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La scomparsa del futuro PDF Stampa E-mail

6 Marzo 2019

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Da Rassegna di Arianna del 4-3-2019 (N.d.d.)

 

Quarant’anni fa, di questi tempi, finiva la storia, finiva la modernità e cessava di battere il Novecento, come l’avevamo conosciuto fino allora. Il nome che indicava questo congedo o questo collasso, diventò presto virale: postmodernità. Si intitolava “La condizione postmoderna” il libro-segnaepoca di Jean-Francois Lyotard, uscito nel 1979, che aprì le danze e la fuga dalla storia e dall’ideologia del progresso. Il postmoderno non designava solo una concezione artistica, ma segnava la liquidazione del secolo furioso, delle ideologie e dei grandi racconti, la fine dello spirito pubblico, il ritorno del privato che allora si chiamò Riflusso, che oggi ha solo un significato gastro-esofageo. Nel postmoderno tornava sotto false spoglie l’antico, come un nonno travestito da nipote, era il cortocircuito della storia, il comunismo si faceva catarroso per poi mostrare il segno della sua disfatta, il terrorismo politico finiva la sua stagione aurea che poi concise con gli anni di piombo. Era ormai sepolto il Novecento di due guerre mondiali, grandi rivoluzioni e guerre civili, irruzione delle masse e genocidi. “Con la storia mi accendo la pipa” annunciava Roland Barthes. Poi fu Gianni Vattimo a certificare nel pensiero “la fine della modernità”. Esplosero le tv commerciali e le radio private, lo spirito ribelle del Sessantotto virò sul sesso, i costumi e i consumi. Da collettivo si fece single. E nel mondo, Reagan e Thatcher da una parte e il vigoroso Papa polacco dall’altra, aprivano nuovi scenari economici e mediatici, politici ed ecumenici. Nacque la deregulation, cominciò la fuga dal socialismo e dallo statalismo, mentre ad est, Solidarnosc tirò la volata che avrebbe poi contagiato l’intero blocco sovietico. Da allora la rivoluzione cessò d’essere un programma politico per indicare solo la rivoluzione delle merci, dei mercati, degli oggetti. La tecnologia sostituì l’ideologia, l’economia prese il posto della storia, il secolo passò da totalitario a globale. Tutti si sentirono più liberi e più soli, interconnessi ma sradicati, nomadi spaesati alla ricerca del paradiso privato più che del paradiso storico. Nessuno pensò più che un’idea, un movimento, un partito, potessero dare senso e felicità a una vita, a un popolo, a un paese. Parve una liberazione, uno sprigionarsi d’energie; edonismo e spensieratezza la fecero da padroni.

 

