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Valori marci PDF Stampa E-mail

20 Febbraio 2017

 

La psicologa sul "fenomeno" delle baby gang: «La società nella quale si trova adesso l'adolescente medio è intrisa di valori negativi dove la violenza viene vista come unica possibilità di relazione; in cui vince il più forte e non c'è nessuno in grado di contenere il dolore. Questo perché famiglie e scuola hanno perso il mandato educativo, in quanto loro stesse impegnate a gestire una crisi di valori inaspettata».

 

 Ma se non si fa altro che parlare di dialogo, buoni sentimenti e altre stronzate così... A quell'età esplode l'aggressività, e la "crisi di valori" (oddio, signora mia, c'è la crisi, dove andremo a finire?) non è affatto inaspettata, c'è da un pezzo, non è più crisi, sono i valori che sono marci. Urge mandare da un buono psicologo certi psicologi.

 

Alessio Mannino

 

 
Comunitarismo e reddito di cittadinanza PDF Stampa E-mail

19 Febbraio 2017

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Da Rassegna di Arianna del 17-2-2017 (N.d.d.)

 

La questione del reddito di cittadinanza pone molti problemi, ma pare poggiare su un fondamento politico-sociale assai solido.  La storia del Novecento ha insegnato (anche se sono ancora numerosi quelli che non hanno compreso questa lezione, ossia coloro che, per così dire, vogliono le albicocche ma non l'albicocco) che vi sono due forme principali di organizzazione sociale compatibili con l'apparato tecnico-produttivo generatosi a partire dalla rivoluzione industriale.  Vi sono infatti l'organizzazione sociale di tipo liberal-capitalistico, ovvero basata sulla proprietà privata dei principali mezzi di produzione, e quella di tipo statale, basata cioè sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione e quindi caratterizzata dall’assenza del mercato capitalistico. Le cooperative o altre forme di socializzazione (più o meno "chimeriche") rientrano o nel primo o nel secondo caso a seconda che vi sia (come in Cina) un mercato capitalistico oppure no (come accadeva nell'Urss). Difatti, le cooperative o altre forme di "autogestione", se vi è un mercato capitalistico, operano come imprese capitalistiche (e non vi è certo differenza per i lavoratori se le imprese sono dirette da manager pubblici anziché privati). Vi sono, com’è ovvio, anche forme miste (basti pensare all'Italia della seconda metà del Novecento), in cui cioè si combinano forme di proprietà privata e pubblica dei mezzi di produzione, ma l'organizzazione sociale in questi casi è pur sempre basata sul mercato capitalistico (e questo vale anche per la Cina, il cui "socialismo di mercato" è solo una finzione ideologica necessaria per giustificare il potere assoluto del partito-Stato).

 

