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La Russia non può volere la fine dell'UE PDF Stampa E-mail

16 Luglio 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 14-7-2019 (N.d.d.)

 

Il “caso Savoini-Salvini” solleva commenti di ogni genere, più o meno pertinenti rispetto all’ipotesi che personaggi collegati alla Lega Nord abbiano tramato per ricevere fondi illeciti e compromettenti dalla Russia. Una delle opinioni che più spesso risuona è: la Russia e gli Usa, ovvero Vladimir Putin e Donald Trump, tramano per distruggere l’Unione Europea. Da qui il sostegno di entrambi i Paesi ed entrambi i leader a personaggi come Salvini. Per non parlare di coloro che hanno una visione ancor più radicale e considerano la Russia e solo la Russia il vero pericolo. Valga per tutti il caso di Nicola Zingaretti, segretario del Pd, pronto a sostenere che la Nato e gli Usa “incarnano il tessuto del multilateralismo internazionale”. Con l’impressione che inevitabilmente fa veder esaltare Nato e Usa da un ex dirigente della Federazione giovanile comunista ed ex vice-segretario dell’Internazionale Socialista.

 

Ma davvero la Russia, questa Russia, è un nemico giurato dell’Europa e ha come obiettivo strategico quello di disgregarla? Il punto vero è questo, perché da tale assunto deriva poi gran parte dell’imperante russofobia, quella che vede hacker russi ovunque e la mano del Cremlino in qualunque evento arrivi a turbare il “normale” corso delle cose, dalla Brexit alle convulsioni della Catalogna, dall’elezione di Trump alla rincorsa dei partiti sovranisti. In realtà, non si vede quale convenienza potrebbe trovare la Russia in un’implosione della struttura comunitaria europea. Pare in realtà piuttosto vero il contrario. E per capirlo basta osservare quanto sta succedendo nel Regno Unito. Piaccia o non piaccia agli inglesi, con la Brexit il loro Paese si avvia a diventare uno Stato vassallo degli Usa. La May non piaceva a Trump, che chiedeva un’uscita dura e pura del Regno dalla Ue, e abbiamo visto che fine ha fatto. Boris Johnson, sponsor del no deal (cioè dell’uscita dura e pura, appunto) e per questo stimato da Trump, si avvia a diventare il nuovo primo ministro inglese. L’ambasciatore inglese che criticava Trump è stato messo alla porta. Ancora più significativo, in proposito, è l’andamento dei colloqui tra Usa e Regno Unito per un accordo commerciale globale che, nelle intenzioni degli inglesi, dovrebbe fare da paracadute all’uscita dall’Unione Europea. Basta seguire le rivelazioni del Telegraph per capire che gli americani giocano come il gatto con il topo, lesinando le concessioni e alzando di continuo l’asticella delle pretese, soprattutto in difesa dei giganti americani del web e delle tecnologie che Londra vorrebbe invece tassare. La cacciata con ignominia di Kim Darroch, l’ambasciatore che rappresentava il Regno Unito negli Usa dal 2016 e che ha dovuto lasciare non solo l’incarico ma anche la carriera diplomatica per aver definito un “inetto” il presidente Usa, non è stata solo un capriccio di Trump ma un modo molto esplicito di far capire agli inglesi, e non solo a loro, chi davvero comanda.

 

