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I capitalisti capiscono dove tira il vento PDF Stampa E-mail

8 Gennaio 2020

 

Da Rassegna di Arianna del 6-1-2020 (N.d.d.)

 

Per i sinistrati coglioni che continuano a blaterare di irreversibilità del processo di globalizzazione, cito integralmente dall'articolo di Danilo Taino sul Corriere della Sera (4 gennaio 2020) che, prendendo le mosse dall'assassinio di Soleimani, scrive:

 

"il 2020 si apre con un'affermazione definitiva: il mondo della globalizzazione non esiste più, la geopolitica ha preso la guida della realtà (...) I riferimenti con i quali abbiamo vissuto per almeno tre decenni sono crollati: il sistema economico si sta frammentando e, dopo l'episodio di ieri, rischia di andare in pezzi, le tensioni tra Stati alzano i muri e influenzano i prezzi più di quanto possano fare le banche centrali". Questo e molto di quanto segue (non sto a ritastierizzare tutto), ove si consideri che è il parto di un autore che ha sempre teorizzato il primato dell'economia e dei mercati aperti sulle "vecchie logiche" della politica e degli Stati nazione è un'ammissione di portata epocale. Non c'è da stupirsi che venga dal giornale della grande borghesia italiana: i capitalisti capiscono dove tira il vento sempre prima dei loro lacché (soprattutto dei loro lacchè "di sinistra").

 

Carlo Formenti

 

 
Strategia del caos PDF Stampa E-mail

7 Gennaio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 4-1-2020 (N.d.d.)

 

Chiunque conosca un po' la situazione del Vicino e Medio Oriente sa che l'Iran degli Ayatollah non ha mai fatto esplodere alcuna guerra nell'area. Anzi, laddove sono scoppiati conflitti voluti da altre potenze, ha fatto in modo di porvi rimedio. L'esempio più eclatante è quanto avvenuto in Siria dall'inizio del 2011, dove una sanguinosa guerra interna suscitata e finanziata da Stati Uniti, Francia, Turchia, Arabia Saudita e Israele ha dilaniano il Paese per quasi un decennio. E che, sia pure in fase terminale, continua sino a oggi. Oppure nel caso dell'Iraq, dove l'attacco militare sferrato dagli Stati Uniti nel 2003 ha talmente destabilizzato gli assetti interni da far passare, grazie alla stupidità o al dolo degli strateghi neocon che attorniavano Bush jr, il Paese sotto il controllo della componente sciita legata all'Iran. Quindi non si tratta di avere simpatia o meno per una potenza islamica come l'Iran, ma semplicemente di guardare in faccia la realtà. Che nel caso siriano, per esempio, ha visto Russia e Iran come maggiori protagonisti per bloccare l'offensiva jihadista e terroristica finanziata dalle potenze del Golfo insieme a Israele e America. Se fosse passata la linea "atlantica", infatti, ora ci troveremo sotto gli occhi un nuovo "Stato fallito" in mano a dei jihadisti pronti a tutto. Gente senza scrupoli che, tra l'altro, abbiamo visto fare sanguinosi attentati in vari Stati europei. È questa la strategia del caos che si voleva realizzare in Siria? Sembra proprio così, e se ciò non ha potuto realizzarsi è grazie all'intervento decisivo delle forze armate russe e alle milizie iraniane o ad esse legate. Tutte cose che un certo "sovranismo" conosce molto bene, ma che non può permettersi di riconoscere per un motivo semplicissimo: e questo motivo si chiama Israele. Nel senso che i Think Tank e i corifei del sovranismo de noantri sono oggi in buona parte composti da fanatici della politica israeliana, e dunque qualsiasi altra narrazione viene bollata come "filo-islamista" o "filo-comunista", e come tale automaticamente screditata. E questo perché fa comodo mettere ogni posizione critica nello stesso calderone legittimando così una sola versione possibile: quella d'Israele e delle sue trombette propagandistiche. Un'entità, lo Stato ebraico, che riesce a tenersi insieme preparando e scatenando guerre a destra e manca, e che dopo il clamoroso fallimento in Siria oggi cerca implacabilmente di suscitare un nuovo conflitto con il proprio nemico strategico rimasto nell'area, cioè l'Iran. Per questo sui media internazionali viene fatto passare come un volgare terrorista il generale Soleimani, che è stato il maggior stratega per bloccare le scorribande dei tagliagole wahhabiti in tutto lo scacchiere mediorientale. Sono anni e anni che Israele vuole la guerra contro l'Iran, ma sinora non c'è ancora riuscito. L'importante è battere e ribattere ossessivamente su questo tasto, poi magari prima o poi qualcosa verrà fuori...

