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Guerra commerciale e valutaria PDF Stampa E-mail

7 Settembre 2018

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Da Comedonchisciotte del 5-9-2018 (N.d.d.)

 

Il rial iraniano: sarà un caso.   – La lira turca: sarà un caso. – Il peso argentino: sarà un caso. – Il real brasiliano: sarà un altro caso. Ci sono tanti fattori complessi, e tanti attori simili che stanno giocando in questa landa selvaggia di valute che stanno crollando. Il caso della Turchia è stato fortemente influenzato dalla bolla del credito facile creato dalle banche europee. Il problema dell’Argentina è dovuto principalmente all’austerità neoliberista del governo del presidente Mauricio Macri che ha ammesso che non sarà in grado di raggiungere gli obiettivi di pagamento concordati con il Fondo Monetario Internazionale meno di tre mesi fa. Per l’Iran è effetto delle dure sanzioni USA, imposte dopo il ritiro unilaterale dell’amministrazione Trump dall’accordo nucleare iraniano. Il Brasile deve vedersela con quello che la Dea del Mercato considera un anatema: la vittoria di un Lula-incarcerato (l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva) o di un suo candidato alle elezioni presidenziali del prossimo ottobre. Si tratta di una grave crisi valutaria che colpisce i principali mercati emergenti. Tre di questi – Brasile, Argentina e Turchia – sono membri del G20 e l’Iran, in assenza di pressioni esterne, avrebbe tutti i requisiti per diventarlo.  Due – Iran e Turchia – sono attualmente soggetti a sanzioni degli Stati Uniti, mentre gli altri due, almeno per il momento, gravitano fermamente all’interno dell’orbita di Washington. Ora, confrontiamo queste valute con quelle valute che stanno guadagnando contro il dollaro USA: la grivna ucraina, il lari georgiano e il peso colombiano. Non sono esattamente i pesi massimi del G20 – ma sono tutti paesi sotto l’influenza di Washington.

 

