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Sistema immunitario e comunitario PDF Stampa E-mail

19 Aprile 2020

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Il sistema immunitario e quello comunitario hanno forse una sola matrice simbolica e un solo scopo pratico: proteggere l’organismo che presiedono. Nel sistema immunitario, le ghiandole, come gli istituti sono distribuiti nel campo del loro corpo fisico, alla bisogna si radunano. Entrambi si chiudono a riccio o reagiscono all’attacco di elementi estranei alla sopravvivenza del corpo di cui fanno parte. Uno ha i globuli bianchi e compagnia, l’altro ha gendarmi e saggi. La reazione è dettata esteticamente per entrambi i sistemi: non servono riunioni, né votazioni. Riconoscono a pelle ciò che è adatto a loro e quindi anche ciò che gli è sconveniente. Chi è in grado di raccogliere le informazioni sottili, energetiche, lo potrà confermare.

 

Mentre chi – individuo o società – identifica se stesso in qualche modello a lui esterno, acquisito, d’immagine, voluttuario, ideologico non avrà modo di percepire le vibrazioni che corpo e società continuamente emettono. La psicologia dei due sistemi è organica, quindi ontologicamente coordinata, salvo diversivi (mutabilità virale, comunicazione) che ne possono deviare la logica protettiva. Dunque, a volte, per qualche attacco particolarmente subdolo (alterazione geni riparatori Dna delle cellule cancerogene, discendenti del serpente paradisiaco) vanno in crisi. Sovraeccitati si procurano danni, peggiorano la situazione dell’organismo, anche fino a comportarne la morte. Forse sono solo prove della Natura (per entrambi) affinché tragga idee su come migliorarsi.

 

I due sistemi sono in balia delle emozioni. Purtroppo sfugge ancora ai medici ordinariamente formati, ma fortunatamente non ai sociologi, che però pare non abbiano peso politico. Tutti gli specialisti hanno un’operatività analitico-scientifica, non sono in grado di cogliere l’unità, l’organismo con cui hanno a che fare. La loro azione è necessariamente solo destinata alla sintomatologia. Le emozioni alterano la capacità di difesa (s. immunitario) e di giudizio (s. comunitario). Quando ci sono di mezzo le emozioni, la capacità di difesa (s. immunitario) e di creatività (s. comunitario) vengono meno. A quel punto, il nocivo che entrambi i sistemi erano in grado di respingere ora li sopraffà: avvio di malattie nelle persone e cedimento dei valori nella comunità. Le emozioni hanno una carica elettrica, energica che comporta una sorta di collasso sistemico se negative (malattia, malessere). Vero corto circuito energetico. Per il sistema immunitario le medicine – allopatiche in primis, solo in grado di gestire i sintomi e mai di arrivare alle cause e sono esse stesse causa di patologie – sono un obbligo di lavori forzati. Nonché l’equivalente della goccia d’acqua sulla pietra, cioè in grado di far cedere le maglie più deboli del sistema immunitario stesso. Per il sistema comunitario, corrispondono le comodità, e peggio, le abitudini lascive e lassismiche, le consuetudini che privilegiano, danno diritto, al singolo rispetto al bene comune. Quale compagine può muoversi insieme per un solo scopo comune se i suoi componenti avanzano esigenze e diritti individuali, ponendo se stessi, come nell’individualismo, alla pari delle istituzioni?

