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Ne uccidiamo di pił noi PDF Stampa E-mail

1 Giugno 2017

 

Da Comedonchisciotte del 24-5-207 (N.d.d.)

 

Numeri di morti, anonimi orrendi numeri, ma sì dai, diamoli, perché serve a capire. E se mai si capisse, tutto finirebbe. Retail Terrorism, lo dico da anni, cioè terrorismo islamico alla spicciolata, singole cellule distaccate da qualsisia organizzazione, impossibili da intercettare, da prevedere, armi rudimentali quindi nessuna traccia dei trafficanti normali per i Servizi da seguire, impossibili da intimidire perché loro vogliono morire, noi no. Non li fermeremo mai più, a meno che… (si legga in fondo). Ma diamoli questi numeri. Loro uccidono le nostre ragazzine. Noi uccidiamo le loro. Valgono uguali, un genitore inglese piange come uno afghano, identico. Chi ha iniziato? Noi. Gli abbiamo preso le terre, le risorse, la democrazia che tentavano di creare, li abbiamo massacrati, e loro si sono ritirati nelle moschee, per non finire nelle camere di tortura della CIA. E dopo 70 anni così, cosa è uscito da quelle moschee? Manchester e quelli prima. Inutile qui riscrivere le prove di questo, il mio libro Perché ci Odiano (Rizzoli BUR), e montagne di articoli accademici, rapporti ONU, Amnesty International, migliaia di reportage fin dalla metà del XX secolo ecc. Inutile.

 

Ma diamoli questi numeri, orribili ma utili numeri. Il terrorismo islamico ha ammazzato, dal 2008 – che è l’anno di Obama e della sua campagna di assassinii extragiudiziali nei Paesi islamici coi Drones ideati da John Ballinger – 315 occidentali. 315 occidentali dal 2008 a oggi ammazzati da loro. I loro civili massacrati a caso mentre un Drone tenta di ammazzare un sospetto terrorista da qualche parte sono 801, secondo la prima stima del Bureau of Investigative Journalism. E questo esclude gli oltre 100.000 morti musulmani delle guerre in Afghanistan e Iraq, fatte da noi. Poi ci sono le stime di Foreign Policy, nientemeno, la più autorevole pubblicazione di politica estera americana da sempre: Obama ha ordinato 528 attacchi Drones, ha ammazzato 474 civili musulmani, dice Foreign Policy. Nell’ottobre 2015 un AC-130 americano ha sparato 211 proiettili per 30 minuti contro un ospedale di Médecins Sans Frontières a Kunduz in Afghanistan, ammazzando 42 ammalati. In Pakistan, scrive il Washington Post, negli ultimi 10 anni 600 civili pakistani sono stati sterminati per gli attacchi Drones, glielo dice Ben Emmerson, che ha compilato le liste dei cadaveri di gente comune innocente per l’ONU. Ci dice The Intercept, il web magazine di Glenn Greenwald, il giornalista che lanciò il caso Edward Snowden-NSA, che il Pentagono ha sbagliato target in Afghanistan 19 volte su 21 attacchi consecutivi, massacrando solo civili. Sempre Drones. Neppure li contarono. Ma sono donne coi seni, bambini coi pantaloncini, ragazzine, operai. Anche loro, non solo a Manchester. Bè non ci si meraviglia, visto che il New York Times nel 2012 già scriveva che il governo USA “in effetti conta come terrorista qualsiasi maschio ammazzato da un Drone e che appaia di età militare, senza uno straccio di prove”. È tragico, veramente straziante, che nello stesso giorno in cui il britannico The Independent fa la prima pagina sulla strage di Manchester, nelle pagine interne vi sia riportato questo: “Un totale di 225 civili, incluse 36 donne e 44 bambini, sono stati massacrati nell’ultimo mese in Siria dai bombardamenti di Trump”. E questa è l’ultima abietta coda della storia, 225 a 22. Più l’olocausto delle invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq. Chi ha iniziato? Noi, e con una violenza inaudita, settant’anni fa. Prove alla mano. Chi ha perseverato? Noi. Chi ha detto alla CBS che 500.000 bambini iracheni morti di stenti per le sanzioni USA-GB era “un prezzo che valeva la pena pagare”? La Ministra USA Albright. L’avesse detto Bin Laden di 500.000 bambini francesi… 500.000 bambini negretti musulmani… come suona? Come 500.000 bolli dell’auto, eh? Yes. Poi ci meravigliamo di Manchester. Loro non dimenticano. L’accademico americano di origine pakistana Hassan Abbas, membro Senior della Asia Society americana e autore di The Taliban Revival ha detto: “Il programma di massacri extragiudiziali americano crea più terroristi di quanti ne potrà mai ammazzare”. Retail Terrorism, non li fermeremo mai più, a meno che non ce ne andiamo dalle loro terre e li lasciamo ai loro affari, alle loro guerre, alle loro culture, ma smettiamo di rubargli le risorse, di terrorizzarli, di usarli come pedine, e di ammazzarli come mosche, senza che nessuno qui accenda una candelina, mai.

 

Paolo Barnard

 

 
Vaccini e Alitalia PDF Stampa E-mail

31 Maggio 2017

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Da Comedonchisciotte del 25-5-2017 (N.d.d.)

