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Indipendenti ma connessi PDF Stampa E-mail

3 Febbraio 2021

 Da Appelloalpopolo del 31-1-2021 (N.d.d.)

Una delle sfide politiche più importanti a cui il sovranismo è chiamato a rispondere è: Riuscire a concepire l’Italia dopo la UE. Riuscire a concepire una Italia indipendente sia da UE che da Nato, Russia e Cina, ma comunque inserita in un mondo multipolare, con connessioni con l’Eurasia (ove vive il 70% della popolazione mondiale e con cui abbiamo scambi economici e culturali dal medioevo), con forti collegamenti con l’Africa (per i motivi di cui sopra) e con il Mediterraneo come propria arena geopolitica e naturale culla di sviluppo. Essere, quindi, in grado di dimostrare che non abbiamo bisogno di tedeschi, inglesi, francesi o americani che ci dettino l’agenda geopolitica, per trovare il nostro posto nel mondo e risultare controparti credibili nei trattati internazionali con coloro che, ci piaccia o meno, rappresentano il fulcro del futuro sviluppo mondiale (ossia i paesi asiatici e africani).

Per ottenere la tanto agognata indipendenza, questo è uno degli obiettivi irrinunciabili a cui dobbiamo lavorare sin da ora (per non dire da ieri)

Emilio Di Somma

 
I vantaggi del lavoro dematerializzato PDF Stampa E-mail

2 Febbraio 2021

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 Iniziamo subito questo discorso con una spiegazione sulle parole (le parole sono importanti, disse Nanni Moretti, a ragione) e vediamo di capire cosa è la provincia, cosa è un'area metropolitana e cosa è una metropoli/megalopoli. Per area metropolitana noi definiamo tutta quella rete di città più o meno grandi ma intimamente interconnesse per lavoro, servizi, infrastrutture, trasporti, grandi centri commerciali e luoghi di divertimento di massa che gravitano intorno a un perno, ad un centro, ad una "metropoli" appunto -cioè "città madre", in greco antico; a differenza che la città sia più o meno popolata si parla di "megalopoli" ma nel complesso la sostanza non cambia per quanto concerne l'urbanistica. Tutto ciò che è al di fuori di una area metropolitana (a prescindere dalla grandezza dei registri anagrafici) è provincia e provinciale è l'aggettivo che lo definisce. La provincia è quindi per definizione meno abitata, più agricola, rurale, meno interconnessa, meno servita dai trasporti, lontana dai flussi del traffico e delle merci e dagli spazi ancora ben definiti che tendono ad aggregare e ad essere luoghi di un vissuto collettivo e condiviso, anziché "non luoghi". Ovviamente più il perno, il nucleo metropolitano è maggiormente abitato più cambiano i ritmi, gli stili di vita, la mentalità, la frenesia, le tendenze e quant' altro: più ristretto, piccolo e meno servita è la provincia, più la blandezza e la lentezza dei ritmi di vita tendono in generale a mantenersi. Sappiamo tutti che il modo materiale di vivere condiziona la nostra spiritualità e il nostro profondo, da qui la differenza ancora palese -nonostante una spietata globalizzazione livellatrice- tra chi è provinciale e chi è metropolitano. Fine della premessa e veniamo al sodo.

