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Parlamento senza sovranisti PDF Stampa E-mail

12 Settembre 2019

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Da Appelloalpopolo del 10-9-2019 (N.d.d.)

 

La fase dell’alternanza o addirittura dell’alternativa tra partiti “populisti” e “sovranisti”, da un lato, e partiti “europeisti”, dall’altro, è durata poco, qualche anno di opposizione giallo-verde e un anno di governo sempre giallo-verde, perché era fondata su falsità. Intanto Renzi e Berlusconi non sono stati meno populisti di Salvini e Grillo, quindi tutte le forze politiche presenti in Parlamento sono populiste. L’incompatibilità fra il PDRenzi o Forza Italia e il M5S o la Lega, in ragione del preteso populismo dei secondi era una assoluta falsità, tanto che la Lega si era alleata con Forza Italia per le politiche e vi si allea stabilmente nelle regionali; il PD quindi poteva allearsi con il M5S. In secondo luogo l’alternativa non era tra europeisti e sovranisti. Sempre la Lega e il M5S si sono dichiarati europeisti. Al più vi era chi voleva cambiare l’Europa dall’interno e chi (il PD), essendo fermamente schierato con la linea che mirava a salvare l’Euro e l’Unione Europea dalla crisi che oggettivamente hanno corso, era più disposto ad assumersi la “responsabilità” dell’austerità. Ma una volta che la crisi è passata, una volta che non esiste più un problema di insostenibilità dell’euro (esiste soltanto un problema di ingiustizia e di mancanza di democrazia e di libertà), perché è stato creato dai vertici dell’Unione Europea (BCE compresa) un regime giuridico, sia pure molto austeritario, che preserva l’esistenza dell’euro e quindi della UE, non vi è ragione di insistere, in via ordinaria o comunque nell’attuale congiuntura, sul regime inflessibile, che ha dei costi persino per la Germania. Tutti e due gli schieramenti, dunque, sono per cambiare l’Europa dall’interno e dunque sono europeisti. Prima si trattava di salvarla e dobbiamo riconoscere che il regime austeritario l’ha salvata, mentre non sappiamo se l’Europa sarebbe stata ancora in piedi senza patto di stabilità, bensì applicando l’originario regime di Maastricht. Ora che è salva, si tratta di consentire, entro certi limiti, degli allentamenti del patto di stabilità. Questa è la politica europeista dei gialli dei verdi degli azzurri dei rosa dei bianchi e dei neri, insomma di tutti e sei i partiti presenti in parlamento.

 

L’alleanza M5S-PD-LEU e quella Lega-FI-FdI danno luogo per l’ennesima volta al partito unico delle due coalizioni: il partito populista, neoliberale ed europeista. Il M5S più degli altri partiti può rivendicare, ma più per le declamazioni che per i concreti provvedimenti, qualche spruzzata sociale. Ma restiamo sul piano della spruzzatina. Il partito unico, tolti i finti contrasti spettacolarizzati in funzione del marketing politico, è tornato e in realtà c’è sempre stato, soltanto che molti non lo vedevano. Non ci sono sovranisti in Parlamento. Sovranisti sono soltanto coloro che vogliono distruggere l’Unione Europea, per recuperare democrazia, libertà, realizzare giustizia e sottrarre l’Italia alla globalizzazione cosmopolita, dando al nostro Stato e al nostro popolo una conformazione originale. La crisi dell’Unione Europea di questo decennio non ha generato partiti sovranisti che siano giunti in Parlamento. Tuttavia esistono settori anche piuttosto vasti dell’opinione pubblica che non volevano che l’Unione Europea fosse salvata e che oggi non vogliono che venga modificata ma disintegrata.

 

La nuova fase sarà costituita da un decennio di governo del partito unico delle due coalizioni. La novità potrà essere soltanto l’organizzarsi del movimento di opinione sovranista, per entrare in Parlamento. Ma perché il fine si realizzi, sono necessarie due condizioni: che i sovranisti prendano atto della realtà e si considerino del tutto estranei da simpatie per il M5S o per la Lega e appoggino, magari con aiuto minimo, le piccole formazioni; che le piccole formazioni sovraniste dimostrino di avere capacità di crescere – per numero di associati, per visibilità, per livello di azione politica, per intelligenza politica – e di resistere a scissioni. Soprattutto, però, serve umiltà: prima di due anni dalla nascita un soggetto collettivo va considerato come inesistente: è un semplice tentativo. Non può pretendere di allearsi con altri, perché non sa se sarà mai in grado di camminare senza gattonare. E soprattutto non può pretendere di essere un hub dei sovranisti, perché, come ha dimostrato Patria e Costituzione, questa presunzione rivela anche poca intelligenza politica e il progetto è destinato a fallire. Hub si diventa, eventualmente, non si nasce. Queste ultime considerazioni relative all’umiltà, vogliono essere un suggerimento per il soggetto al quale si inizierà a dar vita il 14 settembre a Roma

 

Stefano D’Andrea

 

