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Tre casi di ipocrisia PDF Stampa E-mail

1 Aprile 2019

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Da Comedonchisciotte del 30-3-2019 (N.d.d.)

 

Il recente annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che gli USA riconosceranno la sovranità di Israele sulle Alture del Golan richiama ancora una volta l’attenzione sui doppi standard applicati dalla NATO e dai suoi satrapi, tra cui l’Australia, ai problemi dell’integrità territoriale, al diritto all’autodeterminazione, e alla legislazione internazionale.  Questi tre casi sono esplicativi della duplicità e dei doppi standard delle nazioni occidentali. Possono essere rivisti in ordine cronologico.

 

Le Alture del Golan fanno parte del territorio sovrano dello stato siriano. Nel giugno del 1967, insieme alla Cisgiordania palestinese (all’epoca facente parte della Giordania) e alla striscia di Gaza, erano state occupate da Israele alla conclusione della Guerra dei Sei Giorni tra Israele, Egitto, Siria e Giordania. Da allora, Israele continua l’occupazione della Cisgiordania e delle Alture del Golan. Mantiene inoltre un blocco su Gaza, che causa enormi sofferenze ai suoi abitanti. Esiste una legge internazionale consolidata (Quarta Convenzione di Ginevra del 1949), secondo cui gli stati non possano continuare ad occupare territori invasi durante conflitti armati. Il 22 novembre 1967, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione 242, aveva chiesto all’unanimità ad Israele di ritirare le sue forze militari dai territori occupati. Questa richiesta era stata ignorata da Israele, che, dal 1968, ha violato 32 risoluzioni delle Nazioni Unite, di gran lunga il maggior criminale internazionale (la Turchia è seconda, con 24 violazioni nello stesso periodo). Nel 1981, Israele aveva approvato la Legge sulle Alture del Golan, con cui dichiarava di annettere le Alture del Golan siriano. La risoluzione 497 del 17 dicembre 1981 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva definito la presunta annessione “nulla e non avvenuta e senza effetto legale.” Che Israele continui ad ignorare gli obblighi previsti dal diritto internazionale non è sorprendente. Gli Stati Uniti, gli altri paesi della NATO e l’Australia non solo non impongono alcuna sanzione ad Israele per le sue continue violazioni, non consentono nemmeno che una tale possibilità venga presa in considerazione. Anche solo sollevare la questione richiama immediatamente accuse di antisemitismo ed altre assurdità da parte della lobby ebraica, immensamente potente nella maggior parte degli stati occidentali. L’annuncio di Trump viene dopo una dichiarazione analoga dell’anno scorso, in cui si riconosceva Gerusalemme come capitale di Israele. Questa non è solo una violazione del diritto internazionale, ma va anche contro le risoluzioni che gli stessi Stati Uniti avevano sostenuto in passato (come nel caso delle alture del Golan). Il caso del Kosovo è completamente diverso, ma tocca una serie di punti importanti. Il Kosovo è etnicamente e linguisticamente albanese, sebbene facesse parte dell’ex Jugoslavia. C’era una forte corrente all’interno del Kosovo che voleva l’indipendenza dalla Jugoslavia. Quel movimento indipendentista era stato sostenuto dagli Stati Uniti. Tra marzo e giugno 1999 gli Stati Uniti avevano bombardato la Serbia per indurre i Serbi a ritirare le loro forze militari dal Kosovo. I bombardamenti erano stati fatti senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza, non rientravano nelle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite e, di conseguenza, costituivano una grave violazione del diritto internazionale. Dopo la cessazione dei bombardamenti, il 10 giugno 1999, la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva concesso l’autonomia al Kosovo, nell’ambito però della Repubblica Federale di Jugoslavia. Il 17 febbraio 2008, il Kosovo aveva dichiarato unilateralmente l’indipendenza dalla Jugoslavia. Non si era tenuto alcun referendum, ma è giusto dire che la risoluzione era stata sostenuta dalla maggioranza dei Kosovari, in particolare quelli di etnia albanese, che comprende l’88% della popolazione del Kosovo. L’8 ottobre 2008, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva chiesto alla Corte Internazionale di Giustizia un parere consultivo sulla dichiarazione di indipendenza del Kosovo. La decisione della corte era stata resa pubblica il 22 luglio 2010. La corte aveva preso atto della lunga storia delle dichiarazioni unilaterali di indipendenza dal diciassettesimo secolo in poi, la maggior parte contrastate dalle nazioni genitrici. La corte aveva concluso che “il diritto internazionale non conteneva alcun divieto per le dichiarazioni di indipendenza” (paragrafo 79) e che “la dichiarazione del 17 febbraio 2008 non violava il diritto internazionale generale” (paragrafo 84). Gli Stati Uniti avevano un particolare interesse per il Kosovo, compresa, in particolare, la possibilità di stabilirvi una base militare di una certa importanza (Camp Bond Steel). Questa base funziona, tra l’altro, come un importante punto di transito per l’eroina afgana, controllata dagli Stati Uniti e dalle loro forze alleate in Afghanistan. Non sono state applicate sanzioni agli Stati Uniti per i suoi bombardamenti illegali sulla Siria, né al Kosovo per la sua dichiarazione unilaterale di indipendenza. La maggior parte dei paesi del mondo ora riconosce il Kosovo come uno stato indipendente e separato.

