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Vittoria per l'Italia? PDF Stampa E-mail

12 Aprile 2020

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Da Rassegna di Arianna del 10-4-2020 (N.d.d.)

 

Vediamo se ho capito. L'intero parlamento italiano, salvo PD ed ex PD, e incluso il presidente del consiglio, si sono espressi contro la firma del MES e a favore degli eurobond. Dopo acerrima battaglia diplomatica, il ministro Roberto Gualtieri, PD, infine ottiene un grande risultato: firma del MES (dice senza condizionalità, ma non è vero, perché si rinvia al trattato in vigore) e nessuna traccia degli eurobond. Poi ritorna lieto in patria per spiegarci che "E' una vittoria per l'Italia". La sconfitta immagino contemplasse il sacrificio dei primogeniti. Ora, in questa trattativa il punto non era: "Ma tanto non sei mica costretto a chiederlo l'aiuto del MES." Questo lo si sapeva dall'inizio. Il punto era: come giocheremo le nostre carte, visto che l'unica buona carta che abbiamo è che tutti ora hanno bisogno di un supporto, e noi possiamo porre un veto ad ogni soluzione insoddisfacente? E dunque, quale forma di aiuto adotteremo? Quella che aggrava il debito pubblico dei paesi in maggiore difficoltà e li mette sotto tutela (MES). Quella che mutualizza il debito alleviando l'onere per interessi ai paesi più in difficoltà (Eurobond). O quello che consente di fornire liquidità senza interessi, o con interessi modulabili a piacimento (monetizzazione del debito)?

 

L'ultimo punto, pur essendo stato menzionato anche da voci autorevoli e non sospettabili di antieuropeismo (es.: Prodi), non è mai neppure comparso in tavola.

 

Il secondo punto è stato cassato senza se e senza ma dalla Germania, perché "in contrasto con la loro costituzione" (scusate, dimenticavo che gli unici che devono modificare la propria costituzione a comando, battendo i tacchi, siamo noi - vedi art. 81.) Dunque resta il primo. Però Gualtieri ci assicura che "abbiamo vinto". Glielo ha garantito la Merkel, insieme alla cittadinanza tedesca.

 

Andrea Zhok

 

