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La parola a Konaré PDF Stampa E-mail

26 Agosto 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 24-8-2019 (N.d.d.)

 

[…] Parla Mohamed Konaré, attivista «per l'indipendenza reale» del continente nero. «Sogno gli Stati Uniti d'Africa. L’Africa deve tornare agli africani». Ha le idee chiare Mohamed Konaré, leader panafricanista che sogna di liberare il continente nero dalle influenze straniere. Originario della Costa d’Avorio, 53 anni, Konaré vive a Firenze da 20 anni («Amo l’Italia, ma la mia cittadinanza è solo africana, perché un giorno voglio tornare a casa»). Nella sua vita tanti lavori, dalla ditta di un amico al settore turistico nel capoluogo toscano, compresa una parentesi all'Eni (nella raffineria di Stagno, nel Livornese). Da un po’ di tempo il suo primo obiettivo è sensibilizzare gli africani (ma non solo) sul sistema che consente all'Occidente di «depredare l’Africa, occupata militarmente, culturalmente e soprattutto economicamente». Non ha dubbi su quale Stato abbia maggiori responsabilità: la Francia, «che di fatto non ha mai interrotto la propria dominazione coloniale, riconoscendo l’indipendenza di facciata di molti Stati solo per placare le rivolte, e scrivendo di proprio pugno le Costituzioni attualmente in vigore in vari paesi». Il principale problema, per Konaré, è il Franco Cfa, la moneta inventata nel 1945 da De Gaulle «sulle orme di quella adottata da Hitler in Francia durante l’occupazione nazista»: il Cfa, ex Franco delle colonie francesi, nome che oggi identifica la “zona franco” nell'Africa subsahariana, lega indissolubilmente 14 paesi, tra cui Camerun, Senegal e Costa d’Avorio, alla Francia, «che fino a poco tempo fa deteneva il 100% delle divise, ora il 50%». «Solo per la moneta, la Francia ricava 440 miliardi di euro all'anno. Con quella cifra in Africa si potrebbero fare tantissime cose, ma non possiamo beneficiare delle nostre risorse sul mercato internazionale».

 

Konaré, come può avvenire questa liberazione? «Gli africani devono prendere consapevolezza della situazione e sollevarsi contro gli Stati imperialisti. L’Africa deve tornare ciò che era prima della Conferenza di Berlino del 1884-1885, quando l’Occidente ha cominciato a spartirsela».

 

Sembra molto difficile come obiettivo. «Lo è, ma se i popoli africani si uniscono possono riacquistare la propria autodeterminazione. Il dominio si realizza in primo luogo con la moneta, ma anche con la cultura: oggi gli africani non hanno più identità, i nomi stessi dei paesi sono occidentali. Anche con la lingua si controllano i popoli».

 

A chi si rivolge il movimento panafricanista? «Innanzitutto all'Africa nera, poi se i paesi nordafricani vorranno unirsi saranno i benvenuti. Sogno gli Stati Uniti d’Africa. Oggi, grazie al Cfa, paesi confinanti non possono commerciare con l’estero e nemmeno tra di loro. Il valore stesso della valuta è zero, fuori dall'area in cui circola. Ecco perché, insieme a tanti fratelli, cerco di unire tutti i movimenti panafricanisti che realmente vogliono liberarsi. Ma la nostra lotta riguarda l’umanità intera».

 

Come agisce concretamente questo movimento? «Abbiamo creato un gruppo di lavoro, siamo in contatto tutti i giorni con la gioventù africana. Tra poco terremo una conferenza via Skype con i giornalisti africani. Dobbiamo agire, non si può restare soggiogati e non posso accettare di vedere i miei fratelli morire per un’aspirina. In certe zone manca l’acqua potabile, una sigaretta è un lusso. C’è tanto lavoro da fare, ma la priorità è garantire cibo, acqua, istruzione e sanità per gli africani».

 

Lei accusa in particolare la Francia. Ma i problemi dell’Africa non dipendono solo dai francesi… «La storia parla chiaro. Basta pensare che il capo dei servizi militari della Costa d’Avorio è francese o che nelle tre banche centrali africane la Francia ha diritto di voto, impedendo qualunque scelta autonoma degli africani, per capire come stanno le cose».

