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Cambio di paradigma PDF Stampa E-mail

26 Marzo 2020

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Era lontana la Cina. Arrivavano notizie di qualcosa d’importante. Per fare fronte all’emergenza fermarono la routine della vita nota. Attraverso la tv, prima che spaventoso ed esiziale pareva irreale. Strade vuote, morti, ospedali traboccanti, tutto immobilizzato. L’allarme era mondiale ma tutti stavano a guardare. Era lontana la Cina. Finché non si fece sotto e fu vicina come non avremmo mai detto. Ed eccola qui. Era in casa. In poco il focolaio sviluppò il suo potere. E quanto è vero che loro mangiano tutto, vivono promiscui e con un livello di igiene che aborriamo, è altrettanto vero che per ogni malessere è il terreno che dice la verità. Evidentemente qui da noi c’era molta mota malata dentro i corpi di tante anime alienate. E, a ben guardare, anche dentro il Primo mondo, definitivamente eretto su una fittizia impalcatura, Torre di Babele adeguata ai tempi nostri. Forse quel suo benessere raggiunto e vantato, sebbene costituito da cromature e apparenza, da tecnologia e separazione dal cosmo, ne era responsabile? Ai valori del Nord del mondo, succedanei della verità, nessuno del suo popolo avrebbe mai abdicato. Né avrebbe mai preso in considerazione le proposte di frugalità che da sempre sono disponibili agli uomini. Secondo i loro esperti, sole autorità del vero, e i loro umani armenti al seguito, quelle proposte alternative non hanno valore. Non sono che pauperistiche e ciarlatane, assurde e da denigrare tout court.  Comprensibile. Quei competenti non hanno i mezzi per intendere la misura di quelle proposte, ma hanno la saccenza per impiegare i riff scientisti e così ritenersi al riparo da qualunque critica. Mai, in cambio di una tacca di frugalità recederebbero di un punto dal loro scranno di verità scientificamente provata. Il loro benessere, secondo le rime di fascinosi poeti satanici, rima con progresso. Ma il loro ambito è solo un incantesimo. Come limatura di ferro, si allineano al magnete che non vedono, seguono il guinzaglio che non sentono. Dalla motonave individualista, dentro la bolla di suggestioni riempita con miraggi di ricchezza, le tradizioni analogiche, che hanno guidato la misura d’uomo fino a ieri, inutili pesi morti, sono state buttate a mare.  Le stelle, il sorgere e tramontare del sole, il sestante e la bussola che avevano guidato le generazioni passate sulle piste del mondo per arrivare a baita erano divenute cianfrusaglie inutili da dimenticare in soffitta. Nessuno sapeva più utilizzare gli astri, le ombre, gli angoli e i gradi per comandare la vita. Ci si affidava ad esperti, eventualmente anche virtuali. Noi, di nostro, ormai analfabeti in tutte le materie della creazione che si studiano con le mani e la sensibilità sottile dell’armonia, che potevamo farci? Così i vecchi non facevano testo se non nel bilancio delle case di cura, i bambini crescevano secondo un’educazione delegata, i giovani erano formati a divenire ubbidienti soldatini di comandanti a loro volta allineati servitori di registi nella penombra. Il virus si era preso il centro del mondo. Che si poteva fare?

 

Giusto. Che fare? Se lo chiesero in tempi diversi un po’ tutti e ad ogni livello. Come è giusto nei grandi numeri la percentuale maggiore si adeguò senza obiettare alle indicazioni che gli arrivavano dall’alto, benché anche in cabina di pilotaggio non avessero del tutto le idee chiare. Come biasimarli? Si era davanti a una novità, come al tempo delle Brigate Rosse. Nessuno sapeva inizialmente quale interpretazione del fenomeno preferire. Di certo, tutte le linee di risposta a quel che fare? avevano la loro ragione d’essere. L’allarme crebbe e insieme a lui si moltiplicarono morti, ricoverati, perplessità, guariti, proibizioni. Passavano i giorni ma non la nebbia che li copriva, squarciata soltanto dai fari forti dei telegiornali e dei talk show ormai via skype. Si dovettero chiudere le attività, le scuole, le persone. Insieme all’ordine sempre più perentorio, ripetuto, sanzionato di stare reclusi nelle proprie abitazioni, cresceva il senso di incompletezza delle informazioni. Quindi le domande dei perché e le ipotesi delle ragioni.

