Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca

Abbiamo 16 visitatori online

 
  SiteGround web hostingCredits
La civiltà intelligente PDF Stampa E-mail


Image

Immaginiamo di trovarci di fronte alla dispensa della cucina della nostra abitazione, e per aprirla di consultare un manuale di istruzioni; oppure di collegarci ad internet e di consultarlo freneticamente; infine ancora di cercare con urgenza un tecnico che per motivi di tempo tardi ad uscire mentre il titolare della suddetta dispensa scalpita per potere mettere qualcosa fra i denti dopo una giornata di lavoro...Teatro dell'assurdo? Racconto surrealista? Macchè!...Si tratta di una delle tante possibili proiezioni della nostra vita nel futuro. Certo abbiamo scelto una chiave surreale e anche un po' provocatoria, ma in fondo per esperienza sappiamo che la realtà può anche essere peggiore.
Si tratta nient'altro della casa del futuro, la tanto annunciata casa "intelligente", la casa che finalmente in un tempo (purtroppo) non molto lontano libererà per sempre l'uomo dall'intollerabile incombenza di aprire la porta della cucina con la maniglia, di alzare la tavola del cesso con le mani o di guardare dentro il frigo infilandoci la testa (anzichè guardando i cibi in un display). Sì perchè la casa "intelligente" tutte queste cose permetterà di farle in modo computerizzato, magari collegandosi ad internet, sicchè se il server risulterà intasato potremo essere costretti a saltare il pranzo, a dormire per terra o ad andare a pisciare in cortile, compiendosi in tutto ciò il ciclo cosmico che dall'era tecnologica ci riporterà ai tempi dei nostri antenati in cui il pranzo non era garantito, si dormiva sui giacigli e per pisciare non ci si faceva troppi problemi. Certo ovviamente il sistema sarà programmato perchè funzioni tutto bene, ma chi non è vittima degli eccessi di ottimismo sa per certo che la tecnologia funziona bene solo quando si degna di non funzionare male, il che purtroppo succede più di quanto si creda.
Le possibilità che offre la casa "intelligente", misura e paradigma dei fasti del progresso umano del terzo millennio, sono infatti veramente infinite: il wc può effettuare automaticamente e quotidianamente l'analisi delle urine e delle feci (come già Massimo Fini illustra ne Il Vizio oscuro dell'Occidente di dieci anni fa, a proposito di una vera invenzione giapponese), il letto potrebbe verificare elettronicamente che il sonno sia senza intoppi e magari in caso contrario può persino suggerire gli esami da fare (compito che in passato veniva svolto con altrettanto successo dal medico di famiglia) e se ci viene voglia di mangiare qualcosa, sarà il frigo stesso a consigliarci cosa mettere fra i denti seguendo i nostri valori sanguigni affinchè il tasso di colesterolo non superi i parametri indicati dalla Commissione europea.
Miracoli del progresso e dell'evoluzione dell'intelligenza umana, dell'analisi infinita fin dentro i meandri del nulla e della ricerca senza meta, che riesce a scovare problemi che non sono mai esistiti e che nessuno ha mai sentito il bisogno di risolvere! Il progresso oramai è diventato per larga parte una deriva per soddisfare gli appetiti famelici dei lupi del capitale nonchè delle nevrosi dei razionalisti e delle fisime degli ottimisti, ma per l'uomo sano non rimane pressochè nulla. Il progresso eccelle nel miracolo di complicare le cose più elementari, di rendere esasperante anche l'operazione più semplice e di privare di senso anche gli aspetti più poetici della vita umana. Sicchè in un futuro remoto, mentre saremo in dolce compagnia, non saremo più soli mentre faremo all'amore con la nostra dolce metà perchè un sistema informatico ci terrà aggiornati sulle posizioni più in voga del momento, valutate secondo rigorosi metodi statistici, calcolerà le nostre pulsazioni affinchè rientrino nei parametri medici -e nel caso ci avviserà se li stiamo superando- nonchè se l'ansia che tutto l'insieme sia razionalmente a norma impedisce di procedere in modo efficiente, il sistema intelligente può suggerire il preservativo più adatto -alla vaniglia piuttosto che alla fragola- a stimolare la situazione.
La concezione di un progresso al servizio dell'uomo -come prospettavano i primi illuministi del seicento o ancora del settecento- si è rivelata una trappola o nel migliore dei casi una bolla di sapone per giustificare una vuota corsa in avanti fine a se stessa, sicchè il terminale uomo diventa solo un'appendice del sistema, come è una stampante, un modem o uno scanner in una postazione computerizzata. Dal che ne derivano obblighi o condizionamenti senza senso se non addirittura idioti. E un giorno potremo aspettarci, mentre ci sbracheremo sul divano pensando agli affari nostri, che il divano stesso ci avvisi in continuazione di sederci in modo ortopedico per il nostro stesso bene, e finchè non l'avremo fatto andrà avanti ad avvisarci, come fanno le auto di oggi finchè non ti sei infilato la cintura di sicurezza -che serve solo per la mia sicurezza, e allora se non me la voglio infilare saranno fatti miei o no? Al che se qualche uomo illuminato un giorno deciderà di staccare la spina definitivamente a tutto quanto, questo colossale apparato di inutilità si sgonfierà e rivelerà il suo vero volto e la sua reale essenza, non diversamente dal Sistema Hal9001 di kubrickiana memoria a cui vengono tolte le schede: perchè tutto quello che saprà dire, con una voce ottusa e in un'intonazione senza senso, non sarà molto diverso da "Giro...giro...ton-do...cas-ca...il...mon-do..."

