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14 luglio 2009

Ogni pensiero che si presenta come radicalmente critico o alternativo rispetto allo stato presente delle cose suole spesso essere bollato - o presentarsi esso stesso - come “utopico”. Anche l’“antimodernità” è quindi un’“utopia”? Sembrerebbe di sì, se consideriamo la distanza – e quindi l’irrealizzabilità quanto meno nell’immediato – che separa la visione del mondo da noi propugnata dalla realtà circostante. Ma, a guardar bene, le cose stanno alquanto diversamente. Quella distanza che ci fa apparire “utopici” è in realtà solo una contingenza, un fatto accidentale, dovuto allo specifico momento storico nel quale noi con le nostre idee ci ritroviamo ad operare. Perché, a rigore, la visione, ed in genere la mentalità, il sentire “antimoderni”, dovrebbero rappresentare l’antitesi stessa di ogni mentalità utopista, idealista o sognatrice che dir si voglia. Carl Schmitt, forse il più grande giurista del XX secolo, individua proprio nell’“utopia” l’esito estremo del pensiero politico-giuridico moderno, e più in generale della mentalità stessa da cui è scaturita la modernità. Se infatti questa si presenta innanzi tutto come “trascendentalismo”, ovvero pensiero volto alla negazione della realtà di fatto e del mondo così come esso storicamente si è andato costituendo, in nome di un mondo puramente ideale e dedotto a partire dalla sola astratta “ragione” umana, l’utopia rappresenta evidentemente l’esasperazione massima di tale modo di vedere e di relazionarsi al mondo. In altre parole, se la visione premoderna era fondata, in ultima istanza, sull’accettazione del mondo in tutte le sue sfaccettature, le sue contraddizioni, i suoi limiti, il suo carico di gioie e di dolori – accettazione dovuta principalmente al fatto che il mondo, nel suo complesso, era considerato quale manifestazione del “divino” e dunque come inviolabile da parte dell’uomo -, la modernità è frutto di una mentalità, di un sentire che, incapace di tale tragico ed eroico dir sì, si rifugia in mondi ideali, artificiali, sogni fumosi di universi senza contraddizioni e conflitti, pretendendo di rimodellare l’intera realtà sulla base di tali astrazioni. Così, evidenzia Schmitt, se storicamente ogni diritto, ogni legge, ogni nomos è sempre stato innanzi tutto “nomos della terra” (da cui il titolo del suo capolavoro, Il nomos della terra appunto), ovvero diritto legato ad una specifica terra, ad uno specifico luogo inteso non in senso puramente geografico bensì culturale, come luogo della propria tradizione ed identità, l’utopia si presenta non a caso, secondo la sua stessa etimologia (ou-tópos, non-luogo), come nomos che non sta in nessun posto, da nessuna parte, se non, evidentemente, nella testa di chi l’ha creato ed immaginato; nomos quindi astratto ed indeterminato che non si lega ad alcuna cultura o tradizione storicamente definita. E cos’altro è la modernità se non il sogno, il progetto di edificare un mondo che, facendo tabula rasa di ogni tradizione e di ogni storia, vuole fondarsi sulla sola “ragione” nell’intento di eliminare dal mondo le sue contraddizioni, i suoi “limiti”, il suo presunto “male” e realizzare così il “migliore dei mondi possibili”, il Paradiso in Terra? Ma un siffatto paradiso non può che essere un “paradiso artificiale”: il mondo della Tecnica che pretende di aver messo al sicuro l’uomo recidendo il cordone ombelicale che lo teneva legato alla “natura” e alla “storia” e dispensandogli un benessere ed una felicità del tutto artefatti e virtuali non è la realizzazione stessa dell’utopia moderna figlia dei Lumi e della filosofia positivista? In tal senso, secondo Schmitt, il pensiero utopico costituisce l’approdo ultimo dell’evoluzione del diritto europeo, secondo quella prospettiva delineata in Terra e mare, splendida “riflessione sulla storia del mondo” (come recita il sottotitolo dell’opera): al diritto della “terra”, espressione degli Stati europei continentali, che è diritto del “limite”, diritto fondato sul limes, sul “confine”, perché ogni civiltà, ogni tradizione è “delimitata”, “confinata” ad una terra, ad un orizzonte spaziale circoscritto, si va progressivamente sostituendo il diritto del “mare”, emerso con l’affermarsi della potenza inglese, ovvero della potenza marittima, talassocratica. Ed il mare, a differenza della terra, non ha confini, non ha “limiti”, e perciò stesso tale diritto si presenta come diritto “astratto”, diritto della ragione universale e cosmopolita, che dal mare, secondo uno sviluppo che vede gli Stati Uniti ereditare il ruolo che prima era stato dell’Inghilterra, riesce a poco a poco ad avere la meglio sul suo nemico storico, il continente, finendo progressivamente per fagocitare la terra stessa ed avviando quel processo di globalizzazione che sradica ogni cultura ed ogni civiltà in nome dell’utopia di un’umanità generica ed astratta e per tanto “marittima” - “liquida” direbbe oggi Bauman - ovvero sciolta da ogni tradizione e da ogni identità. Da qui l’inevitabile sbocco “totalitario” del pensiero utopico: svalorizzando come irrazionale, come “malvagia”, ogni civiltà fondata sulla terra, il pensiero utopico vuole rifondare il mondo secondo parametri uniformi e validi per ogni tempo e per ogni luogo. Il suo sogno è di costruire l’“uomo nuovo”, non più legato ad una tradizione, ad una “patria”, ma “cittadino del mondo”, ovvero di un non-luogo, dedotto sulla base dei principi della sola “ragione” e scevro da ogni contaminazione materiale, storica, “terrestre”. Sappiamo dove conduce una simile prospettiva, sappiamo qual è il prezzo da pagare per l’avvento del Paradiso in Terra: lo sradicamento, la cancellazione, il genocidio culturale - e se è il caso anche fisico - di popolazioni e genti testardamente radicate al suolo, alla terra, e la violazione, la devastazione della natura, del cosmo, perché alcun limite, alcuna resistenza possa ostacolare il cammino verso le “magnifiche sorti e progressive”. Alla fine, dietro ogni utopista si nasconde sempre un mostro che ha sete di sacrifici e di sangue: come abbattere, altrimenti, la storia, la realtà, il mondo che, inevitabilmente, rialzano la testa? Come abbattere il “concreto” – per dirla con Hegel - che si riappropria dei suoi diritti contro la furia distruttrice dell’ “astratto”? E così i giacobini le teste han finito per tagliarle ed i bolscevichi per rinchiuderle a marcire nei gulag; giacobini e bolscevichi che di tutti gli utopisti moderni sono i padri. Proprio coloro che più di ogni altri si sono presentati come “i buoni e i giusti”, gli “incorruttibili” che volevano eliminare il “male” dal mondo e costruirne uno migliore, si sono tramutati nei peggiori criminali. Esito scontato quando si pretende di cambiare il mondo “negando” il mondo stesso. Ma chi di furia distruttrice ferisce, di furia distruttrice perisce…: non si è incamminato l’uomo moderno lungo la stessa folle strada suicida, prossimo a soccombere per mano del mostro tecnico da lui stesso scatenato proprio come i giacobini per mano della stessa ghigliottina? Noi antimoderni con il mondo e con l’uomo, come essi sono e sempre sono stati, vogliamo invece riconciliarci, e, al di là della contingenza storica che ci pone, paradossalmente, in rotta con essi ma non a caso proprio contro gli utopisti che hanno voluto negarli, al mondo e all’uomo dire nuovamente sì. E contro il “non-luogo” vogliamo riaffermare il limes, contro il mare la terra, perché “secondo la nostra umana storia ed esperienza, […] tutto ciò che è essenziale e grande è scaturito unicamente dal fatto che l’uomo aveva una patria ed era radicato ad una tradizione” (Martin Heidegger).
