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Helicopter money PDF Stampa E-mail

11 Ottobre 2019

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Da Rassegna di Arianna dell’8-10-2019 (N.d.d.)

 

È recentemente tornata di attualità l'idea dell'Helicopter money, nel contesto delle strategie di politica monetaria straordinaria resesi necessarie a far fronte agli effetti della recessione economica incombente, messe in atto al fine di far risalire il tasso di inflazione all'obiettivo prefissato del 2%. Questa idea è stata recentemente riproposta come misura straordinaria dal vice – direttore della Fed Stanley Fischer e dall' ex presidente della banca centrale svizzera Boivin. Originariamente l'Helicopter money era stato ideato da Milton Friedman, come estrema misura di finanza straordinaria, qualora l'immissione di liquidità da parte delle banche centrali nell'economia in crisi si rivelasse inefficace per la ripresa. Essa consiste nella elargizione di prestiti gratuiti ai privati cittadini, attuata allo scopo di incrementare i consumi e, in tal modo, contribuire alla crescita e all'incremento dell'inflazione. Tale teoria è suggestivamente riassunta nell'immagine di un elicottero che distribuisce a pioggia banconote ai cittadini. Occorre premettere che l'Helicopter money non ha nulla a che vedere con il reddito di cittadinanza ideato da Giacinto Auriti e riproposto in versione assai diversa dal M5S. Secondo Auriti infatti, la moneta emessa dagli stati andrebbe accreditata ai cittadini, in quanto la proprietà della moneta appartiene al popolo. Se il popolo è sovrano, tale sovranità comporta anche la sovranità monetaria, che invece è stata sottratta agli stati e devoluta alle banche centrali, quali istituti a cui compete esclusivamente l'emissione monetaria. Le banche centrali, detenute da capitali privati, creano da nulla la moneta, che viene trasferita agli stati stessi sotto forma di titoli di debito. Così si espresse Giacinto Auriti a tal riguardo: “In un regime monetario conforme alla persona umana, l’ente di emissione NON può essere privato, la moneta deve essere accreditata ad ognuno come “REDDITO di CITTADINANZA“. La proprietà dovrà essere del portatore, infatti su ogni banconota ci sarà apposta scritta – Proprietà del portatore –“ L'inefficacia della politica monetaria messa in atto dalla BCE e dalle altre banche centrali mediante strumenti di finanza straordinaria, quali il QE (il bazooka di Draghi), e il L-TRO, si è già resa evidente dopo la crisi del 2008. Tali misure anticicliche, non si sono rivelate efficaci negli stessi USA, ove la disoccupazione è scesa ai livelli record del 5%, ma il tasso di crescita, seppur marcatamente superiore che in Europa, è tuttora inferiore ai livelli pre - crisi e l'inflazione è bassa, anche a causa dell'assai limitato incremento dei salari. I tassi di interesse nelle ultime 5 crisi sono diminuiti negli USA di 200 punti base nel breve termine e di 80 nel lungo; in Germania 110 nel breve, di 40 nel lungo. Con il varo del nuovo QE, i tassi a breve potrebbero entrare nel territorio negativo del - 2%. È evidente che i margini di manovra sui tassi di interesse, già ai minimi, sono estremamente ristretti e quindi l'efficacia della leva monetaria si rivelerà assai limitata per fronteggiare la crisi. Anche se il nuovo QE prevede che gli acquisti di titoli da parte della BCE si estendano, oltre che ai titoli bancari, anche ad azioni e obbligazioni di società private.

Torna quindi di attualità l'Helicopter money, in una situazione in cui i tassi di interesse non possono essere più abbassati. Fischer ha progettato una strategia fiscale di emergenza denominata “Staff”, secondo cui le banche centrali dovrebbero immettere liquidità, oltre che nei confronti di banche ed imprese a tasso zero, anche di cittadini, nella quantità necessaria per raggiungere il tasso di inflazione programmato. Anche Draghi ha ipotizzato per l'Europa una alternativa strategica al QE, che potrebbe consentire di trasferire liquidità dalla BCE direttamente ai cittadini. Draghi ha tuttavia precisato che “mettere i soldi nelle tasche dei cittadini è compito della politica fiscale, non della politica monetaria“. Ma Draghi si è scontrato inevitabilmente con il rigore finanziario tedesco ed europeo. Infatti, Draghi è ben conscio dell'effetto limitato della politica monetaria della BCE e pertanto ha affermato: “I governi con spazio nei bilanci, che affrontano un rallentamento, dovrebbero agire con tempestività, e allo stesso tempo i governi con alti debiti dovrebbero perseguire politiche prudenti e rispettare gli obiettivi”. Tale strategia ha incontrato una ostilità aperta da parte della Germania, che in ossequio al dogma del pareggio di bilancio non implementerà politiche fiscali espansive della spesa. Tra l'altro dalle affermazioni di Draghi si evince che per i paesi in difficoltà verrebbe prescritta una politica di sostanziale austerità con il risultato di rendere assai improbabile una qualsiasi ripresa. Secondo il Financial Times, un intervento di erogazione di liquidità accreditata direttamente ai cittadini, per l'ammontare di 200 euro mensili per il periodo di 36 mesi, darebbe luogo ad un aumento del Pil dell'1% e l'inflazione raggiungerebbe prima del termine il tasso del 2%. Si è anche ipotizzata l'idea di erogare finanziamenti T – LTRO a tempo indeterminato a tasso zero.

L'efficacia dell'Helicopter money, riguardo alla ripresa della crescita economica, si rivela tuttavia limitata, perché è solo teorica e quindi tutta da dimostrare. È evidente che la crescita della domanda interna entro i parametri previsti è del tutto ipotetica. Infatti la teoria di Milton Friedman prevede che il denaro accreditato ai cittadini dovrebbe convertirsi automaticamente e completamente in aumento dei consumi. In una situazione permeata dalla incertezza e dalla instabilità economica come quella attuale, è assai elevata la prudenza dei cittadini, che potrebbero destinare una rilevante quota del denaro loro erogato al risparmio. Oppure potrebbero utilizzarlo per risanare le proprie situazioni debitorie. Oppure potrebbero impiegarlo per l'acquisto di beni importati, come ad esempio gli smartphone e i tablet, contribuendo in tal modo a finanziare la crescita dei paesi produttori / esportatori di tali beni, a discapito di quella del proprio paese. Occorre inoltre rilevare che l'Helicopter money è una misura straordinaria e a termine. Pertanto, la prevedibile riduzione del reddito dei cittadini alla scadenza del termine, indurrebbe le masse alla propensione al risparmio, anziché al consumo.

L'Helicopter money è un'idea del tutto estranea alle teorie keynesiane riguardanti lo stimolo della domanda attraverso la leva della spesa pubblica in deficit. […] Trattasi infatti, secondo Keynes di attivare la ripresa produttiva mediante investimenti pubblici con conseguente aumento dell'occupazione e dei consumi. Mentre l'Helicopter money è una misura di carattere esclusivamente monetario e contingente, l'immissione di liquidità nell'economia, secondo la teoria keynesiana, avrebbe l'effetto di sviluppare l'economia produttiva e quindi di incrementare la realizzazione di necessarie infrastrutture pubbliche, oltre che di stimolare i consumi. L'Helicopter money avrebbe effetti solo parziali e momentanei, mentre una politica economica improntata a principi keynesiani produrrebbe invece risultati durevoli nel tempo, considerando anche l'effetto del meccanismo di moltiplicazione dei redditi conseguente alla immissione di liquidità nell'economia, generato dalla spesa pubblica per investimenti.