 

La Cina si sta espandendo sempre di più in Africa. «I cinesi stanno cercando di penetrare con mezzi diversi, ne siamo consapevoli e ci stiamo preparando per affrontare anche questo. L’Italia, invece, è uno dei paesi che fanno meno male all'Africa, ha un ruolo marginale. Ma il problema è che al governo spesso ci sono fantocci piazzati dall'Occidente. Chiunque abbia cercato di liberare l’Africa è stato ammazzato dai francesi. Ventidue capi di Stati africani, da Thomas Sankara a Patrice Lumumba, senza contare gli attivisti morti in galera. Gheddafi è stata l’ultima vittima».

 

Perché? «Stava per mettere 42 miliardi di dollari per creare un fondo monetario africano e uscire dal Fmi, è stato ucciso dalla Francia per questo. Stava creando una banca centrale e una banca di investimenti africane. In Libia c’è stata una manipolazione, non c’era nemmeno una rivolta. È tutto documentato, ma di queste cose non si parla».

 

Lei ha paura per la sua vita? «No. Cerco di stare attento, ma quando ho scelto di attivarmi per la causa sapevo a cosa andavo incontro, infatti la mia vita è cambiata. Ricevo minacce, palesi e subliminali, e sono costretto a spostarmi in modo discreto, perché so che qualcuno non sopporta ciò che faccio. Se prendessi un aereo per l’Africa oggi, non oso immaginare che fine potrei fare».

 

Tanti giovani africani cercano di raggiungere l’Europa. «È chiaro, ma non è questa la soluzione, se si vuole bene all'Africa. Anzi, l’emigrazione è proprio il progetto delle élite per evitare che gli africani si ribellino. Chi parte rischia la vita, il viaggio è un inferno. Per fare cosa poi? Lavori disumani».

 

Pensa che ci sia razzismo in Europa? «Il razzismo c’è dappertutto, anche tra africani o tra italiani stessi. Ma è frutto di ignoranza, la realtà è che siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo lottare per la libertà dei popoli».

 

 Ruggero Tantulli

 

 
Deforestazione non casuale PDF Stampa E-mail

25 Agosto 2019

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Da Rassegna di Arianna del 23-8-2019 (N.d.d.)

 

Le fiamme che stanno devastando l'Amazzonia a causa dell'accelerazione delle politiche di deforestazione avviate da Bolsonaro hanno una causa precisa: si chiama liberoscambismo. Cioè l'idea che l'obiettivo della politica commerciale globale debba essere quello di incrementare il più possibile il volume e l'intensità degli scambi commerciali internazionali, con l'obiettivo, tra le altre cose, di aumentare le esportazioni, ridurre il costo delle importazioni e favorire l'integrazione delle filiere produttive dei singoli paesi. La deforestazione in corso in Brasile serve infatti a far spazio alle coltivazioni intensive di soia e all'allevamento di bovini, due dei principali export brasiliani. È ormai sempre più evidente che siamo di fronte a una strategia non solo completamente irrazionale dal punto di vista sociale ed economico - che sta distruggendo la base produttiva di interi paesi - ma anche completamente suicida dal punto di vista ambientale. È altresì evidente che serve un ribaltamento radicale di questa logica, che ponga al primo posto la riduzione - non l'allargamento - del grado di apertura commerciale dei singoli paesi.

 

Una nuova razionalità economica che ponga al primo posto l'ottenimento del massimo grado di autosufficienza economica nazionale possibile, secondo la filosofia esposta da Keynes nel suo noto saggio del 1933 "Autosufficienza nazionale": «Io simpatizzo piuttosto con coloro che vorrebbero ridurre al minimo il groviglio economico tra le nazioni, che non con quelli che lo vorrebbero aumentare al massimo. Le idee, il sapere, la scienza, l’ospitalità, il viaggiare – queste sono le cose che per loro natura dovrebbero essere internazionali. Ma lasciate che le merci siano fatte in casa ogni qualvolta ciò è ragionevolmente e praticamente possibile, e, soprattutto, che la finanza sia eminentemente nazionale».

 

In quest'ottica risulta assolutamente prioritario lo smantellamento dell'UE, la cui intera architettura si fonda sulla promozione del liberoscambismo più esasperato. Non a caso sono in molti a denunciare che l'accordo commerciale UE-Mercosur siglato proprio il mese scorso - che punta tra le altre cose ad incrementare l'importazione in Europa di carne bovina dal blocco latinoamericano, che comprende Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay - avrà l'effetto di accelerare la deforestazione della foresta amazzonica. Con buona pace di tutti gli ambientalisti da salotto che sono solerti a sproloquiare sulla bontà delle politiche ambientali dell'UE.

