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La politica nobile PDF Stampa E-mail

12 Marzo 2018

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Da Appelloalpopolo del 9-3-2018 (N.d.d.)

 

Proporre le idee nelle quali si crede; organizzare uomini e far parte di una organizzazione di uomini per diffonderle e difenderle; disciplinare ed essere disciplinato; formare caratteri e idee di militanti, quadri e dirigenti e formarsi; collocarsi nei tempi storici e non nel tempo nostro personale e in una dimensione collettiva di classi e ceti, di nazione, di popolo, non individuale: essere parte.

 

Questa è l’unica politica che deve praticare l’uomo di valore. Tutto il resto è ambizione personale, opportunismo, mercimonio, miseria morale, egocentrismo, buonismo, umanitarismo, chiacchiera, denaro, potere e notorietà.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Il deserto che avanza PDF Stampa E-mail

11 Marzo 2018

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Da Rassegna di Arianna dell’8-3-2018 (N.d.d.)

 

“Il deserto cresce; guai a chi in sé cela deserti.” Così inizia Zarathustra il suo dialogo con le figlie del deserto Duda e Suleika, seduto in una piccola oasi ombrosa. A quella frase pensavamo vedendo le immagini dell’insegnante siciliana scatenata davanti ai poliziotti con la birra in mano durante gli incidenti “antifascisti” di Torino. Quell’augurare la morte a voce spiegata gesticolando come una Erinni, quelle parole confermate a mente fredda davanti all’intervistatore ci sono parse oscene. Non troviamo un termine diverso. La categoria dell’oscenità ci sembra l’unica in grado di dare conto dell’odio incontenibile che sgomenta e fa crescere il deserto. L ’insegnante elementare di sostegno Lavinia Flavia – due bei nomi latini, degni dell’antica città siciliana di Piazza Armerina di cui è originaria, sede della villa romana del Casale – vive in un deserto spirituale che lascia sbigottiti. Non sappiamo se continuerà a educare dei bambini, raramente il verbo ci è sembrato meno appropriato. Speriamo di no, ovviamente, ma è il caso di ragionare intorno all’ondata di odio che si è abbattuta sull’Italia negli ultimi mesi. Non si tratta soltanto della diatriba allucinata su fascismo e antifascismo, la quale, per quanto amplificata dai media e alimentata dalle pessime prestazioni dei rappresentanti istituzionali, riguarda una piccola minoranza. Il fatto è che la campagna elettorale ha scatenato il peggio, spalancando le sentine di una nazione malata. Mancava il detonatore, ed è stato come se qualcuno avesse aperto i tombini delle fogne e il lezzo avesse invaso all’improvviso le narici dei passanti. Troppi umori cattivi erano stati trattenuti a forza nella menzogna e nell’ipocrisia. I segnali erano molti e convergenti, poi sono capitati i fatti di Macerata, l’orrendo assassinio, con metodologie tribali e spaventose mutilazioni della giovane Pamela da parte di un branco di nigeriani spacciatori clandestini. Il Male Assoluto commesso dall’Altro Assoluto. Subito dopo, il raid di un disturbato mentale avvolto nel tricolore contro chiunque non fosse di pelle bianca per le strade della città marchigiana, ex isola felice della dolce provincia italiana. In un attimo sono saltati gli equilibri, tutte le contraddizioni della nostra società sono venute a galla. Un vulcano rabbioso sputa umori maligni, avanza e sparge odio, lascia senza fiato come la paura improvvisa per il primitivo rivelato, e la rabbiosa violenza di minoranze impunite e nichiliste rappresentate dallo sguardo torvo, dalle parole impazzite e dalla condotta ripugnante della maestra di Torino.

