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Ripartire dalle sardine? PDF Stampa E-mail

20 Novembre 2019

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Da Comedonchisciotte del 18-11-2019 (N.d.d.)

 

Decenni di girotondi, appelli dei ‘migliori’ (aristoi) per il meglio, allerte antiautoritarie ad ogni angolo (“Do you remember Berlusconi?”). Decenni di rincorse all’ultimo successo elettorale di qualche forza glamour sedicente ‘de sinistra’, purchessia e dovunque, senza interessarsi a ragioni specifiche e contesti reali (“E mo’ facciamo come: Blair, Schroeder, Zapatero, Hollande, Tsipras, ecc.”). Eppure niente, non cambia mai niente. Dalla caduta del muro di Berlino ad oggi il contributo originale della riflessione ‘di sinistra’ è consistita nell’ingurgitare pezzi più o meno grossi di teoria liberale rivendicandoli come propri: un pizzico di libertarismo individuale qua, una bella dose di libertà di mercato ed eutanasia dello Stato là, un po’ di anticomunismo a pioggia (perché i convertiti hanno sempre il bisogno di dimostrarsi virulentemente avversi agli ‘antichi errori’). Dunque un contributo culturale che ammonta a qualche prestito spudorato (e privo di qualsivoglia giustificazione salvo la resa) da ciò che un tempo era il Nemico. Tutto il resto è stata un’unica strategia: la costruzione ciclica di un altro ‘nemico’ che soppiantasse il capitalismo, e consentisse di dare qualche sporadica unità alle truppe, sempre più scarne e sbandate.

 

Ed è così che oggi arriviamo alle ‘sardine’ di Bologna, cui si inneggia come agli ennesimi possibili salvatori della ‘sinistra’. Siccome bisogna sempre dare fiducia prima facie, prima di criticare, andiamo a vedere le carte. Dai resoconti televisivi si capisce poco, salvo l’entusiasmo per la riuscita di un flash mob anti-Salvini. Se andiamo alle interviste rilasciate dagli organizzatori l’agenda politica che troviamo è la seguente (riassumo i punti principali, con le parole usate dagli intervistati):

 

1) “C’è voglia di dare un segnale di speranza, lontano dalla retorica e dagli slogan populisti”. 2) “Non diamo colpe a nessuno, né al Pd, né alla sinistra, perché la colpa è solo nostra”. 3) “La gente è tornata a casa con la speranza che si possa cambiare, se tutti mettiamo insieme il nostro pezzetto.” 4) “Non c’è città migliore di Bologna per arrestare questa cavalcata del sovranismo che tutti definiscono inarrestabile. Ci arrivano messaggi da tutta Italia, le sardine sono diventate una speranza e oggi molta gente si è svegliata con un sorriso”. 5) “Nessun insulto, nessun simbolo, nessun partito. Non siamo politici, solo ragazzi ‘insonni’.  L’idea mi è venuta, perché non riuscivo a dormire. Leggevo i proclami di Salvini e guardavo le sue foto insieme alla Meloni, finché mi sono detto che dovevamo fare qualcosa.”

 

Dunque: ‘segnale di speranza’, ‘colpa nostra’, ‘ognuno il suo pezzetto’, ‘non siamo politici’, ‘bisogna fare qualcosa’. Questo è quanto. Sono certo che una tale proposta politica potrebbe trovare concordi Bolsonaro, gli Hezbollah, i suprematisti bianchi, Hillary Clinton e le carmelitane scalze. Ora, io non so chi vincerà le regionali in Emilia-Romagna, ma faccio veramente fatica a capire cosa sia meglio, e se ci siano i margini per scaldarsi per un risultato piuttosto che l’altro. Già perché segnalare i difetti del nemico non toglie di mezzo i tuoi. Mostrare che Salvini è un retore arrogante che gioca all’amico del popolo non ti rende amico del popolo. Vedere che l’altro usa propaganda superficiale non rende la tua propaganda meno superficiale. Non riesco a rallegrarmi a vedere eventualmente vincente l’ennesima riproposizione della strategia “Facciamo-fronte-contro-il-nemico-nel-nome-di…-chessoio-mi-verrà-in-mente”. E sapere che verrà preso per l’ennesima volta come incoraggiamento a proseguire sulla strada della pluridecennale coltivazione del nulla. Mi sembra già di sentire gli slogan: “Ripartiamo dalle sardine!”. Non riesco neanche più a ridere.

 

Andrea Zhok

 

 
Il pensiero dominante PDF Stampa E-mail

17 Novembre 2019

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Da Appelloalpopolo del 13-11-2019 (N.d.d.)

 

Il pensiero dominante oggi spiegato semplice semplice: spremi la classe lavoratrice per estrarre quanto più surplus possibile per destinarlo nel migliore dei casi ad investimenti che serviranno a spremere ancora di più il lavoro a vantaggio del capitale. Le “pezze a colori” per questo sistema?