Analisti indipendenti dalla Russia alla Turchia e dal Brasile all’Iran sono tutti d’accordo sul fatto che il fattore che più ha determinato le attuali crisi valutarie è il ribaltamento della politica del quantitative easing (QE) della Federal Reserve USA. Come ha osservato Jim Rickards, Investment Banker e Risk Manager, il QE per tutti i suoi scopi pratici – la stampa indiscriminata di dollari USA su una scala da mille miliardi di dollari – ha rappresentato una dichiarazione di guerra valutaria della FED contro l’intero pianeta, facendo in modo che il debito USA, in continuo aumento, si svalutasse, rimborsando così i creditori esteri con dollari americani meno cari. Ora, la FED ha drasticamente invertito rotta e si è convertita al Quantitative Tightening (QT). Niente più dollari contanti che inondano i mercati emergenti come Turchia, Brasile, Argentina, Indonesia o India. I tassi di interesse USA sono in aumento. La FED ha smesso di comprare nuove obbligazioni. Il Tesoro degli Stati Uniti sta emettendo nuovi Bond a debito. Quindi il QT, combinato con una guerra commerciale globale, mirata contro i principali mercati emergenti, enuncia la nuova normalità: la difesa armata del US dollar. Non c’è da meravigliarsi che Russia, Cina, Turchia, Iran – quasi tutti i principali attori regionali coinvolti nell’integrazione Eurasia – stiano acquistando oro con l’obiettivo di uscire progressivamente dall’egemonia del dollaro USA. Per usare le stesse parole coniate da JP Morgan oltre un secolo fa, “L’oro è denaro. Tutto il resto è credito“.  Tuttavia, tutta questa guerra valutaria non riguarda l’oro: riguarda il dollaro USA. Anche se il dollaro americano ora è come un imperscrutabile essere che viene dallo spazio, appeso ad una poderosa leva finanziaria: una galassia di subdoli derivati – lo schema di stampa del QE – e nessuno riconosce la vera importanza dell’oro. E questo che sta per cambiare: Russia e Cina stanno investendo fortemente in oro. La Russia ha scaricato in blocco tutti i suoi buoni del tesoro USA. E quanto i BRICS avevano discusso nei primi anni del 2000, ora comincia a muoversi; la preparazione di un sistema di pagamento alternativo allo SWIFT-asservito-al-dollaro USA. Sembra che la Germania si stia avvicinando a questa idea. Se dovesse accadere, forse potrebbe aprirsi una strada per ridefinire geopoliticamente l’Europa, ridefinendo la sua indipendenza militare e strategica. Quando e se ciò accadrà, probabilmente durante il prossimo decennio, la politica estera USA che oggi si impone con una valanga di sanzioni, domani potrebbe essere efficacemente neutralizzata. Sarà un affare complesso e ci vorrà tempo – ma già si possono vedere alcuni elementi, come in Cina dove si utilizza il mercato USA per far emergere una più ampia piattaforma di trasferimenti. Dopo tutto, i principali mercati emergenti non potrebbero uscire dal sistema del dollaro USA senza una loro piena convertibilità con lo yuan. E poi ci sono dei paesi che stanno pensando a creare una propria cripto-valuta. La finanza digitale è la strada da percorrere. Certe nazioni, per esempio, potrebbero utilizzare una cripto-valuta chiamata DSP (diritti speciali di prelievo) – che è, in pratica, il denaro mondiale che usa il FMI o potrebbero sostenere le loro nuove valute digitali con l’oro. Il Venezuela impantanato e in mezzo alla crisi, per lo meno sta indicando la via. La scorsa settimana ha cominciato a circolare il “bolivar sovrano” – ancorato a una nuova cripto-valuta, il petro, che vale 3.600 bolivar sovrani. La nuova cripto-valuta sta già ponendo una domanda affascinante: “Il PETRO costituisce una vendita anticipata di petrolio o un debito estero supportato dal petrolio?” Dopotutto, i membri del BRICS stanno comprando una grossa fetta dei 100 milioni di petro – sicuri di poter contare su una riserva di fiammelle notevol , il blocco di Ayacucho dell’Orinoco Oil Belt. L’economista venezuelano Tony Boza lo ha detto chiaro quando ha parlato dell’ancoraggio tra il petrolio e i prezzi internazionali del petrolio: “Noi non vogliamo che il valore della nostra valuta sia stabilito da un sito web, sarà il mercato del petrolio a determinarlo”. E questo ci porta alla domanda chiave della guerra economica americana sull’Iran. I commercianti del Golfo Persico sono virtualmente unanimi: il mercato globale del petrolio si sta contraendo, in fretta, e nei prossimi due mesi comincerà a scarseggiare. Le esportazioni di petrolio iraniane dovrebbero scendere a poco più di 2 milioni di barili al giorno ad agosto, verso un picco di 3,1 milioni di barili al giorno di aprile. Sembra che molti attori si siano adeguati anche prima dell’arrivo delle sanzioni petrolifere di Trump. Sembra anche che l’umore a Teheran sia “sopravviveremo”, ma non è proprio chiaro se la leadership iraniana sia veramente consapevole della natura della tempesta che sta per arrivare. L’ultimo rapporto di Oxford Economics sembra molto realistico: “Ci aspettiamo che le sanzioni riportino l’economia in recessione, con la previsione del PIL in calo al 3,7% per il 2019, la peggiore performance in sei anni e per il 2020 si prevede una crescita dello 0,5%, con una modesta ripresa dei consumi privati e delle esportazioni nette. “Gli autori del rapporto, Mohamed Bardastani e Maya Senussi, affermano che “gli altri firmatari dell’accordo originale [il JCPOA e particolarmente la UE] non hanno ancora definito una chiara strategia che consentirebbe loro di aggirare le sanzioni USA e di continuare a importare il Petrolio dall’Iran”. Il rapporto ammette anche una cosa ovvia: non ci sarà nessuna pressione interna in Iran per il cambio di regime (questo sta solo nella fantasia deformata dei neocon USA) mentre “sia i riformatori che i conservatori sono uniti nello sfidare le sanzioni”. Ma sfidarle in che modo? Teheran non ha ancora sviluppato una roadmap win-win in grado di essere proposta a chiunque – dai membri del JCPOA agli importatori di energia come Giappone, Corea del Sud e Turchia, cosa che effettivamente rappresenterebbe la vera integrazione dell’Eurasia. Sentire l’ayatollah Khamenei dire che l’Iran è pronto a uscire dal JCPOA non basta. Non potrebbe pensare anche lui a una criptovaluta persiana?

 

 Pepe Escobar  (traduzione di  Bosque Primario)

 

 
Carroccio liberista PDF Stampa E-mail

6 Settembre 2018

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Da Comedonchisciotte del 4-9-2018 (N.d.d.)

 

Ci voleva il ritorno di Alessandro Di Battista per ridare slancio alle certezze nella guerra dei titoli e dei tweet che si gioca quotidianamente, e soprattutto per stabilire la differenza tra M5S e Lega: “Per l’establishment l’obiettivo è far credere che Salvini sia Churchill e noi gli sfigatelli che non riusciamo a fare politica. Ma non è così e si vedrà anche sul tema autostrade, che per me è la cosa principale”. Di Battista torna in capo a dire la sua e in un intervento alla Festa del Fatto Quotidiano, parla con Peter Gomez del governo gialloverde senza risparmiare critiche al Carroccio. “La correttezza della Lega, la voglia di cambiare radicalmente le cose si vedrà sul tema della nazionalizzazione autostrade”, dice Di Battista. “Le autostrade devono ritornare a essere gestite dal popolo italiano. È la cosa più grande che può fare questo governo e Luigi ci sta alla grande su questo”. Quindi rimarca: “Con la Lega salviniana credo si possano rigarantire diritti economici e sociali che sono stati smantellati”. Infine osserva: “Vedremo se è una Lega diversa o se è una Lega maroniana nascosta sotto il volto di Salvini” dice Di Battista. Poi l’affondo: “Io i sondaggi non li ho mai guardati ma vedremo se la Lega sarà ancora al 30%”.