 

Paolo Sensini

 

 
Democrazia che si autoassolve PDF Stampa E-mail

6 Gennaio 2020

 

Da Rassegna di Arianna del 4-1-2020 (N.d.d.)

 

La democrazia è il sistema più democratico che si conosca. Quindi, la democrazia fa quel che vuole, si giustifica da sé, si assolve senza processo dai suoi reati, sottraendosi alla logica e alla legge dei suoi stessi tribunali, si contempla migliore o, per falsa modestia, perfettibile ma mai inferiore ad altre forme di governo. In democrazia si discute ma senza discutere la democrazia perché essa è il punto supremo della civiltà. Stupra, tortura, ammazza, fa strage, procura ingiustizie, eppure, essendo essa democrazia e non dittatura, compie crimini senza criminalità (i suoi sono sempre rimedi preventivi alla delinquenza altrui), guerre senza guerra (le chiamano interventi umanitari), genocidi senza genocidio (non ho mai sentito nessuno dare a Truman del macellaio nonostante le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki e la distruzione di una Germania già piegata), delitti senza delittuosità (trattasi al più di legittima difesa, come qualcuno ha avuto l’ardire di scrivere, per esempio, sul caso del Generale iraniano Soleimani, fatto fuori da Trump perché stava progettando “qualcosa” contro l’America), giudice senza giustizia, Bene senza bontà, umanitarismo senza umanità, liberalismo senza libertà. Di fronte a questo schifo la nostra ossequiosa stampa si asciuga la lacrimuccia facile per i peccati quotidiani della società (non bullizzare i bambini, non stalkerare le donne, non corrompere i funzionari, non mobbizzare i lavoratori, non maltrattare i vecchi, non femminicidiare, non omicidiare ecc.ecc.) e mostra il suo vero volto assetato di sangue, ridendo di gusto all’incenerimento di un presunto nemico, che non è nemico loro e nostro ma del padrone di cui sono servi. Questi farabutti meritano anche fine peggiore dell’incenerimento. Ecco un florilegio del loro buon cuore, del loro cattivo gusto. Bisogna ricordarsene quando ci faranno, domani, la morale sui valori o se un giorno, caduti in disgrazia, dovessero chiedere pietà.

 

Gianni Petrosillo

 

 
Rischiare la guerra per farsi rieleggere PDF Stampa E-mail

5 Gennaio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 3-1-2020 (N.d.d.)

 

A quanto pare, nemmeno la terribile “lezione” del massacro siriano riesce a far rinsavire i potenti. Altre guerre per procura si annunciano, altre stragi di civili si preparano per un 2020 che comincia esattamente da dove era crudelmente finito il 2019. I droni americani hanno ucciso, a Baghdad, il generale iraniano Qassem Suleimani, 62 anni, che era il comandante dei Guardiani della rivoluzione ma, soprattutto, l’uomo di fiducia dell’ayatollah Alì Khamenei, la guida suprema dell’Iran, in tutte le situazioni di crisi in cui la Repubblica islamica avesse messo mano: Iraq, Siria, Libano, Yemen. Un colpo durissimo per l’Iran, perché Suleimani che aveva combattuto giovanissimo nella guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, aveva un’esperienza che lo rendeva quasi insostituibile.

 

