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Tre possibilitÓ PDF Stampa E-mail

14 Giugno 2021

L’errore da non commettere è continuare a ragionare secondo schemi ormai irrimediabilmente otto-novecenteschi. Bisogna rendersi conto che viviamo in un mondo radicalmente mutato. Destra e sinistra, classe operaia e borghesia, lotta di classe e interclassismo, libertà e dittatura del proletariato, fascismo e comunismo, sono antinomie ormai anacronistiche come potrebbe essere una polemica fra guelfi e ghibellini o fra giacobini e girondini. Sono superati anche temi che ci furono cari e che Massimo Fini e Maurizio Pallante, fra gli altri, ebbero il merito di divulgare: antimodernità, decrescita, democrazia diretta, uno vale uno, Europa delle Regioni…

Nel mondo degli anni ’20 del terzo millennio si presentano tre possibilità. Una è la prospettiva vichiana. Giambattista Vico teorizzò i corsi e ricorsi storici come sviluppo naturale delle società umane. Ogni corso è segnato da tre fasi. Un’età del Senso, in cui gli uomini sono bestioni primitivi; un’età della Fantasia, l’epoca dei grandi miti, della forza delle religioni, degli eroi, della poesia epica; e un’età della Ragione, l’epoca della filosofia, della scienza, della prosa, dei sistemi politici repubblicani o monarchico-costituzionali, dell’ingentilimento dei costumi. Quest’ultima età tende a deteriorarsi nell’abbondanza, negli eccessi, nell’indisciplina, nella decadenza dei costumi e nello spegnimento delle virtù civili, fino a degenerare in una nuova età del Senso, in un ritorno di barbarie che dà inizio a un ricorso storico, in un ciclo che assume la figura della spirale. Ebbene, la decadenza estrema è sotto gli occhi di tutti coloro che non siano accecati dalla propaganda di regime. La barbarie riaffiora con manifestazioni di assoluta evidenza.

La seconda possibilità è la guerra fra le maggiori potenze, che sarebbe inevitabilmente breve e devastante, perché nucleare fin dai primi minuti. Gli USA e i loro alleati hanno steso una rete di basi attorno ai confini e alle acque di Russia e Cina. I missili ultrasonici, non intercettabili dai sistemi antiaerei, possono raggiungere Mosca, San Pietroburgo, Pechino e Shangai in pochissimi minuti. Gli USA hanno messo a punto ordigni atomici in grado di penetrare in profondità per distruggere anche i più corazzati bunker sotterranei. Pertanto un giorno, in presenza di una grave crisi internazionale, qualcuno alla Casa Bianca o al Pentagono potrebbe essere tentato di sferrare il primo colpo, liquidando tutta la dirigenza nemica e decapitando i centri di comando. Dall’altra parte è altrettanto vero che i missili ultrasonici, in possesso anche dei russi e dei cinesi, dal territorio di quei vastissimi Paesi possono colpire in pochissimi minuti le basi nemiche, con un attacco preventivo rapido e definitivo. Inoltre i sommergibili di tutte le grandi potenze, armati con missili nucleari, sono sempre in agguato davanti alle coste dell’avversario. Neanche durante la guerra fredda il mondo fu tanto in pericolo, perché nessuno poteva illudersi di distruggere l’avversario senza che potesse reagire.

La terza possibilità è che si sviluppi il piano della cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale, o Great Reset, già in atto prima della pandemia che lo ha favorito e non creato. Si tratta di un grande progetto di digitalizzazione del mondo intero, di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, di robotizzazione, ammantato propagandisticamente di una spruzzata green. Il grande piano della finanza e del capitale globale prevede anche il transumanesimo, un vero e proprio superamento del sapiens attraverso manipolazioni genetiche e inserimento di microchip nel corpo. Non è fantascienza. Nei laboratori di chi aspira a farsi dio ci si sta lavorando. La robotizzazione dei processi produttivi e dei servizi produrrà una disoccupazione di massa. Il Reddito di Cittadinanza, finora soltanto una forma di sussidio ai più poveri, dovrà diventare generalizzato, trasformando tutte le modalità della vita associata. Il prolungamento indefinito della vita sarà privilegio delle élite, per cui i nuovi conflitti saranno, più che una lotta di classe, uno scontro fra le masse che avranno un’attesa di vita di un’ottantina d’anni e le élite che vivranno secoli. Non è fantascienza, è qualcosa che si prepara.  Su tutto poi incombe lo spettro del disastro ambientale, soprattutto a causa delle plastiche e dei rifiuti tossici.

