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La nazione non un gruppo artificiale PDF Stampa E-mail

4 Agosto 2018

 

Da Rassegna di Arianna dell’1-8-2018 (N.d.d.)

 

Anche il fisico Carlo Rovelli ha voluto allinearsi al Tema Permanente: attaccare il patriottismo perché si tramuta in veleno nazionalista, nazista e razzista, e cantare le lodi all’umanità senza frontiere. Ha scritto ieri un lungo articolo sul Corriere della sera intitolato “L’unica nazione è l’umanità”. Ma perché dobbiamo tradurre l’amor patrio con la sua degenerazione violenta e razzista, non è possibile amare e tutelare la propria nazione, la propria civiltà senza degradare in xenofobia e razzismo? Quando parliamo di religione, la riduciamo forse al fanatismo e alla persecuzione religiosa? Quando parliamo di famiglia, di amore paterno, filiale o materno, dobbiamo necessariamente ridurla agli abusi e ai soprusi compiuti talvolta in suo nome? E cambiando versante, perché quando parliamo di uguaglianza non l’associamo subito al ricordo del Terrore giacobino o agli orrori del comunismo in tutti i suoi regimi? O quando parliamo di libertà la riduciamo forse agli abusi di libertà che conducono alla violenza, alla droga, alla sopraffazione e all’arbitrio?

 

L’amor patrio, il legame naturale e culturale con la propria nazione e le sue tradizioni, è un bisogno fondamentale dell’animo umano e appartiene ad ogni epoca e a ogni civiltà. Ci sono vari modi di intendere quel legame. Oggi, il modo più coerente non è chiudersi nelle tribù l’un contro l’altra armate, ma integrare le nazioni in contesti più ampi, come l’Europa, e riconoscere reciproca legittimità e valore alle nazioni, la tua come la mia. Ma si può amare l’umanità a partire dalla propria città, dalla propria terra, dalla propria nazione. Sentire la solidarietà a partire da chi è più vicino verso chi è più lontano. L’amor patrio come legame comunitario, passione per la civiltà e la tradizione, non deve essere cancellato o criminalizzato né ridotto alla sua scimmia, il razzismo, ma va ripensato nella nostra epoca globale e visto anzi come proficua compensazione rispetto alla globalizzazione, allo spaesamento e alla perdita del territorio, dell’identità. Che produce mali almeno analoghi a quelli di chi riafferma in chiave aggressiva o prepotente quelle esigenze tradite. Quando Rovelli dice che “politiche nazionaliste o sovraniste stanno dilagando nel mondo, aumentando tensioni” non gli sorge il dubbio che quelle politiche siano nate proprio per reagire a chi ha calpestato, umiliato e ferito le sovranità nazionali e popolari, magari accompagnando la loro “missione” con guerre umanitarie, bombe intelligenti, colonialismi sotto falso nome, golpe per imporre la propria democrazia e il proprio modello ai riluttanti? Rovelli poi fa una capriola in tema di nazione: l’identità nazionale è “una cosa buona se aiuta a superare gli interessi locali”, ma diventa una cosa falsa e iniqua se “promuove l’interesse di un gruppo artificiale, la nostra nazione, invece che un più ampio bene comune”. Ma che modo di ragionare è? È vera o falsa, buona o cattiva solo se è utile o meno all’ideologia global? E poi, perché la nazione sarebbe un gruppo artificiale e una società global no? Perché lo Stato nazionale sarebbe artificiale e l’Onu invece sarebbe autentico? Tra l’uomo e il mondo, tra il singolo e l’umanità, ci sono ambiti, sfere e mondi che non possono essere cancellati con un colpo di spugna. L’uomo vive in quei cerchi concentrici, è il suo habitat, la sua vita. È pericolosa l’utopia di chi sogna una società molecolare di massa, dove tra l’individuo e il mondo non esiste in mezzo niente, eccetto i poteri della tecnica, della finanza, gli apparati militari e polizieschi. È un sistema globalitario, che violenta l’animo umano, la natura e la storia: se le radici a volte possono generare conflitti, lo sradicamento è già in sé un atto violento, che genera altre violenze, pro e contro.

