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La societÓ senza dolore PDF Stampa E-mail

29 Marzo 2021

 Da Appelloalpopolo del 22-3-2021 (N.d.d.)

Byung-chul Han, filosofo coreano che vive da tempo in Germania e insegna a Berlino, ha da poco pubblicato un libriccino tradotto in Italia da Einaudi, La società senza dolore. La tesi sostenuta dall’autore, benché piuttosto semplice in sé, viene sviluppata con acutezza e profondità di visione, ed è questa: la società contemporanea è dominata da un’algofobia che consiste tanto nella paura della sofferenza fisica e psicologica quanto nella vergogna di provare l’esperienza del dolore, perché essa confligge frontalmente con gli imperativi categorici della performance e del successo. Una civiltà fondata su tali basi rigetta i tempi lunghi, la pazienza, i vincoli comunitari forti (quelli amorosi, ad esempio), che possono anche far soffrire e che soprattutto, sottolinea Han, presuppongono una sorta di fragilità, di ribollente infirmitas originaria, letteralmente impresentabile agli occhi della fredda società senza dolore. Questa tendenza evidentemente de-realizzante scivola nel progressivo distanziamento sociale e travolge la cultura, i cui prodotti “devono assumere una forma che li renda consumabili, cioè compiacenti”, dunque immuni dallo sconcerto primordiale e dall’inquietudine che da sempre generano l’eroismo del pensiero. Senza dolore non si dà catarsi e senza catarsi non c’è arte né sapienza. Τ πθει μθος, dice Eschilo: la conoscenza proviene dalla sofferenza. E approda alla gioia, alla liberazione. Mentre la società premoderna e quella disciplinare hanno mantenuto un rapporto stretto con il dolore (sia pure in termini diversi: l’una esaltando il martirio, l’altra circoscrivendolo in spazi chiusi come il carcere, la caserma e la fabbrica), nel regime algofobico-analgesico-palliativo questo legame va in frantumi.

Han ritiene che fenomeni tipici del nostro tempo come la medicalizzazione e l’abuso di farmaci siano da leggere proprio come espressioni della perversa volontà di sopprimere una volta per tutte la sofferenza. Ma in modo analogo è possibile interpretare anche l’apparente “leggerezza” del nuovo Potere, diventato smart, come scrive Han. Oggi il Potere non opprime, seduce; può coartare, fino a comprimere le libertà personali democratiche, ma con il pretesto di proteggere da virus reali e metaforici l’esistenza biologica delle persone. Se è vero che il dolore viene eliminato perché non si trasformi in contestazione dell’ordine neoliberale, ne deriva, paradossalmente, che la soglia di tolleranza si abbassa di giorno in giorno: la resistenza è una facoltà che va atrofizzandosi a vantaggio della ben più morbida resilienza, e ciò preannuncia l’avvento di un’inquietante “era postumana” nella quale il dolore e la noia verranno completamente sradicati grazie alle biotecnologie.

Negli anni Sessanta Caillois descriveva così le funeral home, le “sale del commiato” oggi note anche in Europa ma a quell’epoca diffuse soltanto negli Stati Uniti: “L’atrio è rallegrato da una gran quantità di piante verdi; un salotto gradevolmente se non lussuosamente arredato accoglie il visitatore. Arazzi, statue, soprammobili, fiori freschi nei vasi sembrano avere il compito di rassicurarlo e di metterlo a suo agio: si tratta, dicono, di vincere il dolore con l’ammirazione. Si cerca di distogliere i presenti da ogni sensazione di tristezza e di macabro”. A ben vedere, la civiltà analgesica si sviluppa proprio da questa abnorme, paralizzante rimozione della morte (frutto della reazione uguale e contraria ai lunghi secoli egemonizzati dalla sua onnipresenza); è lo stesso atteggiamento che si ritrova all’origine del paradigma immunitario caratteristico della modernità e che la narrazione sull’attuale pandemia alimenta senza tregua: “nella preoccupazione esclusivamente rivolta alla sopravvivenza”, osserva Han, “noi siamo uguali al virus (…) che si limita a moltiplicarsi, quindi a sopravvivere, senza vivere”. La società senza dolore umilia l’uomo e ne annichilisce la dignità, vanificando quelle aspirazioni individuali e collettive alla grandezza che trovano compimento nel confronto a viso aperto con la realtà ineluttabile della nostra finitezza.

Giampiero Marano

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