Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
Minoranze egemoniche PDF Stampa E-mail

15 Maggio 2017

 

Da Appelloalpopolo del 12-5-2017 (N.d.d.)

 

Molti sovranisti si scoraggiano perché osservano che la maggioranza non è informata e spesso non ha le capacità logiche necessarie per informarsi e capire. Sbagliano.

 

Il Risorgimento fu opera di minoranze. L’Italia liberale fu gestita da minoranze. La marcia su Roma fu organizzata da minoranze. Durante il fascismo, l’antifascismo fu minoranza. La resistenza fu un fatto di una minoranza. I vertici di questa minoranza decisero i candidati alle elezioni dell’Assemblea costituente. I partiti della prima Repubblica furono diretti da minoranze ed ebbero ai vertici, per lunghissimo tempo, le stesse persone che li dirigevano nel 1943-45. Il colpo di stato del 1981 fu organizzato e compiuto da una piccolissima minoranza (Andreatta e Ciampi). Il colpo di stato del 1992-1994 (Maastricht) fu organizzato e voluto da minoranze. La gestione distruttiva dello Stato italiano nella Seconda Repubblica è stata voluta e diretta da piccole minoranze.

 

Il problema non è diventare maggioranza. Il problema è sviluppare capacità fino al punto da divenire e restare egemonici. Ovviamente sono capacità che si acquisiscono con il tempo e hanno senso soltanto all’interno di un progetto che guardi alla storia e non alla propria vita, un progetto che si collochi nei tempi storici e sia indifferente alle esigenze individuali degli appartenenti alla minoranza che agisce (Lenin diceva che la rivoluzione russa era stata l’esito di ed era stata preparata da 50 anni di rivolte ribellioni e tentativi di movimenti rivoluzionari).

 

Stefano D’Andrea

 

 
Autocoscienza dei popoli PDF Stampa E-mail

14 Maggio 2017

 

Da Appelloalpopolo del 12-5-2017 (N.d.d.)

 

Ora vi racconto alcune cose a cui ripensavo questa mattina, e visto che tante persone che leggono quello che scrivo vivono in Russia da tanto tempo o sono Russi mi smentiranno se esagero. Alla fine degli anni ’90 andavo già avanti e indietro dalla Russia ed ho conosciuto alcuni Italiani che ci andavano più spesso di me per lavoro o addirittura ci vivevano. Lo spirito di queste persone, con rarissime eccezioni, era in niente diverso da quello del governatore britannico della Tanzania. L’opinione comune era che i Russi non valessero niente, non sapessero fare niente e non avessero nemmeno voglia di provarci e potessero quindi avere una remota utilità solo mettendoli in quindici a fare il lavoro che avrebbe fatto un Italiano per aiutarci a prendere roba dal loro paese (perché loro, ovviamente non erano neanche capaci di raccogliere le pepite nel loro cortile) e portarla da noi. Oggi può sembrare una cosa folle, ma non dimentichiamo che negli anni Novanta noi avevamo il boom delle PMI e dei distretti industriali e loro erano nella crisi più nera. Un operaio in Italia guadagnava cinque volte quello che guadagnava un professore universitario in Russia (quando, e non era certo, veniva pagato). Non parliamo poi di come venivano considerate le donne dai nostri baldi connazionali in trasferta. Mi ricordo ancora un pranzo al ristorante in cui, nel tavolo vicino al nostro, un commesso viaggiatore di Ferrara teneva una lezione magistrale sul tema “la prima regola è che qui gli uomini sono tutti ladri e le donne sono tutte troie”. La preoccupazione di dimostrare questo teorema era pari solo a quella di convincere un cameriere prevedibilmente perplesso a organizzargli il conto in modo che sembrasse che le portate dei suoi sei commensali fossero state consumate da una sola persona, per il rimborso dalla ditta. Tutto questo, pur essendo abbastanza vergognoso, non era la cosa più vergognosa. La cosa più vergognosa è che tanti Russi sembravano, a tutti gli effetti, essere d’accordo con noi nel considerarci oro e nel considerarsi merda. C’è stato un periodo in cui pareva non ci fosse un limite al livello di umiliazione che la maggioranza della popolazione era disposta ad accettare ed al livello di presunzione che gli italiani in Russia riuscivano ad esprimere.