 
La vendita della sicurezza PDF Stampa E-mail

11 Aprile 2020

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L’8 aprile 2020 è crollato il ponte Caprigliola sul fiume Magra della Strada provinciale 70. Ad agosto 2019 gli esperti dell’Anas avevano rassicurato il sindaco di Aulla (Ms) che aveva richiesto il loro intervento: “Non presenta al momento criticità tali da compromettere la sua funzionalità statica, sulla base di ciò non sono giustificati provvedimenti emergenziali”. Nel novembre successivo, cioè due mesi dopo, alcuni automobilisti denunciano un’evidente crepa che non induce gli esperti a interrompere la viabilità. Il viadotto tiene. Viene facile, pare ovvio e sembra doveroso e giusto, dare contro alla perizia dell’esperto ingegnere. Ma anche, e forse più, dare contro alla sua incompetenza e superficialità. Pare necessario punirlo con una pena. Non si può soprassedere a fatti di questa portata dove, presumibilmente a causa del fermo della maggioranza delle attività commerciali e di tutti i privati cittadini, solo due furgoni sono stati coinvolti, fortunatamente senza nessuna morte di mezzo. Salvo negligenze, non aveva l’ecoscandaglio idoneo a riconoscere le condizioni dell’imminente crollo. Ovvero la stima effettuata non corrispondeva alla verità. Significa che l’evento si ripeterà. La realtà è più ampia della stima che ne può fare la scienza e la sua tecnologia. L’esperto dell’Anas e i suoi equipollenti di tutti i campi dove c’è di mezzo la sicurezza delle persone, dopo fatti come questo della Sp70, sono destinati – salvo scappatoie d’ordine vario dalle cavilliche, alle burocratico-prescrizionalistiche – alla crocifissione professionale e personale. È la regola del gioco. Ogni ambito ha la sua. Essa detta e dichiara dove sta il giusto e lo sbagliato, dove sta la verità. Uno degli ambiti, con le sue regole autoreferenziali è quello della cosiddetta scienza. Ma per comprendere la questione dell’ambito e sufficiente considerare la pallamano o la briscola. In questa materia è valido solo quello che può misurare, purché solo con le sue unità di misura. L’egemonia razionalistica delle menti costringe i pensieri e la vita entro il tondino, come quello per la doma dei cavalli. Ne escono soldatini addestrati a reiterare ciò che hanno appreso, con ferocia da guerra santa. La domanda è, può un ingegnere dell’Anas dire, o fare qualcosa di estraneo all’universo che ha appreso nel tondino? Entro l’ambito culturale nel quale sono nate e cresciute le ultime generazioni dal secondo dopoguerra in qui, si è assistito alla rincorsa verso la sicurezza. È nuovamente l’ambito del tondino del razionalismo. Professionisti e specialisti lavorano per delineare attrezzature e decaloghi necessari alla sicurezza. A nessuno di loro può nascere l’idea che più garantisci la sicurezza, più crei le condizioni per abbassare il livello di attenzione individuale necessario a realizzarla. La sicurezza alla quale si dedicano gli specialisti è di tipo tecnico-meccanico. Che colpa ne hanno? È la sola che riconoscono. Ricordate il tondino unico? Sono ciechi nei confronti di quella che possiamo realizzare attraverso la relazione con l’ambiente e l’assunzione di responsabilità. Si dedicano a quella che presumono oggettiva e tralasciano quella soggettiva o meglio, relazionale o quantica. Entro questa cultura meccanicistica devitalizzata, mortificata nel suo spirito umanistico, trafitta dalla logica positivista, tutti abbiamo progressivamente portato l’attenzione sulla responsabilità esogena. Ciò ha comportato una modalità di concepire il reale come composizione di elementi diversi, sostituibili e con caratteristiche precise e definite. Ecco allora, gli specialisti, soli detentori della verità ai quali ci si deve rivolgere per ogni aspetto della vita. Ecco la delega, l’affidarsi. È un processo culturale ben rappresentato dalle acque bianche di un torrente che si avvia alla cascata esiziale. Comporta infatti aver ceduto il timone di noi stessi. Aver dimenticato l’intelligenza creativa che l’assunzione di responsabilità invece fa germogliare. Sentirsi la responsabilità di tutto è una matrice di miglioramento di sé e quindi sociale. Matrice, al momento ben soggiogata dalla favola della sicurezza garantita dagli esperti, e venduta. La sicurezza è diventata una merce in senso stretto: paghi e te la compri. Almeno così credi. Come l’ingegnere è un frutto di una cultura positivistica, così il crollo di un ponte è un pomo di quella speculativa, per sua natura positivistica all’ennesima potenza. Che poteva fare di più quel povero ingegnere del ponte Albiano o quell’altro del Morandi; e quello che doveva presiedere alla sicurezza del tratto d’autostrada Torino-Savona il 24 novembre 2019 che ha ceduto a causa di una frana; quello che il 9 marzo 2017 si occupava di un ponte crollato del tratto marchigiano dell’autostrada A14; o quello che il 29 ottobre 2016 presiedeva alla sicurezza del cavalcavia caduto sulla provinciale 49 Molteno-Oggiono; nonché l’ingegnere in carica il 7 luglio 2014 quando crollò il viadotto Lauricella lungo la strada 626 in provincia di Agrigento; ma anche l’addetto al controllo dell’efficienza del ponte sulla provinciale Oliena-Dorgali, che il 18 novembre 2013 è precipitato per una frana; o il suo parigrado in merito al crollo di un ponte sul torrente Sturia, a Carasco, il 22 ottobre 2013; nonché il poveretto che il 15 dicembre 2004, aveva garantito la sicurezza del ponte sul torrente Vielia a Tremonti Sopra, in provincia di Pordenone, precipitato durante il collaudo? Niente. Secondo il gioco della tecnologia tutto era certamente stato fatto, salvo che dichiarare quei disastri come possibili, piuttosto che come impossibili. Entro la concezione di una realtà strutturata come sarebbe la cassettiera di un burocrate, non si riesce a comprimere l’infinito che siamo. E i risultati lo dimostrano. Se non si segue la pista che porta all’uomo e alla sua personale responsabilità non possiamo uscire dal gorgo nero i cui frutti non possono che essere avvelenati. Ma il laureato non è un lupo solitario. C’è altro. Quello che lo laurea, che organizza università e corpo docente, ci sono forme-pensiero solide come pietra. E poi ci sono Istituzioni e la politica, abnormemente stratificata verticalmente, e i suoi interessi, quelli che scivolano via come sabbia dalle mani del popolo e dell’ingegnere. Sovrastrutture ben controventate con le quali lo specialista è inconsapevole connivente e contro le quali servirebbe un po’ di forme di quella sabbia probante scivolata via: corruzione, controllo degli appalti, concessioni, e via così.  Lo sfascio delle infrastrutture dichiarato dall’elenco di ponti e strade disastrate, non è figlio di nessuno. È prole di un sistema gonfiato di cosiddetto progresso, coltivato a colpi di steroidi anabolizzanti, assunti da economisti e politici, sociali. Gli stessi che promuovono la scienza e il suo sortilegio. Senza contare che quella lista di danni è da allungare a piacimento con dighe, palazzi, tunnel, ospedali, scuole, eccetera; che a tutto ciò, un paese indebitato non può porre rimedio se non con pecette provvisorie come è accaduto sul ponte crollato ieri. Già da solo basterebbe per sedersi ad organizzare la rivoluzione. Un cane che si morde la coda; una ruota del criceto dalla quale non si riesce a scendere ci ha portato a credere che la sicurezza esista, che qualcuno possa realizzarla, che la lobotomizzazione che abbiamo subito sia giusta e doverosa. Lo dicono gli esperti. Poi c’è la giustizia. Non c’entra niente con il giusto ma lasciamo perdere. È un altro equivoco che sarebbe meglio sciogliere fin dalle elementari. Sarebbe opportuno aggiungerle sempre l’aggettivo qualificativo amministrativa. Almeno ci si capirebbe meglio. Si capirebbe che si tratta di un ambito, con le sue regole e il suo tondino. Un altro, in quanto ad essa, si affianca alla scienza. Meglio sarebbe chiamarla ricerca tecnologica. Che fa la giustizia? Condanna l’ingegnere. A volte lo assolve. In pratica potrebbe anche non esserci, visto che anch’essa è solo uno dei frutti della bacata cultura meccanicista. Chi non è d’accordo, può seguitare a credere che un giudice non sia parte integrante della realtà che crede di poter oggettivare e scomporre per arrivare al vero, come si fa coi petali della margherita.Nonostante le controindicazioni al vetriolo la corrente che trascina a valle tutto il sapere attraverso la relazione con l’ambiente e la relativa intelligenza animale che implica, non rade al suolo soltanto il terreno sociale ma anche quello naturale. Da anni ormai vediamo leggi e decreti atti a regolamentare i comportamenti umani in natura. Aiuto. Se la massificazione lo induce, nessuno dedica energie per diffondere le consapevolezze opportune per realizzare da sé la miglior sicurezza. Il solo modo per buttare a mare la smania legiferifera.

