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CaritÓ pelosa PDF Stampa E-mail

17 Febbraio 2019

 

Da Comedonchisciotte del 15-2-2019 (N.d.d.)

 

Ma come siete di buon cuore! Ho versato una lacrima pensando alla generosità americana. “Una montagna di deliziose leccornie: sacchi di riso, tonno in scatola e biscotti ricchi di proteine, farina di mais, lenticchie e pasta, il tutto arrivato al confine di un Venezuela in difficoltà; abbastanza roba per un pasto leggero a testa per cinquemila persone,” dicono gli organi di informazione, con sublime riferimento a quei cinquemila che erano stati sfamati dai pesci e dai pani di Gesù Cristo. C’è da dire però che Gesù non ha mai messo mano nei conti bancari e non ha mai rubato l’oro di quelli che aveva nutrito. Ma il Venezuela del 21° secolo è molto più prospero della Galilea del 1° secolo. Oggigiorno devi organizzare un embargo, se vuoi che le persone ti siano grate per il tuo aiuto umanitario. Questo non è un problema. La coppia Stati Uniti-Regno Unito l’ha fatto in Iraq, come aveva scritto nell’aprile del 2000 il meraviglioso Arundhati Roy (sul Guardian dei vecchi tempi, prima che diventasse uno strumento dell’imperialismo): dopo che l’Iraq era stato messo in ginocchio, la sua popolazione stava morendo di fame, mezzo milione dei suoi bambini erano stati uccisi, le sue infrastrutture gravemente danneggiate … l’embargo e la guerra erano stati seguiti da … avete indovinato! Aiuti umanitari. All’inizio hanno bloccato forniture di cibo per miliardi di dollari, e poi hanno fatto arrivare 450 tonnellate di aiuti umanitari e hanno celebrato la loro generosità con giorni interi di trasmissioni televisive in diretta. L’Iraq aveva le risorse economiche necessarie per comprare tutto il cibo di cui aveva bisogno, ma era stato sottoposto ad embargo, e la sua popolazione aveva ricevuto solo un po’ di briciole.

 

E questo era stato abbastanza umano, almeno per gli standard americani. Nel 18° secolo, i coloni britannici del Nord America avevano usato metodi assai più drastici, mentre dispensavano aiuti ai nativi disobbedienti. I pellerossa erano stati espulsi dalle loro terre natie, e poi erano stati forniti di aiuti umanitari: whisky e coperte. Le coperte erano state precedentemente utilizzate da pazienti ammalati di vaiolo. La popolazione nativa del Nord America era stata in questo modo decimata dalle conseguenti epidemie e da altre misure simili. Probabilmente non avrete sentito parlare di questo capitolo della vostra storia: gli Stati Uniti hanno molti musei dell’Olocausto ma non un solo memoriale per un genocidio accaduto vicino a casa. È molto più divertente discutere delle colpe dei Tedeschi e dei Turchi che di quelle dei propri antenati. All’inizio, si affama la gente, poi le si fanno arrivare gli aiuti umanitari. Una cosa del genere era stata proposta da John McNaughton al Pentagono: bombardare dighe e chiuse, inondare le coltivazioni di riso, procurare una carestia generale (oltre un milione di morti?) “e poi faremo arrivare aiuti umanitari ai Vietnamiti affamati.”  Oppure, “potremmo offrirci di farlo al tavolo delle trattative.” Pianificare un milione di morti per fame, e metterlo per iscritto: se un appunto del genere fosse stato trovato fra le macerie del Terzo Reich, l’episodio sarebbe stato definito un genocidio e se ne sarebbe parlato tutti i giorni. Ma la storia del genocidio dei Vietnamiti, oggigiorno, viene raramente menzionata. Lo hanno fatto anche in Siria. All’inizio hanno dato armi a tutti gli estremisti mussulmani, poi hanno messo sotto embargo Damasco e infine hanno inviato aiuti umanitari, ma solo nelle aree sotto il controllo dei ribelli.

 

