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Il Regno della Quantità PDF Stampa E-mail

26 Novembre 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 24-11-2019 (N.d.d.)

 

“Il dominio americano del mondo è un fenomeno negativo, derivante non da un eccesso di energia, ma da un deficit di resistenza“. Così scrisse Oswald Spengler nel Tramonto dell’Occidente. Per Carlo Marx, in America il credito ha sostituito il Credo. Trionfo della distruzione creativa e del calcolo egoistico, dello zombi turistico sostituto dei costruttori del Partenone, del Colosseo e dell’Alhambra. Più l’uomo moderno è nullo, più diventa americano. L’americanismo gli ordina di rinunciare al suo denaro, alla sua razza, alla famiglia, alla libertà, al rango, alla sua cultura, lingua, nazione e tradizione. Vi è nell’americanismo una tossicità sorprendente, una vischiosità da carta moschicida, un’attrazione inspiegabile se non con le parole di un poeta, Charles Baudelaire: “spietata dittatura dell’opinione pubblica nelle società democratiche; non supplicarla di carità, indulgenza o elasticità nell’applicazione delle sue leggi ai numerosi e complessi casi della vita morale. Sembra che dall’amore empio della libertà sia nata una nuova tirannia, la tirannia delle bestie o la zoocrazia“. Sono queste alcune delle caratteristiche salienti, le illustrazioni del paese di Benjamin Franklin, inventore di una moralità da bancone di bottega, eroe di un ristretto, ma vincente pensiero strumentale di grossisti dell’anima. Non diversamente, Aléxis de Tocqueville intuì nella mentalità americana i pericoli di una tirannide della maggioranza, della quantità, ai danni delle minoranze, dei dissenzienti, della qualità. Sostenne che via via che i cittadini diventano più simili, aumenta la disposizione a identificarsi nella massa e a credere in essa, e quindi il pubblico “viene a godere di un singolare potere: non fa valere le proprie opinioni attraverso la persuasione, ma le impone attraverso una gigantesca pressione dello spirito di tutti sull’intelligenza di ciascuno.” L’opinione è manipolata dall’alto, ma l’americano, e da tre generazioni anche l’europeo, non guarda all’insù, ma esclusivamente alla greppia, al soddisfacimento immediato di piaceri volgari pagabili in moneta. […] La sua ossessione è misurare tutto; di qui la passione per la statistica, la tassonomia, i bilanci, così utili per l’eroe a stelle e strisce, l’uomo che si fa da sé e avanza verso il successo, il cui metro è il dollaro. […] Stupisce la fascinazione per chi è famoso, indipendentemente dalle motivazioni, attore, fuorilegge o scienziato. La famiglia Dillinger, dopo l’uccisione del gangster di Chicago, si esibì con successo nei teatri. Tutto tende a dare una forma quantitativa al pensiero. Se l’americano domanda il valore di un uomo, intende il valore materiale, e si irrita di ogni altro sistema di apprezzamento. La soluzione dei problemi che propone è sempre quantitativa. Questo vale anche per la guerra, in cui la strategia americana non si basa sul valore militare o la proporzionalità, ma sul gigantesco dispiegamento di mezzi. Convinto della sua superiorità etica, fervido sostenitore del modo di essere Usa, lo vuole imporre, a fin di bene, al mondo intero. La santificazione della libertà all’americana conduce ad una vita massificata fino a perdersi nel conformismo, nella moda, nel regno dell’indifferenziato e della quantità. Dalla fine della seconda guerra mondiale, vinta con la potenza delle armi, l’americanismo dominante ha trasformato l’Europa in Occidente e poi in periferia colonizzata. Ha imposto modelli economici, standard esistenziali a comunità intere. L’american way of life si è stabilito, deposti ma non abbandonati gli strumenti bellici, come incontrastato dominio finanziario, militare, industriale, tecnologico, ma innanzitutto come modello teso a costruire un nuovo tipo umano indifferenziato, relativista, interessato solo alla ricchezza, all’avere, al successo. Il suo rozzo vitalismo è esclusivamente materiale, quasi zoologico.