 

Thomas Fazi

 

 
L'ultimo assalto alla diligenza PDF Stampa E-mail

24 Agosto 2019

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Da Comedonchisciotte del 22-8-2019 (N.d.d.)

 

Il giorno della mia laurea, incravattato e impomatato con tanto di codazzo di parenti e amici al seguito, uscì dal portone principale della facoltà di Filosofia al 38 di Via Zamboni. Faceva discretamente caldo e in strada non c’era quasi nessuno. Potete allora immaginare la mia sorpresa quando uscendo dalla palazzina alla testa dei miei fedeli mi trovai davanti a quella “faccia quedra” di Romano Prodi. Non era da solo, ovviamente, ma il suo faccione e quella bonarietà panzuta da emiliano in gita la contemplai a lungo, se non altro perché allora faceva di mestiere nientepopodimeno che il Presidente del Consiglio (e da pochissimi giorni). Si trovava sotto i portici di via Zamboni perché anche lui festeggiava una laurea quel giorno: quella del figlio Giorgio (ora puntualmente ben inserito a professare nell’Università). All’epoca simpatizzavo per Prodi perché era l’unico italiano in grado di contrastare Silvio Berlusconi, uomo politico esecrabile per l’egoismo ed il familismo con cui conduceva la sua personalissima o.p.a. sull’Italia. Romano Prodi, inoltre, incarnava ai miei sprovveduti occhi il tipico emiliano Lambrusco e pop-corn, capace di farsi il mazzo tutta la settimana in azienda, ma anche di usare ogni minuto del suo tempo libero per friggere tigelle alle feste di paese. Naturalmente, simpatizzare non significa aderire: era pur sempre un democristiano, che diamine! Purtroppo, tra l’ermeneutica di Cassirer e le generose bellezze bolognesi, all’epoca non mi ero preso la briga di studiare il Prodi manager. Ma pochi anni dopo andai a vedere meglio, anche perché era l’unico santino presentabile che il centrosinistra tirava fuori ogni volta. Ora proprio grazie all’intervento di Romano Prodi (mai sentito parlare del “governo Ursula”?) sembra stia per nascere il MovimentoPdmenoelle, col reggiano dietro le quinte a fare da padre nobile, proponendosi come eminenza grigia del futuro asse governativo. Il solito club dell’euro l’ha scongelato, e non vedo perché non dovrebbe riproporre dunque la vecchia ricetta anni Novanta incentrata sulla svendita del patrimonio nazionale agli stranieri. Siccome nei prossimi tre anni Prodi potrebbe essere il suggeritore del Carneade di turno al Mef, meglio dunque andare a vedere bene di cosa si tratta. Un po’ per informare, un po’ per tutelarci.

 