 

Le cure per ambo le strutture preposte alla vita individuale e comunitaria, la cura e il benessere hanno altre origini e caratteristiche. Cibo, ambiente, sentimenti, qui ed ora adeguati per uno; rispetto dei ruoli, delle tradizioni locali, bioregionalismo, dei riti, degli antenati, per l’altro. Ogni stravaganza a chilometro 1000 è tossica d’ufficio. Sia essa alimento che valore. Le vie di mezzo ci sono e hanno una identità assai precisa: riguardano tutte le ipotetiche estraneità che tali non sono in quanto integrabili nei sistemi senza che questi ne risentano.  La cura comunitaria sta nei calli, nel lavoro creativo, nel lavoro adatto a sé, nel sole, nel cibo locale, nel dedicarsi al prossimo, come in famiglia. La cura di sé non impiega mezzi esterni a sé, si basa sull’assunzione di responsabilità. Il sé sa bene che se c’è un problema, l’ha creato lui stesso, quindi solo lui può risolverlo. Solo lui ha le doti per arrivare all’origine di ciò che l’ha causato. Spesso sentimenti negativi e inaccettazione di ciò che è. Sa che per compiere la guarigione è necessario scavare per arrivare a raggiungere l’assenza di consapevolezza che ha generato il problema. Gli aiuti esterni sono buoni solo se richiesti. Affidare se stessi agli altri, delegare la propria salute ad esterni da se stessi o dalla comunità è facilmente fallace e crea dipendenza affettiva o economica che sia. Entrambi i sistemi autopoieuticamente si mantengono se restano legati alla tradizione locale e alla terra. Diversamente avvertono subito la tossicità dell’aria, del cibo, dei ritmi dettati dalla produzione a discapito di quelli della natura, di quelli imposti da farmaci e rimedi sociali da medici e politiche non in grado di considerare la natura rispettivamente della persona e della comunità, che prediligono – ma non hanno alternativa – dedicarsi ai sintomi, applicare protocolli identici per persone e ambiti sociali differenti. Nel sistema comunitario, l’altro da sé non è un oggetto. È un essere senziente. Viene riconosciuto come parte della comunità e non solo gli uomini, anche l’ambiente e le bestie. Entrambe hanno una dignità prima di avere un nome e un valore nell’equilibrio della comunità, prima che di sussistenza o economico. I venditori di fuffa sono percepiti a distanza, come il cervo col cacciatore.

 

Ma ora non c’è più comunità. La mannaia dell’individualismo e della globalizzazione, ha squartato quei corpi vestiti di lana, cotone e cuoio, quegli spiriti semplici. Calli e modestia sono diventati vergogne. Il presente ha il culto della scienza medica. Gli ha dato il sangue e si ritrova con le sacche per trasfusione infette. Al culto degli esperti ha delegato il delegabile, tutto, fino all’educazione. L’Uomo della Comunità ha aperto i cancelli ai miraggi dei mercanti e si è ritrovato senza terra sotto i piedi. Ciò che era ordine si è mescolato agli acidi corrosivi dell’io voglio di più. Il tessuto è macerato. Non veste più nessuno, tranne che alienati spiriti mortificati e umiliati.

 

Ora singole persone si muovono spaesate senza sapere il perché della loro solitudine, o rimpiangendola o ricordando quando, soddisfatti della proposta, in cambio di benefit hanno scelto, come fosse cosa giusta, di adorare un dio immediato. Lo hanno fatto con un cinismo che gli era prima estraneo, hanno ucciso quello immortale dentro sé. Ora tutti hanno tutto. Le case sono piene di oggetti e vuote di quel sentimento che ci faceva sentire la bellezza e la diversità degli altri come fortuna. Che alla festa faceva danzare e al lutto faceva rispettare il suo tempo.

 

Confusi, ma senza saperlo, abbiamo scambiato la tecnologia per progresso e adesso siamo costretti ad essa come il cane al guinzaglio. Lo siamo per sapere cosa e come fare, per sapere e sostenere dov’è il giusto e lo sbagliato.  La parola della vulgata della scienza è un magnete che ci domina i pensieri; che mai vorremo metterci a discutere; della quale mai abbiamo sospettato il matrimonio che essa aveva celebrato con qualche commerciante. La comunicazione ci invita a concepire la natura come campo sportivo. Il diritto al tempo libero è vissuto come una conquista universale. Anche a scapito di tutto ciò che nella comunità è sostanziale.