 

Continuate pure a pensare di estirpare il legame con la propria patria, confondendo un bisogno naturale con la sua malattia, e raddoppierete i mali del mondo: creando mostri global e mostri local. E perdendo ogni consonanza col comune sentire. Continuate pure a non riconoscere cittadinanza e legittimità all’amor patrio, così costringerete chi vuol coltivare quei legami a pensarli solo attraverso il conflitto, l’odio, le guerre d’indipendenza. Non state rendendo un buon servizio nemmeno alla vostra causa global, figuriamoci a quella dell’uomo e della civiltà.

 

Marcello Veneziani

 

 
L'utopia invertita PDF Stampa E-mail

3 Agosto 2018

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Da Rassegna di Arianna dell’1-8-2018 (N.d.d.)

 

[…] Nessuno, nel mainstream, farà rilevare che il 1 agosto l’uomo civilizzato consumerà l’intera quantità di risorse naturali in grado di rigenerarsi nell’anno corrente. È una condizione che dura dagli anni 70 del secolo scorso, accelerata dall’ingresso delle masse asiatiche nella cosiddetta civiltà dei consumi. Occorrerebbero due pianeti per reggere il ritmo di quello che viene chiamato sviluppo e sostenere l’altrettanto indiscutibile dogma della crescita. Tutto il creato, ogni vivente non è altro che merce da sfruttare, esaurire, consumare. Ci hanno persuaso che è normale, un’evidenza indiscussa, lo scopo essenziale dell’animale umano, il Consumatore, colui che scambia, compravende, usa, getta per obsolescenza decretata. Civiltà dei rifiuti. Il dibattito resta confinato in cerchie ristrette e tutto procede secondo i piani di lorsignori. Ci sembra di averne individuato un motivo “forte”: il sistema socio economico dominante è riuscito a farsi considerare come naturale e inevitabile. Secondo il neoliberismo, l’uomo è nel mondo per un unico scopo: scambiare beni e servizi, consumarli, accumulare denaro.  La prima operazione culturale, storica e metapolitica da compiere è smontare tale folle credenza. Il neo liberismo è una costruzione umana, un’ideologia relativamente recente, nient’altro che questo. Può e deve essere affrontata e confutata come tale, applicando ad essa il metodo della decostruzione e della demitizzazione utilizzato con tanto successo ai fondamenti della civiltà europea nell’ultimo mezzo secolo. Dovrebbe essere sufficiente, per esprimere un giudizio di merito, la regola evangelica secondo cui l’albero si riconosce dai frutti. Andrebbe però ripristinato il concetto di bene comune; un’ideologia, una società, una visione del mondo che rende ricchissima una piccola minoranza, impoverendo tutti gli altri va respinta in quanto falsa, disfunzionale, basata su fondamenti errati. Presupposti che hanno generato però un senso comune, un clima favorevole utilizzato dai padroni del mondo per assicurarsi non un vero consenso, ma un fatalismo di massa trasformato in servitù volontaria. Lo comprese oltre quattro secoli fa il polemista francese Etienne de la Boétie. Qualunque tiranno, anche il Leviatano oligarchico proprietario del mondo, mantiene il potere fintanto che i sudditi glielo consentono. Corrotto dall’abitudine, convinto dalla megamacchina, per pigrizia, comodità, conformismo, viltà, l’uomo contemporaneo, come il cortigiano aborrito da La Boétie, preferisce la servitù all’aria pulita della libertà.

 

