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La morte dell'onore PDF Stampa E-mail

18 Settembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 15-9-2019 (N.d.d.)

 

Considerazioni inattuali. Nel calderone dei fulminei mutamenti di massa dell’epoca nostra, che rendono irriconoscibile la società, tramontano idee, modi di vivere, valori. Una delle vittime della modernità trionfante è l’onore. “La mia anima a Dio, la mia vita al re, il mio cuore alla dama, e l’onore per me”, fu per secoli il motto della Cavalleria. Oggi l’anima è ignorata persino dalla chiesa, non ci sono più dame, ma partner occasionali con cui sfogare gli impulsi senza progetto comune e continuità di rapporto; nessuna appartenenza, bandiera o fedeltà personale giustifica il rischio della vita, e, quanto all’onore, poche sono le parole più inconsuete e fuori moda. È difficile anche attribuire un significato a quel bene immateriale, quel concetto impalpabile che si definiva onore. Restano brandelli fuori tema, come le onoranze funebri, o, nello sport, la richiesta esigente dei tifosi, ultimi, estemporanei custodi di scampoli di onore: “onorare la maglia”. L’onore parla di appartenenza e di fedeltà in un mondo che ha abbandonato tutto ciò che è, permanente, duraturo.  È -era – un valore solido in un mondo liquido che tende alla dissolvenza gassosa.  Non ci soddisfa del tutto la definizione dell’enciclopedia Treccani, secondo la quale, “l’onore è la dignità personale che si riflette nella considerazione altrui, con un significato che coincide con quello di reputazione e, in senso più positivo, il valore morale, il merito di una persona, non considerato in sé ma in quanto conferisce alla persona stessa il diritto alla stima e al rispetto altrui.“ L’onore è di più: è un sentimento personale e insieme comunitario, è il rispetto e l’orgoglio di sé coincidente con i più elevati principi della comunità di appartenenza, evoca la vocazione verticale di chi guarda in alto ed attribuisce preminenza alla dimensione morale, tanto da imporre, in determinate situazioni, l’obbligo del sacrificio. È impopolare in quanto assegna il primato alla dimensione dei doveri anziché a quella dei diritti, tanto più facile e comoda, inaugurata dalla rivoluzione francese borghese, mercantile ed irreligiosa. Il primo segno esteriore di onore era rispettare la parola data, “onorare “i propri impegni. In ogni comunità tradizionale, una stretta di mano valeva più di un contratto scritto e chi si sottraeva agli obblighi presi veniva, di fatto, espulso. Di lui non ci si poteva fidare, si era disonorato.

 

Per Francisco Quevedo, “colui che perde la reputazione per gli affari, perde affari e reputazione.” Oggi chi contravviene alle promesse, è spesso considerato un “dritto”, uno che ha saputo tutelare il proprio interesse. Al contrario, l’uomo e la donna d’onore ispiravano fiducia, di loro si sapeva esattamente come si sarebbero comportati in ogni circostanza. La fiducia reciproca è in ribasso, i meno giovani la associano alla vecchia réclame di una marca di formaggi che “vuol dire fiducia”. Secondo un grande romanziere francese, Alfred De Vigny, l’onore è il pudore virile, ovvero il principio che trattiene anche gli uomini più potenti o orgogliosi dal compiere gesti, praticare condotte non conformi a retta morale. Si tratta, innanzitutto, di un valore comunitario: l’onore non è individualista, io mi sento uomo d’onore in quanto quella virtù sottile ma insieme profonda è riconosciuta dalla comunità cui appartengo, dalle persone che stimo per il giudizio sul mio passato, la fedeltà che ho dimostrato, la dirittura che ho professato. Pochi autori contemporanei hanno trattato il tema dell’onore: pure questo è un sintomo del suo tramonto. Ricordiamo un brano di Marcello Veneziani e alcune pagine del pensatore e sociologo canadese comunitarista Charles Taylor nel Disagio della Modernità. Taylor ritiene, a nostro avviso erroneamente, che la base del principio d’onore fossero le gerarchie sociali del passato. In ciò, coincide con il pensiero dell’illuminista Montesquieu, che scrisse nello Spirito delle Leggi “il principio dell’onore è di domandare delle preferenze e delle distinzioni”. Non è così, se non nel senso decadente di un’aristocrazia esangue ridotta al più ridicolo formalismo. Certo, l’onore è legato alle diseguaglianze. Gli uomini non sono uguali, alcuni si distinguono per una vocazione più elevata, che significa fedeltà ai principi e alle persone, senso del dovere (la nobiltà dell’animo, ben più di quella del sangue, obbliga), rispetto di certe forme di comportamento, la capacità di fare in ogni occasione ciò che va fatto. È nobile e degna d’onore la madre che alleva ed educa i figli, il soldato romano che restò al suo posto, fedele alla consegna, durante il terremoto di Pompei, non meno che l’eroe autore di imprese eccezionali.