Questa lunga premessa era necessaria per arrivare al dunque. Se l’Unione Europea fosse colta da una Brexit collettiva e andasse in pezzi, quanti esempi simili a quello del Regno Unito avremmo? Detto in altri termini: quanti Stati vassalli degli Usa ci ritroveremmo sul Continente? Proviamo a fare una lista. Del Regno Unito abbiamo appena detto. Poi i tre Baltici. La Polonia, che si è detta disposta a pagare pur di avere una base americana sul proprio territorio. La Romania, che già ospita il sistema missilistico anti-russo voluto da Barack Obama nel 2008. La Repubblica ceca. La Finlandia, da sempre diffidente verso l’Orso russo che si ritrova ai confini. L’Olanda. La Danimarca. L’Irlanda, per ragioni culturali e anche economiche (è tuttora un paradiso fiscale per i giganti del Web). L’Italia, dove già operano forze importanti (per prima la Lega Nord di Salvini) che fanno dell’allineamento senza se e senza ma agli Usa un caposaldo della propria politica. Forse anche Ungheria e Svezia e i Paesi dell’ex Jugoslavia, e magari la Grecia del dopo-Tsipras targato Nuova Democrazia. Tutto questo potrebbe avere ripercussioni pesantissime per la Russia. Dal punto di vista economico, in primo luogo. Per fare un solo esempio: questi Paesi, confrontati uno per uno alla potenza di Washington, potrebbero essere convinti a ridimensionare o annullare le forniture russe di gas e petrolio per rivolgersi, invece, a quelle degli Usa che, con le tecniche di estrazione dalle rocce e dalle sabbie, sono diventati la maggiore potenza energetica del mondo. Oppure essere convinti, sempre dagli Usa, a rivolgersi a produttori amici di Washington e alternativi rispetto alla Russia, come già avviene con il Tap (Trans Adriatic Pipeline) rifornito dall’Azerbaigian e di cui lo stesso Salvini ha più volte raccomandato il completamento. Per non parlare dell’aspetto strategico e militare. La pressione di Trump affinché i Paesi dell’Unione Europea versino più quattrini nelle casse della Nato e rinuncino a ogni ipotesi di esercito europeo è già forte oggi. Pensiamo che cosa sarebbe domani, quando il presidente Usa dovesse rivolgersi non più alla Ue ma, per dire, al governo della Grecia o a quello della Finlandia. È facile immaginare che la Russia sarebbe chiamata a rispondere a una sfida molto più impegnativa di quella attuale, già notevole. Oggi la Nato trova un minimo di freno nella Ue, domani avrebbe libertà totale di azione in Europa. Siamo ancora convinti che sia negli interessi della Russia disgregare l’Unione Europea? Se non bastassero gli esempi precedenti, che sono solo due tra i molti possibili, proviamo con una piccola controprova. Quali sono i Paesi europei più fedeli ai temi e alle pratiche dell’atlantismo? Quelli a guida sovranista, a cominciare da Polonia e Ungheria, e in generale quelli entrati nella Ue con l’allargamento del 2004, caldissimamente sponsorizzato proprio dagli Usa. E quali sono, invece, i Paesi che oggi hanno rapporti più tesi con gli Usa e con la Nato? Guarda caso i più “europeisti”, vale a dire Germania e Francia. La Russia, al contrario di quanto si dice, ha bisogno che la Ue resti compatta. E il fatto che auspichi (o lavori per) un rafforzamento dei partiti che, nei diversi Paesi Ue, propongono una distensione nei rapporti tra Bruxelles e Mosca, in nessun modo equivale a desiderare la sparizione della Ue. Bisognerebbe piuttosto chiedersi se altrettanto valga per gli Usa di “America first!”, delle sanzioni contro le esportazioni europee, del subbuglio ucraino nel cuore dell’Europa, dei diktat pro-Nato, dell’appoggio alla Brexit. Ma questo è un altro discorso.

 

Fulvio Scaglione

 

 
La macchina narrativa per il controllo sociale PDF Stampa E-mail

15 Luglio 2019

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Da Appelloalpopolo del 13-7-2019 (N.d.d.)

 

Noam Chomsky, scienziato statunitense e teorico della comunicazione, nell’elaborare le regole della strategia di controllo sociale, indicò per prima la distrazione e come seconda la creazione del problema con l’offerta della soluzione. La sequenza è nota: problema, reazione, soluzione. Il potere crea un problema o una situazione, verso i quali, tramite il controllo dell’apparato mediatico e di intrattenimento, fa convergere l’interesse delle masse. Anche con una studiata scansione temporale nella diffusione del problema, il potere provoca e orienta la reazione pubblica di consenso o dissenso. A questo punto il potere suggerisce la sua soluzione, che il pubblico è indotto ad accettare o addirittura a credere di essere esso stesso ad averla richiesta. Questo succede perché la massa presta attenzione non al problema in sé ma alla narrazione che i gruppi organizzati di interesse e di pressione confezionano dentro cornici informative ricamate di intrattenimento (infotainment). L’infosvago può rendere un qualsiasi problema socialmente rilevante o addirittura angosciante, non perché oggettivamente grave, ma perché intorno a esso racconta trame, dietro le quali media e politici nascondono gli scopi più vari. In pratica non c’è settore in cui non sia possibile esercitare il controllo sociale: gestire fondi e servizi pubblici (governance), impiantare nuove burocrazie (autorities), assumere caste di presunti esperti (skilleds), farsi finanziare ristrutturazioni industriali, dirottare investimenti verso produzioni e servizi preferiti, finanziare una ricerca scientifica e tecnologica e trascurare altre, etc.

 

