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Lega, FdI e M5s al voto coalizzati PDF Stampa E-mail

19 Aprile 2018

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Da Comedonchisciotte del 17-4-2018 (N.d.d.)

 

Il rispetto del voto democratico è ormai una utopia, perché nel nostro paese siamo maestri a trasformare i fatti in opinioni.  Tanto per fare un esempio, secondo la Costituzione il Presidente della Repubblica ha l’obbligo di agire secondo garanzia e imparzialità senza esprimere indirizzi politici, eppure, secondo tutte le agenzie di stampa, Mattarella avrebbe assegnato l’incarico di Governo solo a figure che avessero giurato fedeltà alla moneta unica ed alle rispettive autolesionistiche politiche di bilancio (che sono un indirizzo non solo politico-economico ma soprattutto geo-politico). Indirizzi “europei” contro gli interessi del popolo italiano, come hanno lasciato intendere sia l’ex Presidente della Confindustria e della IBM tedesca Henkel sia i principali economisti del paese teutonico (Sinn, Fuest ecc). Rimanendo nell’euro l’austerity è immutabile ed anche se questo in Italia non è afferrato da tutti (se non da una minoranza qualificata) se c’è un significato nel voto del 4 marzo 2018, se c’è una questione su cui l’80% degli italiani ha votato compatto, è quello di una ferma opposizione alle politiche di austerità.

 

Non si sono mai viste pressioni ed urgenze così “infestanti” per situazioni mirate al miglioramento delle condizioni di operai, piccoli imprenditori, disoccupati, precari, mentre sono puntuali quando si deve difendere un sistema di interessi finalizzati alla riduzione del numero di soggetti pubblici internazionali (gli Stati) e al depotenziamento delle rispettive funzioni di moderazione nei confronti del neoliberismo finanziario, estremista e globale (che è equivalso a recessioni finanziarie e politiche di macelleria sociale). Sarà un caso ma subito dopo la prima “udienza” al Colle Di Maio si è sperticato in elogi e lodi verso la permanenza nell’euro, nell’UE e nel “Patto Atlantico” (ma scusate…chi gli aveva chiesto nulla?). Adesso è passato un po’ di tempo rispetto al primo giro di consultazioni eppure coloro che sono i veri vincitori delle elezioni grazie a reale o presunta contrarietà all’austerità (5S e Lega) non si sono ancora accordati per cambiare l’Italia. Un sottile file rouge che non viene colto da tutti (anche grazie all’efficace fuoco di sbarramento della comunicazione dei partiti) unisce i puntini e permette di capire il perché di questo mancato matrimonio e conferma che nel “Belpaese” i fatti diventano opinioni come nel caso del Presidente della Repubblica. La Lega prima del voto ha fatto promettere solennemente all’ex Cavaliere, davanti a tutti gli italiani, che non avrebbe tradito la coalizione dopo le elezioni con un nuovo Nazareno col PD, ma a sua volta si è impegnata a non abbandonare FI per i 5S (a proposito, Di Maio lo sa che quando dice “non rifaremo un Nazareno” si riferisce in primis al PD dato che è la sua sede? Allora perché ha dichiarato che è disponibile ad allearcisi?). Il risultato di questa promessa bidirezionale tra Salvini e Berlusconi è che il centro destra si muove come coalizione e questo credo sia anche sacrosanto rispetto degli elettori; chiedere come fa Di Maio (o meglio Casaleggio) a Salvini di disattendere questo patto equivarrebbe alla sua fine come politico e pure come uomo di parola: in altre parole chiedere a Salvini di abbandonare Forza Italia al suo destino è la tipica proposta che non si può accettare. Quindi evidentemente il 5S non vuole allearsi con la Lega bensì col PD.

 

Eppure nonostante questi ostacoli il modo per smentire sospetti di questo tipo c’è; c’è la soluzione per trasformare il voto democratico in un fatto: se Lega e 5S (e FdI) davvero vogliono governare insieme devono riportarci al voto presentandosi coalizzati dando il colpo di grazia a chi ci ha portato nella catastrofe negli ultimi 25 anni. Si otterranno diversi risultati: 1) Una maggioranza chiara e pure solida entro luglio ma soprattutto rispettosa della volontà dei cittadini stufi di alchimie e alleanze post elettorali diverse dalle coalizioni pre-voto. Alchimie che in questo paese hanno sempre generato Governi catastrofici (Ciampi, Dini, D’Alema, Monti, Letta, Renzi ecc). Sarà mica per timore di questa inedita coalizione che Calenda del PD adesso vorrebbe governare col 5s addirittura creando una Bicamerale per cambiare legge elettorale? 2) A quel punto i 5 Stelle saranno portati allo scoperto: si vedrà se davvero vogliono governare per il paese o se Berlusconi è per loro solo una scusa per finire comodamente all’esecutivo col PD (e la Bonino). 3) Si tornasse al voto una eventuale e prevedibile scusante pentastellata “non ci alleiamo con nessuno prima del voto” sarebbe vista come incoerente e ridicola dato che i grillini sono pronti già adesso ad allearsi per governare per loro stessa ammissione con Lega o PD: è semmai coalizzandosi prima che una forza politica dimostra coerenza e trasparenza. Ormai il 5S ha rotto ogni argine, ogni regola originaria e la “non alleanza” di ispirazione “Beppe-Grillista “o noi o loro”, “tutti a casa” finalizzata al principio del “non infettarsi” ha ceduto il posto a un più consono “da soli non andiamo da nessuna parte”. Comprendiamo molti miracolati neoeletti nelle diverse forze politiche ma il paese è più importante delle ambizioni personali quindi la prospettiva di un nuovo voto sarebbe una colossale chance da cogliere al volo. 4) Questa coalizione darebbe coesione tra nord e sud, sarebbe un vero Governo di Unità Nazionale forgiato sulla Democrazia con la “D” maiuscola. Va rimarcato che allo stato attuale un Governo 5s-Lega con l’appoggio esterno di FI è una prospettiva pericolosa perché renderebbe Berlusconi l’ombelico del mondo in un costante e strumentale malpancismo.

