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Nostalgia del fuoco PDF Stampa E-mail

15 Dicembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 3-12-2019 (N.d.d.)

 

Una volta di un paese non si contavano gli abitanti, ma i fuochi. Ogni fuoco una famiglia, ogni famiglia quattro, cinque, sei persone intorno al focolare. Magari anche di più. Come se quel fuoco rappresentasse lo spirito stesso della famiglia e dei suoi antenati.

 

Dal punto più alto dello Scoppio, in piedi sulla cima dello scoglio che domina il fosso della Matassa, non si possono più vedere i tetti delle case. Sono tutti crollati, con le loro travi di legno di quercia, i coppi, i comignoli. Si aprono squarci sulle povere stanze, sui camini anneriti, sui focolari, che sono spenti da decenni. Scoppio, che deriva il suo nome da Scopulus, scoglio, è uno dei tanti paesi abbandonati dell’Appennino, sui Monti Martani, al centro dell’Umbria, in una posizione straordinariamente affascinante, quanto marginale. I fuochi spenti dei paesi abbandonati sono l’emblema di ciò che è stato messo da parte dall’attuale modello di sviluppo: sono un vuoto, un’assenza, non solo materiale. Rappresentano tutto ciò di sacro che oggi non c’è più, ma del quale avvertiamo un’inconscia e indicibile nostalgia, magari perché – come dice Pietrangelo Buttafuoco – stiamo perdendo l’illusione della ragione. I fuochi sono spenti, a dimostrare che non ci sono più famiglie che si radunano intorno, che non ci sono più serate di angoscia per la difficoltà del vivere, ma neanche nottate di festa intorno al camino. Che non ci sono più le Pasquarelle e le orazioni notturne per scacciare i demoni, non ci sono più le veglie funebri e le feste di battesimo. I paesi abbandonati sono diventati paesi fantasma. Ce ne sono su tutta la dorsale. C’è chi si è preso la briga di censirli e di catalogarli, con grande scrupolo e attenzione. Così i paesi fantasma, regione per regione, sono finiti sul web, grazie al sito www.paesifantasma.it, un grande atlante dei luoghi dimenticati nelle nostre montagne a cura di Fabio Di Bitonto. Nel catalogo dei paesi fantasma c’è anche Scoppio. Ma è in nutrita e silenziosa compagnia. Ci sono Pesche, in Molise, provincia di Isernia, già definito da Vittorio Emanuele La libreria d’Italia, per le sue case strette, serrate e affastellate come volumi in una biblioteca e Faraone in provincia di Teramo, con un toponimo d’origine longobarda e una storia interrotta negli anni Sessanta del secolo scorso. E poi ancora Ripamolisani, la bellissima Elcito (vicino Fabriano) sotto la faggeta di Confaito; il paese di Malanotte che poi divenne Buonanotte nell’Alto Sangro e che infine volle cambiare il suo nome in Montebello perché i suoi abitanti si sentivano presi in giro ad essere chiamati quelli della Buonanotte, finché poi di abitanti non ce ne furono più né per la Buonanotte, né per il Montebello. E poi c’è la disabitata rocca medievale di Umbriano, a difesa dell’Abbazia di San Pietro in Valle, in Valnerina e la vicina Gabbio che prova comunque a rinascere, a differenza dell’alto borgo di Sensati, tra Ceselli e Spoleto, dove il bosco si sta mangiando le case una ad una. Ma si può percorrere l’intero Appennino dalla Calabria alla Liguria, sulla mappa dei paesi fantasma, da Africo e Brancaleone fino a Brugosecco e Filettino L’elenco è lunghissimo, suggestivo e commovente, ma lo trovate sul sito web dei paesi fantasma con tutti i particolari di una lunga ricerca.

 

Il senso è più difficile da individuare. Franco Arminio, poeta-paesologo ci suggerisce che: “La paesologia è una forma di attenzione a dei luoghi, a dei paesi a cui spesso non danno attenzione nemmeno le persone che ci stanno dentro. Il paesologo tende a interessarsi di tutti i paesi, ma soprattutto del presente e dell’avvenire, appunto con l’idea che questi paesi hanno un avvenire”. …operazione complessa per i paesi ancora vivi, o per quelli moribondi, figuriamoci per i fantasmi! Quale può essere allora l’idea di avvenire di un paese fantasma? Chissà? Forse è bene che i paesi abbandonati rimangano vuoti, che restino un monito. Ma qualcuno li deve vedere, li deve sentire, perché forse così riuscirà a sentire e a vedere il vuoto che si porta dentro. Bisogna vedere i fuochi spenti per avere nostalgia del fuoco. E per avere il desiderio di riaccenderlo.

