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Una ribellione delle Úlites PDF Stampa E-mail

17 Gennaio 2021

 Da Rassegna di Arianna dell’11-1-2021 (N.d.d.)

Ogni anno si riunisce a Davos (Svizzera) il Word Economic Forum, fondazione che riunisce le élites dell’economia, della finanza, della politica mondiale per discutere i problemi che il mondo deve affrontare in materia economica, politica, sanitaria, ambientale ecc. Quest’anno, a fine gennaio avrà luogo presso il WEF un forum digitale dedicato al tema del “Grande Reset”, quale progetto per la ripresa dell’economia globale nella fase post pandemica. Il Grande Reset è un progetto di mutamento radicale del sistema economico realizzabile sulla base di grandi investimenti nell’innovazione digitale e nel campo ambientale. La pandemia del covid 19 rappresenterebbe una opportunità di trasformazione del capitalismo a livello globale, dati i fattori di crisi sistemica manifestatisi già precedentemente alla pandemia stessa. Il Grande Reset si delinea dunque come un progetto che comporterebbe l’avvento della 4a rivoluzione industriale, con radicali riforme del sistema neoliberista. Con il Grande Reset dovrebbe dischiudersi l’orizzonte di una nuova era, con una decisiva rottura rispetto al passato. Si vorrebbe quindi creare un nuovo sistema economico e politico, sulla base della constatazione del fallimento del precedente sistema neoliberista, che ha generato una insanabile frattura tra una economia finanziaria – speculativa devastatrice di risorse economiche ed ambientali e le esigenze dei popoli. Occorrerebbe quindi riprogettare il capitalismo verso una società più equa, per un progresso che comporti la sostenibilità ambientale e una redistribuzione adeguata delle risorse. Tali proposte sono contenute in un documento redatto dal direttore del WEF Klaus Schwab. Vediamo dunque riproporsi la visione messianica di un capitalismo tramutatosi ideologicamente in una religione laico – immanentista, che assume il ruolo di demiurgo di un mondo nuovo, quale depositario del dogma del progresso infinito ed illimitato. Dalle crisi sono scaturite le trasformazioni e le evoluzioni del capitalismo nei secoli precedenti. Il nuovo capitalismo prospetta quindi con il Grande Reset il sorgere di un nuovo ordine mondiale. C’è tuttavia da osservare che il capitalismo, che non si è mai configurato come un sistema unitario, ma assai diversificato, e al suo interno conflittuale, con il progetto del Grande Reset assume invece una dimensione unitaria, elitaria e global – centralista. Le élites infatti, con il Grande Reset, hanno elaborato un progetto di pianificazione centralista dell’economia globale, dalla natura oligarchica e totalitaria, simile a quella dei regimi del defunto socialismo reale. Il Grande Reset realizzerà la 4a rivoluzione industriale che, attraverso l’implementazione del digitale in tutte le attività produttive, finanziarie, oltre che nei settori della sanità, dell’istruzione, dell’intrattenimento, della cultura, coinvolgerà la totalità dei rapporti sociali. Tale rivoluzione, si rivelerà, oltre che una rivoluzione tecnologica, un progetto di ingegneria sociale che coinvolgerà tutta la società a livello globale. Secondo Klaus Schwab infatti, “Siamo sull’orlo di una rivoluzione tecnologica che cambierà radicalmente il modo in cui viviamo, lavoriamo e ci relazioniamo gli uni con gli altri. Per scala, per portata e complessità, la trasformazione sarà diversa da qualsiasi cosa l’umanità abbia mai sperimentato prima” … “la quarta rivoluzione industriale segna un nuovo capitolo nello sviluppo umano, la cui importanza è pari a quella delle guerre mondiali”.

Lo sviluppo dell’interazione tra la tecnologia digitale e le facoltà psico – fisiche umane, che potrà essere realizzata mediante l’impiego dell’intelligenza artificiale e della robotica, darà luogo non solo a trasformazioni sistemiche nell’ambito economico e sociale, ma potrà generare mutamenti della stessa antropologia umana. L’avanzata del progresso tecnologico nel campo dell’intelligenza artificiale, comporterà, oltre che l’aumento delle capacità fisiche ed intellettive dell’uomo, anche la subordinazione delle facoltà cognitive e decisionali dell’uomo stesso ad una struttura tecnologica totalizzante che finirà col trasformare la natura umana stessa, sostituendo l’essere sociale con l’essere virtuale. […] È evidente che la 4a rivoluzione industriale si identificherà con l’avvento dell’era del transumanesimo.