Riguardo alla eventuale messa in atto di tali strumenti di finanza straordinaria, non ha tardato a manifestarsi la reazione avversa dei liberisti dogmatici delle élites della UE. È ben nota la rigidità finanziaria tedesca, contraria a qualsiasi forma di politica espansiva della liquidità effettuata tramite la spesa pubblica in deficit. Si rileva inoltre la più radicale contrarietà da parte dei seguaci della ortodossia finanziaria liberista, per principio contrari a misure di erogazione di liquidità ai cittadini, in quanto tali provvedimenti genererebbero, al pari di una droga, un effetto di dipendenza nei cittadini. Si può obiettare che i popoli europei sono afflitti da ben più grave dipendenza: quella derivante dal livello esorbitante dei consumi indotti, atto a produrre gli enormi profitti del capitalismo assoluto. Ma, per sostenere tali livelli di consumi, sproporzionati in realtà, rispetto ai redditi dei cittadini, si è sviluppata l'industria finanziaria del prestito al consumo. L'espandersi del finanziamento ai consumi, si è rivelato un fattore generatore di crescita dell'indebitamento di massa, che ha dato luogo alla insolvenza diffusa. L'abnorme sviluppo del prestito al consumo ha quindi contribuito ad incrementare la povertà per masse di lavoratori già percettori di redditi ai limiti della sopravvivenza. L'Helicopter money è dunque una misura meramente monetaria atta a sostenere i consumi in una economia liberista afflitta da perenne carenza di domanda e da deflazione. Si vogliono introdurre tali misure estreme, nel contesto di una economia capitalista che versa in una crisi strutturale e che può sopravvivere alle sue crisi ricorrenti solo mediante il ricorso ormai reiterato da decenni, a strategie di finanza straordinaria, quali il continuo ribasso dei tassi ed il sostegno finanziario dei consumi. È evidente che il futuro del capitalismo finanziario globale si presenta assai incerto ed oscuro.   

Luigi Tedeschi

 

 
Corrispondenze simboliche in una data PDF Stampa E-mail

9 Ottobre 2019

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Il 7 ottobre 1571 la flotta ispano-veneziano-pontificia affrontava e batteva il Turco in quel di Lepanto, conquistando una vittoria sicuramente non decisiva nel lungo scontro tra la Croce e la Mezzaluna (ben più letali furono, per i sultani, le disfatte di fine XVII e inizio XVIII secolo da parte degli austriaci condotti da Eugenio di Savoia) ma strategicamente importantissima nel contesto dell'epoca, arginando le espansioni ottomane e alleviando la pressione sul Mediterraneo. Dell'importanza di quello scontro fu consapevole papa Pio V il quale, appena informato, decise seduta stante di dedicare la data del 7 ottobre alla Madonna del Rosario.

Oggi, 7 ottobre 2019, assistiamo ad un'altra data storica: la liquidazione irreversibile della dottrina cristiana. Tra sabato ed oggi Bergoglio ha fatto tre mosse fondamentali, che hanno scardinato totalmente il "depositum fidei" e hanno spinto la Chiesa oltre la linea rossa. Ossia la linea di non ritorno. Irreversibile, appunto.

I tre atti sono stati: 1) Apertura del Sinodo amazzonico con cerimonia animista, in cui si parlerà della nuova Chiesa ambientalista e terzomondista stracciona in salsa 2.0. I documenti programmatici del Sinodo sono stati definiti "allucinanti" da chi li ha letti. È panteismo puro, si gettano a mare due millenni di teologia cattolica-cristiana 2) La nomina di tredici cardinali ultramodernisti, filoimmigrazionisti, quasi sorosiani come mentalità, tra cui l'arcivescovo di Bologna Zuppi. Uno di cui Landini della FIOM disse queste testuali parole: "Non ho nulla da dire se parla Zuppi. Lui è più a sinistra di me". In questo modo Bergoglio ha blindato il futuro conclave: ormai nel Collegio elettorale i due terzi dei porporati sono bergogliani di ferro. Il prossimo papa sarà come questo, se non peggiore 3) Ciliegina sulla torta, oggi il Nostro è tornato a battere il chiodo su un summit di economia alternativa -naturalmente tutta in salsa terzomondista, ambientalista stracciona e chi sa quant' altro- che si terrà a marzo 2020 ad Assisi. Batte il chiodo, perché ad oggi si sono toccate 500 adesioni. Un numero notevole. Il fatto è che Bergoglio ha pure annunciato la futura missione della Chiesa post-summit di Assisi: ambientalismo ed uguaglianza socioeconomica. Dimenticavo: sempre oggi si è scoperto che l'arcivescovo di Firenze ha pagato gli studi universitari ad uno yemenita, laureatosi in teologia. Lo yemenita non è convertito. Si è laureato per poter insegnare religione cattolica nelle scuole, per avere uno stipendio. Ha già la cattedra assicurata. Insegnanti di religione cattolica ma islamici praticanti. Stiamo vivendo in un quadro allegorico di Bruegel il Vecchio o il mondo è impazzito?

Pur agnostico, vedo o meglio vedevo la Chiesa e il cattolicesimo come l'ultimo dei "katechon" in grado di trattenere il disastro finale. Dopo le notizie delle ultime 72 ore, credo che il katechon abbia ceduto in pieno. Dando per scontato che da oggi la Chiesa è veramente defunta (sino a ieri era in agonia) anche se in pochi ne sono consapevoli, che fare? Vedo con interesse un certo fermento, chiamiamolo scontento di base, torbido, qualcosa che si muove e si agita ma ancora senza forma. Quasi nessuno lo ha detto ma ieri centinaia di cattolici hanno manifestato a Roma in piazza contro il papa attuale e un mese fa cinquanta teologi hanno firmato una petizione chiedendo le dimissioni di Bergoglio. Sono fermenti, torbidi, agitazioni appunto, ma non per questo non sono interessanti. Specialmente se dovessero prendere una forma qualsiasi. Io vedrei bene, da parte degli scontenti, uno scisma.  Sarebbe il momento adatto. Date le condizioni ormai miserrime in cui versa la Chiesa, uno scisma sarebbe quasi fatale ma contemporaneamente e paradossalmente salverebbe il poco ancora salvabile. Perché da uno scisma nascerebbe una nuova Chiesa con percentuali e numeri ridicoli, ma autentica. La qualità (e che qualità!) verrebbe messa innanzi alla quantità.

Credo inoltre che ne vedremo delle belle, sempre in Vaticano e dintorni, perché Bergoglio ha messo in moto ormai un meccanismo infernale e quasi impossibile da bloccare. Potremmo addirittura assistere ad uno scisma opposto, fatto dai progressisti radicali: la chiesa tedesca è ormai sul piede di guerra, vuole accelerare i tempi su riforme estreme, ha scavalcato il papa stesso. Oppure potrebbero esserci entrambi gli scismi in breve lasso di tempo. Sbaglierò, ma dopo questo papa la Chiesa rischia di polverizzarsi e atomizzarsi. Che sia Francesco il "Pietro Romano" ultimo papa della profezia di Malachia? Secondo me, sì. Pur da miscredente irrecuperabile questo spettacolo è per me difficile da digerire.

