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Bisogno di certezze PDF Stampa E-mail

3 Agosto 2017

 

Ho questa riflessione. In Internet, i pro.vaccini sono scatenati, ogni chat sull'argomento è violenta, piena di insulti e di prese per il culo. Quando si va sul merito, non rispondono, si appellano tutti alla 'comunità scientifica' e bona lè. Ora, tutta questa gente non può essere in malafede, non sono troll del PD o delle case farmaceutiche. D'altra parte, non possono nemmeno essere così idioti da non capire che gli interessi delle case farmaceutiche c'entrano qualcosa, e da non capire che 10/12 vaccini sono TROPPI. Allora, cosa li ha spinti in trincea?

 

La risposta ce l'ho: la paura.

 

La paura di aver fatto una cazzata vaccinando i figli, la paura che gli succeda qualcosa se li vaccinano e qualcosa se non li vaccinano, la paura di ammettere che chi sta 'in alto' è un nemico, la paura di ammettere che la loro vita e quella dei loro figli non conta nulla. Per dirla in termini diversi, la paura di essere liberi è troppo forte...hanno bisogno di un padrone, di un capo, di un'istituzione. Prima era la Chiesa, oggi è la 'Scienza': possono vivere solo di certezze.... Com'era quella suddivisione degli uomini in caste dello spirito? Ah sì: Sacerdoti, Guerrieri, Mercanti, Schiavi. Una società guidata dai mercanti, che hanno sostituito la religione del profitto al culto delle forze elementari, divinizzate...che sono pienamente seguiti dagli schiavi, moltitudini di schiavi.... la libertà riguarda solo la casta dei guerrieri... diamoci da fare!...

 

Fabrizio Zani

 

 
Risposta di un africano a padre Zanotelli PDF Stampa E-mail

1 Agosto 2017

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Da Comedonchisciotte del 30-7-2017 N.d.d.)

 

 “Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa.” Inizia così la LETTERA del profondo conoscitore dell’Africa padre Alex Zanotelli, nella quale, senza ritegno alcuno, chiede di “rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne.” Ma i mainstream media parlano fin troppo dell’Africa anche a sproposito. Come hanno sempre fatto continuano a diffamare ancor di più l’Africa e gli africani. Tutte le narrazioni che una grossa fetta del giornalismo ha prodotto negli ultimi decenni sull’Africa e sugli africani straripano di stereotipi al limite della xenofobia e del ridicolo. L’attempato canuto elenca una serie di “è inaccettabile” per descrivere la drammatica situazione in cui versano tanti Stati africani e lo fa, ovviamente, puntando il suo dito accusatorio sugli africani stessi. Praticamente è come se si accusassero i Sioux o gli Apache della drammatica situazione che si è creata nel Nord America. La sua elencazione inizia con: “È inaccettabile il silenzio sul Sudan retto da un regime dittatoriale…” dando l’idea di non essere ancora soddisfatto della sua suddivisione in due Stati. Forse vorrebbe farlo ancora a pezzi, oltre al Sud Sudan facciamo anche quello Est e quello Ovest? In fondo, Divide et impera è sempre stata una strategia usata dai colonialisti che hanno stravolto i confini nazionali africani per innescare guerre interetniche.

 

Non risparmia nemmeno il paese che crede nell’autosostentamento o self reliance, il paese che rifiuta di offrire un solo ettaro della sua terra al fenomeno del Land grabbing praticato in Africa dalle multinazionali, il paese che ha rispedito a casa tutte le ONG e rifiuta gli aiuti umanitari considerati l’oppio della popolazione africana. “È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo…”  Questa dichiarazione è la menzogna più evidente di tutta la sua lettera, una frottola che poteva anche risparmiarsi. Ai giornalisti italiani si può dir di tutto tranne che siano mai rimasti in silenzio sull’Eritrea. Lui mente sapendo di mentire perché da tanti anni esiste una sistematica demonizzazione mediatica dell’occidente nei confronti del Paese descritto come “l’inferno sulla terra”, “la Corea del Nord africana”, “una prigione a cielo aperto”, ecc. L’unica cosa che gli rimane da dire ancora sarebbe che gli eritrei mangiano i bambini! Padre Alex è convinto che i leader africani che osano negare l’accesso al loro paese ai neocolonialisti, evitando così di farsi derubare, siano da annoverare come i peggiori dittatori di questo mondo. Quello eritreo è un regime oppressivo forse perché l’unico in Africa a non volere più gli aiuti umanitari occidentali? In effetti questa cosa rende automaticamente tutti quelli come Alex delle persone inutili. Lo so che è difficile digerirlo per quelli come lui che vanno in giro con l’aureola in testa ma, volenti o nolenti, l’Eritrea diventerà un esempio per l’Africa perché insegnerà agli altri Stati africani che si può vivere senza mendicare aiuti umanitari. Solo quando questa filosofia, germogliata in Eritrea, attecchirà e radicherà in tutto il continente africano tutta l’Africa si salverà e allora lui e tutti i suoi compari dovranno tornarsene a casa loro. […]

 