“Noi che abbiamo fatto le privatizzazioni”. Quante volte avete sentito questa esclamazione? Che sia Prodi, o D’Alema o Rutelli, tutti si vantano di quella che invece dovrebbe essere una vergogna, un’onta nazionale, qualcosa di cui chieder scusa ed accettare anche un periodo “al buio” per scontare la pena. E invece se ne vantano. Ed è pieno di cretini che credono loro, persino. La privatizzazione di un servizio pubblico può avere un senso quando quel servizio è obsoleto e inutile, perché il privato che accetta di accollarselo dovrà giocoforza cambiarne la pelle. Ma quando il servizio è essenziale o in attivo o dalle enormi potenzialità, allora la privatizzazione diventa un crimine. Lo so, molti non saranno d’accordo con questa impostazione, ma se le opinioni si possono anche cambiare (ed io per primo), i dati no. Ed i dati dicono che negli anni della presidenza di Prodi all’Iri (istituto pubblico per il rilancio industriale) ed anche poi al governo, le multinazionali americane e francesi vennero in Italia a fare shopping. L’Italgel, che godeva di una valutazione di 750 miliardi, fu venduta alla Nestlè per 680. Gli italiani Benetton si aggiudicarono autogrill per 470 miliardi, ma poi riuscirono a rivenderla ai francesi di Carrefour per 10 volte tanto…Telecom fu completamente privatizzata (avete poi visto crollare la bolletta?), ma anche colossi come Eni ed Enel furono in parte svenduti, con partecipazioni azionarie che misero e mettono ancora in gioco gli equilibri internazionali. Quel che è stato fatto con gli istituti di credito non lo scrivo neanche. Un po’ per non vomitare sulla tastiera, un po’ perché non c’è abbastanza spazio online. A tutto ciò si aggiunga che il collocamento a mercato ha un costo, e ci sono agenzie specializzate, aziende, che hanno lavorato come consulenti per questa attività. E come si chiamano queste agenzie strapagate con denaro pubblico per collocare le società italiane? Qualche nome: J.P. Morgan, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Credit Suisse, e molte altre. Che hanno fatto palate di soldi senza rischiare nemmeno un centesimo. Solo per il collocamento. Non basta. Se per alcuni colossi la svendita fu palese, anche per molte controllate all’epoca erroneamente considerate private, come Alfa Romeo, i dubbi sull’efficacia della vendita rimangono forti: meglio alla Fiat o meglio alla Ford? Ancora oggi se ne parla. Ma la cosa grave fatta da Prodi e i prodiani fu un’altra: la convinzione assoluta che il privato potesse gestire meglio del pubblico; qualsiasi privato, indipendentemente dalle competenze. Ecco allora che molti tecnici e competenti furono accantonati per preferire “privati” che nella vita avevano fatto tutt’altro. Come scrive lo storico Giulio Sapelli (qui) parlando di privatizzazioni e nello specifico dell’Ilva: “cosicché i rottamatori da forno elettrico si ritrovarono a guidare imprese siderurgiche a ciclo integrale in una siderurgia che dagli anni Trenta in avanti era divenuta la più avanzata del mondo, grazie al lavoro di tecnici di immenso valore come Agostino Rocca e Oscar Sinigaglia”

 

I mali dell’Italia affondano le proprie radici non solo nei Trattati, dunque, ma anche in politiche pubbliche sciagurate, prima fra tutte il sistema di privatizzazioni lanciato negli anni Novanta. Il giornalista Gianluigi Da Rold, con il libro ”Assalto alla Diligenza” se n’è occupato molto, con tanto di nomi, dati e fatti molto circostanziati, tanto da definire quell’epoca come “un buco nero dell’autocoscienza italiana”. Quali prospettive dunque emergono da quella ricetta? A me sembra piuttosto chiaro. Un governo giallofucsia che si rispetti – avendo escluso ideologicamente qualsiasi braccio di ferro con Bruxelles – non potrà esimersi dal muoversi su questi due terreni: 1) ennesimo risanamento di bilancio (… dopo Dini, Prodi, Fornero… questi stanno sempre a risanarci) attraverso la vendita di ulteriori servizi pubblici. L’ultimo assalto a ciò che resta della Diligenza sarà su Eni ed Enel? Sulla sanità? Sulla scuola? Scegliete voi. 2) ennesimo risanamento di bilancio (… dopo Dini, Prodi, Fornero… questi stanno sempre a risanarci) tramite politiche fiscali patrimoniali. Quest’ultimo tema merita una precisazione, perché a prima vista quella delle patrimoniali potrebbe sembrare una politica ridistributiva. Il guaio infatti è che avendo accettato la globalizzazione, che prevede il libero spostamento di uomini e merci, qualsivoglia patrimoniale colpirà ESCLUSIVAMENTE i soggetti costretti a rimanere entro i confini nazionali come personalità giuridica. Detto diversamente: perché le patrimoniali sono da respingere oggi come oggi? Perché colpiscono solo chi ha un lavoro dipendente, come già accade ad esempio coi bolli ad minchiam voluti da Mario Monti e che ci gabellano sui conti correnti, sui buoni fruttiferi postali e sui conti di deposito. Ma secondo voi uno come Gianluca Vacchi o Flavio Briatore, sono tediati dai bolli? Suvvia, non prendiamoci in giro. Il trader professionale, le società, i capitani d’industria incaricano una équipe di commercialisti e per loro il gioco è fatto. In questo paese, l’a-sinistra da un lato scimmiotta i liberali, dall’altro finge di non sapere che le ricette nobili dei padri (come Karl Marx) furono scritte nell’Ottocento e che proprio per questo oggi, per salvarne i princìpi, le riscriverebbero in toto.