 

Non si tratta di non controllare i ponti, tanto allora è lo stesso, si tratta di non dare per possibile la sicurezza. Ma in questa cultura così apparentemente attenta a noi ma, di fatto disumana, disumanizzata, la vedo grigia come la nube di Chernobyl o limpida come il cielo pulito di questi giorni liberi dallo smog a causa di un laboratorio (per ora) che ha chiuso male la porta supersicura del virus. Assicurazioni, banche, istituti mangiano sulla paura indotta delle persone. Speculano, si arricchiscono e comandano. La vendita della sicurezza ci ha affascinato e ci ha condotti dove ci troviamo. Ora il popolo la pretende. Intanto lo stato – o chi per esso – controlla. A breve la vaccinazione obbligatoria, microchip e 5G. Naturalmente per la nostra sicurezza. La Société sicuritaire i cui albori parevano così innocui, crescendo ha mostrate il suo vero principio e scopo, mezzo di controllo e di inebetimento. Resterà la libertà entro la regola. Almeno per chi si vorrà sottomettere.

 

Lorenzo Merlo

 

 
Virologocrazia PDF Stampa E-mail

10 Aprile 2020

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Da Comedonchisciotte dell’8-4-2020 (N.d.d.)

 

Austria, Repubblica Ceca, Danimarca, Norvegia, sono solo alcuni dei Paesi che hanno già deciso di riaprire tutto o quasi (persino i parrucchieri!) intorno a Pasqua. In Germania si pensa al 20 aprile, mentre la Francia, ancora in piena e grave epidemia, ha già nominato un ministro per la ripartenza. Si vede che lì decide il governo. In Italia invece, in una specie di romanzo distopico alla Huxley, “decidono gli scienziati”. Quegli stessi scienziati che imperversano in tv dicendo tutto e il suo contrario contraddicendosi tra loro, o che pontificano dalle pubbliche gazzette offrendo i loro preziosi consigli su tasse, export, medie imprese e casse integrazione. Siamo in piena virologocrazia. D’altronde, ed è sempre più evidente, l’Italia è l’unico Paese che si sia lasciato commissariare dall’OMS. Siamo fin dal mese di gennaio un laboratorio a cielo aperto dove non solo si stanno sperimentando gli effetti di una pandemia, ma si sta anche conducendo uno stress test sulla resistenza di una popolazione occidentale alla clausura ad oltranza. Il governo è totalmente prono ai diktat di questi signori che, per loro stessa ammissione, non sanno nulla e non capiscono nulla del virus, e quindi nel dubbio ci impongono di stare rinchiusi “finché non ci sarà un vaccino” che potrebbe non esistere mai.

 

Dal fronte economico, i nostri vicini non solo riapriranno prima di noi, ma lo faranno con le tasche piene. I Paesi con cui siamo affratellati in UE hanno elargito fior di miliardi a lavoratori ed imprese: non sto a riepilogare, basti pensare che la Germania ha sovvenzionato persino gli artisti con 5mila euro cash già nel conto corrente. Non promesse televisive, delle quali non se ne è realizzata neanche una (cassa integrazione per i “piccoli” compresa), ma soldi sui conti e vero sostegno alle imprese. Capite come si configura il quadro alla *loro* riapertura, vero? L’Italia ancora schiacciata sotto demenziali restrizioni OMS e con l’economia alla canna del gas, mentre la concorrenza galoppa alla faccia nostra (e magari ci contagia, perché i confinanti saranno tutti riaperti). Aziende altrui che ci fregano l’export, o peggio fanno shopping delle nostre imprese che abbandonate a se stesse chiudono a raffica. Esagero? Gli aiuti tedeschi alle proprie aziende servono a questo: guardate le cifre in ballo. Il governo intanto, in UE, sta ginocchioni supplicando il permesso da quegli stessi concorrenti che si preparano a farci fuori. Più demente di così è difficile immaginare. Non capiterà mai più un’occasione come questa per mollare la UE al proprio destino e rialzarci da soli: ma tra le tante virtù nazionali, il coraggio non è mai stato ai primi posti. Così ci faremo ancora comandare da OMS e UE, i lupi alla porta, che tutto hanno in mente fuorché il nostro interesse. Buona quarantena infinita a tutti.

