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Tre opinioni sul voto britannico PDF Stampa E-mail

19 Dicembre 2019

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Da Appelloalpopolo del 16-12-2019 (N.d.d.)

 

La Brexit si farà perché il governo del paese più imperialista del pianeta non accetterà mai regole imposte dai governi francesi e tedeschi. Il popolo inglese, però, potrà dire di aver vinto solo quando avrà sconfitto le politiche neoliberiste iniziate dalla Thatcher 40 anni fa e che si presume continueranno. Più che di vittoria della democrazia mi pare una vittoria del pragmatismo. Gli Inglesi hanno compreso meglio di noi Italiani [forse perché non imbambolati dal pensiero dominante dei nostri organi di (dis)informazione] che qualsiasi promessa di miglioramento di qualità della vita fatta dai politici che intendono restare in UE non potrà mai essere mantenuta. Resta non trascurabile, comunque, l’ennesima patetica figura di scagnozzi del potere di tutti coloro che davano per certo il rifiuto della Brexit da parte della maggioranza del popolo britannico.

 

Fiorella Fogli

 

La vicenda Brexit si inquadra in una guerra tutta interna al mondo liberale. Hanno vinto i liberali conservatori che intendono lasciare alle istituzioni democratiche del loro paese la facoltà di definire le politiche nazionali senza vincoli imposti esternamente. Sono stati sconfitti i liberali di sinistra, prigionieri della finanza internazionale e delle loro nefaste convinzioni cosmopolite. Il socialismo sovranista, quello che vede prima l’uomo e i suoi bisogni e poi tutto ciò che lo circonda, in questa partita non è nemmeno sceso in campo. Per ora viviamo di luce riflessa e ci accontentiamo della sconfitta di un nemico da parte di un altro nemico.

 

Nicola Di Cesare

 

Gli elettori inglesi hanno preferito la Brexit al robustissimo programma socialista di Corbyn (nazionalizzazioni, welfare, ecc.). Non posso dire con certezza che abbiano capito che dentro l’Unione Europea sarebbe stato un programma irrealizzabile. Ma posso dire che aver voluto legare temi come la difesa del sistema sanitario, le nazionalizzazioni, la spesa pubblica a un progetto vergognosamente antidemocratico – la negazione del referendum sull’uscita dall’UE – è stato un errore clamoroso. Come si fa a non rispettare il voto democratico di un popolo (quello sulla Brexit) e poi aspettarsi che ti votino? A latere segnalo che stamattina la sterlina vola. Dovevano essere cavallette, piaghe nel Regno Unito, disoccupazione alle stelle e crollo della sterlina. Questo per ricordarci quanto sia affidabile la stampa liberal-petalosa.

 

Gilberto Trombetta

 

 
L'odio nella societÓ neoliberale PDF Stampa E-mail

18 Dicembre 2019

 

Da Comedonchisciotte del 16-12-2019 (N.d.d.)

 

Spezziamo una lancia in favore delle sardine: che in Italia ci sia una tensione emotiva molto forte è vero. Il discorso pubblico è indubbiamente inquinato da sentimenti di rabbia e di rancore oggetto di continua strumentalizzazione da parte di quasi tutte le formazioni politiche, ovvero Lega, Fratelli d’Italia, il M5S a cui si è recentemente aggiunta Italia viva con lo squadrismo mediatico dei renziani contro Corrado Formigli. È per questo assolutamente auspicabile che si torni a toni più pacati, a un maggiore rispetto tra le parti. Questo naturalmente dovrebbe valere per le stesse sardine a cui potrebbero essere ascritti comportamenti non meno rabbiosi. Ma non è questo il punto su cui vorrei soffermarmi. La lotta all’odio mi pare infatti nasconda qualche cosa. Mi pare che si soffermi solo sulla superficie del problema e che non vada a fondo, non si interroghi cioè sul contesto in cui nascono questi sentimenti.

 

