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La nuova strategia USA in Afghanistan PDF Stampa E-mail

25 Agosto 2017

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Da Rassegna di Arianna del 23-8-2017 (N.d.d.)

 

Sabato scorso, nella remota provincia nord-afghana   di Sar-e Pul una forte squadra di terroristi   ha attaccato alcuni poverissimi insediamenti dell’etnia Hazara, massacrando nel modo più brutale una cinquantina di civili inermi, decapitandone alcuni e trucidando altri col colpo alla nuca, incendiato le moschee e   almeno una trentina delle misere abitazioni. Anche se gli aggressori non hanno dichiarato la loro identità, si ritiene che si tratti della filiale locale dello Stato Islamico alleata coi talebani. Giovedì il portavoce del ministero degli esteri russo ha detto chiaro: il massacro è stato perpetrato da “combattenti stranieri” trasportati sul posto da “elicotteri sconosciuti”. “Si sono registrati voli di elicotteri non identificati in direzione di territori controllati da estremisti in altre province del Nord Afghanistan”, ha continuato il portavoce: “Per esempio, ci sono prove che l’8 agosto, quattro elicotteri hanno operato dei voli dalla base aerea del 209mo corpo dell’armata afghana a Maz-i-Sharif verso una zona catturata da milizie nel distretto di Aqcha, provincia di Jowzian. Sembra che il comando di forze NATO che controlla il cielo afghano rifiuti ostinatamente di constatare questi incidenti ...Si osservano tentativi di riaccendere i conflitti etnici nel paese”. L’accusa è dunque che settori delle forze armate afghane (sotto controllo occidentale) abbiano fatto la strage con la connivenza della NATO, che controlla lo spazio aereo. Secondo l’ex ambasciatore Bhadrakumar, questa è “la prima fase di una guerra per procura” che gli americani stanno preparando in Afghanistan; l’apertura di un “secondo fronte” contro l’Iran usando lo Stato islamico: gli Hazara infatti sono la minoranza sciita nel paese, ovviamente con collegamenti con l’Iran.  Se la cosa dovesse essere verificata, sarebbe una malvagità ripugnante da parte americana, perché colpisce l’etnia più miserabile, perseguitata e indifesa, che ha subito vere e proprie pulizie etniche dai sunniti. Ma la cosa è di fatto confermata dall’annuncio lunedì, da parte di Trump, di voler mandare in Afghanistan un nuovo accresciuto contingente militare, più contractors (mercenari) tre volte più numerosi dei soldati regolari. È una decisione che contraddice tutte le promesse e gli impegni della sua campagna elettorale. “In Afghanistan abbiamo sprecato quantità enormi di sangue e di denaro. Usciamone!”, ha scritto in un tweet del 21 novembre 2013. Si sa anche che The Donald ha nei mesi scorsi resistito alle insistenze di McMaster e di Mattis (Pentagono) per ottenere il prolungamento e l’aumento della campagna d’Afghanistan, che dura già da 16 anni. Il fatto che ora abbia ceduto conferma che è totalmente sotto il controllo dei tre generali (Mattis, McMaster e Kelly) che lo hanno normalizzato facendone un (altro) strumento delle politiche belliche neocon.  Il fatto che l’America non stia affatto vincendo in Afghanistan la guerra che si suppone conduca contro i Talebani, non è motivo sufficiente a rinunciarvi né da parte del Pentagono né da parte della Cia. Entrambi ricavano grossi tornaconti dalla lunghissima “guerra” e occupazione in Afghanistan. La Cia non vuole rinunciare alle sue forze militarizzate e ai suoi droni, con cui giustifica la sua permanenza. Ma soprattutto, corrono voci che la produzione di oppio, che   l’apparato militare Usa non ha mai veramente contrastato, serva alla Cia per autofinanziare operazioni letteralmente “in nero”, ossia anche all’insaputa del governo. Del resto è ciò che fece in Vietnam, dove finì per controllare   l’oppio del Triangolo d’Oro (fra Laos, Vietnam e Cambogia) e per riciclare i fondi – che servivano per traffici clandestini di armi –  fondò anche una banca a Sidney, la Nugan Hand Bank, nel cui consiglio d’amministrazione sedevano generali Usa, ammiragli  e uomini Cia, fra cui l’ex direttore William Colby. […]