D’altronde, la storia recente (in specie dell'Urss e della Cina) ha anche provato che un'organizzazione sociale basata sul mercato capitalistico è quella più efficiente sotto l’aspetto economico (perlomeno una volta superata la fase della industrializzazione di una società ancora in larga misura basata sul settore primario). E anche la crisi del Welfare State è una realtà con cui fare i conti (come sempre più numerosi europei sanno bene). Invero, ormai è evidente che solo il mercato capitalistico può garantire la “crescita” delle forze produttive, ma al tempo stesso che questa “crescita” implica la distruzione di ogni legame sociale, promuove disoccupazione di massa, diffonde miseria nel “centro” stesso del mondo occidentale e favorisce un’immigrazione massiva e incontrollata (ora il paragone con l’albicocco dovrebbe essere chiaro). Bramosia di possesso e individualismo sfrenato sono così conseguenze inevitabili di quella sorta di capitalismo post-borghese e libidinale che si va affermando ovunque. Problemi che dovranno (anzi devono già in qualche misura) affrontare quei Paesi in cui il mercato capitalistico è il motore dello sviluppo anche se non si possono considerare Paesi liberal-capitalistici. Sembra quindi che non vi sia alternativa se non quella che consiste nel ridefinire lo stesso Welfare in una prospettiva che per semplicità si potrebbe denominare di tipo comunitarista, anche per il fatto che quest’ultima sembra consentire di non “incagliarsi” nella dicotomia “crescita versus decrescita”, in quanto, in un certo senso, si pone oltre tale dicotomia (che è pur sempre fondata su schemi concettuali economicistici). In una prospettiva comunitarista, infatti, l’accento non cade sulla bramosia di possesso del singolo individuo (liberismo) né sull’unità produttiva (marxismo) ma sulla comunità. Va da sé che secondo una concezione comunitarista la comunità è un “intero” sotto ogni profilo (incluso quello economico cioè) e decisivo perciò è il fatto che i cittadini in quanto membri a pieno titolo di una comunità sono “pari” (non si è più o meno cittadini) e che pure i loro bisogni primari (cibo, abitazione, salute, informazione e sicurezza) sono nella sostanza i medesimi. Pertanto, la ricchezza prodotta dalla comunità non può che essere ripartita tra tutti i membri della comunità secondo i loro bisogni e le loro capacità o i loro meriti. Prima però viene il “bisogno” poi il resto (desiderio incluso). Una tale prospettiva, per ragioni facilmente comprensibili, implica non solo una concezione non economicistica dei legami sociali ma la netta supremazia della funzione politica e pure di quella culturale rispetto a quella economica. In questo contesto la questione del reddito di cittadinanza è chiaramente legata a quella dei diritti e dei doveri che non si possono pensare se non “in relazione a” quella tutela del bene comune cui ogni membro della comunità dovrebbe concorrere, senza contrapporre il bene individuale a quello della comunità – ovverosia senza contrappore la “salute” della comunità a quella di ciascun membro della comunità. In quest’ottica, dunque occorrerebbe affrontare la stessa questione del reddito di cittadinanza, secondo cioè una concezione non meramente economicistica ma politica e culturale che mostri come il “mercato” (comunque lo si intenda) non può che incontrare un preciso “limite” allorché è in gioco la “salute” della comunità e dei suoi membri. Vale a dire allorché è in gioco la tutela del bene comune, definito a partire non dalla bramosia di possesso di un “fantomatico” individuo isolato, weltlos (privo di “mondo”), ma dai bisogni reali di individui, che non possono “essere nel mondo” senza al tempo stesso “essere insieme con gli altri” (secondo una molteplicità di relazioni politiche, economiche, sociali e culturali) o, se si preferisce, senza appartenere ad una comunità.

 

Fabio Falchi

 

 
L'ideologia della Buona Scuola PDF Stampa E-mail

18 Febbraio 2017

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Da Appelloalpopolo del 12-2-2017 (N.d.d.)

 