 

Le comunità sono morte di suicidio e gli individui seguono l’esempio credendo che una malattia possa capitare sempre a chiunque, come per caso.

 

Favola

 

Non è una favola, anche se forse per qualcuno ne ha i tratti. Ma anche lasciando lo sia, come tutte le favole, ha un valore. L’allegoria e la metafora parlano e alludono ad altro per fare in modo che ognuno ricostruisca in se stesso il significato sotteso. Lo abbiamo fatto per Fedro: non ci siamo fermati a dire “eh ma la volpe mica mangia l’uva”. Possiamo farlo sempre, anche ora. È a quel punto che non è più una favola.

 

Lorenzo Merlo

 

 
Ciclicitą trentennale PDF Stampa E-mail

18 Aprile 2020

 

Da Rassegna di Arianna del 16-4-2020 (N.d.d.)

 

Abbiamo recentemente sottolineato le ripetute analogie proposte, forse con intenti ideologici, da media e politici tra Seconda Guerra mondiale e pandemia da coronavirus. Tuttavia nessuno – tanto meno gli esponenti governativi – che abbia riflettuto nelle sue analisi su un dato tanto evidente, quanto trascurato: la frequente ricorrenza di una temporalità storica trentennale succedutasi nell’ultimo secolo, e non solo. Nessuno, cioè, che abbia considerato che la grande guerra civile europea 1914-1945 è durata un trentennio; che il periodo intercorrente dall’istituzione del gold exchange standard alla conferenza di Bretton Woods (1944) alla fine della convertibilità del dollaro in oro (1971) è di quasi trent’anni; che il periodo di maggiore sviluppo socio-economico dell’Occidente industrializzato – 1945-1973 – è convenzionalmente indicato come “Trente Glorieuses”; che l’era della globalizzazione che il virus cinese ha solo interrotto ha avuto inizio nel 1989-1991, cioè tre decenni fa; ed ancora che il presidente cinese al 19° congresso del Pcc nel 2017 ha indicato che il “risorgimento” della Repubblica popolare verso un grande e moderno paese socialista debba concludersi entro il 2050, dunque nel 2049, anno del centenario della fondazione maoista. Fra altri trent’anni.

 

 Non si vogliono qui richiamare la cronologia delle onde lunghe di Kondratieff o di Schumpeter (sebbene c’è chi in queste drammatiche settimane ha parlato proprio di “distruzione creatrice”), o la relativa ampiezza e durata dei cicli di storia economica. I significativi esempi citati attengono semmai ad una cronologia o, meglio, ad una periodizzazione della storia che Fernand Braudel, nella sua celebre tipizzazione, avrebbe ricondotto alla durata media, quella misurata dai decenni. Dalla quale comunque traspare una visione di ampio respiro degli avvenimenti, non soggetta alle incostanze del tempo breve, “la più capricciosa, la più ingannevole delle durate”. Se si considerano le parole dell’ex ministro Tremonti – che in una recente intervista ha affermato: “l’incidente di Wuhan è un po’ l’omologo dell’incidente di Sarajevo: un luogo remoto, prima sottovalutato, poi la Grande guerra e la fine della Belle époque, oggi della globalizzazione” (insomma, un cerchio che si chiude) – sarebbe più opportuno riferirsi ad una concezione vichiana delle vicende storiche. Una lettura che sentiamo confacente alla nostra sensibilità storico-politica. Ciò che questa breve riflessione intende evidenziare è, in realtà, non solo l’incapacità di interpretazione critica dei riferimenti storico-economici e geopolitici accennati, oppure la sottovalutazione delle loro ricadute socio-culturali di lungo periodo, ma anche la cronica mancanza di attitudine della classe politica che pretende di governarci a costruire nessi e a trarre insegnamento dagli affanni umani dispiegati nei secoli, riducendosi a pianificare la vita quotidiana di un’intera nazione con una prospettiva non di trent’anni, ma neanche di trenta giorni, abdicando peraltro all’esercizio del suo principale dovere istituzionale: l’assunzione di responsabilità politiche. D’altronde, se Vico scrisse: “Sono arguti coloro i quali in cose quanto mai scisse e diverse sanno scorgere un rapporto di somiglianza nel quale esse siano affini, e, sorvolando su queste cose che, per dir così sono lor poste innanzi ai piedi, riescono da punti distanti a trarre ragioni adeguate delle cose che trattano: segno questo d’ingegno e si chiama acume”, come pretendere che tali virtù possano essere rinvenute, con quelle scarse capacità prospettiche ed analitiche, a palazzo Chigi?