 

Gian Luca Diamanti

 

 
Sulle Úlite contemporanee PDF Stampa E-mail

14 Dicembre 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 12-12-2019 (N.d.d.)

 

Nelle analisi della situazione sociale e politica attuale nei paesi avanzati, è ormai un dato acquisito l’esistenza di una particolare frattura sociale e culturale. Abbiamo da una parte un ceto, relativamente ristretto, di persone adattate alla nuova natura transnazionale del capitalismo contemporaneo: persone dotate di conoscenze e capacità (in primo luogo la conoscenza della lingua inglese, ma ovviamente non solo questo) che le rendono in grado di approfittare di occasioni di lavoro sparse in tutto il globo, prive di remore a spostarsi per approfittarne, impiegate in lavori a forte componente intellettuale e specialistica, capaci di tessere relazioni proficue con le persone più diverse, ma in sostanza appartenenti allo stesso milieu. Si tratta del ristretto ceto di coloro che si sono pienamente inseriti nei meccanismi del capitalismo globalizzato e sono in grado di approfittare delle possibilità che la sua dinamica crea. All’interno di questo ceto spiccano ovviamente i detentori del potere, quelli che si ritrovano a Davos e in simili occasioni; ma il ceto di cui stiamo parlando, pur ristretto, non è composto esclusivamente da uomini e donne di potere, ma da persone che condividono lo stile di vita e la visione del mondo degli attuali ceti dominanti. Per chiarezza terminologica, parleremo di “élite dominanti” intendendo la ristretta cerchia di chi detiene un potere effettivo (per ripeterci: quelli che si incontrano a Davos), mentre useremo l’espressione “ceti medi elitari” o “ceti medi globalizzati” intendendo quello strato sociale che abbiamo descritto nelle prime righe, minoritario ma più ampio rispetto ai “signori di Davos”. Parleremo infine di “élite contemporanee” intendendo l’insieme di questi due gruppi. Alle élite contemporanee si contrappone la parte largamente maggioritaria della popolazione, che ha visto in questi decenni il peggioramento delle proprie condizioni di lavoro e di vita e la perdita dei diritti conquistati nella fase “keynesiano-socialdemocratica” del capitalismo del secondo dopoguerra. Si tratta di ceti legati ad una dimensione di vita locale o al più nazionale, impegnati in lavori di scarsa qualificazione, non molto dotati delle competenze (linguistiche e culturali in generale) per muoversi nella “società globale”.

 

È noto che questa frattura sociale si esprime anche come frattura culturale e politica. I ceti del primo tipo sono in primo luogo sostenitori convinti dei processi di globalizzazione: possono magari ammettere che essa presenta anche dei problemi, ma tali problemi devono comunque essere superati mantenendone la sostanza; in secondo luogo aderiscono in genere alle ideologie mainstream in campo economico (sono cioè in sostanza liberisti, magari con sfumature diverse); in terzo luogo condividono in gran parte i dettami del “politicamente corretto”; infine, sul piano delle scelte politico-elettorali, esprimono in genere preferenze per la cosiddetta “sinistra moderata”, ma possono dare appoggio anche a personaggi almeno apparentemente nuovi come Renzi in Italia e Macron in Francia. I ceti del secondo tipo esprimono invece, in modo spesso confuso ma con forza crescente, un rifiuto di molti aspetti di ciò che chiamiamo “globalizzazione”, e questo rifiuto si esprime politicamente nell’appoggio a movimenti, partiti e leader ascrivibili alla destra, una destra che spesso viene qualificata come “populista” o “sovranista” per esprimere in qualche modo gli aspetti di novità che la contraddistinguono rispetto alla destra liberale classica.  Se questa è la situazione, è chiaro che essa può portare a dinamiche piuttosto pericolose, a scontri distruttivi e laceranti del tessuto sociale, fino a mettere in questione la stessa democrazia. Ci si aspetterebbe quindi una discussione franca e spassionata per capire come evitare tali esiti. E ovviamente le attuali élite, che hanno in media una formazione intellettuale di più alto livello rispetto ai ceti subalterni, dovrebbero dimostrare la propria superiore capacità intellettuale proprio in questo tipo di riflessione. Purtroppo si deve constatare che la reazione delle élite di fronte a questa situazione è spesso piuttosto infantile: le masse “populiste” vengono stigmatizzate come ignoranti, rozze, mentalmente limitate (e quindi intolleranti e razziste), fascistoidi. Ora, questi aspetti possono certamente essere una componente del “grande rifiuto”, da parte di fasce sempre maggiori della popolazione, verso l’attuale organizzazione sociale, ma non è questo il punto. Il punto è che una élite è tale se riesce ad avere capacità egemonica, cioè se riesce a collegare a sé la gran massa della popolazione subalterna offrendo un compromesso per il quale le masse accettano la propria subalternità ricevendo in cambio la possibilità di vivere una vita decente, protetta per quanto possibile dagli alti e bassi delle vicende storiche. La fase del capitalismo “keynesiano-socialdemocratico” è stata appunto una fase di egemonia di questo tipo: non c’era ovviamente nessuna rivoluzione nei rapporti di dominio, ma i ceti dominanti in quella fase hanno saputo costruire assieme ai ceti subalterni un compromesso soddisfacente, legando in maniera fortissima le masse a quella organizzazione sociale: è l’enorme capacità egemonica di quello che giustamente è stato chiamato “l’impero irresistibile” a costituire la base ultima dell’89, della vittoria finale del capitalismo sul suo antagonista storico. Il capitalismo occidentale aveva conquistato le masse, il socialismo orientale aveva prodotto una massiccia reazione di rigetto.

