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Povera Patria PDF Stampa E-mail

31 Gennaio 2019

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Da Rassegna di Arianna del 29-1-2019 (N.d.d.)

 

La sera del 25 Gennaio 2019, poco prima di mezzanotte, è andata in onda la prima puntata di Povera Patria. Una data che rimarrà uno spartiacque nella storia della tv pubblica italiana. In questi ultimi anni abbiamo visto nascere e morire decine di talk-show. Nonostante i nomi dei programmi e dei conduttori cambiassero, si è sempre avuta la sensazione di guardare lo stesso, identico show. A parte rare eccezioni, solitamente soppressi (come La Gabbia), il talk-show base italiano ha sempre offerto la medesima solfa. Quale? Conduttore adepto del pensiero unico globalista, servizi orientati in tal senso, ospiti non allineati messi in minoranza e ricoperti di fango, ospiti allineati accolti con riverenza. Una schifezza alla quale ci hanno abituati, spacciata ogni volta per civile ed illuminata disamina dei fatti. L’abisso di servilismo e conformismo è stato raggiunto da La7, un canale divenuto inguardabile per chiunque coltivi il dubbio. E la Rai? Non è stata da meno. Agorà, #cartabianca, Porta a Porta, Mezz’ora in più, Che Tempo che Fa… una sfilza di salotti permeati dalla stessa visione di mondo dipinta come imprescindibile. Covi di serpi pronte ad avventarsi sulle voci dissonanti, con domande tese esclusivamente ad affibbiare etichette e suscitare paure irrazionali nello spettatore. Carlo Freccero ha voluto rompere questa vergognosa tradizione. La sua Rai2 ha cominciato a prendere forma. Dapprima con un Tg che non fosse un pamphlet del Nazareno, poi con il talk Povera Patria. […]

 

La conduttrice non trasuda la bile che rende le Gruber e i Fazio insopportabili. O la supponenza che trasforma i Formigli e i Floris in ridicoli inquisitori. O l’ostilità di chi difende uno schieramento politico/ideologico a prescindere dai fatti che si ritrova in molti conduttori, dall’Annunziata fino alla Berlinguer e via dicendo. Il confronto è tutto sommato pacato. Ognuno riesce a dire la sua e l’intervista finale, pur non condividendone personalmente i contenuti, è piacevole. Ma la svolta più eclatante sta nei temi trattati. Qui accade qualcosa di inaspettato. Viene lanciato un servizio che, tramite una semplice infografica, tocca l’argomento tabù per eccellenza: la natura del Debito Pubblico. Il quale viene mostrato non come divina spada di Damocle, non come colpa blasfema degli italiani, bensì come l’effetto di precise scelte politiche ed economiche.  Viene citato il nefasto divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro avvenuto nel 1981, ad opera di Andreatta e Ciampi. Ovvero l’inizio della perdita della sovranità monetaria e del controllo sul debito pubblico stesso. Una scelta suicida di cui paghiamo le conseguenze tutt’oggi. Apriti cielo! La reazione alla messa in onda di tale servizio è l’esplosione di rabbia incontenibile da parte dei pasdaran neoliberisti. Due minuti di disegnini animati fanno impazzire la “sinistra” finanziaria, gli europeisti anti-italiani e la claque lobotomizzata a seguito. Come si osa parlare in questi termini del debito pubblico? I social sono presi d’assalto dalle mute di cani sguinzagliate per sbranare il dissenso. I giornaloni si apprestano ad urlare alla “fake news”. Immancabili arrivano le invocazioni alla lotta ai mulini a vento del totalitarismo sovranista. Trombettieri e giullari di corte, orfani del loro castello, strepitano in coro. Un sempre più imbarazzante Marattin (“signore con la barba che blatera” come l’ha giustamente apostrofato Mohamed Konare) fa una disamina del video appigliandosi a tutti i luoghi comuni dell’anti-sovranismo. La testa dell’eretico Freccero viene chiesta su un piatto d’argento. Ma cosa è avvenuto? Molto semplice: si è abbandonato il racconto fallace sul debito pubblico ripetuto come un mantra negli ultimi anni. La filastrocca la conosciamo tutti: lo Stato Italiano è come una famiglia che si è indebitata sperperando denaro ma è stata salvata da Sant’Europa da Bruxelles. Un’ignobile menzogna che usa la metafora (fuorviante) della famiglia senza soldi per colpire allo stomaco un intero popolo. E convincerlo di meritare politiche di austerity, privatizzazioni, cessioni di sovranità, tagli indiscriminati e un lento impoverimento. Una sorta di giusta punizione per una gestione dissennata dei propri denari, a differenza dei “virtuosi” vicini tedeschi e francesi. Insomma: la bugia regina, dalla quale si dipana tutto il resto del racconto europeista. Povera Patria, in pratica, ha tolto il velo di Maya sulla vera natura del debito pubblico. E lo ha fatto senza neppure andare in profondità, dato che l’infografica fa un sunto a grandissime linee di quello che successe nel 1981. Se nelle prossime puntate l’argomento verrà approfondito ulteriormente, questa sarà la bomba atomica televisiva del 2019 (e non solo).

 