Ma a ben vedere, qualcosa di importante, di decisivo stava accadendo e non ne eravamo del tutto consapevoli. Stava cominciando quel processo di cui oggi scontiamo gli effetti più vistosi: stava sparendo il futuro. Tutto era qui, adesso, l’attimo fuggente, prendi al volo la vita; conta come io mi sento, adesso. Gli anni precedenti avevano dichiarato guerra al passato, parricidio, liberazione da tutto ciò che veniva dalla storia e dalla tradizione; antico stava per arretrato, retrò, matusa. Ma ora si compiva la seconda metà della parabola. Finiva pure il futuro. Non c’erano più orizzonti d’attesa, non si coltivavano più utopie, paradisi rivoluzionari in terra, redenzioni annunciate. L’avvenire perdeva di colpo ogni attrattiva, si piegava sul presente. Nacque allora la dittatura del presente, quell’infinito presente globale in cui siamo immersi da allora, senza soluzione di continuità e di prospettiva. Si persero i confini tra arte e pubblicità, tra pensiero e comunicazione, tra filosofia e sociologia. Il passato riapparve in vesti leggere, come vintage e frammento. Anche la modernità, invecchiando, si fece modernariato. Vi fu chi inventò l’archeo-futurismo. Che vuol dire “scomparsa del futuro”? Vuol dire che non ci proiettiamo più oltre, niente progetti lunghi, investimenti sulle generazioni che verranno, opere destinate a durare. Anzi il futuro genera inquietudine, sgomento, paura. Perché? Se togli ogni aspettativa all’avvenire, il futuro resta solo il tempo della nostra vecchiaia e poi della nostra morte. O la catastrofe mondiale, ecologica, tecnologica, o legata al sovraffollamento del pianeta. Insomma fattori che sovrastano le umane volontà e generano l’età dell’ansia, il regno dell’angoscia. Dunque, meglio rimuovere il futuro, meglio scacciarlo, non pensarci. Del futuro ci parla solo la tecnologia. Futuro è oggi solo il 5G, l’i-phone 11, l’i-pad di nuova generazione. Il futuro è solo il cammino della tecnica. Non si può mettere in discussione l’assetto globale, il sistema economico-sociale, il trend dominante, i “valori” pubblici e la storia come ci è stata insegnata, tutto è fisso e inalterabile, la via del domani è a senso unico; il mondo si può solo mescolare, ibridare, allargare, senza mutare direzione e senso; e quanto alle attese si può solo aspettare il perfezionamento della tecnica o del mercato. Sparisce il futuro in politica e nell’imprenditoria, nella religione e nella cultura, nella famiglia e nel lavoro. Tutto sconfina. Se la modernità segnò la supremazia del tempo sull’essere, la postmodernità segnò il primato della “mia” percezione del tempo sulla sequenza e sulla narrazione storica. Tutto diventò contemporaneo, estemporaneo, soggettivo. Schegge di passato, scaglie di futuro, ebbrezze emozionali, stati passeggeri. Il capitalismo si fece neo, poi turbo, tecno, global, finanziario, ma si replica all’infinito, senza possibilità di superarlo. Salvo oasi di ristoro, tra decrescita, localismi e isole ecologiche. Questa è stata la parabola del postmoderno in questi quarant’anni. E adesso? Non si può rimanere solo posteri, postumi e posticci, aggrappati all’oggi all’infinito. Per non temere il futuro bisogna cambiare sguardo, cambiare segno alla vita, rinascere a nuova vita, fondare e ingravidare il domani, aspettare gli dei. Date un nome a quel che viene dopo il postmoderno, altrimenti non si volta.

 

Marcello Veneziani

 

 
Un delirio chiamato parlamento europeo PDF Stampa E-mail

5 Marzo 2019

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Da Comedonchisciotte del 2-3-2019 (N.d.d.)

 

Votare per un Parlamento i cui legislatori non possono fare le leggi, e i cui legislatori devono lottare come assassini se vogliono opporsi a potentissime leggi fatte da gente che nessuno elegge – cioè votare alle elezioni per il Parlamento Europeo – è rendersi complici intenzionali di una dittatura. Se non lo sapevate, ora lo saprete leggendo queste righe. Poi le scuse stanno a zero, italiani. *(Nota: solo un pelo tecnico in un paio di punti, il resto spiegato a zia Marta).

 