 

Se questo è chiaro, dovrebbe anche apparire chiaro come la reazione attuale delle élite alla disaffezione delle masse sia del tutto infantile: quello che è successo in questi decenni è la fine del compromesso “keynesiano-socialdemocratico”, e questa fine ovviamene implica anche la fine dell’egemonia basata su tale compromesso. Ma allora, invece di lanciare alle masse epiteti ingiuriosi, una élite degna di questo nome deve ricostruire una egemonia, e cioè proporre un nuovo patto sociale, un nuovo grande compromesso fra dominanti e dominati. Ma di questo non si vede oggi la minima traccia. L’attuale situazione fa allora pensare che ci troviamo in un caso standard di “revoca del mandato celeste”. Si tratta, come è noto, di una espressione ripresa dalla tradizione culturale cinese. In tale tradizione, il sovrano è tale perché ha ricevuto dal Cielo il mandato di ben governare la società, mantenendola in armonia con i grandi cicli del cosmo. Il sovrano è legittimo finché riesce in questo compito. Quando emergono, nella società o nella natura (realtà non drasticamente opposte, in quella tradizione culturale), evidenti segnali di disarmonia, di contrasti, di rottura degli equilibri cosmici, il sovrano è delegittimato e la rivolta è legittima. Si tratta di una impostazione culturale che non resta mera teoria ma si concretizza nelle tante rivolte che costellano la storia di quel grande paese, arrivando talvolta ad abbattere dinastie e a fondarne di nuove. Se sfrondiamo questa narrazione dagli aspetti culturali tipici del mondo cinese, affascinanti ma lontani dalla nostra mentalità, quello che resta è l’idea che il sovrano, il ceto dominante, deve mantenere una armonia fra i vari gruppi sociali, e se questa manca viene meno la legittimità del potere. Tale armonia non può che basarsi su un compromesso nel quale i ceti dominati ottengono la possibilità di vivere una vita decente, secondo i parametri di quel dato momento storico e quella particolare cultura. Nel mondo premoderno una vita decente era in sostanza una vita che mantenesse le stesse possibilità e disponibilità stabilite dalla tradizione. Nel mondo moderno, il mondo che ha inventato la nozione di “progresso”, nel concetto di “vita decente” vi è non solo la possibilità di accedere a un determinato livello di consumi, ma anche l’idea di un progressivo miglioramento, l’idea cioè che nel corso della vita di ciascuno il livello di vita si alzerà e i figli godranno di una vita migliore rispetto ai genitori. È evidente allora che il “trentennio dorato” 1945-1975 rappresenta appunto, come si diceva, un esempio di compromesso nel quale i ceti dominanti riuscivano a garantire una vita decente ai dominati, e ne ricavavano consenso ed egemonia. È altrettanto chiaro, e spiegato nei dettagli in una letteratura ormai imponente, che i decenni seguiti agli anni Settanta hanno rappresentato la revoca di quel compromesso: distruzione dei ceti medi, impoverimento dei ceti inferiori, aumento spettacolare delle disuguaglianze, fine dell’idea che i figli vivranno meglio dei genitori. I ceti dominanti hanno denunciato, nei fatti, il compromesso precedente, senza sostituirvi nessun progetto sociale che abbia le stesse capacità egemoniche. Hanno in sostanza tolto senza dare nulla e senza preoccuparsi della caduta verticale del consenso e della coesione sociale. E rispondono alla crescente rabbia sociale con disprezzo moralistico verso i ceti subalterni. Si tratta insomma di uno strato dominante che ha perso ogni capacità egemonica, e che sarà abbattuto se non riesce a riconquistarla, impostando un nuovo grande compromesso sociale. Il primo esempio storico che viene alla memoria è, ovviamente, la Rivoluzione Francese: nel 1789 in Francia è stato necessario abbattere il potere dei ceti aristocratici per costruire una nuova società; ma anche nella storia cinese è stato più volte necessario che le rivolte contadine contribuissero ad abbattere dinastie per lasciare spazio a nuovi gruppi dominanti. E non ha ovviamente nessuna importanza che i ceti da abbattere siano quasi sempre più colti e raffinati dei rivoltosi che li abbattono […]

 

Quanto abbiamo fin qui detto delinea in fondo una storia piuttosto banale: un tipo di compromesso sociale, che ha funzionato per un periodo, entra in crisi, le élite non sanno inventarsi un diverso tipo di compromesso e si limitano ad approfittare della propria posizione di potere per accumulare benefici ostentando disprezzo per i ceti subalterni i quali, privati a poco a poco di quanto ottenuto in precedenza e in mancanza di prospettive di un nuovo compromesso, iniziano lentamente a contestare le élite. Proprio l’incapacità delle élite di inventare un nuovo compromesso, e il loro rifugiarsi nel disprezzo di classe, mostrano con evidenza che esse non hanno più le capacità egemoniche necessarie al loro ruolo, e fanno quindi prevedere che esse saranno abbattute e sostituite con nuove élite. Tutto questo, lo ripeto, è fondamentalmente banale, uno schema già visto tante volte. Ma la situazione attuale non si limita a questo momento di “ripetizione”, ma presenta aspetti nuovi che ci spingono a delineare prospettive molto più drammatiche di una semplice rivoluzione, per quanto cruenta. La novità che sta emergendo con tutta evidenza nei giorni attuali è il disastro ecologico al quale ci sta portando l’organizzazione sociale attuale, cioè il capitalismo esteso ormai a tutto il globo. Siamo di fronte alla prospettiva del crollo catastrofico dell’attuale civiltà. Nel giudizio da dare sulle attuali élite globalizzate è allora da qui che bisogna partire: dal fatto che l’attuale organizzazione di economia e società ci sta portando verso un disastro di proporzioni mai viste nella storia umana.  Le élite del capitalismo globale hanno pesantissime responsabilità in questa situazione. […] ovviamente un qualsiasi tipo di trattato sulla limitazione delle emissioni, se venisse davvero applicato, rappresenterebbe un vincolo all’espansione illimitata del capitale nella sua ricerca spasmodica del profitto. […]

