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La distruzione del nostro ordinamento economico-giuridico PDF Stampa E-mail

9 Novembre 2018

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Da Appelloalpopolo del 5-11-2018 (N.d.d.)

 

La parità fra Stati di cui all’art. 11 commi 2 e 3 della Costituzione (che disciplina le nostre eventuali limitazioni di sovranità a vantaggio di organizzazioni internazionali) non è intesa in senso formale, come vorrebbero i liberali. Cioè non coincide con l’applicazione delle stesse regole a Stati dotati di ordinamenti giuridici molto diversi (frutto di peculiari evoluzioni sociali e politiche, spesso lunghe secoli). È una parità sostanziale, che si deve tradurre nella parità di poteri e quindi di sovranità. Se applichiamo la Costituzione economica tedesca all’Italia, attraverso il Trattato di Maastricht e le successive integrazioni, stiamo andando nella direzione opposta dell’art. 11 della Costituzione italiana. La Germania infatti ha continuato a godere dei poteri di cui disponeva precedentemente, ma l’Italia ha perduto gran parte dei suoi. In termini relativi il guadagno di sovranità tedesco è immenso, e le condizioni di parità richieste dalla nostra Carta sono inesistenti. Meglio spiegarsi più concretamente: la Germania del secondo dopoguerra ha adottato un ordinamento ostile all’inflazione e orientato alle esportazioni, indirizzato ad un’economia (sociale) di mercato fortemente competitiva nella quale lo Stato riveste un ruolo diretto tutto sommato marginale, preferendo regolamentare più che intervenire (è il cosiddetto ordoliberalismo).

 

L’Italia ha adottato nel 1948 un ordinamento che, sia pure nell’alveo della democrazia formale, si può definire opposto a quello tedesco. La nostra Costituzione impone ai governi, di qualsiasi colore, la piena occupazione (derivata dall’art. 1: la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro) e una protezione notevole dei diritti dei lavoratori di fronte alle naturali pretese del capitale privato. Lo Stato deve piegare l’iniziativa privata a fini sociali e intervenire direttamente e indirettamente per valorizzare i grandi complessi industriali del Paese. È un ordinamento fondato sulla domanda interna piuttosto che su quella estera, e che quindi necessita di un’inflazione strutturalmente maggiore di quella richiesta dal sistema tedesco. Ciò premesso, come si può definire paritario un insieme di Trattati che impongono all’Italia come alla Germania gli stessi rigidi vincoli di finanza pubblica (3% di deficit e poi pareggio di bilancio), lo stesso divieto di aiuti di Stato alle imprese (con l’Italia che aveva una quota pubblica di valore aggiunto nel settore manifatturiero pari al 18% nel 1992, contro il 9% della Germania), lo stesso divieto di vincolare la circolazione dei capitali (con l’Italia che aveva bisogno di proteggere il lavoro più che la concorrenza) e lo stesso divieto di utilizzare le leve di politica monetaria e valutaria (con l’Italia che aveva bisogno di scaricare sul valore della moneta la maggiore inflazione, a differenza della Germania)? Questa non è parità, è distruzione di un ordinamento giuridico-economico che aveva portato benessere diffuso e sviluppo industriale attraverso l’importazione di un modello che non ci appartiene, e che ci impone di favorire il grande capitale globalizzato invece che il lavoro (e con esso la piccola impresa privata che dipende dai salari). È tipico dei liberali sostituire l’interpretazione formale della realtà a quella sostanziale, svuotando il significato dei concetti così da manipolarne più facilmente l’indirizzo prescrittivo. Lo hanno fatto innanzitutto col concetto di Libertà, trasformata nella semplice rivendicazione di diritti slegati dai doveri, e quindi nella libertà di non contare nulla (senza vincoli famigliari, di partito e di appartenenza nazionale non c’è alcun argine alla spoliazione dei diritti) e subito dopo con quello di Democrazia, che si esaurirebbe nel processo elettorale e nella semplice presenza dell’istituzione parlamentare, comunque sia declinata (un sistema maggioritario e presidenziale equivale formalmente ad un sistema proporzionale e parlamentare). Ecco allora che nel mondo liberale in cui ci troviamo da quasi quarant’anni il Trattato di Lisbona e la Costituzione italiana, cioè due ordinamenti giuridici antitetici, formalmente possono convivere insieme. La sostanza invece è che il primo produce effetti concreti nella società e nell’economia, mentre la seconda è stata disattivata. Solo una volta compreso questo si può rivendicare seriamente la sovranità.