Ma la 4a rivoluzione industriale era già in atto. La pandemia del covid 19 ne ha solo accelerato i processi evolutivi. Con la pandemia globale infatti si è affermato un dirigismo planetario che ha imposto la rinuncia alla vita sociale delle masse e un isolamento coatto a livello mondiale. È stato realizzato un totalitarismo globale con il consenso dei popoli fondato sulla paura. La pandemia ha dato luogo ad una sorta di sperimentazione di un nuovo governo mondiale. Gli stati, per far fronte alla crisi sanitaria e a quella economica, hanno riassunto un ruolo primario nella società, ma sempre tuttavia subordinato alle direttive tecnocratiche delle Big Pharma e dei giganti del Big Tech. Si è dimostrata inoltre del tutto falsa nei fatti la narrazione mediatica secondo cui il lockdown e l’isolamento coatto avrebbero favorito la riscoperta dei valori legati alla affettività familiare e all’interiorità spirituale. Si è verificata invece nella società una radicale dissociazione tra il mondo reale ed il mondo virtuale. Il lavoro e l’istruzione svolti secondo la modalità telematica dello smart working, hanno generato invece una invasività mediatica nella sfera privata degli individui, tale da determinare l’annullamento di ogni separazione tra la dimensione privata e quella pubblica nella vita sociale. L’isolamento ha invece inciso profondamente sulla psicologia collettiva delle masse e le conseguenze sulla salute mentale della intera società sono a tutt’oggi di portata sconosciuta. Solo in Italia, sono aumentati i reati legati alle violenze domestiche del 119%. I timori relativi all’emergenza sanitaria, uniti a quelli della disoccupazione derivanti dalla crisi economica conseguente, hanno determinato un aumento esponenziale dei suicidi. […] Invocare unicamente la salvezza dalla scienza, significa generare nella società una totale dipendenza dalla tecnocrazia globale. Una difesa della vita sotto l’aspetto meramente biologico implica infatti la rinuncia preventiva ai diritti fondamentali della persona e ai valori spirituali che conferiscono un senso alla vita che travalica l’esistenza stessa dell’uomo. La vita biologica dell’uomo è comunque oggettivabile e programmabile ed è pertanto predisposta ad una condizione di totale subordinazione al potere politico, a quello economico e soprattutto alla tecnocrazia. Qualunque anelito alla libertà della coscienza individuale e qualsiasi spirito critico viene annichilito dalla angoscia della morte e dalla prefigurazione di orizzonti terrificanti del mondo post pandemico. Tecniche di dominio sociale ampliamente sperimentate dalla tecnocrazia già con l’emergenza terroristica. Le oligarchie tecnocratiche si rivelano quindi depositarie della scienza e dispensatrici di salvezza in cambio di preventiva sottomissione generalizzata dei popoli. Il Grande Reset, facendo proprie queste strategie di dominio già in atto nell’emergenza pandemica, trasformerà poi l’emergenza in normativa ordinaria per la governance della società. Il Grande Reset ha tuttavia una sua evidente matrice ideologica del tutto coerente con i fondamenti culturali del neoliberismo. […] Le crisi comportano, coerentemente a quanto verificatosi storicamente nelle precedenti fasi del capitalismo, l’eliminazione dei soggetti economici e politici non più compatibili con le strutture della nuova società. Il darwinismo sociale è del resto parte integrante dello sviluppo capitalista. Si afferma inoltre la superiorità morale delle élites, quali soggetti cui è demandata la missione salvifica dell’umanità. Il tutto, collocato nella visione astorica e ideologica del mito del progresso illimitato di matrice illuminista, che prefigura progressive e continue evoluzioni dell’umanità di carattere scientifico, economico ed antropologico. A tali luminose ed esaltanti prospettive, fa riscontro la totale subalternità dei popoli alle élites. In nome della salvezza dalla pandemia, la responsabilità dell’espansione dei contagi viene spesso imputata ai popoli quali trasgressori delle norme del lockdown. Pertanto, al fine di espiare tali colpe, viene richiesta ai popoli la rinuncia ai diritti e alle libertà già acquisite. Allo stesso modo, le politiche di austerity e la conseguente macelleria sociale imposta dalla UE vennero inflitte ai popoli quali forme di espiazione per le colpe derivanti dall’aver contratto un debito insolvibile e di aver vissuto quindi a spese dei paesi creditori. L’Ideologia del grande Reset è pertanto in perfetta coerenza e continuità con il neoliberismo.

Le ricadute sociali del Grande Reset saranno devastanti. La digitalizzazione del lavoro e dell’istruzione comporterà lo spopolamento di vaste aree urbane e la fine di tutte le attività locali. Si espanderà a macchia d’olio la gig economy (economia dei lavoretti) e la precarietà del lavoro. Si svilupperà quindi una concorrenza spietata al ribasso, per quanto concerne i salari, tra i tanti imprenditori di se stessi. Si accentueranno le diseguaglianze delle retribuzioni tra i lavoratori qualificati e non.

Si prevede che il 50% delle attività saranno digitalizzate. Il 30% della attuale forza lavoro dovrà essere riqualificata. Saranno promossi i relativi programmi di riqualificazione professionale, ma il 35% delle attività professionali esistenti sono destinate a scomparire. Nuova disoccupazione si aggiungerà a quella esistente. Si prevede infatti una riduzione della forza lavoro intorno al 28%. Pertanto, il Grande Reset prevede anche l’erogazione di un “reddito di base” per la forza lavoro che non potrà essere assorbita dalla rivoluzione digitale. Ma tale sussidio di sussistenza determinerà la totale dipendenza al sistema di larghi strati della popolazione ridotta ai limiti della sopravvivenza. Il progresso tecnologico nelle precedenti rivoluzioni industriali ha distrutto tante professioni, creandone al contempo di nuove, ma nella 4a rivoluzione industriale non sembra possa delinearsi tale prospettiva.

In realtà il Grande Reset non è una rivoluzione. Tale progetto potrà solo accelerare processi evolutivi della società neoliberista che sono già in atto. Le abnormi nuove diseguaglianze sorte a seguito della pandemia ne sono la dimostrazione obiettiva.

Secondo i dati della Banca Mondiale, il gotha della finanza e dell’economia mondiale ha accresciuto nella fase pandemica il proprio patrimonio di 400 miliardi di dollari, mentre la popolazione mondiale nella condizione di estrema povertà (che vive con 1,60 euro al giorno), si è incrementata di 150 milioni di persone. Negli USA si registra la perdita di 10 milioni di posti di lavoro, ma la ricchezza delle élites è aumentata del 31%, per un importo pari a 1.800 miliardi, cifra equivalente al Pil italiano. Lo 0,001% della popolazione mondiale ha ricavato profitti in borsa per 3.000 miliardi di dollari.

La 4a rivoluzione industriale è quindi, alla luce delle teorie di Christopher Lasch, l’ultima “ribellione delle élites”. Potrà creare solo una società sempre più oligarchica e tecnocratica, ma non produrrà sviluppo e tanto meno nuovi equilibri politico – sociali più equi. Alla lunga, il capitalismo, che si rivoluziona periodicamente per sopravvivere alle proprie crisi, finirà per distruggere anche se stesso. Ma la 4a rivoluzione industriale, con l’avvento dell’intelligenza artificiale e della robotica, potrebbe produrre mutazioni antropologiche che potrebbero mettere in dubbio la stessa sopravvivenza dell’umanità. Tale prospettiva viene ben descritta da Ilaria Bifarini a conclusione del suo libro “il Grande Reset”: “E’ come se ai nostri giorni il soggetto volesse ripudiare la sua parte più autentica, per conformarsi e divenire un personaggio capace di interpretare l’ordine narrativo prevalente. Una narrazione che oggi più che mai esalta il progresso della tecnologia fino ad assurgerla a surrogato delle relazioni umane e delle esperienze reali, che magnifica i prodigi dell’intelligenza artificiale fino a renderla protagonista della nuova normalità. Da una parte l’umanizzazione della macchina, dall’altra parte la robotizzazione dell’uomo, sempre più incapace e quasi renitente a conoscere il proprio sé, che nessun algoritmo potrà mai prevedere: è questo il rischio cui andiamo incontro. Solo attraverso la consapevolezza della nostra soggettività e il contatto con il nostro io più profondo possiamo sfuggire all’ortopedizzazione omologante e alla deriva transumanista di una società che rincorre il modello robotico. E sfuggire così al grande reset delle nostre menti”.

