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Fine della globalizzazione PDF Stampa E-mail

4 Febbraio 2017

 

Da Rassegna di Arianna del 31-1-2017 (N.d.d.)

 

Quando trasmisero il Live Aid ricordo che, appena maggiorenne, assistetti a tutta la kermesse. C'erano i gruppi più amati, in particolare quelli della new wave degli anni '80, tra cui anche il gruppo di “Bono”, allora tra quelli più innovativi in ambito musicale. “Bono” era destinato a diventare figura molto umanitaria, in virtù della quale si guadagnò amicizie molto ma molto altolocate. Pur essendo attratto dalla musica e incapace di formulare un giudizio politico-culturale, ricordo che però rimasi perplesso di fronte a tanta bontà, essendo stato fin da ragazzo incline allo scetticismo. Il Live Aid era il lancio dell'ideologia della globalizzazione, in anticipo sul crollo dell'Unione Sovietica che fu poi l'evento epocale causa della sua nascita, ma evidentemente esso era nell'aria e più o meno previsto da chi ha conoscenze che vanno al di là di quelle dei comuni mortali (ovviamente non intendo in senso ultraterreno, ma quel tipo di conoscenze hanno agenzie specializzate). Nasceva la cultura della globalizzazione che si innestava sulla precedente cultura peace & love, rivolta soprattutto a quei giovani che poi saranno gli adulti degli anni successivi. Il mondo era(no) loro. Non ci dovevano essere più frontiere e chi non era d'accordo era razzista (un essere abietto, sbagliato, da correggere, al di fuori della comune umanità). Non ci dovevano essere barriere alla penetrazione del capitale, accompagnato dal volto seducente e ribelle della cultura mediatica statunitense e occidentale. In breve, la globalizzazione era la strategia di dominio globale degli Usa. Certo, ogni tanto gli Usa dovevano mostrare il volto meno buono, mostrando la loro onnipotente capacità di “riportare all'età della pietra” gli stati riottosi (“stati canaglia”), ma in genere questo era compito dall'ala destra, nel complesso l'ideologia della globalizzazione è stata un''ideologia universalista di sinistra. E quando la sinistra ha dovuta anch'essa bombardare è stato per ragioni strettamente umanitarie (“bombardamenti umanitari”).

 

C'è stato un periodo in cui gli Stati Uniti potevano ragionevolmente pensare di diventare l'unica potenza mondiale, durante l'era Eltsin e quando la Cina era ancora agli inizi del suo esploit economico. Ma la sola penetrazione finanziaria e culturale non basta, gli Stati Uniti dimenticavano il ruolo dello Stato (pur disponendo di ottimi studi prodotti dal mondo accademico sul ruolo dello Stato nella nascita del mondo moderno). La Russia risaliva la china anche grazie al ruolo di un uomo sorto dagli apparati dello Stato più coercitivi. La Cina, pur approfittando degli investimenti esteri, manteneva il controllo attraverso lo Stato sulla propria economia. Mentre negli Usa la fuoriuscita dei capitali, indeboliva la potenza industriale statunitense e finanziarizzava l'economia senza ottenere gli sperati risultati geo-politici. Allora si è imposta la grande svolta protezionista, fine della globalizzazione, da oggi due grandi regole: “si assume e si compra americano”. Nella misura in cui tale svolta implica il riconoscimento dell'esistenza di altre potenze ritengo che contenga un elemento razionale e che sia sostanzialmente positiva. Pare inoltre che tra gli ispiratori ci sia Kissinger, il quale seppur sia stato nel suo periodo d'oro non esattamente uno stinco di santo (non “tanto buono” come Obama), fu uno degli artefici del “mondo bipolare”, al quale, considerata l'instabilità dell'epoca successiva, non possiamo che guardare con nostalgia. La Clinton e Bush figlio si sono incontrati, hanno preso il caffè insieme in intimità, hanno scoperto di aver maggior affinità rispetto a quanto pensavano prima e hanno cercato di unire le forze, ma non è servito. La svolta è stata accolta male, molto male, dal mondo mediatico e dal mondo politico. In Europa, Napolitano appena dopo la vittoria di Trump ha suonato subito i tamburi di guerra, il papa dei migranti ha paragonato Trump ad Hitler. Sono gli strepiti di una classe politica e mediatica formatasi durante l'epoca della globalizzazione e ora destinata ad essere dismessa, oppure ci sono conflitti più profondi? Per dirlo con maggiore certezza ci vorrebbero ancora quel tipo di conoscenze non disponibili ai comuni mortali, però credo sia più probabile la prima ipotesi, visto che anche i “mercati” hanno accolto in modo positivo la svolta. Nell'ipotesi contraria, assisteremo alla invasione live degli zombies. In ogni, caso ritengo che questa svolta non potrà essere del tutto indolore. La deriva dei globalisti era diventata molto ma molto preoccupante con le continue provocazioni contro la Russia (anche se ovviamente fatte a fin di bene), quindi salutiamo la nuova epoca, consapevoli però che non mancherà di innescare nuovi conflitti, per affrontare i quali si spera provvederemo ad essere meglio attrezzati.