 
Il governo durerÓ e a Salvini penseranno i giudici PDF Stampa E-mail

11 Settembre 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 9-9-2019 (N.d.d.)

 

[…] Come ha scritto Paolo Mieli «da noi, in settantacinque anni, non è mai successo che la sinistra sia andata al potere in seguito a una vittoria elettorale. Con l’unica eccezione del 21 aprile 1996 quando vinse l’Ulivo con Romano Prodi». C’è, poi, un altro riciclo in atto, mi pare, ed è quello delle seconde linee del Pd, che ci fa capire quanto il partito creda in questo governo (se si eccettua Paolo Gentiloni, che, infatti, è stato mandato in Europa come commissario europeo). Matteo Renzi e Nicola Zingaretti sono rimasti fuori e così si tengono le mani libere: chi ha seguito in questi giorni le trattative non può non avere il fondato sospetto che tra i due sia in corso una battaglia per avere la supremazia tra i democratici e che, al momento opportuno, soprattutto il primo, useranno dei risultati dell’esecutivo per regolare i conti. Seconda osservazione: dei 21 ministri, 10 sono del Pd (Luciana Lamorgese agli Interni passa come tecnico, ma è una dem), 1 di Leu (Roberto Speranza, ex Pd), 10 del M5s. Quindi, a differenza del governo gialloverde, dove c’era – visto il risultato delle elezioni del 4 marzo – una predominanza grillina, qui c’è sostanziale parità (nonostante, appunto, allora il M5s avesse preso il 32 per cento e il Pd il 18). Adesso escono i ministri più “scomodi” (Trenta, Toninelli), Di Maio ottiene un dicastero importante, ma non è più vicepremier, e quelli davvero strategici (Economia, Interni, Infrastrutture) vanno ai rossi. Terza osservazione: Giuseppe Conte. Ormai è post-grillino e questo spiega perché Di Maio, fino all’ultimo, abbia cercato di fare il vicepremier. Ha capito che il presidente del Consiglio stava giocando una partita tutta sua, ormai slegata dal Movimento. Alla fine ha vinto Conte e perso Di Maio, che è riuscito solo a piazzare Riccardo Fraccaro alla vicepresidenza, ma non se stesso.

 

Conclusione: ha ragione il politologo Roberto D’Alimonte quando dice che questo governo è stato voluto da Beppe Grillo: è lui che ha deciso di mollare Di Maio e puntare su Conte, «utilissimo al Pd», come dice Salini. Di Grillo si può dire tutto (io penso il peggio), ma non che sia stupido: ha capito che il M5s era arrivato ad un punto morto per l’evidente inadeguatezza della sua classe dirigente e, con un colpo di teatro, s’è messo nelle mani dei democratici. Alla morte, ha preferito l’agonia. Da parte loro, quelli del Pd hanno scelto di prolungare la legislatura per non andare a elezioni con un centrodestra che, con questa legge elettorale, avrebbe fatto cappotto. Ma hanno scelto di andare avanti con la “squadra B”, vedi mai che la cosa finisca male. Secondo me, finirà male per il Paese, ma durerà fino all’elezione del nuovo capo dello Stato. E a Matteo Salvini ci penseranno i giudici.

 

Emanuele Boffi

 

 
La repubblica di Pulcinella PDF Stampa E-mail

10 Settembre 2019

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Da Rassegna di Arianna dell’8-9-2019 (N.d.d.)

 