Questo crudele ma efficace metodo per spezzare lo spirito delle nazioni è stato sviluppato per anni, forse per secoli, dai domatori di leoni. Devi far morire di fame la bestia fino a quando non prenderà il cibo dalle tue mani e ti leccherà le dita. “Addomesticamento da fame,” lo chiamano. Gli Israeliani lo praticano a Gaza. Bloccano tutte le esportazioni o le importazioni dalla Striscia, vietano la pesca nel Mediterraneo e alimentano, goccia a goccia, con “aiuti umanitari” i Palestinesi intrappolati. Gli Ebrei, essendo Ebrei, sono riusciti a fare ancora meglio: hanno costretto l’Unione Europea a pagare per gli aiuti umanitari a Gaza, che devono necessariamente essere acquistati in Israele. Tutto questo ha reso Gaza un’importante fonte di profitto per lo stato ebraico. E così in Venezuela seguono la vecchia sceneggiatura. Gli Stati Uniti e il loro cagnolino londinese hanno sequestrato oltre 20 miliardi di dollari dal Venezuela e dalle compagnie nazionali venezuelane. Hanno rubato oltre un miliardo in lingotti d’oro che il Venezuela aveva fiduciosamente depositato nei forzieri della Banca d’Inghilterra. Beh, hanno detto che magari daranno questi soldi ad un Signor Nessuno venezuelano. Ad un tizio che ha già promesso di regalare le ricchezze del Venezuela alle multinazionali statunitensi. E dopo questo palese furto, faranno arrivare al confine alcuni container di aiuti umanitari e aspetteranno l’assalto al cibo da parte dei poveri Venezuelani. Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha twittato: “Il popolo venezuelano ha disperatamente bisogno di aiuti umanitari. Gli Stati Uniti e gli altri paesi stanno cercando di dare una mano, ma le forze armate venezuelane, agli ordini di Maduro, stanno bloccando gli aiuti con camion e navi cisterna. Il regime di Maduro deve LASCIARE CHE I SOCCORSI RAGGIUNGANO LE PERSONE CHE STANNO MORENDO DI FAME.” I Venezuelani non stanno morendo di fame, anche se stanno attraversando delle difficoltà. Quelli che alzano di più la voce sono i ricchi, come sempre. Se Pompeo vuole aiutare i Venezuelani, potrebbe revocare le sanzioni, restituire i fondi rubati, annullare l’embargo. I biscotti che vuole mandare servono poco o niente. Il presidente Maduro ha ragione quando si rifiuta di permettere che questa ipocrisia corrompa lo stomaco e il cuore della sua gente. Non si limita a ricordare Virgilio e a conoscere il detto: Timeo danaos et dona ferentes, Temo i Greci anche quando portano doni. Ci sono troppi soldati americani e colombiani nelle vicinanze del luogo previsto per la consegna [degli aiuti] e questo posto è sospettosamente vicino ad un aeroporto con una pista molto lunga, perfetta per un ponte aereo. Gli Stati Uniti sono noti per la loro propensione ad invadere i loro vicini: Panama è stata invasa nel 1989 per far sì che il Canale di Panama rimanesse in mani americane e per ripristinare l’accordo firmato da Jimmy Carter, il presidente dal cuore d’oro. Il presidente George Bush Senior aveva mandato i paracadutisti, dopo aver definito il presidente di Panama “un dittatore e un contrabbandiere di cocaina”. Questo è esattamente ciò che il presidente Trump dice del presidente del Venezuela. È probabile che [gli Americani] si servano di questi aiuti per invadere e sottomettere il Venezuela. Saggiamente, Maduro ha dato inizio a grandi esercitazioni militari per tenere pronto l’esercito per un’eventuale invasione. La situazione del Venezuela è già abbastanza grave anche senza un’invasione. I suoi soldi sono stati prelevati, la sua principale compagnia petrolifera è come se fosse stata confiscata e c’è una forte quinta colonna a Caracas che attende gli Yankees. Questa quinta colonna è composta principalmente da compradors, giovani benestanti con un’infarinatura di educazione e  formazione occidentale, che pensano di poter avere un futuro nell’ambito dell’Impero Americano. Sono pronti a tradire le masse dei poveri e a dare il benvenuto alle truppe statunitensi. Sono sostenuti dai super-ricchi, dai rappresentanti delle multinazionali straniere, dai servizi segreti occidentali. Persone di questo genere esistono ovunque; hanno cercato di organizzare la rivoluzione di Gucci in Libano, la Rivoluzione Verde in Iran, il Maidan in Ucraina. In Russia avevano avuto la loro occasione nell’inverno del 2011/2012, quando c’era stata la Rivoluzione delle Pellicce di Visone nella Piazza Bolotnaya di Mosca. A Mosca avevano perso quando i loro avversari, quelli di Prima la Russia, li avevano surclassati con una manifestazione infinitamente più grande sulla collina Poklonnaya. Le agenzie di stampa occidentali avevano cercato di coprire la sconfitta trasmettendo immagini della marcia dei sostenitori di Putin, facendo finta che si trattasse della manifestazione filo-occidentale. Altre agenzie occidentali avevano pubblicato foto dei raduni del 1991, affermando che erano state scattate nel 2012 a Piazza Bolotnaya. A Mosca nessuno era stato ingannato: la folla con le pellicce di visone sapeva di essere stata battuta. In Ucraina, hanno vinto, perché il presidente Yanukovich, un uomo titubante e pusillanime, sempre con i piedi in due scarpe, non era riuscito a raccogliere un sostegno adeguato. È una bella domanda, se Maduro sarà in grado di mobilitare le masse di Prima il Venezuela. Se lo sarà, allora avrà vinto anche lo scontro con gli Stati Uniti. Maduro è piuttosto titubante; non ha messo in riga gli oligarchi ribelli, non controlla i media, prova a giocare alla social-democrazia in un paese che non è neanche lontanamente la Svezia. I suoi sussidi hanno permesso alla gente comune di sfuggire ad una terribile povertà, ma ora vengono usati dai trafficanti del mercato nero per succhiar via la ricchezza della nazione. Lungi dall’essere una zona disastrata, il Venezuela è un vero Bonanza, un Klondike a tutti gli effetti: si può riempire di petrolio una nave cisterna per pochi centesimi, contrabbandarla nella vicina Colombia e venderla a prezzo di mercato. Molti sostenitori del Signor Nessuno hanno fatto piccole fortune in questo modo e sperano di realizzare l’affare del secolo, se e quando arriveranno gli Americani. Un problema più grande è costituito dal fatto che il Venezuela è diventato un’economia da monocultura: esporta petrolio e importa tutto il resto. Non produce nemmeno il cibo sufficiente per nutrire i suoi 35 milioni di abitanti. Il Venezuela è una vittima della dottrina neoliberale secondo cui si può comprare tutto quello che non si può produrre. Ora non possono comprare e non producono. Immaginate una democratica Arabia Saudita colpita da embargo. Per salvare l’economia, Maduro dovrebbe prosciugare la palude, dare un taglio al mercato nero e agli speculatori, incoraggiare l’agricoltura, tassare i ricchi, sviluppare qualche industria per il mercato locale. Si può fare. Il Venezuela non è una nazione socialista come la disciplinata Cuba, e neanche uno stato socialdemocratico come la Svezia o l’Inghilterra degli anni ’70, ma persino il suo modesto esempio, che aveva permesso alle masse di sollevarsi dalla miseria, dalla povertà e dall’ignoranza sembra eccessivo per l’Occidente.

 

