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L'assoluzione degli atleti russi PDF Stampa E-mail

17 Settembre 2017

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Da Rassegna di Arianna del 14-9-2017 (N.d.d.)

 

Altro giro, altro regalo. Con la notizia, anticipata dal New York Times (e poi vedremo perché vale la pena di notare la fonte), che la Wada (l’Agenzia mondiale antidoping) si appresta ad assolvere 95 atleti russi sui 96 che erano accusati di doping sistematico, sprofonda nel ridicolo anche il famoso Rapporto McLaren, presentato nel 2016 dal giurista canadese e servito appunto a mettere alla berlina lo sport russo. Bisogna ovviamente aspettare le motivazioni, che forse emergeranno dopo la riunione a porte chiuse che il consiglio della Wada terrà il prossimo 24 settembre. Pare che i campioni raccolti per incriminare gli atleti diano risultati non affidabili o contrastanti, il che vorrebbe dire che gli sportivi russi sono stati condannati (con le squalifiche, il ritiro delle medaglie e con il bando dalle Olimpiadi di Rio de Janeiro) senza prove. Nella realtà, il Rapporto McLaren era servito per l’ennesima campagna politica contro la Russia di Vladimir Putin. All’origine dello scandalo, infatti, c’erano le rivelazioni di Grigorij Rodcenkov, che dal 2006 era stato capo del laboratorio anti-doping di Mosca. Nel 2015 Rodchenkov era scappato negli Stati Uniti e lì, confidandosi appunto al New York Times, aveva fatto lunghi discorsi sulle droghe preparate per migliorare le prestazioni degli atleti russi e sui metodi usati durante le Olimpiadi invernali di Sochi 2014 per far sparire le prove i campioni di urina necessari per gli esami post-gara con l’aiuto dei servizi segreti. La conclusione, immediata presso la stampa internazionale, era stata che Vladimir Putin era il vero ispiratore del doping di Stato, per ragioni di orgoglio nazionale. Rodchenkov aveva ripetuto i suoi argomenti anche in due incontri con gli investigatori della Wada, il 26 marzo e il 30 giugno del 2015, durante i quali aveva sostenuto di aver personalmente distrutto migliaia di campioni di urine relative agli atleti russi. In altre parole, il Rapporto McLaren era basato solo sulle dichiarazioni di Rodchenkov, il quale a sua volta diceva di aver distrutto le prove. Come si potesse in quel modo orchestrare una campagna contro l’intero sport russo e, soprattutto, stroncare la carriera e la credibilità di decine e decine di atleti di primo livello, resta un mistero. Nessuno può mettere la mano sul fuoco su quanto avveniva nei laboratori moscoviti (lo stesso Rodchenkov nel 2001 era finito sotto accusa, in Russia, per un presunto traffico di sostanze dopanti) ma condannare senza prove è cosa che nessuna giustizia può permettersi.

 

Era chiaro, però, che l’occasione di orchestrare l’ennesima campagna politica all’insegna della russofobia era troppo ghiotta per lasciarla perdere. Così il Rapporto McLaren andò a infittire la già folta schiera delle fake news di Stato destinate a influenzare l’opinione pubblica. Ecco gli esempi più clamorosi. Aprile 2016: escono i Panama Papers, massa enorme di documenti sottratti ai server di Mossack Fonseca, uno studio legale panamense specializzato in società off shore e trucchi finanziari. Dentro c’è un po’ di tutto. Tra i leader beccati con le mani nella marmellata, per fare solo qualche esempio, il presidente dell’Ucraina Petro Poroshenko, il premier del Pakistan Nawaz Sharif, il premier inglese David Cameron. Solidi alleati dell’Occidente, quindi. Nella lista non ricorre nemmeno un nome americano ma i titoli della stampa mondiale sono su Putin. Nei Panama Papers ci sono i nomi di alcuni suoi amici diventati ricchi oppure di ricchi diventati suoi amici, quindi lui “non poteva non sapere”, anzi, è complice. Gennaio 2016: il parlamento inglese autorizza la pubblicazione del Report into the Death of Alexander Litvinenko, lunga indagine condotta dall’ex giudice sir Robert Owen sulla morte dell’ex spia russa, passata ai servizi segreti inglesi, diventato grande accusatore di Putin e ucciso nel 2006 a Londra da un avvelenamento da polonio che, secondo la versione più comune, sarebbe stato orchestrato da due agenti segreti russi. In maniera incredibile, e indegna di un giudice e di un parlamento occidentali, il rapporto di sir Owen conclude che “probabilmente” fu Putin a volere la morte di Litvinenko. E poi c’è il caso più clamoroso, il cosiddetto Russiagate degli Usa. Da più di un anno, 17 agenzie di sicurezza americane, che dispongono di decine di migliaia di dipendenti, hanno un budget annuo superiore ai 70 miliardi di dollari e sono peraltro perfettamente in grado di intercettare e spiare chiunque (vedi telefonini sotto ascolto di Hollande e della Merkel) cercano di dimostrare che la Russia, e quindi ovviamente Vladimir Putin, è riuscita a controllare il processo elettorale che ha portato alla Casa Bianca il miliardario Donald Trump. O forse, per meglio dire, ha impedito a Hillary Clinton di diventare Presidente. In un anno abbondante di indagini e di “rivelazioni”, quell’imponente apparato non è riuscito a produrre uno straccio di prova degna di questo nome, ma solo pochi e scarni rapporti dai quali si deduce che anche i russi sanno usare un computer.

 

Tutto questo ci dà la certezza che gli atleti russi non usino il doping, che i servizi segreti russi siano popolati di gentiluomini e che gli hacker russi non vogliano andare a sbirciare laddove non dovrebbero? Ovvio che no. Ci dice però anche che qualcosa non funziona dalle nostre parti, visto che per sentirci tranquilli dobbiamo farcire la testa della gente con mezze verità, mezze balle e balle intere. Con un ulteriore paradosso: meno facilmente la gente se le beve, più grandi diventano le balle.

 

Fulvio Scaglione

 

 
Post-veritÓ PDF Stampa E-mail

16 Settembre 2017

 

Da Rassegna di Arianna del 14-9-2017 (N.d.d.)