Essendo queste le prospettive, chi si ribella a simili scenari deve darsi programmi politici che contrastino la decadenza in atto, la barbarie incombente e la minaccia di guerra totale. Intanto uscire dall’UE. L’Italia non ha nulla a che fare col Baltico, con Estonia, Lettonia, Lituania, con la Danimarca. Ha molto a che fare col Mediterraneo. La proiezione della nostra penisola è nel Mediterraneo. Dobbiamo guardare ai Paesi che vi si affacciano, recuperando finalmente un’indipendenza persa. Sarà anche necessario uscire gradualmente dalla NATO, seguendo intanto l’esempio di una Turchia che ha un piede dentro e uno fuori dall’Alleanza dominata dagli USA. Solo fuori dalla NATO, certamente impresa non facile, potremmo contribuire a una politica di pacificazione, non con gli inutili cortei di un generico pacifismo. Infine si tratta non di sognare una decrescita che sarebbe possibile solo dopo una catastrofe economica e finanziaria, ma di aderire ai progetti di digitalizzazione e robotizzazione cercando di rovesciarne il segno politico. Vedere la rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale e il conseguente Reddito di Cittadinanza generalizzato come l’occasione per riscattare l’umanità dalla servitù del lavoro salariato. Non del lavoro in sé, nel quale l’uomo si realizza, ma del lavoro asservito. Sul piano politico-istituzionale, occorre rendere coscienti che tutti i sistemi politici sono in fondo delle oligarchie. Bisogna avere il coraggio di ribadire che il vero problema di tutti i sistemi politici è il meccanismo di selezione delle élite. Il più efficiente sistema politico è quello che permette ai migliori di emergere. I migliori sono i più capaci per competenze, per attitudine a organizzare e dirigere, per legittime ambizioni. Non sono le urne elettorali ma le dinamiche professionali e sociali i fattori che fanno emergere i migliori. Il voto deve avallare quanto emerge dalla forza delle cose. C’è bisogno di capi, a livello nazionale e locale. Su di loro deve vigilare un’istanza superiore, corte monarchica o presidenza della repubblica o ristretto consiglio di Custodi della costituzione, un’istanza che detenga il monopolio della forza e garantisca che il potere dei capi è temporaneo e sottoposto a periodici controlli da parte dell’elettorato.

Siamo a una svolta storica epocale. L’esaurirsi delle risorse e la barbarie dilagante potrebbero rendere vani tutti questi discorsi. Li si fa per un’esigenza di ottimismo della volontà. Vedere nero nel prossimo futuro è realismo, una parola che coincide col pessimismo della ragione.

Luciano Fuschini

 
L'idiozia come reato penale PDF Stampa E-mail

12 Giugno 2021

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L’ultima sortita è di Michela Murgia: un articolo per l’Espresso in cui, nelle parole al plurale che terminano in “i”, si sostituisce la desinenza con una pseudo vocale che va sotto il nome di schwab e che consiste in una "e" ribaltata, che si scrive così: ə. Il problema, in linea con le crociate del politically correct e delle rivendicazioni gender, starebbe nel fatto che quella “i” sarebbe prettamente maschile. Pertanto inadatta – anzi offensiva, sopraffattoria e, brrrrrr, patriarcale – quando il termine riguardi sia maschi sia femmine. Nonché, si intende, gli individui di incerta e instabile collocazione tra le due (arcaiche...) alternative. Quali appunto i cosiddetti fluid gender. O se preferite “ə cosiddettə fluid gender”.

La cosa, al pari delle innumerevoli altre sciocchezze di questi fan dell’egualitarismo fittizio, farebbe solo ridere. Se non fosse che loro insistono. E che le loro smanie si stanno diffondendo. E che c’è il fondato rischio che o prima o dopo, con la solita scusa dell’odio e della discriminazione, arrivi qualche legge che le ratifichi e le trasformi in obblighi. Con tanto di sanzioni. La replica sarebbe elementare, di per sé: a Miché, quelle "i" non sono davvero maschili. So’ neutre. Su, gentilissima lady Murgia, che se ti impegni puoi riuscire a capirlo: in italiano il neutro non è previsto esplicitamente, ma interpretarlo come tale è lasciato all’intelligenza – quando c’è – di chi legge o ascolta.