Partiamo da un dato: credere che esistano manifestazioni d’odio solo perché esistono dei partiti che le fomentano o perché stanno tornando in auge vecchie ideologie è falso. Questo sentimento di cui tanto si parla ha delle precise ragioni sociali. Non ha niente a che fare col fascismo o col nazismo. Esso è assolutamente interno al nostro assetto economico, dominato dall’ideologia neoliberale e dunque dall’ideologia che ha promosso l’allentamento dei legami sociali ed affettivi, la disintermediazione politica e sindacale, l’atomizzazione della società e dunque la crisi dei valori comunitari ed affettivi. Vi ricordate Ronald Reagan? “Bisogna affamare la bestia” è lo slogan che caratterizza questa nostra epoca neoliberale, e che è stato ripreso anche dalla sinistra. Tommaso Padoa-Schioppa, ministro dell’economia durante il secondo governo Prodi, con parole simili a quelle di Reagan diceva che occorreva rimettere gli italiani a “contatto diretto con la durezza del vivere”. Come ha descritto in maniera esemplare Onofrio Romano nel suo recente volume, “La libertà verticale”, a partire dagli anni Ottanta il neoliberismo ha destrutturato la società e flessibilizzato il lavoro per riavvicinare i cittadini, in passato protetti dal sistema del welfare state, a una condizione di crisi esistenziale e di precarietà allo scopo di riattivare nei singoli quelle energie che la protezione garantita dallo stato durante il trentennio glorioso aveva assopito. Il neoliberismo ha in questo modo rimesso i singoli cittadini nella condizione di dover tornare a dover lottare per fronteggiare i bisogni primari. Con il neoliberalismo, quello che prima sembrava scontato, un lavoro, una casa, delle protezioni sociali finisce. Si ritorna a dover lottare per sopravvivere. Il neoliberismo ha in questo senso riportato i singoli a una condizione civile e umana più arretrata, verrebbe da dire più animale. Ha fatto riscoprire la “durezza del vivere”, ha “affamato la bestia”. È chiaro che in un contesto in cui l’essere umano viene ridotto a una bestia, in cui si ritorna cioè a uno stadio di darwinismo sociale, le reazioni politiche non potranno che essere irrazionali, violente, cariche di odio, e questo è vero soprattutto per quelle fasce di popolazione che in passato hanno conosciuto la stabilità garantita dallo stato con il welfare state. Ecco che allora lottare contro l’odio è qualche cosa privo di senso, che non tocca la questione di fondo. Non solo, anche l’accostamento dei sentimenti che attraversano la società con l’ideologia fascista risulta totalmente fuorviante. Nasconde i veri responsabili della condizione attuale e cioè tutte quelle agenzie, quelle organizzazioni sovranazionali e quelle associazioni culturali che hanno favorito l’avanzata neoliberale e che hanno permesso che gli stati si impoverissero sempre di più creando spaventose diseguaglianze ed eliminando dal discorso pubblico qualsiasi pensiero volto a riscoprire l’individuo dentro il collettivo.

 

Care sardine, se volete combattere l’odio dovete allora combattere contro il neoliberalismo e proporre una società diversa da quella attuale. In caso contrario non sarete altro che uno strumento di falsa coscienza del potere attuale.

 

Paolo Desogus

 

 
Una nuova fase per gli europei PDF Stampa E-mail

17 Dicembre 2019

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Da Appelloalpopolo del 14-12-2019 (N.d.d.)

 

Né col Labour, né col Tory, ma solo coi lavoratori… I conservatori britannici sono merda, da sempre. I laburisti, da molto, non sono neanche un vago ricordo di quel che furono ai tempi di Clement Attlee, tant’è che hanno partorito la peggior cacca della politica britannica, al secolo nota come Tony Blair. Brexit o non Brexit in GB non cambia molto (guardare la reazione dei Mercati) e non c’è da esultare per la vittoria di Johnson… ma solo da ridere, molto, alla faccia degli imbecilli nostrani.

 

C’è da esultare invece per la sconfitta dell’ipocrisia di Corbyn, che ha tradito il più basilare principio democratico, schierandosi contro la chiara volontà popolare anti UE, più volte espressa dagli elettori britannici non solo con il referendum. Ipocrisia amplificata dalla stupidità, che lo ha portato a proporre un programma supercazzola, certamente socialisteggiante, ma inattuabile senza abbandonare la UE.

 

Come sarebbe finita se Corbyn avesse accettato l’esito del referendum e strutturato il suo programma dichiaratamente al di fuori dell’Unione Europea non possiamo saperlo. Sappiamo però che il tradimento dei lavoratori operato un po’ ovunque dai partiti che furono di “sinistra”, che li ha resi indistinguibili dai partiti conservatori in politica economica, insieme al rinnegamento dell’amor patrio e dell’interesse nazionale, lasciati in pasto alla più becera propaganda degli avversari, stanno producendo i loro effetti. In Europa, dove questo fenomeno è avvenuto nel segno della bandiera blustellata e sotto la cupola di Maastricht, non poteva che provocare repulsione per questo tipo di integrazione al ribasso, che i cittadini iniziano a riconoscere sempre più per quello che è: un processo elitario antidemocratico e antisociale. Quindi non cambia niente per i britannici, ma per gli europei inizia una nuova fase, che sarà certamente lunghissima, ma che porterà alla distruzione di quella mostruosa creatura che hanno chiamato Unione Europea. Noi faremo la nostra parte… e ci faremo trovare pronti per Riconquistare l’Italia e dare nuova linfa alla nostra Costituzione.

