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Politicanti e statisti PDF Stampa E-mail

9 Marzo 2017

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Da Appelloalpopolo del 7-3-2017 (N.d.d.)

 

Uno dei miei articoli più recenti ha un po’ disorientato i lettori al punto che uno mi scrive: “Sono confuso… prima malediciamo i professionisti della politica…causa principe dell’allontanamento dalla politica dai cittadini … gente che è stata in politica per decenni, produttrice di disastri, servi dei poteri forti e allergici alla democrazia...ora me ne si esce con la necessità di avere dei professionisti della politica, gente che conosce i meccanismi istituzionali ecc… Dunque: I politici di professione. No!  Allora cittadini impreparati ma onesti, No! Allora mettiamo dei Tecnici superspecializzati, No! sarebbe un altro Monti. Mi permetta una battuta di colore: Ma chi minchia ci dobbiamo mettere al Governo? Vi ricordo che attualmente abbiamo Alfano …al ministero degli esteri …mi vorreste dire che un Di Battista o un Di Maio sarebbero peggio?? …. Mister Giannuli, questa volta mi ha proprio confuso le idee! Al che torniamo al punto di partenza…meglio un incompetente onesto alla Di Battista che un incompetente ma “professionista della politica” come quel simpaticone di Alfano!”

 

Insomma l’alternativa è fra politici di lungo corso, arraffoni ed incompetenti, oppure onesti sprovveduti o, al massimo, tecnocrati alla Monti. Messa così, stiamo a posto. Bene, allora è il caso di chiarirsi un po’ le idee. In primo luogo rassegniamoci all’idea che la politica è uno specialismo che, soprattutto ai livelli più alti, esige una preparazione di qualità corrispondente. Non c’è motivo per ritenere che la politica sia una cosa più semplice della medicina, dell’informatica, del diritto o dell’economia, che richiedono una preparazione specifica: o voi vi fareste operare da una persona onestissima, ma che confonde il polmone col pancreas e non sa leggere una analisi? Certo l’onestà è una qualità importante in un politico ma ricordiamoci che ricoprire un’importante carica dello Stato senza essere all’altezza del compito è l’atto più disonesto che si possa fare. Il guaio è che gli ominicchi della seconda repubblica –salvo rarissime eccezioni su cui potremmo discutere- non sono affatto politici, ma volgari politicanti, che hanno come unica competenza quella di arrampicarsi nel sistema sino alla poltrona più alta possibile. E questo ha caratterizzato la grande maggioranza di parlamentari, ministri e sottosegretari di questo quarto di secolo di tutti i partiti: da An al Pds-Ds-Pd, da Rifondazione Comunista (che esprimeva gruppi parlamentari imbarazzanti) a Forza Italia, dalla Lega alla Margherita. Il ceto politico della Seconda Repubblica, prodotto dal sistema elettorale maggioritario, non sarà mai abbastanza maledetto per aver distrutto la stessa idea di politica ed averla avvilita al livello del peggiore politicantismo e, se un cittadino vede un personaggio come Alfano ministro di Grazia e Giustizia, poi dell’Interno, poi degli Esteri, giustamente pensa: “Ma perché non lo posso fare io? Cosa sa più di me?”. E qui c’è un altro chiarimento necessario: ma in cosa consiste questo specialismo e come deve prepararsi un politico vero? Al politico si chiede soprattutto di saper assumere decisioni adeguate ai problemi da affrontare: concludere un trattato commerciale, fare una legge per il contrasto alla corruzione, introdurre o abolire una tassa, affrontare il problema delle ondate di immigrati, modificare o meno il testo della Costituzione, progettare una riforma della scuola o della sanità sono tutte decisioni che presuppongono una preparazione in merito, e non solo sul singolo problema, ma capace di individuare gli effetti imprevisti. Ad esempio, se decidi di obbligare i medici a denunciare l’immigrato clandestino che curano, devi mettere in conto che questo potrebbe avere conseguenze molto pericolose nel caso di malattie contagiose. Se per combattere il terrorismo decidi di autorizzare intercettazioni di massa, devi anche capire che questo comporta un giro di vite nei confronti della privacy di tanti cittadini che con il terrorismo non c’entrano nulla. Se aumenti le tasse devi prevedere una caduta del Pil. Se concedi il reddito di cittadinanza, poi devi prevedere che una intera generazione fra 20 o 30 anni andrà in pensione con poche centinaia di euro al mese. E se ci sono dei tagli da fare alla spesa pubblica non è la stessa cosa se tagli su pensioni, sanità e istruzione o se tagli le super retribuzioni di manager e consulenti che lavorano per lo stato o sui lavori pubblici e quali, così come fare una patrimoniale è meno semplice di quel che si pensa, perché le soluzioni possibili sono molte e molto diverse fra loro. Dunque, occorre che ogni singola politica di settore sia inquadrata in una linea politica generale che abbia caratteri di coerenza ed organicità. E neanche questo è sufficiente, perché ogni decisione lede interessi di alcuni e favorisce quelli di altri, per cui occorre poi saper mediare fra le parti sociali, cercando una composizione degli interessi che confermi e non minacci la coesione sociale. Soprattutto, ad un politico si richiede di avere molta fantasia per trovare le soluzioni migliori, magari nuove, man mano che i problemi vengono avanti. Come si vede, un’attività piuttosto complessa, che non ammette semplificazioni arbitrarie e richiede conoscenze, decisione, fantasia, coraggio nell’affrontare le resistenze dei nemici più forti,

