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Sovranisti ma servi degli americani PDF Stampa E-mail

8 Ottobre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 6-10-2018 (N.d.d.)

 

Come funziona il sistema Usa? Applicare strette sanzioni finanziare e sul petrolio iraniano in modo da vendere meglio il loro, quello dei sauditi e delle monarchie del Golfo. Con i soldi incassati Riad, secondo acquirente di prodotti bellici al mondo, e gli emiri possono continuare a comprare gli armamenti americani. Sono loro i maggiori clienti del Pentagono, soprattutto adesso che i sauditi devono combattere la guerra in Yemen, dove muoiono migliaia di civili ma che è stata silenziata sui media internazionali. Semplice no? Si chiama libero mercato in libero massacro. E via anche con i dazi alla Cina che vuole sfuggire al controllo Usa sui flussi energetici aprendo il corridoio sino-pakistano, altra partita strategica di portata globale perché, se realizzata, consentirà a Pechino di sfuggire in parte al controllo americano degli Stretti di Malacca.

 

Per fare davvero la guerra non solo economica all’Iran, da 40 anni il vero bersaglio di Usa, Israele e sauditi, bisogna usare altri mezzi senza però entrare in un devastante conflitto in campo aperto dopo quello che per sette anni ha disintegrato la Siria e che occidentali e monarchie arabe hanno perso insieme ai turchi All’Italia, se fa la brava applicando le sanzioni a Teheran, viene garantito il greggio della Libia che in Cirenaica verrà spartito con i francesi. E prima o dopo del vertice sulla Libia, che si svolgerà a Palermo in novembre, il generale Khalifa Haftar avrà la testa del nostro ambasciatore a Tripoli. Non è un caso che il ministro degli Esteri Moavero andrà a incontrare il suo collega Lavrov a Mosca: la Russia con Francia ed Egitto sostiene il generale e da almeno due anni Mosca si propone, inascoltata, alla diplomazia italiana come mediatrice per controbilanciare l’influenza francese.

 

Ma non è finita qui. Nei Balcani, grazie anche ai finanziamenti delle monarchie sunnite del Golfo, si è formato negli anni, tra Kosovo, Albania, Bosnia e Macedonia, un esercito di jihadisti: almeno un migliaio in questi anni si sono arruolati in Siria per combattere contro Bashar Assad, appoggiato da russi e iraniani. Così entrano in campo le storiche relazioni pericolose francesi, internazionali e italiane con il fronte anti-Iran. Circa 3500 Mujaheddin Khalq (Mek), oppositori di Teheran un tempo di stanza in Iraq si sono acquartierati in Albania. Parigi e Teheran sono ai ferri corti per la presenza del Mek in Francia, usato da tempo dai servizi israeliani e americani. Adesso i jihadisti sconfitti stanno tornando nei Balcani e potrebbero essere utilizzati in funzione anti-Iran, come per altro è già avvenuto finora nella guerra per procura siriana. Il recente attentato con 30 morti nella città iraniana di Ahwaz alla parata dei Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, è stato probabilmente un’avvisaglia di questa nuova strategia. Ma per questa guerra all’Iran, economica e in parte terroristica o di guerriglia, ci vuole anche la partecipazione degli europei che inizialmente volevano aggirare le sanzioni Usa all’Iran e difendere l’accordo sul nucleare del 2015 firmato da Obama e stracciato da Donald Trump. Ci sono dubbi che la Francia, nonostante alcune dichiarazioni ufficiali, intenda oltrepassare le sanzioni Usa all’Iran come vorrebbe fare la diplomazia di Bruxelles secondo quanto già annunciato dalla Mogherini. L’Italia, invece di agire per conto proprio e difendere l’export delle imprese in Iran, si sta adeguando a questa agenda americana e agli ordini ricevuti dalla Lega da Israele. Che la Lega esprima posizioni assai filo-israeliane è di dominio pubblico ed è riscontrabile nelle stesse dichiarazioni alla stampa del suo leader Salvini. A questo atteggiamento i leghisti hanno fatto seguire i fatti. La Lega ha detto di no a una proposta Cinquestelle, avanzata per altro da Unioncamere, per organizzare un istituto di credito autonomo per garantire l'export di piccole e medie imprese in Iran. Siamo in mano, come si vede, a coraggiosissimi sovranisti in Italia e in Europa.

 

Alberto Negri

 

 
Il massacro del piccolo commercio PDF Stampa E-mail

7 Ottobre 2018

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Da Appelloalpopolo dell’1-10-2018 (N.d.d.)

