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Ricerca di un equilibrio nella complessitÓ PDF Stampa E-mail

25 Dicembre 2017

 

Da Appelloalpopolo del 27-11-2017 (N.d.d.)

 

Steve Keen è un professore di economia australiano, dal pensiero eterodosso in un mondo dove l’ortodossia economica è composta di soli princìpi neoliberisti. Si può definire un post-keynesiano e solo per questo avrebbe molto da insegnare a chi da decenni spera di uscire dalla crisi senza un intervento statale anticiclico, che metta in moto il moltiplicatore keynesiano della spesa pubblica e compensi le contingenti mancanze del settore privato. Il suo libro Possiamo evitare un’altra crisi finanziaria? (ed. Imprimatur, 2017, pp. 144, 14 euro) parte subito con la fondamentale distinzione, oggi resa commistione, tra microeconomia e macroeconomia. La porrei in questi termini: mentre nella microeconomia la massimizzazione dell’utile del singolo produttore o dell’utilità del singolo consumatore è il fine (e quindi è tutta la teoria dell’uomo economico razionale ad avere la preponderanza), nella macroeconomia il fine è lo studio del mercato o della stessa società, se vogliamo arrivare alla politica economica. Gli studi “macro” sono molto più complessi e constano sia di aspetti razionali che di aspetti irrazionali, irrazionali soprattutto relativamente alla mera massimizzazione del profitto o dell’utilità goduta. Il prof. Keen è quindi fortemente critico sin da subito sulla visione di Lucas, padre dell’ortodossa commistione tra micro- e macro-economia, e dei suoi seguaci, usando queste parole “questa visione della macroeconomia basata su principi di microeconomia, secondo cui il governo era sostanzialmente impotente, portò allo sviluppo di complicati modelli matematici conosciuti come modelli stocastici e dinamici di equilibrio economico generale (DSGE). Tale processo intellettuale non fu né pacifico, né apolitico”; e poi: “i libri di testo su cui si formano gli economisti mainstream hanno impedito agli studenti di considerare assurdità tali affermazioni e, quindi, li hanno predisposti a fare inconsciamente essi stessi stupide razionalizzazioni quando poi successivamente sarebbero andati a costruire ciò che credevano fossero modelli macroeconomici solidi dal punto di vista della microeconomia, basati sulla finzione di un consumatore rappresentativo”. Ovviamente tali modelli – che non considerano neanche il sistema finanziario – hanno fallito miseramente, e la domanda che si pone il libro, se “possiamo evitare un’altra crisi finanziaria”, ha la sua risposta nella parola chiave che dovrebbe governare le scelte economiche e di politica economica. Questa parola è “equilibrio” e parlando in particolare del mondo basato sul debito, il libro tratta di fatto dell’importanza di avere un controvalore reale nella creazione di valore attraverso l’offerta, fondamentale per mantenere l’equilibrio e non credere di essere in equilibrio perché si compensa la mancanza dell’altra parte, la domanda, aumentandone il debito. Keen usa le parole di un suo mentore, Minsky: “la fondamentale instabilità dell’economia capitalistica (è) crescente. La tendenza a trasformare un buon andamento in una rapida espansione di investimenti speculativi costituisce l’instabilità di fondo in una economia capitalistica”.

 