 

Mezzo secolo fa cominciava tutto. A Valle Giulia, Roma, la violenza di un’altra generazione, adesso giunta all’autunno della vita, dava il segnale d’inizio del ‘68, della contestazione, del rovesciamento di valori che ha generato il deserto contemporaneo. All’epoca, lo capì solo Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale dannato che intuì il carattere decadente e profondamente borghese di quei tumulti. Figli ben nutriti in conflitto con padri ipocriti giocavano alla rivoluzione attaccando veri proletari, i ragazzi in divisa mandati dallo Stato a ristabilire un ordine precario, anzi a nascondere sotto il tappeto la polvere di un mondo in declino. Dopo cinquant’anni, il lavoro è compiuto, il deserto si è impadronito del territorio, Attila è passato e non cresce più erba. I nipoti concludono l’opera, ma non hanno in mente nessuna rivoluzione, nessun modello alternativo. Gli ultrà che chiamiamo centri sociali non sono altro che un grumo di ostilità invidiosa, illegalità diffusa, disadattamento, vite borderline nutrite di disvalori elevati a vita quotidiana; non hanno in mente un modello politico, non si muovono all’interno di un progetto preciso, neppure si dicono comunisti. In effetti non lo sono, poiché non lavorano per costruire una nuova società, ribaltare le enormi ingiustizie del presente. Immaginiamoli alle prese con l’undicesima tesi di Karl Marx su Feuerbach: i filosofi hanno finora interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo. Immaginiamo le vertigini, gli sguardi smarriti, l’emicrania severa curata con canne e pasticche proibite. Trasformare il mondo, già. A distruggerlo ci sono riusciti in gran parte, ma è ironico immaginarli a costruire qualcosa. Non ne hanno la tempra o la forza morale, e nemmeno la rigorosa preparazione ideologica, mossi come sono da un nichilismo di fondo che è sempre e solo “anti”. Anti– fascisti, No- Tav, anti-razzisti, anti-omofobi, anti tutto. Si definiscono esclusivamente in negativo, viandanti di un deserto senza oasi che abita soprattutto dentro di loro. Zarathustra vedeva lontano: guai a chi cela deserti entro di sé, poiché potrà soltanto generare altri deserti. Che Guevara, un mito per alcuni di loro, sarebbe inorridito vedendoli all’opera. Nel famoso La guerra di guerriglie, scritto all’Avana nel fatidico 1959 della vittoria castrista, il Che definisce il guerrigliero come avanguardia della lotta di liberazione, sottolineando quali tratti distintivi la disciplina interiore, contrapposta a quella formale ed esteriore, l’impegno socialrivoluzionario e le radici popolari. Nulla di tutto questo traspare nella condotta di Flavia Lavinia e dei suoi amici. Solo una rabbiosa estraneità a tutto, la spinta a distruggere, a gridare, sguardo febbrile, volto sfigurato dal rancore, vuoto morale, cupa disponibilità ad ogni esperienza. Inferni artificiali sostituiscono i paradisi dell’ennui, la noia metropolitana colta da un Baudelaire, l’estetica del brutto come condivisione mimetica del degrado. Figli prediletti di pessimi maestri come Toni Negri e Michael Hardt, minuscoli granelli di sabbia di una pretesa Moltitudine intenzionata a ereditare, non a sovvertire l’Impero, mancano anche della tragicità di figure antiche come quelle luddiste. Guidati dal mitico Ned Ludd, distruttore di telai meccanici, i miseri operai inglesi cercavano di contrastare le macchine del primo capitalismo, già violento e predatorio, difendendo il magro salario conquistato tra fatiche immense nelle fabbriche le cui ciminiere William Blake definiva “dark satanic mills”, oscuri mulini diabolici. I nostri eroi vogliono soltanto sedersi alla mensa del capitalismo terminale senza pagare il conto e, purtroppo, senza capire. Non dissimile è l’attitudine di alcuni nemici loro, fascistelli dell’Illinois con testa rasata, tatuaggi, aria trucida e vuoto pneumatico: sono come tu mi vuoi, cantava Mina e più recentemente Irene Grandi. Loro capetti, ingrigiti “camerati” prigionieri onirici degli anni Settanta del secolo scorso. Anche in loro avanza il deserto. Ci sono, naturalmente, anche gli imprenditori del deserto: forze politiche, economiche e sociali che campano sulle contrapposizioni indotte, ed esibiscono finto perbenismo al popolo perplesso. Loro sono peggio di noi, suggeriscono dietro sguardi corrivi di riprovazione, scuotendo la testa e fregandosi le mani in segreto per aver vinto la partita dividendo il fronte avversario, mentendo spudoratamente, con l’arbitro venduto. Per loro, disgraziatamente, è sempre domenica, e poco importa se tanti anziani languono in dignitose povertà che diventano inedia, i giovani sono servi della gig economy, l’economia dei lavoretti, e a milioni vivono insicuri nelle proprie case, mentre farabutti dei cinque continenti scorrazzano per le strade da Bolzano a Siracusa.