Stefano Di Ludovico
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12 luglio 2009

La vicenda delle abitudini sessuali di Berlusconi e del conseguente scandalo politico / mediatico può essere letta in diversi modi, direi meglio secondo diversi piani. Il primo è quello, trito e ritrito, proprio del berlusconismo e dell’antiberlusconismo. Da una parte chi ritiene il premier vittima dell’ennesima congiura comunista e dall’altro chi giudica la vicenda un’ulteriore e definitiva conferma dell’inadeguatezza (eufemismo) di Berlusconi a rivestire la carica di primo ministro. In quest’ultimo versante si possono poi ulteriormente distinguere gli ingenui, i ciechi e gli sciacalli in malafede. Nelle prime due categorie possiamo probabilmente far rientrare coloro che credono che la Storia della Repubblica italiana, presente e futura, sia quella di una libera democrazia sulla quale si è improvvisamente abbattuta la nefasta e temporanea parentesi dittatoriale di Silvio Berlusconi. Emblematici in questo senso i commenti di Marco Travaglio, che da settimane bombarda i suoi lettori e utenti con discorsi (oltre all’ennesimo libro sul Berlusca di prossima pubblicazione) volti a dimostrare che la frequentazione di prostitute da parte del premier abbia rappresentato un pericolo per la sicurezza nazionale. In un suo monologo su internet, a un certo punto Travaglio arriva a dire: “Pensate che la D’Addario o altre avrebbero anche potuto carpire a Berlusconi i codici segreti delle armi nucleari della Nato presenti nel nostro Paese”. Al di là della legittimità di una simile preoccupazione, francamente ridicola, ciò che al contempo è tanto sconcertante quanto rivelatore è il fatto che (i) Travaglio non si indignino per il fatto che in Italia sono collocate delle armi nucleari di una potenza straniera in totale violazione e spregio della nostra indipendenza (oltre che della manifestata volontà popolare di rifiuto dell’energia nucleare), ma della circostanza infinitamente meno rilevante e vergognosa della condotta del Presidente del Consiglio nel caso in questione. In Italia, insomma, c’è chi crede davvero che Berlusconi sia il Belzebù al quale si contrappongono le falangi del Bene e della democrazia. Poi ci sono coloro che di queste falangi sono i fedeli servitori. Prima, immancabile, la Repubblica e poi anche la Stampa e il Corriere – oltre ovviamente a tutta la galassia mediatica vicina alla c.d. sinistra e a Di Pietro – hanno sfruttato la vicenda per chiedere a gran voce le dimissioni del Presidente del Consiglio. Un altro piano di lettura di “Puttanopoli”, sicuramente più intelligente ed onesto, può invece essere quello proposto ad esempio anche da Massimo Fini, che ha evidenziato come Berlusconi dovrebbe essere disprezzato e soprattutto allontanato da cariche pubbliche per vicende – soprattutto giudiziarie – ben più gravi di quella delle sue abitudini sessuali, che rientrerebbero invece nella insindacabile e politicamente irrilevante vita privata di ciascun cittadino. Noi ci permettiamo modestamente di aggiungere un’ulteriore prospettiva della vicenda, senza peraltro rivelare nulla di quanto è già ampiamente noto a chi abbia una visione della realtà appena più approfondita di quella offerta dai pamphlet antiberlusconiani. A noi, sinceramente, di Berlusconi e dei suoi presunti nemici politici non ce ne frega niente. Questi camerieri, per citare Ezra Pound, li disprezziamo per la loro pochezza, i loro maneggi da picciotti, i loro squallidi intrighi volti ad accaparrarsi le briciole del vero Potere e della vera ricchezza. Di Puttanopoli preferiamo evidenziare la chiara trama sottostante, ordita da coloro che in Italia da decenni costituiscono il principale e più consolidato gruppo di potere, quello al quale Berlusconi – ci spiace deludere i dipietrini – è sempre stato estraneo (il che non toglie che ne abbia realizzato un altro, probabilmente meno forte ma altrettanto ripugnante). Ci riferiamo alla lobbie facente riferimento, tanto per citare solo qualcuno, a Mediobanca, alla Fiat, ai gruppi editoriali che controllano i quotidiani sopra citati, al Gotha della nostra imprenditoria e finanza, collegati a doppi filo a numerosi politici del c.d. centro sinistra (ma anche a diversi dell’”opposto” schieramento). Che adesso la loro avversione a Berlusconi sia improvvisamente esplosa generando un simile polverone è significativo, ancora più significativo del fatto che per scatenarlo non sia più bastato fare leva su vicende giudiziarie (come avvenuto con Tangentopoli) ma su squallide storie di letto e tradimenti. In un momento nel quale la crisi economica/finanziaria sta per raggiungere il suo apice, costoro hanno deciso che è meglio occupare anche i residui spazi di potere che non detengono direttamente, onde poter portare avanti con piena coesione e coerenza le strategie con le quali contano di affrontare i momenti bui che ci attendono. Via il “papi”, arriva Draghi.
