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Un'intesa a tutto campo PDF Stampa E-mail

11 Luglio 2020

 Da Rassegna di Arianna del 10-7-2020 (N.d.d.)

Che cosa prevede l’accordo strategico venticinquennale siglato fra Iran e Cina. C’è chi dice che i suoi presupposti siano addirittura maturati durante il lontano 2016 durante una visita del presidente cinese Xijinping a Teheran. E c’è chi sostiene che le sue fondamenta siano state gettate durante la visita a Pechino lo scorso agosto da parte del ministero degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif. Sta di fatto che Cina e Iran hanno negoziato in segreto e finalmente concluso – manca solo un’ultima riunione perfezionatrice che si terrà oggi – un accordo strategico venticinquennale che farà masticare amaro gli Usa e Donald Trump, e che l’accordo gode ovviamente della benedizione della Guida Suprema Ali Khamenei, ben lieto nel suo intimo di sferrare una serie di fendenti ai nemici americani. Sebbene l’intesa sia formalmente segreta, le fonti interne al Ministero del petrolio iraniano del magazine “OilPrice” hanno svelato alcuni degli elementi chiave di un accordo che attraversa il settore dell’energia e del petrolchimico, quello dei trasporti e quello militare.

Il perno dell’intesa non poteva che riguardare un settore come quello dell’Oil & Gas e il petrolchimico che sono sotto sanzioni da parte Usa. Sanzioni che non saranno più un problema quando la Cina metterà a disposizione, in base all’accordo, ben 280 miliardi di dollari da investire nel comparto, con un importo passibile di ulteriori aumenti negli anni successivi a seconda delle esigenze. A questo tesoretto, Pechino aggiunge ulteriori 120 miliardi di investimenti destinati ad ammodernare le infrastrutture petrolifere del paese, anche in questo caso con un importo che potrà lievitare sulla base della discrezione delle parti. In cambio di tanta munificenza, Teheran garantirà agli amici cinesi una sorta di diritto di prelazione su qualsiasi nuova scoperta o progetto energetico sviluppati in Iran. Pechino inoltre potrà acquistare il greggio, il gas e altri prodotti petrolchimici della Repubblica islamica con uno sconto minino del 12% rispetto ai prezzi medi del periodo, più un altro 6-8% di sconto aggiuntivo. Infine, potrà procedere con i pagamenti con una dilazione fino a due anni, e potrà onorare i suoi contratti con soft currencies, ossia con quelle valute estere di cui dispone in gran quantità grazie agli scambi con le economie emergenti, con particolare riguardo a quelle africane.

Non meno interessante è la seconda parte dell’accordo, che va a toccare uno degli interessi primari dell’ex celeste impero: lo sviluppo della cosiddetta Belt and Road Initiative. Sulla base dell’intesa, l’Iran si impegna ad elettrificare la linea ferroviaria che collega Teheran a Mashad. Si dovrebbe procedere inoltre con la realizzazione di una linea ad alta velocità sulla direttrice Teheran-Qom-Isfahan al fine di aumentare i collegamenti con Tabriz, la città iraniana benedetta da notevoli riserve di gas e petrolio che si trova al centro della parte della nuova via della seta che collega Urumqi a Teheran e da dove partirà una pipeline diretta ad Ankara. Ma una parte non meno interessante dell’accordo riguarda il settore militare e sembra riflettere, secondo le fonti di OilPrice, la (più che comprensibile) volontà di Khamenei di aggiungere anche questa dimensione all’intesa complessiva con Pechino. La Guida Suprema, in particolare, avrebbe insistito – secondo una di queste fonti – affinché nell’intesa fosse compresa anche “la completa cooperazione aerea e navale tra l’Iran e la Cina, con la Russia a svolgere un ruolo”. Se dunque l’accordo verrà finalizzato oggi, negli aeroporti di Hamedan, Bandar Abbas, Chabhar e Abadan stazioneranno una serie di velivoli militari appartenenti alle due potenze, dai Tupolev Tu-22m3s modificati dalla Cina, ai Sukhoi Su-34 sino al nuovissimo caccia monoposto Sukhoi-57. Quanto alla parte relativa alle rispettive marine, ai vascelli cinesi e russi sarà consentito di ormeggiare nei porti di Chabahar, Bandar-e-Bushehr e Bandar Abbas dove manodopera cinese provvederà a costruire nuove infrastrutture.

È dunque un’intesa a tutto campo quella che lega adesso Cina e Iran (con la partecipazione interessata di Mosca), in un chiaro tentativo di irritare il campione delle sanzioni della Casa Bianca. La cui reazione, adesso, sarà tutta da vedere.

Marco Orioles

 
Il diavolo, probabilmente PDF Stampa E-mail

9 Luglio 2020

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 Da Rassegna di Arianna del 6-7-2020 (N.d.d.)

Quello che state per leggere darà fastidio a molti “destri”. Sulla speranza di far ragionare i “sinistri” contemporanei abbiamo messo una pietra da tempo. Premessa maggiore: i termini di destra e sinistra, che ricalcano la topografia della Costituente nella Francia nel 1789, generalizzati sulla scala dell’intero universo, sono da tempo in preda a processi di inversione e sovrapposizione che li rendono anacronistici. Premessa minore: poiché occorre farsi capire, li utilizzeremo comunque nel significato corrente, segnalando che dei due, quello a cui è attribuito senso positivo è sinistra, talché insistere a definirsi “di destra” è puro autolesionismo.

