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Gare d'appalto al ribasso PDF Stampa E-mail

18 Giugno 2019

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Da Appelloalpopolo del 16-6-2019 (N.d.d.)

 

La continua concorrenza nell’accaparrarsi contratti di lavoro con società pubbliche e private e uno Stato fortemente distratto nelle questioni economiche indirizzate alla tutela dei cittadini, hanno portato all’evidente distruzione dello stato sociale; la classe operaia, infatti, che da anni naviga nelle burrascose acque del liberalismo globalizzato, è stata smantellata e impoverita dal mercato. Nell’attuale sistema il presunto andamento del mercato determina anche l’ammontare economico nelle gare d’appalto per l’erogazione di un bene da parte di un’azienda verso la pubblica amministrazione o aziende private o statali di grande e media entità. Le aziende appaltatrici, infatti, tramite una gara accessibile solo con determinati requisiti si possono vedere aggiudicare l’esecuzione di lavori, l’approvvigionamento di beni, ecc. Ma per accedere e aggiudicarsi le gare d’appalto, non bastano solamente determinati requisiti. Le società interessate spesso “gareggiano” economicamente al ribasso, offrendo a modo loro maestranze all’altezza dell’incarico, qualità e sicurezza. Successivamente si pone il problema per l’azienda appaltatrice vincitrice di come guadagnare, essendosi aggiudicata un contratto al ribasso. La soluzione è trovare operai ai quali offrire miseri stipendi e non adeguatamente formati, sfruttando l’abbondante offerta di manodopera, non riconoscere le spese sostenute per effettuare il lavoro, tagliare gli stipendi o il welfare, lesinare sulla fornitura di attrezzature e materiali.

 

Questo sistema, del tutto legale e largamente impiegato, instaura negli operai la palpabile convinzione di essere facile merce rimpiazzabile dal miglior offerente che si avvicini all’azienda chiedendo un salario più basso: viene così meno la specializzazione dei lavoratori, accomunati solo dal basso salario e non dalle abilità individuali. È quindi una guerra fra poveri a vantaggio dei soliti noti. Nostro dovere è quello di contrastare il proliferare di queste situazioni, contrapponendoci al libero mercato, combattendo con ogni mezzo le disparità sociali ed economiche favorevoli solo a capitalisti e speculatori. La nostra visione impone il ritorno dello Stato come controllore delle aziende strategiche italiane: esso deve garantire il lavoro e dignità sociale (art. 3 e 4), riappropriandosi della sovranità perduta a causa degli scellerati accordi europei.

 

Francesco Massarenti

 

 
Un'apocalisse civile PDF Stampa E-mail

17 Giugno 2019

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Da Rassegna di Arianna del 15-6-2019 (N.d.d.)

 

[…] Secondo le ricostruzioni della Guardia di Finanza, tra il 9 e il 16 maggio, in diversi alberghi di Roma si sono incontrati: Luca Palamara (ex presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati), i consiglieri del CSM (massimo organo di autogoverno della magistratura) Criscuoli, Morlini, Lepre, Cartoni e Spina, e infine i deputati del PD Lotti e Ferri. Dalle intercettazioni di Palamara emerge un esercizio sistematico di pressioni per condizionare nomine e promozioni alle più alte cariche della magistratura nazionale. Nello specifico, Palamara e Lotti discutono di come orientare la nomina del successore di Giuseppe Pignatone a capo della procura di Roma, e del trasferimento del PM Creazzo a Reggio Calabria, liberando così Firenze, in seguito all’inchiesta promossa dallo stesso Creazzo a carico dei genitori di Matteo Renzi. Emergono richieste di "dare un messaggio forte" al membro del CSM Ermini, che si presentava in qualche misura come 'intrattabile'. Si parla di dossier raccolti per fare pressione su alcuni magistrati sgraditi (come il suddetto Ermini), per ottenerne il trasferimento. Il tono generale delle discussioni (tutto reperibile in rete) non lascia alcun dubbio sul senso e il tenore delle operazioni: non sono 'scambi di opinioni', non sono chiacchierate pour parler, sono processi deliberativi in cui si adottano strategie particolareggiate per ottenere specifici obiettivi.