Andrea Marcon
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Lavorare tutti, lavorare di più |
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10 luglio 2009

L'accordo che i ministri degli affari sociali dell'Unione Europea, qualche settimana fa, hanno “faticosamente” raggiunto, contribuirà a fornire maggiore flessibilità al mercato del lavoro. L’orario settimanale è confermato nelle attuali 48 ore massime. Però si può arrivare a 60, se c’è l’accordo tra datore di lavoro e dipendente. Ci sono solo due ragioni per cui si può credere che ci sarà veramente un accordo, e non piuttosto un ricatto sotto minaccia di licenziamento: perché si è ingenui come bambini, o perché si è ipocriti e subdoli come serpi. A ognuno la scelta. L’obiettivo apparente di queste legislazioni “libertarie” è semplice: combattere ad armi pari con la Cina ed evitare l’invasione dei loro prodotti. In effetti la motivazione di lungo periodo ha sempre a che fare con l’Impero grigio (una volta era celeste, ma con l’inquinamento che hanno oggi...). E’ tuttavia più complessa, più ambiziosa se vogliamo, ma è in realtà segno di grande cecità e di mancanza di visione. Da una parte, la crisi ha mostrato che non si può drogare più di tanto un mercato pressando con inaudita violenza pubblicitaria il consumatore a darci dentro con acquisti a rate e indebitamento da carta di credito. Prima o poi il sistema salta, come è successo. Dall’altra parte, la Cina è il primo Paese che sta uscendo dalla crisi, ed è ormai chiaro che il modello vincente è il suo (un modello vecchio come il cucco: pagare poco e far lavorare tanto, per tenere i prezzi più bassi). Il mercato interno cinese entro pochi anni sarà più importante di quello europeo e forse anche americano, che sono realtà quantomai consunte. Lo stesso fatto di aumentare il lavoro e non i salari è l’indizio più chiaro che non si crede più che da noi si possa tornare a crescere significativamente. Come tubi digerenti, siamo ormai obsoleti, consunti: bisogna fare troppa fatica per trovare e piazzare nuovi prodotti inutili. Il consumo non cresce. Alle nostre aziende devono essere allora date le armi per poter competere non tanto con la Cina ma proprio in Cina, ossia conquistare ampie fette di questa nuova frontiera del capitalismo. Non difendere il nostro mercato, ma attaccare il loro. E per far questo, tutti devono adeguarsi agli standard sociali (quali?) cinesi. La sostanza della questione, la morale se vogliamo, è che i mercati sono essi stessi usa e getta, sono come vacche da mungere, terreni da spremere e sfruttare, finché non diventano aridi. Questo sistema industriale capitalista, nato e cresciuto nel ‘700 in Inghilterra, non può essere stabile, regge solo se c’è una crescita continua, incessante, è in equilibrio solo quando è in accelerazione. Qualsiasi persona che abbia studiato un minimo di economia può confermarlo. Per tornare ai pessimi effetti sociali della rincorsa alla Cina, possiamo illuderci che forse pian piano la legislazione sociale cinese diverrà più simile al welfare di stampo europeo. Forse, ma quando questo avverrà, sarà perché anche la Cina sarà ormai matura, avrà esaurito il suo ruolo “nutritivo” del vorace Sistema. E allora bisognerà conquistare il Sud America forse, o sarà la volta dell’India, e più tardi dell’Africa. Sempre ammesso che Madre Natura continui ad accettare di essere sempre più spremuta delle sue risorse, e non si rivolti piuttosto verso i suoi presuntuosi umani figli. Gli europei (che sono quelli che hanno fatto il danno), stanno per ora seguendo passivamente la corrente, e questo decreto ne è una prova. Forse spetterebbe invece alla vecchia Europa, soprattutto nella sua componente mediterranea, dove 3.000 anni di storia hanno impedito all’isteria produttiva e consumistica di debordare, cominciare ad elaborare delle politiche, delle forme per sostituire questo sistema, e crearne uno più stabile. Lavorare meno per guadagnare meno e cominciare ad abituarsi a spendere di meno, riscoprendo l’essenza delle cose. Questa non è la morte del benessere. E’ questa, al contrario, la vera qualità della vita, e sempre più persone, nella società, stanno comprendendolo, uscendo dall’ipnotico cresci-lavora-consuma-crepa.