Per Keen le basi macro dalle quali ricavare l’equilibrio sono il tasso di occupazione, la quota salari e il rapporto tra debito privato e Pil. Ne deduciamo quindi che oggi non siamo assolutamente in equilibrio; non è normale che venga creata moneta per alimentare il mercato finanziario senza una ripresa dei salari, come non è normale che ci sia un debito privato a livelli mai raggiunti prima nella storia: è questo che dobbiamo riparare in primo luogo se vogliamo scongiurare altre crisi economiche durature, se vogliamo evitare la stagnazione che regna ormai da anni. Nel suo modello le relazioni significative sono: “La produzione è un multiplo del capitale sociale installato. L’occupazione è un multiplo della produzione. Il tasso di variazione dei salari è una funzione lineare del tasso di occupazione. L’investimento è una funzione lineare del tasso di profitto. Il debito finanzia gli investimenti che superano i profitti. La popolazione e la produttività del lavoro crescono ad un tasso costante. Il modello che risulta è molto meno complicato anche di un semplice modello DSGE: ha solo tre variabili, nove parametri e nessun termine aleatorio.” Il libro è quindi tutta una ricerca di un equilibrio nella complessità, che sarà poi la sfida degli economisti del ventunesimo secolo. Oltre a spiegare benissimo le dinamiche attuali, quando secondo l’autore “il debito aumenta su un certo numero di cicli, una quota crescente destinata ai banchieri è compensata da una quota inferiore per i lavoratori, cosicché la parte destinata al capitale fluttua ma rimane relativamente costante nel tempo. Comunque, non appena salari e inflazione sono spinti verso il basso, la capitalizzazione del debito alla fine sopraffà i salari in caduta libera e la quota profitti collassa. Prima che la crisi si conclami, la quota crescente destinata ai banchieri per pagare gli oneri dell’indebitamento è esattamente compensata dalla quota decrescente destinata ai lavoratori, così che la quota profitti diventa effettivamente costante e il mondo appare assolutamente tranquillo per i detentori del capitale – appena prima che il sistema crolli”. Tristi dinamiche dettate dalla mancanza di pensiero sistemico a livello macroeconomico e dalla faciloneria con la quale le esemplificazioni dei modelli economici liberisti sono state prese per buone e base di partenza per qualsiasi successiva decisione o previsione. Allo stesso modo, l’economia ortodossa non contempla minimamente le dinamiche del debito privato e il ruolo che ha nel sostenere una crescita economica falsata: “il crollo della crescita fondata sul credito determinò un’esplosione nella disoccupazione e un collasso dei prezzi dei titoli. In contrasto con la convinzione del mainstream secondo cui le variazioni dell’indebitamento sono semplici redistribuzioni che non dovrebbero avere effetti macroeconomici significativi, la variazione del debito fu di gran lunga il principale fattore a determinare il livello di disoccupazione, che crebbe notevolmente quando il tasso di crescita del debito privato precipitò”. Queste parole denunciano il fatto che il sistema non era in equilibrio, che aveva bisogno di una crescita di debito privato per finanziare la sua stessa crescita. Possiamo definirla la bolla delle bolle, una bolla sistemica che quindi al suo scoppio genera una crisi sistemica: fintanto che non si combatterà questo meccanismo non si potranno scongiurare gravi crisi.

 