 

Massimo Bordin

 

 
Prognosi infausta PDF Stampa E-mail

23 Agosto 2019

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A differenza di molti analisti e persone comuni io non vedo nulla di innaturale in una eventuale alleanza tra piddini, pentastellati e boldriniani. Anzi, la vedo come cosa naturalissima. Perché i pentastellati sono tutto tranne "antisistema" o "rivoluzionari". Di ciò non hanno nulla, ma proprio nulla. È solo una mano di vernice che la Casaleggio e Associati ha dato ai suoi adepti, per motivi di marketing politico. I pentastellati sono consunstanziali al PD e ai boldriniani. Sono come i ladri di Pisa: fingono di litigare il giorno e poi la notte vanno assieme a rubare. I pentastellati sono la quintessenza di quella che Fusaro chiama la "sinistra del costume", sono un braccio armato del PD che lo usa per i lavori sporchi e il bello è che i poveri illusi che li votano ancora credono alle parole d' ordine di Casaleggio, perché, bando alle chiacchiere, è un partito-azienda dove la linea politica viene dettata da individui assai loschi che erano e sono di casa al workshop Ambrosetti di Cernobbio, tanto per dirne una. Non ho mai capito, però, se l'ex guru Grillo "ci è" o "ci fa". Ma data ormai la marginalità del comico nelle politiche del partito-azienda, credo che la domanda sia pura accademia. I pentastellati sono un esperimento di ingegneria socio-politica avente lo scopo di creare una falsa opposizione antisistema per calmierare la rabbia delle masse, incanalarla verso sentieri istituzionali. Nella scacchiera il loro posto è a sinistra, precisamente una sinistra critica di transfughi, che in un gioco di vasi comunicanti restano sempre nella stessa brodaglia, seppur in apparenza siano dissimili. Le prove? Una larghissima fetta dei grillini sono ex piddini ed ex comunisti. Un altro terzo dei loro elettori sono dei poveri disperati, disoccupati, ultimi delle periferie. Il posto dei cinquestelle è in una alleanza col PD, a fare l'unico giochino possibile a beneficio dei fessi: il figlio discolo (M5S) e il padre responsabile ma allo stesso tempo indulgente (il PD). In un eventuale governicchio col Pd i pentastellati capitolerebbero su tutto, TAV in primis. Ho sempre visto del torbido in questo pseudomovimento e pseudopartito e i fatti mi hanno dato ragione.

 

Come M5S può stare solo col Pd, la Lega ha un solo posto: col centrodestra a prescindere dal ruolo di FI e Berlusconi. La Lega non è per nulla antisistema e neppure sovranista. Rappresenta la "destra del capitale"(Fusaro). Forse fu rivoluzionaria la prima Lega, quella di inizio anni Novanta, quella che fece cadere il governo Berlusconi I. Prima che il Berlusca se la comprasse. Infatti, dal 2001 al 2011 la Lega ha appoggiato tutte le porcate del Cavaliere, scontentando la base. Chiacchiere e distintivo era nel 2001, chiacchiere e distintivo lo è nel 2019 e con Salvini mi pare anche peggiorata. Penso che i poteri forti abbiano permesso questa commedia mostruosa del governo gialloverde, sapendo che sarebbe durato ben poco, per depotenziare ancora di più questi due falsi soggetti "antisistema" e screditarli. Come per dire alla gente: "Visto che succede con questi insieme?". Se così fosse, leghisti e pentastellati avrebbero compiuto a puntino il loro lavoro: quello degli utili idioti. Comunque vada, la prognosi del paziente Italia è infausta. Sia che i medici si chiamino Zingaretti, Renzi, Boldrini, Meloni, Salvini, Giorgetti...fottuti eravamo e fottuti siamo, seguo la situazione con curiosità, così per vedere cosa succede. E l'Italia -Stato e nazione è ormai "perinde ac cadaver", per dirlo alla latina.

