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Libano snodo cruciale PDF Stampa E-mail

30 Agosto 2017

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Da Rassegna di Arianna del 27-8-2017 (N.d.d.) 

 

Il Medio Oriente non trova pace, e il Libano è certamente uno dei Paesi maggiormente interessati dall’instabilità della regione e dalle guerre al suo confine. Il Paese è piccolo, ma estremamente complesso: minoranze religiose, etniche e politiche, si intersecano in una struttura statale difficile che si regge grazie al duro lavoro della popolazione, della politica e anche della sostanziale tregua dei Paesi terzi che influenzano le fazioni interne allo Stato. La guerra in Siria, con l’impegno in particolare di Hezbollah, ha coinvolto il Libano in un gioco molto più grande di lui, facendo sì che diventasse anch’esso un terreno di scontro della politica internazionale. Beirut, infatti, si trova al centro di un intricato sistema di alleanze: l’Iran appoggia Hezbollah, il governo centrale è invece legato all’Occidente e anche in parte al blocco saudita. L’incontro con Trump da parte del premier libanese Saad Hariri è un’immagine molto evidente di questa frattura interna al Paese: da una parte c’è un movimento politico e militare sciita legato a Teheran e parte della cosiddetta “mezzaluna sciita” che collegherebbe l’Iran al Mediterraneo; dall’altra parte, il governo di Beirut ha un premier vissuto a Riad, fortemente legato ai sauditi, e quindi in rapporti sostanzialmente pacifici con Washington. L’equilibrio è fragile, e, soprattutto da Israele, l’idea di una prossima guerra con Hezbollah, che coinvolgerebbe inevitabilmente il Libano, è vista come una possibilità tutt’altro che remota.

 

In questo contesto la comunità internazionale viaggia su binari molto pericolosi. Gli Stati Uniti hanno messo in cima alla black-list mondiale l’Iran, e quindi, di conseguenza, tutti gli alleati iraniani nel mondo. Questo si traduce evidentemente nel colpire Hezbollah, considerato una minaccia da Washington e da Tel Aviv, oltre che dal blocco sunnita legato alle monarche del Golfo Persico. Ma per muoversi in Libano, Usa e Israele devono fare i conti non soltanto con l’evidente forza militare degli sciiti libanesi, collegati anche alla Russia, ma soprattutto con una missione internazionale delle Nazioni Unite che svolge un fondamentale ruolo di stabilizzazione in quel Paese: Unifil. E sembra essere proprio Unifil la chiave di volta della politica americana per quanto riguarda il Libano. Negli ultimi giorni, il rappresentante statunitense all’Onu, Nikki Haley ha, infatti, lanciato una proposta che potrebbe stravolgere completamente la ratio della missione: contrastare il traffico di armi che giungono in Libano dall’Iran, utilizzando il confine con la Siria. Il mandato Unifil scade a fine agosto. Ci sono 10.500 soldati delle Nazioni Unite impegnati sul territorio, e la loro missione, per ora, è stata utile nel dividere le forze in campo israeliane e libanesi ogni volta che sia stato utile. Gli Stati Uniti, per rinnovare il mandato, vorrebbero imporre questa nuova linea, che ha ricevuto il plauso di Israele, ma che nello stesso tempo esporrebbe la comunità internazionale ai rischi politici di una missione fatta ad hoc contro Hezbollah e che metterebbe a repentaglio i buoni rapporti dell’Europa con l’Iran. Proprio per questo motivo, la Francia, tramite Anne Gueguen, vice rappresentante permanente della Francia alle Nazioni Unite, è stata categorica, confermando di volere mantenere la missione “così com’è”. Una posizione di netto rifiuto alla proposta dell’amministrazione Trump che evidenzia, ancora una volta, la scelta della Francia di giocare un ruolo diverso in Medio Oriente, soprattutto in Paesi in cui storicamente ha avuto un peso politico e culturale non indifferente. La Francia ha ottenuto il supporto anche della Russia, che non vuole assolutamente che sia destabilizzato un fronte già fragile come il Libano, anche per evitare un’escalation militare che interessi Israele, Hezbollah e quindi la Siria. E che esporrebbe, di fatto, gli stessi soldati russi nelle aree di de-escalation a un pericolo non indifferente. Ma quello che per ora sembra mancare, è il contributo italiano in questa discussione, che non sarebbe affatto irrilevante dal momento che le forze armate italiane rappresentano il contingente più numeroso in Libano sotto il comando Unifil. L’Italia non è una potenza marginale nel contesto di Unifil, e dunque sarebbe necessaria una sua presa di posizione: magari non forte come quella francese, perché l’Italia non siede nel Consiglio di Sicurezza, ma quantomeno di supporto alla politica del dialogo avanzata da Parigi e condivisa da Mosca. Non tanto per inimicarsi Israele e gli Stati Uniti, quanto per evitare di essere inseriti in un conflitto che può condurre esclusivamente alla rottura d’importanti legami commerciali con l’Iran, oltre che per evitare, in generale di esporre il Libano alla guerra.