Simone Torresani

 

 
Siamo alla fine della civiltÓ industriale PDF Stampa E-mail

6 Ottobre 2019 

 

Da Rassegna di Arianna del 4-10-2019 (N.d.d.)

 

Il movimento FridaysForFuture si sta fortunatamente estendendo e ha un discreto séguito anche in Italia. La sua nascita, ad opera della giovanissima svedese Greta Thunberg, è strettamente legata alla richiesta di azioni per attenuare e poi far cessare i cambiamenti climatici causati dai prodotti di rifiuto (e dal consumo di risorse) della civiltà industriale, che hanno alterato i cicli fondamentali su cui si regge la Vita macroscopica del nostro Pianeta, come ad esempio il ciclo respirazione-fotosintesi e la composizione dell’atmosfera stessa. È piuttosto chiaro che non si tratta soltanto dei cambiamenti climatici, ormai evidenti e certamente dovuti alle attività industriali umane: questi sono soltanto un effetto, la causa prima è la civiltà industriale stessa, che ha come caratteristiche il mostruoso aumento della popolazione umana, la crescita economica e l’aspirazione apparente a rendere minima la fatica fisica.  Il Movimento nato con Greta chiede a gran voce interventi per arrestare i cambiamenti climatici, cioè in sostanza chiede di far progressivamente cessare le emissioni di CO2 in atmosfera, cioè di chiudere le centrali a carbone, petrolio e metano sostituendole con fonti energetiche rinnovabili.   Mediamente, il rapporto quantitativo fra una produzione da fossili e una da rinnovabili è di mille volte, cioè una fonte concentrata di produzione da rinnovabili è mille volte più piccola (energeticamente) di una centrale da fonti fossili. Dobbiamo quindi consumare molto, ma molto di meno, ridurre drasticamente gli spostamenti di persone, alimenti e merci, mangiare pochissima carne e, caso mai, riservare l’energia per il riscaldamento invernale. Ciò significa buttare definitivamente alle ortiche la crescita economica e tutti gli indicatori tanto cari a multinazionali, politicanti, economisti, industriali e sindacati.

 

È evidente che tutto questo vuol dire la fine del modello culturale umano denominato civiltà industriale, nato circa due secoli fa e diffuso recentemente in tutto il mondo. Le conseguenze di cui si vedono ora i primi segnali erano inevitabili già dall’inizio del processo, dato che il modo di funzionare di questa civiltà è incompatibile con il funzionamento (o la Vita) del sistema molto più grande di cui fa comunque parte, cioè il sistema biologico terrestre, o meglio, la Terra stessa. Quindi la civiltà industriale ne ha per poco: il modo di funzionare delle industrie, o la loro stessa esistenza, durerà ancora pochi anni, o decenni. Il sistema cerca di difendersi come può da queste evidenze, per esempio inventando espressioni palesemente contraddittorie come sviluppo sostenibile, green economy, crescita verde, economia circolare e simili amenità, inventate per continuare tutto come prima, anche se questo, in realtà, è impossibile.

 

Gli studenti del movimento FridaysForFuture si rendono conto di quanto sopra detto? Come accennato, ben presto si renderà comunque evidente che la civiltà industriale, oltre che essere immorale e fonte di infelicità, è prima di tutto un fenomeno impossibile, e quindi sta per terminare. Cosa verrà dopo? Qui sta il punto: dobbiamo gestire la transizione verso modelli possibili, che possano anche dare più serenità mentale e consentire una vita degna a tutti gli esseri senzienti (altri animali, piante, esseri collettivi, ecosistemi). Temo che questo non possa avvenire con una popolazione umana mondiale che si avvicina agli otto miliardi e cresce inesorabilmente di quasi cento milioni di unità ogni anno. Ma possiamo sempre sperare nell’azione dei giovanissimi e in un meraviglioso imprevisto.

 

Guido Dalla Casa

 

 
Prima orefici poi banchieri PDF Stampa E-mail

5 Ottobre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 2-10-2019 (N.d.d.)

 

Ormai è nozione comune che le banche dominano il mondo, non solo a livello finanziario ed economico, ma anche politico e mediatico; che le banche dominano il mondo per mezzo di denaro che, in realtà, non possiedono, per la semplice ragione che non esiste; e quindi che la dittatura finanziaria mondiale si regge su un gigantesco bluff, sostenuto da meccanismi psicologici di massa abilmente pilotati: tipico esempio, la minaccia dello spread, che – noi italiani ne abbiamo fatto l’esperienza nel 2011 – è abbastanza forte da poter abbattere il governo democraticamente eletto di un grande Paese. Con tanti saluti alla democrazia.