 

Stefano De Rosa

 

 
Le rivolte prossime venture PDF Stampa E-mail

17 Aprile 2020

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Da Rassegna di Arianna dell’8-4-2020 (N.d.d.)

 

Non possono passare inosservate le parole contenute nella relazione dei Servizi al Copasir: “Quando la curva dell’emergenza sanitaria in discesa incrocerà la curva dell’emergenza sociale in salita a quell’incrocio potrebbe verificarsi la rottura del sistema”. A leggere quelle parole, per una associazione di idee forse soltanto casuale, ritornano alla mente le parole pronunciate dal Ministro dell’Interno Minniti nel 2017: “Ad un certo momento ho temuto che, davanti all’ondata migratoria e alle problematiche di gestione dei flussi avanzate dei sindaci, ci fosse un rischio per la tenuta democratica del Paese. Per questo dovevamo agire come abbiamo fatto non aspettando più gli altri paesi europei”. Anche allora si disse che qualche voce si era sollevata dagli ambienti dell’Intelligence italiana per far notare che la gestione tutta ideologica dei flussi (e nello stesso tempo legata a interessi corporativi di settori addetti alla “accoglienza”) potesse creare un malumore tale da mettere a rischio, appunto come diceva Minniti: “la tenuta democratica del paese”.

 

Oggi la nota informativa dei Servizi è ufficiale: un paese immobilizzato e “domiciliato” per l’ovvia reazione di contrasto al virus rischia di assistere al dilagare di una rivolta sociale, se nello stesso tempo incombe “il fantasma che si aggira per l’Europa” ovvero il commissariamento per adeguare il paese ai parametri decisi dalla burocrazia nord-europea. La nota dei servizi fa riferimento al Sud e paventa infiltrazioni mafiose a sobillare i malumori. Sarebbe certo un quadro ottimistico immaginare che solo al Sud si possano verificare scene come quelle a cui si è già assistito, tipo le razzie ai centri commerciali. In realtà non si può escludere che anche in fasce sociali non protette del Nord si possa diffondere la tentazione del “mancato pagamento alla cassa” oppure di una protesta sociale più o meno vivace. Per quanto riguarda le pressioni mafiose esse sono da tenere in considerazione e tuttavia sarebbe anche sociologicamente approssimativo ricondurre una protesta che ha evidenti ragioni strutturali alle intenzioni delle associazioni criminali. Come sempre i fenomeni sociali “ci sono” e poi vengono da diversi punti di vista strumentalizzati. È accaduto con il coronavirus, può accadere anche con le proteste della stagione sociale successiva all’emergenza virus e che si preannuncia calda. Al momento quali sono gli atti concreti di protesta che possono suscitare apprensione e un aumento del livello di attenzione della pubblica sicurezza? Citiamo il “Corriere della Sera” che riferisce: “Dopo l’assalto al supermercato Lidl di viale Regione siciliana a Palermo, ieri, da parte di una quindicina di persone che hanno riempito i carrelli rifiutandosi di pagare alle casse, sono comparsi presidi di polizia, carabinieri e guardia di finanza davanti ai tre principali ipermercati della città”. Fenomeni preoccupanti, ma non generalizzati… diciamo che nel complesso l’Italia sta reagendo con buonsenso e tranquillità alla situazione di emergenza e tuttavia permane la validità dell’avvertimento dei Servizi riguardo a un particolare punto di tangenza: “Quando la curva dell’emergenza sanitaria in discesa incrocerà la curva dell’emergenza sociale in salita…”. In quella circostanza un ruolo importante potrebbero giocare i social network veicolando immagini, notizie (reali o artefatte) e pulsioni non inquadrate dai monitor dell’informazione ufficiale. Uno scenario già verificatosi nel corso delle rivolte mediterranee degli Anni Dieci.