 

Lorenzo Vita

 

 
Vaccini e dissoluzione della famiglia PDF Stampa E-mail

29 Agosto 2017

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Da Rassegna di Arianna del 25-8-2017 (N.d.d.)

 

Ci siamo. Entro il 10 settembre, le famiglie liguri verranno subissate da 55mila lettere per adempiere al compito di sottoporre i propri figli alle vaccinazioni obbligatorie, ed io, da ligure, assisto con sdegno e impotenza a questa ennesima violazione del diritto alla libera scelta in ambito biologico sanitario. Non è abbastanza privarci della nostra sovranità politica, ore le apolidi élite finanziarie intendono appropriarsi anche dell’unica cosa che forse ci rimane, l’unico aspetto della vita che dovrebbe, in virtù della sua sacralità intrinseca, rimanere inviolato all’interno della sfera privata dell’individuo e del suo nucleo familiare: il corpo. Il potere, oggi più che mai, sembra pretendere il diritto di accedere alla vita biologica degli individui, la quale viene inesorabilmente ridotta a questione politica ed economica. È il trionfo della biopolitica foucaultiana, conditio sine qua non perché si instauri quell’ideologia totalitaria finalizzata a manipolare, se non a disinnescare completamente, qualsiasi potenziale germe di resistenza fin nel fulcro più intimo delle persone. In una prospettiva più ampia, infatti, la questione relativa all’obbligatorietà dei vaccini si inserisce in quel quadro ideologico che mira alla dissoluzione della famiglia, della patria potestà che, per natura e non per convenzione sociale, è l’unica vera autorità politica che non necessita di alcun consenso per perpetuarsi. Nel momento in cui lo Stato si fa tiranno e si prende la libertà di inserirsi subdolamente nel corpo umano, e le vaccinazioni non costituiscono più un’opzione ma una coercizione, ecco che automaticamente la famiglia cessa di essere la struttura portante della società. Nell’attuale società  tecnocratica e ipermedicalizzata, il nucleo familiare perde totalmente la sua originaria importanza; da fonte essenziale del dissenso politico, da radice profonda dell’istituzione di valori “altri” rispetto al pensiero unico dominante, esso si vede costretto a cedere il passo dinanzi al “bene della scienza”, quasi questa scienza fosse unentità  astratta semidivina inconfutabile e avversa al confronto dialogico con la ragione dei comuni mortali nella ricerca della verità .

 

In una recente intervista comparsa su un quotidiano online locale, il dottor Roberto Carloni, responsabile della struttura di Prevenzione di Alisa, l’azienda sanitaria regionale, si esprime così in merito all’aumento dei genitori contrari alla vaccinazione dei propri figli: “Credo che i social network abbiano portato allo scoperto qualcosa che era sotterraneo. Questo mi preoccupa. C’è un tentativo di sconfessare la figura istituzionale dei medici in nome di battaglie contro Big Pharma e altri discorsi di questo tipo. Ci sono sedicenti esperti che affermano che la scienza non è democratica. Il punto è che la scienza è scienza, si basa sui fatti: se 2 + 2 fa 4, farà sempre 4, anche se ci mettiamo a fare un referendum e decidiamo che il risultato è 5“.  Al di là del fatto che Orwell avrebbe qualcosa da ridire a proposito, l’errore argomentativo è sempre il medesimo: sostenere che l’efficacia preventiva dei vaccini comporti necessariamente la giustificazione dell’obbligatorietà degli stessi. Il fatto che un farmaco funzioni dovrebbe far sì che venga promossa un’adeguata informazione in merito, ma non potrebbe mai legittimare o rendere moralmente accettabile l’imposizione e la coercizione in ambito bio-medico. Come già accennato in un precedente articolo, motivare questa cessione di libertà evocando la sicurezza pubblica appare poco credibile, per due ragioni: la mancata dichiarazione dello stato di emergenza, e la totale assenza del dibattito bioetico in una materia così spinosa e delicata come quella che fa riferimento al rapporto tra corpi e potere. Vorrei aggiungere adesso una terza motivazione, questa volta di ordine meramente pratico: la percorribilità della via della libertà di scelta, a prescindere dal contesto particolare. Chi crede nell’efficacia dei vaccini può e deve essere libero di vaccinare i propri figli mentre chi, al contrario, ha dei dubbi al riguardo non recherà comunque alcun danno alla cerchia dei vaccinati, se opterà per un’alternativa terapeutica. Gli interessi di entrambe le parti, pro-vax e no-vax, verrebbero tutelati e le famiglie vedrebbero rispettato il loro sacrosanto diritto e dovere di educare i propri figli, senza temere di venire inghiottite dalle estreme conseguenze della logica capitalistica. È proprio la famiglia, infatti, il luogo della formazione morale della persona, ove prende forma l’intimo ordine simbolico che porterà l’individuo a compiere le proprie scelte in piena autonomia nel corso della propria vita. Fra queste scelte, non fa eccezione il percorso terapeutico, e negare tout court questo diritto fondamentale significa minare alla base il concetto stesso di etica familiare, vera e propria cellula della società civile.