La gran massa di quelli che oggi vi stanno dicendo che una rimonta Populista Euroscettica alle europee di maggio sarà esplosiva contro la bieca autocratica UE di Bruxelles, è così ripartita: Il 2% sono consapevoli falsari. Il 98% sono inconsapevoli cretini. […] Va detto subito il perché, e s’inizia da qui: il Parlamento Europeo è il più farsesco demenziale baraccone mai pensato dalla Storia politica umana. Credere che dall’interno di un carrozzone impantanato come questo, un eventuale fronte anti Bruxelles possa iniziare a sparare cannonate micidiali fin dalla mattina del 27 maggio, è da fessi, o da falsari come Salvini, Bannon, il 5Stelle e i loro soci in UE. I parlamentari europei che delegano la stesura di leggi sovranazionali – cioè più potenti di quelle scritte dai singoli Paesi e sovente anticostituzionali per loro – ai burocrati non eletti della Commissione Europea di Bruxelles, non sono solo dementi, sono anche dei vigliacchi. Il “principio di comodità” è ciò che li guida. È comodo sedersi a Strasburgo, intascare un grasso salario, e poi al limite dare la colpa a Bruxelles per i danni micidiali che certe sue leggi ci fa. […] Dal 1979 al 2007 i parlamentari europei sono stati talmente impotenti di fronte alla Commissione UE che uno si chiede cosa facessero tutto il giorno. La cosa divenne talmente oscena e grottesca che alla fine i super burocrati di Bruxelles decisero dal 2006, e poi l’anno dopo col Trattato di Lisbona, d’infilare dei ritocchini cosmetici che dessero l’impressione che il Parlamento potesse bloccargli le leggi. Coi nomi fighi di Regulatory Procedure With Scrutiny  e di Art. 290 TFEU (la cosmesi deve sempre suonar fighissima) fu dato al Parlamento il potere di opporsi alle leggi della Commissione, così come poteva fare il Consiglio dei Ministri. Ma è una totale farsa, come spiegherò sotto. Quindi il Parlamento UE è passato dal poter fare nulla al poter fare quasi nulla. Prima farsa: I parlamentari contestano? Costa una fortuna, e i tempi gli sono nemici. Risultato: gliela danno su. Il Trattato di Lisbona, che di fatto regola tutto il funzionamento dell’UE, ha reso il costo in denaro e in mezzi di una contestazione del Parlamento contro la Commissione quasi inaffrontabili. Le leggi della Commissione sono di proposito scritte da oltre 300 tecnocrati con intrichi legali asfissianti, per cui il parlamentare UE se volesse capirci il minimo dovrebbe pagare uno staff di tecnici a costi altissimi, ma non solo. Deve poi avere ulteriori mezzi per “istruire” un’intera Commissione Parlamentare sul tema che vuole criticare, e tutto questo solo per iniziare ad agire. Infine deve trovare ancora mezzi per formare una coalizione che sia d’accordo con lui/lei, e non basta: deve anche convincere la Conferenza dei Presidenti delle Commissioni. Poi ci sono i tempi: 4 mesi per 1) organizzare tutto quanto detto prima 2) fare uno spossante lavoro di lobby pro contestazione con tutti i partiti del Parlamento UE 3) e rifare tutto daccapo in seno al Consiglio dei Ministri, che per legge deve essere poi d’accordo. Scaduti i 4 mesi, il parlamentare UE s’attacca al tram… “Il peso, i costi e gli ostacoli di una contestazione contro una legge della Commissione sono quasi sempre maggiori dei benefici… meglio per il parlamentare una forma di baratto in privato con Bruxelles”, scriveva nel 2017 il College of Europe, Bruges, riportato allora sul The Economist. In altre parole: meglio dargliela su come Parlamento UE, e tentare il mercato dei polli in privato.  Ecco i risultati di questo demenziale e democraticamente osceno meccanismo per cui un parlamentare eletto deve svenarsi per contestare burocrati non eletti: dal 2009 al 2017, su 545 leggi proposte dalla Commissione, il Parlamento UE di fatto ne ha contestate l’1,1%. Il resto, e sono tutte leggi più potenti di quelle italiane, è passato liscio come l’olio. Mettiamo pure che i Populisti Euroscettici prendano buoni numeri a Maggio: è stra-ovvio da quanto detto sopra che avranno una vita infernale per anche solo mantenere una frazione di ciò che oggi sbraitano agli elettori, della serie “A Maggio gli facciamo fare le valigie! Spacchiamo tutto!”. E questo anche per altri seri motivi, eccoli. Quindi, il prode parlamentare UE che volesse bloccare una super-legge della Commissione deve avere una barca di soldi, dei tecnici pazzeschi, convincere un mare di altri parlamentari e partiti e commissioni solo per iniziare ad agire. Ma per arrivare a una conclusione di successo deve poi anche sconfiggere i seguenti veti: il possibile veto della Commissione Parlamentare interessata; un possibile veto che viene da conflitti di giurisdizione fra le Commissioni, cioè gli dicono “sta roba non è legalmente di tua competenza e levati dalle balle”; un veto se poi, dopo tutta ‘sta gimcana, il parlamentare non ottiene la maggioranza assoluta di tutto il Parlamento UE e non ottiene anche l’ok del 55% del Consiglio dei Ministri (cioè di tutti gli Stati UE). Giuro, non è teatro Pirandelliano, è come funziona ‘sto delirio chiamato Parlamento UE. […]

 

