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Le tappe dell'offensiva liberista PDF Stampa E-mail

10 Agosto 2020

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 Da Appelloalpopolo del 7-8-2020 (N.d.d.)

Ci sono degli avvenimenti che hanno un peso, un significato particolare. La controrivoluzione neoliberista che sta portando alla lenta morte l’intera penisola, non è avvenuta in una sola notte. Si è trattato di un lungo, meticoloso processo caratterizzato da tante tappe. Ho provato a riassumere, senza pretese di esaustività, quelle che ritengo più importanti, significative. I punti nodali di un lungo processo che ha portato i lavoratori indietro di un secolo e i cittadini italiani a impoverirsi.

1979. Adesione al Sistema Monetario Europeo (SME). Entrato in vigore 13 marzo del 1979, si trattava di un accordo di cambi fissi tra i Paesi membri. È il padre putativo dell’euro. – 1981. Divorzio Banca d’Italia/Tesoro. Avvenuto dopo lo scambio di lettere tra l’allora ministro del tesoro, Beniamino Andreatta, e dell’allora governatore di Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi. Non ebbe mai una vera legittimazione politica. Portò anche a quella che passò alla storia come la “lite delle comari”, come venne chiamato lo scontro tra il Ministro del Tesoro, Andreatta, e quello delle finanze, Rino Formica. Portò alla caduta del secondo Governo Spadolini e alla nascita del quinto Governo Fanfani. – 1990. Abrogazione della legge bancaria del 1936 con la legge 30 luglio 1990 n°218 (“Legge Amato”) che portò avanti il processo di ristrutturazione delle banche di diritto pubblico secondo le norme della S.p.a. – 1991. Referendum abrogativo del 1991. Portò le preferenze da 3 a 1, ma – soprattutto – introdusse il maggioritario. La modifica continuò col referendum abrogativo del 1993 dove i radicali – protagonisti della stagione referendaria degli anni ’90 – riproposero il quesito sul maggioritario per Regioni e Comuni dopo la bocciatura della Corte Costituzionale. Il percorso si concluse col referendum abrogativo del 1999, che portò all’abolizione della quota proporzionale residua.

-1992. Con la firma del trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 nasce l’Unione Europea. – 1992. Il 2 giugno 1992, pochi mesi dopo lo scoppio di Tangentopoli (17 febbraio 1992), si tenne la famigerata riunione sul panfilo Britannia della Regina Elisabetta, una tappa fondamentale del lungo processo di privatizzazioni, liberalizzazioni e di svendita degli asset italiani pubblici – a partire dall’IRI – che caratterizzò tutti gli anni 90. – 1992. Eliminazione della scala mobile. Era già stata pesantemente depotenziata col taglio del 14 febbraio dell’84 (decreto San Valentino). Venne completamente abolita il 31 luglio del 1992 dal Governo Amato. – 1993. Dopo averci provato già nel 1978, nel 1993 i radicali, sull’onda dell’indignazione della popolazione per Tangentopoli, riproposero il referendum per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. I voti in favore dell’abolizione superarono il 90%. – 1993. Legge Mattarella (Mattarellum). Recepì gli esiti del referendum abrogativo proposto nel 1993 dai radicali. Introdusse, oltre al maggioritario, le liste bloccate. La legge Calderoli del 2005 (Porcellum) eliminò poi del tutto il voto di preferenza con liste chiuse e bloccate. – 1997. Pacchetto Treu che insieme alla legge Biagi del 2003 hanno introdotto l’odioso lavoro interinale. – 1997. Riforma Bassanini. Si tratta della riforma che ha portato ai massimi livelli il cosiddetto federalismo a Costituzione invariata. Nel 2001, per la sua piena attuazione, portò alla riforma del titolo V della Costituzione. – 1997. È l’anno in cui iniziò il percorso (fissazione del cambio e nuovo ingresso nello SME dopo l’uscita del 1992) che ci porterà ad adottare la moneta unica, l’euro. – 2001. DL 368/2001 che insieme alla riforma Fornero (2012) e al Jobs Act (2014/15), modificando la legge 230 del 1962, hanno progressivamente liberalizzato i contratti atipici. Quelli cioè a tempo determinato. – 2011. Il 5 agosto del 2011 arrivò la famosa lettera della BCE (firmata da Draghi e Trichet) in cui ci veniva richiesto un lungo elenco di riforme: dal pareggio di bilancio in Costituzione al Jobs Act, dall’abolizione delle province alla riforma Fornero. – 2011. Decreto Sacconi che ha consentito accordi sindacali al ribasso rispetto ai Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro. – 2014. Decreto Poletti che ha ulteriormente favorito la precarizzazione facendo aumentare i contratti a tempo determinato e quelli di apprendistato.

