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Ancora la parola alle armi in Kosovo? PDF Stampa E-mail

24 Ottobre 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 22-10-2018 (N.d.d.)

 

Nikki Haley colpisce anche una volta dimessa dal ruolo di ambasciatrice alle Nazioni Unite. Nella lettera rivolta al segretario generale Antonio Guterres con cui l’ambasciatrice Usa ha comunicato la volontà di lasciare l’incarico, c’era un passaggio che rischia di creare nuove tensioni in una regione già di per sé bollente: i Balcani.

 

In quella lettera, la Haley ha affermato la volontà degli Stati Uniti di abbandonare il Kosovo. La missione Onu, secondo i funzionari americani, è diventata ormai inutile. E Washington, attraverso la lettera di addio della rappresentante, ha chiesto al Palazzo di Vetro di fare in modo di creare una exit strategy. E la questione non è affatto così semplice come potrebbe apparire da queste parole. In molti potrebbero pensare che la fine della presenza Onu e il generale disinteresse degli Stati Uniti siano un bene per la regione balcanica. In sostanza, sembrerebbe trattarsi della fine di una sorta di “stato d’emergenza”. E il termine della missione Unmik (United Nations Interim Administration Mission in Kosovo) vorrebbe dire l’inizio di una fase di stabilizzazione e quindi di conseguente inutilità delle forze delle Nazioni Unite e dell’Occidente. La realtà però è più complessa. E non è un caso che sia stata proprio la Serbia a reagire in maniera durissima a quanto scritto all’interno della lettera di Haley a Guterres. E il motivo è da ricercare nell’effetto politico e strategico che avrebbe la fine di Unmik. Ovvero il possibile riconoscimento del Kosovo come Stato indipendente, strategicamente e militarmente autonomo, e la fine del controllo delle Nazioni Unite su quel Paese.

 

La missione Unmik, nata nel 1999, si basa sulla risoluzione 1244 dell’Onu. Nelle intenzioni dell’Unione europea, le Nazioni Unite avrebbero dovuto concedere sempre maggiori poteri all’Ue, in particolare alla missione Eulex (European Union Rule of Law Mission in Kosovo). Ma questo non è avvenuto per il “veto” posto da Russia e Serbia, preoccupate da sempre dalla fine di Unmik. E questo perché la missione internazionale del Palazzo di Vetro non prevede, in base alla risoluzione 1244, un Kosovo indipendente. Il documento concede all’Onu la giurisdizione su Pristina senza prevedere altri particolari sul futuro del Kosovo. Per esempio, proprio con riguardo al possibile riconoscimento di un Kosovo indipendente, la risoluzione autorizza le Nazioni Unite a fare in modo che si sviluppi un processo per determinare lo status della terra kosovara e le eventuali forme di autonomia. Ma l’amministrazione provvisoria non garantiva un riconoscimento internazionale della statualità del Kosovo. Certo, le cose sono cambiate dal 1999. Proprio per questo motivo, non devono sorprendere le parole di Marko Djurić, direttore dell’ufficio di Belgrado per il Kosovo. Come riporta Il Piccolo, l’alto funzionario ha detto che la Serbia “si opporrà con ogni mezzo, legale e politico” alla fine della missione Unmik.  Parole non diverse quelle del presidente serbo, Aleksandar Vučić, preoccupato dalla volontà di togliere valore alla risoluzione 1244. Il presidente serbo ha anche lanciato un messaggio chiaro agli Stati Uniti. Se la Serbia verrà messa all’angolo, ha spiegato Vučić, potrebbe non avere altra scelta che “difendere il Paese” e “il nostro popolo”, fra cui quello rimasto in Kosovo. Una scelta di parole che, in quella regione, per molti significa un richiamo alle armi. Vučić ha detto che il ritiro delle truppe internazionali e l’eventuale nascita di un esercito kosovaro avranno “tragiche conseguenze”. E queste dichiarazioni sono avvenuto dopo aver incontrato a Belgrado il vice-segretario aggiunto degli Stati Uniti Matthew Palmer.

 

Un richiamo alle armi che, in questi giorni, rischia di essere estremamente serio. Giovedì scorso, il parlamento del Kosovo ha votato tre leggi con cui autorizza la creazione di un esercito nazionale di 5mila uomini. Il primo ministro Ramush Haradinaj, prima del voto, ha dichiarato che “le tre leggi hanno il compito, per proteggere l’integrità territoriale del Kosovo e servono per proteggere i cittadini di tutte le comunità”. Ma i deputati della minoranza serba hanno denunciato come illegale qualsiasi tipo di modifica del mandato e delle capacità delle Kosovo Security Force (Ksf) senza passare per una modifica della Costituzione. Anche la Nato ha esortato il Kosovo a non creare un esercito nazionale senza che vi sia una revisione costituzionale realizzata anche con il voto dei deputati serbi. Ma da parte di Pristina, non sembra esserci interesse a seguire quanto suggerito dall’Alleanza atlantica. E del resto, le idee dell’amministrazione americana sembrano orientate a liberare il campo, sostenendo di fatto le spinte autonomiste kosovare.

 

Lorenzo Vita

 

 
La Cina in America latina PDF Stampa E-mail

23 Ottobre 2018

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Da Comedonchisciotte del 21-10-2018 (N.d.d.)

