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Il pugilato, sport "antimoderno" |
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di Fabio Mazza
18 settembre 2009

È di alcune settimane fa la morte di Arturo “thunder” Gatti, pugile italo-canadese, ex iridato dei superleggeri, e uno dei pugili più interessanti degli ultimi 20 anni. Le circostanze della morte non sono state del tutto chiarite, ma sembra che la responsabile sia la moglie, che, da quanto riportato dai tabloid avrebbe colpito l’ex campione alla testa e l’avrebbe strangolato. Non è chiaro il movente. All’origine sembra questioni passionali. Immediatamente si è scatenato sui blog e sui giornali anche nostrani (repubblica come al solito) la stigmatizzazione del mondo della boxe, mondo brutale, sordido, popolato da picchiatori di periferia, che smessi i guantoni, non riescono comunque a reinserirsi in “società”. Subito dopo, seguono i commenti allarmati di medici dello sport che sentenziano che il pugilato è uno sport pericoloso, i colpi fanno male (la scoperta dell’acqua calda), è diseducativo e violento, gli fa eco l’associazione dei genitori, preoccupati di vedere i loro figli darsi alla bruta pratica. Tutto questo coro di critiche che piovono da questa congrega di “moralizzatori”, di salutisti, di pedagoghi ecc. , è un ulteriore espressione del tentativo di cancellare ogni istinto vitale del maschio, seppur ritualizzato; di cancellare la sua parte più istintuale, più cruda, meno politically correct. Oltre ad essere espressione di profonda ignoranza, dimostrando, questi “esperti” di non aver non solo mai calcato il quadrato, ma di non conoscere nemmeno lontanamente l’ambiente del pugilato. La mia esperienza con la boxe cominciò quando avevo diciassette anni. Fisicamente ero un tantino sovrappeso, antisportivo, senza un grande autocontrollo su me stesso e sulla mia vita di adolescente. Fin da piccolo sono stato sempre attratto dalle figure dei pugili, dal coraggio di figure leggendarie come La motta, Marciano, Cerdan, Ali. La mia curiosità mi spinse a varcare un giorno le porte della palestra locale, dove insegnano due grandi pugili che sono stati campioni mondiali, e altri ex professionisti meno blasonati, perché la mia città ha una forte tradizione pugilistica. Ricorderò sempre quello che mi colpì di quel luogo: l’odore di sudore, della pelle usata dei guanti, dei sacchi, le foto di match alle pareti, il sentore di fatica e sacrificio era quasi percepibile nell’aria. Era, come tante palestre di pugilato nel mondo, un luogo, “per soli uomini”. Uno dei pochi posti che avevo fino a quel momento incontrato, dove, come nei “gymnasium” greco-romani, si incontravano e scontravano uomini, alla ricerca di una sfida con se stessi e di un miglioramento personale, al di la della dimensione meramente fisica.
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di Sergio Cabras
16 settembre 2009

Uno dei tanti aspetti per i quali possiamo sentirci a disagio in questo mondo moderno è la sempre crescente deriva individualista e di perdita di senso. Ciò che viene meno, dunque, è al contempo il senso profondo del vivere e quello di appartenenza e di lealtà verso una comunità di simili e ciò che ci rende tali le altre persone. Due aspetti, uno più sul piano spirituale, l’altro più su quello sociale/psicologico, di uno stesso fenomeno. Due aspetti dei quali possiamo trovare una radice comune ad un livello più basilare. Durkheim, in “Le forme elementari della vita religiosa” individuava la sorgente del senso umano del “divino” nel sentimento di comunità, nel senso dell’appartenenza a questa come forza trascendente la condizione individuale e peritura del singolo e come “salto di condizione” che lo elevava oltre il quotidiano apparente e che era al tempo stesso matrice di ogni valore culturale. Ed anche religioso, in quanto questa “essenza” della comunità veniva caricata di significati corrispondenti alla sensibilità condivisa ed ipostatizzata in forme più o meno antropomorfe di divinità. Sia che vogliamo accettare questa analisi delle origini della religione o meno, non è difficile notare come ci sia un forte legame tra l’identificarsi con una comunità di appartenenza (riconoscendovi le proprie radici e rispettando una lealtà verso le sue tradizioni) ed il sentimento religioso, il credere negli insegnamenti etici e morali e nel loro discendere