 

Si potrebbe obiettare che tutto questo riguarda il passato, che oggi finalmente esiste un consenso, anche fra i ceti dominanti, sulla necessità di risolvere il drammatico problema del riscaldamento globale. Sembra in effetti che negli ultimi anni si sia prodotto un cambiamento di questo tipo, che davvero una parte almeno dei ceti dominanti si sia convinta del fatto che la catastrofe annunciata da tempo sta arrivando, e che essa mette in questione anche il loro potere, i loro redditi, e forse persino le loro vite, assieme naturalmente a quelle di masse sterminate di altri esseri umani. Il punto fondamentale è però che le élite non intendono rimettere in discussione il modo di produzione capitalistico, e quindi le misure che forse riusciranno a prendere per combattere il cambiamento climatico non potranno essere decisive, anche se, eventualmente, riusciranno a rinviare per qualche tempo, magari per qualche decennio, il crollo dell’attuale civiltà. Facciamo solo un esempio: Greta Thunberg si è recata all’ONU, a New York, viaggiando su una barca a vela. Questa scelta non ha solo un carattere simbolico. Il suo significato è che davvero, se vogliamo salvarci, dobbiamo rinunciare ai viaggi in aereo e all’uso di navi a motore. Ma è pensabile l’attuale organizzazione economica, l’attuale capitalismo globalizzato, senza la fitta rete di scambi commerciali che utilizzano massicciamente motori spinti dall’energia dei combustibili fossili? Ovviamente no, e l’unica possibilità è allora lo smantellamento dell’attuale capitalismo globalizzato e la ricostruzione di forme di economia molto più localizzate, con una rete di scambi ridotta per volume ed estensione. La domanda è ovvia: le attuali élite globalizzate progettano seriamente qualcosa del genere? Prospettano in qualche modo la necessità di ridurre gli scambi commerciali globali? Ovviamente no, e questo esempio mostra come l’attuale conversione dei ceti dominanti (o almeno di una loro parte significativa) alle tematiche del “climate change” non sia tale da cambiare la direzione catastrofica nella quale l’attuale società si sta muovendo. È allora questa la novità storica con la quale dobbiamo confrontarci, nel giudizio sulle élite contemporanee: per la prima volta nella sua storia l’umanità si trova di fronte alla possibilità concreta del crollo dell’intera società umana mondiale. Si tratta di un evento che è difficile anche solo da pensare, e che, se dovesse realizzarsi, porterebbe sofferenze e orrori quali mai si sono visti nella storia umana. […] Ma è anche evidente che, se questo orrore arriverà, le attuali élite verranno deprecate dai sopravvissuti come gli esseri più orribili dell’intera storia umana. Appariranno, appariremo, espressione di una inaudita malvagità. Una malvagità oggettiva, s’intende: non stiamo parlando delle soggettività dei singoli.  E questa è dunque la conclusione delle riflessioni fin qui svolte. Non c’è dubbio che le attuali élite siano composte di persone educate, tolleranti, colte. Ma questo non ha nessuna importanza, come non aveva nessuna importanza quanto fossero educati, tolleranti e colti gli aristocratici francesi a fine ‘700. Al momento del crollo, se crollo sarà, le attuali élite globalizzate, con tutta la loro tolleranza, educazione, cultura, riveleranno di essere nient’altro che una nuova manifestazione della banalità del male.

 

Marino Badiale

 

 
Assenza di contenuti PDF Stampa E-mail

13 Dicembre 2019

 

Da Comedonchisciotte dell’11-12-2019 (N.d.d.)

 

Negli ultimi giorni mi sono chiesto come avesse fatto il movimento delle sardine a raggiungere un così grande successo. Negli ultimi anni abbiamo infatti avuto manifestazioni di operai, cassintegrati, disoccupati che al massimo riuscivano ad ottenere qualche trafiletto nei quotidiani locali. Solo il grande sciopero degli insegnanti contro la Buona scuola di Renzi era riuscito ad avere un buon successo di partecipazione nonostante le molte censure mediatiche, come i vergognosi pestaggi della polizia contro gli insegnanti in piazza 8 agosto a Bologna, davanti agli stand della festa del Partito democratico. Ora il successo delle sardine è certamente dovuto al forte sostegno di giornali e tv. L’establishment neoliberale è chiaramente con loro e lo si vede dal grande spazio mediatico concesso. Uno dei suoi massimi rappresentanti, Mario Monti, ha persino avanzato l’ipotesi di sfilare insieme a loro.

