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Attacco tedesco alla BCE PDF Stampa E-mail

7 Novembre 2019

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Da Appelloalpopolo del 4-11-2019 (N.d.d.)

 

Handelsblatt ci riferisce oggi su quanto accaduto giovedì scorso in occasione del “Geldpolitik Forum”, il Forum sulla politica monetaria organizzato dal DVFA, l’Associazione degli analisti finanziari tedeschi, tenutosi presso l’Università di Francoforte. Tema e, soprattutto, principale bersaglio del dibattito sono stati, manco a dirlo, Mario Draghi e la sua politica monetaria. Il livello degli attacchi rivolti verso l’ex governatore italiano durante la sessione mattutina è stato così feroce che il moderatore a un certo punto è dovuto intervenire per ripristinare la calma.

 

In sintesi, questi sono i punti principali sui quali sembrano convergere gli economisti tedeschi intervenuti al dibattito:

 

1. L’allentamento della politica monetaria avrebbe prodotto “zombi”, aziende e stati nazionali tenuti in vita artificialmente, i quali non sarebbero in grado di sopravvivere con tassi di interesse più elevati. Secondo Ludger Schuknecht, questo processo metterebbe in crisi la “distruzione creativa” schumpeteriana. Bernd Rudolf si spinge oltre e arriva a dire, senza mezzi termini, che “la BCE è un ostacolo allo sviluppo”, in quanto ostacolerebbe il naturale processo di selezione e sarebbe, dunque, “il vero responsabile della scarsa produttività”. 2. Lo sforzo compiuto dalla BCE per aumentare la bassa inflazione sarebbe “esagerato” e metterebbe a rischio la stabilità finanziaria. Immancabile il riferimento all’Italia e ai paesi mediterranei: la politica monetaria di Draghi sarebbe servita solo ad aiutare i membri dell’Eurozona più fortemente indebitati. Inoltre, questa politica creerebbe il rischio di bolle finanziarie e di un conseguente collasso economico. 3. L’inflazione è cattiva, la deflazione è innocua. Per Jörg Krämer, capo economista di Commerzbank, l’idea secondo cui una bassa inflazione farebbe male all’economia sarebbe solo “una favola”. Inoltre, la BCE avrebbe fallito nel suo tentativo di aumentare l’inflazione in quanto quest’ultima è mantenuta bassa da esternalità come la globalizzazione. Gunther Schnabl, dell’Università di Lipsia, chiede che i tassi di interesse vengano aumentati indipendentemente dall’inflazione in modo graduale, ad esempio di un quarto di punto percentuale all’anno, fino al 4-5%. 4. La BCE si comporta in modo illegale. Gli attacchi più virulenti sono arrivati, però, da Markus Kerber della Technische Universität Berlin. Noto da tempo come uno dei più feroci critici del “Whatever it takes”, Kerber ha attaccato frontalmente Draghi sostenendo che la BCE coltiverebbe “fantasie di onnipotenza” e si considererebbe “al di sopra della legge”. Immancabile l’accostamento alla teoria dello stato di Hitler (anche in Germania, come noto, la “reductio ad Hitlerum” non passa mai di moda ed è, anzi, una delle figure retoriche più usate di autodifesa preventiva). Kerber è arrivato a dire che “i Greci non sono veri europei e non dovrebbero neppure far parte dell’Unione Europea”. Sulla falsariga di Kerber, si sono poi espressi Christoph Degenhart, giurista dell’Università di Lipsia, e Stefan Homburg, professore di economia di Hannover, secondo i quali la BCE attuerebbe palesemente “al di fuori del proprio mandato”. I due hanno anche criticato aspramente la decisione della Corte di giustizia europea, che ha respinto i controversi acquisti di obbligazioni da parte della BCE.

 

Sarà davvero interessante vedere come le idee della Lagarde, che mira a trasformare la BCE nel motore dell’economia dell’Eurozona attraverso politiche di spesa pubblica sulla falsariga della BoJ, troveranno spazio in questo clima ordoliberista e già oggi ferocemente anti-interventista che sembra ampiamente prevalente in Germania. L’impressione. osservando dall’esterno, è che si sia aperto il primo squarcio che porterà alla fatale rottura tra paesi core e paesi periferici.

 

Filippo Nesi

 

 
Dove sono i rivoluzionari? PDF Stampa E-mail

6 Novembre 2019

 

Da Comedonchisciotte del 4-11-2019 (N.d.d.)

 