 

-ce lo chiede l’Europa -bisogna guardare avanti -bisogna competere nella globalizzazione -bisogna razionalizzare i costi del pubblico e renderli più sostenibili (ma il pubblico non deve perseguire il margine, carogne…) -la Cina -bisogna fare i “compiti a casa” -siamo corrotti -siamo pigri -siamo bamboccioni e ci piace stare a casa dei genitori -non vogliamo emigrare -siamo troppo spendaccioni però risparmiamo troppo senza investire -siamo troppo poco Green -non ci sappiamo governare, meno male che c’è l’Europa a rieducarci -non conosciamo le lingue -PIGS

 

CE NE FOSSE UNA VERA…

 

Michele Piccoli

 

 
Inadeguatezza del Mose PDF Stampa E-mail

16 Novembre 2019

 

Da Appellolpopolo del 14-11-2019 (N.d.d.)

 

La disastrosa alta marea di Venezia è l’occasione per molti di ribadire come il Mose sia stata un’occasione di malaffare e ruberie. Questo è vero, ma il problema è in realtà più profondo. Il Mose è paradigmatico di un approccio violento e semplicistico alla gestione dei rapporti tra uomo e ambiente. All’epoca del dibattito sulla necessità del Mose si erano levate anche altre voci, ispirate da una visione più ampia del funzionamento di un sistema complesso e delicato come la laguna. Voci che suggerivano un approccio al problema basato non su una grande opera il cui funzionamento appariva peraltro non scontato e la cui efficacia sarebbe stata comunque parziale, ma su interventi diffusi, volti a regolare il regime di immissione ed emissione delle acque. Queste voci furono tacitate, perché il progresso non si poteva fermare, e il progresso era quantificato non dalla comprensione dei fenomeni ma dalle tonnellate di cemento e di acciaio da impiegare. I risultati li vediamo, e devono servirci da monito sul fatto che la realtà è complessa, la natura anche, e le migliori soluzioni sono quelle sistemiche basate sui piccoli interventi. Le quali, lungi dall’essere meno avanzate, lo sono di più, perché richiedono una più approfondita comprensione dei fenomeni. Può essere interessante riportare un estratto di un articolo del 2003 di Eduardo Salzano, intitolato “La laguna di Venezia e gli interventi proposti”: Gli errori di fondo del sistema Mose

 

Al di là delle critiche specifiche mi sembra che al sistema progettato si debbano muovere due critiche di fondo. In primo luogo, esso è centrato su uno solo degli obiettivi che devono essere perseguiti: la riduzione degli effetti sui centri abitati delle alte maree eccezionali. Pur tralasciando il fatto che neppure questo obiettivo sembra raggiungibile con attendibili garanzie di successo (nonostante il costo elevatissimo, e per una parte rilevante neppure determinato), esso considera del tutto marginali tutti gli altri danni subiti dall’ecosistema lagunare, non interviene su di essi ed anzi in buona misura li accentua. Così, ad esempio, invece di prevedere la riduzione dei fondali dei canali principali che adducono le acque marine, ciò che di per sé limiterebbe drasticamente gli effetti delle alte maree, se ne prevede addirittura l’approfondimento e l’ampliamento della sezione rispetto a quelle attuali. E per di più tali trasformazioni sarebbero irreversibili, poiché realizzate con gigantesche cementificazioni. Ciò significa, oltre tutto, che a tutti gli altri interventi necessari per ripristinare l’equilibrio dell’ecosistema lagunare (dalla vivificazione delle zone di laguna interna alla riapertura delle valli da pesca, alla manutenzione della rete canalizia minore al reimpianto della vegetazione degradata ecc.) vengono destinate risorse del tutto marginali e insufficienti, senza alcuna garanzia di continuità e sistematicità nell’azione. In secondo luogo, questo stesso obiettivo è perseguito attraverso tecniche che definire dure e pesanti è perfino riduttivo. Tecniche, comunque, ben lontane da quei criteri di “gradualità, sperimentalità, reversibilità” che la Serenissima Repubblica di Venezia aveva perseguito per secoli, che la cultura nazionale aveva finalmente compreso essere le parole chiave per la sopravvivenza della laguna, e che lo stesso Parlamento italiano aveva inserito nel corpus legislativo. Che cosa di graduale, sperimentale e, soprattutto, reversibile vi sia nel sistema proposto è impossibile comprendere. Una soluzione semplicistica, meccanicistica, tecnicistica, rigida, parziale là dove la realtà e la storia pretenderebbero una soluzione complessa, sistemica, flessibile, governabile: l’unica adeguata al corpo vivo della laguna, riduttivamente assimilato dai promotori del Mose a un vascone dotato di tre rubinetti.

 

Emilio Martines

 

 
La caduta del Muro fu una sciagura PDF Stampa E-mail

15 Novembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 13-11-2019 (N.d.d.)

 