Antonio Gentilucci
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Il G8 e la vera alternativa |
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8 luglio 2009

Non vogliamo neanche sapere quanti quattrini pubblici saranno buttati per coprire le spese del G8, ennesima inutile parata di governi che non governano nulla salvo queste messinscene. Sono riunioni che servono solo a illudere l'opinione pubblica che stabilire le sorti del pianeta siano i politici, eletti dal popolo, chi più chi meno, con la truffa "democratica". E a noi, a dirla tutta, non interessa neanche granchè degli sprechi in quanto tali, quanto dell'inganno per il quale è vietato dire che tutti i piani e gli annunci di questi summit restano regolarmente lettera morta, perchè il vero potere ce l'hanno banche centrali, Fmi, Wto, multinazionali e tutta la fairy band della speculazione internazionale. Sennonchè quel campione del vittimismo "chiagne e fotte", il premier Silvio Berlusconi, ha scelto la martoriata Aquila, ancora fumante di macerie e disperazione, per far sfoggio di buoni sentimenti e criminalizzare a priori la protesta dei cosiddetti no-global che puntuale accompagna ogni G8. Cosiddetti, certo: perchè la marea "alternativa", la costellazione di Porto Alegre, tutti quei movimenti e gruppi che aspirano ad una globalizzazione "diversa" ("un altro mondo è possibile", è il loro slogan) non sono affatto no-global. Non sono contrari alla globalizzazione in sè. Si accontenterebbero che fosse un'altra, liberata dal neoliberismo, dalle disuguaglianze economiche e dallo sviluppo insostenibile, che per loro potrebbe benissimo diventare sostenibile se corretto e riformato secondo superate ricette di sinistra (in pratica la redistribuzione di risorse dal Nord al Sud, perpetuando così l'invasione economica e culturale dell'Occidente in Africa, Asia e America Latina). Per noi è in sè e per sè un delitto contro l'umanità l'omologazione di ogni angolo della Terra al nostro modello di produzione e consumo, ai nostri stili di vita e al nostro immaginario sociale. Punto e a capo. Ed è da questo misconoscimento di fondo che deriva il fallimento conclamato della galassia no-global, che usurpa tale etichetta spacciandosi per ciò che non è. Noi non ci uniamo alla solita marcetta claudicante di finti avversari del mostro globale. La maggior parte dei quali, intendiamoci, quando scandisce le parole d'ordine contro la congrega dei privilegiati è in perfetta buona fede. Ma sbaglia clamorosamente bersaglio. E lo sbaglia perchè è priva di un'analisi aggiornata e perspicace, aderente ad una realtà che non si lascia spiegare nei termini del classico terzomondismo. In parole semplici, non è ai presidenti e primi ministri delle otto grandi potenze mondiali che si deve chiedere il conto della fame che attanaglia intere popolazioni, della miserie delle bidonvilles africane, delle discariche di rifiuti occidentali disseminate nei paesi del Sud del globo. I responsabili siamo noi, consumatori di questo modo di vivere da infelici maiali, che quando produciamo all'impazzata per tenere in piedi il baraccone industriale e quando diamo credito (la famosa "fiducia") al sistema finanziario, ci macchiamo, noi per primi, della colpa di distruggere mezzo mondo. E coloro che vorrebbero che il nostro presunto benessere materiale fosse esteso al mondo tutto, intero, senza eccezioni, cioè i diversamente global (chiamiamoli così, è più esatto), non fanno altro che sorreggere dall'altra parte la macchina livellatrice dello sviluppo. E spiace sentire che anche Ratzinger, questo papa per altri versi apprezzabile, si accodi alla schiera "riformista" sostenendo che bisogna "convertire il modello di sviluppo globale, rendendolo capace di promuovere uno sviluppo umano integrale". L'alternativa reale c'è. E' il localismo, puro e schietto. E' riportare la misura dell'esistenza dei popoli al più piccolo grado di prossimità con le comunità che si auto-riconoscono come tali. Una misura variabile, libera, che si differenzia di volta in volta a seconda della consapevolezza di ciascun gruppo di uomini di vedersi accomunati da un destino collettivo. Perciò declinabile in forme differenti: tribali dove ancora esiste il senso di tribù, o nazionali, o bioregionali, o politico-civiche. Il come andrebbe lasciato alla storia e alla decisione di ogni specifico contesto, senza preclusioni ideologiche, nostalgismi premoderni o aspirazioni che non tengano in debito conto gli ultimi cento o duecento anni di cambiamenti, per quanto devastanti essi siano stati. Per l'Italia, il pensiero di chi scrive va alla scrostazione della posticcia maschera di "Stato nazionale" uscita dal Risorgimento e alla riemersione delle feconde peculiarità comunali, o regionali, o isolane, o addirittura valligiane, caso per caso, in base a tradizioni, dialetti, senso di appartenenza ma anche, elemento decisivo, la presenza di un interesse territoriale comune qui e ora, in questo frangente storico. Il tutto modulabile secondo la necessità di far fronte all'oggi, su su fino ad una Grande Europa che faccia da cappello protettivo. Detto con un esempio: il mio Veneto, terra di antichi costumi municipali ben amministrati dalla liberalità del Leone di Venezia, una piccola patria all'interno di un'Italia confederata, neo-rinascimentale (senza più l'eterna conflittualità del Quattro-Cinquecento, si capisce), a sua volta inserita in un'Unione Europea dei popoli, indipendente dall'alleanza-capestro con gli Stati Uniti e svincolata dalla dittatura dell'euro. Un sogno, è chiaro. Ma la vita non è vita, senza sogni.
