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Una generazione edonista PDF Stampa E-mail

21 Febbraio 2020

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Nella giovinezza, adagiati sui diritti che il percorso ci offriva non avremmo accettato la critica che ci diceva d’essere in errore, d’essere i fautori di un futuro mortificato. Non lo avremmo accettato; senza se e senza ma. Ciò che vedevamo per noi era nel nostro diritto prendercelo. Gli altri, quelli che sarebbero venuti dopo, non c’erano e il futuro era semplicemente un affare nostro. Ora che i tempi ci permettono sguardi prima accecati dalla vanità, ci crucciamo di fare qualcosa di utile e riparativo per chi verrà poi. E lo facciamo con esuberanza intellettuale, elevando noi stessi a senatori della saggezza. Ma guardare avanti ora, dà la sensazione che non serva. Che il tempo sia passato mentre carriera e svaghi, ideologie e interessi privati sfilavano la vita come sabbia tra le dita.  I nuovi giovani trovano il mondo che noi gli abbiamo lasciato e lo credono il solo possibile. Come accadeva a noi. Nessuno di loro è disponibile a rinunciare a quanto vede alla sua portata. Si affacciano al mondo dalla finestra delle loro brevi vite. Avvertono il potere che l’infanzia non gli permetteva. Iniziano ad interpretare e a credere e a credere di aver capito. Sono in un flusso che travolge loro e ciò che incontrano. Banalmente sono costretti a rispettare le spinte della loro biografia. Non lo sospettano ma sono repliche da sempre sulla scena del mondo. Parlano di novità. Ci mettono convinzione e determinazione. Dentro il ciclo dell’avanguardia avanzano impudichi di ciò che poi si pentiranno. Si risolleveranno però dal senso di colpa con un così va il mondo qualunque.

 

Questo è quanto la generazione in scadenza ha di fronte, o alle spalle se si preferisce. Il confronto è ad armi impari: il dialogo non ha terreno per divenire essere. Nonostante l’età – di una vita intera evidentemente trascorsa dentro la sterilità dei dogmi – ci si cilicia di accanimento intellettuale. Ci si appella alla ragione, che non sa evitare di richiamarsi al buon senso, impiegato come fosse un napalm d’intelligenza capace di azzerare le difficoltà di comunicazione. Ma è semplicemente incapace di riconoscere come stanno le cose: l’esperienza non è trasmissibile. Le nostre buone parole non saranno che ulteriori interruzioni generazionali, qualunque esse siano perché il medium è il vecchio e i giovani lo sentono. Nessuna ragione è mai bastata a raggiungere le profondità delle emozioni. Una schiuma dalla dinamica incontrollabile, dal centro soggettivo, che riempie i vasi fino all’ultimo capillare dei nuovi esploratori. Non resta che la coercizione e poi la compressione, quindi lo scontro e se possibile la soppressione. Ognuno di noi pieno di sé non è in grado di ricreare la filologia delle ragioni dell’altro. Dovremmo essere pieni di femminino, allora sì la relazione sussisterebbe, lo scontro si ridurrebbe. Continueremo a dileggiarle e criminalizzarle quelle ragioni diverse. Continueremo a ergerci a giudici di un mondo intero nonostante il nostro scranno galleggi su una corteccia tra le acque bianche dell’illusione. Azioni sobrie a nostro parere. Necessarie per alleviare il vuoto che ci separa dai nostri figli.  Un abisso che abbiamo riempito di idee che avevamo credute rispettabili. Ma ora è chiaro, erano solo fatui fuochi di una vanità che, travestita di buone ragioni, sempre ci aveva guidato senza farsi sentire e riconoscere. Un mantello autoreferenziale di valori ne aveva sempre assorbito i rumori e gli umori.