Destra del denaro e sinistra dei costumi è un’espressione introdotta nel dibattito culturale da un intellettuale francese che si dichiara orgogliosamente socialista, respingendo con sdegno la retorica di sinistra, Jean Paul Michéa. Per lui imperano una prassi e un pensiero guidati da un’oligarchia – economica, finanziaria e tecnologica- che chiama destra del denaro, la quale ha appaltato alla sinistra dei costumi la cultura in senso lato: scuola, educazione, comunicazione, “narrazione” ufficiale. Alla destra del denaro interessa mantenere il controllo sull’economia e della finanza, attraverso la concentrazione selvaggia della proprietà non solo dei marxiani “mezzi di produzione”, ma dell’intero apparato di comunicazione e informazione. È una oligarchia di azionisti alleata, dopo il cruciale 1968 e finito il comunismo novecentesco nel biennio 1989-1991, con la sinistra dei costumi, il ceto intellettuale interessato a rovesciare l’intero sistema di valori, principi e credenze della civiltà europea e occidentale. L’interesse di questi ultimi è evidente. Quello della destra del denaro riguarda la precisa volontà di dominare i popoli e i singoli individui svuotandoli delle loro identità, al fine di orientarne comportamenti, consumi, idee sino a omologarli, poiché la società-mercato ha bisogno del dominio su consumatori a taglia unica. L’analisi è rozza, ma ha una sua logica. Il filo che unisce i due grandi vincitori dell’ultimo mezzo secolo – la destra del mercato e la sinistra culturale – è la comune adesione a uno strano ircocervo (post) liberale, in cui gli uni rappresentano la spinta liberista – la privatizzazione del mondo concentrando il pacchetto azionario nelle loro mani – e gli altri un singolare libertarismo pronto a diventare inflessibile proibizionismo nei confronti di chi lo contesta. Il diavolo, probabilmente. L’espressione proviene dal dialogo tra Karamazov padre e uno dei suoi figli, il tormentato Ivan, nel capolavoro di Fedor Dostoevskji I fratelli Karamazov.  Nella tesa discussione intorno a quelli che oggi definiremmo “massimi sistemi”, il padre chiede al raffinato intellettuale Ivan: “Dio esiste o no, una volta per tutte? No. E chi si prende gioco degli uomini, Ivan? Il diavolo, probabilmente.” Il regista Robert Bresson intitolò Il diavolo, probabilmente, un film che è un potente affresco sul male e il nichilismo. Ebbene, se la crisi che stiamo vivendo non è solo politica, storica, civile, morale, ma è antropologica, metafisica e spirituale, è per il trionfo dell’alleanza niente affatto innaturale tra destra del denaro e sinistra dei costumi. Sì, probabilmente è Mefistofele che inganna definitivamente Faust, archetipo dell’uomo europeo, e gli ruba anima e corpo. La sinistra ha tradito il popolo della povera gente alleandosi con i “padroni universali”, assecondandone l’universalismo proprietario, innalzando e istigando ogni minoranza in una sconcertante rincorsa identitaria in nome dell’Identico Cosmopolita, il cui esito è la dissoluzione. Lasciamola al suo destino e concentriamoci sull’altra parte del cielo, la destra.  Possibile che non si renda conto della sua sconfitta epocale, del fatto che arretra ogni giorno senza combattere e spesso senza neppure eccepire? Certo, è difficile contrastare un tempo in cui il cambiamento -chiamato progresso-  è posto sul trono in nome di principi che negano continuità trasmissione, stabilità. Per farlo, occorre una solida corazza morale, una formazione culturale e una tenuta personale che nessuno ha coltivato.

La destra politica ha tradito il suo popolo con altrettanta forza della sinistra, e lo ha fatto in nome del denaro, del potere e degli interessi di pochissimi. Conta solo il mercato, e non riesce neppure a capire che i nemici più accaniti della proprietà diffusa, della concorrenza e della libera iniziativa oggi non sono a sinistra, ma, appunto, nella destra del denaro, oligarchica, feudale, senza freni, senza vergogna. Hanno ridotto l’uomo alla triste dimensione di Adam Smith: non avremo il pane e la carne dalla generosità del fornaio e del macellaio, ma dalla loro avidità. Una ben povera concezione dell’essere umano, cui non abbiamo più la forza di contrapporre il potente monito di Ulisse nella Commedia di Dante: fatti non foste a viver come bruti, ma a seguir virtute e conoscenza. Stupisce che non si eccepisca da un punto di vista liberale classico il fatto che il mercato per essere tale deve essere aperto, mentre lo è solo in uscita, con l’espulsione costante non solo dei piccoli e medi operatori, ma anche dei grandi, per lasciare spazio a pochi giganti organizzati in cartelli. Alcune centinaia di colossi possiedono, attraverso incroci azionari, il mondo intero, ma la destra politica non batte ciglio: è il mercato, bellezza, ci dicono con sorrisi di compatimento. No, non ci stavamo ieri, non possiamo starci oggi, nel momento in cui la civiltà intera in cui siamo vissuti è travolta da un vento di distruzione i cui mandanti non sono i “sinistri” intellettuali delle università e delle redazioni, ma i loro padroni oligarchici. La destra spuria ha assunto gaiamente non solo il linguaggio e i toni dell’avversario – del nemico – ma anche le sue ragioni. In Gran Bretagna, il matrimonio omosessuale è diventato legge sotto un governo conservatore, pur se i gloriosi Tory non sono che un partito liberal liberista che usurpa il nome di conservatore. In Spagna, il Partito Popolare di centrodestra non ha mai neppure tentato di modificare le legislazioni in materia di aborto e di distruzione pianificata della famiglia introdotte dai socialisti (a loro volta usurpatori del rispettabile nome di una grande famiglia politica) e, da ultimo, ha emesso comunicati ufficiali per unirsi ai festeggiamenti delle giornate LGBT, utilizzando un logo arcobaleno al posto del tradizionale simbolo della rondine. In materia di immigrazione, la destra politica è spesso su posizioni sovrapponibili a quelle del cosiddetto avversario. Certo, sospira, allarga le braccia, ma poi quel che fa è allinearsi al desiderio degli iperpadroni di nuove braccia e nuovi schiavi. In Italia, è Forza Italia il più convinto sostenitore dell’accettazione dei prestiti del MES, che distruggerebbero gli ultimi brandelli di sovranità – economica, prima ancora che popolare e nazionale – unita al partito-sistema sedicente democratico. Quanto alle decisive battaglie di libertà relative alle leggi bavaglio in materia di opinione (legge Mancino, omofobia, agenda LGBT) la destra politica grida alla luna, poi si accuccia e non vi è traccia nei suoi programmi di modifiche significative o di abrogazione. Il problema dei problemi, in Occidente, è la denatalità: se una civiltà non riproduce se stessa a partire dalla nascita di nuovi membri, è destinata alla fine. La risposta della sinistra, della destra del denaro e, ahimè, della Chiesa, è l’aumento dell’immigrazione, cioè la sostituzione etnica e culturale. Nessun tentativo di investire denaro nella cultura dell’accoglienza della vita, attraverso politiche che hanno dato buoni risultati in nazioni come la Francia, e, da noi, nelle province autonome di Trento e Bolzano. A un candidato alle elezioni regionali che ci aveva chiesto idee, abbiamo suggerito di presentare un progetto per rivitalizzare le nascite in Liguria, terra sulla via dell’estinzione biologica: siamo stati guardati con commiserazione. In compenso, i destri diventano leoni al momento di invocare la diminuzione delle tasse. Hanno ragione, è necessaria, ma non è programma, non è cultura, non è progetto. È soltanto un elemento – giusto quanto si vuole – all’interno di una visione della vita improntata alla libertà. Quella libertà che non riescono a vedere minacciata dalla progressiva abolizione del denaro contante, tema a cui pure dovrebbero essere assai sensibili, dall’obbligo di una vita online, dalla disgregazione sociale, dal precariato, dai bassi salari che impediscono un progetto di vita, dal tele lavoro che rende asociali e ferocemente competitivi, dalla sorveglianza da remoto in mano agli straricchi e onnipotenti signori della tecnologia, dal divieto di esprimere certe convinzioni o addirittura di usare determinate parole, dal nichilismo incombente. Potremmo proseguire con un elenco divenuto interminabile e intollerabile. Intollerabile? No, la “tolleranza”, ovvero l’accettazione acritica di ciò che non piace per viltà e tornaconto, è diventata un valore anche a destra, senza neppure pretendere la reciprocità.

