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Il senso della terra e le madri assassine PDF Stampa E-mail

5 gennaio 2010

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“Misera, dunque sei fatta di pietra, sei
Fatta di ferro, tu
Se al seme dei figli la mano tua ora la morte dà.
Che può accadere ormai di più terribile?”
Euripide, Medea

In origine le madri rappresentano il senso della terra. Quel loro potere occulto di consegnare alla vita esseri dotati di movimento, lega la loro essenza alle profondità della terra. Alle sue caverne, alle sue voragini, aperte verso il cielo così come l’utero si apre verso l’Amore. Attraverso la terra le madri sono legate alla norma, alla legge. Il loro essere canali di emissione di vita, di nutrizione di spiriti e corpi, di fioritura di guerre e rinascite, le affianca in un modo sotterraneo ed intuitivo alla statuizione del diritto, alla creazione ed alla difesa di un confine umano e quindi politico nel suo significato più alto. Carl Schimtt apre il suo “Il Nomos della Terra” con un riferimento concreto e simbolico, a questo legame sottile: “La terra è detta nel linguaggio mitico la madre del diritto […] la terra risulta legata al diritto in un triplice modo. Essa lo serba dentro di sé, come ricompensa del lavoro; lo mostra in sé, come confine netto; infine lo reca su di sé quale contrassegno pubblico dell’ordinamento”. La Terra è madre, di Uomini e di Stati; madre di confini umani e sovra umani.
Per questo, l’essere “donatrice” della madre, rende aberrante i continui omicidi di “figli”. Una follia che dilaga ed è lontana dalla ferocia dionisiaca delle Madri Greche. Medea, nella sua vendetta selvaggia, manifesta una passione, un amore dilaniante e profondo anche se infero e deviato – poiché l’amore non può essere se non amore del Tutto e di ogni cosa. Medea rappresenta un essere, o, meglio, una voragine dell’essere che pure può riempire di sé il cosmo. Oggi le donne, degradate e psichicamente spezzate, uccidono per il supremo nulla. Sono vittime del crollo collettivo della psiche e manifestano la rottura e la disintegrazione del filo che unisce l’Uomo alla sua Terra.
Ogni confine è vinto, ogni cosa ha perso la sua definizione, si perde nell’infinita ed indefinita analisi. La vittoria moderna sul concetto stesso di “confine”, che si fonda su una deviata volontà di potenza, instilla nella psiche collettiva ed individuale il rifiuto rabbioso di legami, limitazioni esistenziali, impegni.
Perfezione è, oggi, vivere nel limbo di una esistenza priva di contorni delimitati, sospesa nelle non-scelte, nelle non-decisioni, nelle non-responsabilità. In questa nuova costruzione onirica della perfezione esistenziale, un figlio non può che essere fonte di depressione e stanchezza. Quello che ieri era una ricchezza da ricercare, oggi è un oggetto invadente da sopprimere il prima possibile. Oggi una madre strangola il figliolo di quattro anni con il cavo di un caricabatteria di un telefonino. Nel suo essere drammatico, questo gesto ha perso la tragicità solenne che pure meriterebbe: è un gesto da compiere nel quotidiano, con un oggetto consueto.
La famiglia, antico deposito di Diritto delle Gens, originaria cellula deputata alla definizione ed alla difesa del Sacro Limen, è diventata ormai teatro di una strisciante guerra civile. Sulla quale insiste il silenzio colpevole dello “Stato”, becero “stato di polizia” senza potere; della Chiesa, colpevole ed ipocrita “custode” del nulla;  della politica; dei giornali. Dilaga la guerra di un popolo che ha perso il proprio volto. E che, paradossalmente, trova nei clan di immigrati, clandestini e non, il ricordo rinnovato del senso di unità familiare, di comunità, di stato.
Se è vero che la giustizia è una Dea da onorare, anche questa madre, come le altre,  pagherà il suo crimine.
Ma a cosa serviranno le nostre guardie, i nostri Tribunali, le nostre prigioni, in un mondo dove le madri, trasformate in demoni oscuri, convertiranno il potere che è loro proprio, sulla vita e della vita, in potere di Morte? Dove cercheremo il confine sul quale batterci se il fronte amico/nemico è nel nostro sangue?