 

Evidentemente Mosca e Teheran hanno concluso che il prolungamento della missione Usa-NATO in Afghanistan   deciso da Trump, inserito nella più forte ostilità di Washington verso i loro due paesi, prepara una guerra ibrida e per interposto IS (i servizi iraniani hanno dichiarato da tempo che l’IS in Afghanistan è stato creato da Cia, MI6 e Mossad): la stessa ricetta usata in Siria (con gli Usa che sostengono i terroristi che dicono di combattere) e   dietro il loro cortile di casa. Che risposta danno? L’ha detto il ministro della Difesa Sergei Shoigu, il 18 agosto in una riunione di alti gradi: il conflitto afghano costituisce una minaccia per la stabilità dell’Asia Centrale; ragion per cui la Russia conta di organizzare esercitazioni congiunte entro l’anno col Kirgizistan, il Tagikistan (dove Mosca ha basi militari) e l’Uzbekistan. Inoltre l’ambasciatore Zamir Kabulov, inviato presidenziale a Kabul, ha ricordato che la Russia aveva sollevato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU il problema dei “lanci con paracadute di rifornimenti a combattenti dell’IS in almeno tre provincie a nord dell’Afghanistan ad opera di velivoli non identificati” e chiarito che se la NATO e gli USA non sono in grado di contrastare l’IS, Mosca userà la forza militare.  Precisamente: se lo Stato Islamico dovesse superare le frontiere dei paesi vicini in Asia centrale, questa sarà una “Linea rossa”. Già a luglio, in una precedente esercitazione militare col Tagikistan, la Russia ha provato a scopo dimostrativo i missili balistici Iskander-M, con un raggio di 500 chilometri, 700 chili di carica utile e meno di 10 metri di precisione.  La stessa arma Mosca l’ha dispiegata in Siria.

 

Impressionante l’effetto che la notizia della continuazione della guerra in Afghanistan ha prodotto sul senatore Lindsey Graham, repubblicano, da sempre coppia fissa con John McCain in tutte le iniziative belliche e sovversive internazionali. Alla Fox tv è comparso quasi incredibilmente euforico, esaltato e (parola sua) “sollevato”: “Sono fiero del mio presidente. Sono sollevato. Sono orgoglioso del fatto che il presidente Trump ha fatto una decisione di sicurezza nazionale, non una decisione politica. … sono sollevato che non ha preso la decisione di ritirarsi, che sarebbe stata disastrosa, o di creare un esercito mercenario “. E quasi fuori di sé dalla gioia: “Sono molto contento di questo piano, e sono molto fiero del mio presidente”. S’è detto sicuro che il Congresso, così fieramente contrario a Trump su quasi tutto, stavolta dirà un sì “schiacciante” e “bipartisan” (democratici insieme a repubblicani) alla nuova strategia di Donald in Afghanistan.  Ma non doveva essere del tutto sicuro perché l’ha fatto seguire da una minaccia: “Voi”, ha detto rivolto ai senatori, “porterete il peso di un voto No. Il prossimo 11 Settembre sarà addebitato a voi, non al presidente Trump, se votate contro questo piano”. Il prossimo 11 Settembre? È una chiara minaccia da parte di uno che, come il senatore Graham, è stato nella Commissione 9/11 che ha confezionato la versione ufficiale ma che ha visto documentazione reale, e a suo tempo alluse alla complicità di “un nostro alleato” nel superattentato. Siccome Trump prima delle elezioni aveva promesso agli elettori: “Vi dirò chi c’è dietro le Torri Gemelle”, il sollievo di Graham può avere una ragione in più per rallegrarsi della normalizzazione di Trump. È tanto normalizzato, dicono gli ambienti neocon, che forse non sarà necessario l’impeachment.  Famosi neocon hanno reso pubblica la loro esultanza per il nuovo prolungamento della guerra in Afghanistan e la castrazione di The Donald. […] Questa è ormai al cento per cento una ulteriore presidenza Goldman Sachs e Complesso Militare Industriale, ha concluso angosciato Mike Krieger. […]