 

È il risultato di una siccità morale che compie cinquant’anni. Dove esisteva una comunità con pregi e difetti, luci ed ombre, si è insediata una torva periferia esistenziale fatta di pietre sparse, rovi, rovine di edifici abbandonati, rari lacerti di civiltà ricoperti dai calcinacci del progresso impermeabilizzato. Dove sussisteva una forma, si è installato l’informe, il rizoma che tracima incontrollato. Mezzo secolo dopo il mitico Sessantotto, gli anni formidabili di Mario Capanna, Gino Strada, Emma Bonino e i suoi aborti con le pompe di bicicletta, eruditi alfieri del Nulla e pomposi maestri del Nuovo come Umberto Eco ieri e oggi il giovane Saviano, la missione è compiuta.  Il deserto è qui e la maggioranza non se ne accorge neppure. Gonfia della retorica dei “diritti” individuali, ha smarrito il filo di quelli sociali e scambia la civiltà per assenza di giudizio critico. Tollera ogni cosa in quanto non crede in alcun principio. Un viaggio sui social media, turandosi il naso, fa comprendere più cose di mille trattati di sociologia. In occasione degli assalti “anti” di questi giorni, un commento ci ha colpito più degli altri. Nessun insulto, nessun odio esibito. Un professorino del pensiero debole giustifica la violenza citando Karl Popper: chi è contro la tolleranza, va spazzato via in quanto intollerante e nemico della “società aperta”. Aveva ragione Carl Schmitt: un uomo, un gruppo armato di “valori” è un potenziale assassino. Specialmente quando grande è la confusione sotto il cielo. Quindi la situazione è favorevole, parola di Mao Tse Tung, mito sanguinario della generazione i cui figli e nipoti sono la maggioranza di questo tempo bastardo. Bastardo perché confuso, miraggi nel deserto che tra una birra e un rutto citano Popper, liberale e liberista, ma brandiscono una bandiera rossa nell’indifferenza del popolo. Una sola cosa hanno preso sul serio, vietato vietare. La conseguenza è la perdita di ogni ritegno, di qualsiasi residua umanità di fronte a chi impedisce loro qualcosa, come i poliziotti il cui dovere è difendere un minimo di convivenza ordinata. Signorini viziati li definì Ortega y Gasset all’alba della ribellione delle masse, gente che considera un affronto ogni limite o proibizione. Il loro nemico è il semaforo rosso che impone lo stop, riconoscono solo il deserto, odiano le oasi e la foresta che cresce silenziosa. Per questo avvelenano i pozzi e segano i rami dell’albero ai piedi del quale vivono, senza avvedersi del guinzaglio del padrone che li aizza. La rivoluzione, sosteneva Mao, non è un pranzo di gala, ma non ditelo a Lavinia e ai suoi compagni.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Verso la distruzione delle conquiste delle donne? PDF Stampa E-mail

10 Marzo 2018

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Da Comedonchisciotte dell’8-3-2018 (N.d.d.) 