 

Ma come formare un uomo politico che sappia muoversi su un terreno così complesso? Ovviamente è necessario che ci sia una preparazione teorica di fondo: la politica è anche studiata da una scienza specifica, appunto la scienza della politica o politologia, ed è opportuno che ci sia una preparazione di questo tipo, così come è opportuno che chi si prepara alla carriera politica abbia nozioni di sociologia, di diritto ma, soprattutto di economia (ed io direi anche di storia). Poi è necessario avere competenze specifiche nel settore in cui vuoi operare: se vuoi fare il ministro degli esteri, magari è bene che tu sappia qualcosa di relazioni internazionali, geopolitica, diritto internazionale eccetera. Detto questo, dovremmo concludere che un buon politico debba necessariamente essere laureato in Scienze Politiche? No, direi di no, anche perché un laureato in qualsiasi altra disciplina, o anche un non laureato, può benissimo apprendere queste cose con studi personali o, magari, attraverso le scuole di politica che ogni partito dovrebbe organizzare. Poi la lettura dei giornali e delle riviste specializzate, la partecipazione a convegni e le conversazioni con i colleghi sono altri veicoli di formazione. Ma questo non basta: una formazione puramente teorica può produrre un buon accademico (forse) ma non è sufficiente per un politico. Neanche il governatore di una banca centrale può basarsi solo sulla sua formazione universitaria: una preparazione teorica è necessaria, ma non basta, a meno di non avere un approccio tutto libresco ai problemi. Poi quello che conta è la prassi: si impara a far politica facendola. La formazione di base serve a capire e valutare le proprie esperienze nel bene e nel male. Un eccesso di teoria porta ad un approccio dogmatico e sterile, ma l’assenza di una formazione di base precipita poi nell’empiria più pura, che impedisce di capire quello che si sta facendo. Dunque, la pratica è la seconda metà della mela, ugualmente necessaria quanto la prima. Ma, ovviamente si tratta di una pratica che ha un valore se è costruita nel tempo: nessuno “nasce imparato” si dice nella mia città d’origine, e la pratica politica è formativa se avviene in un periodo abbastanza lungo. L’idea che si ottenga un personale di governo con, al massimo, cinque anni di partecipazione istituzionale, per poi congedarlo dopo altri cinque anni, è un’idea semplicemente delirante, scusatemi. Ovviamente, un simile specialismo non si costruisce in tre o quattro anni, ma esige un tempo necessario di maturazione. Però non è affatto vero il contrario: cioè che un personaggio politico che sta sulla scena da 20 anni sia anche un politico preparato, anzi è possibile che sia una capra assoluta. Durata non significa competenza, ma soprattutto, occorre non confondere un decisore politico vero con un volgare politicante. La politique politicienne (come dicono i francesi) è cosa deteriore da non confondere con la politica e non tutti i politici professionali sono politicanti: Nenni, De Gasperi, Togliatti, Berlinguer, Lombardi, Moro, Fanfani e dico anche Almirante o Romualdi hanno fatto politica per tutta la vita, ma non erano affatto politicanti, erano politici di notevole livello ed alcuni di loro veri statisti. Ovviamente c’è un rischio: che a furia di metter radici nel Palazzo (quello con la P maiuscola) un politico anche di buona stoffa, un po’ alla volta, si affezioni troppo al ruolo e diventi un politicante. È un rischio molto forte, con il quale occorre misurarsi. La classe dirigente va formata (possibilmente dal basso se crediamo nella democrazia), va selezionata con cura, badando tanto al disinteresse personale quanto alla preparazione e capacità, poi va responsabilizzata, controllata, periodicamente “potata” almeno in parte, quindi vigilata nei comportamenti, interrogata normalmente sui propri atti e decisioni, trattata con parsimonia quanto a incentivi selettivi, costantemente obbligata al confronto con possibili successori. Anche le classi dirigenti prodotte dal basso, magari da una rivoluzione (e il caso Russo mi pare abbastanza istruttivo) fanno presto ad abituarsi alle soffici poltrone del potere: meglio delle poltrone sono le sedie, possibilmente dure e scomode… Il punto debole più pericoloso del M5s non è quello di non avere una classe dirigente, ma di non aver fatto assolutamente nulla per formarsela. Cari amici ricordatevi di aver avuto successo perché avevate come pietra di paragone i cialtroni della Seconda Repubblica, ma la gente ora vuole di più. Non basta che Di Maio o Di Battista non facciano peggio di Alfano o Del Rio: devono fare di meglio e di molto meglio. Pensateci.