Lo stravolgimento delle nostre esistenze avvenuto negli ultimi 11 mesi ha messo in moto dinamiche ormai non più transitorie ma definitive, le quali sicuramente partiranno con una certa esitazione e lentezza ma che col tempo tenderanno ad accelerare esponenzialmente. Tra questi cambiamenti vi è il fenomeno dello smart working -destinato per i processi tecnologici a diventare normale- il quale sta portando ad un epifenomeno per nulla da sottovalutare: se col lavoro da casa sul pc la funzione della grande città come luogo aggregatore di uffici e aziende perde il suo senso, diventa allora inutile vivere all' interno di un agglomerato in cui, per inciso, i prezzi sono più alti che in provincia. Se io posso lavorare, con un wi-fi, da qualsiasi località del mondo e non devo essere presente fisicamente in ufficio, che senso ha restare a vivere in città ipertrofiche, stressanti, inquinate, alienanti e simili a gabbie umane? Il lavoro dematerializzato rende la grande città del tutto inutile.  Per il momento tutto ciò è  ancora in sordina, come rivoli d' acqua d'un ruscello, ma siccome dai piccoli fatti nascono grandi e gravi cose (effetto farfalla della Teoria del Caos) il fenomeno, nei prossimi anni, potrebbe esplodere: già qui nella mia realtà provinciale del profondo sud rurale e delle marine negli ultimi mesi ho assistito al trasferimento di diverse famiglie settentrionali, con figli compresi,  di persone che lavorano in smart working e che nei blandi ritmi di paese stanno riapprezzando uno stile di vita naturale compromesso e perduto. Vi garantisco che pure il sottoscritto tempo fa venne contattato da una coppia di romani in smart working per l'affitto di una delle mie proprietà. Mi vengono alla mente tutte le iniziative di alcuni piccoli borghi abbandonati che danno incentivi, tipo case da ristrutturare in vendita a prezzi simbolici, per attirare giovani e coppie.  Prima della pandemia questa lodevole iniziativa era frenata dall' handicap economico, con scarsa e nulla offerta lavorativa dei luoghi in questione ma ora, con questa prospettiva, cambia tutto a 360 gradi: un salario fisso senza obbligo di presenza, con una qualità di vita eccellente e costi minori è un incentivo troppo allettante per essere scartato. Ora più che mai è il momento di cavalcare l'onda da parte non tanto dei Comuni (mai attendere la politica...) quanto di associazioni, movimenti culturali e anche semplici cittadini. È solo nel quieto e ritmico spazio della provincia remota che noi potremo riprovare, seppur faticosamente, a cercare di ricostruire il senso di comunità, che è una delle ragioni della vita e uno dei nostri bisogni immateriali di gran lunga superiori ai "bisogni primari" descritti da Abramo Maslow (vedi la diatriba Maslow -Vittorio Frankl sui bisogni dell'uomo negli anni Sessanta).

Chiudo con una osservazione per chi mi legge: avrete notato che negli ultimi articoli sono diventato meno cupo e leggermente più aperto alla speranza. Tutto ciò non deriva da un ottimismo idiota alla "Candide" di Voltaire, ma da un sano realismo e analisi oggettiva ed empirica dei fatti che ci circondano. Per la ragione che da sempre divulgo, cioè che quando un sistema complesso e chiuso viene sottoposto a varianti nasce una entropia che porta, spesse volte, ad una eterogenesi dei fini. Ho la onestà intellettuale di scrivere che alcune cose troppo dure e drastiche scritte a novembre forse non le ripeterei; a mia scusante, il fatto che quando la Storia si scrive in "tempo reale" è difficile coglierne sempre gli eventi complessi in una realtà fluida. Non sarà una eterogenesi dei fini regalata, ci saranno macerie pesanti su cui ricostruire e vi sarà da soffrire, soffrire, soffrire e ancora soffrire, il pecorume dormirà e letargherà a lungo, ma neppure finiremo in quella atmosfera da "Ragnarokk", da "Crepuscolo degli Dei" di wagneriana memoria dove "i lupi mangeranno il sole e mangeranno la luna (...), il ponte di Bifrost crollerà (..) e moriranno uomini e dei". Esorto tutti quindi a restare vigili e ben nascosti nel Bosco, pronti a cogliere echi per le valli e sentori esterni. Altro, al momento, non si può ancora fare.

Simone Torresani

 

 
Tramonto del sogno americano PDF Stampa E-mail

1 Febbraio 2021

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 Da Rassegna di Arianna del 26-1-2021 (N.d.d.)