E non finisce qui. Perché nella seconda metà della puntata viene lanciato un servizio sulla mafia nigeriana. Un altro tabù dei nostri giorni. Un pericolo in costante espansione, alimentato proprio dall’immigrazione scriteriata che ha contraddistinto gli anni passati. Un cancro che si sta espandendo in zone dove già operano le mafie nostrane. Riuscendo a prendere il controllo di interi paesi con una violenza inaudita. Soprattutto, un argomento spesso celato all’opinione pubblica per gli interessi economici legati al business dell’accoglienza, oltre a misere prese di posizione ideologiche. Non si tratta di un argomento del tutto sconosciuto, tuttavia finalmente lo si pone come problema reale, serio, impellente. Lo si mette sul tavolo del confronto, finora riempito di patetismo e propaganda immigrazionista da quattro soldi. Tutto questo avviene in simbiosi con l’approfondimento sul Franco CFA andato in onda proprio su Rai2, in Night Tabloid. Mafia nigeriana e assenza di sovranità monetaria delle ex (ex?) colonie francesi. Due temi dirompenti che cestinano il semplicistico e bambinesco “scappano dalle guerre”, con cui una certa parte politica liquida il problema dell’immigrazione di massa. A Carlo Freccero non posso dunque che fare i miei complimenti. Nel giro di una manciata di giorni, la sua Rai2 ha girato la testa degli italiani verso un’altra prospettiva. E lo ha fatto con metodica convinzione, incurante delle reazioni dei nemici del pluralismo in tv. Anzi, proprio le urla scomposte di certi personaggi e di certi ambienti sono la miglior prova della bontà del progetto Povera Patria. Gli attacchi saranno sempre più duri. Il fango arriverà a secchiate. L’idea che qualcuno inizi a narrare la realtà in modo dissimile dal passato fa imbestialire chi, proprio da quella narrazione, ha tratto maggior giovamento. Confido nella tenacia di Freccero e nel rinnovato interesse del pubblico. Se il direttore di Rai2 saprà resistere e tenere la barra dritta, il suo lavoro getterà le fondamenta di una nuova tv. Ho soffiato via la polvere dal tasto numero 2 sul telecomando. Cosa che ritenevo francamente impossibile. E invece ora mi ritrovo a canticchiare sottovoce: Sì che cambierà, vedrai che cambierà…

 

Matteo Brandi

 

 
Colonialismo francese PDF Stampa E-mail

30 Gennaio 2019

 

 Da Comedonchisciotte del 22-1-2019 (N.d.d.)

 

Prima di parlare del rapporto tra Francia e Africa vorrei svolgere un ragionamento più generale: temo che venga considerato un po’ naif, ma è quello che mi sento di sviluppare ora. La Francia è la seconda economia europea probabilmente perché sfrutta l’Africa. Dopodiché esercita una simile posizione di forza per proporre una cooperazione esclusiva su alcuni progetti con la Germania, gelosa com’è, la Francia, della propria posizione, che rimarca quando organizza tutta tronfia degli incontri a due con Berlino, per collocare sotto i riflettori internazionali la propria presunta superiorità. A parte il fatto che se l’Unione europea è stata concepita per permettere a taluni di recitare la parte dei primi della classe forse era meglio non crearla, bisogna domandarsi se la Francia meriti davvero di essere considerata la prima della classe (o meglio, la seconda). L’Italia, che non sta sfruttando ex colonie in maniera sfacciata, è già la seconda economia industriale d’Europa dopo la Germania, e non a caso quando Roma prova ad allargarsi “ai danni” – diciamo così – della Francia, come nel caso dei cantieri di Saint Nazaire, Parigi urla, strepita e poi, alla fine, non accetta una simile situazione e fa appello – è notizia di questi giorni – agli arbitri europei. Per i cantieri navali si è esposta insieme con Berlino: non ho seguito la questione, ma non escludo che Parigi, al di là delle ripicche contro l’attuale Governo italiano, ci abbia ripensato, e voglia creare una cooperazione strategica nel settore navale con i tedeschi, e non con gli italiani, sia perché li ritiene alleati più affidabili, sia per tentare una fuga a due ai danni degli altri concorrenti, puntando a un dominio europeo. E insomma: se la Francia coltiva tuttora un chiaro progetto egemonico sull’Africa, non vedo perché non debba averlo sull’Europa, che è stata da sempre un teatro per le sue mire espansionistiche militari, ora traslate in campo economico, cosa che si dice spesso, e ormai da tempo, a proposito dei tedeschi: ma quello che è vero per i tedeschi è almeno altrettanto vero per i francesi. La storia, infatti, non si deve guardare solo da 150 anni in qua. Anzi, se vogliamo, è stato la Francia il Paese che, più di altri, più dell’Inghilterra stessa ad esempio, e, ripeto, anche più della Germania che è si è unificata dopo l’Italia, ha cercato un dominio non solo economico e finanziario ma anche militare sul Vecchio continente. […] Del resto, la Francia è in buona compagnia. Il Regno Unito continua a esercitare una certa influenza nel mondo col Commonwealth, per non parlare dei territori d’oltremare ancora in suo possesso (Falkland in primis), mentre la Spagna incontra le ex colonie ogni anno (chi non ricorda il re Juan Carlos che, rivolgendosi a un petulante Chávez, gli chiede perché non stia zitto?). Ma si tratta – mi pare – di “comunità di stati” dove i rapporti di forza sono molto diversi rispetto a quelli che Parigi intende mantenere nei territori africani del suo ex impero.

 

L’Italia non ha nulla del genere, e mi chiedo se ciò succeda non solo per il poco spazio temporale in cui Roma governò alcune vaste regioni dell’Africa, ma anche perché, ed è una delle conseguenze di tale esiguità, non ha visto la propria lingua attecchire in quei territori. E insomma, mi chiedo se non sia la lingua dell’ex conquistatore la corrente lungo la quale passa non solo il legame culturale, ma anche quello politico e – perché no? – l’influenza del Paese da cui l’ex colonia non si può dire mai del tutto affrancata. La lingua, insomma, come strumento di potere. Spesso si parla di monumenti distrutti in giro per il mondo perché testimoni di un’egemonia di cui molti si vogliono sbarazzare anche da un punto di vista simbolico: e non mi sto riferendo alla statua del dittatore di turno, al monumento di Saddam Hussein in Iraq dopo la sua disfatta ad esempio, ma anche a quella di Cristoforo Colombo negli Usa, che alcuni, a torto o a ragione, trovano insopportabile. Ebbene, quale monumento maggiore all’egemonia passata di un Paese della sua lingua, lingua che, insegnata nelle scuole delle ex colonie sin dalle primarie, è parlata a tutti i livelli? Una lingua che ha influenzato, e influenza ogni giorno, gli individui che la usano, e che non si possono dire quindi liberi se fanno parte di un popolo prima conquistato e ora indipendente solo in apparenza, ossia negli aspetti materiali, nella migliore delle ipotesi, ma non in quelli più profondi: quelli cioè che, passando attraverso la lingua dell’ex conquistatore, influenzano il pensiero. Se poi si aggiunge il fatto che la Francia, per varie ragioni, continua a essere la maggiore potenza francofona – al contrario del Regno Unito e della Spagna, che non sono più le maggiori potenze tra i paesi che parlano la loro stessa lingua -, il gioco è fatto, soprattutto se si considera che se questo succede è perché storicamente l’imperialismo francese è forse stato il più vorace, sostenuto da plotoni di funzionari squattrinati e spesso corrotti (al contrario di quelli britannici spesso di estrazione aristocratica), l’imperialismo che ha cercato più di altri di resistere, di mantenere la propria egemonia, perché sviluppato nella zona più debole del pianeta, l’Africa appunto, dove ha sempre incontrato poche resistenze.