 

Aldo Giannuli

 

 
Il marketing delle idee PDF Stampa E-mail

8 Marzo 2017

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Da Appelloalpopolo del 4-3-2017 (N.d.d.)

 

Se auspichi la disgregazione dell’UE sei un populista. Se parli di identità, Patria e Nazione sei un fascista. Se vuoi ripristinare le frontiere sei uno xenofobo. Se resisti agli eccessi nell’avanzamento dei diritti individuali sei un bigotto.

 

Esprimere una posizione difforme dal mainstream sui temi esposti è un atto di coraggio.

 

Auspicare la dissoluzione dell’Unione Europea, il ripristino del controllo sulla circolazione dei capitali, delle merci e delle persone, il recupero dell’identità e della cultura nazionale ci espone a critiche feroci e in certi ambiti al pubblico ludibrio. Il “marketing delle idee” ha promosso un’identità globale, cioè una non-identità, a un popolo che non aveva gli anticorpi per resistere all’invasione del mercato. Questo lento processo di spersonalizzazione ha consentito di procedere alla progressiva distruzione dei diritti sociali, di quelle protezioni che ci hanno reso uno dei paesi più avanzati del mondo, senza che nessuno alzasse un dito.

 

Gianluca Baldini

 

 
Francia alle strette PDF Stampa E-mail

7 Marzo 2017

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Da Comedonchisciotte del 5-3-2017 (N.d.d.)

 

Probabilmente avrete già letto che a Marine Le Pen è stata tolta l’immunità parlamentare.   Dal parlamento europeo, a larga maggioranza. “La richiesta di revoca era arrivata dalla giustizia francese, che vuole perseguire la candidata dell’estrema destra alle presidenziali per aver pubblicato su Twitter le immagini di tre esecuzioni dell’Isis nel 2015, tra cui quella del giornalista statunitense James Foley”. Saprete anche perché Marine Le Pen ha pubblicato le foto delle decapitazioni con la scritta: DAESH è Questo! Ciò, perché era stata provocata: il 16 dicembre 2015, alla radio RMC, avevano paragonato l’ascesa del Front National a DAESH; dunque rispondeva a questa provocazione offensiva quanto demente. La relazione d’accusa per togliere l’immunità parlamentare alla candidata che il Sistema teme tanto, è stata stilata dalla “relatrice Laura Ferrara, Movimento 5 Stelle” (ricordatevela, lettori).  Se non bastasse la misura spudorata, quasi inverosimile di illegittimità, si viene a sapere che “La revoca dell’immunità riguarda solo il caso in questione [i tweet] e non l’inchiesta sui presunti incarichi fittizi dei suoi assistenti al Parlamento europeo, in cui a essere sotto indagine è la capo gabinetto di Le Pen”.  Quindi l’oligarchia, sempre fertile di invenzioni giuridiche a proprio favore quando si sente in pericolo, ha anche inventato la impunità parlamentare divisibile, la Le Pen oggi è in parte dotata di inviolabilità, e in parte no.