 

Simone Garilli

 

 
La denatalitÓ Ŕ il problema cruciale PDF Stampa E-mail

8 Novembre 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 6-11-2018 (N.d.d.)

 

Se chiediamo a un campione di cittadini mediamente informati e di buona istruzione quale sia il problema più grave dell’Italia, otterremo una notevole varietà di risposte. Alcuni parleranno dell’immigrazione, moltissimi della disoccupazione, altri della perdita dei diritti sociali, qualcuno del declino dei principi morali, della corruzione e così via. La nostra tesi è diversa: la questione più rilevante è la denatalità. Un popolo che non fa figli è destinato a finire per consunzione biologica. Si trascina nell’egoismo, nella sfiducia del futuro, nella chiusura mentale, nel rifiuto stesso della vita. Poiché la natura ha orrore del vuoto e altrove la pressione demografica è immensa, qualcuno, fatalmente, ci sostituirà. La civiltà in cui siamo nati sparirà e l’Italia diventerà un concetto del passato. La studieranno sui libri di storia. Il presente intervento si pone un obiettivo: affermare che le culle vuote sono il problema più grave e urgente della nazione e le difficoltà economiche, finanziarie e sociali nelle quali ci dibattiamo hanno tra le cause scatenanti l’invecchiamento e la conseguente diminuzione della popolazione. Forse non è del tutto vero, come pensava Benito Mussolini, che il numero è potenza, ma certamente, in un tempo che aspira alla crescita infinita, perdere popolazione è un elemento di profonda debolezza, il segnale visibile del declino. Nel presente, solo gli argomenti legati all’economia o agli interessi riescono a convincere. Per questo rinunciamo alla mozione dei sentimenti, all’appello in favore della nostra civiltà, al patriottismo, alla necessità di salvare dall’estinzione la nostra nazione. La nostra tesi è che la continuità biologica del popolo italiano conviene, è il migliore investimento per il futuro, un grosso affare per tutti e per ognuno.

 