Esempiuccio: chi appartiene al personale carcerario non è che cambi sesso a seconda di come lo si definisce. Se dici “guardie” non diventano femmine all’unisono (festa grande nei bracci maschili, colmi di delinquentacci rozzi e pertanto, verosimilmente, a maggioranza etero). Se viceversa dici “secondini”, o “agenti”, non diventano, o ridiventano, tutti maschi. Ci vuole tanto, ad afferrare il concetto (con la o)? O l’idea (con la a)? Pare di sì. E una legge, forse, andrebbe fatta su questo. L’idiozia come reato penale con reclusione prolungata fino all’eventuale rinsavimento. Ma di questi tempi, ahinoi, le prigioni scoppierebbero.

Federico Zamboni

 

 
Combattiamo per piantare i semi di un cambiamento PDF Stampa E-mail

11 Giugno 2021

 Da Appelloalpopolo del 7-6-2021 (N.d.d.)

Adesso che, col Faucigate, vi è ulteriore prova del fatto che la classe dirigente del blocco atlantista-occidentale ha perso compattezza e che vediamo, quindi, i suoi esponenti ricominciare a combattersi fra loro, sento affiorare due diversi sentimenti.

Il primo è ovviamente di sollievo. Per quanto m’impegni a promuovere mobilitazioni di piazza e ad analizzarne le potenzialità e la relativa crescita in termini di partecipazione popolare, l’ottimismo della volontà non impedisce di essere coscienti del fatto che è totalmente impossibile vincere: ovvero, qualunque ipotesi di poter invertire materialmente il corso intrapreso dalla storia è, per il momento, pura illusione. Se oggi combattiamo, è per piantare i semi d’un cambiamento che possano gestire le generazioni future, non certo per qualcosa di cui potremo essere testimoni direttamente.

Dinanzi a tale sproporzione di forze, ebbene, il fatto che dopo un anno di apparente unanimità le élite tornino a combattersi fra loro, è per il semplice cittadino un dato recante sollievo e che restituisce, soprattutto, la speranza che la prospettiva del distanziamento sociale permanente possa trovare ostacoli nell’attuazione. D’altro canto, però, questo stesso sollievo è indicativo della condizione d’impotenza, dell’impossibilità d’una sollevazione sociale che non sia numericamente irrisoria oppure estemporanea, nonché dell’azzeramento di una qualsivoglia soggettività di massa. Ed è altresì inevitabile pensare che, comunque vada lo scontro ai vertici del potere, quella maggioranza di popolazione che si è bevuta la menzogna di un’emergenza pandemica legata esclusivamente a problematiche sanitarie, continuerà a rimanere cieca, sorda e obbediente proprio come negli ultimi 13 mesi. Dinanzi al gioco politico che le si para di fronte, la moltitudine liquida continuerà, nell’immediato futuro, a interpretare i fatti solo ed esclusivamente nei termini che vengono ordinati da media e governi.

Una volta che la coscienza della sovranità costituzionale e del ruolo soggettivo delle masse popolari nei processi storici viene azzerata, la sconfitta è definitiva. Riguardo a questo, vorrei ricordare che a generare tale involuzione non è stata solo l’ideologia dominante: quando, nell’ambito della componente più propriamente “complottista” dell’opposizione sociale, comincia a diffondersi una sub-cultura di revisionismo storiografico secondo la quale il movimento operaio e la lotta di classe sarebbero esistiti solo in quanto fenomeni etero-diretti da massoni, sionisti o so-un-cazzo-io, il senso di rassegnazione, d’impotenza e di desistenza non può fare altro che crescere: e cresce a tutto vantaggio della classe dominante…

Riccardo Paccosi

 
Auto-alienazione dal Mediterraneo PDF Stampa E-mail

10 Giugno 2021

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 Da Comedonchisciotte dell’8-6-2021 (N.d.d.)