 

A fronte di questa nozione di onore, abbiamo la moderna categoria della dignità, impiegata in un’accezione universalistica ed egualitaria, che parla di dignità intrinseca degli esseri umani o di dignità del cittadino. Tale concetto sembra l’unico compatibile con una società democratica, con l’inevitabile marginalizzazione dell’onore.  In esso diventa essenziale l’uguaglianza delle forme di riconoscimento, che ha assunto nel tempo aspetti diversi e si manifesta ora nelle prepotenti richieste di riconoscimento di status per i generi, le culture e le scelte di un numero potenzialmente infinito di minoranze “uguali”. La differenza rispetto all’onore è grande: il riconoscimento di dignità è un giusto punto di partenza comune, da sempre è un cardine del cristianesimo, ma resta un principio orizzontale, che non richiede altro se non l’appartenenza alla specie umana. L’onore è un traguardo, una sfida continua, il punto d’arrivo di un percorso di distinzione e affinamento della personalità. È orgoglio personale, sguardo rivolto verso l’alto, ansia di miglioramento, appartenenza, fedeltà, riferimento a modelli ideali, esercizio di volontà. In un tempo individualista, l’onore perde significato, diventando incomprensibile, un fardello inutile dal quale liberarsi con sollievo. La sostituzione è avvenuta attraverso il concetto di immagine. Oggi, se qualcuno esprime un giudizio negativo su di me, lede la mia immagine, ovvero l’idea di me che io desidero trasmettere agli altri. L’immagine è superficiale, attiene all’esterno, a ciò che io stesso voglio far trapelare, più ancora a ciò che intendo celare, è una fotografia ritoccata al photoshop della mia persona, non della mia personalità o della mia verità. Eppure, oggi teniamo all’immagine almeno quanto le generazioni precedenti tenevano all’onore. Poiché la tendenza del tempo è all’esteriorità, alla finzione, l’immagine, che conserva ancora un minimo di sembianza etica, scade rapidamente nel “look”, ovvero nell’apparenza esteriore costruita attraverso l’abbigliamento, l’acconciatura, il linguaggio del corpo, adesso anche i tatuaggi. La corsa verso il basso procede inarrestabile, con il pretesto dell’autorealizzazione, della libertà di scelta, della moda. È la sottocultura del narcisismo, enfatizzazione massima dell’apparenza, trasferita nella sfera soggettiva: l’obiettivo del narcisista è modesto, piacere a se stesso, gli altri sono esclusi. Nessuna relazione con la serena compostezza dell’onore, che è un sentimento aristocratico nella misura in cui tende ad elevare chi lo persegue. Nulla di più estraneo, ahimè, alla ragione strumentale prevalente, unico orizzonte ammesso, gelida, estranea alla morale ed all’etica, tutt’ al più interessata, per convenienza, ad osservare fredde norme deontologiche, ovvero i comportamenti prescritti nella pratica professionale. Etichetta senza un vero galateo.