Partiamo da alcune cifre. La discesa delle nascite è iniziata alla metà degli anni ‘70 del secolo passato ed è proseguita con moto accelerato sino all’attuale inverno demografico. I nuovi nati, da allora, sono diminuiti del 50 per cento: è un dato drammatico e ogni statistica annuale certifica un nuovo primato negativo. In una popolazione, per riprodursi senza aumentare, il tasso di fertilità non deve essere inferiore a 2,1 per ciascuna donna in età feconda. La media attuale è di 1,35. Entro pochi anni, la popolazione diminuirà di ben dieci milioni. Noi pensiamo che sia un male, un evento epocale a cui porre rimedio senza ricorrere alla soluzione perseguita dalle oligarchie di potere, ovvero la sostituzione degli italiani con popolazioni di altra origine, cultura, etnia. Un dato inconfutabile dovrebbe far riflettere: la curva del debito pubblico ha iniziato la sua impennata da quando ha cominciato a calare la natalità. Le uniche province italiane in cui il numero dei nati supera quello dei morti sono quelle di Trento e Bolzano. In Alto Adige è attiva un’agenzia per la famiglia dotata di fondi e di idee, tanto che l’Istat ha ammesso che se quelle politiche fossero estese all’Italia intera, figureremmo tra gli Stati europei con la più elevata natalità. Vi sono dunque soluzioni, per quanto fatalmente di lungo periodo, al di là degli immensi mutamenti antropologici e valoriali dell’ultimo mezzo secolo. Il libro più interessante sull’argomento è il recente La culla vuota della civiltà, scritto a quattro mani da un politico, l’attuale ministro per la famiglia Lorenzo Fontana e da un economista, banchiere e docente di grande prestigio come Ettore Gotti Tedeschi, esponente di punta della cultura cattolica, amico personale di papa Benedetto XVI. Ci ha colpito la citazione che fa da incipit all’introduzione del prezioso saggio. È di Cesare Pavese, il tormentato figlio della civiltà contadina delle Langhe: “chi non fa figli per non mantenerli, manterrà quelli degli altri.“ E’ tratta dal Mestiere di vivere, il diario esistenziale dello scrittore, e ci sembra una fotografia impietosa quanto corretta della realtà. Tocca un punto essenziale, l’egoismo dei molti che non vogliono condividere con nessuno vita e beni. La loro scelta è miope e controproducente anche sotto il profilo individuale. Già oggi, per cento italiani con meno di quindici anni, se ne contano ben 165 che hanno superato i 65. Tenuto conto della realtà sociale, dei meccanismi del lavoro e del ritardo con cui si entra nel mondo dei mestieri e delle professioni, preso atto della presenza di almeno due milioni e mezzo di badanti, in maggioranza straniere, già oggi manteniamo i figli altrui. Entro un ventennio, un terzo della popolazione sarà in età avanzata, bisognoso di cure e di assistenza. L’incidenza sul sacro PIL delle spese relative è di circa 30 miliardi, l’1,9 del totale e schizzerà in breve al 3 per cento. Il sistema pensionistico, al netto di aggiustamenti e rimodulazioni, costa già 220 miliardi annui, la spesa sanitaria supera i 112 e quella assistenziale i 70. Il picco della spesa previdenziale, tra circa vent’anni, raggiungerà il 16,3 per cento del PIL. Economisti senza paraocchi considerano l’invecchiamento della popolazione come un gigantesco freno all’economia. Gli anziani consumano meno delle altre fasce di età, e ciò “comporta una domanda che cresce di meno e una formazione di risparmio più consistente, per l’incertezza del futuro “ (fonte Centro Studi Nomisma, quello di Romano Prodi). Quel risparmio rimarrà tendenzialmente fermo e non andrà a finanziare l’innovazione e la nuova impresa, per evidenti motivi. Nessuna scelta politica e finanziaria potrà prescindere dall’enorme spesa legata alla gestione di una popolazione entrata nella terza età, gli investimenti per l’istruzione, la cultura, la formazione professionale diminuiranno. In un paese di pensionati, pochi lavorano e la nazione crolla. L’involuzione progressiva comporterà rischi nuovi e problemi mai affrontati in questa proporzione da civiltà precedenti. Lo scenario si prospetta tempestoso. La Federal Reserve ha calcolato che l’effetto della denatalità sulla crescita del PIL europeo è dell’1,25 annuo dagli anni ottanta. Per noi, al valore attuale si tratta di circa venti miliardi annui. È l’importo di una pesante manovra economica del governo. Le previsioni di Bankitalia sono inquietanti. La diminuzione della popolazione porterà al dimezzamento della crescita economica a medio termine e all’aumento della disoccupazione strutturale di lungo periodo, che salirà almeno all’8 per cento. Non si potrà sopperire con l’aumento della produttività, che anzi tenderà a scendere. Il collasso per il bilancio dello Stato sarà inevitabile, a meno di una drastica, ulteriore diminuzione della spesa sociale e di un aumento insopportabile della pressione fiscale. Conosciamo tutti il destino di tanti piccoli centri colpiti prima dall’emigrazione dei giovani, poi dall’invecchiamento della popolazione residua. Il passo ulteriore è la chiusura delle attività commerciali di prossimità, degli uffici postali e dei presidi sanitari. Gli ultimi abitanti sono costretti a fuggire, rendendo le località degli spettrali deserti. Non sarà diverso il destino dell’Italia. Non c’è dubbio che la tolleranza dei governi nei confronti dell’immigrazione illegale sia ampiamente concordata ai massimi livelli per fare scorta di braccia da impiegare e sfruttare. In astratto, se la scelta è di mantenere i ritmi di sviluppo e i livelli di ricchezza raggiunti, non vi è altro da fare. Non è questa, ovviamente, la nostra tesi, ma nessuno può negare che senza una rapida inversione di tendenza, una gigantesca scommessa sulla capacità e volontà della nostra comunità di cambiare il corso degli eventi, non vi siano alternative. Siamo prigionieri di due enormi menzogne. La prima è quella di chi ritiene l’uomo il cancro della natura, dunque scoraggia le nascite e, specularmente, disprezza il ruolo sociale degli anziani. La diffusione dell’eutanasia è un elemento di queste tendenze. Gli anziani sono inutili, poco produttivi, cattivi consumatori, si ammalano spesso, meglio convincerli a morire. È una sporca questione di denaro. Pochi figli e disprezzo della vecchiaia sono idee gemelle, frutto degli stessi disvalori, il rispetto per i vecchi e l’amore per i figli muoiono insieme, scrisse Victor Hugo. L’altra è la persistenza, nonostante le smentite della storia, dell’economia e della matematica, dei principi malthusiani. Thomas Malthus, economista inglese tra i massimi esponenti della scuola classica, sosteneva che la colpa della miseria di tanta parte della popolazione fosse dovuta all’istinto naturale di riproduzione. Per lui la vita non è altro che una lotta per lo spazio e il cibo in cui la popolazione aumenta molto più velocemente delle risorse disponibili, progressione geometrica contro progressione aritmetica.