 

La Crimea è stato un caso ancora diverso, ma comprende anche diversi aspetti rilevanti. La Crimea era entrata a far parte dell’Impero Russo nel 1783. Il 18 febbraio 1954, il Presidium del Soviet Supremo dell’URSS aveva emesso un decreto che trasferiva la Crimea all’Ucraina. Non si era tenuto alcun referendum per sentire l’opinione della popolazione crimeana e, se ci fosse stato, con tutta probabilità il trasferimento sarebbe stato respinto. Il trasferimento era stato voluto dall’allora leader sovietico Krusciov, lui stesso ucraino. L’assenza di procedure democratiche è rafforzata dal fatto che il trasferimento era, di per sé, una violazione delle leggi sovietiche. Nei decenni successivi i rapporti tra i Crimeani e il governo ucraino erano rimasti difficili. La Crimea godeva dello status di “repubblica autonoma”. Questo malessere era precipitato nel febbraio 2014, quando il governo dell’Ucraina, regolarmente eletto e internazionalmente riconosciuto, era stato rovesciato da un golpe organizzato e finanziato dagli Stati Uniti. Il nuovo governo ucraino era anti-russo e di orientamento apertamente fascista. Nessuna di queste caratteristiche era accettabile per i Crimeani che, come gli Albanesi in Kosovo, avevano in gran parte una sola lingua, cultura ed etnia, e si consideravano russi a tutti gli effetti. Un referendum era stato rapidamente organizzato (a differenza del Kosovo) e l’affluenza alle urne era stata dell’83,1%, di cui il 95,5% aveva votato a favore della riunificazione con la Russia. La Duma russa, a sua volta, aveva deliberato l’accettazione della Crimea nella Federazione Russa.

 

I media e i politici occidentali usano costantemente il termine “annessione” per descrivere la reincorporazione della Crimea nella Federazione Russa. L’Oxford English Dictionary definisce l’annessione come sinonimo di “sequestro, occupazione, invasione, conquista, acquisizione, appropriazione ed espropriazione.” Nessuno di questi termini descrive in modo accurato la sequenza degli eventi in Crimea. Non c’è differenza nel diritto internazionale tra ciò che il Kosovo ha fatto con l’approvazione della Corte Internazionale di Giustizia e quello che hanno fatto i Crimeani. Quest’ultimo evento è stato probabilmente molto più democratico, in quanto determinato da uno schiacciante risultato elettorale a sostegno della separazione dall’Ucraina e del ricongiungimento con la Russia. Tuttavia, le conseguenze sono state molto diverse. La Russia è stata oggetto di una diffamazione senza limiti. Lo stato russo e molti leader politici e dirigenti d’impresa sono stati sottoposti a sanzioni. Basta chiedersi: sarebbe successo se la Crimea avesse votato per lasciare la Federazione Russa e aderire all’Ucraina? La schiacciante probabilità è che la Crimea sarebbe stata accolta a braccia aperte e la sua popolazione applaudita per aver fatto la scelta giusta. La Crimea è strategicamente importante, e questo è il motivo per cui gli Inglesi avevano combattuto i Russi nella guerra di Crimea (1853-1856), e perché uno dei principali obiettivi geopolitici dell’interferenza degli Stati Uniti in Ucraina era quello di privare i Russi della base navale di Sebastopoli.