 

Cosa c’entra la questione vaccini con la crisi dell’Alitalia? Niente. O forse molto. Dipende dalla capacità di leggere nessi forse nemmeno tanto nascosti. Da ormai due anni è in atto una forsennata campagna di allarmismo terroristico nei confronti dell’opinione pubblica basata sulla necessità di incrementare le vaccinazioni di massa, giudicate in leggera flessione statistica. Non questo o quel vaccino in particolare: ma tutti, sempre, per qualunque problema. Si è partiti con articoli e interviste allarmanti sulle epidemie prossime venture (inesistenti picchi di meningite e pandemie di morbillo), si è continuato con lettere intimidatorie delle ASL a casa dei genitori riluttanti, si arriva al capitolo finale, con una legge in incubazione che vieterà l’ingresso a scuola ai non vaccinati e, quindi, obbligherà di fatto, l’intera popolazione giovanile ad adempiere al diktat. Ok, ma l’Alitalia? Ci arriviamo.

 

Il fatto che molte famiglie abbiano scelto in questi anni di non vaccinare i figli e si ostinino a difendere la loro scelta, nonostante il dispiegamento di questa feroce campagna (senza precedenti), è solo un’altra manifestazione di quella diffusa “sfiducia nelle élite”, che è un dato costante e caratteristico di questa epoca. Una volta, il camice bianco, lo scienziato, il “dottore” (figura archetipale della Conoscenza oscura e salvifica), con il solo carisma della funzione e del titolo di studio, esercitavano un’indiscussa egemonia sul popolino, che ne riconosceva acriticamente l’autorità specialistica. Idem per le altre figure preposte alla direzione della società: il politico-amministratore, il banchiere, il dirigente di polizia, il giudice. Mettere in discussione ruoli e competenze delle élite era possibile solo per ristrettissime minoranze critiche, perché la stragrande maggioranza della popolazione non aveva gli strumenti culturali per dissentire dai “gruppi dirigenti”, dai loro linguaggi specialistici, dalle loro ingiunzioni spesso inspiegabili. Chi stava “in basso” era più o meno rassegnato a delegare ai piani superiori la gestione delle grandi questioni che oggi collochiamo nella dimensione etica e bio-politica. Oggi non è più così. Una larga fetta di popolazione, generalmente i settori un po’ più dinamici e informati, nutre un sospetto e uno scetticismo critico “a priori” sulle competenze e sui moventi di ogni gruppo dirigente. È un fenomeno trasversale e secondo alcuni questa sorda e ostile sfiducia di massa, che corre lungo l’asse verticale “basso-alto” della società, è l’essenza di quello che viene definito “populismo”. Una recente inchiesta statistica lamenta il fatto che molti genitori sono andati in questi anni a cercarsi sul web informazioni sui vaccini, finendo vittime di quelle che i curatori delle inchieste definiscono costernati come le “solite bufale”. Senza entrare nel merito di una faccenda medico scientifica assai complessa, pare un atteggiamento saggio quello di muoversi autonomamente e acquisire informazioni. Perché si dovrebbero delegare acriticamente la salute propria o dei figli ad un medico di base o, peggio, alle burocrazie sanitarie? Perché ci si dovrebbe rassegnare all’idea che sia il presidente della Regione – non di rado mediocrissimo funzionario di partito – a decidere le delicatissime strategie di salute pubblica? Non è forse più saggio esercitare un giudizio critico “a priori” rispetto all’affidarsi (sempre “a priori”) a quella classe medica che ogni tanto – in autorevoli suoi segmenti – viene investita da inchieste giudiziarie (non bufale, ma atti delle Procure) mentre esercita sperimentazioni di massa sui pazienti del Servizio Sanitario pubblico per conto di Big Pharma? È a costoro che si dovrebbe consegnare integralmente il delicato tema politico della salute? Tra l’altro l’impressione è che spesso i medici, massa proletarizzata di lavoratori della sanità pubblica, non facciano che ribadire i contenuti delle circolari ministeriali che gli arrivano sulla scrivania. Non hanno le competenze proprie dell’immunologo o dell’epidemiologo, non adottano nemmeno il protocollo minimo richiesto da qualsiasi somministrazione medica: conoscenza preventiva della storia del paziente e osservazione successiva e prolungata nel tempo degli effetti del farmaco somministrato (tutte pratiche incompatibili con il “vaccinificio industriale”). È in tale quadro che il cittadino cerca autonomamente informazioni dove e come può, essendo sostanzialmente vietato da un clima isterico (decisamente antiscientifico) ogni serio e rigoroso dibattito pubblico in materia. E qui si apre l’altro grande nodo di questi tempi: l’uso del web e la questione di chi gestisce l’infosfera ingovernabile della “pubblica opinione”, che tanto inquieta le élite globali. Esisteva un tempo una verità ufficiale capace di imporsi nel discorso pubblico, a cui tutti gli operatori del settore umilmente concorrevano. Tale monopolio del discorso pubblico (di cosa si parla e come se ne parla) pare ormai decisamente incrinato. Si mettano l’anima in pace scienziati, politicanti e giornalisti. I buoi sono usciti e sempre meno gente aderirà ciecamente al pastone mainstream che viene propinato ogni sera nei telegiornali o nei compunti editoriali antipopulisti.