 

In quest’ultima fase della campagna presidenziale, la faziosità e la sfrontatezza del Sistema e dei media ha raggiunto vertici a cui si assiste increduli. Forse ricorderete lo scandalo mediatico perché Marine, a cui le banche francesi negano un prestito, s’era fatta prestare alcuni milioni dalla First Czech Russian Bank (FCRB), “banca russa ritenuta vicina al Cremlino” (Nouvel Obs, j) il che ha permesso di strombazzare che Marine “è   al soldo di Putin”.   Macron è pagato dai Sauditi (e i media zitti). Ora apprendiamo questo: che Macron, il candidato dei Rotschild , il banchiere che è stato ministro dell’economia di Hollande,  insomma il candidato che il Sistema oligarchico vuol far vincere con tutti i  mezzi,  è riccamente finanziato nella sua campagna da – indovinate? – l’Arabia Saudita. Lo ha rivelato Philipp Close, un membro del PS (socialista) belga […] La notizia è stata pubblicata da Le Soir il 24 febbraio; alla data del 3 marzo, non ho ancora visto un titolo di scatola o strilli sui tg mainstream al riguardo di “Macron sul libro paga del re wahabita”.  Anzi, direi che la notizia è proprio stata taciuta. Tutta una serie di manipolazioni miranti a confiscare il voto a favore di Macron, sono palesemente opera di Hollande che   – ancora per poco all’Eliseo – ne approfitta   per usare le leve del potere contro i candidati di centro-destra (Fillon) e ora contro la Le Pen. […] Il punto è che Marine è la sola politica in corsa a denunciare apertamente questi arbitrii. Nel discorso di Nantes, ha avvertito “I funzionari a cui un personale politico alle corde chiede di utilizzare i poteri dello Stato per sorvegliare gli oppositori o organizzare   contro di loro persecuzioni, pugnalate alla schiena (coups tordus) o campagne diffamatorie (cabales)   – fra qualche settimana  questo potere politico  sarà spazzato via, ma questi funzionari dovranno assumersi il peso di  questi metodi illegali e  mettono in gioco la loro propria responsabilità”. Naturalmente i media complici hanno strillato che Marine minaccia di epurare i dirigenti statali. […] il punto è che il Sistema intero, gli altri partiti compresi e i media, “hanno abbandonato a Marine Le Pen la difesa delle libertà pubbliche”: per un partito che gli avversari continuano a dichiarare “fascista”, è una medaglia di legittimità regalata da quelle che si autodefiniscono “custodi della democrazia”.   Saranno loro i “fascisti”? si domanda più di un insospettabile intellettuale.  […] Tanto più che Francois Hollande, per far capire meglio di chi è agli ordini, il 27 febbraio scorso s’è recato presso la sede del Grand Orient de France per celebrare coi fratelli il tricentenario della Massoneria –  prima visita di un presidente in carica nella storia – ed ha pronunciato un discorso con questa frase: “Chi attacca la Massoneria, è alla Repubblica che mira”. Applausi.   Qui non c’è solo il fatto, già tante volte sottolineato, che il Sistema, appena s’è sentito in pericolo, ha gettato i rituali della democrazia come una maschera di cartapesta – quale infatti era. Qui, c’è da chiedersi se i padroni del discorso si rendono conto della ”sorda collera”  che il Figaro avverte salire dal popolo”  di destra” ma anche di centro-destra, quello che avrebbe votato Fillon. Se il panico o l’ebbrezza del potere li ha accecati a tal punto, da non sentire che stanno spingendo all’insurrezione? O forse è proprio questo che vogliono, nella loro totale irresponsabilità?

 