 

Questa mattina ero in coda sulla via Toscana, e ricordavo tutto questo riflettendo sul fatto che la bretella fra Pianoro e San Lazzaro di Savena è una priorità regionale ed ha gli stanziamenti dal 2011 (se non ricordo male) e a quanto pare sarà pronta più o meno nel 2019, ovvero grosso modo assieme al Ponte di Kerch, un ponte autostradale e ferroviario di 19 chilometri che i Russi hanno iniziato a progettare nel 2014 e di cui stanno completando il terzo ponte tecnico di costruzione da 5 chilometri in questi giorni. Insomma da quella volta, come ampiamente noto, alcune cosette si sono messe a posto. E non è tutto. Credo che quella riserva di umiliazione bruciante sia il propellente che ha tirato fuori la Russia dal buco in cui era sprofondata e che la spingerà verso vette degne di lei e le consentirà di stupire il mondo respingendo qualsiasi tentativo occidentale di riaffondarla in quel pozzo nero attraverso le solite manfrine colorate. Di quegli anni loro non parlano volentieri. Ma se li ricordano. Oh, se se li ricordano… Ma lo spettacolo di come è cambiata la considerazione di sé stessi degli Italiani e dei Russi negli ultimi 20 anni, spettacolo che si riflette nei reciproci rapporti, è importante anche perché illumina il meccanismo attraverso il quale si sviluppa in una nazione presunzione, arroganza, razzismo e mentalità coloniale, e attraverso il quale ci si adatta a subirli. E ci dice che questi meccanismi sono reversibili in relativamente pochi anni attraverso una azione politica consapevole e potente, anche in situazioni di partenza quasi disperate. Se per l’Italiano la Russia negli anni Novanta era “il Congo con la bomba atomica” (non è mia, mi ricordo ancora questo titolo su un giornale), un paese da sfruttare e colonizzare abitato da una umanità sottosviluppata, mentre oggi è qualcosa da temere o da ammirare (a seconda dei gusti) ma comunque certamente in nessun caso da disprezzare… Se per i Russi gli Italiani negli anni novanta erano intelligenza, estro, ricchezza, cultura (questa è particolarmente spassosa) ed ora sono dei poveri presuntuosi che abitano una colonia insignificante e cercano di vendere paccottiglia più scadente di quella dei cinesi a cento volte il prezzo di mercato… Questo significa che tutto può cambiare in pochi anni. È una lezione che ci dobbiamo ricordare e che dobbiamo conservare per quando saremo (manca poco) una grande Grecia ridotta alla fame ed alla disperazione, tradita dalla politica di ogni colore, con i giovani che sperano di poter scappare in Inghilterra in Germania o in Australia e con il complesso di inferiorità generosamente inculcatoci dal Prof. Monti (gli Italiani devono cambiare), che deriva dalla coscienza di essere incapaci, pigri, corrotti, in sostanza di meritare tutto quello che ci accadrà per il fatto di essere peggiori di tutti gli altri. Tutta la boria di Americani, Tedeschi, Inglesi ed Eurosatrapi assortiti è comprensibile e naturale, perché nessuno può resistere alle lusinghe di una lunga fortuna e di una lunga ricchezza senza pensare di essere migliore (e noi dovremmo ricordarcelo). Quanto al nostro senso di inferiorità, esso è il piedistallo su cui si eleva la presunzione dei nostri padroni. Sta e starà sempre più a noi decidere quando basta, quando alzarci sulle nostre gambe e guardare negli occhi chi si crede migliore di noi. Come per la Russia degli anni Novanta, dipende dalle circostanze esterne, ma dipende tanto anche da noi. Spero che più aspetteremo, più accetteremo umiliazioni, più sarà irresistibile la ribellione quando alla fine si scatenerà. Dibattito sulle unioni civili permettendo.

 

Ilio Barontini

 

 
Confondiamo il mondo col nostro sito preferito PDF Stampa E-mail

13 Maggio 2017

Image

 

Da Comedonchisciotte del 10-5-2017 (N.d.d.)

 

Metabolizzata la batosta, occorre interrogarsi sulla vittoria del sistema. Questo trionfo prova diverse cose:

 

I media continuano a fare dei francesi ciò che vogliono. I francesi non si fidano di internet, e non vogliono usarlo. Quindi preferiscono farsi instupidire dalla stampa e dalla televisione che dice loro per chi votare. I socialisti, giocatori intelligenti, sono stati delle volpi – come lo intende Pareto. Pareto: «Per impedire la violenza o per fronteggiarla, la classe governante ricorre all’astuzia, alla frode, alla corruzione e, per dirlo in una parola, il governo da leone si fa volpe. La classe governante si arrende davanti alla minaccia di violenza, ma cede solo in apparenza, e si sforza di aggirare l’ostacolo che non può superare apertamente.  Alla lunga …  solo le volpi saranno chiamate a farne parte, mentre i leoni saranno respinti». Tutti hanno dimenticato che Macron è stato un pessimo ministro di Hollande. Che volete farci? Ricordatevi che il QI dei francesi si è abbassato di quattro punti in dieci anni. Noi antisistema abbiamo lo stesso difetto delle élites. Confondiamo il mondo e la sua realtà con il nostro sito preferito e i suoi frequentatori. Ma il mondo non la pensa come noi. Il fatto di leggere essenzialmente dei siti antisistema non sviluppa sufficientemente lo spirito dialettico. Ci si chiude in una bolla, e si dimentica che le persone navigano in un’altra bolla, la bolla-sistema che purtroppo raccoglie la maggioranza. E tendiamo a dimenticare i seguenti fatti:

 

Il francese non sta poi così male come si crede. L’antisistema, come il FN, gioca con l’idea che il francese sia una povera vittima dell’oligarchia o della grande banca. Il parigino o il cannois [abitante di Cannes ndt] ha visto il valore del suo immobile moltiplicarsi per cinque negli ultimi vent’anni; pensate che si lamentino? Tocqueville diceva che «non soltanto gli uomini delle democrazie non auspicano le rivoluzioni, ma le temono». Le ineguaglianze sono certamente aumentate, ma il livello della vita media resta comunque sopportabile … Le minoranze culturali sono pro-sistema come in America. Come afferma Emmanuel Todd, la minoranza razziale è un mercenariato elettorale, tanto in America quanto in Francia. La si compra, la si controlla, la si rende un agente del sistema. Tanto peggio per coloro che non lo comprendono. La congiunzione tra gli antisistema di sinistra e gli antisistema di destra che alcuni sognavano trent’anni fa (Jean-Edern Hallier e il suo Idiota Internazionale del quale io facevo parte), sembra totalmente impossibile. Dopo l’89 o il 44, il contenzioso ideologico tra i due campi è troppo forte ed è utile al centro affaristico. Trent’anni fa così spiegava Guy Debord: «Non solo si fa credere agli assoggettati che si trovano ancora in larga misura in un mondo che è stato fatto sparire, ma a volte i governi stessi sembrano soffrire della stessa incongruenza. Capita loro di pensare a una parte di ciò che hanno soppresso come se fosse rimasta reale …» È corretto, e la Francia è poi diventata la piattaforma della globalizzazione che ha come modello il lusso parigino. Nel 2007 il trio liberal-socialista (Ségolène-Bayrou-Sarkozy, tutti pro-Macron) ha raccolto l’80% dei voti al primo turno, confermando questa soddisfazione francese. Questa volta ha ottenuto un po’ meno, ma bisogna essere ingenui per pensare che scomparirà.

 

Sinceramente credo sia più probabile una rivoluzione americana con Trump che una reazione francese; e abbiamo visto dove questo ci ha condotti. Finché ci garantirà il minimo indispensabile con la sua stampa soldi e il suo debito globale di 200.000 miliardi, il sistema avrà davanti a sé un roseo avvenire.

 

 Nicolas Bonnal  (Traduzione di VOLLMOND)

 

 
Rammollimento della materia cerebrale PDF Stampa E-mail

12 Maggio 2017

Image

 

Da Comedonchisciotte del 7-5-2017 (N.d.d.)

 

Sì, capisco la rabbia di coloro che continuano a veder vincitori, o comunque ancora non seppelliti sotto mucchi di spazzatura, quelli che ci hanno ridotto, in specie nel mondo detto “occidentale”, ad una situazione di degrado non semplicemente morale, ma proprio per quanto riguarda l’evidente rammollimento della materia cerebrale. E uno dei sintomi di quest’ultimo è anche il successo di questo quaquaraqua che è Macron. Non è nemmeno furbastro, nel significato deteriore del termine, come Renzi; nemmeno è incolore ma determinato come la Merkel. È una nullità, tuttavia guidato con briglie tenute molto strette da chi è ormai in caduta libera quando si presenta direttamente “al popolo”. Purtroppo, però, la parte maggioritaria di una qualsiasi popolazione (i cui componenti sono magari preparati nel mestiere che esercitano) è del tutto inetta in politica, si entusiasma (o almeno si consola) con una facilità estrema appena sente delle vuote parole, che solleticano solo l’epidermide. Basta un po’ di sentimentalismo da soap opera (nemmeno quello almeno turgido d’un buon feuilleton) e questa maggioranza o urla dissennatamente per l’entusiasmo o quanto meno si dice che è il minor male. Andrà sempre peggio, si arriverà a vere situazioni disastrose, ma questa parte di popolazione resterà a brancolare imbambolata. I grandi cambiamenti richiedono la formazione di quote di masse (minoritarie) decise ad andare sino in fondo e senza più altra speranza che il repulisti generale; e sono poi necessari gruppi dirigenti in grado di interpretare questi sentimenti e orientarli verso nuovi orizzonti con la giusta violenza e una buona dose di iniziale distruttivismo, cui poi seguirà l’opera di ricostruzione e re-incanalamento verso un diverso “ordine”. […]