 

Ora, il problema di una notizia del genere è che è talmente clamorosa che si fa fatica a dare la priorità ad un aspetto specifico. La prima cosa da osservare è che non parliamo dei vertici di una bocciofila, e neppure di un posto all'università, ma parliamo dei vertici della magistratura, cioè dell'unico potere che, sulla scorta della separazione dei poteri di Montesquieu, è in grado di arginare e controllare il potere politico. Parliamo cioè della nomina di persone che sono in grado, con decisioni personali, letteralmente di distruggere l'onorabilità e la carriera di chiunque. Ebbene, decisioni intorno a promozioni e trasferimenti dei vertici delle procure italiane vengono presi da un gruppo di pressione privato, di cui fanno parte alti esponenti di partito (alla faccia di Montesquieu). La seconda cosa da notare è che per anni una parte politica (a me lontanissima) ha lamentato l'esistenza di un 'partito delle toghe', con specifico riferimento ad influenze sulla magistratura da parte di forze del centro-sinistra. E per anni, di fronte a quelle accuse, milioni di persone (tra cui il sottoscritto) replicavano in buona fede sdegnate che delegittimare la magistratura era un atto vergognoso e imperdonabile. Oggi mi chiedo se qualcuno abbia la percezione di quale devastazione morale comporti quanto appena accaduto. E infine, a scanso di equivoci, interviene il segretario del Partito Democratico, a difesa del principale accusato del proprio partito, togliendo ogni possibile dubbio sull'estensione del marcio. Ciò che in definitiva lascia esterrefatti è la totale mancanza di comprensione in personaggi come Zingaretti di quale impressione faccia al cittadino comune sentire quelle intercettazioni, sentire alti magistrati e vertici politici, forti dei propri agganci privati, complottare per mettere le persone gradite nei posti giusti o per screditare persone sgradite. Ma questi davvero pensano che il punto sia se, in punta di diritto, si possa arrivare o meno ad una condanna? E peraltro decisa da chi? E con quale credito?

 

Mi chiedo se ci sia la minima consapevolezza di quale danno mortale ad una democrazia sia rappresentato da una cosa del genere, quale ingiuria, quale schiaffo ad una popolazione sempre più in condizione di sudditanza. Di quale impressione faccia a persone, cui viene rinfacciato ogni momento la responsabilità delle proprie sconfitte, della propria irrilevanza e talvolta miseria, sentire come un ceto di ottimati governi il paese in colloqui privati; salvo poi ergersi a censori della morale quando sono sulla scena pubblica. E infine, a coronamento di eventi di tale gravità, non è possibile non notare i silenzi, le cautele, i mezzi toni, sommessi e prudenziali da un lato della grande stampa e dall'altro del Presidente della Repubblica (capo del CSM e rappresentante di tutti gli italiani). Un quadro devastante le cui conseguenze pagheremo tutti a lungo.

 

Andrea Zhok

 

 
La ragione di Stato sempre politica PDF Stampa E-mail

16 Giugno 2019

 

Da Appelloalpopolo del 14-6-2019 (N.d.d.)

 

La domanda che ci dobbiamo porre sul tema delle nazionalizzazioni è: “se questa attività economica o questo settore economico fosse detenuto da un monopolio privato, o un oligopolio finanziario, o da una struttura politica referente straniera, si potrebbe procurare un grave pregiudizio all’esercizio della libertà democratica da parte della popolazione”? Ogni altra discussione rimanda a un velo di argomentazione tecnica, per esempio il tema dell’efficienza, dell’integrità morale dei dipendenti, della capacità di innovazione. La tecnica economica è naturalmente probabilistica e perciò le domande cruciali restano insolubili.

 

Il sistema bancario è bene che sia in mano allo Stato? La produzione e la distribuzione dell’energia? Il trasporto di merci e persone? La comunicazione e la teleinformazione? L’assistenza sanitaria, la farmacoterapia, la degenza e la riabilitazione? L’educazione e l’istruzione della cittadinanza? La metallurgia e la siderurgia? La chimica industriale? La cantieristica pesante? La produzione di armi? Si tratta di attività dal rilievo democraticamente strategico. Tutto ciò che è posto sotto il controllo collettivo non può essere usato contro il collettivo, né dal singolo né dallo straniero. La ragione di Stato è sempre politica, ha un valore prioritario e un rilievo supremo. Non esiste legge economica più rigida.

 

Davide Iezzi

 

 
Politica faziosa e in mala fede PDF Stampa E-mail

15 Giugno 2019

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La procedura di infrazione per eccesso di debito pubblico (la prima nella storia dell'UE) riguarda il 2018 e quindi sarebbe politicamente da imputare al Governo di centrosinistra. Scrivo sarebbe, perché non credo che tra tante colpe di Gentiloni (e dei suoi predecessori) vi sia anche quella di aver fatto troppo debito pubblico. Per questa ragione, coloro che, simpatizzando per il centrosinistra, si schierano con l'UE, non soltanto sono meschini o ignoranti, perché, trascurano consapevolmente o senza consapevolezza, sia che negli ultimi 10 anni moltissimi stati europei hanno aumentato il rapporto debito/pil più di quanto abbia fatto il governo di centrosinistra nel 2018, sia che Monti aumentò il rapporto molto più di quanto abbia fatto il Governo Gentiloni, sicché è pacifico il carattere strumentale fazioso e in mala fede dell'iniziativa della Commissione Europea - ma sono anche stupidi, perché gioiscono di una censura ingiusta e insensata che politicamente sarebbe da imputare alla loro parte politica.