Massimiliano Viviani

 
Deliranti PDF Stampa E-mail

Image

Chi volesse studiare le tecniche di manipolazione propagandistica dell’informazione anche nei sistemi sedicenti democratici, troverebbe materiale eloquentissimo nei servizi dei telegiornali sull’intervento del presidente iraniano Ahmadinejad al Convegno dell’ONU sul disarmo nucleare.
Da questo punto di vista il TG1 ha rasentato il capolavoro di impudenza.
Titolo della notizia: il presidente iraniano denuncia la presenza di “armi” americane in Italia (si parla genericamente di “armi”, quando la denuncia riguardava bombe nucleari, bombardieri e missili capaci di trasportarle). Successivamente, e come fosse un dettaglio, si ammette che si parla di atomiche ma si avverte subito che le dichiarazioni di Ahmadinejad sono “deliranti” (la prima regola del giornalismo di cui si vantano le cosiddette democrazie non era quella di separare la notizia dal commento?) perché ha osato affermare che gli USA pretendono di continuare a esercitare un ricatto atomico e che Israele vuole il monopolio nucleare nella regione mediorientale. L’informazione si è conclusa con una lunga tirata sulla gravità dell’episodio del SUV carico di un esplosivo dal detonatore difettoso, per sottolineare il pericolo del terrorismo e lasciare intendere che le armi americane sul nostro territorio servono a proteggerci dalle terribili minacce del fanatismo musulmano.
Chi non ha ancora portato il cervello all’ammasso non può che aver apprezzato l’intervento del presidente iraniano. Finalmente ci ha ricordato una realtà che sembra essere stata rimossa da tutti: l’Italia è imbottita di bombe atomiche e in caso di guerra sarebbe in primissima linea, una provincia di fatto dell’Impero americano. Israele dispone di centinaia di ordigni nucleari e vuole essere l’unica potenza del Medio Oriente a possederli. Gli USA vogliono decidere arbitrariamente chi può costrursi la bomba (non sollevarono obiezioni quando Pakistan e India se ne dotarono) e chi non può farlo. Il disarmo nucleare o vale per tutti o si traduce nella pretesa di perpetuare un dominio da parte di un club ristretto di Stati. Un ragionamento irreprensibile, che meriterebbe consensi o un dissenso serio e motivato. Invece lo si liquida immediatamente definendolo “delirante”.
In questa operazione scopertamente propagandistica, sono attivati artifici retorici che devono essere smascherati. Il primo consiste nella reticenza: nei titoli sparati in primo piano, quelli che si impongono all’attenzione dello spettatore-ascoltatore, non si parla di bombe atomiche ma genericamente di “armi americane”.
Il secondo è la demonizzazione dell’avversario: quanto dice il presidente iraniano non è degno di essere preso in considerazione perché si tratta di un individuo notoriamente “delirante”.
Il terzo è lo scarto dal tema: si sposta l’attenzione deviandola verso l’episodio del presunto attentato fallito a New York, per suggerire l’idea che il presidente iraniano e i terroristi sono un unico blocco compatto di acerrimi nemici dell’Occidente, quindi della civiltà, già dotati di armi micidiali e in procinto di disporre anche di bombe nucleari. Conclusione: siamo grati agli USA che ci difendono con le loro atomiche.
Questo è un esempio chiarissimo di disinformazione, di totale e voluto travisamento dei fatti e delle posizioni di cui si pretende di dare notizia. Purtroppo per comprendere questi meccanismi e neutralizzarli occorrono esperienza, conoscenza dei fatti recenti e della storia contemporanea, nonché una certa salutare dose di spirito critico e anticonformismo. Chi possiede queste doti può mettere al riparo il proprio cervello, il bene più prezioso che abbiamo. E gli altri?

Luciano Fuschini

 
L’imperialismo alimentare PDF Stampa E-mail

di Fabio Mazza

Image

L’oscena recente pubblicità propagandistica e paternalistica della coca-cola, lungi dal costituire un'eccezione, si inserisce invece in una strategia di più ampio respiro, giunta ora ad una nuova fase.
Infatti, lo strisciante colonialismo culturale americano, che dal dopoguerra ad oggi ha lentamente -con chirurgica precisione verrebbe da dire- operato una lobotomizzazione delle generazioni post-belliche, è ora giunto nella fase dell’accettazione di tale colonialismo come elemento normale e autoctono della cultura e dell’identità italiana.
Mentre dopo la guerra l’americanismo con tutti i suoi corollari (culto della “democrazia”, individualismo sfrenato, edonismo imperante, consumismo di massa, cibi spazzatura e via dicendo) era visto come una “novità”, in parte come un “esotismo” o una “terra di possibilità”, ormai la fase è quella successiva. Ci si inserisce lentamente nel tessuto economico, culturale, valoriale, ideale, dei gusti, delle passioni e delle tendenze di un popolo, e se ne fa con calma tabula rasa dall’interno, cercando di cancellare ogni residuo di radici, tipicità, localismo, che possano essere d’intralcio al libero mercato, al commercio e all’american way of life.
Siamo cosi arrivati al punto che la Coca-cola non propone più all’utenza italiana un modello vincente a stelle e strisce da emulare, non più l’aitante americano o la famigliola felice WASP americana. Ora la coca-cola è qualcosa di “nostro”, di “tradizionale”, come vagheggia la recente pubblicità ove, con sottofondo di voce di vecchio e saggio commentatore, si narra della commovente storia della madre italiana che, negli anni cinquanta, ebbe la “buona” idea, di portare, un bel dì, sulla tavola che fino ad allora aveva conosciuto vino e birra, o al massimo acqua, la “ricetta della felicità”, cioè la meravigliosa bevanda americana. E da quel momento tutti poterono conquistare la felicità, godendosi la loro rinfrescante bibita, anche con un bel piatto di spaghetti o con un piatto di abbacchio, visto che è sotto i cieli di Roma che si svolge la vicenda dello spot. (Senza contare poi che la coca-cola ai pasti è una delle principali cause dell’obesità degli americani, e ormai anche degli italiani, dato che una lattina ha più o meno 130 kg/cal, che ci pare, sono decisamente tantine per una semplice bevanda...).
Sulla stessa falsariga è la nuova pubblicità del colosso dell’hamburger McDonald's, che ha recentemente lanciato sul mercato il “McItaly” cioè un hamburger con prodotti “d.o.c.” italiani, come formaggio Asiago e “deliziosa” crema di carciofi. Nella pubblicità un giovane dei nostri giorni, impegnato nella vita moderna (che richiede ritmi frenetici e pasti “al volo”, quindi ben vengano posti come McDonald), incontra in uno degli squallidi, uniformi ristoranti del gruppo, un anziano agricoltore che, guarda caso dopo aver coltivato lui stesso i prodotti genuini locali, si trova anche lui li per gustare la nuova commistione “italo-americana”.

Leggi tutto...
 