 

La storia di questi tre episodi (Golan, Kosovo e Crimea) è un esempio dei doppi standard e dell’ipocrisia che caratterizzano la geopolitica occidentale. Le ultime dichiarazioni di Trump sulle Alture del Golan non fanno altro che ribadire la tesi.

 

James O’Neill (tradotto da Markus)

 

 
Capi senza partito PDF Stampa E-mail

31 Marzo 2019

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I nomi di Salvini e della Meloni sono nel simbolo del partito. Quello di Grillo è stato tolto ma c'era. Restano due partiti, tra i "grandi", Forza Italia, che non ha avuto bisogno di un nome inserito nel simbolo, perché è sempre stata un partito con un fondatore finanziatore leader, e il PD. Quest'ultimo partito è stato negli ultimi anni il PDRenzi, anche se ora è tornato in mano ad un segretario, molto modesto ma un segretario.

 

Non sto parlando del merito delle proposte politiche, che sono estranee al post. Sto soltanto sottolineando che il livello demenziale della politica italiana e la crisi della Repubblica sono conseguenze ineludibili dei partiti personali, nominali verrebbe da dire. Ma a nessuno interessa niente. Tutti in cerca di un leader anziché di un partito, ossia di una vasta classe dirigente, coerente organica disciplinata, conformata da una lunga militanza e testata dal rispetto di uno statuto e dalla dimostrazione di capacità e serietà. E allora continuiamo a farci del male.

 

Stefano D’Andrea

 

 
Giustizia inquinata dal possibilismo relativista PDF Stampa E-mail

29 Marzo 2019

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Da Rassegna di Arianna del 20-3-2019 (N.d.d.)

 

Che giustizia e diritto non siano concettualmente dei sinonimi, ma rappresentino due entità spesso conflittuali è un dato di fatto. La Giustizia si rifà a un principio di eternità, al dispositivo simbolico sovratemporale di ordine, di equilibrio, di armonia. La Giustizia rappresenta quel cosmo, da cui etimologicamente deriva cosmesi, bellezza, e che è in perfetta e perenne antitesi al caos, ovvero all’instabilità, alla confusione, alla discordanza, alla bruttura finale. La Giustizia si rifà alla virtù: segna, determina e controlla la totalità della perfezione, stimola la tensione al suo raggiungimento e punisce la sua inosservanza. Essa definisce come le persone devono essere e diventare nella prospettiva trascendente di un bene comune oltre l’immanenza della storia.  La Legge si rapporta al Diritto e questo al giusto, alla morale, ai valori. La “giuridizzazione” dell’esistenza si basa sul sociologismo e sullo storicismo: due criteri che negano il concetto assoluto di giustizia, ma che determinano – contemporaneamente – il parametro del divenire, del cambiamento, dell’adeguamento al tempo e all’individuo. Il poeta Simonide, noto per la sua dedizione al mecenatismo, in uno dei suoi epigrammi sentenziò: “Fare bene agli amici, male ai nemici”. Un canone di giustizia senza sbavature interpretative che, al netto della brutalità valutabile secondo il buonismo odierno, rende perfettamente l’idea di ciò che può, e dovrebbe essere, l’applicazione della norma stabilita. Gli amici della comunità, i sodali di un destino, i portatori di un retaggio condiviso; i nemici interni ed esterni dell’ordine costituito e dell’armonia del sistema. In questa cornice, il trasgressore non è solo in conflitto con un suo simile, ma infrange direttamente un patto collettivo.

