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Il piano Colao PDF Stampa E-mail

13 Giugno 2020

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Da Rassegna di Arianna dell’11-6-2020 (N.d.d.)

 

Le grandi manovre politiche degli ultimi mesi indicano l'orizzonte che attende il paese. Il "piano Colao", elaborato su mandato della maggioranza di governo, con la specifica benedizione di PD e Italia Viva, è una collezione di idee estratte dai ruggenti anni '90. Il senso complessivo è: Solo l'impresa privata produce valore, lo stato deve limitarsi a non porre impedimenti (no responsabilità penale per Covid contratto su lavoro, lasciare campo libero alle autocertificazioni) e ad aiutare l'impresa privata a fare profitto, perché poi ne beneficerà automaticamente l'intero paese (trickle-down economics is back). Prendendo a titolo di esempio le idee per Istruzione, Ricerca e Sviluppo (su cui mi esprimo per maggiore prossimità), troviamo mescolata fuffa allo stato puro ("partnership per upskilling"? "modernizzazione del sistema della ricerca"?), con idee stantie che hanno già avuto modo di fare danni nel recente passato, come la famosa "individuazione di poli di eccellenza scientifica", che hanno già alimentato la concentrazione dell'attività di ricerca in aree sempre più ristrette, creando le condizioni per il deperimento della maggior parte delle università verso mere 'teaching universities'. O ancora, il supporto ad una "istruzione terziaria professionalizzante" (perché il sogno di ciascuna impresa da sempre è di avere ingranaggi pronti all'impiego, che sanno già proprio quello che serve a te, senza dover spendere soldi per onerosi corsi introduttivi o apprendistati).

 

Questo è quello che ha partorito progettualmente il governo. Più precisamente, il compromesso tra le forze di maggioranza sembra essere stato: PD e Italia Viva hanno contribuito nominando la banda Colao, Conte e il M5S hanno contribuito mettendo nel cassetto quelle proposte (e, almeno di ciò, vanno ringraziati). Quanto all'opposizione, ciò che salta agli occhi è il colossale riposizionamento del suo maggiore partito, la Lega, che dopo essersi proposta per un annetto come Lega nazionale, dando l'impressione di alimentare un'istanza di unità nazionale e popolare, è ritornata all'ovile neoliberista della tutela dei centri produttivi padani.

 

Per un breve periodo Salvini si è proposto come difensore della Patria e del Popolo (con quanta credibilità, è un'altra storia), salvo poi riprendere le gloriose bandiere classiche dell'antistatalismo e del liberismo. (Naturalmente, visto che Salvini era stato anche prima un sostenitore della Flat Tax, il sospetto che non si fosse allontanato troppo da casa era presente ai più accorti anche prima, ma ora il figliol prodigo è rientrato senz'altro nelle sue casematte brianzole e tutto è di nuovo chiaro.)

 

Il quadro complessivo è dunque abbastanza semplice: le principali forze della maggioranza e dell'opposizione condividono un vetusto e fallimentare paradigma liberista, che detterà l'agenda degli interventi nei mesi a venire. La crisi in corso (e in accelerazione) abbatterà ogni residua resistenza, perché una volta che hai impostato il discorso assumendo che "solo l'impresa privata produce valore", ad ogni problema si potrà rispondere dicendo che la soluzione sta nello stimolare gli 'spiriti vitali' delle imprese, nel 'togliere lacci e lacciuoli', nel 'lasciar fare al mercato', nell'aiutare il mercato nel duro compito di fare profitti. Il noto vicolo cieco della storia recente verrà imboccato una volta di più. Eh, sì, ci aspettano anni entusiasmanti.

 

Andrea Zhok

 

 
Senza precedenti PDF Stampa E-mail

12 Giugno 2020

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Da Comedonchisciotte del 9-6-2020 (N.d.d.)

 

C’è una seria crisi sanitaria che deve essere adeguatamente risolta e questa è la priorità numero uno. Ma c’è un altro importante aspetto che deve essere affrontato.

 

Milioni di persone hanno perso il lavoro e i risparmi di una vita. Nei paesi in via di sviluppo prevalgono povertà e disperazione. Mentre il lockdown è presentato all’opinione pubblica come l’unico modo di risolvere una crisi sanitaria globale, i suoi devastanti effetti economici e sociali sono disinvoltamente ignorati. La verità inconfessata è che il nuovo coronavirus fornisce un pretesto ai potenti interessi finanziari e ai politici corrotti per precipitare l’intero mondo in una spirale di disoccupazione di massa, di bancarotta e di estrema povertà. Questo è il vero ritratto di ciò che sta capitando. La povertà è in tutto il mondo. Mentre la carestia sta esplodendo nei paesi del terzo mondo, più vicino a casa, nel paese più ricco al mondo, “milioni di americani disperati aspettano in lunghe affollate file per l’elemosina “, una foto illustra file lunghe chilometri formatesi la scorsa settimana fuori dalle mense dei poveri e degli uffici di collocamento negli Stati Uniti . In India: “il cibo sta scomparendo, …(la gente) si chiude nelle baraccopoli troppo impaurita per uscire, torna a casa o viene intrappolata nelle azioni repressive in strada, In India ci sono stati 106 morti di coronavirus fino ad oggi, e per guardare le cose nella giusta prospettiva, 3000 bambini indiani muoiono di fame ogni giorno”. Da Mumbai a New York City. È questa la “Globalizzazione della Povertà”. La produzione è ferma. Fame in Asia ed in Africa. Carestia negli Stati Uniti.  Tutti i paesi ormai sono paesi del Terzo Mondo. È questa la riduzione al terzo mondo (terzomondializzazione) di quelle che sono considerate nazioni sviluppate ad alto reddito.

 

E che cosa succede in Italia? La gente sta restando senza cibo. Alcune inchieste confermano che la mafia sta ricevendo localmente più appoggio locale del governo, distribuendo cibo gratuito alle famiglie povere in quarantena che sono rimaste al verde. (The Guardian) La crisi mette insieme la paura e il panico nei confronti del Covid-19 ed un sofisticato processo di manipolazione economica. Incominciamo ad esaminare le conseguenze che riguardano i paesi in via di sviluppo. Prima qualche richiamo storico. […]

 

L‘egemonia del dollaro è stata imposta. Con l’aggancio del debito al dollaro, alla fine nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo l’intero sistema monetario nazionale era “dollarizzato.” Massicce misure di austerità hanno portato al collasso dei salari reali. Sono stati imposti programmi di privatizzazione radicali. Queste riforme economiche mortali, applicate in favore dei creditori, hanno dato il via invariabilmente al collasso economico, alla povertà e alla disoccupazione di massa.