Ufo PDF Stampa E-mail

Image

Non sono un tuttologo né un ufologo ma credo che chiunque voglia riflettere sugli atteggiamenti spirituali e sulla mentalità in questo stadio estremo della civiltà moderna, non possa trascurare questo fenomeno che ci accompagna da più di 60 anni densissimi di eventi epocali.
Sgombriamo subito il campo dalle ipotesi chiaramente infondate. Non si può trattare solo di racconti di burloni o di mitomani perché abbiamo migliaia di testimonianze di persone molto attendibili, fra cui piloti di aerei militari e di linea. Non si può trattare di armi segrete sperimentate da una grande potenza: le apparizioni si verificano perlomeno dagli anni ’40, se non vogliamo andare molto più indietro nel tempo come qualcuno vorrebbe. Ebbene, se una potenza avesse costruito oggetti volanti capaci di quelle prestazioni, sarebbe stata già allora in possesso di una tecnologia più avanzata di secoli rispetto al resto del mondo, il che non è. Non possono essere palloni sonda, perché dopo aver chiarito che un certo numero di casi si spiegano in questo modo, restano migliaia di avvistamenti inesplicabili. Non si può trattare di fenomeni di rifrazione della luce nell’atmosfera o elettromagnetici perché la nostra scienza sofisticatissima li avrebbe indagati e chiariti.
Da respingere è anche l’ipotesi più fantascientifica, quella che si tratti di uomini del futuro che ci visitano essendo in grado di viaggiare nel tempo. In questo caso sarebbero nelle condizioni di mutare il loro passato, che per noi è il nostro presente, con la conseguenza di modificare quel loro presente da cui provengono. La logica nega questa possibilità: nemmeno un Dio onnipotente può far sì che ciò che è stato non sia.
Restano sul tappeto tre ipotesi, una delle quali deve essere vera.
La prima è che si tratti effettivamente di extraterrestri che stanno studiandoci ed esplorando il nostro pianeta. Se così fosse e se giungessimo a un contatto con loro, sarebbe una svolta grandiosa nella storia dell’umanità.
La seconda è riferibile al grande C.G.Jung, psicologo e, più in generale, pensatore fra i più profondi del Novecento. Nella sua ottica non sarebbero importanti le foto e i video dei presunti UFO, che possono essere manipolati o comunque non decisivi come prove. Ciò che importa è la descrizione del fenomeno da parte dei testimoni: oggetti circolari (il cerchio è un simbolo di perfezione) e luminosi che ci osservano (e forse ci giudicano) dall’alto dei cieli. Si tratta chiaramente di un archetipo del divino che vive da sempre sepolto nelle profondità della nostra psiche, nell’inconscio collettivo. Un archetipo che proiettiamo nella forma di astronavi aliene, secondo lo spirito scientista della nostra epoca. Insomma, un fenomeno di allucinazione diffusa che scaturisce da un bisogno del divino, autentico ma deviato. Se questa ipotesi fosse vera sarebbe una prova fra le più eloquenti del disorientamento e dell’anelito a un Altrove di questa umanità smarrita. Ci sarebbe materia di riflessione per sociologi e studiosi del costume e della psicologia di massa.
La terza si rifà ad antiche profezie, prima fra tutte quella che i Vangeli canonici attribuiscono a Gesù: nei tempi della fine appariranno Segni sulla terra (i misterosi cerchi nel grano?) e nei cieli. In questo caso sarebbero apparizioni da un’altra dimensione, presagi di una prossima Apocalisse.
Che si tratti di un fenomeno reale o di una nostra proiezione allucinatoria, siamo comunque in presenza di qualcosa di estremamente serio e significativo. Non è il caso di ridere degli Ufo né di rifiutarsi di parlarne.

Luciano Fuschini

 
La metafora dell'allevamento PDF Stampa E-mail

Image

Ad un uomo moderno, trovarsi di fronte a un allevamento industriale di animali suscita spesso un sentimento di avversione e di fastidio. Nella sua sensibilità, capisce in fondo di essere di fronte a un'ingiustizia, a una barbarie: se anche l'animale costretto a vivere in allevamento, in genere si trova al riparo dai pericoli e dalle brutture della vita selvaggia, esso ne è privo parimenti delle gioie ma soprattutto del significato più autentico, che definisce il suo essere quell'animale fino in fondo. Istintivamente, intuitivamente, percepisce che l'allevamento è una crudeltà.
E poichè l'uomo moderno ha sviluppato una sensibilità elevata, acuta, nei confronti delle condizioni degli animali, egli spesso se ne indigna. Ma, cieco nella sua sensibilità "evoluta", altruista e civile, evita sempre di guardare a se stesso, che dovrebbe essere invece la cosa più importante. Se lo facesse, scoprirebbe su di sè una realtà assai più drammatica: scoprirebbe con orrore che la condizione di allevamento riguarda lui stesso, prima che gli animali.
Ma il dramma non si limita a questo. Per inciso, il sentimento di "simpatia" che caratterizza l'uomo moderno verso gli animali a mio parere è preoccupante. L'amore, l'amicizia, la simpatia sono tipici dei simili, di chi sa guardarsi negli occhi e sa capirsi: l'uomo moderno si dimostra quindi uomo degradato, considerando oltretutto che la sua comprensione verso il mondo animale non lo avvicina di certo agli animali liberi della savana o della foresta, fieri e dignitosi, ma quasi sempre verso gli animali domestici, cani e gatti, insensati ed egoistici passatempi d'appartamento, verso i quali egli nutre un attaccamento morboso e quasi patologico. Si potrebbe partire da qui, ma il paragone con l'allevamento risulterà più chiaro e semplice.
La condizione dell'allevamento intensivo somiglia spaventosamente a quella della modernità. Già basterebbe guardare i moderni condomìni delle grandi città, razionali e funzionali, per rendersi conto di avere a che fare con dei pollai, o qualcosa di simile. Ma le somiglianze più agghiaccianti purtroppo non sono così evidenti.
Tanto per cominciare, l'animale in allevamento ha la sopravvivenza (quasi) assicurata: trattandosi di un patrimonio da tutelare, èquipes di veterinari e specialisti provvedono alla sua salute e salvaguardia. Esso non ha di che preoccuparsi. Inoltre non solo evita la morte prematura, ma pure ha la garanzia di vivere più a lungo: negli allevamenti infatti la durata della vita media dell'animale si alza in modo consistente rispetto alla condizione di natura (e già qui la somiglianza con noi fa venire i brividi...).
In questo modo si infrange miseramente il presunto miglioramento che l'uomo moderno si attribuisce tanto generosamente, cioè quello di avere sconfitto molte malattie mortali e di avere allungato la vita dell'uomo: questo è vero, ma sotto la condizione di una vita di sottile e inesorabile sottomissione e cattività. La sopravvivenza per tutti e l'allungamento della vita dell'uomo moderno somigliano più alla condizione in cui l'aguzzino tiene in vita e in salute la sua vittima per poter compiere meglio il suo mestiere. La sopravvivenza per tutti ad ogni costo non è affatto cosa si cui l'uomo moderno si dovrebbe vantare, sia perchè la natura ha delle ragioni ultime ben superiori alla misera ragione umana, sia perchè all'apparato che compie questo miracolo tecnico della sopravvivenza a buon mercato, deve a buon diritto essere attribuita la potenza di un mostro o di un dèmone, e questo può fare sorgere il dubbio che le finalità siano tutt'altro che benevole.
Ma torniamo ai nostri allevamenti. La condizione di allevamento, rispetto a quella naturale, comporta un maggiore movimento dell'animale. Innanzitutto mangia di più, dal che ne consegue che i soggetti sono in genere più grassi. E, paradossalmente, sono più in "attività", come le galline a cui non viene mai spenta la luce nemmeno di notte affinchè producano più uova. L'allevamento è una condizione innanzitutto di produzione: il soggetto di allevamento deve continuare a produrre, sempre di più, non fermarsi mai. E' quella la sua unica ragione di vita (e infatti anche la nostra...).
La produzione è anche ciò che distingue veramente un animale da un altro: infatti nell'allevamento gli animali sono veramente tutti uguali, tutti in fila nei loro posti tutti identici, senza la speranza di distinguersi in nient'altro che non sia la produzione stessa. L'identità è scomparsa: l'abilità nel procurarsi il cibo, nell'esplorare e nel conquistarsi il territorio, nel farsi alleanze, nel corteggiare e nel procacciarsi la femmina, nell'accudire i piccoli e nel proteggerli dai pericoli...tutto svanito, scomparso. L'uguaglianza è fondamentale per porre la produzione a unica ragione di esistenza.
Sembrerebbe tuttavia che la libertà dell'uomo moderno contraddica la suddetta condizione di "allevamento". Obiettivamente infatti, la libertà non ci è preclusa, essa è tangibile. In realtà è così solo in apparenza. La libertà moderna infatti somiglia tanto alla condizione del criceto che corre sulla sua ruota restando sempre fermo. Essa è indotta dall'esterno: somiglia più ad una agitazione che ad una libertà vera, perchè è puramente materiale, incosciente, passiva. Essa è eterodiretta, è puro movimento: in questo senso, non essendo vera libertà, perchè assolutamente prevedibile e prevista, la pseudo-libertà moderna non fa altro che confermare la cattività del moderno uomo d'allevamento.
Del resto la condizione di cattività fisica non è neppure necessaria per tenere prigioniero un essere tanto sofisticato: la prigione che l'uomo moderno si è costruita è una prigione culturale, non fisica.
E' la ragione tecnica figlia dell'Illuminismo, che riduce la natura ad aspetti astratti, gli unici che essa concepisce, e poi crea un mondo tutto suo, a cui ogni uomo deve adattarsi e su cui deve riposizionare la propria vita: la libertà viene ridotta a movimento, la giustizia a uguaglianza, i rapporti umani a solidarietà sociale, il sapere a istruzione...E' la prigione senza pareti dentro la quale siamo intrappolati, le gabbie immateriali della nostra mente che hanno ridotto la condizione umana a un allevamento invisibile e il mondo intero a un macello a cielo aperto.

