolini presenta i perdenti di oggi colti fermi, con i piedi affondati nella terra, privi di movimento, senza un ordine, ciascuno vestito e atteggiato in modo differente, con gli sguardi vuoti e privi di direzione. Cento anni dopo, a vittoria acquisita del liberalcapitalismo sulle altre grandi narrazioni ideologiche del secolo Ventesimo, tale è la condizione di massa. Nessuna speranza, nessun avvenire verso cui tendere, nessun cammino comune. È un’immagine potente quanto straniante, la prova di una sconfitta epocale. Ma resta la rotta di un materialismo nei confronti di un altro, più abile, scaltro, corrivo, capace di narcotizzare proprio perché non è in grado di suscitare consenso. La sua forza diventa il non dissenso, la rassegnazione, il sonno, il riflesso animale, pavloviano, di chi desidera e si avvolge nelle spire di bisogni e desideri sempre nuovi. […]

 

La difficoltà, anzi la tragedia che viviamo, è quella di generazioni tanto intensivamente diseducate da volere, desiderare, pretendere esattamente ciò che conviene al potere. Manca un ceto intellettuale di riferimento che indichi una via. È scomparsa, per dirla con le parole di Hegel accolte da Marx, la “coscienza infelice” di chi si rende conto del male in atto e batte strade alternative. Ciò che sfugge ai nemici del liberalcapitalismo di ascendenza marxista è la stretta parentela tra il loro universo ideale e quello nemico. Hanno lottato con tutte le forza per distruggere la cultura popolare e quella dei ceti superiori. Destrutturare, decostruire, demitizzare. Ci sono riusciti perfettamente, realizzando inconsapevolmente il lavoro dei liberali, il cui orizzonte è oltrepassare ogni limite. Screditata la morale naturale, irrisa la famiglia, ucciso il padre, gettata nell’inconsistenza ogni forma di spiritualità, bombardate le casematte delle religioni e della morale, vince il più forte che, inevitabilmente, è chi sa mentire meglio ai popoli. La menzogna comunista si è rivelata meno duratura di quella liberalcapitalista. Non resta che tessere una tela diversa, nella quale l’uomo torni a recuperare tutte le sue dimensioni. Esiste la festa dionisiaca e l’ordine apollineo, la materia ma anche lo spirito, lo sguardo rivolto in alto, i diritti come i doveri, il consumo insieme con la gioia della frugalità e della vita comunitaria. Hanno costruito un’umanità di terz’ordine, scomposta, priva di centro, dedita all’istinto, regressiva. Hanno eliminato diritti naturali e sociali, facendo credere che il desiderio, il capriccio, l’istinto elevato a norma siano sacri diritti individuali. Hanno creato un Quinto Stato disumanizzato, deplorevole, privo di argini, miliardi di atomi gettati a caso in un mondo a cui hanno sottratto ogni domanda di senso. Se mai avverrà, se ne uscirà soltanto attraverso forme di restaurazione della coscienza. Qualcuno sa immaginare il significato di onore, dignità, decoro, spirito, morale, famiglia, identità, lotta, sforzo collettivo, per la post umanità del Quinto Stato? Il Terzo Stato del 1789 ha vinto trasformandosi come uno Zelig, nazionalista nel secolo XIX, antiborghese permissivo dopo il 1968, neo-feudale-mondialista a seguito della caduta del comunismo novecentesco. La moltitudine, con buona pace di Toni Negri e Michael Hardt, ha perso perché ha fatto suoi i disvalori dell’Altro. Servi senza coscienza e senza livrea, alla fine reclamano solo una fetta della torta. Il Quarto Stato, almeno, cosciente di sé, voleva cambiare menù, non conquistare un posto alla tavola del Signore.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Spalle al muro PDF Stampa E-mail

23 Maggio 2018

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Da Rassegna di Arianna del 16-5-2018 (N.d.d.)

 