Si dice spesso che in Occidente esistono due antagonisti, i populisti e i globalisti, e che il presidente Trump è il leader dei populisti. La crisi del Venezuela ha dimostrato che queste due forze si unificano se c’è la possibilità di attaccare e rapinare un paese esterno. Trump viene condannato in patria quando richiama le truppe dall’Afghanistan o dalla Siria, ma viene appoggiato quando minaccia il Venezuela o la Corea del Nord. Può essere sicuro che sarà acclamato da Macron e dalla Merkel e persino dal Washington Post e dal New York Times. Lui ha le vere WMD, le armi di ‘distrazione’ massa, per attaccare il Venezuela, e queste WMD sono state attivate con l’inizio di un colpo di stato strisciante. Quando un giovane politico piuttosto sconosciuto, leader in parlamento di una piccola fazione neoliberale rabbiosamente filo-americana, il Signor Nessuno, ha rivendicato il titolo di presidente, è stato immediatamente riconosciuto da Trump e i media occidentali hanno riferito che il popolo del Venezuela era sceso in piazza in dimostrazioni di massa per salutare il nuovo presidente e chiedere la rimozione di Maduro. Hanno trasmesso il filmato di un’enorme manifestazione a Caracas, in Venezuela. Non molti spettatori all’estero hanno notato che il video era vecchio, girato durante le dimostrazioni del 2016, ma i Venezuelani se ne sono accorti subito. Non si sono fatti ingannare. Sapevano che non c’era nessuna possibilità per una grande manifestazione di protesta in quel giorno, il giorno di una partita di baseball particolarmente importante nel campionato professionisti tra i Leones di Caracas e i Cardenales de Lara di Barquisimeto. Ma le ADM hanno continuato a mentire. […] Mentono quando dicono che ci sono disertori dell’esercito che desiderano ardentemente uno scontro con i militari. I giovanotti fatti vedere dalla CNN non erano disertori e non vivevano in Venezuela. Persino le loro mostrine d’ordinanza erano di un tipo non più in uso da anni, come aveva fatto notare un nostro amico, The Saker. In ogni caso, queste menzogne non serviranno a nulla, i miei corrispondenti a Caracas riferiscono che ci sono dimostrazioni a favore e contro il governo (per Maduro folle leggermente più numerose), ma i sentimenti della piazza non sono esasperati. La crisi è fabbricata a Washington, e i Venezuelani non sono propriamente desiderosi di farsi coinvolgere. Ecco perché possiamo aspettarci un tentativo americano di usare la forza, preceduto da qualche provocazione. Probabilmente non sarà una guerra vera e propria: gli Stati Uniti non hanno mai combattuto un nemico che non fosse già a pezzi prima dello scontro. Se l’amministrazione Maduro sopravviverà al colpo, la crisi prenderà un basso profilo, fino a quando le sanzioni non avranno fatto il loro lavoro e indebolito ulteriormente l’economia. In questa lotta, il presidente Trump è il peggior nemico di se stesso. Cerca l’approvazione del Partito della Guerra, e la sua base elettorale rimarrà delusa dalle sue azioni. Le sue sanzioni faranno arrivare ancora più rifugiati negli Stati Uniti, muro o non muro. Mette a rischio lo status privilegiato del dollaro USA utilizzandolo come arma. Nel 2020, raccoglierà quello che ha seminato.

 

Israel Shamir (tradotto da Markus)

 

 
Sofferta adesione al reddito di cittadinanza PDF Stampa E-mail

16 Febbraio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 13-2-2019 (N.d.d.)

 

[…] Due premesse: la prima è che il reddito di cittadinanza (che altrove chiamano reddito universale di base) non è il balsamo di Fierabràs, l’unguento miracoloso che cura tutti i mali. L’altra è la constatazione che la politica sociale, uscita dalla porta del trionfo neoliberale e individualista, rientra dalla finestra del crescente disagio di massa. È un successo averla posta al centro dell’agenda politica, prova ulteriore della fine delle categorie del passato. Gli argomenti a favore e contro attraversano le vecchie appartenenze ideologiche e talvolta non tengono conto della realtà, quella, per utilizzare l’espressione di Jeremy Rifkin, della fine del lavoro. Prima di addentrarci nell’analisi, abbiamo il dovere di esprimerci. L’opinione di chi scrive è un sofferto sì al reddito di cittadinanza, al di là delle modalità della legge che lo istituirà. Il nostro è – e ancor più sarà- il secolo della diseguaglianza nel reddito e nell’accesso alle tecnologie. Il cambiamento è già troppo grande e profondo per non prenderne atto, specie all’alba della nuova rivoluzione determinata dall’intelligenza artificiale, dall’automazione, con l’irruzione del robot a sostituzione di parti crescenti e sempre più elevate del lavoro umano. I più ottimisti affermano che è il sogno dell’uomo vivere senza lavorare, lo dimostrano miti come Eldorado o Shangri-Là. Non siamo d’accordo, per l’immenso valore morale del lavoro, la dignità, responsabilità e consapevolezza che determina, il gusto e il piacere di guadagnarsi ciò che si ha, il senso del dovere che produce, la forza delle relazioni comunitarie che si stringono nel corso delle attività professionali, nei mestieri, nelle fabbriche e negli uffici. Nessuna conquista pratica e civile è maturata senza fatica, sforzo fisico e intellettuale. Il lavoro non può finire e non finirà. L’uomo non deve essere pagato per non lavorare, ma aiutato a estendere i propri orizzonti, a investire sul futuro senza paura. Si tratta di restituirgli in parte ciò che gli è stato tolto in termini esistenziali e renderlo partecipe della comunità cui appartiene. In questo senso, il concetto giusto dovrebbe essere il credito di cittadinanza.

 

Il dibattito in corso ci riporta alla centralità della dimensione pubblica, politica dell’uomo, a partire dall’istituzione Stato che, attaccata da varie parti, riprende un ruolo insostituibile come soggetto in grado di decidere e assegnare un reddito di base. Per distribuire, occorre prima creare la ricchezza e suddividere la torta molto diversamente da quanto accade da almeno trent’anni. Di qui la necessità di un’educazione volta al sapere, al sacrificio in vista di scopi, al lavoro, al risparmio, al rispetto per la legge, il ripristino di un senso di giustizia opposto allo schema della privatizzazione del mondo e della concentrazione dei redditi. Gli scenari sono chiari: l’automazione distruggerà milioni di posti di lavoro, renderà obsolete centinaia di figure professionali, aumenterà ulteriormente il potere dei detentori delle nuove tecnologie e delle classi sociali in grado di implementarle e padroneggiarle. Studi attendibili parlano del 45 per cento degli impieghi a rischio entro un decennio. Sono cifre enormi, che riguardano non più solo i lavori fisici, ma colpiscono le professioni cognitive. Software, algoritmi e robot sono destinati a ereditare il lavoro dei contabili, dei notai, dei giornalisti, ma anche degli ingegneri, degli avvocati e persino dei medici. Milioni di persone vivranno, di conseguenza, senza redditi da lavoro, la precarietà sociale e esistenziale si diffonderà a macchia d’olio, la classe media, già in affanno, sarà pressoché azzerata. Non potrà permanere, pena una intollerabile spirale di violenza e un regresso morale spaventoso, l’individualismo atomista e competitivo del presente. Forme di integrazione o sostituzione del reddito sono dunque inevitabili. Non si possono chiudere gli occhi e assistere al dissolvimento della società e alla polarizzazione della convivenza umana tra una minoranza di iperpadroni, assistita da un ceto tecnocratico, e tutti gli altri. Troppo facile la conclusione di chi considera il reddito universale di Stato l’opportunità per destinare il tempo alle attività che più aggradano, sportive, ricreative, creative o all’ozio.

