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I soldi dell'UE PDF Stampa E-mail

23 Ottobre 2020

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 Da Appelloalpopolo del 22-10-2020 (N.d.d.)

Sono appena uscito dalla banca con un prestito di 100.000 euro per l’avvio di una nuova attività d’impresa. I tassi attuali rendono i prestiti particolarmente vantaggiosi. Mi sono impegnato a restituire 101.800 euro entro la fine del 2021. Cioè 100.000 mi sono costati solo 1.800 euro di interessi, grazie a un fondo dell’Unione Europea. Se mi fossi finanziato con la banca avrei dovuto sborsare ben 200 euro in più! Cioè avrei dovuto restituire 102.000 euro anziché 101.800!

Per accedere a questo sconto dello 0,2% mi sono dovuto impegnare a vendere casa per andare a vivere in un appartamento di 30mq con mia moglie, mia figlia e il secondo figlio in arrivo. Ho dovuto anche vendere la nostra modesta Lancia Y con l’impegno di ricomprare una Ritmo del 1985. Poi il fondo europeo gestirà le mie finanze e avranno potere decisionale sui vestiti e gli alimenti che possiamo acquistare, sulle spese mediche che possiamo affrontare e chiaramente le spese extra sono azzerate. Anche l’investimento dei 100.000 euro dovrà essere vagliato dal board del fondo che si riserva il diritto di cambiare le condizioni del finanziamento e di sequestrarmi tutti i beni e bloccarmi l’erogazione se non rispetto queste condizioni. Insomma, oggettivamente mi richiedono un po’ di sacrifici, ma è un affare se considerate le 200 euro di sconto.

Un amico avvocato di Montesilvano continua a sostenere che mi hanno fregato, ma è uno di quei soggetti che quando vede scritto “Unione Europea” vede tutto nero. Uno di quei sovranisti-fascisti-negazionisti, sapete quei soggetti che la tv ci rappresenta ogni giorno come il nemico da abbattere?

Gianluca Baldini

 
Tricolore game over PDF Stampa E-mail

21 Ottobre 2020

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 Era il 2 giugno 1946. La guerra si era appena spenta. Gli italiani con un referendum scelsero di istituire una Repubblica in successione al monarchico Regno d’Italia che sussisteva dal 1861.  La nuova condizione era soprattutto spirituale. Tutto il resto erano macerie e fame.  Da quei momenti gli italiani tutti si rimboccarono le maniche sospinti dalla certezza di poter andare oltre il conflitto nazionale e civile appena terminato, attratti dalla luce di un futuro totalmente nelle loro braccia e nei loro occhi. Nel 1948 si svolsero le prime elezioni politiche che videro il 97% di votanti. Fin da subito emerse uno schieramento tra la fazione cattolica (Democrazia Cristiana) e quelle socialista e comunista (Partito Socialista Italiano e Partito Comunista Italiano) che avrebbe battagliato e caratterizzato la vita politica del Belpaese nei decenni a venire. L’anno precedente, il 1947, aveva visto il varo del Piano Marshall. Un progetto statunitense per aiutare l’Europa a riprendersi dal disastro della guerra. (Solo molti anni dopo, si insinuerà l’idea che quel piano fosse una strategia americana per mantenere l’egemonia economica e militare mondiale). Tra gli anni ‘50 e gli inizi degli anni ‘70 gli italiani seppero risorgere. Se ancora cerchiamo di valorizzare – soprattutto a parole – il Made in Italy, oltre a tutta la storia artistica e alla natura della nostra penisola, lo dobbiamo a quei decenni folgoranti. Artisti e imprenditori illuminati e una crescente consapevolezza sociale li caratterizzarono.

