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La Germania in una trappola strategica PDF Stampa E-mail

7 Agosto 2019

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Da Rassegna di Arianna del 4-8-2019 (N.d.d.)

 

Il nuovo scontro tra Stati Uniti e Germania sulla missione marittima nello Stretto di Hormuz (missione pianificata da Washington per impedire che gli iraniani possano minacciare la libera navigazione in quello Stretto, attaccando o sequestrando delle petroliere come ritorsione per il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano del luglio 2015 - ossia dal Joint Comprehensive Plan of Action - nonché per le sanzioni adottate dagli americani contro l’Iran), è certamente un altro segno del deterioramento dei rapporti tra l’America e Unione Europea. Anche se Berlino afferma che questa missione (cui, se ci sarà, non è escluso che anche la Germania possa parteciparvi) non farebbe altro che gettare benzina sul fuoco, in realtà questo scontro tra la Germania e gli Stati Uniti ha un significato che va ben oltre la questione del nucleare iraniano. In gioco, infatti, vi sono interessi economici e questioni geopolitiche più importanti che la divergenza di opinioni sulla strategia da adottare nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran. Per capirlo però occorre fare “qualche passo indietro”.

 

È noto che l’Unione Europea (e in particolare l’euro) avrebbe dovuto essere lo “strumento” politico-economico mediante il quale ancorare saldamente la Germania all’Atlantico dopo il crollo del Muro di Berlino e la scomparsa dell’Unione Sovietica. Invero, la Germania, ottenendo che l’Unione Europea fosse una “unione competitiva europea” anziché una vera “unione politica europea”, ha saputo usare questo “strumento” per diventare una grande potenza economica, caratterizzata da un enorme surplus della propria bilancia commerciale. Si tratta però di una mera crescita economica che, oltre a creare ogni genere di squilibri all’interno della stessa Unione Europea, ha danneggiato non solo i Paesi dell’area mediterranea ma pure l’economia degli Stati Uniti. In pratica, il cosiddetto “neomercantilismo” della Germania ha contribuito a trasformare l’Unione Europea in un mero “aggregato di Stati nazionali” in lotta tra di loro e al tempo stesso ha reso più tesi i rapporti tra l’UE e l’America. Una situazione resa ancora più complicata dalla vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane del novembre 2016, tanto che perfino l’attuale “attrito” tra l’Unione Europea e l’America è – almeno in parte - un “semplice riflesso” del durissimo scontro ai vertici del potere pubblico della grande potenza d’Oltreoceano (peraltro, anch’esso, come l’abnorme espansione della finanza rispetto alle forze produttive, un “segnale dell’autunno” della potenza egemone e indice di quella crisi di “sovraesposizione imperiale” dell’America già ben analizzata, sia pure nei suoi aspetti essenziali, dallo storico Paul Kennedy nel suo famoso libro “Ascesa e declino delle grandi potenze” pubblicato negli Ottanta del secolo scorso). D'altra parte, è innegabile che sia ancora la NATO, ossia l’America, a garantire la sicurezza dei Paesi europei e che se l’UE è una nullità geopolitica e militare anche la Germania è pur sempre un nano geopolitico e militare. Insomma, se sotto il profilo economico l’UE è “egemonizzata” dalla Germania, sotto il profilo geopolitico e militare è ancora l’America che “detta legge” in Europa (né il direttorio franco-tedesco può cambiare granché al riguardo, nonostante la megalomania dell’inquilino dell’Eliseo che si illude che la Francia da sola possa controbilanciare la potenza economica della Germania, dato che la Francia non è una grande potenza, né militare né economica, da oltre un secolo – d’altronde, la stessa force de frappe non è che una forza di “dissuasione nucleare”). Facile quindi capire perché Washington non sia disposta a tollerare una politica economica tedesca che danneggi l’America e che non perda occasione per rammentare alla Germania la sua condizione di “Stato vassallo”.

 

Invero, è la questione dell’atlantismo che è mutata di senso in questi ultimi anni. I dirigenti americani si rendono conto, infatti, che gli Stati Uniti non hanno i mezzi e le risorse per dominare l’intera scacchiera globale ovverosia per dominare l’America Latina, il continente africano, l’area del Pacifico, il Medio Oriente e l’Europa, allo scopo di contrastare l’ascesa della Russia e la Cina (ritenuta ormai anche dai “dem”, ossia i “circoli democratici” del deep State americano, una “potenza maligna”). In questo senso, il neoatlantismo (o neoimperialismo) di Trump si differenzia dall’euro-atlantismo, che è incentrato sul rapporto privilegiato tra America ed UE soprattutto in funzione antirussa. Tuttavia anche Trump, che verosimilmente non è ostile per principio nei confronti della Russia di Putin, sembra “prigioniero” dei falchi del gigantesco Warfare State americano che, come i “dem, ritengono ancora la Russia il nemico principale dell’America e quindi considerano i Paesi dell’UE alleati di fondamentale importanza. In effetti, uno degli scopi principali della NATO è quello di garantire che la Germania non possa varcare la “linea rossa” che separa l’UE dalla Russia. Il rischio, pertanto, secondo i “dem” e gran parte degli “strateghi” americani, è che la politica di Trump possa indebolire la posizione geostrategica dell’America in Europa e al tempo stesso impedire agli Stati Uniti di potere giocare la carta della “pax americana” in Medio Oriente (non si deve dimenticare che sono stati proprio “dem” a volere l’accordo sul nucleare iraniano), creando così una situazione di “caos geopolitico” di cui si potrebbe avvantaggiare solo la Russia. In questo contesto, però è ovvio che il neoatlantismo di Trump costituisca pure una minaccia per la Germania, che grazie all’euro-atlantismo ha potuto conquistare la supremazia economica in Europa ma che non ha certo la “stazza” per confrontarsi direttamente con le grandi potenze (Stati Uniti, Russia, e Cina) e nemmeno la potenza militare per difendere i suoi interessi economici nel caso di un conflitto internazionale “ad alta intensità”. La strategia economica della Germania, imperniata non sulla crescita economica e geopolitica dell’Europa ma solo sulla crescita economica della Germania e sull’espansione ad Est della NATO, si sta pertanto imbattendo nei propri limiti, tanto che la Germania rischia di finire in una “trappola strategica”. Difatti, la stessa espansione ad Est della NATO rende praticamente impossibile la formazione di un asse geopolitico russo-tedesco, mentre la russofobia che caratterizza l’euro-atlantismo ha favorito la formazione di un asse russo-cinese. In sostanza, la Germania sembra ritenere di potere da un lato “inglobare” la Russia nello spazio geo-economico egemonizzato dai tedeschi (che si può definire il loro Lebensraum) e dall’altro “condizionare” la politica di Mosca mediante la NATO. Un disegno geopolitico che per realizzarsi esigerebbe non solo che la Russia cedesse alla pre-potenza della NATO ma che la potenza militare dell’America fosse “al servizio” degli interessi della Germania.