Il presidente americano Donald Trump ha deciso lo spostamento dell’ambasciata Usa e il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello stato ebraico pur sapendo che questo evento, in coincidenza con l’anniversario del 1948 della fondazione di Israele e della Nakba, la catastrofe palestinese, avrebbe fatto riesplodere lo scontro tra israeliani e i palestinesi. Il motivo della decisione è chiaro: Trump ha investito Israele e il suo premier Benjamin Netanyahu del ruolo ufficiale di gendarme americano in Medio Oriente. Il regalo di Trump a Israele non è senza contropartite. Sono aperti almeno tre fronti: la guerra in Siria, in Yemen e il contrasto all’influenza dell’Iran, contrassegnato dal ritiro di Washington dall’accordo sul nucleare. Trump e Israele non intendono trattare su nulla: né con i palestinesi, cosa che è avvenuta in passato, né tanto meno con gli iraniani. L’obiettivo di Trump è disimpegnarsi, almeno in parte, dalla regione. Rinunciando ai negoziati diplomatici e di pace, il presidente americano ha così messo davanti al fatto compiuto l’Europa e lo stesso Putin che dovranno accettare il ruolo preminente di Israele. Non dimentichiamo che Netanyahu è reduce da un recente visita a Mosca: la Russia è un Paese sotto sanzioni e Israele, dove vivono un milione di ebrei russi, può offrire a Putin una sponda per aggirarle. Arabi, musulmani e cristiani dovranno quindi chinare il capo di fronte all’evidenza che Gerusalemme, città sacra a tre religioni già oggi controllata militarmente da Israele, diventi così “proprietà” dello stato ebraico.

 

Vedremo se adesso si leverà qualche voce dissonante, anche se servirà a poco: c’è forse qualcuno qui che ha intenzione di prendere misure contro gli Usa e Israele anche quando contraddicono le risoluzioni delle Nazioni Unite? Non scherziamo, la realtà è ben diversa. Gli Stati Uniti, cancellando l’accordo con l’Iran e imponendo sanzioni alle imprese e alle banche che lavorano con Teheran, ha messo gli europei spalle al muro con un dilemma simile al ricatto: o rinunciate a fare affari con l’Iran o perdete il mercato americano. Quanto a Israele può permettersi di ammazzare tutti gli arabi e i palestinesi che vuole perché è riuscita ad accreditarsi come un Paese “europeo” e “normale”: basti pensare alla svendita delle tre tappe del Giro d’Italia. In poche parole gli editoriali di condanna delle violenze a Gaza sono lacrime di coccodrillo di mass media che sono ipocritamente allineati con lo stato ebraico il quale, questo è il ritornello, “ha sempre diritto a difendersi” anche quando esagera un po’. 

 

Rimane la contraddizione irrisolta tra il mito della terra promessa ebraica e la realtà che in Palestina c’è un altro popolo che sente quella terra, occupata da Israele, come propria per il semplice fatto che ci vive da secoli: dalla guerra che dura ormai da 70 anni si passerà a una guerra dei cent’anni.

 

Alberto Negri

 

 
Un programma discutibile ma che affronta problemi reali PDF Stampa E-mail

22 Maggio 2018

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Da Rassegna di Arianna del 19-5-2018 (N.d.d.)

 

Sono giorni strani questi. A quanto pare la principale occupazione della sinistra è quella di dire che Cinque Stelle e Lega sono pazzi. Sono pazzi perché non sanno cosa fanno. Sono pazzi perché sono barbari. Sono pazzi perché cercano il voto degli «italioti» (chissà poi cos’è un italiota). Sono pazzi perché… Perché? Perché? Perché sono pazzi! Facile no? E a quanto pare vent’anni di antiberlusconismo acritico non hanno insegnato niente. La tendenza manifestata dalla sinistra è evidente: cercare di sminuire l’avversario. E in questo caso la scusa è il famoso «contratto di governo». Ma nel frattempo la realtà (fregandosene della sinistra) procede a grandi passi. Il programma giallo-verde è palesemente un guazzabuglio, un insieme di proposte e discorsi contraddittori ma, che ci piaccia o no, non fa venir meno un dato centrale: Cinque Stelle e Lega parlano di problemi e contraddizioni reali e sono gli unici a farlo in tutto il panorama politico. Le soluzioni a me non piacciono e credo non piacciano anche a molti altri, ma non è certo colpa dei «grillo-leghisti» se negli ultimi trent’anni in Italia si è parlato solo di cavolate mentre la disoccupazione cresceva, le pensioni diminuivano e gli ospedali chiudevano. Nel frattempo però gli avversari di Grillo&Salvini, come dei pugili suonati, non fanno altro che scrivere su facebook: «ambulanza! Chiamate un’ambulanza!!», «la liretta, rivogliono la liretta!!», «i lager, vogliono i lager per rinchiuderci i migranti» (quest’ultima effettivamente è abbastanza vera però si dovrebbe anche dire che Minniti ha fatto scuola).

