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Sul ruolo del maschio PDF Stampa E-mail

6 Ottobre 2017

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Da Appelloalpopolo del 2-10-2017 (N.d.d.)  

 

[…] Bisogna rompere il tabù del femminismo, e indicarlo chiaramente come il principale strumento liberista sul fronte culturale della guerra ai popoli. Non è infatti possibile parlare di lotta ad ogni forma di autorità e della distruzione della famiglia, senza nemmeno citare il processo di distruzione culturale del maschile prima e del paterno poi. Prima o poi una forza sovranista che aspira ad essere seria dovrà affrontare il tema e ridare al paterno il ruolo che gli compete e che ha sempre svolto nella storia dell’umanità, che non è quello di essere il padre padrone (espressione che poi ha aperto la strada al famoso “stato padrone” che imperversava ovunque) ma è un ruolo fondamentale nella costruzione ed educazione di cittadini, invece che di individui. Finché il valore del maschile e del paterno non verrà culturalmente ripristinato, la società non esisterà, prima lo capisce e meglio è. La denigrazione prima, la dichiarazione di inutilità del ruolo paterno e l’espulsione giudiziaria del padre dalla famiglia, sono temi per nulla secondari.

 

Max

 

 

 

Caro Max, sono d’accordo ma solo parzialmente. Avendo figli piccoli, osservo moltissime madri che sanno fare bene le madri e che talvolta son costrette a fare anche i padri. I padri che sanno fare i padri invece sono parecchi per fortuna ma in numero minore alle madri che sanno fare le madri. Ora di questa carenza statistica di bravi padri gli unici responsabili sono loro o se vuoi è il genere maschile. Fare il padre è duro e sovente implica che si debba affrontare la madre, per imporre il proprio punto di vista su taluni profili dell’educazione dei figli: bisogna volerlo, bisogna saperlo fare e bisogna superare, talvolta, un potenziale conflitto con la madre e quindi bisogna voler e saper affrontare questo conflitto. Parlo di famiglie che funzionano, nelle quali la coppia sta ancora assieme. Qui non c’è alcun legislatore o giudice che possa intervenire. Poi c’è il problema delle separazioni e dei divorzi. Qui si tratta di individuare le circostanze particolari che non consentirebbero o che renderebbero più difficile al padre che voglia e sappia fare il padre di continuare a farlo. Deve trattarsi però di condizioni diverse dalla separazione o dal divorzio in sé considerati, che sono ormai dei dati. Tuttavia, si tratta di un problema secondario, sia perché il problema del maschile come lo chiami tu si pone anche per le coppie non separate o divorziate, sia perché non si capisce per quale ragione coloro che non volevano o sapevano o non riuscivano (perché incapaci di imporsi sotto certi profili sulla moglie) a fare il padre, una volta separati dovrebbero volerlo e saperlo fare. Esistono dunque tre problemi: a) il problema dei maschi che non vogliono fare il padre, non sanno più cosa significhi, non sono capaci e comunque non sanno imporsi sotto certi profili alle moglie; b) il problema dei padri separati che, pur astrattamente capaci e che ben svolgevano il ruolo di padri prima della separazione, non riescono a svolgere il ruolo di padre a causa delle condizioni della separazione; c) il problema dei maschi in sé considerati e non in quanto padri, che non riescono a soddisfare sufficientemente il proprio desiderio e bisogno affettivo, a causa delle condizioni della separazione (ma riescono ugualmente a svolgere il ruolo di padri). Questo terzo profilo è completamente fuori dal nostro discorso. Con tutto ciò, il femminismo e le femmine non c’entrano assolutamente niente. C’entra al più una certa femminilizzazione culturale e antropologica, indubbiamente abbastanza diffusa (per esempio, l’importanza che oggi danno all’estetica i bambini maschi desta sgomento), alla quale, però, devono reagire i maschi. Quando la società ri-avvertirà l’esigenza del padre che fissa le regole e separa il bambino dalle ansie, dai desideri (spesso piccoli) e dalle paure della mamma, allora ne terrà conto anche nelle condizioni di separazione, sebbene sia evidente che quando un padre è separato, nel tempo in cui non c’è, nel tempo in cui è fuori dalla casa familiare, ci sia poco da fare. Anche in caso di affido condiviso, non c’è nessuna possibilità di imporre certe regole (che poi sono pochissime perché in famiglia il 95% delle regole le fissa la moglie ed è bene che sia così) che valgano quando il figlio vive con la madre. Qui il problema è la separazione in sé. E ciò che può fare il maschile è sviluppare una idea di donna ideale che non lo porti troppo spesso a scegliere la persona sbagliata. Ma il discorso sarebbe lungo. Quando si sceglie una donna come sposa, quest’ultima è stata oggi già forgiata da altri rapporti (uno, due, tre, sei, dieci). E l’uomo ha forgiato o viziato altre donne, che andranno in spose ad altri i quali saranno costretti a subire i vizi lasciati formare dai ragazzi o compagni precedenti. Sono discorsi complessi, che in gran parte non possono essere risolti con norme giuridiche. Converrebbe evitare, perciò, discorsi ideologici, slogan e categorie filosofiche e limitarsi a proporre profili di disciplina giuridica delle separazioni e degli affidi. Tutto il resto è rimesso a movimenti di opinione, che tuttavia devono lottare contro il mostro televisivo che femminilizza i maschi. Si deve prendere atto che ci vorranno secoli o almeno ci vorrà un secolo, mettersi l’anima in pace che si vive in questo momento storico (nel quale c’è molto di bello per fortuna ma anche cose che non ci piacciono) e accontentarsi di dare il proprio piccolo contributo e di fare il padre nella misura in cui è possibile (ma chi ha scelto un’arpia, una donna venale, una donna leggera ed è separato ha commesso un errore irreparabile e deve farsene una ragione; l’unico vero responsabile del suo male è lui, perché, convivente o separata, la madre dei tuoi figli è quella che hai liberamente scelto).