 

Sull’altro lato della barricata sta l’oligarchia liberista, preoccupata che la società di mercato e consumo crolli, interessata a un reddito di base teso a mantenere in piedi il baraccone, evitando esplosioni di rabbia, violenza e messa in discussione del sistema. I più impegnati sono i giganti di Silicon Valley. L’ influentissima Y Combinator, la maggiore incubatrice mondiale di imprese innovative (le mitizzate start-up) distribuirà per un periodo di circa un anno una somma di almeno mille dollari al mese a cento famiglie, per poi analizzare i risultati. Il suo presidente, Sam Altman, è stato invitato all’ultima riunione del Club Bilderberg. Un tentativo più complesso è stato finanziato dal governo finlandese (che peraltro non intende proseguire l’esperimento). Lo Stato ha versato con criteri casuali per un anno 560 euro mensili a duemila disoccupati di varie età, attivando un gruppo di controllo con uguali caratteristiche, senza benefici economici. L’esito è stato contraddittorio, nonostante l’appoggio diretto di personaggi come Elon Musk di Tesla (auto elettriche) e Mark Zuckerberg. I beneficiari non si sono comportati diversamente dagli altri nella ricerca del lavoro (ma il senso civico delle popolazioni nordiche è certo superiore a quello italiano), il reddito e le giornate lavorate non si sono granché discostati da quelli osservati nel gruppo di controllo. È risaltata però forte la diminuzione dello stress, dell’insicurezza sociale, della difficoltà a concentrarsi, minori problemi di salute, oltre a una maggiore fiducia nel futuro tra i percettori del reddito di base. La conclusione dei sociologi è che il programma non ha offerto prospettive di lavoro migliori, ma ha innalzato la qualità della vita degli interessati. Non è poco. Il ruolo dei grandi attori tecnologici mondiali è decisivo: essi condividono una visione liberista e libertaria e ritengono il reddito universale lo strumento più adatto per diffondere tale stile di vita. Il trucco, perché di questo si tratta, è doppio. Da un lato, si pretende che i servizi essenziali, sanità, previdenza, istruzione siano in mani private (le loro…) e il reddito accordato ai cittadini per il mero fatto di esistere venga speso in quei settori, ovvero rientri nei loro bilanci. Dall’altro, vogliono che sia lo Stato, considerato un inciampo e un problema, a farsi carico di organizzazione e distribuzione. […] Il reddito di cittadinanza è materia troppo delicata per opporvi idee del passato o addirittura negare il problema. Piuttosto occorre “cavalcare la tigre”, accettare la sfida per cambiare il mondo, a partire da una domanda: che cosa succede nella percezione di massa, nel cervello di ciascuno di noi, se ci forniscono denaro senza chiederci nulla in cambio, soprattutto, è vero che non ci chiedono nulla in cambio, e ancora, quale potere, pubblico o privato, se ne farà carico, chi pagherà il conto, quale società e senso della vita emergerà? Non possiamo dimenticare il massacro sociale, antropologico, esistenziale prodotto dall’alleanza tra progressisti in assenza di progresso e il piano alto del liberismo globale. Il reddito di cittadinanza può diventare il primo gradino di un’inversione di tendenza, a patto che non sia una graziosa concessione da parte dei padroni del mondo per tenere buona la massa e non si trasformi in meccanismo politico burocratico dei governi per ricattare una massa manovrabile di nullafacenti. Il principio irrinunciabile è che il lavoro rende liberi, nonostante la frase sia squalificata dall’uso che ne fece il nazismo. Liberi e titolari di dignità, pienamente membri della comunità non solo per il reddito che ne consegue, ma per la rete di relazioni che crea, significati, status sociale e personale, amicizie, solidarietà. In più, il lavoro ci rende orgogliosi di saper fare qualcosa di utile, essere buoni operai, tecnici, medici, commercianti. La civiltà europea di matrice cristiana ha sempre attribuito un profondo significato morale e finanche spirituale al lavoro: pensiamo a San Josémarìa Escrivà de Balaguer, a Don Bosco, allo stesso San Giuseppe. Non possiamo trasformarci in generazioni di nullafacenti dedite al consumo, ergo ai vizi. Il rischio è grande. Possiamo però aiutare milioni di persone a trovare la loro strada con maggiore facilità, sottraendole a una vita da precari con la valigia in mano, in perenne competizione al ribasso, oppure all’arrivismo sfrenato. Il filosofo Slavoj Zizek, pur da una prospettiva neomarxista, avverte del pericolo del “sogno impossibile che il capitalismo faccia funzionare se stesso come un sistema socialista”, risolvendo a suo modo i problemi di disoccupazione e di consumo. Ogni sistema liberale è intrinsecamente avverso a comunità e solidarietà. In particolare, i giganti di Silicon Valley non hanno altro scopo che contenere le minacce di una disoccupazione massiccia, mettere una sorta di cerotto – a spese altrui – sul modello di lavoro che stanno costruendo attraverso l’avanzamento dei progetti di automazione, intelligenza artificiale e robotica. Siamo alle soglie di un universo inedito, cui non si può guardare con le mentalità del passato, tanto meno con l’unico metro di giudizio della ragioneria dei costi. La transizione sarà delicata e complessa, e dovrà essere soprattutto antropologica. In un futuro prossimo in cui la forza lavoro, sarà automatizzata o “uberizzata”, che ne sarà dell’uomo, quale posto avrà nella scala dei valori? Di sicuro, non esiste una risposta di destra e una di sinistra. Occorre ragionare con categorie più ampie. Proviamo a elencare qualche problema, partendo dalla sostenibilità economica. […] La soluzione è quella di tassare i robot, poiché generano ricchezza al posto dei lavoratori umani.

 