 

Da parte mia, come sovranista, gioisco dell'iniziativa europea, non perché rimproveri, sotto il profilo considerato, ai governi Italiani di aver fatto troppo debito pubblico, bensì perché la politica di scontro frontale scelta dalla UE contro l'Italia (non contro il Governo italiano) promuove il sentimento sovranista.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Il problema non tecnico ma politico PDF Stampa E-mail

14 Giugno 2019

 

Da Rassegna di Arianna dell’11-6-2019 (N.d.d.)

 

Ok, abbiamo sentito tutte le possibili raffiche di spiegazioni dotte sul perché i minibot sarebbero, a scelta e in crescendo: "moneta falsa", "debito pubblico", una "buffonata", "il preludio all'Armageddon finanziario", ecc. Ora, visto quanto poco e male sono stati difesi da chi li ha proposti, credo anch'io che si tratti solo di una mossa propagandistica ad uso interno, e che non abbiano alcun significato politico. Detto questo i minibot, se perseguiti con coerenza, facendone un luogo di trattativa a livello europeo sono una iniziativa ragionevole, buona quanto altre per porre le questioni giuste a Bruxelles. Tecnicamente le obiezioni che sono state mosse sono tanto corrette quanto irrilevanti: dal punto di vista contabile il debito non saldato delle amministrazioni pubbliche non è ancora conteggiato come debito pubblico fino a quando il creditore non ne chiede il riscatto presso un istituto privato. Questo significa che dei 53 miliardi di debito non saldato della pubblica amministrazione solo 10 miliardi pesano già come debito pubblico italiano nella contabilità europea. Ora, però, quello che deve essere chiaro è che la 'contabilità europea' è semplicemente una convenzione frutto di accordi politici. Precisamente come si può cercar di concordare che, ad esempio, gli investimenti infrastrutturali siano scorporati dal conteggio del debito pubblico, così si può chiedere di saldare debiti pregressi con minibot (o magari con certificati di credito fiscale) senza che questi entrino nel computo del debito pubblico. Non è una follia, una bizzarria fuori di senso, ma qualcosa di perfettamente ragionevole, che può essere sensatamente chiesto e che, naturalmente, verrà rifiutato. Ma non verrà rifiutato perché "viola le Regole Economiche". Questo è il punto di ipnosi collettiva che dobbiamo superare. Qui non abbiamo a che fare con leggi di natura o norme divine, ma con convenzioni contabili funzionali a consentire o non consentire certe operazioni. Nella fattispecie qui ad essere in gioco è semplicemente il ruolo della BCE come monopolista della liquidità pubblica.

 

Tutti coloro i quali imputano ai minibot di non essere davvero un modo di aumentare la liquidità disponibile senza aumentare il debito pubblico stanno semplicemente accettando supinamente le regole del gioco messe in campo dalla UE, assumendole come leggi di natura. È chiaro che in un sistema congegnato in modo da vietare ogni forma di ricorso a sorgenti di liquidità pubblica che non passino per Francoforte non troveremo mai il 'trucco' per fregare la BCE ad un gioco di cui ha scritto le regole. È una speranza assurda. È ridicolo pensare che ci possa essere una furbata, una astuzia sopraffina, un buco lasciato scoperto nei trattati dove possa ritrovare fiato la finanza pubblica italiana senza turbare nessuno. Non è questo che è o può essere di principio in gioco. Il punto reale è far capire come vi siano mille modi in cui, senza chiedere soldi a nessuno, potremmo riavviare la macchina economica nazionale, e come ciò venga vietato da normative che si pongono al di sopra della sovranità nazionale. Poi, vabbé, possiamo legittimamente dubitare che porre seriamente tale questione sia nell'interesse della Lega o in generale di questo governo. Ma non bisogna confondere questa realistica valutazione politica, con la questione delle soluzioni tecniche da proporre e contrattare, soluzioni che, come i minibot, sono sostenibili e sensate, e che cionondimeno saranno tutte respinte. Ma deve essere chiaro che qui il problema non è tecnico, ma politico, e trattarlo come errore tecnico è pensare che possano esistere furbate tecniche che non implichino lo scontro politico. Cioè illudersi.

 

Andrea Zhok

 

 
Gena di cialtroni PDF Stampa E-mail

13 Giugno 2019

 

Da Rassegna di Arianna dell’11-6-2019 (N.d.d.)