 

Infatti mentre Salvini si è fatto largo e ha sgomitato con forza in questi primi tre mesi di governo soprattutto e solo sul tema immigrazione, il governo e il ministro delle Infrastrutture Toninelli, che nel suo ruolo di governo ha avuto il compito di chiudere i porti alle ONG, sono stati perfettamente coerenti ed hanno condiviso il programma. Ma il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli è anche uno dei principali alfieri della nazionalizzazione di Autostrade: «Sarebbe conveniente. Pensi a quanti ricavi e margini tornerebbero in capo allo Stato attraverso i pedaggi, da utilizzare non per elargire dividendi agli azionisti, ma per rafforzare qualità dei servizi e sicurezza delle nostre strade». Ora la tenuta del governo si giocherà proprio sulla nazionalizzazione di Autostrade. E mentre il MoV è fermo nella sua volontà di voler combattere lo sporco intreccio di rapporti inquinati tra politica e capitale, quel sistema di potere che ha difeso su tutti i media Atlantia e i Benetton, subito dopo il crollo del ponte Morandi, la Lega invece sembra tentennare. È un sistema di relazioni che attraversa Cda e collegi sindacali, aziende, concessioni, banche e politica, ci rappresenta plasticamente, manco fosse una scultura di Arnaldo Pomodoro, il cosiddetto capitalismo finanziario, metastasi che negli ultimi trent’anni ha governato il Paese. Un sistema che ha garantito tramite i media e i partiti in modo particolare il capitale privato, che naturalmente si è arricchito alla grande gestendo un servizio pubblico con la sola logica del profitto, come mostrano i dati sulla manutenzione e lo stato pietoso di molte infrastrutture. La galassia pomodoro è piuttosto ampia: Fabio Cerchiai, ad esempio, è presidente di Atlantia ma anche di Cerved Group e vicepresidente di Unipol Sai; Monica Mondardini sta nel cda di Atlantia ma è anche presidente di Sogefi, amministratore delegato di Cir Spa (la holding di De Benedetti) e vice presidente di Gedi Editoriale (Repubblica, l’Espresso). Livia Salvini, sindaco effettivo di Atlantia e, contemporaneamente, nel Consiglio di Amministrazione de “Il Sole 24 ore”. Massimo Lapucci è nel Consiglio di Amministrazione di Atlantia e, guarda un po’, anche della Caltagirone Spa (Il Messaggero, Il Mattino). Ecco forse perché certa stampa è stata cosi “comprensiva” nei confronti dei Benetton, tanto da oscurarli per giorni e giorni. Cristina De Benetti è amministratore in Autogrill spa, controllata di Edizione (la finanziaria dei Benetton), Autostrade Meridionali e Unipolsai. Sonia Ferrero, invece, è nel collegio sindacale di Atlantia, A2A, Banca Profilo, F.I.L.A., Geox, Snam. Naturalmente tutti i media padronali immediatamente dopo il crollo del Ponte Morandi hanno sbandierato le perdite in borsa di Atlantia, per provare a salvare la faccia ai Benetton, limitare le perdite in Borsa e stendere un velo di omertà sulle responsabilità della tragedia. Ma sono proprio queste numerosissime interconnessioni gestionali tra aziende quotate a penalizzare chi investe in Borsa, perché privano gli investitori della trasparenza necessaria a realizzare investimenti oculati. La mancanza di trasparenza crea un gioco truccato, dove solo gli insider trading possono trastullarsi serenamente. Tutta la galassia di certi “prenditori” ha potuto “dialogare” amichevolmente con i governi di Cdx e di Csx, pericolosamente servili ai danni dei cittadini, perché tutto il sistema delle privatizzazioni, con il beneplacito di politici collusi, è stato guidato da un intento ben preciso ”privatizzare gli utili e socializzare le perdite”… purtroppo nel caso di Genova, le perdite sono state anche umane. I prenditori delle autostrade per un decennio ci hanno fatto pagare i pedaggi molto più di quanto avremmo dovuto, hanno fatto molto meno manutenzione di quanto avrebbero dovuto, e in cambio hanno preso miliardi che fino al 2012 hanno dichiarato in una holding con sede in Lussemburgo. E la cosa più grave è che chi stava al governo li ha sempre protetti, addirittura fino all’anno scorso con il governo di Renzi che poi ha dichiarato sulla sua pagina FB: “Quando e perché è stata prorogata la concessione? Nel 2017, seguendo le regole europee, dopo un confronto col commissario UE Vestager (altro che leggina approvata di notte, è una procedura europea!), si è deciso di allungare la concessione di quattro anni, dal 2038 al 2042, in cambio di una fondamentale opera pubblica“.