Luigi Tedeschi

 

 
La Mente nella Natura PDF Stampa E-mail

16 Gennaio 2021

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 Da Rassegna di Arianna del 13-1-2021 (N.d.d.)

Nel 1927 il fisico tedesco Werner Heisenberg (Fisica e Filosofia, Natura e Fisica Moderna) formulò il suo famoso principio di indeterminazione con il quale veniva introdotta inevitabilmente l’osservazione (cioè la mente) in tutti i fenomeni e in tutti i processi. Negli studi e nei comportamenti successivi si sarebbe dovuto tener conto che si stava trattando sempre con entità miste di mente-materia, ormai inscindibili. Niels Bohr mise ordine nell’intuizione-dimostrazione di Heisenberg codificandola nell’interpretazione di Copenhagen. Inizialmente alcuni interpretarono le conseguenze del principio di indeterminazione come una riproposta di mettere al centro l’osservatore-umano, ma questa interpretazione ebbe breve durata: infatti l’”osservatore” poteva benissimo essere qualcos’altro, qualcosa di non-umano. Oggi possiamo sintetizzare la situazione con queste parole del fisico italiano Carlo Rovelli:

“Il problema dell’interpretazione di Copenaghen è proprio questo: cioè non si dice mai cosa si intenda per osservatore. È per questo che è stata poi formulata la cosiddetta interpretazione relazionale, una versione moderna e più completa di quella di Copenaghen, che cerca di ripulirla dai suoi aspetti confusi e chiarirne le conseguenze. Nell’interpretazione relazionale, qualunque sistema fisico – anche un fotone, dunque – può essere considerato come osservatore...Tutte le quantità fisiche, in questo senso, sono relazionali.” Insomma, non esistono oggetti permanenti ed autonomi, ma esistono solo relazioni (psicofisiche). Successivamente lo scienziato russo-belga Ilya Prigogine (La Nuova Alleanza, La fine delle certezze) ha trovato, anche per altra via, che nei sistemi complessi si manifestano fenomeni mentali (scelte nelle biforcazioni-instabilità). Gli studi successivi hanno sempre confermato questa presenza di fenomeni mentali connaturati con la complessità dei sistemi.

Ancora per altra via, gli studi e gli esperimenti dello scienziato-filosofo inglese Rupert Sheldrake (La rinascita della Natura, La mente estesa, Le illusioni della scienza) hanno portato al concetto di “mente estesa”, simile all’idea di “mente” dei fisici quantistici. Aggiungiamo che recentemente lo scienziato italiano Stefano Mancuso e il tedesco Peter Wohlleben hanno dimostrato che le piante comunicano fra loro e provano emozioni.

Non toccheremo qui il problema della coscienza, riportando solo, da una fonte autorevole: “Le forze psichiche non hanno certamente niente a che fare con la coscienza; per quanto ci piaccia trastullarci con il pensiero che coscienza e psiche siano identiche, la nostra non è altro che una presunzione dell’intelletto. La nostra manìa di spiegare tutto razionalmente trova una base sufficiente nel timore metafisico, perché illuminismo e metafisica sono sempre stati due fratelli ostili. Le “forze psichiche” hanno piuttosto a che fare con l’anima inconscia.”   Carl Gustav Jung .                                                                                                                

Comunque l’Ecosfera stessa, come tutte le sue componenti, potrebbe benissimo essere anche cosciente, o avere un tipo di coscienza diversa dalla nostra. Lo sviluppo economico sostituisce materia inerte a sostanza vivente, mette strade, impianti, fabbriche, plastica, cemento, orrori del ciclo della carne, rifiuti indistruttibili, al posto di foreste, paludi, savane, ghiacciai, praterie, barriere coralline. Altera l’atmosfera, fa diminuire vertiginosamente la biodiversità e provoca una crescita patologica di mostruosi agglomerati umani. In genere qualunque istanza per cercare di arginare questi fenomeni viene trattata, anche dagli oppositori, facendo richieste ai politici, che, quando va bene, promettono green economy, sviluppo sostenibile, crescita verde e simili amenità contraddittorie, ma non accenneranno mai a rinnegare la crescita e a mettere in discussione il primato dell’uomo, da loro visto come esterno a tutte le entità naturali, che invece costituiscono con noi un unico Organismo, l’Ecosfera. La civiltà industriale ha gli anni contati. Secondo Serge Latouche: “Noi che siamo qui in questo momento abbiamo il privilegio fantastico di assistere al crollo della civiltà occidentale. Si tratta di un fatto rarissimo, paragonabile alla fine dell’Impero Romano. Con la differenza che questo si è svolto in un arco temporale di 700 anni, mentre il crollo della nostra civiltà si compirà in meno di trent’anni”. (da: Scommettiamo sulla decrescita).                      Personalmente, ho qualche perplessità sull’espressione “privilegio fantastico”, dato che sarà molto difficile evitare eventi traumatici. Possiamo solo sperare in un fortissimo cambiamento. Ma gli unici cambiamenti reali sono quelli che avvengono nel paradigma generale scientifico-filosofico in cui si inquadrano le conoscenze: l’ultimo è iniziato attorno al 17°-18° secolo e ha fatto nascere la civiltà industriale, ma neanche quello ha mai intaccato alla radice il punto essenziale della visione del mondo imperante: l’antropocentrismo, l’idea preconcetta che l’uomo sia al di fuori e al di sopra del mondo naturale, che resta al suo servizio. Questa idea di base, ben radicata in tutto il mondo giudaico-cristiano e islamico, che non ha mai ascoltato il parere di molte altre culture umane, orientali o native, è una delle radici degli attuali guai del mondo. Neppure le due guerre mondiali hanno cambiato minimamente la visione del mondo dell’Occidente. Anche un movimento di altro tipo, sostanzialmente fallito, come il cosiddetto “Sessantotto”, non ha ottenuto grandi risultati, perché non ha mai cercato contatti con l’altro movimento scientifico-filosofico, più lungo e silenzioso, che era già in corso (Bateson, Naess, Capra, Lorenz, e altri). Anzi, i Sessantottini erano più che mai antropocentrici e si consideravano “il Progresso”. Parlavano anch’essi il solito linguaggio politico-sociale-economico, incapaci di colloquiare con un linguaggio scientifico-filosofico.