 

Flavia Corso

 

 

 
I meriti dei dipendenti pubblici PDF Stampa E-mail

27 Agosto 2017

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Da Rassegna di Arianna del 25-8-2017 (N.d.d.)

 

Il modello economico dominante, col quale politici collaborazionisti o semplicemente sciocchi stanno cercando di violentare anche il nostro Paese, non concede alternative logiche: “privato” è giusto, efficiente e funzionale mentre “pubblico” è sbagliato, inefficiente e disfunzionale. Ripetere all'infinito questa formula, che guarda caso veicola il suo messaggio con lo schema binario come fanno la pubblicità e la propaganda, è servito a farci cadere nella trappola. Dopo anni di indottrinamento e di manipolazioni mediatiche, calibrate apposta per farci concentrare sui quattro spiccioli rubati dai “furbetti del cartellino” piuttosto che sui miliardi di danni che ci sono costati i banchieri-gangster, il lavaggio del cervello neo-liberista poteva quasi dirsi compiuto. In effetti ero ormai scoraggiato. Impossibile contrastare la forza evocativa dell'impiegato fannullone o di questi timbratori in mutande che tornano a letto invece che andare a lavorare. Inutile ammonire dell'inganno queste giovani generazioni, riprogrammate dal neo-liberismo ad uno stile di vita fluido, privato dei diritti, delle garanzie e dei pilastri del passato. Non c'è ragione contro la stregoneria di certe immagini. Poi, però, su questa costruzione di menzogne si abbattono improvvisamente altre immagini che, con la forza distruttiva della Natura, cioè dell'essenziale, rivoltano il terreno dimostrando che “pubblico” non è una parolaccia, ma ciò che condensa, identifica, persegue e protegge la comunità.

 

