Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
Decisore esterno PDF Stampa E-mail

10 Maggio 2019

Image

 

Da Appelloalpopolo del 7-5-2019 (N.d.d.)

 

Si sente dire spesso che in Italia “non c’è lavoro”. Questa espressione induce sconforto più che ribellione. Quindi ha l’effetto di addormentare le coscienze, ma è un modo impreciso di rappresentare la realtà.

 

1) La collettività ha molti bisogni che necessitano della produzione di beni e servizi, cioè di attività lavorative. Basta guardare in che stato sono le infrastrutture o quante persone in difficoltà, come gli anziani, necessitano di cure ecc. 2) Molte attività lavorative sono svolte, ma gratuitamente.  Questo riguarda soprattutto i giovani, attratti da false promesse di future assunzioni o dall’esigenza di rimpinguare il curriculum. 3) Il contratto di lavoro a tempo determinato consente alle aziende una gestione brutale dei propri dipendenti con creazione di disoccupati. Alcune aziende infatti sfruttano i lavoratori con turni di lavoro massacranti (questo limita l’occupazione perché uno solo svolge un lavoro che dovrebbe essere diviso tra più persone) e, dopo un certo numero di anni, quando l’attività svolta li ha logorati fino ad aver provocato danni fisici, li sostituisce. Questo genera disoccupati che a causa delle condizioni di salute avranno un’accentuata difficoltà a ricollocarsi. La loro situazione economica sarà peggiore se i lavoratori stessi sfiniti e logorati nel fisico e nella psiche lasceranno anzitempo spontaneamente il lavoro. Questi sono solo esempi: ricordiamo che in generale la difficoltà ad accedere ad un posto di lavoro è una conseguenza di scelte politiche che impediscono di immettere risorse monetarie adeguate nell’economia reale. Quindi l’espressione “non c’è lavoro” è integrata e sorretta da un’altra espressione anche essa falsa: “non ci sono i soldi”.

 

Le due espressioni insieme danno vita ad una miscela pericolosa che tiene a bada le masse mantenendole in uno stato di apatica rassegnazione. Infatti chi si accorge di quante attività lavorative utili per la collettività potrebbero essere messe in moto data la disponibilità di risorse materiali (strutture produttive, mano d’opera ecc.) si rassegna ad una finta evidenza: l’impossibilità di farlo per mancanza di soldi. È lungo spiegare perché “non ci sono i soldi” sia un’espressione che dà una rappresentazione falsata della realtà. Facciamo solo un cenno: i soldi non possono finire TECNICAMENTE, come ha ammesso Draghi. Quindi se finiscono è per volontà politica. Immaginiamo di far parte di un nutrito gruppo di naufraghi su un’isola deserta e di avere competenze differenziate e risorse materiali sufficienti per costruire alloggi, cucire vestiti, curare malattie. Nessuno di noi però ha con sé il portafoglio con i soldi. Nessuno può pagare il lavoro agli altri. Il lavoro quindi non c’è! Immagino che chi leggesse questa storiella troverebbe il finale molto stupido e inizierebbe a pensare soluzioni per ovviare al finto problema. Eppure nel nostro paese viviamo così, con risorse materiali che non vengono utilizzate perché non ci sarebbero i soldi. Il popolo italiano non è stato avvertito, ma ad un certo punto è stato deciso che l’Italia dovesse affidare ad un “decisore esterno” il potere di immettere risorse monetarie, decidere quante immetterne e quindi poter anche minacciare di “chiudere i rubinetti” e dunque non immetterne (è accaduto). Evidentemente il “decisore esterno” ha deciso che dobbiamo vivere con risorse monetarie SCARSE rispetto alle nostre esigenze e alle nostre possibilità.  Ecco perché i sovranisti considerano necessario (anche se non sufficiente per migliorare in modo determinante le condizioni del paese) che lo Stato recuperi la sovranità monetaria, anziché dover operare in conformità con i diktat del “decisore esterno”.

 

Claudia Vergella

 

 
I rischi del 5G PDF Stampa E-mail

8 Maggio 2019

Image

 

Da Comedonchisciotte del 6-5-2019 (N.d.d.)