Massimiliano Viviani

 
Uomo, spirito e marxismo PDF Stampa E-mail
Image

L’uomo nasce, cresce, si riproduce e muore essenzialmente come «essere domandante». La passione per il puro e semplice domandare è ciò che conduce l’analisi fenomenologica sull’esistenza umana nel pensiero di un pensatore radicale, sconvolgente più dei famosi “dieci giorni che sconvolsero il mondo”, Martin Heidegger. E la domanda fondamentale, fondante e fondata nella realtà, è quella che giunge ad indagare sull’essere in quanto tale.
L’essere in quanto tale. Quante volte nel nostro universo quotidiano, costellato per la maggiore da “borghesotti” poveri di spirito e dispositivi tecnologici pianificanti la nostra esistenza, è possibile fermarci a pensare l’essere in quanto tale? Mai. E proprio in ciò consiste la povertà di spirito del “borghesotto” di cui sopra, che non è banalmente un appartenente ad uno status sociale privilegiato, né il detentore di un qualche mezzo di produzione, ma è quella declinazione particolare dell’essere che non riflette su se stesso, ovvero l’uomo comune o più genericamente l’uomo moderno. Se lo spirito, infatti, è quel piano particolare dell’uomo in cui avviene la domanda fondamentale, è il luogo di essa e il luogo che si alimenta della ricerca scaturita da questo domandare, è palese la perdita odierna, ma con radici secolari, di tale dimensione.
Molto semplicemente, dunque, un recupero dello spirito, oggi, significherebbe una drastica riappropriazione della nostra esistenza autentica, del nostro “ex-sistere”, che inteso in senso etimologico sta per “star fuori”, “oltrepassare la realtà semplicemente-presente”. Secondo quest’ultima espressione, l’essenzialità dell’uomo, per etimologia e, quindi, per come originariamente veniva intesa, consisterebbe in una trascendenza che gli è connaturata: la capacità, cioè, di non fermarsi a constatare la realtà quale ci è immediatamente data, ma di trascenderla inserendola in un “progetto”. Azzardando un parallelismo, che forse esula dal contesto heideggeriano - ma guai a chi non azzarda - , potremmo interpretare questo inserimento in un “progetto” come un esercizio della “volontà di potenza” di nietzscheana memoria, bistrattata quest’ultima - ahinoi - dalle ideologie più disparate.
Passione per il domandare, dunque, e recupero dello spirito tramite l’apertura all’essere degli enti, trascendenza della realtà. Una tale riflessione estrema coincide col riportare alla luce l’originaria apertura storica dei Greci, più precisamente quell’apertura tipica del pensiero, della poesia, della poesia pensante e del pensiero poetante dei presocratici e della tragedia. “Di molte specie è l’inquietante, nulla tuttavia| di più inquietante dell’uomo s’aderge”. Così parla dell’uomo Sofocle nella sua “Antigone”. È palese che non si può qui ed ora fornire l’interpretazione di tali versi che ne dà Heidegger nell’ “Introduzione alla metafisica”. Basti solo riflettere sul fatto che un modo come questo di caratterizzare l’uomo può venire solo da chi presta ascolto vero, obbedienza (“ob-audire”) all’essere, in questo caso all’esser-uomo scavato nella sua scoscesa esistenza. Potremmo pensare un’obbedienza tale come un tratto specifico del ribelle odierno, come un momento efficace del “passaggio al bosco” teorizzato da Junger.
Altro punto essenziale, dunque: è tipico del ribelle pensare l’essere in quanto tale e di conseguenza aprire un varco storico che presti ascolto all’essere, che trascenda la semplice-presenza. E si badi bene alla peculiarità di questo potenziale fautore della storia, di questo Spartaco che estraniandosi dalla massa rompa le catene della deiezione quotidiana. La peculiarità consiste proprio nell’estraniazione, nel porsi al di fuori del mondo della tecnica, esasperazione di quella metafisica del dominio del soggetto sull’oggetto, interpretante l’essere come un ente tra gli altri. E proprio per questa peculiarità anti-reificante il ribelle così inteso è il polo opposto di un qualsivoglia rivoluzionario che, come si dice, si batte per la “giustizia sociale”. È il polo opposto, ad esempio, del rivoluzionario marxista.
Il marxismo, specie nella sua interpretazione positivista e neopositivista di marca engelsiana ( interpretazione cara al potere sovietico), può essere qui visto come la filosofia della semplice-presenza, della mera presenza. Quando si dichiara morta la filosofia come “interpretazione” del mondo nella XII tesi su Feuerbach, si spiana la strada all’esaltazione della semplice-presenza e dunque del processo reificante coinvolgente l’uomo stesso, gettato nel mondo della tecnica e del determinismo economico e ad esso assoggettato, senza, cioè, via di scampo, la sua libertà sarebbe intimamente connessa a questo determinismo necessitante. “Lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche” ed in generale l’evoluzione della società che da quel cambiamento è determinato, “può essere constatato con la precisione delle scienze naturali”. Così si legge nella Prefazione a “Per la critica dell’economia politica”. Evidentemente l’essere dell’uomo è qui svuotato di ogni significato, il suo “ex-sistere” puro è annullato in un trionfo dello sguardo obiettivante sulla realtà, dello sguardo ontico, dello sguardo sul meramente presente. Che ne è infatti della capacità di trascendenza degli enti in direzione dell’essere, quando quell’ente privilegiato che è l’uomo è consegnato a delle particolarissime leggi economiche che ne dovrebbero decidere l’apertura storica? Che ne è dell’essere dell’uomo nella “teoria del rispecchiamento” che vorrebbe rendere la sovrastruttura un alito, uno strascico della ben più importante struttura economica?
Chiaramente si mostra la considerazione marxiana della realtà che evita ogni riflessione sull’essere in quanto tale, che prescinde da ogni ontologia brancolando nel buio di un’assenza inquietante. Proprio in ciò risiede il carattere più disumanizzante del determinismo marxiano, quello che viola l’uomo nella sua essenza, che è, come già sempre si è affermato, uno “star oltre”.
Il “passaggio al bosco” non fa tappa nel marxismo, mentre necessariamente si determina nel poter-essere dell’uomo, nella sua apertura specifica verso ogni sua più remota possibilità. Il ribelle, nella sua costitutiva apertura alla trascendenza, rompe così il particolare ed evidente intreccio disumanizzante che c’è tra le scienze obiettivanti, consideranti la realtà come cosa in sé che permane solo nella sublimazione della sfera presente, e la tecnica.
Il “passaggio al bosco” passa attraverso la questione dell’essere in quanto tale.