Il 9 novembre cadde il muro di Berlino. Fu un evento epocale, che sancì la fine della guerra fredda, del bipolarismo USA – URSS, la fine del secolo breve, ma non fu un evento rivoluzionario. Al crollo dell'URSS infatti, fece seguito l'estensione all'est europeo del dominio americano e della Nato. La fine del comunismo non avvenne certo a causa di una sollevazione rivoluzionaria, ma con l'implosione dell'Unione Sovietica. L'URSS infatti, non fu in grado di sostenere la nuova corsa agli armamenti innescata dall'America di Reagan né di far fronte ad una situazione di bancarotta economica e politica interna. La scelta sciagurata di Gorbaciov di riformare il sistema sovietico facendo ricorso agli aiuti economici dell'Occidente, concedendo in cambio lo smantellamento delle basi militari russe in Europa e la fine dei regimi comunisti nei paesi dell'est europeo, determinò il crollo dell'Unione Sovietica. Nell'immagine virtuale diffusa dalla propaganda occidentale, il muro di Berlino rappresentava il confine materiale e ideologico tra il mondo libero e il totalitarismo comunista. In realtà il muro era l'espressione del dominio bipolare sovietico – americano e dello stato di occupazione militare imposto all'Europa dalle superpotenze vincitrici della seconda guerra mondiale. Alla stessa divisione della Germania in due stati, corrispondevano due diverse aree di occupazione, due diversi modelli politici e ideologici imposti da USA e URSS, quali potenze dominanti. Due stati tedeschi, la BDR e la DDR, che, sulla base della loro collocazione geopolitica e ideologica, assunsero due identità distinte e contrapposte: rispettivamente quella del sistema comunista del socialismo reale (la DDR), e quella liberal democratica dell'Occidente americano (la BDR). Occorre comunque rilevare che il crollo del muro non rappresentò solo la fine del socialismo reale, ma comportò anche trasformazioni epocali per l'Europa occidentale. Cadde infatti anche un altro muro in Occidente. Il crollo del muro diede luogo infatti, anche alla fine del modello europeo dell'economia mista, che prevedeva il controllo dello stato sui settori strategici dell'economia, lo stato sociale e la redistribuzione del reddito. Tale modello economico – sociale, di ispirazione keynesiana, che ebbe le sue espressioni nella socialdemocrazia scandinava, nella cogestione del capitalismo renano, nel gaullismo francese, promosse vaste riforme in campo sociale, riguardo all'emancipazione delle classi più disagiate e determinò una accentuata mobilità sociale. Il modello capitalista imposto dagli USA con l'occupazione dell'Europa occidentale, dovette subire profonde riforme in una Europa uscita distrutta dal secondo conflitto mondiale e che doveva affrontare un difficile processo di ricostruzione morale e materiale. E su quell'Europa priva di risorse e popolata da masse ridotte ad una povertà estrema, il modello comunista dell'est esercitava una forte attrazione, che avrebbe potuto alimentare il consenso nei confronti dei partiti comunisti omologati all'URSS. Il sistema capitalista fu dunque costretto ad implementare vasti programmi di riforme sociali onde far fronte alla minaccia comunista. Il crollo del muro comportò anche la fine del modello keynesiano e l'avvento del sistema neoliberista in Europa imposto dal nuovo ordine mondiale dominato dall'unilateralismo americano.

 

Il 9 novembre si realizzò una riunificazione della Germania che non fu l'unione di due stati, ma l'incorporazione della Germania Est nella Repubblica Federale Tedesca. Dalla caduta del muro non sorse una nuova Germania, non fu costituito un nuovo stato indipendente e sovrano, ma si diede luogo ad una vera e propria annessione (il termine Anschluss evoca sinistre memorie, ma è quanto mai appropriato a rappresentare l'evento storico del 1989), della Germania Est. Non fu emanata una nuova costituzione, come atto fondativo di un nuovo stato, ma fu estesa alla Germania Est la Legge Fondamentale della Germania Ovest, insieme al suo intero sistema legislativo. L'imposizione della Legge Fondamentale della Germania Ovest fu resa possibile da una prospettiva secondo cui l'unificazione comportava l'instaurazione di un unico sistema istituzionale che veniva esteso ai territori dell'est. I Laender orientali non erano regioni sottoposte ad una occupazione di altri stati e ricondotti alla sovranità tedesca, ma costituivano uno stato sovrano, peraltro riconosciuto dalla Germania Ovest, che è stato istituzionalmente smembrato e annesso da un altro stato, in aperta violazione del diritto internazionale. Dato lo squilibrio economico preesistente tra i due stati, la Germania Occidentale condizionò l'erogazione di aiuti economici alla destrutturazione del sistema socialista, alle privatizzazioni dell'industria di stato e all'apertura incondizionata ed immediata all'economia di mercato. La trasformazione politica ed economica subitanea della Germania Est, comportò la fine repentina della sua sovranità politica. La Germania Occidentale volle imporre l'unificazione monetaria quale “atto di generosità politica” nei confronti dei fratelli dell'est. Il cambio convenzionale intertedesco era stabilito sulla base del rapporto di 1 marco occidentale a fronte di 4 marchi orientali. L'unificazione monetaria avrebbe favorito, secondo la propaganda occidentale, il benessere, l'eguaglianza economica tra tutti i cittadini tedeschi e l'agognato accesso per i tedeschi dell'est ai beni di consumo occidentali. L'unificazione monetaria e la fissità conseguente del rapporto di cambio produsse un immediato aumento dei prezzi tra il 300 e il 400%, il mercato dell'est fu invaso da prodotti occidentali che si rivelarono inaccessibili per la popolazione dell'est. L'unificazione monetaria e il libero mercato esteso all'est, determinarono un ingente rincaro dei costi di produzione ed il conseguente fallimento di larga parte delle imprese dell'est. La disoccupazione dilagò a macchia d'olio, fino a raggiungere nel 1990 la cifra di 1.700.000 unità. L'impossibilità di sostenere la concorrenza delle imprese occidentali determinò inoltre il collasso del sistema bancario dell'est, che fu fagocitato dalle grandi banche dell'Occidente. I crediti inesigibili delle banche orientali incorporate furono rimborsati in massa dallo stato. Il sostegno pubblico incondizionato alle perdite del sistema bancario è dunque una pratica ricorrente per la Germania, che anche a seguito della crisi del 2008 ha elargito sostanziosi finanziamenti statali alle grandi banche in default, in aperta violazione delle norme comunitarie. La Germania Est fu destrutturata, subì un sistematico processo di deindustrializzazione. Le privatizzazioni provocarono l'accaparramento selvaggio delle imprese dell'est da parte del capitalismo occidentale, con relativa delocalizzazione della produzione nell'ovest. L'annessione della Germania Est innescò inoltre un vasto processo di epurazione sistematico, oltre che nelle istituzioni politiche, anche nell'amministrazione pubblica e nell'ambito culturale e scientifico. Dall'unificazione tedesca i territori dell'est hanno registrato un calo della popolazione stimato intorno ad 1 milione e mezzo di abitanti, oltre ad una accentuata emigrazione di eccellenze culturali e scientifiche. La distruzione del patrimonio industriale, finanziario e immobiliare fu sistematica, i promessi indennizzi per la popolazione non furono mai erogati. Furono indennizzate le banche ma non i cittadini. Lo spopolamento della ex Germania Est diede luogo perfino alla distruzione di interi quartieri residenziali in alcune città, al fine di scongiurare il crollo dei prezzi nel mercato immobiliare. L'unificazione tedesca, fu un evento storico che determinò la fine della contrapposizione est – ovest, ma non l'avvento di una nuova epoca in cui si riaffermasse la sovranità e l'indipendenza degli stati nazionali. La struttura federale della Germania Occidentale fu estesa anche all'est, ma le rilevanti diseguaglianze tra i Laender e tra i cittadini dell'est e dell'ovest permangono tuttora, a distanza di 30 anni dalla riunificazione. I Laender occidentali più ricchi sono sovrarappresentati e privilegiati sia in Germania che nella UE.