 

I cittadini italiani hanno il diritto di comprendere se ciò che passano i partiti e le TV è reale o virtuale, se il quadro sotto sotto non sia altro che il file rouge della lotta strisciante per avere al timone una guida patriottica (euroscettica) oppure euroentusiasta (anti italiana). Nel primo caso al tavolo con Merkel e Macron a decidere qualità e entità della famosa clausola di uscita concordata dall’euro si siederebbe anche l’Italia. Ho il sospetto fondato che FI e 5S stiano in realtà collaborando tra loro mediante i ben noti veti incrociati per non farcela sedere l’Italia: Berlusconi non può inimicarsi i “mercati” che detengono azioni Mediaset mentre i 5s non si sa se sono ancora una forza autonoma o se sono diretti da soggetti con sede a Londra (appunto i “mercati”).

 

È bene ricordare che quando entrammo nell’euro accettammo un rapporto d’ingresso (1 Marco = 990 Lire) totalmente sballato e catastrofico, il vero motivo delle nostre attuali sofferenze perché non rispecchiante la nostra economia reale. Il prodigio che spinse per questo accordo fu in primis Prodi; non partecipare a questo tavolo sarebbe una ripetizione della storia in farsa (e non uso parole a caso se dico che la pagheremmo a peso “d’oro”) per la felicità dei vari global entusiasti Napolitano, Mattarella, Merkel, Draghi, Clinton ecc. Intanto Di Battista pur non essendo più Parlamentare definisce “male assoluto” Berlusconi (per cui intanto lavora avendo pubblicato per Rizzoli) ed anch’egli fa la sua parte nell’enfatizzazione dell’ex Cavaliere; il forte sospetto è che tutto ciò serva a far passare in secondo piano l’austerity come vero dramma per l’Italia e far digerire la prossima alleanza col PD. […] Intanto al grido di “bisogna fare in fretta” (tanto caro a Monti, ma ve lo ricordate???) i media cercano di spaventare l’italiano, di manipolarlo e di convincerlo che nuove elezioni sarebbero una catastrofe economica (cercano perciò di convincerlo di una cavolata di proporzioni colossali) e questo pur di incatenarci altri anni all’ennesimo governo inciucista (venduto come al solito per “responsabile”); il PD in questo contesto se ne sta in disparte denunciando la “spartizione delle poltrone” (da che pulpito) tra Lega e 5S manco che per il PD la poltrona fosse un diritto divino.

 

Marco Giannini

 

 
La Russia non ci rispetta più PDF Stampa E-mail

18 Aprile 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 7-4-2018 (N.d.d.)

 

Come previsto, in tanti hanno speso pagine dedicate alla vittoria di Putin, andando a rintracciare le verità di questo trionfo così ampio, senza possibilità di appello, neanche insistendo sulla storia dei brogli e delle schede precompilate.  Putin, durante i suoi oltre vent’anni di carriera politica, 18 dei quali trascorsi alla guida della Russia, ha costruito il suo consenso a partire, anzitutto, dal piano interno, uscito a pezzi dopo il periodo post-sovietico, per poi lanciare la Russia verso un nuovo lustro a livello internazionale.  L’establishment russo ha avuto, senza dubbio, il merito di accentrare il supporto del popolo attorno a sé, ed il compito è stato tutt’altro che semplice. Forse, dopo la disastrosa transizione liberale eltsiniana, non si poteva fare molto peggio, ma uno dei pregi della politica di Putin è stato quello sì, di mantenere un Paese con un senso forte di leadership, a tratti poco liberale, ma ha impedito una deriva definitivamente autoritaria e ultra-nazionalista, che restano sempre latenti e osservano da dietro la tenda il susseguirsi degli eventi. Oggi tutti i russi scendono in piazza vestendo i colori della propria bandiera, o indossano le uniformi delle loro nazionali olimpiche, e nel contesto di esaurimento dei valori, in Occidente non si riesce a comprendere tutto ciò, giustificando la vittoria di Putin come una farsa necessaria e costruita a tavolino.

 

Margarita Simonyan, direttore di Rt, ha pubblicato un editoriale in cui descrive una situazione di quasi disprezzo per un Occidente che si rifiuta di comprendere quel Russky Mir restaurato e così inviso alle stanze del potere a Ovest del Muro di Berlino.  I russi, da sempre hanno avuto l’Occidente come modello da seguire, attratti forse solo dalle luci del capitalismo, e come biasimarli. E forse proprio il fatto che lo stereotipo occidentale della Piazza Rossa piena di carri armati e tante bottiglie di vodka, non è riuscito ad entrare nella perestroyka e comprendere ciò che è successo a Mosca, così come negli altri Paesi comunisti, dopo il 1985.  In tanti ancora si chiedono perché non sia stato celebrato il centenario della Rivoluzione d’ottobre del 1917, ma la risposta risiede nel fatto che la Russia di oggi non è lo specchio di quella Russia. Oggi, forse, vi sono più russi che rimpiangono lo Zar di quanti non rimpiangano Stalin. I russi non celebrano il loro recente passato, ma non lo cancellano.  Mentre negli Stati Uniti si abbattono le statue di Cristoforo Colombo, perché conquistatore sanguinario, in Russia le falci e martelli campeggiano su qualunque monumento, e Lenin in molti parchi indica ancora la direzione.  I russi non ammirano più l’Occidente, perché l’Occidente ha smarrito se stesso, i propri valori tradizionali, in favore di un incerto e transitorio senso di ultra-libertà, responsabile dell’annichilimento dell’identità. Non sorprenda, poi, se in Russia il 95% dei consensi li raccolga un patriota come Putin, un Comunista conservatore e un Nazionalista.  Mosca e San Pietroburgo sono le uniche città in cui il consenso di candidati filo-liberali ha visto percentuali che superassero il 2, perché il cosmopolitismo di determinate aree fa sì che l’influenza culturale dei giovani sia mediata anche da modelli esterofili. Ma la provincia rappresenta ancora il vero animus del popolo.