 

L’unica soluzione per il M5S è quindi la nazionalizzazione. Altre opzioni alternative non sono appetibili, non sono funzionali al vantaggio sociale, perché non sarebbe vantaggioso né perseverare nell’errore, né svendere infrastrutture strategiche in mani straniere, come hanno fatto in passato i partiti, ad esempio per le telecomunicazioni. È compito dello Stato gestire queste infrastrutture e garantire ai cittadini un servizio all’altezza delle attese, per uscire dalla logica del profitto, per abbassare il costo dei pedaggi, per monitorare la manutenzione e introdurre innovazioni tecnologiche al fine di migliorare la sicurezza e la mobilità. Infatti mentre nel resto d’Europa le autostrade sono quasi gratuite, non si capisce perché in Italia possano lucrarci dei capitali privati, anzi nel caso dei Benetton, si parla di una sola famiglia che fino al 2012 aveva una holding con sede in Lussemburgo per pagare meno tasse.

 

Al momento la Lega è divisa, con Salvini che mugugna e sembra aver fatto marcia indietro rispetto ad una prima apertura. Contrarissima all’ipotesi è Fi, mentre il Pd è in stato comatoso e confusionale. Mentre ad Agorà il 20 agosto Salvini si era detto d’accordo con la nazionalizzazione, negli ultimi giorni sta facendo retromarcia: «Io non sono per le nazionalizzazioni ma per un sano rapporto tra pubblico e privato, una sana competizione; non sono un ultrà del tutto pubblico o tutto privato ma il pubblico deve controllare». Quindi grazie a Salvini il governo che doveva spaccare le reni alle galassie, poteri forti, capitale finanziario etc. etc. si sta incagliando alla prima occasione storica? E poi sappiamo bene che tutto il Carroccio è liberista, quindi mosso da diversi orientamenti, non dimentichiamoci che ci sono anche gli altri, anche meno sovranisti di Salvini, pro euro e pro privatizzazioni, quali Zaia, Maroni e Giorgetti. Alla fine, non ci avrei mai creduto, ma si aggiunge anche l’insospettabile prof senatore Bagnai… guarda guarda, non sapevo che il tramonto dell’euro visto da vicino volesse dire privatizzare.

 

Rosanna Spadini

 

 
La sinistra che piange Mac Cain PDF Stampa E-mail

5 Settembre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 3-9-2018 (N.d.d.)

 

La generazione dai quarantenni in su penso se la ricordi. C’era una volta una sinistra che parlava di Palestina, criticava il capitalismo, aborriva l’imperialismo, lottava per i diritti dei lavoratori e dei più deboli, voleva uno Stato forte, autorevole, capace di difendere tutte le classi sociali ed erogare servizi. Poi a un certo punto... Ad un certo punto apri i giornali e leggi: "Il populismo è destra, la peggiore destra. Quella contro la quale un galantuomo come John McCain ha combattuto fino all'ultimo." Cioè, a un certo punto quella sinistra lì è sparita. Al suo posto è comparsa una ‘sinistra' che parla di globalizzazione come del Santo Graal, è neoliberista come mai nessuno prima, bombarda Belgrado con la NATO senza risoluzione ONU, sanziona Russia e Siria senza passare dal Parlamento, si fissa con i diritti civili e dimentica completamente quelli sociali, definisce Soros un ‘filantropo', si auspica maggiori controlli e censure sui social, parla di democrazia e libertà di espressione però se voti come ti pare ti dà del populista, se parli di sovranità nazionale ti dà del fascista e del razzista se ti preoccupi della difesa delle frontiere. E piange McCain. Anzi, ti spiega che combatteva al tuo fianco, era lui che ti difendeva dalle destre perché era lui quello che in caso di necessità poteva aiutarti ad organizzare l'ennesima rivoluzione colorata contro il tuo nemico politico. Perdere quindi non solo l'identità di sé ma anche quella del vero avversario. Una sinistra che non vede il nero in chi incoraggia, finanzia e sostiene i gruppi neonazisti in Ucraina, i gruppi integralisti in Siria o le pensa tutte per riuscire a provocare la guerra mondiale contro la Russia (perché questo faceva di mestiere il galantuomo McCain), ma vede nero solo nel proprio avversario politico diretto. Perciò, chiunque la aiuti a combatterlo diventa il salvatore, il buono, l'amico, anch'esso di sinistra.

