Comunismi

12 Gennaio 2021

In questo mese di gennaio ricorre il centesimo anniversario della nascita del Partito Comunista Italiano, uscito dal Partito Socialista durante il Congresso di Livorno. I critici di quella decisione hanno sempre sostenuto che la scissione, indebolendo il partito della classe lavoratrice, favorì la scalata al potere del fascismo. Credo che sia un’obiezione senza fondamento. Il Partito Socialista era grande ma paralizzato dalle correnti interne. Inoltre pochi mesi prima del Congresso di Livorno si era conclusa con una sconfitta l’occupazione delle fabbriche, il più corposo tentativo di completare in modo rivoluzionario il Biennio Rosso. Pertanto tutto il movimento era in fase di ripiegamento, deluso e stanco. Il piccolo partito che uscì dal grande corpo del socialismo era allora poca cosa. Anche senza quella scissione il Partito Socialista non sarebbe stato in grado di impedire l’ascesa al potere del fascismo. Piuttosto il vizio originario del comunismo italiano fu la convinzione che “si dovesse fare come in Russia”. Basta leggere gli atti del Congresso di Livorno per capire che il motivo pressoché unico della rottura fu quello. I comunisti erano presi dall’entusiasmo per la rivoluzione bolscevica e pensavano che si dovesse operare per qualcosa di analogo in Italia, senza comprendere che il sindacalismo rivoluzionario era già stato sconfitto e che la classe operaia era in fase di ripiegamento.

Gli estimatori del ruolo storico del PCI segnalano il fatto che quel piccolo partito fu il più coraggioso nell’opporsi al regime fascista, subendone la repressione più di ogni altro, e che fu il partito più combattivo e organizzato durante la Resistenza. Si può ribattere che la Resistenza è stata idealizzata. Fu un fenomeno significativo ma fascisti e tedeschi in Italia furono sconfitti non dalla Resistenza bensì dai bombardieri anglo-americani. Comunque grazie alla Resistenza e all’abilità di un politico di razza come Togliatti il Partito Comunista divenne una grande forza, il maggiore Partito Comunista dell’Occidente. A suo merito gli si attribuisce il contributo fondamentale alla battaglia per la Repubblica e alla stesura della Costituzione. Durante il quarantennio democristiano fu il partito che denunciò le malefatte del potere e le collusioni con le mafie, organizzò ed educò masse prima sbandate, si oppose al clericalismo e a tentativi di restaurazione autoritaria, sostenne le battaglie sindacali. Si può comunque affermare che la sua politica fu sostanzialmente socialdemocratica. Le politiche socialdemocratiche e keynesiane caratterizzarono il mondo occidentale fino agli anni ’80, quindi pure in Italia si sarebbero realizzate anche senza il PCI. Un grande Partito Socialista unitario, non legato all’URSS e quindi non pericoloso per gli USA, avrebbe potuto vincere le elezioni e alternarsi al governo con la DC, secondo uno schema vigente altrove, per esempio in Germania. Si potrebbe dunque concludere che il PCI fu sostanzialmente inutile e forse dannoso, dato che la sua sudditanza all’URSS impedì un ricambio al governo. Una simile conclusione però ignorerebbe il fatto che il Partito Socialista continuò a essere diviso al suo interno e debole, mentre la disciplina della struttura partitica comunista rese quel partito più efficiente nella pratica sostanzialmente socialdemocratica che ha dato ai lavoratori dipendenti italiani un periodo straordinario di conquiste salariali e normative. Una cosa è fuori discussione: la storia del PCI merita rispetto, quella del PDS-DS-PD che è subentrata alla fine di quell’esperienza, è soltanto la storia di un tradimento di tutti gli ideali e di una sottomissione completa alle logiche liberali e imperiali.