 

Debora Billi

 

 
Salta la rana bollita PDF Stampa E-mail

9 Aprile 2020

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Da Appelloalpopolo del 7-4-2020 (N.d.d.)

 

Ormai i giochi sono fatti: Francia e Germania, due nazioni straniere, hanno deciso come devono comportarsi altri 25 paesi. Personalmente, non credo che l’attuale governo si opporrà al nuovo accordo che consentirà l’ingresso di una TROIKA CAMUFFATA, composta da MES, SURE, e BCE, dove, Francia, Germania (e Olanda) avvertono: saranno prestiti che verranno restituiti con precise condizionalità. In altre parole, la PROSPETTIVA GRECA, che eravamo riusciti a scampare al prezzo però di manovre “lacrime e sangue” (realizzate dal governo Monti nel 2012), tale per cui si era evitato appunto un “memorandum” stile Grecia 2015, termina qui, a causa dell’ennesimo shock esogeno, non dovuto all’elemento finanziario in sé (che però ne sarà la diretta conseguenza) ma ad un virus. Difatti, se una guerra diventa la causa di distruzione di vite umane, infrastrutture, e mezzi di produzione, un virus produce allo stesso modo la morte di persone e una devastazione altrettanto elevata del tessuto produttivo, non fisico, ma finanziario, appunto. Anche le aziende sane ma piccole, per non parlare di quelle deboli insieme agli artigiani, non riusciranno più a restituire i prestiti alle banche; a pagare gli affitti; gli ordini delle merci; gli stipendi dei loro operai; ecc., così che, a crisi biologica finita, il tessuto produttivo di piccole e micro imprese sarà al collasso. Quello che sta per saltare, insomma, è lo schema della RANA BOLLITA, per cui si riusciva a tenere in piedi un equilibrio macro-economico folle che domandava agli italiani sacrifici di tutti i tipi, tra i quali: 1) una disoccupazione strutturale al 13%; 2) riforme di lavoro in senso peggiorativo, precario; 3) privatizzazioni; 4) diminuzione dei consumi; 5) indebitamento privato; 6) deterioramento dei risparmi; 7) tasse elevate e anti-progressive; solo dunque per concedere a una marginale porzione di società italiana (quella dei famosi RENTIERS) di fare profitto in generale sui crediti, e soprattutto sui nostri TDS e quelli di altri paesi europei; così come di concedere vantaggio competitivo ad un altro segmento relativamente medio-grande di società: quella dei GRANDI ESPORTATORI a causa dei quali è stata progressivamente compressa la domanda interna per impedire che l’indebitamento verso l’estero andasse ad avvantaggiare i loro competitors europei.

 

D’altra parte, la RANA BOLLITA aveva il grande vantaggio di evitare la crisi piena, e dunque permetteva di suddividere la società italiana (ma anche europea) in numerosi segmenti cui facevano parte le classi di cui sopra, ma anche molti sotto-strati della popolazione che in questo modo riuscivano ancora a galleggiare nel disagio complessivo. Ora però la prospettiva greca, e cioè la concessione di prestiti di centinaia di miliardi ottenuti a condizionalità che la Grecia ha dovuto assolvere affinché potesse accedervi e ripagare, non risparmierà nemmeno i segmenti sociali subordinati e precari. Pertanto, mi sembra ovvio che, SE SALTASSE LA RANA BOLLITA, avremmo alcune conseguenze inevitabili: 1) CHE SARANNO GLI ULTIMI ANNI DELLA SECONDA REPUBBLICA. Difatti, nella misura in cui i grandi partiti PD, FI, LEGA, FDI, M5S, non potendo più proteggere gli interessi dei segmenti di classi subordinate (che già a mala pena riuscivano a sopravvivere ancora nel contesto della “rana bollita”) ma solo quelli dei rentiers e dei grandi esportatori, vedranno precipitare i loro consensi e perdere pertanto la loro base elettorale. 2) CRISI DELLA NARRAZIONE EUROPEISTA. Questo comporterà anche la crisi di una narrazione totalmente falsa e ipocrita di un’ “Europa dei popoli” in grado di portare pace e prosperità. Piccoli imprenditori (ad esempio toscani ed emiliani) che vedranno chiudere la propria fabbrichetta non ci crederanno più. Altri sì, nonostante tutto, perché le persone non sono tutte intelligenti. 2) ALMENO IL 50% DEGLI ITALIANI DIVENTERÀ FEROCEMENTE ANTI-EUROPEISTA. ANCHE TROPPO. Cioè, si partirà di pancia, e si accuseranno i paesi del nord di essere dei dittatori. In realtà non è così. La classe imprenditoriale e quella dirigente tedesca seguono le proprie regole senza averle mai imposte a nessuno. Semmai, è stata la classe dirigente italiana (PD, FI, Lega, FDI, M5S) che negli ultimi 35 anni ha accettato le regole liberali di un capitale transnazionale (più ampiamente concentrato nel nord Europa, questo sì). Si passerà così dal FETICCIO DELL’ EUROPA DEI POPOLI e della sua falsa ideologia, a quella di un ANTI-EUROPEISMO VOLGARE e IRRAZIONALE. 3) DI SICURO PERÒ VERRÀ DATO FINALMENTE SPAZIO ANCHE AL SOVRANISMO COSTITUZIONALE E SOCIALISTA che verrà percepito (solo adesso purtroppo) come un soggetto politico di riferimento, e che crescerà nella confusione generale. Quando torneremo a parlare nelle piazze, nelle conferenze, agli eventi, nelle fabbriche, durante i volantinaggi, in TV, non saremo più percepiti come degli alieni “simil-fascisti”, perché le persone ci ascolteranno senza i vecchi pregiudizi. Anzi, noi saremmo gli unici in grado, potenzialmente, di traghettare l’astio verso un DESIDERIO CRITICO-RADICALE MA COSTRUTTIVO. 4) RINASCITA DEL NAZIONALISMO. Non c’è niente tuttavia che permetta di sapere quanta percentuale sarà assorbita da noi. Infatti non c’è nulla di deterministico. Quanto più i soggetti politici si sono organizzati in questo periodo di latenza, tanto più saranno in grado, nella circostanza emergenziale, di riuscire a crescere. Ma, altresì, è molto probabile che, nostro malgrado, una certa parte della popolazione diventerà NAZIONALISTA. E ciò dimostrerà a chi non ha mai saputo leggere la realtà che è stata proprio l’Unione Europea la causa prima di un ritorno a problemi continentali di vecchia memoria. 5) TEMPI ORRIBILI. D’altro canto, si abbatterà sull’Italia la crisi economica più orribile che il paese abbia mai conosciuto. E la disoccupazione di massa, il fallimento delle imprese, certamente non permetterà a tutte le persone di dedicarsi all’attività politica come era riuscita a fare finora. Così che un grande vantaggio si potrà in ogni momento rovesciare anche in uno speculare quanto mai dannoso svantaggio.