Ora osserviamo come sul problema dell’emergenza climatica il sistema globale ha imposto una sua narrazione, indiscutibile quasi come un dogma: il riscaldamento globale (dato come esistente) è dovuto all’uomo e alle sue attività. Nonostante che il tema susciti vivaci diversità di pareri tra gli scienziati e non sia stato ancora sufficientemente analizzato e definitivamente spiegato, la macchina narrativa ha già imputato l’aumento della temperatura esclusivamente all’attività umana, scartando le cause naturali. Questa teoria del riscaldamento globale antropico, formulata in schema rigido e semplicistico, suscita sospetti di truffa ideologica o di comprato asservimento di certa scienza alla politica e agli affari. Posto come indiscutibile l’assioma iniziale, come incontestabile viene offerta la soluzione: una globale e sollecita ristrutturazione industriale, la quale ha dei costi. Chi paga? Se l’origine del cambiamento climatico è antropica, allora la colpa è degli umani, cattivi, egoisti, incoscienti e irresponsabili, cioè dei popoli. Appunto ai popoli le oligarchie economiche e finanziarie intendono far pagare la riconversione energetica e la riorganizzazione generale dell’economia e della società con nuove tasse ecologiche sbrigativamente imposte, con bruschi e precipitosi cambiamenti delle abitudini di vita, con ulteriore sottrazione di diritti sociali. Ovviamente, alla planetaria campagna di persuasione si affianca l’iniziativa politica. A supporto dell’obiettivo di profonda e affrettata ristrutturazione produttiva, il grande capitale ha ideato una nuova fumosa pseudosinistra: i partiti ambientalisti. Questi sembrano venir fuori dal cilindro non meno tempestivi, rapidi e folgoranti delle carriere politiche di un Renzi o di un Macron. In campo ambientalista quindi la tabella di marcia è stata rispettata: il fenomeno Greta, frastornata adolescente, sembra aver opportunamente funzionato, specie in Nord Europa; infatti il panorama politico di quei paesi è cambiato: i partiti eurosocialdemocratici si sono indeboliti e allineati per la consegna del testimone ai Verdi, gruppi di fede europeista non meno solida di quella dei socialdemocratici. Nel frattempo un vano e innocuo ambientalismo contagia rapidamente in ogni dove gruppi di studenti manifestanti con slogan d’ordine, che “suonano bene” nell’inglìsce mimetico e cosmetico. Naturalmente non scema l’interesse geopolitico e strategico che, a dispetto della prospettata riduzione della dipendenza dai carburanti fossili, non arretra e non rinuncia a condizionare politicamente e militarmente le zone petrolifere del pianeta (Medio Oriente, Venezuela). Infine, per evitare che il pubblico, immerso nel frastornante flusso informativo, possa stancarsi con le continue “false nuove” (es. il livello degli oceani si innalza), il circo mediatico si impegna ad alimentare l’iniziale ondata emotiva, attribuendo alla fantasiosa emergenza climatica anche la fame e le migrazioni.

 

Nelle rapide del flusso mediatico le notizie vere e finte si accavallano e si sovrappongono caoticamente senza lasciare tempo e respiro per fare la cernita di quelle autentiche e importanti, sulle quali la velocità e il rimbombo impediscono di fermare la dovuta riflessione. Il libero scorrimento delle notizie fluisce in parallelo con la libera circolazione di prodotti e capitali; l’uno, monopolio di una manciata di agenzie stampa internazionali; l’altra, privilegio di un pugno di banche e multinazionali a esercizio planetario. Questi vertici di potere, insediati in un altrove, eludono la partecipazione popolare, non rispondono a nessuno, decidono quali notizie diffondere e quali valori/disvalori imporre. Il racconto del cambiamento climatico sembra rispondere fedelmente alle regole del controllo sociale: l’invenzione periodica di globali criticità, la distrazione da problemi veri e drammatici con quelli finti, il suscitare paure e narcosi collettive, la creazione di personaggi simbolo, conoscenze e informazioni affogate e diluite nell’intrattenimento. Metodi e sistemi collaudati contribuiscono a fuorviare e distrarre le masse dalle strategie, incontrollabili perché occulte, di oligarchie finanziarie e monopolistiche transnazionali, dirette a conquistare e mantenere egemonie, espandere influenze, far lievitare capitali sui disagi collettivi. È una via senza uscita se lo Stato non torna sovrano nel controllo delle grandi reti di comunicazione, nel vincolo di un’informazione corretta e affidabile, nel tener distinti informazione e spettacolo, nell’impedire che le menti e le coscienze dei cittadini subiscano il condizionamento ideologico e la propaganda incontenibile dei padroni del discorso.

 

Luciano Del Vecchio

 

 
Salvataggi e uccisioni PDF Stampa E-mail

14 Luglio 2019

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Da Appelloalpopolo del 10-7-2019 (N.d.d.)

 

Insomma, pare che Deutsche Bank abbia vissuto, fra uno scandalo e l’altro (cercare «Panama Papers» e «Scandalo Libor») ed imbottendosi di derivati, al di sopra delle proprie possibilità… A pagare adesso saranno 18mila lavoratori, mentre 74 miliardi di euro di crediti a rischio finiranno in una bad bank parallela, da riempire di prodotti finanziari altamente tossici per fottere un po’ di risparmiatori. Dice: è il mercato bellezza… delle vacche. E la Grecia? L’hanno ammazzata per molto, davvero molto, meno… e mentre lo facevano, invitando i “greci bancarottieri“ a vendersi le isole, salvavano, anche a spese nostre, le banche tedesche. Ma tutto quello che i criminali di Bruxelles e Francoforte hanno fatto per salvare il sistema bancario tedesco, imbottito di spazzatura post Lehman, è stato pazzesco, e neanche è bastato, mentre i criminali hanno continuato a fare ciò che volevano e addirittura a dettarci regole assurde (bella l’Europa della solidarietà e della cooperazione!), fra gli applausi di imbecilli italiani auto-razzisti, che continuano a denigrare il proprio Paese e a chiederne il commissariamento da parte della badante tedesca.