Una delle ragioni per cui il messaggio dissenziente non passa è, a nostro avviso, la fondamentale vittoria riportata dal neoliberismo nell’immaginario collettivo, l’essere riuscito a caratterizzarsi come una sorta di utopia realizzata, sbocco naturale della storia, esito inevitabile della vicenda umana. Un’utopia rovesciata nel suo contrario, ovvero una distopia passata da genere letterario a concreta esperienza per miliardi di esseri umani. Avemmo torto a sottovalutare l’importanza di quanto asserito dall’oscuro scenarista americano Francis Fukuyama, allorché, al momento dell’implosione comunista, proclamava la fine della storia nel trionfale successo dell’economia e della forma mentis neoliberale. Quel determinismo, indizio sicuro del carattere utopico-millenarista dell’ideologia sovrastante, non era che l’ultimo tassello di una costruzione iniziata nel XVIII secolo all’ombra dei Lumi. L’egoismo diventava una positiva caratteristica dell’homo oeconomicus nelle teorie di Adam Smith, preceduto dall’anglo olandese Mandeville (vizi privati ribaltati in virtù pubbliche se alimentano l’economia di scambio, primo abbozzo di una teoria del PIL), ma anche nel lucido disegno dell’economia classica spacciata per scienza esatta. Pensiamo alla “legge ferrea dei salari” di Ricardo, una trappola in cui cadde anche Marx, creatura del medesimo positivismo materialista, sino all’ordoliberismo, alla distruzione programmata di ogni identità comunitaria. Non dimentichiamo la battaglia di Margaret Thatcher (“conosco solo individui”) il cocciuto darwinismo sociale, ultima ridotta economica di una teoria scientifica sulla via del tramonto, per cui non “avere successo” è una colpa, le leggi fiscali favorevoli ai più ricchi, a partire da Reagan sino alla menzogna della tassa unica.

 

La caratteristica dell’utopia è l’impossibilità programmatica di immaginare miglioramenti, modifiche, cambi di marcia. Da quando nel Cinquecento divenne un frequentato genere filosofico (Bacone e la Nuova Atlantide retta dai sapienti, Tommaso Moro e Utopia, l’isola in cui tutto è in comune, Tommaso Campanella e la Città del Sole, tardo frutto del neoplatonismo), ciò che accomuna ogni costruzione teorica situata in un altrove senza luogo né tempo è la sua supposta perfezione, la sua natura di Eldorado realizzato. Trasferita nella dura realtà concreta, ogni utopia sfuma. Tutte, tranne una, quella che non si presenta come tale, la società dei consumi organizzata sul mercato misura di tutte le cose, in mano a un’aristocrazia/oligarchia non di illuminati, ma di proprietari di tutto, beni, mezzi di produzione, servizi, denaro. Nell’utopia invertita, dunque nella distopia, non vi è più sogno visionario, ma “solida realtà”, come recita una pubblicità, il rito liturgico della merce/desiderio. La chiave del successo sta nella credenza generalizzata nell’idea di progresso, una visione fondata sul predominio tecnico, sulla tecnologia, sulla rivoluzione informatica, sulla coincidenza tra spazio e tempo determinata dalla comunicazione digitale che invera l’utopia, trasferendola dall’empireo immodificabile al moto perpetuo, all’andamento liquido, alla pentola che bolle (melting pot) e muta continuamente. Di qui l’avversione per le idee ricevute, l’indifferenza verso ogni passato, l’improponibilità di qualunque principio o senso comune. Un mondo scabro, liscio, funzionale, dai consumi continui alimentati dall’industria del desiderio. La Metropolis cupa, ansiogena di Fritz Lang trasformata in Cosmopolis, il rutilante mondo unico in divenire perenne, il centro commerciale totale, la città grande quanto il mondo dove si possono soddisfare a debito, con la carta di credito fornita dal sistema, desideri, vizi, capricci, pulsioni, intronizzati come virtù dalla potente sottocultura dell’intrattenimento, definiti diritti inalienabili dell’uomo nuovo.

 