Alessio Mannino
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L’invenzione dell’Islam “moderato” |
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6 luglio 2009

Anche Obama, nel tanto celebrato discorso al Cairo di qualche settimana fa, ne aveva riparlato: dialogo sì, ma solo con l’Islam “moderato”. Stesso discorso ancora più recentemente per le elezioni in Iran. E’ il ritornello che da anni, da quando l’Occidente si è trovato di fronte ad una realtà che, con suo sommo stupore, si è dimostrata refrattaria ai suoi valori e al suo modello di sviluppo, sentiamo ripeterci. Ma cosa sarebbe mai questo Islam “moderato”? Chi sarebbero mai questi musulmani “moderati”, i soli verso i quali sarebbero possibili il dialogo, l’integrazione, l’accoglienza? A dare un’occhiata alla storia dell’Islam, si trovano, come è normale riguardo alle religioni che possono vantare una storia più che millenaria, correnti, scuole e tradizioni le più varie e disparate (sunniti, sciiti, ismailiti, wahhabiti e via di questo passo), ma di questi “moderati” pare proprio non ci sia traccia. Ma allora da dove sbucano fuori? Alla fine, da null’altro che dall’arrogante pretesa di noi occidentali a che tutti si adeguino, con le buone o le cattive, ai nostri valori ed alla nostra visione del mondo, pena l’impossibilità del dialogo e la conseguente messa al bando, con buona pace di quella tolleranza di cui pure la nostra civiltà tanto si fa vanto. Il musulmano “moderato” sarebbe quindi quel musulmano che, in ultima analisi, si “modera” nel rigoroso rispetto dei precetti della sua fede per abbracciare i valori e i modi di vita occidentali; insomma, il musulmano che rinuncia alla sua più profonda identità per far propria la nostra. Ecco l’islamico “moderato”. Ma si poteva inventare un’espressione più ipocrita e farisaica di questa? Uno o è musulmano, o non lo è: che significa, infatti, esserlo ma… con “moderazione”? E perché mai un simile appellativo non si è soliti usarlo anche per i cristiani? O per i buddisti? Abbiamo mai sentito parlare di cristiani “moderati”, di buddisti “moderati”? No. E sicuramente un cristiano o un buddista autentici si sentirebbero a ragione presi in giro ad essere appellati in questo modo. Perché mai uno dovrebbe “moderarsi” in ciò che costituisce la sua ragion d’essere fondamentale? La verità è che, come accennato, i musulmani sono i più restii ad accettare supinamente il processo di occidentalizzazione in atto a livello planetario, e allora per loro non si è trovato di meglio che coniare questa ridicola espressione. Ma a questo punto anche nei paesi islamici potrebbero usare lo stesso epiteto per qualificare quei cristiani che, temendo di incorrere negli strali dei musulmani, venissero meno al rispetto dei precetti dello loro fede e facessero propri i costumi islamici in uso in quei paesi; tali cristiani dovrebbero essere chiamati dai musulmani “cristiani moderati”; mentre per noi evidentemente, avendo essi abbracciato costumi espressione ai nostri occhi di tutto fuorché di “moderatismo”, altro non sarebbero che dei novelli estremisti, nonché rinnegati e apostati! E allora perché mai i musulmani che sono da noi non dovrebbero anche loro sentirsi tali e ritenersi offesi da simili appellativi? Del resto l’espressione “islam moderato” fa il passo con quella di “islam italiano”, anch’essa in voga da un po’ di tempo a questa parte nel nostro paese, messa in circolazione innanzi tutto dai nostri politici, che hanno più volte manifestato l’intenzione di favorire la nascita, appunto, di un “islam italiano”. Anche qui, il ricorso alla storia e, in questo caso, alla geografia, non ci aiuta: conosciamo