Il robot ha solo bisogno di energia per sopravvivere, non si ammala, non sciopera, non conosce feste comandate; la sostituzione delle persone umane con “persone elettroniche” (la definizione già percorre i corridoi dei palazzi del potere) produce profitto. Una parte va redistribuito alla cittadinanza. Sembrerebbe senso comune, ma è difficilissimo accordarsi per tassare i giganti tecnologici, non sarà semplice mettere in piedi un sistema tributario basato sulla produzione, il possesso e l’utilizzo di robot e altri apparati elettronici sostitutivi della persona umana. […] Perciò il dibattito sul reddito di cittadinanza deve porre al centro due soggetti attivi, le persone in carne e ossa, noi, e le istituzioni pubbliche, ovvero lo Stato, attraverso le strutture indipendenti e soggette a rendicontazione e controllo politico dedicate alla corresponsione del reddito. Manca tuttavia un convitato di pietra, l’unico di cui si tace: è la sovranità monetaria perduta. Un sistema internazionale fondato sulla menzogna del debito e sull’ emissione del denaro, cartaceo e scritturale, da parte del sistema finanziario, non può accettare l’esistenza di redditi universali, a meno di non farne oggetto di ulteriori ricatti. La speranza, il cammello che passa per la cruna dell’ago, è il graduale recupero della sovranità monetaria da parte degli Stati, iniziando dall’istituzione di banche pubbliche in grado di finanziarsi alle condizioni di quelle commerciali, dunque anche di creare moneta bancaria (in Italia si tratta di circa mille miliardi l’anno!). Il dato ufficiale della nazione capitale dell’Impero, gli Usa, è impressionante. Al 28.07.2018, la Federal Reserve dichiarava 3.600 miliardi di dollari di moneta legale (banconote e monete, aggregato M0) e 15.500 di liquidità totale (MZM, money zero maturity), con l’80 per cento del circolante creato dalle banche ordinarie, come ammesso anche in Italia dalle stesse “autorità monetarie” (fonte: Marco Della Luna, Tecnoschiavi, Arianna Editrice 2019). L’obiettivo finale è recuperare il potere sovrano di creare moneta, per attribuirne una parte ai cittadini come credito, in base alle intuizioni di Giacinto Auriti. Resta vero il paradosso di Ezra Pound, secondo cui dire che uno Stato non può perseguire i suoi scopi per mancanza di denaro è come affermare che un ingegnere non può costruire strade per mancanza di chilometri. Purtroppo, le nostre sono verità travestite da sogni. La fase storica che viviamo, tuttavia, impone di tenere fermo il ruolo dello Stato come garante e agente fondamentale della sovranità, nonché della tutela dei suoi cittadini, quindi di attribuirgli il potere di restituire le enormi somme trasferite al sistema economico e finanziario. L’avanzata dell’automazione rende tale processo ineludibile, per non rendere antiquato, addirittura superfluo, l’uomo stesso. Per questo, nonostante tutto, nonostante il pericolo di svalutare il lavoro e l’onesto guadagno, siamo favorevoli a forme di reddito universale. Non è che una modesta riappropriazione di ciò che è nostro. Non lasciamo il futuro della specie ai robot, ai padroni della tecnica e ai creatori del denaro.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Competenza autoreferenziale PDF Stampa E-mail

15 Febbraio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 12-2-2019 (N.d.d.)

 

È il nuovo tormentone, l’ultima trovata –in realtà per niente originale- per far fronte all’irrompere dei populismi e sovranismi, tanto temuti dall’attuale e tenace compagine di potere: l’apologia della “competenza”. Per salvare il sistema da temibili e minacciosi sovvertimenti occorre che il potere consultivo e decisionale su ogni ambito della vita individuale e collettiva venga demandato a una cerchia ben selezionata di “competenti”. Ma chi sono questi individui eletti? In teoria, persone la cui elevata conoscenza tecnica in materie specifiche li eleva a massimi esperti, e dunque portatori indiscussi di verità assolute e inconfutabili, sottratte a ogni critica. In pratica, gli stessi che hanno già ricoperto ruoli di prestigio in istituzioni che ci hanno governato finora, con i risultati –più o meno disastrosi- che sono sotto gli occhi di tutti. Il concetto di competenza, tanto in voga tra gli economisti, perde così ogni riferimento alla misurazione dei risultati raggiunti dalle azioni e dagli strumenti messi in atto: l’efficacia delle politiche adottate non ha alcuna rilevanza. Ciò che conta è la legittimità delle azioni e degli attori, l’autorevolezza che gli viene tributata da enti e istituzioni universalmente riconosciuti. Secondo un meccanismo autoreferenziale e capace di autoriprodurre il proprio pensiero senza interruzione critica, nell’ambito della ricerca scientifica vengono premiati e incentivati coloro che sono in grado di portare prove a sostegno di un modello universalmente riconosciuto. Una sorta di esaltazione della “mediocrità”, dove per mediocre intendiamo quell’individuo che annulla il proprio spirito critico, in virtù di un’adesione e un sostegno preconcetti a un modello già esistente.

 

In un simile contesto, il lavoro di analisi e confutazione di teorie già esistenti e acclamate viene scoraggiato e marginalizzato. Pensiamo al clamoroso errore nel 2010 di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, due docenti della prestigiosa Università di Harvard e con ruoli nel FMI, che con la loro pubblicazione “Growth in a Time of Debt”, forniscono la prova “scientifica” che qualora il debito pubblico di una nazione raggiunga la soglia del 90% del Pil diventerebbe un ostacolo insuperabile alla crescita. Il paper diventa la Bibbia dei paladini dell’austerity: quel 90% fornisce una cifra precisa, capace di esercitare quella fascinazione sull’opinione pubblica che la “scienza esatta” è in grado di suscitare. Tre anni dopo accade che dei professori dell’università di Amherst affidano a uno studente il compito di scegliere una ricerca e replicarne il risultato. La scelta del giovane Herndon ricade proprio sull’osannato paper di Reinhart e Rogoff e l’esito della sua analisi è sconvolgente: lo studio è compromesso da gravi problemi metodologici e addirittura da un banale errore nel foglio Excel, alcuni calcoli sono sbagliati e viene omesso di includere tra le nazioni esaminate tre casi rilevanti. Gli stessi economisti di Harvard sono costretti a riconoscere l’errore, sebbene cercando di sminuirne la portata. Ma la credenza che l’aumento del debito pubblico sia dannoso alla crescita non solo non viene scalfita, ma anzi si rafforza e le politiche dell’austerity continuano a seminare sempre più vittime, in Europa come nel resto del mondo. Intanto Reinhart e Rogoff hanno continuato a essere protetti dalla loro aura sacrale conferitagli dalla “competenza”, sono stati insigniti di importanti premi e riconoscimenti, e a collaborare con organizzazioni che esercitano la governance mondiale. Gli errori sono umani e non si possono certo stigmatizzare due economisti che sicuramente hanno dedicato la loro vita agli studi, ma ridimensionare il potere assoluto e dispotico della scienza, riportarla al suo ruolo di strumento funzionale al benessere e allo sviluppo umano.