 

Jacopo D’Alessio

 

 
Socialismo per necessitÓ di sopravvivenza PDF Stampa E-mail

8 Aprile 2020

 

Da Rassegna di Arianna del 6-4-2020 (N.d.d.)

 

La forma che il sistema-mondo aveva assunto negli ultimi 40 anni, all’indomani dei cosiddetti “trent’anni gloriosi”, è stata definita in vari modi: “globalizzazione” (anche nella variante “globalizzazione finanziaria”), “regime di accumulazione flessibile” (David Harvey), “fase di espansione finanziaria del ciclo di accumulazione” (Arrighi, Wallerstein). Per semplicità, adotteremo la designazione più comune, anche se piuttosto vaga, ovvero “globalizzazione”, una sineddoche che ha il pregio di alludere a tutte le altre descrizioni, senza pretendere di essere precisa. Esso era contraddistinto (usiamo il passato perché riteniamo che quel mondo sia finito)  dalla libera circolazione di capitali e merci, dalla presenza di organismi regolatori con forti poteri coercitivi de facto, se non de jure (FMI, WTO, varie agenzie dell’ONU), dall’egemonia Statunitense sul sistema-mondo, sul piano economico, “culturale” e militare (egemonia in progressiva attenuazione, data l’emergenza di potenze regionali, fino ad arrivare alla quasi-multipolarità odierna). Per ciò che riguarda il vecchio continente, dalla costituzione di un organismo multinazionale come l’Unione Europea, che, all’inizio era semplicemente un’area di libero scambio (il MEC), e che nel corso del tempo, assunse un potere progressivamente crescente, tale da creare un’area valutaria comune (comune solo ad alcuni stati nell’ambito dell’Unione) e da assumere la forma di organismo quasi-legislativo e quasi-esecutivo per gli stati che ne fanno parte: una sorta di super-stato in perenne divenire. Tale sistema era basato su un’economia dalla forte impronta finanziaria (anche la manifattura, de facto era divenuta un’impresa finanziaria), dominata da grandi imprese transnazionali , in genere, con sede legale in paesi a fiscalità agevolata; basata su una divisione internazionale del lavoro assai accentuata; su una frammentazione delle filiere produttive (anglofonicamente dette: “International suppy chains) ed un’interconnessione estrema delle catene di merci, tale che ogni luogo del globo dipendesse da altri per la propria sopravvivenza fisica ed economica.

 