 

Il segno dei tempi, per René Guénon, è l’avvento del regno della quantità. Attraverso l’egemonia dell’americanismo, ci annientiamo con gioia, demograficamente, culturalmente, spiritualmente. Una morte gaia, un funerale alle luci del varietà. Il trionfo del femminismo rancoroso, del libertarismo, il potere assoluto del mercato, della forma merce, del multiculturalismo, dell’omologazione planetaria, di tutto ciò che è misurabile in dollari sono pericoli più rovinosi del terrorismo o della dipendenza dal petrolio. Ci hanno assorbito, mangiato le carni, hanno comprato per quattro soldi la nostra anima come Mefistofele con Faust, ci hanno venduto a caro prezzo un posto in galleria nello spettacolo da loro allestito. Meraviglia la nostra smania di sottomissione, adorazione e deificazione dell’America. Tempo amorale in cui le azioni della Boeing triplicarono nonostante uno scandalo che la vide protagonista, segno che vogliamo tenacemente schiantarci, ipnotizzati dagli Usa. Tempo in cui sostituiamo le nostre feste con quelle di provenienza americana, Halloween al posto dei Santi e dei Morti, in cui ci mettiamo in fila per gli sconti del cosiddetto Black Friday, il venerdì nero imposto da Amazon. Tempo in cui abbandoniamo la lingua nativa per esprimerci in un ridicolo globish, l’inglese da aeroporto, parente assai lontano della lingua di Shakespeare. Il mondo moderno di osservanza americana è allucinatorio, confonde reale e virtuale; adora come i selvaggi di Colombo le perline luccicanti vendute in cambio di oro dai conquistatori colonizzatori d’Oltreoceano.

 

Nell’industria, l’America non si interessa che alla produzione di serie, il cui gusto livellato in basso impone alla clientela di massa per coazione a ripetere pubblicitaria intrecciata con la svalutazione, l’aperta irrisione dei modelli fondati sulla qualità. Le interessa soprattutto fomentare l’invidia, il desiderio di possedere ciò che i vicini hanno già. Non c’è posto per l’essere, ma solo per il primato, l’immensamente grande. Invariabilmente, uno spettacolo, un edificio, una realizzazione tecnica è la “più grande del mondo”. Le forme di vita della società che impronta sono tecnomorfiche, sostituiscono l’organico con il meccanico, con inevitabile materializzazione dei rapporti sociali. In un paese in cui l’eterogeneità è un elemento costitutivo, il consenso non può costituirsi che intorno a cose materiali, ai consumi, al possesso. Mito ideale è il melting pot, il pentolone che ribolle e cambia continuamente colore, gusto, aspetto. Il consenso si raduna sull’acquisto dei beni costitutivi dello status sociale. Nella scelta dei rappresentanti, il principio di qualità è aborrito: il senatore, il governatore, il presidente devono essere “come tutti gli altri”. Per questo giocano con il pubblico, si mostrano in salotto o con il cagnolino. L’americano si insospettisce immediatamente se avverte la superiorità di un candidato. Non lo capisce, quindi non lo vota. Tutto ciò è rapidamente transitato in Europa. […]

 