 

In questo schema regressivo, l’unica soluzione per generare crescita economica nonostante le culle vuote, in cui la società tende a non riprodurre se stessa, è spingere al massimo il consumismo. Risultato, danni ambientali crescenti per lo sfruttamento dissennato del creato e nessuna possibilità di dedicare risorse a riequilibrare la bilancia generazionale. Il risparmio deve infatti sovvenzionare i consumi, mentre le tasse si alzano per coprire la spesa assistenziale e previdenziale, allontanandosi da investimenti produttivi e ricerca. Poiché consumare si trasforma in obbligo sociale, il reddito non basta, costringendo entrambi i coniugi a lavorare, il che allontana la nascita di figli o la rende insostenibile economicamente, oltreché un fastidio per le abitudini edonistiche di massa. Per tenere alto il livello di consumo con i redditi in discesa e l’insicurezza sociale diffusa, si deve delocalizzare la produzione dove il costo del lavoro è più basso. Si distrugge così il tessuto produttivo e la sapienza delle maestranze locali. La percezione del potere d’acquisto rimane immutata, ma, appunto, è solo una falsa impressione, poiché si impoverisce la nazione, scendono le tutele sociali e si alimenta il debito, privato e pubblico. Al fine di far digerire l’immigrazione di massa, viene propalata la credenza che i nuovi arrivati pagheranno le pensioni degli anziani oltre a riempire il vuoto delle giovani generazioni. I contributi sociali tendono a diminuire per i bassi salari e le forme contrattuali precarie imposte ai nuovi assunti. Poiché precarietà e redditi umilianti sono diventati la condizione normale dei lavoratori connazionali, a maggior ragione ciò vale per gli immigrati, sfruttare i quali è più facile, tanto più che vengono impiegati in settori “poveri” e molto spesso in nero. Da dove arriveranno dunque i miliardi necessari a tenere in piedi l’INPS? Diventa economicamente arduo formare una famiglia, dice Gotti Tedeschi, “esattamente perché da trent’anni si è deciso di non fare figli”. È una tautologia che va spiegata: ci siamo convinti che saremmo diventati più ricchi senza figli, ma è avvenuto il contrario. La soluzione è tornare alla famiglia, ad una equilibrata natalità. La follia malthusiana, peraltro, cozza con i modelli di crescita più conosciuti, centrati sulla crescita della forza lavoro, cioè della popolazione, oltreché della produttività, della domanda e degli investimenti. Uno dei grandi errori delle teorie dominanti è proprio l’enfasi posta sull’offerta, senza interesse per la domanda, che domina invece il modello keynesiano. I previsori hanno fallito clamorosamente, promettendo neve all’Equatore. Lester Thurow, un venerato maestro scomparso nel 2016, teorizzava che la crescita economica più elevata si realizzava senza crescita di popolazione. I fatti si sono incaricati di smentirlo: in Brasile, Cina, India la popolazione aumenta e accumulano ricchezza nuova, l’Europa segue il percorso contrario. L’attuale inverno demografico, divenuto avanzato autunno economico, è l’ideologia delle élite occidentali dal 1972, l’anno del rapporto del Club di Roma conosciuto con il titolo I limiti dello sviluppo. Dati ufficiali dell’ONU smentiscono le conclusioni neomalthusiane promosse a Vangelo dell’occidente: nel secolo XX la popolazione è cresciuta di quattro volte, la ricchezza disponibile di quaranta. Inascoltata è rimasta la voce di Alfred Sauvy, grande demografo e valente economista, che collegò il benessere a un ragionevole incremento della popolazione, ricordando la fine ingloriosa dell’impero romano, che perse in meno di duecento anni la metà dei suoi abitanti. […] Occorre una visione di lungo periodo, di cui è incapace il nostro tempo, che misura ogni cosa in termini di effetti immediati. Sorprende, ma spiega molte cose l’analisi storica di alcuni dati: nel 1960 il PIL pro capite dei paesi ricchi era 26 volte superiore a quello dei poveri, esplodendo a 57 volte nel 1995. Solo cinque anni dopo, il rapporto precipitò a sole 7 volte. Nella prima fase del calo della natalità, l’aumento della ricchezza c’è stato, poiché l’equilibrio era ancora sostenibile, successivamente è crollato per il motivo opposto, unito all’irruzione di Cina e India. Sono ben 65 i paesi con un tasso di sostituzione della popolazione insufficiente a mantenerne inalterato il numero. Si tratta prevalentemente di nazioni occidentali o influenzate dal sistema di pensiero dominante da noi. Il collasso dei sistemi sociali si avvicina e determinerà squilibri socioeconomici ed esistenziali di difficile soluzione. […] Riscaldare il gelido inverno demografico italiano conviene. Sommessamente aggiungiamo noi, salva un’antica nazione dall’irrilevanza e dall’estinzione, permettendo alla nostra civiltà, alla nostra gente, di evitare un destino da capitolo dei libri di storia dedicati al passato.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Il pi¨ grande delitto di tutti i tempi PDF Stampa E-mail

7 Novembre 2018

 

Da Comedonchisciotte del 5-11-2018 (N.d.d.)