L’analisi che Keen fa nel libro sembra governata dal pensiero che oggi la situazione è sbagliata perché non solo la moneta non viene considerata come una variabile fondamentale del sistema, ma anche perché chi ha il potere di stampare e governare la moneta e l’economia è esterno al modello e allo stesso sistema democratico, mentre dovrebbe essere parte del sistema e veicolare il denaro in modo tale che la collettività ne benefici e si sviluppi socialmente. E, quindi, invece di puntare ad una crescita equilibrata che tuteli il risparmio, l’attuale sistema fomenta l’accumulo di debito privato finché non si arriva al punto di non ritorno, posto in modo esemplificativo al 150% del PIL. Dal punto di vista politico la genesi di questo fenomeno è fatta risalire a Margareth Thatcher: “poco dopo l’inizio del suo mandato come primo ministro, il rapporto tra debito privato e Pil, che non aveva mostrato alcuna tendenza nel secolo precedente, iniziò a crescere tre volte il tasso al quale stava crescendo negli Stati Uniti. Il sostegno della Thatcher alla deregolamentazione finanziaria scatenò non l’innovazione capitalista, ma l’attività di prestito speculativo della City di Londra, che cavalcò il missile del debito per diventare la forza economica e politica dominante in Gran Bretagna “, specificando però che “la spesa statale diede alle aziende e alle famiglie una fonte alternativa di entrate con la quale onorare il debito privato. Senza di essa – come fu nel caso della Grande depressione, e come è adesso nel caso dell’Eurozona – la disoccupazione sarebbe stata terribilmente più alta”. Quest’ultima considerazione sull’eurozona è un implicito attacco al principio di indipendenza delle banche centrali che rende totalmente inerme lo Stato e il suo possibile interventismo, principio da scardinare per poter ravvisare dei miglioramenti nella nostra nazione, ma paradossalmente unico punto che non viene minimamente lambito dalle critiche che da più versanti iniziano a investire la Banca d’Italia. Ci focalizziamo sull’attività di vigilanza, per esempio, ma non sul vero nocciolo della questione, la liberale e liberticida indipendenza delle Banca Centrale dal proprio governo. Quanto all’equilibrio che si era raggiunto in Italia, non credo sarebbe dispiaciuto al prof. Keen, che a fine libro si scervella per cercare di trovare soluzioni per conseguirlo nel mercato monetario/finanziario. Nella prima Italia repubblicana: – lo Stato stampava moneta per mezzo di una banca Centrale sotto le sue dipendenze, scegliendo il tasso di interesse ed avendo un prestatore di ultima istanza; – attraverso lo Stato si indirizzava il risparmio nazionale per lo sviluppo sociale della nazione; – le banche erano divise tra chi operava nell’economia reale e chi operava nell’economia finanziaria; – le banche che operavano nell’economia reale dovevano scegliere i migliori investimenti da finanziare senza entrare nel capitale delle aziende. […]

 

