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L'impensabile diventa pensabile PDF Stampa E-mail

7 Febbraio 2018

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Da Comedonchisciotte del 5-2-2018 (N.d.d.)

 

Nel periodo che precedeva la prima guerra mondiale quanti europei sospettavano che presto le loro vite sarebbero cambiate per sempre – e che, per milioni di loro, sarebbero finite? Chi negli anni, diciamo, tra il 1910 al 1913, avrebbe mai potuto immaginare che i decenni di pace, di progresso e di civiltà in cui erano cresciuti e che sembrava dovessero continuare in eterno, sarebbero improvvisamente sprofondati nell’orrore di massacri in scala industriale, di rivoluzioni e di brutali ideologie? La risposta è, probabilmente molto pochi, proprio come poche sono oggi le persone che si preoccupano per quei dettagli che si nascondono tra gli affari internazionali e misure di sicurezza. La gente normale ha cose migliori da fare nella propria vita. […] Persino le guerre balcaniche del 1912-13 non sembravano più messaggere del cataclisma in arrivo di quanto non lo sembrassero le tante risse a carattere locale che si stavano accendendo ai margini del continente, dove una pace diffusa non era stata disturbata nemmeno dalla guerra di Crimea o da quella franco-prussiane molto più dirompente. Inoltre, non si metteva nemmeno in dubbio la statura degli statisti che governavano nelle varie capitali e che assicuravano che le cose non sarebbero loro sfuggite di mano. Fino a quando non sono sfuggite loro di mano. Una grossa eccezione al solito buonumore che dominava gli affari – che niente ha mai avuto a che vedere con gli umori della gente –  fu il memorabile Memorandum del Feb. 1914 allo Zar Nicola II di Pyotr Durnovo, nel quale espose non solo quello che avrebbero fatto le grandi potenze all’approssimarsi di una guerra mondiale, ma anche il comportamento dei paesi minori. Inoltre, anticipò pure che in caso di sconfitta la Russia sarebbe stata destabilizzata da una “agitazione” socialista che non sarebbe stato possibile controllare date le difficoltà del tempo di guerra e che il paese sarebbe “piombato in una anarchia senza speranza, della quale non si potevano prevedere gli esiti”. Allo stesso modo, la Germania era “destinata a soffrire”, in caso di sconfitta, con non minori sconvolgimenti sociali della Russia, che l’avrebbero portata ad intraprendere un percorso puramente rivoluzionario “di una tonalità nazionalista”.

 

Quando le grandi potenze entrarono in guerra nell’agosto del 1914, tutte confidavano nelle loro capacità di liberarsi rapidamente dei rivali, il prezzo che fu pagato (includendovi anche il pedaggio per la rivincita del 1939-1945) superò i 70 milioni di vite. Ma il costo che pagheremmo oggi, se si dovesse ripetere lo stesso errore, potrebbe essere letteralmente incalcolabile – nel senso che forse non resterà nessuno che potrà fare questo conto. Durante la prima Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, c’era una sensazione diffusa che una Terza Guerra Mondiale fosse, in una parola, impensabile. Come sintetizzò bene Ronald Reagan: “Una guerra nucleare non può essere vinta e non deve essere mai combattuta.”  […]

 

Non è più così. Ciò che era impensabile ai tempi della vecchia guerra fredda è diventato fin troppo pensabile in quella nuova tra USA e Russia. Come ha scritto Scott Ritter , un veterano degli ispettori di controllo sugli armamenti, nella bozza del US Nuclear Posture Review (NPR) del 2018, la soglia per l’uso di armi nucleari è diventata pericolosamente bassa per gli USA: “La NPR del 2018 ha una visione del conflitto nucleare che va ben oltre l’immaginario tradizionale, quando si pensava solo a qualche raffica di lanci di missili. Mentre gli ICBM e i bombardieri con i loro equipaggi continueranno a restare in stato di allarme, le punte di diamante per i  lanci nucleari nel NPR ora  sono le cosiddette  forze nucleari “supplementari” – che agiscono in due modi con aerei come il caccia F-35 armato con B- 61 bombe gravitazionali in grado di portare un carico nucleare low-yield, una nuova generazione di missili da crociera con testate nucleari  e missili balistici lanciati da sottomarini e dotati di testate nucleari low-yield – a rilascio lento. Il pericolo che si corre nell’integrare questi tipi di armi nucleari tattiche in una strategia globale di deterrenza è che si abbassa sostanzialmente la loro soglia d’impiego”. […] Notando che gli Stati Uniti non hanno mai adottato una politica di “no first use” la NPR del 2018 afferma che “rimane politica degli Stati Uniti mantenere qualche ambiguità riguardo alle precise circostanze che potrebbero portare a una risposta nucleare USA”. A questo proposito, la NPR afferma che l’America potrebbe impiegare armi nucleari in “circostanze estreme che potrebbero includere rilevanti attacchi strategici non nucleari” … L’aver preso in considerazione le “tecnologie di attacco strategico non nucleare” come potenziale fattore alla base di una guerra nucleare è un fatto nuovo che finora non esisteva nella politica americana. Gli Stati Uniti sostengono da tempo che le armi chimiche e biologiche rappresentano una minaccia strategica che potrebbero essere un banco di prova per la capacità di deterrenza nucleare americana. Ma la minaccia portata da attacchi informatici è ben altro. Se non altro per il potenziale errore di calcolo e di reale comprensione degli intenti – che mette sullo stesso piano armi di cibernetica e armi nucleari – dovrebbe sconcertare tutti. […] “Ancora più inquietante è l’idea che una intrusione informatica, come quella perpetrata contro il Comitato Nazionale Democratico e attribuita alla Russia, possa far tirare sul grilletto della guerra nucleare. Cosa che non è così inverosimile come pare. L’evento del CND è stato definito da influenti politici americani, come il Presidente del Comitato dei Servizi Armati John McCain, “un atto di guerra.” Ma anche l’ex vicepresidente Joe Biden ha lasciato intendere che, all’indomani della violazione del CND, gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi come rappresaglia cibernetica contro la Russia. L’eventualità che uno scambio di attacchi cibernetici si spingesse fino a trasformarsi in un conflitto nucleare, prima sarebbe stata respinta immediatamente; oggi, grazie al NPR 2018, è entrata nel regno del possibile. L’idea che un attacco first-strike del piano Schlieffen possa mettere fuori combattimento i russi (e senza dubbio in contingenze simili anche i cinesi) all’inizio delle ostilità, riflette una pericolosa illusione. La verità può essere solo la prima vittima provocata dalla guerra, ma “il piano” è inevitabilmente il secondo. Questo perché questi signori che pianificano le guerre, di solito, non consultano il nemico, che –  con un certo fastidio per lor-signori – può decidere anche lui. Recentemente il segretario di Stato americano James Mattis ha dichiarato che “attualmente è la grande competizione per il potere – non il terrorismo – il principale obiettivo della sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, specificando che Russia e Cina sono le nazioni che cercano di “creare un mondo in linea con i loro modelli autoritari, per mezzo del diritto di veto su decisioni di altre nazioni in materia economica, diplomatica e di sicurezza.”  Con queste affermazioni, almeno, possiamo far cadere la pretesa che la politica USA abbia voluto combattere il terrorismo jihadista e non usarlo come strumento politico in Afghanistan, Bosnia, Kosovo, Libia, Siria e altrove. E ovviamente Washington non si è mai e poi mai intromessa in “decisioni economiche, diplomatiche e di sicurezza di altre nazioni”… […] Lo scopo principale del Russiagate è sempre stato il volersi assicurare che Trump non sarebbe riuscito a stendere una mano a Mosca, come sembra suo sincero desiderio. […] L’ostilità verso la Russia non è un mezzo ma è un fine: è la fine. A questo punto Trump si trova legato all’asse dei neocon e dei generali, e tutto ciò che può fare è girare su questa asse. Facendo eco a Mattis, Trump nel suo discorso sullo Stato dell’Unione ha messo insieme “rivali come Cina e Russia” con “regimi canaglia” e “gruppi terroristi” definendoli tutti dei “pericoli orribili” per gli Stati Uniti. (Nota: la parola “orribile” non appare nel testo ufficiale, che evidentemente era solo nella versione di Trump.) La lista dei “nomi della vergogna” tra i russi di maggior spicco, pubblicata di recente è un vero Who’s Who del governo e del business, per assicurarsi che non ci sia nessun impegno economico americano con chiunque si trovi troppo vicino al Cremlino. Per essere onesti, anche russi e cinesi si stanno preparando alla guerra. Il “Kanyon” russo, un siluro nucleare da giorno del giudizio, ha una imponente testata, che ha lo scopo di annientare le coste Est e Ovest degli U.S.A, rendendole inabitabili per generazioni. […] Da parte sua, la Cina sta sviluppando mezzi per eliminare i nostri bianchi branchi di elefantiache portaerei – che servono solo per bombardare l’entroterra dei paesi del Terzo Mondo ma che sarebbero inutili in una guerra con una potenza maggiore – dove si useranno sciami di droni e di missili ipersonici.

