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Il vero motivo delle critiche della BCE PDF Stampa E-mail

25 Dicembre 2020

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 Da Comedonchisciotte del 22-12-2020 (N.d.d.)

Quello che proprio non si può rimproverare a questo Governo Conte 2 è la mancanza di fantasia nel provare ad intraprendere percorsi “virtuosi” per gli italiani, estremamente provati dalla crisi sanitaria e da quella economica. Nasce così il cashback, un’iniziativa messa in campo dal Governo per incentivare i pagamenti “non in contante” attraverso un sistema di restituzione in denaro di una percentuale di quanto speso con moneta elettronica. Per avere diritto al cashback, sarà quindi necessario effettuare almeno 10 operazioni di pagamento con moneta elettronica a fronte delle quali verrà riconosciuto il 10% di rimborso, fino a un massimo di 1.500 euro di spesa complessiva (il rimborso massimo sarà quindi di 150 euro). Il meccanismo ha la finalità di offrire un maggior risparmio ai consumatori ma nei fatti tende a limitare i pagamenti fatti con denaro contante, che ricordiamo è l’unica forma di moneta avente corso legale nel Paese. Infatti la moneta bancaria attraverso la quale si possono oggi effettuare pagamenti elettronici non è moneta a corso legale, ma moneta ad accettazione volontaria. Questo perché la moneta bancaria rappresenta una “promessa di pagamento” della banca nei confronti del depositante, come riportato dall’art. 1834 del Codice Civile.

Questo aspetto meramente tecnico ha però indotto una forte reazione da parte della BCE, che si è mostrata critica nei confronti del governo italiano. Secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, la BCE ritiene, a ragione, che

L’introduzione di un programma di cashback per incentivare i pagamenti elettronici appare una misura sproporzionata alla luce del potenziale effetto negativo che potrebbe avere sul contante, compromettendo l’approccio neutrale verso i vari mezzi di pagamento disponibili. La Bce apprezzerebbe che le autorità italiane tenessero in debita considerazione i rilievi che precedono adempiendo in futuro al proprio obbligo di consultare la BCE, se del caso.

A questo punto il lettore però potrebbe essere assalito dalla confusione: potrebbe infatti, lecitamente domandarsi “ma come, si parla ovunque di voler tracciare tutti i pagamenti per evitare evasione, elusione, frodi di ogni sorta ed ora la BCE dice che il pagamento elettronico non va bene? … non capisco …” Eh sì caro lettore. Hai ragione a non capire perché per avere il quadro complessivo è necessario inserire un nuovo soggetto: la moneta digitale di banca centrale, CBDC (Central Bank Digital Currency). È questa la tipologia monetaria che secondo le banche centrali dovrà sostituire (noi ovviamente siamo fortemente contrari) il contante in un futuro prossimo, assumendo lo status di moneta a corso legale. Nella recente pubblicazione della BCE, “Report on a digital euro”, la banca centrale elenca una serie di fattori che, dal suo punto di vista, dovrebbero spingere per la realizzazione di un euro digitale creato dalla BCE. L’Eurosistema concepirebbe l’euro digitale in modo tale da evitare possibili conseguenze indesiderabili per l’adempimento del suo mandato, per l’industria finanziaria e per l’economia in generale. Un euro digitale potrebbe anche sostenere le politiche economiche generali dell’Unione europea (UE) e potrebbe soddisfare le esigenze di pagamento di un’economia moderna offrendo, oltre al contante, un asset digitale sicuro con funzionalità avanzate. Per i cittadini ed imprese la CBDC rappresenterebbe un mezzo di pagamento evoluto, sicuro ed affidabile, non come la moneta elettronica bancaria utilizzata oggi. Ma la creazione di un euro digitale da parte della BCE potrebbe creare diversi problemi, ad esempio al sistema bancario tradizionale (una moneta più sicura potrebbe attirare i depositi che uscirebbero dal sistema bancario tradizionale, obbligando le banche commerciali ad aumentare la remunerazione dei conti correnti con conseguenti perdite di margini di intermediazione). L’euro digitale, come asset sicuro, potrebbe ad esempio indurre ad una maggiore tesaurizzazione da parte della clientela, sia residente che estera (un po’ come quello che sta oggi accadendo con le crypto valute, individuate da taluni come bene rifugio ed investimento sicuro). Infine, l’emissione di un euro digitale cambierebbe la composizione, la dimensione del bilancio dell’Eurosistema e quindi inciderebbe sulla sua redditività ed esposizione al rischio. Infatti, dovendo regolare tutti i pagamenti, compresi quelli al dettaglio, il malfunzionamento dell’infrastruttura informatica alla base dell’euro digitale potrebbe causare perdite e danni ai singoli utenti privati sollevando interrogativi sulla responsabilità della banca centrale.