Conclusioni

Oggi sappiamo che c’è una Mente nella Natura, ma quasi nessuno se n’è ancora accorto. Se riconosciamo lo spirito delle piante e della foresta, non abbattiamo alcun albero, se ascoltiamo lo spirito del torrente, non lo riempiamo di plastica e altri rifiuti, se “vediamo” lo spirito della montagna, non la deturpiamo con orribili impianti, se ascoltiamo l’anima del mare, non lo riempiamo di rifiuti e non ne distruggiamo la vita. Queste sono le vere rivoluzioni, questo è il vero cambiamento, non la green economy dei politici e degli industriali. Ripeto che dobbiamo renderci conto fino in fondo che c’è una mente nella Natura: tutte le entità naturali sono entità psicofisiche, probabilmente con qualche forma di coscienza.  Il numero di scienziati che trattano problemi un tempo riservati ai filosofi è in aumento. In particolare, si possono leggere scritti di scienziati che si allontanano sempre più da quel paradigma meccanicista cartesiano-newtoniano che era caratteristico della scienza fino ad alcuni decenni orsono e che costituisce ancora il sottofondo di quella che viene divulgata come l’unica “scienza”. Per concludere, qualche citazione:

Senza la mente, spazio e tempo non sono nulla. Questa mente è correlata con gli oggetti del regno spazio-temporale. La conclusione sembra inevitabile: il cosmo è pervaso dal regno della mente, le cui osservazioni fanno sì che gli oggetti si materializzino, assumano una proprietà oppure un’altra o saltino da un posto all’altro senza attraversare alcuno spazio intermedio. È stato detto che questi risultati eludono una comprensione logica. Però si tratta di veri esperimenti, riprodotti ormai così tante volte che nessun fisico li mette in discussione. …Ma il biocentrismo dà un senso a tutto questo, per la prima volta, perché la mente non è secondaria a un universo materiale, bensì è una con esso.  (Robert Lanza, Oltre il biocentrismo).   Sai che gli alberi parlano? Sì, parlano l’uno con l’altro e parlano a te, se li stai ad ascoltare. Ma gli uomini bianchi non ascoltano. Non hanno mai pensato che valga la pena di ascoltare noi indiani, e temo che non ascolteranno nemmeno le altre voci della Natura. Io stesso ho imparato molto dagli alberi: talvolta qualcosa sul tempo, talvolta qualcosa sugli animali, talvolta qualcosa sul Grande Spirito.                                                                         Tatanga Mani (da: Recheis-Bydlinski, Sai che gli alberi parlano?)

La cosa più importante è che la depressione è un'affezione endemica collettiva e noi la sentiamo e pensiamo che sia soltanto dentro il nostro cervello. "Nella… mia famiglia, nel mio matrimonio, nel mio lavoro, nella mia economia"… Abbiamo portato tutto questo dentro un "me". Invece, se c'è un Anima Mundi, se c'è un'Anima del Mondo – e noi facciamo parte dell'Anima del Mondo – allora ciò che accade nell'Anima esterna accade anche a me, e io avverto l'estinzione delle piante, degli animali, delle culture, dei linguaggi, dei costumi, dei mestieri, delle storie… Stanno tutti scomparendo. Per forza la mia anima prova un sentimento di perdita, di solitudine, di isolamento, di lutto, e di nostalgia, e di tristezza: è il riflesso in me di una condizione di fatto. E se non mi sento depresso allora sì che sono pazzo! Questa è la vera malattia! Sarei completamente escluso dalla realtà di quello che sta succedendo nel Mondo, la distruzione ecologica.     J. Hillmann (filosofo-psicanalista junghiano). L’uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile, senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando.   Hubert Reeves (astrofisico canadese)

Guido Dalla Casa

 
La fine dell'emergenza non fermerÓ la disgregazione PDF Stampa E-mail

15 Gennaio 2021

Vedo due possibilità riguardo lo sviluppo prossimo delle cose: o la situazione del virus si drammatizza, oppure l'emergenza si esaurisce sostanzialmente in un tempo piuttosto breve. Il drammatizzarsi della situazione renderebbe, in un certo modo, più facile l'atteggiamento da assumere. Bisognerebbe conseguirne piuttosto con evidenza che si tratta di una situazione condotta deliberatamente. Ci sarebbero fatti precisi a cui organizzare un'opposizione. La conclusione dell'emergenza porterebbe paradossalmente a una condizione più delicata: si tratterebbe allora di avere una prospettiva. Chiarirei subito che la fine dell'emergenza non significherebbe per me che non si sia trattato di una vicenda torbida; né che non prosegua comunque - e anzi in modo da questa vicenda accelerato - il processo dissolutivo di questa civiltà.

Quello che è accaduto in questi mesi, e particolarmente nella primavera del 2020, resterà oggetto di indagine. È probabile che non si arrivi a risposte specifiche e assolute, ma questo non vuol dire. A distanza di quaranta o cinquanta anni, riguardo il periodo cosiddetto della "strategia della tensione", non ci sono complete conoscenze dei fatti e degli andamenti specifici: ciò non toglie che possiamo valutare cosa sia stato sostanzialmente quel momento storico, e che gli intellettuali più avveduti (ad esempio Pasolini) avessero compreso già nel corso dei fatti quello che stava sostanzialmente succedendo. Se anche, per esempio, si concludesse l'emergenza essendo stati gli effetti del virus sostanzialmente deboli, non ne conseguirebbe una sua sicura naturalità: certe operazioni possono configurarsi come minacce, come preparativi, come inizi a cui non è stato possibile o non si è ritenuto dare un seguito; e questo vale sia per operazioni dirette verso l'esterno che verso l'interno.