 

In Europa anche la Turchia ha subito lo stesso processo: dieci anni fa Istanbul era una città cosmopolita, al pari di Parigi o Berlino. Oggi la transizione re-islamizzante di Erdogan, sta cancellando il kemalismo dalle strade e dalle scuole turche. Eppure nessuno, nella provincia turca, vuole spodestare Erdogan.  Quando un popolo vanta un peculiare retaggio culturale, esso non può essere cancellato con un colpo di spugna. In Europa si è riusciti a seguire un modello, quello americano, vincente, per carità, sotto alcuni punti di vista, ma scevro di una storia millenaria, di un retaggio culturale secolare, e che quindi non può comprendere a pieno ciò che significa ricordare la propria storia. La Russia non ci rispetta più, come dice la Simonyan. E le ragioni sono da ricercare nel nostro modello di società, non nell’autorità di Putin.

 

Francesco Manta

 

 
Tutto bene perché non abbiamo tradito gli alleati PDF Stampa E-mail

17 Aprile 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 14-4-2018 (N.d.d.)

 

Adesso forse sì che avremo un Governo, visto che ci dobbiamo attrezzare alla guerra di Usa-Francia-Regno Unito alla Russia per interposta Siria. Un Governo del Presidente, magari, con tutti dentro, perché l'ora è solenne, il Paese non può restare senza guida, il funzionamento delle Camere e bla bla bla. Il che, naturalmente, equivale ad ammettere che l'Italia la governano altri e che l'agenda di Washington ci mette in riga anche quando siamo divisi su tutto. Ma pazienza. Così va spesso il mondo... voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo, com'era scritto nelle pagine dei Promessi sposi che lo stesso Manzoni aveva definito “la notte degli imbrogli e dei sotterfugi”. Una notte come questa, in cui quei tre grandi Paesi impugnano la bandiera della civiltà, ormai logora e sfrangiata, per insegnare a suon di missili la modestia al Cremlino, che a sua volta accarezza l'idea di accettare il confronto per mostrare al mondo che la Russia è tornata, c'è. Da noi, invece, l'imbroglio sta nel ragionamento che la derelitta sinistra moderata italiana, in fase reattiva contro Matteo Salvini, avanza in queste ore, desiderosa forse di chiuderla con l'agonia e compiere il harakiri finale. Il leader della Lega Nord aveva detto: «Chiedo al presidente Gentiloni una presa di posizione netta dell’Italia contro ogni ulteriore e disastroso intervento militare in Siria». Anche il Pd, allora, ha lanciato i suoi missili: «Salvini vuole cambiare le alleanze internazionali del nostro Paese?», copyright Maurizio Martina, il segretario reggente. E l'onorevole Andrea Romano, di rincalzo, ricordava che “per la prima volta nella storia del secondo Dopoguerra l’Italia rischia una posizione isolata perché c’è un signore che si chiama Salvini”.

 

Purtroppo il punto non è questo. È chiaro a tutti che gli Usa continueranno a essere il nostro principale alleato in Occidente, che la Nato resterà il nostro principale riferimento nell'ambito della difesa, che la Ue sarà a lungo la nostra casa comune. Certi ancoraggi non si smantellano dall'oggi al domani, anzi: non si smantellano proprio. L’Italia la governano altri e che l'agenda di Washington ci mette in riga anche quando siamo divisi su tutto. Ma ci sono molti modi per stare dentro le alleanze, soprattutto quando gli alleati non vedono l'ora di menare le mani. Se, come sembrano pensare Martina, Romano e molti altri, l'importante è starci, allora ci dicano se dobbiamo essere felici e contenti dei 30 soldati italiani morti in Afghanistan per partecipare alla spedizione Usa e Nato del 2001, il cui risultato è, finora, di circa 300 mila morti, con 10 mila civili morti o feriti nel solo 2017, roba da leccarsi i baffi perché in calo del 9% (dati Onu) rispetto al 2016 che, quanto a perdite di civili (e bambini, altro che Douma), ha fatto segnare il record. Del dramma afghano non si vede la fine ma va bene così, no? L'importante era restare fedeli alle alleanze. Allo stesso modo dovremmo essere del tutto sereni sulla partecipazione italiana all'invasione dell'Iraq nel 2003. Che fu partecipazione vera, perché all'inizio non piantammo gli stivali nel deserto ma da subito fornimmo appoggio politico e logistico agli invasori, così bene che gli Usa ci inserirono tra i membri della Coalition of the Willing. Appena quel genio del presidente Bush disse che era tutto finito (“Mission accomplished!”, 1° maggio 2003), ci affrettammo a spedire in Iraq un contingente di 3.200 uomini, dei quali 24 (tra Nassiriya e altri scontri) non tornarono più. Anche l'Iraq produsse splendidi risultati, tipo un'ondata di attacchi terroristici superata poi solo dalle atrocità dell'Isis e, secondo le stime più conservative, circa 400 mila morti, dei quali circa 300 mila civili. Ma noi, come sembrano pensare Martina e Romano, eravamo coi nostri alleati di sempre, quindi tutto bene. Anche nel 2011, nella guerra contro Gheddafi condotta dalla Nato, tenemmo fede alle alleanze. E non solo concedendo l'uso delle basi militari ma spedendo i Tornado e pure i cacciabombardieri della portaerei “Giuseppe Garibaldi” a scaricare bombe sulla Libia. Roba di cui andare fieri, visti i circa 30 mila morti, la distruzione di un Paese che era il più sviluppato dell'Africa, il caos che ne è derivato, le immense grane che in particolare l'Italia ha ricavato in termini di flussi migratori e le tante altre migliaia di persone che sono morte nel Mediterraneo salpando appunto da una Libia diventata paradiso per i trafficanti di uomini. Se stare nelle alleanze è ciò che davvero conta, allora dovremmo vantarci di quei disastri, ai quali abbiamo partecipato a titolo pieno o quasi pieno. C'è qualcuno che se la sente di dire che sì, Afghanistan, Iraq e Libia vanno bene così, perché non abbiamo tradito gli alleati? Martina, Romano altri, che ci dite in proposito?