“Dateci una classe rivoluzionaria prima che sia troppo tardi!“: il grido di dolore sale da genti di tutto il globo, afflitte dai vari effetti antisociali e antiumani del nuovo ordine liberale: precarizzazione, neocolonialismo, recessione, impoverimento, megatruffe, sostituzioni etniche, guerre per le risorse: il sangue spiccia da cento piaghe e le lacrime scorrono in mille rivoli attraverso il Villaggio Globale. Ma la classe rivoluzionaria ancora non si vede –ossia quella classe sociale capace, per consapevolezza, intelligenza e dotazione, di rovesciare il malo modello socio-economico in essere (oppressivo, sfruttatore, funzionale all’interesse di pochi, e contrario al bene comune), per sostituirlo con uno buono (giusto e conforme al bene comune, ossia agli interessi diffusi anziché a quelli elitari). Questa classe rivoluzionaria fa proprio come l’araba fenice: che ci sia ciascuno dice, dove sia nessuno sa. O meglio, alcuni annunciavano di averla individuata, ma poi la storia li ha confutati. Il vecchio Marx, avendo ravvisato la borghesia come classe rivoluzionaria che pose fine all’ordine medioevale, dichiarava che la classe rivoluzionaria moderna, atta a rovesciare il capitalismo, fosse il proletariato operaio; ma in nessun paese il proletariato operaio ha mai fatto una rivoluzione, poiché nei paesi dove era sviluppato, il proletariato operaio fu reso consumista e così fidelizzato al modello capitalistico; mentre le rivoluzioni sedicenti socialiste (sovietica, maoista e castrista) si fecero nei paesi dove esso non era sviluppato, e quelle rivoluzioni furono opera di gruppi di intellettuali che si impadronirono delle masse -masse perlopiù agricole, analfabete, inconsapevoli- per usarle e tiranneggiarle e costruire ordinamenti liberticidi in cui il possesso dei mezzi di produzione da parte dei capitalisti a scapito del popolo era sostituito dal diretto possesso del popolo da parte dei suoi sedicenti liberatori. Altri pensatori hanno individuato la classe rivoluzionaria odierna negli intellettuali. Ma che vi siano intellettuali alla guida e all’origine delle rivoluzioni, da quella francese in poi, quale che sia il colore della rivoluzione, comprese le rivoluzioni indotte dalle scoperte scientifiche e tecnologiche – è scontato: per fare le cose complesse ci vogliono persone intellettualmente dotate. Altri infine, i più scollati dalla realtà, hanno annunciato che la classe rivoluzionaria dei nostri tempi sarebbe quella delle masse di migranti spiantati e precari, mentre, all’opposto, tali persone sono le meno consapevoli, le meno dotate di coscienza di classe e di capacità di organizzarsi, le più cedevoli. Esse sono bensì le più utili a chi vuole frammentare i corpi sociali e destabilizzare il residuo ordine e la residua funzionalità degli apparati pubblici (scuola, assistenza, sanità, finanza). Cioè sono le più utili alla classe dominante globale e al suo modello, alla sua ingegneria sociale, che abbisogna di eliminare gli ostacoli all’adattamento della società ai bisogni dei mercati manipolati. D’altronde, quello di destabilizzare e scardinare per conto di altri è appunto il ruolo rivoluzionario che, di fatto, le masse hanno sempre svolto nella storia: sono state usate da élites ascendenti per abbattere oligarchie senescenti, e poi per sostenere i costi della transizione. I fatti danno costantemente ragione al motto di Talleyrand: il popolo è come certe medicine, che vanno agitate prima dell’uso. Il suo ruolo non è mai attivo e consapevole, anche se il suo generoso impeto nasce proprio dall’illusione di esserlo. Il sentimento rivoluzionario, nelle varie occasioni storiche, sorge dal sentire l’ordine socioeconomico in essere come ingiusto, oppressivo, rovinoso. Ma il sentimento non è, di per sé, consapevolezza, non è cognizione del perché esso sia tale, né di come esso funzioni, non è competenza. Tranne pochi intellettuali esperti, la gente sente e si arrabbia, ma non sa, quindi si costruisce interpretazioni basate su ciò che crede in base a ciò che riceve, perlopiù dall’industria culturale del sistema– rappresentazioni irrealistiche, però con forte potere esplicativo e forte carica motivazionale, che possono venire sfruttate per ottenere consenso e collaborazione popolari. La gente comune, particolarmente, è incapace di vedere la forma complessiva del modello socioeconomico disfunzionale: di esso coglie soltanto alcuni degli aspetti, alcuni degli effetti, quindi è possibile, per i politici di mestiere, captarne politicamente il consenso promettendole la rivoluzione ma circoscrivendone l’oggetto a quei pochi aspetti ed effetti, senza mettere in discussione, anzi senza nemmeno mettere in luce, il modello complessivo, quindi senza porsi in urto, anzi rendendosi utili, ai padroni ed artefici di quel medesimo modello. Così i politici di mestiere, proponendosi come (apparenti) antisistema (oggi, apparenti sovranisti), riescono ad apparire carismaticamente rivoluzionari (o riformatori radicali, trasformatori del sistema) al popolo, che quindi li vota; e contemporaneamente si fanno accreditare come garanti del sistema dai beneficiari del sistema stesso, che quindi li tollerano o li appoggiano e sovvenzionano affinché inertizzino la protesta dal basso e la riconducano di fatto entro il sistema.  E in tal modo fanno carriera, possono comparire in televisione, ottenere maggioranze elettorali, andare al governo: vedi Syriza, Podemos e il M5S, che, con proclami fiammeggianti hanno alimentato, nella fase iniziale, una grande aspettativa rivoluzionaria e una grande carica carismatica, e successivamente si sono allineati, si sono fatti garanti dell’ordine esistente, per andare al governo. Il gruppo Casaleggio mise su Beppe Grillo e il Movimento in questo senso programmatico: dapprima promesse rivoluzionarie includenti i temi strutturali veri del monopolio monetario, poi silenziamento di questi temi e scivolamento verso una pratica omologazione con l’approdo al governo, soprattutto nel Conte bis, a braccetto col PD: da antisistema sono divenuti filosistema, cioè si sono rovesciati, anche se pochi lo hanno colto. Anche Mussolini e Hitler iniziarono in modo antisistemico, rispondendo a una sofferenza popolare arrabbiata, derivante ultimamente dalle dinamiche del capitalismo finanziario, per poi allearsi col capitalismo globale già allora operante, ed essere da questo sostenuti persino durante la guerra– il tutto senza tematizzare quelle dinamiche, ma mantenendo la facciata rivoluzionaria e travestendo quella realtà in forme mitologizzanti di razza, fato, impero. Queste tecniche politiche non sono da biasimare, perché i politici minori, cioè quelli che si muovono sulla scena pubblica, che abbisognano dei voti della gente, non possono oggettivamente fare altro, dato che l’aliquota di potere messa in gioco nella politica accessibile al popolo è minima, e serve a scopo illusorio, conservativo-confermativo; mentre il potere politico vero è esercitato a porte chiuse da persone che non devono certo concentrarsi sul brevissimo termine e sui confini nazionali, cioè sull’inseguire la rielezione ogni pochi anni in un ristretto ambito nazionale, ma possono fare e portare avanti programmi di lungo e lunghissimo termine e di ampiezza continentale o globale. Oggi la causa diretta delle sofferenze popolari è il modello del capitalismo finanziario estrattivo, cioè che usa il monopolio della creazione monetaria per estrarre ricchezza, reddito e diritti civili e politici dalla popolazione mediante l’indebitamento pubblico e privato, la demonetizzazione dell’economia, le bolle speculative, la precarizzazione, la disgregazione sociopolitica; e lo può fare perché e solo perché ha la capacità di creare mezzi monetari dal nulla e a costo nullo, che usa per estrarre la ricchezza prodotta dalla società generale. È esso che detta l’agenda politica, delle riforme, delle regole di bilancio, le guerre di esportazione della democrazia liberale e di peace-keeping. Una volta instaurato questo modello, gli effetti sono inevitabili, anche in termini di trasformazione di lungo periodo della società. Però –ripeto- la popolazione generale non percepisce il modello nel suo complesso, né il suo funzionamento, né il suo essere causa di quegli effetti – bensì percepisce solo alcune delle sue manifestazioni, quelle più superficiali; e alcuni dei suoi effetti, quelli più quotidiani. Non è nemmeno dotata mentalmente per afferrare il modello generale e la sua inevitabile dinamica, se glielo si spiega, né per sostenere emotivamente questa consapevolezza. Perciò a un politico o un attivista non è possibile risvegliare il popolo o una classe rivoluzionaria disvelandogli l’arcano: oltre ad essere colpito dall’alto, non sarebbe capito dal basso, non avrebbe seguito di massa – anche perché che cosa mai potrebbe proporre come programma di azione pratica contro un sistema globale, strapotente, accettato e praticato in tutto il mondo? L’isolamento autarchico? Può invece proporre uno story telling limitato e ovviamente falso a spiegazione del problema generale, con una serie di battaglie e soluzioni fattibili, o come tali percepibili, per alcuni problemi che la gente sente e afferra: immigrazione (bloccarla perché è un’invasione criminogena e dannosa, oppure agevolarla perché aumenta il PIL e colma i vuoti demografici), sussidio di cittadinanza, catene per gli evasori e i corrotti, politiche verdi, politiche per la famiglia, decreti per la dignità del lavoro, e via proponendo. Ovviamente, questi sono solo palliativi del vero problema, ma è tutto quel che si può fare, sul piano politico, della prassi. Sul piano intellettuale, ovviamente, si può invece sviluppare la critica in modo completo e onesto, si possono descrivere e analizzare e confrontare esplicitamente i vari modelli socioeconomici e i loro effetti. I partiti che problematizzano il modello complessivo rimangono minuscoli – vedi il PC di Marco Rizzo, anche perché quel modello, dominando, anzi possedendo e gestendo, l’industria culturale, squalifica tali partiti come estremisti e pericolosi. Per sottrarsi a queste squalificazione e non essere quindi escluso dall’area degli idonei a governare -area perimetrata dai politici del piano superiore-, pure Salvini ha dovuto non solo astenersi dal criticare e dal descrivere il modello in questione, ma persino fare abiura e dichiarare che ci terremo l’Euro e l’Unione Europea. Anche se è chiaro che da Bruxelles sono regolarmente venuti ordini al governo italiano di auto svendita degli interessi nazionali, come oggi conferma lo stesso Romano Prodi. Prima il Capitano era antisistemico, ora è endosistemico, salve possibili e probabili riserve mentali. Da qualche settimana, grazie alla massiccia opera di rieducazione filosofica e politica svolta da Diego Fusaro, abbiamo un partito – Vox Italiae – che pone in modo centrale, organico, complessivo e non più eludibile il modello capital-finanziario liberista e globalista come oggetto di analisi e di critica e di possibile rifiuto. Rimarrà verosimilmente un minuscolo partito; ma, finché vivrà, svolgerà un’azione di tribuna e di continuo richiamo alla realtà rispetto al dibattito politico. Alcuni tra gli intellettuali posti alla guida di Vox Italiae posseggono le cognizioni del funzionamento del potere monetario, del cartello di moneta e credito, e possono dare voce a queste conoscenze. Sanno che il modello capitalistico finanziario è essenzialmente basato sul monopolio privato della sovranità monetaria, il quale produce automaticamente gli effetti antisociali che vediamo operanti nel mondo, come alcuni di loro denunciano. Però è meglio rinunciare alla inveterata e illusoria idea, che diffusamente è percepita come realistica, dell’intellettuale indipendente che scopre il segreto iniquo del potere –nella fattispecie, il monopolio privato della creazione della moneta e del credito con il loro uso estrattivo e antisociale- e lo denuncia al popolo, suscitando con ciò una sollevazione di massa guidata dalla consapevolezza e dall’indignazione etica. Ciò non è mai avvenuto. Il popolo non funziona così. L’uomo comune è concentrato sul suo particolare e sul quotidiano. Il popolo è bue e inerte proprio perché popolo. Non si coordina mai per insorgere, per scuotere il giogo. Nella recessione cronica si deprime, si adatta, si sottomette. Ciò è ancor più vero oggi, e più che mai oggi la classe rivoluzionaria è impossibile (salvo quanto dirò in conclusione), per effetto di fattori potentissimi, quali

