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Il problema lo Stato non Silvia Romano PDF Stampa E-mail

16 Maggio 2020

 

Da Rassegna di Arianna del 12-5-2020 (N.d.d.)

 

Il problema, come al solito, è di sistema. E, come al solito, viene invece affrontato sulla base di umori, sentimenti, ossessioni personali. A molti Silvia Romano sta antipatica. Io, evidentemente a differenza di questi molti, non la conosco, ma quel poco che so di lei non mi ispira un particolare afflato empatico. Ma questo è un aspetto del tutto secondario, a meno che non si ritenga che uno Stato debba tutelare o non tutelare un suo cittadino solo dopo il voto da casa della giuria popolare. No, la simpatia di Silvia non è il problema. E non lo sono nemmeno i dettagli voyeuristici che tanto colpiscono l’opinione pubblica reazionaria. È ingrassata? Boh, può darsi, ma chi se ne frega.

 

Non è difficile immaginare che un rapimento a scopo estorsivo debba comportare il mantenimento in buona salute del prigioniero, né che l’immobilità forzata abbia delle conseguenze sul fisico di quest’ultimo. Del resto tra le milizie somale il bilanciamento di carboidrati e proteine potrebbe non essere una priorità. È incinta? Si è sposata con un carceriere? È stata violentata? A parte il fatto che, da quello che sappiamo, la risposta a tutte queste domande è sempre no, in ogni caso non si capisce la rilevanza (se non eventualmente per la Romano stessa) di tutto questo filone di quesiti pruriginosi, se non per il fatto di attizzare le fantasie perverse e tardo democristiane della muffa bigotta italiota. E poi, cos’altro c’è? Ah, già, la conversione all’islam. Ecco, qui qualcosa da dire ci sarebbe, ma non per giudicare una scelta personale, che comunque parrebbe indotta da una evidente sindrome di Stoccolma, psicologica o ideologica che sia. La storia è piena di prigionieri che, appena liberati, tessono l’elogio dei carcerieri, in modo diretto o indiretto. La cosa è sempre imbarazzante, ma ci si passa sopra, a meno che il tutto non si tramuti in un gigantesco spot di Stato per i tagliagole, ovviamente. Dove la parola cardine è proprio Stato. Ci si concentra su Silvia Romano, chi la ama e chi la odia, ma il punto non è lei, il punto è lo Stato. Si dice siano stati spesi circa 4 milioni di soldi pubblici per liberare Silvia Romano. A tal proposito, tuttavia, l’indignazione è stata spesso mal spesa. Se avessimo speso 4 milioni per organizzare un blitz armato, sarebbero stati ben spesi. Ma l’Italia, chissà perché, queste cose non può farle. E se poi nel blitz qualcuno si fa male? Se perde la vita un soldato o magari la prigioniera stessa? Può capitare, ma questa Italia non avrebbe le risorse culturali e politiche per sostenere un tale rischio. Si preferisce allora irrorare ogni volta con denaro a pioggia tutta una filiera di basisti, informatori, intermediari, fino a che ognuno non abbia avuto la sua fetta di torta. Il che, ovviamente, mette in serio pericolo ogni italiano che, per un motivo qualsiasi, si trovi in qualche zona calda del mondo e che ormai viene visto dai predoni locali come un possibile bancomat di milioncini facili. E allora eccolo, il problema: uno Stato che ha espunto la forza dalla sua grammatica politica. Questo è il punto. Ogni altra discussione sull’argomento, dall’elogio della «splendida umanità» di Silvia alle speculazioni sul suo regime alimentare o sessuale in cattività, sono cibo per pesci gettato nell’acquario social.

 

Adriano Scianca

 

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