L’Eritrea è spesso stata la fonte di tante bufale per quegli stessi giornali che oggi lei rimprovera di non scrivere abbastanza menzogne. Trovo che non sia affatto onesto da parte sua, eppure il suo abito talare le imporrebbe di perseguire la verità cristiana, blaterare dei giovani eritrei in fuga verso l’Europa senza approfondirne il vero motivo, la sua vera causa, la sua radice. Non diventerà certo un santo per aver volutamente ignorato, o peggio omesso, che i ragazzi eritrei vengono in Europa perché gli viene promesso il paradiso con il welfare nord europeo, del resto il loro Paese sotto sanzioni USA non offre occupazione a volontà e la sua economia è ancora da post guerra quarantennale. Il loro è un paese che non gli offre sicurezza in quanto la minaccia di invasione etiopica è annuale come la stagione delle piogge, i raid militari etiopici sono frequenti, ancora ci sono territori eritrei sotto occupazione nonostante il verdetto dell’EEBC. Perché la fuga dei giovani eritrei è un progetto USA come ammesso anche dallo stesso presidente Obama per facilitare il suo alleato numero uno in Africa, l’Etiopia, che mira allo sbocco sul Mar Rosso. E per convincere i ragazzi eritrei a lasciare il loro paese li hanno attirati con le allettanti promesse di distribuzione di visti per l’America, promesse fatte nei campi rifugiati etiopici, campi dell’UNHCR gestiti da ARRA, un’agenzia di intelligence del regime etiopico. Come sappiamo l’UNHCR è finanziato dallo State Department americano per costruire in Etiopia vicino al confine con l’Eritrea altri campi rifugiati con l’intenzione di svuotare il Paese dei suoi giovani. Perciò Santissimo Alex, se lei vuole davvero fermare questa “invasione degli eritrei” sulle sue coste provi a convincere l’Europa, paese garante degli accordi di Algeri, ad intimare all’Etiopia il rispetto del diritto internazionale ed abbandonare i territori sovrani eritrei. Questi problemi sono alla radice della sua imbarazzante e superficiale analisi: “con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa”. Stia pur certo che il fenomeno migratorio eritreo diminuirà drasticamente una volta risolte le sue cause e vedrà anche il ritorno a casa di una miriade di persone perché in tanti si sono già stufati dell’accoglienza italiana stile mafia capitale che ha arricchito persino le strutture religiose. Ma è sintomatico il suo punto di vista sull’Africa perché esaminando il resto della sua lettera ho notato un uso eccessivo di termini negativi per descrivere il continente africano, sentenze definitive e previsioni quasi apocalittiche senza speranza alcuna: “la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati”, “ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga”, “un regime dittatoriale in guerra contro il popolo”, “il popolo martire dell’Africa”, “in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni”, “uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa”, “dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai, potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera”, “situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti”. Eppure, io sono convinto che l’Africa sia diversa da come la racconta il bianco Alex. L’Africa è un continente di gente ospitale che si indebita per offrirti cibo, di persone umili che vivono alla giornata, di bambini che sorridono con sguardi innocenti, di popoli con valori autentici e bellissime tradizioni millenarie.  L’Africa è ricca, così ricca che potrebbe sfamare tutti gli africani anche se il numero dei suoi abitanti dovesse quintuplicare. L’Africa non è stupida e ha imparato che non può continuare a mendicare un chilo di farina in cambio di un chilo d’oro. Ma forse lo scopo di questa sua lettera è quello di tornare protagonista della scena mediatica per sentirsi ancora il salvatore di un intero continente e per avere più visibilità agli occhi dei suoi ignari concittadini e raccogliere da loro l’ennesima beneficenza e, siccome viviamo in un’epoca in cui per mettersi la coscienza a posto basta donare 2 euro con un sms, il santissimo Alex si incaricherà lui stesso di distribuire i soldi degli italiani agli africani più bisognosi e quindi restare sul trono africano vita natural durante. In passato si è visto come venivano distribuiti quegli aiuti umanitari in terra africana, creavano un bacino clientelare, un piccolo gruppo di fedeli all’interno del quale si praticavano il ricatto ed il baratto, in cambio di un chilo di latte in polvere si pretendeva l’anima o la verginità. Quando nell’Eritrea liberata il governo laico eritreo ha deciso di controllare gli “aiuti umanitari” gestiti dai soliti missionari è stato subito chiaro che questi si sarebbero quantomeno irritati. A quanto sembra, anche padre Alex non ha mai digerito questa fastidiosa ingerenza governativa perciò quando egli scrive di Africa la bile gli si contrae e lo stomaco gli provoca degli spasmi che gli offuscano la mente e gli impediscono di esprimere giudizi sereni ed obiettivi. Per me, la sua lettera non è altro che il delirio di onnipotenza di un missionario colonialista convinto di essere l’unico africanista con l’aureola in testa rimasto in vita su questo pianeta. Uno che ha vissuto l’intera sua vita nel continente africano con il pretesto di fare del bene. E mi chiedo, cosa ha prodotto la sua presenza cinquantennale in Africa? A cosa è servito il suo lavoro, cosa ha migliorato? Che cosa ha risolto? Nulla ha risolto, anzi ha creato dipendenza! Può forse uno spacciatore aiutare le sue vittime ad uscire dalla droga? No, credo proprio di no.

 

A quanto pare il destino dell’Africa continua con lo stesso trend anche ai nostri tempi, il colonialismo del passato si è trasformato in neo colonialismo. Nulla è cambiato, i predatori del passato sono ritornati indossando altre vesti e i missionari come Alex Zanotelli forniscono informazioni, dati, statistiche, numeri, coordinate geografiche e quant’altro alle potenze colonizzatrici. In breve sono finiti per diventare gli informatori del neo colonialismo. In passato erano proprio i missionari, con fucile a tracolla ed una bibbia in mano, a guidare le carovane dei predatori e mentre questi compivano le razzie loro evangelizzavano i “barbari” distraendoli con qualche nuova preghiera da recitare a memoria. In Eritrea, per esempio, fu il lazzarista Giuseppe Sapeto a favorire la penetrazione italiana nel Mar Rosso dando così il via alla sua colonizzazione. “Facciamo qualcosa per l’Africa” scrive padre Alex e come africano vorrei replicargli e suggerirgli che la scelta migliore per il continente africano sarebbe quella di essere lasciato in pace e da solo, ossia di essere completamente abbandonato al suo destino. Lo so che sembra un azzardo ma l’Africa deve farcela da sola. Deve poter iniziare a camminare con le proprie gambe. E se lui avesse veramente a cuore le sorti di quel continente che l’ha nutrito di fama e di gloria per un intero mezzo secolo, non fosse altro che per una sorta di gratitudine, se ne dovrebbe tornare nella sua terra natia a chiudersi in un convento a coltivare l’orto e al tramonto praticare l’autoflagellazione col cilicio come penitenza per i suoi peccati di tipo narcisistico. […] Personalmente, lei per me resterà sempre uno di quelli che Jomo Kenyatta ai suoi tempi aveva ben inquadrato: “Quando i missionari vennero in Africa loro avevano la Bibbia e noi avevamo la terra. Dissero: Preghiamo e noi chiudemmo gli occhi. Quando li riaprimmo, noi avevamo la Bibbia e loro avevano la terra.”