 

-la riduzione dell’utilità del lavoro umano, quindi anche del peso politico della gente, per effetto dell’automazione e della finanziarizzazione dell’economia (quello che ho definito il fenomeno dei “popoli superflui”); -la precarizzazione e la diffusione di alienazioni edonistiche e rimbecillenti nella popolazione generale, che si distacca dalla partecipazione politica, soprattutto i giovani; -la demolizione o precarizzazione delle strutture e delle relazioni sociali, dalla famiglia su fino allo stato nazionale, che sono la matrice della regolamentazione etica della vita e del sentire etico; -il mischiamento dei popoli con le migrazioni di massa che discioglie le identità-solidarietà storico-culturali nell’acido della globalizzazione; -la prevenzione del formarsi di maggioranze con capacità politica anche mediante il frazionamento della società in numerose minoranze artificiose sotto l’egida del nuovo umanesimo dei diritti dell’uomo (minoranze di sesso, di gender, di lingua, di sangue, di religione, di costume etc.); -e soprattutto la crescente e incolmabile distanza tra gli strumenti tecnologici di controllo e dominio a disposizione della ruling eélite globalista, e quelli di autodifesa a disposizione della gente comune.

 

La classe rivoluzionaria non è certo la piccola imprenditoria, che vive lottando per la sopravvivenza quotidiana, né la grande imprenditoria, che partecipa dei benefici del sistema. Non è nemmeno quella degli intellettuali, perché quasi tutti quelli che esercitano le professioni intellettuali, compresa la mia, lo fanno come tecnici esecutori integrati; e gli intellettuali accademici sono ancora più allineati da rigidi requisiti di conformismo posti come condizione per avere un posto, avere visibilità, fare carriera; mentre gli intellettuali del giornalismo sono al soldo degli inserzionisti.