Tra di noi italiani, chiamiamo quel periodo gli anni del boom economico. Da una diffusa e misera condizione agreste sovrapposta ad un analfabetismo consistente, l’Italia passò all’industrializzazione e ad un’ampia distribuzione della ricchezza. Borghi, paesi, montagne e campagne si svuotarono a favore di una migrazione verso i centri metropolitani, soprattutto del Nord Italia.  Col senno di poi perfino le lotte operaie e studentesche degli anni ‘70, nonché la loro parte sanguinante, detta Anni di piombo, a carico delle loro fazioni armate (Brigate Rosse, Avanguardia Nazionale, Falange Armata, Fronte Nazionale, Nuclei Armati Rivoluzionari, Gruppi Armati Proletari, ecc. Wikipedia ne conta 72 di sinistra e 20 di destra), senza escludere la Strategia della tensione, azione di un nostrano deep state di esclusiva matrice parafascista, per quanto contenessero buone intenzioni non seppero o non bastarono ad allontanare la morte dello spirito che fino a quel momento aveva fatto l’Italia. Così, la liberazione da ipocrisie sociali (disuguaglianze) e valoriali (contestazione del qualunquismo borghese) da parte della sinistra, e anticomuniste (destra), per il rischio di divenire un ulteriore satellite sovietico e per reazione a una cultura di sinistra sempre più dominante nella vulgata e nelle istituzioni, restarono sterili battaglie fratricide fine a se stesse, prive di una visione olistica dei problemi. Che non lasciarono il tempo che trovarono ma in negativo: fecero da premessa ad un cambio di rotta che ci consegnò dritti diritti in braccio al liberismo. Pure le due italie, quella del nord e quella del sud, nonostante le politiche assistenziali messe in atto da tutti i governi dell’epoca, non produssero l’unificazione che speravano.

Se per gran parte della popolazione, prima c’era una vita di sussistenza, quegli anni famosi e celebrati, contennero anche il virus di una successiva, lenta peregrinazione verso la perdita dell’identità, verso una crescente insoddisfazione. Lo spirito che aveva guidato quelle generazioni verso la luce del futuro, non solo l’aveva raggiunta, assuefatta al nuovo verbo dell’io voglio, l’aveva consumata. Fu l’avvento dell’edonismo. Erano gli anni ‘90 del secolo scorso. L’egemonia dell’individualismo spezzò le reni al senso di comunità, solidarietà, umanità. Nel boom economico l’”Utilitaria per tutti” era stato lo slogan essenziale e trainante per gran parte del popolo a quell’epoca vergine, ingenuo e frugale. Ora l’assuefazione di quello stesso popolo si muove su Suv ed è dedicato all’eccessivo e all’opulente. Lì, gli hanno insegnato, sta il progresso, il senso della vita. Le case, da contenitori di famiglie e persone, sono divenute rimessaggi di merci, accessori, duplicati, tecnologia scambiata per progresso. La cultura nazionale cedette il proprio spazio, senza proferir parola, allo tsunami globalista. La liberalizzazione delle Tv, la diffusione del Web, la facilità di viaggiare, il presunto diritto al tempo libero, liquefecero (Zygmunt Bauman) i pilastri delle identità culturali locali. I solchi della storia entro i quali si erano sviluppate, si erano riempiti di rifiuti, scarti prodotti dal cosiddetto progresso, e di nuove attrazioni, molto simili ai frammenti di specchio che gli spagnoli mostravano ai nativi per imbambolarli e depredarli. La società era ormai liquida perché nessun valore la distingueva più dalle altre. Il globalismo aveva compiuto la sua opera spirituale.  In pochi decenni la Bella Italia buttò a mare le sue doti: non c’è quasi costa, valle, paesaggio che non sia stato deturpato da un’architettura e da una politica incapace di scegliere per il bene comune. Il turismo – fino a poco fa sembrava un talento naturale italiano – per politiche clientelari fa ora fatica a richiamare il mondo che a suo tempo aveva celebrato la Bella Italia.  In pochi decenni anche la Destra e la Sinistra persero di vista la loro missione originaria. I cosiddetti progressisti non rappresentano più gli strati deboli, sebbene numericamente crescenti. Con l’abbraccio al liberismo si trova a esprimere se stessa secondo una sintassi politica neocapiltalistica. Idonea a prendere le distanze dai suoi ideali ordinari e capace di dialogare e fraternizzare con i detentori dei poteri. La Destra, anch’essa macinata dagli ingranaggi produttivistici, non esprime più nulla della sua verve spirituale.  Così, la credibilità della politica, sviluppatasi sotto il controllo economico-mercantile, non ha più legame con il suo elettorato. Dagli anni ‘70 del secolo scorso, la partecipazione alle elezioni, salvo qualche non significativa interruzione, è sempre scivolata verso il basso.