Marx sbagliò per difetto. Tra i due materialismi apparentemente opposti, la sua utopia di liberazione prevedeva di soddisfare le necessità fondamentali dell’uomo, non di inventarle e ricrearle ex novo ogni mattina dopo aver screditato quelle di ieri. Non immaginava templi del consumo, outlet o l’esposizione permanente online per la vendita di tutto; non il mondo di Jeff Bezos, ma magazzini aperti in cui un’umanità tutto sommato morigerata, priva di egoismo e sottomessa a una rinnovata legge morale avrebbe prelevato i prodotti “ciascuno secondo i suoi bisogni”. Un utopista di serie B, alla fine, sconfitto dopo un secolo e mezzo di battaglia. Il liberismo, divenuto neo liberismo dopo essersi disfatto della sua sovrastruttura iniziale, il liberalismo nelle sue varianti obsolete, conservatore, nazionale, democratico, ha vinto sul terreno dell’utopia. Se devi sognare, sogna il massimo. Forse è il trionfo postumo di Louis Athusser, il marxista per il quale una rifondazione della società sarebbe stata possibile non rovesciando il passato, ma negandolo in radice. Non più il materialismo storico come chiave di lettura deterministica, ma l’utopismo come modello interpretativo. Il più lesto a capire e mettere in pratica la lezione fu il liberismo nella sua variante post sessantottesca. Un’autentica eterogenesi dei fini, favorita dal trasbordo di diversi intellettuali di ultra sinistra finiti nell’officina neoliberale. L’utopia negativa del marxismo, che non fantasticava mondi lontani, ma, come si legge nell’XI Tesi su Feuerbach, aspirava a rivoltare il mondo come un guanto, è fallita. Per l’utopista la storia è destinata a concludersi una volta raggiunta la meta. Di qui il parziale fraintendimento di Fukuyama, giacché la narrazione neoliberale prosegue nella forma del Progresso, della tecnica, del mutamento, dell’oltrepassamento della stessa umanità nell’ultima distopia, il transumanesimo. Il bastone del comando resta tuttavia nelle stesse mani, quelle degli oligarchi padroni del mondo attraverso la privatizzazione di tutto, il controllo delle risorse finanziarie e dell’emissione monetaria, il dominio sulle coscienze e il monopolio delle idee attraverso la proprietà delle tecnologie più potenti mai realizzate. Obliterato il passato, decade anche l’idea di futuro, se non nella forma astratta del progresso. Padroni di ogni cosa, gli oligarchi lo sono innanzitutto delle parole. Progresso significa quindi ciò che costoro vogliono e decidono. L’eterno presente cristallizza l’umanità in una specie di bolla, definita perfetta, ma immobile, imbalsamata, asfittica. Per questo, all’utopismo ingenuo del passato il neoliberismo ha fornito il di più, il tocco geniale, l’idea lineare del progresso che viene concretizzato e riformulato ogni giorno attraverso la tecnologia. È l’utopia del meglio che avanza, della corsa incessante, del limite varcato, del muro frantumato, del sempre nuovo. Assomiglia al “bianco più bianco del bianco” di una vecchia pubblicità per massaie. Un ulteriore elemento che dimostra il carattere utopico del dogma neoliberale è la sua tenace volontà di cambiare l’essenza dell’uomo. La rottura rispetto al passato avviene con l’utilizzo preferenziale di una violenza indiretta, come comprese un protagonista della Nuova Destra, Julien Freund, già negli anni 80. La nuova modalità della violenza è la propaganda, il condizionamento psicologico, la manipolazione allo scopo di sedurre e irretire con la frode, senza peraltro trascurare di imprigionare o ridurre al silenzio i recalcitranti, le voci non allineate attraverso un apparato di leggi contro il pensiero libero. Una differenza