 

Maurizio Blondet

 

 
Revisionismo: sale della ricerca storica PDF Stampa E-mail

24 Agosto 2017

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Da Rassegna di Arianna del 22-8-2017 (N.d.d.) 

 

Il dibattito culturale avviato con la proposta del Movimento 5Stelle, approvata dal Consiglio regionale pugliese e dal presidente della Giunta Michele Emiliano, sull’istituzione – il 13 febbraio – di una giornata in memoria delle centinaia di migliaia di meridionali uccisi nell’Ottocento durante l’annessione del Mezzogiorno al Nord da parte delle truppe dei Savoia, ha fatto emergere prese di posizione che mostrano una chiusura netta al dibattito culturale, alla ricerca scientifica con posizioni che non tengono conto di quanto l’annessione del Mezzogiorno da parte dei Savoia abbia nuociuto al Sud per le modalità con le quali è stata fatta dal punto di vista politico, economico, sociale e per la grande emorragia di capitale umano che seguì con l’emigrazione di milioni di meridionali nelle Americhe e in Francia. Sono dati noti e scontati in sede storica. Intendiamoci, l’unità d’Italia sarebbe stata positiva e auspicabile se fosse stata l’esito di una federazione di Stati anziché una guerra di conquista agevolata da potenze straniere (l’Inghilterra). Per non parlare delle stragi di meridionali, delle leggi liberticide (una per tutte, la legge Pica), le confische di beni, terreni, fabbriche, il furto della riserva aurea del Banco di Napoli, ecc. È tutto documentato dagli studi di un numero nutrito di storici.

 

La vicepresidente della International Gramsci society, Lea Durante, prima firmataria di una petizione che chiede di non istituire la giornata della memoria, non sa che Antonio Gramsci criticò le modalità dell’unità d’Italia. In un suo articolo del 1920, scrisse, fra l’altro: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare chiamandoli briganti”. Dopo l’intellettuale sardo, hanno detto la loro vari storici e studiosi lontani da consorterie, di provenienza e orientamenti varii come Carlo Alianello, Nicola Zitara, Di Giovine, Gaetano Marabello, Silvio Vitale, Belmonte, Izzo, Rinaldi, Agnoli, Salera, Di Rienzo, Pellicciari, Pedio, Topa, Lupo, Del Boca, Gigi Di Fiore, Pino Aprile, Lino Patruno, Perrone, Giordano Bruno Guerri, ecc… Le loro opere si trovano nelle migliori librerie (www.controcorrente.eu) e se qualche docente sostiene che la ricerca storico-scientifica non aderisce all’interpretazione di conquista del Sud da parte dei Savoia, non è molto aggiornato… o in mala fede. Lo stesso storico inglese Denis Mack Smith, morto di recente, in alcuni libri su Cavour e Garibaldi ha chiarito molto bene l’operato di questi “padri della patria”. Analoga operazione quella degli inglesi Clark e Duggan. Non si tratta di discutere di posizioni neoborboniche (favorevoli all’istituzione della giornata del 13 febbraio) o neosavoiarde (coloro che raccolgono le firme contro la giornata della memoria). Quando intervistai Carlo di Borbone, l’ultimo discendente della dinastia, durante una sua visita a Bari con la consorte, tenne a dire che vedeva con interesse lo studio e l’approfondimento della verità storica sul Regno delle Due Sicilie ma che non avrebbe apprezzato un eventuale uso politico. Giusto. Infatti la giornata della memoria è necessaria per ricordare i meridionali trucidati che combatterono per il Sud, e per dare il via a una serie di iniziative culturali sul Sud e l’Unità d’Italia.