 

Daniel Wedikorbaria

 

 
Insetti contro il parabrezza PDF Stampa E-mail

30 Luglio 2017

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Da Comedonchisciotte del 29-7-2017 (N.d.d.)

 

Alta tensione tra Macron, le nouvel empereur e Gentiloni, carismatico come una sogliola lessa, sul caso Fincantieri, ma anche su quell’annuncio della Francia, poi smentito, di creare dei centri hotspot in Libia. Pier Carlo Padoan si stupisce della «sfiducia verso Italia» nella trattativa tra Fincantieri e Stx da parte del nuovo presidente, ma forse dimentica di dire che l’Italia fa parte dei Paesi PIGS, quindi una vera e propria triplice colonia, degli USA, che l’hanno colonizzata dal dopoguerra, dell’UE che l’ha assoggettata da Maastricht, e dalle lobbies transatlantiche globaliste, che hanno deciso di farne un grande hotspot a cielo aperto. Il muro contro muro è concreto, infatti la Francia ha di fatto nazionalizzato i cantieri francesi di Saint Nazaire, anche se Macron ha poi tentato di ricucire con il prode Gentiloni, che a sua volta aveva salutato la sua ascesa all’Eliseo con grande entusiasmo «Evviva #Macron Presidente! Una speranza si aggira per l’Europa!».

 

Così anche la nostra cantieristica navale affonda sul piano finanziario. Dopo essere stata quotata in Borsa, l’azienda pubblica, gioiello nella costruzione delle navi, ha dovuto pagare il prezzo della sua solidità industriale, ed ora il governo francese chiarisce che libero mercato e libera concorrenza vengono dopo le gerarchie imperiali tra gli stati. Ma non era un turbo-liberista? L’operazione Fincantieri-Stx è nata sotto due governi deboli, quello di Renzi e quello di Hollande, giunto a fine corsa, poi i rapporti di forza sono cambiati e hanno determinato la crisi. Diventa così evidente che l’Italia è uno stato vassallo, mentre la Francia è un paese colonialista, quindi le colonie devono vendere, mentre l’acquisto spetta solo ai colonizzatori. L’intrepido Gentiloni potrebbe a questo punto ri-nazionalizzarla, ma cosa aspettarsi dal signor Nessuno in ambito europeo, che governa sempre più ingobbito verso le oligarchie mondialiste, che esce dal suo guscio di lumacone solo per svendere i gioielli italiani, Alitalia, Ilva, Banche? Hanno un bel da starnazzare Padoan e Calenda che «nazionalismo e protezionismo non sono basi accettabili su cui regolare i rapporti tra due grandi paesi europei». Non si comprende come sia possibile che la società Stx fosse prima controllata al 66% dalla Corea e ora invece non possa avere una maggioranza italiana … «Attendiamo la proposta che ora ci faranno i francesi», dicono i due ministri, ma certo, l’impegno di quasi 80 milioni messo da Fincantieri, società pubblica, si spiega solo se si crea un gruppo a guida italiana in grado di confrontarsi nel difficile scenario internazionale della cantieristica. Macron il nuovo gattopardo europeo, globalista, liberista, protezionista, tutto e il suo contrario, sta sempre dalla parte degli interessi della nazione, ruba la scena allo stesso Trump durante il G-20, ed ora ruba la scena e i miliardi all’Italia. Dopo l’incontro organizzato a Parigi tra Fayez Al Sarraj e Khalifa Haftar, prosegue nel suo disegno: scalzare l’Italia nella gestione della crisi migratoria e presentarsi all’UE come l’attore capace di raggiungere l’obiettivo che Roma ha finora mancato. Così dopo aver convocato per primo l’uno di fronte l’altro il capo del governo di Tripoli e il capo delle milizie fedeli a Tobruk, rilancia l’idea «di creare hotspot in Libia per evitare alle persone di assumere dei rischi folli quando non hanno alcun titolo per ottenere l’asilo, andremo a cercare direttamente le persone. Conto di farlo a partire da quest’estate, con o senza l’Europa». Ma la replica del premier italiano rimbalza nel vuoto: «La sfida non può essere lasciata ai singoli Paesi, serve un impegno comune». Insomma, falsi incidenti diplomatici, per mascherare l’assoluta dipendenza politica del governo italiano nei confronti del potere eurista e globalista. Infatti la stessa Commissione europea ha tenuto a sottolineare come l’ipotesi di trattare le richieste d’asilo nei Paesi terzi non sia proprio in agenda, si lavora invece ad un nuovo schema di trasferimenti in Europa (vedi Italia) di 40mila profughi da Libia e Paesi vicini, con un finanziamento dell’Ue da 40milioni. La «bomba» Macron è esplosa con dichiarazioni molto simili a quelle a cui ci hanno ormai abituato i falchi europei come il premier ungherese Viktor Orban, o il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz, ma abbastanza improbabile per un leader come Macron, così allineato alla cancelliera Angela Merkel nel rilancio del progetto dell’Unione. E mentre Calderoli esulta ricordando che gli hotspot in Libia sono la soluzione predicata dal Carroccio da anni, il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha avvertito: «Non si può andare avanti con battute improvvisate. Ora anche la Francia. I campi là devono essere gestiti dalle organizzazioni internazionali come l’Unhcr». Ovvero, quelli a cui sta lavorando l’Ue. Però anche lui aveva salutato la vittoria del nuovo presidente con entusiasmo. Quindi siamo in competizione con la Libia per la costruzione degli hotspot, e non con la Francia per la nazionalizzazione di gioielli industriali, non possiamo comprare i cantieri dei paesi che comandano nella UE, ma dobbiamo fare i lager per i migranti che gli altri respingono … del resto siamo i popoli del Sud Europa, i popoli maiali, quelli che secondo il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijesselbloem, sono in crisi perché hanno speso i soldi in vino e donne.