 

Quale è il punto di maggiore debolezza delle attuali classi dirigenti? Il loro discorso fideisticamente “europeista” rischia oggi di tramutarsi in un clamoroso boomerang, in quanto ogni misura restrittiva, “di rigore”, di contenimento dei conti sempre più verrebbe interpretato come espressione di un odioso comportamento da Gauleiter, nel momento in cui l’Unione Europea viene percepita sempre meno come una realtà comunitaria (come un “noi” che sopperisce ai nostri bisogni) e sempre più come una realtà straniera invadente e oppressiva. Certo, sosterranno i più affezionati alle Dodici Stelle in Campo azzurro che questa è solo la “narrativa” piccolo-nazionalista dei populisti. Tuttavia rimane da spiegare come le misure sognate dal sindaco di Palermo Orlando – ampia estensione del reddito di cittadinanza – per sventare le tensioni del dopo-coronavirus possano essere realizzate nel quadro normativo della UE e della BCE.

Alfonso Piscitelli

 
Quinto modello PDF Stampa E-mail

16 Aprile 2020

 

Del dopo-virus. Se ne parla con 1.preoccupazione, 2.incertezza, 3.fiducia, 4.curiosità .

 

1)La crisi economica che seguirà quella sanitaria sarà più dura di quanto il virus e le    politiche della sua gestione abbiano imposto. 2) Non sappiamo a cosa stiamo andando incontro. Sarà tutto diverso o riprenderà tale e quale? Cosa cambierà? 3) Ce la faremo e presto ripartiamo per recuperare il tempo perduto. È stato solo un tunnel. Finirà. 4) Vediamo se la lezione fisica e metafisica imposta dallo stop forzato corrisponde a un passo evolutivo.

 

Quattro posizioni, non certo tutte, ma sufficientemente emblematiche di quattro psicologie, sentimenti e quindi realtà. Si tratta di modelli, tutti autoctoni, tutti con radici occidentali, già presenti nella nostra cultura. 1) La paura deriva da un dio a noi esterno che per noi sceglie e provvede. Senza però mai anticiparci cosa farà per noi, nonostante le preghiere. È il retaggio del cristianesimo. La morale occidentale ne è pregna. Di base, nessuno può sfuggirle. Chi ritiene di essersi svincolato dalla vischiosa religione, a mio parere l’ha solo sostituita con l’elezione della ragione a supremo e solo riferimento della buona vita e dell’espiazione – nel senso di assoluzione – dai peccati commessi in nome del business. 2) L’incertezza invece, sebbene con forti parentele con la paura, ha più un valore che esprime l’individualismo quale solo riferimento per il pensiero ormai di tutti. Senza la comunità solo i pazzi e gli eroi possono fare i conti con se stessi. 3) Dai giovani arriva l’afflato di speranza e fiducia. Quale momento migliore di una crisi radicale e per rinnovare il mobilio, i programmi, le attenzioni, il futuro. 4) Chi invece si sente in attesa degli eventi per capire come stanno davvero le cose non può che essere ronda di se stesso mentre passa in rassegna tutti gli stati d’animo che lo attraversano. Punti cospicui, di guardia, garitte dalle quali tutti gli orizzonti precedenti si affacciano ad ogni angolo del fortino col quale vorremmo comunque proteggerci e trovare le sicurezze di prima, al momento traballanti anche per il curioso.