 

[…] Oggigiorno il meccanismo che scatena la povertà ed il collasso economico è fondamentalmente diverso e sempre più sofisticato. Lo sviluppo della crisi economica del 2020 è connesso alla logica della pandemia del Covid-19: non c’è bisogno che il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale negozino una riforma strutturale del debito con i governi nazionali. Ciò che si è verificato durante la crisi del Covid-19 è una “Riforma Globale” nella struttura dell’economia mondiale. In un colpo solo questa Riforma Mondiale (GA- Global Adjustment) origina un processo mondiale di fallimenti, disoccupazione, povertà e totale disperazione. Come funziona? Il lockdown è presentato ai governi Nazionali come l’unica soluzione per risolvere la pandemia dovuta al Covid-19. E questo diventa una decisione politica che se ne frega di distruggere l’economia e delle conseguenze sulla società.  Non c’è bisogno di riflettere o di analizzare le probabili conseguenze. I corrotti governi nazionali sono obbligati ad adeguarsi. La chiusura parziale o totale dell’economia di una nazione è innescata con l’applicazione delle cosiddette linee guida dell’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS-WHO) che riguardano il lockdown ma anche il commercio, le restrizioni all’immigrazione e ai trasporti e così via. Potenti istituzioni finanziarie e gruppi lobbistici che comprendono Wall Street, il World Economic forum (WEF), la fondazione di Bill e Melinda Gates sono intervenuti per definire le azioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità riguardanti la pandemia del Covid-19.

 

Il lockdown, insieme alla riduzione del commercio e dei trasporti aerei ha creato le condizioni di partenza. Questa chiusura delle economie nazionali è stata avviata in tutto il mondo a cominciare dal mese di marzo ed ha colpito contemporaneamente un largo numero di paesi in tutte le più grandi regioni del mondo. Nella storia del mondo è una cosa senza precedenti. Perché i leader di vertice hanno lasciato che questo succedesse? Le conseguenze erano scontate. Questa operazione di chiusura colpisce le linee di produzione e di rifornimento di beni e servizi, le attività di investimento, l’export/import, il commercio all’ingrosso e al minuto, gli acquisti dei consumatori, la chiusura delle scuole, dei collegi e delle università, delle istituzioni di ricerca eccetera. Di conseguenza porta quasi immediatamente alla disoccupazione di massa, al fallimento delle piccole e medie aziende, al collasso del potere d’acquisto, diffonde povertà e carestia. Qual è l’obiettivo nascosto di questa ristrutturazione dell’economia globale? Quali sono le conseguenze? Cui prodest?

 

La destabilizzazione delle piccole e medie aziende in tutte le aree di più grande attività economica compresi l’economia dei servizi, dell’agricoltura e della produzione industriale, facilita di conseguenza l’acquisizione da parte dei grandi gruppi delle imprese fallite. Permette di derogare ai diritti dei lavoratori e destabilizza il mercato del lavoro. Crea disoccupazione di massa. Comprime i salari e il costo del lavoro tanto nei cosiddetti paesi sviluppati ad alto reddito quanto nei paesi in via di sviluppo impoveriti. Conduce all’aumento del debito esterno. Di conseguenza facilita le privatizzazioni. Non c’è bisogno di sottolineare che questa operazione di riforma globale è molto più dannosa del programma di riforma strutturale a livello di stati che propongono il Fondo Monetario Mondiale e la Banca Mondiale…È il neoliberismo all’ennesima potenza. In un colpo solo, nel corso degli ultimi mesi, la crisi del Covid-19 ha contribuito ad impoverire una larga parte della popolazione mondiale. E pensate un po’ chi viene in soccorso? Il FMI e la Banca Mondiale. […]

 

L‘obiettivo finale è far crescere moltissimo il debito estero denominato in dollari. […]

 

Non vi sono condizioni su come voi spendete denaro. Ma questo denaro aumenta il debito complessivo e richiede un rimborso. I paesi sono già in una camicia di forza. L’obiettivo è che soddisfino pienamente le richieste dei creditori.  Questa è la soluzione neoliberista applicata a livello globale. Nessun risanamento economico reale, più povertà e disoccupazione in tutto il mondo. La “soluzione” diventa la “causa”. Che dà inizio ad un nuovo processo di indebitamento, e contribuisce ad un’escalation del debito.  Più si presta e più si costringono i paesi in via di sviluppo ad allinearsi politicamente. In definitiva è questo l’obiettivo del decadente Impero Americano. La verità non detta è che 1000 miliardi di dollari delle istituzioni di Bretton Woods hanno il compito di aumentare il debito estero. Nei recenti sviluppi i ministri della Finanza del G20 hanno deciso di mettere in sospeso il rimborso delle obbligazioni di restituzione del debito dei paesi più poveri del mondo. La cancellazione del debito non è stata presa in esame, anzi è proprio l’opposto. La strategia consiste nell’aumentare il debito. È importante che i governi dei paesi in via di sviluppo prendano una posizione ferma contro l’”operazione di salvataggio” del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.

 

Una crisi fiscale senza precedenti si sta sviluppando a tutti i livelli di governo. Con alti livelli di disoccupazione nei paesi sviluppati gli incassi di tasse sul reddito sono perlomeno a un punto morto. Nel corso degli ultimi due mesi i governi nazionali si sono indebitati sempre di più. Di conseguenza i governi dell’ovest, come anche i partiti politici sono sempre più sotto il controllo dei creditori che alla fine dettano legge. A tutti i livelli i governi sono caduti nella stretta mortale del debito. Il debito non può essere ripagato. Negli Stati Uniti il deficit federale “è aumentato del 26% fino ai 984 miliardi di dollari dell’anno fiscale 2019, il più alto negli ultimi sette anni”. E questo è solo l’inizio. Nei paesi occidentali si è verificata una colossale espansione del debito pubblico. Che viene usato per finanziare i salvataggi, le elargizioni alle multinazionali, nonché per le reti di sicurezza sociale per i disoccupati. La logica dei salvataggi per molti aspetti è simile a quella della crisi economica del 2008 ma su una scala molto più ampia. Per ironia, nel 2008 le banche degli Stati Uniti erano sia i creditori del governo federale USA, sia i fortunati beneficiari: l’operazione di salvataggio era finanziata dalle banche con la prospettiva di “salvare le banche”. Vi sembra contraddittorio?