 

Piantiamola, quindi, di discutere di fantomatiche alleanze con la Russia o di tentare il ricattino morale per cui se non segui la corrente sei un traditore dell'Occidente. Il problema non è se stiamo o no coi soliti alleati ma il modo in cui ci stiamo. Come dei servi sciocchi che si fanno coinvolgere ma non osano aprir bocca o come un Paese degno di questo nome, un Paese che ha un'idea del suo posto nel mondo, dei rapporti internazionali e di come questi rapporti influiscano sul suo interesse nazionale? L'unica ipotesi che ci deve interessare è la seconda. Ed è quella che ci impone di riconoscere che tutte le ultime “imprese” dei nostri tradizionali alleati sono state un fallimento, un enorme spreco di risorse (l'Italia ha speso in Afghanistan quasi 8 miliardi; tenere un marine laggiù per un anno, anche se non esce mai dalla base e non spara un colpo, costa ai contribuenti Usa 4 milioni di dollari) e un gigantesco massacro di vite umane, soprattutto presso i popoli che volevamo beneficare. È sovversivo o populista riconoscere tutto questo? Sovversivo e populista, oggi, è far finta di niente. Far finta che si possa ancora andar dietro agli Usa e alla Nato tenendo gli occhi chiusi e le orecchie tappate. Far finta che non ci sia, in questo, un problema morale non meno lacerante dell'uso vero o presunto delle armi chimiche in Siria o altrove. Tanto più che star dentro le vecchie alleanze in modo non supino né meschino è possibile. La Germania ha detto che non bombarderà la Siria e nessuno si è sognato di tacciare la Merkel di quinta colonna di Vladimir Putin o di traditrice dell'Occidente. Si dirà: si, vabbè, ma la Germania è la Germania. Certo. Ma noi siamo l'Italia, un Paese pieno di basi Nato e di bombe atomiche americane. Siamo noi quelli distesi nel Mediterraneo, a un passo dall'area del potenziale conflitto tra Usa e Russia. Dovremmo essere i primi ad avere un'opinione forte, seria e precisa. E invece siamo ai soliti sofismi, ai giochi di parole che servono a dire nulla perché per dire qualcosa serve un minimo di palle. La grande trovata è che non bombarderemo ma garantiremo alle basi americane di funzionare. Il che tecnicamente equivale a: io non sparo ma ti carico la pistola e te la faccio trovare bene oliata. Politicamente invece significa: ti do una mano con la guerra ma per favore non lo dire in giro. Una pena.

 

Fulvio Scaglione

 

 
Tramonto PDF Stampa E-mail

16 Aprile 2018

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Da Comedonchisciotte del 14-4-2018 (N.d.d.)

 

“Allora capo, facciamo che prendiamo tre palazzine vuote di periferia e ci picchiamo sopra un centinaio di missili che fanno BUM! BUM! BUM! dicendo che sono centri di ricerca sui gas venefici. Facciamo tipo alle 3 ora locale così è buio, la gente sta a casa e non corriamo rischi, i fotografi immortalano le scie dei missili perché una immagine vale più di cento parole. Lei va in televisione e fa il pezzo da padre severo ma giusto, io chiamo russi ed iraniani e gli do le coordinate dei lanci pregandoli di star calmi che se manteniamo tutti le palle ferme, nessuno si fa male e ne usciamo tutti alla grande, ok?” Così, alla fine deve esser andata e meno male. Avrebbero potuto farlo già due giorni dopo il presunto attacco quando è arrivata la Cook ed avrebbero dimostrato la stessa cosa ed in più anche di esser svegli e sempre sul pezzo. L’hanno invece fatto quando la faccenda s’era intricata assai e si rischiava di non saper più come uscirne senza perdere la faccia. Vedremo nei prossimi giorni ma l’impressione, anche leggendo i pezzi dei giornali mattutini, è che qualcuno voleva il colpo grosso, qualcuno voleva trascinare gli USA al first strike per iniziare una escalation da manovrare in un senso ben più ampio, rischioso e drammatico. Invece del first strike hanno avuto l’one shot, Armageddon è rinviato, anche questa volta la terza guerra mondiale non è iniziata, delusione. Delusione dei commentatori e pioggia di penne occidentaliste avvelenate su Trump, pallone gonfiato da sgonfiare con pennini appuntiti che fa quello che non dovrebbe e non fa mai quello che dovrebbe. Immagino le telefonate tra Netanyahu, May, Macron e gli amici americani che vedevano sgonfiarsi il trappolone messo in scena, anche stavolta è andata male. L’impressione è che, per l’ennesima volta, noi si sia sopravvalutata l’intelligenza e la sofisticatezza delle élite occidentaliste.