La destra muore liberale, liberista e libertaria, non diversamente da sua sorella più furba, più svelta, la sinistra. Ma era vissuta attorno a ben altri principi. Dio, Patria, famiglia, lavoro, responsabilità, partecipazione, ordine e Stato di diritto entro la cornice dei valori citati. L’agonia della destra somiglia a quella delle balene che, inspiegabilmente, vanno a morire sulla spiaggia, a nulla valendo il tentativo di risospingerli nel loro elemento naturale. Evidentemente, l’elemento naturale della destra è l’economia liberista, la finanza, il denaro. Buon pro le faccia, ma saranno sempre minoranza che insegue, si difende e alla fine accoglie, per stanchezza o incapacità di definirne di sue, le idee dell’altro. Oppure, è la spiegazione più triste, è tutto un gioco di ruoli, una maschera a uso dei gonzi, numerosissimi di qua e di là. L’unica libertà che conta è quella d’impresa -la grande impresa, l’altra può morire, come accade da venticinque anni e nel 2020 con moto accelerato. L’unica vera proposta che differenzia la destra dalla sinistra è la politica fiscale. Gioco facile, dall’altro lato, ad accusare di egoismo e mancanza di solidarietà: è la verità, dopo il tramonto di Dio, patria e famiglia. Tutti cianciano di libertà nell’epoca in cui vince l’idea di Benjamin Constant: la sua “libertà dei moderni” è essenzialmente negativa, libertà “da”, l’autorizzazione al disinteresse e al particolare, a differenza della libertà degli antichi, il cui senso era la partecipazione e la responsabilità. Diceva l’esponente della rivoluzione conservatrice Arthur Moeller Van Den Bruck che la democrazia è la partecipazione di un popolo al suo destino. Non c’è popolo, non c’è destino nella fuga, nel riflusso, in un individualismo e in una sfera privata che la nostra epoca non permette. Ma un popolo ha un destino se si considera tale, se possiede il senso di se stesso. Quindi, basta con l’accettazione difensiva della narrazione altrui. Non esiste un mondo a misura unica, assurdo considerarsi cittadini del mondo. La stagione migliore della destra è stata sempre all’insegna dell’amore della libertà come opportunità e responsabilità. Dunque, bisogna dare battaglia sul terreno delle leggi liberticide. Non ci possono essere parole, convincimenti, giudizi proibiti: solo la violenza va espulsa dal terreno pubblico. La spiritualità, la religione non sono fatti privati, come vuole la liturgia liberale, ma elementi costitutivi della condizione umana. La famiglia naturale è quella aperta alla vita, formata da uomo e donna, secondo il progetto di natura e biologia, fatto salvo il diritto degli adulti consenzienti di comportarsi come credono tra le lenzuola. I sessi sono due, non quattro, sette o ventidue. Gli uomini sono diversi tra loro per capacità, volontà, etnia razza: uguale è la dignità iniziale dell’essere umano. Le comunità che essi formano a partire dall’ appartenenza territoriale, culturale, linguistica, etnica, spirituale meritano di essere conservate e trasmesse alle nuove generazioni. La convivenza tra gli uomini non può essere regolata solo da norme contrattuali. La realtà esiste, è oggettiva e la natura supera la cultura: dunque l’uomo e la sua tecnica non sono padroni della vita, non possono decidere autonomamente al posto della biologia. Esistono alcune invarianze che diventano principi etici naturali, iscritti nel cuore dell’uomo. Il legato culturale che possiamo attribuire alla destra è immenso: perché sprecarlo, barattarlo con la sola legge del denaro e del mercato? Soprattutto, perché la destra (politica) ha tanto fastidio per la cultura, ovvero per la diffusione della conoscenza, se uno dei suoi principi è (era?) la continuità, la volontà di trasmettere qualcosa? L’eredità non è un elenco di beni materiali da trasferire in proprietà, previo pagamento di un’imposta. Scriveva Tocqueville che il grado di libertà di una nazione può essere giudicato sulla base delle norme in materia di successione. Questo è senza dubbio vero se il criterio discriminante è l’avere, la materia. La destra ha sempre creduto più nell’essere che nell’avere, tenendosi a distanza dal materialismo. Almeno un tempo, prima di chiudersi nella gabbia liberale, che confonde ben-essere con ben-avere, merci, ossia prodotti, con beni, ciò che serve alla vita. Disfacendosi del suo legato, ha offerto praterie immense della cultura agli avversari, trincerata nei listini di borsa e nella mistica dell’impresa. Ricordate le tre I di Berlusconi, Internet, impresa, inglese? Una penosa confusione tra mezzi e fini, la volontà di sciogliersi nell’indefinito globale a partire dalla lingua, le nuove tecnologie come scopi anziché mezzi con cui vivere meglio, conoscere di più, riflettere con cognizione di causa.  Storia vecchia, purtroppo: l’egemonia sulla cultura, compresa da Antonio Gramsci come conquista progressiva delle coscienze, penetrazione nel profondo della comunità, è stata la chiave della sconfitta storica della Dc. Controllava le casse di risparmio e le camere di commercio, ma intanto il senso comune correva altrove, la società civile cambiava inesorabilmente i suoi principi. La falsa credenza peggiore è il convincimento “destro” di essere i vincitori della storia, per l’implosione del comunismo. È falso, terribilmente falso. Il marxismo ha fallito sul terreno economico, ma trionfa ogni giorno – con l’approvazione degli oligarchi – sul piano dei costumi. Liberato dai pessimi francofortesi della palla al piede del collettivismo economico, ha potuto distruggere l’autorità (l’uccisione simbolica del padre celeste e di quello terreno), ha destrutturato la famiglia, ha screditato la libera iniziativa, tacciata di egoismo. Musica per le orecchie delle cupole liberiste, che hanno riprodotto a loro vantaggio la dialettica servo-padrone offrendo diritti soggettivi e ritirando diritti sociali. Il tornante della storia è adesso a un nuovo punto di svolta. Vinta la guerra del linguaggio (il politicamente corretto compreso nella sua portata rivoluzionaria, con vent’anni di ritardo, nonostante gli avvertimenti della destra culturale) la sinistra dei costumi è entrata nella fase proibizionista. Basta libertà concrete, basta libero pensiero: vige l’Unico, con la copertura onnicomprensiva dell’antirazzismo forzato e forsennato. La destra del denaro si frega le mani: che importa, bianchi, neri o meticci, essenziale è che consumino e non si ribellino alle parole d’ordine da lei autorizzate e appaltate alla sinistra dei costumi. Sostituiscono la storia con l’isteria; tanto meglio, generazioni di ignoranti manipolati rafforzano il tallone di ferro del potere. Il primo grande romanzo distopico del XX secolo fu Il Tallone di Ferro di Jack London. Trattava dell'ascesa di un’oligarchia dittatoriale, i detentori dei mezzi di produzione, della morale dominante e della conoscenza. Vi ricorda qualcosa, amici di destra? Aggiungete il monopolio delle tecnologie legate al controllo sociale e la padronanza delle parole, che convince la gente che quel che vede non è vero, la neve è nera e l’erba non è verde in primavera. Da che parte state, dal lato dell’oligarchia del denaro o dalla parte dei popoli? Se la risposta è quella che crediamo, svegliatevi una buona volta, poiché il nemico non è alle porte, ma è già al potere. Oggi ci costringono a inginocchiarci e abbattono le statue di qualche personaggio storico, ma l’obiettivo siete voi, siamo noi, è la civiltà che fummo e che potremmo ancora essere. L’obiettivo è abbattere la croce e sostituirla con il simbolo del dollaro, abolire qualunque ordine e promuovere un Caos dal quale uscirà una civilizzazione disumana. Quando Bisanzio veniva espugnata, esangui profeti del nulla discettavano del sesso degli angeli. Anche sul Titanic si ballava mentre il gigante del mare simbolo orgoglioso del progresso dell’uomo occidentale andava a sbattere contro la montagna di ghiaccio. Amici di destra, avete il diritto di tacere, di continuare a fare affari – venderete al nemico la corda a cui vi impiccherà- potete chiudervi ancor più nel vostro minuscolo guscio privato. Potete persino applaudire, molti già lo fanno. Ma non sfuggirete al tallone di ferro: destra del denaro più sinistra dei costumi. Una civiltà asfittica muore suicida. Chiamatelo come preferite: è il diavolo, probabilmente.