L’attacco americano è a tutti gli effetti una dichiarazione di guerra. La motivazione addotta dal Pentagono per giustificare l’azione (“Soleimani stava progettando attacchi contro diplomatici e militari americani in Iraq e in tutta la regione”) è risibile. La storia dell’ormai lunga crisi di rapporti tra gli Usa di Trump e l’Iran dimostra che quella era proprio l’unica cosa che Suleimani, che tutto era tranne che uno stupido, non avrebbe mai fatto. Né ha senso l’idea che l’attacco dei droni americani sia la risposta alla furiosa protesta che gruppi di iracheni sciiti (di certo manovrati dall’ altra vittima illustre del raid, Abu Mahdi al Muhandis, numero due delle milizie irachene filo-iraniane, un corpo paramilitare affiliato all’ esercito) avevano portato qualche giorno prima contro l’ambasciata americana di Baghdad. Non dichiari una guerra perché ti hanno sporcato i muri. Ma gli Usa si sentono forti in Medio Oriente. Secondo i dati più recenti, mantengono quasi 60 mila soldati nella regione e hanno installazioni militari in quattordici Paesi di Medio Oriente e Nord Africa: Egitto, Israele, Libano, Siria, Turchia, Giordania, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Yemen, Oman, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrain. Nel solo 2019, e proprio in seguito alle tensioni con l’Iran, Trump ha inviato altri 2.500 soldati nella sola Arabia Saudita. E ancora più forti si sentono, gli Usa, da quando sono riusciti a saldare l’alleanza tra Arabia Saudita e Israele, i Paesi che più fortemente temono l’estendersi dell’influenza iraniana. È certo, tra l’altro, che le informazioni decisive sugli spostamenti di Suleimani siano venute dai loro servizi segreti, da lungo tempo ottimamente infiltrati in Iraq. Trump ha ereditato da Barack Obama il coinvolgimento nella crisi siriana e la relativa sconfitta della triangolazione americo-saudo-israeliana, determinata ad abbattere Bashar al-Assad per spezzare la catena del potere sciita che lega tra loro Iran, Iraq, Siria, Libano e Yemen, e tutti insieme alla Russia. Vuole la rivincita e punta all’ Iran, sapendo che il Cremlino, sceso direttamente in campo per Assad, non farebbe altrettanto per gli ayatollah. Ma soprattutto Trump usa la politica mediorientale (e in genere la politica estera) per fini di politica interna. Punta alla rielezione. E sa che il suo elettorato, in primo luogo quello repubblicano ma non solo (pensiamo, per esempio, ai gruppi di influenza filo-israeliani), ama l’America dura, che si fa rispettare armi in pugno. Eliminare un generale iraniano è un ottimo sistema per trasformare il tentativo di impeachment in un atto antipatriottico. E se per caso gli iraniani dovessero reagire, ecco una scusa perfetta per trasformare la campagna elettorale in un referendum tra chi vuole difendere l’America (lui, ovviamente) e chi vuole invece arrendersi.  Non a caso i democratici, che in passato non si sono mai negati guerre e guerricciole, ora contestano il suo operato anti-Iran. E se pensiamo che c’ è ancora un anno prima delle presidenziali Usa, e che pare impossibile che l’Iran non cerchi una rivalsa, dobbiamo prepararci ad altri momenti drammatici.

 

Anche Recep Tayyep Erdogan sta usando l’estero per soffocare i problemi interni. L’economia della Turchia è da tempo in bilico (nonostante una parziale ripresa nella seconda metà del 2019, il reddito pro capite, il Prodotto interno lordo e la produzione industriale sono da tempo in calo) e lo scontento è palpabile. Già l’offensiva militare nel Nord della Siria contro i curdi rispondeva, almeno in parte, all’ esigenza di alzare una bandiera populista per placare gli istinti profondi del Paese. Quella spedizione, però, ha aperto un’altra questione: che fare dei miliziani islamisti, in gran parte affiliati ad Al Nusra (l’ex Al Qaeda), che la Turchia ha armato e finanziato per anni e che occupano la provincia siriana di Idlib? Al Nusra ha sedi, militanti e conti correnti in Turchia. Erdogan è a un bivio: abbandonare i vendicativi miliziani alle bombe dei russi e dei siriani, e così dover quasi sicuramente affrontare un’ondata di attentati in patria? Oppure tradire i patti siglati con Vladimir Putin (la “pulizia” di Idlib in cambio del via libera all’ avanzata anti-curda), sponda che gli è indispensabile per tenere a bada gli Usa? Per sua fortuna c’ è la Libia. Il governo di Fayez al-Sarraj, l’unico riconosciuto ufficialmente dalle Nazioni Unite, è in crisi profonda. Il generale Khalifa Haftar, con le armi della Francia, i droni degli Emirati Arabi Uniti, i quattrini dell’Arabia Saudita, l’aviazione dell’Egitto e i mercenari della Russia, è arrivato ormai a controllare gran parte del Paese e stringe d’ assedio Tripoli. Al-Sarraj ha chiesto aiuto un po' a tutti e la cosiddetta “comunità internazionale”, dalla Ue alla stessa Onu, non ha prodotto altro che chiacchiere. Come se le belle parole servissero a qualcosa contro le bombe e i carri armati. Più seriamente gli ha risposto appunto Erdogan, che così prende tre piccioni con una fava. Da un lato interviene in una crisi sulla sponda Sud del Mediterraneo, conquistando un ruolo di grande rilievo geopolitico. Dall’ altro si libera di un bel po' dei militanti di Al Nusra. Perché il bello è questo: a combattere per Al-Sarraj, cioè per il governo timbrato Nazioni Unite, andranno i tagliagole di Idlib, quelli che qualche settimana fa destavano lo sdegno del mondo per le violenze contro i civili curdi. E infine allunga le mani sulle risorse energetiche della Libia: Al-Sarraj ha già firmato con lui un accordo che investe i preziosi giacimenti di gas e petrolio del Mediterraneo. Ora tutti, dalle grandi istituzioni come la Ue ai Paesi come Francia e Italia, chiedono alla Turchia di lasciar perdere, alla Russia di smetterla, a questo e a quell’ altro di fare il bravo. Al-Sarraj ha già risposto: dove eravate quando vi chiedevo aiuto?