Si è poco riflettuto su un dato storico della vicenda americana: gli Usa nascono dal rifiuto dell’Europa dei Padri Pellegrini e successivamente dall’abbandono del Vecchio Continente di decine di milioni di europei che, lasciate le rispettive terre per cercare fortuna, ripudiavano le origini, trasformandosi in perfetti neo-statunitensi. È americano il detto che la patria è dove si appende il cappello. Del resto, la parola patria non esiste in inglese: country, paese, tutt’al più people, la gente, massa da misurare aritmeticamente, una somma da valutare in termini di equivalenza, economia di scala, propensione al consumo. L’immensa fortuna americana di Freud e della psicanalisi si spiegano con il rifiuto delle culture di provenienza di milioni di deracinés, sradicati, animati da un livido spirito di rivalsa nei confronti delle terre native. È, né più né meno, l’assassinio del padre, fondamento della costruzione freudiana. Altro idealtipo è quello del vincente, non importa con quali mezzi. Bisogna competere, schiacciare l’avversario per guadagnare, “avere successo”. I perdenti non hanno cittadinanza, a nessuno importa del valore o della giustezza della causa. L’americanismo è la termite che ci divora; compra l’anima, ma fa di peggio. Vende il surrogato e butta l’originale. […] La resa dell’animo europeo, iniziata nella carneficina della primaguerra mondiale, è proseguita a ritmo accelerato dopo la seconda, assumendo dal 1989, liberazione dal comunismo e scatenamento degli spiriti animali del capitalismo amerikano, i caratteri di una Caporetto dello spirito, una sconcertante volontà di impotenza, un’ansia di distruzione, un cupio dissolvi che sarà oggetto di studi degli psicologici del futuro, più che degli storici e dei sociologi. C’è una natura negativa, regressiva, profondamente anti europea, nello spirito americano. Non intendiamo alimentare nessun rancore o volontà di rivalsa nei confronti di quel popolo. Gli Usa hanno il diritto di vivere secondo i principi e l’organizzazione sociale che preferiscono. Non dobbiamo invece accettare che la loro agenda politica, economica, tecnologica, culturale, valoriale ci sia imposta. Dobbiamo organizzare una resistenza, ricostruire argini, restituire l’Europa a se stessa. Parafrasando Niccolò Machiavelli, vogliamo mostrare che a qualcuno ancora “puzza questo barbaro dominio”, non morire da coloni, servi di un mondo estraneo. Osiamo affermare che la visione della vita americana, la sua way of life è un’infezione a cui vanno opposti anticorpi, a cominciare dalla denuncia dell’inquietante regno della quantità diventato senso comune, orizzonte unico entro un sistema politico neo liberista, dichiarato privo di alternative senza prove e nel divieto del contraddittorio. Di là dell’Atlantico, amano le sigle, gli acronimi. Uno è TINA, there is no alternative. Falso, a ogni sistema, a qualunque regime o pensiero vi è sempre un’alternativa. Acronimi: l’impero della semplificazione. Solo in America gli esseri umani potevano essere ridotti alle iniziali, espropriati del nome. Ricordate J.R., l’eroe televisivo di Dallas, O. J. Simpson e tanti altri? Derubricati a sigla, come i numeri di matricola dei prigionieri o i codici a barre dei prodotti del supermercato. Quantitative sono in America anche le scienze dello spirito. L’unica filosofia prodotta negli Usa è il pragmatismo, pensiero pratico per il quale conta il risultato delle azioni. La psicologia, con John Watson, ha partorito il comportamentismo (behaviorism), la convinzione che nulla vi sia di innato e ogni condotta sia determinata dall’ambiente. In sociologia, più che le analisi, valgono le statistiche, la capacità di prevedere comportamenti di massa, nella prospettiva dello sfruttamento economico.

 