 

Tuttavia, sinceramente, pur comprendendo la rabbia di coloro verso i quali va tutto sommato la mia simpatia, non riesco a provare sentimenti forti in una simile contingenza. Faccio solo notare quanto sia in effetti superato parlare di “sinistra” e di “destra”. Adesso s’inventano che Macron è centrista; se uno ragionasse, riderebbe assai. È un personaggio inventato nell’ultimo anno di crisi delle forze tradizionali. Infatti, ha ricevuto l’appoggio sia dei socialisti in disfatta (aggressori a tutto campo per conto degli Stati Uniti di Obama), che sarebbero la “sinistra”; sia dei falsi “gollisti” (povero De Gaulle!) che sarebbero la “destra”. Poi ci sono i “veri sinistri”, quelli che vogliono il cambiamento sociale e lo confondono con una serie di “modernizzazioni” di costume tali da far solo allibire per la loro idiozia; nel “migliore” dei casi, vogliono che i poveri stiano meglio, che i migranti, confusi con i diseredati e miseri, siano accolti. Una simile massa di furfanti del vecchio orientamento “europeista” (cioè servo che striscia ai piedi del padrone) e di ebeti del “buonismo” è quella che porta il “nuovo” (decrepito) alla presidenza. Quando poi ci saranno le elezioni politiche, vedremo che bella confusione nascerà. Non è però nemmeno questo ciò che mi frulla per il capo. Stiamo entrando veramente in una nuova epoca storica e siamo tutti ancora attardati con le vecchie pantomime politiche, con le vecchie divisioni ideologiche ammantate spesso di scientismo. Basti pensare a quelli che si credevano vincitori con la globalizzazione in pieno rigoglio. Cianciano ancora della smithiana “mano invisibile” del mercato che fa il bene di tutti; la “Ricchezza delle nazioni” è del 1776, appena all’inizio della prima rivoluzione industriale (come sono moderni i “neo”-liberisti, non hanno solo un neo, ma mille sulla loro pelle ormai incartapecorita). E la loro globalizzazione fa ormai acqua da tutte le parti. Come ho detto ormai qualche milione di volte, è altrettanto vecchio il marxismo e la presunta rivoluzione che doveva condurre al socialismo. Non conduce a nulla – salvo appunto le idiozie buoniste dei novelli “frati scalzi” che pensano d’essere la “sinistra”, quella vera – perché non esiste la “classe” operaia; e perfino quelli che definiamo ancora operai sono cambiati totalmente rispetto alle situazioni ottocentesche (le uniche viste e studiate da Marx) come a quelle del taylorismo-fordismo. Al posto dell’agognata globalizzazione è iniziato, e non si fermerà malgrado magari una serie di “sinuosità”, il multipolarismo. Gli Stati Uniti l’hanno in fondo capito da tempo e stanno seguendo una politica sempre meno “lineare” da Bill Clinton in poi (Bush jr. e Obama). Anche adesso con Trump nulla sembra cambiato sostanzialmente, pur se ci sono prove e riprove di strategie (e tattiche) più adeguate. A questo punto, penso che si possa forse avanzare l’ipotesi di un relativo declino statunitense. Gli Usa sono ancora, senza dubbio, la più forte potenza militare; e di gran lunga. Non è detto che il loro declino sia definitivo e irreversibile (come quello inglese iniziato negli ultimi decenni del XIX secolo). Comunque, si trovano in qualche difficoltà; e anche il loro sistema dell’Intelligence e dell’informazione mostra linee di frattura qua e là; da non sopravvalutare però. Bisogna ancora compiere molta strada per metterli in vera difficoltà e un po’ più sulla difensiva. In questa situazione, mi sembra mostrare ancor più la corda l’establishment europeista. Ormai più o meno tutti dicono che così la UE non va. Solo che si attestano sulla posizione del “non dobbiamo fare le cose da soli, ma tutti insieme, in pieno accordo”; non sarà invece più possibile raggiungere alcun accordo, in specie dopo che è stato messo in moto il processo della migrazione selvaggia, in cui sguazzano fior di organizzazioni “benefiche” che appaiono sempre più con il loro vero volto di malfattori. Sbaglierò, ma credo proprio che siamo alla fine di questo europeismo. […] La “crisi” – che non è solo economica, ma ormai di instabilità sociale, di falsa integrazione con i migranti che invece porteranno ad una vera disgregazione e impossibilità di conciliare l’inconciliabile – sta maturando e annuncia la fine dell’epoca voluta dai venduti “padri dell’Europa”, la genia ancora onorata ma che alla fine sarà consegnata alla storia come un insieme di manutengoli degli Usa. Voi direte: ma quando avverrà la fine? Non si può sapere con precisione. Si può solo capire che ormai le forze della svendita della nostra civiltà, cultura e tradizioni, sono in difficoltà e devono inventarsi i “centristi” alla Macron, devono spaventare le popolazioni con le crisi bancarie, con i disordini vari nel mondo, con minacce di vario genere, ma anche con il continuo ripetere che si deve cambiare, che così non va bene, ma sarebbe necessario farlo tutti insieme e sotto la loro banditesca direzione dei processi. Qui casca l’asino. Basta con forze che predicano solo l’autonomia nazionale senza affrontare di petto e con risolutezza la questione dell’ostilità nei confronti degli Usa, chiedendo la revisione dei trattati con essi, un diverso riorganizzarsi delle forze militari (a partire intanto dal loro rafforzamento nazionale in piena autonomia), una bonifica dei servizi, uno smantellamento di false organizzazioni culturali (giusta la posizione del governo ungherese contro l’Università “sorosiana”), ecc. Forze più giovani si liberino del “tarlo” della “democrazia” propugnata da falsi liberali, lascino perdere le elezioni e inizino (non illegalmente e clandestinamente, per carità) a diffondere presso le parti più consapevoli delle popolazioni una diversa concezione, chiarendo che siamo ormai a pericolo di totale tracollo e intorbidamento delle nostre tradizioni e cultura. Scontro deciso con gli europeisti, passando per una fase di formazione di forze politiche nazionali agguerrite e fortemente determinate, ma pronte alla collaborazione e aiuto di quelle similari negli altri paesi europei. Dichiarazione aperta che le “sinistre” e “destre” (ormai di fatto inesistenti), difensori di questa UE, sono i nostri nemici; non avversari, bensì nemici acerrimi, i più pericolosi e velenosi mai avutisi nei nostri paesi di plurisecolare civiltà. Dobbiamo distruggerli, annientarli, eliminarli. E lotta a fondo contro ogni ipocrita buonismo, che nasconde nei fatti la volontà di arruolare dei “mercenari” pronti a opprimere le popolazioni, che continuino a tergiversare con questi farabutti dell’“europeismo”.