Le ideologie hanno fatto il loro tempo, sebbene ci sia ancora tutto un popolo che cerchi di tacere la parte restante, tacciandola di fascismo. I grandi valori di emancipazione sociale delle classi meno abbienti si sono trasmutati nella cura di diritti di minoranze che, in una società spiritualmente governata, non avrebbero alcuna necessità di essere protette, in quanto lo sarebbero implicitamente. Il rispetto delle persone, del diverso, ha bisogno di leggi ad hoc soltanto in un contesto culturale dove la prevaricazione, la paura, l’esigenza di sicurezza fanno parte dei pensieri degli individui. Invece, il politicamente corretto è divenuto così un linguaggio, una psicologia. Non attenersi significa offendere qualcuno e avviarsi all’emarginazione. Nel frattempo debito pubblico e disoccupazione, nonostante generazioni di politici ne abbiano promesso la riduzione, è in costante incremento e, ovviamente, senza possibilità di arresto, né, tantomeno, di riduzione.

Ora l’Italia è agli ordini globalisti, europei, della Nato americana, del becero mercato intorno al quale, insieme ad altri balla la danza della pioggia di denaro. Ma va ancora per il mondo a sventolare il gran pavese del Made in Italy. E qualcosa riesce a fare, ma solo da parte di qualche iniziativa imprenditoriale privata e solo nei confronti di una clientela internazionale che cerca di sottrarsi alla miseria della postmodernità vantando una San Pellegrino nel proprio carnet di conoscenze. L’incremento di psicopatologie, la diffusione smisurata di farmaci, l’aumento di obesi sono solo tre aspetti che meglio del Pil e delle fanfare autocelebrative rappresentano lo stato italiano e quello occidentale più in generale. In questi tempi segnati dal virus abbiamo assistito a politiche sulle quali saranno scritti molti libri. In tutti, certamente, non mancherà di essere presente quanto in quelle scelte, proclamate in nome della salute pubblica, non vi fosse invece un definitivo segno di sudditanza al mercato, ai poteri forti, alla svendita dell’Italia. Altrove ho sostenuto – come altri autori ben più qualificati di me – il valore spirituale di una crisi. La crisi è una morte e senza di questa non c’è rinascita.

Lorenzo Merlo

 
Covid e Tecnica PDF Stampa E-mail

20 Ottobre 2020

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 Da Rassegna di Arianna del 18-10-2020 (N.d.d.)

Secondo Max Weber il «razionalismo confuciano significava adattamento razionale al mondo; il razionalismo puritano significava invece dominio razionale del mondo».  Egli aggiungeva, profeticamente, che il «Cinese è altrettanto capace di appropriarsi del capitalismo pervenuto tecnicamente ed economicamente al suo pieno sviluppo nell'ambito della civiltà moderna». Era tra le conclusioni di un monumentale studio sulla Sociologia delle religioni e può essere considerato un contributo al dibattito sviluppatosi nell'ambito della cultura tedesca sul “dominio della Tecnica”. Cosa significa tale termine? Non è il puro e semplice dominio della tecnologia, ma il mondo umano, la società, la mentalità che nasce dall'attitudine dell'uomo occidentale verso la Natura, pensata come potenzialmente manipolabile e adattabile a piacimento, sviluppatasi, secondo Heidegger, agli albori della civiltà occidentale cioè nella Grecia occidentale. Un difetto originario della civiltà occidentale conclusosi in due catastrofiche guerre mondiali (di tali questioni ho discusso estesamente nel mio libro “Per un nuovo socialismo” consultabile su gennaroscala.it).