 

Negli ultimi mesi si parla molto del 5G, la prossima generazione di tecnologia wireless. Ci viene propagandato come un necessario passo verso “l’internet delle cose”: un mondo in cui i nostri frigoriferi ci avvisano quando siamo a corto di latte, i pannolini del nostro bambino ci dicono quando devono essere cambiati e Netflix è disponibile ovunque e sempre. Ciò a cui non stiamo prestando attenzione sono però gli studi effettuati sul tema: questi hanno chiaramente dimostrato gli effetti nocivi che ha sull’uomo l’esposizione alle radiazioni di radiofrequenza ad impulso di ripetitori, telefoni cellulari ed altri dispositivi. Il 5G renderà il problema esponenzialmente più grave. L’individuo comune potrebbe pensare che la Federal Communications Commission (FCC), prima di approvare tali tecnologie, ne valuti attentamente le conseguenze sulla salute. Nella testimonianza del senatore del Connecticut Blumenthal, la FCC ha però ammesso di non aver condotto alcuno studio sulla sicurezza del 5G. I lobbisti delle telecomunicazioni ci assicurano che le linee guida sulla sicurezza già in vigore sono adeguate per proteggere il pubblico. Queste, tuttavia, hanno come fondamento uno studio del 1996, che aveva come oggetto quanto un cellulare potesse riscaldare la testa di un manichino di plastica delle dimensioni di un adulto. I risultati appaiono dunque poco indicativi, per almeno tre ordini di motivi:

 

+ gli organismi viventi sono costituiti da cellule e tessuti altamente complessi ed interdipendenti, non sono fatti di mera plastica. + alle radiazioni a radiofrequenza sono esposti anche animali selvatici, bambini, feti e piante – non solo esseri umani adulti. + le frequenze utilizzate erano di gran lunga inferiori rispetto alle esposizioni associate al 5G.

 

Le radiazioni a radiofrequenza (RF) 5G utilizzano un “cocktail” di tre tipi di radiazioni: si parte da onde radio ad energia relativamente bassa, si passa per radiazioni a microonde con ancor più energia ed infine si giunge ad onde millimetriche con molta più energia. Le frequenze estremamente alte connesse al 5G sono il pericolo maggiore. Mentre le frequenze 4G arrivano fino ai 6 GHz, il 5G espone la vita biologica a segnali di impulsi che si trovano in un intervallo che va dai 30 GHz ai 100 GHz. Mai prima nella storia si è verificato che l’uomo venisse bombardato da frequenze così elevate per così estesi periodi di tempo. Il problema è grosso. Si è scoperto che i nostri occhi e le nostre ghiandole sudoripare agiscono come antenne per l’assorbimento delle onde 5G a più alta frequenza. E, poiché le distanze che queste onde sono in grado di percorrere sono relativamente brevi, saranno necessari più trasmettitori, quindi ancor più prossimi a case e scuole rispetto alle precedenti tecnologie wireless: in pratica, si arriverà ad avere l’equivalente di un ripetitore ogni 2-10 case. L’ex presidente della FCC Tom Wheeler ha chiarito che la propria commissione, egemonizzata dalle corporation telco, non mette al primo posto la salute: “Non intralciate lo sviluppo”, ha sentenziato. “A differenza di altri paesi, non crediamo che dovremmo passare i prossimi anni a studiare… Lasciare carta bianca agli innovatori è di gran lunga preferibile al lasciare che comitati e legislatori decidano il futuro. Non aspetteremo che loro definiscano gli standard”. In risposta alle domande sulle conseguenze per la salute, Wheeler ha dichiarato: “Rivolgetevi ai medici”.

 