 

Alla fine la crisi farà accelerare la privatizzazione dello Stato. I governi nazionali saranno sempre più sotto la stretta di Big Money. All’orizzonte vi è in vari Paesi la privatizzazione di fatto dell’intera struttura dello Stato, paralizzato dalla crescita dei debiti, a tutti i livelli di governo, sotto il controllo di potenti interessi finanziari. Sarà comunque conservata la finzione di “governi sovrani” che servono gli interessi degli elettori. Il primo livello di governo che subirà le privatizzazioni saranno i municipi (molti dei quali sono già parzialmente o completamente privatizzati, come per esempio Detroit nel 2013). I miliardari americani potrebbero essere indotti a comprare una intera città. Molte grandi città sono già sul punto di fare bancarotta (questa non è affatto una novità). La città di Vancouver è pronta per essere privatizzata: “il sindaco di Vancouver ha già detto che ha paura che la sua città faccia bancarotta.” (Le Devoir, 15 Aprile 2020) Nelle più grandi città d’America la gente semplicemente non è in grado di pagare le tasse: il debito di New York City per l’anno fiscale 2019 è uno sbalorditivo ammontare di 91,56 miliardi di dollari, un aumento del 132% rispetto all’anno fiscale 2000. A loro volta anche i debiti delle persone in America sono andati alle stelle. “Le famiglie americane collettivamente hanno un debito verso le carte di credito di circa 1000 miliardi di dollari”. Nessun provvedimento si sta prendendo negli Stati Uniti per ridurre i tassi di interesse sul debito delle carte di credito.

 

Il lockdown impoverisce sia i paesi sviluppati sia quelli in via di sviluppo e distrugge letteralmente le economie nazionali. Destabilizza l’intero panorama economico. Compromette le istituzioni sociali comprese le scuole e le università. Spinge le piccole medie e aziende verso la bancarotta. Che tipo di mondo ci aspetta?

 

Si sta costruendo un diabolico “Nuovo Ordine Mondiale” come ipotizzava Henry Kissinger? […]

 

La natura di questa crisi è stata largamente male interpretata. Alcuni intellettuali progressisti adesso dicono che questa crisi costituisce una sconfitta del neoliberismo.” Spalanca un nuovo inizio”. Alcuni vedono questo come un potenziale punto di svolta che apre un’opportunità per ”costruire il socialismo” o ricostruire la socialdemocrazia” in conseguenza del Lockdown. L’evidenza conferma ampiamente che il neoliberismo non è stato sconfitto. È proprio l’opposto. Il capitalismo globale ha consolidato le sue posizioni. La paura ed il panico prevalgono. Si sta privatizzando lo Stato. C’è una tendenza verso forme di governo autoritario. Questi sono gli argomenti che noi dobbiamo affrontare. Quella storica opportunità di opporsi alle strutture potenti del capitalismo globale, compreso l’apparato militare degli Stati Uniti e della NATO – resta da affermare con fermezza alla fine del lockdown.

 

Michel Chossudovsky

 

 
Focolai di rivolta PDF Stampa E-mail

10 Giugno 2020

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Da Rassegna di Arianna dell’8-6-2020 (N.d.d.)

 

Per i buonisti di vario ordine e tipo e per i vari media embedded, l’omicidio di George Floyd e la rivolta estesasi a macchia d’olio da Minneapolis a tutti gli Usa, sembrano essere l’occasione per ribadire e riconfermare “urbi et orbi” le proprie velleità buoniste e recuperare quello spazio politico recentemente perduto, a causa del sopravanzare dei vari movimenti “populisti”. E invece no. Nella rivolta di Minneapolis c’è qualcosa che non va, un qualcosa che, a lor signori, sfugge. Troppa rabbia, troppa partecipazione popolare e specialmente troppa trasversalità in quella che, partita da semplice protesta contro la mano forte dei tutori dell’ordine Usa, si sta invece trasformando in qualcosa d’altro. Con grande scandalo e disappunto dei nostri media, alla rivolta stanno partecipando in numero consistente anche gruppi dell’estrema destra Usa. Nonostante l’immediata ostracizzazione di questi gruppi, quali “provocatori”, il segnale di un più profondo e radicato malessere emerge sempre più chiaro. Ad esser messo in discussione non è più solamente la mano forte e l’impianto repressivo delle autorità Usa, quanto un sistema, un modello di sviluppo che, evidentemente, sta facendo acqua da tutte le parti. A dimostrazione di quanto qui affermato, i vari focolai di rivolta che, qua e là per il mondo sono tornati a riaccendersi, dopo la pausa dovuta alla quarantena pandemica. Hong Kong, ma non solo, Beirut, Baghdad e chissà quanti altri, hanno ripreso a scendere in piazza per esprimere, con ancor più vigore, il proprio malessere verso il Liberismo Globale. Qualcuno pensava con la vicenda Coronavirus di aver fatto un affarone. Immiserire e far chiudere attività economiche da poter, in seguito, acquisire sui mercati, a prezzo “scontato”. Guadagni astronomici per le varie industrie farmaceutiche, grazie alla preparazione ed alla vendita di vaccini e medicinali anti-Covid. Senza contare, il vantaggio politico conseguente all’instaurazione di uno stato di sostanziale privazione delle libertà di movimento e d’espressione, in grado di neutralizzare tutte quelle forze politiche anti sistema che stavano acquistando sempre più spazi di agibilità, facendo loro perdere la spinta propulsiva che ne caratterizzava l’azione. Certe persone, però, non han fatto i conti con quelli che, senza ombra di dubbio, potremmo definire “danni collaterali”. Non avevano previsto che, a seguito delle loro illuminate misure quel malessere sociale che, nelle loro intenzioni, avrebbe dovuto ingenerare paura ed apatia, ha invece ingenerato una compressione, un mix di malessere, risentimento e rabbia tali, da dar luogo ad una incontrollata serie di ritorni di fiamma di tutte quelle rivolte e turbolenze politiche che si credeva il Covid avesse, invece, neutralizzato.