Gilberto Trombetta

 
Aiuti in cambio di sottomissione PDF Stampa E-mail

9 Agosto 2020

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 Da Comedonchisciotte del 7-8-2020 (N.d.d.)

La visita improvvisa a Beirut del presidente francese Emmanuel Macron e la richiesta di alcune fonti libanesi pro occidentali di internazionalizzare le indagini sull’esplosione del porto di Beirut sono indicative di quanto si sta muovendo nel martoriato paese dei cedri. Già alcune ore dopo l’attentato al porto di Beirut, alcuni esponenti libanesi collegati a centrali estere (USA e Arabia Saudita) chiedevano che la gestione del porto fosse internazionalizzata. Esiste in Libano un fronte interno che include élite politiche e mediatiche, che si muovono in chiara armonia, cercano l’internazionalizzazione da un lato e si muovono contro il governo e il Patto dall’altro, in uno scenario che ricorda la situazione del 2005. Questo coincide con le richieste di internazionalizzazione su Twitter e su altri social media, dove la maggior parte di questi messaggi provengono da non libanesi. Queste chiamate sono arrivate in concomitanza con l’ arrivo del presidente francese Emmanuel Macron,  in visita a Beirut, per “aiutare il popolo, non lo stato” (sue dichiarazioni). Questo è indicato dalla sua dichiarazione in cui affermava che “gli aiuti francesi non finiranno nelle mani dei corrotti e forniremo aiuti internazionali sotto la supervisione delle Nazioni Unite e raggiungeremo direttamente il popolo e le associazioni non governative” (le ONG pilotate dalla USAID e altri organismi pro USA). Oltre a queste dichiarazioni, il presidente francese ha anche chiesto “il cambiamento in Libano” e ha anche detto, mediante un suo tweet, che “il Libano non è solo” all’indomani di un’esplosione al blocco 12 del porto di Beirut, che ha ucciso più di cento persone e devastato una buona parte della città.

“Non è solo il Libano”, ha detto Macron, ma il paese si trova ancora sotto sanzioni USA e la Russia ha richiesto a Washington di rimuovere le sanzioni come unico vero atto di solidarietà internazionale, piuttosto che non dichiarazioni ipocrite da parte delle stesse potenze che hanno imposto il blocco e le sanzioni che hanno gettato nella crisi la popolazione libanese. […]

Una porzione del territorio libanese è ancora sotto occupazione israeliana e Israele viola continuamente lo spazio aereo e marittimo del Libano sentendosi padrone assoluto dei giacimenti di gas in mare e delle risorse del paese. Le autorità libanesi e vari esponenti delle fazioni politiche chiedono l’internazionalizzazione delle indagini sull’esplosione del porto di Beirut ma non l’interferenza estera nelle questioni interne del Libano. Inoltre, questa era anche la richiesta del leader del Partito socialista, ex vice Walid Jumblatt, il quale ha detto che “non si fida della capacità del governo libanese di rivelare la verità”. Jumblatt ha ritenuto che “l’attuale governo sia ostile e che ci debba essere un governo neutrale che lasci il Libano dagli asset dominanti e che i passaggi e i porti debbano essere controllati e che non vi sia fiducia nell’autorità locale, con questa banda dominante “. Jumblatt ha aggiunto: “È una coincidenza o una cospirazione? … L’indagine rivelerà questo e, dalle poche informazioni che possiedo, questa enorme quantità di ammonio che è arrivata al porto di Beirut ed è rimasta per quasi 6 anni, non esplode anche se è tossica o esplosiva da sola, ha bisogno di un fulmine “. […] Nello stesso contesto, il leader del partito “Forze libanesi”, Samir Geagea, ha chiesto l’invio di un comitato di indagine internazionale da parte delle Nazioni Unite il prima possibile, e ha invitato il parlamento a “tenere una sessione di emergenza e pubblica per interrogare il governo sull’esplosione”. Alcuni hanno risposto a queste richieste dicendo che “abrogano lo stato nazionale”, così ha dichiarato il vicepresidente del Parlamento Eli Farzly. Inoltre, il ministro degli interni Mohamed Fahmy ha confermato che l’attuale governo non farà ricorso a esperti internazionali.

