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Diritti che diventano obblighi PDF Stampa E-mail

29 Maggio 2020

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L'essere umano sotto la nostra civiltà, dice la propaganda che ogni giorno ci rincorre, è il più fortunato di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Tra le varie fortune avrebbe una serie di mirabolanti "diritti" a garantirgli l'esistenza. Diritti però tanto pretenziosi quanto vaghi e inconsistenti - se non addirittura che, nel momento cruciale, gli si rivoltino contro. Così, per esempio, in una situazione sanitaria magari particolare, tutta la mandria dei "cittadini" viene rinchiusa negli stalli insieme ai propri diritti, a pura e semplice discrezione dei mandriani. Cominciamo, per considerarne qualcuno, dal più patetico di questi diritti: il "diritto alla salute". La condizione di salute, naturalmente, può essere stabilita in maniera oggettiva dalla Scienza, e realizzata effettivamente dalla Tecnica. Il diritto alla salute è perciò da intendersi come diritto ad essere tenuti in salute. L'essere tenuti in salute ha intanto un costo: per giustificare questa spesa - e per non aggravarla magari - i comportamenti privati dovranno essere regolamentati e tenuti sotto controllo. Il diritto si rovescia in obbligo e posizione controllata. Anziché favorire la nostra centralità personale tende ad annullarla. Poiché abbiamo diritto alla salute ci può essere indicato e preparato uno stile di vita da seguire; poiché abbiamo diritto alla salute psichica potremmo essere sottoposti a delle verifiche ed eventuali correzioni. C'è tutto un sistema sofisticato che provvede a tenerci in salute - o più probabilmente, a curarci quando ci ammaleremo - perciò sarebbe ridicolmente retrograda la pretesa di conservare conoscenze e capacità di autocontrollo della propria salute. Il concetto di "diritto" sembra spostare il proprio senso: dall'indicazione di possibilità e tutele individuali all'indicare il vantaggio di stare in una situazione complessiva a cui vengono garantite certe caratteristiche. Il che - magari in situazioni di "emergenza" - potrebbe significare degli obblighi individuali effettivi a fronte di un "diritto" generalizzato e quindi generico.

 

C'è poi il "diritto all'istruzione", e qui vale se non altro il pregio di una certa chiarezza: c'è anche l'"istruzione obbligatoria". Non si parla almeno di diritto all'educazione, la quale nel riferimento etimologico è ex-ducere, cioè far emergere quel che vi è dentro, quel che si ha di proprio ed autentico. No, è proprio diritto all'istruzione, come le "istruzioni" che vengono date agli elaboratori elettronici. In sostanza, il diritto ad essere conformati. Un bel diritto non c'è che dire. Un po' tutti i "diritti" si compendiano, infine, in un diritto che, se pure magari non manifestato esplicitamente, sembra largamente entrato nelle teste: il "diritto alla sicurezza". Il diritto deve valere in generale per tutti, quindi in tutto il contesto sociale non devono esserci minacce alla sicurezza. Si giunge così in fondo alla catena dei "diritti", al termine della quale sta ciò che si preannunciava già dall'inizio: il controllo sociale totale.

 

Detto questo, terrei presente d'altra parte che sino a quando c'è il Diritto sta bene che ci siano delle norme che tutelano certe posizioni e situazioni, determinando quelli che possiamo chiamare diritti giuridici soggettivi; fintanto che ci sia il lavoro salariato va bene che ci sia il diritto a un minimo di retribuzione, a certi periodi di riposo, a certe condizioni lavorative… Cioè però qualcosa di specifico, riferito a questioni ben individuate e concrete; qualcosa di ben diverso dalla vaghezza pretenziosa e in realtà del tutto ambigua degli pseudo-diritti come quelli di cui ho detto.

 

C'è però un diritto che, sia pure di tipo generale, considererei con interesse: quello che chiamerei "diritto all'autosussistenza". Il diritto ad avere disponibilità di una certa quota di territorio e di risorse naturali sane. Con questo verrebbe delineata secondo me una prerogativa umana fondamentale. La disponibilità di qualcosa che sussiste originariamente, quindi dovrebbe essere accessibile a tutti e a ciascuno; a ciascuno poi il compito di trarne il proprio vivere, con la solidarietà certamente delle persone che ha intorno. Questo diritto contemplerebbe il diritto di autoprodurre, autocostruire, realizzare da sé il necessario alla propria vita economica, senza bisogno di "concessioni" burocratiche, di ricorsi obbligatori a specialisti tecnici da pagare, per cui aver bisogno di denaro per cui doversi mettere a disposizione…

 

Enrico Caprara

 

 
La tragedia degli indigeni nordamericani PDF Stampa E-mail

28 Maggio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 3-5-2020 (N.d.d.)

 

Quasi mezzo secolo separa le due grandi rivolte indiane che hanno segnato i nostri tempi, l'occupazione di Alcatraz (1969-1971) e le imponenti proteste di Standing Rock contro la costruzione del gasdotto noto con la sigla DAPL (Dakota Access Pipeline, 2016-2017). Ma per comprendere il senso profondo della resistenza indiana contemporanea bisogna partire dalle origini, cioè dal progetto politico che è alla base degli Stati Uniti. La federazione nordamericana è una delle espressioni più riuscite dell'ideologia universalista. Questa si fonda su una sorta di etnocentrismo mascherato, perché considera universali dei valori particolari – in questo caso, i valori occidentali – e crede che tutte le culture del pianeta debbano conformarsi a questi. Negli ultimi due millenni l'Occidente ha utilizzato tutti i mezzi per imporli. I missionari hanno cercato di convertire il resto del mondo nel nome della "vera fede", i militari nel nome del "progresso" e della "civiltà", gli speculatori nel nome del "libero scambio" e dello "sviluppo". Gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo centrale in questo fenomeno. I fondamenti biblico-puritani della loro cultura hanno nutrito un forte isolazionalismo nei confronti del mondo esterno e una logica imperialista (la dottrina del "Destino manifesto") che ha come scopo quello di convertire il resto del mondo all'American way of life. Un modello che viene proposto come il migliore, e in pratica l'unico possibile, un modello che tutti i popoli della terra sarebbero destinati ad abbracciare. Coloro che non lo accettano vengono cancellati o sottomessi. La storia degli Indiani, abitanti originari del Nordamerica, lo dimostra in modo incontestabile. Del resto, la civiltà americana non si è mai fondata sul tempo, ma sullo spazio. Il suo mito fondativo non è l'origine, ma la "frontiera" e l'aspirazione alla "conquista dello spazio". Questa volontà di spostare sempre più lontano la "frontiera" è stato il motore della "conquista del West".