Roberto Pecchioli

 
Uno sport triste PDF Stampa E-mail

8 Luglio 2020

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 Lo sport è diventato triste. Il gesto dei piloti inginocchiati prima del GP d' Austria è stato un miscuglio di politicamente corretto, di tristezza, un qualcosa di brutto veramente da vedere: conformismo e pecoronaggine allo stato puro. Qualcuno dirà, giustamente, che sport e politica da sempre vanno a braccetto e non bisogna del tutto stupirsi. Le cose non stanno in questa maniera. È vero che la cassa di risonanza dell'evento sportivo fin dalla sua nascita viene utilizzata sia come propaganda politica -pensiamo solo alle Olimpiadi di Berlino del 1936, al Mondiale italiano del 1934 e quello di Argentina 1978- sia come protesta individuale o collettiva. Ad esempio pensiamo agli atleti afroamericani a Città del Messico 1968. Alcune partite, di qualsiasi sport, sono entrate nell' immaginario collettivo: il "derby del muro" ai mondiali del ‘74 tra Germania Ovest e Germania Est (voci dicono che gli occidentali persero apposta, per un puro calcolo di classifica: arrivando secondi e non primi trovarono al turno successivo avversari più deboli). Anche la finale al mondiale di hockey su ghiaccio del 1969 tra URSS e Cecoslovacchia, coi fatti di Praga in corso, fu epica. Lo sport e la politica, insomma, non possono scindersi ma tra ieri e oggi io vedo una forte differenza: un tempo la protesta o propaganda riguardava una singola nazione o singoli individui o una certa ideologia (est contro ovest, afroamericani contro il Governo statunitense, eccetera) e certe volte, seppur eterodiretta, aveva comunque una carica di pathos genuino e condiviso. Gli atleti tedeschi che nel 1936 facevano il saluto nazista erano veramente e intimamente convinti di essere i rappresentanti dell' "arianesimo" anche sportivo; i cecoslovacchi nel 1969 volevano veramente dare una lezione ai sovietici e riscattarsi. E gli esempi potrebbero continuare. Il gesto, dunque, seppur non sempre spontaneo, aveva una valenza genuina e convinta. Oggi invece oltre ad essere eterodiretti sono conformisti, il che è peggio. Lo fanno perché se non lo fai vieni additato e hai paura di esporti. Più che antirazzismo, in questi inginocchiamenti io vedo solo pecore che hanno paura del pastore e dei suoi cani da guardia. Intendiamoci, a scanso di equivoci: l'atteggiamento della polizia americana verso chi è afroamericano (o ispanico o minoranza) troppo spesso è intollerabile, con sistemi indegni di un Paese civile. Che poi negli USA il problema è "la polizia in generale" ancor più che "la polizia razzista" in particolare. Il problema della questione delle minoranze negli USA, ancor più che il razzismo, è dovuto al fatto di una società e sistema americano esclusivi, esclusivi nel vero senso letterario: di élite, che escludono gli altri. Che poi nella massa di americani ci siano poveri idioti che pensano che un bianco sia superiore a un afroamericano, è purtroppo vero. Ma il problema non sono questi cretini nel loro complesso, facili da zittire. Il problema sta nel sistema americano in generale. Per quanto ne propagandino il contrario, gli americani hanno sempre escluso le minoranze. Quelli delle minoranze che hanno "sfondato" e sono "qualcuno" hanno dovuto, come compromesso, prendere atteggiamenti, stili di vita e mentalità della élite dominante. In questo senso aveva ragione il figlio contestatore del protagonista del film "The Butler -Un maggiordomo alla Casa Bianca", un afroamericano che contestava l'attore Sidney Poitier dicendo pressappoco: "Poitier non è un nero che integra i neri, ma un nero che si comporta come vorrebbero i bianchi e li imita".

Tornando allo sport, non è con questi atteggiamenti conformisti che si risolvono i problemi. Al massimo si nasconde la polvere sotto il tappeto. Uno sport triste anche perché senza pubblico, ormai solo a beneficio delle TV: nel calcio, concludono il campionato solo per non perdere i diritti televisivi.  Già prima era uno spezzatino, adesso si gioca 24h24 e 7 su 7 senza alcuna logica: la regolarità del gioco è inesistente. Da amante del pallone, credo che seguirò ora solo le partite grosse, quelle che contano davvero, come le finali di Champions, perché il resto ormai è solo spazzatura.

Sono curioso di vedere Tokyo 2021. Sarà l'apoteosi di ogni tristezza, ne sono sicuro.