L’uomo americano occorre che abbia, non che sia. È un homo dollaricus, interessato spasmodicamente alle speculazioni di borsa, al guadagno facile, poiché l’obiettivo della vita è fare soldi, to make money. Questa, infine, è la ricerca della felicità posta nella costituzione, un testo in cui si afferma che tutti gli uomini nascono liberi, redatto da diversi proprietari di schiavi. Lo stesso primo presidente, George Washington, ne possedette per tutta la vita. Un altro tratto dell’americanismo è l’ipocrisia, il moralismo da quattro soldi, virtù pubbliche e mano sul cuore, comportamenti opposti. In America è stato inventato un modello matematico chiamato preda-predatore (equazione di Lotka-Volterra), utilizzato in alcune analisi economiche, il cui senso non necessita spiegazioni. L’idea di eguaglianza che rifiuta programmaticamente ogni distinzione qualitativa è alla base dell’intera vita americana, ma non sposta di un centimetro l’enorme (e crescente) disparità di reddito che affligge decine di milioni di americani poveri. I rapporti sociali, in un universo di differenze tanto grandi, non possono sfociare in un’appartenenza collettiva, se non nella riduzione allo stato di macchine che il cinema colse fin dal 1927 con Metropolis, diretto da Fritz Lang, che era però viennese e da Charlie Chaplin, europeo anch’egli, in Tempi Moderni (1936). Convinto paladino della libertà, che non definisce se non come assenza di vincoli e opportunità di arricchirsi, l’americano è un essere “fisicamente libero, ma psicologicamente e spiritualmente schiavo“ (Tocqueville). Il dramma è il fascino indiscutibile che l’americanismo esercita sulle menti cresciute nel culto della materia, del progresso “tecnico”. È l’ideologia della modernità e – nella dimensione mercificata del consumo individualista, del soggettivismo e dei diritti civili sostituti della giustizia sociale – della post modernità. Funziona, ma consuma corpi e anime; convince di vivere non nel migliore dei mondi, ma nell’unico. È la versione contemporanea, soffice, del totalitarismo. Scrisse Tommaso d’Aquino: timeo homines unius libri, temo gli uomini di un solo libro. Chissà che avrebbe pensato di un popolo, di un senso della vita impadronitosi di tutti noi, che non è “di un solo libro”, ma della sua riduzione a riassunto, massimo centoquaranta caratteri, come i messaggi di Twitter.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Un futuro non troppo lontano PDF Stampa E-mail

25 Novembre 2019

 

Da Appelloalpopolo del 23-11-2019 (N.d.d.)

 

Premesse: a)- la Germania da un po’ di anni sta riducendo considerevolmente il suo debito/pil per arrivare sotto il 60%; b)- la Germania sta chiedendo (e otterrà) per il completamento dell’Unione Bancaria con l’istituzione della garanzia dei depositi, che i titoli di Stato in pancia alle banche, attualmente ritenuti risk-free, vengano valutati peggio dei derivati e in base al rating dell’emittente.

 

Lo schema del nuovo MES in 10 mosse. 1) Il nuovo MES emetterà Eurobond e si finanzierà sul mercato, per fare da prestatore di ultima istanza agli Stati che chiederanno il suo intervento. 2) Gli Stati potranno chiedere l’assistenza finanziaria del MES attraverso 2 vie: -a) gli Stati in linea con i parametri di Maastricht (debito/pil sotto il 60% e deficit/pil sotto il 3%) avranno una linea di credito agevolata ed automatica, senza dover sottostare alle famose condizionalità; -b) gli altri Stati avranno una linea di credito subordinata a delle condizionalità. 3) Le condizionalità sono tagli, privatizzazioni, austerità, tasse, insomma nuovi massacri in stile Amato-Monti. 4) La storia d’Italia dimostra (1992-2011) che le manovre lacrime e sangue sono accettabili per l’opinione pubblica solo in presenza di una forte crisi. 5) Le crisi in Italia sono sempre state eterodirette e i presupposti di innesco sono in mano alle istituzioni europee che operano sempre “al riparo dal processo elettorale” (citazione di Mario Monti). 6) Una buona dose di panico gettata sui Mercati scoperchierà il vaso di una crisi bancaria per tanto tempo soffocata ed emergeranno le magagne nascoste. 7) La Germania prenderà tranquillamente dal MES la sua linea di credito agevolata per ricapitalizzare le sue banche imbottite di derivati. 8) L’Italia userà la sua linea di credito MES condizionata per ricapitalizzare le sue banche imbottite di sofferenze e di titoli di Stato italiani, che nel frattempo avranno visto crollare il rating e costretto le banche a consistenti accantonamenti. 9) La Germania e la Francia compreranno le banche italiane buone. 10) L’Italia risanerà a sue spese le banche che non interessano all’estero, perché l’Unione Europea non riterrà di interesse pubblico salvarle, o le lascerà fallire.