 

L’Unione Europea è un organismo colonialista, e l’Italia, assieme a tutti gli altri PIGS, sta dalla parte dei valvassini. Il nostro compito sembra essere quello di fare da guardiani alle frontiere altrui. Macron poi con la mossa cantieristica sta cercando di ottenere un ampio controllo delle forniture energetiche al nostro paese, un’arma potentissima che Parigi potrà usare contro Roma in qualsiasi futura crisi diplomatica. Senza dubbio sta cercando di diventare il referente europeo per la Libia, in grado di garantire, a differenza dell’Italia, forniture militari, assistenza nel settore petrolifero, copertura diplomatica in sede di Nazioni Unite grazie al diritto di veto. Però la Libia rimane per l’Italia una nazione dove ancora possiamo gestire direttamente vastissimi giacimenti di gas e petrolio (ENI), la Libia è connessa all’Italia da linee di trasporto per le materie prime energetiche, che collegano Tripoli alla Sicilia. Se il nuovo governo libico diventasse filofrancese, potrebbe revocare le concessioni ad Eni e nazionalizzare le infrastrutture petrolifere, per poi affidarne la gestione tecnica ai francesi. Se così accadesse la Francia, che già è uno dei nostri principali fornitori di energia elettrica, prodotta dalle sue centrali nucleari, diventerebbe nostro fornitore anche per la componente Oil&Gas. Parigi sta boicottando le eventuali armi strategiche italiane, e i cantieri navali di St. Nazaire lo sono diventati, infatti solo da quando l’italiana Fincantieri si stava apprestando a prenderne il controllo, il governo francese aveva chiesto di non superare il 50% nella quota di proprietà. Al contrario nel 2016 era stata Fincantieri a piazzare un colpo vincente ai francesi, quando aveva soffiato la commessa del Qatar, che prevedeva la creazione di un’intera marina per l’Emirato del deserto petrolifero. Significato un assegno iniziale da cinque miliardi diviso tra Fincantieri e Leonardo, entrambe nelle mani del Tesoro, e lavoro per diecimila persone. Ogni cosa doveva essere prodotta in Liguria, e la vendita di navi voleva dire imporre al cliente l’intera dotazione di radar e armi. All’Eliseo avevano fatto buon viso a cattivo gioco, ma ora si è aperta la corsa agli armamenti e i francesi sembrano aver sete di vendetta, perché ci sono di mezzo 40 miliardi di commesse militari. Il vento è cambiato, al timone c’è Macron, ambizioso e spregiudicato, mentre a Palazzo Chigi si naviga a vista.

 

L’intesa tra Macron e Merkel per la costruzione di un superjet da combattimento e di droni militari potrebbe addirittura abbattere il futuro dell’industria aeronautica italiana, retrocessa a mero assemblatore di pezzi del programma statunitense F-35. Fondamentale la capacità dello Stato di siglare alleanze e contare a livello internazionale, uno scenario che non lascia alternative all’Italia. Ma la Libia è troppo importante per la geopolitica italiana. Con la caduta di Gheddafi nel 2011 è stato perso il controllo delle risorse energetiche, sono sfumati miliardi di euro di contratti (50 miliardi di dollari in 20 anni) e la sponda Sud è diventata il trampolino di lancio dei migranti. L’Italia ha bombardato il Colonnello, mentre la Nato aveva inserito tra i bersagli da colpire anche i terminali dell’Eni. Non c’è dubbio che Gran Bretagna, Francia e USA in Libia abbiano scatenato il caos. «Follow the money and the oil», ovvero segui dove si dirigono denaro e petrolio: è una ricetta utile per capire il Medio Oriente. L’offensiva poi del maresciallo Haftar nella Mezzaluna petrolifera ha restituito peso politico a Tobruk, quindi solo rimettendo sullo stesso piano Tobruk e Tripoli si poteva arrivare a un’intesa che inevitabilmente ruota intorno al petrolio e al controllo del LIA (Libyan Investment Authority), il fondo sovrano con 67 miliardi di dollari di investimenti (tra cui quote Eni e Unicredit). «Sometimes you’re the windshield, sometimes you’re the bug», a volte sei il parabrezza a volte sei l’insetto, cantava Mark Knopfler … giusto per restare in sintonia con la litania del regresso.

 

Rosanna Spadini

 

 
Aspettando Taricco PDF Stampa E-mail

28 Luglio 2017

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Da Appelloalpopolo del 25-7-2017 (N.d.d.)

 

Dopo il referendum sull’uscita dall’Unione europea della Gran Bretagna e quello sulla riforma della seconda parte della nostra Costituzione, era prevedibile che sarebbe iniziata la stagione dell’attacco ai principi fondamentali della Costituzione; ultimo vero ostacolo all’integrale assoggettamento dell’Italia al liberalismo. In un articolo di Angelo Panebianco pubblicato sul “Corriere della sera” – “antico complice” dei capitalisti stranieri – si invoca la necessità di una modifica dei principi fondamentali della Costituzione. Ancora è fresca nella memoria l’oculata opera di preparazione dell’avvento di Mario Monti da parte della stampa nazionale perché sfugga il fine dell’editoriale. Sostiene, Panebianco, che la disputa sulla flat tax dovrebbe fornire lo spunto per rimettere in discussione la prima parte della Costituzione nella quale sono elencati i principi fondamentali del nostro modello costituzionale. L’articolo contiene un attacco a quelle “clausole di eternità”, come Haberle definiva le garanzie a tutela dell’identità dello Stato costituzionale – l’attacco alle quali legittima l’esercizio dell’ ‘ultimo’ dei diritti fondamentali del cittadino: il diritto di resistenza, che rimane integro rispetto a tutti gli altri diritti calpestati dal colpo di Stato avvenuto o in fieri.