Sebbene siano trascorsi oltre 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, questa attitudine verso il mondo non è stata superata, anzi essa è cresciuta compreso il nichilismo che l'accompagna. Ciò lo si può vedere anche nelle reazioni alla diffusione del covid. È una “leggenda urbana” l'attribuzione al Chirurgo Generale degli Stati Uniti William H. Stewart l'affermazione secondo cui, “era tempo di chiudere il libro delle malattie infettive”, ma la “diceria” riflette abbastanza bene la convinzione diffusa che fosse stato stabilito un dominio stabile su alcune malattie, evento che rammemora la fragilità dell'essere umano, potenzialmente estensibile a tutte le malattie. Convinzione diffusa soprattutto durante i “trenta anni d'oro” segnati dalla ripresa dell'economia occidentale dopo la conclusione della seconda guerra mondiale. Ora in mezzo alla crisi generale dei sistemi occidentali arriva un coronavirus a ricordarci che forse si era cantato troppo presto vittoria. Certo la tecnica applicata alla medicina talvolta fa cose incredibili, ma su tante cose è impotente, pensiamo al banale raffreddore, causato da un virus parente del virus responsabile del covid. Certo la tecnica ci protegge talvolta efficacemente dalle malattie, ed è essenziale per l'essere umano svilupparla, ma non ci può proteggere dall'angoscia della morte (e su questo il defunto Emanuele Severino avrebbe avuto, credo, qualcosa da dire). L'essere umano resta un ente naturale il cui ciclo vitale giunge a conclusione (per poi riprendere in altri esseri umani). Sarà sempre così, ed è un bene che sia così. Quando pensiamo di proteggerci dall'angoscia della morte con la tecnica, si sviluppa quella superstizione scientifica che porta tanti ad indossare come un amuleto la mascherina, anche quando in assenza di altri esseri umani a distanza ravvicinata è perfettamente inutile, anzi dannosa per la respirazione. Le misure indicate per contrastare il covid, tutte centrate sull'autoisolamento, vanno in direzione opposta a ciò che solo può attenuare l'angoscia della morte: la solidarietà sociale.

Ma oltre ai comportamenti individuali è il comportamento collettivo delle nazioni occidentali nei confronti della diffusione del covid che è diventato una sorta di lotta contro la natura. Con significative eccezioni come la Svezia, cioè in una nazione che ha incarnato quella forma di socialismo europeo qual era lo “stato sociale”. È possibile stabilire un controllo su miliardi di microscopiche particelle che si diffondono da individuo a individuo? Forse sì, ma bisognerebbe immaginare tali misure i cui danni sarebbero peggiori della peggiore epidemia. Praticamente ognuno si dovrebbe isolare, facendo crollare quelle strutture sociali che garantiscono il rifornimento alimentare ed energetico delle enormi città in cui viviamo.

È significativo che ad incarnare in Occidente il sogno occidentale del controllo totale della Natura sia la società cinese. Ed è altrettanto significativo che gli stessi media che di solito fanno propaganda anti-cinese diano per buone le incredibili cifre fornite dal governo cinese in merito alla diffusione interna del virus. Ad es. i morti per covid in Italia raffrontati a quelli cinesi in rapporto alla popolazione starebbero 170 a 1, pur avendo, a differenza dell'Italia, effettuato il lockdown in una sola regione che conta un ventesimo della popolazione. In Cina il sogno occidentale di dominio della natura si è realizzato, il virus è stato posto sotto controllo in questi luoghi lontani, in tutti i sensi, la cui vita conosciamo ben poco, a dispetto di tutti i mezzi di informazione che possediamo. E se invece il governo cinese, dopo un iniziale panico nei confronti di un virus dagli effetti anomali, abbia realizzato che fosse meno pericoloso di quanto si temeva e piuttosto che ingaggiare la “lotta contro la natura” abbia optato segretamente per una più saggia opzione confuciana di adattamento ad essa? Ovvero venga ivi trattato il covid principalmente come problema sanitario, senza porsi l'obiettivo di eradicarlo, mentre all'esterno fanno credere di averlo “sconfitto”. Certo è una pura supposizione, al limite se vogliamo del complottismo, ma resta per me più convincente, non avendo trovato finora una spiegazione razionale convincente della sproporzione tra gli effetti del virus in Cina e gli effetti nelle nazioni occidentali.