 

Lorenzo D’Onofrio

 

 
Ursula scopre la luna PDF Stampa E-mail

16 Dicembre 2019

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Da Comedonchisciotte del 14-12-2019 (N.d.d.)

 

Nell’era di Greta Thunberg, affrontare i cambiamenti climatici è diventato l’imperativo categorico per le élites globaliste ed europeiste. Ha iniziato Alexandria Ocasio-Cortez, la superstar dei democratici Usa, nel febbraio scorso, col suo “Green New Deal”. In un unico sottoparagrafo veniva promesso “assistenza sanitaria di alta qualità; alloggi accessibili, sicuri e adeguati; sicurezza economica; acqua e aria pulite, cibo sano e accessibile.” E poi ancora “un lavoro consistente, un adeguato congedo medico e familiare, ferie pagate e sicurezza pensionistica”. Un progetto di riforma sociale decisamente utopistico. Una sorta di paradiso dell’Eden in salsa Dem. Sostituire le fonti energetiche ad alto tenore di carbonio con fonti più pulite come gas naturale, nucleare e bioenergia costringerebbe decisamente l’America alla decarbonizzazione. Però fornirebbe davvero “milioni di posti di lavoro” e “livelli senza precedenti di prosperità e sicurezza economica” come promesso dalla “green revolution”? Forse il Green New Deal galvanizzerà il voto dei giovani o aiuterà ad eleggere i democratici attenti all’ambiente, forse è stato geniale associare l’ambientalismo ad altre politiche economiche che potrebbero attirare consensi, tuttavia resta il fatto che il progetto si configura come illusorio. Poi, a distanza di qualche mese arriva il “European Green Deal” di Ursula von der Leyen, che fa riferimento fin da subito al fenomeno dei Fridays for Future. Con 100 miliardi di euro da destinare alle regioni e ai settori più vulnerabili per favorire la riconversione energetica di tutta l’industria europea. Ma anche l’accordo verde europeo stabilisce una serie di politiche troppo ambiziose per essere credibili: una legge europea sul clima per sancire l’obiettivo della “neutralità climatica” entro il 2050; un aumento dal 40% al 50/55% di riduzione delle emissioni del 2030; un Fondo di transizione per sostenere le regioni più colpite dalle nuove politiche climatiche; una tassa sul carbonio, e una revisione della direttiva sulla tassazione dell’energia. Alcune di queste politiche si manifesteranno nei primi 100 giorni, mentre altre dovranno impiegare anni, vista la progettazione così complessa. Le disposizioni del Green New Deal insomma sembrano approdare sulla luna, con l’orizzonte del 2050 per la completa decarbonizzazione. Ma non tutto procede secondo i piani di zia Ursula, visto che Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca e la Francia (sostanzialmente per la difesa del proprio nucleare) si sono rifiutate di appoggiare la proposta in occasione di una riunione del Consiglio europeo.

 

Risulta evidente il divario est-ovest sul problema ambientalista, perché i governi dell’Europa centrale e orientale scelgono ancora politiche ad alta intensità energetica e protettive per le proprie industrie tradizionali.  Un sondaggio Eurobarometro ha mostrato che il 50% degli svedesi considera il cambiamento climatico la questione più importante al mondo, mentre solo il 10% dei bulgari è d’accordo; la media EU28 si attesta al 23%. Oltre alla divisione est-ovest, la nuova commissione deve prepararsi a una resa dei conti politica. È probabile che si trovi intrappolata tra due forze politiche emergenti. Il nuovo gruppo allargato di deputati verdi al PE esaminerà ogni mossa e spingerà per un’azione più rapida e ambiziosa. Già in vista dell’audizione di conferma di von der Leyen, i gruppi liberali, socialisti e verdi al Parlamento europeo hanno creato una piattaforma climatica rafforzata come prerequisito per la sua conquista del loro obiettivo. Ma i populisti sembrano adottare posizioni più scettiche sul clima e non perderanno l’occasione di compattarsi contro l’establishment.