 

Non abbiate tanta paura delle elezioni francesi; chi ne fa questione di “ultima spiaggia”, lo fa solo per poi giungere ad accordi con questi mascalzoni della UE, strappando qualche posizioncina di potere o di difesa di propri interessi personali (alla berluscona, per intendersi). Ricordatevi una buona volta che, quando si arriverà allo scontro decisivo tra chi vuol farla finita con questa UE di servi (e dei suoi governi nei vari paesi aderenti) e chi la difenderà in tutti i modi, le forze che si situeranno in mezzo, che faranno appello alla ragionevolezza, al tranquillo accordarsi, ecc., saranno esattamente i “bastioni avanzati” dei conservatori, serviranno da loro ultima speranza di disperdere chi avanza con l’intenzione di cambiare veramente le cose. Quindi, la gentaglia di questo tipo va guardata come parte dei propri nemici. In certi frangenti, si può anche “abbozzare”; ma con la consapevolezza che, nel momento supremo del conflitto, questi sono nemici da togliere di mezzo per arrivare direttamente al cuore delle forze nemiche, quelle “europeiste”. Avremo ancora molto tempo da discuterne.

 

Gianfranco La Grassa

 

 
Appunti per il rilancio di Movimento Zero PDF Stampa E-mail

10 Maggio 2017

 

In vista del convegno milanese che dovrebbe rivitalizzare o rifondare Movimento Zero, approfitto del mio ruolo di direttore del blog, l’unico ruolo che mi dia un minimo di autorevolezza, per chiarire alcuni punti che possono essere dirimenti.

 

 

 

Innanzitutto bisognerà scegliere se restare un circolo culturale o se diventare un vero movimento politico. In un circolo culturale possono tranquillamente trovare ospitalità idee guenoniane ed evoliane, difficilmente utilizzabili invece se ci si propone un’operatività politica. Chi vuole fare politica attiva deve frequentare anche i mercati (non quelli finanziari ma i luoghi di pertinenza delle massaie). Nei mercati è inutile parlare di Iperborei e Atlantidi, di Centro e Asse, di Tradizione con la T maiuscola, di Kali Yuga e di aristocrazie di iniziati che tengono accesa la fiammella della Spiritualità nelle tenebre della decadenza. Chi vuole fare politica deve misurarsi con UE, euro, NATO, riforma del sistema del credito, immigrazione, scuola, sanità… Allora la via è obbligata. Qualcuno si assume l’onere di scrivere un programma politico, lo si diffonde fra i militanti, lo si discute in un congresso che elegge anche una direzione nazionale. Dopo di ciò, si cercano i mezzi per divulgare il programma e si contattano gruppi affini con l’intento di fare finalmente massa uscendo dalla logica dei capetti che coltivano ognuno il proprio orticello. Se pensiamo di avere le forze per affrontare un simile compito, questa è la via obbligata. Immaginare altro è puro velleitarismo.