 

Il revisionismo è il sale della ricerca e della storia: rileggere fatti storici sulla base di nuovi elementi, di documenti incontrovertibili, è un fatto positivo, di crescita culturale e sociale. Invece, assumere atteggiamenti negazionistici come fanno i neosavoiardi (negare l’evidenza, le prove, i documenti, quello che è successo nell’Ottocento al Sud ecc.) ha lo scopo di confermare una visione della storia falsa o inesatta, di certo fuorviante e sbilanciata a favore dei Savoia. È quello che intendono fare docenti, intellettuali e persone che non considero – sia chiaro – “collaborazionisti del Nord” come già vengono definiti ma persone poco disposte al confronto, all’approfondimento.

 

Manlio Triggiani

 

 
La vera causa della Guerra Civile americana PDF Stampa E-mail

23 Agosto 2017

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Da Rassegna di Arianna del 21-8-2017 (N.d.d.)     

 

Situata alla base del magnifico Parco Nazionale dello Shenandoah, Charlottesville è una bella città della Vecchia Virginia, sede della prestigiosa università dello Stato, ricca di un'atmosfera giovanilistica e al tempo stesso coloniale (non per nulla la Virginia è nota come "The Old Dominion State"). Ci si può stare molto bene e sentirsi in un "Nuovo Mondo" che assomiglia molto al Vecchio, poiché le tracce del dominio coloniale britannico certo non mancano. Alla stessa stregua, non mancano le memorie della Confederazione (che proprio in Virginia, nella non lontana Richmond, ebbe la sua capitale), a cominciare dal magnifico monumento equestre a Robert Edward Lee, il figlio più illustre dello Stato e certamente uno dei più grandi generali della Storia, non solo americana. Un uomo che non riuscì a comprendere il peso che l'avvento delle armi moderne stava avendo sulla tattica, ma che dopo la terribile lezione subita a Gettysburg (1-3 luglio 1863), seppe combattere un conflitto impari fino a quando gli fu possibile, gestendo sapientemente le scarse forze a sua disposizione, con una sagacia tattica raramente eguagliata. Per chi - come me - a Charlottesville c'è stato, riesce difficile pensare che quella dolce città sia stata frutto in questi giorni di scontri sanguinosi. Meno difficile, per contro, gli riesce comprendere che cosa stia avvenendo negli USA in merito alla questione dell'improvvisa e furibonda crescita d'odio contro qualsiasi cosa ricordi o possa ricordare la breve vita (1861-1865) degli Stati Confederati d'America.

 