 

E l’Alitalia? Cosa ha a che fare l’Alitalia con la questione vaccini? Il nesso tra i due contesti – vaccini e vertenze – va cercato sul medesimo terreno minato, quello del consenso e della fiducia nei “dirigenti-specialisti”. Nell’ultimo referendum in cui i lavoratori del gruppo hanno votato in massa contro l’ipotesi di accordo, in ballo c’era proprio un “pacchetto” di misure confezionato ad arte da tutti i “professionisti” della gestione delle crisi, convocati attorno a un tavolo in cui, come in una sceneggiatura, tutti i ruoli erano noti e definiti: gli amministratori del gruppo, gli investitori internazionali, i consulenti delle banche creditrici, i saggi politici intervenuti con sollecitudine per la salvezza della ex compagnia di bandiera, i sindacalisti buoni e responsabili. Oltre alla supposta autorevolezza di queste figure, incombeva anche qui il clima terroristico che era alimentato abilmente dai mezzi di comunicazione: “O votate SÌ o domattina siete disoccupati”. Un ben curioso esercizio di dialettica democratica. Si è detto ai dipendenti di Alitalia: “Ci dispiace, ragazzi; dobbiamo sforbiciare salari, tutele e occupazione, ma che volete mai, dovete conservare pazienza e fiducia, gli specialisti siamo noi, vorreste forse rivendicare il diritto alla gestione di una compagnia aerea? Dateci il vostro consenso, perché è attraverso quello che vi salveremo”. Il no di massa dei lavoratori è stato definitivo e fulminante: un’epidemia di dissenso. Qual è il segno politico di tale pronunciamento? Uno solo: “Non ci fidiamo più. Vogliamo vedere il gioco. Non ci fate più paura. Vediamo di cosa siete capaci”. Una sfida lanciata dal basso che ha sparigliato i soliti vecchi giochi, generando un panico confuso tra consiglieri di amministrazione, sottogoverno, sindacalismo di stato, editorialisti: una manica di cialtroni che alla prova dei fatti, sbugiardati e sfiduciati, mostrano tutta la loro pochezza, l’assenza di strategie e di ogni visione che non sia spolpare, spezzettare e svendere la memoria industriale di questo paese.

 

Torniamo ai vaccini. Se dovesse passare una legge sulle vaccinazioni coatte, che succederà di fronte a migliaia di genitori che rivendicheranno il diritto di decidere, comunque, della salute dei propri figli? Che succederà se sfideranno le autorità scolastiche, portando i loro ragazzi a scuola per adempiere a quello che, almeno fino ad oggi, in Italia, è un obbligo di legge? Finirà che deciderà il Tar del Lazio. Come è “normale” che sia in un paese patetico come questo, in cui ai piani alti della società, mentre si esibisce la protervia modernizzatrice, serpeggia una ottocentesca paura del “popolo” – sempre evocato, omaggiato, blandito, ma sotto sotto temuto per le sue imprevedibili reazioni. Le élite italiane sono oggi così deboli, prive di autorità e di egemonia, che ormai l’azione di governo si esercita solo attraverso il comando amministrativo, la decretazione d’urgenza a cui segue, di solito, l’ammucchiata bi-partisan. Sul piano sociale, questa debolezza si manifesta in tante vertenze sindacali o territoriali: tra i Palazzi del potere e le comunità (critiche o rancorose) spesso c’è solo una sfilza di celerini. Niente altro in mezzo. Nessun potere può reggere a lungo su una base di consenso così fragile: un po’ di truppe in camice bianco (i chierici delle varie corporazioni di regime), un po’ di truppe in divisa blu, e in mezzo uno sparuto drappello in giacca e cravatta che twitta moniti e minacce, isolato e intimorito.

 

Una nota finale sulla questione delle libertà. Il sistema tardo-liberale fa di questa parola la sua fonte di legittimazione e la sua bandiera: si va in Afghanistan a liberare le donne in burqa, si svende il patrimonio pubblico per liberalizzare l’economia, si ridisegna tutto il quadro dei diritti individuali per allargare la libertà della persona. Ma se c’è un’opzione o un diritto collettivo che cozza con gli imperativi del mercato (vedi la libertà di scelta terapeutica) la reazione del sistema è feroce come un missile Hellfire che piomba su una festa di matrimonio a Kandahar: la retorica pubblica sulle libertà, viene sostituita dalla riemersione delle vecchie care parole d’ordine della società disciplinare – proibire, censurare, espellere, ingabbiare, controllare. Le retoriche del politicamente corretto, del contrasto al populismo, delle isterie securitarie, si sostituiscono in un battibaleno alle ciance sulla libertà e i diritti. Se hai abbastanza soldi puoi farti fare un figlio con maternità surrogata da una disgraziata in Romania: ma se il pupo si vaccina o no (ciò che attiene alle grandi scelte di salute pubblica e business) questo lo decideranno loro.

 

 Giovanni Iozzoli

 

 
Un'intervista illuminante a Brzezinski (1998) PDF Stampa E-mail

30 Maggio 2017

 

Un’intervista illuminante a Brzezinski (1998).