 

La tragedia degli Indiani comincia nel diciassettesimo secolo. La data simbolica che si può fissare è il 1633, anno in cui vengono colpiti da un'epidemia di vaiolo. I puritani rendono grazie a Dio per aver mandato questo flagello. Negli anni seguenti cominciano gli scontri con gli Algonchini, gli Irochesi, i Powhatan. La tattica dei coloni europei è quella di fare leva sui contrasti fra le tribù. Sulla costa orientale i Pequot del Connecticut vengono sbaragliati dai Narragansett, che a loro volta vengono decimati dagli Unca. Le autorità coloniali offrono un premio per ogni cuoio capelluto che riceveranno: è così che nasce la pratica dello scalpo, anche se poi Hollywood ci racconterà che l'hanno inventata gli Indiani. Nel secolo successivo gli Irochesi, i Mohawk, gli Shawnee, gli Uroni e altri popoli vengono battuti in varie guerre. I Delaware vengono decimati con le coperte infette di vaiolo che sono state diffuse su ordine di Simeon Ecuyer, comandante di Fort Pitt. I rapporti con gli Indiani sono regolati da criteri che vengono applicati ovunque. I trattati che vengono conclusi, oltre a essere ricchi di risvolti giuridici estranei alle loro culture, si vanificano presto per l'afflusso massiccio di coloni. Quando gli Indiani capiscono che i bianchi vogliono impadronirsi delle loro terre si ribellano. Quindi vengono massacrati, deportati e infine sterminati. […]

 

Molte tribù cercano di sfuggire alla furia genocida dei coloni e cominciano una lunga migrazione verso l'ovest, ma invano. All'inizio del diciannovesimo secolo anche i Miami, i Seminole, i Creek e i Fox vengono sterminati. I Cherokee, al contrario, cercano di integrarsi. Fondano delle attività commerciali che entrano in concorrenza con quelle dei coloni. Nel 1830 il Congresso approva il Removal Act, che autorizza l'esercito a deportarli dalla Georgia all'Oklahoma. Su 15000 persone 4000 muoiono strada facendo. Dieci anni dopo, nel 1840, il governo americano si impegna a interrompere questo trasferimento forzato e dichiara il Mississippi "frontiera indiana permanente". Una promessa senza effetti. La scoperta dei giacimenti in California scatena la corsa all'oro. Una miriade di avventurieri si dirige verso ovest. Fra il 1853 e il 1856 vengono firmati 52 trattati, ma pochi mesi dopo i coloni li violeranno tutti. "L'esproprio delle terre indiane – scrive Alexis de Tocqueville – avviene spesso in modo regolare e per così dire perfettamente legale […] I colonialisti spagnoli, nonostante le loro mostruosità, non sono riusciti a sterminare gli Indiani né a privarli completamente dei loro diritti. Gli americani degli Stati Uniti hanno raggiunto entrambi i risultati tranquillamente, legalmente, filantropicamente. Non esiste modo migliore per distruggere gli uomini rispettando le leggi dell'umanità".

 

Il 1862 segna l'inizio delle grandi guerre indiane. Nel sudovest i Navajo vengono deportati verso regioni desertiche. Nel frattempo, grazie ai treni, gli immigrati continuano a affluire verso ovest. Negli stessi anni vengono abbattuti milioni di bisonti per sfamare gli operai che costruiscono le reti ferroviarie. Le tribù colpite dalla carestia reagiscono attaccando i coloni che si stabiliscono sempre più numerosi nei territori occupati. L'esercito reprime queste rivolte con durezza spietata. Nel 1870 i Modoc vengono sterminati. Lo stesso anno il Settimo reggimento della cavalleria trova un accampamento cheyenne nella valle di Washita. Le persone che lo occupano – uomini, donne, bambini – vengono aggredite e massacrate. Qualche anno dopo è la volta dei Kiowa, dei Nasi Forati, dei Comanche. Il generale George Custer, autore del massacro di Washita, viene ucciso dai Sioux il 24 giugno 1876 nella battaglia di Little Big Horn insieme ai suoi 200 soldati. Un altro militare, il generale William Sheridan, pronuncia una frase destinata a diventare famosa: "L’unico indiano buono è un indiano morto". Nel 1876 gli farà eco il presidente Theodore Roosevelt: "Non arrivo a pensare che gli unici indiani buoni siano quelli morti, ma credo che questo valga per nove su dieci, e non vorrei indagare troppo sul decimo". Le parole di Sheridan e di Roosevelt faranno scuola. Cavallo Pazzo, il vincitore di Little Big Horn, viene ucciso nel 1877. L'ultimo atto si svolge alla fine del 1890. A Wounded Knee 300 indiani disarmati vengono sterminati. Con loro spariscono gli ultimi focolai di resistenza. Comincia così l'era delle riserve, dove verranno confinati i sopravvissuti. La cultura cede il passo al folklore. Negli ambienti liberali si dice che la superiorità della Rivoluzione americana su quella francese sta nel fatto che le vittime della prima sono state pochissime. Ma è falso: il Terrore ha fatto 40.000 morti, mentre il genocidio degli Indiani ne ha fatti dieci milioni. Da oltre due secoli gli Indiani del Nordamerica devono confrontarsi quotidianamente con una potenza di dimensioni planetarie. Questa potenza è stata costruita anche cercando di annientarli con i mezzi più disumani, rubando le loro terre, trasformando in carta straccia centinaia di trattati. Non solo, ma il potere economico, politico e mediatico degli Stati Uniti ha sempre impedito che la condizione degli Indiani stimolasse l'attenzione che è stata riservata ai Kurdi, ai Palestinesi, al Tibet. Il fatto che la Turchia continui a negare il genocidio armeno (o per meglio dire, delle minoranze cristiane) suscita una condanna sempre più diffusa, ma nessun governo penserebbe mai di puntare il dito contro gli Stati Uniti per il genocidio degli Indiani. Nonostante tutto questo, gli indigeni nordamericani hanno trovato la forza di resistere. Hanno lottato strenuamente, ma non hanno mai fatto ricorso al terrorismo, non hanno mai organizzato attentati, non si sono mai allineati alle ideologie rivoluzionarie europee né terzomondiste. Oggi, cinquecento anni dopo, sono ancora qui, We are still here, come loro stessi dicono con orgoglio. Dovrebbero bastare queste considerazioni per convincere chiunque che meritano ammirazione e rispetto. Ma soprattutto, che è venuta l'ora di archiviare le logore reliquie del sogno americano e ascoltare la voce di coloro che sono cresciuti nell'incubo americano. Le sue prime vittime, come titola un bel libro curato da Jay David (The American Indian: The First Victim, William Morrow, 1972). Perché il Primo Emendamento della Costituzione statunitense, che viene spesso evocato per lodare la "grande democrazia americana", non difende i diritti politici e religiosi degli Indiani. In compenso, però, prevede una libertà di espressione che non ha mai permesso a Washington di mettere fuori legge il Ku Klux Klan. Un piccolo particolare che i cultori dell'American way of life omettono con impeccabile nonchalance.