 

La notizia di norma dovrebbe essere nient’altro che il riflesso di un fatto, in un rapporto verticale è il fatto che crea la notizia. Ciò che accade invece, è l’esatto opposto: è la notizia che crea una realtà indipendentemente dal fatto, dalla verità. Una delle grandi conquiste della democrazia dopo il secolo dei totalitarismi è sicuramente la “libertà di stampa”: con la democrazia terminava il tempo della censura e della propaganda totalitaria, questa convinzione poggiava sul presupposto che dopo il male assoluto è nell’interesse dello stato tenere i cittadini ben informati sulle vicende del mondo. Questo presupposto non solo è falso, ma va ricordato anche – come scrive Marco Tarchi – che chi vuole omologare le masse al proprio modo di pensare dispone oggi di strumenti per controllare le menti ben più raffinati di quelli di cui hanno fatto uso i regimi totalitari del periodo fra le due guerre mondiali, a partire dai mezzi di comunicazione audiovisiva, di cui già Goebbles aveva intuito le straordinarie potenzialità manipolative.

 

Un caso indicativo sull’uso persuasivo di immagini da parte dei media per condizionare l’opinione pubblica, è sicuramente quello della rivolta di Timisoara. Il 17 dicembre 1989 un anonimo cittadino cecoslovacco denunciò colpi di arma da fuoco sparati a Timisoara per sedare una rivolta, in due giorni la notizia (senza fonte) di un massacro fece il giro del mondo attraverso i più grandi organi di informazione. Il 22 dicembre sugli schermi di tutto il mondo apparvero le immagini del massacro: corpi mutilati e ricuciti di uomini e donne messi in fila appena disseppelliti dalle fosse comuni, l’immagine che colpì di più fu quella del corpo di una bambina appoggiato su di una donna, probabilmente la madre. I morti – secondo i giornali – erano più di 4600 e il responsabile del massacro era ovviamente Ceausescu. I giornalisti “esterni” poterono mettere piede a Timisoara il 22 dicembre, ciò che apparve fu qualcosa di diverso: la città non aveva l’aspetto di un posto assediato e gli ospedali erano stranamente vuoti nonostante i quasi 2000 feriti annunciati dai media (dei medici senza frontiere francesi affermarono di essere subito ritornati in Francia perché non vi era alcun bisogno di loro) ma inizialmente solo pochi di questi cronisti denunciarono la realtà. Cos’era successo a Timisoara? Tra i giornalisti giunti sul posto vi erano due italiani che –a  spese proprie – volevano assistere alla rivoluzione romena: Sergio Stingo e Michele Gambino; i due arrivati al cimitero si accorsero che qualcosa non tornava: “c’è qualcosa di strano… almeno la metà dei cadaveri sono in avanzato stato di decomposizione, non c’è bisogno di essere degli esperti per stabilire che la morte risale a diverse settimane fa”; e ancora: la “madre” del bambino ha almeno una sessantina d’anni, e il suo cadavere è peggio conservato di quello di quello del presunto figlio; i due cronisti chiesero spiegazione al custode del cimitero: quei corpi, spiegò l’uomo, sono di vagabondi: barboni, ubriaconi, derelitti; questo, aggiunse è il cimitero dei poveri. Non c’era stata tortura, ma autopsia: perciò i cadaveri erano tagliati dal mento all’addome, e ricuciti. I corpi erano stati disseppelliti, illuminati, fotografati, ripresi dalle telecamere. “Ho detto tutta la verità –si dispera il becchino-; l’ho detta ai giornalisti. Ma nessuno mi crede”. Mentre negli stessi giorni gli Stati Uniti d’America erano impegnati nell’invasione del Panama, il mondo aveva gli occhi puntati su Timisoara – o meglio – su ciò che era stato costruito su Timisoara; erano sempre di più i giornalisti che si chiedevano che fine avessero fatto le fosse comuni e tutti i corpi trucidati dagli uomini della Securitate, i conti non tornavano. Si scoprì perfino che la bambina ritrovata sul corpo della presunta madre si chiamava Christina Steleac ed era morta per una congestione il 9 dicembre 1989 e che la “madre”- Zamfira Baintan – era un’alcolizzata morta di cirrosi epatica l’8 novembre 1989. Nessuna tortura. Molti giornali parlarono di un falso massacro, ma la smentita non raggiunse mai i grandi organi di informazione. Senza alcuna fondatezza i morti (inesistenti?) di Ceausescu divennero storia e ciò che restò furono le immagini dei corpi senza vita nella coscienza dei telespettatori. Una “realtà” costruita a tavolino. L’intera faccenda ricorda un po’ le parole di Tomasi di Lampedusa: molte cose sarebbero avvenute, ma tutto sarebbe stato una commedia, una rumorosa, romantica commedia con qualche macchia di sangue sulla veste buffonesca.

 

Questo evento calza perfettamente con la definizione di post-verità: “argomentazione, caratterizzata da un forte appello all’emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende ad essere accettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica” (Treccani). La parola post-verità, è stata eletta parola internazionale dell’anno 2016 a seguito dei risultati della Brexit e delle elezioni presidenziali statunitensi, a causa della vittoria dei fronti dati per sfavoriti dal mainstream. Sebbene il termine risalga ai primi anni novanta, la post-verità è solo un vocabolo per indicare qualcosa che accompagna l’uomo fin dall’antichità; prima ci limitavamo a chiamarla falsità. Non è post-verità quando Pirandello ricorda: si legge o non si legge in Quintiliano, come voi m’avete insegnato, che la storia doveva esser fatta per raccontare e non per provare? Non è post-verità quando Orwell scrive: chi controlla il passato, controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato?

