Grandi opere, grandi mali

8 gennaio 2008

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E' di prossima uscita un libro che vi consigliamo di leggere: "Grandi Opere. Le infrastrutture dell'Assurdo", Arianna Editrice. L'autore è un nostro nuovo collaboratore, Marco Cedolin. E' un valsusino, vive nel piccolo comune di Mompantero. Scrittore e  studioso di economia, ambiente e comunicazione, collabora anche coi siti Luogocomune, Socialpress, Cani Sciolti e con la rivista Il Consapevole. Fa parte del Movimento per la Decrescita Felice fondato da Maurizio Pallante ed è attivo nel movimento No Tav. Sempre per i tipi di Arianna Editrice ha pubblicato "T.A.V. in Val di Susa. Un buio tunnel nella democrazia" (con prefazione di Massimo Fini). Ma lasciamo la parola a lui, in questo magistrale intervento che vi invitiamo a conservare.

Le grandi opere incarnano meglio di qualunque altra cosa lo spirito della società globalizzata, disposta ad immolare l’uomo e l’ambiente che lo circonda sull’altare della crescita e dello sviluppo.
Veri e propri simulacri di un progresso tanto effimero quanto devastante, i progetti delle grandi opere assorbono oggi nel mondo una parte consistente dei bilanci pubblici, promettendo di restituire sviluppo e benessere, mentre in realtà accanto ai profitti miliardari dei potentati economici che le costruiscono esse creano solamente devastazioni ambientali e squilibri sociali senza fine.
In Italia l’infrastruttura ferroviaria per il TAV, come un’immensa muraglia cinese di cemento taglia in due la pianura padana, prima orizzontalmente da Torino a Milano, poi verticalmente giù fino a Bologna, per poi infilarsi in maniera devastante dentro l’Appennino e riemergere nei pressi di Firenze, il cui sottosuolo sta ancora aspettando di essere sventrato in profondità, e poi ancora giù per altri centinaia di chilometri, attraversando Roma per giungere fino a Napoli. Costerà al contribuente 90 miliardi di euro, per mezzo dei quali sarebbe stato possibile riorganizzare in maniera efficiente l’intero sistema ferroviario nazionale che versa in condizioni disastrose, o ridare un minimo di dignità al servizio sanitario ormai sprofondato al di sotto dei limiti della decenza. I cittadini che finanziano materialmente l’opera non sono mai stati interpellati e la costruzione dell’infrastruttura determinerà per loro solamente ricadute negative, ma purtroppo i mestieranti della politica, i teleimbonitori da talk show ed i professionisti della cattiva informazione si sono dimenticati d’informarli.
Dalla metà del secolo scorso la costruzione delle grandi dighe ha determinato nel mondo disastri sociali più ingenti di quelli generati dalle alluvioni e dai terremoti. La sola diga delle Tre Gole in Cina ha costretto 1.200.000 persone ad abbandonare la propria casa e l’agricoltura di sussistenza per mezzo della quale vivevano, donando loro un futuro da profughi nelle bidonville di qualche grande città. Nonostante ciò la Banca Mondiale e la Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo hanno finanziato e continuano a finanziare le grandi dighe spacciandole come elementi di progresso.
Nell’ambito della costruzione dell’oleodotto Baku – Tbilisi –Ceyhan (BTC) funzionale a soddisfare gli interessi statunitensi ed israeliani in ambito energetico, Turchia, Georgia ed Azerbaijan hanno ceduto al consorzio BTC l’effettivo potere di governo per 40 anni sugli interi 1.770 km di territorio attraversati dall’oleodotto. Decine e decine di migliaia di cittadini turchi, georgiani ed azeri sono così diventati “sudditi” di una corporation ed hanno perso ogni beneficio garantito dalla costituzione del proprio paese senza essere stati neppure informati dell’accadimento.
La travagliata costruzione della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) costerà la cifra esorbitante di 100 miliardi di dollari, prelevati in maniera coattiva dalle tasche dei contribuenti dei 16 paesi che aderiscono al progetto. L’opera è stata sponsorizzata presso l’opinione pubblica dei paesi interessati come un laboratorio scientifico d’eccellenza ed un avamposto per la “conquista” dello spazio. In realtà si tratterà di un manufatto destinato, dopo soli 10 anni di prevista attività, ad incrementare il già consistente numero di rifiuti spaziali, insieme al fatturato delle grandi industrie aerospaziali e degli armamenti (per quanto riguarda l’Italia Finmeccanica su tutte) che hanno curato la costruzione dei vari moduli.
In Italia, come nel resto del mondo, i cittadini sono stati imboniti con atteggiamento paternalistico come si farebbe con un bambino. Hanno detto loro costruiremo il TAV, perché così potrai viaggiare più velocemente, le merci arriveranno prima negli scaffali degli ipermercati e ci saranno meno TIR ad inquinare sulle strade. Costruiremo i megainceneritori, perché così si eviteranno le discariche, l’aria ed i terreni saranno più puliti e tu potrai avere nuova energia e riscaldarti a basso costo con il calore prodotto. Costruiremo nuove gallerie e nuove autostrade per velocizzare il traffico ed evitare che tu corra il rischio di restare in coda e depauperare il tuo tempo prezioso. Costruiremo i rigassificatori per fare in modo che tu possa riscaldarti durante l’inverno ad un costo inferiore. Costruiremo immense dighe perché l’energia idroelettrica è pulita e regolarizzeranno il corso dei fiumi impedendo le piene e le alluvioni. Costruiremo il Mose perché Venezia in futuro non sia più allagata dalle alte maree. Costruiremo la Stazione Spaziale Internazionale perché la scienza e la tecnologia possano aprirsi a nuove frontiere, nuove medicine contribuiscano a mantenerti in salute e nuove tecnologie a migliorare la qualità della tua vita. Costruiremo nuovi oleodotti e gasdotti perché non ci sia rischio che l’energia possa venirti a mancare. Costruiremo nuove basi militari perché contribuiscano creare la pace e preservino la tua sicurezza. Costruiremo, per te, per il tuo benessere e per donarti un futuro migliore.
Così oggi i cittadini vedono spuntare un po’ dovunque i muraglioni del TAV, i piloni dei viadotti, i buchi neri dei tunnel, i nastri d’asfalto di autostrade e tangenziali, le ciminiere dei megainceneritori, le infrastrutture militari e colate di cemento di ogni genere, ma continuano a passare sempre più tempo incolonnati dietro ai TIR in autostrada ed in tangenziale, si ammalano sempre più a causa dell’inquinamento, pagano bollette della luce e del gas sempre più care, assistono all’apertura di sempre nuovi teatri di guerra che si traducono in carneficine inenarrabili, subiscono a cadenza settimanale i rincari alle pompe di benzina, vedono diminuire ogni giorno che passa le proprie opportunità di lavoro, si ritrovano sempre più poveri, sempre più indebitati e prigionieri di un ambiente asfittico e maleodorante che li racchiude fra le sue spire come un bozzolo marcescente e molti di loro iniziano a comprendere di essere stati raggirati.
Solo attraverso l’acquisizione di nuove conoscenze e consapevolezze sarà possibile prendere coscienza delle storture connaturate nel modello di sviluppo della crescita infinita che ci viene presentato come l’unica alternativa possibile.
In realtà un’alternativa al sistema sviluppista e alle grandi opere che sono ad esso funzionali esiste ed è un’alternativa di decrescita. Intesa non come recessione ed impoverimento, bensì come riappropriazione della persona e dei suoi reali bisogni, liberata dall’ossessione dell’economicismo. Decrescita intesa come riscoperta della qualità della vita, dei rapporti col prossimo, della convivialità, del lavoro concepito come valorizzazione delle proprie qualità e non come imposizione meccanica alienante, dell’identità culturale e dell’appartenenza locale, come risposta all’appiattimento sociale imposto dalla globalizzazione e dal gigantismo.
Il futuro dovrà per forza di cose sostituire la macroeconomia globalizzata con microeconomie autocentrate che valorizzino le peculiarità dei territori, privilegiando gli scambi commerciali a corto raggio ed anche le infrastrutture saranno chiamate ad interpretare questa nuova realtà fatta di piccole opere, scarsamente impattanti e ad elevata utilità sociale.
Non si tratta di tornare indietro, ma semplicemente di continuare sulla strada intrapresa da millenni, in completa continuità con l’atteggiamento che l’umanità ha sempre mantenuto nel corso della propria storia. La sobrietà, la reciprocità, l’agricoltura di sussistenza, gli scambi non mercantili, la valorizzazione delle comunità locali, fanno parte del bagaglio culturale dell’umanità molto più di quanto non accada per il sistema sviluppista che in un solo secolo ha depauperato le enormi risorse accumulatesi durante migliaia di anni, arrivando a mettere in pericolo le stesse prospettive di sopravvivenza della specie umana e dell’ecosistema terra che da sempre la ospita.