 

Bene, quella sinistra lì, che andando oltre il proprio provincialismo avrebbe potuto approfittare di praterie elettorali illimitate allo scadere del ‘Berlusconismo' a destra, è finita invece di fatto per suicidarsi da sola. Perché? Che senso aveva imborghesirsi così proprio mentre il resto del popolo tendeva invece a "riproletarizzarsi"? Un bacino elettorale gigantesco regalato ad avversari politici venuti dal nulla, senza esperienza, senza mezzi di informazione alle spalle, senza lobby, coperture, senza niente di niente se non la capacità di dire quelle quattro cose in croce che si aspettava il popolo. "Dite qualcosa di sinistra", implorava anche Nanni Moretti, ma no, niente, loro non le hanno volute dire. Hanno sempre provato ad educare dall'alto invece che farsi educare ed indirizzare. Hanno preferito perdere gli elettori storici e ridursi ad un circolo chiccoso per pochi eletti, escludersi ed emarginarsi da soli per il narciso gusto di sentirsi geni e incompresi, forse. Oppure, è mancata proprio la capacità di capire che quella immodestia sarebbe costata cara e con sé si sono trascinati dietro anche tutta la stampa nazionale che li sostiene, finita anch'essa col perdere ogni giorno lettori che cercano disperatamente qualcosa di vero da leggere e non lo trovano più. Eppure quel popolo c'è ancora. Quel popolo rimasto di sinistra per come si intendeva la sinistra una volta, ancora da qualche parte esiste. Il fatto che non si senta più rappresentato non significa che sia sparito. Tutta quella gente che ha forti dubbi sul neoliberismo, sul mondialismo, sulle buone intenzioni dell'Alleanza Atlantica, che preferisce parlare di diritti sociali concreti persi piuttosto che di diritti civili teorici da conquistare, che vuole uno Stato serio e non farlocco, che vuole vederci più chiaro anche in politica internazionale, che le notizie oramai se le cerca in rete perché dei media tradizionali non si fida più, che per giustizia e libertà intende ancora quello che si intendeva una volta, che ascoltava l'Avvelenata e che quando sente Saviano oggi gli piglia una nostalgia lancinante per Pasolini, quella gente lì non è sparita. Houston, ci siamo persi!

 

Sparita forse è piuttosto la tradizionale dicotomia tra destra e sinistra, o per lo meno, sovrapposta da altre forme di contrapposizione, del tutto nuove e più complesse — mondialismo contro sovranismo / neoliberismo contro Stato sociale / democratismo contro democrazia. Questo nuovo più complesso quadro costringe a sua volta ognuno di noi ad imporsi nuove più complesse domande — chi siamo, dove andiamo, cosa vogliamo veramente? Rispondere a queste domande diventa la nuova sfida non solo politica ma la sfida che tutti dobbiamo oramai a noi stessi. Anche la sinistra che si chiede oggi da dove ripartire… ma che ripartisse dal porsi queste domande qui e lasciasse perdere tutti quei discorsi inutili su McCain, destra, populisti e storie varie. Che ripartisse semplicemente col farsi qualche domanda nuova invece che insistere a darsi sempre le solite risposte.

 

Alessio Trovato

 

 
La vera priorità PDF Stampa E-mail

3 Settembre 2018

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Da Comedonchisciotte dell’1-9-2018 (N.d.d.)

 

Tre postulati di premessa:

 

Postulato 1: il problema dei migranti andava e va affrontato, ma di certo non col metodo Salvini, che, come ho scritto in passato, equivale al vigile tonto che con la paletta pensa di fermare lo Tsunami in spiaggia, cioè una farsa.  Postulato 2: La Sinistra fa venir da vomitare, usano i neri con un cinismo da impiccagione sul posto: non sanno proporre una soluzione SISTEMICA al motivo per cui migrano e predicano invece la loro accoglienza (a casa e a spese degli italiani sfigati, non certo a casa loro). Questo insulto alla geopolitica gli lava l’anima, ma poi lascia 389 milioni di africani nella disperazione e non risolve un cazzo da 26 anni. Postulato 3: Sono almeno 500 milioni gli umani a rischio di migrazione per ogni sorta di motivo, dal grave al letale al climatico (altrettanto letale), e non li fermerai mai coi divieti di Salvini. Poi, non ce lo scordiamo: per il 90% fuggono da disastri creati dal nostro consumismo demenziale cresciuto sulla rapina delle loro risorse per secoli, lunga e stra-dimostrata storia. Ma certo la nostra penitenza non può essere ora l’invasione illimitata, è una follia che distrugge noi e anche loro. La soluzione deve essere un accordo economico SISTEMICO internazionale, e una proposta di partenza è questa. Fine premessa.