 

Stefano D’Andrea

 

 
Una strage normale PDF Stampa E-mail

5 Ottobre 2017

 

Da Rassegna di Arianna del 3-10-2017 (N.d.d.) 

 

La società americana è guasta. È evidente e ci sarebbe ben poco altro da aggiungere per commentare l’ennesima strage dell’ennesimo folle che sale sopra un tetto e spara sulla folla. Episodi simili e di quelle dimensioni accadono così di frequente soltanto negli USA. E non può essere casuale. Ci sono diverse ragioni per spiegare questo fenomeno. In America si può acquistare un’arma con la stessa facilità con cui si possono comprare il pane e la mortadella dal droghiere. Non ricordo neanche il numero delle armi che circolano negli Stati Uniti, ma sono decine e decine di milioni (se non centinaia di milioni) le persone armate. Del resto, l’industria militare è una delle più fiorenti in quel paese e l’apparato militare-industriale è uno dei mattoni fondamentali del sistema di potere USA. Impensabile, dunque, che la vendita delle armi possa essere non solo vietata ma anche circoscritta o limitata.

 

La società americana è da sempre intrisa di violenza anche se l’industria cinematografica è stata abilissima nel costruirne una immagine diversa. Ricordo che ero un ragazzino ed ero appassionato di film western (lo sono tuttora…) ed ero stato spinto a pensare che fosse del tutto normale circolare con due pistole nelle fondine del cinturone. Perché in America, all’epoca (e anche tuttora, pur se in modo meno appariscente), era effettivamente del tutto normale, né più e né meno che indossare un cappotto o un cappello. E il cinema ce lo ha mostrato, naturalmente trasfigurando la realtà vera e restituendoci un’immagine di quell’epoca tra l’epico e il mitico. Ed è così che le sparatorie con cui la gente si ammazzava e regolava le proprie questioni sono state trasformate nei famosi duelli fra pistoleri nei saloon, per le strade o nei vari OK Corral. Spararsi era un fatto assolutamente normale così come era altrettanto normale impiccare la gente senza un regolare processo appendendola al ramo di un albero. Neri, italiani, pellerossa e cinesi (ma anche tanti bianchi), sono state le minoranze etniche più colpite da questa giustizia sommaria. L’impiccagione dei ladri di cavalli era un classico anche del cinema (il furto di cavalli era considerato un delitto gravissimo…). Questo abominevole e usuale modo di esercitare la “giustizia” – l’impiccagione pubblica senza nessun reale processo (così come la pubblica frustatura) – è stata una pratica sistematica per lo meno fino alla fine del XIX secolo, senza contare, ovviamente, tutti quelli che sono stati condannati a morte dalla “giustizia” ufficiale. Ed a quei tempi la pena di morte era in vigore in pressoché quasi tutti gli stati nonché comminata dai giudici con grandissima “liberalità”. Nel secolo scorso la situazione non era cambiata di molto. Il gangsterismo (e lo stragismo collegato a questo) è stato dilagante dagli anni ’20 fino a per lo meno la fine degli anni ’50 mentre la ghettizzazione e anche la pratica dell’impiccagione dei neri è proseguita anche se con una relativa minore intensità. Nello stesso periodo, fra i primi del ‘900 e la fine degli anni ’50, anarchici, sindacalisti e socialisti sono stati vittime della repressione: arresti, carcere duro, brutali pestaggi, omicidi, esecuzioni, condanne a morte. Mutatis mutandis, oggi la situazione, da un certo punto di vista, non è poi molto diversa. Certo, non si impiccano più le persone per la strada, non si gira con le pistole alla fondina ma ci si spara e ci si ammazza ugualmente con grande disinvoltura. La pistola non la si mostra ma la si tiene in tasca pronta all’uso. In tanti casi, pensiamo alle bande che si fanno la guerra in alcune metropoli – Los Angeles in primis – le armi, fucili a pompa e mitragliatori, sono esposti normalmente (non parlo per sentito dire…).  Ma è anche il cittadino medio, il famoso “americano medio”, quello della cosiddetta “middle class” a circolare normalmente armato. Insomma, in America, più o meno tutti sono armati e più o meno tutti possono potenzialmente spararsi. Del resto la polizia utilizza metodi ancor più violenti, come ben noto, e i penitenziari nordamericani non hanno nulla da invidiare a quelli sudamericani o di altri pasi del mondo. Veri e propri inferni sulla terra dove la violenza di ogni genere agita sia dagli agenti di custodia e dagli apparati di sicurezza che dai detenuti fra loro stessi, è la normalità. E in questo caso la cinematografia, ad onor del vero, ci ha offerto una immagine meno edulcorata. Si parla tanto dei gulag staliniani ma i campi di lavoro forzato negli USA, nello stesso periodo, cioè intorno agli anni ’30 e ’40, non erano certo da meno.