 

L’America brucia. Ed a bruciare non sono solo le carcasse degli autoveicoli messi di traverso, ma anche, e specialmente, le certezze di un modello, quello globalista, che si credeva avrebbe ingenerato una crescita illimitata ed invece ha creato miseria, sperequazione, dissesto umano ed ambientale “urbi et orbi”. Bruciano anche i consensi di “The Donald”, il cui rozzo massimalismo populista ha mostrato tutti i propri limiti. Invocare la mano forte, non porgendo orecchio al grido di una società ferita da anni ed anni di instabilità economica e finanziaria, frustrata da una violenza diffusa a cui fa da contraltare il rigorismo efficientista della pubblica autorità, ha offuscato, e non poco, l’immagine del vulcanico Presidente-Tycoon. Il principale “competitor” geo economico degli Usa, la Cina, ha colto l’occasione al balzo per ribaltare in direzione di questi ultimi le accuse di violare i diritti umani attraverso il razzismo e con l’atteggiamento repressivo verso i vari moti insurrezionali. In tutto questo, però, il gigante cinese non si rende conto di avere i piedi d’argilla. Il “default” del Globalismo che va profilandosi all’orizzonte, rischia di travolgere in primis proprio quella Cina che, nella pessima gestione del caso Coronavirus, ha messo a repentaglio tutte quelle certezze di una crescita senza freni, rischiando di pagare un prezzo molto salato, in termini di risarcimenti a tutte le nazioni del mondo industrializzato e non solo.

 

Concluso il lungo periodo di quarantena, nel nostro stesso paese si sono iniziati a manifestare dei segnali di forte disagio economico e sociale, causati da una forzosa e prolungata chiusura di tutte le attività economiche, a cui non ha fatto da contraltare nessun serio provvedimento di aiuto economico, né alcuna iniziale forma di prevenzione sanitaria, ingenerando così una pesante spirale recessiva. Neanche a dirlo, le varie manifestazioni recentemente organizzate in varie città italiane, sia da partiti politici dell’area parlamentare che da spontanei movimenti di cittadini, sono stati, dai nostri media “embedded”, immediatamente e frettolosamente bollati quali “estremisti di destra” o “neofascisti”. La pratica della demonizzazione di chi non si adegua ai parametri del pensiero dominante, è vecchia e rappresenta sempre la via d’uscita dalle situazioni più imbarazzanti per il potere ma, stavolta, servirà a ben poco. Il malcontento largamente diffuso nel nostro paese, sta facendo da volano al proliferare di un numero di movimenti spontanei di opposizione, tale, da render sempre più difficile e meno praticabile un’azione di contenimento e repressione di certe istanze. E pertanto, certe inamidati ed inossidabili inquilini dei vari palazzi romani prima si renderanno conto di tutto questo e capiranno che è ora di lasciare spazio a certe istanze, meglio sarà, per tutti. Noi e Loro.
Umberto Bianchi

 

 
Le multinazionali si fanno Stato PDF Stampa E-mail

9 Giugno 2020

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Da Comedonchisciotte del 2-6-2020 (N.d.d.)

 

Mentre tredicimila aziende commerciali della provincia di Pisa erano coattamente chiuse causa virus, un cantiere non si è mai fermato: quello per il nuovo centro di smistamento Amazon che aprirà in autunno proprio nel capoluogo toscano. Per migliaia di posti di lavoro che saranno travolti dalle macerie del lockdown, arriveranno appena un centinaio di assunzioni low cost per spedire pacchi ordinati online. La sentenza dal campo di battaglia: mentre un capitalismo perdente si lecca le ferite e tenta di ripartire tra mille regolamenti e norme assurde, il capitalismo vincente macina liberamente profitti e stravolge il mercato, prendendone – forse definitivamente – le redini. Il “Potere senza volto” denunciato ben quarantasei anni fa da Pier Paolo Pasolini sembra ormai aver gettato la maschera, proprio mentre la impone mediaticamente ai comuni cittadini che in preda alla paura della morte, la indossano in ogni dove. Il distanziamento sociale costringe allo smart working e con la digitalizzazione anche le amministrazioni pubbliche si svuotano: l’ufficio anagrafe di un Comune si sposta nel salotto privato di un funzionario, o nella sala da pranzo di un semplice impiegato. Google diventa scuola e università per tutti gli studenti italiani, Airbnb paga l’affitto ai medici e agli infermieri neoassunti per far fronte all’emergenza sanitaria. La stessa Amazon finanzia la Protezione Civile. Anche Apple, Gsk, Carrefour, Edison e molti altri colossi fanno la loro parte: le multinazionali si preparano a farsi Stato. Il ministro della Pubblica Amministrazione Fabiana Dadone prevede la rapida conversione del 40% dei pubblici dipendenti in lavoratori a distanza. E tutti i concorsi per la PA saranno presto digitali. Il “lavoro agile”, così dinamico per far fronte all’emergenza, diventa stabile. Proprio come vuole Vittorio Colao, ex CEO di Vodafone UK, che da Londra dirige il comitato di esperti che emana linee guida per il nostro governo, che ha sede a Roma.