 

Fatte queste dovute premesse, il problema odierno della giustizia – appositamente definita con l’iniziale minuscola – è il passaggio dalla “giustizia giuridica” di Aristotele alla “giustizia politica” del pensiero moderno. Dove per politica non si intende la concretezza fattuale delle correnti del Consiglio Superiore della Magistratura, le esternazioni ideologiche di taluni magistrati o la loro appartenenza ad una o all’altra compagine partitica, ma la deformazione simbolica della sua funzione. L’etica asettica e centrata al dovere ha lasciato il posto alla morale inquinata e variabile del possibilismo relativista. La sobrietà del giudizio ha lasciato il posto alla dittatura dei buoni sentimenti. Saltano gli stessi tre paradigmi della logica aristotelica: di identità, di non contraddittorietà e del terzo escluso, in una confusione frustrante e demoralizzante che è palpabile negli stessi dispositivi di certe sentenze. Viene meno la chiarezza di ruolo tra vittima e carnefice in una indistinta partecipazione all’evento criminoso. Il reo è quello che ha compiuto un illecito nei confronti di un altro individuo, e il giudice diventa non solo e non più il terzo che applica la sanzione, ma un mediatore tra le motivazioni del primo e le conseguenze sul secondo, con il ruolo di esaminatore psicologico e di interpretatore sociale delle esigenze delle parti. Ad aggravare il già precario quadro della giustizia è l’atteggiamento deresponsabilizzante nei confronti del reo, con l’implicito giustificazionismo a riguardo dello stesso, e il carico penale nei confronti della vittima in caso di una sua reazione più o meno violenta. Ecco, quindi, chiarite talune sentenze che appaiono agli occhi di tutti – o quanto meno di coloro che non sono offuscati dalla retorica buonista e indulgente – come paradossali, inquietanti e sostanzialmente ingiuste: agente o militare condannati a risarcire il rapinatore fuggitivo, l’esercente condannato per aver ferito il malvivente, cittadino incarcerato per aver reagito ad un’aggressione, spacciatore messo in libertà perché lo spaccio è la sua unica fonte di reddito, rom condannato ai domiciliari e all’obbligo di firma ed altre numerosissime e tragicamente amene distorsioni delle sedicente giustizia. La giustizia è stata maternalizzata nel suo esercizio, con la prevalenza della scusante per il reo sempre sostenuto nella redenzione (della serie “so’ ragazzi”, tanto per chiarirci in termini popolari), ed è stato espulso dallo stesso esercizio quella funzione paterna che in termini psicoanalitici e non rappresenta la Legge, la Realtà, il Dovere, la Responsabilità. Se poi, alla fine, ci aggiungiamo il mercanteggio della sanzione e la quantificazione economica della condanna, allora il cerchio si chiude e il tradimento della giustizia si compie con la commercializzazione della pena. Non saranno le più o meno fantasiose riforme a risolvere questo annoso problema, perché la questione riguarda una vera e propria rivoluzione del pensiero, una inversione di rotta che è innanzitutto psichica e simbolica. La Giustizia e il Diritto sono due paradigmi troppo importanti per lasciarli ad affrontare ai legulei.

 

Adriano Segatori

 

 
Fascismo storico, non eterno PDF Stampa E-mail

27 Marzo 2019

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Da Rassegna di Arianna del 24-3-2019 (N.d.d.)

 

Come oggi, cent’anni fa, venne al mondo il Male Assoluto, il Fascismo Eterno. Curioso che la diabolica Eternità abbia un atto di nascita: il 23 marzo del 1919, a Piazza San Sepolcro, a Milano, nacquero i Fasci di Combattimento. Il Fascismo eterno ebbe due genitori senza i quali non sarebbe venuto al mondo: il socialismo e la guerra (o l’interventismo). Non capiremmo il fascismo senza risalire ai suoi genitori. Il fascismo è dentro la storia del socialismo, come un suo capitolo interno: il fascismo ne fu figlio e figliastro, eredità e reazione. Se è eterno il fascismo, eterno dovrebbero essere pure il socialismo da cui nacque e il conflitto da cui scaturì. In realtà i fenomeni storici sono parabole: hanno un’alba, un apice e un tramonto, di cui restano eredità, tracce e memorie. Il fascismo come il comunismo può a volte riaffiorare o riecheggiare ma non è eterno. Storicizzare il fascismo è l’unico modo per comprenderne il senso, la portata e gli effetti.