 

La strage di Las Vegas, come tutte le altre stragi che insanguinano l’America, affonda le sue radici in questo contesto. È bene aggiungere che questa violenza diffusa (ho avuto la fortuna e il privilegio di viaggiare in lungo e in largo per il mondo e mai ho percepito una sensazione di insicurezza come per le strade di Los Angeles, forse solo a Caracas nella stessa misura…) che ha caratterizzato l’intera storia di quel paese fin dalla sua nascita, si incista in un contesto di capitalismo esasperato come quello americano, dove le contraddizioni che noi stessi viviamo sono moltiplicate all’ennesima potenza. E anche questo è considerato normale in America. È considerato normale che esista, ad esempio, una popolazione di “homeless”, di senza casa, un vero e proprio popolo di “zombie” che deambula per le strade delle città nell’indifferenza di tutti, come se fosse la cosa più normale di questo mondo. Il barbonaggio e l’accattonaggio in quel paese – il più ricco, quello che, a quanto ricordo, succhiava (depredava…) verso gli anni ’70 (non credo che ci siano state significative variazioni…) circa il 35% delle materie prime di tutto il mondo – sono diffusissimi e considerati fenomeni del tutto normali, fisiologici. Una fascia di povertà se non di miseria (quasi assoluta) che si aggira intorno ai 40/50 milioni di persone su una popolazione di quasi 300 milioni di abitanti. Niente male per la più grande potenza economica e capitalista del mondo. Nello stesso tempo, è considerato del tutto normale l’uso (e abuso) smodato di alcool, droghe e sostanze di ogni genere. In parole molto semplici, quella americana è una società dove l’alienazione non è una categoria filosofica ma si tocca con mano, sensibilmente, quotidianamente. È questo, a grandi linee, il paese che a tutt’oggi domina sul mondo e che impone la sua volontà e anche la sua cultura, il suo “way of life”. Il folle omicida di Las Vegas non è stato il primo e non sarà l’ultimo.

 

Fabrizio Marchi

 

 
Una voce per Madrid PDF Stampa E-mail

4 Ottobre 2017

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Dopo i disordini e le cariche della polizia per sgomberare i seggi nelle scuole, con quasi 800 contusi o feriti, oggi la Catalogna è paralizzata dallo sciopero generale, cui ha aderito pure uno dei suoi simboli, il Barcellona calcio, sì proprio quello dei vari Piquè e compagnia che sputano nel piatto dove mangiano (forse i premi per le vittorie al Mondiale 2010 ed Europei 2008 e 2012 con la maglia spagnola sono una delle prove tangibili del motto "pecunia non olet"…).