 

Ma a che varrebbe una classe rivoluzionaria? A niente. Infatti il modello capitalistico-finanziario, coi suoi strumenti monetari, non è accidentale né contingente, bensì, assieme al dualismo servo-padrone, è la conseguenza di quella che Robert Michels chiamava “la ferrea legge dell’oligarchia”, ossia del fatto che lo strutturarsi di qualsiasi società genera un’oligarchia, ossia che ogni società è oligarchica, dominata da pochi padroni che comandano e sfruttano molti servi. Agli entusiasti della scoperta del potere del signoraggio monetario, che essi vogliono denunciare per demolirlo e liberare la gente, faccio qui presente che quel potere è espressione e conseguenza, non già la causa, del dominio dei pochi sui molti, ossia della costante oligarchica delle società. Questa costante strutturale delle società interagisce col fatto che, nel corso delle epoche, vi è un’evoluzione degli strumenti usati per la dominazione; in particolare, negli ultimi decenni si è affermato l’uso degli strumenti finanziari; ma questi ora vengono gradualmente soppiantati da quelli tecnologici (biologici, elettromagnetici, informatici: ne tratto ampiamente nel mio ultimo libro, Tecnoschiavi. Oggi si apprende che nei farmaci possono essere inserite molecole in grado modificare il genoma, e che i primi computers quantistici hanno prestazioni un miliardo di volte superiori a quelle dei computers normali, quindi presto coloro che ne dispongono potranno impadronirsi delle reti superando ogni chiave e password, fino a controllare ogni attività. La classe rivoluzionaria del nostro secolo, votata a scalzare i signori della finanza, si prefigura come un’élite militare di neotecnocrati biologi e informatici. Ad ogni modo, è tempo che il focus dell’analisi politica e delle proposte per l’autodifesa popolare si sposti dall’economia a questo nuovo modello di dominazione.

 

Marco Della Luna

 

 
Mari tempestosi PDF Stampa E-mail

5 Novembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 30-10-2019 (N.d.d.)

 

La direzione politica della società venne da Eschilo e poi Platone (Alcibiade) assimilata al compito del comandante di una nave in mare agitato. Già in Omero compare il termine “kibernan” (governare una nave) da cui kybernetes (pilota della nave) che proviene da kyber (timone) da cui cibernetica (arte del controllo e guida dei sistemi). Il pilota, che può esser in chiave politica Uno, Pochi o Molti, ha quindi due problemi: da una parte governare l’equipaggio della nave, dall’altro governare la nave in quanto tale.

 

Da un po’ di tempo, e con frequenze sempre più strette ed intensità crescenti, notiamo situazioni di governo problematiche. L’UE, a mesi dalle ultime elezioni, non ha ancora un governo. In Francia ci son stati e forse ci sono ancora tensioni (gilet gialli), la Spagna non riesce a darsi un governo (ed ha problemi con la Catalogna), la Gran Bretagna è alle prese con “lungo addio” della Brexit che tra gli atri scontenta irlandesi del Nord e scozzesi. La Germania ha frenato la sua corsa accumulatrice di surplus ed il governo ne risente da tempo, sia in chiave nazionale che locale. L’Italia che ha tradizione di stato di incertezza dà meno nell’occhio essendo abituata alla perenne transizione ma condivide la condizione generale. Problemi multipli si registrano in Sud America, dal Venezuela alla Bolivia, dal Cile all’Argentina. Anche l’Uruguay non ha ancora deciso che governo darsi. Il partito al governo in Canada ha perso le elezioni nelle percentuali ma resterà in sella probabilmente con un governo di minoranza mentre salgono i consensi per i secessionisti del Québec. Negli USA è appena iniziata la furiosa battaglia per le presidenziali senza che vi siano segnali di chiara prevalenza tra un partito repubblicano non tutto allineato a Trump ed uno democratico particolarmente diviso. La Tunisia è anch’essa in transizione, la Libia da tempo è in guerra civile, in Egitto cova lo scontento, Israele non riesce a formare un governo, il Libano è sull’orlo del crollo sistemico. In altri sistemi politici, come in Turchia e Russia, i turbamenti hanno minori possibilità di evidenza ma segnali ne avvertono la presenza. Così per Iraq, Arabia Saudita ed Iran. L’Asia sembra più stabile anche perché il trend economico generale del sistema è positivo e quindi, non essendo il loro mare in tempesta, le navi ed i loro comandanti vanno, se non proprio di crociera, con una certa normalità.

 

Naturalmente, alcuni di questi casi non sono esenti da turbativa esterna. Alcune navi pensano di risolvere i propri problemi di navigazione e di ordine interno, rendendo problematica quelli altrui. Altresì, il ruolo negativo di alcune ideologie condivise, ad esempio il consensus neoliberista in Occidente e Sud America, influisce sui vari contesti ma chissà se è poi possibile ridurre il disordine a questa causa unica. In Europa poi si sommano problematiche endogene come il lungo fallimento dell’ambiguo progetto europeista che ha problemi su due fronti: quello ideologico in quanto non si capisce bene quale sia la sostanza di una ideologia che poco si possa dire appare assai “sfocata”, quello concreto in quanto si hanno stati depotenziati nella sovranità da una parte ma anche mancanza di leadership e financo consenso per consentire una sovranità unionista. Del resto, l’UE è una confederazione che si pensa federazione. Solo che, al di là dell’assonanza che sembra assimilare i due regimi, la confederazione altro non è che una semplice alleanza tra sovrani (e quindi non c’è una “sovranità confederale”), mentre l’UE non ha nulla della federazione, né mai l’avrà. Anche in Sud America si sommano problematiche endogene dovute al tormentato processo di emancipazione di genti storicamente assoggettate al colonialismo europeo prima, americano poi, un “poi” che però non termina essendo la mano non invisibile americana ancora ben presente e visibile nelle dinamiche del sub continente. Così per il Medio Oriente, un sistema che per partizioni politico-statali ha solo un secolo (ed oltretutto in aperto conflitto con la tradizione storico-ideologica) ed è oggettivamente basato su presupposti inconsistenti stabiliti a suo tempo da britannici e francesi.