Intervenendo nel 1954 nella delicata questione di Suez, Enrico Mattei riesce a stringere degli accordi vantaggiosi sugli approvvigionamenti di energia provenienti dall’Egitto in base alla famosa formula dell’ENI che prevedeva una spartizione equa degli utili tra l’Italia e i paesi produttori di greggio al 50%, tanto da abbattere la concorrenza dei colossi petroliferi americani e britannici. Mattei dimostrava in questo modo al mondo che, nonostante la sovranità dell’Italia fosse rimasta limitata in politica estera in seguito alla sconfitta nel 2° conflitto mondiale, la DC di De Gasperi e di Fanfani era composta da una classe dirigente capace di promuovere il nostro paese, non solo in Europa, ma anche all’interno dell’area che da sempre ci era stata più congeniale, creando cioè un’egemonia sul Mediterraneo che corrispondeva di fondo all’elaborazione di una propria visione strategico-nazionale.

Diversamente, nello stato attuale, l’Italia scorge un’immagine fastidiosa nella massa d’acqua che la circonda e perfino una temibile minaccia rispetto alla quale non vorrebbe averci nulla a che fare. Non si tratta infatti soltanto di un fenomeno migratorio chiaramente esasperato, sia pure di importanza secondaria, che rende comunque il nostro paese del tutto remissivo anche in questa circostanza rispetto alle condizioni esterne. Si allude piuttosto all’intervento militare NATO in Libia nel 2011, che nel giro di poche settimane riuscì a spazzare via tutti gli accordi diplomatici italiani faticosamente costruiti nel tempo con quella regione; all’occupazione successiva rispettivamente della Russia nella Cirenaica, e della Turchia nella Tripolitania; così come al recente acquisto dei caccia francesi da parte di un Egitto, ansioso di riarmarsi rapidamente per interferire a sua volta su quelle acque. Infine, si fa riferimento alla progressiva e persistente penetrazione in quell’area da parte anche della Cina la quale, per mezzo di tecnologie e di infrastrutture, sta assumendo un ruolo sempre più egemonico al posto nostro. Insomma, siamo in presenza, da 10 anni, di un caos sistemico nord africano che sta tagliando fuori l’Italia dai suoi (è bene sottolinearlo) ‘naturali’ interessi geografici sia di ambito politico che commerciale.

Ora, però, l’ambizione perversa di questo fenomeno di auto-alienazione dal Mediterraneo, partorita dalla nostra classe dirigente durante una parabola lunga ben 35 anni, è stata capace di invertire completamente la causa con l’effetto, accompagnandosi infatti, dapprima, alla paradossale adesione al sistema finanziario europeo, e successivamente alla modifica del Titolo V della Costituzione. Eppure, così facendo, si disconoscono le reali potenzialità di sviluppo del sud Italia che difatti dovrebbero essere sostenute da una massiccia politica economica di investimenti. Mentre, al posto di tali interventi, ci si limita ad elargire occasionalmente qualche elemosina, a fronte, anzi, di una puntuale sottrazione di risorse finanziarie, drenate dalle regioni meridionali verso il nord, tradizionalmente più produttivo, a causa di un assurdo commissariamento imposto loro dalla disciplina di bilancio UE, esacerbato inoltre da un iniquo federalismo fiscale. In altre parole, l’immagine che viene fuori sul Mezzogiorno finisce per corrispondere, nell’opinione pubblica, ad una pesante zavorra, in grado unicamente di frenare lo sviluppo dell’Italia, trascinato a forza da un virtuoso settentrione. Ma le cose stanno davvero in questo modo? A nostro avviso non si tiene conto del fatto che l’interesse particolare del lombardo-veneto, in realtà, nella sua spasmodica volontà di rendere i prezzi delle sue merci fortemente competitivi, ha preferito di gran lunga i tagli al costo del lavoro piuttosto che gli investimenti, tanto quanto la riduzione della domanda interna, per contenere il livello d’inflazione, a scapito del mercato nazionale. Pertanto, la fiducia diffusa e popolare che ha investito questa zona di un ruolo guida risulta ad oggi piuttosto sproporzionata, nella misura in cui si attribuisce tale giudizio proprio quando la sua capacità industriale si è ridotta progressivamente a mera funzione terzista di semi-lavorati a favore dell’industria tedesca. Insomma, lontanissimo dall’essere la nostra locomotiva, le scelte politiche del lombardo-veneto hanno provocato infine una convergenza integrale della nostra economia nella logistica finanziario-produttiva della Germania, piuttosto che essere capace di svilupparne, a sua volta, una propria.