 

Solo pochi giorni fa abbiamo espulso ben 150 diplomatici russi per una ragazza poi dimessa dall’ospedale ed il padre che oggi mangia, legge il giornale e piano piano si sta rimettendo chissà da cosa visto che il presunto gas a cui si è sostenuto fosse stato esposto è incurabile e letale al 100%. Dopo quella bella prova di improvvisazione e cialtroneria, si è ripetuta la scena questa volta muovendo intere flotte, concitati Consigli di Sicurezza, giorni del giudizio e gli Avengers che a proposito escono con il nuovo episodio nelle migliori sale il prossimo 25 Aprile. L’ora più buia è quindi quella in cui sta sprofondando l’Occidente, una gloriosa civiltà che sembra aver le idee sempre più confuse, che mena fendenti a vuoto, che scambia la realtà per il cinema come neanche l’ultimo dei Veltroni, che combatte coi selfie ed i tweet e non si raccapezza più in un mondo che gli sta inesorabilmente sfuggendo di mano. Intanto pare che a Parigi sia morto Haftar, e Macron che ha due TGV fermi su tre e ha rischiato di diventare un meme eterno della vasta collezione delle figure di m. stile Powell, ora si trova con un problema in più. Anche il neo rieletto al Sisi e lo stesso Putin, perdono il loro campione nel teatro libico e vedremo come si riaprono i giochi colà. Il conflitto titanico permanente tra West and the Rest, continua. L’ora più buia è quella che precede il sorgere del sole. Peccato che il sole, notoriamente, sorge ad Oriente e che l’Occidente sia il luogo del tramonto.

 

Pierluigi Fagan

 

 
Nazioni scomode PDF Stampa E-mail

15 Aprile 2018

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Cerchiamo di capire cosa si nasconde dietro il caso Skripal e le accuse al regime siriano. Per fare questo è necessario una premessa. I conflitti moderni sono “guerre ibride”, confronti, dove si mescolano forme diverse di guerra: convenzionale e irregolare (Siria e Ucraina), cibernetica (russiagate) economica (le manovre speculative sul prezzo del gas, del petrolio e sul valore del rublo) mediatica (le immagini delle vittime civili dei bombardamenti russi in Siria, l’uso delle armi chimiche da parte del regime siriano) politica (le Rivoluzioni Arancioni nell’est Europa, il presunto sostegno di Mosca ai “populisti” europei). Nella “guerra ibrida” il fattore mediatico è decisivo, tanto o più di quello militare.

 

Il caso Skripal e il “gas” di Assad mi ricordano la sceneggiata delle armi chimiche di Saddam. Esempi di guerra mediatica, dove non ci sono limiti alla decenza e nemmeno spazio per la verità. Nel marzo del 2003, gli Stati Uniti per bocca del Segretario di Stato Colin Powell, sostennero di avere “solide prove” sul possesso di armi chimiche da parte dell’Iraq. Questo giustificò la “guerra preventiva”, l’invasione del Paese da parte degli anglo-americani. Le armi chimiche non furono trovate, ma gli Stati Uniti e la Gran Bretagna avevano raggiunto il loro scopo: abbattere Saddam e prendersi l’Iraq.

 

Il caso Skripal.

 

Il governo inglese accusa la Russia di aver avvelenato l’ex spia sovietica Sergey Skripal e sua figlia Yulia con il gas nervino Novichock (Salisbury 4 marzo 2018). Un’accusa che mi lascia perplesso per vari motivi.

 

Primo il movente. Non vedo quale interesse hanno i servizi segreti russi a eliminare un’ex spia inattiva da anni e quindi innocua. Un vecchio che sopravvive con la pensione del governo britannico. Forse una vendetta? Se questo era il movente, Skripal poteva essere eliminato in modo discreto, senza lasciare traccia; non avvelenandolo con un agente tossico prodotto in passato nei loro laboratori sovietici. I servizi segreti russi non sono così stupidi.

 

Secondo la mancanza di prove. Londra accusa Mosca ma non fornisce le prove, solo supposizioni, ipotesi da dimostrare. In un’intervista concessa a Sky News Gary Aitkenhead, il capo esecutivo dei laboratori governativi britannici ha dichiarato che non è possibile definire in quale Paese possa essere stata prodotto il Novichock. La formula di tale agente chimico è di pubblico dominio dagli anni 90, da quando uno dei suoi creatori, Vil Mirzanyanov fuggì negli Stati Uniti.

 

Terzo, la dura reazione di Londra e degli alleati atlantici. Dall’Europa e dagli Stati Uniti sono stati espulsi 150 diplomatici russi. Una reazione sproporzionata che la Gran Bretagna non ebbe nel caso Litvinenko, l’ex agente del KGB ucciso a Londra nel 2006 con il Polonio radioattivo.

 

Alle espulsioni di Londra, Mosca ha reagito espellendo altrettanti diplomatici, tra questi anche due italiani. Il nostro governo privo di autorevolezza e dignità si è accodato alle decisioni di Londra e di Washington, ha espulso due diplomatici russi; senza appurare la colpevolezza di Mosca e senza chiedersi se fosse conveniente inasprire i rapporti con la stessa.

 

Assad e le armi chimiche.

 

I ribelli accusano il regime siriano di aver usato le armi chimiche a Douma sobborgo di Damasco; ma anche in questo caso mancano il movente e le prove.