 

Non sussistono sufficienti garanzie di solidarietà tra i Laender più evoluti e quelli più arretrati. I parametri di bilancio hanno generato una gerarchia economica dominante tra i Laender tedeschi. La Merkel, a causa del dissesto finanziario del Brandeburgo, arrivò a chiedere il fallimento del Land. I salari dell'est restano inferiori a quelli occidentali, il 46% dei tedeschi orientali si sente considerato anche oggi come un “cittadino di serie B”.

 

Esiste una relazione evidente tra l'unificazione tedesca e la successiva creazione della Unione Europea. L'unificazione tedesca, con l'annessione della Germania Est, ha costituito un laboratorio sperimentale di ingegneria finanziaria che presiedette alla creazione del sistema economico – finanziario che fu adottato per futura governance della UE. Infatti, l'unificazione monetaria europea, con la creazione dell'euro, è stata riprodotta sulla base del modello già sperimentato con l'unificazione monetaria intertedesca. Il processo di liberalizzazione degli scambi e della libera circolazione dei capitali, unitamente al sistema dei cambi fissi, sono i fattori che hanno determinato il primato della Germania in Europa. L'euro ha imposto la fissità dei cambi, privilegiando le economie dei paesi più ricchi a danno degli stati europei più deboli, ai quali sono state imposte riforme devastanti sul welfare, una rigida compressione salariale, aumenti vorticosi della pressione fiscale. Lo sviluppo del Nord europeo si basa sulla depressione del Sud. Le ricorrenti crisi del debito, dovute agli squilibri della bilancia commerciale, hanno comportato privatizzazioni selvagge, con conseguente deindustrializzazione, disoccupazione dilagante, diseguaglianze sociali crescenti nei paesi più deboli come l'Italia. Nella UE si sono riprodotti gli stessi rapporti di subalternità economica e politica tra gli stati, già instauratisi tra la Germania Ovest e Germania Est. Ma soprattutto si rileva come le strategie di aggressione economica messe in atto dal capitalismo finanziario possano provocare la destabilizzazione interna e quindi la successiva perdita di sovranità degli stati.

 

L'URSS è ormai scomparsa da 30 anni. La caduta del muro di Berlino non ha però comportato la fine dello stato di sovranità limitata dell'Europa. Anzi, la fine del bipolarismo ha determinato l'estensione della Nato nell'Europa orientale. La caduta del muro è un evento rappresentativo della americanizzazione completa dell'Europa e della incontrastata vittoria del sistema neoliberista imposto su scala globale. Le affermazioni del presidente tedesco Steinmeier in occasione delle celebrazioni dei 30 anni dalla caduta del muro ne sono la eclatante conferma: “Speriamo che l'America rimanga al nostro fianco”. E, riguardo ai propositi di disimpegno della Nato in Europa espressi da Trump ha ancora affermato che si augura che l'America rimanga “ancora in futuro come partner per la libertà e la democrazia contro gli egoismi nazionali, in reciproco rispetto”. La sovranità nazionale non è dunque un valore etico da riconquistare per una Germania e una Europa ancora occupata dalle basi Nato, ma una pericolosa minaccia da esorcizzare. La Nato fu istituita dagli USA al fine di imporre il proprio dominio sull'Europa. La finalità della Nato, sin dalla sua fondazione fu quello di tenere la Germania sotto, gli USA dentro, la Russia fuori. Vista la posizione dominante assunta dalla Germania in Europa, l'Italia è dunque soggetta ad una duplice subalternità, quella americana e quella franco – tedesca. Oggi la UE, la cui espansione ad est è andata di pari passo con quella della Nato, non è un soggetto geopolitico autonomo in quanto gli americani sono dentro. E questa Europa senz'anima né dignità ne invoca la permanenza coloniale.