 

Ma Salvini ha esagerato con l’immigrazione, a discapito di ben altro, e si è perso (in Svezia?). Pensaci: i migranti sono il problema N. 300 del tuo portafoglio, della tua Sanità, della tua pensione, delle scuole, del lavoro tuo e dei figli, delle ‘chemiotasse’ che paghi, del credito che non ti danno, dell’Italia che non cresce da 20 anni. Il problema N. 1 è il PAREGGIO DI BILANCIO, cioè: la dittatura UE che dice che lo Stato deve darti 100 e poi tassarteli tutti e 100, cioè lasciarti nulla nel portafoglio, Sanità, pensione, scuola, crescita ecc. Eppure, fateci caso, la lotta della Lega al nero che sbarca è diventata una tempesta solare. La lotta della Lega al Pareggio di Bilancio assomiglia sempre più a un petardo. Un’inversione micidiale. Salvini sta facendo sbiadire la mostruosità del Pareggio di Bilancio, che è la prima causa delle pene degli italiani, e li incoraggia a cercare da un’altra parte un capro espiatorio per la loro rabbia da crescente povertà e insicurezza: nell’immigrazione. È un bypass velenoso che Salvini alimenta ogni minuto. È un meccanismo che ha una presa micidiale sulla gente ma che è distruttivo, come sta accadendo in Svezia. Val la pena raccontare cos’è successo là, perché noi li stiamo tristemente imitando sospinti dalla Lega, e il paradosso è che la Lega sulla carta doveva fare l’esatto contrario: mantenerci tutti concentrati sul pericolo N.1, il Pareggio appunto, non distrarci da esso con l’ossessione del pericolo N. 300. Chiunque legge i giornali lo vede: i titoli sono: LEGA: MIGRANTI! PORTI! SBARCHI!

 

… mentre la lotta del Salvini al letale Pareggio di Bilancio imposto dalla UE non compare, ed è relegata ai tweet del ‘delusional’ Claudio Borghi che ancora ci crede, neppure più sostenuto dal collega Bagnai. Ma, dicevo, sentite cosa accade al nord per capire dove stiamo andando a finire con Salvini. Sulla Svezia sono piombati 600.000 immigrati negli scorsi 5 anni, in un Paese di 10 milioni di abitanti, che in proporzione è come se l’Italia ne avesse avuti 3.600.000 in 5 anni. Li hanno messi a lavorare in gran parte, soprattutto nel settore industriale e di Sanità e Servizi Sociali agli anziani, infatti l’economia svedese (nei numerini degli economisti) è fiorita ben al di sopra della media della UE, con una crescita del 3,3% a inizio anno contro meno del 2% europeo. Ottimo, no? No, affatto, perché poi nella realtà di tutti i giorni questo sta succedendo agli svedesi: – nelle zone meno popolate, che sono il 90% del Paese, stanno chiudendo ospedali e consultori a man bassa. Ne soffrono le donne a cui ora le autorità stanno insegnando come partorire in auto perché spesso la maternità più vicina è a oltre 100 km di distanza. Non solo: a volte le partorienti svedesi vengono respinte dai consultori perché sono stipati di pazienti, fra cui anche migranti – negli ultimi 5 anni, proprio in coincidenza con l’arrivo in massa dei migranti (ma è solo coincidenza, si veda dopo), le liste d’attesa in Sanità sono letteralmente esplose. Oggi il numero degli svedesi che deve attendere più di tre mesi per interventi seri si è triplicato. – quello che viene vantato nel mondo come un sistema di Welfare che assiste “dalla culla alla tomba” e che mantiene chi perde il lavoro in relativo agio, oggi fa acqua da tutte le parti. La disoccupazione svedese, che dovrebbe essere inesistente, è al 7%, e questo nonostante la già citata crescita oltre il 3% (sempre nei numerini degli economisti), un dato che fa vergognare la nazione scandinava a confronto con la spietata America dove i disoccupati sono al 3,9%. – gli svedesi non trovano abbastanza case, e se le trovano costano una fortuna. In parte il problema è dovuto al fatto che i 600.000 migranti hanno assorbito alloggi, ma molto di più è dovuto a un mercato immobiliare selvaggio causato da politiche di governo e Banca Centrale che hanno permesso liquidità a costo quasi zero, quindi incentivato acquisti sempre più frenetici che hanno alzato i prezzi alle stelle, che a loro volta hanno costretto gli svedesi a indebitarsi con le banche da pazzi per avere una casa. Nel frattempo lo Stato non è affatto intervenuto con edilizia popolare per aiutare gli esclusi. E ora ecco il vero motivo di questi disastri, e state certi, i migranti c’entrano poco, chi c’entra da vergognarsi e chi sta esasperando gli svedesi è lui: l’ossessione da parte del governo, persino in una nazione sovrana nella moneta, di PAREGGIARE I BILANCI, e addirittura di FARE IL SURPLUS DI BILANCIO. Come spiego da anni essi significano: nel primo caso spendere 100 per i cittadini e poi tassarli tutti e 100 per pareggiare (quindi gli rimane nulla); nel secondo caso spendere 100 per i cittadini e tassarli 120 (quindi non solo togliergli tutto ma rapinarli di altri 20). Per cosa poi? Solo poter vantare nelle casse dello Stato un assurdo bottino che contabilmente non ha senso, ma soddisfa i “numerini degli economisti europei”. Ecco come agiscono i PAREGGI e SURPLUS DI BILANCI, cioè la macchina d’impoverimento peggiore della Storia, in Svezia, in pochi dati chiari, cioè la vera fucina dell’esasperazione dei cittadini che poi, come dirò sotto, sbagliano clamorosamente target e se la prendono coi migranti (come da noi): – Follia 1: il governo svedese non solo PAREGGIA I BILANCI da anni, ma ora addirittura fa SURPLUS DI BILANCIO da 4 anni, e intende insistere in questa strage delle tasche dei cittadini fino al 2021 almeno. Questo è il motivo dei drastici tagli governativi a Sanità, alloggi pubblici per gli ultra indebitati, sicurezza e persino Welfare. I fondi ai migranti, qui, sono irrilevanti. – Follia 2: mentre il governo spende 100 per gli svedesi e li tassa 120, ha avuto la buona idea di aumentare le tasse, con l’aliquota massima oltre il 70%, e di tagliare a raffica una serie di sconti fiscali. E a questo punto, con il rapido peggiorare delle condizioni dei cittadini come sopra spiegato, il partito di governo, i Social Democratici, ha avuto la sfrontatezza (criminosa) di affermare agli elettori che “C’è ancora spazio per aumentarle… le tasse…”. Chi quindi sta assassinando i redditi svedesi? Risposta: svedesi con pelle bianchissima seduti a Stoccolma, non stranieri di pelle scura (nda: per noi italiani invece è il contrario, gli assassini economici sono in effetti stranieri, ma sempre di pelle bianca e stanno a Bruxelles). – Follia 3: questa idrovora di tassazione e di tagli di spesa pubblica nel portafoglio di aziende e famiglie svedesi accade mentre, secondo i dati del Ministero delle Finanze, il costo per ogni nativo svedese per l’accoglienza dei migranti è di 6.800 euro all’anno in ulteriori tasse. E questo grida vendetta, perché la Svezia è Paese a moneta sovrana, e per definizione non necessita di tasse per spendere per qualsiasi cosa, inclusi i migranti. Quindi se i migranti pesano in parte sui portafogli degli svedesi la colpa è tutta e solo della scelta di governo di ubbidire ai diktat imperanti in Europa. Ed ecco che scatta il micidiale bypass delle colpe.