 

Il capitalismo italiano è sempre stato antinazionale, anche prima che gli americani arrivassero qui ad esercitare la propria egemonia ed imporre i loro interessi. Non bisogna dare in ogni frangente le colpe agli altri per incapacità che sono intrinseche alla mentalità autoctona. Dopo la grande crisi del ’29, le difficoltà furono notevoli nel nostro Paese benché meno invischiato di altri nella catena finanziaria mondiale in vertiginoso scoordinamento. Esso restava sostanzialmente agricolo e poco industrializzato ma avviato sulla strada di uno sviluppo di quest’ultimo tipo. Il fascismo intervenne per ridare slancio ad alcune imprese e lo fece nazionalizzando quelle ritenute strategiche attraverso l’IRI, fondato nel ’33. Nonostante ciò che si crede, anche lo Stato fascista non intendeva sostituirsi ai privati e provò a cedere le aziende risanate o avviate ai capitani (poco) coraggiosi del tempo. Ovviamente, questi rifiutarono l’offerta perché poco inclini al rischio. Pare fosse stato Beneduce, col beneplacito di Mussolini, a chiamare Agnelli e altri grandi industriali, per chiedere loro di rilevare i “gioielli” statali. Sarebbe stato un vero regalo ma quei “gran coglioni”, come li definì il Duce, si fecero sfuggire il colpo fortunato. Avrebbero continuato a succhiare soldi allo Stato per vie traverse, con i soliti ricatti da cotonieri. Anche nel dopoguerra, l’Iri proseguì la sua opera meritoria di investire in questi settori in cui gli operatori di mercato si lanciavano con difficoltà a causa di investimenti non alla loro portata. Furono creati altri campioni pubblici come Finmeccanica (1948), Eni (1953) e Enel (1962), i quali furono fondamentali per un sistema-Paese in cui le forze del libero mercato erano debolezze. Negli anni ’90, sull’onda di tangentopoli, si mise fine all’industria pubblica italiana privatizzando e spacchettando il meglio che c’era per liquidarlo a favore di affaristi e speculatori, amici delle leve politiche catto-comuniste risparmiate dalla mannaia giustizialista che terremotò le classi dirigenti della I Repubblica. Qualcosa resistette allo scempio, come Eni, Enel, Finmeccanica, che da enti divennero S.p.A. a controllo pubblico, ma tanto altro fu sbranato dai cani famelici che si facevano chiamare riformatori. Tutto ciò non è bastato a far rinsavire il Paese e ad aprire gli occhi sulle perdite subite sotto quella campagna ideologica. Privato, come poi si è visto, non era sinonimo di bello ma di privazione.

 

I nostri industriali però continuano ad essere coglioni ed anziché chiedere allo Stato di spendere per far ripartire l’economia si dicono terrorizzati dal debito pubblico. Confindustria sembra una gabbia di matti e mentre quasi ovunque si torna a chiedere allo Stato di fare qualcosa in più per ripartire essa invoca la messa “in sicurezza i conti pubblici perché non è giusto lasciare il macigno del debito alle nuove generazioni...Noi siamo per non stare in panchina ma in Europa con le regole europee...Flat tax e reddito di cittadinanza, poi, sono misure a debito, riparliamone quando si potranno fare senza sfondare i conti pubblici”. Nemmeno Quota 100 aggrada ai Confindustriali che però si lamentano di una manodopera che invecchia e non è reattiva ai cambiamenti in atto. Non parliamo dei minibot che pure farebbero comodo a molte aziende in difficoltà ma che per la Confindustria sono una sventura. Semmai è troppo poco ma non troppo. Sono questi “cotonieri” che sbarrano il passo alle generazioni a venire perché vittime dei loro pregiudizi economici, politici, sociali e industriali provenienti da un’epoca superata. Senza sindacalisti e senza confindustriali questo Paese coltiverebbe la voglia di rimettersi in gioco e, invece, deve sorbirsi la micragna lamentosa di tali esseri pietrificati che sanno solo lanciare anatemi. Se lo Stato non mette i soldi dal nulla nelle tasche della gente e se non supplisce alla loro mancanza di iniziativa, con azioni di lungo periodo, anche in perdita temporanea, il Belpaese morirà di inedia, come sta appunto accadendo. Negli anni ‘90 li abbiamo lasciati fare e siamo caduti in basso. È il momento che tutta questa genia di cialtroni venga messa a tacere, con le buone o con le cattive. Sciogliendo Confindustria e Sindacati forse si darà nuovo dinamismo alle parti, lavoratori e capitalisti, ormai troppo ingessate perché dirette da fossili che non vedono ad un palmo dei loro nasi.

 

Gianni Petrosillo

 

 
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