 

L’onore, infine, appartiene al regno dei fini, a differenza dell’immagine e del “look”, mezzi per rafforzare la parvenza di sé, piatti, privi di profondità. Onore, come onere, deriva dalla radice latina onus, peso, gravame, a dimostrane la natura essenzialmente morale, legata al dovere da assolvere, alla virtù da perseguire, agli obblighi liberamente assunti. Il suo contrario, il disonore, è il tradimento degli scopi, dei principi, delle persone, dell’etica comunitaria. L’onore, insomma, a differenza dei suoi surrogati postmoderni, si ottiene, si mantiene e si perde di fronte a tutti. È personale, ma anche pubblico. Per questo tramonta in una civilizzazione tanto individualista, in cui non si riconosce più alcun legame. La tanto amata libertà contemporanea vanta la liberazione, l’emancipazione da ogni vincolo. Nessuna fedeltà, nessun dovere, nessun principio condiviso: solo l’Io padrone di se stesso, mutevole, sciolto da appartenenze e da principi di lungo periodo. L’immagine e il look, come il narcisismo, sono liquidi, tipici di società atomizzate, l’onore è solido. A lungo termine, nessun uomo, nessuna civiltà, può sopravvivere privata di un proprio senso dell’onore. Senza, ha ragione Hobbes: homo homini lupus, l’uomo torna una belva nemica di tutti, in balia dell’istinto, prigioniera della legge del più forte, preda o predatrice. Ritornerà, prima o poi, questo antico sentimento che eleva, limita, obbliga e produce rispetto, considerazione, identità. L’onore è insieme dovere e diritto: troppo per questa modernità invecchiata e ansimante, egoista e senz’anima. […]

 

Roberto Pecchioli

 

 
I fruitori del Quantitative Easing PDF Stampa E-mail

16 Settembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 13-9-2019 (N.d.d.)

 

Il rilancio del Quantitative Easing è stato visto con entusiasmo o almeno con sollievo nella gran parte dei dibattiti pubblici e mediatici. Per un mondo abituato a giudicare il proprio stato di salute dalle reazioni dei "mercati" si tratta di una reazione ampiamente prevedibile. (Personalmente ho ancora il ricordo di un'epoca in cui non esisteva il resoconto minuto per minuto, h24, della salute delle "borse" come dato intorno a cui far gravitare il resto dell'esistenza. Si tratta di una tendenza iniziata negli anni '80, che inizialmente mi stupiva ed irritava: <Ma perché mai dovremmo sentirci euforici se le borse sono in "rally", o sentici depressi quando il "mood" degli "stakeholders" è "down">. Alla fine, decennio dopo decennio, capisci che se continui a cercare di capire qualcosa che non è nato per essere capito, ma solo subito, a finire depresso sarai tu; e smetti di porti domande che incidono sul tuo stato di salute.) Ora è noto che per il debito pubblico italiano una ripresa del QE sia di beneficio, in quanto riduce i tassi di interesse. Di norma, peraltro, si glissa sul significato generale di questo dato acclarato, ovvero che ogni qual volta siamo seriamente minacciati dallo 'spread' questo dipende sempre, in maniera decisiva, dal fatto che la BCE NON fa qualcosa che POTREBBE fare, e che sceglie di non fare.

 

C'è però un secondo elemento raramente discusso, ovvero il fatto che un allentamento della politica monetaria prodotto, nella cornice legale vigente, da parte della BCE è un processo socialmente monco, che ha un effetto di ampliamento della forbice sociale. Infatti, se la BCE fosse l'organo di una politica economica interessata al benessere dei cittadini, allora la disponibilità di 'denaro facile' attraverso il QE verrebbe veicolato dagli stati in politiche espansive di investimento pubblico, di assunzioni, di incremento di salari, pensioni, servizi pubblici, ecc. Questo processo produrrebbe un miglioramento delle condizioni sociali generali, un rafforzamento degli stati, e un moderato aumento dell'inflazione, tutti elementi che, incidentalmente, si ripercuoterebbero in maniera benefica ANCHE sui debiti pubblici, grazie all'incremento del prelievo fiscale e all'abbattimento del debito reale grazie all'inflazione. Curiosamente, ciò non si verifica e anzi, chi l'avrebbe mai detto, la struttura dei trattati UE è pensata in modo tale da impedire che si verifichi. Infatti, la maggiore disponibilità di denaro a buon prezzo non può, per quanto scritto nei trattati, essere messo direttamente a disposizione degli stati, ma viene conferito al sistema bancario privato. Quest'ultimo lo passa avanti al resto della società SOLO nella misura in cui i richiedenti prestito possano dare garanzie di resa, dunque essenzialmente sotto due condizioni: 1) i richiedenti devono possedere già asset rilevanti; 2) deve esserci all'orizzonte una domanda tale da giustificare una crescita del relativo investimento produttivo (investo per produrre di più e meglio, in quanto c'è un mercato di acquirenti potenziali).