Come abbiamo visto quindi, il tema dell’emissione e creazione di una valuta a corso legale digitale è assai complesso poiché coinvolge tutti gli attori presenti sul mercato. È evidente quindi che la critica rivolta al Governo italiano da parte della BCE trova la ragione nel fatto che l’eventuale aumento dell’utilizzo della moneta elettronica bancaria avverrebbe a scapito della moneta a corso legale creata dalla stessa BCE (contanti). Quindi, se al posto della moneta bancaria vi fosse stata quella della banca centrale (CBDC), sicuramente nessuna critica sarebbe stata rivolta al Governo nazionale.

Ora tutta questa discussione potrebbe sembrare piuttosto sterile se non fosse che in realtà quello che si nasconde dietro la proposta della BCE di voler creare una moneta digitale a corso legale, altro non è se non il tentativo, piuttosto palese, di limitare ancora di più la sovranità degli stati nazionali ed in second’ordine entrare in aperta competizione col mercato bancario tradizionale. Accentrando presso l’Eurosistema anche l’emissione di un futuro euro digitale, il potere di questo ne verrebbe ancor più aumentato e la dipendenza da questo sarebbe totale poiché finirebbe col controllare l’intera offerta di moneta presente nel sistema economico.

Evitare l’accentramento della creazione monetaria presso il sistema delle banche centrali è il motivo principale per opporsi a questa prospettiva. L’unica moneta elettronica a corso legale che il popolo potrà e dovrà accettare in tranquillità sarà quella creata dallo Stato. Moneta che nascerà senza debito e senza interesse. Moneta positiva.

Stefano Di Francesco

 
La fine dei riti è la fine dell'uomo PDF Stampa E-mail

24 Dicembre 2020

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 Da Rassegna di Arianna del 22-12-2020 (N.d.d.)

Il mondo "sostenibile" che si sta materializzando sotto i nostri occhi, reca in sé la fine delle danze, la fine dei canti corali, la fine delle sale cinematografiche, la fine dei teatri, la fine dei concerti rock. Ma anche la fine delle feste religiose, la fine delle sagre di paese, la fine del turismo di massa, la fine delle ritualità sportive. E così, anche, esso reca in sé l’interdizione dei funerali in determinati luoghi e periodi, il crollo quantitativo dei battesimi, il calo esponenziale dei matrimoni, il diradarsi dei raduni famigliari nelle festività.

Qualunque elemento rituale, ludico o artistico-culturale che possa insomma svolgere funzione di collegamento tra il singolo e la collettività, cessa di esistere, le arti abdicano dal loro ruolo di celebrazione collettiva della pólis per adeguarsi, senza porre resistenza alcuna, a un destino di fruizione esclusivamente individuale e domestica. Menzionando il rapporto fra arti e pólis, si ricorda come la nascita delle prime discenda da quella culminazione della sfera collettiva che sono i riti. Sacrificale, stagionale, propiziatoria o apotropaica che sia, la dimensione rituale rappresenta da sempre - come argomentato da Durkheim, da Malinowski, da Frazer e da insomma ampia parte dell’antropologia - il principio originario e fondativo della comunità e del contratto sociale. Ma non soltanto il rito realizza il riconoscersi di ogni singolo uomo nel rapporto con la propria collettività: esso realizza, altresì e specularmente, il riconoscersi della specie umana nel rapporto con l’universo. L’esistenza finita e mortale dell’uomo, infatti, al cospetto della sostanza infinita della natura e del cosmo circostanti, si ritrova in quella che Ernesto De Martino definisce crisi di presenza. I riti rispondono dunque a tale crisi e la trasmutano in consapevolezza della relazione, generando così senso e sentimento di legame fra specie umana e cosmo. Questa coscienza di un universo esteriore a sé e la celebrazione rituale e collettiva di tale consapevolezza, ebbene, caratterizzano la specie umana da molto prima della scoperta della ruota. Da questo punto di vista, allora, possiamo affermare che la società del distanziamento permanente, annichilendo ogni forma rituale collettiva, stia alienando l’uomo dal senso e dal sentimento del proprio legame con gli altri uomini nonché del proprio legame con la natura e il cosmo circostanti. In conseguenza di ciò, possiamo concludere che la società del distanziamento stia altresì alienando l’uomo da ciò che lo definisce come specie nonché da tutto ciò che sia inscrivibile entro la categoria di umanità.