 

E la nostra bella Italia? A noi è stata impedita e viene ancora impedita qualsiasi politica di sostegno pubblico all’economia e ci minacciano per deficit da zerovirgola, mentre ci chiedono tagli continui ad una spesa pubblica già ridotta ai minimi termini. Ma non basta, perché nel sistema bancario, il nostro, il più sano d’Europa, ci hanno fatto fallire 4 banche, con conseguenti suicidi di risparmiatori, che non dovevano fallire. Questa è la disumana Unione Europea globalista che abbiamo costruito, e che nessuno potrà mai cambiare perché è marcia dalle fondamenta, che vanno solo abbattute.

Lorenzo D’Onofrio

 
Rileggendo Werner Sombart PDF Stampa E-mail

13 Luglio 2019

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Da Rassegna di Arianna dell’11-7-2019 (N.d.d.)

 

Il Capitalismo Moderno fu pubblicato nel 1902 ed è forse l’unico tentativo di leggere lo sviluppo storico dell’economia in modo sistematico, seguito in parte solo dalla scuola francese della “longue durée” (Fernand Braudel, Annales) e più di recente dal neomarxista Wallerstein. Le classi di fattori che egli rintraccia nella genesi del capitalismo per isolarne lo spirito sono di tre tipi: basi biologiche, ovvero eventuali speciali inclinazioni o predisposizioni di certi popoli e talune comunità; forze morali, come la filosofia, in particolare l’utilitarismo e le religioni favorevoli allo sviluppo di particolari mentalità ( giudaismo, cattolicesimo e protestantesimo calvinista) ; condizioni sociali, ovvero l’organizzazione degli Stati, le migrazioni, la scoperta di metalli preziosi, l’influenza moltiplicatrice della tecnica, il commercio e il prestito di denaro. A questi elementi va associato un elemento psicologico che è forse il primo a riconoscere come movente, l’invidia sociale, sostegno e motore della pseudo morale borghese, trasferita poi come risentimento (ressentiment) nella forma mentis proletaria, leva del marxismo politico. In più, attribuisce un ruolo centrale al lusso, al desiderio di esibizione ed ostentazione, tanto da farne il soggetto di un trattato, Lusso e capitalismo, del 1938. Una delle sue maggiori intuizioni riguarda l’originale teoria sugli stranieri: la migrazione sviluppa lo spirito capitalistico in quanto spezza tutti i legami, interrompe le abitudini e chiude tutti i vecchi rapporti. Nello straniero gli interessi materiali acquistano la supremazia su tutti gli altri. Questa parte del pensiero sombartiano ha attirato accuse e violente contrapposizioni, specie in relazione all’antisemitismo di cui sarebbe impregnato il suo saggio Gli ebrei e la vita economica. Nulla di più lontano dalle intenzioni. Fece giustizia il grande storico di origine israelita George L. Mosse: “Sombart non pronunciava, nei confronti degli ebrei, un giudizio di condanna: la sua intenzione era quella di fornire un’analisi storica dell’evoluzione del capitalismo. Autori e propagandisti nazional-patriottici seppero prontamente utilizzarne l’opera, piegandola ai propri fini.”. […]

 

