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"ComoditÓ" Ŕ la parola chiave PDF Stampa E-mail

14 Luglio 2018

 

Da Comedonchisciotte dell’11-7-2018 (N.d.d.)

 

Dicono che l’Italiano è scontento. A me non sembra. L’Italia brulica, certo, di uomini livorosi, che sentono l’ingiustizia sulla loro pelle, ogni giorno, e, perciò, odiano. Eppure, a parte qualche filippica e qualche travaso di bile, spesso espettorato in situazioni al limite dell’esasperazione (file negli uffici pubblici deserti di personale, mezzi pubblici soffocanti e rigurgitanti di abusivi del mezzo pubblico, traffico incandescente su raccordi e consolari), non si notano empiti di rivolta autentica. Le parole, anche le più virulente, cadono nel vuoto; e per vuoto si intende la qualità dell’incorporeo: non c’è nulla, dico: nulla, che filtri questi umori e li materializzi in un gesto assieme materiale e simbolico in grado di mettere a disagio il potere. […]

 

Il pensiero 876 di Giacomo Leopardi, questo formidabile osservatore imbevuto di classicità: “… amor di patria … si trovava in ciascun individuo … che calore in difenderla, in procurare il suo bene, in sacrificarsi per gli altri … Osservate i nostri tempi. Non solo non c’è più amor patrio, ma neanche patria. Anzi neppur famiglia. L’uomo … è tornato alla solitudine primitiva” individua con esattezza la regressione sociale in atto nel mondo moderno. E cosa significa tornare alla solitudine primitiva? Equivale a cadere nell’egoismo estremo, ovvero nel solipsismo per cui la propria individualità esaurisce il mondo e la conoscenza; oppure nello straniamento, in una sorta di autismo per cui la realtà esteriore gira a velocità impazzita e incomprensibile. L’unica via sarebbe adeguarsi … non è sempre possibile, tuttavia; per inclinazioni, gusti individuali, studi, esperienze. E allora si diviene altezzosi o misantropi; o si esiste, semplicemente, vegetando, un giorno dopo l’altro; oppure si persegue inconsciamente il proprio suicidio: i cosiddetti femminicidi, o gli omicidi-suicidi, la droga, le perversioni estreme sono tutti segni della dissoluzione infelice. E però la maggioranza è rifluita con mitezza da pecora nella nuova solitudine primitiva. Gli piace, forse. In cosa consiste la solitudine primitiva? In un edonismo a bassa tensione, ove l’individuo rinuncia di spontanea volontà (così egli crede) a qualsiasi definizione sociale e umana pregressa, rendendosi indistinto e parte di una comunità fallace; una solitudine ricca di agi (così egli crede) ove tutti i rapporti sono resi comodi dall’entità superiore capitalista e racchiusi in pochi click: rapporti di lavoro, affetti, mestieri, talenti, arte. La comodità è la parola chiave. Il divano la seconda parola chiave. “Comodamente” è avverbio decisivo dei tempi nuovi. Persino le banche divengono “amiche”. Con un click, dal proprio smartphone, comodamente seduti sul proprio divano. Di recente conio è “Easybank” o “Buddybank”: buddy, amico, anzi: amicone, l’amico del cuore, quello che non tradisce, quello da pacca sulla spalla. I mestieri e i talenti? Lo stesso. Con comodi click diventerete quello che vorrete: cantanti, ballerini, pittori, indossatrici e quant’altro. L’esperienza insegna: quello non era nessuno e adesso … a diciott’anni, è milionario … e che ci vuole a ballare così, dipingere così, cantare e suonare così … La solitudine del primitivo consiste nella placida accettazione di tali menzogne. La qualità va a picco? Non c’è problema: basta annientare il ricordo e innescare la grancassa per l’ultimo film, l’ultima canzone, l’ultimo ritrovato, l’ultimissimo spetezzo che ci propinano. Young Signorino? Va benissimo, tanto chi si ricorda più gli Area o Battisti? Fedez, da ascoltare in MP3, con cuffie da dieci euro, o auricolari da due euro, cinesi, in modo da non capire un acca di ciò che si ascolta e l’unica cosa che rimane in mente è un ritornello indegno pure dei Baci Perugina, ma buono per il tam tam. “Comodamente” si rimorchia pure, con un click. Ci sono app per invertiti, pervertiti, per scorfani, per cuori solitari. Alla fine si rimedia qualcosa, lo scannatoio è salvo … solo che rimangono esclusi tutti quei tramestii intorno all’amore in cui, incredibilmente, l’amore, di fatto, consisteva. Personalmente, alle medie inferiori, ho mandato numerosi bigliettini d’amore, per interposta persona. Le risatine delle destinatarie si sprecavano, ma che importava? Bigliettini … ma che minchia ci scrivevo? Dovevo essere pazzo. “Mi piaci, vuoi metterti con me”, simili corbellerie. Alle elementari ero innamorato di una biondina, Rossana, molto ordinata e compunta. Alla fine delle lezioni, verso l’una e mezza, alcuni di noi, fra cui il misantropo che leggete, erano assegnati al servizio di vigilanza e sfollamento: muniti di una paletta di legno bicolore (costruita da sé stessi con legno, traforo e qualche vernice rimediata non so dove) si facevano defluire con regolarità le decine di classi e sezioni della scuola. La paletta sul rosso fermava i torpedoni degli alunni; girata sul verde li autorizzava all’uscita. Io ero assegnato al pianterreno. Prima o poi sarebbe arrivata lei, con i suoi compagni vocianti. Ero felice, davvero. La giornata passava in un attimo. Prime due ore di lezione, la ricreazione! Il consueto succo di frutta: distillato dalla mia vecchia, ovviamente! Succo d’arancia! Non si potevano sprecare soldi! E una fetta biscottata! Il cornetto-al-bar-cento-lire era sbraco trimalcionesco da primavera, quando le arance finivano il proprio corso naturale, assenti i discount … Altre tre ore e, finalmente, la corvée della paletta! Me ne importava assai del mondo quando avevo lei! Da vedere per cinque secondi, o di più: quindici, venti, sulla rampa delle scale, sempre la stessa, la classe bloccata dall’implacabile rosso che esibivo con voluttà: lei, molto linda, in grembiule bianco con fiocco azzurro, la frangetta color lino sugli occhi scuri, seri e un po’ melanconici, la cartella rigida, di un elegante marrone senape … e poi il verde della paletta: e la classe defluiva, e lei arrivava nei miei pressi … e, a volte, mi guardava pure! Ditemi se questa non è felicità, provate a negarlo. […] La politica era mezza morta, ma ci si credeva ancora. Si andava a messa e si votava democristiano; si adorava il duce e si era fascisti: si odiavano i fascisti e si era comunisti. Un vago torpore prendeva, però, i gangli dell’impegno sociale. Si era tali per inerzia, o eredità