 

Il cambiamento climatico si è ormai definitivamente configurato come guerra politico culturale sia in Europa che a livello globale. La nuova commissione si definisce una “commissione geopolitica”, e pretende che l’Europa diventi il ​​primo continente neutro dal punto di vista climatico entro il 2050. Augurandosi addirittura di convertire al credo ambientalista anche personaggi come Donald Trump, Jair Bolsonaro, Narendra Modi, Xi Jinping. Ma la sfida è grande, anche perché la Von der Leyen intende introdurre una tassa sul carbonio con l’obiettivo di prevenire la “rilocalizzazione delle emissioni di carbonio”, ovvero il trasferimento della produzione ad alta intensità di carbonio in paesi al di fuori dell’UE che non sono vincolati da rigide norme europee. Processo decisamente lungo e arduo che comporterà attriti con tutte le altre principali potenze, mentre le guerre commerciali sono già in corso.  Man mano che le ambizioni crescono, le sfide al Green New Deal saranno comunque piuttosto ampie e determinate: la divisione est-ovest sull’azione per il clima; i lavoratori preoccupati per l’occupazione; i populisti desiderosi di sfruttare questa questione; la necessità di convincere l’industria e il commercio europei e la prospettiva di fare tutto ciò navigando in un ambiente geopolitico complesso. Ora appare chiaro come dietro al fenomeno Greta, così ampiamente sponsorizzato a livello globale, ci fossero gli ordoliberisti, quelli che hanno imposto il mercatismo della deregulation, la globalizzazione selvaggia e che hanno sfruttato le risorse del pianeta più di chiunque altro, quindi appare assolutamente inedito che questi squali dal volto disumano si siano improvvisamente svegliati dal loro torpore civico ed ora s’interessino gratuitamente alle sorti del Pianeta. Un evidente paradosso. Magari lo stanno facendo perché grandi società hanno investito enormi capitali sulla green economy, investimenti che finora sono rimasti improduttivi, rappresentando un problema economico-finanziario piuttosto grave, ergo hanno bisogno che quel mercato si sblocchi per trasformare l’enorme debito in enorme guadagno. E le banche a loro volta devono rientrare dai prestiti concessi.

 

Il tema ambientale quindi per i mondialisti rappresenta la nuova strategia capitalistica, il nuovo simbolo attrattivo con cui arricchirsi a dismisura, visto che hanno ritrovato il solito modo per socializzare le perdite e privatizzare gli utili, mostrando il lato virtuoso del proprio agire, riuscendo intanto a distogliere l’attenzione dalla devastazione sociale che hanno causato negli ultimi 40 anni. Quanto agli effetti della riconversione green potrebbero essere anche dirompenti e magari generare sacche di povertà economica ed esclusione sociale. E se gran parte dell’attuazione di tali trasformazioni sarà necessariamente in capo al settore privato, oggi il decisore politico è chiamato a dare un impulso fondamentale a questa evoluzione. Per questo motivo, oltre alla guida strategica, il finanziamento pubblico dovrà giocare un ruolo chiave per la riconversione industriale in Europa. Perfino il Financial Times si chiede se il piano sia pensato per proteggere l’ambiente o solo per risollevare l’industria europea.  Alle spalle comunque c’è la solita strategia della sorveglianza che ha favorito la nascita e la crescita di movimenti populisti che hanno consumato e depotenziato la protesta sociale (Sardine, M5S, Verdi). Secondo propaganda retorica ed emotiva, si punta alle nuove generazioni, già disinnescate dall’attenzione ai problemi sociali, spedite in massa a cercare lavoro all’estero (Erasmus), totalmente ipnotizzate da social e tecnologia, e che ora vengono strumentalizzate anche per manifestare a vanvera contro il cambiamento climatico, al seguito di Greta, la pulzella di Stoccolma. Miracoli della propaganda dei suddetti media padronali, pilotati da banche, corporations, fondi d’investimento ecc ecc… Occorre cooptare i consensi e creare un nuovo contenitore dove rastrellare le proteste per poi sterilizzarle al meglio. E magari stanziare enormi fondi pubblici per la Green Economy.

 

Rosanna Spadini

 

 
Nostalgia del fuoco PDF Stampa E-mail

15 Dicembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 3-12-2019 (N.d.d.)

 

Una volta di un paese non si contavano gli abitanti, ma i fuochi. Ogni fuoco una famiglia, ogni famiglia quattro, cinque, sei persone intorno al focolare. Magari anche di più. Come se quel fuoco rappresentasse lo spirito stesso della famiglia e dei suoi antenati.