Perché è evidente che l’insurrezione è nell’anticamera della Francia, sia che Le Pen perda, sia che vinca al secondo turno. Nel primo caso, il suo elettorato sentirà che la vittoria gli è stata rubata da trucchi illegittimi. Ma se Marine va all’Eliseo, una metà del paese –  quella progressista, da 30 anni chiamata in ballottaggio alla “unione patriottica”, ossia a votare un candidato di destra moderata piuttosto che far passare il Front National –   si sentirà governata da una forza a cui si rifiuta di riconoscere legittimità democratica – esattamente come gli americani “progressisti” nei confronti di Trump. Tutto aggravato dall’incendio dei quartieri “islamici”, pronti a scatenarsi ancor più davanti a una presidenza “di bianchi razzisti”.  La polarizzazione estrema è nei fatti; e viene istigata di giorno in giorno dalle slealtà del Sistema e dai media. “Il clima della Francia si deteriora tanto da spaventare.  Quale che sia il punto di vista a cui si pone l’analisi oggettiva, si è forzati a constatare che il nostro paese è alla deriva. E ciò in un clima di violenza che non può che far temere i mesi prossimi. Molti di noi pensano che viviamo attualmente in un clima di guerra civile”: ed è sintomatico che a dirlo non sia un politico né un “autorevole commentatore” mainstream, ma Francois Billot de Lochner, un banchiere che ha fondato un gruppo civico, Fondation de Service Politique e “France Audace”.  Questo privato, nel suo blog, ci dà un elenco di evidenze, espresse da domande retoriche incalzanti, che danno i brividi: […] “S’è mai visto uno spazio pubblico in cui non si può passare tranquillamente per i fatti propri senza essere controllato, identificato, perquisito, sospettato? Lo spazio pubblico è diventato un luogo di rischio attraversato da militari armati fino ai denti? Si sono mai viste nella storia della Francia, città intere vietate alla polizia e alla giustizia nonché ai francesi “di nascita”: città divenute territorio di stranieri, pronti a regolare i conti con i “francouillard”? Si è mai visto un paese sopravvivere ad una invasione organizzata dalle élites del paese invaso, che produce una scia di insicurezza e   di violenza, e di costi giganteschi che   approfondiscono dei deficit già abissali? S’è mai visto un presidente della Repubblica precipitarsi al letto di un delinquente immigrato [Théo, che disse   di essere stato “sodomizzato” col manganello da un poliziotto durante i disordini nella banlieue di Aubervillier a metà febbraio] ma non fare il minimo gesto per i poliziotti aggrediti con bottiglie molotov e gravemente  ustionati nelle banlieues del sud, e gli assassini potenziali sono degli immigrati? Quando s’è mai visto un tale massacro della gioventù a cui non è proposto più niente di nobile, di bello, di vero e di bene, essendo predicato che lo scopo supremo è il godimento individuale, nutrito dall’ondata di pornografia che   con assoluta certezza uccide questa gioventù?  Da qui la violenza estrema delle Nuits Debout, o degli spacca tutto di Nantes e di Rennes o altrove, alberi che nascondono la foresta che non chiede altro che di prender fuoco. Quando si è mai vista nei Francesi una tale depressione, confermata da istituti specializzati di mese in mese, e in salita verso un livello mai toccato? Si è mai visto prima un governo alle corde prendere, settimana dopo settimana, misure drammatiche e vergognose, per poi i suoi membri prendere altrettanto vergognosamente la fuga verso poltrone dorate create apposta per assicurare loro vecchiaie finanziariamente felici? S’è mai vista prima la Massoneria esibirsi così pubblicamente come istituzione di governo, ed affermare senza complessi di tirare le fila della decostruzione della Francia?” Ed infine, ce n’è anche per El Papa: “Dove si è mai vista la Chiesa assoggettarsi fino a questo punto all’ideologia mortale delle élites che non mostrano che un obbiettivo, distruggere la Francia che detestano”?

 

Il lettore vede che potrebbe sostituire la parola “Francia” o “francesi” con Italia ed italiani, e l’allarme si attaglierebbe ancor meglio a noi. In tutto: dall’uso politico della giustizia alle violenze corpuscolari sottopelle, dall’immiserimento morale della gioventù alla corsa dei politici alle poltrone e ai vitalizi per garantirsi la vecchiaia da ricchi, le vergognose scorte   da cui i ministri si fanno accompagnare fino all’esercito che fa blocchi stradali nell’operazione “città sicure”, tutto è là come qui.  Ma una sola frase non si attaglia a noi italiani: l’ultima, la conclusione del cittadino François Billot de Lochner: “Per tutte queste ragioni, il clima diventa via via insurrezionale: una scintilla potrebbe provocare torbidi gravi, persino una guerra civile – che sarebbe molto difficile da sedare, a tal punto il caos possibile rischia d’essere multiforme, e dunque non dominabile. Per ciascuno di noi, è suonata l’ora del coraggio”.  Non “l’ora di tapparsi in casa e poi correre a soccorrere il vincitore”, badate, ma l’ora del coraggio. Come ho già fatto altre volte – scusatemi se mi ripeto – tutto ciò sembra indicare in modo agghiacciante il rapido porsi delle condizioni per la profezia del veggente bavarese Alois Irlmaer (1894-1959) su Parigi: “La grande città con l’alta torre di ferro è in fiamme; ma questo è stato fatto dalla propria gente, non da quelli che sono venuti dall’est. Posso vedere esattamente che la città è rasa al suolo –  e anche in Italia sta andando selvaggiamente”. Juncker è il capo della Commissione che nel gennaio 2015, di fronte al referendum greco contro le inumane imposizioni della UE, sancì: “Contro i trattati europei non ci può essere scelta democratica”.  Era    la voce stessa dell’oligarchia che non dipende dal voto dei cittadini, e lo sa e se ne vanta. Il 2 marzo scorso, era meno sicuro della forza del potere oligarchico. Ha parlato del futuro della UE e alla fine è sbottato: “Merda! Cosa volete che facciamo?!”