 

Ovviamente, sebbene non si possa certo affermare che i tedeschi dopo Bismarck si siano distinti per acume politico-strategico, anche i dirigenti tedeschi sono consapevoli dei rischi che corre la Germania per la sua debolezza geopolitica e militare. Tuttavia, questo non significa affatto che la Germania sia pronta a “smarcarsi” dagli Stati Uniti per trasformare l’Unione Europea in una grande potenza economica e militare. Questo è solo il “sogno” di coloro che pensano che le lancette della storia si siano fermate nell’agosto del 1939, cioè allorché fu firmato il patto Molotov-Ribbentrop. Di fatto, la Germania in questi anni si è solo limitata  a trarre il maggior profitto possibile dal declino relativo della grande potenza d’Oltreoceano, cercando sì di fare “affari” anche con la Russia, ma nel contempo adoperandosi in ogni modo per rafforzare l’area baltica, notoriamente la più russofoba d’Europa, a scapito di quella mediterranea (tanto da osteggiare il gasdotto South Stream per potere raddoppiare il gasdotto Nord Stream e diventare così l’unico Paese europeo in cui possa arrivare il gas russo). D’altro canto, non è certo un segreto che Berlino non ne vuole nemmeno sapere di una “visione geopolitica” europea, proprio come non ne vuole sapere di unico debito pubblico europeo (presupposto essenziale per una unione politica europea). Non a caso, perfino per quanto concerne l’accordo sul nucleare iraniano la Germania ha voluto ad ogni costo distinguere nettamente la sua posizione non solo da quella della Francia ma da quella della stessa UE. Ed è anche noto che la Germania vorrebbe, per sé non certo per l’UE, un posto tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Pare lecito dunque affermare che il neoatlantsimo di Trump o, meglio, l’inizio di una fase geopolitica multipolare ha messo in luce la miopia politico-strategica della Germania che in questi anni ha buttato al vento l’occasione per diventare davvero egemone in Europa. Vale a dire che la Germania pare incapace di distinguere tra mero dominio (o supremazia) ed egemonia (nel senso forte del termine, ossia “gramsciano”), mentre la storia dell’Europa prova che nessuna potenza europea è in grado di “dominare” l’Europa (e si badi che senza il rafforzamento dell’area mediterranea non è possibile neppure creare uno spazio geopolitico “eurasiatico”, sia pure multipolare e in sé differenziato), mentre i conflitti o, se si preferisce, la “competizione” tra i vari Paesi europei non può che avvantaggiare una potenza non europea, ovvero gli Stati Uniti. Le conseguenze del fallimento politico-strategico della Germania (che sarebbe il terzo nel giro di un secolo!) potrebbero quindi avere conseguenze disastrose anche per gli altri Paesi europei. Ciononostante, bisogna vedere anche l’altro lato della medaglia, dato che, se il declino relativo degli Stati Uniti sul piano geopolitico ha già portato alla formazione di nuovi centri di potenza sia a livello mondiale (Russia e Cina) che a livello regionale (India, Israele Turchia, Iran, ecc.), la crisi del sistema neoliberale occidentale ha portato alla nascita di forze politiche “populiste” (giacché il “populismo” non è che un effetto della crisi di un sistema politico che non sa risolvere i problemi che esso stesso genera), che hanno già messo forti radici in America e in Europa, benché non si possano definire, a differenza della Russia  e della Cina che sono centri di potenza anti-egemonici, delle forze politiche “anti-egemoniche”. In altri termini, si è in presenza di una fase di transizione egemonica, che è appena cominciata e che, anche se nessuno sa come finirà, probabilmente sarà di lunga durata e contrassegnata da aspri conflitti e perfino da nuove forme di guerra. 

 

In definitiva, si può ritenere che anche la questione tedesca sia solo un aspetto di una questione ben più grande, ossia quella della civiltà europea, che verosimilmente si deciderà in questa fase di transizione egemonica. Non si deve ignorare, infatti, che geo-politica non è sinonimo di politica estera o di relazioni internazionali ma che in primo luogo designa il fatto che l’uomo non può che “abitare politicamente la terra”, ragion per cui non vi è transizione egemonica che non sia contraddistinta dalla nascita di nuovi “paradigmi” culturali e dalla scomparsa di altri. Del resto, che la crisi geopolitica dell’Europa sia anche una crisi della civiltà europea è ormai sotto gli occhi di chiunque, ad eccezione di coloro che non vogliono vedere o che pensano che i problemi si possano risolvere negando la realtà.

 

Fabio Falchi

 

 
BanalitÓ psicoanalitiche PDF Stampa E-mail

6 Agosto 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 3-8-2019 (N.d.d.)

 

Ma cosa vorrà mai dire Mantieni il bacio, questo titolo ermetico dell’ultimo best seller di Massimo Recalcati, guru ufficiale de la Repubblica, che allega il sacro testo in edicola? Allude a Barthes, al suo adorato Lacan o a chissà quali saperi esoterici? E invece no, lo psicanalista dem confessa che l’ispiratrice del suo titolo è la sua trainer di pilates che gli indica una postura tipo “stringi le ginocchia”. Visto il successo del libro, è forte la tentazione di scrivere un saggio analogo intitolato “Annuci il mannile”, una frase chiave del mio barbiere che vuol dire, nell’idioma esoterico del mio paese, cioè in dialetto, “Porta l’asciugamani”.