 

Donald Trump, per favorire la riformulazione della sua politica estera proto-neoconservatrice, è tornato agli inizi del 19° secolo. Parlando all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 25 settembre, Trump ha invocato l’arcana e discutibile Dottrina Monroe del 1824. Ha affermato: “Il nostro respingere l’interferenza delle nazioni straniere in questo emisfero e nei nostri affari è la linea politica formale del nostro Paese, dal Presidente James Monroe.” L’obiettivo delle parole di Trump era chiaro: la Cina. Il 4 ottobre, il Vicepresidente Mike Pence ha fatto seguito alla retorica anti-cinese di Trump, rendendo pubblico un avvertimento alla Cina. Nelle osservazioni fatte da Pence, davanti all’Hudson Institute di Washington di linea neo-conservatrice, ha accusato la Cina di usare “attori segreti, gruppi di facciata e organi di propaganda per spostare la percezione degli Americani riguardo alle politiche cinesi”. Ora sotto l’influenza del Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il neoconservatore della guerra John Bolton, l’amministrazione Trump fa tintinnare sciabole contro chiunque essa e il suo principale burattinaio, Israele, ritiene opportuno sfidare: Iran, Venezuela, Siria, Cina, Nicaragua, Cuba, Bolivia e altri che resistono agli Stati Uniti. L’amministrazione Trump è diventata ciò che al rivoluzionario fondatore della moderna Cina, Mao Zedong, piaceva chiamare una “tigre di carta”.

 

Mentre Trump e Pence, con quest’ultimo che ha compiuto il suo terzo viaggio in America Latina nel giugno di quest’anno, stanno promuovendo i mantra della discreditata diplomazia delle cannoniere insiti alla Dottrina Monroe, in America Latina, la Cina sta arruolando i partner dell’emisfero occidentale per la sua Belt and Road Initiative, sostenuta dal Presidente Xi Jinping. Gli investimenti cinesi in infrastrutture latinoamericane e caraibiche hanno spinto tre nazioni latinoamericane – Panama, Repubblica Dominicana ed El Salvador – a cambiare i rapporti da Taiwan a Cina. L’amministrazione Trump, con una mossa infantile e poco diplomatica, ha fatto tornare a Washington i suoi Ambasciatori nella Repubblica Dominicana ed El Salvador e l’incaricato d’affari a Panama per “consultazione”. L’amministrazione Trump ha messo in guardia Belize, Guatemala, Honduras e Nicaragua dal riconoscere la Cina, un avvertimento rivolto anche a Paraguay e ad alcune nazioni delle isole dei Caraibi che hanno legami con Taiwan. Considerando il fatto che i neoconservatori dell’amministrazione Trump stanno applicando sanzioni sul governo nicaraguense, inerenti alla finanza e al visto statunitense, è solo una questione di tempo prima che il Nicaragua sarà costretto ad abbandonare i suoi legami con Taiwan. La Cina sta investendo 50 miliardi di dollari per il Canale Interoceanico del Nicaragua, che fornirà un collegamento a livello del mare tra il Pacifico e i Caraibi, promosso dalla Cina ed è parte fondamentale della sua Belt and Road Initiative e un’alternativa al Canale di Panama, dipendente dalla sua chiusa. Il Nicaragua e St. Lucia hanno in passato mantenuto relazioni diplomatiche con la Cina, ma si sono rivolti a Taiwan durante la competizione tra Pechino e Taipei per gli alleati diplomatici, la cosiddetta “diplomazia del libretto di assegni”. Washington sta cercando di garantire che Nicaragua, Paraguay e St. Lucia, Guatemala, Belize, Honduras e St. Vincent continuino i loro legami con Taiwan, ma gli investimenti per la Belt and Road Initiative della Cina sono più di ciò che l’amministrazione Trump, che sta riducendo gli aiuti esteri, può eguagliare oppure superare. Inoltre, migliaia di studenti cinesi stanno studiando spagnolo e portoghese, una chiara indicazione che la Cina sta pianificando un’importante mossa nell’emisfero occidentale e i suoi progetti per rimanere nella regione.

 

Nel gennaio 2018, il Ministro degli Esteri cinese WangYi ha invitato i 33 membri della Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC), riuniti a Santiago, a unirsi all’iniziativa One Belt, One Road, l’ex nome della Belt and Road Initiative. Il CELAC è stato fondato dal defunto Presidente venezuelano Hugo Chavez, come alternativa all’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), dominata dagli Stati Uniti, un residuo dell’era della diplomazia americana delle cannoniere per assicurare che i Paesi latinoamericani fossero governati da dittatori da repubblica delle banane, condiscendenti ai capricci di Washington. Panama è stato il primo ad aderire alla Belt and Road [Initiative] e presto è stata seguita da Antigua e Barbuda, Trinidad e Tobago e Bolivia. La Repubblica Dominicana, la Guyana e il Suriname hanno fatto seguito alcuni mesi dopo. Il Venezuela, che sostiene la Belt and Road Initiative, ha iniziato a commerciare il suo petrolio in yuan cinesi, un chiaro rimprovero all’amministrazione Trump, che ha minacciato l’invasione militare del Venezuela. Dopo il vertice CELAC-Cina a Santiago, i Ministri degli Esteri di Barbados, Argentina, Brasile, Ecuador e Giamaica hanno annunciato di essere interessati al programma Belt and Road. Al vertice CELAC-Cina, la Cina ha delineato i suoi “Cinque principi” che governano le sue relazioni con l’emisfero occidentale. I Cinque Principi della Cina sono stati originariamente enunciati negli anni ’50 dal Capo del governo Zhou Enlai e hanno funto da base per le relazioni della Cina con il Movimento dei Paesi non allineati. I principi sono: 1) Rispetto reciproco dell’integrità territoriale e della sovranità; 2) Mutua non-aggressione; 3) Mutua non interferenza negli affari interni di ciascuno; 4) Uguaglianza e mutuo beneficio; 5) Coesistenza pacifica.