Simone Torresani

 
Una lettura ideologica del virus PDF Stampa E-mail

6 Luglio 2020

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 Qualche giorno fa, entrando in edicola, mi sono trovato davanti agli occhi un libretto della insigne professoressa Donatella Di Cesare, venduto in allegato con Repubblica. “Virus sovrano?” era il titolo, e prometteva di essere una lettura politica della vicenda Covid. Certo, dieci centesimi per ogni paginetta, scritta tra l'altro per niente fitta... ma, si sa, la quantità non c'entra niente con la qualità e mi sono detto che forse non era un acchiappasoldi, cioè uno di quei libri scritti al volo da personaggi famosi cavalcando un fatto importante di cronaca. D'altronde la Di Cesare, protagonista delle polemiche relative alla pubblicazione dei Quaderni Neri di Heidegger, aveva meritato un capitolo intero, e bello corposo, nel mio libro sui Quaderni Neri. Non eravamo d'accordo su quasi nulla ma mi era sembrata una penna di spessore. Quindi ho comprato il libro, lo ho finito in un paio d'ore sotto l'ombrellone e ora sono qui a farne un resoconto a chi fosse interessato al tema, cioè in teoria a tutti. Consentitemi un preambolo però. Il testo si apre con una pagina in corsivo dalle evidenti velleità poetiche, in un fiorire di coppie sostantivo-attributo, messe assieme con la colla della scontatezza: “colori solari”, “asfalto ovattato”, “autobus semivuoti”, “mondo febbrile”, “note discordanti”, “impeto spontaneo”, “cenno amaro”, “apnea allibita”, “attesa angosciata”... solo per rimanere ad una manciata di righe della prima pagina. Tale afflato poetico non è abbandonato neanche nel cuore dell'argomentazione, se solo in 8 righe di pagina 66 troviamo: “esistenza smaniosa”, “durata straziante”, “ampiezza sbiadita”, “dilatazione interna”, “noie piatte”. Mi sono concesso il lusso di questo appunto stilistico perché lo stile è sostanza e ci fornisce parecchie indicazioni sul parlante.

Ma entriamo ora. Si inizia con la descrizione del virus, un “evento epocale”, un 11 Settembre estremamente potenziato. È il “virus dell'asfissia”, un virus che colpisce “dove passa l'alito della vita”. Si tratta della presa d'atto della portata anche culturale dei Covid: “ciò che appare con chiarezza è l'irreversibilità”. La prima idea-chiave che ritroviamo è che il virus abbia messo a nudo i mali del capitalismo, ovvero la “fine della storia, quella macabra profezia neoliberista che negli ultimi decenni ha ripetuto there is no alternative!”. La Di Cesare critica “la vorticosa economia del tempo nell'era del capitalismo avanzato” o “l'imperativo della crescita” fino alla denuncia chiara: “viviamo in una libertà costrittiva o in una libera costrizione” che appunto la crisi Covid può darci l'opportunità di porre da parte, poiché per la Di Cesare è il Covid che “dall'esterno ferma l'ingranaggio capitalistico” e “il virus rallentista ha avuto la meglio sull'accelerazione”. La professoressa sembra perfino essere rinsavita dal proprio progressismo quando dice ad esempio che “ si rompe il patto atavico tra le generazioni” o che esiste una “disfatta della politica” che “procede di emergenza in emergenza, tentando di assecondare gli eventi”, nella “mancanza di risposte alle generazioni future”. Che tipo di critica al capitalismo è, però, quella della Di Cesare? Quella della citata Donna Haraway, che parla di resistenza nei tempi della distruzione capitalistica in un pianeta infetto. Quella della “giustizia terrena nella società senza classi”. Ah, la lotta di classe... ce la eravamo dimenticata. Secondo l'autrice quindi “il virus ha fermato il dispositivo”, ma a me pare che il virus invece sia il dispositivo, heideggerianamente parlando. È lo strumento impersonale con cui la tecnica asservisce l'uomo La descrizione continua: per la scrittrice è contemporaneamente un”avaria imprevista”, un “virus imprevisto” ma anche una “pandemia imminente”, come previsto “già nel 2017 dall'Oms”. Quindi? Si sapeva o no? Sì, ma a suo parere tali previsioni sono state però inascoltate, poiché “la fatica degli scienziati finisce per ridursi alla vana produzione letteraria” per colpa di “Trump e Bolsonaro che giungono a negare fino all'ultimo il pericolo”. E le Task force, il comitato tecnico-scientifico, i Ranieri Guerra al comando del paese? Niente, per la Di Cesare sono ininfluenti imbrattacarte. Fa bene invece il pazzo, quindi a volte illuminato, Vittorio Sgarbi quando in parlamento definisce gli scienziati “Un gruppo di stregoni”.

Dopo gli spunti anticapitalisti, anche la critica all'esautorazione della politica da parte della tecnica mostra, a tratti, una Di Cesare interessante e condivisibile. L'autrice mette in luce l'autoritarismo dello “stato d'eccezione”, la facilità con cui si sono sospesi i diritti fondamentali, il ruolo del “funzionario subalterno, il burocrate, la guardia ostinata” e quel “mostro che sonnecchia nell'amministrazione” che espone i più vecchi e i più deboli. E qui il lettore si aspetterebbe lo sdegno per la censura nei confronti dei liberi pensatori, dei medici e degli scienziati che hanno detto la verità, come Di Donno o Zangrillo, o almeno per il T.S.O. con cui hanno rinchiuso e torturato Musso, colpevole di aver pensato differentemente. Ma, e ti pareva, gli esempi della Di Cesare sono altri: i “migranti annegati in mare o consegnati alla tortura di zelanti guardie libiche” e gli “scarcerati scomparsi per metadone dopo le rivolte”. Sarebbe semplicemente incredibile, se il concetto non fosse ribadito più avanti: “La guerra degli Stati nazionali contro i migranti, assecondata e sostenuta dai cittadini, fieri e gelosi dei propri diritti, può proseguire indisturbata con qualche alleato in più”. Per la Di Cesare il virus ha messo in luce la reale natura delle nostre democrazie, la loro faccia spaventosa, “il vincolo che le tiene insieme”. Tale vincolo sarà lo strapotere dell'economia sovranazionale? Sarà forse la finanza malata - ci chiediamo? Ma no, per lei è la “la fobia del contagio, la paura dell'altro, il terrore per ciò che è fuori” e poi “il razzismo (un virus potentissimo!)”, la lotta contro il quale è inutile anche se si chiede l'apertura dei confini, se poi non si mette in dubbio “l'appartenenza nazionale”, poiché “si presuppone così una comunità naturale chiusa e [...] questa potente finzione, che ha dominato per secoli, spinge a credere che basti la nascita, a mo' di firma, per appartenere alla nazione”. Eh certo, professoressa, per appartenere alla nazione dovrebbe bastare la firma dello scafista su un foglio, no? Ma, proprio come in Marx, non è che alla fine la borghesia non è tanto male e occorrerebbe potenziarla per arrivare allo stato di giustizia? Eh già, pare: “Sebbene la globalizzazione abbia allentato questi nodi, la prospettiva politica non sembra molto cambiata”. Santa globalizzazione! Forse ce ne vorrebbe di più...