 

Stamattina sono passato in un negozio di elettronica per verificare se avesse a disposizione un adattatore video, che serviva con urgenza in ufficio, irreperibile presso la GDO. Mi hanno risolto il problema in un nanosecondo per un costo irrisorio. Ho scambiato due chiacchiere col titolare, un signore cortese e paziente che mi ha raccontato con gli occhi lucidi la travagliatissima storia della sua avventura imprenditoriale, che sta sperimentando le medesime difficoltà condivise da tutte le piccole attività economiche di prossimità. Il rapporto umano, la flessibilità, la disponibilità del piccolo negoziante di fiducia non possono competere con l’omologazione spersonalizzante della grande distribuzione organizzata. Il piccolo commercio di prossimità va tutelato con lo strumento fiscale: dobbiamo sollevare artigiani e commercianti che esercitano nel perimetro urbano da ogni tipo di onere, incentivandoli, anzi, con sgravi, e limitando la regolamentazione al rispetto del decoro degli spazi pubblici. Per converso, dobbiamo massacrare di tasse il grande capitale, che può permettersi di pagare e deve contribuire alla raccolta fiscale degli enti territoriali in maniera più che proporzionale, essendo in grado di sostenere il peso di spese aggiuntive, grazie ai lauti ricavi realizzati in forza delle economie di scala conseguibili dalla GDO. È il grande che deve pagare per il piccolo, non viceversa; così come sono gli individui più facoltosi che devono contribuire con criterio di progressività all’equilibrio finanziario dei servizi erogati in favore dei meno abbienti. In questo sistema malato promosso dall’Unione Europea accade il contrario.

 

Le politiche pubbliche nell’UE promuovono le aggregazioni, le concentrazioni, il grande capitale, ritenuto l’unico in grado di conseguire la migliore allocazione delle risorse, mentre il piccolo deve morire. È il discorso che abbiamo sentito tante volte ripetere da soggetti politici che esprimono le posizioni più-europeiste, che attribuiscono la perdita di competitività del nostro Paese al “nanismo” delle imprese italiane. Costoro ritengono che la piccola industria ed il piccolo commercio siano una patologia, e promuovono quelle politiche la cui attuazione è sotto gli occhi di tutti. Così accade che in Abruzzo, terra di orsi, lupi e centri commerciali, si metta sul piatto la realizzazione dell’ennesimo scempio megagalattico. Sempre nelle aree di esondazione del fiume (tanto poi la Regione finanzierà con decine di milioni di euro pubblici gli interventi di messa in sicurezza idraulica), regalando terreni e concedendo sgravi fiscali ad iniziative imprenditoriali che avranno verosimilmente dietro la malavita organizzata (solo la mafia può investire centinaia di milioni di euro, alle condizioni attuali di mercato, in un’area a così elevata concorrenza), mentre al negozietto del centro o della periferia il Comune chiederà di pagare una tassa sulla proiezione dell’ombra della tenda da sole. ESO ES…

 

Gianluca Baldini

 

 
Brave New World PDF Stampa E-mail

5 Ottobre 2018

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Da Comedonchisciotte del 2-10-2018 (N.d.d.)

 

Proprio sessanta anni fa, Aldous Huxley pubblicò Brave New World Revisited, che concludeva dicendo che il mondo reale si stava muovendo veramente verso quel futuro, che aveva previsto nel suo (primo) classico romanzo distopico, molto più rapidamente di quanto avesse potuto immaginare. Brave New World, pubblicato quasi tre decenni prima, ipotizzava un futuro dove il controllo sociale era stato perfezionato con un mix di ottusità culturali, di ingegneria genetica e con un uso abnorme di seducenti droghe e di sesso sfrenato. A differenza di altri classici della narrativa distopica (1984 di George Orwell), Brave New World si rivelò profetico nella descrizione di un mondo in cui l’acquiescenza all’autorità sarebbe stata acquisita per mezzo di un consumismo insensato, senza dover essere imposto a forza di bastonate. Come l’autore ha scritto in Revisited: “È chiaro ormai che infliggere delle punizioni per raggiungere il controllo su comportamenti indesiderati, a lungo termine è meno efficace che raggiungerlo rafforzando solo i comportamenti desiderabili, offrendo dei premi. Un governo che si manifesta incutendo terrore funziona complessivamente meno bene di un governo che agisce per mezzo della manipolazione non violenta dell’ambiente, dei pensieri e dei sentimenti dei singoli uomini, delle donne e dei bambini “. […] Il primo elemento di controllo di cui si parlava su Brave New World era la manipolazione prenatale, cioè la “pratica sistematica dell’eugenetica e della disgenetica”. Tutti i bambini nascevano in provetta, riprodotti con sperma e ovuli “biologicamente superiori” abbinati per produrre dei Beta, degli Alfa e degli Alfa Plus che, poi da adulti sarebbero stati destinati ad ereditare il controllo politico ed economico: i futuri cervelli e i futuri leader del Brave New World. Ad un certo punto, qualcuno fa al Resident World Controller dell’Europa occidentale la domanda più ovvia: Perché non nascono tutti Alfa Plus?  “Perché non vogliamo che ci taglino la gola”.  Per questo motivo, viene trattato con un processo Bokanovsky, altro sperma e altri ovuli “biologicamente inferiori” che deliberatamente usa alcol e altre proteine velenose che ritardano lo sviluppo e per far nascere operai “epsilon” da impiegare per lavori umili e monotoni.