 

Recalcati in questo libro supera la spietata caricatura che gli fa Crozza quando fa la parodia alla sua psicobanalisi. Spiega il Maestro: “Si parla così tanto d’amore perché nessuno sa cosa sia l’amore”. Ma ora il mistero è risolto, Recalcati ci chiarisce quel che da Platone a Fromm nessuno aveva spiegato. “Il segreto dell’amore duraturo è restare in due”, spiega a noi attoniti per la rivelazione. C’era chi pensava che il segreto dell’amore fosse restare in comitiva o da soli. Invece lui ci svela che in amore si deve restare in due. Fantastico. Si avverte che ha studiato su un testo classico della psicanalisi: Anima mia, dei Cugini di Campagna. Ha poi approfondito il tema specifico del bacio avvalendosi della ricerca del Quartetto Cetra: “Ba-baciami bambina sulla bo-bocca piccolina”. Recalcati svela che “l’amore quando accade scopre una gioia immensa” e questa frase rivaluta d’un botto le frasi dei baci perugina che al cospetto sembrano scritte da Karl Kraus. “Il bacio condensa l’amore”, avverte il Guru; non la pernacchia o il fischio, ma il bacio, mantenetelo a mente. Il Maestro nota acutamente: non c’è bacio nei rapporti con le meretrici. E già, non baci ma soldi pretendono le prostitute. Che roba. “L’amore dura il tempo di un bacio?” si chiede lo Psicanalista Massimo e noi nel dubbio angoscioso che dica di sì siamo costretti a non mollare le labbra di chi amiamo, manco per bere o per respirare. Mantieni il bacio o qui finisce l’amore. Un precursore di Recalcati lo aveva intuito nel millennio scorso, è lo studioso Adriano Celentano quando teorizzò 24mila baci. Però non si deve diventare serial kisser (baciatore seriale), ma mantenere un solo bacio infinito. Con una sintesi folgorante lo psicobanalista de la Repubblica spiega: “Se non c’è amore senza che io ti dica ti amo, non può mai esserci amore senza bacio”. Incredibile, nessuno ci aveva mai pensato. Tu che amavi tirandole le orecchie, infilandole le dita nel naso, strusciando la tua schiena sulla sua; no, scemo, dovevi baciare. “Ogni bacio d’amore – insiste l’Oracolo – dichiara sempre e silenziosamente “ti amo”. E voi pensavate che ogni bacio d’amore dichiarasse, che so, “ho una gastroenterite” oppure “mi presti l’accendino?”. E poi, attenzione: “il bacio è possibile perché i due restano due”; e già, se fossero una cosa sola come potrebbero baciarsi? E se fossero quattro, sai che casino, come potrebbero combaciare le otto labbra e mantenere il bacio?

 

Ma Recalcati è anche storico e geologo dell’amore e ci fa sapere che “in ogni epoca e a ogni latitudine la nascita di un amore sfida il tempo”. E io che pensavo che l’amore fosse nato al mio paese nel ’73 quando m’innamorai; invece apprendiamo dal Maestro che s’innamorano tutti, in ogni tempo e in ogni luogo, perfino in Corea. Illuminante. Altri responsi si potrebbero dedurre dalle sue fonti. Per esempio l’amore è volatile, come già sostennero Franco I e Franco IV, colleghi di Recalcati, quando scrissero in un canto: “Ho scritto t’amo sulla sabbia ma il vento a poco a poco se l’è portato via con sé”. Un testo leopardiano sull’amore effimero e sulla labilità di mantenere il bacio sulla sabbia. Labile proviene da labiale, noterebbe Recalcati. O la teoria lacaniana del feticismo in amore elaborata nel trattato canoro di Gianni Meccia: “Il pullover che mi hai dato tu, sai mia cara possiede una virtù. Ha il calore che tu dai a me e io mi illudo di stare in braccio a te”. Un testo proustiano e pascoliano in cui l’innamorato addirittura s’illude di stare in braccio alla sua amata, incurante del suo peso e dell’immagine grottesca di un fidanzato in braccio alla fidanzata. Immagine lacaniana che Recalcati ci spiegherà nel prossimo testo “Mantieni il pupo”. Un altro precursore di Recalcati, il collega spagnolo Julio Iglesias, previene il trauma di essere mollati e avverte: “Se mi lasci non vale”. Teorico dell’amore intramontabile è invece il luminare Piero Focaccia che nel suo testo ricalca Recalcati e afferma: “Per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia stesso mare”. Nel prossimo testo ci aspettiamo che Re-calcati spieghi il significato recondito dell’inno lacaniano-minghiano: “Trottolino amoroso dududù dadadà”.

 

Marcello Veneziani

 

 
40 anni di caduta salariale PDF Stampa E-mail

3 Agosto 2019

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Da Appelloalpopolo dell’1-8-2019 (N.d.d.)

 

Dalla metà degli anni ’70 all’inizio del XXI secolo si è registrata una perdita dei salari pari al 10% del PIL. Una quota trasferita direttamente ai profitti delle classi più ricche. Il dubbio merito è delle tanto invocate e decantate riforme del mercato del lavoro, delle privatizzazioni, del progressivo ritorno della finanziarizzazione dell’economia. Insomma all’applicazione del mantra liberale per eccellenza “meno Stato, più mercato”.

 

La rivoluzione neoliberale su scala mondiale, i cui effetti da noi sono stati acuiti dall’ingresso nell’Unione Europea e dall’adozione dell’euro (cioè sulla libera circolazione di capitali, merci e lavoro), hanno permesso al 10% più ricco della popolazione mondiale (ma ancora di più all’1%) di vincere la lotta di classe, senza neanche combatterla più. Facendoci anzi credere che si trattasse di un capitolo chiuso della nostra storia.