 

Alain de Benoist

 

 
Un articolo brutale PDF Stampa E-mail

26 Maggio 2020

 

Da Comedonchisciotte del 9-5-2020 (N.d.d.)

 

Dai tempi dei faraoni, forse prima, il mito della vita eterna affascina gli uomini. In particolare i potenti, i quali già nell’antichità si affidavano agli stregoni, ai sacerdoti; i ‘sapienti del tutto cosmico’ godevano di stima, rispetto e venerazione forse più del sovrano stesso, visti i loro poteri magici. Il sacerdote vestiva un abito talare, cerimonioso (a volte pelle di pantera), aveva un bastone o un altro talismano da ostentare, e ogni genere di accortezze per distinguersi, rendersi unico agli occhi della gente, il popolo. Lui sapeva, lui aveva potere, gli altri no e guai a contestarne i dogmi, pena la trasformazione in ‘statua di sale’, o altra punizione letale. Pur se dal presupposto sbagliato bisogna ammettere che almeno lo stregone custodiva il sapere di una visione globale delle cose: egli non curava e basta, non produceva solo elisir di lunga vita per l’imperatore o il ricco potente, ma si destreggiava con l’alchimia, l’osservazione delle stelle, fors’anche con l’animo umano. In parole povere comprendeva la visione di insieme del cosmo. Il che non è molto distante da quanto sosteneva Socrate, cioè che l’Areté (la virtù, la qualità) passasse attraverso la visione totale dell’uomo, fatto di anima e corpo insieme, per dirla con le sue parole quando descrive Ulisse “L’areté implica il rispetto per la totalità e l’unicità della vita e, di conseguenza, il rifiuto della specializzazione. Implica il disprezzo per l’efficienza… O, piuttosto, una concezione molto più elevata dell’efficienza, che esiste non in un solo settore della vita, ma nella vita stessa”. Purtroppo avvenne che Platone prima e Aristotele poi ebbero il sopravvento, e ingenuamente convinsero la società che il bene fosse il dualismo, anima e corpo separati, divenuti nel tempo “oggettività e soggettività”: da una parte ragione e logica, dall’altra emozione, immaginazione, intuizione; i primi suggeriscono la rispettabilità scientifica, i secondi sono spesso considerati dei termini artistici, totalmente esclusi nella questione scientifica. Questa separazione portò alla confusione del concetto di ‘anima’ e al conseguente “perfezionamento” delle religioni, i cui epiloghi conosciamo bene, tra torture, guerre e battaglie per il predominio teocratico. La promessa di un’altra vita in paradiso (chi contornato con vergini) era il massimo dell’ambizione, oltre che strumento di persuasione delle masse. L’estremizzazione dell’oggettività invece condizionò la scienza: la medicina vi si orientò, concentrandosi sempre più sul microscopico e non sul macroscopico, perdendo la visione olistica, dimenticando definitivamente quanto Socrate affermasse «Non esiste una malattia del corpo che prescinda dalla mente». Anche la romantica figura del medico condotto, che con il carretto di notte correva a portar conforto al moribondo scomparve, per far spazio alla specializzazione. Ovvero l’essere umano venne diviso in pezzi, chiamate specializzazioni appunto: il fegato a te, il cuore a lui, le ossa a Tizio, la pelle a Caio. In pratica il corpo ridotto a quarti, a beneficio di “macellai” esperti; una macchina senza anima, senza connessioni. La miopia della medicina (che allo stato attuale eviterò di chiamare scienza) abbandonò completamente la completezza dell’insieme pensando di far meglio, ripudiando ogni altra forma di indagine che non passasse dall’oggettività, basata però in buona parte sulle probabilità e al contempo trasformandosi in un nuovo clero laico, come ben avvisò Francis Galton nel 1800. No, in verità una cosa rimase: la veste, l’abito sacerdotale stavolta bianco purezza, o più recentemente in altre simpatiche cromie, lo stetoscopio come talismano, i farmaci in veste di elisir di lunga vita, e sempre come allora, per creare una separazione: io stregone di qua, voi popolo ignorante di là. Man mano che le società si sono evolute, le floride economie hanno portato un finto benessere basato sul consumismo, e su progresso e tecnologia; ciò ha ampliato il numero di chi anelava il mito della vita eterna; non quella dopo la morte, ma proprio quella terrena, o quanto meno procrastinare il più possibile la data di scadenza. La medicina si è adeguata, il più delle volte per meri fini economici benché mascherati da obiettivi scientifici, e ha accolto la richiesta dei suoi “clienti” (bambini irresponsabili e ingenui), non senza una certa tendenza veicolatoria. Risultato: i progressi oggi tengono in vita “artificialmente” persone che già solo 40 anni fa probabilmente sarebbero morte. Sulla qualità potremmo parlarne. Ma non è questo il punto. Dobbiamo sforzarci di inquadrare la cosa da un’altra angolazione.