Non è lecito parlare di Comunismo al singolare. C’è una storia di comunismi. Quello sovietico è la storia di uno dei regimi più ferocemente repressivi che l’umanità abbia conosciuto. Tuttavia è anche una storia tragicamente grandiosa. Negli anni Trenta i piani quinquennali dello stalinismo dotarono l’URSS di un potenziale industriale e morale che permise poi di affrontare vittoriosamente l’aggressione tedesca. Contemporaneamente la scolarizzazione di massa elevava un popolo di analfabeti e l’istruzione tecnica e scientifica di primordine avrebbe poi consentito all’URSS, negli anni ’50, di essere all’avanguardia nella missilistica e la prima a inviare satelliti e infine uomini in orbita attorno alla Terra. Il regime fece molto per il riscatto sociale delle donne. Per la verità, non fu in nome del comunismo che Stalin sconfisse la Germania hitleriana. Il dittatore sovietico ebbe l’intelligenza di chiamare il popolo e l’Armata Rossa alla lotta in nome della Patria. Però la successiva contrapposizione agli imperialismi occidentali fu un potente incentivo alle lotte di liberazione dal colonialismo. Insomma, non tutto fu negativo in quell’esperienza.

L’altro grande Comunismo, quello cinese, ha seguito una linea diversa. Anche il maoismo è stato un regime duramente poliziesco, anch’esso ha promosso l’industrializzazione accelerata attraverso i piani quinquennali, anch’esso ha ottenuto grandi successi nella scolarizzazione di una massa analfabeta, anch’esso ha emancipato le donne tramite una rottura dei pregiudizi millenari ancora più radicale di quanto fosse avvenuto in Russia. Tuttavia negli ultimi anni del maoismo il fanatismo ideologico produsse guasti con l’esperimento delle Comuni e con la Rivoluzione Culturale. Dopo la morte di Mao, Deng Xiao Ping seguì una via opposta a quella del disastroso Gorbaciov nell’URSS. Deng riformò profondamente l’economia, inserendo la Cina nei mercati internazionali, attirando capitali da tutto il mondo, reintroducendo l’iniziativa privata, ma mantenendo saldamente il potere dittatoriale del partito unico. Oggi la Cina non segue più il marxismo ortodosso. Xi Jin Ping nell’ultimo Congresso del Partito non ha mai parlato della marxiana lotta di classe, insistendo invece sulla confuciana “armonia” fra le diverse componenti sociali. Tuttavia la nuova potente Cina resta la dittatura di un partito unico che continua a definirsi comunista, la sua bandiera e i suoi simboli sono quelli del comunismo, il ruolo dello Stato nell’economia resta fondamentale. La Cina che continua a definirsi comunista si appresta a diventare la prima potenza del mondo.

Parlando di comunismi al plurale, non dimentichiamo che la piccola Cuba non si è piegata né col crollo dell’URSS da cui dipendeva in gran parte, né con la morte di Fidel Castro. Non dimentichiamo che la Corea del Nord, pur perdente nel confronto con la capitalista Corea del Sud per quanto riguarda il tenore di vita del popolo, resta una dittatura comunista saldamente al potere e una potenza militare ragguardevole. Non dimentichiamo che il Viet Nam comunista sconfisse gli Usa e ora, anche grazie a riforme “alla cinese”, è uno dei Paesi con l’incremento economico più consistente.

Insomma, è fallimentare il Comunismo che si sognava come l’interprete di un processo storico irresistibile che avrebbe spazzato via il capitalismo e instaurato un mondo di liberi e uguali. Non è fallimentare l’esperienza storica di comunismi che per vie diverse attente alle particolarità nazionali si sono consolidati. Uno di essi è la nuova grande potenza lanciata verso un’egemonia globale.

Luciano Fuschini 

Commenti
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Vincenzo (Registered) 14-01-2021 11:41

Tutto giusto e condivisibile. Costanzo Preve affermava che laddove il comunismo ha rispettato la storia e la specificitÓ nazionale, ha trionfato, laddove invece ha preteso di eliminarle, ha fallito.
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