 

Perché la mortalità a causa del virus protagonista di tutti i teatri della vita e del globo, veniva solo di rado precisata? Perché era sempre preferita quella abnorme causata da malattie preesistenti o di persone per qualche motivo già immunitariamente deboli? Perché un farmaco giapponese, apparentemente risolutore per buona misura se assunto in corrispondenza dei primi sintomi, non era impiegato in Europa? Perché la versione europea dello stesso principio attivo non era considerata parimenti risolutiva come quello giapponese per i giapponesi? […] Perché il ritardo iniziale del governo ad intervenire con drastiche misure di contenimento? A quali pressioni ubbidiva il nostro vertice nonostante il suo dovere di garantire la salute del suo popolo? Perché l’emergenza dichiarata da settimane che indicava di indossare le maschere, non ha fornito le protezioni per tempo? Perché nonostante la virulenza del coronavirus proprio gli operatori medici, la polizia sono in gran numero i meno protetti? Perché se la partita Atalanta-Valencia è considerata epidemiologicamente esplosiva non si ha notizia di come si siano applicati controlli utili a comprendere a quale punto un infetto diviene infettivo? Ma quanti dovevano essere i portatori asintomatici per realizzare tanto contagio? Perché ancora oggi – con le approssimazioni del caso – non viene dichiarato che chiunque può essere infettivo a qualunque stadio della sua stessa infezione ancora asintomatica? Non è l’opposto di quanto finora abbiamo sentito? Ovvero che siamo infettivi dai primi sintomi (tosse, febbre media, ecc.) in là? Perché milioni di tamponi di produzione italiana sono volati in Usa con un volo militare americano? Perché al personale in prima linea non viene praticato il tampone d’ufficio? Ripetutamente? Perché non è chiaro se i tamponi sono disponibili o meno?  Perché 30.000 soldati americani per un’esercitazione Nato, sono entrati in suolo europeo senza alcun impegno a rispettare le seppur differenti modalità nazionali del nostro continente? Perché lo studio realizzato e pubblicato proprio dalla Nato, che analizza quali soggetti potrebbero essere interessati ad un’azione pandemica, non è discusso negli schermi di chi ha in mano la comunicazione nel nostro paese? Considerando che proprio gli Usa rispondono positivamente a tutti i filtri di quello studio? Perché l’Europa unita chiamata più che mai ad una reazione d’Unione, non ha saputo esprimere alcuna direzione comune alla gestione dell’emergenza? Perché la Grecia è stata, in passato, lasciata naufragare quando ora si lascia libertà – il costo lo sapremo a suo tempo – pressoché totale al portafoglio del debito dei singoli stati? Ma se ragioni sanitarie hanno permesso le scelte radicali che stiamo vivendo, come mai pari scelte non possono essere imposte per ragioni di salute tout court, che non hanno a che fare col virus ma con noi stessi? Perché un cambio di paradigma non può essere imposto per frenare o eludere le ragioni che ci hanno condotto ad essere un’umanità debole? […]

 

Se non vogliamo perdere le possibilità evolutive che il virus ci ha offerto, possiamo rivolgere, questa volta a noi stessi, molte domande. Saranno di risposta assai più immediata di quelle che siamo abituati a rivolgere ai potenti.  Vogliamo ritornare all’esiziale status quo precedente all’incoronazione dell’Europa e del mondo? Vogliamo ancora riportare l’attenzione, l’energia, la passione su quanto è futile? Vogliamo continuare ad alimentare il regime di inquinamento atmosferico? Vogliamo ritornare ad eleggere la cultura del consumismo? Vogliamo ancora insistere sulla via dell’opulenza? Vogliamo ostinarci a credere nella logica del produttivismo? Vogliamo restare ancora prostrati alla tecnologia?? Vogliamo ancora respirare tanfosa aria tossica? Vogliamo ancora cacciare denaro e perdere vita? Vogliamo perseguire una via che ci allontana dalla natura? Vogliamo ancora recuperare un ritmo di vita che si esaurisca sulla esiziale ruota del criceto a soli tre posti: lavora, guadagna, crepa? […]