 

Ma c’è un quinto modello di pensiero forse ancora poco presente e considerato. Lo si può vedere, diciamo chiaramente, appena si acquisiranno le doti per la muta. Appena si riuscirà a svestirsi dai drappi in cui alloggiamo dalla nascita. In parte una morte simbolica è necessaria, per accedere a nuova vita, spesso più ricca, nel senso di più adatta a noi. E in generale più adatta a comprendere le dinamiche delle relazioni, della realtà, del mondo. Lo si può vedere a causa della solita prospettiva che ora – gioco-forza, o quasi – ha ruotato il suo sguardo. Fino a ieri aveva sempre puntato a Ovest ora si è girata e guarda a Est. Da una parte c’era sempre stato il cestino pieno del ben di dio, dall’altra solo stranieri gialli senza dignità. È il modello confucianista che si sta prendendo uno spicchio crescente nel giro d’orizzonte. E se lo è preso nonostante l’egemonia occidentale che fino a ieri affermava il suo diritto di prelazione per tutti i posti a sedere in sala. Se la testa d’ariete è economica, ad essa seguiranno modelli di pensiero. Al momento non pare cosa di poco conto. Hollywood cesserà di diffondere i suoi standard di pensiero. E in poco tempo ­avremo a che fare col confucianesimo. L’uomo è duttile e accetterà di far sopravvivere la propria azienda con il nuovo ordine. Confucio, il confucianesimo è il primo riferimento culturale per gran parte della cultura cinese. La dimensione individualista, e le sue derive predatorie, non fanno parte del confucianesimo, così come non c’è un dio col quale instaurare rapporti personali. Non c’è neppure la frammentazione del Tutto. Spirito e materia non trovano separazione e gli opposti non sono che indicatori dell’alternanza di tutte le cose della vita. La ragione non ha il presunto privilegio che le diamo noi di discernere il varo dal falso, il bene dal male. Essa è solo uno strumento non portante di niente se non di se stesso. La tendenza all’equilibrio, alla non prevaricazione, alla disponibilità di vedere sempre la complementarità degli opposti è nello spirito confuciano. Non servono filosofi concettuali per sapere come dirigere la vita e la società perché ognuno ha la responsabilità del proprio ruolo in famiglia, tra amici, tra genitori e figli, verso lo stato e gli altri. E chi dovesse cercare i guadagni personali sostituendoli alla rettitudine, avrebbe i suoi inconvenienti secondo un criterio assai meno tollerante di quello al quale siamo abiti. Non è una religione in senso occidentale ma una serie di indicazioni comportamentali intorno alle quali evidentemente ruota gran parte del pensiero dei cinesi. Sia la Rivoluzione maoista di ieri, che il galoppo capitalista di oggi, pare ne esprimano l’essenza. I precetti individuati da Confucio – 551-479 a.C. – sono fin dalla sua concezione destinate al miglioramento sociale. Per lui era necessario educare i singoli uomini per realizzare la migliore società. Erano e sono infatti dedicati ai doveri più che ai diritti, sebbene con una accezione organica più che gerarchica. Ognuno sentiva – e sente? – la responsabilità di tutto il contesto sociale. Sommariamente, riguardano la famiglia, l’autorità, lo stato. Tre punti fermi di tutte le relazioni di ogni individuo. Organica in quanto rispettando le gerarchie che ogni relazione comporta si realizza la miglior società. Nessuno si sente escluso dal risultato finale. Una specie di opposto dell’individualismo.