 

Il fascismo ebbe un destino circolare: nacque da una guerra, morì in una guerra, il suo ventennio è racchiuso tra due bienni rivoluzionari, quello iniziato a San Sepolcro nel ’19 e quello finale, sancito dalla Carta di Verona nel ’43. Il fascismo nasce come eresia nazionale del socialismo e finisce a Salò come eresia sociale del nazionalismo. Fu figlio di Padre Coraggio e Madre Paura: il coraggio degli arditi e reduci di guerra e la paura del comunismo esploso in Russia che minacciava di arrivare da noi. Padre Coraggio era reduce da una guerra vinta, patita e tradita a Versailles. E Madre Paura chiamava a raccolta i suoi figli spaventati dalla minaccia bolscevica. La Vittoria mutilata e il biennio rosso di violenze giustificarono il fascismo; poi, una guerra disastrosa e un biennio di guerra civile lo affossarono. Dal connubio di coraggio e paura, il coraggio dei combattenti e la paura dei benpensanti, nacque il binomio Fascismo-Italia. Audacia rivoluzionaria, timore conservatore.

 

La parabola di Mussolini, dalla direzione de l’Avanti! al Popolo d’Italia e poi al fascismo, è scandita da tre riviste: nel 1913 fonda Utopia, rivista socialista; poi dalla guerra nasce Ardita, rivista combattentista, quindi fonderà Gerarchia. Tre testate riassumono il passaggio dall’utopia alla realtà, passando per il fronte. Alle sue origini, il fascismo era un movimento radicale, rivoluzionario e repubblicano, anticlericale. Era sinistra nazionale e rivoluzionaria, vi confluirono pure i fasci d’azione internazionalista di Filippo Corridoni (morto in trincea), di Michele Bianchi (poi quadrumviro della Marcia su Roma) e Massimo Rocca. Nel programma dell’adunata del 23 marzo spiccava in primis il richiamo ai Caduti, il culto dei morti, la prosecuzione in pace dell’interventismo guerriero; poi il “sabotaggio” dei partiti neutralisti, la condanna del bolscevismo e la ripresa nazionale e patriottica del socialismo; quindi la preferenza repubblicana, la necessità di modernizzare il Paese con la rivoluzione sociale ma anche svecchiando l’industria, ritenuta ancora “retrograda”. Spiccava nel programma di San Sepolcro il ripudio di “ogni forma di dittatura”, il richiamo a una “democrazia economica” e l’idea di abolire il Senato (non riuscì nemmeno a Mussolini, figuriamoci se poteva riuscire a Renzi); sullo sfondo riverberava l’auspicio dei futuristi di “svaticanare l’Italia”. Dieci anni dopo sarà Mussolini a realizzare il Concordato tra Stato fascista e Chiesa… Il 3 luglio del ’19, per la prima volta Mussolini titolerà un articolo tra virgolette: Il “Fascismo”. Di recente il fascismo è stato ridotto al razzismo che fu un corpo estraneo almeno fino alle infami leggi razziali legate alla contingenza di tempi e alleanze, dopo l’isolamento con le Sanzioni. L’originalità del fascismo fu la sintesi tra il sociale e il nazionale, popolo e gerarchia, stato e mercato, rivoluzione e tradizione. La sua dannazione fu imporre la volontà di potenza, attraverso la guerra, la violenza e la coercizione. Le sue opere invece restano, sfidano il tempo e la cecità rabbiosa di chi le nega.