 

Huxley ha dichiarato: “Le creature finalmente decantate erano diventate quasi esseri subumani; ma erano in grado di eseguire lavori non qualificati e, se opportunamente condizionate, venivano autorizzate all’accesso libero e frequente al sesso opposto, costantemente distratte, però, da un trattamento giornaliero che tendeva a rafforzare i loro buoni modelli di comportamento da animali da soma, che servivano a non creare guai ai loro superiori.” Dopotutto, il Controller aggiunge, gli Alfa Plus impazzirebbero se dovessero fare il lavoro degli epsilon. Nel suo studio del 1958, Huxley sembrava che tornasse sulle sue previsioni a riguardo della manipolazione genetica, e scriveva: “Forse bambini in provetta e controllo centralizzato della riproduzione non sono cose impossibili; ma è chiaro che per molto tempo resteremo in balia di una specie vivipara che si riproduce a caso. Per fini pratici, la standardizzazione genetica potrebbe essere cancellata.” Solo 20 anni dopo nacque Louise Joy Brown, la prima ”bambina in provetta” del mondo. Certo, questo fu un evento ancora lontano dall’abolizione completa dell’utero e dalla selezione controllata che aveva raccontato nel suo romanzo; ma il costante aumento degli screening-prenatali che avvengono oggi – che spingono verso una potenziale eliminazione di rischi come la sindrome di Down – sta portando ad un livello di selezione genetica che persino Huxley forse era stato troppo pronto ad escludere.

 

Un secondo metodo di controllo sociale era per mezzo dell’uso onnipresente delle droghe; vale a dire con Soma, una panacea che dà beatitudine, visioni o sonno a seconda del dosaggio, e tutto senza “nessun costo fisiologico o mentale”.  […] Parafrasando Marx, Huxley notò che nel Brave New World, l’Oppio era- o quanto meno il Soma – la religione dei popoli, perché “come la religione, la droga aveva il potere di consolare e appagare, richiamava alla mente visioni di un mondo migliore, offriva speranza, rafforzava la fede e la carità”. […] Nel mondo reale, sarebbe troppo allettante e da non escludere la prospettiva di drogare le persone che ci sono soggette – dopotutto, dice Huxley – “un governante potrebbe evitare disordini politici, alterando la chimica del cervello dei propri sudditi, in modo che siano contenti delle loro condizioni servili. Basterebbero dei tranquillanti per calmare gli eccitati, degli stimolanti per suscitare entusiasmo negli indifferenti e degli allucinogeni per distrarre l’attenzione degli infelici dalle loro miserie “. L’unica domanda sarebbe: come potrebbe fare un sovrano a far mandare giù questa cosa ai suoi sudditi? “Con tutta probabilità, semplicemente facendo mettere in vendita le pillole.”  Poi sicuramente comincerà con l’automedicazione di massa.

 

Andando avanti veloce fino ad oggi, è chiaro quanto le parole di Huxley fossero preveggenti. Droghe legali come il Ritalin vengono regolarmente prescritte agli scolari per mantenere l’ordine in classe e per sopprimere il loro naturale desiderio di correre; mentre l’assunzione di Prozac lenisce l’impatto emotivo di un deprimente e scoraggiante malessere sociale. Intanto, malgrado il divieto generalizzato (anzi per effetto del divieto), le droghe illegali di ogni tipo ora sono più o meno disponibili. Anche il presunto aver chiuso un occhio della CIA sull’epidemia di crack – sembra per finanziare illegalmente la guerra contro i Contra del Nicaragua, ma anche per distruggere coesione sociale e solidarietà politica tra la classe operaia nera – è stata ben documentata. Nel frattempo, altri sottoprodotti del proibizionismo hanno fatto aumentare esponenzialmente i profitti che foraggiano il sistema bancario globale, alimentano le anime umane nel complesso dell’industria carceraria e danno maggior potere a bande brutali che spesso vengono impiegate per manipolare la politica estera imperiale: tutto solo a vantaggio degli interessi della classe dirigente. Però Huxley non aveva previsto esattamente in che modo il proibizionismo avrebbe potuto creare la disponibilità a cui aveva pensato ma senza immaginare le tante ulteriori conseguenze; ma in termini di ubiquità dell’automedicazione, era stato profetico. […]