Abbiamo assistito tutti, in diretta e con il fiato sospeso, all'incredibile salvataggio dei tre fratellini rimasti sotto le macerie di Ischia. Un'operazione magistrale che mette insieme competenza, coraggio, tenacia e tanta umanità. Ebbene, a strappare alla morte quei bambini, peraltro replicando le stesse imprese eroiche che già avevamo ammirato a Rigopiano, Amatrice, L'Aquila ed in mille altre occasioni, sono stati uomini e donne dei Vigili del Fuoco e della Protezione Civile, cioè a dire dipendenti pubblici. Nei giorni dell'emergenza ci sorprendiamo della loro efficienza e della loro professionalità, li applaudiamo, ne siamo orgogliosi e magari ci diciamo pure, sottovoce, che “questa è l'Italia” e questi “sono gli italiani”. Poi però cerchiamo di conoscere un po' meglio questi angeli delle macerie e allora arrossiamo di vergogna per gli stipendi che lo Stato riconosce a chi rischia la propria vita per la nostra: 32.215mila euro lordi medi all'anno. Mi sono informato e ho scoperto che questo si traduce in una busta paga che, a seconda dell'anzianità e del “grado”, oscilla tra i 1.300 e i 1.400 euro netti al mese. Ci proteggono, ci salvano, rischiano la vita ogni giorno, sono tra i migliori al mondo e noi li trattiamo così. Perché? Forse proprio perché scontano il fatto di essere dipendenti pubblici, ovverosia dinosauri nel Luna Park della globalizzazione. I pompieri, infatti, non sono un caso isolato. Lo stesso discorso vale anche per tutte le forze dell'ordine. Ad ogni attentato ci ricordiamo di essere in pericolo e pretendiamo che Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza siano ovunque e in tempo per scongiurare ogni minaccia. Sono dipendenti pubblici anche loro ed anche la loro busta paga tipica varia, con le consuete differenze al ribasso e al rialzo, tra i 1.300 e i 1.400 euro netti. Roba da faticare ad arrivare a fine mese. Gli attentati e i terremoti di questi giorni ci rammentano l'importanza di queste persone, eppure non riconosciamo la loro funzione sociale. Non gli diamo il giusto valore, le deprezziamo, le disincentiviamo. Ma non è una svista. Dopo anni di isteria liberista, credo si tratti di una vera e propria strategia di svuotamento dello Stato. Basta guardare quello che sta avvenendo in altre due categorie professionali di dipendenti pubblici che restano presidi fondamentali della comunità: insegnanti e medici. Sui quotidiani nazionali - gli stessi che hanno celebrato la Buona Scuola e che già hanno sposato l'idea della ministra Fedeli di prolungare l'obbligo scolastico a 18 anni (così magari la disoccupazione giovanile diminuisce...) - si è guadagnata qualche riga di svogliata indignazione la petizione firmata da oltre 5mila docenti che chiedono che i loro stipendi vengano adeguati a quelli dei colleghi europei. Perché i nostri, naturalmente, sono i meno europei di tutti. Giudicate voi se hanno torto o ragione. Un docente delle primarie percepisce a inizio carriera 22mila euro lordi l'anno e dopo quarant'anni di lavoro arriva alla bellezza di 32mila. I colleghi delle secondarie e delle superiori non se la passano molto meglio: cominciano con 24mila euro e prima di andare in pensione possono sperare di arrivare, al massimo e con tanta pazienza, a 36mila. A queste condizioni la figura dell'insegnante rischia di scomparire e ovviamente non è un caso che non si trovino più docenti di matematica. Pare infatti che ben pochi neo-laureati siano così pazzi, o così idealisti, da andare a lavorare nel pubblico mentre nel privato, con la stessa laurea, gli viene offerto tre o quattro volte tanto. La Buona Scuola abbia dunque la cortesia di spiegarci chi insegnerà matematica ai nostri ragazzi tra cinque o dieci anni visto che il ricambio, in simili condizioni, non può materialmente esserci. In questo smantellamento, colposo o doloso, dell'impiego statale tocca parlare purtroppo anche della sanità, dove giovani medici e infermieri sono costretti a stipendi miseri e ad orari pericolosi (la fatica produce errori e gli errori in questo campo si pagano cari...) perché la spesa della sanità pubblica, secondo qualcuno che vorrebbe favorire le cliniche e le assicurazioni private, costa troppo e va ridotta. E così ecco il blocco perenne del turnover, gli inserimenti col contagocce, i turni massacranti e la precarietà sdoganata anche negli ospedali. Il Patto di Stupidità europeo (si chiamerebbe “di stabilità”) applicato anche ai malati. Io non so come la pensiate voi, ma la mia sensazione è che ciò che è statale, che si tratti di scuola, di sanità, di gestione delle risorse e perfino della sicurezza, non debba funzionare. E che se, nonostante tutto, ancora funziona è solo ed esclusivamente per merito di chi vi lavora con professionalità, abnegazione e senso del dovere.

 

È difficile pensare contro lo spirito dei tempi, ma dobbiamo urgentemente riscoprire il valore del pubblico. Restituirgli dignità, rilevanza e onore. E proteggerlo dalle aggressioni del liberismo e dalle menzogne dei suoi coristi. Ricordiamoci che ciò che è pubblico è nostro. Potremmo farne buono o cattivo uso, ma avremo sempre il diritto e il dovere di usarlo nell'interesse comune. Mentre ciò che è privato, invece, è e inevitabilmente resterà cosa loro.

 

Alessandro Montanari

 

 
La lotta mondiale contro il povero PDF Stampa E-mail

26 Agosto 2017

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Da Rassegna di Arianna del 24-8-2017 (N.d.d.)

 

Sì, avete letto bene, non è un refuso, il titolo è proprio “la lotta mondiale contro il povero”, non contro la povertà. Questo è quello che sta accadendo un po’ dappertutto e con sistemi diversi: la lotta ad accaparrarsi i beni della povera gente. Naturalmente per ottenere questo risultato si è dovuti passare per uno stadio intermedio, che possiamo chiamare “la moltiplicazione del povero”; non che di poveri ci sia mai stata carenza, ma per avere una buona base per agire bisognava che il numero di poveri fosse aumentato considerevolmente. Questo si è ottenuto semplicemente impoverendo la classe media, distruggendo le basi del benessere del ceto borghese che poteva diventare soggetto di una formidabile resistenza al progetto e per far ciò si è rispolverata un’ideologia che era stata abbandonata dopo la seconda guerra mondiale, ma che aveva dato buona prova di sé nella seconda metà dell’800 e nei primi anni del ‘900, creando la prima generazione di capitalisti predatori: il liberismo. Tutte le politiche economiche liberiste degli ultimi 30 anni sono state tese ad un solo risultato: convincere il ceto medio che aveva vissuto al di sopra delle sue possibilità, che i diritti che aveva ottenuto (protezione sul lavoro, welfare, servizi pubblici) erano stati in realtà degli odiosi privilegi che avrebbero scontato le generazioni future e che lo Stato che aveva garantito ciò era in realtà un Moloch che avrebbe divorato ogni risorsa, impoverendo tutti. E ci sono riusciti. Attraverso l’occupazione dei mezzi di informazione che erano stati da sempre punto di riferimento culturale del ceto medio, attraverso la propaganda incessante, attraverso politici prezzolati a cui si è promesso un posto sicuro e ben remunerato per sé e per i propri parenti alla fine del mandato ed esperti e studiosi comprati con consulenze, posti in centri studi prestigiosi e cattedre in atenei famosi, le élite economico-finanziarie hanno convinto la borghesia a vergognarsi di se stessi e del proprio benessere, quindi a rinunciarvi, a fare sacrifici, ad accettare tagli ai loro diritti e riforme strutturali (che sono sempre sacrifici e tagli, ma ammantati dell’idea di un efficiente nuovismo), ma soprattutto a disprezzare e considerare loro nemico lo Stato, cioè il soggetto che, unico, li poteva proteggere da loro.