Riccardo Paccosi

 
Immani sacrifici e più morti PDF Stampa E-mail

23 Dicembre 2020

 Da Appelloalpopolo del 20-12-2020 (N.d.d.)

Il 2020 fu l’anno in cui per evitare, probabilmente, secondo alcuni, ed eventualmente, secondo altri, 10.000 o 20.000 morti in più dovuti a una nuova malattia, furono chiuse per 10 mesi le biblioteche, senza che i docenti e i ricercatori scioperassero; furono chiusi per 10 mesi gli archivi di Stato, senza che gli storici reclamassero; furono rinviati gli scritti per avere nuovi magistrati o nuovi funzionari della Pubblica Amministrazione; furono altresì rinviati gli scritti per l’accesso alle professioni protette; i laureandi, nello svolgimento della tesi, si limitarono per lo più a consultare materiale online, a causa della chiusura delle biblioteche, e non fecero un’esperienza che avrebbe potuto cambiargli la vita; gli studenti seguirono mesi di didattica a distanza, nel disinteresse generale per la gravissima disuguaglianza che questa forma di didattica comportava. Essa, infatti, oltre a sacrificare un po’ tutti gli studenti, sacrifica particolarmente i meno bravi e meno seguiti a casa, i quali appresero il 50 o il 100% in meno del poco che avrebbero appreso in presenza; i bambini e i ragazzi non giocarono a calcio e non praticarono altri sport, né nei campetti né con le associazioni sportive, escluse le società sportive professioniste; i teatri restarono silenziosi; le sale concerto ammutolirono; i libri pubblicati furono pochissimi; i nuovi nati furono meno di 400.000 mila; uomini e donne trascorsero dalle 10 alle 15 ore davanti agli schermi; aumentarono i morti per infarto non trattato o trattato tardivamente; aumentò l’uso degli antidepressivi; uomini e donne fecero meno l’amore; le associazioni o i circoli di quartiere o culturali o di volontariato chiusero le sedi e non svolsero che rare attività; tutti accettarono di mettere la mascherina all’aperto, anche alle sei del mattino, in compagnia del solo cane; chiusero centinaia di migliaia di imprese e alcune decine di migliaia non riaprirono negli anni successivi.

E tutto questo immane sacrificio e molto altro fu sopportato soltanto per evitare, probabilmente o eventualmente, 10.000 o 20.000 morti in più. Si disse, invero, che le restrizioni servivano ad evitare l’intasamento delle terapie intensive, che se si fosse verificato avrebbe comportato milioni di morti; e molti lo credettero. Ma dopo nove mesi si scoprì che soltanto il 10-15% dei deceduti complessivi moriva in terapia intensiva; gli altri malati erano già di per sé tanto compromessi da non essere candidabili per l’intubazione. Si scoprì anche che l’uso che si fece delle terapie intensive nel 2020 fu di pochissimo superiore all’uso che se ne era fatto l’anno prima. Si disse anche che non si dovessero intasare gli ospedali per poter curare gli altri malati. Ma dopo alcuni mesi si scoprì che, a parte le forme critiche della malattia, tutti gli altri malati, compresi quelli con polmonite ma senza necessità di terapia intensiva, potevano e dovevano essere curati a casa e che essi si erano irrazionalmente riversati negli ospedali sia a causa dell’abdicazione della medicina del territorio, dovuta a una circolare ministeriale, sia per l’informazione terroristica dei canali televisivi. L’intasamento degli ospedali non si ebbe in quasi nessun paese. Infine, nonostante le infinite restrizioni, almeno la metà dei morti contrasse la malattia negli ospedali.

L’Italia fu il paese occidentale di grandi dimensioni che, nonostante sacrifici, chiusure e vincoli molto ma molto superiori agli altri paesi, ebbe più morti, perché l’eccesso di vincoli era inutile e dovuto soltanto a depressione, ansia, terrorismo, scientismo e sfrenato egoismo. Il 2020 può essere a ragione definito come l’anno in cui tutte le enormi debolezze dello Stato, del Popolo, della Nazione e derivanti dall’appartenenza alla disfunzionale e imperiale Unione Europea divennero note a tutti gli italiani e furono manifestate al mondo intero. Fu l’anno del tracollo della nazione italiana nella valutazione dei popoli del mondo. Auguriamoci che il 2021 sia migliore.