 

Bravi, continuate a pompare questa nefasta retorica del primato della Donna, che non esiste. Da anni avviso che le vittime di questa isteria di massa Politically Correct che porta il nome di “Il Futuro è Donna“, saranno proprio le donne. È un terribile meccanismo che si ripete nelle menti vacue dei maschi progressisti, gente stolta che pratica rituali di auto-purificazione fanatica dopo ogni abominio storico: il razzismo, il fascismo, il comunismo sovietico, la persecuzione delle minoranze e dei diversi ecc… L’uomo ha oppresso la Donna per secoli, ora il maschio progressista si straccia le vesti e ulula del primato femminile per lavarsi dal sangue versato, e ‘sta povera Donna viene – sempre dal maschio, si badi – proiettata in una presunta superiorità, in un presunto ruolo di Genere-Guida, ma non si capisce su che basi. Di fatto, però, oggi chi mette in dubbio il neo-Monoteismo del Femminile viene arso vivo all’istante. Il risultato di tutto ciò è che questi demenziali progressisti Politically Correct, con l’ovvio quanto ingenuo tripudio della Donna, intimidiscono milioni di uomini nel silenzio sulla reale natura della femmina, e sulla sua reale performance nel mezzo secolo di libertà che ha giustamente ottenuto. È la sciagurata replica della precedente isteria Politically Correct sul razzismo: tutti muti! un sussurro di critica, di non sopportazione, di disagio alla presenza dell’alieno, magari per le sue abitudini, o per le sue pretese e per l’accoglimento delle stesse in via preferenziale rispetto al cittadino d’origine (CGIL+PD in It.), o per il suo delinquere, veniva appunto stroncato col lanciafiamme del “Razzista!“, con strascico di “retrivo orribile ignorante indegno dei moderni, vergognati schifoso!“. Eh… si è poi visto cos’ha provocato nel popolo quest’insulsa isteria delle ‘belle anime’ Politically Correct: l’intera Europa e gli USA si sono infiammati di destre estreme, di populismi sgangherati, e un infame partito italiano davvero razzista che prima languiva a meno del 3% è ora al 18% e comanda.

 

Oggi replicate questa follia con la Donna, impedendo con furia devastatrice qualsiasi libero dibattito su cosa davvero sono queste donne, come sono, che talenti hanno e dove invece sono tanto limitate quanto l’uomo, o peggio. E sui limiti, sulle distorsioni, o sui veri e propri abomini del femminile si stende un silenzio terribilmente malsano. Vietato proferir parola, pena la morte professionale, l’ostracismo odioso degli isterici e delle isteriche, pena addirittura l’ira della Magistratura. E allora i milioni di maschi intimiditi dal “maschilista retrivo orribile ignorante indegno dei moderni, vergognati schifoso” saranno compressi e compressi, per poi alla fine esplodere in un “Welcome la Restaurazione“, e sarà micidiale. Mica fra tanto, sapete? Le donne oggi proprio non ci arrivano, e gongolano in questa sciagurata progressiva intoccabilità che non è affatto sinonimo di rispetto dei loro diritti, anzi, è solo fumo nei loro occhi pompato come sempre dal maschile progressista isterico Politically Correct. E loro, povere, ci cascano per l’ennesima volta. Un disastro che porterà proprio, come detto, alla distruzione delle loro conquiste. Ma tanto è sempre così: l’umano impara sempre scassandosi la testa contro il muro.

 

 Paolo Barnard

 