rispetto all’utopia classica è che la distopia neoliberista non ritiene affatto di essere la società perfetta. Si accontenta, diciamo così, di essere l’unica possibile, confermando così la sua natura totalitaria. […] Vi è un altro elemento che induce a ritenere distopico il neo liberismo tecnologico fondato sul mito del progresso: è il suo rapporto con il futuro. La dimensione del tempo che verrà poco interessa il greve materialismo vigente. Ha invece un valore enorme il concetto di previsione, la necessità di organizzare la vita, cioè l’economia, abolendo l’imprevisto, il non considerato, ingabbiando gli attori sociali e gli avvenimenti in una rete fittissima di modelli matematici, algoritmi, statistiche in grado di anticipare, prevedere, incasellare in schemi predefiniti ogni evento, inserire qualsiasi variabile in una asfissiante cornice di razionalità definita scientifica. L’orologiaio dei deisti del XVIII secolo, il Dio possibile ma lontano, dimentico della sua creatura, è sostituito da una sorta di ingegnere e matematico globale. […] La fede utopica, l’ultima rimasta, risiede nella convinzione che la società –computer riuscirà ad eliminare ogni espressione non misurabile, non prevedibile o non quantificata, allo scopo di essere regolata e procedere secondo gli interessi della cupola di comando, mascherati da cieca razionalità e rigorosa certezza. Sotto questo profilo, le idee vincenti, quelle neoliberali progressiste e quelle del collettivismo perdente, tuttora forte nelle casematte delle idee, si incontrano nel materialismo, nell’utopia negativa di una società controllata dall’alto, in cui resta insuperata l’intuizione di George Orwell sul bispensiero e la neo lingua, ovvero il ribaltamento dei significati a scopo di inganno e dominio. Libertà è schiavitù, pace è guerra, ignoranza è forza, sta scritto sul frontone del palazzo del potere nel romanzo simbolo dell’utopia negativa, 1984. Dobbiamo pensare che i suoi dirigenti fossero più onesti dell’oligarchia neoliberale contemporanea, giacché questi ci hanno convinti di vivere nella più perfetta libertà, di godere della pace perpetua e di essere titolari di una cultura superiore a quella di ogni generazione passata. Viviamo non nel migliore dei mondi possibili, come immaginava Leibniz in termini filosofici, ma nell’Unico, l’universo incantato del Mercato, del Consumo, del Desiderio, in cui sono abolite le domande perché le risposte sono già a disposizione, preconfezionate nella forma accattivante di istruzioni per l’uso o di FAQ (le “domande più frequenti” sulla rete). Come in Fahrenheit 451, hanno bruciato i libri, ovvero la memoria, le idee, il patrimonio culturale, la sapienza materiale e spirituale dell’umanità. Nel racconto di Ray Bradbury, un uomo, Guy Montag, insorge e tenta di ricostruire un mondo su basi umane. Nella realtà, siamo a un tornante della storia: la fase è quella di una difficile presa d’atto della verità. Tutte le carte sono in mano all’avversario, milioni di uomini ancora non sanno chi è l’avversario. Ma la storia non si ferma. Se un ciclo si chiude rovinosamente, dalle macerie qualcuno scoprirà un seme per ricostruire. Il neo liberismo, come ogni creazione umana, finirà, sconfitto probabilmente dalla sua stessa presunzione. Come tutte le costruzioni utopiche, verrà travolto, prima o poi, dal principio di realtà. Oppure, nel regno della quantità da esso fondato, dal numero delle sue vittime. Se la servitù cesserà di essere volontaria, se dalla caverna di Platone filtrerà la luce, ricomincerà la partita.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Eurogendfor PDF Stampa E-mail