 

Prima di ogni cosa, ce n’è stata un’altra. Però il 1914 è quanto di più somigli a un inizio, al Grande Delitto. Di cui stiamo sempre e solo a guardare la coda, la seconda guerra mondiale. Ai due capi di questa guerra dei Trent’anni, c’è la rimozione nella rimozione, l’imperialismo. L’immenso sistema di trasporti su ruote che rese possibile la strage fu avviato soprattutto da re Leopoldo del Belgio, un noiosissimo signore il cui personale stato-azienda, alla ricerca della gomma, fece morire un numero di congolesi stimato, in maniera attendibile e non propagandistico (i congolesi non si facevano propaganda), tra i tre e i dieci milioni. Mentre pochissimi ricordano che l’uranio che servì per annientare gli abitanti di Hiroshima e Nagasaki fu estratto grazie alla provvisoria reintroduzione del lavoro forzato dei nipoti dei congolesi sopravvissuti.

 

Dal 1914 tutto scorre insieme verso i lager e Hiroshima e le altre cose ben note. E forse non finisce nemmeno lì: le storie dei Balcani, della Palestina, dell’Iraq hanno sempre le radici nella distruzione dell’impero ottomano. Tra il 1914 e il 1918, circa 40 milioni di esseri umani sono stati messi atrocemente a morte, per i motivi più futili che si possano immaginare; 70 milioni nella Seconda guerra mondiale, e Dio solo sa quanti in mezzo. E parliamo solo dei morti: non delle altre decine e decine di milioni di mutilati e di profughi […]

 

L’Italia in tutto questo gioca un ruolo creativo: se c’è una data che viene prima del 1914, è il 1911, anno in cui l’Italia decise di invadere senza alcun motivo plausibile la Libia. Fu una guerra strana, perché non aveva motivi economici o politici sensati: in grandissima parte fu mossa, contro il parere dei politici, dal mondo dei media, dello spettacolo, dei giornalisti cialtroni e bugiardi e dai cialtroni a tutto campo, come Gabriele D’Annunzio che mandava in giro per i teatri d’Italia una jeune-fille per la quale aveva inventato il nome Gea della Garisenda, vestita solo con il tricolore, a cantare Tripoli bel suol d’amore, subito ripresa dai grammofoni e dagli organetti. Ma l’invasione della Libia scatenò una crisi nell’impero ottomano che avrebbe portato alle guerre balcaniche e all’omicidio di Sarajevo. Quando ci fanno una testa così con il fascismo, non ci ricordano mai che un altro cialtrone inconfondibilmente italico, Benito Mussolini, iniziò la sua seconda carriera scegliendo rumorosamente di prendere parte al Delitto. Il fascismo nasce allora come crimine, solo che è lo stesso crimine che ad altri ha meritato piazze, vie e monumenti. Il più grande crimine di guerra è la guerra stessa. E quel crimine non fu commesso dai cattivi di comodo del nostro immaginario: i “fanatici“, suddivisibili secondo i gusti in musulmani, comunisti, laicisti, clericali. Anche i fascisti ne sono i figli, ma non i padri. Il più grande delitto di tutti i tempi fu commesso da uomini politici e signori dell’economia che rappresentavano per la maggior parte stati che avevano almeno qualche forma di parlamento e di suffragio universale (maschile); che rivendicavano almeno una certa indifferenza o tolleranza religiosa; e che praticavano tutti qualche forma di libera economia capitalista. Sono anni che mi soffermo davanti alle lapidi della gente che questi signori hanno assassinato. Ce ne sono ovunque, basta notarle: immagino dal Canada al Sudafrica, dal Portogallo alla Siberia. Certo, ce ne saranno tanti rimasti senza lapide: i messicani morti a lavorare i campi perché l’esercito americano avesse da mangiare in Francia, gli indiani alla fame per nutrire l’esercito britannico, i portatori, i negri di ogni latitudine… A volte i monumenti sono decorati da una sorta di simil-hurì che la borghesia prometteva ai morituri: la Grata Memoria Patria, marmorea velina che lascia intravedere una tetta mentre incorona con l’alloro ciò che resta delle reclute agonizzanti. Oppure, chi ha perso un figlio può ammirare, al suo posto, un muscoloso bruto di bronzo dallo sguardo anonimo, che addita la Gloria e il Futuro ai piccioni che si siedono sulla sua testa. […]

 

Miguel Martinez

 

 
Analfabeti finanziari PDF Stampa E-mail

6 Novembre 2018

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Da Appelloalpopolo dell’1-11-2018 (N.d.d.)