 

Per definizione un programma politico non può comporsi di sole stupidaggini. Non si può pensare che in quaranta pagine ci siano scritte solo cose sbagliate e riprendendo una delle argomentazioni più superficiali sentite in questi giorni: «anche Hitler aveva delle buone idee». Ecco è proprio questo il punto, anche i grillo-leghisti hanno delle idee (oltre al 50% dei voti). Prendiamone quattro a caso: abolizione della Fornero; taglio del debito pubblico; reddito di cittadinanza; nazionalizzazione di Monte dei Paschi di Siena. Seriamente, esiste qualcuno che può pensare che siano proposte folli o irrilevanti? Esiste davvero qualcuno che crede che si possa lavorare fino al giorno prima della tomba? Allo stesso modo non so quanto sia «possibile» tagliare 250 miliardi di debito ma sfido qualcuno a dire che è sbagliato che l’Italia si presenti in Europa a battere i pugni più forte che può. E chiedere il taglio di 250 miliardi di debito vuol dire battere i pugni molto forte ed è un modo come un altro per dire che il ministro dell’economia italiano non è la Merkel o Draghi. Possiamo però proseguire e vedere che l’Italia è un paese impoverito e mostruosamente diseguale. Il reddito di cittadinanza sarà anche un palliativo, però non bisogna prendere in giro chi non arriva alla fine del mese e vede nei «400 euro regalati dallo stato» un possibile sollievo alla peggiore delle malattie: la povertà. In ultimo, proprio ieri, Monte dei Paschi ha perso l’8% in borsa semplicemente perché nel «contratto» c’è scritto che va nazionalizzata per «riorientare gli obiettivi dell’istituto di credito in un’ottica di servizio» e non di speculazione. Anche qui sfido chiunque a dire che c’è qualcosa di sbagliato nel dire che MPS va nazionalizzata.

 

Sottolineo ancora una volta che questo articolo non vuole mostrare apprezzamento verso il nascente governo, questo articolo però vorrebbe far riflettere su un problema importante. Mentre l’opposizione si straccia le vesti e grida all’arrivo dei «penta-nazifascisti», mentre la sinistra si preoccupa di starnazzare sguaiatamente, se il futuro governo farà anche solo una parte delle quattro cose sopracitate andate tranquilli che Cinque Stelle e Lega governeranno non per cinque anni ma più probabilmente per quindici o venti. Vogliamo fare opposizione ai giallo-verdi? Se sì allora cominciamo a capire perché hanno il 50% dei voti e cominciamo a distinguere, tra le cose che dicono, quelle sbagliate da quelle sensate. Tutto il resto è moralismo.

 

Lorenzo Alfano

 

 
Saggezza orientale PDF Stampa E-mail

21 Maggio 2018

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C’era una volta un contadino cinese al quale era scappato un cavallo. Tutti i vicini cercarono di consolarlo, ma il vecchio cinese, calmissimo, rispose: "E chi vi dice che sia una disgrazia?". Accadde infatti che, il giorno dopo, proprio il cavallo che era fuggito ritornasse spontaneamente alla fattoria, portandosi dietro altri cinque cavalli selvaggi. I vicini, allora, si precipitarono dal vecchio cinese per congratularsi con lui, ma questi li fermò dicendo: "E chi vi dice che sia una fortuna?". Alcuni giorni dopo, il figlio del contadino, cavalcando uno di questi cavalli selvaggi, cadde e si ruppe una gamba. Nuove frasi di cordoglio dei vicini e solito commento del vecchio cinese: "E chi vi dice che sia una disgrazia?". Manco a farlo apposta, infatti, scoppiò una guerra e l’unico a salvarsi fu proprio il figlio del contadino che, essendosi rotto una gamba, non era potuto partire per il fronte.

 

I filosofi orientali avevano già capito secoli fa che fortuna e sfortuna, bene e male, disgrazie e benedizioni, esistono solo nella nostra mente che interpreta in maniera non obbiettiva la realtà.

 

Holodoc

 

 
Prepotenze impunite PDF Stampa E-mail

19 Maggio 2018

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Da Comedonchisciotte del 17-5-2018 (N.d.d.)

 

Ho già avuto modo di spiegare che l’atteggiamento, tipicamente cristiano, del Presidente Russo Vladimir Putin di offrire l’altra guancia alle provocazioni dell’Occidente è una strategia intesa a convincere l’Europa che la Russia è ragionevole mentre Washington non lo è, e che la Russia non è una minaccia per gli interessi e la sovranità dell’Europa, mentre Washington lo è. Compiacendo Israele e ritirandosi dall’accordo multinazionale iraniano per la non-proliferazione nucleare, il Presidente americano Donald Trump potrebbe aver contribuito al successo della strategia di Putin.