 

Le navi occidentali sono arrivate a questa fase storica in cui le loro condizioni di possibilità vanno oggettivamente a restringersi, a prescindere dal “modo politico”, con un sistema di governo detto “democrazia liberale” particolarmente sfibrato. Sembrano presentarsi classi dirigenti inadeguate e si parla diffusamente di “crisi della leadership”. Ma se le navi sono mal fatte e preparate con una prima classe esigua ed iper-privilegiata rispetto la resto dell’equipaggio schiacciato verso il fondo, nessuna consapevolezza delle condizioni di contesto radicalmente cambiate di recente, il mare che va in tempesta permanente, la crisi delle leadership è solo conseguenza inevitabile. Più in generale, l’IMF dice che quest’anno e per l’ennesima volta da un po’ di tempo, le previsioni di crescita del Pil mondiale vanno riviste. È dal 2012 che il Pil mondiale cresce stentatamente intorno ad una media del 3%, tenuto conto che l’Asia, che è più del 50% del sistema mondo, cresce ben di più e quindi alza la media che altrimenti sarebbe di pura stagnazione. 2012 significa da sette anni, non da ieri. E prima del 2012 c'è stato il collasso di sistema 2008-9. Questo sembra essere, in breve e tagliato con l’accetta, il bollettino ai naviganti. Navi in subbuglio, comandanti nervosi e sfiduciati, corrotti e inadeguati, cieche lotte per prenderne il posto senza per altro avere un piano di navigazione veramente alternativo, equipaggi impauriti ed arrabbiati, direzioni incerte, rotte in collisione, GPS ideologico tarato a decenni fa, nubi sempre più gravide all’orizzonte.

 

Ne conseguiranno, per reazione, nuove forme di irrigidimento totalitario?

 

Pierluigi Fagan

 

 

 

 
Hate speech PDF Stampa E-mail

3 Novembre 2019

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Da Comedonchisciotte dell’1-11-2019 (N.d.d.)

 

Qualche giorno fa è stata approvata dal Parlamento italiano una mozione, presentata dalla senatrice Liliana Segre sulla questione del cosiddetto “hate speech”, al fine di monitorare e limitare le manifestazioni d’odio in rete.

 

La senatrice è vittima da diverso tempo di attacchi e offese dettati dall’odio xenofobo in quanto ebrea ed è in prima fila in questa battaglia. La mozione riconosce la difficoltà di operare in questo senso in quanto non esiste una definizione univoca di hate speech ed intende affrontare in modo organico il problema, anche attraverso la consulenza di esperti, facendo tesoro della normativa precedente  Il punto di riferimento, temporalmente molto lontano, è la “raccomandazione n. 20 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa del 30 ottobre 1997,’’ che delimita la fattispecie dello hate speech differenziandola dal reato penale di crimine d’odio.  Questo termine “copre tutte le forme di incitamento o giustificazione dell’odio razziale, xenofobia, antisemitismo, antislamismo, antigitanismo, discriminazione verso minoranze e immigrati sorrette da etnocentrismo o nazionalismo aggressivo”. Dunque anche l’islamofobia è presa in considerazione e ce ne rallegriamo, nonostante l’impegno del Governo italiano in questo senso sia pari a zero.  La definizione del fenomeno è problematica perché occorre tutelare i cittadini ed in particolare giornalisti e bloggers, oltre a milioni di utenti dei social, la maggior parte dei quali non si rende conto di quali rischi corre; infatti potrebbero essere sanzionati per aver difeso un nazionalismo non particolarmente amico dell’Europa come potrebbe essere quello catalano (fino ad ora criminalizzato), anche quando si tratta di indipendentismo pacifico.  Analogamente alla lotta degli ucraini del Donbass o alla situazione dei turchi rispetto al PKK, considerato il livello di odio anti-turco promosso dal circo mediatico nelle ultime settimane quasi all’unisono. Criticando Rojava si può essere accusati di odio razziale contro i curdi? Chi critica Israele rischia l’incriminazione per antisemitismo? Se non si gradiscono i Gay Pride, pur non manifestando alcuna intolleranza verso gli omosessuali, si rischia egualmente l’accusa di omofobia? Se un poveraccio con la quinta elementare si disgusta e racconta su Fb che il suo vicino di casa straniero va in giro sporco o sputa per terra potrebbe essere accusato di razzismo?  Per meglio definire il fenomeno si ricorre alle tre categorie: “dell’incitamento, dell’istigazione o dell’apologia. Il termine incitamento può comprendere vari tipi di condotte: quelle dirette a commettere atti di violenza, ma anche l’elogio di atti del passato come la “Shoah”; ma incitamento è anche sostenere azioni come l’espulsione di un determinato gruppo di persone dal Paese o la distribuzione di materiale offensivo contro determinati gruppi”. Chi giudica offensivo cosa? Perché è ovvio che chi scrive che “i musulmani devono andare al rogo” o che “gli zingari devono essere sterminati” deve essere sanzionato, ma non è così facile stabilire il confine tra la libertà d’espressione e la censura.  La norma fondamentale che vieta ogni forma di odio deve essere considerato “il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, adottato a New York il 19 dicembre 1966 e reso esecutivo nel nostro Paese dalla legge 25 ottobre 1977, n. 881, che, ex articolo 20, prevede che vengano espressamente vietati da apposita legge qualsiasi forma di propaganda a favore della guerra, ma anche ogni appello all’odio nazionale, razziale o religioso che possa costituire forma di incitamento alla discriminazione o alla violenza”. Sono quindi “vietate per legge le seguenti categorie di attività: ogni diffusione di idee basate sulla superiorità o sull’odio razziale, ogni incitamento alla discriminazione razziale, nonché ogni atto di violenza o incitamento a tali atti, rivolti contro qualsiasi gruppo di individui di diverso colore o origine etnica; andrà inoltre punita ogni assistenza ad attività razziste compreso il loro finanziamento”.  La punibilità dipende dal tipo di incitazione che viene messa in essere, dalle parole che vengono usate e dall’intenzione sottesa all’incitazione stessa; può essere di natura penale o una semplice multa ed in generale viene comminata in sede di causa civile e o penale promossa dalla parte lesa. C’è da chiedersi, allora, come siano stati possibili fenomeni di massa di suprematismo o razzismo, come quelli cui assistiamo tutti i giorni; al punto da far sorgere il dubbio se questa buona volontà sia veramente tale, dal momento che assai poco è stato fatto per anni, tranne sostenere alcune manifestazioni contro la discriminazione razziale, in particolare quella contro gli ebrei.  È con la prevenzione e l’educazione che si devono limitare questi fenomeni piuttosto che con la censura. […]