 

Non resta che riconoscere che il mondo che chiamiamo realtà è solo una specie di punto di attenzione permanente. Non resta che riconoscere che la continuità reiterata delle nostre convinzioni perpetua i sentimenti con i quali a nostra insaputa costruiamo la storia, qualunque essa sia.  Piccola, personale, grande, mondiale, universale. Abbiamo fatto di noi stessi una cosmogonia. Con noi stessi selezioniamo il mondo utile ai nostri destini e non ce siamo accorti, l’abbiamo chiamato scienza. Non resta che l’umiltà prima di morire dopo una vita spesa a cavallo dell’arroganza di quattro idee qualunque scambiate per autorevoli. Non resta che vedere quanto nel nostro piccolo ambito potevamo pure avere ragionevoli argomenti e, ora, paragonarlo a ciò che non avevamo ancora visto. Che non credevamo esistesse. Che non avevamo pensato. Non c’è che da scappare dalla vergogna d’essersi creduti chissà che. O anche solo qualcosa, con qualche diritto, con qualche dovere di dire la nostra, soprattutto se avessimo potuto farle seguire strascichi di dati e referenze titolate. Uomini, la cui missione è stata tradita da loro stessi: invece di andare oltre le infinite forme e trovare i pochi arcani hanno preferito moltiplicarle a propria immagine e somiglianza. E giù titoli e riconoscimenti accademici o che dir si voglia. Giù inchini a profusione e premi al migliore. Strati di autoreferenza scambiati per vita vera. Soldatini inquadrati sotto la propria bandiera. Radunati in piccoli e grandi eserciti a cui immolare la propria libertà dal conosciuto. Ma alla fine solo grotteschi e immondi soldatini di Enrico Baj. Altroché la mela di Eva. Ma lo spirito necessario per dubitare del sistema? Nulla di fatto. Comprato.

 

Era preferibile allungare le braccia verso il camion dei benefit. Pannocchie distribuite in un immenso campo profughi dalle tende insonorizzate e con la theatre tv.

 

Ora nell’ora della morte si sente la paura. Paura di una presenza che non avevamo avuto il tempo di ammettere o di considerare.  Paura che mai avremmo se avessimo speso una vita in armonia con la natura, se avessimo saputo rifiutare le lodi e i binari della laurea. Quel passaggio verso la morte avverrebbe grandiosamente. Come grandiosi sarebbero stati i parti verso la vita. Nessuna meschinità ci farebbe tremare fino nelle ossa.  Avverrebbe così che i nostri giovani avrebbero l’esempio che non hanno avuto. Che avrebbero il necessario per sapere che significa amare e armonia, e quanto povero sia credere che capire abbia maggior senso.

 

Lorenzo Merlo

 

 
IncompatibilitÓ fra liberismo e socialismo PDF Stampa E-mail

20 Febbraio 2020

 

Da Appelloalpopolo del 9-2-2020 (N.d.d.)

 

Il Socialismo è una corrente di pensiero nata all’inizio del XIX secolo, e avendo avuto una storia così lunga si è evoluto in numerose tendenze e fazioni diverse, talvolta incompatibili tra loro. In origine, la definizione di socialismo corrispondeva al conseguimento dell’eguaglianza economica di tutti i cittadini e alla collettivizzazione dei mezzi produttivi e di scambio. Nel XX secolo si sono imposti in diversi stati del mondo regimi a “socialismo reale”, perlopiù marxisti, quindi ispirati ad una filosofia ben precisa, che non include tutti i possibili socialismi ma solo quello che Marx definiva il “socialismo scientifico”. Tali regimi negarono decisamente la libertà di opinione, di parola e di stampa, spesso furono protagonisti di gravissimi crimini fino al genocidio. Un sovranista ha il preciso dovere di prendere le distanze da esperienze politiche del genere, alcune delle quali sopravvivono ancora oggi come ritardi storici e dovendo talvolta ringraziare il grottesco ossimoro dell’adozione di un’economia di mercato. Bisogna prenderne le distanze non solo per via di una evidente incompatibilità di tali forme di governo con i dettami della Costituzione Italiana, non solo per evidenti ragioni morali, ma anche perché questi regimi erano talmente beceri nella loro oppressione che spesso, per reazione, instillavano nelle popolazioni la simpatia per tutto ciò che non era comunista, in primis il capitalismo, visto come un sistema molto più libero e progredito. Sotto il profilo culturale i regimi marxisti ottennero in pratica l’esatto contrario di quello che si prefiggevano di fare: ecco perché la maggior parte di essi sono poi crollati miseramente.