 

Biologicamente abbiamo compiuto tecnicamente un abominio. La natura è affascinante nella sua perfezione, e una delle leggi su cui si basa è quella dell’evoluzione: gli esseri si evolvono perfezionandosi e adattandosi all’ambiente, i meno “pronti” o con “problemi-errori di fabbrica”, semplicemente soccombono. Una delle definizioni che amo di più quando mi trovo a descrivere il mare è “l’ingenua crudeltà della natura”. Gli esseri umani in particolare nell’ultimo secolo, invece si sono opposti a tale ‘apparente’ crudeltà, innescando un protrarsi generazionale di difetti genetici, saltando a piè pari l’inaccettabile selezione naturale: rendendoci però più deboli, e predisponendoci a mille patologie. Questo perché detta opposizione, umanamente comprensibile, è avvenuta seguendo il percorso sbagliato. Il progresso che noi vediamo è solo tecnologico, non umanistico, nemmeno filosofico o spirituale. Non poteva essere altrimenti avendo accettato la separazione dell’uomo. Il nostro smartphone viaggia alla velocità della luce, ma noi no, e i relativi ritmi sono incompatibili con la questione biologica. Siamo andati troppo oltre lasciando noi stessi indietro, dimentichi del concetto di Areté, della qualità a favore della quantità che è fine a se stessa, in ogni settore: viviamo più anni ma in un ambiente insalubre, incompatibile con la vita stessa, stressati, spesso poco più che vegetali, soli, abbandonati davanti una tv, ma di certo ottimi clienti per chi fa affari con la nostra ‘sopravvivenza’. Totalmente materializzati, mercificati, dipendenti dal potere medico. Una neanche troppo sottile dittatura da noi scelta con la delega. La medicina in questo è stata evidentemente complice compiacente. Se da una parte tantissimi di noi le sono grati per aver salva la pelle (confondendo però il vivere con il sopravvivere), dall’altra paghiamo proprio il prezzo della mancata evoluzione biologica, nel suo insieme di psiche e corpo. Siamo ridotti a edifici pericolanti tenuti su grazie a puntelli sempre più efficaci, ma tali rimangono, ovvero precari e cedevoli alla prima forte raffica di vento. Onestamente la colpa è di tutti, lo abbiamo chiesto noi, continuamente, inderogabilmente. Abbiamo sposato il materialismo sotto ogni aspetto. La ‘nuda vita’ ad ogni costo. Solo oggi si inizia a parlare scientificamente (un vero miracolo) di energie, ad esempio, del fatto che siamo energia e delle enormi implicazioni che questa visione potrebbe comportare in un quadro generale; un po’ come la confutazione della relatività. C’è un vero e proprio bisogno di riabbracciare l’unione tra corpo e anima, le persone lo stanno capendo sempre più e questo fa ben sperare. Ma non abbiamo molto tempo e se non riusciremo a invertire la rotta il conto presto arriverà; anche se la medicina ce la sta mettendo tutta per tenere il passo, il giorno in cui per mila motivi ci dovessimo ritrovare a tu per tu con la natura, senza “doping”, la nostra razza, estremamente precaria, probabilmente soccomberà, il che magari non sarà un male assoluto…

 

Vi sembro brutale? L’ho scritto nel titolo ma è a fin di bene. Anzi rincaro la dose. Non so se diverrà mai anche questa una specializzazione, ma ritengo l’eutanasia un ramo della medicina degno di essere approfondito e diffuso concettualmente a livelli più elevati e nuovi per la società occidentale: la facoltà di arrendersi con dignità all’evidenza della fragilità umana, sarebbe non solo auspicabile ma strumento necessario all’accettazione della cultura della morte. Primo passo forse per ricongiungerci con quella visione di insieme che era ed è, a mio giudizio, la soluzione per una corretta evoluzione. Quindi?

 

La differenza tra noi e gli animali è il libero arbitrio, la facoltà di elaborare pensieri complessi, a tal punto da poter ipnotizzare, suggestionare, mettere a punto piani machiavellici, studiare, inventare, approfondire: e sappiamo ancora molto poco delle nostre capacità mentali, del funzionamento mente-corpo-energia. Nessuno può escludere oggi che un domani potremo davvero spostare oggetti con il pensiero o chissà cos’altro, magari curarci da soli. Allo stesso modo in effetti non abbiamo una controprova di cosa sarebbe accaduto se a quel bivio avessimo scelto la visione socratica. Probabilmente saremmo giunti ad oggi più forti, meno bisognosi di veleni (leggasi farmaci), artifici vari, grazie anche a una medicina amica, critica, umana, evoluta nel senso più esteso del termine; e perché no anche più pronti all’altra dimensione chiamata morte.

 

Negli ultimi anni più di qualche medico è riuscito a comprendere l’esigenza di un’altra prospettiva, e con coraggio si è distanziato dai dogmi provando a solcare strade nuove, non senza rischi; spesso pagando il prezzo della derisione, o peggio l’espulsione da un albo divenuto oramai sempre più organo inquisitore. Il paradosso della faccenda è che persino Ippocrate comprese come la missione del medico, perché di missione si tratta, non dovesse prescindere dalla scienza e coscienza e a “esercitare la medicina in autonomia di giudizio senza accettare nessuna interferenza o indebito condizionamento“. Vien da ridere se pensiamo ai famigerati protocolli a cui attenersi e ai condizionamenti delle case farmaceutiche, che solo un cieco a questo punto non vedrebbe. Proprio oggi leggevo che l’azienda farmaceutica Sanofi si occuperà della formazione dei futuri medici, con il benestare delle rispettive associazioni: perfetto, facciamo prima così, abbandoniamo almeno l’ipocrisia e gettiamo la classe medica direttamente nelle mani del lupo, senza “sciocche” pareti morali, conferenze e vacanze pagate, mazzette, università e ospedali sponsorizzati. Passiamo direttamente a una loro emanazione esplicita, giù la maschera, finalmente!