 

Manca il movente, Assad non ha interesse a usare le armi chimiche contro i ribelli proprio adesso che sta vincendo la guerra; armi che possano provocare solo un intervento americano, o aumentare l’isolamento politico del regime siriano. Assad non è uno stupido, usando le armi chimiche farebbe il gioco dei suoi nemici: i ribelli, che sperano nell’intervento militare straniero per vincere una guerra perduta; le nazioni ostili al regime siriano, che attendono un casus belli per attaccare la Siria.

 

Mancano le prove. Non è la prima volta che il regime siriano è accusato di aver usato armi chimiche contro i ribelli; ma in questo come in altri casi, i responsabili non sono stati identificati. Il 21 agosto 2013, a Ghouta quartiere est di Damasco, fu compiuta una strage usando il gas nervino Sarin, morirono oltre 1300 persone tra cui molti bambini. La responsabilità della strage fu attribuita ad Assad, che si dichiarò innocente e per evitare future accuse decise la distruzione dell’arsenale chimico, la Russia si fece garante dell’operazione; una parte consistente di detto arsenale (560 tonnellate) fu inviato in Italia per essere smaltito, arrivò nel Porto di Gioia Tauro (RC). Il rapporto ONU sulla strage Ghouta non ha mai identificato gli autori, si presume che la strage sia stata provocata dall’imperizia dei ribelli nel manipolare le armi chimiche. Nell’aprile del 2017 la situazione si ripete nella cittadina di Khan Shaykhun (Idlib) al confine turco, l’aviazione siriana è accusata di aver usato armi chimiche; in realtà i caccia siriani colpirono delle palazzine, dove erano stoccati prodotti chimici provocandone la diffusione nell’ambiente, ci furono 86 morti, uno su tre era un bambino.  

 

Tante ipotesi una certezza, Russia e Siria sono nazioni “scomode” agli Stati Uniti e ai loro alleati.

 

La Russia è una rinata potenza globale che sfida l’ordine unipolare imposto dagli Stati Uniti. Londra con il caso Skripal ha agito in difesa degli interessi atlantici, il Regno Unito è una “piccola” potenza, l’alleato più fedele degli Stati Uniti in Europa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Putin è troppo forte per essere rovesciato con una “rivoluzione arancione”; improponibile abbatterlo manu militari come avvenuto con Saddam o con Gheddafi, resta la carta dell’isolamento internazionale. Gli Stati Uniti e i loro alleati vogliono isolare la Russia affinché i vertici russi abbandonino Putin. Il caso Skripal è parte di questa strategia.

 

La Siria alleata della Russia e dell’Iran ostacola gli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati in Medio Oriente. Per gli americani il conflitto siriano è stato un disastro: Assad sta vincendo la guerra grazie al sostegno russo-iraniano; dai colloqui di Pace sulla Siria sono stati esclusi gli Stati Uniti e l’Europa (vertice di Astana in Kazakistan, gennaio - giugno 2017); la Turchia ex alleata degli Stati Uniti è stata costretta a scendere a patti con Assad e ora combatte i curdi appoggiati dagli americani. Gli Stati Uniti non vogliono perdere il controllo del Medioriente, puntano su un forte intervento militare per modificare la situazione a loro favore; ma tale intervento deve essere giustificato all’opinione pubblica nazionale e internazionale, l’uso armi chimiche da parte del regime siriano fornirebbero il casus belli alla Casa Bianca.

 

Gli Stati Uniti non saranno soli, avranno accanto a sé i francesi, come assicura il Presidente Emmanuel Macron; l’Africa e il Medio Oriente, sono lo spazio geopolitico in cui agisce la Francia, potenza neocoloniale europea. A sostenere l’intervento americano ci saranno anche Londra e l’Arabia Saudita.

 

In Siria Trump è spinto a intervenire non solo per ragioni di politica estera ma anche per ragioni di politica interna: l’8 novembre si terranno le elezioni di medio mandato (Mid Term Elections). Trump vittima del russiagate potrebbe sfruttare la situazione siriana per dimostrare al Paese che con la Russia non ha alcun legame. Nulla di nuovo sotto il sole: nel 2011, il consenso interno fu uno dei motivi che indussero il presidente francese Sarkozy ad attaccare la Libia. Ora si tratta di capire se l’intervento americano sarà di facciata, come quello dell’aprile del 2017 sull’aeroporto siriano di Shayrat - Homs (gli americani distrussero solo dei vecchi Mig siriani e non colpirono le truppe russe); oppure scatenerà una guerra, come in Kosovo nel 1999 quando la Nato attaccò la Serbia. In quest’ultima ipotesi le conseguenze potrebbero essere gravi: un conflitto tra superpotenze dagli esiti imprevedibili, l’acuirsi dei conflitti in Medio Oriente, la crescita della minaccia islamista. Questo ipotetico conflitto coinvolgerebbe l’Italia: a causa della posizione strategica che occupa nel Mediterraneo e a causa delle basi americane presenti sul nostro territorio. Come in Libia sarà una guerra dove avremo tutto da perdere e niente da guadagnare.

 

Giorgio Da Gai

 

 
Non debito pubblico ma credito alla società PDF Stampa E-mail

14 Aprile 2018

 

Da Appelloalpopolo dell’11-4-2018 (N.d.d.) 