 

Oggi se da un lato l’élite che controlla le notizie possiede mezzi sofisticati per persuadere i telespettatori, dall’altro cresce lo scetticismo nei confronti di questi mezzi, grazie alla diffusione del web in cui il rapporto tra chi scrive e chi legge è orizzontale e non verticale come in tv. Ciò nonostante l’élite con la volontà di sopprimere le cosiddette fake news trova sempre il modo per screditare le posizioni non allineate. Su questo punto occorre ricordare le dichiarazioni del segretario di stato degli USA Colin Powel che il 5 febbraio 2003 dichiarò “Il fatto che l’Iraq smentisca ogni appoggio al terrorismo vale quanto le smentite sul possesso di armi di distruzione di massa. È una trama di menzogne.” Mentre nemmeno un anno dopo rimangiò le sue parole affermando il 3 febbraio 2004 “Adesso lo posso dire. Se avessi saputo ciò che so ora, e cioè che non esistevano in Iraq armi di distruzione di massa, non credo che mi sarei espresso a favore di quella guerra”. Morti a parte, la notizia dell’esistenza di armi di distruzione di massa nelle mani di Saddam Hussein (rivelatasi falsa) venne pubblicata sulle più importanti testate giornalistiche e da tutti i TG. Non è forse anche questa una fake news? Chi decide ciò che è vero e ciò che non lo è? Sembra di trovarsi di fronte ad un decreto del Ministero della Verità di cui parlava Orwell. Ciò che conta nella diffusione delle notizie è la forma, il contenuto è relativo: una storia falsa ben raccontata colpisce di più di una storia vera raccontata male: scriveva Schopenhauer: per dare forma con chiarezza alla Dialettica si deve, senza preoccuparsi della verità oggettiva (la qual cosa compete alla Logica) considerarla semplicemente come l’arte di ottenere ragione. In altre parole la “verità” dipende dalla forza di chi la sostiene.

 

Per concludere possiamo affermare che la post-verità è sempre esistita e che – anzi – oggi più che mai, nell’era del digitale, è più facile scrostare i miti della realtà artificiale che l’élite vorrebbe imporre. Nonostante “la guerra” tra mainstream e web sia ancora ad armi impari, il risultato della Brexit e l’elezione di Trump, che hanno portato alla ribalta la parola post-verità, dimostrano come la diffidenza nei confronti dei media tradizionali cresce. L’informazione sta subendo un processo di “orizzontalizzazione” che se da una parte decostruisce l’autorità e il monopolio del mainstream trascina con sé il problema del “Todos Caballeros” in cui se tutti fanno informazione, nessuno fa informazione.

 

Umberto Iacoviello

 

 
La governance degli ordoliberali PDF Stampa E-mail

15 Settembre 2017

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Da Appelloalpopolo del 22-8-2017 (N.d.d.)

 

Governance è una delle parole maggiormente utilizzate nel lessico politico contemporaneo. Ricorre con frequenza nei documenti ufficiali dell’OCSE, della Banca Mondiale e dell’Unione Europea e designa il passaggio dalle forme decisionali verticistiche e «Stato-centriche del policy making (tipiche del fordismo)» a forme di coordinazione politica ed economica orizzontali in cui i programmi da attuare vengono concordati attraverso reti che intrecciano diversi livelli: locale, regionale, statale, europeo e globale. Inserendosi nell’ampio novero di studi governamentali sul neoliberalismo, il libro di Giuliana Commisso, dal titolo La genealogia della governance: Dal liberalismo all’economia sociale di mercato (Asterios, 2016), si pone l’obiettivo di far luce sul significato e i limiti della governance, espressione nient’affatto disinteressata di un mondo che si vorrebbe post-ideologico. A tale scopo l’autrice individua nelle categorie concettuali foucaultiane lo strumento più adatto per ripercorrerne l’origine e si cimenta in un impegnativo riepilogo dei principali nodi teorici del pensatore francese, riuscendo a restituire la complessità del «dispositivo potere-sapere», a ricostruire la nascita della ragion di Stato nella sua accezione di pratica di governo e ad evidenziare il passaggio da questa alla governamentalità liberale prima e a quella neoliberale poi.

 

Il filo rosso che unisce le diverse sezioni del libro, infatti, è l’argomento secondo cui nel contesto europeo della governance lo Stato non scompare affatto: semmai diviene lo spazio istituzionale attraverso il quale imporre i nuovi vincoli politici ed economici, che vedono nell’esautorazione della sovranità democratica la vera condizione di possibilità della loro esistenza. Emblematico in questo senso è il ruolo che gli ordoliberali ‒ gruppo di economisti che avviano le loro riflessioni alla fine degli anni Venti e che nel ’48 fondano la rivista «ORDO» ‒ assegnano allo Stato, trasformato in un arbitro incaricato di vegliare sulla concorrenza: rifiutando sia i principi del liberalismo del laissez faire – basato su una visione autoregolativa e armonizzante del mercato – sia qualsiasi forma di pianificazione economica di stampo keynesiano – ai loro occhi intrinsecamente totalitaria –, quegli economisti asseriscono che la dinamica capitalistica non sarebbe governata da un «fatalistico processo di sviluppo» (Eucken), essendo piuttosto il risultato di un ordine economico-giuridico, in quanto tale modificabile. Conseguentemente, la crisi del ’29 non viene ricondotta alle contraddizioni inerenti al modo di produzione capitalistico condannato alla sua Selbstaufhebung ‒ alla sua autodissoluzione ‒ ma esclusivamente alle modalità miopi e irresponsabili con cui il suo processo era stato gestito a livello tecnico. Occorreva, quindi, costruire quelle «condizioni quadro» che, come puntualizza Wilhelm Röpke, avrebbero assicurato «attraverso la legislazione, l’amministrazione, la giurisprudenza, la politica finanziaria e le direttive spirituali ed etiche» il corretto funzionamento dell’economia di mercato e della sua dinamica concorrenziale senza, ovviamente, intervenire attivamente in essi. Tra queste condizioni quadro Walter Eucken individua nella stabilità monetaria (quindi nel principio anti-inflazionistico), sottratta a ogni controllo politico, il dogma sacro da non violare.  Di qui anche l’abbandono deciso di ogni politica di pieno impiego: «se l’azione di governo si limita a controllare l’inflazione e a ridurre la fiscalità, il tasso di disoccupazione si stabilirà a un tasso “naturale” relativo», chiarisce Commisso. Un tasso «naturale» che l’Unione Europea fissa oggi attraverso il NAIRU (Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment), l’indicatore economico del tasso di disoccupazione che non genera spinte inflazionistiche (nel caso dell’Italia oscilla tra il 10,5% e il 12,7%!). Si tratta dei medesimi principi che ispirano il Trattato di Lisbona, che all’articolo 2.3 indica in «un’Economia sociale di mercato fortemente competitiva» ‒ espressione coniata dall’ordoliberale Müller-Armack nel 1947 ‒ il quadro di riferimento per «uno sviluppo durevole dell’Europa fondato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi». L’indipendenza della BCE e le regole di bilancio dell’Unione sono perfettamente in linea con i principi economici ordoliberali. Si pensi per esempio al pareggio di bilancio inserito in Costituzione all’articolo 81 che, vincolando la spesa pubblica, elimina ogni spazio operativo per politiche fiscali espansive da parte dello Stato.  Anche il principio di sussidiarietà, di esplicita derivazione ordoliberale, orienta l’intero quadro del Trattato di Maastricht: esso «vincola la potenza pubblica, sia lo Stato che la comunità, dall’intervenire in quei settori sociali in cui le “persone” e le “aggregazioni della società civile” (ad esempio, le imprese sociali, le associazioni, il volontariato, il terzo settore) possono provvedere al soddisfacimento dei bisogni sociali». In questo contesto, se è pur vero che la capacità dei singoli Stati di modificare le condizioni quadro del mercato viene sistematicamente ridotta – se non eliminata del tutto –, essi, lungi dallo scomparire, incorporano attivamente i nuovi criteri gestionali, mentre, come puntualizza Commisso, «l’Unione ha il potere di coordinamento e di sorveglianza, e la possibilità di raccomandare modifiche nella politica fiscale e applicare sanzioni contro i governi per la violazione delle norme concordate».