 

Proprio come nel 1914, quando Durnovo si riferiva ad una “presenza di tanta legna al fuoco in Europa“,  oggi ci sono parecchi punti di infiammabilità globale che potrebbero trasformare la “grande competizione per il potere” di Mattis in una grande conflagrazione che probabilmente nessuno vorrebbe cominciare. Tuttavia, se dovesse accadere il peggio, e le lampade si spegnessero di nuovo – forse questa volta per sempre – gli americani non resteranno ancora immuni dalle conseguenze come lo restammo nelle guerre del 20° secolo. Il resto della nostra vita, per quanto possa essere breve, potrebbe risultare molto diverso da quello che ci aspettavamo.

 

 James George Jatras (traduzione di Bosque Primario)

 

 

 
Bergoglio e Pound PDF Stampa E-mail

6 Febbraio 2018

 

Da Rassegna di Arianna del 4-2-2018 (N.d.d.)   

 

“L’usura umilia e uccide. L’usura è un male antico e purtroppo ancora sommerso che, come un serpente, strangola le vittime. Bisogna prevenirla, sottraendo le persone alla patologia del debito fatto per la sussistenza o per salvare l’azienda”. Lo ha detto il Papa ricevendo in udienza la Consulta Nazionale Antiusura. Poi un appello al sistema bancario affinché vigili sulla “qualità etica delle attività degli istituti di credito”. Alle banche Bergoglio ha ricordato che molte “sono nate e si sono diffuse nel mondo proprio per sottrarre i poveri all’usura con prestiti senza pegno e senza interessi”. È un grande affresco dell’odierna condizione umana quello offerto dal Santo Padre, il quale andando alla base delle crisi economiche e finanziarie, ha sottolineato il peso di una concezione di vita che pone al primo posto il profitto e non la persona: “La dignità umana, l’etica, la solidarietà e il bene comune – ha affermato Papa Francesco -  dovrebbero essere sempre al centro delle politiche economiche attuate dalle pubbliche Istituzioni. Da esse ci si attende che disincentivino, con misure adeguate, strumenti che, direttamente o indirettamente, sono causa di usura, come ad esempio il gioco d’azzardo”. Particolarmente in queste settimane, in un’Italia percorsa da una campagna elettorale in cui i tratti valoriali paiono a dire poco sfuggenti, le parole del Papa vanno viste, anche in chiave “politica”, come una denuncia dell’evidente impoverimento etico della nostra società, con la conseguente perdita di equilibrio rispetto a temi e a valori rilevanti.

 