 
Riflessi geopolitici del voto PDF Stampa E-mail

9 Marzo 2018

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Vincono i “populisti”e crolla la sinistra globalista. Nel maggio del 2017, l’elezione di Macron in Francia faceva tirare un sospiro di sollievo alla Troika (F.M.I, C.E, B.C.E.) e alle oligarchie politico finanziarie, l’ondata populista in Europa aveva subito una battuta d’arresto e forse si stava esaurendo. I risultati delle elezioni italiane smentiscono questa ipotesi, a vincere sono stati i partiti “populisti”, alla camera: il Movimento 5 stelle si afferma come primo partito, ottiene il 32,68% dei voti e 133 seggi; la coalizione di centro destra (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e l’insignificante UDC) vince la tornata elettorale, ottiene il 37% dei voti e 151 seggi (la Lega supera gli alleati e si prepara a guidare un eventuale governo); la sinistra crolla, ottiene il 22,85% dei voti e 112 seggi, ne aveva ottenuti 345 alle politiche del 2013. Non poteva andare peggio al fanfarone fiorentino che da “rottamatore” sarà “rottamato”. La cariatide Berlusconi ha la dentiera che batte, la tricoprotesi incollata in testa ma non molla; certi vecchi non hanno il buon gusto di togliersi dai coglioni. D’Alema è trombato, la Boldrini si salva grazie al “paracadute” del proporzionale, l’orrenda Bonino viene eletta grazie al meccanismo dell’uninominale. Sono questi i rappresentanti della sinistra al “caviale”, libertaria e liberista: predicano la cultura dell’accoglienza e giustificano le guerre umanitarie incuranti delle disastrose conseguenze; usano l’antifascismo e la lotta alle discriminazioni per imporre la dittatura del politicamente corretto e del reato di opinione, praticano lo squadrismo mediatico bollando come “fascista”, “razzista”, “omofobo” ogni pensiero non omologato; sono i pedissequi esecutori delle politiche neoliberiste imposte dalla Troika che hanno impoverito milioni di europei, antepongono l’aborto e l’eutanasia alle politiche in difesa della natalità. Le forze di governo, i servi sciocchi dell’informazione, i sedicenti intellettuali progressisti erano scesi in campo per fermare la deriva “populista” del Paese. Degne di nota sono state le patetiche manifestazioni “antifasciste” e “antirazziste” che hanno segnato la campagna elettorale; qui gli squadristi dei centri sociali hanno sfogato la loro violenza sulle forze dell’ordine e sui cittadini; una violenza che prospera grazie all’impotenza-connivenza delle istituzioni, magistratura compresa. Tutto questo non è servito a fermare l’onda “populista”. I “populisti” hanno saputo incanalare la rabbia e la disperazione di milioni d’italiani: stanchi di vedere il Paese trasformato in fogna multietnica, grazie a un’immigrazione che genera criminalità, sfruttamento e minaccia la nostra identità storica e culturale (l’islamizzazione); stanchi di sopportare i privilegi di una casta inetta e corrotta, prostituita ai poteri forti e incapace di difendere gli interessi nazionali; stanchi di subire le politiche di austerità imposte dall’Unione Europea. Dai risultati elettorali non emerge una maggioranza che ha i numeri per governare il Paese (la maggioranza assoluta alla Camera è di 315 seggi). Escluso il ricorso a nuove elezioni tutte le ipotesi rimangono aperte, non mi dilungo perché questa non è la mia materia.

 

Voglio invitarvi a riflettere sugli aspetti geopolitici di questo voto. Lega, Fratelli d’Italia e Movimento 5 Stelle, pur da posizioni diverse condividono una profonda e legittima diffidenza verso le istituzioni europee, sono critici verso l’Euro, vedono nella Russia un potenziale alleato e non un nemico. Diffidano dalle guerre imperialiste camuffate da crociate umanitarie, interventi militari ai quali partecipiamo seguendo con fedeltà canina le direttive di Washington. Ci sono le condizioni per una nuova politica meno filoatlantica e più euroasiatica? Più sovranista e meno globalista? È presto per dirlo però le premesse ci sono. L’Italia è un Paese strategico per gli equilibri dell’Europa e del Mediterraneo (la Nuova via della seta, i flussi migratori che dall’Africa e dal Medio Oriente arrivano in Europa, il nostro peso economico e politico condiziona il futuro dell’Unione e dell’euro, gli Stati Uniti controllano l’Europa e il Mediterraneo grazie alle basi in Italia, per la Russia e per la Cina non siamo nemici e rappresentiamo un Paese che può dare molto sotto ogni profilo) ma resta un adolescente politico, incapace di tutelare gli interessi nazionali (gli obiettivi politici ed economici di uno Stato, i valori che intende difendere) lo abbiamo visto con la crisi libica, le sanzioni alla Russia e la gestione dei migranti. L’Italia è un eterno Peter Pan privo di dignità nazionale e di lungimiranza politica: convinto che la Guerra Fredda non sia finita e quindi la sudditanza-riconoscenza verso gli Stati Uniti sia eterna; convinto che questa Europa sia l’unica possibile e che alle sue istituzioni si debba cieca obbedienza. Ai dogmi della fede cattolica abbiamo sostituito quelli della fede “atlantica”, “europea” e del “mercato”. È arrivato il momento di crescere e di alzarci in piedi, sono in gioco il nostro futuro e la nostra dignità. Lo capiranno i pentastellati appoggiando un governo sovranista? Che Dio protegga l’Europa dei popoli e delle “patrie”.