 

Il risultato è stato lo slittamento, lento ma inesorabile, degli appartenenti alla classe media verso una povertà di tipo proletario, povertà che molti di loro avevano abbandonato solo una/due generazioni prima (impiegati, piccoli imprenditori e commercianti, figli o nipoti di operai e contadini) ed altri non avevano mai sperimentato (professionisti, figli d’arte e rampolli di famiglie abbienti), ma che ormai li accomuna. Con l’austerità, con le ricette del FMI, una volta riservate ai Paesi emergenti, per non farli emergere troppo e per sottometterli con il debito agli interessi occidentali, in primis statunitensi, ma ora applicate anche a Stati occidentali e avanzati (in Europa grazie al cappio dell’euro), con i trattati di libero scambio (che di libero hanno soprattutto il salario che viene corrisposto al lavoratore) che hanno introdotto il concetto giuridico devastante del “diritto al profitto” tutelato e risarcibile se violato, si è riusciti a togliere a Stati interi il loro cuscinetto di benessere, a portare i cittadini nella quasi totalità ad essere una massa di poveri precarizzati e quindi a togliere loro i beni, sia privati che pubblici. E sì, anche quelli pubblici, come dimostra la completa spoliazione della Grecia, grande successo dell’euro (che a questo serviva), perché se costringi uno Stato a comportarsi da privato, a chiedere alle banche ed alle istituzioni finanziarie il denaro per andare avanti, allora il potere sovrano diventa una ridicola pantomima, un simulacro di imperio che deve prendere ordini dai Mercati per essere “credibile” e quindi finanziabile e gli ordini, dati sempre come “raccomandazioni” e “suggerimenti” per un ipocrita formale rispetto della sovranità, sono sempre gli stessi: tagliare, privatizzare, tassare, ovvero in definitiva togliere al povero (cittadino) per dare al ricco (finanziere). Una volta creata una massa di poveri, anche nei paesi che erano ricchi, il gioco è stato facile: attraverso il credito facile al consumo nei Paesi occidentali e attraverso il microcredito d’investimento nei Paesi africani o asiatici più arretrati, si è alimentata una bolla di falsa ricchezza e falso sviluppo che ha tenuto buoni i popoli europei ed americani, i quali hanno mantenuto per un certo tempo un tenore di vita apparentemente agiato, mentre in realtà si stavano impoverendo, e alimentato speranze di crescita ed uscita dalla povertà attraverso la microimprenditoria nei popoli del Terzo Mondo, creando solo una massa di debitori vincolati da tassi da usura e destinati a perdere tutto. Ogni tentativo di ribellione è stato stroncato, non con la forza, ma con l’incessante propaganda e con l’immissione di dosi massicce di autorazzismo, ammantate di ragionevolezza: siamo popoli corrotti, inefficienti, inaffidabili, siamo indietro nelle grandi sfide tecnologiche e quindi non competitivi. La colpa di tutto è nostra e quindi ci meritiamo tutto. È interessante notare che l’Italia, che è attualmente il Paese più autorazzista, sia proprio quello adesso maggiormente sotto attacco per essere spogliato dei suoi beni e delle sue ricchezze (il risparmio italiano, investito e non, fa gola a tanti Stati, non solo in Europa: da qui l’attacco al sistema bancario…). Solo raramente si è dovuti ricorrere all’autorità di un Draghi per ribadire l’ineluttabilità del destino che ci tocca (l’euro è irreversibile) od alla ramanzina di qualche funzionario o politico organico al sistema: di solito è bastato bollare qualsiasi protesta od anche solo perplessità come nazionalista, arretrata, nostalgica, fascista e reazionaria per rimettere in riga o isolare i contestatori. Il risultato è stata la creazione di una classe di nuovi poveri, senza più la forza di contrastare la loro spoliazione, imbottiti di nozioni e fatti non corrispondenti alla realtà (i c.d. fattoidi di Mailer), continuamente distratti da problemi creati ad hoc per indirizzare lo scontento su falsi bersagli (è colpa della corruzione, della casta, degli immigrati, persino del clima…) e blanditi con la concessione di diritti civili, anche sacrosanti, ma perfettamente inutili in un contesto di povertà che di fatto non ne permette l’applicazione: come spiega lucidamente un blogger che conosce bene l’universo LBGT, la prima, la seconda e la terza preoccupazione delle persone trans (risolte le quali il resto viene da sé) sono: il lavoro, l’impossibilità di avere un lavoro e la mancanza di un lavoro… L’ultimo assalto sarà la lotta al contante, l’ultimo baluardo di libertà economica, mascherata da virtuosa lotta all’evasione fiscale ed alla corruzione: quando tutto il nostro reddito ed il nostro risparmio sarà in mano alle banche sarà facile sanare i dissesti della finanza speculativa con i soldi depositati, senza tante storie, e le piccole commissioni che ci faranno pagare per remunerare il servizio imposto di tale gestione pian piano si mangerà tutto. Senza contare la possibilità di bloccare le disponibilità di chiunque sia scomodo al potere…