Non vi è alcun dubbio che le richieste di internazionalizzazione provengano da “Israele” e dagli Stati Uniti per raggiungere il loro obiettivo di porre il Libano sotto più controllo fiduciario, in particolare con la loro richiesta di modificare le funzioni di “UNIFIL” (il contingente dell’ONU) e aumentarne l’autorità. Questa non è la prima volta che le questioni relative al Libano sono state internazionalizzate, in particolare l’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri. Questo si accompagna al rinvio dell’International Special Tribunal for Lebanon, che sta esaminando il caso dell’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri, per pronunciarsi fino al 18 agosto, dopo che era stato programmato il 7 dello stesso mese, a causa delle ripercussioni dell’esplosione a Beirut. Dopo queste dichiarazioni, lo scenario indica i tentativi di imporre una tutela indiretta al Libano, e c’è chi cerca di accusare Hezbollah di essere responsabile della catastrofica esplosione nel porto di Beirut, seppur indirettamente, accennando che l’esplosione di Beirut è stato un evento casuale e collegando questo con la questione a Hezbollah e alle sue armi. Tutti o quasi i media occidentali insistono su tale versione dei fatti mettendo sotto accusa Hezbollah e istigando un cambiamento in Libano che metta fuori gioco Hezbollah (il grande nemico di Israele) e consenta l’instaurazione nel paese di un governo filo occidentale. Da questa campagna mediatica si comprende a cosa sia stato finalizzato il disastro di Beirut e quali ambienti siano interessati ad utilizzare l’evento per un cambiamento politico nel paese dei cedri che rimetta il Libano sotto il controllo delle centrali degli USA, di Israele a cui il Libano si era sottratto. Tuttavia si omette di riferire che il segretario generale di Hezbollah, Sayyid Hassan Nasrallah, con una sua presa di posizione di pochi giorni prima , aveva “negato categoricamente” in un precedente discorso le accuse formulate dal delegato israeliano al Consiglio di sicurezza circa l’uso di Hezbollah di trasferire armi o componenti di armi in Libano attraverso il porto di Beirut, considerato da Hezbollah una struttura non sicura e inquinata da spie e agenti statunitensi e sauditi. E il signor Nasrallah ha considerato che “queste dichiarazioni preludono all’imposizione di una tutela sul porto, sull’aeroporto e sui confini, alcuni dei quali vogliono che il Libano sia messo sotto il controllo degli USA e dei suoi procuratori”. Nasrallah aveva anche avvertito coloro che avevano “un problema con Hezbollah, dal mettere in pericolo il porto di Beirut”. Gli analisti libanesi hanno indicato all’indomani dell’esplosione che “lo sfruttamento dell’incidente è iniziato con l’obiettivo di mirare a responsabilizzare Hezbollah che ha depositi di armi nel porto”, secondo vari osservatori indipendenti. Questi ritengono che le esperienze del Libano con la Corte internazionale non abbiano avuto successo e non possano essere rivendicate come una costante per il paese.

Il Libano ha già subito da parte di Israele e dei suoi sodali (USA, GB e Francia) occupazione militare, destabilizzazione interna e sobillazione di violenze e ostilità fra le varie componenti etniche e religiose del paese. Il tutto mirato a portare il caos nel paese e favorire una neocolonizzazione in stile “esportazione della democrazia” nel paese dei cedri. In Libano si ricordano ancora dei 33 giorni di bombardamenti fatti da Israele nel 2006 che causarono migliaia di vittime fra i civili libanesi ed il tentativo di invasione del sud del Libano che fu bloccato da Hezbollah. Nessuna meraviglia che sia utilizzato il disastro del porto di Beirut per disarmare il movimento di resistenza e imporre un diktat al paese per sottomettersi alle potenze dominanti. Il ricatto è già stato preannunciato: aiuti in cambio di riforme politiche e sottomissione. Hezbollah farà presto sentire la sua voce e l’asse della resistenza non sembra disposto a deporre le armi e sottomettersi ai nuovi/vecchi padroni, a prescindere che parlino francese o arabo.

