Sette crisi e il coraggio di essere a-sociali

5 Aprile 2021

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 "Sei crisi" fu un libro scritto da Richard Nixon e che venne menzionato da Mao nello storico incontro a Pechino del 1972 ("Non male il suo libro, Sei crisi") e facendo un balzo alla realtà di oggi non sei ma ben sette sono le crisi che attraversano l'Italia. Le scriveremo senza ordine crescente o decrescente, perché tutte quante sono legate e interconnesse tra loro: la prima crisi è quella sanitaria, con una epidemia affrontata disastrosamente; quindi i lockdown, come unica soluzione e rimedio portano alla seconda crisi che è quella economica e se dovessimo continuare così altro che "Recovery", tra poco non serviranno più nemmeno le banconote lanciate dall' "Helicopter Money" tanto caro a Milton Friedman per salvare la baracca; ne consegue la terza crisi, col rischio di una "bomba ad orologeria sociale" ; la quarta crisi emana da come si sta affrontando la prima ed è una gravissima crisi democratica e costituzionale, perché da 13 mesi la quotidianità è ostaggio di pesantissime norme liberticide mai usate neppure nei peggiori regimi totalitari, nemmeno nello stalinismo era proibito ricevere gente in casa e ci si poteva spostare nell' URSS con un passaporto interno (arriveremo anche noi, dopo quello sanitario?); la quinta crisi è psichiatrica perché un Paese che da 13 mesi accetta una vita simile per un virus contagioso sì, pericoloso per alcune categorie di fragili (anziani, immunodepressi, persone con due o più patologie, ecc.) sì, che mette sotto pressione il sistema sanitario, sì, ma anche che potrebbe essere curato da casa, sì, e invece no, non lo si fa con precise linee-guida, ecco un Paese che accetta tutto questo è depresso nel suo corpo sociale: e dunque è la sesta crisi perché solo un Paese vecchio dentro e fuori, che non fa più figli e pensa e ragiona come un vecchio senza più vitalità può accettare tutto ciò, pertanto la sesta crisi è quella demografica; e infine ecco la settima crisi, che ha qualche collegamento con la quinta e si lega molto bene a tutte le altre: è una crisi di responsabilità, perché in Italia -parafrasando Norberto Elias- è in corso un "processo di deresponsabilizzazione". Questo processo di deresponsabilizzazione è partito non tanto dall' alto, quanto dal basso, perché la classe dirigente italiana, che è anche essa depressa come il corpo sociale, non emana da Marte, Giove o Saturno ma i suoi membri, specialmente quelli degli ultimi tre anni a questa parte, in larga parte erano dei "signori nessuno" che hanno vinto la lotteria. Mischiando una classe politica già depressa e scoglionata con una nuova infornata di elementi rappresentanti un corpo sociale impregnato dal processo di deresponsabilizzazione, siamo giunti a questo punto. Fino a due, tre, massimo quattro mesi fa, dubitare non dico di un complotto ma di una certa "regia" sovranazionale e di consorterie di "superlogge"(ur-lodges) massoniche, trasversali tra loro negli interessi e convergenti con compromessi e lotte intestine per accelerare processi in corso era anche lecito, chi legge si ricorderà un mio ciclo di articoli scritti tra novembre e dicembre. Tuttavia l'essere entrato nel Bosco jungheriano e avendo in contemporanea deciso di iniziare a guardare il mondo esterno con distacco, avvalendomi anche del contribuito di grandi pensatori quali Pascal ("Il terzo uomo indifferente", per giudicare se sia lecito "far la guerra e mandare a morte tanti spagnoli"), poi la disobbedienza civile del Thoreau che mi ha fatto capire quanto lorsignori non siano così terribili come vengono dipinti e anche un certo esistenzialismo camusiano che sfiora l'anarco-individualismo, sono giunto alla conclusione che la situazione da noi vissuta sia una somma di queste sette crisi, oltre naturalmente ai problemi già esistenti e connessi alla postmodernità che noi denunciamo. Insomma, un mix esplosivo di fattori, una tempesta(quasi) perfetta. In queste crisi epocali la coerenza di avere sempre lo stesso pensiero, come disse Locke, "è una virtù delle menti deboli": tutto è in movimento in modo così rapido che quel che scrissi a novembre ora ha minor validità.

Tornando alle sette crisi, quella di deresponsabilizzazione è tra le più pericolose: è la rinuncia totale ai rischi e ai problemi della vita, delegando qualcun altro -in questo caso lo Stato materno e terapeutico- a pensare per noi, ragionare per noi, dire quel che è lecito e non è lecito. Un campanello d'allarme fu la votazione massiccia dei 5Stelle con la gente allettata dal pernicioso "reddito di cittadinanza", che è l'assistenzialismo più becero e spegnitore di cervelli e di responsabilità e questa cosa ora si riverbera nell'amore inconscio delle zone rosse e nel chiedere, reclamare e anche concedere sussidi come il ridicolo bonus famiglia, che non potrà certo sollevare la crisi demografica. Chi fa chiasso sono solo partite IVA, baristi, ristoratori, lavoratori dello spettacolo; per la gran massa della popolazione va bene il reddito di cittadinanza, il salario statale, starsene a casa, aspettare qualche bonus a pioggia e avere l'ora d'aria delle vacanze estive. Tutto ciò è di una gravità eccezionale, in quanto gente deresponsabilizzata potrebbe riscrivere un nuovo contratto sociale, concedendo al "Leviatano" ancor più poteri e cedendo libertà essenziali in cambio di bonus e sussidi ridicoli e di una sicurezza aleatoria. Che fare? Un Paese che ha sette crisi contemporanee è un Paese che anche prima stava male e stava male parecchio, specie nella sua società e nella sua psiche collettiva. Servirebbe il coraggio di fare un passo in più ed essere "a-sociali", non "asociali". L'asociale è, da vocabolario, persona insensibile ai problemi sociali, alla convivialità e alla convivenza, ma anche persona chiusa e introversa. L' a-sociale, coll' alfa privativo greco e il trattino che fa la differenza, è colui che di fronte a una società in putrefazione ne esce spontaneamente, cercando di esserne coinvolto il meno possibile. Io rivendico la mia a-socialità con orgoglio in questo sfacelo comune, a partire dall'essere, ormai da mesi, in "auto-distanziamento sociale" (che non è quello di "iorestoacasa" ma quello di uscire spesso e in ambienti campestri, isolati): a partire da una feroce scrematura di chi ci sta intorno, al rifiuto della pretesa della narrativa di "responsabilità etica" (sono anarca di me stesso come Junger e non ho i "fantasmi " di cui diceva Stirner) e consiglio, a chi può farlo, di cercarsi o inventarsi una rendita passiva personale per non avere neppure il ricatto del lavoro salariato. Non me ne fotte più un cazzo dell'Italia, né di Draghi-Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Riparati nel Bosco e per quanto sia possibile avere il coraggio di essere a-sociali: posizione radicale, ma vitale oggi, intanto che dura la "nottata " e l'alba è ancora lontana. Se la vedremo, aiuteremo a ricostruire dalle macerie, se non la vedremo, niente sarà stato vano perché salvando noi stessi avremo salvato il futuro seme della ricostruzione.

Simone Torresani

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