Invece, le nazioni occidentali nella “guerra al virus” si stanno autodevastando, e già adesso i danni di questa “guerra” superano quelli del virus, senza ottenere effetti apprezzabili, senza che vi siano differenze significative tra nazioni che hanno effettuato lockdown più stretti e altre più blandi. È anche questa una guerra, che la Cina sta vincendo, ma la guerra, come al solito, è principalmente tra gli esseri umani.

Gennaro Scala

 
Campagna nazionale di resistenza PDF Stampa E-mail

17 Ottobre 2020

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 Da Comedonchisciotte del 15-10-2020 (N.d.d.)

Il progetto La Mente Indipendente nasce, durante i mesi di clausura, per un’urgente necessità di un gruppo di persone di divulgare, scambiare e leggere notizie al di fuori degli abituali canali d’informazione, raggruppando, al momento, persone di un’età compresa tra i 30 e gli 85 anni. Da questo gruppo è nata l’iniziativa “Astensione Nazionale Televisione e Stampa”, con la motivazione principale di stimolare i teledipendenti a staccarsi dalla tv ed iniziare ad informarsi tramite canali di informazione alternativi ed indipendenti. Tramite la vostra piattaforma voglio esortare i lettori a partecipare alla suddetta iniziativa, che si terrà a partire dal 17 ottobre e terminerà il 9 novembre 2020, partecipate con noi e divulgatela ai vostri contatti, soprattutto a coloro che non si informano tramite internet ed i canali alternativi di informazione. Ho assistito sin da febbraio ad una modalità di informazione univoca, lineare, senza possibilità di dialogo, mai come quest’anno i telegiornali si assomigliano così tanto. Una volta vi erano delle chiare differenze di opinione perfino tra Rai 1 e Rai 2, adesso non si distingue Mediaset da Rai e Rai da La7, per questo io li definisco il canale unico televisivo. Se parliamo del Covid-19, in particolar modo, le trasmissioni di approfondimento creano soltanto un dibattito artificiale e sterile, tra chi la pensa nel modo “governativo” e chi no, dove chi la pensa al contrario viene messo in minoranza rispetto agli altri o non lo si invita in trasmissione utilizzando, invece, un’intervista registrata da tagliare e riadattare come si crede meglio.

La vergognosa rappresentazione di una televisione che si autodefinisce “professionista dell’informazione”, screditando così i giornalisti indipendenti ed i canali informativi alternativi che da anni fanno dell’informazione il loro leitmotiv, con l’avallo di una task force governativa contro le fake news, che altro non fa che selezionare e mettere al bando chi non dice cosa loro vorrebbero dicesse; quando invece è un tg “professionista” a dichiarare il falso, pubblicando e trasmettendo notizie non vere, non richiedono neanche una rettifica della notizia data e fanno passare tutto come normale. Due pesi e due misure è la regola aurea, le informazioni che diventano terrorismo mediatico: la Rai, televisione gestita dal governo, che promuove degli pseudo bollettini di guerra, dapprima con il numero dei contagi e, successivamente, con il numero dei morti, quindi al posto delle estrazioni del lotto vi è stato per mesi il Totomorte, con un Burioni come annunciatore di sventure e, quando credevamo la situazione fosse pacificamente retrocessa, il Burioni ci ha lasciato con la velata minaccia “ci rivedremo ad ottobre”, GRAZIE ma ad ottobre preferisco guardare uno schermo spento! Tutto questo ha portato a ciò che è definibile come terrorismo mediatico, che altro non ha fatto che aumentare la paura nelle persone, paura e sospetto, specialmente verso il prossimo.