La legge della Buona Scuola ha istituito, come è noto, la cosiddetta alternanza scuola lavoro, che prevede l’obbligo per gli studenti di tutte le scuole superiori, compresi i licei, di frequentare periodi formativi presso aziende ed enti, pubblici e privati, nonché nel caso di un’indisponibilità di questi, presso la stessa scuola con la modalità dell’azienda simulata. Si tratta di uno dei pochi punti popolari di questa controversa legge perché la narrazione ideologica, secondo la quale sono le scuole le responsabili delle difficoltà sul mercato del lavoro incontrate dai loro discenti e non coloro che gestiscono quello stesso mercato, gode di un notevole successo. All’atto pratico questa alternanza scuola lavoro sembra coinvolgere positivamente una minoranza di scuole, perlopiù istituti tecnici e professionali, che spesso avevano avuto già prima dell’introduzione della legge la possibilità di avviare un’attività di stage perché costituiscono per i loro indirizzi di studi un reale interesse per alcune imprese. Nelle altre scuole si assiste generalmente a un’affannata corsa da parte di dirigenti, insegnanti, famiglie e studenti stessi per trovare iniziative che rientrino nei caratteri richiesti dalla legge senza alcuna strategia formativa con il solo obiettivo di far accumulare ore di stage ai ragazzi. Non a caso si sta sviluppando una rete di agenzie accreditate, che offrono a pagamento alle scuole interi percorsi di alternanza scuola/lavoro per risolvere il problema e inculcare nelle giovani menti l’importante principio sociale che per lavorare bisogna pagare. Anche quando gli uffici ministeriali hanno provato a contrarre direttamente accordi con il mondo delle aziende, non è andata meglio. Quello più significativo per numero di posti (10.000 all’anno, che sono quasi nulla rispetto al fabbisogno) è stato stipulato con McDonald’s; ma in quest’ultimo caso almeno il messaggio educativo finisce con il diventare involontariamente chiaro: è inutile studiare quando il destino che attende è generalmente quello di un lavoro dequalificato. In realtà, nulla di quello che sta succedendo è sorprendente, anzi era una delle cose più facili da prevedere: gli stage, per avere una funzione effettiva, devono avere delle aziende che abbiano interesse nel prendere stagisti che si occupino di cose che rientrano nel quadro delle attività aziendali ed è questa una situazione che riguarda una minoranza di studenti, perlopiù di istituti tecnici e professionali, e di aziende. Proprio in ragione della sua facile prevedibilità, una simile situazione non deve essere considerata un effetto collaterale, ma un obiettivo che il legislatore si proponeva di raggiungere. L’alternanza scuola lavoro, del resto, ha essenzialmente un valore ideologico o, se si preferisce, educativo.

 

A un primo livello naturalmente ha la funzione propagandistica di mostrare che il governo si sta seriamente occupando della disoccupazione giovanile: invece di prendere atto della verità e cioè che le innovazioni tecnologiche, specie nel campo dell’intelligenza artificiale, produrranno una disoccupazione di massa anche a livello di lavori qualificati, e cercare di costruire una scuola di alto profilo culturale, che almeno sviluppi un intelletto generale, si preferisce alimentare vane speranze in un apprendistato che, salvo settori specifici e minoritari, non porterà a nulla. È, tuttavia, a un livello più specificamente ‘formativo’ che si può cogliere nell’alternanza scuola/lavoro il suo aspetto più propriamente ideologico. La preoccupazione di accumulare le ore di stage, la monopolizzazione della discussione nelle riunioni collegiali sui problemi organizzativi dell’alternanza, l’immancabile messe di procedure burocratiche, il successo di quegli studenti che grazie alle conoscenze familiari possono assolvere all’obbligo dello stage in maniera autonoma, quello corrispondente dei docenti che hanno trovato buone sistemazioni per gli studenti, la relativizzazione dell’importanza dello studio e delle attività culturali sono tutte conseguenze microfisiche di un processo educativo volto all’interiorizzazione delle regole del mercato del lavoro neoliberista, che diventa il punto cardine dell’attività scolastica. L’alternanza scuola/lavoro infatti presentandosi, fatto salvo l’obbligo del numero di ore da svolgere e alcune altre regole generali, come una libera scelta nelle sue articolazioni concrete, diventa una pedagogia della libera scelta neoliberista […] Anche la recente riforma dell’esame di stato si muove in questa direzione: a fronte di una sua sostanziale semplificazione tramite l’eliminazione della terza prova scritta, dell’area di approfondimento individuale nel colloquio e dell’aumento al 40% del voto finale della parte decisa dalla scuola prima dell’esame, si assiste all’introduzione dell’alternanza scuola lavoro come argomento di discussione e di valutazione finale, nonché all’obbligo di aver sostenuto le prove INVALSI per essere ammessi. Non deve ingannare l’apparente trascurabilità del provvedimento, perché così si introduce secondo una modalità microfisica una procedura volta a creare un ordine disciplinare nella scuola che privilegia, rispetto alle attività di studio e di elaborazione critica, l’adesione a determinate pratiche e attraverso di essa a determinati valori. Edgar Morin è un autore che gode meritatamente per le sue idee sulla scuola e sull’insegnamento di grande stima sia presso le autorità competenti sia presso molti esperti, sicché capita spesso di vedere citato il suo lavoro in interventi pubblici e anche in documenti ufficiali, anche se talvolta un osservatore diffidente potrà avere il sospetto che esso sia più citato per il suo prestigio che effettivamente letto e meditato. Proprio Edgar Morin ci offre una chiave di lettura per valutare al meglio questo tipo d’iniziative: “Si tratta evidentemente di resistere alla pressione del pensiero economico e tecnocratico, facendosi difensori e promotori della cultura, la quale esige il superamento della disgiunzione fra scienze e cultura umanistica” (Insegnare a vivere, Raffaello Cortina 2015, pagg. 65-66).