 

Ma torniamo al punto, alla questione dello sfruttamento francese ai danni di 14 paesi africani. Il franco CFA, il franco delle colonie francesi d’Africa (poi franco della comunità francese dell’Africa), venne ratificato nel 1945 con gli accordi di Bretton Woods. Secondo un paio di fonti, fu imposto da Hitler alla Francia per entrare in possesso di tutte le ricchezze di Parigi nel “continente nero” sin dal 1939. Diciamo che, se fosse così, il franco CFA non sarebbe nato proprio sotto una buona stella. Sino al 1973 14 paesi africani dovevano lasciare il 100% delle proprie valute alla Banca di Francia. Dal 1973 al 2005 Parigi ha imposto il 65%. Dal 2005 a oggi il 50%. La Francia si arricchisce anche sui franchi CFA che emette, il cui valore di emissione trattiene nella misura del 25%. Le due banche centrali che gestiscono le risorse dovute ai traffici internazionali dei 14 paesi sono quella dell’Africa occidentale, corrispondente a otto paesi, con 16 amministratori africani e quattro francesi, e quella dell’Africa centrale, corrispondente a sei paesi con 12 amministratori africani e due francesi. Nei board di tali istituti, le decisioni devono essere prese all’unanimità. Secondo i critici, è tutta una questione di facciata, perché senza il consenso, o la presenza, dei francesi le decisioni non posso essere prese. Va da sé che ogni decisione economica, soprattutto quelle importanti, in ognuno di questi 14 paesi africani dipende in gran parte da Parigi, e ogni appalto alla fine deve essere destinato ad aziende dei cugini d’oltralpe, sempre che Parigi sia interessata, ovviamente. È libera concorrenza questa? Come possono gli altri paesi europei, ad esempio, accettare una situazione del genere? Come può la Francia parlare di concorrenza negata dal conglomerato che Fincantieri formerebbe con i cantieri Saint Nazaire quando essa stessa, la Francia voglio dire, non sa cosa sia la concorrenza non in uno (che già sarebbe grave), non in due, bensì in ben 14 paesi africani? Ogni trattativa tra imprese di questi 14 paesi africani deve essere svolta seguendo una serie di passaggi vantaggiosi per Parigi. Occorre precisare, come già detto da Di Maio e, si parva licet, anche da me nei miei precedenti articoli, che tutte queste rimesse vengono usate da Parigi per pagare il proprio debito pubblico, certo, ma anche per concedere prestiti agli africani a cui vengono chiesti gli interessi (sui loro soldi!), per non parlare poi dei prestiti concessi alle aziende francesi quando esse vogliono comprarne altre, soprattutto se straniere come quelle italiane, che spesso hanno una liquidità maggiore delle concorrenti transalpine, ma non hanno un sistema bancario alle spalle drogato dalle rimesse africane come quello francese, e, quindi, non hanno un sistema finanziario capace di sostenere molte operazioni altrimenti fuori dalla portata degli imprenditori transalpini. Voglio dire: agendo come fa la Francia – e qui intendo la Francia come sistema: il governo, certo, ma anche le aziende – non si ammazza solo il mercato africano, ma si rischia di azzoppare pure quello europeo. Non so se Di Maio abbia ragione a sostenere che la Francia scenderebbe al quindicesimo posto tra le maggiori economie mondiali senza il meccanismo del franco CFA (né so dove abbia attinto un simile dato): credo però che se Parigi non potesse espandere la propria economia ai danni dei vicini, europei in primis, come ormai fa da decenni usando tale posizione di vantaggio, sarebbe ridimensionata in maniera significativa. La Francia, infatti, non ha una cultura imprenditoriale superiore a quella italiana, e anzi mi verrebbe da sostenere esattamente il contrario. La Francia ha piuttosto una tendenza esagerata alla difesa dei propri interessi, per cui si aspetta che se un Paese africano chiede una vera autonomia, come il Togo tempo fa, ebbene questo Paese debba dare qualcosa in cambio: debba pagare cioè un debito a Parigi, un “debito coloniale” dovuto al fatto – pare – che i francesi hanno creato infrastrutture e servizi, hanno portato insomma la “civiltà”. Il pagamento del debito è stato accettato, ma il capo del Togo, per tornare all’esempio di prima, è stato in effetti ucciso poco tempo dopo la decisione di uscire dal sistema del franco CFA da un ex militare francese. Un avvertimento da Parigi, al di là del fatto che il politico africano in questione non fosse di certo uno stinco di santo? Non posso saperlo, ma è un dato osservabile che il Togo, dopo un simile avvertimento, oggi stia ancora nel “sistema CFA”. E poi c’è il caso della Guinea, che ha visto devastare gran parte del territorio per ripicca dai francesi, dopo aver deciso di abbandonare il sistema monetario voluto da Parigi. […] Tutto questo discorso, ovviamente, non riguarda solo la rapacità francese. Riguarda anche le conseguenze sull’immigrazione, dato che molti dei ragazzi che fuggono dal continente nero vengono dai territori condizionati da Parigi in maniera tanto lungimirante – mi si passi l’ironia -. In questo Di Maio ha perfettamente ragione, come anche noi del Sussidiario a metterlo in evidenza prima di lui nei nostri articoli – articoli a cui magari Di Maio ha dato un’occhiata. […]

 