 

Tornando alla coscienza, questa è la chiave di volta già scritta, una dimensione altra, su cui dovrebbe basarsi il medico; qualcosa di inesplorato in realtà, ancora non “sezionato”, ma che dovrebbe accompagnare lo stregone moderno. Ci si dovrebbe investire seriamente, abbandonando la visione dualistica e materialistica del corpo umano, iniziando ad allontanarsi da una medicina riduzionista, scientista. I recenti fatti hanno dimostrato tutti i limiti della medicina e la fragilità psichica dell’uomo, ridotto a un bambino piagnucolante e codardo, annichilito e sopraffatto dai media e da se stesso. Eppure stiamo assistendo a un cambiamento epocale, che di certo non è fatto di stupide mascherine e distanziamenti socialmente pericolosi. Vi è un’enorme frattura in atto e dobbiamo approfittarne per gettare le basi di un futuro differente. Ci viene data una seconda chance e stavolta non possiamo permetterci il lusso di sbagliare: di nuovo il bivio e una scelta ora ben chiara da fare. I medici devono strapparsi di dosso la pelle di pantera e lottare, utilizzando il proprio potere per chiedere a gran voce un approccio della medicina profondamente diverso; destrutturare la mente (lo sforzo più arduo), utilizzare gli strumenti sin qui acquisiti per esplorare senza remore anche concetti che fino a ieri si pensavano assurdi, perché non supportati dal sistema. I dogmi pur se apparentemente giusti vanno contestati, provati e in uno scenario probabilistico come quello della medicina attuale, sarebbe altresì disonesto e insensato non farlo. Ci si deve sforzare di vedere l’uomo nella sua interezza, corpo e anima, altrimenti si perderà di nuovo. C’è una transizione da portare avanti, per recuperare quel fondamentale gap biologico che non si può compensare con l’artificio. Bisogna abbandonare la pericolosa semantica: non esiste nessun check up o “settimana della prevenzione”, quando il terreno umano è danneggiato, cronicamente immunodepresso. La VERA prevenzione è mangiare sano e bene, aumentare la qualità della vita, risiedere in siti non inquinati, insomma cambiare davvero le regole del gioco. I medici possono aiutarci in questo, utilizzando i propri “talismani”, protestando, opponendosi alla corruzione e promuovendo le nuove priorità nelle conferenze, nelle scuole, nei media attraverso i governi: d’altronde sono stati molto abili a farlo finora per un fine sbagliato. Avete un potere enorme, usatelo, trasformatevi nel sacerdote egizio “Isidoro”, guidate anche voi la rivolta dei poveri miserabili soggiogati dal potere, come all’epoca contro i romani. A noi altri invece viene chiesta la riappropriazione delle responsabilità, la voglia di approfondire anche argomenti apparentemente complessi, perché solo la conoscenza ci restituirà la libertà ceduta; non dobbiamo diventare medici se non di noi stessi, e laddove non dovessimo riuscirci potremo appellarci alla più grande competenza a nostra disposizione, quella morale. In fondo possiamo percepire cosa è giusto o sbagliato, grazie all’istinto di sopravvivenza che ci appartiene. Abbassiamo la comfort zone, ripudiamo l’assurda e folle crescita economica infinita in un mondo finito: dobbiamo consentirci aria, terra e acqua puliti, imprescindibili, non negoziabili. Apriamo la mente a nuove possibilità: per primi siamo chiamati a lasciare il dualismo e riconsiderare le verità sin qui apprese.

 

Questa società di bambini capricciosi, viziati, insaziabili e irresponsabili, tenuti in vita artificialmente grazie alle droghe della medicina sua complice, deve essere sostituita da un’altra composta di adulti maturi, LIBERI di scegliere e desiderosi di una vita sostenibile, per tutti. Kennedy fece incidere sulla campana del suo veliero un bellissimo acronimo, WWG1WGA, ovvero “Where We Go One We Go All”: dove va uno di noi andiamo tutti! Credo sia giunta l’ora.

 

Giampaolo Gentili

 

 
Dopo la pandemia PDF Stampa E-mail

25 Maggio 2020 

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Da Rassegna di Arianna del 22-5-2020 (N.d.d.)

 

Da quando è cominciato il terzo millennio, la globalizzazione ha patito tre ferite e tre contraccolpi. La prima ferita fu l’11 settembre del 2001, quando fu colpita la capitale globale, New York; e il mondo aperto e sconfinato dovette adottare misure restrittive, allarmare sospetti, linee divisorie, dopo l’attacco terroristico poi tornati ciclicamente, l’ultima volta con Daesh (Isis). La seconda ferita, senza spargimento di sangue, fu la crisi finanziaria culminata il 15 settembre del 2008, che dimostrò la pericolosa interdipendenza globale e la fragile supremazia del mercato finanziario sull’economia reale. La terza ferita è quella del contagio partito dalla Cina che ha messo in ginocchio il mondo intero, ha generato non solo il distanziamento sociale e l’isolamento in casa ma anche il distanziamento nazionale, le frontiere e i compartimenti stagni per evitare o arginare i contagi. New York fu l’epicentro delle prime due e rischia di diventarlo anche della terza. I contraccolpi della globalizzazione sono stati invece il degrado ambientale, l’inquinamento del pianeta che ha prodotto mutamenti, denunce e mobilitazioni globali. Poi la rinascita dei sovranismi nazionali, popolari e territoriali anche in reazione ai flussi migratori e al cortocircuito della mondializzazione. Con il relativo avvento di leadership e di outsider in tutto il mondo all’insegna del decisionismo, del protezionismo, del ritorno a temi conservatori e valori nazional-religiosi.

 