 

Conta inoltre l’assenza di contenuti. Le manifestazioni delle sardine sono un po’ come le canzoni di Ligabue. Esprimono significanti vuoti vagamente riferibili a un certo contesto sociale. Chi non ha mai vissuto “certe notti”? Chi non è mai avuto il proprio “bar da Mario” in cui incontrare gli amici? Chi non ha giocato il ruolo di “mediano” in qualche circostanza della vita? Allo stesso modo, chi non è “antifascista” a sinistra? Chi se la sente di opporsi a questo movimento di “giovani”? E in definitiva chi vuole giocare la parte del cattivone sovranista, qualsiasi cosa voglia dire questa parola? La sardina è insomma un significante vuoto che applicato al campo della sinistra può essere all’occorrenza riempita di senso in modi diversi, disimpegnati e soggettivi. Essere sardina dunque è facile, non è faticoso. Illude il singolo di poter vedere riflesso nello spazio pubblico la propria idea della politica.

 

C’è però dell’altro nel segreto del successo delle sardine. E riguarda la faccia del loro leader dal viso pulito, scanzonato, belloccio, “giovane”, serio, ma soprattutto intellettualmente limitato. Qualche giorno fa rileggevo per lavoro le stranote “Postille al Nome della Rosa” in cui Umberto Eco si interroga sul successo del suo primo romanzo. Secondo Eco, Il nome della rosa ha raggiunto un così largo numero di lettori grazie alla voce narrante, cioè da Adso. Come spiega lo stesso autore, Adso non è intelligente, non capisce tutto quello che gli accade intorno, non gli sono chiare le discussioni teologiche né i ragionamenti del suo maestro Guglielmo da Baskerville. Allo stesso modo Mattia Santori non capisce la politica, per sua stessa ammissione ne sa poco. Simpatizzava per Renzi, ma poi dopo averlo visto in pubblico si è accorto che non era empatico e ha cambiato opinione su di lui. Proprio così, non il jobs act, non la buona scuola, non l’aberrante riforma costituzionale, Santori ha cambiato idea perché Renzi non è empatico. Santori riscatta l’uomo di sinistra medio, gli fa pesare meno la sua decadenza, il suo profondo conformismo, la sua pigrizia e in fondo la paura di perdere alcune certezze. E del resto il livello di comprensione della politica, come per molti elettori del PD e dei suoi partiti limitrofi è puramente emotivo e si manifesta per semplici schematismi vagamente identitari. I contenuti veri e propri non contano: il Mes? Santori non ne sa nulla, “se ne occupino i competenti”. Quello che conta è stare dalla parte dei buoni, senza però tante costrizioni, senza conflitti, senza obblighi troppo stringenti. E soprattutto senza accanto un Guglielmo da Baskerville rompiballe che magari mette in discussione le false certezze dell’elettore medio del PD.

 

Paolo Desogus

 

 
Il litio come il petrolio PDF Stampa E-mail

12-12-2019

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Da Comedonchisciotte del 7-12-2019 (N.d.d.)

 

Per diversi anni, a partire dall’impulso globale a sviluppare veicoli elettrici su larga scala, l’elemento litio ha assunto le caratteristiche di metallo strategico. Al momento la domanda è enorme in Cina, nell’UE e negli Stati Uniti, e l’assicurarsi il controllo sulle forniture di litio sta già sviluppando una propria geopolitica non dissimile da quella per il controllo del petrolio.  Per la Cina, che ha fissato i principali obiettivi per diventare il più grande produttore mondiale di veicoli elettrici, lo sviluppo di materiali per batterie al litio è una priorità per il 13°piano quinquennale (2016-2020). Sebbene la Cina abbia le proprie riserve di litio, il ritrovamento è limitato e la Cina è andata a garantirsi i diritti di estrazione del litio all’estero.

 

In Australia, la società cinese Talison Lithium, controllata da Tianqi, estrae e possiede le riserve di spodumene più grandi e di più alto grado a Greenbushes, in Western Australia vicino a Perth. Talison Lithium Inc. è il più grande produttore primario di litio al mondo. Il proprio sito di Greenbushes in Australia produce oggi circa il 75% della domanda cinese di litio e circa il 40% della domanda mondiale. Questo [il litio] e altre importanti materie prime australiane hanno permesso di intrattenere relazioni di importanza strategica per Pechino con l’Australia, tradizionalmente un solido alleato americano. Congiuntamente, la Cina è diventata il principale partner commerciale per l’Australia. Tuttavia, la crescente influenza economica della Cina nel Pacifico intorno all’Australia ha portato il Primo Ministro Scott Morrison a inviare un messaggio di avvertimento alla Cina, affinché non contenda il territorio del cortile australiano d’importanza strategica. Alla fine del 2017 l’Australia, con crescente preoccupazione per l’espansione dell’influenza cinese nella regione, ha ripreso la cooperazione informale in quello che a volte viene chiamato Quad, con USA, India e Giappone, rilanciando un precedente tentativo di controllare l’influenza cinese nel Sud Pacifico. Di recente l’Australia ha anche intensificato i prestiti alle nazioni strategiche delle isole del Pacifico per contrastare i prestiti cinesi. Tutto ciò rende chiaramente indispensabile che la Cina si attivi su scala globale in altri siti, per garantirsi il suo litio, al fine di diventare protagonista chiave nell’emergente economia dei veicoli elettrici nel prossimo decennio. Quando lo sviluppo dei veicoli elettrici è diventato priorità nella pianificazione economica cinese, la ricerca per assicurarsi il litio si è rivolta al Cile, un’altra delle maggiori fonti di litio. Lì, la cinese Tianqi sta accumulando una quota importante della Sociedad Quimica Y Minera (SQM) del Cile, uno dei maggiori produttori mondiali di litio. Se la cinese Tianqi riuscirà a ottenere il controllo della SQM, secondo i rapporti del settore minerario, ciò cambierà la geopolitica del controllo mondiale del litio.