Una denuncia che ha le stesse assonanze poetiche, politiche ed economiche dell’Ezra Pound dei Cantos e della sua ricca produzione “contro usura”.  Bergoglio ha evocato l’immagine del serpente, che strangola le vittime e ha invitato a riportare la dignità umana e il bene comune al centro delle politiche economiche.  Pound parlava dell’usura che “soffoca il figlio nel ventre”, denunciando come il centro del vivere, dei singoli e dei popoli, si sia spostato dal municipio, dal castello, dal lavoro reale al potere finanziario, alla centralità della Banca, ai titoli di carta.  Bergoglio ha dalla sua l’Antico ed il Nuovo Testamento, laddove vengono fissati limiti e norme precise per il prestito in denaro: “Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse” – si legge nell’ Esodo). Pound condivideva le analisi di Clifford Hugh Douglas, teorico del “credito sociale” e critico radicale del potere finanziario, secondo il quale alla base di ogni problema economico ci sia un contrasto tra credito reale e credito finanziario: il credito reale nasce dalla produzione e dai consumi, e si basa sulla comunità di cittadini che lavorano e vivono insieme; il credito finanziario, ossia la disponibilità di potere d’acquisto fornito dalle banche, è nato in ausilio del credito reale ma è diventato il vero protagonista della scena economica mondiale. Monopolizza la distribuzione delle ricchezze reali e non serve più a ripartire il benessere fra tutta la popolazione, bensì ad arricchire smisuratamente una piccola minoranza di sfruttatori. È per lo spostamento di questo baricentro, non solo fisico, quanto soprattutto antropologico, che oggi l’umanità è costretta a piangere sui propri debiti, vittima – parole del Papa – di “… sistemi economici in cui uomini e donne non sono più persone, ma sono ridotti a strumenti di una logica dello scarto che genera profondi squilibri”.  Papa Francesco ha letto Pound? Certo è che c’è un Pound, lui di origini protestanti, che alla Chiesa Cattolica guardò con interesse riconoscendosi nelle tesi dell’enciclica “Quadragesimo anno”, sull’imperialismo economico, sulla condanna del “potere economico in mano di pochi”, sul dominio del credito. Si tratta dello stesso Pound che ha tradotto   il “Cantico delle creature” di San Francesco, ha guardato   con simpatia al missionario gesuita Matteo Ricci e al suo dialogo con la civiltà cinese e ha citato S. Ambrogio e S. Antonino da Firenze. È dalla consapevolezza di queste “inusuali” radici spirituali che bisogna ripartire sulla via della “ricostruzione”. Per ritrovare, nella denuncia, un “equilibrio” perduto, magari grazie anche ad un Papa che evoca i temi cari a un vecchio poeta “fascista”, condannato alla pazzia, invitando a riaprire una seria riflessione sulla dignità umana, sull’etica, sulla solidarietà e sul bene comune.

 

Mario Bozzi Sentieri

 

 
Sui fatti di Macerata PDF Stampa E-mail

5 Febbraio 2018

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Ci troviamo a dover commentare a caldo, quasi a "tambur battente", i gravissimi episodi successi negli ultimi giorni a Macerata e provincia, non tanto perché amanti della cronaca nera, quanto per il fatto che i suddetti fatti siano stati e possono essere ancora soggetto di speculazioni, principalmente politiche, a quattro settimane scarse dal voto. E l'argomento toccato è sensibile per l'opinione pubblica. Cerchiamo di calmarci tutti quanti e proviamo a ragionare con la testa, non con la pancia.

 

Al di là di tutte le speculazioni di Partito, di giornale, di trasmissioni televisive gremite di "tuttologi", opinionisti prezzolati e psicologi e sociologi che forse farebbero meglio a restare nel loro studio anziché davanti alle telecamere, risultano almeno tre cose sulle quali ragionare: 1) Indipendentemente da come la si pensi, il nigeriano non aveva alcun diritto di restare sul nostro territorio nazionale. Alle corte: i provvedimenti di espulsione, o si rendono effettivi con accompagnamento coatto alla frontiera o sul primo volo per il Paese d' origine (la Nigeria nel caso che ci riguarda) oppure si fa prima a non farli, che forse è meglio: per lo meno, non si rischia di cadere nel ridicolo. Forse Lorsignori -il riferimento a Matteo Salvini della Lega Nord non è affatto casuale- invece di promettere davvero (a denti stretti, guardate che mi tocca: dar ragione al Pd!) il "paese dei balocchi" fantasticando di bloccare tutti gli sbarchi sin dalle prime 24 ore a Palazzo Chigi, dovrebbero piuttosto elaborare strumenti, mezzi, personale, procedure, organizzazione per facilitare non tanto le espulsioni sulla carta, quanto per renderle davvero effettive in modo rapido e deciso. Iniziamo anche ad allontanare, oltre che a respingere i non aventi diritto: il messaggio deve essere che in Italia è difficile restarci qualora non si sia veramente rifugiati e non migranti economici (e almeno otto o nove su dieci sono migranti economici puri, altro che "guerre e fame"). Punto numero 2: la medesima Lega ha speculato tirando in ballo l'"omicidio di Stato" e Laura Boldrini. Queste parole, se contestualizzate in un diverso tipo di omicidio, forse avrebbero potuto far parte del "gioco" dell'attacco a colpi bassi di una campagna elettorale, ma stavolta non è così. La povera e sfortunata Pamela, vittima di una ferocia inumana e raccapricciante, non è finita per caso sulla strada del "pusher " nigeriano, ma il crimine è maturato in ambienti di droga. Non credo che Innocent Oseghale sia pazzo o infermo. Questi crimini assurdi e irrazionali, al contrario, accadono spesso in contesti di obnubilamento mentale da sostanze stupefacenti. In ambienti dove circolano droghe. Poche ciance, pane al pane e vino al vino: la vittima aveva grossi disagi e problemi di tossicodipendenza. Era fuggita dalla comunità per recarsi in farmacia, a comprare siringhe per farsi una dose (secondo alcuni, un mix di crack e droghe varie, non eroina come si era detto all' inizio). Poi l'incontro con il suo omicida, in questo contesto. Ma attenzione, si badi bene, qua nessuno e ripetiamo nessuno vuole puntare il dito contro Pamela, caduta in un vortice più grande di lei. Qua nessuno specula. Il riassunto di tutto è che troppi giovani, in Italia e in Occidente, sono risucchiati dalle droghe, dal disagio, da un malessere che in una società cosiddetta del "benessere" potrebbe, per osservatori distratti, essere assurdo, invece altro non è che l’altro lato della stessa medaglia. Vi è una emergenza sociale giovani, in Italia, il consumo di cocaina specie in estate sui lidi vacanzieri è in ascesa, quel che succede nelle discoteche tutti lo sappiamo, in troppi si buttano via. Cocaina, cyberbullismo, dipendenze virtuali, baby gangs, abuso dei social network, sono tanti nomi per dire che qualcosa non funziona e non solo in Italia ma nella Postmodernità che stiamo vivendo. E per qualcosa non intendiamo solo la difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro o alla mancanza di esso…sembra che sia il senso stesso dello stare al mondo, a sfuggire ai più. Il lato trascendente dell'esserci, su questa Terra, sacrificato a tutto vantaggio di quello immanente. Pamela e il nigeriano omicida sono solo la punta dell'iceberg.