paterna, non per scelta propria. Si andava alla Festa dell’Unità per mangiare, a messa per chiedere la raccomandazione al parroco, si lisciava il busto del duce perché il comandante Tal dei Tali, fascistissimo, poteva ungere le ruote dell’arruolamento. Mani Pulite avrebbe finito per schiantare su commissione gli architravi marci della Repubblica; ci si ritrovò, quindi, non più per appartenenza storica, ma schierati su fronti già decisi dal potere. Il referendum di Mariotto Segni segnò il punto massimo di abiezione politica: un bel maggioritario all’americana, pasticciato come nostro solito, eppure … I due poli, un po’ vivacizzati dalla guasconeria del Piduista Gaudente, servivano un solo padrone, ma con soluzioni, drappi e urla di singolare forza mistificatrice. E ci si scannò per vent’anni mentre il Programma andava avanti indisturbato. Gli schianti si susseguivano: Jugoslavia, Iraq … il mondo nuovo si allargava, prosperando, e il denaro si trasformava sotto i nostri occhi di italianuzzi provinciali, da mezzo in unico fine, da marchetta reale in nodo scorsoio intangibile. Drumont, l’Esecrabile: “Noi vogliamo spezzare questa feudalità nuova, così brutale, ma più codarda dell’antica, dalla feudalità dell’oro che è ben peggiore di quella del ferro. Noi vogliamo la riunione di una Camera di Giustizia che giudichi le operazioni eseguite da qui a cinquant’anni indietro dai Capi dell’Alta Banca Internazionale, e che faccia restituire alla collettività ciò che è stato rubato”. E chi la spezza più la feudalità, non più codarda, bensì melliflua e ora addirittura amica, buddy. Se penso a tutte le invettive comuniste lanciate contro gli Agnelli … Agnelli Gianni, con quello stupido orologio sul polsino, Agnelli che insidia Monica Guerritore a sedici anni, Agnelli che si lancia dal suo yacht, cazzo al vento, nelle incontaminate acque di qualche inaccessibile paradiso tropicale … Zuckerberg, invece, si compra isole intere … viene da ridere e piangere … un usuraio come Zuckerberg, in fondo un amico, uno che “comodamente” ci mette in relazione con il mondo intero titillando l’amor proprio con i like, le foto, i cani col berretto, l’umanesimo da prestidigitazione … le campagne altruiste … una feudalità amica, comoda, da pace perpetua … l’amor patrio distrutto, secondo Giacomo Leopardi, dall’amore universale … il passo l’ho citato in qualche vecchio post … non si può dire che Giacomino difettasse di preveggenza … gli mancava solo la parola: facebook … o qualcheduna consimile … ONU, NATO, UNICEF, FAO … “quando tutto il mondo fu cittadino romano, Roma non ebbe più cittadini …” ecco, ora l’ho ricordata … povero Giacomo, solitario e sperduto, a Napoli, senza amici e donne, e con quel vizio dei gelati che lo perse, letteralmente … Alberto Savinio, ovvero Andrea De Chirico, ci scrisse un bell’articolo … scandaloso … Il sorbetto di Leopardi … ove descriveva quell’anima geniale schiantata da “una leggera colite che i napoletani chiamano ‘a cacarella’…”Insinuarsi dolcemente, spossessare ciò che è sempre stato nostro, ridicolizzare il sacro, il senso … in cambio di che? Di qualche monetina, della comodità, della pace da divano … il mondo nuovo è liofilizzato, devitalizzato, bonario, pacioso … pace e bene … Si può anche confrontare il Mondiale di Calcio del 1982 con questo del 2018. Mai viste partite così lineari e senz’anima. Arbitri ineccepibili. Campioni di cartone. Pubblico folto e di inattaccabile correttezza. Un successo. Di politica non si parla: è divisiva e non fa audience: Shaqiri e Vida son stati subito rimbrottati per le loro insorgenze nazionalistiche. Il passato deve passare, del tutto. Il VAR, dal canto suo, interviene, tutto a posto, nessuno si lamenta. Di ogni ciabattata possiamo seguire tutte le angolazioni e prospettive possibili, ventiquattro mi pare. La personalità dei giocatori, il loro fegato, la loro furia atrabiliare pare essere stata risucchiata da qualche marchingegno della bontà. Rimpiango Breitner, col suo barbone da professore tedesco di filologia, il perfido Stielike, Eder, quello brasiliano, dal sinistro affilatissimo: faceva cadere, da venti metri, un paio di guanti da portiere posati sulla traversa … senza toccare la traversa … il tappo Bruno Conti da Nettuno … soprannominato MaraZico … dopo che Gentile annullò i due sudamericani … ma queste scemenze già le ho scritte … mi sa che il 1982 fu l’ultima estate perfetta che passai … con la televisione in bianco e nero … ora c’è Neymar, un’altra truffa, Mbappé, l’eroe diciannovenne delle periferie parigine … chissà se vincerà la Francia, col suo eroe negher … o l’Inghilterra, mezza proletaria e mezza immigrata, in modo da rimpolpare abbracci europeisti messi temporaneamente in dubbio dalla Brexit … Brexit oggi a un punto morto … mi toccherà tifare i leopoldini belgi? Messi, Ronaldo … pupazzetti … con quei capelli impomatati, i tatuaggi, le barbette, le sopracciglia delineate .. ma che gente è? Gente da venerare, comodamente seduti sul divano, mentre, con un click, si ordina la partita che si vuole … […]

 

L’unico tentativo di fuggire, in un mondo nuovo che non prevede scampo, è il distacco totale. Un buddismo rimodernato, che rinuncia a tutto: alla carne, anzitutto, alla convivialità, alla natura, all’arte. Un suicidio che assomiglia al primo, insomma, ma paludato con vecchi stracci. Già oggi un buon dieci per cento mi pare abbia rinunciato all’amore. In giapponese il fenomeno ha già un nome. Le passioni saranno estirpate con un click, a richiesta. Si morirà tappati in casa, vergini, gli schermi azzurrini che osservano una stanza, una vita da rampicante malaticcio: si muore, comodamente. Prevedo un nuovo lavoro: l’estrattore di salme. Nessuno rinnova più l’account dei social, o del calcio e di Rollerball; inutile aspettare che qualche vicino o parente segnali la presenza o l’assenza dell’interessato: la multinazionale, allarmata, spedisce, così, una mail automatica all’estrattore di salme che si reca al cubicolo d’alveare. Lì trova l’essere, comodamente seduto sul divano, bianchiccio, larvale, mezzo mummificato, i corn flakes in una ciotola essiccata, lo smartphone spento, nell’ultimo empito di collegamento all’Easy Bank, i visori fissi su Canal Xtreme … i costi dell’estrazione? A carico dello Stato Universale … nei corridoi silenziosi del policondominio, intanto, altri cadaveri, ancora in vita, attendono la futura estrazione … se ci fossero attori se ne potrebbe ricavare un film.