 

Gennaro Scala

 

 
Fuori dalle opposte tifoserie PDF Stampa E-mail

3 Febbraio 2017

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Su, rassicuratemi. Ditemi che non appartenete a nessuna delle due schiere – delle due tifoserie – che si sono formate intorno alla figura (e alle opere…) del neo presidente degli USA. Ditemi che non siete tra quelli che lo additano come il Nuovo Babau Fascista e come il Barbablù dei Diritti Civili, laddove madamina Hillary sarebbe stata – se non proprio la Biancaneve della Solidarietà interna e planetaria – quantomeno la Florence Nightingale dei poveri locali e dei bisognosi d’ogni dove.

 

Ma ditemi pure che non siete di quelli che si sono lasciati incantare dal suo nazionalismo spavaldo da sceriffo texano che ha deciso di ripulire The Town nel più breve tempo possibile. Con le buone o, preferibilmente, con le cattive. Occhio, amigos. Il problema non è il modello Trump. Il problema è il modello USA.

 

Federico Zamboni

 

 
Il canto del cigno del liberalismo PDF Stampa E-mail

2 Febbraio 2017

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Da Rassegna di Arianna del 31-1-2017 (N.d.d.)

 

Che spettacolo da vedere. Questi sono i giorni finali, e presto le ore finali, dello sconfitto progetto politico del liberalismo, ereditato dal XIX° secolo. Il centro, se mai ce n’è stato uno, non ha retto dopotutto. Che gran cosa è assistere alla caduta a capofitto nella pattumiera della storia di una delle pietre miliari ideologiche del sistema internazionale, quella che, spavalda e sicura, si dava delle arie con la sua roba fin dalla fine della Guerra Fredda. È caduta con impeto, come spinta alle spalle dal fuggi fuggi della folla, anche se i suoi difensori daranno la colpa a semplici “errori”, come se fossero scivolati sulla più grande buccia di banana storica mai vista. E che scena: chi si sarebbe mai aspettato che tale mancanza di dignità, tale patetica isteria, tali diffamazioni infondate, tali minacce vuote arrivassero da coloro che una volta si pavoneggiavano minuziosamente come statisti coraggiosi, quelli che parlavano come se avessero messo il mercato con le spalle al muro per mezzo del “raziocinio”. Sebbene la caduta avrebbe potuto essere peggiore, non sono mancate violenze, minacce, boicottaggi e perfino appelli al tradimento, il tutto per delegittimare la scelta degli elettori. La democrazia liberale è stata ridotta a un guscio, più un nome che un fatto meritante il nome. Per molti anni il liberalismo è stato autoritarismo liberale o post-liberalismo o neoliberalismo, con un gran disprezzo elitario per la democrazia e una gran paura delle masse in ogni dove. Le promesse di inclusione, equità e benessere erano rimpiazzate da trucchi retorici suonanti bene e concessioni simboliche. All’ordine del giorno salivano il narcisismo morale, la virtù solo a parole, le politiche identitarie e la costruzione di coperte con arcipelaghi di diversità. Nel nome della promozione della democrazia, le proteste venivano incoraggiate all’estero, contro le nazioni prese di mira, ma a casa le proteste erano represse da una polizia sempre più militarizzata. Sulla trasparenza e responsabilità, si facevano prediche a nazioni di tutto il mondo, ma a casa era tutto una sorveglianza di massa, uno spionaggio interno e un giro di vite sugli informatori. I leader liberali affermavano di essere i paladini della pace e dell’ordine, mentre moltiplicavano le guerre. Obama stesso si è reso personalmente responsabile dell’uccisione di migliaia di persone, molte delle quali civili; nel solo 2016, gli Stati Uniti hanno sganciato una media di 72 bombe al giorno, nelle guerre in sette paesi. Obama ha supervisionato la rapida accelerazione del trasferimento di ricchezza ed ha accentuato la povertà nazionale, eppure è lodato dagli studiosi e scrittori della pseudo-sinistra liberale per aver “governato bene” e per averlo fatto con un comportamento aggraziato e professionale. La sinistra nordamericana ed europea, che ha siglato la sua pace ed è arrivata ad un accordo con l’imperialismo liberale, affonda insieme a coloro che, alla fin della fiera, le ha ricompensate con così poco. Ancora una volta l’imperialismo sociale della sinistra finisce in fallimento e pone le basi per la sua sostituzione.