 

Il crollo del muro è dunque un evento storico che inaugura una nuova epoca. Tale evento, visto in una prospettiva storica, non si configura come la rinascita di una patria tedesca ed europea ritrovata, come il simbolo del riscatto dei popoli oppressi da un totalitarismo imposto da una potenza occupante. Esso prefigura invece l'avvento dell'era della globalizzazione, in cui tutti i muri, così come tutti confini degli stati debbono essere abbattuti, per la creazione di un nuovo ordine mondiale, con il primato americano nel mondo e un sistema neoliberista globale portatore di un individualismo che vuole rendere libero il singolo, ma non le patrie e le comunità identitarie che invece devono essere distrutte. Dalla caduta del muro sorse una UE che non fu l'Europa delle patrie, ma un nuovo ordine finanziario oligarchico che distruggerà la sovranità degli stati e con essi, lo stato sociale e le istituzioni democratiche. Del significato di tale svolta storica ne offre una illuminante conferma un articolo di George Soros apparso sul Sole 24Ore del 10/11/2019, in cui lo stesso Soros afferma: “La fine delle restrizioni sugli spostamenti tra la Germania dell'Ovest ha dato il colpo di grazia alla società chiusa dell'Unione Sovietica. Allo stesso tempo, la caduta del Muro ha segnato un punto fondamentale di crescita delle società aperte”. Dal crollo del muro nasce il mondo cosmopolita della società aperta già teorizzata da Popper, del capitalismo assoluto dominato dai vari Soros, della destabilizzazione degli stati nazionali, delle diseguaglianze sempre più accentuate tra gli stati e tra le classi sociali all'interno degli stati. La società aperta non ha generato comunque pace e solidarietà tra i popoli, non ha abbattuto muri, ma ne ha innalzati molti altri: esistono oggi 70 muri sparsi per il mondo, quali materiali rappresentazioni delle nuove conflittualità che il globalismo ha generato.

 

La società aperta, espressione del nuovo ordine neoliberista, deve comunque trovare nuove giustificazioni ideologiche ai propri fallimenti, individuando sempre nuovi nemici e nuove frontiere da abbattere. Il nemico irriducibile della società aperta è dunque costituito dalla resistenza opposta dal populismo dilagante e dagli stati nazionali non occidentalizzati. Afferma infatti Soros nello stesso articolo citato: “La cooperazione internazionale ha trovato diversi ostacoli sul suo cammino e il nazionalismo è diventato il nuovo credo dominante. Inoltre, finora il nazionalismo si è rivelato essere ben più potente e distruttivo dell'internazionalismo”. In realtà, anziché abbattere muri, il neoliberismo globalista ne ha creati di nuovi e quelli più difficili da abbattere sono quelli invisibili. Quelli cioè creati dalle diseguaglianze sociali emerse dal sistema neoliberista, quelli derivanti dalla struttura oligarchico – piramidale della attuale società cosmopolita, dalla emarginazione dei popoli a vantaggio delle global class dominanti, dall'assenza di qualsiasi prospettiva di trasformazione sociale, dalla riduzione di tutti i rapporti umani ad una forma merce pervasiva delle menti e dell'anima dell'intera umanità. La società aperta abbatte i confini degli stati, nella prospettiva di creare una società – lager per i popoli di tutto il mondo.

 

Luigi Tedeschi

 

 
L'ideologia specista PDF Stampa E-mail

14 Novembre 2019

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Da Comedonchisciotte del 12-11-2019 (N.d.d.)

 