da qualcosa di “superiore”. Come non è difficile notare che entrambi questi aspetti siano stati travolti allo stesso modo dagli stessi passaggi storici. Molti considerano questo come una liberazione, altri come una tragedia di cui portano il lutto e a cui vorrebbero porre riparo. Per tutti non può che essere comunque una realtà di fatto, e la condizione forse più problematica è quella di chi, pur avvertendo innegabile il senso di liberazione, si sente purtuttavia orfano di qualcosa di importante e di necessario. W. Reich insegnava che, quando due fenomeni si presentano insieme in forme specularmente opposte e complementari, bisogna andare a cercarne un altro che sta alla loro base funzionale come origine comune e che questa ricerca avviene attraverso l’osservazione imparziale del modo in cui queste due realtà di fatto si producono. Una cosa innegabile è che la crisi sia dell’identità che della solidarietà comunitaria, così come dei loro valori condivisi - compresi quelli religiosi - è avvenuta in seguito allo sviluppo tecnologico ed economico, al capitalismo e alla monetarizzazione (ovvero alla messa in vendita) del tempo dedicato al lavoro, separandolo così dal resto della vita (inventando così il “tempo libero”, ma rendendo in tal modo alienato sia questo che quello “lavorativo”). Il lavoro, non più elemento di interazione (spesso comunitaria) con la natura nel produrre il necessario (com’era nel mondo contadino), ma ora diventato merce interscambiabile, ha progressivamente perso legame con il luogo e con altre forme di caratterizzazione specifica e, con ciò, le comunità sono state disgregate in individui e sradicate dalla condizione concreta e necessaria che le aveva formate e le teneva insieme dando pure un senso ai loro valori e ai loro déi. Il senso di comunità, il rispetto verso di essa, la solidarietà interna che la legava non erano qualcosa di strumentale/utilitaristico: erano autentici, ma non per questo esistenti ed autoperpetuantisi come valori astratti, validi in quanto tali. Vivevano del nutrimento di un terreno reale, fatto di povertà comune, di autoevidente bisogno reciproco (oggi o domani, ma sempre latente) di darsi una mano, di orrore di esser messi al bando in seguito a comportamenti contrari all’interesse collettivo. Quando io non ho più bisogno di te e tu te la cavi benissimo senza di me ed entrambi viviamo di salario o profitti che ci vengono da totali estranei in cambio di transazioni economiche (vuoi della nostra proprietà come pure del nostro tempo/forza lavoro), perché dovremmo mantenere un “sentire comune” che ieri ci proteggeva ed oggi ci limita?
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Scuola, progresso e sapere |
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di Massimiliano Viviani
14 settembre 2009

In questi giorni di apertura delle scuole, entreranno in vigore alcuni provvedimenti presi recentemente dal Ministro Gelmini in merito alla scuola dell'obbligo, al fine di rendere più competitivo il nostro sistema scolastico e adeguarlo agli ansiogeni standard tecnico-produttivistici impostici dalla competizione globale: per l'insegnamento nella scuola primaria non basterà più la laurea quadriennale ma ci vorrà quella quinquennale (!), per la scuola secondaria oltre alla laurea magistrale ci vorrà un anno di tirocinio, e dulcis in fundo non poteva mancare il solito richiamo a un incremento della presenza delle nuove tecnologie fra i banchi di scuola, e a un miglioramento dell'insegnamento dell'inglese. Cose già note, già sentite milioni di volte, ma che vanno in una unica direzione delineata da una fede (o sarebbe meglio dire "ossessione") incrollabile nel progresso quantitativo e produttivistico. Questioni che valgono -ancora di più amplificate- anche per l'Università, dove le uniche preoccupazioni sembrano oramai limitate all'entità dei finanziamenti, al numero di specializzazione dei corsi e alla competitività (!!) con le altre Università per la ricerca e gli agganci col meraviglioso mondo dell'impresa. Da una parte quindi c'è la tendenza nemmeno tanto nascosta a preparare l'alunno all'ingresso nel mercato del lavoro (la scuola oramai non serve ad altro) tramite una forsennata specializzazione delle materie di studio e l'introduzione di una mentalità di tipo "tecnicistico". In questa linea si inseriscono i richiami alle nuove tecnologie -cosa