 

Quando questi principi vengono paragonati alla bellicosità dell'”imperialismo Yankee”, insita nella Dottrina Monroe, le nazioni dell’emisfero riconoscono che l’OAS, la Banca Interamericana di Sviluppo e altri strumenti basati a Washington sono usati per mascherare il paternalismo americano e, in misura crescente quello canadese, sugli affari dell’emisfero occidentale che sono minacce alla loro sovranità e indipendenza. E la Cina apporta progetti infrastrutturali che Washington non è disposta a offrire senza enormi vincoli politici, economici e militari. I legami sino-latinoamericani hanno una forte base storica. Antropologi e archeologi cinesi e latino-americani scoprono continuamente antichi legami tra la Cina e le civiltà precolombiane nell’America meridionale e centrale. I manufatti scoperti dell’antica cultura peruviana Chavin, iniziata intorno al 1000 a.C., suggeriscono forti legami con la dinastia Shang della Cina, che esisteva tra il 1600 e il 1046 a.C. Altri antropologi stanno scoprendo indizi che indicano il possibile contatto della dinastia Shang e Ming con le civiltà degli Aztechi e Olmechi del Mesoamerica. Il DNA cinese è stato scoperto anche tra le popolazioni indigene che vivono nello Stato messicano di Nayarit, sul Pacifico. Le antiche mappe cinesi indicano anche che, per prima, la Cina era a conoscenza della grande massa continentale a est, ora conosciuta come le Americhe. La Cina sta enfatizzando questi possibili collegamenti antichi con i popoli e le nazioni dell’emisfero occidentale. Rispetto ai “contributi” post-colombiani degli Europei all’emisfero: genocidio, conquista, distruzione di cultura e religione e introduzione di malattie veneree, vaiolo e altri patogeni importati, la Cina ha un vantaggio rispetto agli Stati Uniti, noti per il loro genocidio della popolazione nativa americana e le guerre dell’imperialismo in America centrale e meridionale e nei Caraibi. Dopo l’invocazione della dottrina Monroe da parte del signor Trump davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la sua politica di separare i genitori provenienti dall’America Centrale dai loro figli, al confine sud degli Stati Uniti, e di inviarli a campi di concentramento separati, e le sue ripetute minacce di invadere il Venezuela, non ci si dovrebbe sorprendere che la Cina sia accolta a braccia aperte in tutto l’emisfero. L’America Latina sta anche colmando un vuoto commerciale lasciato dai dazi di Trump sulla Cina. Un terzo del surplus commerciale del Brasile è dovuto alle esportazioni verso la Cina. La Cina ha fornito prestiti di salvataggio al Venezuela, che ha sofferto di sanzioni paralizzanti e una destabilizzazione finanziata dalla CIA, indetta dagli Stati Uniti. L’accordo di libero scambio tra Cina e Cile del 2006 è in netto contrasto con la guerra commerciale di Trump con la Cina. Da gennaio ad agosto 2017, il commercio tra Cina e America Latina ha superato i 166 miliardi di dollari, con un aumento del 18% rispetto allo stesso periodo del 2016. Mentre Trump ha espanso la sua guerra commerciale e ha fatto ritornare gli Stati Uniti alla loro vecchia politica paternalistica verso l’emisfero, la Cina era desiderosa di prendersene carico. Le “vie della seta”, marittima e terrestre, della Cina sono state estese dalla Groenlandia, al di sopra del Circolo polare artico, fino alla Terra del Fuoco nel sub-antartico. Queste vie della seta stanno bypassando gli Stati Uniti, poiché il signor Trump e le sue politiche letargiche e superate rendono gli Stati Uniti ancora più irrilevanti in un mondo che si modernizza.

 

Waine Madsen (tradotto da NICKAL88)

 

 
L'Italia Ŕ il grimaldello per scardinare l'UE PDF Stampa E-mail

22 Ottobre 2018

  

Da Comedonchisciotte del 20-10-2018 (N.d.d.)