 

 Maurizio Blondet

 

 
Silenzio sul CETA PDF Stampa E-mail

6 Marzo 2017

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Dal 15 febbraio, il Parlamento europeo ha ratificato il trattato bilaterale commerciale fra il Canada e l’Unione Europea (CETA). Questo accordo che consentirà il passaggio di gran parte delle istanze canadesi e statunitensi, delle multinazionali nordamericane e della filiera deregolamentata a regola d’arte, del libero scambio in Europa con tutto ciò che ne consegue, senza dubbio è la “ruota di scorta” del TTIP. Non riuscendo a far breccia con il trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico, ci sono riusciti con il secondo. I grandi mezzi di comunicazione non ne parlano, glissano sull’argomento, perché troppo impegnati sulle questioni che reputano importanti: il “parricidio renziano”, l’ex giocatore Armando Maradona che non si presenta alla trasmissione televisiva «Ballando», l’ipotetico closing della società di calcio Milan, “i funerali di Leone di Lernia tra lacrime e risate” e, continuando a sfogliare il sito del Corriere delle Sera, la priorità sembra essere un video dove si vedono dei granchi, mentre squarciano un polipo.

 

Insomma, della clausola Ics (Investment court system) che permetterà alle multinazionali canadesi ma anche a quelle americane, attive da anni all’ombra della «Foglia d’Acero», di citare in giudizio presso i tribunali privati ed internazionali le aziende europee, dell’abbattimento dei dazi doganali, nessuna notizia. Tutto tace. È meglio non contraddire i piani alti, parecchio sopra i vincitori della spartizione “politica” dell’informazione e delle telecomunicazioni, quasi tutta nelle mani della “Sinistra al Caviale”. In questo, come in tante altre cose, la destra fa spallucce. Sennò, che vaso comunicante è? L’accordo, composto da 1.500 pagine, è stato firmato da quasi tutte le componenti che provengono dai partiti italiani di Destra e di Sinistra, presenti al Parlamento europeo. Sul sito https://stop-ttip-italia.net, cliccando sull’articolo CETA i nomi e i cognomi di chi ha votato, accertiamo una trasversalità imbarazzante. Non c’è nessuna distinzione tra i Conservatori e riformisti di Fitto, i Popolari e i Social democratici. Sai che novità… Le uniche rappresentanze italiane che hanno avuto il coraggio di dire «No», sono quelle della Lega Nord, del Movimento 5 Stelle e la Lista Tsipras/Altraeuropa, nonostante Tsipras si sia dimostrato un bluff ancor più utile alla Troika. Ne fanno parte i verdi che pensavamo estinti, più una frangia minoritaria dei Socialdemocratici. È facile comprendere quanto molti degli slogan utilizzati dai due poli destra-sinistra per il consenso in Italia servano solo per nascondere le reali intenzioni e la soggezione a quei “poteri forti” che dicono di combattere. Intanto, lo sbarramento di fuoco contro la mobilitazione dei cittadini che non ci stanno ad essere impallinati da un trattato-beffa, continua. Implacabile. Lo conferma un articolo di Vincenzo Ferrante pubblicato sul sito http://www.ipsoa.it, dal titolo inequivocabile Tutela dei diritti dei lavoratori: verso la” globalizzazione?”.  Lo scritto del Professore ordinario di diritto del lavoro presso l’Università Cattolica di Milano non solo non convince ma pare la solita lezioncina contraddittoria sulle incantevoli nefandezze della globalizzazione. Rivisitando uno degli assunti dei sostenitori del libero mercato, scrive: “L’esperienza storica insegna, infatti, che l’abbattimento delle barriere doganali determina una convergenza nella regolazione del mercato del lavoro, in quanto i costi unitari della produzione tendono ad allinearsi”. Nulla di più tendenzioso: è in realtà l’esatto opposto. Lo scritto, è incentrato sulla delegittimazione delle categorie e/o organizzazioni e movimenti che si oppongono al trattato; tra queste, figurano quelle degli agricoltori, lavoratori e consumatori, definite “non governative” e pertanto di poca importanza. Le lodi al CETA di Ferrante, sono le stesse che abbiamo ascoltato dalla “Dichiarazione comune UE-Canada”, che indica tutte le qualità del libero movimento dei cittadini europei in Canada e viceversa, sbeffeggiando il timore dei cittadini europei che sicuramente vedranno ridursi la tutela delle aziende e quelle dei lavoratori, con la conseguente diminuzione dei salari. Il coro dei “liberi-scambisti” è unanime: dipingono un paradiso gestito dall’alto da pochi, dove le giurisdizioni dei singoli stati e dell’UE, vengono ridotti al rango di un accessorio non a passo coi tempi. Quel rivolgersi in tono perentorio contro la protezione delle leggi dei popoli e della pluralità degli stati che compongono l’Unione Europea, esaltando l’eguaglianza di mercato, è del tutto controproducente per le nostre qualità peculiari? Anzi siamo alla mercé di un’ “evangelizzazione” di una religione assolutistica. Una sorta di totemismo amplificato per ciò che si crede utile ma non necessario. Senza infingimenti, la convenienza di una sola parte fatta passare come l’unica strada per l’Eldorado delle piccole e medio aziende d’Europa.

