Lo Stato come una famiglia?

Da Rassegna di Arianna del 10-1-2019 (N.d.d.)

Vi è un diverbio sul ruolo dello Stato tra gli economisti classici neoliberisti cultori dell’austerity e gli economisti keynesiani ma vige sulla questione un duplice equivoco che tento qui di chiarire. Alla linea neoliberista, che equipara lo Stato a una famiglia cioè a un semplice cliente bancario, che deve stringere la cinghia, seguire l’austerity, tagliare le spese pubbliche per far “quadrare i conti” in un “pareggio di bilancio” tipico del cliente bancario che giocoforza si indebita per vivere e deve rimborsare tali debiti (+ gli interessi), si contrappone la linea keynesiana per cui il debito di uno Stato non è come il debito di una famiglia verso l’esterno, poiché lo Stato si indebita verso i propri cittadini, ossia con sé stesso, e a ogni debito corrisponde la spesa dello Stato per i propri cittadini.

Innanzitutto il primo equivoco è quello di asserire che lo Stato è come una famiglia. Per certi versi non lo è. E hanno ragione i keynesiani a ribadirlo. Lo Stato non è come una famiglia. E non lo è, perché nella famiglia vige all’interno l’economia del dono, ognuno contribuisce per quello che può e a tutti viene garantita una dignità di vita mentre all’esterno, tra i suoi membri e gli altri, vige il do ut des contabile, come i normali clienti bancari, indebitati per il solo fatto di esistere, e il debito di uno diventa il debito di tutta la famiglia.  Nello Stato vige solamente il do ut des contabile, siamo tutti clienti bancari e l’economia del dono, nella famiglia Stato, non esiste. Tranne per il debito da rimborsare in solido. Ma non siamo come una famiglia perché non siamo nell’economia del dono. D’altro canto, a guardarci meglio, si potrebbe invece dire che nei fatti lo Stato è come una famiglia nel senso che è diventato un cliente bancario. Quando i keynesiani dicono che lo Stato non è come una famiglia, perché il debito dello Stato è il credito dei cittadini, dovrebbero dire che per definizione lo Stato non dovrebbe essere un cliente bancario che si indebita verso l’esterno – il cartello delle dealer – perché dovrebbe avere la sovranità monetaria, e la sovranità dello Stato dovrebbe garantire a tutti la sovranità individuale. Ora tutti sappiamo che nei fatti non è così, lo Stato è “quotato” in una “borsa” dove il rating di agenzie private d’intesa tra loro, e in conflitto di interessi con i rentiers che ci prestano la moneta, determina a quanto pagheremo la nostra liquidità. Cioè, quanti soldi ci costerà comprare i soldi per funzionare. Nessuno che si chieda se sia normale comprare i soldi. “Comprare i soldi” è come se il metro che misura la lunghezza misurasse sé stesso e, per gli interessi, come se ad ogni misurazione di sé stesso lo stesso metro si accorciasse. O come se ad ogni uso del simbolo monetario trattato come merce perché “venduto”, il valore monetario si restringesse, si usasse, appunto, si usurasse. E visto che chi compra i soldi, lo “Stato”, tali soldi non ce li ha, poiché li deve pagare con una somma superiore a quella acquisita precedentemente, l’indebitamento è matematicamente certo ed esponenziale. Nella contestazione keynesiana, è quindi sottinteso il pensiero che se lo Stato facesse lo Stato NON sarebbe come una famiglia perché NON dovrebbe indebitarsi con un cartello di banche dealer. Primo punto. Ma, secondo punto, è altrettanto equivoca la concezione dello Stato che NON è una famiglia adducendo che il debito dello Stato è la ricchezza dei cittadini. Primo perché allo stato attuale lo Stato NON è indebitato nei confronti dei cittadini, ma nei confronti di un cartello di banche dealer, di preferenza straniere. Sono loro che vendono per prime le scritture contabili virtuali che fungono da moneta alla finzione giuridica Stato. Secondo, perché lo Stato NON coincide con la somma dei cittadini. Non questo Stato che è persona giuridica a sé stante.

