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Attendiamo un cambiamento di rotta (?) PDF Stampa E-mail

3 Gennaio 2020

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Da Rassegna di Arianna dell’1-1-2020 (N.d.d.)

 

Vedo in giro grande entusiasmo per il discorso di Mattarella, in particolare per questo passaggio: "Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi." È un passaggio molto giusto, da cui mi piacerebbe che lo stesso Presidente della Repubblica, e molti dei suoi odierni entusiasti ammiratori, traessero le appropriate conseguenze.

 

Quando perdi il diritto come popolo di coltivare la tua forma di vita (cultura) e la tua forma di sviluppo economico, allora hai perso il privilegio di essere libero. Quando diventi l'oggetto di ricatti finanziari perché sei stato obbligato ad uniformare le normative sul movimento dei capitali, ora senza controllo, allora non hai più il privilegio di essere libero. Quando non puoi indirizzare le scelte della tua politica interna, ma devi obbedire ai trattati europei su come e quanto spendere, allora hai perduto il privilegio di essere libero. Quando sei stato esposto senza difese ai marosi della globalizzazione in tutte le sue forme, da quelli che ti spiegavano che la tua storia, la tua geopolitica e il tuo modello di sviluppo non facevano alcuna differenza, allora hai perso il privilegio di essere libero. Quanto ha ragione Presidente. Attendiamo fiduciosi un cambiamento di rotta.

 

Andrea Zhok

 

 
Il problema Ŕ l'antropocentrismo PDF Stampa E-mail

2 Gennaio 2020

 

Da Comedonchisciotte del 29-12-2019 (N.d.d.)

 

Il 7 agosto 2019 su Come Don Chisciotte è apparso un mio articolo dal titolo: “È meglio essere nati o sarebbe stato meglio non essere mai nati?”, in cui analizzavo la posizione di Cioran e di Benatar sul tema del natalismo e dell’antinatalismo. L’argomento è di una tale importanza che credo meriti di essere proposto nuovamente con riflessioni personali più approfondite. I cattolici, i musulmani e tutti gli uomini religiosi in genere considerano la vita un bene assoluto e condannano ogni intervento volto a limitarne la diffusione. Tutti, religiosi e laici, si prodigano per salvare quante più vite umane è possibile, laddove siano in pericolo. La ricerca medica e i salvataggi in mare sono due esempi paradigmatici al riguardo. A questo punto chi predica l’antinatalismo (mediante la diffusione di pratiche anticoncezionali) non può sfuggire all’accusa di egoismo. Il suo ragionamento sembra essere: noi siamo venuti al mondo, ma ora, poiché siamo in troppi, è bene che non aumenti il numero dei commensali alla tavola planetaria, altrimenti non vi è più abbastanza cibo per noi. Queste proposizioni seguono un filo logico inappuntabile, perché procedono tutte da una affermazione di base difficilmente contestabile, quella secondo cui la vita è un bene assoluto. Ma, attenzione, è proprio qui che il tema va approfondito se vogliamo uscire dall’antinomia: “la vita è sacra” – “la vita va limitata”. E quindi dobbiamo chiederci: “Quale vita è sacra?” “Solo quella umana o tutta la vita in genere?” “Esiste una gerarchia nella scala delle vite?”

 

Dobbiamo avere il coraggio di affrontare queste domande, alle quali la stragrande maggioranza del genere umano risponderà: “Sì, esiste una gerarchia nella scala delle vite, e al vertice vi è la vita umana”. Per i religiosi questa posizione è stata stabilita dalla divinità in persona che ha creato l’essere umano a sua immagine e somiglianza.

 