Il modello politico, economico e sociale statunitense non è più attrattivo per il mondo. La democrazia americana ha dimostrato, con le elezioni 2020, di essere una farsa. "Vince" il candidato delle lobby più influenti al momento, non chi prende realmente più voti. Il bluff è finalmente svelato, questa volta tutti o quasi hanno capito. Il sogno americano è tramontato nell'elegia americana che ci racconta di una società divisa, debole, malata, preda di paranoie settarie, irrimediabilmente separata in bande pronte a confrontarsi anche sul piano fisico (guerra civile a bassa intensità?). Chi potrebbe, oggi, razionalmente, sognare l'America se il mito identitario dell'America "sognata" a lungo da molti ingenui, il ceto medio americano, non esiste più? Il modello culturale americano è tramontato per sempre. Se Lady Gaga è l'interprete simbolico diretto di quel modello, chi potrà trarre ispirazione da esso? L'America è passata, a forza di "manovali", "muratori" e "costruttori" al lavoro ininterrottamente da decenni, da James Dean, Clint Eastwood e Ava Gardner a Lady Gaga. Ebbene, R.I.P. USA (senza rimpianti né nostalgie). Un impero morente si chiude su se stesso, e amplifica i suoi tratti paranoici. L'élite americana si chiuderà a riccio sempre di più. Non è in grado di cambiare. L'immagine di Kamala Harris immortalata sorridente e glamour sulla copertina di Vogue mentre fuori l'impero crolla e il Paese brucia è di una violenza ideologica e di un potenziale evocativo-simbolico inauditi. È il ritratto di un'élite separata, incosciente, incapace di leggere il divenire dei tempi e di farsene interprete. Una élite arroccata nei suoi privilegi e nelle sue idiosincrasie ideologiche, sganciata dalla realtà e priva di un'idea di futuro. Quando gli imperi muoiono, tendono a chiudersi. L'Italia segue. Altri Soli sorgeranno a Oriente, e prenderanno il posto di quello che tramonta. La Storia è un fiume in piena.

Paolo Borgognone

 
Una strada nel bosco PDF Stampa E-mail

31 Gennaio 2021

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 Da Rassegna di Arianna del 29-1-2021 (N.d.d.)

Se non ora, quando? È urgente, indispensabile, organizzare un forte contrattacco culturale nei confronti del Grande Reset, dell’egemonia della correttezza politica, dell’arroganza vittimista degli indignati e degli offesi. Occorre fermare e invertire la cancellazione di una civiltà- la nostra- che ha tremila anni; contrastare la narrazione liberista e la riduzione del mondo a monopolio privato di pochi giganteschi gruppi finanziari, economici e tecnologici. Vasto programma, ma non esiste alternativa. O si muore soffocati o si esce dal guscio. Il problema è enorme: da che parte andare, quali principi difendere, a quali interessi, ceti e gruppi sociali rivolgerci?