 

Solo se lo Stato tornerà ad appropriarsi degli strumenti necessari, cioè della sua sovranità, si potrà tornare ad applicare la Costituzione che, lungi dal nominare mai la lotta all’inflazione, la stabilità dei prezzi, si concentra invece sulla piena occupazione e sulla dignità dei salari. Serve una nuova classe dirigente, politica e imprenditoriale, in grado di scalzare coloro che in questa situazione ci hanno condotti. Arricchendosi sulle spalle dei lavoratori.

 

Gilberto Trombetta

 

 
Satanisti al potere? PDF Stampa E-mail

2 Agosto 2019

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Da Rassegna di Arianna del 31-7-2019 (N.d.d.)

 

All’ombra del premio Nobel per la Pace, Barack Obama, e della candidata alla sua successione, Hillary Clinton, non solo il mondo sarebbe andato incontro alla terza guerra mondiale, visto che i vertici del Partito Democratico avevano deciso di attaccare l’Iran col pretesto dell’uranio arricchito (proprio come nel 2003 quelli del Partito Repubblicano avevano deciso, con Bush jr, di attaccare l’Iraq col pretesto delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, mai trovate perché inesistenti), ma sarebbe rimasta intatta e avrebbe ulteriormente prosperato la piramide pedo-satanista, come la chiama il ricercatore indipendente Marcello Pamio, che agisce ai massimi livelli dei servizi segreti americani – e, naturalmente, israeliani. L’elezione di Donald Trump, un outsider che non avrebbe dovuto vincere e la cui vittoria ha sconvolto i piani dell’establishment progressista USA, ha permesso di sollevare il coperchio dell’orrendo pentolone che fino ad ora aveva assicurato l’impunità a tale struttura. Il caso Epstein, in particolare, ha rivelato questo: che in un paradiso off shore, nelle Isole Vergini, con voli privati, centinaia di uomini potenti, banchieri, politici, gente dello star system, si dedicavamo allegramente al turismo sessuale violentando bambini e bambine; il tutto veniva filmato e schedato dalla CIA e dall’FBI, oltre che dal Mossad, in modo da incastrare il maggior numero possibile di quei signori. Tra i nomi eccellenti ci sarebbero quelli di Bill Clinton, del principe Andrea d’Inghilterra, di Henry Kissinger, per non parlare dell’aristocrazia “nera”, cioè dei Rotschild. E che se ne facevano, i servizi segreti americani e israeliani, di tutto quel materiale top secret? Nulla: lo tenevano in giacenza come arma di ricatto. Quando un pezzo grosso viene beccato a fare sesso con dei minorenni, la sua carriera è potenzialmente finita; a meno che non sia in grado di rendere il favore di non esser denunciato. E questo appunto accadeva. Così, Epstein non era che uno specchietto per le allodole. Benché la sua fortuna personale fosse favolosa, essendo proprietario di un’intera isola, d’un super-attico a New York, di un ranch nel New Mexico, ecc., e il suo aereo personale viaggiasse incessantemente per portare gente illustre e molto danarosa nel paradiso dei pedofili (Clinton pare abbia fatto ventisette voli di quel tipo, anche se ora, mentendo spudoratamente, dice di non aver avuto alcun rapporto con Epstein), in realtà egli non era che una pedina di un gioco molto, ma molto più grosso di lui. Una pedina importante, però, grazie alla sua doppia natura di agente americano e israeliano. Come un’agente israeliana era la sua principale collaboratrice, Ghislaine Maxwell, figlia di un altro importantissimo agente del Mossad, Robert Maxwell, al secolo Jan Benyamin Hoth, che si ebbe, nell’orazione funebre (morì in uno stranissimo incidente alle Canarie, nel 1991), il seguente epitaffio da parte di Itzaak Shamir: Ha fatto per Israele più di quanto ora non si possa dire. A buon intenditore…

 

Piano, piano, comincia a venir fuori tutto il putrido verminaio. Più volte la magistratura era giunta alle soglie della porta di Jeffrey Epstein, ma non aveva mai potuto varcarla, anzi nemmeno bussare, perché sempre si erano messi di traverso gli uomini dei servizi segreti, dicendo: Costui non si tocca; ne va della sicurezza dello Stato. Ma ora, appunto con l’elezione (imprevista) di Trump, qualcosa è cambiato. Certe protezioni sono venute meno, ed è proprio l’FBI che ha preso in mano l’inchiesta sul disinvolto personaggio. Il quale, davanti alla prospettiva di farsi quarant’anni di prigione (sono decine o forse centinaia le bambine e i bambini che ha violentato o dato in affitto perché venissero violentati dai suoi facoltosi amici e clienti), pare che sia disposto a spifferare i nomi dei visitatori del suo perverso paradiso alle Isole Vergini. Clinton, il principe Andrea e molti altri cominciano a tremare. Evidentemente è in atto una guerra all’interno degli stessi servizi segreti, con una parte dell’FBI che, fino a ieri, si regolava in un certo modo, e un’altra parte che, ora, sta agendo in tutt’altra maniera. Epstein non è più un tabù; ha perso lo statuto d’intoccabile; e, con lui, rischiano di finire nell’inchiesta decine di pezzi grossi, grossissimi, della finanza, della politica e del sistema hollywoodiano. Ma possiamo immaginare uno scaldalo che arrivi a coinvolger direttamente gente come quella? Forse sì; ma è probabile che, in tal caso, comincerebbero a scricchiolare i pilastri del potere mondiale. Né sono coinvolti, nelle orge sessuali organizzate da Epstein e documentate da CIA e FBI, solo personalità individuali, per quanto illustri; sono coinvolti anche i massimi organi delle Nazioni Unite, e specialmente quelli legati all’infanzia, all’educazione, eccetera. Come mai? È semplice: dove ci sono i bambini, e dove ci sono gli operatori sociali che si occupano dei bambini, lì si creano delle potenzialità per i pedofili, specie se si tratta non di singoli individui, ma di reti diffuse a livello mondiale. E tale è il caso di cui stiamo parlando. Il tutto con la protezione e la copertura di magistratura e polizia, oltre che del mondo della politica. Per capire come funzionava un tale sistema, si pensi a come funzionava, su una scala molto più piccola, il “sistema” della Val d’Enza, del quale, a quanto sembra, nessuno s’era accorto fino all’altro ieri. Eppure centinaia di bambini erano stati sottratti alle loro famiglie e dati in affido agli amici degli operatori dei servizi sociali, senza che nessuno, o quasi nessuno, se ne fosse accorto. E stiamo parlando di Bibbiano, di paesi con poche migliaia di abitanti. Ma il “sistema” Epstein, o meglio il sistema più vasto di cui Epstein era una pedina, funziona a livello mondiale. Dispone perciò di un giro di clienti e un giro di protezioni addirittura impensabili. E nessuno s’era accorto di nulla; se qualcuno se n’era accorto, non aveva potuto far nulla. Segreto di Stato, fine del discorso.