 

La disponibilità globale di metalli di litio, un componente strategico delle batterie agli ioni di litio utilizzate per alimentare i veicoli elettrici, è concentrata in pochissimi Paesi. Per dare un’idea della potenziale domanda di litio, la batteria per la Tesla Model S richiede 63 chilogrammi di carbonato di litio, che sono sufficienti per alimentare circa 10.000 batterie di telefoni cellulari. In un recente rapporto, la Banca Goldman Sachs ha definito il carbonato di litio “la nuova benzina”. Solo un aumento dell’1% nella produzione di veicoli elettrici potrebbe aumentare la domanda di litio di oltre il 40% dell’attuale produzione globale, secondo Goldman Sachs. Con molti governi che richiedono una riduzione delle emissioni di CO2, l’industria automobilistica globale sta espandendo massicciamente i piani per veicoli elettrici nel prossimo decennio, il che renderà il litio potenzialmente strategico quanto lo è oggi il petrolio. La Bolivia, il cui litio è molto più complicato da estrarre, negli ultimi anni è diventata un obiettivo di interesse anche per Pechino. Alcune stime geologiche classificano le riserve di litio della Bolivia come le più grandi del mondo e si stima che le sole saline di Salar de Uyuni contengano nove milioni di tonnellate di litio. Dal 2015 una società mineraria cinese, la CAMC Engineering Company, gestisce un grande impianto in Bolivia per produrre cloruro di potassio come fertilizzante. Ciò che la CAMC minimizza è il fatto che, sotto il cloruro di potassio, ci sono le più grandi riserve di litio conosciute al mondo nelle saline di Salar de Uyuni, una delle 22 saline di questo tipo in Bolivia. Nel 2014 la cinese Linyi Dake Trade ha costruito un impianto sperimentale per batterie al litio nello stesso sito. Quindi, nel febbraio 2019, il governo Morales ha firmato un altro accordo per il litio, in questo caso con la cinese Xinjiang TBEA Group Co Ltd che deterrà una partecipazione del 49% in una joint venture pianificata con la società statale boliviana YLBper il litio. L’accordo è di produrre litio e altri materiali dalle saline di Coipasa e Pastos Grandes, il che costerebbe circa 2,3 miliardi di dollari. In termini di litio, la Cina domina finora il nuovo Grande Gioco globale per il controllo. Le entità cinesi ora controllano quasi la metà della produzione globale di litio e il 60 percento della capacità di produzione di batterie elettriche. Entro un decennio, Goldman Sachs prevede che la Cina potrebbe fornire il 60 percento dei veicoli elettrici a livello mondiale. In breve, il litio è una priorità strategica per Pechino.

 

L’altro grande attore nel mondo contemporaneo per l’estrazione di litio globale sono gli Stati Uniti. Albemarle, una società di Charlotte, nella Carolina del Nord, con un impressionante Consiglio di Amministrazione, ha importanti attività di estrazione del litio in Australia e Cile, segnatamente, proprio come la Cina. Nel 2015 Albemarle è diventata un fattore dominante nell’estrazione mondiale del litio, quando ha acquistato la società statunitense Rockwood Holdings. In particolare, Rockwood Lithium aveva attività in Cile, nella Salar de Atacama, e nella stessa miniera di Greenbushes in Australia, dove il gruppo industriale cinese Tianqi detiene il 51%. Ciò ha concesso ad Albemarle una quota del 49% dell’enorme progetto australiano al litio, in partnership con la Cina. Ciò che sta cominciando a diventare chiaro è che le tensioni USA-Cina sui piani economici cinesi, probabilmente includono il contrasto all’influenza cinese nel controllo delle principali riserve strategiche di litio. Il recente colpo di Stato militare in Bolivia, che ha costretto Evo Morales all’esilio messicano, dai primi indizi, ha dimostrato il coinvolgimento di Washington. L’entrata in scena della Presidente ad interim Jeanine Áñez, una cristiana di destra, e del milionario di destra, Luis Fernando Camacho, segnalano una brutta svolta a destra nel futuro della politica del Paese, apertamente sostenuta da Washington. Fondamentale, tra le altre questioni, sarà se un futuro governo annullerà gli accordi di estrazione del litio con società cinesi. Allo stesso modo, la cancellazione del meeting dell’APEC del 16 novembre in Cile, che avrebbe dovuto presentare un summit tra Trump e Xi Jinping sul commercio, assume un altro significato. Il meeting doveva anche essere la sede di importanti accordi commerciali tra Cina e Cile, secondo il South China Morning Post. La delegazione prevista di Xi avrebbe incluso 150 responsabili aziendali e di pianificazione, per firmare importanti accordi economici, rafforzando ulteriormente i legami economici tra Cile e Cina, cosa contro la quale gli Stati Uniti hanno recentemente messo in guardia. Lo scoppio di proteste di massa in tutto il Cile, in opposizione agli aumenti della tariffa del trasporto pubblico governativa, porta i segni di simili inneschi per fattori economici in altri Paesi, usati per dare avvio alle Rivoluzione Colorate di Washington. Le proteste hanno avuto l’effetto a breve termine dell’annullamento del vertice APEC in Cile. Il ruolo attivo delle ONG finanziate dagli Stati Uniti nelle proteste del Cile non è stato confermato, ma le crescenti relazioni economiche tra Cile e Cina non sono chiaramente considerate positive da Washington. Lo sfruttamento cinese del litio Cile, a questo punto, è un fattore geopolitico strategico poco discusso che potrebbe essere il bersaglio degli interventi di Washington, nonostante l’economia del libero mercato dell’attuale governo. In questo momento ciò che è chiaro è che si assiste a una battaglia globale per il dominio del mercato delle batterie per i veicoli elettrici del futuro e il controllo del litio è al centro.