Parlando dei giornali: visti i risultati e le modalità dei più, credo sia opportuno dare un segnale anche a loro. Vi sono quotidiani che si sono trasformati in giornali di regime, altri che non lo vogliono sembrare ma censurano le notizie e, quando non è possibile, mettono titoli non attrattivi o le spostano lontano dalla prime pagine; altri, come La Repubblica, La Stampa ed il Secolo XIX sono di proprietà di colui che ha il contratto con lo Stato per la produzione e la vendita delle mascherine: ben 27 milioni al giorno. Si può avere quindi un’informazione pulita ed esente da conflitto di interesse? È una domanda che mi pongo spesso, voi cosa rispondete? Non credo che un’astensione di una ventina di giorni da televisione e giornali cambi radicalmente un sistema, ma è un segnale e, grazie ad esso, potrebbe anche succedere che alcune di quelle persone che smettono di utilizzare gli stessi mezzi di informazione in quel periodo, decidano autonomamente di non seguirli più neanche dopo il 9 novembre. Il perché delle date? Prettamente simbolico, più per la data conclusiva in realtà, ovvero il giorno in cui il muro di Berlino è caduto, un duplice simbolo in questo caso, uno per quello effettivo ovvero il simbolo della libertà, tanto che è diventata la giornata mondiale della libertà e l’altro per la caduta del muro di nebbia che molte persone hanno davanti agli occhi, che non permette loro di vedere bene cosa li circonda; queste persone sono totalmente assuefatte da ciò che la tv ed i quotidiani dicono loro ed essi si illudono che le loro idee nascano in autonomia, non si accorgono di essere totalmente condizionati e mai si metterebbero a cercare soluzioni alternative o a farsi venire un dubbio.

Se tu abitui per anni un individuo ad essere nutrito per via endovenosa, questo non saprà più neanche masticare il cibo e, se si smette improvvisamente di alimentarlo così, allora dovrà rielaborare nuovamente il concetto di alimentazione, quindi riattivare i muscoli della masticazione, per non parlare dell’intestino e dello stomaco, in ultimo lingua e palato per tornare a comprendere il gusto; queste persone sono allo stesso livello, alimentate da notizie preconfezionate, artificiali ed altamente digeribili, che grazie ad una routine che si svolge tra le mura domestiche, obbligata dagli orari di lavoro sempre più serrati ed ispirati dalla frenesia contemporanea, non hanno né tempo né voglia di chiedersi se quel modo di alimentarsi/informarsi sia quello giusto o se vi siano altre possibilità.

Qual è lo scopo di tutto questo? Diciamo che l’obiettivo è quello di risvegliare le menti, di stimolare la curiosità nelle persone, alimentare il dubbio, tornare ad analizzare una notizia da più punti di vista, anche se sbagliati. Se da questa iniziativa anche una sola persona, di quelle che seguono i tg e/o leggono i quotidiani, deciderà di informarsi in modo del tutto indipendente, anche solo per il periodo di questo astensionismo, posso dire che lo scopo sarà abbondantemente raggiunto.

Infine, più di una persona mi ha domandato come potersi informare se non tramite la televisione o la carta stampata ed ovviamente ho suggerito loro alcuni siti, pagine Facebook e canali Youtube dove poter essere informati a prescindere dai canali tradizionali, tra questi vi è ComeDonChisciotte, con il sito ed il canale Youtube, che ringrazio di cuore per aver accolto in modo così entusiastico questo progetto. Approfitto ancora una volta per invitare tutti voi che state leggendo questo articolo a prendere parte all’ “Astensione Nazionale Televisione e Stampa” e coinvolgere i vostri amici e parenti a fare lo stesso, a partire dal 17 ottobre al 9 novembre 2020, ancora mille grazie.

Giacomo Ferri

 
Elogio del pauperismo PDF Stampa E-mail

15 Ottobre 2020

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 Da Rassegna di Arianna del 14-10-2020 (N.d.d.)