 

Ilaria Bifarini

 

 
Un nuovo "ipse dixit" PDF Stampa E-mail

14 Febbraio 2019

 

Ispirato dagli "scioperi scolastici del venerdì" davanti al Parlamento di Stoccolma ad opera dell'attivista ambientalista svedese Greta Thunberg, il 15 marzo prossimo si terrà in numerose località del mondo il "Friday for Future", il primo sciopero internazionale degli studenti (ma non solo, già in molti cavalcano l'onda) per chiedere ai governi di impegnarsi a contrastare i cambiamenti climatici di presunta origine antropica dovuti essenzialmente ai combustibili fossili. Di presunta origine antropica, perché questo vuole ormai la vulgata e la narrazione mainstream: il fatto che la storia climatica sia formata da continui cicli di cambiamenti (almeno tre o quattro negli ultimi due millenni) e che vi sia una bella differenza tra i verbi "inquinare"(il mondo) e "modificare"(il clima) ovviamente non viene mai presa in considerazione. Ora, già il fatto che la climatologia sia una scienza presume l'assunto che detta scienza si debba fondare sul dubbio e sull' ascoltare più campane, non sulla criminalizzazione e l'ostracizzazione di tutti gli studi che dimostrino come almeno da diversi anni il global warming si sia fermato e che non sia affatto vero che i ghiacci artici siano ai minimi storici. Ma lo ha detto l'ONU, lo ha detto l'IPCC e quindi va tutto bene. Un bel regresso scientifico-culturale: siamo tornati all' "ipse dixit" aristotelico dell'età preindustriale e premoderna, a questo punto tanto varrebbe riabilitare il cardinale Bellarmino e papa Urbano VIII che misero la museruola a Galileo. Bellarmino santo lo è già, aspettiamo l'apoteosi di Urbano VIII "dalla barba bella che dopo il Giubileo impone la gabella" o se preferite "quod non fecerunt barbari, Barberini fecerunt" per dirla alla Pasquino. Lasciamo perdere queste amenità e ritorniamo seri.

 

È lodevole e meritorio che un movimento internazionale di studenti abbia a cuore il futuro della Terra, la nostra casa comune, che manifesti per scuotere le coscienze e per uscire dall' ormai obsoleto, inquinante e ingombrante paradigma delle energie fossili e degli idrocarburi, sempre più devastanti e pericolosi per la biosfera e l'ambiente. Attenzione: per la biosfera e per l'ambiente, non per il clima, in quanto spiace dirlo ma l'equazione idrocarburi+C02=global warming non è scientificamente e matematicamente certa. Il grosso problema, il gigantesco equivoco di fondo, è che tale movimento auspica uno "sviluppo sostenibile" con le energie rinnovabili quando prima di tutto "sviluppo sostenibile" è un ossimoro, in quanto in un Pianeta finito come il nostro nessuno sviluppo-concetto basato sulla crescita esponenziale-col tempo risulta essere sostenibile. Le energie rinnovabili non emettono emissioni inquinanti per l'atmosfera, è verissimo, ma il loro impatto a livello ambientale è comunque devastante lo stesso. E anche qua si nota tutta la confusione intellettuale di un movimento che ragiona anziché in maniera olistica, con lo schema degli scompartimenti stagni. Le trivelle devastano, siamo d'accordo. Ma le pale eoliche, oltre che ad essere paesaggisticamente un pugno nell'occhio, forse non producono un inquinamento acustico terribile?  Vogliamo poi parlare delle meraviglie dell'"Internet delle cose", cornucopia mirabolante che necessita però di volumi enormi d'energia elettrica e il cui primo passo saranno le connessioni 5G, cioè viaggianti ad una frequenza di 27,5 Ghz ma con una durata di viaggio limitata rispetto al 4g, il che comporta che per connettere tra loro numerosi oggetti per chilometro quadrato saranno necessarie gran numero di miniantenne messe ovunque, anche sui pali della luce? E dei pericoli di un massiccio elettrosmog con rischi connessi alla salute delle persone? O forse voi non ci pensate? Vi saranno sensori dappertutto, con l'internet delle cose e il 5G che magari domani sarà 6G, 7G, 8G e ci saranno le microantenne anche nel cesso di casa, che vi tirerà lo sciacquone in anticipo mentre voi morirete di cancro a sessant' anni circa. Perché vedete, cari i miei studenti millennials che appena qualcuno fa una cosa voi la fate diventare "virale" in Rete (come gli scioperi della Thunberg) tutte queste cose voi non le mettete in discussione, per nulla. O magari non ci pensate. Gas, carbone e petrolio sono i cattivi, elettrosmog e impatti ambientali discutibili delle rinnovabili sono i "buoni". O forse a voi fa comodo distinguere in buoni e cattivi, perché è un alibi perfetto per non mettere in discussione le fondamenta della baracca che hanno un nome e un cognome ben preciso: capitalismo selvaggio iperliberista con tecnologia e scienza piegati ad esso e ai suoi voleri.

 

L'abbandono del fossile deve essere una fase di transizione epocale, lunga, mirata, graduale e ragionata verso strutture di economia più rispettose dell'uomo e dell'ambiente. È il capitalismo iperliberista sposato a scienza e tecnologia il nemico numero uno dell'ambiente e del Pianeta. Sono la mancanza di senso del limite e il progresso accelerato continuo che ci faranno sbattere ai 200 km orari contro il muro. Il petrolio, le trivelle, la TAP, la TAV, sono solo la punta dell'iceberg. E la punta è la minima parte dell'iceberg, quella che si vede. Sotto vi è tutto il resto e voi non lo vedete.Non vogliatemene quindi, cari scioperanti climatici millennials, se un neoquarantenne della Generazione X-quelli di mezzo, nati con l' analogico e divenuti col tempo digitali e che forse vivono tra due mondi o tra due secoli "l' un contro l' altro armato", non appoggerà per nulla e in nessun modo il vostro sciopero e neppure ne divulgherà la notizia a parenti ed amici, a vicini e lontani.

 

Per concludere scrivo che non ho nulla contro di voi. Al contrario, mi piace il vostro attivismo e il vostro spirito di iniziativa. Apprezzo la vostra idea che ha un fondo davvero nobile. Ma non quadriamo sulla direzione. Posso solo dirvi una cosa: ho 40 anni tondi tondi ed è da quando ero in terza elementare che pronosticavano ghiacciai sciolti, apocalissi varie e clima impazzito e sparizione di intere isole entro il 2000. Ora siamo nel 2019 e le Maldive esistono ancora...La prima conferenza sul clima fu Rio de Janeiro 1992, l'ultima (al momento) Katowice 2018 e sempre lo stesso appello: "manca poco, fate presto". In ventisei anni tante chiacchiere e risultati pessimi, direi, se ad ogni conferenza si ripete l'allarme "fate presto, 5 gradi in più entro un secolo!". Anche nel 2011 con lo spread italiano a 565 punti base si gridò "fate presto" e presto lo fecero, eccome! se qualcuno ha buona memoria. Traetene voi le conclusioni e non vogliatemene per queste mie riflessioni.

 

Simone Torresani

 

 
Latte cagliato PDF Stampa E-mail

13 Febbraio 2019

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Da Rassegna di Arianna dell’11-2-2019 (N.d.d.)