Gli uomini, beninteso, hanno sempre esercitato un’attività economica, non per soddisfare bisogni naturali, ma per puntare al guadagno (principio acquisitivo) e alcuni hanno tentato in ogni tempo di procurarsi quanti più beni possibile attraverso la tecnica, ossia l’uso di mezzi razionali, e l’organizzazione. Tutto ciò è tuttavia insufficiente per ipotizzare una mentalità capitalistica. Nell’economia premoderna, quella di “erogazione”, i protagonisti puntano all’equilibrio tra quel che si spende e quel che si ottiene nella produzione di beni necessari all’uomo “vivo”. In questa forma sociale, il bisogno non è determinato soggettivamente, ma si basa su dati fissi, determinati dalla comunità o dal gruppo cui si appartiene. Il principio d’ordine è la copertura del fabbisogno anche per le produzioni di tipo artigianale e per gli scambi. A Sombart preme dimostrare che, se ci sono sempre state personalità tese all’accrescimento ed alla ricchezza, esse costituivano l’eccezione nel modo di vita anteriore al capitalismo, poiché l’impulso all’arricchimento fu per lungo tempo estraneo all’economia, intesa in senso aristotelico. Un brano dello Spirito del capitalismo afferma che “neppure la ricchezza in denaro contante serve a fini economici, alla sussistenza provvede l’oikòs, mentre la ricchezza è adatta soltanto ad un uso extraeconomico, immorale. Ogni economia ha limiti e misura che il guadagno invece non conosce”. La conseguenza è un rapporto ancora qualitativo, financo affettivo con i beni. Non si producono valori di scambio determinati quantitativamente, ma beni di consumo differenziati per qualità. Non si guarda ancora all’efficienza complessiva, né si fa troppo caso al tempo impiegato. Il tempo del lavoro è intervallato da numerosi giorni di festa scanditi dalla tradizione religiosa. Il segno fondamentale della vecchia società era la stabilità, la sequela dei ritmi naturali delle stagioni e della vita, non si amavano le innovazioni, accolte con lentezza, spesso con diffidenza. Questa descrizione, che agli occhi moderni appare negativa, soffocante, collide con il nascente capitalismo, le cui basi sono opposte. Le sue caratteristiche sono quelle di “una organizzazione economica di scambio, in cui collaborano, uniti dal mercato, due diversi gruppi di popolazione, i proprietari dei mezzi di produzione, che contemporaneamente hanno la direzione e costituiscono i soggetti economici, e i lavoratori nullatenenti (come soggetti economici), e che è dominata dal principio del profitto e dal razionalismo economico”. Gli obiettivi perseguiti diventano il profitto e la razionalità economica che prendono il posto della copertura del fabbisogno e dei modi di vita tradizionali. Lo scopo dell’agire economico è l’aumento del denaro disponibile, obiettivo immanente all’idea di organizzazione capitalistica, e suo “scopo oggettivo”. Evidentemente il Nostro ha capito la lezione di Marx, per il quale il capitalismo (anzi il “modo di produzione capitalista”) si contraddistingue per l’accumulazione di “lavoro morto” (ovvero di denaro) del tutto indifferente ai suoi mezzi. La formula di San Tommaso d’Aquino è rovesciata, il fine ultimo dell’economia non è più vivere bene all’interno del proprio rango sociale, ma creare valore, in linea di principio indefinito ed illimitato. Il valore per il capitalismo non è dettato da una struttura antecedente o dalla parola di Dio, è una forma sociale, un modo di dissolvere le differenze dalla forte valenza antitradizionale che si unifica nella metafisica rovesciata del denaro misura di tutte le cose. La finalità dell’agire diventa creare la massima quantità di valore, cioè di denaro. Sombart prosegue analizzando l’azienda capitalistica, ovvero l’unità organizzativa del modo di produzione dell’imprenditore, anticipando temi che verranno approfonditi da Joseph Schumpeter. Poi tratta il capitale, che “comincia e finisce in forma di denaro”. Lo scopo delle imprese è ormai la “valorizzazione”, non la produzione di beni d’uso. La creazione di maggiore valore si ottiene accelerando il processo di produzione, aumentando i prezzi di vendita o riducendo i costi. È evidente il debito e il dialogo a distanza con un altro grande dell’epoca, Georg Simmel, autore di Filosofia del denaro. In tale opera Simmel mise in evidenza gli effetti culturali e sociali provocati dallo sviluppo e dallo scambio economico fondato sul denaro. Il denaro è la migliore dimostrazione del carattere simbolico del sociale, l’elemento che trasforma la qualità in quantità. L’oggetto del desiderio appare svuotato di ogni altro valore. Il sacrificio, il lavoro, l’impegno che siamo disposti a compiere per ottenerlo perde qualsiasi diversa unità di misura. Quando il valore diventa denaro, l’oggetto difficilmente può essere raggiunto, e non si riesce più ad afferrare il nesso tra valore e desiderio, in quanto il primo viene oggettivato nel prezzo di mercato. Ciò comporta profondi scompensi della società, producendo qualcosa di assai simile all’alienazione descritta da Karl Marx.

 