del resto inutile perchè i ragazzini non aspettano certo la scuola per imparare ad usare il computer, e mi pare che oggi se la cavino fin troppo bene anche da soli. Dall'altra c'è l'esigenza di regolare e normativizzare ogni forma di insegnamento: il richiamo sempre più insistente a metodi di insegnamento nuovi e più sofisticati va di pari passo con l'irrigidimento della scuola e l'attenersi scrupoloso a schemi e obiettivi prefissati, standard e impersonali. (Detto per inciso, per insegnare bene ai bimbi di 6 anni a leggere, scrivere e far di conto, siamo sicuri che sia proprio necessaria una laurea?!) Il legame sempre più stretto con il mercato del lavoro è probabilmente l'aspetto più irritante e dannoso della questione. Esso rende priva di senso pure la tanto sbandierata nozione di "merito": la corsa dei migliori, dei più bravi, dei maratoneti della memoria e dell'accumulo di nozioni, tra illusioni di successo e di emulazione dei grandi del passato, oramai non porta molto più lontano dell'impiego ben retribuito presso una qualche multinazionale straniera, o del posto di ricercatore presso un qualche centro di ricerca, magari da quella finanziato. Il sentimento di frustrazione del moderno istruito -elementare o universitario che sia- è caratteristico di un'istruzione che oramai non aiuta più a comprendere il mondo, ma solo ad entrarvici meglio. Per questo l'insistenza posta sulla cosiddetta meritocrazia è fuorviante: la meritocrazia scolastica e universitaria è la proiezione della meritocrazia produttivistica del lavoro, imperniata su efficienza, velocità e quantità, dove la qualità del sapere esistente -che pure spesso non è poca- è tuttavia funzionale a un sistema dove viene assorbita, fagocitata, resa inutile o impotente. Di mezzo c'è sempre il mondo della produzione con i suoi standard internazionali di cui non possiamo più fare a meno. Anche i settori più "puri" come le lettere o la filosofia, alla fine risentono di questo clima quantitativo e specialistico, e diventano delle sorte di ingegnerie letterarie o filosofiche.
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12 settembre 2009

Il Gruppo l'Espresso e La Repubblica in particolare, hanno sempre rappresentato una precisa area liberal-progressista del Paese, con il cuore a sinistra e il portafoglio, se non a destra, comunque ben sistemato nelle giacche della finanza laica italiana, con gli inevitabili collegamenti a certi ambienti della finanza internazionale. Il quotidiano romano non ha mai nascosto quindi certe sue simpatie atlantiche. La cosa è valsa anche e soprattutto dopo i fatti tragici dell'11 settembre 2001, quando un certo appiattimento sulla dottrina "Bush-Cheney" è sembrato assai evidente. Allo stesso tempo però nel giornalismo, come in tutte le attività umane, oltre gli schieramenti, gli apparati, le sovrastrutture per dirla alla Marx, ci sono gli uomini. E quando la loro pasta umana è veramente buona, il buono viene fuori. Inevitabilmente. Non c'è sinistra, destra, sopra o sotto che tenga: quel mix invisibile di dignità, onore, onestà intellettuale e passione, se si ha a che fare con un uomo autentico, salta fuori. Carlo Bonini, un giornalista sensibile e attento, questo esprit humain lo ha fatto toccare con mano ai suoi lettori con un pezzo del 28 agosto 2009 pubblicato da Il Venerdì, l'inserto settimanale de La Repubblica. In modo pacato e lucido Bonini racconta alcuni passaggi di un libro inchiesta del seriosissimo Philip Shenon, uno dei cronisti di punta del New York Times (il lavoro in Italia è edito da Piemme edizioni col titolo "Omissis, tutto quello che non hanno voluto farci sapere sull’11 settembre"). E Bonini parla chiaro: «Nello scomporre e passare al microscopio i passaggi cruciali del lavoro della Commissione 11 settembre, l’inchiesta di Shenon, in un plot rigidamente cronologico (maggio 2002-luglio 2004), si svela infatti per quello che è: una cronaca del potere. Innanzitutto vera e non avventurosa, perché documentata. Ma anche simbolica. Per la sua capacità di raccontare come, all’indomani dell’11 settembre, il problema (peraltro non solo americano, per chi ha voglia di ricordare quale sia stato il cover-up del governo italiano sul coinvolgimento dell’intelligence del nostro Paese nella vicenda dell’uranio nigeriano: il cosiddetto affare Niger-gate) non fu la ricerca della verità. Ma la ricerca di