2 Agosto 2018

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Da Comedonchisciotte del 30-7-2018 (N.d.d.)

 

Salvini e Di Maio dovrebbero approfittare del periodo di favore di cui godono ancora presso l’opinione pubblica per uscire dal Trattato di Velsen e togliere agli interessi bancari europei il diritto di mandare le truppe di normalizzazione, ossia l’Eurogendfor, in Italia, in caso di caduta di questo governo. L’autunno e l’inverno presentano insidie per il governo: il pil cala, lo spread sale, diversi miliardi fuggono all’estero, l’” Europa” esige una manovra da 5 miliardi, la flat tax e il reddito di cittadinanza sono in sospeso, la Germania cerca di scaricare sui paesi sottomessi i 55.000-75.000 miliardi di dollari di titoli tossici nella pancia di Deutsche Bank (per non parlare delle perdite sui derivati e dei passivi delle Landesbanken). Potrebbe implodere l’Eurosistema. Le forze politiche della sinistra in Italia sono disorganizzate, ma l’apparato del “golpe”, o “regime change” (Berlino, BCE, Quirinale, mass media, magistratura interventista), già collaudato ripetutamente dal 2011 in poi, è ancora tutto pronto e ultimamente dà segni di attivazione coi barconi e con le toghe.

 

Mattarella (scelto da Renzi), Conte (amico di Mattarella e socio del figlio di Napolitano), la Casellati (fedele di Berlusconi), Fico (Boldrini bis), Tria (allineato) possono formare un fronte europeista istituzionale capace di mandare a casa Lega e Di Maio, di concerto con i potentati finanziari esterni, aiutati da qualche opportuno naufragio di migranti da gettare addosso alla Lega e da un deciso aumento dei tassi sul debito pubblico. I recenti invii di migranti su improbabili barconi hanno chiaramente lo scopo di mettere in difficoltà Salvini e magari occasionare un incidente mortale che consentirebbe di estrometterlo sostituendo la Lega col PD e l’appoggio esterno di Berlusconi. Nella crisi finanziaria scatterebbe un intervento del Meccanismo Europeo di Stabilità, col fondo salva stati e probabile arrivo della troika, come in Grecia, a completare il saccheggio dell’Italia, aiutando la Germania a gestire i suoi guai finanziari suddetti.  Vi sarebbe opposizione politica e popolare, e allora interverrebbe la polizia militare di crisi, la European Gendarmery Force (Eurogendfor, EGF), istituita dal Trattato di Velsen nel 2010. Una polizia militare internazionale praticamente irresponsabile, avente la sua principale sede nella caserma Chinotto di Vicenza. Raccomando quindi che il governo, e soprattutto il Ministro degli interni, per non vederci nuovamente occupati da militari stranieri, operino per tirar fuori l’Italia dal Trattato di Velsen e per convertire ad altro uso la caserma Chinotto. Raccomando che vengono date direttive ai questori, quali comandanti locali di tutte le forze dell’ordine (non però dell’Eurogendfor!), di prevenire e controbattere eventuali azioni di forze straniere (ricordate l’incursione della Gendarmerie francese in Italia? Saggiava il terreno). In questo dovrebbero essere affiancate dalle forze armate, previe opportune consegne da impartire ad esse.

 

Marco Della Luna

 

 
Durezza del vivere PDF Stampa E-mail

1 Agosto 2018

 

Non ho capito perché la durezza del vivere la deve insegnare il mercato e non la scuola pubblica.

 

Stefano Rosati

 

 
Una gabbia di interconnessioni planetarie PDF Stampa E-mail

31 Luglio 2018 

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Da L’intellettuale dissidente del 28-7-2018 (N.d.d.)

 

Che c’entrano Marchionne (pace all’anima sua) e il governo grillo-leghista di Di Maio e Salvini? C’entrano, c’entrano. Il fil rouge si chiama globalizzazione. O meglio, l’alternativa globalismo/sovranismo. Un’alternativa, come vedremo, più sognata – anche e soprattutto in senso nobile – che reale, purtroppo. O forse no, chissà. Ma andiamo con ordine. Ha scritto Stefano Feltri sul Fatto Quotidiano del 26 luglio: Marchionne ha salvato la Fiat, ma ha distrutto tutto quello che la Fiat rappresentava per questo Paese. Perché non rispondeva a logiche di politica industriale o di ricerca del consenso, ma strettamente finanziarie (…) Nei 14 anni in cui ha salvato più che la Fiat il valore del pacchetto azionario di controllo di Fiat, Marchionne ha costretto la classe dirigente di questo Paese ad ammettere il proprio declino.

 

Senza avventurarci in questa sede in una disamina puntuale del bilancio professionale dell’italo-canadese che ha de-italianizzato la Fiat cambiandole financo il nome, la chiave per capire il successo in vita e le celebrazioni in morte (in troppi casi di una piaggeria rivoltante, da parte delle grandi firme agiografe della stampa nostrana) è racchiusa in una parola: globalizzazione. Il manager che lavorava sempre, ignorando confini di tempo e di spazio è stato il prototipo per eccellenza dell’uomo d’affari dell’era globale: per lui sovrana era solo l’azienda, il bene dell’impresa stava sopra tutto e tutti, la responsabilità sociale e l’appartenenza nazionale un cumulo di residui nostalgici che, coerentemente, sarebbe stato semplicemente illogico che intralciasse il passo dell’unica e sola bussola, il business. Punto. Di qui il coro d’esaltazione da parte di un pensiero stradominante, beninteso nell’élite politico-economico-giornalistica, che vede in lui il campione delle magnifiche sorti progressive del modello di sviluppo in cui siamo invischiati, dove a contare è il risultato di profitto, e solo dopo, e in subordine, il benessere vivo, qualitativo, esistenziale di quel popolo che secondo santa Costituzione dovrebbe essere depositario della sovranità e in diritto di reclamare una esistenza libera e dignitosa per ciascun cittadino.