 

The Brave New World è il libro in cui il pensiero e la lettura non contano e la ricerca del significato (della vita) viene spostata su una sfilata infinita di sesso sfrenato. La monogamia è vista come “nemico della civiltà” mentre “la promiscuità è regola”, i suoi cittadini si ricordano a vicenda che “il romanticismo è degenerato”. Emozione, intelligenza, famiglia: tutto è considerato un limite, un freno per l’individualità ed anche la stessa parola “madre” è considerata oscena. […] Ma spesso, dimentico della memoria popolare del libro, il Brave New World non raggiunge tutto il globo. Parallelamente alla zona di consenso, esiste una zona di coercizione. Fuori dalle terre dell’edonismo implacabilmente vacuo, esistono “riserve” private in cui i poveri e gli indigeni sono rinchiusi dentro recinzioni elettriche. In quei posti non ci sono veri e propri condizionamenti, ci sono i matrimoni e le famiglie, si dà vita a “superstizioni mostruose” come il cristianesimo o il culto degli antenati […]

 

Comunque c’è stato un aspetto importante del mondo moderno, che Huxley non aveva messo a fuoco. Nel Brave New World- neofeudale, se qualcuno è nato con ruolo assegnato deve accettarlo incondizionatamente. “Il segreto della felicità sta nell’apprezzare quello che si deve fare”. Però nel nostro mondo non vincono le comodità fatalistiche del feudalesimo, ma le bugie del neoliberismo. […] Il corollario “puoi diventare quello che vuoi” si deve leggere “tutto quello che sei è colpa tua”. Questo mito fondamentale del mondo moderno è riuscito, non a rendere tutti felici del proprio destino nella vita, ma a garantire che tutti si sentano in colpa per quello che sono; se fai ​​un lavoro pericoloso, senza sbocchi e sottopagato, deve essere perché TU sei troppo stupido, privo di talento o tanto indolente da non essere capace di meritare qualsiasi altra cosa. Questa produzione sistemica e la rappresentazione del disprezzo per se stessi – una caratteristica così integrante della vita contemporanea – non era una componente del Brave New World […]

 

A differenza di 1984, Brave New World aveva compreso che il mondo era diviso in una zona di consenso e una zona di coercizione, dove poteva esistere consenso da una parte solo perché la coercizione era stata esportata tutta dell’altra parte.  Ma oggi questa spaccatura va molto più in profondità, arriva fino in fondo all’anima nostra.

 

Dan Glazebrook  (tradotto da Bosque Primario)

 

 
Un'Internazionale Neocon PDF Stampa E-mail

4 Ottobre 2018

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Da Rassegna di Arianna del 2-10-2018 (N.d.d.)

 

In questi giorni Steve Bannon è sicuramente il personaggio che sta facendo parlare più di sé negli ambienti sovranisti. L’ex chief strategist di Trump è salito agli onori delle cronache per aver inaugurato “the Mouvement”, il movimento appunto, che dovrebbe essere collettore di tutti i partiti sovranisti d’Europa, da Marine Le Pen a all’FPO austriaco, da Victor Orban a Matteo Salvini. L’idea del consigliere di Trump è quella di creare una sorta di fondazione in grado di sostenere finanziariamente tutti i partiti populisti d’Europa. L’obiettivo dichiarato dallo stesso fondatore è quello di creare una organizzazione in grado di far fronte all’Open Society di George Soros che ha nel tempo finanziato con 32 miliardi di dollari, Ong, associazioni che promuovono l’immigrazione, la libertà in temi bio/etici come aborto e eutanasia, lega LGBT ecc. La creazione di un movimento Anti-Davos, in grado di organizzare le forze identitarie di tutta l’Europa contro le élite cosmopolite e i loro valori progressisti. Alle soglie delle elezioni europee del prossimo maggio, una “coalizione delle destre” concorrerà per prendersi un terzo del parlamento europeo. In campo quindi sembrano esserci due fazioni, una di stampo globalista, legata ai partiti di sinistra e alla finanza sorosiana; l’altra, un raggruppamento di tutti partiti nazionalisti d’Europa. Questo il quadro generale.