 

Dal punto più alto dello Scoppio, in piedi sulla cima dello scoglio che domina il fosso della Matassa, non si possono più vedere i tetti delle case. Sono tutti crollati, con le loro travi di legno di quercia, i coppi, i comignoli. Si aprono squarci sulle povere stanze, sui camini anneriti, sui focolari, che sono spenti da decenni. Scoppio, che deriva il suo nome da Scopulus, scoglio, è uno dei tanti paesi abbandonati dell’Appennino, sui Monti Martani, al centro dell’Umbria, in una posizione straordinariamente affascinante, quanto marginale. I fuochi spenti dei paesi abbandonati sono l’emblema di ciò che è stato messo da parte dall’attuale modello di sviluppo: sono un vuoto, un’assenza, non solo materiale. Rappresentano tutto ciò di sacro che oggi non c’è più, ma del quale avvertiamo un’inconscia e indicibile nostalgia, magari perché – come dice Pietrangelo Buttafuoco – stiamo perdendo l’illusione della ragione. I fuochi sono spenti, a dimostrare che non ci sono più famiglie che si radunano intorno, che non ci sono più serate di angoscia per la difficoltà del vivere, ma neanche nottate di festa intorno al camino. Che non ci sono più le Pasquarelle e le orazioni notturne per scacciare i demoni, non ci sono più le veglie funebri e le feste di battesimo. I paesi abbandonati sono diventati paesi fantasma. Ce ne sono su tutta la dorsale. C’è chi si è preso la briga di censirli e di catalogarli, con grande scrupolo e attenzione. Così i paesi fantasma, regione per regione, sono finiti sul web, grazie al sito www.paesifantasma.it, un grande atlante dei luoghi dimenticati nelle nostre montagne a cura di Fabio Di Bitonto. Nel catalogo dei paesi fantasma c’è anche Scoppio. Ma è in nutrita e silenziosa compagnia. Ci sono Pesche, in Molise, provincia di Isernia, già definito da Vittorio Emanuele La libreria d’Italia, per le sue case strette, serrate e affastellate come volumi in una biblioteca e Faraone in provincia di Teramo, con un toponimo d’origine longobarda e una storia interrotta negli anni Sessanta del secolo scorso. E poi ancora Ripamolisani, la bellissima Elcito (vicino Fabriano) sotto la faggeta di Confaito; il paese di Malanotte che poi divenne Buonanotte nell’Alto Sangro e che infine volle cambiare il suo nome in Montebello perché i suoi abitanti si sentivano presi in giro ad essere chiamati quelli della Buonanotte, finché poi di abitanti non ce ne furono più né per la Buonanotte, né per il Montebello. E poi c’è la disabitata rocca medievale di Umbriano, a difesa dell’Abbazia di San Pietro in Valle, in Valnerina e la vicina Gabbio che prova comunque a rinascere, a differenza dell’alto borgo di Sensati, tra Ceselli e Spoleto, dove il bosco si sta mangiando le case una ad una. Ma si può percorrere l’intero Appennino dalla Calabria alla Liguria, sulla mappa dei paesi fantasma, da Africo e Brancaleone fino a Brugosecco e Filettino L’elenco è lunghissimo, suggestivo e commovente, ma lo trovate sul sito web dei paesi fantasma con tutti i particolari di una lunga ricerca.

 

Il senso è più difficile da individuare. Franco Arminio, poeta-paesologo ci suggerisce che: “La paesologia è una forma di attenzione a dei luoghi, a dei paesi a cui spesso non danno attenzione nemmeno le persone che ci stanno dentro. Il paesologo tende a interessarsi di tutti i paesi, ma soprattutto del presente e dell’avvenire, appunto con l’idea che questi paesi hanno un avvenire”. …operazione complessa per i paesi ancora vivi, o per quelli moribondi, figuriamoci per i fantasmi! Quale può essere allora l’idea di avvenire di un paese fantasma? Chissà? Forse è bene che i paesi abbandonati rimangano vuoti, che restino un monito. Ma qualcuno li deve vedere, li deve sentire, perché forse così riuscirà a sentire e a vedere il vuoto che si porta dentro. Bisogna vedere i fuochi spenti per avere nostalgia del fuoco. E per avere il desiderio di riaccenderlo.

 

Gian Luca Diamanti

 

 
Sulle Úlite contemporanee PDF Stampa E-mail

14 Dicembre 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 12-12-2019 (N.d.d.)

 