Amanda Incardona

 
La nobiltà del cobra PDF Stampa E-mail

30 dicembre 2009

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Recentemente è circolato su You Tube il video di un cormorano che inghiotte un piccione. Più di tre minuti di una lotta spietata e di un’agonia terrificante. Il piccione che si dibatteva disperatamente nell’ apparato digerente del suo predatore, il quale era scosso dai movimenti convulsi della preda. Il lungo collo e lo stomaco del cormorano erano deformati in modo grottesco, il che faceva sghignazzare i due commentatori, beatamente inconsapevoli di trovarsi di fronte a una scena di una tragicità sconvolgente. C’era più intensità drammatica in quella lotta disperata che in tutta l’opera di Sofocle o di Shakespeare. Se i due stupidotti che ridacchiavano avessero riflettuto, avrebbero compreso che quella scena ci richiamava a una terribile verità che vogliamo rimuovere: se questo mondo è stato creato, è uscito dalle mani del Creatore già profondamente segnato dal dolore, dalla sofferenza, dalla morte. La creazione è marchiata dal Male, nella natura tutto è dolore e pena. Lo aveva compreso già Qohelet, in quella parte della Bibbia in cui è già contenuto tutto il meglio della letteratura universale. Lo ribadirono Leopardi e Schopenhauer, riecheggiando saggezze antiche. La pretesa biblica di spiegare la morte e il dolore nella natura col peccato dell’uomo, che avrebbe contaminato l’intera creazione, è una pietosa favoletta. Milioni di anni prima dell’avvento dell’uomo e del suo peccato, la polvere del mondo era impregnata del sangue delle prede sgozzate e sventrate. Il mondo è uscito dalle mani del suo Creatore già segnato dal Male. Tremenda verità che vogliamo esorcizzare invano. E la condizione umana, scaraventata in questo quadro di dolore, è ancora più tragica, perché aggravata dai tormenti della coscienza e del rimorso, dall’assillo della memoria, dal rimpianto per ciò che fu, dall’ansia per ciò che sarà e dalla consapevolezza di dover morire.
Perché queste considerazioni esistenzial-teologiche in un sito che si occupa di temi culturali strettamente connessi a quelli politici? La risposta ci riconduce alla nostra polemica verso la Modernità. Dopo i lunghi secoli dell’attesa di “nuovi cieli e una nuova terra” promessi da Gesù, la Modernità ha preteso di realizzare la felicità confidando nella ragione e nella scienza. Ha voluto dimenticare la fondamentale e ineliminabile tragicità della condizione umana. Così la Costituzione degli USA proclama il diritto di ogni individuo alla propria felicità, una delle asserzioni più dementi e nefaste della storia del Diritto. Così si è fatta balenare l’idea di un paradiso in terra eliminando la borghesia e instaurando una società di uguali. Così si è ritenuto di marciare verso domani luminosi attraverso la selezione razziale. Così la scienza promette di guarire tutte le malattie, farci prolungare indefinitamente la vita e dotarla di tutti i beni strumentali più appetibili. Un delirio allucinante che ha generato soltanto mostruosità.
Anche chi come noi denuncia le cause profonde dell’orrore che stiamo vivendo, non deve dimenticare la grande ombra che si proietta dalle origini e che ci seguirà fino alla fine. Non illudiamoci su paradisi futuri dopo l’impiccagione dei banchieri e l’eliminazione del Signoraggio. E la Decrescita non sarà felice. Dobbiamo essere ben consapevoli che anche nel nuovo comunitarismo  in cui far rinascere gli antichi valori, quelli dell’assunzione piena e consapevole della responsabilità del proprio ruolo, quelli di una socialità radicata nelle linfe vitali di una storia, quelli di una spiritualità che rinasca dalle risanate condizioni del vivere civile, resta la realtà della tragicità della condizione umana. Questa consapevolezza ci accompagni nell’imminenza di grandi e drammatici sconvolgimenti, perché è il migliore antidoto ai fanatismi.
Queste riflessioni sono nate dalla visione di un pellicano e di un piccione. Sia dunque consentito concluderle, a proposito delle dure prove che attendono l’umanità a una svolta cruciale, con un’altra immagine zoologica. Qualche anno fa si verificò un incidente insolito durante un Gran Premio motociclistico nella Malesia. Un cobra, uscito dalla boscaglia, si avventurò sulla pista. Quando avvertì il rombo delle moto, ancora raggruppate dopo la partenza, il suo istinto non fu quello di fuggire ma si erse nella posizione di attacco. In questo atteggiamento fu fatto a brandelli. Quando il Rombo che incombe si abbatterà su di noi, sapremo essere pari alla nobiltà del cobra?