 

Purtroppo di queste due condizioni, la seconda, quella tipicamente rivolta all'economia reale e non alla rendita, dipende dalla disponibilità di denaro già presente nelle tasche dei potenziali acquirenti, dunque dei cittadini. Ergo, se qualcuno non glielo mette in tasca attraverso una delle vie menzionate sopra (assunzioni, incrementi salariali, ecc.), la domanda semplicemente stagna, e con essa gli investimenti produttivi e le erogazioni bancarie ad esso destinate. Resta solo il primo fattore: il denaro a buon prezzo può venire erogato dal sistema bancario a chi possiede già degli asset che facciano da garanzia. Questo significa che a fare la parte del leone in questo contesto sono soltanto minuscole sezioni privilegiate della società, che possono ad esempio svolgere investimenti immobiliari di lungo periodo.

 

Morale della favola: il sistema QE sotto le condizioni attuali dei trattati favorisce essenzialmente soltanto coloro i quali dispongono già di solidi patrimoni e non hanno l'urgenza di rendite immediate. Questo gruppo sociale ristretto può consolidare la propria posizione e incrementare il proprio distacco economico dal resto della società. Il resto del sistema invece rimane stagnante (ed è questa la ragione per cui non cresce l'inflazione). Al momento la BCE ha in pancia 3000 miliardi di euro (sic!) di titoli acquistati con il precedente QE. Mi chiedo se qualcuno si chieda come sarebbe oggi trasformata la vita di tutti gli europei se quella cifra, o anche solo una sua significativa frazione, fosse entrata in circolazione in forma di spesa pubblica, investimenti, salari, pensioni, servizi, ecc. (E per inciso, spero che nessuno creda che le ovvietà che ho scritto sopra siano ignote a chi tira le fila della politica europea: chi agisce così lo fa con piena consapevolezza di ciò che sta facendo).

 

Andrea Zhok

 

 
Una discriminazione pericolosa PDF Stampa E-mail

14 Settembre 2019

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Da Rassegna di Arianna del 12-9-2019 (N.d.d.)

 

Martedì Facebook Inc. ha deciso di cancellare dalle proprie piattaforme (l’omonima e Instagram) tutte le pagine e i profili personali riconducibili a due movimenti politici, CasaPound e Forza Nuova, accusati di «odio organizzato». Il problema, evidente, è legato alla contraddizione tra uno Stato, quello italiano, che riconosce quali legittimi tali movimenti politici (nessun tribunale li ha mai sciolti, partecipano regolarmente alle elezioni e, malgrado gli scarsi risultati, hanno alcuni rappresentanti eletti in organismi locali), e una corporation privata che li bandisce dalle proprie piattaforme. Un’azienda californiana ha sostituito sé stessa e i suoi regolamenti ai tribunali e alle leggi del popolo italiano.

 

L’obiezione che muovono gli apologeti della Facebook Inc. è che, trattandosi di azienda privata che ha un proprio regolamento di utilizzo delle piattaforme sottoscritto dagli utenti, possa fare ciò che vuole. Il che stona, tuttavia, con la differente realtà della nostra società, in cui la legge non permette affatto a chicchessia, solo perché privato, di discriminare liberamente tra gli utenti. Il titolare di un esercizio aperto al pubblico, come un bar o un negozio, non è certo libero di buttar fuori un cliente in base alla sua fede politica o al colore della pelle. I giornali sottostanno alle regole di un ordine professionale, oltre che a varie leggi ad hoc, mentre i telegiornali sono vigilati da un’autorità di garanzia. In Italia l’iniziativa privata è regolata eccome, nella sua interazione col pubblico, né si può pensare che un semplice contratto di servizio possa sanare ogni contraddizione: nessun ristorante potrebbe cacciare i clienti con tic facciali solo avendo fatto loro firmare un impegno a non strizzare gli occhi dentro il locale. Non si capisce perché, quando si parla di giganti del digitale, l’Italia diventerebbe un Paese ultra-liberista, quasi da stato di natura, in cui ognuno fa quel che vuole calpestando i diritti altrui.