 

“Una società può nascondere per molto tempo le sue lesioni mortali mentre ormai è già morta e non le resta altro che essere seppellita”. La fin absolue du monde.

 

Alceste

 

 
Critica della meritocrazia PDF Stampa E-mail

13 Luglio 2018

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Da Rassegna di Arianna dell’11-7-2018 (N.d.d.)

 

[…] Dopo la lunga ubriacatura collettivista dell’uguaglianza forzata che intossicò la nostra giovinezza, il metronomo si è improvvisamente spostato, in ossequio al trionfo liberale, sull’enfatizzazione del merito. Nessuno dei due principi regge alla prova dei fatti concreti. Marx non propugnò mai l’uguaglianza assoluta, anzi mutuò dagli Atti degli Apostoli la celebre espressione “Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”. Il merito secondo i liberali si basa sulla glorificazione dei peggiori attacchi alla dignità delle persone, con le massime diseguaglianze economiche (le uniche care ai pretoriani del mercato misura di tutto) che vengono fatte passare per naturali. È una gigantesca giustificazione dell’ingiustizia, poiché in una società meritocratica nel senso oggi attribuito alla parola, non ottenere risultati diventa una colpa individuale. Sei tu che sei inadeguato, tu non sei capace di lottare, rispettare gli standard, competere. Il perdente nel gioco al massacro è colpevole, fatti suoi se dovrà contentarsi delle briciole o addirittura del nulla. La meritocrazia vigente, diciamolo senza paura, non è altro che la capacità, insindacabilmente decisa dall’alto, di adeguarsi al sistema dopo aver ricevuto un’istruzione strumentale a cui attenersi. Tutt’al più si tratta di un’abilità, non certo del “merito”, che è qualità intellettuale unità a preparazione, cultura, iniziativa.

 

Il principio negativo è l’ossessione di misurare, valutare, catalogare, tipica del nostro tempo e dell’ideologia dominante. Una dirigente del Forum della Meritocrazia, un organismo di cui non avvertivamo la mancanza, avverte che “misurare è sempre il punto di partenza migliore “. Questo è vero se si vuole conoscere la distanza tra due punti, il peso di qualcuno o il tasso di colesterolo. La retorica dell’oggettività dei criteri “scientifici” non funziona con le persone, a meno di selezionarle in base alla statura, al peso o al gruppo sanguigno. Non si può misurare il merito, che è una qualità, attribuendogli un punteggio, una scala di valore quantitativo. Quantità e qualità sono due insiemi indipendenti, irriducibili, come l’olio non si scioglie nell’acqua. La verità è che tutto, da qualche decennio, deve essere misurabile in termini di performance. Si tratta di una falsa retorica dell’oggettività, autorappresentata come una modalità incontestabile in quanto rapporta ogni cosa al valore di scambio, ovvero al costo. Di qui il successo del modello dei quiz a risposta multipla in tempi ristretti, i punteggi assegnati ai più fantasiosi elementi dei curricula (da compilare in un modello prestabilito, detto europeo, pena l’esclusione dalla valutazione), l’eccessiva importanza di percorsi e competenze costruite appositamente per formare un certo tipo di candidato, quello che diventerà meritevole, quindi cooptato nei posti che contano. Questo ci sembra il punto decisivo: il nuovo criterio meritocratico è in realtà assai antico. Sono meritevoli coloro che si adeguano più docilmente alla volontà del potere, alla logica dominante, al pensiero corrente. Per questo la scuola subordina il pensiero critico del sapere umanistico alla conoscenza tecno-scientifica, specializzata nel conoscere i meccanismi, ma incapace di verificare le ragioni, scoprire i risvolti, indagare i perché. Per lo stesso motivo è in atto nel mondo del lavoro una gigantesca sostituzione dei quadri più esperti con i più giovani. Spazio ai giovani è senz’altro giusto, ma l’anzianità, oltreché esperienza, oggi svalutata per la rapidità dei cambiamenti, significa(va) maggiore capacità di giudizio, soprattutto una più tenace resistenza al nuovo ordine. L’età, del resto, in un senso o nell’altro, non è un merito, ma una circostanza; Amintore Fanfani, la cui carriera fu lunghissima, sosteneva che “se uno è bischero, è bischero anche a vent’anni”. La conseguenza è la sostituzione della giustizia con l’efficienza, nonché la generalizzazione del conformismo, divenuto più che mai un merito, esattamente come l’appartenenza, familiare, politica, sindacale, a gruppi di potere, clan interni. La partita è truccata all’origine, la selezione ha regole ingiuste, tanto da far considerare meno iniquo il principio di uguaglianza. Il motivo è la fanatica riduzione di tutto alla misura, alla quantificazione orientata a ottenere omologazione, consenso acritico, cinismo nella competizione e indifferenza ai principi morali. La conclamata meritocrazia odierna altro non è che un inganno volto a riprodurre senza discussione gli scopi, le indicazioni, le metodologie del sistema di produzione e direzione vigente, fondato su obiettivi di breve termine e la riduzione della persona a risorsa umana eterodiretta da protocolli impersonali, regole e procedure prestabilite, indiscutibili, inderogabili. Tende quindi ad escludere più di prima le personalità critiche, dotate di carattere, meno facili da inquadrare negli schemi, definiti senz’altro inaffidabili, ergo privi di meriti. In tale ottica, la meritocrazia liberale è speculare al frusto egalitarismo, entrambi costruzioni ideologiche di opposti regni della quantità. Il comunismo di ieri e il liberismo di oggi restano fratelli le cui opposte polarità tendono a neutralizzarsi. La loro relazione ricorda un detto toscano: da Montelupo si vede la Capraia, Dio li fa e poi li appaia. Dovrebbe essere invece ristabilita un’antica saggezza del diritto romano accolta dal cristianesimo, suum cuique tribuere, dare a ciascuno il suo. Un principio del diritto civile applicabile ad ogni ambito di vita. Gli uomini non sono uguali, è ingiusto trattarli o valutarli alla stessa maniera; il rispetto della dignità di ciascuno impone un giudizio personalizzato, caso per caso. Poiché il merito è una qualità, non può essere ridotto a grafici, tabelle, quiz a crocette, punteggi arbitrari il cui peso è stabilito a priori in base non a un ideal-tipo, ma al profilo standard preferito dall’oligarchia per ciascun anello della catena gerarchica. Il merito è diventato la somma algebrica del valore d’uso e del valore di scambio degli esseri umani, secondo l’interesse della cupola tecnocratica. […]

 

Roberto Pecchioli

 

 
Alieni e alienati PDF Stampa E-mail

12 Luglio 2018

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Da Rassegna di Arianna del 10-7-2018 (N.d.d.)