C’è stato un tempo – quanti hanno almeno una cinquantina d’anni se lo ricordano benissimo – in cui la gente si fidava delle banche: e non solo perché era poco informata, ma perché la maggior parte degli istituti di credito erano delle banche “vere”, cioè delle casse di risparmio, dove si depositava il proprio denaro e dove si ottenevano dei prestiti, sulla base di un rapporto fiduciario nel quale i clienti e il personale della banca si conoscevano personalmente e sapevano di aver a che fare con un interlocutore affidabile. Ma poi per la maggior parte le piccole banche di risparmio sono state acquisite e inglobate in banche molto più grosse, di dimensioni internazionali, che sono, in sostanza, delle banche speculative. È sparita la figura del direttore di banca che parla coi clienti per qualsiasi necessità; gli impiegati si avvicendano continuamente, vengono spostati in altre sedi; e i clienti diventano dei numeri anonimi, che non conoscono nessuno e che non sono conosciuti, e che hanno la sensazione di aver perso la disponibilità concreta dei propri risparmi. Ciascuno di noi avrà fatto l’esperienza, al momento di voler disinvestire delle somme più o meno ingenti, o addirittura di voler chiudere il proprio conto corrente e vendere i titoli in proprio possesso, di una sorda resistenza, di una sottile opera di dissuasione da parte della banca o delle poste. Di solito il cliente, in quei casi, viene accompagnato da un consulente finanziario che gli spiega come sia poco conveniente, per lui, disinvestire il proprio denaro; che gli offre condizioni nuove e quote d’interesse più appetitose; e se il cliente appare timido e disorientato, e soprattutto se appare inesperto di cose finanziarie, il consulente, non riuscendo a persuaderlo con le buone, potrebbe anche diventare aggressivo, quasi minaccioso, e forse giungere fino al punto di dirgli che lui non ha il diritto di ritirare quel denaro, quasi che non fosse più suo, ma della banca o delle poste, presso cui lo ha depositato. A quel punto, anche il più inesperto ed ingenuo dei risparmiatori comincia a farsi due domande, e si chiede: perché la banca faccia di tutto perché non ritiri i suoi denari. E allora intuisce anche la risposta, terribilmente semplice, ma al tempo stesso inquietante: perché non li ha. O per dir meglio, perché non sarebbe in grado di restituire a tutti i clienti i loro denari, se si presentassero agli sportelli per disinvestire, per la banale ragione che quel denaro non c’è più. E allora verrà in mente al cliente un’altra cosa: che la banca, da molti anni, ha smesso di gradire i suoi depositi in conto corrente: è come se il suo denaro liquido non lo volesse, gli desse fastidio; in compenso, ogni volta che lui si trova a disporre di una certa somma, la banca si affretta a proporgli delle forme d’investimento finanziario a medio o lungo termine, facendogli acquistare dei prodotti che gli garantiscono, in teoria, un buon interesse, ma dei quali, in verità, egli capisce poco, pochissimo, tranne il fatto che deve apporre la sua firma innumerevoli volte su una quantità di fogli che, in effetti, non gli viene offerto di portarseli a casa per leggerli con calma, ma il cui contenuto gli è semplicemente riassunto dall’impiegato che ha di fronte. E allora, forse, al nostro cliente sorgerà un ulteriore dubbio: vuoi vedere che la banca dirotta i suoi risparmi in titoli e obbligazioni sempre per la stessa ragione per cui è tanto restia ad accettare di buon grado che egli disinvesta il suo denaro, e cioè perché, una volta sottoscritte quelle carte, quel denaro, di fatto, cessa di essere veramente suo, perché cessa di esistere in quanto denaro, e subisce una misteriosa trasformazione nominale che lo rende atto alle manovre speculative della banca sui mercati nazionali e internazionali? Tutto questo, dicevamo, ormai è divenuto nozione comune, almeno per quelle persone che sono ancora capaci di ragionare con la propria testa e che hanno la volontà d’informarsi non per mezzo dei mass-media politicamente allineati, cioè tutti o quasi tutti i giornali che si comprano in edicola e tutti i telegiornali delle reti televisive pubbliche e private, ma attraverso canali alternativi che si trovano sulla rete informatica, e che, con un po’ di esperienza e di buona volontà, si finisce per scovare – fino a quando il grande potere finanziario, che già controlla tutto il resto, non troverà il modo – e da tempo si sta adoperando attivamente in tal senso - di spegnere anche queste ultime fonti d’informazione libera e indipendente. Tuttavia, se abbiamo capito, a grandi linee, queste cose, la maggior parte di noi sarebbe fortemente imbarazzata se dovesse spiegare come concretamente e storicamente si sia verificata questa ironica e paradossale situazione: la creazione di denaro inesistente che, però, è talmente “reale” nella psicologia della gente, da determinare effetti quanto mai concreti nel mondo della vita quotidiana, e perfino decidere la sopravvivenza o la fine dei governi di questo o quello Stato. Quando, come, dove, si è originato questo strano e perverso meccanismo, che consente a una piccolissima oligarchia, che ha in mano solamente dei pezzi di carta, d’imporre la sua legge a tutti quelli che realmente lavorano, producono e, quindi, creano denaro autentico? Probabilmente non sono in molti a sapere che la nascita delle banche e il passaggio dalle casse di risparmio alle banche d’affari e infine alle banche centrali, che sono delle super-banche speculative, parte da una figura che, in origine, non ha niente a che fare coi prestiti e con il sistema creditizio: quella dell’orefice. L’orefice, nel tardo Medioevo, è colui che compra e vende oro, ma è anche colui che possiede i forzieri più sicuri, proprio per la delicatezza della sua professione, che lo espone a furti e rapine. Pertanto, se qualcuno vuole mettere i suoi risparmi in un luogo veramente sicuro, sa dove rivolgersi: al banchiere, che glielo custodirà nei suoi forzieri. Il meccanismo delle banche nasce lì e prende consistenza attorno al 1600, che è il vero inizio della modernità: il gioielliere, divenuto custode dei deposti altrui, comincia a servirsi di quel denaro per ampliare il suo giro d’affari, prestando denaro a chi ne ha bisogno, naturalmente dietro interesse. Ecco che il banchiere comincia a fare soldi con del denaro che in realtà non possiede; che non è suo; che si è impegnato a restituire in qualsiasi momento, su richiesta dei depositari-risparmiatori. E qui si vedono le radici psicologiche del moderno sistema finanziario: finché i risparmiatori hanno fiducia nel banchiere, non hanno motivo di ritirare il loro denaro, che rende loro una percentuale d’interessi. Il banchiere gioca su questo: ne presta abbastanza da ricavare un profitto sempre maggiore, ma non lo presta mai tutto, perché, se lo facesse, si esporrebbe al rischio di non poterlo restituire, qualora gli venisse richiesto. A quel rischio se ne aggiunge poi un altro: non sempre quelli che ottengono un prestito da lui, sono in grado di restituire le somme ricevute. Se si tratta di privati, poco male: ci sono sempre le vie legali, c’è il pignoramento dei beni, ci sono le ipoteche sulla casa che si trasformano automaticamente in passaggio di proprietà. Ma se il debitore è lo Stato, vale a dire la persona del sovrano (perché nel 1600 non c’è differenza fra le due cose)? Se il sovrano, per finanziare una guerra, ha chiesto e ottenuto un prestito molto grosso, e poi non riesce a onorare il suo debito, che altra prospettiva può aprirsi per la banca, se non il fallimento? Rischi a parte, le possibilità di guadagno sono immense; inoltre, finanziando un sovrano, il banchiere comincia ad avvicinarsi alle stanze del potere: non ci metterà molto a chiedersi perché non dovrebbe sfruttare la sua posizione privilegiata per influenzare la politica stessa, per favorire la carriera dei ministri o dei funzionari che gli sono amici e che, un domani, renderanno ancor più lucrosi i suoi affari, assicurandogli sempre nuovi prestiti, nonché altre forme d’investimento agevolato dei suoi grossi capitali. La sua professione è rischiosa, ma esaltante: in nessun altro ambito dell’attività umana è possibile fare tanta strada così in fretta, e arrivare così lontano. Le grandi dinastie dei banchieri internazionali nascono così, sovente da inizi assai modesti o modestissimi: i Fugger e i Welser, più tardi i Warburg, i Rotschild, i Rockefeller. E il passaggio del potere reale dagli Stati alle grandi banche incomincia allora: oggi è divenuto pressoché un fatto compiuto. Per chiarire questi concetti, citiamo alcuni significativi passaggi dal libro di Carluccio Bianchi e Francesco Campanella, Economia politica (Milano, Hoepli, 1982, pp.223-225): Nel XVII secolo, gli orefici, i quali erano per loro stessa natura i più esposti al rischio di furto dei metalli preziosi e di conseguenza i più attrezzati a cercare di prevenirli, presero l’abitudine di tenere nei loro forzieri, IN DEPOSITO, anche le monete di altre persone, le quali ritenevamo che il loro oro fosse più al sicuro nelle casseforti degli orefici che a casa propria. In cambio di tale deposito, queste persone ricevevano dall’orefice UNA RICEVUTA. Ci si rese ben presto conto che tali ricevute potevano essere utilizzate benissimo per effettuare pagamenti diretti, senza dover necessariamente recarsi dall’orefice a ritirare l’oro, consegnarlo al creditore, il quale a sua volta lo avrebbe ridepositato presso l’orefice. Le ricevute di deposito degli orefici iniziarono in tal modo a circolare e ad essere utilizzate da tutti per i pagamenti, in maniera del tutto analoga alle moderne banconote, mentre l’oro che esse rappresentavano rimaneva inutilizzato nei forzieri degli orefici. Tale circostanza non poteva tuttavia passare inosservata agli occhi di costoro, i quali arguirono che potevano guadagnare molto di più di quanto ricevevano in compenso del semplice servizio di deposito se avessero prestato a terzi l’oro depositato, dietro pagamento di un compenso o INTERESSE, commisurato alla somma prestata e al tempo di durata del prestito. La domanda di prestiti, sia da parte di sovrani impegnati in spedizioni militari, sia da parte di individui che volevano intraprendere attività commerciali e produttive, era d’altra parte elevata, e costoro erano disposti a pagare interessi anche salati pur di avere il denaro necessario. Con l’inizio dell’effettuazione dei prestiti, si compie il processo di trasformazione degli orefici in banchieri, e si pongono le premesse della nascita del moderno sistema bancario. Contemporaneamente a tale trasformazione, avviene anche un fenomeno che ha sempre meravigliato molti, ma che in realtà è molto semplice da spiegare: la possibilità, da parte delle banche, di “creare” nuova moneta, cioè di aumentare la quantità complessivamente esistente di mezzi di pagamento. (…) Prima dell’inizio dell’effettuazione dei prestiti, la quantità di banconote circolanti è esattamente uguale in valore all’oro depositato nei forzieri degli orefici: ad esempio entrambi sono pari a L. 1.000. Supponiamo ora che l’orefice utilizzi L. 100 dell’oro giacente nei suoi forzieri per effettuare un prestito. In cassaforte rimarranno soltanto L. 900 di oro, ma in compenso l’orefice avrà un credito di L. 100 nei confronti di chi ha ricevuto il prestito. Costui, probabilmente, utilizzerà il prestito ricevuto per effettuare acquisti di beni, che pagherà con ‘oro ottenuto col prestito. È molto probabile infine che il venditore che ha ricevuto l’oro in ultima istanza lo depositi nuovamente presso l’orefice, ottenendo in cambio un certificato di deposito. Terminato tale processo, il valore complessivo delle banconote (o ricevute di deposito) sarà pari a L. 1.100 (le 1.000 precedenti più la nuova ricevuta), mentre l’oro esistente nei forzieri sarà sempre pari a L. 1.000. La quantità totale di moneta cartacea è quindi aumentata di L. 100, senza che vi sia stato alcun incremento nella quantità fisica di oro; in questo modo il banchiere ha quindi “creato” nuova moneta. Lo stadio finale del processo sopra descritto si ha quando l’orefice-banchiere concede prestiti non attraverso la consegna fisica di oro, ma solo tramite il rilascio di banconote che possono essere convertite, su richiesta del possessore, nell’oro depositato nei forzieri. In tal caso, il processo di creazione di nuova moneta è ancor più evidente: il banchiere ha emesso nuove banconote, senza che l’oro esistente nei suoi forzieri sia stato neppure spostato.  È chiaro che un sistema monetario in cui circolano banconote che non sono completamente coperte da depositi di oro si fonda in maniera esclusiva sulla fiducia di tutti che il banchiere sia in grado in ogni momento di consegnare oro in cambio delle banconote emesse, se qualcuno desidera effettuare la conversione. In tempi normali, in cui tale fiducia esisteva, ben poche persone si presentavano agli sportelli dei banchieri per chiedere la conversione delle banconote in oro. Ai banchieri era quindi sufficiente una riserva di oro inferiore alla quantità di banconote emesse; riserva della dimensione minima richiesta per far fronte alle normali richieste di pagamento. Una volta soddisfatto tale vincolo, il banchiere poteva espandere al massimo l’emissione di banconote e l’ammontare dei prestiti. Così facendo, però, il rapporto tra riserva aurea e banconote emesse diventava sempre più basso, per cui se un numero sufficientemente elevato di persone si fosse presentato alla banca per chiedere la conversione delle banconote in oro, questa sarebbe stata incapace di farvi fronte, e avrebbe dovuto chiudere gli sportelli.