 

Uno Stato che si prepara all’estinzione fisica delle sue istituzioni, e che forse presto subappalterà sé stesso a società esterne, magari estere, in località dove il costo del lavoro è molto più basso e dove finalmente non ci saranno cartellini da far obliterare. Contattando un call center qualsiasi, avremo un interlocutore telematico albanese o bulgaro che con un traballante italiano ci informerà in merito alla nostra pratica virtuale ferma all’ufficio avente logo “Catasto di Lodi”, ma in realtà trasferito su un cloud con server in Bangladesh e amministrato da un laptop a Sofia. Uno Stato che, se ricorresse al Mes, non avrebbe più alcuna sovranità sulle scelte di politica economica e che secondo gli esperti di Colao, dovrebbe cedere il proprio patrimonio di valore per ridurre il debito pubblico, esattamente come fece la Germania Est  e come ha fatto la Grecia. Il risultato finale? Il debito è comunque esploso e quel paese è diventato molto più povero, mentre alcuni gruppi finanziari sono diventati molto più ricchi. Un illustre – e molto ben informato –  collega di Colao alla riunione torinese del gruppo Bilderberg 2018, il giornalista e accademico Lucio Caracciolo, aveva visto bene: “ad un certo punto –  che non è vicino – ci sarà una parte di questo paese che troverà le energie – perché questo paese ce le ha – per ricominciare a costruire un progetto insieme. Il problema è che per arrivare a questo punto, probabilmente passeremo attraverso delle tragedie, passeremo attraverso delle crisi veramente molto pesanti, perché l’Italia non è capace di trovare dentro sé stessa spontaneamente le ragioni di un programma comune”. Quel “programma comune“ riflette l’agenda sovranazionale degli ultimi trenta anni almeno, da quando a colpi di crisi, una certa élite ci ha imposto la globalizzazione: impoverimento di molti, profitti per pochi. Stavolta l’accelerazione è epocale e rischia davvero di estinguere la classe media. Non solo economia: il distanziamento sociale divide le famiglie e le amicizie, mina i rapporti umani e mette a rischio l’esistenza della società stessa. Nel campo di battaglia dove ancora combattono capitalismo perdente e capitalismo vincente, proprio quando le multinazionali si preparano a farsi Stato, ormai vediamo e viviamo milioni e milioni di maschere: comuni cittadini che in preda alla paura della morte sono stati trasformati in schiere disciplinate di soldatini obbedienti. E ci accorgiamo della forza reale e concreta di quel “Potere senza volto” denunciato ben quarantasei anni fa da Pier Paolo Pasolini: “una forma totale di fascismo”. “Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo”.

 

Jacopo Brogi

 

 
Breviario negazionista PDF Stampa E-mail

8 Giugno 2020

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Da Rassegna di Arianna del 6-6-2020 (N.d.d.)

 

A marzo, chi scrive affermò che alla fine dell’emergenza Coronavirus sarebbero state più numerose le vittime economiche dei lutti, pur terribili. Non potevamo ancora sapere del tutto che il contagio si sarebbe trasformato in un immenso esperimento di ingegneria psico sociale e che alle numerose dittature cui siamo assoggettati – finanziaria, oligarchica, tecnologica - avremmo dovuto aggiungere la dittatura sanitaria, con il suo insopportabile contorno di prescrizioni, maschere, distanziamento sociale eccetera eccetera. Purtroppo, la previsione iniziale si sta rivelando esatta: nessun merito o capacità divinatoria, solo la semplice arte di fare due più due. In più, siamo precipitati nel meraviglioso mondo della tele scuola, del telelavoro, delle app per andare in spiaggia e della fantastica applicazione “Immuni”, la quale - dica ciò che vuole il governo e la caricatura chiamata garante per la privacy (privatezza non si può dire, è termine dell’antiquata lingua italiana, parlata solo da alcuni cavernicoli) – consente di tracciare i nostri corpi a vantaggio del potere di sorveglianza. Biopotere, ma inutile insistere: da quell’orecchio il gregge chiamato popolo non ci sente. Da qualche settimana, poi, e con sempre maggiore intensità, il potere, il governo, i suoi fedeli servitori della stampa, della cultura, della scienza, hanno coniato un nuovo, sanguinoso epiteto per coloro che si ribellano alla narrazione ufficiale. Sono diventati “negazionisti”, uno stigma peggiore della lettera scarlatta marchiata alle adultere del passato (protestante). Chi non la pensa come loro – o semplicemente continua a pensare – è un appestato come i neonazisti che negano la verità ufficiale dell’Olocausto scolpita nel marmo. Poiché abbiamo la pelle dura come il carapace delle tartarughe, evitiamo di difenderci dalle accuse strumentali – è ciò a cui vuole costringerci l’avversario- ci facciamo un’amara risata sulla libertà che non c’è e tentiamo di dire la nostra sulle modalità esistenziali che ci vengono imposte sulla scia di Covid 19, sui drammi economici e finanziari che stiamo per vivere – in cui milioni di connazionali sono già immersi – e sui totalitarismi che avanzano, apparentemente in ordine sparso, ma in realtà marciando divisi per colpire uniti.

 