Per i non religiosi questa posizione è stata stabilita dall’evoluzione che ha dotato l’essere umano dell’intelletto e con esso di raziocinio e autocoscienza. Ricordiamo il vecchio detto greco attribuito a Platone: “Di tre cose dobbiamo ringraziare il destino: primo, di essere nati uomini e non animali; secondo di essere nati uomini e non donne; terzo, di essere nati greci e non barbari.” Di tale detto esiste anche una versione ebraica che al terzo punto recita: “Benedetto il Signore che mi ha creato […] Israele e non goy” (cioè gentile), ma che conserva identici i primi due punti. Ora fortunatamente il tempo ha fatto giustizia delle seconde e delle terze affermazioni di queste antiche sentenze. Ma la prima resiste inalterata agli assalti del tempo. Anzi, pare che col passare degli anni l’essere umano sia sempre più in preda a un delirio di onnipotenza che lo conduce a ridisegnare il paesaggio naturale a suo piacimento, asfaltando le terre e innalzando torri verso il cielo. È da questa considerazione che si deve partire se si vuol ragionare seriamente intorno al tema del natalismo e dell’antinatalismo. Sì, la vita è un bene importantissimo: si è formata su questo pianeta (e forse su altri) in milioni e milioni di anni attraverso una serie infinita di passaggi che hanno consentito a piccoli microorganismi di crescere fino a divenire le piante e gli animali che conosciamo. Ma tutta questa serie di soggetti ha trovato modo di coesistere in uno spazio limitato per milioni e milioni di anni grazie ad una serie infinita di pesi e contrappesi che hanno stabilito un equilibrio dinamico, in continua evoluzione ma sempre ricostituitosi dopo ogni violento scossone imposto dagli eventi atmosferici o dagli impatti astronomici. Poi, qualche milione di anni fa, il caso ha voluto che nel DNA di un primate intervenisse una modificazione genetica tale da farne accrescere in modo spropositato l’apparato cerebrale. Tale modifica fu vantaggiosa per il primate in questione ed esso ne approfittò per sbaragliare la concorrenza nella ricerca del cibo e di altre risorse. Il seguito della storia lo conosciamo molto bene e non è il caso di ripeterlo in questa sede. Il punto su cui soffermarsi è un altro. Se è vero, come è vero, che quella modifica poco alla volta ha indotto trasformazioni tali nel mondo della natura da mettere a rischio la sopravvivenza stessa della vita sul pianeta, e non solo di quella umana, che giudizio darne oggi, a distanza di qualche milione di anni dal suo apparire? È un argomento ostico per il nostro modo di ragionare, ma è l’unico punto di vista dal quale può essere fornita una risposta valida alla domanda: “Se la vita è un bene assoluto, perché limitarne la diffusione?” Sì, la vita di tutti gli esseri viventi è un bene assoluto, ma un errore nel nostro programma di base ci ha consentito di trasformarci in distruttori della vita degli altri esseri viventi, senza tener conto che senza di loro, piante e animali, neppure la vita dell’uomo sul pianeta può perdurare.

 

Assisteremo prossimamente a nuovi sussulti e tentativi di ogni genere per riparare ai danni fatti, ma finché non metteremo in discussione il primo punto di quell’antico detto (“dobbiamo ringraziare il destino di essere nati uomini e non animali”) non riusciremo ad uscire dall’impasse. È l’antropocentrismo il problema e non è sufficiente stemperarlo in un più ragionevole biocentrismo. Occorre riconoscere la nocività del genere umano ingenerata da quell’infausta modifica genetica intervenuta milioni di anni fa. Alla luce di questo riconoscimento la limitazione del nostro numero non apparirà come un atto egoistico nei confronti delle generazioni future, ma avrà l’aspetto assai più seducente di un atto altruistico nei confronti della vita in generale. Nel blog de Il Cancro del Pianeta si possono trovare molte altre riflessioni utili su questo tema.

 

Bruno Sebastiani

 

 
Quelle sull'ambientalismo sono chiacchiere PDF Stampa E-mail

31 Dicembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 29-12-2019 (N.d.d.)

 

Sulla copertina di fine anno di "Time" Greta Thunberg campeggiava, in una posa suggestiva, come "persona dell'anno". Contemporaneamente all'uscita del settimanale, il COP 25 (la 25ma - sic! - conferenza ONU sul cambiamento climatico) naufragava in un nulla di fatto. Questi due fatti sono l'emblema della nostra epoca, un'epoca che ha rimosso dal tavolo il problema centrale, per perdersi nell'autoperpetuazione di 'chiacchiere simboliche', chiacchiere su cui sembrano svolgersi epiche battaglie d'opinione, tutte svolte rigorosamente senza disturbare il guidatore. Chiunque non abbia portato il cervello all'ammasso sapeva perfettamente che, anche laddove il COP 25 si fosse concluso con qualche proclama ottimistico, di fatto non sarebbe cambiato comunque assolutamente nulla. Proprio così come non è cambiato nulla di significativo dopo precedenti accordi (Tokio, Parigi, ecc.). Se si va a vedere quale fosse la materia del contendere nelle trattative, si capisce subito come fosse una partita perduta alla radice.

