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Una rivoluzione antropologica PDF Stampa E-mail

28 Gennaio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 19-1-2020 (N.d.d.)

 

Dove vogliono arrivare, cosa hanno in mente? La super tecnologia sembra aver cancellato tutto in nome del progresso. Si chiamano ‘xenobot’, sono fatti di cellule viventi e sono forme di vita completamente nuove. Gli scienziati che li hanno creati li definiscono i primi robot viventi. “Una nuova classe di artefatti: un organismo vivente, programmabile”, spiega Joshua Bongard, l’informatico ed esperto di robotica dell’University of Vermont (Usa) che ha co-guidato la ricerca pubblicata su ‘Pnas’. Il team che li ha ‘generati’ ha preso delle cellule viventi da embrioni di rana e le ha assemblate. La promessa che li accompagna è quella di far progredire la capacità dei farmaci di arrivare a destinazione, ma non solo: ci sarebbe spazio per loro persino nella pulizia dei rifiuti tossici. Per far capire di cosa si sta parlando, gli esperti fanno qualche esempio. Un libro è fatto di legno, ma non è un albero, evidenziano. Così gli xenobot sono “nuove macchine viventi”, afferma Bongard. “Non sono né un robot tradizionale né una specie conosciuta di animali”. Sono 100% Dna di rana, ma non sono rane. Le nuove creature sono state progettate su un supercomputer nell’ateneo del Vermont e poi assemblate e testate da biologi della Tufts University. Un film di fantascienza. Come spesso accade, si pubblicizza la scoperta, l’uso delle macchine ecc. Nessuno pone dei punti interrogativi etici sulla scienza e sulla tecnologia. Alcuni scienziati sono diretti e non guardano in faccia a nessuno, come se ci fosse un progetto da portare a termine. La tecnologia, i robot sostituiranno l’uomo. Secondo un rapporto presentato a Davos, nel 2016 nel meeting del World economic forum, entro il 2020 i robot si prenderanno 5 milioni di posti di lavoro prima occupati da altrettanti uomini in 15 Paesi del mondo. All’interno della comunità scientifica c’è anche chi invita a tenere alto il livello di guardia. È difficile quantificare, ma il 50% dei posti di lavoro nei prossimi anni sarà messo a rischio dai progressi dell’intelligenza artificiale. Bart Selman professore di Computer science all’Università Cornell di Ithaca, nello stato di New York, nel 2015, insieme ad altre centinaia di ricercatori, ha firmato una lettera aperta rivolta ai governi di tutto il mondo. Tra gli aderenti, anche il fisico inglese Stephen Hawking e l’imprenditore Elon Musk. I firmatari chiedevano di valutare le opportunità, ma anche i rischi, dell’evoluzione dell’intelligenza artificiale. L’esperto prese come esempio i magazzini di Amazon: “Qui si muovono migliaia di robot tra gli scaffali. Ci sarà ancora qualche magazziniere per gestire le squadre di robot, ma la forza lavoro umana è ridotta del 90%. Allo stesso modo, i sistemi di diagnosi medica non elimineranno la richiesta di radiologi, ma ridurranno significativamente il loro numero, perché la maggior parte delle diagnosi di routine possono essere fatte ugualmente, se non meglio, usando le macchine”. In un articolo del 2016 de Il Fatto Quotidiano, viene sottolineato che nel 2014, per esempio, sono stati venduti 230mila robot industriali con una crescita del 30% rispetto all’anno prima. E si prevede che sarà così anche per i prossimi anni. In Cina si registra la prima fabbrica “deumanizzata”, dove gli operai di un’azienda di componenti per cellulari sono passati da 650 a 20, seguendo un programma industriale dal nome quanto mai esplicito: “Robot replace human“. La lista è lunga. Tra dieci anni (sicuramente anche meno) le case potrebbero essere così connesse da automatizzare le nostre vite e decidere per noi cosa farci mangiare o se è il momento di fare più esercizio fisico o avviare una lavatrice. La previsione rilasciata lo scorso anno è di Amy Webb, docente della New York University Stern School of Business e fondatrice del Future Today Institute. “La tua casa intelligente è una prigione intelligente e non c’è via di scampo, – ha raccontato Amy Webb – puoi scollegare il tuo forno a microonde, ma non puoi scollegare l’intera famiglia dal sistema”, facendo intendere che la nostra futura vita tecnologica sarà sempre più dipendente da una grande azienda tech al punto che non saremo più in grado di sfuggire “al sistema operativo in cui viviamo”. Sono tre, secondo Amy Webb, i fattori che favoriscono questo scenario. Il primo è la proliferazione dei dispositivi intelligenti. A questo si unisce la diffusione degli smart speaker, gli altoparlanti dotati di assistenti virtuali oramai sempre più diffusi nelle nostre case. Il terzo fattore, infine, sostiene l’esperta, è l’impegno di tutti i big della tecnologia nel settore della salute – spesso con partnership con ospedali e assicurazioni – che registrano sempre di più le nostre abitudini. C’è un altro grande problema: tutto questo sarà “gestito” da una super connessione, che porta il nome di 5G. Connessioni ultraveloci, oggetti più interconnessi, internet ovunque. Ci saranno milioni di nuove stazioni base 5Gsulla Terra, 20.000 satelliti in più nello spazio, 200 miliardi di oggetti trasmittenti. Il wireless funziona utilizzando impulsi estremamente rapidi di radiazione a microonde, la stessa dei forni a microonde. Studi clinici sugli effetti nocivi gravi da esposizione alle frequenze radio in uso (fino al 4G) sono ormai migliaia anche sugli animali e sulle piante e sempre più sentenze di tribunale sanciscono il nesso causale tra cancro ed elettrosensibilità. Oltre all’aumentato rischio di cancro anche stress cellulare, danni genetici, cambiamenti strutturali e funzionali del sistema riproduttivo, disturbi neurologici, deficit di apprendimento e memoria, cambiamenti ormonali. Che dite è giusto porsi delle domande? È in gioco la nostra sopravvivenza: conoscere le ricerche e gli obiettivi nel campo del post-umano può aiutarci a fermare questa deriva prima che siano le macchine a ribellarsi ai propri inventori, come nei peggiori incubi. Sull’argomento, molto interessante il libro “Cyberuomo” di Enrica Perucchietti, di qualche mese fa. Intelligenza artificiale, chip dermali, nanorobotica, crionica, mind uploading, progetti filogovernativi per resuscitare i morti, creazione di chimere per xenotrapianti, clonazione, tecnosesso, uteri artificiali, super soldati. Tutto ciò sembrerebbe fantascienza, eppure si tratta delle più moderne innovazioni nel campo della scienza e della tecnologia. Per la scrittrice, l’entusiasmo e l’esaltazione acritica nel progresso stanno oscurando il lato nascosto di queste ricerche: si vuole realizzare una tecno-utopia, una società “perfetta” e altamente tecnologica, in cui non ci sia spazio per la violenza, le emozioni incontrollate o il pensiero autonomo. Siamo sull’orlo di una rivoluzione antropologica che intende snaturare l’Uomo della propria umanità, per renderlo sempre simile a una “macchina” e al contempo più manipolabile e controllabile. Dal darwinismo sociale al transumanesimo, la scienza è diventata uno strumento per traghettare l’umanità verso un orizzonte distopico.