 

Non è una piccola cosa quella che è accaduta qui, non si tratta solo della sconfitta di Hillary Clinton e del rigetto della “eredità” di Obama da parte degli Americani. Si tratta di una serie di istituzioni, una classe di esperti, una rete di alleanze politiche e sociali che vengono scosse in modo irreparabile. Siamo nei primi giorni di una transizione storica, quindi non è chiaro che cosa ci attende e le etichette che sono proliferate, populismo, nativismo, nazionalismo, ecc., dimostrano confusione e incertezza. […] Sicuramente, il liberalismo non scomparirà a titolo definitivo, e non immediatamente. Le idee non muoiono mai veramente, vengono solo archiviate. Il liberalismo resterà disponibile nei testi sugli scaffali della libreria, sarà ricordato e difeso dai suoi sostenitori viventi, e potrebbero sopravvivere elementi specifici del suo vocabolario. Alcuni cercheranno di rilanciare il progetto politico liberale, e in alcuni casi sembrerà anche che stia tornando alla ribalta, ma tali sforzi saranno isolati e relativamente di breve durata. Ciò che Francis Fukuyama ha salutato come la “fine della storia”, ha finito per essere più un canto del cigno per il liberalismo, anche se non si è mai neanche avvicinato alla sua bellezza. Se, come afferma la storiografia dominante, il “comunismo ha fallito”, allora il liberalismo sarà il prossimo. Nonostante ogni elaborato sforzo per interpretare in modo erroneo il significato di “fascismo” e assegnarlo a Trump, neanche il fascismo è un movimento vitale. Piuttosto che la fine delle ideologie, sembra più l’inizio di qualcosa di nuovo, non c’è da meravigliarsi che molti di noi abbiano notato come gran parte del dibattito in corso trascenda il concetto di sinistra contro destra, oggi la questione cruciale è globalismo contro nazionalismo. Per ora, voglio solo guardare al momento attuale, e cercare di organizzare e analizzare le caratteristiche principali di questo crollo […]

 

Maximilian Forte

 

 
Giacobini da salotto PDF Stampa E-mail

1 Febbraio 2017

 

A Parigi si è commemorato il secondo anniversario dell’attentato al periodico Charlie Hebdo. Le vittime della redazione sono per i salotti progressisti i martiri della libertà vittime dell’intolleranza. Riflettiamo sui fatti per capire chi erano le vittime e cosa rappresentano. Il 7 gennaio 2015 un commando di due uomini armati di fucili d’assalto fa irruzione nella sede del periodico francese sparando sui presenti. Nell’attentato rivendicato dall’ISIS le vittime saranno quattordici: dodici giornalisti e due poliziotti messi a protezione del giornale. I terroristi troveranno la morte in un conflitto a fuoco con la polizia, dopo una fuga durata due giorni che terrà con il fiato sospeso tutta la Francia. Quello del 7 gennaio fu il secondo attentato subito dal giornale, nella notte del primo novembre del 2011 la sede fu distrutta da un incendio provocato dal lancio di bottiglie molotov. All’origine degli attentati la pubblicazione delle vignette satiriche su Maometto considerate dagli attentatori un oltraggio al profeta e alla religione mussulmana. L’attentato al Charlie Hebdo fu un pretesto dell’ISIS per affermare la propria forza e prestigio nel mondo mussulmano, soprattutto verso le organizzazioni terroristiche rivali (Al Qaida). La redazione del Charlie Hebdo era il bersaglio ideale per trasformare un attentato terroristico in atto di “giustizia”: la punizione degli infedeli blasfemi. Per molti mussulmani l’uccisione degli infedeli sacrileghi ha trasformato i terroristi in eroi e il sedicente “Califfo” nel paladino dell’Islam. La satira del Charlie Hebdo ha quindi alimentato l’odio e il disprezzo dei mussulmani verso l’Occidente; e il consenso verso i terroristi e le loro azioni. Il terrorismo islamico continuerà a colpirci con o senza le vignette blasfeme, perché il suo fine è imporre la sharia nel mondo; ma non è sensato alimentarlo con inopportune provocazioni che non ricadono solo sugli autori. Infatti, tra le vittime dell’attentato al Charlie Hebdo non ci furono solo i componenti della redazione, ma anche i due agenti di guardia. Questi cittadini caduti nell’adempimento del loro dovere sono le vittime che voglio onorare e commemorare.