 

Michel Foucault si accorge prima di molti altri che la specificità della governamentalità ordoliberale non consiste tanto nella chiara delimitazione del campo di azione dello Stato – quale era invece l’operazione condotta dal liberalismo del laissez faire – quanto, piuttosto, nella ridefinizione del suo ruolo: lo Stato diviene il garante del meccanismo concorrenziale. Commisso elogia la straordinaria preveggenza di Foucault nell’aver compreso con estremo anticipo i meccanismi della governance, molto prima, cioè, che si manifestassero i segni della sua attuale crisi. È però arrivato il momento di riflettere sui limiti della lettura foucaultiana che non sono solo di natura puramente storiografica, come Commisso puntualmente segnala. Si deve infatti riconoscere che, diversamente da quanto afferma Foucault, l’ordoliberalismo non fu affatto una corrente d’ispirazione liberale sorta dalle ceneri della Seconda guerra mondiale e affetta da una «fobia dello Stato». Semmai sarebbe più opportuno parlare di una ‘fobia dirigistica’, e cioè di una profonda sfiducia verso qualsiasi forma di pianificazione economica.  Gli ordoliberali, infatti, non difendono in alcun modo una concezione di Stato minimo à la Nozick: la simpatia non troppo velata di Alfred Müller-Armack per il fascismo italiano, ma anche la fraseologia antidemocratica che auspica l’intervento di uno Stato forte ‒ di esplicita derivazione schmittiana ‒ che avrebbe dovuto ristabilire una netta separazione tra lo Stato e la società civile viene impiegata senza eccezioni da tutti gli ordoliberali già all’inizio degli anni Trenta. Anche se sarebbe ingiusto, prima ancora che scorretto, liquidarli come dei criptonazisti. L’insopprimibile disprezzo da essi manifestato nei confronti delle masse proletarie colpevoli di esercitare pressioni sullo Stato non può però di certo farli apparire come dei campioni di democrazia parlamentare, contrariamente alla mitologia sociale che all’alba della fondazione della Bundesrepublik Deutschland li voleva da sempre coraggiosamente antinazisti e convintamente democratici. […]

 

Ciò che Foucault in definitiva non esplicita, ma che sarebbe purtuttavia presente nelle premesse della sua analisi, è che l’obiettivo politico (teorico e pratico insieme) dell’ordoliberalismo è la disattivazione dell’opposizione di classe, la soppressione di qualsiasi immaginario di contrapposizione di interessi, quindi la creazione di

 

Questa ferma negazione del conflitto si esprime nella volontà di depoliticizzare una società in cui il conflitto è strutturalmente sedato. […] Ciò che agli occhi degli ordoliberali risulta inammissibile è quindi quella che Röpke definisce la «politicizzazione della vita economica»: che lo Stato divenga il terreno di scontro di interessi sociali tra loro confliggenti è una circostanza assolutamente intollerabile. Soltanto la «prestazione economica» del singolo individuo può incidere sui processi economici e sul successo personale, non la politische Machtstellung ‒ «posizione di potere politico» ‒ delle classi sociali, ammonisce Röpke. Si comprende come questa «morale prestazionale», basata su un sistema di ricompense e punizioni, possa funzionare solamente se applicata ad individui: è precisamente per questo motivo che ogni opposizione tra classi deve essere rimossa. Essa rappresenta un potente elemento di discordia che minaccia di turbare l’armonia della società, la quale, a sua volta, si deve appunto fondare esclusivamente sulla prestazione economica del singolo individuo, unico soggetto al quale è possibile elargire «ricompense economiche». Ciò che quindi la Weltanschauung ordoliberale, così come l’ideologia della governance, sistematicamente obliterano è il conflitto sociale, di classe, consustanziale al modo di produzione capitalistico, rimosso integralmente grazie alla pervasiva diffusione del modello dell’autoimprenditorialità che sposta il conflitto dalla dimensione sociale a quella interpersonale. In definitiva, proprio perché hanno in orrore gli Interessenten e la lotta derivante dalla loro interazione politica, gli ordoliberali eliminano dal loro orizzonte di pensiero la contrapposizione di interessi caratteristica dello spazio statuale. Al suo posto, il cieco rispetto delle condizioni-quadro, ossia dei vincoli economici e politici transnazionali, da parte di una governance europea ideologicamente neutra e appassionatamente disinteressata, tenta oggi di sbarazzarsi di quell’ingombrante prodotto della modernità che è la sovranità popolare, pericoloso strumento attraverso il quale le classi subalterne potrebbero far valere la loro forza.