Altra balla: il Parlamento UE può bocciare sia la Commissione che il suo Presidente. Questa è surreale: il Parlamento UE può in effetti bocciare sia la nomina del Presidente della Commissione UE, sia la lista dei Commissari UE. Poi cosa succede? Che – come di fatto successe dietro le quinte anche con Jean Claude Juncker – Presidente e Commissari vengono ripresentati quasi identici, o, al meglio, con cosmetiche correzioni per salvare la faccia ai parlamentari contestatari. Poi cosa succede? Che se un ipotetico Parlamento UE ‘machizzato’ dai salviniani non accetta il salva-faccia, esso riboccia il tutto. Allora che succede? Succede che si entra nel labirinto chiamato Crisi Costituzionale secondo il Trattato di Lisbona, il quale come già dissi anni fa è di fatto la nuova Costituzione UE introdotta di nascosto nel 2007, dopo la bocciatura francese e olandese della prima Costituzione proposta (bocciata perché “socialmente frigida”). E allora chi la risolve la crisi costituzionale sopra descritta? Il Parlamento UE? Ma non facciamo ridere. Il Consiglio Europeo? Ma non facciamo ridere, esso ha consegnato dispute di ‘sto genere a oltre 2.800 pagine di codicilli indecifrabili scritti da tecnocrati nel 2007 (Trattato di Lisbona), e da cui si desume, secondo studiosi come Jens Peter Bonde, che la crisi verrebbe a quel punto messa nelle mani della Corte Europea di Giustizia, che è ancor meno eletta della Commissione UE. Risultato: la bocciatura del Parlamento UE in oggetto vale, se davvero si arriva al muro contro muro, come le banconote Bolivar di Maduro oggi. Devo spiegare?

 

Le leggi della Commissione UE ficcano il naso dappertutto, dagli omogeneizzati alle regole d’accesso alle comunicazioni satellitari; da come devono essere fatte le lampade al neon a cos’è la cioccolata; fino alla tua privacy e a come irrigare un campo, ecc. Ma ciò che questa Europa ha portato di più devastante sulla più bella e democratica Costituzione del mondo, la nostra, sono i Trattati. Finora in tutto quest’articolo abbiamo parlato del (di fatto) grottesco/inesistente potere del Parlamento UE di opporsi alle leggi sovranazionali della Commissione. Esse sono chiamate “Leggi Secondarie”. La “Legge Primaria” in Europa sono quei Trattati, come Maastricht, Lisbona, o il devastante Fiscal Compact (quello che ci ha imposto nella Costituzione di Calamandrei la distruzione del suo senso più profondo, cioè l’equità sociale, assieme all’abolizione dei poteri di spesa sovrana del Parlamento di Roma, mica nulla). Lottare per, come si usa dire, ‘andare in Europa’, cioè prendere numeri nel Parlamento UE, è anche in questo caso, e soprattutto in questo caso, una colossale presa per il culo del pubblico, perché  il parlamentare europeo ha lo stesso potere di cambiare o di eliminare i devastanti Trattati Neoliberisti europei – cioè quelli economici che contano perché si parla di Spesa di Stato per le nostre vite, malattie, lavoro, pensioni o giovani e della nostra Costituzione – ha lo stesso potere, dicevo, che ha la tachipirina nella cura dell’ictus. Ecco come stanno le cose. Il Trattato di Lisbona, con l’Art. 48 TEU, sancisce che per modificare un Trattato europeo ci sono quattro procedure. In tutte e quattro il ruolo del Parlamento UE è limitatissimo. Tre sono le fondamentali: la Procedura Ordinaria, la Semplificata, e la Passerelle (in francese). Vi garantisco che non esiste un Premier in tutt’Europa che sappia cosa siano, perché sono procedure più complesse della Fisica Teorica (leggerle per credere). Vi basti sapere quanti attori a livello UE devono essere tutti insieme coinvolti, pluri-consultati, coordinati, informati e infine convinti per cambiare un Trattato: – Tutti i 28 governi nazionali, e anche solo uno può porre il veto a tutto – La Commissione di Bruxelles – Il Consiglio Europeo – Il Consiglio dei Ministri – la cosiddetta Convenzione europea – la Conferenza Intergovernativa – la Banca Centrale Europea – e in ultimo il Parlamento UE.