Iniziamo dal telelavoro: una gran comodità, come pagare con la carta di credito e comprare biglietti online. Per diverse attività, questo supporrà una diminuzione dei dipendenti e insieme un magnifico risparmio per le aziende. Non più grandi uffici con affitti in proporzione; spese generali in caduta libera e concorrenza al ribasso- un’altra – tra gli aspiranti telelavoratori. Una delizia per il sistema: tutto a carico del salariato, pardon imprenditore di se stesso, salvo qualche modesto contributo a trattativa privata. Il tele lavoro rende opachi gli orari – certo, stiamo a casa, ma scommettiamo che lavoreremo più a lungo? – crea ulteriori problemi a ciò che resta della vita familiare. Meno pendolarismo e treni meno affollati, un sollievo, ma anche ulteriore solitudine. Non conosceremo neppure i nostri colleghi, non ci sentiremo legati a loro né personalmente né tanto meno come categorie portatrici di interessi. Gli stipendi, inevitabilmente, scenderanno e per bloccare la prevedibile rabbia sociale si renderà indispensabile la distribuzione di un reddito minimo universale. Non dimentichiamo che è in pieno svolgimento, insieme con la rivoluzione digitale, l’automazione con la generalizzazione di robot in grado di svolgere un numero crescente di professioni, anche cognitive. Il saccheggio di chi si ostinasse a lavorare e produrre renderà necessaria un’aggressiva politica fiscale, ovvero terrore fiscale, rivolto non contro la plutocrazia e i padroni universali promotori della devastazione economica e sociale, ma nei confronti di chi vive del proprio lavoro. Per essere gioiosamente accolte dalle masse – proletarizzate nel portafogli e istupidite nella capacità di giudizio - sarà indispensabile più di oggi che le politiche volute dall’iperclasse siano realizzate da governi detti “di sinistra”. Vecchia storia, lo insegnò il cinico Giovanni Agnelli: la migliore destra economica è la sinistra politica, alla quale infatti la sua classe è saldamente alleata da mezzo secolo. Il tessuto produttivo verrà distrutto a velocità maggiore di quella sperimentata nell’ultimo quarto di secolo (perdita di un quarto delle produzioni) e le bocche ribelli o affamate saranno tappate con sovvenzioni, qualche pensionamento e mance, riservate ovviamente ai ceti e gruppi sociali più vicini alla “sinistra”. Nel frattempo, saranno stati sciolti gli ultimi vincoli comunitari che legavano i lavoratori, sempre più precari, messi in competizione tra di loro per ricevere le briciole del padrone, governativo o economico-finanziario, che in fondo è lo stesso. Tutto ciò a beneficio delle grandi multinazionali, di nuove delocalizzazioni e l’acquisto a prezzo di saldo, da parte degli avvoltoi chiamati graziosamente mercati, di pezzi interi del sistema produttivo.  Tutte operazioni per le quali occorre un clima sociale controllato, quindi governi di finta sinistra in grado di canalizzare la protesta sociale, indirizzandola verso finti nemici. Non i giganti, non i lupi vestiti da Agnelli, ma i lavoratori autonomi, gli artigiani, i piccoli proprietari. Il primo a comprenderlo fu Pier Paolo Pasolini: “la rivoluzione neocapitalista si presenta astutamente come opposizione, in compagnia delle forze del mondo che vanno verso sinistra”. Almeno, lo capisse una buona volta la sedicente destra, che più allineata e istituzionale non si può. Anche nei prossimi anni sarà la sinistra – fucsia, secondo la fulminante definizione di Diego Fusaro – a portare a compimento il progetto. In Italia, dietro a Conte e ai figuranti a Cinque Stelle, comandano Gualtieri, l’uomo di Bruxelles, e soprattutto Vittorio Colao, il manager bocconiano delle telecomunicazioni a capo di una misteriosa “task force” governativa, che dirige da remoto, da Londra.

 

Telelavoro, ultima picconata alla scuola con le lezioni a distanza, generalizzazione del reddito di cittadinanza, paura. La gente, terrorizzata dal virus, in gran parte incapace di pensiero critico, bombardata dalla disinformazione a senso unico, si convince che tutte le mostruose operazioni di riconversione – economica, esistenziale, antropologica – avvengano a suo beneficio. Oltre a qualche spicciolo e al dubbio piacere di manovrare inedite app, verranno gratificati di nuovi diritti nella sfera ludica e sessuale: diritti da biancheria intima e autorizzazione alla movida con obbligo di sballo. I giovani avranno tele diplomi, tele lauree, tele master che non varranno a nulla, se non per essere indicati come punteggio nelle richieste di benefici statali. Potranno tele lavorare, riscuotere il reddito di cittadinanza – basso, molto basso, ovvio - diventeranno più oziosi, più mediocri e più solitari. Esattamente come li vogliono gli iperpadroni: essenziale che siano occupati negli sballi e abbiano qualche soldarello in tasca per non farsi domande e ancor meno ribellarsi. Quando tutto andrà in malora – succederà presto – gli organizzatori del baraccone faranno come il protagonista di un film di Woody Allen: prendi i soldi e scappa.

 

Siamo negazionisti e pure confessi. Eppure, la democrazia dovrebbe essere tutt’altro che uniformità e conformità, come vogliono i nostri “superiori”. Neghiamo anche la validità degli interventi finanziari europoidi anticrisi. Il cosiddetto Recovery Fund (tutte le fregature vengono battezzate in inglese; questo dovrebbe insospettire il gregge, se levasse lo sguardo oltre la greppia della magra pastura) è un imbroglio, uno in più, nel tempo in cui le aste dei BTP (Buoni del Tesoro Poliennali) navigano oltre i cento miliardi, segno che l’Italia, se ne avesse la volontà politica, potrebbe agevolmente autofinanziarsi. Non ci sarà nessuna pioggia di soldi: non lo permetteranno i governi del Nord Europa, non lo consente lo stesso meccanismo, che oltretutto ha bisogno di molto tempo, mentre l’emergenza è immediata. È oggi che occorre scegliere tra vita e morte, non nel 2021. Quanto ai soldi, le cifre vanno prese con le molle. Sempre di prestiti si tratta, da restituire con le tasse; l’unico vantaggio è un buon tasso di interesse: le cure palliative del malato terminale. Non ci resta- è la strategia del governo – che scegliere se morire di fame o di debiti europei. Gli italiani si bevono le panzane di lorsignori: è la preoccupazione di una personalità niente affatto incline al populismo e non certo di destra, il sociologo Luca Ricolfi, un liberal progressista.   “Gli italiani si sono fatti rubare la democrazia senza reagire”, è la sua conclusione. Ricolfi, distinto e maturo professore torinese, sembra uno scamiciato populista quando sbotta, a proposito del livello della classe dirigente di governo: “dipendesse da me, vedrei bene a capo del governo un contadino che ha fatto il classico”. Sì, ci hanno rubato quel che restava della democrazia e non ce ne siamo accorti, paralizzati dalla paura, tra guanti, mascherine, igienizzanti e disciplinate file davanti ai supermercati. Colpa nostra: l’autore di Sinistra e Popolo, La società signorile di massa e Il sacco del Nord, pugni nello stomaco della vulgata diffusa dal potere, ci offre una riflessione capitale: “La sinistra rinasce continuamente perché è un camaleonte senza vergogna di sé, la destra resta al palo perché non riesce a cambiare”. Soprattutto, non riesce a uscire dai suoi luoghi comuni, a cominciare dalla mitologia “legge e ordine” e dall’incapacità di prendere atto che i nemici dell’impresa sono le grandi corporazioni multinazionali.