Piero Di Cuollo

 
Resistenze ad oltranza PDF Stampa E-mail

Image

451 d.c. L’impero romano d’occidente, pallido simulacro di quello che era solo qualche centinaio di anni prima, viene travolto dalle orde unne di Attila. A fronteggiarlo un uomo che incarna, in un secolo di capitani di ventura barbari, i più alti valori della romanità, in un epoca in qui sembrano solo un pallido ricordo. Flavio Ezio, “l’ultimo dei romani”, come fu soprannominato, infranse la marea unna ai Campi Catalunici, in un'epica battaglia che vide, per l’ultima volta, le armi di Roma prevalere, prima del collasso totale, che avrebbe dato origine all’alto medioevo.
La figura di Ezio, che ha sempre colpito la mia immaginazione, mi ha suggerito un paragone con l’attuale epoca in cui noi “antimoderni”, ci troviamo a vivere e ad agire. E in effetti innegabile che il nostro bagaglio culturale e valoriale, le nostre convinzioni profonde, seppur sfaccettate in mille sfumature, sono di primo acchito un peso, un fardello nella vita di tutti i giorni.
In effetti, l’avere intravisto la verità, dietro il “velo di maya” che obnubila il quotidiano di milioni di persone, ci ha posto automaticamente in una posizione difficile. Rifiutiamo i dis-valori, le idee guida, gli status symbol di quest’epoca, ma nel contempo ne rifiutiamo anche i presupposti, che misero radici con la rivoluzione francese, l’illuminismo, il positivismo, lo scientismo e il “culto del progresso”.
Di conseguenza ci sentiamo un po’ esuli; troviamo difficoltà ad avvicinare la maggior parte delle persone che ci stanno intorno con una visione che vada oltre il contingente, le beghe tra maggioranza e opposizione e le crisi economiche pilotate ad arte.
Molte volte, quando coinvolti dalla discussione ci lasciamo prendere la mano, e diciamo tutto quello che veramente pensiamo, riceviamo sguardi di compatimento o di scetticismo, come se stessimo profetizzando qualche assurdo oscurantismo. Ma la nostra è, diciamola tutta, una resistenza. Resistenza disperata, assediati come siamo su tutti i fronti dagli araldi della modernità e della globalizzazione.
Per noi è difficile, quasi impossibile, trovare spazio in qualsiasi dibattito culturale o politico, anche perché siamo scomodi per tutti: destra, sinistra e centro. E non portiamo acqua al mulino di nessuno, se non a quello di un’umanità devastata, in caduta libera lungo una china sempre più nera, che sente, inconsciamente, uno straziante senso di disperazione, ma che non può (o non vuole) prendere atto delle cause che hanno dato origine a questa situazione, ma si preoccupa solo di vivere alla giornata, in ossequio all’edonismo imperante dopo che la “morte di dio” ha travolto ogni senso superiore del vivere.
E allora perché questo incipit? Questo paragone con una figura che ha dovuto affrontare minacce molto più concrete e (all’apparenza) pericolose dei subdoli e striscianti nemici, che, molto spesso, noi non abbiamo nemmeno il privilegio di poter guardare in faccia?
Perché Ezio ha resistito. In un epoca in cui nessuno contava più si potesse salvare il sacro suolo italico dallo stupro sistematico dell’invasore, in un momento in cui un imbelle “imperatore” (Valentiniano III), nascondeva la testa tra le sottane della madre (quella Galla Placidia, di cui Ravenna “vanta” il mausoleo), Ezio non volle saperne di rinunciare ai valori che orientavano la sua esistenza. Che avevano orientato quella dei suoi avi prima di lui.
Che questi valori avessero o no un futuro, il “magister militium” non poteva saperlo. Ma in fondo questo non importava. Importava solo non essere trascinati nella corrente, nella massa, nell’orda, che mentre un tempo aveva i feroci tratti della popolazione asiatica, ora ha i curati, perfetti tratti tirati da un lifting o da un trucco costoso di milioni di individui-massa, che non hanno nessuno senso dell’esistenza che non sia quello di vivere alla meglio l’esistente. Senza una progettualità, senza una direzione, senza in realtà, un futuro che esuli da quello che è funzionale ai piani e ai meccanismi del golem capitalistico.
In fondo non vi è una risposta all’attuale situazione che ci troviamo a vivere. Tutti noi, probabilmente, ci siamo ritrovati a fantasticare di vivere in un'altra epoca, e spesso ci siamo sentiti come se le nostre radici più profonde e vere, fossero radicati in un'altra terra e in un'altra realtà, tanto vedevamo inaridito il terreno intorno a noi.
Ma la gloria maggiore è quella che si raccoglie non nei momenti di grandezza di una civiltà, o di una società, quando è relativamente facile seguire valori fondanti, perché largamente condivisi; la gloria maggiore si raccoglie quando, contro ogni aspettativa e contro ogni pronostico, nonostante tutto intorno sia desolazione, rovine, e foschi presupposti,  ci si rialza e si continua ad avanzare, pur scossi dalle imponenti raffiche del “vento del progresso”.