Vedere Luigino Di Maio, dopo qualche giorno di batticuore (per la sua poltrona) e di gioco a nascondino col PD, presentarsi alle telecamere e annunciare, col più smagliante dei sorrisi, che la prova è stata brillantemente superata e che la consultazione on-line del popolo dei 5 Stelle ha confermato, con percentuali bulgare, l’inciucio inverecondo e indigeribile (79% di sì contro 21%  di no) è stato uno spettacolo che milioni di italiani avrebbero preferito fosse loro risparmiato. Facciano pure quel che vogliono, i signori del palazzo e delle poltrone, ma per favore, questa farsa della democrazia diretta e telematica ce la potevano e ce la dovevano risparmiare. Tanto, ormai la maschera è scivolata loro dal viso e tutti possono vedere, se hanno ancora occhi per farlo, e tutti hanno capito, se dispongono ancora di una materia cerebrale per pensare. Possono sfuggire i particolari, ma l’essenza della commedia è chiara: il governo 5 Stelle-PD si doveva fare ad ogni costo; le elezioni, orribile sopravvivenza di epoche barbariche e incivili, andavano scongiurate assolutamente; Salvini doveva essere neutralizzato, cacciato dal governo facendolo pure apparire come colui che ha rovesciato il tavolo, e la fiducia del mondo civile ristabilita (insieme a quella delle agenzie di rating). Tutti hanno capito che era solo una ignobile farsa per guadagnare un po’ di tempo e salvare un minimo le apparenze, mettere una foglia di fico sulle pudenda di un oltraggio alla democrazia quale raramente si era visto perfino nella spregiudicata e buffonesca Repubblica di Pulcinella. Che un governo di sinistra dovesse uscire da una manovra di palazzo per la stessa porta dalla quale era entrato un governo di segno opposto, sull’onda delle elezioni del marzo 2018 che avevano dato una indubbia maggioranza allo schieramento di centro-destra, questo era deciso nel copione ancora prima che venisse scritto. Lo volevano tutti, ma proprio tutti: da Mattarella a Bergoglio, dalla UE alla CEI, dalla Merkel a Macron e da Soros a Trump. Può bastare? E pazienza se il popolo italiano aveva espresso tutt’altra volontà e tutt’altro orientamento. La democrazia, in fondo, che altro è, se non il giocattolo che si dà in mano ai popoli-bambini, quando si tratta di questioni irrilevanti? Ma se il gioco si fa serio, allora non lo si può lasciare condurre a dei bambini; ci vogliono i professionisti. E i professionisti autonominati sono i signori del Bilderberg e quelli della Trilaterale; sono i finanzieri ebrei-americani ed è l’asse franco-tedesco nato dal Trattato di Aquisgrana. Del resto, costoro non lo hanno mai nascosto: ci sono dei casi nei quali la volontà popolare deve essere sospesa e le decisioni devono passare agli oligarchi, i quali hanno la scienza per decidere cosa sia meglio fare: nel loro interesse, ovviamente, e non in quello dei popoli. I popoli, le nazioni, le identità, gli stati, le frontiere, le monete sovrane, tutta questa roba è ciarpame del passato. Ora bisogna procedere alla costruzione del Mondo Nuovo; e qualche decina di persone è più che sufficiente. Ed è così che nascono le carriere strane, velocissime, inspiegabili, come ha fatto notare anche l’ottimo Francesco Amodeo: è così che dei signori nessuno improvvisamente escono allo scoperto, baciati dalle luci della ribalta, mietono successi e simpatie, trovano il consenso internazionale e quello dei poteri finanziari (visto come è subito ridisceso lo spread, non appena Conte ha annunciato l’intenzione di formare il suo nuovo governo? neanche avesse la bacchetta magica). Carriere politiche, carriere amministrative, carriere professionali: questi Renzi e questi Monti, queste Gruber e queste Maggioni, queste scalate spettacolari al successo, al potere, alla popolarità, che ci vengono presentate come naturali, anzi che non vengono spiegate affatto, ma presentate come dati di fatto, alla faccia del giornalismo serio, che dovrebbe spiegare alla gente cosa succede e perché. Di Mario Monti, ad esempio, cosa fu detto dai mass-media nel 2011, quando fu messo (come poi si è capito) dalla BCE a sottomettere e distruggere l’economia italiana? Che era un professore della Bocconi; e “bocconiano” fu l‘appellativo abituale che gli venne riservato, per metà scherzoso e per metà ammirativo. Ma non dissero la cosa principale, che era un Bilderberger; e sussurrarono come cosa incidentale e quasi secondaria che fosse stato direttore della Goldman Sachs. La stessa banca che aveva innescato la crisi mondiale da cui l’Italia fu investita e travolta nel giro di pochi anni. Curioso, vero? Sarebbe come presentare Adolf Hitler come ex caporale dell’esercito tedesco o magari come ex pittore da strada, e non come capo del Partito Nazionalsocialista. E di Giuseppe Conte, cosa ci hanno detto i mass-media? Che è un avvocato di Foggia, un professore universitario, nonché un devoto di Padre Pio da Pietrelcina. Benissimo. Ma cosa non hanno detto? Che è sempre stato un uomo di sinistra, già vicino al PD e presente in Parlamento dal 2013, cioè da sei anni, con un incarico piuttosto importante, quello di vicepresidente del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa; e inoltre un protetto del cardinale Achille Silvestrini, recentemente scomparso: il quale Silvestrini, per chi ancora non lo sapesse, era il regista della mafia di San Gallo, quella che ha mandato a casa Ratzinger e taroccato l’elezione di Bergoglio. Non dicendo queste cose, si è fatto in modo che ciò che poi è accaduto, il ribaltone dell’estate e la nascita del Conte Bis, non più sovranista ma europeista e immigrazionista, non più populista ma progressista, fosse impensabile e imprevedibile, e che il campo rimanesse libero per la doppia capriola mortale del premier, passato da turista della politica, digiuno di giochi e giochetti, a espertissimo e scaltrito navigatore dei meandri più oscuri del Palazzo, rotto alle astuzie più raffinate. Che strani questi giornali che non informano, questi telegiornali che non dicono, questi giornalisti che non fanno il loro dovere. Oppure lo fanno? Dipende da cosa s’intende per fare il proprio dovere. Se è quello di servire fedelmente il proprio datore di lavoro, sono tutti eccellenti professionisti. E tanto peggio per il popolo bue che compra il giornale e ascolta il telegiornale credendo e sperando che gli verranno dette le cose, tutte intere, in modo che possa orientarsi e comprendere, e non le cose che qualcun altro vuole che lui sappia o non sappia. Si vede che vive ancora nel mondo di Biancaneve e di Cappuccetto Rosso: e non ci sono attenuanti per chi vive al di fuori del principio di realtà.