 

Un’altra ideologia politica derivata dal socialismo delle origini è il socialismo democratico. Anche questo ambito è vastissimo, ma se ci limitiamo a considerare i partiti che aderiscono all’Internazionale Socialista fondata nel 1951 una osservazione semplice è possibile: si tratta di partiti che, in quasi tutto il mondo, hanno rinunciato alla definizione di “socialismo” delle origini (eguaglianza economica, collettivizzazione, ecc.) per virare verso generiche istanze di riformismo nel contesto di un’architettura capitalista dell’economia e spesso nel contesto di un vero e proprio regime liberista. Ora, se un partito accetta il liberismo significa che non è socialista, perché significa che della semantica originaria della parola “socialismo” non è rimasto proprio nulla fra le istanze socio-economiche e dell’azione di governo del partito stesso. E proprio questo è il passaggio da chiarire: i partiti dell’Internazionale Socialista altro non sono che liberisti con la cravatta rossa. In concreto, quando un partito che nel nome ha i termini “socialista” o “socialdemocratico” ma sostiene l’adesione alle organizzazioni sovranazionali (FMI, Banca Mondiale, OMC, UE, BCE…), accetta che i contratti di lavoro vengano precarizzati, fa sì che i salari siano sempre più compressi, che le pensioni siano tagliate, che scuola, sanità e abitazione diventino diritti solo per chi ha la fortuna di poterseli permettere, in realtà si è appiccicato sulla fronte un’etichetta all’unico scopo di ingannare il pubblico e pescare voti all’interno di un elettorato che spera sempre di ottenere vantaggi sociali perché legge su un logo la parola “socialismo”.

 

Nei confronti di tali soggetti, l’atteggiamento dei sovranisti deve essere quello di smascherare l’inganno; far capire ai cittadini appartenenti a quei ceti sociali più bassi che non bastano un simboletto su un logo ed un nome per trovarsi davvero dalla parte dei lavoratori. In Italia le leggi che hanno precarizzato il lavoro, dal Pacchetto Treu fino al recente Jobs Act sono un’ottima cartina di tornasole per individuare i partiti che parlano di “tutela del lavoro” ma poi comprimono salari e diritti promulgando queste stesse leggi. Bisogna slacciare al liberista di sinistra la cravatta rossa per mostrare al pubblico ciò che c’è sotto: soltanto un liberista.

 

Marco Trombino

 

 
Crollo delle nascite: tema antropologico e culturale PDF Stampa E-mail

19 Febbraio 2020

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Da Rassegna di Arianna del 17-2-2020 (N.d.d.)

 

L’Italia si sta restringendo. A dircelo gli indicatori demografici annuali dell’Istat: per il quinto anno consecutivo il nostro Paese fa registrare un calo di popolazione di 116mila unità rispetto al 2018. L’istituto nazionale di statistica mette in evidenza anche un altro dato importante: per ogni 100 persone che muoiono in Italia ne nascono solo 67, dieci anni fa erano 96. Il tasso di ricambio naturale tra nascite e decessi è il più basso mai espresso dal paese da 102 anni. Dato ancora più preoccupante è la spaccatura dell’Italia, con un Mezzogiorno, tradizionalmente prolifico, dove si concentra il calo della popolazione, mentre a crescere è la popolazione del Nord, in modo particolare nelle provincie autonome di Trento e Bolzano, in Lombardia ed Emilia-Romagna.

 

I numeri non danno scampo: secondo una costante universale il valore di sostituzione, ovvero il numero di figli necessari a garantire una bilancia demografica in pareggio, è di 2,1. Se un Paese lo supera la popolazione ha tendenze espansive, se non lo raggiunge si va verso una contrazione demografica. Le statistiche dell’Italia mostrano che il Paese è sceso sotto il tasso di sostituzione nel 1977, e dal 1984 è stabilmente sotto il valore di 1,5, un livello che non solo non evita il declino demografico, ma annuncia quasi certamente che la caduta sarà traumatica. Questa la fotografia della realtà, oggettivamente disarmante  anche  per le conseguenze della crisi demografica, che avranno – sempre di più – un peso determinante sul sistema pensionistico (con la diminuzione della massa dei contribuenti e l’aumento dei beneficiari), sul sistema sanitario  (sostenuto da una popolazione attiva ridotta), sulle dinamiche socio-economiche nel loro complesso (sempre più “frenate”) e sulle relazioni tra le diverse aree del mondo (con un’evidente sproporzione delle nascite tra il nord ed il sud del pianeta). Sul “che fare” le indicazioni appaiono decisamente poco aggressive. Scontati i richiami alle politiche sulla famiglia, alla precarietà lavorativa ed esistenziale, ai servizi insufficienti, al welfare inaccessibile e al disatteso, da decenni, “Quoziente Famiglia”, cioè il calcolo delle tasse basato sul numero dei figli. Oltre non si va. Soprattutto per “aggredire” le cause “strutturali” del crollo delle nascite. Il tema infatti, ancor più che relativo alle politiche sociali, è antropologico e culturale.