 

Olimpia Malatesta

 

 
Ripresa fragile PDF Stampa E-mail

14 Settembre 2017

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Da Rassegna di Arianna dell’11-9-2017 (N.d.d.) 

 

L'Europa dei poteri finanziari sembra essersi ricompattata. Sconfitta l'ondata populista con la vittoria di Macron in Francia, sono stati fugati i timori di eventuali replay della Brexit. Con la probabile conferma della Merkel nelle prossime elezioni in Germania, per la UE si profila un futuro improntato alla conservazione degli assetti esistenti: il permanere della posizione dominante della Germania con la riedizione dell'asse franco - tedesco. La UE infatti sussiste in funzione del dominio economico - finanziario tedesco sull'Europa dell'est e di quello francese nell'area mediterranea. Ne sono la prova lampante le acquisizioni da parte dei francesi di quote crescenti dell'industria italiana, cui fa riscontro il veto posto dal governo francese alla acquisizione di Stx da parte di Fincantieri.

 

Siamo dunque alla definitiva fuoriuscita dell'Europa dalla crisi? La ripresa economica dell'Eurozona è confermata dalla crescita del Pil al di sopra del 2% nella media europea (con l'Italia fanalino di coda ad un probabile 1,5% a fine 2017), e dalla supervalutazione dell'euro, che ha superato la soglia di 1,20 sul dollaro. Tale crescita tuttavia è dovuta ad una congiuntura favorevole determinata dal QE, misura di politica monetaria attuata dalla BCE dal 2015 mediante la quale la banca centrale ha immesso liquidità nel sistema economico europeo tramite l'emissione di titoli acquistati dalle banche europee onde far fronte alla ondata deflattiva generata dalla recessione economica cui è incorsa l'Europa con la crisi del 2008. La ripresa europea dovrebbe dunque determinare gradualmente la fine di tali misure straordinarie. La liquidità erogata dalla BCE a tassi di interesse vicini allo zero, non è affluita alla economia reale che in minima parte, in quanto le banche hanno investito larga parte della liquidità messa a loro disposizione in titoli a rendimento addirittura negativo, ma privi di rischio. Inoltre, le normative europee, quali il bail in, hanno avuto l'effetto di aumentare la rischiosità delle attività bancarie e quindi di ostacolare gli investimenti in una economia reale che ha continuato a subire le penalizzazioni derivanti dalla carenza di liquidità. Nei giorni scorsi, l'atteggiamento di Draghi riguardo al tapering, cioè alla prevedibile fine dell'erogazione di liquidità da parte della BCE, è stato improntato alla massima cautela, rinviando ogni decisione in merito all'ottobre prossimo, nonostante la riscontrata positività degli indicatori economici dell'Eurozona. La fine del QE comporterebbe un rialzo dei tassi di interesse. Certo è che sono imprevedibili gli effetti che la fine del QE avrebbe sullo spread del debito pubblico dei paesi a rischio quali l'Italia, che si vedrebbero esposti a nuove ondate speculative. La fine del QE è stata più volte caldeggiata dalla Germania, che ha inoltrato anche un ricorso alla corte di giustizia europea, ritenendo il QE una forma illegale di finanziamento verso gli stati, vietata dalle norme europee. I tassi di interesse a zero hanno certo penalizzato le banche data la loro incidenza negativa sui ricavi e sui profitti, nel contesto di un sistema bancario europeo dalla solidità assai precaria. Tuttavia, dato lo stato di deflazione economica ancora perdurante, un rialzo dei tassi di interesse oggi avrebbe ripercussioni negative su di una ripresa economica giudicata da tutti ancora fragile. Inoltre, il rialzo dei tassi potrebbe produrre effetti devastanti proprio sul sistema bancario, in quanto determinerebbe un accentuato ribasso del valore dei titoli obbligazionari con conseguenti svalutazioni degli asset delle banche, quindi l'insolvenza delle banche stesse e nuove crisi dagli esiti imprevedibili. Il QE, con i tassi di interesse prossimi allo zero, ha comportato negli ultimi anni abnormi investimenti dei capitali nel mercato azionario, facendo lievitare le borse a livelli record. La fine del QE, provocherebbe massicci disinvestimenti dal mercato azionario verso quello obbligazionario: si verificherebbero i presupposti per l'implosione di una nuova bolla finanziaria e quindi di nuove crisi non difformi da quella del 2008. Ma è certo che il QE come misura economica straordinaria dovrà prima o dopo avere un termine. Non emergono però allo stato attuale strategie idonee a fronteggiare gli squilibri che ne deriveranno. Sussiste comunque uno stato di estrema instabilità nell'economia europea e mondiale. L'Europa inoltre, è condizionata nelle sue strategie economiche, dalle decisioni della Fed, che, riguardo ai tassi di interesse, si dimostra incerta e divisa da conflittualità interne e da ricorrenti contrasti con l'amministrazione Trump.

 