 

La satira del Charlie Hebdo è considerata anticonformista perché non ha rispetto per niente e per nessuno; ma in realtà è conformista è allineata con il pensiero dominante. Un pensiero laico - progressista che confonde la libertà con la licenza; che calpesta tutto e tutti, ad eccezione delle icone del politicamente corretto (omosessuali, immigrati, veterofemministe, animalisti, ecc.). La satira è parte della libertà di espressione e come tale va difesa e garantita; ma detta libertà non è assoluta, trova il limite nel buon gusto e nel rispetto dei sentimenti altrui. La satira del Charlie Hebdo non ha limiti è volgare e oltraggiosa. Volgare e blasfema fu la vignetta sulla Santissima Trinità: “Vingt-Trois ha tre papà”, dove si ritraevano i membri Trinità in amplessi omosessuali (novembre 2012).  Con tale “opera” il direttore Charb intendeva contestare l’opposizione della Chiesa Cattolica al matrimonio omosessuale; i giacobini da salotto usano la blasfemia per colpire chi dissente dal loro “illuminato” pensiero. Altrettanto inqualificabili furono le vignette sulle vittime del terremoto di Amatrice: “Terremoto all'italiana: penne al sugo di pomodoro, penne gratinate, lasagne” (settembre 2016). Una vignetta mostra le vittime sporche di sangue, mentre l’altra (“lasagne”), le ritrae sepolte da strati di pasta. Qui non c’era nessun avversario da irridere, ma si è voluto dare sfogo al cattivo gusto, senza riguardo per le vittime e per i loro cari. Se alla satira non esistono limiti perché non commemorare la redazione del Charlie Hebdo con una battuta: «Non piangete per loro. La madre degli imbecilli è sempre gravida e non abortisce mai»?. Vi sembra una frase offensiva? Di certo non è più oltraggiosa delle vignette sulla Santissima Trinità o sui morti di Amatrice. Io non piango la redazione del Charlie Hebdo, i loro morti non mi appartengono.

 

Giorgio Da Gai

 

 
Un muro bipartisan PDF Stampa E-mail

31 Gennaio 2017

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Da Comedonchisciotte del 29-1-2017 (N.d.d.)

 

È il 29 settembre 2006, al Senato degli Stati Uniti si vota la legge «Secure Fence Act» presentata dall’amministrazione repubblicana di George W. Bush, che stabilisce la costruzione di 1100 km di «barriere fisiche», fortemente presidiate, al confine col Messico per impedire gli «ingressi illegali» di lavoratori messicani. Dei due senatori democratici dell’Illinois, uno, Richard Durbin, vota «No»; l’altro invece vota «Sì»: il suo nome è Barack Obama, quello che due anni dopo sarà eletto presidente degli Stati uniti. Tra i 26 democratici che votano «Sì», facendo passare la legge, spicca il nome di Hillary Clinton, senatrice dello stato di New York, che due anni dopo diverrà segretaria di stato dell’amministrazione Obama. Hillary Clinton, nel 2006, è già esperta della barriera anti-migranti, che ha promosso in veste di first lady. È stato infatti il presidente democratico Bill Clinton a iniziarne la costruzione nel 1994. Nel momento in cui entra in vigore il NAFTA, l’Accordo di «libero» commercio nord-americano tra Stati Uniti, Canada e Messico. Accordo che apre le porte alla libera circolazione di capitali e capitalisti, ma sbarra l’ingresso di lavoratori messicani negli Stati Uniti e in Canada. Il NAFTA ha un effetto dirompente in Messico: il suo mercato viene inondato da prodotti agricoli statunitensi e canadesi a basso prezzo (grazie alle sovvenzioni statali), provocando il crollo della produzione agricola con devastanti effetti sociali per la popolazione rurale. Si crea in tal modo un bacino di manodopera a basso prezzo, che viene reclutata nelle maquiladoras: migliaia di stabilimenti industriali lungo la linea di confine in territorio messicano, posseduti o controllati per lo più da società statunitensi che, grazie al regime di esenzione fiscale, vi esportano semilavorati o componenti da assemblare, reimportando negli Usa i prodotti finiti da cui ricavano profitti molto più alti grazie al costo molto più basso della manodopera messicana e ad altre agevolazioni. Nelle maquiladoras lavorano soprattutto ragazze e giovani donne. I turni sono massacranti, il nocivo altissimo, i salari molto bassi, i diritti sindacali praticamente inesistenti. La diffusa povertà, il traffico di droga, la prostituzione, la dilagante criminalità rendono estremamente degradata la vita in queste zone. Basti ricordare Ciudad Juárez, alla frontiera con il Texas, divenuta tristemente famosa per gli innumerevoli omicidi di giovani donne, per lo più operaie delle maquiladoras.