 

E ora torniamo al “voto” grillino sulla piattaforma Rousseau. Che Di Maio abbia presentato quell’evento come il non plus ultra della pratica democratica, è scritto nel gioco delle parti; ma che i mass-media lo abbiano ripetuto e che l’opinione pubblica lo prenda per buono, questo va oltre i limiti della decenza, oltre che della verità. La democrazia di un Paese di sessanta milioni di abitanti è appesa alla consultazione di qualche migliaio di persone: ma stiamo scherzando? Gli elettori che hanno votato per il Movimento 5 Stelle alle ultime consultazioni politiche sono stati oltre 10 milioni; ma quelli che si sono espressi sulla piattaforma Rousseau erano circa sessantamila, e quelli che lo hanno fatto effettivamente, non si sa quanti siano. Si sa che trattandosi di un programma informatico privato, non c’è alcuna possibilità di controllo da parte di terzi: bisogna stare a quel che dicono loro. E questa sarebbe trasparenza? Si sa anche che il sì plebiscitario premia l’entrata a gamba tesa di Beppe Grillo, che sempre più si rivela non solo come l’ideatore e il fondatore, ma come l’eterno padre padrone del movimento: una strana coincidenza, non è vero? Vogliamo dire: fino a qualche giorno fa non c’era un parlamentare grillino che non escludesse categoricamente qualsiasi alleanza, qualsiasi inciucio (erano loro ad usare questa parola) col PD; lo hanno definito il partito di Bibbiano, il partito dei delinquenti che ha portato l’Italia alla rovina. E adesso ci vanno insieme, d’amore e d’accordo, per il bene del Paese e per senso di responsabilità. Davvero i dieci milioni di elettori che hanno votato per il Movimento nel marzo del 2018 desideravano questo? Non c’è per caso una truffa, un imbroglio, un tradimento colossale della volontà degli italiani, un oltraggio mai visto al concetto stesso di democrazia? Con quale faccia si presenteranno ancora al voto, dopo una simile capriola? Logico che facciano di tutto per scansarlo: ne hanno paura. Ma chi ha paura di andare a votare, non crede nella democrazia; crede, come i signori del Bilderberg, che la democrazia vada pilotata, instradata, e, se necessario, un tantino manipolata, per condurre i popoli là dove hanno deciso quelli che sanno cosa è bene per il mondo: gli oligarchi della finanza internazionale. Quelli del Britannia, a bordo del quale c’era anche – e la notizia non è mai stata smentita – Beppe Grillo. E allora, di che meravigliarsi, ora? Il Movimento 5 Stelle è stato pensato e creato per catturare il malcontento degli italiani verso la classe politica, per neutralizzarlo e anestetizzarlo, e riciclarlo in un rinnovato sostegno nei suoi confronti: una vera operazione di magia (nera). E infatti Gianroberto Casaleggio era un genio in materia, il vero genio del Movimento; Grillo era il comico smaliziato, ci metteva la faccia a trascinava le folle. La massoneria, dietro le quinte, annuiva e benediceva.

 

Così, eccoci arrivati alla nuda essenza del potere: dopo tante speranze e tante illusioni, dopo tante giravolte e piroette, siamo arrivati alla verità nuda e cruda: il popolo può pensare quel che vuole, può dire quel che vuole, ma alla fine decidono sempre loro, i rappresentanti dell’oligarchia. Che non è nemmeno un’oligarchia nostrana, è un’oligarchia internazionale, che si serve dei nostri uomini politici per sottomettere l’Italia attraverso degli uomini di paglia. Vi ricordate quando Mattarella si rifiutò di firmare la nomina di Savona a ministro dell’Economia - gesto irrituale, mai visto, al limite della costituzionalità, oltretutto presentato agli italiani come dettato dalla preoccupazione di difendere i loro risparmi -, e il Conte 1 rischiò di naufragare? C’era stata una telefonata di Attali, il deus ex machina di Macron, a Napolitano: tra fratelli di loggia ci s’intende; poi una telefonata di Napolitano a Mattarella: Questo ministro non s’ha da fare. E non si fece. Alla faccia della democrazia. Anche allora, chi voleva capire, aveva gli elementi per capire; per chi voleva vedere, lo spettacolo era chiaro. In tema di telefonate, c’è poi la telefonata di Angela Merkel all’ex premier Gentiloni. Nel bel mezzo dei capricci e delle bizze del PD per arraffare più poltrone possibili, cosa che stava per far saltare l’intesa con i 5 Stelle, la cancelliera ha preso il telefono e ha chiamato il suo amico del PD per dirgli, chiaro e tondo: Questo governo s’ha da fare. E lo si è fatto, in tempi da record. Le resistenze sono cadute, il PD ha moderato le pretese, ha persino fatto un po’ di spazio a tavola per i compagni di L.E.U., purtroppo necessari per strappare una risicata maggioranza numerica, e anch’essi vogliosi di poltrone, e Di Maio ha superato felicemente lo scoglio della votazione interna, ottenendo il mandato del suo “popolo”. Secondo la volontà di Beppe Grillo. Perfetto: tutto fila come un meccanismo ben oliato, non c’è una nota fuori posto, un elemento che sfugga alle previsioni. I brutti e i cattivi, Lega e Fratelli d’Italia, sono messi all’angolo, esclusi, ininfluenti, irrilevanti: anche se, insieme, se si votasse oggi, raggiungerebbero la maggioranza dei voti, probabilmente da soli e senza bisogno dell’apporto, eternamente ricattatorio, di Forza Italia. Ma questo è appunto quel che non deve accadere e che non accadrà. Intanto, come premio ai fedeli vassalli che hanno prontamente eseguito i voleri della Merkel e di Macron, lo spread è gentilmente, dolcemente sceso in giù, come non accadeva da mesi, fino a quota 150. Lo zuccherino che si dà al cagnetto per premiarlo della sua obbedienza. Bravo Fido, continua così; la prossima volta te ne do un altro. Anche Moscovici è felice e contento come una pasqua, brinda a champagne per la caduta di Salvini e per l’avvento del Conte Bis, il governo perfetto dell’Italia perfettamente infeudata alla BCE: cosa chiedere di più alla vita?