Fabio Mazza

 
Droga per tutti PDF Stampa E-mail

Image

La percezione di qualcosa, in fondo alla propria umanità, che reclama una certa esistenza - e la reclama perchè la sa possibile - è un' esperienza conosciuta da chiunque non se la voglia negare. Si ha la pretesa dall' essere umano, oggi, che cerchi di seppellire questa voce - che accetti l' alienazione.
Vivere nell'alienazione è come avere un estraneo in casa. E chi sarà allora l' estraneo? Quell' io che si conforma, ordina il mondo come gli viene suggerito, applica quegli schemi che si è lasciato prima introdurre? Oppure quell' io che, là in fondo, si lamenta?
Vivere nell'alienazione è pressochè impossibile: La voce là in fondo non la smette di lamentarsi, di reclamare... Ci vorrà dell'anestesia. Un po' di confusione... Un qualche momentaneo sollievo. Tutto ciò possiamo ovviamente chiamarlo droga. Droga fisica, droga direttamente psichica. Farmaci, sostanze oppiacee, programmi televisivi...
La personalità umana è vista, in molte culture, in molte sapienze originatesi nel passato, come articolata su tre livelli: Corpo, Anima (o Psiche), Spirito. Lo Spirito è l'elemento fondamentale - ciò che là in fondo, oggi, si lamenta. La Psiche è un livello più superficiale. Il Corpo un livello più superficiale ancora. - L' alienato è una personalità scombussolata in quest'articolazione.
Lo Spirito è il sentire umano più profondo, il luogo della propria autenticità. Dallo Spirito si possono giudicare le cose e le situazioni, le proprie esperienze. La Psiche consiste in una serie di funzionalità: memoria, immaginazione, razionalità, linguaggio... Il Corpo abbiamo tutti ben presente cosa sia.
La Psiche e il Corpo hanno tutta la loro importanza. Ma se la coscienza non è focalizzata sullo Spirito c' è alienazione: non siamo più noi stessi, non siamo in grado di cogliere il senso autentico delle cose. Resta un' imprecisabile sofferenza là in fondo. - Se la coscienza è focalizzata sullo Spirito c' è integrità.
Nella civiltà dell'alienazione tutto dovrà poter funzionare come droga. Tutto ciò che diremmo più positivo, più puro, viene ad avere il proprio risvolto di droga. La cultura è anche droga, l'arte è anche droga, l'amore è anche droga. La politica antagonista è anche droga. Tutto ciò che dà sollievo all'alienazione senza intaccarla è droga. Le esperienze umane più nobili son quelle che possono più fortemente drogare - se ben tenute sotto il Controllo, indirizzate. Agli spiriti modesti: psicofarmaci e televisione. Agli spiriti elevati la droga culturale o artistica, la droga politica, la droga amorosa...
L'alienazione non è come un disastro naturale. Ha una sua logica di potere. E' funzionale ad un' oppressione. L'essere umano alienato non ha più sotto controllo, dalla propria fondamentalità spirituale, la propria Psiche. Allora è la sua Psiche a controllare lui. Lo controlla per conto del Controllo - diciamo così. Funziona grosso modo in questa maniera. La cultura dominante proclama il primato della Razionalità. Gli schemi razionali hanno un carattere oggettivo. In ogni soggettiva razionalità si può introdurre il medesimo schema razionale. Schemi razionali proficui per gli oppressori sono preparati e diffusi. L'essere umano alienato è privo di giudizio spirituale - è privo di difese. Gli schemi invadono la sua Psiche e lo faranno funzionare.
L'alienazione è propedeutica allo sfruttamento. Si sfrutta qualcuno - io credo si debba considerare - non quando lo si paga meno di una certa cifra, ma quando lo si riduce a mero strumento. L'esser umano è condotto a focalizzarsi sulla propria Psiche e non sul proprio Spirito - ovvero è alienato. Così è pronto per lo sfruttamento, per impegnare macchinalmente le proprie facoltà psichiche, o psicofisiche, come gli viene richiesto, senza poter esercitare più nessun autocontrollo.
La droga è il necessario momento ricreativo dallo sfruttamento e dall' alienazione.
Ma c'è perfino una sottile voluttà nell' autoalienarsi... In quella specie di paradossale tentativo di liberazione. Di nirvana da folli. L'eco lontana dello Spirito si lamenta... Si vorrebbe così tacitarla spingendo ancora più in senso contrario. Diventare completamente delle capacità operative. Ovviamente non è possibile.
Inseguendo questo incubo l'attivismo non è mai abbastanza. E' la droga del "darsi da fare". Come tutte le droghe allevia la pena solo momentaneamente, superficialmente. Poi ci si ritrova quel disagio profondo, sempre più vago ed indecifrabile e perciò più doloroso.