 

«Quando l'epidemia finirà, non è da escludere che ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente. Chi, potendo, lascerà un posto di lavoro che per anni lo ha soffocato e oppresso. Chi deciderà di abbandonare la famiglia, di dire addio al coniuge o al partner. Di mettere al mondo un figlio o di non volere figli. Di fare coming out. Ci sarà chi comincerà a credere in Dio e chi smetterà di credere in lui. Forse una consapevolezza della brevità e della fragilità della vita spingerà uomini e donne a stabilire un nuovo ordine di priorità. Insistere molto di più nel distinguere il grano dalla pula. Comprendere che il tempo, non il denaro, è la loro risorsa più preziosa.Ci sarà chi, per la prima volta si interrogherà sulle scelte fatte, sulle rinunce, sui compromessi. Sugli amori che non ha osato amare. Sulla vita che non ha osato vivere. Uomini e donne si chiederanno perché sprecano l'esistenza in relazioni che provocano loro amarezza. Ci sarà forse chi, osservando gli effetti distorti della società del benessere, si sentirà nauseato e fulminato dalla banale, ingenua consapevolezza che è terribile che ci sia gente molto ricca e tanta altra molto povera. Che è terribile che in un mondo opulento e sazio non tutti i neonati abbiano le stesse opportunità. E forse anche i mass media, presenti in modo quasi totale nelle nostre vite e nella nostra epoca, si chiederanno con onestà quale ruolo abbiano giocato nella loro vita». David Grossman, scrittore israeliano.

 

Lorenzo Merlo

 

 
Purché non torni la normalità PDF Stampa E-mail

24 Marzo 2020

 

Da Appelloalpopolo del 13-3-2020 (N.d.d.)

 

Vedo molti sperare, chiedere, invocare al più presto il “ritorno alla normalità”. È comprensibile, ma mi chiedo: a quale normalità vi riferite? State parlando forse della “normalità” in cui, presi dalle apericene, non vi curavate del fatto che stavano criminosamente tagliando i fondi al Servizio Sanitario Nazionale? Oppure alla “normalità” immersi nella quale vi recavate in palestra, disinteressandovi allegramente del fatto che i vostri rappresentanti riducevano l’Italia allo stato di colonia, cedendo la sovranità a istituzioni sovranazionali e a-democratiche, e con essa qualsiasi possibilità di assicurare i minimi bisogni essenziali ai propri cittadini (lavoro, salari dignitosi, scuola, sanità, pensioni), figuriamoci fronteggiare uno stato di emergenza? O ancora alla “normalità” durante la quale, recandovi ad uno spettacolo teatrale o sportivo, vi siete raccontati che per essere CITTADINI era sufficiente infilare ogni 5 anni nell’urna una scheda elettorale, nella quale TUTTI i simboli erano portatori del medesimo programma globalista, privatista, unionista, liberista e federalista che andava esattamente contro i vostri interessi e quasi sempre accontentandovi di votare il “meno peggio”, consapevoli che la qualità dei nostri politici andava via via peggiorando, ma ritenendo la politica una cosa sporca, dalla quale tenervi a debita distanza? O infine alla “normalità” nella quale, accecati dalla ricerca della massima “competitività”, e della massima soddisfazione individuale, abbiamo ridotto i rapporti interpersonali a tante piccole guerre, combattute gli uni contro gli altri smarrendo completamente quel senso di comunità e di solidarietà che dovrebbe distinguere gli esseri umani dalle bestie?

 

Ecco, se dopo l’emergenza torneremo a quella “normalità”, senza fermarci a riflettere su come OGNUNO DI NOI ha contribuito a fare in modo che un virus, serio quanto si vuole ma che non è la peste, mettesse in ginocchio il nostro Paese, avremo perso un’ottima occasione, e le difficoltà che tutti stiamo vivendo e vivremo, saranno state vane. Abbiamo tempo per riflettere. Usiamolo.