Nell’Udienza generale del 30 settembre Papa Francesco ha affermato che è importante trovare una cura per il Covid, ma ancora più importante è trovare una cura, ben più difficile, per “i grandi virus umani, sociali ed economici”. E ha aggiunto che dire “torniamo alla normalità non va, perché questa normalità era malata di ingiustizie, disuguaglianze e degrado ambientale”. In altre occasioni il Sommo Pontefice si era scagliato contro la frenesia del profitto, cioè in pratica contro l’economia com’è intesa nel mondo attuale e il devastante ingresso della tecnologia, in particolare quella digitale, nelle nostre vite. Discorsi coraggiosi perché Economia e Tecnologia sono i grandi ‘idola’ del mondo contemporaneo. Dopo il disastroso pontificato di Papa Wojtyla (crollo delle vocazioni, crisi del sacerdozio e degli ordini monacali) che troppo si era occupato di politica e aveva usato a manetta gli strumenti di comunicazione della Modernità (TV, jet, viaggi spettacolari, creazione di “eventi”, gesti pubblicitari, “papamobile, “papaboys”) finendo per identificarsi con essa, Francesco sembra voler ritornare, sia pur con qualche concessione al moderno, a quella che è la ragione in ditta della Chiesa e per la verità di qualsiasi confessione religiosa: la cura dell’uomo e delle sue esigenze non solo spirituali ma esistenziali. L’uomo non si identifica né con l’Economia né con la Tecnologia, cioè col Progresso. Su questa strada era stato preceduto dal più esile e fragile Ratzinger che quando era ancora cardinale aveva affermato: “Lo sviluppo non ha partorito l’uomo migliore, una società migliore e comincia ad essere una minaccia per il genere umano”. In realtà quello di Ratzinger, in modo esplicito, e quello di Papa Francesco, in modo più sfumato, è un attacco al modello di sviluppo occidentale. Se si continua su questa strada non ci potrà essere alcuna riduzione delle disuguaglianze sociali perché è proprio questo modello che le ha ingigantite. È un dato di fatto che nel mondo che noi chiamiamo “sviluppato” le disuguaglianze sociali sono aumentate esponenzialmente. I ricchi sono diventati sempre più ricchi, in un modo che non esito a definire offensivo, e anche un poco più numerosi, ma contestualmente i poveri sono diventati molto più numerosi con la graduale scomparsa del ceto medio. L’Italia ne è un buon esempio. Nel contempo è anche aumentata di gran lunga la distanza fra i Paesi sviluppati e quelli del cosiddetto Terzo Mondo. È inutile e ipocrita che l’Onu e le sue agenzie si affannino a dichiarare che la miseria nel Terzo Mondo è diminuita. Ne fanno testo, scontata la percentuale di chi fugge dalle guerre, le migrazioni, migrazioni non emigrazioni, di chi cerca di arrivare al mondo opulento (“E sì che l’Italia sembrava un sogno/steso per lungo ad asciugare/Sembrava una donna fin troppo bella/che stesse lì per farsi amare/Sembrava a tutti fin troppo bello/Che stesse lì a farsi toccare/E noi cambiavamo molto in fretta/il nostro sogno in illusione/Incoraggiati dalla bellezza/vista per televisione/disorientati dalla miseria/ e da un po’ di televisione”, Pane e coraggio, Ivano Fossati). Né si potrà porre alcun argine al “degrado ambientale” già ampiamente in atto (secondo un appello firmato da un migliaio di scienziati su Le Monde il 20 febbraio siamo già vicinissimi all’ora “X”, cioè alla ventitreesima ora sulle ventiquattro di cui è costituita la giornata della nostra specie). Se si continua sulla filiera ossessiva produzione-consumo-produzione, dove ormai noi non produciamo più per consumare ma siamo arrivati al paradosso che consumiamo per poter produrre, non c’è via d’uscita, se non produrre di meno e consumare di meno, questa è la dura sentenza. Non è un caso che Papa Francesco abbia preso il nome dal fraticello di Assisi che predicava l’amore per la natura e la ricchezza della povertà (che si porta dietro molti altri valori a cominciare dalla solidarietà). È il pauperismo, temutissimo da Berlusconi e da tutti i Berlusconi della Terra, a cui il Covid potrebbe ricondurci dandoci una lezione emblematica e, paradossalmente, meritoria.