 

La questione diviene ancora più delicata considerando che Facebook Inc. non è la proprietaria di una piccola gelateria tra milioni di altri esercizi analoghi, bensì di due social network che, in regime di quasi monopolio de facto, servono gran parte della popolazione italiana e controllano un settore delicatissimo qual è l’accesso alle informazioni e il loro scambio in rete. Se si è cacciati da Facebook non si hanno reali concorrenti cui rivolgersi per avere una voce nel web. Eppure Internet ha ormai superato e distanziato radio e giornali come fonte d’informazione quotidiana degli italiani, e non veleggia più così lontano neppure dalla televisione. All’incirca un italiano su tre utilizza Facebook come fonte d’informazione. Per molti di loro il social network è diventato il portale d’ingresso alla rete, da cui poi accedono al resto dei contenuti presenti in Internet. Qualcosa di troppo delicato e cruciale per la democrazia da lasciarlo al pieno arbitrio dei privati, senza nemmeno provare a regolamentarlo.

 

Non di meno, molti a sinistra continueranno a sostenere Facebook Inc. nella sua crociata ideologica, che non solo in Italia ma anche in altri Paesi ha portato all’espulsione d’utenti perché di destra, e non sempre radicale. Non solo il formalismo, ma anche la sostanza imporrebbe di lasciar perdere le predilezioni politiche dei singoli quando si valuta operati simili. Facebook Inc. è un’azienda il cui scopo sociale è guadagnare più dividendi possibili agli azionisti. Confidare nella sua azione etica è da stolti. Oggi può servire una causa ideologica e domani convertirsi ad una specularmente opposta, se i soldi, il management o l’azionariato la porteranno lì. Quando si permette ai bulli di imperversare, si può prevedere chi sarà la loro prossima vittima, ma mai indovinare quale sarà l’ultima. E le amare sorprese potrebbero essere dietro l’angolo anche per chi oggi ridacchia soddisfatto.

 

Daniele Scalea

 

 
Liberalismo devastante PDF Stampa E-mail

13 Settembre 2019

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Da Appelloalpopolo del 10-9-2019 (N.d.d.)

 

[…] Il liberalismo, come la maggior parte delle ideologie, ha un lato positivo. Il suo rispetto per l’individuo e le sue libertà, il suo interesse nel coltivare la creatività umana e la sua promozione dei valori universali e dei diritti umani, rispetto all’attaccamento tribale, hanno avuto alcune conseguenze positive. Ma l’ideologia liberale è stata molto efficace nel nascondere il suo lato oscuro – o più precisamente, nel persuaderci che questo lato oscuro è la conseguenza dell’abbandono del liberalismo piuttosto che inerente al progetto politico liberale stesso. La perdita dei tradizionali legami sociali – tribali, settari, geografici – ha lasciato le persone oggi più sole, più isolate di quanto fosse vero per qualsiasi precedente società umana. Possiamo fare bei discorsi sui valori universali, ma nelle nostre comunità atomizzate, ci sentiamo alla deriva, abbandonati e arrabbiati.

 

La preoccupazione professata dal liberale per il benessere degli altri e i loro diritti ha, in realtà, fornito una copertura cinica per una serie di furti di risorse sempre più trasparenti. La sfilata delle credenziali umanitarie del liberalismo ha permesso alle nostre élite di lasciare una scia di massacri e macerie nel loro passaggio in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e presto, a quanto pare, in Venezuela. Abbiamo ucciso con la nostra gentilezza e poi rubato l’eredità delle nostre vittime. La creatività individuale potrebbe aver favorito l’arte, seppur feticizzata e anche i rapidi sviluppi meccanici e tecnologici. Ma ha anche incoraggiato la concorrenza sfrenata in ogni ambito della vita, sia essa utile all’umanità o meno, e indipendentemente dal consumo di risorse. […]

 