 

Nino Di Cicco

 

 
Il mondo che verrà PDF Stampa E-mail

23 Marzo 2020

 

Da Rassegna di Arianna del 21-3-2020 (N.d.d.)

 

È possibile tentare una riflessione politica sull’effetto virus? È vero, siamo in balia dell’Imponderabile, troppi misteri e troppe variabili rendono totalmente incerto, aleatorio, lo scenario mondiale. Ma qualcosa si delinea. Cominciamo dalle più evidenti. La parola chiave del momento è limitare o isolare. Limitare gli spazi, i contatti, le libertà, i movimenti, i confini. È l’input opposto alla globalizzazione, ai precetti sullo sconfinamento totale, alla libertà come assenza di limiti. Viviamo gli effetti collaterali della globalizzazione, le controindicazioni dello sconfinamento come diritto assoluto. Inevitabile corollario è il ruolo centrale che torna ad acquisire lo Stato nazionale e sovrano. Le frontiere, le barriere, l’autarchia. Ah, i muri, i deprecati muri, se non ci fossero quelli a salvaguardarci nelle case…

 

In Italia i tg decantano ogni giorno con toni da propaganda di regime il modello italiano imitato in tutto il mondo e dall’altro esaltano il rinato orgoglio nazionale. Per cominciare, sul “modello italiano” andrei cauto perché innanzitutto è importato dalla Cina, è il modello Wuhan. In secondo luogo non nasce da una tempestiva profilassi nazionale ma dall’emergenza di un paese che è il più contaminato del mondo, con più vittime, almeno finora, e dunque il coprifuoco è conseguente a una situazione eccezionalmente negativa. In terzo luogo siamo ancora agli inizi ed è presto per azzardare un bilancio positivo della via adottata in Italia; semmai studierei il modello Corea che ha contenuto in 80 morti il focolaio partito forse prima che in Italia, rispetto al nostro con migliaia di vittime. Infine la forza del nostro modello poggia sulla dedizione di medici e infermieri e sullo “state a casa” a tutti gli italiani, col crollo di ogni attività. I rimedi adottati sono primitivi: stare a casa, lavarsi le mani, stare distanti. Ma sul piano pratico, strategico e sanitario, dalle strutture ospedaliere fino alle mascherine e ai tamponi, siamo in grave affanno e confusione. Sul tema dell’orgoglio nazionale ritrovato vorrei dar ragione a chi vede un rinato amor patrio, così come vorrei elogiare il forte senso di responsabilità civica degli italiani nel rispettare le sanzioni senza protestare. Ma la molla principale del nostro comportamento è un umanissimo senso di autoconservazione, un sano egoismo teso alla difesa individuale e familiare, che sommandosi diventa collettiva. L’orgoglio nazionale non mi pare preminente. Quel che invece riemerge di positivo è la percezione comune di essere tutti sulla stessa barca, e dunque la necessità di salvarsi insieme; da qui sorge, su basi biopolitiche, un certo sentire la comunità cittadina e nazionale come un corpo, un organismo in cui, per dirla con Menenio Agrippa, ogni parte è interdipendente, legata rispetto alle altre. Un comunitarismo biologico, naturale, organicistico. Siamo parte del corpo ferito chiamato Italia, ci sentiamo membra, e non solo membri, di uno stesso organismo. È matriottismo più che patriottismo; viscerale, protettivo, materno. Quanto ai canti dai balconi nascono dalla voglia di giocare, socializzare, fare ammuina, sdrammatizzare; reazioni simpatiche ma c’entra poco l’orgoglio nazionale. Di contro, il rischio che sembra affacciarsi in questa fase è l’insorgere di un pericoloso, e pur esso naturale, darwinismo sociale: che si salvino i più adatti, i più giovani, più forti e più produttivi. Pericolosa deriva di ogni tragedia collettiva, che parte dal “si salvi chi può” e arriva ad accettare un cinismo di stato oltre ogni misura di realismo. Il pericolo di fondo che agita questi momenti speciali di restrizioni è, insisto, l’avvento di una dittatura sanitaria sull’onda di epidemie e pandemie, che pilotando i contagi e la paura riduca i cittadini in sudditi agli arresti domiciliari, privati della possibilità di dissentire, proni a ogni sospensione delle libertà, della democrazia e dei diritti più elementari pur di garantirsi la sicurezza e la salute. Un rischio reale, in prospettiva, di tipo nazionale o sovranazionale. Sullo sfondo assume altre forme il pericolo cinese e la sua influenza globale.