 

A proposito di Bibbiano. Non è curioso che il fetido pentolone della Val d’Enza sia stato scoperchiato negli stessi giorni in cui veniva scoperchiato, sull’altra riva dell’Atlantico, il fetido pentolone di Jeffrey Epstein? E non è curioso che a coprire il sistema Epstein fosse il Partito Democratico, così come a far da ombrello ai sociologi e agli assistenti sociali della Val d’Enza c’era, sia pur indirettamente, il suo equivalente italiano, il partito dei progressisti, dei più nobili, dei più buoni, quello che si oppone ai razzisti, ai populisti e ai fascisti, in nome dei più alti ideali dell’umanità, della solidarietà e della pace? Quello che ora vuol parlare dei rubli di Putin alla Lega, proprio come negli Stati Uniti, fin da quando Trump è stato eletto a furor di popolo - ma con gran scorno del Deep State, lo Stato profondo e parallelo, quello che ha il potere reale nelle sue mani – vuol parlare dei finanziamenti russi alle elezioni americane del 2016, nelle quali non doveva vincere Trump. E che non dovesse vincere, in quanto la vittoria di Hillary Clinton era già stata decisa al vertice, lo si vide subito dalla reazione fra l’isterico e lo scandalizzato dei giornalisti: come dimenticare una esilarante Giovanna Botteri, che, incredula, balbettava: Ma dove andremo a finire, ora che la gente si permette di votare a modo suo, senza tener conto delle indicazioni date da noi giornalisti e dagli altri mass-media? Eh, già che terribile prospettiva: la gente che si permette di votare secondo le proprie convinzioni, senza lasciarsi influenzare da ciò che dice la stampa: inaudito! Ma dove si andrà a finire, di questo passo? E le somiglianze non sono ancora finite. Così come i mass-media americani hanno parlato incessantemente, dal 2017 a oggi, dei giudici che a vario titolo stanno cerando d’incriminare Donald Trump per fermare la sua azione di governo, così i mass-media italiani hanno cercato di parlare il minimo indispensabile dello scandalo di Bibbiano (magari per esortare a non metter alla gogna delle persone per le quali vige la presunzione d’innocenza), e ora preferiscono pascersi della faccenda dei finanziamenti russi alla Lega di Matteo Salvini. Il fatto è che Bibbiano, con assoluta certezza, non è un caso isolato. Secondo il professor Alessandro Meluzzi, c’è una Bibbiano in ogni città d’Italia, all’ombra di certi sistemi legati all’affidamento dei minori. Bibbiano non è che la punta dell’iceberg, come lo è, negli Stati Unti, il caso Epstein. E vogliamo dirla tutta? Dietro entrambi i casi, così come molti altri che esistono in tutto il mondo, s’intravede una cosa ancor più spaventosa: le società segrete, il satanismo, un sistema mondiale di pedofilia diffusa a ogni livello. Il tutto con un chiaro sottinteso ideologico: la famiglia tradizionale è male; la famiglia tradizionale è “fascista”, pertanto deve essere colpita, disarticolata, umiliata, divisa; al suo posto, bisogna far vedere quanto è bella e funzionale la famiglia arcobaleno, dove i partner omosessuali si amano di vero amore, e sanno offrire ai bambini  - anche se, purtroppo, non sono i loro - tutto quell’affetto che i genitori naturali, brutti e cattivi, ma soprattutto colpevoli di essere maschio e femmina, non hanno saputo dar loro. Ora, il clima è tale che perfino la Chiesa cattolica, di fatto, è diventata un enorme ricettacolo per cardinali e vescovi pedofili e sodomiti. Si pensi solo all’impunità di cui ha potuto godere, per anni e per decenni, il cardinale McCarrick, un predatore sessuale di tipo seriale, mantenuto dal signor Bergoglio ai vertici della Chiesa cattolica statunitense, anche dopo essere stato informato da monsignor Viganò della vera natura di quel personaggio; e questo fin dal 2013.

 