 

Poi qualcuno si stupisce che l’1% della popolazione mondiale abbia in mano il 50% delle ricchezze del pianeta… Come diceva Warren Buffet beffardamente “la lotta di classe esiste ancora ed è fra poveri e ricchi e la stiamo vincendo noi ricchi”.

 

Luigi Pecchioli

 

 
La nuova strategia USA in Afghanistan PDF Stampa E-mail

25 Agosto 2017

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Da Rassegna di Arianna del 23-8-2017 (N.d.d.)

 

Sabato scorso, nella remota provincia nord-afghana   di Sar-e Pul una forte squadra di terroristi   ha attaccato alcuni poverissimi insediamenti dell’etnia Hazara, massacrando nel modo più brutale una cinquantina di civili inermi, decapitandone alcuni e trucidando altri col colpo alla nuca, incendiato le moschee e   almeno una trentina delle misere abitazioni. Anche se gli aggressori non hanno dichiarato la loro identità, si ritiene che si tratti della filiale locale dello Stato Islamico alleata coi talebani. Giovedì il portavoce del ministero degli esteri russo ha detto chiaro: il massacro è stato perpetrato da “combattenti stranieri” trasportati sul posto da “elicotteri sconosciuti”. “Si sono registrati voli di elicotteri non identificati in direzione di territori controllati da estremisti in altre province del Nord Afghanistan”, ha continuato il portavoce: “Per esempio, ci sono prove che l’8 agosto, quattro elicotteri hanno operato dei voli dalla base aerea del 209mo corpo dell’armata afghana a Maz-i-Sharif verso una zona catturata da milizie nel distretto di Aqcha, provincia di Jowzian. Sembra che il comando di forze NATO che controlla il cielo afghano rifiuti ostinatamente di constatare questi incidenti ...Si osservano tentativi di riaccendere i conflitti etnici nel paese”. L’accusa è dunque che settori delle forze armate afghane (sotto controllo occidentale) abbiano fatto la strage con la connivenza della NATO, che controlla lo spazio aereo. Secondo l’ex ambasciatore Bhadrakumar, questa è “la prima fase di una guerra per procura” che gli americani stanno preparando in Afghanistan; l’apertura di un “secondo fronte” contro l’Iran usando lo Stato islamico: gli Hazara infatti sono la minoranza sciita nel paese, ovviamente con collegamenti con l’Iran.  Se la cosa dovesse essere verificata, sarebbe una malvagità ripugnante da parte americana, perché colpisce l’etnia più miserabile, perseguitata e indifesa, che ha subito vere e proprie pulizie etniche dai sunniti. Ma la cosa è di fatto confermata dall’annuncio lunedì, da parte di Trump, di voler mandare in Afghanistan un nuovo accresciuto contingente militare, più contractors (mercenari) tre volte più numerosi dei soldati regolari. È una decisione che contraddice tutte le promesse e gli impegni della sua campagna elettorale. “In Afghanistan abbiamo sprecato quantità enormi di sangue e di denaro. Usciamone!”, ha scritto in un tweet del 21 novembre 2013. Si sa anche che The Donald ha nei mesi scorsi resistito alle insistenze di McMaster e di Mattis (Pentagono) per ottenere il prolungamento e l’aumento della campagna d’Afghanistan, che dura già da 16 anni. Il fatto che ora abbia ceduto conferma che è totalmente sotto il controllo dei tre generali (Mattis, McMaster e Kelly) che lo hanno normalizzato facendone un (altro) strumento delle politiche belliche neocon.  Il fatto che l’America non stia affatto vincendo in Afghanistan la guerra che si suppone conduca contro i Talebani, non è motivo sufficiente a rinunciarvi né da parte del Pentagono né da parte della Cia. Entrambi ricavano grossi tornaconti dalla lunghissima “guerra” e occupazione in Afghanistan. La Cia non vuole rinunciare alle sue forze militarizzate e ai suoi droni, con cui giustifica la sua permanenza. Ma soprattutto, corrono voci che la produzione di oppio, che   l’apparato militare Usa non ha mai veramente contrastato, serva alla Cia per autofinanziare operazioni letteralmente “in nero”, ossia anche all’insaputa del governo. Del resto è ciò che fece in Vietnam, dove finì per controllare   l’oppio del Triangolo d’Oro (fra Laos, Vietnam e Cambogia) e per riciclare i fondi – che servivano per traffici clandestini di armi –  fondò anche una banca a Sidney, la Nugan Hand Bank, nel cui consiglio d’amministrazione sedevano generali Usa, ammiragli  e uomini Cia, fra cui l’ex direttore William Colby. […]