una verità "compatibile". Che, al contrario di qualunque verità, non facesse male a nessuno». Dalle parole dell'articolista di Repubblica, come da quelle di Shenon, traspira, pur non esplicitato, un sottile quanto incombente senso di imbarazzo per il "contagio patriottico" che ha colpito una grandissima fetta delle elite intellettuali occidentali; una grandissima parte che ha preso quasi per dogma il resoconto ufficiale relativo all'attentato al World Trade Center. Personalmente non so immaginare chi o che cosa ci sia veramente dietro la strage di Manhattan. Ma per certo so cinque cose. Uno, la versione ufficiale raccontata dalla commissione parlamentare sull'11 settembre è pesantemente omissoria per volontà di Phil Zelikow, direttore dello stesso organo, uomo legato a filo doppio a Karl Rove, il principale spin doctor di George W. Bush. Due, la spinta emotiva seguita all'11 settembre è stata uno dei principali strumenti per dare una scusa agli Usa al fine di iniziare e condurre una guerra illegale contro l'Iraq; motivata per di più da prove false. Tale conflitto ha provocato centinaia di migliaia di vittime tra i civili irakeni. Tre, in seguito ai fatti dell'11 settembre gli Usa hanno adottato provvedimenti normativi come il "Patrioct act" così invasivi delle libertà individuali da risultare incostituzionali. Soprattutto per l'abolizione, in diverse circostanze, dell'habeas corpus: ovvero di quel paradigma giuridico che autorizza le pubbliche autorità a limitare o reprimere parzialmente le libertà individuali (leggi arresto) solo dietro un motivato pronunciamento della autorità giudiziaria. Restrizioni così dure non si erano viste nemmeno quando gli Stati Uniti erano in guerra con la Germania nazista e il Giappone, nemici ben più organizzati, potenti e temibili dei terroristi islamici. Quattro, i presunti attentatori, non si capisce perché, non saranno processati dall'autorità giudiziaria. Nemmeno da tribunali militari. Nemmeno da tribunali speciali. Saranno giudicati da speciali commissioni militari al cospetto delle quali la pubblica accusa (non appartenente al potere giudiziario, ma emanazione del governo) avrà il potere di non rendere note alla difesa le sue fonti di prova: un'altra fattispecie incostituzionale. Cinque, la commissione ufficiale non ha chiesto alcuna testa tra coloro che in qualche modo sono stati identificati come responsabili dei molti buchi nella macchina della sicurezza nazionale. Insomma, la maggiore potenza mondiale, che si vanta di avere le più solide basi costituzionali del globo, per processare un plotoncino di terroristi è de facto obbligata a violare la stessa costituzione e gli stessi diritti che vuole difendere dal terrorismo. I conti non mi tornano. In questi giorni di commemorazioni sarebbe importante ricordare anche tutto ciò. Frattanto faccio i complimenti a Bonini che ha avuto l'onestà intellettuale di far cadere il velo anche sui media mainstream.
Marco Milioni
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La scienza, orizzonte della modernità |
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9 settembre 2009

Se oggi andassimo in cerca dell’orizzonte di senso che sorregge la moderna way of life andremmo senz’altro a verificare che esso è per lo più quello fornito dalla divulgazione scientifica più becera. La giustificazione ultima per l’uomo comune di tutte le sue credenze, azioni e della propria progettualità è in ultima analisi la fede nella scienza. Invano si andrebbe a cercare nell’agire dell’uomo moderno un orizzonte religioso che non sia semplice facciata o una professione filosofica, politica o spirituale che fondi la sua dimensione dell’esistenza. La giustificazione di tutta la modernità è la fede nella scienza e soprattutto nella tecnologia. Già dalle elementari i libri di scuola pontificano sulle conquiste del progresso e forniscono un’immagine scientifica banalizzata del mondo funzionale a fondare tutto il pensiero moderno: dalla giustificazione dell’economia capitalista, alla fede nella medicina tecnologica e nelle teorie fisiche e biologiche che dovrebbero rendere conto di ogni mistero e dare ogni spiegazione possibile. Naturalmente se fosse spiegato davvero quale è la portata epistemologica della scienza moderna e come stanno davvero le cose, molte persone non vedrebbero più come giustificate la maggior parte delle loro azioni e