Pertanto, la questione va rovesciata. Se si vuole infatti che l’industria del nord Italia compia un autentico balzo in avanti, è necessario innanzitutto assicurarsi per i prossimi decenni fonti di energia a basso costo provenienti dai paesi produttori vicini, come accadeva negli anni ’50, ed essere in grado inoltre di proteggerli. Al contempo, occorrerà insinuarsi nelle nuove rotte commerciali anche di quei paesi arabo-africani, nostri partners naturali in una prospettiva più propriamente internazionale. Questo affinché ci si possa rendere gradualmente più indipendenti dalle catene del valore del nord Europa e sganciarsi in parte anche dalla competizione ossessiva che domina quei paesi all’interno del loro asfittico mercato continentale, ma accettando di ricoprire invece una posizione dominante all’interno di un’area che, trattandosi appunto del “Mare nostrum”, rimarrebbe decisamente preclusa a loro. Tuttavia, per intraprendere un sì fatto compito l’Italia, oltre a recuperare una più autentica rappresentazione di sé rispetto al suo popolo e al mondo, dovrà riconquistare anche lo spazio marittimo intorno a sé attraverso una massiccia spesa pubblica (sottratta ovviamente al “vincolo esterno” e quindi al limite percentuale del rapporto debito pubblico / PIL, scritto da Bruxelles), col fine di allestire una flotta navale che sia all’avanguardia. Va da sé che quest’ultima dovrebbe poggiarsi su nuove e più sofisticate infrastrutture portuali, aereo-portuali, ferroviarie, auto-stradali, e di stoccaggio merci, al momento quasi del tutto assenti, le quali dovranno essere introdotte capillarmente sulle coste e l’entroterra di quelle zone interessate.

Dunque, occorre smettere di pensare alle regioni manifatturiere dedite all’esportazione come unico centro egemonico territoriale del paese, visto che, sul piano geografico, costituiscono piuttosto le appendici del nord Europa, e ripartire invece da quelle che si affacciano sul mare, situate in misura maggiore nel meridione: operazione inquadrabile solo in una rinnovata ottica di unità nazionale. Difatti, rispetto all’attuale fenomeno della globalizzazione, l’UE si presenta come una sovrastruttura regressiva e anti-storica che reprime, anziché beneficiare, le potenzialità dei singoli paesi membri. E perciò, se l’Italia, al contrario, fosse realmente capace di ripensare se stessa all’interno del suo particolare e distinto ecosistema naturale, sarebbe perfettamente in grado di coesistere adeguatamente con il mercato mondiale da una posizione indipendente e più forte rispetto all’UE. Ma solo se appunto saprà accettare di tramutarsi in una vera e propria potenza di mare.

Jacopo D’Alessio 

 
Vaccinazione per adeguarsi al gregge PDF Stampa E-mail

9 Giugno 2021

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Nella dialettica tra favorevoli e contrari all'inoculazione dei vaccini l'informazione mainstream, imbeccata dai padroni della sovrastruttura del discorso, tende naturalmente a sminuire e denigrare la seconda categoria, facendo di tutto un mucchio e presentando coloro che non intendono vaccinarsi come un gruppo di "no vax" scarsamente istruiti, bifolchi -usando luoghi comuni ormai obsoleti della dicotomia città/campagne- con basso reddito e praticanti lavori scarsamente qualificati.

Vediamo di smontare questa farsesca "reductio ad Hitlerum" e di argomentare con calma, punto dopo punto. Che nella forchetta di percentuale oscillante tra l'11  e il 15% di coloro che non intendono vaccinarsi (sono dati di fine aprile) vi sia una certa quota di complottisti fantasiosi  o di fanatici o di ignoranti (nel senso letterale della parola, non come offesa) ci sta ed è pacifico, è nella legge dei grandi numeri; si contesta al contrario il postulato argomentativo, che la narrazione vorrebbe imporre, dell' equazione "renitente al vaccino = no vax ignorante rozzo e complottista". È facile leggere un poco dappertutto, su siti o testate al di sopra di ogni sospetto, le storie e le testimonianze di persone del tutto normali, con buon livello scolastico e di reddito, che si informano da fonti altamente attendibili e qualificate, lontane anni luce dal complottista medio, che rifiutano con ragioni bene argomentate e particolareggiate di farsi iniettare il vaccino (si vedano i casi di infermieri marchigiani o piemontesi oppure la lettera aperta di una diciottenne al blog di Nicola Porro, tutte cose facilmente reperibili con una breve ricerca). Ebbene tutte queste persone assieme agli altri che argomentano razionalmente -escludiamo i seguaci delle teorie che prospettano cataclismi demografici o modifiche del DNA scimmiesche, anzi neppure li prendiamo in considerazione- non contestano né presunte o fantastiche mutazioni genetiche, né assurde teorie della cospirazione volte al depopolamento planetario. Sul piano sanitario contestano semplicemente le procedure di emergenza concesse dalle agenzie (EMA, AIFA, etc etc) a terapie geniche ancora sperimentali, prive di letteratura scientifica sugli effetti collaterali a medio-lungo termine e rivendicano il diritto appunto di non sperimentare tali terapie: se si trattasse, ad esempio, di vaccini antipolio o antimeningite senz' altro sarebbero, saremmo -aggiungo anche me stesso- i primi a farli ad occhi chiusi.