E ora chiudiamo la parentesi italiana e torniamo negli Stati Unti, dove è scoppiato il caso Epstein. Se l’FBI vorrà e saprà andare fino in fondo, e se Epstein, per salvarsi la pelle con una pena minore, si metterà a cantare come un fringuello, e consegnerà agli inquirenti i suoi elenchi segreti, allora non solo la piramide pedo-satanista - che è un vero e proprio “governo-ombra” degli Stati Uniti - ma anche la politica interna ed estera della superpotenza americana sicuramente conoscerà dei grossi cambiamenti. Abbiamo detto che il Mossad, nell’affaire Epstein, c’è dentro sino al collo. E il coinvolgimento d’Israele non riguarda solo i Rostschild, la Lehman Brothers, la Goldman Sachs – e stiamo parlando del potere finanziario mondiale, al di sopra del quale non c’è nulla e nessuno – ma significa riaprire anche il capitolo dell’11 settembre 2001. Tutti sanno che anche negli attentati terroristici dell’11 settembre Israele c’è dentro fino al collo. Pure, finché reggeva il sistema di potere del Partito Democratico, queste cose restavano in ombra o venivano prontamente insabbiate. Si sa che, poche ore dopo il crollo delle Twin Towers, venivano arrestati quattro agenti del Mossad che erano stati visti saltare per la gioia mentre i palazzi cadevano, per poi allontanarsi a bordo di un furgone; la stampa ne aveva parlato come degli israeliani danzanti. Ora, espressioni di giubilo a parte (dopotutto, ognuno la pensa a suo modo; e se per quei quattro signori la morte di 3.000 goyim era una cosa che li rallegrava, chi siamo noi per giudicare? intanto, però, quel mattino il proprietario ebreo di una delle Due Torri aveva annullato una importante riunione d’affari, perché s’era ricordato di avere un appuntamento… dal dermatologo), la cosa pone un grosso problema investigativo. Infatti, quegli israeliani danzanti si erano messi a guardare, da una certa distanza, verso le Due Torri, prima che comparissero i due aerei dirottatori, anzi, prima che si spargesse la notizia dei dirottamenti. E allora, come facevano a sapere che lì sarebbe accaduto qualcosa, da un minuto all’altro? Questo, e non la danza di giubilo in sé, solleva interrogativi spiacevoli e decisamente inquietanti. E si sa che qualche ora dopo essere stati arrestati, erano stati scarcerati e fatti salire su un aero per rientrare in Israele. Intanto il presidente Bush si diceva certo di sapere che ad organizzare gli attentati dell’11 settembre erano stati i terroristi islamici. Ecco: quella è la storia che verrebbe riaperta, oggi, se l’inchiesta Epstein dovesse andare avanti per davvero, e coinvolgere anche solo una parte dei nomi eccellenti che vi risultano implicati. Una quantità di agenti segreti israeliani dovrebbero partire o interrompere le loro sporche operazioni; e forse, dopotutto, la guerra contro l’Iran, che in effetti è voluta molto più da Israele che dagli Stati Uniti (come già quella contro la Siria) non si farebbe. Perché gli Stati Uniti fanno le guerre che Gerusalemme vuole e che il Mossad suggerisce. La politica estera degli Stati Uniti è un’appendice della politica estera israeliana. Gli Stati Uniti d’America non seguono la politica più confacente al loro interesse nazionale, bensì la più vantaggiosa per lo Stato d’Israele. Strano, vero?

 

Infine, torniamo in Italia. Ora che certe protezioni sono cadute negli Stati Uniti, forse cadranno anche in Italia. Perché pure l’Italia ha avuto il suo 11 settembre, anche se l’opinione pubblica non se n’è accorta. Il nostro 11 settembre si chiama Ponte Morandi e porta la data del 14 agosto 2018, la vigilia dello scorso ferragosto. E come all’opinione pubblica statunitense non è stata detta la verità sull’11 settembre, così all’opinione pubblica italiana non è stata detta la verità sul crollo del Ponte Morandi a Genova. Sia le Twin Towers, sia un ponte delle dimensioni del Morandi, non cadono semplicemente per un attacco esterno o per un cedimento strutturale: cadono a quel modo se c’è una demolizione controllata. Per mesi e mesi, agli italiani sono stati rifilati dei filmati incompleti e visibilmente tagliati. C’è forse qualcosa che non bisogna dire, né sapere, sul crollo del Ponte Morandi? Proprio come non si doveva saper nulla del sistema Bibbiano, né si deve sapere delle altre dieci, cento, mille Bibbiano sparse per l’Italia, col loro giro vorticoso di denaro e le inconfessabili implicazioni di perversione, e forse di peggio? È possibile che dei bambini, staccati dai loro genitori naturali, finiscano per “sparire”, magari allo scopo di alimentare il mercato clandestino degli organi da trapianto? Ed è possibile che dei bambini siano utilizzati come sacrifici umani nel corso delle messe nere dei satanisti altolocati? E forse anche la povera Emanuela Orlandi ha fatto quella fine?

 

Francesco Lamendola

 

 
PD succursale della Francia PDF Stampa E-mail

1 Agosto 2019

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Da Comedonchisciotte del 30-7-2019 (N.d.d.)

 

Sorpresi? Io no, infatti proprio dalle colonne di questo quotidiano sono mesi che mi domando (e sospetto) che il PD sia una succursale della Francia e che non curi l’interesse italiano ma quello d’oltralpe. Ragazzi se non è giornalismo di inchiesta questo… Adesso leggo (oltre a quotidiani tardivi come Il Fatto con Gianni Rosini) di Pino Cabras per il 5s, di Giorgia Meloni per FdI, addirittura Salvini, emettere dei ruggiti ma pur sempre contro il soggetto (Sandro Gozi) e non contro l’oggetto anzi “la Cosa” cioè il PD: come al solito “eroi del giorno dopo” dato che hanno sempre ignorato questa mia battaglia (da due anni pavento un esposto alla Procura sul legame Servizi segreti della Francia-PD, perché non lo fanno loro che hanno “l’immunità”?!? Cosa li eleggiamo a fare? Cosa temono?).

 

Il PD lo chiamo “la Cosa” perché non è di sinistra e nemmeno di centro-sinistra, è un partito di estrema destra liberale (neo) a livello economico e “progressista” ma nel senso di un mondo globale con un unico Governo e drogato di conformismo ed omologazione e non nel senso di diritti sociali, patria/memoria/tradizione, lavoro come credevamo i primi tempi (vero Occhetto?). Quando si è un Partito Radicale pannelliano formato XL a svendere il proprio Stato ad altri paesi od alle multinazionali ci si mette pochissimo (a proposito di multinazionali sono schifato dall’azione dal sapore squadrista di Taradash e dei radicali volta a non far trasmettere il video documentario sul Sud America di Alessandro Di Battista su Sky, della serie libertari ma sempre per i propri comodi e col sedere degli altri). Sul PD avevo segnalato queste “stranezze” (ma ve ne sono sicuramente altre) al punto di avere invitato una decina di giorni fa i miei lettori ad integrare questa lista che oggi è più attuale che mai:

 