Ma l’effetto del contagio da covid-19 è stato il più traumatico. E non per il numero di vittime. Mentre scriviamo, il contagio è ancora in corso e si temono recidive, ma al confronto con altri contagi del passato, non c’è stata decimazione, la popolazione contagiata è in una percentuale che si conta in millesimi rispetto alla popolazione mondiale, e ancor meno le vittime. Se la mortalità della popolazione mondiale in condizioni normali è poco al di sopra dell’1 per cento all’anno, con il contagio del coronavirus quel numero non è stato modificato, almeno finora. Anche 300mila morti su otto miliardi non sono una catastrofe demografica, per quanto sia impressionante e doloroso il calvario nelle zone più colpite. E più di trentamila morti in un paese come l’Italia in cui muoiono ogni anno più di 600mila persone non sono una decimazione. Cosa ci fa dire allora che quel contagio ha prodotto mutazioni più radicali di ogni altro evento? Per la prima volta la metà dell’umanità è stata chiusa in quarantena nelle proprie case, costretta alla solitudine, per un tempo piuttosto lungo, stravolgendo la sua vita subendo restrizioni mai registrate. Con un effetto catastrofico sulla vita sociale ed economica, produttiva e lavorativa, oltre che su tutte le attività scolastiche, culturali, ludiche, ricreative, gli spostamenti, il turismo, le relazioni e la vita affettiva. Fino a profilare una vera e propria mutazione antropologica, che sarà difficilmente riassorbita nel tempo. E che potrà determinare cambiamenti, mutamenti di visioni e di prospettive come non era finora accaduto. Allora cerchiamo di capire quali sono stati dal punto di vista geopolitico e geospirituale gli effetti che ha prodotto. Il cambiamento preliminare, e radicale, è la percezione del limite. Tutti hanno avvertito di avere confini, di rifugiarsi in confini di sicurezza, di non poter incautamente sconfinare. È il messaggio opposto alla globalizzazione e alla pervasiva, ossessiva retorica di abbattere i muri, vogliamo ponti non muri, aprire la società, far cadere ogni barriera. Ciò valeva sia in senso territoriale riferito alle frontiere e ai flussi migratori ma anche all’idea di libertà che non sopporta vincoli, limiti, confini. Sconfinamento di culture, di sessi, di ogni restrizione. C’era un’espressione ieri assai in voga che diventa ogni impronunciabile: contaminarsi. È stato per anni usato come un bene il contaminarsi, ogni messaggio efficace era considerato virale, ogni cosa che velocemente arrivasse senza barriere era ritenuto un effetto positivo della globalizzazione. Quelle espressioni, compreso quel “positivo” usato con una connotazione benefica, sono ora impraticabili. E non si tratta solo di cambiamenti lessicali perché corrispondono a una prassi conseguente. È la fine dell’infinito globale. Il contagio ci ha fatto riscoprire la necessità di avere limiti, misura e confini, i muri non sono sempre infami ma più spesso sono protettivi, come le barriere, i cordoni sanitari, le frontiere. Anche da un profilo psicologico e religioso: il pericolo di morte, la paura del contagio, la vulnerabilità della nostra vita sociale e personale ci hanno svegliato dal delirio di dismisura e dalla rimozione della morte e della malattia. Ci riconducono alla nostra mortalità e alla nostra fragile precarietà. A fronte di questo non c’è stato però un risveglio religioso, anzi si è avvertita la spaventata impotenza e l’irrilevanza del fattore religioso; la fede ricacciata nella sfera intima e privata. Era ammessa la possibilità di fumare o portare a spasso il cane ma non di andare a messa. Eppure, al di là delle religioni, una quarantena così prolungata, foriera di angosce, psicosi e depressioni di massa, una paura così diffusa, un’irruzione quotidiana del Male e della Morte nelle nostre case tramite i media, avrebbe potuto suscitare un risveglio spirituale, un’attenzione ai grandi temi della vita e della morte, del dolore e della solitudine, dei legami affettivi e solidali. Non è da escludere che il risveglio possa avvenire nel tempo, se riusciremo a tenere viva la memoria di quel che è accaduto o se saremo costretti a convivere con la percezione di un pericolo tornante o minaccioso sul nostro futuro. Così, il monadismo a cui ci ha costretti la quarantena, dopo il nomadismo, potrà produrre due effetti, per analogia o per contrasto: un più radicale individualismo globale o un ritorno di socialità, fino a riscoprire la comunità organica di destino; con l’attacco del covid-19 abbiamo avvertito di essere consorti, ci siamo sentiti membra di uno stesso organismo, a partire dai concittadini.

 

Sul piano politico ed economico con la pandemia mi pare che si affaccino due gravi minacce. Una nasce dall’emergenza sanitaria e l’altra dall’emergenza socioeconomica che ne è derivata. Da un verso la restrizione di libertà primarie, di diritti elementari come uscire di casa, camminare, fare sport, spostarsi, andare a messa, imposta dalla necessità e osservata per paura. In una chiave orwelliana, potrebbe essere la prova generale di una specie di totalitarismo sanitario, nato dallo stato d’eccezione e dalla necessità di tutelare la salute dei cittadini, ma poi protratto in forme più soft, indirette, meno vistose ma inquietanti di controllo della popolazione, di limitazione degli spostamenti, tracciabilità della nostra vita, più la possibilità di revocare la libertà ogni qual volta che sia in pericolo reale o presunto la nostra incolumità. È un’ipotesi inquietante ma non surreale: qualcuno potrebbe pilotare, manipolare, usare, se non addirittura innescare, un’emergenza sanitaria rispetto a cui vengono sospese le libertà, i diritti, la democrazia. A questa preoccupazione ne segue l’altra: la catastrofe economico-sociale prodotta dal blocco delle attività, potrebbe innescare, dopo l’invocazione di piani Marshall velleitari (chi dovrebbe garantirlo se tutti i paesi sono sfibrati dalla crisi?) un tentativo di ridistribuzione forzosa dei danni indotti su tutta la popolazione, fino a instaurare una specie di comunismo “sanitario”, che darebbe a tutti un reddito universale di cittadinanza, ridistribuendo i redditi, livellando ogni attività. Una specie di comunismo sorto nel nome delle tante persone che hanno perso aziende, attività, lavoro. Saremmo ben oltre la patrimoniale, perché si ridisegnerebbe in modo egualitario la società. Questa ipotesi corrisponderebbe a una ridefinizione del capitalismo dentro una gabbia statuale, come accade già nel modello maocapitalista cinese. Questo si ripercuoterebbe sugli equilibri planetari: la crescita del modello asiatico, l’egemonia della Cina comunista, la caduta di leadership degli Stati Uniti, il crollo dei paesi stroncati dalla crisi petrolifera, a partire dall’Iran, l’Europa divisa e in ginocchio. A favore della leadership cinese ci sarebbe anche il fattore demografico e il controllo di continenti come l’Africa, oltre che una quota rilevante del debito americano nelle mani cinesi. Naturalmente ci sarebbero troppe variabili da valutare: il ruolo della Russia e dell’India in questo processo, la reazione degli Usa e di paesi come il Giappone. Ma cambieranno gli assetti geopolitici mondiali. Una sola certezza possiamo trarre da uno scenario in ebollizione e in mutamento: la vita è sospesa nei giorni di quarantena, ma la storia ha ripreso il cammino. Perché la storia si nutre di sangue, cammina sui morti, regge sulla forza, sulla paura e sulle radicali mutazioni. Dopo la pandemia, verrà il brusco risveglio della storia. Sembrava finita la storia. Ora torna impetuosa e bussa alle porte del comune destino.