Ma il problema di "vaccino sì, vaccino no" non deve essere visto solo in ottica meramente sanitaria: oltre che sinceramente non si capisce la paura di un vaccinato (che dal 70 al 90% non rischia il contagio e quasi al 100% se lo rischia, lo rischia come una febbriciattola da due linee) verso un  non vaccinato, paura irrazionale che a questo punto capovolge i ruoli e mette sul piano dello scetticismo chi si vaccina e non chi decide di non vaccinarsi, il punto riguarda sia la libertà di scelta, sia la pericolosa intrusione dello Stato nella vita personale, primo elemento dei totalitarismi come spiegherebbe bene a certi la compianta Hanna Arendt, e infine la contrapposizione tra libertà naturale e libertà ottriata, dal francese "octroyé", "concesso": proprio come le carte di Luigi XVIII o Carlo X nella Restaurazione ai sudditi.

I fautori del vaccino parlano di " vaccinarsi per dovere verso gli altri, la società, e poter ritornare liberi". A costoro io rispondo che prima di tutto non contesto la loro scelta di vaccinarsi ed è davvero un loro diritto farlo (purché, in una società davvero liberale e tollerante, essi rispettino il mio di non farlo) quindi li ammonisco su un punto ben chiaro: credete voi che la vostra libertà naturale passi per una "carta verde" rilasciata col vaccino? La "carta verde" equivale alle Costituzioni della Restaurazione europea post-Napoleone, è una libertà "ottriata" e concessa dal Potere, che si arroga tutto il diritto di decidere e di concedere al suddito cosa fare e cosa non fare. E che alzerà prima o poi il tiro. Voi sapete cosa è un diritto naturale? Si tratta di un diritto che trova la sua ragione di essere nella natura umana stessa e non nella codificazione o accettazione da parte di un governo di qualsiasi colore o regime che li concede. Il diritto alla libertà individuale, presupposto alla libertà di scelta e alla dignità umana, è esso stesso naturale all' uomo e non concesso per legislazione. Correre a farsi il vaccino perché "il vaccino rende liberi" (dove si era letta una frase di tenore abbastanza simile, solo col sostantivo "lavoro" al posto di "vaccino"? Da qualche parte in Polonia, credo...) è il più grande errore che un cittadino possa fare: significa spogliarsi della veste di cittadino per indossare i panni del suddito cui il Potere, di volta in volta, darà libertà ottriate sempre più ristrette, vigilate e condizionate ad altri paletti. Correre a farsi il vaccino per sicurezza personale va benissimo, chi vuole o chi è fragile e vuole giustamente tutelarsi ha tutto il diritto di ricevere ben presto la sua dose, ma il vaccino dovrebbe essere il tagliando per superare la paura e tornare veramente alle libertà pre-covid: noi parliamo di libertà pre-covid, perché quella del 2019 non era di certo "normalità".

Vaccinarsi e continuare ad avere paura del prossimo, del contagio, a indossare mascherine all'aperto, a "distanziarsi", a salutarsi col gomito, è indice esso stesso prima di tutto di una mancanza totale di fiducia nella terapia vaccinale e quindi di una vaccinazione fatta solo per adeguarsi al gregge e in secondo luogo della non consapevolezza dei diritti di cittadino, di membro della "Res Publica".