 

La BCE è l’unica banca centrale al mondo che per statuto non deve svolgere la funzione precipua di una banca centrale, che è quella di garantire la liquidità del sistema. Dovremmo chiederci a questo punto: perché? Lo spread è conseguenza di questa scelta deliberata e di nient’altro. La volatilità del mercato dei titoli di Stato dell’eurozona generata dall’inerzia della BCE si ripercuote sui bilanci pubblici, perché collocare i titoli a un valore inferiore (cioè a rendimento maggiore) significa pagare più interessi e peggiorare il rapporto debito/PIL verso il quale si dovrebbe tendere in ossequio ai trattati. È una trappola ben congegnata che mette in evidenza la funzione politica del mercato unico e dell’Unione monetaria. Lo spread si è sostanzialmente azzerato con gli interventi della BCE ed è esploso ogni qualvolta la BCE si è sottratta al compito di garantire la liquidità del sistema. E la volontà di svolgere il suo primario compito di garante del sistema e di “prestatore di ultima istanza” è legata a logiche meramente politiche, cioè a espressioni discrezionali di volontà del board. La governance della BCE, che non ha legittimazione democratica e che rappresenta gli interessi dei market makers abilitati ad operare sul mercato dei titoli di Stato, ha il potere di decidere sulla tenuta del governo di un paese membro, scegliendo appunto discrezionalmente se intervenire e quando.

 

È necessario prendere coscienza di questo aspetto, come del fatto che tale differenziale dei tassi nel collocamento dei titoli non ha nulla a che vedere con i mutui pagati dai cittadini italiani (questi sono calcolati sull’Euribor, che dipende dalla media dei tassi interbancari) né con i risparmi degli italiani (chi acquista i titoli con finalità di immobilizzazione e rendita dei risparmi non specula sugli arbitraggi facendo compravendite continuative di titoli). Quindi chi dice che lo spread dipende dalle scelte del governo e che la sua variazione fa aumentare il costo dei mutui e sta erodendo i risparmi degli italiani è un analfabeta finanziario. Lo spread è solo un’arma politica e nel sistema dell’eurozona minaccia i governi non allineati ai diktat europei destabilizzando i conti pubblici e complicando il mix allocativo dei titoli a breve, medio e lungo termine.

 

Gianluca Baldini

 

 
La corsa dei lemming verso il mare PDF Stampa E-mail

5 Novembre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 3-11-2018 (N.d.d.)

 

L’uomo non evita mai le catastrofi. Ne guarisce.

 

Non mi ricordo più chi l’ha scritto, ma mi sembrano parole adattissime alla situazione attuale. Moltissimi scienziati, filosofi, pensatori – non politicanti - sono d’accordo sulla estrema gravità della situazione del Pianeta. Si tratta di una maggioranza schiacciante, ormai non più neanche mascherata dalla piccola minoranza che esprime parere contrario, costituita in gran parte da pochissimi scienziati-filosofi pagati dalle multinazionali e dagli industriali in genere; anche se i mezzi di informazione fanno tutto il possibile per far apparire “i due pareri” come numericamente quasi-paritetici e per rovesciare il principio di precauzione, allo scopo di continuare tutto come prima. I cambiamenti climatici, ormai evidenti e velocissimi, sono uno dei sintomi del male. Ricordiamo “I limiti dello sviluppo”: il grafico BAU (business as usual), uscito dal calcolatore quasi 50 anni orsono, indicava proprio in questo decennio (2010-20) l’inizio dei grossi guai. E così sta accadendo. Successivamente, in assenza di modifiche delle interazioni fra le grandezze considerate (che significa il modo di vivere) nelle proiezioni di quel rapporto si nota la scomparsa, a partire dal 2050, di almeno cinque-sei miliardi di umani, oltre l’estinzione e lo sterminio evidente, già iniziato da tempo, di un numero molto più grande degli altri esseri senzienti. Se nell’umanità restasse un briciolo di saggezza, si dovrebbe procedere come segue. Occorre, a partire da domattina, e senza condizioni: Inondare il mondo di anticoncezionali;  Diventare tutti quasi-vegetariani, come oranghi, gorilla, scimpanzé e bonobo;  Cessare ogni estrazione e impiego di combustibili fossili; Non costruire più alcun veicolo con motore a combustione interna; Cessare ogni “produzione” di energia di origine non solare diretta; Smettere immediatamente la produzione e l’impiego di materie plastiche; Chiudere tutti gli impianti petrolchimici, o di chimica industriale in genere; Non abbattere più alcun albero, né distruggere un solo metro quadrato di foreste, né boschi in generale; Cessare immediatamente qualunque monocoltura e impiego di pesticidi; Non parlare più di economia, del PIL, dello spread, del reddito e simili amenità; Forse abolire anche il denaro e i concetti di ricchezza e povertà; Chiudere tutte le Borse: abbiamo vissuto almeno uno-due milioni di anni senza tutte queste sovrastrutture inutili e soprattutto dannose.