 

Giorgio Da Gai

 

 
Di Stefano, Heidegger e il tigrotto PDF Stampa E-mail

8 Marzo 2018

 

Una delle sorprese più grandi di questa tornata elettorale è stata sicuramente lo scarso consenso, da zero virgola, per intendersi, riscosso da Casapound.  Oltre alla percezione avvertita dell’entità numerica del partito guidato da Di Stefano, senza dubbio molto diversa dalla realtà che poi si è palesata, anche gli stessi sondaggi davano Cpi vicina alla soglia di sbarramento, se non al di là della stessa. Le dichiarazioni del capo, gli inviti a “votare forte”, come se un singolo voto potesse determinare l’impresa – poi non si sa che impresa sarebbe stata - erano conferma di questa percezione. Invece è avvenuto il crollo, al di là dell’aumento importante dei consensi rispetto all’ultima consultazione, un crollo evidenziato, più che dai numeri, dalle aspettative e dai risultati sensibilmente superiori dei dirimpettai di Potere al Popolo. Cerchiamo di capire i perché di questa vicenda. Partiamo da una precisazione preliminare: Casapound è tra le tre o quattro formazioni che ritengo se non vicine, almeno fortemente compatibili con la mia visione della politica. Non si tratta quindi di una critica irridente e non costruttiva, ma semplicemente della sommatoria di alcune osservazioni che venivo facendo anche in rete, e anche direttamente ad esponenti dello stesso partito, già mesi fa.

 