islamici che sono venuti a vivere in Italia; così come italiani convertitisi all’Islam: ma allora cosa sarà mai questo “islam italiano”? Ormai lo abbiamo capito: si tratta sempre, per gli islamici che sono nel nostro paese, di abbandonare barbe lunghe, velo e kebab e far propri i nostri costumi; insomma, diventare bravi italiani e radersi, mettere su jeans a vita bassa con mutande rigorosamente in bella vista e mangiare gustosi hamburger da McDonald’s. Ci manca solo che gli imponiamo di andare a messa la domenica anziché in moschea il venerdì così sì che diventeranno italiani tutti d’un pezzo, senza nemmeno più quell’ “islamici” che proprio non riusciamo a mandar giù! Ma ce le immaginiamo le reazioni qui da noi se, supponiamo, le autorità iraniane, pakistane, o magari saudite, se ne uscissero con la volontà di dar vita, nei loro rispettivi paesi, ad un “cristianesimo iraniano”, un “cristianesimo pakistano”, o un “cristianesimo saudita”? Il Papa interverrebbe prontamente – e a ragione – a scomunicare gli eventuali adepti di tali nuovi culti, dato che nell’attuale panorama della dottrina cattolica essi non risultano affatto! L’ipocrisia e la dabbenaggine dell’Occidente raggiungono poi il culmine in rapporto alla politica estera: qui abbiamo i paesi islamici “moderati” (o arabi “moderati”, se il campo è ristretto ai soli paesi di lingua araba) e quelli che… non lo sono e non si sa bene come definire (stati “fondamentalisti”? “Estremisti”? “Canaglia”?). Ad esempio l’Egitto sarebbe uno stato arabo “moderato”; la Siria no. L’Arabia Saudita, dove le donne manco possono guidare la macchina, è un paese islamico “moderato”, l’Iran, dove le donne vanno all’università e siedono in Parlamento, no. Anche qui, che mai vorrà dire “paese moderato”? Semplice: siccome in politica estera valgono solo le relazioni esterne e di ciò che accade all’interno di un determinato paese non ce ne importa nulla, l’Egitto e l’Arabia che ci rispettano e riveriscono sarebbero “moderati”, quelli che si permettono di fare di testa loro e vogliono andare avanti per la loro strada, no. I primi possono far marcire gli oppositori nelle carceri e relegare le donne in casa (che “moderatismo”…), negli altri bisogna esportare la democrazia perché finalmente si “moderino” un po’. Con lo stesso metro si giudicano le competizioni elettorali che si svolgono in tali paesi: nelle appena trascorse elezioni presidenziali iraniane, Moussavi, perché voleva un avvicinamento all’Occidente, era il candidato “moderato”, Ahmadinejad che voleva proseguire nella sua politica indipendente, il candidato “estremista”. Cosa volessero in merito a tante altre faccende non contava nulla in rapporto allo standard occidentale di “moderazione”. Ma che accadrebbe se, ipotizziamo, il governo tedesco e quello austriaco si mettessero a fare l’uno una politica amica nei nostri confronti, l’altro una politica ostile, e il governo italiano se ne uscisse appellando la Germania quale “paese tedesco moderato” e l’Austria “paese tedesco fondamentalista”? Non saremmo coperti di ridicolo? Quando mai nelle relazioni internazionali si è usato un simile vocabolario? Alla fine, a noi pare evidente che se oggi c’è qualcuno che si deve “moderare”, contenere, darsi insomma una regolata, questi è proprio l’Occidente, nella sua smania di voler imporre il suo modello di civiltà all’intero globo fagocitando e omologando tutto ciò che gli si presenta come diverso e osa opporgli resistenza. Ci vuole proprio una bella faccia tosta – la nostra – a pretendere dagli altri “moderazione” quando non ne siamo capaci noi; a cercare negli altri i “moderati” che noi occidentali non siamo mai stati.