Resta da dire che i banchieri, proprio per tutelarsi dal rischio di fare bancarotta di fronte a un grosso debitore insolvente, a un certo punto decisero di appoggiarsi ad una banca particolarmente solida, che si facesse garante di finanziare le banche temporaneamente in difficoltà, prestando loro, in caso di bisogno, i capitali necessari a mantenerle in vita, con tutto il loro giro d’affari. Questo è l’ulteriore meccanismo da cui nasceranno le banche centrali. La prima sarà la Banca d’Inghilterra, nel 1694. Le banche centrali otterranno la facoltà di stampare ed emettere il denaro per conto dello Stato, e, un po’ alla volta, otterranno l’esclusiva in tal senso, escludendo le altre banche, che per un certo tempo facevano la stessa cosa. Una volta che la banca centrale ha conquistato il monopolio nella emissione del denaro, si profila l’ipoteca della banca sullo Stato medesimo, perché la sovranità monetaria, teoricamente detenuta dallo Stato, di fatto è passata, o sta passando, alla banca centrale, la quale, a sua volta, nata come banca “pubblica”, cioè al servizio degli interessi dei suoi clienti, finisce per diventare a tutti gli effetti una super-banca privata.  Sempre in Inghilterra, nel 1565 un privato, il finanziere Thomas Greisham (1519 ca.-1579) aveva fondato e costruito a sue spese la Borsa di Londra. Anche da questo lato, è evidente l’origine privata del sistema borsistico e si capisce quel che valgono le affermazioni dei mass-media di regime i quali, all’unisono, ripetono che i “mercati” si limitano a fare il proprio interesse, premiando o punendo gli Stati a seconda della loro affidabilità finanziaria (come se il famigerato spread, ad esempio, fosse opera dello Spirito Santo). Ma la verità è un po’ diversa, e cioè che le banche private possiedono i mezzi per fare in modo che un determinato Stato sia affidabile, o meno, secondo i loro interessi, al fine di poterlo meglio sfruttare o ricattare. Per l’Italia, le grandi banche speculative hanno deciso che essa debba essere spogliata del suo apparato industriale, che debba ridiventare un Paese di emigranti, come cento anni fa, e che debba servire come campo profughi d’Europa e come laboratorio per la sostituzione di popolazione programmata dai vari Soros e compagni.

Due ultime riflessioni. La prima è che la storia della finanza ci viene raccontata dai libri di scuola e da tutti i mass-media in maniera falsa ed edulcorata. Così come ci vene detto che, sì, agli inizi la rivoluzione industriale produsse una classe operaia estremamente misera e maltrattata, ma che poi, assestandosi la nuova economia produttiva, la condizione dei lavoratori è immensamente migliorata, e oggi nessuno vorrebbe tornare indietro; così ci viene detto che, sì, secoli fa i banchieri esercitavamo realmente un ricatto smisurato sui loro debitori, ma oggi quei tempi son passati, le banche non praticano più l’usura e insomma non c’è motivo di lamentarsi, perché le banche, dopotutto, per quanto criticate, sono pur sempre un’istituzione utile e al servizio del cittadino. La realtà, invece, è che l’usura non solo non è finita, ma ha raggiunto dimensioni planetarie: è il sistema dell’usura, come bene aveva visto Ezra Pound, a far pesare il suo ricatto sulla vita non solo dei singoli, ma dei popoli e delle nazioni. Tutto il meccanismo del debito pubblico è stato pensato e creato per alimentare la ricchezza dell’oligarchia finanziaria mediante un immenso sistema di usura mondiale, davanti al quale siamo senza difese, mentre nel “buio” medioevo le difese c’erano, eccome, e le pubbliche autorità non stavano a guardare, come ora accade. La seconda riflessione è, in realtà, la constatazione di un dato di fatto. Molti dei primi usurai, dei primi orefici, dei primi banchieri, erano ebrei; e lo sono anche oggi. Questa non è una teoria del complotto, ma una realtà, palese e verificabile da chiunque. Ciascuno, poi, ne può trarre le conclusioni che ritiene giuste e opportune: ma il fatto è quello. Perciò dovrebbero smetterla, i libri di storia, di presentarci i secoli passati come dominati da una specie di furore antisemita da parte degli europei, magari per motivazioni religiose improntate al fanatismo e al fondamentalismo cristiano: la verità è che gli ebrei erano poco amati perché le figure sociali dell’usuraio, dell’orefice e del banchiere erano di per sé poco amabili: si veda Il mercante di Venezia di William Shakespeare, anno del Signore 1597 circa. E infatti non erano amate. Onestamente, chi può amare un signore come George Soros, con la sua Open Foundation, se non chi riceve i suoi finanziamenti: e cioè, fra gli altri, Greta Thunberg, le O.N.G. che spadroneggiano nel Mediterraneo, e la signora Emma Bonino, che sventola esultante l’assegno che il filantropico miliardario ha staccato per sostenere il Partito radicale?