 

Marcello Veneziani

 

 
Il fallimento dell'Illuminismo PDF Stampa E-mail

24 Maggio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 22-5-2020 (N.d.d.)

 

Lo spirito dell’Illuminismo al suo nascere si potrebbe riassumere, senza pretese di riduzionismo, col motto “Tutto dubitare, tutto criticare”. La critica è proprio uno degli aspetti centrali del movimento illuminista, che promosse sin dal principio l’azione di critica ad ogni realtà, in particolare alla Verità e alle sue definizioni dogmatiche, con l’intento preciso di decostruire gli assiomi granitici della Tradizione del tanto detestato ancien regime. Tutti i paradigmi del passato dovevano essere messi sotto il vaglio del dubbio cartesiano, spinti al limite estremo della incredulità e poi essere o scartati definitivamente come obsoleti, o rielaborati secondo i dettami della scienza della Ragione, assunta quale sorta di nuova religione, preambolo dello Scientismo che nel corso del XIX secolo sarà causa di ingenti disastri a tutto il pensiero.

 

Ebbene, nel trambusto dell’oggi post-moderno, la dittatura del pensiero unico pare aver superato persino i pilastri della rivoluzione dei lumi: non è più consentito criticare niente e nessuno, o meglio niente e nessuno che appartenga al diktat proveniente dall’unico Ministero della Verità di orwelliana memoria. La narrazione che diffondono è l’unica che può godere di attendibilità, secondo il criterio di applicazione del bollino con la data di scadenza definito lì per lì dal mercato dei favori dei colletti bianchi, e guai a chi osa non rispettare i proclami e non si attiene alle norme dell’igiene mentale pubblica stabilita. La programmazione neurolinguistica di questi nuovi sacerdoti della tecnoscienza, che trova fondamento storico in quella medesima révolution dei filosofi francesi che ha tanto cambiato il mondo e la Storia, ora mette al bando persino lo spirito critico, imponendo i nuovi dogmi. Un paradosso davvero buffo, forse; eppure la litania è sempre la solita e i potenti della terra sanno bene che la ciclicità delle leggi di Giustizia prima o poi fa ricadere su tutti il giusto compenso. Per governare, in fin dei conti, è necessario cambiare ogni tanto i volti e le targhette degli uffici, ma la matrice ideologica soggiacente resta sempre la medesima. La caccia all’eretico prosegue. Oggi i malcapitati dovrebbero forse cucirsi una mascherina con una toppa, un colore o delle iniziali che li potessero identificare quali stregoni delle fake news e degli alchimisti del complotto, promotori di un pensiero alternativo non in linea con l’ortodossia della maggioranza. Un pensiero, appunto, critico, che preferisce illuministicamente parlando verificare con la propria esperienza e con la libertà della propria ragione quale è la verità e cosa è meglio scegliere per il proprio bene, difendendo magari le proprie idee a costo del martirio sociale. Il totalitarismo democratico, forte della sua psicopolizia, è sempre pronto a ricevere ordini dal Grande Fratello che osserva scrupolosamente gli individui atomizzati e ove trova una deviazione interviene subito con metodi di rieducazione tirannica senza precedenti. D’altronde, il dubbio è pericoloso perché contagioso e potrebbe aumentare il dissenso o peggio ancora la ribellione, ed i potenti sanno molto bene che una massa è più forte di pochi malvagi, ed hanno paura, motivo per cui si ingegnano costantemente per soggiogare e controllare le vite delle persone nell’interminabile liberticidio.

 

Chissà cosa direbbe Voltaire, noto per l’aforisma «Non sono d’accordo con la tua opinione, ma darei la vita perché tu la possa dire», davanti a questo scempio. Non c’è più religione e non c’è più nemmeno Illuminismo, che ha fallito, la ragione umana è caduta in quelle tenebre che generano mostri e i demoni della notte siedono sui troni dei governi in pieno giorno. Eppure, ci era stato tutto predetto.

 

Adesso è il tempo per tentare una rivoluzione, finché ce ne è di tempo e ancora possiamo pensare, prima che gli orchi di Mordor, come scriveva Tolkien, corrano a prenderci. Osare mettere in dubbio il pensiero unico, tentare, provare, sperimentare, vivere. Perché, in fin dei conti, come diceva sempre Voltaire «Il dubbio è scomodo ma solo gli imbecilli non ne hanno».

 

Lorenzo Maria Pacini

 

 
Xylella Fastidiosa il vero nemico PDF Stampa E-mail

23 Maggio 2020

 

Negli ultimi due mesi e mezzo, mentre più di mezza Europa e tutta l'Italia se ne stava chiusa in casa rincretinita dalla paura di Sars Cov 2 (o Covid19), un virus che alla fine si sta dimostrando meno letale e devastante di quel che si pensasse, una seconda epidemia è avanzata silenziosamente nelle nostre campagne, portata da alcuni insetti vettori, quali la mosca sputacchina: Xylella Fastidiosa. La quale ormai non è soltanto una questione salentina: sta virando, il batterio gram-negativo responsabile del disseccamento rapido degli ulivi e di altre 100 specie di piante, tra cui mandorli, lavande, rosmarino, peschi, albicocchi, oleandri, agrumi vari e quant' altro sia verso nord che verso ovest, mettendo a rischio tutta la Puglia, il Molise, la Basilicata e la Calabria. Inoltre sono aumentati i focolai scoperti in Costa Azzurra, Nizzardo, Corsica, Spagna, Isole Baleari mentre casi isolati si segnalano in Portogallo. Le notizie dalla Grecia sono contrastanti, ma pare al momento non vi sia pericolo. Al momento... Simulazioni e studi approfonditi della PNAS -Accademia statunitense delle scienze- e della Università olandese di Wegeningen affermano che entro mezzo secolo, se non contenuta con provvedimenti drastici ed energici, il batterio provocherà danni incalcolabili al patrimonio arboreo di Spagna, Francia, Italia e forse altre nazioni Mediterranee.  Senza contare alcuni campanelli d'allarme, come piante ornamentali attaccate in Belgio e Germania negli ultimi mesi.