Presto le mucche francesi potranno morire felici: grazie a una legge approvata lo scorso Maggio, ogni macello sarà dotato di un responsabile del benessere degli animali, che veglierà affinché gli animali siano ben storditi – vale a dire trattati con elettroshock o gassati – prima della loro esecuzione. Non è sicuro che questo sia sufficiente alla Francia per ottenere un miglior indice di protezione degli animali -qualifica attribuita da organizzazioni non governative in funzione della legislazione. Con un mediocre “C”, la Francia occupa il ventre molle dei circa 50 paesi studiati, davanti alla Bielorussia, all’Azerbaijan e all’Iran, dove ci si disinteressa totalmente dell’argomento, ma largamente in ritardo rispetto all’Austria, che vieta, citando alla rinfusa, l’allevamento dei polli in batteria, il commercio di pellicce, gli esperimenti medici sulle scimmie, la castrazione da vivi dei maialini, l’alimentazione forzata delle oche… La questione della sofferenza degli animali non viene soltanto sollevata nei parlamenti. Occupa un posto sempre più grande nel dibattito pubblico e tra gli attivisti, in particolare gli ecologisti. Su internet alcuni video virali svelano l’orrore dei macelli e dell’allevamento industriale. Sotto la pressione delle associazioni, numerose grandi compagnie di circo equestre (Joseph Bouglione in Francia, Barnum negli Stati Uniti…) hanno recentemente smesso di utilizzare degli animali nei loro spettacoli, e alcune catene di supermercati hanno ritirato dai loro scaffali le uova delle galline allevate in gabbia. Quanto alle librerie, i loro espositori si coprono di libri che vantano i meriti di un regime senza carne. In Francia e ancor più in Germania, nei paesi scandinavi, nel Canada o in Israele (Tel Aviv rivendica il titolo di capitale vegetariana del mondo), il numero di vegetariani continua ad aumentare. La loro percentuale nella Francia metropolitana varia, secondo gli studi, dal 3 al 6% della popolazione (a fronte di un 8/10 % oltre il Reno- in Germania) e da questi si potrebbe enucleare circa l’1% di vegani, che hanno escluso dal loro modo di vivere qualunque forma di sfruttamento degli animali: mangiare miele e indossare indumenti di lana. Inoltre si potrebbe contare un quarto di flexitariani, una nozione incerta che designa le persone che vorrebbero o che cercano di ridurre la loro alimentazione a base di carne senza però abolirla. Se la sensibilità per la sofferenza animale non è l’unica motivazione per cambiare regime alimentare, cambio che può essere indotto anche da ragioni dietetiche o ambientali, l’idea che si possa fare a meno della carne guadagna terreno.

 

I recenti progressi delle ragioni animaliste si devono evidentemente attribuire ai loro attivisti. Associando degli obiettivi di breve termine (la chiusura di un macello o di un delfinario) e un progetto più generale (la liberazione animale) essi esercitano una frenetica pressione sui rappresentanti politici. Il deputato Gilles Le Gendre constatava recentemente: ”tutti noi deputati della République en Marche (il partito di Macron) riceviamo ogni giorno ininterrottamente 50 mail sul problema delle violenze sugli animali”. Gli attivisti si introducono clandestinamente nelle centrali dell’agrobusiness per filmare i retroscena e sensibilizzare l’opinione pubblica a colpi di immagini scioccanti. Alcuni convertiti spiegano anche di aver preso la decisione dopo aver visto alcuni di questi video: mucche che vengono dissanguate ancora vive per fare più in fretta; pulcini maschi triturati a migliaia…

 

Per assicurarsi un’ampia risonanza mediatica, la causa animale può anche contare sul contributo di un bel numero di personaggi famosi nazionali (in Francia, i giornalisti Franz Olivier Giesbert, e Aymeric Caron, la cantante Mylène Farmer, il monaco buddista Matthieu Ricard…) e personaggi internazionali. Da un lato Leonardo Di Caprio sovvenziona la protezione degli elefanti, dall’altro Angelina Jolie e Brad Pitt si dedicano alla natura selvaggia in Namibia. Quanto agli attori Penelope Cruz, Pamela Anderson, Natalie Portman e ai cantanti Justin Bieber, Morissey, Paul McCartney, Brian Adams, Moby, tutti loro partecipano alle crociate dell’associazione PETA (People for Ethical Treatment of Animals) per un trattamento etico degli animali, uno dei movimenti più potenti in difesa degli animali, che ama le campagne pubblicitarie dove delle donne nude appaiono in posizioni suggestive. Il fatto che Hollywood sia diventato in questo modo uno dei centri nevralgici della causa animale non manca di ironia. Quando si è imposto nel Regno Unito degli anni 1970, il movimento di liberazione animale si ispirava all’estetica punk e si identificava come una controcultura. I suoi militanti spesso soprannominati “ecoguerrieri”, dei quali alcuni sono finiti in prigione, praticavano l’azione diretta, il saccheggio degli edifici dell’industria alimentare e dei gruppi farmaceutici. I loro primi obiettivi erano le manifestazioni evidenti di sfruttamento degli animali da parte dei Borghesi, come la caccia a cavallo o al cervo, o le corse dei levrieri; pratiche che secondo loro testimoniavano l’interconnessione tra la sopraffazione sociale e quella specista.

 

Forgiato sul modello delle parole razzismo e sessismo il neologismo “specista” fece la sua comparsa all’inizio degli anni 70 e divenne rapidamente la base ideologica del movimento di Liberazione animale. Secondo i “Quaderni antispecisti”, una rivista francese fondata nel 1991, “lo specismo sta alla specie come il razzismo sta alla razza, e come il sessismo sta al sesso: una discriminazione basata sulla specie quasi sempre a favore dei membri della specie umana”. Si dovrebbero pertanto liberare gli animali come si sono un tempo emancipati gli schiavi e le donne, con la notevole differenza che i principali interessati non rischiano affatto di partecipare alla lotta.