Francesco Lamendola

 

 
Due elogi dell'odio PDF Stampa E-mail

4 Ottobre 2019 

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Da Appelloalpopolo del 20-9-2019 (N.d.d.)

 

È un bene che il ministro dell’agricoltura voglia il CETA, che un partito di Quisling abbia messo tutti i suoi sgherri nei posti che contano e che riuscirà a eleggere l’ennesimo suo presidente della Repubblica. È un bene che si facciano tutte le leggi a favore del grande capitale e contro l’interesse dell’Italia e del Popolo Italiano di cui si parla in questi giorni. Solo quando l’indignazione che ancora alberga nei vostri cuori avrà lasciato il posto all’odio avremo la possibilità di raggiungere la vittoria. È l’odio, l’odio vero, profondo, l’odio calmo, fermo, paziente, radicato che induce alla disciplina, alla pazienza, che rafforza lo spirito e rinsalda il cuore, l’unica forza che abbiamo. Solo l’odio distrugge il piccolo io narciso che alberga dentro di noi, solo l’odio ci spinge a dimenticarci di noi per poterci concentrare solo sull’obiettivo. Non la rabbia, che è solo una vampa. Non il disprezzo che avvelena. Ma l’odio silente. Che cova, paziente e attento e raffina l’analisi, che guida alla ricerca perseverante del punto debole del nemico. L’odio che fa accettare il dolore, la fatica, qualche sconfitta. Solo l’odio rende la nostra determinazione incrollabile, l’animo inscalfibile. Non bisogna avere paura dell’odio. L’odio ti tiene in piedi quando non hai più niente. Solo gli sconfitti smettono di odiare.

 

 Stefano Rosati

 

Ci rassicurano che il clima di avversione si placherà. Armonia e accettazione prevarranno su insulti e volgarità. Come avverrà? Si dice che si vuole intervenire punendo e mettendo all’angolo coloro che diffondono odio sul web, che avvelenano i rapporti tra le persone, le apostrofano in malo modo, si scagliano ferocemente contro di loro, le accusano di essere diverse. Come non essere concordi? Il bullismo, in questo caso verbale, anche attraverso uno schermo, produce ferite profonde, emargina, induce un senso di inadeguatezza, provoca tensione e violenza. Sradicarlo non può che essere un intervento prioritario per risanare la società, perché indirizzare prese in giro, minacce, appellativi dispregiativi verso un altro essere umano, per le sue origini, il suo credo, la sua cultura, crea sofferenze indicibili e spaccature talvolta irrimediabili. Ergo, non può essere tollerato. Tuttavia, va rilevato il rischio che, per arginare questo fenomeno, si vada a colpire pure l’odio buono. Pare un ossimoro, certo: come può essere l’avversione considerata un’emozione con una connotazione positiva? Eppure esiste. È quella forza propulsiva che conferisce slancio, energia, tenacia, volontà di combattere contro le ingiustizie, i soprusi, la negazione di diritti, gli abusi del potere, lo sfregio della democrazia, le leggi inique. Odiare quello che lede l’umanità equivale ad amare se stessi e il proprio prossimo, la propria terra, l’ambiente, i più deboli. Se non nasce un moto di rabbia e disgusto, si rimane impassibili e indifferenti, mentre chi guadagna sulla nostra pelle può continuare a farlo incontrastato. Odiare istituzioni, regole, imposizioni che sottraggono diritti fondamentali dell’uomo è indispensabile per conservare non solo la nostra dignità, ma la nostra esistenza di donne e uomini senza catene. Dunque, chi nega l’importanza di nutrire questo sentimento nei confronti dello sfruttamento, dei tagli allo stato sociale, di organismi che hanno prosciugato la nostra indipendenza, vuole ingabbiare la coscienza dell’umanità, sedare un dissenso molto scomodo. Insomma, è, sì, errato sputare veleno sulle persone, ma è vitale e sacrosanto detestare idee e ideologie contrarie all’interesse del popolo e combattere per fermarle, con asprezza e determinazione.

 

Gerarda Monaco

 

 
Accelerazione della storia PDF Stampa E-mail

2 Ottobre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 30-9-2019 (N.d.d.)

 