 

Nonostante l’entusiasmo di molti, non sembra che cambierà granché; si conferma, invece, il doppio standard che potrebbe diventare censura su contenuti non graditi al potere. Infatti, una Commissione parlamentare, istituita a questo fine da diversi anni, non ha soltanto compiti di monitoraggio o di studio ma proprio di segnalare certi contenuti da far rimuovere ai gestori dei motori di ricerca; e lo fa da anni. È stato stabilito che “entro il 30 giugno di ogni anno, la Commissione trasmette al Governo e alle Camere una relazione sull’attività svolta, recante in allegato i risultati delle indagini svolte, le conclusioni raggiunte e le proposte formulate; la Commissione può segnalare agli organi di stampa ed ai gestori dei siti internet casi di fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base di alcune caratteristiche, quali l’etnia, la religione, la provenienza, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o di altre particolari condizioni fisiche o psichiche, richiedendo la rimozione dal web dei relativi contenuti ovvero la loro deindicizzazione dai motori di ricerca”.  Già da anni il Governo italiano segnala a Google i contenuti sgraditi, per farli rimuovere. In circa 30-40% dei casi si tratta davvero di reati di odio razziale, spesso invece si va a colpire la libertà di opinione di chi la pensa come il nemico di turno: oggi Erdogan, domani i palestinesi, dopodomani chissà chi. Gli esperti del tema sono concordi nel segnalare il fatto che la censura mediatica non risolve il problema, ma si traduce in una cappa da regime dittatoriale che grava sulla libertà di espressione, mentre è assente un’opera di prevenzione all’interno della società dove questi fenomeni hanno origine; anzi si lascia che si espandano a macchia d’olio. “L’idea che il Governo debba controllare un organo di informazione, anche sui generis come Facebook, pone diversi problemi”, afferma Giulio Vigevani, professore di Diritto costituzionale e di Diritto dell’informazione e della comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. “In primo luogo dimostra una certa impotenza da parte dei governi, ma demandare a Facebook il controllo della rete implicherebbe un potere censorio infinito ed incontrollabile. Attraverso algoritmi ed automatismi, potrebbe bloccare i contenuti a propria discrezione con effetti devastanti sulla libertà di espressione. Il secondo aspetto scardina il principio di fondo che i governi non devono interferire ed incidere sulla libertà di informazione.  Dare la possibilità ad autorità governative di entrare nei meccanismi di una società privata è pericoloso. Allora perché non può farlo anche Orban, Putin, Erdogan o Salvini? Se i governi democratici hanno questo atteggiamento, poi non si può essere censori con i regimi dittatoriali”. Una dittatura della maggioranza dove esiste un “politicamente corretto” da salvaguardare ad ogni costo ed il resto a discrezione è comunque una dittatura anche se formalmente si tratta di una democrazia.

 

Donatella Salina

 

 
Chi privatizzò l'industria pubblica PDF Stampa E-mail

2 Novembre 2019

 

Da Appelloalpopolo del 31-10-2019 (N.d.d.)

 

Annunziata: «Draghi si è caratterizzato in una prima fase come un grande privatizzatore, se si ricorda c’è stato anche tutto un…». Romano Prodi: «Erano obblighi europei! Erano obblighi europei. Scusi, a me che ero stato a costruire l’IRI, a risanarla, a metterla a posto, mi è stato dato il compito da Ciampi, che era un compito obbligatorio per tutti i nostri riferimenti europei, di privatizzare. Quindi si immagini se io ero così contento di disfare le cose che avevo costruito, ma bisognava farlo per rispondere alle regole generali di un mercato in cui noi eravamo. E questo non era sempre un compito gradevole ma l’abbiamo fatto come bisognava farlo». Fino a poco tempo fa, lui e il centrosinistra se ne prendevano il merito di aver smantellato l’IRI. Omettendone i motivi. Ora ammettono anche questo.

 

C’è un nesso non solo diretto, ma di causa/effetto tra Unione Europea, libero mercato e smantellamento dell’industria pubblica italiana. Era una condizione imposta dal “vincolo esterno”. Una condizione non negoziabile. Un po’ come le offerte che non si possono rifiutare…

 

Una pietra tombale, l’ennesima, su coloro che, ancora oggi, negano la palese matrice liberale, quindi antisociale, dell’Unione Europa. Ovviamente Prodi, uno dei protagonisti assoluti della peggior stagione politica della storia italiana, adesso l’ammette – l’esistenza e la ragion d’essere del vincolo esterno – nell’improbabile tentativo di ricostruirsi un’immagine. E infatti arriva anche a mentire spudoratamente affermando di aver costruito e risanato l’IRI. «Eseguivo soltanto gli ordini». Non mi sembra una linea difensiva originale… D’altronde la trasmissione era dedicata alla beatificazione di San Mario Draghi. Romano Prodi e Mario Draghi. Cioè i due che potremmo ritrovarci – in un futuro purtroppo non così improbabile come dovrebbe essere – rispettivamente Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio. Proprio due di quelli che, più di altri, consapevolmente e per i loro interessi, nell’ultimo trentennio hanno contribuito a ridurre il Paese in una condizione simile a quella di una colonia. Molto più di quanto non lo fosse già dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Cedendo quasi tutta la sovranità che ci era rimasta. E con essa il lavoro, i salari dignitosi e, soprattutto, una società più giusta e in cui era possibile immaginare un futuro. Spesso anche un futuro migliore.