Poeticamente abita l’uomo, sosteneva Martin Heidegger. Lì dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva, scrisse Friedrich Hölderlin. Iniziamo la riflessione con un verso sciolto della poetessa Alda Merini: “il verme non sceglie mai di vivere in una mela marcia. Sceglie sempre di far marcire una mela sana”. C’è già, in nuce, il discrimine tra amico e nemico. L’amico è colui che sa di vivere in un campo di mele marce.  Il compito, titanico, è salvare gli alberi e i frutti ancora sani e su di essi ricostruire.  Se crediamo di essere immersi nella “notte del mondo”, dobbiamo avere il coraggio di insorgere e di battere strade nuove. Le vecchie sono ostruite o crollate. Anche i segnavia sono cancellati, non resta che farsi strada in un bosco marcito per il lavorio incessante dei vermi. C’è una strada nel bosco fu una splendida canzone nata sotto i bombardamenti del 1943, inno di vitalità e speranza. Quando tutto è negato e la verità è scossa dalle fondamenta, è alla verità che occorre aggrapparsi ed incalzare il nemico, ripartendo dai fondamenti. Rifiutare l’imbroglio del politicamente corretto che scinde il linguaggio dalla verità. La neve è bianca, i sessi sono due, il bene e il male esistono, ci sono un padre e una madre, l’erba è verde in primavera. Solo la verità rende liberi, e la libertà è la grande riconquista a cui tendere. Impoverimento, intrusione del biopotere nella sfera intima, sorveglianza, distruzione della civiltà, capovolgimento dei principi e dei significati, il male al posto del bene, la menzogna al potere, uniti con l’impoverimento materiale, la distruzione della speranza in milioni di cuori. Reset significa cancellazione, dovremmo fare più attenzione alle parole. Non ci si può limitare ad opporsi a questa o quella politica, ma costruire un fronte tra i non garantiti di oggi e di domani, poiché il grande reset concentrerà ulteriormente potere, conoscenza e redditi verso l’alto, schiacciando la libertà, diffondendo miseria e proibendo il dissenso. La metafora della mela fu utilizzata da Tommaso d’Aquino in una lezione: se non credete che questa è una mela, ammonì, uscite dall’aula. Nella notte del mondo, una mela è un cocomero o qualunque altra cosa, se il dispositivo del potere così decide.  Per noi, la mela resta una mela, anche se la legge degli uomini accecati prescrive il contrario. C’è una strada nel bosco, ma bisogna avere il coraggio, prima, di “passare al bosco”, nel senso indicato da Ernst Junger, diventare ribelli, smettere di confidare nel sistema o immaginare che sia possibile riformarlo dall’interno. L’egemonia del verme, padrone della mela, ci contagerà, come ha fatto con troppi altri prima di noi. Non vi è che la via più stretta ed impervia, procedere passo passo per ricostruire il sentiero. È una giungla, là fuori, ma dobbiamo attraversarla, piantare semi e tessere pazientemente la tela dell’egemonia.  Scriveva Antoine Saint Exupéry in Pilota di guerra, osservando le rovine: “l’unica vittoria di cui non dubiterei mai è quella racchiusa nel potere del seme. Appena viene piantato nella terra scura, il seme è già vincitore. Ma per assistere al suo trionfo nel grano bisogna che il tempo si dipani. Non mi preoccupo del fango se in quel fango si nasconde un seme. Il seme lo assorbirà per costruire”. Gettare semi, piantare alberi richiede fiducia nel futuro e una grande generosità: inevitabilmente i frutti saranno colti da un’altra generazione. L’obiettivo è riprendere l’egemonia perduta, recuperare l’anima, il cervello, il senso comune conquistato dal nemico. Per riuscirci, è essenziale la lezione di Antonio Gramsci. È arduo indicare come modello qualcuno di cui non si condividono gli obiettivi, ma è impossibile individuare, nel deserto del pensiero tradizionale, maestri di strategia migliori dell’intellettuale sardo, il cui concetto di egemonia oltrepassa lo scopo per cui venne teorizzato. L’egemonia culturale è la chiave per conquistare e mantenere il dominio politico e sociale attraverso il consenso. Lasciamo da parte i motivi per cui è stata perduta e concentriamoci sul fatto che non abbiamo combattuto, né in difesa né in attacco, abbiamo subito per generazioni l’iniziativa di chi era interessato a “decostruire”, far marcire la mela. Abbiamo abbandonato senza reagire le casematte del potere. Una lezione gramsciana è che la classe dominante può evitare scontri pericolosi realizzando rivoluzioni passive, il metodo dell’”americanismo”. La lezione è stata applicata dalle élite neoliberali, che hanno volto a proprio vantaggio il Sessantotto, la rivoluzione sessuale, il femminismo, la secolarizzazione. […] La vittoria postuma di Gramsci sta nel fatto che ha ispirato una duratura classe di intellettuali, alcuni dei quali sono diventati dirigenti politici. L’esatto contrario della tattica inconcludente della “destra”. Una formula gramsciana è l’importanza delle categorie di pessimismo dell'intelligenza e ottimismo della volontà. Realismo, capacità di attendere e di fare passi indietro, ma ferrea concentrazione sull’obiettivo, cambiare l’ordine esistente. […]