Sono passati trent’anni dal fatidico 1989 in cui cadde il muro di Berlino, mandando in frantumi il comunismo reale. Lo storico evento fu preceduto di qualche mese da un articolo di uno sconosciuto scenarista americano di sangue giapponese, Francis Fukuyama, che preannunciava la fine della storia attraverso la vittoria finale del modello liberaldemocratico fondato sul mercato. Invero, con una certa prudenza, Fukuyama pose il punto interrogativo al suo intervento, apparso sulla rivista The National Interest. Formulò la domanda, ma si dette la risposta, concludendo che gli anni 80 del secolo XX, segnati dal liberismo economico di Ronald Reagan e Margaret Thatcher- si potrebbe aggiungere la virata liberal centrista del socialista francese Mitterrand nel 1983- non rappresentava solo la fine di un periodo caratterizzato dalla continua avanzata del modello comunista, ma l’epilogo della storia in quanto tale. Per sostenere la sua tesi, Fukuyama utilizzò con scarso acume categorie di filosofia della storia tratte da Hegel, rimasticate attraverso le piste contorte del pensiero di Alexandre Kojéve. […] Nessun passato, indifferenza per il futuro, è questa la finis historiae. Un’umanità ignara eternamente bambina, come capì Cicerone due millenni or sono. Raramente una tesi tanto errata quanto presuntuosa e male argomentata ha avuto il successo di quella di Fukuyama, il cui testo divenne celebre, influente e citatissimo, allargato poi dall’autore in un libro del 1992, La fine della storia e l’ultimo uomo. Ben più serio fu Lo scontro delle civiltà di Samuel P. Huntington, apparso nel 1996, la cui tesi centrale era che la principale fonte di conflitti nel mondo uscito dalla rotta comunista sarebbero state le identità culturali e religiose.Dal 1989, la storia non si è fermata all’unilateralismo dell’unica superpotenza, gli Usa, ma ha conosciuto varie accelerazioni. Affermiamo che non è mai corsa tanto velocemente. Basta rammentare l’irruzione della potenza cinese, l’avanzata dell’India, il tentativo Usa di fare della Russia una provincia del suo impero, sventata solo dall’avvento di Vladimir Putin, l’attentato dell’11 settembre 2001 a New York e la successiva guerra dell’Afghanistan , la seconda guerra del Golfo mascherata da operazione di polizia internazionale, la destabilizzazione dell’Africa , con conflitti diffusi e potenti flussi migratori, l’islamismo, la guerra nel cuore dell’Europa, prima nei Balcani, più recentemente in Ucraina. Potremmo aggiungere il neocolonialismo francese, i regimi bolivariani in Sud America, l’Unione Europea con le tappe del mercato unico (1993) e dell’introduzione della moneta unica Euro (2002), l’enorme impatto della liberalizzazione del commercio determinata dagli accordi di Marrakesh del 1994, che trasformarono il vecchio GATT (Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio) nel WTO, Organizzazione Mondiale del Commercio. L’entrata della Cina nel WTO nel 2001, propiziata dagli Usa con evidente miopia, ha prodotto la seconda fase della mondializzazione economica, avviata subito dopo l’implosione del mondo comunista. Più di recente, la storia ha subito un ulteriore strappo con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, mentre il Terzo Millennio si è caratterizzato per l’immenso impatto delle reti informatiche, di Internet e per il potere tecnologico delle mega corporazioni della Silicon Valley californiana. La previsione storica di Fukuyama si è rivelata per quella che era: l’articolo di successo di un pensatore di scarsa profondità. Al contrario, si deve constatare che la caduta del muro di Berlino, la generalizzazione della società di mercato, la prevalenza dell’economia finanziaria e l’irruzione dei giganti tecnologici, protagonisti della terza e quarta rivoluzione industriale, hanno determinato, nell’ampia porzione di mondo dominata dagli Usa, la fine della politica, sostituita dall’egemonia dell’economia attraverso la privatizzazione del mondo ( Jean Ziegler);  il potere senza confini del sistema finanziario;  l’inusitata capacità di controllo ed orientamento della popolazione da parte dell’apparato tecnologico; la riduzione ad un unico modello di organizzazione sociale e politica; il liberismo globalizzato senza confini, accompagnato da una democrazia sempre più formale ed impotente, con gli Stati nazionali ridotti ad involucri privi di sovranità, assoggettati al mercato misura di tutte le cose. In quel senso, Fukuyama fu profetico, ancorché preceduto dalle intuizioni di Martin Heidegger, il cui criptico linguaggio segnalava “l’umanità dell’uomo e la cosalità delle cose dissolte nel calcolato valore commerciale di un mercato che si estende fino ad abbracciare la terra come mercato mondiale”. Sino agli anni Ottanta il liberalismo aveva avuto dei contraddittori ideologici rilevanti. Il comunismo risultava particolarmente attrattivo per imponenti masse umane, una visione del mondo che a sua volta prospettava la fine della storia attraverso la vittoria del proletariato, la classe levatrice di una rivoluzione volta a creare l’uomo nuovo. Il merito di Fukuyama fu di cogliere la crisi non solo pratica, ma ideale del comunismo, rivelando che nel marxismo leninismo non credevano più neppure i dirigenti al potere in Urss e in Cina. Negli anni seguenti, lo studioso americano ha considerevolmente mutato le sue convinzioni. La sua intuizione fu il concetto di decadenza politica, ossia la constatazione che le società liberal liberiste non avanzano necessariamente verso il meglio, ma possono percorrere un cammino all’indietro. È ciò che sta accadendo con tutta evidenza, per la crisi progressiva delle democrazie, svuotate dal potere del denaro, sottoposte ad oligarchie esterne, immobilizzate dall’”alternanza senza alternativa” ( Jean Claude Michéa) tra forze politiche sempre più uguali, elette con metodi che tendono ad escludere non solo dalla possibilità di accedere al governo, ma dalla rappresentanza parlamentare le forze ostili al sistema. La storia ha seguito il suo corso, accelerando il moto, ma espellendo la politica, intesa come spazio pubblico, partecipazione, discussione intorno a progetti alternativi, concreta capacità di decisione degli Stati, conferendo il potere reale a organismi transnazionali come la Banca Mondiale, il WTO, Il Fondo Monetario Internazionale, il sistema delle banche centrali. La novità –la storia è corsa in senso contrario agli interessi dei popoli – è la privatizzazione del potere. Immensi monopoli dominano gli onnipotenti mercati finanziari, le istituzioni bancarie privatizzate emettono insindacabilmente la moneta, creando e moltiplicando il meccanismo truffaldino del debito sovrano. Le corporations multinazionali hanno bilanci, volumi d’affari, influenza superiore a quella di molti Stati nazionali. I giganti tecnologici hanno abbattuto ogni confine, conquistato l’extraterritorialità, cacciato ogni competitore, riuscendo ad istituire una censura privatizzata delle idee proibite, quelle in qualsiasi modo ostili al dominio liberale, liberista, libertario. Bloccata la politica, si fa storia l’egemonia di una triade costituita dall’economia, dominata da pochi colossi multinazionali, dalla finanza, che tiene in pugno gli Stati con l’arma del debito e il ricatto dei mercati deterritorializzati, e dalla tecnologia, mai così potente e pervasiva nella storia umana. Le disuguaglianze economiche, nonostante due secoli di battaglie, non sono mai state tanto acute. Un pugno di colossi assommano il reddito di centinaia di milioni di esseri umani, tanto che uno degli uomini più ricchi del mondo, Warren Buffet, ha potuto affermare che dopo il 1989 si è svolta una lotta di classe alla rovescia, vinta dalla plutocrazia. La moneta privatizzata crea se stessa e si riproduce in maniera automatica. La miliardaria francese Liliane Bettencour, erede dell’impero Oréal, nella sua vita non ha lavorato un giorno, ma tra il 1990 e il 2010 il suo patrimonio è passato da due miliardi di euro a venticinque.

 