 

Marco Staffiero

 

 
Globalizzazione senza freni PDF Stampa E-mail

27 Gennaio 2020

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Da Appelloalpopolo del 23-1-2020 (N.d.d.)

 

Su Presa Diretta un nuovo servizio su Amazon e i lavoratori della gig economy che ci rende noto ciò che già sappiamo da tempo e ci fornisce “soluzioni” che non faranno neanche il solletico al sistema, eludendo il problema centrale. Partiamo da ciò che già sappiamo. Amazon ha monopolizzato il mercato, i negozi sono costretti a vendere su questa piattaforma o a chiudere e anche vendendo su Amazon prima o poi chiuderanno. Le vendite online occupano meno lavoratori rispetto a quelle fisiche (19 dipendenti ogni 10 milioni di euro di fatturato contro i 47 del commercio fisico), le multinazionali non pagano le tasse che invece gravano sui negozi di prossimità, i loro lavoratori sono sfruttati, l’impatto ambientale di una spedizione è fino a 15 volte superiore rispetto alla vendita nel negozio. I lavoratori dell’ultimo miglio, ovvero i fattorini, sono pagati a cottimo, costretti a fare 150 consegne al giorno correndo e il loro lavoro è organizzato da un algoritmo che scandisce al secondo i tempi di consegna. I lavoratori del delivery food (Deliveroo e similari) sono l’ultimo anello della catena di sfruttamento 2.0 e alcune compagnie utilizzano anche lavoratori irregolari senza permesso di soggiorno attraverso il “subappalto” operato dai regolari. L’ingenua (finta) soluzione promossa al termine del programma, costituita dalla realizzazione di piattaforme cooperative come sperimentato in alcuni paesi del nord Europa, consente di eludere l’unica vera seria considerazione che si può fare su questa prevedibile e inevitabile deriva del lavoro globalizzato e deregolamentato: in regime di libera circolazione di persone, merci, capitali e servizi il dumping sociale e fiscale sono la norma. Quindi i paesi che aderiscono all’UE non possono fare altro che trasformarsi in paradisi fiscali azzerando la spesa pubblica e quindi distruggendo lo stato sociale e innescando al contempo una competizione al ribasso sui diritti dei lavoratori. Inutile aggiungere che l’unica soluzione approcciabile per evitare ciò sarebbe recedere dall’Unione Europea, ipotesi che purtroppo non si sente ancora neanche suggerire flebilmente.

 

Il nostro lavoro come militanti del FSI – Riconquistare l’Italia sarà duro, ma alla fine dovranno darci retta. L’alternativa è l’incubo che stiamo vivendo, i cui esiti sono già visibili per le centinaia di migliaia di persone che stanno perdendo tutto a causa della gig economy e dell’abbandono alle dinamiche distruttive che genera questa resa alla globalizzazione senza freni. Questo consentirebbe di esercitare la libertà di imposizione fiscale sul grande capitale, alleggerendo il piccolo commercio di prossimità che andrebbe defiscalizzato. Si potrebbero gestire i servizi che si perderebbero attraverso il lavoro cooperativo, ma controllato dal pubblico, e si dovrebbe rinunciare magari a ricevere un libro che acquisti online in meno di ventiquattro ore. Direi che il sacrificio dei nostri “capricci” vale il lavoro di milioni di persone e il futuro del paese.

 

Gianluca Baldini

 

 
Si riparla del Britannia PDF Stampa E-mail

26 Gennaio 2020

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Da Comedonchisciotte del 24-1-2020 (N.d.d.)

 

La pubblicazione – a quasi trenta anni – del discorso di Mario Draghi nella famosa crociera sul panfilo Britannia dove si decise la privatizzazione (o meglio, il saccheggio) dell’immenso apparato produttivo e finanziario dello stato italiano fa sospettare che mani oscure stiano manovrando la vita politica italiana.

 

