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La guerra fra Cina e USA Ŕ giÓ in corso PDF Stampa E-mail

22 Giugno 2020

 

Da Rassegna di Arianna del 14-6-2020 (N.d.d.)

 

La Cina non è ancora la prima potenza economica mondiale, ma ha buone probabilità di diventarla nei prossimi dieci anni. Dal 2012 è invece la prima potenza industriale, davanti all'Europa, agli Stati Uniti e al Giappone (ma scende al quarto posto se si considera il valore aggiunto pro capite). È inoltre la principale potenza commerciale del mondo e la principale importatrice di materie prime. Ha un territorio immenso, è il paese più popoloso del pianeta, la sua lingua è la più parlata del mondo, e ha una diaspora molto attiva in tutto il mondo. Possiede il più grande esercito del mondo e le sue risorse militari stanno crescendo a un ritmo esponenziale. È membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, possiede armi nucleari ed è una potenza spaziale dal 2003. Si sta affermando in modo massiccio nell'Africa Nera, sta acquistando infrastrutture di prim'ordine in tutto il mondo e il suo grande progetto di «nuove vie della seta» rafforzerà ulteriormente la sua capacità di influenza e di investimento. Nel 1980, il PIL della Cina era il 7% di quello degli Stati Uniti. Oggi è balzata a quasi il 65%! Infine, i cinesi depositano il doppio dei brevetti rispetto agli americani. Questo significa molto.

 

Nel 1993, nel suo libro sullo scontro di civiltà, Huntington ha anticipato il concetto di «modernizzazione senza occidentalizzazione» Questo è il punto essenziale. Il modello cinese, un nuovo tipo di modello che combina confucianesimo, nazionalismo, comunismo e capitalismo, si differenzia radicalmente dal modello occidentale di «sviluppo». I liberali credono generalmente che l'adozione del sistema di mercato porti inevitabilmente all'avvento di una democrazia liberale. I cinesi negano questa previsione ogni giorno. Negli ultimi anni hanno costantemente rafforzato il ruolo del mercato, ma senza mai smettere di regolamentarlo in modo rigoroso. Riassumere questo sistema come «capitalismo + dittatura» è un errore. Piuttosto, la Cina fornisce un esempio sorprendente di un capitalismo che funziona senza subordinare la politica all'economia. Il futuro ci dirà cosa pensare. I cinesi sono pragmatici che pensano a lungo termine. L'ideologia dei diritti umani è per loro totalmente estranea (le parole «legge» e «uomo», nel senso che diamo loro, non hanno nemmeno un equivalente in cinese: «diritti umani» si dice «ren-quan», «uomo-potere», che non è particolarmente chiaro), così come l'individualismo. Per i cinesi, l'uomo deve adempiere i suoi doveri verso la comunità piuttosto che rivendicare diritti come individuo. Durante l'epidemia di Covid-19, gli europei si sono confinati per paura; i cinesi lo hanno fatto per disciplina. Gli occidentali hanno riferimenti «universali», i cinesi hanno riferimenti cinesi. C'è una bella differenza. Gli americani hanno sempre voluto uniformare il mondo secondo i propri canoni identificati con la marcia naturale del progresso umano. Da quando hanno raggiunto una posizione dominante, si sono costantemente adoperati per evitare l'emergere di qualsiasi potere crescente che potesse mettere in pericolo questa egemonia. Negli ultimi anni, negli Stati Uniti sono proliferati i libri (Geoffrey Murray, David L. Shambaugh, ecc.) che dimostrano che la Cina è oggi la grande potenza in ascesa, mentre gli Stati Uniti sono in declino. In un libro molto discusso (Destined for War), il politologo Graham Allison mostra che nel corso della storia, ogni volta che una potenza dominante si è sentita minacciata da una nuova potenza nascente, la guerra si profila all'orizzonte, non per ragioni politiche, ma per il semplice fatto della logica propria dei rapporti di potere. Questo è ciò che Allison ha chiamato la «trappola di Tucidide», in riferimento al modo in cui la paura ispirata a Sparta dall'ascesa di Atene ha portato alla guerra del Peloponneso. Ci sono buone probabilità che lo stesso accada con Washington e Pechino. A breve termine, i cinesi faranno di tutto per evitare uno scontro armato e non lasciare il posto alle provocazioni con cui gli americani hanno familiarità. A lungo termine, tuttavia, un tale conflitto è perfettamente possibile. La grande domanda è, quindi, se l'Europa passerà dalla parte americana o se dichiarerà la sua solidarietà con le altre grandi potenze del continente eurasiatico. Questa è, naturalmente, la questione decisiva. Non ci si può illudere, gli Stati Uniti sono già in guerra con la Cina. La guerra commerciale che essi hanno avviato si affianca ad una parte politica di cui testimonia, ad esempio, il loro sostegno ai separatisti di Hong Kong (presentati scherzosamente come «militanti pro-democrazia»). Nei documenti dell'amministrazione americana, la Cina è ora indicata come «rivale strategico». Questa aggressività non è tanto arroganza quanto paura. Ma i cinesi non hanno alcuna intenzione di permettere che ciò avvenga, né tollereranno all'infinito un ordine mondiale governato da regole dettate dagli Stati Uniti. Come ha detto Xi Jinping, «la Cina non cerca i guai, ma non li teme». Non bisogna mai dimenticare che per i cinesi non esistono quattro, ma cinque punti cardinali: il nord, il sud, l'est, l'ovest e il centro. La Cina è l'impero di Mezzo.  

 

Non c'è dubbio che nei prossimi mesi si moltiplicheranno le campagne anti-cinesi  orchestrate dagli americani per assicurarsi il sostegno dei loro alleati, a cominciare dalla loro «provincia» europea, allo scopo di ricreare a loro vantaggio un nuovo «blocco occidentale» opposto a Pechino paragonabile a quello che esisteva di fronte a Mosca durante la guerra fredda. Sarebbe drammatico se la Francia e l'Europa cadessero in questa trappola, come hanno già fatto aderendo alle sanzioni contro la Russia. Non siamo destinati ad essere sinizzati, ma non è una ragione per continuare ad essere americanizzati, soprattutto in un momento in cui gli Stati Uniti accumulano in patria problemi che non riescono più a risolvere. La Francia, che ai tempi del generale de Gaulle fu la prima a riconoscere la Repubblica Popolare Cinese, dovrebbe ricordare, invece di sprofondare ancora una volta in un atlantismo contrario a tutti i suoi interessi, che all'epoca, in piena guerra fredda, cercava soprattutto un equilibrio tra i poteri che rispettasse l'indipendenza dei popoli. Maurice Druon diceva sempre che il francese era la «lingua dei non allineati»! È a questo ruolo che deve ritornare.

 

Alain de Benoist

 

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