 

Mi consolo che siamo in buona compagnia: tutto il Continente è in questa situazione, se non la civiltà umana intera. Intanto leggo di un'ondata incredibile di suicidi nelle polizie francese, italiana, tedesca. Solo in Francia quasi 80 suicidi. E non scherziamo nemmeno noi: oltre 40 suicidi in otto mesi! Leggo inoltre che anche in Italia, nelle grandi città al momento, si stanno moltiplicando le aggressioni e le sassaiole contro i vigili del fuoco durante i loro interventi. E a Milano, pochi giorni fa, un'ambulanza che soccorreva un ferito è stata presa a sassate. Si segnalano pure aggressioni nei presidii delle guardie mediche. Nel brindisino vi è stato uno stillicidio di episodi nell' ultimo anno, con diversi medici che hanno subito botte da orbi, addirittura in alcuni paesi c' è stato il rischio di chiusura di alcune sedi. In Svezia e Francia ormai questi episodi non fanno più notizia. È come se ci fosse una rabbia incontrollata verso tutto ciò che sa di istituzioni, dall' agente al presidio della ASL. È una spaccatura ormai totale tra Paese -legale e Paese-reale, una frattura enorme, che avrà conseguenze serie, molto serie.

 

Possiamo solo mantenere la calma dei forti e osservare lo sfacelo.

Simone Torresani

 
Una guerra civile sotterranea PDF Stampa E-mail

22 Agosto 2019

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Molti non hanno ancora capito la gravità di quanto sta accadendo. Siamo ormai in una situazione di vera guerra civile, anche se sotterranea. Assistiamo ad un conflitto istituzionale inaudito, che vede una parte delle istituzioni, dirette da traditori, o attraverso singole unità militanti molto probabilmente legate a strutture segrete massoniche o simili, in particolare della magistratura, il più efficace e sperimentato strumento di eversione che permette di mantenere la mascheratura e la finzione di legalità, apertamente e spudoratamente schierate contro quelle che esprimono la volontà popolare e democratica, in una sistematica azione eversiva dell'ordine costituzionale. Siamo caduti sotto il giogo di una congrega di pazzi criminali alla guida della più mostruosa entità di Potere della Storia, la Cupola mondialista globalista finanz-capitalistica, con una parte, malata, del popolo italiano, traditori e deviati mentali, che ad essi obbedisce e dà ascolto e servizio. Ci troviamo in presenza di un attacco di gravità senza precedenti alla nostra Nazione e all'esistenza stessa del nostro Popolo, che vogliono inglobare in un Impero sovranazionale al loro comando. Per far questo disattivano le nostre Istituzioni e sostituiscono, per dissolverlo, il nostro Popolo, con una popolazione indistinta fatta affluire da tutto il mondo. Un progetto antropologico genocida mostruoso, in confronto al quale quello del Terzo Reich nazista fu una bazzecola, sostenuto internamente da infidi nemici collaborazionisti che agiscono contro il proprio paese e il proprio popolo. In un'Unione Europea impostaci con l'inganno e il ricatto, una vera dittatura nascosta, governata della casta finanziaria e capitalistica internazionale, e fondata su Trattati che palesemente e diffusamente violano e violentano la nostra Costituzione. Il tutto contornato da un'azione di abbattimento di limiti e riferimenti morali o valoriali, che non sia il buonismo becero dei loro zombi decerebrati, pienamente funzionale ai loro obiettivi criminali. Ci troviamo dunque in una situazione di GUERRA, e anche di GUERRA CIVILE interna tra il Popolo italiano e gli infami traditori e degenerati che, affiancatisi al nemico esterno, agiscono per ucciderci. Dobbiamo finalmente prenderne piena consapevolezza e regolarci di conseguenza.

 

Marco Zorzi

 

 
Storia di un tradimento PDF Stampa E-mail

21 Agosto 2019

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La parabola storica del maggior partito della sinistra italiana (e a suo tempo maggior partito comunista d’Europa) ha avuto culmine e contemporaneo avvio del declino negli anni del ’68/’77. Da un lato le leggi per i lavoratori e i diritti politici, divenuti consapevolezza proletaria, furono vette poi non più eguagliate. Dall’altro i successi, o apparenti tali, tra cui, uno per tutti, il 6 politico. Comprensibile nelle intenzioni politiche originarie, si è poi dimostrato disastrosamente infettivo a lunga gittata. Potrebbe essere preso a simbolo quale punto d’avvio del lassismo generalizzato. Malamente scambiato per diritto individuale, l’io spodestò il noi dal trono sociale.