 

Fulvio Scaglione

 

 
Attendiamo un cambiamento di rotta (?) PDF Stampa E-mail

3 Gennaio 2020

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Da Rassegna di Arianna dell’1-1-2020 (N.d.d.)

 

Vedo in giro grande entusiasmo per il discorso di Mattarella, in particolare per questo passaggio: "Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi." È un passaggio molto giusto, da cui mi piacerebbe che lo stesso Presidente della Repubblica, e molti dei suoi odierni entusiasti ammiratori, traessero le appropriate conseguenze.

 

Quando perdi il diritto come popolo di coltivare la tua forma di vita (cultura) e la tua forma di sviluppo economico, allora hai perso il privilegio di essere libero. Quando diventi l'oggetto di ricatti finanziari perché sei stato obbligato ad uniformare le normative sul movimento dei capitali, ora senza controllo, allora non hai più il privilegio di essere libero. Quando non puoi indirizzare le scelte della tua politica interna, ma devi obbedire ai trattati europei su come e quanto spendere, allora hai perduto il privilegio di essere libero. Quando sei stato esposto senza difese ai marosi della globalizzazione in tutte le sue forme, da quelli che ti spiegavano che la tua storia, la tua geopolitica e il tuo modello di sviluppo non facevano alcuna differenza, allora hai perso il privilegio di essere libero. Quanto ha ragione Presidente. Attendiamo fiduciosi un cambiamento di rotta.

 

Andrea Zhok

 

 
Il problema Ŕ l'antropocentrismo PDF Stampa E-mail

2 Gennaio 2020

 

Da Comedonchisciotte del 29-12-2019 (N.d.d.)

 

Il 7 agosto 2019 su Come Don Chisciotte è apparso un mio articolo dal titolo: “È meglio essere nati o sarebbe stato meglio non essere mai nati?”, in cui analizzavo la posizione di Cioran e di Benatar sul tema del natalismo e dell’antinatalismo. L’argomento è di una tale importanza che credo meriti di essere proposto nuovamente con riflessioni personali più approfondite. I cattolici, i musulmani e tutti gli uomini religiosi in genere considerano la vita un bene assoluto e condannano ogni intervento volto a limitarne la diffusione. Tutti, religiosi e laici, si prodigano per salvare quante più vite umane è possibile, laddove siano in pericolo. La ricerca medica e i salvataggi in mare sono due esempi paradigmatici al riguardo. A questo punto chi predica l’antinatalismo (mediante la diffusione di pratiche anticoncezionali) non può sfuggire all’accusa di egoismo. Il suo ragionamento sembra essere: noi siamo venuti al mondo, ma ora, poiché siamo in troppi, è bene che non aumenti il numero dei commensali alla tavola planetaria, altrimenti non vi è più abbastanza cibo per noi. Queste proposizioni seguono un filo logico inappuntabile, perché procedono tutte da una affermazione di base difficilmente contestabile, quella secondo cui la vita è un bene assoluto. Ma, attenzione, è proprio qui che il tema va approfondito se vogliamo uscire dall’antinomia: “la vita è sacra” – “la vita va limitata”. E quindi dobbiamo chiederci: “Quale vita è sacra?” “Solo quella umana o tutta la vita in genere?” “Esiste una gerarchia nella scala delle vite?”