 

Vediamo ora di fermarci un momento, lasciare da parte le emozioni di pancia delle immagini e provare a ragionare di testa. Al di là delle cariche poliziesche-e comunque l'ordine pubblico non si tutela distribuendo caramelle, sia chiaro-la testa direbbe di stare dalla parte di Madrid, ma non per Rajoy o per una difesa dello "Stato nazionale" nato con la Modernità. Proviamo infatti a passare in rassegna non gli anziani sgomberati dai seggi ma i protagonisti della faccenda. Il presidente della "Generalitat", Carles Puidgemont, successore di Artur Mas, è stato eletto nelle schiere di "Junts pel Sì", una coalizione di 5 partiti indipendentisti tutti schierati a sinistra che, accordandosi con la sinistra radicale del partito "CUP" ha permesso la nascita dell'attuale esecutivo. Un altro dei protagonisti è il sindaco di Barcellona, Ada Colau, ex leader degli antisfratto eletta nel 2015 con un'altra lista elettorale,"Barcelona en Comù" formata tra gli altri da "Podemos", di certo una formazione molto più radicale dei grillini nostrani. Dimenticavamo: nel "listone" figura pure un singolare partito dalla ideologia "ecologico-indipendentista". Benché un poco in disparte e defilata nella programmazione del referendum dichiarato, a ragione, illegale dalla Corte Costituzionale Spagnola(la Carta del Paese iberico, come la nostra, non prevede alcuna secessione unilaterale), Ada Colau è pur sempre nella schiera degli indipendentisti ed è il sindaco, ricordiamolo, che guida le manifestazioni dell' accoglienza indiscriminata usando la parola d' ordine: "vogliamo più profughi e meno turisti": peccato che una buona fetta della ricchezza cittadina e catalana venga dai vituperati e odiati turisti, non dai giovanotti dei barconi o entrati forzando le barriere di Ceuta e Melilla. Ovviamente l'attentato della Rambla non ha mosso di un millimetro le convinzioni di tali personaggi e seguaci... È anche la vispa Teresa che ha come portavoce Agueda Banon, il cui "hobby", documentato da Instagram, è quello di orinare per strada. L' altro vispo Tereso, Puidgemont, dalla simpatica frangetta, dovrebbe comunque spiegarci la logica e coerenza di un "sovranismo" che parla di frontiere aperte e di Unione Europea volendo mettere, allo stesso tempo, la dogana con la Spagna, aderendo però alla UE, restando nella NATO e ovviamente tenendosi stretto l'euro che anche in Spagna capolavori non ne ha fatti.

 

Ricapitolando: i catalani indipendentisti sono sovranisti ed identitari solo nei confronti degli spagnoli. Anzi, da come si comportano, sono prevenuti verso gli spagnoli (anche se la maglia delle "Furie Rosse" fa racimolare allori, vero Gerard Piquè Bernabeu?) e a malapena sopportano i turisti occidentali che contribuiscono all' entrata di valuta. Le ondate di immigrazione, stranamente, non mettono in pericolo l'identità nazionale e già questa è una stranezza che balza all' occhio nella galassia sovranista europea.

 

Per il resto, sono europeisti, aperti, cosmopoliti, mondialisti, globalisti, filo-euro, filo-UE, filo-americani e filo-israeliani, aggressivi e intolleranti verso chi non la pensa come loro: un sms prima del voto accusava di "fascismo" chiunque non si fosse recato alle urne. Poi scopriamo, così per inciso, che il quotidiano "La Vanguardia" ha raccontato ai suoi lettori di finanziamenti ad alcuni non ben precisati enti di "diplomazia parallela" del Governo della "Generalitat" elargiti da una vecchia conoscenza: George Soros. Il qual "filantropo"(?) avrebbe messo lo zampino pure aprendo il portafogli, per parecchi anni, ad una associazione antirazzista catalana e pro-immigrazione. Allora a noi sgamati e scafati viene un sospetto maligno: non è che quello catalano, per caso, sia un sovranismo ed un indipendentismo mascherato da globalismo mondialista e in perfetta convergenza col Soros-pensiero? Non è che a Barcellona ci sia un poco di vernice da "rivoluzione colorata" nelle strade? Non è che ci sia una specie di connubio, un matrimonio nato tra le ideologie da centro sociale alla Colau e Puidgemont e l'ingegneria sociale elitaria finanziaria globalista? I vertici catalani sembrerebbero essere, permetteteci la citazione leninista, gli "utili idioti" di turno utilizzati dal Sistema globale. Utili idioti che trascinano altri utili idioti con lo specchietto delle allodole della indipendenza, per la trasformazione del "cantiere Catalogna" secondo i nuovi dettami dei padroni del vapore. Per tutte queste ragioni, Barcellona val bene qualche sgombero e qualche bastonata della polizia spagnola. Che ha agito nella legalità e per la tutela dello Stato, a differenza dei "Mossos d'Esquadra", dimostratisi una polizia ideologica e politica, non tutori dell'ordine pubblico. Io sto col governo di Madrid.