 

Ma detto così, il discorso si presta a facile critica. L’assolutismo cinese è inaccettabile per il pensiero democratico. Bisogna infatti aggiungere i cinque riferimenti che presiedono alla concezione confuciana: Ren (benevolenza), Yi (rettitudine), Li (lealtà), Zhi (conoscenza), Xin (integrità). Ognuno, di loro, parla da sé. E ognuno, di noi, volendo, purché con la medesima responsabilità confuciana per la buona riuscita della società, vi troverà spunti di riflessione o rivisitazione di ciò che ha condotto le nostre vite finora. 5 punti che forse ora, pur coniugati attraverso la nostra provenienza superiore, non permettono più di ridere dei cinesi. Forse ora sembrano affascinanti e – perché no? – adatti a fare da quinto modello. Se quanto hanno fatto i cinesi in questi ultimi decenni dovesse proseguire – e vista la pericolante situazione americana, potrebbe essere giusto pensarlo, magari anche moltiplicato –, iniziare a familiarizzare con le abitudini del nuovo padrone potrebbe tornare utile alla sopravvivenza. E, perché no? a valori nuovi o dimenticati

 

Lorenzo Merlo

 

 
Orgia di autoritą PDF Stampa E-mail

15 Aprile 2020

 

Da Rassegna di Arianna del 13-4-2020 (N.d.d.)

 

Sappiamo tutti e molto bene che la questione non è soltanto di tipo sanitario ma anche di natura sociale, politica, culturale. Quello che sta accadendo è molto pericoloso perché si sta ridisegnando lo statuto dei corpi, di che cosa – spinozianamente – sia un corpo, che cosa può fare, che cosa non può fare, che cosa deve fare. La notizia che ho letto su Televideo è tanto consequenziale quanto pericolosa: «Google e Apple collaborano per un progetto di tracciamento del contagio del Coronavirus che può aiutare i governi. Lo annunciano insieme i due colossi. A maggio renderanno disponibili strumenti per gli sviluppatori che stanno progettando le App per le istituzioni mondiali e che consentiranno il dialogo e “l’interoperabilità tra i dispositivi Android e iOS”. E “nei prossimi mesi” sarà disponibile una piattaforma di “contact tracing” basata sul Bluetooth dando “massima importanza a privacy, trasparenza e consenso” degli utenti». Non sarà temporaneo, non sarà mirato. È uno dei più pericolosi cavalli di troia che il virus offre al controllo generale. Aveva ragione La Boétie: gli umani sono pronti alla «servitù volontaria». Molti che conosco lo stanno confermando. È su questo soprattutto che vorrei riflettere insieme a voi. ‘Molti’ non significa i disinformati, gli indifferenti, i conformisti. ‘Molti’ significa persone, amici, familiari, colleghi che sino a questa circostanza ritenevo critici verso l’esistente e che invece mi accorgo con relativo stupore che sono immersi dentro un paradigma di obbedienza e acriticità che mi sembra nascere fondamentalmente da due ragioni: – il panico per i rischi alla propria salute; – il fatto che guardano la televisione. Forse è una vecchia, ma ogni volta confermata, convinzione. Da vent’anni circa non possiedo un televisore, quando ho occasione di vederne acceso uno mi annoio anche per pochi minuti e rimango sbalordito dal livello di volgarità e di menzogna del mezzo televisivo, livello del quale credo possa accorgersi soltanto chi non guarda per mesi la televisione (evitando così il processo di mitridatizzazione). Sappiamo tutti, invece, che questo è lo strumento principe e spesso esclusivo dell’informazione per milioni di persone, per quelle persone che girano video dai loro balconi, chiamano vigili e polizia, urlano a chi cammina per le strade.

 