 

Ma tornando a oggi, il primo effetto politico del virus è il vistoso franare dell’Unione europea e la sua impotenza a fronteggiare la realtà e l’emergenza. L’assenza di solidarietà e di strategia unitaria è impressionante; solo la manovra economica in extremis ha dato un segno di vita. L’unica via di salvezza per l’Europa è ripensarsi come area protetta e sovrana rispetto all’esterno; coesa e unitaria sulla difesa militare, la sicurezza internazionale, la politica estera, i flussi migratori, il commercio mondiale e la concorrenza globale. E al suo interno invece confederale, riconoscendo la sovranità territoriale e nazionale degli stati. Si tratta cioè di rovesciare il guanto europeo e trasformarla da struttura introversa, coattiva verso i suoi membri e inerme verso il mondo esterno, in una struttura estroversa, che garantisce le differenze nazionali e locali all’interno e invece si compatta all’esterno, con una sola voce rispetto al resto del mondo. Sul piano economico è inconcepibile che l’Europa funzioni come una “livella” su realtà economiche e tessuti sociali diversi e poi sia incapace di armonizzare per esempio i sistemi fiscali e pensionistici al suo interno, così che ci sono paesi strozzati dalla pressione fiscale come il nostro, e paesi dove è lieve il prelievo. E poi pretende di far rispettare i parametri… Insomma, l’effetto virus potrebbe produrre mutamenti politici radicali, sia positivi che negativi. Ma su tutti grava un’incognita gigantesca: l’impatto del collasso economico derivato dal virus. Come si trasformeranno il capitalismo e i rapporti di forza nel mondo, tra miseria diffusa, forme di comunismo assistenziale tramite redditi di cittadinanza per tutti, statalismo e autarchia? Lampi di guerre all’orizzonte.

 

Marcello Veneziani

 

 
Miliardi invisibili PDF Stampa E-mail

22 Marzo 2020

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Da Appelloalpopolo del 20-3-2020 (N.d.d.)

 

Vedo una serie di post trionfalistici per questo QE da 750 mld che la BCE si appresta a varare, come se fosse un miracolo calato su di noi per salvarci. Vediamo di chiarire alcuni punti (stimolato anche da un post analogo dell’ottimo Salvatore Scrascia, dal quale attingo a piene mani):

 

– la BCE sta soltanto facendo il minimo del proprio compito, una Banca Centrale che non opera per calmierare il rendimento dei TdS è utile come un frigorifero al polo – Il QE di Draghi alla fine ha comportato la creazione di quasi 3000 miliardi, qui si parla di 750. Tenete presente che sono soldi creati DAL NULLA, ne potrebbero creare 10000 di miliardi, se servisse, non esiste limite. Questo per dire che la cifra in sé non è significativa, solo l’obiettivo lo è – questi non sono soldi che arriveranno all’economia reale, non aumenteranno la domanda aggregate (per usare un termine keynesiano), non entreranno nelle vostre tasche per alleviare le sofferenze economiche che molti di voi stanno patendo, in primis le partite IVA – questo intervento servirà invece a calmierare lo spread, ovvero ad abbassare il costo di servizio del debito italiano, e non solo, il che è ovviamente cosa buona e giusta – quello che la BCE fa ora in emergenza, lo potrebbe fare sempre, in qualsiasi momento. Questo per dirvi che lo spread esiste se la BCE decide che deve esistere, sparisce se la BCE decide che deve sparire. In altre parole, lo spread esiste per ragioni politiche, non economiche, esiste perché qualcuno (i tedeschi) lo vuole come strumento “disciplinare” – non ci saranno effetti inflattivi (perché la creazione di moneta non crea MAI inflazione, è la spesa che, sotto certe condizioni, può crearne, ma, come ci siamo già detti, questi soldi non arriveranno all’economia reale e quindi non finiranno in spesa), potrebbero esserci effetti di svalutazione nei confronti di altre divise, come già peraltro successo con il QE di Draghi, che ha svalutato pesantemente l’euro rispetto al dollaro, causando l’ira di Trump. Non vi preoccupate, la svalutazione non è questo gran problema: scommetto che manco vi siete accorti che dal 2008 al 2017 l’euro ha perso quasi il 40% sul dollaro