 

Ma l’Italia, nel frattempo, dove si è cacciata? Siamo tutti concentrati, con rabbia, angoscia, curiosità e tifo acido, sul governo e l’Europa, sui migranti in mare e le magliette rosse col rolex, l’orco Salvini, il fenomeno Boeri, il livellatore Di Maio, il Renzi furioso e la sinistra rotta come un vaso di Pandora. Seguiamo ogni giorno lo spettacolo di queste contorsioni, siamo tornati a occuparci di politica come non ci accadeva ormai da tempo, ma per inveire e maledire, come se fossimo in curva sud, allo stadio, all’ultimo stadio. Ma noi, chi siamo? Dico noi, popolo, nazione, cittadinanza… Siamo agglomerati ringhiosi d’individui, masse d’asporto e magma ribollente di indignazione pubblica a uso privato. Ma non riusciamo a pensarci, a vederci, a essere un popolo, una nazione, una comunità. Anzi, mai come ora siamo uniti solo da ciò che odiamo, facciamo lega solo contro qualcuno, ma non ci sentiamo connazionali. A unirci sono i migranti e i loro impresari o frenatori; a unirci è la paura e l’odio verso chi governa o chi detiene ancora le chiavi del potere mediatico-giudiziario. A livello internazionale ci unisce più l’antipatia verso Trump e Putin o Macron e la Merkel, che la simpatia verso costoro. Ci sentiamo tutti sotto il tacco di una dittatura infame. Merdogan, per dirla in linguaggio colorito. Ma poi differiscono i colori della dittatura. Governativa. Europea. Economica. Giudiziaria. Plebea. Settaria.

 

Leggevo l’altro giorno, stupito e quasi commosso, l’appello di Ernesto Galli della Loggia ai giovani perché siano loro a rifare e ripensare l’Italia. Generosissima utopia, pensare che i giovani possano avere la premura di rifare l’Italia. Non sanno nemmeno cosa sia, non l’hanno mai conosciuta, la loro patria è il web, il loro futuro è il mondo, la loro cultura è erasmus, a essere generosi. A voler essere realisti, dobbiamo amaramente dire che l’Italia del presente è un non luogo abitato da due etnie di alieni ed una, di vecchi rancorosi. Le prime due etnie di alieni sono così costituite. Da una parte ci sono i ragazzi, estranei all’Italia per cause indipendenti dalla loro volontà, perché nessuno gliel’ha detto che sono italiani, gliel’ha spiegato, gliel’ha fatto capire con l’esempio e con la scuola. Dall’altra ci sono i migranti, che non vengono in Italia ma fuggono da casa loro, cercano non la patria di Dante ma il Bengodi, il paese della cuccagna o del benessere, che si chiama Occidente, Europa, Modernità, Televisione, e da ultimo, forse, Italia. Estranei alla nostra civiltà ma desiderosi dei nostri consumi, estranei alla nostra storia, alla nostra religione, alla nostra cultura, ma conoscitori della nostra tv e del nostro spettacolino quotidiano, più papa, ong e roba varia. La prima etnia, i giovani, è con la testa fuori dall’Italia, alcuni anche realmente, soprattutto se hanno una testa (i cosiddetti cervelli in fuga). I secondi alieni venuti da lontano, disperati, ci vedono come una piazzola di ristoro, un corridoio umanitario, un luogo in cui vestirsi, mangiare, avere il telefonino, lavorare o forse no e magari poi tentare il passaggio in altri paesi più organizzati. Oltre le due etnie di alieni, ci sono gli alienati, cioè gli autoctoni, detti italiani, che sono ormai contraddistinti dal rancore. Vivono inveendo e comunicano solo per manifestare disprezzo, odio e furore contro gli altri. L’Italia è un paese che ha una lunga consuetudine di guerra civile, di faziosità e lotte di campanile. Ma stavolta è peggio, perché i partigiani in lotta non condividono i sogni ma solo gli incubi, sono uniti dal disprezzo, congiunti dall’odio e dalla paura. Vale per tutti, non solo per i nemici che abbiamo difronte. Vale a destra come a sinistra, se serve ancora questa topografia. Vale al nord come al sud, isole incluse e perfino a Roma. Vale tra gli umanitari che odiano assai più di quanto amino, e vale per i realisti che detestano i migranti e i loro impresari molto più di quanto amino i compatrioti. Ci sono ormai fossati incolmabili o quasi, che non ci permettono più di comunicare senza insultarci a vicenda. E noi vorremmo, caro Ernesto, rifare l’Italia, ripensare l’Italia? Sì lo vogliamo, anzi lo voglio ardentemente, e qui sono costretto a parlare a titolo personale, sapendo che non sono in molti a condividere. Ma ci vuole una forza d’animo, una sublime cecità, e uno sprezzo del ridicolo, prima che del pericolo, per credere ancora in quella cosa lì chiamata Italia. L’assurdo è che ora ci accusiamo di nazionalismo e xenofobia quando siamo semmai xenofili e abbiamo sempre desiderato la patria d’altri. In un paese colonizzato dall’alto e invaso dal basso, il vero problema è l’italofobia. Non si tratta di odiare gli stranieri, ma più semplicemente di amare l’Italia e la nostra civiltà.

 

Marcello Veneziani

 

 
La favola bella Ŕ svanita PDF Stampa E-mail

11 Luglio 2018

 

Da Rassegna di Arianna dell’8-7-2018 (N.d.d.)