Nelle analisi della situazione sociale e politica attuale nei paesi avanzati, è ormai un dato acquisito l’esistenza di una particolare frattura sociale e culturale. Abbiamo da una parte un ceto, relativamente ristretto, di persone adattate alla nuova natura transnazionale del capitalismo contemporaneo: persone dotate di conoscenze e capacità (in primo luogo la conoscenza della lingua inglese, ma ovviamente non solo questo) che le rendono in grado di approfittare di occasioni di lavoro sparse in tutto il globo, prive di remore a spostarsi per approfittarne, impiegate in lavori a forte componente intellettuale e specialistica, capaci di tessere relazioni proficue con le persone più diverse, ma in sostanza appartenenti allo stesso milieu. Si tratta del ristretto ceto di coloro che si sono pienamente inseriti nei meccanismi del capitalismo globalizzato e sono in grado di approfittare delle possibilità che la sua dinamica crea. All’interno di questo ceto spiccano ovviamente i detentori del potere, quelli che si ritrovano a Davos e in simili occasioni; ma il ceto di cui stiamo parlando, pur ristretto, non è composto esclusivamente da uomini e donne di potere, ma da persone che condividono lo stile di vita e la visione del mondo degli attuali ceti dominanti. Per chiarezza terminologica, parleremo di “élite dominanti” intendendo la ristretta cerchia di chi detiene un potere effettivo (per ripeterci: quelli che si incontrano a Davos), mentre useremo l’espressione “ceti medi elitari” o “ceti medi globalizzati” intendendo quello strato sociale che abbiamo descritto nelle prime righe, minoritario ma più ampio rispetto ai “signori di Davos”. Parleremo infine di “élite contemporanee” intendendo l’insieme di questi due gruppi. Alle élite contemporanee si contrappone la parte largamente maggioritaria della popolazione, che ha visto in questi decenni il peggioramento delle proprie condizioni di lavoro e di vita e la perdita dei diritti conquistati nella fase “keynesiano-socialdemocratica” del capitalismo del secondo dopoguerra. Si tratta di ceti legati ad una dimensione di vita locale o al più nazionale, impegnati in lavori di scarsa qualificazione, non molto dotati delle competenze (linguistiche e culturali in generale) per muoversi nella “società globale”.

 

È noto che questa frattura sociale si esprime anche come frattura culturale e politica. I ceti del primo tipo sono in primo luogo sostenitori convinti dei processi di globalizzazione: possono magari ammettere che essa presenta anche dei problemi, ma tali problemi devono comunque essere superati mantenendone la sostanza; in secondo luogo aderiscono in genere alle ideologie mainstream in campo economico (sono cioè in sostanza liberisti, magari con sfumature diverse); in terzo luogo condividono in gran parte i dettami del “politicamente corretto”; infine, sul piano delle scelte politico-elettorali, esprimono in genere preferenze per la cosiddetta “sinistra moderata”, ma possono dare appoggio anche a personaggi almeno apparentemente nuovi come Renzi in Italia e Macron in Francia. I ceti del secondo tipo esprimono invece, in modo spesso confuso ma con forza crescente, un rifiuto di molti aspetti di ciò che chiamiamo “globalizzazione”, e questo rifiuto si esprime politicamente nell’appoggio a movimenti, partiti e leader ascrivibili alla destra, una destra che spesso viene qualificata come “populista” o “sovranista” per esprimere in qualche modo gli aspetti di novità che la contraddistinguono rispetto alla destra liberale classica.  Se questa è la situazione, è chiaro che essa può portare a dinamiche piuttosto pericolose, a scontri distruttivi e laceranti del tessuto sociale, fino a mettere in questione la stessa democrazia. Ci si aspetterebbe quindi una discussione franca e spassionata per capire come evitare tali esiti. E ovviamente le attuali élite, che hanno in media una formazione intellettuale di più alto livello rispetto ai ceti subalterni, dovrebbero dimostrare la propria superiore capacità intellettuale proprio in questo tipo di riflessione. Purtroppo si deve constatare che la reazione delle élite di fronte a questa situazione è spesso piuttosto infantile: le masse “populiste” vengono stigmatizzate come ignoranti, rozze, mentalmente limitate (e quindi intolleranti e razziste), fascistoidi. Ora, questi aspetti possono certamente essere una componente del “grande rifiuto”, da parte di fasce sempre maggiori della popolazione, verso l’attuale organizzazione sociale, ma non è questo il punto. Il punto è che una élite è tale se riesce ad avere capacità egemonica, cioè se riesce a collegare a sé la gran massa della popolazione subalterna offrendo un compromesso per il quale le masse accettano la propria subalternità ricevendo in cambio la possibilità di vivere una vita decente, protetta per quanto possibile dagli alti e bassi delle vicende storiche. La fase del capitalismo “keynesiano-socialdemocratico” è stata appunto una fase di egemonia di questo tipo: non c’era ovviamente nessuna rivoluzione nei rapporti di dominio, ma i ceti dominanti in quella fase hanno saputo costruire assieme ai ceti subalterni un compromesso soddisfacente, legando in maniera fortissima le masse a quella organizzazione sociale: è l’enorme capacità egemonica di quello che giustamente è stato chiamato “l’impero irresistibile” a costituire la base ultima dell’89, della vittoria finale del capitalismo sul suo antagonista storico. Il capitalismo occidentale aveva conquistato le masse, il socialismo orientale aveva prodotto una massiccia reazione di rigetto.