È chiaro ed evidente che qualcuno (i servizi? Parte dei servizi? Servizi stranieri?) stia tentando di sbarrare la strada ad una eventuale ascesa di Draghi a Palazzo Chigi se non addirittura al Quirinale. Entrando nel merito del discorso tenuto nella sempre negata crociera, si tratta di un documento dall’eccezionale valore storico e politico. Attesta – anche senza voler dare un’interpretazione maligna delle parole di Draghi – lo spirito dei tempi segnati dall’errata convinzione delle virtù taumaturgiche del mercato. La privatizzazione avrebbe – secondo Draghi – portato maggior efficienza e maggior crescita e maggiori profitti di quanto avrebbero fatto i tanto vituperati boiardi di stato (così erano chiamati all’epoca i manager pubblici dai corifei del libero mercato, in particolare l’ultraliberista Scalfari che con una incredibile operazione di mimetizzazione si spacciava per uomo di sinistra) e dunque in definitiva avrebbero aiutato a risolvere l’annoso problema dell’alto debito pubblico in rapporto al Pil. Arrivarono inefficienza, mancati investimenti, mancata innovazione, spregiudicate operazioni di pirateria finanziaria e infine licenziamenti e chiusure di stabilimenti produttivi fino al completo spappolamento di quell’eccezionale apparato produttivo. Un danno incalcolabile che ha distrutto una nazione. Un danno, ora lo sappiamo, deciso in una scellerata crociera al largo delle coste italiane su una nave battente bandiera britannica e dunque sotto giurisdizione britannica. Una crociera tenutasi il 2 Giugno del 1992 nei giorni convulsi della strage di Capaci nella quale morì il giudice Falcone. E anche questo riferimento temporale chiarisce come mani oscure tessevano trame mentre un’intera classe politica veniva portata in carcere in manette e mentre i competenti in procinto di entrare al potere agitavano cappi in Parlamento. Una crociera prima negata additando come paranoici complottisti coloro che ne parlavano e poi disvelata dal Presidente Cossiga in tv e da quel punto derubricata a banale cocktail tra amici. Ora, a quasi trenta anni la prova inoppugnabile che non si trattò di una scampagnata a spese della Corona Britannica ma di un vero e proprio atto eversivo ai danni del popolo italiano. È vero, chi tira le prove fuori ora lo fa per inquinare e per manipolare il corso della vita politica italiana e probabilmente non è migliore di chi tesseva le trame in quell’epoca. Ma con quella storia – la nostra Storia – dobbiamo farci i conti.

 

Draghi sarà anche un grande tecnico dell’economia e un mago dei tassi d’interesse, ma deve spiegare. Non sui giornali ma in tribunale. Possibilmente dopo che il Parlamento ha allargato la platea delle persone accusabili di Alto Tradimento.

 

Giuseppe Masala

 

 
L'ipocrisia della campagna contro l'odio PDF Stampa E-mail

25 Gennaio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 23-1-2020 (N.d.d.)

 

Sinisa Mihajlovic è stato un ragazzino che ha vissuto gli orrori della guerra civile. Un giovane calciatore sulla cui famiglia sono piovute le bombe e che ha perso gli amici che combattevano al fronte. Un uomo che senza farsi troppa pubblicità finanzia la costruzione di strutture sportive e case alloggio per gli orfani. E un convinto sostenitore della Jugoslavia socialista che si è sempre definito “più comunista di tanti altri”. Ebbene Sinisa siccome alle elezioni regionali in Emilia appoggia Salvini si è preso dello “zingaro” dai democratici e antirazzisti sostenitori di Bonaccini. E qualcuno gli ha pure augurato di morire, a lui che da mesi combatte orgogliosamente contro la leucemia. Una roba semplicemente grottesca. Ma, vedete, il problema non è manco questo. Che i sedicenti sostenitori delle campagne contro l’odio fossero degli ipocriti lo sapevamo già da un pezzo. Da quando difendevano la Boldrini dagli insulti sessisti e contemporaneamente davano della troia alla Meloni. O da quando salivano sulle barricate per difendere la Murgia dai commenti sul suo aspetto fisico, però siccome Adinolfi è contro l’aborto allora è una palla di merda. Il vero problema di questi fascistelli dem, che usano il politicamente corretto come strumento di censura lasciando tutto per loro il potere di insultare impunemente, è che pretendono di rappresentare la sinistra pur essendo totalmente incapaci di comprendere la realtà del mondo che li circonda. Una realtà che nelle loro teste di giovani benestanti è tutta pace e amore. E che ignora una verità tautologica: ovvero che la realtà è anche (o soprattutto) odio. Può essere l’odio di classe di quelle migliaia di operai traditi che, pur con la tessera della CGIL in tasca, sono stati spinti a forza nelle braccia di Salvini. E può essere l’odio di un uomo che ha visto il suo paese sventrato dalle bombe della NATO sganciate con la benedizione e la complicità di D’Alema primo ministro, Mattarella alla difesa e del partito che diventerà il PD. Un partito diventato il nemico. E a cui gli preferiresti pure Satana pur di vederlo scomparire.

 

Antonio Di Siena

 

 
Una frode concettuale PDF Stampa E-mail

24 Gennaio 2020

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Da Comedonchisciotte del 22-1-2020 (N.d.d.)