Marco Cedolin

Commenti
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fabiolucidobalestrieri@hotmail
FabioSbrocchio (Registered) 09-01-2008 01:33

Sono ovviamente completamente daccordo. Ottimo articolo.

A tal proposito consiglio la lettura di "Piccolo Ŕ bello - Grande Ŕ sovvenzionato" di Steven Gorelick (Arianna).
Per quanto riguarda la decrescita l'ultimo testo pi¨ importante, completo e sintetico di molte voci al riguardo, Ŕ quello di Latouche: La scommessa della decrescita.
Kali Yuga (Registered) 09-01-2008 13:44

La decrescita Ŕ l'unica via per evitare il collasso, ma, ripeto, sono molto pessimista a tal proposito. Chi vuole veramente perdere i propri "privilegi" e comoditÓ? Senza contare i giganti come Cina, India, Usa e Giappone. Come convincerli che siamo sulla strada dell'annientamento? Temo che dovremmo aspettare il tracollo, sempre che questo non porti alla fine della vita umana (e non solo quella).
Poggesi (Registered) 09-01-2008 14:33

Benissimo, bell'articolo. Personalmente per˛ credo che, almeno nel breve-medio termine, non Ŕ realistico pensare che le economie locali debbano e possano "sostiture" l'economia globale, ma potranno e dovranno affiancarsi ad essa, instaurando una dialettica improntata a complementarietÓ e pluralismo -e non fomentando pericolose e regressive tendenze localiste, esclusiviste. E questa dialettica sarebbe una buona plaestra in primo luogo per l'Europa, che giÓ si propone di integrare -almeno ufficialmente- istanze comunitarie ed istanze locali.
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