Il supereuro è dovuto solo in parte alla ripresa di una economia europea che registra rilevanti surplus commerciali nell'export verso gli USA. Anzi, non è ben chiaro se invece tale supereuro sia dovuto al proprio rafforzamento nei confronti della moneta americana, oppure sia semmai una diretta conseguenza dell'indebolimento del dollaro. In realtà, le politiche espansive, le promesse di drastica riduzione della pressione fiscale e i grandi investimenti pubblici programmati da Trump registrano difficoltà di attuazione, data la perenne conflittualità tra Trump e il congresso. Nei mercati finanziari è venuta meno la fiducia degli investitori nella politica di Trump. Il supereuro, oltre ad incidere negativamente sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti, potrebbe avere effetti negativi sulla deflazione europea. Infatti, la svalutazione del dollaro nei confronti dell'euro, determinando il calo dei prezzi delle merci importate dall'area dollaro (in primis il petrolio), può provocare ribassi del tasso di inflazione e quindi vanificare gli effetti del QE. Il supereuro è dunque una mina vagante, generatrice di ulteriore potenziale deflazione. Dobbiamo quindi rilevare, a due anni di distanza, il sostanziale fallimento del QE. L'immissione di liquidità nel sistema economico europeo avrebbe dovuto determinare la ripresa, unitamente all'incremento del tasso di inflazione e porre fine alla spirale deflattiva che ha afflitto l'economia europea all'indomani della crisi del 2008. Ma il programmato obiettivo di innalzamento del tasso di interesse al 2% non è stato raggiunto, dato che il tasso medio di inflazione europeo è intorno all'1,5%, con previsioni al ribasso per i prossimi due anni all'1,2%. Tale situazione è dovuta alla mancata ripresa dei consumi interni, alla carenza degli investimenti infrastrutturali, alla assenza di politiche economiche nell'Eurozona che comportino l'incremento dei salari e dell'occupazione. Non è infatti possibile, con le normative monetarie restrittive europee dar luogo a politiche di redistribuzione del reddito, di incentivo alla occupazione, di espansione della spesa pubblica per gli investimenti. La permanenza della deflazione, unitamente al deficit di investimenti, rivelano l'insufficienza delle misure straordinarie della BCE per il superamento della crisi. L'attuale ripresa economica è congiunturale, ma non strutturale. La crescita del Pil è dovuta in larga parte alle esportazioni, ma permane la stagnazione dei consumi, il diminuito potere d'acquisto dei consumatori rispetto a 20 anni fa, oltre alla elevata percentuale di disoccupati e sottoccupati in specie tra i giovani. Di tale stato di cose  è un chiaro esempio la Spagna: con la crescita record a oltre il 3%, è riuscita a riportare il Pil ai livelli pre - crisi del 2007, ma con circa 2 milioni di posti di lavoro in meno.

 

La precarietà e l'instabilità economica è congenita al modello capitalista globale. Le previsioni per il prossimo futuro sono paragonabili ad una equazione matematica talmente densa di incognite, da esserne impossibile la soluzione. Gli stati, privati di elementi rilevanti di sovranità, non sono in grado di governare l'economia. Vediamo dunque riproporsi inalterati tutti quegli elementi che provocarono la crisi del 2008: assenza di regole nei mercati finanziari, crescita esponenziale del mercato azionario a quotazioni che non trovano alcun riscontro nell'economia reale, moltiplicarsi infinito dei titoli derivati. In una recente intervista al Corriere della Sera così si è espresso al riguardo l'ex ministro dell'economia Giulio Tremonti: "Dal 2007 a oggi le cause della crisi sono ancora tutte lì - spiega Tremonti -. Se allora c'erano numeri eccessivi, oggi sono esplosivi. La liquidità eccessiva che ha causato la crisi dieci anni fa, oggi è esponenzialmente superiore. La finanza sta subendo una mutazione genetica spaventosa. Ci sono tutti gli elementi in cui nascono le famigerate bolle". ... "Siamo in agosto, come nel 2007, e nella tradizione le crisi scoppiano in questo mese, fatalmente negativo. E siamo nella ricorrenza del decennale. C'è un terzo elemento di identità col passato, ed è l'assoluta tranquillità di tutti. Si va in vacanza con una serie di indicatori tutti positivi, in un'atmosfera assolutamente distesa. Ma ignorare l'elemento/criterio della precauzione, fondamentale principio della ragione, è un errore soprattutto quando non è solo questione di mesi o ricorrenze, ma siamo davanti a un ottimismo acritico".

 

Il capitalismo neoliberista è paragonabile ad un buco nero che distrugge, attraverso le sue crisi ricorrenti, uomini e cose. Si rivela ogni giorno di più un sistema irriformabile, incapace di offrire soluzioni alle crisi da esso stesso generate.

 

Luigi Tedeschi

 

 
Ragazzi, tornate! PDF Stampa E-mail

12 Settembre 2017

 

Da Rassegna di Arianna del 9-9-2017 (N.d.d.)

 

Ragazzi che lasciate l’Italia sempre più numerosi, non tornate. È il messaggio chiaro e forte che un osservatore attento come Ilvo Diamanti ha lanciato dalle colonne de la Repubblica ai giovani italiani emigrati all’estero o con l’intenzione di farlo. Un viatico “incoraggiante” per le scuole che riaprono, per le università che riprendono la loro attività, per il Paese. E un attestato di sfiducia, assai motivato, in chi lo guida, lo rappresenta, reso ancora più diretto perché Diamanti si rivolgeva anche ai propri figli andati all’estero. Lo stesso consiglio aveva dato tempo fa Angelo Panebianco dal Corriere della sera.

 

A vederla lucidamente, non c’è che dire, il consiglio è fondato e non puoi che condividerlo. Però, poi, a pensarci bene, ti vengono in mente due o tre cose e una premessa diversa. Proviamo a vederla da più punti di vista. Non solo con gli occhi dei ragazzi che partono, ma anche con quelli di chi resta: le famiglie, i coetanei, l’Italia che resta. Perché il messaggio è drammatico da quei punti di vista. Il sottinteso è mettetevi in salvo voi perché qui finisce male. La conseguenza diretta dell’appello è che andando via le energie migliori, giovani e qualificate, il paese sprofonda, va di male in peggio. Le famiglie perdono la loro proiezione nel futuro, si allenta o si spezza quel vincolo di reciproca premura tra le generazioni su cui reggono le società, non c’è rete, non c’è ricambio, c’è solo emorragia. I ragazzi che restano, poi, nel confronto appaiono come inetti, pigri, un po’ vili e frustrati, destinati a vivere una vita di scarto e di ripiego. Le città s’impoveriscono e s’intristiscono. E gli spazi vuoti vengono riempiti dai migranti; le famiglie si appoggiano ai badanti, i paesi perdono vitalità e legami comunitari, l’economia entra in un tunnel di declino. Non bastavano i divorzi e la denatalità: il divorzio dei figli dai genitori è perfino peggio. Al sud quasi tutte le famiglie sono state dimezzate da queste separazioni verticali. Il consiglio dato ai ragazzi di non tornare considera solo il loro interesse individuale, non si cura del resto, anzi va a scapito del resto: mors mea, vita tua. Possiamo capire la priorità assegnata alla loro vita e alla loro riuscita, ma teniamo a mente l’effetto devastante sul paese, su chi resta e sulle famiglie, a cui si aggiunge la vera e propria sostituzione di popolo, dei nostri figli coi migranti.