 

Nel frattempo i sovranisti italiani continuano a ripetere le solite quattro banalità, duplicate in malo modo. Piuttosto che chiedersi, ancor meglio se chiedergli, cosa sia per loro la sovranità, senza ripetere uno spot pubblicitario. Ma questo è tempo perso. Vista poi la propensione a rientrare nei ranghi, appena compare all’orizzonte un appuntamento elettorale. […]

 

Francesco Marotta

 

 

 

 
La demolizione dell'umanità PDF Stampa E-mail

5 Marzo 2017

 

Da Rassegna di Arianna del 2-3-2017 (N.d.d.)

 

Ma che razza di società sta sorgendo? È un tam tam quotidiano che colpisce la vita, la morte, la nascita, la famiglia. C’è una Grande Fabbrica dell’Opinione che   marcia a senso unico, in un corso accelerato di demolizione dell’umanità come l’abbiamo finora conosciuta. E impone a tappe forzate la corsa verso un mondo capovolto. La mamma diventa un ente superfluo, da sopprimere o da ridurre a utero in affitto per la gioia delle coppie omosessuali che vogliono comprarsi un figlio. E i magistrati, smentendo la legge, confermano la piena legittimità dei loro desideri e aggiungono che non c’è bisogno di geni per chiamarsi genitori. Ma la parola genitori, guarda un po’, deriva proprio dalla parola geni. Si può accettare la dizione “genitori adottivi” perché un padre e una madre suppliscono ai genitori biologici; ma due uomini dello stesso sesso che per un loro desiderio decidono di farsi il loro figlio non sono genitori in alcun senso. Al più sono tutori. La madre non è un accessorio sostituibile. L’abolizione della mamma segue a ruota la soppressione del papà, ente inutile in una società senza padre.

 

La società parricida e matricida è una società senza figli, salvo quelli nati in provetta. Si deplora la politica che non segue subito l’onda emotiva e non legifera in materia come ordina l’Onda, coi suoi artefici e i suoi magistrati. E invece passa inosservato il silenzio assordante e imbarazzante di Papa Bergoglio che di fronte allo stravolgimento della vita e della famiglia, dagli uteri in affitto ai suicidi assistiti, parla d’altro, fa finta di niente… Una generazione sta demolendo in poco tempo l’esperienza di tante generazioni che l’hanno preceduta, con una presunzione assoluta. E il Santo Padre tace. Cosa c’è alle origini di questa follia? C’è la perdita dei confini, del senso della misura, della natura e del limite. Sono io, solo io, a decidere quando morire e come; sono io a decidere, senza il concorso di una donna, di avere un figlio, affittando un utero o facendo shopping oltreoceano. Sono io a decidere se interrompere o meno una gravidanza non desiderata, anche se va di mezzo la vita di una persona. La libertà e la modernità si riducono a non porre limiti ai miei desideri. Non conta nulla il resto, gli altri, i legami affettivi, la paternità, la maternità, la responsabilità di essere al mondo e di mettere al mondo. Non conta altro che la mia volontà. Questa è la follia del nostro tempo, il potere smisurato dei propri desideri che viene presentato come Diritto, Libertà e Autonomia. E chi si oppone viene accusato di vivere nel medioevo. Dimenticando che anche noi, nati in famiglie da padri e madri, siamo nati e cresciuti in quel medioevo. Se difendere la maternità, la paternità, la famiglia e la vita sono segni di medioevo, allora cos’è la modernità, il trionfo del disumano, la perdita del limite, la dittatura dell’Ego, l’abolizione della natura? No, signori, questo non è il futuro, questa è la fine della civiltà e la fuoruscita dall’umanità nel nome di un transumano geneticamente modificato, dove l’identità è sostituita dal desiderio, l’umano dal mutante e il “noi siamo” dall’Io voglio. Non confondete la fine con un inizio.