 

Può rinascere oggi il fascismo? Se il fascismo nasce da una guerra, da una generazione di arditi che torna dal fronte, dal socialismo di cui eredita metodi ma non scopi, dal nazionalismo e dal sindacalismo rivoluzionario, dal pericolo bolscevico e dalla poesia futurista e dannunziana, non c’è alcuna possibilità di fascismo oggi. Un contesto mutato, un conflitto che si trasferisce in video e sui social, un mondo interdipendente, global, dominato dall’economia e un’Italia ingessata nelle regole europee. In quel tempo dilagava la nazionalizzazione delle masse, come la definì George Mosse; oggi prevale la globalizzazione delle masse, ridotte in folle solitarie. Cent’anni fa, nel ’19, l’America che con Wilson si poneva alla guida del mondo, la Russia bolscevica divenuta Urss e il nascente fascismo furono accomunati da un’espressione: Ordine nuovo. Dette il nome nel ’19 alla rivista di Gramsci e Togliatti, laboratorio dell’italo-comunismo, fu il proposito di Mussolini ma fu anche la locuzione stampata sul dollaro Usa. E poi nel 1919 c’era lo slancio vitale di una società giovane e audace, di una società prolifica e ancora povera, c’era una generazione temprata dal fronte e affamata di futuro e c’era l’orrore di una guerra che aveva “rottamato” milioni di ragazzi, tra vittime, feriti e sbandati. Oggi c’è una società vecchia e sfiduciata, una democrazia di massa avvizzita nel benessere, nel malessere e nel malaffare, e c’è la lezione tragica del ‘900 che ci ricorda come sono andate a finire le rivoluzioni rosse e nere. Oggi non ci sono condottieri ma conducenti, la sovranità è tecno-finanziaria, il potere militare si è trasferito alla magistratura, l’ideologia cede al mercato; la devozione è passata dalla religione alla fiction o le pop-star, la storia si riduce al presente. Non si va in trincea ma on line. Quel 23 marzo di cent’anni fa è lontano anni luce.

 

Marcello Veneziani

 

 
Nessuna svolta strategica PDF Stampa E-mail

26 Marzo 2019

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Da Rassegna di Arianna del 24-3-2019 (N.d.d.)

 

Da oggi l’Italia è una colonia cinese. Lo scrivono i giornali. Prima che i mandarini ci invadessero con le loro merci eravamo un Paese libero. Ora i nostri figli nasceranno con gli occhi a mandorla e ci abbasseremo mediamente di qualche centimetro all’anno. La pelle dei connazionali tenderà sempre più al giallo e pronunceremo la “l” al posto della “r” per empatizzare linguisticamente con i nostri nuovi padroni. Dopo l’Inter anche la Juventus passerà ai cinesi e non vincerà più un campionato. Gli oggetti si romperanno presto ma non ci prenderemo la briga di ripararli perché costeranno meno e li sostituiremo con altri di più scarsa durata. Diremo Amelica anziché America e calo anziché caro. Che brutta china con la Cina vicina. Eppure qualcosa non torna in questi racconti da quattro renminbi che leggiamo sui quotidiani. Con l’iniziativa di accogliere i cinesi a braccia aperte ci saremmo inimicati tutti, dall’Ue agli Usa, i quali non vedono bene un simile avvicinamento. Pechino è il primo competitore dell’Occidente a livello mondiale, dicono questi grandi analisti del piffero, eppure Washington e Bruxelles, nonostante qualche rimbrotto, ci avrebbero lasciati fare. Siamo seri. Se gli americani non si sono opposti, con tutte le loro forze, come in occasione degli accordi coi russi per i gasdotti, è perché non temono così tanto l’Impero di Mezzo come altri avversari, meno intraprendenti economicamente ma molto più attrezzati militarmente e “geopoliticamente”. I rapporti che contano, quelli che riguardano i settori strategici, non sono stati toccati e, per esempio, il 5G è stato escluso dai documenti firmati. Anzi, storicamente gli Usa hanno legato con la Cina per limitare lo strapotere sovietico e ci sono riusciti nonostante i due giganti comunisti condividessero, sulla carta, una speculare ideologia. Nemmeno la solidarietà tra bandiere rosse impedì a Mao di accordarsi con Nixon, considerati i problemi avuti con Mosca, soprattutto dopo la morte di Stalin, profondamente stimato dal Grande Condottiero.