 

È di alcuni giorni fa la notizia delle conclusioni rassegnate dall’Avvocato generale della Corte di Giustizia nell’ambito della questione pregiudiziale rimessa dalla Corte costituzionale alla Corte di Giustizia sul caso Taricco. La vicenda è complessa e qui non mette conto di esaminarla compiutamente ma si vuole solo fare presente che la questione si preannuncia di straordinaria importanza per gli sviluppi dei rapporti tra gli ordinamenti europeo e nazionale. Nel 2015 la Corte di Giustizia ha dichiarato che la disciplina degli atti interruttivi della prescrizione dei reati prevista dal codice penale italiano non offre adeguata tutela agli interessi finanziari dell’Unione in caso di frodi penalmente rilevanti relative all’IVA (l’imposta sul valore aggiunto è una forma di tassazione armonizzata e l’Unione Europea ha interesse al gettito riveniente da questa tassa per finanziare parte del proprio bilancio) e ha quindi ordinato ai giudici nazionali di disapplicare gli articoli 160 e 160 del codice penale italiano in quanto in contrasto con l’articolo 325 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. L’esecuzione di questa sentenza nel nostro ordinamento pone questioni di non trascurabile momento, in quanto ottemperare al dictum della Corte di Giustizia vorrebbe dire applicare retroattivamente un trattamento penale più sfavorevole al reo, introdotto da una sentenza e non da una legge. Emerge con chiarezza il contrasto con i principi costituzionali di legalità della pena e dell’irretroattività della legge penale codificati dall’art. 25, comma 2, della Costituzione (nella nostra tradizione giuridica la prescrizione ha una connotazione sostanziale, non processuale, incidendo sulla punibilità del reo ma questo non è rilevante ai fini del nostro discorso). La Corte Costituzionale, investita della questione dalla Corte di Cassazione e dalla Corte d’Appello di Milano, ha rimesso la questione alla Corte di Giustizia per chiedere lumi sull’interpretazione da dare alla sentenza Taricco. Nell’ordinanza di rimessione la Corte Costituzionale ha chiaramente fatto presente che, nel caso in cui la Corte di Giustizia dovesse mantenere la propria interpretazione dell’articolo 325 TFUE in termini identici a quelli formulati nella sentenza Taricco, essa potrebbe dichiarare la legge nazionale di ratifica e di esecuzione del Trattato di Lisbona – nei limiti in cui essa ratifica e dà esecuzione all’articolo 325 TFUE – contraria ai principi supremi del suo ordinamento costituzionale, esimendo così i giudici nazionali dall’obbligo di conformarsi alla sentenza Taricco. Si tratta della prima volta in cui la Corte Costituzionale reagisce con fierezza all’ennesima manifestazione del “rispetto delle tradizioni costituzionali” altrui da parte delle Autorità europee minacciando espressamente l’applicazione dei “controlimiti” ossia i limiti alla prevalenza del diritto europeo sulla Costituzione. Qui non viene in rilevo la discutibile disciplina di diritto interno sugli atti interruttivi quanto il rispetto di fondamentali garanzie che la Costituzioni prevede e che l’Unione europea mette in discussione in un gigantesco processo di regresso economico sociale etico e politico, mascherato da progresso. Non crediamo che questa vicenda servirà a far comprendere meglio la reale natura del processo di integrazione in corso a chi ha da tempo pervicacemente scelto di credere alle “magnifiche sorti e progressive” dell’Unione europea. La capacità di fascinazione esercitata dal liberalismo basata sulla parola “libertà” in esso contenuta – un ottimo esempio di come il marketing sia sempre, inesorabilmente, una fregatura – non lascia scampo. Siamo in una fase nuova del processo di integrazione europea e, come sempre, la stampa indica in quale direzione tira il vento. Fa sorridere, in un contesto così violento e brutale, chi ancora si attarda nella ricerca dei modelli econometrici che dovrebbero dimostrare empiricamente quale sia il sistema migliore; chi vorrebbe scegliere tra Costituzione fondata sul lavoro e Trattati fondati sulla stabilità dei prezzi in base al sistema che garantisce la migliore allocazione delle risorse. Bisogna tollerare l’altrui opinione, anche quella di chi, dopo aver legittimato lo scempio dello Stato sociale dicendo di fare presto, vuole ora cambiare i principi fondamentali della nostra Costituzione. Ma già Marcuse ammoniva sul finire degli anni 60 del secolo scorso che la forma attuale della tolleranza non è altro che un mascheramento della repressione (alludo al noto saggio del filosofo tedesco “La forma attuale della tolleranza: un mascheramento della repressione”, inserito nel celebre libro “Critica della tolleranza” di Wolff, Moore e, appunto, Marcuse). In una situazione come quella attuale è chiaro che la tolleranza ha una precisa funzione repressiva, essa non è altro che un’ipocrita maschera “per coprire realtà politiche spaventose”. […]

 

Stefano Rosati

 

 
Avvoltoi PDF Stampa E-mail

26 Luglio 2017

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Da Comedonchisciotte del 10-7-2017 (N.d.d.)

 

Il 2 di Luglio è morto, in Norvegia, Rike Geerd Hamer, il medico divenuto famoso per la Nuova Medicina Tedesca, che ha avuto – come tutte le scoperte – amanti appassionati e tremendi detrattori. Ma passi: si sa che così va il mondo. Hamer era anche il padre di Dirk, che nel 1978 fu ucciso con una fucilata da un pazzo, al largo dell’isola di Cavallo, in Corsica. Quel pazzo fu ed è Vittorio Emanuele di Savoia, il quale la fece franca grazie alle sue amicizie ed alle balle che raccontò alla corte di Parigi: lui stesso lo ammise, mentre era in carcere, al compagno di cella – che il giudice Woodcock gli aveva “associato” apposta, perché rivelasse qualcosa del giro di prostituzione del quale era accusato. Il padre e la madre di Dirk (entrambi medici) s’ammalarono di cancro e la madre morì. Ma non è questa la vicenda centrale dell’articolo, perché subito – a cadavere ancora caldo, potremmo dire – c’è chi si getta sulle spoglie proprio come un avvoltoio, ed ha il coraggio di titolare l’articolo “Hamer è morto, ma gli avvoltoi come lui no”. 