 

Poiché evidentemente si tratta di utopie, il collasso del sistema è ormai inevitabile. Ma tutto questo è puro ottimismo. L’ipotesi veramente pessimista è che tutto continui come prima, che ci sia “la ripresa” e si vada avanti con “la crescita”: in tal caso infatti la situazione diventerebbe veramente una tragedia molto, molto, molto più grande con conseguenze difficilmente immaginabili. Ora possiamo ricordare la corsa dei lemmings verso il mare. Gli ultimi, i più lenti, quelli che “non ci credono troppo” (circa il 20-30%), si salvano e tornano indietro: sono ancora là, in testa alla valle, lontano dal fiordo, dove gli altri sono annegati. Dalla mail di un mio amico canadese: If there is not an economic collapse soon, something terrible is going to happen”.

 

Guido Dalla Casa

 

 
Sul fondo del barile PDF Stampa E-mail

4 Novembre 2018

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È finalmente diffusa la consapevolezza della profondità epocale del disastro che stiamo attraversando. Tuttavia la maggior parte degli interventi parla di debito pubblico, di tassi di interesse, di spread, di ingiustizie sociali, di politiche keynesiane contrapposte al liberismo, di sovranità nazionale contrapposta al globalismo o all’europeismo. Pochi vanno oltre, pochi tentano di scavare in ciò che scaturisce dal profondo e che ha sempre una dimensione metafisica. Fra questi pochi è da segnalare una pubblicazione recentissima, un libro di Lorenzo Merlo, dal titolo “Sul fondo del barile”, edito da Primiceri.

 

Lo scavo dell’Autore nel terreno devastato della nostra decadenza è impietoso. Disgregazione sociale e crollo istituzionale ne sono i segni più vistosi. Scienza e tecnologia, la nuova Fede della modernità, mostrano l’inadeguatezza delle loro pretese. Mafie e oligarchie finanziarie si spartiscono il mondo col procedere della globalizzazione che toglie poteri agli Stati per affidarli all’alta finanza e alle cosche. Ma la malattia è spirituale, è la ricerca ossessiva del piacere, è la caduta del senso del limite nella presunzione di onnipotenza di un “io” ipertrofico. Procedendo sempre più in profondità, si scopre la “presenza satanica” del materialismo. Suoi figli sono il positivismo, il capitalismo, lo scientismo, l’imperialismo; suoi dogmi sono il culto del progresso, la fiducia nella tecnologia, la concezione di un tempo lineare che proietta l’umanità verso un fine. Questa epoca buia trovò la codificazione dei suoi schemi mentali in quelli che dovevano essere i lumi dell’illuminismo. Liberté, Égalité, Fraternité la nuova trinità al posto di Padre, Figlio e Spirito Santo, con Kant che dichiara l’impossibilità della metafisica. L’Italia è coinvolta in pieno in questo disastro di civiltà, dopo avere attraversato anche stagioni politiche che passo dopo passo hanno demolito il poco di positivo che si era costruito: la protesta armata ha avuto il solo merito di mettere in evidenza quanto dipendiamo da servizi segreti italiani e stranieri; Tangentopoli fece terra bruciata senza instaurare alcuna virtù civica; i “piani mondialistici delle cricche capitalistiche-finanziarie-ebree-americane” hanno pilotato bene la loro motonave anche in acque italiane. L’illusione di un’umanità liberata attraverso le nuove tecnologie è già dissolta dalla realtà della riduzione del tempo delle relazioni umane. L’Europa, ultimo tentativo di dare al disorientamento generale un mito fondativo, non esiste, così come non è mai esistita la democrazia.