Luciano Lago

 
Contro destra e sinistra PDF Stampa E-mail

7 Agosto 2020

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 Da Appelloalpopolo del 4-8-2020 (N.d.d.)

Capita a noi attivisti di FSI-Riconquistare l’Italia, in questi giorni di campagna elettorale, in qualità di nuovi soggetti nell’agone politico di sentirci porre da parte di cittadini comuni la domanda “siete di destra o di sinistra?”. Una risposta istintiva potrebbe essere: “né di destra né di sinistra”. In realtà potrebbe non essere questa l’affermazione corretta. È più completo rispondere “siamo CONTRO la destra e CONTRO la sinistra”, ed è una risposta che non sbaglia mai. Una prima motivazione, nota a tutti i sovranisti, è che sia la coalizione di centrodestra sia quella di centrosinistra sono liberisti. Qualora s’incontrasse qualcuno che nutre dubbi in merito, non è difficile smontarne le convinzioni: basta citare chi ha distrutto l’IRI, chi ha effettuato le grandi privatizzazioni degli anni ’90, chi ha promulgato le grandi riforme del lavoro precario quali Pacchetto Treu, Legge Biagi, Jobs Act, ecc. ecc. per dissipare qualsiasi dubbio in merito. Ma qualora vi fosse ancora chi afferma “sono di sinistra ma non voto PD” o “sono di destra ma non voto Lega”, o affermazioni simili (es. “sarei di sinistra/destra ma sono deluso dall’attuale sinistra/destra”) va sempre fatto notare un aspetto importante. Affermare di possedere un’identità politica inquadrata nello schematismo della rivoluzione francese dx/sx significa, anche se si prendono le distanze dagli attuali partiti, tracciare parentele piuttosto ambigue. Cioè, significa affermare implicitamente che uno dei due schieramenti liberisti è più vicino o meno lontano dell’altro alle proprie convinzioni; questo a sua volta comporta che si è più propensi a giustificare gli errori, gli abusi o i tradimenti di uno schieramento rispetto a quelli dell’altro, implicando forme di “tifoseria” nei confronti di una coalizione liberista, o comunque a denigrare uno schieramento liberista più dell’altro, come se le colpe dell’attuale decadenza economica, sociale e di conseguenza demografica dell’Italia non siano da distribuire equamente fra entrambi. Fino, ovviamente, ad arrivare al fatidico “voto utile”, che è stata la rovina dell’Italia di questi ultimi trent’anni: io voto il meno peggio, o meglio quello che io reputo essere il meno peggio sulla base della postura destra/sinistra, senza preoccuparmi del fatto che sto consegnando il paese ad un branco di anti-italiani in cattiva fede pronti a svendere quello che resta del Paese alle multinazionali.

Centrodestra e centrosinistra sono talmente tanto infettati da globalismo e liberismo che anche affermare una vicinanza parziale ad uno dei due fronti è già una forma di condiscendenza con tale sistema. E siccome il sistema va combattuto, sentirsi vicini ad una frazione di esso significa essere indulgenti con il sistema nel suo complesso. Ecco perché non vanno fatte preferenze tra i due. Perché bisogna combatterli entrambi. Quindi il sovranista può affermare, sicuro di non fare errori, di essere CONTRO la destra e CONTRO la sinistra senza eccezioni.

Marco Trombino

 
I grillini non disturbano la lobby pi¨ potente PDF Stampa E-mail

6 Agosto 2020

 Da Rassegna di Arianna del 4-8-2020 (N.d.d.)