 

Ieri si è assistito ad una protesta clamorosa dei produttori di latte ovino sardo. Secondo quanto leggiamo dai giornali, due anni fa il prezzo del latte era di 1,20 euro al litro, l'anno scorso di 85 centesimi, oggi è sceso a 60 centesimi (44 quello di capra). Il problema dipende a quanto pare in prima istanza dalle oscillazioni del prezzo del pecorino romano (in cui confluisce il 60% della produzione di latte ovocaprino), e in seconda istanza dalle importazioni di latte estero a buon mercato per la lavorazione casearia in Sardegna. Questo è uno dei classici casi su cui si misurerebbe la differenza tra politiche liberiste (e globaliste) e politiche sovraniste di tipo socialdemocratico (o socialista). Lasciar fare al mercato significa tre cose:

 

1) lasciar dispiegare oscillazioni dei prezzi incontrollate e potenzialmente molto rilevanti (qui di oltre il 100% in due anni); 2) avviare una competizione al massimo ribasso tra produttori; 3) ridurre tendenzialmente il numero dei produttori e concentrare la produzione in pochi paesi.

 

Il primo punto tende a spezzare la schiena ai piccoli produttori, a quelli non coperti da rilevanti riserve di liquidità, e in generale costringe il sistema produttivo a finanziarizzarsi (i 'derivati' nascono proprio per coprire situazioni di incertezza circa i futuri prezzi di mercato); va da sé che sotto queste condizioni ogni produzione che non sia grande produzione industriale, dotata di competenze finanziarie, è destinata a soccombere; in tutti i casi in cui questa dinamica si avvia, la qualità e tipicità della produzione viene sacrificata. Il secondo punto distrugge la qualità della vita dei lavoratori, ovunque essi siano. Se oggi il latte sardo costa più di quello rumeno, e perciò la sua produzione viene soppiantata, domani il latte rumeno costerà magari più del latte marocchino, e dopodomani quello marocchino più di quello munto da schiavi gambiani con mucche cinesi biologicamente modificate. In questo processo solo degli sciocchi (o dei mentitori interessati) possono affermare che l'apertura dei mercati significhi un trasferimento di ricchezza dai più abbienti ai meno abbienti. Il 'vincitore' provvisorio al massimo ribasso è già un perdente proprio per avere vinto in quel modo, che lo condannerà domani a ridurre ancora le pretese sotto la minaccia di un competitore ancora più maltrattato. Il terzo punto incentiva i paesi a specializzarsi nella produzione di pochissimi prodotti, su cui sono comparativamente più competitivi (secondo la teoria dei costi comparati di Ricardo). Ciò crea le condizioni tendenziali per avere paesi fragili, incapaci di contare su introiti passabilmente stabili, e dunque privi di welfare e tutele sociali; questo perché con poche produzioni concentrate basta l'oscillazione marcata del prezzo di un prodotto perché l'intera economia possa andare a rotoli (è quello che successe, ad esempio, con il crollo del prezzo della canna da zucchero a Cuba, prima della rivoluzione castrista). Tutte e tre queste dinamiche sono caratteristiche del liberismo e della globalizzazione economica.

 

Il correttivo non è l'abolizione del mercato o degli scambi internazionali, ma semplicemente l'esercizio di supervisione, controllo e mediazione da parte dello Stato, nel nome dell'interesse nazionale, della qualità dei prodotti e delle condizioni del lavoro. Interventi come sussidi pubblici mirati, accordi per imporre tetti minimi ai prezzi, e/o dazi doganali, sono le forme in cui si può mantenere la capacità del mercato di esplorare le capacità produttive e i costi di produzione, senza soccombere agli squilibri degenerativi menzionati. Qui continua ad esserci mercato, e continuano ad esserci scambi internazionali, ma lo Stato nell'interesse pubblico opera da mediatore e moderatore degli squilibri che il mercato inesorabilmente crea. I soggetti, i partiti, le istituzioni che nel nome del libero mercato si oppongono di principio a queste soluzioni di moderazione e mediazione sono ordinamenti sociali dannosi, che, per il bene comune, dovrebbero scomparire. Gli Stati che si sottraggono a quei compiti, che lo facciano volentieri o controvoglia, comunque vengono meno alla loro funzione fondamentale e tradiscono ciò che conferisce loro senso.

 

Andrea Zhok

 

 
Quinta Burbank PDF Stampa E-mail

12 Febbraio 2019

 

Da Victory Project (N.d.d.)

 

In una recente intervista Alain de Benoist risponde così all’ultima domanda, dedicata a come si potrà superare il liberalismo: Breizh-info.com - Quali antidoti, quali alternative esistono, o restano da inventare, perché le nostre società trionfino su questo liberalismo? Alain de Benoist - “Ovviamente non esiste una ricetta miracolosa. D’altra parte, c’è una situazione generale che evolve sempre più rapidamente e che ora mostra i limiti del sistema attuale, che si tratti del sistema politico della democrazia liberale o del sistema economico di una forma-capitale confrontata con l’immensa minaccia di una generale svalutazione del valore. Il futuro è locale, dei circuiti brevi, della rinascita delle comunità umane, della democrazia diretta, dell’abbandono dei valori esclusivamente mercantili. L’antidoto sarà stato scoperto quando i cittadini avranno scoperto che non sono solo dei consumatori, e che la vita può essere più bella quando si ripudia un mondo in cui nulla ha più valore, ma dove tutto ha un prezzo”.  [http://www.barbadillo.it/80596-lintervista-alain-de-benoist-ogni-forma-di-liberalismo-e-nemica-del-sovranismo/]

 

L’ultimo pensiero è sostanziale e fa al caso nostro. «L’antidoto sarà stato scoperto quando i cittadini avranno scoperto che non sono solo dei consumatori, e che la vita può essere più bella quando si ripudia un mondo in cui nulla ha più valore, ma dove tutto ha un prezzo». Se politicamente, sociologicamente e psicologicamente sottoscrivo la condivisione a quel pensiero, ontologicamente la mia sicurezza vacilla pericolosamente. Il perché dell’incertezza è di tipo semplice, anzi banale. In quella frase è presente un’unità di misura che potremmo chiamare generazionale. Affinché un cittadino scopra di essere solo consumatore, che il denaro brucia i valori, quindi le identità, le tradizioni, le comunità, la serenità, la salute, eccetera, è necessaria una serie di prese di coscienza che non tutti compiono nel proprio arco di vita.