 

Nel passato vi sono state numerose voci che peroravano il vegetarianesimo e rifiutavano di uccidere gli animali. Nel sesto secolo prima di Cristo, per ideologia non violenta e poiché credevano nella trasmigrazione delle anime, il matematico Pitagora e i suoi discepoli si astenevano dal mangiare carne. Più di due millenni dopo, alcune sette evangeliche e puritane continuavano a bandire i prodotti a base di carne, sperando in tal modo di “vincere la carne e fare trionfare lo spirito”. A partire dagli anni 60/70 nello scorso secolo, si giustifica il vegetarianesimo come uguaglianza tra le specie, che sarebbero tutte composte di esseri sensibili al dolore, capaci di riflettere e di comunicare (si legga Evelyne Pieiller, “Ritorno al giardino dell’Eden”). A poco a poco, il vessillo della lotta animalista si è spostato dalla caccia al cervo e dalla pelliccia all’industria della carne. L’argomento in effetti ha capacità di mobilitazione. Ogni settimana, secondo l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), più di un miliardo di animali terrestri sono uccisi per riempire gli stomaci umani, senza contare circa 20 miliardi di pesci e di crostacei. Per soddisfare una domanda sempre in crescita, in particolare nei paesi del Sud del mondo, bisogna produrre ed uccidere il più in fretta possibile, al costo più basso. La zootecnia, la scienza delle produzioni animali, ha dunque modellato le bestie secondo i bisogni dell’allevamento, perché crescano più in fretta, perché le mammelle delle mucche si adattino meglio alle mungitrici, eccetera. “Gli animali d’allevamento sono così diventati delle macchine animali al servizio di un progetto industriale di sfruttamento del materiale animale”, secondo l’analisi della sociologa ed agronoma Jocelyne Porcher. Da un certo punto di vista, l’animale costituisce un ostacolo per l’industria agroalimentare, (bisogna tenerlo in stalla, nutrirlo, curarlo…) e questa non avrà nessuno scrupolo a lasciarlo perdere se troverà una materia prima più redditizia. Con gli investimenti dei fondi pensione e le startup della tecnologia del cibo, il settore della pseudo-carne è in pieno sviluppo. Con i soldi di Google, alcuni scienziati americani stanno studiando di coltivare -partendo dalle cellule embrionali- un progetto salutato con entusiasmo da PETA. Mentre si sviluppa la tendenza ad un’alimentazione vegetariana, appaiono nei negozi dei nuovi prodotti: salsicce a base di piselli, prosciutti “senza carne ma ricchi di proteine”…Queste misture che hanno l’apparenza, la consistenza e vorrebbero avere il gusto della carne sono spesso preparate dalle multinazionali della macelleria o della salumeria, come Fleury-Michon, che ha creato nel 2016 la linea “Il lato vegetale”, Herta (Il buon vegetale), Aosta (Il vegetariano) o Le Gaulois (Le Gaulois Végétal). Questi prodotti non hanno granché di naturale. Per preparare il suo prodotto più raffinato, “vegetale”, distribuito da un grande marchio a un prezzo del 67% più caro del suo equivalente di carne, la ditta di polleria Le Gaulois deve per esempio mescolare non meno di 40 ingredienti, tra i quali la maltodestrina (che migliora l’aroma e in quanto agente di riempimento permette anche di aumentare il volume del prodotto), il porro e il bianco d’uovo in polvere, la gomma di xanthane (gelificante), la carragenina (ispessente e stabilizzante), le proteine di soia reidratate, il citrato di sodio come conservante regolatore di acidità e aromatizzante, eccetera. La mania vegetariana può paradossalmente generare degli alimenti sempre più artificiali, e rinforzare in tal modo il dominio dell’agroindustria sulla catena alimentare.

 

Dopo essere stata per secoli appannaggio delle classi superiori, la carne ha cambiato campo sociologico: gli operai e le persone senza titolo di studio ne consumano ormai più dei quadri e dei diplomati, sottolinea Terra Nova, una fondazione che si propone di contribuire al rinnovo intellettuale della sinistra progressista invitando a cogliere le opportunità di un’alimentazione meno carnivora, appoggiandosi ai settori più promettenti della tecnologia del cibo. Ormai i più benestanti si distinguono rinunciando alla carne, sia perché sensibili alla causa animale, sia perché preoccupati della loro salute. Il vegetarianesimo si trasforma in bandiera. Si tratterebbe di un nuovo regime alla moda secondo la rivista Le Point del 13 giugno 2015. “Mangiar bene evitando l’animale non è mai stato così popolare“, aggiunge la rivista “Elle”, il primo giugno 2016. Per quanto riguarda la stilista Lolita Lempicka, specializzata nei tessuti costosi ma vegetali al 100%, lei esalta il suo “business glamour e vegano”. La battaglia contro la carne aprirà un nuovo episodio della lotta di classe? I ristoranti vegetariani sono già diventati il simbolo dell’imborghesimento dei vecchi quartieri popolari. Risvegliando le coscienze i video dell’associazione L214 contribuiscono a demonizzare gli operai dei macelli, dei quali i commentatori si compiacciono di far notare la mancanza di empatia. Ma ci si può veramente aspettare, da un individuo che si vede passare tra le mani in 25 anni di carriera da 6 a 9 milioni di bestie, che tratti ognuna di queste con delicatezza? Introdurre la videosorveglianza nei macelli, non farebbe che rinforzare il controllo esercitato su dei lavoratori già sottoposti a ritmi infernali. Il benessere degli animali di allevamento dipende da quello dei lavoratori della filiera, e tutti e due dipendono dallo stesso imperativo: rallentare la catena.