Non c’è potere o establishment che non sia stato additato dal Movimento 5stelle come nemico del popolo e in nome del popolo minacciato di resa dei conti non appena giunti al governo: dalle banche alle assicurazioni, dalle istituzioni europee ai monopolisti italiani, dai manager di Stato ai sindacati, dagli Stati Uniti alla Germania, dal Vaticano alla Rai, dai militari ai giornalisti, dalle alte burocrazie pubbliche alle massonerie... Due anni di governo sono sufficienti per dire con matematica certezza che nella maggior parte dei casi i grillini hanno preferito evitare lo scontro, nei casi restanti lo hanno al più presto sospeso. Dirà il lettore se si tratti di pacifismo ghandiano, di maturità politica o di furbizia italica. Certo è che se ancora oggi il Movimento 5stelle fatica ad integrarsi nel “sistema” non è perché non lo desideri, ma perché viene giudicato inaffidabile. C’è solo un potere che i grillini non hanno messo all’indice né ieri, né oggi. Si tratta del più gigantesco potere globale mai visto, un potere monopolista dotato di una pervasività lobbistica senza precedenti. Un potere che controlla l’informazione e le informazioni, che altera i naturali processi democratici, che condiziona i governi, che “droga” i giovani, che fa commercio della nostra privacy e stila dettagliati dossier su ogni cittadino. Un potere colossale nelle mani di un pugno di uomini che eludono sistematicamente il fisco e distruggono molti più posti di lavoro di quanti non ne creino.

È il potere dei colossi del web, i nuovi “poteri forti”. Uomini come Jeff Bezos (Amazon), Tim Cook (Apple), Sundar Pichai (Google) e Mark Zuckerberg (Facebook), che, in barba alla rettorica sulle diseguaglianze, vantano patrimoni personali nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari e guidano aziende che messe assieme valgono più dei Pil di Germania, Francia e Italia sommati. Difficile pensare un bersaglio più coerente con la retorica grillina, soprattutto in tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo. E invece niente: non una parola, non un atto politico, non una perentoria richiesta di assunzione di responsabilità. Nel fuoco della recessione più spaventosa di sempre, in Francia e in Germania si discute di come recuperare gettito dai colossi del web, mentre il Congresso americano li ha messi fisicamente alla sbarra con l’accusa di attività anti concorrenziale. Il governo italiano non ha fatto nulla, neanche una parola. Neppure ora, neanche nel pieno della crisi, a fronte di fatturati cresciuti del 30% mentre nell’Italia reale si perdevano 752mila posti di lavoro. Posti di lavoro persi in parte anche a causa del web. Mai sentiti Di Maio o Di Battista intimare a Facebook e soci di pagare le tasse. Mai visti gli eurodeputati grillini battersi per la multa da 4 miliardi imposta dalla Commissione europea a Google. Solo marchette, come sul diritto d’autore e sul commercio on-line. È la solita acquiescenza o si tratta invece di corrività? Non disturbano il manovratore per non mettersi contro la lobby più potente del mondo o perché ne condividono gli interessi? Domanda retorica, essendo il Movimento 5stelle creatura della Casaleggio Associati. Di una società privata, cioè, che al web deve i propri profitti. E i cui profitti sono in crescita esponenziale da quando il Movimento 5stelle è al governo.

Andrea Cangini

 
Segretezza inammissibile PDF Stampa E-mail

5 Agosto 2020

 Da Rassegna di Arianna dell’1-8-2020 (N.d.d.)

L'ultimo atto del vergognoso governo Conte è stato d'appellarsi al Consiglio di Stato per la sentenza del TAR che ordinava di rendere pubblici i documenti del "Comitato scientifico" per il Covid-19 della Protezione Civile. A quanto emerso dagli organi di stampa l'Avvocatura dello Stato avrebbe argomentato l'appello nel senso che "la pubblicità degli atti pone a rischio l'ordine pubblico e la sicurezza nazionale". Un'ammissione d'inaudita gravità in cui questi malfattori ammettono pubblicamente che lo stato di emergenza, la soppressione di diritti e libertà fondamentali sarebbero stati imposti sulla base di finalità del tutto estranee alla prevenzione e diffusione del contagio. Altrimenti perché esigere la segretezza di tutto quanto, che oltretutto gli permette di prorogare fino a metà ottobre lo stato d'emergenza sospendendo di fatto la Costituzione? Perché temere disordini pubblici? Che senso avrebbe evocare necessità di sicurezza nazionale? Quali manovre e atti di sottomissione questo indecente governo giallo-fucsia, nemico aperto dei cittadini italiani, ha combinato con altri Stati? Domande a cui sarebbe chiamato a dare immediata risposta il presidente della Repubblica Mattarella, ma visto il suo ruolo di palo governativo e mummia di Stato non oltrepasseranno mai il perimetro del suo sarcofago istituzionale.

