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Siamo alla fine della civiltÓ industriale PDF Stampa E-mail

6 Ottobre 2019 

 

Da Rassegna di Arianna del 4-10-2019 (N.d.d.)

 

Il movimento FridaysForFuture si sta fortunatamente estendendo e ha un discreto séguito anche in Italia. La sua nascita, ad opera della giovanissima svedese Greta Thunberg, è strettamente legata alla richiesta di azioni per attenuare e poi far cessare i cambiamenti climatici causati dai prodotti di rifiuto (e dal consumo di risorse) della civiltà industriale, che hanno alterato i cicli fondamentali su cui si regge la Vita macroscopica del nostro Pianeta, come ad esempio il ciclo respirazione-fotosintesi e la composizione dell’atmosfera stessa. È piuttosto chiaro che non si tratta soltanto dei cambiamenti climatici, ormai evidenti e certamente dovuti alle attività industriali umane: questi sono soltanto un effetto, la causa prima è la civiltà industriale stessa, che ha come caratteristiche il mostruoso aumento della popolazione umana, la crescita economica e l’aspirazione apparente a rendere minima la fatica fisica.  Il Movimento nato con Greta chiede a gran voce interventi per arrestare i cambiamenti climatici, cioè in sostanza chiede di far progressivamente cessare le emissioni di CO2 in atmosfera, cioè di chiudere le centrali a carbone, petrolio e metano sostituendole con fonti energetiche rinnovabili.   Mediamente, il rapporto quantitativo fra una produzione da fossili e una da rinnovabili è di mille volte, cioè una fonte concentrata di produzione da rinnovabili è mille volte più piccola (energeticamente) di una centrale da fonti fossili. Dobbiamo quindi consumare molto, ma molto di meno, ridurre drasticamente gli spostamenti di persone, alimenti e merci, mangiare pochissima carne e, caso mai, riservare l’energia per il riscaldamento invernale. Ciò significa buttare definitivamente alle ortiche la crescita economica e tutti gli indicatori tanto cari a multinazionali, politicanti, economisti, industriali e sindacati.

 

È evidente che tutto questo vuol dire la fine del modello culturale umano denominato civiltà industriale, nato circa due secoli fa e diffuso recentemente in tutto il mondo. Le conseguenze di cui si vedono ora i primi segnali erano inevitabili già dall’inizio del processo, dato che il modo di funzionare di questa civiltà è incompatibile con il funzionamento (o la Vita) del sistema molto più grande di cui fa comunque parte, cioè il sistema biologico terrestre, o meglio, la Terra stessa. Quindi la civiltà industriale ne ha per poco: il modo di funzionare delle industrie, o la loro stessa esistenza, durerà ancora pochi anni, o decenni. Il sistema cerca di difendersi come può da queste evidenze, per esempio inventando espressioni palesemente contraddittorie come sviluppo sostenibile, green economy, crescita verde, economia circolare e simili amenità, inventate per continuare tutto come prima, anche se questo, in realtà, è impossibile.

 

Gli studenti del movimento FridaysForFuture si rendono conto di quanto sopra detto? Come accennato, ben presto si renderà comunque evidente che la civiltà industriale, oltre che essere immorale e fonte di infelicità, è prima di tutto un fenomeno impossibile, e quindi sta per terminare. Cosa verrà dopo? Qui sta il punto: dobbiamo gestire la transizione verso modelli possibili, che possano anche dare più serenità mentale e consentire una vita degna a tutti gli esseri senzienti (altri animali, piante, esseri collettivi, ecosistemi). Temo che questo non possa avvenire con una popolazione umana mondiale che si avvicina agli otto miliardi e cresce inesorabilmente di quasi cento milioni di unità ogni anno. Ma possiamo sempre sperare nell’azione dei giovanissimi e in un meraviglioso imprevisto.

 

Guido Dalla Casa

 

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