 

Se questo è chiaro, dovrebbe anche apparire chiaro come la reazione attuale delle élite alla disaffezione delle masse sia del tutto infantile: quello che è successo in questi decenni è la fine del compromesso “keynesiano-socialdemocratico”, e questa fine ovviamene implica anche la fine dell’egemonia basata su tale compromesso. Ma allora, invece di lanciare alle masse epiteti ingiuriosi, una élite degna di questo nome deve ricostruire una egemonia, e cioè proporre un nuovo patto sociale, un nuovo grande compromesso fra dominanti e dominati. Ma di questo non si vede oggi la minima traccia. L’attuale situazione fa allora pensare che ci troviamo in un caso standard di “revoca del mandato celeste”. Si tratta, come è noto, di una espressione ripresa dalla tradizione culturale cinese. In tale tradizione, il sovrano è tale perché ha ricevuto dal Cielo il mandato di ben governare la società, mantenendola in armonia con i grandi cicli del cosmo. Il sovrano è legittimo finché riesce in questo compito. Quando emergono, nella società o nella natura (realtà non drasticamente opposte, in quella tradizione culturale), evidenti segnali di disarmonia, di contrasti, di rottura degli equilibri cosmici, il sovrano è delegittimato e la rivolta è legittima. Si tratta di una impostazione culturale che non resta mera teoria ma si concretizza nelle tante rivolte che costellano la storia di quel grande paese, arrivando talvolta ad abbattere dinastie e a fondarne di nuove. Se sfrondiamo questa narrazione dagli aspetti culturali tipici del mondo cinese, affascinanti ma lontani dalla nostra mentalità, quello che resta è l’idea che il sovrano, il ceto dominante, deve mantenere una armonia fra i vari gruppi sociali, e se questa manca viene meno la legittimità del potere. Tale armonia non può che basarsi su un compromesso nel quale i ceti dominati ottengono la possibilità di vivere una vita decente, secondo i parametri di quel dato momento storico e quella particolare cultura. Nel mondo premoderno una vita decente era in sostanza una vita che mantenesse le stesse possibilità e disponibilità stabilite dalla tradizione. Nel mondo moderno, il mondo che ha inventato la nozione di “progresso”, nel concetto di “vita decente” vi è non solo la possibilità di accedere a un determinato livello di consumi, ma anche l’idea di un progressivo miglioramento, l’idea cioè che nel corso della vita di ciascuno il livello di vita si alzerà e i figli godranno di una vita migliore rispetto ai genitori. È evidente allora che il “trentennio dorato” 1945-1975 rappresenta appunto, come si diceva, un esempio di compromesso nel quale i ceti dominanti riuscivano a garantire una vita decente ai dominati, e ne ricavavano consenso ed egemonia. È altrettanto chiaro, e spiegato nei dettagli in una letteratura ormai imponente, che i decenni seguiti agli anni Settanta hanno rappresentato la revoca di quel compromesso: distruzione dei ceti medi, impoverimento dei ceti inferiori, aumento spettacolare delle disuguaglianze, fine dell’idea che i figli vivranno meglio dei genitori. I ceti dominanti hanno denunciato, nei fatti, il compromesso precedente, senza sostituirvi nessun progetto sociale che abbia le stesse capacità egemoniche. Hanno in sostanza tolto senza dare nulla e senza preoccuparsi della caduta verticale del consenso e della coesione sociale. E rispondono alla crescente rabbia sociale con disprezzo moralistico verso i ceti subalterni. Si tratta insomma di uno strato dominante che ha perso ogni capacità egemonica, e che sarà abbattuto se non riesce a riconquistarla, impostando un nuovo grande compromesso sociale. Il primo esempio storico che viene alla memoria è, ovviamente, la Rivoluzione Francese: nel 1789 in Francia è stato necessario abbattere il potere dei ceti aristocratici per costruire una nuova società; ma anche nella storia cinese è stato più volte necessario che le rivolte contadine contribuissero ad abbattere dinastie per lasciare spazio a nuovi gruppi dominanti. E non ha ovviamente nessuna importanza che i ceti da abbattere siano quasi sempre più colti e raffinati dei rivoltosi che li abbattono […]

 