credenze e potrebbe addirittura crearsi un clima propizio per dei cambiamenti che sicuramente chi sta ai posti di comando non si augura. Vediamo di fare un po’ di chiarezza su questo punto. Per prima cosa la scienza contemporanea si è staccata dal realismo più ingenuo, ad esempio i fisici parlano sempre di conoscenza probabilistica e non assoluta (e non solo riferendosi alla meccanica quantistica) e più che di teorie preferiscono parlare di modelli. Già da ciò si capisce che solo uno sprovveduto può scambiare un modello per la realtà che quel modello invece rappresenta in modo approssimato e considerare esso come il vero essere. Per capire meglio questo punto possiamo riferirci ad un’immagine di Wittgenstein. Egli considerava il discorso scientifico come un reticolato che viene poggiato sui fenomeni. Più le maglie del reticolo sono strette, più a suoi determinati punti numerabili corrisponderanno punti peculiari del fenomeno e cioè la descrizione offerta dal reticolo sarà più precisa. Considerando il discorso scientifico in questo modo risulta chiaro che non si può certo scambiare il reticolo per la realtà. Infatti, qualsiasi teoria scientifica non può eliminare, nonostante il suo potenziarsi e raffinarsi, un certo numero per quanto minimo di momenti arbitrari, contingenti o convenzionali, cosa che sapevano bene anche scienziati come Einstein o addirittura neo-positivisti come Schlick. Perché allora oggi la versione divulgativa della scienza su cui si fonda la civilizzazione moderna non tiene conto di questi fattori e scambia teorie descrittive per teorie ontologiche in senso banalmente realista? Questo perché a nostro giudizio per motivi che in gran parte esulano dalla scienza stessa, la modernità con le sue declinazioni liberiste e progressiste aveva bisogno per reggersi e crescere non del dubbio ma del dogma, come ogni forma di autocrazia. Dogmi come il materialismo intriso del più banale realismo dovevano essere divulgati per rendere possibili cambiamenti politici, sociali ed economici per i quali residualità mitiche, religiose, tradizionali ed anche solo non materialiste e scientiste sarebbero state un ostacolo. Bisognava convincere la gente che l’unica cosa che conta è il corpo, i piaceri fisici e i sollazzi più banali, l’accumulazione di beni materiali, la vita intesa solo come pura durata biologica dell’individuo nel tempo a dispetto di ogni menomazione e umiliazione, la bellezza cosmetica in un tripudio di corpi di plastica, unti e ben depilati. La manovra è riuscita, nessuno crede più in nulla se non nel big bang, nel fatto che l’uomo discende dalla scimmia, che la materia è composta di atomi e che la vita termina con la morte. Per cui giù a godersela, a comprare gadgets, coca cole, cellulari e un paio di reni e cuori di scorta, sempre tutto in fretta prima che qualcuno si accorga che siamo diventati vecchi e decida di metterci in qualche “centro per gli anziani”. In realtà la scienza contemporanea offre modelli causali molto potenti e certamente, anche se non nel senso del realismo più ingenuo, è necessario riconoscere realtà ad enti come i campi elettromagnetici o gli atomi: critiche totali del discorso scientifico, che arrivino a parificarlo alla magia come spesso sembra fare ad esempio un Feyerabend, appaiono sia imprecise che a volte talmente estreme da poter essere rovesciate da considerazioni banali come il fatto che quando Feyerabend aveva mal di denti sicuramente andava dal dentista e non dal mago…. Quello che bisogna capire, invece, è che il discorso scientifico offre solo modelli compatibili con le possibili evidenze empiriche. Insomma non si deve scambiare una possibile interpretazione della realtà per la realtà, la realtà fisica rimane un mistero, così come la vita. L’uomo se vuole trovare di nuovo una dimensione di vita autentica dovrebbe ridiventare capace di accettare il Mistero dentro di sè, la sua precarietà, ridiventare capace di sentire il mondo come un’unità che si esprime nelle sue diverse parti tutte in contatto tra loro, non come un marchingegno da smontare e rimontare senza nessun valore se non quello di essere così più gradito all’arbitrio e alla vanità umana. E soprattutto bisogna che la tecnologia sia rispedita al ruolo che si merita, quello di essere di aiuto all’uomo negli aspetti più scomodi della vita, non quello di offrire senso e valore all’esistenza.