Luciano Fuschini

 
Il presepe, il Natale e i suoi nemici PDF Stampa E-mail

di Massimiliano Viviani

23 dicembre 2009

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Dopo il Crocifisso potrebbe essere bandito dagli Istituti scolastici anche il presepe: c'è chi sostiene infatti che sia stata presentata una formale richiesta al Ministero dell’Istruzione per porre fine alla pratica, in uso nelle scuole elementari italiane, di far costruire ai piccoli alunni il presepe. È una voce che circola a San Gregorio Armeno, la strada dell’artigianato del presepe per antonomasia, nel centro antico di Napoli. E vuoi per gli interessi della professione, vuoi per la passione che vi sta dietro, se da queste parti sono preoccupati, vuol dire che qualcosa di vero probabilmente c'è. Del resto negli ultimi dieci anni sono capitati parecchi casi del genere in varie scuole d'Italia, nelle quali il presepe è stato vietato, o in alternativa sono stati vietati i tradizionali canti di Natale. Non pare quindi un fulmine a ciel sereno, ma solo il punto di arrivo di una tendenza che ha una sua logica e coerenza lucidissima.
Decisioni di questo solitamente vengono motivate dalla pretesa, in una società "multiculturale" come la nostra, di non imporre alcun credo all'interno delle istituzioni pubbliche, perchè, si dice, i luoghi pubblici sono appunto di tutti, e nessuno deve essere favorito mentre nel contempo altri vengono penalizzati. D'altro canto, in alternativa a questa interpretazione, molta gente comune è convinta che dietro a decisioni di tale genere vi siano delle pressioni di ambienti musulmani per sradicare le nostre tradizioni religiose al fine, in un tempo ancora remoto, di imporre le loro, secondo la ben nota logica cara alla Fallaci per cui non esiste musulmano che non sia nel contempo conquistatore e colonizzatore.
E' bene chiarire sin da subito quello che potrebbe risultare un equivoco: chi scrive non è nè cattolico nè cristiano, e non ha interesse nel difendere nè la Chiesa cattolica nè il suo culto. Quello che qui si intende denunciare è piuttosto la tendenza retrostante (e nel caso specifico, pianificata), atta a fare trionfare un sordido materialismo, più che lamentare la scomparsa di una religione che oramai in Occidente non è che un contenitore vuoto e non ha quasi più presa nè sul popolo nè sulle élites.
Partiamo dalle presunte pressioni musulmane. Una simile linea di interpretazione non si regge in piedi. Anzi, sotto certi aspetti rasenta veramente il ridicolo. Per carità, sappiamo tutti che tra i musulmani vi sono gruppi integralisti che aspirano a portare il mondo intero sotto la mezzaluna, ma essi sono una minoranza e in ogni caso ciò non deve essere un alibi per nascondere le nostre magagne. I musulmani infatti si trovano in massa in Italia da una ventina di anni, mentre prima di allora erano una minoranza senza influenza alcuna. Vogliamo affermare che prima di allora il Natale in Italia avesse connotazioni religiose piuttosto che consumistiche? Vogliamo affermare che vent'anni fa per le famiglie italiane le festività natalizie rappresentavano un momento di riflessione e di meditazione sul mistero della nascita del Salvatore e della sua Redenzione? Oppure già allora il Natale era tempo di regali e di shopping per acquisti rimandati per un intero anno, e il pretesto per dare sfogo alle proprie velleità culinarie e di gozzoviglia? Oppure già allora l'albero di Natale (simbolo del moderno consumismo) stava già sostituendo il presepe, e i vari Babbi Natali infarciti di pacchi avevano già seppellito Gesù bambino con tanto di angeli al seguito?
Persino la Chiesa cattolica -che rappresenta uno Stato sovrano e che non subisce certo condizionamenti da musulmani o da altre confessioni- da diversi anni ha fatto posizionare in Piazza San Pietro un enorme albero di Natale (noto simbolo di riflessione consumistica) che campeggia visibile da lontano, in modo da comunicare al mondo intero gli orientamenti moderni della nuova pop-chiesa del Terzo millennio...