 

Torno ai ragazzi che sono partiti e dico innanzitutto una cosa. Non decidete a priori, in base a un pregiudizio, cosa farete in seguito. Può essere che sia meglio restare dove siete, cioè all’estero o ancora altrove, può essere che sia meglio tornare in Italia col patrimonio di esperienza e magari anche economico che avete accumulato, può essere che sia deludente o alienante vivere all’estero perché i vantaggi che vi dà non compensano le perdite che patite. Perché all’estero, spesso, si vive peggio che da noi, migliori servizi ma vita peggiore. Insomma non fate di quella scelta un partito preso, ogni caso è una storia a sé. A me i ragazzi che hanno il coraggio di partire, confrontarsi e cimentarsi col mondo, cercar fortuna fuori e vedersi riconosciuti nei loro meriti e nelle loro capacità qui disconosciuti, piacciono. Bravi. È bello partire, però – lasciatemelo dire – è più bello tornare. Ma non solo; nel primo caso fate una scelta meritoria dal profilo strettamente personale, nel secondo fate un passo in più, fate una scelta meritoria dal punto di vista sociale, famigliare, comunitario, etico. Tornare è difficile, e se non ci sono le condizioni pratiche sarebbe una follia, d’accordo. Ma provarci o almeno saggiare l’ipotesi, vedere se è possibile riconvertire qui quel che fate altrove, sarebbe una grande scommessa. Vi candidereste a diventare voi la classe dirigente del Paese.

 

Ai tempi di Totò valeva il detto “Ho fatto tre anni di militare a Cuneo”, oggi vale la norma ho fatto tre anni di Erasmus a Bruxelles (o altre esperienze e sedi). In subordine, nella società hi-tech in cui viviamo, tra smart working e lavori a distanza, è possibile anche configurare una doppia cittadinanza, mobile, metà all’estero e metà da noi. Come vedete, ho fatto un discorso a prescindere dalla politica, dove l’analisi di Diamanti non fa una piega. Fino a che il Paese è gestito in questo modo, non si può tornare. Se il paese riconoscesse i meriti e le capacità, se aiutasse chi scommette, se incoraggiasse in modo concreto le migliori intelligenze e competenze a tornare, facilitando accessi, ricerche, imprese, sarebbe tutt’altra cosa. Vero, chiediamolo a gran voce, per noi e per i nostri figli, impegniamoci e incalziamoli in questo senso. Ma nell’attesa, ma nel frattempo, torno a dire ai ragazzi partiti: fatevi le ossa dove siete, crescete, ma se foste voi tornanti a costituire un domani l’avanguardia di questa rivoluzione, se foste voi l’élite del cambiamento, insieme ai volenterosi rimasti qui? Qui risale un disperato ottimismo, per non morire prima di morire…Tornate, ragazzi, se vi va, tornate a rifare l’Italia.

 

Marcello Veneziani

 

 
Le ragioni di Kim PDF Stampa E-mail

10 Settembre 2017

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Da Comedonchisciotte del 5-9-2017 (N.d.d.)

 

Lunedì scorso, la RPDC ha lanciato un missile balistico Hwasong-12 su Hokkaido. Il missile è atterrato nelle acque oltre l’isola, non provocando danni. I media hanno immediatamente condannato la prova come un “atto audace e provocatorio”, una prova del disprezzo del Nord contro le risoluzioni ONU e contro “i suoi vicini”. Trump ha duramente criticato i test dicendo: “Azioni minacciose e destabilizzanti non fanno altro che aumentare l’isolamento del regime nordcoreano, nella regione e nel mondo. A questo punto, tutte le opzioni sono sul tavolo”.

 

Quel che i media non hanno menzionato è che nelle ultime tre settimane Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti hanno compiuto grandi esercitazioni militari ad Hokkaido ed in Corea del Sud. Questi giochi di guerra, inutilmente provocatori, vogliono simulare un’invasione della Corea del Nord ed un conseguente regime change (leggi: uccidere). Kim Jong-un ha ripetutamente chiesto agli americani di porre fine a questi esercizi militari, ma gli altri hanno rifiutato. Gli Stati Uniti si riservano il diritto di minacciare chiunque, in qualunque momento ed in qualsiasi luogo, anche in casa altrui. È quel che li rende eccezionali. […]

 

Il test missilistico di lunedì (che ha sorvolato l’isola di Hokkaido) è stato condotto poche ore dopo la fine dei giochi di guerra. Il messaggio era chiaro: il Nord non verrà pubblicamente umiliato senza risposta. Invece di mostrare debolezza, la Corea ha dimostrato di esser pronta a difendersi contro l’aggressione straniera. In altre parole, il test NON è stato un “atto audace e provocatorio” (come i media hanno affermato), ma una risposta modesta e ben ponderata da parte di un paese che ha vissuto 64 anni di prepotenze, sanzioni, demonizzazioni e sconvolgimenti da Washington. Il Nord ha risposto perché le azioni del governo americano richiedevano una risposta. Fine della storia. E lo stesso vale per i tre missili balistici a corto raggio che il Nord ha testato la scorsa settimana (due dei quali apparentemente sono scomparsi poco dopo il lancio). Questi test sono stati una risposta alle tre settimane di esercitazioni militari in Sud Corea che hanno coinvolto 75.000 truppe di combattimento, accompagnate da centinaia di carri armati, mezzi da sbarco, una flottiglia navale al completo e sorvoli di squadroni di combattenti e bombardieri strategici. Il Nord avrebbe dovuto restare con le mani in mano mentre questa mostruosa esibizione di forza bruta militare avveniva proprio sotto il suo naso?? Ovviamente no. Immaginate se la Russia avesse intrapreso un’operazione simile al di là del confine in Messico, e la sua flotta avesse condotto esercizi “live fire” 5 km fuori della baia di San Francisco. Quale pensate sarebbe stata la reazione di Trump? Avrebbe spazzato via quelle navi in un battibaleno, no? Perché dunque il doppio standard quando si tratta di Corea del Nord? La NK dovrebbe essere applaudita per aver dimostrato di non esser intimidita. Kim sa che qualsiasi scontro con gli Stati Uniti finirebbe male, ma ciononostante non si è fatto mettere all’angolo dai bulli della Casa Bianca. Bravo, Kim. A proposito, la risposta di Trump ai test missilistici di lunedì è stata a malapena riportata dai media mainstream. Ecco cos’è successo due giorni dopo: Mercoledì, un gruppo americano di fighter F-35B ed F-15 e di bombardieri B-1B ha condotto operazioni militari su un campo d’esercitazioni ad est di Seoul. I B-1B, che sono bombardieri nucleari a bassa quota, hanno sganciato le loro bombe sul sito e poi sono ritornate alla loro base. Lo spettacolino era un messaggio per Pyongyang: Washington non è contenta dei test dei suoi missili balistici ed è disposta ad usare armi nucleari in caso di bisogno. […]