Una mentalità coloniale, questa, fondata sulla logica spartitoria, che ha visto un eclatante esempio nel bombardamento libico per mano di Sarkozy e alleati davanti alle nostre coste. Ma una mentalità a cui non mi sembrano estranei numerosi italiani, quando si chiedono cosa ci facciano i francesi in Libia, dato che in Libia ci siamo noi, è roba nostra insomma. Cosa vuol dire questo? Con che spirito viene pronunciata una frase del genere? È solo una questione di massiccia presenza delle aziende italiane o c’è qualcosa di più? E poi, perché le aziende italiane sono così numerose in Libia? Sempre per una logica postcoloniale che “post” non è mai definitivamente in realtà? La questione delle aziende, poi, apre un altro fronte di riflessione. Se la Francia pretende di avere mano libera nei mercati di ben 14 paesi africani, e di ottenere senza batter ciglio il 50% delle rimesse dovute a scambi commerciali internazionali, è anche vero che molte aziende occidentali, nonché cinesi, indiane, ecc., si aspettano di lavorare in numerose zone dell’Africa sfruttando le conoscenze giuste, e aggirando quindi le gare di appalto: con ciò impedendo la libera concorrenza, bloccando lo sviluppo di imprese del luogo che non hanno lo stesso potere di convincimento – diciamo così – sui politici corrotti locali, e impedendo, perciò, lo sviluppo più generale della popolazione africana, costretta a vedere passare sopra la propria testa affari importanti, spesso colossali. E non sono certo gli spiccioli della cooperazione internazionale che possono cambiare il quadro, anche se sono in grado di mettere la coscienza a posto a molti imprenditori, ma anche a molti politici di Parigi (e pure di Berlino, Roma, Londra o Washington). Il punto è che l’Africa deve diventare produttrice di beni finiti, non solo esportatrice di materie prime, altrimenti gli africani rimarranno solo consumatori. Ovviamente questo è un discorso che può non piacere a molti, e non solo a Parigi, ma è l’unico capace di evitare che una simile migrazione permanente continui per decenni.

 

Dire che Parigi deve farsi da parte è giusto, anche se un po’ velleitario, se a sostenerlo è soltanto Di Maio. Ma deve essere, questo, solo un primo, per quanto fondamentale, passo. Bisognerebbe chiedere agli americani cosa pensino di tutta la faccenda (gli americani non amano scontrarsi coi francesi negli scenari internazionali, si sa), e pure ai cinesi, che prima o poi raggiungeranno l’Africa francofona: e anzi immagino l’abbiano già fatto, e sarebbe interessante capire cosa si sono detti Parigi e Pechino a tal proposito. Perché è evidente che Parigi, sotto un aspetto del genere, non parli un linguaggio molto diverso da una dittatura asiatica. Marx direbbe che in Cina non c’è alcuna dittatura del proletariato, e forse si aspetterebbe che quello francese in rivolta negli ultimi due mesi e mezzo (i cosiddetti gilet gialli) e quello africano si uniscano in una comune rivolta. O meglio, che quello francese tenda la mano al proletariato, ben più povero, del “continente nero” (al punto che forse “proletariato” costituisce una parola troppo alta per definire gli africani). Chiedo allora a Di Maio, soprattutto dopo che si è visto chiudere la porta in faccia dai rivoltosi francesi: invece di proporre loro aiuti “interessati”, perché non domandare ai gilet gialli cosa pensino dell’imperialismo francese? Magari potrebbe scoprire che anche loro, i proletari di Francia, non sono preoccupati del benessere dei poveri di altre parti del mondo, e ciò anche quando questi siano tali, poveri, a causa del governo di Parigi. O magari potremmo chiedere ai campioni della squadra nazionale di calcio francese di origine africana cosa pensino delle politiche del loro governo, ora che sanno che l’amico Macron ha qualche scheletro nell’armadio. Si potrebbe replicare che già conoscevano la situazione: bene, forse è venuto il momento di mostrare un po’ più di coraggio. Mettiamo il dito, insomma, nelle ipocrisie planetarie, cerchiamo di entrare nelle pieghe di una società complessa: spero che Di Maio risponda all’appello. Nel frattempo, infatti, il Fondo monetario internazionale ha fatto sapere di essere molto preoccupato per via della stabilità mondiale a causa dell’Italia (e della Brexit), e questo per bocca della francesissima Lagarde: se la “francesissima” si dicesse altrettanto preoccupata per la situazione africana causata da Parigi forse risulterebbe più credibile. Altrimenti potrebbe sembrare, il suo, solo un tentativo di far aumentare lo spread ai danni dell’Italia, nella speranza di far cadere un governo italiano scomodo.

 

Fabrizio Amadori

 

 
Becera propaganda PDF Stampa E-mail

29 Gennaio 2019

 

Da Appelloalpopolo del 25-1-2019 (N.d.d.)

 

Se il compito della politica fosse il mero assecondamento del sentimento popolare del momento, allora non avremmo bisogno della democrazia. Basterebbe un dittatore che agisse esercitando il potere autoritario senza intermediazioni e comunicando al popolo i messaggi rassicuranti, autoassolutori e consolatori che la psiche di ognuno di noi è predisposta ad accogliere, perché accarezzano il nostro orgoglio e ci sollevano dal peso della responsabilità individuale. La verità è che questo metodo di governo, quello del dittatore che dice alle masse ciò che le masse vogliono sentirsi dire, lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. Le condizioni di vita degli italiani non sono migliorate, anzi, ma le masse erano comunque sazie di rassicurazioni. Mio nonno paterno, bracciante agricolo, aveva un giudizio complessivo positivo di Mussolini, così come lo avevano gran parte dei suoi coevi, perché una propaganda efficace lo rappresentava come un uomo del popolo, vicino alle esigenze del popolo, che si sporcava le mani col popolo. Mussolini era un contadino con i contadini, un funzionario pubblico coi funzionari pubblici, un muratore al cospetto di un pubblico di muratori, e così via. Molti italiani vivevano condizioni di povertà estrema e l’analfabetismo era diffuso, ma Mussolini era osannato.

