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La fine dell'emergenza non fermerÓ la disgregazione PDF Stampa E-mail

15 Gennaio 2021

Vedo due possibilità riguardo lo sviluppo prossimo delle cose: o la situazione del virus si drammatizza, oppure l'emergenza si esaurisce sostanzialmente in un tempo piuttosto breve. Il drammatizzarsi della situazione renderebbe, in un certo modo, più facile l'atteggiamento da assumere. Bisognerebbe conseguirne piuttosto con evidenza che si tratta di una situazione condotta deliberatamente. Ci sarebbero fatti precisi a cui organizzare un'opposizione. La conclusione dell'emergenza porterebbe paradossalmente a una condizione più delicata: si tratterebbe allora di avere una prospettiva. Chiarirei subito che la fine dell'emergenza non significherebbe per me che non si sia trattato di una vicenda torbida; né che non prosegua comunque - e anzi in modo da questa vicenda accelerato - il processo dissolutivo di questa civiltà.

Quello che è accaduto in questi mesi, e particolarmente nella primavera del 2020, resterà oggetto di indagine. È probabile che non si arrivi a risposte specifiche e assolute, ma questo non vuol dire. A distanza di quaranta o cinquanta anni, riguardo il periodo cosiddetto della "strategia della tensione", non ci sono complete conoscenze dei fatti e degli andamenti specifici: ciò non toglie che possiamo valutare cosa sia stato sostanzialmente quel momento storico, e che gli intellettuali più avveduti (ad esempio Pasolini) avessero compreso già nel corso dei fatti quello che stava sostanzialmente succedendo. Se anche, per esempio, si concludesse l'emergenza essendo stati gli effetti del virus sostanzialmente deboli, non ne conseguirebbe una sua sicura naturalità: certe operazioni possono configurarsi come minacce, come preparativi, come inizi a cui non è stato possibile o non si è ritenuto dare un seguito; e questo vale sia per operazioni dirette verso l'esterno che verso l'interno.

In ogni caso, come dicevo, una fine dell'emergenza non cambierebbe il senso disgregativo nell'andamento di questa civiltà. Tutt'altro: l'aumento delle complessità tecniche portato dalle emergenze produce in realtà perdita di controllo, a cui si cerca di reagire con misure tecniche ancora più stringenti eccetera. In tutti i fenomeni di disgregazione si formano dei "vuoti interni". La difficoltà di condurre un'economia a livelli elevati può essere un dramma sociale o un'occasione. C'è da scegliere se lottare perché ti lascino continuare ad essere una rotella dell'ingranaggio o per fuoruscire dall'ingranaggio. Le stesse circostanze economico-sociali possono portare nel senso della sottomissione o in quello della libertà. Dipende da noi. Per conquistare la libertà si tratta anzitutto di comprendere, poi rendere sé stessi degni della libertà, quindi lottare. È chiaro a mio parere che una condizione di libertà indipendente poggia su una indipendenza economica. Questo significa capacità di autosussistenza, a cominciare da quella individuale e di piccola comunità. Sul fondamento di una indipendenza economica può realizzarsi compiutamente una indipendenza culturale e spirituale. Percorsi alternativi di qualunque tipo, ad ogni modo, non potrebbero isolarsi in propri ambiti limitati: non potrebbero esimersi da legami di fatto con la situazione generale. La maniera forse più sana di fare gli inevitabili conti con la complessità tecnica, è farli con il suo aspetto di possibilità distruttiva. Organizzarsi una padronanza della complessità tecnica distruttiva a garanzia della possibilità di una vita semplice indipendente. Potrebbe essere in questo senso, o almeno anche in questo, il passaggio ad una età spirituale da molte voci preconizzato. Culminata la Tecnica nelle sue possibilità distruttive, la questione diventa quella di usare eventualmente queste possibilità per la distruzione totale. La preminenza passa cioè dal fatto tecnico a quello spirituale.

So di un episodio accaduto nel periodo della seconda guerra mondiale. In un campo di concentramento tedesco, per un certo fatto, viene stabilita una punizione collettiva. Un condannato a morte per ogni baracca. Le guardie si presentano a prelevare un condannato, un uomo lì con la propria moglie e i figli piccoli. La famiglia si dispera; come faranno, dice l'uomo, senza di me? Nella baracca c'è anche un prete ortodosso, che si fa avanti e dice: vengo io al posto di quest'uomo. I tedeschi accettano lo scambio. L'esecuzione consiste nell'essere messo in una piccola cella sotterranea e lasciato lì a morire. Conosciamo questa vicenda dalle lettere che un militare tedesco scrisse ai familiari. Scrive il militare: quando abbiamo aperto la botola e siamo scesi a prendere il cadavere, sono rimasto profondamente colpito e turbato; sorrideva, aveva un'espressione di beatitudine…

Nella prospettiva spirituale, diversamente da quella pragmatica, il valore sta al di sopra dei fatti di per sé; e non parlo di valore in senso astratto o dogmatico: intendo la percezione effettivamente positiva realizzata da una persona.

Enrico Caprara

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