 

Simone Torresani

 

 
Indipendenza da cosa? PDF Stampa E-mail

3 Ottobre 2017

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Da Rassegna di Arianna dell’1-10-2017 (N.d.d.) 

 

Chiunque abbia a cuore la sovranità dei popoli non può che provare empatia per qualsiasi causa di autodeterminazione, soprattutto se conclamata dalle immagini di una popolazione che lotta per le strade per respingere la polizia inviata ad impedire la celebrazione di una consultazione popolare. Tuttavia, la partita in atto contro le élite finanziarie è complessa e richiede pragmatismo e strategia. Proviamo a porci questa domanda: supponiamo che oggi la Catalogna si stacchi dalla Spagna, e che questo inneschi altre spinte centrifughe riguardanti i baschi, i corsi, i bretoni, i fiamminghi, l’Alto Adige etc… staremmo per questo realizzando l’Europa dei popoli liberi? L’Europa delle piccole patrie? L’Europa delle identità? Oggi, nel contesto nel quale siamo, non ne sono affatto sicuro. Non ho un’opinione compiuta sui fatti catalani, e plaudirei senza esitazione alla volontà indipendentista catalana se fossi sicuro che il neo-Stato avesse un piano di emancipazione dalle élite finanziarie alle quali, oggi, è soggetto come parte del perimetro spagnolo. Infatti, è l’indipendenza dall’occupazione finanziaria la prima che va cercata, che è di gran lunga superiore a qualsiasi altra forma di occupazione, inclusa quella militare.

 

Ecco, io questa sicurezza non ce l’ho. Anzi, stando ai dati in mio possesso, nel contesto attuale ritengo che l’eventuale nuovo Stato catalano verrebbe facilmente assorbito nei meccanismi burocratico-finanziari di Bruxelles e della City di Londra, ed avrebbe ancora meno potere contrattuale di quanto non ne abbia già oggi all’interno del perimetro giuridico spagnolo. Qualsiasi decisione strategica deve essere accompagnata da un piano. Ad esempio, da anni ripeto a chi si affretta a sostenere l’uscita tout-court dall’Euro di spiegare dove intende andare, con quali mezzi e con quale strategia. Stesso dicasi per i trattati militari (NATO), commerciali etc. Non basta “uscire”, bisogna avere un piano ed avere almeno una chance di trovarsi, dopo l’uscita, in una posizione migliore, di maggiore sovranità rispetto a prima, altrimenti è meglio star fermi e costruire le condizioni necessarie. Questo stesso principio, oggi, lo applico alle rivendicazioni indipendentiste. A me sembra che la causa catalana, infatti, non diversa da quella di altre regioni ricche europee, nasca dalla rivendicazione di autonomia amministrativa, non finanziaria. È rivolta, cioè, contro l’”occupazione” politica dello Stato centralista, non contro quella finanziaria esercitata dalla Troika e dalle sue propaggini bancarie attraverso l’inganno del debito. Difatti, viene rivendicata la gestione autonoma del budget fiscale, dei vincoli di bilancio, ma non si denunciano i meccanismi di asservimento finanziario, quei meccanismi automatici che sono figli di trattati europei perversi e ingannevoli. Non ho notizie di alcuna critica radicale dei catalani rispetto al debito fittizio verso la BCE, rispetto alla minaccia del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), rispetto al meccanismo perverso del fiscal compact che sta attuando un piano di deflazione e svalutazione programmata dell’intera Eurozona. Se leggessi qualcosa del genere, potrei accettare la scelta indipendentista come strumentale ad un disegno più ampio di emancipazione finanziaria e quindi autenticamente politica del popolo catalano, finalizzata a ricostituire quella triade popolo-territorio-sovranità che caratterizza un’autentica comunità politica. Mi sembra, insomma, che Barcellona non disponga di alcun modello economico-sociale alternativo a quello neo-liberista, e che non guardi a Madrid come ad un nemico, quanto piuttosto come ad un antagonista, un concorrente nella corsa autolesionista a sottoporsi alla dittatura delle élite burocratico-finanziarie. Posta così la questione, potremmo addirittura trovarci alla soglia di una ricomposizione degli Stati nazionali europei in unità frazionate, più deboli e assoggettabili a piani di indebitamento più efficaci perché adattati alle caratteristiche socio-economiche di entità maggiormente omogenee, il tutto all’interno di una cornice compiutamente neo-liberista. In più, di certo, possiamo aggiungere già da ora che nella situazione di oggi (lo sottolineo) la Catalogna indipendente implicherebbe anche la rinuncia dei catalani ad avere un peso nelle decisioni internazionali, un ruolo nelle scelte militari, geopolitiche, nelle assise internazionali dove si fanno gli accordi sul commercio, sull’energia, sui flussi migratori, indebolendo peraltro anche il peso specifico della Spagna post-scissione. Resisterei, quindi, alla tentazione di plaudire alla Catalogna “libera”… e mi domanderei piuttosto se nel contesto attuale questa mossa non crei piuttosto le premesse per una ulteriore sottrazione di sovranità popolare, prestando alla Troika un nuovo lembo di terra sul quale esercitare il proprio dominio, con minore resistenze rispetto al passato.