Stefano D’Andrea

 
Salto tecnologico e nuovo feudalesimo PDF Stampa E-mail

22 Dicembre 2020

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 Da Appelloalpopolo del 18-12-2020 (N.d.d.)

Dal punto di vista economico, oggi sono in atto due tendenze principali: il salto tecnologico e il neo-feudalesimo. La prima e più notevole tendenza è quella del salto tecnologico indotto dalle politiche “Green”, che nasce storicamente dal fatto che il modello di sviluppo della seconda metà del Novecento è giunto al termine. Esso era basato su sviluppo edilizio, infrastrutture (in gran parte finanziate dagli Stati) e automobile a combustibile fossile. Dunque, acciaio, cemento, mattoni, motori, petrolio. Un intero sistema complesso e intrecciato che si è sviluppato per sessant’anni e più. Nei paesi avanzati tutto ciò, però, non regge più: le infrastrutture grosso modo ormai ci sono, più di tanto non si possono costruire nuove case e ormai abbiamo due automobili per famiglia. Il mercato è più che saturo e la crescita asfittica. Dunque, è necessario un salto tecnologico per creare mercati nuovi. Quella del salto tecnologico è un’ottima maniera di creare mercati in cui anche nuovi soggetti possono affacciarsi, vedi la telefonia cellulare a metà anni ’90, e allo stesso tempo per eliminare concorrenti incumbent molto ingombranti. Il salto tecnologico può essere spontaneo, nel senso che esiste una domanda inevasa che l’offerta a un certo punto inizia a coprire, o può essere indotto, o meglio imposto. Nel caso del Green Deal, il salto tecnologico sarà imposto dagli accordi internazionali. Che l’influenza delle attività umane sul cambiamento climatico sia reale o meno poco importa, ai fini del business. Importante è che il salto tecnologico abbia luogo. Dagli incentivi per soluzioni “Green” largamente intese, infatti, si sta passando gradualmente ai divieti di fare o utilizzare prodotti non-Green. Dunque, divieto di Diesel significa comprare un’auto elettrica, per cui presto o tardi tutti dovremo cambiare auto: un mercato gigantesco: in Europa ci sono 270 milioni di auto circolanti. Tutte da rottamare. Efficienza energetica e edilizia green: oggi abbiamo il bonus 110% come incentivo, domani arriveranno gli obblighi, come quello di cambiare le caldaie condominiali. Nuove infrastrutture? Ecco le centrali grandi e piccole di produzione di energia rinnovabile e di idrogeno, altro elemento importantissimo dello shift tecnologico, con necessità di massicci investimenti sulle reti “intelligenti” per il dispacciamento dell’energia. In questo il 5G si inquadra perfettamente per le applicazioni della tecnologia, soprattutto pensando all’IoT. Questo immenso cambio tecnologico è dunque necessario perché il sistema produttivo del ‘900 è finito e il grande capitale necessita di nuovi rendimenti.

La seconda tendenza importante è legata invece al rapporto tra la proprietà di un bene e il suo utilizzo. Ricalcando lo schema antico feudale, si va verso un sistema in cui le persone non possiederanno ciò che usano, sul modello Spotify, o Netflix, o monopattino elettrico in sharing. Non si compra più il film su DVD (dove sono finiti i DVD? In via di estinzione, sembra), cioè non si è più proprietari di un oggetto hard con un contenuto soft, ma ci si abbona continuativamente a una piattaforma, dalla quale si usufruisce del contenuto. Cessato l’abbonamento, non si ha nulla. Estendendo questo modello, il grande capitale sarà proprietario degli asset, che il consumatore utilizzerà pagandoli in base all’uso. Questo modello si può applicare a quasi tutto: dalle auto ai cellulari, alle case, un giorno, chissà, persino ai vestiti. Una sorta di leasing eterno. La proprietà da parte dei singoli, in questo modello, è scoraggiata, a vantaggio di chi invece diventa un super-proprietario che incassa una quota costante (tendenzialmente anzi in crescita) di reddito di milioni di “clienti”. La competizione sarà tra “piattaforme” per occupare una quota sempre maggiore del portafoglio di spesa dei clienti. Questo apre diverse prospettive da discutere riguardo alle disparità di reddito. In parte, questo modello si inserisce nell’alveo del pensiero della “decrescita felice”, dove il possesso di beni prodotti, catalogati come “superflui” è altamente stigmatizzato. Di doman non c’è certezza…