 

Migliori sono le analisi, più lunga è la loro vita: se poi si riescono ad afferrare le dinamiche di fondo della politica internazionale, si possono scrivere analisi dal respiro secolare. Nel mese di maggio, appena formatosi il governo giallo-verde, scrivemmo un articolo evidenziandone la funzione geopolitica in chiave anti-tedesca ed anti-continentale. “L’agente speciale” Steve Bannon e l’ambasciatore Lewis Eisenberg, entrambi ex-papaveri di Goldman Sachs, assemblano all’indomani delle elezioni politiche un esecutivo integralmente populista, sommando al Movimento 5 Stelle, prodotto della City sin dalle sue origini, parte della coalizione del centrodestra, la Lega Nord, col chiaro intento di trasformare l’Italia, terza economia del continente, in un grimaldello per scardinare l’eurozona: in particolare, si vuole costringere la Germania, potenza sempre più “euroasiatica”, a rivalutare la propria moneta, così da tarparle le ali. I piani del duo Bannon-Eisenberg sono perfettamente noti al presidente Sergio Mattarella, che abbozza una resistenza iniziale, salvo poi cedere, sotto la minaccia di impeachment, attacchi borsistici e pressioni internazionali. Tutto procede tranquillamente nei primi mesi, finché non subentra la sessione di bilancio: il governo “populista” deve infatti iniziare ad assolvere alla sua funzione, ossia scardinare l’eurozona, di comune intesa con la finanza internazionale. Questo passaggio è molto importante e merita di essere evidenziato: i poteri finanziari che hanno formato l’esecutivo giallo-verde e ne dettano la politica economica, sono gli stessi che infieriscono (ed infieriranno sempre di più, non appena le agenzie di rating apriranno la stagione dei declassamenti) sull’Italia, per destabilizzare l’intera Unione Europea. L’esecutivo giallo-verde presenta dunque una manovra fiscale dall’inconfondibile sapore provocatorio, studiata ad hoc per esacerbare gli animi a nord delle Alpi: spesa pensionistica in deficit, condoni fiscali, reddito di cittadinanza, zero investimenti. Un pugno in un occhio, insomma, al rigore “teutonico”. La manovra fiscale non riserva sorprese: la commissione europea parla di “deviazioni senza precedenti” e, allo stesso tempo, i mercati si accaniscono contro i titoli di Stato, portando il differenziale con i bund tedeschi al massimo dal 2013.

 

Bisogna evidenziare, nell’escalation di tensione che contraddistingue il varo della manovra, il grande “silenzio” o addirittura la funzione di pompiere esercitata dai due grandi custodi dell’euro, Angela Merkel e Mario Draghi: è infatti chiaro che qualsiasi scontro frontale ai vertici di Italia, Germania e BCE non farebbe che precipitare la situazione, bloccando probabilmente l’accesso dell’Italia al mercato obbligazionario ed accelerando così l’euro-implosione. Spalleggiato da Washington e Londra, il governo populista procederà quindi nei prossimi mesi nella sua politica anti-europea, incurante di crolli borsistici, rendimenti di btp alle stelle e del crescente isolamento internazionale: attorno alle elezioni europee del maggio 2019, si dovrebbe essere accumulato un potenziale esplosivo sufficiente da scardinare l’attuale eurozona e gettare nel caos l’Europa, o perlomeno i sui membri più deboli. La politica angloamericana non è infatti soltanto anti-tedesca (sebbene la Germania sia l’obiettivo numero uno dell’amministrazione Trump, come testimoniano i violenti e costanti attacchi al Nord Stream 2 e la ricostruzione dell’Intermarium a guida polacca rivolto contro Berlino e Mosca) ma anti-continentale nell’accezione più ampia possibile: l’intera regione deve essere destabilizzata il più possibile, così da minarne le fondamenta economiche e ritardarne l’inevitabile convergenza verso Russia e Cina. Finché gli angloamericani conservavano l’indiscusso primato industriale/finanziario era loro interesse sviluppare la UE/NATO come “testa di ponte” in Eurasia, ma man mano che questo primato viene meno, è loro interesse che l’integrazione europea regredisca, così da evitare la nascita di potenziali “blocchi continentali” a trazione tedesca.

 