 

William Engdahl (Tradotto da NICKAL88)

 

 
L'oligarchia della Scala PDF Stampa E-mail

11 Dicembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 9-12-2019 (N.d.d.)

 

Cinquant’anni fa un antenato delle sardine, per dire un giovane arruffapopoli fuoricorso salito dalla mite provincia umbra s’inventò un modo di stare al mondo. Fondò un movimento, anzi Movimento, maiuscolo, come poi sarebbe passato agli annali, alla testa del quale non mancava una sola occasione per far casino contro “il sistema”: memorabile la provocazione davanti alla Scala, lanci di uova a bombardare le pellicce dei “fascisti, borghesi, ancora pochi mesi”, come venivano ammoniti i ricchi, gli aristocratici, i capitani d’industria, i banchieri, vale a dire tutta la bella gente che poteva permettersi una Prima, seguita da una esclusivissima cena, nel più famoso teatro del mondo. Mario Capanna è una profezia vivente: quella di Montanelli, che ne previde la sistemazione “al museo dei reduci, forniti di pancia e cellulite”. È andata proprio così, oggi il Capanna ricompare ogni tanto per rispolverare quegli anni che definì formidabili, e per lui certamente lo furono, tanto più che gli valsero una pensione da parlamentare sulla quale l’ex Masaniello in falce e martello non accetta discussioni: se l’è guadagnata, sostiene, e, dal suo punto di vista, ma solo dal suo, non fa una piega. Oggi, mezzo secolo e tant’acqua sotto i ponti dopo, la turbo-borghesia aristocratica che entra alla Scala per la Prima – quest’anno una Tosca in odor di metoo – non sembra cambiata granché […] Ovazioni clamorose, 10 minuti di standing ovation per Mattarella, considerato con tutta evidenza non il garante di tutti gli italiani ma quello del sistema altoborghese che si riconosce nella sinistra ztl, nei menu di Farinetti, nel partitone di Repubblica e nei buoni per costituzione, anche se mai nel loro giardino; inchini e sospiri di vellutato servilismo ai ministri tassatori, migrantisti e volendo incompetenti; tripudio clamoroso per l’immancabile Liliana Segre, questa nuova santa misteriosamente balzata all’esaltazione della società civile a 90 anni dopo una vita in ombra, salutata, anche lei come la garante contro i fascismi, i razzismi, i sovranismi, i leghismi, i salvinismi, i melonismi, gli euroscetticismi, le cattiverie, le malattie, il politicamente scorretto e perché no i cambiamenti climatici. Io son Liliana, sono guardiana, sono anche anziana, mi fan girare tutta la settimana.

 

A proposito di cambiamenti climatici, si è patita, causa vertice Onu, la dolorosa assenza di Greta, la Cassandrina con le trecce, quella che, appena annuncia l’essiccamento del pianeta, si spalancano le cateratte e vien giù acqua per 40 giorni come per una punizione biblica. Latitanti anche le sardine, in compenso a perorarne la causa c’era quella megera accartocciata di Patti Smith, rockstar in fama di genio antagonista, in realtà bravissima a costruirsi la sua carriera di mediocre sempre sulle spalle di qualcuno; di lei si ricorda l’estasi dionisiaca che la rapiva, “mentre stavo cantando sul palco mi sono cagata addosso”, e oggi, ultima vaccata conosciuta, appunto l’apertura di credito alle sardine, curiosa schiatta di contestatori a favore del sistema, dei privilegiati nei quali, chiarissimamente, si riconoscono. Gente con un futuro da influencer, come l’istruttore di frisbee Mattia che a domanda, qualsiasi domanda, mai risponde, però si compiace: “Vengo bene in tivù, faccio audience”. Quasi quasi era meglio Mario Capanna, che almeno il rischio di qualche manganellata lo correva: questo ha l’aria di uno che si metterebbe a frignare anche spolverato col piumino da cipria.