 

Ora, che il Fatto Quotidiano sia diventato merce per allocchi, l’abbiamo capito: molto è cambiato da quando il giornale fu fondato, e la qualità degli articoli è sempre peggiore. Non ipotizziamo quali lobbies lo conducano – o se se le fanno da soli – ma pubblicare un articolo del genere fa pensare ad una mente malata, perché quando una persona – diciamo “controversa” – muore si fa un bilancio: si può anche essere duri con lui, ma ricordiamoci cosa ha passato quell’uomo: si è visto ammazzare il figlio sotto i suoi occhi, ed ha vissuto tutta l’odissea giudiziaria nella quale, già si sapeva, il Vittorio doveva uscire pulito, se non altro per questioni diplomatiche (e d’amicizie occulte). Sentite come lo tratta Salvo di Grazia, un ginecologo siciliano che lavora a Treviso.

 

È morto in Norvegia, dove era latitante, Rike Geerd Hamer. Un nome che a tanti non dirà nulla ma che, in realtà, ha cambiato (tragicamente) la vita di molti. Hamer era un medico, anzi un ex medico, che dall’inizio della sua carriera dimostrò egocentrismo e tendenza alla truffa. Brevettò degli strumenti chirurgici che poi si rivelarono pericolosi, chiedeva soldi agli amici che non restituiva e mentiva sulle sue credenziali. Finché un giorno fu protagonista di una tragedia. Il figlio Dirk fu ucciso da una fucilata in un fatto che poi si mescolò al gossip estivo avendo come protagonista Vittorio Emanuele di Savoia, della famiglia reale italiana. Questo evento distrusse definitivamente la sua psiche già debole e lo fece impazzire. Iniziò a delirare, riservando alla memoria del figlio una devozione maniacale. Un giorno raccontò che Dirk gli apparve in sogno svelandogli una nuova cura misteriosa. […]

 

Ora, sia chiaro, non ho nessun motivo per difendere Hamer: non sono medico, né ho avuto il cancro (incrociamo le dita) e quindi limito la mia critica alla deontologia professionale del giornalista, della quale il dottor Di Grazia pare non conoscere nemmeno le note più salienti. Nemmeno la chiave che c’è all’inizio della partitura. Di fronte ad una teoria che non si considera valida, in ambito scientifico, si contrappone una tesi che la invalida: questo secondo Popper, oppure la si brucia sul rogo nel nome di un sapere più vasto ed esoterico, del quale si detengono le chiavi. La conoscenza medica, il suo dibattito, va avanti per tesi ed antitesi, provate sperimentalmente: non ho difficoltà a credere che gli insuccessi di Hamer siano reali e certificati dalla pratica medica, non per questo, però, affermo che Hamer sia stato un ciarlatano. Come potrà notare, dottor Di Grazia, “volo alto” sui mille e mille congressi pagati ai medici dalle case farmaceutiche, “volo alto” sul fatto (provato da sentenze) che un Ispettore Generale del farmaco – a libro paga del Ministero della Sanità, tale Duilio Poggiolini – si fosse arricchito al punto di dover nascondere i lingotti d’oro nei divani di casa. E che oggi, gli stessi “ispettori” del farmaco – diventati 20 a causa della riforma regionale – siano considerati (non lo dico io, è attualità del dibattito politico) come una delle ragioni del dissesto finanziario regionale. E la smetto subito di “volar alto”, perché quella “altitudine” mi provoca vertigini, dovute al voltastomaco. Di Hamer posso dirle poco: mi ha impietosito – ricorda la pietas di cristiana memoria? – la sua vicenda umana…sotto l’aspetto professionale ho poco da dire, perché non sono in grado di valutare (ovviamente) la sua pratica medica. Però, come fa una persona curiosa qualunque (e così recita la deontologia professionale di un giornalista), ho cercato documentazione. Hamer ha coniato le “5 nuove leggi della biologia”, capisaldi della sua teoria della Nuova Medicina Germanica. Mi ha colpito, come semplice osservatore, la prima: le altre – più attinenti a questioni mediche più complesse – eviterò di toccarle. “Prima legge (“La regola ferrea”): le gravi malattie hanno origine da un evento di shock o trauma psicologico (“sindrome di Dirk Hamer”) che viene vissuta dall’individuo come acuto e drammatico. Il contenuto del conflitto psicologico determina la posizione della comparsa di un focolaio di attività nel cervello che può essere visto in una TAC come una serie di anelli concentrici, detta “focolaio di Hamer”, che corrisponderebbe alla posizione della malattia nel corpo. Lo sviluppo successivo del conflitto determina ulteriori cambiamenti. Hamer sostiene che i focolai siano spesso scambiati per lesioni cerebrali o tumori del cervello.” Io non so, ovviamente, dare un giudizio su quanto afferma Hamer, però – semplice ragionamento logico – mi sono chiesto se la malattia possa avere un’origine psichica. Molti affermano che c’è un legame fra la “salute” mentale e quella del corpo. I Latini usavano dire “mens sana in corpore sano”, e qui finisco. Altra curiosità che mi è venuta, è stata: è così