 

 

 

L’assunto di MZ di voler uscire dallo schema destra-sinistra è ormai privo di valore, in quanto è diventato uno slogan condiviso da quasi tutti, da Macron a Le Pen, da Salvini a Grillo, quasi un luogo comune. L’altro assunto di voler uscire dalla diatriba fascismo-antifascismo si scontra con la tenacia di certe fossilizzazioni dure a morire. Pertanto i pochi che sono a conoscenza dell’esistenza di MZ lo collocano all’estrema destra, in quanto movimento antiprogressista e quindi reazionario.

 

Qualunque tentativo di rilancio del movimento deve fare preliminarmente chiarezza su questi punti.

 

L’ideologia di MZ, fissata nel Manifesto del movimento e rifacentesi alle elaborazioni di Massimo Fini, è antimoderna e comunitarista. Antimodernità non significa nostalgia per la Santa Inquisizione, per la nobiltà cavalleresca e per la servitù della gleba. Significa la messa in discussione radicale dei guasti del mondo in cui viviamo risalendo alle lontane origini della modernità, attraverso la critica dell’Illuminismo, dell’industrialismo, dello scientismo. L’approdo del nostro discorso critico non è l’oscurantismo ma una proposta in senso comunitarista.

 

In estrema sintesi i punti programmatici fondamentali di un comunitarismo possono essere quattro. 1) La prevalenza della comunità sul singolo; i diritti della comunità vengono prima dei diritti individuali, in totale antitesi col pensiero liberale, oggi imperante avendo inglobato anche le varie “sinistre” europee. 2) La funzione guida della politica rispetto all’economia e ai mercati; oggi sono i mercati e gli interessi dell’alta finanza e del capitale transnazionale a dettare legge sui governi; il rapporto deve essere rovesciato: i poteri pubblici devono regolare i mercati e l’economia in vista dell’interesse generale della comunità e verso il massimo possibile di autoproduzione e autoconsumo, uscendo da uno sviluppismo devastante. 3) La ricerca costante della misura nello stabilire i giusti equilibri. Oggi una folle corsa alla dismisura, all’eccesso, ha creato una distribuzione delle risorse che attribuisce all’1% la stessa quantità di ricchezza del restante 99%. Una politica comunitarista dovrà fissare un tetto oltre il quale redditi, profitti e rendite non potranno andare. 4) L’importanza decisiva della difesa di radici e tradizioni ai fini della preservazione dell’identità di un popolo, nel rispetto assoluto delle culture degli altri popoli e pertanto nel rifiuto di qualunque intromissione di tipo imperialista e neocoloniale.

 

 

 

Questi 4 principi fondamentali possono essere condivisi da chi si sente attratto da un’ideologia fascista. In ciò non c’è niente di male. Quello che è incompatibile con MZ e col pensiero di Fini è la nostalgia per il fascismo storico. È vero che il fascismo negli anni Trenta attuò riforme che diedero un grande ruolo dirigente allo Stato nell’economia, riforme non a caso affidate al socialista Beneduce, e mise a punto un sistema di protezioni sociali abbastanza avanzato, creando una struttura che sarebbe stata poi utilizzata con grande successo nei primi trenta anni dell’Italia repubblicana e antifascista, ma è anche vero che quelle riforme furono imposte dalla crisi internazionale innescata dal crollo di Wall Street. Lo dimostra il fatto che sistemi politici diversissimi adottarono misure analoghe, sostanzialmente keynesiane: l’America di Roosevelt come l’Italia fascista, la Francia del Fronte Popolare come la Germania nazionalsocialista. Quel regime “sociale” non deve far dimenticare che il fascismo giunse al potere mettendosi al servizio di agrari, monopolisti e banchieri, demolendo con la violenza tutta la rete delle organizzazioni che difendevano gli interessi dei lavoratori dipendenti. Né è lecito dimenticare che il patriottismo fascista generò un nazionalismo imperialista destinato a sfociare inevitabilmente nell’alleanza con Hitler e in una guerra catastrofica. La guerra era nel DNA del fascismo. Dobbiamo all’avventurismo fascista l’invasione degli eserciti stranieri e l’attuale riduzione dell’Italia a provincia dell’Impero americano. Il giudizio sul fascismo storico non può essere che negativo. Chi è disposto a venire in MZ partendo da un’ideologia di estrema destra ma recependo i princìpi del comunitarismo per creare una nuova sintesi, deve essere accolto a braccia aperte. Chi invece continua a coltivare nostalgie fasciste e a tenersi il busto del Duce sulla scrivania, può accomodarsi in uno dei tanti gruppi nostalgici del ventennio, non in MZ.