 

Marcello Veneziani

 

 
Siamo in pieno Kali yuga PDF Stampa E-mail

4 Marzo 2017

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Da Rassegna di Arianna del 2-3-2017 (N.d.d.)

 

I Purana che letteralmente vuol dire “antiche storie” sono un corpus dottrinario di testi sacri hindū, redatti in lingua sanscrita, di carattere principalmente mitico e cultuale, il cui scopo primario è anche quello di erudizione sacra di coloro che non sono considerati dvija (i “nati due volte”, i componenti delle prime tre caste arie hindū: brāhmaa, katriya e vaiśya), quindi gli śudra e le donne, essendo la civiltà vedica patriarcale dove a queste due categorie è severamente proibito l’ascolto o la lettura dei testi detti Śruti. Di questi Purana uno dei più antichi è il Vishnu Purana composto da sei libri di cui ho curato insieme ad altri eccellenti collaboratori la pubblicazione per la prima volta in italiano proprio dell’ultimo di questi libri. Questa traduzione era un progetto che volevo fare da tempo, nel retro di copertina del mio saggio: “Pan è morto e noi l’abbiamo ucciso” misi un piccolo estratto del primo capitolo di questo Purana e il suo contenuto mi spinse a cercare di rendere disponibile l’intero libro al pubblico italiano. Questo perché l’argomento centrale del libro è il Kali yuga. Spesso in Occidente si fa un abuso di parole sanscrite come questa senza saperne realmente il significato. Dettato anche dalla totale secolarizzazione e non conoscenza del fatto che il sanscrito è una lingua sacra usata dalle tre caste indiane esclusivamente in ambiti sacrali quindi usarla in contesti diversi non perde solo il suo significato ma anche la sua funzione. Ci basti pensare occidentalis’ karma o lo yoga praticato per “rassodare i glutei” per capire in che stato di metastasi si trova spiritualmente l’uomo moderno. Ma non è questo il momento per discutere sull’uso improprio delle parole. Kali yuga possiede lo stesso significato che Esiodo dava all’età del ferro, descrivendo un’età oscura dove un’umanità “demoniaca” in preda ad ogni empietà ne causa l’estinzione. Una descrizione analoga la troviamo anche in un importantissimo testo sacro come la Bhagavadgītā […] Questa degenerazione o per dirla con Guénon chiusura verso l’alto e apertura verso il basso durerà fino al riassorbimento totale dell’Universo alla fine della quarta età di Kali e rinascita nella prima, l’epoca Satya cioè della verità. Ma l’importanza di questo testo è che noi vivendo proprio in questa età, abbiamo ricevuto dai grandi asceti indoeuropei un patrimonio inestimabile per capire cosa ci attende e come difenderci da questa caduta verso le profondità del Tartaro. Soprattutto questo Purana scritto tra il II e il V secolo sembra fatto come una guida o la fiamma di una fiaccola, utile su come barcamenarsi in un’epoca priva di luce. Quello che sconvolgerà di più il lettore è che ciò che questo Purana ha da dirci, sembra un’opera fatta apposta per i posteri perché ciò che rivela è la specifica descrizione della società moderna. 

 

“I matrimoni in questa età non saranno conformi al rituale, né lo saranno le regole che connettono fortemente il precettore spirituale e il suo discepolo”. 

 

“Le menti degli uomini saranno completamente occupate dal pensiero di acquisire ricchezza”.

 

“Oppressi dalla fame e dalle tasse, gli uomini lasceranno le loro terre native e andranno in altri paesi per guadagnarsi da vivere”.

 

“A causa delle penitenze orribili non imposte dalla Scrittura e dei vizi dei governanti, i bambini moriranno durante la loro infanzia”.

 

 Queste quattro citazioni tratte dal Vishnu Purana a una mente attenta non possono altro che ricordare la contemporaneità. […]

 

Riccardo Tennenini

 

 
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