 

Quanto alla corte del signor Bergoglio, dei vari Parolin, Paglia, Galatino, Bassetti & Co., si potrebbe immaginare un giorno più lieto di questo, una più felice congiunzione di circostanze? E se a quelle tali circostanze è stato dato un aiutino; se i cardinali massoni hanno sponsorizzato e benedetto l’intera operazione, dando una spinta al premier e creando l’atmosfera adatta (misericordiosa e inclusiva) e i teologi di sinistra e i direttori dei giornali ex cattolici – Spadaro, Rizzolo, Tarquinio – hanno lavorato bene, dispiegando tutte le loro risorse dialettiche e pubblicitarie, allora ciò vuol dire che il Vaticano è pur sempre una squadra, una quadra efficiente, che porta a casa il risultato, mica scherzi: fatti e non parole. E intanto Bergoglio, per blindare anche il post-Bergoglio, nomina 13 nuovi cardinali (neppure l’ascensore rotto è riuscito a fermarlo), di cui 10 destinati al collegio degli elettori del futuro conclave, per esser certo, assolutamente certo, che indietro non si tornerà. Dopo di lui ci sarà un altro Bergoglio, così come dopo il Conte 1 è risorto dalle ceneri, senza perdere neanche una battuta, il Conte Bis (e pazienza se Conte 1 aveva detto, testualmente: la mia esperienza politica finisce qui. Non sarò a capo di un altro governo, con una maggioranza diversa). Tanto, le parole non costano niente, specialmente in Italia. Si può dire tutto e il contrario di tutto: si fa per dare aria alla bocca. Anche Giggino Di Maio aveva giurato e spergiurato che l’inciucio con i Dem, lui, non l’avrebbe fatto manco a morire. E infatti non ha perso un minuto a farlo: con un sorriso a trentadue denti, e una luce di soddisfazione negli occhietti furbi. Evviva, bisogna suonare le trombette e tirare un po’ di coriandoli: tutto va secondo il copione della Repubblica di Pulcinella...

 

Francesco Lamendola

 

 
Razzismo come pretesto PDF Stampa E-mail

9 Settembre 2019

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Da Appelloalpopolo del 2-9-2019 (N.d.d.)

 

Prima di darmi dello xenofobo ascoltate attentamente. Perché per tanti secoli è avvenuta quella tratta ignobile, chiamata commercio triangolare, con la quale milioni di africani sono stati deportati nelle Americhe, a lavorare come bestie? Perché erano convinti che gli africani erano inferiori o perché semplicemente erano coscienti che erano facilmente sfruttabili e serviva una giustificazione di tipo razziale, per poter esercitare al meglio quello che era un dominio prettamente economico? Che poi alcuni pazzi, ai piani alti, fossero convinti che i neri fossero inferiori è vero. Ma sicuramente il movente principale è di tipo economico. Serviva loro manodopera gratuita per raccogliere il cotone o badare agli animali. Che poi buona parte del popolo se l’è purtroppo bevuta e ha creduto che davvero noi africani eravamo inferiori e ciò ha consentito, a quello che era all’inizio un pretesto per un dominio economico, cioè le teorie sulla razza, di avere una rilevanza primaria che consentì il totale asservimento degli schiavi neri è altrettanto vero.