 

Giorgio Mascitelli

 

 
Mondialismo e internazionalismo PDF Stampa E-mail

17 Febbraio 2017

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Da Lettera43 del 15-2-2017 (N.d.d.)

 

Le battaglie culturali sono sempre, anzitutto, battaglie di riposizionamento dei concetti e delle parole. E ciò a maggior ragione oggi, nel tempo della presenza onnipervasiva di quel pensiero unico che corrisponde alla sovrastruttura santificante i rapporti di forza del capitalismo globale post-1989. Questa forza sta anche, e in misura non trascurabile, nella capacità di colonizzare il nostro immaginario, facendo sì che ad accettare i rapporti egemonici siano anche coloro i quali, a ben vedere, avrebbero tutto l'interesse a rovesciarli. La forza del monoteismo classista del mercato - non vi è dubbio - risiede anche nella sua capacità di trasformare la dinamite in cemento, ossia gli elementi di potenziale contestazione in componenti della legittimazione dell'ordine realmente dato. E così avviene anche con la nozione di globalizzazione, uno dei concetti prediletti dai signori del mondialismo economico e dagli agenti della finanziarizzazione senza frontiere del pianeta. La mondializzazione rivela l'essenza sradicante e livellante del capitale, che egualizza i popoli del pianeta nella disuguaglianza economica sempre crescente. Il guaio non è, ça va sans dire, che i globalisti tutelino il loro interesse, favorendo la mondializzazione, ossia la distruzione degli Stati con primato del politico e la competitività al ribasso tra i lavoratori del pianeta. Nulla di strano, fino a qui. Strano è invece che ad accettare pacificamente tale categoria e ciò che materialmente è a essa connesso siano anche coloro i quali ne subiscono quotidianamente le conseguenze sulla propria carne viva: lavoratori privati dei diritti per meglio competere con i colleghi cinesi, giovani che si spostano per il mondo e vanno a fare i lavapiatti a Sidney e a Londra. La mondializzazione - diciamolo apertamente - giova al signore e nuoce al servo. Giova al capitale a nuoce al lavoro e ai popoli. La mondializzazione rivela l'essenza sradicante e livellante del capitale, che egualizza i popoli del pianeta nella disuguaglianza economica sempre crescente.

 

Il capitale impone il modello unico del consumatore anglofono, senza identità e senza diritti, neutralizzando le pluralità culturali, linguistiche, storiche. Vuole vedere ovunque il medesimo. Il contrario del mondialismo è l'internazionalismo. Il mondialismo classista distrugge le pluralità. L'internazionalismo, come suggerisce il lemma stesso, allude invece a un rapporto inter nationes, tra realtà nazionali plurali e sorelle, che si concepiscono come espressioni plurali dell'unità della razza umana. Per questo occorre essere per l'internazionalismo e contro il mondialismo. Esattamente il contrario di ciò che, per inciso, stanno facendo, al pari delle destre, le sinistre mondialiste e non internazionaliste, quelle che senza riserve hanno aderito all'Internazionale liberal-finanziaria.