Nel frattempo, la priorità assoluta dell’individuo ha sancito un auto-assorbimento (Nt. self-absorption, egoismo/narcisismo) patologico, un egoismo che ha fornito terreno fertile non solo per il capitalismo, il materialismo e il consumismo, ma per fondere tutti loro in un neoliberalismo turbolento. Ciò ha permesso a una piccola élite di accumulare e accumulare (Nt. Squirrel away, letteralmente: accumulare come uno scoiattolo) la maggior parte della ricchezza del pianeta fuori dalla portata del resto dell’umanità. Peggio ancora, la nostra creatività sfrenata, il nostro amore per noi stessi e la nostra competitività ci hanno reso ciechi a tutte le cose più grandi e più piccole di noi stessi. Ci manca una connessione emotiva e spirituale con il nostro pianeta, con gli altri animali, con le generazioni future, con l’armonia caotica del nostro universo. Quello che non possiamo capire o controllare, lo ignoriamo o deridiamo. E così l’impulso liberale ci ha portato sull’orlo di estinguere la nostra specie e forse tutta la vita sul nostro pianeta. La nostra spinta a spogliare le risorse, accumulare risorse per guadagno personale, saccheggiare le ricchezze della natura senza rispettare le conseguenze è così travolgente, così compulsiva che il pianeta dovrà trovare un modo per riequilibrarsi. E se continuiamo, quel nuovo equilibrio – quello che noi chiamiamo “cambiamenti climatici” – richiederà la nostra rimozione dal pianeta.

 

Nadir di una pericolosa arroganza (Nt. Nadir: il punto oscuro dell’intersezione della perpendicolare dell’orizzonte con la volta celeste, l’emisfero celeste invisibile). Si può plausibilmente sostenere che gli umani sono stati su questa strada suicida per qualche tempo. La concorrenza, la creatività, l’egoismo precedono il liberalismo, dopotutto. Ma il liberalismo ha rimosso le ultime restrizioni, ha schiacciato qualsiasi sentimento contrario come irrazionale, incivile, primitivo. Il liberalismo non è la causa della nostra situazione. È il nadir di una pericolosa arroganza in cui noi, come specie, abbiamo indugiato per troppo tempo, dove il bene dell’individuo supera qualsiasi bene collettivo, definito nel senso più ampio possibile. Il liberale riverisce il suo piccolo campo parziale di conoscenza e competenza, eclissando le saggezze antiche e future, quelle radicate nei cicli naturali, le stagioni e una meraviglia per l’ineffabile e inconoscibile. L’attenzione incessante ed esclusiva del liberale è sul “progresso”, la crescita, l’accumulazione. Ciò che è necessario per salvarci è un cambiamento radicale. Non armeggiare, non riformare, ma una visione completamente nuova che rimuova l’individuo e la sua gratificazione personale dal centro della nostra organizzazione sociale. Questo è impossibile da contemplare per le élite che pensano che più liberalismo, non meno, sia la soluzione. Chiunque si allontani dalle loro prescrizioni, chiunque aspiri a essere più di un tecnocrate che corregga difetti minori dello status quo, viene presentato come una minaccia. Nonostante la modestia delle loro proposte, Jeremy Corbyn nel Regno Unito e Bernie Sanders negli Stati Uniti sono stati insultati da una élite mediatica, politica e intellettuale pesantemente concentrata nel perseguire ciecamente il sentiero dell’autodistruzione. […]

 

I social media forniscono una piattaforma potenzialmente vitale per iniziare a criticare il vecchio sistema fallito, per sensibilizzare su ciò che è andato storto, per contemplare e condividere idee radicali e mobilitarsi. Ma i liberali e gli autoritari lo capiscono come una minaccia ai loro stessi privilegi. Sotto un’isteria confidenziale su “notizie false” (Nt. Fake news), stanno rapidamente lavorando per spegnere anche questo piccolo spazio. Abbiamo così poco tempo, ma la vecchia guardia vuole bloccare qualsiasi possibile via per la salvezza – anche se i mari pieni di plastica iniziano a salire, mentre le popolazioni di insetti scompaiono in tutto il mondo e mentre il pianeta si prepara a tossirci via come un grumo di muco infetto. […] Non abbiamo alcun riguardo per i guardiani del vecchio, quelli che hanno tenuto le nostre mani, che hanno illuminato un sentiero che ci ha portato sull’orlo della nostra stessa estinzione. Dobbiamo gettarli via, chiudere le orecchie al loro canto delle sirene. Ci sono piccole voci che lottano per essere ascoltate al di sopra del ruggito delle élite liberali morenti e del barrito dei nuovi autoritari. Hanno bisogno di essere ascoltati, di essere aiutati a condividere e collaborare, di offrirci le loro visioni di un mondo diverso. Uno in cui l’individuo non è più re. Dove impariamo modestia e umiltà – e come amare nel nostro angolo infinitamente piccolo dell’universo.