 

Insomma eccola qui la nuova élite che poi è sempre quella vecchia: ad annusarsi, a ovazionarsi, ad applaudirsi ben protetta dentro il teatro più bello del mondo; a farsi coraggio contro quei miserabili che alla Prima della Tosca grazie a Dio non entrano e però fanno tanta paura con la loro paura, con le loro giornate di merda tutte uguali, con l’incertezza di ogni domani, con l’esasperazione di chi non dice per forza “prima gli italiani” ma semplicemente non capisce perché questi italiani senza ztl, senza attico vista Brera o Colosseo debbano sempre arrivare ultimi, se mai arrivano. Ma Liliana Segre ha detto che l’uomo forte le provoca preoccupanti ricordi, in pratica che Salvini è Mussolini: 92 minuti di applausi e vergogna per chi la tiene in ansia. Anche il Censis non si è trattenuto e ha spiegato: gli italiani sono razzisti perché sono tristi perché sono spaventati perché sono esasperati perché sono sconcertati perché sono disorientati perché sono razzisti. E sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re; fa male a Sergio, alle sardine, alla Liliana e a Patti Smith; e sempre allegri bisogna stare, che poi s’incazzano se noi piangiam.

 

Max Del Papa

 

 
La generazione Neet PDF Stampa E-mail

10 Dicembre 2019

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Da Rassegna di Arianna dell’8-12-2019 (N.d.d.)

 

“Vita”, il mensile del Terzo settore e del mondo non profit, pubblica, sull’ultimo numero, un’ampia inchiesta dedicata ai cosiddetti Neet, i giovani che non studiano e non lavorano. Di che cosa si tratta? Il termine Neet è un’invenzione piuttosto recente. Acronimo di Not in Education, Employment or Training è stato utilizzato per la prima volta nel 1999 in un documento del governo britannico. Oggi si usa comunemente per indicare chi non è impegnato nello studio, né nel lavoro e neanche nella formazione. La fotografia offerta da “Vita” è inquietante: nel 2018, in Italia, i Neet nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni sono pari a 2.116.000 e rappresentano il 23,4% del totale dei giovani della stessa età presenti sul territorio. Nel 47% dei casi i ragazzi hanno tra i 25 e i 29 anni, nel 38% i ragazzi hanno tra i 20 e i 24 anni e il restante 15% è nella forchetta 15-19 anni. L’Italia è la prima tra i Paesi europei per presenza di Neet, dove la media attuale è del 12,9%. Il problema è oggettivamente complesso. E non può essere assimilato alla vecchia condizione del “disoccupato”. Qui ad essere rilevanti sono fattori di carattere psicologico-esistenziale, che vanno ben al di là del puro e semplice dato occupazionale. I Need sono dei veri e propri “inghiottiti dalla rete”, poiché spesso nella loro auto-reclusione, l’unico contatto con il mondo rimane quello virtuale, che passa per il web: così la loro seconda esistenza, tra chat, social newtork e giochi di ruolo online diventa prioritaria rispetto a quella reale. La mancanza di contatto sociale e la prolungata solitudine determinano nei ragazzi una perdita delle competenze sociali e comunicative. Ad alimentare questa condizione ci sono disuguaglianze sociali, che riducono le possibilità di rompere i meccanismi della povertà e dell’esclusione, ed insieme contesti familiari, culturali, economici, sociali che non investono adeguatamente sulle potenzialità dei giovani e sul loro futuro, insieme ad una generale sfiducia verso le istituzioni e il mondo del lavoro, sentiti come estranei e lontani. Famiglie, istituzioni, mondo del lavoro: è il fallimento di un Sistema, un fallimento rispetto al quale i fondi dedicati alla formazione e l’estensione del diritto allo studio appaiono come i classici “pannicelli caldi”. Il problema è infatti “strutturale” e tocca la “percezione” che i giovani hanno del loro rapporto con la realtà, a cominciare dal primo ambito familiare.   Alla base l’idea  che lo studio sia inutile (anche se il 49% dei giovani Need ha conseguito il diploma di scuola secondaria superiore e l’11% risulta essere laureato), che la mobilità appaia bloccata (favorendo chi è già socialmente garantito), che la meritocrazia non esista (in un mondo in cui a vincere sono sempre i soliti “furbi”), che il futuro sia già predeterminato (e quindi sia inutile mettersi in gioco per costruirsene uno proprio).

 

La percezione è di una netta cesura tra i giovani ed il sistema Paese, con conseguenze che – in prospettiva – rischiano di aumentare le fasce degli esclusi, degli “inghiottiti” dall’inedia, a causa di  un corpo sociale sempre più debole e sfilacciato, visti  la perdita di ruolo e di certezze autentiche offerte dalle famiglie (con  una lunga e paradossale  dipendenza dei figli adulti dai genitori),  l’avanzare dei processi di   disintermediazione, a seguito del  depotenziamento dei corpi intermedi (ed il sostanziale isolamento sociale), la precarietà (resa palese dal  lavoro in  nero).

 

“Vince” la Rete, ma in realtà – come abbiamo visto – avanza l’autoesclusione e l’autoreclusione: un’autentica emergenza che priva le giovani generazioni di una possibilità di futuro ed il Paese di potere contare su quelle risorse culturali e spirituali, ancor prima che socio-economiche, rappresentate dai giovani. All’inverno demografico rischia insomma di seguire una sorta di glaciazione generazionale, con conseguenze disastrose per tutti, giovani e meno giovani. Esserne consapevoli è il primo passo. Alla politica, al mondo della cultura e del lavoro il compito di mettere in campo le doverose contromisure. In gioco, insieme a quelli dei giovani, ci sono i più ampi destini nazionali.

 

Mario Bozzi Sentieri

 

 
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