 

Questa è la realtà al di là del muro: quello iniziato dal democratico Clinton, proseguito dal repubblicano Bush, rafforzato dal democratico Obama, lo stesso che il repubblicano Trump vuole completare su tutti i 3000 km di confine. Ciò spiega perché tanti messicani rischiano la vita (sono migliaia i morti) per entrare negli Stati Uniti, dove possono guadagnare di più, lavorando al nero a beneficio di altri sfruttatori. Attraversare il confine è come andare in guerra, per sfuggire agli elicotteri e ai droni, alle barriere di filo spinato, alle pattuglie armate (molte formate da veterani delle guerre in Iraq e Afghanistan), che vengono addestrate dai militari con le tecniche usate nei teatri bellici. Emblematico il fatto che, per costruire alcuni tratti della barriera col Messico, l’amministrazione democratica Clinton usò negli anni Novanta le piattaforme metalliche delle piste da cui erano decollati gli aerei per bombardare l’Iraq nella prima guerra del Golfo, fatta dall’amministrazione repubblicana di George H.W. Bush. Utilizzando i materiali delle guerre successive, si può sicuramente completare la barriera bipartisan.

 

Manlio Dinucci

 

 
Conoscenza e coscienza PDF Stampa E-mail

30 Gennaio 2017

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Il 27 gennaio è una data importante, ricorre il 72° anniversario della liberazione del Campo di concentramento di Auschwitz, ed è la giornata dedicata alla memoria delle vittime della Shoah, di quell’immane carneficina passata alla storia come l’Olocausto del popolo ebraico. Anno dopo anno, ricorrenza dopo ricorrenza emergono sempre più fatti, narrazioni, dettagli e filmati in merito a ciò che avvenne durante la Seconda Guerra Mondiale con riferimento al genocidio del popolo ebraico ad opera del regime nazista di Hitler, in particolare al ruolo e al funzionamento dei terribili campi di sterminio disseminati soprattutto nell’Est Europa nei quali trovarono un’atroce morte la quasi totalità degli ebrei europei di quei Paesi. Una stima per difetto certifica in almeno sei milioni le vittime ebraiche durante il Secondo Conflitto Mondiale, ma altre stime ne quantificano sino a otto milioni, alle quali aggiungere anche coloro che furono uccisi in quanto prigionieri politici, slavi, omosessuali, soggetti asociali, si giunge a una stima per difetto di undici milioni di persone! Ma tutto questo si poteva evitare, perché non è accaduto dall’oggi al domani, è maturato giorno per giorno, provvedimento legislativo dopo provvedimento legislativo, in seno alla società tedesca e al regime nazista; sì perché è grazie alla legge che tutto ciò è stato possibile!