 

Quello che in questa sede ci interessa capire è se l’iniziativa di Bannon rappresenti una opportunità o riservi dei rischi, che cercheremo di analizzare. In una intervista rilasciata all’inviato del Giornale.it Sebastiano Caputo, il leader dell’Alt Right americana, traccia su un foglietto i nomi di tre paesi: Turchia, Iran e Cina. “Sono loro i nostri nemici” dai quali l’Occidente deve difendersi. Per fare ciò è necessario inglobare la Russia nel blocco occidentale e non più vederla come “nemico”. Dietro questi intenti distensivi di Bannon, le parole di elogio di Trump alla Russia di Putin, l’impegno comune contro il terrorismo, riemergerebbe il solito progetto di tagliare i ponti alla Russia attraverso dei “choke points” in Asia Centrale, dove come sempre, si gioca la partita eurasiatica. Ankara, Teheran e Pechino, sono indicati come nemici principali, solo perché la strategia delle amministrazioni americane precedenti hanno fallito, per cui, seguendo quel detto orientale “se non puoi uccidere il tuo nemico, abbraccialo”, la nuova strategia americana è in realtà una rivisitazione della vecchia dottrina Brezinski, che mira solo apparentemente ad armonizzare i rapporti con la Russia ma sempre creandole terra bruciata intorno, di modo da impedire la formazione del grande blocco euroasiatico. Come ricorda Caputo, per la formazione di una “green Belt” attorno alla potenza ex sovietica, è necessario coinvolgere Arabia Saudita, India, Pakistan, Egitto ed ovviamente Israele, soggetto quest’ultimo, su cui ritorneremo per comprendere meglio anche la figura di Bannon. In Europa poi, l’alleato-nemico di sempre è la Germania. La sua indipendenza economica, la riluttanza a certi dettami americani, come la contrarietà alle sanzioni all’Iran e il progetto di un raddoppio del gasdotto North stream, stanno portando al pettine diversi nodi irrisolti tra Washington e Berlino. Non a caso la rivoluzione giallo-verde è stata caldeggiata e promossa dagli States, con grande entusiasmo mostrato sia da Bannon che da Trump, proprio per indebolire la Germania. Ed è stata appunto l’Italia quel laboratorio socio-politico che ha visto emergere il “popolo contro le élites” e che sta avendo riverberi su tutto il continente.

 

I pericoli, come accennavamo, sono rappresentati dalla possibilità che gli identitarismi europei possano essere fagocitati da un paradigma neoconservatore, che riadattato ai tempi correnti, con nuovi miti e linguaggi, risulti funzionale alle strategie di dominio americano. I valori dell’ “Open Society”, il “dirittoumanismo”, la volatilizzazione dell’economia, non sono più gli strumenti adatti per gestire questa epoca di transizione. Ecco perché probabilmente i “think tank” del Pentagono (che sono poi i reali decisori di ogni partita che si gioca negli Usa), hanno marginalizzato “Wall street”. Necessario puntare su un capitalismo “illuminato”, più attento ai bisogni della gente e a modelli reali di sviluppo. Ciò che ci interessa capire, è quanto l’interesse degli Usa per i populismi europei sia strumentale al rilancio di una politica di potenza americana, considerando la retorica millenaristica che fa Bannon ed i paesi che designa come nemici. L’ossessione per l’Iran, l’abbraccio al Re Saud e soprattutto il legame con Israele e Bibi Netanyahu, sono troppo convergenti alla tradizione di un certo neoconservatorismo americano. Il vero volto del redattore di Braibhart, insomma, non sarebbe altro che quello di un neocon, ammantato da un nuovo linguaggio populista. Utilizzare i populismi per spaccare ed indebolire la UE ed al limite per “agganciarli” al nuovo corso della politica americana.

 

Come sembra plausibile, sono diversi i fattori che fanno sorgere molti dubbi sul consigliere di Trump e l’autenticità del suo progetto di una ”internazionale di destra”. Cavalcare l’onda populista, quindi, ma stando sempre attenti agli attori che cercano di addomesticarla ad interessi strategici, che,  è bene ricordarlo, sono sempre quelli di Washington.

 

Antonio Terrenzio

 

 
Sono rossobruno PDF Stampa E-mail

3 Ottobre 2018

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Da Comedonchisciotte dell’1-10-2018 (N.d.d.)