 

Di solito è un momento assai triste quello in cui le favole si dissolvono davanti alla cruda realtà: i bambini ci restano malissimo, ed è comprensibile. Se ne va la poesia, se ne va l’ingenuità, se ne va, almeno in parte, l’incanto del mondo. Poi bisognerà ricostruirlo, per evitare di scivolare nel cinismo. C’è un caso, tuttavia, nel quale il momento della dissoluzione delle favole è altamente positivo: quando le favole vengono costruite per ingannare e quando a bersele non sono i bambini, ma gli adulti e, magari, i popoli interi. Ed è questo il caso della Favola Bella per eccellenza, per antonomasia: la favola delle Nazioni Unite, del mondo nuovo che sorge dalle macerie del fascismo e del nazismo (e anche, trascurabile dettaglio, dai due funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki); la favola della Pace ritrovata che genera la Concordia, la Solidarietà, la Cooperazione, il Bene Comune, tutte cose le quali, a loro volta, generano il Mercato Comune Europeo e, a piccoli passi, l’Unione Europea. Un mondo dove tutti si vogliono bene, nessuno pensa più a scavalcare, a fregare, a sfruttare l’altro; dove ciascuno non pensa, né desidera, che il bene di tutti, la sicurezza di tutti, la tranquillità di tutti; dove ogni sorta di contese, di meschine rivalità, di sporchi giochi nascosti, di egoismi nazionali, sono ripudiati per sempre, e, al loro posto, subentrano la ricerca disinteressata dell’armonia universale, della cooperazione leale e della più coerente e rigorosa trasparenza diplomatica. Un mondo dove non ci sono più nemici (tranne quelli d’oltre Cortina, beninteso fino al 1990) e dove le antiche inimicizie hanno cessato, per incanto, di esistere, in un fraterno abbraccio di popoli: senza più distinzioni fra grandi e piccoli, fra ricchi e poveri, e, soprattutto, fra vincitori e vinti. Una favola più bella di così… Cominciata con il pane bianco già nell’estate del 1945, generosamente donato dai liberatori americani, e proseguita con gli aiuti del generosissimo Piano Marshall, indi illustrata dalla concessione dell’indipendenza alle ex colonie, in un clima di signorile fair-play, come nel caso dell’India, la colonia più ricca e importante di tutte, dalla quale i britannici se ne andarono senza farsi ulteriormente pregare, con lo stile di perfetti gentlemen che, come tutti sanno, da sempre li caratterizza.

 

La favola aveva cominciato ad andare in crisi già da un bel po’, e specialmente dopo la fine della Guerra fredda. Bisogna dire, peraltro, che quelli che ci avevano creduto più di tutti, o ai quali era stata rifilata in dosi più massicce, erano proprio gli italiani; gli altri popoli, probabilmente, non ci hanno mai creduto per davvero, anche se i capi di Stato e di governo, almeno a parole, ne reclamizzavano gli slogan come se ci credessero anche loro. Certo, segnali per rendersi conto che era solo una favola, ce n’erano stati anche troppi,  sin dall’inizio: dal Trattato di Parigi del 1947, che aveva trattato l’Italia da nazione vinta e umiliata, ciò che del resto si meritava; ma la cruda realtà venne coperta sotto densi strati di cortine fumogene, perché, altrimenti, sarebbe caduta l’aura ideale della quale le classi dirigenti s’erano ammantate, nel compiere la conversione di centottanta gradi dal fascismo all’antifascismo, dalla dittatura alla democrazia, dal nazionalismo all’americanismo e al suo braccio armato e ideologico, l’atlantismo. […] Ad ogni modo, nessuno sa auto-ingannarsi e auto-illudersi più e meglio degli italiani, quando ci si mettono di buona lena, cioè quando ne hanno la convenienza; perché, se non ce l’hanno, sono uno dei popoli più smaliziati e impietosamente critici al mondo, fino al limite del cinismo. Addirittura, quando finì la Guerra fredda, con la caduta del Muro di Berlino e, poi, la dissoluzione dell’Unione Sovietica, ci furono delle anime belle, ancora immerse nella dolce favola della solidarietà europea e della leale collaborazione fra le nazioni, le quali si chiesero cosa mai ci stesse ancora a fare l’Alleanza atlantica, e perché non venisse sciolta, come la logica avrebbe voluto: visto che non c’era più il nemico… Ma di un nemico, anzi, di un Nemico con la maiuscola, di una minaccia permanente ai Valori del Mondo Libero, i vincitori anglosassoni (doppiamente vincitori: della Seconda guerra mondiale nel 1945, della Guerra fredda nel 1991) avevano comunque bisogno, tanto è vero che non persero tempo a crearlo addirittura: Al Qaida, il terrorismo islamico, l’11 settembre, eccetera. Nella loro stupidità, non videro che il nemico c’era per davvero, e stava facendo passi da gigante: la Cina comunista o, piuttosto, postcomunista, con la sua economia in rapidissima ascesa. Ed ecco una serie di guerre apparentemente inspiegabili, su scenari sempre più “sbagliati” (in realtà, esattissimi), dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Libia alla Siria: sempre volute dalla coppia di ferro Stati Uniti-Gran Bretagna, e sempre con gli altri Stati europei al rimorchio, più o meno di buon grado. Per quanto riguarda l’Italia, che pure aveva partecipato a una serie di spedizioni militari “di pace”, dal Libano alla Somalia (e prima ancora nel Congo, dove alcuni nostri aviatori erano finiti mangiati vivi), è arrivato, alla fine, il momento in cui la Favola Bella si è incrinata irreparabilmente ed è andata in frantumi. Quel che non avevano insegnato agli italiani né le vicende di Trieste, fino a 1954; né la fine di Mattei, di Moro e di Craxi; né il coinvolgimento dei servizi segreti americani (e israeliani) nelle stragi degli anni di piombo, e, infine, neppure il proditorio attacco alla Libia del 2011 (che fu, a tutti gli effetti, un attacco contro l’Italia), e il successivo colpo di stato della finanza internazionale che costrinse alle dimissioni il governo Berlusconi, gli italiani lo hanno appreso, definitivamente e inequivocabilmente, dal Consiglio Europeo del 28 e 29 giugno 2018. La storia dirà che è stato allora che la Favola Bella si è dissolta e gli italiani, anche i più ingenui, e, quel che più conta, anche gli uomini di governo, peraltro legittimati da un preciso mandato popolare (ciò che non accadeva dal 2011), hanno dovuto prendere atto che di una favola si trattava; che le relazioni fra gli Stati europei avevano seguito, dopo il 1945, esattamente le stesse linee guida anteriori al 1939, con la sola differenza che le guerre non si erano più fatte con gli eserciti, ma con la finanza; che l’eterno egoismo francese, la gretta stupidità tedesca, l’astuta perfidia britannica, erano tali e quali quelle che avevano già svolto un ruolo decisivo nello scoppio dei due conflitti mondiali; che ciascuno aveva sempre seguito, e continua a seguire, il proprio egoismo nazionale, nella maniera più spudorata, all’ombra delle frasi gentili e della diplomazia fasulla di Bruxelles; e, più ancora, che gli Stati si erano trasformati in agenzie di import ed export per gli interessi finanziari delle grandi banche, a cominciare dalla Banca Centrale Europea, banca privata, privatissima (ad onta del nome), nei cui interessi non ci sono mai stati il lavoro, il benessere, le pensioni, la scuola e la tutela degli interessi dei cittadini e dei popoli europei.