 

Nessuno si illuda di poter ridare vigore ai vecchi schemi. La distinzione fra Destra e Sinistra non ha più significato, se mai lo ha avuto. Le Sinistre europee si sono appropriate delle tematiche dei radicali, che sono una componente del liberalismo, abbandonando il socialismo. Il presunto “destro” Alain de Benoist, come e meglio di tanti altri, ha scritto pagine decisive su questo. Un altro francese, il marxista critico Jean-Claude Michéa, non è da meno quando denuncia la stupidità delle persone di sinistra che ritengono possibile combattere il capitalismo in nome del progresso e l’imbecillità delle persone di destra che ritengono possibile difendere i valori tradizionali e nel contempo l’economia di mercato che li distrugge.

 

Eppure, il libro è permeato di un profondo ottimismo. Si intravede l’alba di un altro mondo. Non sarà il populismo a crearne le condizioni, pur non essendo senza valore, così come sono fertili i non-votanti. Anche in questo caso occorre andare più a fondo, nella dimensione metafisica. Bisogna avere fiducia in una concezione ciclica della storia, per cui in ogni morte è l’essenza di una rinascita. “I detriti sono il dono della piena”. Nella catastrofe si deve vedere una fortuna perché tutto è da ricostruire. Quando un ciclo ha termine, ne scaturisce un altro. Il materialismo è giunto al suo limite esistenziale. Cresce la consapevolezza spirituale, purché non si separi “in luoghi ecologici, in territori purificati, in enclave autarchiche, passatiste, pauperistiche, luddistiche”. Le piccole comunità da ripristinare abbatteranno il capitalismo, ma dovranno essere fenomeno diffuso, non esperienze sporadiche. La rivoluzione sarà individuale, non individualista. Pertanto l’attenzione deve essere spostata da quanto si vuole comunicare alla persona destinataria del nostro tentativo di comunicazione: questo modo di rapportarsi con l’altro è rivoluzionario. Ecologia profonda e bioregionalismo rappresentano lo spirito nuovo. L’uomo nuovo rivaluterà la frugalità, l’essenziale, la piccola comunità. Con ciò saranno recuperate le vie già tracciate dai Maya, dai Toltechi, dagli Egizi, dal Buddhismo, dalla Kabbalah, anche dal Cristianesimo inteso nella sua purezza originaria. È in atto “un passaggio evolutivo nella nostra storia, parallelo a un cambio di frequenze energetiche dell’Universo”. La fisica quantistica ne è un segno. Prima la relatività, poi la fisica dei quanti hanno scoperto che l’osservatore è implicato nella realtà che descrive. Ciò avrà enormi conseguenze in direzione di una visione del mondo spiritualistica, anche se per ora la mentalità comune è ancora condizionata dalla concezione meccanicistica. Quando le nuove acquisizioni della fisica diventeranno patrimonio culturale diffuso, ne discenderà una consapevolezza olistica che cambierà il mondo.

 

Chi scrive queste note ritiene che fare rientrare le tesi dell’Autore nella logica della New Age significhi far torto alla complessità dell’analisi e alla ricchezza dei suoi riferimenti culturali. Piuttosto si potrà nutrire scetticismo verso tanta fiducia nell’avvento di un altro ciclo. La concezione ciclica presuppone il “niente di nuovo sotto il sole”. Purtroppo l’epoca che ci è stata data in sorte presenta grandi novità, che determinano uno scarto drammatico dalle traiettorie della ciclicità. Da sempre l’umanità si prospetta una fine traumatica, ma attraverso l’opera di divinità. Per la prima volta nella storia l’uomo stesso ha i mezzi per distruggere il mondo. Sempre l’uomo ha alterato l’ambiente ma mai vi aveva immesso veleni mortali. Nelle epoche precedenti l’umanità è stata minacciata di estinzione per guerre, carestie, pestilenze, mortalità precoce. Oggi viviamo la tragedia dell’eccesso di popolazione. All’inizio del secolo scorso il globo era abitato da un miliardo e mezzo di persone. Alla fine del secolo eravamo oltre 6 miliardi. Mai si era verificata una simile crescita. Mai la comunicazione fra gli abitanti del globo era stata istantanea. Ora lo è. Mai ogni metro quadrato del territorio e dei mari era stato sotto osservazione costante. Ora lo è. Mai il disorientamento, il vuoto interiore, la fuga negli allucinogeni e nelle droghe, avevano raggiunto le dimensioni odierne. Tutto ciò rende meno probabile la ripresa del ciclo e più prevedibile un crollo senza riscatto. Il bel libro di Lorenzo Merlo ci aiuta a scacciare questi incubi.

 

Luciano Fuschini

 

 
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