Dopo la pesante sconfitta subita nella Guerra Civile, il Sud fu oggetto di una dura occupazione militare che ridusse molti suoi Stati alla fame. Al tempo stesso, l'abolizione della schiavitù non rappresentò - per la popolazione afro-americana - quel toccasana che avrebbe dovuto rappresentare, visto che i neri andarono a svolgere, nelle grandi fabbriche del Nord, quel ruolo servile che avevano sempre svolto nelle piantagioni del Sud, formalmente assimilati ai bianchi nei diritti civili, in realtà emarginati e discriminati in forma solo più scaltramente ipocrita della precedente. A partire dalla fine dell'Ottocento e poi sempre più solidamente nel Novecento, il Sud riuscì a compiere, a livello metapolitico, un miracolo di cui nessuno si sarebbe minimamente attesa la realizzazione: riuscì cioè a creare una memoria dei vinti che non solo conferì legittimità alle loro scelte e ai loro comportamenti, ma che costruì progressivamente una metapolitica positiva che conferì onore e prestigio al sacrificio e agli sforzi compiuti da centinaia di migliaia di uomini sui campi di battaglia, e non solo (cfr., al riguardo, l'eccellente saggio di Wolfgang Schivelbusch, La cultura dei vinti, il Mulino, Bologna 2006, 370 pp., 25 euro). Questa evoluzione positiva ebbe una drammatica battuta d'arresto tra la fine degli anni Cinquanta e la fine degli anni Sessanta del Novecento, quando lo sciocco radicalismo del Ku Klux Klan e dei suprematisti bianchi - talmente stupido da apparire una perfetta filiazione di tutto ciò che i suoi avversari si aspettavano da lui (una deriva, questa, che in politica è sempre molto sospetta, poiché configurarsi come ti vuole il tuo nemico è un'idiozia troppo grande per essere vera e non frutto di manovre sotterranee, spesso neppure percepite da chi ne è vittima, a causa della sua assoluta insipienza) - incorse giustamente nelle ire del governo federale, che pose fine d'autorità a pratiche inaccettabili come la discriminazione razziale e il rifiuto dell'iscrizione dei neri in determinate università, per non citarne che alcune. A partire da quella data, tuttavia, e con particolare accentuazione dalla fine degli anni Ottanta, si fa strada nel Sud una visione politica e metapolitica decisamente più intelligente, che rivaluta accortamente il ruolo della Guerra Civile come guerra sostenuta dai poteri locali contro un potere centrale, quello di Washington e del governo federale, brutalmente autoritario, centralista, interessato solo all'esazione fiscale e alla privazione delle libertà civili garantite dalla Costituzione. Questa visione - accuratamente depurata da tesi insostenibili, come quella della legittimità della schiavitù, vista ormai come un fenomeno connesso ad una situazione economica in rapida evoluzione, dove gli Stati del Sud più avanzati, a cominciare dalla Virginia, stavano rapidamente liquidando le piantagioni, affrancando gli schiavi e aprendosi a forme economiche più moderne, come l'industrializzazione - ha cominciato a raccogliere seguaci in varie aree del Paese, anche in quegli Stati del Midwest e dell'Ovest che non avevano fatto parte della Confederazione, ma dove la gente sentiva sempre più come intollerabile il peso del potere centrale (e pure in non pochi Stati del Nord). Il culmine di tale ascesa politica e metapolitica è stato raggiunto quando sono stati pubblicati i primi libri sul fatto che il Sud avesse ragione (di cui una delle più brillanti espressioni è il libro di James Ronald e Walter Donald Kennedy, The South was right!, Pelican Publishing, Gretna (Louisiana), 1991, 431 pp.)  e che la sua fosse una più che legittima ribellione contro il potere centrale dello Stato federale che, con Lincoln, aveva reagito manu militari a quello che in realtà era il pieno diritto di qualsiasi Stato dell'Unione, quello di secedere e andarsene per la propria strada, se riteneva che i suoi diritti fossero conculcati e i suoi interessi fossero danneggiati da Washington.

 