Buona idea. I “medici” in tutto il mondo hanno condotto oltre 2.000 studi. Tutti dimostrano che le radiazioni ad impulso promananti da ripetitori, router, tablet, telefoni cellulari ed altri dispositivi wireless causano seri danni alla salute. Le radiazioni RF sono dannose anche ad esposizioni basse e brevi, e colpiscono bambini e feti ancor più rapidamente rispetto agli adulti. Danneggiano il sistema endocrino, provocano danni al DNA, riducono la fertilità, e semplicemente sono cancerogene. È stato anche dimostrato che le frequenze elettromagnetiche ad impulso causano numerosi disturbi neurologici: acufene, ansia, deficit di attenzione, depressione, dolori muscolari, formicolio, insonnia, mal di testa, nausea, perdita di appetito, vertigini. Il governo degli Stati Uniti è a conoscenza di questi rischi da almeno il 1971. In quell’anno, il Naval Medical Research and Development Command pubblicò una bibliografia con 3.700 citazioni, le quali riportavano 100 effetti biologici e clinici attribuiti a radiazioni di microonde e di radiofrequenza. Negli anni, sono state condotte varie ricerche sul cancro a cuore e cervello di persone con minimo 10 anni di esposizione alle summenzionate radiazioni. La più recente, lo studio da $30 milioni dello US National Toxicology Program (NTP), condotto nel 2018, conferma tutte le precedenti: le radiazioni RF provocano il cancro. Qual è stata la risposta a questi risultati? Gli scienziati stanno sollecitando l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ad aggiornare la propria classificazione dell’RF: vogliono che passi dall’essere considerato un cancerogeno di gruppo 2B ad uno di classe 1 – ossia che si equipari 5G ed RF ad amianto ed arsenico. Annie Sasco, ex direttrice all’OMS dell’Unità di Epidemiologia per la Prevenzione del Cancro, afferma: “Basta, quante altre morti sono necessarie prima che vengano intraprese azioni serie? Le prove continuano ad accumularsi”. Ronald Melnick, l’ideatore dello studio NTP, afferma che il risultato “mostra chiare prove di un nesso causale tra cancro ed esposizione a segnali wireless di telefoni cellulari”. Aggiunge che “oramai non possiamo più presumere che qualsiasi tecnologia wireless, attuale o futura, incluso il 5G, sia sicura senza aver prima effettuato adeguati test”.  Nel frattempo, 231 scienziati di 42 nazioni hanno firmato l’Appello 5G, che richiede urgentemente una moratoria su questo tipo di tecnologia. Sono stati presi provvedimenti per rallentarne il dispiegamento in Belgio, Israele, Italia, Paesi Bassi e Svizzera, e negli Stati di California, Massachusetts, New Hampshire ed Oregon. Al momento, tuttavia, non abbastanza leader politici hanno prestato ascolto agli avvertimenti. O forse stanno rimettendo il compito a Trump, il quale ha dichiarato che le antenne “dovranno coprire ogni comunità ed essere schierate il prima possibile… Non importa dove tu sia, avrai il 5G, e sarà una vita diversa. Non so dire se sarà migliore… ma posso dire con certezza che tecnologicamente sarà tutta un’altra cosa”. La tecnologia wireless è diventata talmente onnipresente che molti non si fanno neanche venire il dubbio se sia sicura. Ora, i pericoli ad essa associati stanno per aumentare drasticamente. È necessario che molti più cittadini e legislatori si uniscano a coloro che già si sono attivati per tentare di bloccare la spericolata spinta a favore del 5G.

 

Iishana Artra (tradotto da HMG)

 

 
Lettera a un ragazzo del Duemila PDF Stampa E-mail

7 Maggio 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 5-5-2019 (N.d.d.)

 

Caro Ragazzo nato nel Duemila, pensavo a te nel Novecento come a una figura mitologica, una specie di marziano che avrebbe abitato altri mondi, si sarebbe alimentato in altri modi, avrebbe viaggiato per altre galassie. Era questa la promessa euforica che circolava negli anni Sessanta del secolo scorso, a cavallo delle conquiste spaziali e non solo. Era il sogno di fuggire dal Novecento ideologico e bellicoso per entrare in un millennio né rosso né nero, ma latteo come la via omonima, e vitreo, come si addice al video trasparente. Padre di due figli nati nel millennio scorso, sognavo di avere un terzo figlio nel terzo millennio e, per scherzare con l’immortalità, promettevo anche un quarto figlio nel quarto millennio… Ma poi la vita ha preso un’altra piega.

 