 

Gilberto Trombetta

 

 
Puntualizzazione doverosa sulla guerra siriana PDF Stampa E-mail

1 Novembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 30-10-2019 (N.d.d.)

 

Il racconto mediatico del conflitto cambia in continuazione, con alleati che all'improvviso scompaiono dalla scena e ondate di indignazione popolare montate ad arte Dopo essere stata lasciata in sonno per un lungo periodo, l’attenzione dell’opinione pubblica sulle vicende siriane è stata recentemente ridestata a seguito dell’intervento turco contro i curdi. Un’efficace campagna mediatica ha fatto sì che da destra a sinistra tutti abbiano preso a cuore il destino del popolo curdo, il quale ha combattuto - anche per noi, si sottolinea - contro l’Isis e ora si trova sotto attacco di un malvagio tiranno. Purtroppo le cose non sono così lineari come questa rappresentazione un po’ manichea dei fatti vorrebbe farci credere. Chiariamo subito che non ci sono buoni e cattivi in questa guerra che dura ormai da oltre otto anni e nella quale sono risultati coinvolti numerosi Paesi: Stati Uniti, Russia, Francia, Regno Unito, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Iran, Libano e Israele. Sono inoltre accorsi in appoggio alle varie fazioni in lotta “volontari” provenienti dall’Europa, dal Medio Oriente e dall’Asia. Così tanti attori con interessi contrastanti hanno reso la Siria un campo di battaglia in cui si sono scaricate le tensioni e le competizioni geopolitiche che attraversano l’area, nella totale noncuranza delle terribili conseguenze per il popolo siriano. Nessuno dei paesi citati può dirsi innocente rispetto agli orrori di questa guerra che è stata combattuta non solo sul terreno bellico, ma anche su quello dell’informazione, con un uso massivo e selettivo dei social network volto a manipolare l’opinione pubblica. Le colpe della Turchia datano da ben prima dell’intervento contro i curdi. Inseguendo un suo sogno imperiale nell’area, essa fu la prima ad intervenire in Siria nel 2011, pochi mesi dopo le prime manifestazioni antigovernative, armando e fornendo supporto logistico ai militanti islamici di matrice sunnita, compreso il gruppo Al Nusra patrocinato da Al Qaeda, i quali poi confluirono nel cosiddetto Esercito Siriano Libero (FSA). La radicalizzazione settaria della guerra richiamò poi jihadisti da tutto il mondo, in una sorta di internazionale salafita. Successe così che decine di migliaia di foreign fighters (gli stessi di cui oggi ci preoccupa il ritorno) entrarono in Siria, passando tranquillamente per il confine turco. La cosa era sotto gli occhi di tutti, ma la narrativa dominante fu che si trattava di “moderate rebels” che combattevano contro un dittatore sanguinario. È singolare che solo oggi, quando lo stesso Esercito Siriano Libero ha affiancato i turchi nell’operazione contro i curdi, i media si siano accorti che esso è composto soprattutto da jihadisti. La rappresentazione dei militanti islamici come combattenti per la libertà costituì l’inizio di una campagna mediatica di disinformazione che si è sviluppata sino ai giorni nostri. Le stesse tecniche di condizionamento dell’opinione pubblica erano state utilizzate con successo in Libia, quando la rivolta contro Gheddafi fu descritta come un movimento di popolo per la democrazia. Sappiamo come è finita. Dopo che Gheddafi venne trucidato nell’ottobre del 2011, fu soprattutto Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, a sollecitare con successo un riluttante Obama a cogliere il “momentum” per ridisegnare la mappa del Medio Oriente. L’obiettivo era quello di rimuovere la presenza e quindi l’influenza nell’area della Russia, che possedeva un’importante base navale a Tartus. Ma forse ancor più importante era l’obiettivo di assecondare e condividere gli interessi e i progetti geopolitici del potente e influente alleato israeliano. Israele vedeva infatti con favore la dissoluzione del confinante stato siriano in una condizione non difforme da quella libica, non tanto perché lo considerasse una minaccia diretta, quanto piuttosto per i suoi stretti legami con l’Iran, che consentivano a quest’ultimo di estendere la propria influenza sulla regione.  Esso non ebbe pertanto remore ad appoggiare i militanti islamici che si battevano contro Assad, fornendo loro supporto logistico e di intelligence e soprattutto una copertura mediatica di favore. Alla fine del 2012 gli Stati Uniti ruppero gli indugi e, in accordo coi Paesi del Golfo e la Turchia, lanciarono il programma, all’epoca segreto, “Timber Sycamore” con cui venivano forniti armi, denaro e addestramento ai ribelli antigovernativi. Obama non era inizialmente convinto dell’iniziativa, ma poi diede il suo assenso sotto le pressioni di Israele e della Clinton. Al programma aderirono anche Francia e Regno Unito, i quali facevano leva sul loro passato coloniale nella regione per precostituirsi un posto a tavola nel banchetto postbellico. Molte delle armi provenivano dagli arsenali libici rimasti incustoditi dopo la caduta di Gheddafi e vi sono importanti indizi che portano a ritenere che l’assassinio dell’ambasciatore USA in Libia nel settembre 2012 sia legato al coinvolgimento degli americani in questo traffico di armi. Da parte sua, il governo siriano cominciò a ricevere aiuti dall’Iran, dalla Russia e dagli Hezbollah libanesi. Lo scenario cambiò radicalmente con la nascita dell’Isis. Supportato finanziariamente dai sauditi che intendevano contenere l’influenza della Turchia nell’area, l’ascesa in Siria e Iraq di questo gruppo ancor più radicale di Al Qaeda sembrò inizialmente inarrestabile. Sorprendente fu in particolare la conquista senza colpo ferire di Mosul, seconda città dell’Iraq, dove il gruppo si rifornì del denaro e dell’oro depositati nella sede della banca centrale e, soprattutto, di un’enorme quantità di armi incredibilmente abbandonate dall’esercito regolare in fuga senza combattere. Le armi pesanti e l’ingente materiale bellico acquisiti consentirono all’Isis di conquistare rapidamente tutto l’est della Siria, sino ad allora rimasto poco coinvolto, per poi riversarsi a ovest dell’Eufrate, occupando fra l’altro Palmira e le periferie di Aleppo. Impegnate severamente su più fronti, le truppe governative erano sul punto di collassare quando la Russia accolse la richiesta di Assad e intervenne direttamente nel conflitto, ovviamente anche per salvaguardare i propri interessi strategici nella regione. L’intervento dei russi, in particolare della loro aviazione, cambiò il corso della guerra. La riconquista di Aleppo da parte dei governativi segnò il punto di svolta cui seguì la progressiva perdita da parte dei ribelli di gran parte dei territori in precedenza occupati. I successi di Assad e la preoccupazione che con il supporto russo egli fosse in grado di riconquistare tutti i territori occupati dall’Isis indussero gli Stati Uniti a intervenire più direttamente. Alla ricerca di soldati da mandare all’assalto dell’Isis sotto la copertura dei bombardieri, gli Usa, dopo aver preso in considerazione, per poi scartarla, l’ipotesi perorata dalla Turchia di appoggiarsi all’Esercito Libero Siriano, ripiegarono sui curdi. Sino a quel momento, i curdi avevano tenuto una posizione ambigua nel conflitto; avversari delle milizie islamiste, essi cercarono comunque di mantenere per quanto possibile uno stato di non belligeranza con esse. Formalmente, riconoscevano il governo di Damasco, ma nei fatti riuscirono ad approfittare della guerra per allargare la propria area di insediamento storico e per acquisire maggiore autonomia. Nel 2017 essi, con una popolazione inferiore al milione e pari a circa il 6% di quella complessiva siriana, presidiavano una vasta regione nel nord della Siria che si estendeva lungo quasi tutto il confine con la Turchia. Fu allora che la Turchia, che come è noto ha un contenzioso secolare con i curdi, decise un’operazione militare nell’area del nord ovest della Siria occupata dai curdi, del tutto simile a quella avviata pochi giorni fa nel nord est. I curdi furono rapidamente battuti e costretti a riparare in una ridotta a nord di Aleppo. La Turchia occupa ancora oggi quell’area, ma stranamente quell’operazione non ebbe particolare risalto sui media e tutti coloro che oggi si stracciano le vesti per le sorti dei curdi rimasero silenti. Quando poi gli Stati Uniti proposero ai curdi di partecipare all’iniziativa contro l’Isis, questi vi colsero un’opportunità per la costituzione di uno stato indipendente, di dimensioni pari al 30% della Siria che si sarebbe esteso dal confine con la Turchia a quello con l’Iraq e che avrebbe beneficiato delle rendite petrolifere dei pozzi concentrati in quell’area. Un progetto simile era peraltro stato abortito dai loro cugini iracheni, con i quali, per inciso, intrattengono pessimi rapporti. Nel 2014, infatti, i curdi iracheni, che dopo l’invasione americana del 2003 già godevano di un’ampia autonomia, approfittarono della rotta dell’esercito di Baghdad attaccato dall’Isis e ampliarono la loro zona di storico insediamento, occupando diverse città, come Kirkuk, abitate da arabi, ma ricche di pozzi petroliferi.  Al contrario di quanto ci è stato raccontato, quindi, essi non solo non contrastarono l’avanzata dell’Isis, ma di fatto addivennero a una sorta di patto di desistenza e di spartizione del territorio iracheno con esso. Un analogo atteggiamento opportunistico è stato tenuto, come abbiamo visto, dai curdi siriani. Quando poi nel 2017 l’esercito dell’Iraq, con il supporto dell’aviazione americana, riuscì a respingere l’avanzata dell’Isis, il Kurdistan si affrettò a proporre un referendum per la costituzione di uno stato indipendente che avrebbe compreso anche le ricche province occupate nel 2014. L’iniziativa del referendum fu bocciata da tutti, compresi gli Usa, e non ebbe seguito. L’unico Paese che sostenne il diritto dei curdi iracheni ad avere un proprio Stato indipendente fu Israele che non a caso è stato anche il più forte sostenitore dell’indipendenza dei curdi siriani. Ora, pur con tutta la buona volontà, è difficile credere che Israele abbia sinceramente a cuore il diritto del popolo curdo a uno stato indipendente mentre lo nega al popolo palestinese di cui occupa i territori. In realtà, l’obiettivo di Israele era quello di creare, con questo nuovo Stato “amico”, una zona cuscinetto in grado di interrompere il corridoio territoriale che dall’Iran, passando per l’Iraq sciita e la Siria, giunge fino al Libano e quindi ai propri confini.  Alle stesse finalità va ricondotto il forte appoggio di Israele alla costituzione di uno stato curdo nei territori siriani confinanti con l’Iraq. Per chiudere il cerchio, la minore risonanza nei media del primo intervento turco contro i curdi trova infine una spiegazione nel fatto che esso si svolgeva in una zona di scarso interesse strategico per Stati Uniti e Israele. D’altra parte, quando Trump ha deciso il ritiro delle (poche) truppe statunitensi dalla Siria, era consapevole che ciò avrebbe causato le ire del potente alleato israeliano. Egli si è pertanto affrettato a rassicurarlo, garantendo il mantenimento dell’importante base militare costruita ad Al Tanf, nello strategico punto di confine della Siria con la Giordania e l’Iraq, allo scopo di presidiare i pozzi petroliferi (“we secured the oil” ha recentemente twittato Trump) e tutto il territorio circostante come appunto chiedeva Israele. Dopo queste rassicurazioni, i curdi sono divenuti meno importanti, come ciascuno può constatare sui media.