 

I tre maggiori stati europei vassalli di Washington, Gran Bretagna, Francia e Germania si sono opposti all’azione unilaterale di Trump. Trump ritiene che il trattato multinazionale dipenda solo da Washington. Se Washington dovesse rinunciare all’accordo, questo rappresenterebbe la fine dell’accordo stesso. Non importa la volontà degli altri firmatari. Di conseguenza, Trump vuole reintrodurre le preesistenti sanzioni agli scambi commerciali con l’Iran e imporre ulteriori, nuove sanzioni. Se Gran Bretagna, Francia e Germania continuassero ad onorare i contratti commerciali stipulati con l’Iran, allora Washington sanzionerebbe anche i propri stati vassalli e proibirebbe alle aziende inglesi, francesi e tedesche di operare negli Stati Uniti. Ovviamente Washington ritiene che i profitti che gli Europei hanno negli Stati Uniti superino quelli che si possono ottenere in Iran e pensa che [gli Europei] si adegueranno alle decisioni di Washington, così come, da stati vassalli, hanno già fatto in passato. E potrebbe anche essere così. Ma questa volta c’è una reazione negativa. Se dalle parole forti si arriverà ad una rottura con Washington, è ancora tutto da vedere. Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, il neoconservatore filo-israeliano John Bolton ha ordinato alle aziende europee di cancellare i loro accordi commerciali con l’Iran. L’ambasciatore americano in Germania, Richard Grenell ha imposto alle ditte tedesche di interrompere immediatamente le loro attività in Iran. La prepotenza verso l’Europa e l’evidente disprezzo degli stati Uniti per gli interessi europei hanno fatto diventare di colpo il vecchio e consolidato vassallaggio dell’Europa fin troppo evidente e scomodo. Il Cancelliere tedesco Angela Merkel, fino ad ora un leale fantoccio degli Stati Uniti, ha detto che l’Europa non può più fidarsi di Washington e deve “prendere il destino nelle proprie mani.” Il Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Junker ha detto che la leadership di Washington ha fallito e che è il momento per l’UE di prendere la guida e “sostituirsi agli Stati Uniti.” Diversi ministri di governo francesi, tedeschi e inglesi si sono espressi allo stesso modo. Sulla copertina della rivista tedesca Der Spiegel, dal titolo “Goodbye Europa”, c’è Trump che mostra il dito medio all’Europa. La rivista afferma che “È giunto il tempo per l’Europa di unirsi alla Resistenza.” Anche se i politici europei sono stati ben ricompensati per la loro sottomissione, potrebbero ora trovarla un peso meschino e insopportabile.

 

Anche se capisco l’importanza del rifiuto di Putin di reagire alle provocazioni con altre provocazioni, ho anche espresso la preoccupazione che accettarle senza reagire incoraggerebbe ulteriori attacchi, che aumenterebbero di intensità fino a che una guerra o la resa della Russia rimarrebbero le uniche opzioni; viceversa, se il governo russo assumesse un atteggiamento più aggressivo nei confronti delle provocazioni, rispedirebbe il pericolo ed il costo delle stesse al mittente, agli Europei che, con la loro acquiescenza a Washington, le hanno rese possibili. Ora sembra che Trump in persona abbia insegnato questa lezione agli Europei. La Russia ha passato diversi anni ad aiutare l’esercito siriano a ripulire la Siria dai terroristi mandati da Washington per rovesciare il governo siriano. Però, nonostante l’alleanza russo-siriana, Israele continua con i suoi illegali attacchi militari contro la Siria. Questi attacchi potrebbero essere fermati se la Russia fornisse alla Siria i sistemi di difesa antiaerea S-300. Israele e gli Stati Uniti non vogliono che la Russia venda gli S-300 alla Siria perché Israele vuole continuare ad attaccare la Siria e gli Stati Uniti vogliono che la Siria continui ad essere attaccata. In caso contrario, Washington avrebbe costretto Israele a desistere. Diversi anni fa, prima che Washington mandasse i suoi mercenari islamici ad attaccare la Siria, la Russia aveva acconsentito a vendere alla Siria un avanzato sistema di difesa antiaerea ma, per le pressioni americane ed israeliane, aveva rinunciato e non lo aveva consegnato. Ora, per la seconda volta, subito dopo la visita di Netanyahu a Mosca, sentiamo dire da Vladimir Kozhin, assistente di Putin, che la Russia continuerà a negare alla Siria i sistemi moderni di difesa antiaerea. Forse Putin crede di doverlo fare per non dare a Washington un’opportunità che potrebbe essere utilizzata per riportare l’Europa in sintonia con la politica aggressiva degli Stati Uniti. In ogni caso, per quelli che non la vedono così, tutto questo fa nuovamente sembrare la Russia debole e riluttante a difendere un alleato. Se Putin crede di aver una certa qual influenza su Netanyahu, nel senso di convincerlo a stipulare accordi di pace con la Siria o l’Iran, allora il governo russo non ha capito nulla delle intenzioni di Israele o dei 17 anni di guerre di Washington in Medio Oriente. Io spero che la strategia di Putin funzioni. Se non sarà così, dovrà cambiare il proprio modo di reagire alle provocazioni o queste ci porteranno alla guerra.