 

Il primo dato è la “percezione” della maternità tra le giovani generazioni, figlie del relativismo etico e dell’edonismo, nel nome del “child-free”, che ormai ha contaminato ampi strati della popolazione, facendosi cultura diffusa, luogo comune condiviso. Secondo una ricerca dell’Eurispes, pubblicata nel 2019 (“Soprattutto io. Coppie millenians tra stereotipi, nuovi valori e libertà”), per sette italiani su dieci i figli non sono una condicio sine qua non per essere felici nella vita.   Oltre i numeri, oggettivamente allarmanti, ancora più allarmante è che nessuno sembra volersi fare carico del problema. Pochi ne parlano. I mass media ne fanno appena cenno. Nessun talk show dedica attenzione alla crisi demografica. Quando va bene si possono ascoltare le solite, spesso stanche e ripetitive critiche sulla mancanza di politiche per la famiglia e sulla crisi economica: troppo poco per trasformare in un caso il crollo delle nascite, creando il necessario allarme nazionale sulle ricadute socio-economiche di tale crollo. L’invecchiamento italiano (con un’età media che si aggira intorno ai 44 anni) condiziona infatti le stesse dinamiche sociali, come confermano gli ultimi cinquant’anni della nostra storia. Pensiamo all’Italia degli anni Sessanta del ‘900 (dove, non a caso, il tasso di natalità era doppio rispetto a quello attuale) espressione di un un’energia sociale ed economica, in cui la spinta demografica era un fattore essenziale, una sorta di “investimento” sul futuro che, oggi, purtroppo non si riesce neppure ad immaginare. A vincere è   l’interesse particolare, il soggettivismo, l’egoismo. A crescere sono le diseguaglianze, con una caduta della coesione sociale e delle strutture intermedie di rappresentanza che l’hanno nel tempo garantita. Siamo insomma al “letargo esistenziale collettivo”. In discussione c’è l’esistenza stessa del nostro Paese: linea piatta per l’Italia senza figli e senza domani.  Decisamente una brutta prospettiva … A meno che non si cominci ad invertire la tendenza, favorendo la crescita di   una nuova cultura dell’accoglienza alla vita e delle politiche in grado di favorirla.  Di questo bisogna trovare il coraggio di discutere, prendendo consapevolezza delle conseguenze della crisi demografica e invitando le forze politiche e le istituzioni a una forte assunzione di responsabilità.  Consapevolezza e responsabilità: di questo, alla prova dei fatti, c’è un gran bisogno, ancora prima che degli asili, degli assegni familiari e degli incentivi per le famiglie. Che pure servono, ma non bastano.

 

Mario Bozzi Sentieri

 

 
Senza stato nazionale non c'Ŕ stato sociale PDF Stampa E-mail

18 Febbraio 2020

 

Da Comedonchisciotte del 13-2-2020 (N.d.d.)