 

Quando si racconta una storia, anche ai nostri figli, abbiamo un determinato modo di raccontarla. Ogni storia ha il suo modo. Il motivo sta principalmente nel fatto che vogliamo che la storia faccia riflettere su determinate cose, muova certi angoli dell’anima, lasci una determinata impressione, buona su certi aspetti, fatti o personaggi, meno su altri. Non è diverso per le storie che ci raccontano in televisione e sui giornali: chi racconta la storia vuole esattamente le stesse cose. Non c’è bisogno di pensare a complotti o chissà cosa; dal momento che chi racconta la storia sono alcuni e non altri, la storia esce in un certo modo e non in un altro. E dal momento che questi rappresentano tutti i medesimi interessi, la storia esce identica, sempre la stessa, con minime sfumature, come se a raccontarla fosse lo stesso genitore allo stesso figlio. La storia che ho in mente adesso è quella che narra del credito al consumo e del debito pubblico. Già i personaggi sono tratteggiati in modo perfetto.

 

Credito è attivo di bilancio (attivo, azione, efficienza), parte buona, dimostrazione di sana e robusta costituzione economica, è parola che puoi pronunciare con sicurezza, col sorriso sulle labbra, senza paura. Se il credito è al consumo l’immagine si arricchisce moltiplicando il suo contenuto positivo. Il credito al consumo ti fa vivere appieno la nuova natura di consumatore che la società ti ha assegnato. Potrai comprare quel televisore 4K 65 pollici, godere di quella vacanza ai Caraibi o del SUV che hai sempre sognato. Il credito al consumo è di per sé bello, in questa storia. Debito è passivo di bilancio (passivo, stasi, blocco, impotenza), cosa di cui vergognarsi, da non far sapere in giro, peccato da espiare. Pubblico, diventa poi sinonimo di inefficienza, burocrazia, lentezza; pare quasi che la parola stessa lo generi, il debito.

 

Se proviamo a guardarli meglio, questi personaggi, saltano subito all’occhio un po’ di contraddizioni e di forzature nella narrazione. Il credito al consumo. Sì, il credito; ma se il credito è al consumo, il debito è il tuo. Il tuo come individuo singolo, con un lavoro probabilmente precario e una famiglia da mantenere; il credito invece, è di una banca. Hai poi mai letto che devi rispettare un rapporto debito/reddito? O che devi stare attento a non vivere sopra le tue possibilità? Che il debito che contrai, tu, verso una banca, ricadrà sui tuoi figli? Che devi essere virtuoso? No? Nemmeno io l’ho mai letto. Eppure è vero, per te. Pensa, non sei neanche uno Stato. Che tu ci creda o no, non hai una banca centrale che in teoria potrebbe crearti i soldi con cui pagare i debiti. Non essendo uno Stato, non puoi neanche dotarti di quegli istituti normativi tali da rendere il tasso di interesse sul tuo debito, completamente sostenibile. Eppure nessuno dice niente, a te. Pensa, i tassi di interesse che paghi sono multipli dell’inflazione, ma non pare che qualcuno si preoccupi di avvisarti o ammonirti. Mi pare invece, perché a me arrivano, che ti arrivino a casa dei volantini in cui i soldi te li offrono a tassi agevolati (agevolati? imperdibili!) del 6-7% annui. Tassi sicuramente convenienti, non è vero? Per loro che li riscuotono sicuramente. Ti avvertono? Ti fanno sermoni? No, non te li fanno. Chissà perché… Noi siamo avidi di questo credito, lo vogliamo, ci adontiamo se non ci viene concesso. Lo cerchiamo in tutti i modi. Non sempre è una ricerca voluttuaria, perché il bisogno è reale. Il loro credito, privato, che è il tuo debito, è in fin dei conti l’unico modo con cui puoi andare avanti in questa società fatta di svalutazione dei salari, povertà dei lavoratori, precarietà. La lotta per la sopravvivenza contempla giornate passate a cercare di abbassare un interesse su un mutuo dello 0,1%. Le tue giornate, il tuo tempo, la tua vita.

 