 

Ultimo punto: il giovane di 28 anni che ha seminato il "Far West" a Macerata, colpendo a casaccio africani per le vie, è un brutto segnale da non sottovalutare. Anche questo giustiziere della notte -anzi, di mezzogiorno, per essere pignoli- non deve essere derubricato a "fanatico fascista" o a un "Charles Bronson de noantri". Il fatto che sia presunto neofascista, che abbia fatto il saluto romano (particolare su cui indugeranno tutte le testate dei mass media...) in questo caso ha un senso relativo. Il coperchio salta, ma è la forza del vapore sottostante che lo fa saltare. Come vi è disagio giovanile, vi è in Italia un disagio di percezione di insicurezza, al di là delle statistiche sul numero di omicidi ogni 100.000 abitanti. Nigeriani o non nigeriani, italiani o stranieri, in Italia manca la certezza della pena. Che è il deterrente maggiore. Bisogna mettersi in testa che il carcere non è principalmente luogo di redenzione, ma di espiazione. La redenzione a volte viene, altre volte no, altre volte nemmeno è cercata dal soggetto. Oggi a Macerata, come dice un proverbio, "per un misero peccatore penitenza generale", ma altri segnali, di vendetta fai-da-te e senza presunti colori politici, sono avvenuti in tempi recenti: l'ultimo, eclatante, in Abruzzo un anno fa (un giovane che passando col rosso provocò la morte di una donna, venne ucciso dal marito a pistolettate). Sono segni da non sottovalutare, sintomo di un disagio collettivo che viene ampliato dalla grancassa della iperconnettività virtuale, in cui troppo spesso i soggetti tirano fuori il peggio di sé e le teste calde -ma non solo- saltano. Ai parenti delle vittime, poco importa la "redenzione". Chiedono "giustizia", che poi è una forma annacquata della parola "vendetta". Il monopolio della forza da parte dello Stato altro non è che l'avocazione, da parte dello Stato stesso, dell'espiazione del reo evitando che avvengano faide. Questa la lezione da trarre da alcuni giorni di ordinaria follia nel maceratese, provincia tranquilla balzata controvoglia in cima alle cronache. Queste le riflessioni che un politico serio dovrebbe porsi e porre. Ma nel Paese dei Balocchi, esistono partiti o politici seri?

 

Simone Torresani

 

 
La democrazia dei creduloni PDF Stampa E-mail

4 Febbraio 2018

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Da Rassegna di Arianna del 31-1-2018 (N.d.d.)

 

Carl Schmitt insegnò che l’essenza del politico è la distinzione tra amico e nemico. Nemico è il neoliberismo nella forma della globalizzazione, del dominio della finanza, del controllo tecnologico e del materialismo radicale. Identificato il nemico, occorrono armi dialettiche, culturali, civili per contrastarlo. Il primo terreno di lotta riguarda l’individuazione delle sue menzogne per fare opera di verità. Un punto di forza della “narrazione” avversa riguarda il concetto di democrazia. Totem e tabù della modernità, credenza indiscutibile, criticare o revocare in dubbio Sua Maestà la Democrazia pone fuori dallo spazio civile ed espone alla giustizia penale. Nondimeno, è urgente condurre una critica della ragione democratica, a partire dal significato delle parole. Democrazia significa potere del popolo: nessuno può ragionevolmente sostenere che nel regime vigente il popolo detenga quote significative di potere. Ristabilire tale elementare verità è il primo atto rivoluzionario.

 

La democrazia dei creduloni è il titolo di un saggio del sociologo Gérald Bronner che si propone di mettere in guardia dalle verità preconfezionate, dalla pigrizia mentale, dall’adesione acritica alle idee dominanti. La soluzione più facile è quella più rassicurante, credere è sempre più comodo che ragionare. Il problema è la riconquista della verità, nella certezza che chi accresce la conoscenza accresce il dolore (Ecclesiaste). I padroni del mondo lo sanno bene e lavorano per plasmare una “personalità democratica” superficiale, triviale e credulona. Poiché possiedono la schiacciante maggioranza delle fonti di informazione, chiamano false notizie tutte le idee non in linea con la narrazione ufficiale. Si sente il bisogno di una ideale rifondazione di quella società degli àpoti (quelli che non se la bevono…) di cui parlò Giuseppe Prezzolini. La dogmatica democratica, per quanto il termine sembri un ossimoro, è diventata apologetica, vera e propria santificazione, liturgia obbligatoria, fine della storia nel senso teorizzato da Francis Fukuyama. Il pesce puzza dalla testa, quindi la democrazia ad uso dei creduloni va demistificata a partire dall’origine, ovvero dal più indiscutibile dei suoi dogmi: se infatti essa è il governo del popolo, noi non viviamo affatto in una democrazia. Nella realtà, infatti, vince sempre la minoranza, e quella minoranza è formata dai detentori del potere economico. I loro interessi hanno prodotto leggi, costituzioni, procedure volte a determinare e perpetuarne il dominio. Il potere del denaro svuota la democrazia sino a trasformarla nel suo opposto. Partiamo dall’Unione Europa. Il cosiddetto europarlamento non ha funzione legislativa, ed è quindi inutile, un rifugio ben pagato per politici in disarmo. Le normative, in forma di regolamento, vengono emesse da organi non elettivi e rese immediatamente esecutive in tutti i paesi, scavalcando il diritto nazionale, governi e parlamenti. Quanto agli Stati, i loro governi sono espressione di maggioranze parlamentari costruite a tavolino attraverso l’ingegneria elettorale. Con sistemi di elezione che costituiscono vere e proprie manomissioni della sovranità popolare, partiti votati da minoranze controllano i parlamenti e diventano governi in nome della “stabilità”, ovvero dell’immobilità, architrave della nuova dogmatica democratica. Ciò vale per tutti i grandi Paesi. In Gran Bretagna, con il sistema maggioritario secco in alcune occasioni è andato al governo non il partito più votato, ma quello che è arrivato primo nel maggior numero di collegi. Rarissimo è il caso che conservatori o laburisti ottengano la maggioranza dei voti popolari. In Spagna, con un metodo proporzionale corretto (d’Hondt) è possibile conseguire la maggioranza alle Cortes con meno del 40 per cento dei suffragi. Peraltro, l’attuale governo è di netta minoranza e si regge sull’astensione di alcune opposizioni. In Francia, con il doppio turno, le maggioranze governative sono frutto della forzatura elettorale e non del consenso dei cittadini. Il caso tedesco vede due grandi partiti, democristiano e socialdemocratico, costretti dalla continua erosione dei consensi a formare governi di coalizione invisi ai rispettivi elettori ma sponsorizzati dal potere industriale e finanziario. Negli Usa, il metodo è quello britannico, con in più l’elemento federale, tanto che Donald Trump è stato eletto presidente con meno voti di Hillary Clinton. In Italia, dove l’orrendo Porcellum dichiarato incostituzionale ha permesso cinque anni di governo al centrosinistra con meno del 30 per cento dei voti, il nuovo Rosatellum promette esiti simili. Tutto ciò è frutto di un disegno preciso che viene dall’alto, diventando la normalità invertita della democrazia reale, in cui vige ormai il principio di minoranza fondato sulla manipolazione di procedure e regole. Vi è poi la tendenza, ampiamente incoraggiata dal sistema, alla depoliticizzazione di massa, la cui conseguenza, insieme con il tramonto del pensiero critico, è l’indifferenza per il dibattito pubblico e l’assenza di partecipazione alle decisioni, a partire dalle elezioni. In molti casi, a dire il vero, non di depoliticizzazione si tratta, ma del voluto deficit progettuale delle forze politiche, la sovrapponibilità dei programmi, la percezione diffusa che la politica, ogni politica, sia un problema anziché una soluzione. Per il resto, generazioni indifferenti alla partecipazione pubblica sono assai gradite al potere, che può portare al massimo livello il suo governo della minoranza. Minore è la partecipazione, più comodamente decidono lorsignori, con il consenso dei gruppi e dei ceti clientelari, mentre tutti gli altri subiscono le scelte di pochi, restando senza rappresentanza. Democrazia apparente, neutralizzata, ridotta a rito, procedura dall’esito precostituito, una corsa truccata decisa in anticipo, come sanno gli allibratori, ma ancora creduta tale da molti: la democrazia dei creduloni, appunto.