 

Evidentemente Mosca e Teheran hanno concluso che il prolungamento della missione Usa-NATO in Afghanistan   deciso da Trump, inserito nella più forte ostilità di Washington verso i loro due paesi, prepara una guerra ibrida e per interposto IS (i servizi iraniani hanno dichiarato da tempo che l’IS in Afghanistan è stato creato da Cia, MI6 e Mossad): la stessa ricetta usata in Siria (con gli Usa che sostengono i terroristi che dicono di combattere) e   dietro il loro cortile di casa. Che risposta danno? L’ha detto il ministro della Difesa Sergei Shoigu, il 18 agosto in una riunione di alti gradi: il conflitto afghano costituisce una minaccia per la stabilità dell’Asia Centrale; ragion per cui la Russia conta di organizzare esercitazioni congiunte entro l’anno col Kirgizistan, il Tagikistan (dove Mosca ha basi militari) e l’Uzbekistan. Inoltre l’ambasciatore Zamir Kabulov, inviato presidenziale a Kabul, ha ricordato che la Russia aveva sollevato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU il problema dei “lanci con paracadute di rifornimenti a combattenti dell’IS in almeno tre provincie a nord dell’Afghanistan ad opera di velivoli non identificati” e chiarito che se la NATO e gli USA non sono in grado di contrastare l’IS, Mosca userà la forza militare.  Precisamente: se lo Stato Islamico dovesse superare le frontiere dei paesi vicini in Asia centrale, questa sarà una “Linea rossa”. Già a luglio, in una precedente esercitazione militare col Tagikistan, la Russia ha provato a scopo dimostrativo i missili balistici Iskander-M, con un raggio di 500 chilometri, 700 chili di carica utile e meno di 10 metri di precisione.  La stessa arma Mosca l’ha dispiegata in Siria.

 

Impressionante l’effetto che la notizia della continuazione della guerra in Afghanistan ha prodotto sul senatore Lindsey Graham, repubblicano, da sempre coppia fissa con John McCain in tutte le iniziative belliche e sovversive internazionali. Alla Fox tv è comparso quasi incredibilmente euforico, esaltato e (parola sua) “sollevato”: “Sono fiero del mio presidente. Sono sollevato. Sono orgoglioso del fatto che il presidente Trump ha fatto una decisione di sicurezza nazionale, non una decisione politica. … sono sollevato che non ha preso la decisione di ritirarsi, che sarebbe stata disastrosa, o di creare un esercito mercenario “. E quasi fuori di sé dalla gioia: “Sono molto contento di questo piano, e sono molto fiero del mio presidente”. S’è detto sicuro che il Congresso, così fieramente contrario a Trump su quasi tutto, stavolta dirà un sì “schiacciante” e “bipartisan” (democratici insieme a repubblicani) alla nuova strategia di Donald in Afghanistan.  Ma non doveva essere del tutto sicuro perché l’ha fatto seguire da una minaccia: “Voi”, ha detto rivolto ai senatori, “porterete il peso di un voto No. Il prossimo 11 Settembre sarà addebitato a voi, non al presidente Trump, se votate contro questo piano”. Il prossimo 11 Settembre? È una chiara minaccia da parte di uno che, come il senatore Graham, è stato nella Commissione 9/11 che ha confezionato la versione ufficiale ma che ha visto documentazione reale, e a suo tempo alluse alla complicità di “un nostro alleato” nel superattentato. Siccome Trump prima delle elezioni aveva promesso agli elettori: “Vi dirò chi c’è dietro le Torri Gemelle”, il sollievo di Graham può avere una ragione in più per rallegrarsi della normalizzazione di Trump. È tanto normalizzato, dicono gli ambienti neocon, che forse non sarà necessario l’impeachment.  Famosi neocon hanno reso pubblica la loro esultanza per il nuovo prolungamento della guerra in Afghanistan e la castrazione di The Donald. […] Questa è ormai al cento per cento una ulteriore presidenza Goldman Sachs e Complesso Militare Industriale, ha concluso angosciato Mike Krieger. […]

 

Maurizio Blondet

 

 
Revisionismo: sale della ricerca storica PDF Stampa E-mail

24 Agosto 2017

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Da Rassegna di Arianna del 22-8-2017 (N.d.d.) 