Il nuovo mondo, sorto dal profondo della civiltà europea, abbatte le vecchie barriere e diventa capace di creare nuove forme di vita, quasi sempre artificiali. Lo spirito crescente estirpa i vincoli organici che legavano gli uomini alle comunità di appartenenza, gettandoli “sulla via dell’egoismo insaziabile e dell’autodeterminazione”. Su tale punto ci sono nessi comuni ad alcune idee sviluppate da Herbert Marcuse nell’ Uomo a una dimensione, prigioniero del “feticismo delle forze produttive”. Lo Spirito del capitalismo fu oggetto di ristampe e rimaneggiamenti sino al 1925, tre anni dopo la nascita della scuola di Francoforte. Lo spirito descritto da Sombart è, lo accennavamo all’inizio, è quello di Faust, teso all’irrequietezza, all’ansia febbrile; un’aspirazione all’infinito, all’immenso che si fa volontà di potenza. Così la descrive: “dal più profondo dell’anima, dove la nostra mente è incapace di penetrare, scaturisce quell’indescrivibile spinta dell’uomo forte ad imporsi, a sottomettere gli altri alla sua volontà ed alle sue azioni, che noi possiamo definire volontà di potere. Oppure spirito d’intrapresa. Sono essi, quindi, gli intraprendenti, che conquistano il mondo, i creatori, i vivi, i non-contemplativi, i non-gaudenti, coloro che non fuggono e non negano il mondo. Che si fanno largo combattendo.” Si apre la “caccia al denaro, a questo simbolo di valore assolutamente astratto, esente da qualsiasi limitazione organico-naturale, il cui possesso rappresenta sempre più un simbolo di potere”. In tale astrattezza di scopo emergono l’illimitatezza, ed insieme “il superamento della concretezza, di tutti gli scopi individuali”. È il punto in cui convergono tutte le ragioni sombartiane di opposizione al capitalismo: l’illimitatezza è per lui astrazione, oltrepassa la vita concreta dell’uomo e i suoi scopi. L’autonomia che il capitalismo promette, e la modernità individualista realizza, è un inganno. Permane un unico fine, la crescita del “valore”, che riduce ogni cosa e l’umanità stessa a mezzo di quell’obiettivo dissennato. Lo spirito capitalistico si riunisce così in uno “stato d’animo risultante dalla fusione in un tutto unico dello spirito imprenditoriale e dello spirito borghese”. Prevale il rapporto di lavoro salariato, che domina la forma economica capitalistica dal suo inizio, determinando l’abbandono delle campagne e contribuendo allo sviluppo dell’uomo metropolitano studiato con tanta acutezza da Simmel. Nei due gruppi contrapposti, imprenditori e nullatenenti salariati, domina un unico principio, “la volontà di regolare il rapporto di lavoro in vista del massimo profitto o del massimo salario”. Enormi masse umane vengono costrette alla dissoluzione progressiva delle comunità di villaggio e distolte dalle abitudini di lavoro tradizionali, considerate altrettanti ostacoli al progresso tecnico ed alla razionalizzazione. La crescita dell’intensità produttiva, l’introduzione di macchine portarono all’abbandono del vecchio sistema dei diritti di partecipazione in favore del salario, unica “espressione razionale del rapporto di lavoro capitalistico-proletario”. Si fuoriesce da un lunghissimo passato e si entra nel nuovo spirito individualistico che abbatte la comunità domestica, proiettando ampi strati di popolazione in un imponente processo di mercatizzazione di se stessi. “Una gran parte della popolazione rurale, in passato organicamente cresciuta nell’agricoltura e legata alla terra, si sradica, diventa mobile come la sabbia” Su questo punto, Sombart utilizza una formula di profonda suggestione, descrivendo il dramma di massa che sbocca nel modo di produzione e nella disciplina della fabbrica come “uno di quei meravigliosi sistemi di relazioni di superiorità, inferiorità e adiacenza, queste strutture artefatte composte da frammenti di uomini”. Avanza imperiosa una nuova organizzazione economica che non ha bisogno di uomini o donne, ma di segmenti umani, “esseri senz’anima, spersonalizzati capaci di essere membri o meglio piccole ruote di un intricato meccanismo” che comporta la perdita definitiva della libertà individuale, la rinuncia “alla sua antica prerogativa di fermarsi quando vuole, perché altrimenti getterebbe l’intero stabilimento nel disordine”. Occorre orientare tutti i pensieri al guadagno, quindi al denaro, “all’allargamento della propria esistenza materiale”. A tal fine bisogna accettare le condizioni necessarie per ottenerlo, calcolo della produttività, rigidi regolamenti, disciplina, parcellizzazione del lavoro.

 

Nelle conclusioni Sombart si addentra in molte previsioni, immaginando – errore o speranza caduta? – una trasformazione del capitalismo in direzione di un’economia mista e cooperativa. Nei primi trent’anni del dopoguerra, i cosiddetti “trenta gloriosi” l’idea fu effettivamente realizzata nelle forme del compromesso socialdemocratico e cristiano sociale. Prese atto dell’impossibilità, per la pressione demografica e gli interessi in ballo, di un ritorno alle forme precapitalistiche. Non credette all’esaurimento rapido delle risorse materiali; fa anzi menzione di un dibattito con Max Weber, che sperava nel declino attraverso la rarefazione dei mezzi impiegati. Sombart fu tra i primi a capire che la volontà di potenza unita alla tecnica avrebbe indotto lo spirito del capitalismo a sfruttare senza posa “l’energia idrica, l’energia delle maree e del moto ondoso, l’energia solare” ed anche il riciclo dei materiali. Si aspettava vanamente, come l’ultimo Schumpeter, che il capitalismo perdesse la sua posizione predominante perché soggetto a sempre più limitazioni dalle pressioni esterne, previsione dissolta dall’imponente svolta neoliberale impressa a partire dagli anni 80 del XX secolo. Il teorico dello spirito capitalistico, prolungamento dell’anima europea, comprese altresì che l’aumento della popolazione e l’influenza dell’Occidente lo avrebbero esteso alle altre razze, ciascuna delle quali con il suo particolare modo di essere. Ci sarà “il capitalismo dei cinesi, dei malesi, dei negri” che si svilupperà a misura di ciascuna civiltà rimanendo se stesso. […]