Paolo Sensini

 
VeritÓ indicibili PDF Stampa E-mail

4 Agosto 2020

Ci sono verità su cui gravano tabù tali da sconsigliare dal pronunciarle e dallo scriverle. Avendo poco da temere e nulla da perdere, provo a dirle.

Calarsi nella responsabilità del ruolo e assumersene tutto il peso è la sintesi dell’atteggiamento morale. Il ruolo del politico non può essere quello della crocerossina. Il politico deve ragionare freddamente per valutare i vantaggi che dalle sue decisioni possono venire alla comunità di cui è responsabile. Una valutazione freddamente razionale dovrebbe far concludere che il virus protagonista assoluto di questo cruciale 2020 è una manna piovuta dal cielo. Un virus che uccide quasi esclusivamente persone molto anziane o minate da malattie gravissime, svolge una funzione altamente benefica dal punto di vista degli interessi della comunità. Elimina molte migliaia di individui improduttivi che sono soltanto un peso, in termini che non siano quelli degli affetti privati. Ma gli affetti privati non dovrebbero essere determinanti nelle decisioni di interesse collettivo. Il virus è il Destino (o la mano divina?) che esime dal praticare eutanasia ed eugenetica: ci pensa lui. Affidare eutanasia ed eugenetica, che sono comunque cose ben diverse, a istituzioni politiche o sanitarie, sarebbe molto pericoloso perché darebbe un potere di vita e di morte a chi potrebbe abusarne. Se c’è un virus che provvede, sia grazia da chiedere devotamente. Siamo troppi al mondo. I rimedi sono il calo delle nascite ma soprattutto l’aumento della mortalità dei vecchi, prima che diventino un peso per sé stessi e per gli altri. Fra le tante assurdità dell’epoca folle in cui viviamo c’è l’abnorme quantità di risorse destinate a tenere in vita dei ruderi, a scapito dei giovani. Un virus che assurga al ruolo di salutare ramazza dovrebbe essere lasciato circolare liberamente. Questa verità è indicibile perché lascia intravedere i baffetti di Hitler, in un immaginario collettivo che resta vivo perché perennemente alimentato.

Il virus avrebbe potuto esercitare questa funzione darwinianamente benefica solo se gli altri, gli individui sani e produttivi, avessero continuato a vivere normalmente, a produrre, a consumare, a viaggiare, a fare sport, a educarsi in ambienti scolastici adeguati. Ma per comportarsi in tal modo, in presenza di un virus altamente contagioso e teoricamente minaccioso, occorrono un pizzico di fatalismo e una concezione stoica della vita, qualcosa di radicalmente estraneo a una civiltà che ha orrore della morte e non tollera l’idea della sofferenza. Una civiltà che teorizza la ricerca della felicità come fine supremo e codifica nelle costituzioni il diritto alla salute, non è attrezzata a sfruttare occasioni come quella offerta da Covid-19. Invece di invitare a continuare a vivere normalmente, a rischio di alcune centinaia di migliaia di morti, i politici hanno decretato, e il popolo ha eseguito docilmente, una clausura prolungata devastante per l’economia e capace di minare per anni le relazioni sociali e lo sviluppo dei ragazzi.

Il dibattito sul virus è straniante perché non c’è il coraggio di dire la verità. Una schiera approva clausure (non dirò mai lockdown) perché vede nel virus una tremenda minaccia. La schiera opposta afferma che il virus non esiste, perlomeno nella gravità proclamata da governi e media. Come spesso accade, la terza via è quella corretta: il virus esiste e deve circolare perché fa opera buona di sfoltimento. Lo sostengo contro il mio interesse di vecchio ormai inservibile, la tipologia delle vittime preferite di Covid-19.

Probabilmente il virus serpeggerà fra noi per molto tempo ancora. Probabilmente i vaccini saranno inefficaci. Quello che poteva essere un imprevisto benefico, diventa una tempesta che sconvolgerà tutti gli equilibri politici ed economici del mondo. Meglio così, a ben guardare.

Luciano Fuschini

 
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