Ora ti incontro in giro, ti sfioro per strada, ti incrocio mentre esci da scuola o vai all’università, e ti vedo fin troppo uguale a me, a noi, brontosauri del millennio passato. Ma sotto la buccia di una somiglianza, se poi mi affaccio nella tua vita, nel tuo lessico, nel tuo immaginario, nel tuo sapere, trovo un abisso di differenze. Alcune sono decisamente a tuo vantaggio: la capacità di abitare la tecnica e il globo, con una padronanza che noi non avevamo, la capacità di navigare nell’universo matematico, la tua refrattarietà ai sogni collettivi, salvo fiammate ambientaliste nel nome di Gretology, la nuova setta planetaria. Ma la sensazione che poi mi coglie è esattamente rovesciata rispetto a quella che ti fanno percepire media, scuola & agenzie globali: ti hanno fatto credere di avere una visuale più lunga, più larga, globale, rispetto alle generazioni precedenti. Ma se ci pensi bene il tuo mondo è assai più piccolo dei provinciali di una volta, e provo a spiegartelo. Tu abiti su una fettina così sottile e così ristretta che si chiama Io, che si chiama Presente, che si chiama Display. Il paesano non conosceva il globo e non viaggiava né con Erasmus né con Ryanair né con lo smartphone. Però conosceva più mondi, più persone, più natura, più vita, più storia. Scendeva di casa, salutava cento persone e si fermava a parlare con dieci, conosceva la campagna, i suoi frutti e i suoi animali, non solo quelli domestici e umanizzati; leggeva libri di storia, conosceva più generazioni oltre la sua, frequentava i nonni e ci parlava pure, li lasciava raccontare, anche per rispetto dell’età grave. Aveva più dimestichezza con la morte, con l’aldilà, con la religione. Insomma, abitava più mondi. A te hanno sottratto il passato, l’avvenire, la trascendenza e una fetta d’interiorità che noi primitivi chiamavamo anima. E tutto questo accade non solo a livello psicologico ma anche a livello di formazione, di studi, di conoscenze. In principio fu la morte di Dio e la conseguente fine della religione. Seguì a sorpresa non lo sviluppo del pensiero e della filosofia, come avevano annunciato gli illuminati avversari delle fedi oscurantiste, ma la sconfitta del pensiero, la fine della stessa filosofia e la sua rinascita marginale nelle vesti micragnose di “scienze umane” anzi di humanities. E non solo. Da tempo nella vita corrente, nella scuola e nell’università è in atto una progressiva scomparsa della storia, sia come memoria che come studio e storiografia. È una forma di oblio collettivo che fa rima con la rimozione del passato, dei ricordi nella sfera personale. Una specie di lobotomia. Potrei proseguire e dirti del tramonto della politica; o la fine delle nazioni, delle famiglie naturali o tradizionali, e altro ancora.

 

Allora torno a te, ragazzo nato nel 2000, e ti vedo solo e sperduto nell’oceano del web e della tecnologia, sulla tua zattera in forma di display, disormeggiato da tutto e mi accorgo che non vivi – come mi avevano fatto pensare le fabbriche mediatiche di opinioni- in un mondo sconfinato e ricco; non sei un navigatore globale, ma al più naufraghi su un’isola deserta, interconnessa al mondo ma disabitata di vita reale, di storia, di natura, di pensiero, di fede, di cultura. E allora ti vedo più provinciale dei provinciali di una volta, chiuso in un mondo minuscolo, assai più piccolo del Mondo piccolo, vivace e magico di Guareschi, Peppone e don Camillo. E capisco le tue fragilità e le tue insofferenze, il timore di perderti nella fluttuazione di un vagare senza meta, senza punti fermi, eredità e prospettive, senza memoria né avvenire, perso nel presente, annegato nel momento. Ma di questo non te ne faccio una colpa, anzi ti considero una vittima; tu non hai termini di paragone, vivi nell’assoluto presente, ti dissero che la tua superiorità sulle generazioni precedenti era fondata proprio sulla tua estraneità al passato e alla tradizione, sulla liberazione da ogni radice e da ogni confine. La responsabilità semmai è nostra, di chi ti ha fatto trovare questo abitacolo globale, resettando ogni eredità o provenienza. Ma non per questo ti compiango e ti considero perduto; anzi questa tua assoluta verginità di storia, di pensiero, di fede, di comunità può diventare a rovescio l’occasione per straordinarie scoperte. Scopri quei mondi negati, il coraggio di ricordare e di sperare, coltiva la nostalgia dell’avvenire, avvicinati con lo stupore di un bambino appena nato a quei continenti interdetti, proibiti, che si chiamano storia, filosofia, fede, arte, pensiero, politica. Farai una scoperta sensazionale. Capirai che il mondo non è nato con te e non finisce con te e non si risolve qui e ora. È fantastico, ragazzo, e per giunta è reale. Prova a cercare quel che noi non abbiamo saputo darti. Dacci questo smacco o questa soddisfazione. Arrivaci per conto tuo. Noi sognammo la conquista della luna e dei pianeti. Tu prova la conquista della terra, del cielo e della vita.