 

Ovviamente è una ipotesi, si accettano correzioni, ma una cosa mi sembra evidente: il vero problema del nuovo MES non sono le condizionalità automatiche, ma la linea agevolata appositamente studiata per la Germania: la storia dell’Unione Europea è andata sempre così, la Germania ha sempre detto di NO ai nuovi strumenti, euro compreso, finché non è stata sicura di poterli utilizzare a proprio esclusivo vantaggio. E la Francia? La Francia è sempre stata fuuurba: continua da un lato a lavorare per farci le scarpe, dall’altro a fidarsi dei tedeschi pensando di essere più astuta di loro…

 

Lorenzo D’Onofrio

 

 
Bomba a orologeria PDF Stampa E-mail

24 Novembre 2019

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Da Comedonchisciotte del 21-11-2019 (N.d.d.)

 

È stata posta una bomba ad orologeria nel sistema economico italiano. Una bomba che rischia di deflagrare con tutta la sua forza distruttiva e di polverizzare i risparmi degli italiani. Si tratta del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) in passato noto come fondo salvastati. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, lo scorso giugno ha formalmente aderito al nuovo accordo di riforma del MES. Molti probabilmente ricorderanno il precursore di questo strumento, ovvero il fondo europeo di stabilità finanziaria, ai tempi della crisi greca. Nel 2010 si decise di dare vita a un fondo partecipato con quote sottoscritto dai vari partecipanti dell’eurozona. Il vecchio fondo salvastati venne istituito formalmente per somministrare degli aiuti ai Paesi dell’eurozona in grave dissesto finanziario, in particolare la Grecia, in cambio dell’approvazione di riforme strutturali che si sono poi tradotte in tagli alla spesa pubblica e avanzi primari. In realtà, solamente una minima parte dei fondi stanziati dal vecchio MES finì in aiuti al popolo greco, quando larga parte di essi invece furono usati per risanare le esposizioni finanziare delle banche francesi e tedesche. Ma la nuova riedizione del fondo salvastati potrebbe non solo rivelarsi inefficace in questo senso, ma potrebbe comportare danni enormi ai Paesi che aderiscono, in particolar modo all’Italia.

 

Le nuove regole partorite dall’Eurogruppo, il consesso dei ministri dell’Economia dei Paesi UE, infatti prevedono per la partecipazione al MES l’obbligo di una automatica ristrutturazione del debito dei Paesi partecipanti che non dovessero trovarsi in linea con l’analisi di sostenibilità del debito pubblico, effettuata dallo stesso MES. Gli Stati membri che non dovessero trovarsi in linea con questa valutazione dovranno pertanto, se vorranno aderire al MES, provvedere ad una ristrutturazione automatica del loro debito pubblico. Sostanzialmente, la ristrutturazione di un debito pubblico comporta la sua automatica riduzione e la perdita del valore nominale dei titoli del debito pubblico per i suoi detentori. In una recente audizione alla commissione bilancio della Camera, il professor Galli, ex parlamentare PD e professore di Economia Politica, spiega le conseguenze di questo eventuale scenario: “la nostra opinione su questo punto è che l’idea di una ristrutturazione ‘early and deep’ non avesse senso nella Grecia del 2010 e, a maggior ragione, non abbia senso nell’Italia di oggi. In particolare, occorre considerare che l’Italia ha risparmio di massa e che il 70% del debito è detenuto da operatori residenti, tramite le banche e i fondi di investimento. In queste condizioni, una ristrutturazione sarebbe una calamità immensa, genererebbe distruzione di risparmio, fallimenti di banche e imprese, disoccupazione di massa e impoverimento della popolazione senza precedenti nel dopoguerra.” La sola condizione di un abbattimento del debito pubblico di questo tipo provocherebbe probabilmente una recessione ancora più profonda e devastante della precedente crisi finanziaria del 2008. Come spiega il professor Galli, una ristrutturazione in un Paese come l’Italia che ha il 70% del suo debito pubblico in mani domestiche, equivarrebbe a un harakiri. Si distruggerebbero valore e risparmi che sono presenti sul territorio italiano con conseguenze drammatiche per l’intera economia nazionale. In un altro passaggio della sua audizione, Galli continua a descrivere una ristrutturazione preventiva come “un colpo di pistola a sangue freddo alla tempia dei risparmiatori, una sorta di bail-in applicato a milioni di persone che hanno dato fiducia allo Stato comprando titoli del debito pubblico. Sarebbe un evento di gran lunga peggiore di ciò che l’Italia ha vissuto negli ultimi anni a causa dei fallimenti di alcune banche.” Austerità in cambio di prestiti: l’arma in mano al MES