Nel momento cruciale di questa crescita metapolitica, scatta l'offensiva di chi la ritiene pericolosissima: fanno la loro ricomparsa, uscendo dal nulla in cui vegetavano, gruppi di suprematisti bianchi una volta di più inclini a comportarsi esattamente come atteso e voluto dai loro avversari: suprematisti che riscoprono le patetiche parafernalia del Klan, che si abbandonano a violenze contro i neri, che arrivano addirittura ad ammazzarne qualcuno, soddisfacendo in tal modo le più rosee aspettative dei loro avversari. A quel punto, parte la reazione: il semplice riferimento a simboli della Confederazione diventa un atto da reprimere immediatamente, anzi quei simboli vanno abbattuti come esternazione di "razzismo", e la Storia, ormai diventata Memoria, si rivitalizza nella politica e soprattutto nella cronaca, e scatta la più totale DEMONIZZAZIONE di tutto ciò che può riguardare la Confederazione, con la richiesta di vietarne i vessilli, di abbatterne i monumenti e presto anche di scrivere libri sulla medesima che non siano di piena e assoluta condanna della stessa. Non so assolutamente come andrà a finire questa fase, so però che - anche se momentaneamente conculcato - il fiume carsico della teoria che vede nella Confederazione la migliore e più fedele interprete dei diritti degli Stati contro il potere federale tornerà prima o poi a galla, non solo perché è l'unica e vera causa della Guerra Civile americana, ma anche perché è un problema di enorme attualità, che prima o poi dovrà essere risolto: i diritti degli Stati (e, con essi, i diritti dei cittadini che di tali Stati sono parte attiva) contro il ferreo e occulto controllo del potere centrale, di quello Stato federale e delle sue burocrazie su cui il cittadino medio non ha alcuna possibilità di contrasto e di cui deve sopportare tutte le prepotenze, anche quelle - e non sono poche - palesemente illegali. Lo scontro è aperto. In una certa misura, la stessa elezione di Trump alla presidenza ne ha costituito un segno. Poi Trump è stato in larga misura fagocitato dal potere centrale e dalle forze neppure troppo occulte che gli stanno dietro, ma fate un lungo giro per gli "Stati Uniti profondi", invece che andare nelle solite mete da turisti da selfie, e incontrerete realtà e voci estremamente interessanti. Lontani da Gotham City, vicini al "Paese reale". Quello è viaggio, non turismo, e tanto meno per caso...

 

Piero Visani

 

 
Sindrome da attentati PDF Stampa E-mail

21 Agosto 2017

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Ci ritroviamo ancora a discutere e commentare attentati e stragi che stanno diventando una triste routine. A differenza di Parigi 2015, non ci sono state-per fortuna-quelle insopportabili condivisioni di massa coi tre colori della bandiera francese sulle immagini del profilo, oppure simboli di lutto o iniziative tanto inutili quanto demenziali come esporre candele ai balconi, eccetera; è vero che Colosseo e Torre Eiffel hanno spento le luci, ma ormai si tratta di un rituale logoro, vecchio, trito e ritrito tanto da essere passato in secondo piano. Se fossi un neuropsichiatra, conierei il termine di "sindrome ossessivo-compulsiva da attentati", perché ormai si tratta sempre del medesimo schema: si grida alla libertà della "democrazia", dei "diritti", del "nostro modo di vivere" e la continua contrapposizione tra noi belli, buoni, bravi, aperti, cosmopoliti e tolleranti e "loro" retrogradi, medievali,  brutti, sporchi, cattivi, ripetuto come un mantra (componente psichiatrica ossessiva che deve essere placato, ovviamente, con la ripetitività ritualizzata atta a sedare le ansie: fase compulsiva). La fase compulsiva prevede, per la nostra società, le veglie sui luoghi degli attentati, i fiori, i lumini, gli striscioni vicino alle foto delle vittime e la loro santificazione postuma (naturalmente tutti colti, aperti, intelligenti, speciali, sensibili, tendenti agli atti umanitari, addirittura grottescamente chiamati "martiri" da un quotidiano: così facendo si pongono al livello degli attentatori, anche essi "martiri" agli occhi dei fanatici sostenitori e, ciliegina sulla torta, gran finale, la parolina magica: continuità. Continuare dunque ad affollare la Rambla, nei bar, nei ristoranti, a bearsi di mischiarsi in una folla arcobaleno, multietnica, multiculturale, con coppie di ragazze a spasso mano nella mano e bambini americani con due papà provenienti da San Francisco, come ha fatto notare con aria di compiacimento oggi "La Repubblica", che ha speso fiumi di inchiostro per decantare l' apertura al mondo, il cosmopolitismo, l' eccezionalità, la "joie de vivre" libera, moderna, senza pregiudizi, le comitive allegre dei giovani "Erasmus", l' edonismo sfrenato di Barcellona,  "il mondo in una piazza", addirittura.