 

Il Covid ci lascerà molto più poveri di prima. C’è un ulteriore problema: la società parassita di massa che stanno accuratamente predisponendo. Quando la base industriale del Paese si sarà ridotta del 20-25%, la domanda di sussidi e di assistenza del Sud non potrà che esplodere, accentuando il modello sussidi più lavoro nero già molto diffuso. Parola di Ricolfi, che iscriviamo al partito negazionista e alla corrente avversa al grottesco strapotere degli esperti e dei membri delle task force di cui si è perso il conto. “La politica ha deciso di costituire comitati tecnico-scientifici scegliendo in base alla carica ricoperta (manager e burocrati della sanità) e non in base alla competenza. “ Un ulteriore rischio è l’esplosione della rabbia sociale: “Quando la paura sparirà, o ci saremo abituati a tollerarla, molti si troveranno senza lavoro, con poco reddito, bassi consumi, molta disperazione. Questo governo sta prendendo con molta allegria soldi che non ha, e prima o poi i mercati, ancor più delle autorità europee, ci chiederanno il conto. Dobbiamo fare come in Irlanda: niente burocrazia e imposta societaria non oltre il 12.5%. E magari restituirci il voto, così almeno potremo incolpare noi stessi quando sceglieremo l’ennesimo governo di mediocri”. Non c’è molto da aggiungere, se non registrare l’amara sorpresa dello scienziato sociale per la docilità e lo scarso amore per libertà e democrazia. “Abbiamo bevuto tutto ciò che le autorità ci dicevano, senza pretendere l’unica cosa che dovevamo pretendere: serietà e trasparenza. In democrazia, ogni popolo ha i governanti (e i giornalisti) che si merita”.

 

Intanto, mentre tutte le aziende commerciali erano chiuse, un cantiere non si è mai fermato. Costruisce il nuovo centro di smistamento di Amazon a Pisa. Migliaia di posti di lavoro spariranno, compensati – si fa per dire- da un centinaio di assunzioni low cost di chi spedirà pacchi ordinati via computer. C’è un vasto tessuto d’impresa perdente, anzi morente, ma il capitalismo vincente macina nuovi profitti, ridisegna il mercato a sua immagine e prende direttamente le redini del mondo, ovvero si fa potere. Il potere già senza volto ha gettato la maschera nel momento in cui l’ha imposta a tutti noi. Le previsioni sono radiose per pochissimi e terribili per l’immensa maggioranza. L’anagrafe si sposta nel salotto di casa degli impiegati, Google si fa scuola e università. Amazon, lo straricco Jeff Bezos è un benefattore dell’umanità: qualche monetina dei suoi cento e più miliardi va alla Protezione Civile. La pubblica amministrazione esulta: potrà riconvertire in lavoratori casalinghi un terzo dei dipendenti. Le immancabili “linee guida” arrivano direttamente da Londra, dal dominus Vittorio Colao. Lo Stato si prepara gioioso all’estinzione fisica delle sue istituzioni. Esternalizzerà, come già capita per le figure professionali più basse. Chiameremo per un documento o un’informazione e ci risponderanno dall’estero, da un call center in cui poveri cristi in fila davanti ad apparati elettronici, con cuffie e microfoni, faranno quel che potranno per pochi euro. Un esponente del Club Bilderberg, Lucio Caracciolo, è chiarissimo. Bisogna prepararsi e rassegnarsi. Sarà colpa nostra se non saremo vincenti nella nuova lotta per la sopravvivenza, la darwiniana struggle for life. “A un certo punto ci sarà una parte di questo paese (ricordate: l’espressione “questo paese” è il segno sicuro che sta parlando un nostro nemico!) che troverà le energie per ricominciare a costruire un progetto insieme. Il problema è che per arrivare a questo punto, passeremo attraverso delle tragedie, delle crisi veramente molto pesanti, perché l’Italia non è capace di trovare dentro sé stessa spontaneamente le ragioni di un programma comune.” Insomma, peggio per noi se non siamo così bravi nel mestiere di schiavi.  Il “programma comune” di Caracciolo è l’agenda feudale di lorsignori: prima la globalizzazione, impoverimento di molti, profitti per pochi. Ora bisogna correre ancora più veloci: deve scomparire la classe media, una volta orgoglio e motore dell’Europa e dell’Occidente. I nuovi strumenti? Il distanziamento sociale che la fa finita con le relazioni, l’amicizia, la solidarietà, la comunità. La società verrà travolta, ma “loro” vinceranno, regneranno sulle macerie della post umanità, ridotta a maschere, come aveva intuito Pirandello. Il terrore della morte ha funzionato: distrutta l’autorità di ieri, ci hanno fatto introiettare la nuova disciplina attraverso la paura, fisica e individuale. Povero Pasolini, proscritto dalla sua parte culturale e politica per avere pronunciato l’unica verità irricevibile tra i progressisti e i liberal: il nuovo capitalismo è una forma totale di fascismo, il cui fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo. Noi aggiungiamo che è anche una forma di volgare nichilismo. Nel bel mezzo di una crisi sanitaria, economica e civile senza paragoni, le borse salgono. Vivono in un mondo alieno, nemico e ripugnante, in cui non esistono pandemie né tensioni commerciali. L’indice Standard & Poor accumula guadagni. Sembra impossibile, illogico, ma non lo è affatto. Traiamo i giudizi che seguono dal Wall Street Journal, il grande quotidiano americano degli affari. Il mercato si preoccupa unicamente dell’evoluzione di una serie di misure. Del resto non gli importa nulla. Scrive il WSJ: gli Stati Uniti stanno vivendo proteste mai viste da mezzo secolo, mentre tra Pechino e Washington aumenta la tensione con il pretesto di Hong Kong. Tutto ciò in mezzo a una devastante pandemia. Ma neppure questo scenario esplosivo è riuscito ad allontanare i mercati dallo stato di rilassamento in cui vivono. Il differenziale tra i buoni del Tesoro e i titoli spazzatura, inclusi quelli di settori in crisi come energia e industria, è sceso a 5,5 punti percentuali, rispetto ai 9,7 di marzo. Insomma, tutto va bene, madama la marchesa: nessun panico geopolitico e nessun interesse per il mondo degli altri, il trascurabile 99 per cento del pianeta. Per i signori del denaro, fondamentale è che le banche centrali restino disponibili a misure eccezionali e l’atteso rimbalzo avvenga entro un anno. I dati sembrano dar loro ragione: nonostante il collasso dell’economia, i redditi negli Usa sono saliti del 10 per centro, grazie al denaro direttamente affluito dal governo alle famiglie. Proprio lo stesso comportamento dell’esecutivo italiano “de sinistra”. Se il virus si mantiene sotto controllo e le prospettive di Big Pharma restano positive, come quelle dei giganti tecnologici, i mercati stanno allegri e il toro vince sull’orso. A pensarci bene, i negazionisti sono loro. Quello che per noi è il male, la morte, la povertà, per lorsignori è ricchezza e potenza. Confessiamo il sogno di una vita intera: svegliarci un radioso mattino e scoprire che tutte le Borse del mondo sono chiuse per sempre e gli unici mercati sono quelli rionali. La vita è sogno.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Il crollo al prossimo virus PDF Stampa E-mail