 

Lo stato nazione ha una brutta reputazione nel nostro paese. Le élite tedesche perseguono l’obiettivo del suo graduale superamento e della creazione degli Stati Uniti d’Europa. La ragione principale ce la forniscono coloro che si considerano razionalisti e che si sono alleati con gli economisti neo-liberisti secondo i quali solo un’Europa unita può sopravvivere alla globalizzazione e allo scontro con la Cina e gli Stati Uniti. L’Europa come una comunità di emergenza nell’era della globalizzazione, della quale presumibilmente saremmo in balia. Per gli ideologi, d’altra parte, la storia ne è la prova: l’Europa unita è la lezione storica che arriva dalle due guerre mondiali. Un’Europa unita servirebbe ad impedire ogni guerra sanguinosa, almeno in Europa. Il terzo argomento a dominare i sogni della sinistra è difficilmente riconoscibile. Deriva infatti dall’internazionalismo del movimento operaio. La sinistra nel suo motto “proletari di tutti il mondo unitevi” ha sostituito la nozione di proletariato con quella di europei, perché nel frattempo ha abbandonato la questione sociale e si è rivolta alle élite urbane; alcuni di loro addirittura si riferiscono al proprio elettorato parlando di “popolino”.

 

Tutti e tre gli argomenti sono infondati perché da un lato a causa di culture e sistemi sociali molto diversi non può emergere uno spazio economico e sociale unitario, a meno che non si instauri uno spazio forzoso comune con un sistema di trasferimenti continui. Ma tutto ciò un giorno imploderebbe portandoci a conflitti e lotte per la redistribuzione in tutta Europa; il ritorno in termini di pace di un’Europa unificata in questo modo resterebbe quindi un sogno incompiuto. Dall’altro lato la politica di minoranza di una élite porta ad una nazionalizzazione della maggioranza. Perché per la maggior parte dei cittadini in primo luogo è necessario uno stato funzionante in grado di far valere i propri poteri sovrani in ogni parte del paese – che inizia ai propri confini esterni – e che deve essere in grado di organizzare un sistema di sicurezza sociale solidale ed equo per i suoi cittadini. Milton Friedman diceva: puoi avere uno stato assistenziale e puoi avere i confini aperti, ma non puoi averli entrambi contemporaneamente. Non tutti gli stati nazionali sono uno stato sociale, ma ogni stato sociale è uno stato nazionale. Se in questo paese gli esponenti di sinistra facessero davvero una politica per la maggioranza delle persone, allora dovrebbero prima di tutto sostenere lo stato nazione, che è la condizione preliminare per la giustizia sociale. In questo senso lo stato-nazione è un progetto di sinistra. Il futuro della sinistra si decide nel suo rapporto con lo stato-nazione. Quindi, al di là degli spettri del nazionalismo e dell’isolamento e oltre il sogno della dissoluzione delle nazioni in un super-stato europeo, dobbiamo finalmente riflettere su come è possibile far funzionare una leale cooperazione europea fondata sugli stati nazionali. Politicamente, socialmente, culturalmente ed economicamente, l’Europa avrà un futuro stabile solo negli stati-nazione fondati sulla democrazia, all’interno dei quali i cittadini potranno definire democraticamente il quadro all’interno del quale dovrà operare la cooperazione europea. Dopotutto è una contraddizione inestricabile il fatto che a parlare continuamente di diversità siano proprio quelli che in Europa vorrebbero imporre una omogeneizzazione per livellare ogni diversità. La forza e la grandezza dell’Europa arrivano dalle diverse culture dalle quali sono emerse le nazioni come istituzioni sociali e democratiche. Questa diversità dell’Europa presuppone la libertà, perché solo una persona che vive nella propria regione può davvero essere libera. L’uomo globalizzato è semplicemente uno schiavo degli interessi finanziari ed economici internazionali. È arrivato il momento di ridare allo stato nazione e alla nazione una definizione positiva.

 

Von Klaus Rüdiger Mai

 

 
Banche pubbliche negli USA PDF Stampa E-mail

17 Febbraio 2020

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Da Comedonchisciotte del 13-2-2020 (N.d.d.)