– I Governi PD hanno cercato di regalare un tratto di mare alla Francia. – I costi maggiori della TAV li paga l’Italia. – I progressisti si stracciano le vesti sulle ONG ma non citano minimamente la questione Franco CFA cioè il neocolonialismo francese che dimezza le risorse di quasi tutta l’Africa Occidentale comportando l’emigrazione. – I progressisti accettando acriticamente le ONG risolvono un problema alla Francia: le energie degli africani anziché indirizzarsi contro il neocolonialismo emigrano da noi. – Candidano italiani in Francia alle Europee (Gozi è stato “trombato” ma come vedete il posto glielo hanno trovato). – Il Governo francese nomina (appunto) Sandro Gozi agli Affari Europei. – Appoggiano Haftar che è notoriamente al servizio della Francia (lo sanno tutti ed intanto alle sue milizie sono stati trovati missili di fabbricazione americana che erano in dotazione ai francesi) che mira a cacciare l’ENI e gli interessi italiani dal paese libico. – Hanno sostenuto le posizioni francesi in Libia appoggiando l’operazione che ha destituito e ucciso Gheddafi, azione per noi deleteria sia sul piano economico e geopolitico che su quello migratorio. – Hanno taciuto quando una italiana è stata incarcerata in Francia per aver cercato di fare entrare clandestini (per non parlare della cecità sulle malefatte francesi al confine con l’Italia). – La Francia ha una posizione estremamente più chiusa sul tema immigrazione ma ciò non viene detto dai progressisti italiani. – Un partito progressista italiano si chiama come il motto francese (evitando “fraternitè” visto che si potrebbe pensar male…). – Quando Di Battista informò del neocolonialismo in Africa imperniato sul Franco CFA, il PD nel suo sito ufficiale fissò in alto la bandiera francese. – Marcucci (alto esponente lucchese del PD) per quanto sopra scrisse una lettera di scuse a Macron (scuse di cosa se è la verità?) il tutto per convincere grazie ai media venduti che i 5s erano dei fanfaroni che commettevano errori (quale errore?!?). – Ci sono più italiani progressisti con la Legion d’Honneur che francesi in Francia (mi si perdoni la battuta). – Nessun esponente PD che riveli un dato di fatto: lo spread non è mai stato un parametro economico ma finanziario ed è manipolato in primis proprio dal Governo e dal sistema bancario privato francese (e tedesco) mediante ritorsione (riconsegna dei Titoli di Stato italiani in favore di quelli dei due paesi del Patto di Aquisgrana 2.0).

 

Se avessimo Servizi Segreti indipendenti da poteri esteri dovrebbero essere loro ad indagare su questi fatti così noi cittadini non sentiremmo l’esigenza di urlare “il Re è Nudo” (e qua mi viene da ridere pensando alla vicenda Savoini molto meno grave ad esempio del tratto di mare quasi regalato dal PD alla Francia). Insomma noi non ci siamo sorpresi dell’ultimo (ma non ultimo) esito della carriera di Sandro Gozi perché è un esponente della “Cosa”, quello che ci sorprende è che i nostri politici riescano ad avere una faccia tosta ma sempre più tosta da pensare sempre alla carriera senza esporsi mai (non si sa cosa riservi il futuro, vero?).

 

Marco Giannini

 

 
Errori e prospettive dei gilet gialli PDF Stampa E-mail

31 Luglio 2019

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Da Comedonchisciotte dell’1-7-2019 (N.d.d.)

 

In un primo tempo i Gilets-Jaunes hanno avuto il loro luogo simbolico: le Rotonde. Era il momento vero e chimicamente puro del movimento. In un film di Jacques Tati, il mio regista preferito, “Trafic”, la rotonda è il luogo dove la civiltà gira in tondo, si morde la coda, ritorna su se stessa, non riesce a trovare una via d’uscita, quella di cui Cartesio ci diceva che una volta persi nella foresta era necessario una rotta chiara e sicura. Sappiamo che non c’è stata una rotta chiara e sicura, ma al bordo della rotonda dei provocatori e delle provocatrici arrivati numerosi per sollecitare l’uscita di strada piuttosto che una via d’uscita in favore dei Gilets-Jaunes. Chi sono stati questi spaventapasseri dei poveri? I politici di destra e di sinistra, i sindacalisti di sinistra e di sinistra, gli oppositori che governano come quelli che erano al potere una volta che ne hanno preso il posto. In altre parole: i Maastrichtiani del partito socialista, dei repubblicani o degli ecologisti; ci sono anche stati dei cantanti che una volta erano di moda, delle attrici dello showbiz preoccupate di aver mancato il treno arrivato in stazione dopo tanto tempo e tutto un giro di gente che si è affrettata a votare Macron col pretesto di evitare un quarto Reich francese, una minaccia che non è mai esistita se non nel cervello guasto dei Maastrichtiani che hanno trovato lì un formidabile argomento di propaganda per concedersi di dividere la torta tra gente di alto lignaggio. Un’invenzione di Mitterrand, dobbiamo ricordarlo?

 