 

Lo stesso discorso vale per chi viene dal marxismo. Chi è disposto ad aderire al comunitarismo, seguendo il compianto filosofo marxista Costanzo Preve e il suo migliore allievo Diego Fusaro, deve essere accolto senza problemi. Chi si riempie ancora la bocca di Lenin, Stalin, Mao e dittatura del proletariato, può accomodarsi altrove.

 

 

 

Infine è doverosa un’ultima annotazione. In MZ è sempre serpeggiata una certa misoginia, contraddetta dal fatto che il promotore del convegno rifondatore del movimento è una promotrice. La pretesa di ricondurre le donne al solo ruolo di madri e di custodi del focolare domestico non deve trovare spazio in MZ, pena l’essere risospinti verso un versante ottusamente reazionario. Fare chiarezza su questi temi è un’operazione preliminare indispensabile alla buona riuscita del convegno.

 

Luciano Fuschini

 

 
Sveglia! Il Novecento Ŕ finito PDF Stampa E-mail

9 Maggio 2017

Image

 

Da Rassegna di Arianna dell’8-5-2017 (N.d.d.)

 

“Alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena, potete stare a galla…” cantava Battiato negli anni ’80. Più che elitaria o provocatoria, la citazione era attualissima per l’epoca e al tempo stesso antesignana per i tempi a venire. Se in questi giorni prevalga più la stupidità o la cattiva informazione è difficile a dirsi. Dalla prima, nessuno di noi è immune da millenni; sulla seconda varrebbe la pena riflettere, soprattutto in un’epoca che fa della comunicazione di massa la sua essenza. Uno spunto ce lo offrono le presidenziali francesi, arrivate all’epilogo già previsto. Dopo un anno di dibattiti sintomatici di come vengano diffuse e percepite le cose, l’aria che si respira sa di riciclo. Tutto sembra già visto o per dirlo in tema, deja vu.

 

Partiamo dai fatti. Vince Macron, vince il sistema, vince l’Europa del “così è”. Niente di nuovo, niente di strano, soprattutto niente di sorprendente. La vittoria di un personaggio semisconosciuto ma disegnato ad hoc per mantenere le cose come sono, era una pagina già letta ma necessaria al grande sistema che alimenta se stesso. Non entriamo nel merito ideologico della contesa, ma cogliamo l’occasione per guardarci allo specchio e considerare la fragilità da cui siamo afflitti noi europei. L’attesa per i risultati francesi fa rima con quella per le presidenziali americane e per il referendum su Brexit. Stessa importanza, stessi allarmi, stesse reazioni. In tutte e tre le competizioni, seppur diverse per contenuti e contesti, gli spauracchi agitati sono stati gli stessi e analogo è stato il modo in cui la pubblica opinione si è divisa per aspettare e giudicare gli esiti. La Le Pen ha perso (in realtà ha stravinto) ma alla stregua di Trump e del fronte leave ha avuto dalla sua il politicamente scorretto. Mentre da Londra arrivavano gli scrutini ufficiali, la pletora degli analisti di regime, fra un catastrofismo e l’altro, ritagliava il profilo sociale degli elettori. Chi aveva votato a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea doveva essere tendenzialmente anziano, ignorante e provinciale. Discorso analogo per il 9 novembre: a sentire i guru del politichese, sugli evoluti istruiti del New England e sulle menti aperte della California, aveva prevalso la rozzezza annichilita dal populismo dell’America profonda. Sì il populismo, quel fenomeno entrato per direttissima nel glossario del “giusto o sbagliato” redatto dai demiurghi del politically correct. Tipico termine che per semantica non sarebbe orribilis, ma che per l’andazzo storico ha finito col diventarlo. Altro esempio: “multietnico è bello”: nessuno sa perché, ma tutti lo danno per scontato. Nella visuale manichea dei nostri tempi di democrazia calata dall’alto, abbiamo bisogno proprio di questo: una semplificazione di massa che ci permetta di orientarci senza patemi tra il bene e il male, senza però preoccuparci di chi sia a stabilire i parametri etici. Abbiamo bisogno di essere nel giusto, senza capire troppo i meccanismi che contribuiscono a stabilirlo. Con populismo definiamo ciò che è tendenzialmente retorico, che cavalcando temi demagogici, riesce ad ottenere un facile consenso. Nonostante la definizione sembrerebbe cucita proprio per i leader dei partiti di governo politicamente corretti, con populismo sono etichettati tutti i movimenti che in qualche modo e con orizzonti diversi, provano a smantellare i sistemi politici e sociali di cui tutti si lamentano ma in cui si continua a vivere. Sembra strano, ma l’impressione è che ci sia una grande confusione collettiva.