 

Luca Manzoni

 

 
Brancoliamo nel mistero PDF Stampa E-mail

21 Marzo 2020

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Da Rassegna di Arianna del 19-3-2020 (N.d.d.)

 

Ma poi si è capito come è nato e chi lo ha propagato il coronavirus? Fatalità, errore, incoscienza, bestialità? Io non l’ho ancora capito, ho una serie di informazioni, anche troppe, ho un mucchio di sensazionali rivelazioni e una valanga di interpretazioni contrastanti ma alla fine non so niente di preciso. Nulla più di quanto sapessimo all’inizio. E non per curiosità, sete di conoscenza, per farne storia o solo per risalire a eventuali colpe di singoli o di gruppi, di istituzioni o di stati. Ma perché il miglior modo per evitare che si ripeta, è capire come nasce, da dove nasce e come si riproduce. E chi, cosa dobbiamo temere, oltre i contagi animali. Non abbiamo ancora capito se i cinesi sono stati solo vittime o responsabili, se è un incidente in laboratorio o nella vita corrente, se è stato tardivo o tempestivo il loro reagire, fino a che punto risale il loro eventuale grado di colposità. E non si comprende se tutto è coperto da segreto militare, se ci sono cose che non si possono divulgare, guerre fredde sommerse. Non ci è ancora chiaro perché in Italia è esploso prima e più di ogni altro luogo d’Occidente con una mortalità che in percentuale ci rende tristemente primi al mondo. Perché abbiamo questo primato: sfiga, scarsità di strutture, colpe politiche, leggerezza, o che? Perché un morbo cinese attacca proprio l’Italia, c’è una spiegazione più razionale del fatto che Marco Polo fu il primo ad arrivare in Cina sette secoli fa? Né abbiamo capito come è meglio affrontarlo, se con metodo british-brexit, o con metodo latino-mediterraneo, barricandoci tra le calde pareti materne della casa. Non è possibile fare previsioni di durata e di estensione, c’è chi parla di giorni e chi di mesi per il coprifuoco, c’è chi dice che sarà infettata più della metà della popolazione e chi dà numeri ristretti ad alcune decine di migliaia. Il picco, anche agli occhi di scienziati e virologi si sposta come un cursore impazzito, ogni giorno e a ogni notizia, e così le aspettative di contagio, il boom annunciato al sud e a Roma oppure no, resta inarrivabile il primato tragico della Lombardia. Il bla-bla intorno al covid-19 non dà più informazione, semmai più confusione e apprensione, i pareri degli esperti oscillano tra le ovvie ripetizioni dei mantra igienici di massa a previsioni diametralmente opposte; certo, tiene alto il livello d’allarme e sollecita comportamenti prudenti, un tempo si sarebbe detto “da timorati di Dio”. Solo chi è in prima linea, negli ospedali più assaltati, per esempio tra Bergamo e Brescia, non fa previsioni, ci racconta solo l’inferno dal vivo e a volte dal morto. Senza dire del mistero su come lascerà stremati l’Italia, l’Europa e il mondo; ma questo rientra già nelle incognite di ogni futuro.