Ma l'autrice prosegue in quella che è la descrizione di una vera e propria colpa: la volontà di immunità. E lo fa sottolineando come il termine immunità sia il contrario di comunità, e che oggi “si scambia la comunità con il suo opposto, l'immunità”. Vorrei controbattere che senza una “non comunità” non c'è alcuna “comunità”, e si potrebbe farlo con le parole di Giacomo Leopardi: “Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che Cosmopolita, non si amò né Roma né il mondo: l’amor patrio di Roma divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: e quando Roma fu lo stesso che il mondo, non fu più patria di nessuno, e i cittadini Romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria, e lo mostrarono col fatto”. Ma a nulla servirebbe poiché della parola “Patria” la Di Cesare non saprebbe che farsene. Ma sull'immunità come colpa l'autrice va oltre, dicendo che “gli effetti devastanti dell'immunizzazione, tra cui una gran quantità di malattie autoimmuni, ricadono proprio sui cittadini”. Ma, a proposito, dare uno sguardo al ruolo dello stile di vita consumistico, con le sue sostanze deleterie utilizzate per la produzione globale, e magari alle pratiche vaccinali in merito alla diffusione di tali malattie autoimmuni, non salta per nulla in mente alla Di Cesare. Come mai? Anche per quanto riguarda la critica alla tecnocrazia, alla quale pure ella sporadicamente accenna, come ad esempio quando scrive: “politica e medicina, ambiti eterogenei, si sovrappongono e si confondono. Non si sa dove finisca il diritto e dove cominci la sanità”, manca un accenno alla deleteria quanto attuale questione dell'obbligo vaccinale. Lì non si ravvisa nessuna intromissione da parte delle case farmaceutiche? No, assolutamente, tanto che “si è passati dal partito complottista dei novax al partito scientista dello Stato medico”. Quindi nei confronti dei complottisti, o meglio, di chi viene definito tale dal sistema, l'accanimento scientista va bene? La Di Cesare, certo, censura lo squilibrio del rapporto politica-scienza e mette in guardia sul fatto che “avallare il regime degli esperti sarebbe un rischio enorme”, però non spende una parola sulle responsabilità politiche (né sul nome dei partiti maggiormente coinvolti), connesse alla realizzazione di tale regime. Come mai la filosofa non prende le difese di Forza Nuova che più di ogni altro sta, dall'inizio, sottolineando questo pericolo? Le sta a cuore invece un altro tipo di movimentismo: “femministe e antirazzisti, ecologisti e pacifisti, nuovi disobbedienti, attivisti informatici, militanti delle Ong” che ora, a causa del virus, non possono più “protestare contro le derive sovranistiche e securitarie”. Forse il libro è stato scritto prima dell'emergere del Black lives matter ma certamente non è stata una previsione azzeccata. Quali erano gli scopi meritori di tali movimenti, secondo la Di Cesare? “mettere allo scoperto il potere finanziario senza volto”. Assurdo: l'autrice non sa o finge di non sapere chi ci sia dietro il gretinismo, il femminismo, il Blm, forse perché sono gli stessi finanziatori dell'invasione e della sostituzione etnica che ci attanaglia? E poi, diciamocelo chiaramente, il volto c'è eccome. Dietro questi movimenti, dicevo, speculano e agiscono gli stessi attori dell'invasionismo e dell'ipervaccinismo e si arricchiscono gli stessi che hanno guadagnato col virus. La Di Cesare attacca quindi Bezos, Gates, Soros? Ma no, ella si accanisce su Viktor Orban che “si è attribuito pieni poteri”, Trump che si è definito “wartime president” e ovviamente Matteo Salvini, che aveva invocato “i pieni poteri già molto tempo prima”. Trump è attaccato anche come complottista e la denuncia del complottismo come piaga è lo sbocco inevitabile: “le fakenews si moltiplicano con ritmo inarrestabile”, “la diffusione planetaria dei miti complottistici”, “Gli effetti sono devastanti. Basti ricordare quelli sulla Shoah”, “Hitler, maestro di cospirazione” e via dicendo. Ma sulle fakenews dell'Oms? Mascherine no, poi sì, guanti sì, poi no, poi un metro, otto metri, un metro e mezzo, idrossiclorochina no... di quelle fakenews non conviene parlare, vero? Quei siti sui social non vanno oscurati? Meglio scrivere che “le élite, la casta, il governo mondiale” sono fakenews e che “il complotto è il cardine di un certo populismo”. A nulla varrebbe, ne sono certo, riportare dichiarazione degli stessi attori a conferma della esistenza di tali supposte fandonie a qualcuno che scrive: “l'immigrato, lo zingaro, i burocrati di Bruxelles, il virus cinese – è la fonte inesauribile di fantasie complottistiche”. E la terra piatta ce la siamo scordata?

La Di Cesare si esibisce poi in un saggio magistrale di oikofobia, ovvero la paura di ciò che è di casa, che è proprio, che ci appartiene, quando dice che “l'abitazione è una sorta di estensione del corpo che […] esprime la necessità di una chiusura rassicurante e porta alla luce l'emergenza del paradigma immunitario”. E certo! Liberiamoci delle nostre case, così grette e meschine! Magari possiamo consegnarle a quella finanza internazionale che da anni mira al patrimonio immobiliare italiano, che è la spina dorsale della notra resistenza ai paradigmi della globalizzazione. D'altronde c'è “la gelosia sovranista dell'abitazione. Basti ricordare gli sbandierati miti dell'invasione, la paura diffusa dell'immigrato”. Fuoco alle case, alle cattive case degli italiani che non le aprono a cani e porci! Gli scassinatori allogeni che, nonostante siano in minoranza, commettono furti e violenze più degli italiani, dovrebbero allora essere considerati degli eroi-filosofi che contribuiscono alla demolizione del mito della casa italiana come rifugio. Peccato poi che, per lo stesso principio, non si riesca a schiodarli dalle proprietà che alcuni di loro hanno abusivamente occupato. La fiera dell'ipocrisia. Ma ritorniamo alla precedente tematica della critica al capitalismo, capitalismo che ha “innalzati e rafforzati muri per nascondere ogni altra possibilità”. Del capitalismo, quello conservatore ovviamente, è la colpa del disastro. Perché? Perché “Ha prevalso la chiusura, ha avuto il sopravvento la pulsione immunitaria, la volontà ostinata di restare intatti, integri, indenni. La xenofobia, la paura dell'estraneo e la exofobia, la paura abissale per tutto ciò che è esterno, che viene da fuori, sono gli inevitabili danni collaterali”. La professoressa Di Cesare elabora quindi una nuova colpa che dovrebbe ricadere su di noi, quella di non voler ammalarsi, condividendo così la malattia degli altri, in una sorta di comunione mistica del morbo. Roba da matti. Ed è consequenziale poi la chiosa: “la pandemia mette a fuoco tutto ciò e rivela la nostra malattia dell'identità”. Eccalallà, l'identità è una malattia! Non solo lo è la volontà di preservarsi, nel corpo, nella mente e nella cultura, ma anche la semplice percezione dell'identità sarebbe una malattia. Siamo allo sproloquio che inverte la realtà e ormai l'autrice non ha più freni né maschere: “la guerra degli Stati nazionali contro i migranti, quella logica immunitaria dell'esclusione, appare oggi in tutta la sua ridicola crudezza. Nulla ci ha preservato dal coronavirus, neppure i muri patriottici, le frontiere boriose e violente dei sovranisti. La pandemia globale mostra l'impossibilità di salvarsi se non con l'aiuto reciproco”. Eccoci dunque, la colpa non è stata degli abbracci ai cinesi di Sala, della mancata chiusura dei voli e del non avvenuto ripristino dei controlli alle frontiere. No, la colpa è stata dei muri trumpiani e la “salvezza”, tipicamente messianica ed utopica (salvezza da che?) ci sarà data dal nuovo ordine mondiale e dalla globalizzazione dispiegata. Ma la dissoluzione dell'identità assume contorni ancora più estremi quando l'autrice invita a “ripensare l'abitare” che non dovrebbe essere tanto “essere radicati nella terra, bensì respirare nell'aria” perché “esistere è respirare. È l'esistenza che viene da fuori, che si decentra, migra, inspira l'alito del mondo e lo espira, lo proietta fuori di sé, s'immerge e riemerge, partecipando così alla migrazione e alla trasformazione della vita” perché “siamo tutti estranei, ospiti provvisori, migranti rinviati l'uno all'altro, stranieri residenti”. Quindi l'esaltazione del senza-terra, dello sradicato è totale quanto fittizia. Ipocrisia. Quanti migranti cingalesi ospita a casa sua la Di Cesare? È disposta a condividere con me, misero ricercatore “emigrato”, il suo stipendio e il suo ufficio alla Sapienza, dove insegna? La migrazione diventa la panacea, diventa la chiave interpretativa di tutto, diventa un bene di per sé. Se un broccolo fracido è migrante diventa magicamente uno zaffiro. No, noi non siamo affatto “tutti estranei” signora Di Cesare. Io non sono estraneo a mio figlio, ai miei genitori, ai miei amici, e anche agli italiani con cui condivido infinitamente più che con un afgano, senza che questo significhi che io o i miei parenti o affini siamo in qualsiasi modo migliori di un afgano. Gli afgani mi sono estranei e basta, non ci si può criminalizzare per questa ovvietà. D'altra parte non si riesce a far notare a questi signori politicamente corretti un'altra ovvietà, cioè che il virus non si muove nell'aria, si muove tramite i corpi, e se i corpi non arrivano a contatto, il virus non può nulla. Quindi non è la mancanza di organizzazione sovranazionale la causa della tragedia Covid ma, esattamente al contrario, la mancanza di autarchia e autonomia, la mancanza di frontiere fisiche, che non vanno viste come le armi dei cattivoni ma, storicamente, come la base di ogni civiltà che si vuole ancora tale. È del tutto inutile la storiografia da centro sociale autogestito fatta di belle contaminazioni e pacifici scambi. Davanti ad Adrianopoli tutto ciò si dissolve inevitabilmente.