 

Ogni economia razionalizzata, socialista o capitalista, appare a Sombart una triste alternativa. In entrambi i casi significa essere “cotti in padella o alla brace”, giacché tutto il meccanismo si fonda sul processo di spersonalizzazione: le condizioni di lavoro sono analoghe, l’orario di lavoro identico, dipendente dalle condizioni economiche generali, non dalla proprietà dei mezzi di produzione e, più modernamente, dalla composizione della compagine azionaria. La domanda centrale di Sombart è se nel futuro l’uomo sarà dominato dalla tecnica o dalla persona. In questo senso, come Spengler e certi russi, sperava in una rinascita dell’agricoltura, ovvero del modello di vita rurale, comunitaria, conviviale secondo il lessico di Illich, non assoggettata all’imperio del denaro. Il neocapitalismo globalista svilisce continuamente il lavoro remunerato sotto la spinta dell’innovazione. Il processo si va intensificando ed interesserà migliaia di figure professionali e una massa sterminata di esseri umani entro pochi anni, con la robotizzazione avanzante. Gran parte dell’umanità diventerà superflua, un esercito di inutili, una riserva in vana attesa di essere riassorbita e inserita in un progetto di società. La sostituzione delle menti e non solo delle braccia rende più inquietante tale prospettiva. L’opera di Werner Sombart va dunque riletta come il più ampio, acuto e completo tentativo di riumanizzare l’anima europea, ricostruendo sotto il profilo metastorico, culturale e civile lo spirito capitalistico che ha prima pervaso, poi travolto, infine dissolto, la civiltà comune. Nel passato non si può tornare, ma se ne può trarre partito per non ricadere nel più grande errore degli ultimi secoli: la disumanizzazione della vita in nome del regno della quantità divenuto fondale unico dell’esistenza, spacciato per dato di natura dai due grandi materialismi, quello collettivista e quello liberale.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Dignità della Bielorussia PDF Stampa E-mail

12 Luglio 2019

 

Sono appena tornato da un viaggio molto esaustivo in Bielorussia in cui ho girato, a titolo personale, col solo scopo di osservare e capire, una buona fetta del Paese, dalla metropoli Minsk ai villaggi e alle cittadine di provincia. Altre volte avevo visitato il Paese, ma mai girandolo in lungo e in largo. Sì, proprio la Bielorussia: quella che la vulgata mainstream considera l' "ultima dittatura d' Europa", impone sanzioni al suo Presidente Lukasenka (questa è la grafia corretta, non Lukashenko) e a molti funzionari e membri del governo per "violazione diritti umani", accusa le autorità di truccare le elezioni e di farle svolgere in un "clima di terrore", eccetera e sente solo la campana degli oppositori (per la verità pochini: in caso contrario Lukasenka avrebbe già levato le tende). Insomma, il classico "Stato-canaglia", definizione che piace tanto agli occidentali.

 

Vogliamo udire anche una narrazione diversa, di un viaggiatore indipendente senza pregiudizi? Anzitutto il "clima di terrore" regna nelle periferie italiane, ormai in balia di balordi, spacciatori e baby gang che operano nella totale impunità, non a Minsk, che è una città largamente sicura dove il concetto di ordine pubblico, rispetto delle regole e del prossimo, non sono astrazioni ma pratica quotidiana. Tralasciando pure l' altissimo senso di civismo e la certezza della pena (so che non mi crederete, ma a Minsk si può dormire benissimo con le porte aperte da tanto è elevato il livello di sicurezza) che sono forse due concetti ostici per gli italiani, vorrei far notare che la vera libertà è quella dal bisogno e dalla paura, non quella di vantarsi d' infilare una scheda elettorale nell' urna per eleggere governi che da Tangentopoli non ne indirizzano una. Cosa vogliamo rimproverare a Lukasenka? Di governare con cipiglio e far rispettare le leggi e le regole? O forse la cosa più grave è quella di non sguazzare nella "economia di mercato" del turbocapitalismo liberale postmoderno, coi suoi postulati di "destra del capitale e sinistra del costume"? A differenza di altri omologhi, Lukasenka non è andato a dormire coi piani quinquennali per risvegliarsi seguace delle teorie di Milton Friedman o altri simili pensatori. La Bielorussia è l'unica delle 15 ex Repubbliche Sovietiche in cui vi è stata una transizione morbida, che continua seppur tra mille difficoltà pure oggi e le cifre parlano da sole: il suo Indice di Gini è di 0,309 e occupa la ventitreesima posizione della classifica, mentre l'Italia con 0,360 è cinquantaduesima e la tanto decantata Polonia il quarantaduesimo. Forse non vi sono state crescite spettacolari, forse il Paese è ancora indietro con la digitalizzazione e la robotizzazione, ma girando per le strade sia della capitale che delle province non troverete mai un postulante o uno straccione: al massimo qualche vecchietta nella metropolitana, che vende fiori o ortaggi per arrotondare la pensione. Le ultime proteste popolari del 2017 ebbero un carattere squisitamente economico e per nulla politico. Non è facile per Lukasenka cercare di mantenere un solido welfare state quando la stessa Russia, primo partner commerciale e prima fonte di aiuti è essa stessa in ambasce e vittima di immeritate sanzioni.