 

Il governo gialloverde (o gialloblù) sorto dall’alleanza fra Movimento 5 Stelle e Lega – contrattuale, temporanea e di convenienza: basti leggere l’ultima polemica sulla famiglia omo – sta invece cercando, a tentoni e con inevitabili contraddizioni interne, di rovesciare l’assunto per cui uno Stato sovrano debba obbligatoriamente mantenersi ligio ai binari prestabiliti dell’ordine globale, che per immediatezza possiamo plasticamente rappresentare nella famosa trojka Ue-Bce-Fmi, o ancor meglio nel Patto Quadripartito Ue-Bce-Fmi-Nato (con salottini strategici annessi come il Bilderberg e Trilaterale). Lo sta facendo poco? Lo sta facendo male? Sì, anzitutto per l’oggettiva ragione che la classe dirigente delle due forze politiche è in media decisamente inadeguata al compito, mancando di uno spessore intellettuale e di una visione politica a lungo termine degna di questo nome. Ma l’indirizzo di fondo è inequivocabile: un tentativo di recupero dell’autodeterminazione. Lo si chiami pure sovranismo, ma questo è. Da un lato il Decreto Dignità nel campo sociale e lavorativo, e dall’altro il ridirezionamento sull’accoglienza dei migranti in contrasto con il solito, peloso immigrazionismo rinunciatario, sono due segnali, perfettibili e con punte rimarchevoli finché si vuole, ma di una benvenuta inversione di marcia. Ma c’è uno scoglio che difficilmente, molto difficilmente sarà superabile. Perché strutturale, per usare una vecchia fraseologia. Ed è appunto il meccanismo stesso del sistema globale. Che, per quanto un singolo governo di un singolo Stato possa fissare strette sulle delocalizzazioni o contestare i paletti dei contabili liberal-liberisti di Bruxelles, oppure sfruttare gli spazi ancora liberi per le rivendicazioni nazionali sul limes o, che so, arrischiare salutari politiche autonome d’amicizia verso la Russia, resta pur sempre una gabbia di interconnessioni planetarie, fra geopolitica egemonizzata (sempre più a fatica) dagli Usa e dai suoi ancillari scagnozzi, e mercati finanziari con multinazionali con capitale legale qua e capitale fiscale là (come la Fca, giusto per fare un esempio a caso), tale per cui un governo democraticamente eletto che poniamo voglia far valere la volontà popolare, ha minor peso di uno spread coi titoli statali della nazione-guida dell’Unione Europea, o di un andamento di Borsa occultato come fatalità naturale di cui prendere atto e a cui rassegnatamente obbedire, o dell’equilibrio di forza militare e politica di un’Alleanza Atlantica che ha perduto la sua ragion d’essere originaria da un pezzo abbondante. Hai voglia tu a spingere verso la sovranità: istanza verace ma dai contorni confusi e priva di una teoria di lungo raggio (oè, stiamo sempre parlando, per grillini e leghisti, di gente che si muove nell’alveo liberale, per quanto venati di anti-liberalismo de facto), ti troverai a rassicurare contemporaneamente che né euro né Nato sono in discussione, accettando di buon grado le abituali condizioni di sempre. Vedasi l’acquisto degli F 35 confermato per non dispiacere a mister Trump, che dal canto suo fa anche bene a voler scrollarsi di dosso parte delle spese statunitensi nella Nato (peccato che in cambio non intenda cedere il comando del carrozzone, ‘sto yankee). Diciamolo chiaro: il sovranismo all’italiana (da non confondere con il fascismo, imperialista a tutto tondo, né col nazionalismo otto-novecentesco, per il banale motivo che non siamo più da nessun punto di vista nell’Otto-Novecento) è una linea d’orizzonte giusta e sacrosanta, perché fa rima con libertà dei popoli, comunque si concepisca il significato della parola popolo, che al momento è inquadrato nei limiti statuali, poco da fare; ma è una battaglia persa in partenza, se lo si pensa come riconquista utopica e ritorno puro allo status quo ante globalizzazione. E tuttavia resta la lotta per cui vale la pena far politica oggi, più realisticamente intesa come agire al meglio per ottenere il possibile. Con una battuta: sempre meglio gli ambigui e insufficienti no-global sovranisti Di Maio e Salvini degli invotabili Renzi, Letta, Monti, Berlusconi e globalisti vari de noantri. Ciò che importa è non deflettere dal principio-guida: essere liberi di decidere il proprio destino. Idealismo di granito e realismo flessibile, Don Chisciotte e Sancho Panza fusi in uno, sarebbero Grande Politica, oggi. Come del resto era ieri, e come sarà domani.