 

Il danno economico, quantificato a 15 miliardi di euro in Spagna, quasi 6 in Italia (solo nella subregione salentina, in 7 anni,  xyella ha mandato a spasso 5.000 persone e provocato un miliardo e trecento milioni di danno), circa 5 miliardi nel caso dovesse colpire la Grecia, sarebbe ancora ben poca cosa rispetto all' impatto ecologico, culturale, turistico ed immobiliare: già nelle zone colpite maggiormente il prezzo dei terreni è sceso e il mercato immobiliare dei fabbricati rurali, sino a poco fa ricercati per progetti anche lussuosi, è ai minimi storici. Soprattutto nelle regioni mediterranee e costiere, sottoposte a siccità strutturali come clima, il danno potrebbe riverberarsi sugli stessi terreni. Pericolo di aridità, perdita del bioma, salinizzazione dei suoli e quant' altro oltre ad una perdita ancor maggiore: quella di un patrimonio materiale ambientale e paesaggistico unico ed inestimabile, eredità trasmessa di generazione in generazione e simbolo di una identità collettiva.

 

I danni alla filiera alimentare, perché qui non si parla solo di insaporire il sugo della pasta, l'insalata o la cotoletta, ma come ripetiamo xylella colpisce oltre 100 specie, tra cui molte di frutta, rischierebbe di essere un duro colpo irreversibile: prodotti come agrumi, pesche, vino, olio e quant'altro, prodotti genuini ed essenziali per la nostra alimentazione, rischierebbero impennate di prezzi e penuria. Come si ripete,  mentre la gente se ne stava in casa istupidita dal terrorismo mediatico per una pandemia che di fatto ne ha il solo nome, in quanto diffusa in ogni dove, ma i cui tassi di letalità e mortalità sono anni-luce distanti dalla spagnola (qui parliamo di qualche milione di infetti in tutto il Pianeta- e per giunta l' 85% asintomatici  o paucisintomatici- dopo 6 mesi ; la spagnola in due anni, con una popolazione mondiale tre volte e mezzo inferiore, ne infettò il 40%, provocando circa 55 milioni di morti) una seconda epidemia e ben più grave come conseguenze ha avanzato. Per 5 km in ciascuno dei punti cardinali...mentre noi eravamo sprangati in casa a fare non si sa cosa, se non videoparty, canti al balcone o a seguire in tv le equazioni sul calcolo della probabilità di venir infettati da un tizio che sputa o tossisce a 20 metri di distanza. Sprangati noi e sprangati gli agricoltori, i primi a dover uscire per fare le buone pratiche agricole che sono, da secoli, le naturali difese contro i batteri e i killer delle piante ed invece...solo in Meridione, ad esempio, a metà aprile, epoca propizia, il 75% dei terreni non aveva ancora ricevuto potature, falciature e quant' altro. Tutti chiusi in casa. Poi si lamentano che il ministro regolarizza i clandestini.

 

Solamente nel 2019, cioè ieri, l'EFSA, l'ente della sicurezza alimentare in Europa e quindi istituto ben alieno dalle partigianerie proprio perché agenzia di una UE già orrenda e partigiana di suo, ha dichiarato che "xylella fastidiosa è il nemico pubblico numero uno dell'Europa". Avete capito bene, razza di minchioni che indossate la mascherina in automobile da soli quando non sussiste alcun obbligo di farlo (informatevi, è così: in auto soli non c' è obbligo) come se Covid-19 fosse il fallout radioattivo di una centrale nucleare che viaggia nell' aria? Avete capito, voi che vi fate la doccia di Amuchina dieci volte al giorno anche in casa da soli? Xylella fastidiosa è il nemico pubblico numero uno dell'Europa, non Covid-19 e lo ha detto una agenzia emanazione dell'Europa che tanto vi piace. Perché da Covid-19 si guarisce nella stragrande maggioranza dei casi e conoscendo ora meglio il virus, prendendolo in tempo, si limitano i danni e il numero confortante dei letti vuoti in terapia intensiva, il loro calo quotidiano ne è la prova, ma da xylella fastidiosa il patrimonio arboreo non guarisce...in certi casi, è vero, con gli innesti specie agli ulivi se presi in tempo, la pianta si rigenera, ma per quanto? E non è sempre possibile farlo. Voi dovreste levarvi il sonno non per un virus come tanti nella storia umana e neppure tra i più pericolosi -a cui tra qualche anno ne seguiranno purtroppo altri, è la storia dell'uomo a dirlo, è storiaccia vecchia di sempre- ma per xylella fastidiosa.

 

Dovreste fare pressione sui governi per contrastare xylella fastidiosa, pretendere dalla Mediaset e dalla Rai programmi a tutto spiano su xylella fastidiosa, inondare il web di meme su xylella fastidiosa, pretendere politiche drastiche, militari, aggressive, contro xylella fastidiosa. Poi infine fare un'altra cosa.

 

Siccome Covid-19 ha dimostrato che Stati e banche centrali europee che piangevano miseria si sono improvvisamente ritrovati con una valanga di denaro così, all' improvviso, nata dal nulla (ma come? I soldi non c' erano, sono nati dall' albero del campo dei Miracoli? Li ha piantati Pinocchio, su consiglio del Gatto e della Volpe?), siccome con Covid-19 si è visto che non servono gare di appalto, burocrazia asfissiante, permessi geologici, valutazioni statiche per costruire ospedali ex novo -li si fanno anzi alla velocità supersonica in tre, quattro giorni, altra sorpresa- e ciliegina sulla torta si è visto che mettere in quarantena 60 milioni di cristiani e chiudere quasi tutte le industrie, aziende, negozi è cosa facilissima, perché serve un Dpcm di due paginette scritto in venti minuti, forse allora voi dovreste pretendere la stessa solerzia e velocità di contrasto per fermare e contenere xylella fastidiosa, il nemico pubblico numero uno. Il re è nudo, il velo è caduto, si è visto che quando lo Stato ha voglia di fare le cose e di gran fretta, la burocrazia va a farsi benedire e pare proprio non esistere. Il problema è serissimo e non riguarda solo chi ha un fondo agricolo, riguarda tutti noi, senza settore primario non c' è vita. Svegliamoci una buona volta, con Covid-19 il Pianeta ci ha parlato. Sta a noi ora ascoltarlo, se non vogliamo in futuro prendere non il cartellino giallo ma quello rosso.

 

Simone Torresani

 

 
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