 

Insomma, è strano: viviamo nella società globale dominata dalla scienza, dalla programmazione tecnologica, dall’informazione e dai social, dai business plane e dalla democrazia elettronica eppure navighiamo a fari spenti nella notte, è incomprensibile quel che è accaduto, perché è accaduto, che trafila segue il contagio, se non i misteriosi capricci del caso. Ed è incomprensibile e incontrollabile quel che accade e come rimediare, oltre la profilassi certa, antica e puerile, come lavarsi le mani o isolarsi tutti da tutti, in casa o nei confini. Tutto è avvolto nel Mistero. Esattamente come davanti alla peste e al colera dei secoli scorsi, esattamente come i terrori dell’Anno Mille, e di qualche altra annunciata fine del mondo. Di fronte al Mistero, alla Paura e alla Restrizione, pur vivendo in una società sofisticata reagiamo come bambini, anzi veniamo incoraggiati a comportarci come bambini: cantiamo la canzone dal balcone, sventoliamo la bandiera, facciamo il meritato applauso al personale sanitario. Battiam battiam le mani evviva il Direttor. O ci mandiamo video, vignette e battute per giocare col Mostro, per esorcizzare il Mammone. Certo ogni tanto ti arriva il video di Quello-che-ha-Capito-Tutto, quello che sa ciò che tutti gli altri ignorano, o che dice la Verità perché lui è libero, non è pagato da nessuno, non dipende da una struttura sanitaria, da un potere, dalla stampa. Quindi può sparare profezie (o chiamatele in altro modo) all’impazzata. Lui sa, lui ha intuìto, e te lo spiega. E di solito niente è come appare. In tanti abbiamo fame di ascoltare favole, qualcuno anche di narrarle. La realtà è che brancoliamo nel Mistero né più né meno che nell’antichità. Non sappiamo nulla più di quanto sapessero i nostri antenati, quelli che si rivolgevano ai santi e alle madonne, o peggio agli stregoni e alle megere, per proteggersi dal male. A quelli che compivano riti per scacciare il male. Lo facciamo anche noi, per esempio, col rito scaramantico Tutto andrà bene. Ma sì, facciamo tutto quel che serve a farci stare meglio, anche il corno e il ferro di cavallo. Ma non eravamo una società ad alta tecnologia che derideva il ricorso alla religione e al fato, che programmava tutto e si affidava solo alla scienza e al calcolo? Stiamo da un mese a litigare sulle mascherine, il tampone e l’amuchina; ammazza l’industrializzazione, la velocizzazione, la stampante 3d, il mercato… Di fronte al pericolo torniamo nelle caverne. Siamo primitivi in case accessoriate, aborigeni con lo smartphone. Siamo iper-dotati sul piano sanitario e iper-cablati ma disarmati quando passiamo a chiederci perché accade, come rispondere, in che modo evitare, arginare. Vince il caso, più la strana sensazione di vivere nella trama di un fanta-romanzo. Vediamo tutto quel che succede nel mondo in diretta a casa nostra, ma non abbiamo il senso degli avvenimenti esattamente come cento, mille, diecimila anni fa. Mistero batte Progresso e noi dentro un film da incubo.

 

Marcello Veneziani

 

 
Tenuta sociale a rischio PDF Stampa E-mail

20 Marzo 2020

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So bene di andare contro corrente e di attirarmi antipatie, ma sono abituato a dire la verità e a non prendermi in giro. #Iorestoacasa non durerà poco... e non sarà colpa vostra. Punto primo: stanno spargendo tanto di quel terrore che dubito ci siano così tanti imbecilli che non rispettano le regole. Io non ne ho visti. Però le regole non sono da galera e non ci si infetta stando a distanza. Non serve puntare il dito con chi esce per una passeggiata. Punto secondo: rendiamoci conto che staremo a casa per un mese, probabilmente due, forse di più. Passerà presto la voglia di cantare e il rischio è di ritrovarci fra un paio di settimane con le persone già estenuate che si scannano, alla ricerca di capri espiatori, mentre fanno la fila al supermercato o mentre vanno a "pisciare il cane". Punto terzo: le scelte governative sono pesanti, ma da rispettare, però non è detto che siano necessariamente efficaci o comunque sufficienti a tornare subito alla normalità. Per cui ritengo che far passare il messaggio "restate tutti a casa e in 2 settimane risolviamo tutto" sia molto, molto pericoloso. Fra un mese ci sarà la "guerra" e la tenuta sociale sarà a rischio, anche perché le conseguenze economiche saranno disastrose e inizierà a mancare a molti la liquidità. Ricordatevi queste parole...

 

Lorenzo D'Onofrio

 

 
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