 

Roberto Pecchioli

 

 
Il Papa ignorato PDF Stampa E-mail

3 Febbraio 2018

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E il Papa finalmente lo ha detto, chiaro e tondo: “Non esiste una cultura superiore a un’altra”. Parlava a Temuco nella regione cilena della Araucanìa dove vivono i Mapuche (letteralmente “il popolo della Terra”) i soli nativi del Sudamerica sopravvissuti alla colonizzazione europea e alle violenze di Stato. L’occasione era quindi propizia e Francesco l’ha colta al volo. Ma a ben guardare il discorso del Papa va ben oltre la sorte dei nativi sudamericani e la storia della violenta colonizzazione europea cui parteciparono i pii missionari. Francesco parla dello ieri ma anche, e forse soprattutto, per parlare dell’oggi. Lasciando infatti stare la colonizzazione dei secoli passati sono almeno trent’anni che l’intero Occidente a guida americana si bea d’essere una “cultura superiore” che è il modo attuale di declinare il razzismo, nei suoi vari aspetti, poiché quello classico, dopo Hitler, non è più praticabile. È in nome di questa “cultura superiore” che da trent’anni aggrediamo, con la violenza delle armi o dell’economia, altri popoli che hanno vicende storiche diverse dalla nostra e culture che non vogliono omologarsi alla nostra. Tutto ciò, naturalmente, è addobbato con i buoni sentimenti, con la difesa dei cosiddetti “diritti umani” che noi per primi calpestiamo quando irrompiamo in realtà diverse. Quando sento parlare di “diritti umani” metto mano alla pistola perché vuol dire che si sta per aggredire qualcuno. Debbo rifare la filastrocca? La rifaccio, anche se Travaglio sostiene che repetita non iuvant: Serbia (1999), Afghanistan (2001 e, per ora, 2018), Iraq (2003), Somalia (2006/2007), Libia (2011). Ma in questo discorso rientrano anche le decennali sanzioni all’Iran che si permette di essere una teocrazia e non una democrazia, il Venezuela di Chavez e ora di Maduro che con tutta probabilità è il prossimo obbiettivo del nostro imperialismo, e anche la Corea del Nord che osa, nientemeno, essere comunista. Il Papa infatti dice un’altra cosa che è un corollario dell’attacco alla ‘cultura superiore’: “unità non significa un’uniformità asfissiante che nasce dal predominio del più forte”. È un attacco diretto e senza remore alla globalizzazione e al modello di sviluppo occidentale che, come dice Francesco, sta asfissiando tutti i popoli del mondo, compreso il nostro.  Ma il Papa dice anche una terza cosa che si collega alle prime due: “non c’è sviluppo in un popolo che volta le spalle alla terra”. Non è un discorso puramente ecologico, e in questo senso quasi banale, ma riguarda il ritorno alla terra, all’agricoltura, dove risiede il nostro futuro semmai, continuando di questo passo, avremo ancora un futuro. Perché è dalla terra che noi traiamo il cibo, non dal cemento, non dal carbone, non dal petrolio, non dall’industria, non dalla finanza.

 

Questo profondo discorso di Papa Francesco è stato praticamente ignorato o messo sottordine da tutti i giornali, compreso, ahinoi, il nostro. Disturberebbe il manovratore. Il titolo di testa del Corriere della Sera di ieri è centrato su questa fondamentale questione: “Primarie 5 Stelle, liti e ricorsi”. Del discorso del Papa parla sì, e in termini corretti (è l’unico a farlo) ma solo a pagina 13 per la firma di Gian Guido Vecchi. La Repubblica, il più laido dei giornali che si dicono laici, lo fa a pagina 15 ma soffermandosi solo sugli aspetti pietistici del discorso papale. Solo Avvenire coglie la polpa del discorso del Pontefice a Temuco, titolando: “Non c’è una cultura superiore all’altra”.  E così in questa Italia degradata e provinciale, anche giornalisticamente (probabilmente il discorso di Francesco avrebbe avuto un diverso rilievo se avesse parlato dalle logge Vaticane) a noi che ci definiamo degli ‘onesti pagani’ per leggere qualcosa che abbia un senso, che dia una direzione sul nostro presente e sul nostro futuro, ci tocca comprare, d’ora in poi, Avvenire, Famiglia Cristiana e anche L’Osservatore Romano.

 

Massimo Fini

 

 
Elogio dei dazi PDF Stampa E-mail

2 Febbraio 2018

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Da Rassegna di Arianna del 31-1-2018 (N.d.d.)