 

Diego Fusaro

 

 
Trump: cosa sperare da lui PDF Stampa E-mail

16 Febbraio 2017

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Non ha alcuna ideologia, non crede in nulla. Se si fosse candidato 10 anni fa avrebbe detto cose completamente diverse da quelle che va dicendo oggi. È un uomo di spettacolo, come Berlusconi, Renzi, Grillo e Salvini: si sente libero di dire ogni volta ciò che vuole. Crede di essere un grande imprenditore e come Berlusconi voleva riscrivere i quattro codici, anche lui fa dichiarazioni da imprenditore deficiente: non si rende conto dei contratti stipulati dalle grandi imprese americane, dei trattati segreti vigenti, nonché di quelli non segreti, dei piani in corso, delle conseguenze che avrebbero certe politiche per tanti amici suoi che lo hanno sostenuto.

 

Ha dichiarato che parlerà con Putin e che "se poi non mi piacerà allora le cose saranno diverse". Il livello di ignoranza ed egocentrismo è questo. È un personaggio da avanspettacolo dell'impero in decadenza. Ciò che veramente farà di grandioso e storicamente rilevante sarà una sola cosa: indebolire gli Stati Uniti e con essi l'Unione europea e generare caos che potrà essere utile ai popoli che devono liberarsi.

 

Stefano D’Andrea

 

 
L'ossessione degli anniversari PDF Stampa E-mail

15 Febbraio 2017

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Da Lettera43 del 13-2-2017 (N.d.d.)

 

Non c’è ricorrenza, celebrazione, anniversario, data che sfugga ormai al Grande Fratello. La Rete implacabilmente sorveglia i 365 giorni dell’anno riempiendo ogni casella del calendario di nascite, morti, compleanni illustri, battaglie, incoronazioni, debutti, prime cinematografiche, partite di calcio, match sportivi, editti, battaglie e incoronazioni, invenzioni, partenze di serie televisive, pubblicazioni, matrimoni. Se una rockstar è scomparsa sapremo il giorno in cui avrebbe compiuto gli anni, se un attore o un’attrice ha fatto la stessa fine festeggeremo il suo genetliaco post mortem, se nell’insegnamento della storia le date sono state abolite le conosceremo tutte, anche quelle degli eventi minori, attraverso gli appositi siti dedicati. Siamo immersi ormai in un almanacco virtuale dove ognuno può pescare l’avvenimento da ricordare in un eterno perpetuarsi della cronaca non più scritta da testimoni e specialisti ma rintracciabile sul web. È l’ossessione del ricordo, la parcellizzazione della memoria e, infine, l’annullamento della distanza tra il presente e il passato che non riesce a divenire storia. I fatti non hanno più una precisa gerarchia, ma sono utili solo per annotarvi un numero: quanti anni fa, in che mese, in che giorno.

 

Stiamo sperimentando sui social, forse, quel “vuoto di memoria” di cui parlava Eric Hobsbawm, per cui la maggior parte dei giovani alla fine del Novecento sarebbe «cresciuta in un presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono». Accanto alla memoria ufficiale, quella appannaggio delle istituzioni, che ha ritualità e cerimonie proprie, si è costruito questo “lessico famigliare” che gestisce il ricordo in modo emotivo e del tutto superficiale, in virtù del quale tutto il passato, con la sua eredità immane, sta lì a disposizione, non più per essere compreso o interpretato, ma semplicemente per entrare nello spazio di una breve citazione, di un’immagine, di un tweet. Gli eventi televisivi contribuiscono in modo attivo a costruire le memorie del pubblico. A precorrere il fenomeno ci ha pensato la tivù. Analizzando il rapporto tra televisione e memoria lo storico Giovanni De Luna annotava che gli eventi televisivi hanno una doppia valenza: da un lato «rappresentano un deposito cui attingere per organizzare i propri ricordi, da cui prelevare avvenimenti e personaggi da investire di significati simbolici, dall’altro hanno un loro intrinseco dinamismo in quanto contribuiscono in modo attivo a costruire le memorie del pubblico». Questo vale sia per gli eventi drammatici sia per l’intrattenimento. Da alcuni anni non a caso la Rai trasmette con successo nel periodo estivo il programma Techetecheté: videoframmenti tratti dall’immenso materiale degli archivi Rai, un’iniziativa che a partire dal 2012 ha conquistato un’importante fetta di pubblico. Ancora, le dirette televisive no stop dedicate a eventi politici o di cronaca costituiscono un modello narrativo in virtù del quale la sfera pubblica diviene “sfera domestica”, accessibile e sperimentabile da tutti. Ed ecco che la tendenza a individualizzare la memoria diventa sui social una mania, una moda cui nessuno si sottrae. È grazie alla televisione che ciò che accade si riduce a una sola immagine simbolica: valga per tutti l’esempio del tentato golpe dei militari franchisti in Spagna il 23 febbraio del 1981. Lo scrittore Javier Cercas, che all’evento ha dedicato il romanzo Anatomia di un istante, ha notato come molte persone ricordino di aver visto in diretta tivù l’irruzione del colonnello Tejero in parlamento. Queste persone sarebbero pronte a giurarlo, invece le immagini televisive vennero diffuse solo il giorno dopo. È così che la televisione riesce a incidere direttamente sulle forme di rappresentazione del passato, sia per quanto riguarda le narrazioni individuali sia per quanto concerne quelle pubbliche.