La globalizzazione è stata spacciata come la grande opportunità, per i ricchi come per i poveri, per i potenti come per gli umili, per i sapienti come per gli insipienti; la sua promessa implicita era quella della Prosperità Universale, e il suo compito quello di rimuovere tutti gli ostacoli che relegano questa promessa nel reame delle speranze. La sua promessa implicita era quella di abbattere tutti limiti che impedivano la realizzazione del sogno postmoderno di un mondo unificato dal mercato: i limiti al libero commercio e alla libertà delle imprese, alla libera circolazione delle merci e del denaro. Il capitale, con la sua “mano invisibile” avrebbe dettato le leggi di questo nuovo ordine mondiale; i popoli e le nazioni sarebbero stati gli obbedienti servitori. Questa guerra di liberazione ha visto il trionfo, su tutta la linea, di siffatto dogma. Tutte le barriere che impedivano alla mano invisibile del mercato di tenere il mondo tra le sue carezzevoli grinfie furono abbattute. Così, i capitali poterono errare indisturbati verso innumerevoli mete sparse per il vasto mondo, le imprese furono libere di traslocare in qualsivoglia sito consentisse loro i maggiori vantaggi comparativi, cosicché cornucopie di merci a basso costo potessero invadere i paesi nei quali le merci non si producevano più. E l’invocazione Proletarier aller Länder, vereinigt euch!” s’inverò nell’unirsi delle masse nella ciclopica licitazione al ribasso del meretricio globale. Un “intrepido nuovo mondo” nel quale ciò che era bene per il mercato (la cui autoregolazione è sempre stata ex lege) lo era, sic et simpliciter, per il globo terracqueo nella sua interità. La sfera politica, le istituzioni ed il corpo sociale tutto dovettero, quindi, rinunciare a qualsivoglia sovranità affinché la figura escatologica del mercato potesse stendere la propria salvifica mano invisibile sopra le povere anime (altrimenti) dannate. Tutto questo ha costituito l’estremo tentativo di rianimazione di un sistema morente, mediante l’estensione della sfera economica e l’imposizione del dominio della forma-merce a tutti gli ambiti dell’esistente. Con il crollo del blocco sovietico e la conquista della Cina da parte dell’economia di mercato (seppure in modo peculiare) scomparvero gli ultimi ostacoli geopolitici che potessero impedire l’instaurarsi della dittatura mondiale del mercato. Per alcuni fessacchiotti, intossicati da un’escatologia da accattoni, questa mirabolante costruzione assunse al rango di Gerusalemme Celeste, nientemeno che la “fine della storia”. Purtroppissimo, però, la storia non finisce: il sistema creato dalla visibilissima “mano invisibile”, con la complessità inenarrabile che lo caratterizzava e le innumerevoli interazioni e retroazioni che lo informavano, era estremamente fragile. Non era un TINA ma un “sistema dissipativo” (per usare la definizione di Ilya Prigogine), assai lontano dall’equilibrio e gravato, progressivamente, da una instabilità sempre più accentuata. Come il famoso battito d’ali della farfalla amazzone che avrebbe potuto provocare un uragano in Texas, così qualsivoglia pensiero, opera o omissione, per quanto piccolo, poteva scatenare eventi catastrofici, con “effetto domino” tale da coinvolgere l’intero globo terracqueo. In fondo, chi avrebbe potuto pensare che i sontuosi mutui immobiliari concessi con larghezza alle spogliarelliste di Las Vegas, alle fantesche di Miami o ai burger-flipper di Los Angeles, graziosamente impacchettati sotto forma di obbligazioni, avrebbero portato al collasso del sistema finanziario mondiale?

 

La sorpresa arrivò sottoforma di un organismo infinitesimale, piccolo quanto può esserlo un virus, ma dotato di una certa letalità per l’ospite, che si diffuse per il mondo grazie ad una delle meraviglie della globalizzazione: la compulsione allo spostamento, attraverso tutto il globo, di masse inenarrabili di persone, alcune delle quali, ahinoi, come tante uova pasquali, recavano al proprio interno una sorpresa che fu chiamata “Covid 19”. E, come per incanto, l’intero castello di sabbia della globalizzazione (con tutto quello che abbiamo descritto poc’anzi), costruito con tanta cura, si è letteralmente dissolto nello spazio di poche settimane. Il mirabolante “mondo senza confini”, il “villaggio globale”, così osannato dai canarini dei rentier, si è contratto, contratto a tal punto da essere ritornato all’epoca della civiltà dei comuni. Il mondo si è fermato e ovviamente tutte le strutture, sulle quali si fondava, sono crollate in una reazione a catena tale da smantellare, via via, la forma di mondo costruita precedentemente. Di seguito, i fatti ai quali stiamo assistendo: ● Chiusura delle frontiere tra gli stati; ● Azzeramento dei movimenti di persone e di merci; ● Collasso dei trasporti e delle filiere produttive; ● Collasso dell’industria manifatturiera, del commercio e dei servizi; ● Collasso delle compagnie aeree, di navigazione e trasporto terrestre; ● Collasso dell’industria turistica.

 

Tale situazione evolverà, con ogni probabilità nella seguente catena di eventi: ●    Fallimenti a catena di banche, compagnie assicurative e finanziarie; ● Fallimenti a catena delle industrie manifatturiere, di trasporti e turistiche: ● Contrazione drammatica del credito a famiglie e imprese; ● Svalutazione severa dei cespiti (mobiliari e immobiliari); ● Carenza di mezzi monetari in circolazione; ●     Disoccupazione di massa; ● Sofferenza di qualunque tipo di credito; ● Collasso delle entrate fiscali e previdenziali degli stati.