La strategia di Cpi per questa campagna elettorale si è basata su tre punti, tutti pragmatici: da un lato il tentativo di mantenere agganciata a sé la base nostalgica di matrice fascista, sia attraverso il perpetuarsi dei riti d’ordinanza, sia attraverso una palese rivendicazione di alcuni aspetti dell’esperienza del regime; dall’altro una sorta di modernismo attualizzante, che si è mostrato ad esempio nel coinvolgimento di personaggi noti, alla Nina Moric per intendersi, nella ricerca di un vippismo improbabile e nell’accettazione delle dinamiche liberaldemocratiche della comunicazione; infine nella ricerca di uno sdoganamento, di stampo finiano, simboleggiato dal Mentana che imperversa nella sede di Di Stefano maledicendo le leggi razziali e altri aspetti del fascismo nel silenzio attonito e remissivo della sala, in una asimmetria mediatica e carismatica percepibile anche dal profano della comunicazione. Ma non solo Mentana! Lo sdoganamento doveva passare per il silenzio, o anche la stessa negazione, fino all’assunzione del ruolo di debunker, su alcuni temi sensibili quali l’obbligo vaccinale glaxoburionico, il Piano Kalergi, le scie chimiche, fino all’accettazione velata di alcuni tratti del multiculturalismo. Ora, se sul discorso Kalergi si sa come la penso, per quanto riguarda le cosiddette scie chimiche non credo minimamente all’avvelenamento di massa, perché il credervi esporrebbe ad aporie insormontabili, ma da qui a dire che, in un mondo in cui per verniciare una persiana di un colore piuttosto che di un altro bisogna raccomandarsi ai santi, sia normale e consentito offuscare il sole e impedire agli umani la visione dell’azzurro del cielo, ce ne passa eccome.  Insomma, una strategia schizofrenica e pavida che non lasciava presagire nulla di buono, senza che si avvertisse il bisogno di andare a definire, esagerando, Casapound come la realtà dei rassicuranti fascisti da salotto. Il prevedibile finale di questa vicenda è stato il piagnisteo di Di Stefano, lungo, insistente, risentito, con cui la notte dello spoglio si è presentato proprio dinanzi a Mentana, su La7. Un piagnisteo errato dal punto di vista della strategia comunicativa ma anche fastidioso dal punto di vista estetico, mancante in una autocritica che sembrava doverosa, ma soprattutto per niente in linea con il patrimonio culturale di certa “destra” accettante, quale emerge ad esempio dalle posizioni di Nietzsche, Jaspers, De Unamuno, nelle loro riflessioni sulla superiorità della sconfitta in senso tragico. Il punto è questo in sostanza: il rapporto tra Di Stefano e questi contenuti culturali esiste? È avvertibile? Esso sarebbe potuto emergere, se non nuotava neanche nell’oscurità del fondale? Ma quale è la radice di queste scelte, rivelatesi fallimentari? Cpi ha creduto di poter cavalcare il tigrotto del postmodernismo comunicativo, delle logiche massmediali, per poi magari scendere dal cucciolo trionfalmente, una volta sbarcati in parlamento. Ha creduto di poter maneggiare le armi di lorsignori ed uscirne indenne e la punizione è puntualmente arrivata con le parole di scherno dello stesso Mentana: “Cosa volevate, Fantastico?”. Lorsignori hanno creato quelle forme e quelle armi ed esse hanno una vita propria, contaminante. Se il tigrotto si è lasciato cavalcare di pomeriggio, sotto lo sguardo sornione della mamma, all’imbrunire essa ha chiamato a sé, inesorabilmente, e la natura ha fatto il suo corso. Se gli ideologi di Casapound avessero avuto in mente le critiche di Martin Heidegger al nazionalsocialismo, ovvero quelle di voler costruire, subito e per scorciatoie, su basi poco solide e per nulla alternative al pensiero tecnico-strumentale, una nuova realtà ideale, forse non avrebbero commesso questo errore. Heidegger, sia in Essere e Tempo che nei Quaderni Neri mette in guardia da tale pericolo ed invita a non cavalcare tigrotti finché non giunge il momento di uscire dal bosco o dalla Foresta Nera. E l’uscita è un fatto culturale, non mediatico, non storico, ma metastorico. La tigre Mentana ha sbranato ridendo Di Stefano, assaporando quel rovesciamento messianico di posizioni che contraddistingue le vicende mondiali degli ultimi cento anni, mentre Heidegger faceva di no con la testa, da dietro un abete, proprio accanto alla sua baita, prima di riaprire l’uscio e rientrarvi lentamente. Quale lascito positivo da questa vicenda? Forse, ed era ora, la fine del fascismo, e conseguentemente dell’antifascismo in assenza di fascismo.

 

Matteo Simonetti

 

 
Requiescant PDF Stampa E-mail

7 Marzo 2018

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Da Rassegna di Arianna del 5-3-2018 (N.d.d.)

 

Non c'era molto da aspettarsi da queste elezioni, però quel poco che si poteva sperare in effetti è accaduto davvero: il PD ha ricevuto una sonora batosta, la sinistra in generale è ridotta a poca cosa. Questo è un dato positivo, forse l'unico di queste elezioni. Non tanto per quello che adesso potrà succedere (su questo non mi azzardo a fare previsioni) quanto perché la disintegrazione della sinistra sembra indicare che sta emergendo negli elettori un filo di razionalità. Ovvero, se per decenni continui a massacrare la tua base sociale, non puoi sperare che continuino in eterno a votarti. C'è voluto un sacco di tempo, la base sociale popolare della sinistra ha dimostrato davvero una pazienza infinita, ma adesso finalmente i ceti politici della sinistra stanno ricevendo il giusto compenso per le politiche antipopolari da essi perseguite per decenni.

 

Un discorso diverso va fatto, ovviamente, per "Potere al popolo", che rappresenta piuttosto l'ennesima dimostrazione dell'assoluta incapacità della sinistra radicale di uscire dal proprio ghetto. Si tratta di realtà (partitini, centri sociali e cose simili) che hanno fatto della marginalità e dell'irrilevanza una scelta di vita, e meritatamente ottengono ciò a cui aspirano. Alla fine ognuna delle varie anime della sinistra riceve ciò che merita. Requiescant.

 

Marino Badiale

 

 
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