7 Giugno 2020

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Ennesima occasione sprecata.  O forse Covid-19 nella sua fase acuta, quella del lockdown, degli scali aerei deserti e del coprifuoco, è durata troppo poco per incidere notevolmente sugli eventi. Di certo si è trattato di un "cigno nero" che ha influito e probabilmente influirà molto sul (mal)costume e sulla società e meno sulla geopolitica e sull' economia -se non, per quest' ultima, l'accelerazione del digitale.

 

A nemmeno due mesi di distanza i grandi dibattiti sulla questione ecologica, sui paradigmi economici e quant' altro sono scomparsi. O se non proprio scomparsi, pesantemente annacquati. A proposito, dove è finita Greta Thunberg? Letteralmente sparita dal palcoscenico. A parte un piccolo corteo a Bruxelles ai primi di marzo, quando solo l'Italia -in illo tempore- stava facendo i conti con le terapie intensive intasate, la nostra è uscita di scena. Eppure l'occasione sarebbe stata ghiotta per continuare, sulla scia dell'abbattimento dei valori di inquinamento causa lockdown e con le compagnie aeree in crisi nera e la mobilità ridotta, i licenziamenti, le prospettive di un ritorno alle campagne, la critica del consumismo, eccetera. Girava sui social, verso fine marzo, un video in cui Covid19 si rivolgeva all' Umanità (sullo sfondo di una suadente e calda voce femminile): "non stavate bene, vi ho colpito per fermarvi e farvi riflettere" era il sunto del pippone. Roba da tradurlo in svedese e inviarlo alla Thunberg: da andarne in estasi, materiale per mille scioperi del clima e stronzate simili. Invece il silenzio. Basta, finito, la messa è finita, andate in pace. L' Unione Europea, come una di quelle vecchie sgangherate e tenute in piedi col fil di ferro che non muoiono mai per la rabbia dei parenti, ancora una volta la ha sfangata. O il progetto europeo sarebbe caduto miseramente con Covid o si sarebbe rafforzato, questo era il pensiero di marzo. A me pare si sia rafforzato e l'Italia è destinata ad essere una marginale periferia povera in questo progetto. Se l'Europa unita fosse l'Italia, l'Italia sarebbe qualche nostra provincia depressa, per fare un paragone calzante.

 

Niente di nuovo sotto il sole? Non proprio, Covid ci lascerà i suoi frutti avvelenati, il primo dei quali è il distanziamento sociale che diventerà la norma dappertutto, a partire dalle scuole. Magari la museruola negli ambienti chiusi prima o poi la leveranno, una volta che le aziende si saranno suddivise gli utili ma il distanziamento no. Perché distanziamento fa rima con divieto di assembramento e difficilmente i governi rinunceranno ad una occasione che raramente si presenta nella Storia. Poi ci lascerà un nuovo aumento del controllo: certo, si viaggia ancora ma diventerà la norma registrarsi non solo alle Questure ma pure alle Regioni per motivi sanitari, con tracciamento degli spostamenti. E dal 1 luglio calerà ancora il limite del contante come prelievo, preludio ad una ormai sicura moneta elettronica a breve termine.

 

Eppure a un attento osservatore i cambiamenti non sfuggono. Le nostre città non sono più le stesse neppure con la movida del sabato sera. Manca un qualcosa, un ingrediente, un dettaglio che non le fa essere più quelle di prima. Anche con l'animazione e una parvenza di movida (solo al sabato) si sono intristite, ingrigite. Sono spariti quegli artisti di strada, sparite quelle atmosfere intellettuali nelle grandi librerie del centro, raduno di universitari e giovani, a metà tra il negozio e il caffè letterario. Spariti poi -ed è il tasto per me più dolente- quei portoni spalancati a lutto, assieme alle finestre, col marciapiede sgombero per veglia funebre: tutto quel via-vai di amici, parenti, vicini, compari, i catafalchi funebri in vista dalla strada, i drappi scuri e viola con le civette ricamate, i quadri di Cristi cupi devastati dal dolore, di Madonne lugubri coi pugnali in petto, di santi e di sacri cuori, insomma tutto l' armamentario dei funerali meridionali, che sono un qualcosa impossibile da descrivere, perché bisogna viverli. Le veglie duravano tutta notte e l'atmosfera era impressionante, almeno per uno non del posto, tra l'onirico e il magico. Vi era un andirivieni continuo, si salutavano i parenti stretti attorno al catafalco per la veglia, poi in casa vi erano crocchi di persone ovunque: chi spettegolava, chi piangeva, chi parlava di affari, di soldi, chi ordiva vendette private. Io li associavo sempre alla descrizione della sala dei banchetti della reggia di Alcinoo e di Nausicaa, erano atmosfere quasi omeriche, un qualcosa di unico. Temo che non lo vedremo più. Se così fosse, terrò con me i ricordi delle veglie cui ho partecipato.

 

Addio, 1914, benvenuto (si fa per dire) 1919. Un mondaccio più triste e grigio del solito. Ne vedremo delle belle ma credo che almeno in Europa Covid sia un capitolo chiuso e a fine estate pure nelle Americhe. Resterà solo uno spauracchio, per giustificare cose balorde. Il crollo? Al prossimo virus. Ho sempre pensato che Covid era un avvertimento. Messaggio non recepito dalla massa. La prossima volta sarà cartellino rosso.

 

Simone Torresani

 

 
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