 

Forse le masse gaudenti, colorate, cosmopolite, Erasmus, discotecare, turistiche usa-e-getta che affollano Barcellona e quant'altre metropoli decantate dalla guida di "Repubblica" invece che invadere ancora festosamente la Rambla e far finta che nulla sia successo dovrebbero magari interrompere lo spettacolo, come si faceva una volta nei cinema tra primo e secondo tempo-abitudine che sta cadendo anch' essa in disuso-e prendersi una piccola pausa pe riflettere su come è cambiato il mondo negli ultimi cinque lustri e sulle politiche sciagurate adottate dai governi europei e americani in Nordafrica e Medioriente, che sono una delle cause principali-assieme alla globalizzazione, alle emigrazioni incontrollate indotte, al fallimento del multiculturalismo e all' incapacità di vedere l' altro da sé, tipico di una tendenza alla omologazione -dello scempio attuale. Si dice: loro ci odiano, ed è vero. Ma qualcuno si è mai preso la briga di farsi la domanda più facile e allo stesso tempo più difficile del mondo: perché? Purtroppo per tutti quanti noi, il terrorismo jihadista rischia di andare avanti a lungo e non sarà la fine imminente del "Califfato" come Stato fisico a bloccarlo. Perché ormai è una ideologia, è una franchigia del terrore, così come lo fu Al Qaeda di Bin Laden. Le folle in piazza continuano a dire "io non ho paura", come i governi e ostentano appunto normalità e "continuazione"; a me pare invece che se la facciano sotto dalla fifa blu e che sia una mera esibizione di finta spavalderia. Questo terrorismo, ormai incontrollabile e che può colpirti dovunque, va combattuto non solo con la prevenzione quando possibile e con le forze di polizia e magistratura e scambi di dati tra Stati europei, ma anche provando a capire, appunto, "perché" ci odiano. E studiare quindi parecchio degli ultimi lustri. Discorso lungo, che occuperebbe molto spazio e pagine, ma temo che poco interessi al popolo della Rambla; avanti col prossimo drink, sino al prossimo Moussa  Oubakir di turno...

 

Simone Torresani

 

 
Quel tempo venuto e non passato PDF Stampa E-mail

20 Agosto 2017

 

Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio. È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore.

 

Karl Marx

 

 
Sinistra dei diritti PDF Stampa E-mail

17 Agosto 2017

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Cari lettori, ve lo confesso: a dieci anni dalla crisi economica peggiore della storia del capitalismo, non riesco più a sopportare le divagazioni della sinistra italiana che accuso di avere tradito consapevolmente i lavoratori e, con essi, la propria unica, vera e tuttora indispensabile vocazione storica. Incuranti di avere presidiato Palazzo Chigi lungo tutta la stagione rigorista dei governi Monti-Letta-Renzi-Gentiloni, costata ai lavoratori la cancellazione dell'articolo 18, l'allungamento dell'età pensionabile, la proliferazione dei voucher e della sottoccupazione e nemmeno un buffetto agli sciacalli della speculazione e della delocalizzazione, i signori della sinistra nostrana credono ora di aver trovato nello ius soli la carta vincente per riconquistare il consenso popolare. Giuliano Pisapia e Laura Boldrini, che i giornaloni incoronano come i campioni di questa nuova sinistra alto-borghese dei diritti, spronano Matteo Renzi ad approvarlo entro fine legislatura perché, spiegano, “lo ius soli è un provvedimento di sinistra”. Il Pd, dal canto suo, non sembra molto convinto ma, avendo già realizzato per intero la “rivoluzione liberale” del Berlusconi del '94, avverte l'ansia di fare “qualcosa di sinistra” prima delle elezioni di primavera. Be', non so voi, ma io dubito fortemente che lo ius soli sia una cosa di sinistra e temo anzi che risulterà assai più funzionale alle grandi corporations mondiali che non ai ceti popolari. In epoca di disoccupazione dilagante (11,1% quella totale, 35,4 quella giovanile) e ben sapendo che altro lavoro sarà presto eliminato dai robot, una sinistra degna di questo nome non dovrebbe dedicarsi ad inventare nuovi diritti ma semmai a difendere i diritti basilari minacciati, cominciando ovviamente dal diritto al lavoro visto e considerato che, senza cibo sulla tavola e soldi in tasca, ogni altro diritto non può che essere un diritto illusorio. Ci vuole molto a capire quale sia la vera priorità dei nostri tempi? Io direi di no, ma se in dieci anni di crisi economica la sinistra italiana non è stata capace di riappassionarsi alla tutela del lavoro ed anzi ha fatto di tutto per garantire il modello neo-liberista, dubito seriamente che arriverà a capirlo. Anche perché è già abbastanza evidente che sta perdendo un altro giro: ti aspetti che finalmente rimetta al centro il lavoro e invece, dopo eutanasia, unioni civili, maternità surrogata e divorzio breve, ecco l'ennesima “battaglia di civiltà” sullo ius soli. Dovrebbero ripartire da Berlinguer e invece ripartono da Pannella.