 

In ogni caso Kim non ha altra scelta che restare sulle proprie posizioni. Se mostra qualche segno di debolezza, sa che finirà come Saddam e Gheddafi. E questo, naturalmente, è ciò che guida la retorica aggressiva del dittatore; il Nord vuole evitare lo scenario di Gheddafi a tutti i costi. E comunque, il motivo per cui Kim ha minacciato di lanciare missili nelle acque che circondano Guam è perché Guam è la casa della base aerea militare di Anderson, il punto di origine dei bombardieri con capacità nucleare B-1B che da qualche tempo compiono pericolosi sorvoli della penisola coreana. Il Nord sente di dover rispondere a quella minaccia. Non sarebbe d’aiuto se i media accennassero a questo fatto? Oppure si confà maggiormente alla loro agenda far sembrare che Kim stia dando di matto, abbaiando ai “totalmente innocenti” Stati Uniti, un paese che cerca solo di preservare la pace ovunque va? È così difficile trovare qualcosa nei media che non rifletta la parzialità e l’ostilità di Washington. A sorpresa, c’era un articolo abbastanza decente su CBS News la scorsa settimana, scritto da un ex agente dell’intelligence occidentale con decenni di esperienza in Asia. È l’unico articolo che ho trovato che spiega con precisione cosa stia realmente accadendo aldilà della propaganda. Ecco qua: “Prima dell’inaugurazione di Trump, la Corea ha fatto sapere di essere disposta a dare alla nuova amministrazione americana il tempo per rivedere la propria politica e fare meglio di Obama. L’unica cosa era che se gli Stati Uniti fossero andati avanti con i loro esercizi congiunti con la Corea del Sud, il Nord avrebbe fortemente reagito. Gli americani li hanno fatti e quindi i nordcoreani hanno reagito. Ci sono stati degli abboccamenti nel dietro le quinte, ma non si è riusciti a farli decollare. In aprile, Kim ha lanciato nuovi missili come avvertimento, senza alcun effetto. Il regime ha lanciato i nuovi sistemi, uno dopo l’altro. L’approccio di Washington non è tuttavia cambiato”. (“Analisi: il punto di vista di Pyongyang sulla crisi Corea del Nord-U.S.A.”, CBS News). Okay, quindi adesso sappiamo la verità: il Nord ha fatto del proprio meglio ma senza risultati, soprattutto perché Washington non vuole negoziare, preferirebbe minacciare (Russia e Cina), aumentare l’embargo e minacciare la guerra. Questa è la soluzione di Trump. Ecco di più dallo stesso pezzo: “Il 4 luglio, dopo il primo lancio di ICBM della Corea andato a buon fine, Kim ha fatto sapere che il Nord è disposto a mettere “da parte” i programmi nucleari e missilistici se gli americani cambiassero il proprio approccio. Gli Stati Uniti non l’hanno fatto, quindi il Nord ha lanciato un altro ICBM, un palese segnale. Tuttavia, altri bombardieri B-1 hanno sorvolato la penisola ed il Consiglio di Sicurezza ONU ha approvato nuove sanzioni” (CBS News). Quindi il Nord era pronto a negoziare, ma gli U.S.A. no. Kim probabilmente ha sentito dire che Trump era un buon negoziatore ed ha pensato di poterci trovare qualche accordo. Ma non è accaduto. Trump si è rivelato una bufala più grande di Obama, il che non è cosa da poco. Non solo si rifiuta di negoziare, ma fa anche minacce bellicose quasi ogni giorno. Questo non è ciò che il Nord si aspettava. Loro si aspettavano un leader “non interventista”, aperto ad un compromesso. La situazione attuale ha lasciato Kim senza molte opzioni. Può terminare il proprio programma missilistico, o aumentare la frequenza dei test e sperare che questi aprano la strada ai negoziati. Evidentemente ha scelto quest’ultima opzione. Ha fatto una cattiva scelta? Forse. È una scelta razionale? Sì. Il Nord sta scommettendo che i propri programmi nucleari saranno preziose carte da giocare nei futuri negoziati con gli Stati Uniti. Non vuole bombardare la west coast. Sarebbe ridicolo! Non farebbe raggiungere alcun obiettivo. Quel che vogliono è salvaguardare il regime, procurarsi garanzie di sicurezza da Washington, sollevare l’embargo, normalizzare i rapporti con il Sud, cacciare gli americani dagli affari politici della penisola e (speriamo) porre fine all’irritante invasione yankee che dura da 64 anni. In pratica: il Nord è pronto. Vuole negoziati. Vuole porre fine alla guerra. Vuole mettersi alle spalle tutto questo incubo e continuare con la propria vita. Ma Washington non glielo permette perché a lei lo status quo piace. Vuole essere permanentemente presente in Corea del Sud, per poter circondare Russia e Cina con i sistemi missilistici ed ampliare la propria presa geopolitica portando il mondo più vicino all’armageddon nucleare. Questo è ciò che vuole e per questo continuerà ad esserci crisi nella penisola.

 

Mike Whitney (traduzione di HMG)

 

 
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