Abbiamo accumulato un ritardo drammatico, che la capacità di utilizzare i nuovi media non ha colmato. Quell’abilità ha costituito un campanello d’allarme presso l’avversario, che sta precipitosamente chiudendo tutti i canali di comunicazione in cui si era attivamente inserito il pensiero alternativo. Siamo all’anno zero e la strada nel bosco dovrà essere tracciata con le sole nostre forze, senza mappe, nell’ indifferenza e nel sarcasmo supponente non dei nemici, ma di chi, a livello politico, dovrebbe supportarci. I cani latrano, la carovana passa. Per passare, tuttavia, la carovana deve aprirsi la strada. Di fronte all'egemonia culturale, al predominio schiacciante dei mass media e alla capacità di stabilire la struttura mentale della maggioranza del progressismo, non abbiamo ancora trovato le armi concettuali, la forza del discorso, la vis attrattiva, i registri emotivi che consentono di ingaggiare la battaglia contro un nemico formidabile. […] Su questioni come la teoria del genere, l'approccio al cambiamento climatico, la difesa dell’ambiente, l'aborto, l'istruzione, la bioetica, ma anche sui temi della finanza , dell’economia monopolistica, della precarizzazione sociale, dello smantellamento delle identità spirituali, nazionali e politiche, delle libertà conculcate dalla tecnologia e dalla sorveglianza, della riduzione della persona a materiale plasmabile e compravendibile, l’ erosione della dimensione pubblica e statuale, dell’attacco allo stato di diritto, della decadenza delle istituzioni elettive, siamo pressoché ininfluenti. […]

L’approccio seguito dalle destre rinchiuse nel cerchio del sistema a rappresentarne la variante liberale classica, ovvero il trapassato remoto, può essere ricondotto a tre tattiche diverse, miopi e perdenti. La prima consiste nell'accettazione parziale delle tesi altrui, sfumate, addolcite e temperate, per conquistare la fascia tiepida della cittadinanza. Su tutto si cede progressivamente fino a confondersi con la controparte, per calcoli di corto respiro, pigrizia, incapacità di una visione alternativa, mancanza di fiducia nelle proprie idee. Una destrina a rimorchio, confusa e confondibile, un po’ vigliacca e molto opportunista, felice di essere accolta nel salotto buono, affidabile per i padroni del vapore. La seconda è la tecnica dello struzzo, che nasconde la testa sottoterra. Si rinuncia alla battaglia delle idee, non se ne parla né vi si accenna, si evita il confronto su valori e principi, limitandosi alla gestione economica, l’amministrazione delle cose che ora chiamano governance, la tecnica del potere fondata sull’esistente, senza progetti, diretta dalle oligarchie economiche e finanziarie, cui si aggiungono le burocrazie transnazionali e i colossi BigTech. […] Il terzo comportamento è la magniloquenza trombona, l’attacco duro ma sgangherato, emotivo, accompagnato da gesti e atteggiamenti di sfida, il rimpianto per un inesistente buon tempo antico. […]

I padroni delle parole sono i padroni del mondo; bisogna contendere loro i significati, rammentando la lezione di George Orwell sui totalitarismi: la verità è menzogna, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. È una scelta strategica del potere espropriare le masse delle parole, allontanarle dalla conoscenza, riempirle di “diritti” nella sfera pulsionale, orientarle all’ irresponsabilità a vantaggio della comodità. Combattere la guerra delle parole è la prima battaglia di chi passa al bosco. La seconda è uscire definitivamente dalla gabbia liberale. Oggi tutti si dichiarano liberali, ma l’unico liberalismo da salvare è quello la cui intenzione morale è andata perduta per la prevalenza schiacciante della dimensione economica - il liberismo – e la vittoria dell’indifferentismo morale e religioso. Il liberalismo “buono” è un habitus etico spirituale, il diritto che la maggioranza attribuisce alle minoranze, “la decisione di convivere con il nemico, e di più, con il nemico debole” (J. Ortega). Anticaglie. Al liberalismo reale interessa esclusivamente difendere la proprietà privata dei giganti, confinare nell’intimità i sentimenti morali e religiosi e rendere ininfluente la dimensione pubblica a vantaggio degli interessi privati e dell’egemonia della dimensione economica. È la teorizzazione della legge del più forte e del più ricco. […]