 

La premessa scontata è che il rossobrunismo è una bufala inventata dalla sinistra globalista e genuflessa al capitale finanziario, quella millantata sinistra che ha svenduto le ragioni dei lavoratori e dei ceti produttivi agli interessi dell’estremismo capitalista e della finanza speculativa, quella sinistra che ha colpevolmente confuso e incentivato a confondere l’inter-nazionalismo dei lavoratori con il cosmopolitismo del capitale, quella stessa sinistra incidentata e sinistrata che ha barattato i diritti reali delle persone con i diritti civili degli individui, la sinistra che oggi, con un pizzico di spudoratezza, manifesta contro un governo certamente discutibile e contraddittorio anche se oggettivamente in discontinuità con i governi che lo hanno preceduto nel corso della cosiddetta Seconda Repubblica. Ma codesta “sinistra” è dimentica di aver bollato come plebee e cialtrone le istanze legittime di ceti popolari che invocavano semplicemente lavoro e giustizia sociale, mentre i carrieristi a tinte rosse, pasdaran del pareggio di bilancio, accumulavano patrimoni e posizioni di privilegio, e, in ossequio agli ordini del capitale, condannavano alla miseria e alla nullità esistenziale intere generazioni.

 

Ma andiamo al dunque, e al mio polemico riconoscermi nella definizione di revisionista rossobruno. Sono ROSSOBRUNO perché lo fu Che Guevara, quando nel discorso all’Assemblea Generale dell’ONU dell’11 dicembre 1964 pronunciò il famoso motto “Patria o muerte!”. Pochi sinistroidi sono a conoscenza del fatto che la Rivoluzione Cubana (oggetto della mia tesi di laurea) fu innanzitutto una rivoluzione nazionale, patriottica e anti-imperialista, pur riconoscendo il contributo de Partito Comunista Cubano, e che Fidel Castro diventò comunista successivamente alla presa del potere. Sono ROSSOBRUNO perché l’AUTODETERMINAZIONE dei POPOLI, ovvero il diritto di un popolo a decidere del proprio destino nella propria terra, è la premessa della Sovranità Popolare, a sua volta premessa per lo sviluppo di una prospettiva di una società socialista, di libertà ed uguaglianza sociale. Sono ROSSOBRUNO perché sono un populista, e affermo il populismo come una opzione, alternativa ad altre populiste, unica per la costruzione del politico verso il Socialismo. Populista fu Che Guevara quando scrisse “La caduta di Peron mi tocca molto. […] Con lui l’Argentina svolgeva, per noi che localizziamo il nemico a nord, il ruolo di paladino del nostro pensiero.” Populisti sono stati Chàvez, Evo Morales, Lula da Silva, ed io mi dichiaro populista insieme a loro. Sono talmente ROSSOBRUNO da considerare la Costituzione Italiana del 1948 come il documento politico più evolutivo e ideologicamente pregnante di tutto il Novecento italiano, faro luminoso a indicare la rotta verso la democrazia e il socialismo, mentre i sinistri italiani agli ordini della finanza di JP Morgan hanno provato a rottamarla. Sono ROSSOBRUNO come lo fu Pier Paolo Pasolini, quando la sua geniale e profetica diffidenza gli fece prendere le distanze dai sessantottini figli di papà schierandosi con i poliziotti proletari; anni dopo i ribelli dell’illimitatezza del desiderio diventarono classe dirigente nella sinistra e nel Paese, contro il Paese e gli interessi nazionali e popolari e a difesa del capitale globalizzato. Sono e resterò Rossobruno fin quando gli imbecilli in pantofole, al riparo dei loro privilegi, non comprenderanno le ragioni di una richiesta di giustizia sociale e di riscossa nazionale che passa attraverso la definitiva sepoltura, nel nome del socialismo e della democrazia, della sinistra che ha tradito e della oligarchia finanziaria a cui essa è asservita.

 

Franz Altomare

 

 
Primato della politica sulla finanza PDF Stampa E-mail

2 Ottobre 2018

 

Da Comedonchisciotte del 29-9-2018 (N.d.d.)