Se mi obbligassero a scegliere tra i due termini, naturalmente sceglierei la linea keynesiana ma il fatto è che contesto sia il paradigma della moneta debito, che esso sottintende, senza sia pur minimamente rimetterlo in discussione, sia l’idea stessa di Stato NON coincidente con i suoi cittadini, che questa visione presuppone. La moneta debito, secondo i keynesiani, non è un problema perché il debito dello Stato sarebbe il credito dei cittadini e viceversa. Dimenticano che lo Stato non solo NON coincide con i suoi cittadini, poiché è una persona giuridica a sé stante ma è anche una finzione giuridica. Non esiste in quanto tale ma gli si intesta un conto. Ergo la moneta debito in questo tipo di Stato finzione giuridica, è sempre e comunque un problema. Perché chi gestisce questa finzione, le entrate le destina al rimborso dei debiti bancari, come se si trattasse di un cliente bancario indebitato, ma spalma il debito dell’ente sui singoli cittadini. Con la scusa che “siamo una famiglia”. E il debito esiste sempre per il solo fatto che compriamo la moneta. Lo Stato, senza sovranità monetaria, è come una famiglia che si indebita verso l’esterno, ma a differenza della famiglia (o della tribù) quantunque si indebitasse verso i suoi cittadini, come nel caso delle scritture contabili fallaci delle banche, diventa un alieno fittizio per fungere da contropartita al cittadino creditore – come una società schermo, per intenderci. Nella famiglia, se si arricchisce un membro ne usufruiscono tutti gli altri, per una sorta di coincidenza fattuale e informale tra il membro della famiglia e la famiglia stessa. Il collante che opera tale miracolo, è l’amore. Mentre nel caso dello Stato, se lo Stato ha maggiori entrate, dalle tasse, ad esempio, NON significa automaticamente che tutti i cittadini se ne avvantaggino, anzi. E se lo Stato acquisisce maggiore liquidità, è ipse facto un aumento del debito pubblico da addebitare ai cittadini. E qua viene il punto: tutta la moneta circolante in un paese – nel presente paradigma che è anche molto antico – è un debito della finzione giuridica Stato nei confronti di un cartello costituito da altre finzioni giuridiche, le banche, che sono controllate da persone fisiche in carne ed ossa – gli azionisti, o gli azionisti degli azionisti – e che nella maggior parte dei casi hanno già realizzato il profitto cartolarizzando tali crediti, per spalmare i rischi e le dilazioni sui buoni padri di famiglia. I cittadini sono sempre debitori, in solido, con la finzione dello Stato, mentre i grandi azionisti delle banche dealer sono ipse facto creditori della stessa. Un dare un avere. E la forma è salva. Non la sostanza. Poiché se nel dare vi è un cittadino in carne e ossa, e nell’avere vi è una finzione giuridica, i debitori saranno certi, mentre i creditori veri si nasconderanno dietro la finzione giuridica. Lo Stato sarebbe sì come una famiglia se non fosse una persona giuridica a sé stante, fictio juris, se fosse la somma di tutti noi cittadini, se fossimo nel regime dell’economia del dono, come lo erano le tribù prima dell’invenzione della moneta e lo sono le tribù indigene a tutt’oggi. Ma lo Stato è stato creato proprio per conformarsi a un regime monetario in cui i cittadini venissero privati del reddito monetario, organizzati e messi a profitto come bestiame a vantaggio di una casta sovrana per “diritto divino” ed essendo una finzione giuridica, una scatola vuota senza il diritto di godimento della proprietà – che appartiene unicamente alle persone fisiche – è diventato una società veicolo strumentale del cartello bancario che con la magia delle scritture contabili moltiplica i suoi utili occulti a nostro debito. Pertanto il duplice equivoco è questo: se è vero che nel presente paradigma lo Stato è come una famiglia nel suo essere cliente bancario privato della sovranità monetaria, è pur vero che in detto paradigma, la spesa dello Stato sarebbe la ricchezza dei cittadini, se e solamente se il debito contratto per immettere moneta lo fosse nei confronti dei propri cittadini-soci, di sé stesso. Alla luce di quanto sopra, lo Stato dev’essere come una famiglia o no? Nel paradigma della moneta debito in cui siamo lo Stato è purtroppo semplice cliente bancario ma sarebbe auspicabile che fosse come in una famiglia, dove ciò che spende o che guadagna un membro è una spesa o un guadagno per tutta la comunità. Nella famiglia si chiama amore, ed è il suo collante, nella società si chiama solidarietà, e sarebbe il collante di una società organica, “keynesiana”. Nel paradigma che auspichiamo, di moneta cassa, lo Stato non essendo più una finzione giuridica ma la semplice somma di tutti i cittadini, sarebbe sì come una famiglia, ma una famiglia sovrana, con la possibilità di battere la propria moneta, una moneta-cassa. Una cassa dei cittadini: ogni spesa dello Stato sarebbe la ricchezza dei cittadini, perché spesa all’interno, un po’ come quando in una famiglia si distribuisce la torta fatta “dalla mamma” – scherzo – la torta fatta da tutti i membri della famiglia. In un paradigma di moneta-cassa, quindi, ciò che si distribuisce è la cassa, e non il debito, e lo Stato sarebbe come in una famiglia, ma una famiglia NON cliente bancario, una famiglia SOVRANA. Tale Stato-somma dei cittadini sarebbe il recinto in cui il popolo sovrano eserciterebbe tale sovranità con la possibilità – normata – di battere moneta, almeno spicciola, a circolazione interna, per i propri cittadini e il loro benessere, mentre la moneta “grossa” per i commerci internazionali andrebbe normata e definita in ambito internazionale, su un piede di parità tra tutti i popoli e tra i loro Stati, in virtù dell’autodeterminazione dei popoli. Una moneta di conto, unità di misura, non coniata né emessa, e non coincidente con alcuna moneta nazionale (come lo è attualmente il dollaro), non tesaurizzabile, ma decisa tra Stati di determinate macroaree, e poi tra le varie macroaree, per effettuare le transazioni internazionali.

Nicoletta Forcheri

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