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Tu quoque, Tartaglia mii! PDF Stampa E-mail

19 dicembre 2009

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Il duomo in faccia a Berlusconi ci ha donato interminabili serate televisive sul tema. Abbiamo assistito allo spettacolo indecente di politici, giornalisti e conduttori, tutti intenti a richiamare alla pacificazione nazionale e, dopo un attimo, ad aggiornare vicendevolmente la consueta teoria di accuse ed offese. Come al solito la televisione, chiusa in se stessa ed autoreferenziale, è inutile alla comprensione di ciò che accade ed ha come unico obiettivo intrattenere e insieme confondere l’ascoltatore.
Invece su questa vicenda ci sarebbe molto da dire, innanzitutto circa il ruolo della violenza nella vita politica in una democrazia. Sgomberiamo subito il campo da equivoci: chi scrive non è né un rivoluzionario né un guerrafondaio, né un estimatore per qualsivoglia motivo del gesto di Tartaglia. Però non è possibile accorgersi che la violenza è al centro del nostro mondo perbenista solo quando vediamo un po’ di sangue. La violenza è parte integrante della dialettica politica, come ha ben espresso H. L. Nieburg in “La violenza politica”, ed ha perfino una parte positiva nell’evolversi degli assetti sociali. Ma attenzione, la violenza è esercizio della forza nei confronti dell’altrui libertà, e non è meno grave della violenza fisica quando colpisce la libertà di espressione, il diritto all’informazione, o quando attraverso l’inganno priva l’altro della possibilità di autodeterminarsi. Violenza è quella della legge, quando costringe un indagato a restare col cappio al collo per decenni; violenza è quella dei partiti, che decidono le assunzioni nelle pubbliche amministrazioni condannando i meritevoli alla disoccupazione e alla tribolazione; violenza è quella di chi, per vendere un vaccino, si inventa una pandemia iniettando non si sa cosa, ma certamente di inutile, nelle vene di milioni di persone. La violenza è dunque ovunque e spesso è molto peggio di un duomo in faccia. Quando sono insufficienti le parole, la mediazione, il ricorso alla giustizia, l’esibizione della propria forza, a questi soprusi solitamente si reagisce con altra violenza.
Nonostante faccia parte di una società più o meno omogenea, ogni individuo ha una propria scala di valori e di priorità (ed è un bene che sia così), tale che quando questi vengono messi in pericolo o calpestati, egli si sente sciolto dal vincolo contrattuale che lo lega alla comunità attraverso la legge condivisa. Da ciò nasce una ribellione che può essere solitaria, ed è il caso del “Ribelle” jungeriano a cui credo che questo giornale si ispiri, oppure condivisa in un gruppo, ed è il caso delle brigate variamente colorate che ogni nazione ha conosciuto. Inutile scandalizzarsi e identificare questi attori sociali con il male assoluto. La società restante ha il diritto di difendersi da loro e incarcerarli tanto quanto essi ne hanno di provare a cambiare le cose. Se è abbastanza facile condannare nel caso degli estremisti politici, perché oggi li si sente lontano da noi, forse non lo è in altri casi, che però si basano sullo stesso principio. Mettiamo che un uomo abbia un figlio gravemente ammalato al quale vengano negate le cure per motivi economici, o perché mancano i posti letto, o perché l’ambulanza non è disponibile o per il motivo che volete voi. Chi può biasimarlo se comincia a menare cazzotti ad infermieri, medici, dirigenti, finché suo figlio non viene curato? La legge lo condanna ma la ragione no. E perché se un uomo (o un gruppo di uomini) che vede distrutto il proprio ambiente da cementificazione selvaggia, il futuro dei propri cari dalla finanza rampante, la sua sicurezza da una giustizia e delle forze di polizia inefficienti, non dovrebbe reagire con la violenza, se non riesce a scovare un’alternativa “democratica”?