 

Un’ultima notazione. Durante gli scontri fra i curdi e l’esercito turco sono ricomparsi, dopo lungo silenzio, i famosi “caschi bianchi”, i quali in una serie di tweets hanno denunciato dei presunti massacri compiuti dai curdi ai danni della popolazione civile. Stranamente, questa volta la loro denuncia non ha avuto alcuna eco sui media. In realtà, l’epopea dei caschi bianchi è stata forse la più grossa mistificazione informativa che ha accompagnato la guerra civile siriana. Vi sono innumerevoli documenti che testimoniano la loro contiguità con Al Qaeda e che svelano che i famosi salvataggi di civili colpiti dai bombardamenti dell’esercito siriano erano in realtà delle messe in scena, peraltro di modesta fattura. Non a caso i curdi li avevano messi al bando dai propri territori. Eppure, siamo stati inondati dai filmati che mostravano questi salvataggi e addirittura le loro gesta sono divenute oggetto di un film. Senza vergogna erano anche stati proposti per il Nobel della pace. Invece, ora che Al Qaeda ha appoggiato la Turchia nella sua iniziativa contro i curdi, sono stati silenziati. Ma i nostalgici non si devono preoccupare. L’esercito siriano si sta infatti preparando per riconquistare la zona di Idlib che costituisce l’ultimo bastione occupato da Al Qaeda e altre milizie islamiche. In vista di questa battaglia, i caschi bianchi tornano di nuovo buoni e quindi Trump ha deciso di versare 500 milioni alla loro organizzazione. Prepariamoci alla nuova campagna mediatica sulla prossima crisi umanitaria a Idlib.

 

Marco Ambrogi

 

 
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