 

Da Appelloalpopolo del 28-5-2017 (N.d.d.)

 

L’ex direttore della CIA, Robert Gates, ha dichiarato nelle sue memorie [“From the Shadows”] che i servizi segreti americani iniziarono ad aiutare i mujaheddin in Afghanistan 6 mesi prima dell’intervento sovietico. In questo periodo lei era consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter; ebbe dunque un ruolo importante nella questione. È giusto?

 

Sì. Secondo la versione storica ufficiale, l’aiuto della CIA ai mujaheddin sarebbe iniziato durante il 1980, vale a dire dopo che l’esercito sovietico aveva invaso l’Afghanistan il 24 dicembre 1979. Ma la realtà, tenuta finora segreta, è completamente diversa. Infatti fu il 3 luglio 1979 che il presidente Carter firmò la prima direttiva per l’aiuto segreto agli oppositori del regime filosovietico di Kabul. E proprio quel giorno scrissi una nota al presidente in cui spiegai che a mio avviso l’aiuto avrebbe indotto un intervento militare sovietico.

 

Nonostante questo rischio, lei era un sostenitore di questa operazione segreta. Ma forse lei desiderava l’intervento sovietico in guerra e mirava a provocarlo?

 

Non è proprio così. Non spingemmo i Russi a intervenire, ma aumentammo consapevolmente la probabilità che lo facessero.

 

Quando i Sovietici giustificarono il loro intervento affermando che intendevano combattere contro un coinvolgimento segreto degli Stati Uniti in Afghanistan, nessuno credette loro. Tuttavia c’era un fondamento di verità. Oggi si pente di qualcosa?

 

Pentirmi di cosa? Quell’operazione segreta fu un’idea eccellente. Ebbe l’effetto di attirare i Russi nella trappola afgana e lei vuole che me ne penta? Il giorno in cui i Sovietici attraversarono ufficialmente la frontiera scrissi al presidente Carter che avevamo l’opportunità di infliggere all’URSS il suo Vietnam. Infatti per almeno 10 anni Mosca ha dovuto portare avanti una guerra insostenibile dal governo, un conflitto che portò alla demoralizzazione e infine al crollo l’impero sovietico.

 

Neanche si pente di aver sostenuto il fondamentalismo islamico, di aver dato armi e consigli ai futuri terroristi?

 

Che cos’è più importante per la storia del mondo? I Talebani o il collasso dell’impero sovietico? Qualche musulmano esaltato o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?

 

Qualche musulmano esaltato? Ma si è detto e ripetuto che oggi il fondamentalismo islamico rappresenta una minaccia mondiale.

 

Assurdo! Si dice che l’Occidente dovrebbe avere una politica globale rispetto all’Islam. Questo è stupido. Non c’è un Islam globale. Considerate l’Islam in modo razionale e senza demagogia o emotività. È la prima religione nel mondo con un miliardo e mezzo di seguaci. Ma cosa c’è di comune tra il fondamentalismo saudita, il Marocco moderato, il militarismo pakistano, il secolarismo filooccidentale egiziano e quello dell’Asia centrale? Nulla più di ciò che unisce i paesi cristiani.

 

Traduzione di Paolo Di Remigio

 

 
Visione olistica PDF Stampa E-mail

29 Maggio 2017

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Da Rassegna di Arianna del 25-5-2017 (N.d.d.)

 

Quando si parla di ecologia e protezione della Natura, occuparsi di “visioni del mondo” sembra una cosa più astratta, o meno pratica, rispetto a dare consigli sullo smaltimento dei rifiuti o la salvaguardia delle foreste, ma è soltanto perché parlare di visioni del mondo ha effetti a scadenza molto lunga. Sono però aspetti che toccano più in profondità il comportamento e gli atteggiamenti, rispetto ai consigli pratici immediati di ecologia spicciola. La visione del mondo più diffusa oggi nella cultura occidentale (e praticamente in quasi tutto il mondo) è quella cartesiana-newtoniana, così battezzata da Fritjof Capra ne “Il punto di svolta”.  Ma riassumiamo qualche fondamento delle conoscenze più propriamente attuali:

 