Le nazioni muoiono, sostituite da megacorporazioni con diritto di vita e di morte. La sottomissione avviene attraverso la chiusura mentale e spirituale. Il Nuovo Ordine si è disfatto dell’illusione democratica e ha preso il controllo delle nostre vite. Dunque, la strada nel bosco deve contenere un forte appello alla libertà, intesa come partecipazione, padronanza di noi stessi. La libertà non è il diritto del più forte e nessuna idea può essere vietata.  Siamo chiamati alla resistenza, non all’opposizione. […] Non ci si può limitare a contrastare questa o quella politica, ma fondare un radicale antagonismo. Nessuna destra, nessuna sinistra, ma un fronte, un’alleanza tra i non garantiti di oggi e di domani. I segni sono sinistri: diritti fondamentali derogati, stretta sulla mobilità, imposizione della didattica a distanza e del telelavoro. Erano prontissimi e hanno agito senza indugio. Ci siamo lasciati sorprendere; hanno chiuso fabbriche, uffici, negozi, scuole. E poi musei, biblioteche, cinema e teatri: la cultura contagia. Siamo a un tornante della storia. L’egemonia perduta si ricostruisce tracciando segnavia, indicazioni lungo il sentiero per riconoscerlo. Armati di picca, pala e passione, ribelliamoci e organizziamoci.

Roberto Pecchioli 

 
Per una nuova rivoluzione culturale PDF Stampa E-mail

30 Gennaio 2021

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 Dal Blog: ilcancrodelpianeta.wordpress.com

La visione del mondo secondo cui l’essere umano è superiore ad ogni altro essere vivente nasce decine di migliaia di anni or sono, nel momento in cui nella mente dell’uomo si sviluppa la coscienza. La motivazione di questa superiorità risiede nella maggiore capacità “elaborativa” del cervello umano rispetto a quello di ogni altro animale, ma questa spiegazione si affermò solo poche migliaia di anni fa, con i primi filosofi. Sino ad allora prevalse il convincimento che fosse stato il creatore dell’Universo in persona ad investire l’uomo della funzione di re del mondo, e questa idea continuò ad esercitare il suo fascino anche in seguito, fino ai giorni nostri. La superiorità di cui ci vantiamo è multiforme, non riguarda solo le capacità intellettive. Spazia dalle emozioni ai sentimenti, dall’etica all’estetica, dalla politica all’arte e così via. Una delle sue più efficaci sintesi è stata messa in rima da Dante nel XXVI canto dell’Inferno: “… fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, versi che rinviano anch’essi all’investitura divina. Ma questa superiorità è talmente ampia, indiscussa ed indiscutibile che nel tempo si è estesa anche al regno di cui saremmo stati nominati signori, oltreché alla già citata nostra origine ai vertici della creazione. Il regno (la Terra) fu dunque immaginato al centro dell’Universo e noi ci fantasticammo forgiati direttamente dalle mani di Dio.