 

Le proposte sul tavolo erano soprattutto due. Da un lato quella, notoriamente fallimentare, della 'compravendita di quote-inquinamento'. Si tratta dell'eterno ritorno di un tentativo, che ha oramai oltre tre decenni alle spalle, di 'internalizzare l'esternalità' rappresentata dall'inquinamento, facendone una merce tra le altre: chi inquina di meno (perché è meno industrializzato) potrebbe vendere dei 'bonus inquinamento' in eccesso ai paesi più inquinanti. Questa soluzione, che dovrebbe consentire di mettere un tetto alle emissioni, si è già dimostrata fallimentare per motivi fondamentali: 1) essa presuppone la possibilità di definire e misurare a livello mondiale una quantità ottimale di inquinamento, in modo da definire l'ammontare iniziale dei 'buoni inquinamento'; tale possibilità, tecnicamente inattingibile, di fatto viene demandata a trattative elastiche e compromessi rivedibili, dove chi ha maggior potere contrattuale fa e disfa le regole che gli convengono; 2) questo sistema presuppone di essere in grado di controllare (e sanzionare) tutte le forme di produzione di inquinamento world-wide; il che è praticamente impercorribile; 3) questo sistema esercita di fatto una pressione sui paesi meno industrializzati a rimanere tali, sussidiandone il mantenimento in una condizione di dipendenza.

 

L'altra proposta in discussione riguardava l'opportunità di finanziare direttamente i paesi più esposti al cambiamento climatico e meno abbienti con un fondo sistematico da parte dei paesi più benestanti. Entrambe le proposte sono naufragate in modo plateale. E questo è un bene, perché sarebbe stato peggio se qualche mancia simbolica fosse stata erogata, o se fosse passato qualche impegno 'giurin, giurello' di inquinare di meno nel prossimo lustro. O decennio. O secolo. La platealità del fallimento, nell'anno dell'ascensione di Greta Thunberg nel paradiso degli influencer mondiali, è qualcosa che, forse, può almeno aiutare a guardare la realtà senza infingimenti. Di molte cose particolari, di molti dettagli epistemici, climatologici, geopolitici, potremmo discutere. Ma tali discussioni di dettaglio servirebbero solo a levare l'ennesima nuvola di polvere, che una volta ridiscesa mostrerebbe semplicemente che il treno continua ad essere lanciato a tutta velocità verso un dirupo. È qui persino irrilevante stabilire se il fattore antropico nel cambiamento climatico sia essenziale o meno. Anche chi lo ritiene inessenziale non potrà non convenire che le dinamiche produttive attuali hanno molte altre faglie, molti altri punti di rottura terminale sia in termini di consumo di risorse naturali (acqua, foreste, suolo, specie viventi) che in termini di danni prodotti dagli scarti di produzione (microplastiche, smog urbano, ecc.). Il punto cardinale di qualunque discussione su questo tema è in effetti uno solo, e il posizionamento verso di esso distingue in maniera netta ed univoca quelli che hanno legittimità di aprire bocca su temi ambientali, e quelli che devono solo tacere, per manifesta complicità. Il dibattito internazionale in un contesto capitalistico avanzato è necessariamente quello di una lotta tra interessi economici strutturati in illimitata competizione. La competizione capitalistica è indistinguibile da una competizione bellica (e peraltro ogni qual volta risulta economicamente conveniente, prende senz'altro la strada delle armi). In una competizione illimitata, che siano individui, stati o multinazionali i soggetti coinvolti, ci si avvantaggia quanto possibile, sperando che ciò permetta di tenere la testa sopra le onde quando la marea arriverà. Chi è comparativamente più ricco dà le carte, definisce ragioni e torti, sceglie se e quando sottostare a questa o quella norma, usa il debito come leva per limitare la libertà dell'indebitato, e se necessario compra o produce la tecnologia militare necessaria per minacciare (o senz'altro silenziare) il meno abbiente. Finché la cornice legittimante definita dall'infinita competizione capitalistica rimane in piedi, fino a quando si assume la validità e insuperabilità sostanziale di questo paradigma onnicomprensivo che è il sistema di produzione capitalistico, ogni proposta di limitare le dinamiche ecodistruttive sarà una chiacchiera irresponsabile, una spudorata presa in giro. In un sistema mondiale di competizione illimitata per la crescita infinita non c'è nulla che possa essere preservato in termini di equilibri organici e ambientali. Siamo all'interno di una guerra di tutti contro tutti, che ci è stata descritta come la condizione fatale e inaggirabile dell'umanità. Pensare che mentre questa guerra è in corso si possano fare accordi internazionali duraturi che tocchino significativamente i modi in cui i concorrenti si armano e combattono è una ridicola illusione. Ciò che viene fatto, o apparentemente concesso, è sempre solo fumo negli occhi, foto-opportunity, chiacchiera fuorviante, propaganda, qualunque cosa purché il meccanismo della produzione di profitto possa conservarsi vitale. I meccanismi capitalistici sono noti, e si esprimono oggi in competitivismo, privatizzazioni, delocalizzazioni, mobilità della forza lavoro, ricerca dell'attrattività dei capitali internazionali, subordinazione sistematica delle democrazie ai 'mercati internazionali', ecc. Chi chiacchiera di ambientalismo senza volere il superamento dei meccanismi capitalistici è un utile idiota o un cinico complice del degrado.