– Né la Terra, né il Sole, né niente altro sono “al centro”: gli astri sono tutti ugualmente granelli nel mare dell’Infinito. Non c’è nessun centro di alcun tipo. – L’umanità è una specie animale comparsa su uno dei tanti pianeti solo tre milioni di anni fa (assumendo come origine convenzionale l’esistenza della nostra cara antenata Lucy), contro i tre o quattro miliardi di anni di esistenza della Vita sulla Terra e i quindici o venti miliardi trascorsi dalla presunta nascita dell’Universo, ammesso che il Tutto non sia qualcosa di pulsante ciclicamente da sempre. Ci vuole una bella presunzione a pensare di “migliorare” ciò che ha impiegato quattro miliardi di anni per divenire ciò che è. L’umanità fa parte in tutto per tutto della Natura. I fenomeni vitali sono uguali in tutte le specie. – La cultura occidentale ha solo due o tremila anni, la civiltà industriale ha duecento anni: si tratta di tempi del tutto insignificanti. Anche l’idea maniacale del progresso ha una vita brevissima, non più di due o tre secoli. La divisione fra preistoria e storia è solo uno schema mentale della nostra cultura, che serve ad alimentare una certa visione del mondo. Non c’è alcun motivo, né alcuna scala di valori privilegiata, per considerare una cultura migliore o peggiore di un’altra. Si noti poi che si usa chiamare “storia” ciò che è accaduto negli ultimi cinquemila anni alla civiltà occidentale e viene liquidata con l’unica etichetta di “preistoria” tutta la Vita della Terra, cioè quattro miliardi di anni e cinquemila culture umane. – Il funzionamento mentale essenziale, il comportamento, sono in sostanza simili in tutte le specie animali vicine a noi. – La fisica quantistica ha dimostrato l’impossibilità intrinseca di descrivere fenomeni materiali o energetici senza considerare l’osservazione; ciò significa che, senza la mente, la materia-energia è priva di significato, non è in alcun modo descrivibile, è “priva di realtà”, è solo una specie di onda di probabilità. Della fisica meccanicista di Newton resta solo la funzione pratica, anche se nelle nostre scuole di base non c’è traccia del profondo cambiamento avvenuto. Una forma di “mente” deve essere ovunque, è insita nell’universale, se vogliamo evitare il paradosso dell’”osservatore” che determina la realtà. La distinzione fra spirito e materia cade completamente. Tornano alla memoria il Grande Spirito e lo spirito dell’albero, della Terra, del fiume, del bisonte. Eppure ancora oggi, per apparire “moderne”, tante persone amano definirsi “cartesiane” o “razionali”, non sapendo di difendere invece il pensiero nato qualche secolo prima. Le idee del filosofo francese sono accettate dalla grande maggioranza delle persone semplicemente perché ciò che respiriamo fin dalla nascita ci appare ovvio, il che significa che non ci appare affatto. Cartesio ci ha condannato alla verità, ma già quattro secoli orsono Montaigne aveva scritto: Il concetto di certezza è la più solenne scemenza inventata dall’essere umano.

 

L’universale appare come spirito o come materia, a seconda di cosa si cerca. Come il fisico trova particelle o onde a seconda di cosa cerca, così le culture materialiste trovano materia, le culture animiste trovano spiriti. Esiste un approccio di tipo riduzionista, quello seguito dal pensiero corrente, mirante allo studio delle cause elementari prime di un fenomeno, che suppone sempre scomponibile in parti più semplici, e c’è un approccio di tipo olistico, che parte dalle proprietà globali di un sistema, non riducibile all’insieme dei suoi elementi. Il fisico fa riferimento continuo alle particelle elementari, il biologo al DNA, il sociologo all’individuo, sperando di ridurre il complesso al semplice, e così viene fatto per gli ecosistemi. Ma la recente nozione di complessità è diversa. Il tutto vale di più della somma delle parti, perché ci sono le mutue correlazioni. Non solo, anche il modo di scegliere i componenti (che singolarmente non hanno alcuna realtà autonoma) è arbitrario, perché presuppone una cornice concettuale preconcetta, un pregiudizio. Il riduzionismo nasce dal paradigma dominante dell’Occidente (quello cartesiano-newtoniano), cioè dall’idea che sia possibile scomporre qualsiasi cosa, o evento, in parti separate. È stato quello seguito soprattutto negli ultimi secoli e che ha portato alla visione del mondo e al modo di vivere attuali delle genti di cultura occidentale, o che hanno assorbito i valori di tale cultura. L’approccio olistico riesce difficile a chi è nato con i fondamenti del primo e sta appena cominciando a manifestarsi oggi in forma individuale o poco più. Il passaggio necessario per attuare e rendere abituale un nuovo modo di pensare è difficilissimo, anche per chi ne fosse convinto intellettualmente. Inoltre, oggi nel nostro mondo c’è un’ossessiva invasione di termini come lotta, battaglia, supremazia, competizione, gara, sfida, vittoria, sconfitta e simili: basta leggere un giornale per rendersi conto di quanti fatti vengano interpretati con questo schema. In una nuova visione, proviamo invece a privilegiare l’aspetto cooperativo e universalizzante nei confronti di quello competitivo e autoassertivo oggi esaltato in modo abnorme dalla cultura occidentale. Il mondo non è una cosa da conquistare, ma è l’Organismo di cui facciamo parte. Se poi dobbiamo proprio cercare di “far crescere” qualcosa, vediamo di migliorare le nostre qualità percettive per raggiungere una migliore sintonia con il ritmo vitale del Cosmo. Non è che in un mondo del genere ci sia “niente da fare” o “niente a cui pensare”: si possono ammirare i fiori e gli alberi, guardare la luna e le stelle, osservare il volo degli uccelli e sentirsi in sintonia con essi, e partecipare della simbiosi universale. Il fatto di non considerarci “esseri speciali” o “in posizione centrale” non deve affatto indurre al pessimismo; anzi, è motivo di lieta serenità. E il Divino? Invece del Dio-Persona distinto dal mondo e giudice delle azioni umane, troviamo il Dio-Natura immanente in tutte le cose, e quindi anche in noi stessi, che ne siamo partecipi. La Divinità osserva sé stessa anche attraverso gli occhi di una marmotta, o di una formica, o l’affascinante e misteriosa sensibilità di un albero.