 

Un numero sempre maggiore di svedesi mica se la prendono col loro demenziale governo e con le sue devastanti politiche fiscali da che stanno esasperando famiglie e aziende, no, se la prendono coi migranti. Fra 10 giorni andranno a votare, e indovinate? Il partito di estrema desta e rabbiosamente anti-immigrazione, i Democratici Svedesi, è dato addirittura come vincente. E qui sta il dramma: se si osserva la piattaforma politica dei Democratici Svedesi, il nazionalismo, la Patria, l’identità, la xenofobia sono il 98%, il resto è un’accozzaglia di belle intenzioni su lavoro, anziani, Sanità, commercio, ma nulla di specifico sulla vitale necessità di demolire ciò che davvero sta devastando famiglie e aziende svedesi, che è il PAREGGIO (o SURPLUS) di BILANCIO. Nel loro programma non esiste la voce: abolizione PAREGGI e SURPLUS di BILANCIO. Strombazzano solo contro le politiche troppo generose sui migranti. Risultato? Il dramma nordico rimarrà inalterato, esattamente come rimarrà inalterato il dramma italiano se Matteo Salvini, come i Democratici Svedesi, continua a gonfiare l’ipertrofica bolla delle navi nei porti, mentre pacatamente sta costruendo un nulla di fatto su: no euro, no PAREGGIO di BILANCIO, e su Italexit.  Siate certi: dopo le roboanti boutade macho dell’uomo forte italiano, nel vostro portafoglio, nella Sanità, nelle pensioni, nelle scuole, nel lavoro tuo e dei figli, nelle ‘chemiotasse’, nei crediti che non ti danno, e nell’Italia che non cresce da 20 anni non ci sarà un nero. Ci sarà Salvini.

 

 Paolo Barnard

 

 
Contratti capestro per lo Stato PDF Stampa E-mail

2 Settembre 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 28-8-2018 (N.d.d.)

 

Riassumendo:

 

1) Lo Stato ha dato in gestione le autostrade costruite dal pubblico al privato. 2) Il privato ha pagato la concessione con denari presi a prestito e li ha ammortizzati in appena 3 anni. 3) Il contratto stabilisce la remunerazione del capitale al 6,85% netto (lordo oltre il 10%), un capitale che anche lo stesso Stato presta al concessionario al 2%.  4) Siccome l'affare non era bastantemente conveniente per il privato (mischineddu), si stabilisce che in caso di inadempimento degli obblighi lo Stato possa comminare sì una multa, ma non più di 150 milioni a fronte di un profitto di 1 miliardo, mentre per recedere dal contratto deve pagare al concessionario i profitti dei prossimi 20 anni.