 

Il 2019 ha segnato un punto di svolta in un crescente movimento di banche pubbliche che ha preso slancio negli Stati Uniti. Tra le conquiste del movimento troviamo il passaggio del Public Banking Act (AB-857) in California, l’istituzione di una banca pubblica statale nel New Jersey e l’apertura della Banca territoriale delle Somoa americane. Dopo che i legislatori della California hanno emanato il Public Banking Act dello stato, San Francisco e Los Angeles hanno annunciato piani per l’istituzione di banche pubbliche. E ora ci sono più di 25 leggi per l’apertura di banche pubbliche in esame in altri stati. Perché il settore bancario pubblico? Perché ora? Dalla crisi bancaria del 2008, l’opinione pubblica ha espresso preoccupazioni per le banche commerciali e la natura del sistema bancario. Ogni anno miliardi di dollari di fondi pubblici vengono depositati in banche private (Wall Street). Non è il governo che conserva i nostri soldi, sono le banche private. In genere, questi fondi pubblici non sono investiti in comunità o stati locali. Questi fondi finiscono in investimenti ad alto rendimento come l’industria dei combustibili fossili, condutture, prigioni private, ecc. Un movimento di disinvestimento in crescita si concentra ora sulla cessione di programmi governativi, come i fondi pensione dei dipendenti pubblici ad esempio, togliendoli alle grandi banche. La domanda quindi è dove metterli. Gli attivisti della giustizia economica affermano che la risposta è il settore bancario pubblico. Le banche pubbliche sono servizi pubblici, di proprietà delle persone con la missione di servire il bene pubblico e i valori della comunità. Secondo i sostenitori, le banche pubbliche possono offrire prestiti a basso tasso d’interesse per studenti e agenzie pubbliche e capitali per piccole imprese e organizzazioni no profit. In tal caso, il sistema bancario pubblico consentirebbe alle città, alle contee o agli stati di ottenere di più per i loro fondi limitati e di gestire efficacemente il proprio denaro per fornire più servizi ai propri cittadini. Vale a dire alloggi a prezzi accessibili, servizi per i senzatetto, istruzione, energie rinnovabili, strutture sanitarie comunitarie, trasporto pubblico, ecc.

 

Il 2019 è stato anche il centesimo anniversario della prima banca statale di proprietà pubblica americana, la Bank of North Dakota (BND), un’eredità vivente che fa prestiti al di sotto del mercato per le comunità locali e le imprese, generando allo stesso tempo un profitto per lo stato. La Bank of North Dakota è stata fondata in risposta a una rivolta degli agricoltori contro le banche private che stavano ingiustamente pignorando le loro fattorie. Da allora il BND si è evoluto in una banca da $ 7,4 miliardi che risulta essere ancora più redditizia rispetto a JPMorgan Chase e Goldman Sachs, sebbene il suo mandato non sia effettivamente quello di generare profitti ma di servire le comunità locali. Insieme a centinaia di banche pubbliche in tutto il mondo, BND ha dimostrato cosa si può fare tagliando azionisti e intermediari privati ​​e mobilitando le entrate pubbliche per servire il pubblico. Con la leadership di BND, il Nord Dakota è stato l’unico stato negli Stati Uniti a sfuggire alla crisi del credito del 2008, avendo anche il più basso tasso di disoccupazione e tasso di pignoramento nel paese. Bank of Nord Dakota (BND) si pone come modello di successo. La rivoluzione del settore bancario pubblico potrebbe andare oltre esplorando la rinascita del sistema bancario postale, un servizio realizzato in passato dagli uffici postali statunitensi. Le banche che inseguono gli utili tendono ad abbandonare i quartieri rurali e a basso reddito, lasciando una persona su cinque senza servizi bancari o “underbanked”. Ciò spesso li costringe a fare affidamento su servizi finanziari predatori come banchi dei pegni, servizi di cambio assegno e prestatori di giorno di paga. Di conseguenza, le famiglie senza accesso ai servizi bancari spendono quasi il dieci percento delle loro entrate solo per accedere al proprio denaro. L’ufficio postale locale potrebbe facilmente cambiarlo. Mentre le città e gli stati iniziano a svilupparsi e ad investire nei propri sistemi bancari pubblici, siamo in un momento storico che potrebbe portare a un futuro più prospero per l’americano medio. La copertura mediatica di questo argomento è stata limitata all’annuncio di notizie isolate, invece di raccontare questa rivoluzione in atto nel settore bancario locale e le forze che la guidano.

 

Matthew Ascano

 

 
Femminismo di seconda generazione PDF Stampa E-mail

16 Febbraio 2020

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Da Comedonchisciotte del 14-2-2020 (N.d.d.)