 

L’unico caso in cui l’ideologia razzista in senso stretto è altamente rilevante ancora più di quella economica è stato il nazismo che aveva implicazioni biologiche veramente inquietanti. Quello che intendo è che colui che detiene il potere economico ha sempre avuto bisogno di avere dei pretesti per legittimare il potere. Oggi il ricco ha bisogno di deportare nuovamente africani visto che ormai li ha completamente resi docili e pronti a tutto per sopravvivere. Non ha più bisogno di teorie sulla razza. È una strategia inutile che sarebbe anzi dannosa. Fatto sta che l’effetto è lo stesso. Anzi fa finta di sentirsi in colpa e probabilmente qualcuno ci casca pure ed elogia l’operato del suo aguzzino. Oggi è la stessa cosa, semplicemente non possono più metterci nei campi di cotone, è politicamente scorretto. Cercano di indurci alla schiavitù approfittando del nostro stato di necessità offrendoci 2€ all’ora per raccogliere i pomodori, sapendo comunque che difficilmente noi andremo a denunciarli. Anzi si presentano come benefattori. Capitalisti come George Soros e come Jacques Attali che vengono dipinti dalla propaganda come benefattori e filantropi non hanno l’interesse di adottare quelle teorie sulla razza del XVI sec., non funzionerebbero e sarebbe altamente controproducente. Hanno bisogno di fare l’opposto. Per continuare il commercio di schiavi, nel mondo moderno, bisogna creare guerre e continua povertà in un continente già allo stremo, così da avere una massa di disperati pronti ad essere l’esercito industriale di riserva pronto a lavorare in condizioni disumane, che però, non avendo avuto l’Africa movimenti per i diritti sociali, potrebbero apparire agli occhi di tanti africani condizioni difficili ma accettabili. Nel frattempo, mentre le élites cercano di battersi, almeno apparentemente, contro il razzismo lontano dagli occhi dell’opinione pubblica occidentale, continuano a saccheggiare risorse, rubare le terre, incentivando il fenomeno migratorio. E mentre bisticciamo fra di noi, neri bianchi, gialli e rossi, loro se la ridono riuscendo a mantenere il suprematismo economico, che non hanno mai perso, sul 99% della popolazione.

 

Mohamed Niang

 

 
TonalitÓ giallofucsia PDF Stampa E-mail

8 Settembre 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 5-9-2019 (N.d.d.)

 

Il giallofucsia. Una tragedia, ma non seria. Com’era prevedibile, la tonalità giallofucsia ha preso il sopravvento. Tutto portava celermente in quella direzione. I mercati scalpitanti brindavano, il cerchio magico degli euroinomani si spendeva in sperticati elogi di incoraggiamento (da Oettinger a Juncker, fino a Moscovici). Perfino il presidente Trump celebrava Conte, che nel frattempo, da “avvocato del popolo”, già aveva assunto la nuova veste di avvocato dei mercati speculativi. Tutto era già deciso, insomma. Ogni volta che apriva bocca Conte, lo spread gongolava. Ogni volta che prendeva la parola Di Maio, i mercati si imbronciavano. Il disegno era adamantino: governo giallofucsia, con centralissimo ruolo di Conte, l’avvocato a metà strada tra Mario Monti e Tsipras. Di Monti, ha, com’è evidente, il piglio professorale del tecnico, di colui che per conto delle giunte militari economiche straniere deve garantire che gli interessi dei mercati siano rispettati nel Belpaese. Di Tsipras, ha, invece, la missione: portare a Bruxelles lo scalpo del popolo italiano, dopo averne ottenuto fiducia e consenso. Come già altra volta ho avuto modo di scrivere, la missione è ora compiuta: l’élite globalista si è ripresa l’Italia. L’ha fatto dopo la parentesi gialloverde. Comunque si voglia giudicare quest’ultima, è in ogni caso chiaro che essa è stata invisa ai padroni del vapore. Che in ogni guisa hanno provato a rovesciarla. E alla fine vi sono riusciti, grazie anche a una sorta di sindrome di Stoccolma sia di Salvini, sia di Di Maio: il primo ha staccato inopportunamente la spina, e il secondo ha fatto di tutto per impedire che essa potesse essere variamente ricollegata. La vicenda della piattaforma Rousseau è essa stessa emblematica. Emblematica di un’intera epoca, vorrei dire. La piattaforma è stata consultata quando di fatto il governo giallofucsia era già stato deciso. Di più, la piattaforma Rousseau non poteva – pensateci bene – dare esito differente rispetto al “sì” plebiscitario. Se avesse vinto il no, cosa sarebbe successo? Avrebbero bloccato gli accordi già, de facto, presi? Quanto accaduto è l’emblema, dicevo, di un’epoca in cui ormai la democrazia, anche nella sua valenza più elementare di diritto del demos a scegliere i propri rappresentanti, è decisamente mal sopportata dall’ordine vigente e dai signori del competitivismo no border.