In ogni caso, come dicevo, una fine dell'emergenza non cambierebbe il senso disgregativo nell'andamento di questa civiltà. Tutt'altro: l'aumento delle complessità tecniche portato dalle emergenze produce in realtà perdita di controllo, a cui si cerca di reagire con misure tecniche ancora più stringenti eccetera. In tutti i fenomeni di disgregazione si formano dei "vuoti interni". La difficoltà di condurre un'economia a livelli elevati può essere un dramma sociale o un'occasione. C'è da scegliere se lottare perché ti lascino continuare ad essere una rotella dell'ingranaggio o per fuoruscire dall'ingranaggio. Le stesse circostanze economico-sociali possono portare nel senso della sottomissione o in quello della libertà. Dipende da noi. Per conquistare la libertà si tratta anzitutto di comprendere, poi rendere sé stessi degni della libertà, quindi lottare. È chiaro a mio parere che una condizione di libertà indipendente poggia su una indipendenza economica. Questo significa capacità di autosussistenza, a cominciare da quella individuale e di piccola comunità. Sul fondamento di una indipendenza economica può realizzarsi compiutamente una indipendenza culturale e spirituale. Percorsi alternativi di qualunque tipo, ad ogni modo, non potrebbero isolarsi in propri ambiti limitati: non potrebbero esimersi da legami di fatto con la situazione generale. La maniera forse più sana di fare gli inevitabili conti con la complessità tecnica, è farli con il suo aspetto di possibilità distruttiva. Organizzarsi una padronanza della complessità tecnica distruttiva a garanzia della possibilità di una vita semplice indipendente. Potrebbe essere in questo senso, o almeno anche in questo, il passaggio ad una età spirituale da molte voci preconizzato. Culminata la Tecnica nelle sue possibilità distruttive, la questione diventa quella di usare eventualmente queste possibilità per la distruzione totale. La preminenza passa cioè dal fatto tecnico a quello spirituale.

So di un episodio accaduto nel periodo della seconda guerra mondiale. In un campo di concentramento tedesco, per un certo fatto, viene stabilita una punizione collettiva. Un condannato a morte per ogni baracca. Le guardie si presentano a prelevare un condannato, un uomo lì con la propria moglie e i figli piccoli. La famiglia si dispera; come faranno, dice l'uomo, senza di me? Nella baracca c'è anche un prete ortodosso, che si fa avanti e dice: vengo io al posto di quest'uomo. I tedeschi accettano lo scambio. L'esecuzione consiste nell'essere messo in una piccola cella sotterranea e lasciato lì a morire. Conosciamo questa vicenda dalle lettere che un militare tedesco scrisse ai familiari. Scrive il militare: quando abbiamo aperto la botola e siamo scesi a prendere il cadavere, sono rimasto profondamente colpito e turbato; sorrideva, aveva un'espressione di beatitudine…

Nella prospettiva spirituale, diversamente da quella pragmatica, il valore sta al di sopra dei fatti di per sé; e non parlo di valore in senso astratto o dogmatico: intendo la percezione effettivamente positiva realizzata da una persona.

Enrico Caprara

 
Neri e poveracci PDF Stampa E-mail

13 Gennaio 2021

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 Ho sentito le alterazioni di Mughini alla tv, erano d’isteria orripilata. Erano dedicate alle scelte violente della compagnia degli Angeli, ovvero di quei bifolchi e incivili che, a Washington, capitale federale degli Stati Uniti, hanno preso d’assalto il Campidoglio, la sede del Congresso americano. Sbraitava come chi ammonisce affermando il giusto. Muovendosi a destra e a sinistra, col mento insù, gli occhi sbarrati e le mani roteanti, che si vedevano bene. Avevano dita sottili, conoidi, arcuate al rovescio. Dita di mani che non hanno mai impugnato altro che Bic, né martellato altro che tastiere, annerite dall’officina, incallite dalla sopravvivenza.

Prima per anni, ho sentito chiamare “fascisti” tutti quelli che in qualunque modo possibile fossero o avessero preso le distanze dalla politica dei progressisti. In alternativa – quando anche loro avevano capito che non si poteva dare del fascista a un’intera, crescente moltitudine, optarono per chiamare populista quel popolo impoverito e alienato, che nel frattempo si era radunato, in un modo o nell’altro, a contestare le politiche che lo avevano dimenticato.

Dimenticato. La parola non è scelta a caso, è quella giusta. Come è stato possibile dimenticarsi di chi ci si doveva prendere cura? In questo caso, assai datato, di distrazione non si può parlare. Dove cercare per trovare una ragione di come si sia potuto perdere di vista il proprio popolo, motivo dell’esistenza stessa della sinistra? Non si era mica nascosto. E con quale intelligenza avrebbe potuto farlo, lui, così ignorante? Doveva necessariamente esserci un’altra ragione per dimenticare ciò che più gli stava a cuore. Doveva essere qualcosa di pari valore. Eh sì, erano riusciti nell’intento della radicale dimenticanza, anzi radical-chic. Ma l’impresa non era dovuta a qualche colpo di genio interno alla congrega. Tra loro stessi, se lo saranno detto e ridetto, non c’erano grandi cime sulle quali contare per un colpo di mano che passasse inosservato, che li lasciasse senza macchia, o che, con una piroetta, riuscisse a dare la responsabilità politica del loro ammutinamento alla causa filo-socialista. Che riuscisse a spacciare lo straccio dell’articolo 18 come un raggio di radioso futuro, nuce di una nuova futura, flessibile Internazionale. No, c’hanno renzianamente provato ma non ci sono riusciti. Non è stata opera loro, la farina era del sacco di altri, di una politica alla quale avevano deciso di aderire, anche se alcuni preferiscono dire, di genuflettersi. Sì, perché la scelta implicava la famosa dimenticanza. E il raggio di futuro che paventavano ne era il giusto contrappeso, l’opportunità per lavarsene le mani. Tuffarono così le loro misere acque torbide di vergogna nel grande fiume placido e terroso della globalizzazione liberista. Dispersero la vergogna e con essa anche l’identità, sempre che qualcuno di loro fosse consapevole di ciò che stavano compiendo. Ovvero, dell’assassinio strutturale di quella base che per decenni avevano vantato come un valore supremo e coccolato come un genitore con il figlio. Ormai presi dalla corrente superiore alla loro determinazione d’autonomia, indipendenza e sovranità, sostenevano di non aver avuto alternative. O meglio, che ogni alternativa era azzardata, economicamente suicida, perfino utopica. Solo abbracciare, anzi essere, la globalizzazione, avrebbe salvato il salvabile. Avrebbe ridato valore a quell’Italia che nel frattempo era stata svenduta e tralasciata, a quell’identità che – lo può dire chiunque – il mondo ci ha invidiato e c’invidierebbe, se ancora rappresentasse un popolo, una terra, una nazione: ma che ora rappresenta un mercato, e l’invidia, limitata al suo prezzo, si è tramutata in investimento. L’arte, i paesaggi, la varietà, la bellezza che credevamo inalienabili sono sui banchi del mercato mondiale. Gli offerenti ci sono già e non fanno fatica a comprare ciò che vogliono e ne faranno sempre meno. Nessuna contropiroetta potrà restituirceli. Ecco, tutto è chiaro. Si sono dimenticati del loro popolo perché nella globalizzazione-salvamondo, nel globo robotizzato, nella smart-civiltà, nella precario-flessibilità, nell’implicita identità uniformata, nella fede nella tecnologia, i consensi di quattro neri, bifolchi e poveracci non servono più. E non è il caso di puntualizzare che non serviranno più neppure quelli di coloro che un tempo facevano il terziario, avevano due auto, due case, entrambe piene di oggetti, metà dei quali superflui e dimenticati. Non è il caso perché la direzione del mondo non è in mano di chi lo abita, ma solo di una parte di questi, ormai con portafogli, tecnologia e intelligence più spessi di quelli degli stati. Nel grande fiume limaccioso che tutto trascina e macina, la democrazia non è risparmiata. Arriverà al gelido mare della Tranquillità con un altro spirito rispetto a quello di nascita, e neppure la solita manciata di bombaroli anarchici, neri e poveracci potrà disturbarne l’arido equilibrio. E se poi anche il voto puzzolente dei miserabili dovesse tornare utile – la facciata è importante – la potenza di fuoco della comunicazione non dovrà fare altro che attenersi alle nuove veline. Non dovrà che edulcorare le promesse, quelle che ormai – è ufficiale – “una cosa è quanto si dice in campagna elettorale, un’altra è la politica vera”. Non dovrà che colpevolizzare il nemico, sia esso la parte avversa, sia l’incerto votante; non dovrà che dare del populista apolitico a chi non ne può più di farse istituzionalizzate. La democrazia liberistica non ha mutuato il suo valore da quella umanistica, la sua vittima. Un matricidio d’interesse le cui conseguenze sociali e antropologiche non interessano alla politica, oggi detta liberismo. Immorale mostro divoratore di qualunque cosa gli si opponga. La lacerazione tra popolo e suoi rappresentati è una cancrena infetta. Ci si chiede se e con quali risorse il moribondo possa riprendersi. Interrogativo doveroso, legittimo, ma inficiato all’origine. Le risorse umaniste non hanno esistenza in una concezione del mondo materialista, positivista, fondata sull’avere. È un annuncio di disastro catastrofico, la cui sola gestione possibile è la repressione a suon di false soddisfazioni.