 

Benoit Bréville (traduzione di GIAKKI49)

 

 
Ci siamo fregati con le nostre mani PDF Stampa E-mail

13 Novembre 2019

 

Da Appelloalpopolo del 6-11-2019 (N.d.d.)

 

Autostrade, Alitalia e ILVA. Cioè trasporto su ruota, trasporto aereo e produzione di acciaio. Due monopoli naturali e un’industria strategica. Si cercano da anni improbabili soluzioni, quando l’unica cosa da fare sarebbe nazionalizzarle. D’altronde è evidente come i modelli di successo siano quelli dei Paesi in cui lo Stato interviene pesantemente nell’economia. Delle 129 aziende cinesi presenti nella lista delle migliori 500 stilata da Fortune, l’80% è costituto da aziende di proprietà o comunque controllate dallo Stato. Molti altri Paesi, la maggior parte di quelli industrializzati, vantano un’importante presenza dello Stato nell’economia, soprattutto quando si parla di grandi aziende. Consultando i dati, viene fuori che dietro la Cina (96% delle aziende più grandi a guida statale), ci sono gli Emirati Arabi Uniti (88%), la Russia (81%), l’Indonesia (69%) e la Malesia (68%). I settori con i rapporti più alti di partecipazione pubblica – tra il 20% e il 40% – sono quelli legati all’estrazione o al trattamento di risorse naturali, all’energia e alle industrie pesanti. Alcuni settori dei servizi – come le telecomunicazioni, l’intermediazione finanziaria, il deposito, le attività di architettura e ingegneria e alcuni settori manifatturieri – registrano azioni delle imprese statali anche superiori al 10%.

 

L’Italia era il Paese più moderno e all’avanguardia, su questo fronte. Nel gennaio 1934, l’IRI deteneva circa il 48,5% del capitale azionario in Italia. Nel marzo 1934, rilevò anche il capitale delle principali banche (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano e Banco di Roma) e, alla fine del 1945, controllò 216 società con oltre 135.000 dipendenti. Negli anni 80, ha moltiplicato le sue quote e ha raggiunto un numero di 600.000 dipendenti. L’IRI è stato protagonista della ricostruzione industriale postbellica, intraprese interventi volti allo sviluppo economico delle regioni meridionali, al potenziamento della rete autostradale, del trasporto in genere e delle telecomunicazioni, al sostegno dell’occupazione. L’IRI ha inoltre realizzato grandissimi investimenti nel Sud Italia, come la costruzione dell’Italsider di Taranto e quella dell’AlfaSud di Pomigliano d’Arco e di Pratola Serra in Irpinia; altri furono programmati senza mai essere realizzati, come il centro siderurgico di Gioia Tauro. Per evitare gravi crisi occupazionali, l’IRI venne spesso chiamato in soccorso di aziende private in difficoltà: ne sono esempi i “salvataggi” della Motta e dei Cantieri Navali Rinaldo Piaggio e l’acquisizione di aziende alimentari dalla Montedison; questo portò ad un incremento progressivo di attività e dipendenti dell’Istituto. Esattamente quello di cui ci sarebbe bisogno oggi in Italia, con un Paese quasi interamente da ricostruire dopo 30 anni di deindustrializzazione feroce e un deficit di dipendenti pubblici di almeno 2 milioni e 500 mila lavoratori rispetto a Paesi come Francia e Inghilterra.

 

Poi sono arrivati gli anni 90, con la presidenza Prodi che per obbedire ai diktat della nascente Unione Europea ha portato a: – la cessione di 29 aziende del gruppo, tra le quali la più grande fu l’Alfa Romeo, privatizzata nel 1986; – la diminuzione dei dipendenti, grazie alle cessioni e a numerosi prepensionamenti, soprattutto nella siderurgia e nei cantieri navali; – la liquidazione di Finsider, Italsider e Italstat; – lo scambio di alcune aziende tra STET e Finmeccanica; – la tentata vendita della SME al gruppo CIR di Carlo De Benedetti.

 

Le entrate della privatizzazione per l’Italia tra il 1993 e il 2003 sono state stimate a 110 miliardi di euro, l’importo più elevato nell’UE a 15 in termini assoluti e tra i più alti come percentuale del PIL. Siamo quelli che più degli altri si sono fregati con le proprie mani. Oggi le società pubbliche o partecipate, in Italia, sono circa 8.000 e impiegano circa 500.000 persone, ovvero il 2,1% dell’occupazione totale (Istat, 2015). Nel 2013, il 5% delle 1.523 principali imprese italiane era controllato da un’entità pubblica – centrale o locale. Il loro valore aggiunto aggregato corrisponde al 17% del PIL italiano (1,62 miliardi di euro a prezzi correnti nel 2013). Numeri ridicoli se paragonati al peso che l’economia di Stato ha in altri Paesi, sia sul fronte della dimensione delle aziende che su quello dell’impiego. Insomma, mentre molti Paesi, Cina in primis, hanno costruito la loro fortuna puntando su un sempre maggiore intervento dello Stato nell’economia, noi invece ci siamo liberati di un modello vincente unico al mondo, l’IRI, per entrare nell’Unione Europea e adottare l’euro. Una delle scelte più autolesioniste da quando l’uomo inventò la lotta di classe.

 

Gilberto Trombetta

 

 
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