il vero debito, quello che Keen pone come problema per l’economia mondiale, è tale in quanto dall’altra parte qualcuno ha un credito. Tizio deve 10 lire a Caio. Tizio ha un debito di 10 lire nei confronti di Caio. Caio ha un credito di 10 lire nei confronti di Tizio. Questo è il classico concetto di debito, che chiamerei “privato”. Poi c’è il così detto “debito pubblico”, e qui vanno fatte delle distinzioni. Ieri il nostro Stato sceglieva di emettere titoli di debito pubblico per reperire liquidità. In parte, essi venivano acquistati da privati, e per questa parte il debito è classico, essendovi un creditore al quale ridare soldi alla scadenza. Lo Stato sceglieva il tasso di interesse e chi voleva acquistava i titoli di Stato, ma per i titoli invenduti a quel tasso di interesse interveniva la Banca d’Italia, che stampando moneta dal nulla comprava i titoli al tasso scelto dal Tesoro all’un per cento. Ecco, questa parte di debito pubblico non è un vero debito, perché il creditore in sostanza non c’è, il creditore sei tu stesso, lo stesso Stato inteso come comunità. Infatti è alla comunità che poi per mezzo dello Stato quei soldi arriveranno, è la comunità a dare valore a quei soldi creati dal nulla accettandoli come mezzo di pagamento. Ci saranno più soldi che gireranno, perché la società ne avrà avuto bisogno. Per di più, l’inflazione in un mondo normale era tipicamente più alta dell’un per cento che lo Stato pagava d’interesse e quindi il debito pubblico di fatto si svalutava da solo o cresceva meno della quantità di denaro a disposizione dei cittadini. In queste condizioni il debito pubblico non era un problema ma un numero, da usare al meglio per cercare di mettere in moto un circolo virtuoso nell’economia e nella solidarietà nazionale. Oggi invece il debito pubblico è un problema: ciò è amaramente vero solo perché sono cambiate tutte le condizioni suddette, che permettevano alla comunità di avere il debito pubblico come risorsa e non come problema. Si è partiti nel 1981, con la Banca d’Italia che smette di essere compratore di ultima istanza dei titoli emessi dallo Stato. Indirettamente questo comporta che lo Stato non può più decidere il tasso d’interesse all’un per cento ma si deve adeguare alla richiesta del mercato, se vuole vendere tutti i titoli ed avere la liquidità che ha preventivato necessaria. Ciò ha comportato che il tasso d’interesse diventasse più alto della stessa inflazione facendo, al contrario di quanto avveniva prima, rivalutare il debito, oltre a limitare le capacità di intervento dello Stato, che deve pagare miliardi di interessi ogni anno. Si è giunti poi all’euro, facendo diventare la moneta che circola in Italia valuta straniera ed il debito pubblico paragonabile a un qualsiasi debito contratto in dollari con il Fondo Monetario Internazionale da parte di un paese del Terzo Mondo. […] Ecco perché oggi il debito pubblico è un problema, ma potrebbe anche non esserlo, anzi, potrebbe tornare ad essere una risorsa come auspicato da Keen, che propone idee per abbattere il debito privato, auspicando che sia sempre più scoraggiato, soprattutto se improduttivo e soprattutto se indirizzato al mero consumo: è sempre questione di equilibrio. Se aumenta il debito privato al consumo significa che il livello di offerta e di prezzi è troppo alto per la domanda esistente a quel dato tempo. Non è un bell’indicatore, come non lo è nessun indicatore che segnala uno squilibrio tra le forze di domanda ed offerta a vantaggio dell’offerta. Significa che c’è una crisi di domanda, oggi dettata dalla deflazione salariale: questa mancanza è compensata dal debito, che riesce a mantenere i prezzi almeno stagnanti. Considerando che il miglior equilibrio per una società sarebbe non solo che il reddito bastasse alle spese ma che ci fosse anche un minimo di inflazione e una crescita del risparmio delle classi medio-basse, è chiaro il concetto che l’aumento di debito privato al consumo è sintomo di qualcosa che non va a livello strutturale, anche se, in parte, ciò è una conseguenza del consumismo.[…] Come Keen ci ricorda, per arrivare al disastro è certamente stata decisiva la deregolamentazione del sistema finanziario, che ha portato con sé la perdita di controllo dell’equilibrio da parte delle pubbliche autorità. In linea generale ma toccando il nocciolo fondamentale, l’equilibrio in economia si ottiene se a fronte di un qualcosa c’è qualcos’altro. Questo è un discorso che può essere ben spiegato con la differenza tra stampare moneta per occupare un disoccupato o stampare moneta per pagare la disoccupazione a qualcuno che rimane disoccupato. La prima situazione è in equilibrio, la seconda no. Ecco, oggi viviamo in un’economia finanziaria che l’equilibrio non sa cosa significhi, ma conosce solo il gergo della crescita infinita. Con i derivati, poi, si entra in un contesto talmente lontano e variabile per mille fattori che l’equilibrio lo trovano forse solo gli algoritmi informatici. È nell’economia reale che soldi e beni sono ben definiti, si può dare un valore e si può cercare di mantenere un equilibrio che sia di crescita e di sviluppo per la società. Non nella giungla, non nell’immateriale, non in un mondo, quello finanziario, che non dovrebbe neanche essere un’economia ma un suo attore ad essa funzionale e al servizio della comunità. […] In quest’ottica la prima cosa da fare è riappropriarsi della creazione e gestione comunitaria della moneta attraverso gli Stati nazionali e per mezzo di Banche Centrali dipendenti dal potere politico. Secondo l’autore, l’unica variabile che potrebbe essere influenzata dall’aumento di base monetaria per mezzo della spesa pubblica è l’inflazione; in tal senso, per fugare la paura dell’inflazione in stile Repubblica di Weimar, chiuderei con le parole del gesuita Gael Giraud. Nel suo libro Transizione ecologica egli ci spiega che anche in quella circostanza la perdita di equilibrio è stata causata non dal pubblico operato ma dal mondo finanziario privato, tedesco nella fattispecie, a cui venne dato un potere che non aveva diritto di avere, quello di creazione della moneta – e conseguentemente del debito – senza limiti. […] Agli utili è necessaria la crescita ma allo sviluppo l’equilibrio, così come per evitare crisi finanziarie bisogna tornare a regolamentare un mondo finanziario troppo anarchico e libero. Il libro è questo che insegnerà, spero a più persone possibili.

 

Carmine Morciano

 

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