 

Ciò che, ora, questo mondo rischia non è più quello che era considerato il supremo spauracchio del sistema che è appena crollato, ovvero la crisi economica sic et simpliciter, bensì un catastrofico collasso della propria base materiale (necessaria per la sopravvivenza delle genti). Perché il mondo dominato dalla mano invisibile del mercato, non è fatto per le emergenze, tant’è che ci stiamo rendendo conto che, finanche i paesi ricchi e avanzati faticano a procurarsi prodotti semplici come le mascherine (parliamo non solo dell’Italia, ma anche di USA, Germania, Francia, UK), o qualcosa di meno semplice, ma non particolarmente complesso come i respiratori per attrezzare le terapie intensive. Con il perdurare della crisi, cosa avverrà alle reti di approvvigionamento e distribuzione energetica e alla produzione e alle forniture alimentari? Tra poco, quello che tutti i paesi saranno costretti a fare, per la propria sopravvivenza e quella dei loro cittadini, sarà l’opposto di ciò che era stato propugnato per 40 anni: dovranno dare luogo ad una sorta di economia  di guerra (o di sopravvivenza, che dir si voglia), e questo non potrà essere fatto dalla mano invisibile del mercato, ma da un’economia pianificata dagli stati, che dovranno, giocoforza, dar luogo a qualcosa che era impensabile fino a qualche settimana fa, per la visione del mondo che si era imposta, ovvero una vasta e capillare opera di controllo e pianificazione economica. Andando avanti con le limitazioni imposte in occasione dell’epidemia da Covid 19, la crisi si approfondirà a tal punto che sarà necessario controllare l’emissione di mezzi di pagamento e il credito per far fronte alla crisi di liquidità generalizzata; mettere in atto  una gestione centralizzata della distribuzione energetica e della filiera alimentare (sia sul lato della produzione che su quello della distribuzione); un ferreo controllo dei prezzi per evitare fenomeni speculativi dovuti a scarsità di determinate beni. Naturalmente, per evitare una catastrofe sociale dovrà esservi un serio sostegno diretto ai redditi dei cittadini e alle aziende, con un piano di nazionalizzazione degli istituti di credito, del settore produttivo, energetico e alimentare. Ovviamente, si dovranno sostituire le filiere produttive internazionali con produzioni locali per tutto ciò che sia ritenuto strategico, con una forma appropriata di protezionismo. Quanto detto dovrà essere accompagnato da un piano di ricostruzione economica di proporzioni superiori a quello effettuato nel dopoguerra. Se quest’affermazione può sembrare un’esagerazione, forse lo è per chi non ha ben compreso la portata della crisi che si dipanerà nei prossimi mesi: all’indomani della seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti mantennero praticamente intatte le proprie capacità produttive e la propria forza economica, che consentì loro di diventare il paese egemonico nel sistema-mondo “occidentale” ( e poi globale); questa volta non vi sono aree del mondo che saranno esenti dal collasso del sistema basato sulla globalizzazione e i suoi corollari che abbiamo descritto. […] L’intrepido nuovo mondo che si prospetta innanzi ai nostri occhi assumerà, per necessità, una forma secondo la quale le esigenze della produzione e del commercio saranno dettate da questioni strategiche e non dal mercato o dal profitto.

 

In tutto questo, pur nella drammaticità degli eventi che ci troviamo ad assistere, vi è una sottile ironia: quanto detto, che ha tutta l’aria di un programma politico ed economico di sapore “socialista” (come quelli fortemente avversati da Hayek e da tutta la sua cricca neoliberale), non sarà dettato da considerazioni ideologiche relative di giustizia sociale, ma dalle mere necessità di sopravvivenza del sistema.

 

Ma, crollando la base strutturale che lo regge, crolleranno, in maniera ingloriosa (non essendo degne di alcuna gloria) le sovrastrutture culturali della Weltanschauung globalista, in primo luogo l’onnipresente e stucchevole economicismo in salsa neoliberale.

 

Pier Paolo Dal Monte

 