Il terreno sul quale siamo cresciuti è franato e scambiato per un benefit. Anche il Parlamento, le Istituzioni e il Governo hanno fatto la stessa tritata fine: anche se all’occorrenza servono eccome e vengono tenuti in vita nonostante la morte cerebrale. La storia è un canestro pieno di palline che, invece di Anquetil, Bitossi e Gimondi, ha maschere e fantocci. Come Ashraf Ghani e Hamid Karzay, ultimo e penultimo presidente dell’Afghanistan. Agli ordini sì di un popolo ma non di quello che il ruolo direbbe presiedano. Che c’entra l’Afghanistan? La domanda è legittima. La risposta è: indichi la Luna e raccogli commenti sul Dito. Franando, per galleggiare, abbiamo scelto di fare da maschera e comparsa nel grande spettacolo in scena. Quello in cui – Pasolini, Debord e tanti altri ci avevano avvisato – solo ciò che vi accade, solo quanto previsto dalla sceneggiatura e pilotato da una regia, è reale. Ma il raggiro sfugge sempre a meno persone, per queste la narrazione è un’altra. Ci vorrebbe il denaro per fare anche il loro film. Per raccontare che tutti i neri e i poveracci messi insieme non spacciano, non evadono, non frodano, non detengono che le briciole di quanto cade dal tavolo di chi non si ricorda più di loro. Così quella moltitudine dimenticata si è trovata in compagnia di Angeli e soci, neri e poveracci. Il mondo è spaccato in un modo che la democrazia non poteva farci immaginare. Il coro di lunghe dita sottili che, alla notizia dell’assalto al Campidoglio, si è levato a celebrare il sopruso agli Stati Uniti, “faro di democrazia” sul mondo, ne marca e ne misura l’abisso. Giù in fondo, nel buio profondo insondabile da chiunque sia distratto dai mille diversivi strumentalmente messi in campo dai fuochisti del momento, si trovano le leve del “faro”. Con esse abbagliano di luce democratica i nativi digitali, carne da mercato per eccellenza. Insieme ad esse giacciono le tastiere originarie dei Social e della Comunicazione. I pochi addetti a maneggiarle sono privati che sanno di governare un timone più grande di quello delle silenti, sottomesse, istituzioni. Abili montaggisti, tagliano le scene del film affinché la realtà che hanno in mente, tra applausi, tette e gossip, gradualmente si trasferisca nelle persone, tramutandole dall’infinito che hanno in sé a domati criceti sulla ruota che chiameranno vita. Così, bifolchi con forconi improvvisati, li autorizzano all’invettiva inquisitoria e santa condanna. Così, per esempio, il “faro” e la sua Cia rimangono indisturbati al lavoro. Non sono improvvisati e dispongono di centinaia di milioni di dollari per organizzare il loro democratico lavoro. La “più grande democrazia del mondo”, così la chiamano i giornalisti professionisti passacarte, quella di Hiroshima, del Golpe militare di Pinochet, di quello Noriega, delle torture di Guantanamo, dell’invasione dell’Afghanistan, delle Primavere arabe – allungare l’elenco è inutile e noioso – non ha nulla da temere. “È nel giusto”, così dicono dalla ruota i criceti in forma umana che li replicano, certi che la realtà sia proprio quella del film passato dai tg. E dagli al fascio, una volta di più e ancora con più diritto di verità, a quelli che per protestare non hanno la dialettica. E che, a differenza di quelli che ce l’hanno, non hanno il lavoro, la casa, un futuro. Non hanno un’idea che li conduca se non quella di adeguarsi per limitare i danni o di trascinare giù gli smemorati per sentire come urlano perdono, per vedere come si prostrano sinceri dopo aver visto come era arredata la trincea della vita dei neri e dei poveracci. Proprio quelli che, con un beffardo e rivelatore proverbio, avevano creduto di poter buttare a mare come zavorra inutile e fare di tutta l’erba un fascio.