 

Il Compromesso storico, passo –storico, appunto – del Pci di Enrico Berlinguer verso la Democrazia Cristiana di Aldo Moro per quanto compiuto per gestire – con senso di responsabilità istituzionale e statale – l’emergenza sovversione armata, fece necessariamente la sua parte nell’evanescenza dell’importante tradizione della sinistra italiana. Da allora il Pci e i suoi succedanei – Pds, Ds e Pd – sono progressivamente venuti meno alla missione originaria di solidarietà e cura del mondo dei lavoratori, della società minore, dei diritti istituzionali, dell’anticapitalismo. Un processo in un certo senso consapevole, come se loro stessi fossero stati i primi a non credere più nei loro stessi padri. L’aggiustamento del nome e della bandiera del partito lo dimostra. Dalla bandiera rossa con falce e martello a tutto campo del Partito Comunista Italiano, mutarono in Partito Democratico della Sinistra. Era il 1991. Come simbolo scelsero una quercia, pensando alla solidità duratura. Forse qualcuno di loro aveva avuto sentore che le fazioni avrebbero potuto demolire l’incorruttibile e monolitico grande partito di ineccepibile moralità. (Dicevano e volevano far credere). Falce e martello c’erano ancora ma defilati alla base del tronco. Una specie di garanzia per se stessi e per gli elettori: «Tranquilli, noi veniamo da lì».  Sette anni dopo, nel 1998, nuovo aggiornamento. Il nome diviene Democratici di Sinistra. Grossomodo funzionale per abbracciare più o meno chiunque a destra vedesse solo mostri e diavoli e per contenere lo scemare degli iscritti. La bandiera rimase piena di quercia ma si svuotò di falce e martello.  Nuova mise dal 2007. Siamo al Partito Democratico. Abbandonò anche la quercia per affidarsi a un logo tricolore e un ramoscello d’ulivo. «Siamo i giusti» voleva dire? Se sì, non nelle urne. Ma c’era anche una rosa, non a caso già nell’immagine dei radicali. Anche per loro l’individualismo era da preferire al sociale. Parricidi e matricidi. Di fatto, in un arco temporale di 15 anni la metamorfosi si era compiuta. Da paladini della bellezza povera a naufraghi abbracciati a ciambelle liberiste. Da riferimento per ogni tipo di base della piramide a salottieri imbarcati sul panfilo della globalizzazione. Del resto, attraverso il loro binocolo truccato di falso benessere, il proletariato era sparito, almeno come corpo sociale; il capitalismo non era più neppure un problema di cui occuparsi se non facendogli l’occhiolino. L’ambiente tornava invece utile ma senza affrontare il conflitto con un progresso concepito come crescita infinita e consumismo da pompare.

 