 

Nel dopoguerra una classe dirigente di elevata caratura ha educato il popolo alla democrazia. Il parlamento e il governo erano espressione di quella generazione di uomini che avevano combattuto il fascismo e redatto una Costituzione avanzatissima nel riconoscimento dei diritti individuali e sociali e nella dotazione degli strumenti di applicazione reale di quei diritti, che senza le istituzioni preposte a garantirne l’esercizio, sarebbero rimasti solo belle parole su un foglio di carta. Quegli uomini e quelle donne erano espressione anche delle classi popolari. Alcuni di loro non avevano avuto la possibilità di portare avanti gli studi e conseguire titoli che attestassero la loro preparazione, ma tutti i rappresentanti del popolo erano dotati di un livello culturale superiore alla media. Non si adoperavano per apparire ciò che non erano, né per comunicare alle masse ciò che volevano sentirsi dire, ma lavoravano per promuovere ideali, modelli alternativi di futuro, visioni del mondo talvolta contrapposte e talaltra sovrapponibili. Non erano ossessionati dai sondaggi, non parlavano per slogan, non si truccavano per comparire più giovani o gradevoli di fronte l’obiettivo della macchina da presa. Non imbracciavano la zappa per fingersi contadini agli occhi dei contadini, non indossavano grembiuli da panettieri per accattivarsi la simpatia dei panettieri, non prendevano in giro il popolo. Erano la migliore espressione della società civile, formati e selezionati dai partiti di massa, che svolgevano il compito di intermediazione democratica assegnatogli dalla Costituzione. Quel sistema, certamente perfettibile, ha garantito pluralismo, rappresentanza degli interessi diffusi, massima partecipazione democratica e un’elevata qualità del meccanismo di selezione della classe dirigente e quindi della produzione legislativa e dell’azione di Governo. Tanti partiti con tante idee, che si presentavano alle libere elezioni esibendo le loro idee, senza l’ossessione di esprimere idee necessariamente conformi alle idee di massa. Questo garantiva anche l’emergere di istanze nuove e letture alternative alle idee dominanti.

 

Oggi l’assenza di veri partiti che esprimano categorie valoriali definite e l’affermazione di un sistema maggioritario che impone di raccogliere il maggior numero di consensi per esercitare il potere evitando il confronto e la negoziazione quotidiana con gli altri portatori d’interesse ha generato mostri che lavorano quotidianamente per raccogliere fette di consenso targettizzando l’elettorato con i medesimi metodi che adoperano le imprese commerciali per conquistare quote di mercato adattando la pubblicità alla tipologia di consumatore. Questa non è più democrazia, ma una riproposizione della più becera propaganda che convinceva mio nonno di vivere la migliore delle vite possibili.

 

Gianluca Baldini

 

 
Patriottismo europeo PDF Stampa E-mail

28 Gennaio 2019 

 

Da Rassegna di Arianna del 26-1-2019 (N.d.d.)

 

Dunque, la Germania al posto dell’Europa nel consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il franco francese anziché l’euro nei paesi africani. L’accordo economico-politico bilaterale tra Macron e la Merkel sulla testa dell’Europa e dei suoi accordi. Lo sfondamento dei limiti europei del debito da parte dei francesi, col placet dei tedeschi. La conquista dell’economia italiana soprattutto da parte di aziende francesi. Lo sfaldarsi di ogni piano comune europeo per affrontare i flussi migratori, e il deliberato sfilarsi di Germania e Francia dalle responsabilità che loro competono. E si potrebbe ancora continuare. Come giudicare complessivamente questi fattori, dove portano? Alla dichiarazione di fallimento dell’Europa, anzi all’autocertificazione, al prevalere degli interessi nazionali sugli interessi europei, all’egemonia delle potenze nazional-coloniali sull’unione tra stati membri. In una parola, chi affossa l’Europa non sono coloro che escono, come i britannici; e nemmeno chi tuona, a volte in modo greve, contro chi comanda in Europa, come fanno gli italiani grilloleghisti. Ma sono proprio loro, i presunti padroni di casa. Sono loro, quelli di Aquisgrana, quelli dell’asse carolingio, i franco-tedeschi, a uscire dall’Europa. O se preferite, si sentono i genitori d’Europa e considerano gli altri stati come minorenni; loro possono uscire di casa e rientrare, loro possono avere le chiavi di casa, loro possono concedersi libertà che agli altri sono negate. Quando sento il solito refrain sugli amici e i nemici dell’Europa, la solita condanna dei nazionalismi e dei sovranismi, mi chiedo: e questi due sarebbero i garanti dell’Europa? Non sono loro i primi fautori di nazionalismo e sovranismo, con l’aberrante precisazione che lo sono a prescindere dai loro popoli, puro kratos senza demos, nonostante siano in palese, schiacciante minoranza nei loro paesi? Simbolicamente grave è l’accordo tra Macron e Merkel per chiedere che il seggio assegnato all’Europa nel consiglio di sicurezza venga invece dato alla Germania. È la sconfessione dell’Unione Europea, l’abdicazione dell’Unione, la vanificazione della rappresentanza europea nel mondo, nel timore che nuovi equilibri, nuove ondate “sovraniste” possano nominare rappresentati dell’Europa non conformi e non graditi all’establishment dominante. Ora non si tratta d’inventarsi nuove crociate antifrancesi o antitedesche né si tratta di alimentare la guerra civile europea e l’Eurexit, cioè l’uscita dell’Europa da se stessa, come se fosse posseduta da un demonio. Niente toni scomposti, nessuna caccia al nemico come capro espiatorio delle difficoltà interne. Si tratta prima di ricomporsi e poi di ricomporre, ovvero di assumere un contegno adeguato e poi puntare a una rigenerazione del patto europeo, una ridefinizione. Si tratta di pensare a una cosa: c’è bisogno d’inventarsi un sovranismo europeo, fondato su un patriottismo europeo. Cioè su un sentire comune, su un’appartenenza condivisa ad una civiltà. L’Europa di oggi, proprio come il governo Salvini-Di Maio, regge su un contratto. Ovvero su un patto economico-finanziario, sulla firma di un accordo e di alcuni obblighi legati a quell’accordo. Ma non c’è, e si vede a occhio nudo, nessun afflato europeo, nessun fervore identitario comune, nessuna percezione di vivere in una casa comune. Sarebbe quello il salto di qualità da compiere a questo punto.