Era un epilogo d’origine ideologica. Cioè di quel genere di chiusura mentale ad essa ontologica, inetta all’ascolto dell’altro, dell’altra concezione del mondo. Diversamente, avrebbero potuto raccogliere, anche dai neri e dai poveracci, qualche momento utile ad una coesistenza meno slabbrata, ad una socialità meno paurosa. Invece, in sostituzione dell’ascolto, a mezzo del quale avrebbero anche trovato come evolvere, come scoprire la sede di un mea culpa, come riconoscere e imparare dai propri errori, hanno preferito colpevolizzare e squalificare neri, poveracci e chi con essi.

Lorenzo Merlo

 
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12 Gennaio 2021

In questo mese di gennaio ricorre il centesimo anniversario della nascita del Partito Comunista Italiano, uscito dal Partito Socialista durante il Congresso di Livorno. I critici di quella decisione hanno sempre sostenuto che la scissione, indebolendo il partito della classe lavoratrice, favorì la scalata al potere del fascismo. Credo che sia un’obiezione senza fondamento. Il Partito Socialista era grande ma paralizzato dalle correnti interne. Inoltre pochi mesi prima del Congresso di Livorno si era conclusa con una sconfitta l’occupazione delle fabbriche, il più corposo tentativo di completare in modo rivoluzionario il Biennio Rosso. Pertanto tutto il movimento era in fase di ripiegamento, deluso e stanco. Il piccolo partito che uscì dal grande corpo del socialismo era allora poca cosa. Anche senza quella scissione il Partito Socialista non sarebbe stato in grado di impedire l’ascesa al potere del fascismo. Piuttosto il vizio originario del comunismo italiano fu la convinzione che “si dovesse fare come in Russia”. Basta leggere gli atti del Congresso di Livorno per capire che il motivo pressoché unico della rottura fu quello. I comunisti erano presi dall’entusiasmo per la rivoluzione bolscevica e pensavano che si dovesse operare per qualcosa di analogo in Italia, senza comprendere che il sindacalismo rivoluzionario era già stato sconfitto e che la classe operaia era in fase di ripiegamento.

Gli estimatori del ruolo storico del PCI segnalano il fatto che quel piccolo partito fu il più coraggioso nell’opporsi al regime fascista, subendone la repressione più di ogni altro, e che fu il partito più combattivo e organizzato durante la Resistenza. Si può ribattere che la Resistenza è stata idealizzata. Fu un fenomeno significativo ma fascisti e tedeschi in Italia furono sconfitti non dalla Resistenza bensì dai bombardieri anglo-americani. Comunque grazie alla Resistenza e all’abilità di un politico di razza come Togliatti il Partito Comunista divenne una grande forza, il maggiore Partito Comunista dell’Occidente. A suo merito gli si attribuisce il contributo fondamentale alla battaglia per la Repubblica e alla stesura della Costituzione. Durante il quarantennio democristiano fu il partito che denunciò le malefatte del potere e le collusioni con le mafie, organizzò ed educò masse prima sbandate, si oppose al clericalismo e a tentativi di restaurazione autoritaria, sostenne le battaglie sindacali. Si può comunque affermare che la sua politica fu sostanzialmente socialdemocratica. Le politiche socialdemocratiche e keynesiane caratterizzarono il mondo occidentale fino agli anni ’80, quindi pure in Italia si sarebbero realizzate anche senza il PCI. Un grande Partito Socialista unitario, non legato all’URSS e quindi non pericoloso per gli USA, avrebbe potuto vincere le elezioni e alternarsi al governo con la DC, secondo uno schema vigente altrove, per esempio in Germania. Si potrebbe dunque concludere che il PCI fu sostanzialmente inutile e forse dannoso, dato che la sua sudditanza all’URSS impedì un ricambio al governo. Una simile conclusione però ignorerebbe il fatto che il Partito Socialista continuò a essere diviso al suo interno e debole, mentre la disciplina della struttura partitica comunista rese quel partito più efficiente nella pratica sostanzialmente socialdemocratica che ha dato ai lavoratori dipendenti italiani un periodo straordinario di conquiste salariali e normative. Una cosa è fuori discussione: la storia del PCI merita rispetto, quella del PDS-DS-PD che è subentrata alla fine di quell’esperienza, è soltanto la storia di un tradimento di tutti gli ideali e di una sottomissione completa alle logiche liberali e imperiali.

Non è lecito parlare di Comunismo al singolare. C’è una storia di comunismi. Quello sovietico è la storia di uno dei regimi più ferocemente repressivi che l’umanità abbia conosciuto. Tuttavia è anche una storia tragicamente grandiosa. Negli anni Trenta i piani quinquennali dello stalinismo dotarono l’URSS di un potenziale industriale e morale che permise poi di affrontare vittoriosamente l’aggressione tedesca. Contemporaneamente la scolarizzazione di massa elevava un popolo di analfabeti e l’istruzione tecnica e scientifica di primordine avrebbe poi consentito all’URSS, negli anni ’50, di essere all’avanguardia nella missilistica e la prima a inviare satelliti e infine uomini in orbita attorno alla Terra. Il regime fece molto per il riscatto sociale delle donne. Per la verità, non fu in nome del comunismo che Stalin sconfisse la Germania hitleriana. Il dittatore sovietico ebbe l’intelligenza di chiamare il popolo e l’Armata Rossa alla lotta in nome della Patria. Però la successiva contrapposizione agli imperialismi occidentali fu un potente incentivo alle lotte di liberazione dal colonialismo. Insomma, non tutto fu negativo in quell’esperienza.

L’altro grande Comunismo, quello cinese, ha seguito una linea diversa. Anche il maoismo è stato un regime duramente poliziesco, anch’esso ha promosso l’industrializzazione accelerata attraverso i piani quinquennali, anch’esso ha ottenuto grandi successi nella scolarizzazione di una massa analfabeta, anch’esso ha emancipato le donne tramite una rottura dei pregiudizi millenari ancora più radicale di quanto fosse avvenuto in Russia. Tuttavia negli ultimi anni del maoismo il fanatismo ideologico produsse guasti con l’esperimento delle Comuni e con la Rivoluzione Culturale. Dopo la morte di Mao, Deng Xiao Ping seguì una via opposta a quella del disastroso Gorbaciov nell’URSS. Deng riformò profondamente l’economia, inserendo la Cina nei mercati internazionali, attirando capitali da tutto il mondo, reintroducendo l’iniziativa privata, ma mantenendo saldamente il potere dittatoriale del partito unico. Oggi la Cina non segue più il marxismo ortodosso. Xi Jin Ping nell’ultimo Congresso del Partito non ha mai parlato della marxiana lotta di classe, insistendo invece sulla confuciana “armonia” fra le diverse componenti sociali. Tuttavia la nuova potente Cina resta la dittatura di un partito unico che continua a definirsi comunista, la sua bandiera e i suoi simboli sono quelli del comunismo, il ruolo dello Stato nell’economia resta fondamentale. La Cina che continua a definirsi comunista si appresta a diventare la prima potenza del mondo.