 

E qualcuno crede ancora che i futuri salvinici o orbanici eroi a Strasburgo potranno dire ‘beo’ sui Trattati? Vi riassumo le procedure, e lo faccio alla disperata, perché davvero solo per un decente riassuntino occorrerebbero 25 pagine di questo articolo: La Procedura Ordinaria: la proposta di modifica di un Trattato può partire da Stati UE, Commissione o Parlamento, e va diretta al Consiglio Europeo. A quel punto va messa assieme una Convenzione europea dove vanno chiamati: i rappresentanti di tutti i governi, con i rappresentanti dei Parlamenti nazionali, con la Commissione, e col Parlamento UE. Poi verrà indetta una Conferenza dei governi europei che deciderà sulle proposte di cambiamento del Trattato in questione. Se fallisce la Convenzione, fallisce tutta la procedura. Alla fine il tutto torna poi ai Parlamenti nazionali che dovranno votare un sì o no, ma basta il veto di uno solo per bloccare tutto. Ora ditemi voi dove diavolo compare il potere del macho parlamentare Populista Euroscettico (eventuale) in ‘sto macello. La Procedura Semplificata: la proposta di modifica di un Trattato può partire da Stati UE, Commissione o Parlamento, e va diretta al Consiglio Europeo. Consiglio Europeo e Consiglio dei Ministri si consultano con la Commissione, con la Banca Centrale Europea e col Parlamento UE, ma non c’è nulla di vincolante da parte di quest’ultimo. Poi Il Consiglio approva la modifica, ma di nuovo si deve tornare a ogni singolo Stato membro per un sì o no, e basta il veto di uno solo per bloccare tutto. Ora ditemi voi dove diavolo compare il potere del macho parlamentare Populista Euroscettico (eventuale) in ‘sto macello semplificato. La Procedura Passerelle. È una specie di scorciatoia super tecnica nella modifica di un Trattato. Per esempio, essa permette al Consiglio Europeo di autorizzare il Consiglio dei Ministri a ignorare i Trattati modificando la maggioranza di voto che gli è richiesta per certe decisioni (da unanimità a maggioranza qualificata). Oppure lo autorizza a cambiare il modo di legiferare in UE da ‘speciale’ a ‘ordinario’ anche quando i Trattati avrebbero imposto la modalità ‘speciale’. Però per adottare la scorciatoia Passerelle, il Consiglio Europeo deve raggiungere voto unanime. Ma come sempre si deve tornare a ogni singolo Stato membro per un sì o no alla Passerelle, e basta il veto di uno solo per bloccare tutto. Ora ditemi voi dove diavolo compare il potere del macho parlamentare Populista Euroscettico (eventuale) anche qui. Chiaro e limpido no? Soprattutto facile da capire, basta arrivare a Strasburgo, leggere Wikipedia e si cambia la Storia, eh? Ma poi, è vero che a Maggio i Populisti Euroscettici vinceranno? Non diciamo cretinate. Basta guardare i numeri dei 9 gruppi parlamentari europei per capire che i Populisti Euroscettici dovrebbero centuplicare i loro consensi per dominare il Parlamento, e gli altri perderne il 90% di botta. Una cosa sembra certa dai sondaggi: su 12 partiti cosiddetti Populisti in Europa oggi, solo la Lega otterrà un certo successo, gli altri aumenteranno di 2 o 3 o forse 4 seggi.

 

Conclusioni. Salvini, coi suoi due economisti con 10kg di Vinavil fra culo e poltrona politica, e Di Maio con Casaleggio, vi hanno mentito su tutto. Hanno calato le braghe di fronte a Bruxelles in 5 minuti con una spesa pubblica che è un insulto alla storia italiana. I padani si sono rimangiati la Eurexit perché “eh, abbiamo beccato solo il 17% e quindi ‘sticazzi le promesse elettorali, ma la poltrona ce la teniamo”, mentre Salvini mandava emissari anonimi da Bloomberg a dirgli “rassicurate i Mercati! staremo nei ranghi” (lo pubblicai su Twitter con foto). Oggi ‘sti cialtroni vi dicono che a Maggio sbaraccheranno tutta l’Europa… andando coi loro culi, Vinavil e poltrone proprio nella più ignobile Europa, quella del suo Parlamento. Avete letto qui i motivi per cui anche questa è una balla da vomitare. Ma ‘sti puzzoni a parte, rimane vero per tutti voi quanto ho scritto all’inizio, e lo ripeto: Votare per un parlamento i cui legislatori non possono fare le leggi, e i cui legislatori devono lottare come assassini se vogliono opporsi a potentissime leggi fatte da gente che nessuno elegge – cioè votare alle elezioni per il Parlamento Europeo – è rendersi complici intenzionali di una dittatura. Se non lo sapevate, ora lo sapete perché avete letto queste righe. Quindi le scuse stanno a zero, italiani.