 

I danni che potrebbero derivare all’Italia non si limitano purtroppo solo a questo. Le vie per accedere ai fondi del MES sono sostanzialmente due: la prima è rappresentata dalle PCCL, ovvero le linee di credito precauzionale sotto condizione. Per avere una linea di credito attraverso le PCCL, è necessario avere sostanzialmente un rapporto debito/PIL non superiore al 60%, o in caso contrario la sua riduzione di 1/20 all’anno, e un rapporto deficit/PIL non superiore al 3%. L’Italia quindi già sarebbe esclusa in partenza dall’accesso a questa linea di credito perché non in linea con i parametri previsti. La seconda via prevista sono le ECCL, ovvero le linee di credito precauzionale rafforzate. Per avere accesso a queste linee di credito sarà necessario sottoscrivere un memorandum di intesa con il direttivo del MES, che rilascerà i prestiti allo Stato richiedente solamente in cambio dell’applicazione di rigide politiche di austerità. Se lo Stato in questione dovesse rifiutarsi di sottoscrivere un tale memorandum, sarebbe di fatto preda della speculazione dei mercati, dal momento che il MES si asterrebbe da qualsiasi intervento a sostegno del debito pubblico del Paese in difficoltà, fino a quando questo non adempie alle condizioni imposte dal fondo. Non solo dunque si lasciano gli Stati senza alcuna protezione contro la speculazione finanziaria, ma gli si punta la pistola alla tempia per costringerli a cedere la loro politica economica nelle mani del direttivo MES.

 

Un altro passaggio preoccupante di questa riforma è quella che sottrae il MES a qualsiasi controllo democratico da parte degli Stati membri. Il nuovo fondo non risponde alla sovranità dei Parlamenti nazionali ed è persino svincolato dalla stessa Commissione europea. Le leve della politica economica degli Stati dell’eurozona sarebbero completamente rimesse nelle mani di questo organismo sovranazionale, privo di legittimazione democratica. Il varo di questo nuovo devastante strumento sarebbe previsto il prossimo dicembre, previa la ratifica dei parlamenti nazionali. Se dovesse essere approvato, l’Italia rischierebbe di andare incontro ad una delle più pesanti crisi economiche della sua storia. È una vera e propria bomba piazzata sul risparmio di tutti gli italiani. Per anni, si è paventato il rischio della calata della troika in Italia, e oggi quel rischio è ad un passo dal tramutarsi in realtà.La troika ha indossato una nuova maschera, si chiama MES e non è mai stata così vicina dal mettere le mani sull’Italia.

 

Cesare Sacchetti

 

 
Palestina unico Stato PDF Stampa E-mail

23 Novembre 2019

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Da Comedonchisciotte del 21-11-2019 (N.d.d.)

 