 

Un patriottismo europeo, come un sovranismo europeo, non sostituirebbe il patriottismo e la sovranità delle nazioni, ma ne sarebbe in qualche modo la sintesi, il garante dei singoli stati e dei loro patriottismi nazionali. Un patriottismo europeo, un sovranismo europeo, dovrebbe esercitarsi rispetto al mondo esterno prima che sugli Stati membri, e dovrebbe occuparsi della concorrenza commerciale esterna, della comune difesa europea, dell’egemonia planetaria delle superpotenze, dei flussi migratori e delle minacce all’Europa e agli europei. Insomma dovrebbe essere proiettato sull’esterno, più che essere vessatorio e oppressivo al suo interno. Dovrebbe proteggere i popoli europei più che sottometterli ai diktat economico-finanziari o ai dogmi dell’accoglienza. Ci sono tre patriottismi, uno dentro l’altro come matrioska e come cerchi concentrici: il patriottismo locale, vorrei dire a chilometro zero, quello del territorio più prossimo, della provincia e del proprio habitat; il patriottismo nazionale, fondato sulla storia, la lingua, gli stati e le tradizioni nazionali; il patriottismo europeo, inteso come patriottismo delle civiltà europea e dei suoi confini verso l’esterno. Non si può pensare di sopprimere uno senza poi sopprimere o vanificare gli altri.E se il compito dei nostri giorni, paradossale ma non troppo, sia quello di difendere l’Europa dagli europeisti?

 

Marcello Veneziani

 

 
Monete complementari PDF Stampa E-mail

27 Gennaio 2019 

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Da Rassegna di Arianna del 25-1-2019 (N.d.d.)

 

Regione Lazio, comune di Napoli, Roma Capitale, sono solo alcune delle istituzioni locali che dal 2009 ad oggi hanno adottato o ipotizzato l’adozione di valute complementari come misura di sostegno all’economia. L’ultima in linea temporale è stato il comune di Cosenza, che agli inizi di gennaio ha lanciato il Bruzio, un conio alternativo destinato a sostenere misure di welfare locale e marketing culturale. Eventi come questo dimostrano quanto il fascino delle monete complementari abbia attecchito nel nostro paese più che altrove, aprendo la strada a modelli alternativi di convivenza economica. Per definizione una valuta complementare è un sistema di mutuo credito con cui è possibile scambiare beni e servizi senza l’intermediazione del denaro ufficiale. Queste valute non hanno corso legale, sono accettate su base volontaria e sono caratterizzate da una forte connotazione localistica e comunitaria. Il primo esempio di questo genere si ebbe quando nel 1934 nacque a Zurigo la cooperativa Wir (abbreviazione di Wirtschaftsring, letteralmente “circolo economico”), ispirata alle idee dell’economista Silvio Gesell e nata per rispondere alla carenza di liquidità indotta dalla crisi del 1929.

 

 L’esperienza di maggior successo in termini di monete complementari in Italia è, sia per longevità che per diffusione, senza dubbio il Sardex. Nato nel 2009 nel paesino campidanese di Serramanna, ad opera di quattro imprenditori locali, il suo funzionamento permette di comprendere appieno la logica di fondo del modello. Si tratta di un’unità di conto virtuale, con un tasso di conversione alla pari con l’euro, nella quale è possibile registrare transazioni. Ogni impresa associata al circuito possiede un conto in Sardex il cui avanzo o disavanzo cresce nel momento in cui vengono scambiati beni e servizi in valuta complementare con le altre imprese aderenti. Le posizioni di avanzo o disavanzo possono essere saldate commerciando con qualsiasi altra impresa partecipante, spostando gli scambi da una base bilaterale ad una multilaterale, il tutto sotto la supervisione di intermediari (i fondatori) che vigilano sul generale equilibrio del sistema e svolgono un minimo di selezione sulle imprese volenterose di associarsi. La logica di fondo è quella di svuotare la valuta della sua funzione di riserva di valore. Il sistema non prevede interessi, pertanto anche chi si ritrovasse con una posizione di credito nei confronti della comunità, e non solo i debitori, sarebbe incentivato a disfarsene per acquisire beni e servizi. La fiducia è al tempo stesso il cardine e il segreto del successo della formula Sardex. Oggi il valore annuo degli scambi ha raggiunto i 350 milioni di euro, con un giro d’affari che coinvolge 4000 imprese. L’importanza di questa esperienza è stata tale da renderla un caso di studio presso alcune delle più prestigiose business school del mondo, come la LSE, ed è frequentemente citata dagli economisti dell’Università Bocconi Massimo Amato e Luca Fantacci, tra i massimi esperti italiani di valute complementari. Sardex è stato emulato nel tempo da altre esperienze quali il Tibex in Lazio, introdotto nel 2013 e dalle varie forme di monete locali, ad oggi presenti su un arco di 11 regioni dalla Valle d’Aosta alla Campania.

 