 

E i pareri del demos contano se e solo se democraticamente esprimono ciò che l’élite ha già autocraticamente deciso nei propri consigli di amministrazione. Si veda il caso Brexit, tra gli altri. Quanto al giallofucsia, lo ripeto: sarà il governo dell’élite per l’élite, il governo del “più Europa” e “più globalismo”, “più porti aperti” e “meno ingerenze statali”. Se dovessi trovare una formula con cui cristallizzare il senso complessivo del nascente governo giallofucsia, la rinverrei nel punto primo del programma dell’accordo imposto da Zingaretti ai 5 Stelle: “lealtà all’Unione Europea”. È un programma, peraltro chiarissimo e al di là di ogni ragionevole dubbio.

Diego Fusaro

 
Duole il mio Paese PDF Stampa E-mail

7 Settembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 5-9-2019 (N.d.d.)

 

[…] Dicono gli ubriachi che la colpa è dell’ultimo bicchiere. Forse è vero, mi duole il mio paese per sovraccarico di notizie ed esperienze negative; l’ultimo bicchiere non è l’incredibile, grottesco andamento politico di queste settimane, ma un evento di cronaca tra i tanti. Muore un ragazzo, rider lo chiamano i giornali, uno di quei giovani in bicicletta che corrono a consegnare cibo di strada, spazzatura alimentare a basso costo per conto di grandi piattaforme. Piattaforma è il nome postmoderno degli sfruttatori tecnologici. Correva per pochi spiccioli, probabilmente aveva dovuto aprire una partita IVA – essere imprenditori di se stessi, ripetono: questo è l’esito – scarse tutele sociali. Correva e basta, del resto rider significa corridore. Consegnava pessimo cibo a gente che vuole fare presto, bisogna ingozzarsi di corsa, e acquista in fretta, un sms o un clic online. Grazie alla forza della comunicazione pubblicitaria si diffondono a macchia d’olio, come una pandemia, nuove abitudini alimentari in sostituzione di una tradizione millenaria. Buon pro gli faccia, ma c’è un giovane in meno in questo paese finito e sfinito nel quale si contano tre cani per ogni abitante di età inferiore ai quindici anni e i feti si smaltiscono come rifiuti speciali. In compenso, avremo nuovi ministri, un’alluvione di finti profughi e chissà quanti altri guai in arrivo. Intanto, silenziosamente, continua la secessione dall’Italia dei suoi giovani, che emigrano esausti a migliaia. Mi fa male il mio Paese per loro, non sono geni o cervelloni, gente normale che sa fare qualcosa e vuole farlo senza mafie, burocrazie, corporazioni, trappole. Fuggono anche gli anziani, troppe tasse, insicurezza, i figli, quando ci sono, si disinteressano, meglio un tramonto lontano dalla terra natia. Nel mio piccolo, dichiaro anch’io la mia personale secessione e mi dimetto da cittadino italiano. Mi fa troppo male questa Patria che non riconosco più; non posso smettere di essere italiano, ma cittadino no, non voglio più esserlo. Già che ho deciso, mi dimetto anche dal mio tempo. Marcello Veneziani osservò che per i più, se una patria c’è, è il tempo, la contemporaneità. Lo spazio non conta più. Ebbene, non voglio più essere un cittadino italiano contemporaneo. Occupo per pura casualità un piccolo spazio all’interno di uno Stato detto casualmente Italia. Altrettanto casualmente, parlo e penso nella lingua diffusa in codesto Paese, condivido (meglio usare l’imperfetto, condividevo) una cultura, delle usanze, delle abitudini, delle credenze. I miei pensieri si dipanavano secondo ritmi, cadenze, andature tipici di una cultura che mi è sfuggita dalle mani. La terra desolata, guasta degli uomini impagliati chiamati italiani non è più la mia. Mi appare come il negativo delle fotografie di una volta. Il dritto e il rovescio si sono invertiti, eroi i mascalzoni, modelli di comportamento perversione, amoralità, opportunismo. Mi fa male il mio paese, da ex mi sento meglio. Ho deciso di abbracciare la filosofia degli stoici. Nei tempi ultimi non resta che il distacco, se si vuol conservare integrità e senso morale. La saggezza sta nel dominio delle passioni, nel vivere appartati (lathe biòsas, vivi nascosto), incassare i colpi della vita con spirito di sopportazione. Sustine et abstine, resisti e astieniti dalle cose del mondo. Si sta bene da stoici, apolidi ed estranei alla propria epoca. Anacronistico, questo voglio essere. Duole troppo il mio paese e il tempo che mi è toccato in sorte per affrontarlo di petto. Scrisse qualcuno che l’uomo più felice, paradossalmente, è colui che ha perduto ogni speranza, poiché non si aspetta più nulla. Mi duole il mio Paese, ma da ex, vivaddio, non me importa più granché.