 

Come femminista ho sempre pensato che, combattendo per l’emancipazione delle donne, stavo anche costruendo un mondo migliore – più egualitario, più giusto, più libero. Ultimamente ho cominciato a temere che gli ideali ai quali le femministe hanno aperto la strada vengano utilizzati per scopi molto diversi. Mi preoccupa, in particolare, che la nostra critica del sessismo fornisca oggi giustificazione a nuove forme di disuguaglianza e di sfruttamento. Quasi fosse un crudele scherzo del destino, il movimento per la liberazione delle donne sembra essersi avviluppato in una relazione pericolosa con gli sforzi neoliberisti nel costruire la società del libero mercato. Questo potrebbe spiegare perché una serie di idee femministe, che un tempo facevano parte di una visione del mondo radicale, oggi vengono utilizzate a fini individualistici. In passato, le femministe criticavano una società dove si promuoveva il carrierismo, adesso viene consigliato alle donne di “affidarsi”. Il movimento delle donne una volta aveva come priorità la solidarietà sociale, oggi festeggia le imprenditrici. La prospettiva di allora valorizzava la “cura” e l’interdipendenza umana, ora incoraggia il progresso individuale e la meritocrazia.

 

Ciò che si nasconde dietro tutto questo è un cambiamento di rotta del paradigma capitalista. Il capitalismo stato-assistito del dopoguerra ha lasciato il posto a una forma innovativa di capitalismo, “disorganizzato”, globalizzato, neoliberista. La seconda ondata del femminismo è emersa come critica al capitalismo di prima maniera, ma infine è diventata ancella del capitalismo contemporaneo. Con il senno di poi, possiamo sostenere che il movimento di liberazione delle donne ha contemporaneamente puntato a due diversi futuri possibili. In un primo scenario, esso ha disegnato un mondo in cui l’emancipazione di genere andava di pari passo con la democrazia partecipativa e la solidarietà sociale; nel secondo, ha promesso nuove forme di liberalismo, in grado di garantire alle donne, così come agli uomini, i “beni” dell’autonomia individuale, un ampliamento delle scelte, l’avanzamento meritocratico. Il femminismo di “seconda generazione” è stato, insomma, ambiguo in questo senso. Compatibile con entrambe le rappresentazioni della società, dunque suscettibile di due diverse concezioni della storia. A mio parere, questa ambivalenza del femminismo in questi ultimi anni si è risolta a favore della seconda impostazione, quella liberista-individualista. Ma non perché noi donne siamo state vittime passive di seduzioni neoliberiste. Al contrario, noi stesse abbiamo direttamente contribuito a far raggiungere al capitalismo questo stadio di sviluppo attraverso tre blocchi di idee importanti.

 

Il primo contributo è rappresentato dalla nostra critica al “salario familiare”: il modello del maschio breadwinner e della femmina casalinga è stato centrale per il capitalismo stato-assistito, così per come esso era organizzato. La critica femminista a quel modello ora aiuta a legittimare il “capitalismo flessibile”. Questa nuova forma organizzativa del capitale contemporaneo si basa molto sul lavoro femminile salariato, soprattutto a basso costo, nei servizi e nella manifattura, garantito non solo da giovani donne single, ma anche da donne sposate e donne con figli; non solo da donne razzializzate, ma da donne di tutte le nazionalità ed etnie. Le donne si sono riversate nel mercato del lavoro globalizzato e il modello del capitalismo stato-assistito basato sul “salario familiare” è stato sostituito da una nuova e più moderna “norma” – apparentemente approvata dal femminismo: quella di una famiglia con due percettori di reddito. Non importa che la realtà che sta alla base di questo nuovo paradigma sia il basso livello dei salari, la riduzione della sicurezza del lavoro, il peggioramento degli standard di vita, un forte aumento del numero delle ore lavorate per garantire un reddito al ménage, l’allargamento di doppi – quando non tripli o quadrupli – ruoli e un aumento della povertà, sempre più concentrata sulle donne capofamiglia. Il neoliberismo trasforma un orecchio di scrofa in una borsa di seta, raccontandoci una storia di empowerment femminile. Si appella alla critica femminista del “salario familiare” per giustificare lo sfruttamento: sfrutta il sogno dell’emancipazione femminile come motore dell’accumulazione capitalistica.