 

La carta stampata però fa un mestiere sporco e anziché dare notizie rovescia la realtà per servire le menti che tirano i fili dei suoi falsi discorsi. Possiamo star certi che le intese sino-italiane rientrano in quella marginalità di movimento consentita da Washington ai pianeti della sua orbita e non inficiano il quadro strategico complessivo dell’Egemone. Anzi, si tratta di “tolleranze” ammesse allorché sono in atto mutamenti negli equilibri mondiali e nei rapporti di forza generali. Rammentiamo ancora una volta ai pennivendoli che i cinesi potrebbero essere rintuzzati in qualsiasi momento dai nostri protettori oltreoceanici perché costoro hanno basi e armamenti sul suolo nazionale. Ma i botoli dei media si fanno terrorizzare dai Panda Bond coi quali i Wang, gli Zhang e i Chen avrebbero dato il via alla colonizzazione del Bel Paese. C’è una tara economicistica che fa credere ai più che basti comprarsi i titoli di uno Stato per controllarlo, così in quest’ottica la Cina sarebbe persino più potente degli Usa perché possiede il debito pubblico americano. Ovviamente, sono balle che i sedicenti esperti alimentano per nascondere altro, cioè che essi ricorrono alla stupidità per meglio servire la propaganda dei dominanti. Riporto, con commento tra parentesi quadre, un florilegio di tutte queste sciocchezze apparse ieri su un quotidiano nazionale molto vicino alla Lega: “Si chiamano «Panda Bond» e trasformeranno l’Italia in una riserva cinese. Sono le nuove obbligazioni che da oggi la Cassa Depositi e Prestiti potrà emettere per finanziare le aziende italiane che operano in Cina, ma denominate in renminbi e scambiate esclusivamente sul mercato del Dragone. Di fatto un pezzo del nostro apparato produttivo che il presidente Giuseppe Conte ha ceduto in uno dei tanti accordi firmati con Xi Jinping. E siamo pure contenti: masochismo puro”... “Con questi modi il gigante asiatico intende colonizzare il mondo: lo ha già fatto con l’Africa, dove ha fornito capitali per grandi opere pubbliche, salvo richiedere indietro con interessi salati i fondi anticipati, diventando proprietaria delle infrastrutture [qui ci si dimentica di dire che i cinesi sono stati sbattuti fuori da qualche paese africano, perdendo tutti i loro investimenti e senza risarcimenti, grazie all’aiuto di una manina occidentale, a testimonianza del fatto che la sola economia non può nulla contro la minaccia armata dei prepotenti]... “Perché è vero che gli accordi commerciali e industriali sono sacrosanti in quanto portano sviluppo e benessere [solita leccatina al libero-scambio, non guasta mai soprattutto quando si sta scrivendo di impedire di far circolare liberamente le merci perché non sono quelle ‘giuste’], ma è altrettanto vero che il fine ultimo della Cina è un altro. Affermare la propria egemonia, utilizzando la leva economica, demografica e militare. Ma se è comprensibile che possano cascarci i Paesi africani, davvero non si comprende come possa farlo l’Italia che è la settima potenza mondiale [gli unici che vengono ad affrancarci sono gli americani che ci hanno liberato persino dalla libertà, tutti gli altri portano con loro sempre un brutto retropensiero]... “Davvero siamo tanto disperati da dover porgere il nostro collo al cappio cinese? L’enfasi con cui si esaltano gli accordi firmati in questi giorni altro non è che una resa alla nostra impotenza e una certificazione di debolezza economica e politica”. ... “Con Xi Jinping a Roma abbiamo siglato la nostra condanna a morte [addirittura!]...Al presidente della Repubblica Popolare Cinese tutto è permesso. Bandiera rossa ha sempre il suo fascino in Italia e da due giorni sventola sul Quirinale. Ma rosso è anche il colore del demonio. E quando il diavolo ti accarezza, come sta facendo la Cina con noi, è perché vuole prendersi l’anima [tocco anticomunista e teologico finale, casomai fosse sfuggita la sostanziale cialtroneria dello scrivente]”. Ma andate a cacale!