 

All’inizio dell’ottavo capitolo dei “Promessi Sposi”, il nostro Don Abbondio, quello che il “coraggio uno non se lo può dare”, mentre stava leggendo un libro per caso, gli capita di leggere il nome di un filosofo per caso “Carneade chi era costui?”, di cui lui non conosceva nulla, se non che forse l’aveva sentito nominare almeno una volta lungo il pavido, inutile corso della sua vita. Ora noi potremmo dire la stessa cosa… la “politica” che razza di animale è? Un sarchiapone che inquieta solo a nominarlo, o un unicorno uscito da una sorta di bestiario contemporaneo. Se la politica il coraggio non se lo può dare, a cosa serve? Ora sembra che il governo giallo/verde di coraggio ne abbia da vendere, determinato a liberarsi dalle sacche finanziarie in cui è stato cacciato. Manovra demagogica ha detto qualche barbagianni in tour mediatico, dimenticando che invece il DEF ha rappresentato finalmente l’affermazione della politica sulla finanza, sfidando la maglia di veti e vincoli europei, che hanno contribuito ad aumentare il livello di povertà in Italia, ridotta a fanalino di coda dell’UE. Demagogica al contrario è stata la politica dell’UE, che ha raccontato bufale a partire dal trattato di Maastricht, ha introdotto il prolisso e delirante trattato di Lisbona, imposto ai popoli europei dopo che Francia e Olanda avevano bocciato la costituzione, adottato una moneta unica che ha massacrato l’economia dei paesi Piigs, definiti con un termine dispregiativo per la prima volta dopo la Seconda Guerra Mondiale, utilizzato un sistema finanziario terroristico, composto di una BCE privata, uno spread da golpe, agenzie di rating che condannano o assolvono gli stati, come vestali protettrici dell’unico dio denaro, e imbrogli continui da parte del paese “locomotiva”, che in realtà ha disegnato Maastricht a proprio uso e consumo, producendo il surplus più alto del globo, con politiche inflazionistiche e protezionistiche, proibite a tutti gli altri membri. Proprio la Germania, che dopo due guerre mondiali combattute per l’egemonia in Europa, ora l’ha ottenuta tramite una moneta unica ed un surplus da record. Altri gufi e strigiformi tuonano e fulminano dallo Spiegel “L’Italia sta pianificando un’orgia di spesa per i prossimi tre anni e continuerà ad aumentare il suo debito già gigantesco.” Il loro mestiere da mestieranti è quello di inquinare il senso comune, di avvelenare i pozzi del nuovo Zeitgeist che avanza, per difendere il potere liberista che ha dominato finora ed ancora domina nelle catacombe del deep state.

 

Tuttavia la sfida del governo populista è iniziata e proseguirà con determinazione finché ci saranno le condizioni per farlo. Non solo è stato snobbato il ministro Giovanni Tria, che voleva limitare il deficit all’1,6 per cento, ma con lui anche la Commissione europea. “Il messaggio dall’Italia è chiaro: sfidiamo l’Europa“, afferma Guntram Wolff, direttore dell’influente think tank Bruegel. Anche dal Parlamento europeo sono arrivate aspre critiche. Il vice della CSU Markus Ferber ha parlato di “uno schiaffo in faccia alla Commissione europea”. L’Italia dovrebbe avere “un chiaro impegno a ridurre il deficit del bilancio strutturale”. Ignorando tutto ciò, Di Maio e Salvini “portano l’Italia sempre più vicina al limite dell’abisso”. Poi il presidente del Parlamento italiano, Antonio Tajani, si è detto molto “preoccupato”. I bilanci governativi “non aumenteranno l’occupazione, ma rappresentano un problema per il risparmio degli italiani”. L’eurodeputato verde Sven Giegold ha descritto il bilancio italiano come “non solo economicamente irragionevole, ma anche contro le leggi europee”.

 

I mercati hanno già reagito a modo loro. Alla Borsa di Milano, i titoli di stato italiani hanno avuto il loro peggior momento in tre mesi. Lo spread così detestato è balzato al livello più alto delle ultime tre settimane. L’Italia dovrà pagare tassi di interesse significativamente più alti per i suoi debiti, vecchi e nuovi. L’obiettivo di deficit al 2,4% del Pil per il triennio 2019-2021 è stato comunque una scelta necessaria e coraggiosa, perché anche se non significativamente espansiva, tuttavia può risollevare l’economia reale, in particolare la domanda interna, secondo riconosciuti parametri keynesiani, e in contrasto con quelli del Fiscal Compact. Evita soprattutto il tradimento delle promesse elettorali del voto del 4 Marzo, affidando speranze e risposte alla prepotente domanda di riscossa sociale delle periferie e delle classi medie, proponendo un possibile riscatto alla demolizione dei diritti sociali imposta dalle deliranti politiche eurocratiche degli ultimi anni. L’obiettivo scritto nella Nota di Aggiornamento al Def non dovrebbe essere rischioso per la stabilizzazione del debito pubblico, perché la crescita dovrebbe essere assicurata, favorita dall’aumento della massa monetaria in circolazione, grazie alla quale il debito pubblico si trasforma quotidianamente in ricchezza privata… e il debito lo si ripaga solo attraverso una crescita economica progressiva. La reazione della BCE e il comportamento dei principali acquirenti dei nostri Titoli di Stato sono ancora tutti da prevedere. Ma l’UE non può fare a meno dell’Italia e l’ultimo giudizio di Pierre Moscovici, che dopo aspre critiche ha cercato una mediazione, lascia ben sperare: “Il provvedimento è fuori dai paletti UE, ma allo stato attuale non c’è interesse ad aprire una crisi con il governo italiano e nemmeno a far partire una procedura che porti a sanzioni”.