Enrico Caprara

 
Sovversioni spirituali PDF Stampa E-mail

Nella storia delle civiltà ha rivestito particolare importanza la componente ascetica delle religioni. In un certo senso, possiamo anche arrivare ad affermare che il progresso materiale moderno costituisce il punto di arrivo dell'indebita trasposizione dell'atteggiamento ascetico dal piano esoterico (nascosto, per pochi) a quello exoterico (manifesto, per tutti). Non è un caso che spesso nei testi antichi di molte religioni, sia occidentali che orientali -ma anche presso lo stesso Platone per esempio- viene espressamente raccomandato di non divulgare le conoscenze iniziatiche, pena l'incomprensione e gravi conseguenze.
Fu del resto un processo manifestatosi contemporaneamente in diverse civiltà del mondo antico, anche se fu in Occidente che prese i caratteri più distintivi e marcati, quelli cioè che probabilmente risultarono decisivi per attuare la modernità. E' noto infatti che fu proprio il Cristianesimo -religione che origina da un insegnamento ascetico, quello del Cristo- ad avere introdotto in Occidente i primi segni "di rottura" dal mondo tradizionale. Tuttavia segnali in questo senso ci furono anche nel mondo greco, e anche l'Oriente seppure in modo meno accentuato si trovò implicato in questo processo. Verranno esaminate quindi le relazioni che è possibile trovare tra l'elemento spirituale e quello degenerato a prescindere dal suo accadimento storico, "in astratto" si può dire.
Il tempo lineare e la conseguente importanza attribuita al futuro è probabilmente l'elemento più importante. E' possibile ravvisarvi un'analogia con il processo "lineare" dell'ascesi dal mondo sensibile a quello divino, che evidentemente esula dal tempo ciclico della vita di tutti i giorni, scandito dai movimenti del sole e della luna e segnato dai cicli quotidiani e delle stagioni.
Ancora, l'universalismo moderno, la tendenza cioè a considerare una morale valida per ogni uomo a prescindere dalla cultura di origine, e a ritenersi membri di una umanità universale per il solo fatto di essere tutti "uomini" -atteggiamento sconosciuto alle tradizioni di tutto il mondo antico- trova una rispondenza evidente nella comunione spirituale tipica dei puri di ogni religione; comunione spirituale nella quale evidentemente riecheggia il moderno concetto di uguaglianza.
Così come la moderna alienazione ("essere in altro") può considerarsi come una trasposizione materiale equivoca dell'amore e della compassione verso il prossimo che un asceta deve tenere per superare l'attaccamento al mondo sensibile e "proiettarsi" nella dimensione del sovrasensibile.
La freddezza della razionalità tecno-scientifica poi imita il severo distacco dello spirito -ma ne rappresenta in realtà l'esatto opposto- e pure l'origine del termine "speculazione", che anticamente era sinonimo di meditazione e contemplazione e che oggi ha assunto ben altro significato, tradisce una sovversione semantica davvero emblematica.
Il carattere "unisex" dell'uomo e della donna moderni può infine essere considerato la trasposizione quasi in chiave caricaturale della condizione asessuata dell'asceta che nella sua unione ultima con il divino riscopre la condizione dell'androgino primordiale (al di là della divisione sessuale), uomo/donna insieme, da cui originò secondo il mito la polarità sessuale.
Caricatura che raggiunge il suo culmine nella figura del borghese accumulatore di denaro, che con la sua rigida e arida astinenza da ogni aspetto gioioso della vita, rappresenta il simbolo di una sovversione "diabolica" che in ogni epoca fu compresa lucidamente, suscitando timore e disprezzo insieme.
Si tratta di un processo ben noto agli antichi di ogni cultura -anche da noi in Europa, del resto, fino a tre o quattro secoli fa: è il percorso di chi vuole arrivare a Dio per vie traverse, con l'aiuto della tecnica e del numero, mantendendo il significato della conoscenza inalterato all'apparenza ma capovolgendolo nella sostanza, e attuando così una vera e propria inversione che ci fa ritrovare in un mondo dominato dall'elemento basso (denaro e tecnica) dove quello elevato (lo spirito) di fatto viene umiliato e segregato.
Così nell'ateo mondo moderno dell'illusione della tecnica, del miraggio dell'abbondanza materiale, della favola della conoscenza oggettiva, Dio è diventato l'Utopia in terra, che sta costantemente davanti ai nostri occhi tanto quanto ostinatamente e irrimediabilmente da noi si allontana.

Massimiliano Viviani

 
Riflessioni per uno stile di vita antimoderno e aristocratico PDF Stampa E-mail

Image

Chi è l'aristocratico oggi? Non più chi possiede un titolo nobiliare, ma chi vuole condurre uno stile di vita fuori dall'ordinarietà e dalla dualità degli assiomi che caratterizzano la modernità, quindi di tutte quelle produzioni ideologiche che derivano da essa.
L'aristocratico, com'è nella sua natura, non ha frequentato particolari scuole o università, ma ha sempre ricercato la conoscenza; tuttavia rifiuta la conoscenza "a mercato" in vista di opportunità lavorative. Egli disprezza ogni tipo di arrivismo, è colui che non è arrivato, e guarda al conoscere solo per l'arrichimento personale. L'aristocratico è colui che impara all'interno delle mura domestiche, grazie al dialogo a due tra padre e figlio, e alla biblioteca di famiglia.
L'aristocratico nel 2009 non è il ricco borghese. L'aristocratico non vive per i soldi ma per l'essere: oggi l'aristocratico vive nascosto in qualche paese di provincia ammirando i colori dei paesaggi agresti, è romantico e misogino, soprattutto nostalgico, ha paura del tempo che passa e del futuro che incombe.
Disprezza il denaro e ama la solitudine. Non ha una fede, non crede e non spera in niente. Il suo non è un ateismo scientifico, anzi, lui disprezza la scienza; il suo è un ateismo romantico. Egli non vuole con il suo ateismo cambiare mentalità o costumi ma conservare le tradizioni e le identità, per questo motivo si conforma spesso alle Chiese, pratica più religioni -da quelle orientali all'occulto fascino della stregoneria- disprezza l'amore carnale e il sesso mentre ama i sentimentalismi.
Spesso da questa società è costretto a lavorare per vivere, ma tutto sommato non esiste lavoro che possa piacergli per davvero o che lo possa far sentire realizzato. Oggi fa parte dei nobili caduti in rovina per colpa delle rivoluzioni o degli aristocratici che persero il titolo nobiliare e furono ripudiati da altri aristocratici.
E' costretto dal suo stesso spirito aristocratico ad essere emarginato dal volgo comune e a non essere accettato dal calcolatore borghese. L'aristocratico soffre di tutte le malattie che la modernità porta con sè -la depressione, lo stress- e alterna spesso momenti di furore ed egocentrismo a momenti di annichilimento del suo proprio essere.
E' individualista ma non dell'individualismo anarchico di Stirner, egoista ed antisociale ma di un individualismo personalista amorevole verso tutte le forme viventi. Egli ama le foreste, ha la sua capanna nelle foreste, ama lo stile di vita semplice delle tribù indigene e ama gli animali.
L'aristocratico è un ribelle, nasce ribelle a tutto, ad ogni filosofia o credo ideologico, è colui che non si adatta a niente, e porta avanti continuamente una sua rivoluzione personale ontologica.
Egli è freddo senescente ma vive per un ideale sublime di amore universale. L'aristocratico è nato vecchio, ama tutto ciò che è vecchio e detesta la gioventù modernista: ci sono aristocratici che a quindici anni ragionano come vecchi di 70. L'aristocratico è colui che ama le campagne, il popolo delle campagne e ritiene che il contadino sia il miglior compagno amante della terra e della sua progenie.
Spesso questi aristocratici fanno fatica per rielaborare un proprio albero genealogico attraverso studi e ricerche: essi amano il proprio lignaggio, lo onorano e onorano il loro nome. Spesso molti di loro scelgono un secondo nome nobile, come i monaci nel monastero. Molti di loro sono finiti in qualche monastero a portare l'abito sacro, per realizzare quell'ideale tanto caro di ascetismo e rinuncia.
L'aristocratico invece quando non pratica la rinuncia e l'annullamento di sè, spende i pochi soldi che ha, perchè non è avaro e ama i piaceri della vita.
L'aristocratico spesso si astiene dalle votazioni politiche, non sopporta tutti gli "ismi", ma si interessa di politica e filosofia come una madre si interessa del proprio figlio.
Egli ama la musica, non la musica sensuale o meccanica ma quella sentimentale d'azione. Spesso questi aristocratici sono adolescenti oltre il tempo. Sono burberi e antisociali, ma se gli si dà un bambolino in mano riescono a diventare il più cordiali e affettuosi possibile.
Amano la lavorazione del ferro e dell'acciaio, il fuoco, l'arte, tengono la barba incolta, amano le montagne e le colline e quelle foreste infinite che si trovano all'interno della loro mente. Sono studenti, operai, soldati, cazzeggiatori, padri di famiglia, artisti, intellettuali e politici falliti, fanatici di ogni credo o religione...Forse c'è qualcosa di aristocratico da cercare dentro tutti noi.