approfondita la nostra conoscenza della psiche? La Psichiatria, lei m’insegna, ha poco più di un secolo di vita, almeno sotto l’aspetto scientifico. Il motivo? Prima c’erano “umori” e demoni, e a nessuno passava per la mente d’andare ad indagare la psiche umana: faceva caldo, sul rogo faceva un caldo infernale. Nomen omen. Può darsi che Hamer abbia avuto un’intuizione, un’intuizione e basta. Il suo errore, se errore è, è stato quello di credere d’aver raggiunto una teoria mentre le molte sperimentazioni dall’esito infausto indicano il contrario. D’altro canto, la storia della pratica medica è zeppa di questi errori: lo sa, vero, che un tempo curavano la sifilide col Bismuto? Ed i preparati mercuriali, dei quali la pratica medica s’è nutrita per secoli? Oggi si ammette la malattia psicosomatica: la colite d’origine nervosa e molti dolori dell’apparato gastrointestinale. Molti sono stati i precursori inascoltati: Michel de Notre Dame, medico della regina di Francia Caterina de’ Medici, si sgolò e scrisse libri per affermare che la peste bubbonica era trasmessa dalle pulci dei topi, e quindi era sul topo che bisognava agire. Pubblicò anche un trattato sulla conservazione degli alimenti (botulino?) che, all’epoca, era un problema esiziale. Ironia della vita: divenne famoso per una sorta di divertissement che chiamò Centurie, sotto lo pseudonimo di Nostradamus. E se Hamer avesse capito qualcosa sull’origine psicologica dei tumori? Io non lo so, ma non è detto che qualcuno, un giorno, non si presenti ad un congresso scientifico con prove “quadrate”, a prova d’antitesi. Le propongo un esempio: Nikola Tesla è stato un grande inventore: è il “padre” della corrente alternata, mica bazzecole. Negli ultimi anni della sua vita si raccontava che fosse andato “fuori di testa”: balbettava che fosse possibile la trasmissione della corrente elettrica senza fili, via etere. Qualcuno suggerì che gli USA avessero posto il segreto sui suoi ultimi studi, altri che era semplicemente impazzito. Io, sinceramente, non ho le competenze né le conoscenze per fornire un’opinione. Oggi, però, ulteriori ricerche ed esperienze, in Giappone, hanno consentito la trasmissione via etere di 1,8 Kwh ad una distanza di 55 metri: è poco, ma gli inizi sono sempre difficili. Chi avrebbe mai scommesso, cinquant’anni fa, che auto elettriche avrebbero attraversato gli Stati Uniti? Insomma, dottor Di Grazia – di grazia – provi la mattina a sciogliere nel caffè anche un cucchiaino di dubbi, di domande, d’incertezze. Può darsi che come medico non possa permetterselo – anch’io, da insegnante, mi fornivo da solo delle certezze che non avevo, ma questo lo richiede la pratica professionale, mi rendo conto – ma come uomo, come giornalista, lei è obbligato a farlo, pena il vomitare (mi scusi, ma non trovo altra perifrasi per definire il suo pezzo) delle insulsaggini con tanta rabbia in corpo, anche se la pratica medica (odierna) glielo suggerisce. Lo sa che la psicologia buddista tibetana si chiama Lorig? Magari c’è qualcosa da imparare da gente che ha indagato la mente per secoli: peccato, c’è solo qualche sporadica traduzione in inglese e nulla in italiano. E poi…non so cosa Hamer abbia sentenziato sugli ebrei, sul fatto che si curassero con la sua medicina in segreto e non la comunicassero al resto del mondo, per distruggere i goim. Non oso pensarlo, però il rabbino Levy Rosenbaum, arrestato dalla polizia di New York, capeggiava un’organizzazione che rapiva bambini per rivendere i reni. Siccome la fonte è sospetta (palestinese) le fornisco altre prove: quante ne vuole, sono stato il primo a scrivere, in Italia, del traffico d’organi! Il problema, grave – ripeto, non voglio entrare nelle dichiarazioni di Hamer – è che, da parte dell’estremismo sionista, la vita di un goim non vale niente. Insomma, non riesco proprio a comprendere perché un uomo tanto provato dalla vita – non deve essere stato uno scherzo vedersi ammazzare il figlio e l’assassino che la fa franca e ride sotto i baffi – debba essere crocifisso per le sue idee, anche in campo medico. I suoi pazienti furono dei creduloni? Peggio per loro: anche in questi campi, bisogna sempre mantenere vigile l’attenzione, mai assumere atteggiamenti fideisti! Come dice? Vero? Ma se il “suo” giornale non fa che difendere un movimento politico iper-fideista, spacciandolo per la “democrazia del web”! Prima di lasciarla, voglio raccontarle chi mi guarì dal mal di schiena, quando oramai m’infilavano cortisone con la pompa del benzinaio: un bravo medico, agopuntore. E non me lo consigliò lo stregone di Timbuctu: me lo dissero al rinomato Rizzoli di Bologna: stia lontano dai luoghi dove spacciano la chirurgia vertebrale come il sancta sanctorum! La saluto: domani, se è piovuto abbastanza, proverò ad andare a funghi…ah, già…secondo loro avrei già dovuto essere su una sedia a rotelle.