 

Marcello Veneziani

 

 
Eccezionalità della nostra epoca PDF Stampa E-mail

6 Maggio 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 4-5-2019 (N.d.d.)

 

[…] sul pianeta abbiamo cominciato a crescere in maniera geometrica da un certo punto in poi. Molto dal 1900 ma moltissimo dal 1950. Oggi siamo 7,8 mld circa, solo nel 1971 eravamo la metà. L’indice di riproduzione è in costante calo quindi quella punta tenderà ancora a salire ma si fermerà prima dei 10 mld per poi flettere un po’ o un po’ di più, non si sa. Ma qui non ci interessa quanti siamo o saremo di per sé, ci interessa solo quanto siamo cresciuti rispetto ad un certo tempo, quanto velocemente/intensamente. Nel secolo che va dal 1950 al prossimo 2050, ci saremo quadruplicati. È un secolo interessante questo, sebbene siamo solo ai suoi due terzi, un secolo su cui si scriveranno molti libri nei secoli futuri. Voi non lo sapete, ma siamo protagonisti di una epoca storica eccezionale.  In questo secolo a cavallo tra due, sono successe cose straordinarie e del tutto inedite.

 

1) In Europa, focolaio inesauribile di conflitti tremendi, si è praticamente smesso di far guerra. Qualcosa è successo quando è collassata la Yugoslavia ma insomma, poca roba. Rispetto ai primi 50 anni di questo poderoso incremento, il 1900-1950, quantomeno non si sono più fatte guerre “mondiali”. 2) Nei primi tempi di questo nuovo secolo mediano, dagli anni '50, la rivoluzione verde ha potenziato a dismisura l’output alimentare e questo ha favorito una maggiore e più lunga sopravvivenza, quindi i numeri della popolazione son cominciati a crescere. 3) Fino al 1970, tutto il mondo ha registrato indici di crescita del Pil stratosferici. Tutti meno due, gli USA e l’UK. Non che non crescessero, crescevano però meno o molto meno di tutti gli altri, inclusi gli europei alle prese con i vari miracoli economici italiani, francesi e tedeschi. Portando quelle cifre in linea di tendenza, il mondo si sarebbe presto ridotto quanto a distanza di potenza tra mondo anglosassone e resto del mondo. Andava fatto qualcosa. 4) E veniamo così al fatidico 1971, quando Nixon decide un dì d’agosto di scollegare il dollaro dal controvalore in oro che occorreva detenere nelle riserve. A quel punto il dollaro valeva perché gli americani dicevano che valeva e tutti accettavano la convenzione valesse. Negli USA si pubblica un rapporto dal titolo “Limit to growth” in cui si introduce una certa preoccupazione per le complesse retroazioni tra spinte potenti ed intersecanti di questa poderosa crescita del sistema mondo, ma dai più viene rubricato al capitolo "pessimisti paranoici". È anche l’anno in cui si parla di Overshoot day, il fatto che ogni anno si comincia a consumare riserve naturali planetarie più di quelle che si dovrebbero consumare per stare in equilibrio di ripristino. Ma è anche l’anno in cui gli americani inaugurano il NASDAQ, l’indice di Borsa delle compagnie più intraprendenti dal punto di vista tecnologico. In effetti nel 1971 praticamente non ce ne erano ma gli americani sono preveggenti e quindi hanno fatto l’indice prima del fenomeno. Infatti, sono quelli anche gli anni in cui gli americani fanno Arpanet, la rete di computer interconnessi che in seguito diventerà Internet. 5) Saltiamo venti anni ed arriviamo al passaggio tra ’80-’90. La sequenza che avviene quando siamo 5 miliardi è micidiale: crolla il Muro di Berlino, l’URSS a seguire, Arpanet si trasforma in World Wide Web e poco dopo gli europei si trovano in una località olandese fondandosi come Unione e promettendosi di darsi una unica moneta. Nel frattempo, gli europei che erano quasi un quarto del mondo ai primi del Novecento, sono diventati poco più di un decimo. Il tutto era stato anticipato da un crollo di Wall Street (1987) e dalla nomina di Greenspan al FED. Greenspan abbasserà progressivamente i tassi e tali li manterrà lungo tutti gli incredibili diciotto anni della sua reggenza. Il suo successore, Bernanke, continuerà a fare lo stesso. Poiché non c’era alcuna possibilità di prender in prestito tutto quel denaro ed investirlo in attività produttive (non c’era alcun possibile boom produttivo a parte la nascente bolla della new economy), li si sono usati per investimenti speculativi, soprattutto all’estero. 6) Saltiamo di dieci anni ed abbiamo un altro terremoto. Crollano le Twin Tower, ma prima era anche scoppiata la bolla delle dot.com (Nasdaq – new economy). La Cina fa il suo ingresso nel WTO che era stato fondato poco prima, nel 1995, e supera di slancio il Giappone per Pil PPP al secondo posto mondiale. Gli europei vanno felici al bancomat a ritirare i nuovi euro. Siamo già 6,2 mld. Gli occidentali che ad inizio ‘900 erano complessivamente il 30% del mondo ora sono solo il 17%.