 

Alessio Mannino

 

 
Presstitute in allarme PDF Stampa E-mail

30 Luglio 2018

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Da Rassegna di Arianna del 29-7-2018 (N.d.d.)

 

Ma non vi vergognate di accusare il governo in carica e Salvini in particolare, di spartirsi le nomine come voi praticate da una vita? Non vi vergognate – voi sinistra, voi clero intellettuale di sinistra, voi giornali e tg di sinistra, voi navigati sindacalisti Rai e voi più ipocriti e paludati benpensanti di cripto-sinistra – di gridare allo scandalo e di indignarvi solo perché i grillini e i leghisti, in modo naïf, ricalcano le vie della lottizzazione che voi praticate con professionismo servile da decenni? Anzi, al tempo di Renzi toccò perfino rimpiangere la spartizione di sempre, perché prese tutto lui, in Rai e non solo. Stavolta la pietra dello scandalo è stato Marcello Foa, venuto dal Giornale di Montanelli e poi rimasto nel Giornale di Feltri fino a quando si è trasferito nel Canton Ticino a insegnare scienza della comunicazione e a amministrare un gruppo editoriale ticinese. Mai fatto politica, nessuna macchia nella fedina penale e nella reputazione, nessun legame sospetto. Nulla di scandaloso. Ma per il valoroso Collettivo dell’Informazione italiana più Pd, a cominciare dalla Corazzata Repubblika, Foa dice di essere allievo di Montanelli (un millantatore, dunque), insegna manipolazione delle notizie cioè fake news e non scienza della comunicazione, è addirittura ospite di Russia Today e dunque è un prezzolato al servizio di Putin, ha persino ritwittato qualcosa di tale Francesca Totolo, “patriota finanziata da Casa Pound” (che notoriamente dispone di miliardi, altro che il povero Renzi col suo piccolo aereo di carta, a spese nostre, che costava qualche centinaio di milioni). E poi, è un depravato: pedofilo? Serial killer? Terrorista? Magari, peggio: “sovranista”. No, questo non si può sentire, condivide il turpe vizio del 60% degli italiani, secondo gli ultimi sondaggi. Volete la controprova? Ha scritto un tweet contro Mattarella. Il crimine, anzi il regicidio, che suscita l’orrore anche del mite Corriere della sera, è il seguente e lo ha tirato fuori il cane poliziotto sanbernardo Emanuele Fiano, della squadra omicidi del Pd. Ecco il testo: “il senso del discorso di Mattarella: io rispondo agli operatori economici e all’Unione europea, non ai cittadini. Disgusto”. Se non lo avesse firmato anche col suo cognome avrei potuto riconoscerlo come mio. Lo condivido, e non per questione di marcelleria, nel disgusto; non verso il Capo dello Stato ma verso questa sua posizione che offende la democrazia, la costituzione e il popolo sovrano. Se fossi Foa lo metterei nel curriculum…

 

Non lo hanno ancora accusato di razzismo e antisemitismo per via del cognome, ma presto dimostreranno che Foa nel suo caso è l’acronimo di Fascisti Organizzati Antieuropei e si fa chiamare così per confondersi con gli ebrei vittime del fascismo. Gentiloni almeno è stato spiritoso, dicendo che un sovranista come Foa ci farà uscire dall’Eurovisione. Ma gli altri… ho provato imbarazzo per loro, per la loro faccia reversibile col retro, per la loro verità e dignità ridotte – come dicono a Napoli – a mappine e’ ciess. Non so se Foa otterrà il via libera dalla commissione vigilanza e che ordini darà il Faraone Berluscone, ma Foa è semplicemente uno che non la pensa come l’Establishment ma come gran parte degli italiani. Non so se ci andrà in Rai e cosa farà, ma a me sembra un bel segnale di rottura. Non sul piano del metodo di nomina (decide la politica, come sempre) ma sul piano della discontinuità con le precedenti ondate di servizievoli ripetitori dell’Unica Opinione Autorizzata. Sarà dura per lui scendere dalla felpata Svizzera al Piano di Sotto, il Canton Tapino. Addio Lugano bella, bentornato nell’Inferno italo-italiano.

 

Marcello Veneziani

 

 
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