 

In entrambi i casi dovrebbe solo tacere.

 

Andrea Zhok

 

 
Abbiamo perso di vista i nostri interessi PDF Stampa E-mail

29 Dicembre 2019

 

Da Appelloalpopolo del 23-12-2019 (N.d.d.)

 

Hanno vinto quando ci hanno reso tutti ipotetici milionari, uomini nuovi capaci di farsi da sé, in una parola sognatori. Abbiamo iniziato a preoccuparci dei loro interessi, illudendoci che sarebbero diventati i nostri. Così abbiamo iniziato a idolatrare chi ci disprezzava e abbiamo perso di vista i nostri interessi, mentre loro ci distraevano con i colori del tubo catodico e dei centri commerciali e avidamente tagliavano i cavi di quell’ascensore sociale che per noi aveva significato, prima ancora che benessere, sicurezza ed elevazione culturale. Abbiamo dimenticato la classe a cui apparteniamo e non siamo capaci di concepire la giustizia e la rivolta, timorosi di perdere quel poco che ci rimane, per gentile concessione del “padrone”.

Lorenzo D’Onofrio

 

 
Fallimento della gestione privatistica PDF Stampa E-mail

28 Dicembre 2019

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Da Appelloalpopolo del 22-12-2019 (N.d.d.)

 

È successo in questi giorni di frequente pioggia vicino casa mia, in Toscana, sulla Cassia, che unisce Roma ad una gran parte del centro e del nord Italia. Ma si tratta di un’immagine che fotografa gran parte del paese. Poche settimane fa infatti, sempre a causa delle condizioni atmosferiche, lo stesso tipo di crollo si è verificato in strade della Liguria e del Piemonte, sfiorando in più occasioni la tragedia. I comuni, infatti, a prescindere dal colore che indossano, vengono definiti “virtuosi” qualora riescano a rispettare il “patto di stabilità”, ciò che costringe loro a risparmiare piuttosto che a investire nonostante il territorio vada in frantumi.

 

Sempre stamattina, invece, i giornali di Genova parlano di una carenza di personale medico ormai fuori scala, tanto che da qui al 2025 si ritiene che sarà impossibile usufruire dei normali servizi pubblici, costringendo pertanto la popolazione a rivolgersi a strutture ospedaliere private. Dall’altra parte, mentre i giornali infuriano contro tutta la categoria degli impiegati pubblici quando alcuni di loro, su alcune centinaia di migliaia, non timbrano il cartellino (cosa indubbiamente riprovevole ma per niente affatto endemica), la famiglia Benetton rimane ancora indisturbata la proprietaria di “Autostrade”, nonostante sul Ponte Morandi siano morte più di 40 persone a causa del rifiuto da parte loro di investire. Il problema? è che dal 1992 lo Stato non interviene più attivamente nelle politiche del lavoro e dell’economia. I Trattati Europei impediscono ai paesi dell’Unione di fare deficit pubblico se non entro delle soglie di una percentuale che ormai, a causa di ulteriori limiti, si deve situare perfino al di sotto del 3% nel rapporto tra il PIL e il deficit pubblico annuale. Sempre per legge, lo Stato inoltre non può più fare l’imprenditore e ricomprarsi così Alitalia, Autostrade, oppure l’Ilva, sebbene la gestione privatistica abbia dimostrato di anteporre ormai da decenni il raggiungimento dei suoi profitti davanti all’utilità sociale (contravvenendo perciò anche l’art. 41 della Costituzione), e lasciando che per questa ragione delle persone morissero: tragedie che rendono la storia dei cartellini assolutamente ridicola. Di fronte a tali restrizioni, nei prossimi anni vedremo che le strade continueranno a crollare, i medici a scomparire, e le industrie strategiche come le acciaierie a chiudere, per aprire nuove praterie al mercato, soprattutto internazionale. Occorre perciò stracciare i Trattati UE, recedere dall’Europa, e recuperare uno Stato che mediante spese ingenti, miliardarie, faccia assunzioni di massa di personale nelle scuole, negli ospedali, nelle strade, per realizzare quelle manutenzioni necessarie a mettere in sicurezza il territorio.