Il nodo è questo: la nostra è davvero una democrazia? La politica ha la capacità e la possibilità di operare delle scelte autonome o è guidata dall’economia che ne fa l’agenda? Noi possiamo sceglierci davvero i rappresentanti? Non è questo il momento di discuterne, ma è importante osservare che dal tipo di risposta che si dà a queste domande, può avere segno positivo o negativo un atto di violenza.
Solitamente la patente di “buona violenza” la danno i posteri, o meglio, i vincitori. Perché Tartaglia (se solo non avesse chiesto scusa) sarebbe diverso da un partigiano, figura oggi osannata? Non certo per la viltà dell’azione. La figura dei violenti, così come la loro fortuna, è determinata dal soggetto sul quale alzano la mano. Per questo Armodio e Aristogitone, uccisori di Ipparco, sono stati venerati, e Bruto, pugnalatore a tradimento di Cesare, eletto ad eroe illuminista e rivoluzionario. Ora, tutto ciò è per dire che se Berlusconi fosse davvero un dittatore, come irresponsabilmente hanno detto in molti, e alla sua caduta si aprisse un’epoca fiorente di libertà, giustizia e benessere, Tartaglia sarebbe allora considerato un sant’uomo. Ma la storia si scrive e riscrive continuamente (tranne che per la Shoah , unico caso in cui rimane ferma per legge) e si viene così a scoprire che Armodio e Aristogitone agirono per una banale lite tra checche e Bruto, che era un facoltoso banchiere, per vendicarsi delle leggi antiusura di Cesare. Allora la storia potrebbe suggerirci che forse quelli che inneggiano al berlusconicidio, reale o metaforico, lo fanno solo per prendere il suo posto e per avere quel briciolo di notorietà che il cavaliere, ai loro occhi di professionisti della politica, ha loro usurpato “scendendo in campo”.
Il punto è allora questo: più che chiederci se sia moralmente giusto o no colpire Berlusconi, occorre chiederci se il risultato di tale attacco sia davvero un indebolimento del potere nella sua forma attuale. A mio avviso la risposta è no, e per due motivi. Il primo è che nel nostro sistema politico, così com’è da decenni, Berlusconi è semmai l’antisistema, il cane sciolto, il cavallo pazzo. Non che non sia affatto intrallazzato, come tutti gli altri, ma quella venatura di gollismo, quel suo essere rozzamente antipolitico sono, dal punto di vista politologico, aspetti più vicini al cambiamento che al ristagno. Forse che senza di lui al governo, quando era il turno del centrosinistra, abbiamo visto una rinascita della nostra martoriata nazione? Forse il privatizzatore Bersani sarebbe meno “cameriere dei banchieri”? Il secondo motivo è che, come ha detto autorevolmente Luciano Canfora in “La natura del potere”, il leader carismatico è espressione di un comune sentire ed eliminarlo non potrebbe invertire la tendenza storica che agisce nel destino delle masse, di cui è espressione. Pensiamoci: nonostante Bruto, la democrazia a Roma conobbe imperatori di gran lunga peggiori di Cesare.