 

Le basi dell’odio razziale antisemita non si sono certo sviluppate in Germania, aleggiavano già in Europa, grazie al Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane di di J.A. de Gobineau (1855) e grazie a I fondamenti del XIX Secolo di H.S. Chamberlain (1899); mentre a inizio ‘900 notevole influenza ebbe la lettura de I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, un falso documento dove si davano per certe le fantasiose prove di un’inesistente congiura ebraica che tramava segretamente per impadronirsi del mondo. Quando Hitler prese il potere nel 1933 in Germania, il terreno era fertile per attecchire con l’approccio antisemita e, come ricorda uno dei maggiori studiosi della Shoah, Raul Hilberg, se Hitler ebbe un ruolo centrale nella “soluzione finale”, bisogna aggiungere che la burocrazia fu prontissima a rispondere alla sua volontà; la distruzione degli ebrei non fu accidentale, nei primi giorni del 1933 quando il primo funzionario stilò la prima definizione di “non ariano” in un’ordinanza dell’amministrazione, la sorte del mondo ebraico europeo si trovò ad essere segnata. I passaggi furono cadenzati anno dopo anno, ne ricordiamo i più significativi: nella notte tra il 9 e il 10 maggio 1933 vi fu il falò dei libri di autori ebrei dinnanzi l’Università di Berlino, il 15 settembre 1935 furono emanate le Leggi di Norimberga, disposizioni normative a sfondo razziale che sancirono la classificazione degli ebrei come cittadini di seconda categoria. Ma se fino al 1938 non si registrarono episodi significativi di violenza fisica, la notte tra il 9 e il 10 novembre di quell’anno passerà alla storia come “la notte dei cristalli”, con un dilagare di violenze verso gli ebrei sia come persone fisiche, sia rivolte ai loro beni e patrimoni personali. In merito a come affrontare la questione ebraica, Hitler cambiò più di una volta soluzione, dapprincipio pensò alla possibilità di concentrare gli ebrei in una riserva della regione di Lublino e successivamente, dopo la conquista della Francia nel 1940, pensò alla possibilità di trasferire milioni di ebrei nel Madagascar nel quadro di una trattativa di pace che non si realizzò mai. Da qui in avanti l’idea di una “riserva ebraica” verrà abbandonata per quella più radicale dello sterminio, per rendere il territorio del Terzo Reich judenfrei, privo di ebrei. Nel 1941 si portò avanti un metodo detto “sterminio caotico”, caratterizzato da immensi massacri portati a termine soprattutto in Unione Sovietica dagli Einsatzgruppen, gruppi d’azione che uccisero oltre unmilionecinquecentomila persone, seppellite in numerose gigantesche fosse. Nel 1942 in territorio polacco fu messa a punto la “Operazione Reinhard”, consistente nello svuotamento periodico dei ghetti, nel trasferimento degli ebrei nei campi della morte (tra i quali ricordiamo Sobibor e Treblinka) e nella sistematica rapina dei loro beni. Erano campi dotati di camere a gas ancora tecnicamente arretrate ed erano privi di forni crematori ma le operazioni di sterminio erano regolate e organizzate secondo precise procedure; qui morirono circa unmilioneottocentocinquantamila ebrei. Ma la data chiave di questa terribile storia è il 20 gennaio 1942, con la Conferenza di Gross Wannsee presso Berlino, a seguito della quale Reinhard Heydrich predispose la “soluzione finale della questione ebraica” in Europa, con lo sterminio sistematico frutto di un programma costruito con maggiore razionalità ed eseguito con scrupolosa sistematicità e freddezza. In quest’ultima fase vi fu la messa a punto di campi di sterminio dotati di camere a gas con annessi forni crematori per dare la morte a migliaia di persone contemporaneamente. Qui tristemente famosi sono i campi di Auschwitz-Birkenau e Auschwitz-Monowitz, nei quali perirono oltre unmilioneemezzo di ebrei. Ma altri campi di sterminio in Europa sono stati teatri di massacri di massa, tra i quali: Bergen Belsen, Buchenwald, Dachau, Mauthausen, Gross Rosen.

 

Se qualcuno si dovesse chiedere perché, a così tanti anni di distanza da questi terribili fatti raccontati, ci sia comunque ancora bisogno di dedicare una giornata a memoria di quanto accaduto, basti ricordare le parole con cui Hitler in prossimità dell’invasione della Polonia arringò i propri collaboratori a perpetrare le violenze sugli ebrei che poi si realizzarono: “Andate, uccidete senza pietà. Chi è che ricorda oggi l’annientamento del popolo armeno?” L’unica arma che abbiamo come persone per far sì che certe tragedie, certi crimini, vengano bloccati sul nascere è la mescolanza di conoscenza e coscienza; la conoscenza, perché la storia si ripete ciclicamente, sempre uguale a sé stessa a parità di condizioni, e la coscienza, perché è l’unica cosa che caratterizza e diversifica la persona umana dal resto del mondo animale.

 

Roberto Locatelli

 

 
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