 

Cicero pro domo sua è il titolo di una celeberrima arringa di Marco Tullio Cicerone, con la quale il grande giurista richiedeva la restituzione del terreno su cui sorgeva la sua casa. Rimasta proverbiale come espressione di biasimo per chi difende una causa esclusivamente personale, potrebbe essere un’accusa rivolta contro l’autore di queste note, che scrive un elogio dei dazi avendo svolto la professione di funzionario delle dogane. Ci si darà almeno atto di padroneggiare la materia, tornata alla ribalta a seguito della decisione del presidente americano Trump di stabilire pesanti dazi a carico delle importazioni di pannelli solari dalla Cina e di lavatrici ed altri elettrodomestici dalla Corea del Sud. È nostra convinzione che la misura statunitense sia corretta e ristabilisca un principio di supremazia della politica, ovvero dell’interesse nazionale, sulla nuda ragione globalizzatrice. America first, prima l’America, ci sembra altrettanto giusto quanto un auspicabile “prima l’Italia” dei nostri governanti. Di passaggio, ricordiamo che l’importazione di pannelli solari produsse negli scorsi anni varie truffe a carico dello Stato italiano. L’UE non pose dazi sui pannelli di fabbricazione cinese, che divennero presto monopolisti sul mercato, e l’Italia concesse l’IVA ridotta al 10 per cento per chi non si limitava a commercializzare i manufatti, ma ne curava l’installazione o ne faceva uso diretto. Questo è solo un aneddoto, Il fatto concreto è che l’imposizione di dazi è una delle più importanti espressioni della politica economica di uno Stato e, in definitiva, della sua concreta sovranità.

 