Alberto Cossu
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La crisi e l'imprevedibilità dei sistemi complessi |
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7 settembre 2009

In merito alla crisi economico-finanziaria, sui siti della controinformazione prevalgono due asserzioni apparentemente contraddittorie. La prima è che i Poteri semiocculti che governano il mondo (la stegocrazia, secondo una terminologia che va affermandosi) hanno concepito e manovrato la crisi ai loro fini, convogliando denaro pubblico nelle Banche e nelle imprese private, operazione che per essere accettata dai cittadini richiedeva uno stato d’allarme talmente esasperato sulle condizioni del sistema finanziario da far temere la perdita di tutti i risparmi nella catastrofe bancaria. La seconda è che la crisi è reale e profonda, così devastante da lasciar presagire il prossimo crollo dell’intero sistema e della stessa civiltà occidentale. Le frasi rassicuranti vorrebbero soltanto cercare di nascondere la verità e arginare il panico. Le due asserzioni sono solo apparentemente contraddittorie, ma per dimostrare come possano coesistere occorre dare spessore all’argomentazione partendo un po’ più da lontano. Il comunismo è crollato negli anni dell’ultraliberismo reganian-thatcheriano, ma quell’ultima fase liberista non fece altro che raccogliere i frutti di una vittoria che era stata conseguita grazie alla fase socialdemocratica del capitalismo (intendendo con questa espressione non solo le socialdemocrazie europee ma anche i governi democratico- cristiani e alcune presidenze democratiche negli USA). La socialdemocrazia ha sconfitto il comunismo. I comunisti vantavano il loro sistema che garantiva il lavoro, l’assistenza sociale, i servizi pressoché gratuiti. Ebbene, le socialdemocrazie consentivano salari e stipendi relativamente alti, proteggevano i lavoratori anche nel caso della perdita del lavoro, con sussidi, cassa integrazione, prepensionamenti; offrivano servizi a basso costo e ben più efficienti di quelli del mondo sovietico; il tutto in un clima di libertà politica e di libertà di movimento ( le restrizioni ai viaggi all’estero, e addirittura all’interno del blocco sovietico, sono state fra le cause maggiori di malcontento). Gli stegocrati hanno accettato la socialdemocrazia per sconfiggere il comunismo, ma gli alti salari, la forza dei sindacati, i servizi sociali, non potevano essere tollerati ulteriormente. Lo dimostra il fatto che quel sistema di garanzie è stato progressivamente smantellato a partire dal crollo dell’URSS. Per indebolire politicamente ed economicamente quei ceti, proletari e di piccola borghesia, che avevano usufruito delle riforme socialdemocratiche, i Poteri più o meno occulti hanno fatto ricorso ai due strumenti che caratterizzano la globalizzazione: la delocalizzazione e la massiccia immigrazione. Con la delocalizzazione gli impianti produttivi sono stati trasferiti dove la mano d’opera costa meno e non è protetta dai sindacati. Incoraggiando la massiccia immigrazione di moltitudini di disperati, si sono create tensioni che hanno deviato il malcontento delle popolazioni occidentali verso i nuovi venuti e si è resa disponibile una mano d’opera pronta a offrirsi sul mercato del lavoro per compensi talmente ridotti da abbassare il livello generale di salari e stipendi. In questo modo però si sono attivate forze potenzialmente disgregatrici; si è favorita l’ascesa di Paesi come la Cina che potrebbero alterare gli equilibri geo-politici a scapito del mondo occidentale; si è dato spazio ai calcoli degli islamisti che approfittano della migrazione di milioni di musulmani per un disegno di penetrazione dell’Islam in Europa. In conclusione: i Poteri hanno usato la socialdemocrazia per sconfiggere il comunismo, ma la socialdemocrazia alla lunga sarebbe stata minacciosa per il sistema. Hanno usato cinicamente la delocalizzazione e l’immigrazione, ma hanno così messo in moto dinamiche dagli sviluppi imprevedibili. Allo stesso modo, è probabile che abbiano manovrato la crisi economico-finanziaria ai loro fini, ma i rimedi escogitati, che consistono sostanzialmente nello stampare carta moneta e nell’approfondire il debito pubblico, possono essere il preludio di nuovi e più devastanti cataclismi. Ogni rimedio avvicina la resa dei conti finale. L’imprevedibilità dei sistemi complessi è un principio che vale anche in sociologia e in economia. Per questo le due asserzioni con cui è iniziata questa breve riflessione non sono necessariamente contraddittorie. Gli stegocrati tramano e manovrano, ma si illudono di tenere il filo di un groviglio di contraddizioni non più districabile. Allora il compito che devono prefiggersi tutti i gruppi che vanno costituendosi nella critica radicale del sistema, è quello di diventare laboratori di teoria politica e di concreta progettualità per il dopo disastro, per ricostruire sulle macerie del capitalismo che saranno anche le macerie della Modernità.
Luciano Fuschini
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