Diversi elementi (il ruolo delle agenzie di rating, l’indebitamento pubblico e privato, la guerra valutaria, la portata regionale, etc.) rendono paragonabile l’attuale strategia angloamericana contro l’Europa a quella adottata contro le “Tigri asiatiche” alla fine degli anni ‘90: ci riferiamo alla crisi asiatica del 1997, che interessò Thailandia, Indonesia, Malesia, Filippine, Sud Corea e, di riflesso, anche la Cina ed il Giappone. Dopo aver fatto indebitare i Paesi in una valuta esterna (il dollaro nel caso dell’Asia, l’euro nel caso dell’Europa), gli angloamericani, ricorrendo al solito braccio armato della speculazione e delle agenzie di rating, obbligarono le Tigri asiatiche ad abbondare il cambio fisso col dollaro (uscire dall’euro, nel caso dei Paesi europei), generando a catena un’ondata di fallimenti privati e pubblici (la Thailandia), crolli borsistici, recessione economica, cambi di regime e smembramenti di Stati (cacciata del presidente indonesiano Suharto e indipendenza di Timor Est). Il grande regista dell’operazione terroristica-finanziaria fu George Soros, lo stesso Soros che ormai si dice convinto che qualsiasi problema politico in uno dei maggiori Paesi europei possa innescare il collasso dell’Unione Europea e dell’euro (“everything that could go wrong has gone wrong for Europe”). Il ruolo di “innesco” che ebbe la Thailandia nella crisi asiatica del 1997 spetta oggi all’Italia, con la differenza che il Paese asiatico fu un attore passivo, mentre il nostro Paese sta attivamente lavorando (spronato dagli angloamericani) per gettare nel caos l’intera regione. Il commissario tedesco Guenther Oettinger, simpatico o meno, non ha certamente torto quando afferma che “l’Italia vuole distruggere l’Unione Europea”: Roma è infatti il cavallo di Troia delle potenze anglosassoni-marittime per scardinare il progetto europeo e gettare nel caos il continente. Costretta a “svalutare”, ossia ad uscire dall’euro, l’Italia andrà incontro ad un processo identico a quello subito dalla Thailandia nel 1997: crisi bancaria, default pubblico, ondata di fallimenti e violenta recessione. Come nel 1997, a quel punto l’Italia contagerà i Paesi circostanti più deboli (Grecia, Spagna, Portogallo, etc.) e potrebbe infliggere gravi danni persino al Giappone della situazione, ossia la Germania. Si potrebbe obbiettare che è meglio un default, una violenta recessione ed una prospettiva di crescita futura, piuttosto che un’austerità senza fine. Bè, innanzitutto, per impatto a livello mondiale e conseguenze economiche, il default dell’Italia sarebbe incommensurabilmente più grave di quello thailandese e le nostre speranze di ripresa, vista la congiuntura internazionale, molto più limitate. In secondo luogo, il grande sponsor dell’austerità europea è stato il Fondo Monetario Internazionale, basato a Washington, lo stesso che giocò un ruolo chiave nell’aggravare la crisi asiatica del 1997, imponendo le solite politiche di austerità e avanzi di bilancio. L’Europa si dirige, in ultima analisi, verso una crisi identica a quella asiatica del 1997, che produrrà recessione e default su scala continentale, indebolendo l’intera regione a vantaggio degli USA. L’innesco della crisi sarà quasi certamente l’Italia, dove il governo “populista” sta semplicemente portando a termine l’agenda della finanza internazionale, inaugurata dal governo tecnico di Mario Monti nel 2011…

 

Federico Dezzani

 

 
Lo Stato non Ŕ una famiglia PDF Stampa E-mail

21 Ottobre 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 28-9-2018 (N.d.d.)

 

L’esposizione ripetuta a un’immagine o a un contenuto fa sì che l’individuo modifichi la propria percezione della realtà e interiorizzi il messaggio veicolato. È quello che gli psicologi chiamano “effetto priming”, e che pubblicitari ed esperti della comunicazione conoscono molto bene. Quanto più un messaggio viene ripetuto ed enfatizzato, magari attraverso la forma dello spot, tanto più esso risulterà familiare. Così può accadere che un concetto privo di veridicità, ma ripetuto con insistenza e in modo convincente, acquisisca il rango di verità. È quanto accaduto con la fake news economica del momento, tanto assurda quanto apparentemente efficace: il bilancio dello Stato sarebbe come quello di una famiglia. La ripetono all’unisono giornalisti, conduttori televisivi, economisti e qualunquisti. Così la gente comune, digiuna di economia e soprattutto in buona fede, ha interiorizzato un pensiero del tutto fuorviante.

 

Secondo questa logica, quando un Paese presenta un debito pubblico –dunque la normalità in un’economia moderna- dovrebbe assumere il comportamento di una brava e accorta casalinga: stringere la cinghia e tagliare le spese familiari. Così, come una donna morigerata risparmierà sul cibo, sul vestiario e, in condizioni di estrema ratio, alle cure sanitarie per sé, per il coniuge e per i figli, così lo Stato dovrebbe seguire il suo virtuoso esempio. Dunque, poiché la “famiglia” dello Stato è lo Stato stesso, ossia l’insieme dei cittadini che lo abitano, il suo territorio e le sue istituzioni, i tagli si ripercuoteranno sull’intera collettività. Per risparmiare occorre innanzitutto che contravvenga a quello che in un sistema socio-economico civile dovrebbe essere la sua funzione principale: tutelare chi non ha tutela, chi per nascita o per eventi sopravvenuti o condizioni particolari si trova in una situazione di evidente svantaggio. E qui gli esempi potrebbero essere infiniti, dal disoccupato all’invalido, alle vittime di disastri naturali. Potrebbe poi, in un’ottica di far quadrare il bilancio, ristrutturare la sanità pubblica in un’ottica mercatistica orientata al profitto, trasformando il paziente in un cliente. Continuare poi in un’opera di privatizzazione dei servizi pubblici e delle infrastrutture, facendoli gestire al mercato –considerato per antonomasia efficiente. A parte qualche piccola eccezione come successo a Genova. Così si potrebbe abbracciare un modello di scuola privata, in cui i genitori offriranno ai loro figli un livello di istruzione strettamente legato al proprio reddito. Ci sarebbe solo il piccolo inconveniente di bloccare l’ascensore sociale e rinstaurare il censo. Siccome non amo la retorica, mi fermo qui, ma gli esempi pratici per smontare l’assurda comparazione tra bilancio pubblico e familiare potrebbero andare avanti ancora a lungo. Lo Stato non è una famiglia perché esso ha come obiettivo il benessere e la tutela di tutti cittadini, non solo dei suoi figli come la famiglia, e opera su un orizzonte temporale di lungo periodo. Deve inoltre garantire il funzionamento delle istituzioni a garanzia del diritto e della democrazia.