 

Guido Dalla Casa

 

 
Svuotati dentro PDF Stampa E-mail

28 Maggio 2017

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Da Rassegna di Arianna del 26-5-2017 (N.d.d.)

 

Adesso lo so che mi beccherò i latrati di quelli che vorranno leggere in quel che ho scritto ciò che assolutamente non penso, eppure qualche parola va spesa per definire che cosa è “il nostro modo di vita” quando dopo ciascun episodio di “terrorismo islamico” è tutto un susseguirsi di dichiarazioni del seguente tenore: “Continueremo a vivere secondo i nostri valori!”; “non ci faremo impaurire!”, “non ci rinchiuderanno in casa!”. Secondo me, se non si è messo il cervello in stand by, si possono tranquillamente tenere distinte queste due cose: 1) la condanna e l’orrore senza riserve per una bomba fatta esplodere su un autobus, in un mercatino, in mezzo alla folla di un concerto eccetera; 2) il giudizio su che cosa – secondo i suoi apologeti – sta alle basi della “nostra civiltà” (“occidentale”, “europea”, “moderna”, per taluni “cristiana” eccetera). Ora, le civiltà non prendono forma per il fatto che dei ragazzini adorano una “star” americana, o perché degli adulti vanno al ristorante, o perché altri si ritrovano in un “club gay”. E nemmeno perché si concepisce il mondo come il catalogo d’una agenzia turistica, tutto a disposizione per noialtri in cerca di “emozioni”, a prescindere da tutto il resto che agita le umane vicende in varie parti del pianeta (ma quello non c’interessa: basta che “non rompano le palle”). Le civiltà non sono mai nate dagli “appetiti” e dalle “passioni”. Che ci possono anche stare, per carità, ma che non hanno mai fondato alcunché.

 

Le civiltà nascono semmai perché emergono ciclicamente delle personalità d’eccezione, degli “eroi” (per dirla alla Carlyle), i quali, ad un certo momento, per un comando “dall’Alto”, sguainano (non solo metaforicamente) la spada e riportano le lancette della storia ad un “nuovo inizio”. Altri uomini fuori dall’ordinario li seguono per così dire dinamizzati e cominciano a porre le fondamenta di un nuovo ciclo di civiltà. Dopo la fase “eroica” segue inesorabilmente la fase della decadenza (Kultur contro Zivilization, avrebbe osservato Spengler), che può essere più o meno lunga e penosa ma nella quale i sintomi sono sempre gli stessi: prevalenza del dire sul fare e dell’elemento razionale e sentimentale su quello intellettuale puro; inversione su ogni piano dell’esistenza, individuale e collettiva; preferenza accordata alla “vita comoda”; generale assenza di senso ultimo della vita. L’esito di tutto questo è presto detto: si costruiscono stadi, padiglioni fieristici e sale da concerto, mentre i templi si svuotano; al corpo – e mai all’anima – si dedica ogni tipo d’attenzione, tanto “dopo” non c’è più nulla: di qui la ricerca costante del “divertimento”. Siccome conosco i miei polli che non vedono l’ora di mettermi in bocca quello che non ho detto né ho scritto, sottolineo che non è in alcun modo in discussione qui il sacrosanto “diritto” di chicchessia di andare allo stadio, al pub, al concerto eccetera (tutte cose – ci tengo a dirlo – che ho fatto anch’io, anche se ora m’interessano poco o nulla). La cosa che qui contesto è una sola: non sono queste attività di svago le basi della “civiltà”, che ad ogni tornata di questo strazio fatto di “attentati islamici” le cosiddette “istituzioni” politiche e religiose rivendicano orgogliosamente come un disco rotto. In molti sappiamo (o abbiamo il serio e fondato dubbio) che non si tratta di “terrorismo islamico” (o che non è solo quello e non è, comunque, il fattore decisivo), ma ciò che conta per comprendere bene il mio ragionamento (e la possibile soluzione del problema) è prendere sul serio la posizione ufficiale delle “nostre autorità”, per le quali alla fine della fiera siamo “in guerra contro l’Islam”. Sì, va bene che ci sono l’Islam “cattivo” (l’Isis, al-Qâ‘ida, Boko Haram, i Talebani ecc., ed anche – incredibilmente perché non ci minacciano in alcun modo – L’Iran e Hezbollah) e quello “buono” (“riformato”, “democratico” e persino “laico”), ma la sensazione dell’occidentale medio fiero d’esser tale con tutti i suoi predetti “valori” è quella: per lui, l’unico musulmano buono è quello morto (anche solo “civilmente”: cioè, come sopra, “non rompe le palle” e si adegua all’andazzo). E mai e poi mai lo stesso occidentale medio si sognerebbe di adombrare il dubbio che questi “terroristi islamici” siano nient’altro che dei pupazzi in mano a soggetti molto più furbi di loro.