Aggiungo: sono proprio i vaccinati che continuano, nutrendo inconsapevolmente nessuna fiducia nei vaccini perseverando a indossare mascherine, a distanziarsi, ad avere paura di un contagio ridotto a un 10% scarso e come febbriciattola senza conseguenze, sono proprio costoro, dicevo, che spingono tutti quanti noi a radicalizzarci nella nostra legittima scelta. Perché sono i testimoni viventi che i diritti naturali non sono barattabili con nulla e che il vaccino non è "il passaporto per la libertà" tanto sbandierato. Anzi, dalle scene viste di recente a Bologna, deprimenti dal punto di vista scientifico ancor più che psicologico -si tratta una cosa seria come il vaccino alla stregua d'un albero della cuccagna come nei quadri di Bruegel, in un pigia pigia manco fossero stati profughi di guerra in attesa del pasto, che sono infinitamente più dignitosi e decorosi- si capisce come per molti il vaccino, la campagna vaccinale, sia inconsciamente un diversivo in una routine alienante e insensata. Questi sono i fatti. Tutto il resto è noia.

Simone Torresani

 
La natura coriacea delle tradizioni culturali PDF Stampa E-mail

8 Giugno 2021

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 Da Rassegna di Arianna del 7-6-2021 (N.d.d.)

Qualche giorno fa ho letto sulla rivista Limes alcune considerazioni scritte in forma anonima da un ufficiale americano in congedo. Nulla di davvero nuovo, né sconvolgente, solo un promemoria della situazione reale dell'Italia in rapporto agli USA.

“Che cosa abbiamo? Il controllo militare e di intelligence del territorio, in forma pressoché totale. E quel grado, non eccessivo, di influenza sul potere politico -soprattutto sui poteri informali ma fondamentali che gestiscono di fatto il paese. Quello che voi italiani ci avete consegnato nel 1945 -a proposito, se qualcuno di voi mi spiegasse perché ci dichiaraste guerra, gliene sarei davvero grato- e che non potremmo, nemmeno volendolo, restituirvi. Se non perdendo la terza guerra mondiale. In concreto -e vengo, penso, a quella «geopolitica» di cui parlate mentre noi la facciamo - dell’Italia ci interessano tre cose. La posizione (quindi le basi), il papa (quindi l’universale potenza spirituale, e qui forse come cattolico e correligionario del papa emerito sono un poco di parte) e il mito di Roma, che tanto influì sui nostri padri fondatori. La posizione. Siete un gigantesco molo piantato in mezzo al Mediterraneo. Sul fronte adriatico, eravate (e un po’ restate, perché quelli non muoiono mai) bastione contro la minaccia russa, oggi soprattutto cinese. Ma come vi può essere saltato in mente di offrire ai cinesi il porto di Trieste? Chiedo scusa, ma avete dimenticato che quello scalo di Vienna su cui i rossi di Tito stavano per mettere le mani ve lo abbiamo restituito noi, nel 1954? E non avete la pazienza di studiare il collegamento ferroviario e stradale fra Vicenza (e Aviano) e Trieste -ai tempi miei faceva abbastanza schifo, ma non importa- che fa di quel porto uno scalo militare, all’intersezione meridionale dell’estrema linea difensiva Baltico-Adriatico? E forse dimenticate che una delle più grandi piattaforme di comunicazioni, cioè di intelligence, fuori del territorio nazionale l’abbiamo in Sicilia, a Niscemi, presso lo Stretto che separa Africa ed Europa, da cui passano le rotte fra Atlantico e Indo- Pacifico?”.

Il testo prosegue in modo interessante, ma siccome non sono qui intenzionato a sviluppare un discorso di natura geopolitica, per quel che voglio dire, basta così.

Parto da queste valutazioni, che sono un semplice realistico bagno di realtà, per fare alcune considerazioni generali sulla condizione storica dell'Italia. Il dato di partenza, ben illustrato nel passaggio succitato, è che l'Italia non è in nessun modo valutabile come un paese politicamente sovrano. Siamo un protettorato USA, cui è stato concesso di acquisire una seconda forma di dipendenza, economica, nei confronti della Germania, nella cornice UE. Questo è quanto. Siamo dunque poco più di un'espressione geografica, come diceva Metternich, la cui politica ha minimi margini di gioco. Siamo lontani dagli anni in cui vedevamo le dirette ingerenze dei "servizi segreti deviati" nella politica italiana ("strategia della tensione"), ma ne siamo lontani semplicemente perché ciò che spontaneamente si agita nella politica italiana è già totalmente asservito, e non richiede una manipolazione troppo robusta. Facciamo una politica estera che ci viene dettata nei dettagli dagli USA, abbaiando obbedienti ai loro avversari. Facciamo una politica interna innocua e perfettamente inconcludente, e una politica economica apprezzata dagli USA (e che coincide con il gradimento degli ordoliberisti tedeschi). Questa è la situazione e, come dice correttamente l'ufficiale, non cambierà fino alla terza guerra mondiale (o fino ad un cataclisma di pari portata).