 

Ieri ascoltavo un telegiornale su SKY, dove venivano ripresi i dati Oxfam sulla diseguaglianza mondiale. Sono dati piuttosto noti e in costante peggioramento.

 

Le duemila persone più ricche possiedono risorse pari a quelle del 60% della popolazione del pianeta. L’1% più ricco possiede più del doppio della ricchezza di 6,9 miliardi di persone (l’89,6% della popolazione mondiale). In Italia il 20% più ricco possiede il 70% delle risorse, mentre il 20% più povero ne possiede l’1,3%. Tutto ciò dovrebbe essere sufficientemente scandaloso, e lo sarebbe molto di più se si comprendesse che le differenze economiche, quando sono ampie, rappresentano senz’altro differenze di potere e di diritto. Dunque quei dati sono uno schiaffo in faccia a tutti quelli che si congratulano per l’estendersi dei regimi democratici nel mondo (regimi spesso cortesemente esportati con deflagranti servizi di posta aerea.) Nonostante la tragicità del quadro, mi stavo però almeno compiacendo per il fatto che la notizia fosse passata e che se ne potesse discutere. Troppo presto. Nella chiusa del servizio la morale di quanto riportato in precedenza viene riassunta con la seguente frase:

 

“E a pagare lo scotto di queste diseguaglianze sono sempre i giovani e le donne.”

 

Questa mossa, a suo modo geniale, sopprime di colpo l’intero senso di quanto appena detto, annullandone ogni potenziale di disturbo al manovratore. Spostando l’obiettivo sulla condizione di ‘giovani’ e ‘donne’ quella che appariva prima facie come una drammatica denuncia di natura economico-strutturale diviene invece un confronto tra categorie biologiche: giovani vs. anziani, donne vs. uomini. Il risultato di questo spostamento di obiettivo è immediatamente quello di neutralizzare la questione di classe, questione che chiama in causa il sistema di produzione e distribuzione, e di sostituirla con una questione di costume e antropologica. Non si tratta più di allertare i poveri circa la loro condizione di subordinazione rispetto ai ricchi, ma di tracciare la linea di conflitto su un fronte di carattere biologico, che per ciò stesso è per essenza insuperabile ed eterno. (Possiamo immaginare una società senza classi, ma difficilmente possiamo immaginare una società senza giovani e anziani, senza uomini e donne). Dovrebbe essere ovvio a tutti che, per dire, i problemi di Meghan Markle in Windsor (la giovane + donna di cui si è parlato di più nella scorsa settimana) non sono, né saranno in futuro, quelli dei giovani e/o delle donne che appartengono al rimanente 90% del mondo. Peraltro, essendo la struttura della ricchezza odierna ampiamente fondata sui lasciti famigliari (v. Piketty), nella quasi totalità dei casi i giovani benestanti sono e rimarranno tali, precisamente come i giovani maschi con le pezze al culo sposeranno donne con le pezze al culo per divenire insieme vecchi con le pezze al culo, pezze che lasceranno in gelosa eredità alla generazione seguente. Ma nonostante la sfacciataggine di questa piccola frode concettuale, non c’è alcun dubbio che moltissimi ci cascheranno mani e piedi, senza notarne il carattere di dissimulazione e rimozione.

Andrea Zhok

 
Solo propaganda a Berlino PDF Stampa E-mail

23 Gennaio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 21-1-2020 (N.d.d.)

 