Il Segretario di Stato Mike Pompeo ha annunciato che gli Stati Uniti stanno ammorbidendo la loro posizione sugli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Il Segretario Pompeo ha ripudiato il parere legale del Dipartimento di Stato del 1978, secondo cui gli insediamenti ebraici nei territori occupati sono “incompatibili con il diritto internazionale.” È difficile capire se la mossa sia intesa a salvare la carriera politica di Benjamin Netanyahu o a far arrivare il sostegno della lobby ebraica al presidente Trump in un momento a lui critico. È ragionevole supporre che questa politica sia stata messa in atto per favorire entrambi gli obiettivi. La dichiarazione di Pompeo è stata, prevedibilmente, accolta con favore dal Primo Ministro Netanyahu e denunciata dai funzionari palestinesi e da tutti quelli che ancora credono nella delirante Soluzione dei Due Stati. Proprio come il Segretario Pompeo, il sottoscritto è ben lungi dall’essere un esperto di diritto internazionale, ma sembra che il concetto di diritto internazionale sia abbastanza vago ed elastico da consentire al segretario di (mal)interpretarlo in modo radicale. Tuttavia, a differenza della maggior parte degli attivisti della solidarietà palestinese, considero Trump, la sua amministrazione e questa recente mossa uno sviluppo positivo. Anche se involontariamente, Trump ha finalmente impegnato gli Stati Uniti alla Soluzione dell’Unico Stato. È difficile negare che il territorio tra il “Fiume e il Mare” sia un unico pezzo di terra. Condivide la stessa rete elettrica, lo stesso prefisso telefonico (+972) e lo stesso sistema fognario. Al momento questo territorio è governato da un’ideologia razzista, tribale e discriminatoria impersonificata da un apparato che si autodefinisce “Stato Ebraico” e che si autodichiara casa di ogni Ebreo del mondo; tuttavia, [questo apparato di governo] è abusivo, letale e alcuni direbbero genocida verso gli abitanti autoctoni della regione. […] La dichiarazione di Pompeo ricalca in maniera disambigua la precedente decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Il 6 dicembre 2017, il presidente Trump aveva annunciato che gli Stati Uniti riconoscevano Gerusalemme come capitale di Israele e aveva ordinato il trasferimento dell’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme. Senza dubbio, la mossa aveva guadagnato a Trump il sostegno della lobby ebraica in America e a Netanyahu il successo politico nello Stato ebraico; era anche stato un messaggio inequivocabile per i Palestinesi: non c’è nessuna prospettiva di una soluzione concordata e pacifica per la vostra sfortunata situazione. Per i Palestinesi, la mossa ha anche smascherato la natura fuorviante e pericolosa del loro movimento di “solidarietà.” Le istituzioni ebraiche “anti” sioniste hanno intrapreso uno sforzo incessante per reprimere il Diritto al Ritorno dei Palestinesi e sostituirlo con alternative all’acqua di rose, come la “fine dell’occupazione” o il “diritto al BDS [Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni].” La mossa di Trump ha costretto i Palestinesi ad accettare il fatto di essere soli nella loro battaglia e che, dopotutto, il Diritto al Ritorno è il nucleo e l’essenza della loro triste condizione. Meno di quattro mesi dopo la decisione di Trump su Gerusalemme, il 30 marzo 2018, migliaia di residenti di Gaza si erano radunati al confine israeliano per chiedere il ritorno nella loro terra.

 

Quella maldestra decisione di Trump, presa per lo scopo politico immediato di ottenere il sostegno ebraico, ha prodotto come risultato il risveglio dei Palestinesi. Settimana dopo settimana, per quasi tre anni, gli abitanti di Gaza si sono recati a migliaia al confine con Israele per affrontare coraggiosamente gli spietati cecchini dell’IDF, i carri armati e gli aerei da caccia. Hamas deve un grosso ringraziamento a Trump, che è riuscito a rinvigorire e a unire i Palestinesi in un rinnovato spirito di indomita resistenza. Gli analisti e i comandanti militari israeliani ammettono che la situazione al confine con Gaza è praticamente fuori controllo. Concordano sul fatto che il potere di deterrenza di Israele è letteralmente un ricordo dei tempi passati. Come conseguenza, le organizzazioni della resistenza palestinese non esitano a lanciare azioni di rappresaglia contro Israele. La scorsa settimana, Israele è stato colpito, in soli due giorni, da una pioggia di 400 missili lanciati in risposta all’assassinio da parte di Israele di un militante palestinese della Jihad islamica.

 

La dichiarazione di Pompeo è un esplicito e necessario messaggio ai Palestinesi in generale e alla Cisgiordania in particolare: il conflitto non evolverà verso una soluzione pacifica. Quelli tra i Palestinesi che avevano sostenuto la “Soluzione dei Due Stati” ora dovranno nascondersi. Pompeo ha affermato che esiste una sola Terra Santa tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. D’ora in poi, la battaglia per questa terra contesa dovrà decidere se essa dovrà assoggettarsi all’ideologia discriminatoria e razzista implicita nella nozione di “Stato Ebraico” e della sua “Legislazione Nazionale,” o se si trasformerà in uno “Stato dei Suoi Cittadini,” come vuole il concetto di Unica Palestina.