 

Il primo a rendersene conto deve essere stato il nuovo capo del governo, Giuseppe Conte: una persona pulita, che non viene dai giochi di palazzo e che si è accinto al suo compito con autentico spirito di servizio verso il popolo del quale è stato chiamato a difendere gli interessi. La cosiddetta emergenza dei migranti è una di quelle congiunture croniche e semi-permanenti che consente di misurare la differenza che esiste, in Europa, fra le chiacchiere e i fatti. Che l’Italia sia stata lasciata da sola e che abbia dovuto sobbarcarsi oneri pesantissimi, questo a parole lo riconoscevano tutti; e l’hanno riconosciuto anche i due partner europei di maggior peso, Macron e Merkel, coi quali Conte, giustamente, aveva avuto degli incontri preliminari, proprio per preparare il terreno alla richiesta italiana di rivedere la Convenzione di Dublino. Ma al summit di Bruxelles del 28 e 29 giugno scorsi, anche Conte, insieme a sessanta milioni d’italiani, ha dovuto prendere atto che né Macron, né Merkel, né alcun altro, in Europa (e tanto meno gli “amici”, a cominciare da Tajani) tengono nel minimo conto le assicurazioni e le promesse verbali; che ciascuno è ferocemente preoccupato di difendere il proprio tornaconto, anche solo di bottega, come la Merkel, impegnata solo a salvaguardare il suo traballante governo; che nessuno, assolutamente nessuno, in Europa, ha mai creduto seriamente, neanche per un momento, che i problemi comuni, come le migrazioni, siano davvero comuni, fino a quando i singoli Stati trovano il modo di tutelarsi da sé, scaricando oneri e rischi su qualcun altro. Per cui il cerino in mano era stato sempre dell’Italia, la quale è vissuta, per una ventina d’anni, nella beata illusione che si trattasse di una situazione temporanea, di una contingenza destinata a finire, perché gli altri Paesi, prima o poi, si sarebbero fatti avanti e avrebbero assunto ciascuno le proprie responsabilità. Il merito di aver strappato l’ultimo velo della Favola Bella, che serviva unicamente a far passare da minchioni sessanta milioni d’italiani, è soprattutto di Matteo Salvini e della Lega. Se lui non avesse puntato i piedi sulla questione dei migranti, dei porti e soprattutto delle ONG, scoperchiando la pentola e mostrando a tutti le colossali menzogne e ipocrisie sulle quali nessuno aveva mai voluto gettare uno sguardo, la commedia sarebbe proseguita ancora, e l’Italia avrebbe continuato ad essere cornuta e mazziata. Ora, finalmente, le cose sono state mese in chiaro. Macron è solo un cinico egoista e uno spudorato mentitore: lui, che ha chiuso da un pezzo i porti francesi, viene a far la morale agli italiani, per la loro mancanza di umanità e di solidarietà verso i poveri migranti. La Merkel è un cadavere ambulante: ormai le importa solo di salvare la sua quarta poltrona di cancelliere, tutto il resto non conta, chi se ne frega dell’Europa; tanto più che la Germania, col suo colossale surplus commerciale (in barba a tutte le regole dell’Unione Europea) è il solo Stato che ci guadagna da questa Europa, ed è il solo Stato che, secondo giustizia e secondo verità, se ne dovrebbe uscire; ma ha troppa convenienza a rimanerci, per farsi pagare i conti dalla Grecia, dalla Spagna e dall’Italia. Gli inglesi, che non avevano mai cambiato la sterlina con l’euro, hanno già fatto vedere quanto importa loro dell’Europa. Polonia, Ungheria e gli altri Stati del gruppo di Višegrad giocano per conto proprio. La Grecia è distrutta; la Spagna è pronta a vendersi alle banche francesi e tedesche per mendicare un po’ di credito, e cerca di farsi bella accogliendo un paio di navi di migranti (dopo che l’Italia ne ha accolte a centinaia, senza ricevere ringraziamenti da alcuno). Ecco: da Giuseppe Conte all’ultimo italiano, finalmente una cosa è apparsa chiara: che la Seconda guerra mondiale non è mai finita, solo ha preso delle forme “civili” e “democratiche”; che Francia e Germania continuano a giocare alle primedonne, senza aver imparato assolutamente nulla dalla storia (la Francia dalla sua disfatta, la Germania dalle sue inutili vittorie), perché, come oggi direbbe Clausewitz, invertendo, per la proprietà transitiva, il suo celebre aforisma, la pace è la prosecuzione della guerra con altri mezzi. Logico, del resto: la seconda guerra mondiale è stata solo la prosecuzione della Guerra Civile europea, iniziata nel 1914 (o, se si preferisce, nel 1792: e a dichiararla fu la Francia rivoluzionaria all’Europa dell’ancien régime), che prosegue tuttora e non è mai finita, nonostante le parole altisonanti di Schumann, Adenauer e De Gasperi, parole buone per i gonzi, e infatti gli unici a crederci a lungo, troppo a lungo, sono stati i gonzi italiani. La lezione di Bruxelles del 28 e 29 giugno 2018 non è tuttavia solo questa: non è solo che ciascuno Stato deve riprendersi la sua libertà d’azione, e, se possibile, la sua sovranità monetaria, perché l’Unione Europea è solo una creazione artificiosa e parassitaria dei banchieri e dei burocrati, e non ha niente a che fare col progresso, la pace e la giustizia. C’è anche un’altra lezione, ancora più importante: che i popoli possono ancora contare qualcosa e costringere i propri governi a difendere i loro interessi, combattendo contro il mostruoso egoismo delle banche, contro il potere finanziario che vorrebbe la distruzione dell’Europa, la sua sommersione sotto il peso dell’invasione islamica camuffata da accoglienza, e l’asservimento dei suoi lavoratori sotto il peso di un debito pubblico creato ad arte dalle banche per ricattare in permanenza i popoli e rapinarli nel lavoro e nei risparmi...