 

Infine, come dicono gli inglesi “last but not least”, da un punto di vista economico e contabile adottare la condotta della brava casalinga, che per uno Stato significa adottare l’austerity, vuol dire licenziare, rendere i servizi pubblici essenziali sempre più costosi, aumentare il livello di povertà, di disuguaglianza e disoccupazione. Così potrebbe accadere che la stessa virtuosa casalinga a causa dell’austerity debba rinunciare a curarsi o, addirittura, che suo marito perda il lavoro. Esiste infatti una relazione diretta, alquanto intuitiva, tra tagli dello Stato e diminuzione della ricchezza privata perché, per dirla con le parole del premio Nobel Krugman, “la tua spesa è il mio reddito”. Potremmo dunque a ragion veduta ribaltare lo spot e affermare: “il bilancio dello Stato è il contrario di quello della famiglia”. Ma i pregiudizi si sa, una volta sedimentati sono difficili da scardinare.

 

Ilaria Bifarini

 

 
Egemonia di culture antinazionali PDF Stampa E-mail

20 Ottobre 2018

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Da Appelloalpopolo del 16-10-2018 (N.d.d.)

 

Per non farsi travolgere da una storia che, al contrario di quanto teorizzava il politologo americano Francis Fukuyama, non s’è mai fermata e che, in questi anni, ha accelerato drammaticamente il suo corso, dovremmo provare a ragionare di politica non solo con ideologie o categorie sociologiche, ma anche in termini di fattori geografico-storici e fisico-ambientali, che la geopolitica studia e interpreta come elementi che condizionano la storia. L’Italia, dopo la morte della Patria, sembra avere pressoché dimenticato storia e geografia, e con esse la grande politica, che è innanzitutto politica estera, rinunciando ad esercitare un ruolo qualsiasi sulla scena internazionale. Su questo spazio gIi Italiani sembrano essersi rifugiati in una sorta di disturbo dissociativo che li incapacita di percepirsi popolo sulla loro terra, di riconoscersi nella loro storia e identità, che la narrazione storiografica anglosassone ha distorto e alterato da circa 70 anni. Regrediti collettivamente a un bisogno infantile di tutela coloniale, giulivi di retrocedere a provincia straniera, come nei periodi politicamente più infelici della nostra storia, abbiamo rinunciato al diritto-dovere di farci guida di libertà e democrazia per i paesi fratelli. Nella fluida incertezza del presente, l’Italia, per ritrovare la capacità di riconoscersi allo specchio e di aver piena coscienza dei suoi destini, necessita di riscoprire l’interesse nazionale, che è legato storicamente all’area geografica che occupa, al suo sviluppo economico e progresso sociale, alla libertà sua e a quella dei popoli mediterranei, che è anche la sua. La riconquista della sovranità popolare e nazionale non può prescindere dalla consapevolezza della sua missione geopolitica, imposta da un territorio che si proietta nel “suo” mare per migliaia di chilometri di coste tra e verso terre abitate da popoli, la cui pace e sicurezza sono vitali per l’Italia.

 

Nazione a sovranità apparente, paese ridotto ad arsenale straniero, popolo storicamente maledetto a scannarsi in continue dispute civili a pro dello straniero di turno, che una o più fazioni invocano spesso a invaderci territorialmente o a condizionarci politicamente, fin dal secolo scorso ci siamo consegnati all’egemonia di fumose culture antinazionali. Internazionalismo proletario, ecumenismo clericale, cosmopolitismo illuminista, tutti declinati ora come mondialismo, minacciano da sempre la coesione e la concordia nazionali e, nel presente, allungano le loro ingannevoli ombre sotto forma di compiaciuta autodenigrazione di massa e di umanitarismo ipocrita e politicamente garbato verso sopravvenienti afflussi. Ora sprofondiamo nel baratro della dissoluzione europeista delle multinazionali e dei finanzieri apolidi, ignorando che la nostra sorte non può essere disgiunta da quella del Mediterraneo, come compresero bene coloro i quali, durante la Prima Repubblica, osarono prendere decisioni autonome in politica estera. A cominciare da Enrico Mattei, il creatore della grande politica energetica nazionale, a cui seguì la coerente azione di Aldo Moro, ucciso non per le “convergenze parallele” ma perché filoarabo; per finire a Bettino Craxi, costretto all’esilio dall’ambigua operazione Mani Pulite, non per corruzione ma per Sigonella, assurta a vicenda-simbolo di una sia pur effimera manifestazione di riscoperta indipendenza. La loro sorte conferma che qualunque politico o imprenditore che osi opporsi al ruolo marginale imposto al Paese, viene eliminato politicamente o fisicamente.