 

Nel 2008-2009 scoppia l’ennesima bolla americana procurata da tutto quel denaro prestato a tassi quasi nulli. Nel 2014, per la prima volta la Cina supera gli Usa per Pil PPP. Siamo diventati 7,5 mld e gli occidentali son ormai solo il 15% del mondo. Nel 2050, alla fine del secolo accavallato, saremo 10 mld, gli occidentali saranno solo il 12% del mondo, gli europei il 7% (eravamo il 25% ai primi del ‘900), il secondo paese per Pil PPP sarà l’India, il quarto l’Indonesia, il quinto il Brasile, la Germania nona e noi 21° secondo PWC. Tempi interessanti e complicati, non c’è che dire. Ce ne rendessimo conto tutti un po’ di più magari sarebbero meno maledetti. O forse no.

 

Pierluigi Fagan

 

 
Un sistema che non può funzionare PDF Stampa E-mail

4 Maggio 2019

 

Da Appelloalpopolo del 27-4-2019 (N.d.d.)

 

Sono il papà di un bambino che a giugno compirà nove anni. Ho deciso di costruirmi una famiglia nonostante il giorno del mio matrimonio non avessi ancora un lavoro. Sono nato e vivo a Reggio Calabria, una delle città più antiche d’Italia, la mia terra, in cui sono rimasto a vivere nonostante tutto. La metà dei miei compagni di scuola e dei miei amici sono andati via, alcuni alla ricerca di un futuro migliore, altri semplicemente per sopravvivere. Mi sono sempre sentito dire che la colpa di tutto questo è della politica, della corruzione, del crimine, ma ad un certo punto mi sono chiesto: tutto questo scempio non esisteva anche prima? E come mai allora i nostri genitori avevano il posto fisso, i risparmi e la seconda casa al mare? Ci hanno detto che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, eppure quegli stessi genitori ci hanno consentito di sopravvivere in qualche modo alla disoccupazione, ci hanno finanziato gli studi o i mezzi per cercare di costruirci un futuro. Senza la loro parsimonia saremmo già tutti in ginocchio. Io probabilmente non potrò fare altrettanto per mio figlio! Dovrò prepararlo a lasciare la sua terra e a competere selvaggiamente in un mondo del lavoro globalizzato e spietato. Mi chiedo spesso se tramandargli i valori di dignità, onestà e solidarietà che mi sono stati insegnati oppure no. Sono certo che non gli serviranno per costruirsi un futuro ma solo per potersi guardare allo specchio senza vergognarsi di se stesso.

 