 

Paolo Barnard

 

 
Le grandi svolte sono discusse quando troppo tardi PDF Stampa E-mail

4 Marzo 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 2-3-2019 (N.d.d.)

 

Le innovazioni importanti, le strategie di lungo termine, le operazioni di ingegneria sociale, sono deliberate a porte chiuse dall’oligarchia, indi calate sulla popolazione generale sotto il manto di nobili scopi di interesse comune, ma senza che ne sia rivelata la natura, gli effetti e gli obiettivi ultimi. Così è avvenuto, ad esempio, con il processo di integrazione europea, con le cessioni di sovranità, con l’Euro, con le riforme della banca centrale e del sistema bancario. Il dibattito politico pubblico è permesso, o perlomeno può aver luogo, solo dopo che tali riforme hanno raggiunto gli effetti per i quali sono state introdotte, in modo che il dibattito pubblico e la politica popolare non possa impedire il raggiungimento di tali effetti. Cioè i problemi vengono posti all’opinione pubblica dai mass media e divengono oggetto di dibattito ed eventualmente di lotta politica (popolare) solo quando oramai il gioco è fatto e la lotta politica è innocua, inutile. La politica popolare, di regola, viene in tal modo attivata su problemi ormai superati. Lotta per chiudere le porte della stalla dopo che i buoi sono stati rubati. Così il dibattito e la lotta politica sulla sovranità e sull’Euro sono stati avviati solo dopo che la sovranità era oramai stata perduta e che l’Euro aveva prodotto i suoi effetti (devastanti per alcuni paesi, e vantaggiosi per i paesi dominanti), sebbene già negli anni ’60, ’70, ’80 e ’90 economisti di vaglia avvertissero che il blocco dei cambi tra le monete europee avrebbe prodotto i risultati che poi ha prodotto. Fino al 2008 l’opinione pubblica italiana era per l’Euro e per l’integrazione europea. La popolazione generale, infatti, essendo incompetente e attenta solo all’immediato, non prevede gli effetti delle riforme tecniche, e si accorge di essi soltanto dopo che si sono prodotti, quando li sente sulla propria pelle. Ma anche allora fatica a capirne le cause.

 

In conformità a quanto sopra spiegato, non sono oggetto di dibattito politico pubblico, né di copertura mediatica, ma piuttosto di silenziamento o discreditamento e negazionismo beffardo, le principali innovazioni che l’oligarchia sta introducendo oggi, e che avranno presto un drammatico impatto sulla vita della popolazione, ossia il controllo sociale e individuale mediante le reti elettroniche e mediante la biocrazia, cioè la gestione e modificazione della gente mediante somministrazione di sostanze chimiche e biologiche negli alimenti, nei farmaci, nei vaccini, nell’ambiente, ultimamente attraverso la rete 5G (con le sue onde millimetriche che agiscono sulle cellule viventi) – come avviene nella zootecnia.

 

Marco Della Luna

 

 
Senza organizzazione non si ottiene nulla PDF Stampa E-mail

3 Marzo 2019

 

Da Appelloalpopolo dell’1-3-2019 (N.d.d.)

 

La recente nascita del movimento dei “gilet gialli” in Francia ha generato, com’era prevedibile, un analogo e omonimo movimento anche nel nostro Paese. E, se si va a osservarne il programma, qualche punto condivisibile c’è anche: l’uscita dall’euro e dall’Unione Europea prima di tutto. Tuttavia, analizzando con maggiore attenzione tale programma, qualche perplessità salta fuori, e le critiche che si possono muovere a riguardo sono tutte riconducibili alla natura di improvvisazione e spontaneità di questo movimento. Innanzitutto, il solito riferimento alla democrazia diretta, da loro ribattezzata “sovranità diretta” (come se non stessimo parlando della stessa cosa…) giusto per distinguersi dal Movimento 5 Stelle che ha sollevato presso il pubblico il tema di quella da loro chiamata, ma mai ben descritta, “democrazia partecipata”. Il primo punto del programma dei gilet gialli italiani ha lo stesso identico difetto della partecipazione nel M5S: la “sovranità diretta” non viene tecnicamente definita, non è chiaro cosa il popolo debba direttamente decidere e cosa no, con quali strumenti, quali sarebbero le competenze della democrazia diretta popolare e quali no, quale dovrebbe essere il ruolo del Parlamento in un ambito istituzionale del genere, quali articoli della Costituzione dovrebbero essere cambiati per realizzarla e come. Non si richiede un trattato di diritto costituzionale in merito, ma non avere neppure un accenno tecnico è piuttosto grave, e visti i precedenti sembra un proposito destinato a fare la fine della “democrazia partecipata” del M5S, relegata a piattaforme telematiche interne al movimento, non disponibili alla cittadinanza e dall’utilizzo piuttosto fumoso (vedasi la loro vecchia piattaforma “Lex”). Poi, anche i punti relativi all’abbandono di euro ed Europa sono buttati lì su un programma di riforme generiche, senza alcun dettaglio sul come dovrebbe realizzarsi un processo del genere. Non ci vuole né un economista né un esperto di diritto per intuire che uscire dall’Unione Europea non sarebbe semplice, e non sarebbe per nulla banale gestirne il “giorno dopo”.