 

I governi di Stati Uniti, Russia e Cina visitati di recente dai nostri Ministri economici e dal Presidente del Consiglio, per i loro interessi geo-politici nel vecchio continente, azioneranno le leve dei loro potenti fondi più o meno sovrani? Si apre un dibattito inedito, ma finalmente ritorna il primato della politica sull’economia, condizione necessaria per affermare il primato della sovranità costituzionale. Così come ha detto il premier Conte alla conferenza dell’ONU “Quando qualcuno ci accusa di sovranismo e populismo, amo sempre ricordare che sovranità e popolo sono richiamati dall’Art.1 della Costituzione italiana, ed è esattamente in quella previsione che interpreto il concetto di sovranità e l’esercizio della stessa da parte del popolo”. E giustamente ha richiamato la comunità internazionale alle responsabilità nei confronti dell’Italia soprattutto nella gestione dei migranti, perché da anni è stata lasciata sola nelle operazioni di soccorso e salvataggio nel Mediterraneo di molte migliaia di persone, che così sono state sottratte alla morte.  Sovranismo, populismo e Costituzione sono state le parole chiave del suo discorso, per rimarcare in questo modo il cambio di rotta della politica italiana. Inaspettatamente anche il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano ha commentato: “Il Pd non può difendere interessi lobbistici, deve tornare a essere un partito di popolo. Deve cambiare giudizio anche su questa manovra, che è di sinistra”. Insomma sembra sia passato un secolo dalla notte del 27 maggio, quando Sergio Mattarella aveva appena rispedito al mittente la squadra dei ministri proposta da Lega e M5S.  Mattarella faceva resistenza e tentava di mettere in pista un nuovo governo Cottarelli, che non sarebbe stato votato da nessuno, tranne forse che dal Südtiroler Volkspartei, poi le cose si ricomposero con un compromesso (forse anche con una spintarella trumpista), con la nomina di Giovanni Tria al MEF, al posto di Paolo Savona. Un nome di tutta tranquillità, un professore che doveva garantire il Colle, che doveva frenare le turbolenze del governo, ma che sembrò accettabile dalla maggioranza giallo-verde. Alla fine il ministro Tria, che ha passato mesi a garantire il rispetto dei vincoli, ha dovuto cedere ed è stato costretto ad accettare il deficit al 2,4%. Orrore orrore ! Ma di che cosa parliamo? Se sotto i governi liberisti abbiamo avuto i seguenti rapporti Deficit/Pil: 2011 al 3,5%, 2012 al 3,0%, 2013 al 2,9%, 2014 al 3,0%, 2015 al 2,6%, 2016 al 2,5%, 2017 al 2,3% … e comunque il debito pubblico è progressivamente aumentato. Oggi però tutti a stracciarsi le vesti e a gridare al rischio bancarotta per un 2.4 %. Il percorso della manovra è solo all’inizio, e magari il 2,4% sarà sfondato, però finalmente una manovra che ridistribuisce reddito tra i cittadini bisognosi e rifiuta di fare il bankomat delle banche (85 miliardi negli ultimi 6 anni). In queste prime ore di schizofrenia politico mediatica, dove i media massacrano il governo, che invece continua a mantenere un alto consenso popolare, c’è almeno un aspetto inequivocabile: la sfida all’UE è solo all’inizio, vedremo quale sarà il limite del coraggio. Per il momento se Bruxelles boccia in tronco la manovra regala consenso ai populisti, se la approva sconfessa i vincoli di bilancio. In ogni caso le vie verso la dissoluzione sono molteplici e le prossime europee potrebbero cambiare tutti gli equilibri del vecchio continente.

 

Rosanna Spadini

 

 
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