Oggi sappiamo che le cose non sono andate così. Ma per abbattere questi falsi convincimenti sono state necessarie due gigantesche rivoluzioni culturali, che hanno letteralmente scosso dalle radici la visione del mondo secondo cui l’essere umano è superiore ad ogni altro essere vivente. La prima di queste rivoluzioni prese avvio nel 1543 con la pubblicazione del trattato astronomico di Niccolò CopernicoSulle rivoluzioni dei corpi celesti”. Fino ad allora resisteva saldo nella coscienza dell’umanità il convincimento espresso nel 350 a.C. da Aristotele nell’opera “De caelo”: “… il centro della terra e quello del Tutto si trovano a coincidere … È chiaro dunque che la terra si trova necessariamente posta al centro, ed è immobile …”. Questa teoria, il geocentrismo, era poi stata avvalorata ne “L’Almagesto” di Claudio Tolomeo intorno al 150 d.C., da cui il nome di Sistema Tolemaico dato alla dottrina secondo la quale la Terra è ferma e il Sole, la Luna e gli altri pianeti le girano attorno. È evidente la funzionalità di una simile teoria all’antropocentrismo, che vede l’uomo signore e padrone dell’Universo. Ma la ragione evolve, e, a dispetto anche della considerazione che essa ha di se stessa, a un certo punto della storia la verità emerge. Faticosamente. Le intuizioni di Copernico non furono infatti sufficienti a ribaltare d’emblée la visione del mondo tradizionale. Il rogo di Campo de’ Fiori in cui perì nel 1600 Giordano Bruno e il processo a Galileo Galilei con la sua conseguente abiura forzata del 1633 ci fanno capire quanto sia stato irto di difficoltà il cammino che consentì il diffondersi della semplice constatazione che la Terra è un pianeta come gli altri e che, come gli altri, gira intorno al Sole. Nella Sentenza pronunciata dal Tribunale del Sant’Uffizio contro Galileo l’accusa di eresia si basa esplicitamente sul fatto “d’haver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e Divine Scritture, ch’il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la Terra si muova e non sia centro del mondo”. Ma infine, nonostante tutto, la dottrina copernicana si dimostrò veritiera ed iniziò ad aprire gli occhi dell’uomo sulle sue reali dimensioni: non siamo al centro dell’Universo, abitiamo solo uno dei tanti pianeti che girano intorno al Sole. E più avanti abbiamo capito che di astri come il Sole ne esistono a milioni! Resisteva però il convincimento che Dio avesse generato direttamente tutta la realtà per asservirla all’essere umano. Egli, l’Onnipotente, aveva creato la luce, il cielo, la terra, l’acqua, le piante e gli animali e poi, separatamente, l’uomo, a “sua immagine”. Per intaccare la saldezza di tale convincimento occorse una seconda grande rivoluzione culturale, e questa avvenne a metà Ottocento. Fu Charles Darwin a darle avvio pubblicando nel 1859 “L’Origine delle Specie”, in cui delineò la teoria evoluzionistica, destinata ad affermarsi in tutto il mondo scientifico nel giro di qualche decennio. In base a questa teoria l’uomo non sarebbe stato creato direttamente da Dio, a “sua immagine e somiglianza”, ma discenderebbe nientemeno che dalle scimmie. E così pure tutti gli altri esseri viventi si sarebbero evoluti con estrema lentezza e gradualità da qualche forma di vita primigenia, superando ogni nuova condizione esistenziale grazie a multiformi processi di selezione naturale. Fortunatamente per il grande biologo e naturalista britannico il tribunale dell’inquisizione ai suoi tempi non aveva più il potere di due secoli prima e il clima storico culturale era completamente cambiato. Ciononostante non mancarono (e non mancano tuttora) i fieri avversari delle teorie darwiniste, nostalgici di un creazionismo che ai loro occhi sancisce in modo più convincente la superiorità dell’essere umano su ogni altra creatura. Eppure l’evoluzionismo, pur avendo smantellato il creazionismo biblico, quello, tanto per intenderci, di Dio che plasma l’uomo con la polvere del suolo e la donna con una costola di Adamo, non esclude un “creazionismo remoto”, che, con le conoscenze da noi oggi acquisite, potrebbe situarsi prima del Big Bang. Inoltre non contesta la superiorità dell’essere umano nei confronti di ogni altro essere vivente. Anzi, il termine stesso di evoluzione sottintende quello di sviluppo, di crescita, di incremento, tutti concetti che indirizzano il pensiero verso l’idea della preminenza di chi sta in cima alla scala, e non vi è alcun dubbio che quella posizione anche per Darwin spetti all’essere umano. E allora come si spiega l’interminabile serie di disastri ambientali che dalla Rivoluzione Industriale in avanti hanno costellato il percorso della storia e che, soprattutto, fanno temere il peggio per gli anni a venire? Certo, noi occidentali del XXI secolo viviamo all’apice della prosperità, e le porte del benessere sembrano schiudersi anche per molti figli del Celeste Impero. Ma il conto di questo banchetto deve ancora essere pagato, e non sappiamo fino a quando riusciremo a rinviare il redde rationem, avuto soprattutto presente che il numero degli abitanti del pianeta continua ad aumentare nelle aree più povere e depresse.