 

I signori Gilet Gialli sono consapevoli del fatto che, qualora l’Italia dovesse uscire dalla UE, si troverebbe il giorno dopo l’ostilità dei paesi che invece hanno fatto la scelta di rimanerci, nell’Europa liberista, inclusi i maggiori destinatari delle nostre esportazioni? Sono coscienti del fatto che già il giorno successivo l’Italia dovrebbe battere moneta sovrana, essendosi già dotata di un software per emetterla e gestendo il cambio con l’Euro che nel frattempo continuerebbe ad esistere? Hanno un piano economico per il dopo-Italexit? Hanno un piano energetico nazionale (ci sarebbe una domanda propedeutica: sanno che cosa è un piano energetico?) Hanno un piano di approvvigionamento delle materie prime? Si sono dotati di un piano agricolo? Ma il punto dolente del movimento in questione arriva leggendo alcuni punti più avanti del loro programma: abolizione della fattura elettronica e dell’obbligo vaccinale. Ora, indipendentemente dal giudizio che si può avere sui temi in questione (positivo o negativo, non è importante ai fini di questo ragionamento), un programma che mette sullo stesso piano una riforma costituzionale rivoluzionaria come la “sovranità diretta”, una riforma epocale come l’uscita dalla UE e una leggina di nicchia come la fatturazione elettronica è la dimostrazione plateale dell’incompetenza e del pressapochismo di chi ha scritto una scaletta del genere. Sarebbe come se un giovane ventenne, fra i propositi per il proprio futuro, scrivesse di volersi laureare in ingegneria, attivare un mutuo per l’acquisto di un appartamento e comprare un paio di jeans nuovi. Un conto è scriverlo per fare dell’ironia, un conto è redigere sul serio un progetto del genere. Nel secondo caso il ragazzo ha poche speranze di sopravvivere. L’impressione è che, purtroppo, i Gilet Gialli Italia fossero sinceri nello scrivere una fesseria di tali proporzioni. La “prova del nove” la si incontra nell’ultimo punto del loro programma: nazionalizzare banche e assicurazioni. Nobile e condivisibile intento, ma messo lì a fianco della fatturazione elettronica fa tremare i polsi dalla paura perché, se pensi di gestire la nazionalizzazione delle banche italiane con la stessa sicumera con cui stili un DDL su come far fatturare i liberi professionisti, i casi sono due: o rinuncerai a farlo non appena ti trovi di fronte all’evidenza di cosa comporta davvero in termini pratici (manovrare miliardi in titoli di debito, gestire gli scambi interbancari con gli istituti esteri, ecc…) oppure porti l’Italia allo sfascio economico totale, per la grassa felicità dei globalisti che non aspettavano altro che un dilettante come te per fornire al popolo la dimostrazione pratica delle loro tesi. Sempre in tema di precedenti storici, il M5S, che nei primi anni della propria esistenza parlava di uscire dall’euro e di nazionalizzare le banche, ha scelto la prima strada, ossia quella di lasciare le cose come stavano.