Le basi teoriche del successo di Sardex, ossia la multilateralità degli scambi e la disintermediazione del denaro ufficiale, vanno ricercate oltre che nel già citato Gesell, anche nelle teorie di matrice keynesiana che hanno caratterizzato parte dell’economia mondiale dopo il 1944. L’idea di un sistema di credito che non prevedesse trasferimenti di valuta convenzionale fu infatti il fulcro della proposta di John Maynard Keynes per la ricostituzione di un sistema finanziario mondiale in grado di sostenere un’efficace ripresa degli scambi a livello internazionale e, tramite essa, la ricostruzione delle economie nazionali dissestate dalla guerra. In questo caso a rivestire il ruolo di valuta alternativa era il bancor, un’unità di conto internazionale, non convertibile in oro o in dollari, utilizzata per quantificare crediti e debiti commerciali su base multilaterale, con forti incentivi per i creditori di disporre dei loro crediti. Il piano di Keynes venne accantonato dalle delegazioni riunitesi a Bretton Woods, in favore di quanto sarebbe divenuto noto con la denominazione di gold exchange standard o gold dollar standard, ma la bontà di quell’idea sarebbe stata provata da un’altra esperienza storica, quella della European Payments Union (EPU), attiva in Europa dal 1950 al 1958. Nata con l’obiettivo di dare alle nazioni europee sconvolte dalla guerra un modo per riprendere a commerciare tra loro in carenza di liquidità, l’EPU funzionava come un circuito che riuniva tutti i paesi europei, verso il quale ogni paese manteneva un conto, il cui avanzo o disavanzo anche in questo caso cresceva all’avvenire di uno scambio di beni e servizi con le altre nazioni. L’innovatività di questo sistema, che non prevedendo trasferimenti di valute nazionali rendeva gli scambi liberi dai vincoli imposti dalla carenza di monete nazionali, permise alle nazioni europee di ricostruire le proprie economie, favorendo in particolare paesi esportatori come Italia e Germania. Cosa possiamo trarre dall’esempio di queste esperienze storiche e dal successo di Sardex? Innanzitutto le monete complementari hanno dimostrato di essere un ottimo mezzo per uscire da situazioni di impasse legate alla carenza di liquidità in valuta convenzionale. Non è casuale che sia Wir che Sardex siano nati in contesti post crisi. Il concetto chiave di questa innovazione economica è dato dalla circolazione del credito: se in un sistema convenzionale detenere ricchezza è qualcosa di desiderabile per gli interessi che ne derivano, le monete complementari al contrario non remunerano in alcun modo i possessori di un credito, incentivandoli a disfarsene per acquisire beni e servizi, e al contempo mantenendo l’intero sistema in equilibrio. In questo modo, incentivando gli scambi, si contribuisce alla crescita economica del sistema nel suo complesso e dei suoi partecipanti. L’Italia è divenuta leader nel settore delle valute complementari grazie alle peculiarità del suo sistema economico e sociale. Nel nostro paese il 95% delle imprese ha meno di 10 dipendenti e il numero di liberi professionisti è pari al doppio dei paesi comparabili. Queste categorie, tra le più investite dalla crisi, hanno trovato nel mutuo credito e nella fiducia reciproca un modo per beneficiare del loro eccesso di capacità produttiva, uscendo dalle limitazioni imposte dal credito tradizionale.  Sardex ha recentemente aperto il proprio circuito ai privati, e sta da anni cercando di dialogare con le istituzioni territoriali: che possa essere il vettore di una nuova ripresa?

 

Davide Barbi

 

 
Tensioni nell'UE PDF Stampa E-mail

26 Gennaio 2019

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Da Comedonchisciotte del 23-1-2019 (N.d.d.)

 

Di omicidi politici si tratta, ma pur sempre di omicidi, e nel frattempo ci è scappato anche qualche suicidio vero. Infatti nel liquame fangoso del Regno dell’Euro, c’è qualche forza misteriosa che negli ultimi 20 anni ha attirato nella voragine della recessione tutti gli stati membri, uno dopo l’altro, tranne la ‘locomotiva’ d’Europa, la Germania. Come se avessimo vissuto sul palcoscenico di “Dieci piccoli indiani”, prima sparisce la Grecia, poi Irlanda, Spagna, Italia, Gran Bretagna, ed ora anche la Francia, stretta in un aggancio mortale, preludio di morte. Aquisgrana, terra di mezzo tra Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi, è stata la sede di nascita del Sacro Romano Impero, di Carlo Magno (Karl der Grosse), ed ora è diventata il cimitero del Regno dell’Euro. Gli sciacalli dorati del Regno dell’Euro si sono proposti spesso come i salvatori dell’Europa, vedi Draghi, Macron, Merkel… hanno promesso crescita, benessere e lavoro, poi, dopo aver danneggiato tutti i fondamentali economici degli stati membri, dopo averli ficcati nella palude Stigia della storia, ora hanno stretto un patto di sangue per non morire definitivamente.

 

“Tutto ci vede in competizione: industria, commercio, diplomazia, nucleare, difesa, istituzioni, immigrazione e persino diritto matrimoniale. Quindi ci sposeremo con la speranza che questo patto ci costringa a scendere a compromessi e a riconciliarci per evitare la guerra.” Questo è il ragionamento paradossale dei governi francese e tedesco dell’attuale trattato di Aquisgrana, 22 gennaio 2019. Lo stesso ragionamento che ha portato alla moneta unica: “Non siamo in grado di fare progressi nella costruzione dell’Europa, salteremo quindi nell’ignoto con la moneta unica per costringerci a convergere e mettere in atto solidarietà e strutture integrate. O la va o la spacca”. Così avevano detto Kohl e Mitterrand nel 1992. Risultato, un disastro. Tutte le economie europee già divergenti, sono entrate in aperto conflitto, la Germania ha divorato le forze dei suoi vicini ad ovest e a sud, in primo luogo la Francia, e mai le tensioni tra i paesi europei sono state così violente dalla caduta del nazismo e dalla fine della guerra fredda. Il nuovo trattato è stato firmato lo stesso giorno del trattato dell’Eliseo tra de Gaulle e il cancelliere Adenauer, il fondatore della Germania federale. Il trattato del 1963 si occupava di scambi di giovani, gemellaggi di città e altre questioni secondarie, il suo scopo era essenzialmente simbolico. Meno di venti anni dopo la caduta di Hitler e la liberazione di Francia, conclusa tra due giganti della Resistenza, de Gaulle (72 anni) e Adenauer (87 anni), esprimeva la volontà sincera di cancellare diverse generazioni di guerre mortali. Sullo sfondo il trattato rifletteva anche il desiderio della Germania federale di diventare un partner rispettato del campo occidentale, nel quadro della guerra fredda tra USA e URSS, e il desiderio del generale de Gaulle di creare attorno alla “Coppia franco-tedesca” un polo più o meno equidistante tra Mosca e Washington. Infatti la coppia sarebbe durata per tre decenni, fino alla caduta del muro di Berlino e alla riunificazione nel 1991 delle due Germanie, la RFT e la RDT. Utile osservare che il Trattato dell’Eliseo aveva riunito due grandi nazioni di dimensioni simili, una delle quali, liberata dal militarismo prussiano, aveva trovato la frenesia culturale e romantica che aveva sedotto Madame de Stael, mentre l’altra aveva riacquistato dopo l’occupazione un ruolo geopolitico commisurato alla sua storia: forza deterrente nucleare, seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, imperialismo in Africa e Medio Oriente. La nuova Germania, 80 milioni di abitanti, nasce dalla continuità identitaria con la Prussia di Federico II e del Secondo Reich di Bismarck. I suoi industriali, saldati come gli Junker prussiani, hanno messo l’orgoglio nazionale nelle loro esportazioni. Il loro successo in questo settore è lampante per un surplus commerciale quasi osceno del 6% del PIL, che ha tratto beneficio dalla moneta unica e dal deficit “nazionalista“ dei loro vicini (un francese non ha mai avuto grandi problemi ad acquistare una macchina tedesca, mentre un tedesco arrossirebbe se dovesse comprarne una francese). Riunisce due nazioni, una delle quali interpreta a meraviglia l’arroganza dell’Unione europea, mentre l’altra, paralizzata dal proprio declino economico, appare politicamente disperata di conquistare le grazie del suo potente vicino.