 

Entriamo nel merito. Se la vittoria di Brexit fosse davvero dovuta all’ignoranza operaia, contadina e provinciale lontana dalle luci della ribalta e della City, perché a rammaricarsi sono state le élite intellettuali storicamente vicine ai temi sociali? Discorso analogo per gli USA. Tra i tifosi della Clinton, espressione grigia di un Deep State spietato, la cui campagna elettorale è stata finanziata dall’Arabia Saudita, ha spiccato proprio la ultraliberal Hollywood. Mentre scriviamo, a spellarsi le mani per il socialliberale (definizione da archivio delle contraddizioni) Macron, sono proprio gli intellettuali, i nuovi borghesi benpensanti, quel ceto laico-progressista-open minded che forse più di altri dovrebbe indignarsi per le politiche di austerità e per le ombre che incombono da anni sulle lobbies al potere a Bruxelles.

 

Che succede allora, siamo diventati tutti matti? Niente affatto. Benché qualcuno provi a nascondere i calendari, il Novecento è finito da un pezzo. Ostaggi di un ombrello mediatico monocolore, ci perdiamo ancora in scontri periferici, convinti che le contrapposizioni ideologiche in cui siamo cresciuti esistano ancora. Per rimanere all’esempio italiano, è da poco passato il 25 aprile, esempio lampante di come evitare di aggiornarsi sia comodo a molti. Nel 2017, la contrapposizione fascismo-antifascismo fa ridere. Chi ci ha ruspato per decenni però, ha tutto l’interesse a mantenerla. Il tempo passa e con esso cambiano gli equilibri geopolitici globali: sarebbe ora forse di guardare la realtà per quella che è. Un esempio lampante di come le cose cambino ma non tutti ne siano consapevoli, viene dall’Europa dell’Est. Fino a qualche anno fa partivano per l’Ucraina decine di volontari per combattere il bolscevismo russo al fianco dei nazionalisti di Kiev. Il flusso è finito quando a qualcuno si è accesa la lampadina. Il bolscevismo è stato sepolto dalla Storia e con esso la lotta fra Charlemagne e sovietici nella Berlino del ’45. A qualcuno piace far credere che sia tutto come 70 anni fa. Per fortuna non è vero. Chi combatte cosa allora? Esistono ancora dei fronti contrapposti al giorno d’oggi? Certo che sì, ma annoverano tra le loro fila gruppi sociali e bandiere politiche trasversali. Se semplifichiamo dicendo che lo scontro tra identità e globalizzazione potrebbe essere una buona sintesi dei dibattiti politici di oggi, è bene cercare di capire dove posizionarsi. Quantomeno per evitare contraddizioni macroscopiche. Per rimanere alle presidenziali francesi, il sistema si è schierato compatto con Macron. Vi ci ha fatto convergere i (pochi) voti anche il socialista Hollande, dimenticando che a qualunque bozza elementare di socialismo, sarebbe stata in ogni modo più vicina la Le Pen del nuovo giovane presidente. Non ci stupiamo che gli apparati politici interni al potere, facciano di tutto per rimanerci. Poco importa che i conservatori di oggi siano i progressisti di ieri o che il pensiero liberal sia diffuso più nei ceti ricchi che nelle periferie critiche. Quel che importa è la consapevolezza di noi cittadini. L’omogeneità di giudizio attraverso categorie semplici e spauracchi facili, è un obiettivo a portata di mano per i grandi manipolatori. Parliamo di lobbies politiche, gruppi d’interesse finanziario, multinazionali. Plasmare la pubblica opinione attraverso l’occupazione sistematica di tutti gli strumenti di divulgazione di pensiero è il primo passo. Giornali, radio, tv, agenzie di stampa, case editrici, case discografiche, agenzie di comunicazione, cinema, categorie autoriali, format d’intrattenimento… Tutto va in una direzione. Il “pensiero unico” non è un luogo comune ma l’appiattimento verso una forma comune di valori, indotti come necessità dai media globali. La mancanza di accesso alle fonti, l’ignoranza, il disinteresse, lo spirito di emulazione (tanto più forte quanto maggiore è la copertura dell’informazione) sono fattori di moltiplicazione di questo dramma orwelliano.

 

Oggi in Francia c’è un presidente voluto dal 65% dei cittadini, una percentuale plebiscitaria. Meno della metà di chi l’ha votato però, sa chi sia e come la pensi. Su questo è necessario riflettere. Il Novecento è finito: sveglia!

 

Giampiero Venturi

 

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 81 - 96 di 1853