 

Che ne dite? Mi sa che da grande farò il GIDS (Grande Imprenditore Di Successo). È così facile! In alternativa posso fare il consigliere di amministrazione o l’addetto ai controlli nel gioiellino dei Benetton, come han fatto alcuni politici e grand commis, come Befera, Cassese, Gros-Pietro e Enrico Letta. Delrio era molto molto adirato, e anche Marcucci era in collera. Ai due capigruppo del PD tremavano i baffi perché non abbiamo ancora ricostruito il ponte di Genova. Eppure io ho il sospetto che il tremolio fosse invece dovuto a cosa abbiamo ricostruito: lo schifo dei contratti che loro tenevano chiusi nei cassetti.

 

Pino Cabras

 

 
Il ritorno di Veltroni PDF Stampa E-mail

1 Settembre 2018

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Da L’intellettuale dissidente del 30-8-2018 (N.d.d.)

 

Che gli Dei abbiano sempre in gloria Walter Veltroni l’Africano. Con zombie così, ostinatamente ritornanti sul luogo del delitto, la destra economica travestita da sinistra politica (questo il nome esatto, ancorché lungo, della cosa chiamata Partito Democratico) non ha chance contro la destra-destra della Lega e l’oltre-destrasinistra (con un po’ più di sinistra) del Movimento 5 Stelle. Ripetizioni da scioglilingua a parte, il suo appello su Repubblica – non si capisce bene a chi dato che il suo partito è un morto col sondino attaccato – è proprio quel che ci voleva, all’odiato governo di estrema destra (sic), per continuare a dormire sonni da papa (s’intende Borgia, non l’attuale, che in questo momento c’ha certi cavoli per la testa). Anzi di più: a ben sperare per le elezioni europee della primavera del 2019, vero movente dell’ennesima pisciosa sbrodolata veltroniana di alati ideali, buoni sentimenti, memoria di maniera, reductio ad nazismus (la sindrome da Repubblica di Weimar permanente), birignao in sinistrese e l’immancabile lista della spesa sui delenda, i compiti da svolgere (la sinistra deve fare questo, quello, quell’altro, una cosa e il suo contrario, ma anche l’altra, e non dimenticarsi di quell’altra ancora, segnandosi bene una, ma sì quella là, che non era ancora entrata in testa a voi lettori intellettualmente superdotati di Scalfari&Calabresi, beninteso restando in tutto ciò se stessa, ovvero: boh), finendo trionfalmente con il rivelare l’inedito e inaudito propostone mai fin qui concepito da alcuno: bisogna inventare una forma originale di movimento politico.

 

Ma no, ma dai. Ma cosa ci dici mai, topogigio Valter (come lo chiamava Grillo quando lottava ancora in mezzo a noi). Ebbene, servendo la broda per polli già trangugiata e sputata fuori più volte ma impepata con lo spauracchio, anche questo trito e ritrito, del pericolo nero, il fine pensatore Veltroni ha pensato bene di aver contribuito a rianimare il cadavere. In realtà, non fa altro che rassicurare i già sicuri compagni (povera cara parola, in bocca a questi venduti neo-liberali) di essere dalla parte della Ragione, perché antifascisti, democratici puri, moralmente superiori eccetera eccetera, ma soprattutto dà ulteriore certezza ai cattivi sovranisti – non Salvini e Di Maio, ma gli elettori di Salvini e Di Maio – al popolo filo-governativo, che è sempre popolo che vota come il suo, che la sinistra in Italia non sa fare altro che iniettarsi in vena il solito vocabolario, le solite quattro idee, la solita moralina come direbbe Nietzsche, e sentirsi meglio per un po’. Fino alla prossima sconfitta. Una sinistra, intesa non in senso storico-ideologico ma come semplice posizionamento nell’agone, c’è già: è il Movimento 5 Stelle. Chi scrive lo ha già scritto, ma lo ripete: pur non essendo fan del regime liberal-parlamentare, dovendo ragionarci all’interno, si può sostenere che una dialettica sana e più realistica vedrebbe da una parte, a destra, la Lega, e dall’altra i pentastellati. Accomunati da un minimo denominatore, il sovranismo (più o meno rozzo e tiepido e più o meno autentico, ma tant’è), rispettando così, ironia della sorte, un must del manuale del buon bipolarista, anzi bipartitista, tipo Sua Liberalità l’Augustissimo prof. Panebianco: ossia un terreno di fondo valido per entrambi i contendenti, che poi sarebbe la cara vecchia ideologia dominante. Fosse per noi, comunque, sia chiaro: servirebbe un movimento rivoluzionario. Vero. Purtroppo mancano le “condizioni”, come avrebbe detto il figiciotto Veltroni negli anni ’70. A proposito: siccome a noi di fare il bene del governo – quale che sia – ci interessa relativamente, cara Africa, noi prendiamo i tuoi migranti quando hanno bisogno di asilo, tu però prenditelo ‘sto Valter, ché alla sua prossima lettera-fiume, sorbendocela per dovere professionale, rischiamo di morirci all’ultima riga. Quella che si aspira, per tenerci svegli.

 

 Alessio Mannino

 

 
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