 

Il femminismo ha anche fornito un secondo contributo all’ethos neoliberale. Nell’era del capitalismo di stato organizzato, abbiamo giustamente criticato una visione politica ristretta, così intensamente centrata sulla disuguaglianza di classe che non vi trovavano posto le ingiustizie “non economiche”, come per esempio la violenza domestica, la violenza sessuale e l’oppressione riproduttiva. Rifiutando l’economicismo e politicizzando “il personale”, le femministe hanno ampliato l’agenda politica generale, aggiungendo a essa il tema della costruzione gerarchica della differenza di genere. Il risultato avrebbe dovuto essere quello di espandere la lotta per la giustizia sociale, comprendendo sia gli elementi culturali che economici. Il risultato effettivo è stato invece una concentrazione estrema del femminismo sul tema dell’“identità di genere”, a scapito delle questioni che hanno a che vedere con il pane e con il burro. Vediamola peggio ancora: la svolta femminista verso una politica identitaria si è alleata fin troppo strettamente con un neoliberismo in crescita che non desiderava altro che reprimere ogni ricordo delle battaglie per l’uguaglianza sociale. In effetti, abbiamo assolutizzato la critica del sessismo culturale proprio nel momento in cui le circostanze avrebbero richiesto di raddoppiare l’attenzione intorno alla critica dell’economia politica.

 

Infine, il femminismo ha contribuito al neoliberismo con un terzo filone di pensiero: la critica al paternalismo dello stato sociale. Innegabilmente progressista nell’epoca del capitalismo di stato fordista, il giudizio negativo del femminismo è coinciso con la guerra del neoliberismo contro “lo stato balia” e i suoi più recenti cinici abbracci con le Ong. Un esempio significativo è rappresentato dal “microcredito”, il programma di piccoli prestiti bancari per le donne povere nel sud del mondo. Propagandato come un processo di potenziamento dal basso verso l’alto, alternativo a decisioni di vertice e alla burocrazia dei progetti statali, il microcredito è stato presentato come uno degli antidoti femministi alla povertà e alla sottomissione delle donne. In questo, ciò che è mancato è la consapevolezza di un’ulteriore coincidenza inquietante: il microcredito è fiorito proprio nel momento in cui gli stati abbandonavano gli impegni macro-strutturali per combattere la povertà, impegni che i prestiti su piccola scala non possono assolutamente sostituire. Anche in questo caso, quindi, l’ideale femminista è stato ripreso dal neoliberismo. Una prospettiva originariamente finalizzata a democratizzare lo stato, responsabilizzando i cittadini, viene impiegata ora per legittimare la mercificazione e il disgregarsi dello stato sociale.

 

In tutti questi casi, l’ambivalenza del femminismo si è risolta a favore di un (neo)individualismo liberista. Ma certamente l’altro lato di noi, cioè le prospettive rappresentate dal femminismo solidale, potrebbe essere ancora in vita. La crisi attuale offre la possibilità di ampliare ancora di più quell’impostazione, ricollegando il sogno di liberazione della donna con la visione di una società solidale. A tal fine, le femministe hanno bisogno di rompere la relazione pericolosa con il neoliberismo, recuperando ai propri fini i tre “contributi” di cui abbiamo parlato. In primo luogo, si dovrebbe rompere il falso legame tra la nostra critica al “salario familiare” e ciò che sono diventati gli attuali approdi del capitalismo del lavoro precario, combattendo per una forma di vita che non metta al centro il lavoro di scambio ma valorizzi le attività che producono valore d’uso, tra cui – ma non solo – il lavoro di cura. In secondo luogo, dovremmo fermare lo scivolamento della critica all’economicismo verso una politica identitaria, implementando la lotta per trasformare l’ordine del discorso fondato su valori culturali patriarcali con la lotta per la giustizia economica.

 

Infine, sarebbe necessario recidere il legame tra la critica alla statalizzazione e il fondamentalismo del libero mercato, recuperando il concetto di democrazia partecipativa come un mezzo per rafforzare i poteri pubblici necessari a vincolare il capitale a finalità di giustizia.

 

Nancy Fraser (Traduzione di Cristina Morini)

 

 
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