 

Si noti che nel 1963 il trattato dell’Eliseo aveva portato alla firma le due grandi potenze della CEE, senza che nessuno degli altri membri della Comunità (Benelux e Italia) si sentisse offeso. Niente del genere con il trattato di Aachen. Il nuovo trattato cerca comunque di non offendere la fibra nazionale dei deputati o giudici del Bundestag, al massimo c’è una promessa di incoraggiare il bilinguismo su entrambi i lati del Reno, però nessun riferimento al surplus commerciale tedesco, anche se ha violato allegramente le prescrizioni di Bruxelles e massacrato agricoltura e industria francesi. La Germania ha così ottenuto il diritto di accesso a tutti quei campi, che sono avversati dalla Francia:

 

• In materia diplomatica, La Germania è orientata verso est e non ha nulla a che fare con il trofismo africano e mediterraneo della Francia. • All’ONU, la Germania vota più spesso del solito contro la Francia, ad esempio sull’ingresso della Palestina nell’UNESCO. • Dal punto di vista energetico, la Germania ha decisamente scelto il carbone contro l’energia nucleare, a differenza della Francia. • Di fronte alla sfida migratoria, nel 2015 la Cancelliera ha aperto le sue frontiere a un milione di rifugiati senza preoccuparsi di mettere in guardia i suoi partner europei.

 

La realtà è decisamente diversa e sotto gli occhi di tutti: non c’è alcun punto d’incontro tra la grande Germania della Merkel e la Francia che soffre di “Yellow Vests”. Dopo settant’anni di sforzi meticolosi, in realtà non si è creata alcuna solidarietà tra i cittadini europei. L’Unione europea in particolare si riflette esclusivamente nella libera circolazione di capitali e beni nonché nella rimozione di tutti gli ostacoli alla libertà d’impresa e ai saccheggi. Gli interessi nazionali che hanno dominato l’UE fin dalla nascita, soprattutto quelli tedeschi, hanno preso sempre più il sopravvento, gli abitanti degli stati del nord sono diventati di anno in anno più ricchi, mentre gli altri sempre più poveri. La nuova Europa così delineata sancirà definitivamente la trazione franco-tedesca, con la Germania che traina e la Francia che segue in subordine. Finché il sistema euro potrà resistere. Il documento, che consta di 16 pagine, sette capitoli e 28 articoli, arriva a delineare una concertazione talmente profonda tra le politiche dei due Paesi da prefigurare quasi una fusione politica.  Nell’articolo 8 per esempio si legge che «l’ammissione della Repubblica Federale Tedesca come membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu è una delle priorità della diplomazia franco-tedesca». Dunque un chiaro passo verso una nuova Europa, con aperta sfida agli equilibri voluti dagli Stati Uniti. Se ciò non bastasse, viene chiarito che Francia e Germania «approfondiscono la loro collaborazione nel contesto della politica europea, si impegnano insieme per un’efficace e forte politica estera e rafforzano nonché approfondiscono l’unione economica e monetaria». Posizioni comuni che riguardano anche l’ambito militare, con un patto di reciproco sostegno e un ruolo fondamentale attribuito al Consiglio di difesa e sicurezza «che si riunirà regolarmente al massimo livello». Spaventosi i dati più recenti dallo stato tedesco sulle espulsioni di migranti: il 2018, informa Berlino, è stato l’anno dei numeri record verso gli altri Paesi dell’UE. Per la prima volta dal 2015 la Germania ha rinviato oltreconfine più persone di quante ne abbia accolte. E uno su tre di questi immigrati indesiderati è stato rispedito in Italia. La Cancelliera ha parlato anche di un’alleanza contro i populisti e i nazionalisti, alleanza quindi politica ma anche militare in quanto preludio a un esercito europeo, per lo sviluppo di una “cultura militare e di una industria comune degli armamenti”. Dopo l’uscita della Gran Bretagna, dato ormai irreversibile, il terrore tedesco sulla tenuta dell’Unione è cresciuto. Il disegno geopolitico è chiaro, si vorrebbe creare un’alleanza strategica basata sul controllo di un asse obliquo, che va da sud-ovest (Francia) a nord-est (Germania). Il sogno francese in particolare vorrebbe sostituire l’Italia come sub fornitrice nel settore delle manifatture meccaniche, mantenendo però la leadership dell’industria militare, e conquistando quella delle tecnologie avanzate. Però la realtà va avanti in modo decisamente diverso, la protesta dei Gilets Jaunes non accenna a placarsi, i populisti italiani sfidano l’imperialismo francese in Africa, origine prima dell’immigrazione mediterranea, e il silenzio della Germania è assordante su una stagione esasperate di export, combattuto aspramente da Trump, che ha scatenato sanzioni e guerra commerciale contro il diesel delle case automobilistiche tedesche, mentre un accordo commerciale tra Washington e Pechino potrebbe sconvolgere definitivamente ogni sua velleità egemonica. In occidente c’è un unico impero che comanda, di cui l’asse franco tedesco resta solo un vassallo. È una mossa comunque disperata, nonostante le tante fanfare, un tentativo di resistere alla politica nazionalistica di Trump, che chiede maggior partecipazione alle spese Nato, e il controllo sulle partite commerciali. Solo l’aggancio definitivo con la Francia, in grave gap economico, sembra ora poter garantire alla Germania l’ultima presa su un’Unione che si sta disgregando.

 

Rosanna Spadini

 

 
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