 

Johnatan Cook (traduzione di Emilio di Somma)

 

 
Parlamento senza sovranisti PDF Stampa E-mail

12 Settembre 2019

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Da Appelloalpopolo del 10-9-2019 (N.d.d.)

 

La fase dell’alternanza o addirittura dell’alternativa tra partiti “populisti” e “sovranisti”, da un lato, e partiti “europeisti”, dall’altro, è durata poco, qualche anno di opposizione giallo-verde e un anno di governo sempre giallo-verde, perché era fondata su falsità. Intanto Renzi e Berlusconi non sono stati meno populisti di Salvini e Grillo, quindi tutte le forze politiche presenti in Parlamento sono populiste. L’incompatibilità fra il PDRenzi o Forza Italia e il M5S o la Lega, in ragione del preteso populismo dei secondi era una assoluta falsità, tanto che la Lega si era alleata con Forza Italia per le politiche e vi si allea stabilmente nelle regionali; il PD quindi poteva allearsi con il M5S. In secondo luogo l’alternativa non era tra europeisti e sovranisti. Sempre la Lega e il M5S si sono dichiarati europeisti. Al più vi era chi voleva cambiare l’Europa dall’interno e chi (il PD), essendo fermamente schierato con la linea che mirava a salvare l’Euro e l’Unione Europea dalla crisi che oggettivamente hanno corso, era più disposto ad assumersi la “responsabilità” dell’austerità. Ma una volta che la crisi è passata, una volta che non esiste più un problema di insostenibilità dell’euro (esiste soltanto un problema di ingiustizia e di mancanza di democrazia e di libertà), perché è stato creato dai vertici dell’Unione Europea (BCE compresa) un regime giuridico, sia pure molto austeritario, che preserva l’esistenza dell’euro e quindi della UE, non vi è ragione di insistere, in via ordinaria o comunque nell’attuale congiuntura, sul regime inflessibile, che ha dei costi persino per la Germania. Tutti e due gli schieramenti, dunque, sono per cambiare l’Europa dall’interno e dunque sono europeisti. Prima si trattava di salvarla e dobbiamo riconoscere che il regime austeritario l’ha salvata, mentre non sappiamo se l’Europa sarebbe stata ancora in piedi senza patto di stabilità, bensì applicando l’originario regime di Maastricht. Ora che è salva, si tratta di consentire, entro certi limiti, degli allentamenti del patto di stabilità. Questa è la politica europeista dei gialli dei verdi degli azzurri dei rosa dei bianchi e dei neri, insomma di tutti e sei i partiti presenti in parlamento.

 

L’alleanza M5S-PD-LEU e quella Lega-FI-FdI danno luogo per l’ennesima volta al partito unico delle due coalizioni: il partito populista, neoliberale ed europeista. Il M5S più degli altri partiti può rivendicare, ma più per le declamazioni che per i concreti provvedimenti, qualche spruzzata sociale. Ma restiamo sul piano della spruzzatina. Il partito unico, tolti i finti contrasti spettacolarizzati in funzione del marketing politico, è tornato e in realtà c’è sempre stato, soltanto che molti non lo vedevano. Non ci sono sovranisti in Parlamento. Sovranisti sono soltanto coloro che vogliono distruggere l’Unione Europea, per recuperare democrazia, libertà, realizzare giustizia e sottrarre l’Italia alla globalizzazione cosmopolita, dando al nostro Stato e al nostro popolo una conformazione originale. La crisi dell’Unione Europea di questo decennio non ha generato partiti sovranisti che siano giunti in Parlamento. Tuttavia esistono settori anche piuttosto vasti dell’opinione pubblica che non volevano che l’Unione Europea fosse salvata e che oggi non vogliono che venga modificata ma disintegrata.