 

È qui che si mostra impietosamente come l’Occidente, la cosiddetta “civiltà moderna”, disponga di armi spuntate per reagire alle “idee forti” dell’Islam, che comunque lo si voglia intendere, dal più fanatizzato ed unilaterale a quello più “tradizionale” e quietistico (ma rigoroso), un’idea di civiltà con una sua precisa gerarchia di principi e valori ce l’ha. Così come ce l’hanno i predetti pupari dei “terroristi islamici”. Gli unici che non ce l’hanno siamo noi, vittime sacrificali predestinate in questo gioco al massacro architettato per metterci contro quello che non è il “nemico principale”. Invece niente da fare, come un automa impostato dal suo inventore l’occidentale medio (ben rappresentato tra la sua “classe dirigente”) continua a rivendicare un’idea di civiltà fondata sul “divertimento” ed una concezione dell’esistenza all’insegna della smemoratezza del perché di questa vita e di quella che ci attende dopo il trapasso. Anziché tirare fuori regolarmente i gessetti, i palloncini e gli orsacchiotti, o apporre al proprio profilo Facebook il logo dell’ultima strage (ma chi li prepara?), bisognerebbe interrogarsi su come si possa continuare col cosiddetto “nostro modo di vita” e coi “nostri valori” se non ci si dà una svegliata, ovvero se non si è portatori di un messaggio forte, eguale e contrario a quello dei “terroristi”. Intendo dire che se da una parte veniamo accusati (non senza ragioni) di vivere “dissolutamente” (lasciamo perdere per ora il fatto che anche gli accusatori non siano proprio dei “modelli di santità”), dall’altra non si può mettere in campo una risposta efficace (come minimo per difendersi da un’offesa) con un surplus della medesima dissoluzione. In altre parole, al di là della lampante non credibilità come “guide” di questi esponenti dell’Islam “fondamentalista”, che nemmeno i loro connazionali vorrebbero manco come sturacessi, il grande assente continua ad essere “la nostra civiltà”, che sembra (e quasi sicuramente è così) decotta, incapace di reagire, rassegnata alla prossima “strage islamica” alla quale si risponderà con le parole d’ordine dell’“accoglienza” e della “tolleranza”. Senza un qualsiasi moto di ribellione verso questa “classe dirigente” che ci ha ficcati, per ignavia e connivenza, dentro questo casino. Io non ho la soluzione in tasca su che cosa dovrebbe essere questa “risposta” forte e significativa. Questo segnale che qui ancora c’è “vita”. Ma di sicuro non è con le parole d’ordine buoniste e decadenti degli ultimi tempi che si potrà porre un argine a tutto questo. Si potrebbe cominciare, per esempio, dal mostrare tutti questi “buoni sentimenti” e compassione per le vittime anche ogni volta che a Damasco come a San’a, a Tripoli come a Gaza, della gente in moschea, al mercato o semplicemente in strada viene fatta oggetto di attentati dinamitardi che lasciano sul selciato corpi straziati come quelli del Bataclan o della Manchester Arena. Ma non si può fare, altrimenti quelli là ci sembrano “come noi” e finisce che ci restano perfino “simpatici”. Si dovrebbe quindi insorgere tutti assieme, dall’Occidente all’Oriente, contro il comune nemico, individuandolo e chiamandolo per nome e cognome (eh già, ci sono i mandanti del “terrorismo”). Quello che semina zizzania tra gli uomini col coniglio di pezza degli “attentati”; quello che scaccia la gente dalle loro case coi pretesti ideologici più assurdi e crea ondate di “profughi”; quello che alla fine, in una società “israelizzata”, trasforma in una “roulette russa” anche le più banali attività quotidiane come il prendere il bus, andare in pizzeria o fare la spesa al mercato. Ci dovrebbe fare furbi. Si dovrebbe smetterla di credere a chi ci racconta frottole dalla mattina alla sera. Perché se dire le bugie non va bene, non è che crederci – quando sono così smaccate e ripetitive – sia poi meno grave. Come se, in fondo, convenisse crederci, perché l’alternativa è prendere la situazione di petto e andare al fondo di che cosa è – e, soprattutto, chi governa – la cosiddetta “civiltà moderna occidentale”. Quella che non ti nega nessun “divertimento”, ma anche quella che alla fine, mentre fuori tutto è in apparenza “bello”, dentro ti ha svuotato e non hai più nemmeno l’idea di che cosa significhi reagire.

 

Enrico Galoppini

 

 
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27 Maggio 2017

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Da Comedonchisciotte del 24-5-2017 (N.d.d.)

 

Chi si ricorda più del progetto Desertec? Svanito nelle nebbie, anzi nelle sabbie del Sahara. Un progetto che doveva portare in Europa il 15% del fabbisogno elettrico complessivo, un mare d’energia. Ed un mare di soldi. Tolti ai petrolieri. Invece, niente. Non se ne fa più nulla. Come mai? Ufficialmente il progetto è ancora esistente, almeno nelle carte del consorzio delle imprese che lo sorreggevano: in realtà, tutto si è fermato nel 2011.Di chi la responsabilità? Di tutti, o di nessuno. Vediamo.