 

Jacopo D’Alessio

 

 
Fallisce chi non si propone una lunga marcia PDF Stampa E-mail

27 Dicembre 2019

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Da Appelloalpopolo del 24-12-2019 (N.d.d.)

 

Scrive un mio contatto: “Tsipras ha fallito. Le Pen ha fallito. Salvini ha fallito. Bisogna solo prenderne atto”. Mi sembra di poter replicare che, se si ipotizza la buona fede, che invece non va data per scontata, è vero che hanno fallito ma il tema decisivo diventa domandarsi la ragione del fallimento. E la ragione è che, evidentemente, la buona fede non basta. Serve la determinazione (bisogna essere nati politicamente per questo scopo), nonché la disponibilità a non governare immediatamente, perdendo coloro che desiderano soltanto il potere (e che sono presenti in massa in ogni partito). La Le Pen, quando al secondo turno delle presidenziali ha dichiarato che non sarebbe uscita dall’euro, ha rivelato che lo slogan “fuori dall’euro” o era stato marketing o era stata una volontà flebile. Ha infatti mostrato, con quella dichiarazione, di non essere disponibile a una battaglia di lunga durata, a rinunciare a priori alla vittoria immediata e a spaccare il partito, perdendo i governativi per i quali la critica alla UE è mera propaganda. Quanto alla Lega, non è mai esistito un programma della Lega volto ad uscire dalla UE. Ci sono state dichiarazioni di uscita dall’euro, false come Giuda oggettivamente, perché non è dato uscire dall’euro senza uscire dalla UE. Chi dichiara di voler uscire dall’euro ma non dalla UE o è un cretino o è un bastardo che prende per i fondelli i suoi elettori. La Lega è votata da vasti strati della popolazione che vivono, come imprenditori, come operai, come impiegati e come professionisti, di esportazioni e che rischierebbero di subire immediate conseguenze a causa dell’uscita (anche se poi la maggior parte di essi potrebbe trovare con le opportune politiche possibilità uguali o migliori). Tsipras era un europeista. Avrà sentito da qualcuno del suo partito sostenere che se si usciva dall’euro era meglio, ma fin dal 2012 aveva scritto un programma neo-socialista irrealizzabile dentro la UE, senza proporre tuttavia l’uscita. Dunque, senza alcun dubbio, era un cretino o una persona che prende per i fondelli i suoi elettori (io scrissi il 2 giugno 2012 che era un venditore di fumo).

 

L’uscita dall’Unione Europea – necessaria per riconquistare la democrazia negli Stati nazionali europei, accantonata concretamente da Maastricht (e a livello di princìpi, sia pure con poche conseguenze concrete, già dal trattato di Roma) – è un compito storico. Si tratta di una lunga marcia e chiunque non si incammini lungo questa strada è destinato a fallire. Se si trattasse di una rivoluzione armata potrebbe bastare un 30% di consenso e l’appoggio dell’esercito. Ma trattandosi di una rivoluzione democratica serve molto più consenso e moltissimo tempo. Solo un partito che nasca con lo scopo dell’uscita come quello di Farage, privo di governativi, può operare con continuità, determinazione e risolutezza esclusivamente per lo scopo per il quale è nato. Gli altri partiti – che governano Regioni e Comuni e che si trovano a chiedere ed elargire fondi europei, che danno posti di lavoro e incarichi, che hanno il consenso di vasti strati di popolazioni legati alle esportazioni (non solo imprenditori ma anche operai impiegati e professionisti) i quali rischiano di essere colpiti dall’uscita, e che hanno significativi gruppi dirigenti che vogliono andare al governo per esercitare il potere (pur sapendo che dovranno eseguire gli ordini del tiranno per anni) – sono tutti per forza di cose europeisti, sia che lo pensino sia che non lo pensino, sia che lo dichiarino sia che lo neghino, sia che siano in buona fede, sia che siano in mala fede. Sono oggettivamente europeisti. E quindi oggettivamente combattono per l’Unione Europea.

Stefano D’Andrea

 
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