La visionarietà di Guy Debord viene ai miei occhi sempre confermata. Ciò che appare in televisione non solo esiste più di ciò che non appare ma è anche il bene per definizione, ciò che viene detto in televisione non solo è più verosimile ma diventa vero. Il monopolio dell’apparire è il monopolio dell’essere e del valore: «Le spectacle est le mauvaise rêve de la société moderne enchaîné, qui n’exprime finalement que son désir de dormir» (La Société du Spectacle, Gallimard 1992, § 21, pp. 24-25). I clienti dello spettacolo televisivo desiderano assopirsi da questo incubo sino a che la stessa televisione non li risvegli; oppure ne vengono esaltati nel loro desiderio di (auto)controllo sino a che la televisione continua ad aizzarli. […] Quella che ci può sembrare una metamorfosi del corpo collettivo è probabilmente soltanto una conferma. Perché è una metamorfosi non limitata a un periodo di emergenza ma destinata a permanere poiché in società complesse come le nostre tutti i provvedimenti di controllo una volta decretati rimangono. Un esempio che abbiamo tutti presente: quanti anni sono passati dall’11.9.2001? 19 anni. Ma il provvedimento di controllo occhiuto, grottesco e inutile (per tante ragioni) al metal detector degli aeroporti non è stato abolito. C’era anche prima, certo, ma assai più blando. Un provvedimento di emergenza per combattere il «terrorismo» che è rimasto a diffondere un sottile ma costante sentimento di terrore. Il virus passerà ma non passeranno le pratiche, le abitudini, le leggi, i controlli universali – tramite cellulari e droni – che il virus sta favorendo. E non passerà l’orgia di autorità che il potente di turno, piccolo (sindaco) o grande (ministro) che sia sfoggia nel decretare ogni giorno qualche divieto. La paranoia del potente, così ben descritta da Elias Canetti, si dispiega in modo mirabile davanti ai nostri occhi. E questo senza complotti, segreti, volontà occulte ed elitarie. Questa è da sempre la pratica del potere, che società tecnologiche favoriscono però in modo esponenziale. È il momento e l’occasione alla quale da sempre aspiravano. Porsi sopra la legge, diventare essi stessi la legge. Sentirsi nelle mani la vita e la morte di milioni di sudditi. Decretare ogni giorno nuovi divieti, pene, sanzioni, delazioni, cellulari spia, droni, a partire da Conte e i suoi ministri giù giù fino a scatenati incatenatori come i De Luca messinese e campano, come l’impresario di pompe funebri Fontana, come il musumecinonabbassiamolaguardia di Palermo. Tutti a imporre mascherine che non ci sono o, se ci sono, senza sapere se risultino davvero utili o invece dannose. Per i governatori analfabeti -e i loro sostenitori nell’informazione- esiste solo LA mascherina. Ma sono essi, questi paranoici canettiani, una maschera penosa della vita, la caricatura dell’autorità, il dominio dell’ignoranza. Carne televisiva. Lo racconteranno ai loro nipoti: «ci fu un tempo in cui la mia parola era legge per milioni di persone».

 

Alberto Giovanni Biuso

 

 
Gendarmi di se stessi PDF Stampa E-mail

14 Aprile 2020

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Tutti sui balconi a salutare, cantare, sventolare bandiere, giurare che ce la faremo o, come dice uno striscione non so dove: “Tutto andrà bene!”. E nessuno che risponda STICAZZI! Dall’alto del Palazzo chierici e notabili approvano – “Bravi! bravi! Che patrioti!” - e benedicono. Nessuno che guardi oltre e s’incazzi ...

 

Mentre da certi giornali e schermi televisivi colano sciroppose stronzate su come è bella la vita in casa, da soli o in famiglia, quante affascinanti cose si possono fare tra tinello e angolo cucina; mentre gli italiani, non in villa con piscina, tennis e biliardo, si avviano a sbroccare, con il colesterolo a mille e deculturizzati dalla tv, imbambolati dalle intossicazioni di La7 e Sky, o in depressione per aver capito che ci hanno fregato definitivamente, degli psicoassediati, contenti di fare i gendarmi di se stessi e di avviarsi a un futuro di larve umane nel bozzolo che non sprigionerà mai più una farfalla, vanno a ballare, suonare, sventolare, cantare “fratelli d’Italia” sui balconi. Polli che festeggiano con i chicchirichì la volpe che gli dice “andrà tutto bene”.

 

Fulvio Grimaldi

 

 
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