 

Del resto, perché crucciarsi da soli, o in scarsa compagnia, se le cose non vanno? Cambia il governo, si consumano tradimenti e bassezze, ci si rimangiano parole e promesse, tornano in pista i becchini del popolo italiano, ma in fondo non succede nulla. La gente sciama pigra nei centri commerciali, attratta dalle luci del consumo, continua a discutere delle solite cose. Perfino il campionato di calcio non è più italiano, solo un terzo dei calciatori di serie A sono nostri (vostri …) connazionali. La convinzione è che gli arbitri giochino per la squadra avversaria, le istituzioni cosiddette di garanzia, sale e vanto delle democrazie liberali, sono divise per bande e tutti i poteri rispondono a oligarchie esterne. Chi dovrebbe custodire la sovranità la deride e la svende; è diventata una parolaccia, essere sospettati di volerla difendere è un’accusa sanguinosa. Nessun dramma, gli Stati nascono e muoiono come tutto sulla Terra, la Repubblica Italiana è già vecchiotta, si tratta di decidere per l’eutanasia, staccare la spina rapidamente o proseguire nell’agonia. Insieme con gli Stati, possono morire, per inedia, sostituzione o indifferenza, anche i popoli e le nazioni in cui si uniscono. Probabilmente, dando le dimissioni da cittadino italiano, anticipo solo l’inevitabile. Le persone che osservo per la strada se ne faranno una ragione, magari accoglieranno con uno sbadiglio ogni tappa successiva del cammino. Non pochi gioiranno, alcuni in nome del progresso, altri dell’odio per l’Italia diffuso in tanti ambienti, clericali, culturali, politici, economici. La fine progressiva è chiara nella sostituzione etnica, cui sono affidate le sorti della previdenza sociale e, a lungo termine, quelle di una rinascita civile il cui prezzo sarà la cancellazione di ciò che oggi definiamo Italia. La secessione, infine, è un gesto di autotutela e di differenziazione. Non se ne può più di un paese che digerisce tutto, il degrado delle sue istituzioni, la miseria della classe dirigente che si propaga come un’infezione in tutti gli ambiti della società, la riduzione a colonia, Italia arlecchino servitrice di tanti padroni, alcuni a Washington, altri a Bruxelles, e poi a Francoforte e nello spazio virtuale detto con superstiziosa devozione mercato. Mi duole il mio Paese che non vede la rovina dei suoi giovani, sempre più precari della vita, carichi di pasticche, alcool e droga, spesso deboli e capricciosi, specchio fedele dei modelli imposti dalla comunicazione dominante, vittime di mille modelli negativi. Mi fa male l’abbandono degli anziani, il cinismo, la competitività litigiosa di un popolo che si è lasciato dividere, gli uni contro gli altri, risse da ballatoio, linguaggio da suburra, demolizione di tutto quanto ci univa, a cominciare dalla lingua imbastardita, fino alla fede comune tradita dai suoi custodi. Dolgono le città desertificate in favore di orribili periferie fatte di alveari, cubi e parallelepipedi, la grande bellezza, l’estetica, essenza di un popolo, sacrificata alla bruttezza, allo sfregio, al kitsch che avanza dappertutto. Sapemmo creare Venezia, Roma, Firenze, mille paesi e città armoniose e diverse, un territorio modellato dalla sapienza millenaria. Adesso, siamo riusciti a rendere orribili i paesaggi più belli del mondo. Inventammo le università e oggi un’ignoranza di ritorno, tremenda perché soddisfatta di sé, pervade milioni di persone, abilissime peraltro a maneggiare gli idoli del tempo, telecomandi, smartphone, computer. Mi fa male un paese che fondò ovunque lazzaretti e ospedali attraverso la pietà popolare, lo slancio delle istituzioni religiose e la generosità di non pochi potenti, ma costringe i malati dell’orgoglioso Terzo Millennio a ore e ore di attesa su scomode barelle negli inferni metropolitani dal sarcastico nome di Pronto Soccorso.

 

Guai a chi costruisce deserti, proclamava Nietzsche. Viviamo in un affollato deserto di estranei, dove ognuno secede dal suo vicino. L’autore di Così parlò Zarathustra intuì tutto con anticipo, previde l’orrore e trovò drammatico rifugio nella follia. Più modestamente, mi accontento delle dimissioni da cittadino. Non ti appartengo più, Repubblica Italiana. Farò resistenza passiva, il più possibile nascosto; sarò un semplice osservatore, un estraneo tra voi. Diventerò un fingitore, come il poeta Pessoa. Fingerò che sia dolore il dolore che davvero sento e, finalmente non mi farà più male il Paese che non riconosco più e di cui disconosco la figliolanza. Figlio di nessuno, orfano per scelta, cessa il rancore per i tradimenti, si acquietano le amarezze. Vedetevela voi, cari ex concittadini. Pochi hanno l’orgoglio di aver provato a cambiare le cose. Sconfitti, hanno combattuto: temo che non possiate dire altrettanto. Se poi voleste cambiare qualcosa, fate un fischio. Anche da apolide, ci sarò, il mio paese mi farà nuovamente male, ma almeno saprò, come Curzio Malaparte, che non è tutto perduto finché tutto non finisce.

 

Roberto Pecchioli

 

 
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