Da queste considerazioni nasce l’esigenza di una nuova grande rivoluzione culturale che abbatta definitivamente il mito della superiorità della razza umana su ogni altra specie vivente, al fine di demolire l’illusione di una impossibile crescita senza limiti. E poiché la ragione evolutasi nel cervello dell’uomo si è dimostrata senza dubbio l’arma più potente nella battaglia per la vita di darwiniana memoria, ad essa è necessario far ricorso anche per questa terza grande rivoluzione culturale. A tal fine molto umilmente ho tentato di imbastire una teoria che a mio avviso contiene alcuni spunti degni di riflessione.

In un saggio di recente pubblicazione (“Il Cancro del Pianeta”, Armando Editore) ho immaginato che la nostra intelligenza anziché essere una scintilla divina o una mirabile opera della natura sia un tragico errore del processo evolutivo della vita, una via “svantaggiosa” imboccata casualmente dalla natura, che ben presto la abbandonerà per far ritorno a forme di vita meno distruttive per l’ambiente. In pratica l’intelligenza umana sarebbe il frutto di un’abnorme evoluzione patìta dal nostro cervello, evoluzione che ci ha consentito di piegare a nostro vantaggio le leggi della natura, di squilibrare, sempre a nostro vantaggio, il delicato ed ultra complesso sistema di congegni e meccanismi biologici formatisi spontaneamente in milioni e milioni di anni, e ci ha consentito di farlo in un battibaleno, in poche migliaia di anni, un’inezia di tempo cosmico; ma che non ci ha consentito, né mai ci consentirà, di creare un nuovo equilibrio altrettanto solido come quello che abbiamo distrutto. E per far meglio comprendere questa amara realtà a Homo sapiens, tanto orgoglioso della sua presunta superiorità, cosa di meglio che paragonare la sua azione distruttrice a quella delle cellule che danno origine alla malattia oggi più temuta, il cancro? Le analogie sono molte, ad iniziare dalla indiscriminata proliferazione delle cellule tumorali, alla distruzione che esse operano ai danni dei tessuti sani dell’organismo e così via, fino a quando, nel tragico epilogo, le cellule malate e quelle sane periscono insieme. Non ha grande importanza che la correlazione abbia basi scientifiche o meno. Ciò che conta è che faccia intendere all’essere umano come il progresso di cui va tanto orgoglioso altro non sia per la biosfera se non una malattia che tutto distrugge. Questo morbo minaccia di far sparire la vita in una nuova estinzione di massa, indotta questa volta non da eventi esogeni, ma dall’errore commesso dalla stessa natura, da quella via svantaggiosa imboccata casualmente e che presto sarà abbandonata, come ogni errore che si produce nel corso del processo evolutivo.

Ecco delineata per sommi capi la teoria che a mio modesto avviso potrebbe scuotere le coscienze degli intellettuali più avveduti, contribuendo forse a rallentare, se non a interrompere, la marcia che ci vede procedere diritti verso il precipizio, come i bambini che seguirono il pifferaio magico, l’incantatore che nel nostro caso indossa i panni del progresso infinito ed illimitato.

Bruno Sebastiani

 
Capire la storia non solo celebrarla PDF Stampa E-mail

29 Gennaio 2021

 L'unica cosa da dire sulla giornata della memoria è che se domani vi convincessero di nuovo che i vostri vicini di casa hanno un pericolosissimo virus che mette in pericolo voi e i vostri simili, la maggioranza non esiterebbe un secondo a spedirli su un treno piombato. Così come non esitate un secondo a rinchiudere i vostri figli in casa tacciandoli di essere dei pericolosi sterminatori di anziani se si permettono di frequentare gli amichetti o di andare a scuola.

Quindi risparmiatevi questo patetico leitmotiv: la storia va capita, non solo celebrata e ripetuta a pappagallo.

Martina Carletti

 
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