A Berlino è mancato ai leader soltanto il selfie con Sarraj e Haftar, altrimenti sarebbe stata una perfetta operazione di propaganda. Peccato che il generale della Cirenaica Khalifa Hatfar abbia partecipato solo indirettamente ai negoziati senza nulla sottoscrivere, come del resto era già accaduto nella tregua di Mosca mediata da Russia e Turchia. Da lì non è uscito un accordo ma una dichiarazione di intenti sulla Libia che appare più che altro un fragile appello alla tregua. Il punto fondamentale è la creazione di una commissione militare intralibica «5+5», composta cioè da cinque membri nominati da Al Sarraj e cinque da Khalifa Haftar, che secondo il piano Onu avrà il compito di monitorare il cessate il fuoco e stabilire la linea degli schieramenti. E chi ci crede è bravo. La pace, bene supremo, vista anche la posizione dell’Italia nel Mediterraneo, sembra ancora tutta da farsi quindi sono da accogliere positivamente le prossime iniziative della Cgil il 25 e il 28 gennaio per manifestare a livello nazionale e internazionale con iniziative a favore della pace, messa fortemente a rischio dalle operazioni americane in Medio Oriente come l’assassinio sulla pista dell’aeroporto di Baghdad del generale Qassem Soleimani. Del Medio Oriente oggi si fa strame e propaganda come dimostrano le dichiarazioni di Salvini sul riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele nel caso lui diventasse premier: il sionismo estremo e radicale, contrario a ogni risoluzione Onu, ha trovato un nuovo «sovranista». Così il leghismo potrà finalmente seppellire in una tomba in terra santa e palestinese l’indipendentismo padano. Amen.

 

Il nostro governo dice che si vuole impegnare per la pace in Libia insieme agli altri Paesi ma da Berlino non è venuta nessuna iniziativa europea concreta e un’eventuale missione internazionale si avrà, se mai ci sarà, sotto l’egida delle Nazioni Unite. «Un cessate il fuoco richiede che qualcuno se ne occupi e l’embargo sulle armi richiede un alto livello di controllo», ha detto ieri l’Alto Rappresentante per la politica Estera Ue, Josep Borrell al Consiglio dei ministri degli esteri Ue aggiunto.Un maestro dell’ovvietà Borrell. Sull’embargo delle armi, punto su cui ha molto insistito la cancelliera Merkel, non sono previste iniziative concrete: chi lo farà rispettare? La stessa Germania per altro nel gennaio scorso si era sfilata dalla missione Sophia che avrebbe dovuto avere tra i suoi compiti quello di monitorare l’embargo e frenare il traffico dei migranti, argomento che a Berlino è stato toccato solo di striscio, come se si trattasse di un tema secondario. La speranza è che adesso questa tregua – tutta ancora da verificare – non serva a contrabbandare la Libia come «porto sicuro»: si parla vagamente di un governo libico che rispetti le regole internazionali ma la verità è che nessun cacicco locale ha la minima intenzione di riconoscere la convenzione di Ginevra sui rifugiati: quindi ogni profugo continuerà a essere considerato un «clandestino», gettato in campi miserabili e trattato come una bestia. Mentre si sfilava a Berlino, in Libia le fazioni continuavano a sparacchiarsi addosso e soprattutto bloccavano l’export e la produzione di petrolio: il movimento di protesta «Rabbia del Fezzan» del sud rivendicava la chiusura dei giacimenti petroliferi di Sharara ed El Feel dove opera anche l’Eni. Berlino insomma è stata un’operazione di immagine per raddrizzare la barca europea che fa acqua da tutte le parti. L’Unione europea prima è stata incapace di frenare il massacro dei curdi siriani di Erdogan e il suo espansionismo neo-ottomano nel Mediterraneo – vagheggiando sanzioni anti-Ankara mai avvenute – poi ha subito le iniziative belliche americane contro l’Iran e, soprattutto, non è in grado di frenare le influenze estere in Libia – turche, arabe, russe – perché la stessa Unione è divisa al suo interno. A Berlino si volevano sanare queste lacerazioni. Ma i dubbi restano. All’origine di questa situazione c’è il bombardamento di Gheddafi nel 2011, un’iniziativa di ingerenza proditoria mascherata come umanitaria per difendere i ribelli di Bengasi e in realtà proiettata ad abbattere un regime scomodo alla Francia di Sarkozy. Usa e Gran Bretagna si erano unite ai raid voluti da Parigi lasciando alla Nato il compito di finire il lavoro sporco. L’idea demenziale dell’Italia di unirsi ai bombardamenti ha fatto il resto: abbiamo perso ogni credibilità nel Mediterraneo simboleggiata anche da un goffo primo ministro italiano che a Berlino domenica cercava invano la sua passerella senza trovare un posto in prima fila che credeva gli riservassero nella foto finale del vertice. Ah povero «Giuseppi»…

 

Alberto Negri

 

 
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