 

Alberto Micalizzi

 

 
Distruzione della scuola pubblica PDF Stampa E-mail

1 Ottobre 2017

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Da Appelloalpopolo del 30-9-2017 (N.d.d.)

 

La scuola pubblica continua a subire lo smantellamento avviato dall’alto nel nome dell’innovazione didattica. Che questa innovazione copra un piano distruttivo programmato a freddo è implicito nell’intenderla come fine assoluto: nella scuola pubblica attuale non si innova per migliorare, si innova per innovare; dunque l’innovazione peggiora; e questo peggioramento non è una conseguenza imprevista, ma lo scopo effettivo dello sforzo neoliberale di distruzione del settore pubblico. La persona normale, abituata alla docilità e che preferisce fare da sola anziché dare ordini, non concepisce che esista un’élite abituata a comandare e preoccupata di conservarsi al comando. Questa preoccupazione è però la chiave per comprendere ciò che accade nel mondo e che infine si riflette anche nella scuola: l’impero anglosassone annaspa sotto il peso di un’economia allo sfacelo e delle conseguenze di una geopolitica delirante; i suoi movimenti scomposti con cui si sforza di non retrocedere nelle retrovie della storia suscitano inaridimento culturale, miseria materiale, migrazioni, guerre, mentre il suo apparato propagandistico – non solo i media: l’attuale ceto politico europeo è ridotto a questo ruolo – è mobilitato per imprimere nella mente di tutti che la guerra è attuazione di democrazia, la migrazione esercizio di diritti, la miseria materiale è razionalità economica, l’inaridimento culturale creatività.

 