Ci sono tracce dell’importanza della dogana pubblica e della riscossione di tasse sin da 2.500 anni fa, allorché le merci in entrata nel porto greco del Pireo erano sottoposte a una gabella del 2 per cento sul valore: i primi dazi all’importazione, chiamati pentekostès. Fu Roma a inventare la parola datium, ciò che è dato, per definire l’imposta di transito su merci e persone. Lo stesso termine dogana ha una storia antichissima. Proviene dal turco diwan, che designava sia il luogo del Bosforo ove venivano riscosse le tasse sulle merci in transito, sia il mobile (divano) su cui sedeva il dignitario incaricato. La prima tariffa doganale organica italiana, un elenco di prodotti provvisti di una denominazione e descrizione a fini fiscali è del XVIII secolo, per il settore tessile, protagonista della prima rivoluzione industriale in Inghilterra, seguita alle invenzioni di macchinari come il filatoio (1770) e il telaio meccanico (1786). Oggi è adottata a livello mondiale una tariffa doganale di migliaia di pagine, organizzata in capitoli e “voci doganali”, che individua ogni manufatto o prodotto della natura. La tariffa dell’Unione Europea con l’indicazione del trattamento tributario all’importazione e all’esportazione di ciascuna tipologia merceologica è unica per i 28 Stati, area di libero scambio non gravata da dazi interni titolare di una politica doganale comune verso i Paesi terzi. I dazi, insomma, sono una cosa molto seria, tant’è che la reazione isterica a Trump del partito di Davos, il circolo esclusivo e dittatoriale dei globalisti interessati al mercato libero planetario, è stata davvero forte. Si sono ascoltate piccate lezioni di libero scambio da un gigante, la Cina, formalmente comunista che non incoraggia certo libere importazioni nel suo immenso mercato interno. Non è mancata l’intemerata di Angela Merkel, uno strappo rabbioso dopo tre quarti di secolo di sudditanza dei vinti. Il fatto è che la Germania, in tandem con la Cina, è la nazione esportatrice per eccellenza, e vanta un avanzo commerciale annuo di ben 287 miliardi di euro, il che, tra l’altro, è in contrasto con le regole europee. Chi comanda, si sa, fa quello che gli conviene. Altrettanto seccate le reazioni di parte francese ed italiana. I conversi sono i più accaniti: gli ex comunisti riciclati in acerrimi difensori del libero mercato e dell’abolizione dei dazi farebbero tenerezza se non lavorassero contro gli interessi del loro stesso elettorato. Cerchiamo allora di fare chiarezza, a partire dalla circostanza che, piaccia o no, la politica economica di Trump ha due obiettivi in linea con le promesse elettorali che lo hanno portato alla Casa Bianca. Il primo, da realizzare attraverso imponenti sgravi fiscali, è reindustrializzare l’America, restituendole quel ruolo di regina della manifattura che ha perduto. Non dimentichiamo che negli anni successivi alla vittoria del 1945 l’economia Usa rappresentava il 50 per cento degli scambi mondiali e tale quota si è ridotta della metà. L’altro scopo è quello di contenere l’avanzata, sinora irresistibile, del Dragone di Pechino, detentore di una larga fetta dello sterminato debito pubblico americano. I dazi posti rappresentano una tipica misura di politica commerciale nei confronti dei competitori diretti dei comparti industriali che si sceglie di rafforzare. Le lagne dei finti o veri liberoscambisti lasciano dunque il tempo che trovano. Altra cosa è prendere atto che una nazione tanto potente, paladina del liberismo e del mercato padrone, allorché si vede minacciata negli interessi, reagisce esattamente come ogni potenza ha sempre fatto nel corso della storia, proteggendo se stessa, erigendo barriere tariffarie, difendendo il mercato interno. Il protezionismo, in definitiva, è la condizione normale della politica commerciale di tutti gli Stati. La situazione più desiderabile è vendere più di quanto si acquista e il termine mercantilismo rappresenta da secoli tale modello, di cui fu espressione la Francia del grande ministro Colbert, per oltre vent’anni al servizio di Luigi XIV, il Re Sole. La ricetta è apparentemente semplice: poiché la ricchezza della Stato è l’accumulo monetario, è essenziale acquisire valuta attraverso l’esportazione limitando l’esborso per importazione. Non deve essere una sciocchezza, se Germania e Cina, i grandi creditori commerciali, sono tanto nervosi per i dazi americani. Non dimentichiamo l’importanza della leva valutaria, che ha alimentato il boom italiano negli anni del dopoguerra sino alla gabbia dell’euro. La svalutazione competitiva della lira metteva il vento in poppa alle nostre esportazioni, insieme con la geniale capacità di lavoro e di problem solving (ah, la neo lingua dei sapienti anglofoni!), alimentando una delle stagioni migliori della nostra storia. Oggi tocca agli Usa, accusati non senza fondamento di manipolare al ribasso il valore del dollaro e alla Cina, che mantiene artificiosamente ai minimi lo yuan. Con la moneta unica europea, al contrario, la Germania ha realizzato con altri mezzi la svalutazione del vecchio, fortissimo marco e si sta mangiando le economie di chi non ha capito il gioco, in primis l’Italia. Del resto, la politica tariffaria nostra si è lungamente basata sulla utilizzazione selettiva della leva daziaria. Da noi, i paesi del mondo erano divisi in tre zone, A, B, C. A quest’ultima apparteneva il solo Giappone, che per decenni fu nostro concorrente diretto, nei confronti del quale erano posti dazi elevatissimi e divieti di importazione, il più severo dei quali ha tenuto la Fiat al riparo della concorrenza nipponica nel settore automobilistico. Adesso Marchionne ha voltato le spalle all’Italia e si giova dei vantaggi della politica fiscale e commerciale degli Usa con la Fca a Detroit. La zona B comprendeva gli Stati del blocco comunista, nei confronti dei quali vigeva una politica di chiusura con eccezioni, rappresentata dal regime delle autorizzazioni ministeriali e degli interessi della grande industria. La Fiat costruì un grande stabilimento in Unione Sovietica, con la fondazione della città chiamata Togliattigrad in onore del leader comunista italiano. La zona A era a sua volta divisa in tre gruppi. Il primo comprendeva il Mercato Comune Europeo dell’epoca, il secondo il resto d’Europa e i paesi più ricchi come gli Usa, mentre il terzo riuniva Africa e Sudamerica nel gruppone dei PVS, Paesi in Via di Sviluppo, con trattamento doganale unilaterale di favore, sul modello della clausola di nazione più favorita ben noto al diritto internazionale. I livelli dei dazi erano modulati per sostenere il nostro ruolo di economia di trasformazione, evitando dazi sulle materie prime, difendendo nel contempo con imposte elevate in entrata quei settori industriali che sarebbero stati danneggiati da massicce importazioni. Contemporaneamente, veniva sostenuta l’esportazione, abolendo divieti e dazi in uscita, nonché fiscalizzando il cosiddetto drawback, ovvero la restituzione alle imprese esportatrici dei dazi sopportati all’importazione di prodotti e materiali riesportati o lavorati. Venne trattata come un’opportunità anche la cronica lentezza dei rimborsi IVA attraverso il meccanismo del plafond, che permetteva agli esportatori l’acquisto di beni di estera provenienza senza imposta a sconto dei versamenti IVA. I residui divieti all’esportazione vennero – e restano- mantenuti per motivi politici. Non si vendono armi, sistemi informatici o prodotti chimici a Stati con cui siamo in cattivi rapporti; in più c’è il sistema dell’embargo e delle autorizzazioni ministeriali. Oggi assistiamo a gravi perdite per le imprese italiane che lavorano sul mercato russo ed è più costoso l’approvvigionamento energetico, il che dimostra quanto sia importante la sovranità nazionale. Ben difficilmente un’Italia indipendente avrebbe elevato sanzioni nei confronti della Russia, da cui non ci dividono né controversie territoriali, né contese economiche o insanabili contrasti politici, fornitrice di energia a buon prezzo, acquirente di prodotti di punta della nostra economia. Sappiamo chi ringraziare. […]  Oggi è di moda, in ossequio al liberismo economico unito al suo doppio, l’universalismo culturale, la stucchevole espressione “costruire ponti, abbattere muri “. Noi affermiamo che si tratta di una sciocchezza travestita da virtuoso senso comune. Gli uomini hanno sempre gettato ponti, ma nel momento stesso in cui univano due rive, ne riconoscevano l’esistenza distinta, prendevano atto delle distanze e delle convergenze di chi viveva ai lati. Una frontiera riconosciuta e rispettata, dalla quale sorgono doveri di identificazione e limitazioni commerciali di cui i dazi sono il simbolo, è un luogo di conoscenza, cinghia di trasmissione, presa d’atto di differenze che vengono insieme riconosciute e neutralizzate dalla presenza di una sbarra mobile, che si apre, ma che può anche chiudersi, la linea doganale, il confine. La filologia mente di rado: confine deriva da cum –finis, avere in comune un limite. È ovvio che ogni confine debba aprirsi, ma a determinate condizioni, osservati criteri stabiliti. L’economia, il commercio sono parte della vita degli uomini, i quali talvolta alzano muri o barriere per proteggere se stessi. Aprire indiscriminatamente, abolire il limes, il limite, la barriera, espone a rischi incalcolabili. Non a caso esistono opere dell’ingegneria come la Grande Muraglia cinese e il Vallo di Adriano. La moneta euro, al riguardo, presenta una simbologia che non lascia dubbi: nessuna immagine di grandi uomini, re o regine, nessuna iconografia legata a opere d’arte riconoscibili del genio europeo, solo stilizzazioni di ponti e finestre. Nessun limes, nessuna linea di confine, basta dogane. Tutto e tutti possono entrare e uscire senza controllo e in assenza di giudizio politico, anzi il pre-giudizio è che non debbano esistere limiti. Follia culturale che diventa impotenza pratica e libero dispiegarsi delle forze distruttrici. John Keynes li chiamò spiriti animali del capitalismo e Joseph Schumpeter, più immaginifico, distruzione creatrice. L’ideologia del libero scambio non regge alla prova della realtà. Non lo dimostra soltanto la diatriba sui dazi di Trump, ma la stessa Unione Europea. Infatti, nei confronti di diversi Stati, dalla Russia all’Ucraina, dalla Cina alla Malaysia sino al Bangla Desh, resta in vigore un’ampia gamma dei cosiddetti dazi antidumping. Si tratta di imposizioni pesantissime che l’UE riserva a produzioni, aziende, paesi in diretta concorrenza con il sistema industriale continentale. Purtroppo, la legge è quella del più forte, così è soprattutto la Germania a beneficiare dei dazi aggiuntivi a protezione della sua industria. L’Italia ha richiesto invano misure a favore della nostra manifattura, osteggiate dai paesi dell’Europa centrale e settentrionale. Al riguardo, desta meraviglia che dirigenti politici responsabili promettano l’istituzione di nuovi dazi, fingendo di ignorare che si tratta di una materia di esclusiva competenza comunitaria, esattamente come i proventi che ne derivano. Il libero scambio di segno globalista è figlio dell’ideologia neoliberale nel momento della sconfitta storica del comunismo reale novecentesco. Non per caso il vecchio GATT (Accordo Generale su Tariffe e Commercio) si è trasformato nella potentissima Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) a trazione americana, promotrice degli accordi di Marrakesh e, successivamente, di Doha. A Marrakesh, al termine delle trattative dell’Uruguay Round, dopo la fine dell’Urss fu ridisegnata l’intera architettura del commercio planetario, con l’abbattimento progressivo e massiccio dei dazi e l’apertura generale dei mercati, resa totale dopo l’ammissione della Cina nel WTO, l’11 dicembre 2001, una data destinata a cambiare la storia del mondo, il vero inizio del terzo millennio. A Doha ci fu una parziale vittoria del protezionismo, specie nel settore agricolo. I paesi del Nord del mondo difesero le rispettive produzioni agricole, infliggendo peraltro un colpo molto duro alle speranze del Terzo e Quarto Mondo. Segno che l’ideologia del libero scambio può e deve essere derogata. L’agricoltura e l’allevamento locali difendono l’ambiente, presidiano il territorio, permettono il mantenimento delle tipicità, preservano la biodiversità e trasmettono l’immensa cultura materiale contadina di cui siamo figli e debitori. In Europa, per decenni l’architrave della comunità fu la politica agricola. Il sistema PAC (politica agricola comunitaria) era orientato a sostenere le diverse produzioni nazionali con un vasto dispositivo di aiuti in denaro all’esportazione. L’Italia, purtroppo, non seppe difendere le proprie ragioni, e avemmo la guerra del latte, la supremazia degli interessi franco tedeschi, l’abbandono delle colture mediterranee, con annessa scandalosa distruzione di intere filiere produttive. Pur senza aiuti, messi alle strette dall’abolizione dei limiti e dei dazi, gli agricoltori italiani sono ancora in piedi, autentici eroi civili di una nazione in disarmo, tanto da aver aumentato le esportazioni e diminuito la dipendenza alimentare italiana dall’estero. Tutto questo alla faccia del mercatismo il cui unico credo è produrre esclusivamente ciò che non può essere acquistato a prezzi più bassi, leggi delocalizzazioni, sfruttamento, schiavismo. È la fosca lezione di David Ricardo, ma in concreto l’impero britannico estorceva al subcontinente indiano le produzioni tessili, vietava l’uso dei telai in loco per concentrare la produzione nella madrepatria; il modello manchesteriano, libero scambio di facciata, mercantilismo imposto con la forza.