L’eclissi della politica ha creato un vuoto ideale riempito da un formidabile mutamento del costume in ogni ambito della vita pubblica e privata. La dimensione che in Francia chiamano “societale” ha subito cambiamenti rivoluzionari, tali da rendere irriconoscibile il panorama umano, valoriale, la vita quotidiana, penetrando profondamente nella legislazione e nella mentalità corrente. Fukuyama ha fallito clamorosamente nelle sue previsioni: l’Occidente ha mutato pelle in maniera totale, probabilmente irreversibile, a partire dall’indifferenza o dall’aperta ostilità verso se stesso, che Roger Scruton ha definito oicofobia. La velocizzazione della storia, in Occidente, ha riguardato eventi sociologici ed antropologici di vastissima portata, che per la loro estensione, sono diventati storia. Il primo, l’elemento che contiene ogni altro, è Internet. Nato da ricerche militari americane, è diventato il fenomeno di massa che impronta il secolo corrente dopo il 1989. Senza il fulmineo sviluppo della grande rete, le trasformazioni esistenziali dell’uomo occidentale, divenuto una specie distinta dall’antico homo sapiens sapiens, non avrebbero assunto il carattere di massa che sperimentiamo. Parliamo di almeno quattro fenomeni storici: il femminismo radicale e l’omosessualismo sostenuto dalla cosiddetta teoria del gender (il genere come libera scelta culturale staccata dal sesso biologico); il relativismo morale e culturale, figlio dell’individualismo liberal libertario; la truffa del debito finanziario manovrata dalle centrali finanziarie che ha reso Stati e popoli ostaggi di un pugno di banchieri. Infine, come una specie di cornice o di collante, quella che possiamo chiamare l’era dei diritti. Il femminismo ha conosciuto varie ondate. L’ultima ha radicalizzato le sue istanze, nel passato del tutto ragionevoli, oltrepassando le teorie sulla rivoluzione sessuale di Germaine Greer, esposte sin dagli anni 70 nel celebre L’eunuco femmina. La stessa Greer riconobbe gli errori denunciando un altro sintomo storico, il calo demografico, “suicidio della società occidentale per effetto delle politiche di controllo della natalità”. L’esito lo andiamo verificando nella seconda decade del secolo XXI, in cui più evidente è la sostituzione etnica delle popolazioni bianche da parti di genti provenienti dal sud del pianeta. Kate Millet elaborò nel 1995 la teoria del patriarcato in Politica sessuale, secondo cui ogni relazione sessuale è una relazione di potere, dunque politica. La via era aperta per l’attivismo radicale di Shulamith Firestone, che ha trasformato in guerra dei sessi la lotta di classe tramontata con il comunismo. L’attacco alla maternità- fondamento biologico di ogni antropologia – si radica nella tesi che si tratta della forma radicale di oppressione della donna per la sua funzione di gestazione e educazione dei figli. Occorre pertanto farla finita con la famiglia “biologica” e superare il tabù dell’incesto per eliminare “le classi sessuali”. Ingegneria sociale dura e pura, associata all’ecologismo estremo, espressa nel Manifesto femminista del 2018 pubblicato nella New Left Review. Evidente è la saldatura con l’individualismo che dissolve la società dopo aver schiacciato il concetto di comunità. La post modernità inaugurata dal 1989 ha sostituito i diritti sociali, conquistati in lunghe lotte collettive, con i diritti individuali, presentati come liberazione dai vincoli passati, progresso, emancipazione, opportunità. Il vangelo neo liberale ha spazzato via la coesione familiare, quella sociale e ogni identità collettiva, riconfigurando il linguaggio, modificando i significati, inaugurando l’autocensura attraverso la correttezza politica, ovvero la pratica di cambiare nome ai concetti per rovesciare valori, principi, credenze. Non è più sociologia, ma storia. Privatizzata la dimensione etica, avanza quella del modo di produzione di beni e servizi. L’economia di mercato si trasforma in società di mercato, indiscutibile, fissa, in cui la forma merce domina ogni principio, destituendo l’uomo dalla sua centralità. Poiché l’avere fagocita l’essere, è il denaro il motore della storia, protagonista assoluto delle nostre vite. Privatizzato come tutto il resto, ha sconfitto il potere sovrano degli Stati, che, come sapeva Niccolò Machiavelli, non è nulla senza il controllo della moneta e un esercito in grado di difendere la nazione.  Nell’ultimo trentennio, liberato dal timore di una svolta marxista, il potere finanziario ha preso il controllo dei governi imponendo il più radicale dei monopoli, la creazione del denaro. È il sistema finanziario, con la sua cupola, la Banca dei Regolamenti Internazionali, l’associazione delle banche centrali, a creare il denaro, prestarlo a strozzo agli Stati, determinando esso stesso il tasso di interesse. Attraverso tale colossale inganno, il debito degli Stati non è più un affare tra governi e cittadini risparmiatori acquirenti di titoli pubblici, ma un rapporto diseguale tra finanza – falsa creditrice – e Stati nazionali, i cui cittadini lavorano per rimborsare non il debito, ma gli interessi composti. Per la prima volta nella storia, uno Stato può fallire, esattamente come un’azienda. È capitato all’Argentina alla fine degli anni 90, ma lo spauracchio è ciclicamente agitato nei confronti dei paesi dal debito elevato, come l’Italia. Karl Marx comprese i meccanismi finanziari prima di altri. “Il debito pubblico, in altri termini l’alienazione dello Stato, marca con la sua impronta l’era capitalista. La sola parte della sedicente ricchezza nazionale che entra realmente nel possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico. Il credito pubblico, ecco il credo del capitale. Così la fede nel debito pubblico prende il posto del peccato contro lo Spirito Santo, una volta l’unico imperdonabile.” Il credito – che per noi è debito! – sostituisce il credo. Non vi è miglior definizione per il mondo moderno. Concluse tuttavia con un grossolano fraintendimento, alla base di molti errori dell’universo comunista: “il doloroso mistero del debito estero si risolve in un furto di plusvalore fra capitalisti, del quale alle masse oppresse non potrebbe importare meno; la cancellazione del debito estero sarebbe nient’altro che un favore alle borghesie locali che l’hanno contratto, quel che c’interessa è la cancellazione del sistema globale di produzione del plusvalore per mezzo di forza-lavoro.”. Abbaglio fatale: il furto del sistema-debito è a carico dei popoli e di ogni singola persona. La truffa del debito, unita alla globalizzazione liberista e allo sviluppo delle tecnologie informatiche oggetto di immensi monopoli privati (Google, Facebook, Apple, Amazon) è il nucleo forte del potere contemporaneo, di cui l‘estensione illimitata di diritti civili sempre nuovi costituisce la copertura per le masse, distolte dal comprendere la realtà del sistema, incatenate al consumo compulsivo di diritti soggettivi che in realtà sono capricci dei ceti dominanti, il cui unico limite è il reddito per poterli soddisfare. […]

Quella esposta in estrema sintesi è una fotografia dell’Occidente a trent’anni dall’evento chiave della seconda metà del XX secolo, il crollo comunista, i cui effetti sono risultati del tutto opposti a quelli prospettati da Fukuyama. La storia corre più forte che mai, qui e nel resto del mondo. È la politica ad essersi arrestata nella gabbia di un’affermazione che nega la capacità dell’uomo di modificare la società. There is no alternative, non c’è alternativa, ripetono chierici e servitori dell’ordine globale liberista sorto dal 1989. Se così fosse, sarebbe finita non la storia, ma l’umanità nella sua natura “politica”, comunitaria, dotata di sentimenti, senso morale, retta ragione. La riduzione di tutti e di ciascuno a esseri solitari, egoisti, dediti esclusivamente alla ragione strumentale, schiavi del freudiano “principio di piacere” è la conseguenza di una tragica affermazione di Margaret Thatcher nei cruciali anni 80, divenuta programma politico realizzato: non esiste la società ma solo individui. Se così fosse, sarebbe davvero la fine. La corsa, tuttavia, non si arresta, non esiste né un senso deterministico della storia né una sua conclusione. La vicenda umana va dove l’umanità la conduce. L’accelerazione è la cifra dell’epoca nostra; trent’anni sono molti, ma non sono granché dinanzi al passato che ignoriamo e al futuro che non sappiamo immaginare. Il dente della storia, scrisse il poeta Aleksandr Blok, è più avvelenato di quanto pensiamo. Distruggendo, restiamo schiavi e la distruzione della tradizione è anch’essa una tradizione. Un paradosso che si attaglia assai bene al tempo nostro, ma il romanzo avrà un seguito. Il millenarismo liberista finirà e diventerà un episodio della storia umana. Fukuyama sarà ricordato come un fortunato, mediocre funzionario del potere, intento a formulare profezie che si autoavverano per coazione a ripetere ma non resistono al tempo, alla storia scritta dagli uomini.

Roberto Pecchioli

 

 
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