 

La nuova fase sarà costituita da un decennio di governo del partito unico delle due coalizioni. La novità potrà essere soltanto l’organizzarsi del movimento di opinione sovranista, per entrare in Parlamento. Ma perché il fine si realizzi, sono necessarie due condizioni: che i sovranisti prendano atto della realtà e si considerino del tutto estranei da simpatie per il M5S o per la Lega e appoggino, magari con aiuto minimo, le piccole formazioni; che le piccole formazioni sovraniste dimostrino di avere capacità di crescere – per numero di associati, per visibilità, per livello di azione politica, per intelligenza politica – e di resistere a scissioni. Soprattutto, però, serve umiltà: prima di due anni dalla nascita un soggetto collettivo va considerato come inesistente: è un semplice tentativo. Non può pretendere di allearsi con altri, perché non sa se sarà mai in grado di camminare senza gattonare. E soprattutto non può pretendere di essere un hub dei sovranisti, perché, come ha dimostrato Patria e Costituzione, questa presunzione rivela anche poca intelligenza politica e il progetto è destinato a fallire. Hub si diventa, eventualmente, non si nasce. Queste ultime considerazioni relative all’umiltà, vogliono essere un suggerimento per il soggetto al quale si inizierà a dar vita il 14 settembre a Roma

 

Stefano D’Andrea

 

 
Il governo durerÓ e a Salvini penseranno i giudici PDF Stampa E-mail

11 Settembre 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 9-9-2019 (N.d.d.)

 

[…] Come ha scritto Paolo Mieli «da noi, in settantacinque anni, non è mai successo che la sinistra sia andata al potere in seguito a una vittoria elettorale. Con l’unica eccezione del 21 aprile 1996 quando vinse l’Ulivo con Romano Prodi». C’è, poi, un altro riciclo in atto, mi pare, ed è quello delle seconde linee del Pd, che ci fa capire quanto il partito creda in questo governo (se si eccettua Paolo Gentiloni, che, infatti, è stato mandato in Europa come commissario europeo). Matteo Renzi e Nicola Zingaretti sono rimasti fuori e così si tengono le mani libere: chi ha seguito in questi giorni le trattative non può non avere il fondato sospetto che tra i due sia in corso una battaglia per avere la supremazia tra i democratici e che, al momento opportuno, soprattutto il primo, useranno dei risultati dell’esecutivo per regolare i conti. Seconda osservazione: dei 21 ministri, 10 sono del Pd (Luciana Lamorgese agli Interni passa come tecnico, ma è una dem), 1 di Leu (Roberto Speranza, ex Pd), 10 del M5s. Quindi, a differenza del governo gialloverde, dove c’era – visto il risultato delle elezioni del 4 marzo – una predominanza grillina, qui c’è sostanziale parità (nonostante, appunto, allora il M5s avesse preso il 32 per cento e il Pd il 18). Adesso escono i ministri più “scomodi” (Trenta, Toninelli), Di Maio ottiene un dicastero importante, ma non è più vicepremier, e quelli davvero strategici (Economia, Interni, Infrastrutture) vanno ai rossi. Terza osservazione: Giuseppe Conte. Ormai è post-grillino e questo spiega perché Di Maio, fino all’ultimo, abbia cercato di fare il vicepremier. Ha capito che il presidente del Consiglio stava giocando una partita tutta sua, ormai slegata dal Movimento. Alla fine ha vinto Conte e perso Di Maio, che è riuscito solo a piazzare Riccardo Fraccaro alla vicepresidenza, ma non se stesso.

 

Conclusione: ha ragione il politologo Roberto D’Alimonte quando dice che questo governo è stato voluto da Beppe Grillo: è lui che ha deciso di mollare Di Maio e puntare su Conte, «utilissimo al Pd», come dice Salini. Di Grillo si può dire tutto (io penso il peggio), ma non che sia stupido: ha capito che il M5s era arrivato ad un punto morto per l’evidente inadeguatezza della sua classe dirigente e, con un colpo di teatro, s’è messo nelle mani dei democratici. Alla morte, ha preferito l’agonia. Da parte loro, quelli del Pd hanno scelto di prolungare la legislatura per non andare a elezioni con un centrodestra che, con questa legge elettorale, avrebbe fatto cappotto. Ma hanno scelto di andare avanti con la “squadra B”, vedi mai che la cosa finisca male. Secondo me, finirà male per il Paese, ma durerà fino all’elezione del nuovo capo dello Stato. E a Matteo Salvini ci penseranno i giudici.

 

Emanuele Boffi

 

 
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