 

Il dibattito culturale avviato con la proposta del Movimento 5Stelle, approvata dal Consiglio regionale pugliese e dal presidente della Giunta Michele Emiliano, sull’istituzione – il 13 febbraio – di una giornata in memoria delle centinaia di migliaia di meridionali uccisi nell’Ottocento durante l’annessione del Mezzogiorno al Nord da parte delle truppe dei Savoia, ha fatto emergere prese di posizione che mostrano una chiusura netta al dibattito culturale, alla ricerca scientifica con posizioni che non tengono conto di quanto l’annessione del Mezzogiorno da parte dei Savoia abbia nuociuto al Sud per le modalità con le quali è stata fatta dal punto di vista politico, economico, sociale e per la grande emorragia di capitale umano che seguì con l’emigrazione di milioni di meridionali nelle Americhe e in Francia. Sono dati noti e scontati in sede storica. Intendiamoci, l’unità d’Italia sarebbe stata positiva e auspicabile se fosse stata l’esito di una federazione di Stati anziché una guerra di conquista agevolata da potenze straniere (l’Inghilterra). Per non parlare delle stragi di meridionali, delle leggi liberticide (una per tutte, la legge Pica), le confische di beni, terreni, fabbriche, il furto della riserva aurea del Banco di Napoli, ecc. È tutto documentato dagli studi di un numero nutrito di storici.

 

La vicepresidente della International Gramsci society, Lea Durante, prima firmataria di una petizione che chiede di non istituire la giornata della memoria, non sa che Antonio Gramsci criticò le modalità dell’unità d’Italia. In un suo articolo del 1920, scrisse, fra l’altro: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare chiamandoli briganti”. Dopo l’intellettuale sardo, hanno detto la loro vari storici e studiosi lontani da consorterie, di provenienza e orientamenti varii come Carlo Alianello, Nicola Zitara, Di Giovine, Gaetano Marabello, Silvio Vitale, Belmonte, Izzo, Rinaldi, Agnoli, Salera, Di Rienzo, Pellicciari, Pedio, Topa, Lupo, Del Boca, Gigi Di Fiore, Pino Aprile, Lino Patruno, Perrone, Giordano Bruno Guerri, ecc… Le loro opere si trovano nelle migliori librerie (www.controcorrente.eu) e se qualche docente sostiene che la ricerca storico-scientifica non aderisce all’interpretazione di conquista del Sud da parte dei Savoia, non è molto aggiornato… o in mala fede. Lo stesso storico inglese Denis Mack Smith, morto di recente, in alcuni libri su Cavour e Garibaldi ha chiarito molto bene l’operato di questi “padri della patria”. Analoga operazione quella degli inglesi Clark e Duggan. Non si tratta di discutere di posizioni neoborboniche (favorevoli all’istituzione della giornata del 13 febbraio) o neosavoiarde (coloro che raccolgono le firme contro la giornata della memoria). Quando intervistai Carlo di Borbone, l’ultimo discendente della dinastia, durante una sua visita a Bari con la consorte, tenne a dire che vedeva con interesse lo studio e l’approfondimento della verità storica sul Regno delle Due Sicilie ma che non avrebbe apprezzato un eventuale uso politico. Giusto. Infatti la giornata della memoria è necessaria per ricordare i meridionali trucidati che combatterono per il Sud, e per dare il via a una serie di iniziative culturali sul Sud e l’Unità d’Italia.

 

Il revisionismo è il sale della ricerca e della storia: rileggere fatti storici sulla base di nuovi elementi, di documenti incontrovertibili, è un fatto positivo, di crescita culturale e sociale. Invece, assumere atteggiamenti negazionistici come fanno i neosavoiardi (negare l’evidenza, le prove, i documenti, quello che è successo nell’Ottocento al Sud ecc.) ha lo scopo di confermare una visione della storia falsa o inesatta, di certo fuorviante e sbilanciata a favore dei Savoia. È quello che intendono fare docenti, intellettuali e persone che non considero – sia chiaro – “collaborazionisti del Nord” come già vengono definiti ma persone poco disposte al confronto, all’approfondimento.

 

Manlio Triggiani

 

 
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