Per la Di Cesare il virus “si fa beffe del sovranismo” quando la verità è che il mancato sovranismo, quello economico, ha permesso la velocissima espansione dello stesso, oltre ad aver impedito, si veda la ridicola supplica dello Stato italiano alla Ue per la concessione di fondi, l'arginamento dei danni. Per lei “il virus sovrano passa per l'aria e nessuno è immune”. Quindi il virus avrebbe messo in luce la nostra vulnerabilità, ma per la Di Cesare essa è un bene, poiché qualcuno ha invitato ad interpretarla come una risorsa. Chi? Ma Judith Butler ovviamente, la femminista pioniera dei gender studies, quella che, per intenderci, sosteneva che donne e uomini non esistono e che le differenze sessuali non sono altro che atti recitati, ripetuti e sedimentati sulla base di specifici codici imposti dal potere dominante, quello maschile. Vedete in che senso si arriva a parlare di “malattia dell'identità”? L'autrice non manca di dedicare una parola alle vittime, soprattutto quelle di Bergamo, dove “il forno crematorio non riesce a smaltire le troppe salme” (Ma, considerando anche gli altri forni disponibili, quante erano queste salme?) e sembra veramente preoccupata per coloro che sono sotto “confinamento e sorveglianza digitale”. Queste vittime saranno le partite Iva messe in ginocchio? Gli sfigati dell'app Immuni? Gli anziani privati della compagnia dei figli? Ingenui che siete... Sono “i disoccupati, immigrati, nomadi, prostitute, fumatori di cannabis”. Sì, anche i fumatori di cannabis, poverini.

Il finale del libretto, poi, è estasiante: “Il sé identitario e sovranista non se la cava bene. Anche perché presume un'integrità che non esiste: al suo interno si verificano sempre microscontri, piccole guerriglie. La cosiddetta dose infettante è indispensabile. Per funzionare gli anticorpi devono interpretare la parte degli estranei, senza ostentarsi come fieri autoctoni, e in quella parte - il teatro può aiutare! - riconoscersi stranieri residenti. Questa sarà la salvezza e la salute. La difesa poliziesca non giova neppure qui”. Preferisco non commentare, altrimenti consiglierei qualche buona cura.

Matteo Simonetti

 
Strategie di dominio dietro l'emergenza PDF Stampa E-mail

4 Luglio 2020

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 Da Rassegna di Arianna del 27-6-2020 (N.d.d.)

La prima ipotesi riguardo a quello che sta accadendo, la si potrebbe riassumere nel seguente modo: c'è un vaccino da vendere, ci sono in gioco centinaia di miliardi, ma persistono problemi sia politici che di elevata diffidenza presso l'opinione pubblica.

Dunque, per sbloccare questo stallo politico, l'OMS decide di scatenare il panico, d'innescare una spirale di paura nei confronti di un'eventuale seconda ondata e, così, di andare contro il parere espresso solo due settimane prima da diversi virologi nazionali (Accademia dei Lincei, San Raffaele di Milano). Su questo, l'OMS può avvalersi del supporto incondizionato dei media mainstream: questi ultimi, infatti, fin dall'inizio dell'emergenza si sono massimamente impegnati per alimentare tensione, paura e, soprattutto, clima di caccia all'untore. Se quest'ipotesi fosse vera, però, quello che sta accadendo sarebbe nulla più che uno starnazzare di oche al quale non è detto debba seguire qualcosa di rilevante sul piano concreto.

Purtroppo, non pochi segnali mi pare confutino tale possibilità. La seconda ipotesi, infatti, consta di far patire alla popolazione il trauma di un secondo lockdown e questo proprio nel momento in cui tutto sembrava volgere a un ritorno alla normalità. Questo trauma verrebbe accompagnato dal rendere capro espiatorio il comportamento "imprudente" della popolazione in queste settimane, dall'alimentare l'odio sociale e perseguendo l'obiettivo di fiaccare e quindi debellare le resistenze dell'opinione pubblica nei confronti della vaccinazione. Questo scenario è, al contrario del primo, altamente probabile: primo perché la seconda ondata di pandemia è stata "decisa" politicamente e pubblicizzata dall'OMS fin dai primi di marzo; secondo, perché si sono nel frattempo moltiplicate le prese di posizione politica a favore del sistema-quarantena (vedi per esempio il documento "No al ritorno alla normalità" firmato da star dello spettacolo come Robert De Niro e Madonna), che attribuiscono a suddetto sistema la possibilità di inverare l'agenda ecologista-liberale del movimento Fridays for Future. Dunque, quello che si prospetta è un secondo lockdown, magari più breve del primo, ma sicuramente più traumatico e maggiormente intriso di isteria e fanatismo per ciò che riguarda le sfere della comunicazione e dell'immaginario. L'incomunicabilità fra chi potrà conservare il lavoro e chi lo perderà (magari per la seconda volta, come nel mio caso) risulterà ancora più acuta: benestanti e persone godenti di continuità di reddito che hanno paura di morire, infatti, non possono trovare alcun piano di dialogo con disoccupati e cassintegrati che, in virtù di tale loro condizione, esprimono invece paura di vivere.