 

Gilad Atzmon

 

 
Piazze da scuola materna PDF Stampa E-mail

22 Novembre 2019

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Mi sarei aspettato la nazionalizzazione dell'Ilva, la sospensione delle concessioni autostradali, il salvataggio Whirpool, la tassazione, in Italia, di multinazionali ed holding. Mi aspettavo che qualcuno andasse a sbattere i pugni sul tavolo alla BCE e al FMI, che strappasse i vincoli di bilancio e invertisse il processo inumano di privatizzazioni. Mi sarei aspettato lotta alla precarietà, ad emigrazione, ad inquinamento, corruzione e abbandono scolastico e culturale. A tutti questi diritti violati, a tutto questo malfatto, a tutto questo dolore e violenza a cui è negato presente e futuro, me ne venite fuori con una piazza edulcorata e pacata con dei cartoncini in mano, ritagliati a forma di pesce, di ricordi ancestrali neonatali, e di canzoncine da refettorio salesiano, svuotate di ogni rigore intellettuale. Sappiate che non siamo all'asilo, e mentre ritagliate pesciolini e fate il karaoke, c'è un mondo in totale decadenza, e tutti noi, non siamo stati neanche comparse, ma semplici figuranti ammaestrati a dovere. Ora, come prima.

 

Massimiliano Costantino Esposito

 

 
Il nemico è quello di sempre PDF Stampa E-mail

21 Novembre 2019

 

Da Appelloalpopolo del 18-11-2019 (N.d.d.)

 

Fino a qualche secolo fa era semplice individuare il nemico del popolo. Esso era il nobile di ogni villaggio, colui che viveva di rendita e che non era quindi costretto a lavorare. Colui che riscuoteva le tasse ma che non le pagava, colui che girava a cavallo per il villaggio e ti guardava dall’alto in basso, colui che spesso aveva anche funzione di giudice. Oggi non è così semplice individuare contro chi dobbiamo lottare. Alcuni ci fanno credere che il nemico sia l’immigrato, altri che il problema sia la delinquenza, il clima di insicurezza, la mafia… tutti fenomeni, a mio parere, minoritari. Altri ci distraggono con la fantomatica “corruzione” oppure ci dicono che il nemico è il politico con i suoi privilegi. Altri ancora dicono che non c’è un nemico ma semplicemente siamo noi (meridionali o più in generale italiani) ad essere inferiori; dunque il nemico siamo noi stessi.

 

Io dico che il nemico è ancora colui che campa di rendita, colui che gestisce immensi capitali e li investe ora qua e ora dall’altra parte del mondo. Non lo conosciamo perché non vive più vicino a noi, magari vive in qualche attico di Manhattan ma dobbiamo avere chiaro in mente che poche persone che movimentano enormi capitali ci tengono in scacco. Essi sono i capi delle grandi multinazionali che, per fare liberamente i loro affari, corrompono (o seducono) la politica affinché questa annulli gli Stati che sono le uniche entità di cui hanno paura. Essi temono gli Stati perché questi hanno gli strumenti per tassarli, per comprimere le rendite, per togliere ai loro capitali la libertà di movimento transnazionale. Li temono perché gli Stati possono fare politiche di piena occupazione e possono costringere i capitalisti ad aumentare gli stipendi con cui pagano i loro dipendenti. Li temono soprattutto perché gli Stati hanno persino il potere di prendere il posto del capitale nel fare gli investimenti, nel creare aziende che producano i beni e i servizi che oggi produce il privato e di cui il popolo ha bisogno. Ecco chi è il nostro nemico: il capitale transnazionale. Ed ecco chi può diventare nostro amico (mentre oggi è al servizio del capitale): lo Stato. Dobbiamo riconquistare lo Stato e le sue istituzioni per mettete a cuccia il capitale.

 

Bruno Zerbo

 

 
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