La scuola pubblica deve adeguarsi all’inaridimento, rinunciare alla cultura e alla scienza, limitarsi a una triste creatività da ospizio. Ma non manca il tentativo di farne un’appendice della propaganda. Il linguaggio della ‘Open Society Foundations’ ammicca di continuo tra le circolari e cerca di farsi passare per luogo comune: agli alunni che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica si propongono corsi alternativi sui ‘diritti umani’; ai neoassunti si richiedono approfondimenti sui temi della ‘cittadinanza globale’ – qualunque cosa possa significare una roba del genere – e dello ‘sviluppo sostenibile’; ai docenti e ai dirigenti si propongono corsi di aggiornamento sulla ‘competenza interculturale’. Evidente il tentativo neoliberale di trasformare in verità, a forza di ripetizioni ossessive, l’assurdità che possano esservi diritto e vita umana senza Stato. Dalla diffusione di questa menzogna ci si ripromette di alimentare la passività di fronte allo smantellamento degli Stati europei sotto i colpi disperati dell’imperialismo anglosassone. Ma c’è qualcosa di ancora più triste della riduzione della scuola a misero organo di propaganda: l’imposizione dei compiti impossibili, sulla cui natura anche il professore più ottusamente ‘di sinistra’ comincia ormai a perdere le illusioni. Come a Dachau gli aguzzini ordinavano ai prigionieri di disporre in ordine di grandezza i sassolini del piazzale con lo scopo di spezzare la loro resistenza psichica, la legge della ‘buona scuola’, dettata a Renzi dalle élite europee che a loro volta obbediscono ai poteri atlantici, ha imposto ai docenti due compiti impossibili: la scuola-lavoro e i corsi secondo metodologia CLIL. L’impossibilità della scuola-lavoro si situa a diversi livelli. Innanzitutto è un’impossibilità teorica per i licei che sono finalizzati non all’attività professionale, ma allo sviluppo delle abilità astrattive necessarie allo studio universitario; obbligare i docenti a trovare per i loro alunni lavori attinenti al corso di studi è metterli di fronte al sicuro fallimento: non c’è nessun lavoro particolare attinente alle versioni di greco e di latino, al calcolo integrale e al metodo dialettico-speculativo. Lo scopo della legge non può dunque essere altro che gettare nella disperazione i professori, costringerli a stravolgere ogni criterio di giudizio: a disprezzare cultura e scienza che con la loro teoricità non consentono immediate applicazioni professionali e a guardare con invidia la manualità. In secondo luogo per tutti gli istituti la scuola-lavoro si risolve in una frustrazione pratica: è impossibile trovare un numero sufficiente di aziende che vogliano o siano in grado di offrire un percorso qualificato agli alunni delle tre classi terminali di tutte le scuole superiori italiane. Da questa impossibilità germogliano rimedi di ogni sorta, non da ultimo quello di creare percorsi di scuola-lavoro a pagamento. Un sociologo aveva annunciato l’avvento del lavoratore che non vuole la retribuzione; la realtà lo ha già superato: con la scuola-lavoro è il lavoratore a retribuire l’imprenditore pur di lavorare. L’impossibilità teorica e quella pratica non devono però far dimenticare una impossibilità più profonda (direi: più ripugnante) annidata nel suo stesso concetto. Il lavoro, per sua natura, non produce soltanto abilità a chi lo pratica, ma anche un risultato utile, qualcosa da consumare, in generale una retribuzione. La scuola-lavoro ha introdotto in Italia il lavoro non-retribuito – nel perfetto silenzio dei sindacati che, come non avvertono la concorrenza del lavoro dei migranti con il lavoro degli italiani, così non avvertono la concorrenza che il lavoro non retribuito degli studenti fa ai lavoratori. Eppure circola la notizia che certi Autogrill in autostrada abbiano fatto posto agli scolari-lavoratori a danno dei lavoratori retribuiti – evento non impossibile se si pensa alla scandalosa precarietà che le riforme del mercato del lavoro, approfittando dell’opportuna crisi, hanno consentito in Italia.

 

Il secondo compito impossibile delle scuole italiane è l’introduzione della metodologia CLIL: l’insegnamento in lingua straniera di una o più discipline diverse dalla lingua straniera. A parte il fatto che introdurre la metodologia con alunni ormai adulti dall’apparato fonatorio definitivo è quanto meno intempestivo, si pone la difficoltà ben più corposa della mancanza disperante di insegnanti che possano insegnare la loro disciplina in una lingua diversa dalla loro. Questa difficoltà non viene però vissuta dagli insegnanti come un caso clamoroso di irresponsabilità legislativa o, forse con più realismo, come uno strumento di sabotaggio intenzionale della didattica della scuola pubblica, ma come una loro mancanza, come se qualcuno li avesse preparati da giovani a fare lezione in inglese ed essi avessero colpevolmente dimenticato tutto col passare degli anni. Pronti ad adottare qualunque rimedio perché non emerga un’impossibilità di cui (dopo l’esposizione prolungata ai virus dell’autorazzismo) si sentono colpevoli, si riducono a offrire a un’intera generazione di alunni lo spettacolo avvilente di professionisti che scavano a mani nude: l’insegnante che non conosce la lingua si combina con l’insegnante che non conosce la disciplina; il dimezzamento dell’orario e le ovvie difficoltà di coordinamento portano al risultato di classi che ignorano e la disciplina e la lingua. Non è un bello spettacolo: gli alunni si abituano a disprezzare gli insegnanti, il loro conformismo autolesionistico, la loro inutilità e si ritraggono inorriditi dall’idea di abbracciare la professione – tanto che già oggi si fatica a trovare docenti per certe cattedre. Il danno più grave è che gli alunni non hanno fonti scientifiche e culturali diverse dal loro insegnante: il docente di una disciplina è la disciplina e come rispettandola la fa rispettare così disprezzandola la rende spregevole ai suoi discenti. È così che stiamo educando una generazione di incolti che paga per lavorare.

 

Paolo Di Remigio

 

 
Caccia al risparmio PDF Stampa E-mail

29 Settembre 2017

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Da Comedonchisciotte del 27-9-2017 (N.d.d.)