 

Carlo Bertani

 

 
Un impero che tramonta PDF Stampa E-mail

25 Luglio 2017

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Da Rassegna di Arianna del 13-7-2017 (N.d.d.)

 

La Cina e la Russia non usano più il dollaro americano come moneta di scambio nel loro esteso commercio energetico. La Cina ora sta facendo leva sull’Arabia Saudita per abbandonare la banconota verde anche nel mercato del petrolio. Nessuna meraviglia quindi che le politiche statunitense stiano progressivamente diventando sferzanti. Il potere globale statunitense dipende dalla sua supposta abilità economica e dalla sua forza militare. Con la sua economia in un declino a lungo termine accelerato dal dollaro traballante, i governanti USA si affidano sempre più al militarismo per mostrare il loro potere. Questa tendenza sta spingendo il mondo verso la guerra. La sfida è in qualche modo quella di guidare il mostro militare americano verso un ormeggio sicuro, evitando una guerra mondiale.

 

Il declino degli Stati Uniti è di proporzioni storiche – così come per la scomparsa di altri imperi passati – ed è dovuto al crollo imminente del sistema dei petrodollari, che negli ultimi decenni a partire dalla Seconda Guerra Mondiale ha dato agli USA dei privilegi senza precedenti. Non è un caso che l’impennata delle tensioni mondiali degli ultimi anni coincida con il momento in cui l’economia americana si trova sull’orlo del baratro. Come sappiamo, la chiave per la sopravvivenza dell’economia statunitense sta nella condizione del dollaro americano come moneta di riserva più importante del mondo. Il cosiddetto sistema dei petrodollari, quello in cui petrolio e gas, le materie prime più commercializzate al mondo, sono scambiati principalmente attraverso la moneta americana, sembra stia arrivando alla sua fine. Quel sistema, vecchio di decenni, è messo in discussione dalla crescita della Cina, della Russia, dell’India, dell’Iran e di altri paesi. Se il petrodollaro e i suoi privilegi globali sono deposti, gli Stati Uniti si trovano quindi ad affrontare un’apocalisse economica. Va detto che non c’è niente di illegittimo nello sfidare questo dominio unilaterale americano. Perché i paesi dovrebbero essere costretti a gestire i propri commerci internazionali principalmente con il dollaro americano, solo per le circostanze storiche degli anni ’70 che hanno dato origine al sistema basato sul petrodollaro? Effettivamente questo sistema funziona come una tassa mondiale che gli Stati Uniti impongono a tutte le altre nazioni in quanto costrette ad acquistare banconote americane. Forse nessun altro paese ha fatto di più di Cina e Russia per forgiare un ordine globale multilaterale. La Cina è il più grande importatore di petrolio e la Russia è il più grande esportatore di carburanti al mondo. Quando l’anno scorso hanno annunciato che il commercio del petrolio sarebbe stato da quel momento gestito nelle rispettive valute nazionali (yuan e rublo), quello sviluppo è stato il chiodo della bara del dollaro. Solo poche settimane fa, Cina e Arabia Saudita – il secondo maggior produttore di petrolio al mondo – hanno comunicato di aver dato il via a un serio negoziato per il futuro commercio di combustibile in yuan. I commentatori affermano che l’Arabia Saudita ha scarso margine in materia, visto che la Cina sta progressivamente riducendo la quota di mercato saudita con altri esportatori di petrolio, come la Russia e l’Iran. Se i Sauditi vogliono mantenere le esportazioni verso l’economia più grande del mondo, allora dovranno commerciare usando la moneta cinese, non il dollaro americano come hanno fatto sempre. Randy Martin, analista politico americano, ha affermato che la fine prevista da tempo del petrodollaro sta avvicinandosi. Il petrodollaro è in declino e di conseguenza l’intero sistema finanziario che sostiene le economie occidentali. La Cina e la Russia hanno posto le basi economiche mondiali per la nuova “Via della Seta” e per il sorgere della nuova economia eurasiatica che emargina gli Stati Uniti e il suo petrodollaro. Tutto questo fa a pezzi il dollaro e l’economia americana fin tanto che gli Stati Uniti insistono nel tentare di mantenere la missione unilaterale per la dominazione dell’economia globale. Per essere chiari: ciò che la Cina e la Russia hanno fatto con successo è disfare la base su cui si fonda l’egemonia globale statunitense.

 

Tuttavia, la fine storica del potere statunitense è piena di pericoli: il passaggio da un mondo unilaterale dominato dall’America a uno multilaterale, porterà una enorme sofferenza all’economia degli Stati Uniti. Con una montagna di debito da 20 trilioni di dollari e un’inflazione alle stelle causata dalla futura caduta del dollaro, la società americana affronta un’implosione per povertà, disoccupazione e crisi sociale. Martin conclude: Il mondo affronta di conseguenza una superpotenza globale in declino finale che ora sta manifestando le sue paure esistenziali con una smodata aggressività militare in tutto il mondo. Tutto questo si tradurrà in una seria minaccia per l’umanità nel frattempo che gli Stati Uniti lottano per un posto nella nuova economia globale multilaterale. Il sistema politico statunitense sta combattendo per la sua stessa sopravvivenza vista l’imminente fine dell’egemonia del petrodollaro. Non è un caso che la élite dominante americana stia ricorrendo al militarismo e alla guerra come soluzione per prevenire le temute turbolenze economiche. In particolare, la frequenza delle guerre guidate dagli Stati Uniti in tutto il Medio Oriente è motivata dal mantenimento dell’egemonia americana attraverso l’imposizione della forza militare. La guerra per procura in Siria è un complemento degli Stati Uniti per sottomettere quelli che sono percepiti come rivali globali, cioè Iran e Russia. Rilevante è anche il Qatar, Emirato del Golfo Persico ricco di gas, che ha aperto la strada tra gli stati arabi per sviluppare il commercio con la Cina sostituendo il dollaro con lo yuan. Il Qatar ha inoltre mantenuto relazioni relativamente amichevoli con l’Iran, con cui condivide un’enorme area offshore di gas. In mezzo a queste relazioni mondiali agitate, gli Stati Uniti stanno cercando di militarizzare il più possibile questo contesto: garantendo e prolungando i conflitti, gli Stati Uniti si posizionano per guadagnare dal commercio militare e anche dal mantenimento della sfera di influenza sulle nazioni subordinate. Soprattutto, questo è fatto, nel Medio Oriente ricco di petrolio, sotto forma di sostegno al sistema del petrodollaro. […] L’analista Randy Martin osserva: La risposta statunitense alla sua fine imminente è stata la sottoscrizione su larga scala di un’economia su base militare per l’Arabia Saudita osserva. La riprova è stato il primo viaggio all’estero che, il mese scorso, ha fatto il presidente americano Donald Trump in Arabia Saudita, per annunciare un contratto per la fornitura di armi dal valore di 350 miliardi di dollari, cioè il triplo di quanto il suo predecessore Barack Obama ha venduto all’Arabia Saudita durante gli otto anni della sua presidenza. Il corollario del militarismo americano in Medio Oriente è l’aumento delle tensioni e della possibilità di una guerra totale in Siria contro la Russia e l’Iran. […] L’emergere di un mondo multilaterale non sembra solo inevitabile ma anche auspicabile in termini della fondazione di un ordine mondiale più democratico. Un mondo unilaterale visto in ottica di egemonia statunitense è una formula per la tirannia e l’illegalità. La buona notizia è che l’egemonia statunitense si sta sgretolando. La fine del petrodollaro è il segno sintomatico di un altro impero che tramonta. Questa transizione verso un ordine mondiale più ragionevole e sostenibile è però come il negoziare una via di uscita da un campo minato. Fortunatamente, la Russia e la Cina possono avere una forza militare sufficiente per dissuadere il disperato e declinante impero americano dal tentare di spingersi verso una guerra catastrofica. Tuttavia, gli spasmi finali sono raramente eventi razionali.

 

Finian Cunningham (traduzione di Elvia Politi)

 

 
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