Quanto abbiamo fin qui detto delinea in fondo una storia piuttosto banale: un tipo di compromesso sociale, che ha funzionato per un periodo, entra in crisi, le élite non sanno inventarsi un diverso tipo di compromesso e si limitano ad approfittare della propria posizione di potere per accumulare benefici ostentando disprezzo per i ceti subalterni i quali, privati a poco a poco di quanto ottenuto in precedenza e in mancanza di prospettive di un nuovo compromesso, iniziano lentamente a contestare le élite. Proprio l’incapacità delle élite di inventare un nuovo compromesso, e il loro rifugiarsi nel disprezzo di classe, mostrano con evidenza che esse non hanno più le capacità egemoniche necessarie al loro ruolo, e fanno quindi prevedere che esse saranno abbattute e sostituite con nuove élite. Tutto questo, lo ripeto, è fondamentalmente banale, uno schema già visto tante volte. Ma la situazione attuale non si limita a questo momento di “ripetizione”, ma presenta aspetti nuovi che ci spingono a delineare prospettive molto più drammatiche di una semplice rivoluzione, per quanto cruenta. La novità che sta emergendo con tutta evidenza nei giorni attuali è il disastro ecologico al quale ci sta portando l’organizzazione sociale attuale, cioè il capitalismo esteso ormai a tutto il globo. Siamo di fronte alla prospettiva del crollo catastrofico dell’attuale civiltà. Nel giudizio da dare sulle attuali élite globalizzate è allora da qui che bisogna partire: dal fatto che l’attuale organizzazione di economia e società ci sta portando verso un disastro di proporzioni mai viste nella storia umana.  Le élite del capitalismo globale hanno pesantissime responsabilità in questa situazione. […] ovviamente un qualsiasi tipo di trattato sulla limitazione delle emissioni, se venisse davvero applicato, rappresenterebbe un vincolo all’espansione illimitata del capitale nella sua ricerca spasmodica del profitto. […]

 

Si potrebbe obiettare che tutto questo riguarda il passato, che oggi finalmente esiste un consenso, anche fra i ceti dominanti, sulla necessità di risolvere il drammatico problema del riscaldamento globale. Sembra in effetti che negli ultimi anni si sia prodotto un cambiamento di questo tipo, che davvero una parte almeno dei ceti dominanti si sia convinta del fatto che la catastrofe annunciata da tempo sta arrivando, e che essa mette in questione anche il loro potere, i loro redditi, e forse persino le loro vite, assieme naturalmente a quelle di masse sterminate di altri esseri umani. Il punto fondamentale è però che le élite non intendono rimettere in discussione il modo di produzione capitalistico, e quindi le misure che forse riusciranno a prendere per combattere il cambiamento climatico non potranno essere decisive, anche se, eventualmente, riusciranno a rinviare per qualche tempo, magari per qualche decennio, il crollo dell’attuale civiltà. Facciamo solo un esempio: Greta Thunberg si è recata all’ONU, a New York, viaggiando su una barca a vela. Questa scelta non ha solo un carattere simbolico. Il suo significato è che davvero, se vogliamo salvarci, dobbiamo rinunciare ai viaggi in aereo e all’uso di navi a motore. Ma è pensabile l’attuale organizzazione economica, l’attuale capitalismo globalizzato, senza la fitta rete di scambi commerciali che utilizzano massicciamente motori spinti dall’energia dei combustibili fossili? Ovviamente no, e l’unica possibilità è allora lo smantellamento dell’attuale capitalismo globalizzato e la ricostruzione di forme di economia molto più localizzate, con una rete di scambi ridotta per volume ed estensione. La domanda è ovvia: le attuali élite globalizzate progettano seriamente qualcosa del genere? Prospettano in qualche modo la necessità di ridurre gli scambi commerciali globali? Ovviamente no, e questo esempio mostra come l’attuale conversione dei ceti dominanti (o almeno di una loro parte significativa) alle tematiche del “climate change” non sia tale da cambiare la direzione catastrofica nella quale l’attuale società si sta muovendo. È allora questa la novità storica con la quale dobbiamo confrontarci, nel giudizio sulle élite contemporanee: per la prima volta nella sua storia l’umanità si trova di fronte alla possibilità concreta del crollo dell’intera società umana mondiale. Si tratta di un evento che è difficile anche solo da pensare, e che, se dovesse realizzarsi, porterebbe sofferenze e orrori quali mai si sono visti nella storia umana. […] Ma è anche evidente che, se questo orrore arriverà, le attuali élite verranno deprecate dai sopravvissuti come gli esseri più orribili dell’intera storia umana. Appariranno, appariremo, espressione di una inaudita malvagità. Una malvagità oggettiva, s’intende: non stiamo parlando delle soggettività dei singoli.  E questa è dunque la conclusione delle riflessioni fin qui svolte. Non c’è dubbio che le attuali élite siano composte di persone educate, tolleranti, colte. Ma questo non ha nessuna importanza, come non aveva nessuna importanza quanto fossero educati, tolleranti e colti gli aristocratici francesi a fine ‘700. Al momento del crollo, se crollo sarà, le attuali élite globalizzate, con tutta la loro tolleranza, educazione, cultura, riveleranno di essere nient’altro che una nuova manifestazione della banalità del male.

 

Marino Badiale

 

 
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