I margini reali della nostra politica sono quelli che passano tra l'essere un paese nel gruppo di coda nella cornice ordoliberista europea e l'essere un paese nel gruppo di testa, nella stessa cornice. Possiamo cioè migliorare un po' le condizioni di vita di alcuni gruppi, nel quadro economico dato. Non è un obiettivo insignificante, può essere meritevole di impegno, ma segnala chiaramente i confini di una politica nazionale che vive nella boccia dei pesci rossi tenuta sul comodino dagli USA. Non è in discussione la cornice di sistema economico, così come non è in discussione nulla che riguardi la politica estera. Per quelli che si riempiono la bocca di 'libertà' è utile capire che la libertà che abbiamo è quella che il guardiano del carcere concede ai detenuti modello.

In questo contesto, c'è qualcosa che possiamo fare? C'è un ruolo che possiamo giocare senza che sia già pregiudicato? Direi che rimane soltanto un autentico spiraglio di libertà positiva. È lo spiraglio, per rifarci ad un modello classico - e inarrivabile - che aveva la Grecia antica rispetto alla strapotenza romana: non abbiamo margini per muovere foglia sul piano della politica sovrana, ma potenzialmente avremmo qualcosa da dire come 'potenza culturale'. Lo so che siamo troppo occupati, grazie ai nostri media, a piangerci addosso per non essere abbastanza simili al padrone americano. Lo so che tutto ciò che viene promosso come esemplarità da perseguire dal nostro apparato informativo non travalica i limiti di un'emulazione goffa del modello americano. Non paghe del colonialismo materiale, economico e politico, una parte significativa delle classi dirigenti del nostro paese, incardinate nel sistema mediatico, cercano h24 di ridurre l'Italia anche ad una colonia culturale. Ciò avviene in mille modi, dall'adozione di modelli formativi di ispirazione americana, all'assorbimento passivo illimitato della filmografia americana (e dei suoi temi, che siamo indotti a immaginare siano i nostri), alla resa incondizionata a tonnellate di imprestiti linguistici da parvenu (ci muoveremo grazie al Green pass, canteremo le lodi del Recovery fund, che ci permetterà di ribadire il Jobs act, dopo essere finalmente usciti dal Lockdown, in attesa che vadano al governo quelli della Flat tax al posto di quelli  del Gender fluid, e ci dedicheremo allo Smart working, rivitalizzando i settori del Food e del Wedding, mentre lotteremo impavidi contro le Fake news.) Fortunatamente, nonostante tutti i tentativi di distruzione, le tradizioni culturali hanno una natura coriacea, un'inerzia che tende a permanere nonostante le attività di boicottaggio costante.

E così, nonostante la distruzione sistematica di scuola e università sul piano istituzionale, una tradizione di formazione mediamente decente, a volte brillante, continua a persistere. E così, nonostante la demolizione a colpi di squallore american-style della cultura musicale, in quello che un tempo era considerato il paese musicale per eccellenza, rimangono buone tradizioni di formazione e continuiamo a produrre musicisti di rango. E così, nonostante i tentativi di devastare la cultura enogastronomica più ricca del mondo a colpi di bollinature UE e promozioni McDonald's, rimane un'ampia cultura diffusa della buona alimentazione.

Il punto di fondo credo sia il seguente. Nel medio-lungo periodo l'unico vero patrimonio che, come italiani, siamo nelle condizioni di coltivare, preservare e sviluppare liberamente è quello culturale. Abbiamo ereditato una delle dieci tradizioni culturali più ricche, durature e molteplici del mondo. E se non cediamo su tutta la linea a quelle élite cosmopolite, mediaticamente sovrarappresentate, ma culturalmente straccione che ambientano i loro sogni a Central Park e nella Baia di San Francisco, se non molliamo completamente il colpo, può darsi che la storia ci riservi ancora un ruolo che non sia quello di un villaggio turistico coloniale.

Andrea Zhok

 
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