 

Giovanni Petrosillo

 

 
Opinioni e fatti PDF Stampa E-mail

25 Marzo 2019

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Da Comedonchisciotte del 22-3-2019 (N.d.d.)

 

Prima di farvi una opinione sui rapporti tra noi ed i cinesi sarebbe il caso conosciate alcuni fatti. Una volta il giornalismo aveva questa missione, dare i fatti (e scegliere quali fatti è già una opinione) ed accanto esprimere un punto di vista. Ora mettono solo i punti di vista e menomale che siamo la società dell’informazione, sarebbe più corretto dirci “società dell’opinione”. I fatti dei rapporti che i cinesi stanno tessendo con varie parti del mondo sono innumerevoli. Faremo quindi una selezione:

 

1) La BRI è finanziata da una banca, la AIIB, lanciata dai cinesi a fine 2015 ed oggi finanziata da 70 paesi. Il primo paese occidentale ad aderire prendendo tutti gli altri in contropiede fu la Gran Bretagna. I diritti di voto del suo Consiglio, per dimensioni, vedono la Germania 4°, l’Australia 6°, la Francia 7°, l’UK 9° e l’Italia 11°. Ci sono tutti gli alleati degli USA (incluso Canada ed Israele), tranne gli USA. 2) I cinesi hanno partecipazioni o controllo nei porti di Pireo-Atene, Anversa, Bruges, Rotterdam, Bilbao, Valencia e Marsiglia che è il maggior investimento europeo dopo Pireo. I cinesi hanno acquisito licenza di 25 anni per gestire il principale porto israeliano (Haifa) in cui ci sono moli dedicati e riservati per la Marina degli Stati Uniti d’America (che non hanno gradito), ma hanno anche vinto la gara d’appalto per la costruzione di quello che sarà il nuovo più grande porto israeliano, Ashod. 3) Negli ultimi 10 anni la Cina ha fatto 227 acquisizioni in Gran Bretagna, 225 in Germania, 89 in Francia, 85 in Italia. In Israele ha creato un fondo il Sino Israel Technology Fund con 16 miliardi di dollari, che finanzierà le start up israeliane. 4) Duisburg in Germania è il terminale della Via della Seta ferroviaria, circa 30 treni a settimana arrivano dalla Cina (80% di quelli che arrivano in Europa). La Germania sta trattando l’inclusione di Huawei nella gara sul 5G che curerà in esclusiva l’upgrade di Gelsenkirken a rango di smart city. 5) L’interscambio (2017) con la Cina vede con 179 mld US$ prima la Germania, 54,6 la Francia e solo 42 l’Italia. Nel gennaio 2018 Macron si è recato in Cina, dove ha siglato 20 accordi economici, commerciali e infrastrutturali su settori strategici come l’aviazione e l’energia nucleare. Coi francesi, i cinesi stanno costruendo centrali nucleari in Gran Bretagna con i quali hanno accordi per 325 mio £/sterline nel solo comparto creativo-high tech. 6) Verso la Germania, gli USA hanno lanciato alte urla di rabbia, non solo per l’articolata partnership strategica con la Cina. Si ricorda che i tedeschi si stanno legando mani e piedi coi russi in un settore strategico quale quello dell’energia, nella costruzione del raddoppio del North Stream con società a capitale misto a cui capo c’è l’ex cancelliere G. Schroeder. Quel flusso di gas, in realtà, doveva passare qui da noi col South Stream ma l’UE ha invalidato la gara d’appalto.

 

Bene, ora potete abbandonarvi alla piacevole lettura del vostro commentatore di fiducia ma fate attenzione a cosa commenta. Il mondo è troppo complesso per esser approcciato a sensazioni, in fondo non è poi così difficile farsi una “opinione propria”, no? O forse è proprio questo che non piace alla società dell’opinione?

 

Pierluigi Fagan

 

 
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