Guardo la gente che mi circonda: sono la mia comunità, la comunità che ad un certo punto della storia ha iniziato a chiamarsi Stato. Sono delusi, si sono arresi. Ognuno di noi si inventa degli espedienti per sopravvivere, nessuno di noi pensa più in prospettiva ma solo a cosa dovrà fare il giorno dopo. Il nostro futuro ha la durata di ventiquattro ore, di una settimana, non di più! Il perché un’intera comunità abbia deciso di arrendersi a ciò che percepisce come ineluttabile non saprei spiegarlo, ma ciò che i nostri figli dovranno subire non possiamo più accettarlo passivamente. Non possiamo più parcheggiarli nelle Università sentendoci con la coscienza a posto, perché sappiamo bene che quei titoli di studio non gli garantiranno un’indipendenza economica, anzi ritarderanno solo il momento in cui dovranno guardare in faccia la realtà e prendere una decisione. Probabilmente inseguiranno il lavoro in capo al mondo, ovunque si trovi, e più volte nella loro vita dovranno spostarsi, senza poter pensare di costruire qualcosa di stabile: una casa, una famiglia, delle relazioni. Per alcuni forse sarà una bella avventura, perlomeno finché saranno giovani e forti, per altri no. Quando una scelta è obbligata, non si può parlare di libertà. Quale sarà il loro destino? E il destino dei loro figli? Conosceremo i nostri nipoti su What’s App? Finiremo, noi e loro, i nostri giorni in una casa-famiglia per anziani, magari in un posto lontano e sconosciuto? Quando non avremo più la forza per combattere potremo almeno consolarci con un abbraccio? Oppure piangeremo davanti allo schermo di un cellulare senza poterci toccare? Noi padri e madri di questi figli, abbiamo il dovere di agire come comunità. Siamo ancora lo Stato e dobbiamo comprendere che se oggi la politica è stata demonizzata, è perché rappresenta l’unico modo che abbiamo per avere voce in capitolo su queste questioni. I signori che oggi siedono al governo o nelle pubbliche amministrazioni sono i capri espiatori di un sistema che non può funzionare e che non funzionerebbe nemmeno se fossero tutti onesti, preparati e sinceramente spinti da uno spirito di servizio verso i loro concittadini. Ci siamo volontariamente privati del potere di intervenire sulle nostre attività produttive, sul nostro sistema sanitario, sulle nostre scuole! Perché? Non saremmo capaci di farlo?

 

È stata una follia decidere di limitare volontariamente le nostre risorse per rispettare dei parametri arbitrari come se lo Stato fosse davvero una famiglia con un reddito mensile ridotto e dovesse rinunciare ai pannolini per i propri figli! La forza di una comunità sta in ciò che sa fare, che sa produrre, che sa inventare! Se servono scuole, si costruiscono e se servono insegnanti li si fa insegnare. Per quale motivo non dovremmo farlo? Perché mancano i soldi? I soldi sono un semplice mezzo di scambio. È come quando a Natale non avete le monete per giocare a carte ed usate le fiches! Per quale motivo non dovreste giocare? E dunque perché dovremmo mandare i nostri figli lontano da casa, costringerli a vivere in una topaia, a fare un lavoro che non amano, quando invece ne avremmo bisogno qui, per le nostre scuole, per i nostri ospedali, per le nostre aziende? Perché? Perché ci mancano le fiches? Quale assurda follia ci ha portato a pensare che il denaro abbia un qualche valore intrinseco? Il denaro è un modo di misurare un qualcosa, come i metri o i chili! Solo chi ha tanto, tantissimo denaro, desidera che quest’ultimo abbia un valore reale. Rifletteteci! Siamo una comunità e dobbiamo essere noi a decidere del nostro futuro, di quello dei nostri figli e dei nostri nipoti! Non possiamo lasciare questo potere a chi produce metri per misurare le distanze o chili per stabilire il peso degli oggetti, perché è ovvio che questi tenderà a considerare la “misura” più importante di ciò che viene misurato. La nostra esistenza e il nostro futuro non possono essere misurati in fiches.

 

Saverio Squillaci

 

 
Ecco il lavoro che si festeggia PDF Stampa E-mail

2 Maggio 2019

Image

 

Da Appelloalpopolo del 30-4-2019 (N.d.d.)

 

È quello che pensiamo tutti… Amazon investe 800 milioni di dollari per incrementare la produttività: dal click sul prodotto all’arrivo a casa in 24 ore. Ma in che modo intende farlo? Potenziando il personale? Dotandolo di nuovi strumenti? No, assolutamente. Lo farà con un software che monitora il “lavoratore” durante la giornata calcolando la produttività individuale, i tempi improduttivi (come fermarsi a mangiare o andare in bagno), sollecitando chi non mantiene lo standard che la stessa azienda impone. Chi non regge il ritmo? Nessun problema, verrà licenziato dal software stesso.

 

Questo è il mondo che i liberali hanno costruito dopo decenni, con pazienza e dedizione alla causa, dove i diritti sociali sono un lontano ricordo, la dignità dei lavoratori è più rara di un antico reperto storico ed il lavoratore stesso non viene definito “schiavo” soltanto perché risulterebbe poco chic. “Da noi non accadrà mai”? Ne siete davvero certi?

 

Christian Di Marco

 

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 65 - 80 di 2478