 

Francesco Lamendola

 

 
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10 Luglio 2018

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Da Rassegna di Arianna dell’8-7-2018 (N.d.d.)

 

In Italia tutto cambia perché nulla cambi, si potrebbe dire parafrasando Tomasi di Lampedusa. Cambiano le stagioni e i governi ma la nostra politica estera rimane ancorata alla usuale retorica mai seguita dai fatti e all’acquiescenza alle vecchie e consunte alleanze coltivate dagli esangui governi precedenti. Quello che accade oggi è illuminante sulla marginalità in cui il Paese è precipitato nell’ultimo decennio.  Il caso che ci interessa sono i nostri rapporti con la Russia, l’Iran e Israele. “Saremo fautori di un’apertura verso la Russia e ci faremo promotori di una revisione delle sanzioni”, aveva annunciato con enfasi il neo-premier Giuseppe Conte presentando il suo programma in Senato accolto da applausi scroscianti della maggioranza, soprattutto della Lega.  Ed ecco invece dove siamo miseramente approdati poche settimane dopo questi proclami mentre il ministro degli Interni Matteo Salvini faceva la voce grossa con le Ong straniere in mare (forse qualcuna anche un po’ sospetta) e molto meno in politica estera. Al Consiglio europeo del 28 giugno, in contemporanea con il fallimento Ue sul dossier immigrazione, sono state rinnovate di altri sei mesi le sanzioni imposte alla Russia nel 2014 in seguito alla crisi dell’Ucraina. Dalla Lega però non è venuta una parola al riguardo, neppure un vagito. Gli affari con la Russia li fanno i tedeschi, con il Nordstream 2 (mentre l’Italia dovette rinunciare al Southstream con Mosca), ma li fanno anche protagonisti meno tracciabili come Israele e l’Austria del bellimbusto Sebastian Kurz - colui che minaccia di chiudere il Brennero - il capo di una sorta di paradiso fiscale alle porte di casa nostra.

 

Il governo austriaco vuole prendere a pedate gli immigranti illegali e respingerli in Italia ma accoglie con un ben sorvegliato segreto bancario e passaporti fiammanti gli oligarchi russi e tutti coloro che devono riciclare denaro ed evadere il fisco. I cittadini austriaci sono legalmente autorizzati a mantenere “conti bancari anonimi e strutture legali in Liechtenstein”, altro paradiso fiscale dove i servizi finanziari costituiscono un quarto del Pil. “L’amico fraterno di Israele” Salvini, come lui stesso si definisce, non ha fatto una mossa per spingere il nostro governo a dire qualche cosa di contrario alle sanzioni verso Mosca. Neppure un’astensione.  Ci pensano infatti gli israeliani ad accogliere gli oligarchi russi sotto sanzioni del dipartimento al Tesoro americano come Roman Abramovich (di origini ebraiche), patron del Chelsea e accreditato di una fortuna di 9 miliardi di dollari da Forbes, che ormai è diventato cittadino dello stato ebraico. Non è certo il primo caso e non sarà l’ultimo perché gli oligarchi di Mosca sono da qualche decennio di casa in Israele e lì si sono rifugiati quando si trovavano nei guai: una vicenda che tempo fa era diventata in Israele persino un serial televisivo di successo.  Adesso sono gli accordi tra Putin e il premier israeliano Benjamin Netanyahu a portare gli oligarchi di origine ebraica sulle spiagge di Tel Aviv. Messo sotto sanzioni il leader del Cremlino è assediato dalle grandi famiglie che gli chiedono una via di uscita alla black list americana. Tra questi c’è anche Oleg Deripaska, azionista di Rusal (alluminio) e Glencore (gigante energetico e minerario), passaporto cipriota ma anche, guarda caso, cittadino austriaco “honoris causa”. Netanyahu, ospite d’onore sulla Piazza Rossa il 9 maggio scorso per l’anniversario dalla vittoria nella seconda guerra mondiale, ha offerto a Putin un escamotage: da Israele gli oligarchi protetti dal Cremlino possono girare capitali e fare operazioni su tutte le piazze del mondo, contando sul ramificato network internazionale della finanza ebraica. Certo Netanyahu avrà chiesto in cambio alla Russia di fermare l’Iran e gli Hezbollah in Siria ma questi fa parte di un copione sul quale Mosca e Tel Aviv dialogano e dibattono animatamente da tempo, comprese le forniture di missili russi S-400 a Iran e Turchia.

 

L’importante è che i bravi ragazzi come Salvini stiano al loro posto seguendo il canovaccio e piegando la testa. Qualche cosa verrà in tasca anche a loro, forse. Vedremo come si comporteranno i nostri governanti al momento di discutere come opporsi alle sanzioni Usa all’Iran, un aspetto sul quale, teoricamente, tutti gli europei sono d’accordo dopo che gli Stati Uniti sono usciti dall’accordo sul nucleare firmato con Teheran dalla comunità internazionale nel 2015. Qualche indicazione verrà tra breve dall’incontro Putin-Trump. Ma il tempo stringe: da novembre fare operazioni finanziarie con l’Iran diventerà un rompicapo perché le banche occidentali che lavorano con Teheran saranno sanzionate dal Tesoro Usa.  Una cosa è interessante da sottolineare: l’Italia in Iran ha firmato commesse per 27 miliardi di dollari, ben più di quanto si perda con le sanzioni alla Russia. E Salvini, nonostante le nostre imprese - anche piccole medie - facciano affidamento sul promettente mercato iraniano, non ha ancora proferito verbo sulla questione, forse perché è “un amico fraterno di Israele” e i bravi ragazzi non disturbano il manovratore.

 

Alberto Negri

 

 
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9 Luglio 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 7-7-2018 (N.d.d.)