 

Dobbiamo avere il coraggio di affrontare queste domande, alle quali la stragrande maggioranza del genere umano risponderà: “Sì, esiste una gerarchia nella scala delle vite, e al vertice vi è la vita umana”. Per i religiosi questa posizione è stata stabilita dalla divinità in persona che ha creato l’essere umano a sua immagine e somiglianza.

 

Per i non religiosi questa posizione è stata stabilita dall’evoluzione che ha dotato l’essere umano dell’intelletto e con esso di raziocinio e autocoscienza. Ricordiamo il vecchio detto greco attribuito a Platone: “Di tre cose dobbiamo ringraziare il destino: primo, di essere nati uomini e non animali; secondo di essere nati uomini e non donne; terzo, di essere nati greci e non barbari.” Di tale detto esiste anche una versione ebraica che al terzo punto recita: “Benedetto il Signore che mi ha creato […] Israele e non goy” (cioè gentile), ma che conserva identici i primi due punti. Ora fortunatamente il tempo ha fatto giustizia delle seconde e delle terze affermazioni di queste antiche sentenze. Ma la prima resiste inalterata agli assalti del tempo. Anzi, pare che col passare degli anni l’essere umano sia sempre più in preda a un delirio di onnipotenza che lo conduce a ridisegnare il paesaggio naturale a suo piacimento, asfaltando le terre e innalzando torri verso il cielo. È da questa considerazione che si deve partire se si vuol ragionare seriamente intorno al tema del natalismo e dell’antinatalismo. Sì, la vita è un bene importantissimo: si è formata su questo pianeta (e forse su altri) in milioni e milioni di anni attraverso una serie infinita di passaggi che hanno consentito a piccoli microorganismi di crescere fino a divenire le piante e gli animali che conosciamo. Ma tutta questa serie di soggetti ha trovato modo di coesistere in uno spazio limitato per milioni e milioni di anni grazie ad una serie infinita di pesi e contrappesi che hanno stabilito un equilibrio dinamico, in continua evoluzione ma sempre ricostituitosi dopo ogni violento scossone imposto dagli eventi atmosferici o dagli impatti astronomici. Poi, qualche milione di anni fa, il caso ha voluto che nel DNA di un primate intervenisse una modificazione genetica tale da farne accrescere in modo spropositato l’apparato cerebrale. Tale modifica fu vantaggiosa per il primate in questione ed esso ne approfittò per sbaragliare la concorrenza nella ricerca del cibo e di altre risorse. Il seguito della storia lo conosciamo molto bene e non è il caso di ripeterlo in questa sede. Il punto su cui soffermarsi è un altro. Se è vero, come è vero, che quella modifica poco alla volta ha indotto trasformazioni tali nel mondo della natura da mettere a rischio la sopravvivenza stessa della vita sul pianeta, e non solo di quella umana, che giudizio darne oggi, a distanza di qualche milione di anni dal suo apparire? È un argomento ostico per il nostro modo di ragionare, ma è l’unico punto di vista dal quale può essere fornita una risposta valida alla domanda: “Se la vita è un bene assoluto, perché limitarne la diffusione?” Sì, la vita di tutti gli esseri viventi è un bene assoluto, ma un errore nel nostro programma di base ci ha consentito di trasformarci in distruttori della vita degli altri esseri viventi, senza tener conto che senza di loro, piante e animali, neppure la vita dell’uomo sul pianeta può perdurare.

 

Assisteremo prossimamente a nuovi sussulti e tentativi di ogni genere per riparare ai danni fatti, ma finché non metteremo in discussione il primo punto di quell’antico detto (“dobbiamo ringraziare il destino di essere nati uomini e non animali”) non riusciremo ad uscire dall’impasse. È l’antropocentrismo il problema e non è sufficiente stemperarlo in un più ragionevole biocentrismo. Occorre riconoscere la nocività del genere umano ingenerata da quell’infausta modifica genetica intervenuta milioni di anni fa. Alla luce di questo riconoscimento la limitazione del nostro numero non apparirà come un atto egoistico nei confronti delle generazioni future, ma avrà l’aspetto assai più seducente di un atto altruistico nei confronti della vita in generale. Nel blog de Il Cancro del Pianeta si possono trovare molte altre riflessioni utili su questo tema.

 

Bruno Sebastiani

 

 
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