 

Paul Craig Roberts (traduzione di Markus)

 

 
Massacro diventa "scontro" PDF Stampa E-mail

18 Maggio 2018

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Da Comedonchisciotte del 16-5-2018 (N.d.d.)

 

Come ha già fatto notare FAIR (p.e., Extra!, 1/17; FAIR.org, 4/2/18), il termine “scontro” è quasi sempre usato per mascherare una asimmetria di forza e dare al lettore l’impressione che le parti in lotta in qualche modo si equivalgano. Questo termine serve a camuffare le dinamiche di potere e la natura del conflitto stesso, p.e., chi lo ha istigato e che tipo di armi sono state usate (se sono state usate armi). “Scontro” è il miglior amico dei giornalisti che vogliono descrivere la violenza senza offendere nessuno al potere, con le parole di George Orwell, “nominare le cose senza che la mente veda la loro immagine.” È allora prevedibile che, nei reportage sulle stragi di Gaza di questi giorni, dove sono stati uccisi più di 30 Palestinesi e ne sono stati feriti più di 1.100, il termine “scontri” venga usato in senso eufemistico per descrivere cecchini che, da postazioni fortificate, sparano contro dimostranti disarmati a 100 metri di distanza.

 

Pneumatici in fiamme, gas lacrimogeni, colpi di arma da fuoco: gli scontri di Gaza diventano mortali (Washington Post, 6-04-2018). Dimostranti feriti mentre riprendono gli scontri a Gaza (Reuters 7-04-2018). Scontri in Israele: sette Palestinesi uccisi nelle proteste al confine con Gaza (Independent 6-04-2018). Dopo lo scontro di Gaza, Israeliani e Palestinesi combattono con filmati e parole (New York Times 1-04-2018) […]

 

Il termine “scontro” implica un certo grado di simmetria. Quando da una parte muoiono dozzine di persone alla volta, mentre dall’altra si spara a volontà, al riparo di muri fortificati, su persone disarmate (alcune delle quali vestono giubbotti con la scritta “Stampa”) a poche decine di metri di distanza, questo non è “uno scontro”. Si può descrivere molto meglio con “un massacro”, o almeno “una sparatoria su dei manifestanti.” Nessun Israeliano è rimasto ferito, e la cosa sarebbe sorprendente se le due parti si stessero veramente “scontrando.”

 

La foglia di fico degli “scontri” non è più necessaria quando si parla dei nemici degli Stati Uniti. Nel 2011, i titoli della stampa occidentale riportavano abitualmente che Mu’ammar Gheddafi in Libia e Bashar al-Assad in Siria “avevano sparato sui manifestanti” (p.e., Guardian, 20-02-2011; New York Times, 25-03-2011). Parole semplici e comprensibili quando si parla di chi gode di cattiva reputazione presso le istituzioni americane deputate alla sicurezza, ma, per gli alleati degli Stati Uniti, la necessità di (mostrare) una falsa parità (di forze) richiede l’uso di eufemismi sempre più assurdi per mascherare quello che sta accadendo veramente, in questo caso il massacro a distanza di esseri umani inermi. Israele ha un esercito modernissimo: F35, corvette Sa’ar, carri armati Merkava e missili Hellfire, per non parlare del più invadente apparato di sorveglianza del mondo, ha il controllo completo di cielo, mare e terra. Nelle manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno, i Palestinesi hanno utilizzato pietre, copertoni e, secondo l’esercito israeliano (IDF), qualche occasionale bottiglia Molotov, anche se, sull’uso di queste ultime, non sono venute alla luce prove indipendenti. Una tale asimmetria di forze non si era mai vista nei vari conflitti mondiali; nonostante questo, i media occidentali rimangono aggrappati a livello istituzionale al cliché del “ciclo di violenza”, dove “entrambe le parti” vengono rappresentate come entità equivalenti. Il termine “scontri” permette loro di continuare a farlo in perpetuo, non importa quanto a senso unico possa essere la violenza.

 

Adam Johnson (traduzione di Markus)

 

 
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