 

Non facciamo gli schifiltosi: il Decreto Dignità del grillino Di Maio è già qualcosa, rispetto al grigio su grigio del politicume liberal-liberista di tutti i governi conosciuti a nostra memoria fino ad ora. Ha il merito, che è un po’ il segno distintivo della temporanea alleanza “populista” Lega-M5S, di cambiare per l’appunto rotta rispetto al passato, rovesciando sul fronte del lavoro il corso obbligato sotto dettatura, nello specifico, dei padroni e padroncini del vapore: basta col rassegnarsi alla precarizzazione occupazionale e alla delocalizzazione industriale, due colonne del sistema anti-etico, apolide, senz’anima e disumanizzante che è l’odierno “capitalismo assoluto” (Preve). Tuttavia nel merito tecnico, è poca roba: i contratti iperprecari di “somministrazione” non avranno più di 4 proroghe per non più di 36 mesi, quelli a termine potranno durare un anno, e per essere rinnovati per un’altra annualità ci vorranno causali credibili e con un piccolo costo in più per le aziende, gli imprenditori che spostano le fabbriche all’estero saranno multati se prima avranno usufruito di benefici pubblici, e infine, un pallino pentastellato, pene severe e salate per chi pubblicizza il gioco d’azzardo. Un provvedimento un po’ omnibus e un po’ no, che non tocca alla radice la logica del Job’s Act (la contrattazione “a tutele crescenti”, cioè che porta in progressione alla fatidica assunzione a tempo indeterminato), ma che si limita a dare una stretta sui paletti e disincentivare la desertificazione produttiva. Tutto qui, in fondo. Tanto è bastato, naturalmente, perché quella lobby ormai sfigata – ma ancora ossequiata, pfff – di Confindustria e categorie affini gridasse alla catastrofe, alla fine del mondo, al pauperismo. Chissà quali irrefrenabili urla di dolore e orrore usciranno da quelle boccucce indignate quando verrà il momento del cosiddetto reddito di cittadinanza, il redde rationem per il Movimento 5 Stelle (e per la tenuta del “contratto” gialloverde). Sarà quella, la svolta. Ammesso, e non concesso, che svolta sia.

 

Quel che si sa a tutt’oggi è che consisterà in un assegno di mensile di 780 euro a tutti i cittadini privi di lavoro che nel frattempo seguano corsi di formazione per ricevere proposte di lavoro per un massimo di tre, non accettando nessuna delle quali si perde il diritto all’assistenza. Di fatto un sussidio di disoccupazione (ancor più precisamente, un «reddito minimo condizionato», copyright l’economista Pasquale Tridico, vicino ai 5 Stelle), da abbinare al salario minimo, del costo stimato di 17 miliardi di euro, compresi 2,1 miliardi di spesa per la riorganizzazione, o sarebbe meglio dire costruzione quasi da zero della colabrodosa e inadeguata macchina dei centri pubblici per l’impiego. Una misura assistenziale, come si vede, che fra l’altro si prevede come integrazione alle miserande pensioni minime, ma in nessun modo universale come invece prevede il modello teorico del reddito di base (basic income), che equivarrebbe a elargire tot denaro a ciascun individuo a prescindere da patrimonio e status lavorativo, a ricchi e a poveri, a occupati e disoccupati. Una prospettiva politicamente impossibile, in un’Italia in cui persino un intervento tutto sommato banale di sostanziale flexicurity alla danese, com’è il reddito di cittadinanza à la Di Maio, scatena accuse demenziali di alimentare il fannullonismo nazionale.

 

Il giusto e il sacrosanto, almeno a parere di chi scrive, sta nel cuore ideale di un reddito connesso al solo fatto in sé di essere cittadino di uno Stato: poter vivere dignitosamente. È questa, e soltanto questa, la stabilità a cui un membro della comunità in quanto tale deve avere accesso come diritto. Non è il lavoro, inteso come impiego, il bene supremo. Ma la dignità. Che è data dalla cittadinanza, ipso facto. Altrimenti che senso avrebbe il dovere di solidarietà fra concittadini? Andrebbe a farsi benedire alla fonte battesimale del cosmopolitismo marcio, quello per cui siamo tutti “uguali” nel mondo: uguali perché uomini-merci, bestiame da produzione, pezzi interscambiabili sul mercato globale dell’umanità ridotta a statistica e indice di crescita economica. E allora che il singolo occupato sia “flessibile”, importa relativamente. Quel che va stroncata è la precarietà esistenziale, cioè la condizione di disagio, stress, infelicità e a volte disperazione che la mancanza di certezze sulla propria serenità materiale si porta dietro, causa la corrispondente assenza di sicurezza sociale. Di qui la necessità – doverosa, in un concetto di Stato come comunità – di sussistenza in caso di cadute nel vuoto. Non a pioggia: fanno bene i grillini a circoscriverlo ad un attivo reinserimento individuale nel mondo lavorativo. Ma che ci voglia, che sia una conseguenza di un ritrovato sentimento di Giustizia (scusate la maiuscola, ma qua ci sta), per chi sia schierato dalla parte di un umanesimo tutto da riconquistare, a mio avviso non ci piove. A meno di non continuare a considerare il Lavoro un totem e un tabù («La Repubblica fondata sul lavoro»: ma va’ là), anziché tornare a prenderlo per il verso che merita: come un mezzo per l’autodeterminazione, una delle varie funzioni con cui un uomo o una donna bennati realizzano sé stessi e si fanno posto nel fugace passaggio su questa Terra. E non ci si venga a parlare di coperture finanziarie, per piacere: siamo forse nella prima era storica in cui sono disponibili abbastanza risorse per provvedere ai bisogni di tutti, e questi spettrali Stati appecoronati agli speculatori della finanza, i soldini li escono (700 miliardi di dollari nel 2008 dagli Usa, diventati poi, fra le nostre bestemmie, 5 mila miliardi nel 2015) se e quando si tratta di salvare le banche. Senza tema di esagerazione, la sfida che possiamo definire epocale è di rimettere in cima alle priorità la Vita sull’Economia. E, ci perdonino i testoni fondamentalisti di sinistra, ce ne frega zero se è un’impostazione condivisa dai neo-liberali di von Hayek, dai riformisti pentastellati o dai socialdemocratici finlandesi: quel che conta, il centro del problema, è il Tempo liberato, come lo chiama con felice espressione Beppe Grillo. Perciò un “reddito di dignità” andrebbe divinamente di pari passo con una riduzione dell’orario di lavoro (lavorare tutti per lavorare meno, girando al contrario uno delle poche idee intelligenti del peraltro truffaldino Sessantotto) e con un tetto ragionevole ai guadagni irragionevoli (a che serve portarsi nella tomba montagne di quattrini, o farli ereditare senza virtù a figli senza merito, o sfondarsi di lussi, mentre tanti, troppi talenti e capacità strisciano nella semi-indigenza e nella frustrazione proletarizzata?). Socialismo o barbarie, si sloganizzava una volta. Concepito come redistribuzione equa e mirata per la liberazione dal ricatto del lavoro, sottoscriviamo anche oggi. Ancora e sempre. Certo: imbranataggine grillina, eventuali veti leghisti e soprattutto Eurocrazia permettendo, si capisce.

 

Alessio Mannino

 

 
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