 

Oggi affrontiamo nuovi problemi, gli scenari sono del tutto diversi: avanza il commercio elettronico, che oltrepassa e sfugge le frontiere, nuovi attori globali gettano lo scompiglio nel meccanismo commerciale e nei sistemi tributari. Basta pensare ad Amazon per rendersi conto di quanto sia necessario un diverso modo di agire da parte di poteri pubblici in grandi spazi come l’UE che non riescono più a imporre e far rispettare regole e riscuotere tributi dai nuovi giganti. Alla fine, indifesi restano i popoli, tutti noi, che avevamo negli Stati l’unica tutela collettiva.[…] La dogana c’è più di prima, ma è ridotta a fare il lavoro sporco dei privati. Oggi i confini sono presidiati per difendere non le produzioni e gli interessi nazionali o riscuotere i dazi, ma per proteggere la proprietà intellettuale, i brevetti, le privative industriali, tutelare le esclusive degli attori economici globali. Flussi immensi di prodotti realizzati laddove il costo del lavoro è più basso invadono l’Europa pagando dazi sul valore risibili, con leggi che impediscono una seria lotta alla sottofatturazione, mentre la polizia doganale è il gendarme contro un nuovo nemico assoluto, la contraffazione dei prodotti e soprattutto dei marchi, che è certo un problema, ma riguarda prevalentemente le grandi multinazionali.  Contemporaneamente, in aree immense del mondo, il Made in Italy viene beffato impunemente. Qualsiasi tentativo di organizzare la difesa economica e giuridica di settori produttivi aggrediti con provvedimenti doganali è vietata dal dogma della libera concorrenza, bollata come aiuto di Stato. Storicamente, al di là delle ideologie politiche, la leva doganale è stata sempre utilizzata sul doppio binario della politica internazionale e dell’economia. In particolare, si proteggono con i dazi i settori produttivi nella fase iniziale della loro espansione, nel momento di crisi acute e di fronte a nuovi competitori, mentre il sistema si è rivelato inefficace o controproducente dinanzi alle grandi innovazioni. In Germania, l’unificazione politica, realizzata dalla Prussia nel 1871, fu preceduta dall’unione doganale, la zollverein del 1834 che fu volano dello sviluppo industriale della grande nazione, con la direzione di un grande esponente dell’economia politica, Friedrich List, oggi dimenticato in quanto esponente di un pensiero ostile al libero mercato. In Italia, è sufficiente rammentare che cosa sarebbe stato della Fiat e della grande industria senza il prudente protezionismo che ha consentito di consolidare molte aziende sul mercato interno per poi lanciarle alla conquista dei mercati internazionali. Interi comparti hanno prosperato per decenni – pelletteria, elettrodomestici, tessile – arricchendo e cambiando il volto della nazione, specializzandosi nella trasformazione, sostenuti dal dazio nullo sulle materie prime, dazi moderati o rimborsati all’atto dell’esportazione per i semilavorati, elevata imposizione dei prodotti esteri consimili. Oggi Donald Trump non fa altro che fornire ossigeno alla manifattura americana, scommettendo sulla capacità delle industrie di produrre a prezzi competitivi con i nuovi concorrenti. Per riuscirci, ha bisogno di un sistema fiscale favorevole agli investimenti ma anche ai consumi e di un ragionevole lasso di tempo. Prendere tempo è la funzione storica dei dazi in periodi di vivace concorrenza. Segno che gli Usa intendono mantenere un ruolo guida internazionale e possiedono un progetto di futuro, a differenza dell’Europa. Prigioniera di favole liberiste, serva di interessi privati stranieri, l’Italia Arlecchino arranca senza mettere in discussione la dogmatica perdente del mercato dominus, accetta di essere un granello perdente della globalizzazione, procede di corsa verso una dissipazione che assomiglia sempre più all’entropia, ovvero il massimo, irreversibile disordine. È urgente, in qualche modo, tornare agli Stati, a politiche economiche equilibrate e non ideologiche. Il libero scambio è un mito incapacitante, una tigre che deve essere governata. Anche con i dazi, anche ripristinando la vecchia cara sbarra della dogana, la bandiera sul pennone e il potere di pronunciare sì o no all’entrata e uscita di merci, servizi, persone, capitali, le quattro indiscutibili libertà liberali che ci hanno resi più poveri, privi di identità, di sovranità, di diritti.

 

Roberto Pecchioli

 

 
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