 

Dunque non perdete tempo ad eccepire: lo ius soli “è giusto” perché “è di sinistra” ed è di sinistra perché l'hanno deciso loro. Chi sostiene il contrario ovviamente è un “razzista” e un “fascista”, anche se non aveva mai sospettato di esserlo. Non avendo mai avuto la benché minima simpatia per il fascismo e disprezzando il razzismo, io però continuo a ritenere che lo ius soli sia banalmente la legge sbagliata, nel Paese sbagliato e al momento sbagliato. Pensato per favorire l'integrazione nel volgere di qualche anno - e già su questo gli esempi europei inviterebbero alla prudenza -, lo ius soli infatti richiamerà subito altra immigrazione economica verso l'Italia che, per chi l'avesse scordato, è un Paese nel quale il lavoro non abbonda ma manca, che ha accettato di ridimensionare le politiche di welfare per rifinanziare il proprio debito pubblico e sulle cui coste sbarcano già, in media, centomila richiedenti asilo ogni anno. Preoccupandosi in primo luogo dei ceti popolari, un politico di sinistra dovrebbe quindi prevedere quale sia il rischio legato a questa esplosione artificiale del proletariato in un contesto di contrazione concomitante del lavoro e della spesa sociale: il conflitto darwiniano tra ultimi e penultimi. Nelle fabbriche, nelle periferie, nelle liste d'attesa per le case popolari questa guerra tra poveri è già iniziata ed io sono convinto che la sinistra di una volta, con tutti i difetti che aveva, l'avrebbe saputa comprendere e affrontare per tempo. Pensateci. Quando ancora si dichiarava marxista, la sinistra era estremamente concreta: parlava di salario, orario di lavoro, potere d'acquisto, pensioni, accesso all'istruzione e alla sanità pubbliche. Il diritto di sciopero, il diritto ad un contratto a tempo indeterminato, il diritto a non essere licenziati arbitrariamente: per quella sinistra il luogo dei diritti era il lavoro. E i diritti infatti erano diritti reali perché avere un'occupazione stabile significava poter acquistare una casa, mettere su famiglia, fare studiare i figli e così migliorare le proprie condizioni di vita generazione dopo generazione. I diritti senza lavoro di cui parla la sinistra attuale, invece, sono diritti nominali che nessuno potrà mai veramente esercitare. Sulla carta ce li avremo tutti, nel concreto non ce li avrà nessuno ma almeno il principio di eguaglianza sarà applicato col necessario rigore. “Qui siete tutti uguali – gridava alle sue reclute il sergente istruttore di Full Metal Jacket - Nessuno conta un cazzo!”. Ed io non saprei trovare una sintesi migliore.

 

Alessandro Montanari

 

 
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