 

Il progetto nasce nel 2003, e si capisce subito che è “roba grossa” – un investimento di 400 miliardi di euro – ed è spiccatamente tedesco, per i progetti e per le aziende che lo sorreggono. Tecnicamente, Desertec si proponeva di raccogliere energia solare ed eolica, tramite solare termodinamico od a concentrazione, fotovoltaico ed eolico per alimentare le reti interne dei Paesi nordafricani ed esportare il surplus d’energia, stimato pari al 15% del consumo elettrico europeo. Un “fetta” enorme della torta energetica europea. Si potrà dire che si tratta(va) del solito progetto condotto dalle solite oligarchie finanziarie planetarie per guadagnare i soliti miliardi dagli investimenti ma, del resto, c’è qualcosa che non è prodotto dagli investimenti finanziari internazionali? Certo: l’insalata dell’orto. Dall’altra, dobbiamo riconoscere che il progetto avrebbe consentito una maggior ricchezza per i Paesi nordafricani ed un considerevole risparmio (circa 30 euro/Megawatt/ora) per gli utenti. Inoltre, avrebbe consentito quella “transizione” verso l’elettrico da fonte rinnovabile che potrebbe essere la salvezza del Pianeta. Ora, io non so se l’aumento delle temperature – e non venite a raccontare fandonie: ogni anno c’è un aumento “record” delle temperature – sia d’origine antropica o naturale. Non me ne frega un emerito picchio. Quello che so, per certo, è che ogni kg di combustibili fossili produce 3 virgola qualcosa kg di anidride carbonica e la CO2 è scientificamente provato che – insieme ad altri gas nitrosi e a parecchi idrocarburi gassosi – riflette la dispersione verso l’infinito dei raggi solari. Poi, che siano più importanti le centrali termoelettriche o le scorregge delle vacche nella produzione, le foreste oppure il fitoplancton nella fissazione della CO2 non ha nessuna importanza: il dato essenziale è non aggiungerne. Tutto fila liscio fino al 2009 – occhio alle date! – quando si comincia seriamente a pensare di costruire le prime centrali. Ma, l’aria – anzi, il Ghibli – cambia. Ci sono le cosiddette Primavere Arabe da ascoltare, da gestire, da combinare con i propri interessi. Appena scocca il 2010 fioriscono, come i lamponi nella taiga: Tunisia, Egitto, Libia. Non se ne può più di questi dittatori che si atteggiano a Presidenti! Ci vuole democrazia! – urla una Clinton che sembra una Albright rediviva. Oggi, abbiamo i Presidenti che fanno i Dittatori, ma va bene così: nessuno si lamenta più, dal Cairo a Rabat. Chi si lamenta rischia grosso, chi non ne può più scappa in Europa. E tocca a noi mantenerli, mica agli USA. La Germania – nota a margine – durante la guerra contro la Libia restò muta come un pesce abissale: non solo non vi partecipò, ma neppure mosse un labbro per appoggiare chiunque. D’altro canto, sprecare le parole – quando è inutile – non serve. L’Italia, invece – Paese sconfitto nella 2° GM come la Germania – si diede un gran daffare per slinguazzare inglesi, francesi ed americani, perdendo fior di commesse e di succosi contratti con la Libia di Gheddafi. Dopo la guerra, la spartizione del petrolio e dei contratti d’appalto fu eseguita con il manuale Cencelli e, guarda a caso, proprio in quegli anni si “scoprì” il petrolio – ed a darsi un gran daffare – in Lucania. Strana coincidenza, vero?

 

Oggi, perché il progetto Desertec va in malora? Cominciando da Ovest, c’è l’annoso problema del Sahara Occidentale (ex Sahara spagnolo), spartito fra Marocco e Mauritania, ma considerato dall’ONU una nazione indipendente, con una postilla “non completamente libera”. Con un governo in esilio in Algeria. La Spagna, per tagliare la testa al toro, decise che non un kW d’energia prodotta laggiù avrebbe attraversato la Spagna. Finis. L’Algeria, molto semplicemente, ha dichiarato che le riserve energetiche – di nessun tipo – sono sotto il controllo statale, e quindi non disponibili per investitori esteri. Il Marocco è sempre in lotta con la Mauritania per la questione sopra esposta, e quindi poco affidabile. Cosa rimane? La Tunisia. Già, perché né la Libia né l’Egitto sono considerati affidabili per creare infrastrutture costose e, soprattutto, facilmente attaccabili dai vari terrorismi – Al-Qaeda e Daesh (e dai loro padroni) – e dunque…rimane la Tunisia…che è certamente un Paese affidabile, stabile ed inattaccabile. Come no. La storia termina qui perché, per la produzione solare, è molto importante la posizione dell’impianto – ossia la longitudine (meridiani) dov’è situato – poiché la produzione/consumo non può essere differita nel tempo: siccome la corrente elettrica corre nei fili alla velocità della luce, è perfettamente inutile creare un simile impianto in Arabia Saudita, che potrà servire per alimentare Mosca oppure Kiev, non certo Madrid o Parigi. Certamente Mubarak e Gheddafi non erano stinchi di santo, però Gheddafi era la sola persona in grado di garantire quegli investimenti: oggi, dopo la “Primavera” è arrivata l’infinita “Estate” libica, nel senso che sono tutti in vacanza e non si sa più a che santo votarsi per governare il Paese. Il progetto Desertec è sfumato: qualcuno piange ma gli USA, che hanno avuto recentemente ben due presidenti petrolieri, non sono di certo in gramaglie. Anzi. Furba l’Europa dei banchieri, vero?

 

 Carlo Bertani

 

 
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