E il debito pubblico? Quello non serve per te come consumatore. Serve invece per te, cittadino, lavoratore, uomo, donna, padre o madre di famiglia. Con quello puoi avere un ospedale vicino a casa, mantenere un punto nascita. Puoi avere una giustizia dotata di organici e mezzi per garantirla in tempi idonei. Puoi mettere in sicurezza il territorio da eventi catastrofici. Puoi avere scuole dignitose con organici di docenti preparati. Puoi pagare la pensione ai lavoratori ad un’età che consenta loro di vivere serenamente e dignitosamente la vecchiaia. Puoi comprare alle madri (e ai padri) il tempo necessario per prendersi cura dei figli. Sostenere i settori economici strategici della nazione, aziende, figuriamoci, che pagano le tasse in Italia.  E pensa: contrariamente al SUV, al televisore o al tagliaerba, che con quasi assoluta certezza vanno a pagare e creare lavoro cinese o coreano o tedesco, tutte quelle cose elencate sopra, creano lavoro italiano e pagano lavoratori italiani; magari consentono di tenere in Italia tanti giovani oggi costretti a emigrare dopo l’università; probabilmente permettono alle famiglie di avere figli, tanti figli e non allo scopo di “pagarci le pensioni”. In una parola, il debito pubblico, crea ricchezza privata e la crea in modo ben distribuito, diminuendo le disuguaglianze economiche e sociali. Con quella ricchezza, che è risparmio e sicurezza del futuro, potresti anche comprarti un televisore, ma col tuo salario e col tuo risparmio, non con i debiti verso le banche. Eppure la storia che ci raccontano dice questo: che il debito pubblico è brutto; che il debito pubblico deve essere ridotto, e non negli interessi pagati su di esso, ma facendo in modo che le spese dello stato siano al di sotto delle entrate. Penso che capiate cosa significa questo. Significa un ospedale in meno, una scuola inagibile in più, uomini e donne costrette a lavorare fino alla soglia dei 70 anni, strade fatiscenti e pericolose, fiumi che esondano e boschi che bruciano, giovani che fuggono, figli che non nascono… Ma continuano a dire che è brutto e va ridotto, annientato, spazzato via, temuto come la peste. Come mai? Come mai, riflettete su questo, quando ci dicono che lo Stato deve comportarsi come una famiglia, attribuiscono alla famiglia quel comportamento economicamente virtuoso che poi non chiedono alle famiglie stesse, esortandole a fare esattamente l’opposto? Come mai dimenticano di dire che lo Stato, contrariamente alle famiglie, in tutto il mondo, è dotato di una Banca Centrale che fornisce al governo il fabbisogno di denaro per fare tutte quelle belle cose utili, acquistando titoli emessi dal governo nella stessa valuta? Perché si dimenticano di ricordare che anche da noi funzionava così? Che eravamo dotati di istituti e leggi che consentivano di finanziare le spese dello stato in questo modo a tassi di interesse reali negativi? Perché non ci rammentano che uno Stato che emette debito nella valuta che controlla non può fare mai default? Perché? Già, perché… Come un usuraio ricerca prede vulnerabili o, mediante i suoi ambienti, si garantisce la sua vulnerabilità, portandogli via i mezzi di sussistenza, così il capitale e i gruppi finanziari si assicurano che lo stesso accada agli Stati. Togliendo allo Stato la sovranità monetaria (che è la possibilità di emettere debito sempre solvibile perché emesso nella propria valuta) riducendolo a preda, gli usurai della finanza internazionale, complice una classe politica connivente o incompetente, hanno stretto la corda al suo collo, al tuo collo. La corda degli interessi sul debito, diventato improvvisamente rischioso, perché emesso in una moneta estera, ha innescato il ricatto, trasformando l’economia dello Stato in quella di una famiglia. L’usuraio vuole sempre i suoi interessi, quindi l’unica cosa da fare è ridurre le spese correnti. Ho già scritto cosa significa ridurre le spese dello Stato nella parte corrente, in termini di distruzione dei servizi e dello Stato sociale. A cosa è servito, a loro? È abbastanza semplice: a prendersi tutto, con la garanzia che tu facessi il tifo per loro.  Prima le imprese pubbliche, “poco produttive”, “incapaci di stare al passo con le sfide della modernità”, “corrotte e colluse con la partitocrazia”. Poi, ed è la seconda fase, ancora in corso, è la volta dei servizi pubblici, sanità, scuola, previdenza; ridotti i finanziamenti, lasciati andare alla deriva, spolpati, malfunzionanti, carenti di personale e mezzi, sono i cittadini a invocare la mano privata. Ma privato vuol dire che chi ha i soldi può avere quello che vuole, pagando. Chi non li ha, perde tutto. Oppure, si indebita, lui, personalmente.

 

Eravamo partiti da lì, mi pare. E questo è il secondo obiettivo. Il primo era spogliare lo Stato dei suoi beni, delle sue aziende e sostituirlo come fornitore di servizi essenziali per poterci lucrare sopra. Il secondo sei tu. Il tuo risparmio. Per perseguire questo secondo obiettivo entra in scena un altro attore della storia narrata: le tasse. Perché in uno Stato la cui economia è ridotta ad essere economia domestica, le tasse servono a finanziare il fabbisogno di spesa. Invece, in uno Stato dotato di sovranità monetaria, le tasse non servono a questo: servono a realizzare politiche redistributive (con le aliquote) e a controllare l’inflazione (con il livello complessivo). Pare impossibile anche pensare che non servano a finanziare le spese, visto cosa raccontano le televisioni o gli esperti dagli articoli delle più grandi testate nazionali. Invece è proprio così. Se avete seguito il ragionamento, sapete anche il motivo, ma lo ripeto: i soldi per la spesa pubblica vengono dalla sovranità monetaria e dagli istituti che la regolano. Ma una volta che il cappio è stato stretto, la cessione della sovranità monetaria, il debito emesso in moneta estera, le tasse invece servono proprio per finanziare le spese e sono ovviamente alte, molto alte, talmente alte che non ce la devi fare più a pagarle. Allora ti indebiti, con le banche o verso il fisco, convinto che non ce l’hai fatta perché non sei stato abbastanza bravo e competitivo, maledicendo lo Stato ladro. Perdi tutto, invocando la fine dello Stato. Il cerchio si chiude; secondo obiettivo raggiunto. Questo accade da quarant’anni, in tutto il mondo, in ogni paese la cui ricchezza pubblica o i risparmi dei cittadini vengono messi nel mirino del capitale privato e della finanza.

 

Mi sono chiesto allora cosa succederebbe se la storia, con questi pochi elementi che abbiamo, provassimo a raccontarcela da soli, o semplicemente a prendere il libro e leggerlo, senza permetter loro di intonare le solite cantilene, usare le stesse espressioni, tratteggiare le stesse immagini, sempre le solite. Non è facile, perché anni di favole ci hanno condizionato pensieri e riflessi. Proviamo a fare allora questo esercizio. Smettiamo di parlare di debito pubblico. È inutile e dannoso. Ci fa male anche il suono dell’espressione; non ci riesce smettere di odiare una cosa del genere. Proviamo a chiamarlo “credito alla società”, indipendentemente dalla correttezza tecnica dell’espressione. Pensiamo a questo credito come qualcosa che potremmo avere, noi tutti, nella nostra vita di ogni giorno, senza troppa fatica e ricatti di alcun genere, se solo ritrovassimo la sovranità perduta. Se non riusciamo a non odiare il “debito pubblico”, riusciremo invece ad amare il credito alla società. Amare il credito alla società significa amare la sovranità. Ci libereremo.

 

Iacopo Biondi Bartolini

 

 
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