 
Convivere col virus PDF Stampa E-mail

7 Aprile 2020

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Avremmo mai immaginato, sinceramente, una pandemia da coronavirus qualche mese fa? Per quanto l'opzione e la possibilità di una epidemia fosse contemplata da alcuni, il tutto pareva abbastanza remoto. Stessa cosa si potrebbe dire per Matteo Renzi: chi avrebbe immaginato, settimane fa, che fosse davvero l'unico politico con una visione da statista in questo navigare alla deriva, a vista? L'uomo può piacere o non piacere (personalmente non mi piace e si è lontani anni luce dalla sua Weltanschauung) ma poiché nei suoi ultimi interventi il nostro vuole essere giudicato o attaccato "per le idee", parliamo dunque delle sue idee. E l'onestà intellettuale deve farci ammettere che Renzi è il solo ad avere idee sensate, per nulla peregrine, a pensare a largo respiro e con lo sguardo in avanti, al cosiddetto "dopo": le sue affermazioni riguardo una lunga convivenza col coronavirus, riguardo una ripartenza in sicurezza del tessuto produttivo il prima possibile sono largamente condivisibili. I virologi non sono d'accordo? Sta bene, sta benissimo. Tuttavia i virologi sono i virologi e i politici sono i politici. E sino a prova contraria a comandare sono i politici, non i virologi. Così, tanto per dire. Convivenza: Covid-19 è una pandemia influenzale, e le pandemie influenzali vanno a ondate (la Spagnola durò dal 1918 al 1920) ed esistono solo due modi per neutralizzarle: o un vaccino efficace, per il quale i tempi sono lunghi, o una immunità di gregge che possa schermare tutti quanti, ma prima di giungere ad una immunità di gregge bisognerebbe che almeno il 70% se non oltre della popolazione ne fosse infettata, col conseguente aumento dei ricoveri (ogni 100 casi, 10 necessitano terapia intensiva) e il collasso del sistema sanitario. Allora, che si fa? Stiamo in casa un mese, due mesi, sei mesi, un anno, diciotto mesi, a fare cazzate musicali dai balconi, videoaperitivi di gruppo, lezioni di fitness online, condivisione di scemenze sui social e telefonate ai preti o volontari per farsi consegnare i pacchi di cibo, perché mica tutti hanno lo spirito di sdrammatizzare con ironia e molte dispense iniziano ad essere vuote? Stiamo a casa un mese, due mesi, sei mesi, quindici mesi a rimbambirci con programmi dedicati al Covid-19 24h24, tutti virologi come un tempo si era tutti commissari tecnici della Nazionale, tutti davanti al bollettino delle ore 18 dove Borrelli e Arcuri sono i Cadorna e il Duca d' Aosta 2.0 e pare di sentire il bilancio degli austro-ungarici catturati? Ci sarebbe da ridere se non fosse che dietro ogni numero vi era un essere umano, una tragedia personale e familiare, un addio lontano dai propri cari e senza funerale. Vogliamo continuare così, in un misto di tragedia collettiva che sta diventando un gigantesco reality show dove quindici giorni fa mentre a Bergamo si moriva e si piangeva in altri luoghi si cantava "Azzurro" dai balconi? Continuiamo, continuiamo… è il modo migliore per spezzarsi in caduta libera l'osso del collo.  Giorni fa scrissi che il risveglio sarebbe stato brusco, ora aggiungo che non sarà neppure brusco, perché cadremo spezzandoci il collo e moriremo economicamente, civilmente, socialmente senza neppur accorgercene da tanto il colpo sarà repentino.

 

Si legge da molte parti che Pertini fu il "presidente più amato dagli italiani", in molti ne esaltano la figura. Ebbene, sapete che disse il "presidente più amato " a fine novembre 1980, parlando di una altra tragedia, il terremoto d' Irpinia? "Il miglior modo per onorare la memoria dei morti è pensare ai vivi". Il miglior modo per onorare la memoria degli attuali 14.000 caduti (e si spera che il numero non si alzi ) per coronavirus è proprio quello di pensare ai vivi, di pianificare senza isterie e con le giuste precauzioni un periodo transitorio -ripetiamo: transitorio- in cui dovremo convivere col virus in attesa di un vaccino per la maggioranza della popolazione o se questo non dovesse accadere in attesa che si neutralizzi o se ne vada: nessuna influenza è durata per sempre. Convivere per un periodo transitorio significa prendere le dovute e giuste precauzioni (niente assembramenti, stadi, concerti, viaggi di massa, potenziamento della sanità e protezione del personale medico e paramedico, uscire con guanti e mascherine) senza per questo rinunciare a quel minimo di normalità che è necessario per continuare a vivere decentemente. E potenziando la sanità, noi eviteremo altri 14.000 morti: il miglior modo per onorare chi non vi è più. Ripeto per la terza volta il concetto chiave: transitorio. Bisognerebbe chiudere la bocca a tutti coloro che dicono: cambieranno le relazioni, non sarà nulla come prima. Cambierà la geostrategia del mondo, si augura pure il paradigma economico, si augura pure che Covid-19 sia la campana a morto della globalizzazione, ma smettiamola col dire che i rapporti con gli altri cambieranno. Vi furono pestilenze infinitamente peggiori in passato, senza che per questo uomini e donne rinunciassero alla loro umanità.

 

Infine un ultimo concetto. Mettiamoci nella testa che il coronavirus o chi per lui è uno dei Quattro Cavalieri dell'Apocalisse che hanno accompagnato, accompagnano e accompagneranno sin quando vi sarà il Pianeta o non si spegnerà il Sole il cammino di tutte le civiltà umane, la nostra e le prossime comprese: Morte, Fame, Guerra e Peste. Ma che ci eravamo messi in testa, di averli imbrigliati tutti solo perché abbiamo il computer e l'intelligenza artificiale? Facciamo piuttosto un bagno di umiltà e torniamo coi piedi per terra, che negli ultimi decenni abbiamo alzato sin troppo le ali. E ricordiamoci che il cavallo dal cavaliere vestito di verde, la Peste, era seguito dall' Inferno...e se non inizieremo ad accettare l'imprevisto e tornare a una parvenza di normalità, arriverà pure l'inferno. Ma non quello metafisico, quello reale. Onoriamo dunque i nostri morti, molti dei quali appartenenti alla generazione coraggiosa che ha costruito quel che noi siamo e se vogliamo rendere loro un servizio, iniziamo a riacquistare una parvenza di normalità e a smetterla con questi comportamenti schizofrenici di massa e torniamo a pianificare il "dopo": abbiamo vissuto alla giornata in tempi ordinari, non possiamo farlo in tempi straordinari. Se lo facessimo, ci spezzeremmo il collo (e siamo a un millimetro dal farlo)

 

Simone Torresani

 

 
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