Edoardo Buso

 
Etnocidio: tre lezioni PDF Stampa E-mail

Image

Nella Francia della Rivoluzione, non tutti accolsero con entusiasmo i Princìpi dell’Ottantanove. In particolare i contadini della Vandea, intimamente legati alla loro nobiltà feudale ed alla loro religione. Armatisi ed organizzatisi, sia in forma di esercito che di guerriglia partigiana, essi, tra il ’93 e il ’95, inflissero duri colpi alla Repubblica. Essa tuttavia, che già era minacciata all’esterno dal pericolo di una riconquista realista, non poteva tollerare un simile covo di traditori al proprio interno, e diede dunque mandato ai suoi generali di soffocare con ogni mezzo la rivolta. L’ordine venne eseguito diligentemente, spesso con metodi davvero originali, che testimoniano il fattivo ingresso della Modernità e del Progresso nella Storia: per esempio, i ribelli arrestati venivano caricati su barconi che, ancorati al centro dei fiumi della regione, fungevano da bersagli per le esercitazioni di tiro dei cannonieri. Ma lo stesso paesaggio vandeano subì le conseguenze di questa furia di sterminio etnocida. Per muoversi in quelle campagne piatte e battute dal vento, i contadini avevano realizzato un particolare modello di strade interpoderali. Invece che a livello di terra, come si fa solitamente, esse erano incassate nel terreno di una cinquantina di centimetri, e fiancheggiate da alte e folte siepi, che costituivano un elemento tipico del territorio. Purtroppo, però, la Repubblica si accorse ben presto che quelle siepi costituivano uno strumento ideale per le imboscate degli Chouans, e decise dunque di eliminarle. Alla fine, la regione venne ‘pacificata’, la nobiltà e i contadini sterminati o sottomessi e lo stesso territorio agricolo intimamente modificato, perdendo quella che, per secoli, era stata una delle sue caratteristiche contraddistinguenti.
Meno di cent’anni dopo, il Nazismo si trovò di fronte al problema della Soluzione Finale della questione ebraica. Andò come andò – nel frattempo il Progresso aveva fatto passi da gigante, e poté così mettere i suoi ultimi ritrovati al servizio del massacro – e non v’è nessuno che ignori quell’orrore. Meno spesso, però, si riflette su un elemento diciamo così accessorio, dello sterminio. Non solo, infatti vennero eliminati più di sei milioni di individui, non solo venne modificata radicalmente la struttura socioeconomica di intere nazioni, ma vennero cancellate interamente una lingua ed una cultura. Lo yiddish, infatti, era non tanto la lingua di un determinato gruppo ebraico, quanto una specie di lingua franca, transnazionale, che costituiva lo strumento di scambio culturale di tutto l’ebraismo ashkenazita. La Soluzione Finale raggiunse dunque perfettamente il suo obiettivo, due piccioni con una fava. Non solo eliminò quasi completamente la presenza fisica degli Ebrei dall’Europa, ma – vorrei dire soprattutto – ne eliminò la cultura. In pochi anni, il Nazismo riuscì a trasformare l’yiddish da lingua viva, parlata e scritta da milioni di persone, attraverso la quale viaggiavano commerci ed arte, a lingua morta. I pochi intellettuali ebrei che ancor oggi lo usano, in Europa e fuori di essa, lo fanno più come omaggio e testimonianza di un passato glorioso e doloroso che come autentica espressione linguistica e culturale. Un’altra vittoria della Modernità.
Nel 1949, la Cina comunista liberò un Tibet che non aveva nessuna voglia di essere liberato. Impose le proprie strutture politiche, sociali e culturali ad un popolo che era contentissimo di quelle che aveva già e, alla ovvia reazione – peraltro pacifica, come insegna il Buddhismo – della popolazione, reagì con un genocidio ed un etnocidio scientificamente pianificati. Più di un milione e duecentomila tibetani vennero massacrati subito, altre centinaia di migliaia imboccarono la strada di un’agonia che dura ancor oggi; innumerevoli biblioteche vennero date alle fiamme, distruggendo migliaia di preziosissimi testi del buddhismo Mahayana. Ma non solo: nuovamente, anche il paesaggio venne alterato, a segnare fisicamente la vittoria della Rivoluzione. Non esisteva praticamente infatti, in Tibet, una collina che non fosse sormontata da un monastero e soprattutto da uno stupa, edificio sacro e reliquiario, la cui forma è carica di significati simbolici ed esoterici. Tutto ciò non appare più agli occhi dei tibetani e di chi visiti la loro regione. Dei diecimila monasteri che vi si trovavano, ne sopravvivono malamente quarantacinque, e a decine di migliaia sono stati rasi al suolo gli stupa, alterando così un paesaggio che era al tempo stesso luogo fisico e mentale.
E’ il Progresso, baby. Forse sarebbe il caso di dedicargli uno stand, al prossimo Expo di Milano 2015.

Giuliano Corà

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 Pross. > Fine >>

Risultati 1 - 21 di 44