 

Occorre ribadire la comprensione per tanti cittadini giustamente arrabbiati, giustamente consapevoli dei disastri provocati da globalismo e dall’europeismo, ed è comunque un passo in avanti la presa di coscienza riguardo alle frottole che il sistema liberista mondiale ha cercato di inculcarci per decenni interi. Ma è venuto il momento di capire che movimenti spontanei, liquidi e improvvisati non possono ottenere nessuno dei propositi – ancora una volta: condivisibili – che sostengono di voler perseguire. L’esempio del M5S che si è trasformato in un partito de facto con un programma di governo assolutamente europeista, e di altri movimenti di cittadini che hanno avuto vita breve e scarsa fortuna, come l’ormai quasi estinto Movimento dei Forconi, dovrebbe avercelo insegnato. Per riuscire a ricavare riforme tanto radicali occorre una struttura organizzata sul territorio, con competenze tecniche articolate e preferibilmente con esperienza amministrativa sul territorio. In parole povere: un partito. Fa poca presa sul pubblico, questa parola, ultimamente. Ma senza organizzazione non si ottiene nulla. Essere arrivati nel 2019 e non averlo compreso è un po’ grave.

 

Marco Trombino

 

 

 
Europa dei popoli: aria fritta PDF Stampa E-mail

2 Marzo 2019

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C'è un solo "ideale" che unifica residui comunisti e Casapound, residui socialisti e Forza Nuova, Salvini e il PD, il M5S e Fd'I: l'Europa dei popoli. Nessuno si dice contrario all'Europa dei Popoli e tutti sono ad essa favorevoli. Basterebbe ciò a dimostrare non soltanto che si tratta di uno slogan, di una espressione priva di contenuto, bensì, evidentemente, anche di un inganno gravissimo, che si perpetua, sistemico, totale. L'inganno di una intera civiltà.

 

Divenire contrari all'Europa dei popoli, perché non significa niente, perché è una espressione esattamente identica ad "America latina dei popoli", "Africa dei popoli", "Oceania dei popoli" e "Asia dei popoli", ossia è aria fritta, è il primo passo per dire qualcosa di sensato sull'Unione Europea. "Europa dei popoli" non è espressione più significativa di "carasà dui bodà". Ecco, sono decenni che crediamo ciecamente a "carasà dui bodà" senza spiegare cosa significhi. Quindi se ci troviamo nella situazione in cui siamo è anche colpa nostra, che abbiamo creduto ciecamente all'aria fritta.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Difensori degli interessi altrui PDF Stampa E-mail

1 Marzo 2019

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Da Rassegna di Arianna del 5-2-2019 (N.d.d.)

 

I giornali, sempre proni al più becero e tranquillizzante conformismo, accomunano la vicenda Venezuela alla Tav ma non alla Libia o all’Egitto e parlano di isolamento italiano. L’Italia venne già isolata nel 2011 quando decisero di far fuori Gheddafi, la maggiore sconfitta del Paese dalla seconda guerra mondiale che ha destabilizzato l’intero quadro politico. Gli stessi Paesi che allora fecero questo, Francia, Usa e Gran Bretagna, non hanno mai sostenuto l’Italia, e mai la sosterranno, nel contenere il disastro libico e dei profughi. Restare fuori dal Venezuela è il minimo che si debba fare: spiegatelo con delicatezza anche a Guaidò che non sa neppure dov’è il Mediterraneo e quali guerre ci siano state, civili e internazionali. Imparerà qual è la solidarietà degli ipocriti occidentali ed europei. I morti qui li abbiamo già avuti affogati in mare e per le guerre scatenate dagli Usa e dai loro alleati. Non le abbiamo volute noi. Noi non siamo isolati per il Venezuela o la Tav ma sulla Libia e sull’Egitto: abbiamo forse ricevuto qualche solidarietà per il caso Regeni? Ma certo non si parla di democrazia per l'Egitto, l'Arabia Saudita, gli Emirati che massacrano i civili in Yemen. E tanto meno se ne parla a proposito di Erdogan che riempie le prigioni di oppositori e curdi ma ci ricatta sui profughi. Quindi smettiamola di fare i buffoni di corte con gli Usa e l’Europa come vuole Mattarella e una accozzaglia di partiti guidati da gente imbelle e inefficace. Se proprio vogliono fare gli interventisti lo facciano contro gli scafisti e le milizie criminali sulle coste della Libia, lo prevede anche la missione europea Sophia. Altrimenti trovino qualcuno che lo faccia al posto loro ma la piantino di fare i ridicoli difensori della democrazia a migliaia di chilometri da qui per gli interessi altrui. I nostri non li abbiamo saputi difendere.

 

Alberto Negri

 

 
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