Stefano Di Ludovico
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3 luglio 2009

Negli ultimi tempi le teorie che ruotano intorno al concetto di Decrescita sembrano aver cominciato a conoscere un significativo, seppur ancor marginale, successo. Il termine inizia a trovare spazio e dignità in alcuni dibattiti pubblici, fa capolino tra le righe dei discorsi di qualche politico o conduttore televisivo, i testi che lo propagandano vantano discreti risultati in termini di vendita. Sono infine nate, anche in Italia, alcune associazioni e persino un partito (quello non manca mai…) che si proclamano portabandiera della Decrescita. Noi di Movimento Zero guardiamo con interesse e simpatia a tale fenomeno e annoveriamo autori come Latouche – oltre a De Benoist che di Decrescita si occupa e scrive da anni – tra i nostri punti di riferimento ideale. Tuttavia, ritengo sia opportuno sgomberare il campo da alcuni equivoci onde evitare di essere confusi tra gli aderenti ad un progetto che mi sembra stia cominciando ad imboccare, perlomeno in alcuni dei suoi promotori, una strada dai contorni poco chiari e comunque a noi estranea. “Se volevo andare a Torino e invece ho preso il treno per Roma, non mi basta rallentare il convoglio per arrivare a destinazione: devo scendere e cambiare treno”. Con questa efficace metafora, Serge Latouche esprime bene la sua distanza tra i fautori del c.d. sviluppo sostenibile (da lui definito giustamente un ossimoro) e coloro che individuano invece nel concetto stesso di sviluppo un principio antitetico con il quale non è possibile scendere a compromessi. Non basta quindi, ci sembra voler dire l’autore francese, qualche aggiustatina al Sistema per raggiungere l’obiettivo Decrescita, occorre un radicale rovesciamento di valori e principi. Su questo siamo perfettamente d’accordo, ma vorrei ben capire, al di là della metafora, quale sia la stazione dove si intende arrivare. Per fare ciò, però, occorre in primo luogo avere chiaro quale sia il Sistema che si vuole abbattere, perché soltanto individuando i presupposti sui quali si fonda una battaglia è possibile comprendere cosa si vuole costruire dopo aver distrutto. Il Nemico è forse il capitalismo, come pare di intuire anche guardando la velocità con la quale certa sinistra ansiosa di riciclaggio si è avvicinata alle teorie della Decrescita? Bene, non saremo certo noi a difendere un sistema economico e produttivo che disprezziamo e del quale sicuramente ci auguriamo la fine. Però riteniamo che il nocciolo del problema stia più a monte e risieda nell’industrialismo e ancor prima in quella prospettiva economicista del mondo e della Storia che ha relegato l’uomo a tubo digerente del Sistema. Su questo, almeno a leggere i suoi libri, pure Latouche ci pare d’accordo, anche se così non direi per molti dei suoi seguaci, più ansiosi di sostituire l’idrogeno al petrolio che di eliminare le automobili, tanto per intenderci. Ma, se andiamo ancora più in là, credo che anche l’impianto ideologico di fondo disegnato da molti dei maitre a penser della Decrescita o che gli stessi comunque mantengono come impostazione di fondo, non sia conforme alla nostra visione della realtà. Combattere l’economicismo, infatti, per noi è la conseguenza logica di un processo che ha radici ancora più antiche e parte da una critica radicale, o quantomeno da una necessità di ampia revisione, dei valori illuministici e tecno-scientisti sui quali la Modernità si fonda. A noi non basta che l’uomo “decresca”, che torni frugale, parsimonioso, rispettoso della natura; noi vogliamo un Uomo autentico, pieno e vero, che possa recuperare in tutti gli spettri della sua esistenza i principi e le dimensioni che la Modernità ha cancellato: fiero, consapevole del proprio ruolo all’interno della società e del cosmo, rispettoso di un’Autorità che riconosce e dalla quale è a sua volta riconosciuto, parte integrante di una Comunità armonica ed equilibrata, rispettoso del Sacro e libero dalle schiavitù del denaro, del lavoro, della materia. Quest’Uomo, inevitabilmente, darà vita ad un mondo nel quale, rispetto a quello attuale, la decrescita economica sarà un dato di fatto, ma non rappresenterà la scelta primaria, l’obiettivo da raggiungere per poter mantenere inalterato tutto il resto; al contrario sarà la logica e naturale conseguenza di un processo dalle radici più profonde. Ecco, la mia paura è che la Decrescita diventi invece il centro e il fine della battaglia: l’ultimo, disperato, tentativo di salvare un mondo che è invece da rottamare.
Andrea Marcon
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