Sergio Giraldo

 
Scientismo paranoide PDF Stampa E-mail

21 Dicembre 2020

 Ve li ricordate gli scienziati, anche dell'accademia dei Lincei, che nove mesi fa, senza sapere nulla di coronavirus, senza sapere nulla di immunità naturale, senza ipotizzare il carattere stagionale del virus, senza aver approfondito qualche dato sulla resistenza dei bambini al virus, senza sapere se gli asintomatici contagino e, eventualmente, a quale livello di carica virale e in che misura rispetto ai sintomatici, senza sapere quanti fossero gli asintomatici, senza sapere quanti malati andassero effettivamente in terapia intensiva, senza calcolare quanto incidesse sulla diffusione  del virus il normale spontaneo distanziamento sociale che sarebbe stato subito messo in atto spontaneamente dai soggetti intimoriti, senza sapere che la malattia nella forma tipica prende soprattutto soggetti non candidabili alla terapia intensiva, tracciarono delle curve esponenziali che prevedevano che se non ricorrevamo subito al lockdown, le terapie intensive sarebbero entrate in crisi e avremmo rischiato sei milioni di morti? Dico: sei milioni di morti.

Ecco, ANCHE QUESTA È LA SCIENZA.  Perciò la fiducia nella scienza - la quale scienza è anche quegli scienziati, il loro modo infantile e ridicolo di ragionare e di schematizzare e la loro modestissima intelligenza - che è lo SCIENTISMO, è una cosa stupida. La scienza, che è tutta la scienza anche quella cattiva, è anche stupida. Perciò la fiducia nella scienza (che è anche la scienza stupida, non soltanto la scienza seria) è una idiozia. Molto interessante è anche il fatto che se è vero che la professoressa Gismondo sbagliò a dire che covid era "poco più di una influenza," essa sbagliò di poco, perché avrebbe dovuto dire che covid “è più grave di una influenza ma è mille volte più simile a una influenza che a una peste o all'ebola". Al contrario quegli scienziati, compresi fisici dell'accademia dei Lincei, sbagliarono di moltissimo. Eppure, i semicolti italiani hanno creduto di sfottere per mesi la Gismondo, che ha sbagliato ma di poco, anziché gli scienziati che previdero la possibilità di sei milioni di morti e che sbagliarono di moltissimo sulla base di un modellino che rivela il loro infantilismo e la loro modestissima capacità di ragionare, per il solo fatto che lo hanno pensato.

Perché è accaduto? Perché la persona educata (inconsapevolmente) da trenta anni di televisione del dolore e del terrore, nonché sulla base della "morale" (in realtà demenziale idea) che il diritto alla (massima durata di ogni) vita sarebbe un diritto superiore a tutti gli altri, non bilanciabile, opta per la scienza che la impaurisce e che spinge al principio di massima precauzione, anziché per la scienza che la rassicura.

Il nostro fallimento, nella vicenda covid, è dovuto alla perfetta simbiosi tra scientismo e paura (paranoica) della morte. Lo scientismo paranoide.

Stefano D’Andrea
 
La Sinistra e il Great Reset PDF Stampa E-mail

18 Dicembre 2020

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 Gli intellettuali di sinistra hanno negato per nove mesi che l'emergenza pandemica fosse legata a una strategia di edificazione d'un nuovo modello di società e, anzi, hanno etichettato come "negazionista" chi sosteneva questo. Adesso che il programma del Great Reset risuona nelle parole dei vertici eurofederali e dei capi di stato - ed è dunque divenuto impossibile negare l'esistenza di una strategia dall'alto di trasformazione sociale - ci apprestiamo a osservare il salto della quaglia: ovvero l'adesione a tale programma giacché i suoi enunciati retorici sulla sostenibilità, ben si confanno all'immaginario della sinistra benestante e neo-borghese.

Il fatto che questo programma prospetti la precipitazione nella miseria di almeno un quarto della popolazione e che distrugga qualsivoglia dimensione collettiva e cooperante tanto del lavoro quanto della socialità sostituendola con simulacri virtuali, è accettato volentieri da una classe e da una generazione che, oltre a far propria la prospettiva della clausura permanente e quindi del pensionamento anticipato dalla vita, pretende anche di imporre suddetta prospettiva al resto dell'umanità e alle giovani generazioni.

La sinistra non è più un mero ambito di falsa coscienza, ma un tumore.

Riccardo Paccosi

 
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