Matteo Simonetti

 
Violenze e censure PDF Stampa E-mail

15 dicembre 2009

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È di ieri la notizia dell’aggressione al presidente del consiglio Berlusconi da parte di uno “squilibrato” (ma già qui ci sarebbe da domandarsi, se si avesse il gusto per il paradosso e l’assurdo, chi è il pazzo e chi il sano, tra chi sposa senza riflessione lo stile di vita dell’uomo di Arcore, e chi, magari esasperato lo prende a sassate).
Sta di fatto che, dal nostro punto di vista, la condanna per questo gesto è netta. Si badi bene non per motivi di “politcaly correct”, di equilibrio istituzionale o di “solidarietà umana”. Semplicemente per il fatto che, come la meritava il povero Silvio la sassata, la meriterebbero anche i suoi epigoni di sinistra e di centro, colpevoli di portare avanti le più sordide nefandezze ai danni del popolo italiano, di occultare costantemente la verità, di celare dietro a problemi ridicoli e marginali, i veri crimini contro l’umanità moderni, in primis l’usura bancaria e il lavoro interinale o cosiddetto "flessibile".
Ma siccome è lungi da noi qualsiasi solidarietà a frange di imbecilli pseudo-ribelli, che vorrebbero “sovvertire” questo stato, per sostituirvi non si sa bene cosa, se non altri uomini mediocri, o altra instabilità figlia del materialismo moderno, l’analisi del evento che vogliamo fare è ben più sottile, e diciamo cosi, indiretta.
A parte la sinistra puntualità con cui, in piena bagarre giudiziaria e mediatica sul presidente, accade questo spiacevole fatto (che qualche spirito malevolo potrebbe vedere come giustificazione autocostruita per dimostrarsi perseguitato e vittima di una campagna di odio), le reazioni più sconcertanti -ma prevedibili- che abbiamo avuto modo di osservare, sono state quelle di chi ha sostenuto la necessità di “chiudere i siti e i gruppi di facebook che inneggiano all’odio politico”. Ed ecco che la “democrazia” ci ricasca.
Si dà il caso che, in una vera democrazia, ove vigono, secondo i suoi apologeti, gli “immortali principi” della libertà di espressione, della giustizia e dell’uguaglianza, un cittadino possa esprimere qualunque opinione. Unico limite invalicabile deve essere il fatto che non si sostengano queste opinioni con azioni violente o con atti contrari alla legge.
Posto questo inderogabile limite, noi potremmo, legittimamente (sempre considerando questa una democrazia vera e non presunta tale) dichiararci antisemiti, nazisti o omofobi, dichiarare di odiare i neri o di disprezzare lo stato democratico, per citare esempi estremi ovviamente, con buona pace delle “polizie” che controllano il web, per il semplice motivo, che mentre sostengo un’opinione, non sto automaticamente commettendo un reato. Cosa ben diversa è, ad esempio, se dopo aver dichiarato un mio eventuale odio per gli omossessuali (si badi bene che qui si sta andando sempre per esempi, citando ovviamente i più vicini al limite), andassi per strada a malmenarne qualcuno. E lì giustamente dovrei venire arrestato e processato, e, vivaddio, anche condannato.
Un esempio di questa volontà di omologazione culturale ed ideale, ed anche di “discriminazione alla rovescia”, è l’ultima trovata del ministro per le pari opportunità (sic). In questo “meraviglioso” spot pubblicitario si sostiene che nella vita le differenze sessuali non contano, al grido di: “Ti interessa forse sapere se il chirurgo che ti opera è eterosessuale o omosessuale?”- e fin qui la pubblicità potrebbe avere un suo senso, perché è molto meglio dividere il mondo in due categorie, le persone intelligenti e gli imbecilli. Ma il clou arriva nel finale, laddove si intima al malcapitato spettatore, che cova forse, latente nel suo animo, il germe dell’omofobia: “rifiuta l’omofobia, non essere tu ad essere diverso!”. Eh certo! Cittadino! Stai bene attento a non distinguerti mai dalla massa di pecoroni che ti circondano! Fino a dieci anni fa se ti dichiaravi gay ti prendevano a sassate e se ne difendevi uno passavi per debosciato. Adesso, magia del progresso culturale, deve dimostrarti favorevole a coppie gay, matrimoni gay, adozioni gay e via dicendo, pena il rischio di essere emarginato dal nuovo “coro” che si è sostituito al vecchio: siamo tutti uguali, tutti parimenti meritevoli, tutti abbiamo dei “diritti”, sulla scia del vomitevole egualitarismo moderno.
Ma nulla può e deve impedirci di sostenere le nostre idee, di uscire da quel coro di “anime belle” che ci vuole tutti allineati su una posizione aperta, tollerante, pacifista e baciapile, come polli da batteria, buoni solo per consumare e non dare troppo fastidio. Del resto perché scannarsi in annosi dibattiti sul senso delle cose, o sulla visione del mondo? Ci sono tanti bei canali di “intrattenimento” e tanti bei centri commerciali dove perdere queste polemiche velleità.
Quindi ancora una volta la democrazia dimostra la sua ignominiosa mascherata, la sua irriducibile falsità. “Noi siamo liberali e in democrazia il confronto è libero e aperto!”-sostengono questi araldi della rappresentanza popolare. Peccato che si dimentichino di aggiungere, con malcelata malizia: “a patto che le idee di cui si discute siano tutte democratiche!”. Che apertura mentale, che splendidi orizzonti di dialogo, che “democratica” tolleranza!
Noi crediamo che ormai sia chiaro che questo sistema politico e sociale, ben lungi dall’assicurare a tutti la libertà di espressione, lo faccia in realtà solo con quelle idee e quelle persone che accettano le sue regole e i suoi diktat, condannando invece chi non contesta i dettagli, ma le regole del gioco stesso come “terrorista”, “criminale”, “canaglia”, “talebano” e chi più ne ha più ne metta.
Il precedente di una chiusura in massa di pagine facebook e di siti che contestano, anche in maniera di dubbio gusto lo ammettiamo, un politico o un istituzione, sarebbe un pericoloso precedente, che vedrebbe passare sotto la lente dell’ “istigazione a delinquere” ogni comportamento ideologicamente o socialmente “deviante” (e quindi in molti casi sano e sacrosanto). Con buona pace della “libertà di espressione” che lo stesso premier sbandierava dal palco contro i suoi contestatori.