 

Tuttavia, amarezze e disillusioni accumulate nel recente passato non debbono paralizzare l’azione e dissuaderci dai doveri che il presente ci impone sul decisivo scenario nordafricano, dove sono evidenti i contraccolpi della tragedia libica sulle correnti immigratorie e sulla politica energetica. L’Italia, forte della vicinanza storica e geografica con quella sponda, deve realisticamente prendere atto che l’Unione Europea, il cui nucleo è la diarchia franco-tedesca, non può ricomporre né vorrà mai armonizzare gli interessi contrapposti di Francia e Italia in questa area. Le due nazioni, che “figurano” alleate dentro UE e NATO, sono platealmente avversarie in uno spazio geopolitico dove gli americani hanno lasciato alla Francia mano libera di imporre le sue mire neocoloniali, anche con le armi. L’Italia è stata sacrificata agli interessi strategici degli uni e a quelli economici e finanziari degli altri, Germania e Francia, delegate entrambe al controllo geopolitico dell’area europea e nordafricana. Pertanto, il vincolo esterno non è solo un problema di adesione ai trattati, ma anche il frutto di politiche ostili che potenze europee attuano contro l’Italia, complice un ceto sub-dominante interno ormai screditato. Infatti, in questo quadro di supremazie stratificate e di sottomissioni programmate, solo il ceto politico italiano ha ritagliato per il suo Paese il miserabile ruolo di prima colonia in terra, di portaerei ammiraglia in mare, e di prima esaltata tifosa dell’Unione Europea, contro i suoi concreti interessi nazionali. Fin dal secondo dopoguerra, la narrazione ufficiale ha esaltato questi umilianti ruoli dell’Italia e, per converso, occultato la lotta sorda che Francia e Germania conducono contro lo sviluppo italiano: una durevole ostilità camuffata dalle istituzioni oligarchiche europee, controllata dal predominio dell’economia finanziaria sulla politica, sorvegliata dall’immensa capacità di manipolazione di massa delle nuove tecnologie di comunicazione; un conflitto condotto ora con l’arma geopolitica dell’immigrazione massiva convogliata, epifenomeno del capitalismo. La riconquista e l’esercizio della sovranità nazionale, dunque, esigono l’adozione di provvedimenti interni che non solo sanciscano di fatto e unilateralmente lo strappo dei trattati sottoscritti, ma anche che esprimano una politica estera non rinunciataria dell’interesse nazionale: la difesa intransigente dei confini geofisici, il controllo rigoroso di quelli finanziari, commerciali, doganali; la riscoperta del concetto e del valore della cittadinanza; una politica energetica autonoma e libera nella ricerca a tutto globo dei paesi fornitori; la nazionalizzazione delle produzioni e dei servizi strategici vitali per l’esistenza dello Stato e, all’interno di questi settori, il controllo pubblico delle reti di comunicazione. Il progetto e il programma sovranisti sono realizzabili se guidati da un unico postulato: la riapplicazione totale della Costituzione, quella del 1 Gennaio del 1948, quando in un clima di riscoperta coscienza della dignità nazionale ci si proponeva di riconquistarla con tenace impegno politico e diplomatico, e ci si illudeva di non doverla mai più perdere.

 

Luciano Del Vecchio

 

 
AutoritÓ indipendenti? PDF Stampa E-mail

19 Ottobre 2018

 

Da Appelloalpopolo del 17-10-2018 (N.d.d.)

 

Per il Presidente della Repubblica “La nostra Costituzione […] si articola nella divisione dei poteri, nella previsione di autorità indipendenti, autorità che non sono dipendenti dagli organi politici ma che, dovendo governare aspetti tecnici, li governano prescindendo dalle scelte politiche, a garanzia di tutti”. Difficile non sentire in queste parole una eco della querelle del Vice Presidente del Consiglio dei Ministri con la Banca d’Italia. Nella specifica vicenda ritengo ragionevole l’invito implicito del Presidente dalla Repubblica ad abbassare i toni. Volendo però passare a una riflessione più generale su legittimità e ruolo delle autorità indipendenti nel nostro ordinamento, viene da chiedersi cosa significhi dire che la nostra Costituzione prevede autorità indipendenti dagli organi politici, a garanzia di tutti.

 

Con la consueta precisione, un influente giurista ha chiarito che le autorità indipendenti “svolgono funzioni di regolazione o di aggiudicazione, NON COMUNQUE REDISTRIBUTIVE” (S. Cassese, “Governare gli Italiani” ed. Il Mulino p. 158). Insomma, come l’ultimo ottimo amministrativista italiano notò molto tempo fa (F. Merusi), le autorità indipendenti servono per attuare il principio di eguaglianza formale (art. 3, comma 1 della Costituzione); “to level the playing field”. Ad esempio la Banca Centrale, operando per tenere bassa l’inflazione, elimina un possibile fattore di ‘diseguaglianza’ tra debitore e creditore che altererebbe la concorrenza, impedendo al mercato di funzionare correttamente. Tuttavia, la Costituzione prevede, in generale, che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano “di fatto” la libertà e l’eguaglianza dei cittadini (articolo 3, comma 2, della Costituzione).  Questa disposizione è il fondamento del cosiddetto intervento redistributivo come fine ultimo e scopo essenziale dell’intera Repubblica. La Repubblica ha il dovere di farlo, non può non perseguire questo fine.