 

L’overdose di informazioni lascia spazio all’infiltrazione di notizie fasulle e alla libera interpretazione di ciò che avviene. Questo non vuol dire necessariamente che oggi siamo più ignoranti rispetto agli eventi del passato. Il problema è che come l’overdose di informazioni lascia spazio all’infiltrazione di notizie fasulle e alla libera interpretazione di ciò che avviene, anche la memoria anziché farsi selettiva si trasforma in un enorme contenitore di avvenimenti, non tutti meritevoli di essere ricordati, rispetto ai quali ogni approfondimento è superfluo. Un tempo celebrazioni e anniversari erano collocati dai giornali nella “terza pagina”, quella cosiddetta culturale, che rappresenta ormai una fase archeologica del giornalismo. La prima testata a liberarsi della terza pagina fu La Stampa nel 1989, seguita poi dal Corriere e da tutti gli altri. Le ricorrenze vennero allora “attualizzate” attraverso il confronto costante con il presente. Ma dovevano sempre risultare “notiziabili”, cioè suscitare un qualche interesse nel lettore. Nessuno avrebbe mai pubblicato, per dire, un pezzo sull’anniversario dell’incoronazione di Carlo Magno mentre era considerato doveroso ricordare l’anniversario della morte di un padre costituente o di una tragedia nazionale o di un delitto efferato o ancora di una strage luttuosa. Inoltre, l’anniversario da ricordare imponeva una datazione iconica: un anno, 10 anni, 20, mezzo secolo. Oggi la memoria viene giudicata superflua e più l’anniversario è curioso e “di nicchia” più viene ricercato. Oggi è tutto molto cambiato: questo tipo di memoria viene giudicata superflua e più l’anniversario è curioso e “di nicchia” più viene ricercato. Il mondo dello spettacolo, del cinema e del calcio è completamente sovrapposto a quello estetico-letterario. Ha più valore l’anniversario di un famoso disco di De Gregori o il compleanno di Vasco Rossi di un centenario che rimanda a un autore rilevante del nostro pantheon poetico. Dunque l’anniversario diventa “easy”, leggero, personalizzato. Al tempo stesso la memoria si “musealizza”: come se fossimo dentro una mostra permanente dove possiamo scegliere a piacimento quale “pezzo” ammirare. L’utente-cittadino non ha nessuna forma di responsabilità, è libero e autodeterminato nel suo restare al di sotto di narrazioni storiche molto più impegnative e fondative: quella che si apprende a scuola (pur con tutte le sue manchevolezze) e quella che dovrebbe essere collettiva, nazionale, pubblica e condivisa. Traguardo ancora lontano e che appare difficile da raggiungere mentre si preferisce rifugiarsi nella storia come emozione, attimo da catturare, come scorrere infinito di emozioni.

 

Annalisa Terranova

 

 
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