 

Altri meriti di Lukasenka sono stati, nell' ordine, una politica estera dignitosa che non lo ha mai portato a essere una marionetta dei russi e ad anteporre l'interesse nazionale innanzi tutto- sino a pagarne conseguenze, vedi la disputa sul gas del 2007 e la condanna dell'annessione della Crimea del 2014- e la mancata genuflessione ai poteri forti finanziari mondiali, sino al punto di scontrarsi, nel 2016, con l'FMI e le sue condizioni giudicate "assurde". Lukasenka è un classico politico equilibrista, che vuole giostrarsi tra Russia, Ucraina, Cina (molti gli accordi stipulati e molti i cinesi che si vedono all'aeroporto di Minsk) ed Unione Europea mantenendo- e questo è davvero il bello- una propria peculiarità identitaria e nazionale, senza sottostare alle lezioni di nessuno su come dovrebbe essere il "modello interno di politica ed economia" e senza pelose supervisioni o pericolose ed eterodirette "rivoluzioni colorate". La piccola Bielorussia nonostante le difficoltà è uno degli Stati più "sovranisti" d' Europa, di cui solo il paraocchi ideologico di molti politici nostrani e continentali impediscono di comprendere l'essenza: ha una sua politica estera ben precisa e autonoma, una sua Banca centrale e una sua moneta, un esercito solido e motivato non legato mani e piedi da alleanze scomode.

 

Concludo con un paio di note. Taluno accusa Lukasenka di non rimuovere le statue di Lenin e i simboli ex sovietici. Se a voi non piace chi tiene in piedi le sculture di Lenin, a me non piace, di converso, chi cancella la Storia e ne vuol fare tabula rasa o una damnatio memoriae in nome non si sa di che. Aggiungo che esiste pure un busto di Stalin al Museo della Guerra di Minsk e che serve più anticonformismo ad esibire Stalin (anche se al chiuso d' un museo) anziché rimuovere le statue di Lenin. Come seconda cosa, faccio notare che la festa del 3 luglio (festa nazionale, liberazione di Minsk, 1944) è ancora straordinariamente sentita da giovani e anziani e il mito fondante della vittoria nella "Grande Guerra Patriottica" funge da collante che unisce le generazioni e tutto un popolo. E con buona pace dei filoamericani, il primo contribuente della sconfitta del nazismo fu l'URSS, che piaccia o no leggerlo. Restino ben salde, dunque, le statue di Lenin. Un popolo dignitoso, disciplinato, rispettoso delle regole e dell’autorità, cordiale con lo straniero (sono stato circondato da simpatia e umanità per tutto il viaggio), in un Paese straordinario ricco di bellezze naturali e storiche ben tenute e molto orgoglioso della propria identità. Quasi quasi mi era venuta la tentazione di rifugiarmi nel primo ufficio governativo o commissariato della "militsya" e chiedere asilo politico.  Fossero questi gli "stati di terrore”, il mondo sarebbe un bel posto colorato.

 

Simone Torresani

 

 
Quando avevamo un'economia statalista PDF Stampa E-mail

11 Luglio 2019

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Da Appelloalpopolo dell’8-7-2019 (N.d.d.)

 

Alla fine degli anni ’80 eravamo la quarta potenza economica mondiale con la metà della produzione industriale nelle mani dello Stato. Eravamo il paese più socialista del mondo dopo l’Unione Sovietica e le nostre imprese di Stato competevano a livello internazionale. Svenduto tutto negli anni ’90, sperimentiamo da allora un arretramento in favore di economie emergenti che trainano la crescita con una forte presenza di imprese pubbliche e il primo player mondiale resta il detentore del primato della presenza dello Stato nell’economia: la Cina.

 

È interessante notare che questa narrazione ideologica sull’inefficienza dello Stato abbia attecchito in Italia, un paese che è cresciuto e ha raggiunto il benessere grazie alla presenza ingombrante dello Stato nell’iniziativa economica. Ed è altresì interessante osservare che, benché si sia svenduto praticamente tutto ai capitali privati si continui a sostenere che il problema è ancora lo Stato, che è ormai ridotto ai minimi termini.

Gianluca Baldini

 
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