 

Dev’essere proprio un mondo schifoso quello che mi costringe a dare ragione ad Enrico Letta. Eppure, dichiarando che sarebbe un disastro se il capo della Bundesbank Weidmann dovesse sostituire Draghi, l’ex premier ha perfettamente ragione. Da qualche tempo i tedeschi hanno fatto trapelare l’ipotesi e l’interessato stesso non ha smentito questa possibilità nell’intervista appena rilasciata alla Rai.  Già il fatto che l’unica intervista rilasciata da Weidmann sia stata ai media italiani la dice lunga sull’avanzamento del progetto e infatti Weidmann ha lanciato un messaggio piuttosto chiaro su cosa dovrebbe essere fatto nei nostri confronti. […] Jens Weidmann conserva dell’Italia l’immagine stereotipata trasmessa dai film americani degli anni Cinquanta (pizza, mafia e mandolino), ma soprattutto non si capacita di come questi cialtroni mediterranei possiedano una ricchezza privata media superiore a quella di un tedesco. Weidmann lo dice col sorriso tirato tipico dei primi della classe, ma lo dice chiaramente e proprio nell’intervista messa in onda ieri da RaiUno nella trasmissione di Lucia Annunziata. «Sa che è stata fatta una ricerca tra i paesi dell’area euro nella quale si evidenzia che le famiglie italiane hanno più patrimonio delle famiglie tedesche? Non penso però che qualcuno auspichi un trasferimento di patrimoni dall’Italia alla Germania…» Così ha detto Weidmann all’intervistatrice, sfoggiando un bel sorriso sarcastico. I passaggi dell’intervista sono piuttosto lunghi e numerosi e tutti i giornalisti, in queste ore, si stanno soffermando sulle dichiarazioni del Presidente della Bundesbank con riferimento al quantitative easing di Mario Draghi, che per Weidmann è stato un fallimento, o sulla necessità che l’Italia provveda quanto prima a ridurre il debito pubblico. Invece, il punto chiave è quello evidenziato dal sottoscritto: LE FAMIGLIE ITALIANE HANNO PIU’ PATRIMONIO DI QUELLE TEDESCHE!

 

È di assoluta evidenza, per uno studioso del fenomeno capitalistico, che l’ultracapitalismo non può reggersi a lungo quando consente alla maggior parte della popolazione di tutelarsi attraverso il risparmio. Se ci facciamo caso, i paesi maggiormente capitalistici, come gli Stati Uniti, promuovono la spesa dei privati tramite carte di credito, tramite i “pagherò”, ma non certo tramite il risparmio. E persino la prima casa è molto più tassata che in Italia. Lasciamo perdere le faraoniche idiozie che ha raccontato Berlusconi per anni, la verità è che nei paesi capitalistici i patrimoni sono riservati ai ricchi e che anche gli alti stipendi della middle class vengono puntualmente sputtanati in tasse, assicurazioni e cianfrusaglie da comprare (tipo il suv coi rostri per i bufali, anche se abiti a New York City). Per gli americani avere una casa di proprietà (e non essere in affitto) vuol dire veramente avercela fatta nella vita. Difatti, a parte i ricchi ricchi, praticamente nessuno ne ha un’altra, la famosa seconda casa. Bene, ora guardatevi un po’ attorno: quanti impiegati e operai conoscete, in Italia, che hanno una seconda casa? Io abito in Veneto e oserei dire, almeno una famiglia su tre. Ma al di là delle impressioni personali, quel che è certo è che i tedeschi non sono nelle nostre stesse condizioni e non si capacitano del perché, nonostante il loro efficientismo e i loro (ex) alti stipendi, siano più poveri degli italiani come beni rifugio accumulati. Ma Weidmann lo sa (welfare e tasse basse sul patrimonio) ed è lì che andrà a picchiare se diventerà il nuovo inquilino della Bce a Francoforte. Con Weidmann al posto di Draghi il debito italiano non avrà più alcuna copertura e diventerà facile occasione di vendite allo scoperto per gli speculatori. Il governo italiano, qualsiasi esso sia, dovrà porvi rimedio attraverso alte tasse sui patrimoni della classe media italiana, trasferendo di fatto quella ricchezza alle banche tedesche, finalmente monopolio del board della Bce. Se c’è una cosa bella dei tedeschi è che non sanno mentire. Purtroppo, troppi italiani non capiscono e non sanno trarre le conclusioni politiche dalle confessioni d’oltralpe.

 

Massimo Bordin

 

 
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