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NegativitÓ dei Centri Sociali PDF Stampa E-mail

28 Maggio 2019

 

Da Rassegna di Arianna del 26-5-2019 (N.d.d.)

 

Questa mia posizione ha radici lontane, anche se naturalmente con la maturità oggi si esprime con contenuti un po’ diversi dalla mia fase giovanile. Ma lo spirito, ci tengo a sottolinearlo, è lo stesso. Chi mi conosce, lo sa. Questo pezzo non vuole essere una ricostruzione storica né tanto meno un tentativo di lettura sociologica, ma la spiegazione del titolo. Nasce dalla mia esperienza diretta (anche se non sono mai stato un frequentatore dei C.S. (centri sociali) e dalla elaborazione del fenomeno sulla base della mia posizione anticapitalistica. Questo ci tengo a precisarlo. Al di là dei vari distinguo sulle identità diverse, i C.S. nascono, nelle intenzioni dei promotori, con l’occupazione di spazi pubblici e privati ai fini di un’attività “sociale sul territorio” all’insegna della “democrazia diretta”. Al di là delle differenze, il tratto dominante è quello del libertarismo anarchico. Per esempio, lo storico Forte Prenestino di Roma nasce all’insegna dell’idea del “non lavoro” (infatti ogni anno il 1° maggio celebrano la festa del “non lavoro”).

 

La negatività di queste realtà ruota fondamentalmente intorno al fatto che, pur richiamandosi alla socialità, queste rimangono espressione di una marginalità quasi sempre estranea ai contesti sociali ai quali pure si richiamano. Una marginalità che nel corso del tempo è andata radicalizzandosi fino a diventare un vero e proprio marchio di fabbrica. Una marginalità che si è alimentata di cultura “antagonistica”. Un antagonismo praticato in modo soggettivistico e mai capace di sintonizzarsi con le realtà popolari, anzi spesso venendo in conflitto con esse. Un modo di agire che ha alimentato un’identità apparentemente “contro”. Ma contro chi? Prevalentemente contro la normalità del senso comune che non poteva riconoscersi in comportamenti considerati “estranei”. Un antagonismo tutto declinato all’insegna dell’alternativismo che un po’ alla volta ha cominciato ad allinearsi alle nuove tendenze partorite dalla trasformazione “trasgressiva” sempre più in linea con la destrutturazione della società impulsata da un capitalismo che aveva bisogno di “svecchiarsi” per accogliere la necessità di modificare i comportamenti sociali e renderli più adeguati all'ultra liberismo globalista. I C.S. sono diventati realtà di nicchia nelle quali si sono sviluppati modi di fare e di sentire del tutto funzionali alla necessità di un sistema che nella “liquidità” ha la sua pietra angolare. Un po’ alla volta nei C.S. la pratica è andata volgendosi verso l’affermazione individualistica della libertà. Libertà intesa come libertà di fare come si vuole e libertà da qualsiasi vincolo.

 

Perno dell’attività dei C.S. sono le attività “autogestite”, dalla musica alla ristorazione passando per iniziative sempre mirate alla “riappropriazione” di qualcosa. L’enfasi data alla “riappropriazione” (di qualcosa espropriata evidentemente dal “potere”) ha portato sempre più queste realtà ad assumere comportamenti arroganti e spesso violenti. Nate dalla convinzione che la bontà delle proprie rivendicazioni vanno imposte con la “pratica”. Per cui chi non concorda è considerato controparte con la quale non si interagisce ma che bisogna semplicemente mettere in condizione di accettare in un modo o nell’altro. La forza dei C.S. è andata crescendo con la loro capacità di “fare affari” (i concerti sono la fonte primaria delle proprie entrate) sempre rivendicando il diritto di non dover pagare servizi (locazioni e utenze varie…) e sempre trovando l’accondiscendenza di amministrazioni “progressiste” compiacenti che, pur a volte non condividendo certe “esagerazioni”, vedevano in essi la possibilità di avere militanza gratuita per azioni di contrasto alle forze politiche avverse. Motivo per cui l’antifascismo (“antifà”) è diventato il loro marchio di fabbrica. In nome dell’ “antifà” ogni azione è giustificata, per esempio l’impedimento di qualsiasi iniziativa considerata fascista o in odor di fascismo. Per cui sono sempre i primi ad intervenire per impedire anche fisicamente l’organizzazione di eventi ritenuti contrari al proprio orientamento. Arrivando alla costituzione di un vero e proprio politicamente corretto che, guarda caso (seppur in modo esasperato), si è incontrato con il politicamente corretto delle istituzioni “progressiste” globaliste. Per esempio, non si può organizzare una discussione all’università sul clima se non secondo i parametri dell’ambientalismo ideologico che parta dalla tesi del riscaldamento globale come inteso dai circoli istituzionali del bio-capitalismo. Ma di esempi se ne possono fare in quantità. Uno tra i tanti, l’intervento violento all’università di Bologna di qualche anno fa in conseguenza della decisione del rettorato di mettere i tornelli per controllare gli ingressi alla biblioteca. Decidiamo noi come gestire l’università, dissero, e così dispiegarono un’azione violenta volta a distruggere i tornelli e quant’altro. Insomma in qualsiasi circostanza devono essere loro a decidere cosa fare e come farlo. Naturalmente in nome della “riappropriazione” del sapere e altre amenità del genere. Con modalità dell’agire semplicemente squadristiche. Per non parlare della responsabilità che hanno avuto i C.S. nella pratica del consumo di sostanze stupefacenti e della propaganda militante della liberalizzazione delle droghe “leggere”. Il comune denominatore dell’agire “sociale” dei C.S. è un nichilismo libertario che farebbe impallidire gli stessi teorici classici del nichilismo.

 

È innegabile che i C.S. svolgano un’azione del tutto in sintonia con i dettami di una società ultraliberista che non può accettare nessun tipo di condizionamento. Basta considerare il linguaggio utilizzato. Un linguaggio onirico e strampalato, comprensibile solo a se stessi (a volte neanche). Basta dare un’occhiata alla locandina che pubblicizza il party-rave intitolato Amen (per la gioia del Vaticano) dello “Spin time labs” al quale il cardinale elettricista ha ridonato la corrente elettrica (per i “migranti” naturalmente”). “Balliamo per difendere i nostri spazi di libertà”, recita la locandina dello Spin. Evento, pubblicizzato con un post sui social, da vivere all’insegna del «no racism, no sexism, no homophobia, no transphobia, no violence”. Chiaro? E non mi si venga a dire che questo non sia l’agenda “trans” (umana) del bio-capitalismo ultraliberista.

 

Antonio Catalano

 

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