Fabio Mazza

 
Umanitarismo totalitario PDF Stampa E-mail
di Massimiliano Viviani

11 dicembre 2009

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In Scozia poche settimane fa ha suscitato scalpore la notizia secondo cui una coppia obesa -146 chili la madre e 115 il padre- si è vista sottrarre tutti i suoi sette figli perchè stavano seguendo la stessa china dei genitori, ossia stavano diventando tutti preoccupantemente grassi. Tale drastica decisione è stata giustificata dal fatto, secondo gli assistenti sociali, che lo stile di vita imposto dai genitori va a toccare l'ambito della salute dei figli. E' stato quindi con dolore, ma anche con profondo spirito "umano" ed umanitario, ossia per il bene dei bambini, che gli stessi assistenti hanno preso questa decisione.
In realtà, siamo di fronte all'ennesimo caso di violenza totalitaria espressa dal nostro modello di sviluppo, mascherata da intervento "umanitario". L'unico sentimento autenticamente umano che si può avere di fronte a notizie di questo tipo è un senso di sbigottimento. Si tratta infatti di una mostruosità da più punti di vista, e l'umanitarismo di facciata serve solo a mascherare l'arroganza e la pericolosità di tali comportamenti.
Come spesso accade anche per gli adulti, il sentimento umanitario viene mosso da considerazioni legate alla salute. Non è un caso, perchè l'aspetto che sembrerebbe più scontato, ossia quello dell'obesità come malattia, non lo è affatto: la malattia si definisce in ambito sociale, non in ambito scientifico, astratto, secondo criteri "oggettivi". Non esistono parametri oggettivi e universalmente validi che possano a priori definire cosa sia salute e cosa no. Molte anomalie che in certe condizioni sono malattie, in altre non lo sono. Per esempio, ancora in tempi recenti, quando le zone rurali del nostro paese non erano ancora invase dal dilagare dell'industrializzazione, chi viveva in molte zone di montagna e aveva un'alimentazione basata sui prodotti e sugli usi locali, sviluppava il gozzo come conseguenza del basso consumo di iodio (presente per esempio nel sale marino, che in montagna non veniva usato). Tale malformazione oggi viene considerata una malattia (definita "ipotiroidismo"), ma allora non lo era, perchè il loro metabolismo aveva imparato ad adattarsi bene a tale modifica, tanto che quando qualche montanaro scendeva in pianura, quanto tornava riferiva stupito ai suoi compaesani di avere visto in quei luoghi strana gente con il collo piatto!
E' evidente quindi che non tutto ciò che è anormale, costituisce malattia. Con molte anomalie si può convivere bene. Per questo definire a priori delle condizioni di malattia per il futuro è una mostruosità bella e buona. Solo se si crea in astratto un riferimento che deve valere per tutti, allora chi non lo rispetta deve essere ricondotto sulla retta via. Tale atteggiamento deriva dalla nostra convinzione secondo cui c'è un modello "normale" di riferimento, che non solo è il migliore fra tutti quelli possibili, ma è anche di fatto l'unico, ossia l'unico che permette un'esistenza e una vita degna di tale nome. La faccenda dell'obesità rientra in questo atteggiamento. La volontà di aiutare i figli in definitiva non è che un pretesto. Non è altro se non l'espressione più genuina di omologare tutto a un unico parametro. In questi casi poi, sarebbe da essere umani più che umanitari: io sinceramente dubito che i figli in questione preferiscano essere "normali" (o meglio, un po' meno grassi) con estranei, piuttosto che obesi con i loro genitori!

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