 

Oggi – ma il paragone con altre epoche sarebbe cosa elementare per storici e sociologi – godiamo pure della fortuna di essere in mezzo al guado, un notevole stimolo a porsi domande di implicazione evolutiva. Eppure, nonostante lo stimolo indotto dalle difficoltà e dall’incertezza, nonché da una speranza ridotta alla resilienza, non è difficile condividere che quella catena di prese di coscienza utili a riconoscere di essere merce da mercato, tarda a compiersi. La mia affermazione, direbbe De Benoist, e non è difficile crederlo, si riferisce ed implica un processo che coinvolge più generazioni.  Anche su questo condivido. Ma, e questo è il punto, ogni generazione compare nella realtà come le oche di Konrad Lorenz. Ciò che i neonati vedono, tra starnazzi e vagiti, corrisponde al vero. Nel caso delle oche, alla madre, anche se era Lorenz stesso che avevano di fronte. L’esperimento dell’etologo austriaco è utile per comprendere che l’affermazione di de Benoist, affinché prenda il suo pieno significato e diffonda la sua deflagrazione, necessita di un raggio d’azione plurigenerazionale. Un servizio che tende ad essere impossibile a causa del fatto che le generazioni ripartono da zero ogni volta. Anzi, anche da sottozero. La saggezza non si tramanda in un ambito senza confini certi, dai valori liquidi e l’esperienza non è mai trasmissibile. Quindi, il diritto di bere qualunque realtà trovi il neonato è sacrosanto, ineludibile, incomprimibile, da rispettare. Pensare a una evoluzione dell’umanità che non sia solo crassa, tecnologica e materiale, è cosa inopportuna. La storia si ripete e si ripeterà finché ci identificheremo con i nostri sentimenti, finché le emozioni ci trascineranno lontani da noi stessi nel profondo dell’orgoglio. La logica dello scontro e la scelta della sopraffazione si nutrono di quelle modalità. L’affermazione di de Benoist diventa utopica se inserita in un contesto quale il nostro, diciamo, di perdizione, egoico, narcisistico, individualistico.

 

Certamente de Benoist è consapevole che la meta che indica necessita di una corsa di lunga durata, di un passaggio del testimone, di una squadra di generazioni unita, costituzionalmente invulnerabile.  Diversamente, come si potrebbe contrastare chi detiene la comunicazione e guida la realtà a proprio uso e consumo? Cioè i poteri finanziari, occulti e criminali, che per qualcuno corrispondono soltanto a espressioni di persone che meglio di altre hanno saputo cavalcare la realtà. La partita è platealmente impari, tanto che citare Davide e Golia non può che evocare solo molto lontanamente le forze in campo, meglio visibili come la formica e l’elefante. Ma anche il piccolo imenottero e il grande mammifero non risolvono del tutto la prospettiva della questione. Combattere, reagire, ribellarsi hanno sempre le loro imenottere ragioni.  Per trovarle è necessario ritornare all’ambito utile affinché un progetto plurigenerazionale possa avviarsi e ultimarsi. Nessun elefante la farebbe più franca. I terrazzamenti, opere dei montanari delle Alpi e degli Appennini ben rappresentano la battaglia imenottera. Piena di fatica, ma ancor più piena della visione che ogni mano callosa che ci ha lavorato aveva davanti a sé. Come ritornare a quel contesto di valori certi di consapevoli confini di sé, di identificazione con la comunità, di solidarietà immancabile, cioè a quanto de Benoist allude e dice per formulare un’idea sulla fine dell’alienazione  liberalista partendo dal nostro contesto intriso di diritti individuali, ovvero di identificazione con l’avere, dell’incapacità di una conoscenza che non sia analitica, tecnica, misurabile e misurante, di possibilità aperte solo, sempre e necessariamente, a chiunque ne abbia pagato il ticket.

 

Le oche che nascono oggi, hanno davanti a sé un mondo in cui Sanremo, il festival, occupa uno spazio sufficiente per fare da madre. Quanto impiegheranno a sospettare che dietro la quinta Burbank ci sia un’altra realtà, non artefatta, più a misura d’uomo e al suo equilibrio? Necessariamente molto verrebbe da dire. Ma non è vero o meglio, non è il modo opportuno per dare risposta alla domanda. Sappiamo che per certi aspetti impieghiamo una vita a metterci in pari, e a volte non basta, a comprendere quali erano le forze che ci hanno battuto e quali ci servano per mantenersi sereni. L’impossibilità di una evoluzione sociale parrebbe già così argomentata. Ma non basta, c’è un’ulteriore complicazione affinché l’utopia si realizzi. Sempre che, distratti da qualche vizio o individualismo prezzolato, la sua immagine non ci esca dal campo visivo.

 

Si tratta dei Grandi Numeri.  Un ambito la cui principale caratteristica è data dal numero elevato dei suoi componenti. I grandi numeri degli imenotteri non sono soggetti a quanto invece è caratteristico in ambito umano. Lo scopo e il ruolo di ogni individuo formica non è un’opzione come nel nostro caso. Resta fisso per la durata della vita. Sanno che i loro progetti, come nel caso dei terrazzamenti, non si esauriscono con la loro morte.  Nei grandi numeri di tipo umano, tende a esistere uno spazio per idee, scelte e comportamenti differenti e contraddittori tra loro. Anzi, pare ne siano l’identità costitutiva stessa.  Se si aggiunge il capillare accesso alla comunicazione, la sua conseguenza di relativizzazione di principi e valori, si giunge a dover ammettere che l’evoluzione necessaria al progetto enunciato da De Benoist – il liberismo cesserà quando potremo realizzare piccole comunità e rifiutare l’opulenza – subirà un ulteriore rallentamento. Una visione forse pessimistica ma di fatto dettata da una certa osservazione delle forze e delle dinamiche sociali.  C’è però una speranza che nasce da un’altra osservazione. Come il neocapitalismo e neoliberismo hanno finora ritenuto d’aver dimostrato, il mondo è infinitamente sfruttabile e il progresso è lineare e crescente in funzione dei consumi, del pil, ecc.  Nei confronti di questa prospettiva, effettivamente sempre più persone stanno aprendo gli occhi e, meravigliate, si chiedono: come abbiamo potuto arrivare dove siamo?  Dunque l’ottimismo sta in questa domanda, anzi nella sua risposta. Un passo alla volta. Ovvero, indipendentemente dal grande mammifero che ci vuole annientare, abbiamo la certezza che un passo alla volta, secondo quanto dice de Benoist e quanto ci dicono i terrazzamenti, ogni visione contiene la garanzia della sua realizzazione.

 

Lorenzo Merlo

 

 
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