Lasciare Le Rotonde per puntare sugli Champs Élysées è stato un errore strategico enorme. Si capisce che possa essere andato a genio ai Giacobini che sono gli spaventapasseri da poveri di cui ho appena parlato, è collegato al loro modo di ragionare ammuffito, alla loro prospettiva marcia, al loro pensiero stagnante. Primo: Era un errore perché i Gilets-Jaunes dovevano pagare per manifestare: “recarsi nella capitale” come si diceva, comporta delle spese insostenibili in benzina o in biglietti del treno, e non parlo degli oneri annessi: panini o bevande a prezzi esorbitanti, impossibile reperire un hotel, necessità di effettuare andata e ritorno in giornata. Come si fa, se si abita in Lozère, nel Finistère o nel Béarn, a venire a manifestare sui Champs-Élysées della capitale una volta, 5 volte, 10 volte? Era un’impresa persa in partenza: il potere sapeva che gli sarebbe bastato giocare sull’imputridimento, la fatica, lo sfinimento, l’impoverimento dei poveri. Secondo: era un errore perché un avversario debole, disorganizzato e concentrato tutto insieme è una preda facile per un potere forte e organizzato che dispone sul posto di tutto l’apparato dello stato: polizia, esercito, servizi segreti e “informatori”, “provocatori”, conserviamo le vecchie formule, facilmente gestibili da professionisti della repressione politica e militare. Era il vaso di coccio contro il vaso di ferro. Tutti i trattati sulla guerra, dai più vecchi cinesi, ai più recenti prussiani, purtroppo sanno che un nemico debole e disarmato, senza mezzi e senza capi, senza strateghi che diano la linea e senza tattici che forniscono i mezzi per realizzarla, sono dei nemici vinti, ancora prima dell’inizio di qualunque battaglia. Terzo: era un errore perché Parigi, mal conosciuta dai provinciali, non lo era da parte del gruppo dei Black Block, cresciuti in città e spesso usciti dalla borghesia, i quali, non senza complicità con certe bande provenienti dalle periferie e in virtù della convergenza delle lotte tra l’estrema sinistra e l’islamismo radicalizzato (e questo costituisce il nocciolo duro dell’islamo-gauchismo …), il tutto associato alle strategie urbane e alle tattiche di guerriglia stradale ben conosciute da quella gente, hanno permesso loro un gioco con un doppio vantaggio: questi Black Block hanno preso il controllo mediatico del movimento dei Gilets-Jaunes, soprattutto durante la giornata insurrezionale dell’Arco di Trionfo. Contemporaneamente hanno fornito a Macron, Castaner e al loro potere l’argomentazione per bastonarli, ripreso fino alla nausea dai giornalisti: che i Gilets-Jaunes sono nemici della democrazia, odiano la Repubblica; mentre invece la loro (dei G.J. -N.d.T.) battaglia di partenza rivendicava una reale democrazia, una vera repubblica, o perlomeno una democrazia restaurata, una repubblica migliorata, cosa che non hanno cessato di testimoniare le bandiere tricolori che hanno accompagnato tutte le loro giornate. Certo ci sono stati dei Gilets-Jaunes messi in mezzo da certi vandali dell’Arco di Trionfo, ma quanti di quelli là sventolavano la bandiera francese? Da parte mia non ne ho visto nessuno… Quattro: era un errore perché mediaticamente l’informazione poteva essere manipolata, dunque maltrattata, dai mezzi di comunicazione del sistema il cui cuore pulsante è parigino. Ci fu dunque allo stesso modo la centralizzazione del trattamento delle notizie, dunque del trattamento politico dell’informazione. Ecco che la stampa quotidiana regionale, le radio e le televisioni che trasmettono nelle regioni, per la loro quantità numerica, non mi faccio delle illusioni questa è l’unica ragione, permettevano più facilmente che emergessero informazioni vere in grado di essere rilanciate immediatamente dai social network. Parigi monolitica è facile da circoscrivere dalla troupe dei giornalisti del sistema, la provincia polimorfa conservava la sua potenzialità ribelle, per il suo carattere inafferrabile. Quinto: era un errore perché farsi vedere a Parigi era immancabilmente investire nella vecchia formula delle manifestazioni di strada con bandierine, cortei, megafoni, bandiere, comunicazione dell’itinerario dei cortei alla prefettura, servizio d’ordine, inquadramento, organizzazione, una specialità nazionale per i partiti e sindacati di sinistra che hanno tirato fuori ed imprestato il loro materiale per l’occasione, poi hanno fornito la logistica, non senza avere un retro pensiero: pensare al posto dei Gilets-Jaunes, come il verme nematode pensa al posto del grillo di cui occupa il cervello per condurlo laddove vuole: all’annegamento. Per questa gente che non riusciva a realizzare la convergenza delle rivendicazioni era necessario pretendere di avere sostenuto fin dall’inizio i Gilets-Jaunes, cosa falsa, che la loro battaglia era la medesima, falso, salvo mettere sotto il tappeto le questioni dell’Islam e dell’immigrazione e che la soluzione dei problemi si trovava nel votare Melenchon, e questo era altrettanto falso […]

 

Sabato 22 giugno si è svolto un nuovo “atto” dei Gilets-Jaunes, ma il portafoglio è più vuoto che mai, la disorganizzazione sembra arrivata al parossismo, Parigi non accoglie più nessuno, i giornalisti ormai fanno silenzio, le manifestazioni di strada sono da ridere se non ridicole e Macron può continuare ad andare ad abbronzarsi in montagna con la sua “tipa” per parlare il linguaggio scelto della sua portavoce. Ma, tuttavia, malgrado tutto, nel frattempo, eppure, nondimeno, è apparso un barlume di speranza nella decisione presa da alcuni Gilets-Jaunes le cui facce e i cui nomi sono conosciuti: ho citato Jerome Rodrigues, Maxime Nicolle, Priscilla Ludowsky e Julien Pariente. Un applauso a loro! Perché questa tetrarchia che si è infine riunita propone una piattaforma comune per il movimento al fine di creare un potente organo di contestazione collettiva in grado di pesare nel dibattito pubblico. Ed ecco finalmente la bozza di un programma comune e di una concreta positività! Vogliono creare “i loro propri organi di controllo cittadini”, i loro “mezzi di comunicazione”, i loro “circuiti di approvvigionamento agroalimentare”, i loro “enti di risparmio etico”. Un’assemblea politica autogestita, un mezzo di comunicazione veramente libero e per nulla infeudato al denaro, al capitale, al potere, una distribuzione autogestita, una banca popolare. È esattamente il progetto dell’anarchico Proudhon, del quale io dico, da quando è cominciato questo movimento, che è l’uomo della situazione, perlomeno che la sua idea è il pensiero del momento, agli antipodi di quello di Marx che ha fatto il suo tempo (e i suoi morti) e anche opposto a quello dei robespierristi che sono anch’essi caduchi. I Giacobini hanno fatto abbastanza danni. Forse è proprio arrivato il tempo del girondinismo libertario e delle province. Questo programma politico appare esattamente il contrario dell’uomo della Provvidenza che prevede di saltar fuori dal cappello all’epoca delle prossime presidenziali – entro i prossimi tre anni, dunque domani… […]

 

Michel Onfray (tradotto da GIAKKI49)

 

 
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