Perché la catastrofe all'orizzonte non risulti esiziale e definitiva, affinché l'intera sfera sociale non venga travolta dalla violenza e dalla disgregazione generate dalle conseguenze economiche della quarantena, occorre prendere coscienza del fatto che gli esseri umani, in questi quattro mesi, hanno commesso quello che è forse il più grave errore politico da diversi secoli a questa parte: ovvero il credere che l'emergenza avesse completamente cancellato, all'interno degli apparati di stato nazionali e sovranazionali, le strategie di dominio e gli interessi economici. La delirante superstizione secondo cui tutto quello che i governi facevano corrispondesse esclusivamente a mere necessità tecnico-sanitarie, si è diffusa non solo presso l'opinione pubblica ma anche presso intellettuali ed esponenti della teoria critica dei sistemi capitalisti. La percezione dello Stato, della politica e dell'economia globalizzata come regno della pura e neutra Necessità - nel quale non agirebbe alcuna Volontà - è il più grande errore politico concepibile: è qualcosa che ha ucciso il concetto di politica così come esso era venuto a strutturarsi da Machiavelli in poi per tutta l'era moderna, ovvero disciplina in grado d'intervenire sulla realtà storica e modificarla; è qualcosa che ha reso possibile che la già elevata acquiescenza e passività delle masse si traducesse in azzeramento di ogni autonomia e volontà popolari. Per tutte queste ragioni, a prescindere da quali sviluppi prenderanno gli eventi, la priorità è oggi denunciare la gravità dell'errore commesso ed enunciare che esso non dovrà ripetersi mai più.

Riccardo Paccosi
 
Batteria non rimovibile PDF Stampa E-mail

3 Luglio 2020

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 Da Rassegna di Arianna del 30-6-2020

Uno dei metodi più spicci per risolvere problemi con i dispositivi elettronici è utilizzare la vecchia tecnica dello spengere e riaccendere. Per i cellulari il sistema più pratico era estrarre la batteria, in modo da provocare un completo black out. Da qualche tempo, però, questa tecnica è impossibile: nei nuovi dispositivi, la batteria non è più estraibile. C’è chi attribuisce tale scelta dei produttori a esigenze di semplificazione o al fatto che le batterie hanno una maggiore autonomia di quando conveniva, specie sui vecchi motorola, portarsene dietro una di scorta. Ma c’è pure un’altra spiegazione, piuttosto inquietante. I cellulari, infatti, anche quando sono spenti continuano a trasmettere informazioni, se la batteria è inserita. Da strumenti al servizio dell’utente si trasformano in sostanza in microspie, che consentono la localizzazione ed eventualmente l’intercettazione dell’utente. Impedire l’estrazione della batteria potrebbe convenire a chi è interessato a trasformarli in perfezionatissime microspie. Ma, se anche fosse così, potrebbe obiettare qualche zelatore delle magnifiche sorti e progressive del divenire informatico, quale sarebbe il male? Le intercettazioni telefoniche o ambientali sono state utili a smascherare pericolosi criminali, politici e/o magistrati abituati a fare un uso strumentale della giustizia, evasori fiscali o corrotti di ogni specie. Solo un criminale che non vuol farsi individuare sulla scena del delitto o magari un assenteista che fa la settimana bianca ha paura della geolocalizzazione. Chi non ha nulla da nascondere – è il classico e un po’ ricattatorio argomento sbandierato in queste circostanze – non ha nulla da temere. Purtroppo è vero sino a un certo punto, per vari motivi. Il primo è che in una società sempre più incline a giuridicizzare tutto, anche comportamenti e argomenti che un tempo erano considerati leciti rischiano di divenire causa di sanzioni legali o quanto meno sociali. Avere violato i codici del politicamente corretto, avere indugiato in una conversazione privata in affermazioni sessiste o peggio razziste, basta, se documentato da un’intercettazione e magari decontestualizzato, a esporre quanto meno alla gogna mediatica il responsabile. È una deriva cominciata ventisette anni fa con la cosiddetta legge Mancino e che raggiungerà il culmine con l’approvazione delle norme contro l’omofobia, della cui pericolosità la Cei ha cominciato ad accorgersi. L’altro motivo è il rischio – palesatosi nei mesi del confinamento sociale – che la geolocalizzazione si trasformi in un formidabile strumento di controllo sociale, giustificato, come si è profilato e forse si verificherà in occasione della pandemia, dall’esigenza di prevenire il contagio. Alla giuridicizzazione dell’esistenza si è affiancata infatti in questi anni un’ulteriore medicalizzazione della vita umana, per cui uno Stato sempre più onnipresente e onnisciente pretende di controllare non solo i nostri comportamenti (basti pensare alla criminalizzazione anche di un bicchiere di vino) e di imporci scelte virtuose, per esempio in tema di vaccini, ma, approfittando della grande occasione della pandemia, i nostri spostamenti. Se aggiungiamo a tutto questo, dopo la soppressione del segreto bancario, la guerra al contante, volta a monitorare attraverso i pagamenti non solo le nostre spese, ma i nostri stili di vita, il moltiplicarsi delle piccole vessazioni quotidiane, dall’obbligo della Pec certificata a quello delle prenotazioni ferroviarie, è facile dedurne che il termine privacy rimarrà nel vocabolario solo per giustificare le prebende dell’omonimo garante.

È complottismo tutto questo? Da qualche tempo mi sono accorto che gli “ismi” rappresentano il più delle volte una trappola. Se ti ammali, magari perché lavori in un ambiente insalubre, ti danno dell’assenteista, se sei un politico che non snobba gli inviti sei un presenzialista; se ti fanno un torto e ti lamenti diventi un rompiscatole vittimista; se vuoi difendere la sovranità nazionale, sei considerato un bieco sovranista. Nella fattispecie, può darsi che dietro l’intangibilità della batteria dei cellulari ci sia solo una scelta tecnica. Però l’idea di essere perennemente tracciato, in un’epoca in cui la reperibilità telefonica e informatica è divenuto un dovere sociale e in certi casi giuridico, mi inquieta lo stesso. Dinanzi all’invadenza dei media televisivi, un grande studioso canadese, Marshall McLuhan, invitava a staccare la spina. Erano altri tempi: l’industria informatica non ci permette neppure di staccare la batteria.

Enrico Nistri
 
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