 

È possibile nel nostro ordinamento che un‘autorità pubblica (che peraltro opera in settori economici) non svolga funzioni redistributive? È possibile che un’autorità pubblica non sia, per statuto, impegnata nella rimozione degli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza (sostanziale) ma al contrario sia, per statuto, impegnata solo a garantire l’eguaglianza formale, astenendosi dall’intervenire sull’equilibrio dei rapporti creato dal mercato? È possibile che nei settori più ‘sensibili’, dove vengono in rilievo gli interessi economici più delicati (credito, moneta, risparmio, servizi) l’amministrazione debba, per statuto, astenersi dal perseguire funzioni redistributive? È compatibile con la nostra Costituzione, che ha come obiettivo primario “la rimozione degli ostacoli di fatto”, ritenere che l’equilibrio creato dal mercato sia per definizione “giusto” e che quindi al potere pubblico sia vietato intervenire nell’economia per distorcerlo (a fini perequativi)? Il senso degli articoli 1, 2, 3 e 4 della Costituzione è quello di assegnare allo Stato il compito di intervenire nell’economia per alterare l’equilibrio creato dal mercato o, invece, è quello di limitarsi a intervenire solo in casi eccezionali e solo per far funzionare meglio il mercato stesso (dove meglio vuol dire senza incidere sulle condizioni sostanziali delle parti in causa)?

 

L’equilibrio realizzato dal mercato è di per sé giusto o risulta, invece, che l’equilibrio realizzato dal mercato è, per la stessa Costituzione, sempre ingiusto tanto da prevedere l’obbligo della Repubblica di intervenire per rimuovere gli “ostacoli di fatto”? Certo, usando l’articolo 11 della Costituzione come un meccanismo di costituzionalizzazione di tutto quello che viene dall’ordinamento europeo, è agevole dire che le autorità indipendenti sono previste e tutelate dalla Costituzione. Non entro nel merito della questione ma, utilizzato in questo modo, l’art. 11 è di fatto uno strumento per superare la rigidità della Costituzione, per superarla senza modificarla formalmente, per mortificarla senza assumersi la responsabilità di farlo, senza fare la guerra civile che un sovvertimento così radicale del patto fondativo della nostra convivenza richiederebbe. Questa prevaricazione violenta da parte della Costituzione materiale, ossia del regime, sulla costituzione formale, ossia sulla sovranità popolare, può durare all’infinito, in un continuo regresso verso forme di convivenza che pensavamo superate e che ci vengono ora propagandate come “progresso”.

 

La creazione di autorità a cui è affidata l’amministrazione di interi settori o mercati (con il divieto di operare interventi redistributivi), qualificate come indipendenti dal potere politico, è in realtà funzionale a sottrarre determinati gruppi sociali dalla politica, ossia dalla sovranità popolare. Questo modello ha un nome specifico: si chiama “poliarchia” ed esprime la tendenza dei gruppi in concorrenza tra loro a crearsi settori specifici di autogoverno, da loro controllati (Dahl): la poliarchia presuppone che la sovranità sia ‘divisa’, frammentata tra vari gruppi e soggetti e non appartenga al popolo unitariamente inteso. Mi pare fin troppo evidente la enorme differenza tra questa forma di Stato e il principio scolpito nel primo articolo della Costituzione (la sovranità appartiene al popolo) e declinato negli altri 138. Ancora. Siamo sicuri che le autorità indipendenti non svolgano funzioni redistributive, come nel trentennio pietoso ci hanno insegnato i cattivi maestri? La fissazione dei tassi d’interesse, incidendo sul margine di profitto atteso dall’imprenditore, è davvero una decisione “non redistributiva”? (Cfr. P. Sraffa, Produzione di merci a mezzo di merci, Einaudi, 1960, ma anche Keynes nella Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta). “La Banca centrale europea, gestendo la liquidità e la solvibilità del sistema monetario, di fatto viene a incidere sulla distribuzione del reddito, assumendo così un ruolo che, in un sistema democratico, dovrebbe competere ad organi di tipo rappresentativo e non a banche centrali statutariamente indipendenti dal potere politico” (Luigi Cavallaro, Consigliere della Sezione Lavoro della Suprema Corte di Cassazione, in “Riv. It. Dir. Lav.”, 2014, pag. 136).

 

Un’ultima notazione. A ben vedere l’indipendenza delle autorità nazionali non è assoluta. Esse sono sicuramente indipendenti dalla politica nazionale, dal parlamento nazionale, ma non sono indipendenti verso le autorità “madri” europee (la Banca d’Italia è poco più di una filiale della BCE, l’antitrust nazionale è poco più di un ufficio della Commissione Europea, la Consob è una ‘branch’ dell’ESMA e così via). In quest’ottica la creazione di autorità indipendenti non solo descrive il moto rivoluzionario del capitale che si sottrae alla sovranità popolare (e dunque un cambio radicale della forma di Stato costituzionale) ma anche il riorganizzarsi del capitale a livello sovranazionale in modo da poter imporre le proprie decisioni alla popolazione di più Stati contemporaneamente, al riparo dal processo elettorale ma anche al riparo dalla responsabilità politica per le scelte imposte. Per attuare questo modello di concentrazione dei poteri verso l’alto e di fraudolenta collocazione verso il basso (a livello nazionale) della responsabilità politica, gli esecutori, ossia le autorità ‘indipendenti’ nazionali, devono essere dipendenti dalla autorità europee. Il paradigma delle autorità indipendenti è falso, prima ancora che incostituzionale.

 

Stefano Rosati

 

 
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