Genža di cialtroni

13 Giugno 2019

 

Da Rassegna di Arianna dell’11-6-2019 (N.d.d.)

 

Il capitalismo italiano è sempre stato antinazionale, anche prima che gli americani arrivassero qui ad esercitare la propria egemonia ed imporre i loro interessi. Non bisogna dare in ogni frangente le colpe agli altri per incapacità che sono intrinseche alla mentalità autoctona. Dopo la grande crisi del ’29, le difficoltà furono notevoli nel nostro Paese benché meno invischiato di altri nella catena finanziaria mondiale in vertiginoso scoordinamento. Esso restava sostanzialmente agricolo e poco industrializzato ma avviato sulla strada di uno sviluppo di quest’ultimo tipo. Il fascismo intervenne per ridare slancio ad alcune imprese e lo fece nazionalizzando quelle ritenute strategiche attraverso l’IRI, fondato nel ’33. Nonostante ciò che si crede, anche lo Stato fascista non intendeva sostituirsi ai privati e provò a cedere le aziende risanate o avviate ai capitani (poco) coraggiosi del tempo. Ovviamente, questi rifiutarono l’offerta perché poco inclini al rischio. Pare fosse stato Beneduce, col beneplacito di Mussolini, a chiamare Agnelli e altri grandi industriali, per chiedere loro di rilevare i “gioielli” statali. Sarebbe stato un vero regalo ma quei “gran coglioni”, come li definì il Duce, si fecero sfuggire il colpo fortunato. Avrebbero continuato a succhiare soldi allo Stato per vie traverse, con i soliti ricatti da cotonieri. Anche nel dopoguerra, l’Iri proseguì la sua opera meritoria di investire in questi settori in cui gli operatori di mercato si lanciavano con difficoltà a causa di investimenti non alla loro portata. Furono creati altri campioni pubblici come Finmeccanica (1948), Eni (1953) e Enel (1962), i quali furono fondamentali per un sistema-Paese in cui le forze del libero mercato erano debolezze. Negli anni ’90, sull’onda di tangentopoli, si mise fine all’industria pubblica italiana privatizzando e spacchettando il meglio che c’era per liquidarlo a favore di affaristi e speculatori, amici delle leve politiche catto-comuniste risparmiate dalla mannaia giustizialista che terremotò le classi dirigenti della I Repubblica. Qualcosa resistette allo scempio, come Eni, Enel, Finmeccanica, che da enti divennero S.p.A. a controllo pubblico, ma tanto altro fu sbranato dai cani famelici che si facevano chiamare riformatori. Tutto ciò non è bastato a far rinsavire il Paese e ad aprire gli occhi sulle perdite subite sotto quella campagna ideologica. Privato, come poi si è visto, non era sinonimo di bello ma di privazione.

 

I nostri industriali però continuano ad essere coglioni ed anziché chiedere allo Stato di spendere per far ripartire l’economia si dicono terrorizzati dal debito pubblico. Confindustria sembra una gabbia di matti e mentre quasi ovunque si torna a chiedere allo Stato di fare qualcosa in più per ripartire essa invoca la messa “in sicurezza i conti pubblici perché non è giusto lasciare il macigno del debito alle nuove generazioni...Noi siamo per non stare in panchina ma in Europa con le regole europee...Flat tax e reddito di cittadinanza, poi, sono misure a debito, riparliamone quando si potranno fare senza sfondare i conti pubblici”. Nemmeno Quota 100 aggrada ai Confindustriali che però si lamentano di una manodopera che invecchia e non è reattiva ai cambiamenti in atto. Non parliamo dei minibot che pure farebbero comodo a molte aziende in difficoltà ma che per la Confindustria sono una sventura. Semmai è troppo poco ma non troppo. Sono questi “cotonieri” che sbarrano il passo alle generazioni a venire perché vittime dei loro pregiudizi economici, politici, sociali e industriali provenienti da un’epoca superata. Senza sindacalisti e senza confindustriali questo Paese coltiverebbe la voglia di rimettersi in gioco e, invece, deve sorbirsi la micragna lamentosa di tali esseri pietrificati che sanno solo lanciare anatemi. Se lo Stato non mette i soldi dal nulla nelle tasche della gente e se non supplisce alla loro mancanza di iniziativa, con azioni di lungo periodo, anche in perdita temporanea, il Belpaese morirà di inedia, come sta appunto accadendo. Negli anni ‘90 li abbiamo lasciati fare e siamo caduti in basso. È il momento che tutta questa genia di cialtroni venga messa a tacere, con le buone o con le cattive. Sciogliendo Confindustria e Sindacati forse si darà nuovo dinamismo alle parti, lavoratori e capitalisti, ormai troppo ingessate perché dirette da fossili che non vedono ad un palmo dei loro nasi.

 

Gianni Petrosillo

 

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