Massimo Fini

 
Un post mai scritto PDF Stampa E-mail

14 Ottobre 2020

 Da Appelloalpopolo del 13-10-2020 (N.d.d.)

Il post che avrei voluto scrivere sulla manifestazione di Roma, era molto bello.

Avrei, con cura del dettaglio, spiegato perché a mio parere essa andava sostenuta in un’ottica anti-liberista, perché essa non fosse una manifestazione “negazionista” e, tantomeno, di destra. Avrei spiegato, poi, le varie articolazioni con cui il cosiddetto populismo si determina – alcune delle quali sono, certamente, di destra – facendo un minimo di excursus sulla storia recente. Infine, a chi mi avesse obiettato la presenza, nella manifestazione, di gruppi recanti messaggi ingenui o di questo o quell’altro personaggio poco gradito, avrei spiegato perché, in qualsiasi fase storica, i blocchi sociali d’opposizione si fanno con quel che c’è e come anche nelle manifestazioni degli anni ’70 vi fossero componenti ingenue e folkloristiche. Dunque, se da una parte posso scegliere di non andare a una manifestazione come quella di settembre caratterizzata dalla presenza massiccia dei neofascisti di Forza Nuova, dall’altra avrei spiegato che tale scelta non può valere per tutte le manifestazioni cosiddette “populiste”: non può valere, perché non si sceglie questo o quel gruppetto politico bensì la composizione di classe a cui una certa manifestazione si rivolge. La politica, cioè, non può occultare o far bypassare la comprensione sociologica dei fenomeni di piazza. Insomma, stavo per concludere e pubblicare un post corposo sul piano argomentativo, denotante approfondita conoscenza dei movimenti di massa e della loro storia, nonché una discreta capacità di lettura del piano sociologico ch’è sotteso alla cronaca politica spicciola. Poi però ho pensato: chi me lo fa fare?

Se argomento, se faccio dissertazioni storiche e sociologiche, se specifico e distinguo, forse questo impedisce ai miei contatti di sinistra di berciare di “fascismo”, “negazionismo” e tutto il resto? E poi: perché mai dovrei mettere le mani avanti, giustificarmi con questa gente? Perché dovrei star lì a difendermi preventivamente spiegando che no, non è vero che si tratti d’una manifestazione di destra? Forse che gli esponenti della sinistra politica provano a giustificarsi quando appoggiano l’Unione Europea e le sue politiche di distruzione dei diritti sociali? Si giustificano quando appoggiano od ostentano silenzio-assenso per le aggressioni della Nato ai danni di altri paesi? Si vergognano di essere, in ampia parte, favorevoli alla riduzione del diritto di voto proprio come Mussolini? Si vergognano d’aver appoggiato formazioni neonaziste durante la crisi ucraina? Si vergognano che i leader del PD appoggino i colpi di stato occidentali in America Latina proprio come faceva Giorgio Almirante negli anni ’70? Per quale motivo, insomma, dovrei difendermi dall’eventuale accusa di essere “di destra” formulata da chi assume posizioni di tal fatta? Per i progressisti odierni, è normale l’uso della retorica al posto dell’analisi, è normale il ricorrere continuamente alla calunnia, ovvero il definire “di destra” chiunque esprima obiezione alle strategie del capitalismo sovranazionale. Già, perché purtroppo, in questa disastrata fase storica, anche a questo ci è toccato di assistere: la classe degli sfruttatori che definisce fascista la classe degli sfruttati. Dunque no, nessuna giustificazione preventiva e nessuna spiegazione: il “pericolo fascismo” di cui cianciate, cari amici di sinistra, io ritengo coincida con la globalizzazione neoliberale che voi sostenete. Quindi, non sono tenuto a giustificarmi con voi.

Riccardo Paccosi
 
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