Parlando di comunismi al plurale, non dimentichiamo che la piccola Cuba non si è piegata né col crollo dell’URSS da cui dipendeva in gran parte, né con la morte di Fidel Castro. Non dimentichiamo che la Corea del Nord, pur perdente nel confronto con la capitalista Corea del Sud per quanto riguarda il tenore di vita del popolo, resta una dittatura comunista saldamente al potere e una potenza militare ragguardevole. Non dimentichiamo che il Viet Nam comunista sconfisse gli Usa e ora, anche grazie a riforme “alla cinese”, è uno dei Paesi con l’incremento economico più consistente.

Insomma, è fallimentare il Comunismo che si sognava come l’interprete di un processo storico irresistibile che avrebbe spazzato via il capitalismo e instaurato un mondo di liberi e uguali. Non è fallimentare l’esperienza storica di comunismi che per vie diverse attente alle particolarità nazionali si sono consolidati. Uno di essi è la nuova grande potenza lanciata verso un’egemonia globale.

Luciano Fuschini 

 
Trasferimento del potere decisionale dallo Stato ai privati PDF Stampa E-mail

10 Gennaio 2021

 Da Appelloalpopolo del 10-1-2021 (N.d.d.)

Massimo Cacciari, che certamente non è un estimatore di Trump, denuncia il fatto che la chiusura degli account di quest’ultimo operata da Facebook e Twitter, rappresenti un pericolo per la democrazia in quanto non dovrebbero essere gli imprenditori privati a decidere cosa debba essere censurato e cosa no nel dibattito pubblico. La prima cosa che traspare è che quanto Cacciari sta dicendo dovrebbe risultare un’ovvietà. Invece, risulta una solitaria e brillante analisi critica perché si contrappone all’analfabetismo diffuso sul rapporto tra politica e diritto. Il fronte progressista risulta avere l’approccio più incline al totalitarismo, perché di tale fronte fanno parte i proprietari delle testate giornalistiche e delle piattaforme social. Ma non è che nel fronte populista, d’altro canto, la comprensione della relazione politica-diritto traspaia in misura granché maggiore.

La seconda cosa che salta agli occhi è che, dopo questo precedente giuridico, oltre a trovarci di fronte a un oltrepassamento definitivo della democrazia, assistiamo all’irreversibilità del processo in corso, per cui le corporation private stanno entrando direttamente nella governance della sfera pubblica. E prima che qualche sinistrato lo dica: no, non è qualcosa che c’era “da prima”. Non stiamo parlando, infatti, di potere d’indirizzo o di lobbying come negli ultimi decenni, bensì di governance diretta. La gestione privata della sfera pubblica sta avvenendo attraverso la preliminare privatizzazione della medesima. Lo spazio del confronto politico, difatti, coincide interamente con quello di piattaforme private e questo fatto preliminare consente, oggi, che siano queste ultime e non le normative dello Stato a intervenire a scopo censorio e repressivo e, così, a definire quale sia il quadro della legalità istituzionale.

Un altro aspetto di privatizzazione della sfera pubblica e di conseguente trasferimento del potere decisionale dallo Stato ai privati sarà a breve determinato dal banking biometrico. Infatti, la dimensione corporea degli spostamenti e la connessione di questi ultimi con le informazioni sanitarie saranno gestite (come abbiamo visto nel prototipo poi fallito dell’app Immuni) interamente da soggetti privati, con tutto ciò che ne consegue sul piano delle decisioni sulle normative appunto sanitarie e della sicurezza. Il trasferimento in atto della governance dallo Stato ai privati, oltretutto, spiega un “mistero” inerente al processo in corso, ovvero spiega perché tutte le strategie volte a rendere il distanziamento sociale una condizione permanente siano dichiarate pubblicamente, perché venga profetizzata da più voci una seconda pandemia senza neppure essersi messi d’accordo sul tipo di malattia con cui essa si manifesterà, eccetera. Il punto cruciale consta proprio della dialettica fra corporation e politica e del passaggio di potere in corso. La politica, ormai, non definisce più gli indirizzi e neppure le categorie visto che le parole del dibattito politico odierno, come new normal o great reset, sono definite dai privati. Ma soprattutto la politica tende a frenare, rimandare l’istituzione del paradigma del distanziamento permanente per ragioni di consenso, di relazione coi settori produttivi colpiti dal lockdown e così via. Le corporation, invece, fin da marzo – con spot e studi scientifici – premono perché s’insinui nell’opinione pubblica l’accettazione del “non torneremo al mondo di prima”.

A svolgere un ruolo di cerniera fra le due polarità, vi sono i tele-virologi. Questi ultimi, hanno preso il posto dei politici nell’anticipare e definire gli indirizzi normativi, e da una parte rispondono all’esigenza dei politici di rivelare le cose gradualmente, dall’altra rispondono alle esigenze delle corporation di accelerare il processo e far accettare all’opinione pubblica il distanziamento per sempre.

Tornando alla dimensione pubblica e palese entro cui si dipana questo passaggio, quando Klaus Schwab scrive che l’OMS – struttura finanziata per tre quarti da privati – “è la sola organizzazione capace di coordinare una risposta globale alla pandemia” e che nel prossimo futuro essa dovrà, insieme all’ONU, sostituire gli stati-nazione nella direzione della governance globale, si comprende che la partita per il potere è combattuta in larga parte attraverso pubbliche dichiarazioni come questa che, grazie al contesto emergenziale e grazie al controllo dei media da parte dei privati, possono trasformarsi senza troppi problemi in profezie autoavveranti. In tutto questo, abbiamo una sinistra che non solo nega completamente l’esistenza del processo appena descritto ma, addirittura, vi contrappone la teorizzazione degli asini che volano. Secondo figure di sinistra come l’economista Mariana Mazzucato e altri, infatti, tutto lo scenario sopra descritto starebbe preludendo a una rivincita del pubblico sul privato. Stiamo messi così…

Riccardo Paccosi

 
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