Ma le cose vengono da lontano. Anni prima, dicevano: «la via del progresso», avrebbe avuto una nuova anima a partire dall’Europa Unita e dall'Euro. Ne fu artefice Prodi. Era il 1998. Precisava che un euro valeva 1936,27 lire. Ma la suggestione è più potente della ratione e quello che compravamo con mille lire costò in breve un euro. Il doppio. Poco per chi non sa neppure quanto ne ha, tanto per tutta la ciurma che conta i centesimi. La forbice sociale ebbe uno scatto di apertura. Pochi anni prima – nove – la demolizione del Muro di Berlino aveva mandato definitivamente all’aria il progetto egualitarista. (Lo aveva detto Stirner che gli uomini alla prima opportunità giusta preferiscono i propri interessi a quelli dell’ideologia che hanno sottoscritto. Ma nessuno ha mai dato troppo peso ai suoi avvisi). Progetto nel quale da sempre la sinistra di maggioranza aveva trovato ispirazione e supporto ideologico. Nel tempo però aveva lasciato gli ormeggi per solcare mari più occidentali. Nel tempo aveva trovato opportuno mostrarsi via via più lasciva nei confronti della presa del potere economico sui partiti e sulle istituzioni.  Infatti. Seguirono leggi sempre più liberiste come necessariamente implicava il progetto della moneta unica e dell’Unione Europea prima e della devozione alla globalizzazione poi. Come sennò tentare di stare al passo, tenere alto il vessillo tanto vantato dell’ottava economia mondiale? Come fronteggiare l’economia della Germania, e non solo, in casa e americana fuori casa? Come avrebbero potuto, non dico abdicare al concetto di crescita e benessere imperniato sul Pil come neppure uno psicotico fa con la sua ossessione, ma almeno tenerlo a freno? Vabbé. Comunque si davano da fare pur senza più il faro ideologico. Poche idee ma ci provavano. Abbracciarono così il patrimonio e il vessillo che fu idea del Partito Radicale. Dai valori sociali passarono, senza che nessuno se ne accorgesse troppo (forse qualche sindacato, sì), a quelli individuali. Un investimento che non ha più cessato di assorbire la loro attenzione, forse distratta solo dalla guerra in Kosovo, per la quale calammo l’asso che avevano nelle braghe. E giù anche quelle: aerei e aeroporti donati a piene mani ai sempre più penetranti tentacoli Nato. Dei morti in Serbia non si preoccuparono troppo. Danni collaterali alla giustizia. Gli scandali e le corruzioni rosse sorpresero i meno avveduti, ultimi tesserati di ferro. Furono picconate ai resti di una facciata che occultava mucchi di macerie che non riuscivano più a camuffare. La riforma Fornero fu terremotante per molti italiani ma per il Pd rimase un passo avanti verso il progresso. Dal ponte di comando, il mondialismo lo richiedeva. Di lì a breve arrivò il Nazareno che togliendo di mezzo l’articolo 18 imboniva i lavoratori sostenendo che la mobilità era la ricetta giusta soprattutto per loro, oltre che per l’occupazione, quindi per l’economia, quindi per tutti. Dovevano, i lavoratori, solo cancellare l’idea del mensile a fine mese, della tredicesima e assumere quella (a massimo rischio) imprenditoriale. Il mondo sarebbe risorto. E loro lo avrebbero visto come turisti del lavoro. Ci mancavano solo i corsi gratuiti di competitività d’assalto e mors tua vita mea. I giusti navigavano a testa alta. Distratti dai nuovi orizzonti non si erano accorti però di quanto le loro clarks e i loro tweed li avevano portati lontani dalla cosiddetta base. In vetta l’aria è migliore rispetto ai sottoscala della povertà. Si trovarono improvvisamente a dover fronteggiare tutto quel bacino enorme che una volta era stato suo possesso e ricchezza elettorale, ora passato di mano ad uno stupido comico che di stupido aveva solo gli spettatori del Pd.  Al buffone ci volle poco per attestarsi su un punto di terra dal quale guardare i glu glu della nave del Pd in affondamento.  I ceffoni delle elezioni sorpresero tutti, loro in particolare. Dormivano da tempo e non avevano avuto modo di vedere che il tempo era improvvisamente cambiato. Anche le vedette non si sa dove fossero e certamente ne avevano. Bastava cercare in salotto. Proprio queste si aizzarono per prime nel tentativo disperato di guadagnare una scialuppa. Senza argomenti se non povere denigrazioni che più di ogni altra cosa dichiaravano il loro stato di pessima salute, tentarono in tutti i modi – soprattutto slogan – di suggestionare il pubblico, che però aveva cambiato canale da un pezzo. Come topi in cambusa, avevano capito che era ora di cambiare aria. I populisti furono perfino e ripetutamente accusati di non aver fatto cose che loro stessi avevano avuto in mano per anni; di non aver curato aspetti tipici del loro Dna originario. Li hanno coperti di critiche dopo mezzo minuto di governo. A quel punto il comico – ma sarebbe stato meglio chiamarlo tragico – non era a Genova ma a Roma.

 

Nel tempo di vacche magre si scava in fondo al barile e quel poco che si raccoglie vale la sopravvivenza. Tirarono fuori a piene voci l’ideologia antifascista. La cavalcarono in lungo e in largo, fino a sembrare un vinile dimenticato sul piatto. Intanto La Repubblica dava di mantice ormai apertamente, più di quanto negli anni avesse fatto in modalità defilata. Populisti li chiamavano. Vero. Ma non c’era altro spazio che essere populisti. Cosa peraltro non tutta malvagia come hanno tentato di far passare. Cosa per altro frutto, non seme, di politiche e tempi trascorsi. Fiore di consapevolezze nuove. Che il populismo fosse un fenomeno occidentale e non solo italiano, non gli fece sospettare che forse c’erano ragioni superiori ai loro argomenti ideologici e denigratori tout court. Forse a questo punto fa meno paura uno che sbraita il desiderio di avere pieni poteri e prima gli italiani, nonostante gli appoggi, fisici o metafisici che siano, di Putin, Bannon, Le Pen, ecc, di chi vuole le sue dimissioni senza avere né timone né timoniere ma solo finanziatori necessariamente liberisti.  Che almeno, oltre a nome e bandiera, cambi il lato del parlamento.

 

Lorenzo Merlo

 

 
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